Immortalità tutto di tutto

 

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L’immortalità

Per rinascere dalle proprie ceneri, bisogna prima morire, ma non si sa mai dove può condurre il volo di un uccello così raro e coraggioso come l'araba fenice.

 

 

                          Oriana Gaetana Rinaldi

                                                                       

E allora via, a volare ancora…

 

 

Introduzione

Non c’è mai abbastanza tempo in un giorno, per poter fare tutto ciò che vorremmo, e se ci facciamo caso non sembra mai che il tempo a nostra disposizione sia sufficiente ad esaudire la nostra mole di desideri e azioni..e se avessimo un infinito tempo a nostra disposizione? E se per assurdo ci fosse la possibilità di vivere in eterno? Cos’è l’immortalità? Il termine stesso può assumere molteplici significati e da ciò deriva proprio la complessità e varietà delle interpretazioni di tale concetto. Potrebbe essere intesa in due accezioni principali: fisica e spirituale. L'immortalità fisica è l'esistenza senza fine della mente a partire da una sorgente fisica, come un cervello o un computer. L'immortalità spirituale è l'esistenza senza termine di un individuo dopo la morte fisica in qualità di anima. L'uomo ha sempre cercato di "eternarsi" attraverso vari mezzi: creando opere importanti (basti pensare alle opere d'arte, alle conquiste scientifiche ), mettendo al mondo dei figli, creando infinite tracce di sé che sopravvivano alla morte fisica e diano un'illusione di immortalità e quasi tutte le religioni e le correnti filosofiche cercano di dare un senso alla vita attraverso la riflessione sulla morte e, qualora quest'ultima fosse debellata, molte visioni del mondo andrebbero riviste.  Dunque con che accezione si deve guardare? Eterna consapevolezza di ciò che sta accadendo attorno nonostante si è cibo per i vermi? Eterna vita ma non giovinezza, un Titone che rischia di divenire solo voce? Un’eterna vita senza salute, un male inguaribile per sempre, Chirone sofferente che si trova a rinunciare a questa dote? Un vedere morire attorno le persone care? Con immortalità intendiamo la capacità dell'uomo di vivere in eterno a prescindere dalle esigenze materiali o rimarremo pur sempre legati a qualche condizione che ci vincola?             Nella visione più ottimistica si potrebbe pensare a un indeterminato tempo a disposizione, possibilità viaggiare per il mondo e conoscerlo tutto, conoscere le lingue, i popoli e i costumi. Attraversare tutte le ere, non studiare la Storia, ma viverla! Ma gli avvenimenti che ci scorrono accanto lasceranno un segno dentro di noi ora che abbiamo vissuto di tutto? Forse tutto sembra possibile, abbiamo tempo e non paura di morire. Paura della morte, la paura più antica e angosciante dell'uomo, paura alla quale si sopravvive solo con l'amore (etimologia: greco: alpha privativo “ a” – latino "mors- mortis” “ more” s. f. , significa proprio assenza della morte, privazione del concetto della morte). E questa necessità di durare, di superare quell'interruzione del tempo che è la morte, così come la coscienza della morte come destino inevitabile, è la chiave dell'umanità. L'immortalità, la fine della grande barriera della morte su cui si basa l'immagine del tempo come autentico ultimo giudizio, l’immortalità come un non più fine, come speranza di superare il termine della morte, l'immortalità come fantasia, speranza. Perdurare, rimanere per lungo tempo: ecco a cosa aspira l’uomo da sempre. Ma, se ciò fosse possibile, immaginate la sovrappopolazione e il problema di trovare un posto di lavoro, perché molti lavori finirebbero di esistere, i delegati delle pompe funebri, i medici(se si tratta di immortalità pure con salute), le assicurazioni sulla vita, al massimo ci sarebbe un incremento di costruzioni di case quindi più posti per i muratori. Nella possibilità che l'uomo trovasse il modo di restare eternamente giovani, credo che ciò comporterebbe un’evoluzione anche genetica (anzi, l'eterna giovinezza, cioè, suppongo, la capacità di riprodurre i neuroni e di conseguenza all'infinito tutte le altre cellule, dovrebbe essere per forza causata da un’evoluzione genetica, quasi sicuramente causata volontariamente dall'uomo). Se l’umanità, esaudirebbe il suo desiderio di eternità,  perderebbe la spinta a creare opere importanti e precipitare in una specie di pigrizia e di noia generale, che la porterebbe a non impegnarsi più per lasciare ai posteri tracce importanti di sé (tanto c'è sempre tempo...). un essere immortale non sentirebbe l'istinto irrefrenabile di procreare (anche se ciò ci può sembrare veramente terribile).                                                                                                                            Ciò che dà senso a qualcosa è il fatto che possa finire, che esiste un opposto. La vita ha senso perché c’è la morte. Uscendo dal concetto di circolarità del tempo, e dal limite temporale, potremmo considerare il limite alla vita come una delimitazione per porre uno scopo alla vita stessa.                                                                                                                         Allora, immaginate che un vecchio mendicante si avvicini offrendovi una vecchia e polverosa bottiglia piena di un torbido liquido verde e vi dica che è “l’elixir dell’immortalità”…lo berreste? Fosca, il protagonista di “Tutti gli uomini sono mortali” l’ha fatto, vediamo quali sono i risultati.

 

 

   TOUS LES HOMMES SONT MORTELS

 

Un roman de Simone de Beauvoir.

 

Si l’on vit assez longtemps, on voit que toute victoire se change un jour en défaite.
[ Simone de Beauvoir ]Tous les hommes sont mortels

 

immortalità

Si l’homme était immortel, serait ce une bénédiction ou un sort maudit? Si l'on nous offrait l'immortalité sur la terre, qui est-ce qui accepterait ce triste présent ?

 

Thèmes :

- la volonté de puissance bassement personnelle ;

- la volonté utopique de transformation du monde ;

- la découverte géographique par l'exploration de terres inconnues ;

- la recherche scientifique ;

- la participation à une entreprise de libération du peuple. 

 

En 1311, le comte Fosca choisit de croire dans les vertus d’un élixir d’immortalité. Un avenir radieux s’offre à lui. Les rêves les plus fous deviennent possibles. Quelques siècles plus tard, une comédienne en devenir, Régine, est aux portes de la gloire. Elle croise dans un hôtel, à l’occasion d’une tournée, un personnage étrange. Il n’a besoin de rien, ne mange pas, ne dort pas, et semble avoir trouvé un remède contre l’ennui. Régine découvre son nom : Raymond Fosca. Elle parvient à le faire revenir à la vie, sa récompense est grande : il lui dévoile son immortalité. Etre aimée d’un immortel, n’est-ce être soi-même éternelle dans son souvenir ? Sans doute, mais si Fosca a une bonne mémoire, parfois il oublie La jeune femme, comédienne ambitieuse, espère se faire aimer de l’immortel afin de demeurer dans les mémoires par sa passion autant que par son talent. “Elle se révolte contre toutes les limites. Et, à travers Fosca, elle veut devenir l’Unique. (..)Finalement elle est obligée de réaliser qu'elle aussi, n'est qu'un être limité: 'Un brin d'herbe”

C’est une malédiction… Survivre à ses amours, survivre à ses enfants, survivre à ses amis.                                                                                             Fosca par volonté de rapprochement sonore avec le nom de Faust qui voulut satisfaire une des aspirations fondamentales des êtres humains qui sont les seuls êtres vivants à avoir conscience qu'ils sont mortels. Mais le nouveau Faust est avide non pas de savoir mais d'action et cherche à faire le bonheur des êtres humains.

 

“Un étranger, un mort. Ils étaient des hommes, ils vivaient. Moi, je n' étais pas des leurs. Je n'avais  rien à espérer. Je franchis la porte.”

 

 Ainsi nous prenons conscience de la valeur du temps et de la nécessité de la mort. Mais il découvre la limite de sa puissance par la défaite , le sentiment de l'inutilité de l'action, le progrès économique  n'apportant pas le bonheur parce qu'il suscite un inassouvissement

Il ne peut rien partager durablement avec quiconque puisque tous mourront tandis que lui vivra. “Ceux qu'il approche, Fosca leur vole le monde sans réciprocité : il les jette dans la désolante indifférence de l'éternité.” Ceux qu'il aime lui répètent : “ Je ne puis supporter de savoir que tu verras toutes ces choses et que JE ne les verrai pas.”  I'homme mort s'en va, retournant à l'enfer de l'indifférence :

 “Vous n'êtes pas un homme. Vous êtes un mort. Je la saisis aux épaules, j'aurais voulu la broyer. Et soudain, je me vis au fond de ses yeux : mort. Mort comme les cyprès sans hiver et sans fleurs... Un homme mortel aurait pu refuser de poursuivre sa route, il aurait pu éterniser cette révolte ; il pouvait se tuer. Mais, moi, j'étais esclave de la vie qui me tirait en avant vers l'indifférence et l'oubli.”

 

Réflexion sur les relations humaines elles sont impossibles pour Fosca dont l'immortalité équivaut à une damnation pure et simple : aussi étranger en définitive au monde humain qui l'entoure qu'un météorite chu des espaces sidéraux, il est condamné à ne jamais saisir la vérité de ce monde fini : l'absolu de toute conscience éphémère. Ayant tout tenté pour aimer, pour se retremper dans la chaleur d'une communauté, il formule enfin le secret de la malédiction qui pèse sur lui. C'est celle de la solitude. Il devient immortel. S'il tente pendant les premières longues années de résoudre les problèmes qui lui incombent, il s'aperçoit très vite que quelle que soit la solution apportée à ses problèmes, elle s'avère inutile.

Inutile, comme son existence, qu'il n'a de cesse de recommencer encore et encore. Inutile, comme ces relations qu'il noue et qui sont toutes vouées à l'échec car inexorablement rattrapées par la mort, puis grignotées par l'oubli. Inutile, comme l'acuité de son intelligence qui in fine, ne lui sert qu'à prendre conscience que d'une seule chose : jamais il ne pourra vivre puisque la mort ne lui est pas permise.

Les personnages qui connaissent l'immortalité de Fosca et le détestent se divisent donc entre les hommes qui lui en veulent à cause de leur ambition et les femmes qui lui en veulent à cause de leur amour, Régine ayant les deux raisons à la fois.

immortalità

—Je vais m'en aller, dit Fosca.

 

—Où allez-vous ?

 

—N'importe où.

 

—Alors, pourquoi partez-vous ?

 

 

—Il y a dans mes jambes une envie de bouger, dit-il. Il faut profiter de ces envies.

 

Il ne peut pas créer un lien vivant entre les siècles puisqu'il ne se dépassent qu'en se reniant ; indifférent aux gens qui les habitent, rien ne l'attacherait à leurs projets ; s'il les aime, il ne pourra pas supporter l'infidélité à laquelle son destin le condamne. L’urgence de vivre serait absurde si nous n’étions pas, à plus ou moins longue échéance, condamnés à disparaître

La beauté ne saurait exister pour Fosca, ni aucune des valeurs vivantes que fonde la finitude humaine. “ Son regard dévaste l'univers : c'est le regard de Dieu, tel que je le refusai à quinze ans, le regard de celui qui nivelle et transcende tout, qui sait tout, peut tout et change l'homme en vers de terre.”  Ceux qu'il approche, Fosca leur vole le monde, sans réciprocité ; il les jette dans la désolante indifférence de l'éternité. “ Sans cesse tout changeait et tout restait pareil.”  Il connaît le poids mortel de l'éphémère, le néant de toute entreprise, il mesure le temps dérisoire imparti à chacune d'entre elles. Un dégoût universel, une nausée fixe, au relent d'éternité pourrie, gâtent dans sa bouche le goût des aliments et le parfum des lèvres. L'humain est pour lui “ un brin d'herbe, un moucheron, une fourmi, un lambeau d'écume.”  C'est en vain que l'amour et l'amitié tentent de le sauver.

Il projette devant lui une durée illimitée de temps, c'est-à-dire qu'il n'a pas d'avenir.

Comment penser que mon époque valût mieux que les précédentes, alors que sur les champs de batailles, dans les camps, dans les villes bombardées, elle avait multiplié les horreurs du passé?

Fosca, l'immortel, est aussi l'être humain parfaitement conscient et qui voudrait échapper à la conscience. 

 

Dès l’heure où l’on naît on commence à mourir. 

“ Bientôt, ils seront morts et leurs pensées avec eux.” 

« Pourquoi vivre, si vivre c'est seulement ne pas mourir? 

