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Femme fatale

Aricolo di Carlotta Meneghini

 

 

 

FEMME FATALE : Ritratti nel tempo

 

Introduzione

 

La donna: creatura fisicamente e spiritualmente debole o forte? Succube o dominatrice? Sono domande con le quali ogni epoca storica si è trovata a confrontarsi e il risultato si è orientato, pur con innumerevoli sfumature, su due direttrici fondamentali e un eterno dilemma: angelo spiritualizzato o demoniaca tentatrice?

In questa indagine il proposito è quello di analizzare la cosiddetta femme fatale: figura antichissima, che pare rintracciabile in diverse forme di espressione artistica in ogni tempo. La donna fatale è prima di tutto un simbolo di seduzione, che è lo strumento stesso del suo potere.

Il verbo sedurre deriva dal latino sedùcere, composto da se (che indica separazione) + dùcere (condurre): propriamente separare, condurre fuori dal retto cammino; deviare dal bene, specialmente con astuzia e lusinghe, e tirare al male. Ne consegue la caratterizzazioni negativa del termine, almeno per una sorta di idea di “pericolosità” connessa a questa deviazione dal giusto. Ovviamente il sedotto (dal latino sedùctus, participio passato di sedurre) è l’oggetto della seduzione.

La donna fatale, l’ammaliatrice, che si è detto incarnare l’atto del sedurre, rappresenta evidentemente non un’attrazione armoniosa che corona il sogno di un amore perfetto, ma una forza subdola che rompe gli equilibri e apre ferite. Già i tragici antichi avvertivano delle pericolosità della seduzione, che scatena passioni sfrenate: abbandonarsi ad esse non lascia indenni.

Le rappresentazioni artistiche, si sa, non sono che lo specchio del reale nell’esperienza e nell’immaginario dell’artista. Così i protagonisti delle diverse opere letterarie, pur nella consapevolezza del rischio e già preda delle sofferenze inferte dalla seduzione. Continuano ad inseguirla: forse perché, umanamente, la più forte attrazione è quella che deriva dalle proprie paure.

Ecco, allora, che il mistero dell’universo femminile ben rappresenta il mistero della seduzione e la femme fatale finisce per rispecchiare i limiti e le debolezze dell’animo umano che si lascia soggiogare. Esistono, quindi, numerosi esempi di donne, nate dalla fantasia di diversi autori nella storia della letteratura, dell’arte, della musica, più tardi anche del cinema, che hanno esercitato il potere della seduzione più o meno consapevolmente, ma con conseguenze nefaste, legando la propria immagine a un’idea di crudeltà e ferocia, che in  qualche modo forse rispecchia il sentimento di fragilità dei loro creatori.

 

Ma cosa caratterizza e contraddistingue questa donne fatale ?

 

Bella…

Intuitivamente una caratteristica primaria e distintiva della donna fatale è la bellezza, infatti si tratta dell’aspetto su cui gli autori ( e quindi i loro protagonisti) si soffermano ampiamente.

Illuminanti alcuni versi di Baudelaire, il poeta maledetto che ha alimentato il mito del bohemien e ha gettato le basi della corrente simbolista, le cui influenze si rintracceranno nella letteratura decadente prima inglese e poi italiana:

Vieni dal ciel profondo o sorgi dall’orrore degli abissi, o Bellezza? Divino e infernale, versa il tuo sguardo, avvinti, il delitto e l’amore; onde assomigli al vino che atterra o impenna l’ale.

Ti risplende negli occhi il tramonto e l’aurora; spandi un profumo come di vespro burrascoso; sono un filtro i tuoi baci e il labbro che innamora fiacca l’eroe, ma rende il fanciullo ansimoso.

Sorgi dal nero gorgo o scendi dalle stelle? Vinto, il destino segue i tuoi passi errabondi; tu spargi indifferente il gaudio e le procelle; tutto governi invitta e di nulla rispondi.

O bellezza, tu incedi sui morti sorridente: non è l’Orrore il meno vago dei tuoi monili sul tuo superbo grembo danza amorosamente l’Omicidio, confuso ai ciondoli gentili.

Alla tua fiamma vola l’effimera abbagliata, crepita, brucia e dice: “O face benedetta!” L’innamorato chino sulla dolce amata pare che blandisca morente la tomba che l’aspetta.

O Bellezza, chimera innocente ed enorme, che importa che tu venga dalla terra o dal cielo, purchè il tuo volto, il piede e tutte le tue forme sul mondo sconosciuto che adoro alzino il velo?

Di Satana o di Dio, infernale o divina, che val, se rendi – fata dagli occhi di velluto, ritmo, profumo, raggio, o mia sola regina! – men duro l’universo, più dolce ogni minuto?“

 

Il poeta chiarisce perfettamente la pericolosità della Bellezza e lo smarrimento dell’uomo di fronte ad essa, alla sua origine e al suo potere.

Le lettera maiuscola ( Bellezza come nome proprio e personificazione) fa pensare ad una generalizzazione del concetto ma poco importa che in questa poesia essa sia intesa come metafora della donna, di una donna particolare, o come idea di Bello in generale. La Bellezza con il suo volto amorevole e il suo risvolto letale, ben riproduce il sentimento del sedotto che allo stesso tempo venera e maledice l’oggetto del desiderio; allo stesso tempo ne riconosce la pericolosità, ma aspira ad essere soggiogato, non intende rinunciare al suo potere e ai suoi effetti estetici: ritorna l’attrazione per ciò che spaventa e atterrisce, poiché si avverte come forza sconosciuta. Anche per Byron: “Il piacere è un peccato, ma qualche volta il peccato è un piacere” e per Oscar Wilde: “L’unico modo per liberarsi da una tentazione è concedersi ad essa”.

La donna fatale possiede una bellezza speciale che sembra in qualche modo essersi radicata nell’immaginario popolare e letterario nel corso dei secoli. Oltre ai tratti fisici (che in parte differiscono  ed in parte coincidono tra i diversi autori, probabilmente anche in relazione alla diversa evoluzione dei canoni estetici e alla sensibilità di ognuno) una nota comune è la particolarità del suo fascino: una specifica declinazione della normale idea di Bellezza, che si cercherà di identificare attraverso l’analisi di alcuni celebri esempi di femme fatale.

 

 

 

 

 

… E fatale

 

Questo elemento appare meno univoco nella sua definizione, a seconda dei contesti e degli autori, dei miti e delle storie di cui la donna è protagonista, e probabilmente si presta ad una pluralità di interpretazione e rese caratteriali.

Nel linguaggio comune, anche contemporaneo, l’aggettivo rimanda alla sensualità e all’erotismo: una sorta di particolare specificazione dell’ideale di bellezza, Allo stesso modo, rimanda ad una personalità forte, volitiva, anche crudele e spietata, spesso libera e libertina e all’estremo lussuriosa.

Tuttavia, sembrano sussistere diverse sfumature della fatalità nell’essere donna e un fattore accomunante appare la sua distruttività, proprio nel senso letterale del termine: la donna fatale è colei che porta alla distruzione/dannazione il sedotto, è colei che causa sventura e perdizione.

Esiste, quindi, l’idea chiara degli “effetti” del suo passaggio: catastrofici per il sedotto e, spesso, non solo per lui. Esiste un vero e proprio esercizio dell’arte della seduzione che può essere più o meno cosciente, come atteggiamento spontaneo o come mezzo per il perseguimento di un determinato obiettivo. Esiste un’intenzionalità nella seduzione e, anche se non sempre e non necessariamente, nelle sue conseguenze fatali.

Il mistero dell’universo femminile e la debolezza dell’uomo nell’esaltazione dei sensi, in ogni caso, determinano un’identificazione tra il mito della donna fatale e l’incarnazione della tentazione. L’arte, nelle sue forme espressive più varie, ci ha consegnato numerose e diverse figure di femme fatale e la presente trattazione si propone di analizzarle, attraverso l’immaginario di alcuni autori che le hanno rappresentate utilizzando forme espressive diverse: dalla prosa alla poesia, dalla pittura al teatro.

 

Seirhnes : L’antica seduzione del canto

 

Il nome

 

La seduzione che travolge soggiogando, appare come una sorta di “incantesimo” e la stessa etimologia della parola ne chiarisce la portata.

Incantare: dal latino in+cantàre (intensivo di canere), cioè cantare, cantare in versi e anche vaticinare, fare incantesimi. Il latino càrmen (= carme, canzone), infatti, assumeva anche il significato di formula magica, poiché gli indovini e i fattucchieri usavano il canto e i versi numerati per le loro predizioni e per i loro incantesimi.

Il canto rappresenta la somma dei due elementi primari del suono e della parola: si è incantati da una voce (ma, allargando lo specchio di indagine, anche da uno sguardo o da una movenza) e quasi si perde coscienza di sé. In senso metaforico, infatti, il termine viene ricondotto all’idea di guadagnare l’animo di qualcuno.

Questa conclusione e la radice etimologica del termine, collegata all’esercizio del canto, suggeriscono due riflessioni. Prima di tutto una stretta correlazione tra l’arte della seduzione e la magia, quindi qualcosa di divino e misterioso, certamente appartenente ad un universo altro rispetto alla realtà dell’uomo (vedi anche Baudelaire ne “Inno alla Bellezza sopra citato “Divino e infernale”. Il collegamento resta comunque ad un livello ben diverso da quello terreno e mortale) .  

In secondo luogo, sovviene un richiamo immediato ad alcune figure mitiche che, proprio attraverso il canto melodioso, stregavano l’animo umano per condurlo alla morte: le Sirene.

 

Il mito

 

Il mito delle Sirene giunge a noi da una tradizione antichissima e ricchissima, in cui i riferimenti letterari e iconografici sono numerosi, tanto quanto la successiva bibliografia sulla ricostruzione del mito stesso in tutti i suoi aspetti.

Prima mezze donne e mezze uccelli, poi ibridi dalla coda di serpente ed infine di pesce, attraverso numerose e diverse letture e attribuzioni, il mito delle Sirene è rintracciabile già in epoca micenea a Pilo.

Numerose sono le ipotesi sull’origine del nome, tra cui: da seira, corda (quindi Sirena è “colei che lega”), in macedone Afrodite si chiama Zeirhnh e seirhn apparterrebbe alla radice verbale *gher-, desiderare, preferire (cfr. freco cairw) per cui le Sirene sarebbero “le desiderate”, oppure una derivazione ricondotta all’ebraico-fenicio con sir, canto, canto magico.

Anche le diverse ipotesi di derivazione del nome, quindi, sottolineano le caratteristiche e le funzioni di questa figura nell’immaginario degli antichi. Il riferimento ai lacci, quindi ad un legame, alla dea dell’Amore e della passione e al canto riconducono all’idea dell’incantesimo e della seduzione, quindi della servitù dell’animo.

Nel corso dei secoli, attraverso le leggende, il mito, i poemi e i racconti, le Sirene hanno rappresentato ora demoni, incarnazioni di anime, esseri misteriosi nati dalle leggende dei marinai come rappresentazione della pericolosità di certe rotte; ora protettrici come le Muse, potenze demoniache dell’oltretomba alternativamente benefiche o malefiche, serve di Persefone o Plutone che trasportavano gli uomini nell’Ade e molto altro. Alle volte la loro origine viene fatta risalire a delle fanciulle trasformate in ibridi dalla vendetta di Era, che esse avevano osato sfidare nel canto, o dall’ira di Afrodite che le aveva trasformate in creature metà donna e metà uccello, furiosa per il loro strenuo attaccamento alla verginità e, quindi, al rifiuto dell’amore.

La ricostruzione di questa figura è resa complessa dall’incredibile vastità del materiale storico e dalla sovrapposizione di quello letterario e iconografico. In ogni caso, è certo è che la figura della Sirena compare in epoche lontanissime e arriva ai giorni nostri attraverso i documenti letterari, le incisioni, la pittura e i fregi architettonici, per essere trasportata in epoca moderna anche nel cinema e nella pubblicità: a dimostrazione dell’eternità del mito della seduzione che esse hanno finito per rappresentare.

