Storia Grecia antica


    Tratto da wikipedia : Grecia antica è il termine utilizzato per descrivere la civiltà sviluppatasi nella Grecia continentale, in Albania, nelle isole del Mar Egeo, sulle coste occidentali della Turchia, in Sicilia e nell'Italia meridionale (Magna Grecia).

    La cultura greca, nonostante la conformazione geografica del continente favorisse l'insorgere di molteplici unità politiche a sé stanti, fu un fenomeno omogeneo, che interessò tutte le genti elleniche, accomunate dalla stessa lingua e dalla stessa religione. Dal punto di vista cronologico non esistono date certe e universalmente accettate per l'inizio e la fine del periodo greco antico. Ufficialmente viene fatto iniziare con la data della prima Olimpiade (776 a.C.), anche se alcuni storici propendono per retrodatare l'inizio della storia antica della Grecia verso il 1000 a.C. La data tradizionale per la fine del periodo greco antico viene generalmente fatta coincidere con la morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C., o con l'integrazione della Grecia nell'Impero romano nel 146 a.C.

 

Storia greca antica

 

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       L’età di Pericle

     

     

    Pèricle, in gr. Periklês, uomo politico ateniese (495 circa a.C. - Atene 429 a.C.). Figlio di Santippo, nipote di Clistene, entrò nella vita politica poco dopo i trent'anni fornito di una solida preparazione, che gli proveniva da una grande tradizione familiare nel campo politico, da un'educazione aperta e innovatrice (Anassagora, Zenone di Elea e Damone) e da spiccate doti di ingegno. Al seguito di Efialte, collaborò a organizzare l'opposizione contro il conservatore e filospartano Cimone e a farlo ostracizzare, nonché all'approvazione di provvedimenti che restringevano notevolmente i poteri dell'Areopago. Dopo l'assassinio di Efialte, ne prese il posto a capo della parte popolare, reggendo il governo di Atene, quale membro di pubbliche assemblee o di magistrature (in particolare del collegio degli strateghi) dal 461 al 429 a.C. quasi ininterrottamente, nel pieno rispetto della costituzione. Predominio di Atene sulla Grecia ed effettiva partecipazione delle classi popolari al potere furono il duplice intento della sua azione politica, perseguita con decisione, anche se con una visione non sempre chiara delle forze in gioco. Riprendendo in parte il piano di Temistocle, si propose di muovere guerra contemporaneamente alla Persia e a Sparta, servendosi delle risorse della Lega delio-attica, trasformata in un impero di Atene, e del suo tesoro da Delo più tardi trasferito nel tempio di Atena sull'Acropoli. Ma gli eventi, in un'alternanza di vittorie e di sconfitte, non corrisposero alle aspettative. Il conflitto con Sparta, affrontato con l'alleanza di Argo, sembrò risolversi in un'egemonia ateniese con la capitolazione di Egina, la conquista di importanti posizioni sul golfo di Corinto e la pronta vittoria di Enofita in Beozia (457 a.C.) in risposta alla dura sconfitta di Tanagra, ma il successo era pur sempre limitato e su di esso pesava l'infelice esito della spedizione in Egitto, inviata in aiuto ai libici Inaro e Amirteo, ribellatisi alla Persia, e finita con immense perdite di uomini e di navi. Pressoché fallita la politica egemonica della guerra sui due fronti, Pericle ritenne opportuno assicurare la posizione di Atene con la conclusione della pace di Callia (449-448 a.C.) con la Persia e con la cosiddetta pace dei Trent'anni con Sparta (446-445 a.C.). Pericle si dedicò da allora con maggior fervore al consolidamento dell'impero marittimo, allo sviluppo del processo di democratizzazione della vita politica e all'incremento delle attività economiche, culturali e artistiche. Della Lega (symmachía) delio-attica egli fece un dominio (arche) di Atene, attribuendo alla città il diritto di amministrare la giustizia per gli Stati membri nei processi criminali più importanti, di disporre, nonostante l'opposizione di Tucidide di Melesia, del tesoro federale, di determinare la misura dei tributi e di punire con la forza delle armi in caso di resistenza o di ribellione. Nel campo della politica interna introdusse il principio della retribuzione delle cariche pubbliche e l'elezione a esse, tranne per quelle militari e finanziarie, mediante sorteggio. L'indennità (misthós), concessa prima ai giudici dei tribunali e poi estesa ai membri dell'arcontato (ormai aperto anche agli zeugiti), della bulé e delle pritanie e infine ai nullatenenti perché potessero assistere agli spettacoli teatrali, permise anche ai cittadini più poveri di intervenire di fatto nella vita della polis. La volontà popolare trovava, d'altronde, modo di esprimersi nell'elezione del collegio dei Dieci strateghi, al quale Pericle, con unanime consenso e con procedura di favore, venne costantemente designato. Aggiunta alla sicurezza dai nemici esterni la supremazia nell'ambito della Lega e creata infine all'interno una situazione di equilibrio e di collaborazione fra le diverse classi, l'Olimpio come ormai era chiamato con un misto di ammirazione e di ironia, si preoccupò ancor più di accrescere il benessere sociale offrendo numerose possibilità di lavoro con l'aumento delle costruzioni navali, con l'impulso a grandiose opere pubbliche e con la deduzione di cleruchie nel bacino dell'Egeo (Eubea, Nasso, Samo, ecc.). Parimenti promosse l'incremento degli scambi commerciali e lo sviluppo della produzione industriale e dell'attività bancaria, che ebbe nel tetradramma ateniese una delle monete più pregiate nel Mediterraneo. Inoltre continuò una pacifica e cauta, quanto redditizia, politica di espansione verso occidente, favorendo la fondazione della colonia, aperta a tutti i Greci, di Turi (444-443 a.C.) con l'ambizioso intento di assegnare ad Atene una funzione panellenica verso oriente con l'aprirsi la via alla zona metallifera del Pangeo mediante la fondazione di Anfipoli (436 a.C.) e costringendo, all'incirca nello stesso periodo, le città del Ponto Eusino a entrare nella Lega, per assicurarsi i rifornimenti di grano e di pesce. Una mirabile fioritura nel campo del pensiero e dell'arte si accompagnò all'opera di Pericle, costituendone lo splendido coronamento e contribuendo in misura determinante a far designare la sua epoca dal suo nome (età, secolo di Pericle). Nel clima del suo governo, sollecito dei valori umani e che favoriva ogni loro manifestazione, poeti come(……) Sofocle ed Euripide, architetti e scultori quali Ippodamo di Mileto e Fidia, storici alla stregua di Erodoto, filosofi come Protagora e i sofisti Anassagora e Socrate maturarono capolavori d'arte e concezioni di pensiero da cui prese le mosse, sotto molti aspetti, la civiltà dei secoli seguenti. Il circolo di Aspasia, la bella etera milesia con la quale Pericle, ripudiata la moglie legittima, visse maritalmente e dalla quale ebbe anche un figlio (Pericle il Giovane), costituì uno degli aspetti più singolari della vita intellettuale del tempo.

    Il favore popolare, che l'Olimpio si era guadagnato con il promuovere una politica nell'interesse dei meno abbienti, ma anche delle alte classi e che aveva saputo conservare con una straordinaria eloquenza congiunta a una rara probità di costumi e abilità di governo, si affievolì notevolmente negli ultimi anni. Per motivi diversi gli avversari si fecero via via più numerosi: nemici personali, ambiziosi delusi, imperialisti impazienti come Cleone e oligarchi raggruppati intorno a Tucidide di Melesia, elementi democratici che lo accusavano di cercare simpatie presso i conservatori e di aspirare alla tirannide. Poiché non si osava attaccarlo direttamente si intentarono processi contro persone a lui care e ritenute responsabili della sua politica: Anassagora reo di empietà, fuggito a Lampsaco, Aspasia, accusata di concubinaggio e di lenocinio e assolta per la difesa dello stesso Pericle, Fidia, imputato di malversazione nell'impiego dell'oro e dell'avorio per la statua di Atena Parthenos e finito in prigione. L'opposizione si rafforzò con l'avvicinarsi della guerra del Peloponneso, voluta da Pericle, secondo alcuni, per uscire dalla difficile situazione in cui si trovava, prevista da lui come inevitabile, secondo altri, e quindi provocata nel momento che sembrava più favorevole per Atene. Il suo piano bellico, che non venne poi mantenuto, mirava a logorare l'avversario con una strategia difensiva per terra e con scorrerie sulle coste del Peloponneso e contro la flotta mercantile di Corinto e di Megara. Ma le devastazioni delle campagne dell'Attica, abbandonata all'invasione di Spartani e Beoti, e i limitati successi navali gli alienarono l'animo delle popolazioni rurali e di quanti chiedevano una guerra più energica. Al malcontento si aggiunsero i danni di una tremenda pestilenza. Costretto a lasciare la carica di stratego, dopo averla ricoperta per quattordici anni di seguito, e sottoposto a processo per appropriazione di danaro dello Stato, con la conseguente condanna a 50 talenti di multa (430 a.C.), venne tuttavia rieletto nella primavera del 429, come il solo capace di porre rimedio alla difficile situazione. La peste, però, che gli aveva tolto i due figli legittimi, Paralo e Santippo, non risparmiò neppure lui, che morì nell'autunno seguente, all'età di sessantasei anni circa, lasciando Atene in balia di quelle forze contrastanti che egli aveva saputo reggere. Se i giudizi su Pericle, sia tra gli antichi sia tra i moderni, non sono stati sempre del tutto favorevoli, egli rimane incontestabilmente l'esempio, unico nella storia, di un uomo di Stato che ha esercitato un governo personale con istituzioni liberali. Immedesimatosi con il popolo, ne fu la guida naturale e accetta nell'orientamento politico, nel soddisfacimento delle aspirazioni economiche e civili e il sensibile promotore di ogni manifestazione delle sue eccezionali qualità creatrici nel campo del pensiero e dell'arte.

     

    Eguaglianza e libertà secondo Pericle

 

  • Eguaglianza e libertà sono le basi della democrazia ateniese. Nell’epitafio di Pericle, dello storico Tucidide, lo statista ateniese spiega il suo ideale politico e lo fa con un costante raffronto fra la sua città e Sparta. Per tutte le stirpi greche bene supremo era la libertà; così era anche per Sparta, ma ai singoli abitanti bastava l’indipendenza della patria. Anche gli Ateniesi avevano una spiccata sensibilità statale e disposizione al sacrificio, ma per loro non era tollerabile trascorrere la vita soggetti alla coercizione dello stato.

    Al totalitario stato spartano Pericle antepone la concezione statale ateniese. Ad Atene la sfera privata è separata dalla sfera statale e lo stato cerca di evitare ogni ingerenza e di lasciare ad ogni cittadino la possibilità di strutturare liberamente la propria vita. Il simbolo della democrazia per gli Ateniesi era l’invito dell’araldo, che chiedeva se qualcuno volesse prendere la parola. Secondo Pericle, poi, ogni cittadino è in grado sia di occuparsi degli affari privati sia di formulare il proprio giudizio in merito a quelli pubblici.

    L’opposizione fra le forme statali in vigore a Sparta e a Atene deriva da una diversa volontà politica, alla quale contribuisce il diverso peso che viene dato nelle due polis alla personalità individuale. Anche a Sparta, come nelle altre città greche, si formarono uomini di notevole levatura, ma essi rappresentavano soltanto il loro mondo: non si ponevano come individui singoli e il loro valore non scaturiva da sorgenti interiori. Per primo fu l’ateniese Temistocle ad essere apprezzato come l’uomo che aveva salvato la Grecia con le sue doti personali. Per la prima volta Tucidide lo indica come individuo che ha messo il suo genio a servizio della collettività. Temistocle fu il primo ed altri seguirono e Pericle trasse le debite conseguenze dall’aumentata importanza del singolo, cercando di assicurargli il suo posto nella società.

    E’ lo stesso Pericle a precisare che uguaglianza indica, nel diritto privato, l’essere tutti uguali davanti alla legge, mentre in ambito politico l’abolizione di privilegi di nascita e censo, ma non lo stesso grado di influenza sulla collettività. Unico parametro per quest’ultimo aspetto è l’aretè. All’uguaglianza meccanica, che ha compimento nell’assemblea popolare, è affiancata una differenziazione che apra la via ai più abili cosicchè anche i più poveri possano avere un’influenza politica. Pericle afferma che l’umanità accoppia adempimento dei compiti privati, sensibilità statale e intelligenza politica. Anziché l’educazione spartana alla guerra, è necessaria una formazione integrale dell’uomo, che può essere ottenuta solo se viene concesso all’individuo di poter sviluppare tutte le proprie inclinazioni.

    Senza la concezione periclea di libertà e uguaglianza sarebbe inconcepibile il liberalismo moderno, che però nasce da una mentalità individualistica, mentre per Pericle l’individuo deve sì essere socialmente libero, ma sopra di lui è la polis che obbedisce a leggi proprie. Lo stato ha la priorità perché è la sola comunità di formazione naturale entro cui l’uomo può esistere e dal benessere della quale dipende quello del singolo. Di conseguenza l’individuo poteva usufruire della sua libertà subordinatamente agli interessi della società. La valutazione della persona, comunque, andava oltre al semplice concetto di democrazia e aprì un nuovo momento nel pensiero politico greco.

    Se a Sparta trovava espressione l’idea politica di socialismo, perché dominanti sono i fini dello stato, la convinzione di Pericle è che la comunità, nonostante la sua preminenza, possa raggiungere il suo fine supremo solo se ogni cittadino può sviluppare la propria personalità liberamente.

    La politeia, come stato democratico, era per i Greci non una costituzione scritta, ma la forma di vita creata da un popolo in base alla sua natura e alla sua indole. Gli avversatori di questa forma attaccavano in modo violento la parole uguaglianza e libertà: all’uguaglianza "aritmetica" veniva contrapposta un’uguaglianza "geometrica", che non concedesse uguali diritti a uomini non uguali ma che li graduasse in base ai meriti, e la libertà democratica diveniva sinonimo di sfrenatezza e arroganza e ad essa era opposta la sophrosune. In effetti sull’ideale democratico di libertà – per sfuggire al servilismo nei confronti di un despota – ricadeva il rischio della sfrenatezza assoluta, un rischio che lo stesso Pericle vide. Egli afferma che, se nella vita privata ognuno è totalmente libero di compiere ciò che più gli piace, in quella pubblica evita, per timore, di tenere una condotta illegale. Il timore di cui parla lo statista ateniese è un timore etico, è paura di violare i limiti che i doveri verso la società impongono alla libertà individuale. Pericle, rifiutando la coercizione spartana ma ritenendo che il timore etico sia innato in tutti popoli, sostiene che è necessaria l’ubbidienza volontaria, ma più che altro la intende come esigenza ideale.

     

    Le principali opere fatte erigere da Pericle

     

    Il complesso monumentale più significativo dell'arte greca è l'Acropoli di Atene. Fin dall'epoca micenea (secondo millennio a.C.) sulla sua sommità si trovava il palazzo del re (anax) e intorno al XIII secolo a.C. vi fu innalzata la prima potente cinta muraria fortificata. Con l'accrescersi dell'importanza di Atene e in modo particolare nell'età di Pisistrato e dei Pisistratidi (VI secolo a.C.) l'Acropoli era stata via via arricchita di edifici sacri e le sue fortificazioni erano state rinforzate. Dopo le distruzioni operate dai Persiani cominciò la ricostruzione prima sotto il governo di Temistocle (inizio del V secolo a.C.), poi con Cimone (prima metà del V secolo a.C.), ma fu comunque con Pericle che l'Acropoli raggiunse il suo massimo splendore. L'agorà già alla fine del VI secolo a.C. era staccata dall'Acropoli caratterizzandosi come luogo civico per eccellenza, simbolo della trionfante democrazia. Nel V secolo a.C. acquistò una forma più regolare, si arricchì di edifici e di porticati che ospitavano botteghe e luoghi d'incontro. Divenne il vero centro politico e commerciale della città. Il primo edificio innalzato sull'Acropoli fu il Partenone, tempio di Athena Parthenos, cioè della Vergine in quanto la dea Athena aveva custodito la propria castità anche quando Efeso l'insediò, il monumento che Pericle volle fosse omaggio alla dea Athena protettrice della città nel difficile momento dello scontro con i persiani, anche un simbolo della potenza ateniese che dal periodo della guerra era uscita vincitrice stabilendo la propria egemonia sulla Grecia. Una serie di attente indagini condotte da un archeologo inglese, Rhys Carpenter, hanno rivelato che nel sito dove sorse il tempio pericleo era già stato in costruzione un altro tempio dedicato ad Athena ed era stato progettato nel 490 a.C. circa. Era già stata eretta un'altra piattaforma di pietra e posti in loco i tamburi di base del colonnato quando nel 480 a.C. sopravvenne l'invasione persiana. Tra il 468 e il 465 a.C., per iniziativa di Cimone, fu progettato un nuovo tempio nello stesso luogo e con la stessa pianta. I lavori per la costruzione del nuovo edificio furono interrotti però quando Pericle assunse il potere dopo la morte di Cimone nel 450 a.C. In questa fase fu progettato un nuovo tempio, il terzo, nello stesso luogo ma con pianta ampliata. Dai resoconti finanziari desumiamo che la costruzione del Partenone fu iniziata nel 447 a.C. quando fu inaugurata la grande statua crisoelefantina, cioè in oro e in avorio, la Athena Parthenos di Fidia, ma rimasero all'opera squadre di scultori fino al 432 per completare la decorazione dei frontoni. Le fonti antiche ci hanno tramandato i nomi di alcuni architetti: Iktinos, Kallikrates, Karpion. Sappiamo qualcosa di più di Fidia grazie alla sua notorietà e alla sua amicizia con Pericle. Le fonti sono d'accordo sul fatto che fu nominato da Pericle episkopos, cioè sovrintendente dei lavori del Partenone, e non abbiamo motivo per metterlo in dubbio. Comunque il Partenone non fu opera di una sola persona, ma di una équipe affiatata. 

    Lunga e minuziosa fu la progettazione, durata almeno due anni (449 e 448 a.C.). Fu usata, ristrutturandola e ampliandola (da 23,53 m x 66,94 con sei colonne per sedici a 30,88 m x 69,609) la piattaforma del precedente tempio che presentava già la disposizione prostila della cella, cioè con opistodomo anteriore con quattro colonne distaccate tra le ante e la profondità del pronao ridotta. Iktinos mantenne inoltre la divisione della cella in due settori, il vano principale a ovest a tre navate con doppia fila di dieci colonne, il secondo a est, a pianta quadrata, con quattro colonne che sostenevano il soffitto. La necessità di riutilizzare gli elementi delle colonne già presenti nel cantiere condizionò le dimensioni delle colonne, che risultarono di diametro inferiore rispetto ai canoni tradizionali dell'ordine dorico e quindi il colonnato esterno risultò con un ritmo molto serrato. Iktinos, pur conservando questa pianta, dovette tener conto delle proporzioni monumentali che Fidia prevedeva per la statua. Mantenne allora la divisione in due sale della cella del precedente tempio, ma trasformò però in modo sostanziale la ripartizione degli spazi e dei volumi. Sviluppò il colonnato interno attorno alla navata centrale della cella sotto forma di un portico a tre ali, due laterali a dieci colonne e una trasversale a cinque colonne. Aumentando così l'ampiezza della cella il numero delle colonne sulla facciata fu aumentato dai sei a otto; i corridoi del peristilio vennero ridotti, il pronao e l'opistodomo perdettero la profondità. Nella sala posteriore, dove veniva custodito il tesoro della dea e che all'origine portava il nome di Parthenon, nome che soltanto dal IV secolo a.C. fu adottato per tutto l'edificio, Iktinos impiegò l'ordine ionico per le quattro colonne perché la forma più slanciata soddisfaceva meglio l'esigenza di spazio.

    La decorazione scultorea e pittorica ravvivava ed esaltava il tempio. Sobria quella relativa alle modanature in marmo dotate di piccoli fregi con perle. In quella del tetto predominava il motivo della palmetta. A testa di leone i gocciolatoi. Contenuta anche la cromia: poco azzurro, rosso, oro su alcune modanature e sui cassettoni marmorei, con motivi geometrici o floreali stilizzati. Sfortunatamente ci sono giunte in cattivissime condizioni le sculture del tempio, distribuite su novantadue metope, su un fregio di centosessanta metri che girava intorno alla cella e sui due frontoni. Per connettere in qualche modo i frammenti dispersi e interpretarli si sono rivelati preziosi i disegni eseguiti dal pittore Carrey prima dell'esplosione del Partenone-polveriera nel 1687. Le sculture, in marmo a grana fina erano dipinte e arricchite da dettagli in bronzo probabilmente dorato. 

    Le metope, pressappoco quadrate, erano quattordici sui lati brevi, trentadue sul lunghi. Sul lato occidentale è rappresentata un'amazzonomachia, lotta di amazzoni, simboleggiante con ogni probabilità la guerra contro i persiani. Del lato nord quasi nulla possiamo dire, perché l'unica metopa leggibile è la trentaduesima, che si pensa raffiguri Iris ed Hera, le divinità rappresentanti i fenomeni naturali e la terra o la vita stessa. Il tema svolto era comunque la guerra di Troia, con gli dei che assistevano alla lotta. La stessa indecifrabilità presenta il lato orientale, rappresentante una gigantomachia. Meglio si sono conservate le metope del lato occidentale, probabilmente perché di più difficile accesso, poiché da quella parte il pendio era più scosceso. Il tema è una Lotta fra Centauri e Lapiti, un popolo mitico della Tessaglia noto per avere liberato quella regione dei Centauri, chiara metafora della lotta tra la bestialità e razionalità. I contendenti sono in parte nudi in parte coperti da clamidi e mantelli. Alla contenutezza espressiva dei Lapiti fa riscontro un'intensissima gamma di emozioni sul volti dei Centauri. Perdute sono le metope dalla tredicesima alla ventunesima.

    Ideato da Fidia, il lunghissimo fregio, della cella rappresenta in chiave realistica la processione delle Panatenee, la maggiore festa civile e religiosa di Atene, che si svolgeva in estate in onore della dea protettrice della città. Sul lato occidentale del fregio un corteo di cavalieri con un personaggio che li guida. Sul lato settentrionale ancora una cavalcata: i cavalieri sono preceduti da carri e seguiti da anziani, da citaredi e flautisti, da portatori di offerte, da conducenti di vittime sacrificali. Sul lato meridionale la tematica si ripete. Su quello occidentale un po' meno affollato, le fanciulle ateniesi alla presenza degli eroi e degli dei offrono ad Athena il sacro peplo. Non c'è un momento di monotonia nella rappresentazione: le figure in movimento si alternano a quelle ferme, lo scorcio è risolto con un regredire dei piani e con una variazione di profondità del rilievo. Sono in tutto nel fregio trecentocinquanta figure, che riescono a vivere ciascuna di vita propria, pur integrandosi nell'insieme.  

     

    Anche i frontoni sono in cattivo stato di conservazione. Quello orientale recava ai lati il Sole sul carro che sorgeva dal mare e Selene, personificazione della luna, che con la sua quadriga vi sprofondava, al centro (perduta) la nascita di Athena; poco rimane anche di altre figure di divinità che assistevano al prodigio. Più complessa e dinamica la rappresentazione sul frontone occidentale. E' la lotta fra Athena e Poseidone per il possesso dell'Attica, con la partecipazione di divinità e i eroi. Si avvertono anche qui l'idea e la mano di Fidia.

    Tutte queste sculture convergevano a esaltare il capolavoro di Fidia, l'Athena Parthenos, il simulacro d'oro e avorio, posto all'interno della cella, della dea simbolo del genio e della libertà ateniesi. La statua era alta circa dodici metri ed erano stati impiegati per la costruzione circa mille chili d'oro, le parti nude erano di avorio, gli occhi di pietre preziose. La dea indossava una lunga veste, recava sul petto una testa di gorgone d'avorio, aveva il capo coperto da un elmo adorno al centro di una sfinge e ai lati di grifi. Nella mano destra reggeva una Nike, la dea della vittoria, coronata d'oro, con la sinistra lo scudo rotondo decorato all'esterno da una testa di gorgone e da un'amazzonomachia. Si affacciava dallo scudo Erichtonios, eroe attico con le fattezze di serpente, accudito alla nascita da Athena, che ne favorì il culto quando divenne re di Atene. Sulla spalla sinistra poggiava la lancia. Una centauromachia ornava le suole dei sandali. Per farci un'idea dell'opera dobbiamo ricorrere alle copie, non infedeli ma scialbe.

    Dopo la costruzione del Partenone i cantieri attivi sull'Acropoli non cessarono la loro attività e l'officina organizzata da Iktinos e Kallikrates continuò a dominare la creazione architettonica in Grecia fino alla fine del V secolo a.C. Sull'Acropoli il nuovo tempio esigeva un accesso monumentale. Il precedente ingresso costruito nel VI secolo a.C. non rispondeva più alle esigenze del grande tempio. I lavori cominciarono nel 437-436 a.C. ma non furono mai terminati per l'inizio nel 432-431 a.C. della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta. A un nuovo architetto Mnesikles strettamente legato all'officina del Partenone per stile e modi costruttivi fu affidato l'incarico.

     

     

    I Propilei sono costituiti da un corpo centrale con sei colonne doriche sulle due facciate di ovest ed est. L'interno era diviso da una parete a cinque porte in due vestiboli dei quali l'occidentale è il più ampio e ha tre navate separate da due file di tre colonne ioniche. Attraverso la navata centrale passava la via che conduceva agli edifici sacri. Al corpo centrale si affiancava a nord un edificio formato da un'ampia sala e da un portico a tre colonne "la pinacoteca", così detta perché in essa erano conservate opere pittoriche.

     

     

    Tempio di Zeus

     Il tempio di Zeus, ultimato nel 456 a C. era uno dei templi più imponenti dell'antichità

     

     

    Vita di Pericle secondo Plutarco

     

     

    Il trasferimento del tesoro federale da Delo ad Atene; l'utilizzazione dei fondi da parte di Pericle



    Plutarco, Vita di Pericle 12, [1-3]

    [1]Gli avversari di Pericle lo attaccavano soprattutto per questa fra le sue azioni politiche, cioè la costruzione di monumenti, che era quella che causava agli Ateniesi maggior soddisfazione e abbellimento della città stessa, oltre che essere motivo di vastissima ammirazione fra gli altri uomini e la sola testimonianza in Grecia della non falsità della sua celebrata potenza e del suo antico prestigio. Lo attaccavano nelle assemblee gridando che il popolo ateniese non era tenuto più in nessuna considerazione e anzi godeva di una cattiva reputazione perchè aveva trasferito il tesoro sacro comune da Delo in Atene e lo stesso Pericle aveva mostrato tutta la pretestuosità dell'unica giustificazione presentabile davanti agli accusatori, cioè il timore dei barbari e la volontà di custodire il tesoro comune in un luogo sicuro. [2] "La Grecia pensa di aver subito un'offesa terribile e di essere chiaramente sottomessa da un regime tirannico, poichè vede che i tributi versati forzosamente per la guerra sono da noi utilizzati per indorare e abbellire la nostra città come se si trattasse di una donna vanitosa, ponendole attorno pietre preziose, statue e templi dal valore di migliaia di talenti". [3] Pericle dimostrò al popolo che non si doveva presentare alcun rendiconto agli alleati; gli Ateniesi combattevano per loro e mantenevano distanti i barbari; gli alleati non fornivano nemmeno un solo cavallo, una sola nave, un solo oplita, ma davano solamente del denaro, che non è di chi lo versa ma di chi lo riceve, se questi esegue il compito per cui è pagato.

    Plutarco, Vita di Pericle 13, [1-2; 6; 11-16]

    [1]Gli edifici si innalzavano ammirevoli per grandezza, ineguagliabili per grazia e forma; gli artisti gareggiavano nel celebrare, con la abilità tecnica, le loro realizzazioni; era in maniera particolare motivo di meraviglia la velocità di realizzazione. [2]Si riteneva che ciascuna di quelle opere potesse realizzarsi con fatica solamente nel giro di parecchie generazioni; tutte quante invece furono completate al culmine di un solo governo.

    [6]Tutte le decisioni spettavano a Fidia, che era anche, su incarico di Pericle, curatore di tutto quanto, pur avendo ciascun lavoro un proprio architetto e un proprio costruttore.

    [11]Pericle, volendo guadagnarsi ulteriori onori, stabilì, cosa che non era mai avvenuta prima, che si tenesse nell'ambito delle Panatenee un agone musicale ed essendone stato designato giudice, fissò le regole per suonare il flauto o la cetra o cantare. A partire da allora sempre, in seguito, gli agoni musicali si tennero nell'Odeon. [12] I Propilei dell'acropoli furono realizzati in cinque anni sotto la guida dell'architetto Mnesicle; un fatto portentoso, accaduto durante i lavori, indicò che la dea Atena non solo non era indifferente all'opera, ma anzi collaborava alla realizzazione.[13] Avvenne che il più energico ed entusiasta degli operai cadde dall'alto ed era in condizioni tanto disperate che i medici nemmeno lo curavano. Essendo Pericle in profonda angoscia, gli apparve in sogno Atena e gli indicò la cura adatta usando la quale Pericle rapidamente e con facilità guarì l'uomo. Per questo fece erigere sull'acropoli la statua bronzea di Atena Igea, presso un altare che alcuni sostengono esistesse precedentemente.[14]Fidia costruì la statua d'oro della dea, e sulla stele fece incidere il suo nome; tutto dipendeva da lui che sovrintendeva anche al lavoro di tutti gli altri artisti, grazie alla sua amicizia con Pericle.[15] Questa situazione generò un sentimento di invidia nei suoi confronti, e una accusa nei riguardi di Pericle: si diceva che Fidia accogliesse in casa sua donne libere che poi si incontravano con Pericle. Avendo ripreso questa voce, i comici diffondevano l'accusa circa la sua dissolutezza, incolpandolo di avere una relazione con la moglie di Menippo, amico e collega nella strategia, e di avere interessi nell'allevamento di uccelli di Pirilampo, che, in quanto amico di Pericle, inviava pavoni alle donne con cui Pericle aveva rapporti.[16]Ma chi potrebbe meravigliarsi che uomini dissoluti come satiri forniscano sempre all'invidia della massa, come ad un demone malvagio, accuse infamanti contro i potenti quando anche Stesimbroto di Taso osò lanciare un'accusa empia e abominevole contro la moglie del figlio di Pericle, relativa a Pericle stesso ?

    Plutarco, Vita di Pericle 14, [1-3]

    [1]Poichè gli oratori, che appoggiavano Tucidide, accusavano Pericle di aver prosciugato le ricchezze pubbliche e di aver dissipato i fondi, Pericle chiese al popolo in assemblea se riteneva che si fosse speso molto denaro e, avendo risposto la massa che si era speso moltissimo, Pericle disse: " Non a vostro nome ma al mio siano addebitate le spese: naturalmente nelle dediche dei monumenti farò figurare il mio nome".[2]All'udire queste parole di Pericle, o perchè presi da ammirazione per la sua grandezza d'animo, o perchè volessero condividere la gloria che derivava da quelle opere, lo incitarono a disporre dei fondi pubblici e a spendere senza alcuno scrupolo.[3]Poi Pericle affrontò Tucidide nella rischiosa lotta per l'ostracismo, riuscì a cacciarlo dalla città e sciolse il partito a lui contrario.

     

     

    Articolo realizzato da Daniele Petricca   2001                  

 

Storia letteratura greca antica

 

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EURIPIDE

 


Premessa

 

Euripide è l’unico degli altri tragediografi del periodo (Eschilo e Sofocle) a rendersi conto di dover adattare la sua tragedia alla crisi della cultura di quel periodo. Ma il suo tentativo do evolvere la tragedia è mal inteso: molti infatti sono coloro che pensano che egli sia un eversore della tragedia.

Questa nuova situazione problematica, comunque, non dà più spazio all’indagine sulla razionalità umana, ma è ora il momento do affrontare problematiche quali la condizione della donna, dello straniero, la parola come strumento di potere, … Quindi elemento principale delle tragedie di Euripide saranno i drammi quotidiani e i rapporti tra gli uomini, e la problematica maggiore sarà non più il confronto con il volere della divinità, ma con le scelte degli altri uomini. La figura degli dei non viene eliminata, ma diviene metafora delle istituzioni e delle convenzioni sociali.

Euripide elabora numerose innovazioni: introduzione di lunghi prologhi che anticipano la conclusione, ampio spazio ai discorsi, il frequente tema del riconoscimento tra persone che ignoravano la loro identità, che esprime la fiducia nella possibilità di scopri

 

re la realtà dei rapporti umani.

La tragedia di Euripide oppone dunque da un lato la considerazione depressa della miseria dell’uomo e dall’altro la convinzione ottimistica che valga la pena lottare per annientare tutti i pregiudizi.

 

La vita e le opere

 

Euripide nasce intorno al 485 a.C. Fu sempre preso di mira dai commediografi, che trasformavano suo padre (proprietario terriero) in un bottegaio e sua madre (nobile) in erbivendola, e parlavano delle sue disavventure coniugali.

La sua famiglia era molto ricca e per questo Euripide fu educato dai migliori maestri. Non fu mai molto amato dai suoi concittadini che lo fecero attendere molto prima di concedergli i dovuti onori, forse perché

senza tanti giri di parole Euripide criticava i comportamenti di molti di loro. Comunque in vita Euripide non fu una persona socievole: è ricordato come un intellettuale solitario che componeva in una grotta in riva al mare, non prendeva parte alla vita pubblica.

Morì presso la reggia di Archelao (a cui dedicò una tragedia), re di Macedonia. Su di lui erano narrate leggende sulla sua misoginia (avversione pregiudiziale per le donne) e sul suo ateismo (si diceva infatti che il suo cenotafio era stato distrutto da un fulmine).

Fu tanto poco amato nella vita quanto fu onorato dopo la morte, tramite la rilettura delle opere che soppiantarono la fama di altri tragici. Di lui ci restano 10 drammi e 10 tragedie (in tutto 19 perché Ecuba compare due volte).

 

I drammi di Euripide (scheda)

 

Alcesti: Admeto può sfuggire alla morte, grazie ad una concessione di Apollo, solo se qualcuno accetterà di morire al suo posto: questo qualcuno è sua moglie Alcesti. Dopo una tragica scena di addio, arrivano Eracle e poi il padre di Admeto, che questi attacca per non aver voluto morire al suo posto. Eracle, che se ne era andato, torna del tutto ubriaco e scopre che Alcesti è morta. Riesce a rapirla dall’aldilà e a riportarla a Admeto.

 

Medea: Medea ha seguito io marito Giasone a Corinto con i figli, e qui viene a sapere che Giasone vuole cacciare lei stessa dalla città e sposare la figlia del re Creonte. Si vuole vendicare: ottiene che la sua partenza sia rimandata di un giorno e di essere ospitata in Atene dal re Egeo. A questo punto finge di riconciliarsi con Giasone e manda alla sposa dei regali portati dai figli: dei vestiti bellissimi, imbevuti di veleno. Dopo la morte di re Creonte e di sua figlia, Medea uccide i suoi stessi figli e fugge.

 

Baccanti: a Tebe è giunto Dioniso con le sue seguaci, le Baccanti, che formano il coro. Le donne della famiglia reale e soprattutto la regina Agave dubitano della sua divinità. Il re Penteo vuole impedire la diffusione del suo culto, nonostante gli avvertimenti del nonno Cadmo e dell’indovino Tiresia. Dioniso, sotto aspetto umano, si lascia catturare e portare davanti al re, dove viene sottoposto ad un interrogatorio durante il quale si libera agilmente dalle catene con gioia delle sue devote.  Intanto un messaggero racconta al re le gesta straordinarie delle Baccanti sul monte di Tebe. Viene convinto da Dioniso a spiarle travestito da menade. Ma Penteo è scoperto dalle Baccanti, scambiato per un leone e fatto a pezzi: fra di esse sono anche la madre e la zia di Penteo. Agave porta, credendolo un trofeo di caccia, la testa del figlio fra le mani, ma quando si accorge della triste realtà si dispera. A questo punto Dioniso caccia Agave e le sorelle per aver dubitato della sua divinità e conforta Cadmo che sarà accolto nel paese dei beati con la moglie.

 

(leggi le altre tragedie sul libro a pag. 226)

 

La drammaturgia di Euripide

 

La prima fase della sua carriera è caratterizzata dai drammi ad azione unica, svolta attraverso un’evoluzione del comportamento dei personaggi e delle situazioni. Quindi è la volta dei drammi a doppia azione, consistente da scene concluse in se stesse riunite tramite il protagonista attorno ad un unico nucleo tematico, e poi dell’intreccio vero e proprio.

Questi diversi modi di presentare la tragedia mostrano una forte tendenza alla sperimentazione, sia per l’irrequietezza spirituale del poeta, sia per il cambiamento dei tempi (riguardo a quest’ultimo punto si è già parlato: Euripide tenta non di dissolvere la tragedia, ma di salvarla).

Per quanto riguarda la struttura interna del dramma, questa non si regge più sulla figura dell’eroe, ma sul rispondersi delle azioni degli uomini. Il dialogo è l’espressione dominante, per cui il ruolo del coro è messo in secondo piano. Le trame di Euripide derivano esclusivamente dalla sua fantasia, e ciò grazie all’interesse per gli aspetti spettacolari del dramma e per l’accentuazione degli aspetti umani. Per questo Euripide non usa il patrimonio mitico, per la prevedibilità delle conclusioni e per l’irrealtà delle situazioni. Il mito è usato solo come spunto tematico.

 

Lo stile di Euripide

 

Il linguaggio di Euripide è ispirato al quotidiano, chiaro e concreto, secondo lo schema geometrico della linea retta. Il frutto della riflessione del personaggio è riassunto in sentenze definitive, le gnomai, di cui si sono fatte varie raccolte autonome.

Anche se la funzione del coro è molto meno essenziale rispetto agli altri tragici, il coro di Euripide è ben curato e diviene un momento di evasione malinconica (tema ricorrente è il volare lontano).

 

Il mondo concettuale di Euripide

 

Il pensiero di Euripide non può essere circoscritto né alla sola corrente illuministica (mette in dubbio la presenza degli dei), né alla corrente irrazionale (esistenza di forze mistiche). Il segno del suo pensiero è il dubbio, in un oscillare tra posizioni diverse e contrastanti, di fraintendimenti. Per questo, accade che proprio lui che conosce profondamente la psicologia femminile e inquadra le donne come le vittime di una società profondamente maschilista, è accusato di misoginia; lui che era capace di addentrarsi nelle più remote profondità del sentimento umano fosse accusato di essere un gelido retore.

Euripide è soprattutto uno scrittore di teatro, sede della sua sperimentazione e della ricerca del vero, in cui i personaggi sono metafora dello scontro di due pensieri. E’ un disperato ottimista: crede che all’individuo debba essere concesso di scoprire la propria dignità nella realizzazione del proprio destino; ma contemporaneamente conosce la debolezza e precarietà dell’uomo: per questo i suoi drammi sono impregnati da un’infinita compassione e partecipazione al dolore di vivere.


 

LA COMMEDIA “ANTICA” (no)

 

I PRIMORDI DELLA COMMEDIA (no)


 

Premessa

 

In Atene la tragedia e la commedia avvengono in ambito di feste dionisiache, e in esse acquisiscono i loro tratti caratteristici: a causa delle regole delle feste sacre, la commedia e la tragedia devono, per esempio, essere in rapporto di continuità, da cui risale il parallelismo fra i termini. Ma questo non vuol dire che le due rappresentazioni siano nate contemporaneamente, anzi sono indipendenti l’una dall’altra. La tragedia assunse dignità e proprietà artistica solo nel teatro ateniese, mentre la commedia era già una forma d’arte; mentre la produzione tragica vive ad altissimi livelli per almeno un secolo e si mantiene sempre omogenea, ma poi subisce un tragico (già che siamo in tema) tracollo, la commedia sopravvive per oltre un secolo più della tragedia, anche nel periodo della crisi politica, sociale e culturale, e tutto ciò grazie alle numerose trasformazioni a cui era andata incontro, che l’avevano resa resistente a qualunque situazione. Per la lunga storia della commedia se ne rende necessaria una periodizzazione in “antica”, “di mezzo” e “nuova”.

 

Le origini della commedia

 

La sua origine non è sicura, ma i primi concorsi comici si ebbero sicuramente nel V secolo e il primo vincitore fu Chionide.

Aristotele ci propone due ipotesi riguardo all’origine della commedia:

  1. ipotesi dionisiaca: dice che probabilmente la commedia ebbe origine dall’improvvisazione dei canti fallici, eseguiti nelle falloforie (da Fallo, simbolo della fertilità), processioni in cui si propiziava la fecondità. Veniva eseguito in esse un canto in onore di Dioniso, quindi i partecipanti procedevano beffeggiando tutti quelli che gli capitavano a tiro. Infatti l’origine del nome “commedia” è riferito a KOMOS, ossia il corteo festoso dei seguaci ubriachi di Dioniso, occasione di canti corali e scherzosi. Così ecco le principali caratteristiche della commedia: il canto corale, il rapporto con Dioniso, l’irrisione e il riferimento alla sfera sessuale.
  2. ipotesi dorica: il termine “commedia” derive

 

rebbe da KOME, che vuol dire in dorico “villaggio”. I primi attori comici sarebbero andati in giro per le campagne a presentare i loro primi spettacoli, perché erano respinti nelle città. Gli abitanti di Megara sostenevano che la commedia era nata presso di loro, perché erano famose le rappresentazioni di quel tipo a Megara, con attori che rappresentavano scenette realistiche. Anche qui le principali caratteristiche della commedia: una trama e degli attori, la tematica realistica e l’influsso della politica. Si tratta comunque di una ipotesi considerata inattendibile.

 

Inizialmente la protocommedia si trovava in una fase fluida, da cui acquistò pian piano autonomia e consapevolezza della propria natura teatrale, distinguendosi dai rituali e adattando una dimensione più drammatica. Per giungere alla vera realizzazione della commedia occorreva farla incontrare con la letteratura. La commedia prese spunto dal dramma siceliota e dalla tragedia: da uno prese la vicenda coerente e compiuta, dall’altra la struttura scenica, che era già in vigore da 50 anni. La tragedia ha dato molto alla commedia: l’alternanza delle sezioni parlate e cantate, l’alternanza della lingua, nel coro dorica, nel resto attica, la metrica, il ricorso al prologo e alla pàrodo.

La poesia giambica ha dato lo stimolo all’utilizzo degli argomenti derisori e osceni, oltre che del realismo (che è più evidente nella commedia nuova, mentre in quella antica le situazioni sono un po’ assurda. Comunque vengono sempre utilizzati dei personaggi comuni, non degli eroi).

Dovrebbe aver influito sulla commedia anche l’oratoria, per la suggestione dei discorsi e per gli elementi tipici della contesa politica e giudiziaria.

 

La struttura della commedia “antica”

 

La commedia ha struttura dinamica, per cui non sempre le varie opere seguono la stessa andatura.

La nostra conoscenza della commedia “antica” può essere riassunta nel nome di Aristofane, per cui noi ipotizziamo che anche gli altri drammaturghi abbiano utilizzato le sue stesse tecniche.

La commedia antica si apre con un prologo molto ampio, recitato dai personaggi, in cui  si narra sia la situazione iniziale sia il piano che il protagonista si propone per modificarla. Segue l’entrata dal coro, il pàrodo, e poi si sviluppa l’azione del protagonista, il contrasto con i personaggi o con il coro, il confronto delle opinioni nell’agone.

L’aspetto più caratteristico di questa commedia è la parabasi: la scena ad un tratto era apriva di attori, mentre il coro si spogliava del travestimento e sfilava davanti agli spettatori, finché non si fermava e cantava o recitava di fronte ad esso un ampio brano. In questo genere di commedia antica, il coro si esprimeva in prima persona e discuteva di svariati argomenti riferendosi all’attualità.

La parabasi può precedere o seguire l’agone, in cui l’eroe riporta il successo e il nuovo ordine. Il proseguimento della commedia ne rappresenterà le conseguenze, in genere  di carattere buffonesco e narrate ad episodi. Infine veniva l’esodo, una gioiosa processione in cui era celebrato il definitivo trionfo del protagonista.

Le maschere degli attori rappresentavano una deformazione della fisionomia umana ma, se i personaggi che esistevano davvero, la maschera li riproduceva realisticamente. Il coro poteva rappresentare persone come anche animali o fenomeni naturali, come segni allegorici della nostalgia per la perduta simbiosi con le forze del cosmo e della natura ( e tale è il significato profondo della commedia).

 

EPICARMO e il teatro in Sicilia e Magna Grecia

 

Il teatro locale si sviluppa seguendo un tipo di spettacolo caricaturale e popolaresco, ricco di mimica, incline alla demitizzazione e alla rappresentazione della quotidianità. Si astiene dal riferimento personale e politico per considerare invece un riferimento più generale e una riflessione su grandi temi etici, religiosi o politici riportati sulla scena comune.

Aristotele considera precursore della commedia attica Epicarmo, che visse dalla seconda metà del VI secolo a.C. alla prima del successivo. Essendo in stretto contatto con l’alta cultura della madrepatria egli riuscì a maturare una forte consapevolezza poetica che dona eleganza e padronanza tecnica alla sua opera.

Di Epicarmo ci restano alcuni frammenti molto brevi e altri provenienti dai papiri, di maggiore estensione ma assai malridotti. Si occupò di tre settori tematici principali:

  1. la parodia mitologica ed epica: dei ed eroi erano raffigurati in situazioni grottesche, pavidi o irresponsabili. Protagonisti prediletti di questo genere sono Odisseo ed Eracle.
  2. il portare sulla scena figure o episodi della vita quotidiana, in cui va annoverata l’opera più famosa di Epicarmo, Speranza o ricchezza: un parassita che, dopo aver perlato delle gioie della propria vita e della sua astuzia, si ritrova nella notte solo e insonne sul giaciglio della propria casa. Quest’opera ha una forte valenza psicologica, in cui si condanna la vanteria che porta a miseria materiale e morale.
  3. l’invenzione di pura fantasia

 

Le opere di Epicarmo sono denominate “drammi”. Sono composte in dialetto dorico e in metri vari, forse venivano interpretate da tre attori, la presenza del coro è incerta e il tipo di scena è ignoto.

Motivo caro a Epicarmo è il compiacimento gastronomico, ma ancora più tipico è l’atteggiamento filosofico o etico, attraverso il quale riesce a guardare con sottile ironia la condizione umana. Sembra essere il primo ad aver capito che la deformazione comica può coincidere con il realismo, e anche per questo può essere considerato il progenitore della commedia.

Anche il mimo nasce con Epicarmo, ma il primo a celebrarne la fioritura è SOFRONE, in Sicilia. Egli costituì una lettura prediletta da Platone, che da lui prese la tecnica di raffigurazione psicologica dei personaggi. I suoi mimi erano maschili e femminili, a seconda del sesso, ma non si sa se fossero in forma di monologo o rappresentati con una dimensione scenica. La prosa era ritmica, i brani brevi e si riferivano alla vita comune.

Alla sfera popolare appartiene una forma di teatro comico che si diffuse soprattutto in Magna Grecia: è la farsa filiacica o ilarotragedia, introdotta da Rintone, che parodizza le grandi tragedie. Gli attori avevano un costume caratterizzato da un grosso fallo e da imbottiture esagerate, e salivano su un palcoscenico formato più che altro da una piattaforma movibile a cui si accedeva con una scaletta, tipico di attori girovaghi.

 

I poeti della commedia “antica”

 

Secondo Aristotele i primi comici ateniesi furono Chionide e Magnete, delle cui opere ci resta ben poco. Comunque sappiamo che consistevano probabilmente in prevalenza di parti corali inframmezzate da scene legate da un sottile filo conduttore.

Cratete fu il primo a costruire una commedia con un vero filo conduttore. Conosciamo, fra le altre, una sua commedia intitolata Bestie, in cui veniva descritta la vita semplice vista come un’utopia in cui l’uomo riceveva dalla natura tutto ciò di cui aveva bisogno, gli attrezzi lavoravano da soli e i pesci si cucinavano da soli, mentre un coro di animali celebrava la cucina vegetariana.

Ma il pubblico ateniese, alla semplicità di Cratete preferiva la polemica e i temi attuali di Ferecrate, della generazione successiva a Cratete. Il tema di fondo è sempre la comicità d’evasione e di fantasia, ma è posta in un ambiente diverso, si parla di civiltà, di regge,… Comunque Ferecrate è famoso soprattutto per la purezza della lingua.

Colui che condusse alla pienezza la commedia attica fu CRATINO (e non Cretino), la cui attività inizia con la seconda generazione dei comici (contemporaneo di Ferecrate). Abbiamo vari frammenti ma di un papiro riusciamo a ricostruire la storia. Si tratta di Dionisalessandro: Dioniso, travestito da Alessandro (Paride), giudica il concorso di bellezza tra le tre dee facendo vincere Afrodite. Rapisce Elena ma, sorpreso, la camuffa da oca e la nasconde in una cesta, trasformandosi a sua volta in un montone, ma veniva ugualmente scoperto da Paride. La commedia è attualissima, perché dietro le figure di Dioniso e Elena si nascondono Pericle e Aspasia, poiché Pericle era stato accusato di aver scatenato la guerra del Peloponneso per i suoi amori. Pericle viene spesso preso in giro da Cratino che lo beffeggia una volta per la testa a forma di cipolla.

Ma Cratino non ci parla solo di Pericle. Il suo capolavoro si intitola la Bottiglia: nei Cavalieri Aristofane, rivale ma anche ammiratore di Cratino (poiché da lui riprende molti temi), celebra il vigore giovanile del rivale che abbatteva con impeto ogni avversario, mentre ora si era ridotto ad essere un vecchio ubriacone passato di moda. Cratino risponde con grande fantasia, fingendo di essere stato chiamato in giudizio da sua moglie Commedia che lo accusava di averla abbandonata per Bottiglia: ma Cratino risponde con una lunga orazione in cui dice di non aver mai trascurato Commedia, mentre Bottiglia è un dono offertogli dal dio della commedia per sostentare la sua creazione, perché “il bevitore d’acqua non crea mai cose belle”. Dopo la sua morte, Cratino verrà denominato da Aristofane “sbranatore del toro”, un epiteto di Dioniso, attraverso il quale viene celebrata la sua divinizzazione e il furore della sua poesia.

Contemporaneo di Aristofane e suo maggior rivale fu EUPOLI, appartenente alla terza generazione di comici. Composte 14 commedie e per la metà vinse un premio. Dapprima era amico di Aristofane, ma poi si accusarono a vicenda di plagio e litigarono. Con Eupoli la commedia esalta il suo carattere battagliero contro la prevaricazione del potere politico r la degenerazione in cui la città era trascinata dai demagoghi: nei Battezzatori si accusava Alcibiade di aver partecipato al culto orgiastico della dea Cotitto; nella Città si denunciava lo sfruttamento da parte di Atene delle città alleate. La più importante opera sono i Demi, densa di amarezza patriottica ma anche di speranza. La salvezza si trova solo nell’oltretomba e il buon governo è vivo solo nel ricordo.


 

ARISTOFANE (no)


 

(pagine grigie)

 

Acarnesi: il contadino Diceopoli vorrebbe che in assemblea si discutesse della pace e non si facessero buoni affari con la guerra,. Poiché nessuno lo ascolta decide di stipulare un accordo di pace personale di 30 anni con Sparta, azione vista come un tradimento. Ma Diceopoli riesce a convincere coloro che lo accusano alla causa della pace e apre un mercato libero al quale accorrono tutti i venditori della Grecia. Rimpilzatosi di leccornie, Diceopoli si

 

reca ad un banchetto di una festa, mentre il guerrafondaio Lamaco parte per la guerra: nella scena finale sono contrapposte le immagini di Lamaco ferito e sorretto dai compagni e quella di Diceopoli ubriaco sorretto da due ragazze.

