Il futuro tutto di tutto

 

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Prefazione: guardando il passato si può prevedere il futuro?

 

Di Mometto Nicola

 

 

Per tutto il corso della sua storia, l’uomo ha osservato la natura. Forse per inclinazione naturale, forse per autodifesa, gli esseri umani hanno da sempre avuto un istintivo e morboso desiderio di catalogarla, di comprenderne i fenomeni, di prevederne gli esiti… di controllarla. Nacque così la scienza.

Da che esiste la scienza, e la ricerca della comprensione e del controllo dei fenomeni naturali, il dibattito è sempre stato aperto: è veramente possibile prevedere la natura? Ricondurne ogni fenomeno a leggi chiare e definite? Il dibattito filosofico intorno alla questione è sempre rimasto aperto, e ha fornito risposte di ogni sorta: Galileo,  Newton, i Positivisti ritenevano che fosse possibile matematizzare la realtà; altri, come Hume e gli Empiristi radicali, ritenevano che al massimo si potrebbe trovare una relazione probabilistica tra i fenomeni; altri filosofi ancora, quelli più legati alla religione, ritenevano che ogni cosa fosse parte del disegno di Dio, e quindi da lui solo comprensibile e modificabile… insomma, le ipotesi son state moltissime, e sarebbe difficile elencarle tutte.

 

Ritornando al nostro quesito di partenza: è possibile prevedere la natura? Il passato diviene necessario solo per il fatto di essersi realizzato? Guardando il passato è possibile prevedere il futuro?

 

Con questo lavoro, ci proponiamo di analizzare una risposta piuttosto recente (risalente agli anni ’70 del secolo scorso), ma che risulta piuttosto interessante per la maniera in cui concilia determinismo e caos: la Teoria del Caos, e in particolare, il suo risvolto più affascinante ed impressionante, l’Effetto Farfalla.

 

L’attenzione rivolta a tale argomento è stata dovuta maggiormente ad esperienze di vita, che mi hanno fatto accorgere della presenza e della tangibilità di tale fenomeno, e ad apporti dal mondo del cinema (film quali Sliding Doors, The Butterfly Effect, Match Point) e della musica ( il pezzo “Butterflies and Hurricanes” della rock-band inglese Muse), che mi hanno portato a voler approfondire, con ricerche personali e letture, un argomento che ho trovato di grandissima attualità e di fortissima rilevanza sia scientifica che filosofica.

La scelta poi di farne il nucleo centrale della tesi d’esame è dovuta anche ai numerosi risvolti scientifici e umani che ho notato esso possa avere nella vita di ogni singolo, e alla consapevolezza, maturata durante il mio corso di studi, di come esso abbia lasciato le indelebili cicatrici dei suoi effetti nello svolgersi della storia.

 

In questa analisi, partiremo dando uno sguardo all’Effetto Farfalla come fenomeno matematico, e le sue ripercussioni sui modelli scientifici costruiti intorno ai sistemi complessi. Successivamente, sposteremo l’attenzione su come esso interagisca col nostro mondo in senso più stretto: dal punto di vista sociale, in eventi quali la crisi del ’29, dal punto di vista più singolare, analizzando la short story “Eveline” e la filosofia del singolo di Kierkegaard. Infine, un piccolo sguardo su come questi due aspetti dell’Effetto Farfalla si combinino e definiscano quali sono le potenzialità di influenza del singolo uomo, prendendo spunto da un passo de “La Coscienza di Zeno” di Italo Svevo.

Mometto Nicola

 

Sommario

Prefazione: guardando il passato si può prevedere il futuro?

Introduzione:The Butterfly Effect

Introduzione:“Sensitive dependance on initial condition”

Modelli sensibili

Modelli matematici e Butterfly Effect

Uragani matematici: condizioni d’esistenza

Attrattori e attrattori strani

L’attrattore di Lorenz

L’equazione logistica

L’Effetto Farfalla nella società

Economia ed effetto farfalla: la crisi del ‘29

Dove, come, quando.

Prima del crollo: Roaring twenties. 17

La Grande Depressione

L’effetto farfalla: il crollo a catena dell’economia

Il Nuovo Corso

L’uomo e la scelta

Butterfly Effect in human minds: Joyce and epiphanic moments

James Joyce

Dubliners (1909)

Eveline

Il singolo, la scelta, l’angoscia: Kierkegaard e la possibilità

Una filosofia del singolo

L’esistenza come scelta

L’angoscia

Uomini nella società:farfalle e uragani

Farfalle e Uragani

Psico-analisi: La vita è una malattia

Conclusione: un’ultima riflessione

 

 

Introduzione:

The Butterfly Effect

 

 

 

 

 

“Sensitive dependance on initial condition”

 

 

Il cosiddetto Butterfly Effect deve i suoi natali al meteorologo e scienziato Edward Lorenz (23 maggio 1917 – 08 aprile 2008), che ipotizzatolo nel 1961, portò avanti le sue ricerche strutturandole in una relazione presentata il 29 dicembre 1979 alla Conferenza annuale dell’American Association for the Advancement of Science, chiamata “Does a Flap of a Butterfly’s Wings in Brazil set off a Tornado in Texas?” [E possibile che il battito d’ali di una farfalla in Brasile sia in grado di provocare un uragano in Texas?]. Da questa relazione il Butterfly Effect fu riconosciuto come sensitive dependence on initial condition, ovvero dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali.

Tuttavia Lorenz non fu il primo a riflettere su una simile dipendenza di un qualsiasi evento dalle sue condizioni iniziali. Già Alan Turing aveva ipotizzato tale evento in ambiti microatomici, con quello che  è diventato l’altro aforisma del Butterfly Effect:

 

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato,

potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un

anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.1

 

Ma cos’è, in breve, l’Effetto Farfalla? Cerchiamo di capirlo da come è stato scoperto.

 

 Negli anni 60’ il meteorologo Edward Lorenz, nel corso di una ricerca su un programma di simulazione del clima, fece un’inaspettata quanto importante scoperta.

Una delle simulazioni climatiche da lui  effettuate si basava su dodici variabili, incluse equazioni non lineari: Lorenz inseriva alcuni dati (andamento di temperature, pressione, venti ecc.)in un grosso computer, il quale li rielaborava tramite alcune equazioni, andando a “prevedere” quali sarebbero stati i parametri dopo un determinato periodo di tempo. Col suo primitivo computer Lorenz aveva ridotto il tempo meteorologico al suo scheletro più essenziale ma, una riga dopo l’altra, negli stampati di Lorenz venti e temperature sembravano comportarsi in un modo riconoscibilmente terrestre.

Questo è il modello deterministico applicato alla meteorologia.

Un giorno nell’inverno del 1961, volendo esaminare una fase di elaborazione più lunga, Lorenz prese una scorciatoia. Anziché percorrere l’intero passaggio dal principio, cominciò a esaminarlo a metà. Per dare al computer le condizione iniziali, introdusse i numeri prendendoli direttamene dallo stampato precedente. Dopo circa un’ora, vide qualcosa di inatteso.

Questa fase di elaborazione avrebbe dovuto duplicare esattamente quella precedente. Lo stesso Lorenz aveva copiato i numeri da introdurre nel computer. Eppure, quando osservò lo stampato, vide le condizioni meteorologiche divergere così rapidamente dall’andamento della fase precedente che le due sembravano due situazioni totalmente estranee.  L’errore era dovuto semplicemente al fatto che, se il computer di Lorenz registrava fino a 6 decimali dopo la virgola, Lorenz, quando li riportò, tenne conto solo delle prime 3.

 

Il computer di Lorenz utilizzava un sistema di equazioni puramente deterministiche. Dato un particolare punto di partenza, il tempo sarebbe seguito ogni volta esattamente nello stesso modo. Dato un punto di partenza leggermente diverso, le condizioni meteorologiche dovevano evolversi in modo leggermente diverso. Un piccolo errore numerico era come un soffio di vento, eppure nel particolare sistema di equazioni di Lorenz, piccoli errori si dimostravano catastrofici, sconvolgendo ogni previsione.

 

Intrigato da tale risultato, Lorenz mise da parte la meteorologia e si concentrò su sistemi più semplici:ne trovò uno che poteva essere descritto mediante l’utilizzo di tre sole equazioni non lineari.

Il sistema descritto da Lorenz è un particolare tipo di ruota idraulica. In alto dell’acqua cade costantemente nei secchi appesi al cerchio della ruota. Ogni secchio perde costantemente un filo d’acqua da un forellino sul fondo.

 

 

Figura 1 Il sistema idraulico studiato da Lorenz

Se il flusso dell’acqua che va a cadere nel secchio alla sommità è lento, il secchio non si riempie mai abbastanza per superare l’attrito e la ruota non comincia mai a girare. Se il flusso è più veloce, il peso del secchio in alto mette in movimento la ruota. La ruota idraulica può iniziare un movimento che continua a velocità costante. Se però il flusso è ancora più veloce la rotazione diventa caotica, a causa degli effetti non lineari presenti nel sistema. Quando i secchi passano sotto la caduta d’acqua, in quale misura si riempiano dipende dalla velocità della rotazione. Come scoprì Lorenz, la rotazione può così invertirsi molte volte, non passando mai a una velocità costante e non ripetendosi mai in modo prevedibile. Inserendo le equazioni non lineari in un computer i numeri aumentavano o diminuivano al passare di intervalli di tempo. Lorenz inserì i valori che man mano otteneva in un grafico a tre dimensioni per visualizzare un disegno che raggruppava le tre equazioni.  Quella che veniva a formarsi però non era una traiettoria continua, ma un diagramma che rivelava una sorta di infinità complessità.

La forma segnalava un puro disordine, dal momento che nessun punto o sistema di punti si ripeteva mai. Lorenz riuscì così a individuare un sistema disordinato già a partire da tre equazioni, al posto delle dodici che definivano il suo primitivo modello meteorologico. Se con tre equazioni non lineari si creava un disordine così ampio come quello definito dal grafico di Lorenz, si può immaginare quale infima capacità di previsione vi possa essere in un sistema con dodici equazioni i cui valori possono variare anche di pochi decimali.

