Storia di Roma
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LE RADICI DEL MONDO OCCIDENTALE (2): LA CIVILTÁ DI ROMA ANTICA
1. Introduzione
2. Il territorio italiano prima delle conquiste di Roma.
2.1 Un insieme di popolazioni di diversa origine
2.2 Le popolazioni che occupavano le diverse regioni d’Italia nei secoli VII-VI a.C.
3. Breve storia di Roma antica
3.1 Le origini
APPROFONDIMENTO “Il mito delle origini”
3.2 L’età regia (753-509 a.C.)
3.3 La Repubblica (509-27 a.C.)
3.4 L’età imperiale (27 a.C. – 476 d.C.)
3.5 Le invasioni barbariche e la fine dell’impero romano d’Occidente
4. Istituzioni e struttura sociale
4.1 L’organizzazione istituzionale in età monarchica
4.2 L’organizzazione istituzionale in età repubblicana e in età imperiale
5. Lo sviluppo del diritto in Roma antica
5.1 Età monarchica: norme consuetudinarie e leggi
5.2 Le XII Tavole (metà del V sec. a.C.)
5.3 Le leggi Licinie Sestie del 367 a.C.
5.4 L’universalismo giuridico dell’età imperiale
5.5 L’eredità del diritto romano: il Corpus Iuris Civilis
6. Forme di vita sociale e aspetti di vita materiale
6.1 Forme di vita sociale
6.2 Aspetti di vita materiale
7. Il sistema economico produttivo
7.1 L’età monarchica
7.2 Età repubblicana
7.3 L’Impero
APPROFONDIMENTO “Strade e acquedotti nell’impero di Roma”
8. L’esperienza religiosa
8.1 La forma religiosa arcaica
8.2 Gli influssi greci ed etruschi
8.3 L’evoluzione delle esperienze religiose nell’età della Repubblica
8.5 La religiosità in età imperiale: il culto dell’imperatore e l’avvento delle religioni orientali di
mistero e salvezza
APPROFONDIMENTO “Nascita e sviluppo del Cristianesimo negli anni dell’impero: da religione
perseguitata a religione imposta”
1. Introduzione
Nel momento del suo massimo splendore (durante l’impero di Traiano, 98-117 d.C.) Roma imperiale era arrivata ad estendere il proprio dominio su gran parte del mondo allora conosciuto. Dalla Gran Bretagna all’Egitto esisteva un’unica lingua ufficiale (il latino) e un unico sistema amministrativo, i principi del diritto romano erano imposti in tutto l’Impero, il sistema viario e lo stretto controllo del territorio (opera dell’esercito romano) avevano notevolmente facilitato gli scambi commerciali e culturali tra popoli che prima quasi non si conoscevano. Mai prima d’allora si era verificato un fenomeno simile e mai più si verificherà successivamente.
Le conseguenze dello straordinario sviluppo dell’impero di Roma sono ben presenti anche ai nostri giorni:
- Per la lingua parlata innanzitutto (francesi, italiani, rumeni e spagnoli parlano tutti delle lingue che si definiscono “romanze” proprio perché derivate dalla lingua dei Romani: il latino)
- L’uso da parte della Chiesa Cattolica del latino quale lingua ufficiale è legato proprio al carattere universalistico che tal lingua aveva assunto
- Termini scientifici in latino (quando nel Settecento gli studi naturalistici iniziarono a classificare tutti gli esseri viventi ritennero opportuno usare la lingua latina, dato che questa era allora conosciuta da tutti gli uomini di cultura; il nome scientifico per indicare il gatto divenne perciò “Felix”, dal termine latino usato per indicare questo animale)
- Nel diritto (lo studio del diritto romano è ancora oggi praticato dagli studenti di giurisprudenza a dimostrazione dell’importanza che quegli studi hanno avuto per lo sviluppo successivo del diritto; molti giudici, nelle loro sentenze, ancora oggi inseriscono espressioni latine)
Vediamo quindi la storia di questa civiltà che in pochi secoli si è trasformata, passando da semplice comunità di pastori a grande impero (il più vasto dell’antichità).
2. Il territorio italiano prima delle conquiste di Roma
2.1 Un insieme di popolazioni di diversa origine
Il termine “Italia” con il quale viene chiamato il nostro paese deriva da “Itali” il nome di un popolo d’origine indoeuropea stabilitosi sul finire del II millennio a.C. in Calabria. Furono i Greci a chiamare Italia il territorio occupato dagli Itali e quindi, nei secoli, per estensione, tutto il territorio della penisola venne chiamato Italia.
Nei secoli della fondazione e del primo sviluppo di Roma il territorio della penisola è occupato da popolazioni di origine diversa. Schematizzando possiamo affermare che le diverse popolazioni residenti in Italia nei secoli VIII-V possono ricondursi ai seguenti gruppi d’appartenenza:
- Indoeuropei (arrivati in Italia nel corso del II millennio a.C. e agli inizi del I)
- Greci (contatti con il mondo greco si hanno già nel corso del II millennio a.C. e i primi insediamenti Greci in Italia sono attestati dall’inizio del I millennio a.C., tuttavia una vera e propria colonizzazione del territorio dell’Italia meridionale si ha solo nei secoli VII e VI a.C.)
- Mediterranei (sono le popolazioni discendenti dagli abitanti della penisola dell’età del Bronzo)
- Punici (colonie cartaginesi sorte in Sicilia e Sardegna dal VII sec. a.C.)
2.2 Le popolazioni che occupavano le diverse regioni d’Italia nei secoli VII-VI a.C.
Italia nord-occidentale
L’Italia nord-occidentale è occupata da popolazioni legate alla stirpe dei Celti, gruppo d’origine indoeuropea che si era espanso in Francia, Spagna, Gran Bretagna e Italia con successivi movimenti migratori. Le popolazioni d’origine celtica occupano territori del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia. Sempre nell’Italia nord-occidentale abbiamo la presenza della popolazione dei Liguridi origine mediterranea (come dimostrerebbe la loro lingua). I Liguri hanno i loro principali centri lungo le coste del mar Tirreno, occupano territori della attuale Liguria e della costa francese, parte delle Lombardia e del Piemonte.
Italia nord-orientale
Nell’Italia nord-orientale abbiamo la popolazione dei Cenomani (d’origine indoeuropea) tra Lombardia e Veneto. Dei Veneti (sempre d’origine indoeuropea) nel territorio della regione omonima e parte del Friuli. Dei Reti nel territorio corrispondente all’attuale Trentino Alto Adige e degli Etruschi che occupano, nel periodo della loro massima espansione, anche parte del Veneto. Per l’Italia nord-orientale è da segnalare la presenza presso il centro veneto di Adria di Etruschi e Greci (il nome “Adriatico” è stato dato dai Greci al mare che consentiva loro di raggiungere la città di Adria), ad Adria avvenivano notevoli scambi commerciali.
Italia centrale
L’Italia centrale è divisa in due parti dalla catena appenninica, sul versante tirrenico domina la civiltà etrusca (in Toscana, Emilia, parte del Lazio e della Campania), sul versante adriatico abbiamo la popolazione dei Piceni. La fascia appenninica è occupata da popolazioni d’origine indoeuropea definite “italiche”, sono, a partire dal Nord: Umbri, Sabini, Sanniti. Tra Lazio e Campania abbiamo diversi popoli d’origine indoeuropea: Latini, Equi, Volsci, Ausoni. Sulle coste campane troviamo le prime colonie greche a Cuma, ad Ischia, a Posidonia ed Elea.
Italia del sud e Sardegna
Nella regione pugliese si sono stabilite le popolazioni degli Apuli, dei Dauni, degli Iapigi e dei Messapi. Anche in Puglia vi sono delle colonie greche, le più importanti sono a Otranto (Idrunte), Gallipoli e Taranto (Taras). Nel Territorio della Basilicata vi sono i Lucani (nelle zone interne) e colonie greche sul mare (Metaponto, Eraclea, ecc.). Il territorio calabrese e quello siciliano si caratterizzano per la presenza nelle zone interne di popolazioni d’origine italica (Bruzi in Calabria, Sicani e Siculiin Sicilia) e per la diffusione sulle coste di colonie greche: Sibari, Crotone, Reggio, Metauro ecc. per la Calabria e Naxos, Catania, Siracusa, Taormina, ecc. per la Sicilia. Sempre in Sicilia vi sono delle colonie d’origine cartaginese sulla punta nord-occidentale (Selinunte e Panormo, oggi Palermo, ecc.). Il territorio sardo vede la presenza sulle coste del sud di colonie cartaginesi (Nora, Sulcis, ecc.) e nel territorio centrale l’occupazione della popolazione dei Sardi.
In questi secoli si vanno definendo, in tutto il territorio italiano, gli insediamenti urbani che daranno origine alle moderne città dove viviamo.
I gruppi umani che occupano il territorio italiano, dai Celti alle popolazioni d’origine fenicia, sono, come abbiamo avuto modo di vedere, profondamente diversi per civiltà, cultura, esperienze. Questa profonda eterogeneità durerà però ancora solo per qualche secolo, già nel II secolo a.C., infatti, tutto il territorio italiano sarà controllato da una unica grande forza, la potenza di Roma.
3. Breve storia di Roma antica
3.1 Le origini
Un popolo, destinato a governare su gran parte del mondo conosciuto, difficilmente poteva accettare d’avere delle origini da gruppi di pastori-agricoltori, come tanti altri che popolavano l’Italia agli inizi del primo millennio a.C. Per tale motivo ai ragazzi romani veniva raccontato che i fondatori della loro città, Romolo e Remo, erano diretti discendenti di Enea, l’eroe troiano fuggito dalla propria città (Troia o Ilion) a causa della distruzione della stessa ad opera degli Achei.
In realtà le origini di Roma non hanno nulla di “eroico”, ma sono legate come tanti altri eventi storici, ad una particolare mescolanza di condizioni favorevoli, fortuna, valore.
Il sito sul quale ebbe origine il nucleo originario della città si trova in prossimità del fiume Tevere, a poca distanza dal mare, nel punto in cui un ansa e la presenza di un’isola al centro consentivano un più facile guado. Proprio per la relativa facilità con la quale si poteva attraversare, quel luogo divenne centro di convergenza per le vie che univano Nord e Sud (anche gli Etruschi usavano tali percorsi) e il mare con le zone interne (alle foci del Tevere esistevano già dall’antichità delle saline e il loro prezioso prodotto veniva trasportato e venduto nel territorio dell’interno, la strada che passa per Roma e che unisce il mare con l’interno si chiamerà “Salaria” proprio per la tipologia di prodotto soprattutto trasportata). Non bisogna poi dimenticare che lo stesso fiume rappresentava uno strumento di viabilità molto usato nei tempi antichi.
La condizioni favorevoli del sito consentirono, tra la fine del secondo millennio e l’inizio del primo, il formarsi di un luogo nel quale avvenivano gli scambi commerciali: il “Foro boario”. Nelle vicinanza di questo luogo di pianura, piuttosto acquitrinoso e malsano, si trovavano dei colli che proprio per la loro struttura sopraelevata offrivano un ambiente ideale per il sorgere del villaggio. Abbiamo così che sul colle Palatino (poco distante dal fiume), luogo già abitato in età arcaica da gruppi dediti alla pastorizia, si intensifica la presenza umana e gli insediamenti. In particolare arrivano gruppi, di origine latina, provenienti dai Colli Albani. Ben presto sorsero altri villaggi sul colle Celio e sull’Esquilino, Roma come città non era ancora nata, ma gia si erano formati i “romani” (nel linguaggio locale il fiume si chiamava “rumon”, e il termine con il quale si chiamavano coloro che vivevano vicino al fiume era “ramnes” da qui “romani”).
I villaggi formatisi sui colli ebbero in origine una forma di aggregazione federativa (il Septimontium), solo nell’VIII secolo, con l’insediamento di gruppi Sabini sul colle del Quirinale si ebbe una profonda trasformazione. I gruppi sabini, molto numerosi, entrarono presto in contrasto con i gruppi già insediatisi negli altri colli (nell’ambito di questi contrasti si colloca la leggenda del “Ratto delle sabine”) e il loro prevalere diede origine ad un’unica realtà: la città di Roma.
APPROFONDIMENTO ........!
IL MITO DELLE ORIGINI
Secondo la leggenda quando Troia venne conquistata dagli Achei (verso la fine del II Millennio. a.C.), uno dei pochi difensori della città che riuscì a fuggire fu Enea, figlio di Anchise e della dea Venere-Afrodite. Enea nella sua fuga portò con sé il padre, Anchise, e il figlio, Ascanio, (la moglie era morta durante l’assalto finale alla città di Troia). Dopo diversi anni di viaggio, e dopo aver vissuto molte avventure, finalmente Enea arriva sulle coste dell’attuale Lazio, qui sposa Lavinia, figlia del re locale, e con lei fonda una città (a cui darà lo stesso nome della moglie), anche Ascanio, il figlio di Enea, fonda una città Alba Longa. Ebbene fu proprio una contesa per la successione sul trono della città di Alba Longa a dare origine a quella serie d’eventi che si concluderanno con la fondazione di Roma, vediamo come andarono le cose secondo la leggenda.
Dopo otto generazione dall’arrivo di Enea (quindi circa 200 anni dopo, ossia all’inizio del secolo VIII a.C.) i due figli del re di Alba Longa si misero al litigare per la successione al trono, in particolare Amulio contestava al fratello Numitore, legittimo successore al trono, il diritto alla sovranità. Amulio arrivò al punto di rovesciare Numitore, legittimo sovrano, uccidendone quindi tutti i figli tranne una ragazza: Rea Silvia, questa fu obbligata ad entrare nel collegio delle vestali e quindi a fare il voto di castità. Avvenne, però, che un giorno mentre Rea Silvia si era addormentata lungo le rive del fiume, passasse il dio Marte il quale innamoratosi di lei la mise incita senza nemmeno svegliarla. Lo zio Amulio si arrabbiò moltissimo per questo fatto e appena Rea Silvia partorì raccolse i due gemelli appena nati e li pose in una cesta abbandonandoli sulle acque del Tevere, lasciando andare i due bambini alla deriva. I due piccoli, piangendo rumorosamente, richiamarono l’attenzione di una lupa che invece di mangiarli li allattò (per questo la lupa è rimasta quale simbolo di Roma), furono quindi trovati da un pastore che li raccolse e li fece crescere come figli propri.
I due gemelli, chiamati Romolo e Remo, una volta cresciuti vennero a conoscenza della loro storia e decisero di tornare ad Alba Longa per vendicare la madre e il nonno, e così fecero. Ritornarono nella città, uccisero Amulio e rimisero sul trono il legittimo regnante Numitore. Dopo aver compiuto la vendetta decisero di fondare una nuova città che chiamarono Roma, per tradizione la data è il 753 a.C. Per delimitare la zona che doveva racchiudere la nuova città scavarono, con l’aiuto di due buoi, un profondo solco, fatto il solco giurarono che avrebbero ucciso chiunque avesse osato oltrepassarlo senza il loro permesso. Avvenne però che Remo, arrabbiato con il fratello, osasse passare il solco prima tracciato senza chiedere il permesso a Romolo e questi lo uccise.
Possiamo osservare come la leggenda cerchi di trovare delle straordinarie origini ad una città destinata a diventare straordinaria. Enea è un eroe troiano; Venere-Afrodite e Marte sono due divinità, la prima simboleggia l’amore, la seconda la guerra, entrambe queste due componenti sarebbero quindi state presenti nell’animo dei cittadini romani.
3.2 L’età regia (753-509 a.C.)
L’anno 753 a.C. come data di fondazione della città ha valore solo per la tradizione, non esiste, infatti, un momento esatto nel quale la città viene fondata. Possiamo dire che nel VIII sec. a.C. le genti che vivevano sui colli vennero radunate sotto il potere di un unico re, affiancato da un senato (la parola “senato” deriva dal termine “senex” che significa “vecchio”, e in effetti il senato era formato dalle persone più anziane, considerate più sagge) costituito da esponenti delle famiglie più importanti. Il sistema monarchico era non ereditario ma elettivo.
Secondo la tradizione furono sette i re di Roma, tuttavia se si considera l’ampio intervallo di tempo dell’età regia (244 anni) si comprende come il numero dei re deve essere stato superiore.
Delle figure conosciute dei sette re solo Romolo ha carattere leggendario, di tutti gli altri vi sono notizie storiche che ne confermano l’esistenza.
I quattro re di origine Sabina
I quattro re successivi a Romolo: Tito Tazio, Numa Pompilio, Tulio Ostilio e Anco Marzio, sono tutti di origine sabina.
Durante la reggenza di questi re gli eventi più significativi furono:
- la distruzione della vicina città di Alba Longa (che ormai era diventata rivale di Roma)
- la conquista del territorio alle foci del Tevere (importante per la presenza delle saline e perché consentiva un diretto accesso al mare)
- costruzione di un ponte stabile sul Tevere sfruttando l’isola Tiberina (alla fine del VII sec. a.C.)
Il periodo dei tre re d’origine etrusca
All’inizio del VI secolo un nobile d’origine etrusca (Tarquinio Prisco era nato a Tarquinia) riuscì, grazie ad una congiura di palazzo, ad assumere il potere a Roma, sostenuto dalla classe dei commercianti e artigiani (il carattere non ereditario del titolo monarchico consentiva una tale assunzione di potere). Con Tarquinio Prisco la civiltà di Roma venne in diretto contatto con quella etrusca (che allora era al massimo splendore), grazie a questo rapporto Roma si trasformerà in una città vera e propria (gli Etruschi erano degli abili costruttori di città). Ai regnati d’origine etrusca si devono, infatti, diversi lavori di sistemazione urbanistica:
- il livellamento del Foro Boario
- lo scavo di un canale di scolo all’interno della città (la cloaca Massima)
- opere di bonifica e prosciugamento
- costruzione di una cinta muraria difensiva di 7 Km attorno al centro abitato (nel quale presumibilmente vivevano 15-20.000 persone)
Con Tarquinio Prisco e i suoi due successori Servio Tullio e Lucio Tarquinio detto il Superbo, ebbe un notevole impulso anche l’attività di espansione e controllo territoriale, tanto che con Tarquinio il superbo la città aveva raggiunto ormai una vera e propria supremazia sull’intera regione laziale.
3.3 La Repubblica (509-27 a.C.)
3.3.1 Dalla monarchia alla repubblica
Le continue lotte intraprese da Tarquinio il Superbo per l’espansione territoriale e il suo aver favorito la plebe (il termine ”plebe” deriva dal latino “plus” che significa “moltitudine” e indica quanti non appartengono ai gruppi familiari dei “padri” fondatori della città: i “patrizi”) spinsero gruppi di patrizi a ribellarsi al re durante una sua assenza da Roma. Tarquinio si rivolse allora a Porsene, re della città etrusca di Chiusi, per avere un aiuto. Nonostante la tradizione romana non ammetta la sconfitta, e anzi approfitta della scontro per suscitare l’amor patrio (è in questo ambito che vengono collocate le gesta di Orazio Coclide che riesce, da solo, a fermare su un ponte l’avanzata dell’esercito etrusco; e di Muzio Scevola che si brucia volontariamente la mano che ha sbagliato, non essendo riuscito ad uccidere Porsenna il re etrusco), Porsenna riuscì a sconfiggere i Romani. Poco dopo, però, lo stesso Porsenna venne sconfitto dall’esercito delle popolazioni latine, alleate con i Greci della città di Cuma, e si ritirò da Roma.
Dopo l’allontanamento del re il potere a Roma fu assunto da due consoli (naturalmente il senato rimase quale istituzione fondamentale del sistema, anzi con l’età repubblicana acquisì maggior forza). Sulla neonata Repubblica intanto incombeva un grave pericolo: bande di Volsci ed Equi dalla fascia appenninica avevano iniziato a premere con intenti ostili sul territorio del Lazio.
3.3.2 Dalla conquista del Lazio al controllo di tutto il territorio della penisola
Come abbiamo visto nel IV sec. a.C. il territorio italiano è abitato da popolazioni d’origine diversa, i Romani, nella loro attività di conquista, arriveranno a scontrarsi con molte di queste popolazioni (con molte altre trovarono degli accordi, magari per combattere contro nemici comuni, è il caso dei Veneti che fecero un patto con i Romani per combattere i Celti, comuni nemici).
Gli anni della Repubblica furono anni di scontri, di vittorie e sconfitte, le popolazioni che fecero maggior resistenza alle conquiste romane furono:
- I popoli della fascia appenninica (Volsci, Equi, Sanniti)
- Gli Etruschi (residenti nel Lazio settentrionale, in Toscana e in Emilia)
- I Celti (o Galli, stabilitisi nell’Italia nord-occidentale e in parte dell’Emilia)
- Le colonie greche dell’Italia meridionale
- I Punici (colonie cartaginesi insediatisi in Sicilia e Sardegna)
a. Gli scontri con i popoli della fascia appenninica
I rapporti ostili con le popolazioni degli Equi e dei Volscisono legate più che alla volontà di conquista dei Romani, alla minaccia che questi gruppi rappresentarono per la stessa sopravvivenza di Roma. Nel corso del V secolo, infatti, gruppi di Equi e Volsci si spostarono dalla regione appenninica verso il territorio laziale occupando i colli Albani. Uniti con i Latini i Romani combatterono per alcuni decenni contro Equi e Volsci finché riuscirono ad avere la meglio.
Molto più contrastato fu lo scontro con la popolazione dei Sanniti (questo popolo risiedeva nei territori compresi tra Campania e Puglia), in questo caso si trattava di una vera e propria guerra di conquista da parte dei Romani. Dopo aver firmato, nel 354 a.C., un patto di amicizia che garantiva ai Romani la supremazia sul Lazio, la popolazione sannitica arrivò nei suoi spostamenti verso al costa campana a minacciare la città di Capua, i Capuani chiesero aiuto ai Romani che non potevano intervenire volendo mantenere fede al trattato del 354 (anche se a molti ricchi cittadini romani l’idea di estendere la propria egemonia sui territori campani era molto gradita). Si uscì dalla difficile situazione grazie ad uno stratagemma: la città di Capua (abitanti, edifici pubblici e privati, e tutti gli altri beni) si consegnò a Roma dichiarandosi proprietà dello Stato romano, a questo punto lo scontro divenne inevitabile (prima guerra sannitica), durò solo pochi anni e quindi si ristabilì tra le due popolazioni un clima di pace. Purtroppo la pace durò molto poco, ben presto iniziarono nuove ostilità che portarono ad un conflitto che durerà per più di trent’anni e che mise a dura prova l’esercito di Roma, in questa seconda guerra sannitica i Romani subirono una vera disfatta nel 321 a.C. alle Forche Caudine, dove vennero umiliati dai nemici vittoriosi. Solo nel 304 a.C. l’esercito di Roma riuscì ad avere la meglio su quel popolo guerriero (quasi invincibile tra le sue montagne), distruggendo il principale centro sannitico: Bovianum.
b. L’annessione delle città etrusche
Nel corso del V secolo la presenza dei Romani sui colli Albani ebbe gravi ripercussioni nei rapporti con le città etrusche, in particolare con la città di Veio. I Romani seppero approfittare della rivalità esistente tra le diverse città etrusche per conquistarle o annetterle, Veio fu conquistata e distrutta nel 396 a.C., dopo 10 anni di lotte senza che nessun’altra città amica portasse aiuto. Dopo Veio tutte le città etrusche esistenti nel territorio attorno a Roma, e non solo, passarono sotto il diretto controllo dei Romani. La relativa facilità con la quale i Romani presero possesso delle città è legata alla rivalità esistente tra le diverse città, come è dimostrato dal fatto che queste furono incapaci di costituire un’unica forza contro la potenza avversaria.
c. I Celti (o Galli)
Originari dell’Europa centrale, l’arrivo in Italia di tribù appartenenti al gruppo dei Celti inizia nel secolo X a.C. e si intensifica nei secoli VI-V. Stanziatisi nella pianura Padana le tribù celtiche non avevano propensione per il lavoro della terra, vivendo secondo forme di seminomadismo.
