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La magia
Di Luca Porcella
A Giorgio
Introduzione
La magia è una tematica generalmente poco considerata, se non addirittura ignorata e ritenuta degna solo di studi a carattere fantasioso o, in ogni caso, non scientifico; tutto ciò che ha attinenza con essa gode di scarsa considerazione a livello di approfondimento letterario, storico o filosofico dal momento che, il più delle volte, questo argomento è catalogato semplicemente come una forma di superstizione o di “favola”.
La presente trattazione si pone l’obiettivo di mettere in luce l’importanza che la magia, nelle sue varie forme, ha assunto nel corso dei secoli, a partire dagli albori della civiltà (basti pensare ai riti cui fanno riferimento le pitture rupestri di Lascaux in Francia) per giungere fino all’età contemporanea, con le teorie, sempre più diffuse e seguite, di presunte influenze esoteriche all’interno del regime nazista, tanto rilevanti da condizionare, secondo alcuni storici, e in particolare Giorgio Galli, Hitler nelle sue scelte durante la guerra. Sarà, inoltre, fondamentale prendere in esame questa tematica attraverso gli scritti di grandi autori classici, sia latini sia greci, a testimonianza di quanto il mondo antico fosse sensibile di fronte alle pratiche magiche, e di quanto anche i più grandi letterati fossero avvezzi a narrazioni di eventi soprannaturali, inspiegabili, contrari a una razionalità che già in età classica si imponeva come il modello di pensiero e di comportamento dominante. D’altra parte, già Nietzsche, nella sua “Nascita della tragedia”, mise in luce l’originario spirito dionisiaco che dominava la vita dei Greci, mostrando come la prevalenza del momento apollineo - razionale - non rispecchi la vera essenza del mondo classico.
È semplice, in base a quanto appena affermato, istituire un parallelo con la società odierna: anche oggi l’interpretazione del reale è rigidamente improntata a una severa forma di razionalità che tende a escludere, dall’ambito della vita, ogni forma di “evasione” che si riveli inaccettabile a livello scientifico. Basti pensare, in materia religiosa, all’enorme difficoltà nel riconoscere e attestare un miracolo, tanto che a Lourdes è presente un vero e proprio “notaio dei miracoli”. Ovviamente, le diffidenze si fanno sempre più insormontabili se, dal campo della religione, ci si sposta in quello del sovrannaturale pagano della magia, intesa in ogni sua forma; questo studio, tuttavia, non si propone di essere un’apologia della magia né di esortare nessuno a credere in essa, anche perché, al giorno d’oggi, è evidente la strumentalizzazione e la volgarizzazione a cui è soggetta, tra santoni, finti maghi, libri di magia, amuleti e ogni altro tipo di commercializzazione di un fenomeno dalle radici antichissime e nobilissime.
Infatti, lo scopo di questa tesi è quello di indagare le radici più profonde e l’importanza della magia, anche a livello antropologico, attraverso i testi classici, le opere dei filosofi rinascimentali, gli studi di insigni antropologi e di storici che hanno affrontato questo tema e altri scritti che hanno contribuito in maniera rilevante al patrimonio letterario italiano, come quelli di Massimo Bontempelli. Il sottotitolo “Il ramo d’oro” ha la funzione di richiamare subito alla mente uno degli autori più famosi e autorevoli della cultura classica, Virgilio, a testimonianza del fatto che la magia non è un fenomeno recente né di secondo piano, se è stata trattata in opere fondamentali come l’“Eneide”, in versi che hanno creato un’immagine ben precisa – quella del ramo d’oro – capace di conservarsi per secoli, grazie all’opera vergiliana, e di influenzare anche artisti e studiosi posteriori di duemila anni. Basti citare, a questo proposito, William Turner (1775-1851), autore del famoso quadro “Il ramo d’oro”, e James Frazer (1854 – 1941), antropologo scozzese che mutuò proprio da Virgilio l’immagine del ramo d’oro per il titolo della sua monumentale opera sulla magia.
Questo egli stesso va meditando nel triste cuore
guardando l’immensa selva e così gli vien da pregare:
«Se adesso a noi, da un albero, si mostrasse il ramo
d’oro in tanto bosco! poi che di tutto il vero,
ahimè sin troppo, disse di te la veggente, o Miseno!».
Aveva detto, ed ecco una coppia di colombe,
dal cielo volando, proprio venne sotto i suoi occhi,
posando sul verde terreno; allora il sommo eroe
riconobbe gli uccelli materni e lieto implorò:
«Siate di guida, se v’è sentiero, e per l’aria il cammino
segnate nel bosco, dove il ramo prezioso ombreggia
il fertile suolo; e tu, non mancarmi in tali incertezze,
o madre divina. Così dicendo, i passi trattenne,
spiando qual segno mostrino, dove tendano a giungere.
Esse beccavano e poi a volo avanzavano tanto,
quanto potessero scorgerle gli occhi di chi seguiva.
Giunte poi alla gola del mefitico Averno,
veloci si levano e per l’aria lieve trasvolando,
nel luogo cercato si posano, sull’albero di doppia natura,
donde fra i rami riverbera il diverso fulgore dell’oro.
Come nei boschi, al freddo invernale, con fronda nuova
verdeggia il vischio, che non germoglia da pianta propria,
e ai lisci tronchi intorno gira con bacche giallastre,
tale era l’aspetto, sul leccio scuro, dell’oro
frondoso, così crepitava la foglia al vento lieve.
Subito Enea l’afferra, con desiderio lo spicca
mentre resiste e lo reca nell’antro della Sibilla.
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Prima di scendere nel mondo infernale, dove gli saranno mostrati i futuri discendenti romani, Enea deve, secondo le prescrizioni della Sibilla Cumana, attraversare il bosco sacro per trovare un piccolo ramo d’oro da donare a Proserpina. Il ramo d’oro, dunque, assolve in questo racconto la funzione di mezzo magico, consentendo all’eroe di entrare senza ostacoli nel mondo dell’Oltretomba - precluso agli altri mortali -, e il bosco è, secondo un diffuso τόπος letterario, il luogo privilegiato per il passaggio verso l’aldilà. Ed è proprio questo il filo conduttore che si è voluto seguire nella trattazione: la ricerca dei più diversi “strumenti” utilizzati, nel corso dei secoli, per operare nel campo della magia, nel suo senso più ampio. Si possono considerare “mezzi magici” le pitture rupestri arcaiche, le tabellae defixionum, i φάρμακα di Medea, i venena delle maghe descritte da Orazio nell’Epodo V, i macabri ingredienti del rito di Eritto nella “Pharsalia” lucanea, le rose delle “Metamorfosi” di Apuleio, i minerali delle pratiche alchemiche tanto diffuse nel Rinascimento, i talismani di Marsilio Ficino; ma anche, in senso differente, le descrizioni realistiche di entità soprannaturali del realismo magico italiano ed europeo, oltre alle reliquie ricercate assiduamente da Hitler, come la Lancia di Longino e il Sacro Graal.
Pertanto, si vuole seguire, in questo studio, il rapporto dell’uomo con la magia nei secoli, anche attraverso l’osservazione dei diversi mezzi magici adottati nel tempo, senza trascurare un’analisi più propriamente letteraria, filosofica, storica e antropologica.

I. La magia agli albori della civiltà
La magia è un fenomeno che può essere difficilmente definito con precisione, dal momento che, anche se è presente nella storia dell’uomo sin dalle origini e diffuso in ogni società e in ogni cultura, cambia valore e significato a seconda del momento storico o del contesto culturale in cui si manifesta, e in base alla prospettiva – antropologica, storica, filosofica, religiosa – con cui viene preso in esame. Si parla, generalmente, di “magia bianca” quando i rituali mirano ad ottenere effetti benefici per il singolo o per la collettività (pace, sicurezza, salute fisica e spirituale, fertilità della terra e abbondanza dei raccolti, vittoria sui nemici); se, invece, essi hanno fini malefici e intendono danneggiare altri individui, colpendoli nella salute, negli affetti, nella vita pubblica e privata, provocandone la sofferenza e la morte, rientrano nella classificazione di “magia nera” e danno luogo alla pratica definita “negromanzia”. Nell’ambito della magia rientrano anche altri fenomeni, come la divinazione, ovvero la capacità di prevedere il futuro in vari modi e con vari mezzi; l’ubiquità, l’astrologia, l’alchimia e l’occultismo.

La pratica della magia è rintracciabile già a partire dagli albori della civiltà, quando esercitò il proprio influsso non solo sul funzionamento della vita sociale in generale, ma anche e soprattutto sulle prime forme di produzione artistica. Basti pensare alle pitture rupestri primitive, prime fra tutte quelle presenti nelle Grotte di Lascaux, un complesso di caverne nella Francia sud - occidentale scoperte da quattro ragazzi del luogo il 12 settembre 1940: questo tipo di raffigurazioni, in particolare i disegni a soggetto animalesco, comportavano generalmente uno scopo magico, in stretto rapporto con una funzione magico - propiziatoria della forma d’arte stessa. In altre parole, la grotta era, per i pittori dilettanti del Paleolitico (cacciatori nomadi che sapevano padroneggiare alla perfezione il fuoco e lavorare materie prime come il legno, l’osso e l’avorio), un luogo magico, un “santuario”, ed essi erano certi, immortalando gli oggetti della loro attività venatoria, di compiere un atto il cui significato trascendeva le loro forze. È innegabile che la nascita dell’arte pittorica preistorica sia dovuta a un rituale ben preciso, in cui l’artista-mago esercitava le proprie facoltà propiziatorie allo scopo di favorire la morte dell’animale cacciato: infatti, in un’epoca in cui il sostentamento dell’uomo era basato sulla caccia, quando si rappresentavano animali si intendeva propiziarsene la cattura. Nell’atto in cui si fermava la loro immagine sulla parete, si cercava, magicamente, di anticipare il momento in cui essi sarebbero diventati preda dell’uomo.
In epoche successive alla Preistoria, forme di magia si riscontrano come pratica popolare. Tra i riti magici era largamente diffusa la defixio, testimoniata dal ritrovamento delle cosiddette tabellae defixionum o, con termine greco, καταδήσμοι. Tale procedura era volta ad apportare un dolore fisico o un danno morale a un individuo, costringendo una o più divinità infernali a favorire tale azione. Queste antiche formule di maledizione erano contenute in tavolette (le già nominate tabellae defixionum) o, più spesso, in fogli di piombo, spesso traforati da chiodi, su cui, oltre alla necessaria invocazione delle divinità degli Inferi, erano incise le maledizioni, che molto spesso colpivano l’obiettivo nelle sue funzioni corporee. Le defixiones erano una forma di goetia, magia nera, nettamente distinta dalla teurgia (“scienza divina”, magia bianca), che nel mondo pagano attirava a sé anche filosofi e studiosi.
L’origine di questa pratica va ricercata nel mondo orientale, nell’area mesopotamica, secondo alcuni, oppure, più probabilmente, in Egitto. Diffusasi dapprima in Grecia e poi a Roma, a partire dal I secolo a.C., essa incontrò un particolare favore, tanto che le fonti letterarie come Tacito e Svetonio la ricordano in più occasioni.
Il rituale, eseguito dietro compenso quasi esclusivamente da professionisti, data la sua grande complessità, era attuato in assoluto segreto, dal momento che era severamente proibito dalla legge. Lo stregone o la strega prendevano una piccola e sottile lamina di piombo, metallo di cui gli antichi conoscevano bene il carattere tossico, tanto da associarlo alla morte, e vi tracciavano le formule e i segni magici, i nomi delle divinità invocate e delle persone da maledire e, infine, dove e in che modo esse dovevano essere colpite. La lamina veniva poi ripiegata alcune volte su se stessa e, di solito, perforata da uno o più chiodi, il cui scopo era quello di fissare indissolubilmente (defigere) le parole incise. Il termine defixio, infatti, indicava proprio l’atto di immobilizzare, inchiodare, legare: non a caso, la divinità coinvolta e la persona da colpire venivano simbolicamente bloccate e rese incapaci di reagire dall’autore della defixio.
Le defixiones potevano essere rivolte contro ladri, truffatori e calunniatori, oppure contro rivali nella professione, nelle attività commerciali o imprenditoriali, ma potevano anche essere realizzate per suscitare l’amore di un uomo o di una donna, oppure per punire i compagni e le compagne infedeli o i rivali in amore. Esistevano poi forme di defixiones giudiziarie contro gli avversari in qualche causa e contro i testimoni sfavorevoli, e, infine, defixiones sportive, contro i gladiatori o gli aurighi o, addirittura, contro i cavalli da corsa: di solito erano commissionate dai tifosi delle squadre avverse. La maggior parte delle tabellae defixionum è stata rinvenuta all’interno di sepolcri: si pensava che ciò consentisse di far giungere alle divinità degli Inferi le proprie richieste nel modo più facile e rapido; molte, poi, sono state rinvenute anche all’interno o nelle vicinanze dei circhi e degli anfiteatri, oppure dentro pozzi, sorgenti e fiumi. In quest’ultimo caso è evidente che si voleva affidare il messaggio alle anime di coloro che erano annegati.
Sembra che tali pratiche a volte sortissero l’effetto desiderato: mettendo al corrente della defixio chi ne era stato oggetto, si innescava un meccanismo psicologico terribile e spesso irreversibile, che portava la vittima ad interpretare ogni contrattempo, anche il più banale, come un effetto della maledizione; i conseguenti fenomeni di depressione, di panico, di astenia, potevano anche portare alla morte. Unico rimedio era cercare le laminette e distruggerle o far ricorso ad amuleti, talismani o a riti di annullamento.
Nel mondo greco e romano questo tipo di tavolette erano diffusissime, e ne sono state ritrovate numerose, scritte sia in greco che in latino. Un famoso esempio sono quelle che, insieme a resti di cadaveri, ceneri e macchie di sangue, furono trovate sotto i pavimenti della residenza del principe Germanico e che, secondo l’intenzione degli artefici, ne causarono la morte:
Saevam vim morbi augebat persuasio veneni a Pisone accepti; et reperiebantur solo ac parietibus erutae humanorum corporum reliquiae, carmina et devotiones et nomen Germanici plumbeis tabulis insculptum, semusti cineres ac tabo obliti aliaque malefica quis creditur animas numinibus infernis sacrari. simul missi a Pisone incusabantur ut valetudinis adversa rimantes .
L'idea di essere stato avvelenato da Pisone esasperava, in lui, la virulenza del morbo; inoltre, si erano trovati, a terra o sui muri, resti umani dissepolti, formule magiche, incantesimi e il nome di Germanico inciso su tavolette di piombo, ossa mezzo bruciate e impastate a grumi di sangue e malefici del genere, con cui si crede di poter consacrare le anime agli dèi infernali. E ai messi inviati da Pisone si addossava l’accusa di spiare il peggioramento della salute.
Come già ricordato, esse erano anche usate per scopi più quotidiani, come danneggiare i fantini rivali alle corse equestri, prassi che, a giudicare dai molti nomi di cavalli riportati nelle lamine rinvenute, doveva essere molto frequente. Un altro esempio è fornito da una tavoletta di piombo del secolo IV a.C., che contiene maledizioni, volte a impedire magicamente che alcune persone comparissero in tribunale a testimoniare contro chi era stato accusato di magia:
Io lego Teagene, la sua lingua, la sua anima e le parole che usa; io lego anche le mani e i piedi di Pirria, il cuoco, la sua lingua, la sua anima, le sue parole; io lego anche la moglie di Pirria, la sua lingua e la sua anima; io lego anche i cuochi Cercione e Decimo, la loro lingua, la loro anima, le loro parole; io lego Cinea, la sua lingua, la sua anima e le parole con cui testimonia in favore di Teagene… Io li lego tutti, li faccio sparire, li seppellisco, li inchiodo in basso… Quando agiscono in tribunale contro di me, che essi siano completamente impediti di parlare e agire.
Nei rituali di defixio, oltre alle laminette si impiegavano altri oggetti, tra i quali figurine antropomorfe raffiguranti la vittima designata, definibili, con termine moderno, “bamboline voodoo”, per la loro straordinaria somiglianza con le bambole tuttora impiegate a scopi magici nelle aree caraibica e mesoamericana. Esse venivano ritagliate nel piombo, oppure plasmate con cera, fango, argilla e lana, cui spesso si mescolavano sostanze organiche come capelli e unghie o frammenti di vesti o oggetti appartenenti alla vittima. Le figurine finora rinvenute sono tutte di rozza esecuzione e rappresentano un individuo nudo con le braccia legate da fili di piombo, di ferro e di bronzo o con le membra spesso contorte in pose innaturali; talora sono trapassate negli organi vitali da lunghi chiodi, il cui scopo non è quello di arrecare dolore alla vittima nelle parti colpite, come avviene nei riti voodoo veri e propri, ma quello, tipico della defixio, di immobilizzarne le funzioni vitali.
Visti i numerosi tipi di rituali presentati sinora, è facile intuire che «defigi quidem diris precationibus nemo non metuit» («non c’è nessuno che non tema di essere defisso con crudeli formule magiche»), come afferma Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” (XXVIII, 19). In presenza di una continua minaccia costituita da forze occulte, grande diffusione avevano gli amuleti. Indossati al collo, al braccio o al dito come protezione, da cui il nome greco φυλακτήρια, “difesa”, contro maledizioni, defixiones e presenze demoniache, gli amuleti potevano essere forgiati con metalli pregiati come l’oro, oppure in avorio, ambra o corallo. Molto spesso si ricorreva a pietre preziose incise con raffigurazioni di divinità o di demoni, con parole, formule o simboli magici; alcuni tipi particolari di amuleti venivano poi impiegati per annullare il malocchio.
Con questo termine si designa una forma “atipica”, particolare di magia, che non è generalmente ritenuta tale, ma che di fatto presenta tutti i caratteri sinora attribuiti ad un comune rito magico. La convinzione che l’occhio o lo sguardo potessero esercitare un’influenza nefasta su persone, animali e cose (secondo la pratica oggi definita malocchio) risale a età molto antiche e probabilmente affonda le proprie radici nelle società agricolo-pastorali che popolavano l’area mediterranea in età protostorica. La buona salute, il successo in amore, il benessere economico, l’abilità nelle gare sportive, il valore in guerra e, per le donne, un amore felice oppure la nascita di figli maschi e sani, erano tutti motivi validi per suscitare l'invidia e la gelosia all’origine del malocchio.
Sebbene si pensasse che in alcuni individui, come afferma Plinio, l’influsso nefasto dello sguardo potesse essere innato, nella maggior parte dei casi il malocchio veniva gettato con appropriati sortilegi, definiti fascinationes. Per difendersi, era necessario indossare degli amuleti di foggia particolare, spesso posti al collo dei bambini fin dalla nascita: statuette raffiguranti animali, per lo più con le corna (ritenute simbolo di virilità e, per questo, apotropaiche), esseri grotteschi o parti del corpo umano – il piede, la mano, l’occhio, l’orecchio.
Nella prima metà dell’Ottocento, in una tomba presso Tebe, in Egitto, si rinvenne un gran numero di papiri in lingua greca, contenenti una serie di formule e di istruzioni per compiere riti magici, soprattutto d’amore, esorcismi e maledizioni, che probabilmente facevano parte della biblioteca di qualche mago e che vennero sepolti con lui. Anche se appartengono all’età tardoantica (IV secolo d.C.), questi documenti, chiamati dagli studiosi “Papiri greci magici”, contengono insegnamenti e tecniche risalenti a diversi secoli prima, riunite in una sorta di manuale destinato all'apprendimento e all'esercizio pratico della magia. Si sa dell’esistenza di opere di questo genere sia da un passo degli Atti degli Apostoli (19, 17-19), nel quale si ricorda che, dopo la predicazione di Paolo, gli abitanti di Efeso bruciarono tutti i loro libri magici, sia da un testo di Svetonio, nel quale si narra che Augusto fece bruciare oltre duemila fatidici libri. Scritti in una lingua di carattere popolare, i “Papiri greci magici” non sono sempre di facile comprensione per la presenza di termini tecnici o di formule magiche enigmatiche. Il carattere didattico si ricava dalle numerose e dettagliate istruzioni, che guidano il mago nella sua attività. A tal proposito, si può citare un passo che spiega come confezionare un filtro d'amore:
Filtro d’amore miracoloso. Con cera <o argilla> che ti sarai procurato da una ruota di un vasaio plasma due figure, una maschile e una femminile. Forgia la figura maschile a somiglianza di Ares armato che brandisce con la mano sinistra una spada puntata alla regione sottoclavicolare destra della figura femminile; la donna terrà le braccia dietro la schiena e sarà inginocchiata [...].
Il nome di “Papiri greci magici” non deve, tuttavia, trarre in inganno: nel corpusdei papiri magici sono presenti, infatti, non solo testi di derivazione greca, ma anche scritti di probabile origine egiziana, ed altri ancora che hanno una provenienza giudaica; in molti testi, inoltre, materiali di origine greca più antica furono secondariamente integrati con formule egiziane; elementi appartenenti a queste ed altre tradizioni religiose, inoltre, sono presenti in varie combinazioni pressoché in tutte le testimonianze. Le pratiche magiche risentono di tutti questi apporti culturali e li utilizzano nel formulare un linguaggio nuovo in cui non è facile distinguere i singoli contributi, ma che è ritenuto funzionale proprio in forza della sua varietà di riferimenti religiosi. Rimangono, tuttavia, le concezioni tradizionali della magia e dei poteri del mago, come è possibile riscontrare, per esempio, dalla lettura del Papiro Magico I, che contiene delle istruzioni per l’acquisizione di un paredro, capace di compiere i più grandi prodigi, come le maghe della tradizione letteraria: «Non appena tu gli ordini un servizio lo farà e tu lo vedrai eccellere in tutte le cose: ferma le navi e di nuovo le lascia andare, ferma molti demoni malvagi, ferma le bestie selvagge e rompe rapidamente i denti dei rettili [...] Egli congelerà i fiumi e i mari in modo tale che tu potrai corrervi sopra fermamente, come vuoi. E specialmente egli fermerà, se tu lo vuoi, i marosi e se lo desideri porterà giù le stelle e renderà calde le cose fredde e fredde le cose calde, farà venire i lampi e li estinguerà» .
Dalla lettura dei papiri magici, inoltre, emergono numerosi riferimenti a diverse teorie di carattere religioso e filosofico. È questo il caso delle associazioni di nomi di divinità appartenenti a tradizioni religiose diverse, che costituiscono un aspetto caratteristico dei testi magici: tali associazioni, infatti, sono spiegabili in base ad una dottrina di carattere religioso, generalmente definita “enoteismo”, che considera le singole divinità come manifestazioni di un unico e sommo potere divino che si caratterizza per i suoi aspetti prevalentemente solari e cosmici. A titolo esemplificativo, si può fare riferimento al testo di un papiro in cui emerge chiaramente quanto affermato sinora. Dopo avere prescritto la fabbricazione di un anello, il mago pronuncia per la consacrazione una preghiera nella quale invoca le divinità cosmiche con cui si identifica: «Io vi invoco e scongiuro per la consacrazione: dei del cielo, dei inferi [...] signori dei vivi e dei morti [...] creatori e benefattori di ogni razza [...] venite, benevoli per questo scopo per cui vi invoco, come benevoli assistenti in questo rito per il mio beneficio [...] Io sono il dio che nessuno vede o nomina in maniera sconsiderata. Io sono la fenice, l’uccello sacro [...] Io sono Helios [...] Io sono Afrodite [...] Io sono Kronos [...] Io sono la madre degli dei [...] Io sono Osiride [...] Allora io ti scongiuro, vieni in mio aiuto, perché io invoco il nome segreto e ineffabile, padre degli dei, sovrintendente e signore di tutto» . Questa entità somma è poi invocata con il nome di Ἀγαθός Δαίμων ed è sua prerogativa avere potere su tutte le forze dell’universo: i demoni, il sole e la terra, l’Ade, i fiumi, i mari, i laghi, le sorgenti, le rocce, reagiscono sentendo il suo nome. Il mago continua dunque la sua preghiera: «Il cielo è la tua testa, l’etere il corpo, la terra i piedi e l’acqua intorno a te, l’oceano [...] e di nuovo io ti invoco secondo gli Egiziani, Φνω εαι Ιαβοκ, secondo i Giudei Αδοναίε Σαβαώθ, secondo i Greci ο πάντων μόναρχος βασιλεύς, secondo gli alti sacerdoti κρυπτέ, αόρατε, πάντας εφορων, secondo i Parti, Οθέρτω, padrone di tutto» . Il rito magico può essere efficace grazie al ricorso a forze divine di carattere cosmico, che si compendiano nell’idea di un’unica entità che tutte le sovrasta e le comprende. I nomi di Ἀγαθός Δαίμων o di Ἀιων, frequentemente attestati nei papiri, sono astrazioni che descrivono la natura di questa divinità somma.
Risulta evidente, quindi, come il tema della magia, nelle sue più differenti sfaccettature, sia largamente presente agli albori della civiltà, tanto da divenire oggetto di trattazione, come già accennato, per moltissimi autori classici, fra i quali Tacito, Plinio il Vecchio, Teocrito, Apuleio, Lucano, Euripide, solo per citarne alcuni, a testimonianza della popolarità e del diffuso interesse per questo tema tanto importante per le società antiche. Per una più diffusa analisi della magia attraverso gli scritti di questi autori, si rimanda alla lettura del Capitolo “La magia nel mondo classico”.
II. Una questione antropologica
L’origine e lo sviluppo della magia in un tipo di società come quella primitiva a cui afferiscono le pitture di Lascaux rappresenta uno dei motivi d’interesse più vivi e interessanti dell’antropologia sociale, che cerca di chiarire, in particolare, cosa possa spingere un uomo a prestare fede in riti e aspettative chiaramente contrari all’esperienza, e quale rapporto sussista tra la magia e altre forme di esperienza soprannaturale, per esempio la religione.
Si può far risalire la storia degli studi scientifici sulla magia già agli scritti dei fratelli Grimm, ma solo con l'antropologia inglese e l’opera “Primitive culture” di Tylor del 1871 iniziano i veri e propri dibattiti su questo argomento. Per Tylor la magia fa parte del sistema delle sopravvivenze, è survival, un coacervo di sopravvivenze ormai parte di un remoto passato. Il magismo era per Tylor una falsa credenza che poi sarebbe scomparsa con l’evoluzione della civiltà occidentale, con il razionalismo e la cieca fiducia nella scienza.
Pochi anni dopo, nel 1890, queste teorie furono rielaborate dall’antropologo scozzese James Frazer nella sua colossale opera “Il ramo d’oro”. Frazer si colloca sulla scia di Tylor sostenendo che la magia non è altro che la manifestazione di uno stadio inferiore dell'intelletto umano che poi verrà soppiantato dalla religione; in definitiva, è solo un errore umano, una forma errata di pensiero e di intervento nel reale. Per questo motivo, egli la definisce come la “sorella bastarda” della scienza, una credenza sbagliata, una pseudo-scienza. Frazer scrive:
«La pecca fatale della magia consiste non nella aprioristica supposizione di una sequenza di eventi determinata da una legge, bensì nella sua concezione, totalmente errata, della natura e delle leggi che quella sequenza determinano, analizzando i vari casi di magia empatica esposti nelle pagine precedenti, e che possiamo ritenere emblematici dell'intero sistema troveremo, come già detto, che si tratta di applicazioni erronee di una o l'altra delle sue fondamentali correnti di pensiero, vale a dire l'associazione di idee per similarità e l'associazione di idee per contiguità di spazio o di tempo. L'erronea associazione di idee analoghe produce la magia omeopatica imitativa; l'erronea associazione di idee contigue, produce la magia di contagio. In sé e per sé, questi principi associativi sono eccellenti, anzi, indispensabili per l’attività della mente umana. Applicati in maniera sbagliata, danno vita alla scienza; applicati in maniera sbagliata danno vita alla magia, “sorella bastarda” della scienza» .
La magia è, quindi, un falso sistema di leggi naturali, una guida fallace nella condotta e una falsa scienza, che però è parte di una teoria dell’universo, è una cosmologia, una visione del mondo propria dei primitivi. È considerata come la forma primordiale del pensiero umano: l’uomo alle origini pensava solo in termini magici.
Frazer, in base alla sua concezione evoluzionistica, afferma che la razza umana passa per fasi di evoluzione diversi: il primo è quello della magia, segue quello della religione e infine quello della scienza.
I criteri su cui si basa la magia sono due: il primo principio è detto “legge di similarità” o “omeopatica”, il secondo “legge di contatto”, o “di contiguità”, o “di contagio”. Con il primo criterio il mago è convinto che per poter ottenere l’effetto desiderato basti imitare, mentre col secondo deduce che qualsiasi azione egli compia su un oggetto materiale influenzerà in uguale misura la persona con cui l’oggetto è stato una volta in contatto, che esso formasse, o meno, parte integrante del suo corpo. Un ramo della magia omeopatica sfruttava la condizione dei morti: dal momento che il defunto non può né vedere, né sentire, né parlare, è possibile, grazie al principio omeopatico, rendere cieca, sorda e muta una persona usando le ossa di un morto qualunque o un altro oggetto contaminato. Per esempio, in Europa si riteneva che la
mano di un impiccato disseccata e poi conservata in salamoia – detta “mano della gloria” –possedesse virtù analoghe. Secondo la magia omeopatica, oltre alle piante e agli animali, anche le cose inanimate possono diffondere intorno a sé la felicità o i disastri, a seconda della loro natura intrinseca o della abilità dello stregone nel liberare o imprigionare, a seconda delle circostanze, il flusso benefico o quello malefico: le pietre, le gemme sono considerate come dei potenti talismani, degli amuleti in grado di catalizzare energie benefiche o malefiche. La magia contagiosa, invece, si basa sulla simpatia che sussiste tra un essere umano e le sue parti del corpo: un rito di magia contagiosa si basa, quindi, sui capelli o le unghie della vittima del sortilegio, ma anche sui suoi abiti, o ancora sull’impronta lasciata sulla spiaggia o sul terreno.
Frazer afferma che oltre alla magia privata, cioè i riti magici e gli incantesimi a beneficio o a maleficio dei singoli, esiste nelle società primitive la magia pubblica, cioè la stregoneria praticata a beneficio dell’intera comunità, dove il mago, così, diventa una sorta di pubblico funzionario che assume il rango e l'autorità di un capo o di un sovrano. Frazer crede, tuttavia, che il mago non abbia realmente questi poteri, bensì che sia solo un ciarlatano che inganna la massa popolare ignorante e sprovveduta, in modo tale che il potere cada inevitabilmente nelle mani di persone astute e senza scrupoli.
La magia nella sua più limpida essenza si fonda, invece, sul presupposto che in natura ad un evento ne segua necessariamente un altro senza alcun intervento soprannaturale o individuale. Il mago è convinto che alcuni eventi siano inevitabili, cioè che le stesse cause produrranno sempre i medesimi effetti e che alla celebrazione di un rito, accompagnato da particolari scongiuri, segua necessariamente il risultato desiderato - a meno che questi incantesimi non vengano bloccati o deviati da uno stregone ancora più potente. In base a quanto affermato sinora, il mago, per riuscire nei suoi intenti, non si affida a entità superiori, ma attribuisce una grande importanza alle leggi della natura, dal momento che non crede nell’esistenza del “caso” e vede il mondo come un’entità governata da leggi immutabili. Su questo punto la magia è vicina alla scienza; tuttavia, l’antropologo nota come la prima si trovi in fallo perché ha una visione errata della natura e delle leggi che quella sequenza determinano.
Il rito magico, come detto, agisce senza la mediazione di esseri spirituali, ma quando è “contaminato” dalla religione può anche far ricorso a dèi o a demoni. Ma la magia, precisa Frazer, si differenzia profondamente dalla religione: la magia pretende di vincolare al suo operato il mondo divino, imponendo agli spiriti di sottostare alla volontà dello stregone; la religione, invece, accetta delle forze superiori da venerare e alla cui volontà sottomettersi. Conciliandosi con questi esseri sovrannaturali, l’uomo pensa di poter controllare e dirigere secondo il suo volere il corso della natura e la vita umana stessa. È anche vero che spesso la magia ha a che fare con spiriti che sono agenti individuali dello stesso genere di quelli presupposti dalla religione; tuttavia, è necessario ricordare che li tratta come agenti inanimati e usa verso di loro la coercizione o la costrizione anziché la conciliazione, la propiziazione o la benevolenza tipiche della pratica religiosa. Se inizialmente le funzioni del sacerdote e quelle del mago si mescolavano ed erano indifferenziate, Frazer ritiene che, con il trascorrere del tempo, l’uomo sia passato al secondo stadio della sua evoluzione, cioè alla fase della religione, dal momento che si è reso conto della sua impotenza di fronte alle divinità o agli esseri superiori: per questa ragione, egli ha smesso di affidarsi alla causalità magica e si è rivolto alla preghiera.
Da quanto affermato sinora, si può notare un ultimo punto della riflessione dell’antropologo scozzese: la magia è uno stadio primitivo della scienza più che della religione, poiché anche la scienza, come la magia, è naturalmente inclinata verso la conoscenza delle leggi della natura per poterla dominare (questa concezione, con le dovute differenze, sarà tipica anche della magia nel Rinascimento, con la nascita delle teorie di “anima del Mondo” e di “filosofia della Natura”). La magia, in questo senso, costituirebbe i primordi della scienza, ovvero il prodotto di una mente incapace di spiegare scientificamente i fenomeni naturali e fondata su leggi provvisorie e fallaci. In ogni caso, la magia costituisce un sistema d’interpretazione dei fenomeni che trae origine dall’esigenza di una parte della società, che proietta le proprie tensioni in un mondo irrazionale per ottenerne rassicuranti risposte.
Vi è anche un’altra corrente di pensiero, che considera la magia come una forma di degenerazione della religione. Marcel Mauss e Henri Hubert, nella loro opera “Teoria generale della magia”, rilevavano, fin dagli inizi del XX secolo, l’esistenza di un contatto strettissimo fra l’iniziato e i suoi alleati soprannaturali. Tutto questo determina nel mago una possessione virtuale, permanente, ottenuta tramite l’iniziazione magica: di qui può nascere una società chiusa di adepti.
Il mago è l’uomo che per dono, esperienza o per rivelazione conosce la natura, e la sua attività è determinata dalle conoscenze di cui è entrato in possesso. Sulla base di questa visione, la magia si può avvicinare alla scienza, in quanto il mago appare, in questo modo, come il sapiente nel campo della medicina oppure della chirurgia, o ancora in altri settori. Ma per Hubert e Mauss la magia è una credenza di natura pratica, un’idea a priori perchè non si basa sull’esperienza, e in questa concezione si misura lo scarto principale rispetto alla scienza in senso moderno.
La magia è un fenomeno di carattere universale, una fede, una credenza, più in generale si trova al di là dell'esperienza: è una credenza a priori. La magia scaturisce da bisogni collettivi, quindi alla sua radice ci sono degli stati affettivi, generatori di illusioni.
Per Mauss la magia è composta da tre parti: gli agenti, gli atti, le rappresentazioni; il mago viene definito come l'individuo che compie i cosiddetti atti magici (anche quando non è un professionista o uno specialista). Le rappresentazioni mentali consistono in tutte le idee e tutte le credenze che equivalgono agli atti magici o meglio ai riti magici: essi sono tali in quanto credenze proprie della collettività e sono ripetitivi, quindi possono essere anche definiti tradizionali; se invece fossero praticati da un singolo individuo si rivelerebbero solo delle superstizioni. Il rito magico, ancora, non è parte di un culto organizzato ma è segreto, isolato, privato, non ufficiale. La cerimonia magica, infatti, scrivono Hubert e Mauss:
«Non si attua comunemente nel tempio o sull'altare domestico: ordinariamente si svolge nei boschi, lontano dalle abitazioni, nella notte o nell'ombra, o nei recessi della abitazione, cioè in disparte. Mentre il rito religioso cerca generalmente il giorno pieno e il pubblico, il rito magico li sfugge. Anche se lecito, esso si nasconde, come il maleficio. Anche quando è costretto ad agire di fronte al pubblico, il mago tenta di sfuggirgli; il suo gesto si fa furtivo, la sua parola indistinta; l'uomo-medicina, l'empirico, che lavorano davanti alla famiglia riunita, borbottando le loro formule, gestiscono furtivamente, entrano in estasi simulate o reali» .
I due autori continuano affermando che:
«Il mago si isola tra la gente, a maggior ragione quando si ritira nel fondo dei boschi. Egli si tiene sulle sue perfino nei confronti dei suoi colleghi; si riserva. L'isolamento, come il segreto, è un segno quasi perfetto della natura intima del rito magico, il quale è sempre il fatto di un individuo o di individui che agiscono a titolo privato; l'atto e l'autore dell'atto, sono avvolti nel mistero» .
I due studiosi osservano anche che il mago, affinché diventi tale e quindi sia diverso dall’uomo comune, oltre ad avere delle qualità innate particolari, ha bisogno che gli siano attribuite dalla collettività delle doti singolari. Pertanto egli, per Hubert e Mauss, è esclusivamente l’artefice delle pratiche magiche e non è necessario che sia un professionista. Scrivono infatti:
«Abbiamo chiamato mago l'agente dei riti magici, sia o no un professionista. Constatiamo, infatti, che esistono riti magici che possono essere compiuti da non specialisti. Appartengono a questa categoria le ricette delle donnette, nella medicina magica, e tutte le pratiche della campagna, cioè quelle che occorre espletare spesso nel corso della vita agricola; lo stesso può dirsi dei riti di caccia o di pesca, che sembrano, in generale, alla portata di tutti» .