Tous les hommes sont mortels, certes, et nul n'échappe à cette loi bienfaisante. Ils sont mortels pour pouvoir se préparer à devenir divinement et corporellement immortels. Ils sont mortels pour apprendre, ici-bas, en balbutiant, dans les difficultés, au milieu des sourires et des larmes, la richesse éternelle de l'amour « Écoutez cette femme qui chante. Est-ce que son chant serait si émouvant si elle ne devait pas mourir? »

 

- Tu vivras dans mon coeur plus longtemps que tu n'aurais vécu dans aucun coeur mortel, dis-je.

- Non, dit-elle âprement. Si tu étais mortel, je vivrais en toi jusqu'à la fin du monde, car ta mort serait pour moi la fin du monde. Tandis que je vais mourir dans un monde qui ne finira pas.

 

Au-delà de l’immortalité et de la mort profonde qu’elle provoque chez Fosca qui ne revit que quelques fois grâce à des femmes ou à des causes qui lui donnent l’illusion d’agir et de vivre, tout en étant mort, ce roman est aussi un plaidoyer pour l’homme, pour son action, pour sa folie. L’Homme sait qu’il est mortel, sait que ce qu’il construit ou ce à quoi il aspire ne le satisfera pas, qu’il ne verra sans doute pas le bout et l’achèvement de ses objectifs. L’Homme sait que même une fois atteints ses objectifs seront remplacés par d’autres, parce qu’il est par nature insatisfait et c’est cette insatisfaction, cette recherche de plus ou de différent qui fait de lui un homme vivant.

 

                               “ Ils se contentent de tuer le temps, en attendant que le temps les tue”

Tous les hommes sont mortels

 

Dunque Fosca, dapprima esaltato dal’idea di vivere in eterno, capirà con il tempo che l’immortalità è un “privilegio” da vivere in solitudine. Un altro uomo cercherà di superare i limiti umani: Faust, protagonista della tragedia omonima.                    

 

                          

                               FAUST

  Es ist eine Tragödie von Goethe.

“Es irrt der Mensch, so lang er strebt”. Goethe( Faust)

 

Die Handlung spielt zu Lebzeiten des historischen Faust (ca. 1480–1538), also während der Wende vom Mittelalter zur Neuzeit.Das Kernstück der Handlung besteht darin, dass der Protagonist des Stückes, Dr. Faust, einen Pakt mit dem Teufel eingeht. Handlungsverlauf und Charaktere geben ebenfalls keine Rätsel auf. – Ein nicht mehr junger Wissenschaftler ist beruflich und privat durch und durch unzufrieden. Als sich ihm eine Gelegenheit bietet, seiner verzweifelten Situation zu entkommen, nimmt er sie rücksichtslos wahr und verschreibt sich dem Teufel. Der Teufel Mephisto, dem neben Zauberkräften auch Humor und sogar Charme zu Gebote stehen, ist bestrebt, Faust vom rechten Weg abzubringen. Ein von Mephisto besorgter Zaubertrank bewirkt, dass Faust sich besinnungslos in Gretchen, ein sehr junges und naives Mädchen, verliebt. Seine Liebe zu ihr erscheint echt; dennoch richtet er das Mädchen zugrunde, indem er sie verführt, schwängert und sitzenlässt.Faust: Leben = Streben nach höherem Erkenntnis, Erfahrung, Mensch soll mit Welt arbeiten.

 

Themen

  • Endlichkeit der Wissenschaft
  • Status der Religion (Gretchen streng gläubig, Faust hat starke Zweifel)
  • Der strebende Mensch --> Weiterentwicklung
  • Verantwortung setzt dem Streben Grenzen

Faust
Herrschaft gewinn' ich, Eigentum!
Die Tat ist alles, nichts der Ruhm.

Mephistopheles
Doch werden sich Poeten finden,
Der Nachwelt deinen Glanz zu künden,
Durch Torheit Torheit zu entzünden.

Faust
Von allem ist dir nichts gewährt.
Was weißt du, was der Mensch begehrt?
Dein widrig Wesen, bitter, scharf,
Was weiß es, was der Mensch bedarf?

Mephistopheles
Geschehe denn nach deinem Willen!
Vertraue mir den Umfang deiner Grillen.

Dieser Mensch gilt in der deutschen Literaturgeschichte als der Prototyp des modernen Held; und das Werk, das diese Geschichte erzählt, wird als größtes literarisches Kunstwerk im deutschsprachigen Raum bezeichnet. Im sogenannten Teufelspakt verpflichtet sich Mephistopheles, Faust im Diesseits zu dienen und ihm alle Wünsche und Begehren zu erfüllen. Im Gegenzug ist Faust bereit, dem Teufel seine Seele zu überantworten, wenn es ihm —das ist die Bedingung— gelingt, mit dessen Hilfe Erfüllung und Lebensglück zu finden.

 

Faust:

O selig der, dem er im Siegesglanze
Die blut'gen Lorbeern um die Schläfe windet,
Den er, nach rasch durchrastem Tanze,
In eines Mädchens Armen findet!
O wär ich vor des hohen Geistes Kraft

 Faust bekundet seinen Wunsch. Er kann natürlich nicht. Das ist ja das Geheimnis. Vielleicht erlangt Unsterblichkeit nur der, der nichts unversucht lässt, sein Potenzial auszuleben.immortalità

 

Faust elebt seine tiefe Verbundenheit mit der Ewigkeit auf seinem Osterpaziergang. Noch kurz vorher wollte er seinem Leben ein Ende bereiten. Dann aber ist er aus der Illusion erwacht, sein Leben beendt zukommen. Faust will seinem Leben entkommen. Dazu suchte er den Tod. Er kann aber auch im Leben sein Dasein verändern. In der Folge sucht Faust nach neuen Möglichkeiten, einen Lebenssinn zu finden und versucht sich in den Künsten der Magie. Mephistopheles, der Teufel, bietet dem deprimierten, buchstäblichen lebensmüden Faust irdische Freuden an. In dem Moment jedoch, in dem Faust sagen muss, "verweile Augenblick, du bist so schön", gehört seine Seele dem Teufel, und er stirbt.

 

"Die Kunst ist lang!, Und kurz ist unser Leben." Goethe(Faust)

 

Anche Faust come Fosca (non a caso l’autrice Simone de Beauvoir, ha scelto un nome di simile assonanza) sarà prima eccitato dall’idea di poter fare tutto e avere al servizio un demone, ma capirà in seguito che scendere a patti con il diavolo non porta a buoni risultati. Esaminiamo ora, il caso di Dorian Gray, protagonista de “ Il ritratto di Dorian Gray”.

 

The Picture of Dorian Gray

                                                   “All art is immortal” O. Wilde

The Picture of Dorian Gray is the only published novel written by Oscar Wilde, first appearing as the lead story in Lippincott's Monthly Magazine on 20 June 1890immortalità.

PLOT

Dorian Gray is a young man whose beauty fascinates a painter, Basil Hallward who decides to portray him. While the young man’s desires are satisfied, including that of eternal youth, the sings of age, experience and vice appear on the portrait. Dorian lives only for pleasure, making use of everybody and letting people die because of his insensitivity. When the painter sees the corrupted image of the portrait, Dorian kills him. Later Dorian wants to free himself of the portrait, witness to his spiritual corruption, and stabs it, but he mysteriously kills himself. In the very moment of the death the picture returns to its original purity, and Dorian’s face becomes “withered, wrinkled and loathsome”

 The story is profoundly allegorical; it is a 19th-century version of the myth of Faust : the story of a man who sells his soul to the devil so that all his desires might be satisfied. This soul becomes the picture, which records the signs of experience, the corruption, the horror and the sins concealed under the mask of Dorian’s timeless beauty. The picture is not an autonomous self: it stands for the dark side of Dorian’s personality, his double, which he tries to forget by locking the picture in the room. The moral of this novel is that every excess must be punished and reality cannot be escaped; when Dorian destroys the picture, he cannot avoid the punishment for all his sins, that is, death. The horrible, corrupting picture could be seen as a symbol of the immorality and bad conscience of the Victorian middle class, while Dorian and his pure, innocent appearance are symbols of bourgeois hypocrisy. Finally, the picture, restored to its originally beauty, illustrates Wilde’s theories of art: art survives people, art is eternal.

"No, you don't feel it now. Some day, when you are old and wrinkled and ugly, when thought has seared your forehead with its lines, and passion branded your lips with its hideous fires, you will feel it, you will feel it terribly. Now, wherever you go, you charm the world. Will it always be so? . . . You have a wonderfully beautiful face, Mr. Gray. Don't frown. You have. And beauty is a form of genius-- is higher, indeed, than genius, as it needs no explanation. It is of the great facts of the world, like sunlight, or spring-time, or the reflection in dark waters of that silver shell we call the moon. It cannot be questioned. It has its divine right of sovereignty. It makes princes of those who have it. You smile? Ah! when you have lost it you won't smile. . . . People say sometimes that beauty is only superficial. That may be so, but at least it is not so superficial as thought is. To me, beauty is the wonder of wonders. It is only shallow people who do not judge by appearances. The true mystery of the world is the visible, not the invisible. . . . Yes, Mr. Gray, the gods have been good to you. But what the gods give they quickly take away. You have only a few years in which to live really, perfectly, and fully. When your youth goes, your beauty will go with it, and then you will suddenly discover that there are no triumphs left for you, or have to content yourself with those mean triumphs that the memory of your past will make more bitter than defeats. Every month as it wanes brings you nearer to something dreadful. Time is jealous of you, and wars against your lilies and your roses. You will become sallow, and hollow-cheeked, and dull-eyed. You will suffer horribly.... Ah! realize your youth while you have it. Don't squander the gold of your days, listening to the tedious, trying to improve the hopeless failure, or giving away your life to the ignorant, the common, and the vulgar. These are the sickly aims, the false ideals, of our age. Live! Live the wonderful life that is in you! Let nothing be lost upon you. Be always searching for new sensations. Be afraid of nothing. . . . A new Hedonism-- that is what our century wants. You might be its visible symbol.
With your personality there is nothing you could not do. The world belongs to you for a season. . . . The moment I met you I saw that you were quite unconscious of what you really are, of what you really might be. There was so much in you that charmed me that I felt I must tell you something about yourself. I thought how tragic it would be if you were wasted. For there is such a little time that your youth will last--such a little time. The common hill-flowers wither, but they blossom again. The laburnum will be as yellow next June as it is now. In a month there will be purple stars on the clematis, and year
after year the green night of its leaves will hold its purple stars. But we never get back our youth. The pulse of joy that beats in us at twenty becomes sluggish. Our limbs fail, our senses rot. We degenerate into hideous puppets, haunted by the memory of the passions of which we were too much afraid, and the
exquisite temptations that we had not the courage to yield to. Youth! Youth! There is absolutely nothing in the world but youth!"

Dorian is the typical dandy, who thinks man should live his life fully, fulfilling his wishes and his dream; if one represses his/her impulses,  every repressed impulse and all self-denial remain in one’s mind and poison it. Dorian believes youth is synonymous with beauty and happiness.                                                                                                                                                                     For Basil Hallward and his friend Lord Henry Wotton, beauty and appearance have become the ultimate values. Art can no longer be judged on moral bases but only on aesthetic grounds. This discussion forms the prologue to the story itself, which moves from typical Wildean comedy into a nightmare world of Gothic horror.

"How sad it is!" murmured Dorian Gray with his eyes still fixed upon his own portrait. "How sad it is! I shall grow old, and horrible, and dreadful. But this picture will remain always young. It will never be older than this particular day of June. . . . If it were only the other way! If it were I who was to be always young, and the picture that was to grow old! For that--for that--I would give everything! Yes, there is
nothing in the whole world I would not give! I would give my soul for that!"

Dorian confesses that he would give his soul for the beauty of eternal youth and appropriates the eternal beauty of art to transform his life. At the moment he loses his soul, the portrait ironically becomes his property. Slowly Dorian becomes notorious and his name associated with unmentionable vices. Although he retains his youthful beauty, the signs of his misdeeds appear on the portrait.

“The curiously carved mirror that Lord Henry had given to him, so many years ago now, was standing on the table, and the white-limbed Cupids laughed round it as of old. He took it up, as he had done on that night of horror when be had first noted the change in the fatal picture, and with wild, tear-dimmed eyes looked into its polished shield. Once, some one who had terribly loved him had written to him a mad letter, ending with these idolatrous words: "The world is changed because you are made of ivory and gold. The curves of your lips rewrite history." The phrases came back to his memory, and he repeated them over and over to himself. Then he loathed his own beauty, and flinging the mirror on the floor, crushed it into silver splinters beneath his heel. It was his beauty that had ruined him, his beauty and the youth that he had prayed for. But for those two things, his life might have been free from stain. His beauty had been to him but a mask, his youth but a mockery. What was youth at best? A green, an unripe time, a time of shallow moods, and sickly thoughts. Why had he worn its livery? Youth had
spoiled him.”