Dal IV secolo a.C. si osserva un assestamento negli insediamenti delle varie tribù, è in questi anni che i centri di Milano e Bologna ricevono un notevole impulso allo sviluppo proprio grazie alla presenza celtica.
I Romani vennero a conoscenza dei Celti (da loro chiamati Galli) in modo tragico nel 390 a.C., quando una tribù dal versante adriatico emiliano puntò decisamente verso Roma senza quasi incontrare ostacoli. L’esercito inviato dai Romani non riuscì a fermare l’avanzata di guerrieri che impressionarono i soldati per la loro ferocia e audacia. Roma, ormai senza difesa, venne abbandonata da donne e bambini che furono inviati nella vicina città etrusca di Caere; gli uomini ritiratisi nella rocca capitolina resistettero per alcuni mesi poi dovettero arrendersi e consegnare ai Galli un ingente tesoro, la città venne incendiata e quindi i Galli proseguirono verso il meridione, nella regione dell’Apulia.
Dopo la tragica esperienza del 390 a.C. per diversi anni tra Romani e Galli non vi furono scontri, questi ripresero nel III secolo, quando spostamenti di popolazioni dal nord Europa spinsero altre tribù celtiche in Italia, qui, assieme alle tribù residenti (Boi, Insubri, Taurisci nella zona di Torino quest’ultimi, ecc.), mossero verso il centro Italia, (solo i Cenomani, assieme a i Veneti rimasero fedeli a Roma). L’esercito, composto da 200.000 soldati, mandato da Roma riuscì a sconfiggere i nemici a Talamone (vicino a Grosseto) nel 224 a.C.. Dopo Talamano, al fine di evitare il ripetersi di tali pericolosi movimenti ostili, i Romani decisero di occupare la pianura Padana combattendo le tribù nemiche, e così fecero, ben presto quasi tutto il territorio del nord Italia (mancherà solo il Piemonte e la Liguria) sarà sotto il diretto controllo di Roma e le tribù celtiche avversarie allontanate dal territorio della penisola italiana.
Lo scontro tra Romani e tribù celtiche continuerà anche nel secolo successivo, ma solo sul territorio francese e tedesco.
d. Le colonie greche dell’Italia meridionale
La presenza di colonie greche nell’Italia meridionale è testimoniata già dall’VIII sec. a.C., nel corso del VII e VI secolo gli insediamenti aumentarono notevolmente di numero occupando quasi completamente le coste calabre e parte delle coste pugliesi e siciliane. L’occupazione fu talmente diffusa che questa parte d’Italia venne chiamata “Magna Grecia” (“Grande Grecia”), le colonie mantenevano stretti rapporti con le città d’origine (o città madri). I Romani vedono con suggestione e rispetto le colonie greche, riconoscendo la superiorità della civiltà greca.
Agli inizi del III sec. a.C. i rapporti tra Romani e Greci era improntato a principi di amicizia e rispetto (d’altra parte nel loro conflitto con i Sanniti i Romani fecero un grande favore alle colonie, costantemente minacciate da quel popolo guerriero), avvenne però che nel 282 a.C. la colonia greca di Thurii sentendosi minacciata dal popolo dei Lucani decide di chiedere aiuto ai Romani, l’esercito romano interviene, vince i Lucani e lascia a presidio della zona delle guarnigioni in diverse città (Thurii, Reggio, Locri, Crotone, ecc.), la presenza dell’esercito di Roma non è però gradita alla colonia greche più importante della zona: la città di Taranto.
E proprio con Taranto, dopo alcuni atti provocatori, si arriverà al conflitto. La colonia chiede aiuto a Pirro re dell’Epiro (territorio nell’attuale Albania). Pirro sbarca in Italia nel 280 a.C. con un esercito di 25.000 sodati e una ventina di elefanti, le popolazioni della Magna Grecia si allinearono dalla sua parte. Il primo scontro tra Pirro e l’esercito romano avvenne ad Eraclea (sulla costa ionica) e fu vittorioso per il re dell’Epiro, anche altri scontri successivi furono per lui vittoriosi, non solo, considerate le sue vittorie venne chiamato anche dalle colonie greche in Sicilia per combattere i Cartaginesi, e anche in Sicilia risulta vittorioso. Tuttavia ritornato sul territorio della penisola si trovò in una condizione di isolamento e ciò consentì all’esercito romano di affrontarlo e sconfiggerlo in modo definitivo nel 275 a.C. presso la città di Maleventum(dopo la vittoria ribattezzata dai Romani Beneventum).
e. Lo scontro con le colonie puniche di Sicilia
Il termine “punico” deriva dal latino “poenus” che a sua volta deriva dal greco “phoiniks”: fenicio. In effetti le colonie puniche siciliane sono d’origine fenicia dato che furono fondate dai cittadini di Cartagine, città d’origine fenicia sorta sulle coste africane in una posizione molto vicina all’isola siciliana.
L’insediamento di coloni cartaginesi in Sicilia inizia già dal VII sec. a.C., in concorrenza con gli insediamenti greci (saranno proprio i cartaginesi a limitare l’espansione territoriale in Sicilia dei Greci). Nel 509 a.C. Romani e Cartaginesi firmano un accordo secondo il quale i Romani non dovevano interferire con le questioni relative alla Sicilia, altri trattati di pace furono stipulati nei secoli successivi, ancora nel 360 a.C. i romani riconoscono il diritto d’influenza cartaginese sulla Sicilia.
I rapporti pacifici tra Roma e Cartagine non potevano però durare a lungo, Roma era ormai divenuta la principale potenza in Italia e Cartagine rappresentava la principale potenza nel mar Mediterraneo, lo scontro era inevitabile, mancava solo l’occasione per iniziare le ostilità. Questa occasione si presentò nel 264 a.C. quando Messina chiese a Roma aiuto per difendersi dagli attacchi dei Cartaginesi di Sicilia. Ben presto si comprese che lo scontro non si sarebbe limitato alla conquista da parte dei Romani dei territori siciliani, ma sarebbe arrivato alla distruzione di una delle due potenze in lotta. Ciò che era in gioco non era il controllo della Sicilia, ma la supremazia su tutto il mare Mediterraneo.
3.3.3 La supremazia sul Mediterraneo, le conquiste in Spagna, nei Balcani e in Asia Minore
La supremazia sul mar Mediterraneo: lo scontro con Cartagine
Agli inizi del III sec. a.C. lo Stato cartaginese aveva raggiunto una notevole grandezza e potenza (la popolazione era di circa 4.000.000 di abitanti, contro 1.000.000 circa di cittadini romani) lo scontro con Roma per il controllo del mar Mediterraneo era inevitabile ora che Roma aveva occupato buona parte dei territori d’Italia.
Lo scontro tra le due grandi potenze durò per più di 100 anni (dal 264 al 146 a.C.) concentrato in tre momenti diversi: le tre guerre puniche (264-241 a.C.; 218-202 a.C.; 149-146 a.C.).
Prima guerra punica (264-241 a.C.)
Come abbiamo visto l’occasione per l’inizio delle ostilità fu la richiesta d’aiuto da parte della città siciliana di Messina. Dopo notevoli incertezze i Romani decisero di intervenire, e così nel 264 a.C. passarono lo stretto di Messina ed entrarono nel territorio siciliano. Dopo una serie di scontri favorevoli l’esercito romano riuscì a scacciare dalla Sicilia i Cartaginesi, ma non soddisfatto, convinti della necessità distruggere Cartagine, apprestarono una grande flotta (230 navi) e partirono contro la città africana. In mare aperto la flotta romana si scontrò con quella cartaginese e i Romani ebbero la meglio tanto da decidere di sbarcare in Africa per distrugge la città ostile. Sul territorio africano l’esercito romano venne però sconfitto e pochi superstiti ritornarono in patria, intanto però Sicilia e Sardegna erano passate sotto il controllo di Roma.
Seconda guerra punica (218-202 a.C.)
Nel 221 a.C. ricominciarono le ostilità tra Roma e Cartagine, in quell’anno, infatti, venne eletto capo dell’esercito cartaginese Annibale, questi essendo profondamente antiromano e volendo vendicare le sconfitte del precedente conflitto trovò nel 218 una scusa per dichiarare guerra a Roma.
La strategia d’attacco di Annibale lascerà esterrefatti i Romani, egli infatti decise di partire dai territori cartaginesi di Spagna per occupare, attraversando le Alpi, il territorio italiano controllato dai Romani. Gli eserciti romani inviati per fermare l’invasione vennero battuti (anche per l’aiuto dato ai Cartaginesi dai Galli), l’esercito di Annibale, con i suoi elefanti, scese quindi lungo la costa adriatica fino alla Puglia, creando uno stato di grande apprensione a Roma. Nel frattempo i Romani contrattaccarono sbarcando un esercito guidato da Scipione l’Africano in territorio africano, qui nella battaglia di Zama del 202 a.C. i cartaginesi vengono sconfitti e costretti a chiedere la pace.
Le condizioni della pace saranno severe per Cartagine:
- perdita di tutti i territori non africani
- privazione della flotta
- privazione dell’esercito
- i territori cartaginesi della Spagina meridionale sarebbero diventati provincia romana
Terza guerra punica (149-146 a.C.)
Con il trattato di pace successivo alla seconda guerra punica si era stabilito che Cartagine non potesse ricostituire un esercito. Nonostante questo divieto gli attacchi della vicina Numidia spinsero i Cartaginesi a non considerare quella clausola del trattato, ricostituendo un esercito di 50.000 uomini. I Romani, che probabilmente aspettavano l’occasione opportuna per distruggere definitivamente la rivale, considerata la violazione del trattato si sentirono autorizzati ad inviare l’esercito che pose l’assedio alla città e ai suoi 300.000 abitanti. L’assedio durò per alcuni anni, fino a quando la città venne conquistata e distrutta, i pochi sopravissuti vennero venduti come schiavi. Per la potenza di Cartagine fu la fine definitiva.
La conquista della penisola Iberica
Gli sviluppi della seconda guerra punica avevano portato diversi eserciti romano-italici in Spagna a combattere i Cartaginesi, con la sconfitta cartaginese i territori della Spagna meridionale diventarono provincia romana. Quindi nel corso del III sec. a.C., gradualmente, tutto il territorio della penisola iberica passò sotto il controllo di Roma.
L’espansione nei Balcani e in Asia Minore
I Romani erano venuti a conoscenza della civiltà greca grazie alle colonie presenti in Italia, ed erano rimasti affascinati da una cultura che riconoscevano superiore. Così nel 201 a.C. quando le città di Rodi e Pergamo (in Asia Minore) chiedono aiuto a Roma per affrontare il re di Macedonia, questa accetta. L’intervento di Atene (nel 200 a.C.) a fianco di Roma fa si che l’intervento romano assuma anche un valore ideale, l’esercito di Roma che si trova a difendere il patrimonio culturale e di civiltà che avevano saputo esprimere le poleis greche.
Nel 197 a.C., in Tessaglia, l’esercito romano ebbe la meglio su quello di Filippo (re della Macedonia). Filippo dovette rinunciare alle sue mire di conquista, pagare una grossa indennità di guerra, ridurre l’esercito a non più di 5000 uomini e consegnare la flotta. Il profondo rispetto che i Romani avevano per le poleis greche si manifestò nell’elevato grado di libertà e autonomia loro concesso.
Quando la pace sembrava ristabilita, Antioco III, re di Siria, tenta di conquistare i territori della Grecia, ma anche lui viene sconfitto dai Romani, non solo, questi lo inseguono in Asia Minore dove si era ritirato e lo sconfiggono in modo definitivo a Magnesia nel 189 a.C.. Roma in tal modo arriva a controllare i territori della Grecia e di parte dell’Asia Minore.
Nella seconda metà del II sec. a.C. dei tentativi di rivolta in Macedonia e Grecia vennero repressi dall’esercito di Roma, la Macedonia venne trasformata in provincia di Roma e nelle città greche venne notevolmente ridotta l’autonomia. Ormai il controllo romano del bacino del mar Egeo era completo.
3.3.4 Le conquiste dell’ultimo periodo della Repubblica (secc. II-I a.C.)
Dopo le conquiste nei paesi balcanici e in Asia Minore, nonostante l’ultimo secolo della Repubblica sia travagliato da gravi crisi interne, continuano le conquiste in Asia Minore:
- Frigia, Bitinia, Ponto (territori dell’attuale Turchia)
- Cilicia
- Siria
in Africa:
- Cirenaica (sulla costa africana del mar Mediterraneo)
- Numidia (odierna Tunisia)
in Europa:
- Gallia (territori dell’attuale Francia e Belgio)
Ormai i territori controllati direttamente o indirettamente da Roma coincidevano con buona parte del mondo allora conosciuto. Le ricchezze, legate ai bottini di guerra, erano immense, la velocità con la quale si era formato un tale impero ebbe però delle gravi ripercussione sul sistema di governo repubblicano e in qualche modo preparò il terreno per l’avvento del sistema imperiale.
3.3.5 La crisi del sistema repubblicano, il malcontento e la guerra sociale (I sec. a.C.)
Se la potenza militare aveva consentito a Roma la conquista di immensi territori, la loro conservazione e amministrazione fu possibile grazie alla perfetta organizzazione dello Stato repubblicano. Tale sistema resse per più di quattro secoli, tuttavia quando nella città iniziarono ad arrivare immense ricchezze successe quello che può succedere in una famiglia che vive in armonia e unità nel momento della difficoltà economica, e che, dopo la vincita di una grossa somma di denaro, si trasforma l’armonia diventa lotta e l’unità contrasto. Il sentimento dominante diventa la rabbia per la percezione di una ingiusta distribuzione delle ricchezze, e con ciò il malcontento.
Le cause del diffuso malcontento tra i cittadini di Roma
Le conquiste del II sec. a.C. ebbero delle forti ripercussioni innanzitutto in campo economico e sociale.
L’economia agricola diffusa nei territori romani era nei secoli iniziali della Repubblica una economia caratterizzata dalla piccola proprietà, con le conquiste territoriali e l’aumento delle ricchezze in mano a pochi, la piccola proprietà venne gradualmente sostituita nella lavorazione della terra dalla grande proprietà, nascono le “ville” e soprattutto i “latifondi”; l’agricoltura si trasforma, da agricoltura di consumo ad agricoltura di produzione (con colture particolari destinate alla vendita).
Questa trasformazione è imputabile, oltre che alla concentrazione di ricchezza, alla grande disponibilità di schiavi (soprattutto prigionieri di guerra) usati per i lavori nei campi.
Ora il diffondersi del latifondo costrinse molti piccoli proprietari a cedere la proprietà e a cercare nell’urbe (a Roma) una possibilità di sopravvivenza, è in questo periodo che Roma si riempie a dismisura con un proletariato urbano facilmente strumentabilizzabile nelle lotte tra fazioni in lotta.
I tentativi di risolvere la crisi: le leggi agrarie dei fratelli Gracco
Proprio per porre un limite alla diffusione della grande proprietà terriera a danno della piccola proprietà, e per rispondere così al diffuso malcontento, Tiberio Gracco (eletto tribuno della plebe nel 133 a.C.) propose una riforma agraria che poneva un limite per legge alla grandezza del latifondo che poteva essere posseduto da una persona (il limite indicato fu di 500 iugeri, più 250 per figlio fino ad un massimo di 1000 iugeri, circa 250 ettari), il territorio recuperato sarebbe stato distribuito ai nullatenenti in lotti di 30 iugeri (sette ettari e mezzo) ciascuno, in cambio di un canone minimo pagato allo Stato. Nonostante le proteste dell’aristocrazia senatoria, la legge venne approvata (Tiberio Gracco venne però ucciso nel 132 a.C.). L’applicazione della legge venne attuato dal fratello di Tiberio, Gaio, questi, nel 122 a.C., emanò altre leggi a favore della plebe, ma anche lui venne ucciso.
La riforma agraria dei due fratelli rispose, almeno in parte, al diffuso malcontento della classe più povera, la fine tragica dei due fratelli dimostra però quanto la classe più ricca, legata ai propri privilegi, fosse avversa alle riforme che toccavano i suoi interessi. La netta divisione che si andava così costituendo tra le diverse classi sociali sarà la causa prima delle guerre civili del I sec. a.C. e del futuro avvento della struttura imperiale.
La “guerra sociale” e l’estensione della cittadinanza romana ai popoli italici (90-88 a.C.)
Con i primi movimenti di espansione territoriale si creò all’interno del territorio governato da Roma una distinzione, indipendente dal censo e dalla classe sociale d’appartenenza, tra quanti erano cittadini romani e quanti non lo erano. Essere cittadini romani comportava una serie di vantaggi notevoli (tra questi la possibilità di ricevere parte delle terre conquistate dall’esercito). Ora i popoli italici alleati (detti “soci” da qui “guerra sociale”, ossia guerra contro i “soci”) di Roma, che avevano combattuto assieme ai Romani le truppe di Annibale in Italia, durante la seconda guerra punica, facevano sempre più fatica ad accettare la condizione svantaggiosa derivante dalla mancata cittadinanza e iniziarono un movimento di protesta. La protesta degenerò ben presto in scontro armato vero e proprio (al movimento di ribellione non aderirono le popolazioni dei Latini, degli Etruschi, degli Umbri e delle città greche meridionali), e quindi assunse la fisionomia di un movimento separatista. Gli scontri tra le popolazioni ribelli e l’esercito si susseguirono per circa un anno, poi i Romani proposero la cittadinanza a quanti fossero passati dalla loro parte e questa proposta scompaginò il fronte italico, molti decisero di arrendersi e così l’esercito di Roma poté sconfiggere le popolazioni ribelli rimanenti. Nonostante la sconfitta i romani riconobbero il diritto alla cittadinanza romana anche a chi non era romano e così questa venne estesa a tutte le popolazioni italiche.
3.3.6 Dalla Repubblica all’Impero (I sec. a.C.)
Le guerre civili
Apparentemente il sistema repubblicano era riuscito a ritrovare un proprio equilibrio rispondendo al malcontento mediante la riforma agraria e l’estensione della cittadinanza romana, in realtà i motivi della divisione erano ancora presenti nella società romana e non avrebbero tardato a farsi sentire in quelli che possono essere definiti i “peggiori conflitti”, gli scontri tra cittadini in quelle che vennero definite “guerre civili”.
Di “guerre civili” ce ne furono diverse dall’89 al 31 a.C., 60 anni di conflitti per il potere tra generali, consoli, capi dell’esercito, mentre il potere del senato veniva ridotto sempre di più.
Lo scontro tra Mario e Silla (89-78 a.C.)
Il primo scontro aperto tra cittadini romani si ebbe tra Mario e Silla (il console Mario era vicino alla classe popolare, mentre Silla, in un primo tempo suo luogotenente, sosteneva gli interessi della classe aristocratica). La lotta per il potere tra Mario e Silla fu veramente senza esclusione di colpi. Mentre Silla era impegnato nella guerra in Asia Minore, Mario fece uccidere tutti i principali sostenitori dell’avversario e ne fece sequestrare i beni, stessa cosa fece Silla quando, ritornato in Italia, riuscì a battere l’esercito nemico ritornando al potere. Silla addirittura emanò una vera e propria lista di proscrizione, quanti erano indicati nella lista potevano essere uccisi (si sarebbe ricevuto un compenso dallo Stato) e i beni confiscati. Circa 5000 persone vennero uccise, e i loro beni confiscati andarono ad arricchire quanti erano vicini a Silla. Silla rimase al potere solo due anni nei quali cercò di riformare lo Stato per renderlo più stabile, quindi si ritirò a vita privata, morì nel 78 a.C.
Pompeo, Crasso, Cesare (il primo triumvirato 60-44 a.C.)
La riforma di Silla a favore del senato non riuscì ad impedire che altri due generali divenuti consoli, Pompeo e Crasso, assumessero poteri enormi e che tra loro nascessero invidia e gelosia, che tanti danni avevano fatto pochi anni prima con Mario e Silla.
Il crescente potere di Pompeo e Crasso venne contrastato da Giulio Cesare, i tre nel 60 a.C. stringono un accordo con il quale si impegnano a mantenere la pace tra loro, l’accordo durerà poco.
Nel 58 a.C. Cesare ottiene un esercito per conquistare la Gallia e dopo alcuni anni di combattimenti ritorna vincitore. I suoi successi suscitano le invidie di Pompeo e del senato, Crasso era nel frattempo morto, e quando il conquistatore della Gallia ritorna in Italia si vede privato, da Pompeo, dei poteri che gli erano stati conferiti, un nuovo scontro era inevitabile. Nel mese di gennaio del 49 a.C. attraversato il fiume Rubicone (al confine tra Gallia Cisalpina e Stato romano) Cesare marciò con il suo esercito verso Roma. Pompeo si spostò allora in Grecia con il proprio esercito e qui avvenne lo scontro decisivo. Sconfitto, Pompeo scappo in Egitto presso la corte di Tolomeo, ma qui venne ucciso. Cesare si spostò quindi in Egitto dove riuscì ad imporre Cleopatra (figlia di Tolomeo) quale regina, si trattenne quindi presso di lei per nove mesi e dalla loro unione nacque un figlio (Cesarione).
I poteri assunti da Cesare, ora che gli altri due triumviri erano morti, erano enormi, ottenne nel 46 la dittatura per dieci anni (carica fino ad allora solo temporanea e collegata a gravi emergenze), e nel 44 la trasformò in dittatura a vita. Assunse quindi il titolo di “imperator” e padre della patria, ebbe inoltre facoltà di riprodurre la propria immagine sulle monete, assunse i massimi poteri anche in campo religioso (pontefice massimo). Il senato aveva ormai assunto un atteggiamento servile nei confronti dell’uomo, l’instaurarsi di una forma di governo monarchico sembrava ormai vicina quando Cesare venne ucciso(nel marzo del 44 a.C.), su Roma ripiombò l’incubo delle guerre civili.
Antonio, Lepido, Ottaviano (il secondo triumvirato 43-31 a.C.)
Dopo la morte di Cesare, nonostante i contrasti tra Antonio (guida dei sostenitori di Cesare), Ottaviano (nipote di Cesare e suo erede universale) e Lepido (comandante delle truppe della Gallia transalpina) si forma, nel 43 a.C., un secondo triumvirato, anche questo destinato a durare molto poco.
In nome della memoria di Cesare i tre si accordano per sopprimere quanti erano stati contrari al dittatore ucciso, si formano così nuovamente delle liste di proscrizione (i congiurati assassini di Cesare erano nel frattempo scappati in Grecia) degli avversari da eliminare e dei beni da incamerare (lo stesso Cicerone venne ucciso). Un atmosfera di terrore si diffuse nuovamente a Roma e in tutto il territorio dello stato romano.
