Storia paesi scandinavi
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Introduzione alle lingue e culture scandinave
Introduzione
Oggi molte persone confondono i concetti di Nord (nel senso di “Nord Europa”) e di scandinavia. In realtà, si tratta di concetti molto sfuggenti: in senso stretto, solo Norvegia e Svezia dovrebbero essere chiamate “scandinave”, in quanto site nella penisola scandinava: per motivi storico-culturali, si aggiunge di norma anche la Danimarca.
Per gli stessi motivi, dunque, si può aggiungere l’Islanda; la Groenlandia e le isole Faroe, infine, sono unite alla Danimarca. Danimarca, Svezia, Norvegia e Islanda parlano lingue derivate da un comune ceppo, il germanico settentrionale, anche se svedese, danese e dano-norvegese appartengono al gruppo scandinavo orientale, le altre lingue (neonorvegese, feringio e islandese) allo scandinavo occidentale.
La Finlandia e le altre repubbliche baltiche, come anche la Groenlandia, a rigore non possono essere chiamate scandinave. E tuttavia, la Groenlandia è un possedimento danese, dove il danese è lingua ufficiale insieme alle lingue parlate dagli inuit groenlandesi. La Finlandia e le altre repubbliche baltiche, soprattutto l’Estonia, hanno legami culturali e storici forti con il resto dei paesi del Nord.

Consiglio nordico (www.norden.org)
Il consiglio nordico (dan. no. Nordisk Råd, sv. Nordiska Rådet) è un organismo sovranazionale di coordinamento tra tutti i paesi nordici (Norvegia, Svezia, Danimarca, Islanda, Finlandia), cui sono per ora associati anche le repubbliche baltiche e mantiene uffici anche in Russia. E’ composto da parlamentari dei paesi membri.
Bandiera
Sui palazzi dove ha sede il Consiglio nordico sventola, oltre all’apposita bandiera, anche tutte quelle dei paesi scandinavi. Salta all’occhio la somiglianza: quasi tutte recano la croce nordica.Questa croce si trova nella bandiera del più antico dei regni scandinavi, la Danimarca; la sua bandiera, chiamata Dannebrog, secondo la leggenda sarebbe caduta dal cielo nel 1219, durante la battaglia di Tallinn, decisiva per il dominio dei Danesi in Estonia: dunque legata ad un episodio di conquista nei confronti di una popolazione pagana che andava “evangelizzata” (cioè ridotta in schiavitù).
La bandiera di Norvegia sarebbe attestata dal sec. XIV in un sigillo. Su quella della Svezia, non si hanno notizie certe: sarebbe attestata dal sec. XVI, e sembra essere sorta per opposizione alla Dannebrog. In età moderna sono poi sorte altre bandiere, frutto di identità più o meno nazionali: quella della Finlandia, dell’Islanda, delle Faroe (prima metà del novecento) e delle Åland (seconda metà). In età egualmente o più recente sono sorte le bandiere della Groenlandia (1985) e della minoranza Sámi dei paesi nordici (1986), le uniche due che non recano la croce nordica ma il cerchio: non casualmente, entrambe bandiere inventate in età contemporanea per indicare popolazioni programmaticamente non-scandinave.
Moneta
Tutti i paesi scandinavi hanno una moneta di nome “corona” (da.no. krone, sv. krona, fr.is. króna) divisa in centesimi chiamati øre. Mentre la parola “corona” per indicare una moneta è sicuramente un prestito europeo (nel ‘500 esisteva una moneta inglese con questo nome), il termine aur, eyri indica originariamente un’oncia d’argento, un ottavo di marco (l’antico sistema di monetazione). Un’altra parole per denaro nelle lingue scandinave è pening (dal latino pecunia).
Chiaramente, il sistema di monetazione arriva in Scandinavia con le monete romane e poi franche. Prima, come ‘moneta’ di scambio si usavano anelli, chiamati nelle lingue scandinave baugr (da. bøj sv. bög) cioè “piegato, ricurvo” (cf. ingl. antico beag), dunque “anello, braccialetto”.

Nel 1873 fu creata l’Unione Monetaria Scandinava e i tre paesi scandinavi con le loro dipendenze usarono di comune accordo tre monete distinte, ma con lo stesso valore stabilito in oro (sì che di fatto ogni divisa poteva essere utilizzata in tutta l’area scandinava) che finì nel 1914. Prima di allora, la Danimarca aveva già la corona, mentre la Svezia usava il Riksdaler (cioè il “tallero del regno”, calco sul tedesco Reichsthaler). Da allora gradualmente le differenti fluttuazioni delle monete hanno prodotto una distinzione di valore, in particolare in Islanda, dove il tasso di inflazione ha portato la moneta in un secolo a circa un decimo del suo valore. La Finlandia ha mantenuto la sua moneta nazionale, il marco, fino all’adesione all’euro.
Ordinamento sociale
In tutti i paesi scandinavi esistono derivati dell’antica thing, organo di decisione assembleare da cui derivano i vari consigli locali e parlamenti: il Folketing danese (“consiglio del popolo”), lo Storting norvegese (“gran consiglio”) la Løgting feroese (“consiglio legislativo”), l’Alþingi islandese. Solo la Svezia ha un parlamento con un nome tedescheggiante: Riksdag (calco sul tedesco Reichstag). La repubblica di Finlandia ha due nomi per il proprio parlamento: uno svedese calcato sulla madrepatria, l’altro finnico di eduskunta, (grosso modo “Assemblea dei rappresentanti”).
I tre paesi scandinavi continentali sono monarchie costituzionali (in realtà, il re finisce per avere un ruolo solo simbolico e al limite religioso): la regina di Danimarca è Margarethe II della casa di Oldenburg; il suo nome ricorda quello di un’importante regina del sec. XIV ed è la prima regina da cinquecento anni a questa parte e il primo monarca, dunque, a non potersi chiamare Frederik o Christian come i suoi predecessori (e come i suoi due figli). Il re di Norvegia, Harald V, discendente dei re di Danimarca, è giunto al trono già molto anziano e sarà suo figlio e non sua figlia maggiore ad assumere la corona in quanto l’apertura della successione al trono al primogenito anche se femmina è avvenuta con una legge successiva alla nascita del principe Haakon e non è retroattiva. Il re di Svezia, Carl Gustaf XVI, della casa dei Bernadotte, è noto per non essere una cima (ultima perla, aver definito il Brunei una democrazia): l’erede al trono è sua figlia Victoria. La Finlandia e l’Islanda sono repubbliche, così come le Faroe e la Groenlandia, nonostante l’unione con la Danimarca. Il premier di Finlandia è la famosa signora Halonen, quella che secondo l’ex primo ministro S. Berlusconi avrebbe ceduto l’agenzia alimentare europea all’Italia in cambio delle sue attenzioni di attempato latin lover.
Danimarca
La Danimarca è composta da un’appendice continentale (Jutland, danese moderno: Jylland) e due isole principali, Fyn e Sjælland. Lo Jutland era la parte più importante in età vichinga, quando il regno di Danimarca si stendeva ben più a sud di ora, subito a nord della città tedesca di Kiel. La più antica capitale, Ribe, si trova oggi quasi al confine con la Germania, mentre uno dei più importanti empori vichinghi, Haithabu (Hedeby), si trova in territorio tedesco.
Già un testo nordico antico (sec. XIV), come la Saga di Hrólfr il viaggiatore, cita tra le grandi città dello Jylland Haithabu, Ribe, Aarhus, Viborg; ignora Fyn, mentre in Sjælland cita l’antica capitale Roskilde, poi la Scania con la sua capitale, Lund. Come ultima isola a est cita l’isola di Bornholm, proprio come oggi. Da questa descrizione mancano le città di Aalborg in Jylland e Odense in Fyn (la prima compare come luogo di conio di monete nell’XI secolo, la seconda fu fondata intorno al 1000). Naturalmente manca anche Copenhagen, che all’epoca in cui è ambientata la saga non era ancora diventata capitale; infatti fu fondata nel XII secolo come approdo sicuro per i mercanti (il suo nome antico, rispecchiato nell’islandese moderno Kaupmannahöfn, vuol dire “porto dei mercanti”) laddove prima esisteva solo un villaggio di pescatori. La Scania oggi non è parte più parte della Danimarca, bensì della Svezia.In Danimarca vivono 5 milioni e mezzo di abitanti (cui bisogna aggiungere i quasi 60.000 della Groenlandia e i quasi 50.000 delle Fær Øer) su 40.000 km² (cui si possono aggiungere gli oltre due milioni della Groenlandia e i poco più di mille delle Faroe).
Faroe (o Fær Øer)
Le “Isole delle pecore” (questo il significato del nome danese Fær Øer, che spiega anche il loro stemma con un ariete), sono un gruppo di isole situate a metà tra Norvegia e Islanda, come quest’ultima furono scoperte da eremiti irlandesi ma definitivamente colonizzate dai norvegesi all’inizio del IX secolo. Rimasero legate al regno di Norvegia dalla fine del sec. IX. Dal sec. XIV, il possesso è passato a quello di Danimarca. Oggi hanno ottenuto di essere considerate uno stato indipendente, con una propria moneta, la króna, il cui valore è però legato a quello della corona danese. Le leggi danesi non sono automaticamente attuate nelle Faroe, ma vanno ratificate dalla thing locale (Løgting) che comprende da 27 a 32 membri. Tuttavia, le Faroe mandano anche due membri al parlamento danese. La società è molto più arretrata che nel resto della Scandinavia, salvo forse alcune zone della Svezia rurale.
Le isole hanno una loro capitale dal nome ancora pagano di Tórshavn (“Porto di Thor”). Sono molto orgogliosi della loro antica lingua, assai meno (giustamente) della loro cucina, a base di... pecore, ovviamente.
Groenlandia
La Groenlandia fu colonizzata dagli scandinavi a partire dall’Islanda dopo il 1000. Le comunità scandinave in terra di Groenlandia si estinsero nel sec. XV sotto la spinta degli inuit; dopo la scoperta dell’America, lentamente gli scandinavi tornarono nel corso del sec. XVI, in seguito ad esplorazioni atlantiche sotto controllo danese.Questo enorme possedimento della Danimarca è quasi completamente disabitato. Gli inuit (che noi chiamiamo impropriamente “eschimesi”) che abitavano la Groenlandia, come quelli di tutto il Nord Europa, hanno subito l’impatto devastante delle popolazioni europee per le malattie, l’apporto di alcoolici, e la religione, che hanno quasi completamente disgregato la cultura tradizionale fino alla seconda metà del Novecento, quando i sensi di colpa sono arrivati tra i civilissimi danesi che hanno persino smesso di chiamare “Ambasciata di Groenlandia a Copenhagen” gli uffici dell’assistenza sociale, dove effettivamente capitano spesso inuit abbrutiti dall’alcool e dalla povertà.
La Groenlandia ha un parlamento di 31 membri, ma mandano anche due membri al parlamento danese. Ha un certo grado di indepenza, tanto è vero che non è parte dell’UE.
Tra le lingue degli inuit groenlandesi, il kalaallisut è il dialetto occidentale parlato da oltre 90% dei 50.000 parlanti madrelingua (lingue del gruppo eskimo-aleutino). Tutti i groenlandesi studiano a scuola questo dialetto (largamente influenzato dal danese soprattutto nel vocabolario), anche quelli che hanno come madrelingua il groenlandese orientale (3.000 persone) o il dialetto di Qaanaaq, nel nord dell’isola (circa 1.000 persone).
Come per i Sámi, anche per gli inuit della Groenlandia, in quanto popolazioni originariamente non stanziali, possono solo con difficoltà essere ricondotti a schemi predefiniti di popolo e nazione.
Norvegia
Nonostante la sua estensione (ca. 385.000 km²) in realtà le zone coltivabili in un paese tanto montuoso sono ben poche: le tre aree più importanti sono dunque sempre state le stesse di oggi: il fiordo di Oslo (dove ci sono le regioni più importanti nell’antichità: Rømerike, Østfold, Vestfold e poi Agder) fino all’odierna Stavanger; Bergen (la capitale della regione dei grandi fiordi ad ovest) e Trondheim (la città più importante della zona del nord, chiamata Trøndelag, un tempo si chiamava Niðaróss in quanto posta alla foce del fiume Nidelv). A nord si stendevano aree solo nominalmente sotto il controllo dei re di Norvegia, poco popolate da scandinavi soprattutto nella zona costiera, fin alle isole Lofoten, dove cominciava la frontiera dei Sami (Finnmark), che però prima scendeva ben più a sud e gradualmente si sposta sempre più a nord. Nel sec. IX sembra che il centro del potere fosse piuttosto localizzato nel Vestfold (la parte occidentale del Vik, il fiordo di Oslo) dove sorgeva l’importante centro commerciale di Kaupangr); piccoli re locali governavano fino almeno al fiume Gautelf (oggi Göta, in Svezia).
La prima capitale della Norvegia fu Trondheim nel tardo Medio Evo fu spostata a Bergen, che fu anche la più settentrionale città della Lega anseatica. La Norvegia medievale comprendeva anche lo Jämtland, mentre le regioni abitate dai Sámi erano solo nominalmente sotto controllo norvegese.
La Norvegia è oggi un paese di ca. 4 milioni e mezzo. Appartengono al regno anche l’arcipelago delle Isole Svalbard (in base ad un trattato del 1920) e l’isola Jan Mayen. Si tratta di isole ben oltre il circolo polare artico, quasi completamente spopolate se non per pochi studiosi e tecnici.
Sámi
La Norvegia, come la Svezia e la Finlandia (ma anche la penisola russa di Kola), ha al nord consistenti minoranze etniche di Sámi (anche detti Lapponi, nome poco amato dai Sámi). Dal punto di vista etnico, è difficile trovare un corrispondente europeo o asiatico dei Sámi, anche a causa dell’altissimo grado di mescolanza con le popolazioni germaniche e finniche.
Tuttavia, le lingue sámi (una decina, tutte assai affini e tuttavia non sempre intercomprensibili) sono del tutto irrelate con le parlate scandinave, mentre sono più vicine al finnico, con cui condividono l’origine uralica. La convivenza per secoli con i finlandesi può aver portato ad un influsso più profondo di quello delle lingue scandinave (che si riflette soprattutto in prestiti lessicali), sì che molti studiosi del novecento hanno ritenuto le parlate sami molto vicine a quella finnica ed estone (ramo balto-finnico delle lingue uraliche).
Le varie lingue rappresentano quasi sempre un continuum in cui a fatica si distinguono i confini tra una lingua e l’altra, tranne che laddove ragioni storiche e geografiche hanno prodotto un confine linguistico. In tutto, meno di 20.000 persone parlano queste lingue (la più diffusa è il sami settentrionale, parlato da circa 15.000 persone nelle estreme propaggini settentrionali di Norvegia, Svezia e Finlandia). Oggi in tutti e tre i paesi scandinavi i Sami hanno una loro assemblea con vari poteri consultivi. Le lingue sámi sono state ammesse al rango di lingue ufficiali tra gli anni ’80 e il 2000.
Tracce in toponimi e singoli lessemi di precedenti parlate sami in aree oggi a maggioranza finnica e carelica permettono di suppore anticamente una diffusione molto maggiore di queste lingue. In realtà, prima della seconda metà del Novecento, tutti i paesi del Nord hanno trattato molto duramente i loro Sámi, costringendoli a forza ad imparare la lingua del paese di appartenenza, soprattutto tramite l’educazione e la religione.
Islanda
Colonizzata alla fine del sec. IX da esuli norvegesi che fuggivano dal potere centralizzato di Harald Bellachioma, e che istituirono una società aristocratica basata su þing regionali tutte governate da un’assemblea suprema, l’Alþingi, che si teneva una volta l’anno nella zona di sud-ovest, in quello che tutt’ora si chiama Þingvellir (“Valle della thing”). Cadde sotto la Norvegia nel sec. XIII e da allora non recuperò l’indipendenza prima del novecento.
La zona di più intesa urbanizzazione è sempre stata l’area meno gelida dell’Islanda, bagnata dalla corrente del golfo e riscaldata dalle sorgenti termali che diedero alla zona il nome di Reykjavík (“baia dei fumi [vulcanici]”). In Islanda la temperatura estiva supera anche i 15 gradi, nonostante l’isola sfiori a nord il circolo polare artico. In età antica l’Islanda era divisa in quattro distretti (come lo Shire tolkeniano), di cui quelli occidentali erano più piccoli perché più popolati. Ancora oggi al centro della mappa politica dell’Islanda c’è un buco: pochissimi dei circa 250.000 abitanti (sparsi su oltre 100.000 km²) vivono nelle zone più interne, dove le comunicazioni sono difficili e il clima impervio.L’Islanda ha una tradizione di spiriti protettori chiamati ‘creature’ vættir, che si basa su numerese testimonianze; la più suggestiva e giustamente famosa è un passo della Ólafs saga Tryggvasonar cap. 33 contenuto nella Heimskringla di Snorri Sturluson: il re di Danimarca Haraldr Gormsson, dopo aver sottomesso la Norvegia, invia in Islanda un mago per raccogliere informazioni sull’isola. Questi si trasforma in balena e giunge in vista dell’isola, ma non può salirvi perché si trova la strada sbarrata dagli spiriti-guida di quattro condottieri islandesi. Queste, in forma di drago, toro, uccello e gigante, impediscono al mago di approdare guidando contro di lui le landvættir, le creature protettrici della terra d’Islanda, di cui l’isola brulicava. Di fronte a questo evento, il re di Danimarca avrebbe rinunciato ad aggredire i coloni norvegesi che si andavano stabilendo in questa terra. L’evento ha una tale rilevanza nella coscienza nazionale islandese, che ancora oggi campeggiano nello stemma nazionale le immagini dei quattro spiriti-guida, chiamati (impropriamente) landvættir.