“He looked round and saw the knife that had stabbed Basil Hallward. He had cleaned it many times, till there was no stain left upon it. It was bright, and glistened. As it had killed the painter, so it would kill the painter's work, and all that that meant. It would kill the past, and when that was dead, he would be free. It would kill this monstrous soul-life, and without its hideous warnings, he would be at peace. He seized the thing, and stabbed the picture with it. There was a cry heard, and a crash. The cry was so horrible in its agony that the frightened servants woke and crept out of their rooms.(…)  When they entered, they found hanging upon the wall a splendid portrait of their master as they had last seen him, in all the wonder of his exquisite youth and beauty. Lying on the floor was a dead man, in evening dress, with a knife in his heart. He was withered, wrinkled, and loathsome of visage. It was not till they had examined the rings that they recognized who it was.”

Dorian ends the novel as a social outcast and, unable to endure the sight of the portrait, cuts it to pieces. In doing do, however, he kills himself and the portrait reacquires its original beauty. In some ways “The Picture of Dorian Gray” can be seen as an extended meditation on the final words of John Keats’s “Ode on a Grecian Urn” “Beauty is truth, truth beauty- that is all/ye know on earth and all ye need to know”.

Dorian giungerà alla conclusione che non ha importanza quanto tempo si viva ma come si spenda la vita, della stessa opinione è lo scrittore latino Seneca.

                      De brevitate vitae

  Seneca

 

La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano. Luciano De Crescenzo

immortalità

Fin dalle prime battute del dialogo De brevitate vitaededicato a Paolino (padre della moglie) e scritto tra il 49 e il 62, appare evidente il pensiero di Seneca: la quantità della vita, o meglio la sua presunta brevità, è un problema senza importanza, anzi un falso problema. Quel che conta è, infatti, la sua qualità, come si vive la vita, come si usa il tempo; e quest’ultimo non è tutt’uno con la fortuna, con la sorte, con il mondo di cui siamo parte? Bisogna saper vivere. E le occupazioni che ci distraggono e ci distolgono dalla cura del nostro essere? Non ci rendiamo conto di cosa sia il tempo, non gli diamo peso e intanto la vita silenziosa scorre.

 La riflessione sul tema del tempo, centrale in tutta l’opera di Seneca,  trova l’elaborazione più completa nel De brevitate vitae. Al tempo “disperso” di quanti inseguono i falsi miraggi di una carriera o del denaro si oppone il tempo dello spirito, quello in cui il sapiens coltiva la meditazione, la filosofia, l’otium nel senso più nobile. La tesi di fondo del trattato è che la vita dell’uomo non è in sé breve, ma diviene tale in quanto gli uomini sprecano il tempo che è loro concesso a causa di occupazioni e impegni superflui, che allontanano l’obiettivo di conseguire la saggezza attraverso la meditazione filosofica.

 

  La maggior parte dei mortali,  si lamenta della crudeltà della natura, poiché noi nasciamo in un periodo di tempo troppo breve,  questo lasso di tempo scorre tanto velocemente, tanto rapidamente tanto che, tranne in alcuni casi, la vita abbandona gli uomini prima che comincino a viverla.

E di questa disgrazia, che credono comune, non si dolse solo la folla o il volgo sciocco: tale stato d’animo provocò la protesta anche di grandi uomini. Di qui l’esclamazione del più grande dei medici che la vita è breve, l’arte lunga.(…) Non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto; la vita è abbastanza lunga ed è stata concessa per la realizzazione di grandi imprese a condizione che viene utilizzata tutta bene; ma quando scorre nel lusso e nell’indifferenza, quando la si spreca in cose di nessun conto, quando incombe l’ultimo momento, ci accorgiamo che è trascorsa la vita che non abbiamo capito che  è fuggita senza averne avvertito il passare. Non abbiamo una vita breve, ma la rendiamo tale, non ne siamo poveri, ma la sprechiamo.(De brevitate vitae,1, 1-4)

 

La verità è che, immersi nei desideri, fatichiamo a rivolgerci a noi stessi. La gente vive con tanto affanno i propri desideri e vizi agisce contraddittoriamente quando si tratta di morire: come fossero immortali - dice Seneca - desiderano ogni cosa senza freno né si danno pensiero del tempo o di se stessi, poi, quando sono malati, fanno di tutto per salvarsi: quanta contraddizione si trova in essi. Che cos’hanno destinato alla buona mente? Ben poco o niente della loro vita(De brevitate vitae 8, 2.)

Seneca fa  l’esempio di uomo che, sebbene centenario, se facesse il resoconto del proprio passato, si ritroverebbe con molti anni in meno, perché gli sono stati sottratti in grande quantità da donne, creditori, litigi che gli hanno impedito di realizzarsi pienamente o di pensare alla propria persona. Egli, dunque, non perché ha i capelli bianchi ha davvero “vissuto a lungo”, ma è soltanto “stato al mondo a lungo”. Con questo esempio l’autore cerca di dimostrare che il cattivo impiego della vita, contribuisce a renderla breve, affrettando così il desiderio della morte, per la quale volenti o nolenti, bisogna trovare il tempo..

  ….  non è facile vivere, e anzi per tutta la vita si deve imparare a vivere e a morire. La quantità della vita non conta; conta il modo di spendere il tempo: Ognuno consuma la propria vita e si tormenta per il desiderio del futuro e per la noia del presente.( De brevitate vitae 7, 3) Così vivono quanti tendono alle cose del mondo e pur desidererebbero sottrarvisi. “Invece colui che usa ogni suo tempo a suo vantaggio ... non teme. Tutto gli è noto a sazietà. Per il resto, la fortuna disponga comunque voglia: la sua vita è al sicuro”.( De brevitate vitae 7, 3.)

      

..perché non (elevarci) con tutto il nostro spirito da questo esiguo e caduco passar del tempo verso quelle cose che sono immense, eterne e in comune con i migliori?     

 Così tenderemo proficuamente all’immortalità. Questo è il solo modo di estendere lo stato mortale, anzi di mutarlo in stato immortale (De brevitate vitae 15, 1)

 
 Vivete come se doveste vivere in eterno, mai vi sovviene della vostra caducità, non ponete mente a quanto tempo è già trascorso; ne perdete come da una rendita ricca ed abbondante, quando forse proprio quel giorno, che si regala ad una certa persona od attività, è l’ultimo. Avete paura di tutto come mortali, desiderate tutto come immortali (..) che garanzia hai di una vita tanto lunga? Chi permetterà che queste cose vadano così come hai programmato? ( De brevitate vitae, 3, 1-2).

La vita è dunque lunga se il tempo è bene speso; se invece è sciupato la vita è brevissima, e anche chi è al mondo per lungo tempo, ha invero pochissimo vissuto.

Una vita è troppo poco. Una vita sola non mi basta; se poi conti bene non sono neanche tanti i giorni-

da Mediterraneo di Gabriele Salvatores

E’ davvero così poco il tempo a nostra disposizione o siamo noi che non sappiamo sfruttarlo al meglio? Comunque sia non abbiamo altra possibilità che morire, esaminiamo i consigli che ha da darci Heidegger a proposito.

Essere-per-la-morte

Tematica trattata dal filosofo tedesco Martin Heidegger  nell’opera Essere e tempo (1927)

 

“Se un uomo non ha scoperto nulla per cui vorrebbe morire, non è adatto a vivere”

 M .L .King

 

Il filosofo Heidegger analizza in maniera positiva il problema della morte, egli imposta la questione del problema dell'essere indagando e analizzando "quell'ente che noi che cerchiamo, già siamo". L'Esserci è caratterizzato, nel suo essere-nel-mondo, dall'essere-per-la-morte. Se l'Esserci è definito dalla possibilità di essere, la morte gli si presenta come il limite e la negazione di questa possibilità e gli chiede di accettare l'essere per la morte come "orizzonte in cui si iscrive la sua vita".

immortalitàL’uomo è essenzialmente poter-essere, cioè possibilità, anche se a un certo punto, l’esserci non è più nel mondo della possibilità, esso, infatti, muore:

La morte sovrasta l'esserci.

La morte è una possibilità di essere che l'esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l'esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l'esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo. La morte è per l'esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa possibilità l'esserci sovrasta se stesso, esso viene completamente rimandato al proprio poter-essere più proprio. In questo sovrastare dell'esserci a se stesso, dileguano tutti i rapporti con gli altri esserci. Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l'estrema. Nella sua qualità di poter-essere, l'esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell'esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, a questa possibilità, a differenza di tutte le altre, non si può fuggire e inoltre, al di là di essa nulla è più possibile per noi.

 Dunque, la morte non è la fine della vita nel senso della sua conclusione - quando, infatti, di un uomo si può dire che abbia "compiuto" la sua vita? Essa appartiene alla vita in quanto, con l'atto della nascita, comincia la nostra possibilità di morire. La morte  è una possibilità che ciascuno assume da solo. Questa possibilità è inoltre l'estrema e l'incondizionata.                                             

 “Nella morte l'Esserci non è né compiuto né semplicemente dissolto né, tanto meno, ultimato o disponibile. L'Esserci, è già costantemente il suo "non ancora", è anche già sempre la sua morte. Il finire proprio della morte non significa affatto un essere alla fine dell'Esserci, ma un essere-per-la-fine da parte di questo ente. La morte è un modo di essere che l'Esserci assume da quando c'è. "L'uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire"

 Heidegger parla espressamente di essere-per-la-morte, espressione che suggerisce come il vivere sia in funzione della morte. Per Heidegger con essa finisce tutto e vivere per la morte significa condurre la propria esistenza nella piena consapevolezza che il nostro orizzonte di vita è limitato. Si può parlare di "esistenza autentica" solo nel caso in cui vi sia progettualità e libertà assoluta nelle scelte: ma le scelte, se inquadrate in un orizzonte di vita infinito, non hanno senso, non sono progettuali fino in fondo. Non esserci più, più che un "essere finito" - nel senso in cui una cosa è finita - non significa forse che ci viene meno la possibilità di essere? In questo senso, quello di "fine" dell'esistente umano è un concetto assolutamente inadeguato a rappresentare quel non-esser-ci che è la morte. Cosa significa, in prima istanza, essere autenticamente per la morte? Essenzialmente, non fuggire davanti al suo ineluttabile essere possibile e non coprirne la verità con la chiacchiera. Se la morte è la possibilità più propria e certa di ogni esistenza, essere per la morte significa dunque essere per una possibilità; essere per una possibilità significa prendersi cura della sua realizzazione. Ma prendersi cura di una possibilità nel senso della sua realizzazione vuol dire trasformarla in un fatto, farla essere come qualcosa di diverso da una possibilità Il suicidio, come autorealizzazione della propria fine, ci sottrae al peso che comporta il quotidiano essere per la morte. In questo senso si suol dire che il suicidio è una fuga - l'estrema deiezione dal tutto che noi siamo.                                               In una prospettiva di vita eterna, le scelte perdono di significato perché sono sempre reversibili: supponendo di godere di una vita eterna, nel momento in cui scelgo un lavoro scartandone un altro, non sto compiendo una scelta totalmente libera e progettuale, perché se anche quel lavoro non mi piace, posso sempre sceglierne un altro, senza perdere mai tempo (visto che usufruisco di una vita eterna). Sembra quasi che Heidegger legga l'eventualità di una vita eterna come una condanna. E molti suoi lettori, riflettendo su queste sue considerazioni, hanno evocato a tal proposito la letteratura sui vampiri: essi esemplificano perfettamente la tematica heideggeriana dell'immortalità come condanna a vivere in eterno. “L'immortalità sembra una buona idea, finché non si comprende che si dovrà trascorrerla da soli.” (La regina dei dannati)Nell'ambito della vita finita, questo non avviene: il numero di anni di cui si dispone è finito, come anche il numero di scelte che si possono fare; e poi, oltre ad essere limitate, le scelte che si possono fare si escludono a vicenda e, spesso, non sono reversibili: si sceglie liberamente o una cosa o l'altra, e il fatto stesso di compiere quella scelta esclude l'altra. Ecco perché per Heidegger l'esistenza è autentica quando è pervasa dal prendere coscienza della nostra finitudine: e il vivere-per-la-morte ha dunque una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita; cosa che non potrebbe avvenire in una prospettiva di vita eterna. La conclusione di "Essere e tempo" concerne il carattere intrinsecamente storico dell'esistenza: le riflessioni sull'essere-per-la-morte suggeriscono efficacemente come l'esistenza non si collochi nell'eternità, ma in una dimensione storica e temporale; e Heidegger fa notare che il fatto della morte non lo viviamo veramente mai, giacché possiamo vivere come fatto solamente la morte altrui, mentre la nostra la viviamo sempre e soltanto come possibilità solo nostra, nella consapevolezza che, prima o poi, essa ci coglierà. Ne consegue che la morte ha per noi un significato non come fatto, ma come possibilità: e, a questo punto, Heidegger fa acutamente notare come nella società moderna, in cui non si parla ma si chiacchiera e non si aspira alla conoscenza ma alla curiosità, la morte è stata rimossa. E l'aspetto più inautentico dell'esistenza della società di massa risiede proprio nel fatto che si vive perfino la morte nel "Si": non più "io muoio", ma "Si muore", quasi come se la morte non ci coinvolgesse mai in prima persona; essa viene tragicamente inserita nel "Si" generico e, pertanto, perde il suo significato di possibilità: viene meno l'essere-per-la-morte e, con esso, la libertà di scelta. Heidegger contrappone quindi la posizione comune sulla morte a quella che il saggio deve far propria: l'opinione comune esorcizza l'idea della morte, ritiene pusillanime intrattenervisi, la lascia indeterminata e in realtà nasconde la paura effettiva che la certezza della morte suscita. Scrive Heidegger, in "Essere e tempo", sull'atteggiamento del "Si" verso la morte: 