 

L’apparizione nelle Argonautiche

 

In età ellenistica le Sirene ritornano ancora una volta (prima si erano potute notare nell’Odissea di Omero) come mortifere cantatrici tra le righe di Apollonio Rodio nelle Argonautiche, l’unica opera completa arrivata a noi di questo poeta vissuto nel III secolo a.C.

Il poema (5835 esametri in quattro libri) riprende l’antichissima leggenda degli Argonauti e narra del lungo viaggio di Giasone e dell’equipaggio della nave Argo verso la Colchide (sulla sponda orientale del Mar Nero) per impadronirsi del vello d’oro e portarlo in Grecia, così che Giasone potesse riconquistare il trono di suo padre in Tessaglia. 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Aldo Carotenuto - Riti e miti della Seduzione – Bompiani 1998

Apollonio Rodio – Argonautiche, a cura di Alberto Borgogno – Collana I Classici Collezione – Arnoldo Mondadori Editore 2007

Charles Baudelaire, I Fiori del Male – Collana I Tesori della Poesia in Miniatura – De Agostini Editore 2005

Charles Baudelaire – Opere, a cura di Giovanni Raboni e Giuseppe Montesano – Arnoldo Mondadori Editore 1999

 

Fonte: femmefatalritratti.wikispaces.com

 

  Inno alla bellezza – da I Fiori del Male, Charles Baudelaire – Traduzione di Tullio Furlan

Così Aldo Carotenuto in Riti e miti della seduzione (Bompiani 1998, pag. 18): sottolinea il collegamento tra seduzione e divinità o potere divino: “l’epiteto seduttivo viene infatti attribuito sovente ad interventi soprannaturali o a forza impersonali, per sottolineare la natura demoniaca e il fatto che essi afferrano il soggetto, lo rendono oggetto”

Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, fornisce un’ulteriore versione circa l’origine di queste figure come figlie della Musa Tersicore e del fiume Acheloo: un tempo ancelle di Persefone, cantavano con lei (Libro IV, 895 – 898)

 

 

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    Seduzione

     

 

Maria Cristina Boero

 

 

Liceo Valsalice                                                                                                                            

 

LA FIGURA DEL SEDUTTORE

NEI SECOLI XVII,  XVIII, XIX E XX.

 

 

Genesi ed evoluzione in letteratura, nell’elaborazione filosofica, nella musica e nell’arte figurativa e cinematografica.

 

 

In ogni forma espressiva -arte, letteratura, musica-  l’attenzione, l’osservazione e l’analisi degli autori  sono state   prevalentemente e tradizionalmente  dedicate, con riferimento  al concetto di  seduzione, alla figura femminile: i soggetti maschili, infatti, venivano solitamente  identificati negli emblemi dell’eroe o del condottiero,  più spesso vittima che soggetto attivo di  artifici ammaliatori.

 

Da qui l’interesse per la figura del  “seduttore”,  che appare  una sorta di mito moderno il quale, diversamente dal suo omologo femminile, ha avuto origine in tempi   relativamente vicini  e si è peraltro recentemente evoluto in termini problematici: una figura, dunque, che pur costituendo in teoria un archetipo con valenze universali,  in realtà non è tale,  poiché anzi  è andato via via modificando i propri caratteri e motivazioni, sino, per così dire, a smarrire la sua stessa  ragion d’essere.

 

 Soggetto poliedrico, caratterizzato inizialmente da gioiosa voracità  di vita ed esperienze amorose ed in seguito motivato da una sottile crudeltà  nel vedere soccombere le proprie vittime;  in seguito,  un  uomo spinto da  bramosia di potere, da conquistarsi grazie alle proprie capacità di fascinazione, o ancora  un mero esteta compiaciuto della virtù ammaliatrice  conseguente a parole usate con maestrìa o a comportamenti mirabilmente ingannatori; infine, una  vittima delle sue  cupidigie, fagocitato dalla propria brama, e, da ultimo, forse desideroso di fuggire da se stesso.

 

Senza  pretese di esaustività, dunque, una panoramica di soggetti  emblematici che, in diversi ambiti artistici, hanno contribuito a dar forma e corpo all’immagine  dell’uomo seduttore, a partire dalla  fine del XVII secolo sino ai nostri giorni.   

 

 

INDICE

 

Il seduttore in letteratura

  • Don Giovanni
  • Casanova
  • Il Visconte di Valmont (Le relazioni pericolose, di  Choderlos de Laclos)
  • Bel Ami (Bel Ami, di Guy de Maupassant)
  • Andrea Sperelli (Il Piacere, di Gabriele D’annunzio)
  • Paolo Castorini (Paolo il caldo, di Vitaliano Brancati)

 

Il seduttore nel pensiero filosofico

  • Diario del seduttore, di S. Kierkegaard

 

Il seduttore nell’arte pittorica

  • J. Vermeer: Il bicchiere di vino

                   Giovinetta con bicchiere di vino

  • H.Toulouse Lautrec: Louis Pascal

                                  L’Anglais Au Moulin Rouge

 

Il seduttore nella musica

  • Don Giovanni (Don Giovanni, di W. A. Mozart)
  • Il Duca di Mantova (Rigoletto, di Giuseppe Verdi)

 

Il seduttore nel cinema

  • Rodolfo Valentino
  • Bernard Morane (L’uomo che amava le donne, di François Truffaut)
  • Dottor Sullivan Travis (Il Dottor T e le donne, di Robert Altman)

 

 

IL SEDUTTORE IN LETTERATURA

 

Non si può procedere ad un esame della figura del seduttore , nell’intero panorama delle espressioni artistiche, prescindendo da due simboli    della seduzione maschile,  emblemi dell’arte  del desiderio di concupiscenza dell’universo femminile: Don Giovanni e Casanova.

Entrambi possono rientrare nell’alveo della letteratura: il primo, che peraltro riprenderemo parlando dell’ambito musicale, in quanto elaborazione letteraria che si riscontra in diverse opere, di autori vari e in più epoche, il secondo in quanto fu egli stesso a scrivere le proprie memorie, diventando così soggetto e oggetto di un’opera letteraria.

 

 

 Don Giovanni, dunque, viene fissato quale personaggio nelle sue grandi linee, per la prima volta, nella commedia El Burlador de Sevilla y Convitado de pietra, opera del 1630 attribuita a Tirso de Molina, in cui viene fissato nelle sue grandi linee quello schema tematico che costituirà poi la base per tutte le elaborazioni ulteriori.

Don Giovanni Tenorio è infatti un seduttore che non conosce limiti al suo desiderio e che,  dopo avere ingannato diverse donne, tenta di disonorare una nobildonna: scoperto, uccide il di lei padre, Ponzalo de Uloa.

In seguito, in una chiesa, egli vede la statua di Ponzalo e per beffa la invita a cena: la statua accetta e invita a propria volta don Giovanni, il giorno successivo, nella cappella.

Lì, dopo una seconda cena, Don Giovanni cerca di congedarsi, ma la statua lo trascina con sé all’inferno.

Il soggetto di Tirso de Molina subirà numerosissimi rifacimenti: da Molière (Don Juan ou le festin de pierre, 1665); a Goldoni (Don Giovanni o la punizione del dissoluto, 1730), a Lord Byron (Don Juan an Epic Satir, 1824) e ancora Puskin (Il convitato di pietra,  1830) e A. Dumas padre (Don Juan de Marana ou la chute d’un ange, 1836).

La più famosa  rappresentazione del Don  Giovanni, tuttavia, resta evidentemente l’opera musicata da Mozart, considerata a ragione uno dei massimi capolavori della musica e della cultura occidentale, di cui tratteremo più avanti.

 

 

 Giacomo Casanova (1725-1798), seppure archetipo del seduttore, viene preso in considerazione solo sotto il profilo letterario, giacché  fu autore e protagonista delle proprie memorie, scritte peraltro  in francese,  lingua all’epoca di maggior diffusione e ch’egli riteneva “immortale” -tale, quindi, da garantirgli  un maggior numero di potenziali lettori, nonché   di perpetuare il proprio ricordo ai posteri-  titolandole Histoire de ma vie.

Ancorché il valore letterario dell’opera di Casanova sia assai discusso, questa autobiografia costituisce un documento di indubbio interesse per  conoscere la vita in Europa presso le corti e la nobiltà del secolo XVIII: l’autore, infatti, incontrò molti grandi del suo tempo, come Rousseau, Mozart, Voltaire, oltre a regnanti come Caterina di Russia o Federico II di Prussia, personaggi cui certo non era facile l’accesso, e che tuttavia Casanova riusciva ad approcciare con straordinaria facilità anche grazie alla sua fama  di raffinato e brillante conversatore, e, appunto, di  abile seduttore.

Nella Histoire de ma vie, dunque, egli narra le proprie avventure, divenendo il primo autore di costume moderno: la figura che si delinea è un seduttore-collezionista, prodigo con le proprie conquiste, e tuttavia assolutamente indifferente all’immagine che lascia di sé ed agli effetti del suo agire, concentrato unicamente sul numero delle proprie vittime.

Secondo alcuni storici -che si basano su  documenti attestanti la frequentazione tra Da Ponte, il librettista del Don Giovanni di Mozart, e Casanova, che era sicuramente presente alla prima dell’opera mozartiana- questi si misurò col mito di Don Giovanni nel tentativo di costruirne uno ancora più grande e, soprattutto, reale.

                                               

 

E’ tuttavia alla fine del XVIII secolo e poi  nel 1800, che la figura del seduttore va via via  affinandosi e, in conformità alle tendenze dell’epoca, viene ad assumere connotazioni filosofiche ed estetiche.

In altre parole, mentre le figure di seduttori del XVIII secolo  paiono ricercare il piacere libertino in se stesso, al contrario i simboli della seduzione maschile ottocentesca non mirano unicamente a saziare un desiderio erotico  indistinto -come Don Giovanni, che seduceva pescatrici e duchesse indistintamente- ma sembrano rivestire la seduttività di “giustificazioni” di vario tipo, che spaziano dall’ambizione, al desiderio di danaro, al gusto estetico della ricerca di manifestare il proprio potere sul sesso femminile.

In buona sostanza, un seduttore più perfidamente raffinato, spesso diabolico nella propria volontà di autoaffermazione, talora crudele o tal’altra languidamente  compiaciuto della propria conquista.

 

Il primo esempio di seduttore diabolico e dominatore è il Visconte di Valmont     de Le relazioni pericolose   di Choderlos De Laclos, pubblicato nel 1782.

Questo romanzo in forma epistolare, che ebbe enorme fortuna -tanto che, pare, fu una delle letture preferite da Maria Antonietta- descrive due figure smisuratamente ingannevoli e prive di scrupoli, malvagie e artificiose: la marchesa di Marteuil e, appunto, il visconte di Valmont.

Quest’ ultimo  impersona una figura di seduttore, altero e gentiluomo, la cui fama lo precede nella società. Il suo  comportamento, per sua stessa ammissione, non affida “nulla al  caso”, giacché egli è assolutamente determinato e razionale e agisce “senza perdere mai di vista i propri progetti”.

Egli, avendo deciso di sedurre una gentildonna, Madame de Tourvel, confida il progetto alla marchesa di Marteuil, che a lui fu legata: quest’ultima, per vendicarsi dell’offesa subita dal proprio amante, il conte di Gercourt, gli chiede di sedurre una giovane che il conte  vorrebbe sposare.

Dunque, Valmont riesce a sedurre tanto la giovane Cécile Volanges, come richiestogli dalla marchesa di Marteuil,  quanto  la presidentessa  de Tourvel .

Nel finale tuttavia, sfidato a duello dal giovane Danceny, innamorato di Cécile, Valmont muore; la marchesa di Marteuil, sfigurata dal vaiolo,si isola dal mondo, e Madame de Tourvel e Cécile si ritirano in convento.