L’Islanda si è resa indipendente dalla Danimarca solo nel’’900. Da allora, ha ripreso l’orgoglio delle sue tradizioni (la sua letteratura, soprattutto medievale, e la sua lingua assai arcaica, simile all’antica lingua degli Scandinavi). Ancora oggi, i forestieri in Islanda sono costretti ad assumere nomi islandesi (con patronimico) e ogni oggetto straniero è rinominato con parole islandesi (inventate o composte da elementi autoctoni) da un’apposita istituzione. Ciononostante, nessuno ha mai tolto la lingua danese dalle materie di insegnamento nella scuola.
Svezia
La Svezia è una delle più grandi nazioni europee (450,000 km², per circa nove milioni di abitanti).
Storicamente divisa in quattro grandi regioni: Götaland, Svealand, Norrland (comprendente il nord del golfo di Botnia) e Österland (oggi corrispondente alla Finlandia centro-meridionale).
La punta meridionale della penisola, la Scania, storicamente è danese: è diventata svedese in età moderna. Sulle coste della Finlandia esistono ancora nuclei di popolazione di lingua svedese.
Storicamente più indipendenti ma sotto la sfera d’influenza le due grandi isole di Öland e di Gotland. Un collana di isole di grande bellezza, le Åland, collega l’Uppland, la regione di Stoccolma, alla Finlandia sudoccidentale.

Alcuni nomi di contee svedesi mostrano come originariamente la regione degli svedesi fosse assai più limitata: il Södermanland in origine doveva segnare il confine meridionale, il Västmanland quello occidentale, prima che fossero conquistati il Götland e il Värmland; lo stesso nome Uppland per la regione di Uppsala (l’antica capitale, una ventina di km a nord di Stoccolma) fa pensare ad un terra di confine settentrionale: quando il nome fu creato, prima dell’età vichinga, a nord di Uppsala si stendeva il Kvenland, la terra dai Kainuu, una popolazione di ceppo finnico, che ancora più a nord si fondeva con i Sámi e che fu gradualmente assorbita dall’imperialismo scandinavo.
Le città più importanti sono Stoccolma, Göteborg, Lund, Malmö. Storicamente, la regione di Stoccolma e dell’antica capitale pagana, Uppsala, è la vera e propria Svezia: l’area a sud, il Götland, fu assoggettata poco prima del 1000. A nord di Stoccolma si stendevano terre poco abitate, in parte sotto l’influenza dei re di Norvegia (lo Jämtland fu ceduto alla Svezia nel ‘600).
Finlandia
Storicamente un possedimento svedese, poi granducato di Russia dall’Ottocento. Schiacciata tra la Svezia e la Russia, solo in questo secolo la Finlandia ha acquisito una sua indipendenza e una sua stabilità, nonostante la Finlandisation, la politica di subalternità all’Unione Sovietica – grazie alla quale, comunque, la Finlandia non fu aggredita dall’imperialismo comunista e poté conservare un’economia di mercato.La cultura finlandese dipende molto da quella svedese, e ancora oggi basta il 10% di parlanti svedese in un comune per dichiararlo bilingue, mentre l’insegnamento della lingua svedese è offerto nelle scuole anche ai parlanti finlandese – i quali di solito non sono molto contenti di dover imparare questa lingua tanto difficile quanto scarsamente utile. Lo stesso stemma simbolo della Finlandia è chiaramente di derivazione scandinava, come mostrano i colori e l’immagine del leone con la corona.
La più antica città finlandese, Turku (Åbo in svedese) fu la capitale della Finlandia svedese prima di Helsinki, la capitale attuale. Della Finlandia storicamente faceva parte anche una parte della Carelia che attualmente si trova nei possedimenti russi al di là del confine; i suoi abitanti sono stati pesantemente russificati e oggi le due lingue, il careliano e il finnico, sono molto più lontane, come anche le due culture (la Finlandia di impronta luterana e scandinava, la Carelia russa di impronta ortodossa e russa). Alla Finlandia sono unite le Isole Åland, cedute (con la Finlandia) alla Russia. La capitale delle isole è Mariehamn, Maarianhamina in finlandese.
Il finlandese è una lingua uralica, originariamente agglutinante come l’ungherese (e il turco), ma fortemente influenzata anche nelle sue strutture più profonde dalle lingue scandinave, svedese in testa, sia per prestititi lessicali (tulli dallo sved. toll “dogana”), morfologici (per es. il pronome di terza persona singolare hän dallo svedese hann “egli”, e un sistema di casi che in realtà nasce da postposizioni) e persino sintattici (per es. l’espressione olkaa hyvä che ricalca lo svedese varsågod “prego” [letteralmente: “sii così buono”]).
Le origini dei paesi scandinavi
1. Dall’età vichinga al Medio Evo
Le popolazioni germaniche, originarie dal sud della Scandinavia, si spostano quasi tutte, soprattutto durante la Völkerwanderung, il periodo delle migrazioni di popoli germanici (IV-VI secolo) verso territori dell’Impero romano. Gli Scandinavi sembrano invece essere state le popolazioni più stabili: l’unico spostamento di rilievo avviene verso ovest, quando i Danesi occupano lo Jutland lasciato libero da Juti, Angli e Sassoni. Le sedi dei popoli scandinavi arrivavano più o meno a Stoccolma nell’odierna Svezia e a Trondheim o poco più a nord in Norvegia, tranne lungo le coste, dove era possibile spostarsi anche per via di terra o più spesso per mare. A parte le coste, a nord di Trondheim si stendevano i domini di popolazioni uraliche, Sámi (più in Norvegia) e Kainuu (più in Svezia e Finlandia settentrionali).
I popoli scandinavi avevano un ordinamento sociale piuttosto omogeneo, tipicamente germanico, basato su un’assemblea degli uomini liberi (thing); al vertice della società c’era un re (konungr) connotato per la nobile schiatta (la parola germanica *kuningaz deriva da *kunja “stirpe”. Inoltre esistevano tra i nobili alcuni che si fregiavano del titolo di jarl, termine che impropriamente è spesso tradotto con l’italiano “conte”, che sembra indicare un uomo dotato di particolare autorità, non solo sociale ma anche religiosa. Non sembra, invece, essere esistito un clero separato dal resto della società prima della Conversione, come i druidi celtici.
La società germanica privilegia la stirpe sull’individuo: per un singolo, ancora nelle saghe islandesi, non è raro essere presentato con cinque o sei patronimici. Spesso vi si descrivono le gesta del nonno e del padre del protagonista; così la saga si può descrivere come la storia di un clan, più che di un singolo.
Esisteva una divisione in classi: in età vichinga si distinguevano servi, uomini liberi (contadini) e nobili guerrieri.
Un antico poema contenuto in una raccolta messa per iscritto nel sec. XIII in Islanda e chiamata Edda, la Rígsþula (Elenco di Rígr) racconta una strana storia in cui un dio pagano, Heimdallr (la sentinella del regno degli dèi) detto Rígr (“il potente”) nel corso dei suoi viaggi sulla terra incontra tre coppie umane. Dapprima incontra Bisnonno e Bisnonna, poverissimi, che vivono di stenti. Poi si reca da Nonno e Nonna, contadini di buona condizione. Infine, Rígr trova Padre e Madre, l’uno dedito alla caccia e alle armi, l’altra a farsi bella. Da ciascuna delle tre coppie Rígr ottiene ospitalità e dalle tre donne Rígr concepisce un figlio: il primo sarà il progenitore degli schiavi, il secondo dei contadini, il terzo dell’aristocrazia guerriera. Si tratterebbe di una reminescenza di ondate migratorie nella Scandinavia, dove gli antichi abitanti sarebbero stati declassati dai nuovi conquistatori.
Comunque, le comunità scandinave, tendenzialmente poco numerose anche a causa delle dure condizioni di vita, mostrano assai presto una certa tendenza fisiologica ad un maggiore egualitarismo, dove anche le donne e gli individui nati da matrimoni non regolari (magari di origini etniche non totalmente germaniche) possono aspirare a svolgere un ruolo nella società.
Già prima dell’età vichinga, tra VI e VIII secolo, esistevano varie tribù in Norvegia: la zona più importante era il fiordo di Oslo, mentre più a sud si stendeva il dominio di un’altra popolazione scandinava, i Gauti (i Geati del Beowulf), che occupavano grosso modo la parte meridionale dell’odierna Svezia (tranne la Scania, ovviamente, che per tutto il Medio Evo resta danese), e che già prima del mille furono sottomessi agli Svear, originari della regione di Uppsala, dove molto più tardi sarebbe sorta anche Stoccolma, tra il lago Mälaren e il Mar Baltico (cf. fig.1).
I primi raid vichinghi avvennero sulle coste dei Paesi bassi nel corso dell’VIII secolo, nei grandi centri commerciali nei quali i vichinghi erano prima capitati per affari: infatti i “vichinghi” sono insieme pirati e mercanti.
Tuttavia, il primo raid importante, che segna l’inizio dell’età vichinga, avviene nel 793, quando i vichinghi abbandonano le speranze di attaccare le coste dell’impero di Carlo Magno (m. 814) per attaccare l’Inghilterra anglosassone.
Alla fine dell’VIII secolo, la parte anglosassone dell’isola era divisa in una serie di regni: i più importanti erano Northumbria, Mercia, Kent e Wessex, perpetuamente in lotta tra loro e con i Celti rimasti in Cornovaglia, Galles, Scozia (dove ancora resistevano anche i Pitti, una popolazione ancora più antica dei Celti, cf. fig. 2 ).
I vichinghi, dunque, ne approfittarono per saccheggiare il monastero northumbro di Lindisfarne. Il loro arrivo in Inghilterra sancirà il graduale spostamento del livello di cultura e di potere dai regni anglosassoni del nord (Northumbria e Mercia) al Wessex. La capitale del regno, Winchester, sotto la guida di re Alfredo il grande (m. 899) diventerà capitale di tutta l’Inghilterra tardo-anglosassone.
L’Inghilterra fu meta soprattutto di vichinghi danesi, che nel corso del sec. IX costituirono un’area di influenza forte nell’Inghilterra orientale, che fu chiamata Danelaw (area sottoposta alla legge dei danesi), mentre i Norvegesi, politicamente più disomogenei, si appropriavano di territori meno estesi, prevalentemente sulle coste e tutte le isole del Mare del Nord: Faroe, Shetland, Orcadi, Ebridi, Man.
In Irlanda, Scozia e Inghilterra, invece, i norvegesi tenevano principalmente alcune basi: la più importante per l’Irlanda fu Dublino, per l’Inghilterra probabilmente York o forse l’Isola di Man, da cui lanciarsi in spedizioni militari, spesso sfruttando le rivalità tra i regni irlandesi o britannici (in Scozia si scontravano allora già Pitti, Celti e Anglosassoni). Man fu prediletta per la sua posizione strategica, e anche dopo la definitiva sconfitta dei vichinghi in Inghilterra rimase sede di un vasto regno che abbracciava le isole del Mare del Nord (ancora oggi rimane in Man un parlamento nel Tynwold, reminescenza della thing scandinava).
Nel corso dei secc. IX e X terrorizzeranno regolarmente gran parte dell’Europa cristiana, attaccando là dove trovavano un vuoto di potere, soprattutto sulle coste della Francia, Olanda, Germania, Belgio e Inghilterra (ma anche in Spagna, Portogallo e nel Mediterraneo).
La minaccia vichinga scemò con l’ingresso nell’orbita culturale e politica europea successiva al cristianesimo. I primi tentativi di cristianizzazione risalgono almeno al sec. IX, con il monaco Ansgar che partì dalla diocesi di Amburgo-Brema per predicare in Sjælland e a Birka, una grossa base commerciale pochi chilometri a sud di Uppsala.
Danesi e Norvegesi avevano numerose occasioni per trovarsi in contatto con popolazioni cristiane. In un primo tempo, i vichinghi sembrano aver adottato l’uso della prima signatio, una consacrazione meno impegnativa del battesimo, che permetteva ai cristiani di avere contatti con chi l’avesse ricevuta (mentre i contatti con i pagani erano proibiti o comunque riprovati), ma la pressione e l’azione missionaria, sia dall’Inghilterra sia dai regni franchi fu tale che alla fine dovettero rinunciare al paganesimo, non sempre di buon grado.
I primi a convertirsi furono i Danesi: a testimonianza resta la pietra di Jellinge in Danimarca, un monumento inciso in un rune, eretto intorno al 980, in cui il re Harald Denteazzurro si vanta di aver conquistato la Norvegia e di convertito i Danesi al Cristianesimo.
Contemporaneamente, anche i primi re norvegesi cercavano di creare un regno unitario sotto il controllo di un re e di un clero a lui fedele, secondo il modello europeo, in particolare anglosassone. L’aristocrazia norvegese era particolarmente riottosa in proposito, e già alla fine del sec. IX l’unificazione del regno sotto re Harald bellachioma (m. 933) aveva prodotto un flusso di esuli norvegesi aristocratici che si stanziarono in Islanda per mantenersi indipendenti e da lì nel corso dell’XI sec. colonizzarono la Groenlandia e arrivarono a fondare basi di esplorazione fino in Labrador.
Olaf Tryggvason e Olaf il grosso (poi detto il santo) tra la fine del X e la prima metà dell’XI riuscirono a convertire i norvegesi in un bagno di sangue, schiacciando la resistenza guidata dalla casata degli jarl di Lade (oggi una piccola città vicino Trondheim), ma il colpo di grazia fu dato ai pagani dalla breve egemonia di re Canuto il grande (m. 1035), che aveva riunito la Danimarca e l’Inghilterra in un unito regno cristiano e che dal 1028 fu riconosciuto re di Norvegia.
L’Islanda, tuttavia, giocò d’anticipo e si convertì per decisione dell’Althingi nel 1000, pur lasciando la libertà di praticare culti pagani in privato. In questo modo, gli islandesi tolsero ai re di Norvegia il pretesto per tentare di convertirli con la forza (come avvenne poi per altre popolazioni, come i Finlandesi e gli Estoni).
Nel 1060 fu fondata la prima diocesi del nord europa a Lund, in territorio danese, che divenne il nuovo centro di missionariato, sotto il controllo dei re di Danimarca.
Nel frattempo, i re di Norvegia avevano posto la loro capitale a Niðarós (Trondheim), proprio la città dove la resistenza dell’aristocrazia pagana era stata più forte (ma anche più lontana dagli altri paesi scandinavi e dunque più sicura); nel 1152, a Trondheim fu istituita una nuova arcidiocesi: furono sue suffraganee tutte le diocesi delle terre culturalmente influenzate dalla Norvegia: le due diocesi dell’Islanda (Skálholt e Hólar), le Faroe, la Groenlandia, le Isole Shetland, Scozia e Isola di Man. La fig. 3 mostra i regni scandinavi nel XII secolo (rispettivamente in azzurro, verde pallido e rosa sono segnate le aree di espansione di Svedesi, Danesi e Norvegesi nel corso del sec. XIII).
L’età vichinga si chiude con un’ultima conquista. Nel 910 un capo vichingo Rollone (Hrólfr) aveva ottenuto un feudo e il titolo di duca e il permesso di stanziarsi con i suoi uomini in quella che sarebbe divenuta la Normandia: gli uomini del nord si convertirono al cristianesimo e sposarono donne del luogo, e nel giro di poche generazioni dell’antica cultura scandinava erano rimasti alcuni usi e un certo numero di prestiti in francese, soprattutto negli ambiti in cui i vichinghi erano considerati superiori: la guerra e la navigazione.
Nel sec. XI i duchi di Normandia avevano unito il proprio nome a quello di re Canuto di Danimarca e d’Inghilterra e per questo quando ci fu un momento di crisi del regno anglosassone nel 1066 l’allora duca di Normandia, William “il bastardo” decise di intervenire nello scontro tra l’erede anglosassone Harold Godwinson e il re di Norvegia Harald hardradi: quando Harold ebbe sconfitto l’invasore, William attaccò e divenne il nuove re d’Inghilterra, portando con sé l’influsso francese sull’isola; da questo momento, l’inglese comincia la lunga fase di métissage che lo porterà ad assorbire un certo numero di elementi scandinavi, portati dagli abitanti scandinavi che erano rimasti nella Danelaw, ma soprattutto una gran quantità di termini romanzi (latini o francesi).
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L’età vichinga si svolge in modo assai diverso in Svezia. Mentre i Danesi e i Norvegesi si concentravano sulle rotte dell’ovest e del nord (Norðvegr, da cui deriva il nome della Norvegia), dove avevano occasione perpetua di incontrare cristiani, gli Svedesi, ancora pagani, volsero le loro spedizioni verso l’Austvegr, la ‘via dell’est’, fondando basi commerciali ed esigendo tributi dalle popolazioni. La loro prima base commerciale, a (Staraja) Ladoga, fu fondata nell’VIII secolo, ma il primo regno dei vichinghi svedese, che poi sarebbero stati chiamati “vareghi” fu fondato a Novgorod nel IX secolo. Da lì fondarono basi commerciali fino ad arrivare nell’odierna Ukraina, a Kiev, e spingersi fino a Bisanzio. Là nel sec. X i variaghi, ormai chiamati Rus’ (da un termine svedese *rodsmen “uomini del remo”), cominciarono a mischiarsi con la preponderante popolazione slava fino a mantenere solo alcuni toponimi (Smolensk, dallo scandinavo Smálenskja) e antroponimi (Oleg, Vladimir da Helgi, Valdemar). Tra gli usi linguistici peculiari dei Rus’ vale la pena segnalare quello della parola garðr, che in antico nordico vale di norma “recinto; fattoria” (dalla stessa radice deriva anche l’inglese moderno garden), ma che i Rus’ utilizzavano nel senso di “città” (da cui il russo gorod), al punto che la Russia scandinava è chiamata dalle fonti nordiche “Regno dei garðar” (Garðaríki) e tramite i Rus’ gli scandinavi impararono a chiamare Miklagarði (“Grande garðr”) la più grande metropoli di cui avessero notizia: Costantinopoli.