" il Si ha già pronta un'interpretazione anche per questo evento. Ciò che si dice a questo proposito, in modo esplicito o sfuggente, come per lo più accade, è questo: una volta o l'altra si morirà, ma, per ora, si è ancora vivi. L'analisi del 'si muore' svela inequivocabilmente il modo di essere dell'essere-quotidiano-per-la-morte. In un discorso del genere la morte è concepita come qualcosa di indeterminato che, certamente, un giorno o l'altro, finirà per accadere, ma che, per intanto, non è ancora presente e quindi non ci minaccia.(…) L'interpretazione pubblica dell'esser-ci dice: 'si muore'; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma del Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io ".                                                                                               

 Dunque la morte è la cosa che più di tutte ci appartiene ed è nostra fino in fondo, tant'è che nessun altro può viverla al posto nostro: essa è anzi l'unica certezza della nostra esistenza, in quanto, pur non potendo sapere pressoché nulla di ciò che ci accadrà in futuro, ciononostante possiamo con certezza affermare che, prima o poi, ci toccherà morire.

“La morte è l'unica delle mie avventure che non potrò raccontare” (senza fonte accertata)

Siamo tutti destinati a morire, la morte è “la possibilità dell’impossibilità di ogni possibilità”. Il pittore spagnolo Dalìcon il quadro “ La persistenza della memoria” ci spiega che esistono vari modi per interpretare il tempo da vivere e il tempo vissuto.

La persistenza della memoria

“Non dovremmo preoccuparci di vivere a lungo, ma di vivere abbastanza”Seneca

immortalità(1931)

Ci sono attimi che nella nostra vita assumono il significato di un'intera esistenza: scelte importanti, intense emozioni, istanti che screziano indelebilmente la nostra storia. Per contro, la maggior parte del tempo che abbiamo a disposizione scorre senza lasciare traccia di séscialbo si lascia dissipare da noi, prodighi e ignari della preziosità di un bene sì limitato.
Da questa prospettiva, il tempo assume un valore puramente soggettivo: malgrado ci si ostini a misurarlo con  orologi sempre più precisi, è la qualità a determinare la sua durata.
Questo è il messaggio degli "orologi molli" di Dalì: ciascun quadrante segna un'ora diversa, perché il tempo (sia quello qualitativo, sia quello scientifico) non può essere misurato. Deformando l'orologio, trasformandolo in una figura liquida, che sembra sciogliersi e adattarsi alle superfici su cui viene posta, Dalí invita l'osservatore a riconsiderare la dimensione del tempo, della memoria, del sogno e del desiderio, non sottoposta alle regole apparentemente logiche, nella quale il prima e il dopo si mescolano e lo scorrere delle ore e dei giorni accelera e rallenta a seconda della percezione soggettiva. Su uno dei tanti paesaggi di Port Lligat, tra gli scogli aguzzi della Costa Brava e un ulivo secco e malinconico in primo piano, Dalí immaginò tre orologi come oggetti inattesi, sottratti alla realtà quotidiana e deformati dallo sguardo delirante di un sogno, che è quello creato dall’inconscio dell’artista sintetizzato nell’occhio dalle lunghe ciglia che giace addormentato . Questi tre orologi sul punto di sciogliersi al sole - mentre un quarto, ancora chiuso nel suo coperchio dorato, è assaltato da un cumulo di formiche brulicanti - rappresentano l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una velocità e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo. Gli orologi si liquefanno, obnubilando con un manto dubbioso la sicumera sulle capacità razionali dell'uomo. Solo uno di essi mantiene intatta la sua forma: tuttavia esso è ricoperto dalle formiche, che nella pittura del pittore spagnolo simboleggiano la consunzione.L’orologio che si scioglie, non può misurare il corso del nostro tempo, perché esso varia secondo la psiche e gli attimi della vita di ciascuno di noi. Il rapido o lento passare dei minuti, delle ore e dei giorni, è determinato dallo stato d’animo col quale affrontiamo le situazioni che viviamo perché il tempo scorre lento, provocando sensazioni di noia, quando la realtà è malvagia o non cattura la nostra attenzione, passa invece fulmineo se siamo impegnati in attività così piacevoli da farci desiderare che non finiscano mai.

 

Ma è possibile essere in qualche modo immortale? Ebbene sì, attraverso l’arte o  „l’arte di farsi ricordare“. Vediamo alcuni esempi, partendo da Cèzanne che illustra il concetto di immortalità dell’arte.

Natura morta, cranio e candelabro

 

immortalità

 

 

 

 

Dipinto da un Cézanne venticinquenne (1865), troviamo poggiati su uno sfondo scuro quattro oggetti chiari: una rosa sfiorita, un cranio, un candelabro con la candela consumata e un libro aperto. Già partendo dal titolo, ma pure osservando il quadro, ciò che viene in mente a prima vista è il senso di morte e  di consunzione. Tutto è destinato a morire: la natura del fiore è quella di appassire, l’uomo tornerà scheletro e polvere, ciò che è creato dall’uomo si consuma e si rovina. Il reale messaggio dell’artista risulta evidente in un secondo momento: il libro è aperto. Ciò che è materiale si potrà pure consumare con il tempo (il libro) ma ciò che è creato dall’uomo, dall’arte, è destinato a perdurare nel tempo rimanendo eterno.

 

 

 

Sempre sulla stessa linea di pensiero: chi crea muore ciò che crea rimane eterno troviamo Pirandello, o meglio i personaggi di Pirandello, che arrivano addirittura ad avere una vita indipendente.

immortalità“LA TRAGEDIA D’UN PERSONAGGIO” E “SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE”

La letteratura è l’immortalità del discorso”. August Wilhelm von Schlegel

“La tragedia d’un personaggio” è una novella tratta da “Novelle per un anno”, “Sei personaggi in cerca di autore” un’opera teatrale entrambe di L. Pirandello.

L’essere vivente “creato”, l’uomo, si fa creatore ogni giorno: infinito appare il divenire d’ogni cosa. Il linguaggio è strumento dell’immaginazione e della fantasia: chi è più vero tra te lettore o io personaggio? Tu cambi continuamente il tuo modo di essere e il tuo carattere mentre io resto immutato per sempre. Tu sei soggetto alla morte mentre questa non può nemmeno sfiorarmi. Quindi ciò che sembra reale in fondo non lo è e io che tutti pensano non esistere sono invece più vero di qualsiasi altra persona. Questo il messaggio dell'opera pirandelliana: che un personaggio possa assumere tanta realtà da incontrarsi e confrontarsi col suo autore, arrivando a criticarne i sistemi o, addirittura, la stessa superiore 'presenza', è un dato incontrovertibile ed ormai archiviato nel grande catalogo della finzione letteraria.

Occorre innanzitutto fare una distinzione fra persona e personaggio.

a) - La persona nasce come individuo libero, non ancora sottoposto alle norme di qualsiasi provenienza esse siano poi vede la realtà in maniera oggettiva e fonda la propria vita sulla convenzione, o perlomeno sull’opinione, che la realtà stessa venga vista e sentita allo stesso modo anche dagli altri. La persona, libera ed informe, può assumere una forma, costretta dall’esterno o spinta da un impellente bisogno interno.

b) - Il personaggio, invece, nella vita come nella fantasia creatrice dello scrittore, è l’individuo fissato in una forma, che compie sempre gli stessi gesti per l’eternità o finché non entra in un’altra forma. Il personaggio, sottoposto a norme fisse ed inderogabili, porta una tragica maschera, recita sempre le stesse battute, portando un mondo di sentimenti che gli altri non avranno mai la forza di penetrare e di rivelare: sono i personaggi vivi della fantasia creatrice. Sulla creazione del personaggio, così dice il dott. Fileno al Pirandello nella novella La tragedia di un personaggio:

 - Basta? Ah, no, perdio! - scattò il dottor Fileno con un fremito d'indignazione per tutta la persona. - Lei dice così perché non son cosa sua! La sua noncuranza, il suo disprezzo mi sarebbero, creda, assai meno crudeli, che codesta passiva commiserazione, indegna d'un artista, mi scusi! Nessuno può sapere meglio di lei, che noi siamo esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri! Si nasce alla vita in tanti modi, caro signore; e lei sa bene che la natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione. E chi nasce mercé quest'attività creatrice che ha sede nello spirito dell'uomo, è ordinato da natura a una vita di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d'una donna. Chi nasce personaggio, chi ha l'avventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Eppure vive eterno perché - vivo germe - ebbe la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che lo seppe allevare e nutrire per l'eternità.

Dal discorso di Fileno possiamo capire due cose

1) - la vera forma dell’esistenza è quella del personaggio, anche se nell’opera pirandelliana abbiamo un fluire continuo dalla persona al personaggio e viceversa. In generale possiamo affermare, anche se un po’ schematicamente, che nell’opera pirandelliana a una prima parte in cui vediamo agire individui che sono ancora persone, corrisponde una seconda parte, in cui le persone assumono tutte le caratteristiche dei personaggi;

2) - La fantasia creatrice dello scrittore domina sui personaggi, e non viceversa , come la natura domina sugli esseri  umani  e crea uomini e cose. Il contrasto fra Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà dello scrittore di mettere a nudo l’anima dei personaggi, di scomporne l’apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi della vita e di capirne l’intima composizione per metterne in mostra la loro vera forma che si concretizzerà una volta per tutte. Ed è contro questo atteggiamento dell’artista che i personaggi tendono a ribellarsi, a mostrarsi insofferenti, per impedire la spietata analisi che inevitabilmente ne metterà a nudo miserie e grandezze, ma anche per essere descritti così come essi si sentono e sono veramente dentro. Pirandello ha colto questa illusione e la mette a nudo, scatenando non di rado vive reazioni nei suoi personaggi e nei suoi lettori, che in alcuni casi diventeranno aperta contestazione durante le rappresentazioni teatrali. Dal punto di vista strettamente mentale, possiamo vedere nei personaggi di Pirandello delle forme pensiero, delle 'entità' scolpite dall'immaginazione dell'autore sotto l'impulso di forti passioni o sentimenti, e da una volontà ferma. Quando una persona ha un'immaginazione molto sviluppata può davvero dipingere o scolpire forme con la sostanza mentale, e più nutre con energia psichica tali 'personaggi', più essi diventano 'autonomi' e desiderosi di vivere la ' loro vita'. E' come se questi fantocci avessero una carica a molla simile a quella dei giocattoli semoventi: una volta caricati " devono" muoversi. Pirandello, concedendo ai suoi personaggi di salire su un palcoscenico, ha esorcizzato forti passioni, ha aperto una valvola alla caffettiera, ha impedito contraccolpi sicuri alla sua mente. L'arte è una valvola di sfogo incredibile, perché permette di lasciar vivere in forma non violenta forti passioni e sentimenti; permette ai personaggi che popolano la mente di ognuno di noi, di 'vivere' il loro dramma doloroso, di rappresentare la loro commedia, di vestirsi di carne.

- Ah no? non vede? - fece il dottor Fileno. - Ho forse sbagliato strada? Sono caduto per caso nel mondo della Luna? Ma che razza di scrittore è lei, scusi? Ma dunque sul serio lei non comprende l'orrore della tragedia mia? Avere il privilegio inestimabile di esser nato personaggio, oggi come oggi, voglio dire oggi che la vita materiale è così irta di vili difficoltà che ostacolano, deformano, immiseriscono ogni esistenza; avere il privilegio di esser nato personaggio vivo, ordinato dunque, anche nella mia piccolezza, all'immortalità, e sissignore, esser caduto in quelle mani, esser condannato a perire iniquamente, a soffocare in quel mondo d'artifizio, dove non posso né respirare né dare un passo, perché è tutto finto, falso, combinato, arzigogolato! Parole e carta! Carta e parole! Un uomo, se si trova avviluppato in condizioni di vita a cui non possa o non sappia adattarsi, può scapparsene, fuggire; ma un povero personaggio, no: è lì fissato, inchiodato a un martirio senza fine!”