Essi, generalmente, sono individui nervosi, agitati, che cadono facilmente in trance o in estasi, facendo così credere al pubblico di essere posseduti da forze occulte e sconosciute: in questo modo, nel Medioevo, si cercava il cosiddetto “segno del diavolo”. Sono considerati maghi tutte quelle persone che in una società vivono ai margini (per scelta o per costrizione), per esempio i girovaghi, i giocolieri, i ventriloqui, i saltimbanchi, i gobbi, i ciechi, gli infermi; assumono grande importanza, in questo discorso, anche i gemelli, perché rappresentano il double bind o “doppio mostruoso” in cui le differenze vengono meno e la loro scomparsa atterrisce l’uomo. Anche le donne appartengono a questa categoria particolare, specialmente in alcuni momenti della loro vita: durante il ciclo mestruale, durante la gravidanza e dopo la menopausa. In questi periodi critici le virtù magiche della figura femminile raggiungono il massimo dell’intensità.
Vi sono anche casi in cui la magia è associata all’esercizio di talune professioni, come quelle di medico, pastore, attore, becchino, fabbro, e altre. Il fabbro, in particolare, è temuto perchè maneggia il ferro, ovvero un metallo che, secondo la tradizione alchemica, sarebbe dotato di proprietà magiche. La loro vita professionale, la loro condizione eccezionale li divide dagli uomini comuni e proprio a causa di questa separazione hanno autorità magica; ma anche agli stranieri sono attribuite virtù magiche in virtù della loro condizione di persone “separate” dalla società. Tuttavia, per Hubert e Mauss il mago possiede anche delle qualità positive: l’abilità, la destrezza di mano, la conoscenza fuori dal comune, l’eccitabilità; in sintesi, gli vengono attribuiti dei tratti che possono anche rivelarsi mitici e prodigiosi, come l’abilità di parola e i gesti, che devono necessariamente avere una forza particolare.
Il mago, infine, si distingue dalle persone comuni anche per il fatto che la sua anima può staccarsi dal corpo in quanto parte separabile: essa è il suo “doppio”, che può essere sia una veloce materializzazione del suo fiato o come un turbine di polvere o di vento da dove esce, all’occasione, un’immagine corporale della sua anima o egli stesso. Accade spesso però che il mago sia protetto da spiriti, che non sono altro che i suoi doppi o anime esteriori. I giorni in cui accadono questi prodigi sono i giorni di Sabba.
Hubert e Mauss sono convinti che si diventi maghi per rivelazione, consacrazione e tradizione. Si ha la rivelazione quando il mago è in contatto con uno o più spiriti, che si mettono al suo servizio e dai quali trae i suoi insegnamenti. Tutto questo comporta una alterazione profonda della personalità e talvolta si ha un mutamento di nome. La trasmissione delle conoscenze fa sì che il mago diventi una sorta di adepto di una società segreta, chiusa, tanto che i misteri magici vengono svelati solo a determinate condizioni, come nel caso dei riti iniziatici del mondo classico.
Si possono così riassumere le principali scuole di pensiero in riferimento al tema della magia nella cultura e nella società antica. Con la nascita della scuola funzionalistica, dopo il 1920, varie problematiche vengono studiate secondo un’ottica diversa da quella adottata dalle precedenti scuole antropologiche: alla fine del XIX secolo gli evoluzionisti (Tylor e Frazer) avevano sostenuto che la mente umana era uguale nel tempo e nello spazio e la magia non era altro che una pseudo - scienza in quanto risultato di un’applicazione sbagliata dell’associazione delle idee che non si distingueva, a livello qualitativo, dalla scienza; in seguito, con la scuola sociologica francese di Hubert e Mauss, la magia venne osservata come un fenomeno sociale collettivo e con un aspetto misterioso - proibito e dissacrante.
III. La magia nel mondo classico
È opinione comune che il mondo classico sia il mondo dell’equilibrio, della serenità, della razionalità, ma come ha dimostrato in un celebre saggio lo storico inglese Eric R. Dodds questa convinzione non corrisponde alla realtà. Anche nell’antichità era presente l’elemento irrazionale ed erano noti fenomeni inquietanti e apparentemente inspiegabili, che oggi definiremmo con termini quali “telepatia”, “chiaroveggenza”, “psicocinesi”, “Poltergeist”, “divinazione”. Presso le classi sociali più umili erano diffuse, inoltre, credenze relative all’esistenza di fantasmi, lupi mannari, vampiresse ed altre figure dotate di poteri soprannaturali: sciamani in grado di separare l’anima dal corpo durante gli stati di trance, di entrare in contatto con le divinità o di parlare agli animali; maghi e streghe capaci con le loro arti di suscitare amori, annientare carriere militari e politiche, porre fine a successi sportivi; uomini e donne - dei veri e propri professionisti - con la facoltà di prevedere il futuro e di influire sul corso degli eventi.
Molti scrittori e poeti furono attratti da un mondo così vasto e complesso e ne lasciarono testimonianza nei loro scritti. Alcuni rivelano una conoscenza approfondita dei riti magici, che descrivono con accuratezza: Orazio, ad esempio, nel narrare alcuni rituali che vedono protagoniste orride streghe, ritratte con una potente efficacia, non disgiunta da una pungente ironia, appare affascinato dalla magia nera; Virgilio invece, come Ovidio, mostra maggiore interesse per gli incantesimi erotici. Altri, come Petronio o Apuleio, ricorrono all’orrido e al sovrannaturale per catturare, con racconti ricchi di imprevisti e con un alto grado di spettacolarità, l’attenzione di ascoltatori e lettori, mentre autori come Plinio il Vecchio registrano puntualmente tutte le manifestazioni paranormali, anche le più assurde ed incredibili, cercando di fornirne spiegazioni scientifiche. L’approccio di Plinio con la magia, nella sua “Naturalis Historia”, è estremamente particolare: il fenomeno magico, nei suoi aspetti religiosi, folcloristici, scientifici ed etnografici, lo incuriosisce vivamente, tanto da spingerlo a segnalare ogni notizia che lo riguardi, anche la più inverosimile. Egli crede nel potere di piante, erbe e animali, ma è anche estremamente cauto nei confronti di stregoni e ciarlatani e anche di molti riti magici; in un celebre passo afferma, non senza ironia, che se la magia funzionasse davvero l’imperatore Nerone, che l’aveva studiata a lungo, sarebbe stato capace di realizzare quelle imprese mirabolanti che tanto proclamava, ma che non compì mai. Si nota, nel complesso, un atteggiamento concreto: anche se ritiene che la magia sia inefficace, Plinio sembra convinto che si debba prestare grande attenzione, dal momento che pozioni e filtri possono avere fatali conseguenze, indipendentemente dai rituali magici, per le sostanze che contengono.
Il commediografo Plauto, riprendendo in modo dissacrante un τόπος diffusissimo nella sua epoca, quello della casa infestata dai fantasmi (nella commedia “Mostellaria”), se ne serve per mettere in scena una colossale burla ai danni di un vecchio padre ingenuo, mentre un poeta come Lucano, enfatizzando nel suo poema “Pharsalia” gli aspetti macabri e orridi di un rito magico, porta alla luce il lato più oscuro dell’animo umano, che, spinto dalle passioni e dall’ambizione, non si ferma davanti a nessuna bassezza. Scrittori come Svetonio sono spinti dal gusto per l’aneddoto o per gli aspetti curiosi e meno noti di vicende storiche rilevanti a riportare episodi in cui sono protagonisti fantasmi, spesso di personaggi importanti, e a riferire di fenomeni paranormali.
Non si può tralasciare la testimonianza di molti intellettuali, tra cui Cicerone, che sembrano accettare come un dato di fatto l’esistenza dei fenomeni di premonizione e la possibilità da parte dei fantasmi di manifestarsi agli esseri viventi. Altri, come Plinio il Giovane, vorrebbero trovare risposta ai loro dubbi e stabilire, all’indomani di un’esperienza inquietante, il suo grado effettivo di realtà.
Gli stessi dubbi e angosce che si presentavano a uomini colti e raffinati come Plinio turbavano anche l’uomo comune, per il quale la magia era una componente normale, quasi scontata dell’esistenza quotidiana.
Se si considera il gran numero di testimonianze, anche non letterarie, che riguardano le pratiche magiche, ci si rende conto che l’uomo antico, specie a partire dalla seconda metà del II secolo d.C., viveva in «un’epoca di angoscia», come l’ha efficacemente definita Dodds . All’origine di questa afflizione vi erano una insicurezza materiale e una forma di inquietudine spirituale: la prima era provocata dalle incursioni dei barbari, dal dilagare delle epidemie, dalla crescente inflazione e dalla recessione economica; la seconda traeva origine dalla crisi della religione tradizionale, fino a quel momento fonte di certezza, di fronte ai nuovi valori esaltati dalle religioni orientali - in primo luogo il Cristianesimo. I turbamenti e le angosce si materializzavano nei sogni e nelle visioni, nelle notti popolate da streghe e da lupi mannari, nelle case abitate da fantasmi senza pace, e spingevano gli uomini, anche quelli colti, a rivolgersi, allora come oggi, al mondo magico, con i suoi riti misteriosi, le sue promesse senza limiti, i suoi deliri di onnipotenza.
Da quanto sinora affermato, si può notare come nel mondo classico, e soprattutto in quello romano, si possa incontrare un concetto di “magia” più affine all’accezione attuale, ovvero una scienza occulta, negativa ed esecrabile. Già in ambito greco le pratiche magiche furono giudicate negative e pericolose e furono quindi condannate da filosofi e letterati e, in qualche caso, anche da disposizioni normative delle singole πόλεις. I Romani, poi, valutarono giuridicamente la magia e la condannarono secondo dei principi che sono pervenuti alla nostra cultura attraverso l’assimilazione e l’elaborazione compiuta dal Cristianesimo.
A partire dalle epoche più antiche, esistevano nel mondo greco diverse forme di magia, designate con termini come γοητεία, φαρμακεία, mentre chi compiva atti magici era chiamato γόης (stregone, una sorta di sciamano in rapporto con il mondo dei morti), φαρμακεύς (preparatore di filtri malefici), βάσκανος (stregone), αγύρτης (prete mendicante), μάντις (indovino).
Non restano molte notizie sulle fasi più antiche della magia in Grecia. Le fonti letterarie attestano la pratica di riti magici e presentano alcune figure di maghe dalle connotazioni negative che provengono tutte da regioni periferiche: Circe, per esempio, che nel X libro dell’Odissea servendosi di una bacchetta e di filtri magici (Κίρκης πολυφαρμάκου, Circe “esperta di filtri”, la definisce Omero ) trasforma i compagni di Odisseo in porci, vive solitaria sull’isola Eea. Dalla Colchide proviene invece Medea, come ci riferiscono Euripide (nella sua “Medea”) e Apollonio Rodio (“Argonautiche”). Connesse con la magia erano anche la Frigia, la Tracia e soprattutto la Tessaglia, da dove provenivano gli stregoni e le maghe più potenti. La collocazione marginale di tutti questi personaggi dimostra chiaramente come la magia non fosse accettata dalla cultura greca.
Il termine μάγος e i suoi derivati μαγεία, μαγικός, μαγεύω, attestati in greco a partire dal V secolo a.C., provengono dall’universo religioso dei Persiani, in cui il μάγος era un sacerdote di religione zoroastriana esperto di taumaturgia, astrologia, purificazioni. Erodoto, nelle sue Storie, offre la più antica testimonianza di questa categoria sociale: i μάγοι sono definiti come adepti di una società segreta persiana, i quali compivano riti funebri, sacrifici, divinazioni, interpretazione dei sogni. Lo storico di Alicarnasso riporta alcuni eventi e quadri della società persiana che chiariscono il ruolo di queste figure:
Più tardi Ciassare morì, dopo quaranta anni di regno, compresi quelli del predominio scita. Nel regno gli succedette il figlio Astiage. Astiage ebbe una figlia che chiamò Mandane; e una volta sognò che Mandane orinava con tanta abbondanza da sommergere la sua città e inondare l'Asia intera. Sottopose questa visione all'attenzione di quei Magi che interpretano i sogni e si spaventò molto quando essi gli spiegarono ogni particolare .
Nei confronti di Ciro, rifletté un po' e poi mandò a chiamare gli stessi Magi che a suo tempo gli avevano interpretato il sogno; quando furono davanti a lui, Astiage chiese loro di ripetergli la spiegazione della visione, ed essi ribadirono che il bambino era destinato a regnare se fosse rimasto in vita e non fosse morto prima. Il re ribatté: "Il bambino c'è ed è vivo e mentre viveva in campagna i bambini del suo villaggio lo hanno eletto re: lui si è comportato esattamente come un vero sovrano: ha creato guardie del corpo, custodi delle porte, messaggeri e tutto il resto, e ha regnato. E ora tutto questo, secondo voi, a che cosa porta?" I Magi risposero: "Se il ragazzo è vivo e ha regnato senza un disegno predisposto, allora per quanto lo riguarda puoi stare tranquillo e rallegrarti: non regnerà una seconda volta. Infatti è già successo che alcuni dei nostri vaticinii si siano risolti in poca cosa e che il contenuto dei sogni abbia perso ogni sua consistenza". E Astiage concluse: "Anch'io, Magi, sono quasi del tutto convinto che il sogno si è già realizzato: questo bambino ha già ricevuto il titolo di re, e dunque non rappresenta più per me un pericolo. Tuttavia esaminate per bene la questione e aiutatemi a prendere una decisione che garantisca la massima sicurezza per la mia casa e per voi stessi". Al che i Magi risposero: "Sovrano, anche per noi è molto importante che il potere rimanga ben saldo nelle tue mani, perché se passa a questo ragazzo, che è Persiano, cade nelle mani di un'altra nazione e noi che, siamo Medi, diventeremo schiavi e non godremo del minimo prestigio presso i Persiani, essendo stranieri. Se invece rimani re tu, che sei nostro concittadino, abbiamo anche noi la nostra parte di potere e riceviamo da te grandi onori. Perciò è assolutamente nostro interesse vegliare su di te e sul tuo regno; e ora, se vedessimo qualche motivo per avere paura, te ne avviseremmo senz'altro. Ma ora, poiché il sogno si è risolto in una cosa da nulla, da parte nostra abbiamo fiducia e ti consigliamo di fare altrettanto. Questo ragazzo mandalo lontano dai tuoi occhi, fra i Persiani, dai suoi genitori” .
Tutte queste notizie posso fornirle con assoluta sicurezza, perché mi derivano da personale esperienza. Invece quanto si dice circa il trattamento dei cadaveri è avvolto in un alone di mistero e non è certo: pare che il cadavere di un Persiano non venga seppellito prima di essere stato straziato da un cane o da un uccello; so con certezza che almeno i Magi si comportano così, perché lo fanno apertamente. Comunque i Persiani cospargono di cera il cadavere e lo inumano. I Magi sono molto diversi dagli altri uomini e in particolare dai sacerdoti egiziani; questi infatti ritengono empietà uccidere degli esseri viventi, tranne quelli destinati al sacrificio rituale, invece i Magi uccidono con le loro mani qualsiasi animale tranne il cane e l'uomo e lo fanno con grande impegno eliminando indistintamente formiche e serpenti e altri animali terrestri o volatili. Ma lasciamo pure questa usanza come stava quando ebbe origine e riprendiamo il filo del nostro racconto.
In seguito, mentre si apprestava a partire, Serse ebbe nel sonno una terza visione: i Magi, uditala, la interpretarono come indizio di una futura sottomissione del mondo intero e di tutte le genti. La visione era questa: Serse sognò di essere incoronato con una fronda di olivo; e dall’olivo i rami ricoprivano tutta la terra, poi la corona poggiata sulla sua testa scompariva. Quando i Magi l’ebbero interpretata così, subito ognuno dei Persiani convenuti a corte partì per la propria giurisdizione; e si impegnavano col massimo zelo, secondo gli ordini ricevuti, ciascuno desiderando ottenere i premi fissati.
Nella cultura greca immediatamente successiva, però, il termine “mago” perde ogni valenza positiva, e passa a designare non più un sacerdote, ma una figura ambigua e sospetta, spesso un predicatore di religioni orientali. Il μάγος è chi, vagando di città in città, pratica riti di magia nera, in grado di nuocere ai nemici, dietro compenso; egli viveva ai margini della società civile, disprezzato e allo stesso tempo temuto dalla collettività. La testimonianza più autorevole è fornita da Platone, nella “Repubblica” e nelle “Leggi”:
Ciarlatani e indovini si presentano alle porte dei ricchi e li convincono che con sacrifici e incantesimi hanno ottenuto dagli dei il potere di rimediare con giochi e feste all’eventuale ingiustizia di uno, l’abbia commessa lui in persona o uno dei suoi antenati; e che se uno vuol fare del male a un nemico, potrà con poca spesa nuocere al giusto come all’ingiusto a mezzo di determinate evocazioni e magici legami, perché, dicono, persuadono gli dei a servirli.
Dato che tre sono le cause che danno luogo all'empietà, delle quali anche prima abbiamo parlato, e poiché da ciascuna di esse ne scaturiscono due, diventano sei i generi di coloro che commettono mancanze nei confronti del divino, e meritano una distinzione, dal momento che non richiedono pene uguali, né simili. Vi è chi non crede assolutamente all'esistenza degli dèi, ma aderisce per natura ad un costume di vista giusto; costui insieme ad altri detesta i malvagi, e poiché disapprova l'ingiustizia, non vuole compiere azioni ingiuste, ed evita gli uomini che non sono giusti, mentre predilige quelli giusti. Vi sono poi quelli che, oltre all'opinione che tutto sia desolatamente privo di dèi, cadono nell'intemperanza di piaceri e di dolori, e possiedono buona memoria e acute capacità di apprendere. In ambedue i generi di persone è presente la comune disgrazia di non credere all'esistenza degli dèi, ma i primi recano un danno limitato agli altri uomini, mentre i secondi causano mali maggiori. Il primo infatti parlerà assai liberamente degli dèi, dei sacrifici, e dei giuramenti, e suscitando il riso degli altri, forse li renderebbe come lui, se non intervenisse la pena; il secondo, che ha la stessa opinione del primo, è considerato uomo abile e pieno di astuzie e di insidie: da questo genere di persone viene fuori tutta una serie di indovini e di gente che si muove intorno alla magia, e talvolta nascono anche tiranni, e demagoghi, e strateghi, cospiratori che tramano insidie con riti celebrati in privato, e altri ingannevoli espedienti dei cosiddetti sofisti.
È significativo che il termine destinato a soppiantare gradualmente ma definitivamente il lessico tradizionale per designare le pratiche magiche e chi le praticava derivi dal mondo persiano: in quel periodo, infatti, i Persiani non solo erano degli stranieri (ed è caratteristico di varie culture il processo di considerare “magici” quegli aspetti di religioni straniere che appaiano strani e poco comprensibili, aspetto analizzato anche da Mauss e Hubert ) ma erano soprattutto i nemici per eccellenza del popolo greco. In alcuni casi, tuttavia, il termine assume anche delle connotazioni positive, grazie all’alta considerazione che i Greci dimostravano nei confronti della sapienza dei sacerdoti Persiani.
In ogni caso, è un dato di fatto che la magia sia condannata dalla cultura greca: lo testimonia, ad esempio, il fatto che in alcune città esistevano apposite leggi contro gli stregoni. Nel “Menone”, il protagonista dice a Socrate: «Mi sembra che tu abbia fatto benissimo a non volerti mettere in mare e a non voler viaggiare fuori di qui, perché se da straniero in straniera città ti comportassi in questo modo, subito ti arresterebbero come ammaliatore» . Nelle “Leggi”, Platone propone quindi di introdurre dei severi castighi per coloro che «selvaggi come fiere, oltre al non credere negli dei o al ritenerli negligenti o corruttibili, con il loro disprezzo degli uomini si impadroniscono dell'anima di molti di quelli che vivono e si vantano di saper evocare i morti e promettono di persuadere gli dei allettandoli ciarlatanescamente con sacrifici, preghiere e scongiuri e intraprendono a scardinare dalle fondamenta individui, famiglie intere e stati per avidità di ricchezza» .
La ragione per cui tali pratiche debbano essere punite risulta quindi chiara: lo stregone è pericoloso dal momento che minaccia il giusto rapporto che unisce gli uomini agli dei. In conclusione, dunque, si può affermare che la magia viene rifiutata dai Greci di età classica perché in contrasto rispetto alle norme che regolano il corretto rapporto fra uomini e divinità, che solo può garantire l’equilibrio cosmico. Per la teologia e la cosmologia tradizionale era infatti certa la possibilità per l’uomo di comunicare con le potenze divine attraverso i riti, le preghiere e i sacrifici; ma i maghi portavano questa possibilità alle estreme conseguenze, cercando addirittura di piegare le potenze soprannaturali al proprio volere. Si deve ancora a Platone un primo tentativo di distinguere la magia dalla religione: la prima si sforza di persuadere gli dei mentre il corretto comportamento religioso consiste nel lasciarli liberi in quanto essi sanno scegliere ciò che è meglio per gli uomini.
Nonostante il generale atteggiamento di condanna diffuso in Grecia nei confronti delle pratiche magiche – o forse proprio grazie a questa condizione – questo tema rimase fortemente presente nella letteratura greca, fino all’età ellenistica. Apollonio Rodio propone, nelle sue Aργοναυτικά, un’ulteriore rivisitazione di Medea che già il mito, oltre al tragediografo di V secolo Euripide, presentava con l’appellativo di φαρμακίς, “esperta di φάρμακα”, intendendo col termine φάρμακα da un lato pozioni medicamentose, dall’altro, soprattutto, filtri magici quali quelli che la figlia del re Eeta procura all’amato Giasone per consentirgli di aggiogare i tori spiranti fuoco, la prova prevista per ottenere il mitico vello d’oro.
Ancora in età ellenistica, è necessario citare il poeta siracusano Teocrito, che nell’Idillio II, il mimo usualmente denominato “L’incantatrice”, affronta il tema della magia d’amore, ripreso poi da Virgilio prima con la Ecloga VIII e, in seguito, con il libro IV dell’Eneide, in cui Didone lancia una maledizione contro Enea. L’incantesimo che Teocrito descrive nella prima parte dell’idillio si fonda sulla cosiddetta “magia simpatica”, ovvero sul principio secondo cui, operando su qualcosa che raffigura una persona o le appartiene, si ottiene un effetto sulla persona stessa. Scopo della protagonista Simeta è quello di attirare nuovamente a sé l’amato, come esprime con insistenza quasi ossessiva il ritornello ἴυγξ, έλκε τύ τηρον ποτί δωμα τώ άνδρα: con queste parole la maga intreccia fili di lana per legare il cuore di Delfi e compie altri gesti rituali. Essi trovano un corrispettivo quasi perfetto nella sopraccitata Ecloga VIII vergiliana: anche in Virgilio la donna, assistita dall’ancella Amarillide, cerca con la magia di riconquistare e attirare ancora a sé un innamorato, e il suo incantesimo si rivela efficace, al contrario di quanto accade nel caso del poeta siracusano. La Ἴυγξ era in origine una Ninfa che, per aver fatto innamorare Zeus con i suoi incantesimi, era stata trasformata da Era in un uccello, il torcicollo o torquilla. Per il movimento del collo di questo animale nella stagione dell’amore, il suo nome è passato per metonimia alla ruota magica nel corso degli incantesimi, sulla base del principio della magia omeopatica: come il movimento del collo della ἴυγξ, anche il movimento della ruota doveva attirare l’amato.
Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.
Farina d’orzo anzitutto è consumata nel fuoco; su, spargila,
Testili. Sciagurata, dove te ne sei volata con la mente?
Dunque anche per te, maledetta, sono oggetto di spasso?
Spargila, e insieme di’: «Io spargo le ossa di Delfi».
Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.
Delfi mi ha dato tormento: io per Delfi brucio
L’alloro. E come l’alloro crepita forte, bruciando,
e subitamente divampa, e non se ne vede neanche la cenere,
così anche Delfi nella fiamma le sue carni distrugga.
Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.
Ora offro la crusca. [...]
Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.
Ecco, tace il mare, tacciono i venti,
ma non tace la mia pena dentro il mio cuore;
tutta ardo per lui, che di me misera
ha fatto una donna perduta, non più vergine, invece che sposa.
[...]
Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.
Tre volte io libo, e tre volte, o veneranda, pronuncio queste parole:
che sia una donna a giacere al suo fianco, o che sia anche un uomo,
egli tanto ne abbia di oblio, quanto dicono ne abbia avuto Teseo
un giorno a Dia per Arianna dai riccioli belli.
Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.
Virgilio, abbiamo già detto, si ispira all’“Incantatrice” di Teocrito, che modifica con l’introduzione di un lieto fine; tuttavia, al di là del riferimento a un illustre modello letterario ellenistico, egli mostra di conoscere bene questi rituali, molto diffusi nel mondo rurale e pastorale che ama descrivere. L’interesse per la magia è confermato anche dal passo del libro VI dell’“Eneide”, dove Didone, accecata dall’odio verso Enea che l’ha abbandonata, pone in atto un complesso rito magico per lanciare la sua maledizione sull’eroe troiano e sulla sua discendenza.
At regina, pyra penetrali in sede sub auras
erecta ingenti taedis atque ilice secta,
intenditque locum sertis et fronde coronat
funerea: super exuvias ensemque relictum
effigiemque toro locat, haut ignara futuri.
Stant arae circum, et crinis effusa sacerdos
ter centum tonat ore deos, Erebumque Chaosque
tergeminamque Hecaten, tria virginis ora Dianae.
Sparserat et latices simulatos fontis Averni
falcibus et messae ad lunam quaeruntur aenis
pubentes herbae nigri cum lacte veneni;
quaeritur et nascentis equi de fonte revolsus
et matri praereptus amor,
ipsa molam; manibusque piis altaria iuxta
unum exuta pedem vinclis, in veste recincta,
testatur moritura deos et conscia fati
sidera; tum, si quod non aequo foedere amantis
curae numen habet iustumque memorque, precatur.
Ma quando la pira con tronchi di leccio e di pino
fu eretta alta per l’aure nell’atrio più interno,
Didone l’adorna di serti e di fronde funeree; e sopra
vi mette le spoglie, la spada e un’effigie di Enea,
del suo fato sicura. Vicino sorgono are, e la maga
sciolta i capelli, invoca tonante tre volte
gli Dei dell’abisso e l’Erebo e il Caos ed Ecate
la triforme: i tre volti virginei di Diana.
E sparso aveva dintorno anche acqua, fingendola
quella d’Averno; e si apprestano turgide erbe
mietute con falci di bronzo al chiaror della luna
e succo di fosco veleno; ed anche si appresta
il filtro amoroso strappato alla fonte
di nascente puledro sottratto all’avida madre.
Sparso la stessa Didone aveva farina mista con sale;
e presso gli altari, lavata le mani, scalza d’un piede,
sciolta la veste dal cinto, chiama gli Dei testimoni,
votata alla morte, e le stelle consce del fato;
e se memore, se giusto c’è un dio che gli amanti
vendica non corrisposti e traditi, lo prega.
Proprio da Virgilio si può iniziare un percorso attraverso la magia in ambito romano. A Roma, essa viene condannata come “malefica” e “irrazionale” perché si trova in una condizione di insanabile conflitto con la ratio e lo ius ed è quindi ritenuta nociva alla comunità: nel momento in cui una serie di pratiche si rivelano in contrasto con i principi dell’ordine cosmico su cui lo stato romano afferma di fondarsi e di cui si presenta garante, entrano immediatamente e irrimediabilmente in contrasto con lo stesso. Una riflessione consapevole e critica sulla magia si sviluppa a Roma solo nella tarda età repubblicana ed è allora che, per la prima volta, sono anche attestati i termini magus e magia, derivati dal greco. Catullo e Cicerone, i primi a darne testimonianza, mettono anch’essi esplicitamente in rapporto il magus con la Persia. Cicerone, infatti, nel “De Divinatione”, definisce i Magi genus sapientium et doctorum in Persis e nel “De legibus” come specialisti della religione persiana, mentre Catullo parla della magia come Persarum impia religio .
Forme di magia a Roma preesistevano all’età degli autori appena citati: le pratiche magiche avevano origine remote, che risalivano alla società agricolo-pastorale del Lazio arcaico, come dimostra il fatto che nelle fasi più antiche la magia si impiegava soprattutto per assicurare messi abbondanti nei propri terreni, in alcuni casi a discapito dei vicini. Numerosi autori fanno riferimento ad una legge delle Dodici Tavole rivolta contro forme di magia nera: in queste testimonianze l’incantesimo malefico è designato con il termine carmen mentre incantare indica l’azione di utilizzare dei mala carmina per nuocere a qualcuno. La legge punisce gli incantesimi capaci di far passare le messi da un campo all’altro in quanto violano il diritto di proprietà («ne quis alienos fructus excantassit» ), così come punisce i carmina volti a diffamare qualcuno e non perché “magici” in sé e per sé.
Accanto alle formule magiche malefiche, cantate in modo ossessivo per far sparire magicamente il raccolto dal campo di un vicino e, in molti casi, per trasferirlo nel proprio, ve n’erano altre, destinate a portare dei benefici, chiamate, come ci tramanda Plinio il Vecchio : fra queste, la più nota è quella che veniva cantata durante le operazioni eseguite da un guaritore o un medico per ridurre una lussazione, ricordata da Catone:
Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet; harundinem prende tibi viridem p(edes) IIII aut quinque longam, mediam diffinde, et duo homines teneant ad coxendices; incipe cantare «motas uaeta daries dardares astataries dissunapiter», sque dum coeant. Ferrum insuper iactato. Ubi coierint et altera alteram tetigerint, id manu prehende et dextera sinistra praecinde; ad luxum aut fracturam alliga; sanum fiet. Et tamen cotidie cantato †...† vel hoc modo: «huat haut haut istasis tarsis ardannaboudannaustra» .
Se c’è una qualche lussazione, si risanerà con questa formula; prenditi una canna fresca lunga quattro o cinque piedi, dividila in due, e due uomini la tengano vicino alle articolazioni delle anche; comincia a recitare «motas uaeta daries dardares astataries dissunapiter», finchè combacino le due parti della canna. Sia posto sopra un ferro. Quando le parti della canna si saranno unite e l’una avrà toccato l’altra, prendila in mano e tagliane l’estremità destra e sinistra; legala alla lussazione o alla frattura, sarà sanata. E tuttavia si canti ogni giorno †...† o in questo modo: «huat haut haut istasis tarsis ardannaboudannaustra».
Un atteggiamento repressivo nei confronti dell’esercizio della magia rimase vivo per tutta l’età imperiale, anche se principi come Nerone si servivano dei riti magici per sbarazzarsi dei nemici e mantenere il potere. Maghi e stregoni, considerati di solito dei ciarlatani, ma talvolta anche dei potenziali sovvertitori dell’ordine sociale, furono più volte espulsi da Roma, e i libri magici furono talora bruciati in grandi roghi pubblici, come avvenne sotto i principati di Augusto e Tiberio, ma anche di Alessandro Severo e di Diocleziano.
Per cercare di comprendere più a fondo come si manifestassero i poteri del mago nei confronti della dimensione soprannaturale è opportuno esaminare alcune testimonianze letterarie. Orazio, nell’Epodo 5, presenta il punto di vista della religione tradizionale, con la sua etica e la sua legge, nei confronti della magia: «Venena miscent fas nefasque, non valent convertere humanam vicem» (“I filtri magici possono stravolgere il lecito e l’illecito, non l’umano destino”). Nel suddetto carme un fanciullo viene rapito dalle streghe per essere sacrificato e il suo fegato servirà a realizzare un filtro d’amore. Inizialmente il fanciullo cerca di ammansire le streghe ma alla fine, quando si rende conto di non poter ottenere la salvezza, scaglia contro di loro una maledizione che rappresenta, prima di quello che compiranno le oscure protagoniste dell’Epodo, già un primo e significativo un atto di magia nera.
“Venena maga non fas nefasque, non valent
convertere humanam vicem.
diris agam vos: dira detestatio
nulla expiatur victima.
quin, ubi perire iussus exspiravero,
nocturnus occurram Furor
petamque voltus umbra curvis unguibus,
quae vis deorum est Manium,
et inquietis adsidens praecordiis
pavore somnos auferam.
vos turba vicatim hinc et hinc saxis petens
contundet obscaenas anus;
post insepulta membra different lupi
et Esquilinae alites
neque hoc parentes, heu mihi superstites,
“I filtri non possono mutare il destino
degli uomini, giusto o ingiusto che sia.
Vi maledirò; e questa maledizione
nessun sacrificio potrà espiarla.
Quando, messo a morte, sarò spirato, innanzi
vi comparirò nella notte come un demone,
larva che con gli artigli vi ghermirà il volto,
perché questo possono i morti,
e pesando sui vostri cuori inquieti,
nel terrore vi ruberò il sonno.
Nei villaggi da ogni parte la folla
vi lapiderà, streghe maledette,
e avvoltoi e lupi sull'Esquilino
dilanieranno le vostre membra insepolte:
questo dovranno vedere i miei genitori,
che, ahimè, mi sopravvivranno.”
Le streghe coinvolte nel rito sono quattro; tra queste, una è «Folia dalla maschile libidine (che) coi suoi tessali incantesimi muove e trae giù dal cielo la luna e le stelle» mentre «la malvagia Canidia, rodendosi coi lividi denti l’artigliato pollice, cosa disse o tacque? O fedele testimone dei miei artifici, Notte e Diana, signora del silenzio quando si svolgono gli arcani misteri, ora, ora, venite, ora volgete il vostro irato nume contro la casa nemica!» . La maga conclude così il suo incantesimo: «il cielo si farà più basso del mare e la terra si ergerà al di sopra se tu non arderai per me d’amore come bitume in fosche fiamme!» . La figura della strega Canidia torna, nello stesso autore, con la Satira8 del libro I, in cui il dio Priapo racconta quanto è avvenuto durante la notte sull’Esquilino, in un parco frequentato dalle streghe: «Ho visto Canidia con la veste succinta aggirarsi ululante a piedi nudi, i capelli sciolti e scarmigliati, con la vecchia Sagana: entrambe di un tale pallore nel viso da fare spavento. Si danno a raspare con le unghie la terra, a sbranare con morsi una nera agnella, il sangue lo fanno colare giù in una fossa per strappare di lì ai Mani le ombre dei morti che avrebbero dato i responsi» .
Seneca, filosofo stoico alla corte di Nerone, fu anche autore di nove tragedie ad argomento mitologico, tutte incentrate sul contrasto ratio – furor e sugli effetti della perdita della bona mens in favore di una condizione di amentia. È comprensibile, quindi, come in questo autore si incontrino scene a tinte fosche, proprio in virtù dell’intento comunicativo appena descritto, e come la magia assurga a esempio della perdita della ratio o, comunque, diventi simbolo di irrazionalità, ciò che il sapiens stoico deve assolutamente evitare nel suo cammino verso la sapientia. Il primo esempio può essere tratto dalla tragedia “Hercules Oetaeus”, in cui la nutrice di Deianira sostiene di possedere poteri sull’universo intero:
Vernare iussi frigore in medio nemus
missumque fulmen stare; concussi fretum
cessante vento, turbidum explicui mare
et sicca tellus fontibus patuit novis.
Habuere motum saxa, discussi fores
umbrasque Ditis, et mea iussi prece
Manes locuntur, siluit infernus canis;
nox media solem vidit et noctem dies:
mare terra caelum et Tartarus seruit mihi
nihilque leges ad meos cantus tenet.
Io ho comandato al bosco di fiorire in pieno inverno,
al fulmine già scagliato di arrestarsi; ho suscitato marosi
senza alcuno spirare di venti, ho placato il mare in tempesta.
Nella terra inaridita sono sgorgate nuove sorgenti.
Ho fatto muovere i sassi, ho abbattuto porte.
Voi, ombre, siete apparse e con le mie preghiere ho costretto
i Mani a parlare. Ho azzittito il cane infernale;
la mezzanotte ha visto il sole e il giorno la notte:
il mare, la terra, il cielo e il Tartaro mi sono soggetti,
non c'è legge di natura che resista ai miei incantamenti.
Affine a questo tipo di maga è la Medea dell’omonima tragedia senecana: anche lei, come le maghe precedenti, invoca il Chaos e i Mani insieme alle Erinni, gli dei inferi e le anime “legate alle rive del Tartaro” e soprattutto Ecate, dalla “triplice fronte”:
Tibi more gentis vinculo solvens comam
secreta nudo nemora lustravi pede
et evocavi nubibus siccis aquas
egique ad imum maria, et Oceanus graves
interius undas aestibus victis dedit;
pariterque mundus lege confusa aetheris
et solem et astra vidit et vetitum mare
tetigistis, ursae. temporum flexi vices:
aestiva tellus horruit cantu meo,
coacta messem vidit hibernam Ceres.