Lorenz si era così accorto del fatto che i sistemi particolarmente complessi, per quanto regolati da leggi apparentemente deterministiche, non permettono previsioni precise e corrette di un fenomeno, poiché, a tale scopo, bisognerebbe raggiungere una precisione pressoché infinita nell’immissione delle condizioni iniziali (cosa, nella fisica reale, praticamente impossibile). Inoltre, tenendo conto del fatto che le equazioni che si usano per descrivere tali sistemi possono essere anch’esse soggette ad imprecisioni e margini d’errore, la possibilità di controllare a fondo i risultati finali andava sempre più scemando.

 

Questa scoperta e l’analisi di molte altre situazioni analoghe furono il materiale da cui Edward Lorenz partì per i suoi studi intorno a questo particolare fenomeno di “caos deterministico”; nel 1979 infine, alla celebre conferenza annuale dell’American Association for the Advancement of Science, questo fenomeno ricevette il suo battesimo: Butterfly Effect, in ricordo anche della particolare forma presa dal diagramma ottenuto da Lorenz durante i suoi studi, che ricorda le ali di una farfalla.

 

Riprendendo i concetti esposti da Lorenz alla conferenza:

Con Effetto Farfalla (o Butterfly Effect)si definisce la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali di un sistema complesso. Ciò significa che nei sistemi particolarmente complessi, una piccola variazione delle condizioni iniziali (un soffio di vento, un’imprecisione microscopica nel determinare un dato) può portare cambiamenti di imprevedibile portata sulla storia futura del sistema stesso.

 

Una definizione tanto “matematica” può far credere che l’Effetto Farfalla sia soltanto un fenomeno legato alla fisica e alla matematica. Guardandoci attorno, ci possiamo accorgere che non è così: che il sistema in questione sia un modello di analisi matematica, o le dinamiche sociologiche di una società, o l’economia, o il nostro cervello e la nostra psicologia, oppure l’universo intero, il risultato è lo stesso: anche se in modi diversi, dove c’è complessità e non-linearità, c’è dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali. C’è Butterfly Effect.


 

 

 

 

 

 

 

 

I

Modelli sensibili

 

 

 

 


 


Modelli matematici e Butterfly Effect

 

Osserviamo ora come lo studio della fisica e della matematica dei sistemi complessi abbia portato alla formulazione di questa teoria, e di come questo particolare fenomeno investa innumerevoli ambiti della fenomenologia dell’universo.

Ma prima, un piccolo passo indietro, nella conoscenza dei concetti matematici basilari alla comprensione dell’Effetto Farfalla inteso matematicamente.

 

Uragani matematici: condizioni d’esistenza

 

Condizione indispensabile perché si possa parlare di Butterfly Effect, è che ci si trovi in un sistema dinamico, dove con sistema dinamico si definisce un sistema in cui vi è una legge (formata, in genere, da un cospicuo numero di equazioni) che descrive la dipendenza dallo scorrere del tempo della posizione di un punto dello spazio. Il che significa semplicemente che ogni punto dell’eventuale grafico degli stati del sistema è dato da variabili dipendenti dallo scorrere del tempo. La legge evolutiva agisce sugli stati stessi, o meglio, sullo stato in cui si trovava il sistema a quel certo istante di tempo: le funzioni rappresentanti l’evoluzione vengono quindi applicate iterativamente.

I sistemi dinamici, si dividono in due macro-categorie:

  • Sistemi dinamici lineari, regolati da una legge evolutiva costante che descrive con precisione l’evolversi del sistema nel tempo, in modo deterministico;
  • Sistemi dinamici non lineari, non regolati da alcuna legge evolutiva costante. Non vi è una funzione, o un gruppo di funzioni, che, iterate, possano prevedere il comportamento del sistema nel suo più o meno immediato futuro.

Lo studio di questi ultimi, e della loro imprevedibilità, ha portato alla formulazione della Teoria del Caos: caos non inteso nella comune accezione del termine di totale casualità, ma caos deterministico, regolato quindi da leggi specifiche, che però spesso risultano impossibili da individuare, dal momento che si comportano in modo caotico, rendendo impossibile ogni sorta di previsione a riguardo.

 

La forse più sostanziale differenza che intercorre tra un sistema lineare e un sistema non lineare è la diversa dipendenza dalle condizioni iniziali: nel caso di un sistema lineare, una variazione di piccola entità nello stato iniziale causa cambiamenti altrettanto piccoli nello stato finale del sistema; si assiste in questi casi al cosiddetto Domino Effect, in cui il cambiamento si ripercuote sull’intera successione temporale sempre nella stessa misura. Al contrario, una piccola variazione delle condizioni iniziali di un sistema non lineare, può causare stravolgimenti non prevedibili nello stato finale: in tale situazione, il sistema può comportarsi in modo caotico per tutta la sua dimensione, oppure per un solo tratto, oppure può mantenersi lineare e costante per alcuni istanti, prima che le perturbazioni divergano esponenzialmente. Ed è in quest’ultimo caso che si può parlare di Butterfly Effect, dove un minuscolo cambio nelle condizioni iniziali viene amplificato esponenzialmente ad ogni iterazione, a causa della particolare sensibilità del sistema stesso verso le condizioni di partenza.

 

Attrattori e attrattori strani

 

Abbiamo detto che i sistemi dinamici, anche quelli non lineari, per quanto potenzialmente caotici, non sono casuali: il loro studio, ha infatti portato alla definizione di un elemento che ne caratterizza l’andamento in modo più generale e meno vincolante di quello che può essere il concetto di limite.

In matematica, un attrattore è un insieme verso il quale evolve un sistema dinamico dopo un tempo sufficientemente lungo. Perché tale insieme possa essere definito attrattore, le traiettorie che arrivano ad essere sufficientemente vicine ad esso devono rimanere vicine anche se leggermente perturbate. In parole povere, l’attrattore è l’area dello spazio del grafico del sistema verso dove convergono le perturbazioni causate dalle condizioni. Esistono attrattori d’ogni genere: possono essere punti, curve, varietà, insiemi…

 

Qui accanto è rappresentato l’attrattore che mostra velocità e posizioni di un pendolo attaccato ad un sostegno elastico. Risulta evidente come le orbite descritte dal sistema sono del tutto imprevedibili, ma è allo stesso modo evidente come vi sia nello spazio una zona dove le variazioni convergono, dimostrando così di non essere completamente caotiche.

 

Figura 2 Attrattore di un pendolo attaccato ad un sostegno elastico

Quando si parla di Butterfly Effect, però, sembra difficile poter parlare di un elemento che lasci prevedere l’andamento del sistema come l’attrattore. Tuttavia, spesso anche i sistemi dinamici caotici possiedono particolari tipi di attrattori con caratteristiche peculiari, definiti attrattori caotici, o attrattori strani . La differenza di tali attrattori sta nel fatto che, seppur osservabili empiricamente, sono totalmente incalcolabili. Inoltre mentre in un attrattore tradizionale si descrive la probabilità di presenza del sistema in un punto in un determinato istante di tempo, in un attrattore strano non si può assolutamente conoscere analiticamente dove il sistema si sarà posizionato al dato istante di tempo, in quanto l’attrattore strano è di per sé instabile: infatti coppie di orbite che si originano da punti arbitrariamente vicini uno all’altro sull’attrattore, si separano esponenzialmente con il passare del tempo. Ciò significa che anche un minuscolo errore nella determinazione delle condizioni iniziali del sistema viene ingigantito esponenzialmente col passare del tempo; ovvero, gli attrattori strani sono soggetti ad una dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali: Butterfly Effect.

 

 

L’attrattore di Lorenz

 

Vediamo ora degli esempi concreti di come, nella matematica e nella fisica degli ultimi tempi, il Butterfly Effect si sia rivelato un elemento fondamentale nello studio dei fenomeni legati ai sistemi complessi.

Il primo esempio è, si può dire, il padre dell’Effetto Farfalla stesso, il fenomeno dal quale Lorenz stesso ha preso ispirazione per la sua celebre conferenza del 1979: l’attrattore di Lorenz.

Esso è un attrattore strano, derivato dagli studi eseguiti da Lorenz stesso sul sistema idraulico di cui abbiamo precedentemente parlato.

 

Figura 3 L'attrattore di Lorenz, rappresentazione 3d

Tale studio, ha prodotto una serie di equazioni differenziali che, ha ammesso Lorenz stesso, non sono sufficienti a descrivere con precisione il comportamento del fluido, ma ne rappresentano solo un modello semplificato, ma soddisfacente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Studiando l’attrattore derivato dal sistema di equazioni da egli stesso formulato, Lorenz si accorse che il comportamento di esso presentava una dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali: bastava infatti un minuscolo errore di rilevamento degli stati di partenza per rendere le equazioni totalmente inaffidabili nella descrizione del fenomeno, e provocare nell’attrattore dei cambiamenti di traiettoria assolutamente imprevedibili.

 

Figura 4 Le due diverse traiettorie dell'attrattore, con 0< t< 30s

Vediamo qui accanto, due traiettorie tridimensionali dell’attrattore di Lorenz, il cui stato iniziale differisce per un errore di ordine 10-5, in un intervallo di tempo di 30 secondi.

 Dalla rappresentazione grafica, risulta particolarmente evidente come le due traiettorie inizino il loro percorso in modo analogo, convergendo nelle figure circolari concentriche in basso, ma che poi, con il passare del tempo, la differenza nelle condizioni iniziali le porti a prendere percorsi radicalmente diversi, come si può notare osservando la parte superiore dell’attrattore

Quest’altro grafico mostra il valore medio dell’attrattore sull’asse z confrontato con la differenza delle due traiettorie precedenti : per buona parte dell’intervallo, la differenza è pressoché nulla; dall’istante 23s, si può notare come la differenza tra la traiettoria gialla e la traiettoria blu cominci ad aumentare e raggiunga  improvvisamente valori molto alti, anche di gran lunga superiori al valore medio riportato nel grafico superiore. Inoltre, l’andamento del grafico rappresentante z(t) – z(t) presenta caratteristiche caotiche: il valore della differenza dei due valori infatti oscilla senza un’ampiezza e un periodo costanti, rendendo impossibile ogni previsione a riguardo.