Il dottor Fileno, protagonista del racconto, vuole a tutti i costi essere personaggio per non finire nel dimenticatoio della vita ed essere ricordato, essere eternato, egli che sa che l’unico capace di ciò è lo scrittore, non uno scrittore qualsiasi che non accontenta le sue attese ma uno scrittore capace di dire ciò che egli è stato, ciò che è e che tale resterà nel corso della storia. “La tragedia di un personaggio” si pone come testo chiave per comprendere la poetica di Pirandello e non solo, e il suo rapporto con l’uomo e con se stesso. È adombrata in questo racconto la tragedia dell’individuo consapevole di non poter vivere la propria identità se non diventando personaggio, attraverso la penna di un valente scrittore, capace di penetrare nei meandri del suo animo e tracciarne quella forma che lo definirà personaggio per sempre. Emerge il ruolo dello scrittore, fondamentale, nel dare metaforicamente nella vita, la vita a chi non ce l’ha, nel tentativo di farlo vivere: nel pensiero del lettore, nella critica feroce, nel sorriso bonario di chi osserva compiaciuto tale costruzione che in fondo non esiste mai di per se stessa, ma che si succede in fonogrammi che si sovrappongono come il pensiero di chi giudica.

Nel teatro della vita non si fa che recitare. Ogni  individuo, ogni gruppo, ogni popolo, l'intera immortalitàumanità, tutti sembrano impegnati a rappresentare ciascuno un proprio ruolo bel definito, ben  pre-fissato in quella sceneggiatura aperta che è la storia stessa di questo piccolo e insignificante palcoscenico sperduto nello sconfinato spazio che è la nostra terra. Noi siamo normali quando sul palcoscenico della vita in comune viviamo la nostra 'parte' guidati dal buon senso, da una volontà manovrata dal bene, da una coscienza desta. Quindi, si può morire in vita per diventare 'nulla', e si può, in vita, 'nascere' personaggi. Pirandello spiega il meccanismo della creazione, che cosa succede nella fantasia di un autore quando immagina una storia, una commedia, un romanzo e svela quel sottile passaggio tra vita e forma, da persona a personaggio. La vita è un fiume in piena, un mare di lava che si muove continuamente. L'arte è una forma fissa, bloccata, per esistere ha bisogno di prendere sempre qualcosa dalla vita, ma nel momento in cui la prende, la fissa, la congela, la raffredda per l'eternità in una forma eterna. I personaggi sono veri.

Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale. Può una donna, amando, desiderare di diventar madre; ma il desiderio da solo, per intenso che sia, non può bastare. Un bel giorno ella si troverà a esser madre, senza un preciso avvertimento di quando sia stato. Così un artista, vivendo, accoglie in sé tanti germi della vita, e non può mai dire come e perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia per divenire anch'esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana. Posso soltanto dire che, senza sapere d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch'io li facessi entrare nel mondo dell'arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere.

 

Tutti i più importanti personaggi creati dal genio di Pirandello restano scolpiti nella nostra memoria e vi sostano, affascinanti figure misteriose e inafferrabili come la vita stessa, resa meravigliosamente sia nei suoi testi sia nelle rappresentazioni teatrali, con le mille sfaccettature caleidoscopiche. Nei Sei personaggi in cerca di autore vediamo in atto la dialettica stessa del formarsi della verità o dell'illusione, che è lo stesso. In questa mirabile commedia, nella quale è ripreso e sviluppato un motivo accennato nella novella La tragedia di un personaggio. Pirandello vuol rappresentare scenicamente il travaglio e il processo attraverso il quale il tumulto dei fantasmi, germinati dalla fantasia dell'artista, frementi di vita ma, in un primo tempo, ancora confusi e tenebrosi, ancora parzialmente caotici ed irrealizzati, aspira a comporsi in una sintesi perfetta e armoniosa, grazie alla quale quelle che l'artista non intuì dapprima che come macchie più o meno distinte di colore si equilibrino in un quadro ampio, luminoso, ben coordinato.

 

 

Creature del mio spirito, quei sei già vivevano d'una vita che era la loro propria e non più mia, d'una vita che non era più in mio potere negar loro.


Si nasce personaggio artistico come si nasce pietra, pianta o animale, e se la  realtà del personaggio è un'illusione, illusione è anche destinata a scoprirsi ogni realtà quando sia mutato il sentimento che l'alimentava. Chi è nato personaggio non solo, dunque, ha tanta vita quanta i così detti uomini realmente esistenti, ma ne ha di più, ché quelli, trasmutabili per tutte guise, oggi son questo e domani quello, e passano e muoiono, e il personaggio artistico, invece, ha una sua vita immarcescibile, fissata per l'eternità nelle caratteristiche essenziali della sua natura che non cangiano né possono cangiar mai, e la natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua opera di creazione. E, una volta creato, il personaggio si stacca dal suo autore, vive di vita propria ed impone a quello il voler suo, e l'autore deve tenergli dietro e lasciarlo fare.
…. infine il tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia e la forma che la fissa, immutabile.

 

E’ il dramma di un gruppo di personaggi in crisi che non riescono a comunicare, ognuno con una propria fisionomia abbozzata, che, però, appunto per questo loro “essere personaggio”, non può mutare, a differenza di quanto capita all’uomo la cui vita fluida è soggetta continuamente a cambiamenti.

 

…… ogni volta, vivo e come nuovo, nato improvviso così per sempre: imbalsamato vivo nella sua forma immarcescibile.(..) Tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha forma, e per ciò stesso deve morire: tranne l'opera d'arte, che appunto vive per sempre, in quanto è forma.

Questi sei personaggi si recano da una compagnia di attori per cercare un qualcuno che voglia rappresentarli e rendere così compiuta la loro opera e allo stesso tempo far si che la loro vita sia immortale. Pirandello sostituisce in tal modo al carattere i personaggi, all’"avere forma", l’"essere forma".

Il rapporto vita-arte, la morte, la follia, il grottesco del quotidiano: dietro la struttura debole che raccoglie la produzione novellistica di più d’un quarantennio stanno degli snodi concettuali, delle indicazioni, perché non ci si perda nel labirinto delle varie vicende. Come ogni vera, grande opera, anche questa fa nascere un fiume di domande. Pirandello ci consiglia, tra le righe, di lasciar perdere, di non cercare di trovare le risposte: non ce ne sono. E, anche se ci fossero, non conterebbero nulla, perché qualunque forma definita e stabile uccide la vita, eterna diffrazione.

 “La natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione.”
Luigi Pirandello, La tragedia di un personaggio.

 

Adesso un esempio più palese di immortalità dell’arte: l’immortalità di una poesia rimarca l’immortalità di un vaso greco, dunque un doppio esempio datoci dal poeta inglese Keats.

"Ode on a Grecian Urn”

immortalità                                                                        "The excellence of every art is its intensity,                          capable of making all  disagreables evaporate                                                                                                              from their being in close relationship with Beauty and Truth." 

John Keats

Keats was attracted by both nature and art, by the Greek cultures, by the vanishing present and immortal past. He was an aesthete and considered Beauty as the source of all inspiration, the source of life and he identified Beauty with truth. Written in 1819, 'Ode on a Grecian Urn' was the third of the five 'great odes' of 1819, which are generally believed to have been written in the following order - Psyche, Nightingale, Grecian Urn, Melancholy, and Autumn.

In "Ode on a Grecian Urn," the poet observes a relic of ancient Greek civilization, an urn painted with two scenes from Greek life. The main theme of “Ode on a Grecian urn” is art, considered as the vehicle for eternizing life, reflected on this Grecian urn that becomes the symbol of eternal beauty. Keats is usually regarded as the most romantic poet because in his poetry we can recognize all key-themes that are typical of Romanticism: beauty, unrealism, musicality, disillusionment and imagery. Keats is also regarded as the forefather of the Aesthetic movement because he is the first who gives importance to beauty as a moral value, saying that beauty is the only everlasting value for human beings. The greatness of Keats’s poetry consists in giving the reader the sensation of touching, of being here with the poet while he was looking at the urn.    

   "Ode on a Grecian Ode" is based on a series of paradoxes and opposites:

  • the discrepancy between the urn with its frozen images and the dynamic life portrayed on the urn,
  • the human and changeable versus the immortal and permanent,
  • participation versus observation,
  • life versus art.

The poem is self-reflexive : it is a work of art which is also a reflection on a work of art and their effects.

 

 Thou still unravished bride of quietness!
Thou foster-child of silence and slow time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flow'ry tale more sweetly than our rhyme

Stanza I begins slowly, asks questions arising from thought and raises abstract concepts such as time and art. The urn exists in the real world, which is mutable or subject to time and change, yet it and the life it presents are unchanging; hence, the bride is "unravish'd" and as a "foster" child, the urn is touched by "slow time," not the time of the real world. The figures carved on the urn are not subject to time, though the urn may be changed or affected over slow time.

Ah, happy, happy boughs! that cannot shed
Your leaves, nor ever bid the Spring adieu;
And, happy melodist, unwearied,
For ever piping songs for ever new;
More happy love! more happy, happy love!
For ever warm and still to be enjoyed,
For ever panting and for ever young;
All breathing human passion far above,
That leaves a heart high-sorrowful and cloyed,
A burning forehead, and a parching tongue.

Keats portrays the ideal life on the urn as one without disappointment and suffering. The urn-depicted passion may be human, but it is also "all breathing passion far above" because it is unchanging. The main thing that captures the speaker's attention about this urn is that the figures on it are frozen in time in the middle of what they were doing and they will remain there, unchanged, for eternity . Unlike real life, art stays unchanged and perfect forever, free from the binds of time or sickness.

O Attic shape! Fair attitude! with brede
Of marble men and maidens overwrought,
With forest branches and the trodden weed;
Thou, silent form, dost tease us out of thought
As doth eternity: Cold pastoral!
When old age shall this generation waste,
Thou shalt remain, in midst of other woe
Than ours, a friend to man, to whom thou sayst,
"Beauty is truth, truth beauty," -that is all
Ye know on earth, and all ye need to know

In the final stanza, Keats seems to take a step back and thinks about all he's taken in while looking at the urn. He remembers the "marble men and maidens" as well as the "forest branches and trodden weed", and comes to the conclusion that such a beautiful form "dost tease us out of thought". It allows us to become lost in the beauty of eternal youth and happiness that the urn shows us. 'Beauty is truth, truth beauty,'-that is all ye know on earth, and all ye need to know." Keats has accepted his own mortality and seems satisfied with the knowledge that this piece of art will live long past him, touching further generations. He hopes that they too will be just as captivated, and realize, as he did, that beauty is the only reality or truth.

The author wants to exalt the beauty of works of art. In fact, the beauty of the urn will remain eternal, while the beauty of human beings will certainly decay. So, the very important kind of beauty isn’t the physical one, but the spiritual one, which is related to eternal. Moreover, Keats underlines the importance of art, as a means for man to become eternal and to be remembered by mankind after his death.

 

 This poem is an irregular ode. It consists of 5 stanzas made up of 10 lines.

The rhyme scheme is ABAB CDE DCE. So, each stanza, is made up of  two parts: a quatrain and a sestet.

 

I wish to believe in immortality - I wish to live with you forever.

John Keat

Immortalità data dal ricordo e dalla gloria è quella a cui aspiravano e aspirano gli atleti di grandi competizioni come le Olimpiadi, oltre a ricordare che a tali giochi si credeva che assistessero le anime dei defunti.

 

immortalitàNIKE. Il gioco, la Vittoria e la fama immortale

Le Olimpiadi nascono nel mondo greco e nel 776 a.C. ad Olimpia. Nell’Iliade troviamo la narrazione del funerale di Paco, amico e fratello di Achille, durante il quale si inducono delle competizioni sportive in onore del defunto. Gli elementi distintivi degli sport nell’età antica sono l’essere riservati all’aristocrazia e l’essere istituiti in onore di qualche divinità o per onorare un defunto consentendogli un più agile passaggio nella vita ultraterrena. Si pensava, infatti, che il sangue ed il sudore versati in occasione di questi giochi fossero fonte di energia per il defunto. I giochi si succedettero regolarmente sino al 200 a.c., successivamente si svolsero in maniera meno rigorosa sino alla loro definitiva sospensione nel 393 d.c. A decretarne la fine fu un editto dell’allora imperatore Teodosio, sotto l’influenza del vescovo di Milano Ambrogio (S. Ambrogio), essendo ormai la Grecia sotto la dominazione romana. I motivi della loro cessazione sono da ricercarsi nel fatto che rappresentavano riti pagani, quindi in contrasto con la religione Cristiana. Quattro erano i giochi grandi che si svolgevano (non solo nell’Ellade, ma in tutte le regioni vicine e le colonie). Erano riservati ai cittadini di cultura greca.     