 La figura di Valmont, ed il suo ritenere la seduzione una vera e propria “impresa ” da soddisfarsi in quanto prova delle proprie capacità, emerge a poco a poco, introdotta da valutazioni e pensieri ch’egli confida alla marchesa: nella lettera IV egli è inizialmente contrario al progetto di sedurre la giovane Cécile, e le obietta: “che cosa mi proponete voi? Di  sedurre una ragazzina che non ha mai visto niente e non sa niente, che, per così dire, si darebbe a me senza difese, che il primo omaggio non mancherà di inebriare  e che la curiosità trascinerebbe più in fretta dell’amore. Venti altri possono riuscire esattamente come me. Non è così l’impresa che mi sta interessando”.

E tuttavia le sue arti, le sue parole, irretiscono  Cécile Volanges, la quale, pur consapevole di amare il giovane Danceny,  dopo un incontro notturno con Valmont scrive (lettera XCVII) “non so come può essere successo: sicuramente non amo il signor di Valmont, anzi, ma c’erano dei momenti che era come se l’amassi… Capite bene che questo non impediva di dirgli sempre di no, ma mi accorgevo che non facevo come dicevo, ed era malgrado me; e,inoltre, ero talmente turbata!...il signor di Valmont ha un certo modo di parlare che non si sa come rispondergli”.

Ugualmente, Madame de Tourvel si dichiara (lettera CII) “Inebriata dal piacere di vederlo , di ascoltarlo, della dolcezza di sentirlo accanto a me, dalla felicità più grande, … impotente e senza forza” .

E’ così che si realizza la vittoria di Valmont, che finalmente nella lettera CXXV dichiara orgogliosamente alla Marchesa di Marteuil: “Eccola dunque vinta , questa donna superba che aveva osato credere di potermi resistere!”, aggiungendo che questa “..non è, come nelle altre mie avventure, una semplice capitolazione,  più o meno vantaggiosa e di cui è più facile approfittare che inorgoglirsi: è una vittoria completa, conquistata con una campagna difficile decisa da sapienti manovre”: e concludendo con l’annuncio  “non mi lascerò incatenare tanto da non riuscire a spezzare questo nuovo legame, gestendolo come voglio”.

Valmont si compiace delle proprie parole, studiatamente appassionate, che ha pronunciato avanti alla sua preda, definendole “una purezza di metodo” che ha “saputo ispirare la sicurezza del nemico, per raggiungerlo più facilmente durante la ritirata”.

 Il visconte la abbandonerà dopo poco, gettandola nello sconforto: ella non risulta più di alcun interesse per lui.

La seduzione amorosa orchestrata dal Visconte di Valmont e dalla sua diabolica compagna Marchesa di Merteuil è dunque sostanzialmente un terreno di conquista, un banco di prova ove Valmont proietta la propria distorta idea di autoaffermazione,  con assoluta assenza di scrupoli nei confronti delle vittime: emblema di una società dissoluta e crudele, che identifica il piacere con il potere, con il dominio incontrastato ricercato con ogni mezzo.

 

Diversa la cifra interpretativa di un’altra figura emblematica di seduttore letterario, il Bel Ami  di Guy de Maupassant (pubblicato nel 1885).

 Georges Duroy -il soprannome Bel Ami  gli verrà dato da una ragazzina, Laurine, la figlia della sua prima amante Clotilde- diviene, da oscuro e spiantato giovincello  di provincia, uno degli uomini di maggior successo nella società parigina, e ciò grazie alla propria capacità di sedurre e manipolare le donne: belle o brutte,  giovani o vecchie, intelligenti o meno, purché lo aiutino a realizzare il suo ambizioso disegno.

Tale carriera fulminea si avvale dunque di questo strumento, la seduzione mirata  e cinica nei confronti di personaggi femminili, tutti impotenti a fronte dell’indiscusso carisma di Bel Ami: Clotilde de Marelle, prima e costante amante,  in quanto anch’essa priva di scrupoli morali di sorta; Madeleine Forestier,  moglie e poi vedova dell’ amico Charles Forestier  -che per primo lo introduce nel mondo del giornalismo- la quale lo aiuterà nella scalata addirittura facendogli mutare il nome in Du Roy per nobilitarlo;  Virginie Walter, moglie del potentissimo Monsieur Walter    -proprietario del giornale per cui Bel  Ami  lavora- che dopo una iniziale resistenza perderà, seppur donna integerrima e religiosissima, completamente la testa per lui (“E’atroce quel che soffro; t’amo fino a non aver più un pensiero che non sia tuo, a non poter guardare nulla senza vederti davanti agli occhi… Mi sembra di esser presa in un artiglio, ...il tuo ricorso, sempre presente, mi stringe la gola”; infine Susanne Walter, giovane figlia minore dei Walter, che pur di sposarlo fuggirà da casa.

Il libro si chiude con il trionfo di Bel Ami: il matrimonio nella Madeleine, ove egli, “ubriaco d’orgoglio”,   sente “ dietro a sé la folla, una folla illustre venuta per lui… Diventava uno dei padroni della Terra, lui, il figlio di due poveri contadini di Canteleu”  tanto da sentirsi “ pieno di riconoscenza per la divinità che lo aveva favorito e lo trattava con tanti riguardi”. Tuttavia, nel momento in cui saluta Clotilde, anch’essa presente a omaggiarlo, già prova rimpianto per l’ amante “con l’aria da monello e gli occhi vividi”, e stringendole la mano le  mormora un “A presto!” che prelude a nuovi incontri, e alla ripresa della vita di sempre.

 Duroy, un seduttore che è tale anche ai fini dell’ascesa sociale, non suscita simpatia, ma neppure risulta odioso: Maupassant è riuscito a scolpire i tratti di un uomo sostanzialmente mediocre  in tutto, eppure di ambizione sfrenata, che riesce ad ottenere il successo nel mondo usando le donne, e i loro sentimenti per lui,  come meri strumenti: egli è il vuoto ed il successo, una sorta di architettura senza fondamenta, eppur dotata di forza singolare, un determinato doppiogiochista che, non potendo fare a meno delle donne, se ne serve.

In lui la seduzione è al servizio dell’interesse,   senza i tormenti della colpa o del dubbio.

 

 Nella letteratura italiana di fine secolo, l’incarnazione letteraria del seduttore è rappresentata da Andrea Sperelli,  il protagonista de Il Piacere (1889) di Gabriele d’Annunzio.

Esteta di casato antico e nobile, il protagonista del romanzo incarna  il frutto delle esperienze reali dell’autore, dei suoi sogni e delle sue aspirazioni.

Il culto dell’arte, la ricerca di ciò che è bello e prezioso, nel distacco più assoluto dalle convenzioni, dalla moralità borghese, dagli scrupoli, ritenuti ipocriti, del tempo, dalla vita “comune”: Andrea Sperelli è tutto questo, e  si muove in ambienti preziosi e ricercati legittimando il proprio egoismo, la  propria sensualità, l’estetismo esasperato  ed il cinismo in una sorta di autocelebrazione compiaciuta.

L’amore per Elena Muti -enfatizzato nel ricordo, che apre il libro-  si snoda in una Roma splendida, mondana,  eppur anch’essa in disfacimento, quasi novella Bisanzio: e la passione risulta inscindibile dall’ambiente, l’amante è anch’essa opera d’arte preziosa, da contemplare e possedere in quanto tale, giacché  come una porcellana rara , una “coppa fiorentina”, un  “serico tappeto persiano del XVI secolo”, uno dei tanti oggetti dalla “virtualità afrodisiaca latente”, arricchiscela vita dell’autore, tutta incentrata sull’estetismo più ricercato e che, come la sua dimora, risulta essere un “perfettissimo teatro” in cui egli “si obliava cosi tanto che non di rado rimaneva ingannato dal suo stesso inganno, insidiato dalla sua stessa insidia, ferito dalle sue stesse armi, a somiglianza di un incantatore il qual fosse preso nel cerchio stesso del suo incantesimo”.

L’irrequietezza di Andrea Sperelli, e la sua vita condotta con ambigua superficialità , è descritta nel terzo libro: pur dopo l’abbandono di Elena e la già intervenuta dichiarazione d’amore per Maria Ferres -la donna “spirituale ed eletta” che lo attrarrà per  la sua purezza d’animo nella villa della cugina ove è ospitato, convalescente dopo una ferita a duello- egli  riprende a frequentare altre  donne, ammettendo  di essere “camaleontico, chimerico, incoerente , inconsistente”

E’ stata spesso messo in luce dai critici l’ ambivalenza della figura del seducente Sperelli, il suo oscillare tra la ricerca del Piacere puro               -rappresentato da Elena, la donna che lo trascina nella voluttà, e che anche nel nome richiama la donna che secondo il mito trascinò nella rovina un popolo intero- e Maria, rappresentante anch’essa sin dal nome la donna pura della tradizione cattolica, la possibilità di redenzione.

L’ambiguità di Andrea Sperelli -figura oscillante tra il superuomo e l’inetto-  sta dunque anche nella sovrapposizione sentimentale ed erotica dell’una e dell’altra delle sue donne, simboleggiante la tensione verso un connubio tra le proprie due anime che risulta tuttavia impossibile, tanto che nel finale, all’atto in cui egli le confonderà, chiamando Maria con il nome di Elena, sancirà il completo fallimento della propria intera vita.

Va sottolineato come   questo personaggio, il cui valore assoluto nonchè criterio etico di scelta è l’arte, in  un modello di vita  che si distacca dalla normalità borghese, con assoluto rifiuto delle regole ordinarie del vivere morale e sociale,  è  a propria volta oggetto di una  doppia valutazione  da parte di D’Annunzio: infatti l’autore , pur identificandosi parzialmente in lui -giacché lo Sperelli  è inserito in quel tipo di vita che lo scrittore stesso conduceva, raffinato ed estetizzante-  tuttavia sotto un diverso profilo  se ne distacca, sostanzialmente criticandone la doppiezza,  l’assenza di valori, gli inganni perpetrati alle donne  ed il cinismo.

L’amaro finale  non fa che confermare come per D’Annunzio l’ assenza di  forza morale  e l’incapacità di dominio delle proprie debolezze , pur  se inserite in un programma estetico fascinatore ed  agognato, siano  comunque deplorevoli  e conducano ad una sostanziale, e dolorosa, solitudine.

 

La letteratura del primo dopoguerra non offre figure di spicco: in tal senso, la forza dirompente di quella nuova forma espressiva che fu il cinema determinò in parte la rarefazione di personaggi  maschili seduttivi, che vennero invece fatti propri e magnificamente descritti  in molte pellicole di cui si parlerà più oltre, talora determinando una sovrapposizione tra il  protagonista del film ed il soggetto reale.

Nel secondo  dopoguerra, il seduttore riappare  con una cifra del tutto diversa: in Italia, in particolare, la sua figura ricompare nei romanzi di Vitaliano Brancati.

 Lo scrittore siciliano (1907-1954) , autore di opere teatrali oltre che  di romanzi, fu acuto osservatore di costumi, che trasfuse nelle proprie opere: descrisse impietosamente ed ironicamente il seduttore siciliano, vittima delle costrizioni  dell’ambiente d’origine, che impone una sorta di gallismo forse più verbale che reale, solo svago in una Sicilia impigrita ed incapace di una seria volontà morale.

Già in Don Giovanni in Sicilia, Brancati descriveva la parabola di un siciliano che emigra da una Catania in cui i maschi sono logorati da una inestinguibile sete di seduzione, e consumano i giorni in estenuanti narrazioni e rielaborazioni di avventure galanti oppure fantasticando su future conquiste che mai, probabilmente, saranno in grado di realizzare.

