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  • Articoli realizzati da Marino Martignon

     

    LE RIVOLUZIONI ALL’ORIGINE DEL MONDO CONTEMPORANEO

     

    Introduzione

     

    1. Guerra d’indipendenza americana

    1.1 La colonizzazione del Nord America

    1.2 Chi erano i coloni americani

    1.3 Le tredici colonie americane, differenze e tratti comuni

    1.4 I primi moti di ribellione  

    APPROFONDIMENTO “La Dichiarazione d’Indipendenza

    1.5 La guerra d’indipendenza (1775-1781)

    1.6 Nascita degli Stati Uniti d’America

    1.7 La Costituzione degli Stati Uniti d’America

     

    2. La rivoluzione francese

    2.1 Le radici della Rivoluzione francese, il movimento illuminista

    2.2 La Rivoluzione

    APPROFONDIMENTO: “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

    2.3 Dalla fine della Convenzione all’ascesa di Napoleone Bonaparte

    APPROFONDIMENTO: “Napoleone Bonaparte

     

    3. Prima rivoluzione industriale

    3.1 Introduzione

    3.2 Produzione artigianale e produzione industriale

    3.3 Origine della rivoluzione industriale in Inghilterra

    3.4 I più significativi mutamenti legati allo sviluppo della civiltà industriale

     

     

    Introduzione

    Negli anni conclusivi del XVIII secolo si collocano tre eventi che possiamo considerare all’origine del mondo occidentale contemporaneo:

    • Guerra d’indipendenza americana
    • Rivoluzione francese
    • Prima rivoluzione industriale

    Tutti e tre questi eventi non accadono in modo casuale essi possono essere considerati come il momento conclusivo di un mutamento iniziato diversi secoli prima, all’inizio del secondo millennio. È nei secoli del Basso Medioevo che si colloca, infatti, la nascita di una diversa prospettiva nel collocare l’uomo nell’universo: con l’aiuto degli autori classici, riscoperti proprio in questi secoli dagli umanisti, si riconosce nuovamente il valore dell’uomo nelle diverse espressioni della sua vita terrena. Le diverse scienze si emancipano dalla teologia, acquisendo una graduale indipendenza. Ormai l’uomo, non più soggetto al principio di autorità, vuole decidere in modo autonomo per ottenere quello che ritiene il proprio bene.

    Dalla rivalutazione umanistica delle capacità dell’uomo si è quindi passati, nei secoli successivi, alla esaltazione di quella che è una prerogativa dell’essere umano: la ragione. Secondo gli ideali illuministici la luce della ragione sarebbe servita ad illuminare le tenebre della superstizione e dell’ignoranza.

    Ebbene i tre eventi sopra indicati come all’origine dell’età contemporanea sono direttamente (e indirettamente) legati all’Illuminismo, inteso, secondo il pensiero di Kant, come l’uscita per l’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso.

    L’uomo contemporaneo ormai non si accontenta più della parte di comparsa, egli vuole essere il protagonista del proprio destino.  

     

    1. Guerra d’indipendenza americana

    1.1 La colonizzazione del Nord America

    Immediatamente successive alla scoperta di Colombo vi fu: da un lato l’occupazione territoriale del Sud America, da parte di spagnoli e portoghesi, dall’altro un proseguo di esplorazioni verso nord grazie alle quali si comprese l’enorme estensione del nuovo continente da poco scoperto.

    Protagonisti delle esplorazioni del nord del continente non sono più gli spagnoli o i portoghesi, bensì altri tre importanti paesi europei: Inghilterra, Olanda, Francia, impegnati a recuperare lo svantaggio accumulato rispetto ad altri paesi.

    Gli inglesi e gli olandesi occuparono vasti territori sulla costa atlantica a nord dei possedimenti spagnoli, e a nord dei possedimenti inglesi e olandesi si posizionò la Francia.

     

    1.2 Chi erano i coloni americani

    A metà del Settecento il numero di coloni presenti sul territorio americano controllato dall’Inghilterra era di circa quattro milioni di persone (compresi gli schiavi neri provenienti dall’Africa).

    I ceti di provenienza erano diversificati, dal più umile al signore che aveva ricevuto dal re l’incarico di sfruttare i grandi appezzamenti di terreno. Anche i paesi di provenienza erano i più disparati, naturalmente la prevalenza della popolazione era inglese, ma accanto agli inglesi si trovavano olandesi, tedeschi, irlandesi, polacchi, ecc.

    I motivi che avevano spinto queste persone ad abbandonare i loro paesi per tentare la fortuna in America erano i più diversi, possiamo, tuttavia, individuare due principali motivazioni:

    • Il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita
    • La ricerca della libertà religiosa e politica, negata in patria

    Certo tra i coloni si poteva trovare anche colui che fuggiva dal proprio paese perché ricercato per un delitto, o per altri particolari motivi, ma erano casi isolati.

    Nelle motivazioni indicate vi sono quelli che rappresentano ancora oggi i caratteri distintivi della società americana, ossia l’intraprendenza del singolo e lo spirito di libertà dominante.

     

    1.3 Le tredici colonie americane, differenze e tratti comuni

    Alla metà del XVIII secolo i territori sulla costa atlantica dell’America Settentrionale erano suddivisi in 13 colonie, che possiamo raccogliere, in base alle caratteristiche sociali ed economiche, in tre gruppi:

    • Colonie del nord (Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island, Connecticut)
    • Colonie del centro (New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware)
    • Colonie del sud (Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina, Georgia)

     

    storia

    Le 13 colonie inglesi sulla costa atlantica dell’America Settentrionale

    Le colonie del nord si caratterizzavano per la presenza di importanti città portuali dedite alla pesca e al commercio; l’agricoltura era in mano a piccoli e medi proprietari.

    Le colonie del centro avevano sviluppato un notevole commercio e un’agricoltura gestita da grandi proprietari, senza l’utilizzo di schiavi.

    Le colonie del sud si distinguevano nettamente dalle altre colonie per la scarsa presenza della classe media e per un tipo d’agricoltura nella quale dominavano le grandi piantagioni lavorate dagli schiavi neri.

     

    1.4 I primi moti di ribellione 

    I motivi dello scontro

    Non esiste un motivo unico che ha spinto i coloni americani ad entrare in conflitto con la madre patria inglese per ottenere l’indipendenza, diverse, e di diverso carattere, sono, infatti, le motivazioni:

    • I limiti territoriali imposti
    • Motivazioni economiche
    • Motivazioni politiche

    Per quanto attiene ai limiti territoriali è necessario ricordare come l’Inghilterra avesse preso degli accordi territoriali con le popolazioni native. Secondo questi accordi i coloni americani non potevano occupare territori ad ovest oltre un limite di confine stabilito. Chiaramente questo accordo danneggiava gli interessi dei coloni che sentivano sempre più l’esigenza di ampliare la quantità di territori occupati.

    Altro motivo di ribellione è legato all’imposizione agli americani di stretti limiti produttivi e commerciali. Questi non potevano produrre merci se andavano in concorrenza con la produzione inglese; nei commerci internazionali i coloni erano costretti ad importare merci dall’Inghilterra e solo in questa esportare i propri prodotti. Per i diversi commerci con l’Inghilterra dovevano utilizzare navi inglesi.

    Da un punto di vista politico i coloni subivano l’imposizione di tasse da parte del governo inglese, senza vedere riconosciuto il diritto di rappresentanza in parlamento e questo non era più tollerato.

    Le fasi iniziali della ribellione

    Le tensioni tra coloni e governo di Londra si trasformarono in aperta ribellione nel 1765 quando si cercò di imporre agli americani una tassa sui documenti stampati, sui giornali, sugli atti legali; di fronte al netto rifiuto dei coloni il governo fu costretto a ritirare il provvedimento, si era così messo in moto un meccanismo che avrebbe portato, dopo pochi anni, allo scontro armato …

    I congressi di Filadelfia del 1774 e del 1776

    Nel 1774 si riunì a Filadelfia il primo congresso dei rappresentanti delle colonie. Dopo aspre discussioni, diversi coloni non erano d’accordo, si decise il costituirsi di un esercito, il cui comando fui affidato a George Washington.

    Nel 1776, durante le fasi iniziali dello scontro armato, i rappresentanti dei coloni si ritrovarono a Filadelfia e il nuovo congresso produsse la “Dichiarazione d’indipendenza”, firmata da tutti i rappresentanti presenti al congresso. La dichiarazione d’indipendenza americana ha un’importanza storica enorme, per la prima volta gli uomini si ribellavano all’autorità costituita in nome di diritti ritenuti inalienabili:

    • La vita
    • La libertà
    • La ricerca della felicità

    Considerata l’importanza del documento, questo viene presentato, e discusso, nell’approfondimento.

     

    APPROFONDIMENTO ........!

    Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti

    SOMMARIO — Proclamata il 4 luglio 1776 dalle colonie britanniche, rappresenta l’atto di nascita di un nuovo Stato, la prima cosciente reazione allo sfruttamento coloniale, la prima netta motivazione scritta di azione politica non in nome di tradizionali diritti storici, ma degli inalienabili diritti naturali dell’uomo: la vita, la libertà, la ricerca della felicità. Giorgio III è un tiranno che vuole stabilire nelle colonie un assolutismo dispotico. Le leggi della Natura, il Dio della Natura danno diritto al popolo delle colonie di proclamarsi indipendenti e di assumere lo stato di potenza tra le potenze della terra.
    L’importanza fondamentale della Dichiarazione sta soprattutto nel trasferimento sul piano della lotta politica e dell’organizzazione statale di motivi fino ad allora dottrinari e culturali. Avrà profonde ripercussioni sui prossimi eventi francesi e in particolare nella stesura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789).
    (tratto dal sito http://www.solidea.otg)

    L'Unanime Dichiarazione dei Tredici Stati Uniti d'America.

    Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto ad un altro popolo ed assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata ed uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell'umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.

    Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.

    Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l'esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d'un malgoverno finché siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all'assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l'avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro ordinamento di governo. Quella dell'attuale re di Gran Bretagna è storia di ripetuti torti e usurpazioni, tutti diretti a fondare un'assoluta tirannia su questi Stati. Per dimostrarlo ecco i fatti che si sottopongono all'esame di tutti gli uomini imparziali e in buona fede.

    1. Egli ha rifiutato di approvare leggi sanissime e necessarie al pubblico bene.
    2. Ha proibito ai suoi governatori di approvare leggi di immediata e urgente importanza, se non a condizione di sospenderne l'esecuzione finchè non si ottenesse l'assentimento di lui, mentre egli trascurava del tutto di prenderle in considerazione.
    3. Ha rifiutato di approvare altre leggi per la sistemazione di vaste zone popolate, a meno che quei coloni rinunziassero al diritto di essere rappresentati nell'assemblea legislativa — diritto di inestimabile valore per essi e temibile solo da un tiranno.
    4. Ha convocato assemblee legislative in luoghi insoliti, incomodi e lontani dalla sede dei loro archivi, al solo scopo di indurre i coloni, affaticandoli, a consentire in provvedimenti da lui proposti.
    5. Ha ripetutamente disciolto assemblee legislative solo perché si opponevano con maschia decisione alle sue usurpazioni dei diritti del popolo.
    6. Dopo lo scioglimento di quelle assemblee si è opposto all'elezione di altre: ragion per cui il Potere legislativo, che non può essere soppresso, è ritornato, per poter funzionare, al popolo nella sua collettività, — mentre lo Stato è rimasto esposto a tutti i pericoli di invasioni dall'esterno, e di agitazioni all'interno.
    7. Ha tentato di impedire il popolamento di questi Stati, opponendosi a tal fine alle leggi di naturalizzazione di forestieri rifiutando di approvarne altre che incoraggiassero la immigrazione, e ostacolando le condizioni per nuovi acquisti di terre.
    8. Ha fatto ostruzionismo all'amministrazione della giustizia rifiutando l'assentimento a leggi intese a rinsaldare il potere giudiziario.
    9. Ha reso i giudici dipendenti solo dal suo arbitrio per il conseguimento e la conservazione della carica, e per l'ammontare e il pagamento degli stipendi.
    10. Ha istituito una quantità di uffici nuovi, e mandato qui sciami di impiegati per vessare il popolo e divorarne gli averi.
    11. Ha mantenuto tra noi, in tempo di pace, eserciti stanziali senza il consenso dell'autorità legislativa.
    12. Ha cercato di rendere il potere militare indipendente dal potere civile, e a questo superiore.
    13. Si è accordato con altri per assoggettarci a una giurisdizione aliena dalla nostra costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi, dando il suo assentimento alle loro pretese disposizioni legislative miranti a:
    1. acquartierare tra noi grandi corpi di truppe armate;
    2. proteggerle, con processi da burla, dalle pene in cui incorressero per assassinii commessi contro gli abitanti di questi Stati;
    3. interrompere il nostro commercio con tutte le parti del mondo;
    4. imporci tasse senza il nostro consenso;
    5. privarci in molti casi dei benefici del processo per mezzo di giuria;
    6. trasportarci oltremare per esser processati per pretesi crimini;
    7. abolire il libero ordinamento dileggi inglesi in una provincia attigua, istituendovi un governo arbitrario, ed estendendone i confini si da farne nello stesso tempo un esempio e un adatto strumento per introdurre in queste Colonie lo stesso governo assoluto;
    8. sopprimere le nostre carte statutarie, abolire le nostre validissime leggi, e mutare dalle fondamenta le forme dei nostri governi;
    9. sospendere i nostri corpi legislativi, e proclamarsi investito del potere di legiferare per noi in ogni e qualsiasi caso.

    Egli ha abdicato al suo governo qui, dichiarandoci privati della sua protezione e facendo guerra contro di noi.

    Egli ha predato sui nostri mari, ha devastato le nostre coste, ha incendiato le nostre città, ha distrutto le vite del nostro popolo.

    Egli sta trasportando, in questo stesso momento, vasti eserciti di mercenari stranieri per completare l'opera di morte, di desolazione e di tirannia già iniziata con particolari casi di crudeltà e di perfidia che non trovano eguali nelle più barbare età, e sono del tutto indegni del capo di una nazione civile.

    Egli ha costretto i nostri concittadini fatti prigionieri in alto mare a portare le armi contro il loro paese, a diventare carnefici dei loro amici e confratelli, o a cadere uccisi per mano di questi.

    Egli ha incitato i nostri alla rivolta civile, e ha tentato di istigare contro gli abitanti delle nostre zone di frontiera i crudeli selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra è la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari, di ogni età, sesso e condizione.

    Ad ogni momento mentre durava questa apprensione noi abbiamo chiesto, nei termini più umili, che fossero riparati i torti fattici; alle nostre ripetute petizioni non si è risposto se non con rinnovate ingiustizie. Un principe, il cui carattere si distingue così per tutte quelle azioni con cui si può definire un tiranno, non è adatto a governare un popolo libero.

    E d'altra parte non abbiamo mancato di riguardo ai nostri fratelli britannici. Di tanto in tanto li abbiamo avvisati dei tentativi fatti dal loro parlamento di estendere su di noi una illegale giurisdizione. Abbiamo ricordato ad essi le circostanze della nostra emigrazione e del nostro stanziamento in queste terre. Abbiamo fatto appello al loro innato senso di giustizia e alla loro magnanimità, e li abbiamo scongiurati per i legami dei nostri comuni parenti di sconfessare queste usurpazioni che inevitabilmente avrebbero interrotto i nostri legami e i nostri rapporti.

    Anch'essi sono stati sordi alla voce della giustizia, alla voce del sangue comune. Noi dobbiamo, perciò, rassegnarci alla necessità che denuncia la nostra separazione, e dobbiamo considerarli, come consideriamo gli altri uomini, nemici in guerra, amici in pace.

    Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti d'America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell'Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l'autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo:

    Che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, Stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegnamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore.

     

    John Mancock

                                                                                             (Seguono 55 firme di Rappresentanti dei 13 Stati)

     

    1.5 La guerra d’indipendenza (1775-1781)

    Gli episodi di tensione tra inglesi e coloni si intensificarono dopo il 1770 (vivo è rimasto il ricordo dello scontro avvenuto a Boston nel 1770 che provocò la morte di alcuni coloni), fino a raggiungere, nel 1775, le dimensioni di una vera e propria guerra.

    Gli eserciti in lotta

    Improprio sarebbe definire “esercito” l’insieme di circa 20.000 uomini che volontariamente avevano abbandonato le loro famiglie per difendere la causa. Il contrasto si fa ancora più netto se si considera che dall’altra parte si trovava a combattere l’esercito di sua maestà Giorgio III, probabilmente, allora, il miglior esercito al mondo, formato da dei professionisti della guerra.

    Disciplina, abilità, competenza, armamento, tutti questi fattori erano a favore dell’esercito inglese, lo spirito che animava i combattenti era però profondamente diverso, gli inglesi combattevano per la gloria della corona e per lo stipendio, i coloni per la loro libertà e per garantire un futuro migliore ai loro figli, alla lunga saranno questi ultimi ad avere la meglio.

    La guerra

    La guerra si protrasse, con fasi alterne, dal 1775 al 1781 con esito favorevole per i coloni americani. Determinante fu l’aiuto che i coloni ricevettero dalla Spagna e dalla Francia. In particolare la Francia inviò ai coloni notevoli aiuti economici e militari.

    Il trattato di pace di Versailles del 1783

    Con il trattato di Versailles venne riconosciuta l’indipendenza delle colonie, la nascita degli Stati Uniti d’America era ormai prossima.

     

    1.6 Nascita degli Stati Uniti d’America

    Conquistata l’indipendenza, si trattava ora di decidere quale avrebbe dovuto essere l’assetto istituzionale delle tredici colonie unite. In particolare si doveva decidere tra struttura confederale e struttura federale.

    Nella struttura confederale le tredici colonie avrebbero mantenuto l’indipendenza e la sovranità sul proprio territorio, il governo centrale avrebbe gestito solo alcuni limitati poteri.

    La struttura federale, invece, prevedeva che l’unione dei diversi stati desse luogo ad un vero e proprio Stato unitario, lasciando ai diversi Stati membri margini d’autonomia legislativa su alcune materie.

    Alla fine i rappresentanti delle colonie scelsero la struttura federale (che garantiva una maggior forza all’insieme), e nel corso del 1787 venne elaborata la costituzione del nuovo stato (entrata in vigore nel 1788). George Washington fu eletto, nel 1789, presidente degli Stati Uniti d’America.

    Diversi sono gli elementi che accomunano i diversi stati degli Stati Uniti:

    • Presidente e governo centrale
    • Moneta
    • Politica estera
    • Esercito
    • Il parlamento centrale (chiamato Congresso)

    Un discreto margine di autonomia si mantenne nell’amministrazione della giustizia (oggi ad esempio in alcuni Stati non è più in vigore la pena di morte, mentre in altri sì), nella scuola, nella gestione dei servizi sociali.

     

    1.7 La “Costituzione” degli Stati Uniti d’America

    Ispirata ai principi illuministi, la costituzione americana, ancora oggi in vigore nel suo impianto originario, garantisce la netta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) così come indicato da Montesquieu; garantisce, inoltre, a tutti i cittadini la libertà di manifestare il proprio pensiero e di vivere le proprie convinzioni religiose e politiche.

    Questo Paese, nato con il contributo di cittadini provenienti da paesi diversi con tradizioni e visioni politiche e religiose di natura diversa, ha fatto della libertà il suo punto di forza

     

    2. La rivoluzione francese

    2.1 Le radici della Rivoluzione francese, il movimento illuminista

    Non è possibili comprendere la Rivoluzione francese se non si conosce il pensiero illuminista.

    Possiamo affermare che la Rivoluzione francese (assieme a quella Americana) rappresenta la realizzazione storica concreta del pensiero illuministico.

    L’Illuminismo è stato un grandioso movimento di pensiero che dominò gran parte del ‘700 europeo concentrandosi soprattutto in Francia

    Nonostante la molteplicità d’orientamenti con cui l’illuminismo si manifestò nei diversi paesi europei, vi sono delle caratteristiche che possiamo definire comuni:

    1. Convinzione dei poteri enormi della ragione
    2. Carattere laico del movimento, che si pone in aperta polemica con la Chiesa
    3. Fiducia nel progresso, inteso come graduale incivilimento
    4. Nuova concezione politica: tutti i cittadini, liberi e uguali, partecipano alla gestione del potere politico
    5. Importanza riservata alla cultura, a cui è necessario dare la massima diffusione
    6. Necessità della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) 

     

    1. Convinzione dei poteri enormi della ragione

    La ragione ha il compito di illuminare(da qui il nome illuminismo), rischiarare il cammino dell’uomo. Ogni uomo è dotato di ragione ed è quindi in grado di analizzare la realtà che lo circonda ed eventualmente modificarla, per assicurare il benessere e la felicità di tutti. L'azione finalizzata a migliore le condizioni sociali e politiche di tutti è, per l'illuminista, un dovere dettato dalla ragione.

     

    2. Carattere laico del movimento, che si pone in aperta polemica con la Chiesa

    Principali bersagli polemici degli illuministi furono la Chiesa e in generale tutte le confessioni religiose, considerate fonti di ignoranza, di superstizione e di pregiudizi. In tal senso il movimento illuministico si può considerare profondamente laico.

     

    3. Fiducia nel progresso, inteso come graduale incivilimento

    Esiste negli illuministi la convinzione che lo svolgimento storico rappresenti un processo di graduale incivilimento in cui l'azione degli uomini è fondamentale. In questo senso essi si oppongono alla visione teologica secondo la quale nella storia si manifesta un disegno divino, senza molte possibilità di intervento per l'uomo.  

     

    4. Nuova concezione politica: tutti i cittadini, liberi e uguali, partecipano alla gestione del potere

       politico

    Il principale esponente del nuovo pensiero politico è Jean-Jacques Rousseau (1712-1778). Secondo Rousseau gli uomini nello stato di natura (prima di unirsi in società politiche) vivono felici, liberi e uguali, (si noti come tale concezione sia opposta a quella di Hobbes e del giusnaturalismo) è stata l’introduzione della proprietà privata ad introdurre nei rapporti tra gli uomini la violenza e la sopraffazione. Nella sua opera “Contratto sociale” (1762) Rousseau ipotizza un patto tra gli uomini, i quali si uniscono rinunciando ai loro interessi particolari in funzione del bene comune. Diversamente da quanto teorizzato da Hobbesl’uomo non deve rinunciare ad una partecipazione del potere politico, secondo Rousseau ogni cittadino deve partecipare direttamente alla gestione della politica in una forma di democrazia diretta (senza delegare qualcuno a rappresentarci), esercitata dal popolo riunito in assemblea. Lo stesso Rousseau riconosceva, comunque, delle difficoltà nell’esercizio della democrazia diretta, realizzabile facilmente in piccole comunità (quali quelle dei cantoni svizzeri) ma di difficile realizzazione in nazioni grandi come la Francia. Per le sue idee il filosofo ginevrino (nato a Ginevra) venne considerato tra i padri ispiratori della Rivoluzione francese, e come tale venerato. Il pensiero di Rousseau sarà alla base della moderna concezione dello Stato democratico.

     

    5. Importanza riservata alla cultura, a cui è necessario dare la massima diffusione

    Se ogni uomo possiede la ragione, è fondamentale per i pensatori illuministi dare la massima diffusione alla cultura e alle nuove idee per farle conoscere a quante più persone possibile. L’intellettuale illuminista è perciò, innanzitutto, un divulgatore, convinto com’è che i poteri della ragione e dell’educazione possono vincere l’ignoranza e l’arretratezza culturale. In questo contesto si spiega la nascita e la diffusione dell’opera collettiva ”Enciclopedia” o “Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri” pubblicato in 17 volumi di testo tra il 1765 e il 1772 (nonostante il divieto del re).    

     

    6. Necessità della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario)

    Una delle maggiori espressioni del pensiero illuminista è l’opera “Lo spirito delle leggi” (1748) di Montesquieu (1689-1755). Nella suo opera Montesquieu esprime la propria convinzione riguardo la necessità di, mantenere separati i tre poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario: coloro che detengono uno dei poteri non possono, contemporaneamente, detenerne anche un altro. Ad esempio un giudice (potere giudiziario) non può, nello stesso tempo, essere uomo di governo (potere esecutivo). Il principio della separazione dei poteri diverrà uno dei fondamenti di tutte le costituzioni liberali e democratiche

     

    2.2 La Rivoluzione

    Cause che condussero al movimento rivoluzionario

    Innumerevoli sono le cause che hanno portato alla rivoluzione francese:

    • Cause economiche e finanziarie
    • Cause politiche
    • Cause sociali

     

    Cause economiche e finanziarie

    Le difficoltà finanziarie si possono far risalire già al regno di Luigi XIV e alla sua politica di spese ed esenzioni fiscali a vantaggio degli aristocratici, attraverso la quale il sovrano sperava di mitigare il loro costante e pericoloso spirito di indipendenza. Durante il successivo regno di Luigi XV si aggravano le condizioni di un bilancio che nel 1774 presenta il deficit davvero esorbitante per l’epoca di 50 milioni di franchi, anche a causa dell’impegno militare nella guerra dei Sette anni. Solo apparentemente l’ascesa al trono di Luigi XVI nel 1774 rappresenta un’opportunità per evitare la prevedibile catastrofe finanziaria.

    L’opposizione dei ceti privilegiati non consente la realizzazione di un piano ispirato a principi di maggiore giustizia sociale nel quale si prevedeva, ad esempio, un’imposta unica anche sulle grandi proprietà possedute dall’aristocrazia e dal clero. Negli anni ’80 la Francia conosce una forte crisi della sua struttura produttiva, sia agricola sia manifatturiera, con gravi ripercussioni sociali tra carestie e disoccupazione. Le condizioni del privilegio per pochi lungi dall’essere utili alla nazione non possono che indebolirla e nuocerle. Viene così rivelandosi, dietro la questione finanziaria, una questione politica e istituzionale più radicale che mette in discussione la struttura per ceti della società francese, nel tentativo di aprirsi - come già ha chiesto la cultura politica dell’illuminismo - a forme di rappresentanza fondata sui soggetti individuali e sulla nozione di contratto sociale. Contro ogni ipotesi di modificare la fisionomia tradizionale delle istituzioni, la reazione degli ordini privilegiati è perentoria

     

    Cause politiche

    Sono principalmente legate all’assolutismo monarchico il quale, invece di comprendere la spinta illuministica e cercare di assecondarla con delle riforme (come avvenne nelle contemporanee monarchie di Prussia, Austria e Russia) si mostrò insensibile a tutte le richieste riformistiche. La Francia della rivoluzione è un paese che vive una grave crisi politico-istituzionale dovuta, innanzitutto, all’incapacità dei tre monarchi (Luigi XIV, Luigi XV e Luigi XVI) che si sono succeduti negli anni antecedenti la rivoluzione. In particolare bisogna ricordare che:

    • Luigi XIV (che identificava lo Stato con la sua persona) aveva fatto costruire a Versailles una reggia splendida ma costosissima e aveva trascinato il paese in una serie di guerre inutili che avevano immiserito il paese
    • Luigi XV non aveva pensato che a godersi la vita tra dissolutezze e sperperi di ogni genere, conducendo il paese sull’orlo del precipizio
    • Luigi XVI fu un sovrano privo di intuito politico, la cui volontà era completamente soggiogata da quella della moglie Maria Antonietta (mal vista dal popolo francese)

     

    Cause sociali

    L’organizzazione sociale esistente in Francia prima della rivoluzione può a ragione essere definita come “organizzazione dell’ingiustizia”. I cittadini francesi sono divisi in tre distinti ceti:

    1. Nobiltà
    2. Clero
    3. Terzo stato

    La nobiltà e il clero costituiscono i ceti privilegiati, essi pur essendo molto ricchi sono esentati dal pagare le imposte. Il Terzo stato (che comprende il 98% della popolazione francese) raccoglie tutti gli altri cittadini dal più ricco mercante al più povero contadino, solo su questi cittadini grava l’imposizione fiscale. L’accesso ai ceti privilegiati non è consentito agli appartenenti al Terzo stato. Il Terzo stato oltre a sostenere l’intera imposizione fiscale rimane del tutto escluso dal governo del Paese

     

    Le fasi iniziali della rivoluzione (1789-1790)

    Dagli Stati generali all’assemblea nazionale costituente

    Nella sua prima fase la rivoluzione francese fu una rivoluzione borghese. Nel maggio del 1789 la necessità di denaro aveva raggiunto dimensioni tali da rendere necessaria la tassazione dei ceti dei nobili e del clero. Per affrontare la questione vengono convocati a Versailles gli Stati generali ossia l’assemblea nazionale dei rappresentanti dei tre ceti (nobiltà, clero, Terzo stato). L’intenzione dei ceti privilegiati era di servirsi dell’assemblea per ridimensionare il potere del sovrano, mentre l’intenzione dei rappresentanti del Terzo stato era di costringere nobiltà e clero a pagare le tasse eliminando situazioni di privilegio. Come abbiamo detto sopra Il Terzo stato rappresentava la stragrande maggioranza dei francesi, eppure non era in grado di far valere il proprio peso a causa del sistema di voto adottato nell’assemblea (ciascun ordine-ceto poteva esprimere un solo voto, in tal modo i nobili e il clero avevano un peso doppio rispetto al Terzo stato); si ebbe per tal motivo il 17 giugno una rivolta dei rappresentanti del Terzo stato i quali si autoproclamarono Assemblea nazionale e giurarono di non sciogliersi prima di aver dato una costituzione alla propria patria. Il re non poté che prenderne atto trasformando l’assemblea degli Stati generali in una Assemblea nazionale costituente (9 luglio).

     

    Presa della Bastiglia e altri moti rivoluzionari

    La situazione nel frattempo precipita a Parigi e nelle campagne.

    A Parigi il 14 luglio 1789 un corteo di cittadini assalta ed espugna la Bastiglia (prigione-fortezza posta nella zona orientale della città).

    Durante la seconda metà di luglio del 1789 nelle campagne i contadini, nel corso di innumerevoli rivolte, devastano i castelli bruciando gli archivi in cui è raccolta la documentazione che legittima privilegi feudali. Il 4 agosto 1789, spinta da tali avvenimenti, l’Assemblea nazionale decide l’abolizione del regime feudale e sopprime tutti i privilegi giuridici e fiscali della nobiltà.

     

    Dichiarazione dei diritti dell’uomo

    Il 26 agosto 1789 si approva la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che rivendica i diritti fondamentali di libertà e uguaglianza tra tutti i cittadini. 

     

    APPROFONDIMENTO ........!

    Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

     

    Versione del 91    1   2   3   4   5   6   7   8   9   10   11   12    13    14    15   16   17

    Versione del 93    1   2   3   4   5   6   7   8   9   10   11    12    13    14    15   16   17   18   19   20

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    L’Assemblea costituente elaborò la costituzione del 1791, che aveva come preambolo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, il cui testo era stato già votato nell’agosto del 1789. La costituzione fu espressione della maggioranza borghese moderata favorevole alla divisione dei poteri, alla assoluta garanzia della proprietà, al suffragio indiretto e ristretto su rigida base censitaria.

     

    I Rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del potere legislativo e quelli del potere esecutivo dal poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti. In conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:

    Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

    Art. 2. Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.

    Art. 3. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani direttamente da essa.

    Art. 4. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla legge.

    Art. 5. La legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

    Art. 6. La legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo le loro capacità, e senza altra distinzione che quella della loro virtù e dei loro talenti.

    Art. 7. Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della legge, deve obbedire immediatamente; opponendo resistenza si rende colpevole.

    Art. 8. La legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

    Art. 9. Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla legge.

    Art.10. Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

    Art.11. La libera comunicativa dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge.

    Art.12. La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.

    Art.13. Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese di amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze.

    Art.14. Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata.

    Art.15. La società ha il diritto di chieder conto ad ogni agente pubblico della sua amministrazione.

    Art.16. Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione.

    Art.17. La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità.

     

    La costituzione del 1793 (o dell’anno I° della Repubblica) segna il punto più avanzato della democrazia rivoluzionaria: prevede il rafforzamento del potere legislativo, il suffragio universale diretto, l’istituzione del referendum popolare. La costituzione non entrò mai in vigore, ma può essere molto utile confrontare la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino modificata nel 1793, con quella redatta nel 1791.

    Il popolo francese, convinto che l’oblio e il disprezzo dei diritti naturali dell’uomo sono le sole cause delle sventure del mondo, ha deciso di esporre in una dichiarazione solenne questi diritti sacri ed inalienabili, affinché tutti i cittadini potendo paragonare incessantemente gli atti del governo con il fine di ogni istituzione sociale, non si lascino opprimere ed avvilire dalla tirannia, affinché il popolo abbia sempre davanti agli occhi le basi della sua libertà e della sua felicità, il magistrato la regola dei suoi doveri; il legislatore l’oggetto della sua missione. Di conseguenza, esso proclama, al cospetto dell’essere Supremo, la seguente dichiarazione dei diritti dell’uomo e de cittadino.

    Art. 1. Lo scopo della società è la felicità comune. Il governo è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili.

    Art. 2. Questi diritti sono l’uguaglianza, la libertà, la sicurezza, la proprietà.

    Art. 3. Tutti gli uomini sono uguali per natura e davanti alla legge.