I quattro giochi grandi erano distinti in:

  • olimpici, dedicati a Zeus/Giove;
  • pitici o delfici, dedicati ad Apollo;
  • nemei, dedicati a Zeus/Giove;
  • istmici, dedicati a Poseidone/Nettuno.

L’essere dedicati ad un Dio era tra le caratteristiche di questi giochi. La loro importanza era tale che gli anni cominciarono a contarsi a partire dalle Olimpiadi ed erano sospese anche le guerre con la cosiddetta “Tregua Sacra”. In Grecia le competizioni non erano fini a se stesse, ma facevano parte di solenni feste religiose e si svolgevano presso i più importanti santuari della penisola. L’atleta greco gareggiava solo per vincere, perché la vittoria era la più grande dimostrazione delle sue qualità fisiche e morali e soprattutto perché era il modo più degno di rappresentare la sua città di origine di fronte a tutti gli altri greci. La corona di rametti di ulivo o di foglie di alloro era un premio puramente simbolico, ma dotato di un profondo significato: rappresentava il potere supremo della natura che aveva trasferito sull’uomo la sua forza. Ma la vittoria aveva un enorme valore per l’atleta che, tornato a casa, era trattato da eroe e poteva rivestire importanti cariche nella vita sociale della Città-stato di appartenenza. Quando un atleta veniva premiato si pensava che lo facesse Nike in persona, la Vittoria, che con il peplo svolazzante intorno al corpo sottile volava verso l’Olimpo per portare agli dei, i nomi degli atleti che erano arrivati primi nella competizione sportiva rendendoli immortali. Nel mondo etrusco e romano, invece, le competizioni sportive furono caratterizzate fin dalle origini dall’importanza dell’elemento spettacolare. I giochi erano considerati in primo luogo occasioni di intrattenimento e il loro fine era di divertire, stupire e coinvolgere emotivamente gli spettatori, inoltre non bisogna dimenticare che si credeva che i defunti assistessero alle competizioni.   Nel mondo greco la forza fisica era la prima e più percepibile manifestazione che permetteva all’uomo di svincolarsi dai limiti e dalla caducità della natura e di salire il primo gradino verso la perfezione e l’immortalità, cioè verso l’Olimpo degli dei.  Sullo sfondo mitologico c’era già un modello ampiamente sedimentato nel subconscio collettivo della Grecia: Achille. La sua straordinaria prestanza fisica era il segno rivelatore della sua natura semi-divina e, allo stesso tempo, testimoniava la possibilità della (quasi) immortalità. Insomma, l’atleta come primo anello di una possibile catena che collega la natura umana alla natura divina. Un rametto d’ulivo, foglie d’alloro, una fronda di palma. Piante frequenti, consuete nel paesaggio mediterraneo: eppure, nella loro semplicità e fragilità, sono diventate simboli universali della gloria, addirittura dell’immortalità. Erano il premio per i vincitori, per coloro che ottenevano il successo nelle gare sportive del mondo antico.
Sublimando e celebrando la Vittoria, soprattutto nella celebrazione quadriennale dei Giochi Olimpici, gli antichi Greci hanno dato ulteriore spessore e concretezza alla definizione di un modello “classico” per l’uomo “moderno”. Scendere nello stadio, cimentarsi nelle palestre o quanto meno partecipare alle gare anche da semplice spettatore diventa così un’attività non meno importante e profonda dello studio della filosofia o di assistere a una tragedia a teatro. Nel mondo greco l’esercizio fisico e la competizione leale sono diventati parti essenziali, quasi proverbiali, di una completa formazione dell’individuo: il motto “più veloce, più in alto, più forte”, adottato dal barone de Coubertin per le Olimpiadi moderne, è molto di più che un incitamento sportivo, può essere visto e interpretato come un vero e proprio programma morale.
Nell’arte greca e romana le figure destinate a impersonare la Vittoria erano scattanti e meravigliose, con lunghe vesti ondeggianti e ampie ali spiegate, pronte a balzare dal mondo degli uomini all’Olimpo degli dei, e a portare con sé il nome, il ricordo, l’immagine del trionfatore. La Vittoria è alata, non solo perché porta in alto il vincitore al di sopra dei comuni mortali, ma anche perché è rapida, ci passa davanti e va, letteralmente, presa al volo, come l’attimo fuggente di un destino che ben difficilmente offrirà un’altra opportunità: nella vita di un atleta, quattro anni non sono pochi e mantenere intatte le possibilità di un successo da un’Olimpiade all’altra è difficilissimo. Per questo, la figura della Nike appare inafferrabile e fascinosa, sembra scivolare via nel fruscio lieve di un peplo, nell’istantaneità irriproducibile di un sorriso. Proprio il contrario delle seriose, gravi e monumentali immagini degli sportivi che ci sono giunte dal mondo classico: discoboli piegati nello sforzo, pugili dal naso rincagnato che si riposano, atleti ansanti che si detergono con lo strigile. La Vittoria corre veloce, pronta a offrirsi a nuove mani: il vincitore viene celebrato da capolavori della poesia e scultura antica, il suo nome e la sua immagine resteranno famosi attraverso i millenni.

Un ricordo dato dalla gloria come atleta e ora un ricordo dato dalla gloria come scrittore.

         

     MEMOIRES D’OUTRE-TOMBE

 

immortalitàMémoires d'outre-tombe est une autobiographie de François-René de Chateaubriand, dont la rédaction commence en 1809, sous le titre «  Mémoires de ma vie », et s'achève en 1841.Plongé dans l’histoire de son temps, le protagoniste est un homme qui vit entre deux mondes tristes : son passé, peuplé d’insatisfactions et de douleurs intimes, et un avenir qui ne promet rien. C’est l’historie d’un « moi » à la recherche d’une dimension sentimentale et sociale qu’il ne trouvera jamais. La voix du narrateur est détachée de l’existence, comme si elle venait exactement d’outre-tombe, sans illusions. Elle réfléchit sur la vie, sur les souvenirs, sur la mort surtout ;et sur le temps, qui reste le grand destructeur qui consomme la vie et les espoirs de l’homme : les grands personnages de l’Histoire et les civilisations se suivent et disparaissent dans le néant. Toutefois, dans se cadre désolé, Chateaubriand semble laisser une place importante aux émotions, les seules choses qui donnent une certaine noblesse à l’existence des hommes, celles qui permettent, dans leur fugacité de goûter quelques instants de honneur, qui devient vite nostalgie. L’œuvre- d’art reste le seul moyen pour communiquer avec l’infini, avec le temps, pour gagner la longue bataille de l’homme contre son destin d’ être mortel.

 

La plupart de mes sentiments sont demeurés au fond de mon âme, ou ne se sont montrés dans mes ouvrages que comme appliqués à des êtres imaginaires. Aujourd'hui que je regrette encore mes chimères sans les poursuivre, je veux remonter le penchant de mes belles années  ces Mémoires seront un temple de la mort élevée à la clarté de mes souvenirs.

 

Chateaubriand livre les secrets de son inexplicable cœur, se présentant comme le véritable René, révélant l'origine des sentiments qu'il avait prêtés aux êtres imaginaires de sa création et expliquant comment peu à peu ces personnages furent tirés de ses songes. Chateaubriand transforme les Mémoires en un discours funèbre appelé à enregistrer de façon privilégiée les changements survenus dans l'histoire : disparition des hommes et des paysages, des croyances, des mœurs et des institutions. Complaisamment, Chateaubriand visite les cimetières, compte les morts et raconte les agonies, élevant ainsi le temple de la mort à la clarté de ses souvenirs, comme il se l'était promis. Il s'agit aussi d'un poème lyrique dont les sources d'inspiration sont nombreuses : la nature, la mer en particulier, l'amour, la jeunesse. Un double thème domine, la poésie du souvenir et de la mort. L'immortalité promise par la foi chrétienne ne lui suffit pas : il veut être immortel par sa gloire, dans la mémoire des hommes.

 

Cependant, en m'occupant de la pensée d'écrire mes Mémoires , je sentis le prix que les anciens attachaient à la valeur de leur nom : il y a peut-être une réalité touchante dans cette perpétuité des souvenirs qu'on peut laisser en passant.

 

 

La question, pour Chateaubriand, est toujours la même: A’ quoi bon vivre quand tout n'est que fugacité et oubli? Voyager, écrire: existe-t-il d'autres antidotes au grand malheur de vivre? Il fallait être le phénix de soi-même et entreprendre cette voyage si fol d'outre-tombe avec une épée de bois, de l'encre et du papier, un voyage supérieur destiné à l'immortalité du verbe. L'inouï, dans cette histoire, est qu'il y parvient et que le grand paon, tout épris qu'il est de ses plumes n'est pas ridicule. A-t-on jamais vu cela, un paon faire la roue sans être la dupe de ses couleurs, sans non plus renoncer à en jouir? Chateaubriand fut cet homme de vanité et d'ironie achevant son tour de piste par l'écriture de l'extraordinaire Vie de René. Coupe de champagne élevée à la mémoire d'un moine qui, ayant abandonné les charmes exquis de la vie mondaine pour la volupté d'être seul, se montrait fidèle à un même principe de plaisir. En ce qui concerne le monde et la solitude, Chateaubriand n'aura abdiqué ni l'un ni l'autre, tels que le paon aime à être vu.

Diverso è il tema di immortalità trattato da Montale, analizziamolo.

                  A mia madre

immortalità“I libri ci educano, ma solo il ricordo di sé ci rende immortali.” R.Burton

La poesia A mia madre è stata composta da Eugenio Montale nel 1942 ed inserita nella sezione Le Finisterre trattada La bufera e altro. E’ autunno, sui colli del Mesco, si vendemmia; è tempo di guerra. Montale si rivolge alla madre, sepolta in un cimitero su cui passa la rotta felice schiera delle coturnici per dirle che gli eventi storici e il naturale fluire della vita minacciano la sua memoria (or che la lotta dei viventi più infuria[..] chi ti proteggerà?); tanto più, dal momento che lei stessa rinunciava alle cure funebri giudicando che il corpo fosse apparenza in sé insignificante della persona vera che è l’anima. La madre credeva dunque in un paradiso di anime, ma egli non vi crede. Egli non pensa che la morte del corpo sia compensata da un’immortalità astratta, metafisica, ma che l’essere umano consista in un’individualità concreta, fisicamente incarnata (il gesto di una vita che non è altra ma se stessa) e che solo il ricordo del suo peculiare atteggiarsi faccia sopravvivere l’estinto(quelle mani, quel volto).In questo testo, scritto durante i difficili anni della seconda guerra mondiale, l'autore si intrattiene in colloquio con la madre da poco defunta. Intenzione dell'autore è esprimere l'amore profondo per colei che gli diede la vita, che sopravvive alla morte grazie al ricordo che ha lasciato, dentro di lui, del suo corpo, dei suoi gesti, delle sue parole.

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce dal sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
 (e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà?

 

 La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto di una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’esilio
folto d’anime e voci in cui tu vivi.
E la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

 

Chi ti proteggerà, madre, se cedi il tuo corpo (come se fosse l'ombra e la prigione dell'anima), adesso che il canto delle coturnici (genere di uccelli) rende meno atroce la tua morte (Montale non crede ad una esistenza dopo la morte, che non sia nel ricordo) volando a schiera sopra la tua tomba, diretta verso i clivi vendemmiati del Mesco (promontorio delle Cinque Terre in Liguria), adesso che gli uomini si uccidono tra loro (c'è la guerra)

La via che conduce all'aldilà non esiste, l'unico modo per sopravvivere è quello di riproporre alla memoria dei superstiti i precisi connotati fisici (solo due mani, un volto, «quelle» mani, «quel» volto) che distinguevano in vita quelle determinate persone. Solo questo ti distingue nel mio ricordo affettuoso dall'immagine di altre persone meno intensamente ricordate. E anche la domanda che tu mi lasci; proprio la tua richiesta, di non curarmi del corpo ma dell'anima, ti distingue dalle altre persone morte.