 

Cavalieri: è un attacco contro Cleone, uomo politico odiatissimo da Aristofane, rappresentato sotto le spoglie dello schiavo Paflagone, che con varie astuzie si è assicurato il favore del padrone (cioè il popolo). Altri due servi (tra cui anche uno che raffigura Demostene) ricorrono ad un Salsicciaio, ignorante e privo di freni morali, che si impone su Paflagone e ottiene al suo posto il favore del padrone. Nell’ultima scena viene esaltato Demos, che ora appare ringiovanito.

 

Nuvole: il contadino Strepsiade ha sposato una donna di alto rango e ne ha avuto un figlio, che però non ha freno nello spendere. Ossessionato dai debitori, Strepsiade vorrebbe imparare da Socrate e dai suoi discepoli assistiti dalle Nuvole (il coro) l’arte di truffare, ma non impara nulla. Per cui manda suo figlio Fidippide a imparare, ma questi è talmente bravo che in una lite con il padre finisce per bastonarlo e lo convince che i figli hanno il diritto di bastonare i genitori. Accortosi dell’errore che ha fatto, Strepsiade corre ad incendiare il Pensatoio di Socrate.

 

Vespe: le vespe, interpretate dal coro, rappresentano l’irascibilità dei politici e la litigiosità del popolo ateniese. Il vecchio Filocleone (cioè ammiratore di Cleone) è ossessionato dai processi e li vuole vedere tutti quanti. Per farlo restare un po’ a casa, suo figlio Bdelicleone (cioè odiatore di Cleone) lo rinchiude in casa, mostrandogli l’assurdità del suo comporta

 

mento. Per calmare il vecchio che vuole fuggire in tribunale, Bdelicleone può solo improvvisare una causa contro un cane, dopodiché incita il padre a frequentare gente diversa. Ma in un banchetto il vecchio si comporta –orribilmente, portandosi via una flautista e provocando zuffe e disastri.

 

Pace: il vignaiolo Trigeo sale all’Olimpo per chiedere a Zeus quando ristabilirà la pace per i Greci. Ma al suo posto trova Ermes, che dice che Zeus e tutti gli dei se ne sono andati disgustati dal comportamento dei greci, ed è rimasto solo Polemos, dio della guerra, che ha imprigionato Eirene, la dea della pace e vuole mettere tutte le città della Grecia in un mortaio e ridurle in poltiglia. In un momento di distrazione di Polemos, Trigeo chiama tutti i Greci (il coro) per liberare la dea: ci riescono ed Eirene, accompagnata dalla dea dell’abbondanza e da quella della festa, porta la pace e la felicità ai Greci.

 

UCCELLI: due vecchi Ateniesi, Pisetero e Evelpide, disgustati dal comportamento dei cittadini, chiedono consiglio ad Upupa, che un tempo era stato il re Tereo. Insoddisfatto dei consigli dell’uccello, Pisetero decide di fondare nel cielo un regno degli uccelli  riducendo così alla fame gli dei e Zeus, costringendolo a cedergli il suo potere. Il coro, formato dagli Uccelli, è d’accordo. Gli uomini perdono fiducia negli dei tradizionali che, alla fame, vengono ai patti: Pisetero, signore degli Uccelli, ha il diritto di succedere a Zeus.

 

Tesmoforiazuse: Euripide viene a sapere che le donne, da lui spesso calunniate nelle tragedie, hanno deciso di vendicarsi in occasione delle Tesmoforie, una festa femminile. Per questo decide di mandare una spia da loro: vorrebbe mandare un suo amico effemminato, ma questo non si lascia convincere costringendo Euripide a ripiegare sul suo amico Mnesiloco, che però prende a calunniare i vizi delle donne proprio davanti a loro ed è scoperto. Nella seconda parte dell’opera vengono descritti vari tentativi di Euripide di liberare il suo amico, finché non riesce a sedurre la guardia grazie ad una prostituta, aiutato dal coro a cui aveva promesso di non calunniare più le donne.

 

Lisistrata: l’ateniese Lisistrata, stanca della guerra, convince tutte le donne di Atene a non fare più l’amore con i mariti finché non sarà tornata la pace, e per di più nasconde il tesoro dello Stato necessario per la guerra. Forte è la contrapposizione tra i due cori (donne e vecchi di Atene) e fra Lisistrata e il funzionario che deve ritirare i soldi. Alla fine torna la pace e si festeggia.

 

RANE: Dioniso ha deciso di scendere nell’Ade per riportare sulla terra Euripide, che ha lasciato vuota la scena della tragedia. Travestitosi da Eracle compie il viaggio, infastidito dal rumore delle Rane (il secondo coro). Il travestimento gli crea non pochi problemi. Giunto a destinazione si trova di fronte ad una disputa di cui diventa giudice fra Eschilo ed Euripide, che vogliono entrambi ottenere il titolo di poeta massimo dell’Ade. Dopo molte incertezze, Dioniso sceglie Eschilo per l’impegno politico e civile.

 

Ecclesiazuse: le donne, insoddisfatte del governo maschile, si introducono travestite all’assemblea, guidate da Prassagora, per far passare proposte rivoluzionarie, tra cui quella di mettere tutti i beni in comune. Nella scena successiva vengono descritti gli esiti di questa proposta: alcuni tengono fede all’impegno, altri invece no. Buffa è la proposta che un giovane non possa fare l’amore con una ragazza se prima non ha soddisfatto una vecchia, per cui nella scena finale si vedono tre megere che si contendono i favori di un bel ragazzo.

 

Pluto: il vecchio Cremilo è andato a consultare l’oracolo di Apollo a Delfi, e gli è stato ordinato di ospitare in casa la prima persona incontrata davanti al tempio: è Plauto, il dio della ricchezza, la cui cecità crea le ingiustizie a riguardo sulla terra. Portato in un tempio, Plauto guarisce  e la ricchezza viene distribuita equamente. Lo stesso Zeus è costernato perché gli uomini non offrono più sacrifici agli dei. Cremilo, visti gli inconvenienti, decide di insediare il dio nel tempio di Atena.

 

L’ORATORIA


 

L’oratoria è un mezzo per la trasmissione del pensiero e forte strumento di persuasione. Nei poemi omerici l’arte oratoria espressa nelle assemblee è tenuta in grande considerazione.

La letteratura oratoria è un esito della situazione politica e giudiziaria che si produsse nelle città nell’età successiva alle guerre persiane, in un clima di partecipazione totale alla vita pubblica.

Esistono tre tipi di oratoria:  tipo deliberativo, cioè orazioni tenute in una sede e con finalità politiche; tipo giudiziario: discorsi d’accusa e difesa;  oratoria epidittica o dimostrativa: discorsi pubblici in occasione di cerimonie e festività. Da questo tipo di oratoria si sviluppò poi la conferenza di parata, un esibizione di abilità su temi assurdi.

L’oratoria giudiziaria era per esigenza schematica, e formata da 4 fasi fondamentali:

1) introduzione, per propiziare l’attenzione e il preliminare favore dei giudici;

2) narrazione, cioè la rappresentazione dei fatti;

3) discussione propriamente giuridica, con l’eventuale interrogatorio dei testimoni;

4) perorazione, per ottenere definitivamente il voto favorevole .

Tecniche dell’oratoria giudiziaria erano quelle di ricorrere ad argomenti di carattere generale e astratto e cercare di coinvolgere emotivamente la giuria valorizzando il racconto. Spesso l’oratoria giudiziaria era affidata a dei professionisti, i logografi, che scrivevano l’accusa o la difesa immedesimandosi nel personaggio che poi doveva ripeterla a memoria in giudizio.

L’oratoria politica e quella epidittica erano meno schematiche e tendevano ad adattarsi ogni volta alla situazione, ed erano narrate in prima persona dall’autore, per cui la sua personalità acquista particolare rilievo.

 


 

ANTIFONTE


 

Nato verso il 480, fu protagonista della restaurazione oligarchica dei “Quattrocento”. Dopo che fu ristabilita la democrazia, Antifonte fu condannato a morte per tradimento e giustiziato nello stesso anno. Tucidide fu suo allievo, e da lui sappiamo che il discorso che fece in sua difesa quel giorno è il migliore mai fatto da alcuno, ma a noi non è rimasto nulla di quel discorso. Noi conosciamo Antifonte solo come logografo, e abbiamo 15 orazioni, tra cui Sull’uccisione di Erode, in cui si difende un giovane di nome Mitilene accusato di aver ucciso in mare Erode.

Di Antifonte conserviamo anche le Tetralogie, che si riferiscono ognuna ad un processo criminale. Non comparendo nomi, è possibile pensare che funges-

 

sero semplicemente da modello per l’esercitazione retorica.

 
Testo: Una causa difficile (Contro la matrigna)

 

Si tratta di un discorso pronunciato da un giovane durante un processo: egli accusa la madre di aver ucciso suo padre. Non vorrebbe accusarla, ma ritiene peggiore non vendicare la morte del padre. Nel frattempo si difende anche dalle accuse che suo fratello gli ha mosso per aver portato in giudizio la madre.

I fatti si svolsero in questo modo: Filoneo, un amico di suo padre, aveva una concubina che voleva prostituire. Clitemnestra, sua madre, lo venne a sapere e, dicendo che anche lei aveva lo stesso problema, disse alla donna che con una certa pozione avrebbero ottenuto entrambe l’amore dei due uomini. In realtà si trattava di veleno, che la donna versò nei bicchieri dei due mentre stavano brindando ad un banchetto. Filoneo, che aveva ricevuto più pozione perché la donna credeva che così l’avrebbe amata di più, morì subito, il padre del ragazzo ci mise di più.

La donna venne uccisa, anche se era senza colpa. Il ragazzo chiede che anche la madre sia punita.

 


 

ANDOCIDE


 

Nato poco prima del 440, apparteneva all’aristocrazia ateniese. Venne coinvolto nell’accusa di aver partecipato assieme ad Alcibiade alla mutilazione delle Erme. Andocide si salvò con la delazione e andò in esilio volontario a Cipro, dove commerciò e accumulò molto denaro. Non riuscì a rientrare subito in patria (in questo periodo scrisse un’orazione Sul proprio ritorno), ma vi riuscì dopo la caduta dei 30 Tiranni, nel 403. Ma nel 399 i suoi nemici lo accusarono di empietà per aver assistito ai misteri Eleusi. Fu assolto grazie all’orazione Sui misteri. Partecipò, dopo riaver acquistato credibilità politica, ad un’ambasceria a Sparta che però fallì (Sulla pace con Sparta). Accusato di corruzione, Andocide dovette andare in esilio evitando la condanna a morte.

Egli non è un oratore di professione, ma scrive semplicemente per autodifesa. Ha una forte persona-

 

 

lità e un certo vigore espressivo e uno stile lineare perché vuole apparire un uomo semplice.

 

Testi: L’amnistia (Sui Misteri)

 

Un uomo si difende dall’accusa di un certo Cefisio di aver violato un decreto: si tratta del decreto di Isotimide che dice che chi ha commesso empietà è interdetto dai luoghi di culto. In realtà questo decreto era stato annullato dopo la battaglia di Egospotami: era stato deciso di restituire i diritti a tutti coloro che ne erano stati privati (gli atimoi). Quando rientrarono gli esuli accaddero brutti fatti. Gli Ateniesi ritennero di dover salvare la città e elessero venti uomini per prendersi cura della città. Questi uomini abolirono molte leggi che avrebbero implicato troppi procedimenti penali in seguito ai fatti accaduti.

 


LISIA


 

Lisia rappresenta la prima grande figura di artista nella letteratura greca. Scrive in gran parte discorsi giudiziari, in cui mostra una grande capacità di imitazione per l’esistenza quotidiana e i personaggi che la popolano, in uno stile molto elegante. Lisia appartiene all’alta letteratura.

Suo padre Cefalo si trasferì con la famiglia ad Atene, dove nel 445 nacque Lisia, che ben presto si recò in Magna Grecia per perfezionare la sua istruzione nella scuola retorica siciliana. Dopo la spedizione disastrosa in Sicilia del 415 tornò ad Atene, ma il nuovo governo dei Trenta lo accusò assieme al fratello Polemarco. Lisia riuscì a fuggire a Megara, ma il fratello fu ucciso. Tornò ad Atene dove fu costretto ad esercitare la professione del logografo. E’ morto intorno al 380.

Scrisse moltissimo (si pensa 425 orazioni, di cui la metà sicuramente autentiche), in tutti i generi di oratoria: al genere epidittico apparteneva l’Olimpico, pronunciato alle Olimpiadi, mentre per

 

la retorica abbiamo l’Erotico.

Ma è l’oratoria giudiziaria il campo preferito da Lisia: egli è chiaro, con una straordinaria varietà di toni espressivi e una forte energia. La sua maestria risiede nell’ “etopea”, cioè la capacità di immedesimarsi in un’altra persona facendo in modo che il discorso scritto da Lisia sembri in realtà scritto da quella persona. Egli insisteva sulle apparenze negative del cliente per metterne in risalto la genuinità e acquistare così la simpatia dei giurati. Per esempio, nell’orazione Per l’olivo sacro, un possidente, accusato di aver abbattuto un olivo sacro, è rappresentato come un uomo all’antica, burbero e poco socievole, per cui sarà difficile che si tratti di un bugiardo.

In Per l’invalido, un uomo riesce con umorismo ad ottenere un contributo statale per la sua invalidità.

Lisia è anche dotato di un eccezionale talento narrativo, ed è capace di mettere in scena situazioni altamente drammatiche o molto spassose, per esempio nel discorso Per l’uccisione di Eratostene, in cui viene narrato un realismo quotidiano che è in genere inconsueto.

Più passionali i discorsi politici, in cui a volte parla lo stesso Lisia. Nell’orazione Contro Eratostene, egli comparve personalmente in tribunale per accusare quest’uomo di aver ucciso suo fratello Polemarco, parlando in uno stile crudamente oggettivo.

I suoi discorsi rappresentano un’evoluzione rispetto alla retorica tradizionale. L’enfasi fa sì che ogni singola causa risulti unica nel suo genere. Lisia scrive in un purissimo dialetto attico, caratterizzato dall’essenzialità e dalla precisione.

 

Testi: Per la difesa della “patrios politeia” in Atene (Contro una proposta tendente a distruggere in Atene la costituzione degli antenati)

Si tratta di un discorso deliberativo sull’inopportu-nità di abbattere ad Atene la patrios politeia.

Il popolo voleva un’amnistia generale e temeva che la democrazia potesse riprendere i soprusi contro i benestanti. Un uomo propose, rientrati gli esuli, di concedere i diritti politici solo ai proprietari terrieri: molte persone venivano così escluse dalla vita politica ateniese.

Lisia, per prevenire un evento del genere, pronunciò un discorso: quando era stata cambiata la costituzione, Atene aveva avuto molte disgrazie, e ora si vuole cambiarla di nuovo? L’unica salvezza per lo stato è che tutti gli Ateniesi partecipino alla vita politica

…………..


 

LETTERATURA DEL IV SECOLO

 

L’ORATORIA

 

ISOCRATE


 

L’opera di Isocrate si raccoglie tutta attorno al culto per la perfezione formale e per l’armonia dell’espressione, infatti spesso la ricercatezza dello stile prende il sopravvento sul contenuto.

Egli rappresentò un momento molto significativo per la storia dell’educazione e fu un profeta del futuro nella sua teoria civile e politica, per quanto riguarda l'egemonia macedone.

La civiltà greca del IV secolo è in profonda disarmonia a causa dell’incertezza politica, un periodo di crisi talmente forte che la parola scritta divenne una specie di recupero della razionalità.

Il programma pedagogico di Isocrate infatti si fonda sull’idea che l’arte della parola è segno distintivo della cultura greca e fondamento dell’istruzione e della civiltà. Egli nega all’uomo la possibilità della conoscenza assoluta, e pensa che la sapienza risieda non in questo, ma nella capacità di cogliere l’occasione sul fondamento della giusta opinione. Così la sua scuola diventa una preparazione alla vita quotidiana, un itinerario che porta l’uomo al successo e alla saggezza.

L’oratoria è essenziale in questo quadro, in quanto un giusto parlare conduce ad un giusto modo di agire. Ma la filosofia insegnata da Isocrate non è solo pratica: essa serve a conoscere le esigenze

 

della vita e ad adattarsi ad esse.

Isocrate continuò a perseguire i suoi principi per tutta la vita (dal 436 al 338). Nacque a una famiglia aristocratica, che lo aiutò negli studi, a si unì ad alcuni Sofisti, tra cui Gorgia. Le guerre distrussero il suo patrimonio, e per un po’ di tempo fu costretto a seguire la professione del logografo. Stanco di questa carriera, decise di aprire una scuola, in cui spesso erano citati i suoi discorsi epidittici. E sono proprio questi discorsi a rappresentare il grosso della produzione isocratea, tra cui si ricordano l’orazione Contro i Sofisti, in cui Isocrate contrappone i suoi obiettivi a quelli platonici, e quella intitolata Sullo scambio, in cui Isocrate, accusato di aver tratto enormi guadagni dall’insegnamento e di non aver voluto per questo pagare una trireme come era la legge del tempo, si difende dicendo che egli ha già dato ciò che doveva diffondendo il proprio insegnamento, e descrive della propria missione in una specie di autobiografia.

Fu un sostenitore della democrazia moderata. A riguardo questo scrive l’Areopagitico e il Panatenaico, in cui le proposte costruttive cedono il posto ad un’ampia celebrazione di Atene, intrisa però di una forte delusione del presente.

Gli interessi politici di Isocrate sono però soprattutto in politica estera, rivolti a propugnare un’unità degli stati della Grecia lontana dalla polis, una specie di coalizione panellenica. Nel Panegirico sostiene che quest’ unione deve essere fatta sotto l’egemonia marittima ateniese.

Poi, svanite le speranze di quest’unità, Isocrate scrive il Filippo, diventato protagonista del programma isocrateo, che gli propone di diventare guida delle genti greche contro i barbari: la profezia di Isocrate.

L’attività di Isocrate è tutta pregnata dalla convinzione della validità degli ideali che la cultura greca aveva prodotto.

Il suo stile è sontuoso ma limpido, fondato su un forte senso di equilibrio che esprime tutta la nostalgia per la vecchia cultura greca. Con le sue opere Isocrate influenzò molto la politica e lo stile.

 

Testo: Missione di Filippo e di Isocrate (Filippo)

 

Isocrate dice, rivolgendosi a Filippo, che se fino a questo punto ha trovato incongruenze è colpa della sua età, altrimenti è merito degli dei, che non ci fanno direttamente del bene o del male, ma ci predispongono in modo che compiamo noi stessi delle azioni che possono portarci al bene o al male. Così mentre Isocrate è predisposto a scrivere, Filippo lo è a combattere.

Essendo protetto dagli dei, dice Isocrate, è bene che Filippo ispiri a grandi mete: che sia benefattore dei Greci, regni sui Macedoni e domini su numerosi barbari, non da despota ma da re.

 


 

DEMOSTENE


 

Mentre Isocrate era stato il profeta del futuro (dato che ormai considerava già conclusa la storia della polis greca e accettava gli stranieri), Demostene è rivolto al passato, con un’accanita difesa della polis e nella speranza di una nuova grandezza di Atene. Egli fu incapace di comprendere le modernità che avrebbero introdotto l’ellenismo di Filippo e Alessandro (che crearono un regno compatto politicamente e culturalmente).

Sotto il suo nome abbiamo circa 60 orazioni.

Nacque ad Atene nel 384 da una ricca famiglia. Ben presto si cimentò nell’oratoria giudiziaria per cercare di riprendere il patrimonio famigliare, dilapidato da disonesti tutori dopo la morte del padre, ma probabilmente non riuscì nel suo intento. Cominciò presto la sua attività di logografo, in cui si nota una forte imitazione lisiana.

Il suo esordio nella vita politica fu in un periodo di grave crisi economica per Atene, in cui Demostene è d’accordo con la nuova politica che cerca di applicare realmente provvedimenti economici.

Scrisse sempre nello stesso periodo dei discorsi antispartani e antipersiani, confermando il suo integralismo democratico.

In breve tempo la presenza di Filippo divenne un fattore determinante per la politica della Grecia, e Demostene interpretò questa situazione come la perdita dell’autonomia di Atene, cominciando così una dura lotta contro Filippo pronunciando la Prima Filippica, per ammonire gli Ateniesi a vigilare

 

sull’operato di Filippo. Si tratta di uno splendido saggio appassionato di oratoria. Nelle tre orazioni Olintiche, in occasione dell’assedio di Filippo ad Olinto, Demostene esorta gli Ateniesi a correre in aiuto degli assediati, come segno di una presa di coscienza della libertà comune. Ma Atene si mosse troppo tardi e Filippo vinse.

Dopo un tentativo fallito di trovare alleati, Atene dovette firmare accordi con Filippo. Dell’ambasceria fece parte anche Demostene.

Nella Seconda Filippica viene attaccato Eschine, responsabile di essersi fatto corrompere da Filippo. Così Filippo è il bersaglio estero, Eschine è quello interno. Contro Eschine Demostene tentò una denuncia (Sull’ambasceria corrotta), in cui parla con ardente passione del bene della città e del suo glorioso passato. Eschine fu assolto, ma l’orazione di Demostene risvegliò gli Ateniesi, che cominciarono un’opera di resistenza a Filippo. Così Demostene scrive la Terza Filippica, in cui Filippo è descritto con implacabile furore e come un tiranno immorale. Dello stesso periodo è la Quarta Filippica, dove si parla della cooperazione tra i Greci e si avanza la proposta di un’alleanza persiana.

Il sogno di Demostene si stava realizzando, ma quando fu il momento di assegnargli un’altra corona per i meriti verso la patria, Eschine lo accusò di illegalità. Abbiamo due discorsi: quello di Demostene Per la corona, e quello di Eschine Contro Ctesifonte. Demostene riesce a rovesciare i fatti parlando della sua convinzione ideale che Atene, senza interessarsi alle sconfitte subite, deve lottare per difendere la sua libertà oltre che la gloria. Demostene vinse ed Eschine si allontanò dalla città.

Ma gli ultimi anni dell’oratore non furono molto gloriosi: si trovò coinvolto in un affare di corruzione, perché nel 324 Arpalo, tesoriere di Alessandro, si rifugiò ad Atene con un grosso tesoro sottratto al re, che chiese la restituzione del denaro e l’estradizione del colpevole. Ma Arpalo riuscì a fuggire grazie all’aiuto di alcuni politici tra cui lo stesso Demostene, che ricevette in cambio del denaro. Il tribunale lo condannò a pagare una multa enorme e poiché Demostene non aveva una tale quantità di denaro fu imprigionato, ma riuscì ad evadere.

Tornò ad Atene, che lottava per la libertà dopo la morte di Alessandro, ma l’insurrezione venne repressa e Demostene, per non cadere nelle mani del generale macedone, si uccise con del veleno nel 322.

L’inattualità del suo programma è una della parti essenziali del suo carattere. La sua oratoria sembra una poesia, grazie ad un ostile ardito e travolgente, fitto di metafore e iperboli, con rotture di simmetria e effetti drammatici di sorpresa.

 

Testo: Inevitabilità della guerra con Filippo (Terza Filippica)

 

In molte città greche la popolazione era divisa in due parti: alcuni erano al servizio di Filippo e calunniavano chi dava buoni consigli, altri cercavano di combattere per rendere i cittadini liberi.

Famoso è il caso di Eufreo, che predicava la libertà dei cittadini e per questo venne messo in prigione. Quindi i seguaci di Filippo potevano governare la città a piacimento perché nessuno osava mettersi contro di loro. Poi un giorno i soldati di Filippo assalirono le mura di questa città ed Eufreo, per testimoniare la sua perenne lotta contro Filippo, si suicidò.

Per paura erano molti di più i sostenitori di Filippo che non i sostenitori della libertà.

Purtroppo, dice Demostene, la stessa cosa stava accadendo ad Atene, e bisognava fare qualcosa perché non accadesse davvero, perché l’errore più grande sarebbe stato dire, a cose fatte, che forse bisognava agire in un altro modo.

Quindi secondo Demostene bisognava preparare le armi e mandare ambasciatori ovunque perché tutti seguissero l’esempio di Atene e si alleassero con essa; bisognava insegnare ai Greci ad essere uniti.

 


ESCHINE


 

Fu il principale avversario di Demostene. Nacque da una famiglia di modeste condizioni, era stato pubblico funzionario e aveva cercato di fare del teatro con scarsi risultati. Entrato in politica, fece parte dell’ambasceria che condusse trattative con Filippo (vedi brano). In questa circostanza venne accusato di corruzione da parte di Demostene. Non si sa se l’accusa fosse vera, ma Eschine sembrava davvero schierato dalla parte macedone. Demostene perse la causa per poco, e Eschine lo accusò per quel fatto della corona poetica (vedi testo), perdendo rovinosamente. Quindi partì e visse a Rodi dove insegnò la retorica.

Ci rimangono tre suoi discorsi:

  1. Contro Timarco, un attacco al presentatore dell’accusa per l’ambasceria, di cui viene dimostrata l’indegnità morale;
  2. Sull’ambasceria corrotta, in cui Eschine si difende dall’imputazione
  3. Contro Ctesifonte, in cui è sottoposta a critica tutta l’azione di Demostene, da cui dipende la situa-

 

      zione critica di Atene.

 

Eschine era convinto dell’egemonia macedone, per questo è in lotta con Demostene che fa sempre ricorso al richiamo dei valori ideali per salvare la situazione.

Non sempre Eschine è convinto di ciò che scrive, e per questo il suo stile risulta sì ben formulato e chiaro, ma spesso anche molto freddo.

 

Testi: Catastrofe oratoria di Demostene

(Sull’ambasceria corrotta)

 

Si tratta di un discorso fallito di Demostene al cospetto di Filippo. Infatti, agitatosi, non riuscì a pronunciare più una parola, mentre tutti conoscevano la sua fama e si aspettavano chissà che discorsi. Persino Filippo lo esortò a parlare e a non farsi intimidire. Demostene, ritrovatosi solo con gli altri compagni di ambasceria, dichiarò che la colpa di tutto era di Eschine (che parla in prima persona), che aveva fatto innervosire Filippo con proposte tali da far scaturire la guerra e non la pace che tanto anelavano.

Ma Filippo, richiamati gli ambasciatori, rispose a tutti (tranne che, naturalmente, a Demostene che non aveva detto nulla) e si soffermò a lungo sul discorso di Eschine, concludendo il discorso con frasi di amicizia e di pace. Così caddero le accuse di Demostene

 

Testi: Anticipazioni di argomenti dell’avversario

(Contro Ctesifonte)

 

Si parla del fatto che Ctesifonte voleva dare a Demostene la corona di poeta.  Egli ha infatti scritto in un decreto che la corona deve essere conferita a Demostene per le sue virtù, rettitudine morale e perché il poeta opera nell’interesse del popolo. L’accusa di Eschine si basa sulla dimostrazione che Demostene non ha fatto nulla di tutto ciò, e che dunque Ctesifonte deve essere condannato perché non si possono inserire menzogne nei decreti pubblici.

Quindi Eschine dice di non voler elencare le malefatte della vita di Demostene (processi, accuse, ingiustizie…) perché sa che tanto tutti quanti le conoscono bene. E allora, come si può pensare di dare la corona ad un uomo le cui malefatte sono talmente conosciute che non c’è bisogno di parlarne?

Ma riguardo all’attività politica di Demostene. Eschine non tralascia nulla. Egli già sapeva quale sarebbe stata la difesa del poeta, e cioè egli avrebbe chiesto ad Eschine quale dei quattro periodi in cui lui era in attività politica voleva criticare e, non ottenendo risposta, l’avrebbe umiliato e costretto a rispondere. Bene, prima che Demostene possa fare tutto questo Eschine gli “risponde”: egli critica tutti e quattro i periodi: in quei periodi sono stati responsabili della pace solo gli dei e pochi altri, mentre tutte le sciagure sono state causa di Demostene. Quindi esamina tutti e quattro i periodi.

 

Testi: Il compianto per Tebe (Contro Ctesifonte)

 

La città di Atene non è in questo momento come le altre città: questo è un periodo di gloria, un periodo in cui tutti fanno opere magnifiche… Atene è qui a combattere per difendere il suolo della patria, e tutto a causa di Demostene.

Quindi Eschine recita dei versi, in cui si dice che spesso una città intera soffre per colpa di uno solo: gli dei puniscono la città intera, le mura sono distrutte, la flotta e l’esercito dispersi. Questa poesia sembra, dice, un oracolo contro la politica di Demostene: infatti grazie a lui è successo questo.

 

Testi: Perorazione (Contro Ctesifonte)

 

Eschine si rivolge a Ctesifonte e lo esorta a difendersi da solo e non chiederlo a Demostene, che sicuramente parlerebbe di sé stesso.

Ctesifonte, dice Iperide, è molto abile nel parlare e sicuramente saprà difendersi dall’accusa di aver presentato un decreto dietro compenso.

Perché scegliere Demostene che non ha compiuto nessuna nobile azione, ma anzi è un vigliacco, venale, disertore? Non bisogna conferire la corona ad uno che ha spinto a fare una spedizione che si è rivelata un disastro.

Se fosse incoronato i giovani si ispirerebbero a lui, e comunque lui rappresenterebbe una parte di tutti i cittadini di Atene.

Molte città hanno criticato la politica di Demostene: se il popolo ateniese lo voterà sarà come dire che è d’accordo con la sua politica.

Demostene non è un uomo di valore, non ha forza fisica, non vale come nessuno dei precedenti incoronati.

 


 

IPERIDE


 

Nacque ad Atene da famiglia facoltosa. Fu allievo di Isocrate e forse anche di Platone. Viene descritto come un uomo raffinato che amava le donne e i piaceri, un uomo vitale, che per questa sua qualità si trovava a lottare tenacemente contro i sovrani di Macedonia al fianco di Demostene. Ci fu un momento (vedi testo) in cui i due non erano più amici,

 

anzi si schierano uno contro l’altro, ma poi riuscirono a riconciliarsi.

L’opera di Iperide andò completamente perduta nel Medioevo, ma ora qualcosa è stato ritrovato (6 orazioni su 77). Una delle orazioni ritrovate si chiama Contro Atenogenee parla di un incauto possidente di campagna che, innamorato del suo schiavo, decide di comprarsi una bottega di profumi per piacergli, senza sapere che era coperta di debiti e scarsa di vendite. E’ un capolavoro di oratoria per l’ironia, la leggerezza, la minuziosità con cui è narrato il fatto.

Iperide fu anche incaricato di scrivere l’orazione funebre per i morti durante un episodio della rivolta antimacedone, e vi riuscì benissimo, esaltando la nobiltà e la condotta di quegli uomini nel nome di Atene.

Ha uno stile brillante, spiritoso, raffinato, ricco di dettagli interessanti.

 

Testi: La corruzione dei politici (Contro Demostene)

 

Parlando della corruzione, per Iperide il fatto grave non è aver preso, ma aver preso da chi non si deve, e non è uguale la colpa dei privati che prendono soldi a quella degli oratori o degli strateghi, perché questi ultimi usano questi soldi per compiere una certa azione politica. D’altronde, solo oratori e strateghi possono essere condannati a morte per corruzione, mentre gli altri pagano multe.

Demostene e Demade, solo con i decreti  che hanno fatto, hanno guadagnato moltissimo. E se questo guadagno non bastasse, e volessero , per averne altro, attentare alla vita dello stato? Perché non vengono puniti se l’hanno fatto? (questo brano non mi è chiaro: rileggerlo)

 


GLI ORATORI MINORI


 

Iseo: nato nell’Eubea, meteco, rimase escluso dalla politica ateniese. Fu logografo e tenne una scuola di retorica. Si ritiene che fosse stato maestro di Demostene. Ci rimangono 11 orazioni tutte relative a cause di eredità, di cui Iseo si occupava spesso. Si tratta di orazioni di grande interesse giuridico e storico, ma non molto artistico: Iseo appiattisce i personaggi, è arido e monotono.

Licurgo: fu un uomo politico intransigente e un bravissimo amministratore. Nacque ad Atene da famiglia di alta nobiltà e fu un patriota antimacedone. Venne eletto tesoriere dello stato e fu grazie a lui che Atene rinfoltì la sua flotta e si abbellì di molti edifici pubblici, tra cui la prima costruzione in pietra del teatro di Dioniso.Delle sue 15 orazioni ci

 

resta solo Contro Leocrate, che aveva disertato, colto dal panico, durante la battaglia di Cheronea, ed era rientrato ad Atene dopo sette anni sperando di non essere riconosciuto. L’orazione è scritta con toni altamente drammatici, con numerose citazioni poetiche. Comunque Leocrate fu assolto.

Demade: di grande fantasia e arguzia, è diventato famoso per queste sue qualità. Improvvisava i discorsi e non li trascriveva, per cui non abbiamo nessun testo, e forse per questo non viene annoverato fra i grandi oratori. Fu mediatore tra ateniesi e macedoni.

Alcidamante: fu avversario di Isocrate. Scrisse la raccolta Museion.

 


 

LA COMMEDIA “DI MEZZO” E “NUOVA” (no)


 


MENANDRO (no)


 

La commedia di Menandro apre un’epoca nuova, non tanto per il genere comico, quanto per l’orizzonte umano che porta in scena, in cui regna l’insicurezza e la dispersione. L’economia in grande sviluppo accentua il divario tra ricchi e poveri e incentra l’interesse sul lavoro, precludendo la partecipazione alla vita pubblica.

Ma il lato positivo di tutto questo c’è: tralasciando la vita pubblica si pensa di più alla propria famiglia, agli affetti e all’arte. Il rapporto tra padri e figli è più forte ed aumenta la responsabilità dell’uomo. Il rapporto con gli altri popoli si fa più amichevole perché si capisce che siamo tutti una sola essenza umana. Atene resta il centro culturale greco e Menandro segna la fine del periodo del disimpegno della commedia: egli inventa un’azione comica che parli delle frustrazioni e delle ansie di ognuno, con una differenza dalla realtà: le disgrazie possono solo scalfire il nucleo famigliare, non distruggerlo, rivendicando così la fiducia nella giustizia immanente.

I personaggi di Menandro non vivono la stessa esistenza del suo pubblico, ma quella che esso vorrebbe vivere, nei limiti del possibile.

 

La vita e le opere

 

Menandro nacque intorno al 342 a.C., da una famiglia ricca e nobile. Fu amico di Demetrio Felereo, un filosofo e uomo politico che resse il governo per 10 anni. In questo periodo è l’affermazione drammatica di Menandro. Sembra che non abbia partecipato alla vita pubblica di Atene. Si interessò molto di teatro e donne. Morì ad Atene a soli 50 anni..

 

La sua produzione fu fertilissima (circa 100 commedie) ma la maggior parte delle sue opere andarono disperse durante il Medioevo (come fu anche per molti altri autori). Comunque sono stati trovati dei papiri di 7 commedie. (vedi scheda grigia a pag.391).

 

La drammaturgia di Menandro

 

La commedia di Menandro è per lo più divisa in 5 atti intervallati da interventi corali. Il luogo è sempre uno spazio pubblico su cui si affacciano due o tre edifici, e l’azione si svolge in una sola giornata. Gli attori sono 3. Naturalmente tutto questo crea situazioni limitate o altrimenti poco verosimili (personaggi che non si vedono da anni che abitano in case vicinissime).

L’intreccio può essere di due tipi: nel primo la situazione iniziale tende ad evolversi per desiderio di un personaggio, ma naturalmente c’è qualche problema che non farà svolgere l’azione con facilità l’azione.

Nel secondo si incomincia con una situazione che non dovrebbe avere seguito, ma che viene turbata da una equivoco. Quando questo viene chiarito, si torna all’armonia iniziale.

Il teatro è occasione di diletto e questa schematicità consente allo spettatore di partecipare il meno possibile all’azione, per gustare l’allestimento scenico e la bravura nella recitazione.

La crisi che rappresenta il nucleo della vicenda può essere di due tipi: interna ai personaggi, ossia psicologica, oppure esterna, motivata cioè da eventi che impediscono il lineare sviluppo della vicenda. In entrambi i casi la crisi deriva da un errore di informazione, chiarito il quale tutto si risolve: ciò rappresenta una gratificante risposta all’ansia dello spettatore, che vede proiettati sulla scena i propri drammi.

Il valore  che Menandro cerca di rappresentare in maggior modo è la solidarietà umana, in cui è possibile trovare il modo di affrontare la vita. La consapevolezza dei valori avviene grazie al processo conoscitivo: infatti in tutte le commedie di Menandro si supera uno stato di ignoranza.

 

Lo stile di Menandro

 

Menandro riduce drasticamente l’aspetto attico della lingua, a causa dell’apertura di orizzonti della polis e del linguaggio colloquiale dei personaggi.

Il rapporto della parola con l’azione è molto importante e di natura dialettica: in esso appaiono interruzioni, sospiri, sorrisi, confidenze…

 

Il mondo concettuale di Menandro

 

La finalità primaria della commedia di Menandro è l’intrattenimento del pubblico, ma non si risolve solo in questo. Il tema più importante è la problematica del rapporto uomo-uomo (la dimensione sociale).

Il travaglio dei suoi concittadini si trasforma nei personaggi in pessimismo per la condizione umana. Vi è un’antitesi tra la volontà di ottenere il bene e le forze opposte. Comunque vi è una fiducia ottimistica nell’indole buona dell’uomo, a cui Menandro nelle sue opere affida ogni problema. Così la commedia diventa un’utopia.

E perché ciò accada davvero, dice Menandro, bisogna conoscere l’uomo. Ma ciò non è possibile perché bisogna superare gli opposti, dice la filosofia. E così ci si limita a vagheggiare.

 

Testi: Prologo di Pan e atto primo (Dyskolos)

 

Nel Dyskolos si descrive la nevrosi dell’insofferenza assoluta verso gli altri. Un vecchio, Cnemone, per sfiducia negli altri uomini, ha interrotto con essi ogni relazione. Ora vive con una figlia della quale si innamora, per volere di Pan, Sostrato.

Il testo comincia con una descrizione della chiusura di Cnemone, della moglie che lo ha lasciato per questo e di sua figlia. E’ Pan che parla e dice che ha fatto, appunto innamorare Sostrato della ragazza. Questi sta parlando con Cherea, un suo amico, dopo aver mandato Pirria, un servo, a cercare informazioni sulla famiglia di lei. Pirria torna trafelato e inseguito da lontano da Cnemone, e sconsiglia Sostrato dal tentativo di parlargli. Cherea decide di provarci lui e se ne va. Nel frattempo arriva Cnemone che borbotta riguardo alla “folla” che lo è andato a disturbare. Sostrato, spaventato sotto la sua porta, giustifica la sua presenza dicendo che aspetta qualcuno, e anche su questo il vecchio ha da ridire.

 

Testi: Atto quarto: apologia di Cnemone (Dyskolos)

 

Cnemone è stato salvato da Sostrato e Gorgia, il suo figliastro, dopo essere caduto in un pozzo. Dopo quest’esperienza capisce che ha sbagliato a starsene solo così tanto tempo e che si dovrebbe sempre avere qualcuno vicino. E’ stupito dalla bontà dei due, perché pensava che gli uomini non facessero niente per niente e pensassero solo al denaro. Affida, così, tutti i suoi beni a Gorgia e lo incarica di trovare un marito (che sarà naturalmente Sostrato) alla figlia. Quindi dice che comunque “se tutti fossero come me, non ci sarebbero  tribunali, né prigioni, né guerra, e tutti si accontenterebbero di poco.

 


 

LETTERATURA DELL’ETA’ ELLENISTICA


 

 


LA POESIA DELL’ETA’ ELLENISTICA

 

Caratteri generali della poesia ellenistica

 

Il passaggio al tipo di letteratura che viene chiamata ellenistica è lento e graduale: si nota nell’apertura di Isocrate oltre la poleis nella varietà di interessi di Senofonte, dai valori sociali della commedia di Menandro. Ed è appunto Menandro che supera cronologicamente il limite posto per l’inizio dell’età ellenistica (323, data della morte di Alessandro, a seguito della quale sorsero grandi regni). A ciò si contrappone il cambiamento traumatico delle strutture e dell’organizzazione del potere subito dopo l’inizio dell’ellenismo. Da queste due diverse forme di ellenismo, nasce un ellenismo universale: la Grecia è proiettata in un mondo di culture universali ed estranee. Sarà la cultura greca che le assoggetterà al proprio modello, grazie a questo lento e ragionato cambiamento: per esempio la scoperta che il sovrano non è una divinità viene tradotta dalla letteratura del periodo secondo uno schema che salvaguardi la tradizione, per imporre lentamente questo cambiamento.

D’altronde la letteratura riesce ad abituarsi senza problemi a questo cambiamento repentino perché abbiamo visto che nel tempo è riuscita ad inventare un nuovo genere di espressione: cambia la tonalità, cambia il progetto, cambia (soprattutto) il rapporto con il pubblico: il potere ha reso sudditi e non più cittadini gli uomini, eliminando la fruizione collettiva della letteratura a vantaggio di quella privata (1), che è il nuovo campo della letteratura. Inoltre

 

variano le condizioni economiche, che mentre prima non erano un problema (lo stato pagava il biglietto), ora segnano una forte differenza di cultura: la classe media diventa il destinatario per eccellenza della nuova letteratura (2), perché è in grado di avere una buona istruzione e di comprare libri, che sono diventati praticamente l’unico mezzo di diffusione della letteratura a scapito del teatro (3). Inoltre, per questa nuova apertura a più culture, è necessario eliminare il dialetto preferendo la koinè (4), la lingua unificata. La koinè ha base prevalentemente attica con infiltrazioni sporadiche dialettali.

 

Le poetiche e le polemiche

 

La koinè rappresenta un’estensione dell’idea di grecità perché serve per essere letta da altri popoli, ma è anche una riduzione della sua specificità. Comunque, grazie alla koinè la prosa riesce a rivelare la propria inclinazione ad un genere letterario di tipo più diretto che si avvicina al linguaggio parlato, mente la poesia riesce ad accentuare il suo carattere di letteratura artistica. Ciò avviene anche grazie al nuovo tipo di linguaggio nato apposta per la poesia, quindi raffinato e artistico. Per questo la poesia comincia ad essere letta solo da pochi iniziati in grado di apprezzarla, e a sua volta questo carattere elitario dà alla poesia ellenistica un aspetto conservatore (per mantenere saldo il patrimonio culturale di fronte alla concorrenza di altre culture) e appartato, alla ricerca del raro (di minor conoscenza comune).

In questo periodo, legato al mantenimento della cultura, si manifesta una grande cura per la conservazione delle opere del passato, finanziata dai sovrani. I poeti, non potendo riprendere le ideologie degli antichi scrittori, vi si collegano tramite allusioni e citazioni.

Questa tendenza alla ripresa di tematiche astratte dalla concretezza dell’esistenza come era in passato, crea per opposizione un tipo di poesia del particolare, di tutto ciò che è quotidiano, minuscolo, che accentua la funzione privata della letteratura. Callimaco è il maggior esponente di questa opposizione. Egli afferma che la sua poesia non si rivolge alla folla ma percorre una via poco frequentata, perfetta e per questo circoscritta. Callimaco quindi odia i grandi libri e sembra che chiami coloro che invece la pensano diversamente da lui “Telchini”, leggendari demoni maligni. Questi “Telchini” lo accusavano di non essere in grado di scrivere di grandi gesta e per questo si rifugiava nella scusa del perfetto. Soprattutto, Callimaco odia Apollonio Rodio (che scrisse le Argonautiche).

 

La poesia elegiaca e lirica

 

Fileta di Cos: scrisse una specie di manifesto programmatico della poesia elegiaca, per cui ne è considerato il maestro. Abbiamo poche notizie su di lui. Tolomeo lo chaima ad Alessandria per insegnare a suo figlio, il futuro Filadelfo. Era talmente debole e malato che una leggenda dice che dovesse portare dei pesi nei calzini per non volare via. Scrisse Ermes, che narra la storia di Polimela, figlia di Etolo, che si innamora di Odisseo.

 

Partenio di Nicea: fu prigioniero dei Romani e per questo visse sempre a Roma e Napoli come liberto. Ebbe un’enorme influenza sulla poesia latina (era in contatto anche con Virgilio). Scrisse Sofferenze d’amore, con storie di amori infelici.

 

Ermesianatte: vive a Cos (come Fileta con cui fu a contatto). Scrisse Leonzio, una raccolta di elegie, in cui molti spunti sono tratti da Esiodo.

 

Alessandro Etolo: è chiamato ad Alessandria a riordinare le opere drammatiche della Biblioteca. Era fra i sette della “Pleiade”. Scrisse anch’egli storie di amori infelici.

 


CALLIMACO


 

La poesia di Callimaco non ha fini, è una forma autonoma ed esclusiva, quindi diversissima rispetto ai canoni poetici usati fino ad allora. Quest’evoluzione ha le sue radici nell’esclusione del cittadino alla vita politica, che quindi cerca un compenso nella letteratura: la poesia di Callimaco diventa così un colloquio tra due individui, poeta e lettore, colloquio fine a sé stesso, che fa maturare la personalità del lettore.

Questa relazione tra poeta e lettore è agevolata dalla scrittura. Nella poesia orale i momenti sono irripetibili (dopo che sono stati detti non vengono ripetuti) e ciò richiede il massimo dell’incisività. In Callimaco il tempo della lettura non è l’istante ma la durata: la parola scritta rimane e il lettore può tornare sui propri passi per riflettere quando vuole. Per questo la poesia callimachea è strutturata in modo che ogni parola abbia una certa valenza in relazione a ciò che la segue o che la precede, secondo una linea sempre varia.

 

 

La vita e le opere

 

Callimaco nacque intorno al 300 a.C. a Cirene, colonia greca in Libia. Per motivi economici fu costretto a trasferirsi ad Alessandria per insegnare. Ma la sua fama di grande poeta si diffuse in fretta ed egli fece il suo ingresso alla corte di Tolemeo II Filadelfo. Ebbe un incarico nella Biblioteca di Alessandria (anche se non si sa il motivo per cui non ne divenne il dirigente): il suo compito era quello di riordinare e catalogare l’enorme mole di opere antiche lì conservate. I risultati furono riportati nelle Tavole, un’opera monumentale, corredata da commenti e biografie di vari autori.

Callimaco divenne poeta di corte e celebrò tutti gli eventi della casa regnante. Al Filadelfo successe il foglio Tolemeo III Evergete, alla cui moglie il poeta dedicò la Chioma di Berenice, inclusa poi negli Aitia.

Morì molto vecchio, non si sa a quale età.

 

Ci sono rimaste, oltre ad alcune opere minori, sei Inni, circa 60 Epigrammi, il poemetto Ecale (frammenti), Aitia (frammenti), alcuni componimenti in metri giambici raccolti in Giambi.

 

La poesia in esametri

 

I 6 Inni di Callimaco sono stati scritti in epoche diverse e segnano una specie di evoluzione del poeta, anche se l’ispirazione è sempre la stessa: gli Inni di Omero, anche se le differenze non sono poche. Gli Inni di Omero sono invocazioni (nel caso di inni brevi) o narrazioni (nel caso di inni più lunghi). Il loro andamento è semplice e il racconto unitario. Gli Inni di Callimaco non vogliono essere religiosi anche se non mancano gli accenni al rituale. La forma del racconto è rapida, ricca di interventi personali, trapassi veloci e spunti attuali. Il linguaggio varia da elevato a popolaresco, fino ad un umorismo che si riferisce anche alle divinità. Gli dei di Callimaco non sono più oggetto di fede religiosa, ma esemplari della tradizione nazionale e culturale.

I titoli degli Inni sono: A Zeus, Ad Apollo, Ad Artemide, A Delo, Lavacri di Pallade, A Demetra.

Ecale è l’opera più impegnativa di Callimaco nel campo della poesia esametrica. Il tema riguarda l’eroe Teseo. Egli si è allontanato di nascosto dalla casa del padre Egeo per combattere il Minotauro. Durante il viaggio un temporale lo costringe a rifugiarsi presso la vecchia Ecale. Ripartito e domato il toro, Teseo torna con questo da Ecale, ma la trova morta. La piange e dedica un santuario a Zeus Ecalio. Si tratta di un piccolo epos, un epillio: questa forma diminutiva è dovuta non solo alle dimensioni ridotte, ma anche al fatto che nella narrazione erano privilegiati gli aspetti intimi e domestici, il sentimento e i dettagli (viene persino introdotta una cornacchia che narrava leggende antichissime alla compagna, ma entrambe si addormentano a metà discorso). I maggiori elementi di fascino di questo poemetto sono l’arguzia, la commozione e l’ingenuità.

 

Gli Aitia e le opere minori

 

Gli Aitia sono scritti in metro elegiaco, sono composti da 4 libri di un migliaio di versi ciascuno e non possono essere definiti come un poema vero e proprio ma più come una raccolta di elegie, collegate tra di loro dal filo conduttore della narrazione di episodi mitici, origine di riti e feste (Aitia, infatti, vuol dire Causa o Origini).

Callimaco immagina che le Muse gli fossero apparse in sogno narrandogli le suddette leggende (come Virgilio, che nell’Egloga 6° dice che Apollo gli si era avvicinato per dirgli di non cantare fatti di guerra, ma agresti). Degli Aitia ci restano numerosi papiri, benché una cospicua parte sia andata perduta durante il Medioevo.

Non si può narrare la storia degli Aitia, perché non si tratta di una storia. Alcune delle leggende più importanti sono:

  1. Aconzio e Cidippe: Aconzio si era innamorato di Cidippe e per averla in moglie Eros gli aveva consigliato di scrivere su una mela: “Lo giuro, per Artemide: sposerò Aconzio”, e di gettarla alla ragazza. Così fece e quando la ragazza la vide e, ingenua, pronunciò il giuramento con l’intento di leggere la scritta. Ma il padre l’aveva promessa in sposa ad un altro uomo. Per tre volte Cidippe cercò di sposarsi, ma ogni volta si sentiva male. Così il padre si fece rivelare dall’oracolo di Delfi che cosa era successo e diede Cidippe in sposa ad Aconzio.
  2. La chioma di Berenice: (conclusone del poema, non attinta dalla tradizione) Berenice, moglie dell’Evergete, aveva tagliato un ricciolo della sua chioma offrendolo come dono affinché suo marito tornasse salvo dalla guerra. Il ricciolo era scomparso e l’astronomo di corte lo spiegò con la formazione di una nuova costellazione, che porta ancora oggi il nome “Chioma di Berenice”. Questa elegia fu interamente tradotta da Catullo nel carme 66, in risposta (carme 65) ad una lettera di Ortalo.

 

Nei Giambi vengono trattati gli argomenti più disparati, e il più interessante è il 4°, in cui un alloro e un ulivo si contendono i meriti per la vita dell’uomo.

Gli Epigrammi (raccolti nell’Antologia Palatina) seguono i temi della tradizione.

 

L’arte di Callimaco

 

Callimaco è un poeta molto moderno, per il suo sperimentalismo, per la creazione, per il carattere elitario. Eppure dai moderni è poco amato: dalla poesia ellenistica molti si aspettano un pensiero che scavi nella psiche umana, lo spasimo delle passioni, le nefandezze della storia…. La sapienza verbale di Callimaco o il suo umorismo intelligente non bastano. Sarà anche per lo stile estroso e difficile da seguire.

Callimaco non ignora le emozioni, le dissimula: sotto la sua poesia vibrano la pietà, la malinconia, la tenerezza. I suoi sentimenti pulsano nel fenomeno singolo, nel dettaglio.

A lui si ispirarono moltissimi poeti, tra cui Catullo, Properzio, Ennio (+ vedi il libro nuovo).

 

Testi: Proemio degli “Aitia”

 

I Telchini disprezzano Callimaco perché invece di scrivere delle gesta di grandi eroi scrive rotoli di poesia. Che altri parlino di poesia, dice, e che i Telchini imparino a giudicare l’arte: Callimaco non è un poeta di guerra; fare la guerra spetta a Zeus!

Apollo lo ha ispirato esortandolo a non scrivere di battaglie, come fanno tutti.