Ancor più marcata risulta, però, la descrizione di Paolo Castorini, il protagonista di Paolo il caldo, romanzo pubblicato postumo nel 1954: tipico maschio siciliano, soggiogato da una sensualità  incontrollata, è un personaggio tragicamente ossessionato da questo solo aspetto dell’esistenza, che vive di relazioni brevi e superficiali, anche quando si trasferisce a Roma, lontano dalla Sicilia.

Brancati nel descrivere quest’ uomo si addentra in una indagine psicologica che, resa con la tendenza della sua scrittura al barocchismo    -dallo stesso autore riconosciuta, allorché fa esclamare dal suo amico Pinsuto, contrappeso agli azzardi nei quali si cimenta l’incauto Paolo: “Tutti voi siciliani siete  barocchi. Lei trova le ragioni più contorte , intricate e abbondanti per spiegarmi il suo modo di comportarsi”-   costruisce un personaggio assolutamente negativo, e sostanzialmente allucinato.

Il  desiderio della seduzione in sé, dunque, diviene patologico e rappresenta in sostanza l’ assoluta sconfitta della ragione a fronte delle esigenze dei sensi: con la conseguenza che la seduzione fine a se stessa  assume una valenza negativa se non ridicolmente penosa, assolutamente scevra, ormai, da aspetti degni di ammirazione.

Nel finale, Brancati definisce la tendenza di Paolo Castorini come una “furiosa cupidigia”, portatrice di “tutte le paure e i rimorsi  di cui andava carica… come bestia di zecche che la dissanguano e aizzano a un tempo”, abbandonando l’ironia con cui lo paragonava all’Andrea Sperelli dannunziano, facendo dire ad una delle tante sue  conquiste: “Perché il barone Castorini non deve abitare a Palazzo Zuccari e ricevere la sua Elena in una camera tappezzata di rose?”,  o mettendo in bocca al protagonista stesso una  bonaria presa in giro di Leopardi, cui avrebbe evitato di scrivere Il pensiero dominante  e L’ultimo canto di Saffo  unicamente presentandogli “una decina di belle ragazze con le quali avrebbe avuto fortuna”.

Una valutazione ultima, quindi, assolutamente critica verso un  soggetto maschile che solo  “se fosse riuscito ad estirpare quel desiderio avrebbe potuto guardare le donne, ricevendo un’immagine profonda e reale, intuendone poeticamente il carattere..e il linguaggio”.

Vale inoltre la pena ricordare che, tra le ultime disposizioni scritte dall’Autore, due giorni prima della morte -avvenuta il 25 settembre 1954- circa i propri lavori letterari, si legge “Si può anche pubblicare il mio ultimo romanzo Paolo il caldo avvertendo il lettore che mancano ancora due capitoli, nei quali si sarebbe raccontato che egli... si aggrovigliava sempre più in se stesso, fino a sentire l’ala della stupidità sfiorargli il cervello”

 

 

 

 

IL SEDUTTORE NEL PENSIERO FILOSOFICO

 

Il Don Giovanni  descritto da Soren Kierkegaard  nella sua opera, Diario del Seduttore,  -che costituisce uno dei capitoli centrali di “Enten- Eller” o “Aut- Aut”-  pubblicata nel 1843,  è un personaggio complesso, un seduttore intellettuale dotato di sensibilità non comune, che vive di calcoli raffinati e decadenti, mettendo in atto piani strategici e tattici giacché in essi, e non nel mero piacere del possesso, egli trova soddisfazione e appagamento.

Giovani dichiara il proprio piano sin dall’inizio, nella lettera del 3 giugno -l’ opera è infatti in parte un diario, in parte in  forma epistolare-: “Così s’incomincia. Prima viene neutralizzata la sua femminilità mediante prosaica intelligenza e ironia, non direttamente ma indirettamente e per mezzo del neutrale assoluto: lo spirito. Ella quasi perde innanzi a se stessa la propria femminilità, ma in tale condizione non può rimanere sola e finisce col cadermi tra le braccia, non come se fosse amante, no, ma diremo neutrale: quindi la sua femminilità si risveglia e viene spinta fino al massimo della tensione… la sua femminilità raggiungerà altezze sovrumane ed ella mi apparterrà con una passione universale”.

Così Giovanni non si fa scrupolo di frequentare la casa di Cordelia, e di conversare ancor più con la anziana zia di lei, facendosi ascoltare e fingendo una personalità diversa, a Cordelia gradita; pronunciando parole e pensieri in cui non crede, mostrando addirittura una iniziale falsa indifferenza. 

Egli si chiede: “Che cosa devo fare? Devo affascinarla? No, per niente… Che cosa devo fare? Mi plasmo un cuore in tutto simile al suo”, cosicché ella “con la fantasia, che è il vero mezzo di comunicazione tra lei e me”  si convincerà delle qualità del suo ingannatore, e cadrà finalmente nella trappola che le è stata tesa.

Verso il finale del libro Kierkegaard fa profferire al protagonista una sorta di manifesto del proprio pensiero, allorchè dichiara: “La donna è e rimane per me un inesauribile argomento di riflessione, un’eterna fonte di osservazioni. Colui che non sente la necessità di un tale studio,  potrà essere ciò che vuole per il resto del mondo, ma per me soprattutto egli non sarà un esteta. Quel che è appunto il lato magnifico e divino dell’estetica è che essa può porsi in relazione con il Bello, ha da fare essenzialmente con le belle lettere ed il bel sesso.(..) Il mio occhio non sa mai stancarsi di percorrere questa periferica diversità. A ciascuna il suo fascino particolare..”, e la fanciulla prescelta, in quel momento “unica al mondo, deve appartenermi, deve essere mia”: ma “Che Iddio si tenga il cielo, se io debbo serbare lei”, in quanto,  dopo la intervenuta seduzione, “tutto è finito”  e “non le mancherà l’occasione per ammirare la mia memoria”.

Ciò che dunque importa al seduttore di Kierkegaard non è tanto il possesso della donna, quanto goderne esteticamente il cedimento e l’abbandono: l’arte consiste quindi nell’incantarla con le parole, alternando passione e freddezza, in un esercizio di raffinato e intellettuale  egoismo.

Il Diario del seduttore  di Kierekegaard è pertanto il manifesto della prima delle tre modalità esistenziali in cui, secondo il filosofo, ciascun uomo può dimensionarsi.

Il filosofo, infatti  -sul presupposto che solo al singolo spetta l’esistenza e che ogni essere vivente ha la possibilità di scegliere e di decidere- afferma che l’alternativa è fra tre forme fondamentali di vita: quella estetica, quella etica e, infine, quella religiosa.

E’ nello stadio estetico che l’uomo conferisce importanza primaria ai valori della bellezza e del piacere, prescindendo da leggi etiche e tendendo al solo soddisfacimento dei propri desideri: ed infatti Giovanni, il protagonista dell’opera, non ama, ma è unicamente ala ricerca del piacere della novità.

Secondo l’autore, peraltro, chi sceglie questa  dimensione di vita sarà ben presto vittima della noia, e della conseguente disperazione per non avere alcun programma di vita, e per essere, in buona sostanza, inesistente: al contrario di chi decida di cambiare il proprio tipo di esistenza, scegliendo la dimensione etica -in cui il prototipo di figura è quella del “marito”, contrapposta a quella del seduttore- il cui rischio, peraltro, è quello del conformismo e della banalità di una vita metodica.

Per Kierkegaard, invero, la sola effettiva realizzazione dell’uomo è nella sfera religiosa, sola dimensione in cui l’uomo svela la propria identità nascosta, ed appaga completamente il senso della propria vita, liberandolo dall’angoscia.

Dunque,  il seduttore  come emblema della dimensione estetica (“Nei miei rapporti con Cordelia sono stato dunque fedele ai miei doveri? Voglio dire, ai miei doveri verso l’Estetica?”) è visto da  Kierkegaard  come soggetto esecrabile, come mera tappa iniziale nel lungo cammino della vita, che dovrà allontanarsi da questa fase estetica di rovina morale: eppure, dalla lettura dell’opera, è evidente il fascino che questo richiamo di perdizione esercita sul filosofo.

                                         

 

IL SEDUTTORE  NELL’ARTE PITTORICA

 

Quello della seduzione maschile è un tema scarsamente affrontato in pittura: diversamente da quello  della seduzione femminile, diffuso copiosamente.

Esso, peraltro, è stato peraltro magistralmente rappresentato da Jan Vermeer (1632-1675), pittore olandese nato a Deft, la cui vita è ancora in gran parte  avvolta nel mistero: forse mercante d’arte come il padre, forse anche gestore di una locanda , certo consorte di una donna di agiate condizioni economiche, il che gli consentì di  condurre una vita discretamente benestante nonostante la scarsa produzione di opere  (l’artista creava infatti non più di due quadri all’anno, tanto che il complessivo numero conosciuto di essi è poche decine).

Le opere di Vermeer,  che godettero per molto tempo di una risonanza modesta  in confronto ad altri artisti della medesima epoca, destarono un entusiasmo crescente a partire dalla seconda metà del secolo XIX, con la nascita del movimento impressionista, che concepiva -proprio come l’artista olandese- il colore come sensazione luminosa: colore, quindi, non come qualità inerente agli oggetti, bensì come fenomeno soggetto alle variazioni della luce e particolarmente legato alla percezione dello spettatore.

Due  delle tele in cui Vermeer affronta il tema della tentazione e del processo di seduzione  sono Il bicchiere di vino (Gentiluomo e dama che beve) e  Giovinetta con bicchiere di vino (La dama con due gentiluomini), dipinti entrambi circa nel 1659.

Va sottolineato che in entrambi il processo di seduzione vede complice il vino, dal momento che l’ebbrezza femminile era l’incarnazione del vizio.

Tra i due quadri vi sono elementi comuni: la caraffa bianca, che ricorre come un leitmotiv pregno di significati in numerosi dipinti di Vermeer, e il richiamo alla temperanza.

Quest’ ultima è raffigurata nel medaglione quadrilobo che decora la finestra semiaperta, ed è peraltro meglio visibile nel Gentiluomo e dama che beve: la Temperantia, una delle virtù cardinali, è rappresentata con gli attributi che la caratterizzano, vale a dire la squadra, per agire con giustizia, e la briglia, per tenere a freno le passioni. La finestra, nell’asse dello sguardo della donna, funge quindi da monito.

La situazione è peraltro diversa nelle due opere: mentre in quest’ ultimo quadro la donna è già intenta a bere, ma il liuto posato sulla sedia e gli spartiti sul tavolo lasciano intendere che la scena sia stata preceduta da un intrattenimento musicale volto a rompere il ghiaccio, al contrario ne La dama con due gentiluomini l’idea di seduzione appare espressa con maggiore forza, sebbene la  donna guardi incerta fuori dal quadro tenendo ancora il bicchiere discosto dal volto, tuttavia l’uomo che le offre da bere si protende con  fare insinuante verso di lei, mentre un altro è seduto al tavolo, con la testa appoggiata alla mano, già stordito o forse malinconico. Singolare è altresì il quadro appeso al muro che rappresenta un terzo uomo, forse lo sposo assente, il cui sguardo si indirizza, non a caso, proprio verso la giovane.

Si assiste quindi alla progettazione di una relazione amorosa segreta, “clam ed absente marito”, come veniva definita dai testi giuridici dell’epoca, in cui il  contrasto luce (la donna) e ombra  (i due soggetti maschili) evidenza  simbolicamente come essa, bagnata dal sole e dunque pura, sarebbe vittima delle tenebrose macchinazioni degli uomini.

 

 

 

Il bicchiere di vino

(Gentiluomo e dama che beve,)1658 circa, olio su tela, Berlino, Staatliche Museum zu Berlin.

 seduzione

 

 

 

Giovinetta con bicchiere di vino (La dama con due gentiluomini) 1660 circa, olio su tela, Brunswick, Herzog Anton Ulrich-Museum.