Nel frattempo la posizione ambigua di Lepido fece si che questi venisse emarginato (successivamente estromesso), a vantaggio di Antonio e Ottaviano. I due, dopo aver sconfitto i principali responsabili dell’uccisione di Cesare decisero di spartirsi il controllo dell’impero. A Ottaviano l’Occidente e ad Antonio l’Oriente.
Antonio si unì a Cleopatra, regina d’Egitto, e si avvicinò ai costumi orientali. Proprio su questa debolezza puntò Ottaviano, che voleva eliminare il rivale, convinse l’opinione pubblica e il senato di Roma che Antonio voleva trasferire la capitale ad Alessandria d’Egitto e far diventare Cleopatra regina dell’impero. Anche in questo caso si arrivò allo scontro. Gli eserciti di Ottaviano, da una parte, e di Antonio e Cleopatra, dall’altra, si scontrarono nella battaglia navale di Azio (vicino alla coste dell’Epiro nella penisola balcanica) nel 31 a.C., Ottaviano ne uscì vincitore e Antonio e Cleopatra si uccisero, anche l’Egitto divenne una provincia di Roma.
Con la morte di Antonio, Ottaviano era rimasto solo al potere, egli cominciò da subito una grandiosa opera di riorganizzazione dello Stato romano, dando inizio all’era del principato, pur non mutando nella forma le istituzioni, diede vita, di fatto, alla trasformazione della Repubblica in Impero.
3.4 L’età imperiale (27 a.C. - 476 d.C.)
3.4.1 L’impero di Ottaviano-Augusto (31 a.C.–14 d.C.)
Se gli ultimi decenni della Repubblica erano stati un susseguirsi di guerre, i primi decenni dell'Impero furono dedicati all'edificazione della pace. Ottaviano, rimasto senza rivali dopo la vittoria di Azio del 31 a.C., evitò di proclamarsi re, accettando i titoli di:
- Imperator (comandante dell'esercito)
- Princeps (primo cittadino)
- Augustus (degno d'onore)
apparentemente le istituzioni repubblicane sopravvivevano perché sopravvivevano le cariche, ma la loro accumulazione nella persona di un solo individuo ne testimonia la perdita di significato.
L'intelligenza politica di Ottaviano-Augusto si rivelò ben presto nelle riforme orchestrate abilmente per consolidare, senza clamore, il potere imperiale. Alla disoccupazione e alla miseria, Augusto tentò di ovviare da una parte promuovendo una colossale edilizia pubblica (furono gli anni in cui Roma si arricchì di alcuni tra i più celebri edifici, dall'Ara Pacis al teatro di Marcello, dal Pantheon al mausoleo di Augusto), dall'altra organizzando per i poveri una forma di regolare assistenza (con elargizioni di pane) e vari divertimenti.
Se le riforme di Augusto garantirono la pace militare e la pace sociale al suo lungo regno (dal 31 a. C. al 14 d. C.), non valsero però a conservare la stabilità politica dopo la sua morte, mancò infatti ai successori la capacità di perseverare nelle sue geniali intuizioni (per esempio l'alleanza tra potere e cultura realizzata dall’amico Mecenate).
3.4.2 Dinastia Giulio-Claudia (14 – 68 d.C.)
Lo stesso Augusto aveva stabilito che l'imperatore designasse il suo successore o nel figlio biologico o in un figlio adottivo e così, alla sua morte, salì al trono il figlio della moglie Livia, Tiberio, cui seguirono altri sovrani della dinastia Giulio-Claudia (Caligola, Claudio, Nerone). Questi diedero inizio ad un uso personale e disinvolto dell'immenso potere imperiale, toccando abissi di assurda crudeltà e di follia (ricordiamo la persecuzione dei cristiani, accusati dell’incendio di Roma, fatta da Nerone nel 64 d.C.)
3.4.3 Dinastie dei Flavi, Antonini, Severi (69-235 d.C.)
Tra i Flavi (69-86) si distinse Vespasiano, abile amministratore. Tra gli Antonini (96-192) ricordiamo: Traiano (98-117 d.C., con lui l'impero romano raggiunse la massima estensione); il coltissimo Adriano (117-138 d.C.) e il filosofo Marco Aurelio (161-180 d.C.). Tra i Severi (193-235) emerse Caracalla, promotore della Constitutio antoniniana (del 212 d.C.) che concedeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero.
Con i Severi (III secolo d.C.) ebbe inizio una crisi tanto grave da minacciare la sopravvivenza stessa dell'impero, tra le cause principali di tale crisi possiamo indicare:
- l'eccessivo potere dei militari (in particolare dei pretoriani, le guardie dell'imperatore) da cui dipendeva in sostanza la designazione del nuovo imperatore
- la tendenza delle province a ribellarsi al potere centrale
- l'impoverimento delle campagne e quindi delle città ove la miseria generò criminalità
- l'aumento dei prezzi
- la forte pressione delle popolazioni barbariche alle frontiere
3.4.4 Il governo in mano alla forza militare (235 – 268 d.C.)
Dal 235 e per un trentennio si visse un periodo di grave instabilità politica, gli imperatori, generali sostenuti da gruppi diversi di militari, si susseguirono a getto continuo (ben 5 solo nel 238 d.C.) e ciò condusse l’impero in una situazione di grave crisi.
3.4.5 La restaurazione imperiale: Diocleziano e Costantino (268 – 379 d.C.)
Con Aureliano (270 -275 d.C.) l’imperatore cerca di recuperare il prestigio perduto e soprattutto cerca di rimettere insieme un impero che andava sempre più disgregandosi. Per il periodo che va dal 268 al 279 d.C. sono da segnalare due imperatori che, per la loro opera riformatrice ebbero grande importanza nella storia della civiltà romana: Diocleziano e Costantino.
Ad affrontare la crisi del III secolo si adoperò l'imperatore Diocleziano (284-305 d.C.), con una riforma che mirava soprattutto a diminuire la centralità del potere imperiale. Egli dispose che il governo dell'impero fosse suddiviso tra due "augusti", ciascuno dei quali coadiuvato da un "cesare" (la cosiddetta tetrarchia, ossia governo a quattro). Egli, inoltre, si convinse che una delle principali cause dei mali dell’impero era da ricercare nell’abbandono della religione dei padri a favore delle nuove religioni orientali (tra queste la più pericolosa era il cristianesimo, diffuso anche tra i soldati, per il successo che aveva ottenuto), per tale motivo fu il promotore di una delle più feroci persecuzioni contro i cristiani (303-305 d.C.), l’ultima. Per ripristinare l'autorità imperiale, Diocleziano reintrodusse anche l'adorazione del sovrano come Dio, chiaramente inaccettabile per tutti i cristiani..
Nonostante tutte le iniziative di Diocleziano la decadenza dell'impero continuava sempre più grave. Il suo successore Costantino (306-337 d.C.) innanzitutto cambiò radicalmente il rapporto tra potere imperiale e cristiani (ora piuttosto numerosi), egli infatti con l'editto di Milano del 313 d.C. riconobbe ai cristiani e ai seguaci di ogni altro culto il diritto di professare liberamente la propria religione Un altro elemento di radicale mutamento portato da Costantino fu l’aver portato la capitale dell’impero a Costantinopoli (l’antica Bisanzio da Costantino stesso fatta ingrandire e abbellire e chiamata Costantinopoli, in suo onore). Sempre a proposito del rapporto tra potere imperiale e cristianesimo dobbiamo ricordare che nel 380 d.C. l'imperatore Teodosio impose, con l’editto di Tessalonica, il cristianesimo quale unica religione di Stato).
3.4.6 La divisione dell’Impero (Teodosio 379-395 d.C.)
Nel 395 d.C., alla morte dell’imperatore Teodosio I, l’Impero Romano venne diviso tra i suoi due figli: Onorio e Arcadio. Si formarono così un Impero Romano d’Occidente con a capo Onorio, e un Impero Romano d’Oriente con a capo Arcadio. Questa distinzione rimarrà nei secoli successivi, ma mentre l’impero romano d’Occidente avrà vita molto breve, l’impero romano d’Oriente continuò ad esistere per tutto il medioevo e fino agli inizi della modernità (Costantinopoli venne conquistata dai Turchi solo nel XV secolo).
3.5 Le invasioni barbariche e la fine dell’impero romano d’Occidente
3.5.1 Le invasioni barbariche (410, 452, 455 d.C.)
Come abbiamo avuto modo di vedere, per i Romani quanti vivevano al di fuori dei confini (il “limes”) dell’impero erano considerati “barbari”, termine avente anche un senso dispregiativo di rozzo, incolto. Eppure i rapporti con queste popolazioni non erano solo conflittuali, nell’età imperiale, anche a causa dell’immensità dei territori da controllare, con alcune tribù barbare vennero fatti degli accordi, in qualche modo furono gli stessi barbari, amici dei Romani, a difendere i confini dell’impero.
Avvenne però che la popolazione degli Unni, proveniente dalle regioni asiatiche, si spostasse nei territori occupati dalle popolazioni germaniche appena oltre il “limes” e con ciò spingesse le popolazioni lì residenti ad occupare i territori dell’impero. E’ evidente, in ogni caso, che lo spostamento fu possibile anche per la debolezza nella difesa dei confini, ormai il governo di Roma non era più in grado di opporre una valida difesa per mantenere i territori precedentemente conquistati.
Inizia in tal modo una serie di invasioni che porteranno nell’arco di qualche decennio alla fine dell’Impero Romano d’Occidente e alla nascita di nuove strutture organizzative dello stato i “regni romano-barbarici”.
I movimenti d’invasione che ebbero gli effetti più devastanti si verificarono:
- nel 410 quando i Visigoti con a capo Alarico invadono l’Italia e saccheggiano Roma
- nel 452 quando Attila a capo degli Unni scende in Italia (dove viene convinto da papa Leone I ad andarsene in cambio di un tributo annuale)
- nel 455 i Vandali partendo dall’Africa (dove avevano creato un loro regno) saccheggiano Roma
3.5.2 La fine dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C.
Dopo la morte di Onorio, avvenuta nel 423, a Roma venne nominato imperatore Giovanni, un alto funzionario della cancelleria imperiale. Nel frattempo Galla Placidia, sorella di Onorio, partì da Costantinopoli, sede dell’imperatore romano d’Oriente, per recarsi in Italia con il figlio Valentiniano per far valere i propri diritti imperiali di successione sul trono dell’Impero romano d’Occidente.
Giunta ad Aquileia, Placidia affermò il suo potere di imperatrice e dopo aver sconfitto Giovanni lo mise in ridicolo, lo espose alla folla e lo fece decapitare.
Placidia rimase reggente dell’Impero d’Occidente dal 425 al 437 finché il figlio Valentiniano raggiunse la maggiore età. Valentiniano III rimarrà imperatore dell’Impero d’Occidente dal 437 al 455, la sede imperiale scelta fu Ravenna.
Durante il regno di Galla Placidia, di Valentiniano, e nei decenni successivi, le invasioni da parte dei popoli barbarici continuarono, come abbiamo visto, finché nel 476 d.C. Odoacre, principe sciro alla corte di Attila, destituì l'ultimo imperatore romano d'Occidente Romolo Augustolo e si proclamò re al suo posto, questo momento viene considerato come l’atto finale dell’Impero romano d’Occidente (e dagli storici anche come l’anno conclusivo dell’età antica), ma per quanti vissero in quegli anni non credo vi fosse una reale sensazione di un cambiamento così radicale.
Odoacre, nonostante lo cercasse, non ottenne mai il riconoscimento ufficiale da parte dall'imperatore romano d'Oriente.
In questo modo si conclude la storia della civiltà di Roma antica in Occidente, tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare, i barbari che occuparono i territori prima romani subirono una notevole influenza dalla civiltà di Roma, in qualche modo, pur non rinnegando le loro origini, subirono l’influenza della cultura romana, vi si adeguarono e in essa cercarono una giustificazione al mantenimento del potere. La tradizione di Roma non si era perciò persa, si era solo fusa con una cultura diversa a formare assieme lo spirito del Medioevo.
4. Istituzioni e struttura sociale
4.1 L’organizzazione istituzionale in età monarchica
Nell’età monarchica erano tre gli elementi istituzionali sui quali si reggeva lo Stato:
- comizi curiati (o assemblee curiate)
- senato
- re
Comizi curiati
Come tradizione tra i popoli antichi anche i Romani erano divisi in tribù, tre per la precisione: Tities (rappresentanti dei gruppi Sabini), Ramnes (rappresentanti dei Romani), Luceres (rappresentanti altri gruppi insediatisi in zone di periferia). Per una migliore organizzazione ognuna di queste tribù venne suddivisa in dieci “curie”. Nelle trenta curie complessive erano iscritti tutti i maschi delle famiglie patrizie (ossia di quelle famiglie che derivavano dai “patres” i padri fondatori di Roma).
Teoricamente l’assemblea degli iscritti alle Curie, i “comizi curiati”, rappresentavano l’organo fondamentale dello Stato essendo questo ad eleggere il re e ad approvare le leggi. In realtà il potere dei comizi curiati era solo formale, nella pratica il potere effettivo era nelle mani del re e del senato.
Senato
Un ulteriore organo istituzionale fu il senato, assemblea di anziani: i “patres”, discendenti dei fondatori della città (cento per ogni tribù per complessive 300 persone). Il termine “senato” indica proprio la caratteristica che contraddistingueva gli esponenti di tale assemblea, “senex” in latino significa anziano. “Patres” si diventava solo alla morte del proprio padre. In età monarchica il senato aveva solo carattere consultivo.
Il re
Di carattere elettivo e non ereditario, la nomina a re veniva assegnata spesso ad esponenti non legati alle “gens”(o famiglie) romane originarie, non a caso gli ultimi tre re erano d’origine etrusca.
4.2 L’organizzazione istituzionale in età repubblicana e in età imperiale
In età repubblicana vi sono, rispetto all’età precedente, delle grandi innovazioni:
- sparisce la figura del re (ovviamente)
- appaiono delle nuove forme organizzative dei cittadini: i comizi centuriati e i comizi tributi
- il senato acquista maggior potere
- si ampliano e si definiscono meglio le magistrature, vero strumento di gestione del sistema statale
4.2.1 Comizi centuriati e comizi tributi
Agli inizi dell’età repubblicana (nel V sec. a.C.) venne riformato il sistema per il reclutamento militare, i cittadini vennero divisi non più in base alle tribù d’origine, ma a seconda della ricchezza posseduta, ossia in base al censo, anche in considerazione del fatto che chi prestava servizio militare doveva essere in grado di provvedere al proprio equipaggiamento (per questo solo una parte dei cittadini accedeva al servizio militare).
La divisione in base al censo portò al formarsi dei “comizi centuriati”, questi assunsero sempre maggiore importanza nella vita dello Stato, mentre i “comizi curiati” scadevano sempre più verso una funzione solo formale.
Parallelamente alle assemblee centuriate, iniziarono a i diffondersi le assemblee della plebe (i “comizi tributi”), nelle quali venivano eletti dal V secolo a.C. i tribuni della plebe.
Con l’età imperiale le diverse forme assembleari persero ogni valore, e anche questo testimonia come l’età dell’impero rappresenti un momento di decadenza rispetto alla Repubblica.
4.2.2 Senato
Nato come organo consultivo il senato diviene, con la Repubblica, la vera sede di governo, la più alta istituzione politica di Roma. Tutti i magistrati, in carica al massimo per un anno, governano secondo la volontà e le direttive del senato.
4.2.3 Magistrati
I magistrati avevano il compito di governare per il bene della collettività, onde evitare che chi era in carica assumesse eccessivo potere le cariche duravano poco (massimo 18 mesi). Vediamo ora quali erano le principali magistrature nel periodo della repubblica e chi aveva il diritto di nomina:
MAGISTRATI SUPERIORI
Durata della carica
Poteri
Nominato da …
Dittatore
6 mesi
Pieni poteri
Consoli
Consoli
12 mesi
Potere militare
Potere esecutivo
Comizi centuriati
Pretori
12 mesi
Amministrazione della giustizia
Comizi centuriati
MAGISTRATI INFERIORI
Durata della carica
Poteri
Nominato da …
Censori
18 mesi
Si occupano del censimento della popolazione
Comizi centuriati
Edili
12 mesi
Lavori pubblici
Comizi tributi
Questori
12 mesi
Gestori del tesoro dello Stato
Comizi tributi
Tribuni della plebe
12 mesi
Amministrazione della giustizia
Comizi tributi
La carica di dittatore veniva assegnata solo nei casi di grave pericolo, la su carica durava al massimo sei mesi. I consoli erano due e in qualche modo si controllavano a vicenda, perché non assumessero troppo potere, in caso di guerra guidavano gli eserciti.
4.2.4 La struttura sociale: patrizie e plebei, patroni e clienti, schiavi e liberti.
Patrizi e plebei
Innanzitutto è necessario chiarire come sia sbagliata la diffusa convinzione che identifica i patrizi con gli esponenti ricchi della società romana e i plebei con gli esponenti poveri. Il termine patrizio, come abbiamo già avuto modo di vedere, fa riferimento non tanto alla ricchezza posseduta, ma alle origini della famiglia. Erano patrizi quanti discendevano dai “paters” ossia dai padri della città (gli antichi fondatori), tutti gli altri erano plebei (il termine plebeo deriva da “plebe” ossia “moltitudine”), indipendentemente dalla ricchezza posseduta.
Nell’età monarchica i plebei erano considerati un po’ come “cittadini di serie B”, non potevano accedere alle alte cariche dello Stato, non potevano godere delle terre vinte al nemico, non potevano sposare patrizi, e tuttavia dovevano pagare le tasse, ciò porterà a degli scontri nella successiva età repubblicana.
La lotta tra patrizi e plebei divenne aspra all’inizio dell’età repubblicana (all’inizio del V sec. a.C.), allora, secondo la leggenda, per protestare contro le ingiustizie i plebei si ritirarono sul monte Aventino dove elessero i tribuni della plebe quali rappresentanti. L’abbandono della città da parte dei plebei mise in difficoltà i patrizi, questi, secondo la leggenda, mandarono Menenio Agrippa per convincere i plebei a ritornare. Menenio sarebbe riuscito a convincere i suoi interlocutori con il famoso esempio dello stomaco (i patrizi) che nutre le membra del corpo che lavorano (i plebei): se è vero che lo stomaco si gode il cibo che le membra procurano, è anche vero che le energie procurate dal cibo consentono anche alle membra di funzionare; Agrippa con questo esempio voleva richiamare l’idea di unità delle parti per un unico fine, quale riferimento per la comunità di Roma.
Dopo l’episodio descritto sopra i plebei ottennero diversi riconoscimenti, tra questi la formazione di una commissione di dieci esperti (decemviri), nel 451 a.C., incaricata di mettere per iscritto le leggi di Roma. Queste leggi, scritte su XII tavole di bronzo, furono esposte al pubblico nel Foro, chiunque poteva, in tal modo, conoscere i propri diritti e, quindi, farli valere.
Nel 445 a.C. venne abolito il divieto di matrimoni misti; nel 367 a.C., con le leggi Licinie Sestie, si completò il riconoscimento della plebe, con la decisione di dividere la gestione del potere tra patrizi e plebei: quindi un console patrizio e uno plebeo, un censore patrizio e uno plebeo, ecc,. in tal modo gli interessi delle parti erano garantiti e l’intera cittadinanza ne trasse vantaggi. Solo nel settore religioso la distinzione tra le due classi faticò a sparire, rimanendo fino alla fine del IV secolo a.C. prerogativa dei patrizi.
Patroni e clienti
Nell’antica Roma si venne costituendo una classe sociale del tutto particolare: i “clienti”. Si tratta di persone libere che gravitano attorno alle aziende familiari offrendo i loro servigi e ottenendo in cambio mezzi di sussistenza, protezione e aiuto dai patroni.
Il rapporto tra patrono e cliente è regolato da una serie di diritti e di doveri: se il patrono frodava il proprio cliente veniva maledetto; il cliente aveva poi il dovere di aiutare il patrono nel caso questo venisse a trovarsi in difficoltà.
Schiavi e liberti
In età arcaica gli schiavi a Roma erano molto pochi, solo con le conquiste territoriali il numero di schiavi, spesso prigionieri di guerra, aumentò notevolmente, divenendo uno strumento indispensabile per lavorare la terra nelle grandi aziende familiari.
Lo schiavo era considerato alla pari di un animale, veniva nutrito e protetto per il lavoro che poteva offrire. Che fosse in tutto e per tutto considerato proprietà del padrone è confermato dalla punizione che veniva inflitta agli schiavi che fuggivano: la crocifissione; a questa pena erano condannati i ladri, e lo schiavo fuggitivo era considerato un ladro, dato che aveva derubato il padrone di una sua proprietà.
Condizione diversa era riservata agli schiavi che possedevano una certa cultura, questi, spesso provenienti dalla Grecia, venivano utilizzati dal padrone quali maestri dei propri figli, e trattati con un discreto riguardo.
Dalla condizione di schiavitù si poteva venir affrancati, era sufficiente che il proprietario, per i motivi più diversi, decidesse di concedere la libertà. Gli schiavi liberati costituivano la classe dei “liberti”, cittadini che mantenevano una forma minima di dipendenza dal padrone, ma che per il resto erano liberi. I liberti potevano esercitare il diritto di voto anche se non potevano essere eletti quali magistrati o membri del senato. La libertà ottenuta consentiva ai liberti di sfruttare le loro capacità, che spesso erano notevoli, abbiamo così il caso di numerosi liberti che si sono arricchiti.
5. Lo sviluppo del diritto in Roma antica
5.1 Età monarchica: norme consuetudinarie e leggi
Durante l’età monarchica i rapporti tra i cittadini romani erano regolati da quelle che possiamo definire “norme consuetudinarie”, è l’usanza, il costume, a dire cose bisogna fare nei diversi particolari casi. Le norme consuetudinarie trovano una prima, rudimentale, formulazione scritta solo verso la fine dell’età monarchica, nel VI sec. a.C., in ogni caso è il re (o un suo delegato) a decidere a chi dare ragione. Da notare come nei casi in cui i reati colpiscono membri di una famiglia che sono sottoposti alla potestà del padre, ad esempio l’omicidio di una donna, allora la competenza giuridica non era del re ma del capo famiglia.
Le punizioni per i reati gravi prevedevano l’esclusione del colpevole dalla collettività, solo per reati particolarmente gravi era prevista la pena di morte.
5.2 Le XII Tavole (metà del V sec. a.C.)
Verso la fine dell’età regia le norme consuetudinarie si modificarono, soprattutto grazie all’influenza del mondo etrusco e di quello della Magna Grecia (ricordo che la civiltà greca era culturalmente molto più evoluta), ma non vennero ancora codificate (in questo caso la Grecia non poteva essere d’esempio dato che le norme giuridiche nella Grecia antica non avevano trovato formulazione scritta) solo agli inizi dell’età repubblicana si sentirà l’esigenza di un codice scritto. In questo periodo l’amministrazione della giustizia è una prerogativa dei magistrati appartenenti alla classe dei patrizi, ora proprio la mancata codificazione scritta delle diverse norme avvantaggiava la classe dei patrizi, infatti questi applicavano le leggi a loro favore. Solo le giuste proteste dei plebei portarono alla decisione di dare forma scritta, e quindi a tutti nota, delle norme stesse. Così nel 451 a.C. (secondo la tradizione) soppresse tutte le magistrature venne dato l’incarico ad un collegio di magistrati (decemvirato) di codificare in forma scritta le leggi.
