Storia della fusione fredda
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Storia della Fusione Fredda
A cura di Ennio Vocirzio
Il 23 marzo 1989, due elettrochimici dell'università dello UTAH, Martin Fleischmann e Stanley Pons, attraverso una conferenza stampa annunciarono al mondo scientifico e mediatico la scoperta della fusione "fredda".
Per comprendere esattamente qual è il tipo di problema risolto dai due elettrochimici, è necessario introdurre brevemente cosa sia la fusione nucleare: la fusione nucleare è una reazione in cui due nuclei leggeri (spesso idrogeno e suoi isotopi) entrano in collisione fondendosi in un unico nucleo più pesante.
Tale reazione quando avviene, sviluppa una grande quantità di energia. Un esempio molto conosciuto di fusione nucleare è quella che avviene all’interno della fornace nucleare del nostro Sole, che emette luce, calore e quindi energia ogni volta che due nuclei di Idrogeno si avvicinano tra loro a tal punto da fondersi e diventare, grazie ad una serie di reazioni nucleari, un nucleo di Elio-4. Anche se schematizzata in poche parole, in realtà tale reazione nucleare si completa attraverso passaggi molto complessi ma, possiamo certamente dire che la causa dell’avvicinamento dei nuclei di idrogeno è data dalla fortissima agitazione termica, generata dall’elevata pressione fra i nuclei di idrogeno, che a sua volta dipende dall’attrazione gravitazionale che tiene compressi i nuclei ad alta densità. Le temperature estremamente elevate, parliamo di circa 15 milioni di °C, generate da questa immensa pressione, fanno si che i nuclei acquisiscano una energia sufficiente per poter vincere la reciproca repulsione elettrostatica -la cosiddetta barriera Coulombiana avvicinandosi al punto tale da determinare la fusione.
Condizioni di questo tipo, nonostante siano apparentemente ben comprese, non sono facilmente riproducibili sulla terra. In tutto il corso del novecento, e attualmente, notevoli sono stati i risultati raggiunti dagli scienziati in questo campo, tuttavia non si è ancora riusciti ad avvicinarsi molto alle condizioni che si hanno all’interno del nucleo solare ove la reazione si “autosostiene”. Fra i traguardi conseguiti tuttavia, come esempio, si può citare la realizzazione della famigerata bomba H. In essa, utilizzando una miscela di Deuterio e Trizio, due isotopi dell’idrogeno, si possono raggiungere le condizioni che possono innescare la fusione (di tipo esplosivo) utilizzando l’energia di una bomba atomica a fissione (simile a quella usata per Hiroshima). La bomba è in grado di produrre una temperatura molto intensa che è in grado certamente di superare i 15.000 °C necessari per la fusione dei due nuclei. Per questo motivo, tale tipo di fusione nucleare è detta Termonucleare o "calda"; in contrapposizione a quella non termonucleare o "fredda", così detta perché condotta a temperatura ambiente e a pressione atmosferica. Ecco spiegato il termine “Fusione fredda” oppure “Cold fusion” espressione anglosassone che definisce appunto una fusione dei nuclei che avviene a temperatura molto, ma molto più bassa dei 15.000°C richiesti. La bomba termonucleare è quindi un’applicazione, tristemente famosa, che consente in un certo modo di ottenere fusione di nuclei leggeri in elementi più pesanti.
Oggi, oltre al metodo “caldo”, è stato tentato più di un metodo per ottenere la fusione dei nuclei in un modo alternativo, o “freddo”. A seconda del processo che viene utilizzato i metodi più studiati sono essenzialmente due:fusione fredda prodotta mediante CONFINAMENTO MUONICO e fusione fredda da CONFINAMENTO CHIMICO.
Il CONFINAMENTO MUONICO:
Il muone è una particella dotata di una massa pari a circa 200 volte quella dell'elettrone e possiede una durata della vita media di circa 2,2 milionesimi di secondo. Tale particella presenta l’interessante caratteristica che, nel disintegrarsi, il 99,5% della sua massa si converte in energia. Sulla base di questa peculiarità si è pensato di utilizzarlo come catalizzatore nelle reazioni nucleari nel far avvicinare nuclei di Deuterio e Trizio restando a temperatura ambiente e pressione atmosferica. Nel passaggio dalla teoria alla pratica sperimentale tuttavia ci si è resi conto che, la possibilità che tale processo possa avere delle ricadute interessanti nelle applicazioni nell'ambito della produzione energetica su scala industriale, è legata al fatto che tale particella, prima di disintegrarsi, possa sostenere almeno un migliaio di reazioni che, a loro volta, diano inizio ad una vantaggiosa “reazione a catena”. Questo perché altrimenti, seppur basato su un fenomeno estremamente interessante, l’utilizzo e lo sfruttamento di tale fenomeno, non sarebbe vantaggioso.
Nel voler delineare una storia del confinamento muonico, la prima verifica sperimentale di questo fenomeno fu eseguita nel 1957 da L. Alvarez a Barkley, ma verifiche approfondite dimostrarono che la quantità di energia prodotta, seppur inconfutabilmente prodotta, era molto piccola con la conseguenza che il muone riusciva a catalizzare, al più, una sola reazione prima di disintegrarsi. Ad oggi, le ricerche, più o meno sistematiche, sullo sfruttamento di questa particella nella fusione di miscele di Deuterio-Trizio nell'intervallo di temperature che va da -260°C a 530°C, ha portato all’interessante risultato di non più di duecento fusioni per ogni muone. Un valore ancora troppo basso visto che duecento reazioni per muone sono appena sufficienti a compensare l'energia di alimentazione dello stesso reattore muonico.
Anche se in un prossimo futuro non fosse ancora possibile raggiungere le mille reazioni per muone, sarebbe comunque pensabile la realizzazione di un reattore ibrido in cui la fusione, catalizzata da muoni, sia seguita da reazioni di fissione nucleare. Impiegando la prima come fonte di neutroni necessari per la seconda.
Il CONFINAMENTO CHIMICO:
La fusione fredda, basata su tale tipo di confinamento, è caratterizzata dalla proprietà che ha il Palladio nei confronti dell’idrogeno e dei suoi isotopi. Esso, come una sorta di spugna, riesce ad assorbire (caricarsi) di una grande quantità di questo elemento.
L'interazione tra Palladio e Idrogeno in condizioni di caricamento è, tuttora, oggetto di numerosi studi da parte della fisica della materia condensata in quanto le anomalie riscontrate in questo tipo di sistemi attendono ancora una rigorosa interpretazione fisica.
Proprio in questo genere di studi si inserisce la cella elettrolitica a “fusione fredda” presentata da Fleischmann e Pons nella famosa conferenza stampa del 1989.