Per te, sciogliendo i capelli dal laccio, secondo l'uso della mia gente,
a piedi nudi ho percorso boschi segreti,
ho evocato da nuvole secche la pioggia,
ho sospinto i mari verso il fondo. Dopo che ebbi domate le maree,
l'Oceano ritirò più all'interno le sue onde pesanti;
ugualmente il mondo, confusa la legge del cielo,
vide il sole e le stelle e voi, Orse, toccaste il mare
che vi era vietato. Ho stravolto le stagioni:
la terra estiva si coprì di fiori al mio canto,
Cerere, costretta da me, vide messi in inverno.
Medea è quindi presentata come una maga dai poteri illimitati, in grado di stravolgere le leggi della natura e di piegare alla sua volontà tutte le forze del cosmo. Comunque, per un approfondimento sulla maga proveniente dalla Colchide, si veda il capitolo a lei dedicato in questa trattazione; per un ulteriore, rilevante esempio, tratto dal “Bellum civile” di Lucano, in cui il poeta spagnolo presenta l’emblematica figura della maga Eritto, si veda il capitolo “Da Lucano ad Apuleio: la Tessaglia, terra di magia”.
Soltanto a partire dal II secolo d.C., nelle fonti letterarie è attestata una diversa considerazione delle pratiche magiche che, almeno in alcuni casi, possono essere ricondotte all’intervento divino e riconsiderate alla luce di concezioni filosofiche che permettono loro di assumere una connotazione più “positiva”. In questo modo si spiegano le affermazioni di Apuleio, contenute nei capitoli XXV, XXVI, XXVII della sua “Apologia”, che saranno esaminate nel corso della presentazione di questo autore e del suo rapporto con la magia. In generale, si può anticipare che egli volle legittimare una sorta di magia “filosofica” gradita agli dei, contrapposta ad una magia “empia”, finalizzata a scopi malvagi, che viene sempre duramente condannata.
Nelle opere di alcuni filosofi neoplatonici, infatti, è possibile rintracciare interessanti riflessioni su questo tema. Plotino, ad esempio, afferma di credere nella magia, anche se si chiede: «Ma come spiegare le forze magiche? Mediante la simpatia: fra le cose affini regna naturalmente un accordo e fra le dissimili un contrasto; eppure nella loro varietà le molteplici potenze contribuiscono all’unità dell’organismo universale. E infatti, anche senza alcuna pratica magica, molte cose nascono come per magico incanto: poiché nell’universo la vera magia sono l'amore e la contesa» . È questo il principio della “simpatia cosmica”, una teoria sostenuta con diverse varianti da filosofi pitagorici, platonici e stoici che parte dal presupposto che tutti gli elementi esistenti siano uniti da un legame e che quindi ciascuno sia in grado di influenzarne un altro: il microcosmo riflette e reagisce al macrocosmo, poiché entrambi hanno in comune affinità profonde ben precise. Questa idea, privata di una complessità di implicazioni speculative, nella magia è stata sfruttata per acquistare influenza e potere sulle forze naturali e soprannaturali. La “simpatia”, ad esempio, spiegherebbe l’influenza degli astri sulla vita dell’uomo, e conferirebbe grande autorità al mago che li può condizionare, come già affermava Virgilio: «Carmina vel caelo possunt deducere lunam» . A questo proposito, Plotino afferma: «Il sole, o un altro astro non avverte la preghiera e la preghiera viene esaudita perché una parte dell’universo è in simpatia con un’altra, come in una corda tesa, nella quale la vibrazione dal basso si trasmette in alto [...] si deve ammettere che sia con preghiere, sia senza preghiere, qualcosa discenda dalle stelle, poiché anch’esse sono parte dell’unità cosmica» . Plotino sostiene che la magia “nera” esiste ma che coloro che usano questo principio di corrispondenze cosmiche per scopi malvagi, prima o poi saranno puniti, mentre l’universo, nel suo insieme, non può patire: «Se nelle parti del tutto sorgono affezioni, ognuna di esse non va al di là delle singole parti, mentre il Tutto in se stesso è impassibile» . Il filosofo si chiede, inoltre, quale sia la posizione del saggio nei confronti delle forze magiche: «Ma come è influenzato il saggio da magie e da filtri? Egli è, nell’anima sua, insensibile alla magia e la sua parte razionale non ne patisce l’influsso e non altera il suo pensiero; ma nella parte irrazionale, che appartiene alla totalità del suo essere, egli patisce [...] Tutto ciò che ha rapporti con un altro essere è sottoposto al suo potere magico poiché questo essere con il quale ha rapporto, lo incanta e lo seduce; solamente ciò che si ripiega in se stesso sfugge alla magia» . Il saggio, allora, per sottrarsi agli influssi magici, che condizionano ogni azione pratica, deve rivolgersi a se stesso: «Soltanto la contemplazione ci resta, non esposta a magia; nessuno che si rivolga a se stesso subisce l'incantesimo» .
Probabilmente, queste teorie influenzarono anche i maghi la cui attività è attestata nei papiri magici greco-egiziani (per questo argomento, si veda il paragrafo “La magia agli albori della civiltà”).
IV. Da Lucano ad Apuleio: la Tessaglia, terra di magia
Una delle maggiori innovazioni del “Bellum civile sive Pharsalia” di Lucano consiste nella rinuncia al tradizionale apparato mitologico caratteristico dell’epica, e soprattutto dell’Eneide di Virgilio, il modello con cui il nipote di Seneca è generalmente messo a confronto e, più comunemente, a contrasto: è un fatto anche che al confronto con il poeta augusteo Lucano spinge volontariamente la “Pharsalia”, e a ragione si è potuto parlare del poema come di una sorta di “anti-Eneide” e del suo autore come di un “anti-Virgilio”.
Il posto tradizionalmente riservato al mito e alle divinità è in gran parte preso dall’elemento magico, che raggiunge il suo culmine nel libro VI con la scena di νεκυομαντεία (“negromanzia”), quella che più delle altre si presenta come un controcanto dell’Eneide. La scena lucanea riprende esplicitamente la catabasi del libro VI dell’Eneide (in entrambi i casi a metà dell’opera, o almeno così si pensa che fosse anche per Lucano, dal momento che la “Pharsalia” si interrompe bruscamente al libro X), proponendo anch’essa una profezia, ma in maniera diametralmente opposta. Nella discesa agli inferi di Virgilio si afferma la visione politica di una missione di Roma, erede della pietas di Enea e portatrice di pace e giustizia nel mondo; pertanto, Anchise predice al figlio un futuro di grandezza e splendore per la città che l’eroe troiano si accinge a fondare. In Lucano viene completamente a mancare la provvidenza divina tipica del mito antico, e ciò produce un effetto di angoscia, che culmina con il rito negromantico di Eritto, la più terribile delle maghe tessale. È una “maschera doppia” di maga e di Furia, e in questa spaventosa duplicità opera il suo atto di magia nera.
Avvicinandosi la battaglia, Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, «stimolato dal timore di prevenire il corso del destino, impaziente d’indugi, angosciato da tutti gli eventi futuri, non consultò i tripodi di Delo o gli antri della Pizia, non volle indagare che cosa predicesse il bronzo di Giove in Dodona, che nutrì di frutti i primi uomini, o chi dalle fibre conoscesse i fati, svelasse i segreti degli uccelli, osservasse le folgori del cielo, scrutasse con cura d’Assiro le stelle, o fosse dedito ai misteri ma pio. Egli conosceva detestabili pratiche di magia aborrite dagli dei celesti, e altari contristati da macabri sacrifici, fiducioso nelle ombre di Dite; lo sventurato nutriva la persuasione che poco sappiano gli dei» .
Già da queste parole si avverte la dura condanna di Lucano nei confronti dei riti magici, sentiti come opposti alle pie e giuste pratiche “religiose”, le sole gradite agli dei. Il luogo stesso in cui si trova l’esercito di Pompeo è favorevole per il ricorso a pratiche magiche: si trova, infatti, in Tessaglia, terra di «erbe malefiche e pietre sensibili ai maghi» dove «crescono innumeri cose capaci di fare violenza agli dei» . «Gli empi canti di quella esecrabile genia richiamano l’ascolto dei celesti, sordi a tanti popoli. Soltanto simili voci penetrano nelle lontananze dell’etere e recano ai numi riluttanti parole irresistibili da cui non riesce a distrarli la cura del cielo e del mondo ruotante» , così che «talvolta s’interruppe la successione degli eventi e protrattasi la notte, il giorno tardò a venire; l’etere derogò dalla norma, il veloce mondo si arrestò all’udire gli incanti. Giove si meravigliò che non girassero sui rapidi assi i poli a cui pure imprimeva la spinta» .
Lucano stila un lungo elenco degli effetti che possono provocare gli incantesimi delle maghe tessale sull’ordine naturale ed infine si chiede: «cos’è quest’ansia dei Celesti di seguire gli incantesimi e le erbe, e questo timore di trascurarle? Che patto tenne così legati gli dei? Obbedire ad esse è un obbligo o un piacere? Le Tessale ottengono ciò in premio di un’ignota pietà o per il potere di una misteriosa minaccia? Possiedono questo diritto su tutti gli dei o i loro scongiuri influenzano un dio determinato che può costringere il mondo a ciò cui egli stesso è costretto?» Una risposta a questi interrogativi è fornita dall’episodio che segue e che ha come protagonista Eritto, una di queste maghe, anzi la più potente e pericolosa di tutte, che abita tra i sepolcri e comunica con i morti. La maga «abitava in vuoti sepolcri e occupava i tumuli, scacciate le ombre, grata agli dei dell'Erebo» . Il suo aspetto è analogo a quello delle altre maghe della tradizione: «Un’orribile magrezza scavava le guance della sacrilega e la faccia ignara del cielo sereno era orribilmente oppressa dal pallore stigio e gravata dalla chioma scomposta» . Eritto seppellisce nelle tombe anime ancora vive, scava tra le tombe, fa a pezzi i cadaveri, ne strappa le viscere, ricorre all’assassinio quando le occorre sangue vivo per i suoi riti e «sperimenta formule sconosciute ai maghi e agli dei della magia, e compone nuovi incantesimi da usare» . Sesto Pompeo, per conoscere il suo destino, si rivolge a lei con queste parole: «O vanto delle Emonidi, che puoi rivelare i fati ai popoli, oppure deviare il destino dal suo corso, ti prego di farmi conoscere con certezza la fine che prepara la sorte della guerra» . La maga decide allora di riportare in vita il cadavere di un soldato morto da poco per interrogarlo: sul suo corpo pratica una serie di riti e prepara una pozione in cui «mescola quanto di sinistro produce la natura». Dapprima «emette mormorii dissonanti e molto diversi dal linguaggio umano», poi esprime le altre formule rivolgendosi alle Eumenidi, al Chaos, allo Stige, all’Elisio, a Persefone, ad Ecate, alle Parche, a Caronte: «se v’invoco con voce abbastanza empia e nefanda, se mai pronuncio incantesimi digiuna di carni umane, se spesso vi ho offerto grembi fecondi, se ho deterso con calde cervella membra tagliate, se erano destinati a vivere tutti i fanciulli di cui ho imbandito il capo e le viscere sui vostri piatti, esauditemi» .
A questo punto, il cadavere riprende vita e risponde alle richieste della maga. Questa misteriosa entità a cui ella fa riferimento costituisce l’antitesi delle divinità tradizionali, siano esse celesti o infere. Ad essa è tributato un culto che è l’esatto opposto di quello riservato agli dei: al posto della pietas subentra la più terribile empietà, al posto dei digiuni, pasti necrofagici, invece di purificazioni, ogni tipo di contaminazione possibile e, per finire, i più efferati sacrifici umani. Non esistono altre testimonianze relative ad un culto analogo a quello praticato da Eritto: sembra quindi che questa sia un’invenzione di Lucano, destinata a fornire una spiegazione plausibile all’esistenza dei poteri magici.
La descrizione della maga Eritto e della pratica di negromanzia arriva ad alti livelli di espressionismo macabro e di retorica, con una violenza verbale che produce raffigurazioni orripilanti e macabre con una singolare attenzione per i più minuti e raccapriccianti particolari del rito.
Discolor et vario furialis cultus amictu
induitur, voltusque aperitur crine remoto,
et coma vipereis substringitur horrida sertis.
ut pavidos iuvenis comites ipsumque trementem
conspicit exanimi defixum lumina voltu,
«Ponite» ait «trepida conceptos mente timores:
iam nova, iam vera reddetur vita figura,
ut quamvis pavidi possint audire loquentem.
si vero Stygiosque lacus ripamque sonantem
ignibus ostendam, si me praebente videri
Eumenides possint villosaque colla colubris
Cerberus excutiens et vincti terga gigantes,
quis timor, ignavi, metuentis cernere manes?».
Pectora tum primum ferventi sanguine supplet
volneribus laxata novis taboque medullas
abluit et virus large lunare ministrat.
Huc quidquid fetu genuit natura sinistro
miscetur: non spuma canum quibus unda timori est,
viscera non lyncis, non durae nodus hyaenae
defuit et cervi pastae serpente medullae,
non puppem retinens Euro tendente rudentis
in mediis echenais aquis oculique draconum
quaeque sonant feta tepefacta sub alite saxa,
non Arabum volucer serpens innataque rubris
aequoribus custos pretiosae vipera conchae
aut viventis adhuc Libyci membrana cerastae
aut cinis Eoa positi phoenicis in ara.
Quo postquam viles et habentis nomina pestis
contulit, infando saturatas carmine frondis
et, quibus os dirum nascentibus inspuit, herbas
addidit et quidquid mundo dedit ipsa veneni.
Tum vox Lethaeos cunctis pollentior herbis
excantare deos confundit murmura primum
dissona et humanae multum discordia linguae.
Latratus habet illa canum gemitusque luporum,
quod trepidus bubo, quod strix nocturna queruntur,
quod strident ululantque ferae, quod sibilat anguis;
exprimit et planctus inlisae cautibus undae
silvarumque sonum fractaeque tonitrua nubis:
tot rerum vox una fuit. Mox cetera cantu
explicat Haemonio penetratque in Tartara lingua.
«Eumenides Stygiumque nefas Poenaeque nocentum
et Chaos innumeros avidum confundere mundos
et rector terrae, quem longa in saecula torquet
mors dilata deum; Styx et quos nulla meretur
Thessalis Elysios; caelum matremque perosa
Persephone, nostraeque Hecates pars ultima, per quam
manibus et mihi sunt tacitae commercia linguae,
ianitor et sedis laxae, qui viscera saevo
spargis nostra cani, repetitaque fila sorores
tracturae, tuque o flagrantis portitor undae,
iam lassate senex ad me redeuntibus umbris,
exaudite preces. si vos satis ore nefando
pollutoque voco, si numquam haec carmina fibris
humanis ieiuna cano, si pectora plena
saepe deo lavi calido prosecta cerebro,
si quisquis vestris caput extaque lancibus infans
inposuit victurus erat, parete precanti.
non in Tartareo latitantem poscimus antro
adsuetamque diu tenebris, modo luce fugata
descendentem animam; primo pallentis hiatu
haeret adhuc Orci, licet has exaudiat herbas,
ad manes ventura semel. ducis omnia nato
Pompeiana canat nostri modo militis umbra,
si bene de vobis civilia bella merentur».
Si veste d'un abito multicolore e bizzarro al modo d'una Furia,
il volto si mostra fra le bande della chioma spartita,
l'irta chioma è cinta di serti di vipere.
Come vide atterriti i compagni del giovane
e lui stesso tremante, esanime il volto, gli occhi in terra:
«Deponete» disse «i timori concepiti dal trepido animo.
Ora gli vedrete restituita la vita in vera figura,
affinché, sebbene spaventati, possiate udirlo parlare.
E se io vi mostrassi le paludi stigie e le rive
ruggenti di fiamme, se le Eumenidi potessero apparire
alla nostra presenza, e Cerbero che scuote il collo
villoso di serpi, e i Giganti legati sul dorso?
Quale timore, o vili, di guardare pavide ombre?».
Allora apre nuove ferite che empiono il petto
di sangue bollente, deterge le viscere dalla putredine,
poi le asperge di abbondante umore lunare.
Qui ella mescola quanto di sinistro produce
la natura. Non mancano bava di cani idrofobi,
viscere di lince, vertebre di iena feroce,
midolla di cervo che si sia nutrito di serpi,
la remora capace di trattenere una nave in alto mare
anche se l'Euro tenda le gomene, occhi di drago,
le pietre che crepitano intiepidite dalla cova di un'aquila,
il serpente volante degli Arabi, la vipera nata
sulle acque del Mar Rosso a custodia delle conchiglie preziose,
la pelle d'un serpente libico ancora vivo,
le ceneri della fenice posata sull'ara d'Oriente.
Dopo di avere mischiato sozzure comuni
ed altre famose, aggiunse fronde stregate
da un empio scongiuro, ed erbe intrise sul nascere
da sputi dell'orrida bocca, e tutti i veleni
che ella preparò per il mondo. Più forte di tutte le erbe
a evocare gli dèi dello Stige, dapprima emise mormorii
dissonanti e molto diversi dal linguaggio umano.
Contengono i latrati dei cani, gli urli dei lupi,
il lamento del trepido gufo e del vampiro notturno,
le strida e gli ululati delle belve, il sibilo dei serpenti;
esprimono anche lo scroscio dell'onda che si frange sugli scogli,
il mormorio della foresta e il tuono della nube squarciata.
Un'unica voce, di tante. Poi con emonio scongiuro,
esprime le altre formule; la voce discende nel Tartaro:
«O Eumenidi, vergogna dello Stige, castigo dei colpevoli,
o Caos bramoso di confondere innumerevoli mondi,
o Stige, signore della terra, che ti crucci per la morte differita
degli dèi, o Elisio che nessuna Tessala merita;
o Persefone che odi il cielo e la madre, o ultima
fase della nostra Ecate che dai a me e alle ombre
la facoltà di comunicare in silenzio, o custode del vasto
Inferno che getti le nostre viscere al crudele cane,
e voi, sorelle che filate gli stami della vita
per poi troncarli, o traghettatore dell'onda bollente,
vecchio ormai stancato dalle ombre che ritornano a me,
esaudite lo scongiuro: se v'invoco con voce abbastanza empia
e nefanda, se mai pronuncio incantesimi digiuna
di carni umane, se spesso vi ho offerto grembi fecondi,
se ho deterso con calde cervella membra tagliate,
se erano destinati a vivere tutti i fanciulli
di cui ho imbandito il capo e le viscere sui vostri piatti,
esauditemi. Non vi chiedo un'anima già sprofondata nel Tartaro,
e da tempo avvezza alle tenebre, ma una che ha appena lasciato
la luce e sta discendendo; è ancora ferma sulla soglia
del pallido Orco, e anche se obbedisca all'incantesimo
scenderà fra le ombre una volta sola. L'anima d'un soldato,
nostra da poco, predica i destini pompeiani al figlio
del condottiero, se le guerre civili meritano qualcosa da voi».
Il rito negromantico lucaneo, come già precedentemente osservato, si svolge in Tessaglia, per definizione la terra della magia, anche per questo definita, dallo stesso poeta di Cordova, damnata fatis tellure (“terra maledetta dai fati”). In Tessaglia è ambientata anche la prima parte dei “Metamorphoseon libri” di Apuleio, lo scrittore africano accusato di operare nel campo della magia, motivo per cui scrisse la lunga orazione autodifensiva che costituisce il testo della sua “Apologia”, altrimenti pervenutaci con il nome di “De magia”. Nel 155, infatti, egli si sposò con la madre dell’amico Ponziano, Pudentilla, una ricchissima vedova; poco dopo, tuttavia, i parenti della donna, che si vedevano sfuggire di mano un cospicuo patrimonio, accusarono Apuleio di aver plagiato e sedotto Pudentilla con filtri malefici e formule magiche. Il processo per il reato di magia fu tenuto a Sàbrata, e lo scrittore fu prosciolto dalle accuse, difendendosi in prima persona con gli argomenti riuniti successivamente proprio nella sua opera “Apologia” (tra l’altro, l’unica orazione giudiziaria dell’età imperiale a noi pervenuta).
Apuleio era considerato dai contemporanei un mago, e questa nomea non lo abbandonò neppure dopo la morte; in realtà, egli mantenne sempre un atteggiamento ambiguo, tale da non allontanare completamente i sospetti in proposito, e in più occasioni non solo mostrò una conoscenza approfondita delle pratiche e dei rituali magici, ma cercò anche di nobilitare la magia accostandola alla filosofia e alla religione, alla luce del pensiero platonico e neoplatonico. Nell’“Apologia” egli sostenne che il mago è l’equivalente del sacerdote e che la magia non è l’arte di piegare le divinità ai propri voleri, bensì un’antichissima forma di religione orientale; nello stesso tempo, affermò che fin dall’antichità sono stati chiamati maghi quanti, per interesse scientifico, indagavano i misteri della natura. Un’attenta lettura di questa opera aumenta i dubbi più che fugarli: se non è sicuro che apuleio esercitasse la magia, è certo che se ne interessava a fondo e aveva una competenza straordinaria in questo campo, impressione rafforzata dalla lettura dei passi in cui, come nel capitolo 43, si allude all’esistenza di schiere di esseri intermedi fra gli uomini e la divinità, che presiedono a tutte le forme di divinazione e ai prodigi dei maghi.
Particolare rilievo, poi, assumono, come già accennato, le “Metamorfosi”, in undici libri, l’unico romanzo della letteratura latina che ci è pervenuto completo. Presumibilmente fu scritto a Cartagine durante la maturità e tramandato poi nel Medioevo e nel Rinascimento con il titolo di “Asino d’oro”; è una questione ancora oggi dibattuta se Apuleio abbia avuto come sua fonte l’“Asino d’oro” dello pseudo-Luciano, o se entrambe le opere derivino da un perduto romanzo di Lucio di Patre. Il romanzo di Apuleio risulta una sorta di autobiografia, in cui il protagonista Lucio – sotto le cui spoglie si può leggere la presenza dello stesso autore – narra in prima persona le sue vicissitudini.
Giunto in Tessaglia, terra della magia, chiede ospitalità ad una signora esperta di arti magiche, che ha in casa un vasto repertorio di unguenti e filtri, mediante i quali prepara pozioni capaci di trasformare chiunque e qualsiasi cosa. Inosservato, Lucio, in un’occasione, può assistere alla trasformazione della signora in uccello. Incuriosito e preso dalla portentosa arte della sua ospite, vuole compiere la stessa esperienza e trasformarsi in volatile: Fetide, la serva della signora, gli dà tutte le istruzioni e gli consegna il vasetto dell’unguento adatto allo scopo. Ma per errore Lucio diviene un asino, ma conserva i sentimenti e la sensibilità di un uomo: solo mangiando delle rose ritornerà nelle sue fattezze originarie. Dopo innumerevoli peripezie, proprie già del romanzo greco, quando già comincia a dubitare di ritornare ancora uomo, l’aiuto provvidenziale della dea Iside gli consente la desiderata metamorfosi.
Già all’inizio del primo libro, troviamo Lucio, il narratore-protagonista, in viaggio verso la Tessaglia, la terra dei maghi e dell’occulto: egli, aggregandosi a una comitiva di viaggiatori, mostra il proprio interesse per la loro discussione sui prodigi operati dalla magia. In questo modo, è possibile notare immediatamente uno degli argomenti portanti del romanzo, che si trova direttamente alla base della vicenda principale, ovvero della metamorfosi di Lucio in asino.
[2,1] Thessaliam - nam et illic originis maternae nostrae fundamenta a Plutarcho illo inclito ac mox Sexto philosopho nepote eius prodita gloriam nobis faciunt - eam Thessaliam ex negotio petebam. [2] Postquam ardua montium et lubrica vallium et roscida cespitum et glebosa camporum <emensus> emersi, in equo indigena peralbo vehens iam eo quoque admodum fesso, [3] ut ipse etiam fatigationem sedentariam incessus vegetatione discuterem in pedes desilio, equi sudorem <fronde detergeo> , frontem curiose exfrico, auris remulceo, frenos detraho, in gradum lenem sensim proveho, quoad lassitudinis incommodum alvi solitum ac naturale praesidium eliquaret. [4] Ac dum is ientaculum ambulatorium prata quae praeterit ore in latus detorto pronus adfectat, duobus comitum qui forte paululum processerant tertium me facio. [5] Ac dum ausculto quid sermonis agitarent, alter exerto cachinno: «Parce» inquit «in verba ista haec tam absurda tamque immania mentiendo». [6] Isto accepto sititor alioquin novitatis: «Immo vero» inquam «impertite sermone non quidem curiosum sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima; simul iugi quod insurgimus aspritudinem fabularum lepida iucunditas levigabit». [3,1] At i11e qui coeperat: «Ne» inquit «istud mendacium tam verum est quam siqui velit dicere magico susurramine amnes agiles reverti, mare pigrum conligari, ventos inanimes exspirare, solem inhiberi, lunam despumari, stellas evelli, diem tolli, noctem teneri». [2] Tunc ego in verba fidentior: «Heus tu» inquam «qui sermonem ieceras priorem, ne pigeat te vel taedeat reliqua pertexere», et ad alium: «Tu vero crassis auribus et obstinato corde respuis quae forsitan vere perhibeantur. [3] Minus hercule calles pravissimis opinionibus ea putari mendacia quae vel auditu nova vel visu rudia vel certe supra captum cogitationis ardua videantur; quae si paulo accuratius exploraris, non modo compertu evidentia verum etiam factu facilia senties» .
Ero diretto per affari in Tessaglia. La mia famiglia infatti è originaria di quel paese per parte di madre e vanta tra i suoi ascendenti nientemeno che il celebre Plutarco e poi suo nipote, il filosofo Sestio.
Me ne andavo dunque in Tessaglia in sella a un cavallo del luogo dal candido mantello, e avevo già varcato ripidi fianchi di monti, declivi sdrucciolevoli di valli, distese rugiadose di prati e terreni di fertili zolle, quando, visto che la mia cavalcatura era sfinita, saltai giù a terra. Volevo anche sgranchirmi un po' le gambe, poiché lo star sempre seduto mi aveva davvero stancato.
Con molta cura asciugo al cavallo la fronte bagnata di sudore, gli accarezzo le orecchie, gli tolgo il morso, lo lascio avanzare pian piano a passo assai calmo, in attesa che liberasse, come d'abitudine, il ventre per la via naturale e smaltisse così il peso della stanchezza.
Mentre il cavallo, volgendo di fianco il muso, si curvava a brucare l'erba dei prati traverso cui passava, e, andando al passo, faceva un rapido spuntino, io mi aggregai come terzo a due compagni di viaggio che si trovavano un poco innanzi a me. Ascoltando la loro conversazione, sentii uno dire all'altro con una sghignazzata:
«Piantala di raccontare in tal modo panzane così assurde ed enormi».
Appena udii questa frase, io, che son sempre assetato di novità, esclamai:
«Anzi, permettetemi di partecipare alla conversazione. Io non sono un ficcanaso, ma mi piace saper tutto o almeno quanto più posso. Il monte che stiamo salendo è aspro. Raccontando piacevolmente delle storie, ci svagheremo, ed esso ci sembrerà più facile»
Ma colui che aveva parlato pel primo, riprese:
«Son tutte balle, queste! Bella verità! Come se qualcuno volesse sostenere che basta sussurrare una formula magica perché i fiumi tornino agili indietro, il mare, messo in ceppi, divenga inerte, i venti, pur non avendo fiato, soffino, il sole si arresti, la luna sia schiumata come un brodo, le stelle si stacchino dal cielo, il giorno scompaia, la notte prolunghi la sua durata».
Io allora interloquii con maggior sicurezza:
«Be'! Tu che parlasti pel primo, non avertene a male, vinci la tua noia e continua il tuo racconto sino alla fine».
E voltomi all'altro:
«In quanto a te, ti turi le orecchie e rifiuti ostinatamente d'intender cose che forse si potrebbero riscontrar vere. Perbacco! Tu non sai una cosa: che i pregiudizi senz'ombra di verità rendono del tutto incredulo l'uomo innanzi a quei fatti che egli creda di non aver mai sentito o visto, o che comunque per la loro difficoltà gli sembrino al di sopra della sua comprensione. Ma esamina questi fatti con un po' più d'attenzione. Ti accorgerai allora che non solo riescono evidenti alla mente, ma anche son facili a realizzarsi».
Apuleio è sicuramente l’autore latino che concede maggior spazio alla tematica magica, accogliendo sia i motivi legati alla letteratura sia quelli che riflettono le tradizioni e le superstizioni popolari: esperto egli stesso di magia, pur prendendone le distanze (la curiositas che spinge Lucio verso le pratiche magiche è punita e condannata esplicitamente), lo scrittore prova per essa un vivissimo interesse, testimoniato, ad esempio, dal passo in cui narra la trasformazione di Lucio:
Haec identidem adseverans summa cum trepidatione inrepit cubiculum et pyxidem depromit arcula. Quam ego amplexus ac deosculatus prius utque mihi prosperis faveret volatibus deprecatus abiectis propere laciniis totis avide manus immersi et haurito plusculo uncto corporis mei membra perfricui. Iamque alternis conatibus libratis brachiis in avem similis gestiebam; nec ullae plumulae nec usquam pinnulae, sed plane pili mei crassantur in setas et cutis tenella duratur in corium et in extimis palmulis perdito numero toti digiti coguntur in singulas ungulas et de spinae meae termino grandis cauda procedit. Iam facies enormis et os prolixum et nares hiantes et labiae pendulae; sic et aures inmodicis horripilant auctibus.
[...]
Ac dum salutis inopia cuncta corporis mei considerans non avem me sed asinum video, querens de facto Photidis sed iam humano gestu simul et voce privatus, quod solum poteram, postrema deiecta labia umidis tamen oculis oblicum respiciens ad illam tacitus expostulabam.
Dopo avermi così rassicurato (Fotide), con grande trepidazione entrò nella stanza, e tirò fuori un barattolo dal cofanetto. Io lo presi in mano, lo baciai, e poi lo pregai che mi desse la grazia di voli felici; mi spogliai in fretta di tutti i vestiti, immersi le mani avidamente nel barattolo, ne tolsi un bel po’ di unguento e mi spalmai ben bene tutto il corpo. E già tentavo di librare prima un braccio poi l’altro, come un uccello, ma non mi spuntava nessun tipo di piume, e nemmeno penne. I miei peli, invece, diventavano grossi come setole, e la pelle mi diventava dura come il cuoio, e in cima alle mani le dita non erano più separate ma si univano in un unico zoccolo, e dall’estremità della spina dorsale mi viene fuori una gran coda. La mia faccia è enorme, la bocca tutta larga, le narici dilatate, le labbra mi pendono giù e mi crescono smisurate orripilanti orecchie pelose.
[…] Così, senza possibilità di salvezza, viste tutte le parti del mio corpo, riconobbi che non ero diventato uccello, ma asino. Cercai di sgridare Fotide, ma non avevo più né un gesto umano né la voce: così come potevo, tirando avanti le labbra e guardandola di sbieco con gli occhi umidi, chiesi in silenzio il suo aiuto.
V. La stirpe del Sole. La figura mitica di Medea
Il Sole (Ήλιος) è considerato, all’interno del pantheon olimpico, come una divinità isolata, principalmente per la sua natura: Ηλιος, infatti, sorge e tramonta in punti del globo lontanissimi e che conseguentemente vengono ritenuti “estranei”, stranieri, specialmente se posti in relazione con la civiltà ellenica. Tali luoghi, infatti, indicano il limite geografico e antropologico della superficie terrestre, ed è rilevante ricordare che significativamente Ήλιος scelse come luogo centrale per il suo culto Rodi, un’isola appena emersa dalle acque.
Le donne appartenenti alla cosiddetta “Stirpe del Sole” sono, secondo la tradizione mitica greca, estremamente particolari, differenti dalla maggior parte delle dee e delle altre figure femminili, alle quali è generalmente associata la Luna, più affine alla natura femminile per la regolarità del ciclo mensile e per la sua attitudine più ritirata.
La prima delle donne solari è la sposa dello stesso Ήλιος, che può, però, al medesimo tempo essere anche colei che l’ha partorito, a seconda delle differenti tradizioni mitologiche; la natura di questa dea, chiamata Theia (o Perse o Neaira), sarebbe quella di conferire valore all’oro.
Un’altra celebre donna solare, a cui la figura di Medea è accomunata anche dai poteri magici, è la maga Circe. Essa viveva sull’isola di Aiaie, che era «oltre Occidente e Oriente» ed era caratterizzata da un’atmosfera arcana: il palazzo era circondato dal mare e dalla palude nella quale si muovevano bestie selvagge. La sua posizione marginale lega anche quest’isola, così come la Colchide di Medea, al culto del Sole.
Ευρον δ’ εν βήσσησι τετθγμένα δώματα Κίρης
ξεσοισιν λάεσσι, περισκέπτω εωί χώρω.
Αμφί δέ μιν λύκοι ησαν ορέστερα ηδέ λεόντες,
τούς αθτή κατέθελξεν, επεί κακά φάρμακ’ έδωκεν.
Entro una valle, il palagio trovarono bello di Circe,
tutto di lucidi marmi, in mezzo a un'aprica pianura.
Tutto d'intorno, lupi movevano e alpestri leoni,
ch'essa tenea domati, perché li molceva con filtri
Circe può essere in qualche modo ricondotta, a causa della sua capacità di trasformare i suoi amanti in porci, alla Potnia Theròn, l’arcaica signora delle fiere delle civiltà preistoriche, anche se alla base di questa sua facoltà si può rintracciare essenzialmente lo squilibrio amoroso: amore e potenza si equilibrano e si esaltano in una relazione amorosa parimenti sentita, ma una relazione infelice, che genera squilibrio, porta al tentativo di somministrare l’amore tramite la magia.
Εισεν δ’ εισαγανουσα κατά κλισμούς τε θρόνους τε,
εν δέ σφιν τθρόν τε καί άλφισα καί μέλι χλωρόν
οίνω Πραμνέω εκύκα, ανέμισγε δέ σίπω
φάρμακα λύγρ’, ίνα πάγχυ λαθοίατο πατρίδος αίης.
Αυτάρ επεί δωκέν τε καί έκπιον, αυτίκ’ έπειτα
ράβδω πεπληγυια κατά συφεοισιν εέργνυ.
Οι δέ συων μέν έχον κεφαλάς φωνήν τε τρίχας τε
καί δέμας, αυτάρ νους ην ¨εμπεδος ως τό πάρος περ.
Circe, condottili dentro, su seggi e su troni li assise,
cacio per essi intrise con miele dorato e farina,
con vin di fiamma; e filtri maligni mescé nell'intriso,
ché della terra nativa ricordo nei cuori non restasse.
Ora, poi che Circe ebbe offerto, quegli altri ingoiato l'intriso,
li colpì con una verga, li rinchiuse dentro il porcile;
e già di porci avevano le setole, muso, grugnito,
tutto l'aspetto: soltanto la mente era quella di prima.
Circe esprime una forma di legame tra circolo solare e cerchio, lo spazio entro il quale, idealmente, avviene l’incantesimo, anche per mezzo del suo nome, che è appunto il femminile di κύρκος, “cerchio”. Circe è, però, anche molto vicina alla sfera umana: lo attesta l’attività della tessitura, da lei praticata, comune a molte donne. Per questa sua caratteristica e per la sua natura solare può essere avvicinata anche alle Moire, tessitrici di un filo di origine celeste - che aveva poi però assunto, secondo la mitologia, una consistenza di misura e di morte - o ad Afrodite, anch’essa tessitrice e quindi generatrice della vita umana.
Έσταν δ’ εν προθύροισι θεας καλλιπλοκάμοιο
Κίρκης δ’ ενδον άκουσιν αειδούσης οπί καλη
ιστόν εποιχομένης μέγαν άμβροτον, οια θεάων
λεπτά τε καί χαριέντα καί αγλαά εργα πέλονται.
Stettero innanzi alla soglia di Circe dal fulgido crine.
E udir la bella voce di Circe che dentro cantava
ed una tela grande tesseva, immortale, siccome
l'opere son delle Dive, son fini eleganti fulgenti.
Anche Medea appartiene alle stirpe del Sole: essa è figlia di Eeta, re della Colchide, che è a sua volta figlio di Ήλιος. È Medea stessa, in Euripide, a ricordare la sua discendenza:
[…] ου γέλωτα δει σ’ οφλειν
τοις Σισυφείοις τοις τ’ Ιάσονος γάμοις,
γεγωσαν εσθλου πατρός ‘Ηλίου τ’ άπο.
[…] e tu non devi far ridere gli sposi,
Giasone e la discendente di Sisifo,
tu discendente di un nobile padre e della stirpe del Sole.
La figlia di Creonte, Glauce, discendeva, attraverso Liceto, Bellerofonte e Glauco, da Sisifo; considerando il supplizio a cui questi fu condannato nell’Averno da Zeus, l’appellativo di “discendente di Sisifo” va inteso riferito non solo alla principessa, ma a tutti i Corinzi, che divengono così un popolo proveniente da un progenitore scaltro, spregiudicato, empio. Alla poco lusinghiera discendenza di Glauce, Medea contrappone la propria, avente come progenitore Ήλιος, padre di Eeta, e nonno di Medea, divinità della luce che percorre gli spazi celesti con il suo carro di fuoco, simbolo della bellezza, della forza, della vita, della luce, e in un certo contrasto con le arti astute e malefiche di cui viene più volte accusata la protagonista.