Figura 5 Grafico rappresentante l'andamento della differenza dei due attrattori

L’equazione logistica

 

Vediamo ora un altro esempio concreto di Caos Deterministico ed effetto farfalla negli studi moderni, che si presta ancora meglio allo studio del Butterfly Effect, in quanto più semplice da determinare numericamente: l’equazione logistica, o mappa logistica.

 

Partendo dalle osservazioni di Malthus (1766 – 1834) riguardanti la crescita della popolazione di una specie, il belga Verhulst nel 1838 determino la legge di accrescimento di una qualsiasi popolazione animale. Le ipotesi assunte furono che la popolazione tende ad aumentare secondo una progressione geometrica, e che l’ambiente esterno eserciti un freno, detto fattore di retroazione, proporzionale alla popolazione stessa. Tale legge fu verificata da Pearl e Reed, due scienziati americani, che constatarono sperimentalmente che la popolazione statunitense era cresciuta dal 1790 al 1910 secondo la legge di crescita logistica. Mentre però è risultata efficace per la descrizione delle specie a bassa natalità e a vita considerevolmente lunga come quella umana, nelle specie ad elevatissima natalità e vita breve, come quelle di molti insetti, la curva logistica presenta un comportamento caotico di dipendenza dalle condizioni iniziali. La legge per questo tipo di specie e la seguente:

 

P (t+1) = R . P(t) . ( 1 – P(t) )

 

Con    0<P(0)<1

dove con P si è indicato la numerosità della popolazione all’istante t e con R il fattore di crescita logistica. Il fattore (1 – P(t) )rappresenta il fattore di retroazione e indica ciò che può frenare, o meglio regolare, la crescita della popolazione degli insetti, come ad esempio la mancanza di cibo, condizioni climatiche poco favorevoli, l’azione di animali predatori. Il fattore, per popolazioni ancora prossime allo 0 è vicino all’uno, ed è quindi ininfluente. Per popolazioni più grandi, esso frena realisticamente la crescita della popolazione globale, in quanto una popolazione già grande è in maggiore competizione per sopravvivere.

 

La funzione dimostra fin subito di avere una caratteristica: possiede attrattori.

Infatti, per R=2, essa presenta un comportamento che converge in fretta al valore 0.5, per qualsiasi valore dato alla popolazione iniziale, come vediamo dal grafico.

 

t

P(t)

P(t)

P(t)

t=0

0,2

0,3

0,9

t=1

0,32

0,42

0,18

t=2

0,4352

0,4872

0,2952

t=3

0,491602

0,499672

0,416114

t=4

0,499859

0,5

0,485926

t=5

0,5

0,5

0,499604

t=6

0,5

0,5

0,5

t=7

0,5

0,5

0,5

t=8

0,5

0,5

0,5

t=9

0,5

0,5

0,5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se cambiamo il valore di R, la curva mantiene il medesimo comportamento: cambia solo il valore dell’attrattore. Infatti, per R= 2.5 si ottiene come attrattore x=3/5

 

Molto più interessante è però l’andamento della curva se si prova con valori di R superiori al 3.2. Per R=3.2, gli attrattori, diventano due!

 

t

P(t)

P(t)

P(t)

t=0

0,2

0,2

0,6

t=1

0,512

0,512

0,768

t=2

0,799539

0,799539

0,570163

t=3

0,512884

0,512884

0,784247

t=4

0,799469

0,799469

0,541452

t=5

0,513019

0,513019

0,794502

t=6

0,799458

0,799458

0,52246

t=7

0,51304

0,51304

0,798386

t=8

0,799456

0,799456

0,515091

t=9

0,513044

0,513044

0,799271

t=10

0,799456

0,799456

0,513398

t=11

0,513044

0,513044

0,799426

t=12

0,799455

0,799455

0,513102

t=13

0,513044

0,513044

0,799451

 

 

I risultati ottenuti aumentando ulteriormente i valori di R sono sorprendenti: gli attrattori si sdoppiano continuamente e sempre più rapidamente, finchè, giunti al  R=4, gli attrattori sfuggono al controllo, diventando imprevedibili.

 

 

t

P(t)

P(t)

P(t)

t=0

0,2

0,4

0,7

t=1

0,64

0,96

0,84

t=2

0,9216

0,1536

0,5376

t=3

0,289014

0,520028

0,994345

t=4

0,821939

0,998395

0,022492

t=5

0,585421

0,006408

0,087945

t=6

0,970813

0,025467

0,320844

t=7

0,113339

0,099273

0,871612

t=8

0,401974

0,35767

0,447617

t=9

0,961563

0,918969

0,989024

t=10

0,147837

0,29786

0,043422

t=11

0,503924

0,836557

0,166146

t=12

0,999938

0,546917

0,554165

t=13

0,000246

0,991195

0,988265

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 6 La curva logistica: valori degli attrattori dell'equazione logistica al variare del parametro R

 

Queste tabelle evidenziano una cosa importantissima: per R=4, la funzione è soggetta ad una sensibile dipendenza dalle condizioni iniziali. Cambiando, anche di pochissimo, il valore iniziale, si ottiene una differenza tra i valori ottenuti che cresce esponenzialmente.

 

 

t

P(t)

P(t)

t=0

0,2

0,2001

t=1

0,64

0,64024

t=2

0,9216

0,921331

t=3

0,289014

0,289921

t=4

0,821939

0,823467

t=5

0,585421

0,581477

t=6

0,970813

0,973446

t=7

0,113339

0,103396

t=8

0,401974

0,37082

t=9

0,961563

0,93325

t=10

0,147837

0,249178

t=11

0,503924

0,748353

t=12

0,999938

0,753283

t=13

0,000246

0,743391


Figura 7: Differenze tra i valori degli attrattori per Po = 0.2 e Po= 0.2001

Ecco quindi un altro esempio di Effetto Farfalla, e di dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali.

 

Riassumendo, abbiamo notato come spesso, anche nei modelli matematici più semplici si annidi il caos: in particolare, ci siamo accorti di come, nelle equazioni soggette all’Effetto Farfalla, non è possibile avere risultati credibili a lungo termine, in quanto lo scorrere del tempo farà pesare in modo esponenziale l’inevitabile errore iniziale.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

 

L’Effetto Farfalla nella società

 

 

 

 

 

 

 


 

Economia ed effetto farfalla: la crisi del ‘29

 

Lo studio della teoria del caos (da cui deriva il nostro Butterfly Effect) e dei modelli di sistemi dinamici non lineari e caotici ha trovato numerosi sbocchi e applicazioni di vario genere: la meteorologia, per esempio, per quanto riguarda lo studio e il tentativo di previsione dei fenomeni meteorologici; oppure la biochimica, nello studio degli ecosistemi e i meccanismi dell’evoluzione; la sociologia, nello studio delle dinamiche di crescita-decrescita di popolazioni. Anche l’economia ha visto applicate le concezioni e i metodi emersi dalla formulazione e teorizzazione della teoria del caos: infatti, gli studi statistici basati su di essa sono stati fondamentali per comprendere l’imprevedibilità, ad esempio, dell’andamento dei consumi, in quanto dipendono sensibilmente da centinaia di migliaia di fattori di entità anche insignificante.

Le moderne teorie economiche, infatti, descrivono il sistema economico attuale come un sistema fortemente dinamico, dominato dalla presenza di migliaia e migliaia di variabili di diversa natura, e di diverso peso sull’andamento generale; caratteristica, questa, che è a sua volta variabile nel tempo: insomma, un sistema decisamente complesso e difficile da trattare. Comunque, almeno a livello statistico, è possibile formulare dei modelli credibili che possano dare previsioni degli andamenti dei vari ambiti economici. Risulta altresì chiaro anche dall’esperienza comune, senza bisogno di studi approfonditi, che questi sistemi sono terreno fertile per il proliferare di continui fenomeni di Butterfly Effect. Basti pensare al mercato azionario: una voce pessimista, un rapporto poco lodevole,  una leggera sfiducia da parte degli investitori... sono tutti elementi che, per quanto non strettamente inerenti allo stato di salute dell’azienda, possono avere effetti catastrofici sulle sue quotazioni in borsa, in quanto possono causare il crollo del valore azionario dell’azienda stessa di svariati punti percentuali, se non si riesce a limitare i danni.

Storicamente, non si può parlare di Butterfly Effect prima della conferenza di Lorenz: tuttavia, un evento molto importante nella storia del ‘900, reca già le cicatrici di questo fenomeno in campo economico, per quanto con caratteristiche leggermente diverse: la crisi del ’29.

Dove, come, quando.

La celebre Grande Depressione ha inizio intorno alla fine degli anni ’20, negli Stati Uniti d’America. Fu una crisi economica senza precedenti, durante la quale andò in difficoltà ogni settore dell’economia americana e non solo: moltissimi altre nazioni vennero interessate dalla crisi del ’29, tra cui, in particolare, Germania e Inghilterra. Momento simbolico e cruciale della crisi: il crollo della borsa di Wall Street del 24 Ottobre 1929, che provocò numerosissimi crack finanziari, e altrettanti suicidi tra gli investitori che avevano perso, in pochi minuti, ogni cosa che possedevano.

Prima del crollo: Roaring twenties

Nell’immaginario collettivo, gli anni ’20 rappresentano per gli Stati Uniti ciò che per gli europei rappresenta la belle époque: un periodo di grande benessere e sviluppo prima della catastrofe che sconvolse gli equilibri. Era l’America del jazz, del cinema, dei club serali e del Charleston: l’America della festa perenne, l’America dei Roaring Twenties.

Sebbene i ruggenti anni venti furono veramente un periodo di grande benessere e crescita economica per gli statunitensi, dovuti principalmente alla Prima Guerra Mondiale, che aveva messo in ginocchio quasi tutta l’Europa, questo periodo merita di essere ricordato anche per molteplici aspetti negativi.