    Art. 4. La legge è l’espressione libera e solenne della volontà generale; essa è la stessa per tutti, sia che protegga sia che punisca; può ordinare solo ciò che è giusto e utile alla società; non può vietare se non ciò che le è nocivo.

    Art. 5. Tutti i cittadini sono ugualmente ammissibili agli impieghi pubblici. I popoli liberi non conoscono altri motivi di preferenza nelle loro elezioni, che le virtù e le capacità.

    Art. 6. La libertà è il potere che permette all’uomo di compiere tutto ciò che non nuoce ai diritti degli altri; essa ha per principio la natura, per regola la giustizia, per salvaguardia la legge; il suo limite morale è in questa massima: " Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te ".

    Art. 7. Il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, sia con la stampa sia in tutt’altra maniera, il diritto di riunirsi in assemblea pacificamente, il libero esercizio dei culti, non possono essere interdetti. La necessità di enunciare questi diritti presuppone o la presenza o il ricordo recente del despotismo.

    Art. 8. La sicurezza consiste nella protezione accordata dalla società ad ognuno dei suoi membri per la conservazione della sua persona, dei suoi diritti e delle sue proprietà.

    Art. 9. La legge deve proteggere la libertà pubblica e individuale contro l’oppressione di quelli che governano.

    Art.10. Nessuno deve essere accusato, arrestato né detenuto, se non nei casi determinati dalla legge e secondo le forme da essa prescritte. Ogni cittadino citato o arrestato dalla autorità della legge deve ubbidire sull’istante; egli si rende colpevole con la resistenza.

    Art 11. Ogni atto esercitato contro un uomo fuori dai casi e senza le forme che la legge determina è arbitrario e tirannico; colui contro il quale lo si volesse eseguire con la violenza, ha il diritto di respingerlo con la forza.

    Art.12. Coloro che procurano, spediscono, firmano, eseguiscono o fanno eseguire degli atti arbitrari, sono colpevoli, e devono essere puniti.

    Art.13. Ogni uomo essendo presunto innocente fino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si giudica indispensabile arrestarlo, ogni rigore che non fosse necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla legge.

    Art.14. Nessuno deve essere giudicato e punito se non dopo essere stato ascoltato o legalmente citato, e in virtù di una regge promulgata anteriormente al delitto. La legge che punisse dei delitti commessi prima che essa esistesse, sarebbe una tirannia; l’effetto retroattivo dato alla legge sarebbe un crimine.

    Art.15. La legge deve decretare solo pene strettamente ed evidentemente necessarie: le pene devono essere proporzionate al delitto, e utili alla società.

    Art.16. Il diritto di proprietà è quello che appartiene ad ogni cittadino di godere e disporre a suo piacimento dei suoi beni, delle sue rendite, del frutto del suo lavoro e della sua operosità.

    Art.17. Nessun genere di lavoro di cultura , di commercio , può essere interdetto all ‘ operosità dei cittadini.

    Art.18. Ogni uomo può impegnare i suoi servizi , il suo tempo ; ma non può vendersi né essere venduto ; la sua persona non è una proprietà alienabile . La legge non riconosce domesticità ; può esistere solo un vincolo di cure e di riconoscenza tra l ‘uomo che lavora e quello che lo impiega .

    Art.19. Nessuno può essere privato della benché minima parte della sua proprietà , senza il suo consenso , tranne quando la necessità pubblica legalmente constatata lo esige , e sotto la condizione di una giusta e preventiva indennità .

    Art.20. Nessun contributo può essere stabilito se non per l ‘utilità generale . Tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere alla determinazione dei contributi , di sorvegliarne l ‘ impiego , e di esigerne il rendiconto .

    Art.21. I soccorsi pubblici sono un debito sacro . La società deve la sussistenza ai cittadini disgraziati , sia procurando loro del lavoro , sia assicurando i mezzi di esistenza a quelli che non sono in età tale da poter lavorare .

    Art.22. L ‘ istruzione è il bisogno di tutti. La società deve favorire con tutto il suo potere , i progressi della ragione pubblica , e mettere l ‘ istruzione alla portata di tutti i cittadini .

    Art.23. La garanzia sociale consiste nell‘azione di tutti per assicurare a ognuno il godimento e la conservazione dei suoi diritti ; questa garanzia riposa sulla sovranità nazionale.

    Art.24. Essa non può esistere, se i limiti delle funzioni pubbliche non sono chiaramente determinati dalla legge, e se la responsabilità di tutti i funzionari non è assicurata.

    Art.25. La sovranità risiede nel popolo; essa è una e indivisibile, imprescrittibile e inalienabile.

    Art.26. Nessuna parte di popolo può esercitare il potere del popolo intero; ma ogni sezione del sovrano riunito in assemblea deve godere del diritto di esprimere la sua volontà con una completa libertà.

    Art.27. Ogni individuo che usurpa la sovranità, sia all’istante messo a morte dagli uomini liberi.

    Art.28. Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle sue leggi generazioni future.

    Art.29. Ogni cittadino ha un eguale diritto di concorrere alla formazione della legge e alla nomina dei suoi mandatari o dei suoi agenti.

    Art.30. Le funzioni pubbliche sono essenzialmente temporanee; esse non possono essere considerate come distinzioni né come ricompense, ma come doveri.

    Art.31. I delitti dei mandatari del popolo e dei suoi agenti non devono essere mai impuniti. Nessuno ha il diritto di considerarsi più inviolabile degli altri cittadini.

    Art.32. Il diritto di presentare quelle petizioni ai depositari dell’autorità pubblica non può, in nessun caso, essere interdetto, sospeso né limitato.

    Art.33. La resistenza all’oppressione è la conseguenza dagli altri diritti dell’uomo.

    Art.34. Vi è oppressione contro il corpo sociale quando uno solo dei suoi membri è oppresso. Vi è oppressione contro ogni membro quando il corpo sociale è oppresso.

    Art.35. Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.

     

     

    Requisizione dei beni ecclesiastici e costituzione civile del clero

    Nel novembre del 1789 si cerca di porre rimedio alle dissestate finanze con la requisizione delle proprietà e dei beni ecclesiastici (proprietà terriere ed edifici urbani e rurali) che diventano beni nazionali. I beni requisiti vengono quindi rivenduti ai contadini in campagna e alla borghesia urbana in città.

    Il 12 luglio 1790 viene votata la Costituzione civile del clero con la quale lo Stato, in cambio dei beni incamerati, si assumeva le spese del sostentamento del clero, imponendo nello stesso tempo un nuovo ordinamento alla Chiesa di Francia (cercando di staccarla, in tal modo, dalla chiesa di Roma). La Costituzione civile del clero non viene accettata dalla maggioranza dei sacerdoti, i quali rifiutano di giurare fedeltà allo Stato francese.

     

    Gli sviluppi della rivoluzione (1791-1792)

    Tentativo di fuga del re e nascita della monarchia costituzionale

    Il giuramento di fedeltà alla Costituzione prestato da Luigi XVI durante la festa della Federazione il 14 luglio 1790 pare suggellare la fine della Rivoluzione (si scoprirà in seguito che la corte mantiene i contatti con l’aristocrazia emigrata nella speranza di un intervento delle potenze europee in suo favore e contro la rivoluzione).

    In realtà l’opposizione del pontefice e il rifiuto di larga parte del clero al giuramento voluto dalla Costituzione civile del clero accrescono nel sovrano scrupoli religiosi e desiderio di porre fine al sistema sorto dalla Rivoluzione. La crisi sociale ed economica dovuta all’inflazione esaspera, inoltre, la precarietà di un’autorità il cui principio è ormai visibilmente sospeso tra vecchio e nuovo. In questo clima, nonostante i consigli alla prudenza che vengono da chi vede nella monarchia costituzionale il felice esito della Rivoluzione, matura la decisione di Luigi XVI di fuggire all’estero. Compiuto nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1791 il tentativo è bloccato a Varennes, non lontano dalla frontiera orientale.

    "Vecchi, donne e bambini, gli uni armati di spiedi, di falci, gli altri di bastoni, di sciabole, di cattivi fucili" assistono ostili al ritorno nella capitale di un re che ha perso la fiducia del suo popolo. Nel frattempo il 27 agosto 1791, a Pillnitz, Leopoldo II e Federico Guglielmo II, re di Prussia, avevano emanato una dichiarazione congiunta contenente minacce di intervento armato contro la rivoluzione, avvalorando così i sospetti di complici relazioni tra la corte e lo straniero. A poco vale, quindi, il giuramento di Luigi XVI alla nuova Costituzione (13 settembre 1791) che disegna i contorni di una Monarchia costituzionale (il re non è più il “re di Francia per grazia di Dio”, ma il “re dei Francesi, delegato dalla nazione”) con base elettorale fortemente censitaria e rigida divisione tra i poteri. Dopo Varennes e dopo Pillnitz comincia a farsi strada l’idea di repubblica, circoscritta fino ad allora a pochi intellettuali.

     

    L’Assemblea legislativa

    L'Assemblea legislativa, riunitasi il 1 ottobre 1791, era composta da 745 nuovi membri (poiché i costituenti si erano dichiarati ineleggibili alla legislatura successiva) ed era divisa in fazioni le cui idee politiche erano ampiamente divergenti:

    • seduti a destra i Foglianti, la fazione più moderata, sostenitrice della monarchia costituzionale prevista nella costituzione del 1791;
    • seduti al centro gli Indipendenti, sono la maggioranza (detta "pianura"), senza un programma preciso, ma compatta nell'opposizione ai repubblicani,
    • seduti a sinistra i girondini, che chiedevano la trasformazione della monarchia costituzionale in repubblica federale, e i montagnardi (giacobini e cordiglieri), che propugnavano una repubblica fortemente centralizzata.

    Prima che queste differenze provocassero una grave frattura interna, i repubblicani riuscirono a far approvare alcune leggi importanti e severe misure contro gli ecclesiastici che rifiutavano il giuramento di fedeltà.

    Il veto del re a tali proposte creò una crisi che portò al potere i girondini, i quali, nonostante l'opposizione dei montagnardi, adottarono un atteggiamento ostile verso Federico Guglielmo II e Francesco II d'Asburgo (succeduto al padre sul trono imperiale il 1° marzo 1792), principali protettori dei réfugiés e sostenitori della ribellione dei signori feudali alsaziani contro il governo rivoluzionario. La volontà di guerra si diffuse rapidamente sia tra i monarchici, che speravano di restaurare l'Ancien Régime, sia tra i girondini, che volevano un trionfo decisivo sulle forze reazionarie nazionali ed estere. Il 20 aprile 1792 l'Assemblea legislativa dichiarò guerra all'Austria.

     

    Gli esiti negativi nelle prime fasi del conflitto, l’arresto del re, nascita della Prima Repubblica

    A causa degli errori commessi dagli alti comandi francesi, perlopiù monarchici, l'Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministro girondino Roland il 13 giugno 1792 e nella capitale scoppiarono disordini culminati nell'attacco alle Tuileries, la residenza reale. L'11 luglio Sardegna e Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l'emergenza nazionale; furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò cantando la Marseillaise. Lo scontento popolare nei confronti dei girondini, raccoltisi intorno al monarca, aumentò la tensione, che degenerò in insurrezione aperta quando il duca di Brunswick minacciò di distruggere la capitale in caso di attentati contro la famiglia reale. Gli insorti assaltarono le Tuileries, massacrando le guardie del re, che si rifugiò nella sala dell'Assemblea legislativa; il re viene sospeso e imprigionato, il governo parigino deposto e sostituito da un consiglio esecutivo provvisorio dominato dai montagnardi di Georges Danton, che ben presto assunsero il controllo dell'Assemblea legislativa e indissero elezioni a suffragio universale maschile per una nuova Convenzione costituente.

    Tra il 2 e il 7 settembre oltre 1000 sospetti traditori furono processati sommariamente e giustiziati nei cosiddetti "massacri di settembre", dettati dalla paura di presunti complotti per rovesciare il governo rivoluzionario. Il 20 settembre 1792 l'avanzata prussiana fu bloccata a Walmy. Il giorno seguente si riunì la nuova Convenzione nazionale, che proclamerà l'abolizione della monarchia e la nascita della Prima Repubblica.

     

    La Convenzione e la condanna a morte di Luigi XVI

    La Convenzione era composta in gran parte da elementi repubblicani e rivoluzionari:

    • a destra i Girondini, i quali, pur avendo sentimenti repubblicani, propendevano per una politica moderata
    • al centro gli Indipendenti, privi di un preciso programma politico
    • a sinistra i Giacobini e Montagnardi, sempre più propensi ad una politica rivoluzionaria e democratica (tra questi Danton, Marat, Robespierre)  

    I primi atti della nuova assemblea furono:

      1. la proclamazione della Repubblica una e indivisibile (22 settembre 1792)
      2. il processo al re, il quale viene riconosciuto colpevole di tradimento sulla base di alcuni documenti scoperti in un armadio alle Tuilereis, e quindi condannato a morte nonostante l’opposizione di girondini, verrà giustiziato il 21 gennaio 1793.

    La morte del re porta ad una violenta ripresa dei conflitti esterni ed interni.

    L’indignazione provocata dalla uccisione del re fa si che in Europa si formi una prima coalizione anti francese formata da Austria, Prussia, Olanda, Inghilterra, Spagna, Piemonte, Stato pontificio, Regno di Napoli. I primi scontri sono sfavorevoli alla Francia repubblicana.

    La situazione d’emergenza porta la Convenzione a prendere delle decisioni estreme:

    • istituzione di un Comitato di salute pubblica presieduto da Danton, fornito di pieni poteri in materia di politica interna e estera
    • istituzione di un Tribunale rivoluzionario contro i cittadini sospetti

    I Girondini, animati da uno spirito moderato, cercarono di opporsi a questi provvedimenti ma la folla di Parigi istigata da Marat circonda minacciosa il palazzo della Convenzione. La Convenzione, ormai sotto il dominio dei Giacobini, elabora una nuova Costituzione conosciuta con il nome di Costituzione dell’anno I (1793), in essa viene sancito il principio del suffragio universale. Poiché il comitato di salute pubblica guidato da Danton si mostra troppo conciliante con i Girondini, viene sostituito da un secondo comitato di salute pubblica presieduto da Robespierre, è l’inizio dell’epoca del terrore.

     

    Gli anni del terrore (1793-1794)

    Robespierre rappresentò per quasi un anno un dittatore spietato ed inesorabile che non esitò nel mandare alla ghigliottina quanti mostravano opinioni diverse dalle sue, fossero pure appartenenti alla stessa fazione politica ( i giacobini Danton ed Hérber, ad esempio); o quanti potevano mostrare ancora legami con l’antico regime (la regina Maria Antonietta, il chimico Lavoisier, il poeta Andrea Chénier). Migliaia di persone furono ghigliottinate, alcune solo perché sospettate di tradimento nei confronti della repubblica.

    Pur alle condizioni viste sopra, la dittatura di Robespierre riuscì a salvare la Francia dalle rivolte interne e dalle invasioni straniere.

     

    La reazione della Convenzione a Robespierre e la Costituzione dell’anno III (1794-1795)

    La vittoria sui nemici interni ed esterni non giustificava più il clima di terrore creato da Robespierre. Per tale motivo il 27 luglio 1794 i partiti della Convenzione si coalizzarono contro il dittatore e dopo averlo arrestato lo fecero giustiziare.

    La Convenzione promulgò quindi una nuova Costituzione conosciuta con il nome di Costituzione dell’anno III (1975) o Costituzione termidoriana (il 9 termidoro, 27 luglio è il giorno in cui inizia la rivolta alla tirannia di Robespierre). I punti più importanti della Costituzione dell’anno III sono i seguenti:

    1. il potere esecutivo è esercitato da un Direttorio, composto di cinque membri, eletti dal corpo legislativo
    2. il potere legislativo è esercitato da un Consiglio dei Cinquecento (deputati) e da un Consiglio degli Anziani (Senato).
    3. sono elettori non più tutti i cittadini (suffragio universale), ma soltanto coloro che pagano un determinato quantitativo d’imposta.

    Come si può osservare la Costituzione dell’anno III rappresentò la risoluzione borghese del movimento rivoluzionario di Francia.

     

    2.3 Dalla fine della Convenzione all’ascesa di Napoleone Bonaparte

    Il 26 ottobre 1795 cessarono i poteri della Convenzione, sostituita il 2 novembre dal governo previsto nella nuova costituzione.

    Nonostante il contributo di abili statisti quali Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord e Joseph Fouché, il Direttorio dovette fronteggiare subito numerose difficoltà:

    • sul fronte interno l'eredità di un'acuta crisi finanziaria aggravata da una disastrosa svalutazione (99% circa) degli assignats
    • lo spirito giacobino ancora vivo tra le classi più povere
    • il proliferare tra i benestanti di agitatori monarchici che propugnavano la restaurazione
    • sul fronte internazionale la questione aperta con il Sacro romano impero e l'assolutismo, costante minaccia alla rivoluzione, che ancora dominava quasi tutta l'Europa.

    I raggruppamenti politici borghesi, decisi a conservare il potere conquistato, presto scoprirono i vantaggi derivanti dal dirottare le energie della massa in canali militari, in particolare nel seguire l’astro nascente di Napoleone.

     

    2.4 Quali cambiamenti ha portato la rivoluzione

    Il risultato immediato della rivoluzione fu l'abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali. Si eliminarono la servitù, i tributi e le decime; i grandi possedimenti vennero frazionati e si introdusse un principio equo di tassazione; con la redistribuzione delle ricchezze e dei terreni, la Francia divenne il paese europeo con il maggior numero di piccoli proprietari terrieri indipendenti. A livello sociale ed economico, si abolirono l'incarceramento per debiti e il diritto di primogenitura nell'eredità terriera, e fu introdotto il sistema metrico decimale.

    Napoleone portò a compimento alcune riforme avviate durante la rivoluzione:

    • istituì la Banca di Francia, che era banca nazionale semi-indipendente e agente governativo in materia di valuta, prestiti e depositi pubblici
    • instaurò l'attuale sistema scolastico, centralizzato e laico
    • organizzò l'università e l'Institut de France; stabilendo l'assegnazione delle cattedre in base a esami aperti a tutti, senza distinzioni di nascita o reddito

    La riforma delle leggi provinciali e locali che fu accolta nel Codice napoleonico, rispecchiava molti principi introdotti dalla rivoluzione:

    • uguaglianza dei cittadini davanti alla legge;
    • proibizione della detenzione arbitraria oltre il terzo giorno dall'arresto;
    • regolarità processuale, che prevedeva un consiglio di giudici e una giuria, la presupposizione di innocenza dell'accusato fino a prova contraria e il diritto alla difesa

    In tema di religione i principi di libertà di culto e di stampa, enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, portarono a una maggiore libertà di coscienza e al godimento dei diritti civili per protestanti ed ebrei. Furono gettate le basi per la separazione tra stato e Chiesa.

     

    Gli esiti teorici della rivoluzione si ritrovano nelle parole "liberté, égalité, fraternité", che diventarono il vessillo per le riforme liberali in Francia e in Europa nel XIX secolo; tuttora sono parole-chiave della democrazia.

     

    APPROFONDIMENTO ........!

    Napoleone Bonaparte

    (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Isola di Sant'Elena, 5 maggio 1821)

    Quadro riassuntivo degli avvenimenti più importanti della vita 

    1769        Nasce ad Ajaccio in Corsica (diventata francese solo da pochi anni)

    1778-’84 Studia all’Accademia militare

    1796-’97 Prima campagna d’Italia (contro gli austriaci)

    1798-’99 Campagna d’Egitto (contro gli inglesi)

    1799        Colpo di Stato (assume il potere e la carica di Console)

    1802        Assume l’incarico di Console a vita

    1804        Si fa incoronare imperatore di Francia dal papa Pio VII

    1808-’09 Occupazione militare della Spagna

    1812-’13 Disastrosa campagna di Russia

    1813        Sconfitta di Lipsia

    1813-’15 Esilio all’isola d’Elba

    1815        Ritorno al potere per 100 giorni

    1815        Sconfitta definitiva a Waterloo

    1815-’21 Esilio nell’isola di Sant’Elena (piccola isola nel mezzo dell’oceano Atlantico)

    1821 Muore nell’isola di Sant’Elena

     

    Napoleone e la Rivoluzione francese

    Napoleone è un prodotto della Rivoluzione francese. Senza la Rivoluzione, l’uomo che in pochi anni stravolse l’assetto politico-dinastico di mezza Europa non sarebbe stato messo nelle condizioni d’agire. Ciò non vuole certo sminuire le doti personali di un uomo dal talento eccezionale, forse unico. Possiamo dire che grazie alla Rivoluzione un borghese dal talento eccezionale (Napoleone) poté esprimere pienamente il suo genio

     

    L’esercito di Napoleone

    Non bisogna dimenticare mai che il successo militare di Napoleone è il successo del suo esercito: l’esercito francese. Se vogliamo comprendere il successo di Napoleone non possiamo dimenticare che le battaglie non si combattono solo tra generali, ma si combattono soprattutto tra soldati, sono battaglie tra eserciti. Ebbene l’esercito francese aveva in quegli anni veramente qualcosa di speciale. Prima della rivoluzione l’esercito francese non si distingueva in nulla rispetto a quello prussiano o austriaco, con la rivoluzione abbiamo una radicale trasformazione dello stesso: i quadri di comando, innanzitutto, che non saranno più assegnati in base al titolo nobiliare posseduto, ma verranno dati a rappresentanti borghesi che vedono nella carriera militare una possibile forma di gratificazione sociale ed economica. Solo i più bravi hanno la possibilità di far carriera in questo esercito e ciò sarà determinante nel decidere le sorti delle battaglie.

    Anche i soldati semplici combattono nell’esercito napoleonico con uno spirito diverso rispetto ai soldati degli altri eserciti. Innanzitutto per lo stretto legame che si viene a creare tra il Generale (Napoleone) e i suoi uomini. Napoleone combatte spesso in prima linea e ha un gran rispetto per la vita dei soldati, cerca di limitare al massimo le perdite in vite umane dei suoi, e ricompensa abbondantemente quando si tratta di spartirsi il bottino di guerra .

    Del particolare rapporto esistente tra Napoleone e i suoi soldati si ha testimonianza nel 1815 (durante i famosi 100 giorni di ritorno al potere), quando i soldati mandati per arrestare il loro ex imperatore fuggito dall’isola d’Elba si uniscono a lui invece di arrestarlo. Napoleone e il suo esercito vittorioso diventano per la Francia una forma di riscatto nei confronti delle potenze europee che avevano cercato di sopprimere il moto rivoluzionario.

    Puntare tutto sull’esercito e sulle sue conquiste, questo è ciò che faranno i francesi per uscire dalle difficoltà in cui li aveva condotti la rivoluzione, Napoleone rappresentava il capo ideale per questo esercito.

     

    La Francia di Napoleone

    Nella Francia del 1799 si vive un clima di notevole difficoltà. Il Direttorio al potere da alcuni anni non era riuscito a migliora significativamente la situazione economico-finanziaria e quella dell’ordine pubblico. E’ in questo contesto che il colpo di stato di Napoleone ottiene il risultato sperato. La stanchezza per la situazione di disordine da parte della popolazione e l’insoddisfazione da parte della classe borghese per le difficoltà economico-finanziarie fa sì che venga visto con favore un uomo “forte” in grado di riportare sicurezza, ordine, prosperità economica, non rilevante, almeno per ora, è il fatto che quest’uomo intenda assumere a vita la guida della Francia e che operi per rendere ereditaria tale carica.

    A questa Francia Napoleone offre ciò che chiedeva. ossia:

    • saldo sistema finanziario (nasce la Banca Centrale)
    • riavvio dell’economia (anche grazie alle conquiste militare e al nuovo codice commerciale)
    • ordine e sicurezza garantiti dalla presenza dei prefetti, quali rappresentanti del potere esecutivo
    • iniziative per riportare la concordia, dopo le aspre lotte tra i diversi ceti nel periodo rivoluzionario (in questo contesto nel 1801 viene firmato il concordato tra Stato e Chiesa di Roma, con il concordato viene abolita la costituzione civile del Clero e lo Stato garantisce una rendita alla Chiesa cattolica, riconosciuta come religione della maggioranza dei francesi)
    • saldo impianto legislativo (è del 1804 l’emanazione del CODICE CIVILE, un complesso di leggi finalizzate a regolamentare i rapporti (matrimonio, famiglia, proprietà, lavoro, ecc.) tra cittadini
    • un efficiente sistema d’istruzione superiore di carattere laico

    in cambio impone la sua dittatura personale e limita pesantemente tutte le forme di dissidenza e libero pensiero che avevano caratterizzato gli anni della rivoluzione (basti pensare che Parigi nel periodo di Napoleone al potere si ridusse ad avere solo 4 giornali, tutti filogovernativi, contro i 335 del periodo rivoluzionario). 

     

    Il codice civile o codice napoleonico

    Di particolare importanza fu l’emanazione del Codice Civile nel 1804. Con questo, infatti, per la prima volta si aveva un unico punto di riferimento legislativo che andava a sostituire l’insieme caotico di leggi, regolamenti, consuetudini locali ereditato dalla società feudale. Con il Codice napoleonico si aveva per la prima volta uniformità e certezza nel diritto civile. Nel codice ritroviamo alcune delle più importanti conquiste della rivoluzione: abolizione dei privilegi feudali, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, libertà religiosa e diritto all’istruzione laica.

    Il codice civile napoleonico fu molto importante anche per l’Italia, nel nostro paese dopo aver subito l’applicazione del codice quale conseguenza dell’occupazione francese, si scelse di seguire questo sistema legislativo considerato particolarmente efficiente ed efficace, decisamente preferibile all’insieme informe di leggi e leggine aventi varia origine (tra le norme del codice civile napoleonico che hanno modificato le usanze nel nostro paese ricordo l’obbligo, dettato da norme igieniche, di seppellire i defunti fuori dei centri abitati, per questo i cimiteri sono dislocati fuori dal centro).

     

    L’Europa di Napoleone

    Grazie alle numerose campagne di conquista e grazie alle alleanze, la Francia di Napoleone arrivò a governare direttamente o indirettamente su gran parte d’Europa. Solo l’Inghilterra rimase a combattere fieramente, anche grazie al blocco commerciale, le mire espansionistiche dell’imperatore francese.

    Lo stesso Napoleone finì, tuttavia, vittima della propria inesauribile ansia di conquista, la sua decisione di invadere anche la Russia nel 1812 gli costerà moltissimo. La fallimentare campagna di Russia ebbe conseguenze disastrose per la Francia e più ancora per Napoleone, è da qui che inizia la sua inesorabile fase di declino.

    Nella cartina possiamo osservare l’Europa nel 1812. I territori più scuri costituiscono l’impero francese, le parti grigio scuro rappresentano i territori assegnati a persone direttamente legate alla Francia. 

    storia

    Grazie a Napoleone le idee della Rivoluzione francese si diffusero in tutta Europa, sarà questo il sostrato dal quale nasceranno i successivi moti insurrezionali

    Dal 1814 al 1815 i principali esponenti delle diplomazie europee lavorarono a Vienna per “Restaurare” l’ordine europeo precedente le conquiste di Napoleone. Da un punto di vista formale la cosa non fu difficile: ai vari regnati vennero riassegnati i territori così come spettava loro per diritto dinastico e vennero ristabiliti i confini prerivoluzionari. Insomma ogni cosa sembrava essere ritornata com’era prima della rivoluzione e prima delle campagne di Napoleone.

    Ciò che a Vienna non si era considerato con sufficiente attenzione era che Napoleone, con le sue campagne in tutta Europa, aveva diffuso tra le varie popolazioni europee lo spirito che aveva animato la rivoluzione francese. Assaporato il gusto della libertà i vari popoli difficilmente avrebbero accettato per lungo tempo l’oppressione di monarchie assolute e la tirannia di popoli sui altri popoli.

    Quanto fosse diversa nella sostanza la realtà europea dopo il congresso di Vienna è dimostrato dal fatto che già nel 1820 inizieranno moti insurrezionali di rivolta in vari paesi d’Europa: tra questi Grecia, Spagna, Piemonte, Regno delle due Sicilie, Russia.

    L’Europa grazie alla rivoluzione francese e a Napoleone è profondamente cambiata, a nulla varranno i vari tentativi operati nel reprimere le diverse insurrezioni che nascono spontaneamente, queste si riproporranno sempre più radicali e condivise, è da queste insurrezioni che nascerà l’Europa contemporanea.

     

     

     

    3. Prima rivoluzione industriale (origini della moderna civiltà industriale)

    3.1 Introduzione

    Nella seconda metà del XVIII secolo, inizia in Inghilterra un rapido processo di trasformazione nel sistema di produzione, da artigianale diventa industriale. Il successo ottenuto da tale nuovo sistema sarà tale che da allora diverrà il modello produttivo dominante. La trasformazione del sistema produttivo, avvenuta radicalmente e in breve tempo (da qui l’uso del termine ”rivoluzione”), avrà delle conseguenze allora inimmaginabili: sul paesaggio, sul rapporto tra gli uomini, sul loro pensiero, nella vita di ogni giorno. E’ la nascita della CIVILTA’ INDUSTRIALE, la “nostra” civiltà

     

    3.2 Produzione artigianale e produzione industriale

    Sistema di produzione artigianale

    Fino alla metà del Settecento il sistema di produzione era totalmente artigianale, ciò significa che i vari prodotti venivano realizzati in strutture tipo officine, diffuse in modo capillare sul territorio e gestiti a livello familiare, solo in pochissimi casi le officine erano di dimensioni tali da occupare più di dieci persone.

     

    Sistema di produzione industriale

    Se il sistema di produzione artigianale si caratterizza per la capillarità della distribuzione sul territorio e per le ridotte dimensioni della struttura produttiva, all’opposto la produzione industriale si caratterizza per il suo concentrarsi in particolari zone, molto spesso vicine alle città, e per le notevoli dimensioni della struttura produttiva. Se nelle officine artigianali in rari casi si superano i dieci lavoratori impiegati, nelle fabbriche i lavoratori di norma superano il centinaio (in alcuni casi il migliaio). Zone industriali, grandi fabbriche, centinaia di persone al lavoro nella stessa fabbrica, sono questi gli elementi che caratterizzano il sistema di produzione industriale.

     

    Le condizioni del mutamento

    Proprio a partire dalla metà del XVIII secolo, in diversi paesi d’Europa (a partire dall’Inghilterra), si verificarono delle condizioni particolari che porteranno al mutamento nel sistema di produzione. Diversi sono gli elementi che concorsero a questo mutamento, i più rilevanti sono:

    1. Aumento nella complessità delle macchine
    2. Utilizzo di una nuova straordinaria forma di forza-lavoro: il vapore
    3. Notevoli disponibilità di capitali da investire
    4. Disponibilità di manodopera a basso prezzo

     

    a. Aumento nella complessità delle macchine

    La rivoluzione scientifica, sviluppatasi nel Seicento, ebbe delle importanti conseguenze non solo nello studio della natura e dell’uomo, ma anche nello sviluppo tecnologico. Gli scienziati riconobbero la fondamentale importanza dello strumento per l’osservazione della natura (cannocchiale e microscopio) e per la sperimentazione. Si potenzia, in tal mondo, l’abilità artigianale nel costruire strumenti sempre più elaborati.

    La produzione di macchine sempre più complesse non si limitò naturalmente solo alla sperimentazione scientifica, nei vari settori si riconobbe l’utilità delle macchine per velocizzare il lavoro e per ridurre la fatica dell’uomo. La produzione artigianale non poteva essere esclusa da tali mutamenti, anzi è proprio in questo settore che ci si concentra per costruire macchine adatte (il settore tessile sarà tra i primi ad introdurre nel suo sistema produttivo le nuove macchine).

    Ebbene questo aumento nella complessità delle macchine, ebbe delle ripercussioni sul costo delle stesse, limitando a pochi la possibilità di acquisto e di ammortizzazione della spesa, L’acquisto di macchine complesse richiedeva l’investimento di consistenti capitali, pochi potevano affrontare questi grossi investimenti.

     

    b. Utilizzo di una nuova straordinaria forma di forza-lavoro: il vapore

    Con l’inizio del Settecento si scopre l’enorme potenzialità del vapore quale forza da utilizzare nel lavoro. Fino ad allora non erano molte le forze lavoro disponibili, si utilizzava la forza dell’animale (e dell’uomo) e la forza degli elementi naturali: vento ed acqua. La disponibilità di una forza lavoro che si poteva produrre in qualsiasi luogo, e secondo le proprie necessità ebbe un peso determinante nello sviluppo dell’industrializzazione.

    Nel percorso che portò all’utilizzo del vapore quale forza motrice nell’industria un posto di primo piano spetta a James Watt, fu questi, infatti, per primo a combinare l’energia del vapore con la ruota. Nel 1769 Watt depositò il brevetto di un nuovo sistema in grado di trasformare il moto rettilineo alternativo, legato al vapore, nel moto rotatorio continuo di un volano (con un sistema biella-manovella). Ben presto il vapore venne utilizzato per la produzione nelle fabbriche e come forza di locomozione per treni e battelli. Divenne il “cuore pulsante” del nuovo sistema di produzione e di comunicazione, probabilmente la rivoluzione industriale non ci sarebbe stata senza la scoperta di questa “nuova” forza–lavoro. 