Mentre la figura paterna di Medea è ben definita, la madre è identificata con diverse figure mitiche: la mitologia parla addirittura di Circe, che aveva come figlia “Cassifone” (“fratricida”) - uno degli appellativi di Medea - oppure di Neaira, che generalmente è considerata la madre di tutte le figlie del Sole senza ulteriori specificazioni, o, ancora, di Asterodeia, “colei che vaga come stella”, che potrebbe essere un riferimento al mito di Medea stessa, che vaga per tutto il Mediterraneo seguendo Giasone fino a Iolco. Tuttavia, la tradizione dominante fa coincidere la madre di Medea con Idyia, l’“esperta”, legandola alla sfera magica del φάρμακον. Spesso Idyia è associata al mondo lunare ed è riconducibile a Ecate, madre della “scienza segreta” dei filtri, lontana dalla scienza apollinea e dal panorama mitico attico.

In Medea sembrano quindi coesistere due eredità mitiche: quella solare e quella lunare. Tale identificazione permane anche nella produzione letteraria: ad esempio, in Euripide, Medea invoca Temi, protettrice dei giuramenti, e il suo desiderio di morte è indicato come una “luce” che le attraversa la testa. Si può leggere l’invocazione:
‘Ω μεγάλα Θέμι καί πότνι Άρτεμι
λεύσσεθ’ ά πάσχω, μεγάλοις όρκοις
ενδησαμένα τόν κατάρατον
O grande Temi e Artemide veneranda,
guardate quel che soffro
dal mio sposo, quel maledetto,
pur avendolo legato con grandi giuramenti.
Temi è la grande dea della giustizia, invocata come vendicatrice e tutrice dei giuramenti anche al verso 208 (όρκίαν Θέμις); essa è una ministra di Zeus e, essenzialmente, rappresenta un attributo dello stesso dio. La presenza di Artemide – certamente inconsueta in un tale contesto – può invece essere giustificata ricordando che essa veniva talvolta identificata con la Luna, sorella del Sole (più volte invocato da Medea); inoltre, Artemide è imparentata con Ecate, la quale presiede alla magia e, come si vedrà in seguito, è considerata l’inventrice della stregoneria, da cui i suoi rapporti con Eeta e Medea.
Successivamente, in Apollonio Rodio, l’inquietudine di Medea viene paragonata al raggio del sole riflesso nell’acqua che si rispecchia sulle pareti in un movimento circolare. Inoltre, sempre nelle “Argonautiche”, la Luna stessa si paragona a Medea che, fuggita dal palazzo, si reca per le strade notturne alla ricerca di Giasone. Un altro elemento di derivazione solare, invece, è lo sguardo che, ancora in Apollonio Rodio, Circe riconosce perché «aureo»: in Euripide proprio attraverso lo sguardo traspaiono le vere intenzioni di Medea. Dalle connotazioni del suo sguardo si può anche desumere la forza della personalità di Medea, dominata dai contrasti, derivata dal suo sapere barbaro ed esoterico e capace di eludere la razionalità.
Come già accennato, Medea è, insieme a Circe, la prima incantatrice della mitologia greca, e anche per lei l’esigenza del maleficio è generata da un’insoddisfazione amorosa, in particolare nei confronti di Giasone, il marito che l’ha tradita per prendere in sposa la figlia di Creonte, Glauce. La discendenza dalla stirpe solare enfatizza la sua natura di incantatrice: è proprio dal Sole che viene attinta la forza per portare a compimento gli incantesimi, ed è sul carro del Sole che Medea fugge dopo aver compiuto il suo terribile delitto, ovvero dopo aver ucciso i figli.
Nella letteratura greca di età classica ed ellenistica Medea non è mai descritta come una “strega”, ma come una conoscitrice di farmaci, una donna estremamente sapiente e dotata di una forma di eccellenza intellettuale tanto evidente da risultare pericolosa per la πόλις. In realtà, il maggior contributo all’idealizzazione della sua figura come quella di strega è dovuto a Ovidio e, soprattutto, a Seneca, che con la sua tragedia “Medea” mette in luce gli aspetti più irrazionali, cupi e inquietanti della complessa personalità di questo personaggio in una caratterizzazione e uno svolgimento accomunati da un ricorso continuo all’utilizzo di tinte fosche – una delle peculiarità delle tragedie senecane. Si assumerà, pertanto, come fonte principale dell’indagine su Medea, l’omonima tragedia euripidea, che fu rappresentata ad Atene, nel corso della celebrazione delle Grandi Dionisie, nel 431 a.C.
A conferma di quanto affermato precedentemente, è fondamentale il giudizio che Creonte esterna a proposito della donna, mirabilmente condensato da Euripide in un solo verso:
σοφή πέφυκας καί κακων πολλων ίδρις
ovvero «tu sei sapiente per natura, ed esperta di molti malefici». Medea, dunque, è σοφή, “sapiente”, “astuta”, “abile”, soprattutto grazie alla magia, di cui è conoscitrice grazie alla sua parentela, già osservata, con Circe: da questo rapporto si può forse dedurre una forma di ereditarietà delle abilità magiche, o almeno si può ipotizzare che, in tempi antichi, esse si trasmettessero all’interno della stessa famiglia. In questa frase è racchiusa l’agitazione interna di Creonte: questi, cosciente di avere di fronte a sé una donna saggia, adirata per questioni di letto e, per di più, esperta di malefici, teme di non poterla cacciare da Corinto senza impedirle di compiere qualche gesto terribile, timore che si rivelerà, alla fine, tragicamente fondato. La figura di Medea come donna offesa nell’amore e, per questo, disperata era già stata anticipata ai versi 263-266, ma viene qui potenziata nella sua terribilità malefica, nel quadro di una attività intesa a venefici e stregonerie.
Del resto, si è già accennato al legame tra la protagonista della tragedia euripidea ed Ecate. Questa fu considerata l’inventrice della stregoneria, e come tale fu introdotta nella famiglia dei maghi per eccellenza, insieme a Eeta, Circe e Medea. Secondo una tradizione, Ecate avrebbe sposato Eeta, e sarebbe stata la madre di Circe, a sua volta zia di Medea; altrove, Circe è considerata sua madre o sua zia. Ecate, in realtà, era uno dei nomi di Persefone, la regina dell’Oltretomba, sposa di Ade; tuttavia, la credenza popolare tende a fare di lei la regina delle streghe, invocata nei riti magici : nell’Idillio II di Teocrito il suo nome viene citato insieme a quelli di Circe e della stessa Medea. Come maga, Ecate presiede ai trivi, i luoghi per eccellenza della magia, dove essa si aggira di notte con il suo seguito di spiriti, saliti dall’Averno dove è regina proprio con il nome di Ecate, mentre è detta Artemide sulla terra e Luna in cielo (si riteneva, in tempi antichi, che il chiarore della Luna fosse particolarmente adatto alle arti magiche). Si conferma, così, la sopraccitata doppia discendenza di Medea, l’una solare per via del nonno, l’altra lunare grazie ad Ecate. Quest’ultima, tuttavia, è invocata da Medea (analogamente a quanto avviene in Seneca ) non come specifica tutelare della magia, ma come protettrice in generale, dal momento che non ha ancora deciso il modo in cui compierà il suo delitto:
Ου γάρ μά τήν δέσποιναν ήν εγώ σέβω
μάλιστα πάντων καί ξυνεργόν ειλόμην,
‘Εκάτην, μυχοις ναίουσαν εστίας εμης,
χαίρων τις αυτων τουμόν αλγυνει κέαρ.
No, per la Signora che venero
sopra a tutte e che ho scelta come collaboratrice,
Ecate, che abita nei recessi del mio focolare,
nessuno di costoro godrà a straziare il mio cuore.
In seguito, comunque, è la stessa Medea ad affermare di essere in possesso di arti magiche, e di volerle usare contro Creonte e sua figlia:
αλλ’ εια. φείδοθ μηδέν ων επίστασαι,
Μήδεια, βουλεύσασα καί τεχνωμένη
Su dunque, non risparmiare nessuna delle arti che conosci,
Medea: decidi e agisci
e, pochi versi dopo,
[…] πρός δέ καί πεφύκαμεν
γυναικες, ες μέ έσθλ’ αμηχανώταται,
κακων δέ πάντων τέκνοτες σοφώταται.
[..] Inoltre noi donne siamo per natura
incapaci di buone azioni,
ma sapientissime artefici di ogni male.
I “prodotti” dell’arte magica appena citata sono genericamente chiamati, nel corso dell’opera, φάρμακα: è necessario definire compiutamente il concetto racchiuso in tale parola, caratterizzata da un gruppo molto vasto di accezioni, anche antitetiche fra loro. Tra i significati riportati dal Rocci si possono notare: “farmaco, giovevole o malefico, secondo il contesto”, “farmachi buoni o nocivi”, “medicina”, “bevanda magica”, “filtro”. Risulta evidente, dunque, come la σοφία di Medea non debba essere intesa solo in senso negativo e malefico: se Creonte stigmatizza la figura della protagonista definendola κακων πολλων ίδρις, in realtà essa è sapiente nel senso più vasto del termine, è capace di compiere malefici così come di produrre filtri medicinali, secondo l’accezione del termine “mago” nelle società primitive e, in generale, pre-elleniche (si veda, a tal proposito, il capitolo “Una questione antropologica”). D’altra parte, si può leggere anche Apollonio Rodio, il quale, riprendendo fedelmente l’immagine di Medea dal modello euripideo, mostra la protagonista in preda al dubbio, indecisa se aiutare o meno Giasone, se seguirlo o suicidarsi, se preparare un filtro per favorirlo o un veleno per uccidersi: l’autore afferma che la ragazza «cercò il cofanetto dov’erano i suoi filtri (φάρμακα), quelli benefici e quelli mortali ». Ciò testimonia l’ambivalenza del termine, che si riflette poi nei numerosi contrasti che tormentano Medea in ogni opera che la vede protagonista (dalla “Medea” euripidea a quella senecana, dalle “Argonautiche” all’“Eneide”, in cui Virgilio propone l’ultima notte di Didone mutuandola a chiare lettere dalla notte di Medea di Apollonio) e che, a partire da Aristotele, hanno dato luogo a interpretazioni del personaggio – certamente riduttive e incapaci di renderne la complessità – basate sulla presunta dicotomia tra una Medea folle e una saggia, tra la madre affettuosa e l’assassina.
Si può rintracciare l’utilizzo del termine φάρμακον in più momenti della tragedia euripidea. Ad esempio, la parola assume un’accezione positiva nel corso del colloquio tra la protagonista ed Egeo, re di Atene, quando la donna gli promette che compirà per lui dei prodigi se lo accoglierà nella sua terra dopo l’esilio a cui è stata condannata:
εύρημα δ’ ουκ οισθ’ οιον ηύρηκας τόδε.
παύσω δέ σ’ όντ’ άπαιδα καί παίδων γονάς
σπειραί σε θήσω, τοιάδ’ οιδα φάρμακα .
Tu non sai che cosa hai trovato, trovando me:
io farò sì che tu non sia più sterile e che possa generare
stirpe di figli; tali farmachi io conosco.
Tuttavia, il termine torna presto ad assumere il suo più comune senso negativo di filtro magico, prodotto al fine di procurare sofferenze e morte, quando la donna parla dei doni – un “tenue peplo” e una “corona d’oro cesellato” – che ha intenzione di inviare, per mano dei propri figli, a Glauce, così da ucciderla ricorrendo alle proprie arti magiche:
τοιοισδε χρίσω φαρμάκοις δωρήματα
«con tali farmachi io intriderò quei doni», afferma la figlia di Eeta, che poco dopo, ancora rivolgendosi alla corifea, continua
ούτ’ εξ εμου γάρ παιδας όψεταί ποτε
ζωντας τό λοιπόν ούτε της νεοζύγου
νύμφης τεκνώσει παιδ’, επεί κακως κακήν
θανειν σφ’ ανάγκη τοις εμοισι φαρμάκοις.
Non vedrà mai più vivi i figli
che ebbe da me, e non genererà altra prole
dalla novella sposa, perché essa
dovrà morire in modo tremendo per i miei farmachi.
La tragica promessa è mantenuta, e i suoi effetti spaventosi sono rivelati nel corso del dialogo tra Medea e l’Άγγελος, in cui l’aspetto magico della protagonista emerge in tutta la sua spaventosa brutalità. In questo passo, l’autore fornisce una delle maggiori descrizioni dei prodotti dell’attività magica: se la pratica della magia è descritta da molti, in maniera più o meno approfondita, costituendo di diritto uno dei più comuni τόποι della letteratura classica (si veda, a tal proposito, il capitolo “La magia nel mondo classico”), non sono altrettanto usuali esempi di caratterizzazioni tanto forti, anche a livello fisico; i versi più eloquenti, in questo senso, sono situati alla fine della tragedia, che così si conclude con un carico di tensione che non trova scioglimento, ma che anzi aumenta esponenzialmente fino alla scena finale, in cui la donna prende il volo sul carro del Sole con in braccio i corpi dei figli da lei uccisi. La descrizione della tragedia è preannunciata dalle parole dell’Άγγελος:
Όλωλεν η τύραννος αρτίως κόρη
Κρέων τ’ ο φύσας φαρμάκον των σων ύπο.
È morta or ora la figlia del re,
è morto suo padre Creonte, per i tuoi filtri!
Queste parole comportano una macabra gioia nella protagonista, indizio della crisi incipiente – se non già completa – di quella razionalità che aveva caratterizzato il personaggio nel I episodio, in particolare nel dialogo con Creonte, una razionalità in un certo modo subdola, che le aveva consentito di ottenere la fatale proroga di un giorno al termine ultimo per l’esilio, necessaria e sufficiente per permetterle di compiere il suo delitto. La ragione inizia a lasciar spazio alla più pura follia, ora meno lucida, tale che Medea, rivolgendosi al Nunzio e riferendosi al re e a Glauce, afferma: «Mi darai doppia gioia, se son morti in modo orribile».
La descrizione della morte dei due personaggi è lunga e concitata, e mostra, tra l’altro, l’abilità narrativa del tragediografo; si possono leggere, come esempio, i versi che contengono l’ultimo utilizzo del termine φάρμακον, così da concludere un’analisi linguistico-verbale che, accanto all’interesse per una specifica parola del campo semantico della magia, ha voluto mettere in rilievo l’evoluzione della figura di Medea in questo contesto:
Πίτνει δ’ ες ουδας σθμφορα νικωμένη,
πλήν τω τεκόντι κάρτα δυσμαθής ιδειν,
ούτ’ ομμάτων γάρ δηλος ην κατάστασις
ούτ’ ευφυές πρόσωπον, αιμα δ’ εξ άκρου
έσταξε κρατός συμπεφυρμένον πυρί,
σάρκες δ’ απ’ οστέων ώστε πεύκινον δάκρυ
γναθμοις αδήλοις φαρμάκων απέρρεον,
Infine, vinta dallo spasmo,
cade al suolo, a stento riconoscibile, tranne che al padre;
non si distinguevano più né la forma degli occhi,
né il bel volto; sangue e fuoco
mescolati stillavano dalla sommità del capo,
e le carni, dilaniate dalle fauci invisibili dei farmachi,
cadevano dalle ossa come lacrime di pino,
spettacolo orrendo!
Per concludere l’analisi della figura di Medea, bisogna notare che, al pari di quanto già affermato a proposito della definizione di “strega” comunemente attribuitale, nella produzione letteraria precedente non è sottolineata esplicitamente la connotazione omicida di Medea o, quanto meno, non si giudica il gesto come intenzionale: l’immagine della barbara è più legata al mito di Giasone e al recupero del Vello d’oro, come attestano le opere di Ibico, Simonide e Pindaro. Pertanto, solamente con Euripide nel secolo V e, in seguito, con Apollonio Rodio è messa in luce la natura omicida di Medea: l’assassinio è l’espressione della violenza della sua identità e accentua il suo isolamento psicologico, non solo dal razionale mondo greco ma anche dai membri della sua stessa famiglia.
L’isolamento di Medea dalla sua identità originaria procede con la purificazione dei due innamorati, in seguito all’uccisione del fratello di Medea, Apsirto, nell’isola di Aiaie da parte di Circe. Sebbene quest’ultima e Medea siano accomunate dalla medesima origine solare e dalla pratica della magia, esse rappresentano due tipi di incantatrice radicalmente diversi: l’una è un’ammaliatrice, che prepara filtri amorosi, la cui componente principale è la capacità deduttiva di εταίρη:
Eισε δέ μ’ εισαγαγοθσα επί θρόνου αργθροήλου,
καλου δαιδαλέου, υπό δέ θρηνυς ποσίν ηεν.
τευχε δέ μοι κυκέω χρυσέω δέπα, όφρα πίοιμι
εν δέ τε φάρμακον ηκε, κακά φρονεύουσ’ ενί θυμω.
Αυτάρ επεί δωκέν τε κάι έκπιον ουδέ μ’ έθελξε
ράβδω πεπληγυια έπος τ’ έφατ’ έκ τ’ ονόμαζεν:
«έρχεο νυν συφεόνδε, μετ’ άλλων λέξο εταίρων».
Essa in un trono mi fece sedere, dai chiovi d'argento,
istoriato, ricco; né ai piedi mancò lo sgabello.
Quindi in un vaso d'oro mi pose un intriso, da berlo;
e, macchinando il mio male, l'aveva d'un farmaco infuso.
Or, poi che l'ebbi bevuto, ma nulla era stato l'incanto,
su me batté la verga, volgendomi queste parole:
«Va' nel porcile, sdraiati adesso con gli altri compagni!»
Medea, invece, possiede una magia di potenza e utilizza le sue abilità per scopi concerti, come per giungere ella stessa a quello che invece Circe tentava di “attirare” verso di sé. Quest’ultima infatti, nell’opera di Apollonio Rodio, ascolta il racconto di Medea, ma non riesce ad approvare il fratricidio. Infine, l’unione con Giasone presso la grotta di Dioniso, sull’isola dei Feaci, segna per Medea il definitivo ingresso nel nuovo mondo greco e l’abbandono definitivo delle sue origini barbariche. Tuttavia, Apollonio Rodio tace sulle conseguenze di un simile sradicamento e lascia solamente intuire la forza incontrollabile della personalità di Medea che sembra quasi smorzarsi alla presenza di Giasone, simbolo, in questo caso, della razionalità greca. Gli effetti emergono appieno con il macabro epilogo della tragedia euripidea, con l’uccisione dei figli, per cui si possono cogliere due distinte chiavi interpretative: da un lato il duplice omicidio segna il definitivo isolamento di Medea dal mondo greco, ma per Euripide indica anche l’inizio del ricongiungimento alla sua natura di maga e di barbara, da lei “dimenticata” nella serenità sconosciuta della città, che culmina con la fuga di Medea sul carro del Sole.
Circe e Medea sono, quindi, come i due stati barbarici e primitivi, della pura divinità di Afrodite ed Era ed anch’esse rappresentano, come le due dee, “ricchezze e misteri della vita” che le civiltà preelleniche spiegavano, appunto, con l’operato degli astri e che poi la razionalità greca ricercò nella figura umana. Medea è il simbolo di questa dicotomia: essa rappresenta, specialmente nella tragedia di Euripide, il culto stellare, mitico, che si piega alla razionalità della πόλις per poi rinascere nella manifestazione della profondissima e terribile “umanità” del suo possessore.
VI. Tradizione ermetica, magia e religione nel Rinascimento italiano
Ermete Trismegisto, il “Tre volte grandissimo”, è una mitica figura di santo pagano dell’antichità, sotto il cui nome sono state composte opere di filosofia, teurgia, alchimia, astrologia e di altri generi, tutte compenetrate dallo stesso fervore al contempo di amore per il sapere e di misticismo. La letteratura ermetica è stata la base per lo sviluppo della filosofia rinascimentale, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola, fino a Giordano Bruno. Le nozioni di teurgia e teosofia emergono appieno come componenti essenziali della dottrina di Hermes attraverso gli “Inni ermetici”, le manifestazioni più pure della mistica ermetica.
È risaputo che la civiltà rinascimentale fu contrassegnata, oltre che da una nuova visione della natura e dall’affermazione della centralità del soggetto umano nel rapporto con l’universo e con Dio, anche da una nuovo valore conferito all’antichità. Si riscoprirono, accolte con ammirazione ed entusiasmo, le antiche filosofie e religioni, e si tentarono generosi e temerari progetti di sintesi e armonizzazione di esse con la rivelazione e la tradizione proprie del Cristianesimo. Così, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo XV e per tutto il secolo XVI e oltre, anche in virtù dell’impulso dato da Marsilio Ficino con i trattati del “Corpus Hermeticum” e dell’“Asclepio”, si ebbe una grande ripresa della tradizione ermetica, ovvero di un filone culturale che aveva iniziato a delinearsi già dai primi secoli dell’era cristiana, senza mai esaurirsi del tutto nei secoli successivi, attorno alle dottrine misteriche, magiche, filosofiche e religiose ascritte alla mitica figura di Ermete Trismegisto.

Intorno a costui, in una straordinaria commistione mitologica di lingue e di culti, fiorì una leggendaria credenza che lo definì, attraverso una serie di differenti identificazioni, come il dio egiziano Toth, il profeta Mosè, l’ermeneuta (interprete e messaggero degli dei) Ermes e ancora re e legislatore, inventore delle arti e della musica, dei numeri e delle lettere; pertanto, non era solo degno di essere chiamato “grande, grande”, attributo con cui gli Egiziani appellavano i loro dei, bensì “Trismegisto”, cioè “tre volte grandissimo”. Congiuntamente, si verificò, fino al Basso Medioevo, la fioritura di una vasta letteratura ermetica: si trattava di scritti di natura estremamente varia, dotta o popolare - piccoli trattati di filosofia, teosofia, storia naturale e cosmogonia, opuscoli di botanica, medicina, alchimia, astrologia, magia, libri di misteriosofia e iniziazione religiosa con le loro preghiere di scongiuro, evocazione, ringraziamento, ed inni e canti di gloria a Dio o agli dei; essi erano redatti in diverse lingue (copto, armeno, greco, latino e arabo) ed erano per lo più “nobilitati” mediante l’attribuzione al padre riconosciuto e fondatore della dottrina, lo stesso Ermete Trismegisto che, intanto, da teurgo, operatore di cose divine, veniva sempre più spesso indicato, esaltato o respinto, semplicemente come “mago”, operatore di cose meravigliose, mirabilia.
In questo modo la magia, che nel Trismegisto era piuttosto teurgia, ovvero un’operazione divina, un rito mistico e comunque un’attività sacra (a tutti gli effetti una ιερατική πραγματεία), si presentava, nel Rinascimento, strettamente connessa con la mentalità e la spiritualità dell’“ermetista” dell’età precristiana e cristiana, come testimoniano tanto gli autori pagani - da Apuleio a Giamblico, da Porfirio a Proclo - quanto quelli cristiani, non solo dei primi secoli, da Clemente Alessandrino a Lattanzio a Sant’Agostino.
È noto come Apuleio, nella sua “Apologia”, dimostrasse una sincera ripugnanza nei confronti dei sortilegi della “falsa magia”, ma anche un’altrettanto convinta adesione alla “vera magia”, alta e nobile, che si realizza ad opera della semplice fede. Giamblico, vissuto in un ambiente e in un’epoca in cui la credenza nelle pratiche magiche esercitava un indubbio fascino, pur rifiutando, non immemore degli insegnamenti del suo maestro Porfirio, le forme della magia volgare in nome della συμπάτεια plotiniana, o “vera magia”, proclamava con convinzione la differenza tra il θεόλογος, che si limita a parlare degli dei e che resta un puro “scienziato”, con termine moderno, della divinità, e il θευργός, che invece è in grado di agire su di essi. Il teurgo, infatti, attraverso pratiche magiche quali il sacrificio e la divinazione, è capace di giungere all’unificazione di sé con l’Essere supremo, ovvero di entrare in comunicazione con esso e di sciogliersi da ogni legame con la materia. Da ciò deriva l’esaltazione da parte di Giamblico della figura di Ermete Trismegisto, portatore del misterioso fervore religioso dell’antico Egitto, nella cui parola il nuovo misticismo trovava riscontro, in unione con l’antico naturalismo, che vedeva la presenza e la virtù divina nella luce del cielo, nel movimento degli astri, nei grandi fenomeni naturali.
Porfirio, devoto discepolo di Plotino, che pure nell’“Epistula ad Anebonem” attaccava la follia di chi spera di esercitare, per vie magiche, una costrizione sugli dei e ironizzava sulla demonologia di Anebo, nel “De regressu animae” considerava la teurgia, intesa come forma alta di magia, come momento importante di purificazione, poiché per suo mezzo l’uomo si prepara a ricevere gli spiriti e gli angeli e ad avere la visione di Dio. Su questa tendenza, ancora nel secolo V d.C., il “razionalista” Proclo affermava che la teurgia è un potere più elevato di qualsiasi umana sapienza, dal momento che essa comprende i benefici della divinazione, le forze purificatrici dell’iniziazione e tutte le operazioni della possessione divina. I padri della Chiesa in genere guardarono con sospetto e avversione alle varie forme espressive della religiosità pagana, fra le quali specialmente il culto e l’uso delle immagini materiali degli dei, in particolare le statue e le pratiche demonologiche, che nascevano dalla credenza nell’esistenza dei demoni, entità reali della presenza divina nelle cose e nell’uomo. Lattanzio, nel “De origine erroris”, affrontò la questione demonologica e identificò, in modo piuttosto semplicistico, il Demone con il Demonio (l’Angelo decaduto) e pertanto sostenne che dovevano essere respinti come operazioni diaboliche e malefiche i riti volti a richiamarne l’intervento. Ancora più intransigente fu la linea di San Giovanni Crisostomo, il quale parlò degli incantesimi e dei mezzi per esercitarli come “droga malefica” (δελετέριον φάρμακον), operazione del diavolo, e dei vari culti magici come idolatria. L’atteggiamento di Sant’Agostino, attestato nel “De civitate Dei” (libro VIII) fu molto duro da un lato nei confronti delle dottrine demonologiche, dall’altro verso il culto delle statue, che egli condannò alla pari dei loro artefici, come Apuleio e il Trismegisto, in quanto espressione diabolica, frutto di nefasta curiosità, magia, sia che si chiami con nome più detestabile “goetia”, sia che si chiami con il più nobile nome di “teurgia” («nefariae curiositas, quam vel magiam vel detestabiliore nomine goetiam vel honorabiliore theurgiam vocant»).
La fine dell’Impero romano d’Occidente, unitamente alle invasioni barbariche, segnò un arresto quasi totale della circolazione culturale che aveva avuto i suoi centri di elaborazione e propulsione in Atene e Alessandria. La Chiesa, compiuto il suo assestamento organizzativo e dottrinale, iniziava un deciso processo di temporalizzazione, che non risparmiò neppure i grandi ordini religiosi che pur sorgevano con finalità antisecolari. Ormai, affievolitosi il grande ardore religioso degli Apologisti e dei Padri, nessuna possibilità di successo poteva avere qualche tentativo, peraltro sporadico, di riportare in vita forme pratiche dell’antica religiosità pagana. Nei secoli successivi al VI d.C., perciò, con la perdita della memoria del Trismegisto e la scomparsa della teurgia come arte ieratica del divino, sembra che la magia continuò ad essere praticata, ma fu privata del substrato filosofico-religioso che nelle passate epoche l’aveva sostenuta, e che, invece, la giustificò in epoche più recenti. La letteratura risalente agli albori del Rinascimento, ma ancora d’età medievale, tra i secoli XII e XIII, mostra la presenza di una diffusa considerazione, quasi sempre congiunta con l’interesse per l’astrologia e l’alchimia, della magia e del nome di Ermete Trismegisto, cui facevano riferimento, nelle loro opere, autori cristiani come Teodorico di Chartres, Bernardo Silvestre, Alano di Lilla (vissuti nel secolo XII), o come Vincenzo di Beauvais, Guglielmo d’Alvernia e Alberto Magno (secolo XIII). Si trattava di una considerazione che, per quanto prevalentemente pseudoscientifica, aveva naturalmente poca attinenza con la volgare negromanzia e la diffusa pratica dei sortilegi a livello popolare; infatti, per la prima volta, iniziò a comparire la figura del “mago-scienziato”. Questi non è più il pio neoplatonico, sacerdote di Hermes, che cerca di congiungersi, smaterializzandosi, con il divino - attraverso particolari culti o per determinati comportamenti psicofisici – ma una figura che, nel rispetto e nell’amore di Dio, aspira a rendersi perfetta e a esaltare la sua dignità di uomo, acquisendo una conoscenza scientifica e divenendo un mago: «Ille est perfectus qui scientiae gradum attingit ultimum [et] ea quae iuvant et nocent cognoscit [...] et invenit magisteria subtilia [...] et facit miracula et imagines mirabiles et scientiarum formas retinet». Basti pensare a Ruggero Bacone, che pur riconoscendo la vanità di certa magia corrente ai suoi tempi, si impegnava nella sua instancabile ricerca, precorrendo Marsilio Ficino, intendendo la magia come una pratica autentica, né miracolo né inganno, ma scienza e tecnica; Raimondo Lullo, con il cabalismo magico proprio della sua “Ars Magna”, aprì la strada a Pico della Mirandola e agli altri cabalisti del Quattrocento e del Cinquecento; il medico, astrologo, alchimista e cabalista Arnaldo da Villanova, pur condannando nel suo “De improbatione maleficiorum” molte suggestioni demonologiche e pratiche magiche, non esitava ad applicare tecniche magico-astrologiche all’esercizio della propria arte medica; Pietro d’Abano, altro grande medico del tempo, nella sua principale opera, “Conciliator”, poggiando sull’autorità di “Hermes, Enoch o Mercurio”, sosteneva la dipendenza del mondo naturale dai corpi celesti e in taluni tratti manifestava credulo interesse verso «sogni, affascinazioni, incantesimi e altre specie di magia»; infine, è necessario ricordare un altro instancabile indagatore dei segreti della natura, Cecco d’Ascoli (pseudonimo di Francesco Stabile), che fu condannato al rogo sia per la fama di mago che lo circondò, sia per la sua passione per lo studio delle influenze astrali sulle cose umane, che lo aveva portato a fondare un’astrologia genetliaca (ovvero una forma di oroscopia basata sulla posizione degli astri al momento della nascita di un uomo e della fondazione di una città).
Tuttavia, la magia conobbe il suo massimo splendore nel periodo rinascimentale, dominato dall’entusiasmo per la riscoperta delle cose antiche e primigenie e dal desiderio di rinnovare l’originaria sapienza.
Il Rinascimento, in virtù del suo annuncio di “rinascita” dell’uomo nel mondo, conobbe uno sviluppo sempre maggiore di teorie e credenze riconducibili alla generale tendenza della filosofia dell’epoca, rivolta al naturalismo e allo studio del mondo e del suo rapporto con l’essere umano. Questo, infatti, si comprendeva come parte del mondo stesso, ma allo stesso tempo rivendicava la propria autonomia e originalità, riconoscendo il mondo come proprio dominio. Il tema dell’uomo come “natura media”, concetto comune a umanisti, platonici, aristotelici e maghi, esprime appunto la consapevolezza con cui l’uomo si riconosceva essenzialmente inserito nel mondo e la sua decisione di servirsi della sua posizione privilegiata, intesa come simile a quella di Dio, per dominare la Natura. In quest’ottica, si rivelava indispensabile una ricerca diretta a realizzare questo potere, e lo studio naturalistico non venne più inteso, come accadeva invece nella filosofia antica, come una fuga dell’uomo dalla propria interiorità né come una inutile distrazione dalla meditazione sul proprio destino. L’indagine naturale divenne, così, uno strumento indispensabile per la realizzazione dei fini umani nel mondo.
Per questa ragione, l’homo novus dei secoli XV e XVI fu insieme, come l’antichissimo saggio Ermete, theologus e magus; egli, esaltando la propria dignità di essere privilegiato fra tutte le creature, si volse allo studio, e talvolta alla pratica, della magia: egli dunque, se non sempre arrivò ad essere un mago “praticante”, non poté non sentirsi attratto e coinvolto dalle dottrine magiche o non coltivare, in qualche forma e misura, tale arte magica che gli consentiva di penetrare nell’intimo della natura, per carpire l’essenza delle cose o per cogliervi la presenza del divino. In questo modo, la magia tornò ad affermare la propria valenza in più campi – dalla filosofia alla scienza, senza trascurare la religione - ad opera di cultori della statura di Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola, di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, ma anche di Ludovico Lazzarelli, di Giovanni Reichlin, Cornelio Agrippa, Teofrasto Paracelso, Girolamo Cardano, Giovanbattista della Porta, Robert Fludd, i quali se ne occuparono, per l’intero arco dei secoli XV e XVI, studiandola e scrivendone con convinzione.
Teofrasto Paracelso
Paracelso può essere considerato, a seconda delle interpretazioni, l’iniziatore della chimica medica moderna, oppure l’antesignano delle medicine alternative e olistiche. Subirono l’influenza delle sue potenti suggestioni uomini come William Shakespeare, il mistico Jakob Böhme e, in tempi più recenti, Rudolf Steiner ed Ezra Pound. Goethe, ad esempio, attribuì a Faust la creazione dell’homunculus, la debole creatura artificiale che lo stesso Paracelso si era vantato d’aver plasmato.
Theophrast Bompast von Hohenheim fu un medico, alchimista e scienziato, nato il 10 novembre 1493 a Einsiendeln (Svizzera) e morto a Salisburgo il 24 settembre 1541. Le biografie che trattano la sua vita sono centinaia e discordano su molti particolari.
Con piena coscienza del suo valore, Theophrast trasformò il suo nome in Philippus Aureolus Paracelsus. Quest’ultimo appellativo presumibilmente faceva riferimento ad Aulo Cornelio Celso, vissuto nel I secolo d.C., che non solo era considerato uno dei padri della medicina antica insieme a Ippocrate, ma, a differenza del noto medico greco, coltivò una cultura enciclopedica e fu esperto in ogni ramo dello scibile. “Aureolus”, poi, è un riferimento all’oro esoterico dell’alchimia, quindi «all’essere e al vero raggiungibili per via iniziatica», come notava Furio Jesi . Paracelso sembra si proponesse di incarnare il medico ideale perché esperto in ogni sapere in quanto iniziato al segreto ultimo dell'uomo e della natura. In questo senso, può essere considerato a pieno titolo un medico rinascimentale, un Umanista.
Nel 1526 fu a Basilea dove riuscì a salvare la gamba di un libraio noto in tutta Europa, Johnann Froben, che era stato considerato inguaribile dalla medicina ufficiale; lo curò con terapie naturali e conservative che erano alla base di quella che chiamò “medicina spagirica” . Un punto centrale di questa medicina era la separazione tra cause “prime” e cause “seconde” della malattia. In termini moderni potremmo dire che non era interessato ai sintomi ma all'individuo, nella sua complessa interazione con il mondo esterno, nel quadro del segreto cosmico, in pieno accordo con la tendenza generale della cultura rinascimentale. La guarigione della gamba di Froben, considerata eccezionale, gli procurò la nomina a docente universitario alla facoltà di Medicina, benché non avesse ancora compiuti gli studi.
Alla medicina il Medioevo aveva lasciato due eredità: una positiva, le università, l’altra negativa, il dogmatismo. Il medico medioevale accettava dogmaticamente la medicina di Galeno, ma ignorava il metodo che la informa, ovvero il passaggio attraverso l’esperienza. La lotta contro il dogmatismo vide impegnati per primi gli Umanisti: la riconquistata conoscenza della lingua greca, la lettura e la critica filologica dei testi originali, influenzarono decisamente anche la medicina. Non solo si riuscì a liberare la tradizione dalle deformazioni arabe e dalle trascrizioni erronee, restituendola alla sua genuinità, ma si iniziò a curare pregevoli edizioni critiche dei classici. Le prime reazioni al dogmatismo erano comunque sfociate in manifestazioni di aperto rifiuto dei grandi sistemi classici, e Paracelso fu il massimo rappresentante di questa rivoluzione culturale. Volle tornare al metodo tradito, scrivendo che il medico deve derivare «le cose dalla natura, non dall'autorità ma dall’esperienza propria», secondo, cioè, ragione e sperimentazione.
Per comprendere maggiormente la modernità degli Umanisti basterà ricordare come cercassero di interpretare i miracoli facendo ricorso alla ragione. Questo lavoro si tradusse in una più penetrante capacità di osservazione del ruolo di fattori fino ad allora quasi sconosciuti. Riconobbero la suggestione (allora chiamata “immaginazione”), un fattore psicologico che agisce nella genesi così come nella cura di molte malattie: Paracelso fu tra gli studiosi del fenomeno, assieme ad altri Umanisti illustri come Cornelio Agrippa, Cardano e Pico della Mirandola.