In primo luogo, il clima di intolleranza, xenofobia e ostilità diffuso in tutti gli Stati Uniti. Il Ku Klux Klan era stato rilanciato nel 1915, e contava in quel periodo ben 4 milioni di affiliati: lo status di nemico del Klan non era più riservato solo ai neri, ma era stato allargato agli ebrei, ai cattolici, ai socialisti. Agli occhi degli aderenti al clan (tutti rigorosamente WASP – White, Anglo-Saxon,Protestant) tutti costoro

Figura 8

Figura 9 Sacco e Vanzetti, in una foto dell'epoca

erano dei pericolosi sovversivi, che mettevano in discussione il modo di vita americano e ne minavano le fondamenta morali.

Questo clima si manifestò anche in tristi pagine della giustizia americana: basti pensare al caso Sacco – Vanzetti (1927), nel quale i due immigrati italiani vennero condannati alla sedia elettrica con l’accusa di omicidio: anche se la loro innocenza era già stata ampiamente dimostrata durante il processo, i due vennero comunque condannati per il solo fatto di essere stranieri e anarchici, e quindi, agli occhi della giuria e dell’opinione pubblica, antiamericani e pericolosi.

Il medesimo clima morale determinò il varo del cosiddetto proibizionismo, ovvero il divieto di vendere bevande alcoliche (Volstead Act, 1920). Il risultato di tale provvedimento non fu però il miglioramento dei costumi degli americani, ma soltanto il proliferare delle attività di contrabbando e della criminalità organizzata.

Malgrado tutto ciò, gli anni Venti furono un’epoca di formidabile espansione economica, che permise al reddito della famiglia media americana di crescere rapidamente, in modo da favorire la richiesta e la diffusione dei nuovi beni di consumo (frigoriferi, elettrodomestici, automobili). Per incrementare ancora i consumi, nella società americana si diffusero nuovi strumenti, quali la pubblicità, che per la prima volta venne elaborata in modo scientifico,  e il pagamento rateale. Inoltre, nel 1908, la Ford lanciò sul mercato la prima utilitaria prodotta su vasta scala, la Modello T, il cui prezzo andò diminuendo ogni anno, fino a raggiungere cifre bassissime tali da rendere un bene tradizionalmente di lusso quale l’automobile un oggetto alla portata di un numero elevatissimo di persone. Questo continuo abbassamento del prezzo dell’automobile fu possibile tramite l’introduzione da parte dell’industriale Henry Ford di nuovi e rivoluzionari sistemi nell’organizzazione del lavoro, tra cui la catena di montaggio, che permisero di ottimizzare i tempi e costi di costruzione dei veicoli.

Inoltre, quel periodo si caratterizzò per l’altissimo livello che aveva raggiunto il processo di concentrazione industriale e finanziaria: un ristretto numero di banche controllava la maggior parte del credito, mentre poche, gigantesche, compagnie dominavano interi settori essenziali della vita economica, come ad esempio la produzione dell’acciaio, dell’energia elettrica o l’estrazione del petrolio.

La Grande Depressione

La situazione dell’economia agricola americana negli anni Venti era decisamente meno florida. Essa aveva registrato un vertiginoso incremento durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, dovuto alla grande richiesta di materie agricole da parte dei paesi europei, i cui contadini erano al fronte a combattere. Questa situazione portò molti coltivatori americani a potenziare di molto la loro capacità di produzione, per far fronte alla grande richiesta ed aumentare i propri profitti. Tuttavia, dopo il 1920, l’agricoltura europea aveva cominciato a ristabilirsi, con il risultato che la richiesta prodotti agricoli crollò, e con essa il loro prezzo. I molti agricoltori, che pochi anni prima, avevano contratto pesanti debiti per potenziare la loro produzione andarono letteralmente in rovina: un milione di contadini perse la propria terra.

Con il passare degli anni, la crisi agricola innescò quel processo di contrazione della domanda che stette alla base della grande depressione. Il disastro si manifestò in tutta la sua ampiezza nell’ottobre del 1929, quando la Borsa di New York, dopo un periodo di speculazione selvaggia, registrò un brutale ribasso nel valore dei titoli: in particolare, il 24 Ottobre 1929 (The Black Thursday) Wall Street crollò, innescando un processo di paura e di nevrosi della vendita che portò i titoli ad un ribasso di valore di più del 40%.

Da qui, la crisi si allargò e diventò sempre più grave: disoccupazione, domanda sempre più contratta, crisi del credito… In pochi anni la crisi coinvolse tutti i grandi stati del mondo, alimentando la paura e lo scontento.

L’effetto farfalla: il crollo a catena dell’economia

Il modo con cui, le condizioni iniziali di cui abbiamo parlato, si sono espanse fino a provocare una crisi su scala mondiale si può così riassumere:

  • La graduale ripresa dei paesi europei, che durante la guerra erano fortemente dipendenti dagli Stati Uniti, limitò improvvisamente la capacità degli americani di piazzare all’estero la crescente mole di merce. Inoltre, la politica protezionistica dei governi americani successivi portò anche i governi europei a fare altrettanto, peggiorando di molto la situazione.
  • La mancanza di mercati esteri di sbocco e la crescita continua dell’offerta da parte delle industrie americane provocò una violenta crisi di sovrapproduzione, ulteriormente aggravata dalla cattiva distribuzione del reddito americana, che addensava gran parte dei capitali nelle mani di pochi, mentre pochissimo andava ad operai, contadini e impiegati. Infatti poiché  la maggior parte delle persone non aveva molti soldi a disposizione, il mercato non era in grado di assorbire l’offerta in continua espansione.
  • La prospettiva di guadagni rapidi e facili aveva precedentemente alimentato la speculazione, facendo salire artificiosamente i prezzi dei titoli azionari e degli immobili. Inoltre, molti titoli erano acquistabili a credito, anticipando solo il 30/50% del denaro necessario: tutto ciò portò il valore dei titoli azionistici a livelli di gran lunga superiori di quelli che realmente rispecchiavano lo stato di salute delle aziende, causando una serie di reazioni che portarono infine al crollo della borsa di Wall Street.
  • Il crollo della borsa portò le grandi banche a “chiudere i rubinetti” del credito, provocando il fallimento di tutte quelle imprese che avevano bisogno di prestiti per sopravvivere e di tutti quei contadini che non potevano pagare le ipoteche sui loro terreni.

La mancanza di credito, l’impossibilità di riassorbire l’eccesso di offerta, il crollo della domanda portarono al fallimento di molte aziende: ciò provoca una dilagante disoccupazione.

  • A causa della disoccupazione, i consumi si bloccarono, rendendo ancora più difficile il rialzamento della domanda. Il sistema economico americano, basato sul consumismo, crollò.
  • La crisi americana ebbe una pesante ricaduta anche sull’economia di tutti gli stati europei che in un qualche modo dipendevano da essa: basti pensare al caso della Germania, che dipendeva strettamente dai capitali americani: non appena a causa della crisi essi vennero ritirati, l’economia tedesca subì un colpo durissimo, cadendo in una crisi terribile.

Forse non è totalmente appropriato parlare di effetto farfalla in questo caso: la crisi agricola  e la crisi di sovrapproduzione degli Stati Uniti non sono propriamente riconducibili al semplice battito d’ali di una farfalla, in quanto rappresentano di per sé degli elementi piuttosto grandi e influenti. Tuttavia, la dinamica di come la crisi abbia poi investito tutti i settori ci fa rendere conto di come l’economia sia, già da tempo, un sistema con una dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali, dove un qualsiasi smottamento, piccolo o grande che sia, porta conseguenze che possono risultare gravissime in tutto il sistema.

Il Nuovo Corso

Presidente degli Stati Uniti era, nel 1929, Herbert Hoover. Profondamente legato alla dottrina del liberismo economico classico, non seppe trovare soluzione alla crisi, a causa della sua eccessiva fiducia nella capacità del mercato di autoregolarsi e dell’idea che lo stato non dovesse per nessun motivo intervenire nell’economia. Hoover non si curò nemmeno di venire incontro alle più elementari necessità dei disoccupati, lasciando il paese in balia di sé stesso: gli Stati Uniti, dal clima di benessere e fiducia che li caratterizzavano negli anni ’20, passarono in un’atmosfera di cupa miseria e drammatica povertà.

 

Figura 10 Franklin Delano Roosevelt

Nel 1932 venne eletto presidente il democratico Franklin Delano Roosevelt, il quale si trovò tra le mani un paese profondamente in crisi, con più di 13 milioni di disoccupati. Per far fronte a questa situazione, il presidente capì che era necessario violare l’ortodossia liberista, ovvero la dottrina economica che negli USA era stata considerata per più di un secolo una specie di dogma. Nonostante le aspre critiche di molti autorevoli economisti, Roosevelt indirizzò il paese verso il New Deal (Nuovo Corso), ovvero verso un nuovo modo di affrontare la situazione economica, utilizzando metodi radicalmente differenti dai precedenti.

Alla base del New Deal c’era l’idea che per risollevarsi dalla profonda crisi in cui era precipitato il sistema economico americano era necessario rinunciare ad alcuni pilastri della politica economica precedente: in primo luogo,  il pareggio del bilancio e l’idea che lo stato non dovesse intervenire direttamente nell’economia. Roosevelt scelse infatti di andare in contro ad un grosso deficit nel bilancio statale, agendo direttamente con grossi interventi statali, pur di far ripartire il meccanismo inceppato dell’economia nazionale. Visto che il mercato si era dimostrato incapace di autoregolarsi e di generare occupazione, l’obbiettivo primario del Nuovo Corso del governo americano era di fornire lavoro ai propri cittadini. In questo modo, un numero sempre maggiore di individui avrebbe avuto di nuovo a disposizione del denaro, delle risorse da spendere in beni di consumo o in derrate alimentari, ridando mercato alle aziende agricole e alle fabbriche in crisi di sovrapproduzione.