     

    c. Notevoli disponibilità di capitali da investire

    La complessità delle macchine, assieme all’utilizzo del vapore quale forza lavoro per far muovere le macchine, resero sempre più costoso approntare un sistema di produzione. Solo la disponibilità di discreti capitali poteva consentire l’avvio di una attività che richiedeva luoghi idonei e macchinari costosi. Ebbene nei paesi europei di quegli anni vi erano diverse persone in possesso di capitali da investire. L’aumento poi, in breve tempo, del capitale investito rendeva disponibile altro capitale per ampliare l’iniziale sistema produttivo o per aprire nuove attività industriali.  

     

    d. Disponibilità di manodopera a basso prezzo

    L’Europa di fine Settecento, inizio Ottocento, vive un periodo di discreto aumento demografico, ciò rese disponibile una notevole quantità di persone, in particolare nelle campagne, disposta a lavorare per un salario molto basso, spesso il minimo per la sopravvivenza.  

     

    3.3 Origine della rivoluzione industriale in Inghilterra

    Varie sono le motivazioni che spiegano la nascita della rivoluzione industriale in Inghilterra, vediamone alcune:

    1. Disponibilità di capitali
    2. Trasformazione dell’agricoltura
    3. Un efficiente sistema politico-istituzionale
    4. Grande disponibilità di carbone
    5. Notevoli progressi in campo scientifico-tecnologico 

    a. Disponibilità di capitali

    L’Inghilterra di fine Settecento è probabilmente il paese più ricco del mondo. La ricchezza del Paese è legata all’efficiente sistema di scambi commerciali internazionali in mano a privati, ciò si deve anche all’intelligenza della monarchia inglese che aveva ben compreso come fosse molto più conveniente lasciare all’iniziativa privata l’organizzazione degli scambi, tassando i guadagni, piuttosto che impegnarsi direttamente nelle varie imprese commerciali.

    Abbiamo così che nel Paese esistono dei capitali di notevoli dimensioni da investire, la nascente industria offre la possibilità di investimento di tali capitali con la prospettiva di notevoli guadagni in breve tempo, come avverrà.

    b. Trasformazione dell’agricoltura

    Nel corso del Settecento il sistema di produzione agricolo inglese subisce una profonda trasformazione. La disponibilità di capitali porta al formarsi di grandi proprietà terriere nelle quali il contadino vive come salariato. Vanno gradualmente sparendo le piccole proprietà e, cosa più importante, vanno sparendo quei territori di nessuno, le “terre comuni” sulle quali i contadini esercitavano il diritto di pascolo e raccolta, queste terre nel passato avevano offerto una possibilità di sopravvivenza ai più poveri. L’azione di privatizzazione, con la conseguente recinzione (“enclosures” in inglese) di tali terreni, aumentò le condizioni di miseria di molti creando una massa di persone che presto si sposterà verso la città alla ricerca di un lavoro, di un qualsiasi lavoro (il lavoro nelle fabbriche non richiede nessuna particolare abilità), accontentandosi del sufficiente per vivere.

    c. Un efficiente sistema politico-istituzionale

    Come abbiamo già in parte visto, il sistema politico istituzionale inglese si dimostrò uno dei migliori al mondo, sia per la capacità di valorizzare le iniziative private, sia nella sua capacità di accogliere il nuovo visto come possibilità e non come elemento destabilizzante. Nella vicina Francia la monarchia di Luigi XVI invece d’accogliere e valorizzare l’iniziativa privata vedeva in questa un’antagonista all’operare della Corona.

    d. Grande disponibilità di carbone

    Se pensiamo alla produzione del vapore pensiamo al carbone, è con il carbone, infatti, che si alimenta il fuoco in grado di trasformare l’acqua in vapore. Ed anche in questo l’Inghilterra è avvantaggiata, il Paese, infatti, è ricco di miniere di carbone.

    e. Notevoli progressi in campo scientifico e tecnologico

    L’Inghilterra è tra i paese europei nei quali la ricerca scientifica e tecnologica è all’avanguardia, inizialmente è la stessa Corona a finanziare la ricerca, comprendendo l’importanza della conoscenza, successivamente sarà la nascente industria a finanziare la ricerca scientifico-tecnologica a proprio vantaggio.

     

    3.4 I più significativi mutamenti legati allo sviluppo della civiltà industriale

    Quanto sia cambiata la nostra vita con l’industrializzazione è difficile immaginarlo, noi siamo un prodotto della civiltà industriale e quindi per noi la vita è questa, non conosciamo altri modi di vivere. Possiamo avere un’idea del mutamento, se pensiamo alle condizioni di vita vissute dalle popolazioni nelle quali non si è sviluppata ancora l’industria (possiamo pensare a certe popolazioni africane che vivono di allevamento e agricoltura). Diversi sono i mutamenti legati alla rivoluzione industriale, vediamo i più significativi:

    1. Nel paesaggio
    2. Nel rapporto tra gli uomini (nascono nuove classi sociali)
    3. Nell’emancipazione della donna
    4. Movimenti migratori dalla campagna alla città, da regione a regione, da Stato a Stato
    5. Nella qualità di vita, aumenta la ricchezza media pro capite 
    6. Nelle possibilità di arricchimento dei singoli e degli Stati
    7. Nello sviluppo della scienza 

     

    a. Nel paesaggio

    Con la rivoluzione industriale si ha un profondo mutamento nel paesaggio. Le fabbriche si concentrarono attorno alle città e le centinaia di migliaia di lavoratori impiegati fecero aumentare a dismisura le periferie con il nascere di quartieri “dormitorio”, si formarono in tal modo le città per come le conosciamo oggi.

    b. Nel rapporto tra gli uomini (nascono nuove classi sociali)

    L’abbandono delle campagne per la fabbrica offriva delle opportunità ma anche dei grossi rischi. Se da un lato, infatti, offriva la sicurezza di uno stipendio, dall’altro creava le condizioni per un possibile stato di indigenza totale, perdere il posto di lavoro nella fabbrica, anche per motivi di salute, significava la miseria più nera, molto peggio che in campagna. Gli appartenenti a questa nuova categoria di lavoratori vennero chiamati PROLETARI, a sottolineare come gli unici beni da questi posseduti fossero i figli, la prole appunto. In contrapposizione ai proletari si forma la classe dei proprietari delle industrie, quelli che Marx definirà CAPITALISTI.

    Tra i proletari, che vivono assieme non solo nelle fabbriche ma anche fuori delle fabbriche (nei pub per esempio), nasce da subito un senso d’appartenenza ad un gruppo avente interessi comuni. Non dobbiamo stupirci perciò se già dai primi anni dell’Ottocento nascono le prime forme di rappresentanza operaia, quelle che negli anni successivi diverranno i SINDACATI.

    c. Nell’emancipazione della donna

    Nella civiltà contadina la donna non riesce a vivere la propria emancipazione per il semplice motivo che non è in grado di lavorare da sola il terreno, deve appoggiarsi alla forza dell’uomo e da qui la difficoltà nella emancipazione. Diverso è il lavoro nella fabbrica, qui la forza non è determinante, anzi per alcuni lavori sono preferite le donne. Dal lavoro in fabbrica la possibilità di un’indipendenza economica e quindi la possibilità dell’emancipazione. Per questo aspetto un momento di grande mutamento si ebbe durante la prima guerra mondiale quando furono le donne a sostenere, grazia al loro lavoro, la produzione industriale.

    d. Movimenti migratori, dalla campagna alla città, da regione a regione, da Stato a Stato.

    La produzione industriale con la sua alta capacità d’assorbire forza lavoro ha dato luogo, negli anni, ad importanti flussi migratori. I primi furono dalla campagna alla città, poveri contadini, in miseria, che vedevano nel lavoro in fabbrica la possibilità di sopravvivere. Quindi da regione a regione, alcune regioni di uno stesso Paese videro una maggiore industrializzazione e questo portò a dei flussi migratori da regione a regione di uno stesso Stato. Altro movimento migratorio si ebbe da Stato a Stato, non solo tra i paesi europei, notevole fu il flusso migratorio verso gli Stati Uniti.

    e. Nella qualità della vita, aumenta la ricchezza media pro-capite

    Il sistema di produzione artigianale non poteva produrre ricchezza se non in forma limitata, il sistema di produzione industriale, invece, riuscì negli anni a migliorare notevolmente la qualità della vita. Se è pur vero che nei primi decenni la retribuzione degli operai era bassissima e di conseguenza la loro vita era di totale miseria, ben presto si comprese come la stessa industria poteva svilupparsi maggiormente solo se anche gli stessi operai avessero potuto acquistare gli oggetti prodotti, ecco quindi che ben presto aumentarono le retribuzioni in modo tale da consentire anche ai lavoratori di poter acquistare i prodotti dell’industria e poter, in tal modo, incrementare loro stessi la produzione industriale.

    f. Nelle possibilità di arricchimento dei singoli e degli Stati

    Se la qualità di vita della maggioranza dei cittadini è migliorata considerevolmente con l’industrializzazione, una parte di cittadini è riuscita ad accumulare, con gli anni, delle vere e proprie fortune. Era sufficiente trovare il prodotto giusto per riuscire a guadagnare cifre considerevoli in poco tempo. Naturalmente la ricchezza dei cittadini divenne anche ricchezza degli Stati grazie alla tassazione. Lo Stato vide incrementare notevolmente le entrate e ciò gli consentì, tra l’altro, di offrire migliori servizi pubblici ai cittadini stessi.

    g. Nello sviluppo della scienza

    L’ultima riflessione riguarda l’enorme sviluppo che ebbe la scienza dell’Ottocento proprio grazie all’industrializzazione. La scienza, intesa come ricerca scientifica, ha bisogno per progredire di finanziamenti, ebbene nel corso dell’Ottocento fu proprio l’industria ad investire nella ricerca scientifica, naturalmente la controparte fu che le scoperte e le invenzioni prodotte dalla ricerca sarebbero state utilizzate, in modo esclusivo, dall’industria che aveva finanziato la ricerca. L’incredibile sviluppo della scienza del XIX sarebbe impensabile senza il supporto dell’industria.

     

    Di questa avidità nel saccheggiare i beni che incontrava sul proprio cammino l’esercito francese abbiamo diretta testimonianza nel Nord Italia, durante le campagne d’Italia il Generale con il suo esercito oltre a depredare dei beni di prima necessita gli abitanti del territorio, raccoglie e porta in Francia anche tesori d’arte di varia natura (Venezia, ad esempio, sarà completamente spogliata delle numerose opera d’arte presenti nei suoi palazzi e nelle sue chiese)

    Molto spesso i capitali da investire derivavano dal commercio internazionale.

 

 

L’EUROPA DELL’OTTOCENTO

 

1. Europa politica

1.1 Dopo Napoleone i tentativi di restaurazione

1.2 I movimenti rivoluzionari e insurrezionali nella prima metà del secolo

1.3 Austria, Russia e Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento

 

2. Industria, economia e finanza

2.1 Il notevole sviluppo industriale nell’Ottocento

2.2 Economia e finanza

 

3. Un nuovo quadro sociale

3.1 Borghesia capitalistica e proletari

3.2 Incremento demografico, sovrappopolazione, migrazione

 

4. Lo scenario ideologico

4.1 Il pensiero liberale e democratico

4.2 Il pensiero socialista e comunista

 

5. Le conquiste coloniali nel XIX secolo

 

 

1. Europa politica

1.1 Dopo Napoleone la Restaurazione

La Rivoluzione francese e le successive conquiste di Napoleone avevano stravolto il quadro politico istituzionale dell’Europa del Settecento. Il Congresso di Vienna (1814-1815), che vide riuniti tutti i rappresentanti delle principali potenze europee, venne convocato proprio con la funzione di restaurare la situazione politico-istituzionale precedente la rivoluzione francese, come se questo evento non fosse mai accaduto. Proprio la volontà di restaurare le condizioni prerivoluzionari, ci consente di definire come periodo di RESTAURAZIONE, gli anni successivi al Congresso.

Le diverse case regnanti europee videro riconosciuti nuovamente i loro diritti di governo nei diversi paesi. Quindi vennero ristabiliti i confini esistenti tra gli Stati, prima delle campagne di Napoleone.

In Francia venne ricollocato sul trono Luigi XVIII (della famiglia dei Borbone) in nome dei principi di legittimità e continuità.

 

1.2. I movimenti rivoluzionari e insurrezionali nella prima metà del secolo

La volontà di restaurazione delle case governanti, dell’aristocrazia, del clero si scontrò ben presto con la realtà di un’Europa profondamente mutata nel quadro sociale, economico, ideologico.

La nascita delle società segrete

La borghesia e il popolo non erano più disposti ad accettare la parte di spettatori davanti alle decisioni prese dai potenti. Gli ideali della rivoluzione francese, diffusi in gran parte d’Europa grazie alle conquiste di Napoleone, non erano spariti con la fine della rivoluzione, semplicemente dovettero trovare delle forme diverse per manifestarsi: è la nascita delle società segrete, associazioni clandestine (formate soprattutto da intellettuali, studenti, artigiani, quadri intermedi dell’esercito) nate per promuovere dei movimenti insurrezionali finalizzati a costringere i sovrani a riconoscere, tramite la concessione di nuove carte costituzionali, nuovi diritti per le classi sociali intermedie (borghesia).

Alla lotta per il riconoscimento dei nuovi diritti si somma, in alcuni paesi, la lotta per l’indipendenza, come avvenne in Italia, in Grecia e in Polonia.   

Le insurrezioni del 1820-21

Grazie alla società segrete, già dal 1820 iniziano i primi moti insurrezionali in vari paesi d’Europa:

  • Spagna
  • Piemonte
  • Regno delle due Sicilie
  • Grecia

La repressione contro queste insurrezioni fu immediata ed efficace, solo la Grecia, dopo alcuni anni di lotta, riuscì ad ottenere, nel 1829, l’indipendenza dalla Turchia (l’indipendeza della Grecia si deve agli interessi che avevano gli stati europei nell’indebolire la potenza turca ottomana).

Le insurrezioni del 1830

Nonostante la repressione, nel 1830 ritornano in tutta Europa dei nuovi movimenti insurrezionali. Questa volta l’epicentro dei moti è la Francia (a Parigi il popolo in lotta costringe alla fuga Carlo X), si estende quindi al Belgio (che riesce ad ottenere l’indipendenza dall’Olanda), alla Polonia (la Polonia non riuscì ad ottenere l’indipendenza dalla Russia, le truppe dello Zar soffocarono nel sangue il movimento indipendentista) e all’Italia (l’insurrezione italiana scoppia in Emilia-Romagna, grazia all’iniziativa, tra gli altri, di Ciro Menotti, dopo un primo parziale successo il moto insurrezionale venne stroncato dalle truppe austriache).

L’insurrezione del 1848 e la fine della Restaurazione

Il rapido sviluppo industriale e il conseguente emergere di nuovi ceti sociali assieme al diffondersi di una più matura coscienza civile e nazionale, non potevano più conciliarsi con forme di potere arretrate e fuori dal tempo. Così, nel 1848, quello che era un semplice contrasto arrivò ad una vera e propria esplosione, uno stravolgimento che coinvolse quasi tutte le grandi potenze europee, una svolta che concluse, dopo 35 anni il periodo della Restaurazione.

I moti del 1848 pur avendo quale denominatore comune il desiderio di cambiamento si manifestano con caratteristiche diverse nei diversi paesi:

Francia

In Francia divengono movimento di popolo, di ispirazione socialista, e portano alla nascita della Seconda Repubblica (la seconda repubblica durerà in Francia dal 1848 al 1852, quindi si ritornerà all’impero)

Stati tedeschi

In Prussia e negli altri stati tedeschi nel movimento di protesta confluiscono l’esigenza di ottenere delle riforme costituzionali, e l’aspirazione alla nascita di un unico stato tedesco unificato. La prima richiesta venne parzialmente accolta con l’accettazione di una costituzione, molto poco liberale in verità, da parte di Federico Guglielmo di Prussia;  la seconda aspirazione non venne invece soddisfatta, nonostante i tentativi fatti dall’assemblea costituente di Francoforte. Per l’unificazione degli stati tedeschi in un unico impero (secondo Reich) bisognerà attendere il 1871 

Impero asburgico

Nell’impero asburgico i moti insurrezionali si caratterizzano sia per la richiesta di riforme costituzionali (nel 1848 i movimenti di piazza di Vienna costrinsero l’imperatore Ferdinando I a fuggire ad Innsbruck), sia e soprattutto per i moti indipendentisti che nacquero spontaneamente in tutto l’impero, da Budapest a Milano (da ricordare l’insurrezione di Venezia guidata da Daniele Manin). Cechi, Croati, Ungheresi, Italiani insorsero per ottenere l’indipendenza dall’Austria, dopo aspre lotte l’esercito imperiale riuscì a fatica ad avere la meglio e a riprendere il controllo di tutto il territorio, Federico I abdica a favore del nipote diciottenne Francesco Giuseppe che governerà dal 1848 al 1916 (con la prima guerra mondiale l’impero asburgico verrà spazzato via dall’esito del conflitto).      

 

1.3 Austria, Russia e Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento

L’Austria e il nuovo impero Austro-Ungarico

L’Austria dopo la disastrosa guerra che la contrappose alla Prussia (1866) sentì il bisogno di rinnovarsi. L’imperatore Francesco Giuseppe I per frenare le spinte autonomistiche dei diversi popoli sottomessi all’impero (Ungheresi, Slavi, Italiani, Rumeni, ecc), pensò di accordarsi con i rappresentanti della popolazione ungherese; l’accordo del 1867 portò le seguenti conseguenze:

  • l’impero non si chiamò più “austriaco”, ma “austro-ungarico”
  • l’unica monarchia riconosciuta lasciò spazio a una seconda monarchia, quella ungherese, avente una propria bandiera e un proprio parlamento
  • solo la politica estera e l’organizzazione militare, rimasero unite in un unico ministero tale sistema rimase in vigore fino al 1918

 

Le riforme in Russia dello Zar Alessandro II

Anche la Russia doppio la disastrosa guerra di Crimea (1853-55) contro Francia, Inghilterra e Italia, sentì il bisogno di rinnovarsi operando delle radicali riforme nelle proprie istituzioni.

Nel 1861 lo Zar Alessandro II abolì la servitù della gleba dando la libertà a un milione di contadini. Vi furono notevoli riforme anche nel campo amministrativo, giudiziario e universitario. Le riforme dello Zar non andarono, però, oltre e le richieste di ulteriori riforme furono respinte. L’atteggiamento di sostanziale chiusura da parte dello Zar, unito all’impressione che fece la sua reazione alla rivolta polacca del 1863-64, finirono per allontanarlo dalle simpatie del popolo. Nel 1881 Alessandro II venne ucciso da una bomba lanciata da un nichilista contro la sua carrozza.

 

Lo “splendido isolamento” inglese e il problema irlandese

L’Inghilterra grazie ad alcune ottime intuizioni di politica interna (aumento del numero degli elettori nel 1832, e abolizione del dazio sul grano 1846) e soprattutto grazie alle capacità della regina Vittoria (regnò dal 1837 al 1901) nel sapersi circondare da abili primi ministri (come il Palmerston e il Disraeli) visse un periodo di splendida attività economica, anche grazie ai possedimenti coloniali, interessandosi solo marginalmente agli avvenimenti dell’Europa continentale.

Nel 1800 l’Irlanda (in prevalenza cattolica) fu forzatamente annessa alla Gran Bretagna (Atto d’unione), gli irlandesi privati della libertà politica e religiosa iniziarono una serie di agitazioni e rivolte, solo nel 1829 riuscirono ad ottenere il diritto di voto e 42 anni dopo nel 1871 la libertà religiosa. Le richieste autonomistiche degli irlandesi dureranno fino ai nostri giorni.

 

2. Industria, economia e finanza

2.1 Il notevole sviluppo industriale nell’Ottocento

Nata in Inghilterra alla fine del XVIII secolo, la rivoluzione industriale si diffuse rapidamente su gran parte del continente europeo, anche grazie all’enorme sviluppo delle ferrovie, le conseguenze furono enormi:

  • nuova struttura urbanistica delle città
  • notevole disponibilità di ricchezza per più persone
  • crescita demografica
  • notevole aumento dei grandi capitali
  • sviluppo del mondo finanziario
  • trasformazione profonda della società
  • trasformazione nel rapporto tra gli uomini
  • nuova immagine dell’uomo e del mondo

Per cercare di comprendere quanto la rivoluzione industriale abbia trasformato la nostra vita, basta confrontare il nostro stile di vita con quello di persone che vivono in un mondo nel quale non vi è ancora stata nessuna rivoluzione industriale, immaginiamo una qualche tribù africana, ci apparirà allora chiaramente quanto l’industrializzazione abbia condizionato la nostra vita.

 

Ricerca scientifica, potere economico, potere politico a sostegno dell’industrializzazione

Se vogliamo poi cercare di comprendere come si spiega uno sviluppo industriale di così vasta portata in pochi anni dobbiamo riflettere su tre fattori determinanti nel decretare il successo industriale.

Il primo fattore è legato alla ricerca scientifica, lo sviluppo della scienza dell’Ottocento va di pari passo con lo sviluppo dell’industria. La ricerca scientifica sostiene l’industria nel fornirle idee per nuovi prodotti da commercializzare a prezzi sempre più bassi, l’industria sostiene la ricerca perché ha bisogno delle idee che solo la ricerca scientifica può offrirle. Dai fertilizzanti, alla lampadina, al telefono, tutti questi prodotti sono la conseguenza dello stretto legame venutosi a creare nel XIX secolo tra ricerca scientifica e industria.

Un secondo fattore che ha contribuito allo sviluppo dell’industria è legato alle enormi possibilità di ricchezza che sono collegate alla produzione industriale, con le industrie, si arricchiscono tutti, i grandi capitalisti che ottengono degli ottimi guadagni dalla vendita dei loro prodotti, ma anche gli operai che ricevono uno stipendio sicuro ogni mese (si pensi all’incertezza della rendita con il lavoro agricolo, vi è sempre il rischio di una siccità, di malattie delle piante o degli animali, ecc. la precarietà e strettamente legata all’agricoltura, mentre il lavoro in fabbrica è più sicuro).

Il terzo fattore è legato alla consapevolezza, da parte della classe politica al governo, dello stretto legame esistente tra ricchezza del paese e industrializzazione. Questa consapevolezza porta ad emanare delle leggi finalizzate a favorire l’industrializzazione e a proteggere la propria industria.

 

Il processo di diffusione non omogeneo dell’Industrializzazione nei diversi paesi europei

Noi oggi vediamo come i principali paesi europei sono all’incirca allo stesso livello di sviluppo industriale, eppure non è sempre stato così, il momento del decollo industriale si colloca, infatti, in momenti anche piuttosto lontani per i diversi paesi:

  • Inghilterra (1782-1802)
  • Francia (1830-1860)
  • Germania (1850-1875)
  • Italia (1896-1907)

Quasi sempre dietro ai ritardi si nasconde la particolare situazione politico-istituzionale del paese, si pensi al caso Italia. 

 

2.2 Economia e finanza

Economia

Dello stretto legame tra industria ed economia abbiamo già in parte visto sopra. Merita qui sottolineare l’enorme impatto economico che ebbe l’industrializzazione, i capitali investiti decuplicarono in poco tempo, la ricchezza disponibile aumentò notevolmente sia per i grandi gruppi capitalistici che allora si andavano formando, sia per i cittadini europei coinvolti nel processo di industrializzazione.

La grande produzione industriale spingeva poi per il libero scambio di prodotti tra paesi diversi, tuttavia questo non sempre era conveniente e di volta in volta i vari governi decidevano come comportarsi, consentire un totale libero scambio o intervenire con delle forme di protezionismo. Il libero scambio poteva, infatti, danneggiare la produzione industriale del proprio paese, da qui le decisioni, nei momenti di crisi, di porre un limite allo scambio delle merci tra paesi diversi.

 

Finanza

Per quanto riguarda la finanza bisogna dire che nell’Ottocento le banche assunsero un ruolo fondamentale nella gestione del potere economico, le industrie hanno bisogno delle banche per avere i finanziamenti necessari al loro mantenimento. L’industria di un paese può vivere e svilupparsi solo grazie ad un sistema bancario efficiente.

Anche in questo caso il potere politico intervenne per poter avere una qualche forma di controllo sulle banche. Si comprese ben presto che l’industria poteva funzionare solo se le banche erano in grado di finanziare gli investimenti. Ogni nazione si munì quindi di una banca centrale con il potere di decidere sul costo del denaro e altro.

Altro fenomeno finanziario di grande importanza nato nell’Ottocento è l’investimento per azioni, un sistema che consente ad ogni cittadino di partecipare ai guadagni, o alle perdite, di un’azienda. La banca, in questo caso, funge da mediazione tra industria e azionista.

 

3. Un nuovo quadro sociale

3.1 Borghesia capitalistica e proletari

Borghesia capitalistica e proletari sono i nuovi protagonisti

Come abbiamo avuto modo di anticipare, il processo di industrializzazione ebbe enormi conseguenze anche sulla società. La società che troviamo a fine Ottocento è molto cambiata rispetto a quella d’inizio secolo. Nella società d’inizio Ottocento il potere della proprietà nobiliare terriera è ancora molto elevato, l’aristocrazia ha ancora un ruolo importante. Man mano che il secolo trascorre,però, il centro del potere non è più legato alla terra, ma alla fabbrica, certo rimarranno ancora i proprietari terrieri e i contadini poveri sottomessi, ma non è più attorno alla terra che si gioca il futuro. La parte più viva della società, quella protagonista dei mutamenti, diviene quella rappresentata dai capitalisti, proprietari delle fabbriche e dagli operai. I nuovi protagonisti saranno la borghesia capitalistica e i proletari.

 

Il mutare del rapporto tra capitalisti e proletari

L’Ottocento industriale è centrato sul rapporto tra capitalisti e proletari. Nati come un prodotto della rivoluzione industriale i primi proletari vivevano in condizioni di estrema precarietà e miseria:

  • dalle 12 alle 14 ore di lavoro al giorno, anche per donne e bambini
  • ambiente di lavoro malsano
  • stipendio al limite della sopravvivenza
  • nessuna forma di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro
  • nessuna forma di riconoscimento della malattia
  • nessuna pensione
  • nessuna sicurezza del posto di lavoro

Se ci si ammalava o ci si infortunava si veniva licenziati, se diminuiva il lavoro si veniva licenziati, se si protestava si veniva licenziati, era vietata qualsiasi forma di organizzazione, di associazione, di sciopero. La notevole offerta di manodopera permetteva al capitalista di licenziare senza pensarci due volte, avrebbe trovato subito un nuovo operaio.

Questa situazione di grave disagio non poteva durare. D’altra parte le particolari di condizione del lavoro in fabbrica danno luogo a dei gruppi molto numerosi di persone che hanno interessi comuni (gli stessi operai si trovavano poi nei Pub, luogo di incontro nelle poche ore libere dal lavoro), e che sono disposte a lottare assieme per migliorare le condizioni di vita e di lavoro. La classe borghese comprese da subito quale grave questione sociale, potenzialmente esplosiva, si fosse venuta a creare con il formarsi della classe proletaria, comprese quindi come non si potesse mantenere per molto una totale chiusura nei confronti delle richieste operaie, vi era il rischio una rivolta. Ecco quindi che gradualmente nel corso del secolo, naturalmente in momenti diversi nei diversi paesi (come per la nascita dell’industria, così anche per  il riconoscimento dei diritti degli operai l’Inghilterra fu all’avanguardia), gli operai si videro riconosciuti alcuni fondamentali diritti:

  • nascono le prime forme organizzative (società di mutuo soccorso)
  • nascono i primi sindacati (le Trade Unions inglesi tennero la loro prima conferenza nel 1830)
  • aumentano i salari
  • diminuiscono le ore di lavoro
  • viene riconosciuto il diritto di sciopero
  • migliorano gli ambienti di lavoro
  • vengono riconosciuti gli infortuni sul lavoro, le malattie, la maternità
  • vengono introdotte le prime forme pensionistiche

Noi oggi viviamo come naturale il riconoscimento di questi diritti, non dobbiamo però mai dimenticare che dietro ad ognuno di questi riconoscimenti vi sono anni di lotte, di sacrifici, di umiliazioni. Se noi oggi viviamo, come operai, delle accettabili condizioni di vita lo dobbiamo alle lotte, alla caparbietà, alla determinazione, al coraggio di molti uomini del passato.

E’ quindi necessario ricordare come nel nostro paese il riconoscimento di molti di questi diritti sia arrivato molto più tardi rispetto ad altri paesi industrializzati. Dobbiamo arrivare alla fine dell’Ottocento, inizio del Novecento, per veder riconosciuti in Italia molti dei diritti visti sopra.

Concludiamo questo paragrafo ricordando che se gli operai d’Europa vivono oggi una buona condizione di vita, ciò non avviene in moltissime parti del mondo. Vi sono ancora milioni e milioni di persone che vivono e lavorano in condizioni di miseria e di sfruttamento, credo che anche queste persone abbiano il diritto di veder riconosciuta la loro dignità di uomini e di lavoratori, così come è stato per gli europei.

 

3.2 Incremento demografico, sovrappopolazione, migrazione

Incremento demografico e sovrappopolazione

Il fenomeno dell’industrializzazione ebbe quale conseguenza un notevole innalzamento delle condizioni di benessere e ciò porto ad un notevole incremento demografico. La popolazione europea raddoppiò in cento anni: si passo dai quasi 200 milioni di abitanti d’inizio secolo, ai 400 milioni di fine secolo. Un così notevole aumento della popolazione non poteva che incrementare la produzione industriale, e questa portava a nuovi posti di lavoro e quindi nuova spinta per un incremento demografico, in una specie di sistema circolare di sostentamento reciproco. In questo sistema bisogna però sottolineare come non sempre le cose siano andate bene, vi sono stati dei periodi, infatti, (una grave crisi di sovrapproduzione si ebbe verso la fine del secolo) nei quali la produzione industriale subì, per motivi diversi, dei rallentamenti, in questi casi si venne a creare una vera e propria crisi di sovrappopolazione con fenomeni di miseria diffusa e di migrazione di massa. Solo la ripresa produttiva consentì di risolvere il problema della sovrappopolazione.

 

Le grandi migrazioni dell’Ottocento

I notevoli mutamenti dell’Ottocento ebbero quale conseguenza dei consistenti movimenti migratori. Milioni di persone che si spostano alla ricerca di migliori condizioni di vita, alla ricerca di possibilità che mancano nel luogo dove vivono.

I fenomeni migratori sono sostanzialmente di tre tipi:

  • migrazione dalla campagna alla città
  • migrazione all’interno dell’Europa
  • migrazione verso paesi extraeuropei

Un primo notevole fenomeno migratorio si ha dalle campagne alla città, le fabbriche si trovano in città. Se è difficile quantificare il numero di persone che si sono spostate nell’Ottocento dalla campagna alla città, per comprendere l’imponenza del fenomeno basta osservare le periferie delle grandi città industriali. Le grandi periferie urbane sono strettamente legate alla industrializzazione, non vi sarebbero senza di questa, sono nate e cresciute con questa. Per avere un’idea del fenomeno basti pensare che si stima come agli inizi dell’Ottocento solo il 12% degli europei vivesse in città, cento anni dopo saranno il 41%.

Un secondo notevole fenomeno migratorio si ebbe all’interno dell’Europa. Lavoratori che si spostavano da un paese ad un altro alla ricerca di lavoro. Di questo fenomeno l’Italia rappresenta un tipico caso, il suo ritardo nello sviluppo industriale spinse milioni di persone nel cercare lavoro in altri paesi europei. Si calcola che solo tra il 1875 e il 1916 ben 6 milioni di italiani siano emigrati in altri paesi europei (in particolare Svizzera, Germania, Belgio, Francia) alla ricerca di un lavoro.

Le difficoltà vissute dall’Europa nell’Ottocento spinse milioni di europei nel cercare un lavoro in paesi extraeuropei, in particolare negli Stati Uniti. Si calcola che in 100 anni (1815-1915) 48 milioni di europei abbiano abbandonato i loro paesi per trovare lavoro fuori. Australia, Sudafrica, ma soprattutto le Americhe divennero il sogno di molti europei e tra questi moltissimi italiani (tra il 1881 e il 1915 sono 8 milioni gli Italiani a cercare fortuna oltreoceano): “Mamma dammi cento lire che in America voglio andar”, così recita una famosa canzone italiana d’allora.

 

 

 

 

4. Lo scenario ideologico

4.1 Il pensiero liberale e democratico

Il pensiero liberale

Il pensiero liberale avrà un ruolo dominante nel corso del XIX secolo. Secondo la concezione liberale, elemento centrale nella vita della società e dello Stato è l’individuo. Solo nelle condizioni di massima libertà la persona può esprimersi al meglio, ogni intervento esterno volto a limitare la libera iniziativa non può che danneggiare gli individui e di conseguenza l’intera società. In questa visione del mondo l’intervento dello Stato deve essere assolutamente limitato: deve solo garantire che tutti gli individui abbiano le medesime possibilità.

Principale promotrice del pensiero liberale è la classe borghese, dietro il principio della massima libertà all’iniziativa privata si nascondeva la volontà da parte della borghesia di mantenere una situazione di privilegio e ingiustizia sociale.