 

Testi: La chioma di Berenice

 

Anche Catullo dedica il Carme 66 alla storia della Chioma di Berenice. Callimaco racconta l’assunzione di questa chioma fra gli astri in modo molto originale, facendo cioè parlare la chioma che si rivolge al lettore: questa, tagliata dal ferro, ne dichiara l’onnipotenza e si dispera per la sua scoperta. Avrebbe preferito restare sul capo di Berenice.

Ma improvvisamente un dolce vento la portò fra le stelle, vicino all’Acquario e ad Orione.

 

Testi: Per il bagno di Pallade (no)

 

Ecco Pallade che scende dal cocchio per fare il bagno. Per prima cosa pulisce i cavalli; non bisogna portarle specchi né profumi perché lei non ne ha bisogno. Si unge solo di olio di oliva e si pettina con un pettine d’oro. Le viene portato lo scudo di Diomede. Tutto viene preparato.

Ma attenzione a non guardarla o si perderà la vista (come Ferecide aveva scritto riguardo alla cecità di Tiresia): allo stesso modo la perse Tiresia, anche se sua madre, una ninfa, era molto amica di Pallade. Quando Tiresia perse la vista, sua madre faceva il bagno con Pallade, la quale fu molto dispiaciuta di doverlo accecare, ma quella purtroppo era la legge degli dei. Meglio così, dice, piuttosto che ucciso come doveva essere. Per scusarsi, Pallade promette che Tiresia diventerà un grandissimo indovino.

 


 

APOLLONIO RODIO E LA POESIA EPICA E DIDASCALICA

 


La vita e l’opera di Apollonio Rodio

 

Callimaco e Apollonio Rodio sono due personaggi opposti, che anche in vita si odiavano fortemente.

Apollonio Rodio (AR) procede attraverso un’elaborazione estremamente minuziosa e raffinata, ricerca l’erudizione rara.

Ma AR riprende proprio quel “grande libro” che Callimaco aveva rifiutato, il poema epico.

Callimaco, poi, prende le distanze dall’oggetto della narrazione, lo guarda con ironia e allusioni; AR prende molto sul serio il suo progetto e vi si immerge completamente.

 

Nacque in Egitto ad Alessandria, intorno al 290 (forse fu allievo di Callimaco).Fu posto alla direzione della Biblioteca e nominato precettore di Evergete. Tuttavia, quando Evergete salì al trono, Apollonio fu sostituito, forse a causa di Callimaco che era in buoni contatti con il re.

Decise di andarsene da Alessandria e si ritirò a Rodi dove morì vecchio.

 

Ci restano vari titolo e pochi frammenti, ma l’opera della sua vita furono le Argonautiche (Imprese degli Argonauti), un poema epico in quattro libri che conserviamo integralmente. Ne scrisse una parte ad Alessandria e una a Rodi.

 

Tema ed episodi delle Argonautiche

 

L’antichissima leggenda degli Argonauti narrava l’impresa di Giasone e dei suoi compagni che, con la nave Argo, avevano raggiunto la Colchide. Volevano recuperare il vello aureo del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia in Oriente. La spedizione era stata commissionata da Pelia, che aveva usurpato il trono.

Sembrava un parallelo dell’impresa troiana, i collegamenti con ogni scienza erano facili, si potevano fare numerosi riferimenti critici8… insomma, era la leggenda perfetta su cui basare un poema epico.

La struttura è molto complessa per le continue digressioni anche solo per spiegare l’origine di un nome.

La vicenda:

  1. Vengono descritti i preparativi e la partenza. La prima tappa è l’isola di Lemno, dove i marinai passano qualche giorno con delle donne. A Misia, il giovane Ila si innamora di una ninfa. Eracle, innamorato di lui, abbandona l’impresa per cercarlo.
  2. Il viaggio prosegue. Durante questa parte di viaggio gli Argonauti liberano dalle Arpie Fineo che gli predice le avventure che li aspettano e come superarle. Finalmente approdano alla Colchide.
  3. Viene introdotta la figura di Medea, figlia del re Eeta. Medea si innamora di Giasone (come Nausicaa) e decide di aiutarlo: Giasone infatti deve arare un campo con due tori spiranti fuoco e con i piedi di bronzo, seminarci dei denti di drago e uccidere tutti i guerrieri nati dalla semina Medea è dotata di poteri magici e gli dà molti consigli. Quindi riesce a svelargli il suo amore e Giasone gli promette di portarla con sé in Grecia. Giasone riesce nella sua impresa.
  4. Il padre di Medea, Eeta, è furioso perché Medea ha aiutato Giasone a compiere l’impresa attraverso cui avrebbe ottenuto il vello. Durante la notte, Medea avverte una brutta sensazione e spinge Giasone a fuggire. Fa addormentare il drago che sorveglia il vello e la nave può finalmente salpare.

Durante il viaggio di ritorno gli Argonauti passano per gli stessi luoghi attraverso cui era passato Ulisse. Arrivato da Alcinno, questi dice di essere costretto a riconsegnare al padre Medea a meno che i due non consumino il matrimonio. Lo fanno. Naufragati poi in Africa, dopo altre mille peripezie e portando per un bel pezzo la nave a braccia, arrivano in Grecia.

 

L’arte di Apollonio Rodio

 

Per molto tempo l’arte di Apollonio Rodio non fu apprezzata perché la si vedeva troppo erudita, gratuitamente  erudita. Ora invece si apprezza molto di più l’opera perché si è capito il motivo dell’erudizione  (era la cultura del tempo).

Le Argonautiche sono narrate in modo assolutamente lineare, anche se attraverso vari giochi il futuro, presente e passato si mischiano dando un effetto di movimento interno dell’opera, in cui il dato erudito è essenziale per riportare in una dimensione reale.

La varietà è data anche dall’alternanza di narrazioni e dialoghi. I dialoghi riguardano le parti più importanti dell’opera: la storia d’amore di Medea è quasi interamente dialogata.

E’ una storia d’amore che si evolve, dalla prima emozione alla vista di Giasone, al desiderio di morte al pensiero di veder partire Giasone, alla dichiarazione d’amore, alle riflessioni tenere di Medea. Ma tutto ha sempre sottinteso il presagio dell’abbandono di Medea da parte di Giasone e dell’uccisione del figlio per mano di Medea.

Giasone rappresenta l’antieroe, che seduce Medea , privo di valori, senza certezze, confuso fra i doveri morali e la necessità di sopravvivenza.

Lo stile di AR unisce tradizione e innovazione. Ad esempio evita le formule fisse, troppo arcaiche, ama le similitudini con le quali esalta l’evento.

Non sempre la lettura di AR può piacere, in genere si preferiscono i poemi di Virgilio o Omero ai quali è certamente inferiore.


 

TEOCRITO E LA POESIA BUCOLICA


 

Premessa

 

Per Teocrito la ricerca erudita non rappresenta un momento di sfoggio delle proprie capacità, ma è un semplice ingrediente della sua poesia. Questa situazione si riflette naturalmente sull’argomento scelto: i temi mitologici vengono usati solo raramente, mentre il tema bucolico è alla base della sua produzione.

 

Fin dall’antichità Teocrito viene considerato l’iniziatore della poesia bucolica, ossia quel genere letterario i cui personaggi provengono dai campi e che ha come argomento la vita agreste. Comunque in Teocrito si notano dei livelli di evoluzione che dimostrano che egli non fu il primo a scrivere in questo genere. Della poesia bucolica si sa per certo che nacque in ambito popolare in Sicilia, patria di Teocrito.

Oltre al poemetto bucolico e mitologico compare in Teocrito in mimo: tale genere riproduce scene di vita reale con personaggi di tipo comune. Esiste un rapporto tra la poesia bucolica e il mimo: il dialogo, la quotidianità delle situazioni e dei sentimenti, l’estrazione sociale dei personaggi e la nascita in Sicilia.

Non sappiamo se Teocrito scrive in forma drammatica per motivi di rappresentazione teatrale, ma fatto sta che essi ne risultano fortemente adatti, destinati ad un pubblico elitario. Bisogna tenere conto che queste rappresentazioni dovevano coesistere con la normale fruizione attraverso la lettura, per cui si tratta di un’opera intermedia fra la tradizione orale e scritta.

Per la scelta dei personaggi e delle scene Teocrito è un autore molto realista.

La scelta dell’ambiente bucolico è spiegabile in reazione al fenomeno dell’urbanesimo che si era enormemente diffuso dopo la fondazione di Alessandria e si rifletteva sulle abitudini di vita. Teocrito non è già un nostalgico della natura agreste, ma con le sue opere fa rivivere un tipo di paesaggio ormai perso, fatto di spazi aperti e verdi.

 

La vita e le opere di Teocrito

 

Si conosce pochissimo sulla biografia di Teocrito e quel poco che si sa è ricavato dai suoi scritti. Dovrebbe essere nato intorno al 300 a.C., sicuramente a Siracusa.  Ottiene la protezione di Gerone II di Siracusa e dopo alcuni anni parte per Alessandria dove entra in contatto stretto con Callimaco. Dovrebbe essere morto intorno al 260 a.C.

 

Il corpus di Teocrito a noi giunto comprende 30 carmi, 25 epigrammi e un carme “figurativo” (i versi sono scritti a forma di qualcosa) intitolato La Zampogna.

Non tutti i carmi sono autentici: 7 sono sicuramente spurii, la Zampogna e i carmi XXV e XXVI sono dubbi.

I suoi carmi sono differenti l’uno dall’altro sia per contenuto che per forma: sua caratteristica infatti è l’intensa sperimentazione formale, anche per quanto riguarda il dialetto.

 

Gli Idilli

 

Idillio deriva da eìdos (forma/aspetto), da cui deriva eidùlliov, che probabilmente indicava un breve componimento descrittivo.

Sembra che un tempo gli Idilli siano stati ordinati per argomento, ma ora si è perso questo ordine e così si va a caso.

I Vari generi sono:

  1. encomiastici: Le Grazie e Encomio per Tolemeo, opere minori solenni e in cui prevale la finalità pratica;
  2. erotici;
  3. bucolici: hanno come motivo di sfondo l’amore eterosessuale. Uno è Tirsi (un guardiano di capre chiede al pastore-poeta Tirsi di cantare la morte per amore di Dafni, personaggio in cui si identificava la tradizione del genere bucolico. Per convincere Tirsi, il guardiano gli dona una tazza), poi Serenata (un innamorato invoca una fanciulla che lo sfugge), i Pastori (due mandriani che chiacchierano), Il capraio e il pastore (i due litigano e si prendono in giro, poi cominciano una gara di canto), Pastori poeti (sempre tipo la gara di prima, ma con un elemento mitologico: la storia d’amore di Polifemo e Galatea, ma stavolta è Polifemo che fa il ritroso).

Ma il carme di maggior impegno sono le Talisie: il narratore è Simichida. Sta camminando per la campagna quando incontra un capraio cantore e vuole gareggiare con lui. Prima di cominciare il suo canto Licinìda spiega che egli canta la poesia callimachea, delle piccole cose. Quindi egli canta un augurio di viaggio e Simichida una canzone d’amore efebico e vince il bastone di Licide, come dono delle Muse. Quindi procede per la sua strada e arriva ad una festa. Si tratta di un’identificazione di Teocrito in Simichida e quindi di una sua iniziazione poetica la consegna del bastone).

Di stampo teatrale è I mietitori: Milone, forte, e Buceo, smilzo, sono la lavoro e il primo deride il secondo perché non riesce a stare al pari con il lavoro degli altri. Buceo ne spiega la causa: è innamorato e canta la sua amata, mentre Milone elogia il lavoro campestre.

Anche nel Ciclope il tema fondamentale è l’amore: Polifemo, innamorato come sempre di Galatea, supera le pene d’amore con il canto (naturalmente il canto riguarda lei).

  1. mimi: nell’Incantatrice una donna di nome Simeta tenta di ricondurre a sé l’amato con pratiche magiche, quindi narra in tutte le sue tappe la storia d’amore.

Secondo mimo è L’amore di Cinisca: Eschine racconta all’amico Tionico il tradimento di Cinisca e la sua gelosia. Ora lei l’ha piantato e lui partirà soldato.

Terzo e ultimo mimo: le Siracusane. Protagoniste due donne siciliane che vivono ad Alessandria: sono a casa di un’amica in cui si fanno mille pettegolezzi. Quindi escono per le strade per arrivare al palazzo di Tolemeo dove si svolge una festa (nel frattempo elogiano il re per la sicurezza delle strade e si spaventano per una truppa di soldati). Sono criticate per il loro accento dorico, ma si difendono bene. Ad un certo punto una delle due deve andare a preparare il pranzo per il marito, e il mimo si conclude con questa scena.

  1. mitologici: rappresentano il punto di contatto tra Teocrito e lo stile di Callimaco. L’Ila riprende la storia delle Argonautiche in cui Eracle rapisce dalla ninfa di una fonte un giovinetto che ama.

L’Epitalamio di Elena è il canto nuziale spartano fra Elena e Menaleo (ripreso da Saffo). Nei Dioscuri ci sono due episodi di lotta, uno da parte di Castore e uno di Polluce (ripreso quest’ultimo dalle Argonautiche). Nell’Eracle bambino, Teocrito riprende Callimaco osservando con umorismo il mondo dell’infanzia: due serpenti cercano di stritolare Eracle nella culla. I genitori se ne accorgono e corrono spaventati dal figlio, ma inutilmente: Eracle ha già strozzato entrambi i serpenti.

 

L’arte di Teocrito

 

Teocrito non è il poeta delle tensioni sociali: i suoi personaggi sono umili, ma non oppressi e la polemica e la solidarietà mancano nelle sue opere.

I suoi personaggi hanno una vita individuale e ricca di amore. E il tema amoroso è il più importante elemento della poesia teocritea: è studiato in tutte le sue metamorfosi, manifestazioni e durata. E’ un amore privo di appagamento ma non di speranza, anche se a volte prevale la disillusione. Chissà perché Teocrito ha questa visione tormentata dell’amore?

Nuova dimensione è la visione della natura come paradiso di contemplazione, unica sede di felicità, ed è qui che si fondono reale e immaginario: la poesia di Teocrito è aspirazione verso un “altrove” irreale, con i connotati dell’esperienza sensibile che dà la dimensione del vero.

Quello che nasce da questa simbiosi è l’illusione della realtà, per un gioco di partecipazione e distacco ben calcolato di Teocrito.

 

Testi: L’incantatrice (Idilli)

 

Come nel carme 64 Catullo ripete sempre uno stesso ritornello, così fa Teocrito in questo testo.

L’incantatrice, Simeta, sta preparando una pozione per il suo amante che non la visita da 12 giorni. Il rito procede bruciando orzo, cera, alloro, crusca, un pezzo del mantello di lui. Dopo una triplice libagione e un triplice scongiuro viene preparate una bevanda a base di lucertola (tossica o filtro d’amore). Bisognerà poi sfregare delle erbe magiche davanti alla porta di Delfide.

Lui era infatti innamorato di Eudamippo (non ne sono sicura): Simeta li vide insieme. Lei si ammalò e mandò la serva a dire a Delfide di visitarla.

Lui venne e le raccontò (cosa?). Passarono la notte insieme. Ma poi la madre di Simeta le raccontò che Delfide era innamorato di un altro.

Ed ecco Simeta si mise a preparare il filtro.

 

Testi: Le Siracusane (alla festa di Adone)

 

E’ un dialogo. Parlano Gorgo (una donna) e Prassinoa. Gorgo è venuta a trovare dopo tanto tempo l’amica, che abita molto lontano perché il marito è molto geloso. Ne parlano un po’, poi decidono di uscire per vedere le novità del palazzo reale. Complimenti vari per i vestiti fra le due amiche, Prassinoa tratta male la serva e esce.

Per strada c’è molta gente. Arrivano al palazzo ma, per entrare, si rompono i vestiti: è una calca.

Finalmente riescono ad entrare e a vedere il matrimonio in corso.

Quindi una cantante intona un bellissimo canto in onore del matrimonio di Adone.

Alla fine Gorgo e Prassinoa se ne vanno a preparare la cena.


 

ERODA


 

Anche Eroda, come Menandro, è stato scoperto grazie a dei papiri. Fu soprattutto il suo realismo foto-

 

grafico a colpire la critica.

Eroda scrive mimi, che probabilmente venivano recitati in cerchie ristrette. Nel racconto sulla mezzatrice, Eroda mostra un’approfondita conoscenza di Alessandria ed è il primo a citarne il Museo.

 

Testi: La tentatrice o la mezzana (Mimiambi)

 

E’ un dialogo. Gillide, una donna, si reca a casa di

 

Metriche. Gillide, già anziana, parla a Metriche del fatto che è strano che suo marito, partito da 10 mesi, non le abbia mai scritto. In Egitto, dove è andato, ci sono moltissime cose meravigliose: forse si è dimenticato di lei. Le consiglia di trovarsi un altro uomo: Grillo, un ragazzo forte e ricco, l’aveva vista e se ne era innamorato.

Metriche risponde che, se si fosse trattato di un’altra donna, l’avrebbe già cacciata via per quei discorsi.

Poi le offre da bere e cambiano discorso.

 


 

L’EPIGRAMMA (cenni)


 

Premessa

 

Il primo epigramma di cui abbiamo testimonianza è la Coppa di Nestore, su cui sono incisi tre versi anonimi.

L’epigramma era inizialmente un’iscrizione su tombe, monumenti, offerte votive. Non un’iscrizione qualunque, perché ci da indicazioni sulle circostanze storiche in cui l’iscrizione è stata prodotta e sulla persona ricordata.

Nel V secolo la funzione dell’epigramma è celebrativa. Simonide fu uno dei maggiori epigrammisti.

E’ con l’Ellenismo che l’epigramma ha la sua definitiva consacrazione e diventa un genere letterario di primo rilievo. Gli epigrammi vengono scritti sui libri anche se conservano l’uso pratico per cui erano nati.

Il tema amoroso è trattato sotto tutte le forme e sotto un aspetto nuovo, quello della malinconia.

I temi sono numerosissimi, ma alla fine possono anche ripetersi. Per questo molti epigrammi si basano su sottili variazioni di temi presi da altri.

Attraverso  il virtuosismo formale, l’epigramma trova il modo di esprimersi al meglio, sceglie le situazioni migliori che esprimono l’uomo in una dimensione quotidiana e non più eccezionale.

La metrica più usata è il distico elegiaco.

 

L’Antologia Palatina

 

La storia dell’epigramma greco dura un millennio, dal V secolo a.C. al v secolo d.C.

La produzione epigrammatica migliore è stata raccolta in un unico libro, l’Antologia Palatina, che contiene 3700 epigrammi!

L’Antologia è divisa in 15 libri divisi per genere. E’ un po’ un caos.

 

Le prime raccolte ebbero inizio sui monumenti e sugli oggetti. La prima raccolta è la Corona di Meleagro, in cui Meleagro aveva raccolto epigrammi suoi e di altri numerosi autori. L’organizzazione era per argomenti, con collegamenti vari.

Le raccolte sono molto numerose. Fra queste ricordiamo il Ciclo di Agatia, in 7 libri, e una raccolta di Filippo di Tessalonica.

Le raccolte di Meleagro, Filippo e Agatia contribuirono a formare la raccolta di Costantino di Cefala. Questa raccolta a sua volta è la base dell’Antologia.

 

Gli epigrammisti della prima età alessandrina

 

Il II secolo a.C. vide una grande fioritura di epigrammisti, tra cui Callimaco e Teocrito.

Le diverse tendenze degli epigrammisti di questo periodo hanno fatto pensare alla presenza di numerose scuole del genere. Una sicura divisione è fra gli epigrammisti che scrivono in dialetto dorico e quelli che scrivono in ionico: i dorici prediligono la natura  e i dettagli e sono obiettivi; negli ionici è forte la componente soggettiva, parlano della vita cittadina e di eroi.

Tra gli epigrammisti di questo periodo ricordiamo Leonida di Taranto (corrente dorica- soprattutto epigrammi funerari di ambiente povero – propensione per l’orrido e il macabro) e Asclepiade di Samo (soprattutto simposio e amore – ionico – stile chiaro e essenziale).

 

Gli epigrammisti dell’Ellenismo maturo

 

La Grecia declina, ma gli epigrammi continuano ad essere numerosi. Purtroppo nella quantità, i bravi scrittori diventano sempre di meno.

Ricordiamo Meleagro, di cui abbiamo già parlato con la sua Corona. Il suo tema preferito è l’amore e il piacere.

Ricordiamo anche Filodemo di Gadara, famoso più che altro però per la sua attività di filosofo.

 


 

LA PROSA DELL’ETA’ ELLENISTICA

 

POLIBIO

 


La vita e l’opera di Polibio

 

Polibio è il massimo esponente della storiografia ellenistica. Nacque in Arcadia verso la fine del III secolo a.C. da una famiglia nobile.

Ebbe un’educazione ottima, che lo preparò egregiamente in ogni campo, ma soprattutto nella conoscenza storica e militare.

Entrò a far parte della Lega, grazie alla quale si assicurò un patrimonio di conoscenze belliche e politiche molto vasto.

La vittoria romana su Macedonia costrinse molti della Lega ad essere deportati a Roma. Polibio non fu mandato poi in altre città e potè legarsi a Scipione di cui divenne il maestro. Grazie a questa amicizia potè studiare a fondo i costumi romani e grazie ai numerosi viaggi approfondì la sua conoscenza geografica. Seguì Scipione nella terza guerra punica ne assistette alla distruzione di Cartagine. Quando la Grecia passò sotto il dominio romano, Polibio fu un ottimo mediatore fra le parti.

Morì 82enne cadendo da cavallo.

 

La sua opera più importante sono le Storie, che vanno dal 264 (prima guerra punica) al 144 a.C. (due anni dopo la distruzione di Cartagine), il che fa pensare ad un collegamento all’opera di Timeo.

Ci sono rimasti solo i libri dall’I al V.

L’opera è stata scritta in vari momenti (ci sono vari ritocchi), e Polibio non fece a tempo a fare l’ultima revisione: l’edizione completa è infatti postuma.

 

Il programma storiografico di Polibio

 

Secondo Polibio la storia doveva essere narrata con omogeneità e coerenza. Per questo nella sua opera sono numerosi i riferimenti a tecniche storiografiche: la situazione della storiografia del tempo necessitava infatti una mano ferma che desse delle regole precise.

La storia deve essere innanzitutto pragmatica, cioè fondata sull’analisi di fatti politici e militari senza fantasia. Lo storico infatti deve solo ricercare la verità, e non attrarre il lettore. Per questa necessità di veridicità assoluta, Polibio evita di riportare discorsi diretti.

Poi la storia deve avere un’utilità pratica per i futuri generali o uomini di stato. Per questo non bisogna narrare i fatti separandolo uno dall’altro, ma in un contesto più universale: la storia ha dunque carattere universale.

Una larga parte della Storia è affidata alle cause che hanno prodotto la grandezza di Roma: l’organizzazione politica innanzitutto, che conciliava monarchia, aristocrazia e democrazia. Ma anche Roma sarà destinata al declino a causa dell’unica legge che regola la storia, la sua circolarità. Polibio non crede che gli eventi storici siano finalizzati a qualcosa e la religione ha nella sua opera solo valore pratico. Non esiste la divinità in un’opera storica.

 

Polibio scrittore

 

Polibio rinuncia ad ogni abbellimento stilistico, solo evita gli iati. E’ la dimensione scientifica della sua opera che lo obbliga ad utilizzare un dizionario scarno, lo stesso dei documenti ufficiali.

I suoi pregi stilistici vanno dunque cercati nella precisione, nell’obiettività, nel richiamo ad un metodo rigoroso e nell’intuizione della funzione di Roma nella storia della civiltà, contribuendo così ad integrare cultura greca e romana nei secoli futuri.

 

Testo: Proemio delle Storie (I, 1-12)

 

Molti storici, dice Polibio, hanno fatto l’errore di non scrivere mai un eleogio alla storia che, tutti sanno, è la migliore maestra di vita.

Polibio narra la storia di come quasi tutte le regioni della terra siano cadute sotto il dominio di Roma e descrive prima i popoli più grandi che Roma ha dominato:

  1. i Persiani, che avevano un grande dominio politico, ma si misero in pericolo superando i confini dell’Asia;
  2. gli Saprtani, che mantennero incontrastata per 12 anni la loro supremazia sulla Grecia;
  3. i Macedoni, che conquistarono una piccola parte del mondo, abbatterono i Perisiani ma poi furono sottomessi ai Romani.

I Romani hanno l’impero più grande di quelli che lo hanno preceduto.

La storia che descrive Polibio inizia con la 140° Olimpiade, lo stesso periodo della guerra cibvile greca e della guerra tra Romani e Cartaginesi.

Vinta la guerra con i Cartaginesi, i Romani si rivolsero alla Grecia. Polobio speiga allora la situazione politica, finanziaria e militare di Roma, perché molti greci del suo tempo non la conoscevano.

Polibio scrive un’opera storica universale, al contrario di come hanno fatto molti scrittori che narrano storie particolari, che di certo non possono avere una visione d’insieme.

La prima regione che i Romani attaccarono fuori dell’Italia è la Sicilia. Si narra una storia che è quasi la stessa per Messina e Reggio.

I Campani, che invidiavano la grandezza di Messina, la occuparono a tradimento. Saccheggiarono ogni cosa e trucidarono la popolazione. Ma i Reggini, spaventati dai Cartaginesi che si trovavano sul mare, chiesero ai Romani un aiuto. Inizialmente la truppa inviata fu fedele a Reggio, ma poi seguì l’esempio dei Campani e, cacciata la maggior parte della popolazione, la occuparono.

Il grosso dell’esercito romano, impegnato in una battaglia contro Pirro, fide di mal occhio questo atto. Finita la battaglia i Romani occuparono Reggio, presero i traditori e li uccisero nel Foro. Quindi riconsegnarono le terre ai Reggini e la città.

I Mamertini (ossia i Campani che avevano occupato Messina) si ritrovarono senza l’aiuto dei Campani di Reggio che erano assediati dai romani e furono scacciati dalla città dai Siracusani. Poco tempo prima infatti era accaduto che i soldati siracusani avessero delle divergenze con i Siracusani stessi. Quindi elessero a loro capo Gerone che, occupando Siracusa, divenne suo re. Gerone si accorse che ogni qual volta l’esercito e il re partivano epr qualche spedizione a Siracusa tirava aria di ribellione, Quindi sposò la figlia di Leptine, un uomo che godeva di grande fiducia presso il popolo, in modo che questo non gli si ribellasse mentre non era in città. Ma i mercenari non approvavano questo matrimonio e Gerone decise di fingere una spedizione militare contro i barbari che ocucpavano Messina. Al momento dell’attacco, mandò avanti solo i mercenari, che furono massacrati tutti. Nel frattempo l’esercito cittadino tornava a Siracusa. Ma poiché i Mamertini si erano insuperbiti per il facile successo, decise di scacciarli dal loro territorio.

Alcuni Mamertini allora chiesero aiuto ai Romani, altri ai Cartaginesi. I Romani inizialmente non volevano intervenire, perché era assurdo prestare aiuto ad un popolo che aveva compiuto lo stesso tradimento dei soldati romani penetrati a Reggio. Ma temevanbo che i Cartaginesi si sarebbero impadroniti della Sicilia.

Il senato dunque era contrario al’intervento, ma il popolo adduceva motivazioni finanziarie che alla fine fecero accettare la proposta dei Mamertini. Fu inviato a Messina Appio Claudio.

I Cartaginesi premevano su Messina, mentre Gerone si alleava con questi. Appio Claudio tentò prima di allearsi con Siracusani e Cartaginesi per placare la guerra a Messina, ma non ottenendo risposta attaccò i Siracusani, che persero la battaglia (Gerone tornò di corsa a Siracusa). Appio Claudio allora entrò a Messina.

Questa è stata la prima spedizione dei Romani fuori dell’Italia.

 

Testo: Scipione e Polibio: nascita di un’amicizia durevole

 

Ho già parlato, nel precedente libro, di come l’amicizia tra Scipione e Polibio, nota non solo in Italia e in Grecia ma anche in luoghi più lontani, sia nata dalla discussione su alcuni libri prestati.

Polibio era un ostaggio acheo che rimase a Roma su insistenza di Fabio e Scipione, figli del console Lucio. Un giorno, uscendo dalla casa di Fabio, Polibio e Scipione rimasero soli e Scipione espresse a Polibio tutto il suo dolore perché egli parlava sempre e solo con Fabio, trascurandolo. “Probabilmente anche tu, come tutti i romani, credi che io sia troppo pigro e tranquillo, mentre Roma ha bisogno di uomini attivi ed energici.

Polibio rassicurò con forza Scipione che lui parlava con Fabio solo perché era maggiore di età e che si complimentava per la sua mitezza perché era indice di magmanimità. Scipine, disse, avrebbe trovato in lui un aiutante ed un collaboratore per accrescere la sua cultura e renderlo capace di compiere azioni degne dei suoi antenati.

Scipione gli strinse affettuosamente la mano e dichiarò la sua speranza che Polibio dedicasse a lui le sue cure.

Da quel momento Scipione non si staccò più dal fianco di Polibio e fu pronto a trascurare ogni cosa piuttosto che la sua compagnia.

 


LETTERATURA DELL’ETA’ IMPERIALE

 

LA SECONDA SOFISTICA

 


Caratteri generali

 

La denominazione “Seconda Sofistica” è usata per indicare un periodo di straordinaria fortuna per l’eloquenza come fatto della cultura pubblica. Ha il suo apice nel II secolo d.C.

A differenza della Prima Sofistica, la Seconda non è un movimento di pensiero ed è collegata alla Prima solo dall’interesse per la retorica. I nuovi sofisti sono avvocato, conferenzieri, non filosofi; parlano nelle scuole, nei tribunali, hanno un pubblico selezionato.

I nuovi sofisti dovevano saper recitare orazioni scritte o improvvisare. Dunque la Seconda Sofistica ha carattere molto edonistico, perché attraverso le varie esibizioni il pubblico soddisfaceva la sua voglia di una spettacolarità culturalmente qualificata.

Per la loro grande popolarità, gli oratori della SS svolsero un ruolo molto importante per la cultura e società del tempo.

Non portarono molte novità, ma mantennero viva la tradizione. Si continuò il dibattito tra i sostenitori della retorica asiana (sbalordire il pubblico con ricercatezze artificiose) e quelli della retorica attica (lingua pura), ma non giunse a termine.


 

GLI STORICI DELL’ETA’ AUGUSTEA

 

DIODORO SICULO


 

Nato ad Agirio, visse nel I sec. a.C. Dedicò 30 anni della propria vita a realizzare la Biblioteca, una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e Britannia. L’opera era composta da 40 libri. Nell’introduzione Diodoro espone le finalità della sua opera: giovare agli uomini garantendo la conoscenza della storia, esperienza umana comune, e offrire agli studiosi una visione di sintesi. Dice di aver compiuto molti viaggi per completare la sua opera, che è un’antologia di varie fonti. La Biblioteca cerca di mettere in sincronia storia greca e romana, senza particolari commenti, il che ha garantito la trasmissione di testi inalterati. La lingua di Diodoro è la koinè, anche se spesso si deve adattare alle fonti da lui trovate.

 

Testi: Proemio (Biblioteca)

 

Giustamente gli storici che hanno scritto le storie universali hanno avuto i maggiori riconoscimenti,

 

scrive Diodoro, perché è attraverso queste che si ricevono i maggiori insegnamenti. Gli insegnamenti della storia guidano la vita dei singoli cittadini ma anche quella dei governanti nell’emanare le leggi.

La storia permette di vivere in eterno a coloro che hanno compiuto grandi imprese, il che naturalmente spinge a compierle.

La storia contribuisce al potere della parola e per questo gli uomini educati sono superiori agli analfabeti, i Greci ai barbari; è grazie alla parola che un singolo può prevalere su molti. La storia indirizza alla giustizia, accusa i malvagi ed elogia gli uomini giusti: dà ai lettori la maggiore esperienza.

Osservando le opere dei precedenti storici, gli storici contemporanei si sono accorti delle lacune e degli errori da questi compiuti nel trattare singole storie staccate da un contesto più universale. Hanno scelto di scrivere un’opera storica con minor fatica e per questo hanno ottenuto un risultato più esiguo. La scrittura della Biblioteca ha impiegato trent’anni di lavoro e numerosi viaggi in Asia ed Europa. Inoltre, trattare una storia eccezionale come quella di Roma richiedeva un numero di informazioni ancora maggiore del solito.

Diodoro espone quindi la divisione dell’opera:

  1. i primi sei libri trattano gli anni precedenti alla guerra di Troia (i primi tre le antichità dei popoli barbari, gli altri quelle dei Greci);
  2. i seguenti undici libri trattano della storia universale della guerra di Troia fino alla morte di Alessandro;
  3. negli altri ventitré libri si espongono tutti i fatti avvenuti fino all’inizio della guerra tra Romani e Galli.

Le date relative ai vari eventi o sono approssimative o sono tratte da fonti certe: in tutto si tratta di 1138 anni.

Quest’ultimo appunto è utile sia per i lettori, sia per sconsigliare i copisti dal commettere errori.

 


 

NICOLA DAMASCENO


 

Nacque a Damasco nel 64 a.C. Fu precettore dei figli di Antonio e Cleopatra, passò sotto la corte di Erode il Grande e si recò spesso a Roma, dove ottenne la stima e l’amicizia di Augusto. La data di morte è ignota.

 

Scrisse una Storia universale in 144 libri, dalle origini alla morte di Erode. Purtroppo è andata perduta quasi tutta: una parte ci viene tramandata da Giuseppe Flavio. Scrisse anche l’importantissima Vita di Augusto, con scopi encomiastici.

 

Testi. L’uccisione di Cesare (Vita di Augusto)

 

Alcuni pensavano di ucciderlo quando passeggiava sulla via Sacra, altri durante i comizi elettorali, altri in Senato, dove tutti avevano un pugnale e erano senza seguito.

In realtà tutti gli amici di Cesare, i medici e la moglie

 

sentivano brutti presagi e gli chiesero di restare a casa, ma Bruto lo convinse ad andare lo stesso. Anche all’ingresso del Senato gli indovini gli diedero cattivi presagi. Sempre Bruto convinse Cesare ad entrare. In fretta i cesaricidi lo pugnalarono, in una gran mischia: ebbe trentacinque pugnalate.

Roma era in preda al panico e la gente scappava ovunque. Bruto spingeva alla calma e si vantava di aver ucciso un tiranno. I cesaricidi si rifugiarono in Campidoglio.

Nessuno aveva il coraggio di portare via il cadavere. Alla fine dei servi lo portarono a casa, fra i lamenti dei passanti. La moglie di Cesare, quando lo vide, pianse moltissimo.

I cesaricidi scesero dal Campidoglio accompagnati da alcuni gladiatori e Bruto pronunciò un discorso.

Poi decisero che il giorno dopo avrebbero deciso ciò che era utile per il bene della città.

 


 

DIONIGI DI ALICARNASSO


 

Nato intorno al 60 a.C., si trasferì a Roma nel 30, dove fu ben accolto e divenne uno dei capiscuola dell’atticismo. Dopo l’anno di pubblicazione della sua opera, le Antichità di Roma, il 7 a.C., non sappiamo più nulla di lui.

Nelle Antichità, Dionigi esponeva la storia della città dalle origini all’inizio della prima guerra punica (264 a.C.), completando così l’opera di Polibio. Questo trattato era composto da 20 libri. Ma Dionigi non pensava ad un semplice trattato, voleva di più: voleva presentare i fatti di Roma ai Greci, ma anche offrire un esempio pratico delle sue dottrine atticistiche, scrivendo in stile dei grandi prosatori attici. Quindi l’attendibilità delle sue fonti non è tenuta molto in considerazione, e pure il suo progetto

 

vero e proprio non è realizzato: il livello della sua prosa è modesto e ci sono numerose infiltrazioni di koinè.

Per quanto riguarda la retorica, egli scrisse un trattato Sugli oratori antichi dedicato a Lisia, Isocrate, e Iseo, dove per ogni autore sono offerte numerose notizie. Scrisse anche un saggio Sullo stile di Demostene, in cui è palese l’ammirazione per l’oratore. Ma difetto di Dionigi era la mancanza di obiettività, e così nel saggio Su Tucidide mostra una disastrosa incomprensione della grande arte tucididea.

La trattatistica è esposta negli scritti Sulla disposizione delle parole e Sull’imitazione. Nel primo Dionigi esamina come dalla scelta e dalla combinazione delle parole derivi la bellezza del testo. Tratta anche dell’armonia del testo, e ne individua tre tipi. Nel trattato Sull’imitazione,  si sistemava la teoria della mimesi e precisava i modelli a cui attingere.

Dionigi cercò nella sua carriera di recuperare i valori classici, ma lo fece in modo troppo rigido, e per questo fallì.

 

Testi: Proemio (Storia di Roma arcaica)

 

Uno storico, dice Dionigi, deve innanzitutto essere in grado di curare le proprie fonti e di scrivere di argomenti elevati, altrimenti la sua storia non ha valore, per un motivo o un altro. Parlare della storia romana vuol dire trattare un argomento elevatissimo, perché i Romani sono il più grande e potente popolo mai esistito. Dionigi dunque elenca le maggiori imprese dei più grandi popoli (Ateniesi, Macedoni, Persiani, Assiri, Spartani, …) ma riconosce che dopo un certo periodo di tempo i loro imperi decadevano, o che non erano stati in grado di conquistare un impero abbastanza vasto.

Roma ha spazzato via dai mari i Cartaginesi, sottomesso i Macedoni.

Dionigi scrive della Roma arcaica anche se molti storici greci sostengono che solo dall’età recente Roma è degna di essere celebrata come una grande città. Circolavano infatti allora molte false tradizioni sulla fondazione di Roma e su come abbia conquistato le genti del Lazio, tradizioni che alcuni hanno addirittura scritto come vere. Tutto questo perché i Greci finora non hanno conosciuto uno storico all’altezza di tale compito: per questo Dionigi si propone di narrare la storia dei fondatori di Roma e di come hanno cominciato ad espandere il loro dominio.

E’ importante che i posteri abbiano una chiara e veritiera visione dell’antica storia di Roma, affinché i discendenti dei grandi protagonisti di questa storia non adottino uno stile di vita indegno dei progenitori. Da questa storia devono trarre profitto tutte le persone oneste che provano ammirazione per gesti nobili e coraggiosi.

Dionigi elenca dunque tutte le sue fonti e descrive l’arco di tempo che narrerà: dalla fondazione di Roma alla prima guerra punica; narrerà tutte le guerre esterne a Roma avvenute nello stesso periodo, le sue forme di governo, le usanze principali.


 

APPIANO

 


Appiano nacque ad Alessandria alla fine del I secolo d.C. Fu un avvocato e un alto funzionario statale, a Roma e in Egitto. Scrisse un’opera storiografica che ha chiamato Storia romana, che si estendeva dai tempi della leggenda di Enea fino a Traiano (età contemporanea). Non ne restano molte parti.

Appiano è un dilettante, che si lascia prendere la mano dalla sua ammirazione per Roma.

Non segue uno schema analitico, ma procede raccontando storie locali. Appiano è la nostra fonte principale per quanto riguarda le guerre civili del 133-35 a.C.

La sua lingua è la koinè.

 

Testo: Tiberio Gracco. Guerre civili

 

Mano a mano che conquistavano le regioni d’Italia, i ramani creavano dei presidi e vendevano o affittavano il terreno coltivato: quello non coltivato lo lasciavano a chi voleva previo pagamento di un canone ( un decimo del prodotto per le seminagioni, un quinto per le culture arboree. Essi volevano che la popolazione italica crescesse e avere così alleati in casa. Ma le cose non andarono in questo modo perché i ricchi comprando o occupando, si impadronirono delle terre dandole a lavorare agli schiavi (non gravati da oblighi  militari e liberi di riprodursi creando altri schiavi): così gli italici diminuivano a causa della povertà, delle imposte e del servizio militare mentre aumentavano la ricchezza dei ricchi e gli schiavi. Allora venne approvata una legge che stabiliva che nessuno poteva occupare più di 500 iugeri di agro pubblico e possedere più di 100 capi di bestiame grosso o 500 di bestiame minuto e vi fu l’obbligo di utilizzare un certo numero di liberi. Ma nessuno si curò della legge o, se l’applicò, divise la terra fra i propri familiari.

Tiberio Sempronio Gracco, divenuto tribuno della plebe, chiese che la legge venisse nuovamente approvata con alcune modifiche: più terra per i familiari dei ricchi, ma una commissione di tre persone elette che decidesse la distribuzione della terra rimasta ai poveri.

Questa proposta fece accorrere a Roma molta gente interessata che si schierò dalla parte dei ricchi o da quella dei poveri per cui la legge non riusciva ad andare avanti.

Giunto il momento della votazione, Gracco illustrò la necessità di una tale legge insistendo sia sul lato glorioso e vantaggioso (beni comuni divisi in comune, gratitudine verso i cittadini, buona disposizione verso Roma da parte dei possessori dei beni) sia sui rischi che sarebbero derivati da possibili rivolte dei poveri o dall’odio verso Roma da parte delle popolazioni italiche private della terra. Ma i ricchi non rentivano ragioni e tramite il tribuno Marco Ottavio impedirono la votazione.

Nell’assembrlea successiva Gracco pose ai voti sia la legge che la destituzione di Marco Ottavio da tribuno. La legge venne approvata, Marco Ottavio destituito (al suo posto venne eletto Quinto Mummio)e nella Commissione per l’assegnazione delle terre, il popolo volle che ci fosse la famiglia di Gracco come garanzia di applicazione della legge. Ciò fece giurare ai ricchi che si sarebbero vendicati quando Gracco non fosse stato più tribuno.

Giunta la data delle nuove elezioni, Gracco rischiava di non venire eletto a causa delle azioni dei ricchi; egli cercò di riunire i propri seguaci e di condurre in porto la votazione ma vista la situazione occupò il tempio del Campidoglio e il centro dell’Assemblea e poiché i ricchi continuavano ad impedire la votazione dette ordine ai suoi seguaci di attaccare. Nel frattempo i senatori, riunitisi, decisero di muovere verso il Campidoglio preceduti da Corneglio Scipione Nasica, pontefice massimo. Egli, gridando che lo seguissero coloro che volevano salvare la patria, attaccò i seguaci di Gracco gettandoli giù dai dirupi. In questo tumulto morirono molti Graccani e lo stesso Gracco.

 

Testo: La rivolta di Apamea

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ARRIANO


 

Arriano di Nicomedia (Bitinia), allievo di Epitteto, fu un abile politico e legato imperiale. Si stabilì ad Atene dove gli furono conferiti cariche e onori pubblici. Morì intorno al 180 d.C.

Arriano svolge le sue attività specularmente con Senofonte: stessa indole pratica (partecipazione alla vita pubblica), interessi filosofici e di vario tipo, stesso uso del dialettico attico limpido ed elegante.

Il suo rapporto con il maestro Epitteto era simile a quello tra Socrate e Senofonte: alla sua morte mise insieme una raccolta delle sue Diatribe.

Ma l’aspetto centrale della sua produzione riguarda la storiografia: ci resta per intero l’Anabasi di Alessandro, in 7 libri come Senofonte. Arriano si propone di liberare la storia di Alessandro da tutte le leggende e per questo cura molto le sue fonti. E’ un narratore addirittura più abile del suo idolo.

Nella prefazione dell’Anabasi, Storia dell’India, arriva persino ad imitare nel suo artificioso dialetto attico Erodoto.

 

 

 

Testi: Gli storici di Alessandro (Storia di Alessandro)

 

Arriano espone quanto hanno scritto su Alessandro figlio di Filippo gli autori Tolemeo e Aristobulo. Dei fatti di cui erano incerti, dice, ha scelto quelli più credibili.

E’ difficile trovare fonti concordi sulla storia di Alessandro, ma Tolemeo e Aristobulo sono gli autori che hanno descritto la storia fra loro più simile. Aristobulo infatti prese parte alle spedizioni di Alessandro, Tolemeo vi partecipò ed inoltre fu re lui stesso, per cui non gli era conveniente dire menzogne a riguardo. Al tempo in cui i due autori scrissero, poi, Alessandro era morto, per cui non avevano ragione di scriverne elogi.

Chi si meraviglia del fatto che anche Arriano dopo questa premessa abbia scritto una storia di Alessandro, esprima i suoi pensieri solo dopo aver letto la sua opera

 


CASSIO DIONE

 


Nacque in Bitinia nel 155 d.C. da una famiglia di alta condizione. Svolse una carriera politica di successo: fu senatore e due volte console. Dopo essersi attirato l’ostilità dell’esercito si ritirò a vita privata e in vecchiaia morì.

Scrisse la Storia di Roma dalle origini fino ai suoi giorni, opera che lo impegnò per 10 anni. Ci restano solo 25 libri degli 80 che componevano l’opera.

Fu un bravo storico e scelse bene le sue fonti, cercando comunque di farsi un’idea propria sugli avvenimenti, anche in relazione al fatto che ha partecipato da protagonista alla vita politica e militare e quindi ha potuto capire meglio certi eventi.

Purtroppo, credendo nei segni e prodigi, Cassio Dione attribuisce troppa importanza ad una parte della vita che non dovrebbe rientrare nella trattazione di un’opera storica.

La sua narrazione manca di drammaticità, ma comunque si tratta dell’ultimo grande storico dell’antichità e per la sua grossa opera merita una citazione.

 

Testo: Invettiva di Cicerone contro Antonio

 

Antonio si era fatto attribure le Gallie in luogo della Mesopotamia; poiché ciò era stato contestato, si era giunti ad uno scontro militare (guerra di Modena).

Non è grave che un magistrato governi una regione o l’altra; ciò che è terribile è che perquesto si scateni una guerra.

Antonio aveva il compito di garantire la pacificazione generale da voi decretata e invece proprio lui l’ha turbata.

Ha modificato gli acta caesaris che voi avevate approvato proprio per non creare turbative (nonostante non fossero certo perfetti) ha abrogato concessioni di territori a chi ne aveva diritto e li ha ceduti ad altri per proprio tornaconto personale e ha fatto tante altre cose simili ignorando le vostre richieste di chiarimenti e non rispettando la vostra autorità.  Per tutto questo dovete odiare e punire Antonio.

 

Testo: Discorso di Mecenate ad Augusto

Se hai a cuore la patria devi riformarla e riordinarla. Infatti non è giusto che alcuni possano fare tutto ciò che vogliono perché questo sarà bene o male a seconda che siano saggi o stolti; perciò ritengo che devi affidare il governo dello stato a te e a tutti i migliori, in modo che a decidere siano i saggi e non la massa che costituirebbe la più amara schiavitù e danno per tutti. Non credere che io ti inviti ad asservire il popolo e ad instaurare la dittatura, ma il tuo governo, governo di saggi, costituirebbe il modo migliore di amministrare con successo gli affari pubblici evitando guerre pericolose ed empie contese civili.

Nella democrazia i più potenti aspirano ai primi posti e assoldano i più deboli per ottenerli; tra noi questo ha portato alle guerre civili e non vi è altro modo di farle cessare se non il tuo governo.

La causa di tutto questo è il gran numero degli uomini e la grandezza dell’impero.  Finchè eravamo pochi, fummo ben governati e conquistammo quasi tutta l’Italia. Ma quando abbiamo conquistato terre e continenti, ci siamo scontrati in patria e dentro le mura e abbiamo portato questa malattia tra le legioni. La nostra patria è diventata come una nave in una tempesta e ora tocca a te portarla in un porto sicuro.

Anche tu sei convinto che il mio consiglio di far governare il popolo da uno solo sia giusto. E allora accettane con entusiasmo la giuda e non permettere che sia il popolo ad assumerla o addirittura un altro: in tal caso i tanti che ti odiano si vendicherebbere e non vorrebbero lasciarti in vita come rivale (così è successo a Pompeo, a Cesare e a Mario e Silla). Non tradire te stesso e la patria e accetta il principato; noi obbediamo alla sorte che ti offre il potere assoluto e le siamo grati perché ti permette di porre fine alla guerra civile ha posto nelle tue mani la costituzione dello Stato. E non temere la grandezza dell’impero, perché più è grande e tanto maggiori sono i mezzi di cui dispone per sopravvivere.

Innanzitutto devi scegliere accuratamente e selezionare il Senato e i cavalieri, inserendo in essi rappresentanti di tutte le provincie in modo che diventino partecipi con te dell’Impero; più saranno gli uomini illustri che collaboreranno con te tanto più facilmente potrai governare. I cavalieri dovranno avere almeno 18 anni, i senatori almeno 25 e i pretori almeno 30. Gli uomini dovrai sceglierli tu, senza metterli alla mercè del popolo o del senato, e dovrai concedere loro il potere necessario per conservare la dignità ma tale da non permettere loro di ribellarsi.

Tra gli uomini più in vista che abbaino percorso tutte le magistrature, scegli un Prefetto che sovrintenda agli affari della città e giudichi i processi rinviati o in ritardo e un magistrato che censisca i beni dei senatori e dei cavalieri e giudichi i casi che non prevedono pene ma che potrebbero creare gravi danni; il loro incarico sia a vita, perché non hanno i mezzi per creare danno, ma avrebbero la forza per agire energicamente.

Per quanto riguarda l’impero, dividilo in distretti secondo le rispettive stirpi e nazionalità e stanzia qui le truppe e manda come governatori un ex-console e due ex-pretori, ciascuno con compiti ben definiti ma tali da non poter creare danni per l’impero. Tutti questi funzionari dovranno ricevere uno stipendio proporzionale al loro ruolo e dovranno restare in carica per almeno tre anni e per non più di cinque.

Riguardo ai cavalieri e ai senatori l’organizzazione dovrebbe essere questa: i due migliori cavalieri comandino la tua guardia del corpo, i pretoriani e tutte le truppe che sono in Italia. Ai cavalieri sia affidata l’amministrazione dei beni sia del popolo che imperiali e per questo ricevano uno stipendio.Tutti gli affari riguardanti l’impero devono essere trattati da più persone in modo che i sudditi, raccogliendo godimento dai beni comuni siano ben disposti verso di te. I cavalieri potranno diventare senatori, anche quelli che hanno militato come centurioni.

I ragazzi dovranno frequentare le scuole e, giovanetti, dedicarsi alle armi ed ai cavalli con istruttori statali stipendiati; infatti bisogna sospettare degli incolti e degli sfrontati che vengono indotti facilmente a compiere le cose più turpi verso se stessi e verso gli altri; color che hanno avuto una buona educazione, invece, non scelgono di fare un torto ad altri e men che mai a chi si occupa della loro educazione e della loro preparazione.

Per quanto riguarda i soldati, essi devono essere mantenuti permanentemente in ogni provincia reclutandoli tra i cittadini, i sudditi e gli alleati in quanto, date le dimensioni dell’impero, non è possibile provvedere alle necessità con truppe di riserva. Inoltre i soldati devono essere professionisti in modo che gli altri possano dedicarsi a tempo pieno ai loro lavori nella garanzia della sicurezza.

Per tutto questo servono soldi. Per procurarli innanzitutto metti in vendita i beni dell’erario e presta il denaro ricavato ad un interesse contenuto; poi calcola tutte le altre entrate che possono derivare dalle miniere e da qualsiasi altra fonte sicura. Calcola quindi le spese necessarie e vedi cosa ti manca e quindi quanto ti necessita. Per questo devi imporre una tassa su tutti quei beni, nessuno escluso, che procurano un qualche profitto a chi li possiede e fissare dei tributi per tutti i sudditi dell’impero. Per incassare tasse etributi devi istituire degli esattori.

Sicuramente molti si indigneranno una volta fissate tasse e tributi ma se vedranno che sarai parsimonioso nelle spese private e generoso in quelle per la comunità, alla fine si convinceranno della bontà del sistema.

Per quanto riguarda le altre cose, adorna la città con ogni magnificenza e rendila splendida con ogni genere di giochi. Per quanto riguarda le altre città, non dare potere al popolo e fa che non si possa riunire in assemblea; le città non dispongano di edifici pubblici più del necessario e non possano sperperare il denaro loro assegnato in spettacoli; nessuna deve possedere moneta, pesi o misure propri e per tutte le questioni dovranno fare riferimento al proprio governatore e non rivolgersi a te.