 

Sebbene si presenti sottoforma di monologo, la poesia riassume i punti di vista della madre e del figlio sull’ancestrale tema dell’immortalità dell’anima. La madre, caratterizzata da una forte fede religiosa, ritiene che il corpo sia solo un’ ombra, l’ aspetto esteriore di una realtà più vera, quella dell’ anima e della sua immortalità, e che perciò la morte sia la via che conduce ad una vita eterna diversa da quella terrena, mettendo in secondo piano la fine dell’involucro, quel corpo cui era affidata; secondo il pensiero dell’autore, l’effettiva immortalità, consiste nel ricordo dei posteri dei gesti compiuti durante l’esistenza, la vita terrena non é l’ombra di un’altra vita. Alla posizione trascendentale della madre egli ne contrappone una immanente, fondata sul valore terreno dell’esistenza: l’unica vita futura dei morti è nella memoria dei vivi, e solo in essa la madre sopravvivrà.      

                         

Adesso una poesia che ricorderà in eterno la bellezza di una donna amata da Shakespeare.

 

Shall I compare thee to a summer day
 Sonnet 18 
William Shakespeare

immortalità

"A smile lasts just for a second but in recalling it, it can be eternal”


O
ne dominant theme in the154 of Shakespeare’s Sonnets is immortality through procreation. In the first seventeen sonnets a young man is urged to marry and have children. This is a very conventional theme for Elizabethan sonnets, but in “Sonnet 18,” Shakespeare advocates seeking immortality through poetry rather than through procreation: he wants to immortalize the object of his affection by creating a work of art that will last forever.

Shall I compare thee to a summer's day?
Thou art more lovely and more temperate.

“Sonnet 18” is structured as an argumentative monologue delivered in response to the question posed in the first line. The speaker answers the question in the negative, suggesting that the object of his affection is “more lovely and more temperate” than a mere summer’s day. Though summer days are pleasant, they are neither perfect nor everlasting.

Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer's lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometime declines,
By chance, or nature's changing course untrimmed.

The speaker maintains that in the physical world, nature dictates that everything, even beauty, slowly decays.  He describes how though summer may be beautiful it still is only temporary and, like many beautiful things, must finish and make way for their winters of aging and eventual death. 

But thy eternal summer shall not fade
Nor lose possession of that fair thou ow'st;
Nor shall death brag thou wand'rest in his shade,
When in eternal lines to time thou grow'st,
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

In the third quatrain(four-line stanza) the speaker refers to the object of his affection as an “eternal summer,” whose loveliness and temperance are obviously more enduring than a summer’s day. The “eternal lines” mentioned in line twelve, then, not only refer to the poetic lines of the sonnet, but also to the shape and beauty of the beloved. In the sonnet’s couplet (pair of rhyming lines that concludes the poem), the speaker contends that because poetry is immortal, so can his beloved’s beauty remain immortal when preserved in verse: “So long as men can breathe, or eyes can see, / So long lives this, and this gives life to thee.”

Ma l’immortalità è un tema toccato pure dallo scrittore Foscolo che trova sia nel ricordo che nell’arte questa possibilità.

 

 

Dei Sepolcri

immortalità

Dei sepolcri di Ugo Foscolo è forse il testo più rappresentativo di una riflessione teorica e poetica sul concetto di morte e di immortalità. L’opera si configura come un poemetto di 295 endecasillabi sciolti, sotto forma di epistola poetica  indirizzata all’amico Ippolito Pindemonte; l’occasione per la stesura fu offerta dalla discussione avvenuta con questi a Venezia nell’aprile del 1806, originata dall’editto napoleonico di Saint-Cloud(1804) con cui si imponevano le sepolture fuori dei confini delle città e si regolamentavano le iscrizioni sulle lapidi. I temi Dei sepolcri sono diversi e tutti sviluppano un unico ragionamento filosofico che partendo dalla domanda retorica iniziale “All'ombra de' cipressi e dentro l'urne/confortate di pianto è forse il sonno/della morte men duro?” arriva alla affermativa conclusione: la poesia rende eterne le tombe dei grandi uomini e dei grandi eroi che un popolo esprime nel corso della propria civiltà. Il tema centrale del carme è, dunque, quello dei sepolcri, cioè delle tombe viste e giustificate da vari punti di vista: da quello igienico a quello privato, da quello sociale a quello civile, da quello civile a quello poetico, da quello fisico a quello metafisico, da quello architettonico a quello legislativo, da quello simbolico a quello filosofico. Ma la tesi più importante e propositiva del carme è la considerazione di Foscolo che le tombe sono importanti più per i vivi che per i morti, perché i vivi ricevano dalle tombe il ricordo e l'esempio del morto. Il carme si apre infatti con la negazione di ogni trascendenza  riaffermando la validità del pensiero materialistico e, se inizia con l'asserire l'inutilità delle tombe per i morti, ne afferma l'utilità per i vivi procedendo verso affermazioni sempre più alte che vanno dal loro valore civile e patriottico fino ad esaltare le tombe come ispiratrici della poesia che è, per il Foscolo, la scuola più alta dell'umanità. Al centro di queste meditazioni vi è il concetto di "illusione" che riafferma sul piano del sentimento quanto viene negato dall'intelletto che può negare l'immortalità dell'anima ma non quegli affetti ai quali tutti gli uomini, per vivere, devono credere. Così, anche se la vita dell'individuo ha fine nella materia, le illusioni, gli ideali, i valori e le tradizioni dell'uomo vanno oltre la morte perché rimangono nella memoria dei vivi consentendo a chi ha lasciato eredità d'affetti una sopravvivenza dopo la morte.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale

invidierà l'illusïon che spento

pur lo sofferma al limitar di Dite?

25

Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l'armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de' suoi?

 

Sol chi non lascia eredità d'affetti

poca gioia ha dell'urna;

 

 Vita e morte non si escludono, ma vivono nei Sepolcri in una unità perfetta.
L'amara meditazione sulla morte, fine di tutto, con la quale inizia il carme è mitigata dalla fede e dal sentimento della bellezza e della vita che appariranno nel resto del carme, pur sempre affiancati alla malinconia iniziale che si continuerà in tutti i versi.
Le tombe saranno sì inutili, inutili ai morti giovano ai vivi perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene: solo i malvagi, che non si sentono meritevoli di memoria, non la curano; a torto dunque la legge accomuna le sepolture dei tristi e dei buoni, degl’illustri e degl’infami. Foscolo, ribadendo le sue tesi materialistiche, sostiene in primo luogo l’inutilità delle tombe e l’indifferenza rispetto al modo in cui seppellire i defunti, poiché crede che in ogni caso “il sonno della morte” non sarà meno duro. La morte non è che un momento di un ciclo naturale di perpetua trasformazione, in cui la materia di un essere, disgregandosi, va a formare altri esseri; essa quindi è distruzione totale dell’individuo e non lascia possibilità di sopravvivenza. La continua trasformazione della materia impedisce anche la sopravvivenza nel ricordo, perché il corso del tempo cancella ogni traccia dell’esistenza. Queste posizioni, che escludono ogni idea religiosa di una vita dopo la morte, sono ribadite da Foscolo con assoluta convinzione: sono le idee in cui si è formato e costituiscono la base di tutta la sua visione della realtà. Esse però non lo soddisfano più completamente e Foscolo non le sostiene più con lo slancio fiducioso e polemico che aveva nutrito il pensiero settecentesco, ma con l’atteggiamento disilluso di chi deve rassegnarsi ad una verità amara. Il poeta sente che queste idee hanno perso tutto lo slancio polemico e propositivo nei confronti di una cultura autoritaria, fondata sul dogma e la metafisica, ma trova una via di fuga, nelle illusioni. La sopravvivenza dopo la morte, indispensabile come stimolo alla partecipazione attiva ed energica alla storia, se è impossibile ontologicamente e razionalmente, diviene possibile grazie all’illusione. L’illusione della sopravvivenza è affidata alle tombe: l’uomo può illudersi di continuare a vivere anche dopo la morte, poiché la tomba mantiene vivo il ricordo ed istituisce un rapporto affettivo con i familiari e gli amici(“corrispondenza d'amorosi sensi”). La possibilità di un rapporto affettivo tra morti e vivi strappa l’uomo alla sua condizione effimera e gli conferisce quasi l’immortalità che è propria degli dei. La prima parte del carme si incentra dunque sull’utilità delle tombe sul piano privato ed affettivo, ma ne scaturiscono già conseguenze filosofiche fondamentali.

 

E me che i tempi ed il desio d'onore

fan per diversa gente ir fuggitivo,

me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

del mortale pensiero animatrice”

 

Questi versi fanno riferimento  poeta stesso e alla sua aspirazione di diventare immortale tramite la poesia, come scrive nei versi.Foscolo invoca le muse affinché lo chiamino per dare inizio al riscatto dell'Italia. Il poeta affida a se stesso il compito di eternare ciò che è destinato a perire, prima che il tempo con la sua implacabile prepotenza porti via il ricordo delle cose. Ritorna, in questi versi, come un tarlo, la preoccupazione delle concezioni materialistiche, che sembrava superata e vinta, nel momento in cui il poeta assegnava alle tombe il compito di eternare il ricordo degli uomini.

 

235 Ed oggi nella Troade inseminata

eterno splende a' peregrini un loco,

eterno per la Ninfa a cui fu sposo

Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,

onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta

talami e il regno della giulia gente.

240 Però che quando Elettra udí la Parca

che lei dalle vitali aure del giorno

chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove

mandò il voto supremo: - E se, diceva,

a te fur care le mie chiome e il viso

245 e le dolci vigilie, e non mi assente

premio miglior la volontà de' fati,

la morta amica almen guarda dal cielo

onde d'Elettra tua resti la fama. -

Cosí orando moriva. E ne gemea

250 l'Olimpio: e l'immortal capo accennando

piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,

e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.

Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne

255 sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando

da' lor mariti l'imminente fato;

ivi Cassandra, allor che il Nume in petto

le fea parlar di Troia il dí mortale,

venne; e all'ombre cantò carme amoroso,

260 e guidava i nepoti, e l'amoroso

apprendeva lamento a' giovinetti.

E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,

ove al Tidíde e di Läerte al figlio

pascerete i cavalli, a voi permetta

265 ritorno il cielo, invan la patria vostra

cercherete! Le mura, opra di Febo,

sotto le lor reliquie fumeranno.

Ma i Penati di Troia avranno stanza

in queste tombe; ché de' Numi è dono

270 servar nelle miserie altero nome.

E voi, palme e cipressi che le nuore

piantan di Priamo, e crescerete ahi presto

di vedovili lagrime innaffiati,

proteggete i miei padri: e chi la scure

275 asterrà pio dalle devote frondi

men si dorrà di consanguinei lutti,

e santamente toccherà l'altare.

Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

mendico un cieco errar sotto le vostre

280 antichissime ombre, e brancolando

penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,

e interrogarle. Gemeranno gli antri

secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto

285 splendidamente su le mute vie

per far piú bello l'ultimo trofeo

ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

placando quelle afflitte alme col canto,

i prenci argivi eternerà per quante

290 E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

295

 

Oggi nella Troade c'è la tomba di Elettra, amante di Giove, la quale diede origine alla

dinastia di Troia. Ed Elettra, prima di morire, si rivolse a Giove affinché rendesse sacra ed

immortale la sua tomba e Giove acconsentì, chinando la testa e dai suoi capelli spandeva ambrosia sulla ninfa, rendendo sacri quel corpo e la sua tomba. E presso questa tomba venne Cassandra, la quale ispirata da un Dio, profetizzò la distruzione di Troia e parlò ai suoi nipoti dicendo: “Se il destino permetterà a voi guerrieri troiani di ritornare dalla Grecia, troverete le mura della città distrutta e data alle fiamme. E voi, palme e cipressi, piantate dalle nuore di Priamo, crescerete presto per le lacrime delle vedove; proteggete i miei avi. E un giorno (voi palme e cipressi) vedrete un povero cieco (il poeta Omero) interrogare le tombe che racconteranno la distruzione di Troia, successivamente ricostruita per dare maggiore gloria a

greci. Omero, dopo aver placato le anime degli sconfitti (dei troiani), renderà immortali i principi greci per tutto il mondo. E anche tu, Ettore, avrai l'onore di essere ricordato dovunque il sangue sarà versato per la patria e fino a quando il Sole risplenderà sulle calamità umane”  Alla funzione della tomba nel serbare la memoria e nel perpetuare i valori della civiltà, si affianca quella della poesia.  Se le tombe hanno il compito di vincere l’opera distruttrice della natura e del tempo, che tutto trasforma e cancella, anch’esse, in quanto oggetti materiali, sono sottoposte a quest’opera di distruzione. La loro funzione è quindi limitata nel tempo; ma quando esse saranno scomparse, tale funzione sarà raccolta dalla poesia: la parola poetica non è sottoposta alle leggi materiali, quindi la sua armonia può sfidare i secoli, vincere il silenzio a cui sono destinate le opere umane, conservando in eterno il ricordo. I versi 235-295 che concludono il carme sono un’ampia esemplificazione del motivo della poesia che raccoglie l’eredità delle tombe nel perpetuare la memoria. Vi si delinea l’immagine delle grandi civiltà che cadono in rovina e scompaiono per l’azione del tempo che tutto trasforma. Cassandra, conducendo i giovinetti a venerare i sepolcri degli antenati, profetizza la prossima rovina della città; ma un poeta, Omero, si ispirerà alle tombe dei padri di Troia, tramandando il ricordo di quella civiltà scomparsa. La funzione della poesia così si specifica ulteriormente. Omero canta non solo gli eroi greci vincitori, ma anche i Troiani sconfitti, e perpetua il ricordo di chi è morto per la patria: la poesia non ha solo il compito di conservare la memoria delle azioni gloriose, ma deve serbare anche il ricordo degli sconfitti, delle sofferenze, delle sventure, del sangue versato; non deve stimolare all’azione eroica attraverso l’emulazione, ma anche destare sentimenti più miti, la compassione e la solidarietà per le sventure e le sofferenze. Anche questa è una funzione civile per Foscolo, perché questi valori sono essenziali per la costruzione di una civiltà, in opposizione agli istinti feroci e belluini che sono propri della natura umana. Le tombe tentano di contrastare proprio il fluire perenne della materia,ma il loro tentativo è destinato a fallire col passare dei secoli,perché il tempo tutto distrugge. C'è tuttavia qualcosa capace di vincere lo stesso tempo:è la poesia che eterna i valori realizzati nella loro vita dagli uomini grandi.