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Di tutt’altro genere la raffigurazione del seduttore proposta dall’impressionista Henry Toulouse Lautrec (1864- 1901);  in due tele egli propone l’immagine di  soggetti raffinati ed eleganti,  dal fascino crudelmente sottile: forse quel che l’artista, così fisicamente sfortunato in quanto affetto da malformazioni genetiche, avrebbe voluto essere .

Il primo è il ritratto di Louis Pascal (1891), suo cugino e amico d’infanzia, ritratto in piedi, come se fosse appena entrato in una  stanza o in procinto di uscirne, in un momento fugace colto con prontezza.

Egli indossa il cappello a cilindro, ha un sigaro in bocca, un bastone sottobraccio e  una espressione di angoloso snobismo    rimarcata dalla mano infilata in tasca.

Lautrec appare affascinato dalla figura di Pascal, ritratto anche in altre occasioni, forse proprio per la distanza estetica dal pittore stesso, tanto da descriverlo in un epistolario come soggetto che “evoca i gesti affascinanti e le scarpe di vernice di Bel Ami”, consigliando ad un amico:“Dovreste veramente trovargli un’ereditiera e gettarla fra le sue braccia .  Credo che non sia capace di fare altro”.

Il richiamo all’eroe del romanzo di Maupassant  appare significativo: Pascal, infatti, con la sua aria baldanzosa e sicura della propria posizione sociale,  rappresenterebbe il polo aristocratico all’interno  dell’opera di Lautrec -quello che richiama il suo ambiente d’origine- al quale si oppone l’altro suo lato, legato al mondo proletario e talora sordido al quale lo hanno avvicinato la propria infermità, i suoi istinti  e suoi vizi.

Un altro esempio di ritratto di gentiluomo in atto di sedurre è l’ Anglais au Moulin Rouge (1892), in cui la figura maschile è un signore inglese, identificato con William Warrener, il figlio di un mercante di carbone e giudice di pace di Lincoln, che dopo aver studiato in un prestigioso  college  inglese si era trasferito a Parigi.

L’uomo, colto in un momento di conversazione in un caffè o una sala da ballo, rivolge uno sguardo ammiccante e carico di sottintesi alla dama che gli è di fronte, ritratta di spalle: egli manifesta  un’aria di adescamento con fare sicuro,  l’espressione è blasé, non priva di ironia, provocatoria senza tuttavia traccia di volgarità.

Un seduttore ricco, elegante e sicuro di sé, che non nutre dubbi sulla certezza della propria vittoria.

L’eloquente acutezza del tratto, l’impatto cromatico della sua pittura e l’aspetto talora un po’ losco di molti soggetti hanno assicurato all’opera di Toulouse Lautrec una vasta popolarità, anche se in vita egli fu talora oggetto di pesanti critiche, anche a causa dei  suoi retroscena biografici:  l’anormalità fisica, l’alcolismo, la sifilide, la natura di artista aristocratico caduto in basso, al livello di alcuni squallidi soggetti che ritraeva.

Tuttavia l’artista godette, già presso i suoi contemporanei e poi in epoca successiva, anche di una fama di ben altro genere, determinata scindendo ciò che l’artista rappresentava da come lo rappresentava: sicché, pur riconoscendo lo scherno e la crudeltà presenti  nelle sue opere, Lautrec  venne e viene considerato come un artista integro, il cui sguardo impietoso preserva comunque la bellezza della vita, in quanto  nei personaggi   da lui ritratti sono visibili lo scoramento di cui sono preda, la miseria che li tortura, i desideri che  li agitano.

 La scelta di queste figure, dunque,  costituisce un fedele resoconto di un substrato della società parigina dell’epoca, descritto  con lucida padronanza, talora anche caricaturale, del mezzo pittorico. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Louise Pascal, 1891, olio su cartone, Albi, Musée Toulouse-Lautrec.

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Etude pour “L’Anglais au Moulin Rouge”, 1892, olio e gouache su cartone, New York, The Metropolitan Museum.

 

 

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IL SEDUTTORE NELLA MUSICA

 

 

L’opera Don Giovanni (1787) di Wolfgang Amadeus Mozart, capolavoro della storia della musica, riprende l’opera di Tirso da Molina, di cui si è parlato, vale a dire la vicenda di Don Giovanni Tenorio e del Convitato di pietra.

L’opera, il cui librettista fu Lorenzo Da Ponte, è classificata dallo stesso Mozart  come un’opera buffa, ancorché in essa convivano aspetti drammatici -tanto che Da Ponte sigillò invece l’opera come “dramma giocoso”.

Don Giovanni, pur nobile, è vocalmente interpretato da un baritono, come a sottolineare l’immoralità del proprio comportamento che, appunto, lo abbassa a livello del popolo.

Anche Leporello, il suo servo, è un basso-baritono, ed è costantemente in bilico tra insolenza o sottomissione rispetto al suo padrone.

Il protagonista passa la sua vita a sedurre le donne, ed infatti nel primo atto Leporello rivela a donna Elvira -da lui sedotta e abbandonata, che lo cerca disperata- le sue conquiste in tutta Europa (Madamina, il catalogo è questo): intanto Don Giovanni vuole sedurre Zerlina,  promettendole di sposarla  (Là ci darem la mano), dopo aver sedotto Donna Anna ed avere ucciso il di lei padre, il Commendatore.

La figura di Don Giovanni, ed il suo sprezzo per il pericolo, sono evidenti nel comportamento beffardo tenuto nei confronti della statua funebre del Commendatore  quando essa parla (Oh statua gentilissima, atto II), e, ancora, nel suo spericolato e impavido accettare l’invito che questa, già recatasi a cena presso di lui, gli fa porgendogli la  mano: seppur prigioniero della letale morsa marmorea, egli ancora non si pente, e scompare trascinato dalla statua  nelle fiamme dell’inferno.

Il seduttore dissoluto, dunque, alla fine viene punito, mentre Leporello va alla ricerca di un padrone più buono.

 

Pur incentrata sulla figura dell’omonimo buffone di corte, l’opera Il Rigoletto (1851) di Giuseppe Verdi descrive un seduttore privo di scrupoli e dissoluto, il Duca di Mantova.

Lo spirito libertino del personaggio è da lui stesso intonato sin dal primo atto,  nell’aria Questa o quella per me pari sono, mentre  corteggia la duchessa di Ceprano, provocando l’ira del di lei marito,  poco prima che il conte di Monterone lo maledica per avergli sedotto la figlia.

Dopo aver fatto rapire Gilda, la figlia di Rigoletto, già innamorata di lui (Tutte le feste al tempio; Caro nome, atto I) il duca assiste quasi  indifferente allo sfogo del buffone (Sì, vendetta, tremenda vendetta, atto II),  per poi ancora inneggiare ai facili amori (La donna è mobile, atto III) nella locanda di Sparafucile, ove si intrattiene con la sorella di quest’ultimo, Maddalena (Bella figlia dell’amore), la quale rimarrà a propria volta vittima del suo fascino.

Il tragico finale  vede uccisa la povera Gilda, con orrore di Rigoletto,  e conseguente elusione del Duca di Mantova dalla maledizione: egli,  prepotentemente amorale, tuttavia sopravvive proprio grazie al suo fascino di seduttore, dal momento che Gilda morirà sacrificandosi per lui.

Nell’opera, potente e drammatica, tratta da un dramma di Victor Hugo (Le roi s’amuse, ,1832), è dunque messo in luce il fascino irresistibile del personaggio -non a caso interpretato dal tenore- senza una connotazione eccessivamente negativa, ancorché senza compiacimenti: il giovane è “bello  e fatale”, amoreggia  senza scrupoli di sorta, e senza badare ai drammi che provoca a causa del suo agire.

Passioni, tradimenti, vendette ruotano intorno a lui, indifferente e dissoluto, arrogante e  privo, tuttavia, di quello spessore e di quello sprezzo beffardo del pericolo   che caratterizzano -come detto- il personaggio di Don Giovanni: diversamente da quest’ultimo, inoltre, il Duca di Mantova non verrà punito, e la maledizione non lo colpirà.

 

 

            

IL SEDUTTORE NEL CINEMA

 

E’ forse nel cinema, forma espressiva moderna  e carica di suggestione, che la figura del seduttore ha subìto l’evoluzione più significativa.

Se, infatti, agli albori dell’arte cinematografica, anche per una certa ingenuità delle immagini e del linguaggio, la figura del seduttore era rappresentata in  termini, per così dire, semplici ed immediati (quali lo sguardo tenebroso, una gestualità  esageratamente appassionata, e, spesso, una ambientazione esotica che suggeriva sensualità),  nel tempo il fascino maschile è stato rappresentato in modo sempre più insinuante, per poi risolversi, negli ultimi decenni, in figure per così dire problematiche, quasi vittime del loro stesso potere.

In questo senso, si possono tracciare -senza alcuna pretesa di esaustività- alcuni esempi di personaggi reali e/o cinematografici significativi di tale evoluzione, che evidenziano i diversi modelli e stili del seduttore nel tempo.

 

Di una bellezza considerata assolutamente straordinaria, la cui morte determinò scene di isteria e fanatismo -tanto che, alla morte,  furono in suo onore organizzati due cortei funebri, uno a New York ed uno a Hollywood- Rodolfo Valentino (1895-1926) fu personaggio dotato di fascino magnetico e ambiguo, che ne fece un seduttore moderno: uno dei primi  sex symbol, vero e proprio oggetto di desiderio  consegnato alla leggenda, a metà tra finzione e realtà.

La sua  fu una vita avventurosa: iniziata in provincia di Taranto, a Castellaneta, proseguita a Parigi, si svolse poi  essenzialmente in America, dove dopo una serie di ruoli da comparsa in film di secondo piano divenne una stella di prima grandezza, interpretando I quattro cavalieri dell’Apocalisse (1921), con cui fu consacrato  vera e propria icona  destinata alla memoria collettiva.

La donna media andava in visibilio di fronte a  questo eroe romantico,  sempre elegante e mai stanco, che sviluppava i propri prodigi erotici, pur evidentemente castissimi, data l’epoca,  sempre in ambienti carichi di suggestione e di sensualità: una corrida (Sangue e arena, 1922); le tende del deserto (Lo Sceicco,  1921,  ed  Il figlio dello sceicco, 1926); la pampa argentina (I quattro cavalieri dell’Apocalisse, 1921).

Lunghe sequenze sui suoi sguardi magnetici e carichi di desiderio gli consentivano di incarnare  l’ideale di uomo forte ed irresistibile, accessibile all’intero universo femminile grazie alla diffusione di quel mezzo espressivo nuovo e di immediata percezione: un unicum la cui fine repentina ed in giovane età -a soli quarant’anni- contribuirà ad alimentare il mito.

 

Negli anni ’70, François Truffaut dipinge nel delizioso film L’uomo che amava le donne (1977) il ritratto di Bernard Morane, un dongiovanni intellettuale che, come illustra una voce fuori campo, è “preoccupato non di catalogare le sue avventure quanto di spiegare se stesso”.

Truffaut descrive un personaggio essenzialmente solo, che, seppur dedito alle avventure amorose è spesso turbato dalla sua stessa tendenza alla leggerezza, dalla propria incapacità a non fermarsi mai ed a seguire  quelle gambe di donne che definisce “dei compassi che misurano il mondo”.

Egli le ha amate tutte, quelle donne, che infatti piangono insieme al suo funerale, ciascuna consapevole del proprio ruolo nella vita di lui e nel contempo della gioia ch’egli  -uomo arguto, divertente ed a suo modo sincero in quanto mai illusorio- ha portato, seppur per un breve momento, nella loro vita.

La simpatia che il regista prova per il protagonista è evidente: è un ritratto ironico e compiaciuto dell’uomo che forse rappresenta un desiderio occulto del mondo maschile, vale a dire l’amore universale delle donne, che si concreta in innumerevoli amori diversi, quasi sempre gioiosi e privi di complicazioni.

Un desiderio particolarmente sentito in un momento storico  -gli anni settanta- in cui le rivendicazioni femminili   erano prepotenti e cominciavano a minare la sicurezza dell’uomo nei rapporti con l’altro sesso.