Per fare ciò, l’amministrazione Roosevelt varò una grande campagna di lavori pubblici: in particolare, ordinò la costruzione delle grandi dighe che permisero lo sfruttamento idroelettrico del fiume Tennessee; 500.000 giovani vennero assunti per lavori di rimboschimento e controllo delle acque; vennero introdotti sussidi per la disoccupazione, forme di assicurazione per la vecchiaia, garantiti

Figura 11 Vignetta giornalistica sul New Deal, 1933

salari mini per i lavoratori e forme di tutela della contrattazione sindacale; l’agricoltura venne inoltre sostenuta con una serie di provvedimenti, come i sussidi offerti ai contadini disposti a ridurre la propria produzione per risollevare i prezzi dei prodotti agricoli.

Numerose furono anche le misure finanziarie adottate: la Federal Bank Reserve accentrò su di sé il controllo delle banche; furono garantite assicurazioni sui depositi bancari e forme di controllo del mercato azionario; venne introdotta una riforma fiscale, per favorire una più equa distribuzione della ricchezza.

Lo sforzo compiuto dall’amministrazione Roosevelt fu immenso: basti pensare che il debito nazionale, tra il 1930 e 1936 passò da 16 a 36 miliardi di dollari. In pochi anni, il governo era però riuscito a trovare lavoro a più di 4 milioni di persone, e aveva riportato la produzione industriale ai livelli precedenti il 1929.

Tuttavia, nel 1939, il paese contava ancora 9 milioni e mezzo di disoccupati. In pratica, solo lo scoppio della seconda guerra mondiale pose fine alla grande depressione, rilanciando la produzione e riportando ordine nel complesso meccanismo dell’economia statunitense.

                                            

 Il New Deal


 

 

 

 

 

III

L’uomo e la scelta

 

 

 

 



Butterfly Effect in human minds: Joyce and epiphanic moments

 

Un’altro termine comunemente utilizzato per definire il Butterfly Effect è l’effetto delle Sliding Doors. Questa dicitura, derivata da un popolare modo di dire e resa celebre da un film di Peter Howitt (Sliding Doors, 1998), richiama al fatto che spesso, scelte apparentemente insignificanti nella nostra vita, casualità, piccoli dettagli, possono risultare decisivi ai fini della nostra vita. Nel film, in particolare, il fatto che la protagonista Helen (Gwyneth Paltrow) perda o meno il metrò in un determinato giorno, porta a due possibilità completamente differenti di vivere la sua vita: se fosse riuscita a prendere il metrò, avrebbe incontrato James, e si sarebbe fidanzata con lui, lasciando l’attuale fidanzato Gerry che la tradisce; al contrario, nel caso in cui ella avesse perso il metrò, non avrebbe mai incontrato James, e non avrebbe scoperto i tradimenti di Gerry.

Un altro esempio di come l’effetto farfalla sia un concetto ricorrente e spesso presente nelle nostre vite, e di come esso sia già stato anticipato in alcuni ambiti della letteratura moderna, è dato dall’opera Dubliners di James Joyce. Infatti, fu proprio lo scrittore irlandese a teorizzare ed utilizzare nelle sue short stories il concetto di epiphanic moment: durante la nostra esistenza, ci sono momenti in cui, la nostra mente, partendo da un particolare spesso insignificante del paesaggio che ci circonda, compie un complesso percorso che la porta a prendere scelte decisive nella nostra vita. Analizziamo più a fondo l’autore e l’opera, in particolare la short story Eveline.

Figura 12 James Joyce in una foto dell'epoca

James Joyce

The works and the days: James Joyce was born in Dublin in 1882. Educated at University College, he studied there Italian, French, German and Latin and he read Dante, D’Annunzio, Giordano Bruno and Flaubert. After a year in Paris, in 1903 he started to write short stories, which he already called Dubliners. He fell in love with Nora Barnacle, and they left together Dublin in 1904.

First, they stayed in Croatia, where Joyce wrote A portrait of the Artist as a Young Man, as an autobiographical essay-story. In 1905 they moved to Trieste, where they had some difficulties for money problems, Nora’s first pregnancy, and general dissatisfaction with the town. This was the period in which Giorgio, Joyce’s first son, was born, in which Joyce taught in Berlitz School and made friends with Italo Svevo, and in which he re-conceived A portrait of the Artist as a Young Man as a five-chapter novel. In 1907, his daughter, Lucia, was born.

In 1909, with the help of Ezra Pound, he published Dubliners and the Portrait. In 1917 he had and attack of glaucoma and had lots of operations in the following years. In 1920 he moved to Paris, where he met Eliot, Hemingway, Proust, Lewis, Stein, Fitzgerald and many other artists. In 1922 he published Ulysses, which had some problems with censorship, especially in United States. From 1923 to 1939 he continued to write, in spite of his poor eyesight, and finished Finnegans Wake in 1939. During these years he suffered from depression, insomnia and fainting, and above all he was troubled with his daughter’s madness.

He finally moved to Zurich in 1940 where he stayed until he died in 1941.

Profile: Joyce’s impact on literature can be seen as a sort of revolution. His use of parody, pastiche, open-ended narrative and self-referentiality, together with the use of the ordinary and commonplaces, influenced many artists of the 20th century.

As a young student, Joyce was an enthusiastic admirer of Walter Pater, from whom he took the great interest in form, but he did not share the belief in “Art for Art’s sake” principle, as , for him, literature was a mean to promote awareness. Also, it was in Joyce’s opinion that the artist had lost his commanding role in art, and that literary works had to be as impersonal as possible. In fact, people had to find awareness of reality through their own subjective perception: the artist had not the task of teaching, convincing, or guiding the reader’s perception. In order to ensure that his works carried no messages by himself, he adopted different points of view, different narrative techniques (third person narration, stream of consciousness) and different linguistic styles with which he represented the fragmented, multi-faced nature of reality, and conveyed the subjective dimension of experience.

His extraordinary display of techniques and his linguistic resourcefulness make him the most important representative of Modernist experimentation. The author defeats the reader’s expectations of a traditional treatment of the subject-matter, and deflates every assumption of a conventional style. He was far ahead of his contemporaries in using a wide repertoire of allusions of all sorts (to places, people ,science ,arts, etc.); he also drew on cubism, futurism and Dadaism; he relied on myths, sensous images, comic absurdity and parodies of past styles.

Dubliners (1909)

As the title says, the short stories in this collection deal with the capital of Ireland and its inhabitants. The unifying theme in Dubliners is paralysis, which appears under various facets such as monotony, entrapment, daily routine, loneliness, fear of being engaged or committed, adherence to social conventions, sterility of spirit, inertia ,stagnation. Structurally, most of the stories are based on contrasts: live vs. death, past vs. present, incertitude vs. certitude, unconsciousness vs. consciousness. All of them hinge on a climax, an “epiphany”, a particular moment of spiritual manifestation which happens while one is observing a trivial gesture or a commonplace object. Most of the characters are isolated, alienated; they are victim of the society or of their feelings. They are also contradictory, confused, torn between what they would like to do and the fear of their own desires.

The language is a further element of cohesion and is characterized by the use of the local idioms and by the symbolism of details, colours and smells. The style is a “style of scrupulous meanness” which consists in the technique of omitting the superfluous, of making use of silences in order to make the readers fill in the gaps. Often the stories start in medias res and end leaving the readers with something missing, obliging them to reconstruct the meaning.

Eveline

Eveline is a frustrated young woman, facing the first challenge of adulthood. She dreams of escaping from her drab life, but at the crucial moment she is powerless to act. Her defeat does not stem from a direct confrontation with her father’s authority but from an inner struggle with herself which wipes out the adult personality she was trying to establish. The story is written by a third person narrative, which proceeds entirely from Eveline’s point of view, mostly from inside her mind.

 

Eveline

By James Joyce

She sat at the window watching the evening invade the avenue. Her head was leaned against the window curtains and in her nostrils was the odour of dusty cretonne. She was tired. Few people passed. The man out of the last house passed on his way home ; she heard his footsteps clacking along the concrete pavement and afterwards crunching on the cinder path before the new red houses . One time there used to be a field there in which they used to play every evening with other people's children . Then a man from Belfast bought the field and built houses in it -- not like their little brown houses but bright brick houses with shining roofs . The children of the avenue used to play together in that field – the Devines, the Waters, the Dunns, little Keogh the cripple, she and her brothers and sisters . Ernest, however, never played: he was too grown up. Her father used often to hunt them in out of the field with his blackthorn stick; but usually little Keogh used to keep nix and call out when he saw her father coming. Still they seemed to have been rather happy then. Her father was not so bad then; and besides, her mother was alive. That was a long time ago; she and her brothers and sisters were all grown up her mother was dead. Tizzie Dunn was dead, too, and the Waters had gone back to England . Everything changes. Now she was going to go away like the others, to leave her home .

Home! She looked round the room, reviewing all its familiar objects which she had dusted once a week for so many years , wondering where on earth all the dust came from . Perhaps she would never see again those familiar objects from which she had never dreamed of being divided . And yet during all those years she had never found out the name of the priest whose yellowing photograph hung on the wall above the broken harmonium beside the coloured print of the promises made to Blessed Margaret Mary Alacoque . He had been a school friend of her father . Whenever he showed the photograph to a visitor her father used to pass it with a casual word: "He is in Melbourne now."

She had consented to go away , to leave her home . Was that wise? She tried to weigh each side of the question . In her home anyway she had shelter and food; she had those whom she had known all her life about her. O course she had to work hard, both in the house and at business. What would they say of her in the Stores when they found out that she had run away with a fellow? Say she was a fool, perhaps; and her place would be filled up by advertisement. Miss Gavan would be glad. She had always had an edge on her, especially whenever there were people listening . "Miss Hill, don't you see these ladies are waiting?" "Look lively, Miss Hill, please." She would not cry many tears at leaving the Stores . But in her new home, in a distant unknown country, it would not be like that. Then she would be married -- she, Eveline. People would treat her with respect then. She would not be treated as her mother had been. Even now, though she was over nineteen, she sometimes felt herself in danger of her father's violence . She knew it was that that had given her the palpitations . When they were growing up he had never gone for her like he used to go for Harry and Ernest, because she was a girl but latterly he had begun to threaten her and say what he would do to her only for her dead mother's sake. And no she had nobody to protect her. Ernest was dead and Harry, who was in the church decorating business, was nearly always down somewhere in the country . Besides, the invariable squabble for money on Saturday nights had begun to weary her unspeakably . She always gave her entire wages -- seven shillings -- and Harry always sent up what he could but the trouble was to get any money from her father. He said she used to squander the money, that she had no head, that he wasn't going to give her his hard-earned money to throw about the streets, and much more, for he was usually fairly bad on Saturday night. In the end he would give her the money and ask her had she any intention of buying Sunday's dinner. Then she had to rush out as quickly as she could and do her marketing, holding her black leather purse tightly in her hand as she elbowed her way through the crowds and returning home late under her load of provisions. She had hard work to keep the house together and to see that the two young children who had been left to hr charge went to school regularly and got their meals regularly. It was hard work -- a hard life -- but now that she was about to leave it she did not find it a wholly undesirable life.