La forma di governo più consona al pensiero liberale è la monarchia costituzionale a suffragio elettorale censitario. Non tutti i cittadini avevano diritto di voto, ma solo quelli che possedevano particolari requisiti di reddito e cultura. E’ chiaro quindi che quando si affermava che lo Stato doveva garantire a tutti i cittadini le medesime possibilità, con quel “tutti” si intendeva solo una parte della popolazione. Tutti con esclusione dei contadini, degli operai, di quanti non possedevano reddito e cultura adeguata.

 

Il pensiero democratico 

Il pensiero democratico si avvicina al pensiero liberale nel considerare quale elemento centrale della società e dello stato l’individuo, si avvicina anche nel riconoscimento del diritto alla libera iniziativa che deve essere garantita a tutte le persone. Ciò che invece distingue nettamente il pensiero democratico da quello liberale è la convinzione che lo Stato deve avere un maggior peso nei rapporti tra gli individui. Ecco quindi che lo stato non può limitarsi a garantire la libera iniziativa a tutti, ma deve in qualche modo attivarsi per aiutare anche quanti, per nascita, per capacità, per sfortuna si trovano in condizioni svantaggiate.

Uno stato democratico si preoccupa perciò di offrire una scuola pubblica che sia gratuita e di qualità, una sanità pubblica a disposizione di tutti, il diritto allo studio e alla salute vengono riconosci come diritti di tutti, indipendentemente dalla capacità e dal reddito della persona. 

Per i democratici la sovranità è del popolo, il popolo nel suo complesso ha perciò diritto di voto (suffragio universale); la forma istituzionale prediletta è la forma repubblicana.

In Italia qulsiasi studente può accedere alle migliori università, indipendentemente dal reddito del genitore, non così avviene negli Stati Uniti, qui solo chi ha molti soldi può frequentare le università più prestigiose.

 

4.2 Il pensiero socialista e comunista

Il pensiero socialista

Secondo il pensiero socialista il pensiero liberale nasconde, dietro una rivendicazione del diritto alla libertà dell’individuo, la volontà di sfruttamento delle classi più povere da parte della classe borghese. Si nasconde la volontà di mantenere una situazione di ingiustizia sociale nella quale pochi privilegiati godono di una quantità notevole di beni, mentre la maggior parte delle persone vive in miseria.

La giustizia sociale diventa il valore di riferimento per il pensiero socialista, non è sufficiente una uguaglianza nei diritti civili e politici, se poi manca un’uguaglianza sostanziale, ossia un’uguaglianza nelle condizioni di vita e nelle opportunità offerte ad ogni uomo.

Come si può parlare di vera uguaglianza, se in una stessa società convivono situazioni di lusso sfrenato e di assoluta miseria ?  

Il pensiero comunista

Per comprendere i principi del comunismo vediamo quali sono gli elementi essenziali del pensiero di Marx. Il filosofo tedesco viene inviato, in qualità di giornalista, a fare un’inchiesta sulle condizioni di lavoro degli operai londinesi. Venendo a contato con questa realtà Marx rimane particolarmente colpito dalle condizioni di miseria e di sfruttamento alle quali sono sottoposti gli operai stessi (chiamati anche proletari, dato che l’unico bene da loro posseduto sono i figli, la prole appunto).

In particolare il filosofo nota come i proletari subiscano un vero e proprio “furto” del prodotto del loro lavoro da parte del capitalista. Il prodotto industriale è infatti un bene prodotto dall’operaio, ma è il capitalista che tiene per sé, in modo ingiusto e ingiustificato, la maggior parte dei guadagni provenienti dalla vendita di quel prodotto. L’operaio viene in questo modo “alienato” del prodotto del proprio lavoro, la proprietà privata, accumulata dal capitalista, viene quindi vista come un vero e proprio “furto” ai danni dell’operaio.

Di fronte a questa situazione la cosa più importante da fare è far conoscere a tutti gli operai la loro situazione di sfruttamento. Secondo Marx è fondamentale la presa di coscienza della propria condizione di sfruttati.

Il momento successivo è rappresentato dalla lotta di classe considerata quale esito necessario delle contraddizioni del sistema capitalistico di produzione. Proletari e capitalisti arriveranno perciò ad un vero e proprio scontro armato, con esito favorevole per il proletariato.

L’esito favorevole dello scontro di classe consentirà ai proletari di divenire proprietari dei mezzi di produzione. Non vi saranno perciò più classi, in tal modo finirà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Marx aveva previsto che lo scontro di classe (o rivoluzione) dovesse avvenire nei paesi più industrializzati (Inghilterra, Germania, Francia) in realtà le due grandi rivoluzioni comuniste, ispirate al pensiero di Marx sono avvenute in paesi prevalentemente agricoli: Russia e Cina.

Nei paesi industrializzati alla rivoluzione non si è mai arrivati perché una delle previsioni del filosofo tedesco non si è avverata, ossia la convinzione che la classe borghese capitalistica non avrebbe mai ceduto nel riconoscere ai proletari migliori condizioni di vita e maggiori guadagni. In realtà la classe borghese, anche grazie alla mediazione dai sindacati, ha riconosciuto, negli anni i diritti dei lavoratori, senza arrivare a nessuno scontro armato, che d’altra parte sarebbe stato fatale per la borghesia stessa.

 

5. Le conquiste coloniali nel XIX secolo

Alla vigilia del primo conflitto mondiale quasi tutto il “Vecchio mondo” (Africa, Asia) è sotto il controllo delle potenze coloniali europee (nel 1914 più del 95% del territorio africano è controllato dalle potenze europee)  

Il formarsi degli imperi coloniali può essere diviso, per l’Ottocento, in due fasi:

  • una prima fase (che va dal Congresso di Vienna al 1880) caratterizzata dalla asistematicità e dalla mancanza di progetti specifici elaborati dalle nazioni occupanti.
  • una seconda fase (dal 1880 al alla prima guerra mondiale) in cui si assiste ad una vera e propria corsa per accaparrarsi territori d’oltremare, in un clima di rivalità politica ed economica tra i diversi Stati; tanto da richiedere una notevole opera diplomatica che consenta una equa spartizione dei territori e delle sfere d’influenza.

Fenomeno caratteristico del secolo XIX, l’espansione coloniale interessa tutti i maggiori Stati europei.

Principali cause dell’espansione sono:

  • lo sviluppo demografico, per cui si ritenne necessaria la conquista di vasti territori, capaci di assorbire la crescente emigrazione.
  • lo sviluppo industriale, per cui si ritenne necessaria la disponibilità, a basso prezzo, di prodotti presenti nei territori che verranno perciò colonizzati, e nel contempo si vede nelle proprie colonie un enorme mercato in cui vendere a prezzi vantaggiosi quanto prodotto nella madre patria.

I continenti su cui si esercitò l’attività coloniale degli europei furono soprattutto l’Africa e l’Asia, specialmente in seguito all’apertura del canale di Suez (1859-69).

Delle conquiste coloniali di fine Ottocento tratteremo in modo più dettagliato nel modulo dedicato alle grandi potenze europee tra Ottocento e Novecento.

 

L’ITALIA NEL XIX SECOLO

 

PARTE PRIMA

L’ITALIA DALLA RESTAURAZIONE ALL’UNITÁ

1. La Restaurazione in Italia

1.1 L’Italia dopo il congresso di Vienna

1.2 L’egemonia austriaca sul territorio della penisola

 

2. I moti insurrezionali del 1820-21 e del 1830

2.1 Le insurrezioni del 1820-21

2.2 I moti insurrezionali del 1830-31

 

3. Il ’48 in Italia e la prima guerra d’indipendenza

3.1 Le premesse

3.2 Il ’48 in Italia, la prima guerra d’indipendenza, i moti insurrezionali di Milano, Venezia, Roma

 

4. I diversi ideali unitari

4.1 L’ideale democratico di Mazzini

4.2 Le proposte moderate di Gioberti, Balbo e Cattaneo

4.3 La via diplomatica di Cavour

 

5. La seconda guerra d’indipendenza e la conquista dell’Unità

5.1 La seconda guerra d’indipendenza

5.2 Annessione delle regioni dell’Italia centrale

5.3 La spedizione dei Mille e la liberazione delle regioni del Mezzogiorno

5.4 La proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1961

 

PARTE SECONDA

L’ITALIA DALL’UNITÁ ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

6. La fase di consolidamento dello Stato unitario

6.1 “Fatta l’Italia bisogna ora fare gli italiani”

6.2 Innanzitutto accentramento amministrativo

 

7. Il governo della Destra affronta i primi  gravi problemi dell’Italia unita (1861-1876)

7.1 Il governo della Destra

7.2 Il problema del bilancio da risanare

7.3 Il brigantaggio nel Meridione

7.4 Il compimento dell’Unità

 

8. La Sinistra al potere (1876-1900)

8.1 Le riforme della Sinistra

8.2 Una politica economica “protezionistica”

8.3 La politica estera italiana negli anni del governo della Sinistra

8.4 La riforma del codice penale: il “Codice Zanardelli

 

9. Nascita dei movimenti di massa alla fine del XIX secolo

9.1 Nascita del movimento operaio in Italia (le società di mutuo soccorso)

9.2 Il partito socialista italiano

9.3 Il movimento cattolico

 

10. L’Italia dei governi Crispi e Giolitti

10.1 I governi di Francesco Crispi (1887-’91 / 1893-‘96)

10.2 I governi Giolitti nel primo decennio del XX secolo

 

 

PARTE PRIMA

L’ITALIA DALLA RESTAURAZIONE ALL’UNITÁ

1. La Restaurazione in Italia

1.1 L’Italia dopo il congresso di Vienna

La restituzione dei territori alle legittime dinastie, così come previsto dal congresso di Vienna, ebbe conseguenze negative per il nostro Paese; si ritornò, infatti, alla frantumazione politica del territorio precedente l’età napoleonica (vedi immagine). In questa condizione di notevole suddivisone, l’Austria mantenne un ruolo egemone, estendendo il suo controllo diretto sul Lombardo-Veneto e indiretto su gran parte del territorio. Vediamo nel dettaglio come venne suddiviso il territorio della penisola:

storiaRegno Lombardo-Veneto

Su questo territorio si attuò un diretto controllo della potenza austriaca, tramite il governo del vicerè: l’arciduca Ranieri. Sul territorio del lombardo-veneto si mantenne il codice napoleonico, il sistema amministrativo di gestione del territorio, applicato dagli austriaci, consentì un discreto sviluppo economico e sociale.

Regno di Sardegna

Nel 1814 il regno di Sardegna venne restituito a Vittorio Emanuele I, questi, nel 1815, ottenne anche la Liguria e tutta la Savoia. Nonostante gli stretti vincoli di parentela con gli Asburgo d’Austria, i Savoia mostrarono, da subito, la volontà di mantenersi autonomi rispetto all’Austria. Nel regno di Sardegna si cercò di applicare un rigido sistema assolutistico senza nessuna concessione costituzionale. 

Ducato di Parma e Granducato di Toscana

In questi territori, nonostante gli stretti rapporti dinastici dei governanti con l’imperatore austriaco, si vive una discreta apertura verso le riforme costituzionali. 

Stato pontificio

Anche lo stato pontificio visse, con Pio VII, un periodo di rigido assolutismo e totale chiusura nei confronti di qualsiasi riforma costituzionale.

Regno delle due Sicilie

Dopo la cacciata di Murat, attuata dagli austriaci, il regno delle due Sicilie venne riassegnato a Ferdinando I di Borbone. Come per lo Stato pontificio e per il Regno di Sardegna, anche questo territorio vide una totale chiusura nei confronti delle riforme costituzionali. Oltre all’assolutismo politico si vive in questo territorio una grave arretratezza economica, amministrativa, sociale.

 

1.2 L’egemonia austriaca sul territorio della penisola

L’indiretto controllo dell’Austria sul territorio italiano si manifesta sia attraverso rapporti dinastici, sia grazie alla presenza dell’esercito austriaco sul territorio. Per i rapporti dinastici basta ricordare che il ducato di Parma venne assegnato a Maria Luisa d’Austria (figlia dell’imperatore austriaco Francesco I) e il Granducato di Toscana a Ferdinando d’Asburgo (fratello di Francesco I). La presenza di guarnigioni austriache armate si ha, poi, nel territorio dello Stato pontificio, ma anche a Napoli, all’interno del territorio appartenente al Regno delle due Sicilie.

 

2. I moti insurrezionali del 1820-21 e del 1830

2.1 Le insurrezioni del 1820-21

Partita dalla Spagna, si estese, nel 1820, un forte movimento insurrezionale nel Regno delle due Sicilie che costrinse Ferdinando I alla concessione di una Costituzione. Tuttavia gli insorti, guidati da Guglielmo Pepe, vennero ben presto sconfitti, anche grazie all’aiuto dell’esercito austriaco, e si ritornò al precedente regime assolutistico.

Nel 1821 anche in Piemonte si manifestano dei moti insurrezionali finalizzati ad ottenere una costituzione. Di fronte alla protesta popolare Vittorio Emanuele I abdica e la reggenza passa al fratello Carlo Felice; essendo però questi assente il nipote, Carlo Alberto, che ne assumeva la temporanea reggenza, firmò la nuova costituzione. Tornato Carlo Felice l’operato di Carlo Alberto viene sconfessato e la costituzione annullata.

 

2.2 I moti insurrezionali del 1830-31

Nel 1830 i moti insurrezionali partirono dalla Francia. Parigi venne coinvolta in una aspra lotta contro il potere assolutistico di Carlo X. Ben presto la protesta si estese ad altri paesi europei, Belgio, Polonia (questo paese cercò di ribellarsi all’occupazione russa, ma nulla potè contro le truppe dello Zar, senza nessun aiuto internazionale), Italia. Nel nostro paese i moti scoppiarono in Emilia Romagna, nel gran ducato di Modena e nel granducato di Parma, guidata da Ciro Menotti, questa protesta fu facilmente sedata dall’intervento dell’esercito austriaco.  

 

3. Il ‘48 in Italia e la prima guerra d’indipendenza

3.1 Le premesse

Negli anni che precedono i gravi contrasti del ’48 vanno acuendosi tre diverse tipologie di conflitti:

  • Tra aristocrazia e borghesia;
  • Tra borghesia capitalistica e classe operaia;
  • Per l’indipendenza tra popoli soggetti e dominatori.

Rispetto ai moti insurrezionali del 1820 e del 1830, i moti del ‘48 ebbero una maggiore estensione territoriale (solo l’Inghilterra, la Russia e la Spagna non furono coinvolte), una maggiore radicalità e violenza.

Gli scontri del 1848 arrivano dopo un biennio (1846-47) di grave crisi economica per l’Europa intera. Una crisi nata dall’agricoltura che ben presto si estese a tutta l’economia, una crisi che ebbe quale conseguenze carestie, miseria, disoccupazione, un diffuso malessere che trovò uno sfogo negli scontri del 1848.  

 

3.2 Il ’48 in Italia, la prima guerra d’indipendenza, i moti insurrezionali di Milano, Venezia,

      Roma

Già dai primi giorni del 1848 diverse regioni italiane vivono un notevole fermento, obiettivo comune è la concessione di carte costituzionali che prevedano un sistema rappresentativo parlamentare.

Il 12 gennaio 1848 una sollevazione popolare a Palermo costringe Ferdinando II a concedere la costituzione al Regno delle due Sicilie. Spinti dalla pressione del movimento popolare anche Carlo Alberto di Savoia, Leopoldo II di Toscana e Pio IX per lo Stato pontificio concedono la costituzione di carattere moderato. Di particolare rilevanza è la concessione dello Statuto da parte di Carlo Alberto di Savoia, sarà questa legge a divenire la prima costituzione del Regno d’Italia, dopo l’Unità.  

Nei giorni immediatamente successivi all’insurrezione di Vienna, la popolazione di Venezia e Milano si sollevò contro l’occupazione austriaca. Il 23 marzo 1848 Daniele Manin proclama, a Venezia, la costituzione della Repubblica veneta. A Milano l’insurrezione inizia il 18 marzo e si protrae, con feroci scontri nelle strade, per cinque giorni, le truppe austriache preferiscono abbandonare la città (anche in previsione dell’eventuale intervento armato dei Savoia). I moti insurrezionali nel Lombardo-Veneto vennero visti dal Piemonte come l’occasione giusta per attaccare e sconfiggere l’Austria, condizione indispensabile per poter sperare in un possibile processo unitario. Così Carlo Alberto, dopo alcune esitazioni, risponde alla richiesta d’aiuto inviata dagli insorti di Milano e dichiara guerra all’Austria (24 marzo 1848). Molti volontari giungono da tutta Italia per unirsi all’esercito piemontese, Stato pontificio, Granducato di Toscana e Regno delle due Sicilie, garantiscono il loro appoggio. Dopo i primi entusiasmi Leopoldo di Toscana, Ferdinando II e il papa ritirano le loro truppe, per l’esercito piemontese lasciato solo la sconfitta è inevitabile, così avvenne, infatti a Custoza, in questo modo si conclude la Prima guerra d’indipendenza.

Il fallimento del tentativo unitario piemontese spinse i democratici, guidati da Mazzini, nel cercare d’ottenere mediante movimento di popolo ciò che non si era riusciti ad ottenere con l’esercito reale. I movimenti interessano diversi centri italiani: Roma, dove il papa è costretto alla fuga e dove viene proclamata la Repubblica romana; la Toscana dove Leopoldo viene cacciato; Venezia che continua a resistere contro l’Austria; in Sicilia con i separatisti. Di fronte a questi tentativi democratici Carlo Alberto decide di riaprire le ostilità con l’Austria, viene nuovamente sconfitto (Novara) e quindi decide di abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Dopo la sconfitta di Carlo Alberto gli austriaci riuscirono a riportare l’ordine in tutta la penisola. Il papa chiese l’aiuto dei francesi per essere ristabilito sul trono dello Stato pontificio, e così avvenne. Nonostante la strenua difesa i repubblicani romani, guidati da Garibaldi, dovettero arrendersi, lo stesso Garibaldi con alcuni volontari scappò da Roma per recarsi a Venezia, in un vano tentativo di raggiungere l’ultima città che continuava a resistere.

 

4. I diversi ideali unitari

Nei movimenti insurrezionali italiani degli anni 1820 e 1830 era praticamente assente qualsiasi ideale unitario. I movimenti di lotta rivendicavano, innanzi tutto, delle costituzioni, ma sempre nell’ambito regionale. Solo negli anni successivi s’iniziò a considerare la possibilità di raggiungere l’obiettivo d’unità nazionale (un obiettivo che trova i suoi presupposti nella lingua comune e nella particolare struttura territoriale dell’Italia: una penisola).

Se l’obiettivo è comune, diverse sono le proposte per raggiungere tale obiettivo. In particolare troviamo tre proposte che troveranno applicazione nei decenni successivi e che, con modalità e pesi differenti, consentiranno all’Italia il raggiungimento dell’Unità:

  • La proposta democratico-popolare di Mazzini
  • La proposta moderata di tipo federalista
  • La via diplomatica del Piemonte di Cavour

 

4.1 L’ideale democratico di Mazzini

Il programma politico di Mazzini era chiarissimo: l’Italia avrebbe dovuto innanzitutto rendersi indipendente dalle potenze straniere e, quindi, una volta raggiunta l’unità si sarebbe data una forma di governo repubblicano. L’unica via per il raggiungimento di questo obiettivo era l’insurrezione popolare, di tutto il popolo, senza distinzione di classi. In questa prospettiva si collocano i movimenti che tra 1830 e il 1848 cercheranno inutilmente di far  sollevare il popolo in moti insurrezionali (strumento di propaganda diventa l’organizzazione la Giovane Italia). I moti mazziniani saranno destinati al fallimento, ne è un esempio la spedizione dei fratelli Bandiera in Calabria (1844), arrivati per sollevare il popolo contro l’oppressore, fu lo stesso popolo a farli arrestare considerandoli dei briganti.

Gli insuccessi dei tentativi mazziniani (Mazzini è costretto a vivere in esilio in questi anni, prima in Francia e quindi in Inghilterra) spingeranno verso la ricerca di soluzioni alternative a quella insurrezionale per ottenere l’unità del nostro Paese.

L’ideale democratico di Mazzini, la sua idea di insurrezione armata di popolo contro l’invasore troverà nella spedizione di Garibaldi in Sicilia (ostacolata da Cavour) la sua piena realizzazione.

 

4.2 Le proposte moderate di Gioberti, Balbo e Cattaneo

Accanto al radicalismo repubblicano di Mazzini si hanno in Italia, nel corso degli anni ’40 delle proposte politiche accomunate dal loro orientamento moderato. Gioberti (nel suo libro Del primato morale e civile degli italiani) e Balbo (autore de Le speranze degli italiani) riconoscono l’impossibilità di un’unità politica del nostro paese e quindi propongono, quale soluzione per l’Italia, un sistema federale di stati aventi quale guida morale il Papa (per questo detta proposta neoguelfa).

Anche Cattaneo si unisce a Gioberti e Balbo nel riconoscere nel federalismo l’unico possibile modello di stare assieme per le diverse regioni d’Italia, si distingue, però dai due per l’impronta repubblicana del suo pensiero. La confederazione immaginata da Cattaneo avrebbe dovuto essere del tutto laica e indipendente dalla Chiesa di Roma, sul modello degli Stati Uniti d’America. Secondo Cattaneo la confederazione italiana poteva essere il primo passo verso la costituzione degli Stati Uniti d’Europa

 

4.3 La via diplomatica di Cavour

I moti insurrezionali del ’48 e la prima guerra d’indipendenza ebbero quale conseguenza un’ulteriore restrizione delle libertà in quasi tutto il territorio italiano. Non così nel regno di Sardegna (protagonista della prima guerra d’indipendenza), qui, infatti, non solo Vittorio Emanuele II mantenne la carta costituzionale concessa da Carlo Alberto (Statuto albertino del 1848), ma avviò una politica di profonde riforme e modernizzazione che consentì al Piemonte di raggiungere, in pochi anni, livelli sociali ed economici simili a quelli dei paesi europei più avanzati.

Protagonista della politica di riforme e modernizzazione attuata nel regno di Sardegna nel decennio 1850-1860 fu Camillo Benso conte di Cavour. Sostenitore di un liberalismo moderato, Cavour comprese ben presto come fosse impossibile per l’esercito sabaudo sconfiggere l’Austria senza l’appoggio di una potenza straniera. Ecco perciò che cerca in tutti i modi di avvicinarsi alla Francia di Napoleone III (nel 1848 Luigi Napoleone viene nominato presidente della Repubblica francese, grazie ad un plebiscito viene istituito il nuovo impero, nel 1852, Luigi Napoleone viene nominato quindi imperatore con il nome di Napoleone III), l’occasione arriva nel 1858, dopo che Felice Orsini, un seguace di Mazzini, attenta alla vita dell’imperatore francese lanciando tre bombe contro la sua carrozza.

Cavour a questo punto propone all’imperatore un’alleanza franco-piemontese avente la funzione di contrasto al movimento repubblicano e, nello stesso tempo, in grado anche di limitare l’egemonia austriaca in Italia. I due statisti firmano quindi, in segreto, nella cittadina francese di Plombières degli accordi che prevedevano, tra l’altro, l’intervento della Francia a fianco del Piemonte, nel caso che questo venisse attaccato dall’Austria. È questa la via diplomatica scelta dall’astuto primo ministro piemontese per cercare d’unire il territorio italiano sotto il controllo della monarchia sabauda. I risultati non tarderanno ad arrivare.  

 

5. La seconda guerra d’indipendenza e la conquista dell’Unità

5.1 La seconda guerra d’indipendenza

Dopo gli accordi di Plombières, nel 1859, il Piemonte fece di tutto (ad esempio manovre militari al confine) per provocare l’Austria al conflitto. Il governo di Vienna cadde con facilità nella trappola, dopo aver inviato un ultimatum al governo piemontese e non avendo ricevuto risposta, dichiara guerra al Piemonte. Inizia in questo modo la seconda guerra d’indipendenza: le truppe franco-piemontesi hanno la meglio in diverse battaglie (Magenta, Solferino, San Martino). A questo punto gli austriaci firmano con i francesi l’armistizio (a Villafranca presso Verona) con il quale l’Austria cede la Lombardia alla Francia (che quindi la passa al Piemonte).

 

5.2 Annessione delle regioni dell’Italia centrale

 Con la seconda guerra d’indipendenza iniziano dei moti insurrezionali in diverse regioni dell’Italia centrale. In questo caso, però, rispetto ai moti del 1848 è il movimento dei moderati che insorge a formare dei governi provvisori, che si pronunceranno per l’annessione al Piemonte. Così, nei primi mesi del 1860, Emilia, Romagna e Toscana decideranno, mediante Plebiscito, l’annessione al Piemonte. 

 

5.3 La spedizione dei Mille e la liberazione delle regioni del Mezzogiorno

Se la via diplomatica di Cavour risultò vincente per il Nord e il centro Italia, ben poco poteva fare per le regioni del Sud d’Italia governate dai Borboni (Francesco II di Borbone sale al trono nel 1859), ed è proprio nelle regioni del Sud che i movimenti insurrezionali di ispirazione repubblicana troveranno modo di rivalersi delle delusioni vissute fino ad allora.

Nell’aprile del 1860 scoppiano a Palermo dei moti insurrezionali di carattere popolare che spingono Garibaldi nell’organizzare la spedizione dei Mille per aiutare gli insorti. Cavour e Vittorio Emanuele II, pur essendo nettamente contrari all’impresa, nulla fanno in concreto per bloccarla.

Garibaldi è quindi libero di partire dal porto di Quarto, presso Genova, nella notte tra il 5 e i 6 maggio 1860, con poco più di mille uomini. Alcuni giorni dopo arrivano a Marsala e qui vengono accolti come dei liberatori dalla popolazione, che si unisce a loro nel combattere contro l’esercito borbonico. In pochi mesi la Sicilia è liberata dai Borbone. Superato lo stretto di Messina, Garibaldi e i suoi uomini passano quindi in Calabria e da qui verso Napoli dove giungono in settembre, Francesco II è costretto a fuggire.

Dopo Napoli, Garibaldi era intenzionato ad occupare anche il Lazio per puntare alla liberazione di Roma dal potere del papa, a questo punto, però, Cavour, anche per gli accordi presi con Napoleone III, non può più lasciar agire indisturbato l’eroe dei due mondi e così invia l’esercito sabaudo nel centro Italia per fermare lo stesso Garibaldi. Fortunatamente non fu necessario arrivare allo scontro armato, Garibaldi cede a Vittorio Emanuele II i territori liberati.              

 

5.4 La proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1961

Tra ottobre e novembre del 1860 tutte le regioni del Mezzogiorno, più Marche ed Umbria decidono, mediante plebiscito, l’annessione.

Il 17 marzo 1861 il nuovo parlamento italiano proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia, la capitale è Torino.

Veneto, parte del Lazio e Roma non sono però ancora italiane. Bisognerà attendere ancora dieci anni (1870) per l’annessione di Roma, città simbolo della ritrovata unità di un Paese che era diviso da più di mille anni.       

 

 

 

PARTE SECONDA

L’ITALIA DALL’UNITÁ ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

 

6. La fase di consolidamento dello Stato unitario

6.1 “Fatta l’Italia bisogna ora fare gli italiani”

"Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani", questa frase di Massimo D’Azeglio coglie efficacemente il più serio problema che si pose alla classe dirigente del nuovo Stato italiano. Alcuni dati ci mostrano chiaramente quale fosse la situazione dell’Italia unita:

  • 8 italiani su 10 sono analfabeti
  • solo il 3% parla la lingua italiana

Proprio l’estrema varietà e disuguaglianza della società italiana, assieme ad altre considerazioni condizionano le scelte relative alla forma più idonea di stato nazionale scegliendo per il regno d’Italia un assetto fortemente accentrato.

Un forte potere centrale si rese perciò necessario per:

  • neutralizzare la spinta delle forze democratiche e popolari che avevano contribuito a crearlo
  • fronteggiare il forte potere ostile della Chiesa Cattolica (che esercitava una capillare influenza specie su i contadini)
  • controllare un paese particolarmente diviso e privo, specie nel Mezzogiorno, di una classe dirigente borghese ampia e ramificata

 

6.2 Innanzitutto accentramento amministrativo

Dopo la prematura morte di Cavour nel 1861, la guida del governo passa al toscano Bettino Ricasoli, che affossa i cauti progetti di decentramento amministrativo, elaborati in quel tempo, ed estende a tutta l’Italia la legge Rattazzi del 1859, che generalizza il centralismo degli ordinamenti comunali e provinciali piemontesi.

Viene istituita la figura del Prefetto attorno alla quale ruoterà l’intera impalcatura dello Stato accentrato. Il prefetto è un alto funzionario non elettivo ma nominato dal ministero degli interni, che deve controllare non soltanto l’ordine pubblico, attraverso l’azione delle questure a lui subordinate, ma l’intera vita associata delle 59 province del Regno, dirigendo l’attività delle giunte e dei consigli elettivi, emanando decreti e regolamenti, esercitando una costante e pesante ingerenza sugli enti locali.

Questa tendenza uniformatrice e accentratrice viene confermata nel 1865 dalle leggi di unificazione legislativa e amministrativa, il sindaco non è elettivo ma di nomina regia. Accentrato è anche il sistema scolastico, retto da una legge del 1859 del ministro Gabrio Casati, che istituisce la scuola elementare obbligatoria (per due anni) e gratuita.

Lo Statuto albertino, che diviene la legge fondamentale del nuovo regno, assegna ampi poteri alla monarchia sabauda, e così i ministri non rispondono del loro operato al parlamento ma al re, che si riserva sempre la scelta dei ministri della Guerra e della Marina. Al re spettano anche le decisioni in materia di politica estera e la condotta della guerra, oltre al diretto controllo delle forze armate per mantenere l’ordine interno. Di nomina regia sono i membri del Senato nominati dal sovrano.

Si deve inoltre sottolineare come l’elettorato ha in questi anni un peso molto limitato, solo il 2% della popolazione ha diritto al voto.

 

7. Il governo della Destra affronta i primi  gravi problemi dell’Italia unita (1861-

     1876)

7.1 Il governo della Destra

Dal 1861 al 1876 l’Italia è governata da una parte della classe dirigente che viene chiamata Destra con riferimento alla sua collocazione nell’aula del parlamento. La Destra e composta da personaggi come Quintino Sella e Giovanni Lanza (piemontesi), Bettino Ricasoli e Ubaldino Peruzzi (toscani), Minghetti (emiliano), Stefano Jacini ed Emilio Visconti Venosta (lombardi).  Questi uomini sono soprattutto proprietari terrieri, spesso personalità di alta cultura, concepiscono la gestione dello stato quasi come una amministrazione di beni privati

I problemi principali con cui la Destra si dovrà confrontare sono diversi e tutti molto gravi:

  • la necessità di risanare un bilancio in rosso
  • brigantaggio nel meridione
  • l’unificazione da completare (nel 1861 non sono ancora annessi al regno italiano il Veneto e il Lazio, oltre a Trento e Trieste)
  • difficili rapporti con la Chiesa cattolica

 

7.2 Il problema del bilancio da risanare

Le diverse guerre risorgimentali per l’Unità erano costate molto al bilancio del Piemonte, per tale motivo il bilancio dello Stato italiano dei primi anni è nettamente negativo.

Il governo della Destra, con al ministero delle finanze Quintino Sella (in carica dal 1862 al 1865 e dal 1869 al 1873), si pose così, tra i primi e più importanti traguardi da raggiungere, il pareggio del bilancio. Per ottenere tale obiettivo decise di muoversi in tre direzioni:

  • contenimento delle spese
  • aumento delle entrate (aumento delle tasse)
  • vendita di beni demaniali dello Stato e degli enti ecclesiastici (soppressi nel 1866-67)

Se i provvedimenti per il contenimento della spesa non suscitarono grandi proteste, l’aumento delle tasse (anche perché si aumentarono più le tasse sui consumi che quelle sui beni) provocò notevoli proteste, in particolare nel meridione dove il pagamento delle tasse prima dell’Unità era molto ridotto, dato che i regnati borbonici non facevano nulla per migliorare le strutture pubbliche e la qualità della vita in genere. Anche la vendita dei beni degli enti ecclesiastici provocò notevoli proteste da parte della Chiesa.

Gli sforzi messi in atto diedero i loro risultati, nel 1875 si riuscì ad ottenere il pareggio del bilancio. Il liberismo economico favorì le imprese del Nord Italia, già abituate ad una economia di mercato, e sfavorì le imprese del Mezzogiorno cresciute in un regime protezionistico mantenuto dal regime borbonico, inizia in tal modo in questi anni quella che successivamente verrà definita “questione meridionale”.  

 

7.3 Il brigantaggio nel Meridione

Agli occhi dei contadini del Meridione (e ricordo che nel Meridione praticamente mancava una classe borghese intermedia, vi erano solo contadini e grandi proprietari terrieri) il nuovo Stato non solo non aveva migliorato le condizioni di vita ma le aveva peggiorate, in particolare introducendo nuove e più pesanti tasse (la più odiosa la tassa sul macinato del 1868) e rendendo obbligatorio il servizio militare per tutti. La sperata e tanto attesa distribuzione ai contadini delle terre espropriate agli enti ecclesiastici non arrivò mai, tali terre furono, infatti, acquistate dai grandi proprietari, i quali in tal modo, rafforzarono il loro potere. E’ in tale contesto che si sviluppa un movimento di protesta e rivolta nei confronti dell’ordine costituito, e che trova la sua espressione più cruenta nel brigantaggio.