Le norme così elaborate furono trascritte su XII tavole di bronzo, ed esposte, a disposizione di tutti, nel Foro. Da quel momento la conoscenza della norma non era più riservata a che l’applicava, ma era disponibile a tutti.
La legislazione delle XII tavole rimase valida fino all’avvento delle vaste codificazioni di età imperiale, essa si diffuse in tutti i territori conquistati da Roma e quindi possiamo immaginare quale importanza ha avuto per il successivo sviluppo delle concezioni giuridiche di tutta Europa.
Le leggi delle XII tavole venivano imparate a memoria nelle scuole, quale fondamento del diritto pubblico e privato, purtroppo di queste leggi, nella loro formulazione originale non ci sono pervenute che parti minime.
Nelle tavole le norme civili si mescolano con norme di carattere religioso (troviamo ad esempio la proibizione di deporre offerte d’oro sulle salme).
Gli argomenti toccati dalle norme sono i più vari:
- diritto di famiglia
- eredità
- proprietà immobiliare
- crimini di varia natura
- ecc.
Tra gli elementi maggiormente caratteristici che emergono da queste leggi sottolineiamo:
- l’autorità concessa al “pater familias” (egli ha diritto di vita e di morte sulla moglie, sui figli e sugli schiavi, può abbandonare o vendere i figli se lo ritiene opportuno)
- vi è una netta distinzione nelle forme della proprietà, quella piena e sovrana e il solo possesso (che può diventare proprietà solo dopo un certo numero di anni)
- il furto (scoperto in flagrante) può essere punito direttamente da chi lo subisce (può arrivare all’uccisione del colpevole)
- rimane la “pena del taglione” eredità della società arcaica
- il debitore che non poteva pagare i propri debiti poteva essere ridotto in schiavitù o ucciso
Nella legislazione che appare dalle XII tavole non esiste, giuridicamente, distinzione tra patrizie plebei anche se rimane, almeno fino a 445 a.C., il divieto di matrimonio tra rappresentanti delle due classi)
5.3 Le leggi Licinie Sestie del 367 a.C.
Un altro momento molto importante per quanto attiene l’evoluzione del diritto romano si ha nel 367 a.C. con l’emanazione delle leggi Licinie Sestie. Queste leggi oltre a reintrodurre il consolato (sospeso dal 449) sono importanti perché:
- introducono il pretore (magistrato incaricato di amministrare la giustizia)
- stabiliscono la massima estensione di agro pubblico che un singolo privato può gestire
- stabiliscono che uno dei due consoli debba essere d’origine plebea
- vengono attenuate le pene nei confronti dei debitori insolventi
5.4 L’universalismo giuridico dell’età imperiale
Il pensiero filosofico, d’origine greca, ebbe nel corso dei secoli sempre maggior influsso sulla formazione giuridica dei Romani. Nell’età degli imperatori si formò così l’idea di un diritto naturale (legato alla filosofia stoica) al di sopra delle realtà regionali, un diritto universale al di sopra dei popoli, delle città e delle differenze sociali. Fonte principale del diritto diventa l’imperatore, è l’imperatore ad emanare editti, decreti, mandati, norme, validi per tutti gli abitanti dell’impero, divenuti, dal 212 d.C. con la Constitutio Antoniniana, tutti cittadini romani.
Chiaramente l’imperatore era coadiuvato da consiglieri giuridici e tra questi troviamo dei giuristi di grande valore: Ulpiano; Papiniano, ecc.
In questo periodo l’influsso dei principi del diritto naturale (d’origine stoica) portano ad attenuare le norme più severe, che acquistano carattere più umanitario:
- maggiore indipendenza riconosciuta alle mogli
- limiti posti alla patria potestà
- il riconoscimento del reato nel caso di uccisione di uno schiavo
- la proibizione del lavoro in catene per lo schiavo
queste norme mostrano chiaramente l’influenza del pensiero stoico.
5.5 L’eredità del diritto romano: il Corpus Iuris Civilis
In età imperiale, anche grazie al lavoro attento e sistematico dei giureconsulti, si formò un patrimonio giuridico immenso, probabilmente la maggiore eredità lasciata dai Romani antichi al mondo medioevale e moderno.
La grande produzione giuridica di Roma antica venne raccolta in un’unica opera dall’imperatore dell’impero romano d’Oriente Giustiniano, nel 529 d.C., si tratta del Corpus Iuris Civilis.
Il Corpus è distinto in quattro parti:
- Codice (raccolta di costituzioni imperiali)
- Digesto (raccolta di testi dei giureconsulti)
- Istituzioni (trattato elementare di diritto, ad uso scolastico)
- Novelle (costituzioni, opera dello stesso Giustiniano e dei suoi giureconsulti)
Il codice giustinianeo, in una versione successiva a quella del 529 (la versione del 534), è arrivato fino a noi, e ha rappresentato il fondamento del diritto per tutto il mondo Occidentale.
6. Forme di vita sociale e aspetti di vita materiale
6.1 Forme di vita sociale
6.1.1 La famiglia fondamento del sistema sociale
Con il trascorrere dei secoli la vita sociale a Roma subì notevoli cambiamenti, tuttavia la famiglia è rimasta, nel corso dei secoli, un punto costante di riferimento, al di là dei mutamenti.
Una famiglia patriarcale nella quale il “pater familias” esercitava la propria autorità in forma quasi assoluta:
- sui figli (aveva la facoltà di non riconoscere i figli, che potevano venire abbandonati o uccisi)
- sulla moglie (in certi casi si arrivava a dei veri e propri eccessi, una norma del diritto arcaico consentiva al capo famiglia di poter uccidere la propria moglie se scoperta a bere vino)
- sui servi
Nell’ambito della famiglia il padre fungeva da sacerdote (la religione domestica era imperniata sul culto degli antenati) e da giudice (era il capofamiglia a gestire la giustizia all’interno della famiglia, lui a indagare, giudicare, punire).
6.1.2 La donna romana
In età arcaica la donna non partecipava alla vita del villaggio, essa era costretta in casa dove si occupava delle faccende domestiche e della crescita dei figli. Non era considerata cittadino a pieno titolo, passava dalla potestà del padre a quella del marito, e se questo moriva passava sotto la tutela di un parente.
La scarsa considerazione per la donna si comprende anche dal fatto che fuori dall’ambito familiare le rappresentanti del gentil del sesso venivano chiamate mediante il nome della gens cui appartenevano (Tullia, Giulia, Claudia, Cecilia, ecc.), solo negli ultimi secoli della Repubblica le donne riuscirono ad ottenere maggiori opportunità e diritti. Ebbero una maggiore autonomia, ottennero il diritto alla successione nelle eredità. Arrivarono, anche a causa delle notevoli perdite di uomini per le continue guerre, ad amministrare gli affari e il patrimonio di famiglia, giuridicamente ed economicamente indipendenti.
Con i secoli ottennero maggiore libertà nei costumi, potendo partecipare ai banchetti, ai giochi, alla vita di comunità. Le donne più facoltose spesso avevano anche degli amanti.
Nell’età imperiale il culto della figura imperiale ebbe quale conseguenza la divinizzazione anche delle donne collegate all’imperatore: la madre, la moglie, le sorelle.
6.1.3 Il matrimonio
Dato che nella famiglia è l’uomo il capo indiscusso, l’unione matrimoniale non poteva far altro che sancire la dipendenza della donna dall’uomo.
Nell’idea di matrimonio che hanno i Romani dell’età più antica, la donna è un bene di possesso, è da lei che nascono i figli che potranno assicurare la continuità della famiglia. Ora dato che è fondamentale che i figli siano realmente del marito, questi tende a mantenere nascosta la propria moglie, limitando così al massimo le possibilità d’adulterio. In questo contesto il matrimonio rappresenta l’atto pubblico, formale, che rende manifesto il rapporto di dipendenza uomo-donna. Naturalmente alla donna prima del matrimonio è richiesto l’impegno della castità, non lo stesso per l’uomo.
Le forme del matrimonio erano sostanzialmente due:
- manus maritalis
- sine manu
La prima forma sancisce il potere che l’uomo acquista sulla donna (egli in qualche modo si sostituisce al padre della sposa), questa forma si attuava mediante:
- la “confarreatio” (un vero e proprio atto di carattere religioso, i due sposi seduti su una pelle di pecora consumavano assieme una focaccia di farro, alla presenza di dieci testimoni e un sacerdote)
- la “coemptio” (atto di acquisto simbolico della sposa dal padre)
- l’”usus” (si verificava nel caso in cui la coppia avesse abitato sotto lo stesso tetto per almeno un anno)
Nei secoli la forma del “manu maritalis” venne sempre più abbandonata, mentre si diffondeva sempre più il matrimonio basato sul consenso degli sposi il “sine manu” (si tratta, in questo caso, di un vero e proprio contratto privato tra un uomo e una donna che si univano coniugalmente, il contratto era valido quando essi avevano l’età e tutti i requisiti per contrarlo, indipendentemente dalle cerimonie che pubblicizzavano l’avvenuta unione matrimoniale; in ogni caso l’unione poteva avvenire soltanto quando vi era anche il consenso dei rispettivi pater familias). Uno degli atti usati per rendere pubblico il matrimonio prevedeva l’accompagnamento della sposa alla casa dello sposo e la recitazione di una formula rituale di dedizione da parte della sposa: “Ubi tu Gaius ego Gaia” (“Dove sarai tu, Gaio, là sarò anch’io, Gaia”). Tra gli atti tradizionali c’era quello di coprire con un velo il capo della donna, e di prenderla in braccio per non farle toccare la soglia di casa.
Spesso i matrimoni erano combinati, soprattutto tra le famiglie più ricche. L’età degli sposi nei matrimoni combinati era piuttosto bassa, tanto che dovettero porre un limite per legge, dodici anni per le ragazze e quattordici per i maschi.
L’interruzione del matrimonio era ammessa anche se molto rara, almeno fino a tutta l’età repubblicana. L’uomo aveva il diritto di ripudiare la moglie solo per giusta causa, ossia nei casi di adulterio, di sterilità, di procurato aborto.
6.1.4 L’educazione dei ragazzi
Anche i ragazzi, in quanto membri della famiglia, erano sottoposti al potere del padre, questi poteva riconoscere o meno il figlio appena nato (il riconoscimento avveniva con il sollevamento del piccolo posto ai piedi del padre), spesso i figli, in particolare le ragazze, venivano abbandonate divenendo schiave di chi le raccoglieva.
Fino al II sec. a.C. l’educazione dei figli rimase compito esclusivo dei genitori. Era il padre (o il precettore nei casi di famiglie ricche) ad insegnare a leggere e a scrivere ai propri figli. Verso la fine del III sec. a.C. apparvero le prime scuole private, a pagamento.
Le forme d’apprendimento erano mnemoniche legate alla ripetizione meccanica di formule. Oltre al latino si studiava il greco, quale seconda lingua.
Le materie di studio elementare prevedevano la scrittura, la lettura, il dettato e l’aritmetica. L’istruzione secondaria, riservata a pochi ricchi, si basava sullo studio della grammatica, della storia, della geografia, dell’astronomia, della letteratura greca (in particolare Omero) e latina.
Il processo educativo si considerava compiuto solo dopo aver appreso l’arte oratoria, il cui insegnamento era assegnato ad un insegnante specializzato. La capacità di tenere delle buone orazioni pubbliche era di fondamentale importanza per il successo nella vita politica e pubblica in genere.
Il materiale utilizzato per scrivere era costituito, fino al III sec. a.C., da tavolette di legno coperte di cera e da uno stilo. Dal III sec. a.C. si iniziò ad usare il papiro sul quale si scriveva mediante una penna d’oca e dell’inchiostro (formato da fuligine, nero di seppia, ecc.). I fogli di papiro venivano tra loro incollati e arrotolati a formare il “volumen” (il termine deriva da “volvo” avvolgere). Dal II sec. a.C. si iniziò ad usare anche la pergamena (il nome deriva dalla città di Pergamo, in Asia Minore, dove venne preparata per la prima volta partendo dalla pelle di pecora), i fogli di pergamena non venivano arrotolati ma piegati in quattro formando in tal modo un “quaternio” (da qui il nostro “quaderno”) di otto facciate.
Rispetto all’educazione dei ragazzi greci, per quelli romani era del tutto assente la musica e la danza, considerate poco onorevoli, non adatte a dei futuri guerrieri.
6.2 Aspetti di vita materiale
Come vivevano la loro quotidianità gli antichi Romani? Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto chiarire a chi ci si riferisce, un po’ come se dovessimo descrivere come vivevano gli italiani dal secolo X al secolo XVIII, è evidente che il tipo di vita muta:
- negli anni
- a seconda della zona (città o campagna)
- in base al censo (ricco o povero)
Nelle righe che seguono ci concentreremo ad osservare la vita in età imperiale, con un’attenzione particolare per i cittadini di Roma.
6.2.1 Le abitazioni
Nettamente diverse erano le abitazioni a seconda della ricchezza posseduta.
La casa patrizia era costruita attorno ad un “atrium” centrale, quasi interamente coperto dal tetto (veniva lasciata un’apertura centrale per raccogliere l’acqua piovana, che finiva in una vasca sottostante e quindi in un serbatoio di raccolta, e per la luce). Nell’atrium vi era uno spazio apposito che raccoglieva le immagini degli antenati, oggetto di culto. Sempre nell’atrium ardeva il focolare domestico e si ricevevano gli ospiti; ai lati erano disposte le diverse stanze. La casa con l’atrio solitamente era costruita su un unico piano, ed era munita di giardino.
Le case popolari di città erano destinate ad accogliere il gran numero di abitanti cittadini (nel periodo del massimo splendore Roma arrivò ad ospitare quasi un milione di persone !). Per sfruttare al meglio lo spazio le strutture abitative erano formate da grandi complessi abitativi, le “insulae”, alte fino a quattro-cinque piani, in questi complessi si trovavano numerosi appartamenti. I piani superiori erano occupati da cittadini spesso in affitto. Le insulae erano strutture poco salubri (scarsa aerazione e poca luce) e molto insicure, i crolli e gli incendi erano all’ordine del giorno. Se si pensa che il solo metodo di riscaldamento e illuminazione era il fuoco, si può facilmente immaginare quanto facile fosse lo scoppio di un incendio nelle grandi città. Lo stesso imperatore Ottaviano Augusto per cercare di limitare il numero degli incendi istituì a Roma un servizio stabile dei vigili del fuoco.
Per le campagne le abitazioni più rappresentative erano costituite dalle “villae”, delle costruzioni che si trovavano al centro di grandi appezzamenti dei terreno agricolo. Le villae erano dei complessi di vaste dimensioni che comprendevano, oltre alla abitazione del proprietario e della sua famiglia, anche spazi abitativi per i lavoratori della terra e per gli schiavi, oltre a magazzini e ricoveri per gli animali.
6.2.2 Il cibo
Normalmente i Romani facevano tre pasti al giorno, il primo verso le 08-09 del mattino, il secondo dalle 11alle 12, e il terzo verso il tramonto. I primi due pasti erano piuttosto leggeri, costituiti da pane, frutta, formaggi e uova. La cena era il pasto più importante, nelle case dei più ricchi si trasformava spesso in occasione di festa. Le classi agiate cenavano distesi su divani messi a ferro di cavallo con al centro un tavolo sul quale venivano posti i diversi cibi. Gli alimenti venivano presi con le mani.
La dieta tipo delle famiglie agiate prevedeva il consumo di legumi, verdure, carni di vari tipi (da ricordare che nei primi secoli era vietato mangiare carne di manzo, dato che questi animali servivano per i lavori nei campi). Nell’età imperiale erano molto diffusi anche i molluschi e il pesce.
Il vino era sempre mescolato con acqua e spesso anche con miele per dolcificarlo (lo zucchero non era ancora conosciuto). Molto diffusa era anche la frutta.
Si faceva un gran uso di salse aromatiche, usate anche per coprire il cattivo gusto di alimenti spesso mal conservati (non esisteva il frigorifero!). Tra le salse la più diffusa era il “garum” ottenuta dalla macerazione delle interiora di pesce mescolate con erbe aromatiche, miele, aceto e sale lasciati fermentare per 20 giorni.
Il pane apparve molto tardi sulla mensa dei Romani (quello lievitato solo dal II sec. a.C.) molto più diffuso, in particolare tra le classi più povere, era il “puls”, una specie di polenta ottenuta mescolando diversi cereali (orzo, miglio e farro), insaporita con erbe aromatiche, e, in alcuni casi, con formaggio e miele.
6.2.3 Abbigliamento, acconciatura, trucchi e profumi
Abbigliamento
Per l’abbigliamento i Romani erano piuttosto sobri. Uomini e donne indossavano una tunica, costituita da due rettangoli di stoffa (di lana o di lino) uniti tra loro sui fianchi e sulle spalle, senza maniche. Sopra la tunica l’uomo indossava (almeno fino all’età imperiale) la “toga”, un unico pezzo di stoffa avvolto sul corpo, mentre le donne usavano la “stola”, un abito lungo fino ai piedi e pieghettato sul petto, stretto alla vita da una cintura. Quando faceva freddo si portava sopra i vestiti una specie di mantello, con il quale ci si avvolgeva.
Acconciatura
Tra gli uomini, dopo i primi secoli nei quali si tenevano barba e capelli lunghi, era pratica diffusa radersi la barba e tenere i capelli corti. Un particolare significato assumeva per i giovani il primo taglio della barba, avveniva a 17 anni e indicava il passaggio all’età adulta.
Le donne usavano tenere i capelli sciolti fino al matrimonio per poi formare delle trecce che univano attorno al capo. In età imperiale le acconciature femminili divennero sempre più elaborate (naturalmente per le donne ricche), con l’uso anche di parrucche.
Trucchi e profumi
I trucchi usati dalle donne erano piuttosto elaborati, nulla da invidiare a quelli delle donne d’oggi. Oltre alle maschere di bellezza (in alcuni casi fatte con materiale organico quale sterco, latte, placenta di pecora), usavano il rossetto, si disegnavano le sopracciglia, si marcavano il contorno degli occhi e, naturalmente, usavano l’ombretto.
Molto diffusi ed apprezzati erano anche i profumi e gli unguenti, usati anche durante le cerimonie. I profumi per uso personale venivano preparati in negozi specializzati, piuttosto diffusi nella Roma imperiale.
6.2.4 I giochi e le terme
I giochi
Nella vita dei cittadini romani non mancavano di certo le forme di divertimento. Gli svaghi principali erano costituiti dagli spettacoli pubblici o “ludi” (organizzati dallo Stato o da privati facoltosi alla ricerca del favore popolare) organizzati nei casi di ricorrenze religiose o civili (quest’ultime spesso associate a vittorie e conquiste militari).
I ludi (spettacoli) erano di tre tipi:
- ludi scaenici
- ludi circenses
- munera gladiatoria
I ludi scaenici erano costituiti da rappresentazioni teatrali.
I ludi circenses, che si svolgevano nel Circo Massimo (un anfiteatro ovale che misura 500 metri sul lato più lungo), erano degli spettacoli nei quali veniva esaltata l’abilità fisica dei partecipanti; tra le varie forme di esibizioni quelle più gradite al pubblico erano le corse dei carri trainati da cavalli, delle vere e proprie gare nella quali i concorrenti più bravi potevano arrivare a guadagnare delle vere e proprie fortune.
Gli spettacoli che maggiormente hanno colpito l’immaginazione dell’uomo moderno sono i munera gladiatoria: i combattimenti tra gladiatori (i gladiatori erano soprattutto prigionieri di guerra, ma non solo, anche molti giovani ambiziosi cercarono il successo mediante i combattimenti negli anfiteatri). Dall’80 d.C. a Roma i munera gladiatoria si tennero nell’anfiteatro Flavio (il Colosseo) capace di 50.000 posti.
Sempre al Colosseo si svolgeva anche un altro tipo di spettacolo le “venationes”, delle cacce simulate che mettevano di fronte ai gladiatori delle bestie feroci.
Nelle occasioni più importanti i ludi potevano durare anche diversi giorni, con un grande dispendio di denaro pubblico, solo per l’inaugurazione del Colosseo vennero uccise 5000 bestie feroci.
Durante l’età imperiale i giochi divennero assieme alla distribuzione gratuita del pane, uno straordinario strumento di potere usato dagli imperatori a loro favore.
Le terme
La “romanizzazione” delle città conquistate dai Romani prevedeva, tra le altre cose, la costruzione delle terme. L’uso delle terme era, infatti, talmente diffuso tra i ricchi e la classe media che era per loro molto difficile rinunciarvi.
Le terme non erano solo il luogo dedicato ai bagni ristoratori (i Romani ritenevano che immergersi in acqua fredda e, subito dopo, in acqua calda avesse un notevole potere tonificante per il corpo, in realtà può fare molto male), era anche il luogo di ritrovo, di letture, di incontri. Alle terme erano spesso annessi biblioteche e giardini. A Roma con le terme di Caracalla si raggiunse il massimo fasto e lusso, in esse si trovavano statue di marmo pregiato e palazzi sontuosi.
7. Il sistema economico-produttivo
7.1 L’età monarchica
Le comunità che hanno dato origine alla città di Roma avevano un’economia prevalentemente pastorizia. Nei secoli dell’età regia, dopo le conquiste territoriali nel Lazio, all’economia pastorizia si affianca una economia agricola: piccoli proprietari che lavorano con i propri familiari un podere ridotto, sufficiente ad offrire il necessario per vivere, e un minimo per la vendita ai vicini mercati. In questi anni la produzione agricola consisteva prevalentemente in: farro, miglio, frumento, orzo, viti e frutta.
Come per i Greci anche per i Romani l’attività agricola era considerata tra le più nobili, consona agli uomini liberi, degna d’onore, adeguata anche ai grandi uomini.
7.2 Età repubblicana
Nei primi secoli dell’età repubblicana le vaste conquiste territoriali resero disponibile ai cittadini una grande quantità di terreno. Questo venne distribuito dallo Stato ai cittadini anche in considerazione dell’importanza della presenza di insediamenti di romani nei territori conquistati, una vera e propria forma di colonizzazione che diede, nei secoli successivi, i propri frutti.
La distribuzione delle terre avveniva secondo tre diverse modalità:
- ai patrizi lo Stato concedeva terreni in affitto a prezzo molto basso
- ai soldati venivano concessi terreni quale ricompensa per il servizio svolto
- a semplici cittadini venivano concessi appezzamenti di terreno piuttosto ridotti (sufficienti per far vivere la propria famiglia), in qualità di coloni
In piena età repubblicana le vittoriose guerre contro le popolazioni italiche aumentarono notevolmente la ricchezza dei patrizi romani (parte del bottino di guerra era riservato a questo gruppo sociale), ma anche la classe plebea di Roma ebbe modo di migliorare la propria condizione di vita grazie all’impulso dato all’attività artigianale e all’attività commerciale.
Negli ultimi secoli della Repubblica l’economia subì una decisiva svolta grazie alle vittorie di Roma su Cartagine e la conseguente supremazia sul Mediterraneo. Proprio il controllo sul mar Mediterraneo, le conquiste in Spagna, in Africa e nella penisola Balcanica, portarono ad una radicale trasformazione dell’economia, vediamo perché. Le conquiste esterne all’Italia ebbero quale conseguenza l’enorme arricchimento della classe patrizia e il contemporaneo impoverimento dei tanti piccoli proprietari terrieri presenti in Italia centrale e in parte di quella meridionale.