L'apparato dei due ricercatori era costituito grossomodo da una soluzione di acqua pesante (nient’altro che acqua col Deuterio al posto dell’Idrogeno) in cui sono immersi due elettrodi, il negativo (catodo) costituito da Palladio e il positivo (anodo) da Platino. Alimentando la cella elettrolitica dall'esterno fornendole semplicemente energia elettrica si ha, come noto, il passaggio di una corrente da un elettrodo all'altro attraverso la soluzione elettrolitica che determina migrazione degli ioni in soluzione. Il deuterio, (D+), attratto dal polo negativo di palladio, si introduce in copiose quantità all’interno del reticolo cristallino finché, raggiunte determinate condizioni, inizia a generare una serie di prodotti “anomali” per una semplice elettrolisi: Elio, Trizio, neutroni, raggi Gamma e raggi X. Inoltre si registra la produzione di una quantità di energia sotto forma di calore che, confrontata con quella fornita in ingresso, risulta essere maggiore.
Secondo Fleischmann e Pons, l’instaurarsi di quella che si presenta come una reazione di fusione nucleare, è dovuto alle particolari proprietà cristallografiche del Palladio che, fungendo in tal modo da catalizzatore, imprime ai nuclei degli atomi di Deuterio delle condizioni di risonanza da farli fondere.
Diverse interpretazioni del fenomeno, seppur in grado in qualche modo di giustificare l'eccesso di calore prodotto, non potevano rientrare all’interno di nessuna reazione chimica nota, in quanto in nessun caso si ha concomitanza di trasmutazioni di idrogeno in elio, generazioni di neutroni ed emissioni gamma. Solo una reazione nucleare di fusione del Deuterio poteva giustificare quanto riscontrato.
I risultati principali dei loro esperimenti furono che le celle elettrolitiche avevano prodotto una potenza di 4 Watt contro 1 Watt fornito, con un rendimento quindi del 400%; i neutroni, in alcuni casi, sono stati prodotti con un ritmo di circa 40.000 al secondo; (per i detrattori della fusione fredda, per poter parlare di vera e propria fusione, i neutroni prodotti per secondo dovrebbero essere almeno mezzo miliardo).
In seguito altri, rifacendosi alla strada aperta dagli esperimenti dei due elettrochimici, giunsero a risultati analoghi. In taluni casi la rilevazione dei neutroni prodotti era affidata a due metodi diversi: la via elettrolitica o "umida" (adottata da Fleischmann e Pons) e la via del "caricamento gassoso" o "secca" (avviata nei laboratori dell'ENEA di Frascati) in cui il Deuterio veniva caricato nel Titanio (non nel Palladio) sotto forma di gas. In ogni caso divenne ben presto evidente che la via elettrolitica “umida”, rispetto a quella secca, presentava numerosi vantaggi, soprattutto riguardo alla maggiore facilità nel caricamento del Deuterio nel Palladio, dovuta al fatto che il meccanismo dell'elettrolisi alla superficie degli elettrodi, responsabile della penetrazione dei nuclei di Deuterio all'interno del reticolo cristallino del Palladio, equivale a condizioni di pressioni equivalenti a quelle di molte migliaia di atmosfere, difficilmente raggiungibili con il caricamento per via gassosa.
Nonostante l’eclatanza dei risultati presentati, gran parte della comunità scientifica internazionale accolse con molte polemiche i risultati sperimentali e tuttora permangono scetticismo e sfiducia in questo campo.
Uno dei principali dubbi avanzati dalla comunità scientifica, sono legati proprio al tipo di reazione di fusione tra i due nuclei di Deuterio ipotizzata dai due elettrochimici. Infatti, in esperimenti analoghi condotti in condizioni di quasi vuoto (cioè non in presenza di materia condensata come per il Palladio), si verifica che, nella reazione tra due nuclei di Deuterio, nel 50% dei casi si hanno come prodotti: Neutrone + Elio-3; nell'altro 50% si hanno: Protone + Trizio; in fine, con una bassissima probabilità (una su un milione), si hanno: Elio-4 + raggi Gamma + calore. Invece, nella stragrande maggioranza degli esperimenti sulla fusione fredda è stata rilevata una debolissima traccia di Neutroni e di Trizio, mentre risulta essere di gran lunga la reazione dominante quella in cui si ha la produzione di Elio-4.
In altre parole i fisici detentori della fusione calda sostengono che negli esperimenti di fusione fredda la produzione prevalente di Elio-4 è un’anomalia inaccettabile in quanto ci sono reazioni che presentano una maggiore probabilità di successo, ma che, inspiegabilmente, non si verificano nella cella Pons-Fleischmann. I detentori della fusione fredda giustificano il riscontrarsi di questa anomalia basandosi sulle differenti condizioni che si hanno conducendo esperimenti nel vuoto ed esperimenti all’interno di matrici cristalline.
Un ulteriore motivo di polemica scaturisce dal fatto che la produzione di Elio-4 non è accompagnata dall'emissione di raggi gamma, cosa che invece avviene nella fusione "calda".
Ad oggi tuttavia, il vero nodo della polemica, più che basarsi su disquisizioni fenomenologiche meramente accademiche, si basa sulla mancata riproducibilità di questo genere di esperimenti. In pratica, gli effetti descritti quali eccessi energetici ed emissioni di particelle e radiazioni non si presentano sempre, ma solo al verificarsi di specifiche condizioni, per ora solo in parte capite. Arrivare a capire tutti gli ingredienti della “ricetta risulta di fondamentale importanza, non solo per un fatto di applicazione delle eventuali potenzialità tecnologiche, ma ancor più per un migliore studio e una definitiva comprensione del fenomeno.
Nonostante questo grosso problema sperimentale, ancora in fase di risoluzione, da un punto di vista teorico numerosi sforzi sono stati compiuti nella comprensione dell’origine dei meccanismi alla base degli effetti dei fenomeni di “fusione fredda".
Una delle teorie più solide e coerenti da un punto di vista fisico fu enunciata da un docente di Fisica Nucleare dell'Università di Milano, prof. Giuliano Preparata, che elaborò la sua "teoria coerente sulla fusione fredda". Tale teoria si basa sull'elettrodinamica quantistica (QED) nella materia condensata. Secondo la fisica quantistica, la materia consiste in un insieme numerosissimo di sistemi elementari (come atomi, molecole, ecc.) tenuti insieme da forze elettrostatiche, come la forza di Coulomb, e da altre forze fondamentali, caratterizzate da un cortissimo raggio d'azione: le forze elettrodinamiche. Tali campi quantistici, secondo Preparata, se messi in condizioni di risonanza col campo elettromagnetico, hanno la caratteristica di esercitarsi a grandi distanze e pur essendo deboli fra due corpi, suppliscono a tale limitazione con enormi fattori di amplificazione dovuti a tale natura cooperativa (o coerente).