 

Nel film Il dottor T. e le donne (2000), ambientato a Dallas, il regista Robert Altman ha descritto una figura maschile che, pur agognata dalle donne , ne è sostanzialmente sopraffatta.

La scelta del protagonista, Richard Gere, in molte occasioni simbolo cinematografico  della moderna seduzione e dell’uomo per così dire irresistibile (basti pensare ad American Gigolo, Ufficiale e Gentiluomo, Pretty Woman ) non è certo stata casuale. Qui infatti, nei panni del ginecologo Sullivan Travis, egli è ancora adorato dall’universo femminile che lo circonda, tuttavia appare del tutto incapace di gestire il proprio fascino , subendolo quasi come una condanna: in buona sostanza,  vera e propria vittima del proprio potere di fascinazione.

Il film risulta dunque una sorta di sospiro esasperato  a commento di un mondo di donne sempre più invadenti : esse -bambine, ragazze, matrone che siano- vi marciano inarrestabili e vincenti, accompagnate dalle loro nevrosi e diventando una presenza per lo più soffocante.

Il regista Robert Altman le ritrae spesso in terzetto, quasi un richiamo simbolico alle tre dee giudicate da Paride, alle tre Grazie, o alle streghe di Macbeth.

L’incapacità maschile a gestire il rapporto con questo nuovo genere di donne è simbolicamente rappresentato in una silenziosa e  desolante battuta di caccia per soli uomini, in cui anche il fucile non è in grado di funzionare, ed il tempo si snoda nella interminabile attesa di una preda inesistente.

Una chiave di lettura più attenta dell’opera, quindi,  consente di passare dall’iniziale simpatia e solidarietà per il “povero” dottor Sullivan -vittima dei comportamenti talora  esagerati e bislacchi delle femmine che lo attorniano- a una valutazione più impietosa del protagonista: egli si rivela, di fatto, del tutto incapace a fronteggiare le donne se non nel proprio studio di medico, dove appare sicuro di sé e dunque rassicurante  -in quanto protetto dal proprio ruolo professionale-  mentre in realtà è, nel privato, sconcertato e impaurito.

Altman, in un finale certamente metaforico, evidenzia la sola speranza di un futuro diverso: il dottor T, infatti, scampato per caso ad un tornado, soccorre una partoriente messicana in una disadorna capanna, aiutandola a far nascere un maschio.

Forse, per  uomini nuovi, le cose potranno cambiare.

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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A. A. V. V., L’enciclopedia, UTET, Torino, 2003, vol.9 Gao-Grim pagg. 413-414.

 

P. A. F. CHODERLOS DE LACLOS , Le relazioni pericolose, BUR, Roma, 1993.

 

G. DE MAUPASSANT , Bel-Ami, BUR, Milano, 2007 .

 

G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, Oscar Mondadori, Milano, 2005.

 

V.BRANCATI, Paolo il caldo, Oscar Mondadori, Milano, 2009.

 

S. KIERKEGAARD, Diario del seduttore, BUR, Milano, 2006.

 

 

FILMOGRAFIA

 

W. A. MOZART, Don Giovanni, libretto di L. Da Ponte, Deutsche Grammophon, Berlino, 2000.

 

G.VERDI, Il Rigoletto, libretto di F. M. Piave, Deustche Grammophon, Berlino, 2000.

 

F.NIBLO, Sangue e arena, Ermitage, Bologna, 2006.

 

F.TRUFFAUT, L’uomo che amava le donne, Metro Goldwin Mayer, Milano, 2003.

 

R. ALTMAN, Il dottor T. e le donne, Medusa, Milano, 2000.

 

 

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    Seduzione

     


Seduzione al lavoro
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La seduzione? Un’ottima arma per raggiungere il potere. Una recente indagine svela come molte donne di successo non facciano mistero di adottare quest’arma nel lavoro. Senza alcun senso di colpa.
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seduzione
L’indagine “Donne e potere” , condotta dalle sociologhe Francesca Zajczyk e Barbara Borlini ricercatrici presso l’università Milano-Bicocca, è stata realizzata intervistando un campione di donne che occupano posizioni di vertice all’interno dei management aziendali.

Le interviste hanno rivelato che l’uso della seduzione nell’ambito lavorativo viene considerato un’arma lecita da usare. Forse non è tanto questo che stupisce, quanto la franchezza dimostrata dalle manager intervistate, nell’affrontare l’argomento.

Proprio questa franchezza è però indice della percezione che le donne hanno del mondo del lavoro. Una visione priva di false illusioni: quello lavorativo viene giudicato come un ambiente altamente competitivo e fortemente caratterizzato da atteggiamenti opportunistici.

La seduzione dunque viene vista semplicemente come uno dei possibili strumenti di cui farsi forti per farsi largo.

L’origine di questa spregiudicatezza viene in qualche modo collegata alla struttura del mondo del lavoro, che è ancora governato da regole maschili con le quali le donne spesso si scontrano.

Agli occhi delle donne appare perciò lecito adottare, in questa lotta contro il sistema, qualunque arma disponibile.

Tuttavia c’è chi fa osservare come neppure gli uomini siano estranei a tecniche di seduzione: la piaggeria manifestata nei confronti del proprio superiore, non è forse una differente forma di seduzione? Perciò, di fatto, anche se con altre forme, la seduzione non è un atteggiamento sconosciuto neppure agli uomini.

da DonnaD - 10/9/2004

 

 

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    Seduzione

     

COSTUMI SESSUALI NEL MONDO

Alcuni testi sono tratti dal libro: AFRICA di Alberto Cavallari.

 

seduzione

Essere donne in India.

La considerazione delle donne indiane si fonda, innanzitutto, su di una stridente ambivalenza.
Innnzitutto una donna inizia ad essere considerata tale solo dopo essere diventata moglie e madre.

Poi, se da una parte si pensa a lei come dispensatrice di vita e custode delle tradizioni, dall'altra la si vede come qualcosa da proteggere: non dall'esterno ma dai pericoli del suo smisurato e incontrollabile potenziale sessuale (...).
Donne dipinte come diavoli tentatori quindi, gli uomini soffrono del cosiddetto "complesso di Dalila", cioè pensano alle donne come ingannatrici e colpevoli della rovina della società.
Dalla nascita, le figlie femmine valgono molto meno dei maschi.
Lo dimostra anche l'inquietante fatto che, su di un campione di 8.000 aborti, una volta effettuata l'amniocentesi sui feti, si è visto che 7.999 erano di sesso femminile.
Una figlia femmina viene vista più che altro come un peso, quindi non è troppo importante nè educarla, nè curarla, persino l'affetto verso una bambina, sembra fatica sprecata, e poi, cosa più importante, una figlia significa DOTE da sborsare prima o poi.
Meno cibo, meno cure, niente scuole, a volte persino l'eliminazione fisica o, la vendita ai mercanti di carne che ne faranno una prostituta.
Se nascere femmine abbiamo visto essere una disgrazia in India, essere donne e pure vedove è quasi intollerabile: queste ultime sono accusate della morte del marito, se non praticamente, a causa dei propri peccati.
Scoraggiati i secondi matrimoni, le vedove giovani vengono spesso avviate alla prostituzione.

Seduzione nell'Antica Roma

"Nella storia dell'antica Roma, l'esempio piu' sorprendente di una seductio politico-militare e' connessa al rituale religioso dell'evocatio. Mentre le popolazioni semite (Assiri, Babilonesi, Ebrei) combattevano insieme i nemici e i loro dei, i romani ( come gli hittiti) concepivano le divinita' del nemico come separabili dalle citta' e dalle popolazioni cui erano connesse. Mentre i semiti quindi pensavano alla guerra come qualcosa di totale, che coinvolgeva anche gli dei, i Romani ritenevano di non poter conquistare una citta', se non dopo avere sedotto, o con termine tecnico, appunto evocato la divinita' che la tutelava. Questa veniva percio' invitata ad abbandonare la sua residenza e a trasferirsi a Roma, dove riceveva in cambio l'erezione di un tempio e l'organizzazione di un culto. Condizione indispensabile della riuscita della evocatio e' il fatto che la citta' e il dio fossero designati col loro vero nome. Questo rituale, il cui significato e' insieme militare, politico, culturale e religioso, si muove in una prospettiva opposta a quella della metafisica occidentale, la cui linea e' espressa per esempio da Mose': parlando dei nemici d'Israele, Mose' infatti ordina di votarli allo sterminio, di non fare con essi alleanza, ne' loro grazia, di demolire i loro altari, spezzare le loro tele, tagliare i loro pali sacri, bruciare nel fuoco i loro idoli. Mentre gli Ebrei cosi' votano alla distruzione cio' che e' loro estraneo, i Romani se ne appropriano: secondo l'evocatio romana la conquista e' impossibile se non si assimila il patrimonio spirituale e culturale del nemico, che deve essere oggetto di rispetto e di culto; anzi condizione della sconfitta del nemico e' il fatto che egli sia separato dalla propria radice culturale e religiosa, che sia privato della sua identita': egli puo' cosi' entrare nella logica della seduzione (...).
Gli dei sedotti non perdono nulla della loro dignita': essi vengono a Roma non come prigionieri, ma con la loro volonta'. Il muto annuire della statua era infatti considerato come una condizione del trasporto, che doveva essere effettuato da giovani. La costruzione di un tempio, generalmente sull'Aventino, garantiva loro un'adeguata sistemazione. L'evocatio e' il contrario della prevaricazione: Roma non porta i propri dei nella citta' nemica, ma fa loro spazio nel suo ambito. Stabilisce cosi' con le citta' vinte un rapporto di seduzione che si trasmette successivamente agli abitatori di queste: essa diventa cosi' la nuova patria, il nuovo centro di attrazione delle popolazioni soggettate. Non un 'Vaterland', basato sulla devozione, ma un Kinerland, basato sulla seduzione." Mario Perniola, "La societa' dei simulacri", Cappelli 1983

Il rapporto sacro: ABISSINI - (Etiopia)

E' usanza tra gli abissini che le donne non possono rifiutare la violenza erotica dei giovani da poco circoncisi che sono quasi autorizzati a sfogare il loro istinto represso. Tra l'altro si dice anche che l'unione tra il circonciso e una donna deve essere considerato un rapporto sacro.

La deflorazione dell'infibulata: AFAR o DANACHILI (Somalia - Etiopia)

L'infibulazione consiste nella cucitura della vagina lasciando soltanto un forellino per la fuoriscita dell'urina e del sangue mestruale.
Durante la prima notte di nozze le ragazze vengono sottoposte ad un'altra operazione, più crudele della prima. Lo sposo che si vanta in giro di essere lui stesso con la sua potenza virile a deflorare la moglie infibulata, in effetti invece, essendo ciò materialmente impossibile, è costretto a condurre la sposa dallo stregone, il quale provvede con falli di legno di varia misura, a riportare la ragazza alla sua situazione originaria.
Lo sposo, infine, porta la moglie a casa e invece di curarla, fermando il sangue che gronda copioso, pretende l'accoppiamento la stessa notte delle nozze, procurandole un dolore ancora più intenso. In molti altri casi è lo stesso sposo che con sadismo, opera la ragazza con un pugnale accuminato e poi gioiendo del sangue che esce dalla ferita, penetra impietosamente la vagina.

L'uomo oggetto: AGNI (Costa d'Avorio)

Durante la festa in onore degli spiriti che si tiene ogni anno, le donne si avviano al fiume e dopo essersi purificate, si accoppiano con gli uomini, dedicando il momento piu bello dell'amplesso agli spiriti che proteggono la loro fecondità. Tutto il villaggio partecipa a questi accoppiamenti collettivi, dove l'uomo oggetto subisce il rapporto, voluto in quell'occasione, soltanto dalle donne che lo dedicano appunto agli spiriti.