L’arricchimento della classe patrizia, che in molti casi portò al formarsi di vere e proprie fortune, fu legato a:
- incameramento dei bottini di guerra
- possibilità di avere a disposizione, in affitto a prezzi bassi, i terreni conquistati
- grande disponibilità di schiavi, prigionieri di guerra, da comperare e far lavorare sui propri terreni
- possibilità di acquistare a basso prezzo i terreni dei soldati, impegnati in continue guerre
L’impoverimento dei piccoli proprietari fu invece legato a:
- difficoltà nel competere con le grandi tenute dei patrizi
- disponibilità di produzioni agricole estere (soprattutto Spagna e Africa) a prezzi molto bassi, che misero fuori mercato la produzione dei piccoli proprietari italiani
Questi fatti ebbero quali conseguenze:
- l’abbandono delle campagne a favore della città da parte di molti contadini
- l’estendersi dell’economia agricola della “villa”
- l’estendersi dell’economia agricola del “latifondo”
Abbandono delle campagne a favore della città da parte di molti contadini
Le difficoltà economiche di molti piccoli proprietari li spinsero a cedere la proprietà (quasi sempre ai grandi proprietari) e a trasferirsi in città, dove era più facile sopravvivere (è in questi anni che la popolazione di Roma aumenta a dismisura). La presenza massiccia di persone che vivono con un reddito molto basso e che sono poco impegnate da attività lavorative stabili, quello che venne definito il “popolo” di Roma, avrà una notevole rilevanza nelle guerre civili del I sec. a.C. e nel passaggio dalla struttura repubblicana a quella imperiale.
Estendersi dell’economia agricola della “villa”
Con il termine “villa” si intende non solo la residenza del proprietario terriero e della sua famiglia, ma anche l’azienda agricola che questo gestisce: un sistema autosufficiente nel quale convivono servi, schiavi, lavoratori liberi della terra (clienti) stipendiati dal proprietario. La villa attua una produzione dei tipo intensivo, sfruttando al meglio le potenzialità del terreno e della manodopera. I guadagni provenienti dalla vendita dei prodotti agricoli venivano reinvestiti. La struttura della “villa” romana sarà alla base del formarsi delle “corti” medioevali.
Estendersi dell’economia agricola del “latifondo”
In diverse zone d’Italia (in particolare nel Meridione e nelle isole) la struttura tipica della villa si andò progressivamente trasformando in “latifondo”. Nel latifondo la produzione era di tipo estensivo (pascoli, boschi, campi di grano) con bassi investimenti di capitale. Grandissime estensioni terriere affidate ad un fattore, dato che il proprietario risiedeva solo sporadicamente nella proprietà. Considerate le immense dimensioni che poteva raggiungere un latifondo, si decise, per legge, di porre un limite al numero di campi che potevano essere posseduti da una sola persona (una legge in tal senso era stata emanata nel III sec. a.C., ma non rispettata, così Tiberio Gracco nel 133 a.C. fece votare una nuova legge secondo la quale ogni persona poteva possedere al massimo 500 iugeri di terreno, più altri 250 per ogni figlio maschio fino ad un massimo complessivo di 1000 iugeri di terreno, circa 250 ettari). Il terreno così recuperato venne distribuito tra i nullatenenti.
Nell’età repubblicana la ricchezza non rimase una prerogativa della classe patrizia, molti plebei e anche diversi liberti (gli schiavi liberati) arrivarono ad accumulare delle vere e proprie fortune.
7.3 L’Impero
Dopo le lotte civili degli ultimi anni della Repubblica, con Ottaviano Augusto si ebbe un periodo di discreta calma e tranquillità in tutto l’impero. Roma e le regioni dell’Italia centrale si arricchirono con i prodotti delle province più lontane e con i commerci che prosperano per tutto l’impero. Una tale situazione di prosperità si raggiunse soprattutto grazie:
- al controllo del territorio da parte dell’esercito romano
- allo straordinario sistema viario e portuale esteso su tutto il territorio imperiale (moltissimi dei tracciati stradali messi a punto dagli antichi romani sono utilizzati ancora oggi)
- grazie all’adozione di un unico sistema monetario
Sono questi gli anni nei quali vengono costruiti trionfali monumenti pubblici (il Colosseo è dell’80 d.C.) e splendide ville private, ornate da marmi preziosi e statue provenienti, spesso, dalla Grecia.
La diffusa ricchezza ebbe quali conseguenze l’incremento dei commerci e delle attività artigianali, ma anche del lusso e della dissolutezza (il diffondersi del lusso venne considerato negativamente, segno di debolezza e di dissolutezza, da diversi esponenti del mondo filosofico e letterario del tempo).
Una situazione di tale diffuso benessere non poteva durare molto a lungo, e difatti nel III sec. d.C. iniziò una grave crisi del sistema che per poco non portò ad un vero e proprio crollo, vediamone le cause:
- instabilità del potere imperiale (gli imperatori rimanevano in carica per pochi anni, sostituiti, spesso con la violenza, da altri)
- continue lotte con i barbari ai confini dell’impero
- difficoltà nel controllare militarmente un territorio vastissimo (con ripercussioni sulla sicurezza dei commerci)
- ribellione di alcune province stanche di pagare alti tributi al potere di Roma
- malcontento diffuso tra il “popolo” di Roma ormai abituato ad una vita da parassita (le spese per il mantenimento del “popolo” pesavano moltissimo sulla finanza pubblica)
Alla crisi del III secolo cercò di porre rimedio l’imperatore Diocleziano, con opere di riforma politica, economica e fiscale. La riforma di Diocleziano riuscì a ristabilire un’economia in crisi, tuttavia l’enorme peso economico dell’apparato statale e la diffusa corruzione (che consentiva ai più ricchi di evadere il pagamento delle tasse) riportò, nel secolo successivo, una nuova grave crisi economica.
Le invasioni barbariche dell’inizio del V sec. d.C. dimostrarono quanto grave fosse la crisi dello Stato romano, ormai mancava anche il denaro per pagare i soldati dell’esercito. Per l’Impero romano d’Occidente la fine era arrivata.
APPROFONDIMENTO ........!
STRADE E ACQUEDOTTI NELL’IMPERO DI ROMA
Un sistema viario che ha trasformato il mondo
Abbiamo presentato il territorio dell’impero romano come luogo nel quale fiorivano i commerci, nascevano importanti centri urbani, gli scambi, di varia natura, erano molto diffusi. Ebbene una tale vitalità non sarebbe esistita se non fosse stata supportata da un’opera che pur non avendo l’imponenza delle grandi opere dell’umanità (ad esempio le piramidi egiziane) certo tutte le superava per ciò che riguarda l’impegno di uomini e di mezzi e per l’importanza che ha avuto nel progresso della civiltà. Si tratta del sistema viario messo a punto dagli antichi romani, un insieme di strade che già nel primo secolo a.C. arrivavano a 80.000 km, un sistema che consentiva di collegare con Roma anche la più lontana città dell’Africa o dell’Asia (naturalmente se era all’interno del territorio imperiale). Il detto “tutte le strade portano a Roma” nasce proprio dalla considerazione del sistema di strade creato dai romani antichi. Per comprendere l’importanza che ha avuto il sistema stradale all’interno del territorio dell’impero possiamo paragonare il sistema viario al sistema venoso del corpo umano, come questo consente l’arrivo dell’ossigeno in tutte le parti dell’organismo portando la vita, così le strade consentivano di far arrivare la voce di Roma anche nel villaggio più lontano e sperduto.
Il valore dell’opera dei Romani antichi è tanto maggiore se si considera che prima delle opere dei romani non esisteva nulla, in ambito extra-urbano, che potesse paragonarsi alle nostre strade, esistevano solo dei “tracciati”, dei sentieri battuti, non delle strade vere e proprie, i primi a crearle furono i soldati dell’esercito di Roma.
Le difficoltà di movimento nei territori dell’interno, prima delle conquiste di Roma, sono testimoniate anche dal numero particolarmente ridotto di città di notevoli dimensioni lontane dal mare.
La costruzione delle strade
Sorte per consentire l’agevole spostamento dell’esercito, alla costruzione delle strade, furono impegnati gli stessi soldati, a migliaia
Scelto, dagli esperti il miglior tracciato, si scavava fino ad un metro di profondità, fino a raggiungere uno strato più solido, quindi si riempiva il fossato, che si era creato, mediante sassi e pietre tenuti assieme da terra argillosa. Lo strato di coperture era formato da pietre poligonali larghe fino a mezzo metro e con uno spessore di 20 cm; tra loro le pietre erano ben connesse a formare una superficie piana e compatta. Per evitare ristagni d’acqua al manto si dava una forma rialzata al centro (forma detta “a dorso d’asino”), l’acqua piovana veniva raccolta in appositi canali costruiti ai lati delle strade stesse.
Il formarsi del sistema viario in Italia
La prima strada romana “munita”, ossia costruita secondo i criteri visti sopra, fu la via Appia, strada che collega Roma a Capua. La costruzione di questa strada fu curata dal censore Appio Claudio, da qui il nome, nel IV sec. a.C.. Anche la via Appia venne costruita con finalità militari e solo successivamente venne impiegata anche per altri scopi.
Altre strade vennero costruite nel III a.C. mantenendo la pratica di dare alla strada il nome dell’esponente politico che ne aveva promosso e curato la costruzione. Abbiamo così la via Aurelianel territorio dell’Etruria (Lazio-Toscana), lungo la costa, ad unire città importanti quali: Caere, Tarquinia, Vulci, Populonia, Pisa. La via Flaminia, costruita nel 220 a.C., che collegava Roma con Rimini. La via Emilia, che partendo da Rimini e attraversando tutta la Pianura Padana arrivava fino a Piacenza. Altra importantissima via per le comunicazioni nelle regioni del nord d’Italia (attraversava tutta la Pianura Padana da Genova ad Aquileia, nel territorio friulano, passando per Cremona, Verona, Vicenza, Oderzo) era la via Postumia. Altre importanti vie di comunicazione furono costruite nel territorio del sud d’Italia, tra le più importanti è da ricordare la via Popilia che collegava Capua con Reggio Calabria.
Le strade romane nei secoli
Con la caduta dell’impero romano d’Occidente, venne a mancare un governo centrale in grado di garantire la manutenzione del sistema viario, e così già nel periodo alto medioevale molte strade andarono in rovina, i loro tracciati vennero però mantenuti e molte delle nostre strade principali ricalcano i percorsi delle antiche strade romane, mantenendone anche il nome (si pensi alle vie Appia, Flaminia, Emilia, ecc.).
8. L’esperienza religiosa
8.1 La forma religiosa arcaica
Il sentimento religioso dei primi romani non era diverso da quello di altre popolazioni italiche di quegli anni. Dominava “l’animismo” ossia la convinzione che l’uomo fosse circondato da forze misteriose e sconosciute, forze che bisognava cercare di propiziarsi mediante riti e formule magiche.
La famiglia, quale nucleo sociale originario, fu l’ambito nel quale le strutture religiose trovarono il loro naturale sviluppo. Il capo famiglia, il “pater”, era anche il sacerdote. Era lui, grazie ai riti e alla recitazione di formule particolari, a cercare di propiziarsi le forze naturali (detti anche “numina”, ossia ciò che si muove). Il capo famiglia si occupava anche del culto dei defunti come avremo modo di vedere.
Parallelamente alla religione familiare si svilupparono, nelle prime comunità, delle forme religiose che interessavano i diversi gruppi umani ( agricoltori, pastori, ecc.). Per ottenere il favore delle forze naturali si attuavano processioni e sacrifici animali. In età arcaica presso la comunità degli antichi romani vi erano 45 feste importanti (ricordo che allora non esisteva un giorno festivo settimanale, questa usanza, di origine ebraica, arriverà in Occidente solo con il Cristianesimo) collegate:
- alle attività pastorali e agricole
- alle attività militari
- ad eventi passati di rilevanza storica
Accanto alle feste di comunità, vi erano dei momenti di carattere religioso collegati alla vita dei singoli individui: nascita, morte, matrimonio, ecc.
Molto importanti erano i riti collegati alla commemorazione dei defunti, che si svolgevano nel mese di febbraio.
A regolare e presiedere le varie festività religiose si ponevano dei “Pontefici” con a capo il “Pontefice massimo”. Oltre ai pontefici, esistevano i “Flamini”, sacerdoti addetti alle singole divinità, e le “Vestali”, ragazze vergini che si dedicavano alla conservazione del fuoco e dell’acqua (questo incarico richiama le origini della comunità, quando era difficile riprodurre il fuoco, e trovare dell’acqua in caso di siccità).
Una funzione particolare era quella degli “Auguri”, gli interpreti della volontà divina mediante la lettura di particolari segni (il volo degli uccelli, le condizioni del fegato degli animali, ecc.). Nessuna azione importante (sia politica che militare) veniva intrapresa prima d’aver consultato le divinità mediante gli Auguri, in caso di parere sfavorevole l’impresa veniva rimandata.
8.2 Gli influssi greci ed etruschi
Il carattere animistico della religione romana continuò per diversi anni, quindi mutò profondamente grazie ai sempre più frequenti rapporti con il mondo etrusco e con le colonie greche in Italia.
Tra i primi segni di questi influssi vi è la “antropomorfizzazione” delle divinità (ossia il rappresentare il divino in forma umana), come è testimoniato dalla costruzione di diversi templi dedicati alle varie divinità (fenomeno accentuatosi con i re d’origine etrusca). Nascono così Giove (capo degli dei), Marte (dio della guerra), Giunone (dea protettrice delle donne, spose e madri), Vulcano (dio del fuoco), Venere (dea della bellezza e dell’avvenenza femminile), ecc.
8.3 L’evoluzione delle esperienze religiose nell’età della Repubblica
Nel 300 a.C., in piena età repubblicana, una legge stabilì che anche i plebei potessero accedere alle cariche sacerdotali (fino ad allora prerogativa dei patrizi) di pontefici ed auguri.
Nel corso del III sec. a.C. i frequenti contatti con le città greche dell’Italia meridionale portarono a Roma nuove divinità e nuovi culti d’origine greca. L’influsso della religiosità greca fu tale che nel 212 a.C., dopo la sconfitta nella battaglia di Canne contro Annibale, fu inviato un ambasciatore a Delfi (in Grecia) per consultare l’oracolo del dio Apollo, e al ritorno furono istituiti festeggiamenti in onore della divinità greca.
8.4 L’influsso del pensiero filosofico greco sulla religione romana
Negli ultimi due secoli di vita della repubblica, mentre la classe povera rimaneva ben ferma nelle convinzioni dei propri avi, l’aristocrazia subiva influenze di varia natura provenienti dal mondo greco-orientale. Così agli inizi del II secolo a.C. ebbero notevole diffusione il pitagorismo e l’orfismo, movimenti che si caratterizzano per l’organizzazione in confraternite e per la convinzione che l’anima fosse eterna, destinata a rinascere in forme diverse (teoria della “metempsicosi”). Sempre dall’Oriente arrivò una forma religiosa del tutto estranea al mondo romano, il culto del re.
8.5 La religiosità in età imperiale: il culto dell’imperatore e l’avvento delle religioni orientali di
mistero e salvezza
Il culto dell’imperatore
A Roma le prime forme di culto della persona si presentano per un uomo che non diventò imperatore, ma che certo aveva carisma e capacità di affascinare quanti lo circondarono, si tratta di Cesare. Lo stesso Cesare accentuò il fenomeno del culto alla sua persona proclamandosi figlio di Venere.
I tentativi compiuti da Ottaviano Augusto per restaurare la religiosità dei padri, e la sua non accettazione del culto dell’imperatore, non riuscirono ad evitare che con gli imperatori a lui immediatamente successivi il culto della figura dell’imperatore assumesse sempre maggiore importanza, fino ad arrivare a forme di vera e propria adorazione, quasi l’imperatore fosse una divinità scesa in Terra. Nella tarda età imperiale i rituali antichi mantennero solo per i ceti rurali la loro suggestione, per la maggioranza della popolazione si erano ridotti a forme vuote, prive di un qualsiasi valore emotivo.
L’avvento delle religioni orientali di mistero e salvezza
Soprattutto presso gli abitanti delle città le migliorate condizioni di vita portano a riconsiderare l’idea della morte, percepita non più come fatto naturale e ineluttabile, ma cercando una forma di immortalità individuale destinata a tutti, al di là della propria etnia e appartenenza sociale. Ecco perciò il diffondersi del culto di Iside e di Mitra provenienti dalla Mesopotamia.
Sempre dall’Oriente venne diffondendosi, a partire dal I secolo dopo Cristo, una nuova religione, nata in ambiente ebraico, che aveva trovato da subito una grande diffusione nonostante fosse ostacolata dal potere imperiale, si tratta del Cristianesimo. In soli tre secoli questa nuova forma religiosa riuscirà a conquistare il posto dominante in tutto l’impero (nel 380 d.C. Teodosio dichiarò il Cristianesimo religione di Stato), tutte le altre forme verranno considerate eretiche. Uno studio più approfondito sul tema del diffondersi del Cristianesimo in Roma antica si trova nell’approfondimento.
Il termine “pagano” deriva da “pagi”. Erano questi i villaggi di campagna nei quali che la nuova religione faticava molto nel sostituire le divinità della tradizione, strettamente legate ai riti della terra.
Nel concilio di Nicea furono dibattute molte questioni importanti per la Chiesa allora in formazione. Tra queste quella che probabilmente fu più dibattuta è collegata ad una tesi sostenuta da un sacerdote di Alessandria d’Egitto: Ario. Secondo Ario, Gesù, pur essendo la creatura più perfetta che fosse mai esistita, mancava del carattere proprio della divinità, non era della stessa sostanza del Padre (celeste), non poteva perciò considerarsi Dio stesso fatto uomo. Questa idea venne fortemente combattuta dalla ortodossia cristiana, e Ario venne condannato all’esilio. Le idee di Ario non si conclusero con la sua morte, l’Arianesimo, infatti, ebbe notevole diffusione nell’Alto Medioevo, in particolare tra le popolazioni d’origine germanica. Gli stessi Longobardi, almeno per i primi secoli di permanenza in Italia, erano dei seguaci dell’Arianesimo.
Finea articolo sull' antica Roma scritto da Marino Martignon
L'ALIMENTAZIONE NELL' ANTICA ROMA
Che cosa hanno a che fare fra loro la Biologia e il Latino? La Storia e la Chimica? E che legame hanno queste discipline con il linguaggio del cibo?
Se non sapete dare una risposta a tutte le domande non preoccupatevi perché il lavoro che vi proponiamo fa esattamente per voi!
Tornerete indietro nel tempo per conoscere alcuni cibi, vini, abitudini, figure professioni degli antichi romani, li confronterete con i corrispondenti dei tempi moderni analizzandoli dal punto di vista linguistico, storico e scientifico e scoprirete che a tutt’oggi non tutto è andato perduto, bensì semplicemente invecchiato (con tutto ciò che ne consegue!) di circa duemila anni, ma la sostanza è rimasta sempre la stessa!
Gli argomenti trattati sono stati scelti proprio in base alla possibilità di concretizzare un lavoro didattico interdisciplinare che sfruttasse le conoscenze di base di latino e biologia degli studenti e permettesse di fondere e integrare le une nelle altre.
E’ compito di un proverbio, di una massima, di un aforisma o di un modo di dire introdurre alcuni argomenti. Quelle poche parole sono lo specchio della nostra storia e della nostra cultura ed esprimono il legame fra uomo e natura, la gratitudine per i suoi frutti, la consapevolezza della sua superiorità. Esse rappresentano la verità che il popolo deduce col senso comune della quotidiana esperienza.
Quanta saggezza vi è celata!!
Abbiamo voluto proporvene alcune in latino, altre in italiano e altre ancora in friulano perché sono queste le nostre lingue, quelle delle nostre radici più profonde che ci ancorano al suolo e ci ricordano il legame con i nostri avi.
L’attività ha visto momenti di ricerca, di rielaborazione, di traduzione e di stesura dei testi affiancata da degustazioni d’uva (non di vino!), da osservazione e analisi di erbe aromatiche, di strumenti (come il tastevin), da tentativi (casalinghi) di preparazione di cibi in base ad alcune antiche ricette!
La nostra opinione sui risultati culinari ottenuti nonché sulla cucina e sul vino romano?
Rileggete il titolo di questo lavoro e vi sarà tutto chiaro !
Le insegnanti
Prof.ssa Adami Monica (Latino)
Prof.ssa Guerra Angela (Biologia)
INTRODUZIONE
SOMMARIO
L’ALIMENTAZIONE NELL’ANTICA ROMA
L’ALIMENTAZIONE NEL PERIODO ARCAICO
L’ALIMENTAZIONE NEL PERIODO CLASSICO
I PASTI DEI ROMANI
APICIO E IL “DE RE COQUINARIA”
L’USO DI SPEZIE ED ERBE AROMATICHE NELLA CUCINA DEI ROMANI
ANETO (Anethum graveolens)
CORIANDOLO (Coriandrum satuvum)
FINOCCHIO (Foenuculum vulgare)
ORIGANO (Origanum vulgare)
ZAFFERANO (Crocus sativus)
PEPE (Piper nigrum).
MENTA (Menta piperita)
GARUM O LIQUAMEN
GLI UTILIZZI DEL SALE NEL MONDO ROMANO
IL VINO… NETTARE DEGLI DEI O DEGLI UOMINI?
CENNI STORICI
BREVE DESCRIZIONE SCIENTIFICA DELLA PIANTA DELLA VITE E DEI COMPONENTI DEI SUOI FRUTTI
LA PIANTA DELLA VITE
DENTRO L’ACINO
IL VINO DEI ROMANI
QUID VINUM FALERNO?
IL CECUBO
E NOI, CHE COSA AGGIUNGIAMO AL VINO?
VINO RESINATO
VERMUT E ASSENZIO
LO SHERRY
LA FIGURA DEI SOMMELIER NELL’ANTICHITA’: GLI HAUSTORES
LA DEGUSTAZIONE DEL VINO NELL’ANTICA ROMA
TRA HAUSTORES E SOMMELIERS. 28
LE FAMIGLIE DEI PROFUMI
STRUMENTI PER DEGUSTARE IL VINO: IL TASTEVIN
CARATTERISTICHE DEL TASTEVIN
IL BRINDISI
I BANCHETTI A ROMA E IL RUOLO DELLE DONNE
IL PANE DEI ROMANI
IL PANE
APPENDICE – LE RICETTE
GUSTATIO
OVA SFONGIA EX LACTE – OMELETTE AL LATTE
IUS IN PISCE ORATA ASSA - SALSA PER PESCE ORATA ARROSTO
GUSTUM DE PRAECOQUIS - ANTIPASTO DI ALBICOCCHE
PRIMAE MENSAE
PATELLAM LUCRETIANAM – PENTOLATA “ALLA LUCREZIO”
COCNCHICLA COMMODIANA – CONCHIGLIA “ALLA COMMODO”
CUCURBITAS COCTAS – ZUCCHE COTTE
DULCES
PATINA PIRAE - TORTA DI PERE
TYROPATINAM - TORTA DI FORMAGGIO
DULCIA DOMESTICA – DOLCI CASALINGHI (cioè DATTERI CARAMELLATI)
(ALITER) DULCIA- DOLCI (IN ALTRO MODO) (cioè DOLCETTI AL PEPE)
APOTHERMUM SIC FACIES – APOTERMO (cioè BUDINETTO DI FARRO)
PATINA COMUNE (flan di cervello)
FEGATO (paté di fegato)
LE “NOSTRE” RICETTE
PLACENTA FRICTA EX CASEO TUBERIBUSQUE
OVARUM FRICTA PLACENTA CUM CEPULIS
PIZZA (… è intraducibile!)