Tale movimento, derivante dalla protesta popolare, trovò due grandi forze sostenitrici:

  • gli agenti borbonici, dispersi tra il popolo, mandati dagli ex regnanti in esilio a Roma
  • una parte considerevole del clero, che continuava a vedere nello Stato unitario un avversario da combattere

E’ così che bande di fuorilegge riescono a controllare intere zone dell’interno, attaccando spesso città e villaggi per saccheggiarli.

La lotta contro il brigantaggio dura fino al 1865-66, impegna nelle regioni del Mezzogiorno un corpo di spedizione di circa 120 mila uomini, pari a metà dell’intero esercito regolare, richiede la proclamazione dello stato d’assedio e il passaggio dei poteri ai tribunali militari che hanno la facoltà di fucilazione immediata nei confronti di chiunque opponga resistenza armata. Una durissima repressione militare segna così, fin dall’inizio, il rapporto fra il nuovo Stato e le popolazioni meridionali.

7.4 Il compimento dell’Unità

a. L’annessione del Veneto

L’occasione per l’annessione del Veneto viene offerta dall’iniziativa di Bismarck. Questi, con l’assenso dell’imperatore francese, coinvolge l’Italia nella guerra del 1866 contro l’Austria. La vittoria prussiana consentì al Veneto di riunirsi all’Italia. Tuttavia se il giovane regno può annettersi il Veneto deve ringraziare la schiacciante vittoria delle armate prussiane e non l’apporto militare italiano. L’esercito sabaudo, infatti, viene sconfitto sia in terra (a Custoza), sia in mare (a Lissa). Non è perciò senza motivo che alla conclusione delle ostilità l’Austria cede il Veneto non direttamente all’Italia, bensì alla Francia che, a sua volta, lo "gira" all’Italia.

b. L’annessione del Lazio e la “questione romana”

Solo Roma capitale poteva realmente ricongiungere il giovane Stato al suo passato prestigioso. Tuttavia l’ostilità del Papa, la cui ira poteva trasmettersi alla massa dei fedeli, e la protezione che la Francia (con Napoleone III) assicurava alla Santa Sede avevano un effetto di blocco.

I moderati della Destra al governo subito dopo l’Unità si trovano stretti fra i vincoli imposti dalla Francia, che esclude l’annessione di Roma all’Italia, e i democratici, che puntano a una sorta di riedizione dell’iniziativa garibaldina e godono dell’appoggio di ampi settori della Sinistra. I vari tentativi di conquistare Roma falliscono tutti finché la Prussia non ci viene ancora in aiuto, indirettamente questa volta, la vittoriosa guerra franco-prussiana nell’estate del 1870 provoca la caduta dell’imperatore francese Napoleone III, e con esso il maggiore ostacolo che si oppone al completamento dell’unità nazionale.

Il 20 settembre 1870 i bersaglieri italiani vengono inviati a prendere Roma: con una breccia aperta nelle mura romane all’altezza di Porta Pia, il Regno d’Italia sancisce la conquista militare della sua capitale.

Le vicende conclusesi con l’abbattimento del potere temporale del papato non esauriscono la questione romana, che condizionerà a lungo i rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.

Il tentativo di Cavour di risolvere il problema seguendo una linea separatista sintetizzata dalla formula "libera Chiesa in libero Stato" si scontra con l’intransigenza di Pio IX. Nel 1871 con una legge detta "delle guarentigie", l’Italia riconosce il papa come sovrano su un residuo lembo di territorio romano denominato Città del Vaticano, gli assegna una dotazione finanziaria annua, garantisce al clero ampie libertà e lo esime dal controllo delle autorità civili. Tale legge non viene però riconosciuta da Pio IX che si rifiuta di riconoscere lo Stato italiano proclamandosene implicitamente prigioniero politico. Nel 1870 il Concilio Vaticano I proclama il dogma dell’infallibilità del pontefice e nel 1874 un decreto della Santa Sede (il cosiddetto non expedit, "non è opportuno" in latino) vieta ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche e amministrative. Il nuovo stato italiano nasce così con l’opposizione manifesta del potere che ben più a lungo di ogni altro ha regnato sulla penisola: quello religioso e culturale della Chiesa cattolica.

 

8. La Sinistra al potere (1876-1900)

8.1 Le riforme della Sinistra

Alcune riforme che la Sinistra al governo riesce ad attuare sono sicuramente degne di nota:

  • allargamento della base elettorale
  • frequenza obbligatoria dell’istruzione di base (legge Coppino)
  • avvio di una prima legislazione in campo sociale
  • revisione del sistema delle tasse, con l’eliminazione della tassa sul macinato

a. Allargamento della base elettorale

Con la riforma elettorale del 1882 il governo della Sinistra riduce i limiti di censo (da 40 a 19 lire), e di età (da 25 a 21 anni), in tal modo avranno accesso al voto altri due milioni di cittadini maschi (nel corpo elettorale vi sarà, in tal modo, la prevalenza del ceto borghese), l’elettorato attivo passerà dal 2 al 7% della popolazione.

b. Frequenza obbligatoria dell’istruzione di base

Nel 1877 la legge Coppino introduce l’obbligo di frequenza (dai sei ai nove anni) nelle scuole elementari (fino alla classe terza), dando una prima risposta al grave problema dell’analfabetismo, anche se con risultati limitati e molto differenziati. Nel 1901 gli analfabeti scenderanno nei capoluoghi di provincia al 32%, rimanendo però al 52% nelle campagne.

c. Avvio di una prima legislazione in campo sociale

Tra il 1880 e il 1890 il parlamento italiano (anche sull’esempio di quello tedesco) avvia delle prime iniziative di legislazione sociale, riconoscendo, ad esempio, le società di mutuo soccorso (1886), e fissando a 9 anni e otto ore giornaliere i limiti del lavoro infantile (1886). Prevede, inoltre, la possibilità facoltativa di assicurarsi contro gli infortuni sul lavoro presso una Cassa nazionale di assicurazioni, solo nel 1898 il parlamento italiano emanerà una legge per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e getterà le prime basi di un sistema pensionistico volontario.

d. Eliminazione della tassa sul macinato

In campo tributario nel 1884 viene abolita l’odiata tassa sul macinato.

 

8.2 Una politica economica “protezionistica”

L’elemento caratterizzante la politica economica del governo della sinistra è l’abbandono del liberismo del governo precedente e l’adozione di una politica di tipo protezionistico. Una tale scelta è condizionata sia dall’avvio della “grande depressione” economica che caratterizzerà gli ultimi decenni del XIX secolo, sia dalla crescente concorrenza tra le diverse economie nazionali. Lo Stato italiano imporrà quindi, anche su sollecitazione di un grande fronte di forze economiche e sociali, nel 1887 una nuova tariffa doganale (che rimarrà in vigore fino al 1921) per proteggere soprattutto la produzione granaria e i settori industriali tessile e siderurgico, mentre lascia bassi i dazi sui prodotti stranieri dell’industria meccanica e chimica.

 

8.3 La politica estera italiana negli anni del governo della Sinistra

I rapporti di collaborazione con la Prussia iniziano nel 1866 a spese dell’Austria e sono finalizzati a completare l’Unita del Paese mediante l’acquisizione del Veneto. La paura di rimanere isolata in ambito internazionale (nel congresso di Berlino del 1878 l’Italia ha avuto ben poco peso, ma soprattutto ha l’impressione di essere isolata) la spinge ad aderire alla Triplice alleanza, con Austria-Ungheria e Germania, nel 1882.

Primi tentativi di espansione coloniale in Africa

La Triplice è la cornice entro la quale prendono corpo, per la prima volta, dei timidi tentativi di politica coloniale da parte dell’Italia. Nel 1882 viene occupata una striscia di territorio sulla costa meridionale del Mar Rosso. Con il governo di Crispi, del 1887, i possedimenti coloniali italiani vengono riorganizzati e ampliati e prendevano il nome di Colonia Eritrea (1890), allargatisi, poi, con il controllo della vicina Somalia. L’espansione coloniale italiana urtava però la sensibilità del vicino impero etiopico; fu così che Crispi cercò di ottenere una forma di accordo-protettorato sull’impero di Etiopia (o Abissinia), nel 1889 firma con l’imperatore (negus) d’Etiopia, Menelik, un trattato (trattato di Uccialli). Tale accordo venne però inteso diversamente dalle due parti, gli italiani, infatti iniziarono delle forme di penetrazione nei territori etiopici che furono decisamente respinti dagli etiopici. Questi contrasti culminarono con lo scontro disastroso di Adua (1896), sedicimila soldati italiani vengono praticamente annientati dalle forze abissine. La sconfitta costrinse Crispi alle dimissioni.  

 

8.4 La riforma del codice penale: il “Codice Zanardelli

Durante gli anni del governo della Sinistra viene varato un nuovo codice penale che segno una svolta per l’ordinamento giuridico italiano. Il codice, chiamato “Codice Zanardelli” dal nome del ministro della giustizia che lo fece approvare, rimase in vigore dal 1890 fino al 1930. Rispetto al codice precedente, presenta du importantissime novità:

  • l’abolizione della pena di morte
  • l’abolizione del divieto di sciopero.

E’ da sottolineare come l’Italia sia uno dei primi paesi europei ad abolire la pena di morte dal proprio codice penale.

 

9. Nascita dei movimenti di massa alla fine del XIX secolo

9.1 Nascita del movimento operaio in Italia (le società di mutuo soccorso)

Le prime organizzazioni che si affermano nel mondo del lavoro sono società di mutuo soccorso (nel 1885 il loro numero è di quasi cinquemila). Tali società si incaricano di raccogliere fondi per gli aiuti ai soci malati o invalidi. Spesso a capo di queste società vi sono esponenti dell’aristocrazia che danno a tale attività un carattere filantropico e paternalistico.

 

9.2 Il partito socialista italiano

Negli anni successivi all’Unità, si diffondono in Italia idee insurrezionali di stampo anarchico sul modello di quelle professate da Bakunin; ben presto, però, il completo fallimento derivante dalla messa in pratica di tale idee e il diffondersi del pensiero marxista, spinge alcuni appartenenti ai gruppi anarchici ad abbandonare la pratiche insurrezionali, per fondare un partito che partecipasse alla vita amministrativa e politica del Paese. Tra i principali rappresentanti di una tale tendenza vi è Andrea Costa (1851-1910), che alle elezioni del 1882 viene eletto deputato, il primo deputato socialista eletto al parlamento italiano.

In questo periodo vi sono numerosi movimenti di protesta tra i braccianti agricoli (danneggiati anche dalla crisi economica e produttiva a livello mondiale); il movimento di protesta che si attua nel Polesine viene chiamato “la boje” (dal modo di dire dialettale usato dai braccianti in lotta “la boje, la boje e do boto la va de fora”), le lotte dei braccianti riescono ad ottenere dei miglioramenti salariali.

Nonostante gli interventi repressivi si va diffondendo sul territorio nazionale una vasta rete di organizzazioni (dalle leghe bracciantili alle cooperative e ai sindacati urbani) che si battono per gli interessi e i diritti della classe lavoratrice.

Le diverse componenti del movimento socialista della penisola confluiscono verso la fine del secolo in un nuovo partito (soprattutto per iniziativa di Filippo Turati e del filosofo Antonio Labriola), che nel 1895 prenderà il nome Partito socialista italiano.

Nato come federazione di associazioni sindacali e politiche, mutualistiche, cooperative e culturali, nel giro di pochi anni il partito socialista italiano assume la fisionomia di un moderno partito politico fondato sul principio dell’adesione individuale. Una sua  peculiarità, rispetto altri partiti socialisti europei, è data dall’ampio spettro dei consensi, raccoglie, infatti il favore non soltanto dei lavoratori urbani, ma anche dei braccianti agricoli della Valle Padana.

 

9.3 Il movimento cattolico

a. L’Opera dei congressi

Fedeli alle direttive di Pio IX (ricordo il suo non expedit del 1874) e perciò ostili a ogni tentativo di conciliazione con lo stato italiano, i cattolici più "intransigenti" fondano l’Opera dei congressi, una organizzazione, saldamente controllata dal clero, che si propone quale fine l’impegno nel sociale. Proponendosi in opposizione e alternativa alle organizzazioni socialiste e allo Stato laico.

b. L’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII

Solo con l’avvento al soglio pontificio di Leone XIII (1878), la Chiesa mostra qualche segno di apertura nei confronti dello Stato italiano; durante il pontificato di Leone XIII aumento l’impegno dei cattolici nel sociale, si rafforzano così, soprattutto nella Lombardia e nel Veneto società di mutuo soccorso, cooperative agricole e artigiane ispirate alla nuova dottrina sociale cattolica. La nuova posizione della Chiesa nei confronti dei problemi sociali si concretizza, da un punto di vista dottrinale, nell’enciclica Rerum novarum pubblicata del pontefice Leone XIII nel 1891.

Nell’enciclica, tra gli altri, sono sottolineati i seguenti punti:

  • necessità di una conciliazione fra lavoratori e imprenditori
  • condanna dello sfruttamento capitalistico
  • condanna del socialismo e della lotta di classe
  • sostegno allo sviluppo dell’associazionismo popolare e operaio dei cattolici

Si sviluppa, in tal modo, un diffuso movimento che si pone in alternanza e in concorrenza con i socialisti.

 

10. L’Italia dei governi Crispi e Giolitti

10.1 I governi di Francesco Crispi (1887-’91 / 1893-‘96)

Nell’ultimo decennio del XIX secolo la figura di spicco nella scena politica italiana è Francesco Crispi; questi ricopre la carica di Primo ministro negli anni 1887-’91 e 1893-’96. Gli anni del governo Crispi si caratterizzano per due aspetti:

  • in politica estera per le iniziative coloniali (probabilmente anche per emulazione delle altre grandi potenze europee e della Germania in particolare, Crispi nutriva una grande ammirazione per Bismarck)
  • in politica interna per le iniziative repressive, finalizzate a mantenere l’ordine pubblico

Delle iniziative e degli esiti in campo coloniale abbiamo già parlato nelle pagine precedenti. Per quanto attiene le attività repressive attuate negli anni di fine secolo, è necessario studiare il fenomeno con attenzione. 

Verso la fine del XIX secolo, lo sviluppo industriale in Italia, pur essendo in ritardo rispetto a  quello di altri paesi, raggiunse delle discrete dimensioni. Contadini e operai cominciarono in quegli anni a prendere coscienza della loro condizione (anche per il diffondersi delle idee socialiste), e ad organizzarsi in associazioni finalizzate ad ottenere delle migliori condizioni di vita anche attraverso forme di lotta estreme.

In questi anni si svilupparono diversi focolai di protesta (in particolare in Sicilia nel 1894 e nella Lunigiana).

Il governo come risposta a queste forme di protesta proclama lo stato d’assedio in Sicilia e, nello stesso tempo, fa approvare dal parlamento (1894) un insieme di leggi che si pongono quale obiettivo il ristabilirsi dell’ordine pubblico; per raggiungere una tale meta si decide di limitare la libertà di d’espressione, in particolare vengono limitate:

  • la libertà di stampa
  • la libertà di associazione
  • la libertà di riunione

Nell’ottobre del 1894 si dichiara fuorilegge il Partito socialista.

Il sistema repressivo messo in atto dal governo Crispi, non solo non riesce a smantellare la rete organizzativa legata al Partito socialista, ma fa si che diversi intellettuali democratici si avvicinino con simpatia al partito dichiarato “fuorilegge”.

 

10.2 I governi Giolitti nel primo decennio del XX secolo

a. I principi ispiratori della politica interna giolittiana 

Chiamato dal re alla carica di primo ministro nel 1903, Giolitti mantiene tale carica, anche se non in modo continuativo, per un decennio.

La linea di governo di Giolitti si caratterizzerà, in un periodo di aspre lotte tra le classi sociali, per due aspetti:

  • la necessità di prestare attenzione alle richieste e alle aspirazioni delle classi lavoratrici, solo in questo modo si sarebbe potuto garantire stabilità e progresso per tutto il Paese
  • il sostegno dato alla nuova borghesia industriale, solo garantendo un sostegno a questa classe emergente l’Italia poteva garantirsi un futuro tra le grandi potenze europee

Si spiega in questo modo la sua preoccupazione per conciliare gli interessi dei proletari con quelli della nuova classe borghese industriale. Il non prendere delle posizioni chiare in favore di una classe o dell’altra finì per attirargli le antipatie sia dei socialisti che lo accusarono di conservatorismo, sia dei ceti borghesi, che lo accusarono di assumere un atteggiamento demagogico. 

Durante i suoi governi Giolitti seppe mantenere un costante equilibrio tra le parti antagoniste (scrive lo statista italiano, lo Stato deve essere “...... disposto a lasciare a tutte le classi la possibilità di far conoscere e di far valere le proprie aspirazioni e di difendere, nell'ambito delle leggi, i propri legittimi interessi."), promuovendo da un lato delle leggi favorevoli alla classe lavoratrice, e, dall’altro, una politica tesa a promuovere l’industria italiana che era nata da poco.

 

b. Le riforme dei governi Giolitti 

Nella corso del suo decennio di governo Giolitti sostenne una serie di notevoli riforme in campo sociale e della sanità pubblica:

  • miglioramento della legislazione in favore dei lavoratori vecchi, infortunati ed invalidi
  • norme più umane relative al lavoro delle donne e dei fanciulli (una legge stabilisce che le donne possono rimanere a casa dal lavoro per un mese dopo il parto)
  • viene esteso l’obbligo di istruzione fino al dodicesimo anno d’età
  • viene stabilito il diritto al riposo settimanale
  • passaggio dai privati allo Stato del controllo sull’assicurazione sulla vita (l’Istituto Nazionale per le Assicurazioni sulla vita, INA)
  • distribuzione gratuita di chinino per combattere la malaria 

e a sostegno dell’agricoltura e della nascente industria:

  • importanti lavori di bonifica e di irrigazione
  • lavori pubblici per estendere la rete stradale e ferroviaria

Tra le diverse leggi varate durante i governi Giolitti, una è particolarmente importante, si tratta della legge che (nel 1912) stabilisce il suffragio universale maschile. Fedele ai propri principi ispiratori, Giolitti riuscì a far approvare una legge che estendeva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi. Tale riforma riusciva finalmente, per la prima volta, a coinvolgere nella vita politica una larga parte del popolo.

 

c. La politica estera italiana durante l’età giolittiana (la guerra libica) 

L'azione diplomatica del governo italiano negli ultimi anni del XIX secolo era stata caratterizzata dalla fiducia nella Triplice alleanza. Crispi e suoi collaboratori erano conviti che le questioni di politica estera si potevano risolvere con il sostegno degli alleati della Triplice.

Giolitti comprese pero ben presto che senza l’approvazione della Francia e dell’Inghilterra qualsiasi impresa coloniale sarebbe risultata fallimentare, cercò, perciò, di stabilire nuovi rapporti con le due potenze.

Con la Francia cercò di risolvere i contrasti, che tanto danno avevano arrecato all'economia dei due Paesi, e nel contempo concordò un'eventuale espansione francese nel Marocco in cambio del consenso ad una eventuale penetrazione italiana in Tripolitana e Cirenaica, territori ormai solo debolmente controllati dalla Turchia.

Accordi simili furono firmati con l'Inghilterra e con la Russia. Tutto ciò indeboliva la Triplice, ma rafforzava la posizione italiana in Europa e favoriva la pace facendo dell'Italia un elemento moderatore nei contrasti già in atto fra l'Austria e la Germania da una parte e l'Inghilterra, la Francia e la Russia dall'altra.

Quando nel 1911 l'Italia riprese l'attività coloniale, sbarcando sull'ultima parte dell'Africa settentrionale non ancora occupata dalle potenze occidentali, l'impresa aveva dunque avuto un'accurata preparazione diplomatica. Si giustificava la nuova impresa coloniale con l’aumento della popolazione in Italia che aveva bisogno di nuove area al di fuori del territorio nazionale, come stava mostrando il triste fenomeno dell’emigrazione negli Stati Uniti e nei paese dell’America del Sud.

Per la guerra in Libia fu allestito un corpo di spedizione di 34.000 uomini e il 3 ottobre 1911 iniziarono le ostilità. La guerra non fu così semplice come si era sperato, ma alla fine l’Italia riuscì ad ottenere dalla Turchia il riconoscimento del possesso della Tripolitania e della Cirenaica e si impegnava a far cessare la guerriglia.

L'occupazione della nuova colonia, cui fu mantenuto l'antico nome romano di Libia, non portò all'economia italiana grossi vantaggi. Quell'ampia fascia di territorio africano era infatti prevalentemente desertica e assai povera di materie prime ad eccezione di vastissimi giacimenti di petrolio, che però furono scoperti soltanto successivamente all'indipendenza del Paese (1952).

 

d. I lati oscuri della politica giolittiana

Pur di rimanere protagonista della scena politica Giolitti non esitò a destreggiarsi tra i diversi partiti dell’opposizione, cercando di accontentare un po’ tutti con atteggiamento simile al “trasformismo” di Depretis. Non solo, sembra che lo statista pur di mantenere un alto consenso elettorale sia ricorso alla corruzione e all’intimidazione. Un tale atteggiamento, attuato soprattutto nell’Italia del Sud, fu denunciato da Gaetano Salvemini che definì Giolitti “ministro della malavita” con un chiaro riferimento alla presunta complicità con mafia e camorra finalizzata ad ottenere voti.

Per non lasciarci con questa immagini negativa di quello che, dopo Cavour, è stato probabilmente il più grande statista italiano, dobbiamo ricordare che è grazie a Giolitti che la politica italiana si è aperta alla gente, egli è riuscito a dar voce a quelle forze reali del Paese che non avevano voce, e che, probabilmente, si sarebbero incanalate verso uno scontro sociale che sicuramente avrebbe danneggiato gravemente la società italiana nel suo insieme, indipendentemente dalla classe d’appartenenza.  

   

Sono considerati beni demaniali tutti quei beni che sono di proprietà dello Stato.

Pur essendo piuttosto complesso il concetto di liberismo, possiamo accontentarci di definirlo come una scelta politica che privilegia, in campo economico, il libero mercato, rispetto all’intervento statale.

Andrea Costa conosce a Parigi la socialista russa Anna Kuliscioff e, anche grazie al suo influsso, si convince della necessità di dar vita ad un partito che partecipasse alla vita politica del paese, è così che nel 1881 fonda il Partito socialista rivoluzionario di Romagna.

 

LE GRANDI POTENZE EUROPEE TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

(L’età dell’imperialismo)

 

1. Seconda rivoluzione industriale e crisi economica di fine secolo. Nascita della società di

    massa.

1.1 Seconda rivoluzione industriale

1.2 La crisi economica di fine secolo

1.3 Nascita della società di massa

APPROFONDIMENTO: Il voto alle donne

 

2. L’Europa dal 1866 al congresso di Berlino del 1878

2.1 Il contrasto franco-prussiano

            2.2 L’Austria, la Russia e l’Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo

2.3. Il congresso di Berlino del 1878

 

3. I grandi Stati europei dal congresso di Berlino (1878) al 1914

3.1 La Germania tra nuove alleanze e potenziamento commerciale e militare

3.2 La Francia alla ricerca della rivincita con la Germania

3.3 L’Austria e il problema dei paesi balcanici

3.4 Fine dell’isolamento inglese

 

4. L’espansione coloniale europea nel XIX secolo

4.1 Inghilterra

4.2 Francia

4.3 Germania

4.4 Russia

 

1. Seconda rivoluzione industriale e crisi economica di fine secolo. Nascita della

    società di massa 

1.1 Seconda rivoluzione industriale

Industria e ricerca scientifica

Prima di dedicarci ad osservare nel dettaglio la storia delle grandi potenze europee tra Ottocento e Novecento, nell’età chiamata dell’imperialismo, ci sembra di fondamentale importanza analizzare le profonde trasformazioni in campo economico produttivo vissute dai paesi europei dagli Stati Uniti nella seconda metà del XIX secolo, durante quella che verrà chiamata “seconda rivoluzione industriale”.

La “seconda rivoluzione industriale” viene collocata negli anni 1870-1914. Essa fu il prodotto del legame sempre più stretto che venne a crearsi, nel corso dell’Ottocento, tra sistema produttivo e ricerca scientifica: l’incredibile sviluppo delle ricerca scientifica nel corso del secolo non sarebbe stato possibile senza i finanziamenti dell’industria, e d’altra parte l’industria sfruttava il lavoro scientifico per migliorarsi e potenziarsi.

 

Nuove fonti di energia e nuove tecniche di produzione

Rispetto alla prima rivoluzione industriale, le principali innovazioni che si ebbero in questi anni riguardano:

  • Le fonti d’energia utilizzate
  • Le nuove produzioni industriali
  • Le nuove tecniche di produzione

Per quanto riguarda le fonti di energia abbiamo in questi anni i primi utilizzi dell’energia elettrica (prodotta da dinamo e da turbine idrauliche) e del petrolio (usato nel motore a scoppio).

Le nuove industrie sono legate al settore meccanico e siderurgico (l’acciaio andò a sostituire, gradualmente,  il ferro) e chimico (è di questi anni la prima produzione di fertilizzanti).

Molto importanti furono, poi, i cambiamenti apportati al sistema di produzione per renderlo più efficiente. Studi approfonditi in questo settore vennero effettuati dall’ingegnere statunitense Frederick Taylor, questi pubblicò a riguardo, nel 1911, un libro di fondamentale importanza: “Principi di organizzazione scientifica del lavoro”. Secondo Taylor si sarebbe ottenuto un significativo aumento di produttività, se nelle fabbriche si fosse organizzato il lavoro degli operai in modo più razionale, eliminando inutili perdite di tempo. Un tipico esempio di applicazione delle teorie di Taylor si ebbe nelle fabbriche automobilistiche di Henry Ford. In queste strutture si introdusse, già dal 1913 il lavoro in catena di montaggio, con notevoli vantaggi in termini di tempo impiegato pewr compiere le operazioni di assemblaggio. Grazie a queste nuove tecniche fu possibile ridurre i costi di produzione e, di conseguenza, abbassare i prezzi di vendita. La prima utilitaria della storia, la Ford modello T, se nel 1909 costava 900 dollari era arrivata a 260 dollari nel 1925, le vendite passarono da 18.000 autovetture vendute nel 1909 alle 750.000 autovetture vendute nel 1925. Ormai negli Stati Uniti anche le auto erano alla portata di tutti: il sogno di Ford di consentire ai propri operai di potersi comperare le auto che producevano si era realizzato.

Notevole stimolo alla industrializzazione del territorio venne anche dai governi dei diversi paesi. Ormai ci si era convinti come la potenza di una nazione fosse strettamente legata alla sua capacità industriale. Esemplare è il caso dell’Italia, il cui governo cercherà, nei primi anni del Novecento, di colmare la notevole  distanza che ci separava, per quanto atteneva allo sviluppo industriale, alle altre grandi potenze europee.    

 

La trasformazione della vita quotidiana

Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’industrializzazione portò ad una radicale trasformazione nella vita di ogni giorno.

Strumenti quali la lampadina, il telefono, la macchina da scrivere, l’ascensore, l’automobile e la bicicletta avrebbero portato ad una profonda trasformazione nello stile di vita di milioni di persone.

Anche in campo medico si ebbero degli enormi progressi. In particolare si comprese quale fondamentale importanza rivestisse l’igiene nella cura del malato e nel limitare il diffondersi delle malattie. I microscopi consentirono di identificare i microrganismi patogeni, responsabili di molte malattie. Si ampliarono, e attrezzarono sempre meglio, le strutture sanitarie di cura. Nella pratica chirurgica si diffuse l’uso dell’anestesia (in questi anni vennero scoperti gli effetti sul sistema nervoso dell’etere di etilico).

Anche l’industria farmaceutica iniziò a muovere i propri passi, è di questi anni l’inizio della produzione di quello che ancora oggi rimane uno dei farmaci più diffusi: l’aspirina.

I progressi della medicina e le migliorate condizioni di vita, diedero un rilevante contributo all’aumento demografico che si registrò nella seconda metà del secolo: la popolazione europea passò dai 270 milioni di abitanti del 1850 ai 425 milioni del 1900. In particolare la mortalità infantile vide una rapida riduzione in questi anni.

 

1.2 La crisi economica di fine secolo

Sarebbe un errore pensare al periodo della seconda rivoluzione industriale come ad un’età di continuo sviluppo e di benessere generalizzato per tutti, molti furono, infatti, i momenti di crisi (tra i peggiori ci sono la crisi del 1874 e quella di fine secolo) che colpiranno i paesi più industrializzati, in particolare in Europa.

 

Cause

I settori maggiormente coinvolti nella crisi furono l’agricoltura e l’industria.

Per l’agricoltura la crisi è in qualche modo legata allo sviluppo dei mezzi di trasporto, in particolare il rapido diffondersi della navigazione a vapore. Lo sviluppo dei questo settore, infatti, consentì un notevole abbassamento dei nei costi di trasporto dei prodotti agricoli, tali da rendere competitiva la vendita dei prodotti americani sul mercato europeo. L’arrivo dei prodotti americani costrinse gli agricoltori europei ad abbassare i prezzi, con notevoli ripercussioni sui margini di guadagno, tanto da provocare una grave crisi.

Per l’industria le difficoltà derivarono innanzitutto dalla eccessiva produzione. Il diffondersi dell’industrializzazione e le migliorate tecniche di produzione resero disponibili sul mercato una quantità di prodotti eccessiva rispetto ai reali consumi. La riduzione dei prezzi risolse solo in parte il problema, molte fabbriche furono costrette a chiudere, provocando una diffusa disoccupazione.

 

Conseguenze

Le conseguenze di questa crisi furono importanti e di natura diversa.

La mancanza di lavoro portò ad un generale peggioramento nella qualità della vita di milioni di persone, con un notevole impulso al movimento migratorio (in particolare verso le “Americhe”).

La crisi condizionò pesantemente anche i rapporti tra i diversi paesi industrializzati. Per difendere la produzione interna, sia agricola che industriale, i diversi governi attuarono una politica “protezionistica”, imponendo delle elevate tariffe doganali sui prodotti esteri, il principio della libera concorrenza, fino ad allora dominante in campo economico, dovette lasciar spazio agli interessi nazionali.

La grave crisi economica divenne anche un formidabile stimolo per le conquiste coloniali e il conseguente imperialismo. I vantaggi che le diverse nazioni trassero dalle conquiste coloniali furono notevoli:

  • Impulso alla produzione industriale, legato alla necessità di armare ed equipaggiare l’esercito per le conquiste
  • Nuovi mercati nei quali vender le proprie merci
  • Disponibilità di materie prime a bassissimo costo

Questa crisi fu l’occasione che vide il potenziamento di un fenomeno, il colonialismo, che ancora oggi segna il rapporto tra Nord e Sud del mondo.

 

1.3 Nascita della società di massa

Industrializzazione e trasformazione della società

L’industrializzazione vissuta dai paesi europei e dagli Stati Uniti d’America nel corso del XIV secolo portò ad una radicale trasformazione delle società dei paesi coinvolti.

In particolare, il sistema di produzione industriale offrì una serie di vantaggi ai cittadini:

  • La possibilità di uno stipendio sicuro, ogni mese
  • La disponibilità, a prezzi accessibili, di molti prodotti di consumo fino ad allora riservati a pochi

Rispetto al sistema di produzione artigianale, la produzione industriale non richiedeva né una specifica preparazione, né particolare forza fisica. Donne e ragazzi potevano essere impiegati in fabbrica senza difficoltà.

Proprio per la particolarità del lavoro in fabbrica, nelle fasi iniziali dell’industrializzazione si ebbe un pesante sfruttamento del lavoro operaio da parte degli industriali, in particolare del lavoro di donne e bambini. L’ampia disponibilità di manodopera e la mancanza di regolamentazione consentivano ai proprietari delle fabbriche di pagare con un salario minimo, il necessario per la mera sussistenza, i loro operai facendoli lavorare 14-16 ore al giorno.

Nel corso dell’Ottocento, come abbiamo già avuto modo di vedere , questa grave situazione gradualmente migliorò grazie alle lotte operaie e sindacali, si ottennero stipendi adeguati e migliori condizioni di lavoro. Lo stato intervenne in modo sempre più incisivo con normative dettagliate finalizzate al  riconoscimento dei diritti fondamentali dei lavoratori, in particolare:

  • Venne riconosciuto il diritto all’assistenza per gli infortuni sul lavoro
  • Si creò un sistema di previdenza obbligatorio, legato al versamento di contributi
  • Venne ridotto il numero di ore di lavoro
  • Venne indicata un’età minima al di sotto della quale non si poteva accedere al mondo del lavoro
  • Venne riconosciuto alle donne il diritto all’assistenza per maternità

Tutte queste condizioni cambiarono la vita dei lavoratori: non più schiavi del lavoro in fabbrica, ma cittadini ai quali veniva garantito un minimo livello di istruzione obbligatoria e gratuita, e un reddito da lavoro tale da consentire loro una vita dignitosa, ormai l’operaio poteva, in particolare nei paesi anglosassoni, permettersi di comperare i prodotti che produceva in fabbrica, era nata la società dei consumi.