Tra i cultori di Paracelso vi fu anche lo svizzero Carl Gustav Jung, che gli dedicò tre interventi nell’arco degli anni tra il 1929 e il 1942. Di Paracelso Jung crea un avvincente ritratto a forti tinte, anche se probabilmente non completamente esatto. Scopriamo così che Paracelso era un uomo eccentrico, dalla prodigiosa attività letteraria, dal corpo tozzo e dall’aspetto malaticcio, alto un metro e cinquanta centimetri, che spesso girava munito di una spada imponente dalla quale non si separava quasi mai, anche perché in una apertura dell’elsa celava le sue pillole di laudano. Dalla descrizione di Jung emerge comunque lo scienziato tipico di un periodo che segnò il passaggio da un paradigma all’altro, dal Medioevo all’età moderna. Il suo atteggiamento «di ribelle ostinazione e durezza sta in contraddizione - e non potrebbe essere altrimenti - da un lato con la sua fedele devozione alla Chiesa, e dall’altro con la sua delicatezza e immedesimazione nei confronti del malato, e in particolare modo del malato privo di mezzi» .
Marsilio Ficino
Un altro, fondamentale filosofo citato a proposito del Rinascimento italiano è Marsilio Ficino, nato nel 1433 e morto nel 1499. Nella sua grande ammirazione per l’antichità, nello sforzo formidabile di avvicinare il paganesimo al Cristianesimo, si impegnò a fondo non solo a conciliare con il Cristianesimo le idee di Platone, da lui fortemente ammirato, e ad armonizzare la sapienza di Ermete Trismegisto nell’ordine profetico del Vecchio Testamento, ma anche a restituire dignità e ad assegnare una funzione positiva alla magia, che, in quanto “naturalis”, cioè rispettosa del divino processo creativo, non già “nefaria curiositas”, tendeva ad essere espressione di fede religiosa. L’importanza di Ficino come autore “magico” è ormai universalmente riconosciuta: nella sua opera, infatti, si possono rintracciare tutti gli aspetti del bagaglio tecnico-ideologico attinente al campo della magia (talismani, corrispondenze e attrazioni, incantesimi, evocazioni...), nonché temi e spunti della più generale problematica connessa ai rapporti tra magia e astrologia, magia e medicina, magia e demonologia, magia e teologia. Figlio di medico e medico egli stesso, Marsilio Ficino era portato a ricercare in sede naturale tutto ciò che potesse essere utile per la salute corporale e spirituale dell’uomo; e fu con tale animo che si volse alla magia, ma con spirito da credente e da filosofo.
I libri “De Vita”, e più particolarmente il libro III dal titolo “De Vita coelitus comparanda”, un commento su Plotino, la traduzione del “Pimandro” e dell’“Asclepio” di Ermete Trismegisto, sono un documento delle sue idee riguardo la magia: il loro substrato filosofico è rintracciabile nella dottrina platonica, che Ficino seguì, ma attraverso il filtro di Plotino. Secondo il Neoplatonismo, da un lato si trova l’Intelletto (nous, mens divina), il Mondo Intelligibile, sede delle Idee intelligibili, dall’altro il Corpus, la materia, ovvero il mondo sensibile o sublunare. Il tramite tra queste due realtà sarebbe costituito dall’anima universale (l’anima mundi), che contiene in sé riflessi, sotto forma di immagini, gli Intelligibili, che essa, a sua volta riflette nel Corpus. Ciò è possibile, secondo Ficino, grazie alla presenza dello Spiritus, una via di mezzo tra anima mundi e corpus mundi, tra immateriale e materiale; esso è una sorta di soffio impalpabile, un «corpus tenuissimum, quasi non corpus et quasi iam anima; item quasi non anima et quasi iam corpus» . In questo modo, tutto è “spiritualizzato” e tutto è “armonizzato”: come l’anima influisce, mediante lo Spiritus, sul mondo celeste, così questo, sempre attraverso lo Spiritus, agisce sul mondo terrestre.
Ficino mostrò di credere che gli astri influenzino la vita della terra e quindi dell’uomo: nei tre libri del “De vita”, e in particolare nel terzo, il “De vita coelitus comparanda”, egli trattò degli influssi stellari e planetari e dei loro diversi effetti, benefici o meno, sul carattere degli uomini, sui loro umori, il loro temperamento, l’intelligenza, le inclinazioni, le azioni fortunate. Si rivela, in questo modo, l’importanza fondamentale dello studio degli astri accanto a quello della medicina per la salute corporale, e accanto alla filosofia e alla teologia, per la salute mentale e spirituale. Tuttavia, Ficino sostenne una teoria particolare, che procedeva oltre la rilevanza dell’astronomia e della sua possibilità di conoscere le caratteristiche degli astri: l’astronomia stessa non può nulla senza la magia, che «straordinariamente» studia e opera con «industria e arte», come “governare”, assecondandoli o modificandoli, gli influssi astrali, poiché «nessuno deve dubitare che a noi e a tutte le cose che sono attorno a noi, con determinati accorgimenti, è possibile cercare di ottenere per sé le cose celesti». Questo modo di operare, per Ficino, è naturaliter, secondo natura e perciò la magia che se ne serve procede anch’essa secondo natura, ed è a sua volta naturalis, quindi legittima.
Se è vero che gli influssi sono la trasmissione, attraverso lo spiritus mundi, sotto forma di immagini, dei principi di tutte le cose, presenti, perché riflesse dall’Intelletto, nell’anima mundi, l’uso di appropriate immagini, secondo l’insegnamento di Ermete Trismegisto contenuto nell’“Asclepio” (tradotto dallo stesso Ficino), è utile e necessario affinché la magia si riveli una via quanto mai efficace per stabilire “legami” necessari a propiziare le superiori potenze spirituali. È questa, dunque, la funzione dei talismani, cioè di quegli oggetti particolari, forgiati con metalli nobili (argento, oro) e non (ad esempio stagno), o con pietre preziose (come lo zaffiro) in cui erano scolpite immagini stellari, planetarie o zodiacali, atte a captare le facoltà proprie dei diversi corpi celesti.
La magia praticata da Marsilio Ficino può essere definita con differenti attributi: in primo luogo “talismanica”, dal momento che nel suo pensiero i talismani occupavano, insieme alla musica, un posto di assoluta preminenza, come nei rituali delle pratiche religiose dei popoli antichi, come Egiziani e Caldei. Se poi si considera il grande ruolo che in questo tipo di operazioni svolge l’organo della vista, senza cui le immagini non potrebbero essere percepite, con evidente ragione questa magia può anche essere detta “visiva”; e, poiché gli influssi si trasmettono non in modo diretto ma attraverso il tramite dello Spiritus, un soffio impalpabile (in greco πνεύμα), aria, ad essa è riferibile anche l’attributo di “pneumatica”.
Se tuttavia la fiducia di Ficino nell’utilità e nella bontà dei talismani, e quindi nel connesso tipo di magia, non fu sempre coerente, tanto da indurlo a ricercare appoggio negli scritti autorevoli di Tommaso d’Aquino , egli manifestò ben altra convinzione e linearità nell’indicazione e illustrazione della cosiddetta “magia auricolare”, in quanto basata sulle funzioni dell’organo auditivo o sugli incantesimi e le evocazioni messe in opera dalla musica, o meglio dalla parola cantata, ed è per questo incantatoria. Se, per quanto riguarda la magia visiva o pneumatica, Ficino proponeva l’utilizzo di oggetti materiali (parti di animali, erbe, odori, oggetti particolari) per attrarre gli influssi stellari, nel caso di questo ulteriore tipo di magia egli raccomandava di servirsi di qualcosa quasi di “immateriale”, come suoni e canti, più in generale della musica: ciò si spiega considerando che nel primo caso sono impegnati i sensi più bassi – gusto, tatto, olfatto, vista – mentre nel secondo assume una posizione centrale il senso tradizionalmente considerato più alto, l’udito. Ne consegue che, per il mago-filosofo, la via auricolare è la più certa e la più efficace.
Ficino, con Pitagora e Platone, vedeva l’universo nella sua totalità e l’uomo nella sua particolarità, in una distinzione tra macrocosmo e microcosmo, costituiti con le stesse armoniche proporzioni; come esiste un’armonia delle sfere celesti (a cui egli fa corrispondere un tipo di musica definita “mondana”), vi è anche un’armonia del corpo, che è spirito e anima, che si esprime nella parola e nel canto (musica “umana”), e delle cose naturali, che producono suoni e voci, e artificiali, create ad imitazioni delle naturali, che servono a produrre a loro volta suoni musicali (musica “intermedia”). Da ciò deriva la straordinaria forza della musica umana, quella di David che placa la furia di Saul e col salmo intona preghiere di lode al Creatore, quella di Orfeo che con la lira incanta le bestie e con l’inno intenerisce gli dei inferi: essa, per Ficino, può sommuovere insieme spirito, anima e corpo e rendersi consonante con quella della sfere celesti. «Ricordati che il canto è il più potente imitatore. Esso infatti imita le tensioni, i sentimenti dell’animo e le parole, ripete i gesti e i moti del corpo e gli atti e i comportamenti degli uomini, cosicché spinge a imitare e a fare quelle medesime cose immediatamente sia il cantore che gli ascoltatori. Inoltre [...] la medesima virtù quando il canto imita le cose celesti da una parte spinge il nostro spirito verso il celeste influsso, dall’altra miracolosamente il celeste influsso verso il nostro spirito» . Per chi, dunque, opportunamente la pratica, la musica svolge la nobile funzione magica di captare le influenze astrali favorevoli al corso della vita umana; per chi se ne serve in maniera conveniente, essa compie anche la funzione religiosa della purificazione della mente e dell’anima nella ricerca della verità e di Dio.
La magia di Marsilio Ficino, in conclusione, può essere definita talismanica, incantatoria, visiva e auricolare; se però la si considera, come faceva il filosofo rinascimentale, naturalis, nel contesto di una visione della natura tutta vivente, nella quale tutte le cose, combinandosi spontaneamente e variamente, si attraggono, si sostengono e si influenzano, non si può non indicarla anche come simpatetica.
Giovanni Pico della Mirandola
Giovanni Pico della Mirandola (1463 - 1494) morì a soli trentun anni di età, chiudendo la sua vita con la stesura delle “Disputationes in Astrologiam”, cioè con una violenta presa di posizione, quasi una ritrattazione, nei confronti dell’astrologia; tuttavia, egli ebbe indubbiamente comunanza di idee e consonanza di sentimenti con Marsilio Ficino. Di ciò sono documento illuminante il “De hominis dignitate”, le “Conclusiones” e l’“Apologia”. Nella decima Conclusione magica si può rilevare, chiaramente espressa, la totale adesione alla filosofia ficiniana della “magia naturalis”: «Quod magus homo facit per artem, facit natura naturaliter faciendo hominem» («ciò che l’uomo-mago fa per mezzo dell’arte, la natura fa naturalmente facendo l’uomo»); pertanto, la magia è ricreare “artificialmente” (ovvero magicamente) lo stesso processo creativo della natura. Questa magia, quindi, essendo così «parte pratica della scienza della natura», è lecita e non proibita, dal momento che, per Pico, essa non ha nulla in comune con quella «in uso presso i Moderni», inconsistente priva di fondamento e verità, in quanto dovuta alle potenze delle tenebre, nemici della “verità prima” che «la Chiesa giustamente condanna». In questa esplicita dichiarazione di rifiuto della falsa magia è facile scorgere che Pico, che pure a differenza del Ficino procedette nella propria esposizione senza timori e senza cercare il ricorso all’autorità di una autore come Tommaso d’Aquino, ha inteso prevenire possibili fraintendimenti e prevedibili reazioni da parte degli ambienti culturali ed ecclesiastici: nella sesta Conclusione magica affermò che «non c’è opera mirabile, sia magica o cabalistica o di qualsiasi altro genere che non debba in primissimo luogo riferirsi a Dio glorioso e benedetto».
Poste tali premesse, egli poté manifestare le “conclusioni” (le “Conclusiones magicae”) a cui giunse attraverso il suo studio e la sua riflessione, proponendole sotto forma di tesi alla discussione con i dotti di tutta Italia. Dopo aver definito nella quarta Conclusione la magia come la parte più nobile della scienza della natura, proclamò nella quinta che «né in cielo né in terra c’è virtù potenziale e separata che la magia non possa attualizzare e unificare». In questa affermazione dell’alto valore della magia, che, con scienza e arte, si volge a estrinsecare e unificare le occulte potenzialità della natura e a produrre effetti straordinari all’occhio del profano, si rintraccia tutto l’orgoglio dell’uomo rinascimentale: in virtù del suo particolare ingenium di operare mirabilia, si vedeva come un’inoppugnabile attestazione dell’onnipotenza di Dio, «la cui grazia generosamente fa quotidianamente piovere sopra gli uomini contemplativi di buona volontà acque sovracelesti di mirabili virtù» . È questo anche il senso dell’“Oratio de hominis dignitate”, scritta per essere pronunziata a Roma al momento della presentazione e discussione delle sue novecento Tesi: vi si trova l’interpretazione originale e coraggiosa delle istanze umanistiche fatte proprie da Pico, che si impegna ad annunciare il grande progetto, cui aspirava già Marsilio Ficino, di accordare le nuove tendenze della cultura con la tradizione, la libertà dell’individuo con l’autorità della Chiesa, i valori della civiltà pagana con quelli del Cristianesimo. In particolare, un accordo doveva essere trovato tra le teorie e le pratiche magiche e i dettami della Scrittura e il Magistero della Chiesa; tra la sapienza originaria del santo teurgo Ermete Trismegisto (la cui filosofia magica e religiosa Pico a suo modo accolse in dieci specifiche Conclusiones) e del mitico poeta e cantore Orfeo con la dottrina del Vecchio e del Nuovo Testamento.
In base a queste esigenze, Pico arrivò ad affermare che «non c’è scienza che più della magia e della Cabala ci faccia certi della divinità di Cristo». Viene qui introdotto un elemento che, nel sistema elaborato da Pico, risulta assolutamente costante e fondante: la Cabala. Già nella quindicesima Conclusione magica egli affermò che «assolutamente inefficace è l’operazione magica quando non abbia annessa, implicitamente o esplicitamente, l’opera della Cabala». Questo connubio più complesso tra magia e Cabala dovette apparire, al filosofo, più consono al nuovo tentativo di armonizzazione tra paganesimo e Cristianesimo, non più una conciliazione diretta – come aveva tentato Ficino – bensì realizzata tramite l’intermediazione dell’Ebraismo, che con il Vecchio Testamento aveva le stesse radici di quella cristiana. Si verificò, così, il passaggio dalla magia di Ficino, già definita naturalis, astrologica, talismanica e visiva, a quella di Pico, poggiante su numeri e lettere, quindi magico-simbolica. Così egli affermò, ancora nelle Conclusioni magiche: «Dai principi più riposti della filosofia bisogna ammettere che nell’opera magica caratteri e figure possono più di quanto qualsiasi qualità materiale» , ma anche «Come i caratteri sono propri dell’opera magica, così i numeri sono propri dell’opera cabalistica e tra gli uni e gli altri si inserisce come medio l’uso delle lettere» . Tuttavia il rapporto fra Cabala e magia non era, per Pico, di equivalenza, bensì la Cabala era superiore alla magia: «Come per l’influsso del primo agente, se esso influsso è speciale e immediato, avviene qualcosa che non è attingibile per la mediazione delle cause, così per l’opera della Cabala, se è Cabala pura e immediata, avviene qualcosa a cui nessuna magia può pervenire» . E l’ultima delle settantadue Conclusioni cabalistiche, che è l’ultima di tutte le Conclusiones, così conclude: «Come la vera astrologia ci insegna a leggere nel libro di Dio, così la Cabala ci insegna a leggere nel libro della Legge».
La grande novità di Pico, così, è nell’avere scoperto, evidenziandone l’enorme portata etica e religiosa, la sacralità della Cabala ebraica, averla intesa come uniforme allo spirito della dottrina cristiana, averla a pieno titolo introdotta nel circolo della cultura filosofico-religiosa europea. Tuttavia Pico, poiché viveva e pienamente interpretava il comune sentire rinascimentale dell’uomo-mago, mentre elevava ad altissima dignità la Cabala, considerata superamento e perfezionamento della magia, nobilitava la magia stessa in quanto espressione pratica della scienza astrologica nella lettura del “Gran libro dell’universo” ed essa stessa operatrice di “cose divine”.
Giordano Bruno

In piena Controriforma, Giordano Bruno di Nola (1548-1600), forse la massima voce della coscienza critica rinascimentale, spinto da una forte e sentita esigenza di rinnovamento religioso, oltre che morale e politico, non esitò a dichiarare le sue simpatie per la tradizione ermetica, ripresa e promossa da Ficino nel Quattrocento, e persino, sulle orme di Agrippa, a fare libera e aperta professione di occultismo, se non praticando, impegnandosi a fondo in una teorizzazione della magia, intesa come essenza costitutiva dell’essere umano e del suo rapporto con l’Assoluto. È evidente, dunque, come anche in un solido pensatore quale egli fu la nozione d’irrazionale, in quanto propria dell’essere più interno dell’uomo, abbia giocato un ruolo non secondario nel suo modo di sentire e meditare, oltre che di vivere e operare. Così, osservando l’opera di Bruno, si può evidenziare un doppio sforzo costante: in primo luogo di ribadire (senza però l’intento ficiniano di cristianizzarla) la grande validità della tradizione ermetica pagana; in secondo luogo, di riaffermare l’importanza di quell’arte magica che fu propria di popoli antichi e in particolar modo della civiltà egiziana, con i suoi riti e culti religiosi, con la sua Cabala, che precedette quella ebraica. Ermete Trismegisto, infatti, ripeteva Bruno, è più antico di Mosè. Al riguardo, si può leggere, per esempio: «Tali erano presso gli Egizi le lettere più convenientemente definite, che si chiamano geroglifici o caratteri sacri. Per le singole cose da designare essi avevano determinate immagini desunte dalle cose della natura o da parti di esse. Scritture e voci di tal genere gli Egizi usavano per stabilire colloqui con gli dei allo scopo di effettuare cose mirabili. E così oggi i maghi, a somiglianza di quelli, costruite immagini, descritti caratteri e cerimonie, che consistono in certi gesti e culti, mediante cenni determinati esplicano i loro voti» . Bruno, perciò, propendendo verso la magia, si richiamò da un lato al caposcuola dell’ermetismo magico rinascimentale, Marsilio Ficino, del quale in più luoghi del “De magia”ripeté concetti e teorie a proposito di influssi astrali, efficacia delle immagini e del canto e altro, dall’altro al vero fondatore dell’occultismo rinascimentale, Cornelio Agrippa.
Bruno, pur non mai tralasciando occasioni, come bene ha illustrato Frances A. Yates , di fare riferimento alla magia in più luoghi di quasi tutti i suoi scritti, da quelli giovanili a quelli della maturità (“De umbris idearum”, “Cantus circaeus”, “Spaccio della bestia trionfante”, “Cabala del cavallo pegaseo”), definì più compiutamente le linee della sua filosofia magica nel “De magia” e nel “De vinculis”. Essa, partendo dal concetto dell’unità e divinità del Tutto («Tutte le cose sono piene di spirito, di anima, di nume, di Dio o divinità e l’intelletto è tutto dovunque e l’anima è tutta dovunque» ), si basa essenzialmente sull’ammissione di un duplice movimento, discensivo, da Dio alle cose animate, e ascensivo, da queste a Dio e sulla ricerca e l’individuazione di quei “vincoli” o legami indispensabili per intraprendere l’azione magica, protesa a sua volta a realizzare l’ascensione. Essendo un momento fondamentale dell’ascensione la presa di contatto con quelle potenze superiori (demoni o angeli) per mezzo delle quali si può penetrare nell’anima del mondo (o spirito dell’universo) e per questo alla contemplazione di Dio, è compito del mago attirare gli influssi di quelle potenze, osservando «contemplatio, fides, cultus, ritus et puritas ad pura» al fine di operare in modo santo ed efficace.
Per giungere a questo obiettivo, Bruno sosteneva che fosse necessario predisporre, in uno status psichico di fortissima eccitazione immaginativa, vari opportuni “legami”: essi potevano essere, a seconda dei casi, giuste parole di preghiera e di scongiuro, appropriati canti, straordinarie incantazioni e speciali immagini e persino, nel silenzio, una forma di muta e ieratica gestualità. Essi erano, tuttavia, dei mezzi esteriori; Bruno desunse lo strumento magico per eccellenza, ciò che egli chiamava vinculum magnum, da Cornelio Agrippa e Teofrasto Paracelso, identificandolo con la fede, di natura interiore, una forza prepotentemente soggettiva che impegnasse l’intero essere, spirituale, intellettuale e sensoriale, dell’uomo. Senza di essa «nessun operatore naturale razionale o divino, produce alcunché o alcunché può produrre per vie ordinarie», riprendendo ancora le parole del pensatore rinascimentale.
Con Bruno, dunque, si assiste a un fondamentale passaggio dalla filosofia magica alla religione magica o magia religiosa: queste due definizioni erano per lui equivalenti, in quanto la magia e la religione, secondo le sue teorie, hanno il loro centro di propulsione nella fede. Essa rende possibili i miracoli dei santi, altrimenti inaccettabili, come i mirabilia dei maghi; e come non c’è religione senza fede, non si può operare magicamente se non si crede fermamente. E come la religione ha la sua liturgia, anche la magia deve avere, perciò, i suoi rituali e cerimoniali. Questa equiparazione magia-religione, però, non significò, per Giordano Bruno, l’avvento della prisca theologia del progetto ficiniano («che ha la sua origine in Mercurio e culmina nel divino Platone», come affermava lo stesso Ficino ): la sua magia appare più rispondente, in quanto demonica, alla teurgia dell’interpretazione neoplatonica dell’ermetismo e il suo magus, “homo sapiens cum virtute agendi”, è soprattutto il sacerdote-teurgo dell’antica religione egiziana, verso cui sempre fu rivolta l’ammirazione di Bruno.
Tommaso Campanella
Un altro autorevole continuatore della tradizione ermetica fu Tommaso Campanella di Punta Stilo. Il tempo e il clima in cui egli visse erano ancora per gran parte quelli cupi e severi della Controriforma, gli stessi che avevano visto andare al rogo Giordano Bruno, arso vivo come eretico, in Campo de’ Fiori a Roma nel febbraio del 1600. Campanella, al contrario di questi, riuscì a sopravvivere alle indagini della Santa Inquisizione, da un lato per la protezione di personaggi potenti, dall’altro per la sua astuzia politica.
Durante gli anni della sua lunga prigionia, probabilmente nel 1604, egli riscrisse in italiano il “Del senso delle cose e della magia”, già steso in latino con il titolo di “De sensu rerum et magia” attorno agli anni 1590-92. Quest’opera fu pensata e scritta durante la giovinezza, ma Campanella mai la ripudiò, se tornò a riscriverla ancora in latino, con una prima pubblicazione in Germania nel 1620, e poi, con dedica al cardinale Richelieu, nel 1637 a Parigi. In essa egli espose, inserendole nel suo sistema filosofico, le sue idee sulla magia, che pure sono rintracciabili nel corpo della sua copiosissima e complessa produzione, in opere come, ad esempio, gli “Astrologica”, la “Methaphisica”, “La città del Sole”e la “Theologia”. Risulta, dai testi appena nominati, che egli fu enormemente interessato alla magia astrologica che, nonostante ormai si affermasse la scienza astronomica di Copernico e di Galileo, teorizzò e praticò fino alla morte, avvenuta a Parigi nel 1639. Fu ammiratore e seguace dell’ermetismo, convinto della perfetta equivalenza di magia e religione e, seguendo le teorie ficiniane, della naturale possibilità di armonica convivenza di ermetismo e Cristianesimo. Daniel P. Walker e F. Yates hanno evidenziato i caratteri del messianesimo millenaristico, dell’astrologismo magico che Campanella, da cattolico, si sforzò di giustificare e sostenere, facendo riferimento anche all’autorità di Tommaso d’Aquino e di Alberto Magno.
Nel “Del senso delle cose e della magia”, Campanella fece interamente proprio il principio dell’animazione universale, secondo cui tutte le cose hanno un senso, una sorta di spirito caldo, sottile e impalpabile le permea tutte, le anima, in quanto soltanto una natura così concepita può corrispondere alle esigenze teorico-pratiche della magia, così com’egli la intendeva. L’animazione, tuttavia, non è soltanto materiale, essendo presente, nell’uomo come nel mondo, un’altra anima infusa direttamente da Dio; in questo modo si stabilisce un consenso tra le cose e tra queste e l’uomo. Ecco allora la possibilità della magia, che è insieme sapienza speculativa e pratica, conoscendo e operando per il bene dell’umanità; essa è scienza e tecnica, dunque, così come per uno dei maggiori predecessori di Campanella, Paracelso, con il quale egli ripeté che la magia consta di tre scienze: religione, medicina, astrologia. La prima serve a far conoscere la “prima causa”, onde imporre «fiducia, onore e riverenza» in colui che è soggetto attivo o passivo dell’azione magica; la seconda aiuta l’uomo a scoprire la virtù delle cose – erbe, pietre, metalli - e i loro rapporti di simpatia e antipatia, di attrazione e repulsione tra loro e con noi e quindi la loro struttura fisica e attitudine a patire l’intervento del mago; la terza, infine, permette di conoscere il tempo propizio ad operare. Si rileva, tuttavia, la superiore pregnanza della religione, che finisce col comprendere le altre due scienze: egli insistette su questa significazione estensiva del termine “religione” per approdare al concetto di “religione magica”, che ingloba quello di sapere scientifico. Per questo motivo, egli ritenne di dover distinguere tra una magia più alta, di natura divina e che, perciò, può essere praticata soltanto da chi è in stato di particolare grazia (quella per cui Mosé e i Santi poterono operare miracoli), e una magia “naturale” che attinge i suoi poteri dall’astrologia, dalla medicina e dalla fisica e che, se religiosamente ispirata e giustamente praticata, può acquistare connotati divini.
Campanella nominò, ma nettamente distinguendola dalle prime due, anche una terza forma di magia, che pur riuscendo ad operare cose portentose, addirittura miracoli all’occhio dei profani, per essere spinta da forze demoniache egli definì “diabolica”. Resta il fatto, però, che, al di là di questa distinzione di maniera, egli, nell’era ormai moderna di Galileo e di Cartesio, si reputava mago e da mago scriveva ed operava, si sentiva in possesso di poteri di comunicazione con i demoni e con gli angeli, dotato di spirito profetico; studiava l’arte mnemonica, come del resto Pico della Mirandola, sui cui poteri grandemente confidava; credeva negli influssi celesti, negli oroscopi e nei vaticini, e, quasi da pagano, sembrò ammettere la possibilità d’innalzare preghiere al Sole e alle altre divinità planetarie. L’utopia contenuta nella “Città del Sole” è, infatti, quella di considerare il Sole, datore di luce e di vita, come immagine di Dio, reggitore supremo mediante Potestà, Sapienza, Amore del mondo e, conseguentemente, intendere la religione naturale, espressa nelle forme sante e pure dell’antica religiosità, come consona al Cristianesimo, nel suo senso genuino di verità rivelata e di messaggio di salvezza.
In questo modo, proprio la “Città del Sole” diviene la manifestazione estrema dell’ermetismo religioso del Rinascimento e quella di Giordano Bruno l’ultima voce convinta della liceità e bontà dell’ermetismo magico. In quello stesso periodo si affermavano il geometrismo e, fatta eccezione per la speculazione filosofica di Pascal, il metodo delle idee chiare e distinte di Cartesio, il trionfo del razionalismo e l’avvento dell’Illuminismo. L’ermetismo, anche in conseguenza di numerosi critici che mettevano in dubbio l’antichità e l’autenticità degli scritti ermetici e la storicità del Trismegisto, dopo secoli di fortuna sembrava avviarsi verso una inarrestabile decadenza. Esso defluì probabilmente nei canali esoterici dell’occultismo e delle società segrete, come, per esempio, quelle dei Rosa Croce e della Massoneria.
VII. Il realismo magico: Massimo Bontempelli
Il termine “realismo magico” (Magischer Realismus) fu coniato per la prima volta dal critico tedesco Franz Roh negli anni Venti del secolo XX per descrivere il realismo insolito principalmente di pittori americani come Ivan Albright, Paul Cadmus, George Tooker e altri artisti durante gli anni Venti, ma può essere applicato sia alle arti visive che alla letteratura: in pittura si rifà ad una visione lucidamente attonita del reale, mentre in letteratura distingue un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto altrimenti realistico.
Occorre precisare innanzitutto che il realismo magico consta di due fasi distinte: la prima si sviluppò all’inizio degli anni Venti in Europa e caratterizza principalmente la pittura, mentre la seconda è databile agli anni Sessanta, si diffonde principalmente in America Latina e riguarda soprattutto l’ambito narrativo. Come si può notare, il termine “realismo magico” designa due fenomeni che, pur avendo una radice comune, riguardano differenti ambiti diacronici, geografici e soprattutto di genere: in Italia la sua elaborazione si deve allo scrittore Massimo Bontempelli, mentre il suo principale esponente in pittura è Antonio Donghi; il termine, poi, è più spesso associato con il boom letterario dell’America Latina del secolo XX, segnato dalla pubblicazione di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez nel 1967, che è generalmente considerato il testo seminale del realismo magico insieme ai racconti di Jorge Luis Borges. Il realismo magico, inoltre, può essere rilevato nelle fiabe sovrannaturali di E.T.A. Hoffman, che sono collegate al tono terreno del giornalismo confessionale.
Come dice la parola stessa, quella del realismo magico è una poetica che si situa a metà strada tra l’elemento magico-surrealista e la rappresentazione realista. L’intento principale di questa corrente artistico-letteraria è la descrizione precisa della realtà, che non tralasci alcun dettaglio, ma consegua un effetto di “straniamento” attraverso l’uso di elementi magici descritti in modo altrettanto realistico. In questo modo, a una prima fase di incredulità e stupore di fronte ai fenomeni magici descritti fa seguito, nel lettore, un progressivo aumento della fiducia negli stessi eventi che, man mano che l’autore incrementa i particolari realistici, da assurdi e impossibili diventano reali e incredibilmente belli perché carichi di sfondo magico.
Alcuni critici non considerano il realismo magico come una corrente vera e propria, ma come una sottocategoria del Postmodernismo, a causa della sua sfida all’egemonia ed il suo utilizzo di tecniche simili a quelle di altri testi postmoderni, come la distorsione del tempo; altri lo intendono come una prosecuzione, in campo letterario, del Surrealismo (molti dei primi realisti magici come Alejo Carpentier e Miguel Ángel Asturias studiarono con i Surrealisti). Tuttavia, è necessario notare che, mentre i Surrealisti cercano di scoprire e di descrivere ciò che è oltre, superiore al “reale”, attraverso l’uso di tecniche come la scrittura automatica, l’ipnosi e il sogno, i realisti magici descrivono il mondo reale stesso come dotato di meravigliosi aspetti inerenti ad esso; per quanto concerne il Postmodernismo, invece, bisogna dire che il realismo magico ha molto in comune con esso, dalla coesistenza di più linguaggi (il cosiddetto “meticciato linguistico”) al multiculturalismo e al revisionismo storico.
La volontà di riscrittura del passato accomuna gran parte dei romanzi postmoderni e nasce da precisi bisogni e situazioni. In primo luogo, lo scrittore postmoderno avverte che la storia è stata narrata interamente, e sente di non avere più nulla da dire, cosicché la sua operazione di riscrittura è associata alla rimessa in gioco dei vecchi generi letterari, resa disponibile dalla versatilità del romanzo come genere letterario che permette il riferimento a qualsiasi altro genere. A questo proposito, si può guardare al postmoderno come ad una “retroguardia” e, nonostante il suo nome indichi una posteriorità al modernismo, i suoi esponenti guardano continuamente dietro di sé, vanno prima del modernismo, avvertendo che ormai tutte le innovazioni sono state usate proprio dai modernisti.
In secondo luogo, si narra nuovamente la storia per cercare nel passato ciò che è carente nel presente, a causa di un clima di sfiducia diffuso nei confronti del tempo attuale, dovuto ai traumi dei conflitti mondiali: la storia perde credibilità e quindi la si ripropone per cercare di conferirle nuovamente fiducia.
È possibile individuare alcuni elementi ricorrenti in molti romanzi del realismo magico: ovviamente, come sempre quando si tenta di individuare dei punti comuni all’interno delle correnti letterarie, è necessario notare che non tutte queste componenti si possono trovare in ogni romanzo e molte si ritrovano in romanzi che ricadono in altri generi.
La cifra comune delle opere di questo tipo è la presenza di un elemento magico e sovrannaturale (o paranormale): esso può essere intuito ma non è mai spiegato, mentre i personaggi accettano di mettere in questione la logica dell’elemento magico. I dati sensoriali sono esibiti con grande ricchezza, mentre il tempo è spesso soggetto a cambiamenti e deformazioni: vi sono spesso distorsioni temporali, inversioni, ciclicità o assenza di temporalità, o ancora è ricorrente la tecnica di collassare il tempo in modo da creare un’ambientazione in cui il presente si ripete o richiama il passato. Si hanno così, a volte, inversioni di causa ed effetto (per esempio un personaggio può soffrire prima che una tragedia avvenga), e gli eventi sono talvolta presentati da prospettive multiple. Molti romanzi incorporano elementi leggendari o folkloristici, potendo essere ambientati o provenire da aree a mescolanza culturale, mentre altri rendono evidente la ribellione contro un governo totalitario o contro il colonialismo.
Il realismo magico italiano trova in Massimo Bontempelli il suo maggiore esponente, oltre che il suo teorico più convinto, anche se lo scrittore approda al genere dopo i quarant’anni, all’indomani della parentesi bellica della prima guerra mondiale. Egli, fondatore insieme a Malaparte della rivista “900” (1926), scrive, a proposito del nuovo stile: «Unico strumento del nostro lavoro sarà l’immaginazione», manifestando l’intento dei realisti magici di dar voce alla “soprarealtà”, una realtà magica e inafferrabile nascosta negli oggetti e nelle situazioni più quotidiane: «Immaginazione, fantasia: ma niente di simile al favolismo delle fate: niente milleunanotte. Piuttosto che di fiaba, abbiamo sete di avventura. La vita più quotidiana e normale, vogliamo vederla come un avventuroso miracolo, rischio continuo, e continuo sforzo di eroismi o di trappolerie per scamparne». D’altra parte, lo stesso Bontempelli fornisce un’efficace definizione della magia, adatta a comprenderne il ruolo in questo contesto artistico-letterario: «La magia non è soltanto stregoneria: qualunque incanto è magia. Il fondo dell’arte non è altro che magia». Pertanto, scoprire «il senso magico nella vita quotidiana degli uomini e delle cose» e «raccontare il sogno come se fosse realtà e la realtà come se fosse sogno» è l’indirizzo fondamentale del realismo magico di Bontempelli, il programma letterario già codificato e compiuto nel corso degli anni Venti del Novecento, durante i quali egli pubblica i suoi capolavori: “Nuovi racconti di avventure” (1921), “La scacchiera davanti allo specchio” (1922), “Eva ultima” (1922 e 1925), “Nostra Dea” (1925) e i romanzi “Il figlio di due madri” (1929) e “Vita e morte di Adria e dei suoi figli” (1930).
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Come già accennato, nel 1926, sul fondamento delle teorie del realismo magico, Bontempelli fonda la rivista “900”, insieme al fascista Curzio Malaparte (definito da Piero Gobbetti come «la più bella penna del Fascismo»), a garanzia della buona disposizione del regime: al Fascismo non può dispiacere la “magia” alla maniera di Bontempelli, dal momento che all’origine dei due fenomeni, in campi tanto lontani come l’arte e la politica, sta la comune radice di idealismo “onnipotente”, tipico di gran parte della cultura italiana del primo Novecento. «Immaginazione è modificare il mondo esteriore […] muovere il creato secondo la necessità del proprio spirito»: è una formula irrazionalistica che, mentre dice molto dei limiti del magismo bontempelliana, denuncia i legami con l’ideologia del regime, così disposta a scambiare i sogni onnipotenti per realtà e potenza economica. Non è qui il caso di entrare nella polemica sui rapporti tra lo scrittore e il Fascismo (fu segretario del Sindacato Fascista Autori e Scrittori, fu assunto nel 1930 all’Accademia d’Italia, ma fu anche eletto al Senato nelle liste del PCI): quello che interessa notare è la connessione di fondo tra una poetica e un’ideologia, la comune origine dalla stessa matrice culturale, con la conseguente indicazione del realismo magico come forma post-avanguardistica di riflusso classicistico all’italiana.
Tornando ancora proprio sulla poetica di questo autore, il Guglielmino riporta un’efficace sintesi delle direttive del realismo magico secondo l’interpretazione che ne dà lo stesso Bontempelli: «Formulando la propria poetica, Bontempelli polemizza contro tutta la letteratura veristica del tardo Ottocento, contro il suo patetismo e vittimismo e, nel contempo, contro la letteratura accademica fatta soltanto di raffinatezza stilistica, e teorizza un’arte che rifiuta così la realtà per la realtà, come la fantasia per la fantasia e vive del senso magico scoperto nella vita quotidiana degli uomini e delle cose. Tale arte dovrà avere precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intesa, quasi un’altra dimensione in cui la nostra guida si proietta. Questi quindi i canoni del realismo magico, come egli stesso lo definì» . D’altra parte, un’ulteriore definizione del realismo magico, tra le molte fornite dallo scrittore, è: «L’immaginazione non è il fiorire dell’arbitrario, e molto meno dell’impreciso. Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la nostra vita si proietta»: è appunto la poetica dell’«inquietudine» esorcizzata, dei «mostri» addomesticati, delle «ombre» trattate come cosa salda ad evitare ogni ricaduta nell’angoscia e nel nulla.