Della verginità delle donne: ARABI (Africa settentrionale)

Dai tempi moderni si pretende un certificato medico dal quale risulti che la ragazza è illibata, ma i genitori dello sposo pretendono anche di conoscere le fattezze della fanciulla e se questa abbia qualche imperfezione fisica, prima del matrimonio e , considerando che non hanno il diritto di visitarla, ricorrono al sistema del bagno pubblico dove tutte le donne vanno normalmente a lavarsi.
La ragazza, accompagnata dalla madre o dalle sorelle, si mostra così nuda alle parenti dello sposo che accorrono in massa. Sono presenti infatti la madre, le sorelle e le zie dello sposo, tutte desiderose di controllare minuziosamente il corpo della fanciulla. Se tutto va bene il contratto si conclude con la soddisfazione di tutti.

La preparazione della sposa: ARABI (Africa settentrionale)

Tutti i peli, eccetto le ciglia e i capelli, debbono scomparire dal corpo della fanciulla che viene sottoposta a una pratica dolorosissima. Per la depilazione viene usata una cera ricavata dallo zucchero fuso, che una volta divenuta solida, strappa i peli dal pube e dalle ascelle. Alla depilazione seguono i bagni in acqua molto calda e i massaggi , perchè il corpo della ragazza deve diventare soffice e bianchissimo.

Lo sverginamento: ARABI (Africa settentrionale)

Alla fine della cerimonia nuziale mentre il marito si diverte con gli amici facendo finta di non avere alcun desiderio di raggiungere la sposa perchè la sua superiorità nei confronti del sesso deve essere confermata dal tempo che passa con gli amici, la sposa viene condotta in una stanza attigua dalle parenti dello sposo. Quando questo si decide ad entrare, la afferrano per le braccia, le divaricano le gambe e offrono all'uomo la vagina, invitandolo ad introdurvi il dito. Le donne infine fanno coricare la sfortunata sopra un panno bianco su cui viene raccolto il sangue verginale. Il panno verrà poi mostrato a tutti gli invitati a riprova della illibatezza della sposa. A questo punto le parenti si ritirano e gli sposi vengono lasciati soli.

La circoncisione (la leggenda del dio Ra): ARABI (Africa settentrionale)

Dice la leggenda che Ra, Dio del Sole, masturbandosi, si mutilò e dal suo fallo caddero alcune gocce di sangue che diedero vita al Dio dell'Aria Shu e a Tefnut, Dea dell'Umidità. Mentre nelle donne l'escissione del clitoride è generalmente vissuta con frustrazione perchè si ritiene che possa renderle frigide per tutta la vita, gli uomini accettano la circoncisione senza problemi perchè li fa diventare uomini e li avvicina al Dio egizio Ra, il primo circonciso.

La clitoridectomia: ASHANTI (Ghana)

Gli Ashanti praticano la clitoridectomia, cioò l'asportazione del clitoride e da quel momento la ragazza può avere ampia libertà di accoppiarsi con chi vuole, ma soltanto prima del matrimonio. Dal momento in cui va la sposa, deve rinunciare a tutto ed essere completamente fedele al marito, il quale però acconsente a che la moglie si accoppi con l'ospite, amico del marito.

I costumi sessuali femminili: AZANDE (Alto Zaire)

Le donne azande si eccitano toccandosi il clitoride e subito dopo ognuna prende una grossa banana e la introduce nella vagina dell'altra, tirandola fuori prima del godimento, la allaccia poi ai suoi fianchi e si corica sulla partner penetrandola come se fosse un uomo. Lo stesso servizio le viene poi reso dalla compagna.

I costumi sessuali maschili: AZANDE (Alto Zaire)

Gli uomini azande considerano l'omosessualità tra le cose piu naturali e la praticano normalmente. Essi considerano però il coito anale la sola forma di omosessualità. Detestano però la masturbazione e la fellatio, comunemente accettata senza traumi dalla maggior parte delle popolazioni africane e raramente condannata. L'avversione degli azande alla fellatio deriva probabilmente dal fatto che questa popolazione usava segare a punta i denti dei propri componenti. Si tratta infatti di una delle più note tribu antropofaghe dello Zaire.

Jus prime noctis o stupratio officialis: BALANTE (Guinea Bissau)

E' obbligo inderogabile del capo di accoppiarsi con tutte le vergini arrivate alla maturità. Egli può rifiutare le sue prestazioni se il regalo a cui ha diritto non è di suo gradimento. Considerando però che nessuna donna può sposarsi se non è stata da lui deflorata, pare evidente che i doni sono quasi sempre adeguati alla sua funzione regale.

La donna del villaggio: BALELE (Zaire)

Una donna su dieci era una volta destinata a diventare la moglie di tutti o "donna del villaggio" come alcuni etnologi l'hanno chiamata. Questa donna era tenuta in grande considerazione in tutto il clan ed aveva l'obbligo di vivere a turno con uomini diversi, dai quali aveva figli che diventavano proprietà di tutti.

L'uomo-schiavo-portantina: BA LUBA (Katanga)

In questa popolazione prevalentemente matriarcale, le ragazze hanno la supremazia assoluta in campo sessuale sugli uomini che, tra l'altro, sono costrette a portarle sempre sulle loro spalle e a saziare le loro innumerevoli voglie, in qualsiasi momento lo desiderino.
Dopo il rapporto, che spesso è una vera e propria violenza sull'uomo-schiavo-portantina, le ragazze pretendono di essere riportate al villaggio di appartenenza, anche se si trova lontano, sulle spalle del poveretto.

Il nodo magico: BAMBARA (Sudan occidentale)

Quando un uomo è chiamato alla guerra, deve sottoporsi prima di partire ad un incantesimo consistente nel far uscire con il suo fallo, un nodo magico infilato nell'interno della vagina di una ragazza bellissima. Si dice che qualche volta vi riesce ma che il più delle volte, chi si avvantaggia di questa usanza, è soltanto la ragazza che, durante gli innumerevoli tentativi fatti dall'uomo, riesce ad ottenere per molte volte l'orgasmo.

Circoncisione e clitoridectomia: BAMBARA (Sudan occidentale)

I Bambara, prima della circoncisione e della clitoridectomia, spiegano ai ragazzi che essi non sono né carne né pesce, perchè nel prepuzio di ogni maschio vi è il sesso della femmina, e nella clitoride della ragazza vi è il sesso del maschio. Quindi nessuna paura bisogna avere nell'operazione, perchè solo togliendo questo ermafroditismo, si può ottenere il sesso definitivo.
Dopo la clitoridectomia e il periodo di convalescenza, le ragazze passano il tempo a filare la lana, ma subito dopo cominciano le danze a sfondo erotico, durante le quali, nello spiazzo del villaggio, vengono imitati gli accoppiamenti sessuali per dimostrare a tutti di aver ben capito gli insegnamenti avuti durante la segregazione. I Bambara credono che se un uomo si accoppia con una ragazza non escissa, la sua clitoride lo colpirà, mordendogli il pene come se fosse un serpente, fino a farlo morire.

La fuitina alla siciliana: BASSARI (Togo)

Quando i genitori della coppia non sono in grado di affrontare le ingenti spese del matrimonio le ragazze fuggono di casa aiutate dagli amici del fidanzato. Dicono ai genitori che vanno al pozzo per prendere l'acqua e lì si fanno rapire facendo finta di non essene a conoscenza. Urlano e si dibattono con forza fino a quando vengono portate in braccio nella capanna del fidanzato.
Lì debbono rimanere per almeno una settimana, sempre facendo finta di essere state rapite contro la loro volontà. Allo scadere del tempo, le amiche che le hanno assistite, tornano alle loro capane e i due giovani possono accoppiarsi per la prima volta.

L'ospitalità sessuale: BASUTO (area del fiume Zambesi)

Durante la prima notte la ragazza deve resistere al marito, ma se questi riesce a sopraffarla, l'amplesso aviene; se poi la moglie rimane soddisfatta, per riconoscenza gli prepara un dolce.
E' usanza dei basuto che la nuova moglie abbia rapporti adulterini con il fratello più giovane del marito. Se poi il coniuge muore, il fratello del defunto si trasferisce nella capanna della cognata.
I Basuto praticano l'ospitalità sessuale e fanno accoppiare i loro amici fraterni con la propria moglie che accetta sempre co molto piacere la sostituzione di persona. A volte, se l'amico è veramente fraterno, il marito gli concede di accoppiarsi con tutte le sue mogli. I Basuto permettono inoltre alle loro mogli di avere rapporti sessuali ufficiali con alcuni uomini che vengono addirittura pagati dal marito il quale da solo non riesce a soddisfare le voglie di tutte le donne che lo circondano.

Il risarcimento al promesso sposo rinnegato: BAYOT (Africa occidentale)

Spesso accade che una ragazza che era stata promessa in moglie quando era bambina non voglia più sposare il fidanzato perchè nel frattempo si è innamorata di un altro. In questo caso potrà andare con l'uomo che ama, però è obbligata, a titolo di risarcimento, a convivere per tre mesi con il vecchio fidanzato che durante il lungo fidanzamnto ha sgobbato per la famiglia della ragazza, sacrificandosi a lavorare per tanto tempo a favore dei suoceri. Durante questi tre mesi, d'inverno, quando la pioggia cade fortissima e tutti gli uomini e gli animali non escono dalla foresta, il fidanzato cercherà di far recedere la ragazza dalla sua insana decisione e cercherà con tutti i mezzi a sua disposizione di farle dimenticare l'uomo del quale si è innamorata, ma se non vi riesce, allo scadere del tempo, dovrà lasciarla libera di fare quello che vuole.

Infibulazione: BEGA (Africa orientale)

I Bega praticano l'infibulazione eseguita sulle piccole, la cui età varia dai tre ai cinque anni. Tale operazione consiste nella cucitura delle labbra della vagina. Le bambine Bega cresceranno così senza le esperienze sessuali delle loro vicine e il loro volto è generalmente velato da infinita tristezza. Il matrimonio per le donne infibulate rappresenta una dura prova da superare con grande stoicismo, perchè l'ansioso marito procederà ad operare la sfortunata con un acuminato coltello per poterla poi deflorare.

La ciotola di riso: BIDJOGO (Guinea)

Le ragazze di questa tribù, dove solo gli uomini hanno l'obbligo di fedeltà, hanno l'abitudine di dichiarare il loro amore all'uomo prescelto ponendo una ciotola di riso davanti alla sua abitazione. Se l'uomo è daccordo mangia il riso e si ritroa nel letto con la ragazza che, se lo ritiene un valido amante, all'indomani ripete l'operazione del riso e se questi l'accetta ancora si ritrova ufficialmente sposato.
L'uomo che rifiutasse la ciotola di riso, verrebbe disprezzato da tutta la comunità femminile e non troverebbe più nessuno con cui sfogare i propri istinti sessuali perchè verrebbe respinto da tutte l e ragazze del clan.

Butta il marito fuori dalla capanna: BIDJOGO (Guinea)

In questa tribù le donne, oltre che scegliersi il marito hanno molti altri diritti, tra i quali quello di poterlo lasciare in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione. Se la moglie infatti decide di andare a letto con un altro uomo, non deve fare altro che buttare il marito fuori della capanna che è di sua proprietà e dirgli che da quel momento il matrimonio è sciolto.

Metti i suoi stracci davanti alla capanna: BIDJOGO (Guinea)

Spesso la moglie, anche se vuole avere un rapporto occasionale con un uomo che le piace, può anche non dare al marito alcuna spiegazione, ma basta fargli troare i suoi pochi stracci davanti alla capanna che il disgraziato capisce di essere ritornato celibe.