She was about to explore another life with Frank. Frank was very kind, manly, open-hearted. She was to go away with him by the night-boat to be his wife and to live with him in Buenos Ayres where he had a home waiting for her. How well she remembered the first time she had seen him; he was lodging in a house on the main road where she used to visit. It seemed a few weeks ago . He was standing at the gate, his peaked cap pushed back on his head and his hair tumbled forward over a face of bronze . Then they had come to know each other. He used to meet her outside the Stores every evening and see her home. He took her to see The Bohemian Girl and she felt elated as she sat in an unaccustomed part of the theatre with him. He was awfully fond of music and sang a little. People knew that they were courting and, when he sang about the lass that loves a sailor, she always felt pleasantly confused. He used to call her Poppens out of fun . First of all it had been an excitement for her to have a fellow and then she had begun to like him . He had tales of distant countries. He had started as a deck boy at a pound a month on a ship of the Allan Line going out to Canada. He told her the names of the ships he had been on and the names of the different services. He had sailed through the Straits of Magellan and he told her stories of the terrible Patagonians. He had fallen on his feet in Buenos Ayres, he said, and had come over to the old country just for a holiday. Of course, her father had found out the affair and had forbidden her to have anything to say to him . "I know these sailor chaps," he said.

One day he had quarrelled with Frank and after that she had to meet her lover secretly .

The evening deepened in the avenue . The white of two letters in her lap grew indistinct. One was to Harry; the other was to her father. Ernest had been her favourite but she liked Harry too . Her father was becoming old lately, she noticed ; he would miss her . Sometimes he could be very nice. Not long before, when she had been laid up for a day, he had read her out a ghost story and made toast for her at the fire . Another day, when their mother was alive, they had all gone for a picnic to the Hill of Howth . She remembered her father putting on her mother’s bonnet to make the children laugh .

Her time was running out but she continued to sit by the window, leaning her head against the window curtain , inhaling the odour of dusty cretonne . Down far in the avenue she could hear a street organ playing . She knew the air . Strange that it should come that very night to remind her of the promise to her mother, her promise to keep the home together as long as she could . She remembered the last night of her mother's illness; she was again in the close dark room at the other side of the hall and outside she heard a melancholy air of Italy. The organ-player had been ordered to go away and given sixpence. She remembered her father strutting back into the sickroom saying : "Damned Italians! coming over here!"

 

As she mused the pitiful vision of her mother's life laid its spell on the very quick of her being -- that life of commonplace sacrifices closing in final craziness. She trembled as she heard again her mother's voice saying constantly with foolish insistence : "Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!"

She stood up in a sudden impulse of terror. Escape! She must escape! Frank would save her. He would give her life, perhaps love, too. But she wanted to live. Why should she be unhappy? She had a right to happiness. Frank would take her in his arms, fold her in his arms. He would save her .

She stood among the swaying crowd in the station at the North Wall . He held her hand and she knew that he was speaking to her, saying something about the passage over and over again . The station was full of soldiers with brown baggages . Through the wide doors of the sheds she caught a glimpse of the black mass of the boat, lying in beside the quay wall, with illumined portholes. She answered nothing. She felt her cheek pale and cold and, out of a maze of distress , she prayed to God to direct her, to show her what was her duty . The boat blew a long mournful whistle into the mist. If she went, tomorrow she would be on the sea with Frank, steaming towards Buenos Ayres. Their passage had been booked. Could she still draw back after all he had done for her ? Her distress awoke a nausea in her body and she kept moving her lips in silent fervent prayer .

A bell clanged upon her heart. She felt him seize her hand : "Come!"

All the seas of the world tumbled about her heart . He was drawing her into them: he would drown her . She gripped with both hands at the iron railing ."Come!" No! No! No! It was impossible. Her hands clutched the iron in frenzy. Amid the seas she sent a cry of anguish . "Eveline! Evvy!" He rushed beyond the barrier and called to her to follow . He was shouted at to go on but he still called to her. She set her white face to him, passive, like a helpless animal. Her eyes gave him no sign of love or farewell or recognition .

 

 

 

 

 

Eveline is unable to choose what to do with her life: she is paralysed by a sort of inertia. She does not know if she has to go with Frank, the good mariner, and change her life, becoming the wife of a good man at Buenos Aires; or stay at home, with her father and her brothers, going on living the life which frustrates her so much, but maintaining the promise she has made to her mother to keep the family together. In front of the choice of turning the page of her life, she gets scared, and runs away, coming back to the life she  knows but  also hates so much. Eveline represents Dublin citizens’ paralysis, and their incapability to open their eyes to the world outside their country.

The decisive moment of the novel is the epiphanic moment. Eveline remembers the promise she has made to her mother: this creates in her fear and panic, and because of this, she grips to the iron railing when she has to sail, and she is unable to move a muscle.

The memory of the promise and the epiphanic moment are linked to the butterfly effect in two ways: first, a little thought, a little image has a strong effect on Eveline’s mind, an effect that grows every minute until it paralyzes the woman when is the time to sail, having a dynamic similar to the butterfly effect’s one, in which the effect of a little flap of a butterfly’s wing grows exponentially until it becomes an hurricane.

Second, Eveline’s choice is like a “Sliding Doors” situation: she has to choose between sailing and going away from home or staying with her family, and this decision can change her life definitively, making her happy, or making her life as sad as it is now, or worse.


 

Il singolo, la scelta, l’angoscia: Kierkegaard e la possibilità

 

Durante questo percorso alla scoperta del fenomeno del Butterfly Effect ci siamo accorti di quanto i suoi effetti possano essere rivoluzionari e catastrofici; abbiamo anche appreso che, in un contesto complesso (come è quello in cui ci muoviamo quotidianamente, in qualsiasi ambito a cui ci si riferisca), l’incertezza, l’imprecisione, l’errore, per quanto piccoli, possano portare conseguenze fuori dal nostro controllo.

Tali constatazioni, offrono un altro spunto di riflessione: che effetto può avere un tale pensiero sulla vita dell’uomo?

A tale proposito, analizzeremo la filosofia del danese Søren Kierkegaard, in particolare il suo concetto di angoscia e di possibilità.

 

Una filosofia del singolo

Innanzitutto va definito il concetto di filosofia del singolo, primario all’interno del suo pensiero. Infatti per il filosofo danese, l’entità protagonista del mondo non è l’Assoluto hegeliano , quella razionalità immanente ed insieme infinita, sovrastante la singolarità degli uomini;  bensì è l’uomo, inteso come singolo e non come genere: la singola esistenza di ciascun uomo, unica realtà dotata di senso in un mondo che non presenta alcun ordine prestabilito. Il singolo si trova così ad essere la categoria propria dell’esistenza umana:

 

Il Singolo e la categoria attraverso la quale debbono passare (…) il tempo, la storia, l’umanità.

L’esistenza corrisponde alla realtà singolare, al singolo. Essa resta fuori dal concetto che comunque non coincide con essa. Per un singolo (…) l’esistenza e qualcosa di molto decisivo; un uomo singolo non ha certo un’esistenza concettuale.

In ogni genere animale la specie e la cosa più alta… solo nel genere umano l’individuo e più alto del genere.

Il singolo dunque è l’uomo posto di fronte all’assoluta libertà del proprio destino: la sua vita è unica e irripetibile, inevitabilmente personale: di conseguenza ciò che muove le sue azioni sono le decisioni prese in assoluta libertà e secondo motivazioni esclusivamente personali. Ogni uomo è solo di fronte alle scelte che la vita gli propone: solo all’uomo, a ciascun uomo, spetta decidere riguardo la propria esistenza. Kierkegaard stesso desiderò come epitaffio sulla sua tomba “Quel singolo”, a ricordare l’unicità della sua stessa vicenda umana. Tuttavia:

Il Singolo e colui che non cedette alle Termopili… egli doveva infatti impedire alle orde di attraversare quel passo: se fossero penetrati, avrebbe perduto.

Il concetto di singolo dunque responsabilizza l'individuo e le sue azioni. Mentre l'Assoluto hegeliano lo costringe ad essere impotente di fronte a uno Spirito indipendente dalla volontà individuale, il Singolo lascia l'uomo nella condizione aperta del libero arbitrio.

L’esistenza come scelta

Definito il Singolo come essenza dell’esistenza umana, bisogna definire ora come questa esistenza si caratterizzi e si dispieghi. Secondo Kierkegaard infatti l’esistenza non è per nulla un’entità necessaria e garantita, bensì un insieme di possibilità che pongono l’uomo di fronte ad una scelta, e che allo stesso tempo mantengono una componente ineliminabile di rischio. In altre parole, l’esistenza dell’uomo è tutta giocata sulla contingenza, sulla possibilità, sulle scelte che egli compie tra più alternative possibili: scegliendo, l’uomo afferma la propria esistenza, ma, contemporaneamente, rischia tutto, mette in gioco sé stesso. Non è la necessità a caratterizzare il modo d’essere fondamentale dell’uomo, ma la possibilità, l’ambiguità, l’incertezza: il possibile resta tale, e così il passato non diviene necessario per il fatto di essersi realizzato.