Preparata con questa interpretazione affiancò tali forze all'analisi teorica dell’elettrodinamica quantistica all’interno della materia condensata riuscendo a giustificare l’origine dei risultati sperimentali di Fleischmann e Pons e, in molti casi, a fare previsioni corrette sui risultati da ottenere.
Nonostante tutti questi sforzi tuttavia, per poter fugare qualsiasi dubbio si attende la presentazione di un dispositivo in grado di fornire una potenza adeguata, almeno ad un uso domestico, che funzioni con continuità sfruttando un fenomeno totalmente riproducibile.
Se in futuro ci fosse la possibilità di rendere utilizzabili tali apparati a fusione fredda, potremmo sicuramente creare una valida alternativa all’attuale, quasi totale, dipendenza energetica dai combustibili fossili; ovviamente per fare ciò occorrono volontà scientifiche notevoli e, soprattutto, disponibilità di fondi e di strutture. Tutte cose che, ad oggi, nell’ambito della fusione fredda, sembrano mancare.
Fine articolo
La Fusione fredda : Un “Puzzle” scientifico e socioeconomico.
Giuliano Preparata
- Introduzione.
E’ storia ormai ben nota che il 23 Marzo del 1989 avvenne qualcosa di sorprendente : un annuncio scientifico immediatamente riportato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo.
Si trattava dei due elettrochimici uno inglese , Martin Fleischmann, l’altro americano(ma di origine italiana, valdese del Piemonte), Stanley Pons, all’epoca associati all’Universita’ dell’Utah, a Salt Lake City. Secondo questi scienziati, l’uno dei quali (MF) ben noto in tutto il mondo e membro della prestigiosa Royal Society, esperimenti compiuti nell’arco di alcuni anni avevano dimostrato, in modo inequivocabile, che un particolare (e semplice) sistema elettrochimico era in grado di fornire ingenti quantità di calore in eccesso del tutto inspiegabili mediante i ben noti (e semplici) processi elettrochimici del sistema.
Pertanto la loro conclusione era che, a meno di ipotizzare nuove e ignote interazioni fra gli atomi coinvolti (cosa che ad uno scienziato risulta piuttosto repellente, violando in modo flagrante il fondamentale “rasoio di Occam”),la notevole energia in eccesso osservata doveva ascriversi a processi di fusione nucleare, simili a quelli che fanno brillare le stelle, ma che per qualche ragione, imprevista e imprevedibile all’interno della visione comunemente accettata della materia condensata(liquida e solida), non avvenivano alle enormi temperature (qualche decina di milioni di gradi) e pressioni che prevalgono all’interno delle stalle, ma alla temperatura (25°C) e pressioni(circa 1 Atmosfera) delle loro celle elettrolitiche. Dettero quindi agli strani e misteriosi fenomeni che dovevano avvenire nel loro sistema, il nome di Fusione Fredda (FF).
E’ altrettanto ben noto che negli anni successivi all’annuncio della primavera del’ 89 la sola menzione della FF e’ sufficiente a scatenare ogni sorta di reazione negativa, dall’ironia, al disprezzo, alla rabbia nei piu’ accreditati portavoce del mondo scientifico ; e che questo tipo di ricerche, ancorché’ piuttosto a buon mercato (incomparabilmente meno costosa della ben foraggiata Big Science), non hanno trovato sostegno ne’ nel mondo accademico ne’ nell’ambito degli enti statali che pure sono preposti allo studio delle energie alternative (sto pensando in particolare all’ENEA). Vedremo piu’ sotto che questo atteggiamento di chiusura quasi ermetica, che caratterizza la comunita’ scientifica mondiale come pure le istituzioni di ricerca, sia pubbliche che private ( fa stranamente eccezione almeno in parte il Giappone), ha una ragione profonda : la FF e’ un puzzle non solo sul piano scientifico ma anche e soprattutto sul piano socio-economico.
Tuttavia poiche’ come spieghero’ nel seguito, a sei anni dalla sua scoperta la realta’, della FF non sembra possa essere messa in discussione, sara’ utile cercare di immaginare cosa cambiera’ sia nella scienza che nell’ordine socio-economico quando il puzzle non sara’ piu’ tale.
2. IL PUZZLE SCIENTIFICO
Il sistema elettrochimico analizzato da Fleischmann e Pons ( nel seguito FP) e’ piuttosto comune : una cella elettrochimica con un anodo di Platino (Pt) e un Catodo di Palladio (Pd) immersi in una soluzione costituita da acqua pesante (D2 O, il solvente) e deuterossido di Litio (LiOD. Il soluto)
Per l’elettrochimica classica l’applicazione di una differenza di potenziale ai capi degli elettrodi costringe gli ioni OD- (D e’ l’isotopo di numero atomico due dell’idrogeno, il Deuterio) a migrare verso l’anodo e a scaricarsi secondo la reazione
1) 4OD¯ à 4e¯ + O2 + 2D2O
La scomparsa di ioni OD- dovuta a questa reazione anodica, viene compensata dalla dissociazione dell’acqua pesante
2) D2O à D+ + OD¯
necessaria a mantenere l’equilibrio chimico con gli ioni Litio. Per cui si crea una corrente di ioni D+ verso il catodo dove questi ultimi si scaricano secondo la reazione
2D+ + 2e- à D2 ,
e gorgoglia fuori dalla cella in forma gassosa. Il risultato finale quindi e’ la classica elettrolisi dell’acqua pesante, ovvero la sua decomposizione nei suoi costituenti Deuterio e Ossigeno. Fin qui si tratta di scienza nota da un secolo, se non fosse che il Deuterio e’ stato individuato solo nel 1932, dopo la scoperta del neutrone), la novita’ sta nel catodo, che FP scelgono di Palladio (Pd), un metallo nobile, semiprezioso. La scelta ha una ragione ben precisa : nelle fantasie di Martin Fleischemann questo metallo, che ha una grande propensione ad imbottirsi di Idrogeno (e quindi anche di deuterio, ad esso chimicamente equivalente), potrebbe esercitare sugli atomi di Deuterio pressioni talmente forti da surrogare le pressioni e le temperature che esistono dentro le stelle e indurre le reazioni di fusione
4) D+ D+ à n(2.45Mev) + ³He (0.82Mev )
- D+ D+ à p(3.02MeV) ³H (1.01Mev)
che in laboratorio avvengono quando si invii su un bersaglio di deuterio un fascio di deutoni (D+) dell’energia di qualche centinaia di migliaia di eV.