Tutte le altre cose potrebbero essere così ordinate:

  1. affida al senato tutti gli affari più importanti che riguardano lo stato perché gli interessi comuni devono essere amministrati in comune e fai che il senato sia la suprema autorità dell’impero; per questo introduci in senato le ambascerie, sia quelle inviate dai nemici si quelle inviate da re e popoli nostri alleati, per mezzo dei senatori appronta tutte le leggi e sottoponi al giudizio del senato i membi de senato, i figli e le mogli colpiti da accuse talmente gravi da meritare la degradazione, l’esilio o la morte. Non dare ascolto a chi accusa un altro di averti offeso o di averti calunniato; se però uno è accusato di voler attentare alla tua vita, non giudicarlo direttamente, ma conducilo davanti al senato e se viene condannato cerca di attenuare la pena (mentre devi punire direttamente chi si sollevi contro di te disponendo di un esercito).
  2. Giudica tu stesso i processi in appello e quelli rinviati a te, in modo che nessuno abbia una giurisdizione ne poteri tali da escludere qualsiasi processo d’appello dopo di lui. In questi giudizi associa i più stimati tra i senatori e i cavalieri. Garantisci a tutti libertà di parola e insieme l’impunità. Loda quelli che esprimono opinione giusta, ma non disonorare quelli che esprimono un’opinione sbagliata perché bisogna valutare le loro intenzioni. Segui questi principi anche per i successi e gli insuccessi in campo militare.
  3. Tutto ciò che vuoi che pensino o facciano i sudditi, pensalo e fallo tu stesso, in modo che le loro iniziative derivino da emulazione e non dal timore delle leggi. E tutto ciò che fai, fallo scrupolosamente perché se anche una sola volta verranno a sapere che tu dici loro una cosa e ne fai un’altra, non temeranno più le tue minacce ma imiteranno il tuo comportamento. Nei tuoi giudizi non essere severo perché è natura dell’uomo commettere reati e se vengono puniti con moderazione possono redimersi mentre se vengono messi in piazza calpesteranno tutte le convenzioni e obbediranno solo agli istinti naturali. Per quanto riguarda te stesso, invece, non permettere che ti sia concesso alcunchè di speciale o di magnifico né dagli altri né dal senato: procurati tutta la gloria con le buone azioni. Non permettere mai che ti venga dedicato un tempio, perché queste cose dilapidano grandi ricchezze e non incrementano affatto la biona fama; infatti la virtù rende molti simili agli dei, ma mai nessuno è divenuto dio per alzata di mano. Quindi se vuoi divenire immortale, agisci con virtù , venera personalmente gli dei e obbliga gli altri ad onorarli.
  4. Sii amante della pace nelle tue convinzioni ma prontissimo alla guerra quanto a mezzi. Per questo dovrai valutare attentamente le delazioni e le accuse. Non devi permettere che i ricchi commettano soprusi ma nemmeno che siano oggetti di accuse e delazione per il solo fatto di essere ricco. Quanto alla massa, difendi con forza quelli che subiscono ingiustizie ma non prestare eccessiva attenzione a coloro che muovono accuse.

Tutti ti ubbidiranno docilmente se non consentirai mai a nessuno, né in privato né in pubblico di violare queste regole, giacchè la disuguaglianza distrugge anche le cose ben connesse.

In generale ti consiglio di non abusare mai del potere e di interrogare sempre la tua coscienza se è giusto o no fare una certa cosa.

A conclusione di quanto detto, se farai spontaneamente ciò che vorresti facesse un altro se fosse un tuo superiore, non commetterai alcun errore, avrai successo in tutto e di conseguenza vivrai nella maniera più piacevole e priva di rischi

 


 

PLUTARCO

 


Premessa

 

Al contrario di tutti i nuovi Sofisti, Plutarco non viaggiò quasi per niente e non fu un personaggio dello spettacolo.

E’ la personalità maggiore di tutta la vita greca, per le sue doti di scrittore, per l’ampiezza dei suoi interessi, per l’intensità intellettuale e umana.

Il suo influsso fu immenso: non per niente fu scelto come modello della Rivoluzione francese.

Egli propose uno stile di vita in cui la tradizione svolgeva un ruolo fondamentale per ritornare ai vecchi valori, ma rinnovati nell’attualità dei tempi: non è un nostalgico.

Plutarco individua nella filantropia, l’attenzione all’uomo in quanto uomo, il carattere della civiltà greca, che si rispecchia nel modo di vivere di tutta la popolazione e ridona dignità all’uomo.

 

La vita e le opere di Plutarco

 

Plutarco nacque a Cheronea in Beozia verso il 47 d.C. da famiglia agiata. Studiò ad Atene soprattutto Platone che lo influenzò molto.

Nei suoi scritti si vede l’attaccamento al nucleo famigliare; aveva numerosi amici. Ebbe numerose funzioni amministratore e fu sacerdote del santuario di Apollo a Delfi. Il santuario era in fase di decadenza in quel periodo, ma proprio quando Plutarco ne divenne sacerdote sembrò rifiorire. Fu una bellissima esperienza per Plutarco.

Morì verso gli 80 anni.

Ci sono rimaste solo 83 delle sue numerosissime pere, circa 260.

Questi tesi si dividono  in due grandi sezioni di stessa estensione: le Vite parallele e i Moralia.

 

Vite parallele

 

Il titolo è dovuto allo schema usato da Plutarco per scrivere queste vite: è formata infatti da 22 coppie di biografie, in cui sono accostati un personaggio greco e uno romano. Alla fine della descrizione si spiega il motivo dell’accostamento, che può riuscire giusto o completamente sbagliato (Pericle e Fabio Massimo, basato sulla stessa tattica difensiva).

Plutarco voleva mostrare la complementarità della cultura greca e latina (anche se sapeva che non era possibile fonderle completamente) e le differenze.

Egli era attaccato alla Grecia, ma sentiva l’irresistibile attrazione di Roma.

Non si tratta di un’opera a sfondo storico, perché Plutarco non si serve d tutte le fonti a disposizione: scarta tranquillamente ciò che potrebbe intralciare la sua coppia biografica. E’ lo stesso genere biografico che si discosta molto dall’opera storica ( i Caratteri di Teofrasto): non si ricercano le grandi imprese, ma i gesti e le parole che tradiscono l’interiorità dell’uomo.

 

I Moralia

 

Comprendono circa 80 scritti, differenti per tematica, intonazione ed estensione. A differenza di quanto potrebbe suggerire il titolo, non si tratta di argomenti sono morali. Sono trattati veramente TUTTI gli argomenti.

Per le opere di maggiore impegno Plutarco usa la forma dialogata, che può essere narrativa, se c’è un solo interlocutore che parla; drammatica, se si susseguono le battute di più interlocutori; mista, se si hanno entrambi i casi.

Le infinite conoscenze di Plutarco sono dovute anche alla sua disponibilità ad accogliere le opinioni altrui. Egli riesce a vedere ogni argomento sotto moltissimi punti di vista, il proprio e quello degli altri. Questo atteggiamento di pluralità di visioni gli consente di avvicinarsi molto alla realtà e di fondare la sua visione scientifica con quella religiosa.

Per quanto riguarda la religione, egli afferma che la vita terrena è una prigione per l’anima che aspira a liberarsi da essa per tornare all’etere. Comunque egli esalta la bellezza del mondo, unendo così universale e individuale in modo armonico, così come prediceva la tradizione.

 

Plutarco scrittore

 

Questa tendenza ad unire tradizione e presente e a superare gli schemi fissi si ritrova nelle opere plutarchee. La sua personalità ha spesso deviato la critica dall’analisi letteraria delle sue opere, ma Plutarco è in realtà anche un ottimo scrittore.

Nelle sue biografie riesce ad essere molto eloquente, a rendere i racconti tesi ed emozionanti, a rendere ogni scena nel giusto modo.

Nei Moralia ogni argomento è descritto nel modo giusto, alternando erudizione e azione.

La sua lingua è di tonalità elevata, ma si adatta alla koinè. Evita assolutamente lo iato ed è privo di artifici retorici. Attraverso l’andamento articolato del periodo riesce a mostrare anche al lettore la sua visione tridimensionale dei fatti.

 

Testi: Confronto tra Nicia e Crasso

 

Nicia accumulò il suo patrimonio lealmente, Crasso no.

Crasso si trovava spesso in situazioni illegali da protagonista, Nicia mai.

Nicia spendeva per il bene comune, Crasso per i banchetti.

Nicia ebbe una carriera politica priva di slealtà o violenza, Crasso subì molte oscillazioni di carattere e si avventò sui suoi stessi amici.

Crasso era violento e tirannico, e di positivo aveva la mano ferma nelle situazioni difficili, Nicia tutto il contrario e spesso era troppo arrendevole.

….

Nicia ammetteva quando non era in grado di fare qualcosa che gli si richiedeva, Crasso partiva per grandiose imprese dicendo che erano facilissime e spesso non riusciva nel suo intento.

 


 

DIONE DI PRUSA

 


Dione di Prusa fu soprannominato Crisostomo (“Bocca d’oro”) per la sua eccezionale capacità oratoria. Era vicino alla dottrina stoica.

Nacque in Bitinia nel 40 d.C. da una famiglia molto ricca. Si trasferì a Roma ma fu esiliato per sempre dall’Italia e dalla Bitinia da Domiziano. Visse vagando da un luogo all’altro secondo il modello stoico, adottato più per necessità che per libera scelta: gli uomini che lo vedevano così dismesso lo credevano un filosofo e gli ponevano domande sulla vita, il bene e il male, cosicché fu costretto a meditarci su.

Riottenne i suoi diritti grazie a Nerva.

Morì per cause ignote.

Tra le opere, troviamo uno scritto etnografico Sui Geti, di cui ci sono rimasti solo frammenti. Tra le opere di carattere sofistico troviamo i Troiani, in cui nega il valore della veridicità di Omero e della sua tradizione: Ilio, dice, non è mai stata conquistata dai Greci.

Abbiamo dei discorsi di tipo filosofico sulla ricchezza, la gloria, la libertà… Si ricorda l’Euboico (vedi Testi: La parabola del buon cacciatore).

I modelli preferiti di Dione sono Platone, Demostene e soprattutto Senofonte. Predilige le citazioni, gli aneddoti,.. sicuramente per un eco dell’educazione scolastica.

 

Testi: Vita di Dione di Prusa (da Filostrato, Vite dei sofisti)

 

Dione di Prusa fu eccellente in tutti i suoi studi. Aveva un temperamento mite, in grado di regolare l’ira, esprimeva bene il suo modo di pensare, sapeva trattare la storia. Ebbe rapporti di amicizia con alcuni filosofi del tempo.

Traeva la forza di studiare dal Fedone di Platone e dall’orazione Sull’ambasceria corrotta di Demostene. Frequentava gli accampamenti militari e, quando si accorse che i soldati si stavano per ammutinare, balzò nudo su un tumulo e, accusando il tiranno, convinse i romani che era meglio sottomettersi alla volontà del senato romano.

Con la sua forza di persuasione affascinava chiunque.

 

Testi: La parabola del buon cacciatore (Il cacciatore)

 

Dione si trova protagonista di un naufragio. Arrivato su una spiaggia vide un cacciatore che caccia un cervo. Il cacciatore lo invitò a casa sua e Dione accettò.

Durante il camminò gli parlò della sua famiglia semplice e dei genitori che pascolavano buoi. Alla morte dei suoi genitori, però, il bestiame fu rubato o abbattuto, e le due famiglie furono costrette a restare in quel luogo cacciando per vivere.

Il posto era meraviglioso. Se non potevano cacciare lavoravano la terra.

Un giorno un uomo venne a richiedere del denaro, ma loro di denaro non ne avevano perché lì non ce ne era bisogno. Il cacciatore fu portato in tribunale, dove fu accusato di sfruttare il suolo pubblico e accumulare grazie a questo moltissime ricchezze.

Un altro uomo intervenne, dicendo che coltivare la terra incolta era utilissimo, perché una terra lavorata acquista valore. Diceva che sarebbe stato meglio incitare la gente a fare cose simili, non portarla in tribunale.

Alla fine fu interpellato il cacciatore, che dichiarò che niente di quello che diceva il primo oratore era vero: lui aveva molte cose, ma assolutamente non aveva accumulato ricchezze. Lui era disponibile ad aiutare la città e non aveva mai cercato di far naufragare apposta le navi per depredarle, anzi spesso aveva aiutato dei naufraghi.

Improvvisamente (la scena è un racconto del cacciatore, ricordiamolo) un uomo riconobbe nel cacciatore l’uomo che lo aveva salvato da un naufragio e aveva levato a sua figlia la tunica per coprirlo. Il cacciatore fu acclamato e portato a festeggiare con un vestito nuovo.

Da allora nessuno lo disturbò più per casi del genere.

Il cacciatore finì la storia quando erano arrivati alla sua casa. Ci fu un allegro banchetto, alla fine del quale Dione chiese se la ragazza che era nella stanza era quella a cui era stato levato il mantello. Quella ragazza era sua sorella, che stava aspettando di sposarsi con un altro cacciatore.

Fu in questa occasione che il giovane spasimante riuscì a chiedere la mano della ragazza definitivamente, offrendo cioè una vittima grassa da sacrificare per il giorno delle nozze.

E lì, in cinque minuti, si organizzò il matrimonio che sarebbe avvenuto dopo due giorni. Dione restò affascinato dalla semplicità di quella gente.


 

IL ROMANZO E L’EPISTOLOGRAFIA


 

Il romanzo

 

Il romanzo rappresenta la letteratura d’evasione che, diceva anche Luciano nel suo Storia vera, era necessaria dopo un periodo di studio intenso.

Sempre Luciano ci rivela che a questa letteratura era vietato avere messaggi culturali ed è per questo che è un genere rimasto pressoché ignorato.

Non si sa quale nome era attribuito nell’antichità a

 

queste letture, ma noi le chiamiamo romanzi. Nell’antichità i generi romanzeschi non erano così numerosi come lo sono ora. Il romanzo greco si ispirava infatti praticamente solo alle tematiche dell’amore e dell’avventura, densissime di colpi di scena.

La storia bene o male riguardava sempre la separazione di due sposini o innamorati che, dopo mille peripezie, si ricongiungono con un lieto fine. Altro elemento costante è la fedeltà reciproca.

I testi di cui siamo a conoscenza appartengono quasi tutti all’epoca imperiale, anche se il romanzo nasce nell’Ellenismo. E’ certo che l’Odissea, o racconti vari, resoconti di viaggi, leggende... abbiano rappresentato i precedenti del genere romanzesco greco.

E’ durante l’età imperiale, appunto, che questo genere ha maggiore diffusione., perché era maggiore il bisogno di evasione, di fantasticare, di vivere avventurosamente pur conducendo vita sedentaria, di ritrovare i valori della famiglia o la sicurezza del caso benigno.

 

L’epistolografia

 

E’ la corrispondenza di fantasia, tra personaggi storici o inventati. Nelle scuole di retorica scrivere lettere inventate a personaggi importanti per esercizio era un uso molto diffuso.

Ha spesso tematica erotica e si rifà ai modelli della “commedia nuova”.


 

LUCIANO


 

Luciano nacque intorno al 120 d.C. in una città della Siria. Non si vergognò mai della sua origine barbara. Grazie agli studi in Asia Minore imparò alla perfezione la lingua e la cultura greca.

Viaggiò, da bravo Sofista, moltissimo (Asia Minore, Grecia, Italia, Gallia). Fu avvocato ad Antiochia e assistette al suicidio del santone stoico Proteo che si bruciò vivo durante i giochi olimpici. Ebbe un incarico pubblico in Egitto e finì la sua vita ad Atene, dove morì nel 180 d.C.

 

Di Luciano ci restano circa 80 scritti, ma 15 sono di dubbia autenticità. Durante i primi anni scrisse per lo più opere di retorica e uno scritto paradossale: l’Elogio della mosca. Di carattere storico, scrisse l’Astrologia e la Dea Siria.

Ma la fortuna di Luciano si deve soprattutto ai Dialoghi. Ne scrisse di quattro tipi: Dialoghi agli dei, marini, dei morti, delle cortigiane. Nei primi due vengono descritte delle scene della vita divina inventate, ma con una base mitologica: le divinità di Lucano dicono o fanno cose che avrebbero davvero potuto dire o fare. Si riallaccia molto all’arte e infatti a volte sembra che con le sue storie stia descrivendo un quadro famoso. Attraverso questa visione comica delle divinità, comunque, Luciano non vuole polemizzare sulla religione, ma divertire.

Impegno maggiore mostra nei Dialoghi dei morti, con protagonista il filosofo Menippo. Nei Dialoghi delle cortigiane si colgono gli aspetti più tipici della vita di queste (magia, gelosia, amore, …).

Altro gruppo di opere è di ispirazione platonica e parla d’amore, bellezza, amicizia, ginnastica, …

Altre opere sono di tendenza menippea. In tali opere Luciano critica le mistificazioni.

Nonostante i suoi rapporti con Roma, Luciano si

 

mostra critico rispetto ai suoi costumi. Ce lo mostra soprattutto nel trattato Come si deve scrivere la storia, in cui polemizza contro gli eccessi adulatori, contro la storiografia moderna,  e delinea le virtù dello storico.

Con intento provocatorio scrive dunque la Storia vera, parodia dei romanzi d’avventura di moda allora: Luciano scrive un’opera fantastica in cui l’unica cosa vera che rivela è il suo intento: mentire.

Scrisse poi Lucio o l’asino, una storia molto simile a quella di Apuleio, che ha forse origini anche nell’opera di Lucio di Patre. I rapporti fra il Lucio di Apuleio e quello di Luciano non si conoscono.

 

Personalità e arte di Luciano

 

Gli interessi di Luciano sono numerosi e infatti abbiamo visto che scrisse opere di ogni genere.

I critici parlano addirittura di un probabile Luciano filosofo, date le sue conoscenze a riguardo, ma il suo antidogmatismo non permette di inquadrarlo in una dimensione specifica. Si può comunque parlare di una “morale del buon senso”, priva di eccessi, secondo cui Luciano conduce la sua vita. Vedendo anche la religione sotto questa morale, l’autore la considera un delirante superamento dei limiti della ragione umana.

Luciano crea una nuova struttura stilistica fondendo la commedia e il dialogo filosofico. Inoltre ha uno stile elegante e semplice.

 

Testi: La smania storiografica (Come si deve comporre un’opera storica 1-2)

 

Luciano indirizza la sua opera a Filone. Ironicamente parla di un’epidemia a seguito della quale tutti avevano cominciato a comporre opere tragiche. Fortunatamente il sopraggiungere dell’inverno li aveva fatti smettere. La stessa malattia aveva contagiato, dice Luciano, i letterati del tempo, che si erano improvvisati tutti storici alla maniera di Erodoto, Tucidide e Senofonte.

 

Testi: Esempi di storiografia contemporanea (Come si deve comporre un’opera storica 15-31)

 

Parlando dei vari imitatori di Tucidide, Luciano si meraviglia del fatto che questi pensino che basti cambiare qualche frase dell’opera tucididea per proclamare di averne composta una nuova. Alcuni dei nuovi storici scrivono commentari degli avvenimenti in un modo tale che anche un soldato avrebbe potuto fare, altri procedono per sillogismi e adulazioni. Altri imitano Erodoto, altri si dilungano su minutissime descrizioni di armature. Alcuni ancora colorano il racconto con morti singolarissime, altri scrivono con registri discordanti. Ci sono certi che scrivono proemi smisurati e opere smilze, mentre gli epitaffi si sprecano. Uno addirittura, racconta Luciano, parlava di fatti non ancora accaduti.

 

Testi: Precetti (Come si deve comporre un’opera storica 41-51)

 

Uno storico deve essere invece impavido, incorruttibile, amico della verità, uno che non commenta ma riferisce. Questo è quello che predica Tucidide, puntualizzando che la veridicità dei fatti sarà indispensabile nel caso si presentasse un altro fatto simile.

L’opera deve iniziare con uno stile pacato ed estremamente chiaro. Solo raramente si può utilizzare il linguaggio poetico.

Il materiale da cui l’autore attinge la sua storia deve essere attendibile. Prima deve stendere un bozzetto dell’opera, e poi trattare la parte ritmica e stilistica.

Deve saper considerare gli eventi dall’alto e considerare soprattutto gli atti dei comandanti.

L’ascoltatore deve quasi vedere davanti ai suoi occhi l’evento in atto, e solo allora l’opera potrà essere lodata.

 

Testi: Alessandro, Annibale, Minosse e Scipione (Dialoghi dei morti)

 

Alessandro e Annibale litigano perché vogliono un posto in prima fila nel regno dei morti. Prendono Minosse come giudice.

Annibale dice di aver combattuto valorosamente sempre, mentre spesso Alessandro si è servito della fortuna. Alessandro pretendeva di essere adorato e governò con la forza, mentre Annibale mantenne i diritti di tutti i suoi sudditi.

Alessandro dice che, una volta giunto al potere, riportò l’ordine nella città, vendicò il padre, conquistò quasi tutta la terra, cosicché gli uomini lo credettero un dio. Accusa Annibale di essersi perso in mille piaceri.

Quindi interviene Scipione, che afferma di essere inferiore ad Alessandro ma superiore ad Annibale, che vinse.

Minosse giudica allora primo Alessandro, secondo Scipione e terzo Annibale.

 

Testi: Diogene e Alessandro (Dialoghi dei morti)

 

Diogene si meraviglia di vedere Alessandro, che credeva figlio di Ammone (e quindi un dio) nel regno dei morti. In realtà Alessandro fu figlio di Filippo.

Diogene si mostra divertito pensando ai Greci che lo adoravano e si diverte ancora di più quando Alessandro gli dice che il suo corpo verrà portato in Egitto per diventare una divinità egizia. Nessuno, dice Diogene, può uscire dal regno dei morti, quindi è impossibile. Gli chiede poi come si sente quando ripensa a tutto quello che ha perso. Aristotele gli avrebbe dovuto insegnare a non attaccarsi a tali cose. Alessandro invece disprezza Aristotele e dice di aver imparato il contrario.

Così Diogene gli suggerisce di bere MOLTA acqua del Lete, il fiume della dimenticanza, così forse si sentirà meglio.

 

Testi: Filippo e Alessandro (Dialoghi dei morti)

 

Filippo è felice di vedere Alessandro lì, perché così ha la certezza che fu suo figlio. Alessandro gli spiega che lui lo sapeva già, ma politicamente era più comodo essere creduto un dio: vinceva più facilmente.

Filippo allora si scaglia contro il figlio, accusandolo di aver compiuto solo misere imprese contro popoli vigliacchi e di aver ucciso un uomo che esaltava le imprese di Filippo più delle sue. Governò male, imitando i costumi dei popoli vinti. Quando veniva ferito tutti ridevano, perché sapevano che non era un dio. Anche lì nel regno dei morti, Alessandro si atteggia a dio. Ma quando la smetterà?

 

Testi: Menippo ed Ermete (Dialoghi dei morti)

 

Menippo cerca le famose bellezze greche, ed Ermete gli mostra Elena, Narciso, Leda, Achille e molti altri. Ora però sono solo ossa. Gli Achei non hanno capito di combattere per una cosa effimera e facilmente deperibile come il corpo umano.

 

Testi: Parodia tra storia e romanzo (Storia vera)


 

LE SCUOLE DI RETORICA E LA POLEMICA SULLO STILE

 


Nella seconda metà del I secolo a.C. si profila un’opposizione fra due diverse concezioni della retorica, che fanno capo una a Apollodoro di Pergamo e l’altra a Teodoro di Gadara.

Apollodoro di Pergamo scrisse una perduta Arte retorica e insegnò a Roma. Egli sosteneva che la retorica fosse una scienza e che la persuasione esercitata dalla parola non derivasse da emozioni ma da fattori scientifici. Per questo la retorica doveva essere esercitata con molto rigore. Esisteva uno stile preciso da usare per ogni caso.

Teodoro di Gadara, più giovane di Apollodoro, vedeva nella retorica un’arte, caratterizzata perciò da una libertà di ispirazione e di tecnica. Ogni singolo caso aveva le sue regole e importante era l’elemento emozionale.

Si crearono così due correnti, l’asianismo e l’atticismo.

L’asianismo prevedeva uno stile esuberante e ornato, quello che aveva ispirato i due secoli precedenti di retorica. A questa corrente aderirono i Teodorei.

L’atticismo, a cui aderirono gli Apollodorei, faceva capo a Dionigi di Alicarnasso e Cecilio di Calacte, di origini ebraiche, che scrisse, oltre ad alcune opere su vari oratori, anche un’opera chiamata Sul sublime, i cui contenuti sono discussi in un’altra opera dal medesimo titolo scritta da un anonimo. L’atticismo propugnava un ritorno agli autori attici come modelli di lingua e stile.

 

L’ANONIMO SUL SUBLIME


 

Questo scritto rientra nell’argomento della polemica sugli stili. L’autore di quest’opera sembra essere un certo Dionisio Longino. Se si vuole pensare che questo nome nasconda l’identità di Dionigi di Alicarnasso, ciò risulta inconciliabile con l’opposizione che quest’opera mostra con l’opera di Cecilio di Calacte (entrambi gli autori sarebbero atticisti). L’autore invece è vicino alle posizioni dell’asianismo. Comunque l’opera è ora assegnata ad un autore anonimo nato nel I secolo d.C.

Purtroppo un terzo dello scritto è andato perduto.

L’opera è indirizzata contro Sul sublime di Cecilio di Calacte che spiega che cos’è il sublime (l’arte della parola) ma non il modo di raggiungerlo.

Il sublime non è prodotto, dice l’anonimo, da menti meschine, è sintomo di grandezza d’animo, induce nell’ascoltatore una lunga meditazione.

Deriva dal convergere di alcune doti naturali e dello studio, tra cui l’emulazione degli scrittori del passato. La sua forza è nel pathos, la forza irrazionale dell’animo che genera la vera arte, la passione e l’entusiasmo.

Si insiste molto sul fatto che sia preferibile uno stile geniale e travolgente, magari con qualche errore, piuttosto che uno stile noioso ma perfetto.

L’anonimo aveva una profonda conoscenza della letteratura: ce lo dimostrano le numerosissime citazioni, Bibbia compresa. In queste citazioni, poi, l’anonimo mostra un forte spirito critico. Egli ama soprattutto Platone.

Il Sul sublime risulta un’opera di altissimo livello, un elevato documento di pensiero e di critica. L’anonimo doveva essere un grande.

 

Testo: Si può teorizzare il sublime

 

Alcuni sostengono che il genio sia una facoltà innata che non si può insegnare; irrigidire le opere della natura negli schemi di un manuale, significa guastarle e impoverirle.

Io invece ritengo che è vero il contrario. Infatti la natura procede con metodo e per quanto essa costituisca il principio di ogni creazione, è tuttavia il metodo a definirne ………………………….

 

Testo: Il sublime in Demostene e Cicerone

 

Grande è la differenza tra Demostene e Cicerone; il primo è sublime per la sua violenza oratoria, repentina e terribile che può essere paragonata ad un uragano o a una folgore, il secondo per la sua profusa eloquenza che può essere paragonata a un vasto incendio che si propaga tenace in ogni direzione.

 

Testo: Uso della fantasia da parte dei poeti e dei dotti

 

A differenza di quella poetica che ha un carattere eccessivamente favoloso e va al di la del probabile, la fantasia oratoria è realistica e verosimile e può convincere l’ascoltatore e soggiogarlo. Esempi di ciò possono essere trovati in Demostene (2se qualcuno gridasse che i carcerati stanno evadendo, tutti correrebbero in aiuto, ma se a questo qualcuno gridasse “ecco quello che li ha fatti fuggire”, il malcapitato verrebbe immediatamente ucciso) o in Iperide.

 


 

LA LETTERATURA EBRAICA E CRISTIANA IN LINGUA GRECA


 

(pag. 533/535; 538/545)

FILONE DI ALESSANDRIA


 

Si deve a lui il più importante tentativo di fondere letteratura greca ed ebraica.

Nacque ad Alessandria da una nobile famiglia. Fu inviato a portare un’ambasceria alla comunità ebraica presso Caligola, per far cessare i soprusi del governatore Avillio Flacco sugli Ebrei di Alessandria, ma fallì.

Quando i due morirono in miseria, Filone pensò che era vero che Dio punisce gli empi: ne parla in Contro Flacco.

Una parte rilevante delle opere di Filone è dedicata all’esegesi biblica del Pentateuco, compiuta in più opere collegate però fra di loro: Sulla creazione del mondo, Sul decalogo, … Scrisse anche un’opera in cui venivano studiati i simbolismi dei sogni biblici (Sui sogni), una biografia di Abramo, una di Giuseppe e soprattutto la Vita di Mosè, che presentava ai pagani la figura del legislatore.

Scrisse anche delle opere in cui interpreta allegoricamente la filosofia stoica, ad esempio Alessandro (o Sul fatto che gli animali possiedono la ragione).

Nel suo pensiero compaiono lo stoicismo e il platonismo, soprattutto ripreso nella dottrina del dualismo fra spirito e materia. Dio è inconoscibile ma si manifesta attraverso il Logos e pervade tutte le creature. Dio si esprime nella Bibbia che ha pieno credito. Tutti i più grandi pensatori sono continuatori della scienza ebraica (ma non per questo Filone non apprezza la cultura ellenica).

 

Molto probabilmente gli scritti di Filone non sono andati persi come tutti quelli dei postaristotelici di questo filone perché contengono analogie rispetto alle dottrine del Nuovo Testamento, sebbene si esclude il contatto diretto. Comunque Filone è lontano dal cristianesimo: non accetterebbe mai l’idea di un dio che si fa uomo.

Filone è uno scritto un po’ arido e pedante, privo di spontaneità, ma nobile di spirito. Scrive in una koinè elevata.

 

Testi: L’incontro con Caligola (Legatio ad Gaium)

 

Agrippa mandò una lettera a Gaio in cui gli chiedeva di non erigere una sua statua nel Tempio ebraico di Gerusalemme.

Da una parte Gaio apprezzava Agrippa perché non nascondeva i suoi sentimenti, dall’altra lo accusava di eccessiva condiscendenza verso la propria gente.

Alla fine decise di non erigere la statua, a patto che gli Ebrei non intralciassero chiunque volesse costruire altre statue o fare voti a lui stesso. Si trattava di una provocazione, perché sicuramente ci sarebbe stato qualcuno che, per far irritare gli Ebrei, avrebbe ostacolato il loro culto per venerare Gaio. Per fortuna non accadde niente del genere.

Ma era abitudine di Gaio pentirsi subito dopo un’azione buona e per questo ordinò che a Roma fosse eretta una statua maestosissima in suo onore. Spesso faceva delle concessioni e poi le ritirava peggiorando addirittura la situazione di chi le aveva richieste. Si comportava in questo modo specialmente con gli Ebrei, e riempiva le loro sinagoghe di immagini raffiguranti la sua persona.

Quando un’ambasciata ebrea (Filone compreso) si recò a chiedergli la cittadinanza, la situazione che si creò fu veramente incredibile: al posto di ascoltarli in tribunale li ascoltò mentre visitava e correggeva ville. Gaio pretendeva di essere venerato come un dio, ma gli Ebrei, al posto di pregare lui come dio, pregavano Dio per lui. Mentre Gaio parlava, gli ambasciatori temevano sempre più per la loro vita, mentre il seguito di Gaio li sbeffeggiava e faceva eco delle parole del re. Li prese un po’ in giro per quanto riguarda la carne di maiale, quindi, non appena questi iniziarono a parlare del problema della cittadinanza, questi faceva finta di non ascoltarli e scappava da una stanza all’altra delle ville.

Alla fine, per fortuna, non furono uccisi ma allontanati.

Non si sapeva quale decisione Gaio aveva preso, ma da questa dipendeva la sorte di moltissimi Ebrei.

 


 

FLAVIO GIUSEPPE


 

Filone è un caso raro: è difficilissimo trovare un altro che abbia saputo conciliare così bene la cultura ellenistica e quella ebraica. L’antagonismo tra queste si manifesta  al massimo grado nell’unico storico ebreo in lingua greca che conosciamo, Flavio Giuseppe.

Nacque a Gerusalemme nel 37-38 d.C. da una famiglia dell’aristocrazia sacerdotale. Studiò la Legge ebraica e la lingua greca.

Quando a Roma scoppiò una rivolta fomentata dagli Zeloti, che si appoggiavano alle classi più umili mentre i ceti più elevati assumevano un atteggiamento moderato e non contrario a Roma, Giuseppe tentò di mediare tra Roma  e le autorità ebraiche, ma senza successo. Gli fu affidato l’incarico di proteggere la fortezza di Iotapata, ma quando questa fu conquistata dal generale Vespasiano, si consegnò al vincitore. Ottenne la clemenza del re assicurandogli la futura ascesa al trono: la profezia si avverò e Giuseppe godette del favore dei Flavi e aggiunse il loro nome al suo.

Accompagnò Tito alla conquista di Gerusalemme, incontrando la critica di tutti i suoi compatrioti.

Morì intorno al II secolo d.C.

La sua prima opera è la Guerra giudaica, tradotta in greco: tratta della guerra tra Romani e Giudei ed è preceduta da un’introduzione in cui viene illustrata la storia degli ebrei (fonte: Nicola Damasceno). Ne approfitta per giustificare di fronte ai compatrioti il proprio comportamento: la guerra non era voluta da tutti i Giudei, ma solo dagli Zeloti. Nel discorso, però, si nota il contrasto tra la sicurezza che il predominio di Roma sia inevitabile e la dolorosa constatazione del disastro del suo popolo.

 

Quindi Giuseppe compose le Antichità dei Giudei, scritta in greco. E’ una storia di Israele dalla creazione del mondo al 66 d.C. che segue il modello di Dionigi di Alicarnasso (fonte: Nicola Damasceno). Alla fine inserisce un’autobiografia in cui tenta nuovamente di discolparsi.

Le opere di Flavio Giuseppe sono molto importanti per documentare questo periodo. Inoltre, per la passione con cui affronta l’argomento e la sua forte capacità narrativa, la sua lettura è ancor oggi di estremo interesse.

 

Testi: Un rabbino a corte (Autobiografia)

 

Flavio Giuseppe deriva da una famiglia di dinastia sacerdotale. Sua madre era nobile di nascita, come suo padre.

Crescendo, Flavio sviluppava molte buone qualità. Decise di frequentare tutte e tre le sette ebraiche che esistevano; non ritenendosi soddisfatto, passò 3 anni con un eremita e poi entrò negli affari pubblici.

Si recò a Roma per salvare alcuni amici prigionieri. La sua nave fece naufragio ma riuscì a salvarsi.

A Roma conobbe Poppea, moglie di Cesare, attraverso la quale riuscì a far liberare i suoi amici.

Tornato in patria, però, trovò la gente cambiata: meditavano infatti la rivolta contro i Romani. Flavio tentò inutilmente di distoglierli.

 

Testi: La salvezza sospetta di Giuseppe (Guerra giudaica)

 

Vespasiano cercava Giuseppe. Durante l’espugnazione della città, Giuseppe si rifugiò in una cisterna assieme ad altre persone. Ma il suo nascondiglio fu scoperto.

I due tribuni che furono mandati non riuscirono a convincerlo ad uscire. Solo quando arrivò un amico di Giuseppe, anche se dopo molte esitazioni, questi decise di consegnarsi.

I compagni, che avevano sempre creduto in lui che era il loro capo, si sdegnarono e dissero che l’avrebbero ucciso loro se avesse tentato di consegnarsi: poteva solo suicidarsi, e con lui tutti quanti.

Con un abile discorso, Giuseppe seppe calmarli e, alla fine, trovò un modo per uscire salvo da quella situazione: a sorte veniva estratto qualcuno che sarebbe stato ucciso dal vicino, cosicché tutti sarebbero morti lo stesso ,ma non per mano propria.

Per un caso Giuseppe rimase ultimo con un compagno che riuscì a convincere a farsi consegnare.

Alla corte di Vespasiano, Giuseppe predisse una buonissima sorte per lui e suo figlio Tito.

Vespasiano, inizialmente scettico, credette e Giuseppe venne trattato con molto riguardo.

 

Testi: Le menzogne dei Greci (Contro Apione)

 

Giuseppe Flavio vuole dimostrare l’antichità del popolo ebraico: a riguardo chiama a testimoni  i maggiori storici greci e spiega perché molti pochi parlino degli Ebrei.

Non si capisce perché per parlare della storia arcaica si presti più fede agli scrittori greci che non a quelli ebrei, che hanno una storia più antica, impararono prima a scrivere, sono vissuti in una terra più tranquilla e quindi hanno conservato anche scritti relativi a tempi molto antichi (quelli dei Greci sono andati persi).

E poi gli storici greci si attaccano a vicenda, si confutano uno con l’altro tenendo conto solo dei propri scritti e non di quelli scritti da altri popoli.

Tutto questo ha favorito coloro che vollero scrivere riguardo ai tempi più antichi, perché hanno avuto la libertà di inventare tutte le menzogne che volevano.

 


 

I VANGELI

 


Testi: IL I E II LIBRO DI LUCA: I PROEMI (Vangelo secondo Luca)

 

1) Luca scrive a Teofilo che cercherà di narrare con ordine alcuni fatti che lui già conosce.

Ai tempi di Erode vivevano il sacerdote Zaccaria e la moglie Elisabetta. Era persone giuste, che non avevano figlie perché Elisabetta era sterile ed erano già quasi anziani.

Un giorno toccò a Zaccaria entrare nel santuario del Signore.

 

2) Luca dice a Teofilo che nel primo libro ha parlato di tutto quello che ha fatto e insegnato Gesù. Dopo la resurrezione si presentò molte volte ai discepoli e gli promise lo Spirito Santo.

 

Testi: Discorso dell’apostolo Paolo in Atene: il “Dio ignoto” (Atti degli Apostoli)

 

Paolo non capiva il motivo per cui in Atene si celebrassero tanti culti. Alcuni gli chiesero di che parlava la dottrina che lui predicava. Paolo salì sull’Areopago e disse che apprezzava gli Ateniesi che tenevano così tanto alla religione da costruire un altare anche per “un Dio ignoto”. Lui era venuto proprio per spiegare chi fosse questo Dio.

Quando parlò della risurrezione dei morti, qualcuno lo prese in giro, altri gli credettero e si unirono a lui.


 

Storia Grecia antica

 

Euripide  

 

Secondo la leggenda Euripide sarebbe nato nel giorno della battaglia di Salamina, nel 480 a.C., ma probabilmente la nascita del tragediografo è da collocarsi nel 485/484, sebbene alcuni considerino dubbia anche questa data per il sincronismo con la prima vittoria tragica di Eschilo. Per quanto ci sia pervenuta una Vita anonima e la biografia del peripatetico Satiro, gli aneddoti e le dicerie formulate dai suoi avversari hanno contribuito all’incertezza generale riguardo alla sua vita; i suoi genitori, Mnesarco e Clito, agiati proprietari terrieri, furono fatti passare ad esempio per un bottegaio e un’ortolana ed anche la sua vita privata non fu risparmiata: stando alle voci maligne avrebbe sposato Melito e poi Cherine ma entrambi i matrimoni non furono felici. Ricevette un’ottima istruzione dedicandosi anche alla pittura. Ebbe a quanto pare rapporti con i sofisti e con Socrate e secondo la tradizione fu discepolo di Anassagora, Prodico e Protagora. Partecipò per la prima volta a un agwn tragico nel 455 ma ottenne solo il coro. La sua prima vittoria risale, secondo il Marmor Parium, al 441 ed a questa se ne aggiunsero solamente tre, o quattro, se si accetta quella, tramandata da alcune fonti, riportata dal figlio, dopo la sua morte, con la rappresentazione dell’Ifigenia in Aulide, dell’Alcmeone a Corinto e delle Baccanti. Dunque si percepisce una notevole ostilità del pubblico nei confronti di Euripide, dovuta, pare, all’accusa di empietà mossagli da Cleone.

Nel 408, dopo aver fatto rappresentare l’Oreste ad Atene, si recò a Pella, in Macedonia, su invito del re Archelao, che amava avere alla sua corte alti ingegni del calibro del tragico Agatone e del ditirambografo Timoteo. Lì morì nel 406 in circostanze non chiare e avvolte dalla leggenda: secondo alcuni sarebbe stato sbranato da dei cani Molossi come punizione per la sua irreligiosità e empietà, delle quali si credeva di trovare numerose e palesi prove nelle sue tragedie.

Di queste ce ne rimangono diciotto: Alcesti (438), Medea (431), Ippolito (428), Eraclidi (427), Eracle, Andromaca, Ecuba (ca. 420), Supplici (ca. 421), Troiane (ca. 415), Elettra (413), Elena, Ione (412), Fenicie, Ifigenia Taurica, Oreste (408), Ifigenia in Aulide, Baccanti (rappresentate postume nel 405), Reso, della cui autenticità si dubita. Possediamo anche numerosi frammenti delle tragedie perdute e un dramma satiresco, il Ciclope. Inoltre è stato da molti attribuito ad Euripide un epinicio che celebrava la vittoria olimpica di Alcibiade e un carme sepolcrale per gli Ateniesi caduti in Sicilia.

 

ARGOMENTO

 

Troia è presa ma Posidone e Atena annunciano severe punizione per i Greci, macchiatisi di ubriV. Il coro delle prigioniere troiane è afflitto per le sciagure e prevede i mali che verranno e la pesante schiavitù. Entra il messo che assegna Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Ulisse.

Cassandra, invasata, predice la morte dell’Atride, mentre Astianatte viene turpemente ucciso dai soldati. Segue uno scontro verbale tra Ecuba ed Elena, accusata di essere la causa di tutti i mali di Troia. Alla fine giunge il segnale di partenza, Troia arde e le prigioniere vengono condotte via sulle note dell’ennesimo lamento.

 

RIASSUNTO

 

Prologo

 

Sullo sfondo di alcune tende dell’accampamento greco davanti alle quali v’è Ecuba stesa per terra, arriva Poseidone che si duole della distruzione di Troia, sua città favorita, e che descrive lo stato di desolazione in cui versa l’alta rocca di Priamo e la sofferenza dei Troiani, abbandonati dagli stessi dei. Ed ecco che giunge Pallade Atena la quale, dopo aver aiutato gli Achei in guerra, ora, in seguito all’oltraggio da lei subito quando Aiace trascinò via con la forza Cassandra dal suo tempio, in cui ella si era rifugiata, portando via anche il suo simulacro, vuole con l’aiuto del dio del mare infliggere ai Greci un amaro ritorno. Dopo l’uscita di scena delle due divinità, Ecuba con un discorso ricco di paqos esprime il suo dolore per la rovina della città e per la perdita dei figli e dello sposo, maledicendo il giorno in cui approdarono sulle rive della Troade le navi achee.

 

Parodo

 

Da una tenda entra in scena il coro che viene informato da Ecuba del sorteggio prossimo. C’è quindi uno scambio di battute lamentevoli sull’incerto futuro e poi v’è il canto corale in cui le donne di Troia passano malinconicamente in rassegna alcuni luoghi in cui potrebbero giungere come serve o concubine degli Achei eleggendo a destinazione migliore Atene.

 

I Episodio

 

Arriva correndo Taltibio, araldo dei Greci, che comunica alle donne il sorteggio avvenuto: Cassandra è stata assegnata ad Agamennone, Andromaca a Neottòlemo, Ecuba ad Odisseo mentre Polissena è stata sacrificata sulla tomba di Achille ma la madre non capisce quest’ultima notizia. Segue una reazione violenta di Ecuba che non accetta di buon grado di diventare la serva di Ulisse, uomo abominevole e dalla duplice lingua. Ed ecco che giunge Cassandra invasata la quale canta un inno ad Imeneo signore in onore delle sue nozze con Agamennone. Profetizza poi l’exitium della casa di Atreo e sottolinea l’assurdità di questa guerra che per una sola donna, Elena, molte vite di eroi nell’Ade gettò e indusse il comandante a sacrificare ciò che di più caro avesse, la figlia Ifigenia. Tesse invece un elogio dei Troiani i quali combatterono e morirono in difesa della patria. Infine saluta la madre dicendo che morirà a Troia e non seguirà Odisseo il quale a sua volta dovrà affrontare innumerevoli pericoli prima di giungere a Itaca. Cassandra dunque esce di scena ed Ecuba, regina di un grande popolo e madre di cento figli eccellenti, piange la sua situazione attuale.

 

I Stasimo

 

Il coro rimembra l’inganno del cavallo ligneo, causa della caduta di Troia e ricorda con precisione e con tinte patetiche quella notte infernale in cui ciò che avevano ritenuto un dono divino si rivelò essere una macchina “inspectura domos venturaque desuper urbi”(Verg. Aeneidos, II, 47).

 

II Episodio

 

Andromaca entra in scena con il piccolo Astianatte e inizia un dialogo assai lamentoso con Ecuba, ognuna piangendo le proprie sventure; la prima quindi invoca l’aiuto di Ettore pathr,  potnia,  mhthr, kasignhtoV,  qaleroV,  parakoithV, la seconda invece chiede di morire. Andromaca compatisce quindi il dolore di Ecuba che apprende in quel momento da lei la morte della figlia Polissena ma sostiene che costei ebbe sicuramente un destino migliore del suo; Ecuba, contraddicendo ciò che aveva testé detto, a questa affermazione risponde che il vivere è sempre meglio del morire perché almeno vi sono speranze. Andromaca a sua volta ribatte che lei, dopo aver raggiunto la felicità con il matrimonio, lo sposo ed il figlio, è ora completamente disgraziata essendo Ettore morto e lei soggiogata ai Danai. E mentre Ecuba cerca di rinfrancarla esortandola a coltivare speranza per il figlio, giunge Taltibio portando il terribile ordine di precipitare giù dalle rocche di Troia Astianatte perché - così hanno deciso gli Achei- non si può lasciar crescere il figlio di un guerriero così valoroso. Si colloca qui una delle scene più belle e commoventi delle letteratura greca: l’allocuzione di Andromaca al figlio nell’atto di salutarlo per l’ultima volta. L’episodio si conclude con l’uscita di scena di tutti i personaggi tranne Ecuba la quale recita un breve monologo di impotenza di fronte alla morte del nipote e, più in generale, alla rovina della città.

 

II Stasimo

 

Il coro racconta la più antica distruzione di Troia ad opera di Eracle e Telamone e poi quella più recente dei Greci. Lo stasimo si conclude poi con l’invocazione ad Eros; un tempo infatti gli dei amavano Ilio, ora invece non più e per questo hanno permesso che essa perisse.

 

III Episodio

 

Il III episodio è caratterizzato dall’agwn logwn tra Ecuba ed Elena; giunge infatti Menelao con l’intenzione di portare via Elena per ucciderla ed Ecuba gli raccomanda di non rivederla per paura che egli possa recedere, in virtù della bellezza della donna, dalla sua intenzione; ma ecco che entra in scena la figlia di Tindareo che inizia la sua lunga autodifesa: afferma in primo luogo che l’origine di tutti i mali è Ecuba, generatrice di Paride, in secondo luogo che le sue nozze con Paride furono stabilite da Afrodite Cipride e che lei fu condotta via da Sparta con la forza e infine che dopo la morte di Paride ella tentò di andare al campo acheo per porre fine alla guerra ma Deifobo la trattenne con la violenza come sua moglie; Elena conclude pertanto che non è lei la causa delle sventure e che, qualora morisse, morirebbe ingiustamente. Ecuba, sostenuta dal coro ribatte con un discorso attrettanto ben formulato: costei non crede che le dee abbiano partecipato a una “gara di bellezza” e stabilito il suo amore con Paride; pensa piuttosto che lei sia stata folgorata dalla bellezza di Paride e abbia voluto scappare con lui anche perché la allettava molto la prospettiva di vivere nel lusso frigio; conclude quindi esortando Menelao a ucciderla in nome delle migliaia di vite gettate nell’Ade per causa sua. Il Pelopide dunque condivide l’opinione di Ecuba per cui Elena fuggì da Sparta volontariamente (ekousiws) e decide quindi di portare Elena ad Argo dove verrà uccisa.

 

III Stasimo

 

Il coro accusa Zeus per aver permesso la distruzione della città e poi esamina il risvolto di sofferenza che questo comporta riproducendo il pianto di un bimbo che viene separato dalla madre; infine scaglia una maledizione nei confronti di Menelao auspicando un naufragio durante il viaggio di ritorno e si augura la morte di Elena.

 

Esodo

 

Entra in scena Taltibio con lo scudo di Ettore su cui giace il cadavere del piccolo Astianatte; l’araldo dice quindi che fu Andromaca a volere che Il figlio venisse curato dalla nonna e seppellito sullo scudo di Ettore. Inizia qui il patetico e appassionato discorso di Ecuba che consiste in un susseguirsi di allocuzioni alle parti straziate del corpo di Astianatte e poi allo scudo del figlio in cui vede le sue tracce; Ecuba termina poi invitando gli uomini a non ritenersi felici in quanto la fortuna è come un uomo capriccioso che saltella di qua e di là. Si procede dunque tra i lamenti del coro e di Ecuba alla cura delle ferite del piccolo e al suo ornamento; il cadavere viene poi portato via. Arriva in seguito Taltibio che ingiunge alle donne Troiane di recarsi alle navi achee e ai soldati di appiccare il fuoco alla città. Dopo un folle tentativo, subito stroncato dai militi, di gettarsi nel rogo, Ecuba si dirige insieme al coro verso il campo greco e la tragedia si conclude con un loro canto lirico di commiserazione e di finale presa di coscienza della rovina di Troia e della loro situazione; il coro dunque esce di scena e così fa anche Ecuba per la prima e unica volta durante tutta l’opera.

 

 

LA SAGA TROIANA

 

L’Iliade e l’Odissea rappresentano solo una porzione di quella antichissima tradizione mitica che ruota attorno alla guerra di Troia; difatti sulla base di un verosimile evento storico – una spedizione di Greci continentali contro Troia, potente città dell’Asia Minore, situata in una posizione assai strategica da cui dominava l’Ellesponto – si è sviluppata una serie di vicende mitiche, tramandate in canti epici e delineate, circa nell’VIII secolo a.C., nelle loro linee essenziali.

Gli antefatti, ovvero le cause della guerra, erano narrate nelle Ciprie o Canti Ciprî ( Kupria eph ), attribuite a Stasino, ad Egesia ed anche ad Egesino. Questa opera, per il cui titolo non sono state ancora formulate tesi soddisfacenti,  esponeva in undici libri gli avvenimenti precedenti all’Iliade.

Si diceva infatti che Zeus scatenò la guerra di Troia per far diminuire il numero degli uomini sulla terra, cresciuto negli ultimi tempi in maniera esagerata. Elena e Paride sarebbero dunque stati soltanto gli innocenti strumenti del suo progetto. Elena è la figlia di Zeus o Tindaro e di Leda, sorella dei Dioscuri; sposò in seguito Menelao, fratello di Agamennone e re di Sparta, a cui diede una figlia: Ermione. Paride, invece, è il figlio di Priamo ed Ecuba, la coppia reale troiana; prima della sua nascita, la madre sognò che avrebbe messo al mondo un tizzone ardente, futuro pericolo per Troia; il piccolo fu dunque esposto sul monte Ida, ma fu durante il banchetto delle nozze tra la Nereide Teti e il mortale Peleo, nel giardino delle Esperidi, Eris, la dea della discordia, non essendo stata invitata, lanciò sulla tavola un pomo d’oro che recava la scritta “alla più bella”. Era, Afrodite e Atena, che ritenevano di meritare tutte e tre il riconoscimento, contesero e scelsero come giudice un mortale, Paride. A costui, per ottenere il pomo, Era promise potenza e ricchezza, Atena saggezza e Afrodite la donna più bella del mondo. Paride dunque prescelse quest’ultima, attirandosi l’odio delle altre due dee, che si vendicarono in seguito su tutti i Troiani. Afrodite quindi condusse Paride a Sparta, dove fu ospite del re Menelao e donde fuggì con Elena, sposa del sovrano, che ricambiava il suo amore per intervento della dea. A nulla servì l’ambasceria guidata da Menelao e Odisseo, presso la corte troiana, ove era stata condotta Elena, al fine di riavere la donna. Menelao, dunque, e il fratello Agamennone, signore di Micene, prepararono una spedizione per punire coloro i quali avevano violato valori im portantissimi all’epoca: l’ospitalità e il sacro vincolo del matrimonio.