 

Scolarizzazione, sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, estensione del suffragio

La scolarizzazione diffusa (in tutti i paesi industrializzati alla fine dell’Ottocento si diffonde la scuola pubblica gratuita con obbligo di frequenza) ebbe notevoli ripercussioni sulla diffusione dei giornali e dei libri.

Giornali e testi letterari si adattarono a quelli che erano i gusti dei nuovi lettori. Per i libri nacque e si diffuse rapidamente un genere di letteratura definita di massa o popolare, si tratta dei romanzi d’appendice  (così chiamati perché allegati al giornale in uscita).

Alla fine del XIX secolo Marconi esegue i suoi esperimenti di trasmissione radio e questo strumento diverrà nei decenni successive il più importante strumento di comunicazione di massa.

Sempre alla fine del secolo i fratelli Lumiere propongono le loro prime proiezioni, nasce con loro quella che diverrà la più importante industria del tempo libero del XX secolo: la cinematografia .

Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento in tutti i paesi occidentali si attua l’estensione del suffragio. In molti paesi si passerà dal suffragio censitario al suffragio universale maschile (l’Italia adotterà il suffragio universale maschile nel 1912). Tutti i cittadini maschi acquisiscono il diritto di voto per poter scegliere chi li dovrà governare. Probabilmente è questo il segno più evidente delle enormi trasformazioni che la società industriale aveva portato.

 

Nascita dei partiti di massa

Conseguenza dell’estensione del suffragio fu la nascita, nei diversi paesi europei, di sistemi organizzati capaci di proporsi quale riferimento per le grandi masse arrivate al voto: è la nascita dei “partiti di massa”.

Il notevole sviluppo di questi movimenti portò a costruire una forte struttura organizzata, avente un unico centro di potere nazionale e varie ramificazioni sul territorio. Si elaborarono, quindi, dei precisi programmi che presentavano ai loro elettori.

Moltissime furono le iscrizioni ai diversi partiti popolari (nel 1912 il Partito socialdemocratico tedesco contava quasi cinque milioni di iscritti).

I primi partiti di massa a costituirsi furono quelli legati all’ideologia socialista. Nel 1875 nasce il Partito socialdemocratico tedesco, nel 1879 il Partito socialista francese, nel 1892 il Partito socialista italiano e  nel 1906 il Partito laburista inglese. I partiti di ispirazione socialista rappresentavano, idealmente, gli interessi dei lavoratori e trovarono nelle organizzazione sindacali già attive un importante strumento di diffusione tra i lavoratori. Fin dalla loro nascita i partiti socialisti europei vissero un dissidio interno tra “riformisti”, ossia coloro che ritenevano fosse possibile ottenere una maggiore giustizia sociale attraverso delle riforme (e quindi accettando il potere di governo costituito) senza bisogno della rivoluzione; e i “rivoluzionari” i quali, ispirandosi alle idee di Marx, ritenevano necessario passare attraverso la rivoluzione armata (quindi abbattendo il governo sostituito). Tale dissidio portò, negli anni successivi, ad una vera e propria rottura: il partito socialdemocratico russo si divise in menscevichi e bolscevichi, e dai partiti socialisti europei nacquero i partiti comunisti. 

Altri grandi partiti di massa, immediatamente successivi a quelli socialisti, furono quelli di ispirazione cattolica. I partiti di ispirazione cattolica nacquero quale evoluzione di strutture organizzate di aiuto e assistenza preesistenti, rivolte in particolare al mondo contadino. Lo stesso papa Leone XIII con la pubblicazione, nel 1891, dell’enciclica “Rerum novarum” aveva dato delle chiare indicazioni in merito alla posizione della Chiesa di Roma sulle questioni di carattere politico e sociale. In particolare si raccomandava la ricerca di una maggiore giustizia sociale, che si sarebbe dovuta ottenere non tramite lo scontro tra le diverse classi sociali, ma attraverso la collaborazione, l’aiuto reciproco. In Italia i difficili rapporti tra Stato Chiesa vissuti alla fine dell’Ottocento, che avevano visto il non riconoscimento, da parte della Chiesa, dello Stato italiano, ebbero l’effetto di posticipare la nascita di un partito cattolico. Solo il dilagare del Partito socialista tra i lavoratori, operai soprattutto, ma anche contadini, portò le alte gerarchie della Chiesa ad assumere una posizione meno intransigente, nei confronti dello Stato italiano, accettando la nascita, nel 1919, del Partito popolare italiano, guidato da don Luigi Sturzo.

Movimenti di ispirazione cattolica e di ispirazione socialista concordavano nella necessità di una maggiore giustizia sociale. Si distinguevano, però, quando si trattava di individuare i metodi per ottenere l’obiettivo desiderato: per i socialisti la lotta di classe era uno strumento necessario per raggiungere l’obiettivo; mentre per i cattolici la lotta era da evitare, molto meglio cercare una forma di collaborazione tra i rappresentanti delle classi sociali.

 

APPROFONDIMENTO ........!

IL VOTO ALLE DONNE

Per le donne del XIX secolo il lavoro in fabbrica divenne una grande opportunità. L’indipendenza economica, garantita dal lavoro, consentì loro di emanciparsi rispetto al rapporto con i maschi: il rapporto di stretta dipendenza, esistente nei secoli precedenti, venne gradualmente riducendosi.

Conseguente all’indipendenza economica vi fu, verso la fine dell’Ottocento, l’inizio di un movimento di lotta finalizzato al riconoscimento alle donne dei fondamentali diritti civili e politici, in questo ambito si colloca anche la lotta per il diritto al voto.

La lotta per il diritto al voto alle donne iniziò negli ultimi decenni dell’Ottocento, nei paesi di lingua anglosassone. Le manifestazioni di protesta, di quelle che ironicamente vennero definite “suffragette”, ottennero i risultati sperati, anche le donne ottennero il diritto al voto. Tale diritto venne riconosciuto in tempi molto diversificati nei diversi paesi, come si può osservare nella tabella:

 

PAESE

ANNO

Nuova Zelanda

Australia

Russia

Gran Bretagna

Germania

Stati Uniti

Spagna

Francia

Italia

Svizzera

Portogallo

1893

1901

1917

1918

1919

1919

1931

1944

1946

1971

1976

 

 

 

 

 

 

 

2. L’Europa dal 1866 al congresso di Berlino del 1878

La storia europea dal 1866 al 1878 è contrassegnata da un duplice contrasto:

  • contrasto franco-prussiano per l’egemonia in Europa.
  • contrasto austro-russo per l’egemonia nei Balcani.

Gli altri Stati, compresa l’Inghilterra (impegnata in numerose imprese di espansione coloniale), non esercitano che una parte secondaria.

 

2.1 Il contrasto franco-prussiano

a. Le due maggiori potenze europee

Nella seconda metà del XIX secolo Francia e Prussia rappresentano le due maggiori potenze economiche e politiche europee.

 

b. Bismarck riesce a coinvolgere la Francia per lo scontro bellico

Bismarck, al fine di mostrare la potenza della Prussia agli altri stati tedeschi e all’Europa intera, cerca lo scontro bellico con la Francia, ci riuscirà, anche grazie ad uno stratagemma (telegramma di Erms ), nel luglio del 1870 Napoleone III dichiara guerra alla Prussia

 

c. La guerra franco-prussiana del 1870

La guerra mette subito in evidenza la supremazia militare della Prussia. L’esercito francese viene sconfitto nell’Alsazia e nella Lorena. A Sedan i francesi subiscono l’ennesima sconfitta e sono costretti alla resa, sono passati solo 40 giorni dall’inizio del conflitto.

 

d. L’abbandono di Napoleone III e la nascita della terza repubblica in Francia

La disfatta di Sedan trascina alla distruzione l’impero di Napoleone III e, contemporaneamente, consente la nascita della terza repubblica (la prima è del 1792 e la seconda del 1848). La nuova repubblica francese decide di continuare la guerra, ma, nonostante gli enormi sforzi, Parigi assediata è costretta ad arrendersi nel gennaio 1871.

 

e. Le conseguenze della sconfitta per la Francia

La Francia sconfitta è costretta (pace di Francoforte) a:

  • cedere l’Alsazia alla Prussia
  • cedere la Lorena alla Prussia
  • pagare un risarcimento di guerra di 5.000.000.000 di franchi

 

f. Vantaggi derivanti dalla vittoria per la Prussia

Subito dopo la vittoria di Sedan gli Stati della Germania meridionale offrono a Guglielmo I, re di Prussia, la corona di imperatore; così nel gennaio 1871 (con la guerra ancora in corso) viene proclamato a Versailles (in Francia) il secondo impero tedesco (SECONDO REICH) e Guglielmo I venne riconosciuto come Imperatore.

 

2.2 L’Austria, la Russia e l’Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo

a. L’Austria e il nuovo impero Austro-Ungarico

L’Austria dopo la disastrosa guerra che la contrappose alla Prussia (1866) sentì il bisogno di rinnovarsi. L’imperatore Francesco Giuseppe I per frenare le spinte autonomistiche dei diversi popoli sottomessi all’impero (Ungheresi, Slavi, Italiani, Rumeni, ecc), pensò di accordarsi con i rappresentanti della popolazione ungherese; l’accordo del 1867 portò le seguenti conseguenze:

  • l’impero non si chiamò più “austriaco”, ma “austro-ungarico”
  • l’unica monarchia riconosciuta lasciò spazio a una seconda monarchia, quella ungherese, avente una propria bandiera e un proprio parlamento
  • solo la politica estera e l’organizzazione militare, rimasero unite in un unico ministero tale sistema rimase in vigore fino al 1918

 

b. Le riforme in Russia dello Zar Alessandro II

Anche la Russia doppio la disastrosa guerra di Crimea (1853-55), sentì il bisogno di rinnovarsi operando delle radicali riforme nelle proprie istituzioni.

Nel 1861 lo Zar Alessandro II abolì la servitù della gleba dando la libertà a un milione di contadini. Vi furono notevoli riforme anche nel campo amministrativo, giudiziario e universitario. Le riforme dello Zar non andarono, però, oltre e le richieste di ulteriori riforme furono respinte. L’atteggiamento di sostanziale chiusura da parte dello Zar, unito all’impressione che fece la sua reazione alla rivolta polacca del 1863-64, finirono per allontanarlo dalle simpatie del popolo. Nel 1881 Alessandro II venne ucciso da una bomba lanciata da un nichilista contro la sua carrozza.

 

c. L’Inghilterra e il problema irlandese

L’Inghilterra grazie ad alcune ottime intuizioni di politica interna (aumento del numero degli elettori nel 1832, e abolizione del dazio sul grano 1846) e soprattutto grazie all’intuito della regina Vittoria (regnò dal 1837 al 1901) nel sapersi circondare da abili primi ministri (come il Palmerston e il Disraeli) visse un periodo di splendida attività economica e potenza politica, interessandosi solo marginalmente agli avvenimenti dell’Europa continentale.

Nel 1800 l’Irlanda (in prevalenza cattolica) fu forzatamente annessa alla Gran Bretagna (Atto d’unione), gli irlandesi privati della libertà politica e religiosa iniziarono una serie di agitazioni e rivolte, solo nel 1829 riuscirono ad ottenere il diritto di voto e 42 anni dopo nel 1871 la libertà religiosa. Le richieste autonomistiche degli irlandesi dureranno fino ai nostri giorni.

 

2.3 Il congresso di Berlino del 1878

a. La questione dei Balcani

Dopo la metà del secolo XIX i Principati danubiani e la Serbia, approfittando del protettorato delle grandi Potenze, avevano sempre più allentato i vincoli di sudditanza verso la Turchia. Tale atteggiamento si manifesta secondo le seguenti principali tappe:

  • nel 1858 i Principati danubiani si uniscono in un solo Stato, la Romania.
  • nel 1859 la Serbia scaccia la guarnigione turca a Belgrado.
  • nel 1862 il Montenegro, dopo una lotta di molti anni, conquista l’indipendenza dai turchi.

 

b. La guerra Russo-Turca per l’egemonia nei paesi Balcanici

Dopo che la Serbia e il Montenegro ottennero la liberazione dal dominio turco, anche la Bosnia e l’Erzegovina insorsero contro il dominatore, proclamando, nel contempo, la propria unione alla Serbia (1875); la rivolta venne, però, ferocemente repressa dalla Turchia. Un tale evento dà l’occasione alla Russia per dichiarare guerra alla Turchia (1877).

Avuta facile ragione sulla Turchia, la Russia costringe la rivale a firmare la Pace di Santo Stefano (1878) con la quale veniva riconosciuta piena indipendenza alla Romania, alla Serbia, al Montenegro, si costituiva il nuovo Stato Bulgaria, e si riconosceva l’autonomia amministrativa della Bosnia e dell’Erzegovina.

 

c. Il congresso di Berlino (1878)

L’egemonia russa nei balcani preoccupa le grandi potenze europee, l’Austria in particolare, per evitare un conflitto tra Austria e Russia, Bismarck invita le grandi potenze a discuterne a Berlino (giugno-luglio 1878). Il congresso, diretto con maestria da Bismarck, finì per favorire l’Austria e danneggiare la Russia che si vide riconosciuto solo il domino di una limitata regione (pur avendo vinto la guerra con la Turchia).

L’intento di Bismarck era di attirarsi le simpatie dell’Austria di cui aveva bisogno per poter portare a compimento i propri piani, come vedremo.

3. I grandi stati europei dal congresso di Berlino (1878) al 1914

La politica dei grandi Stati europei dal Congresso di Berlino al 1914 presenta i seguenti contrasti:

  • contrasto franco-tedesco, reso ancora più acuto dalla vittoria prussiana del 1870 e dal desiderio della rivincita (revanche) francese
  • contrasto austro-russo per l’egemonia nei Balcani, reso ancora più acuto dalla disparità di  trattamento che Russia e Austria hanno avuto nel congresso di Berlino
  • contrasto anglo-tedesco, causato dalla crescente potenza politica e commerciale della Germania in Europa e nel mondo.

 

3.1 La Germania tra nuove alleanze e potenziamento commerciale e militare

La Germania, che con la fondazione dell’Impero tedesco (1871) aveva raggiunto il principale scopo della sua politica di dominio, mirò prima e dopo il Congresso di Berlino a consolidare la propria posizione in Europa. Bismarck, di fronte alla Francia, desiderosa di una rivincita, e all’Inghilterra e alla Russia preoccupate per la nuova potenza germanica, rafforzò gli organici militari (militarismo) e cercò di stabilire rapporti di alleanza con l’Austria e con l’Italia.

Nel 1879 fu stipulato un Trattato di alleanza fra la Germania e l’Austria, per cui le due potenze si impegnavano a fornirsi reciproco aiuto nel caso di un’aggressione da parte della Russia; nel 1882, in seguito all’occupazione francese della Tunisia, anche l’Italia si unì alle due potenze contraenti e si ebbe il Trattato della Triplice Alleanza.

Bismarck ritenne, in tal modo, di “avere chiuso il proprio paese entro una corazza di bronzo”, e di non avere più nulla da temere dagli avversari della Germania.

Ma nel 1888 moriva l’imperatore Guglielmo I, e dopo pochi mesi anche il figlio Federico III (affetto da un male incurabile), lasciando il trono all’ancora giovane figlio Guglielmo II.

Guglielmo II (1888-1918) abbandonò ben presto la politica sostanzialmente prudente di Bismarck, allo scopo di affermare, in modo ancora più netto, la supremazia politica ed economica della Germania nel mondo (imperialismo, pangermanesimo).

Licenziato il vecchio Bismarck (1890), egli dedicò ogni cura all’esercito e alla marina, dando il massimo impulso agli armamenti, specialmente navali dato che erano scarsi rispetto a quelli inglesi,e favorì in ogni modo lo sviluppo industriale e commerciale del paese, mirando, in particolare, ad aprire al commercio tedesco i grandi mercati dell’Asia e dell’Africa, in aperto contrasto con l’Inghilterra e con la Francia.

Nello stesso tempo non lasciò sfuggire alcuna occasione per esaltare la forza come base del diritto.

Nel 1905, in seguito a un trattato anglo-francese per il protettorato del Marocco, l’imperatore sbarcò improvvisamente a Tangeri per assicurare il sultano della sua amicizia; nel 1911, in seguito a un tentativo francese di occupare il Marocco, inviò un incrociatore nel porto di Agadir, e la Francia, per evitare una guerra, dovette cedere alla Germania una parte del Congo francese.

 

3.2 La Francia alla ricerca della rivincita con la Germania

La Francia, che col consolidamento della terza Repubblica aveva superato la grave crisi del 1871, non rinunziò alla rivincita contro la Germania, e con un’abile politica mirò a concludere vari trattatidi alleanza contro la nazione eterna rivale.

Nel 1893 fu stipulato un Trattato di alleanza con la Russia,che, dopo la sconfitta subita nel congresso diBerlino, temeva di vedere i Balcani entrare sempre più nell’orbita dell’Austria e della Germania; nel 1907, in seguito ai crescenti armamenti della Germania, anchel’Inghilterra si unì alle due potenze per formare il Trattato della Triplice Intesa.

 

3.3 L’Austria e il problema dei paesi balcanici

L’Austria, che con il Congresso di Berlino aveva ottenuto l’amministrazione della Bosnia e dell’Erzegovina, continuò nella sua politica di penetrazione dei Balcani, allo scopo di aprirsi una via verso il Mare Egeo.

Nel 1908 con un colpo improvviso dichiara l’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina, assicurandosi, nel contempo, il riconoscimento della Germania e dell’Italia. 

Ma l’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina suscitò ben presto un movimento irredentista slavo mirante ad una annessione alla Serbia. Fu proprio opera di irredenti serbi l’eccidio di Sarajevo(28 giugno 1914), in cui trovò la morte l’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono e la moglie; eccidio che fu l’elemento scatenante la prima guerra mondiale.

 

3.4 Fine dell’isolamento inglese

L’Inghilterra, che sotto il regno della regina Vittoria si era mantenuta fedele alla politica dello “splendido isolamento”, riprese a interessarsi verso la fine del secolo, di fronte alla potenza sempre più minacciosa della Germania, delle questioni del continente europeo.

Edoardo VII (1901-1910), figlio della regina Vittoria, si accostò alla Francia e alla Russia e concluse con esse il Trattato della Triplice Intesa (1907). Nello Stesso tempo l’Inghilterra ostacolava la Germania nei suoi tentativi di espansione coloniale e ostacolava l’espansione politica e commerciale della Germania in Estremo Oriente, alleandosi con il Giappone.

 

4. L’espansione coloniale europea nel XIX secolo

Alla vigilia del primo conflitto mondiale quasi tutto il “Vecchio mondo” (Africa, Asia) è sotto il controllo delle potenze coloniali europee.

Il formarsi degli imperi coloniali può essere diviso, per il secolo indicato, in due fasi:

  • una prima fase (che va dal Congresso di Vienna al 1880) caratterizzata dalla asistematicità e dalla mancanza di progetti specifici elaborati dalle nazioni occupanti.
  • una seconda fase (dal 1880 al alla prima guerra mondiale) in cui si assiste ad una vera e propria corsa per accaparrarsi territori d’oltremare, in un clima di rivalità politica ed economica tra i diversi Stati; tanto da richiedere una notevole opera diplomatica che consenta una equa spartizione dei territori e delle sfere d’influenza.

Fenomeno caratteristico del secolo XIX, l’espansione coloniale interessa tutti i maggiori Stati europei. Principali cause dell’espansione sono:

  • lo sviluppo demografico, per cui si ritenne necessaria la conquista di vasti territori, capaci di assorbire la crescente emigrazione.
  • lo sviluppo industriale, per cui si ritenne necessaria la disponibilità, a basso prezzo, di prodotti presenti nei territori che verranno perciò colonizzati, e nel contempo si vede nelle proprie colonie un enorme mercato in cui vendere a prezzi vantaggiosi quanto prodotto nella madre patria.

I continenti su cui si esercitò l’attività coloniale degli europei furono soprattutto l’Africa e l’Asia, specialmente in seguito al taglio dell’istmo di Suez (1859-69), mentre l’America rimase sempre sostanzialmente chiusa alla penetrazione europea.

 

4.1 Inghilterra

L’Inghilterra, che già nella seconda metà del Settecento possedeva il più vasto impero coloniale del mondo, mirò soprattutto ad assicurarsi la via per le Indie, fonte per essa di immense ricchezze.

Nell’ASIAessa occupò Singapore (1819), la penisola di Malacca (1826), Aden (1839); strappò alla Cina, dopo la guerra dell’oppio, il porto di Hong-Kong (1842); trasformò l’India dapprima in colonia alle dirette dipendenze della corona (1858) e poi in impero (1876), mentre la regina Vittoria veniva proclamata imperatrice delle Indie.

In AFRICA l’Inghilterra strappò agli Olandesi la Colonia del Capo (1815); poi, essendosi i coloni olandesi (Boeri) ritirati nell’interno del paese, strappò ad essi il Natal (1842), e, in seguito alla scoperta di ricchissime miniere d’oro e di diamanti, anche il Transvaal e l’Oratzge, dopo una guerra sanguinosa durata tre anni (1899-1901); infine concesse alle quattro colonie del Capo di Buona Speranza, del Natal, del Transvaal e dell’Orange di formare l’Unione del Sud-Africa(1910), con amministrazione quasi indipendente dalla madre patria e un governatore rappresentante il re d’Inghilterra. Nello stesso tempo aveva luogo l’occupazione dell’Egitto, che si era liberato dal dominio turco, e che, dopo l’apertura del canale di Suez, aveva acquistato una grande importanza Strategica. Intanto, per opera di Cecil Rhodes, governatore della Colonia del Capo, l’Inghilterra estendeva il suo dominio anche sulla Rhodesia (1889-1890), vagheggiando il disegno, espresso nella formula “dal Capo al Cairo”, di poter dominare tutta l’Africa Orientale.

In AUSTRALIAl’Inghilterra concesse alle varie colonie di formare una Confederazione Australiana (Commonwealth of Australia) (1900), con un governatore rappresentante il re d’Inghilterra.

 

4.2 Francia

La Francia, che nella seconda metà del Settecento aveva perduto quasi tutte le sue colonie per opera dell’Inghilterra, riprese nella prima metà dell’Ottocento la sua espansione coloniale, mirando specialmente alla vicina AFRICA. Essa cominciò con l’occupare l’Algeria (1830) e, nonostante la lunga resistenza degli Algerini ne fece uno dei più ricchi possessi francesi nel Mediterraneo; proclamò in seguito il protettorato sulla Tunisia (1881), prendendo a pretesto le scorrerie delle tribù tunisine dei Crumiri nel territorio algerino; riuscì, infine, dopo una serie di drammatiche vicende per l’opposizione della Germania a far riconoscere il proprio protettorato sul Marocco (1911).

A queste colonie sono da aggiungere il Senegal, sulle cui coste i Francesi si erano stabiliti fin dal secolo XVII, ma il cui retroterra fu occupato solo sotto Napoleone III; il Sudan occidentale e centrale; il Congo francese (1885), l’isola di Madagascar (1896); e infine, in ASIA, le colonie dell’Indocina.

 

4.3 Germania

La Germania, nonostante la riluttanza di Bismarck, impegnato nei problemi nazionali, si procurò anch’essa delle colonie in diverse parti del globo.

In AFRICA occupò l’Africa sud-occidentale (1883), che si rivelò presto un acquisto mediocre; l’Africa sud-orientale (1884), intorno al lago Vittoria; il Camerun (1884), più tardi ampliato per la concessione di parte del Congo francese durante la questione marocchina.

In OCEANIA la Germania occupò parte delle isole della Nuova Guinea, e acquistò dalla Spagna le isole Marianne e Caroline.

In ASIA, e più precisamente in Estremo Oriente, essa ottenne in affitto dalla Cina la baia di Kiao-Ciao (1898), ed iniziò un’intensa penetrazione commerciale nei mari cinesi.

Nel frattempo, essa andò sempre più aumentando la propria influenza sulla Turchia asiatica, fino ad ottenere la concessione della famosa ferrovia di Bagdad, che dal Bosforo doveva arrivare fino al GolfoPersico, minacciando da vicino gli interessi inglesi dell’India.

 

4.4 Russia

La Russia, che fin dal secolo XVI aveva cominciato ad estendere il proprio dominio al di là degli Urali, continuò nei secoli successivi la sua penetrazione nell’ASIA.

Essa occupò tutta la Siberia, che dapprima fu adibita a luogo di deportazione; ma poi, dopo la famosa legge dello Zar Alessandro Il che aboliva la schiavitù e dopo la scoperta di ricche miniere d’oro nelle regioni orientali, divenne il centro di una notevole emigrazione di contadini e di lavoratori; occupò la provincia dell’Amur col porto di Vladivostok, l’isola di Sakhalin, ecc.

Verso la fine del secolo, allo scopo di mettere in valore questi vari territori e di affermare sempre più il proprio predominio in Estremo Oriente, la Russia costruì la famosa ferrovia transiberiana (1891-1904), ottenendo dalla Cina il permesso di passare attraverso la Manciuria cinese per raggiungere Vladivostok e Port Arthur.

Ma l’espansione asiatica della Russia suscitò le preoccupazioni del Giappone, che nella seconda metà dell’Ottocento, si era completamente rinnovato secondo i costumi europei ed aveva iniziato la propria espansione politica e commerciale in Cina.

Si ebbe in tal modo la guerra russo-giapponese (1904-1905), nella quale la Russia fu costretta a subire una serie di clamorose sconfitte. La guerra ebbe termine, per la mediazione di Teodoro Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, col Trattato di Ports-mouth (1905), per il quale la Russia dovette restituire la Manciuria alla Cina, e cedere la Corea e Port Arthur al Giappone.

 

 

Si veda il modulo dedicato all’Europa dell’Ottocento.

Nella prima metà del XX secolo il cinema venne usato non solo come strumento di intrattenimento, ma anche come strumento per informare i cittadini. Tra primo e secondo tempo del film si trasmettevano i “cinegiornali” dei veri e propri documentari informativi utilizzati dal sistema al potere, ricordiamo, in Italia, i cinegiornali prodotti dall’Istituto Luce finalizzati a magnificare la grandezza del regime fascista.

Mentre Guglielmo I si trovava ai bagni nella località francese di Erms, Napoleone III mandò il proprio ambasciatore per chiedere un’udienza al re prussiano per parlare di questioni relative alla successione dinastica in Spagna (abbattuta la dinastia dei Borboni, la Spagna aveva offerto la corona a Leopoldo di Hohenzollern, cugino di Guglielmo I, ma la Francia si opponeva ad una tale decisione), il re prussiano accetto una prima udienza, ma nella stessa dichiarò di non poter prendere per il futuro degli impegni relativi alla rinuncia del cugino alla corona spagnola; quando l’ambasciatore francese, il giorno dopo, chiese una nuova udienza, Guglielmo I gli fece rispondere che non aveva nulla da aggiungere, e nel contempo avvisò Bismarck dei fatti, questi che da tempo cercava il modo per provocare la Francia alterò il contenuto (cancellando alcune parole) del telegramma che gli aveva inviato il re prussiano e diede al telegramma stesso, così alterato, la massima diffusione. La Francia si sentì offesa nel proprio orgoglio nazionale dal contenuto del telegramma e, nonostante fosse militarmente impreparata il 19 luglio 1870 dichiarò guerra alla Prussia.

Irredentismo, movimento ideologico finalizzato a riunire alla madrepatria territori che si considera debbano appartenerle e che si trovano sotto la dominazione straniera. 

 

RIVOLUZIONE RUSSA

 

Premessa

 

1 L’insurrezione del 1905

1.1 Da chi nasce la protesta

1.2 Partiti che rappresentano i movimenti di protesta

1.3 Il moto insurrezionale del 1905

 

2 La rivoluzione del 1917

2.1 La rivoluzione di febbraio, l’abdicazione di Nicola II e il primo governo di ispirazione liberale russo

2.2 Governo provvisorio e il potere dei SOVIET

2.3 Arrivo di Lenin, le dieci tesi d’aprile

2.4 La rivoluzione d’ottobre (1917)

2.5 Il nuovo regime e l’inizio della guerra civile

 

3 Dopo la rivoluzione la guerra civile

3.1 I gravi problemi conseguenti alla rivoluzione di ottobre

3.2 Le armate bianche

3.3 “Il comunismo di guerra”

4 Dalla guerra civile alla dittatura comunista

4.1 Il fallimento del comunismo di guerra

4.2 La Nuova Politica Economica (NEP)

4.3 I problemi della nuova Russia

4.4 La politica estera: il Comintern

4.5 Lotta al vertice per il potere (Stalin e Trotzkij)

4.6 Nascita dell’Urss

 

5 Dai vecchi ai nuovi valori “imposti” alla società sovietica

 

Premessa

I movimenti rivoluzionari in Russia agli inizi del XX secolo si attuano in due periodi distinti; nel 1905 si ha un primo moto di insurrezione rivoluzionaria, mentre nel 1917 si compie la rivoluzione comunista vera e propria.

 

1. L’insurrezione del 1905

1.1 Da chi nasce la protesta

All’inizio del 1905 il malcontento, ormai già da diverso tempo esistente nei confronti del regime zarista, arriva a livelli estremi, in particolare la protesta ha origine:

  • dalle classi medie che chiedono un sistema costituzionale
  • dagli operai che vivono in condizioni di lavoro non più accettabili
  • dai contadini che chiedono la distribuzione delle terre, ancora in mano a pochi ricchi proprietari terrieri

 

1.2 Partiti che rappresentano i movimenti di protesta

A rappresentare le istanze di protesta ci sono sostanzialmente tre movimenti:

  • Partito cadetto (movimento di ispirazione liberale favorevole ad una monarchia costituzionale), che rappresenta la classe borghese
  • Socialisti rivoluzionari, rappresenta gli interessi dei contadini e degli operai
  • Partito operaio socialdemocratico,  rappresenta gli interessi dei contadini e degli operai

Il Partito operaio socialdemocratico si scinde nel 1903 in due correnti interne:

  • MENSCEVICHI (detti minimalisti) sono favorevoli a trattare con il potere costituito per far valere i diritti dei lavoratori
  • BOLSCEVICHI (detti massimalisti) sono convinti che non si debba trattare con il potere esistente, questo deve semplicemente essere annientato per lasciar posto a qualcosa di completamente nuovo

 

1.3 Il moto insurrezionale del 1905

Domenica 22 gennaio 1905 viene organizzata a San Pietroburgo una grande manifestazione pacifica per richiedere riforme allo zar Nicola II, i manifestanti vengono però dispersi dalla polizia che spara sulla folla, vi saranno centinaia di morti. Il massacro scatena in tutto il paese movimenti di protesta e scioperi. La protesta spaventa lo Zar che nel “Manifesto d’ottobre” promette l’elezione della assemblea costituente (DUMA). Tale concessione accontenta solo la parte più moderata dei fautori dei movimenti di protesta, gli estremisti continuano la lotta per rovesciare la monarchia provocando l’intervento repressivo delle forze governative che riescono a fermare i moti di rivolta. Nel 1906 si ha l’elezione della DUMA.

 

2. La rivoluzione del 1917

Nonostante il movimento rivoluzionario del 1905, le richieste di distribuzione delle terre ai contadini e di migliori condizioni di vita per gli operai non vengono soddisfatte. Le condizioni che spinsero alla protesta del 1906 rimasero, quindi, sostanzialmente inalterate negli anni che seguirono.

 

2.1 La rivoluzione di febbraio, l’abdicazione di Nicola II e il primo governo di ispirazione

     liberale russo

Anche a causa dei terribili disagi provocati dalla prima guerra mondiale (la Russia giunse sostanzialmente impreparata alla guerra) nel febbraio del 1917 una manifestazione di protesta a San Pietroburgo degenererà in insurrezione armata, anche con l’appoggio di militari ammutinati. Lo Zar è costretto ad abdicare  e nasce il primo governo provvisorio di ispirazione liberale.

 

2.2 Governo provvisorio e il potere dei SOVIET

Il governo provvisorio approva immediatamente una serie di misure liberali. Inizialmente tale nuovo governo è appoggiato anche dalla frazione bolscevica del Partito operaio socialdemocratico. Lo stesso Partito operaio socialdemocratico costituisce promuove una diffusa rete di organismi rappresentativi di base (SOVIET) che avranno una fondamentale importanza per il successo della rivoluzione comunista di ottobre.

 

2.3 Arrivo di Lenin, le dieci tesi d’aprile

Nell’aprile del 1917 raggiunge la capitale russa (chiamata ora Pietrogrado) Lenin capo dei bolscevichi, in esilio dal 1905. L’arrivo di Lenin in Russia è reso possibile dal sostegno del comando supremo tedesco, che cerca di favorire il moto rivoluzionario in Russia al fine di distogliere le forze russe dalla guerra che stavano combattendo contro gli imperi centrali.