La ragione per cui le reazione di fusione 4) e 5) possono avvenire soltanto se i D+ sono sottoposti ad alte temperature /pressioni o equivalentemente sono accelerati a considerevoli energie, è dovuta al fatto che i D+, come tutti i nuclei, sono carichi positivamente e che l’interazione nucleare, quella che governa i processi di fusione è, attiva soltanto a distanze dell’ordine del Fermi ( 1 F=10ex-13 cm ) centomila volte minori delle pur minuscole dimensioni degli atomi (1 Å = 10exp.-8 Cm ). Pertanto prima di fondersi i nuclei debbono portarsi a distanze centomila volte più piccole di quelle degli atomi, e per far questo devono superare la repulsione elettrica, la Barriera coulombiana (BC), che agisce dalle distanze atomiche in giù. Non contando eccessivamente sulle pressioni che il reticolo di Pd può esercitare sui D+, FP si erano attrezzati con gli strumenti adatti a misurare in pochi neutroni (n) e trizio (³H l’isotopo dell’idrogeno di massa 3) che potevano venir prodotti nei vari processi di fusione a tesi. Grande quindi fu la oro sorpresa quando accanto ad una minuscola quantità di neutroni e di trizio osservarono la produzione di alcuni Watt di potenza in più. Perche’ tanta meraviglia ? la ragione è presto della : perché la resa energetica di ciascuna delle reazioni (4 e 5) è dell’ordine del MeV (un milione di elettron-Volt) e un Watt è pari a 6.25 10exp12 MeV /sec, se l’eccesso di potenza misurata da FP fosse provenuto dalle usuali reazioni si sarebbe dovuto osservare un flusso di neutroni terrificante ( circa diecimila miliardi al secondo) largamente sufficiente a causare la morte dei due scienziati. E invece costoro avevano osservato tali fenomeni per parecchi mesi, senza alcun problema di salute, e con misure di neutroni consistenti con poche decine al secondo. Pertanto il puzzle che si presentò chiarissimo a FP era il prodursi nelle loro celle non di uno ma di ben due “miracoli” : non solo la barriera Coulombiana veniva penetrata con facilità sorprendente, ma al di là della barriera e due D+ si fondevano in un modo del tutto nuovo, mai osservato né sulle stelle né nei laboratori di fisica nucleare.
La fisica nota sia della materia condensata (liquida e solida) che dei nuclei, si trovava disperatamente disarmata : ciò che sembra avvenire nelle cellette di FP era del tutto inspiegabile.
Da scienziati seri, in un lavoro pubblicato all’inizio di aprile 1989 nel prestigioso Journal of Electroanalytical Chemistry, FP non nascondono il profondo turbamento di trovarsi di fronte a qualcosa di assolutamente inatteso, ma altrettanto refrattario ad essere eliminato come un puro e semplice abbaglio, un chiaro anche se sottile errore sperimentale. Inoltre nelle innumerevoli analisi cui sottopongono il loro sistema trovano anche chiare tracce di 4He, un gas nobile presente in piccola percentuale nell’aria. Questo gas, la cui presenza è stata in seguito confermata da M.Miles dei laboratorio della Marina Americana di China Lake e dal gruppo delle sapienza di Roma diretto da Daniele Gozzi, sembrerebbero pertanto dimostrare che la reazione dominante nel sistema di FP sia
D+ + D+ à 4He + calore
invece delle ben note reazioni (4) e (5) che si spartiscono quasi egualmente la probabilità delle normali reazioni di fusioni. A dire il vero la reazione
D+ + D+ à 4He +g (23.4 MeV)
è nota da tempo, ma è circa un milione di volte meno probabile delle altre due , e quindi è giusto non tenerne praticamente conto.
Nei sei anni trascorsi da quel giorno della primavera del 1989 i pochi gruppi sopravvissuti alla feroce campagna di discredito e di soppressione messa in atto dalla comunità scientifica e dalle sue istituzioni pubbliche e private non hanno fatto che confermare in modo sostanziale le affermazioni di FP, sì da stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio l’esistenza di questi fenomeni, e la loro natura nucleare. Il problema che quindi si pone allo scienziato è di capire che cosa nella visione comunemente accettata, sia della materia condensata che della fisica nucleare, si oppone all’esistenza di questi fenomeni e quali possibili modifiche ed estensioni della presente teoria siano necessarie per far rientrare la fusione fredda nell’ambito della razionalità scientifica.
A questi due aspetti ho dedicato in questi anni gran parte delle mie riflessioni, ecco le conclusioni cui oggi (autunno 1995) sono giunto.
Innanzitutto, perche’ la fisica d’oggi non puo’ comprendere la FF ?
La risposta non e’ difficile : la visione universalmente accettata delle interazioni fondamentale’ dominata da una nozione generale cui e’ stato dato il nome di liberà asintotica” (LA). Secondo la LA interazioni fisiche caratterizzate da ben definite scale spazio-temporali non possono interferire quando tali scale sono molto diverse, in altre parole quando i tempi e le distanze su cui avvengono certi fenomeni diventano molto piccoli rispetto ai tempi e alle distanze che caratterizzano altri fenomeni, i primi diventano “asintoticamente liberi” da questi ultimi. Nel nostro caso i fenomeni scoperti da FP sono fenomeni di fusione nucleare che avvengono in tempi brevissimi, 10-22 sec, e su distanze piccolissime, 10exp-13 cm. Estremamente minori dei tempi, 10-15 sec, e delle distanze. 10-8cm, che caratterizzano la dinamica di un reticolo metallico come quello del Pd. Secondo la LA, dunque, non c’è alcuna possibilità che i fenomeni della fusione nucleare possano venire in alcun modo influenzati dalla presenza del reticolo del Pd : pertanto i due “miracoli”, cui alludevo più sopra, restano tali giacché l’unica distinzione fra la fusione calda e la FF consiste appunto nel fatto che quest’ultima non avviene nel vuoto ma in un particolare reticolo metallico (il Pd).
Per fare rientrare la FF nell’ambito della razionalita’ scientifica occorre che la “liberta’ asintotica” non sia una proprieta’ fondamentale delle interazioni della materia, ma che esistano configurazioni particolari in cui questa venga violata , e che interazioni diverse , come quella elettrodinamica e quella nucleare, possano interferire fortemente e costruttivamente, come sembra appunto accadere nella FF. Fu’ una fortunata coincidenza che all’epoca dell’annuncio di FP io fossi gia’ coinvolto da alcuni anni in una linea di ricerca che aveva fatto piazza pulita della LA. Seguendo importanti suggerimenti di una ricerca ventennale sulle orme degli elusivi Quark, mediante l’uso sistematico dello strumento teorico piu’ avanzato per l’analisi delle interazioni fondamentali, la Teoria Quantistica dei Campi (TQC), avevo appunto scoperto che nella materia condensata la teoria universalmente accettata la QED(Quantum Electro Dynamics, elettrodinamica quantistica) dava luogo a configurazioni in cui la LA veniva sistematicamente violata. Tali configurazioni della materia sono molto simili a quelle che si osservano nel ben noto LASER, ma a differenza del LASER non hanno bisogno di particolari stimolazioni, avvengono in modo del tutto spontaneo. Scoprii infatti che la (quasi ) universalita’ dei sistemi della materia condensata, al di sopra di una certa densita’ e al di sotto di una data temperatura, smettono di comportarsi caoticamente, come un gas, per disporsi in modo ordinato, i sistemi elementari (atomi e molecole) oscillando in fase ( coerentemente) con un particolare campo elettromagnetico che si produce spontaneamente in questo stato. Questi stati, gli Stati Fondamentali Coerenti, sono inoltre stabili, poiche’ realizzano un minimo dell’energia, che solo forti fluttuazioni termiche (alte temperature) possono scompigliare. Negli stati fondamentali Coerenti il caratteristico comportamento (collettivo ) degli atomi e delle molecole fa sì che le tipiche scale spazio-temporali delle interazioni fra i sistemi individuali possono venire abbreviate di alcuni ordini di grandezza per via della coerenza che si stabilisce tra questi ultimi.