Una delle più riuscite esemplificazioni di questa concezione della realtà e della letterature è quella contenuta nella commedia “Nostra Dea” del 1925, in cui armadi e vestiti si mettono a parlare, una donna si innamora di un automa, il vetro di uno specchio si fa talmente fluido da permettere di entrarci dentro e di accedere al suo mondo rovesciato, come in “La scacchiera davanti allo specchio” (1922). In “Nostra Dea” la protagonista, priva di personalità, assume di volta in volta il carattere che le dona l’abito che indossa: la scena si apre con una Dea inerte, senza anima, e sono gli abiti a dar vita ad una Dea sempre diversa, attorno alla quale ruotano tutti gli altri personaggi, “schiavi” del suo umore e della sua personalità camaleontica. In un abito grigio «color tortora», essa appare dolce, ingenua e timida ma capace di far innamorare di sé Vulcano. Conquista Marcolfo in un tailleur rosso fuoco dal taglio mascolino e la sua personalità muta ancora indossando l’aderentissimo abito con squame verdi e luccicanti o il saio di un frate. Di volta in volta trasformata, travestita, la Dea sceglie una maschera sempre diversa per “riempirsi”, per esistere, per essere “una, nessuna, centomila”, come avrebbe detto Pirandello.
VULCANO (solo): Infatti. (Saluta alcuni dei vestiti) Cara Dea, signora Dea, donna Dea… Quante Dea! (Spalanca l’armadio) Dea, Dea, Dea, Dea… Quante dee. A scelta. A profusione. A volontà. Basta aver quattrini per pagare donna Fiora artista sarta. Cinico! Perché cinico? Lo dite voi, cinico… (Al vestito color tortora) Voi, che ieri no, l’altro ieri: oh, quando vi ho veduta la prima volta, al tè della contessa, era soltanto l’altro ieri? E ora tutto è finito? Sarà – voi, che l’altro ieri m’avevate quasi fatto innamorare. Voi, cara Dea, senza saper cosa vuol dire, mi chiamate «cinico»: ma lei – dov’è? Eccola – (al tailleur rosso) lei, donna Dea, la mattina dopo me l’ha subito fatta ritrovare la mia testa. A me, che vuole? piacciono le donne dolci, benefiche e sottomesse; lei – mi permetta che la consigli – deve attenersi agli uomini un po’ candidi, agli uomini un po’ pupi, come Marcolfo; Marcolfo: ah, che dite voi? (all’abito color tortora) che anche a voi Marcolfo ha fatto grandi dichiarazioni, più tardi nel pomeriggio, e diciamo così, al secondo atto? Non vuol dire: lui s’adattava; per lui non ci volete voi, cara Dea, lui continuava a pensare a donna Dea… (accenna al tailleur) la quale – questo stavo dicendo – la quale non mi chiamerebbe “cinico” soltanto perché ho detto… Non so che cosa ho detto: perché debbo ricordarmene? Perché obbligarmi ad essere conseguente? In mezzo a questo vostro profumo che mi dà alla testa. Il profumo, ecco la vostra unità. Olimpo. Olimpo di dee belle, davanti a cui mi viene voglia di mettermi in ginocchio, sebbene, sebbene, sebbene, sì, lo sappia, chi siete voi (al tortora) chi è lei (a un vestito giallo con tralcio di pampini cucito alla gonna) oh a te do subito audacemente del tu […].
Senza dubbio, egli entra in contatto con la corrente futurista, seppure in età matura e dopo aver composto opere in versi e in prosa ben lontane da ogni velleità di avanguardia. Del resto, lo scrittore si misura con il Futurismo diverse volte negli interventi di “900” e in altre sedi, affrontando direttamente il problema dei rapporti, di affinità e soprattutto di differenza, tra la poetica novecentista del realismo magico e quella dell’avanguardia pre-bellica: in un articolo del 1927 della rivista, Bontempelli afferma senza mezzi termini: «Noi professiamo una grande ammirazione per il Futurismo, che nettamente e senza riguardi ha tagliato i ponti tra Ottocento e Novecento. Senza i suoi principi e le sue audacie lo spirito del vecchio secolo, che prolungò la propria agonia fino allo scoppio della guerra, anche oggi ci ingombrerebbe: nessuno di noi novecentisti, se non fosse passato traverso le persuasioni e le passioni del Futurismo, potrebbe oggi dire le parole che aprono il nuovo secolo».
Bontempelli, dunque, riprende l’esperienza del Futurismo, ma anche del Surrealismo: il suo tentativo è di tradurre i contenuti “moderni” della letteratura e dell’arte - quali le Avanguardie mettono in luce con la rottura delle forme del passato - in un linguaggio più fruibile dal vasto pubblico. L’interesse di Bontempelli non è tanto di esibire, secondo le indicazioni del “Manifesto tecnico della letteratura futurista”, «parole in libertà» o accostamenti analogici sottratti a ogni sviluppo sintattico, quanto di interrogarsi sulle forme tradizionali del racconto e sulla necessità di un loro superamento. Si tratta, in sostanza, di un progetto di modernizzazione del gusto, dal momento che tutte le articolazioni del Modernismo diventano oggetto di una rielaborazione critica e letteraria, tendente a ridefinire e ricostruire l’immaginario collettivo dell’Europa postbellica. Tale impostazione modernista coincide con una concezione razionalista e funzionalista dell’arte, che riduca la creazione a tecnica indirizzata a un uso sociale, alle esigenze dell’uomo moderno. La letteratura, in questo modo, diviene uno strumento per colpire l’immaginario, per rompere la percezione automatica della realtà quotidiana, banale e ripetitiva, rivelandone l’essenza favolosa e la profondità. Attraverso la scrittura sperimentale, Bontempelli denuncia la crisi delle ideologie, critica la società borghese del primo dopoguerra, condanna la speculazione edilizia, si interroga sul ruolo del capitalismo, si sofferma sull’importanza della pubblicità, dando origine alle opere “La vita intensa” del 1920 e “La vita operosa” dell’anno successivo.
“Viaggi e scoperte”, che scrive nel 1921, introduce direttamente al magico con l’adozione del “viaggio” come modo di fuga dal tempo e della spazio e immersione nell’onirico. Alle spalle di Bontempelli stanno già le esperienze della pittura metafisica, specialmente quella di Giorgio De Chirico; lo scrittore innesta la sua ricerca di libertà in questo spazio dove, come dice Raymond, «la libertà è infinita», ma subito contrappone alle sollecitazioni centrifughe del fantastico puro la vigile regia delle strutture chiuse e delle forme classiche. Fin dalle prime apparizioni, il “magico” di Bontempelli è insieme avanguardistico e classicistico, libero dal tempo cronologico ma per nulla affidato al flusso di coscienza, affrancato dalla causalità ma schiavo della sintassi.
In uno dei racconti di “Vita operosa”, intitolato “Pantelestesi”, si assiste ad una strana scena davanti allo specchio: il protagonista si trova in una stanza deserta collocato di fronte ad un’intera parete specchiante, che gli rimanda gli aspetti della stanza, ma non della sua stessa figura; ad un tratto appare il volto di una donna della quale egli si era innamorato, vicinissimo e infinitamente lontano, misterioso e tentante ed egli, dopo aver invano cercato di afferrarla, è preso dal furore e infrange lo specchio fuggendo in preda al terrore. Lo specchio che non riflette l’io, ma l’alterità inafferrabile, è una bella immagine della profondità inquietante dell’arcaico psichico, là dove attraverso il narcisismo primario si giunge alle immagini materne, fascinose e distruttive, in una regressione che porta ai fantasmi della dipendenza assoluta, dell’angoscia d’abbandono, dell’aggressività e della persecuzione.
L’immagine dello specchio ritorna innumerevoli volte nell’opera di Bontempelli e, probabilmente, ne costituisce la figura chiave, come nei brani di “Mia vita morte e miracoli” (1931). In particolare, ricorre frequentemente nei primi libri “magici” dell’autore, dalle due “favole metafisiche” del 1922 e del 1923, “La scacchiera davanti allo specchio” ed “Eva ultima”, ai brevi racconti di “La donna dei miei sogni” (1926). Nello specifico, nel primo romanzo la poetica bontempelliana si realizza attraverso la suggestiva descrizione delle potenzialità magiche offerte dalla vita quotidiana, quando si sappia entrare in una realtà “surreale” che non può essere conosciuta con le operazioni della scienza. Al centro della narrazione campeggiano, indicati già nel titolo, due elementi, la scacchiera e lo specchio- caratteristici dei quadri della pittura metafisica di artisti come Giorgio de Chirico e Carlo Carrà: oggetti tipici della società di massa vengono assunti come emblemi misteriosi per la costruzione di miti e favole della
contemporaneità. Con questo tipo di intento, Bontempelli fu in grado di sospendere e trasfigurare la vita quotidiana in una dimensione al di fuori del tempo, in una sorta di magica lontananza che contrasta con la quotidianità degli ambienti e con l’impostazione razionale e ironica del racconto. Egli riprese molti dei procedimenti dell’avanguardia e dell’arte di Pirandello - il tema delle maschere, le marionette, lo specchio, lo sdoppiamento di autore e personaggio - ma puntualmente, in tutte le sue creazioni, la realtà normale e quotidiana (rovesciata nel corso della narrazione in un universo immaginario che ne rivela i tratti perturbanti) deve essere restituita nella sua rassicurante certezza, a conclusione della vicenda narrata. Infatti, lo
specchio è sì l’occasione per la fuga oltre la realtà, ma le pedine degli scacchi, che affrontano al di là del vetro lo spazio dove la libertà è infinita, non esplorano affatto ciò che giace oltre le colonne d’Ercole della coscienza, ma «compongono soltanto i pezzi di una sapiente balletto ritmico» : con tutta evidenza, lo scrittore non appare in grado di condurre un autentico approfondimento dell’«aldilà del fantastico», il suo irrealismo è solo formale e non tocca, sostanzialmente, il terreno della trascendenza metarazionale, realizzandosi tutto fra struttura e stile.
I ventiquattro brevi capitoli de “La scacchiera davanti allo specchio” costituiscono un racconto fantastico in cui l’io narrante, all’età di otto anni, è rinchiuso in una stanza in cui uno specchio riflette l’immagine di una scacchiera. Il bambino si trova ad attraversare lo specchio su invito del Re Bianco che ha iniziato mirabilmente a parlare, e che gli spiega come la vita, nel mondo dello specchio, sia perpetuamente uguale a se stessa, senza tempo, e come le immagini della scacchiera siano «gli esemplari dell’umanità», «veramente eterni». È evidente la presenza dell’elemento magico-visionario, che accompagna il protagonista in tutto il suo fantastico viaggio al di là della realtà prima del ritorno nella sua stanza. Nei capitoli XIII-XV è descritta l’esplorazione compiuta dal bambino nello strano paesaggio che si apre al di là dello specchio: di fronte alla noia generale che regna nel mondo appena conosciuto, egli decide di andare alla scoperta della dimensione straordinaria in cui si trova.
Capitolo tredicesimo esplorazione
Si gettarono tutti in terra, e si misero a guardare in alto con l’aria più annoiata del mondo. Nessuno apriva bocca. Anch’io m’annoiavo.
E mi venne voglia d’andarmene un poco in giro per mio conto. Nonostante tutto quello che aveva detto il Re Bianco, speravo che anche in quel mondo vuoto avrei trovato qualche altra cosa interessante da vedere.
[…]
Allora mi misi a camminare più svelto e andare diritto davanti a me. Dopo forse cento passi voltai la testa: non si vedeva già più nessuno. Avanti dunque.
[…]
Dopo dieci o dodici passi mi sembra di sentire un che di strano nel mio andare, non capivo perché. Vado avanti, sempre contando. Ero arrivato, mi pare, a trentacinque, quando quell’impressione mi si fa chiara e precisa: l’impressione di salire.
Mi fermo e guardo dinanzi a me. Niente: il terreno pareva sempre in piano, e unito, uguale interminatamente da tutte le parti. Riprendo, e quella sensazione perdura, anzi si afforza. Mi fermo ancora, mi giro, e faccio alcuni passi sulla linea delle mie orme, cioè come tornando indietro. E qui il mio camminare era più leggiero, andavo in giù con facilità, in giù, certo: discendevo. Mi volto di nuovo, riprendo l’andare, è più faticoso: salivo.
Oramai non c’era più dubbio. Sebbene, all’apparenza, io fossi in perfetta pianura, stavo invece montando su per una salita, non molto ripida, ma sensibile. Non riuscii a spiegarmi il fenomeno, ma ciò mi persuase a proseguire e mi ridette la speranza di trovare qualche importante novità.
La salita durò pochi minuti, poi avvertii che il passo m’era tornato uguale e facile. L’aria e il suolo intorno continuavano a mostrarsi vacui, uniformi, incolori, pieni di silenzio da tutte le parti.
[…]
Per un momento ebbi l’assoluta certezza d’essere in faccia al mare; ma perché non si mostrava, e c’era invece davanti e intorno a me quella ostinata pianura senza colore? Perché sentivo le cose della natura solo come suoni e voci, senza niente niente da vedere?
Di colpo un pensiero mi spaventò. S’io continuo a camminare così in mezzo a cose che non si vedono, posso da un momento all’altro precipitare in un burrone, in un fiume, o nel mare stesso, se davvero lì davanti c’era il mare.
Rimasi perplesso qualche tempo.
[…]
Senonché, così avendo ripreso francamente a camminare, a un certo punto mi sorprese un’altra sensazione, questa: io camminavo, sì, in modo regolare e per mio conto, ma cominciavo a cambiar direzione; ed era il suolo stesso, sotto i miei piedi, che mi guidava dolcemente a quella maniera.
Appena mi fui accorto del fenomeno mi vi abbandonai con piena fiducia. Poiché m’era andata tanto bene sino a quel punto, mi pareva non aver più nulla da temere per il rimanente della mia avventura.
Capitolo quattordicesimo panorama
[…]
Poi la nebbia cominciò a rischiararsi, diradare, aprire qualche squarcio. Io mi aspettavo, levata che si fosse, di vedere laggiù quei fiumi, o quei boschi, o quel mare, di cui avevo sentito le voci. Invece, come gli squarci si fecero più ampi, cominciai a intravedervi in mezzo certe forme, non ben definite da prima; e non capivo nemmeno se la nebbia col suo diradare mi lasciava scorgere quelle forme, o se fosse essa medesima che in certo modo si frantumasse e solidificasse qua e là in oggetti d’ogni genere.
Perché ora vedevo che quelli erano veramente oggetti. La nebbia era totalmente scomparsa; ogni cosa si presentava lucida e nitida; c’era, in quel vasto fossato, riquadrato come una piazza d’armi ma sprofondato molto più basso del suolo su cui io ero, c’era una quantità di oggetti diversi. Mobili di varie specie: sedie, tavolini, mensole, cassettoni, e poi tendami; e mazzi di fiori, in vasi alti e bassi, sottili e panciuti; e cuscini, e una quantità di vasetti di più fogge; e poi libri, e un martello accanto a una lima e ad altri strumenti del genere; un attaccapanni, spazzole di varie forme e pettini e fiale, una storta come se ne vedono nei gabinetti di chimica, parecchi piumini di quelli che adoperano le cameriere per spolverare i mobili.
Io nomino queste cose confusamente come mi vengono alla memoria (e ce n’erano altre ancora che ora mi sfuggono); ma là erano disposte in un ordine che non saprei spiegare, ma che certamente aveva una sua regola.
[…]
Là quegli oggetti stavano - tanto per farmi capire - stavano in certo modo come stanno gli alberi e le rocce nella campagna. Non so dire perché, ma si capiva che erano a posto bene, come nati lì dove si trovavano. Erano quasi diventati vivi; e tutti insieme formavano un’armonia strana e piacevolissima a vedersi. Erano, ecco, erano una specie di paesaggio, fatto di oggetti invece che di piante e altri prodotti naturali.
Mentre stupefatto guardavo, m’accorsi che si sentiva sempre quel susurro complicato, il quale non era cessato mai, ma distratto dall’inatteso spettacolo io non ci avevo fatto più caso. E il susurro veniva proprio di laggiù, da quel panorama strambo. Era tornato assai sommesso, ma ponendovi attenzione ci distinguevo ancora - ridotte a mormorii delicatissimi - voci di fronde, di venti, d’acque correnti, di rive marine.
E in breve queste voci mutarono ancora di forma: pareva che i fremiti, i mormorìi, i ronzìi, si sforzassero d’articolarsi, di diventar quasi parole, parole d’una lingua ignota, molto dolce.
Pieno di curiosità, traversai risolutamente la stretta striscia che mi separava dall’orlo del fossato; di là spinsi lo sguardo in giù, se da qualche punto fosse facile scendervi. Mentre così cercavo, d’un tratto una voce acuta e secca, mi gelò di spavento. La voce aveva detto:
«No: più in là non si va.»
Capitolo quindicesimo un altro sovrano
Rimasi un momento come inchiodato dallo stupore. Poi guardai rapidamente, ansiosamente, in mezzo a quelle cose, dalla parte donde mi pareva che fosse giunta la voce; ma non vidi nessuno. Mi chinai tutto giù, sull’orlo del fossato. E la stessa voce, più vicina:
«Ho detto che non si va.»
Nello stesso tempo, da un folto di non so che oggetti varii, che stavano aggruppati in un angolo e a cui non avevo ancora fatto caso, uno di quelli si staccò e rapidamente saltò sul ciglio ove io ero; si piantò proprio al mio fianco.
Era un manichino: un manichino di vimini: di quelli alti come un uomo, senza braccia né testa, su cui le sarte provano i vestiti delle signore.
[…]
Certo il mio primo spavento s’era già dileguato, perché sùbito gli rivolsi la parola:
«Eri tu che parlavi?»
Tutte le volte che ho poi ripensato a quella scena mi sono domandato come mai quel coso mi avesse ispirato tanta confidenza da dargli del tu.
Rispose:
«E chi ha da essere?»
Noi parliamo con la lingua: ma lui con che cosa parlava? Era davvero buffissimo.
«E chi ha da essere?» riprese. «In mezzo a tutti questi oggetti, io sono la sola creatura dotata d’intelligenza, di volontà, e di parola.»
«Vedo vedo. E come ti chiami?»
«Che domanda sciocca» esclamò. «C’è bisogno d’avere un nome? Il nome serve agli uomini, ai cani, e simili, altrimenti non sanno distinguersi gli uni dagli altri. Io sono io, e basta.»
«Se basta a te» gli risposi «figurati a me. E che ci fai qui?»
«Sono il re di tutte queste cose» proclamò con sussiego.
Così dicendo si voltò verso il fossato, proprio come uno che avesse fatto un gesto col braccio per indicare. Probabilmente lui credeva di averlo, il braccio, e s’immaginava di fare il gesto.
«Tutte queste cose» continuò «sono gli oggetti che furono riflessi, un giorno o l’altro, anche per un momento solo entro l’antichissimo specchio di cui sono il sovrano.»
L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Società Editrice Dante Alighieri, Milano-Roma-Napoli-Città di Castello 1970.
In Italia si sono occupati di Teofrasto Paracelso studiosi come Furio Jesi, Maurizio Barracano e Alberto Cesare Ambesi, che hanno soprattutto cercato di restituirlo al suo contesto storico; con ciò hanno tentato di sottrarlo agli effetti dei pettegolezzi (che hanno fatto di lui persino un eunuco) e alle ambiguità delle leggende che nei secoli si sono annodate sul suo nome. E hanno cercato anche di sfatare l’accusa di ciarlataneria causata dai suoi interessi per la magia e l’alchimia.
La medicina spagirica si basa sulla convinzione che nell’uomo sano le forze dense e sottili sono in perfetto equilibrio e che la malattia interviene quando tale equilibrio è spezzato. La malattia dipenderebbe, dunque, da squilibri energetici che si manifestano solo in un secondo momento anche sul piano fisico. Per curare la malattia è necessario agire innanzitutto sulle parti più sottili dell'uomo.
Ficino fa riferimento agli scritti di Tommaso d’Aquino nel capitolo XVIII del De Vita coelitus comparanda. L’Aquinate, infatti, in diversi suoi scritti mostra di non essere del tutto contrario all’uso delle immagini, purché non siano esse demoniche.
Giordano Bruno, De magia, in Opera latine conscripta III, a cura di Felice Tocco e Girolamo Vitelli, Firenze 1849.
«Oh, oh!» esclamai. «Ma allora che cosa mi ha detto il Re Bianco?»
«Che vuoi che sappia quell’imbecille?» disse il manichino. Il suo tono era così sprezzante, che certo con la bocca, che non aveva, doveva credere di aver fatto una smorfia.
«Non ti confondere con quella gente» continuava «non capiscono niente, e chi sa quali diavolerie t’han messo in testa. Gli specchi sono fatti per ricevere ed eternare le immagini degli oggetti, come tu sai. Ci si riflettono anche gli uomini e le donne, ma è un di più, non ha importanza. Appena un oggetto è stato riflesso nello specchio, è fatta: la sua immagine rimane dentro, e cammina, e sùbito arriva qui, in questo luogo elevato, dove diventa immortale. Invece le immagini delle persone, non avendo importanza, restano giù, nella regione inferiore, che devi avere traversata. Questo luogo qui non sanno neppure che ci sia. Per venir qui si sale, te ne sarai accorto. E soltanto le immagini degli oggetti, creature superiori, possono salire. Quelle degli uomini, anime piatte, non possono; esse infatti non conoscono che la regione piatta più giù, la pianura.»
«E gli scacchi?»
«Quelli sono una cosa di mezzo tra le persone e gli oggetti. Qualche valore, mio Dio, ce lo hanno: ma non tanto da arrivare quassù.»
«Guarda guarda. E tu chi sei?»
«lo? lo sono un manichino, il manichino dove si faceva provare i vestiti una signora, che era padrona dello specchio molti anni fa: ora abita, s’intende, nella regione inferiore.»
«Mia nonna!» gridai.
«Sarà. Io, essendo manichino, sono l’oggetto per eccellenza: l’oggetto, tant’è vero, sul quale gli uomini e le donne cercano di modellarsi, per sembrare manichini anche loro. Naturalmente non ci riescono mai del tutto, c’è sempre qualche cosa che sopravanza. Lo capisci, ora, perché io sono il re di tutto questo reame, e perché non scendo mai nella regione inferiore?»
E parlando continuava a rigirarsi, un po’ verso il suo reame, un po’ verso la regione inferiore, e così girando ogni tanto si sollevava alquanto da una parte o dall’altra sopra il cerchio che gli faceva da base: tutt’insieme era la cosa più buffa che si possa immaginare.
[…]
E rimanemmo per un po’ l’uno in faccia all’altro a bocca aperta. Lui non l’aveva, la bocca, ma certo la teneva aperta, guardando me, come tenevo io la mia guardando lui: si capiva benissimo dalla sua posa.
Dopo un po’ ruppi il silenzio:
«E ora?».
«Ora» rispose ricomponendosi «Io torno giù, perché ho da fare, e tu vattene per i fatti tuoi. Qua la mano, e a rivederci chi sa quando».
«Qua la…?».
Ero inebetito: di quale mano parlava? Avevo mezzo sporta in avanti la mia, ma lui come voleva fare, poverino, che non ce l’aveva?
Ma d’un tratto me la sentii prendere, la mia mano, la sentii afferrata nella sua; sicuro, la sua, che non si vedeva; poi la stretta calorosa s’allentò, e lui saltò giù.
La vicenda descritta ne “La scacchiera davanti allo specchio”, sin dalle prime pagine del racconto, diventa un gioco della fantasia volto a immergere i personaggi e le cose in un alone particolare che quasi li scorpora della loro materialità e permette uno svolgimento quanto mai lontano da ogni legge di logica o di verosimiglianza, in linea con i dettami del realismo magico teorizzati e attuati dallo stesso autore. Le caratteristiche di questo filone sono ben testimoniate dal brano riportato sopra, nel quale tutto si svolge in una aura rarefatta ed assorta che permette che tutto sia credibile e possibile, dal dialogo con i vari pezzi degli scacchi alle riflessioni del manichino. È opportuno precisare, inoltre, che Bontempelli, nel panorama culturale del suo tempo, è tra quei letterati italiani che guardano con maggiore interesse all’esperienza dell’arte europea ed è indiscutibile, nella sua opera, l’influenza di talune suggestioni surrealistiche se non altro nella tendenza a far lievitare la realtà, a creare accanto e al di sopra di essa una dimensione onirica o da sortilegio.
Caratteri inerenti al “realismo magico” sono propri di varie opere di Bontempelli, in prosa come in versi, racconti brevi e romanzi; dopo aver osservato lo svolgimento paradossale de “La scacchiera davanti allo specchio”, si può leggere un brano tratto dalla raccolta di opere di questo autore “Racconti e romanzi”, intitolato “La polverina”:
Circa dodici anni fa avevo messo su per mio divertimento una specie di gabinetto di chimica, ove mi appassionavo a tentare esperienze col secreto proposito di trovare la sostanza di contatto tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Un giorno, d’improvviso, me la trovai tra mano, quella sostanza: fu, ognuno lo capisce, l’invenzione più miracolosa che possa immaginarsi. Era una polverina, che raccolta nel cavo della mano non seppi giudicare se fosse calda o fredda; era impalpabile e imponderabile, pure anche a occhi chiusi la mia mano la percepiva: era incolore e visibilissima. Mi dava, il tenerla a quel modo, una specie di ebbrezza: è da notare che l’ebbrezza è appunto la condizione intermedia, e come di contatto, tra la sensazione di una realtà fisica e lo stato d’animo puramente immaginativo.
Tale era quella sostanza, come subito intuii, e come potei riconoscere in breve, quel giorno stesso, per caso, lungo una serie di fenomeni oltremodo curiosi che intorno a me si produssero, e che voglio raccontare per vedere chi ci crede.
Era d’estate, in un piccolo paese pieno di sole, che sta in mezzo a una pianura d’Italia.
Chiusi la polvere in una cartina, la misi nel portafogli. In questo atto m’accorsi che non avevo più danaro; ne cercai invano in tutte le mie tasche. Io non avevo ancora capito quali potessero essere gli effetti della virtù di quella polvere e immaginai rapidamente una serie d’esperienze costose per riconoscerli. Era mezzogiorno. Mi si imponevano dunque due problemi di natura finanziaria: trovare il danaro per andare a pranzo, e quello per fare le esperienze. Il secondo assorbiva il primo. Uscii di casa, nel sole, con la mia polvere in tasca. Le strade erano vuote. I miei passi risonavano sui lastrici battuti dalla fiamma del cielo.
Pensavo. In paese conoscevo due uomini ricchi: Bartolo e Baldo. Sapevo che Bartolo andava qualche volta alla trattoria dello Sperone ardente, di cui Baldo era proprietario. Vi andai. Il padrone non c’era, era andato alla sua vigna: ma, fortuna, c’era Bartolo, con la moglie (una grassona) e la figlia (una magretta). Stavano terminando di pranzare. Lo affrontai subito.
«Cercavo di lei, signor Bartolo, per associarla a una mia impresa. Ho scoperto una polvere prodigiosa. Non so ancora a che cosa serva, ma so che essa sta esattamente sul limite tra la vita fisica e la vita metafisica. Ella intende l’importanza enorme della cosa. Mi occorre che ella mi somministri venticinquemila lire per le esperienze conclusive. Ci conto.»
(In cuor mio contavo pure di prelevar sùbito cinque .lire di quelle venticinquemila, per pranzare.)
Bartolo si affrettò a trangugiare precipitosamente, quasi da ingozzarsi, la pèsca che stava sbucciando.
«Alzatevi, “donne”» ordinò alla moglie grassa e alla figlia magra. Esse si alzarono, e lui pure. E avanzò verso di me. Aveva un vestito di tela bianca e in capo un panama. Aveva gli occhiali d’oro e la barba bionda. Pareva una vespa nel latte.
«Signor Massimo - mi rispose - lei non sa che io sono povero. Io non posso somministrarle nemmeno venticinque centesimi. Le giuro che nel farle questo rifiuto il cuore mi sanguina».
Sostò. Lo guardai. Mi guardava, onde una grande timidezza mi prese, e abbassai lo sguardo.
E scorsi che sul suo petto, dalla sua parte sinistra, sotto la tasca del fazzoletto, sulla tela bianca del vestito c’era una piccola macchia rossa. Pensavo d’insistere. Ma mi avvidi che la macchiolina era fresca, e s’allargava. Stavo allora per avvertirlo, quando egli riprese a parlare:
«Il cuore mi sanguina - ripete - e io mi compiaccio di spiegarle...».
Ma non sento più niente. Mi balena un sospetto, una speranza, una spiegazione, un’illuminazione, forse, certo, anzi certissimo, capivo ora gli effetti della mia scoperta. L’uomo parlava entro il raggio d’azione della mia polvere, la sostanza che segna il punto di contatto e passaggio tra il mondo reale e il mondo delle immagini: ed ecco lui parlava, la mia polvere operava: la mia polvere serve a realizzare le immagini: le immagini di cui fanno uso gli uomini parlando. Il cuore mi sanguina, egli aveva detto, e ripetuto. E il disgraziato...
Un ulteriore, approfondito giudizio sulla tecnica narrativa di Bontempelli è quello riportato da Carlo Salinari e Carlo Ricci nella loro “Storia della letteratura italiana”, in cui essi evidenziano il legame dell’autore con la realtà vera, vissuta, con le esperienze più diverse, a sottolineare la caratteristica fondamentale del realismo magico, ovvero il realismo della materia trattata attraverso il filtro del magico e del surreale: «Quello che colpisce in Bontempelli è insieme la tecnica consumata e l’intelligenza limpidissima con cui egli contempla il mondo delle cose e degli uomini. Tecnica consumata che gli deriva dall’aver assimilato e dominato di volta in volta tutte le esperienze e le avventure della nostra letteratura degli ultimi decenni e che spesso dà sensazione di un giuoco tutto esterno e verbale, privo di qualsiasi reale motivo d’ispirazione.
Ma in realtà, se anche mancano nella prosa di Bontempelli cariche emotive, masse di sentimenti, che ne sorreggano la struttura, non manca mai una lucida intelligenza che possa sostenere la pagina e il racconto. Attraverso questa intelligenza e la schietta vena umoristica che ne deriva vengono filtrate e rimesse a fuoco le situazioni più complesse e tormentate dell’anima contemporanea.
Nei suoi racconti e nei suoi romanzi noi ritroviamo le inquietudini e i turbamenti della più sottile e scontrosa sensibilità decadente, illuminati dalla luce fredda, ma chiara e ferma, dell’intelligenza. Questo è forse il pregio principale di Bontempelli: di essere quasi uno specchio in cui le tumultuose vicende della coscienza contemporanea si placano e riacquistano precisi contorni. Ciò non toglie, s’intende, che la mancanza di un reale calore umano possa far sorgere nel lettore, in ogni momento, il sospetto che gran parte della sua produzione sia minata da un inguaribile intellettualismo ».
VIII. Hitler e il Nazismo esoterico
Si è sempre detto che il programma politico di Hitler e del Nazismo fosse alimentato soprattutto da tre fattori: nazionalismo, anticomunismo e antisemitismo. Tuttavia, secondo molti studiosi del Nazionalsocialismo tedesco, vi sarebbero anche altre cause, altre tendenze dietro il piano egemonico e distruttivo del Führer, come un’ideologia che, unendo tra loro aspetti di mitologia nordica, razzismo ed esoterismo, alimentava il sogno di arrivare a dominare il mondo.
Hitler affermò: «La forza senza un fondamento spirituale è destinata a fallire». Sulla base di questa frase, si è sviluppata una serie di studi volti a dimostrare che il Führer e i suoi gerarchi intrecciarono diverse credenze esoteriche per la formazione di una “religione” che esaltasse la forza e la potenza della nazione tedesca.
Una ricerca sulle presunte basi occulte del Nazismo può anche aiutare a rispondere a domande che vengono comunemente poste a proposito del movimento politico tedesco: come mai gli orrori del Nazismo destano sempre tanto interesse? Perché ancora oggi è difficile spiegare le vere radici di una violenza così sistematica e folle? Si può forse parlare di una “faccia occulta” del Nazismo, intendendo con questo aggettivo non solo un “lato nascosto” dell’ideologia hitleriana, ma anche una passione per l’esoterismo e la magia. Così, se per la storia ufficiale il Nazismo nacque in seguito al Putsch (“colpo di stato”) della birreria di Monaco dell’8-9 novembre 1923, la “storia occulta” sposta l’attenzione, piuttosto, su un’associazione segreta di nome “Thule”, di cui si parlerà in seguito, molti dei cui membri trovarono posto all’interno del Partito Nazionalsocialista e che fornì al nuovo movimento anche il suo simbolo, la svastica.
La svastica, la lancia di Longino e la ricerca delle origini della razza ariana
È di fondamentale importanza, ai fini di un’analisi delle teorie esoteriche alla base del Nazismo, iniziare ad esaminare proprio la svastica, il simbolo del Partito Nazionalsocialista: è evidente che, in un contesto di tal genere, un simbolo non sia solamente un’immagine, una rappresentazione grafica, bensì si carichi di profondi legami con tutto ciò che esso intende indicare, anche e soprattutto in relazione a culture differenti. Esso rappresenta il più antico simbolo di una particolare scuola di adepti, quella indiana dei jainisti; tuttavia, esiste una differenza fondamentale rispetto all’emblema adottato da Hitler: la svastica indiana era disposta in senso antiorario ed era un simbolo creativo, tanto che viene comunemente associata con l’immagine del sole. Al contrario, la svastica hitleriana è, rispetto a questa, rovesciata, disposta in senso orario, così da assumere un significato distruttivo.
Il simbolo fu scoperto da Hessenhoff, uno degli uomini in contatto con i gruppi esoterici della Germania degli anni Trenta, il quale convinse subito Hitler che esso dovesse essere rovesciato, ma in seguito si è compreso il suo errore nell’invertire il significato della svastica. Ι motivi che condussero all’assunzione di una tale immagine, antica e carica di numerosi significati – anche religiosi – sono essenzialmente due: la necessità di trovare un simbolo molto antico, e la possibilità, allo stesso tempo, di renderlo “nuovo”, rinnovandolo rispetto alla tradizione. Tuttavia, a causa dell’inversione del simbolo, tutti coloro che, nel mondo, erano in possesso di conoscenze esoteriche, in particolare di matrice orientale, compresero che il Furore avrebbe distrutto se stesso, che sarebbe impazzito; sarebbe stato in contatto con forme suicide.



Sembrerebbe che proprio il buddismo tibetano sia stato, in un certo senso, ispiratore di una forma mistica nera sia delle SS che delle Waffen-SS; infatti, furono diverse le spedizioni alpinistiche delle SS in Tibet, la più famosa delle quali condotta dall’alpinista Heinrich Harrer. Il professor Pio Filippani Ronconi, che in gioventù militò come ufficiale nelle Waffen-SS italiane, ricorda come importanti furono le discipline importate da quelle spedizioni e scrive nelle sue memorie: «vi era, e non esagero affatto, l’elemento “mistico”: quella primordiale “terribilità” nell’azione unita ad un’arcaicità di concezioni gerarchiche, per cui al centro di queste Unità combattenti esisteva un Ordine, come quelli dei Cavalieri Teutonici o dei Portaspada, che attirava irresistibilmente chi aspirasse alla dedizione totale al combattimento. Questo senso terribile di devotio, di offerta sacrificale, era accresciuto da una vena di insegnamento esoterico, in parte derivante dalle esperienze delle varie Thule-Gesellschaft dopo la prima guerra mondiale e, in parte, dalle discipline meditative riportate in Europa dalle varie missioni della SS in Tibet».
Le spedizioni naziste non interessarono solo l’estremo Oriente. Dall’Asia all’America Latina, dall’Antartide all’Africa ma anche in varie zone della stessa Europa, una piccola folla di esploratori, antropologi, geografi, genetisti, storici delle religioni e archeologi vagò alla ricerca di conferme dell’esistenza del mitico popolo degli Ariani, la razza pura da cui discendevano i Germani. Provando che i Tedeschi erano discendenti naturali degli Ariani, e quindi di semidei, si sarebbe potuto favorire la creazione di una nuova specie ariana. Furono numerosi i provvedimenti presi per favorire questo scopo, e molti sono tristemente conosciuti per la loro drammaticità. In primo luogo, fu autorizzata la sterilizzazione di tutti i non Ariani, e di tutti i Tedeschi che presentavano difetti psichici e fisici, di chi aveva problemi d’alcool, di epilessia o di depressione: in totale furono sterilizzati circa quattrocentomila Tedeschi. Il provvedimento più duro colpì gli Ebrei i quali, oltre ad essere considerati strozzini, erano accusati di essere stati, con il loro comportamento, la causa principale della sconfitta della Germania nel primo conflitto mondiale, ma soprattutto erano incolpati di ostacolare la nascita della nuova razza. Pertanto, le leggi razziali prima, e i campi di concentramento poi, sarebbero stati per il Führer il primo passo verso la costruzione del “nuovo ordine”. Hitler scriverà a riguardo, riferendosi alle persecuzioni e alle sterilizzazioni:
La più grave e crudele decisione che io abbia mai dovuto prendere. Una misura barbarica per lo sfortunato che ne è colpito, ma una benedizione per i suoi compagni e per i posteri. La sofferenza passeggera di un secolo può liberare i millenni futuri dalla sofferenza; e lo farà.