Alla fine del secolo X, i Rus’ si convertirono al cristianesimo ortodosso, distaccandosi così dalla Svezia pagana ed entrando nell’orbita di influenza bizantina (l’imperatore bizantino fece dei vareghi la sua guardia del corpo personale). La fig. 4 mostra l’espansione dei Rus’ nell’attuale Russia e Ucraina.
La Svezia rimase pagana ancora fino all’inizio del sec. XII, come risultato della conversione ad opera di Erik il santo, e nel 1164 fu fondata un’arcidiocesi anche in Svezia, in quella che prima era stata la capitale della Svezia pagana, Uppsala. Erik il santo fu anche fautore della prima campagna di cristianizzazione dei Finlandesi, che assunse i toni di una vera crociata (cioè una guerra di conquista), forse per compensare la perdita dei possedimenti russi.
Nel sec. XIII troviamo la Svezia divisa nelle sue quattro regioni: Svealand, Götaland, Norrland (la terra dei Kainuu e dei Lapponi fino a nord del Golfo di Botnia) e Östland nell’odierna Finlandia, prima di tutto costiera, con la prima città fondata a Turku (il cui nome svedese è Åbo).
Lo stesso sec. XIII vede il rafforzamento del regno di Norvegia (che dal sec. XII comprendeva anche la regione dello Jämtland, oggi svedese), in particolare quando l’Islanda, stremata dalle lotte intestine, cadde nelle mani dei suoi re, e con essa la Groenlandia.
Intanto, anche la Danimarca cercava un’egemonia nel Baltico; aveva esteso il suo influsso alle coste dell’odierna Germania (Rügen) e Polonia (Pomerania) e nel 1219 aveva sottomesso Tallinn (il nome attuale significa appunto “Castello dei Danesi”) con gran parte dell’Estonia (cf. nuovamente fig. 3).
Però nello stesso XIII secolo sorsero nuovi poteri: dalla Germania settentrionale, la Lega anseatica provocò gradualmente la perdita di gran parte dei possedimenti orientali della Danimarca, anche con l’aiuto dei Cavalieri teutonici, l’ordine di monaci guerrieri che nello stesso secolo aveva cominciato a dirigere la sua espansione verso la Prussia, allora popolata da genti di lingua baltica e di cultura pagana, che furono poi assimilate culturalmente dagli invasori. Anche il regno di Scozia si appropriò dei terreni dell’isola ancora riconducibili alla corona di Norvegia.
La cultura scandinava tra medievale e moderno
Le saghe islandesi
La letteratura islandese antica rimane in ambito scandinavo la base di partenza, in qualche modo affine ai nostri antichi romani o al nostro rinascimento, ma con un gusto ben più rude.
Le popolazioni scandinave del Medio Evo bellicose e fiere possono sembrare tutt’altro che inclini alla poesia, e invece la loro letteratura medievale è molto più originale (e dunque, più interessante dal punto di vista storico e antropologico) rispetto a quelle germaniche continentali, anche perché indulge meno al filone spirituale-ecclesiastico, che è invece tanto importante in ambito anglosassone e tedesco.
In realtà, la parola saga (pl. sögur) significa semplicemente “narrazione, storia” (dalla stessa radice del verbo germanico *sagjan dal quale derivano da. sige, no. si, sv. säga, isl. segja, ing. say, ted. sagen), e in effetti la saga è una forma narrativa più che un genere: una narrazione di una certa ampiezza, con un argomento più o meno vagamente storico, mentre per le narrazioni più brevi si preferisce la dizione di þáttr “capitolo” (pl. þættir); la scelta dell’uno o dell’altro termine non è affatto alcune storie possono avere entrambe le diciture.
Il significato oggi di saga, che per lo più indica una storia ‘famigliare’, è dovuto alla concezione dell’individuo tipica della società aristocratica islandese e di ogni società tribale, in cui la propria discendenza coincide con la propria identità: il singolo individuo esiste solo all’interno di una famiglia, per cui anche la saga di un grande eroe come il poeta Egill Skallagrímsson dedica più di un terzo dello spazio alle gesta dei suoi parenti.
Tra le saghe, possiamo distinguere grosso modo quelle realistiche, che narrano per lo più le storie dei grandi eroi e clan islandesi, o dei re di Norvegia, da quelle leggendarie o fantastiche, ambientate nei paesi del Nord in epoca precedente all’insediamento in Islanda, oppure nei paesi del sud Europa; in quest’ultimo caso, si tratta di testi che rielaborano o imitano romanzi cavallereschi della tradizione basso-medievale francese e tedesca.
A fianco delle saghe, l’altro monumento nazionale alla cultura scandinava sono le due opere intitolate Edda: una raccolta di carmi eroici e mitologici di tradizione orale, messa per iscritto nel sec. XIII, e un manuale di mitologia ad uso dei poeti di corte ad opera di un intellettuale islandese di nome Snorri Sturluson, preziosi documenti della religione pagana dei Germani.
Proprio sulle saghe e sull’Edda si baserà la rinascita di interesse per le proprie origini (chiamato ‘goticismo’ perché i Goti sono individuati come il popolo ‘barbaro’ per eccellenza, come conquistatori di Roma dagli umanisti, che bollano con l’etichetta di ‘gotico’ tutto ciò che è medievale e dunque rozzo e incondito) che in Scandinavia avrà una prima fase nel Seicento, sotto l’influsso degli studi di nordistica di cui l’esponente più importante è Árni Magnússon (m. 1730).
Ma già prima lavorano altri studiosi, come il danese Ole Worm: il suo Literatura runica rappresenta la Bibbia del goticismo, ma anche la Antiquitates danicae di Thomas Bartholin, la traduzione dell’Edda di Snorri ad opera di un pastore protestante, Peder H. Resen, e un manifesto del goticismo, Atland eller Manheim di Olof Rudbeck, in cui questo bizzarro erudito svedese proponeva di identificare l’Atlantide con la Svezia sulla base di un’interpretazione allegorica della Snorra Edda.
Le saghe scandinave hanno un nuovo momento di gloria a metà del ‘700, quando P.H.Mallet pubblica la sua Histoire du Danemarc: le antichità scandinave arrivano tra gli europei con effetto dirompente, dando vita ad una passione goticista di cui gli Svedesi rivendicavano la primazìa tramite l’esibizione dell’etnonimo Götar e del toponimo Gotland.
Se il primo Settecento vide un momento di discredito del goticismo, con l’affermarsi anche nel Nord di una cultura illuminista e cosmopolita di lingua francese, nell’Ottocento il Medio Evo diventerà il nuovo un modello estetico, in cui le letterature più profondamente ‘barbariche’ (cioè diverse da quella cristiana d’ispirazione latina) sono le più amate: e queste due culture, entrambe poste nel nord, sono quella celtica e quella germanica (identificata spesso tout court con quella scandinava).
Del Medio Evo si vede soprattutto l’epoca in cui i diversi popoli europei hanno trovato la loro identità, in cui sono nati francesi, tedeschi, inglesi, scandinavi e persino gli italiani (visti come eredi dei Longobardi, dunque ‘Lombardi’ – chiaramente in un’ottica italica settentrionale).
In particolare, si parte dal concetto herderiano di Volk (con un proprio spirito, il Volksgeist, meglio apprezzabile tramite la letteratura popolare) per approdare alla creazione dell’Anello dei Nibelunghi wagneriano, ma anche a The Story of Sigurd the Volsung di William Morris, ma anche alle suggestioni longobarde di Manzoni. Da notare che nell’Ottocento tedesco si afferma l’abitudine ad utilizzare deutsch anche la cultura germanica di origine scandinava (anche se non le culture scandinave moderne), mentre quello inglese preferisce Teutonic. Il Novecento vedrà il prevalere di Germanic nelle lingue europee (termine che i tedeschi consideravano sinonimo di deutsch: da cui il Deutsches Archäologisches Institut è Istituto Archeologico Germanico).
L’Ottocento vede la nascita di studi più estesi e completi di folklore (per esempio, Bachtold-Stäubli pubblica il suo Handbuch des deutschen Aberglaubens), che continueranno nel Novecento.
Alla fine dell’Ottocento l’enfatizzarsi del legame tra popolo e terra natìa si tinge di rivendicazioni anti-moderniste nei paesi industrializzati, Inghilterra e Germania, mentre i paesi scandinavi – allora economicamente e culturalmente meno progrediti – conservano un’etica protestante, severa e onesta e un genuino attaccamento alla natura, mantenendosi però fermamente progressisti.
L’Ottocento vede il progresso nell’istruzione delle classi subalterne, grazie all’impegno del danese Grundtvig e dei suoi emuli. Il progresso industriale e la crescita di una classe operaia spostano gradualmente i partiti della sinistra storica agraria verso posizioni conservatrici di fronte a partiti operai di tradizione marxista che in Scandinavia fanno da subito una scelta moderata e ‘governista’ (oggi si direbbe ‘riformista’).
Verso la fine dell’Ottocento l’unico paese in cui il romanticismo prosegue in senso sempre più nazionalistico è la Germania. Ciononostante, le saghe e l’Edda mantengono la loro popolarità ancora nella seconda metà del Novecento anche nel resto d’Europa: mentre un William Morris entusiasta cerca di tradurre opere scandinave medievale nella propria lingua (ma soprattutto di riscriverle, per adattarne trame e stile al gusto contemporaneo), lo svedese Viktor Rydberg edifica un vasto monumento in cui fonde darwinismo e mitologia delle origini scandinave: il popolo visto come insieme di razza e cultura. Rydberg pubblica Undersökningar i germanisk mythologi (1886);Fädernas gudasaga (1887, una versione per bambini) e un secondo volume di Undersökningar i germanisk mythologi (1889). Il primo volume delle Undersökningar fu tradotto in inglese nel 1889 con il titolo Teutonic Mythology: Gods and Goddesses from the Northland.
La teorizzazione di Rydberg sarà uno dei pilastri (pseudo-)scientifici dell’elaborazione nazista (quello estetico, naturalmente, è l’Anello dei Nibelunghi).
Per completare la mistica razzista, le mancava un’anima spirituale, che sarà rappresentata in parte da elementi di cattolicesimo (mutuati, per esempio, dal mistico tedesco Meister Eckhart), in parte da elementi protestanti: uno dei fondatori della fede ‘germanica’, Julius Langbehn, era un estimatore del pastore protestante svedese Emanuel Swedenborg (m. 1772), con le sue teorizzazioni teosofiche “l’uomo, il mondo e Dio sono un’unica cosa”.
Questi elementi furono innestati con elementi di paganesimo germanico: primo fra tutti le misteriose rune, un alfabeto di cui Rydberg sottolineava l’uso magico – allora non si conoscevano i risultati degli scavi archeologici nella città norvegese di Bergen, dove sono state ritrovate centinaia di bacchette di legno sono incise con messaggi runici del tutto quotidiani, spesso anche in latino, ma che gli occultisti dell’Ottocento volevano vedere come segni mistici con una corrispondenza nel creato, una credenza che poi è migrata nella New Age; ma anche la credenza in un aldilà guerriero. L’occultismo infatti era una tipica passione ottocentesca (spiritismo, teosofia, nascita delle prime sette non cristiane su suolo europeo dopo oltre un millennio), insieme all’istituzione di società segrete, alcune delle quali costituirono il nerbo del movimento nazista.
Aggiungete la retorica antimodernista ottocentesca e la rivalutazione del rapporto tra l’uomo e la terra per avere l’essenza della concezione nazista della vita: il Blut und Boden (il sangue e il suolo). Tuttavia, con il graduale avvicinamento all’Italia, la Germania nazista passa dal mito già ottocentesco, il capo germanico capace di sconfiggere le legioni romane visto come campione dell’indipendenza del proprio popolo, a Cesare, cioè il fondatore di un impero romano (con l’aggiunta del concetto di ‘fardello dell’uomo bianco’ tanto caro all’Ottocento europeo).
Questi elementi combinati dettero origine alla mistica nazista, di cui il fascismo si tenne alla larga per escogitare una propria concezione del mondo forse altrettanto indigesta, basata in parte sul mito imperiale di Roma, in parte sul Medio Evo cattolico nell’ottica di Novalis, senza peraltro rinnegare il decadentismo di D’Annunzio o il futurismo di Marinetti. In ambito nazista esisteva un’ambiguità nella visione degli Italiani, in parte considerati eredi di Roma (in positivo, cioè di un’idea di impero assai allettante; in negativo, in quanto ex dominatori delle genti germaniche), in parte considerati eredi dei Longobardi (e ci fu chi seriamente disse che il Rinascimento italiano era nato grazie ai Longobardi, facendo notare come esso fosse nato più a nord che a sud).
Questa differenza tra fascismo e nazismo tuttavia oggi è inattuale, perché la destra italiana fascista è morta a Salò, dove il Nazismo ha assimilato il fascismo – oggi i neofascisti usano rune e altri parafernalia nazisti che i veri fascisti avrebbero forse trattato con maggiore circospezione.
Tutta questa mistica nazista, aveva i suoi estimatori in Scandinavia, dove nell’Ottocento l’influsso tedesco era assai forte tanto dal punto di vista culturale quanto dal punto di vista economico. Resta da notare che i nazisti scandinavi subivano più l’influsso di Arminio che di Cesare, dunque uno stato razzista sì, ma indipendentista, in cui temi come per esempio la cosiddetta ‘questione ebraica’ avevano tutto sommato un ruolo marginale: ricordiamo che la Finlandia alleata dei nazisti si rifiutò di consegnare i propri ebrei, la Danimarca occupata fece di tutto per salvare i propri.
Tutta questa maligna fioritura fu distrutta con la seconda guerra mondiale, dopo la quale le società scandinave cadono sotto l’influenza statunitense dal punto di vista politico, mentre si rifugiano in un panorama politico pan-scandinavo e in una faticosa neutralità.
Rimane una forte tradizione di nazionalismo patriottico, per cui in Scandinavia è comune come negli USA vedere file di casette ciascuna con il proprio pennone cui far sventolare la bandiera patria. Inoltre, come c’è da aspettarsi in paesi dove le distanze sono enormi, c’è anche una tendenza profonda al localismo, che è stata favorita dal decentramento (che ha prodotto però grossi problemi, per esempio di politica linguistica in Norvegia).
Con l’influsso degli Stati Uniti Wagner e i suoi emuli finiscono in soffitta a prendere polvere, mentre arrivano altri influssi culturali, per esempio il jazz, che il nazismo aveva messo al bando. Oggi i paesi scandinavi sono all’avanguardia in fatto di jazz: un nome fra tutti è quello del norvegese (di padre polacco) Jan Garbarek (n. 1947). Copenaghen, inoltre, ospita un importante Jazz festival fin dal 1979. Quando nascerà il movimento degli anni Sessanta, i paesi scandinavi saranno tra i più pronti ad accoglierlo. Concetti come ‘libero amore’, ‘femminismo’, ‘abolizione delle gerarchie’ trovavano corrispondenza in una società che, seppur provinciale, chiusa in un protestantesimo severo e sessuofobo, era già caratterizzata da un forte egualitarismo e dalla responsabilizzazione delle giovani generazioni (non casuale in paesi dove l’alcool devastava – e devasta – le persone invecchiandole precocemente).
La generazione del ’68, che in Italia si è assimilata alla razza padrona o ne è rimasta esclusa, in Scandinavia è arrivata al potere ancora ricca di energia e ha trasformato la società. Possiamo dunque ricapitolare brevemente la cultura scandinava post-68 secondo i tre paramentri ‘sesso’ ‘droga’ ‘rock’n’roll’.
a) Sesso
La Danimarca è stata il primo paese scandinavo a legalizzare la pornografia, addirittura nel 1966 per i libri pornografici, nel 1969 il materiale hardcore. Per anni tra la Germania e la Danimarca ci fu un traffico di persone che andavano a comprare materiale pornografico in quel paese.
Nei paesi scandinavi di norma la prostituzione era legale fino al 1999, quando il governo svedese ha trovato il modo di mettere d’accordo cristiani integralisti e femministe, proibendo l’acquisto dei servizi e non l’offerta (in pratica, rendendo punibili i clienti e non le/i prostitute/i).
Nello stesso anno, la Danimarca ha legalizzato definitivamente la prostituzione per le persone maggiorenni. Oggi in Norvegia è proibito lo sfruttamento della prostituzione, ma anche qui si discute di applicare la ‘soluzione svedese’. La Danimarca appare dunque pronta ad assorbire turismo sessuale dalla Norvegia, oltre che dalla Svezia.
Droga
Contrariamente a quanto si pensi, in nessun paese scandinavo sono depenalizzate le droghe leggere. La Danimarca, tuttavia, conosce una zona dove de factu l’acquisto delle sostanze stupefacenti è possibile: si tratta della città libera di Christiania, un intero quartiere occupato organizzato come un mega-collettivo, dove la vendita di droghe leggere è ammessa, anche se la polizia danese non ne è molto contenta.
Recentemente, Christiania sconta la rivalità di una crescente rete di trafficanti di droga professionisti che in passato hanno addirittura assaltato Christiania sparando sulla folla. Il governo di centro-destra è accusato di non tutelare a sufficienza i cristianiti, colpevoli di occupare una zona di Copenaghen divenuta molto appetibile per speculazioni immobiliari.
Nel resto della Scandinavia, il traffico di droga è nelle mani della criminalità organizzata come negli altri paesi europei. Le droghe chimiche e quelle pesanti sono oggi diffuse, grazie ad una legislazione di stampo proibizionista.