Le numerose navi e i soldati, anche di molti alleati, si riunirono nel porto di Aulide ma ivi ne fu impedita la partenza per le avverse condizioni meteorologiche, derivate ad ogni modo dall’offesa che Agamennone aveva recato ad Artemide, uccidendo una cerva a lei sacra; l’indovino Calcante vaticinò che l’ira della dea sarebbe stata placata solo mediante il sacrificio della figlia di Agamennone, Ifigenia. Da qui ha origine quella lunga tradizione che riguarda in qualche maniera il mito di Ifigenia, il cui sacrificio è stato ritenuto da moltissimi exemplum di empietà. Ricordiamo ad esempio Euripide con l’Ifigenia in Tauride e l’Ifigenia in Aulide e Lucrezio con il racconto del sacrificio nel primo libro del De rerum natura ma anche i drammaturghi francesi del Seicento come Rotrou e Racine, e ancora Pindemonte, Carli e Goethe, per limitarci qui alla letteratura. Ifigenia fu dunque immolata “exitus ut classi felix faustusque daretur” ( Lucr., De rerum natura, I,  v.100 ), sebbene un’altra tradizione parli, già nelle Ciprie, di una sostituzione in extremis della fanciulla, da parte della stessa Artemide, con una cerva, e i Danai giunsero in Troade, dove inizia la lunga guerra.

Al decimo anno di questo conflitto si apre il racconto dell’Iliade: nell’accampamento greco scoppiò una lite tra Agamennone, il comandante della spedizione, e Achille, il più valoroso tra i Greci, in seguito alla quale quest’ultimo si ritirò dalla battaglia. Allora Zeus, su preghiera di Teti, madre di Achille, favorì i Troiani. Dopo una serie di sconfitte subite dai Greci, Patroclo si recò dall’amico Achille, implorandolo di rientrare in guerra, dal momento che i Danai erano in una non florida situazione, e quegli, pur non accettando, gli diede tuttavia le sue armi. Patroclo pertanto seminò terrore nel campo ma fu ucciso da Ettore, il più forte tra i Troiani. Achille allora, per vendicare il caro amico, scese in campo, terribile, e poi uccise Ettore, straziandone il corpo. Il poema si conclude con la restituzione del corpo di Ettore, da parte del Pelide, al padre Priamo, re di Troia, e con i riti funebri in onore dell’eroe troiano.

Un altro poema, l’Etiopide, in cinque libri, attribuita ad Arctino di Mileto narrava le vicende successive; infatti con la morte di Ettore non si concluse affatto la guerra, bensì vennero in aiuto dei Troiani due potenti guerrieri: Pentesilea, l’Amazzone figlia di Ares, e Memnone, figlio di Eos. Achille uccise in duello la prima e si apprestò a sfidare anche il secondo, sebbene Eos supplicasse Zeus di salvare il figlio e Teti tentasse di rimandare il duello, sapendo che dopo aver ucciso Memnone anche Achille sarebbe caduto. E così fu: Memnone fu ucciso dal Pelide e questi morì poco dopo per mano di Paride e Apollo; le armi di Achille furono messe in palio dalla madre e se le contesero Aiace Telamonio e Odisseo.

La continuazione della contesa per le armi, che si concluse con la vincita di Odisseo e con il suicidio di Aiace, era narrata nella Piccola Iliade, in quattro libri, attribuita a Lesche, che descriveva anche l’arrivo del figlio del Pelide, Pirro Neottòlemo, a cui vennero restituite le armi paterne, e la morte di Paride per mano di Filottete, un greco che era stato abbandonato dai compagni sull’isola di Lemno, perché punto da un serpente velenoso. Inoltre si raccontavano ivi l’impresa compiuta da Odisseo e Diomede, i quali privarono Troia della statua di Pallade Atena, che rendeva la città inespugnabile, e i preparativi per la costruzione del celebre cavallo di legno.

Seguiva dunque la Distruzione di Ilio ( Iliou persiV ), in due libri, attribuita ad Arctino. Qui venivano riportate le discussioni dei Troiani circa il cavallo, la morte di Laocoonte, l’inganno con cui Sinone persuase i Teucri a introdurre il cavallo nella città, la festa notturna e l’incursione dei Greci a Troia con conseguente distruzione della città, che era accompaganta dalla descrizione della morte di Priamo e Astianatte, del sacrificio di Polissena e della disperata situazione di tutti i cittadini, che è dunque quella ritratta nelle Troiane.

I Nostoi, infine, in cinque libri, attribuiti ad Omero ma anche ad Agia di Trezene, raccontavano il ritorno in patria degli eroi più importanti: Diomede, Agamennone, Nestore, Menelao e Neottòlemo. Il ritorno di Odisseo era narrato dall’Odissea, appartenente anch’essa al ciclo dei Nostoi. La continuazione dell’Odissea è rappresentato dalla Telegonia, attribuita ad Eugammon di Cirene. Ivi si riferiva che, dopo le esequie dei Proci, Odisseo intraprese un nuovo viaggio in Tesprozia, dove sposò la regina della regione, Callidice. Tornato, dopo un combattimento con i Brigi, a Itaca, fu ucciso da Telegono, il figlio che egli aveva generato con Circe e che, venuto nell’isola per cercare il padre, l’aveva ucciso senza riconoscerlo. Il poema aveva termine con l’incontro di Telemaco e Penelope con Circe, che li rese immortali, e con il matrimonio di Telemaco e Circe e di Telegono e Penelope. 

 

PERSONAGGI PRINCIPALI

 

Andromaca

E’ la figlia del re di Tebe in Cilicia, Eezione, e la moglie di Ettore. La incontriamo per la prima volta nell’Iliade, dove la sua figura è stata messa in relazione dagli studiosi con quella di Elena. Come questa, infatti, Andromaca è una donna che “passa le acque” ( giungendo da Tebe a Troia, e poi lasciando l’Asia per l’Epiro, dove è condotta come schiava di Neottòlemo ) e come Elena, Andromaca arriva a Troia con molti tesori. Molti specialisti, riconoscendo nel tema del “passaggio delle acque” e nei tesori femminili, elementi inferi e iniziatici preludenti a rituali pre-nuziali, hanno individuato in Andromaca, come in Elena, una figura divina preposta a istituzioni matrimoniali molto antiche, sopravvissute soltanto indirettamente nella poesia omerica.

Andromaca compare significativamente nell’Iliade solo in pochi episodi: quello dell’incontro con Ettore, nel libro VI, e durante le esequie del marito, nel libro XXIV, mentre nelle Troiane si racconta appunto la sua assegnazione a Neottòlemo e l’uccisione straziante del figlioletto Astianatte. Andromaca è anche eponima di un'altra tragedia di Euripide e di una di Ennio ( Andromachae aechmalotis ) ed è presente anche nell’Eneide virgiliana.

Il mito di Andromaca ricompare in età moderna nella tragedia di Jean Racine, Andromaque ( 1667 ), e verrà poi ripreso da altri, come il russo Pavel Katenin, autore della tragedia Andromaca.

 

Ecuba

Moglie di Priamo, re di Troia, e madre di molti dei suoi figli, il suo nome è probabilmente un appellativo frigio di Ecate, cui si ricollega per il suo destino oltre la morte. Euripide, infatti, nell’Ecuba ricorda la tradizione mitica secondo cui la donna, nel momento della morte, si sarebbe trasformata in una cagna fantasma dagli occhi di fuoco, animale sacro ad Ecate, e si sarebbe buttata in mare, divenendo simile alla cagna marina Scilla.

Nell’Iliade Ecuba compare in due episodi che celebrano gli affetti familiari: nel libro VI infatti, offre del vino ad Ettore e lo esorta a riposarsi, mentre nel libro XXIV, piange il figlio insieme alle altre donne di Troia.

Euripide tratta le vicende di Ecuba nel dramma omonimo e appunto nelle Troiane, ove è la voce collettiva della tragedia umana delle donne troiane, assegnate agli eroi vincitori, personificazione del dolore delle prigioniere.

Il personaggio viene ripreso da Ennio e Accio che le intitolano due tragedie, ma anche da Seneca, il quale le affiderà il ruolo di protagonista nelle Troades. Numerose, infine, sono le riprese moderne, tra cui segnaliamo: Hécube di Jean Bochetel; Ecuba triste di Pérez de Oliva; Ecuba di Ludovico Dolce, tutte del Cinquecento. Da notare inoltre il ruolo della donna nel dramma Die Troerinnen di Franz Werfel ( 1914 ), in cui Ecuba dà voce al dolore di tutte le donne che piangono i loro figli morti in guerra.

 

Cassandra

Figlia di Priamo, compare pochissimo nell’Iliade; nel poema infatti si accenna alla sua giovinezza e alla sua verginità ma appare direttamente solo nel libro XXIV, quando annuncia al popolo il re. Nell’Odissea si dice che è stata assegnata ad Agamennone e che, arrivata ad Argo, è stata uccisa da Clitemnestra. La figura di Cassandra ha avuto tuttavia in seguito un grande sviluppo: in Pindaro appare come profetessa, mentre Eschilo nell’Agamennone racconta il mito formatosi attorno a lei: Apollo, innamorato di lei, le diede il dono della profezia, in cambio però del suo amore; ma la donna venne meno alla parola data e disdegnò l’amore del Dio, che, per punizione, decretò che niuno avrebbe creduto ai suoi vaticinî. Ella dunque predisse le sventure di Troia ma nessuno le credette, tanto che fu rinchiusa in una torre dove piangeva in solitudine le prossime disgrazie della patria; da ciò Cassandra è diventata simbolo di profeti di sventure e inascoltati. Nell’Eneide si oppone fermamente e vanamente all’introduzione nella città, del cavallo ligneo; presa Troia, ella si rifugiò nel tempio di Atena ove Aiace, figlio di Oileo, profanando il luogo sacro, la violentò e la fece prigioniera. Ancora nell’Agamennone, si racconta di come, divenuta schiava e concubina di Agamennone, giunse ad Argo e qui accennò alle sventure future degli Atridi e predisse l’uccisione sua e di Agamennone, per mano di Clitemnestra, profezia presente giustappunto anche nelle Troiane. Il poeta alessandrino Licofrone nell’Alessandra (il nome Alessandra equivale a Cassandra a causa della contaminazione che Licofrone opera tra la donna troiana e una divinità spartana) riporta le profezie di Cassandra che coprono un arco di tempo che va dalla guerra di Troia ad Alessandro Magno. Tra le rielaborazioni moderne ricordiamo il poema drammatico Cassandra della poetessa ucraina Lesja Ukrainka (1871-1913).

 

Elena

Figlia di Zeus o Tindaro, re di Sparta e di Leda, moglie di Tindaro, e sorella dei Dioscuri e di Clitemnestra. Molti studiosi hanno collegato la figura di Elena ad una divinità, rapita negli inferi e poi riconquistata ai regni sotterranei, che rappresentò il nucleo dei primi riti misterici greci e soprattutto di quelli eleusini in seno ai quali prese il nome di Core. Di Elena infatti si narra che sia stata rapita e riconquistata più volte: la prima volta sarebbe stata rapita da Teseo che, con l’aiuto di Piritoo, la condusse nella fortezza di Afidna donde la liberarono i fratelli Castore e Polluce. Il secondo rapimento, notissimo, è invece quello operato da Paride e di cui abbiamo altrove parlato in abbondanza. Diamo qui però una versione alternativa del famoso ratto di Elena: nel viaggio da Sparta a Troia, la nave in cui viaggiavano Paride e Elena, sarebbe naufragata in Egitto, dove il re, Proteo, trattenne Elena con la forza; a Troia sarebbe stato mandato dunque solamente un fantasma, un doppio della donna, inviato da Zeus ed Elena sarebbe rimasta in Egitto ad attendere che Menelao, tornato da Troia, giungesse a liberarla. Questa versione del mito è riportata da Stescoro e da Euripide nell’Elena. L’Egitto avrebbe qui la chiara funzione simbolica di regno infero, che cattura e segrega Elena. Ad ogni modo da Troia, o dall’Egitto, Menelao ricondusse Elena a Sparta, donde, secondo una particolare versione, fu cacciata dai figli di Menelao; si rifugiò dunque a Rodi, dove però fu impiccata dalle isolane. Gli studiosi hanno infatti riscontrato la presenza a Rodi di un antico culto di Elena come dea impiccata e la impiccagione è collegabile ad alcuni riti di fertilità agraria. Infine le dottrine pitagoriche assimilarono la figura di Elena ad una divinità lunare, donde l’etimologia suggerita da alcuni, selenh - Elenh.

Analizziamo di seguito la figura di Elena, riguardo al problema della colpa, ovvero se è innocente o colpevole, ed anche come appare in altri luoghi della letteratura greca.

 

Elena e il problema della colpa

Elena risulta essere uno dei personaggi più complessi della letteratura greca, soprattutto per le diverse interpretazioni cui ha dato luogo attraverso i secoli. Non c'è forse altro personaggio che al pari di Elena abbia attirato l'interesse e l'attenzione di tanti autori appartenenti ad epoche ed anche a generi letterari fra loro totalmente differenti. Ciò non deve stupire: anche se ella non ha un’azione sua vera e propria nelle storie che la riguardano, è a tutti gli effetti protagonista della vicenda mitica, in quanto responsabile, ovviamente insieme a Paride, di una serie di avvenimenti di enorme rilievo, che la vedono poi apparentemente estranea ai loro ulteriori sviluppi. Per queste sue caratteristiche gli autori hanno fatto di Elena l’emblema fondamentale di un problema che permea tutta la cultura greca: il problema della colpa. In sostanza, malgrado le differenti interpretazioni cui è andato soggetto il personaggio, vediamo rappresentato in Elena un tipo di colpa quasi esattamente all’opposto della colpa tragica: se ciò che caratterizza quest’ultima è la sua natura involontaria o addirittura imposta dalla volontà divina, e, malgrado ciò, imperdonabile, nella figura di Elena è possibile riconoscere l' espressione di una colpa di segno opposto, una colpa volontaria e tuttavia suscettibile di trovare delle attenuanti, delle giustificazioni.
Quello della colpa è un tema di riflessione perennemente al centro dell’attenzione dell’uomo: se pensiamo a come ancora oggi si cerca di risolvere il problema di atti devianti di tipo criminale attribuendone la colpa ora all’ambiente sociale, ora al contesto familiare, o comunque a fattori condizionanti non individuabili nella volontà del singolo, o al contrario a come si riconduca a questo unico elemento della volontarietà la responsabilità del delitto, possiamo facilmente capire la centralità in tutte le epoche di un simile argomento di riflessione, e ancor più nel mondo greco, che a questo tema fu particolarmente sensibile.
Nel personaggio di Elena vediamo fin dall’inizio in atto lo scontro fra le due opposte posizioni, la volontarietà e la involontarietà della colpa, e la difficoltà di comprensione che tale dualismo pone.

 

Elena nell’Iliade

Già dall' Iliade, anche se Elena figura in pochi momenti della vicenda, traspare il dramma di cui si sostanziano il personaggio e la meditazione dell’autore: da un lato Elena viene presentata come l' "adultera", e lei stessa, nel VI libro, nell’incontro con il cognato Ettore, riconoscendosi colpevole, si definisce "cagna agghiacciante" (VI, 344 ss.). Questo naturalmente mette in luce la volontarietà della sua colpa, e la consapevolezza della propria responsabilità. Dall'altro lato tuttavia ella conclude il suo discorso con Ettore sottolineando la necessità di tutti i fatti accaduti, perché "gli uomini futuri, i posteri, li possano cantare"  (VI, 357-358). Apparentemente incongruenti, le sue affermazioni ribadiscono il concetto secondo cui in tutti gli eventi, anche in quelli volontari, è insita allo stesso tempo una necessità, data dal fato, dalla divinità, dalla ragione stessa delle cose, che travalica le volontà individuali, e che si impone agli avvenimenti. Per cogliere questa coesistenza, le parole di Elena nel VI libro dell’Iliade sono importantissime.
Tuttavia, non è solo questo l’episodio del poema in cui Elena compare. Altri momenti sono non meno importanti, non solo dal punto di vista dell'indagine sul problema della responsabilità, ma anche dal punto di vista del lato umano del personaggio: Omero già indaga non solo le ragioni di una colpa, ma anche il riflesso di questa colpa sulla psiche dell’individuo e sulla sua esistenza. In tutti i passi in cui compare nell’Iliade, Elena figura sempre come la straniera, l' intrusa, l' odiata: nel suo personaggio si sostanzia l' odio di Achei e Troiani, per i quali è stata causa di guerra e di sciagure. Per questa ragione, ella deve essere in qualche modo isolata, e nella sua sola figura si concentra l’ostilità di tutti. Proprio Elena a più riprese mette in risalto questa sua solitudine. Nel libro XXIV (760 ss.), nel compianto sul cadavere di Ettore,  ella sottolinea il proprio isolamento e l' emarginazione a cui si sente condannata, con l’eccezione del cognato: l' unica persona che, dice,  le abbia rivolto parole cortesi. Ma anche la figura di Priamo rivela nei confronti di Elena un atteggiamento di particolare comprensione, che giunge a meglio definire il significato di tale personaggio femminile e del simbolo in lei contenuto. Nel canto III  (154 ss.) si descrive l' incontro che avviene tra Elena e Priamo sulle mura di Troia: entrambi si apprestano ad assistere al duello tra Paride e Menelao, che dovrebbe decidere definitivamente la guerra. In realtà questo duello non avrà luogo, perché quasi subito Paride verrà prelevato dal campo di battaglia da Afrodite, e messo in salvo entro le mura della città; ma l’attesa circa il suo esito è ovviamente grande da entrambe le parti.  Sulle mura è presente anche Priamo, il vecchio re, insieme agli altri anziani della città. Ai vv. 161 ss., Priamo chiama Elena presso di sé, con queste importanti parole: "Per me, tu non hai nessuna colpa, gli dèi sono colpevoli, che mi hanno attizzato la dolorosa guerra degli Achei". Tali parole segnalano da un lato la posizione di Priamo, simile a quella di Ettore, che dimostra affetto e comprensione per la donna da tutti ritenuta colpevole; ma d'altro canto mettono in luce anche una visione etica e religiosa ben precisa, ossia che anche i gesti apparentemente volontari dell'uomo sono in realtà determinati dalla potenza divina. Ma prima ancora di questa affermazione di Priamo, assai significative si rivelano le parole che Omero attribuisce al 'coro' dei vecchi nel suo insieme, ai vv. 156 ss. Nel vedere Elena che si avvicina, essi infatti si dicono l'un l'altro: "Non è certo un biasimo, se per questa donna Troiani e Achei sopportano infiniti dolori: terribilmente somiglia nell'aspetto alle dee immortali. Ma tuttavia, pur essendo così bella, è meglio che ritorni alle navi dei Greci, perché a noi e ai nostri figli non resti sventura in futuro". Anche in questo caso, l'accettazione della colpa trova ragioni non solo umane, ma più ampie, aperte all'indagine delle leggi stesse della realtà. Come nel VI libro Elena darà una ragione della sua colpa nel poter essere cantata dai posteri -una giustificazione 'estetica' del dolore, che può dar vita alla poesia-, così i vecchi troiani trovano una ragione essenziale ed universale del medesimo problema: la bellezza di Elena è divina, e come tale deve essere accettata insieme a tutte le conseguenze che da tale eccezionalità derivano. Un dono degli dèi non può essere rifiutato - questo è un tema che percorre tutti i significati etici dei poemi omerici: e l'azione del divino sull'umano giustifica gli accadimenti dolorosi originati dal suo manifestarsi  nella bellezza di Elena.
Del resto l'eccezionalità divina della bellezza di Elena, insieme alla sua solitudine, al suo isolamento all'interno della società, sono gli elementi che permettono di cogliere nella sua figura una particolare risonanza col personaggio di Achille, un parallelismo di esistenze e figure che verrà sottolineato anche da più tarde versioni del mito. Anche Achille rappresenta l'eroe divino e come tale diverso: quindi isolato. Come Elena, è condannato a subire la propria eccezionalità come solitudine, e dopo la morte di Patroclo ogni possibilità di comunicazione gli è preclusa. Come per Elena, anche per Achille è la sua eccezionalità a condizionarne - dolorosamente  e inevitabilmente - le scelte. Il dramma del suo destino e la fatalità di una morte improcrastinabile emergono dalle parole del colloquio con la madre Teti nel primo canto. Eccezionalità è diversità, e dunque il dolore di partecipare di un'esistenza segnata, sì, dall'eccellenza, ma quasi come necessità imposta dall'alto, che non ripaga il dover rinunciare alla vita. Achille chiarisce l'orrore della sua scelta - il divino eroismo, la superiorità assoluta in cambio di una vita brevissima e drammatica - nel famoso passo del canto XI dell'Odissea, la nekyia,  quando, ai vv. 487 ss. l'ombra dell'eroe così risponde a Odisseo, che onora in lui il più grande anche fra i morti: "Non lodarmi la morte. Vorrei essere bifolco, servire un padrone, un diseredato, che non avesse ricchezza, piuttosto che dominare su tutte le ombre consunte". Qui Achille, segnala ancora una volta come l'eccezionalità altro non sia che dolore e morte, e quanto sarebbe stata preferibile una vita banale, ma lunga e serena : è un altro dei fili che collegano Achille ad Elena, questo rimpianto di una vita 'normale'. Tutte queste consonanze fra i due personaggi trovano sviluppo nella vicenda mitica che unisce Elena e Achille dopo la loro morte. Si tratta forse di una vicenda parallela non ignota allo stesso Omero, come sembrano rivelare alcune allusioni, ma che certo diventa più popolare in epoche successive. Secondo tale versione del mito, dopo la morte Elena e Achille si sposano e, ormai assurti alla gloria divina, trasmigrano nell' Isola Bianca, dove vivranno in una dimensione di definitiva separazione dal mondo. Qui, in un luogo che ancora una volta segna la loro differenza da tutto il genere umano, le loro due solitudini si incontrano e finalmente si compensano. La loro diversità terrena è così ricambiata  dalla beatitudine della condizione di divinità.
La figura di Elena nell’Iliade ha ancora un momento molto significativo che deve essere considerato prima di passare a vederne i successivi sviluppi: si tratta del famoso incontro d’amore tra Elena e Paride voluto da Afrodite, che chiude il terzo canto. Qui, ai vv. 383 ss., si svolge uno dei dialoghi più significativi tra mortali ed eterni. Afrodite, dopo aver assunto le sembianze di un' anziana nutrice, si reca da Elena che ancora si intrattiene sulle mura di Troia, e le ingiunge di recarsi nel talamo in cui la dea ha condotto Paride dopo averlo salvato dal duello contro Menelao; ma Elena riconosce, pur sotto le sembianze umane, la divinità che ha determinato tutta la sua vita e si scaglia con parole durissime contro la volontà divina: Elena si oppone alle richieste della dea, e addirittura la insulta come responsabile di tutte le sue sventure, rifiuta obbedienza al suo ordine e le chiede di essere sciolta dal vincolo dell’amore che come un’ossessione ha distrutto tutta la sua vita. Naturalmente una simile ribellione non sortisce alcun effetto: immediatamente la dea ristabilisce le distanze con la donna mortale, ribadendo la necessità che ella si pieghi alla forza dell’amore. Così, Elena è costretta a sottomettersi alla potenza del nume, ma nello scontro verbale ha l’occasione di porre in luce la responsabilità di Afrodite, allontanando da sé la colpa e attribuendo alla dea la causa della propria  rovinosa esistenza.
Da questo si può vedere come il problema della colpa nell’Iliade non sia in realtà risolto: accanto a passi in cui il personaggio di Elena si presenta come colpevole di un errore volontario, come adultera che tale ha scelto di essere, ne abbiamo altri in cui tutta la responsabilità della colpa da lei commessa viene scaricata sulla divinità che ha voluto così: questo è indice forse di una posizione mitica del personaggio non compiutamente risolta, ma più probabilmente della coesistenza in esso della duplicità di interpretazione della colpa, che appare allo stesso tempo all’autore volontaria ed involontaria.

 

L’Odissea, la variante stesicorea del mito e Saffo

Nell'Odissea il personaggio di Elena appare completamente diverso: tutto questo viene superato. La troviamo in momenti non particolarmente importanti, nei libri IV e XV, quando Telemaco si reca alla corte di Menelao. Qui Elena compare come regina, mostrando di possedere tutte le peculiarità della brava sposa e dell’ottima ospite, che presenta a Telemaco doni per il suo futuro matrimonio, e che vive in perfetto accordo con il marito: la visione è apparentemente improntata ad un criterio di pacificazione, ma un particolare mitico abbastanza interessante la riporta nuovamente alla sfera afroditica con tutto ciò che ad essa è connesso. Nel IV libro (220 ss.) vediamo che la donna è infatti intenta a preparare per gli ospiti, per lenire il dolore  del ricordo della guerra di Troia e l’ansia di Telemaco per la sorte del padre, un intruglio con delle erbe in grado di far dimenticare i mali . Queste droghe le sono state donate da una donna egizia, maga e incantatrice; proprio questo è l’elemento che riporta Elena all’ambito afroditico: l' unione di amore e arti magiche è presente nel mito fin dall’inizio e in Omero è richiamata nelle figure di Circe e di Calipso. Nel caso di Elena, questo elemento ricorda , pur nella situazione serena evocata nell'Odissea, la sua natura di diversa: Elena partecipa qui della figura della maga, personaggio questo, in tutte le sue diverse prospettive (si pensi a Medea!) , sempre isolato, guardato con sospetto per le sue conoscenze occulte - di nuovo, dunque, una figura del diverso.
Questa è la vicenda omerica di Elena: non ci sono altri luoghi importanti in cui si parli di lei. Importantissima però è la convinzione, espressa più volte in entrambi i poemi e da parte di entrambi i popoli avversari che tante sofferenze, una guerra tanto lunga  e tanti lutti si debbano in fondo ad una causa sciocca, banale, come l’amore di una donna, un tradimento: se Priamo trova giustificazione alla guerra nella bellezza di Elena, non così i combattenti, che trovano nella inconsistenza del motivo della guerra un motivo di costante sofferenza. Anche questo è un dato importante nel seguito della storia di Elena, perché si ricollega al mito alternativo a quello omerico, cioè a quello stesicoreo. La versione stesicorea del mito di Elena  è databile nella prima metà del VI sec. a. C., e può essere considerata come la prima attestazione del la storia che prevedeva la falsa presenza del personaggio di Elena a Troia. Le fonti antiche raccontano che Stesicoro, dopo aver raccontato di Elena seguendo la versione omerica del mito, sarebbe diventato cieco e per riacquistare la vista avrebbe composto una palinodia (o forse anche due) che scagionasse la donna dalla sua colpa. Secondo tale versione, che non possediamo e possiamo dunque soltanto ricostruire dalle citazioni antiche, la causa della guerra di Troia non si dovrebbe ascrivere ad Elena in quanto personaggio reale, bensì a un eidolon dotato delle sue sembianze, un fantasma di nubi e fumo forgiato dalla divinità: Zeus avrebbe trasferito la vera Elena alla corte del re Proteo in Egitto, mentre Paride avrebbe condotto con sé soltanto quella copia che ovviamente rifulgeva della medesima bellezza. Quindi tutto ciò che venne imputato ad Elena  come colpa, in realtà sarebbe stato commesso da questo fantasma: la vera Elena, saggia ed ancora innamorata del marito Menelao, avrebbe nel corso della guerra di Troia soggiornato in Egitto. Questa versione, come si può facilmente capire, ha un’importanza determinante per le riflessioni che si possono riconnettere ad essa, innanzitutto per quel che riguarda il tema della futilità del motivo che ha scatenato la guerra. Se già gli eroi omerici lamentavano questo fatto in riferimento alla vera Elena, la sostituzione ad essa di un fantasma di nubi e fumo non può che esasperare il senso di vanità della guerra  intrapresa per esso. Dunque il movente della guerra sarebbe ancora più  evanescente: e questa idea della sproporzione tra l'immenso dolore e l'ingannevole inesistenza della causa è lo snodo meditativo che apre la grande strada euripidea della riflessione sulla vanità delle cose, sulla inconsistenza del reale e delle motivazioni che spingono gli uomini ad agire, sull'inganno dei sensi e dell'intelligenza che costituiscono per l'uomo la sola realtà possibile. Prima però di arrivare ad essa, troviamo almeno altri due momenti estremamente significativi, dei quali certamente Euripide terrà conto.
Innanzitutto, la figura di Elena è contemplata anche dalla lirica di Saffo, e le offre  lo spunto per fare un’affermazione solo all’apparenza banale, ma in realtà di una novità dirompente. Nel famoso frammento "La cosa più bella" (fr. 16 Voigt), Saffo, secondo un criterio arcaico di ricerca del meglio in ogni ambito, elenca ciò che per altri soddisfa questo criterio di eccellenza, e a questo elenco contrappone la propria opinione: non un esercito di fanti, o una flotta di navi, o altro, ma "ciò che uno ama" è la cosa  più bella. E spiegare tutto questo, prosegue la poetessa, è molto facile: Elena, che pure era moglie di un re,  preferì abbandonare il talamo e la figlia e i genitori per fuggire per seguire la cosa per lei più bella, ciò che amava. Un’affermazione del genere a noi può apparire ovvia, ma se ci si riporta alla cultura dell’epoca arcaica, e all’istanza di affermazione della propria individualità che si esprime nella poesia lirica, e che era per Saffo l’oggetto primario della poesia, si può vedere quanta importanza essa abbia. Poter dire attraverso il personaggio di Elena che ciò che ciascuno di noi ama è la cosa più bella pone ancora una volta l’accento sul problema della volontarietà dell’azione che è insito nel personaggio di Elena: avendo trascurato tutti i valori etici per seguire la propria inclinazione personale, abbandonando la famiglia e il marito, ella rappresenta la libertà di sentimento e di azione anche nella sua dimensione distruttiva, e Saffo coglie proprio questi momenti eticamente anomali, giustificandoli: per la poetessa, Elena diventa il simbolo di una libertà di azione certamente auspicabile e non certo condannabile.

 

L’Encomio di Elena di Gorgia

L’altro grande passo nella storia del personaggio di Elena che viene elaborato contemporaneamente alla meditazione euripidea e che sembra influenzare alcune affermazione dell'Elena, è costituito dallo stupendo Encomio di Elena del sofista Gorgia. Di lui non possediamo sicuramente quanto vorremmo, ma quello che ci è rimasto della sua opera lascia intuire una personalità straordinaria ed acuta, anticipatrice di moltissimi spunti che verranno sviluppati dalla cultura successiva. L’Encomio viene datato intorno al  415 a. C.: si tratta di uno scritto in prosa che precede la tragedia di Euripide (412), e che consiste in una sorta di esercitazione retorica, un gioco in cui egli intende mostrare lo straordinario potere persuasivo della parola pronunciando un discorso di difesa del personaggio mitico di Elena: il proposito dell’autore è di giustificare la donna e di dimostrare la sua incolpevolezza per quel che riguarda la guerra di Troia. Il vero scopo dell’opera tuttavia è di dimostrare che il logos  è "un potente sovrano che con un corpo minuscolo e persino invisibile compie opere divine: pone fine al timore, libera dal dolore, suscita la gioia, accresce la pietà". La parola è dunque un fenomeno in grado di rapire la mente dell' uomo e di immedesimarla in altro da sé agendo in maniera determinante sulla psiche del singolo. Se dunque Elena seguì volontariamente Paride, neppure in questo caso, secondo Gorgia, può essere ritenuta colpevole: tale è la seduzione e la lusinga della parola, tale il suo potere di stravolgimento del reale, che la volontà umana risulta annullata dalle forza psicagogiche di un'arma di persuasione che travolge nell'inganno il giudizio e la capacità di distinguere il reale. Del resto, come il personaggio di Elena portasse in sé, attraverso tutte le epoche e le diverse interpretazioni, quest'idea dell'inganno della mente e dei sensi,  e questa connessione con la sviante pluralità del fenomenico, è testimoniato da tutte le varianti del mito che insistono sulla duplicità, o sulla molteplicità, di tutti gli elementi che nella figura di Elena confluiscono, nonché dall'amplissima gamma di varianti, che fanno intravedere in Elena un personaggio per certi aspetti fluido, non univoco miticamente, quasi che il suo significato stesso fosse quello della inafferrabilità. Da autori come Pausania e Apollodoro veniamo a conoscenza di varianti che alludono tutte alla duplicità del personaggio. Le vengono  attribuite due madri, una mortale, Leda, ed una divina, Nemesi: quest'ultima, cosa assai interessante, è divinità dotata di poteri di trasformazione (con i quali tentò di sottrarsi all'unione voluta da Zeus), elemento questo che ben si adatta alla genealogia di un personaggio multiforme quale Elena sembra rivelarsi. Ma Elena ha anche due padri, Tindaro, marito di Leda; ha due fratelli gemelli fra di loro, i Dioscuri Castore e Polluce; ha due mariti, Paride e Menelao; ma sappiamo che il mito attribuì ad Elena molti altri mariti, tra i quali  Teseo, che la rapì quando era ancora bambina;  Deifobo, fratello di Paride e infine Achille, con il  quale andò a vivere nell' Isola Bianca. Tutto ciò permette di caratterizzare il personaggio all' insegna della pluralità e del trasformismo: Elena serba la potenzialità della metamorfosi e rimane creatura del dubbio, dell'inganno, della inconsistenza del  fenomeno, connessa all' idea di una realtà in continuo divenire.

 

Le Troiane e l’Elena di Euripide.

Nel 415 Euripide compone le Troiane attenendosi alla tradizione omerica, ma attingendo alle riflessioni avviate dalla Sofistica. Durante la discussione con Ecuba, regina di Troia, Elena pronuncia un discorso apologetico in cui, avvalendosi del ragionamento sofistico, intende non soltanto dimostrare la propria innocenza, ma soprattutto presentarsi come colei che ha salvato la Grecità assicurando ad Afrodite la vittoria nella contesa tra le dee. Se avessero vinto Era o Atena, i Greci avrebbero certamente subito la dominazione di Paride e del mondo asiatico: la guerra di Troia va dunque considerata come il minore dei mali rispetto ad una possibile invasione. Ecuba, personaggio pensante, caratterizzato da una solida razionalità, non si lascia ingannare e controbatte smascherando l' incantesimo della parola, criticando i dati dell' epos e invalidando la pura abilità retorica: è proprio di una vieta argomentazione e di un pregiudizio ormai superato l' attribuire colpe agli dei ed è invece utile procedere nella ricerca del vero senza lasciarsi ammaliare dal  logos, sottile ingannatore.
Euripide dedica al personaggio di Elena un' intera tragedia a lei intitolata; qui l' autore si attiene alla versione stesicorea del mito, differenziando il dramma da quello delle Troiane. Paride ha condotto con sé a Troia un' immagine fittizia di Elena: il vero personaggio è in Egitto. Dopo la morte del suo protettore Proteo, il figlio di lui Teoclimeno la incalza con profferte nuziali, costringendola a rifugiarsi presso la tomba del padre. A questo punto inizia la vicenda: sopraggiunge Teucro, in viaggio verso Cipro, che le riferisce la ferale notizia della morte di Menelao. Angosciata Elena vorrebbe darsi la morte, ma il coro di schiave greche la persuade a entrare nella reggia per consultare la profetessa Teonoe, sorella del re. Approda alla costa egizia Menelao con il fantasma che secondo le sue convinzioni è l' autentica Elena, la quale invece, confortata da Teonoe, ricompare sulla scena; segue il riconoscimento tra marito e moglie, difficile dal momento che Menelao pensa di avere di fronte un eidolon, e non la vera Elena. Subito dopo la situazione si prospetta di grande pericolosità, poiché Teoclimeno minaccia di morte tutti gli stranieri. Con la complicità di Teonoe, viene attuato il piano ideato da Elena: sotto le mentite spoglie di un marinaio naufrago, Menelao convince con parole ingannevoli Teoclimeno della morte di Menelao stesso, così da consentire a Elena di ottenere il permesso di celebrare in mare un sacrificio per il marito. La nave concessa da Teoclimeno serve in realtà ai due sposi per fuggire verso la Grecia; appresa la notizia della loro fuga, il re vorrebbe vendicarsi di Teonoe, ma i Dioscuri intervengono a placarlo. In questa tragedia Euripide esprime palesemente il proprio pensiero: Elena è il simbolo della poliedricità del reale e la vita stessa diviene un eidolon, un sogno evanescente e umbratile in cui avviene un sostanziale scambio tra verità e realtà; attraverso il dramma tragico Euripide riflette anche sulla natura del divino che risulta indefinibile e la cui analisi termina inevitabilmente nel dubbio. L'inganno intorno alla vera natura di Elena, che coinvolge tutti i personaggi, determina un'angosciosa diffidenza sulla natura stessa del reale, fino al riconoscimento che forse non solo il fenomenico è soggetto all'errore, ma anche la realtà stessa è priva di logica. Tutto è vano e inconoscibile, tutto è cangiante, e il non capire cosa esiste davvero e cosa no porta alla rinuncia totale e all'incredulità in qualsiasi forma di esistenza, umana e divina.

 

 

 

Altre varianti del mito

E' certo da tener presente che l'importanza di Elena si fonda sulla sua natura ben più solida che non quella soltanto di personaggio letterario. Le possibilità d'indagine a lei connesse trovano certamente base sulla realtà divina di Elena stessa. In ambito spartano, e dunque in tutti i territori controllati da Sparta o da questa città colonizzati, Elena è vera e propria divinità, con un suo culto attestato da rituali precisi. Abbiamo notizie, ad esempio, di rituali di fanciulle connessi al culto di Elena dendritis, l'Elena degli alberi, collegato in epoca posteriore, ma certo in modo arbitrario, ad una variante del mito di cui parla Pausania, e che prevedeva la morte di Elena per impiccagione, secondo uno schema che la accomuna ad altre figure di fanciulle impiccate, quali Erigone o la delfica Carilla. Proprio alla natura divina di Elena fa riferimento l'Idillio XVIII di Teocrito, in cui le fanciulle spartane rimpiangono l'amica andata sposa a Menelao, e ricordano con nostalgia tutti i giorni felici della loro giovinezza di libertà sulle rive dell'Eurota. Qui Elena è vista come figura luminosa di giovinetta eccezionale, il cui ricordo è destinato a originare i gesti rituali delle fanciulle che nel tempo ne eterneranno la bellezza e la divinità.
Ancora una diversa prospettiva compare in una interpretazione posteriore del personaggio di Elena. Quinto Smirneo, nel suo poema in quattordici libri, i Posthomerica, attribuibili alla seconda metà del III sec. dopo Cristo, che riprendono la narrazione delle vicende troiane dove Omero l'aveva interrotta, ossia dopo la morte di Ettore, fa di Elena una figura sensuale e lacerata di adultera pentita. Ciò che a Quinto interessa è indagare i tormenti che coinvolgono Elena e Menelao nel momento in cui la donna, dopo la morte di Paride e la vittoria dei Greci, cerca di farsi riaccettare dal primo marito. Quinto indaga tutti i contrasti fra rinnovato amore e orgoglio ferito, seduzione dei sensi e desiderio di vendetta, in un quadro barocco che vede la figura dell'adultera chiedere pietà con i capelli scarmigliati e il volto lacero, ben consapevole tuttavia del trionfo della sua forza seduttiva. Ancora su questa linea tutta umana di interpretazione - che ha ormai abbandonato significazioni etiche o religiose, o allusioni universali alla natura del reale - è il poemetto di Colluto, Il rapimento di Elena, databile alla prima metà del VI sec. dopo Cristo. Non è certo opera di altissima poesia, ma quello che importa è vedere come Colluto sfrutti la vicenda del rapimento di Elena secondo un'altra angolazione, davvero nuova. Qui grande risalto assume la figura di Ermione, la figlia di Elena, abbandonata a Sparta. Il poeta descrive l'angoscia della fanciulla che non sa spiegarsi l'improvvisa scomparsa della madre. Nella frenesia di questa incomprensibile solitudine, Ermione cerca la madre per monti e valli, e non si dà pace per un abbandono che non sa spiegare. Le ragioni indagate sono qui quelle di chi resta. di chi è escluso dalla vicenda, e ne subisce soltanto le conseguenze, senza poter essere personaggio attivo in essa. E' evidente che Colluto utilizza la storia di Elena per indagare la prospettiva tutta umana e soggettiva del lutto e della lacerazione dell'abbandono, per approfondire il dramma infantile della perdita. Si tratta dunque ancora una volta di possibilità interessantissima offerta al poeta dalla figura di Elena. Abbandonata ormai la meditazione più universale sulle ragioni della colpa, sulla natura molteplice e proteiforme del reale - che negli autori precedenti il personaggio di Elena aveva ispirato - resta ancora questa volontà di percorrere, grazie a lei, i sentieri della mente umana e del sentimento, in una dimensione più limitata ma certo quanto mai moderna.

 

COMMENTO

 

Le Troiane si possono definire una tragedia atipica. Difatti, invece che ai combattimenti e alle situazioni di azione, che dominano la  maggior parte dei drammi teatrali, qui lo spazio è dedicato al lamento e alla sofferenza, al dolore ed alla frustrazione.

Euripide infatti esamina il punto di vista delle donne troiane, sopravvissute alla Iliou persiV e alla morte dei loro consorti, sottolineando la loro angoscia per l’imminente partenza verso la Grecia; qui diverranno serve o concubine dei vincitori e a nulla varrà il prestigio - pensiamo ad Ecuba e ad Andromaca - che esse possedevano a Troia. Fortissimo dunque nella tragedia è il pathos; il personaggio sicuramente più legato alla linea patetica è Ecuba. Costei è presente sulla scena dall’inizio alla fine, secondo un modulo tutt’altro che consueto, e questa sua permanenza accresce la drammaticità: infatti, mentre lei non si sottrae mai all’occhio dello spettatore, Cassandra e Andromaca entrano in scena e ne escono per lasciare la città, e Astianatte addirittura vienne portato via per essere ucciso; dunque si sottolinea il dolore di chi resta, il dolore di chi è superstite ma anche consapevole del triste destino che lo attende. Funzionale al pathos è, inoltre, la gestualità della regale troiana; nel prologo Ecuba è già distesa a terra e con questa presentazione all’inizio della tragedia, Euripide vuole evidenziare, anche a livello di spettacolarità, l’acuta sofferenza della donna. Ecuba, inoltre, compie ripetutamente gesti luttuosi, alla notizia di essere stata assegnata ad Odisseo, artefice di mali, durante la partenza di Cassandra e soprattutto quando Astianatte e Andromaca vengono portati via; ivi infatti, colpendosi la testa ed il petto, fa emergere attraverso la mimica tutta la sua amarezza ed il suo dolore. Ma al di là della gestualità, per accrescere il pathos, viene utilizzato abbondantemente lo strumento della parola. Staordinario è il discorso che conclude il primo episodio (vv. 466-510), in cui Ecuba ripercorre tristemente la sua vita felice - regina e madre di cinquanta figli eccellenti - e si abbandona allo sconforto presagendo le sventure che ancora dovrà sopportare “ per le sole nozze di una sola donna”; degno di nota è la conclusione di questo monologo con una gnome tipicamente greca: “ Di quelli che sono fortunati non ritenete nessuno felice, prima che muoia”, pensiero presente ad esempio in Erodoto ma anche nei poeti lirici, come Simonide, per dirne uno. Fortemente commovente è anche il discorso di Ecuba in presenza del cadavere di Astianatte, deposto sullo scudo di Ettore, nel quale la donna si rivolge prima ad Astianatte compiangendolo affettuosamente e poi allo scudo del figlio, in ricordo delle numerose imprese del guerriero; anche questo lamento funebre termina con una frase di carattere gnomico: “ Stolto è tra i mortali colui che, ritenendo di avere saldamente buona fortuna, se ne compiace. Per i suoi comportamenti la fortuna, come un uomo capriccioso, salta ora qua ora là, e nessuno mai sarà felice”. Notevole è anche il fatto che la tragedia si concluda proprio con un dialogo lirico tra Ecuba ed il coro, tutto rapportato alla tonalità del lamento. E dunque, i gemiti finali indicano un cupo e desolato avviarsi verso una meta ancora incerta e un triste dipartirsi dalla patria in fiamme.

Dalla riflessione sul dolore e sull’afflizione delle donne di Troia, Euripide fa emergere due temi importanti: in primo luogo quello delle sofferenze derivate dalla guerra. Dalla loro rappresentazione scaturiva anche un messaggio che andava al di là della commiserazione e si poneva nella dimensione del politico: un messaggio antibellicista che non poteva non rapportarsi alla situazione politico-militare ateniese contemporanea alla rappresentazione delle Troiane. Sicuramente gli Ateniesi che assistevano alla tragedia, dovevano pensare alla spedizione militare messa in atto in quel periodo dalla grande potenza attica contro la piccola isola di Melo, che aveva osato opporre resistenza all’egemonia ateniese. Questa grande iniziativa militare, che si concluse con la distruzione di Melo, era la prima dopo la pace del 421 e dunque deluse tutti coloro che, come Euripide, erano favorevoli ad una  politica pacifista. Questo messaggio antibellicista si riscontra anche nelle parole di Cassandra (353- 405), la quale, oltre a predire la distruzione della casa di Atreo, sostiene che i troiani sono più felici degli Achei perché questi sono morti lontano dalla patria e dai loro cari, quelli sono caduti invece in difesa della loro patria e onorati dalle mogli e dai parenti. Ad ogni modo afferma che le sofferenze belliche colpiscono non solo i vinti ma anche i vincitori e conclude dicendo: “Feugein men oun crh polemon ostiV eu fronei” ( Deve dunque evitare la guerra chi è assennato).

L’altro tema importante delle Troiane è quello del ruolo della divinità e della crisi della teodicea. La preponderante ricerca di effetti patetici, l’evidenziazione della sofferenza della protagonista e anche l’atmosfera desolata che pervade tutta la tragedia fino al termine, hanno dietro di sé uno sfondo ideologico, che consiste giustappunto nella messa in crisi della teodicea, della fiducia che nelle humanae res trovi realizzazione un disegno divino di giustizia. Nel terzo stasimo, infatti, Zeus viene accusato di aver consegnato ai Greci la rocca di Ilio e il coro si chiede se il dio si prenda pensiero della infeilicità dei troiani. Nel secondo episodio si colloca invece l’affermazione di Andromaca secondo cui gli dei hanno voluto il male dei troiani. Anche Ecuba è portatrice di questa linea di dicsorso; dapprima si richiama alla tesi tradizionale, già esiodea, per cui gli dei esaltano chi è in basso e buttano giù chi gode di grande prestigio, tesi che si ricollega al tema della mutevolezza della fortuna (cfr. Erodoto, Creso e Solone, ma anche Simonide di Ceo, Threnos per gli Scopadi ). In seguito Ecuba esprime, a conclusione dell’allocuzione ad Astianatte cadavere, la convinzione che gli dei volessero le sofferenze che ella e le altre troiane stavano patendo, e che avessero in odio la città. Qualche verso dopo, avendo invocato gli dei, Ecuba si chiede subito perché ella lo abbia fatto, dal momento che anche in precedenza essi, pur invocati, non hanno prestato aiuto. La fiducia nella giustizia degli dei appare dunque compromessa e l’immagine stessa della divinità viene messa in discussione.

Il problema della teodicea, tipico del mondo greco, lo ritroviamo anche nel mondo cristiano, dove si discuteva la frase : “Si deus est, unde malum? Si deus non est, unde bonum”; lo stesso Dante nel VI canto del Purgatorio, all’interno dell’apostrofe all’Italia, diceva: “ E se licito m’è, o sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso, / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? ”. Anche oggi esiste il problema di come conciliare il male, le sofferenze e le molte guerre che devastano il nostro pianeta con l’esistenza e la benevolenza di Dio.

Ad ogni modo, la speranza nostra è che le Troiane, tragedia del lutto, del dolore e delle sofferenze derivate dalla guerra,  possano fungere da deterrente.

 

Storia Grecia antica

 

L’ acropoli di Atene

 

Il termine acropoli indica la parte alta di una città greca antica, fortificata per la difesa e che in genere sorgeva su un’altura. In generale ospitava importanti centri di culto.

L’Acropoli più famosa dell’antichità, capolavoro dell’arte greca, è quella di Atene; formazione rocciosa naturale alta circa 150 metri, fu come tutte le altre città della civiltà micenea coronata da imponenti edifici fortificati. Agli inizi del VI secolo a.C. fu posta la prima pietra del tempio di Atena, la dea protettrice della città, meglio noto come Hecatòmpedos.

La vittoria dei greci sui persiani nella battaglia di Maratona (490 a.C.) spinse gli ateniesi a intraprendere una ambizioso programma di costruzioni, nel quale l’erezione di templi dedicati agli dei rappresentava la celebrazione della vittoria. Il progetto più imponente fu l’edificazione del primo tempio marmoreo dell’Acropoli: erano già state gettate le fondamenta e i lavori del colonnato marmoreo erano ormai in fase avanzata, quando i persiani sconfissero i greci alle Termopili e saccheggiarono Atene, distruggendo l’Acropoli. Dopo la vittoria decisiva sui persiani, nella battaglia di Platea, gli ateniesi giurarono di non costruire i templi sull’Acropoli per i successivi 30 anni, come monito dell’empietà commessa dai persiani contro gli dei.

Fu Pericle, figura di spicco della vita politica ateniese del V secolo a.C., che decise di riprendere i lavori di costruzione su scala monumentale, per rilanciare Atene come capitale culturale della Grecia. Il suo ambizioso progetto si concluse con la costruzione del Partenone e dei Propilei e, dopo la sua morte, del tempio di Atena Nike e dell’Eretteo. Il progetto fu finanziato dalle tesorerie dei templi e da altre pubbliche istituzioni, con il bottino ricavato dalle guerre persiane e con i tributi annuali che altre città della Grecia versavano ad Atene.

 

Il Partenone

 

Il Partenone è l’edificio principale dell’Acropoli e maggior tempio dedicato ad Atena del mondo greco. Occupa il posto di due templi più antichi: l’Hecatòmpedos.

Fu interamente costruito con il marmo delle celebri cave del monte Pentelico dagli architetti Callicrate e Ictino. Lungo circa 70 m e largo circa 31 è uno dei più ampli, nonché splendidi esempi di tempio dorico. Il colonnato si distingue in una sezione frontale, composta da otto colonne, e una laterale, composta da diciassette.

Il santuario interno era suddiviso in due settori ognuno proceduto da un portico poco profondo. Il soffitto della sala più ampia, a est, che conteneva la grande statua Crisoelefantina (cioè di legno, con le parti nude d’avorio e i vestiti d’oro) di Atena, protettrice della città, poggiava su un colonnato dorico a due ordini su tre lati. Quello della stanza più piccola, a ovest, era sorretto da quattro alte colonne ioniche.

Le decorazioni scultoree del Partenone furono progettate e disegnate da Fidia, a cui era stata affidata la carica di epìscopos, doveva cioè sovrintendere e coordinare i lavori degli scultori, pittori e architetti che venivano via via coinvolti. Le mètope inserite sul lato orientale raffiguravano la battaglia dei giganti, quelle sul lato occidentale la battaglia con le Amazzoni, quelle sul lato settentrionale la caduta di Troia e quelle sul lato meridionale la battaglia dei lapiti e dei centauri. Sul fronte orientale era rappresentato il momento della nascita di Atena, circondata dagli Dei dell’Olimpo, su quello occidentale la sua contesa con Poseidone per il possesso dell’Attica. Il fregio, lungo 160 m, conteneva la raffigurazione di una processione che iniziava all’estremità occidentale del tempio e continuava, su entrambi i lati, verso est. Il soggetto della processione, era probabilmente uno degli eventi religiosi più importanti di Atene.