BIBLIOGRAFIA
L’ALIMENTAZIONE NELL’ANTICA ROMA
Edamus, bibamus, gaudeamus!
Mangiamo, beviamo, godiamo!
Vi siete mai chiesti, mentre soffrivate su una versione di latino, come vivevano i Romani?
E soprattutto cosa mangiavano? Noi sì! Ed ecco cosa abbiamo scoperto…

L’ALIMENTAZIONE NEL PERIODO ARCAICO
Prima del III secolo a.C. l’alimentazione dei Romani consisteva principalmente in pietanze molto semplici: farinacei, verdure (soprattutto legumi bolliti), formaggi e uova. Il piatto principale era la Puls, una specie di polenta di farinacei (i Romani non conoscevano il mais!), mentre l’uso del pane si diffuse solo all’inizio del II secolo a.C.
La carne era usata raramente, perché solo pochi potevano permettersela, e proveniva in prevalenza da maiali selvatici, che vivevano nei dintorni delle fattorie, e pollame; i buoi, preziosi per l’aratura, erano sacrificati solo in occasioni solenni.
Fra i cibi più comuni (secondo la fonte principale per questo periodo, cioè Catone) c’era il cavolo, di cui si coltivavano varie specie perché si pensava avesse diverse virtù: assicurava una buona digestione, calmava i dolori di stomaco e il mal di testa, era utile contro la febbre (e ciò era particolarmente importante in zone in cui iniziava ad apparire la malaria).
L’ALIMENTAZIONE NEL PERIODO CLASSICO
Intorno alla fine del III secolo a.C., tuttavia, l’espansione dei confini fece confluire a Roma grandi ricchezze ma anche nuove abitudini alimentari e nuovi prodotti, in particolare dal mondo greco, e si andarono diffondendo lussi, eccessi e stranezze. La cucina dei Romani perciò si modificò: dai Galli si appresero le tecniche di lavorazione e conservazione delle carni suine, mentre i contatti con le civiltà orientali favorirono l’uso di spezie e aromi, e i cibi più rinomati divennero quelli più esotici e difficili da reperire. Si svilupparono i mercati di carni prelibate (pavoni, pernici, fagiani e carni insaccate) e di frutti esotici, ricercatissimi e costosissimi. Si diffuse l’uso del pane, di cui esistevano tre tipi principali: il pane nero (panis acerosus, plebeius, rusticus, castrensis, sordidus); il panis secundarius, più bianco ma non finissimo, e il pane di lusso (panis candidus, mundus).
Fra i legumi erano particolarmente usate le fave, le lenticchie, i ceci; fra i cereali l’orzo, il farro, il frumento; fra gli ortaggi, lattuga, cavolo, porro, ma anche asparagi e carciofi e inoltre molte erbe lassative (come malva, bietole ecc.). Piacevano moltissimo i funghi (boleti) e le olive, soprattutto negli antipasti.
La frutta più comune corrispondeva a quella che consumiamo anche noi (tranne gli agrumi, introdotti dall’oriente solo verso il IV d.C.): mele, pere, ciliegie (la cui coltivazione fu importata dal Ponto durante le guerre mitridatiche nel I a.C.), susine, uva (sia fresca sia passita), noci, mandorle e castagne; dall’Armenia giungevano le albicocche e dai paesi caldi i datteri.
Si consumavano carni di vario tipo: bue, maiale, cervo, asino, …ghiro!, nonché pollo e selvaggina, e altri volatili considerati particolarmente pregiati, come fenicottero, cicogna, pavone e gru.
Il cibo di gran lunga preferito erano però i pesci, da quelli piccoli a basso costo, a quelli particolarmente costosi e insoliti, come rombo, triglie, storione, sogliola, murena...
Indubbiamente l’uso di spezie e di salse molto forti serviva anche a coprire odori e sapori di carni mal conservate e ingredienti deperibili. Un metodo di conservazione sia della frutta che delle carni fresche, ad esempio, prevedeva che fossero cosparse di miele (che come sappiamo ha doti antibatteriche): ovviamente questo ingrediente lo si ritrovava poi nella preparazione della pietanza, dove dà vita a particolari sapori agrodolci.
Nel periodo imperiale, fra le classi più abbienti ci fu addirittura una vera e propria corsa ad accaparrarsi i cuochi (archimagiri) più bravi ed estrosi: il più grande di tutti fu Apicio, incontrastato ed indiscusso maestro dell’arte culinaria. Si diffuse inoltre la tendenza, che troviamo riflessa nelle ricette di Apicio riportate nel “De re coquinaria”, ad accostare sapori differenti fra loro, come dolce e salato, e a “mascherare” gli ingredienti dei piatti cercando di stupire i commensali.
A Roma i nobili e la borghesia utilizzavano le feste e i banchetti come manifestazioni di grandezza e potenza, al punto che si cercò di frenare il lusso di questi banchetti con l’emanazione di leggi suntuarie (leges sumptuariae) che si susseguirono con scarsi risultati nei secoli II e I a.C. Una delle prime, la Lex Faunia (162 a.C.), prescriveva ad esempio che non si potessero avere più di tre ospiti a tavola, nei giorni normali, e non più di cinque nei giorni di mercato, e che un pranzo non dovesse comunque costare più di 100 assi. La legge vietava assolutamente l’uso di vini esteri, tuttavia dava il permesso di consumare annualmente una provvista di circa sei quintali tra salsicce, insaccati e carne affumicata, mentre erbaggi, legumi e funghi potevano essere serviti a volontà. Più tardi, altre leggi simili furono emanate, inutilmente, persino da Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.
I PASTI DEI ROMANI
Cibi condimentum esse famem
La fame è il condimento del cibo (Cicerone)
Oltre alle abitudini alimentari dei Romani, la lettura del “De re coquinaria” ci informa anche sulle loro abitudini di vita: in generale i Romani facevano una prima colazione (ientaculum) molto sostanziosa, a base di pane condito con sale e vino, formaggio, olive, frutta secca, latte e miele; i più poveri inzuppavano il pane nel latte o nel vino.
Il pranzo di mezzogiorno (prandium) era uno spuntino veloce a base di cibi leggeri (uova, pesci, legumi, frutta), spesso avanzati dai giorni precedenti. Il pasto principale della giornata era invece costituito dalla cena (cena, corrispondente al convivium) che iniziava fra le 15 e le 17, e in estate anche più tardi; presso le famiglie povere consisteva nel pulmentum, un “pasticcio” di farina, verdure e legumi.
Nelle famiglie patrizie la cena classica invece durava almeno tre ore, si teneva nel triclinium (la sala da pranzo) e spesso proseguiva con giochi, conversazioni fra amici, recitazioni poetiche, e con la partecipazione di musicisti, ballerine, acrobati ecc. Era divisa in tre momenti: si apriva con abbondanti antipasti (gustationes), a base di uova, funghi, salsicce piccanti, crostacei, tartufi, insalate e salse varie, il tutto innaffiato dal mulsum, cioè vino caldo misto a miele o acqua; a questi seguivano le primae mensae, a base di pesce, uccelli, carni di manzo, agnello e maiale; concludevano il tutto le secundae mensae, equivalenti al nostro “dessert”, cioè frutta fresca e secca, e dolci di vario tipo a base di miele.
Vi interessa conoscere qualche ricetta originale romana? In Appendice ne troverete di veramente impressionanti!
APICIO E IL “DE RE COQUINARIA”
De gustibus non est disputandum
Sui gusti non si discute
La nostra conoscenza della cultura gastronomica romana si basa principalmente su due testi: “De agri cultura liber” di Marco Porcio Catone per quanto riguarda il “buon tempo antico”, e “De re coquinaria” di Apicio per la cucina del periodo imperiale.
Marcus Gavius Apicius (I sec. d.C.) era un miliardario estroso, amante della bella vita e della buona tavola tanto da essere un cuoco dilettante di altissimo livello, che frequentava i circoli più esclusivi di Roma, organizzava banchetti sontuosissimi ed inventava pietanze stravaganti che cucinava di persona: lingue di fenicottero e di usignolo, tallone di cammello, struzzo arrosto, utero di scrofa ripieno…
Su questo personaggio ci sono pervenuti svariati aneddoti: sappiamo ad esempio che partecipava di persona alle aste del mercato del pesce e che una volta offrì una cifra spropositata per un’enorme triglia… che fu poi venduta ad un’altra persona per 5000 sesterzi!.
In un’altra occasione, avendo saputo che i gamberetti pescati di fronte alle coste libiche erano particolarmente grandi, armò una nave apposta per andare a comprarli: quando però giunse sul posto, si accorse che i gamberetti non erano per nulla più grandi di quelli che trovava a Roma, quindi fece fare dietro-front alla nave senza neppure sbarcare a terra!
Sembra che sia sua l’idea di ingozzare le oche con i fichi, per ingrossarne il fegato creando i primi esempi di “foie gras” (la stessa parola italiana “fegato” deriva proprio da ficatum), e che a lui si debba la ricetta dell’omelette (patina apiciana).
Seneca, il grande filosofo suo contemporaneo, ci informa di come morì: dopo aver sperperato in pranzi cento milioni di sesterzi, calcolando che del suo patrimonio gli restavano solo dieci milioni di sesterzi (qualcosa come 10 miliardi di lire) e che con quella cifra avrebbe “fatto la fame”, si avvelenò!
Il De re coquinaria è una raccolta di circa 450 ricette, probabilmente rielaborata dopo la morte dell’autore. Alcune di queste ricette sono estremamente schematiche, in quanto riportano solo l’elenco degli ingredienti, altre invece risultano più dettagliate nella descrizione delle varie fasi della preparazione; in generale però mancano le indicazioni sulle dosi… e questo rende piuttosto difficile tentare di realizzarle al giorno d’oggi!
Dall’opera emerge un uso esagerato di spezie ed erbe dal gusto forte (alcune indigene, mentre altre importate a caro prezzo dall’Oriente): si usano molto frequentemente il pepe, sia in grani che in polvere, e poi cumino, finocchio, aglio, cipolla, ruta e prezzemolo, ma anche aneto, coriandolo...
Una caratteristica pressoché costante di queste ricette è inoltre l’uso del garum, la famosa e “famigerata” salsa di pesce di cui Apicio era appassionato e che preparava lui stesso in molte varietà, tutte con delle sfumature diverse dovute ai diversi ingredienti utilizzati. Per gustare il garum non era però necessario farselo “in casa”… infatti era prodotto un po’ ovunque nel mondo Latino, e il più rinomato era quello proveniente dalle coste spagnole. Esistevano organizzazioni che lo producevano in quantità “industriale” e il suo prezzo poteva raggiungere, a seconda della qualità, cifre molto elevate: c’era infatti un garum di prima scelta per i ricchi, mentre il popolino si doveva accontentare di prodotti più scadenti, magari allungati con acqua o macerati in modo più affrettato.
L’arte di Apicio consisteva inoltre nello stupire i commensali cambiando il sapore e spesso anche l’aspetto delle pietanze, per esempio dando ad un quarto di maiale l’aspetto di un volatile oppure a mammelle di scrofa (piatto prelibatissimo…) quello di un ragù di pesce. Era inoltre portata all’eccesso la ricerca di vivande esotiche e costose, basta pensare al “salmì di lingue d’usignolo”.
L’USO DI SPEZIE ED ERBE AROMATICHE NELLA CUCINA DEI ROMANI
Ad sal, ad mel, ad piper, semper cucurbita est!
Aggiungi pure sale, miele, pepe: è sempre una zucca!
Come faceva Apicio con i suoi commensali, anche noi vorremmo stupirvi con qualche informazione sulle spezie e sulle erbe aromatiche più usate nella cucina dei Romani, nonché sul metodo di preparazione del… garum!
I Romani facevano abbondante uso di spezie nella preparazione dei vari cibi: la loro funzione era soprattutto quella di conservare i cibi, di aromatizzarli e di insaporirli e spesso di nasconderne il sapore quando non erano più freschissimi...
Durante l’Impero le spezie ebbero un’enorme importanza per le mense dei ricchi: le più usate erano pepe, ligustro, cumino, laser, origano, alloro, maggiorana, zenzero, santoreggia, prezzemolo e rosmarino. Alcune erano coltivate in Italia, altre invece venivano importate da Asia, India e Africa. Augusto aveva persino creata una flotta speciale che raggiungeva l’estremo oriente per i rifornimenti. La base di smistamento della maggior parte delle spezie era Alessandria d’ Egitto: qui confluivano i carichi arrivati per terra e per mare.
Tra le spezie maggiormente usate e provenienti da lontane terre troviamo lo zafferano, che proveniva dalla Cilicia, e il pepe che era la più importante per il suo largo consumo: veniva utilizzato infatti su qualsiasi alimento, dai dolci, alle carni, alle verdure. Ne esistevano tre specie diverse: il lungo, il nero e il bianco: soprattutto il pepe nero era una merce di prima necessità.
Lo zenzero era considerato una costosa rarità: era coltivato in Asia sud orientale, ma anche in Etiopia, e si usava ancora verde mescolandolo ai cibi bolliti. Il cumino ha trovato il suo migliore impiego come prodotto da mescolare ad altri condimenti o da spargere sulle pagnotte appena sfornate. Il laser, invece, era una specie di resina costosissima ricavata da una pianta coltivata in Libia: fu probabilmente la prima droga non latina ad essere consumata dai Romani. Il nardo proveniva dalla Siria, ma se ne coltivava anche in Liguria: le sue foglie erano utilizzate come aromatizzante per insaporire oltre che i cibi anche certe bevande, inoltre era impiegato anche in medicina e in profumeria. Balsamo, incenso e mirra erano usati soprattutto in cosmetica, ma la mirra serviva anche a profumare il vino.
Nelle prossime pagine troverete la descrizione di alcune delle piante più frequentemente utilizzate.
Famiglia Umbelliferae. Anethum, dal greco anethon, sta probabilmente a significare che questa pianta veniva da Neto, in Sicilia, città oggi chiamata Noto.
La pianta fu molto usata dai Romani che ritenevano avesse la proprietà di accrescere la forza fisica. Non sorprende, perciò, che per i gladiatori fosse uno dei principali condimenti, da aggiungere a ogni vivanda senza parsimonia.
Apicio lo colloca in molte ricette tra le quali emerge il pollo all’aneto.
In cucina si usano i frutti e le sommità. Viene utilizzato per insaporire minestre, salse, ma è particolarmente indicato sul pesce.
CORIANDOLO (Coriandrum satuvum)
Famiglia Umbelliferae. Coriandrum deriva dal greco e indica genericamente “qualche cosa che fa bene all’uomo”, sativum, in latino, significa “adatto ad essere coltivato”.
Originario del Medio Oriente, il suo impiego come pianta aromatica e medicinale ha inizio nella più remota antichità e in alcune tombe egizie è raffigurato come offerta.
I Romani lo usarono moltissimo e Apicio ne fece la base per un condimento detto appunto coriandratum (coriandolo macerato nel vino)
Secondo Plinio, mettendo alcuni semi di coriandolo sotto un cuscino al levar del sole, si poteva far scomparire il mal di capo e prevenire la febbre
FINOCCHIO (Foenuculum vulgare)
Famiglia Umbelliferae. Foenuculum significa “simile al fieno” in riferimento alla sua conformazione fogliare; vulgare perché molto comune.
Fare la storia del finocchio significherebbe risalire alle radici del genere umano perché polline e frutti sono stati rinvenuti in abitazioni antichissime. Gli Egizi, i Greci e i Romani furono certamente grandi consumatori di questa erba aromatica.
Famiglia Labiatae. Origanum deriva dall’unione di due parole greche, oros e ganos. La prima significa “monte”, la seconda “bellezza vistosa”, quindi il risultato è “splendore del monte”, vulgare perché molto comune. Anche per questa pianta aromatica, l’uso in cucina è noto fin dai tempi remoti. Il profumo penetrante dell’origano era usato durante le epidemie per disinfettare gli ambienti e allo scopo veniva bruciato in ampi bracieri con menta e timo
Famiglia Iridaceae. Gli stimmi e gli apici degli stili aromatizzano e colorano i liquori e numerosi piatti, soprattutto i risotti. Occorrono circa duecentomila fiori e cinquecento ore di manodopera per ottenere un chilo di zafferano (ecco perché il suo prezzo è così alto)
Famiglia Piperaceae. Forse la più diffusa spezia al mondo, originaria dell’Asia, ottenuta da un arbusto rampicante alto 7/8 metri oggi largamente coltivato in tutta la fascia tropicale.
Il pepe nero è costituito dalle bacche raccolte verdi e fatte essiccare al sole, così da assumere il caratteristico aspetto rugoso e colore nerastro.
Conosciuto fin dall'antichità fu oggetto di un fiorente commercio.
Ricco in oli essenziali, apporta una componente piccante e aromatica alle pietanze. L’ alcaloide piperina stimola la secrezione di saliva e di succhi gastrici, coadiuvando la digestione ed eliminando i batteri.
Famiglia Labiatae. Pianta con foglie allungate-ovate, appuntite e peduncolate, dentate; infiorescenza terminale a forma di spiga.
Il principale componente è il mentolo e i suoi derivati.
La maggior parte delle mente, incluse le ben note verde e piperita, sono piante che si possono facilmente ibridare fra loro producendo infinite varietà.
E’ una salsa mille usi, piccante, dal forte profumo, che i Romani aggiungevano a tutto: alle minestre, verdure, secondi piatti, dolci.
Ecco la ricetta citata da Marziale: Si usino pesci grassi come sardine e sgombri cui vanno aggiunti, in porzione di 1/3, interiora di pesci vari. Bisogna avere a disposizione una vasca ben impeciata, della capacità di una trentina di litri. Sul fondo della stessa vasca fare un alto strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano, origano. Su questo fondo disporre le interiora e i pesci piccoli interi, mentre quelli più grossi vanno tagliati a pezzetti. Sopra si stende uno strato di sale alto due dita. Ripetere gli strati fino all’orlo del recipiente. Lasciare riposare al sole per sette giorni. Per altri giorni mescolare di sovente. Alla fine si ottiene un liquido piuttosto denso che è appunto il “garum”. Esso si conserverà a lungo.
Analizziamo più a fondo questa ricetta e scopriamone insieme i segreti…
Nella metodologia di preparazione del garum (liquamen)) si ritrovano diversi elementi utili a capire le alterazioni che probabilmente subivano gli ingredienti di base (sardine, interiora di pesce, erbe aromatiche, sale ecc.) per trasformarsi nella succulenta salsa che i Romani abbinavano a qualsiasi piatto.
Le erbe aromatiche
…sul fondo della vasca fare uno strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte…
Parlare di erbe aromatiche è come parlare di tradizione. Per alcuni aromi la traccia risale a reperti mesolitici, cioè a circa diecimila anni fa!!!
Le erbe aromatiche apportano oli essenziali (essenze aromatiche concentrate delle piante), tannini, mucillagini, acidi organici, vitamine ecc.
Nella preparazione del garum si utilizzavano ben 16 spezie diverse fra le quali: aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano e origano (di cui abbiamo fornito descrizione nelle pagine precedenti).
Il sale
…sopra si stende uno strato di sale alto due dita…
Il sale (come lo zucchero) ha l’effetto di sottrarre l’acqua dall’alimento, rendendola inutilizzabile da parte dei microrganismi. Impedisce quindi la proliferazione di batteri capaci di alterare il cibo. Per preparare il garum gli strati di pesce, erbe aromatiche e sale dovevano macerare per circa 2 mesi.
L’esposizione al sole e l’ ambiente anaerobio
…lasciar riposare al sole per sette giorni… ripetere gli strati fino all’orlo del recipiente…
Il fatto di esporre al sole la vasca in cui con precisione venivano stratificati gli ingredienti serviva probabilmente ad operare una ulteriore selezione dei microrganismi presenti all’interno del recipiente. L’azione del calore, inoltre, non riguarda solo la selezione nei confronti dei microrganismi, ma anche nei confronti di alcune sostanze enzimatiche responsabili di processi biochimici di degradazione che, così facendo, venivano controllati.
L’ambiente anaerobio completava la selezione nei confronti degli organismi responsabili della maturazione del liquamen
Gli enzimi digestivi
……si usino pesci come sardine e sgombri, cui vanno aggiunti, in proporzione di 1/3, interiora di pesci vari…
Non dimentichiamo che, il fatto di usare, fra gli ingredienti, anche interiora di pesce, significava coinvolgere in questa “macerazione” anche gli enzimi normalmente presenti nel tratto digerente dei pesci. Tali enzimi digestivi catalizzavano le reazioni di demolizione delle proteine, grassi e altre macromolecole biologiche, trasformandole in molecole più semplici.
Omogeneizzazione
…per altri giorni mescolare di sovente…
Per completare la preparazione della salsa era ovviamente necessario mescolare gli ingredienti per poterla rendere omogenea nell’aspetto e nel sapore. Il processo di macerazione forniva due tipi di prodotto e precisamente: una salsa liquida dal colore ambrato che veniva aggiunta alle pietanze di vario tipo, dalle carni, ai dolci, alle verdure ecc. (cioè il garum) e una crema più consistente adatta ad essere spalmata sul pane (allec).
… per concludere…
Certo che eccessi e stranezze hanno dominato la cucina dell’Impero!!!
In ogni caso, lo sapevate che i banchetti dei ricchi si concludevano talvolta con orge giocose e fugaci, il giorno dopo già dimenticate!
Che fosse colpa del garum?!!!
GLI UTILIZZI DEL SALE NEL MONDO ROMANO
Il sale per i Romani non era solo un “condimento” ma un vero e proprio alimento; era persino un sistema di pagamento e i soldati lo ricevevano anche come completamento della paga (salarium). La fornitura di sale alla Roma repubblicana era assicurata dalle saline create dal re Anco Marzio alla foce del Tevere; con l’aumento dei consumi fu poi importato dall’estero. Il sale costava molto e il suo prezzo aumentava per via delle spese per trasportarlo in località molto distanti dal mare; molto spesso, però, veniva distribuito gratuitamente al popolo dagli uffici annonari.
Il sale veniva anche insaporito con spezie: i Romani lo consideravano infatti un contorno, lo mangiavano spesso con il pane e trovavano logico cambiare e arricchire il suo sapore con le spezie. Questo sale “condito” inoltre non andava a finire tutto nei cibi, ma serviva in casa come medicinale di pronto uso per certi disturbi.
IL VINO… NETTARE DEGLI DEI O DEGLI UOMINI?
Vinum bibant homines, animalia cetera fontes
Agli uomini il vino, agli altri animali l’acqua delle fonti
(dai Precetti della Scuola Salernitana)
Ex vitae, vita
proverbio
VITE – Vitis vinifera sativa
La vite è coltivata fin dai tempi più antichi per il frutto chiamato uva.
I popoli che per primi hanno sviluppato la viticoltura e la produzione di vino furono quelli dell’antico Medio Oriente. Fra di essi hanno fortemente contribuito alla viticoltura gli Armeni, gli Egiziani, gli Assiri, i Babilonesi, i Sumeri, i Fenici, i Greci, gli Etruschi e i Romani.