In tal modo la LA, che esclude la possibilita’ di tali “promozioni”, viene naturalmente violata e cade il “decreto di impossibilita’” dei fenomeni della FF. Questo pero’ non significa che questi fenomeni possono effettivamente essere descritti e spiegati. Perche’ cio’ avvenga occorre “immergersi” profondamente nella struttura del Palladio e studiare gli aspetti dinamici sottili che permettono all’idrogeno (e ai suoi isotopi, il Deuterio e il Trizio) di entrarvi in grande abbondanza, ad elevati valori di X = H/Pd ( X e’ detto rapporto di caricamento atomico ed e’ il rapporto tra gli atomi di Idrogeno e quelli di Palladio. ndb), che all’equilibrio termodinamico raggiunge x » 0.7
In un lavoro pubblicato insieme con FP ho mostrato come, non solo i fenomeni della FF, ma anche quelli dell’assorbimento di idrogeno nel Pd, noti da circa un secolo siano incomprensibili nell’ambito della descrizione dominante, “asintoticamente libera” della materia condensata. Piu’ recentemente, insieme ad un allievo [2] ho dimostrato come i fatti fondamentali dell’inclusione di idrogeno nel reticolo metallico, possono essere naturalmente, e quantitativamente spiegati mediante stati coerenti, “non asintoticamente liberi”. Questo studio e’ particolarmente rilevante poiche’ c’e’ una chiarissima evidenza che i fenomeni di FF si producono soltanto quando localmente, il rapporto di caricamento x eccede il valore X0=1, lontano quindi dall’equilibrio termodinamico. La presenza di questa soglia e’ sufficiente a spiegare la lunga catena di insuccessi che ha caratterizzato i tentativi, compiuti un po’ dappertutto e alla ceca, di riprodurre i risultati di FP nei primi mesi dopo l’annuncio del 23 marzo 1989. Infatti, come si è chiarito in seguito, per ottenere alti valori di x occorrono non solo procedure di elettrolisi del tutto particolari, ma anche campioni di Pd con determinate caratteristiche metallurgiche, che la lunga esperienza di Fleischmann con questo tipo di sistema aveva, quasi inconsciamente, selezionato nella serie di esperimenti dietro i suoi sogni impossibili.
Perché questa soglia ? la teoria sviluppata insieme ai colleghi del Giudice e Bressani nell’immediatezza dell’annuncio di FP [3], da me raffinata negli anni successivi prevede che ad alti valori di X i nuclei di idrogeno, i protoni, si dispongono in particolari posizioni dette siti “tetraedrici”, il cui numero è uguale a quello degli atomi di Pd. Quando questi siti sono tutti occupati, cioè quando x=1, gli ulteriori nuclei di idrogeno che “a forza” vengono introdotti nel reticolo si troveranno nelle vicinanze di un sito già occupato e schermati elettrostaticamente dagli elettroni dell’atomo di palladio, vedranno una “barriera coulombiana” molto minore di quella che gli si opporrebbe nel vuoto. Calcoli molto attendibili dimostrano che la probabilità di fusione di D+ in questa configurazione (x>1) aumenta di molti ordini di grandezza, rendendo la FF molto meno chimerica.
Ma non è tutto il D+ che entra nel reticolo, i cui siti tetraedrici sono tutti occupati, di fatto non vede i singoli D+, ma un sistema di onde di materia estremamente ordinate ; la sua probabilità di interazione con l’onda di D+ viene pertanto gradualmente amplificata dando luogo ad un gran numero di processi di fusione per unità di tempo, che producono le grandi quantità di calore osservate ripetutamente, anche se non riproducibilmente, nei sei anni trascorsi dall’annuncio della FF. Anche la dominanza della reazione sei sui processi 4 e 5 che soli avvengono il vuoto trova ora una semplice spiegazione : immersi nei forti campi elettromagnetici del reticolo cristallino i D+ possono scambiare con grande celerità energia con gli elettroni e i nuclei di Pd , senza dover passare attraverso uno stadio molto caldo, in grado di spezzare il nucleo 4He nei due sistemi p3H e n 3He, che compaiono nelle reazioni nel vuoto. Tutto ciò naturalmente può essere dedotto con sufficiente rigore e certezza nell’ambito della teoria generale della QED coerente (6), che in tal modo mostra che il “puzzle” scientifico ha come unica ragione la completa inadeguatezza del paradigma dominante e del suo “Meccano” elettrostatico. Ma questa inadeguatezza non è limitata alla FF, importanti aspetti della materia condensata come la superconduttività la superfluidità, i ferromagnetismo, la struttura dell’acqua, ecc.. incontrano nel paradigma profonde difficoltà concettuali che solo decenni di laboriose costruzioni di “epicicli” hanno cercato, a mio avviso senza successo di alleviare.
Fine articolo
Fusione Fredda: nuovo paradigma e nuove inquisizioni.
(Una storia anche italiana)
di Ennio Vocirzio
Si scoprì qualcosa che creò ancora più confusione .…
Nel 1998, lo scienziato Tadahiko Mizuno della Hokkaido University in Giappone e il suo collega Ohmori presentano un esperimento curioso a Vancouver (Canada). Questo esperimento viene effettuato utilizzando soltanto acqua normale (distillata) alla quale viene aggiunto al suo interno un sale alcalino, normalmente carbonato di potassio, e utilizzando elettrodi di tungsteno e tensioni di cella molto elevate. La cella durante il suo funzionamento produce anche una notevole quantità di luce per via dell’elevato potenziale catodico (oltre i 200 volt) e per questo motivo viene successivamente chiamata con l’acronimo GDPE (Glow Discharge Plasma Electrolytic). Dalla cella sembra uscire più energia di quanto viene immessa al suo interno. Tra l’altro lo scienziato nipponico nelle sue prime pubblicazioni afferma che dalla sua cella fuoriescono neutroni e inoltre sul catodo di tungsteno si riscontrano trasmutazioni. Infatti vengono individuati diversi tipi di nuovi nuclidi. E’ proprio questo fatto a sconcertare gli studiosi che non sanno come catalogare questa ulteriore stranezza. Se non si utilizza acqua pesante, cioè acqua ad elevato contenuto di deuterio, le anomalie riscontrate in questa cella non possono essere attribuite alla fusione dei nuclei di quest’ultimo e quindi questo nuovo esperimento non sarebbe proprio fusione fredda (infatti, probabilmente non si tratta di fusione fredda) Intanto, Mizuno conferma la presenza delle trasmutazioni all’interno di pubblicazioni successive, indicando, fra i nuovi atomi individuati sul catodo di tungsteno della sua cella, la presenza di ferro, cromo, carbonio, nichel, piombo e tanti altri.