Rock’n’Roll
La musica è l’elemento più vitale della cultura scandinava. In ambito musicale, il paese più dinamico è solitamente la Svezia; tralasciando la musica colta, ci concentreremo qui a dare alcune brevi informazioni di cultura pop.
La Danimarca ha musica di buon livello, ma che raramente esce dalla dimensione locale (un’eccezione non particolarmente brillante è rappresentata dal gruppo degli Aqua). La band più famosa in Danimarca, i Gasolin’, e in particolare il loro fondatore Kim Larsen, rappresentano la vera essenza della musica danese: rock con pretese di impegno socialisteggiante, ma fondamentale a base di canzonette, a volte simpatiche, a volte ridicole e spesso volgari. Qualcuno li ha definiti i “Pooh danesi”, ma il loro impatto nella cultura danese, purtroppo, è ben più ampio.
La Norvegia, a parte il grande compositore e sassofonista Jan Garbarek, ha poco di cui vantarsi dal punto di vista musicale: la proto boy-band degli A-ha è stato il gruppo norvegese di maggior successo nel mondo, non solo negli anni ‘80. La cantante norvegese più famosa oggi è forse Lene Marlin.
Negli anni ’90, la Norvegia è emersa come il paese di riferimento dei fan del Black Metal che ha portato allo sviluppo di una scena meno importante in Svezia e in Finlandia. Il Black Metal è caratterizzato da un approccio dark all’esistenza che spesso sfocia nel Satanismo e nell’Anticristianesimo; così la band norvegese Gorgoroth (si noti il nome tolkeniano) può intitolare un suo album Ad Majorem Sathanas Gloriam.
Le band norvegesi di Black Metal sono tra le poche band scandinave a cantare anche nella propria lingua e non solo in inglese, dato che i testi delle canzoni sono importanti per gli estimatori del genere anche se non sempre rassicuranti per il pubblico più posato, si pensi alla Band Satyricon che nella sua canzone Hvite Krists død “La morte di Cristo” canta (ammesso che il termine “cantare” sia quello più corretto): Vårt korstog har begynt og hvert skritt er en stake gjennom hvite krists hjerte / Vi brenner guds barn på bålet. / Vi brenner guds hus. “La nostra crociata è iniziata e ogni passo è una pugnalata nel cuore di Cristo. Noi bruciamo il figlio di Dio sul rogo, noi bruciamo la casa di Dio”.
In effetti, l’idea di ‘bruciare la casa di Dio’ è tipica del Black Metal, purtroppo destinata a non rimanere una semplice boutade di gusto discutibile. In Norvegia si sono verificati numerosi roghi delle tipiche chiese di legno norvegesi, forse i più bei monumenti del passato cattolico del paese, che hanno reso ancora meno popolari questi gruppi; forse anche per questo, il Black Metal ha molto meno successo in Norvegia che in Italia.
La Svezia ha risposto al Black Metal con un altro tipo di musica metal, i Death Metal, quasi altrettanto melodiosa ma vagamente più rassicurante (ammesso che si possano usare questi termini per indicare il metal).
La Svezia ha poi una percentuale di musica rock e pop assolutamente deteriore, che ha purtroppo invaso il Continente: i Roxette (’80-’90), Army of Lovers (fine ’80), Alcazar (fine ’90). Ma svedesi sono anche gli Abba, la band pop scandinava più famosa di tutti i tempi. Inoltre, la Svezia ha una sua tradizione di musica jazz engagé che va da Monica Zetterlund a Lisa Ekdahl.
La letteratura scandinava
Un riassunto della letteratura scandinava dell’ultimo secolo sarebbe assolutamente impossibile in questa sede, ma possiamo comunque trarre delle conclusioni, per quanto sommarie.
Ciò che più colpisce nel corso del Novecento scandinavo è l’affermarsi di autori che scrivono di ambienti degradati, situazioni poco edificanti o di personaggi schifosi o idioti, come Tarjei Vesaas (Gli uccelli, Iperborea, sul claustrofobico rapporto tra un matto e sua sorella tra i monti di norvegia), Thorkild Hansen (La costa degli schiavi, Iperborea, sugli schiavisti danesi di fine settecento), Pär Lagerkvist (Il nano, Iperborea, ritratto di un essere luciferino sullo sfondo di una malsana corte dell’Italia rinascimentale), Morten Ramsland (Testa di cane, Mondadori, un’infanzia povera di una famiglia scalcagnata tra Norvegia e Danimarca rurale), Göran Tunström (Il ladro della bibbia, Iperborea, un’infanzia povera e disperata nella campagna del Värmland svedese) Erlend Loe (Naif.super, Feltrinelli, sulle gesta tutt’altro che epiche di un ‘eterno ragazzo’), Einar Már Guðmundsson (Orme nel cielo, Iperborea, sulla dura vita del proletariato islandese); un posto a parte meritano i romanzi, pervasi da un umorismo allucinato ma tendenzialmente ottimisti, del finlandese Arto Paasillina, (L’Anno della lepre, Iperborea – unica eccezione Il mugnaio urlante).
L’autore scandinavo forse più famoso al volgere del secolo potrebbe essere Peter Høeg (I quasi adatti; ma anche Il senso della signorina Smilla per la neve in cui mette in scena un vero nervo scoperto della società danese: il trattamento riservato ai Groenlandesi).
I buoni sentimenti, in una società già abbastanza ordinata, democratica, tranquilla, persino zuccherosa, sembrano banditi dalla letteratura. Non a caso, il genere di maggior successo all’estero è il giallo, ambientato negli infiniti spazi scandinavi o nelle piccole, tranquille città, che naturalmente nascondono un cuore nero e marcio.
Si può partire dallo svedese Henning Mankell, che ambienta nelle splendide distese svedesi, tra coste e paesaggi innevati, le inchieste del commissario Kurt Wallander, che pescano sempre nel torbido (più o meno quelle che ci possiamo immaginare: la mafia russa nei paesi baltici, il passato nazista di personaggi insospettabili, la xenofobia latente anche nella corretta Svezia, ecc.). A seguire, svedesi come Åsa Larsson (la natìa Kiruna, persa tra le brume del Nord, è lo sfondo in cui è ambientato Il sangue versato, Marsilio), danesi come Christian Jungesen (ambientazione tipicamente danese, urbana, intorno al Centro Danese per gli Studi sull’Olocausto e il Genocidio di Copenaghen per il suo L’Eccezione, Mondadori), il norvegese Kjell Ola Dahl (Un piccolo anello d’oro, Marsilio, Oslo, città sempre in bilico tra urbanizzazione e la natura che la incorona).
Si intravedono i buoni sentimenti di una classe intellettuale cresciuta a buoni sentimenti ed egualitarismo nordico, sempre attenta al politically correct, ai diritti delle donne e alle minoranze in generale, consapevole dell’enorme fascino dei paesi del nord usato come spunto per analisi sociologiche mai particolarmente originali, spesso in forma di spot in favore dei buoni sentimenti.
Un genere di ampio consumo, adatto non solo a palati raffinati.
Marco Caratozzolo: “Il vento del Nord sulle mura del Cremlino”
La nascita della Rus’ e i primi contatti con la Svezia
Nell’anno 862 d.C. le tribù slave della regione di Novgorod, trovandosi in disaccordo, chiesero ai variaghi (da “var”, giuramento, parola scandinava che indica uomini mutuamente vincolati da giuramento: i variaghi erano una compagine di professionisti che presto divenne plurietnica, comprendendo scandinavi, finni e slavi) di ritornare nelle loro terre per portare ordine, dopo che da queste stesse terre essi erano stati privati del tributo dovuto e scacciati “oltre il mare”. Nella più illustre cronaca russa, la Povest’ vremennych let [Racconto dei tempi passati] si dice infatti: “[Gli Slavi] andarono al di là del mare dai Variaghi, dai Russi. Giacché questi variaghi si chiamavano Russi, così come altri si chiamano Svedesi, altri Normanni, Angli, Goti, così anche questi. Dissero ai Russi i Čudi, gli Slavi, i Kriviči e i Vesi: ‘La nostra terra è grande e fertile, ma ordine in essa non v’è. Venite a governarci e comandarci’. E si riunirono tre fratelli con la loro gente, e presero seco tutti i Russi; e giunsero; il più anziano Rjurik, si stabilì a Novgorod, e il secondo Sineus a Beloozero, e il terzo Truvor a Izborsk. E da questi Variaghi prese nome la terra russa”. Nasce la dinastia dei Rjuriki. Il baricentro di questo impero si sposta a Kiev.
Una data storica nei rapporti tra Russia e Svezia è il 1240, quando Aleksandr Nevskij sconfigge gli Svedesi sulla Neva, poi due anni dopo i Cavalieri Teutonici presso il Lago dei Čudi, nella famosa battaglia di Ghiaccio, ricostruita magistralmente da Ejzenštejn nel suo film Aleksandr Nevskij (1938). Mentre Nevskij ottiene queste importanti vittorie, più a sud la Russia sta sprofondando sotto il dominio dei Tartari, da cui uscirà ufficialmente solo nel 1380, con la Battaglia di Kulikovo. Dopo la caduta di Kiev e la fine del dominio tataro, per tre secoli Mosca cercò di conquistare uno sbocco sul Baltico, ma questo fu impossibile.
Le politiche dei paesi scandinavi nella prima età moderna
Dal cinquecento, dunque, la Svezia (comprendente gran parte della Finlandia odierna) segue una politica aggressiva per conquistare il predominio sul Baltico.
L’Estonia (con l’isola di Dagö-Hiiumaa) si sottomette alla Svezia nel 1561 per protezione contro l’imperialismo russo e polacco. Aveva tradizionalmente un rapporto stretto con gli Scandinavi: ricordiamo che Tallinn è il castello dei Danesi. L’Estonia del nord era sotto controllo danese fino al 1346, e alla fine del ‘500 la Danimarca aveva occupato l’isola di Ösel (Saaremaa). Nello stesso periodo, la Svezia aveva condiviso un re con la Polonia-Lituania: re Sigismondo III Vasa.
Il basso Medio Evo, periodo della Hansa e dei Cavalieri teutonici, aveva comportato una profonda germanizzazione del Baltico: i ceti dirigenti dei paesi baltici avevano origini tedesche, mentre la Finlandia era pressoché integralmente svedese. Queste classi superiori tedesche saranno chiamate deutsch-balten e rimarranno fino al patto russo-sovietico. Ancora all’inizio dell’Ottocento, nell’Estonia russa, gli Estoni erano chiamati “gente della campagna” (maarahvas), mentre le élites cittadine erano tedescofone, tranne nell’Estonia nordoccidentale e in alcune isole (in particolare, la piccola isola di Runö-Runhu nel Golfo di Riga), dove una consistente parte della popolazione era costituita da svedesi.
Il primo seicento: Guerra dei Trent’anni (1618-1648)
Nel periodo 1617-1660 si sviluppa l’espansionismo svedese (l’“età della grande potenza”, Stormaktstiden, che arriva fino al 1718): nel 1617, la Svezia aveva già guadagnato l’Ingria (la regione di San Pietroburgo intorno alla Neva) e parte della Carelia dalla Russia con il Trattato di Stolbovo.
Nel corso della Guerra dei Trent’anni, la Svezia ebbe modo di estendere il proprio controllo sul Baltico. Prima la città di Riga, (odierna capitale della Lettonia), poi con la guerra Polacco-Svedese tutta la Livonia (Estonia meridionale e . Nel 1625 anche l’intera Estonia passa sotto il controllo svedese. Verso la fine della guerra, poi, nel 1645, la Danimarca fu costretta a cedere il Gotland, Halland, Härjedalen e Jämtland, ed Ösel (Saaremaa).
Con la pace di Westphalia (1648), la Svezia ottenne anche la Pomerania occidentale, Wismar, Wildeshausen e Brema, dunque con il controllo della foce dell’Elba. La Guerra dei Trent’anni, con la vittoria della Svezia e la sconfitta della Danimarca, segna l’inizio del predominio della prima sugli antichi padroni.
Il tardo seicento: Guerre nordiche (1655-1661)
Una serie di guerre combattute tra Svezia e i suoi rivali nell’egemonia sul baltico: il regno Polacco-Lituano, la Russia la Prussia-Brandeburgo, il Sacro Romano Impero e la Danimarca. Nel 1658, con il trattato di Roskilde, la Svezia otteneva dalla Danimarca, oltre alla riconferma del Halland, la Scania, Blekinge, il Bohuslän, e persino il Trøndelag (la regione di Trondheim) e Bornholm. Queste ultime due province si sarebbero ribellate per tornare sotto controllo già nel 1660, come sancito dal Trattato di Copenaghen.
Agli abitanti della Scania veniva concesso di mantenere la loro identità separata, ma in realtà cominciò quasi subito una brutale campagna di svedificazione. La Danimarca tentò di riconquistare i territori perduti con la Guerra di Scania, in cui ebbe considerevoli successi via mare (ma sconfitte brucianti via terra): tuttavia alla fine il Trattato di Fontainebleau, scritto per influsso francese, sanciva che la Svezia avrebbe mantenuto tutti i territori acquisiti in precedenza.
Pietro il Grande e la “Grande ambasceria” a Nord
Nel 1682 viene nominato zar Pietro il Grande, figlio di Aleksej Michajlovič, il secondo esponente della dinastia dei Romanov. Il primo periodo è caratterizzato dalla lotta tra i due pretendenti al trono Ivan e Pietro stesso, appoggiati dalle rispettive famiglie (erano entrambi figli di Aleksej Michajlovič, nati però da diversi matrimoni), ma Pietro avrà la meglio.
Nel mese di settembre 1697 Pietro il Grande, celandosi sotto la qualifica di “soldato semplice Petr Michajlov”, parte per un lungo viaggio in Europa meglio noto come “grande ambasceria”, in cerca di un appoggio occidentale nella guerra contro i turchi. La prima tappa è Riga, che al tempo apparteneva agli Svedesi. Ma qui Pietro riceve una pessima accoglienza: l’alloggio è troppo costoso, il suo permesso di ispezionare delle navi non gli viene concesso, i rapporti tuttavia restano cordiali e Pietro si congratula con Carlo XII per l’ascesa al trono nello stesso anno. Migliore accoglienza otterrà a Konigsberg. Il 30 giugno Pietro parte per la Repubblica Olandese: presso Hannover incontra Sofia Carlotta, moglie dell’elettore di Brandeburgo, e sua madre Sofia, elettrice di Hannover, che lo invitano a un ballo. Arrivato ad Amsterdam prende alloggio in una casetta vicino al porto, come un normale carpentiere, poi frequenta le lezioni al gabinetto anatomico del Prof. Ruyshc.
A gennaio del 1698 Pietro parte per l’Inghilterra e visita varie città, facendo una buona impressione su Guglielmo III e sul Vescovo di Salsbury, che lo giudicano persona di grande intelligenza e curiosità. Vari aneddoti corrono sulla sua visita inglese: per cercare di spiare una seduta del Parlamento reggendosi a una grondaia dell’edificio adiacente, poi prende alloggio con la sua compagnia nella casa del diarista John Evelyn a Sayes Court. Quando il principe di Danimarca (il marito della futura regina Anna) gli fa visita a Londra, dove alloggiava in una piccola casa che aveva affittato sul modello di quella di Amsterdam, lo trova ancora a letto in una stanza, dove dormiva con altre tre o quattro persone.
La Grande guerra del Nord (1700-1721)
Alla fine del ‘600, la Svezia era in grado addirittura di invadere il Brandeburgo, mentre la Danimarca riusciva per un breve periodo a riprendersi il Gotland. Il Settecento vede il consolidarsi del regno di Svezia in opposizione alla Danimarca e l’influsso su entrambi del modello francese sia in ambito intellettuale (Illuminismo) sia politico (assolutismo).
L’inizio del ‘700 vede la Svezia contrapporsi alla Russia di Pietro il grande nella Grande Guerra del Nord. La Svezia, che esercitava il suo dominio sui territori della Carelia, Ingria e Livonia, doveva temere anche i danesi di Federico IV e i sassoni di Augusto II, che era anche re di Polonia. Pietro il Grande si allea con Augusto, promettendogli in caso di vittoria la Livonia che tanto sognava, e dichiara nel 1700 guerra alla Svezia di Carlo XII. Questi sferra subito un attacco fatale ai danesi e si prepara a fronteggiare Pietro e Augusto: il primo avanza su Narva, il secondo minaccia Riga. Nell’ottobre del 1700, all’approssimarsi dell’inverno, Carlo marcia su Narva e sconfigge i russi.
Dopo aver sfondato a Narva al principio dell’inverno, gli svedesi non percorrono questa via per arrivare a Mosca, timorosi dell’inverno russo, e si volgono alla Polonia, lasciando momentaneamente la Russia. Augusto, minacciato da Carlo XII, ottiene un forte aiuto da Pietro, che gli offre uomini, armi e l’assicurazione che lo zar avrebbe reclamato solo l’Ingria, ma non la Livonia e l’Estonia. Nel 1702, l’impegno di Carlo in Polonia induce Pietro ad agire subito contro gli svedesi: i russi prendono il Lago Ladoga e vi creano la Fortezza di Schlusselburg. Poi nel 1703 Menšikov, fidato generale di Pietro, travolge l’Estonia e la Livonia, nel 1704 conquista Dorpat (l’odierna Tartu), assicurando alla Russia il controllo di gran parte della costa baltica.