In Asia furono i Cinesi e gli Indiani ad occuparsi di viticoltura. In America la viticoltura è stata portata dagli europei e quindi ha circa 5 secoli contro i 10.000 anni circa di quella di origine medio-orientale.
Vettore principale della viticoltura e del vino fu la religione cristiana, che portò la vite in tutto il bacino del Mediterraneo, in Europa e in particolare in Italia, che dai Greci era denominata “Oenotria tellus” cioè terra del vino.
La Vitis vinifera ha dato origine a molte varietà coltivate per uva da vino, da tavola, da essiccare.
BREVE DESCRIZIONE SCIENTIFICA DELLA PIANTA DELLA VITE E DEI COMPONENTI DEI SUOI FRUTTI
Lis plui bielis lagrimis a’ son chês de vît
Le lacrime più belle sono quelle della vite
(proverbio friulano)
Le foglie alterne e lungamente picciolate sono palmate, divise in 3 e più spesso in 5 lobi, con margini seghettati; durante l’estate hanno la pagina superiore di colore verde e l’inferiore pelosetta e grigiastra. I viticci si trovano opposti alle foglie e permettono alla pianta di attaccarsi ai sostegni (la vite è una pianta sarmentosa e rappresenta in Europa le liane tropicali).
I fiori, radunati in un RACEMO a grappolo composto, sono di norma ermafroditi.
Il frutto è una BACCA ovoide (acino) di dimensioni, forma e colori variabili.
Il mesocarpo, succoso e zuccherino, contiene più semi detti VINACCIOLI
Una pianta di vite sfruttata per la raccolta dell’uva ha una fase di produttività costante che va da 5 fino a 20-25 anni; poi la pianta entra nella sua fase di vecchiaia e produce sempre meno.
Il fenomeno del “pianto” è legato all’esistenza di una pressione radicale nella pianta. Questa pressione è molto attiva in primavera al momento della schiusura delle gemme; in questo periodo, tagliando i rami o anche facendo delle ferite, si vede gocciolare un liquido che risulta essere particolarmente abbondante (in una giornata da una pianta di vite può sgorgare anche 1 litro!) e ricco di zuccheri solubili.
Quante sostanze ci sono in un chicco d’uva (e quindi nei prodotti che derivano dall’uva)! Le ritroviamo nella buccia, nella polpa e persino nei vinaccioli.
Alcune di queste sostanze hanno un nome difficile e strano. Vediamone alcune:
Polifenoli
Fra queste sostanze ci sono molecole responsabili del colore dell’uva e altre che condizionano il sapore . Nel primo gruppo ricordiamo in particolare:
- flavoni che determinano il colore delle uve bianche;
- antociani determinano quello delle uve rosse;
- Leucoantociani e catechine formano i tannini. I tannini determinano il gusto più o meno astringente del vino ed inoltre possono influenzare le variazioni di tonalità del colore di un vino rosso invecchiato.
Zuccheri
Gli zuccheri principali sono glucosio e fruttosio.
La loro quantità nel mosto è di grande utilità visto che, grazie alla fermentazione alcolica, verranno trasformati in alcool e anidride carbonica.
Per calcolare il titolo alcolometrico del vino, è sufficiente moltiplicare il valore percentuale dello zucchero presente nel mosto per un fattore di conversione pari a 0,6 (da un grammo di zucchero si ottengono circa 0,6 ml di alcool).
Acidi organici
I più importanti sono : l’acido tartarico, l’acido malico, l’acido citrico, l’acido succinico e l’acido acetico.
Gli acidi, se in quantità adeguata, conferiscono al vino caratteristiche di freschezza. Se l’acidità è bassa il vino risulterà piatto, se eccessiva piuttosto duro.
Minerali
La pianta li assorbe dal terreno e, attraverso la linfa, li distribuisce anche agli acini.
Si tratta di potassio, calcio, magnesio, ferro, rame, zinco. Influenzano la limpidezza e la sapidità del vino.
Vitamine
Sono presenti diverse vitamine liposolubili e idrosolubili. Sono importanti anche per il nutrimento dei lieviti.
Sostanze pectiche
Si tratta di pectine, gomme e pentosani, fondamentali per determinare la struttura della polpa. Possono causare intorbidimenti nel vino o addirittura produrre, se sottoposte all’azione di alcuni enzimi, alcool metilico che, come è noto, è tossico.
Sostanze odorose
Possono essere presenti in percentuali variabili a seconda del tipo d’uva. Sono date dai terpeni come il geraniolo e il linaiolo. Particolarmente abbondanti nelle uve aromatiche (moscato, malvasie, gewurtztraminer).
Microrganismi
Sono presenti nell’uva, nel mosto e anche nel vino.
Ritroviamo lieviti, batteri e muffe.
Fra i lieviti responsabili della fermentazione alcolica ricordiamo i lieviti elittici appartenenti alla famiglia delle Saccharomycetaceae: Saccharomyces cerevisiae, oviformis, ellipsoideus.
Per quanto riguarda i batteri, questi in genere risultano dannosi perché determinano diverse malattie del vino (per esempio i batteri acetici causano spunto e acescenza e trasformano il vino in aceto).
Fra le muffe ricordiamo la Botrytis cinerea o “muffa grigia” o “muffa nobile” che si sviluppa in condizioni di elevata umidità e che in genere danneggia le uve. In zone e condizioni particolari, invece, è in grado di produrre sostanze che determinano la formazione di sapori e profumi estremamente pregiati (è il caso dei vini Sauternes francesi).
Enzimi
Sono necessari per aumentare la velocità delle reazioni chimiche e per favorire reazioni di maturazione o cambiamento (non sempre favorevoli) del mosto in vino.
Non dimentichiamo infine che il maggior costituente del chicco d’uva è… l’acqua!!!
Il vino che deriva dalla lavorazione dell’uva è un prodotto estremamente complesso nella cui composizione rientrano più di seicento sostanze, che concorrono a caratterizzare le diverse tipologie.
I componenti che concorrono alla determinazione delle caratteristiche organolettiche dei vini possono essere già presenti nelle uve (vedi sopra) oppure si possono formare durante la fermentazione, la maturazione e l’invecchiamento.
IL VINO DEI ROMANI
Chi sa il latino,
loda l’acqua e beve il vino.
(proverbio)
Il vino dei Romani era probabilmente molto più simile ad uno sciroppo di uva, sia pur a volte liquoroso, che a quello che noi oggi beviamo: era raramente limpido e veniva di solito filtrato con un passino (colum), si beveva quasi sempre allungato con acqua calda o fredda (in inverno a volte anche con neve) in modo da ridurne la gradazione alcolica, inoltre era preferito quando veniva lunga-mente invecchiato.
Si trattava quindi di vini densi, amari, eccessivamente alcolici e quasi sempre stravecchi: l'annacquamento era perciò essenziale e, a seconda della qualità, ad una parte di vino si potevano aggiungere anche tre parti di acqua. Il vino puro invece (il merum) era riservato agli dei: infatti berlo, oltre al rischio di potersi ubriacare, era considerato un’usanza barbara o sacrilega.
I tipi di vino più pregiati erano il Massico e il Falerno (dalla Campania), il Cecubo, il Volturno, l'Albano e il Sabino (dal Lazio) e il Setino; i più scadenti erano il Veietano (come tutti i vini dell'Etruria era considerato di qualità scadente) e quello di Marsiglia (i vini della Gallia narbonese venivano affumicati e spesso contraffatti). C’erano anche alcuni vini resinati, ma erano considerati di cattiva qualità in quanto la resina si aggiungeva ai vini più scadenti in modo che si conservassero più a lungo.
I Romani più raffinati inoltre usavano addizionare il vino con sostanze di vario tipo: l’aggiunta più comune era quella di miele per aumentarne il valore zuccherino, ottenendo il prelibato vinum mulsum, che veniva servito generalmente all'inizio di un convivio. Erano poi molto apprezzati i vini aromatizzati (aromatites), preparati all'incirca come i profumi con mirra, canna, giunco, cannella, zafferano e palma. Il Gustaticium, una sorta di aperitivo da bere a digiuno prima del pasto, era un vino al quale si aggiungeva miele e in cui si mettevano in infusione fiori odorosi: i più famosi a Roma erano i rosati ed i violaci, profumati con rose e viole. Il Passumera un vino fatto con uve secche e serviva anche come medicina per i malati. I Romani usavano moltissimo, inoltre, i "tagli" tra vini diversi: un dolce vino greco di Chio, ad esempio, per mitigare l'asprezza del Falerno.
Esistevano anche surrogati del vino come la lora, ricavata dalla fermentazione delle vinacce con acqua subito dopo la vendemmia, e la posca, formata da acqua e vino inacidito (acetum).
Avvelenare gli invitati – scriveva Marziale – poco male,
ma strangolare il vino Falerno o campano, no e poi no.
I tuoi invitati potranno meritare la morte,
ma non la merita certamente quest’anfora che vale un tesoro!
Il Falernum era il vino più noto, apprezzato e costoso dell’antichità. Si può considerare il primo D.O.C. dell’enologia mondiale, infatti i Romani usavano conservarlo in anfore chiuse da tappi muniti di targhette (pittacium) che ne garantivano l’origine e l’annata. Si produce ancora oggi tra il Lazio e la provincia di Caserta.
Il vino Falerno (del Massico), che attualmente si produce è un vino rosso ottenuto dall’uva Aglianico e altre di minore importanza. E’ un vino “importante”, impegnativo, austero, con una gradazione alcolica intorno ai 13°, ottimo sulle carni di maggior impegno e sulla selvaggina.
E’ difficile farsi un’idea del sapore del Falerno di allora, viste le ben note abitudine dei Romani di aromatizzare , profumare o diluire i vini con le più disparate sostanze. Veniva descritto come forte e durevole e, se giovane, talmente aspro da non poterlo bere, piaceva solo dopo anni e anni di invecchiamento.
Orazio lo chiamava vino di fuoco e Persio lo definiva indomito. Il suo periodo di invecchiamento andava dai 10 ai 20 anni: Orazio parla di un Falerno, prodotto nelle sue vigne, che aveva come lui 33 anni; Petronio racconta che durante la famosa cena di Trimalchione gli haustores (gli antichi sommeliers) servirono un Falerno vecchio di 100 anni; secondo Cicerone invece un invecchiamento eccessivo rendeva il Falerno imbevibile.
Secondo alcuni studiosi, il Falerno, doveva assomigliare, tra i vini che oggi beviamo, non tanto all’attuale omonimo rosso, quanto allo sherry.
I Romani bevevano anche il vino Cecubo, vino rosso ancora oggi prodotto nei dintorni di Fiuggi e più a sud, fino al golfo di Gaeta.
Questo vino, ritenuto estremamente generoso e durevole nel tempo, dava facilmente alla testa e aveva un sapore amaro che però si attenuava con l’età: secondo Orazio con un lungo invecchiamento diventava sempre più forte e dolce.
Plinio elogia quello prodotto ad Amicle, una cittadina prossima a Terracina: attribuisce questa bontà al particolare terreno palustre in cui crescevano rigogliosamente pioppi ai quali si sposava la vite. A metà del I secolo la produzione si ridusse alla sola regione di Fiuggi, perché Nerone aveva fatto costruire un canale e compiere opere di bonifica nella palude pontina distruggendo i vigneti.
E NOI, CHE COSA AGGIUNGIAMO AL VINO?
L’abitudine degli antichi di aromatizzare il vino aggiungendo diverse sostanze non è andata completamente persa e, anche al giorno d’oggi, si possono aggiungere ad un vino bianco di base, opportunamente preparato, diversi estratti o infusi d’erbe e spezie per caratterizzarne profumi e sapori.
Alcune di queste possono essere riassunte nello schema seguente:
- spezie aromatiche: cannella, coriandolo
- spezie amare: china, rabarbaro
- spezie amaro-aromatiche: corteccia di arancio amaro
- erbe aromatiche: salvia, rosmarino, timo, origano
- erbe amaro-aromatiche: achillea, veronica e, soprattutto, assenzio
Ecco alcuni esempi di vini aromatizzati: vino resinato, vermut e sherry.

Si tratta di un vino bianco chiamato retsina prodotto in Grecia, cui viene aggiunta resina di pino d’Aleppo che conferisce al prodotto finito un forte profumo di trementina.
Pino D’Aleppo: Pinus halepensis Miller (famiglia Pinaceae)
I coni (le pigne) sono rosso bruni con peduncolo che li sostiene ricurvo verso il basso. Le pigne sono formate da un asse con squame, lignificate a maturità, portanti alla base uno o più semi.
Le foglie aghiformi sono riunite in ciuffetti da due. La chioma è a forma di ombrella, espansa e irregolare; la corteccia di colore rosso brunastro, fessurata, a placche allungate.

L’ASSENZIO – (Artemisia absynthium L. famiglia Compositae) è una pianta semiarbustiva, fortemente aromatica, dal colore argenteo e lanuginoso, perenne, tipica delle zone incolte e rocciose (si tratta di una pianta pioniera).
È una pianta nota fin dall’antichità e il suo nome deriva da Artemide, dea lunare della fertilità (a dimostrare la proprietà che ha la pianta di regolare le mestruazioni), mentre il termine absynthium che significa privo di dolcezza ne indica il sapore amaro.
In tedesco assenzio si traduce “vermut” ed è da questo termine che prende il nome uno dei vini aromatizzati più conosciuti e consumati.
Il vermut è commercializzato come vermut bianco, rosso, rosato o dry a seconda di ciò che viene aggiunto al vermut di base (es. in quello rosso si aggiunge caramello) e a seconda del grado alcolometrico e del contenuto zuccherino.
In tutta l’area adriatico-orientale viene molto usata una grappa di assenzio: il “pelinkovac”
Lo Sherry o Jerez o Xeres è un vino liquoroso prodotto in Spagna.
Le uve vengono fatte un po’ appassire e la vinificazione è caratterizzata dall’intervento di lieviti chiamati “filmogeni” (Saccharomyces oviformis) in quanto producono una specie di velo superficiale il “velo de fior” che poi precipita sul fondo.
Questi lieviti determinano la formazione di aromi particolari, fanno diminuire l’acidità volatile, consumano parte della glicerina e inducono intensi fenomeni ossidativi.
Il vino viene invecchiato secondo il metodo Soleras che consiste nell’eseguire diversi parziali travasi in botti poste scalarmente, che contengono vini di diverse annate, in modo da ottenere miscele ricche di profumi e aromi.
LA FIGURA DEI SOMMELIER NELL’ANTICHITA’: GLI HAUSTORES
No bisugne mai domandâ al ustîr se il vin al è bon
Non bisogna chiedere all’oste se il vino è buono
(proverbio friulano)
L’antichità ci offre numerose immagini di un passato ricco di grandi celebrazioni bacchiche: nei banchetti venivano utilizzati gli schiavi per il servizio delle vivande e dei vini. Infatti, già nella Grecia del III sec. a.C. e a Roma troviamo l’antenato del sommelier con il nome di simposiarca in Grecia e di haustor, rex bibendi o pincerna (a seconda se questi sia un ospite o uno schiavo) a Roma.
Quest’ultimo durante i simposi (il “dopo-pranzo” in cui si assisteva a canti e danze bevendo copiosamente) aveva il compito di scegliere le dimensioni dei recipienti per il vino e di determinare la quantità di acqua da mescolare al vino, essendo quello puro riservato agli dei.
La parola sommelier invece proviene dal latino sagmarium, cioè l’uomo addetto alla soma, al carico, mentre la parola di sommier, per estensione, designava il carico delle bestie e, successivamente, la persona responsabile di questa mansione.
LA DEGUSTAZIONE DEL VINO NELL’ANTICA ROMA
Nunc est bibendum
Ora bisogna bere (Orazio)
I sommelier dei Romani si chiamavano haustores (da haurio, is… = bere, gustare, assaporare) e si attenevano a norme ben stabilite: prima della degustazione non prendevano troppo cibo specie se di sapore molto forte e non inghiottivano mai il vino preso in esame; per bere usavano coppe molto larghe e quasi piatte, eredità degli Etruschi (paterae).
Il vino dei Romani era raramente limpido e veniva di solito filtrato con un passino (colum); inoltre lo si beveva quasi sempre allungato con acqua calda o fredda, a seconda dei gusti, in modo da ridurne la gradazione alcolica (da 15/16 a 5/6 gradi): durante i banchetti era compito dell’arbiter bibendi (il “signore del bere”, cioè del banchetto) stabilire quante “parti” di acqua aggiungere al vino (solitamente tre o quattro).
I vini venivano distinti a seconda del sapore, più o meno come fanno gli attuali sommelier.
Ecco alcune definizioni con la possibile interpretazione:
vinum dulce (dolce);
vinum soave, nobile, pretiosum (morbido);
vinum molle, lene (delicato, gradevole);
vinum imbecille, fugiens, humecti saporis (debole, che scivola via, “dal sapore acquoso” cioè insipido);
vinum forte, solidum, consistens (potente, pieno, serbevole);
vinum firmum, validum (solido, sostanzioso);
vinum austerum, durum, siccum (amaro, duro, secco);
vinum asperum, acre, acutum (aspro, acido, di uve immature);
vinum ardens, indomitum, generosum (caldo, indomabile, alcoolico);
vinum pingue, crasso (pesante, spesso);
vinum sordidum, vile (vino volgare).
Secondo il colore, invece, il vino poteva essere definito nei seguenti modi:
vinum album (bianco);
vinum fulvum, croceo colore (giallo);
vinum sanguineum (rossosangue);
vinum purpureum (porporino);
vinum niger, ater (nero);
vinum medium (grigio o rosato).
L’attuale analisi e degustazione dei vini da parte dei sommeliers avviene attraverso l’esame visivo, olfattivo e gustativo.
L’esame visivo valuta il colore, la limpidezza, la fluidità e l’eventuale effervescenza di un vino; l’esame olfattivo valuta invece l’ intensità, la persistenza, la qualità ed inoltre prevede una prima identificazione dei sentori percepiti nel vino (floreali, fruttati, erbacei, speziati ecc.); l’esame gustativo infine valuta la morbidezza (data dalla interazione fra zuccheri, alcoli e polialcoli), la durezza (determinata dagli acidi, tannini e sali minerali) e completa la descrizione del vino con l’analisi di altri parametri come equilibrio, intensità percepita, persistenza in bocca, qualità, struttura del vino, armonia e stato evolutivo.
Senza addentrarci nella specifica terminologia utilizzata per valutare e degustare il vino, è comunque evidente che dagli antichi abbiamo ereditato alcuni termini.
Vediamone alcuni:
vinum purpureum - il termine “rosso porpora” è utilizzato per indicare il colore di un vino rosso giovane;
vinum dolce – attualmente il termine “dolce” indica un vino in cui predomina la sensazione di dolcezza;
vinum molle – “molle” si dice di un vino in cui si percepisce una netta sensazione di “fiacchezza”, dovuta ad una minima presenza di componenti tannici che, notoriamente, rinforzano il gusto, conferendo durezza;
vinum pingue, crasso – un vino “pesante” indica una struttura generale (o corpo di un vino) che presenta una eccessiva e sproporzionata struttura che causa stanchezza gustativa. Può anche trattarsi di vini destinati a lunghi invecchiamenti ancora immaturi;
vinum siccum – “secco” è la caratteristica di un vino in cui non si percepisce la sensazione di dolcezza.
Il vino presenta una bagaglio odoroso così ricco che per descrivere le decine e decine di sentori identificabili in esso si può spaziare fra i profumi (e non!) di tutto ciò che in natura ci circonda!
Seguiteci in questo percorso bilingue “profumato” che vi indica le varie famiglie di profumi e i diversi sentori che potreste percepire in un vino!
Alcune traduzioni latine mancano visto che alcune piante o frutti non erano ancora conosciuti al tempo dei Romani.
FLOREALI Acacia Biancospino Rosa Ginestra Sambuco Giacinto Fiori d’arancio Fiori di campo
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FLOREI Acacia Spina alba Rosa Genista Sambucus Hyacinthus Arboris Medicaea flores Agrestes flores
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FRUTTATI Frutti di bosco (ribes, lampone, mirtillo…) Ciliegia Prugna Mela Marasca Frutti esotici (banana, ananas…) Albicocca
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POMARII Pomi silvestres
Cerasum Prunum Malum Cerasum Peregrina poma Armeniacum
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FRUTTI SECCHI E CONFETTURE Prugna secca Fico secco Noce Mandorla Uva passa Confettura di prugne, di albicocche…
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POMA SICCA ET MALA CONDITA Prunum siccum Ficus siccus Nux Amygdalum Uva passa Pruna, armeniaca condita |
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ERBACEI E VEGETALI Erba Foglie Fieno Sottobosco Foglia di pomodoro Felce Muschio Peperone
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HERBOSI ET VIRENTES Herba Frondes Faenum Solum silvestre / Filix Muscus Peperitis |
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ERBE AROMATICHE Salvia Aneto Alloro Finocchio Menta Lavanda
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HERBAE ODORATAE Salvia Anethum Laurus Feniculum Mentha Saliunca
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SPEZIATI Pepe nero Pepe verde Anice Chiodi di garofano Liquirizia Noce moscata Vaniglia
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EX AROMATIBUS Piper nigrum Piper viride Anisum Caryophillum Glycyrrhiza / Vanilla |
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TOSTATI Caffè Caramello Cioccolato Pane tostato
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TOSTI / / / Panis tostus |
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ANIMALI Pipì di gatto Cuoio Pelliccia Selvaggina Piuma bagnata
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EX ANIMALIBUS Urina felina Corium Pellis Venatio Pluma madefacta |
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ETEREI Cera Sapone Smalto
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AETHERII Cera Lomentum / |
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SENTORI DIVERSI Tabacco Crosta di pane Lievito Pane Burro Zolfo
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VARII / Panis crusta Fermentum Panis Butyrum Sulphur
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STRUMENTI PER DEGUSTARE IL VINO: IL TASTEVIN
Il vino è un composto di umore e di luce
(Galileo Galilei)
Il tastevin ha origini antichissime. Nella Bibbia (Genesi VIII-4) troviamo un riferimento a questo “oggetto” : Noè si ubriaca dopo aver bevuto il vino da una “coppa” .
Reperti archeologici messi in luce nei paesi dove prosperò la coltivazione della vite e la produzione del vino (Egitto, Mesopotamia, Grecia ecc.) testimoniano l’uso di coppe di bronzo o ceramica per assaggiare il vino.
Anche in Italia Etruschi e Romani utilizzavano speciali coppe. Famoso è l’affresco del triclinium nella villa dei “Vettii” (commercianti di vino), a Pompei. In questo affresco vi è rappresentata la scena di due amorini vinai che assaggiano il vino da una”coppa” e l’atto in cui il vino viene versato da un’anfora in una seconda “coppa”. Ebbene, forma e dimensioni ricordano moltissimo gli attuali tastevin!
Nel secolo XVII il tastevin vive il suo periodo di massimo fulgore poiché viene utilizzato come oggetto decorativo e attrezzo di cantina di tutte le famiglie borghesi.
La rivoluzione francese determina invece un cambio di tendenza sull’uso di questo strumento, ma orafi e incisori curano molto la lavorazione e l’abbellimento delle pareti con foglie di vite, grappoli ecc.
Verso la fine del 1800 compare l’ansa per appoggiare il dito.
Nel 1900 la produzione da artigianale passa ad industriale e la diffusione del tastevin aumenta rapidamente.