Generalmente si ricercò in Tibet o in Sud America l’entrata del regno sotterraneo atlantideo di Agarthi (dove, secondo Madame Blavatsky, si erano ritirati gli ultimi membri della razza ariana), e i Nazisti cercarono ovunque testi antichi che potessero aiutarli nella loro missione. Questa ricerca li portò anche in Egitto.
Ιn realtà, la passione nazista per l’esoterismo non ebbe nell’Egitto uno dei suoi oggetti principali, anche se, in virtù dell’importanza dell’antica civiltà nordafricana, il tentativo di trovare tracce degli Ariani non poteva non passare anche da lì.
Nel febbraio 1941 la celebre Afrika Korps tedesca, comandata dal generale Erwin Rommel, arrivò in Africa settentrionale per portare aiuto alle armate italiane in lotta con gli Inglesi. Tuttavia, si dice che la spedizione di Rommel avesse forse anche un altro scopo: avrebbe dovuto appoggiare una missione segreta affidata a due alti ufficiali tedeschi, Neumann-Sylkow e Von Ravenstein, ai quali era stato ordinato di gestire una rete di spie e agenti infiltrati oltre le linee inglesi col compito di penetrare nella Grande Piramide e verificare se era vero quanto era stato riferito pochi mesi prima ad Hitler. Sembra che qualcuno avesse convinto il Fuhrer che nella Grande Piramide, in un rifugio segreto, erano conservati da tempo immemorabile i “libri segreti di Toth”, antichi papiri su cui erano riportate formule e istruzioni risalenti ad una civiltà pre-egiziana, subito identificata con Atlantide. È importante, in questo contesto, la figura del dio Toth: per gli Egizi era lo scriba divino, colui che negli Inferi teneva il conto dei peccati dei morti, e per questo era identificato con il dio della scrittura, della parola e del pensiero. Secondo la tradizione, i suoi poteri lo resero un mago temibile e, perciò, anche il protettore della magia. Questo rapporto si è riprodotto nel tempo e con il mutare delle società: per i Greci Toth corrispondeva al dio Hermes, divenuto poi in età classica e nel Rinascimento Ermete Trismegisto, il cosiddetto “Tre volte saggio”, considerato il padre di tutta la tradizione esoterica occidentale, in cui confluiscono astrologia, alchimia, esoterismo ebraico ed egizio, scienze occulte e filosofie neo-platoniche e gnostiche.
Ebbene, sembra che i Nazisti fossero convinti che il sapere occulto di millenni fosse racchiuso in papiri nascosti dietro le pareti o il pavimento della Camera della Regina. Non è noto se gli agenti di Hitler siano riusciti a penetrare in questa stanza e a trovare quello che cercavano, ma è opinione diffusa che l’esito della spedizione sia stato negativo.
Inoltre, era vivo l’interesse anche per altri tipi di misteri, in particolare collegati con le più importanti reliquie del Cristianesimo: l’Arca dell’Alleanza - un fatto raccontato nel famoso film “I predatori dell’Arca perduta” -, la lancia con cui era stato trafitto Gesù in croce (la Lancia di Longino) e, ovviamente, il Sacro Graal (di cui si parlerà più diffusamente in seguito). La caccia a reliquie cristiane era importante perché, pur essendo pagani, i Nazisti ritenevano che Gesù Cristo fosse un ariano puro; pertanto, un oggetto che fosse stato a contatto col suo sangue purissimo avrebbe trasmesso i poteri taumaturgici, la saggezza e l’infinita sapienza del Messia.
Nel marzo 1938 Hitler, divenuto cancelliere del Reich tedesco, annesse l’Austria alla Germania. Subito dopo, fece trasferire la Lancia di Longino – che si trovava nella capitale austriaca dal 1912 – da Vienna a Norimberga, coronando così un sogno cullato fin dalla gioventù. Per la tradizione, essa fu la lancia con cui il centurione Gaio Cassio Longino aveva trafitto il costato di Gesù sulla croce e per secoli si trovò in mano agli uomini più potenti della Terra: gli imperatori Costantino, Teodosio, Giustiniano, i re barbari Alarico e Teodorico, i re di Francia Carlo Martello e Carlo Magno, Federico II Barbarossa, l’imperatore francese Napoleone. Il fatto di essere entrata in contatto col corpo di Cristo farebbe della Lancia di Longino una reliquia seconda per importanza solo al Santo Graal: Hitler volle che, a Norimberga, venisse custodita nella Chiesa di Santa Caterina e guardata a vista da un reparto scelto di SS. La lancia vi restò fino al pomeriggio del 30 aprile 1945, quando gli Americani la portarono via, esattamente un’ora e venti minuti prima che Hitler si suicidasse.
Per i Nazisti la Lancia di Longino si caricò di molti significati, non solo riguardanti la potenza che ne derivava. Secondo alcuni studiosi, il complesso di Wewelsburg (di cui si parlerà più diffusamente in seguito) richiama la forma di una lancia perché concepito come un tempio, orientato verso nord dove era la mitica Thule, l’originaria terra degli Ariani. Simbolicamente la lancia che aveva trafitto Gesù poteva, attraverso il contatto col puro sangue del Messia, mettere l’elite delle SS in contatto con lo spirito profondo del mondo germanico. Nei giorni della battaglia finale di Berlino, nell’aprile 1945, accadde un episodio, rimasto ancora senza spiegazioni, che richiama le radici esoteriche dell’ideologia nazista. A poca distanza dal bunker in cui era Hitler, i soldati russi che stavano conquistando palmo per palmo la capitale del Terzo Reich si imbatterono in una scena agghiacciante: un intero battaglione di tibetani in uniforme nazista si era suicidato in modo rituale, più o meno nello stesse ore anche Hitler si era tolto la vita. Si dice che questo sia avvenuto nel momento preciso in cui la Lancia di Longino, a Norimberga, veniva presa dagli Americani.
La problematica personalità di Hitler: il suo progetto, i suoi contatti, le sue ossessioni
Sulla personalità enigmatica di Hitler diversi autori convergono nell’affermare che l’aspetto profetico, mistico e da veggente di questo “moderno mago” può egualmente presentare al mondo la figura turpe di un cinico, di un essere duro e insensibile, capace di condannare a morte senza il minimo scrupolo tutte le persone che potrebbero metterglisi sul cammino. Rivelando un grande potere ipnotico nel parlare tanto a una persona quanto a una moltitudine enorme, ci fu chi affermò che egli era manipolato da esseri invisibili, i «Superiori Sconosciuti» evocati da Hermann Rauschning, il quale afferma che il Führer era contatto con esseri misteriosi che lo terrorizzavano:
Una persona di quelle della sua intimità mi disse che egli si sveglia la notte lanciando grida convulse. Chiama aiuto. Seduto sull’orlo del letto, si trova come paralizzato. E’ preso da un panico che lo fa tremare al punto che il letto si scuote. Proferisce vociferazioni confuse e incomprensibili. Si affanna come se fosse sul punto di soffocare. La stessa persona mi raccontò di una di queste crisi con particolari che io mi rifiuterei di credere se la fonte non fosse cosi sicura. Hitler era in piedi in camera sua, barcollando, guardando intorno a sé con un’aria allucinata. “E’ lui! E’ lui! Lo vedo qui!” egli borbottava. Le sue labbra erano azzurre. Il sudore scorreva in grosse gocce. Repentinamente pronunciò delle cifre senza senso alcuno, poi parole, pezzi di frase. Era orribile. Egli impiegava termini bizzarramente allineati, completamente estranei. Dopo tornò nuovamente silenzioso continuando però a muovere le labbra. Gli si fecero frizioni, gli si diede da bere una bevanda. Poi, improvvisamente, egli ruggì: “Lì, lì! Nell’angolo. Cosa c'è lì?” Batteva il piede sul pavimento di legno e urlava. Gli assicurarono che non succedeva niente di straordinario e allora egli, a poco, a poco, si calmò.
Fra i detti di Hitler se ne può ricordare uno che recita: “Seguo il cammino che la provvidenza mi indica con la sicurezza di un sonnambulo”: sulla base di questo, e di altri affini, sono state avanzate ipotesi a proposito di suoi presunti poteri sovrannaturali. Da ciò nasce, tuttavia, un altro mistero, quello relativo all’origine di tali facoltà oltre il limite dell’umano. Tra le varie ipotesi formulate a proposito, si può ricordare quelle che indicano il gruppo Thule, che aveva già iniziato Hitler all’esoterismo orientale, oppure un misterioso “monaco dai guanti verdi” inviato dai saggi del Tibet in seguito a una delle spedizioni promosse dal Fuhrer per rintracciare le origini della razza ariana, o ancora una rivelazione più antica. Fra l’altro, Hitler credeva nella reincarnazione delle anime in corpi di animali come i buddisti e i Catari, i quali sostenevano la metempsicosi, tanto che egli un giorno dichiarò: «Chi si suicida ritorna fatalmente alla natura-corpo, anima e spirito» .
Negli ultimi anni si è diffusa una particolare interpretazione riguardo la sua ascesa e il suo improvviso cambio di sorti. Secondo questa recente corrente di pensiero, l’intero concetto alla base della filosofia hitleriana sarebbe stato fornito da scuole occulte. Questo sarebbe stato il motivo per cui Hitler continuò a vincere fino a un certo momento, senza sconfitte di alcun tipo, al punto da apparire invincibile. Tuttavia, dopo un certo tempo, le sue sorti mutarono; secondo i sostenitori della suddetta tesi, la vittoria delle forze ostili al Nazismo fu solo un fenomeno esteriore: Hitler starebbe stato “usato” da un gruppo esoterico, per il quale sarebbe stato un ultimo, disperato tentativo di aiutare l’umanità prima che essa si autodistruggesse sulla Terra.
Secondo August Kubizek, uno dei pochi amici di Hitler durante la sua giovinezza a Linz, in Austria, le ossessioni magico-politico-razziali del futuro Führer si rivelarono d’improvviso intorno al 1904, quando Hitler aveva quindici anni. Dopo aver assistito a un’opera di Wagner impregnata d’esoterismo, dedicata al tribuno Cola di Rienzo, il giovane Hitler cominciò a parlare di “una missione che il destino gli aveva riservato” e che “avrebbe affrancato la sua razza dalla servitù”.
Da quel momento Hitler cominciò a occuparsi, quasi a tempo pieno, di misticismo orientale, di astrologia, di ipnosi, di mitologia germanica, di occultismo. Era fortemente affascinato dalle tematiche esoteriche delle opere di Wagner, di cui presto scoprì la fonte di ispirazione: la poesia medioevale di Wolfram Von Eschenbach, autore di un “Parsifal” dalla complessa simbologia ermetica. In particolare, restò affascinato dal personaggio di Klingsor che, secondo Hitler, era la trasposizione letteraria di una persona realmente esistita, il tiranno Landolfo II di Capua, scomunicato nell’875 per aver praticato la magia nera con l’intento di acquisire il potere assoluto. Con ogni probabilità Hitler si identificò con lui, anche perché soffriva della stessa anomalia fisica: erano entrambi monorchidi, ovvero dotati di un solo testicolo (a questo proposito, gli Alleati cantavano una marcetta, «Hitler has only got one ball»).
È necessario, tuttavia, porre le adeguate distinzioni tra l’elemento magico e quello mitico, con cui il primo viene talvolta, a torto, identificato o scambiato. É incontestabile la parte che nel Nazionalsocialismo hanno assunto “miti”, come quelli del Grande Reich, del Capo carismatico, della razza e del sangue, solo per citarne alcuni, ma a tale riguardo é giusto attribuire al termine “mito” il semplice senso di “idea-forza motrice”, dotata di un particolare potere suggestivo (come, in genere, lo sono quelle usate dalla demagogia), senza nessuna implicazione “magica”: allo stesso modo, non si possono definire “magici” i miti a cui s’ispirano il Fascismo (Roma, il Capo) o la Rivoluzione Francese, o ancora il Comunismo. Il discorso cambia se si ricercano delle influenze di carattere anche sovrumano alle radici del movimento nazionalsocialista tedesco: tra le diverse ipotesi avanzate, si é parlato dei già citati “Superiori Sconosciuti” che avrebbero suscitato il movimento nazista e si sarebbero serviti di Hitler come di un loro medium, anche se restano oscuri i fini che avrebbero mosso questi esseri, forse fini negativi e distruttivi, se si giudica a posteriori, ovvero a partire dai catastrofici effetti dell’operato hitleriano sull’Europa. Un’altra tesi sostiene che la rapida degenerazione del movimento di Hitler sarebbe stata dovuta proprio all’emancipazione del Führer da questi Superiori Sconosciuti, ma resterebbe così aperta una questione a proposito la scarsa capacità di questi esseri superiori di bloccare colui che era stato il loro medium.
Indubbiamente non fu Hitler l’inventore dell’ideologia germanica razzista, del simbolo della croce uncinata, dell’antisemitismo ariano. Questi aspetti esistevano in Germania già da molti anni: un libro intitolato “Colui che diede idee a Hitler” nomina Lanz von Liebenfels, un ex monaco circestense, come il fondatore un Ordine che aveva già accolto il simbolo della croce uncinata, e che fin dal 1905 aveva pubblicato una rivista, “Ostara”, organo ufficiale per la diffusione dell’Ariofilosofia, tutte le cui teorie derivavano da una personale interpretazione dei testi biblici in base alla quale il termine “Angelo” veniva letto “Euroariano” ed i popoli dei fiumi mesopotamici venivano fatti discendere direttamente da una razza subumana chiamata Pagutu. In questo giornale erano già chiaramente enunciate le tesi razziste ariane e antisemite: “Ostara” riconosceva gli Ebrei come un vero e proprio “intralcio biologico” all’affermazione della cultura tedesca; in alcuni numeri della rivista era contenuta perfino la metodica con cui gli Ebrei dovevano essere eliminati. L’idea di Von Liebenfall diede l’impulso per la nascita di nuovi gruppi, tutti dai nomi vagamente marziali quali “Armen Order”, “Ordo Novi Templi”, “Germanen Order”.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che teorie sulla razza circolavano già dal tempo delle scoperte di Darwin, con Joseph Arthur Gobineau, autore di un “Saggio sull’ineguaglianza delle razze”, e poi con Houston Stewart Chamberlain, che con la sua opera “I fondamenti del diciannovesimo secolo” ispirò direttamente il Führer.
Tuttavia fu molto più rilevante, per i retroscena occulti del Nazionalsocialismo, il ruolo svolto dalla Thule-Gesellschaft (“Società Thule”). Questa società fu la profanazione di un preesistente Germanenorden (“Ordine di Germani”) fondato nel 1912, e faceva capo a Rudolf von Sebottendorff. Questi era stato in Oriente e nel 1924 aveva pubblicato un volumetto sulle “Pratiche operative dell’antica massoneria turca”, nel quale sono descritti procedimenti, basati sulla ripetizione di sillabe, o simboli, gesti e “passi”, il fine dei quali era la stessa trasformazione iniziatica dell’essere umano perseguita anche dall’alchimia. Nonostante ciò, non è accertabile se nella Thule-Gesellschaft, da lui diretta, essi venissero messi regolarmente in opera, ma è certamente più importante sapere che con essa ebbero contatti molte personalità di primo piano del Nazionalsocialismo, a partire dallo stesso Hitler e dal suo fidato amico Rudolph Hess.
La Thule-Gesellschaft aveva l’aspetto di una società relativamente segreta, che per emblema aveva già la croce uncinata, e che era caratterizzata da un deciso antisemitismo e da un razzismo germanizzante. Non è certo che il nome “Thule” attesti un serio e cosciente riferimento ad un simbolismo nordico polare; piuttosto, è stata rilevata la possibilità di un’origine assai più profana, perché Thule può essere la deformazione di “Thale”, nome di una località dell’Harz nella quale l’“Ordine dei Germani” nel 1914 aveva organizzato un convegno avente come ordine del giorno la formazione di una organizzazione segreta razzista per combattere l’associazione che si supponeva esistesse parallelamente dietro all’Ebraismo internazionale.
Appare così rintracciabile una rete di collegamenti iniziatici di Hitler con società segrete tedesche. Tuttavia, è necessario analizzare più a fondo le ipotesi di un “Hitler medium” e della sua presunta forza magnetica: non è attendibile l’idea secondo cui il Führer dovesse questa forza a pratiche iniziatiche, dal momento che, in un caso di questo tipo, si dovrebbe supporre una condizione simile anche per altri capi carismatici, da Napoleone a Mussolini. Piuttosto, si deve ritenere che, una volta destato a vita un movimento collettivo, si crei una specie di vortice psichico il quale si raccolga in chi ne é il centro tanto da conferirgli una particolare aureola magico-mistica, percepibile soprattutto da persone particolarmente suggestionabili. Quanto alla “gnosi” nazionalsocialista, ossia ad una presunta dimensione quasi mistica e metafisica, bisogna ricordare la singolare coesistenza, in tale movimento, e più in generale nel Terzo Reich, di taluni aspetti “mitici” con aspetti apertamente illuministici: in Hitler si possono rintracciare numerosi riferimenti ad una visione del mondo spiccatamente “moderna”, in un certo senso profana, naturalista e materialista, mentre egli contemporaneamente aveva fede in una Provvidenza, della quale credeva essere uno strumento, specie per quel che riguardava le sorti della nazione tedesca (cosi egli vide, ad esempio, un segno della Provvidenza nel suo esser scampato di stretta misura all'attentato di cui fu oggetto al suo Quartier generale). Come lui Alfred Rosenberg, ideologo del movimento, parlava di un “mistero” del sangue nordico che avrebbe avuto un valore sacramentale, ma anche, a proposito del cattolicesimo, accusava come mistificazioni ogni rito e sacramento, e che si schierava, secondo un’ideologia illuminista, conto gli “oscurantisti del nostro tempo”. In base a quanto affermato sinora, si può osservare come Hitler promosse la riscoperta delle rune e di antichi simboli nordico-germanici, ma su un piano puramente emblematico, senza alcuna accezione esoterica.
Il progetto della “creazione di un ordine razzista religioso e militare di iniziati riuniti intorno ad una Guida divinificata” non può essere considerato come quello del Nazismo ufficiale. Piuttosto, idee a proposito di un “piano superiore” si diffusero all’interno della SS. Anzitutto nell’organizzatore della SS, Heinrich Himmler, era chiaro l’intento di creare un Ordine comprendente elementi da formare secondo l’etica prussiana e secondo quella degli antichi Ordini cavallereschi, in particolare quella dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Pertanto, il suo intento era di rintracciare una forma di legittimazione per il suo nuovo Ordine, ma lo ricercò non più nel Cattolicesimo, avversato dalla corrente radicale nazista, bensì nel simbolismo del nord Europa, senza però far dipendere l’organizzazione dalle già citate “società segrete”.
Il limite delle divagazioni di autori francesi a proposito di contatti del Führer con sette di ispirazione esoterica é costituito dal libro “Hitler et la tradition cathare” di Jean e Michel Angebert (Parigi, 1970). Gli autori trattano degli Albigesi - o Catari - setta di eretici diffusasi fra il X e il XII secolo soprattutto nella Francia meridionale, avente per centro la roccaforte di Montségur. Essa fu distrutta, nell’idea di Otto Rahn, in una sorta di “crociata contro il Graal” (da cui il titolo di un suo libro, “Kreuzzug gegen den Gral”), anche se è tuttora motivo di discussione il presunto legame del Graal con la setta dei Catari, avversi all’esistenza terrena nella carne e nella materia.
È necessario, inoltre, ricordare che il periodo in cui si verificò l’ascesa al potere del Fuhrer si caratterizzò, per la Germania, come una rifioritura di culti apocalittici e occultistici, favoriti dalla miseria della vita quotidiana e dal disperato bisogno di trovare in qualcosa di diverso dalle terribili condizioni materiali le risposte a mute domande sulla propria esistenza individuale e collettiva. La direzione nazionalistica che fu impressa all’insieme di questi fattori concomitanti si rivelò ben presto inevitabile e ne divenne conseguenza quasi ovvia. Affermano ancora gli autori dell’opera “Hitler e la tradizione catara”:
Entro le fila del movimento völkisch si troveranno diversi influenti profeti di un occultismo nazionalista. La parola völkisch richiama i termini di nazione, razza, e tribù almeno quanto le associazioni più interessate al passato si legano al concetto inglese di tradizione popolare o ballo popolare [...] Applicata ai principi nazionalistici, la dottrina mistica del dissolvimento del sé nella Divinità porta a risultati interessanti. L’elemento individuale dello stato deve dissolvere la sua identità personale in quella del popolo, del Volk.
Il Nazismo, in quanto dottrina, trovò nella Germania degli anni Venti un terreno fertile che aveva già elaborato alcune nozioni chiave di quello che in pochi anni sarebbe diventato un patrimonio del nascente Stato ariano: un’aggregazione di potere forte sul piano tecnico-militare, ma la cui ingegneria politica sarebbe stata affidata ad un sostrato di conoscenze radicate in un inconscio collettivo assolutamente distante per emozioni e percezioni dalla cultura europea tradizionale. La sensazione generale di fronte a questo mutamento nell’assetto politico tedesco fu che quei fatti avrebbero segnato per sempre la storia della nazione tedesca spingendola in maniera incontenibile verso un futuro glorioso. In ogni caso, è da rilevare che, secondo molti studiosi, l’atmosfera culturale presente nella Germania del periodo precedente all’avvento del Nazismo sarebbe stata filtrata dai luoghi segreti delle dottrine occulte e irrazionaliste dell’epoca.
Sin dalla società di Thule, originario centro esoterico e politico di potere, si possono individuare elementi inquietanti che percorrono l’ideologia nazista per tutto il suo sviluppo: essi, seppur molto spesso ignorati dalla cosiddetta “storiografia ufficiale”, in realtà ebbero un peso determinante nell’evoluzione del sistema di potere e nella politica nazista. Un nucleo forte di pensiero, che raccoglieva in sé le sollecitazioni millenarie di un approccio quasi mistico alla realtà delle cose, determinò lo sviluppo della tecnologia ideologica del Terzo Reich.
Come ha messo in evidenza Giorgio Galli nella sua opera “Hitler e il Nazismo magico”, l’assunzione del potere da parte del Fuhrer, per quanto cruenta e determinata da un lucido fanatismo, non fu l’unico elemento che accompagnò la progressiva consapevolezza della necessità di realizzare uno scopo che trascendesse l’esistenza stessa di uomini e donne strappati con violenza alla vita. Le componenti esoteriche del Nazismo, il riferimento ad un certo pensiero simbolico in grado di oltrepassare le barriere del tempo, diedero forma alla gnosi nazista, le conferirono un grado di assolutizzazione che, se da un lato condusse agli orrori del regime, dall’altro diede luogo ad una perfettibilità dell’idea di potenza (della razza, del gruppo, del Reich) destinata a diventare parte integrante e fondamentale dell’ideologia hitleriana.
È noto come gli eventi non arrisero a Hitler; tuttavia, la rappresentazione di un mondo impregnato di millenarismo laico e pensiero irrazionale, sorretti dall’apologia del guerriero pronto a sacrificare se stesso, continuò a sopravvivere anche dopo la sconfitta, perpetuandosi sino ai nostri giorni.
Montsègur: la ricerca del Graal
Può destare diffidenza l’ipotesi secondo cui moderne correnti neopagane, quale il Nazismo, possano affondare le proprie radici nella gnosi e nell’occultismo. Tuttavia, esistono alcuni testi di riferimento che possono essere assunti come fonti di informazioni a tal proposito. Si è già citata l’opera “Hitler e la tradizione catara”: in essa gli autori Jean e Michel Angebert, dichiarandosi in posizione nettamente anti-cattolica, offrono una consistente documentazione sulle origini gnostiche e occultiste del Terzo
Reich nazionalsocialista. Il capitolo preliminare di questo libro, ad esempio, reca il titolo “Otto Rahn e la crociata contro il Graal”. Nell’estate del 1931 un giovane tedesco, rivelatosi poi molto influente per le tendenze esoteriche del Nazismo, Otto Rahn, partì verso il sud della Francia per una missione i cui retroscena e, soprattutto, i cui scopi
restano ancora avvolti nel mistero. Nella prossimità della parte provenzale di Lavenet, visitò lungamente le rovine del castello di Montsègur, ai piedi dei Pirenei, ad appena 40 chilometri da Rennes Le Chateau, che gli autori definiscono l’“ultimo rifugio dell’eresia albigese”. Le caratteristiche singolari di questo edificio fanno credere che esso sia stato costruito non in funzione di necessità militari, ma secondo un piano di architettura religiosa: è dunque lecito pensare, e tutta l’epopea albigese lo conferma, che Montsègur sia stato realmente un tempio, votato a un culto, un luogo sacro destinato a offrire, in caso di invasione, una possibilità di resistenza a oltranza.
Il 16 marzo è una data molto importante in questa regione della Francia. Ogni anno centinaia di visitatori vi si recano, ai piedi di una lapide, per ricordare il 16 marzo del 1244, il giorno in cui gli oltre 200 fedeli assediati da tempo tra queste mura cedettero e vennero arsi vivi in un enorme rogo. Morirono perché si rifiutarono di abiurare la loro fede e perché, secondo alcuni, erano i custodi del Santo Graal: facevano parte della setta dei Catari. Ma il 16 marzo è anche il giorno in cui i Nazisti commemoravano la morte di Otto Rahn, attraversando il cielo con i loro aerei e disegnando in aria croci celtiche.
Rahn aveva già visitato Montsègur nel 1929, e negli anni Trenta vi tornò più volte, insieme al filosofo e ideologo nazista Alfred Rosemberg, il famigerato teorico del Nazismo. Nel periodo fra un’escursione e l’altra, nel 1933 egli pubblicò il già nominato libro “Kreuzzug gegen den Gral” (“La crociata contro il Graal”) che ebbe grande ripercussione in Germania: nella sua opera, egli indicò Montsègur come il luogo in cui si trovava nascosto il sacro Graal, e indicava i Catari come i suoi ultimi custodi. Una delle poche certezze a proposito di questa vicenda è che, dopo la misteriosa morte di Rahn nel 1939, il Reich tornò ancora a Montsègur nel gugno del 1944: fu sicuramente una spedizione particolare, dal momento che fu condotta da una delle più famose e spietate divisioni blindate delle SS, la Das Reich. Proprio per l’evidente importanza di questa missione, gli interrogativi restano irrisolti: resta ancora difficile spiegarsi perché la Germania, in pieno conflitto mondiale, con il fronte russo sempre più minaccioso e con gli alleati pronti allo sbarco, abbia spostato una temuta divisione blindata a Montsègur e perché il loro ordine fosse solo di “graben”, “scavare”.
Secondo la leggenda medievale il Graal o Santo Graal sarebbe un calice sacro fatto con un enorme smeraldo del diadema di Lucifero, pietra preziosa che sarebbe caduta a terra nel momento in cui l’arcangelo fu precipitato nell’Inferno. Il calice formato da questo smeraldo, tagliato in 144 facce, fu usato da Gesù durante l’Ultima Cena, e con esso Giuseppe d’Arimatea raccolse il prezioso sangue del Cristo uscito dalla ferita aperta dal colpo di lancia di Longino. Questo recipiente sacro sarebbe scomparso misteriosamente, dopo essere stato in possesso di uno dei cavalieri della Tavola Rotonda. Invece, secondo Jean e Michel Angebert, «per i partigiani dell’unità della grande Tradizione, cioè dell’unità fondamentale e trascendente di tutte le religioni, le leggende e le diverse mitologie, è evidente che i cristiani si sono appropriati del mito del Graal per fare di esso la coppa di smeraldo che contenne il sangue di Cristo, sviando in questo modo il simbolo dal suo senso originario» . In questo “senso originario”, la perdita del Graal può essere paragonata alla perdita della Tradizione con tutto ciò che questo comporta in impoverimento spirituale. Cosi, «il mito del Graal è il riflesso di un insegnamento perduto. Questa fu l’interpretazione dei Nazionalsocialisti che svilupparono il loro pensiero vedendo nella pietra-Graal una legge di vita valida solo per certe razze». La missione di Otto Rahn nel Sud della Francia e soprattutto la sua ricerca fra le rovine di Montsègur avevano per scopo la scoperta della pietra-Graal contenente il segreto della genesi del mondo: il Graal costituirebbe, in questo senso, una sorta di “libro sacro” degli Ariani perso e poi ritrovato, infine nascosto, a Montsègur, dai Catari. «E’ a questo titolo che Otto Rahn, il grande specialista di catarismo, fu inviato dai pontefici del Nazismo nella regione albigese al fine di scoprire la famosa pietra-Graal, evocata nelle sue poesie da Wolfram d’Eschenbach (nel “Parsifal”, ad esempio). [...] Questo ci permette di capire tutto l’interesse dei dirigenti hitleriani, con Rosenberg in testa, all’esito di queste ricerche».
Un grande filosofo nazista, Alfred Baumler, espose le sue teorie riferendosi ancora al mito del Graal: «Il mito del sangue non è una mitologia al pari di altre mitologie, non pone una nuova religione, al pari di altre religioni. Ha per contenuto il fondo misterioso della propria formazione mitificante. È dal suo principio strutturatore che procedono tutte le mitologie; la conoscenza di questo principio strutturatore non è a sua volta una mitologia, ma il suo stesso mito, perchè è vita contemplata con venerazione. Lo sviluppo della sua realtà occulta è il punto di inflessione del nostro tempo». Dopo aver trascritto questo testo incalzano Jean e Michel Angebert: «Possiamo, alla luce di tali spiegazioni, penetrare in profondità il neognosticismo o, se si preferisce, il manicheismo dei dirigenti e degli intelletuali nazisti fondato su una gnosi razzista. L’adattamento di tutti questi miti al XX secolo doveva essere la grande preoccupazione dei Nazisti».
Il castello di Wewelsburg e il volo di Hess: i due livelli dell’azione nazista
Lo gnostico Otto Rahn godeva di un grande prestigio fra i capi hitleriani, tanto che lo stesso Reichsfuhrer SS Himmler, vivamente interessato alle sue ricerche sulla fortezza di Montsègur, fece ricostruire il castello di Wewelsburg, vicino a Paderborn, in Westfalia. In esso, situato sotto una sala riunioni di dimensioni impressionanti, si trovava il “Santo dei santi”, un salone ad arcate a ogiva, il quale doveva ricevere il prestigioso Graal sopra un altare di marmo nero con incise le lettere SS in argento e in alfabeto runico.
A Wewelsburg c’è una sala denominata “Gruppen Fuhrersall”, cioè “Sala dei Gruppen Fuhrer”. I “Gruppen Fuhrer” erano ufficiali SS equivalenti ai generali a quattro stelle; nell’organigramma SS ne erano previsti dodici e, non a caso, questa sala circolare conta dodici colonne e una ruota solare al centro con dodici raggi, ognuno dei quali ha la forma della runa celtica chiamata “Sieg”, ovvero “vittoria”. È facile notare come la doppia S delle SS sfruttasse l’analogia con la runa “Sieg”, per cui SS si poteva leggere come “due volte Vittoria”. Il numero dodici torna più volte in questo castello. I dodici Gruppen Fuhrer erano i dodici grandi iniziati, gli unici in grado di avvicinarsi alla conoscenza più profonda attraverso complicati esercizi di meditazione e ascesi. Queste pratiche, secondo la visione nazista, erano possibili anche grazie allo loro purezza di sangue, condizione indispensabile per essere puri anche spiritualmente. Nella Gruppen Fuhrersaal si riunivano intorno ad una tavola rotonda, a imitazione dei dodici cavalieri di Re Artù.
A Wewelsburg è presente anche una sala di nome “Walhalla”. Nella mitologia nordica, “Walhalla” era il paradiso dei guerrieri morti in battaglia; vi si svolgevano le cerimonie funebri per gli ufficiali delle SS caduti in battaglia, oltre ad altri riti. Vi si trovava, di fatto, il cuore dell’esoterismo nazista. In questa sala venivano messe in atto le complicate tecniche di meditazione che dovevano portare i dodici “puri” a raggiungere l'unione “mistica e spirituale” con la vera natura germanica. L’energia che sarebbe scaturita dai loro rituali avrebbe preso la direzione del Nord: forse proprio per questa ragione tutto il complesso di Wewelsburg è orientato in questa direzione e questa sala è collocata nella punta estrema del castello.
Mentre la Storia, tra persecuzioni, violenze e colpi di mano militari, correva verso la Seconda guerra mondiale, a Wewelsburg si sviluppava una realtà parallela, costituita da riti magici, meditazioni, ricerche scientifiche e filosofiche. Tutte queste pratiche erano affidate ad un gruppo di persone convinte di far aver dato vita ad un vero e proprio ordine cavalleresco religioso: l’Ordine Nero delle SS. Wewelsburg fu per un breve periodo di tempo non solo il centro religioso del Nuovo Ordine sognato da Himmler ma anche una importante sede di ricerca scientifica: vi era infatti situata una Accademia di studi scientifici voluta dallo stesso Himmler nell’ambito del corpo delle SS: si chiamava “Ahnenerbe” ed aveva lo scopo di trovare le prove scientifiche, storiche e archeologiche dell’origine ariana dei tedeschi.
Si può notare, da quanto osservato, la visione del Nazismo non più solo come di un fenomeno prettamente politico, bensì come di un movimento condotto da “stregoni” e “maghi”, paradossalmente in uno dei paesi più avanzati in campo tecnico e scientifico dell’Europa degli anni Trenta, confermando l’idea, già avanzata dal “Faust” di Goethe, secondo cui l’estremo razionalismo scientifico condurrebbe alla magia.
È evidente, quindi, come il Nazismo operò su due livelli distinti: uno militare e politico e l’altro mistico ed esoterico; in entrambi i casi si mirava a raggiungere l’unità degli eredi degli Ariani di Thule. Militarmente e politicamente questo obiettivo portò alla guerra, all’espansione tedesca per recuperare, in primo luogo, i territori perduti con la Prima guerra mondiale, e poi per conquistare, a spese di Polonia e Russia, lo “spazio vitale” che avrebbe dovuto garantire agli Ariani tedeschi le materie prime necessarie al loro sviluppo. Tuttavia, la Germania doveva confrontarsi con la Gran Bretagna, una nazione, secondo la tradizione, anch’essa di Ariani, con cui era necessario stringere accordi di pace prima di poter lanciare l’attacco contro la Russia. Tuttavia, il governo di Londra, guidato da Churchill, non accettò di scendere a patti: dal 1939, anno dal quale i due Paesi si trovavano in guerra, nonostante varie sconfitte, gli Inglesi avevano sempre rifiutato le proposte di pace avanzate dai Tedeschi fin dai primi mesi di guerra. In questo quadro si inseriscono gli eventi del 10 maggio 1941, quando Rudolf Hess, l’amico fidato a cui Hitler dettò il “Mein Kampf”, in gran segreto, salì su un aereo e volò fino in Scozia, atterrando in un campo a pochi chilometri da Glasgow, nei pressi del villaggio di Eaglesham, dopo aver abbandonato il suo aereo e aperto il paracadute.
La vicinanza e la fedeltà di Hess a Hitler, tanto note al punto che egli veniva comunemente definito il “delfino” del Fuhrer, sono riscontrabili nelle parole che egli pronunciò a Norimberga, durante il famoso processo in seguito alla sconfitta tedesca, il 31 agosto 1946:
Ho avuto la fortuna di vivere molti anni della mia vita a fianco di uno degli uomini più grandi che il mio popolo abbia mai espresso nel corso della sua storia millenaria. Sono felice ed orgoglioso di aver fatto il mio dovere come tedesco, come nazionalsocialista, come fedele al Führer. Non rimpiango niente. Se dovessi ricominciare, agirei nello stesso modo: anche sapendo che alla fine della mia vita mi aspetta il rogo.
Poco mi importa di ciò che possono farmi gli uomini. Comparirò davanti all’Onnipotente. È a lui che debbo rendere conto, e so che mi assolverà.
Il volo di Hess rappresenta ancora oggi uno dei misteri più fitti della Seconda guerra mondiale. Nel corso degli anni sono state avanzate varie ipotesi, tra cui quella
che, nonostante le apparenze e le reazioni furibonde alla notizia, Hitler non solo sapesse del piano di Hess ma lo avesse addirittura ispirato e approvato. La Germania nazista, infatti, si trovava sul punto di attaccare l’Unione Sovietica e una pace in extremis con la Gran Bretagna avrebbe consentito ai Tedeschi di essere al sicuro da eventuali ripercussioni, dal momento che il resto dell'Europa era già sotto il loro dominio. Resta tuttavia ancora oscuro il motivo per cui gli Inglesi avrebbero dovuto ascoltare Hess quando le offerte pubbliche dello stesso Hitler erano state ignorate. La spiegazione, ancora una volta, potrebbe essere rintracciata in una corrente di pensiero a metà tra politica ed esoterismo: Hess faceva parte del gruppo che aveva animato il Partito Nazista delle origini, un gruppo molto attento all’occulto, al punto che alcune manifestazioni di squilibrio di Hess erano state considerate come una conseguenza delle sue pratiche magico-esoteriche. Come spesso accade, i circoli esoterici tedeschi avevano collegamenti con analoghi gruppi in altri Paesi, soprattutto con quelli inglesi, ai quali Hess, secondo alcuni studiosi, contava di rivolgersi per ottenere una pace con la Gran Bretagna. Non è un caso che vicino al luogo dove egli atterrò sorgesse la villa di un influente esponente dell’aristocrazia inglese dell’epoca, lord James Hamilton, con il quale Hess voleva parlare perché attraverso di lui contava di arrivare ad altri aristocratici londinesi che condividevano le sue teorie esoteriche e razziste secondo le quali la razza bianca avrebbe dovuto stringersi in un fronte comune contro i suoi nemici. Queste teorie, tra l’altro, erano sempre state sostenute da una famoso ordine magico, sorto alla fine del XIX secolo proprio in Gran Bretagna, la Golden Dawn, (“l’Alba Dorata”), che annoverava tra i suoi iniziati anche Aleister Crowley, il famoso occultista inglese.