Quella stessa poesia che, grazie al suo potere eternatore, è in grado di tenere in vita il ricordo del passato, che dà all'uomo un'immortalità nella storia, questa vita che trionfa sui sepolcri è velata dalla presenza ineliminabile del nulla eterno, in cui la vita individuale si chiude.
Perciò i Sepolcri non sono un inno alla vita ed all'azione ma nemmeno il pianto ed il dolore sono voci essenziali del carme.
Vi è l'uno e l'altro: la perennità della storia e la morte reale del singolo.

               

L’uomo non potrà essere mai eterno, al giorno d’oggi, ma generando figli rende eterna la specie umana: Immortalità dell’umanità.

                PENSIERI SULLA MORTE  SULL’IMMORTALITA’

immortalitàOpera di Feuerbach pubblicata nel 1829

“La vita è la più monotona delle avventure: finisce sempre allo stesso modo.” R. Gervaso

 

Credere nell’immortalità è una vera,  pura, autentica necessità della natura umana; tutti i popoli fin dall’antichità hanno manifestato seppur in modi diversi questa credenza. L’immortalità significa che gli uomini non fanno terminare l’esistenza di un uomo con la sua morte, ma che questi continua a vivere spiritualmente nella memoria di chi è vivo. Feuerbach afferma che quest’ansia d’immortalità nasce dal fatto che l’uomo nell’aldilà potrà ottenere quello che la vita terrena non gli ha dato: una vita in beatitudine. Infatti, se l’uomo fosse appagato su questa terra non s’immaginerebbe altri paradisi. Se però la vera vita non è quella terrena, ma quella dell’aldilà, è inevitabile che l’individuo non s’impegni con i suoi simili a cambiare la realtà. La vera opinione della natura umana la ritrova espressa nel “lutto” e nella profonda venerazione che si nutre per i morti quasi in tutti i popoli. Il pianto per il morto in realtà si basa sul fatto che egli deruba della felicità chi resta in vita al quale l’oggetto del suo amore e della sua gioia gli viene strappato. Ma, se l’uomo,fosse stato realmente convinto che “l’uomo continuasse a vivere dopo la morte”perché avrebbe dovuto piangere chi muore? Perché disperarsi?  Il ricordo dei morti è sacro ed è l’unica cosa che li fa esistere.

I morti sono solamente esseri dell’immaginazione  Sono solamente per i viventi, non più per o in se stessi. Il ricordo dei morti è sacro proprio perche essi non sono più, il ricordo soltanto è il luogo della loro esistenza.

 

 I morti hanno bisogno di essere protetti dalla religione, devono essere santificati,per non essere dimenticati; solo così ci si assicura la continuità della vita. Per onorare, per mantenere vivo il ricordo del morto, questi diviene oggetto di venerazione religiosa e attraverso grandi onori si cerca di ricompensarlo della perdita del bene più grande: la vita. Ma se l’immortalità avesse il suo fondamento nella natura umana, perché l’uomo innalza monumenti,dimore eterne, celebra feste per ricordarlo? Usanze il cui scopo è solo quello di conservare all’uomo morto, un’esistenza anche dopo la sua morte, cercando di colmare la sua mancanza. La preoccupazione paurosa dei popoli per i loro morti è quindi, soltanto una  espressione della sensazione che la loro esistenza dipenda dai viventi. Ogni popolo ha le sue tradizioni e tutti  hanno il bisogno di innalzare “monumenti” (dal latino monumentum, “ricordo”, da monère, “ricordare”) per rendere immortali i propri cari. Nei pianti dell’uomo che soffre per i morti si esprime la natura umana, nei sacrifici, nelle preghiere, nei voti per i morti si esprime l’immaginazione umana.

“L’Uomo fa continuare la vita dopo la morte, è una sua esigenza, se non ci fosse un’altra vita eterna, la presente si dissolverebbe

L’uomo ha bisogno della credenza nell’immortalità infatti, il fondamento della fede non è l’istinto di “perfezionamento” ma l’istinto di conservazione. L’uomo non può non credere che ciò che fa abbia un fine limitato, non riuscirebbe a vivere, non avrebbe obiettivi,se per esempio costruendo una casa l’uomo non creda che possa durare in eterno, non la costruirebbe, non avrebbe aspirazioni, ambizioni. L’immortalità è un bisogno dell’immaginazione dell’uomo non della natura umana. L’immortalità esiste unicamente come idea, fantasia umana, semplicemente perché esiste il suo contrario: la mortalità dell’uomo; questa sì che è reale sotto gli occhi di tutti ogni giorno, realtà sgradita e male accettata alla quale l’uomo non potendo nulla oppone la speranza fantasiosa dell’immortalità.

Scrisse Feuerbach: L’uomo non deve certo pensare alla sua fine, al suo non essere

Una giusta idea della vera natura della morte ci aiuta ad assume un comportamento razionale e corretto nei confronti della vita, mantenendo questa vita fino a quando questa vita è vivibile e piacevole, non accanendosi nell’idea di restare in vita ad ogni costo anche quando questa vita non ha più nulla di buono ma ci riserva solo dolore e sofferenza. Quindi l’unico scopo logico riconosciuto alla possibilità di decidere di morire è quello di cancellare il proprio futuro.  Da qui parte Feurbach per scrivere:

immortalitàSe la vita non è più che un male, la morte non è un male ,anzi un diritto, il sacro diritto naturale di chi soffre a liberarsi dal male.

E’ chiaro che in Feuerbach la morte non viene vista come soggetto attivo, ma unicamente come la liberatrice dei mali della vita, quindi non morte in se, ma la fine della vita.

L’immortalità dell’uomo è un’illusione.

L’immortalità dunque non è possibile, è solo un’idea, la sola immortalità possibile non è quella personale ma del genere umano, l’umanità è, infatti, immortale ed eterna.

 

“L’uomo infatti non desidera l’immortalità perché vi crede, ma vi crede perché la desidera.”Feuerbach

 

E se per caso riuscissimo a divenire immortalli non dimentichiamo di rimanere giovani altrimenti dolori di artrosi e reumatismi in eterno, i fratelli Grimm ci indicano una fonte di eterna giovinezza.

 

DAS WASSER DES LEBENS

Grimms’ Marchen

 

 

                                                       

 

Das Leben entstand im Wasser , Das Leben benötigt Wasser sonst stirbt es. Der Jungbrunnen wie auch die Quelle der ewigen Jugend und die Quelle des ewigen Lebens sind sich oft überschneidende mythische Vorstellungen von einem Gewässer, dessen Wasser dem, der es trinkt, ewige Jugend oder ewiges Leben verheißt.

immortalitàDrei Prinzen bangen um ihren im Sterben liegenden Vater, als sie von einem Zauberer den Hinweis auf das Wasser des Lebens bekommen, das den Vater retten könnte. Nachdem die beiden älteren Brüder losgezogen sind, von dem Zauberer aber in eine Felsenschlucht verbannt wurden, weil nur Habgier sie getrieben hat, macht sich auch der Jüngste auf, das Wasser zu suchen. Zusammen mit seinem Gefährten, dem Elf Fuffelfy, findet er das verzauberte Schloss, in dem sich das Wasser des Lebens befindet. Er erlöst das Schloss und verspricht der Prinzessin, die dort lebt, zurückzukehren und sie zu heiraten. Von ihr bekommt er noch ein Schwert, das alle besiegt und ein Brot, das niemals zu Ende geht. Auf der Reise nach Hause befreit er gegen den Rat des Zauberers seine Brüder, die das Wasser an sich nehmen, den Vater damit heilen und dem Bruder dann Verrat

vorwerfen. Darauf soll der Jüngste zur Strafe getötet werden. Um das zu verhindern, macht sich der Elf auf zur Prinzessin, um ihre Hilfe zu erbitten und sie zum Prinzen zu bringen. Auf ihrer Reise schließen sich der Gruppe noch zwei Könige an, die der gutherzige Prinz mit seinen magischen Gegenständen vor Niederlagen bewahrt hatte. Am Schloss angekommen, muss sich die Prinzessin erst einmal gegen die älteren Brüder behaupten, bevor sie ihren Bräutigam in die Arme schließen kann und die Schandtaten der neidischen Brüder bekannt und bestraft werden.

 

“Das Leben ist die Kindheit unserer Unsterblichkeit” Goethe

 

 

Conclusione

 

Il mio interessamento a questa tematica è partito un giorno di mia particolare felicità che mi ha fatto desiderare di vivere in eterno. La trattazione di questo tema è stata per me di grande importanza formativa, infatti mi ha permesso di confrontarmi con uomini e pensieri di epoche differenti, accomunati, però, dallo stesso interesse per la ricerca di qualcosa più grande di noi.

All’inizio del mio iter non sapevo quello che mi aspettava, ma adesso che il percorso è giunto a termine, posso dire che ho attuato un viaggio ai confini della conoscenza, immedesimandomi di volta in volta con i vari artisti e pensatori incontrati.

L’immortalità si è rivelata essere uno dei temi più importanti, che da sempre accompagnano la vita dell’uomo. Il pensiero dell’Immortalità ci turba, ci porta a pensare all’idea del per sempre. In ogni momento della nostra vita siamo portati a confrontarci con la nostra condizione di uomini finiti, ogni nostra azione è solo un momento del per sempre. Tuttavia quando l’azione finisce, il per sempre si fa sempre più prepotente e così sorgono della nostra mente dei dubbi su quello che avrei potuto fare. Il per sempre si scontra con il condizionale, proprio per questo spesso se ne ha paura.

Vivendo ogni giorno come una tappa di una scoperta, riusciremo a poter far tesoro del tempo limitato che abbiamo a nostra disposizione e forse non ci sembrerà così poco.

 

 

 

  • Montale E., Tutte le poesie, a cura di Zampa G., Arnoldo Mondatori Editore(I Meridiani).
  • Pirandello L., Novelle per un anno, a cura di Costanzo M., prefazione di Macchia GArnoldo Mondatori Editore(I Meridiani). 
  • Wilde O., The picture of Dorian Gray, a cura di R.Mighall, Penguin Classic.
  • Enciclopedia Garzanti Filosofia
  • Www.nonsolofitness.it
  • www.autoridebeauvoir.net
  • Luigi Pirandello Collezione Premi Nobel
  • Dal testo alla storia dalla storia al testo Baldi,Giusso, Razetti, Zaccaria editore Paravia
  • Simone deBeauvoir Tutti gli uomini sono mortali Oscar scrittori moderni ed Mondadori
  • Encyclopédie de la langue française Jean-pierre de Beaumarchais, Alain Ray, Daniel Caty
  • www.grimmstories.com
  • Lit & Lab Spiazzi Marina, Tavella Marina editore Zanichelli
  • Seneca L.A., De Brevitate vitae a cura di Solinas F.,Arnoldo Mondatori Editore.
  • Tutto Dalì   editore Menarini
  • Tutto Cézanne edizioni Menarini
  • Faust  J.W.Goethe Libreremo testo originale con traduzione a lato a cura di G. Amoretti

 

 

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