Forma rotonda tipo tazza con bordi non alti; manico a forma di anello sul quale si trova un appoggia dito.
Il tastevin deve essere d’argento o di materiale argentato. L’argento, infatti, è un metallo in grado di:
- riflettere la luce (effetto specchio) e quindi permettere l’analisi visiva del vino;
- trattenere eventuali residui di anidride solforosa.
I materiali storicamente usati sono stati i più disparati: dalla ceramica presso i Greci, i Galli ecc. al legno (sambuco, quercia), alla maiolica (diffusissimi in Francia alla corte dei Re Luigi XIV e Luigi XV), allo stagno e al vetro.
All’interno di esso, lateralmente, sono presenti otto grosse “perle” rientranti (concave) che servono per l’esame visivo dei vini rossi. Nell’altro lato vi sono invece delle “nervature” incavate, per un’analisi visiva dei vini bianchi.
Al centro è presente una grossa “bolla di livello” che non deve mai essere superata dal vino.
Attorno alla bolla sono presenti 14 “perline” in rilievo che servono ad arieggiare più velocemente il vino facendo sprigionare i profumi.
Il tastevin si impugna con la mano destra per assaggiare i vini rossi e con la mano sinistra per quelli bianchi

Levia: cinque
Giustina: otto
Lica e Lide: quattro e quattro
Ida: tre
Quante lettere ha ciascuna delle mie amanti,
altrettante coppe di falerno ho versato:
e poiché non ne arriva neppur una,
vien tu sonno, a me.
(Marziale, Epigrammi. Traduz. Guido Cernetti)
Salute, prosit, ad maiora, cin-cin, à la santè, cheers salud, skoll, zum voll…: questi sono solo alcuni dei tanti modi per identificare un rito, quello del brindisi, che è legato soprattutto al vino e che esiste già da almeno 5000 anni.
In ogni cultura si è sentita la necessità di creare una sorta di apparato spirituale per il vino: i Greci ad esempio nei loro tradizionali banchetti dosavano le libagioni seguendo norme precise.
All’inizio anche i Romani utilizzarono il vino in questo modo, in seguito però gli diedero maggiore importanza: i banchetti acquistarono così l’aspetto di orge, in cui il vino scorreva a fiumi. I brindisi, in onore di qualche noto personaggio, si facevano sollevando tante coppe di vino, quante erano le lettere che componevano il suo nome.
Così anche a Roma si alzavano le coppe prima di bere e si dedicava la bevanda ai più svariati soggetti e alle più diverse intenzioni. Ricordiamo per esempio i numerosi casi di avvelenamento che hanno spesso risolto controversie politiche ed economiche, oppure le burle o inganni dissimulati nelle coppe che servivano per animare la serata! Vittime di questi scherzi erano per lo più i forestieri, i quali dovevano bere in un recipiente detto “bevi se puoi”, all’apparenza innocuo ma che nascondeva l’inganno: infatti non permetteva di bere se non se ne scopriva il modo sempre macchinoso… altrimenti si veniva annaffiati!
I BANCHETTI A ROMA E IL RUOLO DELLE DONNE
Anche a Roma, come ad Atene, prima del banchetto si eleggeva il magister o arbiter bibendi, che non doveva toccare vino, ma dava disposizioni su come si dovesse preparare la mistura di vino ed acqua (cioè quanti parti di acqua si dovessero aggiungere) e decideva a chi si dovesse brindare.
Durante i banchetti non era buona creanza ubriacarsi, ma se capitava si usavano dei miscugli, il più frequente dei quali era una miscela di polmone di capra, mandorle amare e cavolo crudo.
Mentre alle donne greche era permesso l'uso moderato del vino, nell'antica Roma, per cinque secoli dopo la sua fondazione, era vietato alle donne anche soltanto annusare il vino, tanto che si narra che il bacio sia nato proprio a Roma in quei secoli di severa astinenza. Infatti gli uomini della casa erano autorizzati ad annusare le labbra delle donne per accertarsi se avessero o no bevuto il vino (ius osculi); un marito poteva anche ripudiare la moglie se scopriva che la sua compagna si era concessa alle gioie di Bacco. Poi i severi costumi si allentarono, e nell'età imperiale alle donne fu concesso di bere il vinum passum, cioè il vino passito, e in genere i vini dolci.
Il consumo del vino ebbe notevole espansione in epoca imperiale per lo più nelle zone di produzione e nelle grandi città come Roma, dove le enormi esigenze dovute all'alta densità della popolazione portarono all’afflusso di grandi quantità di vino sia italico che di importazione (in particolare dalla Grecia e dalla Gallia). A Roma è stata verificata l'esistenza di un porto e di un mercato attrezzati essenzialmente per la vendita del vino (portum vinarium e forum vinarium). I prezzi andavano dai 30 denari al sestiario (0,54 l) per i vini pregiati (falernum, sorrentinum, tiburtinum), ai 16 denari al sestiario per i vini di media qualità, agli 8 denari per i vini di basso pregio. Il consumo medio di vino in un anno era piuttosto alto (è stato calcolato in 140 - 180 litri a persona ) forse anche per il grande apporto calorifero che dava alla dieta romana, costituita in gran parte da cereali e vegetali.
Il pane vero e proprio arrivò sulla mensa dei Romani molto tardi (IV sec a.C.) perché in origine si preparava solo la notissima puls (la polenta) di farro, che era l'alimento base e, di volta in volta, era arricchita con quel che si aveva sotto mano: legumi, formaggi, verdure, aromi, pesci sotto sale e pezzi di carne. Secondo Plauto infatti i Greci chiamavano i Romani "polentoni" (puliphagonides).
Con l'arrivo del frumento, che si poteva ridurre più facilmente in farina, nacque il pane che però in origine era soltanto una sorta di galletta dura non lievitata, che diventava subito cattiva. Col tempo si cercò di raffinare la farina setacciandola con setacci più o meno fini che fornivano farina grossa (cibarium), media (sivigo) e finissima (flos).
Successivamente (in età cristiana) si scoprì che il pane lievitato era più digeribile, più morbido e persino più gustoso, e si cominciò a produrne vari tipi: quello scuro, popolare (cibarius o panis niger), quello integrale (prediletto da Augusto: il secundarius), quello quasi bianco (panis candidus), quello tenero (siligineus). Il più comune era il quadra panis, rotondo e diviso in quattro porzioni per via di due tagli praticati in superficie prima di essere cotto; si preparavano però anche un pane cotto allo spiedo come si faceva ad Alessandria, il piceno cotto in vasi di coccio, il nauticus per i marinai, il militaris per il soldati combattenti, il pane al burro ad uso gallico, il pane con frutta… e poi un pane speciale da mangiare con le ostriche, un pane al latte, un pane alle uova, un altro insaporito al succo di uva disseccata… Si arrivò a produrre un tipo di pane più degno di una pasticceria che di una panetteria: si chiamava artolaganus ed era confezionato con farina sceltissima e impastata con miele, vino, latte, olio, frutta candita a pezzetti e il solito abbondante pepe nero in grani.

Forno di Pompei
Come molte delle importanti conquiste della storia, il pane è stato scoperto casualmente. È stato sufficiente dimenticare per qualche tempo un impasto di acqua e farina al caldo perché le cellule di lievito presenti nel composto cominciassero a far fermentare gli zuccheri semplici e gonfiare la massa. Sin dall’inizio però il pane ha avuto un importante valore simbolico che ha superato ben presto il semplice aspetto nutrizionale.
La tecnica di preparazione del pane varia a seconda delle tradizioni locali, comunque ci sono delle fasi fondamentali comuni: l’impasto, la foggiatura dei pani (cioè dargli una forma), la lievitazione e infine la cottura.
Nell’impasto vengono miscelati il lievito, l’acqua, la farina (che deriva dalla macinazione dei cereali, come ad esempio il grano), il sale e lo zucchero, che serve a velocizzare la fermentazione.
Durante la lievitazione l’impasto cresce di volume, per effetto dello sviluppo dell’anidride carbonica a seguito della fermentazione che avviene al suo interno. Il meccanismo della lievitazione è molto semplice: il lievito fermenta parte dell’amido della farina, precedentemente suddiviso nei suoi monomeri (glucosio), con produzione di alcool etilico e di anidride carbonica gassosa che successivamente evaporano o si liberano durante la cottura.
Il lievito più utilizzato è il lievito di birra costituito da microrganismi come il Saccharomyces cerevisiae.
La cottura avviene in forno, generalmente alla temperatura di 220-270°C, per un tempo variabile.
De gustibus non est disputandum
I gusti sono gusti…
Vi proponiamo alcune ricette, tratte prevalentemente da Apicio, e distinte in base alle tre portate dei banchetti romani, cioè antipasti (gustationes), primi piatti (primae mensae) e dolci (dulces).
Nella sala sfolgora un fasto sontuoso, tappeti, mobili preziosi, arredi d'oro e d'argento. Ad ogni servizio di portata si rinnovano i fiori.
La prima portata che veniva servita sulla tavola romana era chiamata gustatio, ovvero antipasto. In cosa consisteva, soprattutto nei banchetti dei nobili? Oh, niente di speciale: ostriche, ricci di mare, carote, mandorle verdi, meloni ghiacciati d'estate, asparagi, finocchi, sedani, cipolle (che Marziale giudicava altamente afrodisiache), olive di Spagna, tordi.
La gustatio è tale che stenderebbe a terra chiunque! In un pranzo offerto, nel I secolo a. C., dal pontefice massimo Metello a quindici invitati, l'antipasto era composto di ostriche, ricci di mare e ogni sorta di molluschi, poi tordi a fianco di un pollo sdraiato su un purè d’ostriche, e rognoni di capriolo e cinghiale. Infine il tutto era innaffiato dal mulsum, cioè vino caldo misto a miele e acqua. Chiudeva l’antipasto una portata di beccafichi, adagiati su una pappa di farina… e poi, cominciava il pasto vero e proprio!
OVA SFONGIA EX LACTE – OMELETTE AL LATTE
Ova quattuor, lactis eminam, olei unciam dissolvis ita ut unum corpus facies. In patellam subtilem adicies olei modicum, facies ut bulliat et adicies impensam quam comparasti. Una parte cum fuerit coctum, in disco vertes, melle perfundis, piper aspargis et inferes. (De re coquinaria 303)
Traduzione:
Mescola 4 uova, un’emina (271 ml) di latte, un’oncia d’olio in modo da fare un corpo unico. Metterai in una padella sottile un po’ d’olio, farai in modo che frigga e aggiungerai la mistura che hai preparato. Quando sarà cotta da una parte la girerai in un piatto, cospargi di pepe e servirai.
IUS IN PISCE ORATA ASSA - SALSA PER PESCE ORATA ARROSTO
Piper, coriandrum, mentam aridam, apii semen, cepam, uvam passam, mel, acetum, vinum, liquamen et oleum (De re coquinaria 463)
Traduzione:
Pepe, coriandolo, menta secca, seme di sedano, cipolla, uva passa, miele, aceto, vino, garum e olio.
GUSTUM DE PRAECOQUIS - ANTIPASTO DI ALBICOCCHE
Duracina primotina (pusilla praecoquia) purgas, enucleas, in frigidam mittis, in patina componis. Teres piper, mentam siccam, suffundis liquamen, adicies mel, passum, vinum et acetum. Refundis in patinam super praecoqua, olei modicum mittis et lento igni ferveat. Cum ferbuerit, amulo obligas. Piper aspergis et inferes.
Traduzione:
Pulisci delle dure primaticce (piccole albicocche), snocciola, metti in acqua molto fredda, disponi in pentola. Pesta pepe, menta secca, copri di garum, aggiungi miele, passito, vino e aceto. Versa nella pentola sulle albicocche, aggiungi olio moderato e (fai) che bolla a fuoco lento. Quando avrà bollito, lega con amido. Spargi di pepe e servi.
Come portate principali i Romani consumavano molti cibi a base di carne, formaggio (e derivati del latte in generale), verdure e tanto pesce.
La carne più apprezzata era quella di animali esotici, mentre la carne “locale” era costituita per lo più da uccellagione, selvaggina e suini (scrofe e cinghiali). Della carne bovina, non molto utilizzata, erano piuttosto apprezzate le frattaglie (così come di tutti gli altri animali venivano mangiate tutte le parti possibili; cervella e talloni compresi).
La verdura era frequente e veniva consumata da sola o come condimento per altri piatti. Spesso uova e formaggio venivano cucinati insieme alle verdure.
Il pesce costituiva uno degli alimenti principali: veniva consumato interamente (interiora e teste comprese), di tutte le qualità (come murene e anguille) e in grandi quantità.
Quasi tutti questi piatti erano preparati con il garum (chiamato anche liquamen) e, anche se possono sembrare piatti salati, con il miele.
PATELLAM LUCRETIANAM – PENTOLATA “ALLA LUCREZIO”
Cepas pallachanas purgas (viridia earum proices), in patinam concides. Liquaminis modicum, oleum et aquam. Dum coquitur, salsum crudum in medium ponis. At ubi cum salso prope cocta fuerit, mellis cocleare asparges, aceti et defriti pusillum. Gustas. Si fatuum fuerit, liquamen adicies, si salsum, mellis modicum. Et coronam bubulam aspergis, et bulliat.
Traduzione:
Pulisci cipolle pallacane (getterai le loro parti verdi), taglierai in una pentola. Moderato garum, olio e acqua. Mentre cuoce, disponi in mezzo pesce salato crudo. Ma quando sarà quasi cotta col pesce salato, spargerai 1 cucchiaione di miele, poco di aceto e di mosto cotto. Assaggia. Se sarà insipido, aggiungerai garum, se salato, miele moderato. E cospargerai di corona vaccina, e che bolla.
COCNCHICLA COMMODIANA – CONCHIGLIA “ALLA COMMODO”
Pisam coques. Cum despumaverit, teres piper, ligusticum, anethum, cepam siccam, suffundis liquamen, vino et liquamen temperabis. Mittis in caccabum ut combibat. Deinde ova quattuor solves, in sextarium pisae mittis, agitas, mittis in Cumanam, ad ignem ponis, ut ducat, et inferes.
Traduzione:
Cuoci i piselli. Quando avranno schiumato, pesta pepe, ligustico, aneto, cipolla secca, bagna con garum, emulsiona con vino e garum. Metti in tegame affinchè si imbeva. Poi sciogli 4 uova, metti in un sestario di piselli, mescola, metti in una (pentola) Cumana, poni sul fuoco, affinchè si rapprenda, e servi.
CUCURBITAS COCTAS – ZUCCHE COTTE
Cucurbitas coctas expressas in patinam compones. Adicies in mortarium piperem, cuminum, silfi modice, rutam modicum, liquamine et aceto temperabis, mittes defritum modicum ut coloretur, ius exinanies in patinam. Cum ferbuerit iterum ac tertio, depones et piper minutum asparges.
Traduzione:
Disporrai in un tegame della zucca cotta schiacciata. Metterai in un mortaio: pepe, cumino, poco succo di silfio, poca ruta; aggiungerai del garum e dell’aceto, unirai un po’ di vino cotto perché prenda colore e verserai la salsa nel tegame. Quando avrà bollito due o tre volte, toglierai dal fuoco e cospargerai di pepe macinato.
DULCES
Confrontando le varie ricette, abbiamo constatato che gli ingredienti più usati per preparare i dolci erano: il pepe che serviva a dare sapore ai piatti, il miele che era usato come dolcificante al posto dello zucchero, uova, farina, latte e sale (base di tutti i dolci) che servivano a creare l’impasto, e infine la frutta.
Tutte le ricette da noi trovate ci sembrano nel complesso accettabili per i nostri gusti e fattibili (almeno per quanto riguarda gli ingredienti): tuttavia abbiamo fatto alcuni esperimenti, ad esempio con la torta di pere, e… beh… sarà il caso di perfezionare la tecnica!
PATINA PIRAE - TORTA DI PERE
Pira elixa et purgata e medio teres cum pipere, cumino, mel, passo, liquamine, oleo modico. Ovis missis patinam facies, piper super asperges et inferes.
Traduzione
Triterai pere lessate e ripulite al centro con pepe, cumino, miele, vino passito, garum e un po’ d'olio. Dopo avervi aggiunto uova, farai una torta, la cospargerai di pepe e la servirai.
TYROPATINAM - TORTA DI FORMAGGIO
Accipies lac, quod adversus patinam aestimabis, tempera lac cum melle quasi ad lactantia, ova quinque ad sextarius mittis, si ad heminam, ova tria. In lacte dissulvis ita ut unum corpus facias, in Cumana colas et igni lento coques. Cum duxerit ad se, piper aspergis et inferes.
Traduzione
Prenderai del latte in proporzione al tegame, emulsiona il latte con miele come per fare i lactantia, metti 5 uova per un sestario o 3 per un’emina. Sciogli nel latte in modo da fare un corpo unico, cola in una (pentola) Cumana e cuoci a fuoco lento. Quando si sarà rappresa, spargi di pepe e servi.
DULCIA DOMESTICA – DOLCI CASALINGHI (cioè DATTERI CARAMELLATI)
Palmulas vel dactylos excepto semine, nuce vel nucleis vel pipere trito infercies. Sale foris contingis, frigis in melle cocto, et inferes.
Traduzione:
Farcirai con una noce o pinoli o pepe tritato dei (frutti di) palma o datteri snocciolati. Tocca fuori col sale, friggi in miele cotto, e servi.
(ALITER) DULCIA- DOLCI (IN ALTRO MODO) (cioè DOLCETTI AL PEPE)
Piperato mittis mel, merum, passum, rutam. Eo mittis nucleos, nuces, alicam elixatam. Concisas nuces Abelanas tostas adicies, et inferes.
Traduzione:
Metti in piperato miele, (vino) schietto, passito, ruta. Mettigli pinoli, noci, farina (d'orzo) lessata. Aggiungerai nocciole tostate e tritate, e servi.
Piperato = infusione di grani di pepe e garum
APOTHERMUM SIC FACIES – APOTERMO (cioè BUDINETTO DI FARRO)
Alicam elixa cum nucleis et amygdalis depellatis et in aqua infusi et lotis ex creta argentaria, ut ad candorem pariter perducantor. Cui ammiscebis uvam passam, caraenum vel passum, desuper (piper) confractum asparges et in boletari inferes.
Traduzione:
Lessa semola con gherigli di noce e mandorle spellati e ammorbiditi in acqua e puliti con terra da argentieri (creta), per portarli entrambi a candore. Mescolerai loro uva passa, caraeno o passito, sopra spargerai (pepe) spezzato e servi in tegamini (individuali).
Infine, ecco qualche ricetta che per i nostri gusti risulta un po’ strana:
PATINA COMUNE (flan di cervello)
“Schiaccia il cervello lesso assieme al pepe, cumino e laser (pianta aromatica). Con garum, caroeno, latte, e uova cuocilo a fuoco lento o in acqua calda.” (Apicio, De re coquinaria IV II)
“Cuoci del fegato, tritalo e aggiungi pepe o garum o sale e aggiungi olio, fegato di lepre, di capretto, di agnello o di pollo e, se vuoi, dagli forma di pesce. Versaci sopra olio verde." (Apicio, De re coquinaria IX.XIII)
Giusto “per divertirci”, abbiamo provato a tradurre in latino alcune nostre ricette: ecco i risultati!
PLACENTA FRICTA EX CASEO TUBERIBUSQUE
Adices caseum et tuberes excisos minutos in frixsorio. Addes salem, oleum, piperem et cepulas excisas. Friges paratum. Servias cum lactuca facta cum phaselis, cepulis et fungis. Si velis, condias lactucam cum oleo et aceto.
FRICO CON FORMAGGIO E PATATE
Metti il formaggio e le patate tagliati a pezzetti in una padella. Aggiungi sale, olio, pepe e cipolle tagliate. Cuoci tutto. Servi con un’insalata di fagioli, cipolla e funghi. Se vuoi condisci l’insalata con olio e aceto.
TRADUZIONE IN FRIULANO: FRICO CUN FORMADI E PATATIS
Met il formadi e li patatis taiadis a tocs in une frisorie. Met sâl, uelin, pevar e zivole a tocs. Cuei dut. Servís dut cun une insalade di fasoi, zivole e fongs. Se tu âs voe, cundísile cun uelin e asêt.
OVARUM FRICTA PLACENTA CUM CEPULIS
Partes placentae sunt: quinque ova, cepulam, paupulum salis et piper. Capite ova et ponite in patina. Miscete celeriter. Postea ponite totum in olla super oleum frictum et addite cepulam, salem et piper. Volvite totum dum solidum fiet.
Bona Cupiditas J
FRITTATA DI CIPOLLE
Gli ingredienti della frittata sono: cinque uova, cipolla, un pizzico di sale e pepe. Prendete e mettete le uova in un piatto. Mescolate velocemente. Poi mettete il tutto in una pentola sopra l’olio fritto e aggiungete la cipolla, il sale e il pepe. Mescolate il tutto senza fermarvi fino ad ottenere una frittata.
Buon appetito
Capis ollam, imples cum aqua, farina, sale et misces totum. Tendis conglutinationem et condis cum isicis, oleo, origano, sale, pipere, caepis. Coquis et ministras cum cervesia.
PIZZA
Prendi una terrina, riempila con acqua, farina, sale e amalgama il tutto. Stendi l’impasto e condisci con salsicce, olio, origano, sale, pepe, cipolle. Cuocila e servila con la birra.
Testi:
O. Arrigoni, Elementi di biologia vegetale – Botanica generale, C. E. Ambrosiana (MI), 1976
Enciclopedia della scienza e della tecnica, De Agostini, 1995
Focus Extra n.11, L’impero romano, autunno 2002, Mondadori
F. Fornasaro, Erbe e ricette medicinali del Friuli Venezia Giulia, Ed. Magnus
A. Giordano Rampioni, Per le vie di Roma, 1, 2001 Cappelli Editore
Il sommelier: nozioni generali - AIS, Bertani & C., Ind. Grafica Cavriago (Reggio emilia), 1995
Il Sommelier italino, Ed. PrimaComunicazione (Cesena), n° 49, mar. –apr. 2003
Il Sommelier italino, Ed. PrimaComunicazione (Cesena), n° 59, sett. – ott. 2004
Il Sommelier italino, Ed. PrimaComunicazione (Cesena), n° 60, nov. – dic. 2004
M. Kent, Biologia, ETAS
La mia cantina – LIBREX
L’erbario in tavola – COOP – Ind. Grafiche Modena
Manuale del sommelier – AIS, Bertani & C., Ind. Grafica Cavriago (Reggio emilia), 1995
F. Parodi Scotti, Spazi e prospettive della letteratura latina, Percorsi tematici 2, 2001 Paravia
Proverbi dal Friul, Ed. La Libreria di Demetra, 1994
Tecnica della degustazione - AIS, Bertani & C., Ind. Grafica Cavriago (Reggio emilia), 1996
Principali siti Internet consultati:
www.archeoempoli.it/cucina.htm
www.barderi.it
www.bibliolab.it/I Romani a tavola
www.convino.co.nz/funnels.htm
www.digilander.libero.it
www.giricco.com
www.liceodesanctis.it/pubblicazioni/storia/alimentazione_romana.htm
www.pompeipompei.it
www.pompeisepolta.it
www.storiaspqr.it/cucinaromana/antica.htm
//utenti.lycos.it/montefiascone/vino
//web.tiscali.it
Finea articolo sull'antica Roma
Storia di Roma
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