Carlo risponde invadendo la Sassonia nel 1706: Augusto deve cedere il trono di re di Polonia (a Stanislao Leszczynski, pupillo di Carlo) e rinunciare all’alleanza con la Russia, che ora è isolata. Così nel 1707-08 Pietro arretra dai territori del baltico lasciando dietro di sé solo desolazione e devastazione. Carlo decide di attaccare la Russia da sud, attraversando la Vistola fino all’Ucraina, dove stringe un patto con i cosacchi che si erano stanziati sul fiume Dnepr. Ma Menšikov distrugge il loro quartier generale e induce le popolazioni dell’Ucraina ad essergli alleate. Carlo è solo, con il gelo invernale che ha già indebolito il suo esercito. Con questo esercito, corrispondente a metà di quello russo, invade testardamente la città di Poltava e nel 1709 viene sconfitto dai russi in una celebre battaglia. Nel 1710 Menšikov e lo zar completano l’opera: si riprendono l’Ingria, conquistano Riga e Revel’ (l’odierna Tallinn), quindi la Livonia, mentre per assicurarsi la neutralità della Curlandia, una nipote di Pietro, Anna, viene data in sposa al Duca di Curlandia.
Nel 1714 Pietro comincia a interessarsi alla Finlandia e prima del mese di maggio le sue truppe arrivano fino a Turku, dopo aver trionfato su Helsinki. Rinunciando a invadere la Svezia (Carlo XII intanto vi era tornato dopo aver trovato rifugio in Crimea), Pietro perviene a un accordo provvisorio secondo cui la Russia poteva tenersi tutte le provincie baltiche in cambio della restituzione della Finlandia. Nel 1719, però, dopo la morte di Carlo, Pietro insiste e le galee russe sbarcano sull’arcipelago di Stoccolma. Per la Svezia la presenza russa è un pericolo troppo grosso e l’Inghilterra è altresì preoccupata di questa egemonia.
Pietro riesce allora a fare accettare alla Svezia tutte le sue condizioni e nel 1721 viene firmato il trattato di Nystad. Questa città è un simbolo delle sorti dell’imperialismo svedese: una città di Finlandia (regione di Turku/Åbo), poi rinominata Uusikaupunki (che è esattamente ny-stad, a sua volta calco sul tedesco Neustadt: in svedese, come in tutte le lingue nordiche, ‘città’ avrebbe dovuto essere by, che però significa ‘villaggio’, mentre la parola tedesca indica le città vera e proprie), posta di fronte alle isole Åland, praticamente nel cuore della Svezia seicentesca.
Dopo Nystad, la Russia si prenderà Estonia, Livonia, Ingria, e gran parte della Carelia; alla Svezia resterà un solo dominio coloniale di qualche importanza: la Finlandia, che sarebbe passata alla Russia dopo la Guerra finlandese nel 1809 con il trattato di Frederikshamn (oggi Hamina).
L’occhio russo sul nord e l’occhio nordico sulla Russia: due brevi esempi
Nel 1794, Karamzin pubblica sulla rivista “Aglaja” il suo racconto L’isola di Bornholm, ambientato nell’isola danese nel Mar Baltico.Sensibilità preromantica, atmosfere ossianiche, il Nord è la natura misteriosa e nascosta, bella e terribile, dove si consuma il peccato dei peccati
Nel 1983, Aki Kaurismäki gira uno dei suoi primi film: Crime and punishment, una versione di Delitto e castigo ambientata in una Helsinki chiaramente molto diversa rispetto alla Pietroburgo descritta nel romanzo di Dostoevskij.
2. La Scandinavia al tempo dell’Unione di Kalmar
Il sec. XIII vede la fine dell’indipendenza islandese. La letteratura islandese del XIII secolo è più ricca, anche perché molto viene messo per iscritto in questo secolo: molte saghe, cioè “storie”. Prima di tutto le íslendinga sögur, cioè le storie di islandesi importanti, soprattutto landnámsmenn cioè i primi coloni e i loro eredi; poi le konungasögur, sui re di Norvegia (l’antica madrepatria degli islandesi), che furono messe per iscritto tra sec. XIII e XIV. Più tardi, tra XIV e XV, gli islandesi preferirono rifugiarsi nel passato mitico con le fornaldarsögur norðurlanda, le storie del tempo antico dei paesi del nord, e con le riddara sögur, le saghe dei cavalieri, che riprendevano i romanzi cavallereschi provenienti dall’Europa del sud.
Inoltre gli islandesi avevano una letteratura poetica: i carmi tradizionali (epici e sapienzali) che originariamente venivano trasmessi oralmente e che ci sono stati tramandati in una raccolta intitolata Edda, e i carmi scaldici, in cui i poeti di corte (detti scaldi) celebravano i loro mecenati, un tipo di propaganda con valore soprattutto politico in metri più complessi e una lingua più ricercata e oscura.
L’inizio del sec. XIII vede l’opera di due autori emblematici: l’islandese Snorri Sturluson e il Danese Saxo detto grammaticus. Il primo scrisse in islandese un manuale di poesia e di mitologia intitolato Edda (per distinguere dalla precedente, si chiamano una Edda poetica e l’altra Edda in prosa) e un’opera storica intitolata Heimskringla (“Globo del mondo”) in cui riprendeva le saghe degli antichi re, il secondo (che aveva studiato a Parigi) scrisse delle gesta degli antichi re danesi in un’opera in latino intitolata Gesta Danorum. Frattanto, in Danimarca, venivano messe per iscritto le leggi che governavano le varie regioni del regno, come la Legge dello Jutland (Jydske Lov) e della Scania (Skaanske Lov).
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Nei secc. XIII-XIV la Lega anseatica crea un impero in cui svolgono un ruolo importante soprattutto Falsterbro (in Scania), Visby nell’isola svedese di Gotland, e Turku/Åbo nella Finlandia svedese, importanti basi sulla via che da Londra portava a Novgorod. La Lega anseatica aveva anche un kontor (base commerciale) a Bergen e uno a Copenaghen, il primo importante soprattutto per il commercio del merluzzo essiccato (cf. fig. 1 ).
L’altra grande potenza sorta nella Germania del nord con cui gli Scandinavi si troveranno a confrontarsi (o almeno a cogliere i frutti dell’operato di questa) sono i Cavalieri teutonici, guerrieri-monaci che stermineranno e convertiranno (in quest’ordine di preferenze) le popolazioni baltiche degli antichi Prussiani, Lituani e Lettoni.
Il secolo XIV vede anche l’indebolirsi del regno di Norvegia (che a metà del sec. XIII aveva perso i possedimenti in Scozia, Sutherland e Caithness, e l’isola di Man, mantendendo solo Shetland e Orcadi): una terribile epidemia di peste decimò fino alla metà della popolazione e annichilì l’aristocrazia del regno.
Dal 1319 al 1343 Svezia e Norvegia sperimentarono un’unione, sotto il dominio di re Haakon VI (m. 1380), figlio del re di Svezia Magnus Eriksson e di una principessa norvegese, Ingibjörg.
Magnus sposò poi Margarethe, figlia del re di Danimarca e il loro figlio Olaf divenne re di Danimarca alla morte del nonno, poi re di Norvegia e di Svezia alla morte del padre. Quando anche Olaf morì, nel 1387, la regina madre Margarethe fu riconosciuta unica regina di Norvegia
(comprendente anche Faroe, Orcadi, Shetland, Islanda e Groenlandia) e di Danimarca: in teoria, era l’erede anche al trono di Svezia. Questa sua condizione di tre volte regina fu sancita proprio in Svezia, a Kalmar, una città sulla costa di fronte all’isola di Öland, al confine con la Scania danese: per questo fu chiamata “Unione di Kalmar” (cf. fig.2 )
Margarethe riuscì anche a riprendere lo Schleswig dai conti del Holstein. Successivamente, si volse verso la Svezia, la cui popolazione non aveva accettato con piacere di essere sottoposta alla Danimarca, e vi fu riconosciuta regina nel 1388. Solo Stoccolma rimase ancora qualche anno indipendente, appoggiandosi alla Lega anseatica, ma nel 1398 anch’essa fu consegnata alla regina. Margarethe morì nel 1412. Le successe il figlio Erik.
Dal 1448 il trono di Danimarca passò ai conti di Oldenburg: il primo fu Christian I, avo dell’attuale regina. Nel secolo XV, i re di Danimarca si disinteressarono dei loro possedimenti occidentali, in particolare della Groenlandia, dove le colonie scandinave si estinsero per le condizioni climatiche proibitive e la pressione degli inuit. Alla fine dello stesso secolo, la Danimarca vendette ai re di Scozia anche le Orcadi e le Shetland. Nel frattempo, i re di Danimarca mantennero il controllo dello Schleswig e ottenere anche quello del Holstein come duchi. Nei secc. XIV-XV la principale forma di letteratura in Scandinavia sono le ballate popolari (Folkeviser) di argomento fiabesco, storico o anche religioso.
3. La Scandinavia alla fine del Medio Evo
Gli Svedesi cercarono di liberarsi dal giogo danese più volte, ma vi riuscirono solo nel 1523 sotto la guida di Gustav Vasa, che divenne re di Svezia con un’unica perdita territoriale significativa: l’isola di Gotland. Da quel momento, la Danimarca e la Svezia si contesero il predominio sul Baltico. Da allora, i re di Danimarca e di Svezia gareggeranno nella ricerca di manoscritti di antiche saghe nordiche in cui si parlava dei loro regni per sancirne l’antichità e dunque legittimarne il loro predominio nel Nord. Da questi sforzi nacque probabilmente il goticismo, cioè il particolare interesse per il passato di questi popoli (soprattutto degli Svedesi, che si consideravano eredi degli antichi Goti il cui nome viveva, secondo loro, nell’isola di Gotland).
Il sec. XVI vede anche l’avvento della Riforma luterana nel Nord, e dunque una fioritura di riflessioni teologiche e soprattutto la colossale opera di traduzione della Bibbia nelle varie lingue scandinave. Questo afflato spirituale ebbe l’effetto di paralizzare inizialmente l’attività delle due prime università del nord, Copenaghen (fondata nel 1476) e Uppsala (fondata nel 1477).
I secoli XVI e XVII vedono una serie di conquiste svedesi di grande significato: l’Estonia si sottomise alla Svezia nel 1561 per protezione contro l’imperialismo russo e polacco. L’Ingria (l’odierna regione russa di San Pietroburgo) fu ceduta alla Svezia insieme a parte della Carelia dalla Russia nel 1617. La città (ex anseatica) di Riga fu sotto il dominio svedese dal 1620 per circa un secolo. La Livonia (cioè le odierne province dell’Estonia del sud e della Lettonia del nord) fu sotto il dominio svedese nel 1629. La Danimarca cedette parte della Norvegia (Jämtland) e alcune isole tra cui Gotland nel 1645. Infine, nel 1658 la Danimarca dovette cedere alla Svezia la Scania, che divenne la provincia più meridionale del regno di Svezia.
Oslo, la capitale della Norvegia danese, fu ricostruita dopo l’ennesimo incendio con il nome di Christiania in onore del re di Danimarca Christian IV.
Il XVI-XVII secolo vedono l’attività in Danimarca di una serie di eruditi come Tycho Brahe (astrologo e alchimista), Ole Worm (erudito, il primo studioso di rune) e Árni Magnússon (filologo e paleografo di origine islandese).
Il Settecento vede il consolidarsi del regno di Svezia in opposizione alla Danimarca e l’influsso su entrambi del modello francese sia in ambito intellettuale (Illuminismo) sia politico (assolutismo). In Svezia opera un grande scienziato come Linneo, in Danimarca un commediografo alla Molière come L. Holberg (norvegese di nascita) e un poeta anticonvenzionale come Bellmann, cantore delle donne e dell’amore, anche un po’ maudit. Su tutto aleggia la cappa di un luteranesimo tinto di pietismo assai cupo.
4. L’Ottocento
Il secolo XIX si apre con gli sconvolgimenti delle Guerre Napoleoniche. Nel 1809, la Svezia fu costretta a cedere ai Russi la Finlandia (comprese le isole Åland), che divenne un Granducato. In seguito a questa sconfitta, la casa reale dei Vasa fu rovesciata e il parlamento svedese elesse un re di Svezia gradito a Napoleone: un maresciallo francese, Bernadotte, da cui discendono gli attuali re di Svezia (e infatti lo stemma dei Bernadotte, con il tricolore francese, compare al centro dello stemma di Svezia).
In seguito agli sconvolgimenti prodotti dalle Guerre napoleoniche, nel 1814 la Danimarca fu costretta a cedere la Norvegia alla Svezia, e si creò così un’unione tra Norvegia e Svezia che durò fino al 1905. Tuttavia, mantenne il controllo dei possedimenti norvegesi: Faroe, Islanda e Groenlandia. Nel 1866, la Danimarca fu costretta a cedere lo Schleswig e l’Holstein alla Prussia.
L’Ottocento vede un forte influsso herderiano, che in Danimarca si concreta nell’opera di A. G. Oehlenschläger e di N.F.S. Grundtvig, in Svezia con il gruppo del Phosphoros (P.D.A. Atterbom) e dell’Iduna (E.G. Geijer). Le idee di popolo, cultura, lingua permeano l’ideologia scandinava in risposta al cosmopolitismo e al neoclassicismo illuminisma. Si afferma di nuovo una tendenza goticista, che rivaluta il Medio Evo e in particolare la figura del prode vichingo.
La cultura scandinava rimane permeata dallo scandinavismo politico, il realismo poetico, il protestantesimo liberale.
Nella seconda metà del secolo operano Ibsen, Strindberg, Lagerlöf e Hamsun: anti-naturalisti, ‘decadentisti’, mistici e tendenzialmente eretici in politica.
5. Il novecento
Il novecento vede proseguire in letteratura lo scontro tra un filone realista e sociale (socialdemocratico in politica), il cui massimo rappresentante è Brandes, e che darà origine ai prosatori ‘paesanisti’ e l’arte ‘sociale’, e uno mistico, esoterico, anticonvenzionale, come in Pär Lagerkvist.
Nel 1905, la Norvegia tornò ad essere una nazione indipendente, e in seguito ad un referendum scelse di diventare una monarchia sotto la guida di un principe danese, che però era anche figlio di una principessa della casata svedese dei Bernadotte; questi salì al trono con il nome di Haakon VII.
Dal 1917, con la Rivoluzione bolscevica, la Finlandia divenne indipendente. Dopo una sanguinosa lotta tra ‘bianchi’ e ‘rossi’, i primi vinsero e stabilirono un regno di Finlandia sotto la guida di un re tedesco, ma alla fine della Prima guerra mondiale la sconfitta della Germania fece sì che la Finlandia divenisse una Repubblica dal 1919.
Nel 1920, la Danimarca riprese una parte dello Schleswig dalla Germania in seguito ad un referendum popolare.
Il Nazismo ebbe non pochi sostenitori nelle potenze scandinave, in particolare in Svezia, dove Göring aveva vissuto per un periodo. Nella seconda guerra mondiale, le nazioni scandinave si dichiararono neutrali: ciononostante, nel 1940 la Danimarca fu invasa dalla Germania nazista e occupata; si creò dunque una vasta rete partigiana. Christian X è famoso per un episodio forse apocrifo durante l’occupazione nazista della Danimarca, quando avrebbe informato un ufficiale nazista che un soldato danese avrebbe rimosso la bandiera nazista dal palazzo del parlamento. All’obiezione dell’ufficiale che quel soldato sarebbe stato immediatamente fucilato, il re avrebbe risposto: “Ne dubito. Quell’ufficiale sono io”.
I danesi, nella Germania occupata, eseguirono una gigantesca opera di salvataggio dei 7500 ebrei presenti nel paese, che scapparono quasi tutti in Svezia, ma la cosa più commovente fu il supporto popolare ai 481 che erano stati deportati a Theresienstadt: la popolazione inviò aiuti e i politici impedirono che gli ebrei danesi fossero trasferiti nei campi di sterminio in Polonia. Quando gli ebrei danesi, sia i fuggiti sia i deportati, tornarono in patria, scoprirono che i loro vicini avevano avuto cura dei loro beni e che niente era andato smarrito.
L’Islanda colse l’opportunità per dichiarare la sua indipendenza, e fu occupata dagli Inglesi.
Nello stesso anno, anche la Norvegia fu invasa: a differenza della Danimarca, il re Haakon VII non si arrese senza resistere, prima creando un capitale provvisoria con la protezione degli alleati a Tromsø. Costretti infine a fuggire dalla pressione delle armate naziste, il re Haakon e l’erede al trono (il futuro Olaf V) si videro chiudere la frontiera svedese e il re si pose in salvo a Londra. La Germania nazista pose a capo del governo un suo fantoccio, Vidkun Quisling, il cui nome rimane tuttora infame tra le popolazioni europee. La popolazione norvegese, dopo la fine della guerra, non si dimenticò chi aveva tradito il proprio paese.
La Svezia mantenne un atteggiamento molto più ambiguo: permettendo ai tedeschi di usare il proprio sistema di comunicazioni per trasportare materiale di guerra e permettendo ai propri cittadini di arruolarsi nella Wehrmacht. Allo stesso tempo, mantenne anche una politica di relativa accoglienza di rifugiati dai paesi scandinavi e baltici (ma al re di Norvegia e all’erede, in fuga dai tedeschi, fu negato l’accesso in Svezia), anche se in qualche caso essi furono estradati e riconsegnati ai loro carnefici tedeschi, almeno fino al 1943, quando l’esito della guerra era ormai chiaro. Nella casa reale di Svezia, si è molto discusso se il principe ereditario Gustaf Adolf fosse amico dei nazisti, sicuramente ebbe molti incontri con Hitler e Göring (che aveva vissuto in Svezia e aveva lì numerosi amici). Nel paese era chiamato tyskprinsen “il principe tedesco” e non era molto amato: dopo la sua morte in un incidente aereo, oggi non è possibile saperne di più. Un film di Ingmar Bergam, “La lanterna magica”, descrive la diffusa fascinazione degli Svedesi per il Nazismo negli anni trenta. L’atteggiamento ambiguo dei reali di Svezia spiega forse perché questo sia l’unico paese scandinavo con un movimento repubblicano.