 Il filosofo danese sottolinea  questa componente negativa della possibilità, che si oppone alla componente positiva descritta precedentemente dal filosofo Immanuel Kant: il singolo, per Kant, messo di fronte al proprio libero arbitrio e alla responsabilità delle proprie azioni, è in grado, grazie alla coscienza, di auto-regolarsi e di capire quali comportamenti siano morali e corretti, imponendosi degli imperativi categorici.

Kierkegaard invece sottolinea la componente annientatrice e distruttiva del libero arbitrio. In primo luogo, definisce la scelta come Aut-Aut, e non come Et-Et: il che significa che la conservazione tra tesi e antitesi e la loro fusione in una sintesi, tanto predicata da Hegel, non è attuabile nella categoria della possibilità. Non vi è conciliazione o compromesso tra gli opposti: o si sceglie una cosa, o il suo contrario. Per il filosofo danese non esistono sfumature e posizioni intermedie tra una scelta ed un'altra. Dato quindi che l’uomo si trova da solo di fronte alle possibili scelte che sono inequivocabili e nette, qualsiasi scelta presa precluderà per sempre la possibilità o le possibilità scartate. Così la possibilità della conoscenza, ad esempio, se imbocca una strada sbagliata, può divenire possibilità di non conoscere, ossia possibilità del dubbio, dell’errore e dell’oblio. Per ogni scelta che compiamo, l’errore è sempre in agguato, senza eccezioni e senza la possibilità di tornare indietro.

L’angoscia

L’errore non è però l’unico carattere negativo dell’esistenza come scelta. Infatti, la possibilità e il libero arbitrio lasciano all’uomo anche un’altra scelta, di certo ben poco costruttiva, ma che spesso viene dettata dall’eccessiva paura di sbagliare: la scelta di non scegliere. Il senso del peccato porta l’uomo ad una paura tale da bloccarlo, e da fargli preferire l’astensione (che, nel libero arbitrio, è una scelta possibile anch’essa) piuttosto che la responsabilità di un’altra scelta errata, svelando il carattere paralizzante della possibilità.

Tale carattere paralizzante si manifesta in quello che Kierkegaard definisce angoscia. L’angoscia è lo stato di incertezza, dubbio, instabilità in cui si trova l’uomo di fronte alla scelta; la condizione esistenziale causata dalla vertigine della libertà e delle infinite possibilità negative che incombono sulla vita dell’uomo; il “puro sentimento del possibile”, connesso con l’avvenire.

La primaria forma d’angoscia è quella provata da Adamo posto di fronte al divieto di gustare i frutti dell'albero della conoscenza:  ed  è nel divieto stesso che troviamo la genesi dell’angoscia. Egli è innocente, non sa ancora in che cosa consista la conoscenza, non conosce la differenza tra il bene e il male, non comprende il senso del divieto stesso. Tuttavia questo divieto sveglia in lui la possibilità della libertà, l’angosciante possibilità di potere. Egli non sa che cosa accadrà, eppure è chiamato a scegliere tra l'obbedienza e la disobbedienza. E Adamo sceglie.

L’angoscia, però non è l’unico stato negativo relativo alla possibilità: quando infatti, l’uomo è chiamato a decidere di sé, a rispondere ai grandi interrogativi esistenziali, l’angoscia evolve in disperazione.                                                                                                                                                                                                                                L’io può volere come non volere sé stesso: volendo sé, egli sceglierebbe la propria finitezza e insufficienza, senza mai avere riposo e tranquillità; volendo non essere sé stesso, egli sceglierebbe un qualcosa di impossibile, perché vorrebbe rompere il rapporto con sé che è costitutivo dell’io stesso. E’ da questo genere di paradossi che nasce la disperazione, la “malattia mortale”, dovuta al fatto che l’uomo non riesce a risolvere il problema del rapporto con sé stesso.

 

Appare evidente, dal pensiero del filosofo Kierkegaard, quanto può essere terribile e avvilente il pensiero delle irreversibili conseguenze che può portare la nostra capacità di scelta, il potere che abbiamo di cambiare, anche a nostra insaputa e involontariamente, l’esito di quel sistema complesso in cui ci muoviamo. E’ una vera e propria paralisi del volo: noi, piccole farfalle, spesso ci rifiutiamo di battere le ali per la paura delle conseguenze che il nostro gesto può portare. Ma, insegna Kierkegaard, anche il non battere le ali è una scelta, che porta con sé le proprie conseguenze: per dirla con un linguaggio coerente al nostro Butterfly Effect, il sistema è sensibile non solo al nostro movimento, ma anche alla nostra staticità, intesa come movimento nullo, ma che ha comunque la sua rilevanza nel risultato finale. Vale dunque la pena essere fermi e aspettare che il mondo intorno a noi decida il valore della nostra staticità, o muoversi tentando di migliorare le cose, accompagnati dall’ombra dell’angoscia che ci rende inquieti rispetto alle nostre scelte?

Al libero arbitrio di ognuno la possibilità di decidere.


 

 

 

 

 

 

 

 

IV

Uomini nella società:

farfalle e uragani

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


Farfalle e Uragani

 

Abbiamo trattato fin’ora vari aspetti della presenza dell’Effetto Farfalla nelle nostre vite, notando anche come molti di essi possano avere risvolti catastrofici.

Ma, credere che la Teoria del Caos sia una maniera valida per spiegare l’universo che ci circonda, porta quasi naturalmente ad una riflessione: se un battito d’ali in Brasile può scatenare un uragano in Texas, cosa può fare un singolo uomo?

Ci sono stati vari esempi nella storia di uomini che, piccoli come farfalle, hanno avuto la forza di scatenare veri e propri uragani: basti pensare a personalità quali Mahatma Gandhi, che, con la predicazione della non-violenza, ha dato una svolta decisiva all’indipendenza dell’India; oppure ai grandi scienziati e matematici di tutte le epoche (da Euclide ad Einstein, da Edison a Fermi e molti altri ancora)  che con le loro teorie e invenzioni hanno rivoluzionato il mondo e lo studio della scienza stessa; a Platone ed Aristotele, che hanno influenzato il pensiero di generazioni e generazioni di filosofi; oppure ancora, parlando di esempi negativi, Hitler, che ha portato il mondo intero davanti all’esperienza traumatica della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah ebraica. Insomma: l’uomo, nel sistema in cui si muove, sembra poter essere dotato di un potere immenso. Come è del resto vero che talvolta, nemmeno gli sforzi più immensi da parte del genere umano sono serviti a cambiare le cose, quando particolari situazioni lo rendevano impossibile. In sintesi, determinare quali siano le reali potenzialità di un singolo è veramente difficile, alla luce di questa dicotomia.

Per trattare questo particolare aspetto dell’Effetto Farfalla, la scelta è ricaduta su un classico della letteratura italiana che, pur non essendo esplicitamente inerente con l’argomento, nasconde un messaggio veramente importante e sicuramente molto attuale: un passo dal capitolo Psico-analisi da La coscienza di Zeno di Italo Svevo.

Psico-analisi: La vita è una malattia

 

Zeno Cosini è un uomo in cura da uno psicanalista per una presunta grave malattia mentale: il suo medico, il dottor S., non ha di meglio da consigliargli che scrivere un libro di memorie in cui raccontare le varie fasi della sua vita, che verrà poi consegnato al dottore stesso perché lo analizzi.

La Coscienza di Zeno è un libro che si compone di 6 capitoli (più una prefazione a cura del dottor S.), che rappresentano ognuno una tematica particolare del percorso di autoanalisi del protagonista(Il fumo, La morte del padre, La storia del matrimonio, La moglie e l’amante, Storia di un’associazione commerciale e Psico-analisi).Essendo quindi un’autobiografia del protagonista, Zeno è sia narratore che personaggio: si identifica quindi sia un io-narrante che un io-narrato. E’ necessario tenere a mente, però, che Zeno è un narratore inaffidabile: la sua nevrosi lo porta spesso a mentire, a dire mezze verità, o a tentare di far apparire le cose migliori di quanto non siano. Quindi, il lettore non potrà mai prendere per buone le interpretazioni e le ricostruzioni stesse degli avvenimenti e del proprio comportamento effettuate da Zeno, in quanto sono del tutto inattendibili.

 

24 Marzo 1916

Dal Maggio dell'anno scorso non avevo piú toccato questo libercolo. Ecco che dalla Svizzera il dr. S. mi scrive pregandomi di mandargli quanto avessi ancora annotato.

È una domanda curiosa, ma non ho nulla in contrario di mandargli anche questo libercolo dal quale chiaramente vedrà come io la pensi di lui e della sua cura. Giacché possiede tutte le mie confessioni, si tenga anche queste poche pagine e ancora qualcuna che volentieri aggiungo a sua edificazione. Ma al signor dottor S. voglio pur dire il fatto suo. Ci pensai tanto che oramai ho le idee ben chiare. Intanto egli crede di ricevere altre confessioni di malattia e debolezza e invece riceverà la descrizione di una salute solida, perfetta quanto la mia età abbastanza inoltrata può permettere. Io sono guarito! Non solo non voglio fare la psico-analisi, ma non ne ho neppur di bisogno. E la mia salute non proviene solo dal fatto che mi sento un privilegiato in mezzo a tanti martiri. Non è per il confronto ch'io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch'era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensí di certi dolori, ma mancano d'importanza nella mia grande salute. Posso mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell'immobilità come gl'incancreniti. Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole. Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e sopratutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarí e voglio che il dottor S. lo sappia. Attonito e inerte, stetti a guardare il mondo sconvolto, fino al principio dell'Agosto dell'anno scorso. Allora io cominciai a comperare. Sottolineo questo verbo perché ha un significato piú alto di prima della guerra. In bocca di un commerciante, allora, significava ch'egli era disposto a comperare un dato articolo. Ma quando io lo dissi, volli significare ch'io ero compratore di qualunque merce che mi sarebbe stata offerta. Come tutte le persone forti, io ebbi nella mia testa una sola idea e di quella vissi e fu la mia fortuna. L'Olivi non era a Trieste, ma è certo ch'egli non avrebbe permesso un rischio simile e lo avrebbe riservato agli altri. Invece per me non era un rischio. Io ne sapevo il risultato felice con piena certezza. Dapprima m'ero messo, secondo l'antico costume in epoca di guerra, a convertire tutto il patrimonio in oro, ma v'era una certa difficoltà di comperare e vendere dell'oro. L'oro per cosí dire liquido, perché piú mobile, era la merce e ne feci incetta. Io effettuo di tempo in tempo anche delle vendite ma sempre in misura inferiore agli acquisti. Perché cominciai nel giusto momento i miei acquisti e le mie vendite furono tanto felici che queste mi davano i grandi mezzi di cui abbisognavo per quelli. Con grande orgoglio ricordo che il mio primo acquisto fu addirittura apparentemente una sciocchezza e inteso unicamente a realizzare subito la mia nuova idea: una partita non grande d'incenso. Il venditore mi vantava la possibilità d'impiegare l'incenso quale un surrogato della resina che già cominciava a mancare, ma io quale chimico sapevo con piena certezza che l'incenso mai piú avrebbe potuto sostituire la resina di cui era differente toto genere. Secondo la mia idea il mondo sarebbe arrivato ad una miseria tale da dover accettare l'incenso quale un surrogato della resina. E comperai! Pochi giorni or sono ne vendetti una piccola parte e ne ricavai l'importo che m'era occorso per appropriarmi della partita intera. Nel momento in cui incassai quei denari mi si allargò il petto al sentimento della mia forza e della mia salute. Il dottore, quando avrà ricevuta quest'ultima parte del mio manoscritto, dovrebbe restituirmelo tutto. Lo rifarei con chiarezza vera perché come potevo intendere la mia vita quando non ne conoscevo quest'ultimo periodo? Forse io vissi tanti anni solo per prepararmi ad esso! Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte piú considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandí e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparí e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