 

I Propilei

 

I Propilei erano un’entrata monumentale formata da un portico a colonne posto prima di una porta. Il più importante fu quello costruito sull’Acropoli da Mnesicle, interamente in marmo bianco. L’opera rimase incompiuta, probabilmente a causa dell’inizio della guerra peloponnesiaca. Questo costituisce l’unica via di accesso alla rocca sacra. Nei Propilei di Atene si realizza per la prima volta la più elegante combinazione tra ordine dorico e ionico: all’esterno il portico presenta infatti sei colonne doriche coronate da un frontone triangolare, mentre la parte interna è divisa in tre parti da due file di tre colonne ioniche, che sorreggevano un soffitto a cassettoni. Ai lati dei Propilei furono realizzate due sale, una delle quali (quella settentrionale), adibita a Pinacoteca.

 

Il Tempio di Atena Nike

 

Dopo l’accordo stipulato tra Atene e Sparta nel 421 a.C. durante la guerra del Peloponneso (Pace di Nicia), accordo che riconosceva lo statu quo in Grecia, allora favorevolissimo ad Atene, fu costruito a lato dei Propilei, su un bastione che sporge in avanti dall’Acropoli, un tempio in onore di Atena (protettrice della città) vittoriosa (nike, in greco, significa vittoria). Il tempio, vero capolavoro in miniatura dell’arte ionico-attica, dominava dalla sua posizione l’intero paesaggio ateniese come simbolo della città vittoriosa. Di struttura quadrangolare, il tempio presenta un portico a quattro colonne su ognuna della facciate, valorizzato, per contrasto, dai muri pieni laterali; il fregio rappresentava sulla facciata un’assemblea divina, sugli altri lati episodi delle guerre persiane (es. la battaglia di Platea), in cui era stato determinante il ruolo di Atene. Tra il 411 e il 407 a.C., nonostante la tremenda sconfitta di Atene in Sicilia e l’accentuarsi delle difficoltà (economiche, politiche e militari) della guerra contro Sparta e i suoi alleati, furono poste sul parapetto del tempio alcune Vittorie. Si tratta di una delle ultime manifestazioni dell’ottimismo ufficiale. Di lì a breve (404 a.C.) Atene avrebbe dovuto arrendersi definitivamente a Sparta.

 

L’Eretteo

 

Questo tempio, che ha preso il nome da uno dei mitici re di Atene (costruito da Filocle dal 421 al 406 a.C.), sorgeva sul luogo sacro dove rimanevano i segni della contesa tra Poseidone e Atena per il possesso dell’Acropoli, cioè la thalassa, o polla d’acqua sacra, scaturita sotto il tridente di Poseidone, e l’ulivo, nato dalla lancia di Atena. Vi si conserva inoltre la tomba di Cecrope, mitico re attico. La varietà dei culti associati all’Eretteo spiega la singolarità della pianta: il corpo principale è un tempio ionico, ad est, con pronao esastilo, di fronte alla cella di Atena; a nord si trova un vestibolo ionico tetrastilo, conducente alla cella di Poseidone, e a sud un’elegante loggetta con sei cariatidi che portava alla tomba di Cecrope. Adiacente ad ovest era il Pandroseion, recinto sacro caro a Pandroso, con l’ulivo sacro ad Atene. Le cariatidi si possono attribuire al laboratorio di Alcamene. All’interno dell’edificio è conservata la più sacra immagine della dea Atena, una statua lignea. L’edificio è senz’altro privo di quel senso di unità e di armonia che domina l’arte classica, l’insieme rimane privo di coerenza. Tuttavia una nota costante nelle diverse parti dell’edificio può essere individuata nella ricerca di raffinati valori decorativi (il portico dedicato a Poseidone è uno dei capolavori dello stile ionico-decorativo, mentre il baldacchino delle cariatidi, pur eseguito come eco lontana dei tesori ionici di Delfi, rivela una tendenza alla ricchezza ornamentale).

 

Storia Grecia antica

 

LA "ELETTRA" DI SOFOCLE

 

La tragedia senza tragico.

Le "Coefore" di Eschilo rappresentavano l'evento centrale della trilogia che narrava il mito degli Atridi, il matricidio commesso dai due fratelli Elettra ed Oreste. Ma se nell'opera del suo predecessore il senso tragico era reso con molta efficacia concentrando l'attenzione sul personaggio di Oreste, nella "Elettra" di Sofocle questa concentrazione si sposta evidentemente sulla sorella, che mostra tutta la sua determinazione a voler porre fine agli abusi subiti da parte della madre Clitennestra e del suo amante Egisto, dopo che questi hanno ucciso suo padre Agamennone. Il matricidio diviene qui una conseguenza inevitabile, non costituisce più il fulcro problematico della tragedia: in questo senso diciamo che l'opera di Sofocle è una "tragedia senza tragico". Ma quali sono le ragioni che spingono Elettra a desiderare così ardentemente la morte della madre? Ci troviamo ancora di fronte ad una vendetta commessa per adempiere alla volontà di un dio, per rendere giustizia al padre defunto?

Pare proprio di no. Elettra è ritratta da Sofocle con straordinaria profondità psicologica, il suo disagio di fronte ad una libertà che le è stata sottratta dal dispotico Egisto ed alla meschinità della madre, sfocia in un odio incontenibile che la porterà alla vendetta senza che questo le provochi rimorso o la macchi di una qualche colpa. Ma questo va inevitabilmente a scontrarsi con una morale che non accetta più la vendetta, con una società che condanna il delitto e le intenzioni con le quali è stato compiuto: questa incompatibilità tenta di essere risolta offrendo un quadro completo della situazione in cui si trova Elettra dopo la morte del padre, in cui il matricidio è l'unica possibilità per potersi riappropriare del proprio destino, della propria libertà. Ma questa volontà disperata di appropriarsi del proprio destino non è forse una condizione comune a tutti gli uomini ?

L'esistenza non è, forse, una continua lotta contro coloro che ostacolano questo raggiungimento ?

Nell'Atene democratica, in cui il "kràtos" è appunto nelle mani della collettività, non c'è spazio per l'individualismo dei personaggi di Sofocle, non è ammessa la realizzazione di una felicità al di fuori di una morale assoluta e generale.

Il dramma si apre con il contrasto tra Elettra e Clitennestra, mettendo in evidenza l'origine del tutto umana del desiderio di vendetta di Elettra, spogliandolo da qualsiasi implicazione metafisica. Il punto culminante dell'azione è però il riconoscimento tra Elettra ed Oreste, allorché questi torna a Micene in incognito, quando tutti, alla reggia, lo credono morto durante una corsa di cavalli. I due fratelli parlano senza riconoscersi subito, e il nelle loro battute cresce gradualmente la tensione drammatica, provocando così la "sympàtheia" del pubblico per i loro sentimenti.

OR.: Non pronunziare voci di malaugurio; tu piangi senza motivo.

EL.: Senza Motivo? Ma se mio fratello è morto...

OR.: Questa parola non devi dirla.

EL.: Tanto sono indegna del morto ?

OR.: Tu non sei indegna di nessuno; ma l'urna non è tua.

EL.: Ma questo che reggo non è il corpo di Oreste?

OR.: Oreste qui è un nome, un sogno.

EL.: e dov'è allora la tomba di Oreste ?

OR.: Non esiste: di un vivo non esiste la tomba.

EL.: Ma che dici, figliolo ?

OR.: Non altro che il vero.

EL.: Allora egli vive.

OR.: Almeno, se io respiro.

EL.: Allora tu sei Oreste ?

OR.: Osserva questo sigillo di mio padre, e vedrai se dico il vero.

EL.: Oh, il più bello dei miei giorni.

OR.: Il più bello, sì.

EL.: O voce amata, sei giunta a me.

OR.: Sì, sono giunto.

EL.: Ti tengo fra le braccia.

OR.: Sempre così mi terrai.

EL.. O donne carissime, o donne della mia città; guardate: Oreste è qui. Era morto per un'astuzia ed è vivo per un'astuzia.

(Sofocle, Elettra,vv. 1211-1228, trad. di Enzio Cetrangolo)

Anche se il pubblico conosce già la vera identità dei personaggi, il pathos è reso dalla struttura ritmica stessa della scena: questo alternarsi di battute brevi ma dense di significato emotivo, la cui lunghezza supera raramente quella di un solo verso , questa eleganza e purezza espressiva coinvolgono più di qualsiasi altro artificio drammatico. Una particolare struttura della scena teatrale che permise a Sofocle di contenere, nelle sue opere, quel succedersi di avvenimenti e sensazioni che caratterizza l'esistenza, nella vita reale. L'azione dell'eroe non è più determinata dal divino, ma proviene direttamente dalla sua interiorità.

Euripide: la tragedia secondo la ragione umana.

Che la tragedia di Euripide, ultimo dei tre tragici, risenta del clima particolare nel quale era immersa la Grecia dopo la costituzione della lega Delio-Attica e l'avvento dell' "illuminismo" sofistico, appare evidente soprattutto se si considerano i numerosi e non sempre felici tentativi di innovazione che Euripide azzardò nelle sue opere, per adeguare il genere e i temi della tragedia ad esigenze e problematiche molto diverse rispetto a quelle con cui si confrontarono Eschilo e Sofocle.

Il suo distacco rispetto ai modelli precedenti venne interpretato dai suoi contemporanei come un tentativo di stravolgere la tragedia, mentre per Nietzsche sancì la fine della tragedia come conseguenza inevitabile rispetto ad una società mutata.

Il ruolo dell'intellettuale non era più quello di interprete di una mentalità diffusa e universalmente condivisa, ma spesso era invece quello di "rompere" con una società dal fragile equilibrio, che preferiva adeguarsi a convenzioni piuttosto che porsi criticamente di fronte al problema degli emarginati, delle donne e degli schiavi. Coerentemente con il suo atteggiamento critico rispetto ai comportamenti umani, che Euripide ritiene essere guidati esclusivamente dalla ragione, si pone il tono polemico dell'Elettra in cui il matricidio è denunciato come un'orrenda crudeltà. E se da un lato era necessario che Clitennestra morisse, dall'altro era ingiusto. L'eroismo di Elettra ed Oreste sembra qui svanire sotto il peso dell'enorme responsabilità che comporta il loro gesto.

Una limitazione che caratterizza anche il personaggio di Ifigenia nell'Ifigenia in Aulide, in cui il dramma del sacrificio necessario della figlia di Agamennone non conosce via di scampo dalla condanna del rimorso e dell'inquietudine, ed acquista un tono patetico soprattutto nell'invocazione, da parte della vergine, della pietà del padre:

"Ecco, alle tue ginocchia stringo il mio corpo, che è nato da te: non farmi morire prima del tempo! E' dolce fissare gli occhi nella luce: non costringermi a vedere il buio di sotterra. Sono stata la prima a chiamarti padre, e me per prima tu hai chiamato figlia. Per prima ho posto il mio corpo di bambina sulle tue ginocchia, e tante carezze ti ho dato, tante ne ho avute da te. Allora queste erano le tue parole: "Piccola mia, avrò la gioia di vederti felice nella casa di un marito, di sapere che vivi nella prosperità che spetta al mio sangue?" (...) Quei nostri dolci discorsi io conservo nella memoria: ma tu hai dimenticato tutto, e vuoi che io muoia." (vv.1214-1225,1231-32,trad.D.Del Corno).

Lo spostamento dell'attenzione dello spettatore dalla dimensione eroica del mito all'intimità degli affetti famigliari, che risultano più "vivi" se evocati nel loro esprimersi coi discorsi di ogni giorno, coi gesti comuni ad ogni famiglia nella sua vita privata, ha qui l'intento di commuovere e suscitare nello spettatore un profondo senso di rifiuto per la tragedia che sta per compiersi: una tragedia assurda, perché nega la vita.

"La cosa più bella per gli uomini è vedere la luce del sole, dall'altra parte non c'è nulla. E' pazzo chi desidera morire: vivere male è meglio che morire bene." (vv.1249-1252; trad.cit.)

Dalla convinzione profondamente radicata in Euripide del fatto che la vita sia una catena di fatti inspiegabili, irrazionali, che malgrado i disperati tentativi di cambiare il corso degli eventi portano a conseguenze drammatiche, nasce un pessimismo molto ben evidente in Oreste, che non ha nulla a che vedere con la tradizione precedente, né sul piano della trama, che viene stravolta da una serie di eventi inverosimili e inaspettati, né sul piano del significato profondo dell'opera. La trama è in gran parte estranea al mito, ma è frutto dell'invenzione dello stesso Euripide, che sovraccarica la sceneggiatura di colpi di scena, personaggi, matrimoni piazzati alla fine del dramma con la pretesa di ricostituire un universo famigliare oramai disgregato da personaggi impulsivi e trascinati dagli eventi, (secondo un tòpos che ritroveremo addirittura nei Malavoglia di Verga), situazioni senza sbocco che ci offrono un'immagine della vita come un misterioso caos.

 

Storia Grecia antica

 

"MEDEA" DI EURIPIDE

 

Considerazioni di carattere generale

-Euripide esprime la lotta spirituale e il tormento suscitato da questioni eternamente irrisolte, e ha dato voce ad un epoca che non aveva dimenticato il vecchio, ma correva verso il nuovo per incerti sentieri.

-Euripide continuamente sospinto a nuove audacie e continuamente risospinto alle idee tradizionali.

-Euripide proprio partendo dal razionalismo della sofistica che gli aveva permesso di superare il mito e realizzare una tragedia veramente umana, fa un'indagine critica che lo porta a superare le premesse sofistiche per penetrare nella profondità dell'animo umano e scorgervi quanto di irrazionale e di inafferrabile vi si agiti. La ragione può analizzare e spiegare i fatti, non modificarli: di qui il graduale disimpegno politico e l'evasione finale nella poesia.

-Dietro le disarmonie della poesia di Euripide, dice Jaeger, deve nascondersi anche la disarmonia sua personale.

-Medea è veramente umana nella complessità del suo carattere.  La molteplicità dei gesti è il risultato del diverso e mutevole rapporto di forze tra esigenze razionali e istanze emotive col quale si spiegano bene anche quegli atteggiamenti che appaiono a primo acchito contraddittori o impossibili in una unitaria struttura psichica.

-Medea: donna di straordinaria razionalità ma anche di estrema passionalità

  • Per l'amore di Giasone, in cui ha fissato tutta la sua energia esistenziale, ha travolto ogni coscienza di bene e di male, ha ucciso. Nella ricerca di una vendetta precisa Medea dimostra la sua lucidissima razionalità posta in questo caso al servizio della passionalità frustrata.

-La varietà e diversità dei suoi sentimenti e atteggiamenti sono conseguenza della sua capacità di aderire e di reagire alla molteplicità e variabilità del reale che la circonda.

Euripide ha rappresentato l'indicibile e l'irrappresentabile del cuore umano nelle sue pieghe più profonde e nelle sue parti più oscure e riposte, dove istinto e intelletto, passione e ragione si mescolano e si confondono senza che sia possibile separarle, dove la logica, divenuta paralogismo, salva l'onore perché salva le apparenze, ma obbedisce alle ingiunzioni di una forza oscura, dove l'assoluto smarrimento si coniuga con la lucidità estrema.

Di fronte al dramma di Medea si subisce il peso della sua sofferenza e della sua vendetta la quale, paradossalmente, dimostra, in una totale assenza degli dei, il senso dell'impotenza e della debolezza, pur nel contesto di una furia scatenata della natura, di fronte a condizioni dolorosamente irrimediabili di ingiustizia suprema.

Considerazioni tratta da episodi specifici

  • Si trova differenza di stile tra i momenti in cui parla Medea e quelli in cui parla Creonte (Primo Episodio). Medea: stile confuso e accavallamento di parole ad evidenziare lo stato d'animo di Medea

Creonte: stile altisonante a nascondere la sua debolezza interna (vv.271-275)

  • L'atteggiamento interiore di Medea viene scandito dal poeta tragico in ogni fase del suo divenire, la sua evoluzione mentale è rilevata in ciascun suo mutamento, con puntuale attenzione e fine penetrazione psicologica ( vedi analogie e differenze con la trattazione dell'"amore in fieri" di Medea da parte di Apollonio)
  • Polemica sulla condizione della donna nel mondo greco( vv.230-251): Euripide vede l'ingiustizia della cultura androcratica e la contesta, ma conosce anche la malvagità e la perfidia della natura femminile che si scatenano in maniera furiosa e sinistra specialmente quando la donna viene offesa.

Anche Esiodo diceva: " donna e terra sono allo stesso tempo princìpi di fecondità e potenze di

distruzione"

  • Polemica di Euripide(293-301): triste sorte che tocca in Atene ai grandi pensatori, incompresi e disprezzati dal volgo ignorante. Fa trapelare l'ideale dell'uomo di studio che raccolto in sé, si disinteressa della vita pubblica, allineandosi così alle premesse della cultura ellenistica.

C'è in Euripide ripudio della società, aristocratico distacco, ironia, crisi di valori in un età decadente, accostamento alla natura. Con l'esaltazione dell'indole selvaggia di Medea, Euripide avvicina il suo concetto di educazione-istruzione a quello di Roussaeu. La società è corrotta, cosa fare? Vivere secondo le leggi della natura, seguendo più il cuore che l'intelletto.

Storia Grecia antica

 

L'omosessualità nell'antica Grecia

Articolo realizzato da Aurelio MANISCALCO  

 

  1. Diffusione dell'omosessualità maschile e amori omosessuali nel mito.

 

Il discorso sull'omosessualità greca, un tempo trascurata dai classicisti, è stato oggetto negli ultimi anni di indagini sempre più approfondite. Cercheremo ora di verificare l'effettiva diffusione dell'omosessualità e, in secondo luogo, le caratteristiche dei rapporti fra persone dello stesso sesso. Abbiamo a disposizione una gran quantità di testimonianze che fanno riferimento in modo inequivocabile ed esplicito a rapporti, relazioni, affetti omosessuali. L'omosessualità (che sarebbe più giusto chiamare pederastia), secondo la tesi alessandrina, è una pratica importata in Grecia dai Dori nell'XI secolo, ignota alla cultura acheo-micenea, socialmente svalutata e giuridicamente riprovata.

E' difficile in ogni caso accettare questa tesi in quanto è palesemente infondata l'affermazione che l'omosessualità fosse socialmente riprovata o vietata dalla legge. Alcuni documenti fanno risalire la pratica omosessuale a un'epoca antichissima. In primo luogo, i numerosi amori omosessuali mitici: da quello di Poseidone per Pelope a quello di Zeus per Ganimede; da quello di Laio per Crisippo, il figlio di Pelope, a quello d'Apollo per Giacinto; da quello sempre d'Apollo per Ciparrisso a quello d'Apollo per Admeto, e via dicendo. In secondo luogo, una serie d'indizi fa pensare alla possibilità d'amori omosessuali "omerici". Anche se non contengono alcun riferimento esplicito a questi amori, i poemi raccontano d'amicizie fra uomini affettivamente così intense da lasciare quantomeno il dubbio che si trattasse di rapporti di tipo amoroso: come vale a dimostrare, in particolare, lo strettissimo e discusso rapporto tra Achille e Patroclo, considerato del resto amoroso sia da Eschilo sia da Platone (Simposio, 180 A).

 

 

 

  1. La pederastia.

 

Veniamo ora a due ben note e altrettanto discusse testimonianze sugli antichi costumi cretesi e su quelli spartani. Riportando Eforo, Strabone racconta che a creta gli uomini adulti detti "amanti" (erastai) usavano rapire gli adolescenti da loro amati (eromenoi) per condurli con sé fuori città, per due mesi, dove intrattenevano con loro dei rapporti minutamente regolati dalla legge. A Sparta, inoltre, secondo il racconto di Plutarco, i ragazzi a 12 anni erano affidati a degli amanti, scelti tra i migliori in età adulta, e da questi amanti apprendevano ad essere dei veri spartiati (Vita di Licurgo, 17, I).

 Per comprendere queste usanze, dobbiamo ora aprire una parentesi sulle cosiddette società tradizionali, vale a dire società organizzate grazie alla divisione della popolazione in classi d'età. In questo tipo si società, il passaggio di un individuo da una classe all'altra è accompagnato da una serie di riti. Si tratta dei cosiddetti riti di passaggio, la cui struttura, al di là delle numerose varianti locali, è la seguente: per essere accolto nella classe d'età superiore, l'iniziato deve passare un periodo lontano dalla collettività, vivendo al di fuori delle regole del vivere civile, in uno stato di natura. In altre parole, deve passare un periodo chiamato dagli etnologi margine o segregazione, accompagnato da un simbolismo di morte, più o meno realisticamente rappresentata, che talvolta precede la segregazione, talvolta la segue. E al termine di questo periodo, finalmente, rinasce a nuova vita. I riti di passaggio hanno quindi una morfologia tripartita (separazione-segregazione-aggregazione); separandosi dalla classe d'età dalla quale deve uscire, l'individuo muore per questa, e un individuo nuovo e diverso lo sostituisce nella classe superiore. L'esistenza di riti di passaggio nella Grecia arcaica, è stata messa in evidenza da tempo da studiosi come H. Jeanmaire (Couroi et courétes, Lille, 1939), L. Gernet (Anthropologie de la Grèce ancienne, Paris, 1968) e A. Brelich (Paides e Parthenoi), ed è stata recentemente confermata dalle ricerche di P. Vidal Naquet (Le chasseur noir et l'origine de l'éphébie athénienne), C. Calame (Les choeurs) e B. Lincoln (Diventare Dea, Milano, 1983).

 Partendo da queste considerazioni, è possibile arrivare a supporre che il rapporto omosessuale avesse un ruolo istituzionale nel complesso di questi riti. In particolare, si può supporre che la pederastia fosse parte integrante del rapporto pedagogico tra l'adolescente e l'adulto, e che, in quanto tale, fosse funzionale all'educazione dei giovani greci, che dall'amante apprendevano le virtù virili.

 

 

 

  1. Socrate e Alcibiade.

 

Platone racconta nel Simposio un celebre episodio: l'amore fra Socrate e Alcibiade. <<Dal giorno che mi sono innamorato di lui,>> dice Socrate, <<non mi è più permesso mettere gli occhi su un'altra persona, né intrattenermici, altrimenti, geloso ed invidioso, mi fa stravaganze d'ogni genere, m'ingiuria e a stento trattiene le mani ... l'esaltazione e la follia amorosa di costui mi fanno tremenda paura>>. Ed ecco la versione di Alcibiade: <<Lo incontravo, o amici, solo a solo, e pensavo che presto mi avrebbe fatto quei discorsi che un amante fa al suo amato quando si trovano soli, e ne ero pieno di gioia. Ma di tutto ciò non accadeva nulla: discorreva con me secondo il solito, e trascorsa insieme la giornata mi piantava e partiva. Allora lo invitai a far ginnastica insieme ed io mi esercitavo con lui sperando che lì avrei concluso qualcosa. Ebbene, egli faceva gli esercizi con me, e spesso la lotta, senza alcuno presente, e che debbo dire? non ne veniva nulla … ed ecco che lo invito a cena, come un amante che tende la sua trappola al suo amore … Quando dunque si spense il lume e i servi furono usciti … lo scossi e dissi "Socrate, dormi?". "No" mi rispose. "Sai cos'ho pensato?", "Che cosa mai?" disse. "Ho pensato", risposi, "che tu sei l'unico amante che io abbia e vedo che esiti a dichiararti. Ora, io la sento così: ritengo che sarebbe del tutto stupido se non ti compiacessi anche in questo, come in tutto quello di cui tu avessi bisogno, dei miei beni e dei miei amici. Per me nulla è più importante che divenire quanto è più possibile migliore, e io credo che per questo nessuno mi può essere di più valido aiuto che te">> (Platone, Simposio, 217 b-c e 218 c-d).

Ma Socrate tergiversa e Alcibiade passa alle vie di fatto: <<Mi rizzai e senza lasciargli dire più nulla lo ricopersi con il mantello (poiché era inverno), e, sdraiatomi sotto questo suo solito gabbano, gettai le braccia intorno a quest'uomo, veramente demoniaco e straordinario, e giacqui l'intera notte … Malgrado tutti i miei sforzi, ebbene sappiatelo, lo giuro per gli dei e le dee, dormii con Socrate e mi levai né più né meno che se avessi dormito col padre o col fratello maggiore>> (Platone, Simposio, 219 b-c-d). La dichiarazione di Alcibiade, di voler diventare l'amante di Socrate per migliorarsi, è tutt'altro che marginale, e sta a mostrare che gli ateniesi attribuivano all'amore sessuale una fondamentale funzione pedagogica. Ma, al di là di questo, un'altra cosa risulta chiaramente dal racconto: l'assoluta normalità delle relazioni omosessuali, e l'evidenza del fatto che, di regola, si trattava anche di relazioni fisiche. L'unica cosa anormale, nella specie, è – se mai – la resistenza di Socrate.

Molti altri autori hanno messo in risalto il valore del rapporto omosessuale nell'antica Grecia: in Aristofane, i racconti di avventure tra uomini sono del tutto usuali (Uccelli, vv. 131-145; Cavalieri, vv. 1384-1386 ed altri). Senofonte parla con assoluta naturalezza di Gerone, innamorato di Dialoclo (Ierone, I, 33) e per lodare la castità di Agesilao, racconta che egli fu capace di resistere ad un uomo (Agesilao, V, 4). Lisia, in un'orazione, difende un cliente, accusato di tentato omicidio per una colluttazione avuta con un altro uomo a causa di un ragazzo (Contro Sim). Teocrito, nel secondo Idillio, racconta di una ragazza che, abbandonata dall'amante, si chiede se egli l'abbia lasciata per un uomo o per una donna (Idillio II, vv. 44-150)

 

 

 

  1. Divinità bisessuali e inversione dei ruoli sessuali.

 

In numerose zone della Grecia esistevano delle divinità bisessuali, e venivano celebrati culti nei quali uomini e donne si scambiavano abiti e ruoli. Ovidio narra la storia di Ermafrodito, un bellissimo ragazzo che, all'età di quindici anni, amato da una ninfa che non voleva separarsi da lui, venne unito a lei in un essere bisessuale (Metamorfosi, IV, 285). In Amato, nell'isola di Cipro (dove era appunto celebrata una divinità di questo tipo), i ragazzi, una volta l'anno, imitavano i dolori del parto, in ricordo della leggenda seconda la quale Arianna sarebbe morta in quel luogo, in assenza di Teseo, dando alla luce un figlio (leggenda narrata da Plutarco, Vita di Teseo, 20). Macrobio parla di una divinità ermafrodita (Aphroditos), durante il cui culto gli uomini si vestivano da donne, e le donne da uomo (Saturnalia, III, 8). Ad Argo ogni anno si celebrava un festival (Hybristika), nel quale uomini e donne si scambiavano gli abiti. A Cos, gli sposi ricevevano le spose vestiti da donne, mentre a Sparta le mogli ricevevano i mariti indossando abiti e calzature maschili, con i capelli tagliati come quelli degli uomini.

Al di là degli altri possibili significati dei riti d'inversione dei ruoli sessuali, le tracce di una visione androgina della vita sono evidenti: mostrando come i greci fossero consapevoli della duplicità sessuale dell'essere umano (quantomeno di quello di sesso maschile), questi riti sembravano una prova ulteriore di come i rapporti tra uomini fossero considerati un fatto naturale. La tesi del rapporto sessuale come rapporto poco praticato e per di più socialmente riprovato è dunque smentita dall'evidenza.

Ma, una volta stabilito questo punto, restano ancora da discutere due problemi. Il primo: l'omosessualità era valutata positivamente solo quando aveva una funzione pedagogica (quando in pratica la relazione coinvolgeva un adulto ed un adolescente), o era considerata normale anche fra adulti? Il secondo: posto il suo valore pedagogico, l'amore omosessuale faceva parte solo dei costumi delle classi più elevate, o era praticata anche da chi era escluso dai valori della paideia? Due problemi legati fra loro, non facili a risolvere. La grande maggioranza delle testimonianze, in effetti, fa pensare che l'amore tra adulti fosse visto con disfavore. Nelle Rane (vv. 55-57) di Aristofane, ad esempio, Eracle chiede a Dioniso di chi si sia innamorato: "Un desiderio di donna?" "No, certo". "Di fanciullo, allora?" "Niente affatto". "Di uomo, dunque?" "Ahimè". Solo alcune fonti alludono ad amori omosessuali fra adulti con ammirazione e rispetto. Un esempio: il celebre battaglione sacro dei tebani, composto da 150 coppie di amanti, invitti fino alla battaglia di Cheronea e quindi morti eroicamente, ciascuno di essi per dimostrare all'amato di dimostrare il suo amore (Plutarco, Vita di Pelopida, 18). Si tratta però di casi tutt'altro che frequenti.

Per quanto riguardo la diffusione dell'omosessualità nelle classi più basse, infine, una frase attribuita da Platone ad Alcibiade (nel racconto che questi fa del suo amore per Socrate) sembra in effetti indicare che l'omosessualità era tipica delle classi elevate: "di fronte alla gente che sa," dice Alcibiade a Socrate, "mi vergognerei di non concedermi a un uomo come te, molto di più che di fronte al volgo ignorante se ti compiacessi" (Platone, Simposio, 218 d). Non solo: a differenza del rapporto eterosessuale (che spesso intercorreva tra un uomo libero e una schiava), quello omosessuale – data la sua nobiltà – intercorreva solo tra liberi. Ma questo non significa necessariamente che il volgo ignorante non praticasse l'amore omoerotico: significa semplicemente che solo le classi elevate attribuivano al rapporto pederastico una funzione culturale. Concludendo, quale che fosse la diffusione tra il popolo, una cosa sembra accertata: quantomeno fra le classi elevate, l'omosessualità era esperienza non solo largamente diffusa, ma considerata di alto valore formativo e culturale.

 

  1. L'omosessualità femminile.

 

Sull'amore fra le donne, le fonti sono meno eloquenti che sull'amore degli uomini. A differenza dell'omosessualità maschile, infatti, quella femminile, non essendo strumento di formazione del cittadino, era qualcosa che riguardava solo le dirette interessate. E infatti, su quest'esperienza, abbiamo solo una testimonianza femminile: quella di Saffo. Per capire la quale, peraltro, è necessario qualche cenno alle comunità di donne (di una delle quali Saffo era a capo), documentate non solo a Lesbo, ma anche in altre zone della Grecia, e in particolare a Sparta.

Queste comunità non erano semplicemente dei collegi per ragazze di buona famiglia – come spesso vengono erroneamente definite – ma qualcosa di più complesso; erano infatti gruppi che avevano divinità e cerimonie proprie, nei quali le ragazze, prima del matrimonio, vivevano in comunità un'esperienza globale di vita che era in qualche modo analoga all'esperienza di vita che gli uomini facevano in corrispondenti gruppi maschili (Menandro, Scudo, vv. 314-315). Il che non esclude, ovviamente, che, nella comunità, le fanciulle non ricevessero un'educazione. Nella Suda, Saffo viene definita didaskalos, cioè maestra e le sue allieve mathetriai. Saffo infatti, insegnava, in primo luogo, musica, canto, danza: gli strumenti che, da giovinette incolte, le trasformava in donne. Da lei, inoltre, le fanciulle apprendevano le armi della bellezza, della seduzione, del fascino: imparavano la grazia (charis), che faceva di loro donne desiderabili. Sotto questo profilo, la definizione del circolo di Saffo come collegio per ragazze per bene non è sbagliata. Ma è senza dubbio insufficiente. L'educazione delle fanciulle di Lesbo (e anche quella degli altri collegi) era legata ad un'esperienza che, ai nostri occhi, è tutt'altro che da ragazze per bene, vale a dire il rapporto omosessuale.

Significa forse, questo, che il ruolo dell'omosessualità femminile (quanto meno a Sparta e nelle altre zone della Grecia dove erano diffuse le associazioni sul tipo dei tiasi lesbici) era simile a quello dell'omosessualità maschile? A Sparta, dice Plutarco, le donne migliori amavano le ragazze, e quando accadeva che più donne adulte si innamorassero della stessa fanciulla, esse cercavano, insieme (pur essendo rivali tra loro), di rendere migliore l'amata (Plutarco, Vita di Licurgo, 18, 9). Così come il rapporto omosessuale con un adulto accompagnava, con valore formativo, la fase nella quale il giovane imparava ad essere cittadino, allo stesso modo, all'interno dei gruppi femminili, il rapporto con una donna adulta accompagnava la fase nella quale le fanciulle si preparavano a diventare mogli. Ma su questo torneremo, dopo aver cercato di capire se il rapporto omosessuale fra donne era semplicemente un rapporto culturale, o era anche un vero rapporto individuale, concreto, sia affettivo sia erotico.

Anche se il dubbio è legittimo, la lettura di Saffo non sembra consentire molti dubbi in proposito. Le sue poesie d'amore non hanno mai come destinatario il gruppo: esse sono rivolte ad una sola ragazza, quella di volta in volta individualmente amata, come Gongila, Attide o Anactoria. Le relazioni omosessuali, insomma, erano relazioni personali e reali. Forse, è possibile supporre che solo alcune delle fanciulle, durante la vita nel tiaso, avessero rapporti fisici con la maestra: e che le altre, invece, partecipassero a quest'amore solo con la recitazione delle poesie dedicate dalla maestra alle sue amanti. La supposizione, tra l'altro, sembra confortata dal parallelo con le iniziazioni cretesi dove, nel periodo di segregazione con l'amante, il giovane amato era accompagnato dagli amici, che partecipavano al suo ratto e alle cerimonie che segnavano la fine della segregazione, acquistando così il diritto (pur non avendo avuto rapporti fisici con l'adulto) di entrare legittimamente nel numero dei cittadini (C. Calme, Les choeurs). Ma al di là di questo, una cosa sembra certa. L'omosessualità femminile non era solo un fatto pedagogico, nel senso sin qui indicato. Era anche espressione di un sentimento vero e reale, di un rapporto interpersonale vissuto, a volte, con eccezionale intensità affettiva. Il frammento 31 di Saffo è, sotto questo profilo, inequivocabile:

 

E come appena ti guardo, così di voce

nulla più mi viene,

 

ma la lingua mi si spezza e sottile

fuoco a un tratto si insinua nelle membra

e con gli occhi nulla veggo e rombano

le orecchie

 

e sudore m'inonda e tremito

tutta mi scuote e più verde dell'erba

sono e poco lungi dal morire

sembro…

(Saffo, fr. 31, vv. 7-16)

 

A questo proposito è interessante ricordare, come esempio di straordinaria capacità di stravolgere la realtà, che recentemente G. Devereux, esaminando l'atteggiamento di Saffo in questo frammento, vi ha individuato i sintomi di un "attacco d'ansia". Saffo, egli, dice, rivela fra l'altro i seguenti sintomi: respirazione irregolare e inibizione psico-fisiologica della parola; disturbi alla vista (probabilmente di origine vascolare) e rombo alle orecchie; tremito e pallore (causato dalla restrizione dei capillari e dal flusso di sangue verso gli organi interni); clinicamente, insomma, i sintomi di un attacco d'ansia. Ma quel che lascia ancor più perplessi dell'analisi clinica dei sintomi, sono le conclusioni di Deveruex. E' vero, egli dice, infatti, che le manifestazioni d'ansietà possono accompagnare ogni crisi d'amore: ma questo non toglie che nelle fonti greche, di regola, siano le crisi d'amore omosessuale (e non eterosessuale) quelle che provocano attacchi d'ansia. Considerazione esatta, questa, in effetti, per una semplice ragione: per i greci, il vero amore, la passione, quella che dà l'angoscia, era l'amore omosessuale.

Ma Deveruex non la pensa così. Ciò che renderebbe ansiose le manifestazioni d'amore omosessuale, sarebbe la percezione dell'anormalità del proprio sentimento. Cosa, questa, peraltro, prosegue Deveruex, che non sarebbe per niente in contrasto con l'ipotesi che Saffo fosse anche una maestra e il capo d'un culto: essendo assai frequente, al contrario, il caso di donne che, proprio perché omosessuali "tendono a gravitare su professioni che le portano a stretto contatto con ragazze, la cui parziale segregazione e considerevole immaturità psico-sessuale – e perciò incompleta differenziazione – le rende partecipi volontarie d'esperienze lesbiche" (G. Devereux, The nature of Sappho's in fr. 31 LP as evidence of her inversion. Quarterly, 20, 1970).

 

 

                                                                                     

  1. Conclusioni

 

Si dice che la segregazione femminile fu una delle cause che contribuirono alla diffusione dell'omosessualità greca: ma anche ammesso che così sia stato (del che, peraltro, è lecito dubitare), essa non fu né la sola, né la più rilevante. Fondata piuttosto e in via primaria sull'idea della duplice appartenenza sessuale dell'individuo di sesso maschile (vedi Platone, Simposio, 189 d – 192 c sull'esistenza originaria di tre sessi) e privilegiata per la sua funzione pedagogica, fu l'omosessualità maschile, se mai (poste le sue implicazioni sociali e intellettuali), il fatto culturale che rafforzò la segregazione femminile. Per l'uomo greco, che viveva il rapporto omosessuale come il luogo privilegiato dello scambio di esperienza e che in esso trovava risposta alle sue esigenze più alte, considerare la donna come adibita ad un compito esclusivamente biologico fu, in fondo, estremamente facile.

Che ruolo aveva l'amore omosessuale nella vita delle donne? Nonostante le analogie che sembrano emergere dalle considerazioni di Plutarco, l'omosessualità femminile sembra difficilmente comparabile con quella maschile. Certo, per le donne che la vivevano, l'esperienza comunitaria era anche il momento della vita intellettuale, dell'istruzione, della cultura. Ma quante furono le donne che vissero quest'esperienza? Non bisogna dimenticare, infatti, che al di là di quanto possiamo dedurre da Saffo, di queste comunità femminili sappiamo poco o nulla. E, comunque, anche all'interno di queste comunità, l'omosessualità sembra aver giocato un ruolo diverso da quello che giocava nella vita degli uomini. Non è forse un caso se a enfatizzare la funzione pedagogica del rapporto fra donne è un uomo, come Plutarco, mentre Saffo – che pure insiste sull'aspetto educativo e nobilitante della vita del tiaso – pone l'accento, piuttosto, sull'aspetto affettivo ed erotico del rapporto. In qualche modo, insomma, si ha la sensazione che l'omosessualità femminile sia stata costruita culturalmente sul modello di quella maschile, e presentata – dalle poche fonti maschili che vi alludono- come un calco di questa.

 

Fine articolo

 

 

Storia Grecia antica

 

SOFOCLE

 

    Di ricca famiglia, figlio di un fabbricante di scudi, coltivò  musica e ginnastica, prese parte alla vita politica di Atene: fu stratego con Pericle e Nicia. Dalla moglie Nicostrata ebbe un figlio, Iofonte, anch’egli poeta tragico; da Teoride un altro figlio, Aristone. A diciassette anni, nel 480, guidò il coro di giovani che celebravano la vittoria di Salamina e nel 468 vinse il suo primo agone tragico. L’attività principale di Sofocle fu quella di tragediografo. Gli si attribuiscono 130 drammi. Le esigenze didattiche nel periodo ellenistico favorirono scelte dei drammi ritenuti i migliori. A una di queste antologie doveva appartenere il gruppo di tragedie che ci è pervenuto. Esse sono sette: Aiace, Elettra, Edipo re, Antigone, Trachinie, Filottete, Edipo a Colono. Gli antichi gli attribuirono alcune innovazioni tecniche della tragedia: l’introduzione del terzo attore, l’aumento dei coreuti da dodici a quindici, perfezionamenti dei costumi teatrali.

     Mentre i suoi tragediografi contemporanei, Eschilo e Euripide, si erano entrambi domandati se gli dei che mandano all’uomo il dolore sono giusti, Sofocle non ebbe mai dubbi: gli dei sono sempre giusti e misericordiosi.

Piuttosto egli si domandò il modo in cui attuano la giustizia divina. Soffrono Aiace, Eracle, Antigone, Filottete. Le tragedie di Sofocle sono quasi tutte religiosamente ispirate. Il tema della colpa lo troviamo nell’Antigone, dove la figlia di Edipo è condannata per aver sepolto, contro il volere del re Creonte, il fratello Polinice. La morte sembra colpire in lei, non l’innocente e generosa fanciulla che accetta di perire per amore dei morti, ma la figlia dell’incestuoso Edipo. Fa spicco la magnanimità dell’eroina nel suo contrasto con Creonte, che esce vinto spiritualmente dalla “debole” fanciulla.

     La grandezza della poesia di Sofocle nasce dal dilemma in cui l’uomo viene a trovarsi. Esistono come due piani distinti e tuttavia complementari: il piano del tempo, in cui l’uomo vive i pochi e dolorosi giorni della sua vita, e quello dell’eterno, che dà pace e gloria. Per la subordinazione del tempo all’eterno, tutto quello che l’eroe subisce nel tempo, gli è inevitabile, perché il dolore provvidenziale è la prova per cui egli si svela degno degli dei. Infatti conquista l’eternità solo chi soffre con magnanimità la propria pena quotidiana, anche la più smisurata. Gli dei, proprio quando sembrano più avversi, sono in realtà più misericordiosi, perché il dolore che impongono all’uomo è solo lo strumento del loro amore.

      Lo stile di Sofocle presenta una straordinaria complessità e ricchezza. Il sobrio ricorso alle metafore, più che servire alla visualizzazione dell’azione drammatica, è in funzione della psicologia dei personaggi; anche l’impiego dei vocaboli composti si inquadra  nell’operazione di approfondimento interiore e ideologico dei personaggi; non esiste il puro gusto degli effetti coloristici. La dizione è alta, con frequenti echi omerici. Sofocle utilizza anche la lingua parlata come nelle sprezzanti reazioni di Creonte di fronte ad Antigone e crea, col guardiano dell’Antigone la figura del popolano che vorrebbe adeguarsi al nobile parlare del signore e si esibisce in una imitazione approssimativa di costrutti eleganti. Il poeta è anche abilissimo nel “dire e non dire”, nel far trapelare e alludere, nel servirsi del doppio significato (anfibologia).

Nella sfera della vita domestica, si ripropone con forza in Sofocle il consueto rapporto di dipendenza della donna dall’uomo, specialmente nelle Trachinie. Alla donna compete la reclusione domestica, il compito di allevare i figli e di custodire i beni. È dell’uomo la libera azione nel mondo. La donna è preda: quando azzarda l’azione, scatena il dramma. Se la donna sceglie, è inevitabile che compia passi falsi. Perciò l’iniziativa femminile è sempre guardata come innaturale, sospetta.  Altri rapporti di subordinazione di ordine sociale emergono dall’analisi schiavo/libero, popolano/nobile, barbaro/greco. Questa tendenza sofoclea ad allinearsi su posizioni conservatrici ha chiaro riscontro negli spunti politici. Nella lotta tra “costituzione democratica” e “stato tribale”, il tragico elabora un’eloquente propaganda a favore di quest’ultimo. In tale prospettiva riacquista nuovo sapore il celebre duello dell’ANTIGONE tra leggi non scritte  e leggi dello Stato. Le prime impongono di onorare i culti tradizionali. Nel caso della saga tebana, prescrivono all’eroina di seppellire il corpo del fratello Polinice. L’altra legge, di cui è autore Creonte  antepone la sicurezza della comunità politica ai dettami dei vincoli familiari di sangue. L’interpretazione tradizionale di  questo conflitto faceva di Antigone l’innocente martire di una fede religiosa in principi divini, assoluti e superiori (appunto le leggi non scritte) calpestati dalla violenza umana che osa anteporvi norme contingenti, ribelli alle leggi soprannaturali.

L’impostazione etica  è solidale con queste premesse. Il messaggio morale pare essere quello di non valicare i limiti imposti a ciascuno dalla natura umana e dall’ordinamento divino. I protagonisti sofoclei sono individui che fruiscono di doti in sé positive, ma sono trascinati dall’eccezionalità del loro valore in un gorgo di sofferenza scatenato dagli dei, che non ammettono squilibri nel cosmo umano.

 

 

 

Storia Grecia antica

 

Apologia di Socrate

 

AUTORE

Platone (Atene 428 o 427-348 o 347 a.C.), filosofo greco. Nacque da una famiglia aristocratica che comprendeva tra gli antenati il leggendario re di Atene Codro e il legislatore del VI secolo a.C. Solone. Rimasta vedova, la madre sposò Pirilampo, un aristocratico amico di Pericle. Il giovane Platone fruì di un'approfondita educazione artistica (studiò pittura, musica e compose liriche e drammi), ricevendo rudimenti di filosofia da Cratilo, seguace delle dottrine di Eraclito; determinante fu tuttavia la conoscenza di Socrate, di cui divenne allievo.

Opere

Quasi tutte le opere di Platone esibiscono una struttura dialogica che presenta, discute e critica diverse posizioni filosofiche nel contesto di una conversazione o di un dibattito che coinvolge due o più interlocutori. Tra questi dialoghi: l'Apologia di Socrate (il documento dal quale si possono attingere informazioni sull’autodifesa del filosofo che ebbe come maestro), il Critone , lo Ione, l'Eutifrone, l'Ippia minore, il Carmide, il Liside, il Lachete, il Protagora, il Gorgia e il primo libro della Repubblica.

 

CONTENUTO

 

Nel 399 a.C. Socrate fu accusato da tre concittadini di non riconoscere gli dei di Atene e di corrompere i giovani. L'Apologia di Platone espone l'autodifesa di Socrate, che rifiutò di farsi difendere al processo. Pur potendo salvarsi dalla condanna richiesta (la pena di morte) dichiarandosi colpevole, rimase coerente fino alla fine con ciò che credeva. Socrate, in primo luogo, si presenta al pubblico dicendo di non ritenersi un sapiente e, pertanto, di non avere un’oratoria adeguata al processo: ciò di cui, però, secondo il suo parere, si dovrà tener di conto sarà la sua onestà nel dire la verità. La sua apologia, infatti, si vuole riscattare dei pomposi e ingannevoli discorsi dell’accusa.  Successivamente narra i propri viaggi, ispirati dall’oracolo, facendo riflettere sulle persone che aveva sentito nominare come sapienti, ma che, contrariamente, avendo modo di interrogarle (utilizzando l’ironia e la maieutica) aveva capito che costoro non erano affatto saggi. Il significato  della sua “sapienza” rivelata dall’oracolo, che lui stava cercando di interpretare, era, dunque, la sua consapevolezza non sapere. Per discolparsi dell’accusa di corruzione dei giovani afferma che non era sua intenzione:  non si mai posto come maestro, poiché non sapiente; non ha mai chiesto denaro per essere ascoltato; non è responsabile se alcuni che lo hanno frequentato sono divenuti “ingiusti”; coloro che sarebbero stati corrotti non si sono mai ribellati. Per quanto riguarda, invece, la replica all’accusa di non credere alle divinità di Atene dichiara di credere nei demoni che sono figli degli dei: era inconfutabile il fatto che credesse nei demoni. Nella parte finale Socrate, rivolgendosi ai giudici, espone loro che la sua condanna a morte sarà un grave errore, un grande perdita per Atene. Altro concetto, che compare nella parte finale dell’apologia, è la dignità: egli, infatti, asserisce che non ha corrotto il proprio comportamento per stimolare la clemenza dei suoi arbitri, come altri facevano ( mostrando la propria prole, piangendo etc…). Socrate viene giudicato colpevole e condannato a morte: ciò non devia il suo atteggiamento, anzi, pensando a ciò che la morte potrà essere, dice che lui la morte sarà un bene perché gli dei si prenderanno cura di coloro che fanno del bene.

 

COMMENTO

Le accuse rivolte a Socrate e la sua successiva condanna  a morte sono il frutto di un’accurata corruzione del sistema democratico greco: la formazione di giovani in grado di sviluppare una  valutazione critica nei confronti di ciò che li circonda  avrebbe costituito un minaccia nei confronti degli stereotipi che condizionavano la vita quotidiana. Altro aspetto, senz’altro da sottolineare, è il profondo rispetto per le leggi della polis che, però, lo accompagnano alla morte.

Due elementi del metodo socratico sono riscontrabili in alcuni passi di questo libro:

  • IRONIA: - Socrate rovescia il significato negativo di morte - “Cosa dovrei temere del resto?  Forse la punizione per me invocata da Meleto, che – ripeto – neanche so se sia un bene o un male?”;
  • CONFUTAZIONE  : - Socrate chiede a Meleto chi renda migliori i giovani - “chi li rende migliori? – le leggi- non sto chiedendo questo carissimo, bensì chi sia e l’uomo che come prima cosa conosce le leggi….”

 

 

Storia Grecia antica

 

Il teatro greco

 

Il ruolo educativo

Nel mondo greco lo spettacolo teatrale, inteso come una rappresentazione del mito, era fin dalle origini collegato al rito religioso e veniva ritenuto come un complemento essenziale nell’educazione dei cittadini. La partecipazione alla festa teatrale, infatti, era richiesta come per le altre grandi occasioni della vita sociale della città, e veniva retribuita a compenso del tempo lavorativo perduto. La polis è committente e organizzatore degli spettacoli, e al tempo stesso loro destinatario; ma la comunità intera è soprattutto l’oggetto di riflessione evocato e dibattuto, nel complesso dei suoi problemi, dalla rappresentazione drammatica. Il teatro è un luogo socialmente regolato di rappresentazione delle contraddizioni che lacerano la città (contraddizioni politiche e di classe) e le coscienze dei suoi membri (esperienze psicologiche fondamentali: la morte, la paura, la giustizia). In questo modo esso svolge di fronte all’intera città una fondamentale funzione educativa, non solo nella celebrazione dei valori comuni, ma anche nell’evocazione dei conflitti di base che vengono resi disponibili alla comprensione ed al controllo collettivo.

 

La storia

Già nei palazzi cretesi di Cnosso e Festo esistevano degli spazi destinati a rappresentazioni religiose e corali racchiusi entro gradinate rettilinee o a squadra. In Grecia, in origine, il teatro era costituito semplicemente da un declivio naturale attrezzato probabilmente con panche di legno dove prendeva posto il pubblico e da uno spazio piano (l’orchestra) dove aveva luogo la rappresentazione con alle spalle un semplice fondale mobile (la scena) di tela. Con il passare del tempo le strutture mobili e in legno acquistano carattere più solido e definitivo a partire dal V secolo. Ma soltanto nel corso del IV secolo a.C. l’edificio teatrale acquista una rilevanza non solo per la propria funzione, ma anche dal punto di vista architettonico e viene ad assumere una struttura compiutamente definita e stabilmente ripresa in Asia Minore e nella Magna Grecia.

 

La struttura teatrale

L’edificio teatrale greco, all’aperto e senza copertura, si articola in tre parti: cavea, orchestra e scena. La cavea, con gradinate per gli spettatori, è disposta a semicerchio attorno all’orchestra (orcheomai, io danzo), lo spazio riservato ai movimenti del coro, dietro al quale c’è la scena che serve da fondale all’azione degli attori. Scalette attraversavano verticalmente la cavea dividendola in più settori e uno o più  corridoi la tagliavano in orizzontale. I sedili, originariamente in legno, furono sostituiti da gradinate in pietra. L’orchestra, con intorno un canale che serviva da scolo per le acque piovane, presentava ai lati due accessi (parodoi) chiusi da porte per consentire l’accesso degli spettatori. Attraverso le parodoi il coro raggiungeva il suo posto e si allontanava alla fine dello spettacolo. La scena, in origine costruzione provvisoria, si trasformò successivamente in una costruzione in legno e in seguito in pietra. La scena si sviluppò ulteriormente, fu rialzata e spinta in avanti da un proscenio (palcoscenico rialzato) la cui fronte era di solito un porticato a colonne con tavole di legno dipinte. Quinte girevoli su pali con decorazioni di paesaggi o zone della città consentivano i mutamenti di scena.