Appena arrivato Lenin convince i dirigenti bolscevichi nel prendere le distanze dal governo liberale al potere, per puntare invece direttamente alla realizzazione di uno stato comunista. Egli inoltre diffonde un documento in dieci punti (le dieci tesi d’aprile) in cui rovescia la teoria marxista secondo cui la rivoluzione proletaria doveva avvenire inizialmente nei paesi industrializzati come risultato del sistema capitalistico di produzione. Secondo Lenin, invece, era proprio la Russia ad offrire le migliori condizioni per un’azione rivoluzionaria. Obiettivo immediato era quello di conquistare la maggioranza nei soviet (riconosciuti come unica forma legittima di potere) con le parole d’ordine: pace, terra ai contadini, controllo della produzione da parte degli operai. Un tale programma portò moltissimi consensi al Partito bolscevico, anche se lo isolò dagli altri partiti e dal governo provvisorio.

 

2.4 La rivoluzione d’ottobre (1917)

Nei mesi seguenti l’arrivo di Lenin a Pietrogrado, la propaganda bolscevica riesce a raccogliere molti consensi, in particolare viene accolta con entusiasmo l’idea di uscire dalla guerra, andando contro a quella che era la linea tenuta dal governo. Anche a causa di tali dissidi i bolscevichi si allontanano sempre più dai menscevichi, favorevoli alla linea di guerra del governo.

Il completo fallimento dell’offensiva lanciata contro le forze austro-tedesche nel giugno del 1917, favorisce la linea bolscevica, questi nel luglio organizzano una grande manifestazione di protesta chiedendo lo scioglimento della Duma e l’elezione di un’assemblea costituente.

Il primo ministro del governo provvisorio, Kerenskij, cerca di calmare il fervore del movimento bolscevico fingendo di accoglierne le richieste, in realtà organizza l’arresto dei capi bolscevichi accusati di tradimento (Lenin riesce a scappare in Finlandia).

Nel settembre avviene però che lo stesso primo ministro Kerenskij, dovendo affrontare un colpo di stato  che cerca di restaurare il regime zarista, è costretto a chiedere l’aiuto delle guardie rosse bolsceviche formate soprattutto da operai.

Allontanato il pericolo del colpo di stato zarista, le guardi rosse sotto la guida di Trotzkij (anche su indicazione dello stesso Lenin dalla Finlandia) nell’ottobre occupano i punti chiave della capitale e danno l’assalto al Palazzo d’Inverno sede del governo dove arrestano tutti i ministri, tranne Kerenskij che riesce a fuggire.

Dallo stesso Palazzo D’Inverno viene dato l’annuncio del passaggio del potere, ora in mano ai soviet.

 

2.5 Il nuovo regime e l’inizio della guerra civile

Proclamata la Repubblica sovietica il governo viene affidato a un Consiglio dei commissari del popolo, con a capo Lenin. La rivoluzione incontra diverse resistenze nel diffondersi in tutto il territorio russo, solo verso la fine del 1917 i nuovi organi di governo rivoluzionario si insediano in tutta la Russia.

Pur essendo particolarmente svantaggioso per la Russia, si decide di firmare nel marzo del 1918 un trattato di pace con l’Impero tedesco.

Nei primi mesi in cui è al potere, il governo rivoluzionario deve scontrarsi con diffusi movimenti di ribellione; per far fronte a tali minacce è costretto ad assumere carattere sempre più dittatoriale, come vedremo.

 

3. Dopo la rivoluzione la guerra civile

3.1 I gravi problemi conseguenti alla rivoluzione di ottobre

All’indomani della propria costituzione, la nuova Russia sovietica dovette lottare con i denti per la propria sopravvivenza. A minacciarla fu innanzitutto una spaventosa carestia, favorita dal parziale abbandono delle campagne determinato dalla guerra, e il blocco commerciale adottato dalle grandi potenze europee contro il nuovo governo dei soviet.

Nella primavera del 1921 la produzione era calata a circa metà di quella prebellica: nelle campagne russe si misero in movimento milioni di famiglie alla disperata ricerca di cibo. Si calcola che circa 5 milioni di persone siano morte di stenti e di epidemie. Ad aggravare gli effetti della carestia, intervenne, a partire dal marzo 1918, la guerra civile, scatenata dalle opposizioni controrivoluzionarie di destra e dai socialrivoluzionari con l'appoggio delle potenze europee dell'Intesa. A questa emergenza drammatica i nuovi governanti cercarono di reagire con una politica di requisizioni forzate dei prodotti agricoli destinati a sfamare il paese. Il risultato fu pero quello di esacerbare il risentimento dei contadini proprietari, indebolendo ulteriormente il potere sovietico.

 

3.2 Le armate bianche

Nella zona del Volga i bolscevichi furono rovesciati in nome dell'Assemblea costituente, ma il governo formatovi dai socialrivoluzionari ebbe vita effimera, perché trovò scarso seguito tra i ceti popolari. Molto più pericolosa per le sorti del nuovo regime bolscevico si rivelò invece la reazione degli alti gradi dell’esercito: in diverse zone del paese (Crimea, Siberia, regione del Don) generali zaristi come Krasnòv, Denikin, Kolcàk e Vrangel riuscirono ad instaurare delle dittature militari. Truppe dell'Intesa sbarcarono inoltre in varie località dal Pacifico all'Artico, dal Mar Nero al Caspio; il loro diretto impegno militare fu limitato, ma il sostegno alleato ai "bianchi" - così venivano chiamati i controrivoluzionari, dal colore delle uniformi zariste - sottolineò l’isolamento internazionale della repubblica sovietica. L'estate 1918 fu il momento più critico per i "rossi", sotto il cui controllo rimase soltanto un territorio equivalente all'antico principato di Moscovia, mentre oltretutto i socialrivoluzionari stavano scatenando un'ondata di terrorismo (lo stesso Lenin rimase ferito in un attentato).

3.3 ''Il comunismo di guerra''

I bolscevichi superarono quel momento difficile innanzi tutto perché erano riusciti a costruire, dall'oggi al domani, un efficiente esercito regolare l’Armata rossa . Si intensificarono intanto le requisizioni, cercando di spingere i contadini più poveri contro i meno poveri, si misero fuori legge le opposizioni e i soviet furono esautorati dall'instaurarsi di una dittatura del partito, che dall'aprile 1918 prese il nome di "comunista". Venne infine reintrodotta la pena di morte -abolita dopo la rivoluzione- mentre una spietata polizia politica, la Cekà, diveniva lo strumento primario di un regime di terrore, di cui rimasero vittime anche l'ex zar Nicola II e la sua famiglia, fucilati sommariamente.

4. Dalla guerra civile alla dittatura comunista

4.1 Il fallimento del comunismo di guerra

I bolscevichi pagarono la propria vittoria a caro prezzo. La Russia sovietica recuperò tutti i territori del vecchio impero eccettuati gli stati baltici, la Finlandia e la Polonia, ma si calcola che, tra il 1914 e il 1921, guerra e guerra civile, epidemie e carestie avessero ucciso 16 milioni di persone e fatto diminuire di altri 14 il normale numero delle nascite. Catastrofe demografica e crisi economica devastante si sommavano a un generale processo di ruralizzazione (nelle campagne era più facile sopravvivere) e avevano fatto regredire il paese a livelli assai più arretrati di quelli del 1914, rafforzandone le componenti più arcaiche.

In una situazione così difficile per il Paese venne attuato, dalla dirigenza bolscevica un sistema economico rigido, che portò alla statalizzazione di tutti i sistemi produttivi, anche delle officine più piccole, in una visione utopistica della dirigenza che intendeva imporre una trasformazione rapida e radicale del paese in senso comunista. Fu abolito il libero commercio interno, si razionarono i pochi generi alimentari e di consumo, si praticò su larga scala il lavoro obbligatorio e si abolì la moneta, reintroducendo lo scambio in natura. La vita economica venne così a concentrarsi quasi per intero nelle mani dello stato, che deteneva tutti i mezzi di produzione e distribuzione.

C'era in tutto ciò qualcosa di gigantesco, ma il comunismo di guerra e l’economia che ne derivò si risolse in un completo fallimento.

Nel 1921 la produzione agricola era calata del 40% rispetto al 1913, la decadenza dei trasporti e delle piccole imprese fu anche maggiore e la grande industria conobbe un vero e proprio tracollo. A tale esito contribuì senza dubbio il blocco economico deciso da Francia e Inghilterra e più ancora la guerra civile, che assorbì risorse esorbitanti e distrusse i rapporti economici all'interno del paese. Tuttavia l'insuccesso del comunismo di guerra dipese anche dai suoi intrinseci difetti. Fu infatti costruita una burocrazia enorme, lenta e inefficiente, col risultato che la produttività del lavoro diminuì, la qualità delle merci peggiorò e i contadini reagirono alle odiate requisizioni dei raccolti riducendo le semine al minimo indispensabile.

Appena cessata la guerra civile, nell'inverno 1920-21 il malcontento popolare per la fame, per la mancanza di combustibili da riscaldamento e per la burocratizzazione autoritaria del regime esplose nella rivolta armata di varie province rurali e in alcuni scioperi operai a Pietrogrado. Il segnale più clamoroso del punto limite a cui era giunta la crisi del paese venne però nel marzo 1921 dalla ribellione dei marinai della piazzaforte di Kronstadt, che era sempre stata un baluardo del bolscevismo. Questi chiedevano la fine della dittatura del partito e libere elezioni dei soviet, l'eliminazione degli aspetti più opprimenti del comunismo di guerra e una maggiore libertà economica per i contadini. La rivolta venne schiacciata nel sangue, anche se indusse i bolscevichi ad accelerare il varo di una nuova politica economica (la cosiddetta Nep), la cui pietra angolare sarebbe stata l'abolizione delle requisizioni.

 

4.2 La Nuova Politica Economica (NEP)

Nel marzo 1921 il X Congresso del Partito comunista varò la Nep, cioè la Nuova Politica Economica. Il primo e più importante passo di tale politica, che rimase in vigore fino al 1928, fu la revoca delle requisizioni dei generi alimentari e la loro sostituzione con un'imposta in natura, pagata la quale i contadini furono lasciati liberi di disporre dei loro prodotti. Autorizzare i contadini a vendere le loro eccedenze significava legalizzare il commercio al minuto, cioè reintrodurre il mercato. Ben presto però l'inefficienza degli scambi diretti di merci spinse il governo a sostituire l'imposta in natura sui prodotti agricoli con una tassa progressiva in denaro, ripristinando così un'economia monetaria, che si era dissolta a tutto vantaggio del baratto di merci negli anni del comunismo di guerra. Pur avendo gli effetti più corposi nelle campagne, dove nel 1925 fu anche permesso ai contadini di affittare la terra e assumere manodopera salariata, la Nep interessò lo stesso settore industriale. Fu abolito il lavoro obbligatorio, si ammise l'esistenza di piccole imprese private e si favorirono (anche se con scarso successo) gli investimenti di capitale straniero. Nonostante una nuova terribile carestia nel 1921-22, la produzione crebbe e i mercati si estesero.

Quella realizzata con la Nep fu un'economia mista, al cui interno le forze del mercato convivevano con l'iniziativa pubblica. Il commercio privato fu infatti incoraggiato, ma quello con l'estero rimase in mano allo Stato, assieme alle banche, ai trasporti e alla grande industria. Si svilupparono insomma la cooperazione e una miriade di piccoli commercianti e imprenditori, ma lo stato mantenne il controllo dei settori chiave dell'economia, assumendo anche un ruolo di pianificazione.

I risultati della Nep furono positivi: una vigorosa crescita della popolazione rurale e urbana colmò i vuoti della fase precedente e nel 1926-27 l'economia recuperò i livelli del 1913. Considerevoli furono anche i suoi effetti sulla società russa, dove emerse un nuovo ceto di piccoli commercianti e imprenditori (i cosiddetti nepmen). La Nep permise così alla Russia di riprendersi dal disastro in cui era piombata, ma non di uscire dal suo stato di arretratezza. Alla fine di questo periodo, quasi il 90% della popolazione attiva del paese era ancora dedito ad un'agricoltura estremamente arcaica.

 

4.3 I problemi della nuova Russia

Eccessiva burocratizzazione

Un importante elemento di novità fu costituito dal consolidarsi del ruolo svolto dallo stato e dal partito comunista nella società sovietica. Le nuove leve di iscritti al partito e i quadri intermedi, reclutati durante e dopo la guerra civile, produssero nel corpo del partito una specie di mutazione: il livello culturale e la tensione ideale si abbassarono e ai falcidiati rivoluzionari della vecchia guardia subentrò un vasto strato di funzionari e burocrati, inefficienti e spesso corrotti.

 

Una società in cui domina una mentalità arcaica

Se la burocratizzazione fu uno dei più gravi problemi del sistema, l'altro era costituito dai contadini. Poverissimi e ignoranti, questi permearono della loro mentalità arcaica l'intera società russa, uscita dalla guerra civile con una fisionomia più accentuatamente rurale e con un'agricoltura più arretrata che nel passato. La figura del muzik era al centro di un sistema sociale primitivo e chiuso, che si ristabilì con la Nep e che rappresentava un ostacolo formidabile alla modernizzazione e alla trasformazione in senso socialista di un paese, la cui sopravvivenza ne dipendeva. Inoltre la priorità della ripresa economica fece trascurare fattori di sviluppo decisivi come la lotta contro l'analfabetismo e la crescita culturale.

 

4.4 La politica estera: il Comintern

Nonostante le speranze dei dirigenti bolscevichi, le prospettive di rivoluzione in altri paesi europei non ebbero risultati concreti immediati. Per sostenere la speranza che tali eventi potessero realizzarsi negli anni successivi, li spinse a fondare nel marzo 1919 una nuova Associazione Internazionale dei lavoratori -la terza, dopo quelle del 1864 e del 1889- ad orientamento comunista (e perciò spesso abbreviata in Comintern), a dirigere tale associazione fu chiamato uno dei loro massimi esponenti, Grigorij Zinov'ev. Convinti che il ritardo della rivoluzione dipendesse dall'opera di freno svolta dai vecchi partiti socialdemocratici, i bolscevichi si sforzarono per la creazione negli altri paesi europei di nuovi partiti comunisti, composti da rivoluzionari professionisti.

 

4.5 Lotta al vertice per il potere (Stalin e Trotzkij)

Nel 1924 muore Lenin. La sua uscita di scena aprì nel gruppo dirigente bolscevico un'aspra lotta per la successione. Si fronteggiarono in tale periodo due formazioni, una guidata da Trotzkij l’altra guidata dal responsabile dell’organizzazione del partito Josif Dzugasvili detto "Stalin" (che in russo significa acciaio).

Per Trotzkij era necessario per la Russia spingere per coinvolgere anche altri paesi europei nel movimento rivoluzionario, solo così la rivoluzione poteva garantirsi il successo. Di diverso avviso era Stalin, egli riteneva, infatti, che fosse possibile costruire il socialismo anche in un solo paese, sua è la formula “socialismo in un paese solo”. Nel 1922 Stalin viene nominato segretario generale del Partito comunista. 

 

4.6 Nascita dell’Urss

Passi importanti per il consolidamento del nuovo regime furono compiuti nel 1922, quando Russia, Bielorussia, Ucraina e Transcaucasia costituirono l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), a cui in seguito avrebbero aderito anche le altre regioni caucasiche e asiatiche dell'ex impero zarista. L'URSS, che sarebbe esistita fino al 1991, era uno stato federale che, pur lasciando una certa autonomia alle varie nazionalità, riservava al centro poteri amplissimi.

 

5. Dai vecchi ai nuovi valori “imposti” alla società sovietica

Come tutti i rivoluzionari delle società moderne, anche i comunisti russi cercarono di cancellare valori e comportamenti tradizionali, per creare una nuova cultura adatta alla realtà socialista che si intendeva costruire.

Lo sforzo dei bolscevichi si indirizzò, soprattutto, in due direzioni:

  • educazione della gioventù
  • lotta contro la Chiesa ortodossa 

Educazione della gioventù

Nel campo educativo l’istruzione fu resa obbligatoria fino a 15 anni e si cercò di collegare la scuola al mondo della produzione, privilegiando l’istruzione tecnica su quella umanistica. Ci si preoccupò nel contempo di formare ideologicamente le nuove generazioni, incoraggiando l’iscrizione in massa nell’organizzazione del partito e inserendo in tutti i livelli d’istruzione l’insegnamento della dottrina marxista

Lotta contro la Chiesa ortodossa

La politica di scristianizzazione fu condotta con molta durezza (confisca dei beni ecclesiastici, chiusura di chiese, arresti di capi religiosi) e l’influenza della Chiesa fu drasticamente ridimensionata. Lo Stato riconobbe solo i matrimoni civili, semplificò le procedure del divorzio, legalizzò l’aborto, proclamò l’assoluta parità dei sessi.

 

 

Artefice dell'"Armata rossa" fu Lev Trotzkij, ministro della guerra e numero due del partito, il quale si assicurò le necessarie competenze, richiamando migliaia di ufficiali zaristi, ristabilì la disciplina e percorse instancabile le linee del fronte su un treno che divenne leggendario

 

LA CONGIUNTURA ECONOMICA TRA LE DUE GUERRE

 

1. I diversi modelli di economia

1.1 Economia di mercato

1.2 Economia pianificata

1.3 Economia mista

 

2. Gli Stati Uniti tra sviluppo e crisi economica

2.1 Lo sviluppo economico degli Stati Uniti d’America negli anni venti

2.2 La grande crisi economica del 1929

2.3 Il New Deal di Roosevelt per uscire dalla crisi economica

 

1. I diversi modelli di economia

1.1 Economia di mercato

Introduzione

Con economia di mercato si intende un sistema economico-sociale in cui tutte le attività produttive sono svolte da una molteplicità di imprese private in concorrenza tra loro, le operazioni di compra-vendita sono lasciate alle scelte dei singoli.

Anche nelle condizioni di massimo sviluppo dell’economia di mercato vi sono, tuttavia, alcuni ambiti: la difesa, la giustizia, la scuola, la sanità sui quali lo Stato mantiene in tutto, o in parte, il proprio controllo.

 

Perché anche in regime di economica di mercato è previsto il controllo dello Stato ?

Sono due le motivazioni più importanti che rispondono alla domanda del titolo:

  • Per garantire i diritti a tutti i cittadini
  • Per consentire un libero confronto

Per garantire i diritti a tutti i cittadini

Dato che il mercato si sviluppa all’interno di uno Stato e questo è anche Stato di diritto (ossia deve garantire alcuni diritti essenziali dei cittadini), questo deve intervenire per integrare i servizi erogati dal settore privato quando si tratta di tutelare fondamentali diritti, tra i quali il diritto allo studio, all'assistenza sanitaria di base, alla libertà personale. In numerose economie considerate di libero mercato, lo stato esercita alcune attività di pubblica utilità, tra le quali il trasporto ferroviario e il servizio postale. Ma anche nelle realtà in cui questi servizi vengono prestati dal settore privato, la regolamentazione governativa è auspicabile per impedire il costituirsi di monopoli.

Per consentire un libero confronto

Un altro aspetto importante dell'economia di mercato riguarda l'intervento dello Stato inteso a regolamentare anche le attività economiche fornite dal settore privato: vi è infatti la necessità di controllare che nelle condizioni di libero mercato vengano rispettate delle regole di confronto. Senza regolamentazione, infatti, il libero mercato si trasformerebbe in “regno della giungla” dove prevarrebbe la legge del più forte, verrebbe a mancare proprio il libero confronto, fondamentale per il bene di tutta la società.

 

Conseguenze dell’economia di mercato

Aspetti positivi

Secondo la filosofia politica liberale, nella società deve essere esaltata la responsabilità degli individui nel determinare il proprio destino, e la libertà di scelta in campo economico è essenziale in tal senso. Altrettanto diffusa è l'idea che i mercati libero-concorrenziali siano economicamente "efficienti" perché incentivano gli individui a impiegare le proprie risorse (incluso il proprio lavoro e il proprio capitale nella maniera più produttiva, stimolando gli imprenditori a produrre beni e servizi rispondenti alle richieste dei consumatori e a utilizzare le più efficienti tecniche di produzione. L'esperienza degli ultimi decenni, in particolare il crollo del blocco sovietico e la drammatica situazione della maggior parte dei paesi che lo componevano, ha ampiamente dimostrato gli effetti negativi provocati da un eccessivo intervento statale nell'economia.

Aspetti negativi

D’altra parte, i critici del liberismo (e soprattutto del neoliberismo, sua versione recente più radicale) osservano che la distribuzione del reddito in un'economia di mercato non risponde ad alcuni fondamentali requisiti di "giustizia" non verrebbero, infatti, garantite ad ogni individuo uguali opportunità di partenza.

Inoltre, consentendo l'accumulazione di ricchezze e privilegi economici e politici nelle mani di pochi, l'economia di mercato mina la sopravvivenza stessa della democrazia. Di qui l'esigenza di controbilanciare le scelte del liberismo economico con il perseguimento di alcuni obiettivi sociali fondamentali e con la salvaguardia della libertà politica.

 

Anche i Paesi più legati ai principi dell’economia di mercato devono, in alcuni casi, lasciare maggior spazio all’intervento dello Stato. Nei casi di guerra e nei casi di grave crisi economica, infatti, il peso dell’intervento statale diventa determinante per uscire dalla crisi. Nei casi di guerra perché l’interesse generale viene prima dell’interesse dei singoli; nei casi di grave crisi economica perché il sistema che ha prodotto la crisi, non è in grado, evidentemente, di uscirne senza l’aiuto del sistema pubblico (casi esemplari di intervento dello Stato per cause eccezionali si sono avuti nell’Inghilterra della seconda guerra mondiale e negli Stati Untiti degli anni Trenta, nel periodo della grave crisi economica). 

 

1.2 Economia pianificata

Introduzione

E’ un sistema economico caratterizzato da una pianificazione e da una regolamentazione rigidamente centralizzate da parte dello Stato. Esempi di economia pianificata si sono verificati, nella Germania nazista (dove la pianificazione era in funzione dei programmi di armamento); nell’Italia fascista; nell’Unione sovietica; in Cina; a Cuba; in India, dall’indipendenza fino all'inizio delle riforme economiche nei primi anni Novanta.

Gli elementi tipici delle economie pianificate sono la nazionalizzazione del sistema di produzione, ferme politiche dei prezzi e dei redditi e applicazioni di procedure volte a limitare la concorrenza.

Mentre nelle economie di mercato è stato fatto ricorso solo in circostanze eccezionali alla pianificazione, questa ha caratterizzato l’economia dei regimi comunisti dei paesi dell’Est europeo per tutto il tempo della loro esistenza.

 

Conseguenze dell’economia pianificata

Aspetti positivi

In regime di economia pianificata vi è il vantaggio di garantire stabilità al mercato economico, i crolli di mercato, possibili in un sistema di economia di mercato non ci sono nelle economie pianificate. L’economia pianificata ha poi quale obiettivo il garantire il lavoro a tutta la popolazione, certo non sempre ciò è possibile, ma ciò non toglie che l’obiettivo rimanga tale.

Aspetti negativi

Diversi sono gli elementi negativi legati a questo tipo di economia. Innanzitutto la mortificazione dell’iniziativa privata ha quale esito lo scarso impegno nell’attività lavorativa: perché ci si dovrebbe impegnare tanto in un lavoro se alla fine il compenso che ne ricavo è lo stesso rispetto al mio scarso impegno. In secondo luogo l’esistenza di un’attività produttiva non è legata all’efficacia e all’efficienza del sistema stesso, ma è legato solo alla volontà di mantenere in vita quella struttura, viene a mancare totalmente la libera concorrenza. In terzo luogo non essendoci un diretto interesse nell’attività produttiva da parte di chi la gestisce è necessario attivare una serie di burocrati-controllori che devono verificare se tutti compiono il loro dovere, il punto è che spesso questi che dovrebbero controllare si lasciano corrompere, mancando anche loro di interresse in merito al sistema controllato.

Questi elementi negativi furono la causa del crollo del sistema sovietico di produzione, con la conseguente grave crisi economica vissuta dalla Russia negli anni successivi.

 

1.3 Economia mista

Introduzione

Forma di mercato in cui sia il settore privato sia il settore pubblico contribuiscono all’attività economica. Fu adottata soprattutto nei paesi dell’Europa continentale e in particolare in Italia e in Francia per mezzo di una programmazione e pianificazione pubblica dell’attività economica dei privati.

Dopo il collasso del comunismo nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e nei paesi dell'Europa dell'Est e l’incoraggiamento dell’attività privata in paesi comunisti quali Cina e Vietnam, non ci sono quasi più paesi che adottano esclusivamente un sistema di economia pianificata, sostituita da un sistema di economia mista.

 

Alcune riflessioni conclusive

Negli ultimi anni molti governi si stanno muovendo verso una riduzione della presenza del settore pubblico nell’economia attraverso la privatizzazione delle attività statali. Nei numerosi dibattiti sulla privatizzazione, l'interrogativo fondamentale riguarda il ruolo del settore pubblico nell'attività economica. In genere è più convincente sostenere che un'azienda chimica o una compagnia aerea siano meglio gestite da un'azienda privata piuttosto che da una statale, mentre sembra più problematico sostenere che sia nel pubblico interesse cedere al settore privato la rete ferroviaria o il servizio postale. Esiste ovviamente la possibilità di perseguire azioni miste: stabilire speciali meccanismi di controllo nei confronti delle aziende privatizzate o fornire sussidi governativi a tali aziende allo scopo di assicurare che le esigenze di pubblico interesse (ad esempio il mantenimento di servizi postali o ferroviari nelle aree rurali) siano soddisfatte. Ma tale percorso non è di semplice attuazione. Ad esempio, potrebbe risultare difficile per il garante di un settore privatizzato trovare un equilibrio tra l'interesse dei consumatori e la ricerca del profitto.

 

2. Gli Stati Uniti tra sviluppo e crisi economica

2.1 Lo sviluppo economico degli Stati Uniti d’America negli anni venti

Dopo la Grande Guerra la ricostruzione economica

La Grande Guerra segnò una svolta nei rapporti di forza economici tra il Nord America e il resto del mondo. Gli Stati Uniti, infatti, erano diventati creditori per una cifra enorme (poco meno di 4 miliardi di dollari) nei confronti di quasi ogni nazione europea. L’essere rimasti immuni dalle devastazioni del conflitto consentì inoltre agli Stati Uniti di rilanciare il proprio ruolo internazionale come paese investitore. Rispetto al periodo prebellico, gli investimenti esteri della Gran Bretagna calarono quasi a un quarto, mentre quelli statunitensi si moltiplicarono per cinque. Questa straripante potenza era la conseguenza dell'ascesa, per quantità e innovazione, dell’industria degli Stati Uniti, che ormai anticipava le più lente, stanche e divise economie europee e rappresentava un nuovo modello a livello mondiale.

 

L’isolazionismo

Paradossalmente, questo aumento di importanza economica nel mondo si accompagnò a una reazione politica di "isolazionismo", cioè di separazione nei confronti del vecchio continente europeo responsabile della guerra. Ma a questo sentimento, che aveva radici antiche e profonde nell’innato senso di indipendenza dei cittadini americani, se ne aggiunse un altro, più nuovo. La rivoluzione russa e i conflitti sociali che si erano scatenati nei diversi paesi europei alla fine della guerra, infatti, suscitarono la paura di un "contagio" rivoluzionario che dal neonato Stato dei Soviet potesse propagarsi anche al nuovo continente. Questo timore venne rafforzato dai grandi scioperi che nell'inverno 1919 bloccarono l'industria siderurgica americana. Si diffuse così il "red scare", la "paura dei rossi", che attraversò gli Stati Uniti nell'immediato dopoguerra e si combinò con l'"americanismo", cioè un sentimento eterogeneo di orgoglio nazionale misto a un senso di rivincita nei confronti della civiltà europea e a un sottofondo puritano, tradizionalista e conservatore.

 

I ruggenti anni venti

Per indicare il decennio postbellico entrò ben presto nell’uso l’immagine dei "ruggenti anni venti", secondo l'espressione rimasta famosa del romanzo Tenera è la notte (uscito nel 1934) dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald. In effetti si trattò di un decennio di espansione economica straordinaria. Tra il 1922 e il 1929 l'indice della produzione industriale salì di quasi due terzi, mentre la disoccupazione continuò ad oscillare intorno al 3-4% della popolazione attiva: un tasso normale e fisiologico. Il rilancio produttivo produceva un aumento del numero di posti di lavoro, ma in larga misura era il frutto di un incremento verticale della produttività, cioè di un aumento delle capacità produttive del lavoro operaio attraverso innovazioni tecnologiche applicate alla produzione di serie e una più razionale organizzazione del lavoro (secondo i principi del taylorismo e del fordismo). La fabbrica cominciava ad assomigliare a quella dipinta in modo caricaturale da Charlie Chaplin nel film Tempi moderni (apparso nel 1936); una sequenza di mansioni svolte in tempi rigorosamente cronometrati attorno alla catena di montaggio di un unico prodotto, realizzato in serie e in grande quantità. Soprattutto nei nuovi settori industriali (chimica, elettricità, radiofonia, aviazione), e particolarmente in quello automobilistico (dominato per due terzi dai colossi della Ford e della General Motors).

I salari vennero agganciati alla produttività e migliorarono il potere di acquisto dei lavoratori. Si diffondevano nuovi consumi di massa e nuovi stili di vita, fondati sull'acquisizione e l'ostentazione di oggetti-simbolo; già nel 1929 per le strade degli Stati Uniti circolava un'auto ogni 5 abitanti (in Gran Bretagna il rapporto era di una a 43, in Italia di una a 325), ogni 15 abitanti c'era un apparecchio radio (in Gran Bretagna uno ogni 16, in Italia uno ogni 653). Buona parte di questi beni di consumo durevole era venduta a rate, e si ricorreva in misura crescente alla pubblicità, che arrivò a coprire più di metà delle pagine dei giornali.

Tuttavia, anche se alla vigilia della grande crisi il reddito nazionale era cresciuto di due terzi rispetto al 1913, quasi il 60% della popolazione viveva con meno di cinque dollari al giorno, la soglia del minimo necessario.

La prosperità americana si concentrava quindi nelle classi urbane medio-alte, mentre soprattutto il mondo agricolo risentì del calo mondiale dei prezzi e vide praticamente dimezzarsi il proprio reddito di settore. Circa un milione di contadini, indebitati e senza prospettive, lasciò le campagne per cercare fortuna nelle grandi città; erano le prime avvisaglie di una dramma sociale che John Steinbeck descriverà poi nel romanzo Furore, pubblicato nel 1939.

La filosofia dominante del "sogno americano", peraltro, credeva al mito della frontiera come palestra libera e senza limiti del successo individuale; le ineguaglianze erano quindi considerate come il frutto naturale delle diverse qualità personali. Anche nel ristretto mondo dei ricchi le risorse tendevano del resto a concentrarsi; grandi magnati come Morgan e Rockfeller crearono imperi finanziari che controllavano interi comparti produttivi (il primo nell'acciaio, il secondo nel petrolio). Negli anni venti i profitti di queste grandi corporation salirono in media del 76% (i salari di meno della metà), e i loro titoli azionari ebbero rialzi verticali nelle trattazioni di borsa (la General Motors circa 50 volte il valore originario); si diffuse allora una vera e propria febbre speculativa che ebbe poi un ruolo determinante nel tracollo successivo. I quartieri centrali delle maggiori città divennero i cuori pulsanti di questa rete di interessi, e i grattacieli (che erano già 400 nel 1929) ne furono l’immagine futuristica diffusa nel mondo.

 

2.2 La grande crisi economica del 1929

L’economia mondiale

Alla fine degli anni venti, poteva dirsi concluso il processo di ricostruzione dei paesi coinvolti direttamente o indirettamente nella Grande Guerra: gli indici nazionali della produzione e del reddito avevano infatti raggiunto i valori prebellici e in alcuni casi li avevano di gran lunga superati. Si trattò dunque di un periodo di crescita consistente, anche se inferiore a quella del primo quindicennio del secolo e nemmeno lontanamente paragonabile a quella del secondo dopoguerra. La crescita più spettacolare fu naturalmente quella degli Stati Uniti, dove venne a concentrarsi il 45% della produzione industriale del mondo. Tuttavia anche altri paesi extraeuropei registrarono un forte incremento produttivo: Giappone, Brasile, India, Canada, Australia e Argentina. La conseguenza fu un ridimensionamento del peso dell'Europa: il baricentro della crescita economica del pianeta si spostava irreversibilmente verso l’altra sponda dell’Atlantico. Tassi di incremento più modesti si ebbero infatti proprio nei paesi europei dotati di una base industriale più solida, come la Gran Bretagna e la Francia. Altre differenze furono riscontrabili dal punto di vista dei tempi della ripresa, che fu più veloce in Italia, in Francia e in Belgio.

 

La crisi economica del 1929

Il 24 ottobre 1929 l'indice della borsa di New York crollò verticalmente, ribassando del 50%. Questo ribasso segnava la fine di una vera e propria febbre speculativa, che negli anni precedenti aveva raggiunto livelli elevatissimi. Se fino ad un certo punto il valore dei titoli era stato diretta espressione della fase espansiva dell'economia americana (alti profitti, alti investimenti, alti consumi), soprattutto a partire dal 1928 il meccanismo degli scambi aveva invece seguito una logica, almeno in parte, autonoma. Gli investitori cioè acquistavano azioni con l'obiettivo di rivenderle a breve scadenza nella certezza di lucrare facili guadagni, cosicché la crescita del mercato borsistico divenne maggiore di quella della produzione e del consumo.