(da Italo Svevo, La Coscienza di Zeno, cap:Psico-Analisi)

 

 

Quello riportato è il passo conclusivo dell’opera: dopo mesi di trattamento infruttuoso, Zeno decide di abbandonare il progetto psico-analisi. Tuttavia, dopo più di un anno da quella radicale decisione, l’uomo manda un’ultima lettera al dottor S., dicendogli che, in fondo, è guarito da sé: sorpreso dalla guerra mentre è in villeggiatura, Zeno, separato anche dalla famiglia e dal suo lavoro, scopre un’attività che egli trova rigenerante, la speculazione. Tutto dedito a questo tipo di commercio, che gli procura facili ed ingenti guadagni, egli è convinto di aver finalmente raggiunto la tanto desiderata “salute”.

Ma cos’è la salute che egli dice di aver raggiunto? Altro non è che l’adattamento dell’uomo alla civiltà borghese-capitalistica, l’integrazione completa in un mondo disumanizzato, cruento, gestito dagli “ordigni” e dal denaro…un mondo malato. Zeno ha quindi trovato la soluzione del proprio malessere psichico nella consapevolezza che l’intera umanità è malata, che la vita stessa è una malattia incurabile e inscindibile dalla vita stessa: per sentirsi guarito, egli ha dovuto arrendersi a ciò, fuggire il confronto con sé stesso, ed adattarsi al proprio mondo di violenza facendo violenza a sua volta contro chi è più debole, approfittando della guerra.

Zeno fa poi un’analisi di quella che è la vera malattia dell’uomo: dice egli stesso che l’uomo, debole ma furbo (“l’uomo occhialuto”), ha da tempo violato le leggi dell’evoluzione darwiniana (secondo le quali, l’evoluzione modifica il corpo degli animali stessi per renderli adatti a difendersi, senza ledere nessun altro), e, per adattarsi alle situazioni di pericolo, ha inventato gli ordigni, strumenti di pura distruzione che ledono e frantumano tutto ciò che incontrano sulla loro strada: possedere tali strumenti è la sua vera malattia. Se però, forse, “ c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa”: infatti, questi ordigni finiscono, tramite il commercio (che Zeno stesso pratica) e il furto, nelle mani di chi di salute non ne ha, e li usa per massacrare intere popolazioni. Nella continua contraddittorietà che caratterizza questo capitolo, Zeno si lascia andare infine ad un’amara e profetica previsione su dove porterà la malattia dell’uomo:

 

 

(…)un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

 

Questa “profezia” (incredibilmente lungimirante, in quanto formulata oltre vent’anni prima dell’invenzione e utilizzo della prima bomba atomica) ci riporta alla discussione su quale siano le possibilità del singolo: Svevo, usando come tramite Zeno, ci avvisa che con la malattia degli uomini giunta fino a questo punto, è possibile che un singolo uomo, per un momento di pazzia, o per follia convinta, possa ottenere, comprare o rubare, l’ordigno più potente mai visto e usarlo nel modo più efficace possibile, facendo esplodere l’intero pianeta. Ecco quindi spiegato, con crudo cinismo, a che genere di Butterfly Effect può portare la follia, la malattia “leggermente superiore” di un singolo uomo. Quello dell’uomo, è un percorso di malessere iniziato tanto tempo fa, con l’invenzione della prima arma (nata, magari, solo con lo scopo di procacciarsi del cibo), ma che, secondo l’analisi di Svevo, potrebbe presto portare alla completa cancellazione del genere umano, a causa di come, questo strumento, abbia preso il controllo delle nostre vite.


 

Conclusione: un’ultima riflessione

 

Uno è tutto e tutto è uno.

La nostra vita, le nostre scelte, il nostro mondo. Siamo piccoli granelli di polvere,  è vero, se rapportati all’immensità dell’universo. A guardarci, non sembriamo in grado di valere gran che in quegli immensi sistemi di cui facciamo parte. Siamo solo uno fra innumerevoli altri… cos’è che possiamo valere, in questo mare di nostri simili?

Un granello, un singolo, una persona… sono in grado di cambiare qualcosa nello sconfinato spazio che li circonda?

Forse sì.L’effetto farfalla ci dimostra proprio questo: i sistemi in cui viviamo sono sensibili… sono sensibili a noi. E se noi ci muoviamo, se noi sbattiamo le ali, potremmo essere in grado di provocare uragani.

L’universo, così come la nostra società e le nostre vite, sono troppo complessi, troppo ricchi, per poter essere immaginate lineari. Esse sono, più verosimilmente, non lineari, soggette al caos, all’imprevedibilità, agli Effetti farfalla. Ed è osservando ciò che ci accorgiamo che ogni farfalla, ogni singolo elemento di quei sistemi, con i suoi apparentemente deboli movimenti, può risultare determinante, pur restando nel suo piccolo. E’ questa la nostra forza, il nostro valore,  la nostra libertà di cambiare le cose.

Ma può essere anche la nostra condanna.I nostri più piccoli movimenti possono determinare catastrofi che nemmeno sospettiamo, così come, ogni nostro sforzo, per quanto grande, può risultare vanificato da un semplice soffio di vento. Se la consapevolezza delle nostre potenzialità può portarci ad avere maggiore fiducia in noi stessi, le responsabilità che essa comporta può portarci alla paralisi e alla paura: il non conoscere il peso delle nostre azioni può rivelarsi una delle più terribili forme d’angoscia.

In conclusione: paralisi o attività? Potenza o angoscia?  Come agire? Cosa deve prevalere?

Difficile, se non impossibile, dare una risposta unitaria: per dirla in termini coerenti al nostro Effetto Farfalla, la complessità delle situazioni non permette di scartare nessuna delle due ipotesi come sbagliata, e nemmeno indicarne una come la più corretta.

Tuttavia, l’uomo appartiene al sistema, alla vita: e come tale, ha sempre una certa influenza su tutte le cose che lo circondano, anche restando completamente immobile. Che ciò sia una maledizione o una virtù, ad esso non resta altro da fare che vivere, agire, scegliere, seguendo la propria ragione e i propri istinti: prendersi le responsabilità delle propria potenza d’agire, senza però rimanerne schiacciato e immobilizzato. L’uomo deve prendere le redini della propria vita, rendersi conto del proprio ruolo all’interno del mondo e agire di conseguenza, tenendo a mente nel contempo le proprie responsabilità: restare in equilibrio su quel filo che divide l’iniziativa dal delirio di onnipotenza, la responsabilità dalla paranoia.

 

 

…best,

you've got to be the best

you've got to change the world

and you use this chance to be heard

your time is now”

 

“change,

everything you are

and everything you were

your number has been called

fights, battles have begun

revenge will surely come

your hard times are ahead..

 

 

 

Bibliografia

 

  • Nemesi   www.nemesi.net
  • Webfract.it    www.webfract.it
  • Reiki info   www.reiki.info
  • Wikipedia, l’enciclopedia libera.  It.wikipedia.org
  • Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923
  • Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950
  • C.S.Beruglia-F.Vaio, Non linearità, caos, complessità. Le dinamiche dei sistemi naturali e sociali, Torino, Bollati-Boringhieri, 2003
  • JULIEN C. SPROTT, Strange Attractors. Creating Patterns in Chaos, The University of Wisconsin, 1993
  • R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione 3, Palumbo Editore
  • M. De Bartolomeo, V. Magni, I sentieri della ragione 3, Atlas
  • F.M. Feltri, M.M. Bertazzoni, F. Neri, I giorni e le idee 3, Sei
  • B. De Luca, U. Grillo, P. Pace, S. Ranzoli, Literature and Beyond 4, Loescher Editore
  • Muse, Butterflies and Hurricanes  dall’album “Absolution”, Mushroom Records ,2003

 

 

 

Attrattore caotico e attrattore strano non coincidono come concetti: infatti con attrattore caotico si intende un attrattore tipico di un sistema caotico, non-lineare, sottolineandone l’aspetto matematico. Invece con attrattore strano si definisce un attrattore a dimensione non intera, ovvero, che non è né bidimensionale, né  tridimensionale etc. ma ha una dimensione frazionari, mettendo in luce una caratteristica geometrica. Quasi sempre gli attrattori strani sono caotici, e quelli caotici sono strani, per questo i due concetti finiscono spesso per essere sovrapposti. Tuttavia sono ipotizzabili anche attrattori strani non caotici, e viceversa.

 

 

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