Al contrario delle spiegazioni pseudo-storiche che indicano il Terzo Reich come la continuazione del Reich di Bismark e di Guglielmo II, la Germania di Hitler appariva agli occhi dei suoi fondatori e dei suoi iniziati come la “terza epoca” del genere umano, secondo la dichiarazione dello stesso Fuhrer: «I tempi antichi furono. Il nostro movimento è. Fra i due l’età di mezzo dell’umanità, il Medioevo, che durò fino a prima di noi e che stiamo chiudendo» . Secondo alcuni autori, Hitler sarebbe stato portato da proprio Rudolf Hess alla pratica dei metodi occultisti e appartenne anche a logge massoniche quali l’O.T.O. (“Ordo Templi Orientis”), anche se Jean e Michel Angebert discordano da tale ipotesi, ritenendo che il capo nazista era già giunto a tali pratiche per una sua formazione pseudomistica anteriore e per la sua affiliazione al gruppo Thule.
Ulteriori teorie esoterico-gnostiche all’interno del Nazismo: Renan e Hurbiger
La gnosi hitleriana voleva agire sull’uomo per trasformare l’universo, nello stesso modo in cui, per processi mistico-religiosi, pretendeva di agire sopra l’universo per trasformare l’uomo.
In questa prospettiva, la natura agisce sullo spirito e lo spirito sulla materia, in modo da provocare una trasmutazione di tutti i valori che, solo così, sono capaci di generare il superuomo del punto omega, che è quello della perfezione. Tale è il significato della parola “io sono l’alfa e l’omega” e del mito gnostico del serpente che si morde la coda. Nel fondamento di una tale dottrina, destinata ad un piccolo numero di iniziati, si manifesta l’orgoglio demente che desidera fare dell’uomo il proprio Dio, calpestando sotto i piedi la morale tradizionale e disprezzando la quasi totalità degli uomini, destinata a ritornare (come per i manichei e i catari) al caos (hyle) delle origini.
In queste teorie gnostiche sulla razza, il Nazismo trovò appoggio in Ernest Renan, il quale scriveva nei suoi “Dialoghi filosofici”:
Una larga applicazione delle scoperte della fisiologia e del principio di selezione potrebbero portare alla creazione di una razza superiore, che avesse diritto al governo non solo per la sua scienza, ma per la superiorità del suo sangue, del suo cervello, dei suoi nervi. Sarebbero delle specie di dei o dee, esseri di valore dieci volte superiore a quel che noi siamo, che potrebbero esser fatti vivere in ambienti artificiali. La natura non fa nulla che non sopravviva in condizioni normali; ma la scienza potrebbe estendere i limiti della vitabilità.
Renan era a conoscenza del ciclo delle leggende ariane di Asgaard, paese mitico di uomini bianchi superiori, gli Iperborei, antenati degli attuali indoeuropei. Perciò egli continuava la sua ricerca con delle affermazioni che lo hanno fatto sì che egli fosse spesso visto come un precursore, un “profeta” del Nazismo:
Una fabbrica di “ases”, una Asgaard potrebbe essere ricostruita al centro dell’Asia. Allo stesso modo in cui l’umanità salì dall’animalità così la divinità salirebbe dall’umanità. Ci sarebbero degli esseri che si servirebbero degli uomini come gli uomini si servono degli animali [...] Ma ripeto, la superiorità intellettuale porta con sé la superiorità religiosa, questi signori futuri li dobbiamo sognare come incarnazioni del bene e della verità: bisognerebbe sottomettersi ad essi. [...] In codesto modo si concepisce un’epoca in cui tutto ciò che un tempo regnò allo stato di preconcetto e di opinione vacua, regnerebbe allo stato di realtà e di verità: Dio, inferno, paradiso, potere spirituale, monarchia, nobiltà, legittimità, superiorità di razza, poteri soprannaturali, possono nascere nuovamente per opera dell’uomo e della ragione. Sembra che, se una tale ipotesi si debba realizzare in qualche grado sopra il pianeta terra, è in Germania che si verificherà.
La cosmogonia hitleriana godette anche del contributo delle teorie dello scienziato austriaco Hurbiger, notoriamente appoggiato, nei suoi studi, da Hitler stesso. Hurbiger sostenne la tesi platonica dei “cicli”: secondo lui, la Terra, la vita, l’umanità, non conobbero un’evoluzione continua, ma un’ascensione frastagliata, interrotta da cadute che fecero più volte retrocedere l’umanità al livello anteriore. Dopo le civiltà dei giganti, la Terra avrebbe cosi conosciuto catastrofi senza nome che avrebbero inghiottito interi continenti (Atlantide, Hiperborea), portando con sé la degenerazione dell’uomo superiore. Per ritrovare la figura dell’“uomo-dio” è necessaria una nuova mutazione, che ritornerà a dar vita al nostro universo sotto un nuovo ciclo (in questa visione in un certo senso profetica si può rintracciare il leit-motiv delle speculazioni hitleriane sull’uomo e sul mondo del XX secolo). «L’uomo nuovo vive in mezzo a noi», «Egli è qui - esclamava Hitler in tono trionfante - vi basta questo? Voglio dirvi un segreto: ho visto l’uomo nuovo. È intrepido e crudele. Ho avuto paura davanti a lui» Dopo il millennio in cui dominerebbe il Nazismo e in cui l’evoluzione toccherebbe l’apice, la verità e il falso, lo spirito e la materia si separerebbero e tornerebbero alla loro radice, la luce ritornerebbe grande e l’oscurità tornerebbe ad essere tutta riunita. «Le ultime particelle di luce si riunirebbero in una gigantesca forma che salirebbe al cielo al tempo stesso in cui la materia formerebbe un enorme sfera somigliante al caos originale. È cosi che alla fine dei tempi, come il fuoco e il gelo, i due principi antagonistici saranno nuovamente separati l’uno dall’altro, così come si trovavano in origine» .
La religione del sangue
Alfred Rosenberg, componente dell’associazione Thule, e massimo filosofo del regime nazista, sentì il bisogno di affiancare al movimento politico una forma di religione adatta alla razza tedesca, che ne potesse ritrarre le virtù e la potenza. Tale religione fu definita “religione del sangue”: essa non celebrava la fede o la credenza come fa il Cristianesimo, ma il sangue. Esso, infatti, era nella tradizione nordica, e per lo stesso Rosenberg, il veicolo portante dello spirito, l’essenza della vita spirituale di un popolo, un liquido magico, che era la forma più alta d’espressione del Volk.
Come la religione cristiana, anche quella nazista venerava i propri martiri, e su di loro costruiva l’immagine del sacrificio che il Führer esigeva: essi erano, per Hitler, i sedici uomini uccisi nel tentativo di Putsch di Monaco del 1923. Essi venivano onorati ogni anno tramite una solenne celebrazione, e vennero sempre ricordati come “i sedici immortali”, poiché il loro spirito sarebbe sempre sopravvissuto fino alla fine del Reich, dato che per il Reich avevano dato la vita.
Oltre al rito della rimembranza dei “sedici immortali”, Hitler dispose che tutti gli ufficiali di alto prestigio prestassero giuramento toccando la “bandiera del sangue”, ovvero una bandiera nazista risalente al Putsch sporca del sangue di uno dei sedici immortali. Era questo una specie di battesimo nazista, nel quale erano individuabili le chiare matrici cristiane, commiste a quelle più puramente esoteriche. La religione del sangue si avvalse anche di ricorrenze d’origine pagana, come la celebrazione del solstizio d’estate e del solstizio d’inverno. Il primo era festeggiato nella Germania pagana come rito propiziatorio di vita, ed era sancito tramite un falò, che onorava la nascita del Sole. Nella Germania nazista il solstizio d’estate, invece, rievocava le virtù del sacrificio e del prestigio, e gli enormi falò erano elevati in onore del Führer.
Il solstizio d’inverno non variava invece il suo significato, ovvero quello di festa dei morti, ma il regime utilizzò questa festività per sottolineare la fragilità della singola persona di fronte alla vita, in contrasto all’enorme potenza della nazione unita.
Tali celebrazioni erano praticate e frequentate maggiormente da esponenti delle SS, o dell’esercito. Infatti, la ricorrenza, infatti, più carica d’enfasi era quella che si teneva ogni anno a Norimberga (aperta a tutti), dove, tramite coreografie colossali, il popolo tedesco abbracciava l’idea di appartenere ad un “ordine sacro”, senza pari nel mondo e nella storia.
IX: Astronomia e astrologia
L’astrologia è quasi certamente la più antica e la più diffusa fra tutte le pseudo-scienze. Le sue origini possono essere tracciate alla prima metà della dinastia di Hammurabi in Babilonia, circa 3500 anni fa.
L’astrologia si fonda sul presupposto secondo cui gli astri compongono nel cielo disegni misteriosi legati alla sorte degli uomini e alla Terra che essi abitano; pertanto, afferma che la posizione dei pianeti del Sistema solare, al tempo della nascita di un individuo, in qualche modo sia correlata alla sua personalità, attività, preferenze, e persino ai maggiori avvenimenti di una vita (incidenti, matrimoni, divorzi). Non esiste però alcun accordo generale fra gli astrologi su come tutto questo possa avvenire, né vi è accordo riguardo a quali posizioni planetarie conducano a tratti specifici o esperienze. Uno dei principi dell’astrologia è che i pianeti possiedono una parte benefica (chiara) ed una malefica (scura), e che nella conciliazione di queste energie si determina la fortuna e la disgrazia delle singole esistenze, che possono essere governate e portate a buon termine se si comprende il significato delle forze che costantemente modellano la loro sostanza.
Per lungo tempo, nell’antichità, i termini “astrologo” e “astronomo” sono stati utilizzati per indicare lo stesso concetto; oggi non sarebbe più possibile utilizzarli come sinonimi mentre, ad esempio, all’epoca di maggiore splendore dell’Impero babilonese, i sommi sacerdoti conoscevano sia le posizioni che gli influssi che le stelle esercitano sugli uomini, sulle cose e sugli esseri viventi.
Come la maggior parte dei popoli urbani ed agricoli, i Babilonesi avevano un pantheon comprendente molte divinità; essi erano in possesso di conoscenze astronomiche molto progredite che servivano per lo scopo di fornire un calendario e per scandire i tempi per seminare e per raccogliere o i periodi per le festività religiose. Il sacerdote, il cui compito era quello di compiere le osservazioni del cielo, chiamava ciascun pianeta con i nomi delle loro divinità, come Marduk, Ishtar e Nergal. Per l’anno 1000 a.C. era ormai nata un’estesa letteratura babilonese di “presagi planetari”: ad esempio, dato che Nergal (Marte) era il dio della guerra, l’estate, in cui Nergal brillava più che mai dal cielo, era un buon periodo per ingaggiar guerra (o un tempo in cui il rischio della guerra era grande); allo stesso modo, una notte di primavera, in cui Ishtar – dea dell’amore - splendeva alta ad occidente dopo il tramonto, era un buon momento per il rapporto sessuale.
Furono proprio gli astronomi Babilonesi (intorno al 3000 a.C.) a dare il nome di “anello zodiacale” alla fascia di cielo in cui vedevano muoversi i pianeti, da essi onorati come dei planetari, ovvero come esecutori di una volontà superiore. Immaginavano questa fascia divisa in 12 “segni” o parti e credevano che ognuno di essi venisse percorso dal sole in 30 giorni; qui, secondo la loro mitologia, gli dei avevano posto la loro reggia e vivevano con le loro corti. Successivamente, attribuirono a ogni segno il nome di una costellazione, ricavato dalle stelle fisse che facevano corona alle varie divinità: tali divinità inviavano sulla Terra, attraverso la luce e l’oscurità, i loro comandi sotto forma di influssi, positivi e negativi, che condizionavano il destino e il carattere di ogni essere vivente.
Questa cultura, antica di millenni, è giunta intatta nel mondo occidentale attraverso i Greci e i Romani; il più antico documento scritto concernente l’astrologia sembra sia l’“Enuma Anu Emil” (900 a.C. circa), costituito da settanta tavolette, in cui sono riportati diversi eventi celesti, ai quali, secondo gli studiosi del tempo, erano corrisposti avvenimenti significativi della vita degli uomini. Per quanto riguarda invece l’iconografia dello Zodiaco, è necessario risalire all’Antico Egitto: gli Egizi, infatti, avevano osservato che la disposizione di certe stelle influiva sui processi vitali della natura; a queste costellazioni attribuirono un simbolo per somiglianza fisica o qualitativa.
Durante l’età classica gli astrologi babilonesi (chiamati Caldei) aprirono delle botteghe nella maggior parte delle aree urbane del mondo civilizzato, suscitando differenti reazioni: gli astronomi greci si prendevano gioco dell’astrologia caldea ritenendola assurda, ma il pubblico greco abbracciava l’astrologia con lo stesso zelo con cui aveva abbracciato altri culti bizzarri o barbarici. A Roma, Marco Tullio Cicerone, nel 44 a.C., scrisse una critica spietata di questi astrologi:: «Quale totale follia dimostrano questi astrologi quando affermano che i vasti e lenti movimenti e variazioni celesti abbiano un qualche effetto sulla nascita di una persona, e non abbia nessun effetto il vento e la pioggia!»; anche Orazio fece menzionò gli astrologi caldei, invitando la sua compagna Leuconoe a «non tentare i calcoli babilonesi ».
Dai tempi antichi (Talete) fino al secolo XVII (Newton), l’astrologia è stata considerata al pari delle scienze astronomiche; solo successivamente, le due discipline si separarono, fino a divenire, talvolta, addirittura antagoniste.
La posizione assunta dalla Chiesa nei riguardi dell’astrologia è di generale tolleranza, anche se nega ad essa qualsiasi carattere di determinismo; a questo proposito, è utile ricordare che già nel Medioevo San Tommaso d’Aquino, pur ammettendo che gli astri potessero esercitare un certo influsso sui destini umani, ne aveva limitato il potere, dichiarando che la decisione ultima spettava all’uomo, in virtù del libero arbitrio, il più alto e caratterizzante dono concessogli da Dio. Inoltre, è necessario precisare che furono le Crociate cristiane a riportare l’astrologia in Europa, dove coesistette a fatica con il Cristianesimo fino all’alba dell’età della scienza, quando, a partire dal secolo XVII, la crescita esponenziale dell’astronomia scientifica andò di pari passo con il declino delle fortune dell’astrologia.
In generale, si può affermare che tutte le più importanti civiltà antiche hanno dedicato grande attenzione all’osservazione dei fenomeni celesti e sviluppato una propria astrologia. Si possono ricordare l’astrologia babilonese (di cui è erede l’astrologia occidentale), l’astrologia vedica o indiana (ancora oggi diffusa in India ma anch’essa erede di quella babilonese), l’astrologia cinese (sostanzialmente diversa da quella occidentale) e l’astrologia del popolo Maya nell’America Centrale.
Anche presso i popoli cosiddetti “primitivi” è esistita una forma di astrologia, certamente meno avanzata rispetto a quella maturata presso le grandi civiltà a causa delle ridotte capacità matematiche, essenziali a definire il movimento degli astri. L’assenza di fonti scritte non permette una conoscenza dettagliata delle tecniche astrologiche praticate dai popoli più antichi, tuttavia si può dedurre che i principali punti di riferimento astrale erano il Sole, la Luna e Venere, la stella Sirio, oltre ad alcune costellazioni - come i due Carri, Orione, le Pleiadi. Inoltre, l’astrologia, in quanto supposto strumento di previsione del futuro, ha avuto presso tutti i popoli del mondo forti legami con altre pratiche divinatorie, in particolare con la chiromanzia, la metoposcopia e la geomanzia. Al tempo stesso è stata, ed è tuttora, un essenziale punto di riferimento nelle pratiche magiche.
La dottrina astrologica fa leva essenzialmente sul continuo contatto che sembra sussistere fra l’uomo e il cielo, sottolineato in alcune situazioni ed eventi caratteristici quali alcuni sogni, talune sensazioni provate dall’uomo, gli inspiegabili momenti di estasi e l’ansia di ricerca che talvolta sorgono e, infine, gli stessi nomi dei giorni della settimana: questa, infatti, inizia con il saluto alla Luna, romantica madre della nostra fantasia, affinché soccorra l’uomo con idee nuove e buone speranze. Anche i giorni che seguono si aprono con una sorta di invocazione ai pianeti, che, secondo la tradizione astrologica, influiscono su ciascuno di essi: a Marte, perché conceda la forza di affrontare le battaglie della vita; a Mercurio, affinché indirizzi verso il bene ogni azione; a Giove affinché permetta le necessarie circostanze di fortuna; a Venere, simbolo dell'amore e del senso di sacrificio; a Saturno per ingraziarselo nella realizzazione pratica dei progetti e, infine, l’ultimo giorno della settimana (in inglese Sunday, “giorno del Sole”), al Sole, che per gli antichi era la massima espressione cosmica.
L’opera del moderno astrologo si basa principalmente sull’analisi dell’influsso che le stelle esercitano sul carattere e sulle tendenze dell’individuo più che sul suo destino: il segno zodiacale di appartenenza, infatti, caratterizza solo i punti più rilevanti della personalità e ne delinea il semplice profilo. L’interpretazione di un oroscopo individuale è un’operazione molto complessa e richiede la conoscenza esatta di molti elementi, tra i quali il luogo di nascita, l’ora, il giorno, il mese e l’anno. In base a questi dati, l’astrologo redige un grafico astrologico, al quale è necessario dare un’interpretazione; si devono poi tener presenti molti altri elementi, come le caratteristiche ereditarie e tradizionali, che possono qualificare una famiglia o addirittura appartenere a un tipo etnico o a una nazione, e ricordare che non esistono segni positivi o negativi, dal momento che ognuno di essi possiede un lato negativo e un lato positivo.
La base fondamentale dell’astrologia moderna è sicuramente l’astronomia (d’altronde, si è già osservato come gli antichi studiosi babilonesi fossero contemporaneamente portatori delle conoscenze attribuibili a degli astronomi e a degli astrologi): è importante, per l’astrologo che voglia interpretare gli astri, conoscere i loro movimenti apparenti e le loro caratteristiche, oltre a quelle del nostro pianeta e del sistema a cui esso fa parte, utilizzando concetti e conoscenze astronomiche fondamentali, prime fra tutte quelle che si analizzeranno di seguito.
La sfera celeste
La Terra, a giudicare dall’impressione ricevuta dall’occhio umano, sembrerebbe circondata da una immensa sfera cava, detta “sfera celeste”: essa è un’illusione dei nostri sensi, ma gli astronomi, da millenni, la utilizzano come fondamentale sistema di riferimento per tentare di calcolare la nostra posizione e quella della Terra. Per definire le coordinate della sfera celeste è necessario porre diversi concetti, linee immaginarie, punti nello spazio, che fungono da strumenti per questo difficile e titanico calcolo.
L’asse celeste (o asse del mondo) è la retta ottenuta prolungando l’asse terrestre; esso congiunge i due poli celesti Nord e Sud attorno a cui sembra ruotare la sfera celeste.
I meridiani celesti e i paralleli celesti derivano dalla proiezione di quelli terrestri sulla sfera celeste, e, intersecandosi, danno luogo a un ideale reticolato che funge da riferimento per le coordinate astronomiche. I meridiani celesti sono circoli massimi che passano per i poli Celesti (Nord, Sud): se ne considerano dodici interi (formati ognuno da un meridiano e dal suo antimeridiano), quindi ventiquattro semicerchi. Prendono anche il nome di “circoli orari”, dal momento che la metà di ogni meridiano passa idealmente, ogni ora, davanti ad un osservatore che sia fermo in un punto della Terra, suddividendo così il nostro pianeta in fasce orarie. Il meridiano fondamentale è quello passante per il cosiddetto punto γ o dell’Ariete (il punto della sfera celeste in cui si trova il Sole il giorno dell’equinozio di primavera) e forma, con il suo antimeridiano, una circonferenza chiamata coluro equinoziale, passante anche per il punto ω o della Bilancia (in cui si trova il Sole all’equinozio d’autunno). L’equatore celeste è il parallelo fondamentale, che interseca i due punti cardinali celesti Est e Ovest e divide la sfera celeste in due emisferi, il boreale (settentrionale) e l’australe (meridionale); i paralleli celesti sono infinite circonferenze che hanno diametro minore dell’equatore e che decrescono progressivamente fino a raggiungere i Poli celesti Nord e Sud.
Particolare rilievo assume, specie nella concezione astrologica, il soggetto che osserva il cielo, e dunque si assumono nuovi punti di riferimento dipendenti dal punto di stasi dell’osservatore. La verticale dell’osservatore è la retta immaginaria che attraversa il centro della Terra, passa per il punto in cui si trova l’osservatore e si prolunga fino ad incontrare la volta della sfera celeste in due punti: lo Zenit (dall’arabo samt, “direzione”), sopra la testa dell’osservatore, e il Nadir, il punto diametralmente opposto allo Zenit (dall’arabo nathir, “opposto”), dunque al di sotto del punto di osservazione. Ovviamente, la posizione dello Zenit e del Nadir cambia se si sposta il punto di stazione sulla superficie terrestre da cui si osserva, cosicché, trovandosi nell’emisfero opposto, lo Zenit diventa il Nadir e viceversa.
Il piano dell’orizzonte astronomico è il piano orizzontale passante per il centro della sfera celeste e perpendicolare alla verticale, mentre l’orizzonte astronomico è la circonferenza determinata dall’intersezione del suddetto piano con la sfera celeste.
I circoli verticali sono i circoli massimi che passano per lo Zenit e per il Nadir dell’osservatore. Essi sono infiniti, ma si può ricordare in particolare quello fondamentale, il Meridiano locale, l’unico che passa per lo Zenit, il Nadir e i Poli celesti Nord e Sud.
I punti cardinali sono individuati sul piano dell’orizzonte astronomico: il Nord e il Sud sono i punti in cui il Meridiano locale interseca il piano dell’orizzonte, mentre l’Est e l’Ovest sono i punti d’intersezione tra il piano dell’orizzonte e il piano dell’equatore celeste; osservati dallo Zenit si susseguono in senso orario in Nord, Est, Sud, Ovest.
Le stelle e il loro movimento
Le stelle sono corpi celesti luminosi, che appaiono puntiformi per l’enorme distanza che li separa dalla Terra. I parametri fondamentali attraverso cui studiare questi corpi sono la distanza dal nostro pianeta, la luminosità e la magnitudine, il colore, la temperatura e la massa, in virtù dei quali è possibile determinare il corso evolutivo di una stella, i processi che vi avvengono, la sua storia e gli elementi chimici presenti al suo interno. Tuttavia, nel campo astrologico, assume sicuramente maggior rilievo lo studio del loro movimento, che ne determina la visibilità in relazione al punto d’osservazione. Le stelle sono dotate di un movimento reale ed uno apparente: il movimento reale è il vero movimento di questi corpi celesti, che appare all’occhio umano estremamente lento in virtù della distanza tra Terra e stelle; il movimento apparente è una conseguenza della rotazione terrestre, per cui sembra che ogni stella descriva, in senso retrogrado, un’orbita circolare, il cui centro si trova sull’asse del mondo. Per questo motivo, in una data località alcune stelle si vedono sempre sull’orizzonte (e prendono il nome di stelle circumpolari), mentre altre sembrano sorgere, culminare e tramontare (le stelle occidue).
All’equatore tutte le stelle visibili sono occidue: l’asse del mondo risulta orizzontale per un osservatore che sia all’equatore e l’orizzonte astronomico taglia a metà la traiettoria delle stelle che sorgono al di sopra dell’orizzonte. In questo modo le stelle apparentemente sorgono, raggiungono la massima altezza rispetto al piano dell’orizzonte (culminazione) e declinano, dopo essere state per dodici ore sull’orizzonte. Gli archi diurni delle stelle sono perpendicolari all’orizzonte e la stella Polare si osserva all’orizzonte in direzione Nord. Al Polo, al contrario, tutte le stelle visibili sono circumpolari: per un osservatore posto al polo Nord , l’asse del mondo è verticale, per cui le traiettorie delle stelle sono parallele all’orizzonte astronomico del Polo e conseguentemente non tramontano mai. La stella Polare si trova, in questo caso, presso lo Zenit.
Le costellazioni e lo zodiaco
Le costellazioni sono insiemi di stelle di norma ben visibili, apparentemente vicine tra loro, che sembrano raffigurare oggetti naturali o artificiali, personaggi ed animali reali o mitologici, da cui generalmente deriva il loro nome, scelto dalla fantasia degli astronomi nel corso dei secoli. Ovviamente, si tratta di raggruppamenti estremamente convenzionali, e chiaramente riscontrabili solo dalla Terra, e in particolari condizioni, tanto che popoli differenti hanno osservato costellazioni diverse nel corso dei secoli. Tuttavia, data la grande utilità di questi insiemi di stelle per l’orientamento nella sfera celeste, è sorta la necessità di codificare alcune costellazioni “ufficiali”: pertanto, l’Unione Astronomica Internazionale ha ufficializzato 88 costellazioni ufficiali, ed esse vengono distinte in boreali, australi e zodiacali. Le costellazioni boreali sono quelle che si dispongono tra la zona eclittica ed il Polo Nord (Lira, Cigno, Cassiopea, Corona boreale, Ercole, Orsa Maggiore e Minore…); le costellazioni australi sono quelle tra l’eclittica ed il Polo Sud (Orione, Cane Major, Cane Minor, Corona Australe, Centauro, Croce del Sud…); infine, le costellazioni dello Zodiaco rappresentano le dodici tappe che il Sole percorre durante il suo apparente giro intorno alla Terra nel corso dell’anno: il Sole, infatti, sosta in ognuna di queste costellazioni per circa un mese e quindi sono le posizioni che esso apparentemente occupa quando è osservato dalla Terra nel periodo annuale. Quando il Sole attraversa una costellazione dello zodiaco, naturalmente noi non possiamo vedere direttamente lo sfondo stellare a causa dell’intensa luce solare, ma di notte possiamo vedere la costellazione che si trova esattamente dalla parte opposta.
Lo zodiaco, pertanto, ha un arco di 360° ed è suddiviso in dodici sezioni uguali di 30°, rappresentate dai dodici tradizionali segni zodiacali: nel corso di un mese il Sole percorre apparentemente lo spazio corrispondente a un segno: a ogni segno dello zodiaco viene attribuito una natura diversa corrispondente a uno dei quattro elementi fondamentali che, secondo un’antichissima tradizione, costituiscono l’intero universo: Fuoco, Terra, Aria, Acqua. Tale distinzione divide i segni in quattro classi, che ne determinano i temperamenti sia in senso positivo sia in senso negativo.
- Segni di Fuoco: Ariete, Leone, Sagittario.
- Segni di Terra: Toro, Vergine, Capricorno.
- Segni d’Aria: Gemelli, Bilancia, Acquario.
- Segni d’Acqua: Cancro, Scorpione, Pesci.
Questa classificazione in quattro zone in base agli elementi fondamentali corrisponde, d’altra parte, alle quattro stagioni: la prima zona va dall’equinozio di primavera al solstizio d’estate e comprende i tre segni primaverili Ariete, Toro, Gemelli; la seconda zona si estende dal solstizio d’estate all’equinozio d’autunno e comprende i tre segni estivi Cancro, Leone Vergine; la terza zona va dall’equinozio d’autunno al solstizio d’inverno e comprende i tre segni autunnali Bilancia, Scorpione, Sagittario; la quarta zona, infine, copre il periodo tra il solstizio d’inverno all’equinozio di primavera e comprende i tre segni invernali Capricorno, Acquario, Pesci.
All’interno delle costellazioni, le stelle più luminose mantengono ancora, nell’uso comune, i nomi che hanno dato loro gli antichi astronomi. Esistono, però, diverse nomenclature stellari, che assegnano alle stelle nomi particolari in base alla loro luminosità. Ad esempio, la nomenclatura di J. Bayer (1572-1625) indica le stelle delle costellazioni con le lettere dell’alfabeto greco seguite dal genitivo del nome latino della costellazione a cui appartengono (ad esempio, α Centauri è la stella più luminosa della costellazione del Centauro). Le stelle meno brillanti sono invece indicate semplicemente con il numero che è stato loro assegnato in un catalogo astronomico da studiosi quali Messier, Flamsteed, Bonner, Durchmusterung e altri.
C. Salinari, C. Ricci, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Editori Laterza, Roma-Bari 1995.
Hermann Raushning, Hitler mi ha detto. Rivelazioni del Fuhrer sul suo piano di conquista del mondo, Edizioni Delle Catacombe, Roma 1944..
La parola “gnosi” deriva dal greco γνωσις che significa “conoscenza”, intesa non come una ricerca di meri dati intellettuali, né in un’accettazione dogmatica di concetti ed idee astratte, bensì come la sperimentazione personale delle Leggi Cosmiche, attraverso la conoscenza di se stessi. La gnosi è la conoscenza pervenuta al sapiente per vie divine o sapienziali: lo gnostico era in epoca antica il sapiente, colui il quale possedeva la conoscenza per averla ricevuta direttamente da una rivelazione degli dei. Lo Gnosticismo è la corrente filosofica e mistica che fornisce il metodo e gli strumenti di lavoro che permettono a tutti gli individui di conoscere se stessi e di sviluppare il potenziale divino che alberga in ogni essere umano.
Il Sistema solare e la Via Lattea
La Terra si trova nel Sistema Solare o Planetario, l’insieme della stella che noi chiamiamo Sole e di migliaia di corpi celesti (pianeti, satelliti, asteroidi) che ruotano intorno al Sole stesso in uno spazio comune di circa 200.000 UA di diametro (circa 3 anni luce) e subiscono fra di loro la reciproca attrazione gravitazionale. Il nostro sistema solare si trova presso il piano equatoriale della Galassia cui appartiene (la Via Lattea), in un braccio periferico di essa, a una distanza di circa 27.000 anni luce dal suo centro, e si sposta verso la costellazione di Ercole, alla velocità di circa 19,5 km al secondo. Inoltre, il Sistema solare è in perenne moto di rivoluzione lungo una traiettoria ellissoidale che impiega 200 milioni di anni a compiere.
La nostra galassia è costituita dal raggruppamento del nostro sistema solare con innumerevoli altri sistemi, con nebulose luminose o oscure (nuvole di gas illuminante dalle stelle in esse disseminate o ammassi di polvere opaca che impedisce di vedere le stelle che contengono). Ha la forma di una lente biconvessa, che racchiude oltre centinaia di miliardi di stelle e un numero ignoto di sistemi solari; il suo diametro maggiore si estende per circa 100.000 anni luce e quello minore per 20.000 anni luce. Essa ci appare, nel cielo notturno, come una striscia luminosa: ciò avviene perché la nostra galassia ha la forma di un disco appiattito; di conseguenza, se guardiamo lungo il piano a cui il disco appartiene, vediamo un numero elevatissimo di stelle, mentre in altre direzioni il cielo appare poco luminoso, data la scarsa presenza di stelle.
La Via Lattea ha un moto di rotazione in senso orario che si compie in 250 milioni di anni ed un moto di traslazione nello spazio che la fa spostare ad una velocità compresa tra i 160 e i 328 km al secondo. Anche le stelle che la compongono si muovono intorno al suo centro, quelle più vicine al centro stesso con maggior velocità rispetto a quelle più lontane.
Il Sole e l’eclittica
Il Sole è una stella di medie dimensioni e media temperatura, situata al centro della sequenza principale del diagramma di Hertzsprung-Russel, e dà il nome al Sistema solare cui appartiene anche la Terra. Esso si sposta intorno al centro della galassia verso la costellazione di Ercole alla velocità di circa 19,5 km al secondo. La Terra lo segue insieme agli altri pianeti e, di conseguenza, descrive attorno al Sole una spirale e non un’orbita chiusa, essendo entrambi i corpi celesti in movimento. L’asse della spirale indica la direzione del moto del Sole ed ha una inclinazione di circa 50° sul piano dell’eclittica , ovvero dell’orbita ellittica decritta dalla terra, nel corso dell’anno sidereo, con il suo moto di rivoluzione intorno al Sole, che occupa uno dei due fuochi di questa orbita. Il piano dell’eclittica è inclinato di circa 23° 27' su quello dell’equatore celeste, e l’intersezione dei due piani viene chiamata linea degli equinozi, mentre i punti di incontro di questa linea con la sfera celeste sono detti nodi equinoziali.
Il punto γ (o punto equinoziale di primavera) corrisponde alla posizione del Sole quando esso, dall’emisfero australe, passa in quello boreale; il Punto ω (o punto equinoziale di autunno), al contrario, è quello che il sole occupa quando, dall’emisfero boreale, passa in quello australe. I due punti dell’eclittica che si trovano più lontani dall’equatore si chiamano punti del solstizio ed il Sole vi si trova il 21 giugno (solstizio d’estate, quando il Sole in culminazione è allo zenit sul Tropico del Cancro) e il 21 dicembre (solstizio d’inverno, quando il Sole in culminazione è allo zenit sul Tropico del Capricorno).
L’eclittica taglia l’equatore celeste in due punti (detti punti equatoriali), situati l’uno di fronte all’altro in primavera (equinozio del 21 marzo) e in autunno (equinozio del 23 settembre).
I principali movimenti della Terra
La Terra è il terzo pianeta in ordine di distanza dal Sole. Infatti, i corpi celesti all’interno del Sistema solare, sono, in successione, Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone (anche se resta dibattuta la natura di Plutone, che per dimensioni e orbita è da alcuni ritenuto un grande asteroide e non un pianeta).
La Terra compie almeno 12 movimenti, tra i quali i più importanti sono:
- il movimento di rivoluzione intorno al Sole, lungo un’orbita ellittica in cui il Sole occupa uno dei due fuochi (secondo la I legge di Keplero), detta eclittica, con un periodo di 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi (anno sidereo). Questo movimento comporta l’alternarsi delle stagioni, la diversa durata del giorno sidereo da quello solare, la diversa altezza del sole sull’orizzonte;
- il movimento di rotazione intorno al proprio asse, a velocità sostanzialmente uniforme, della durata di 23 ore, 56 minuti e 4 secondi (giorno sidereo). Ogni punto della Terra compie una rotazione di 360° in un giorno sidereo; pertanto, si può concludere che la velocità angolare, nel moto di rotazione terrestre, è costante in ogni punto della superficie del nostro pianeta, al contrario della velocità lineare che varia in base alla latitudine, dal momento che ciascun punto della superficie terrestre compie, in un giorno, una circonferenza di lunghezza diversa a seconda della sua latitudine. Questo movimento causa il moto apparente diurno del Sole e della sfera celeste intorno alla Terra (fondamento della secolare teoria geocentrica, superata con le scoperte di Galileo e Keplero) e l’alternarsi del dì e della notte;
- il movimento di traslazione insieme al Sole, che si sposta intorno al centro della galassia;
- il movimento di precessione degli equinozi: l’asse terrestre non resta rigorosamente parallelo a se stesso ma, per effetto dell’attrazione lunare e solare (esercitata con maggior intensità nella zona equatoriale della Terra, data la non perfetta sfericità della Terra), descrive in circa 26.000 anni, con moto retrogrado, due coni il cui vertice è il centro della Terra. Per questo movimento conico, lo spostamento annuo dell’asse della Terra risulta di 57''37 di arco; dal momento che, ovviamente, insieme all’asse della Terra si muove tutto il pianeta e quindi l’equatore, la linea degli equinozi retrocede anch’essa di 57''37. La Terra, muovendosi nell’eclittica con moto diretto, incontra i punti equinoziali prima di aver compiuto una rivoluzione intera intorno al sole e propriamente 20 minuti 23 secondi prima, cioè il tempo impiegato dalla Terra a percorrere 57''37 di arco. Un’importante conseguenza di questo moto è che tra 10.500 anni la Terra sarà al perielio in estate e all’afelio in inverno: si avrà, quindi, una inversione delle stagioni ed il Polo Nord non sarà più indicato dalla stella Polare ma dalla stella Vega della costellazione della Lira, che si trova a 45° dalla stella Polare nella volta celeste.
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- http://www.riforma.net/evangelo/astrologia/checoselastrologia.htm, saggio pubblicato su Internet, basato su materiale preparato dal prof. Rory Coker dell’Università del Texas ad Austin, in cooperazione con la Austin Society to Oppose Pseudoscience.
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