La Finlandia combattè la Guerra Mondiale sia contro l’Unione sovietica, con la durissima guerra d’inverno del 1939-40, sia la Guerra di continuazione fino al 1944. L’alleanza con la Germania nazista in funzione antisovietica durò fino al 1944, seguita da una guerra di liberazione dai nazisti. Dopo la guerra, la Finlandia fu costretta a cedere all’URSS circa un decimo del suo territorio, con gran parte della Carelia.
Dopo la guerra, la Finlandia scivolò sotto l’influsso dell’URSS (la cosiddetta Finlandisation), mentre Danimarca e Norvegia entravano nella NATO fin dal 1949. La Svezia è rimasta neutrale fino ad oggi.
Le chiese protestanti
Le chiese luterane dei paesi scandinavi hanno il re a capo della comunità dei fedeli: esiste un ministero per gli affari ecclesiastici che si occupa di gestire i rapporti tra chiesa e stato.
Oggi in Svezia la Chiesa è diventata un’istituzione separata, mentre in Norvegia e Danimarca il capo della chiesa continua ad essere il re o la regina.
La Porvoo Communion cui aderiscono le chiese nazionali di questi paesi (la Chiesa di Danimarca solo come membro osservatore), considera sé stessa la vera chiesa cattolica, protestante solo rispetto a Roma.
Le chiese luterane scandinave ordinano donne come pastori; la prima è stata la Chiesa di Svezia, nel 1958. La prima donna ad essere nominata vescovo in Scandinavia fu Rosemarie Koehn, nella diocesi di Hamar, in Norvegia (fu la terza al mondo: ne erano state elette due, una in Germania l’altra nel Nordamerica l’anno prima), restò in carica dal 1993 al 2006. L’attuale successore, Solveig Fiske, è stato il primo vescovo norvegese a sostenere che la Chiesa di Norvegia dovrebbe creare una liturgia per la benedizione delle coppie dello stesso sesso.
Nel 1995 anche in Danimarca fu nominata la prima donna vescovo: Lise-Lotte Rebel, vescovo di Helsingør. In Svezia la prima donna ad essere stata nominata vescovo è stata Christina Odenberg, vescovo di Lund dal 1997.
L’emancipazione femminile e la tolleranza
La Svezia è stata tra i primi paesi al mondo a dare il diritto di voto alle donne, nel 1908 (per le elezioni locali), seguita immediatamente dalla Danimarca e rapidamente dagli altri paesi del Nord Europa. Ma già dal settecento c’era qualche forma di suffragio per le donne quando erano capo-famiglia. in Finlandia dal 1906 le donne avevano il diritto di voto anche passivo nelle elezioni politiche. Nel 2006 la Finlandia ha coniato una moneta da 2 euro per commemorare i primi cento anni del suffragio universale esteso alle donne.
Oggi i paesi nordici hanno un’altissima partecipazione femminile nel pubblico impiego. La Norvegia ha avuto anche una donna più volte primo ministro, Gro Harlem Brundtland (Socialdemocratici), che è stata nominata per la prima volta nel 1981, quando il suo governo fu il primo ad avere 8 ministri donna su 18. Nelle penultime elezioni, la maggior parte dei partiti avevano leader donne. In Svezia il vicepremier è spesso una donna (la prima fu Lena Hjelm-Wallén nel 1990, socialdemocratica, e anche oggi con un governo di destra c’è una vicepremier donna, Maud Olofsson, del Centerpartiet; su 22 membri del governo, 9 sono donne, di cui una immigrata, mentre due degli uomini sono gay dichiarati). La Danimarca ha oggi solo 6 donne ministro su 19, ma si tratta di un governo di destra e comunque una di loro riveste il prestigioso ruolo di Ministro della Giustizia. La Finlandia dal 2000 con la famosa signora Halonen (socialdemocratica) ha raggiunto la Norvegia nell’emancipazione femminile. L’Islanda ha avuto un presidente della Repubblica donna, Vigdís Finnbogadóttir, dal 1980 al 1996.
La Norvegia è stata il primo paese al mondo ad annunciare nel 2005 una legge in base alla quale le aziende pubbliche e private dovrebbero (le prime entro un anno, le altre entro tre anni) avere almeno il 40% di donne nei loro consigli d’amministrazione.
Il welfare state è stato il principale motore dell’emancipazione femminile: laddove si diffondono i nidi per l’infanzia, le donne possono ricominciare a lavorare anche molto presto dopo il parto, mentre i padri sono incoraggiati a prendersi un permesso di paternità, solo in parte trasferibile alle mogli: una parte va perduta se non la prende l’uomo.
Le donne scandinave possono aspirare a carriere come quella del vescovo o del capo di Stato, guidano taxi e bus, costituiscono una parte notevole del clero protestante. Gli uomini sono incoraggiati ad intraprendere mestieri in cui le donne sono in maggioranza.
Nel 1989, la Danimarca fu il primo paese al mondo ad istituire una forma di convivenza simile (ma non identica) al matrimonio per le coppie dello stesso sesso. Seguirono Norvegia (1993), Svezia (1995), Islanda (1996), e Finlandia (2002). Dal 2005, la Svezia permette alle coppie di donne di praticare l’inseminazione artificiale negli ospedali pubblici.
Egualitarismo e welfare state
Gli stati del nord Europa sono famosi per un welfare state “dalla culla alla tomba”, plasmato dai governi socialdemocratici. Uno strumento fondamentale è il reddito di cittadinanza, ma anche una quantità di borse di studio e sussidi vari per chi studia, chi ha figli, chi vive in condizioni di disagio. L’ispirazione del modello socialdemocratico scandinavo viene anche da un egualitarismo feroce, da un senso della comunità, un dover-essere protestante, mischiato ad un notevole pregiudizio, esemplificato nella ‘Legge di Jante’, inventata dallo scrittore dano-norvegese Aksel Sandemose (1899-1965) per l’immaginario villaggio danese di Jante.
A plasmare lo stato sociale dei paesi scandinavi hanno pensato i fortissimi partiti socialdemocratici scandinavi, tutti sempre molto attenti a mantenersi distinti da quelli comunisti, tendenzialmente lealisti nei confronti della corona e della chiesa nazionale, per questo molto votati. Questi partiti hanno così assicurato uno stato sociale molto ricco, con un’attenzione agli umili che non ha pari nel mondo.
Presentazione delle lingue scandinave
Le lingue scandinave derivano da un’unica lingua, chiamata antico nordico, di cui ci rimangono solo frammenti nelle iscrizioni runiche comprese tra la Völkerwanderung e la prima età vichinga. Rispetto all’antico nordico, noi abbiamo oggi la testimonianza dell’islandese, che è rimasto molto simile alla lingua parlata nel Medio Evo, mentre il Feringio e soprattutto le lingue scandinave continentali si sono evolute molto più rapidamente, seguendo trend delle lingue germaniche europee come l’indebolimento e la caduta delle vocali desinenziali, la semplificazione della flessione e infine il passaggio dal sistema flessivo a quello posizionale, la creazione dei tempi composti, ecc.
A causa dell’importanza della letteratura islandese medievale, spesso si confonde nordico antico con islandese antico: in realtà il nordico antico di per sé è un’astrazione, perché alcune piccole differenze ‘dialettali’ cominciarono già in età vichinga, quando si verifica la divisione tra scandinavo occidentale (islandese e norvegese antichi) e scandinavo orientale (danese e svedese antichi). Oggi, a causa della derivazione del norvegese bokmål dal danese, e comunque del prestigio del danese e – successivamente – anche dello svedese come lingue di cultura in tutto il Nord, le lingue scandinave continentali conservano quasi concordemente caratteristiche orientali.
Alcune caratteristiche del nordico continentale
Tra le caratteristiche del nordico continentale nel contesto delle lingue germaniche possiamo citare:
- la doppia accentazione (che in danese viene sostituita dalla glottidalizzazione).
- Almeno tre vocali in più delle germanico comune: æ/ä, ø/ö, å (esiti di metafonia).
- Un sistema consonantico basato su un’opposizione tra vocali lunghe e brevi dovute solo alla consonante seguente (che comunque si pronuncia scempia).
- L’articolo determinativo posposto (da. bogen, sv. boken, no. boken/boka).
- La riduzione dei generi da tre a due (maschile e femminile si confondono in un genere comune) tranne che in norvegese dove per influsso del nynorsk la situazione è più ondeggiante, cf. no. dronningen “regina” perché è una parola che si usa in un contesto formale, ma boka “libro”: è ormai antiquata la forma boken.
- La semplificazione dei plurali, con molti influssi tedeschi (i plurali in –er con metafonia del danese del tipo hænder, i plurali in –en dello svedese del tipo arbetet “il lavoro” pl. arbeten “lavori” arbetena “i lavori”).
- La semplificazione del sistema dei casi, con la sopravvivenza del solo genitivo (che va sparendo: da kvindens bog “il libro della donna” a kvinden sin bog).
- Flessione forte e debole degli aggettivi ancora di tipo germanico.
- Distinzione tra verbi forti e deboli come in inglese, ma con una distinzione tra verbi che hanno il suffisso –ad/-ed (sv. undra undrade, öppna öppnade, da. undre undrede, åbne åbnede, no. undre undrede, åpne åbnede) e quelli che hanno il suffisso -d/-t (sv. söka sökte, da. søge søgte, no. søke søkte).
La fonologia delle lingue scandinave
Caratteristiche dell’antico nordico
L’antico nordico è una lingua germanica settentrionale che nel corso dell’età vichinga sperimenta da un gran numero di fenomeni, soprattutto tesi a facilitare la pronuncia: sincopi (g.c. *fanhan > an. fá “prendere”), indebolimento delle vocali desinenziali (che si riducono a tre: a, i, u; spesso cadono quando sono brevi, per esempio nella desinenza del maschile singolare –az > r e del neutro singolare –a > -), metafonie, cioè anticipazione dei coefficienti vocalici della sillaba successiva (in genere le desinenziali a, i, u: per cui le chiameremo met-A, met-I, met-U) su quella radicale (*gastiz > gestr “ospite”, *hafnō > hafnu > an. höfn “porto”,* wiraz > ver “uomo”; più tardi si verificherà una met-R solo in scandinavo occidentale) e fratture (un tipo di metafonia che provoca una dittongazione: e __ u > jö, e__a > ja : si consideri la declinazione del nom. *ferðuz “fiordo”> fjörðr, gen. *ferðōz > fjarðar, dat. *ferði > firði per met-I).
Si verificano un gran numero di assimilazioni (per esempio xt > tt:*naxtiz > nátt “notte”, *hail(a)z> heill “sano, prospero”, *wōðan(a)z > óðinn “Odino” *gulða > gull “oro” *finðan > finna “trovare”).
Infine, cadono le semivocali j, w, soprattutto ad inizio di parola seguite da vocale non palatale (*jer> *jār > ár “anno”, *jungaz > ungr “giovane”,*wōðanaz > óðinn, *wurð-a > orð “parola”).


Vocali
A parte quanto detto sopra, in antico nordico le vocali del germanico si conservano bene in sillaba radicale, mantenendo l’opposizione breve-lunga (la lunga segnata con l’apex, quello che per noi è l’accento acuto).
Nei dialetti antichi, le prime distinzioni dal punto di vista vocalico riguardano le vocali velari: u/o lunghe del tipo orientale bo occidentale bu < *būa “abitare” e brevi del tipo occidentale boð orientale bud (il primo per met-A da *buð-a “comando”); inoltre in scandinavo orientale non agisce met-U, per cui all’islandese höfn si oppone lo scandinavo orientale *hafn > da. havn, sv. hamn.
Per il resto, i sistemi vocalici delle lingue scandinave subiscono un nuovo sviluppo in fase media: la /a/ del danese si palatalizza quasi sempre in æ, mentre in svedese e norvegese si velarizza, a volte come a velare, a volte fino ad o (aperta); in queste lingue, di conseguenza, la o tende a chiudersi in /u/ e la /u/ a palatalizzarsi, mentre la /y/ si confonde con /i/.
In danese, nella fase media, le vocali finali passano tutte ad /æ/ (probabilmente già pronunciata come ə (schwa), mentre questo indebolimento è molto più leggero in svedese, al punto che ancora oggi si oppone a ad e (<i) e persino alcuni relitti di u/o in finale di parola per esempio til salu “in vendita” con un residuo di genitivo degli antichi temi in -n.
Le vocali tendono ad aprirsi in presenza di una vibrante (sv. är “è”> [ar] da. er “è” > [æa] no. er “è” > [ær]).
Dittonghi
I dittonghi del germanico comune *[au, eu/iu, ai] si trasformano normalmente in [au, jó/jú, ei], e in islandese scritto li troviamo così, con l’aggiunta di un nuovo dittongo øy (scritto <ey>) che è risultato di met-I di [au], ma in scandinavo orientale l’evoluzione prosegue con ei > e (come in olandese) e a volte > je (da. hjem, ma sv. hem “casa”), au/ey > øy > ø; jú > y (solo in danese: cf. sv. ljus “luce” vs. da. lys “luce”).
Solo il norvegese mantiene una tendenza a non monottongare, mutuato in bokmål dal nynorsk, che dà origine a curiosi doppi: si dice sempre løs ”sciolto, libero, privo di” ma sia løse sia løyse per “sciogliere, risolvere”, sia lyve sia ljuge per “mentire” (la prima forma è danese, la seconda neonorvegese); in qualche caso, la forma danese è sentita come più elegante di quella norvegese: sten vuol dire “pietra preziosa”, stein “masso”. Poi ogni norvegese trova un personale compromesso tra dialetto e lingua standard.
Consonanti
Per quanto riguarda le consonanti, il danese conosce una lenizione delle consonanti occlusive sorde (cf. sv. no. språk, da. sprog “lingua”) e successivamente la vocalizzazione di g all’interno di parola (> w, da. sprog è oggi pronunciato [sprow] e anche j a seconda del contesto: dag [dæj] “giorno” løj “cipolla”< løg, cf. sv. dag e lök); allo stesso modo, si vocalizza la v esito di f all’interno di parola in contesto sonoro (give, havn sono per lo più pronunciati [gi:w] [hawn], il primo anche [gi:]).
Inoltre il danese ha alcune particolarità nella pronuncia della [d]: nei nessi -nd, -ld, la [d] non si pronuncia (and “anatra” [æn̉], fuld “pieno, ubriaco” [ful̉]), e la [d] interna o finale si pronuncia come una fricativa laterale (per capirsi, la lingua articola più o meno una [l], ma senza toccare il palato), per esempio nella parola stræde “strada” [stræðe].
In Svedese e norvegese si è verificata una palatalizzazione delle consonanti velari davanti a vocale palatale (anche quelle risultato di metafonia), per cui oggi i nomi svedesi Köpenhamn e Göteborg si pronunciano grosso modo come se il primo fonema fosse scritto con [ç] e [j].
Inoltre, i gruppi di r + dentale/alveolare danno origine ad una retroflessa (come in hjärta “cuore”, fjord “fiordo”, Lars “nome di persona [dal latino Laurentius]”); in genere, si può dire che la [r] tende comunque ad un’articolazione più arretrata (infatti fa suonare più posteriori le consonanti a cui si accompagna).
Dal punto di vista consonantico, nelle lingue scandinave continentali, come in mediotedesco, si perde la distinzione tra consonanti semplici e intense, che sopravvive solo nella differente lunghezza delle vocali: la differenza tra sv. sopa “spazzare” e soppa “zuppa” è tutta nella lunghezza della [o], più lunga nella prima, più breve nella seconda (dal punto di vista uditivo, la vocale breve è percepita anche come più aperta).
In età contemporanea, tutte e tre le lingue tendono all’apocope dei verbi bisillabi più comuni: per es. da. give > gi’ no. give > gi sv. geva > ge “dare”; da. tage > ta’ no. take > ta sv. taka > ta “prendere”.
Molte consonanti finali con valore morfologico sono tagliate: per esempio, la –r dei plurali maschili in danese (da. heste “cavalli” vs. sv. hästar) e la –t dei sostantivi neutri definiti in norvegese (nella pronuncia di no. året “l’anno” la –t finale non si sente).
Accento
Le lingue scandinave continentali si distinguono tra svedese e norvegese, che hanno il doppio accento, e danese, che ha lo stød (glottidalizzazione) in corrispondenza dell’accento 1 scandinavo Molto vagamente, si può dire che l’accento 1 corrisponde quasi del tutto al nostro accento radicale, mentre l’accento 2 prevede un’intonazione più alta sulla seconda sillaba, ma la prima non è del tutto priva di forza.
Tuttavia, in alcuni dialetti dello svedese e del norvegese, l’accento 1 e 2 hanno percorsi di intonazione differenti o addirittura opposti a quelli della lingua standard sopra descritti, mentre alcune aree marginali addirittura non hanno la doppia accentazione (per esempio, lo svedese di Finlandia). Inoltre, la doppia accentazione non è sempre identica in svedese e norvegese (no. 1saga vs. sv. 2saga).
In realtà, la distinzione tra le sillabe non avviene tanto in base alla forza di espirazione (come avviene nella maggior parte delle lingue europee, tra cui l’italiano moderno standard, ma soprattutto in base all’intonazione, cioè la sillaba colpita da accento non è articolata tanto con più forza, quanto in un tono più acuto rispetto alle altre.
L’effetto delle lingue a intonazione, per i parlanti una lingua ad accento espiratorio, è quello di una “cantilena”: tra l’altro, dato che nelle lingue europee con accento a espirazione l’intonazione serve talvolta ad altri fini (per esempio, a sottolineare che un determinato enunciato rappresenta un’interrogazione), si rischia di fraintendere l’effetto di un enunciato in una lingua a intonazione: per fortuna, in danese e norvegese l’inversione dell’ordine delle parole di tipo germanico aiuta a distinguere enunciati affermativi e interrogativi (du vill “vuoi vs. vil du “vuoi?”).