La danza dei tori che si accoppiano: BIDJOGO (Guinea)

I Bidjogo sono celebri per le danze che vengono eseguite in onore della virilità, in cui vengono imitati i tori nel momento dell'accoppiamento. Ed anche qui è la donna che si maschera da toro, mentre un uomo, pue mascherato, fa finta di possederla saltandole addosso dalla parte posteriore.
Tutta la tribù, danzando, mima l'accoppiamento dei tori, ma in effetti, pur serpeggiando nell'area della danza un momento di forte erotismo, nessuno si accoppia veramente perchè le donne non vogliono, dal momento che a loro, e solo a loro, spetta il diritto di stabilire il momento del rapporto sessuale.

La donna marito e le mogli bambine: BOBO (Alto Volta)

Le donne sterili, ma facoltose, possopno sposare, al pari degli uomini, fanciulle in tenera età. Le regole del matrimonio vengono rispettate nei minimi particolari e si procede persino alla consegna della dote.
Naturalmente queste donne-marito provedono a far accoppiare le loro mogli bambine con ragazzi nerboruti che vivono nella stessa casa. Alle orge partecipa sempre la donna-marito che assiste agli amplessi e che, in ogni caso ha rapporti omosessuali con la moglie-bambina. A volte, per rendere più vero il rapporto, la donna sterile fa accoppiare segretamente la moglie-bambina per farla procreare. Essa assiste a tutte le fasi; dal coito fino a quando la fanciulla è incinta e fino alla nascita del bambino e si sente padre a tutti gli effetti, come se il figlio fosse veramente suo.
L'uomo che si è prestato al gioco, non ha alcun diritto né nei confronti della ragazza, né nei confronti del bambino.

Il popolo del pene sempre dritto: BOSCIMANI (Africa australe atalntIca )

I boscimani si differenziano dalle altre etnie africane per la conformazione anatomica del loro pene, che invece di essere lungo e cadente, caratteristica comune alle popolazioni africane, è corto e piccolo e anche quando non è in stato di erezione, è sempre dritto, come se in effetti lo fosse. Quando poi sono in attività sessuale, alloro il loro pene diventa molto più grosso e turgido.

Le vergini dei rimedi: BULUNGO (popolkazione di derivazione egizia)

Le donne di questa setta, sopratturro le più importanti, si muovono solo se trasportate a spalla dagli uomini e toccano la nuda terra solo quando anno voglia di accoppiarsi co qualche confratello che appartiene alla loro setta, il quale non ha alcuna possibilità di rifiutare la richiesta. Con grande arroganza esse allargano le gambe e ordinano agli uomini di possederle.
Ogni confratello della setta ha come assistente una fanciulla, chiamata la vergine dei rimedi che diventa tale dopo una lunga cerimionia che prevede tra l'altro, l'introduzione nella sua vagina di un amulato che deve contenere due vermi prelevati da un cadavere in decomposizione. In questo modo essa assume poteri magici che userà con la preparazione di ogni genere di amuleti che dierranno operativi dopo che saranno entrati in contatto con i suoi organi genitali.

L'iniziazione del maschio: CABRAI (Togo)

I giovani Cabrai sono costretti a dimostrare un coraggio e una ferocia incredibili, prima di sottoporsi alla circoncision Durante la loro fanciullezza hanno avuto affidato un cucciolo di cane che cresce insieme a loro. esso diventa il compagno di gioco e di avventura e li segue passo passo in tutti i momenti della loro vita. Si viene così a creare tra il cucciolo e il bambino un rapporto di solidissimo affetto.
Raggiunto il tempo in cui i ragazzi devono dire addio a tutte le cose della loro fanciullezza, li si costringere ad uccidere il cane, compagno fedele ldella loro vita. E' una prova di una crudeltà atroce ma non vi è nulla da fare; se il ragazzo cabrai vuole passare alla nuova classe di età, deve per forza strangolare il cane, poi squartarlo, prendere il suo sangue e raccoglierlo in una pentola, dove verrà in seguito messa a cuocere la carne che dovrà essere mangiata dagli iniziandi senza alcuna esitazione.

Lo strattonamento del pene: CAGGA (pendici del Kilimangiaro)

E' una popolazione famosa per la loro potenza sessuale; si dice di loro che in una sola notte riescono ad avere un enorme numero di rapporti con relativi orgasmi.
I ragazzi circoncisi hanno un'ampia libertà sessuale ma dovono prima sottoporsi ad una iniziazione crudele che comprende la resistenza al fuoco, al morso micidiale delle formiche e, qualche volta, alla legatura del pene e dei testicoli con una corda a cui vengono dati forti strattoni.

Adulterio in cambio di lavoro: DAGARI (Alto Volta)

Le donne sposate posssono avere tutti i rapporti adulterini che vogliono con i loro numerosi amanti, a patto però che questi si sottopongano ad una specie di lavoro forzato per il marito della donna infedele.

Il serpente sacro: EWE (Togo - Benin)

Il culto del serpente è diffuso in tutto il paese. Esistono in particolare associazioni femminili votate al culto del pitone. Le fanciulle che vi fanno parte, si può dire che vivono assieme ai serpenti con i quali spartiscono anche il giaciglio, dormendo spesso avvinghiate ad essi. L'entrata in questi luoghi erotici ha la forma del sesso femminile e l'atrio è letteralmente invaso dai rettili di ogni tipo e dimensioni, tra i quali primeggia il pitone.
Le ragazze che vivono in questi posti, debbono per oltre tre anni mantenersi caste perchè un eventuale rapporto sessuale sarebbe punito anche con la morte. Allo scadere del tempo stabilito le fanciulle vengono consacrate al pitone e, dal momento che l'animale può soltanto eccitarle, ma non può ovviamente portare a termine il rapporto sessuale, sarà lo stregone, vestito con pelle di serpente, che dovrà provvedere alla deflorazione di tutte le ragazze associate. Subito dopo la perdita della verginità, le ragazze diventano sacerdotesse del culto e vengono guardate da tutti con grande rispetto, paura e venerazione. I loro poteri sono considerati magici, specialmente quando i serpenti obbediscono al loro comando. Spesso le sacerdotesse riescono ad ottenere l'orgasmo strofinandosi con i rettili. Esse, anche se dal momento della deflorazione appartengono al serpente sacro, si possono accoppiare liberamente con chi vogliono ma, dice la leggenda, che spesso il pitone geloso si vendica e uccide l'uomo con il quale la ragazza ha avuto rapporti.
Quando la sacerdotessa sceglie un uomo con il quale soddisfare le sue voglie, questi non può in nessun caso rifiutare l'amplesso. A volte capita che lo sfortunato, per paura, si rifiuta oppure non riesce a soddisfare la donna., in uno dei tanti appuntamenti orgiastici, allora pare che venga punito, ancora una volta dal pitone infuriato che lo uccide istantaneamente. Essere prescelti comporta, quindi, una grande respondsabilità e un rischio enorme, in ogni caso. Per questo motivo la maggior parte degli uomini fuggono dalle regioni dove hanno sede queste associazioni.

L'allungamento della vagina: FON (Dahomey)

Le ragazze di questa popolazione fanno uso, a giorni alterni, allungare le labbra della vagina. La pratica ha inizio a nove anni e continua fino a quindici. L'operazione viene eseguita dalla madre o dalle sorelle maggiori che cospargono le labbra della vagina con l'ugname che agevola l'allungamento che, alla fine può raggiungere anche i tre centimetri. La vagina così manipolata, produce, durante l'accoppiamento, un godimento più intenso perché le labbra, allungate stringono il pene dell'uomo saldamente, facendo impazzire di piacere la coppia che è così portata ad avere molti rapporti sessuali

L'educazione sessuale dei giovani: GANDA (Alta valle del Nilo)

I bambini di questa tribù, fin dalla più tenera età conoscono tutto sul sesso e non hanno tabù di alcun genere. Gli anziani del villaggio tengono loro delle vere e proprie lezioni sul sesso, alle quali partecipano tutti i giovani i quali possono fare tutte le domande attinenti ai temi sessuali che vogliono. Dopo che i ragazzi hanno superato il corso teorico, si passa a quello pratico. Dapprima a fare la dimostrazione di come avviene il rapporto sessuale sono due adulti che si presentano nudi e cominciano ad eccitarsi per poi arrivare al rapporto completo con l'eiaculazione finale. Le varie tecniche e figure dell'amplesso vengono spiegate nei minimi particolari da un vecchio del villaggio e a volte da uno stregone. Questi non si limita a descrivere l'atto sessuale, ma esalta i vantaggi di una posizione rispetto all'altra, oppure di una figura sull'altra. I genitori, a loro volta si mostrano agli occhi dei figli mentre fanno l'amore, così questi imparano che il rapporto sessuale non è qualcosa di proibito da nascondere a tutti.

La rimozione del fiore dalla vagina: GANDA (Alta valle del Nilo)

Trai i Ganda, quando avviene la nascita di una coppia di gemelli, a differenza di altre popolazioni, il padre ne è felice e viene ammirato da tutti. Dopo la nascita ha luogo la cerimonia che prevede la rimozione di un fiore di banano, inserito nella vagina della donna che ha partorito i gemelli. Il marito deve riuscire, davanti a tutti, a far uscire il fiore dalla vagina soltanto con il suo pene in erezione. Se vi riesce è segno di grande augurio e deve accoppiarsi con la moglie che nel frattempo si è eccitata, davanti al villaggio plaudente.

Gli uomini con due membri? : KIKUYU (Africa Orientale)

Gli uomini di questa popolazioni, una delle più importanti dell'Africa, sono rinomati per la soddisfazione sessuale che sanno dare alle loro donne. La causa è determinata dal loro pene che è circonciso soltanto nella parte superiore del prepuzio, mentre quella inferiore viene lasciata crescere pendente e ciò fa sembrare da lontano che il Kikuyu abbia due membri. Questa stranezza fa sì che quando un uomo in quello stato, deve deflorare una donna, stenti parecchio ad infilare il pene nella vagina, ma una volta che riesce ad introdurlo, fa impazzire di gioia la fortunata ragazza. Questa particolarità, che riguarda gli uomini corrisponde, per quanto riguarda le donne, a quella di altri gruppi (vedi ad es. i FON), che usano allungare le labbra della vagina per la felicità dei loro uomini.

Il ciclo mestruale maschile? : ANGO (Uganda)

I lango praticano comunemente l'omosessualità come numerosi altri popoli africani. La loro particolarità consiste nel gran numero di matrimoni tra uomini che, non solo sono regolari, ma si dice siano più felici e duraturi di quelli normali. Molti omosessuali in questa popolazione usano vestire con abiti femminili e si sentono donne a tutti gli effetti, immedesimandosi a tal punto che alcuni credono di avere persino le mestruazioni.

Allungamento del Pene

L´allungamento di parti del corpo costituisce una pratica diffusa presso le popolazioni primitive.
PENISPLUS+ si basa su un principio che nella nostra civiltá occidentale rappresenta una novitá sebbene esso sia utilizzato giá da secoli dai popoli primitivi: secondo questo principio il pene viene estratto ulteriormente dal corpo per trazione.
Il corpo umano dispone di un meccanismo che consente, in seguito a forte stimolazione, la produzione di cellule al fine di prevenire eventuali ferite. Questo meccanismo é stato scoperto dalle popolazioni primitive ed é stato utilizzato, per motivi di culto, allo scopo di ottenere ad esempio un allungamento delle orecchie, delle labbra o del pene.
Possiamo riscontrare ogni giorno questo meraviglioso meccanismo sulle persone di corporatura molto robusta, la cui superficie cutanea si é estesa piú volte in seguito all´aumento di peso. In tal caso la pelle non diventa peró piú sottile. Al contrario, in caso invece di perdita di peso la pelle diventa flaccida.
Il corpo infatti non é in grado di ripristinare completamente la struttura iniziale. La moderna medicina utilizza la trazione della pelle nella schiena e nella zona dei fianchi al fine di ottenere lembi di pelle da utilizzare nei trapianti cutanei.
Con la protratta applicazione di pesi i Karamojong in Nord-Uganda o i sacri Sadhus in India ottengono allungamenti del pene fino a 45 cm.



fonte www.parodos.it

 

 

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