In Italia nel 2003, e precisamente a Caserta, l’esperimento di Mizuno viene ripetuto da tre ricercatori, Vincenzo Iorio, Domenico Cirillo e Alessandro Dattilo che da un punto di vista completamente indipendente dagli altri enti di ricerca conducono nei loro laboratori privati un vero e proprio studio sulla cella di Mizuno, trasformandola qualitativamente e modificandone le geometrie. Da lì a poco, e precisamente agli inizi del 2004 ci fu una svolta interessante. Il gruppo di Caserta, confermava l’anomala emissione di energia prodotta dalla cella di Mizuno, misurandone l’ammontare con diverse tecniche strumentali raffinate e ridondanti, ma cosa importante èche nella cella di Caserta fu dichiarata e verificata la presenza delle trasmutazioni. Ma ciò che determinò molta meraviglia fu la qualità dei nuclidi prodotti che risultavano completamente diversi da quelli segnalati da Mizuno. Queste variazioni potevano probabilmente dipendere dal fatto che la cella era stata trasformata e queste trasformazioni riguardavano la geometria catodica? A questa domanda, i due ricercatori che ancora oggi lavorano (Iorio e Cirillo), non sanno ancora rispondere. Sul catodo di tungsteno, e più precisamente in una regione particolare di questo elettrodo, subito dopo l’attività di plasma vengono rilevati elementi come Renio, Osmio e talvolta anche Oro che poco prima della prova sarebbero assenti (come chiaramente mostrati nei test di riferimento). Furono probabilmente questi interessanti e peculiari risultati sperimentali che indussero gli organizzatori dell’ICCF-11 a proporre la partecipazione dei ricercatori Campani alle attività che si svolsero a Marsiglia nel 2004.
Anche il ricercatore Riccardo Bennati, residente in Liguria, realizza nel 2005 un sistema molto simile a quello di Caserta con il quale vengono uleriormente analizzati i fenomeni relativi a questi tipi di celle elettrolitiche. Altre conferme sono giunte recentemente dal CNAM “Laboratoire de sciences nuclèaires”, all’interno del quale il professor Pierre Clauzon ha ripetuto con successo l’esperimento di Mizuno misurando dalla cella GDPE eccessi di energia per oltre il 30%.
Nel 2006 la cella di Caserta è infine installata in uno dei laboratori della Promete Spin-Off dell’INFM di Napoli, ed è proprio qui che continuano le sperimentazioni del gruppo di Caserta. La disposizione strumentale, nonché i vari e nuovi accorgimenti studiati per misurare il flusso termico in uscita, permisero di apprezzare nell’aprile del 2007 valori dell’efficienza, come il rapporto tra energia in uscita ed energia in ingresso, superiori a 2. Questo significa che fornendo alla cella di Napoli una quantità di energia in ingresso pari a circa 300 wattora sottoforma di energia elettrica, si ottiene in uscita un livello sicuramente superiore, e cioè pari a circa 600 wattora sottoforma di energia termica. Queste anomalie produssero sconcerto nei ricercatori che le rilevarono e per tale ragione le sperimentazioni continuarono e si studiarono nuove e sofisticate tecniche di misura energetica.
Voglio considerarla veramente una meravigliosa occasione quella di riportare in quest’articolo, attraverso questa rivista per la quale mi onoro di scrivere, i risultati finali del gruppo dei ricercatori casertani, almeno per quanto riguarda le vicissitudini energetiche della cella GDPE. In poche parole mi sto apprestando a comunicare finalmente una notizia che per quanto possa sembrare negativa chiarisce invece molti aspetti che pendono attorno a questo strano fenomeno. In effetti, a detta dei ricercatori, sembra che proprio recentemente essi abbiano finalmente appurato che la cella non presenta alcuna anomalia energetica interessante. Iorio e Cirillo hanno consolidato solo da pochi mesi questi risultati, e dai dati in loro possesso non risulta che la cella produce più energia di quanta ne è fornita in ingresso. Inoltre, i ricercatori sostengono che molti gruppi di ricerca siano caduti in errore sottostimando l’ammontare dell’energia elettrica applicata all’ingresso della GDPE. Quest’errore può essere facilmente commesso, poiché la corrente che la cella assorbe dalla rete elettrica ha un andamento discontinuo con presenza di componenti di segnale dotate di frequenze di svariati milioni di hertz. <<Noi stessi inizialmente abbiamo commesso quest’errore …>> hanno dichiarato i ricercatori, quando infine, attraverso l’analisi dei risultati dell’ultima loro campagna di prove, si sono resi conto dell’inganno.
Intanto, la cella di Caserta continua ad essere attentamente studiata per le trasmutazioni che incessantemente sono rilevate sul catodo di tungsteno. Infatti, proprio in questi mesi, sottoponendo ad analisi di diffrattometria a raggi X sia le soluzioni elettrolitiche con i precipitati presenti nelle soluzioni stesse e sia i campioni catodici utilizzati nelle prove di Napoli, sono giunte ulteriori conferme sulle trasmutazioni che questa cella sembra in grado di generare. << Abbiamo oramai compreso che le anomalie energetiche prima dichiarate >>, dicono i ricercatori, << non si verificano e quindi è inutile spendere ulteriori risorse per studiare quest’aspetto della nostra cella,…ma gli strumenti di analisi continuano a confermarci che il tungsteno si trasmuta in renio e perfino in oro… >>
Perché queste celle che utilizzano acqua leggera riescono a produrre nuovi nuclidi? Quale misterioso fenomeno può spiegare le trasmutazioni sul catodo ?
Per rispondere a questa domanda voglio che il lettore comprenda che da questo momento si aggiungeranno inevitabilmente opinioni dell’autore che non sono molto rigorose se misurate nei termini della conoscenza acquisita dalla scienza accademica. Questa mia affermazione vuole essere anche un’elegante e nobile occasione per prendere cautelativamente le distanze da un gremito gruppo di studiosi di LENR che potrebbe non essere completamente d’accordo con questa tesi. Questo è detto per proteggere sia il mio gruppo di amici che ammiro, che questa rivista e soprattutto per addossare completamente su me stesso ogni eventuale responsabilità.