 

Gli attori  

Gli attori greci dovevano essere dotati di una professionalità varia e molteplice, perché dovevano saper passare dal canto al recitativo senza interruzione; inoltre, poiché portavano la maschera, che dava fissità espressiva al loro volto, dovevano muoversi con eccezionale capacità mimica con il resto del corpo. L’uso della maschera era dettato sia da necessità foniche (ampliava l’emissione vocale) sia dal fatto che, essendo il pubblico delle prime file distante più di 20 metri, qualsiasi mimica facciale sarebbe sfuggita. Nel V secolo, proprio per accentuare l’espressività della figura, gli attori indossavano alti calzari (coturni) che li rendevano più imponenti ed evidenziavano i movimenti del corpo.

 

Il teatro di Epidauro

Il teatro di Epidauro non è il più antico fra i teatri greci (è stato costruito attorno alla metà del IV secolo a.C.) e non è neppure il più grande, ma è certo il più bello e armonioso. L’architetto che lo costruì, forse Policleto, scelse per la cavea il fianco nord-est di un modesto rilievo che domina un santuario dedicato ad Asclepio, dio della medicina. Gli spettatori hanno in questo modo il sole alle spalle. Fu necessario scavare il fianco della collina per dargli la concavità voluta per la costruzione delle 55 gradinate, disposte in semicerchio  e divise in due ordini separate da un corridoio (diazoma) largo quasi due metri. La cavea è suddivisa verticalmente in 12 cunei formati da 13 scalinate che si irradiano dall’orchestra. Le pietre per le gradinate sono di calcare bianco che, pulito, assume l’aspetto sfarzoso del marmo. Ogni gradinata è formata da molti blocchi di pietra accuratamente sagomati; una parte piatta e leggermente sopraelevata serve da sedile. I sedili attorno all’orchestra e quelli dell’ultima fila della zona inferiore sono muniti di spalliera e fatti di calcare rosa, poiché riservati ai magistrati, ai sacerdoti e agli ospiti di riguardo. La base della gradinata cinge l’orchestra, perfettamente circolare con un muretto perimetrale di pietra dove stavano i coreuti. Al centro di questo cerchio era posto un altare circolare, la timele o ara di Dioniso, dove si facevano i sacrifici di rito prima delle rappresentazioni. Della scena rettangolare sono rimaste solo alcune pietre del basamento. Sembra che essa chiudesse il teatro, tra le due porte laterali, e che quasi certamente avesse due piani. La parte inferiore, di fronte all’orchestra, era costituita da un muro, il proscenio, ornato da diciotto colonne ioniche collegate da architravi, nel quale si aprivano tre porte che davano sul basamento della scena. Questa struttura, alta 3 metri e lunga 26, sosteneva il pavimento della scena dove si muovevano gli attori. La scena, forse coperta da un tetto, non era più larga di 2 metri e mezzo ed era chiusa da due ali che avevano la funzione di sorreggere le scene. Si pensa che queste fossero montate su perni, in modo che fosse possibile cambiare rapidamente, tra un atto e l’altro, l’aspetto dell’ambiente in cui si svolgeva l’azione. E’ stato calcolato che il teatro di Epidauro poteva facilmente contenere 14.000 spettatori e che all’occasione ve ne potessero stare fino a 17.000.

 

Storia Grecia antica

 

Letteratura greca

 

L’ellenismo

323 a. C.: muore Alessandro Magno e il suo sconfinato impero viene diviso fra i suoi generali; si vengono a creare numerosi regni di varie dimensioni, ma accomunati dalla stessa lingua, il greco della koinh dialektos. Tra loro s’instaura una fitta rete di scambi commerciali e su questo nuovo assetto politico si sviluppa una nuova cultura; questa cultura verrà chiamata Ellenismo.

Regno di Macedonia: il più stabile dei regni ellenistici, perché mancava la contrapposizione tra l'aristocrazia, classe dominante, ed il popolo, dualismo tipico della maggior parte degli altri regni. Vi regnò la dinastia degli Antigonidi. Il cammino verso l'acculturamento fu molto lineare e conseguenza della stabilità politica, favorita anche dal fatto di essere lo stato originario d’Alessandro Magno.

Regno di Pergamo: al centro dell'attuale Turchia, era piccolo ma ricco di miniere d'argento. Vi regnò la dinastia degli Attalidi, ma questa si esaurì ben presto. L'ultimo re, Attalo III, fu molto lungimirante; prevedendo che il suo regno sarebbe stato diviso tra gli stati confinanti, lo lasciò in eredità a Roma. Infatti, il regno di Pergamo fu l’unico a non essere stato conquistato dai Romani. A questo riguardo, va rilevato che l'unico autore greco a capire che la Grecia doveva cedere il passo a Roma fu Polibio, che scrisse un’opera (le Storie) in cui esaltava la grandezza di Roma e della sua costituzione.

Regno di Siria: i Seleucidi controllavano una vasta zona, corrispondente più o meno alle attuali Siria, Giordania e Palestina. L'economia, erede di quella fenicia, era basata sui commerci marittimi.

Regno d’Egitto: politicamente visse un dualismo fortissimo, favorito dalla sua posizione geografica di pressoché totale isolamento; il faraone, appartenente alla dinastia dei Tolomei, era considerato un dio vivente, non un semplice imperatore, e veniva appoggiato dall’unica casta istruita, quella dei sacerdoti, mentre le masse popolari erano totalmente tagliate fuori dal potere politico e da buona parte di quello economico. In seguito ad una fitta rete di scambi commerciali via terra e soprattutto via mare, Alessandria (il porto principale) divenne la città più importante dell'ellenismo. Il resto dell'Egitto rimase in una condizione d’isolamento e d’arretratezza, sempre tenuto sotto stretto controllo dalla mano del faraone. Da un punto di vista culturale, di tutto l'Egitto solo la città d’Alessandria fu interessata dall'ellenismo, ed anzi ne divenne uno dei poli più importanti, in quanto fu sempre proiettata verso il mare e verso gli scambi commerciali (l’Egitto era un grande esportatore di frumento) e culturali con gli altri regni ellenistici.

Una fitta rete di scambi commerciali accrebbe il potere economico delle singole città e favorì il fenomeno dell'urbanesimo; in quest'epoca avviene la nascita della borghesia, nuovo ceto emergente creato da bottegai arricchitisi grazie al commercio. Questi fatti portano gli artisti ad interessarsi delle classi umili: lo vediamo nelle tragedie (pullulano servi e nutrici tra i personaggi), in architettura (dove si afferma lo stile Corinzio, che si applica solo alle colonne, le quali consentono una maggiore visibilità rispetto ai pilastri) e in scultura.

                Mentre nella Grecia classica, dove si erano sviluppati governi democratici ed era permessa ogni libertà di pensiero ed espressione, esisteva il concetto della libertà di ogni cittadino di potersi acculturare a spese dello stato, nella cultura ellenistica i dotti rivolgono la loro opera non agli studenti, ma solo ad altri, pochi dotti. I monarchi ellenistici, infatti, non avevano nessun interesse a incoraggiare la diffusione della cultura nei vari strati della popolazione, ed era assolutamente vietato ai dotti trattare di politica. Per la prima volta per i Greci la politica veniva scissa dalla cultura. Per l'età ellenistica si può parlare esclusivamente di centri, isolati dal resto della nazione e in fitta comunicazione tra di loro.

                Nell'Ellenismo l'oggetto dello studio si modifica, e l'interesse per la scienza comincia a differenziarsi da quello per la filosofia; cominceranno ad essere eseguiti studi scientifici fini a se stessi, slegati da convinzioni filosofiche. Atene diventa il principale centro della filosofia e Alessandria quello della scienza. La filosofia trova il suo campo di interesse nella morale dell'uomo, e nascono le due correnti filosofiche dello Stoicismo e dell'Epicureismo; laqe biwsas(=vivi di nascosto) dicevano gli Epicurei, portatori di una filosofia prettamente soggettiva e contrapposti agli Stoici, che propugnavano un cosmopolitismo coagulato dal logos, fiamma presente in ogni uomo. I rapporti tra Atene ed Alessandria si guastarono ben presto, essendo Atene molto invidiosa dell'importanza culturale di Alessandria. Ad Atene si sviluppò solo una filosofia di taglio moralistico (Epicuro e gli Stoici) e non più la ricerca all'interno dell'uomo.

                Dal punto di vista pratico gli autori si staccano dal mondo esterno e si dedicano ad una ricerca interiore da un lato, dall'altro studiano le idee provenienti da altri paesi, sviluppando un pensiero cosmopolita. Callimaco, padre dell'Ellenismo, abbraccia non solo tutti i generi letterari, ma anche entrambe le correnti di pensiero; infatti gli autori non si specializzano su un genere specifico, ma abbracciano più di un genere e più di un ideale, sempre restando però esclusi dalla politica.

Tutti i temi letterari vennero trattati nell'Ellenismo; anzi, questo periodo vide nascere un nuovo genere letterario: il romanzo. Il tema amoroso vide la distinzione tra elegia ed epigramma; l'elegia, che precedentemente era usata per trattare vari temi (bellica, gnomica, amorosa, quotidiana, politica), nell'Ellenismo si sofferma prettamente sul quotidiano, in quanto l'amore viene ad inglobare tutti gli argomenti e non rimane settorializzato. Gli autori si dedicarono indifferentemente a cantare l'amore provato nei confronti della propria donna o quello nel confronti del mito, ma anche questo secondo caso viene approfondito come il primo perché l'autore cerca di immedesimarsi nel mito. L'amore cantato è un amore vero, reale, scavato in tutti i sensi e contrapposto al sentimento del dolore. L'amore viene codificato in eros (passione d'amore), imeros (amore in senso generale) e poqos (desiderio d'amore). Anche per il dolore ci sarà un'attenta analisi di tutte le possibili sfumature.

                I personaggi, in ogni genere letterario, vengono analizzati tutti nella loro interezza e non più visti solo in funzione del protagonista (come accadeva nella cultura classica). Fu in questo periodo che nacque il concetto di arte per l'arte; l'opera letteraria è concepita in piena libertà e non è scritta con lo scopo di diffondere un messaggio. Lo stile è, per l'appunto, molto curato; l'autore riversa tutta la sua attenzione ad una cura formale volta alla perfezione, facendo sfoggio non di cultura, ma di erudizione (avviene per questo motivo un recupero dei miti minori ed una ricerca delle particolarità di quelli famosi). Molte opere ellenistiche saranno da leggere in quanto perfette dal punto di vista formale, ma totalmente prive di contenuti. Tuttavia non tutte queste opere d'arte sono sterili perché il lettore è libero di scegliere linee di interpretazione a suo piacimento. In quest'epoca nasce il libro.

La tragedia

La tragedia assume queste caratteristiche: viene a mancare sia un legame tra attori e spettatori, sia un dio che s’impone e detta le regole da seguire, l'individualismo viene esasperato. Per questi motivi la tragedia diviene uno sfoggio di erudizione.

Abbiamo solo due autori, Alessandro Etolo e Licofone, famoso per la tragedia "Alessandra", narrazione in 1400 versi di tutte le profezie di Cassandra (quasi tutte sbagliate). Riscontriamo anche nella tragedia l'attenzione per personaggi umili, quali servi e nutrici.

 

Menandro

Fu il principale esponente della commedia nea, che stravolse completamente i canoni della commedia arcaia e della commedia mesa; per certi aspetti il suo concetto di filanqropia, principale caratteristica delle sue commedie, è confrontabile con l'humanitas di Terenzio. Segnò la linea di demarcazione fra la cultura del 1V° secolo e l'ellenismo e ripose nell'uomo una fiducia illimitata, rifiutando nel contempo la religione ufficiale.

La filanqropia (simile all'humanitas latina) è la principale caratteristica della commedia di Menandro; il concetto di filia non è nuovo nella letteratura greca (basti pensare al fortissimo legame di amicizia esistente tra Patroclo e Achille) e riguardava un forte sentimento di unione tra due persone che si riproponevano i medesimi obiettivi. In Menandro la filanqropia diventa un cercare di capirsi con gli altri uomini, un sentimento di amicizia non circoscritto a due persone ma allargato a tutti gli uomini; e qui è evidente il parallelismo con Terenzio ("homo sum: humanum nihil a me alienum puto"). Mentre però Terenzio rivolge la sua humanitas ad una ristretta élite di persone, Menandro concepisce la filanqropia rivolta a tutti- gli uomini ("com’è cosa gradita per l'uomo essere uomo, qualora l'uomo sia veramente tale"). Tutti gli uomini sono uguali, sia il nobile cittadino sia l'umile servo; quest’aspetto anticipa l'uguaglianza promossa dal Cristianesimo.

Le commedie menandree ci presentano un uomo profondamente complesso psicologicamente, specchio della reale complessità esistente nel rapporto tra uomo e natura. Tutti gli uomini sono presenti nelle commedie di Menandro, con una particolare attenzione all'uomo borghese, il quale non può che comportarsi in modo morale conformemente ai canoni della cultura ellenistica. Questo dà origine al perbenismo, tipica chiave di lettura di tutte le commedie di Menandro. In ogni situazione troviamo un atteggiamento di ironico rispetto verso gli altri, rispetto che spesso sottintende una velata condanna ma che è manifestazione del dovere di rientrare nei canoni ellenistici, che prevedevano un assoluto rispetto del modus vivendi altrui. Perbenismo quindi sia nel nostro significato positivo che negativo del termine. L'uomo di Menandro, infatti, deve rispettare i dettami della sua società conservando sempre le apparenze. Ciò è innovativo per la cultura greca. Questo rispetto si traduce in un sorriso benevolo nei confronti dell'agire umano (anziché nel riso sguaiato di Aristofane, nelle cui commedie l'unico punto di contatto tra realtà e fantasia era rappresentato dalla politica), con una serenità che esclude la tristezza esacerbata e sfumando tutti i sentimenti anche nelle situazioni in cui la realtà spinge l'uomo alla tristezza. Lo scavo psicologico dei personaggi (tropos) è profondo ma non completo, a causa appunto del perbenismo. Menandro ripone nell'uomo una fiducia pressoché illimitata, rifiutando la religione ufficiale; egli vede un pericolo per l'uomo nel fatto che esso dipenda troppo da se stesso e dalla propria razionalità. Questa visione, pur contraddetta dall'uso di scrivere commedie, lo porta ad introdurre il concetto di tuch, che limita la possibilità dell'uomo di cambiare la realtà, ma che non corrisponde ad una divinità, poiché non guida l'uomo secondo un andamento logico (nell'Ellenismo era possibile dare ogni possibile risposta sul divino). Questa limitatezza dell'agire umano si rispecchia nel fatto che le commedie contengono un susseguirsi di azioni che s’incastrano tra loro, facendo sì che non tutto dipenda dall'uomo e consentendo allo stesso tempo lo scavo psicologico. Le commedie di Menandro finiscono tutte in maniera positiva, con una certa contentezza per l'uomo. Questo avviene per due motivi: la necessità di rispettare le regole della commedia e la fiducia estrema che Menandro ripone nella bontà umana dell'uomo. A far sì che le sue opere finiscano sempre bene provvede il perbenismo, chiave di lettura di tutto l'Ellenismo e tipico della borghesia del tempo.

 

Callimaco

Il maggiore dei poeti alessandrini, è considerato sia il principale teorico sia il migliore esponente della poesia ellenistica. Nato intorno al 300 a. C. a Cirene, in gioventù visse in ristrettezze economiche e si guadagnava da vivere insegnando in una scuola di provincia; poi, non sappiamo come, entrò a far pane della corte, ottenendo il favore dei sovrani. Lavorò alla Biblioteca come poeta ed erudito, ma sappiamo con certezza che non ne divenne mai il direttore; tutte le sue opere sono dedicate ai sovrani che lo proteggevano, Tolomeo Filadeflo e poi Tolomeo Evergete. Le sue opere gli procurarono fama e gloria, ma scatenarono aspri dibattiti con invidiosi contemporanei. Morì intorno al 240.

La produzione di Callimaco come erudito e come poeta fu immensa: la tradizione gli attribuiva ben 800 volumi, oggi quasi tutti perduti. Fatto nuovo nella letteratura greca, Callimaco s’interessò a diversi generi letterari. Delle sue opere di prosa la più importante furono i Pinakes, catalogo ragionato di tutti gli autori e di tutte le opere raccolte nell'immensa Biblioteca di Alessandria. Oltre a classificare le opere per genere e gli autori per ordine alfabetico, Callimaco affrontava anche numerose questioni biografiche e di autenticità. I Pinakes possono essere considerati la prima opera di storiografia letteraria.

Aitia

Gli Aitia erano l'opera più vasta di Callimaco: contenevano circa 4000 versi divisi in quattro libri. Non si trattava di un'opera ordinata, bensì di una raccolta di numerose elegie, in genere indipendenti tra loro. Ogni aition era dedicato alla ricerca delle origini di una festa, di una città, di un mito, di un'istituzione. Oggi ci rimangono il proemio ed alcuni frammenti, tra cui la Chioma di Berenice. Nonostante l'apparente contenuto scientifico, gli Aitia sono in realtà un'opera di intrattenimento, uno sfoggio di erudizione in cui risalta soprattutto la raffinatezza dell'arte di Callimaco.

Il proemio è un'invettiva di Callimaco contro i Telchini, soprannome dato ai poeti invidiosi del suo successo. Il poeta imputa ai Telchini di non rifarsi ai canoni ellenistici del tempo, ma a quelli classici. C’è pervenuto un elenco di questi Telchini, in cui stranamente non figura il nome di Apollonio Rodio, ma vi troviamo Posidippo, che ebbe con Callimaco un'aspra disputa riguardante non lo stile, come quella con Apollonio Rodio, ma l'interpretazione di un'opera che a noi non è pervenuta, probabilmente la Lide di Antimaco di Colofone, risalente al 400 a.C. e antesignana dell'ellenismo

La Chioma di Berenice è l'aition che chiude il quarto e ultimo libro dell'opera. La chioma stessa narra in prima persona la sua storia: fu offerta in voto dalla regina Berenice in occasione della partenza del marito, Tolomeo Evergete, per una spedizione militare in Siria. Ma scomparve dal tempio e l'astronomo di corte la scoprì in cielo, trasformata nella costellazione che da lei prese il nome. Quest’elegia piacque immensamente a Catullo, che la tradusse in latino nel carmen 66; ed è nella sua traduzione che oggi è a noi nota. In quest’elegia l'esaltazione del faraone si unisce a quella della nascente scienza: non si tratta solo di riscontrare una cosa umana nella sfera celeste, ma piuttosto di assecondare il crescente interesse verso la ricerca scientifica.

Inni

Gli Inni di Callimaco sono sei, ciascuno indirizzato ad una divinità. Probabilmente furono composti in momenti differenti e riuniti insieme solo in un secondo tempo. Sono tutti in esametri, tranne Per il bagno di Pallade che è in distici elegiaci. Il contenuto degli Inni è di tipo arcaico e ripreso dagli inni agli dei dello pseudo-Omero, ma affrontandolo con sensibilità totalmente nuova. Gli dei sono messi sullo stesso piano degli uomini e compiono le loro stesse azioni. La somiglianza arriva ad un punto tale che sono descritte la nascita e la fanciullezza del dio, cosa che prima non si era mai trovata se non in Eros, il cupido sempre bambino che scagliando le frecce fa innamorare le persone. Callimaco scrive non semplicemente per esporre il mito ma per fare sfoggio d’erudizione; la sua opera è scritta innanzi tutto per il piacere di scrivere, e solo in secondo piano c'è l'intenzione di erudire il lettore (siamo in un'epoca in cui si diffonde il libro, e con lui si allarga la diffusione della cultura).

Epigrammata

Gli epigrammi di Callimaco si caratterizzano per la loro brevità e per il fatto che al centro di ogni componimento è posto il sentimento. A noi ne sono pervenuti 63, la maggior parte di argomento funerario, ma alcuni anche riguardanti l'autore stesso.

Giambi

Erano tredici componimenti caratterizzati da una grandissima varietà di metro e di contenuto. I meglio conservati sono il primo e il quarto; quest'ultimo, bellissimo, narra un fortissimo contrasto tra l'alloro e l'ulivo.

 

Apollonio Rodio

In genere i poeti alessandrini attingevano alla tradizione epica per ricavarne non un ampio poema volto all'esaltazione di gesta eroiche, ma un componimento breve e raffinato; a questi fa eccezione Apollonio Rodio. Apollonio Rodio nacque ad Alessandria d'Egitto intorno al 290 a.C. e soggiornò a lungo a Rodi (da qui l'appellativo di Rodio). L'unica altra notizia certa della sua vita è che divenne direttore della Biblioteca.

Apollonio Rodio viene generalmente visto in contrapposizione con il suo ex maestro, Callimaco; in realtà questa rivalità è per alcuni aspetti solo apparente. Apollonio aveva in effetti uno stile molto diverso da quello dì Callimaco, e riteneva di poter scrivere un’opera di carattere epico in età ellenistica. Scrisse effettivamente un’opera gigantesca, le Argonautiche, unico poema ellenistico a noi pervenuto. Non gli riuscì di raggiungere l'acme della poesia in ogni punto dell’opera (era questo il suo intento), ma il III libro è rispondente ai canoni ellenistici e anzi supera per bellezza le opere di molti poeti a lui contemporanei. Paradossalmente Apollonio Rodio, che non voleva assolutamente essere vox dell’ellenismo, ne diventa una sorta di emblema.

Le Argonautiche

Sono un poema in esametri lungo circa seimila versi divisi in quattro libri. Narra le vicende della spedizione degli Argonauti, dalla partenza da Iolco fino al ritorno in Grecia. Il I, il II (che descrivono il viaggio di andata nella terra della Colchide) e il IV (dedicato al ritorno in patria) sono molto pesanti, ma il terzo, che racconta l'amore tra Giasone e Medea, è considerato uno dei capolavori dell'ellenismo. Eccettuato il terzo libro, si può affermare che Apollonio non si inserisce a viva forza nel mito, mutandolo o spezzandolo, ma lo mantiene sostanzialmente inalterato; ad esempio, il poema inizia con la descrizione dei partecipanti alla spedizione, che ricalca l'elenco delle navi che presero parte alla guerra di Troia contenuto del II libro dell'Iliade. Giasone viene messo in evidenza (è l'ultimo ad essere nominato), ma di lui sono descritti i tratti più umani; non è presentato come anhr, ma nemmeno come uomo emblema dell'ellenismo; ha dei sentimenti, ma non c’è uno scavo psicologico profondo. Egli vuole raggiungere il proprio fine (conquistare il vello d'oro), ma non scavalca il suo mondo sentimentale (come invece fece Enea). Giasone resta freddo (mentre il Giasone di Euripide ha un suo mondo sentimentale in cui crede), a metà strada tra uomo e eroe.

Si riscontrano anche delle caratteristiche peculiari dell'ellenismo, come lo scendere nel particolare (ad esempio quando Apollonio, anziché parlare di generici alberi, specifica di quali alberi si tratta, querce e pioppi) o l'azione ripetuta molte volte per aumentare il paqos e la tragicità dell'azione. E' invece tipico di Apollonio il gusto per l'avventura e per l'esotico, e si sofferma a descrivere posti nuovi, distanti e lontani (sullo sfondo c'è lo sviluppo commerciale raggiunto dall'ellenismo). Questa voglia di conoscere è però diversa dalla voglia di fare esperienza (swfrosunh) di Ulisse. Il gusto per l'elemento naturalistico non si limita al livello descrittivo, ma si presenta anche come interesse sentimentale nei confronti della natura. Non è questa una novità per il mondo greco: la partecipazione sentimentale verso la natura la riscontriamo in Omero e Saffo (1a quale, addirittura, diventava natura); anche se in Apollonio non c'è un annullarsi dell'elemento umano nell'elemento naturalistico, ci si arriva vicino sul piano del sentimento.

 

L 'epigramma

L'epigramma ellenistico, pur venendo ancora usato come iscrizione per motivi pratici, si slegò progressivamente dal motivo occasionale per diventare il componimento lirico più coltivato dagli autori ellenistici, in quanto genere che meglio di tutti rispondeva alle esigenze della poetica del tempo. La sua caratteristica fondamentale fu la brevitas, che permetteva di raggiungere immediatamente l'acme della poesia e di mantenerlo per tutto il componimento: la cura formale era infatti essenziale per i poeti dell'ellenismo. Un altra caratteristica peculiare fu la spiccata soggettività: l'autore si poneva in prima persona nel componimento e fissava in pochi versi uno stato d'animo o una vicenda della vita. I temi trattati erano svariati: l'amore il vino, la morte, un paesaggio, una disputa letteraria, la descrizione di un ambiente o di un mestiere. Il metro più usato fu il distico elegiaco. Quasi tutti gli autori ellenistici composero epigrammi, e tra loro spiccano Anite e Nosside, le uniche due autrici di tutto l'ellenismo.

L'intera composizione epigrammatica greca ci è giunta attraverso due raccolte: l'Antologia Palatina e l'Antologia Planudea. L'Antologia Platina fu scoperta in un codice della biblioteca Palatina di Heidelberg nel 1607; abbraccia una produzione di oltre 15, secoli, comprendente circa 3700 epigrammi divisi per argomento in 15 libri. La Palatina si basa su precedenti raccolte.

L'Antologia Planudea prende il nome dal monaco amanuense Massimo di Planudea che la portò a termine nel 1299. Comprende sette libri in cui compaiono sostanzialmente gli stessi epigrammi della Palatina con la totale esclusione di quelli a carattere erotico o amoroso. Per non far notare il taglio il monaco collocò gli epigrammi in ordine alfabetico. La Planudea ne comprende anche 388 che non si trovano nella Palatina e che vanno a costituire l'Appendix Planudea.

 

L 'elegia

Accanto all'epigramma, fu il genere letterario più coltivato dai poeti ellenistici. Pur avendo in comune con l'epigramma il metro (distico elegiaco); l'elegia presenta significative differenze con quest'ultimo; è un componimento di maggior lunghezza, e per questo non raggiunge subito l'acme della poesia e non sempre riesce a mantenerlo fino al termine; l'individualismo è meno accentuato e spesso il protagonista non coincide con il poeta, ma è un personaggio mitico, i cui sentimenti rispecchiano quelli dell'autore. Il tema più trattato fu quello amoroso, ma spesso l'amore del mito si sostituiva all'amore del poeta; si sviluppò anche un particolare tipo di elegia, detta elegia etiologica, che è dedicata a spiegare l'origine di una festa o di un nome e ha la sua massima espressione negli Aitia di Callimaco.

 

Teocrito

Fu il poeta che meglio interpretò le esigenze dei tempi e che seppe unire alla perfezione formale la sincerità del sentimento, riuscendo quasi sempre ad evitare quelli che erano i pericoli più gravi dell'ellenismo: l'erudizione e l'artificiosità. Uno dei suoi principali meriti è quello di essere stato il padre della poesia bucolica, raccogliendo il modello mitico di Dafni, il pastore-poeta cantato da Stesicoro, ed elevandolo a nobile e seguito genere letterario.

Incerte sono le vicende della sua vita; sappiamo però con certezza che egli fu particolarmente legato a tre località: Siracusa, Cos e Alessandria. A Siracusa il poeta nacque poco prima del 300 a.C. e da questa terra ebbe l'ispirazione per i suoi componimenti che cantano i pastori, la vita dei campi, il paesaggio mediterraneo. A Cos il poeta visse a lungo e conobbe Filita e Asclepiade, come è testimoniato dalle Talisie. L'Encomio di Tolomeo ci mostra Teocrito legato alla corte di Alessandria, dove certamente conobbe Callimaco, di cui fece suoi gli ideali artistici. Ignoriamo il luogo e la data della sua morte.

Di lui ci sono pervenuti 30 idilli (di cui una ventina di sicura attribuzione), 24 epigrammi e la Zampogna. Gli idilli (quasi tutti in esametro e lingua dorica) sono brevi componimenti di contenuto vario; appunto in base al contenuto vengono divisi in:

  • 8 Carmi bucoIici (da boucolos =.pastore), composizioni in cui si canta la vita dei campi ed i sentimenti dei pastori. Particolare bellezza hanno quattro diloro: il Tirsi,le Talisie, I Mietitori, il Ciclope.
  • 3 Mimi (L'Incantatrice, l'Amore di Cinisca, le Siracusane),che trattano la vita quotidiana.
  • 4 Epilli(L’Ila, l'Epitalamio di Elena, i Dioscuri, l'Eracle bambino); si tratta di brevi poemetti epico mitologici che spesso introducono nel mito quella nota borghese caratteristica del tempo.
  • 2 Encomi (a lerone, l'Encomio di Tolomeo), che abbondano di omaggio cortigiano.
  • 3 Carmi lirici (metro lirico e dialetto eolico), due dei quali cantano l'amore adolescenziale, di scarso rilievo.

I 24 epigrammi, molti dei quali di discussa autenticità, hanno le stesse caratteristiche della migliore epigrammatica alessandrina.

La Zampogna è un tecnwpaegnion, ossia un carme figurato in cui Teocrito fa sfoggio della propria abilità; i versi, che a ogni riga diventano più brevi, imitano visivamente la figura della zampogna di Pan.

 

Eroda

Riprese il genere del mimo, ma in maniera diversa da Teocrito, adattandolo maggiormente alla realtà del quotidiano; non ebbe la genialità poetica del padre della poesia bucolica, ma ci ha lasciato ugualmente ritratti vivissimi e non convenzionali di alcuni popolani del III secolo a. C.

Fino alla fine del secolo scorso, quando furono ritrovati in un papiro egizio otto dei suoi mimi, non sapevamo praticamente nulla di Eroda. Grazie al ritrovamento possiamo collocare il poeta nel III a.C. e ipotizzare che sia vissuto in una delle isole del mediterraneo, Cos o la Sicilia. Gli otto mimi, l'ultimo dei quali lacunoso, presentano una particolare attenzione per il mondo borghese, per le descrizioni minuziose e particolareggiate, per il quotidiano e per il realismo delle situazioni; tutte caratteristiche tipiche per periodo ellenistico. Contrariamente ai mimi di Teocrito (che erano in distici elegiaci, il metro nobile per eccellenza), i mimi di Eroda sono dei mimiambi, cioè mimi in giambi, o più esattamente in coliambi, il metro di Ipponatte. E di Ipponatte, oltre al metro, Eroda adotta anche la lingua che presenta un forte colore ionico e un certo crudo verismo che si manifesta per la predilezione di ambienti e caratteri comuni.

Nel Mimo I (la mezzana) assistiamo al tentativo di una vecchia mezzana di convincere una giovane sposa il cui marito è in viaggio da mesi a lasciarsi andare alle avancedi un giovane atleta. La mezzana incarna la saggezza popolare, slegata da qualsiasi morale, mentre la giovane difende la fedeltà del proprio sentimento, considerando tra l'altro che la bianchezza dei capelli rende ottusa la mente.

Nel Mimo III (il maestro di scuola) sono descritte le imprese di Cottalo, un ragazzino svogliato e monello che non vuole saperne di studiare. La madre, esasperata, decide di ricorrere ad un maestro privato, che però fallisce anche lui nell'intento.

Nel Mimo VII (il calzolaio) èdescritta l'abilità di un bravo calzolaio a vendere le proprie calzature a nuove clienti al prezzo stabilito da lui, grazie anche all'aiuto di una sua vecchia cliente.

Il Mimo VIII (il sogno)ci è giunto gravemente mutilo; lo sviluppo della trama è molto particolare, in quanto esula dalla quotidianità e ci presenta un sogno con significato allegorico riguardante gli elementi della letteratura.

Riguardo ad Eroda sono stati molto discussi due problemi. Il primo riguarda il fatto se egli meriti il nome di poeta o se i suoi personaggi siano dei semplici tipi fissi; studiando attentamente la mezzana, il suo personaggio più riuscito, possiamo rilevare la sua abilità poetica, esistente ma certamente inferiore a quella di Teocrito. Il secondo problema riguarda il realismo in Eroda, ed è un problema che riguarda l'intera letteratura greco-romana: la rappresentazione del popolo e del quotidiano è veramente realistica? Non lo è nel senso moderno del termine, perché gli antichi riservavano lo stile sublime alla rappresentazione del mondo aristocratico e consideravano tutto ciò che è ordinario e quotidiano (insomma il mondo degli umili) solo come materia da rappresentare comicamente, senza un reale approfondimento. E questo limite è stato superato dalla letteratura moderna, che ha trattato ogni personaggio, nobile o umile che sia, con il differente taglio di approfondimento problematico scelto dallo scrittore.

 

La Poesia

Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito furono senza dubbio i maggiori poeti dell’età ellenistica. Tuttavia, meritano considerazione altri poeti, che si distinsero nel genere didascalico (Arato) e in quello bucolico (Mosco e Bione).

 

Filologia

Nell’ellenismo nacque una nuova disciplina, la filologia, che rientra nel campo dell’indagine scientifica ed esatta. Il suo oggetto è lo studio dei grandi autori del passato (ad esempio, Omero), finalizzato al recupero, alla ricostruzione e alla comprensione del testo originale. All’Iliade e all’Odissea vennero in questo periodo attribuite l’attuale scansione in libri e la successione cronologica (Iliade in lettere maiuscole, Odissea in lettere minuscole); inoltre, si affrontarono numerosi problemi di autenticità, si diedero le prime edizioni critiche e le prime interpretazioni dei punti più difficili. Risale a questo periodo il primo dibattito sulla questione dell’unità o meno dei due poemi omerici, e si vennero a creare i due filoni dei korizontes (separatisti) e dei neounitari (il cui campione fu Aristarco)

I centri principali per lo studio dei testi antichi furono Alessandria e Pergamo. Alessandria si specializzò nella critica testuale, occupandosi di organizzare le varie lectiones dei testi più importanti; ad Alessandria si svolse il dibattito sulla questione omerica, con tutte le conseguenze sopra elencate. A Pergamo si sviluppò prevalentemente il commento dei contenuti, che inizialmente vennero interpretati alla luce dello stoicismo in un’ottica allegorica e moraleggiante. Via via la scuola di Pergamo moderò i suoi eccessi, andando a costituire la prima scuola di critica letteraria in senso moderno. Ad Alessandria si affermò prevalentemente l’analogia, mentre a Pergamo l’anomalia.

 

Scienza

Nell’ellenismo si assiste al fenomeno delle specializzazione, che riguardò anche l’ambito scientifico; tranne la notevole eccezione di Eratostene, il più grande enciclopedico del tempo, i dotti si specializzavano in precisi settori: matematica (Euclide e Archimede), astronomia (Aristarco e Ipparco), medicina (Erofilo ed Erasistrato), meccanica (Ctesibio e Erone).

E’ significativo notare come un così grande sviluppo scientifico non sia stato accompagnato da un altrettanto grande sviluppo della tecnica, esattamente l’opposto di quanto avverrà poi a Roma. La cause sono da ricercare in parte nell’impostazione della filosofia platonica, che metteva al primo posto il sapere e all’ultimo il fare, e in parte nella grande abbondanze di manodopera a basso costo fornita dagli schiavi, che non incoraggiava lo sviluppo di macchine che sostituissero il lavoro dell’uomo.

Eratostene di Cirene (che rivestì anche l’incarico di direttore della Biblioteca) fu il fondatore della geografia moderna: disegnò con sufficiente esattezza una carta geografica, tracciandovi meridiani e paralleli, misurò la lunghezza del meridiano terrestre con un’approssimazione che ha del prodigioso (40050 km. o, secondo altri, 46000 circa, rispetto ai 40003 calcolati dalla scienza moderna); distinse sulla superficie della terra le cinque zone astronomiche che sono rimaste fondamentali; ci diede infine nel primo libro della Geografia, la sua opera più importante, una prima storia della scienza geografica, da Omero ai suoi tempi.

Euclide fu il padre della scienza geometrica. Gli Elementi, in 13 libri, sono un’organica sistemazione dell’intera geometria sulla base del metodo ipotetico-deduttivo; per 22 secoli gli Elementi sono stati il testo fondamentale per l’apprendimento della geometria e solo ai giorni nostri si è giunti a concepire una geometria non euclidea.

Archimede di Siracusa fu non solo un grande matematico, ma anche un geniale ingegnere. Inventò numerose macchine, tra cui sono rimaste famose quelle da guerra, usate per la difesa della città contro il console romano Marcello. Tra le sue opere fondamentali ci rimangono uno scritto sulle sezioni coniche, Dei conoidi e sferoidi, e uno indirizzato ad Eratostene, Sul metodo, in cui l’autore precorre il moderno calcolo infinitesimale. Normalmente Archimede scrive in dialetto dorico; solo quest’ultima opera è scritta usando la koinh.

 

Periodo greco-romano

 Nel 30 a.C. cade l’ultimo dei regni ellenistici; ora la cultura greca è totalmente soggetta al dominio di Roma e si avvia verso il declino. Tuttavia, emergeranno ancora figure rilevanti come Plutarco, Luciano, Marco Aurelio, senza contare che il greco divenne la lingua del dirompente Cristianesimo negli anni della sua affermazione in tutto l’Impero.

L’ultimo periodo della letteratura greca va dal 30 a.C. (conquista dell’Egitto) al 529 d.C. (soppressione della scuola neoplatonica di Atene per ordine dell’imperatore Giustiniano). Tra le varie denominazioni possibili, si è scelto quello di periodo greco-romano per evidenziarne il carattere fondamentale: la letteratura greca si sviluppa ora in un mondo dominato politicamente e culturalmente da Roma, e non può più prescindere dal suo legame con essa.

Nel campo politico Grecia e regioni orientali, come anche le altre parti dell’Impero, non hanno nessuna indipendenza: ridotte a provincie imperiali, sono governate da proconsoli eletti dal senato (le provincie senatorie) e da legati scelti dall’imperatore (quelle imperiali). Nei primi tre secoli, tuttavia, gli imperatori permisero una certa autonomia locale e favorirono la formazione di una classe dirigente locale che, entro le strutture imperiali, regge l’amministrazione della città. Con l’avvento di Diocleziano (284-305) scompare ogni residua traccia di autogoverno cittadino e ogni parvenza di autonomia delle poleis. Nello stesso tempo, con l’introduzione della tetrarchia (divisione dell’impero in quattro zone rette da due Augusti e da due Cesari) si avvia un processo che porterà al completo distacco fra le regioni orientali e quelle occidentali, distacco sancito da Teodosio nel 395 con la creazione dell’Impero d’Occidente, ben presto miseramente travolto da onde si barbari, e dell’Impero d’Oriente, che riuscì a sopravvivere per circa un millennio (1453, caduta di Costantinopoli) e fu chiamato Bizantino.

In campo economico si diffuse in tutto l’Impero quel "capitalismo urbano" che aveva contrassegnato il periodo ellenistico: la città è il centro di tutte le attività produttive e commercia fiorentemente con le altre, trovando in una borghesia ricca e intraprendente il suo principale sostegno. Si raggiunse l’apice di questo sviluppo produttivo, ma soprattutto commerciale, nel II secolo, durante l’età di Adriano e degli Antonini. Nel frattempo si acuivano le tensioni sociali: all’agiatezza delle classi medie si contrapponeva la miseria del proletariato urbano e contadino. Nel III secolo scoppiò una grave crisi che portò ad una lunga anarchia militare e a sanguinose lotte di classe. Le riforme di Diocleziano e di Costantino cercarono di portare un rimedio a questa situazione, ma riuscirono solo in parte. Ne seguì un impoverimento progressivo, che portò al sostituirsi ad un’economia di tipo urbano, soprattutto nelle regioni occidentali, di una "economia domestica"; le città perdettero il loro importante ruolo, aumentò il significato ed il peso della campagna. Erano i prodromi del Medioevo.

In campo culturale, generalizzando, si avverte un’esasperazione delle tematiche ellenistiche. L’individuo si dissocia sempre di più dalla vita politica, sentendo estraneo a sé il significato e il destino dell’Impero. Nella generale instabilità politica, economica e sociale non crede più nella razionalità delle cose e afferma l’ideale della rinunzia e della fuga dal mondo, ricercando la salvezza dell’uomo nella sua interiorità e più ancora in Dio. La religione tradizionale ha definitivamente perduto ogni ragion d’essere: ora sono le religioni orientali e i culti misterici ad appagare le esigenze spirituali dei cittadini dell’Impero. La ricerca scientifica perde il suo carattere sociale e diventa uno strumento con cui poter accedere alla salvezza, confondendosi sempre di più con la magia, l’astrologia, l’alchimia. Anche la filosofia smette di ricercare la santità a favore della salvezza dell’uomo, privilegiando la rivelazione alla ragione e spesso sfociando in una fede religiosa (il neopitagorismo, lo stoicismo, il neoplatonismo di Plotino…). In questo clima di stanchezza e di sfiducia, mentre la sapienza antica canta il suo vanitas vanitatum, sorge il Cristianesimo e a predicare la mondo la "Buona novella". Uscito vittorioso da secoli di lotte e di persecuzioni, il Cristianesimo ottenne prima la libertà di culto (313, Editto di Costantino), e fu poi riconosciuto religione ufficiale dell’impero (380, editto di Teodosio), andando a rappresentare la svolta decisiva di questo periodo.

La letteratura del periodo greco-romano mostra evidenti segni di decadenza, acuiti, oltre che dal clima generale, dall’invadenza della retorica, che la rese vuota e sterile, e dalle mode classiciste che proponevano l’imitazione del passato, a scapito delle creazioni originali. Pure, si affermarono ancora notevoli scrittori, come Plutarco e Luciano, nobili figure di imperatori-filosofi, come Marco Aurelio e Giuliano, un geniale pensatore come Plotino. Il romanzo conobbe adesso la sua massima diffusione, e anche la poesia presenta qualche voce nuova, come quella dell’epigrammatista Agatia, autore del Ciclo. Infine, accanto alla letteratura profana sorse quella cristiana, che utilizzò il greco per diffondere il Vangelo in tutto l’Impero (il Nuovo Testamento è interamente in greco).

Con la chiusura della scuola neoplatonica, avvenuta nel 529, si fa finire tradizionalmente la letteratura greca antica; ma essa non finì mai veramente: la civiltà bizantina e cristiana ne assorbì gli elementi più fecondi e ne continuò l’eredità nei secoli del Medioevo.

 

Plutarco

E’ il biografo per eccellenza della cultura greca, colui che ha creato che le sue Vite eroi immortali che sono stati visti nei secoli come modelli di virtù e di perfezione morale, o come simboli d libertà e di ribellione alla tirannide, o come esempi di destini tragici e dolorosi, o infine come rappresentanti dei più autentici valori umani.

Nacque a Cheronea in Beozia poco prima del 50 d.C. da una famiglia che apparteneva alla tipica borghesia del periodo imperiale. Completò la sua formazione ad Atene, aderendo al platonismo. Compì numerosi viaggi e fu a più riprese anche a Roma, ma non vi rimase a lungo; egli amava il piccolo borgo di Cheronea che non voleva abbandonare e dove trascorse la maggior parte della sua esistenza, dedicandosi ai suoi studi e occupando anche importanti cariche pubbliche nell’amministrazione cittadina. Per molti anni fece anche parte del collegio sacerdotale del vicino santuario di Delfi; assieme al platonismo, l’esperienza religiosa fu determinante per la formazione della sua concezione morale. Morì poco dopo il 125.

Della sua vastissima produzione a noi sono giunti due gruppi di opere: i Moralia e le Vite parallele.

Moralia

Sotto il nome di Moralia ci sono pervenuti un’ottantina di scritti (alcuni di dubbia autenticità) che trattano delle questioni più disparate: morali, filosofiche, religiose, pedagogiche, letterarie, politiche, scientifiche, erudite. Nelle opere filosofiche e morali Plutarco espone e divulga il pensiero platonico, polemizzando con epicurei e stoici e proponendo una serie di saggi consigli e pratici rimedi contro i vizi e le passioni, ponendosi come "un medico dell’anima". Inoltre Plutarco fu uno spirito profondamente religioso e animato da un vero interesse per il problema di Dio e della sua opera del mondo; da una parte resta fedele alle credenze e ai riti della religione tradizionale, dall’altra si apre alle esigenze filosofiche e alle idee dei suoi tempi e cerca di pervenire alla concezione di un dio unico e di una religione comune a tutti gli uomini.

Vite parallele

La fama di Plutarco è però legata alle Vite parallele, coppie di biografie nelle quali un personaggio greco viene contrapposto ad un personaggio romano (es. Alessandro-Cesare, Demostene-Cicerone, Teseo-Romolo); spesso, alla fine di ogni coppia segue un breve parallelo che sottolinea analogie e differenze tra i due personaggi studiati. Conserviamo in tutto 50 Vite: di esse 46 sono abbinate e 4 isolate. Questa impostazione rivela che il confronto non è tra i singoli personaggi, ma tra il mondo greco e quello romano, in modo da dimostrare la grandezza di entrambi. Va comunque rilevato che molti accostamenti sono forzati e arbitrari. La biografia di Plutarco segue in genere uno schema fisso: narra in ordine cronologico, dalla nascita alla morte, i principali avvenimenti del personaggio, ponendo una certa attenzione ad aneddoti e particolari curiosi, nell’ottica che "spesso un fatto insignificante, una parola, uno scherzo, manifestano l’indole di un uomo, più delle battaglie sanguinose o dei grandi schieramenti di eserciti o degli assedi delle città". Caratteristica di Plutarco è di porre in risalto i momenti più solenni e più drammatici della vita dei suoi eroi, creando scene piene di un paqos che avvince e commuove; questa predilezione per gli eventi più drammatici e per le tinte più fosche e macabre lo avvicina a Tacito. Plutarco definisce nella sua opera il taglio biografico che intende seguire: "non scriviamo storia, ma vite". Infatti, non ha un vero interesse per la storia e spesso è incapace di cogliere i nessi profondi degli avvenimenti e di analizzare in modo globale il contesto storico in cui si muovono i personaggi delle Vite. Il suo scopo dichiarato è quello di presentare al lettore le grandi figure del passato, creandone degli eroi (è più poeta che storico). Gli eroi di Plutarco sono imbevuti delle sue concezioni etiche, in modo che dalle azioni e dal carattere del personaggio si può con immediatezza trarne un insegnamento morale. Questo , se da una parte impedisce una visione profonda dell’esistenza con il giudicare ogni cosa con una visione unilaterale, dall’altra gli permette di disporre i fatti in virtù di un ordine superiore, illuminando il personaggio di una luce singolare da cui emerga il suo carattere e la sua grandezza. L’eroe di Plutarco non è perfetto, non è esente da difetti o da errori, ma anche nei suoi aspetti negativi si distingue dagli altri, ergendosi sopra un piedistallo.

Plutarco è confrontabile con tre biografi della letteratura latina: Varrone, Cornelio Nepote, Svetonio. In generale, l’interesse dei latini, volto alla vita, è per i fatti realmente accaduti, per le azioni (fine pragmatico), piuttosto che alla conoscenza del profondo dell’animo del personaggio, ottenuta da Plutarco facendo ricorso all’elemento patetico. Con Cornelio Nepote siamo nella fase delle guerre civili, ed il suo travaglio interiore si rispecchia nel De viris illustribus; anche lui aveva adottato lo stesso sistema di confrontare Greci e Romani con intento moralistico, ma senza l’ampiezza di respiro di Plutarco. Varrone, nei Logi Storici, parla di un miscuglio di razionalità e di azione compiuta; adotta un taglio particolare avvicinabile a Cornelio Nepote perché i personaggi sono travagliati e incapace di aderire a qualcosa di sicuro. Svetonio, nel De vita Caesarum, cammina per categorie chiuse (schema fisso della biografia), avendo già in testa la visione dei fatti. Questo avere un programma già prefissato gli permette di evidenziare i particolari, appagando il suo gusto per l’aneddoto: Svetonio narra la vita degli imperatori come se guardasse dal buco della serratura Plutarco è l’unico tra i biografi antichi che ha un vero interesse per l’uomo e per il suo dramma. Da notare il fatto che i biografi vengono fuori prevalentemente in momenti di crisi.

 

La retorica

Nel I e nel Il secolo d.C. la retorica assume una grandissima importanza e un notevole prestigio, andando a identificarsi con la cultura stessa. Il suo significato verrà molto approfondito, ma sarà accompagnato parallelamente da un impoverimento dei contenuti; l'interesse per la retorica sarà soltanto a livello formale. Il mondo greco lascerà la sua eredità in questo campo al mondo latino, il quale a sua volta lo trasmetterà alla letteratura apologetica (detta anche patristica dal nome degli artefici, "i padri della chiesa").

Il dibattito in campo stilistico fa sì che comincino a delinearsi due movimenti distinti, l'asianesimo e l'atticismo. L'asianesimo nacque all'inizio dell'ellenismo (III a.C.) per opera di Egesia di Magnesia in Africa, prendendo come modello lo stile di Lisia (denso, schematico, non indulgente a costruzioni artificiose). Nei due secoli successivi si venne a creare un ribaltamento totale all'interno dell'asianesimo (anche per il fatto che fu adottato in prevalenza dai retori dell'Asia Minore, che introdussero nel dialetto attico termini ionici): si venne a creare uno stile ricercato, pieno di ornamenti retorici, ampolloso, "bombastico". Noi intendiamo per asianesimo questo stile. Contemporaneamente (I a.C.) si venne a creare una nuova corrente di retorica basata su Lisia, ossia sulla stringatezza della frase e sull'essenzialità del costrutto. Questa corrente di retorica è detta atticismo. Per assurdo, l'atticismo nacque a Roma, capitale della ricerca di un nuovo indirizzo letterario, e si diffuse subito nel mondo greco. Ci fu una reale contrapposizione tra i due stili. Lo stile di Cicerone è lo stile rodiese, a metà strada tra i due a livello di costruzione, ma non a livello cronologico. Lo stile rodiese nacque nel II a.C. per mitigare gli eccessi dell'asianesimo prima maniera, quando l'atticismo non era ancora nato.

La retorica antica non si limitava a porre la propria attenzione sulla scelta del termine (come avveniva con i Sofisti), ma aveva come oggetto di studio anche la costruzione migliore per il periodo. Nel I secolo a.C. si precisano a questo riguardo due posizioni opposte: la prima fece capo al retore Apollodoro di Pergamo, la seconda a Teodoro di Gadara, vissuto nella generazione successiva. Apollodoro concepisce la retorica come un scienza fissa, dotata di canoni ben precisi (a questa concezione ha aderito anche Cicerone, e anche in Lisia avveniva una divisione tra le varie parti dell'orazione apologetica). Ogni logos deve essere suddiviso in quattro parti, ma solo alla prima (prologo) e all'ultima (epilogo) è riservato l'elemento patetico, la capacità di suscitare nel lettore un particolare sentimento. La parti centrali consistono nella descrizione del fatto e nell'esposizione del ragionamento dell'oratore (non c’è una schematizzazione ben precisa). Teodoro concepisce la retorica come un'arte, una capacità insita nell'uomo, il quale può comporre la propria opera a seconda del proprio modo di vedere. il paqos può esserci in qualsiasi parte dell'orazione, cosi come l'esposizione può riguardare anche il prologo o l'epilogo. La ricerca del paqos è spiegabile nell'ellenismo con il fatto che è la forma espressiva più istintiva. Per paqos si intende una partecipazione emotiva e sentimentale, non circoscritta necessariamente al sentimento del dolore (come avveniva nella tragedia, che mirava alla catarsi). I teodorei fanno ampio ricorso alla fantasia, intesa come forza irrazionale che possiede l'anima e che esce dai canoni del logos. Nell'ellenismo fantasia non vuoi dire uscire dalla realtà e proiettarsi in un mondo fantastico, ma semplicemente uscire dalla realtà (non c'è il bisogno di costruire un qualcosa).

In estrema sintesi possiamo dire che i retori seguirono principalmente due filoni ben distinti e contrapposti tra loro: quello degli apollodorei\atticisti\analogisti\puristi (orazione impostata secondo un rigido schema, stile stringato ed esatto, rifiuto della lingua corrente, rifiuto di parole nuove e di hapax) e quello dei teodorei\asiani\anomalisti\antipuristi.

 

Anonimo del Sublime

Nel I a.C. Cecilio di Calatte, fedele seguace di Apollodoro, scrisse un opera dal titolo peri uyous , a noi non pervenuta. Possiamo conoscere in parte il contenuto di quest'opera grazie ad un altro trattato, intitolato sempre peri uyous, scritto da un seguace di Teodoro per controbattere Cecilio, autore che tutt'oggi non siamo riusciti a identificare.