L’accento a intonazione non è comunque estraneo alle lingue europee: era quello originario delle lingue indoeuropee nella loro fase antica e ne rimangono ancora tracce in greco moderno o in alcuni dialetti dell’Italia meridionale, dove la vocale della sillaba accentata è articolata con maggior forza, ma possiede anche un’intonazione più acuta, sì da dare un ritmo peculiare alla frase (l’attore Lino Banfi è stato un maestro nel calcare questa intonazione a fini parodistici).
Originariamente, la doppia accentazione può essere nata per resistere alla tendenza della lingua ad eliminare le vocali finali: una parola come ande “spirito” non poteva perdere la e finale senza confondersi con un monosillabo come and “anatra”. Dunque, la seconda sillaba diventa portatrice di un accento più forte di quello originale sulla sillaba radicale.
La peculiarità della doppia accentuazione è che, in alcuni casi, può essere l’unico elemento distintivo di una coppia di omografi non omofoni (in italiano, omografi non omofoni si trovano per altre ragioni, in primis la mancata distinzione nella grafia dei fonemi [e] ed [ε] di pésca vs. pèsca): per esempio, in norvegese serve a distinguere un plurale definito (1husa “le case”) con accento 1, da un passato (del tipo 2husa “ospitò”– prima sarebbe stato scritto husade) con accento 2.
Lo stesso avviene in sved. 1anden “l’anatra” < and “anatra” 2anden “lo spirito” < 2ande “spirito”; quando si aggiunge l’articolo posposto, dunque, la prima parola mantiene questo peculiare percorso accentuativo, mentre la seconda segue la regola della rizotonia germanica (in base alla quale l’accento di una parola è posto di norma sulla prima sillaba della radice).
In danese, oggi, non esiste una doppia accentazione: tuttavia, la funzione distintiva di accento 1 e accento 2 è conservata dalla glottidalizzazione, cioè dalla presenza di un’occlusiva glottidale in molti casi in cui svedese e norvegese avrebbero l’accento 1, e la sua assenza nella maggior parte dei casi di accento 2. In danese ci sono due parole differenti ånd “spirito” e ånde “respiro”, la cui forma con articolo posposto è omografa: ånden; ciononostante, la prima forma ha lo stød, [on’n] la seconda no [onn] (in trascrizione molto approssimativa). Lo stød tende a perdersi nei dialetti più dinamici, soprattutto in quello della capitale, e a conservarsi nelle aree più remote del paese.
Nota Bene:
Per lo svedese, è disponibile all’indirizzo [http://lexin2.nada.kth.se/sve-sve.html] un dizionario con pronuncia figurata in IPA e file audio per un gran numero dei vocaboli. Purtroppo, nulla di simile esiste per le altre lingue scandinave.
Un dizionario danese con pronuncia figurata (ma senza file audio, ahimé) si trova all’indirizzo: http://ordnet.dk/ods/
Un dizionario norvegese:
http://www.dokpro.uio.no/ordboksoek.html
Tutti questi dizionari sono in lingua.
Lineamenti di sintassi
Le radici indoeuropee dell’antico nordico
L’antico nordico presenta una situazione di tipo indoeuropeo, cioè una lingua con un ordine delle parole molto libero (ma tendenzialmente SOV) che però tende ad evolversi in una lingua a ordine fisso SVO. Si tratta di uno sviluppo comune tra le lingue indoeuropee, che per esempio è avvenuto nel passaggio dal latino all’italiano.
L’ordine delle parole, infatti, nelle lingue flessive risponde quasi solo a fini stilistici, perché in quelle lingue la desinenza casuale di sostantivi, aggettivi e pronomi e la desinenza verbale dei verbi di modo finito indicano la funzione della singola parola nella frase: Paula filios amat e
Filios Paula amat non si possono confondere.
Le desinenze casuali tendono a cadere, però, in tutte le lingue germaniche. A questo punto sorge la necessità di distinguere le funzioni attraverso un ordine rigido delle parole nella frase, che finisce per coinvolgere anche il genitivo, che pure avrebbe mantenuto la sua desinenza: ma l’ordine determinante + determinato diventa sempre più quello non marcato, per cui þat rúm “la stanza” (in islandese moderno “il letto”) ed Egils rúm, e non rúm þat, rúm Egils (se non per fini stilistici, per sottolineare “quella stanza”, “la stanza di Egill”).
Una parziale eccezione in antico nordico sono i nomi composti, che ancora non vengono percepiti come un’unità di nome + patronimico: per questo i titoli delle saghe hanno tutti la forma [nome + saga + patronomico] e non [saga + patronimico + nome]: Egils saga Skallagrímssonar e non **Egils Skallagrímssonar saga: “Saga di Egill, figlio di Skallagrímr”.
Allo stesso modo, se le desinenze verbali tendono a semplificarsi e a cadere, diventa necessario esprimere sempre il soggetto, anche quando è espresso da un semplice pronome (e questo è avvenuto in tutte le lingue germaniche moderne e in gran parte di quelle romanze).
A quel punto, però, se il soggetto diventa obbligatorio, è sufficiente un’unica desinenza per ogni tempo, ed è verso questo traguardo che si muovono nel corso dei secoli le lingue scandinave continentali, generalizzando la terza persona (distinta dapprima ancora in singolare e plurale), per tagliarlo addirittura nel corso del Novecento, quando la terza persona plurale si usa per tutte e sei le persone di ogni tempo.
Lo sviluppo di congiunzioni subordinanti e l’uso dei verbi modali rendono obsoleto l’uso dei congiuntivi, che infatti nel corso di questo stesso secolo diventano relitti utilizzati solo in frasi fatte o negli inni della liturgia anglicana.
Dall’antico nordico alle lingue scandinave continentali
La proposizione principale
Semplificazione dei casi. Le reggenze di preposizioni e di verbi con genitivo, dativo, accusativo che rendono arduo tuttora l’apprendimento dell’islandese, dove si sono moltiplicate rispetto al norreno, non esistono nelle lingue scandinave continentali (isl. til mín = da. no. til mig sv. till mig; isl. mig dreymir það = da. no. jeg drømte det, sv. jag drömde det; mér þykir > da. jeg tykkes no. det tykkes mig sv. det tycks [för] mig, ormai arcaici; mér líkar > no. jeg liker).
I verbi impersonali: dreyma, sýnast, þykkja, líka > verbi personali drømmer, liker (sostituito con da. kunne lide “poter soffrire”, in sv. tycka om, “approvare” gilla “sedurre” – a sua volta una costruzione personale) e synes, tykke (solo da.; sv. synas, tyckas no. synes, tykkes “apparire, sembrare”).
L’impersonale nelle lingue scandinave è rappresentato dal pronome det (da. no. det regner sv. det regnar “piove”) usato anche come dummy subject (da. det er os,no. det er oss,sv. det är oss “siamo noi!”); a volte si usa da der, che originariamente vale “là” e con il verbo essere “ci”, ma che tende a confondersi con il dummy subject (da. der er “c’è”, ma no. det er sv. det är, ma anche där är).
Nel passaggio dall’antico nordico alle lingue moderne, addirittura alcune locuzioni hanno dato origine ad aggettivi: stakkels, sv. stackars “poveraccio, poverino” [< stafkarls son “figlio un mendicante”], da. no. tilfreds (che ha persino un plurale tilfredse) “contento [< til fríds “in pace”].
In antico nordico, la principale mostra tendenzialmente ancora l’ordine SVO. Una caratteristica germanica che si ritrova in tutte le lingue antiche e che l’inglese moderno ha perso (forse per influsso romanzo) è la “seconda posizione” del verbo, cioè l’inversione tra il soggetto e il verbo quando la frase comincia con un elemento diverso dal soggetto.
Inoltre, l’antico nordico conosce l’inversione tra soggetto e verbo, soprattutto nelle interrogative e nelle ipotetiche. Tuttavia, l’ordine della frase in antico nordico è più libero dell’odierno:
Fór Þórólfur til föður síns. Taka þeir feðgar þá tal sín í milli “Thorolf andò da suo padre. Padre e figlio allora intrapresero un discorso tra di loro” (Egilssaga, cap. 6) ... Þat sama haust kómu til Haralds konungs þeir Þórólfur Kveld-Úlfsson ok Eyvindur lambi “Quello stesso autunno vennero da re Harald Thorolf ‘lupo-di-notte’ e Eyvindr ‘agnello’” (Egilssaga, cap. 8)
Nel primo esempio, una principale ha l’ordine inverso senza motivo apparente. Nel secondo esempio, il soggetto non è posto subito dopo il verbo, ma anche dopo il complemento di moto a luogo per motivi stilistici (si vogliono sottolineare i nomi dei sopravvenuti, non il fatto che si siano recati dal re).
L’avverbio di negazione germanico *ne è sostituito in antico nordico da varie altre particelle, la più importante è ekki, in origine il neutro di engi “nessuno” e dunque “nessuna cosa, niente” (nel senso di “per niente affatto”), che nelle lingue scandinave moderne diventa da. no. ikke (lo sv. icke è molto formale; si trova anche ridotto nella forma da. sv. ej) in svedese standard è sostituito da inte, una neoformazione a partire dal pronome intet “nessuna cosa, niente”.
Per prendere l’esempio del danese, dunque, oggi nelle principali abbiamo un ordine: (A0)SV1A1V2OA2, dove V1 sta per verbo principale o verbo modale, mentre V2 sta per una forma nominale del verbo, A1 sta per un avverbio che modifica il verbo, A2 per un avverbio o per un complemento che modifica l’intera frase, mentre A0 sta per un qualsiasi elemento che possa sostituirsi al soggetto in prima posizione (per esempio l’oggetto, o A1+2: aldrig før har jeg hørt). Nel caso di un’interrogativa, semplicemente verbo e soggetto si invertono.
soggetto |
verbo |
avverbio1 |
verbo 2 |
oggetto/oggettiva |
avverbio2
|
jeg |
har |
aldrig |
gjort |
det |
før |
Nel caso in cui l’oggetto sia un pronome, va posto prima di A1; si ha dunque la forma jeg ved det ikke invece di jeg vet ikke det.
Proposizioni coordinate
Le coordinate in antico nordico dovrebbero avere lo stesso ordine delle principali: tuttavia, a causa della recente evoluzione della congiunzione ok < auk “anche” (cf. ted. auch), a volte si trovano frasi con inversione ancora:
[Haraldr] sigraði þá ok eru þar langar frásagnir “Harald li sconfisse, e ci sono lunghi racconti” (Egilssaga, cap. 3)
In antico nordico non è ancora ben distinta la congiunzione copulativa en, che sviluppa gradualmente un valore avversativo (soprattutto nella forma forte enn, dove vale anche “ancora”). a volte può essere tradotta con “e”, a volte con “ma”.
Proposizione subordinate
La creazione della subordinate nelle lingue scandinave va di pari passo con la conoscenza delle altre lingue europee che avevano una tradizione scritta: prima di tutto il latino, ma anche l’anglosassone e più tardi il tedesco (la cui influenza diventa massiccia dal Basso Medio Evo fino al primo Novecento).
In particolare, dal tedesco sembra mutuato l’ordine di alcuni elementi (per esempio l’avverbio negativo ekki) che nell’ordine della principale vanno dopo il verbo, mentre nell’ordine delle subordinate lo precedono.
Di nuovo, qui viene proposto il modello del danese, dove l’ordine è: CSA1V1+2OA2.
(principale: per es. jeg véd “io so”)
congiunzione
|
soggetto |
avverbio1 |
verbo 1 + 2 |
oggetto/oggettiva |
avverbio2 |
at |
firmaet |
aldrig |
ville gøre |
det |
derhenne |
Dichiarative
Le proposizioni dichiarative in antico nordico sono introdotte dal pronome dimostrativo neutro þat (lett. “ciò, che”) anche nella forma ridotta at. Le lingue scandinave continentali hanno tutte forme ridotte di at (sv. att, da. at, no. at, å), che servono anche a marcare l’infinito (come in inglese moderno to). La maggior parte delle altre proposizioni subordinate sembrano essere formate a partire da avverbi seguiti dalla congiunzione at.
Relative
L’antico nordico conosce come pronome relativo solo la particella invariabile er, che diverrà der per influsso dei pronomi dimostrativi in età più recente, cui si associa l’endemico sem, som, originariamente una forma avverbiale che voleva dire “ugualmente, allo stesso modo” (corradicale di samr “stesso”). Anche la congiunzione som viene usata per altri usi: da sola può valere anche “come” e reggere comparative ipotetiche del tipo da.no.sv. som om (sv. som om jag inte fanns “come se non ci fossi”), comparative
Causali
La congiunzione causale því si forma dal dativo del pronome dimostrativo neutro þat “ciò”, mentre da hvat “che cosa” si ha hví “perché”. Le forme etimologicamente corrispondenti sv. ty, vi da. thi, hvi sono oggi arcaismi, udibili in alcuni dialetti, ma soppiantate nella lingua standard da sv. för, varför e da fordi, hvorfor.
Temporali
Introdotte da congiunzioni temporali del tipo da.no. når sv. när “quando” (ma anche da.no. da, sv. då “allorché > quando”), da.no. siden (at),sv. sedan “da quando (> dopo che)”, sv. innan förrän no. innen før (enn) da. inden (for) før(end) “prima che”.
Finali
Di norma, si trovano con locuzioni del tipo för att/for at, till att/ til at + infinito (come in italiano, dove la costruzione affinché + congiuntivo si trova quasi solo nello scritto); altrimenti vengono sostituiti da costruzioni consecutive del tipo så ... at (esattamente corrispondenti al tipo italiano “così... che”).
Ipotetiche
In antico nordico si trova la congiunzione ef, mentre nelle lingue scandinave continentali si usano per lo più sv. om, da. hvis, om (solo nelle interrogative indirette Jeg spurgte om han havde tid til det “Ho chiesto se aveva tempo per questo”), no. hvis, om (come in danese) ma anche dersom (lett. “laddove, nel [caso] in cui”), sv. om.
Hvis jeg gører det bliver du ikke tilfreds “se lo faccio, non sarai contento/a”.
Hvis jeg gjorde det, ville du ikke blive tilfreds “se lo facessi, non saresti contento/a”
Hvis jeg havde gjort det, ville du ikke have blevet tilfreds “se lo avessi fatto, non saresti stato contento/a”.
A volte si può usare come connettivo så: sv. om du hinner så köp lite mjölk “se ci riesci, compra un po’ di latte” da. hvis du kan, så sluk mobiltelefon “se puoi, spegni il telefonino”, no. hvis du har lyst så kan du skrive igjen “se [ne] hai voglia, puoi scrivermi ancora”.
Anche nelle interrogative indirette la congiunzione è om : da.no. jeg undrer om han vil komme, sv. jag undrar om han ska komma“mi chiedo se verrà”, e così nelle comparative ipotetiche (del tipo som om).
Nota:
Il futuro e il congiuntivo in danese e norvegese si formano per lo più dal verbo “volere” (da. no. ville, sv. vilja), in svedese dal verbo “dovere” (da.no. skulle, no. skola), ma l’uso dell’altro verbo è chiaramente meno indicativo che in italiano, dato che non esistono forme di futuro e congiuntivo proprie.
da.no. jeg vil gå “andrò” (ma anche jeg skal gå), sv. jag ska gå.
da.no. jeg ville gå “andrei” (ma anche jeg skulle gå), sv. jag skulle gå
Futuro presente: jeg vil se (preterito jeg vil have set, sv. jeg skal ha sett)
Congiuntivo presente: jeg ville se (preterito jeg ville have set, sv. jeg skulle ha sett).
In alcuni casi, può essere sottinteso “avere” come verbo servile nei composti (ma non si può sottintendere se non è servile), per esempio nelle subordinate: sv. jag trodde att jag [hade] dödat honom ma jag trodde att jag hade en idé o dopo un verbo modale: no. det ville blitt slitsomt i lengden “sarebbe diventato stancante, alla lunga”.
Saluti
Per finire la parte grammaticale, mettiamo a confronto la prima strofe dei tre inni nazionali: che cosa dicono del paese cui si riferiscono?
Der er et yndigt land, det står med brede bøge Det bugter sig i bakke, dal det hedder gamle Danmark, og det er Frejas sal.
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C’è un paese meraviglioso, che si erge con ampi faggi beech vicino alla salsa spiaggia dell’est. Si piega in colline, valli, si chiama antica Danimarca, ed è la reggia di Freyja. |
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Ja, vi elsker dette landet, som det stiger frem, med de tusen hjem. på vår far og mor drømmer på vår jord.
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Sì, amiamo questo paese, che si protende, solcato, morso dalle intemperie sopra l’acqua, con le sue cento case. L’amiamo, e pensiamo a nostro padre e [nostra] madre. E la notte delle saghe che cade sogna della nostra terra. |
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Du gamla, Du fria, Du fjällhöga Nord |
Tu antico, libero, alto di monti, Nord Silenzioso, ricco di gioia, bello! Ti saluto, paese più bello sulla terra, Il tuo sole, il tuo cielo, i tuoi prati verdi. |
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Lineamenti di morfologia nominale
I generi e i casi
L’antico nordico era una lingua flessiva, con quattro casi, che avevano assorbito la funzione degli altri casi indoeuropei che nelle lingue germaniche erano andati sparendo. I quattro casi rimasti sono: nominativo (caso del soggetto) genitivo (complemento di specificazione, possessivo, partitivo), dativo (complemento di termine, stato in luogo, moto da luogo), accusativo (complemento oggetto, moto a luogo). Di un altro caso, chiamato strumentale, rimangono tracce in alcuni pronomi.
I nomi avevano tre generi: maschile, femminile e neutro; due numeri, singolare e plurale (ma con tracce di un terzo antico numero indoeuropeo, il duale, conservato solo nel sistema pronominale).