La storia comincia però molto tempo prima…
Un fisico italiano Don Carlo Borghi, nel 1940 fece un assunzione molto ardita. Già supposta diversi anni prima dal chimico inglese William D. Harkins, quest’assunzione consisteva nel ritenere la particella chiamata neutrone come costituita da un elettrone più un protone. Questa convinzione produsse un tale accanimento che indusse il fisico Borghi a realizzare subito dopo il 1950 un esperimento molto controverso. L’esperimento in questione parla di un tubo elettronico Klystron, realizzato di sana pianta dallo stesso Borghi, nel quale veniva posto un plasma freddo di idrogeno. All’interno del tubo, il plasma permetteva di ottenere un grande numero di protoni mescolati e collidenti con un ugual numero di elettroni liberi. Questo gas era sottoposto ad un oscillazione elettromagnetica di alta frequenza (circa 10 GHz). Le oscillazioni erano generate nella camera stessa del tubo (interamente in acciaio), come microonde stazionarie. Al progetto del Klystron parteciparono anche Dall’Olio e Caveglia due ricercatori dell’Università di Recife (Brasile). Lo scopo dell’esperimento era quello di verificare la reazione di sintesi (p + e) che avrebbe formato i neutroni o forme neutrodiche, così come venivano definite da Don Carlo Borghi. Dai risultati sperimentali accertati e dalle frammentarie notizie oggi conosciute, sembrerebbe che il fisico italiano misurò effettivamente tale tipo di generazione. Non entriamo nei dettagli di tali misurazioni, ma invito il lettore a consultare l’eventuale bibliografia relativa. Per rigore di cronaca cito anche lo studioso italiano Renzo Boscoli che negli anni 80 realizzò all’interno del suo laboratorio privato nei pressi di Ravenna un curioso dispositivo nel quale asserì più volte di aver ottenuto la generazione di neutroni. Le ipotesi legate alla possibilità di sintesi del neutrone tramite un accoppiamento fra un protone e un elettrone, vennero definite successivamente “reazioni nucleari di beta inverso”, ma ricordiamo che questo specifico caso di produzione del neutrone non è accettato dalla fisica contemporanea. Purtroppo alla morte di De Gasperi, uno dei pochi sostenitori di Borghi, quest’ultimo dovette allontanarsi dall’Italia ed espatriò in Brasile dove visse gli ultimi anni dimenticato sia dai pochi amici che dai suoi oppositori, che, ovviamente, erano invece in linea con i modelli scientifici atomici in auge allora come adesso. Anche il fisico Roberto A. Monti, del CNR di Bologna, ha studiato molto accanitamente i risultati dell’esperimento di Borghi traendo da queste informazioni spunti per immaginare conseguenze interessanti che possono spiegare le reazioni esotiche della materia condensata (LENR).
Torniamo alla cella elettrolitica GDPE di cui certamente, anche a detta dei ricercatori che ci lavorano, non possiamo assolutamente annoverarla fra i fenomeni relativi alla Fusione Fredda classica, o per dirla con un riferimento chiaro ed esplicito a quella ricerca che è iniziata con l’esperimento di Martin Fleischmann e Stanley Pons.
In questa cella però, anche se allo stato attuale delle cose che abbiamo rilevato, la storia delle anomalie energetiche ha trovato una spiegazione molto meno misteriosa di quanto prima poteva essere pensata, avvengono in ogni caso delle trasmutazioni. Queste produzioni di strani nuclidi con numero atomico prossimo a quello del tungsteno vengono rilevate sul catodo stesso. Queste trasmutazioni sono state più volte confermate dallo stesso Mizuno e anche da altri ricercatori Italiani e stranieri che hanno realizzato celle similari.
Ricordiamo inoltre un fatto importante che abbiamo già detto, le trasmutazioni rilevate dal gruppo di Caserta, se fossero realmente confermate, sarebbero veramente originali poiché completamente diverse da quelle rilevate dai giapponesi. In modo particolare, i nuovi nuclidi rilevati sul catodo di tungsteno a Caserta sembrano essere proprio quelli che appartengono al gruppo dei metalli che si trovano nell’intorno di questo elemento chimico. I nuclidi hanno cioè un numero atomico molto prossimo a quello del tungsteno. Già verso la fine del 2004 i ricercatori casertani Iorio/Cirillo/Dattilo erano convinti che queste trasmutazioni potevano essere interpretate alla luce delle considerazioni di Don Carlo Borghi. I neutroni potevano quindi generarsi non solo in un tubo elettronico come il Klystron ma, anche in particolari condizioni, come appunto si presentano nel plasma prodotto dal catodo di tungsteno della cella GDPE. Addirittura il modello poteva prevedere in modo elegante la produzione dei neutroni in prossimità del catodo, l’assorbimento degli stessi nei nuclei del tungsteno isotopo 184 con la progressiva instabilità di quest’ultimo, e la trasformazione del suo numero atomico a mezzo di spontanee reazioni nucleari beta. Queste considerazioni sono riportate dai documenti originali del gruppo di Caserta, ma, non sono presenti nei documenti ufficiali rilasciati nel convegno di Marsiglia del novembre 2004 per espresso consiglio di Edmund Storms e Jed Rothwell che curarono la pubblicazione del gruppo di Caserta come referees. Ovviamente, va detto che l’omissione delle ipotesi finali del gruppo di Caserta nella relazione ufficiale fu un consiglio importante reso necessario per evitare che i contenuti fossero stati esposti ad eventuali e facili critiche.
Qualche tempo dopo, e precisamente nel maggio del 2005, venne pubblicata una relazione molto interessante a nome dei fisici A. Widom e L. Larsen. Anche considerando che il lavoro di Widom e Larsen riguardava aspetti molto generali che interessavano la totalità delle reazioni LENR, dobbiamo ammettere che questa relazione sembra come se fosse stata preparata di proposito per gratificare gli sforzi italiani che si vedevano impegnati per dimostrare la produzione di neutroni all’interno della cella GDPE. La relazione di Widom in pratica mostra come sia possibile all’interno di un plasma (anche elettrolitico) l’istaurarsi di condizioni oscillatorie superficiali che riescono a produrre campi elettrici localizzati molto elevati (fino a 100 miliardi di V/m). Questi campi a loro volta possono innescare facilmente la reazione (p + e) liberando neutroni e neutrini. La stessa teoria afferma che i neutroni creati in questo modo hanno un momento angolare praticamente zero, in grado quindi di favorire talune reazioni nucleari che si verificano nel plasma. Sembra quasi la descrizione degli eventi intuiti dal gruppo di Caserta e pubblicati quasi contemporaneamente alla relazione ufficiale delle loro ricerche presentate a Marsiglia. In ogni caso, come abbiamo già detto, la teoria di Widom e Larsen ha un significato molto piu’ generale ed è quindi in grado di inquadrare diversi fenomeni che riguardano anche le anomalie che si riscontrano negli esperimenti della fusione fredda classica.