Ci è pervenuto quasi integro un trattato intitolato Sul sublime (peri uyous) e contiene un elenco di canoni grazie ai quali un'opera raggiunge l'acme della perfezione. E' stato scritto da un seguace di Teodoro intorno alla metà del I secolo d.C. che, per l'impossibilità di identificarlo con certezza, chiamiamo Anonimo. Sono state fatte due ipotesi di identificazione. La prima con Dionigi di Alicarnasso, che visse alla corte di Augusto (l’autore del Sublime ebbe sicuramente dei legami con la corte dell'imperatore) ma che è stato un fedele assertore delle idee dell'atticismo, mentre l'Anonimo è asiano. La seconda con Cassio Longino, asiano e conforme alla idee dell'Anonimo, ma vissuto due secoli dopo la data probabile di composizione del Sublime.

L'Anonimo afferma che le fonti da cui scaturisce il Sublime sono cinque, delle quali tre (poggia delle figure retoriche, nobiltà dell'espressione, collocazione delle parole) si possono acquisire con l'esercizio e l'arte retorica, mentre le altre due (elevatezza del pensiero, passionalità) devono essere per forza innate. L'Anonimo tende a scendere sempre di più nel particolare, secondo un uso tipicamente ellenistico, e a fondere elementi degli apollodorei nella concezione teodorea.

il Sublime è anche un'opera di critica letteraria, e contiene un'infinità di giudizi critici sui più disparati autori dell'antichità. Infine, nell'ultimo capitolo, viene affrontato il problema della decadenza dell'oratoria, che l'Anonimo attribuisce alla mancanza di libertà dovuta alla situazione politica della Grecia del tempo e soprattutto alla schiavitù delle passioni e alla conseguente corruzione morale; è singolare notare che le stesse cause per cui decade l'oratoria greca saranno le stesse per cui decadrà l'oratoria latina.

 

La Seconda Sofistica

La Seconda Sofistica si richiama già nel nome alla prima, fiorita in Grecia nel V secolo a.C. Mentre l’antica Sofistica aveva esteso i suoi interessi ai vari campi della civiltà (retorica, filosofia, religione, politica…) e aveva rappresentato un momento decisivo nella storia del pensiero, la Seconda Sofistica riprese e continuò solo l’aspetto retorico e risultò un fenomeno vistoso ed appariscente, ma poco profondo e poco fecondo per l'avvenire. I secondi sofisti si dedicarono quasi esclusivamente alla ricerca della bella forma, facendo sfoggio di bravura stilistica, in argomenti spesso futili o di scarsa importanza; molti di loro furono dei conferenzieri brillanti ed applauditi.

 

Luciano

Vissuto a Samosata sull’Eufrate, si formò di una cultura epidermica e visse un gran senso di sfiducia verso il mondo del divino, che derise apertamente, non per dissacrare ma per divertirsi. Secondo il giudizio di Lesky, "aveva abbracciato lo scetticismo come concezione del mondo e la satira come professione".

                Nato intorno al 120 a Samosata sull’Eufrate, imparò il greco a scuola, perché la sua prima lingua fu il siro. Da ragazzo fu apprendista presso uno zio scultore, ma un incidente sul lavoro pose fine all’esperimento, come egli racconta nel Sogno. Quindi Luciano compì gli studi retorici e iniziò la sua attività di sofista, viaggiando in tutte le regioni dell’Impero fino alla Gallia. Verso i quarant’anni abbandonò la retorica per dedicarsi al dialogo e alla satira; questo improvviso cambiamento e alcuni brani del Nigrino hanno fatto nascere in alcuni critici l’idea di una conversione di Luciano alla filosofia: "il discorso lo condusse a lodare la filosofia, e la libertà che da essa deriva, ed a spregiare quei che il volgo crede beni, la ricchezza, la gloria, la potenza, gli onori, l’oro, la porpora, ed altre cose tanto ammirate da molti, ed una volta anche da me"; "… in breve acquistai acutissima la vista dell’anima, che fino ad allora era stata cieca, ed io non me n’ero accorto". In realtà il Nigrino è sì un’opera che denota un serio atteggiamento di Luciano, ma si trattò di una disposizione momentanea, non di una vera conversione alla filosofia. Negli ultimi anni della sua vita, Luciano fu funzionario imperiale in Egitto; morì probabilmente verso il 190.

Sotto il nome di Luciano ci è giunta una raccolta di 82 scritti, chiamati comunemente Dialoghi. In realtà solo alcuni hanno forma dialogica, altri solo semplici esercitazioni retoriche, altri sono a carattere autobiografico (Sogno, Nigrino) altri sono dei veri e propri romanzi (come Lucio o l’asino), altre sono opere satiriche, divise, secondo l’argomento che prendono a bersaglio, in tre gruppi:

  • Satira filosofica: Vite all’Incanto, Pescatore. Nelle Vite all’Incanto Zeus, con l’aiuto di Mercurio, vende all’asta le vite dei principali filosofi, e i compratori li prendono a pochissimo. Nel Pescatore si immagina che i filosofi che erano stati offesi nelle Vite all’Incanto risuscitino dall’Ade per vendicarsi del loro nemico; Luciano si difende sostenendo che egli ha inteso attaccare i filosofi contemporanei, che hanno tanto degenerato da quelli antichi. Per smascherali getta dall’Acropoli di Atene l’amo innescato con qualche fico e qualche moneta d’oro: subito molti abboccano.
  • Satira religiosa: Dialoghi degli dei, Dialoghi marini, Zeus confutato, Zeus tragedo. I Dialoghi degli dei e i Dialoghi marini (cioè di divinità marine) sono dei mimi in cui gli dei vengono presentati nei loro difetti e nelle loro debolezze. Non è ancora un attacco aperto contro la religione tradizionale, ma un’ironia leggera e velata. La satira diventa audace e aggressiva nello Zeus confutato, dove il padre degli dei non riesce a conciliare destino e provvidenza, e nello Zeus tragedo, dove il padre degli dei è costretto ad appoggiare un filosofo stoico perché vinca una disputa contro un epicureo, evitando così l’oblio dei mortali.
  • Satira morale e sociale: Dialoghi dei morti. Luciano deride apertamente la stoltezza degli uomini ed il loro affannarsi dietro alle grandi passioni; tanto, dopo la morte, tutto si deve abbandonare e tutti nudi e uguali si entra nel regno dei morti: vanità è la ricchezza, vanità è la potenza, vanità è la bellezza. C’è anche un po’ dell’invidia di classe (Luciano, a quanto ne sappiamo, non divenne mai ricco) in questo scherno contro i ricchi e i potenti. Siamo ora nella mordace satira menippea; non a caso il protagonista è il cinico Menippo, al quale viene concesso da Mercurio di portare con sé nel regno dei morti la parlantina, la franchezza, il buon umore, il motto e il riso, "cose vuote, leggere, e buone pel navigare" , contrapposte alle pesantezze del discorso che i retori devono abbandonare prima di salire sulla barca di Caronte.

Il concetto della morte che è uguale per tutti e del giudizio, severo, che non risparmia niente e nessuno è una costante del pensiero di Luciano; la troviamo infatti anche in altri dialoghi, che ribadiscono come siano vane la gloria, la bellezza e la potenza.

Sotto il nome di Luciano ci sono pervenuti due romanzi. Lucio o l’asino è di contestata autenticità, e narra la vicenda di Lucio che viene trasformato in un asino e, dopo varie peripezie, alla fine riacquista la forma umana. L’argomento è lo stesso delle Metamorfosi di Apuleio, ma mancano molte novelle (tra cui quella famosissima di Amore e Psiche e la parte finale che descrive le esperienze mistiche del protagonista. La Storia vera prende spunto dal tentativo di fare una parodia dei romanzi d’avventura, ma finisce con il diventare il più bizzarro e fantasioso racconto (i protagonisti vanno sulla luna, finiscono nel ventre di una balena, giungono nell’isola dei Beati…) che sia mai stato scritto, precorrendo, per certi versi, i Viaggi di Gulliver e Pinocchio.

La satira di Luciano coinvolge tutti gli aspetti della cultura e della società. Nell’età degli Antonini e della Seconda Sofistica grande era il vuoto morale e spirituale, gravi erano i disagi e le ingiustizie sociali: i ricchi e potenti signori romani sfruttavano e vessavano le provincie, circondati da un nugolo di adulatori e di leccapiedi, gente che cercava con ogni mezzo la gloria e il denaro. Luciano dovette trovarsi proprio a fare questa scelta, se essere uno di loro o remare controcorrente, e scelse la seconda: "io sono un uomo che odia i millantatori, i ciarlatani, i bugiardi, i superbi, tutta la genia dei malvagi... Amo la verità, la bellezza, la semplicità, tutto ciò che è degno di essere amato".

Le invettive di Luciano non sono invettive serie e solenni, ma sono avvolte dall’ironia, che critica amaramente in primis la tradizione ma talvolta anche la realtà contemporanea. In realtà Luciano non crede in un ideale da proporre e da contrapporre alla realtà che critica; il suo scetticismo radicale rivela una grande aridità spirituale. Egli combatte l’ingiustizia sociale, ma non crede che quest’ingiustizia possa in qualche modo venire annullata, e questo atteggiamento lo porta all’incapacità di affrontare i grandi problemi dell’esistenza. Il suo scetticismo è tanto più assoluto in quanto egli non crede neppure nel valore della sua propaganda negativa, non è neppure convinto di riuscire a distruggere veramente qualcosa. L’assenza di una fede qualsiasi e un’aridità spirituale di fondo hanno impedito a Luciano di essere un grande scrittore.

 

Il romanzo greco

E’ l’ultimo genere letterario inventato dall’ellenismo, quello che meglio riuscì a rispecchiarne i canoni letterari. Nato tardi, non riuscì a raggiungere quella bellezza e quella perfezione che troviamo negli altri campi della letteratura greca; infatti è ritenuto scarso il suo valore artistico. Tuttavia, il romanzo greco riveste una grande importanza come documento dei tempi e come fenomeno letterario che contribuì al sorgere della narrativa moderna: il romanzo moderno presenta tutt’oggi gli stessi caratteri fondamentali. I frammenti più antichi a noi pervenuti sono quelli del romanzo di Nino (il protagonista) e Seramide, innamorati l’uno dell’altra. In questo, come anche in tutti i romanzi successivi, il filone della trama è sostanzialmente lo stesso: due giovani s’innamorano, vengono separati da un evento casuale, vivono mille avventure, si rincontrano, nulla tra loro è cambiato, si sposano e vivono felici e contenti. Il romanzo di Nino è stato trovato su un papiro del I secolo d.C.; questo fece cadere, alla fine del secolo scorso, la tesi del Rohde, secondo la quale il romanzo sarebbe nato dalla fusione dell’elemento erotico con l’elemento avventuroso, fusione che sarebbe avvenuta nella pratica retorica della Seconda Sofistica. L’origine del romanzo è, invece, probabilmente da ricercare nel fatto che non fu un genere, come molti altri, destinato a pochi eruditi, ma alla classe borghese, benestante, non molto acculturata e spoliticizzata, che non si interessava più ai grandi problemi e cercava di evadere dagli angusti limiti della realtà quotidiana: era un genere d’evasione. Questo spiega anche il fatto - ed è unico per la letteratura greca- che solo i romanzi greci siano stati trovati in frammenti di papiro riutilizzato: era evidentemente un genere che non aveva molte pretese, come non ne avevano gli stessi autori, i quali non erano troppo eruditi e non trasmettevano alcun tipo di valori.

Due sono gli elementi fondamentali del romanzo greco: l’amore e l’avventura. L’amore sarà normale (ossia tra un ragazzo e una ragazza) e si ricollega alla feconda produzione poetica, in cui era uno dei temi più trattati dell’ellenismo, mentre le avventure di viaggio avevano avuto il loro battesimo con Omero (i viaggi di Ulisse finalizzati alla swfrosunh) e avevano trovato la loro piena espressione con le Argonautiche di Apollonio Rodio, appagando il gusto per l’esotico e la tendenza verso il cosmopolitismo tipici dell’ellenismo.

 L’asino d’oro \ le Metamorfosi

Un famoso romanzo greco è il, già citato a proposito di Luciano, Lucio o l’asino, il quale ricalca nelle linee fondamentali la trama delle Metamorfosi di Apuleio, tanto che si è addirittura pensato, per le Metamorfosi, ad una traduzione in latino di un’opera greca. Quest’ipotesi è un po’ forzata, perché un autore di grande levatura e preparazione come Apuleio, difficilmente si sarebbe accontentato di fare una semplice traduzione; è più probabile che le due opere abbiano un’origine comune, da ricercarsi, pare, in una piccola opera greca, denominata l’Asino d’oro, scritta da un certo Lucio di Patre di cui ci dà notizia il patriarca Fozio. Purtroppo non abbiamo altre informazioni su Lucio di Patre né resti della sua opera, per cui questa rimane una semplice ipotesi. E’ stato anche ipotizzato che Apuleio, da giovane, abbia scritto un piccolo Asino d’oro in greco, utilizzato come base per le Metamorfosi. Le Metamorfosi di Apuleio si differenziano da Lucio o l’asino di Luciano di Samosata per due principali motivi:

  • Nelle Metamorfosi compare un maggior numero di novelle (tra cui quella celeberrima di Amore e Psiche), tutte tratte dalle favole milesie e apparentemente prive di un legame unificante tra loro. Nel periodo finale della letteratura latina si diffondono ampiamente le religioni e i culti misterici; la chiave di lettura delle Metamorfosi è proprio in questi motivi escatologici, in quest’ansia religiosa che porta Apuleio a cercare ogni mezzo di accostarsi al mondo del divino.
  • Le Metamorfosi sono in 11 libri, uno in più, rispetto all’opera di Luciano. L’undicesimo libro è completamente slegato dagli altri: l’autore si sostituisce al protagonista e fa passare per quelle di Lucio le sue esperienze personali, sempre collegate a quest’ansia misterica.

Comune a entrambe le opere è invece la voglia di sperimentare nell’ambito della tematica dell’amore; è straordinario il crearsi di una sorta di ciclicità tra la letteratura greca e quella latina, che finisce con questa voglia di sperimentare in amore, analoga a quella apparsa alle origini della letteratura greca (con Ulisse). Si tratta, però, in Apuleio, di una voglia di sperimentare che ha un che di mistico e di oscuro, assente nella voglia di nuove esperienze di Ulisse.

 

Lo Stoicismo

Lo Stoicismo fu la corrente di pensiero più diffusa nell’Impero romano nel I e II secolo d.C. La nuova Stoa, detta romana perché a Roma principalmente si sviluppò, si differenziò sempre di più dall’antica e dalla media, disinteressandosi della fisica e occupandosi prevalentemente di etica. Questo perché lo Stoicismo subì la generale crisi religiosa del periodo greco-romano, che determinò una generale sfiducia nella ragione, un rifiuto di cercare la risposta ultima e un accentuato misticismo nella pratica della filosofia. Non a caso in questo periodo si diffonde lo Scetticismo, che predicava la sospensione del giudizio. Lo Stoicismo si trovò così a predicare il distacco della vita e la preparazione alla morte. Gli esponenti principali della nuova Stoa furono Seneca, Epitteto e Marco Aurelio; dei tre Seneca scrisse in latino, ma generalmente la lingua usata dagli stoici romani fu il greco.


 

 

 

 

Storia Greca

 

 

Storia  Greca

La Grecia Antica (3500-1150 a.C.), comprendeva anche molti paesi abitati dai Greci, come la costa occidentale dell’Asia Minore, le isole del Mar Egeo e del Mar Ionio, quasi tutte le città dell’Italia meridionale (Magna Grecia) e della Sicilia, ecc. La Grecia, per la sua natura montuosa, è un paese poco fertile, che costrinse sempre i suoi abitanti a dure fatiche per procacciarsi i mezzi di nutrimento. Tanta povertà naturale doveva spingere i Greci ad emigrare dal proprio paese e a dedicarsi agli scambi commerciali. La configurazione geografica della Grecia ha molta importanza per la storia di questo paese. Il territorio prevalentemente montuoso, le coste assai frastagliate, ecc., contribuirono a mantenere divisi tra loro gli abitanti, e, quindi, a formare numerosi stati indipendenti, che mantennero sempre un vivissimo amore per la libertà. Il frazionamento geografico fu causa principale del frazionamento politico. Gli abitanti della Grecia appartengono alla grande famiglia ariana o indoeuropea. Essi, nell’età storica, ci appaiono divisi in quattro stirpi, separate fra loro da differenze dialettali: Achei, Eoli, Ioni, Dori. L’Età Egeo-Cretese (3500-1450 a.C.); l’Età Micenea od Omerica (1500-1150 a.C.), verso il 1500 a.C. il centro della civiltà egea si sposta da Creta nella Grecia peninsulare e più particolarmente nel Peloponneso, dove sorgevano le città di Micene e di Tirino, abitate da popolazioni acheee. La civiltà micenea ha carattere nettamente guerresco. Gli Achei erano bellicosissimi. La Migrazione Dorica (1150-500 a.C.); verso il 1500 a.C. la civiltà micenea si estinse rapidamente. Gli antichi ne attribuirono la causa a una serie di spostamenti di popoli, e particolarmente alla cosiddetta migrazione dorica, perché lo spostamento maggiore avvenne per opera dei Dori. Essi dicevano che i Dori, che abitavano la Tessaglia, erano passati nel Peloponneso, allora abitato dagli Achei; la migrazione dorica segnò per la Grecia l’inizio di una serie di trasformazioni politiche. La maggiore trasformazione che si compì tra i secoli X e VII a.C. fu la creazione dello stato-città (polis), ossia lo stato che si riduce solitamente ad una sola città da cui dipendono nel territorio circostante più o meno numerosi villaggi (demi). Altre trasformazioni politiche, che si succedettero tra i secoli X e VI a.C. furono il graduale trapasso dalla monarchia alla repubblica democratica. Tale trapasso si svolse approssimativamente nel seguente ordine: dalla monarchia alla repubblica aristocratica; dalla repubblica aristocratica alla tirannide; dalla tirannide alla repubblica democratica.
Lo Stato di Sparta : la Laconia, che ebbe come capoluogo la città di Sparta, è una regione del Peloponneso. La città di Sparta prima dell’invasione dorica si chiamava Lacedemone e a differenza delle altre città greche non aveva né mura né acropoli, né altre difese, perché la sua posizione fra i monti la rendeva naturalmente invulnerabile. La costituzione dello stato spartano è attribuita dalla tradizione a Licurgo (sec. IX), personaggio forse più mitico che storico. Licurgo si propose di affidare tutto il potere ai soli Spartani e perciò ripartì il governo fra i seguenti corpi politici: due re ereditari, appartenenti a due dinastie distinte, che fin dai tempi antichi si erano divisi il potere. Avevano poteri assai limitati. La Gerusia o Consiglio degli Anziani che era formata dai due re e da 28 membri nominati a vita dall’assemblea popolare tra i cittadini spartani che avessero superati i 60 anni di età. Essa trattava gli affari più importanti dello stato, preparava i progetti di legge da sottoporre all’assemblea del popolo. L’Apella o Assemblea popolare che era formata da tutti i cittadini spartani che avessero superato i 30 anni di età, e che era convocata una volta al mese per il plenilunio. Essa eleggeva i membri della Gerusia ed altri magistrati o rigettava senza discussione le proposte che i gerenti le presentavano, deliberava della pace e della guerra, ecc. Gli Efori o Ispettori in numero di 5, che erano eletti ogni anno dall’assemblea popolare.
Lo Stato di Sparta:  l’Attica, che ebbe come capoluogo la città di Atene, è una regione della Grecia centrale. Il paese, prevalentemente montuoso, è assai poco fertile, mentre le coste ricche di buoni porti sono molto favorevoli alla navigazione, per cui gli abitanti, non potendo ricavare dalla terra il necessario per vivere, si dedicarono molto presto ai traffici marittimi. La città di Atene sorgeva sopra un colle sacro alla dea Atena (Acropoli). Gli abitanti dell’Attica, nei tempi più antichi, erano sparsi in diversi villaggi o demi, ciascuno dei quali costituiva un’unità politica indipendente e aveva un proprio re. Il leggendario re Teseo, secondo la tradizione, riuscì a riunire questi demi primitivi in un solo stato, operando l’unificazione politica della regione (sec. IX- VIII); e a ricordo di tale avvenimento furono istituite le feste Panatene, che si celebravano in onore di Atena. L’ultimo re –sempre secondo la tradizione- fu Codro, che avrebbe sacrificato la vita per la salvezza della patria. Dopo la sua morte gli Ateniesi, giudicando che nessuno fosse degno di portare il nome di re,  avrebbero soppresso la monarchia e istituito la repubblica. Intorno al 700 a.C. con l’istituzione della Repubblica il governo passò a un collegio di nove arconti (=capi), che erano scelti fra i nobili e che duravano in carica un anno. I primi tre arconti, che avevano maggiore autorità, erano: l’arconte eponimo (cosiddetto perché col suo nome si designavano gli anni), che presiedeva l’intero collegio; l’arconte basiléus(=arconte re), che attendeva al culto; l’arconte polémarco, che aveva il comando dell’esercito in pace e in guerra. Gli altri arconti erano detti tesmotéti (=custodi delle leggi) e amministravano la giustizia. I nove arconti quando finivano l’anno di carica, andavano a far parte dell’Areopàgo (cosiddetto dal colle di Ares, o Marte, dove teneva le sue sedute), il quale fungeva da tribunale per i reati più gravi. Ma questo tipo di governo oligarchico, che permetteva danni e soprusi a danno degli altri cittadini, suscitò un forte malcontento nel popolo, che chiese leggi scritte uguali per tutti. Nel 624 l’arconte Dracone fu incaricato di compilare un codice scritto; ma le sue leggi apparvero così severe verso il popolo che fu necessario abolirle.
La Costituzione di Solone: il merito di aver operato una vasta e profonda riforma, che nella storia di Atene ha la stessa importanza di quella attribuita a Licurgo in Sparta, spetta all’arconte Solone (sec. VI). Si propose di sostituire al criterio della nobiltà di sangue quello della ricchezza (criterio timocratico: discriminazione non in base alla nascita ma alla ricchezza), in modo che non solo i nobili, ma tutti i cittadini potessero partecipare al potere proporzionalmente alle sostanze da essi possedute. Egli divise la cittadinanza in quattro classi, affidando alla  prima le cariche più alte dello stato, alla seconda e alla terza le cariche minori, e alla quarta (i cosiddetti theti) nessuna carica. Ripartì quindi il governo di Atene fra i seguenti corpi politici:

  1. L’Areopago,composto dagli arconti usciti di carica, che continuò, come prima, a fungere da tribunale per i reati più gravi, ma ebbe inoltre il diritto di veto sulle deliberazioni della Bulé e dell’Ecclesia.
  2. L’Arconato, composto di membri della prima classe, con poteri immutati.
  3. La Bulé ( o Senato), composta di 400 membri, eletti ogni anno dall’assemblea popolare tra i cittadini delle prime tre classi che avessero compiuto i 30 anni di età.
  4. L’Ecclesia (o Assemblea popolare), composta di tutti i cittadini (compresi i theti), che avessero compiuto i 20 anni d’età. Essa eleggeva i magistrati (arconti, senatori, ecc.), e deliberava sulle proposte di legge presentate dalla Bulè.

Ma la costituzione di Solone, se aveva il merito di dare a tutti i cittadini la possibilità di ascendere da una classe inferiore a quella superiore mediante l’aumento del reddito, aveva il torto di lasciare insoddisfatta l’ultima classe. Approfittando di tale malcontento, un nobile ambizioso di nome Pisìstrato, riuscì con astuzia a farsi tiranno di Atene, rimanendo al potere per oltre trent’anni (561-528) Egli, pur lasciando sussistere le leggi di Solone, governò molto saggiamente. Gli successero i figli Ipparco ed Ippia, ma il loro governo dispotico indignò gli Ateniesi, che si ribellarono. Dopo la cacciata dei Pisìstratidi, fu eletto arconte Clìstene (509) che introdusse nella costituzione di Solone delle riforme ancor più democratiche, abbassando i limiti di censo, in modo che un maggior numero di cittadini potesse partecipare al governo.
LE GUERRE PERSIANE: (499-449 a.C.) causa delle guerre persiane furono le colonie greche dell’Asia Minore, che erano state sottomesse dai Persiani. Nel 499 a.C. Mileto ed altre colonie greche si ribellarono a Dario, ottenendo l’aiuto di Atene, che mandò alcune navi; ma dopo lunga ed eroica resistenza dovettero nuovamente piegarsi al dominio persiano. Dario pensò di prendere a pretesto l’aiuto che Atene aveva portato alle città ribelli per assoggettare anche la Grecia.
PRIMA GUERRA PERSIANA: Nel 492 Dario organizzò una prima spedizione, terrestre e marittima, contro la Grecia, ma l’una e l’altra spedizione fallirono.  Nel 490 Dario ne organizzò una seconda a Maratona, sulla costa orientale dell’Attica, dove avvenne lo scontro tra Persiani e Ateniesi. I Persiani furono sconfitti dall’abile strategia militare del valoroso comandante Milziade.
SECONDA GUERRA PERSIANA: Serse, figlio di Dario, riprese i preparatici contro la Grecia e nel 480 avanzò verso la Tracia e la Macedonia, mentre i Greci opponevano resistenza al passo delle Termòpili. I Persiani riuscirono a varcare le Termòpili e dilagarono nella Grecia centrale ed occuparono Atene; ma dieci anni dopo la battaglia di Maratona ebbe luogo la famosa battaglia di Salamina (480) che finì con la piena vittoria dei Greci di Temistocle (che comandava la flotta Ateniese).
L’età di Pericle: il periodo di tempo che va dalla conclusione delle guerre persiane al principio della guerra del Peloponneso è il periodo più splendido della storia greca, specialmente di quella ateniese. Esso prende il nome di età di Pericle, dall’uomo che governò per un ventennio la città di Atene (449-429).
LA GUERRA DEL PELOPONNESO:  (431-404 a.C.), Causa della guerra del Peloponneso fu l’antica e sempre viva rivalità tra Atene, che era il centro del partito democratico, e Sparta, che era il centro del partito aristocratico. Nel 431 a.C. Sparta, in seguito ad una contesa per l’isola di Corcira (Corfù), dichiarò guerra ad Atene. Tale guerra, che ebbe il suo centro nel Peloponneso, ma che si estese a tutta la Grecia, compresa l’Asia Minore e la Sicilia, si suole dividere in tre periodi:

  1. Guerra decennale (431-421)
  2. Spedizione di Sicilia (415-413)
  3. Guerra deceleica (413-404)

 

 

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1.

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Introduzione

Localizzazione: Grecia continentale, isole Egee e costa dell’Asia Minore (area corrispondente alla Grecia antica del III millennio a.C.)
Sin dall’età neolitica, le favorevoli condizioni fisiche del territorio greco  favorirono il nascere di una nuova civiltà. Sorsero diverse città ognuna con un proprio territorio, con una diversa struttura economica e politica. Nonostante queste diversità, i greci avevano una comune identità culturale (condividevano la lingua, la religione e l’insieme dei valori etici e culturali): “elleni” erano infatti tutti quelli che parlavano greco, sia che abitassero ad Atene, a Sparta o nelle colonie della Magna Grecia.


2.

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La preistoria e la protostoria

Per il Paleolitico e il Mesolitico si hanno poche notizie riguardo all’insediamento umano. E quelle poche che si hanno attestano la presenza di insediamenti dove era diffusa l’agricoltura, l’allevamento di animali e la produzione di ceramica. La popolazione viveva in villaggi caratterizzati da rudimentali opere di difesa e abitava in capanne divise in più ambienti.


3.

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Dall’età del Bronzo all’età del Ferro

All’inizio del III millennio a.C., durante l’età del bronzo, si delinearono nella regione tre aree culturali, cui corrisposero tre aree geografiche diverse: la civiltà elladica nella Grecia centrale e nel Peloponneso, la civiltà cicladica nelle Cicladi e la civiltà minoica nell’isola di Creta.
A partire dall’inizio del II millennio a.C. la penisola greca subì una serie di invasioni da parte di popolazioni indoeuropee, a loro volta costrette probabilmente a migrare da altri territori. Questi furono gli achei (che si stanziarono nel Peloponneso), gli ioni (che si stanziarono nell’Attica e nelle Cicladi), gli eoli (in Tessaglia) e infine i dori, che subentrarono agli achei nel Peloponneso. Alla fine dell’età del ferro tutto l’Egeo venne conquistato dai micenei.
La civiltà minoica nell’isola di Creta
Anche nell’isola di Creta, si sviluppò all’inizio del III millennio una fiorente civiltà definita  “minoica” dal nome del mitico re Minosse (che in realtà non è un nome proprio, ma un termine per indicare il re, come faraone in Egitto). La storia di questa civiltà viene convenzionalmente divisa in tre fasi, determinate dall’evoluzione stilistica della ceramica: il Minoico Antico, il Minoico Medio e il Minoico Recente.
Durante il Minoico Antico la popolazione, che abitava in case di pietra, era dedita non solo all’agricoltura, ma anche alla lavorazione della ceramica e all’artigianato, i cui prodotti cominciavano a essere esportati per mare. Nel periodo successivo (Minoico Medio), a Creta si formarono alcuni agglomerati urbani (Cnosso, Festo), caratterizzati dai grandiosi palazzi, non difesi da mura, dove il palazzo divenne il centro non solo della vita politica della città, ma anche della vita religiosa, in quanto vi erano locali adibiti al culto. Al palazzo erano annessi anche ampi magazzini per le abbondanti merci che venivano scambiate dai marinai cretesi, la cui attività commerciale si sviluppava sempre di più in tutto il bacino dal Mediterraneo, grazie alla supremazia che Creta allora esercitava sul mare.  Anche la Grecia continentale era soggetta all’influsso culturale e commerciale di Creta. Durante il Minoico Recente i cretesi continuarono a esercitare il predominio sul Mediterraneo, intensificando i commerci (esportavano perlopiù legno, olio, tessuti, oggetti in bronzo); fondarono anche delle vere e proprie colonie come Rodi. Ma attorno al 1500-1450 a.C. avvenne la distruzione dei palazzi, dovuta o all’invasione degli achei o a una catastrofe naturale (maremoto o terremoto) verificatasi in concomitanza con l’eruzione vulcanica, cui avrebbe comunque fatto seguito l’invasione degli achei, che si impadronirono di Creta e posero fine alla civiltà minoica. Gli achei ricostruirono solo il Palazzo di Cnosso e si sostituirono ai micenei nell’esercizio del ruolo egemone sul Mediterraneo.
La civiltà elladica – Grecia centrale e Peloponneso
Con il termine civiltà “elladica” si indica la civiltà sviluppatasi nella Grecia centrale e convenzionalmente si indicano tre periodi: Antico Elladico, Medio Elladico, Tardo Elladico. All’inizio dell’Antico Elladico agli originari abitanti, i pelasgi, si sarebbero aggiunti popoli provenienti dall’Asia Minore; poi si sarebbe verificata l’invasione dei popoli indoeuropei, fra cui gli achei, che si stabilirono nel Peloponneso. Questi popoli, la cui civiltà, fusasi con quella degli antichi abitanti, caratterizzò tutto il periodo seguente (il Medio Elladico), erano portatori di una cultura diversa: conoscevano l’uso della ruota da vasaio, si servivano dei cavalli, fino ad allora sconosciuti, e usavano sepolture individuali.
Alla fine del periodo Medio Elladico era praticato anche il commercio per mare, soprattutto con i cretesi che esercitarono un forte influsso culturale ed economico sui più importanti insediamenti achei nel Peloponneso.
La civiltà micenea
Dall’incontro fra la cultura medio-elladica e quella minoica si sviluppò la civiltà micenea (così chiamata dalla città più potente e importante, Micene) che viene solitamente divisa in tre periodi: Miceneo I (1580-1500 ca. a.C.), Miceneo II (1500-1400 ca. a.C.) e Miceneo III (1400-1100 ca. a.C.). Nel mondo miceneo il palazzo, difeso però da solide mura, era il centro della vita amministrativa, politica e religiosa. Il potere supremo era esercitato da un sovrano, che svolgeva anche mansioni religiose. L’economia era basata sull’agricoltura, sull’allevamento e sull’artigianato, i cui prodotti venivano esportati nel bacino del Mediterraneo grazie alla florida attività commerciale. Infatti i micenei dapprima si affiancarono, poi scalzarono gli stessi cretesi nel dominio sul Mediterraneo.
Nel periodo della massima espansione (Miceneo III) si sviluppò il commercio con l’Italia, ma la politica di espansione dei micenei continuava a rivolgersi anche all’Oriente: una coalizione di città achee  mosse infatti una guerra (raccontata poi da Omero nell’Iliade) contro la città di Troia che controllava, grazie alla sua posizione strategica sullo stretto dei Dardanelli, il commercio nel bacino che collega l’Egeo al Mar Nero.
La distruzione di Troia segnò il culmine della potenza micenea; subito dopo, infatti, Micene, Tirinto e Pilo vennero espugnate e devastate dai dori che si spinsero verso il Peloponneso e lo occuparono,  eccetto l’Arcadia, rimasta immune dall’invasione, come del resto anche l’Attica, e la costa sudoccidentale dell’Asia Minore. I rapporti fra i nuovi invasori e le popolazioni indoeuropee già stanziatesi in Grecia (ioni, eoli e achei) non furono sempre facili: molti achei tentarono di opporre resistenza e, dopo essere stati soggiogati, vennero fatti schiavi.
Il Medioevo Ellenico – I Dori
L’invasione dorica segnò comunque l’inizio di una nuova fase chiamata “Medioevo Ellenico” in cui la Grecia non subì ulteriori invasioni esterne. Tuttavia questo fu un periodo di crisi economica, caratterizzato da un certo regresso culturale e materiale: scomparvero infatti la scrittura e l’architettura monumentale, che avevano caratterizzato la civiltà micenea, e l’economia si ridusse esclusivamente alla pastorizia e all’agricoltura. Si determinarono inoltre cambiamenti politico-istituzionali: al re  miceneo si sostituì il basiléus, che non era propriamente un re ma un capo militare, di origine nobile, cui erano attribuiti anche compiti religiosi e civili. Nell’esercizio del potere, che tenderà a divenire ereditario, questi era affiancato da un consiglio di anziani, capi dei gruppi gentilizi (ghéne), che costituiranno l’aristocrazia nella futura società greca e che erano i proprietari delle terre lavorate dai ceti più bassi della popolazione.  Il Medioevo Ellenico non fu però solo un periodo di crisi, poiché vennero introdotte dai dori alcune significative novità che caratterizzeranno lo sviluppo delle età successive. Comparvero infatti i primi edifici religiosi dedicati esclusivamente al culto (il Tempio) e si andò costituendo una nuova struttura politico-sociale, la pólis (città-stato).

 

4.

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L’età arcaica (VIII-VI secolo a.C.)

1.

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La nascita della pólis

Quando si esaurirono i movimenti migratori nell’età arcaica, la Grecia continentale, le isole e le coste dell’Asia Minore erano tutte occupate da popolazioni che, sebbene divise in unità territoriali politicamente indipendenti, riconoscevano di avere una comune identità culturale, basata sulla lingua, sulla religione e sulle comuni tradizioni; esse adottarono anche la comune denominazione di “elleni”.
L’età arcaica, sebbene caratterizzata dall’assenza sia di invasioni dall’esterno sia di conflitti con i popoli confinanti, fu tuttavia un periodo travagliato, di forti tensioni sociali: i fenomeni più importanti furono la nascita delle póleis (città-stato), il passaggio dalla monarchia ai regimi aristocratici, l’insorgere di tirannidi o di regimi democratici e la colonizzazione.
Le città-stato che si formarono nel corso dell’VIII secolo a.C. furono al tempo stesso centro politico, economico e militare. Ciascuna pólis era costituita dalla città vera e propria  e dal territorio circostante; la città era di solito cinta da mura e aveva, oltre alle case e alle botteghe degli artigiani, una piazza (agorá) dove si tenevano il mercato e le assemblee del popolo; l’acropoli, cioè la “città alta”, costituiva la parte più fortificata dell’abitato, dove i cittadini potevano rifugiarsi in caso di pericolo e dove vi era il tempio della divinità protettrice della città. La popolazione però non viveva tutta nel centro urbano, ma anche nel territorio circostante, destinato prevalentemente all’agricoltura o al pascolo.
Le póleis avevano una dimensione limitata, ma erano politicamente indipendenti e autonome: ciascuna infatti aveva culti, leggi e feste sue proprie. Proprio la limitata estensione del territorio, che spesso non forniva sufficienti risorse agli abitanti, spinse le città a cercare di espandersi a discapito dei centri vicini, che talora persero la loro autonomia a vantaggio della città più forte.
Frequenti erano però le  alleanze di più póleis (dette leghe), solitamente limitrofe, che nel tempo si trasformarono in vere e proprie federazioni  politiche che potevano decidere anche una “guerra sacra” contro quella città della lega che non avesse rispettato i patti.
Nonostante le città-stato greche avessero ciascuna una propria autonomia, esse furono comunque caratterizzate da un comune sviluppo politico: alle originarie monarchie che dominavano le póleis nella fase del loro consolidamento, si sostituirono governi aristocratici formati da oligarchie, che detenevano, oltre al controllo delle terre, anche quello politico. La gran parte della popolazione, composta da piccoli proprietari terrieri, artigiani, contadini, mercanti, aveva scarso peso politico.
Un altro fenomeno di importanza rilevante fu la colonizzazione (seconda espansione greca), che interessò vaste zone del Mediterraneo alla cui origine vi furono fattori determinanti, come il bisogno di terre coltivabili (scaturito dall’incremento demografico), la connaturata povertà del suolo greco, il desiderio di esportare le merci in sovrabbondanza e la ricerca di materie prime. Ma anche le lotte all’interno delle città tra le opposte fazioni per la conquista del potere facevano sì che gli esponenti delle fazioni sconfitte o scegliessero o fossero costretti ad andare in esilio.
Questa seconda espansione coloniale si diresse sia verso Occidente (Magna Grecia, Sicilia, Francia) sia verso Oriente (penisola calcidica e costa della Tracia). I coloni greci non incontrarono resistenza nelle zone in cui si insediarono e la convivenza con gli indigeni fu solitamente pacifica. La città che veniva fondata, pur mantenendo un legame particolare con la madrepatria (la città colonizzatrice) conservandone il dialetto, i costumi e le tradizioni, era politicamente indipendente. La colonizzazione fu importante sia perché diffuse la cultura greca nel Mediterraneo sia perché accelerò lo sviluppo economico e politico della Grecia.
Crisi civile e conflitti sociali
Tra il VII e il VI secolo a.C. si verificò infatti una fase di forti conflitti sociali che opposero l’aristocrazia  al popolo (démos) che, grazie allo svilupparsi delle attività artigianali e commerciali, si arricchiva sempre di più e aspirava ad avere un peso politico maggiore.
Questi contrasti causarono l’avvento di due nuove e diverse figure politiche nel mondo greco: i legislatori e i tiranni. In alcune città, infatti, si ricordano figure di legislatori (Licurgo a Sparta, Dracone ad Atene) che crearono delle vere e proprie costituzioni. Altrove, invece, facendo leva sul malcontento popolare presero il potere con la forza degli aristocratici, che governarono con scarsi vincoli costituzionali: furono detti tiranni.
L’età dei tiranni (650-500 ca. a.C.) rappresentò un momento di grande sviluppo culturale: anche se il titolo indicava un potere conquistato illegalmente. Politicamente frammentata nelle numerose città-stato, la Grecia tuttavia riconosceva la propria identità sul comune terreno della cultura, della lingua e della religione.


2.

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Oligarchia e democrazia: Sparta e Atene

Tra l’VIII e il VI secolo a.C. Sparta e Atene emersero come i centri più potenti della Grecia, dopo aver unito in una confederazione, sotto la loro guida, le città vicine. Sparta, città-stato aristocratica a carattere militare, affermò la sua supremazia con la forza. L’unificazione dell’Attica fu invece raggiunta attraverso accordi pacifici da Atene, che riconobbe la cittadinanza ateniese agli abitanti delle città minori.
Sparta aveva un ordinamento costituzionale antichissimo  la cui natura strettamente oligarchica si mantenne costante nel tempo; la tradizione fa addirittura risalire la costituzione spartana al mitico legislatore Licurgo. A capo dello stato vi erano due re, discendenti delle nobili famiglie e governavano collegialmente. Accanto a loro fungeva da organo consultivo la gherusía, ristretto consiglio di ventotto anziani eletti dai cittadini liberi – gli spartiati – riuniti nell’apélla (assemblea di “uguali”). Importante fu anche la presenza di cinque efori, originariamente ministri del culto, che assunsero sempre più funzioni di natura politico-giudiziaria.
Ad Atene e nella sua area di influenza la monarchia venne abolita dall’aristocrazia, i cui esponenti esercitarono il potere attraverso la carica di arconte; nove arconti, eletti dall’ecclesìa, si avvicendavano annualmente e governavano col concorso dell’areopago, consiglio di ex arconti che fu organo custode delle leggi e tribunale per i reati più gravi. Nel 621 il legislatore Dracone pubblicò il primo codice scritto di leggi, limitando la discrezionalità del potere giudiziario dei nobili. Successivamente l’arconte Solone nel 594 a.C. riformò il codice draconiano, dividendo il corpo civico timocraticamente (cioè in base al censo) in quattro classi, che furono, in ordine di ricchezza. Durante il regno del tiranno Pisistrato (560-527 a.C.), che salì al potere facendo leva sul malcontento del ceto medio-basso, il potere non fu per niente democratico e i suoi figli ed eredi si rivelarono molto più dispotici del padre e vennero uccisi.  Ne seguì una lotta politica che vide vincitore, contro una fazione oligarchica, il partito democratico guidato da Clistene, che promulgò ad Atene una nuova Costituzione basata su principi democratici e  di uguaglianza politica), la cui entrata in vigore  segnò l’inizio del periodo di maggior splendore della storia ateniese. Alla base di essa ci fu un complesso meccanismo di ripartizione territoriale dell’Attica, suddivisa in tre regioni: città, costa, entroterra. All’interno di queste furono previste ulteriori circoscrizioni amministrative.
Ma la vera novità fu la “mescolanza” del popolo, che si ottenne con l’istituzione di dieci tribù, che avrebbero dovuto rifornire l’esercito di Atene, ciascuna sotto la guida di uno stratega. Gli arconti divennero dieci, e i loro poteri furono ridotti, come quelli dell’areopago, ora unicamente tribunale per i reati di sangue; la bulé (che si ampliò a cinquecento membri) e l’ecclesìa accrebbero invece le loro funzioni, diventando il fulcro della vita politica di Atene: la prima come sede di proposte di provvedimenti legislativi, la seconda come luogo della loro discussione ed eventuale approvazione. A garanzia dell’istituzione democratica fu inoltre introdotto l’ostracismo. Attraverso il progressivo sviluppo dell’agricoltura e del commercio, Atene divenne il centro più importante di cultura artistica e del bacino del Mediterraneo.


5.

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L’età classica (V-IV secolo a.C.)

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Le guerre persiane

Le colonie greche dell’Asia Minore erano cadute sotto il dominio del re di Lidia Creso. Creso era un sovrano mite, alleatosi con Sparta, che assicurò alle colonie solidità politica e una florida vita economica e culturale. Nel 546 a.C. venne rovesciato da Ciro il Grande, re di Persia, che annetté ai suoi domini tutte le città greche della regione anatolica. Ne conseguì una fase di contrasti tra la Persia e il mondo greco che sfociò nelle guerre persiane.
Nel 499 a.C. la confederazione ionica, assistita da Atene, si ribellò al dominio persiano (la cosiddetta “rivolta ionica”). Cinque anni dopo, il nuovo sovrano persiano Dario I ristabilì il controllo assoluto sulla Ionia. Postosi quindi a capo di una grande flotta, nel 491 a.C. fece rotta verso Atene per punirla dell’appoggio fornito ai ribelli, ma la maggior parte delle navi naufragò al largo del monte Athos. Dario mandò allora messaggeri in tutte le città greche pretendendone un atto di sottomissione. Se la maggior parte di queste cedette, Sparta e Atene respinsero però gli inviati persiani.
Dario, a seguito di tale provocazione, preparò una seconda spedizione, che partì nel 490 a.C. (prima guerra persiana). L’esercito persiano procedette quindi verso la piana di Maratona vicino ad Atene. I capi della città inviarono una richiesta di aiuto a Sparta, ma il messaggio giunse durante una festa religiosa che impedì agli spartani di partire immediatamente. Le forze ateniesi, guidate da Milziade, conseguirono nella battaglia di Maratona un’importante vittoria sull’esercito persiano, molto più numeroso, che fu costretto a ritirarsi.
Dario intraprese allora una terza spedizione (seconda guerra persiana), ma morì prima di poterla effettuare: lo sostituì il figlio Serse I, succeduto al padre nel 486 a.C., che si mise alla testa di un ingente esercito. Nel 481 a.C. i persiani attraversarono lo stretto dell’Ellesponto e si diressero a sud. I greci opposero il primo tentativo di resistenza nel 480 a.C. al passo delle Termopili, difeso dal re spartano Leonida. Dopo aver avuto la meglio sull’eroica resistenza del piccolo contingente greco (trecento spartani e settecento tespii), i persiani raggiunsero Atene, ormai abbandonata, e la saccheggiarono.
Gli ateniesi, nel frattempo, avevano allestito una flotta in grado di competere con quella persiana che seguiva l’esercito a terra. Al largo dell’isola di Salamina, di fronte ad Atene, 400 navi greche, guidate dello stratega Temistocle, ebbero la meglio sulle oltre 1200 nemiche, costringendo Serse a un’affannosa ritirata verso i suoi possedimenti asiatici; nel 479 a.C., le residue forze persiane ancora presenti in Grecia furono definitivamente sconfitte nella battaglia di Platea e nella battaglia navale di capo Micale. Nel 478 a.C. l’ultima guarnigione persiana che si trovava a Sesto sull’Ellesponto fu cacciata.


2.

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L’ascesa di Atene

In seguito alla vittoria conseguita sui persiani e quale maggiore potenza navale del suo tempo, Atene divenne la città-stato più influente della Grecia, mentre Sparta perse progressivamente prestigio e supremazia militare. Nel 477 a.C. numerose città-stato si unirono, per iniziativa ateniese, nella lega delio-attica allo scopo di liberare dalla presenza persiana l’intero territorio greco (comprese le coste dell’Asia Minore). Atene iniziò a esercitare un ruolo egemone all’interno della lega, trasformando il rapporto di alleanza con gli altri membri in una sudditanza di fatto, tanto da riscuotere regolari tributi e giungere a distruggere le fortificazioni dell’isola di Náxos quando questa annunciò di voler abbandonare la lega. Nel V secolo a.C. Atene segnò il culmine della sua supremazia politica e il punto di massima fioritura culturale, in particolare con Pericle, capo del partito popolare e “leader” della città. Egli Rivestì per trent’anni consecutivi la carica di stratega,  completò l’evoluzione democratica della Costituzione di Clistene, introducendo forme di retribuzione per i cittadini che assumessero pubbliche funzioni: permise così anche a membri di classi meno abbienti l’accesso alle magistrature e ai tribunali popolari. Pericle politicamente aspirò a creare ovunque dei regimi democratici, e debellò pertanto presso gli alleati ogni tentazione oligarchica. Dal punto di vista fiscale, invece, accentuò nei loro confronti la pressione tributaria, che in gramparte necessitava  per le opere pubbliche. Nel corso della cosiddetta “età di Pericle”, infatti, furono costruiti il Partenone e altri edifici pubblici. Inoltre, la letteratura greca raggiunse le sue più alte espressioni con le tragedie  e le commedie.


3.

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La guerra del Peloponneso

Il declino politico di Atene si manifestò tuttavia nell’ambito della politica estera. Allo scontento degli alleati-sudditi della lega delio-attica si aggiunse una rinnovata capacità di competizione di Sparta. L’occasione emerse quando gli abitanti dell’isola di Corcira (attuale Corfù) chiesero aiuto a Sparta per liberarsi del legame imposto loro da Corinto, alleata di Atene. La lotta che seguì tra le due confederazioni sfociò nella cosiddetta guerra del Peloponneso, che colse Atene orfana di Pericle e in mano a politici o poco capaci o troppo ambiziosi (come Alcibiade). Il conflitto si protrasse per lungo tempo e portò alla supremazia di Sparta sulla Grecia e all’imposizione del regime oligarchico dei trenta tiranni ad Atene; sistemi di governo simili vennero istituiti anche in tutte le città greche dell’Asia Minore. La dominazione spartana si dimostrò però assai più dura e oppressiva di quella di Atene. Successivamente la fazione democratica degli ateniesi si ribellò e scacciò le guarnigioni spartane e abbatté il potere dei tiranni restaurando le istituzioni democratiche e la propria indipendenza.


4.

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Dall’egemonia spartana a quella tebana

Per liberarsi del peso spartano, molte delle città greche non esitarono a rivolgersi al nemico di un tempo, la Persia. Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per abbattere definitivamente il potere di Sparta. La cosiddetta guerra di Corinto che ne seguì si concluse con la pace di Antalcida, dal nome del generale spartano che si accordò con la potenza persiana, cedendole l’intera costa occidentale dell’Asia Minore in cambio del riconoscimento dell’autonomia delle città greche, che passarono sotto la protezione di Tebe.


5.

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La supremazia macedone

Mentre la Grecia era divisa da continue lotte interne, nel vicino regno di Macedonia salì al trono Filippo II; grande ammiratore della civiltà greca, questi era ben consapevole della profonda debolezza cui essa era condannata a causa della mancanza di unità politica. Il nuovo sovrano procedette inizialmente  all’annessione delle colonie greche sulle coste e nel giro di vent’anni pose fine all’indipendenza della Grecia, sottomettendone progressivamente tutte le città.
Mentre stava organizzandosi per muovere guerra alla Persia, Filippo venne assassinato; sul trono gli succedette il figlio ventenne Alessandro, che nel corso di dieci anni estese l’influenza della civiltà greca in tutto il mondo antico conosciuto, dando vita a un impero che si estendeva dall’India all’Egitto: proprio per questo è conosciuto con l’appellativo di Alessandro Magno. Alessandro si erse, nelle sue imprese di conquista in Oriente soprattutto ai danni della Persia .


6.

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L’età ellenistica (323-146 a.C.)

Alla morte di Alessandro, i generali macedoni entrarono in conflitto tra loro per la suddivisione del vasto impero che egli aveva creato, e la lunga serie di guerre che seguì ebbe in gran parte come teatro la Grecia.
L’età ellenistica, compresa tra la morte di Alessandro Magno e la trasformazione della Grecia in provincia romana nel 146 a.C., segnò il trionfo della cultura e della civiltà greche,. Quest’epoca fu dominata dalle tre grandi dinastie fondate dai diadochi (dal greco diádochos, cioè “successore”) che diedero vita ai Regni ellenistici.  Le città-stato greche tentarono di riguadagnare l’indipendenza di un tempo unendosi in leghe e ponendo fine al dominio macedone, ma tutto fu invano.
La Grecia provincia romana
La Roma repubblicana, in un’ottica di sempre crescente conquista, cominciò a interessarsi alla Grecia. Roma fu infatti impegnata in un lungo conflitto con la Macedonia per il dominio del Mediterraneo orientale, che si svolse nel corso di tre guerre, le famose guerre macedoni. Al termine la Macedonia divenne provincia romana.  Roma riuscì anche a far sciogliere tutte le leghe greche e ad includere la Grecia nella provincia romana di Macedonia. Dal 212 in poi, per effetto della Constitutio antoniniana promulgata dall’imperatore Caracalla, tutti gli abitanti dell’Ellade – come del resto tutti gli altri provinciali – ottennero la piena cittadinanza romana.

 

Fonte: www.francesca.larosamazza.com

 

 

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