L’antico nordico conservava piuttosto bene la distinzione indoeuropea (perfettamente conservata in germanico) tra temi in vocale, temi in consonante, temi-radice.
Il nome era composto dunque da una radice lessicale, un suffisso tematico e un suffisso desinenziale (* germanico antico wulfaz distinguibile in wulf [radice lessicale “lupo”] + a [suffisso tematico, proprio di temi maschili e neutri] + z [nominativo singolare maschile]): il suffisso tematico poteva essere una vocale (wulf-a-z) un suffisso in consonante (*faðer- “padre”, *gwam-un-z> *gumanz “uomo”) o mancare in alcuni temi-radice (*naxt-z “notte”).
Il germanico aveva esteso e normalizzato la classe dei sostantivi con tema in –a (maschili e neutri) e in –o (femminili) in un’unica declinazione -a/-o, mentre le altre classi di temi in vocale (in –ja/–jo, –wa/–wo, –i, –u) tendevano a perdere le loro desinenze specifiche per uniformarsi a questa classe. La stessa cosa succede per i temi in consonante, dove i temi in –n diventano temi in –an/–on/–an per influsso dei temi in vocale a/o, mentre gli altri temi in consonante tendono ad uniformarsi a quelli in –a/–o e meno spesso a quelli in vocale. I temi-radice tendono a subire l’influsso dei temi in vocale, in particolare in –a/–o, ma anche in consonante.
L’antico nordico è comunque una lingua molto conservativa: i temi in vocale distinguono ancora i temi in –a, –ja, –wa (maschili e neutri), –o, –jo, –wo (femminili), –i (maschili, femminili e neutri) –u (quasi solo maschili e femminili), i temi in consonante in –an, –jan (maschili e neutri), –on e –jon (femminili), temi in –r (maschili e femminili) e persino residui di temi-radice (maschili-femminili).
Tuttavia, in antico nordico è già possibile raggruppare i temi sulla base della forma del genitivo singolare e del nominativo plurale (la situazione rimane molto simile in islandese moderno), nonostante questa schematizzazione lasci fuori numerose “eccezioni” (che in realtà sono fossili di flessioni più antiche, moribonde ma purtroppo non ancora defunte).
La flessione forte (in vocale)
La maggior parte dei maschili in antico nordico si sono già riuniti in tre declinazioni maschili: la prima con gen. sing. –s e nom. pl. –ar (nomi in –a, ja, wa), la seconda con gen. sing. –ar, nom. pl. –ir (nomi in –i, –u, alcuni in -ja) la terza con gen. sing. –ar, nom. pl. –r (assorbe nomi in –r e participi sostantivati, che di per sé non sarebbero temi in vocale).
Maschili
|
prima |
seconda |
terza |
|||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale
|
nominativo |
-r |
-ar |
-r |
-ir |
-r |
-r |
genitivo |
-s |
-a |
-ar |
-a |
-ar |
-a |
dativo |
-i |
-um |
(-i) |
-um |
-i |
-um |
accusativo |
- |
-a |
- |
-i (/-u) |
- |
-r |
I femminili si distinguono tra quelli in –u/-i (e alcuni in –o), quelli in –o, -jo, -i, e i temi-radice.
Femminili
|
prima |
seconda |
terza |
|||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale
|
nominativo |
¨_- |
-ir |
-(r) |
-ar |
- |
-r |
genitivo |
-ar |
-a |
-ar |
-a |
-ar |
-a |
dativo |
(-u) |
-um |
- |
-um |
- |
-um |
accusativo |
- |
-ir |
- |
-a |
- |
-r |
I neutri in –u non esistono più (tranne fé, che ormai tende a subire l’influsso dei temi in -a).
Neutri
|
prima |
seconda |
||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
nominativo |
- |
¨_- |
- |
- |
genitivo |
-is |
-a |
-s |
-a |
dativo |
-i |
-um |
- |
-um |
accusativo |
- |
¨_- |
- |
- |
La flessione debole (in nasale)
Tra i sostantivi deboli, i maschili e i femminili sono molto diffusi, derivano dal suffisso –an, -jan (maschili) e –on o -jon (femminili): quando nel suffisso tematico c’era –j, questa ritorna in tutti i casi del femminile e al maschile in tutti i casi tranne il nom. singolare (dove è assorbita dalla –i). Il neutro si trova in pochissimi sostantivi che indicano parti del corpo, come hjarta “cuore”, auga “occhio”, eyra “orecchio”.
Deboli
|
maschili |
femminili |
neutri |
|||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale
|
nominativo |
-i |
-ar |
-a |
-ur |
-a |
-u |
genitivo |
-a |
-a |
-u |
-na |
-a |
-na |
dativo |
-a |
-um |
-u |
-um |
-a |
-um |
accusativo |
-a |
-ar |
-u |
-ur |
-a |
-u |
Aggettivi
L’aggettivo in antico nordico, come in tutte le lingue germaniche antiche, ha due forme, una forte per i sostantivi indeterminati, l’altra debole per i determinati e i sostantivati.
Originariamente esistevano flessioni aggettivali per tutte le forme della flessione vocalica, cioè esistevano aggettivi in –a/–o, in –ja/–jo, –wa/–wo, in –i e in –u.
Tutti questi aggettivi potevano poi prendere la flessione in nasale quando si riferivano a sostantivi determinati.
Nell’antico nordico, in realtà, quasi tutte le flessioni vocaliche vengono attratte dall’analogia a quella in a/o, vaghi residui delle precedenti divisioni rimangono solo in islandese.
La forma forte dell’aggettivo segue solo in parte la flessione del sostantivo; in parte vi aggiunge desinenze proprie della flessione pronominale (queste desinenze sono in grassetto):
Forti
|
maschili |
femminili |
neutri |
|||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale
|
nominativo |
-r |
-ir |
¨_- |
-ar |
-t |
¨_- |
genitivo |
-s |
-ra |
-rar |
-ra |
-s |
-ra |
dativo |
-um |
-um |
-ri |
-um |
-u |
-um |
accusativo |
-an |
-a |
-a |
-ar |
-t |
¨_- |
La forma debole è profondamente influenzata dall’analogia, con il singolare uguale a quello dei sostantivi. Chiaramente, dal momento che la forma debole si trova insieme a un determinativo, la desinenza dell’aggettivo risulta sovrabbondante. Nel predicativo si usa la forma forte.
Deboli
|
maschili |
femminili |
neutri |
|||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale
|
nominativo |
-i |
-u |
-a |
-u |
-a |
-u |
genitivo |
-a |
-u |
-u |
-u |
-a |
-u |
dativo |
-a |
-um |
-u |
-um |
-a |
-um |
accusativo |
-a |
-u |
-u |
-u |
-a |
-u |
Gli articoli
L’antico nordico aveva un pronome con funzione di articolo, hinn/hin/hit, che poteva essere posposto (qui vengono fornite la forma semplice e quella posposta). La forma posposta è quella normale: hundrinn “il cane”, konan “la donna”, skipit “la nave”. La forma indipendente si trova quando c’è un aggettivo del tipo hinn gamli hundr “il vecchio cane”, hin fagra kona “la bella donna”, hit stóra skip “la grossa nave” (oggi le forme islandese sarebbero identiche, se non fosse che una [r] vocale si scrive <ur> e la [t] finale si è indebolita in [ð]: hinn gamli hundur, hin fagra kona, hið stóra skip).
Articolo
|
maschile |
femminile |
neutro |
|||
caso |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale |
singolare |
plurale
|
nominativo |
hinn/-inn |
hinir/-nir |
hin/-in |
hinar/nar |
hit/-it |
hin/-in |
genitivo |
hins/-ins |
hinna/-nna |
hinnar/-innar |
hinna/-nna |
hins/-ins |
hinna/-nna |
dativo |
hinum/-num |
hinum/-num |
hinni/inni |
hinum/-num |
hinu/-nu |
hinum-num |
accusativo |
hinn/-inn |
hina/-na |
hina/ina |
hinar/-nar |
hit/-it |
hin/-in |
Gli aggettivi possessivi del singolare hanno esattamente la stessa forma dell’articolo indipendente: minn “mio” þinn “tuo” e il riflessivo sinn “suo [proprio]” (per il resto, si usa spesso il genitivo plurale del pronome corrispondente).
I pronomi
I pronomi personali in antico nordico conservano alla prima e alla seconda persona (e alla terza del riflessivo) la distinzione singolare-duale-plurale. Le forme con þ- della seconda duale e plurale sembrano essere dovute ad analogia con la þ del singolare þú (come se noi dicessimo toi per voi per analogia con tu).
Personali |
1° sing. |
2° sing. |
3° rifl. |
1° du. |
2° du. |
1° pl. |
2° pl.
|
nominativo |
ek |
þú |
- |
vit |
(þ)it |
vér |
(þ)ér |
genitivo |
mín |
þín |
sín |
okkar |
ykkar |
vár |
yðar |
dativo |
mér |
þér |
sér |
okkr |
ykkr |
oss |
yðr |
accusativo |
mik |
þik |
sik |
okkr |
ykkr |
oss |
yðr |
I pronomi di 3° plurale, secondo l’uso indoeuropeo, derivano da un pronome dimostrativo e dunque hanno la distinzione di genere, a differenza della prima e della seconda: ma seguono i pronomi dimostrativi anche nella perdita del duale.
Personali
|
3° singolare |
3° plurale |
||||
|
M
|
F |
N |
M |
F |
N |
nominativo |
hann |
hún (/hon) |
þat |
þeir |
þær |
þau |
genitivo |
hans |
hennar |
þess |
þeirra |
þeirra |
þeirra |
dativo |
hánum |
henni |
því |
þeim |
þeim |
þeim |
accusativo |
hann |
hana |
þat |
þá |
þær |
þau |
I pronomi dimostrativi sá “quello” e þessi “questo” in antico nordico sono divisi solo al singolare, al plurale c’è un’unica forma.
Dimostrativi
|
3° singolare |
3° plurale |
||||
|
M
|
F |
N |
M |
F |
N |
nominativo |
sá |
sú |
þat |
þessi |
þessi |
þetta |
genitivo |
þess |
þeirrar |
þess |
þessa |
þessarar |
þessa |
dativo |
þeim |
þeirri |
þeim |
þessum |
þessari |
þessu |
accusativo |
þann |
þá |
þat |
þenna |
þessa |
þetta |
nominativo |
þessir |
þessar |
þessi |
|
||
genitivo |
þessara |
þessara |
þessara |
|||
dativo |
þessum |
þessum |
þessum |
|||
accusativo |
þessa |
þessar |
þessi |
|||
Lo sviluppo nelle lingue moderne
Il sostantivo
Oggi nelle lingue scandinave moderne è rimasto bene poco. La lingua che ha mantenuto meglio queste distinzioni è lo svedese, dove ancora oggi si trova una differenza tra sostantivi in –ar, –er (con o senza met-I della vocale precedente), –or, - (zero) e -en al plurale: i primi sono quasi tutti gli ex maschili, più i femminili della seconda; i secondi sono principalmente nomi in –i/u, o stranieri, verosimilmente mediati dal danese (telefon, pl. telefoner) o derivati dal tedesco (in questo secondo caso, sono quelli con met-I nella sillaba radicale, del tipo hand “mano” händer); i nomi in –or corrispondono prevalentemente agli antichi femminili in nasale (al singolare hanno la desinenza in –a: kyrka “chiesa” kvinna “donna”); i nomi in zero sono gli antichi neutri forti, che in scandinavo orientale (dove non c’è quasi più la met-U) raramente si distinguono dagli altri (barn “bambino pl. barn). Infine, i nomi in –en sono normalmente neutri derivati dal tedesco come ställe “luogo”, arbete “lavoro”. Lo svedese conserva ancora plurali neutri in –n per öra “orecchio”, öga “occhio” (öron, ögon).
In danese, gli antichi plurali in –ar si sono trasformati per lo più in –e (fuglar “uccelli” > fugle; forse per influsso dell’accusativo fugla), cui si sono affiancati molti plurali in –er derivati dagli antichi suffissi –ar, -ir, -(u)r (che si erano confusi fin nel periodo medio della lingua), sì che questi plurali sono diventati i più comuni e vengono aggiunti alle parole nuove (telefoner). I neutri in zero sono rimasti (alcuni con met-U: barn “bambino” pl. børn, år “anno”, pl. år).
Il norvegese segue il danese, ma sono rimasti alcuni plurali differenti per effetto dell’influsso del neonovergese, dove le desinenze di plurale sono meglio conservate, con una situazione simile (ma non identica) allo svedese.
Articolo
L’articolo nelle lingue scandinave orientali si è ridotto alla sola forma –en per il genere comune, --et per il neutro al singolare; il plurale conserva varie forme derivate dall’accusativo in svedese, dove la regola generale vuole che si aggiunga –na per tutti i plurali in –r, mentre i plurali in zero aggiungono –en (retaggio dell’antico –in: barnet “il bambino”, pl. barnen “i bambini”) e quelli in –en (che, come abbiamo visto, sono i più recenti, dovuti a prestiti dal tedesco) aggiungono solo –a (arbetena “i lavori”).
Quando l’articolo è indipendente (le forme in hinn dell’antico nordico) si trova la forma den, det (dove la d- è un prestito dalla þ- > t dei pronomi dimostrativi).
L’articolo indeterminativo in svedese è il numerale en (neutro ett).
In danese, i singolari sono identici posposti sono identici allo svedese (-en, -et), mentre i plurali in –e aggiungono -ne (fuglene), i plurali in –er pure (kvinderne “le donne”), i plurali in zero aggiungono –ene per analogia con gli altri (årene “gli anni”). Anche in danese, l’articolo indeterminativo è en (neutro et, con una sola [t]).
Il norvegese al plurale segue il danese, ma trasforma –er + -ne > –ene (kvinnene “le donne”). Per il resto, il norvegese prende a modello il neonorvegese, nell’aggiungere un articolo femminile –a.
L’articolo indeterminativo maschile e neutro è uguale al danese: en (maschile), et (neutro). Il femminile è ei, perché è preso dal neonorvegese che ha ein, ei, eit (con conservazione di un antico dittongo che si era perso nelle lingue orientali: se avesse dovuto seguire le regole di evoluzione orientali, sarebbe diventato en, come in danese e svedese, e si sarebbe confuso con il maschile). In questo modo si crea un paradigma “misto”: en mann “un uomo”, et barn “un bambino” ma ei kone “una donna (moglie)”.
Svedese e norvegese conoscono la “doppia determinazione”: un nome può prendere sia l’articolo indipendente sia quello posposto: den vakra kvinna “la bella donna” (ma si dice min fru “la mia signora”, non **min fruen, e hans nya bil “la sua [di lui] macchina nuova”, non **hans nya bilen). Il danese non ha questa possibilità: den smukke kvinne “la bella donna”.
Aggettivo
La scomparsa dei casi ha semplificato molto anche la flessione dell’aggettivo: al singolare, oggi troviamo la forma forte solo con desinenza zero (genere comune) e –t (genere neutro): sv. en lång vår “una lunga primavera” ma et långt rum “una lunga stanza”. La forma debole ha conservato a lungo in svedese l’opposizione tra un maschile in –e (derivato dal nominativo –i) e un femminile e neutro in –a, ma oggi la forma –a è generalizzata nell’uso comune: sv. den goda (formale gode) mannen “il buon uomo” den vita bilen “la macchina bianca”, det stora rummet “la grande stanza”.
Al plurale, la desinenza –a si trova sia per il definito sia per l’indefinito (stora rum, de vita bilarna)
Il danese ha un’unica desinenza –e che corrisponde allo sv. –e, –a: den hvide bil, det store rum, de hvide biler, de store rum.
Pronomi
In tutte le lingue scandinave continentali, i pronomi conservano l’opposizione nominativo-accusativo (l’accusativo ha assorbito il dativo) e una forma di genitivo (dove spadroneggia una desinenza –s analogica) che serve anche per il pronome possessivo.
Personali |
1° sing. |
2° sing. |
3° rifl. |
1° pl. |
2° pl.
|
nominativo |
jeg/jag |
du |
- |
vi |
i/dere/ni |
genitivo |
min |
din |
sin |
vores/våra |
jeres/deres/era |
dativo |
- |
- |
- |
- |
- |
accusativo |
mig |
dig |
sig |
os/oss |
jer/dere/er |
Personali
|
3° singolare |
3° plurale |
||||
|
M
|
F |
N |
M |
F |
N |
nominativo |
han |
hun/hon |
det |
de/de [dom] |
||
genitivo |
hans |
hendes/hennes/hennes |
dets, dess |
deres/deras |
||
dativo |
- |
- |
- |
- |
||
accusativo |
han/honom |
hende/henne/henne |
det |
dem /de [dom] |
||
I pronomi dimostrativi sono limitati a forme come denne, dette, disse (simili ad inglese e tedesco), ma nella varie lingue scandinave esiste la tendenza a sostituirli con gli articoli den, det , rafforzati da her o der (rispettivamente per “questo” o “quello”).
Il genitivo dei pronomi serve anche a formare aggettivi possessivi, che hanno la forma min/mit “mio”, din/dit “tuo”, sin/sit “suo proprio”, vår/vårt “nostro” (solo svedese), er/ert “vostro” (solo svedese). I restanti possessivi si forma con costruzioni invariabili al genitivo: hans “di lui”, hennes “di lei”, vores “di noi” (danese), jeres “di voi”, deres “di loro” (in norvegese anche “di voi”).
La differenza tra sin/sit e hans, henne è che il primo è riflessivo: cf. da. han elsker sin hustru “lui ama la sua propria moglie” han elsker hans hustru “lui ama la moglie di lui (un altro)” no. Hun kjør til sitt hus “lei va a casa sua” hun kjør til hennes hus “lei va a casa di lei (un’altra)”.
Storia paesi scandinavi
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