Recente notizia dal Giappone
Poco prima di completare quest’articolo abbiamo avuto una grande notizia. All’Università di Osaka in Giappone il 22 maggio scorso, il professor Yoshiaki Arata (già nominato precedentemente) alle ore 19:30 (ora del Giappone), ha tentato un esperimento pubblico di fusione fredda che a lasciato attoniti alcuni giornalisti e soprattutto gli esperti presenti in sala. L’esperimento è stato effettuato inserendo in un contenitore di acciaio riempito di deuterio gassoso a 50 atm di pressione, nanoparticelle di una lega composta da palladio-zirconia. Da questo contenitore si è sprigionato del calore (circa 100.000 Joule) che ha azionato un motore termico. Tutto questo sotto il vigile controllo di un pubblico di esperti e di giornalisti. Un’ora e 30 minuti dopo, l’esperimento è stato volutamente interrotto per effettuare le misure relative alla presenza di Elio-4 per testimoniare in modo incontrovertibile l’avvenuta fusione del deuterio. Ebbene l’Elio-4 rilevato è compatibile con le quantità di deuterio utilizzate e con la quantità di calore che il sistema ha sprigionato. L’amico e collega di Yoshiaki Arata, il fisico italiano Francesco Celani dell’INFN, ha ricordato che un grande passo è stato fatto, e che in questo esperimento non si producono elementi radioattivi. Questo fatto è estremamente promettente per ottenere nel futuro, applicazioni in campo energetico che possono essere più compatibili con la vita umana sulla terra. Quest’esperimento è l’ennesima riprova che il mondo accademico farebbe bene a riflettere attentamente onde evitare di perdere importantissime posizioni nella ricerca oramai bistrattata.
Caro lettore, non c’è tanto spazio qui per raccontarti tantissime altre cose su questa lunga storia italiana, e soprattutto mondiale, di ricerche ed inquisizioni. Basta considerare che oggi la maggior parte dei capitali sono stati investiti per il nucleare caldo o “Fusione calda”. Da quanto nel 1989 il MIT decretò che la fusione fredda era una baggianata, si sono dati vita ad esorbitanti finanziamenti per progetti di ricerca sul nucleare caldo che erano già pronti e pianificati numerosi anni prima degli eventi di cui abbiamo parlato. Attualmente è in preparazione nel sud della Francia, e più precisamente a Cadarache, un progetto di ricerca estremamente ambizioso che costerà 10 miliardi di euro: il famoso progetto ITER. Questo progetto servirà per studiare una tipica reazione di fusione che utilizzerà deuterio e trizio (altro isotopo dell’idrogeno). Se tutto andra’ secondo i piani, successivamente si darà inizio ad una centrale di produzione di energia vera e propria. Invece, per l’esperimento italiano di Frascati, dopo il clamoroso successo, l’ente ENEA ha interrotto i finanziamenti ai ricercatori.
Cosa dire a conclusione di questo lungo esame dei fatti accaduti in questo arco di tempo cosi relativamente breve? Quello che mi viene in mente sottolineare al lettore, di cui credo possa aver già avuto una chiara visione dell’insieme, è che ci troviamo di fronte ad uno sconvolgimento epocale senza precedenti. Stiamo forse riuscendo a comprendere pian piano i segreti più intimi della materia. Forse questi segreti sono stati già conosciuti durante la storia di questo pianeta, ma sono stati solo studiati e catalogati in modo molto diverso. Forse si potrebbe considerare la particella neutrone come l’espressione più appropriata per quanto riguarda il concetto filosofico dell’androgino perfetto secondo quello che troviamo riportato negli antichi testi. Il lettore mi scuserà se ora mi accingo a fare considerazioni forse troppo ermetiche, ma, probabilmente, potrebbe non essere troppo sciocca la supposizione che negli antichi crogioli del medioevo sono state preparate fusioni di metalli ed intrugli misteriosi, anche se in modo empirico, dando vita a reazioni esotiche che oggi sarebbero riconosciute facilmente come reazioni nucleari a debole energia.
Concludo con una citazione di Carlo Rubbia:
“Se la fusione fredda funzionasse, allora vorrebbe dire che Dio è stato molto, molto buono con noi.”
<< Si Carlo! è vero! Dio è stato molto buono con noi. >>
Grazie di cuore,
Ennio Vocirzio
T. Ohmori, T. Mizuno ICCF-7 – Vancourer “Strong excess Energy evolution, new element production, and eletromagnetic wave and/or neutron emission in the light water electrolysis with a tungsten cathode”
D. Cirillo And V. Iorio “trasmutation of metal at low energy in a confined plasma in water “ – proceedings of the ICCF-11 - novembre 2004
C.Borghi, A Dall’Olio – “Experimental evidence on the emission of neutrons from a cold hydrogen plasma”, Comunicacao n. 25 do CENUFPE, Recife Brazil (1971)
C.Borghi, C. Giori, A.A. Dall’Olio – “Experimental evidence of emission of neutrons from cold hydrogen plasma”, American Institut of Physics (Phys, At, Nucl,) vol 56, no 7, 1993
L.Daddi – “Proton-Electron Reactions as Precursors of Anomalous Nuclear Events” Fusion Technology 39, 249 (2001)
Ignazio Licata, Full Prof. Theor. Phys. IBR, Palm Harbor, FL, gennaio 2004 art. in rete Di Renzo Editore “A qualcuno piace freddo”
A. Widom, (Physics Department, Northeastern University of Boston) L. Larsen (Lattice Energy LLC, 175 North Harbor Drive, Chicago). “Ultra Low Momentum Neutron Catalyzed Nuclear Reactions on Metallic Hydride Surfaces” – 2 Maggio 2005
M. Fleischmann E. Del Giudice “La genesi nel concetto di fusione fredda “ Edizione Bibliopolis – Napoli -
V. Iorio – Manuale di divulgazione Scientifica – C.E. Aracne - Mod. 10 (nota pag 465) e Mod 11 (nota2 pag 538)
V.Elia and M. Niccoli “New physico-chemical properties of water induced by mechanical treatments a calorimetric study at 25 °C “ Dipartimento di Chimica dell’Università.
Eugene F. Mallove “MIT and Cold Fusion:Special Report” Infinite Energy Magazine issue 24, 1999
AQUA – L’acqua elettromagnetica e le sue mirabolanti avventure- di Roberto Germano – Editore Bibliopolis
Fine articolo
Storia della fusione fredda
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