Nei giorni che seguirono quel 24 ottobre la discesa dei titoli proseguì, perché il panico si era ormai diffuso tra gli operatori borsistici ed una quantità senza precedenti di azioni venne svenduta dai possessori nella speranza di limitare le perdite. Il crollo della borsa ebbe immediate ripercussioni sul sistema bancario: in preda alla paura per voci incontrollate di insolvenza delle banche, i risparmiatori corsero a ritirare i propri depositi, provocando il fallimento di migliaia di istituti di credito. Prestiti e crediti destinati agli investimenti vennero così bloccati, determinando una paralisi dell’intera base produttiva.

 

Le ripercussioni della crisi borsistica sul sistema economico

Sorprese da una crisi senza precedenti, le autorità monetarie statunitensi intervennero con scarsa incisività per ridare fiato al sistema produttivo, convinte di un rapido e spontaneo riassestamento positivo della situazione. Dalle banche, oltre che direttamente dalla borsa, essa si propagò con altrettanta rapidità all'industria, la cui produzione, nello spazio di tre anni, risultò quasi dimezzata. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti industriali diminuirono più del 50%, mentre quelli agricoli scesero oltre il 25%. Nelle campagne americane inoltre la crisi ebbe effetti più dirompenti, sia perché accentuava una tendenza già in atto dal 1925, sia perché il calo della produzione agricola rese insufficiente il rifornimento delle città. Dal punto di vista sociale, la conseguenza più devastante fu un impressionante aumento del numero dei disoccupati, che passò dal 3 al 25% della forza lavoro, superando, nel 1933, i 13 milioni. Masse crescenti di popolazione si misero infatti in fuga dalle campagne verso le città, alla disperata ricerca di una qualche sopravvivenza.

 

La crisi del ’29 come evento storico

Nei manuali di storia americana la crisi del 1929 è nota come "Great Depression": grande depressione. Tale è rimasta nella memoria e nell’immaginazione collettiva. Quella che sconvolse l'economia e la società americana non fu infatti una semplice recessione. Per la sua durata (dal 1929 al 1932-33) e per le sue inaudite proporzioni, fu una crisi tanto più drammatica in quanto sopraggiunse al culmine di una lunga fase di espansione. Come la Grande Guerra aveva, agli occhi dei contemporanei, inopinatamente interrotto un periodo di progresso che era parso illimitato, così la "Grande Crisi" smentì tutte le previsioni ottimistiche che l' "era della prosperità" aveva suscitato. Colpendo il colosso americano, e cioè il motore da cui dipendeva l'economia di tutti i paesi, essa si estese inoltre a macchia d'olio fino ad investire l'intero pianeta. Mentre infatti era cresciuto il livello di interdipendenza reciproca delle diverse economie nazionali, non esisteva ancora un efficace centro regolatore del sistema economico mondiale, capace di governare la crisi e limitarne gli effetti. Il sistema monetario internazionale, ancora fondato su un astratto predominio della sterlina, dimostrò allora la propria inconsistenza.

 

2.3 Il New Deal di Roosevelt per uscire dalla crisi economica

Roosevelt e il New Deal

Lo sviluppo economico degli anni venti negli Stati Uniti si fondava sull'idea liberista secondo la quale l'economia doveva crescere spontaneamente, senza ingerenze né controlli statali, e si trovò perciò del tutto impreparato ad affrontare il crollo della borsa nell'ottobre 1929. Era convinzione del presidente Hoover che si fosse di fronte a una semplice crisi congiunturale, che la forza naturale dell'economia americana sarebbe stata capace di riassorbire in tempi brevi. Quando, nel giro di pochi mesi, apparve chiaro che questa previsione era radicalmente smentita dai fatti, Hoover intervenne, alzando ulteriormente, nel giugno 1930, le già consistenti barriere doganali contro l'importazione di merci straniere. Fu un tentativo disperato di proteggere con tal mezzo l'industria nazionale e di arginare i licenziamenti e la disoccupazione di massa, che aveva già sfondato il tetto dei 2 milioni di persone. Ma il rimedio si dimostrò peggiore del male, perché incoraggiò le ritorsioni delle altre nazioni e danneggiò le esportazioni americane, con effetti ancora più depressivi sulla produzione e sull'occupazione.

 

I cento gorni di Roosevelt

La recessione si estese rapidamente. Tra il 1932 e il 1933 il numero di disoccupati raggiunse la quota record di 13 milioni, quasi un quarto della forza lavoro totale. Hoover continuò ad opporsi ad ogni sussidio assistenziale ai senza lavoro, e nel luglio una manifestazione di ex-combattenti davanti alla Casa Bianca venne repressa duramente. Ma il malcontento era ormai generalizzato, ed esasperato dalla miseria diffusa; i tempi erano maturi per un cambiamento radicale, che si manifestò alle elezioni del novembre 1932, vinte dal candidato democratico, il governatore dello stato di New York Franklin Delano Roosevelt, con una maggioranza assai più ampia di quella riscossa da tutti i suoi predecessori repubblicani.

      Già nel corso del suo mandato di governatore Roosevelt aveva sperimentato un programma di assistenza ai disoccupati e una politica di impulso alle opere pubbliche. La sua stessa immagine di uomo provato dalla malattia - nel 1921 la poliomelite gli aveva paralizzato le gambe - ma animato da una volontà di ferro, sembrava incarnare le speranze di riscatto della nazione americana. Nel suo discorso inaugurale, tenuto il 4 marzo 1933, il nuovo presidente propose al popolo degli Stati Uniti un "New Deal", un "nuovo patto"; occorreva abbandonare la filosofia liberistica dei governi repubblicani e impegnare lo stato in una lotta senza quartiere contro la crisi e la disoccupazione. Per questa battaglia Roosevelt chiese al parlamento poteri ampi, simili a quelli di un'emergenza bellica, e non esitò a rivolgersi direttamente alla nazione attraverso i famosi e seguitissimi "discorsi al caminetto" radiofonici. Nella sua opera di governo fu affiancato da un brain trust, un "comitato di cervelli" formato da tecnici e consulenti di diverso orientamento politico ma accomunati da una linea di interventismo statale nei diversi campi della vita sociale.

       I "primi cento giorni" di presidenza ebbero un’importanza cruciale per dare il senso di un effettivo cambiamento. I provvedimenti più urgenti riguardarono la svalutazione del dollaro e il riordino della circolazione monetaria allo scopo di controllare l'inflazione. Furono introdotti controlli sul mercato azionario e fu creata una società pubblica per le garanzie assicurative a copertura dei piccoli risparmiatori, molti dei quali erano stati rovinati dall'insolvenza delle banche private. Per l'agricoltura fu approvata una legge speciale, che prevedeva l'intervento dello stato per regolare la produzione ed evitare eccessi (responsabili del calo dei prezzi) così come per finanziare le ipoteche e limitare i fallimenti. Le agevolazioni al lavoro agricolo si combinarono con facilitazioni creditizie che rilanciarono l'attività delle campagne; nel 1936 il reddito agricolo era già cresciuto di circa il 50%. Sempre nei "cento giorni" fu costituito un ente pubblico, la Tennessee Valley Authority, incaricato di grandi opere per la regolazione delle acque del fiume Tennessee (opere idrauliche, rimboschimento, irrigazione) e il loro sfruttamento nella produzione di energia elettrica. Il successo di questa iniziativa, che dette lavoro e sviluppo a intere regioni arretrate del sud, incoraggiò Roosevelt a dirottare spese di bilancio in direzione dei lavori pubblici, allo scopo di creare occupazione e quindi sostenere consumi e produzione. Nel giugno 1933 fu creata un'agenzia governativa espressamente preposta alla politica industriale, i cui compiti spaziarono dalla definizione di nuove norme in materia di conflitti sindacali e relazioni industriali allo stabilimento di codici di comportamento per una concorrenza "leale" tra imprese.

 

Lo sviluppo dei sindacati

Tutte queste misure messe in atto da Roosvelt convergevano nel rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori, sia sul piano delle relazioni industriali, con la difesa dei sindacati, sia sul piano economico, con la politica di lavori pubblici che toglieva forza al ricatto della disoccupazione. Era quindi naturale che tra i sostenitori più accesi del New Deal vi fosse il movimento sindacale, che recuperò la forza e l'autorità in larga parte perdute nel decennio repubblicano. Alla vecchia American Federation of Labor (Federazione americana del lavoro), che comunque accrebbe i propri iscritti, si affiancò un nuovo sindacato, il Committee of Industrial Organization (Cio), che rapidamente guadagnò i favori degli strati più dequalificati della classe operaia (in particolare i minatori), fino a raggiungere la quota di 3.5 milioni di iscritti. A sentirsi minacciati dall'azione di Roosevelt furono invece i grandi imprenditori, le cui resistenze tuttavia non presero la strada di una reazione antidemocratica e furono espresse dalla minoranza repubblicana in parlamento e dalla Corte Suprema, senza mai, comunque, riuscire a guadagnare il consenso necessario per invertire la rotta scelta dal presidente per uscire dalla crisi. Del resto fin dal 1934 i profitti delle aziende avevano ripreso a salire in misura sempre più consistente, e ancora nel 1938 meno del 5% delle imprese controllava quasi il 90% dei capitali.

 

La conferma di Roosevelt

Alle elezioni del 1936 Roosevelt stravinse, con il margine più ampio mai riscosso da nessun presidente americano fin allora. Il New Deal era riuscito a coagulare i consensi delle classi lavoratrici, dei ceti medi e anche della popolazione di colore del sud. Il mondo intellettuale universitario era favorito da una politica statale di sostegno alla ricerca che incoraggiò anche l'immigrazione forzata di artisti e studiosi in fuga dalle dittature europee; negli Stati Uniti giunsero Thomas Mann, Sigmund Freud, Albert Einstein, Arturo Toscanini, Enrico Fermi. Il partito democratico si pose al centro di queste convergenze e guadagnò quella posizione di predominio parlamentare che avrebbe perso solo mezzo secolo più tardi. La presidenza Roosevelt aveva dato nuovi contenuti al "sogno americano", sostituendo i valori del successo individuale con quelli della solidarietà, così come vennero espressi, ad esempio, dai film di Frank Capra.

      Il secondo mandato della presidenza Roosevelt non trovò comunque una strada in discesa. Nell'amministrazione prevalse una politica di contenimento della spesa per arrivare a ridurre il deficit di bilancio, assai cresciuto negli anni precedenti. La base produttiva del paese risentì immediatamente della stretta creditizia, e alla fine del 1937 si avviò una nuova congiuntura recessiva che riportò la disoccupazione alla quota di oltre 7 milioni, pari a un quinto della forza lavoro totale. Il Cio guidò grandi scioperi nelle fabbriche siderurgiche, che a Chicago furono duramente repressi dalla polizia e lasciarono sul terreno 10 morti. Le difficoltà ridettero voce all'opposizione, e alle elezioni parziali del 1938, per la prima volta dopo 10 anni, i repubblicani tornarono ad aumentare i propri seggi. Ma la battaglia politica si spostava ormai sul terreno della politica estera. Nel gennaio 1939 Roosevelt chiese al Congresso un significativo ampliamento delle spese militari; l'industria bellica rappresentava un'occasione di riassorbimento della disoccupazione, ma anche una drammatica necessità imposta da una situazione internazionale in via di radicale peggioramento.

 

 PRIMA GUERRA MONDIALE

 

1. Introduzione

1.1 Un nuovo modo di combattere: la guerra di trincea

1.2 Le dimensioni del conflitto: la “grande guerra”

1.3 Le cause della guerra

 

2. Lo scoppio del conflitto

 

3. L’intervento italiano

3.1 La neutralità italiana nella fase iniziale del conflitto

3.2 Tra neutralità e intervento

3.3 La decisone di intervenire e le prime fasi del conflitto italiano

 

4. Gli anni di guerra

4.1 Le fasi iniziali (1914)

4.2 Lo stallo (1915-16)

4.3 La svolta del 1917

4.4 La conclusione del conflitto (1918)

 

5. L’Europa nata dalla “grande guerra”

5.1 La conferenza di pace di Parigi

5.2 Gli equilibri precari del dopoguerra

 

1. Introduzione

1.1 Un nuovo modo di combattere: la guerra di trincea

Le nuove armi

Quando, nell’agosto del 1914, iniziarono le operazioni di guerra, erano passati 44 anni dall’ultimo importante conflitto sul territorio europeo: la guerra franco-prussiana del 1870.

Ebbene in quei 44 anni notevolissima era stata l’evoluzione in campo tecnologico, con la messa a punto di nuove armi aventi una potenza di fuoco e una precisione impensabili nel conflitto del 1870. Notevoli miglioramenti si ebbero per l’artiglieria pesante, con la creazione di strumenti in grado di colpire con precisione obiettivi posti a chilometri e chilometri di distanza. A fucili e cannoni che, per quanto perfezionati, erano strumenti già in uso anche nei decenni precedenti, si affiancò un nuovo tipo di arma, uno strumento nato dai notevoli progressi tecnologici degli ultimi anni: la mitragliatrice. Fu soprattutto la mitragliatrice la causa della radicale trasformazione nel modo di combattere durante la prima guerra mondiale.

Combattere in trincea

Quando i soldati degli eserciti avversari iniziarono i primi scontri, si ebbe modo di constatare immediatamente come la potenza di fuoco delle nuove armi, in particolare della mitragliatrice, fosse tale da non consentire uno scontro frontale tra i due schieramenti, così come si usava nell’Ottocento. Di fronte al fuoco delle mitragliatrici l’unica cosa sensata che si potesse fare era di trovare un riparo, da qui la necessità delle trincee.

Lungo i fronti di combattimento vennero quindi scavati dei lunghi fossati (le trincee) con larghezza variabile dai 70 ai 150 cm, profondi da 120 a 180 cm e lunghi centinaia di chilometri. Sul fianco rivolto al nemico venivano posti dei sacchi di sabbia per proteggersi dai colpi degli avversari. Le trincee nemiche si trovavano a poche centinaia di metri di distanza.

Quella che doveva essere una guerra lampo si era trasformata in guerra di posizione. Durante gli attacchi, i soldati usciti dalla trincea si scagliavano contro i nemici cercando di conquistare la loro posizione. Ogni attacco comportava moltissime perdite, tra morti e feriti, da una parte e dall’altra, spesso le posizioni conquistate con enormi sacrifici umani erano perdute nel successivo contrattacco.

La nuova guerra divenne l’occasione per progettare nuovi strumenti di morte: le bocche di lupo (un insieme di ferri appuntiti legati assieme e nascosti dentro delle buche), strazianti trappole per i poveri soldati che vi fossero caduti sopra; i gas asfissianti prodotti e inviati verso le trincee nemiche (questo strumento di morte era veramente orribile, prima della messa a punto delle maschere antigas i poveri soldati non avevano scampo; l’uso di sostanze a base di Cloro provocava ai soldati colpiti un terribile bruciore alle vie respiratorie e quindi la morte dopo lunga agonia) con il rischio che, cambiando il vento, i gas potessero tornare verso chi li aveva inviati. Si arrivò persino a scavare dei cunicoli sotterranei per porre delle cariche di dinamite sotto le trincee nemiche.

Un cenno merita l’uso dei primi aeroplani, inizialmente usati quali ricognitori per osservare le posizioni nemiche dall’alto. Solo verso la fine della guerra nei diversi paesi erano nate delle vere e proprie strutture aeronautiche militari, con le diverse squadriglie aeree che si combattevano nei cieli.

Vivere in trincea

Notevoli furono le sofferenze patite dai fanti in trincea. Le condizioni ambientali erano pessime, i soldati erano costretti a vivere in questi fossati che si trasformavano in acquitrini con un minimo di pioggia o di neve. Pessime le condizioni igieniche, anche a causa della promiscuità e della scarsa pulizia personale. Le pessime condizioni ambientali e la mancanza di igiene erano cause di malattie diffuse (circa il 25% dei soldati morì di malattia).

Il cibo era piuttosto scadente nonostante le spese sostenute dai governi (spesso i controllori della qualità erano corrotti e i fornitori di alimenti senza scrupoli).

Insomma le condizioni di vita del soldato in trincea erano pessime sotto tutti i punti di vista.

Una cosa, più di tutte, tormentava i soldati al fronte, più dei pidocchi, più delle malattie, più del rancio scadente, era la paura, la tensione psicologica, lo stress al quale erano sottoposti. Vivere in trincea significava, infatti, innanzitutto essere esposti 24 ore su 24 al rischio di venire feriti o di perdere la vita , costretti ad attaccare il nemico o a subire il suo attacco, esposti ai colpi micidiali dei cecchini, sempre pronti a colpire. Di fronte a questa condizione di stress le reazioni erano diverse: molti soldati vissero delle vere e proprie crisi di nervi, che in alcuni casi si trasformarono in vere e proprie malattie nervose; altri attuarono l’automutilazione (si sparavano, o si facevano sparare da un commilitone, su un piede o una mano per poter abbandonare il fronte), altri ancora la diserzione e l’ammutinamento i rischi erano elevatissimi.

Per diserzione si rischiava la fucilazione, per automutilazione il carcere militare e l’accusa di diserzione. Nel caso di ammutinamento la punizione era ancora più crudele, non potendo individuare i responsabili dell’ammutinamento (spesso era gruppi molto numerosi, centinaia di uomini) si procedeva con la decimazione, ossia un soldato ogni dieci, scelto a caso, veniva fucilato.

 

1.2 Le dimensioni del conflitto: la “grande guerra”

Le dimensioni del conflitto

La prima guerra mondiale venne ricordata con l’espressione “grande guerra”, in effetti rispetto ai conflitti precedenti questa guerra era di dimensioni enormi:

  • Più di 20 nazioni coinvolte
  • Circa 65.000.000 di combattenti
  • Più di 8.000.000 di morti tra i soldati
  • Più di 21.000.000 di feriti tra i soldati
  • Circa 4.000.000 di morti tra i civili

Le zone di guerra

Principali zone di guerra furono i territori posti ai confini dei paesi belligeranti. I fronti di guerra più importanti furono cinque:

  • Fronte occidentale (in territorio francese, vide lo scontro tra francesi e inglesi da un lato e tedeschi dall’altro)
  • Fronte orientale (in territorio polacco e russo, vide lo scontro tra soldati russi su un fronte e soldati tedeschi e austro-ungarici sull’altro)
  • Fronte italiano (in territorio italiano e sloveno, vide lo scontro tra italiani e austro-ungarici)
  • Fronte serbo o greco-turco (in territorio serbo e rumeno, vide lo scontro tra serbi e rumeni contro austro-ungarici, bulgari e turchi)
  • Fronte russo-turco (in territorio dell’Impero ottomano, sul confine tra Turchia e Russia, tra turchi e russi)
  • Fronte mediorientale (nel territorio dell’Impero ottomano meridionale si affrontarono i turchi e gli inglesi presenti nel territorio dell’attuale Iraq)

 

 

1.3 Le cause della guerra

I contrasti tra le grandi potenze europee

Se l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie fu la causa scatenante il conflitto, ben più profonde ed estese furono le cause reali della guerra.

Come abbiamo avuto modo di osservare nel modulo dedicato alle grandi potenze europee, diversi erano i contrasti che contrapponevano i paesi europei tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, è bene qui richiamarli:

  • Contrasto franco-tedesco
  • Contrasto austro-russo
  • Contrasto anglo-tedesco

Il contrasto franco-tedesco ha le proprie origini nella guerra franco-prussiana del 1870. Un conflitto che aveva umiliato i francesi e soddisfatto le ambizioni prussiane (nel 1871, anche grazie alla vittoria sui francesi,  si realizzerà il sogno prussiano di unire le diverse regioni tedesche per dar vita ad un’unica realtà nazionale tedesca, un’unica grande Germania). In questo conflitto la Prussia, tra le altre cose, aveva sottratto ai rivali i territori dell’Alsazia e della Lorena, compiendo una manifesta ingiustizia nei confronti dei francesi. Non bisogna quindi stupirsi se lo spirito che anima i francesi nei primi anni del secolo è uno spirito di rivalsa, di “rivincita”.

Il contrasto tra i due paesi si accentuò agli inizi del Novecento per cause legate alle occupazioni coloniali, in particolare la Germania si opponeva al controllo francese del Marocco.

Anche del contrasto austro-russo abbiamo già avuto modo di parlare. In questo caso la rivalità nasceva dalla volontà di entrambi i paesi di porre sotto il proprio protettorato le diverse realtà territoriali della penisola balcanica, realtà che si stavano, gradualmente, affrancando dal controllo turco. La scintilla che fece scoppiare il conflitto si accese proprio in questi territori, la prima potenza dell’Intesa ad entrare in guerra fu la Russia.

Il contrasto tra Inghilterra e Germania nacque per motivi commerciali e per motivi legati alla espansione coloniale. La crescente potenza commerciale della Germania di fine Ottocento andava a danneggiare sempre più i commerci inglesi, riducendone il mercato.

In campo coloniale l’espansione coloniale delle due potenze (sia in Africa che in Asia) portò a forti  attriti con contrasti sempre più  netti.

 

Il sistema delle alleanze

Per comprendere la rapidità con la quale il conflitto si è esteso ai diversi paesi è necessario ricordare il sistema delle alleanze che si era venuto a creare tra gli stessi paesi negli anni precedenti.

Nel 1879 venne stipulato un trattato di alleanza tra Germania e Austria-Ungheria, nel 1882 alle due potenze si unì l’Italia per formare la “Triplice alleanza” (quando iniziò la guerra l’Italia era alleata a Germania e Austria-Ungheria, non intervenì perché il trattato prevedeva l’entrata in guerra degli alleati solo se questi fossero stati attaccati, ma fu l’Austria ad attaccare la Serbia dando il via al conflitto).

Nel 1893 venne stipulato un trattato di alleanza tra Francia e Russia; nel 1907, a seguito dei crescenti armamenti della Germania, anche l’Inghilterra si unì alle due potenze a formare il gruppo dell’Intesa o “Triplice Intesa”.

 

L’esaltazione della guerra nella cultura d’inizio Novecento

“Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura, Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra.

Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepiduri di latte materno e di lacrime fraterne” (Giovanni Papini, “Amiamo la guerra” da Lacerba, II, 20, 01 ottobre 1914).

In queste righe di Papini possiamo rintracciare lo spirito che animava il pensiero di molti intellettuali, e non, di fronte alla guerra.

Nella cultura “decadente” di inizio secolo la guerra, il conflitto, erano visti come un momento di vitalità, di ebbrezza, quasi a vincere la noia del quotidiano. La possibilità di morire in guerra non era visto come un elemento deterrente, anzi era proprio la possibilità della morte che rendeva più attraente il combattimento. Questo clima riuscì a coinvolgere e trascinare parte dell’opinione pubblica, soprattutto i giovani.

Nella guerra si vedeva, poi, la possibilità di aiutare la propria nazione nel diventare più forte, più grande. L’”Amor di patria” spinse molti giovani a lottare per l’intervento del proprio paese. L’esperienza della guerra vissuta fece comprendere a questi giovani (tra questi anche Ungaretti) cosa significasse in realtà “guerra”: dolore, sofferenza, crudeltà, morte, null’altro.

Il sistema economico-produttivo e la prima guerra mondiale

Potrà sembrare azzardata la decisione di porre tra le cause della guerra anche la componente legata al sistema economico-produttivo. Si tende, solitamente, ad evidenziare le trasformazioni e i danni che questo comparto subisce a causa della guerra, dando scarsa rilevanza al potenziale di affari e di interessi che si nascondono dietro ogni guerra. La guerra, da sempre, è stata una fonte di affari e quindi di guadagno per le imprese coinvolte. Il principale committente diventa lo Stato che deve soddisfare le esigenze di milioni di uomini al fronte, quale migliore occasione per fare affari d’oro. Non dobbiamo perciò stupirci se dietro ai movimenti interventisti ci sono spesso finanziamenti provenienti da potenti industriali .

Per comprendere quanto possa aiutare nello sviluppo di un’azienda un conflitto bellico basti pensare che la FIAT prima della guerra aveva circa 4.000 dipendenti, alla conclusione del conflitto era arrivata a 16.000.

 

2. Lo scoppio del conflitto

L’ultimatum dell’Austria alla Serbia

Lo studente bosniaco che il 28 giugno 1914 uccise Francesco Ferdinando e la moglie, faceva parte di una organizzazione che probabilmente era sostenuta dalla Serbia (non è mai stato dimostrato in modo inequivocabile). L’Austria, che gia viveva dei rapporti tesi con quel paese, decise allora di dare una dura lezione al paese confinante.

Ottenuto il 6 luglio l’appoggio del potente alleato tedesco, il 23 l’Austria consegna a Belgrado un durissimo ultimatum con la richiesta di una serie di misure per far cessare ogni attività antiaustriaca in quel paese. Il documento ha un carattere provocatorio, sia perché esige risposta entro appena 48 ore, sia, e soprattutto, perché pretende che rappresentanti austriaci partecipino all'inchiesta sull'attentato. Se avesse accettato, la Serbia avrebbe rinunciato alla propria sovranità, e infatti la replica di Belgrado su questo punto è negativa. Determinata a chiudere la partita con il paese confinante una volta per tutte, il 28 luglio, l'Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia.

 

L’intervento della Russia a fianco della Serbia

A sostegno della Serbia si schierò la Russia da tempo alleata nei paesi balcanici.

 

Intervento della Germania e coinvolgimento della Francia

I movimenti di truppe della Russia (anche verso il confine tedesco) provocano l’immediata reazione della Germania, questa chiede alla Russia di revocare il provvedimento di mobilitazione e alla Francia di impegnarsi per la neutralità, non avendo avuto risposte dai due paesi confinanti il 1° agosto dichiara guerra alla Russia e il 3 agosto alla Francia.   

 

Intervento della Gran Bretagna

Il 4 agosto le truppe tedesche invadono il Belgio (che si era dichiarato neutrale) per invadere la Francia secondo un piano precedentemente studiato. A questo punto, vista l’invasione di un territorio neutrale e preoccupata per la potenza tedesca, anche la Gran Bretagna si sente in dovere di intervenire contro il blocco degli imperi centrali.

 

Il Giappone contro la Germania

Il 23 agosto 1914 il Giappone, approfittando dell’occasione, dichiara guerra alla Germania per ridimensionarne la posizione in estremo oriente.

 

3. L’intervento italiano

3.1 La neutralità italiana nella fase iniziale del conflitto

Quando nel giugno del 1914 viene ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie, in Romagna e nelle Marche divampa una grande rivolta popolare, quella che verrà chiamata la “settimana rossa”. In questo clima di tensione diffuso, l’Italia preferisce non seguire le due alleate (ricordo che l’Italia era alleata alla Germania e all’Austria con il patto della Triplice alleanza del 1882) nell’avventura di guerra, e si dichiara neutrale; d’altra parte non ha nessun obbligo essendo indicato nei patti della Triplice che l’Italia sarebbe intervenuta solo nel caso di aggressione subita dai due Paesi, mentre nel luglio e agosto del 1914 sono stati Austria e Germania, rispettivamente, a dichiarare guerra.

3.2 Tra neutralità e intervento

La posizione di neutralità assunta dall’Italia in un primo tempo, lascia ben presto spazio a un clima che spinge verso l’intervento, un tale clima è fomentato principalmente da due forze:

  • una forza di piazza, che, ispirandosi alle idee risorgimentali, vuole combatter gli imperi centrali autoritari e militaristi (con un voltafaccia clamoroso, rispetto agli atteggiamenti degli anni precedenti)
  • una forza di governo (in particolare il ministro degli esteri Sonnino), che vede la possibilità di completare l’unità del territorio nazionale con un minimo impegno militare, oltre alla possibilità di espandersi nei Balcani e nel Mediterraneo, come vedremo.

 

3.3 La decisone di intervenire e le prime fasi del conflitto italiano

Le agitazioni di piazza degli interventisti, con il clamore che riuscirono a fare, assunsero un ruolo di primo piano diventando protagoniste, in realtà anche le formazioni contrarie all’intervento, come il partito socialista, più che lottare per il non intervento si limitano ad assumere una posizione di neutralità; ad esempio il partito socialista fa suo il motto “né aderire, ne sabotare” che indica chiaramente l’atteggiamento assunto.

E’ in questo clima che il primo ministro Salandra e il ministro degli esteri Sonnino, danno l’incarico all’ambasciatore italiano a Londra di intavolare dei negoziati con i rappresentanti dell’Intesa, le richieste presentate dall’Italia sono eccessive, soprattutto per l’espansione nei paesi slavi, la Russia non è disposta ad accettare tali richieste. L’Italia allora continua le trattative, iniziate precedentemente, con l’Austria per avere il Trentino, Gorizia, Trieste, mano libera in Albania ecc.; in un mercato molto poco decoroso per il nostro Paese.

Durante le trattative con l’Austria, arriva da Londra la notizia che gli alleati accettano le richieste italiane, è così il 26 aprile del 1915, in gran segreto, viene firmato il Patto di Londra; l’Italia si impegnava ad intervenire nel conflitto entro un mese a fianco dell’Intesa. Solo il re (Vittorio Emanuele III, Salandra e Sonnino sapevano del trattato). Il problema era adesso di far accettare ad un parlamento, per la maggioranza neutralista, la decisone dell’intervento in quello che può essere considerato un vero e proprio “colpo di stato”, essendo stato esautorato il parlamento dalle proprie prerogative.

Messo davanti al fatto compiuto il parlamento, il 20 maggio del 1915, non poteva che scegliere per l’intervento, una decisione contraria avrebbe sconfessato non solo il governo, ma anche il re, aprendo una crisi istituzionale. Salandra chiese e ottenne i pieni poteri.

Le fasi iniziali del conflitto mostrarono subito il grave livello di impreparazione delle forze armate e l’incapacità di Cadorna nel guidarle; tra le scelte del generale Cadorna vi è quella di una serie di assalti assolutamente inutili contro le forze austro-ungariche posizionate sul fiume Isonzo, che portarono come unico risultato la morte di migliaia di soldati italiani.

Una spedizione punitiva organizzata nel 1916 dalle forze austro-ungariche, contro quello che veniva considerato un alleato colpevole di tradimento, fu faticosamente arrestata dall’esercito italiano in affanno, e provocò la caduta del governo Salandra.

 

4. Gli anni di guerra

4.1 Le fasi iniziali (1914)

All’inizio del conflitto per evitare le linee difensive francesi, l’esercito tedesco invase il Belgio, paese neutrale, ed entrò nel territorio francese da nord . Francesi e inglesi riuscirono a resistere all’attacco, fermando i tedeschi sul fiume Marna (il prezzo in vite umane di questa battaglia sarà tra i più alti, 500.000 morti), quella che doveva essere una guerra lampo si era trasformata in guerra di trincea.

Sul fronte orientale la Russia attacca la Germania nella Prussica orientale.

 

4.2 Lo stallo (1915-16)

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa, l’esercito italiano riuscì a conquistare importanti posizioni, rimanendo però bloccato dal nemico sul fiume Isonzo.

Nella primavera del 1915 tedeschi, austro-ungarici e turchi sferrarono un attacco congiunto contro la Russia, questa fu costretta a ritirarsi abbandonando i territori polacchi.

Nel febbraio del 1916 riprese, a Verdun, l’offensiva tedesca contro la Francia.

Nel maggio 1916 gli austro-ungarici organizzarono una “spedizione punitiva” contro il “traditore italiano”, nonostante gli sforzi l’attacco fallirà.

Nel novembre 1916 muore Francesco Giuseppe d’Austria. 

 

4.3 La svolta del 1917

Il 1917 segnerà una svolta per le sorti del conflitto. In quest’anno due saranno gli eventi di estrema importanza legati alla guerra:

  • L’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America
  • Il ritiro dell’esercito russo, dopo lo scoppio della rivoluzione nel paese

 

L’entrata in guerra degli Stati Uniti

Fino alla primavera del 1917 l’aiuto americano fornito all’Intesa si limitava ad aiuti di natura economica, compreso l’invio in Europa di materiale utile per l’esercito in guerra. Proprio per disturbare l’arrivo di questi aiuti la marina tedesca era impegnata ad intercettare le navi americane per affondarle, chiaramente questo portò ad un inasprimento nei rapporti tra i due paesi. Gli Stati Uniti tentennavano, tuttavia, nel prendere la decisione di entrare in guerra, solo quando, nella primavera del 1917, la marina tedesca affondò una nave passeggeri americana, il “Lusitania”, provocando al morte di 124 cittadini statunitensi, si decise per l’intervento armato (la dichiarazione di guerra alla Germania è datata 02 aprile 1917).

 

Il ritiro dell’esercito russo

In Russia, nel marzo del 1917, la crisi sociale e politica, con le conseguenti manifestazioni di protesta, aveva portato alla caduta del regime dello Zar Nicola II. Il governo provvisorio di natura liberale che andò al potere decise di proseguire la guerra nonostante le pressioni provenienti dalla popolazione. In realtà uno dei più importanti motivi che aveva spinto la popolazione a protestare contro lo Zar era proprio la volontà di uscire dalla guerra. Questa volontà popolare divenne uno dei punti di forza del movimento bolscevico guidato, dall’aprile del 1917, dal Lenin.

Nei mesi successivi la caduta dello Zar le proteste contro il governo liberale che era andato al potere si trasformarono in aperta rivoluzione con la presa del potere da parte dei bolscevichi nell’ottobre 1917. Arrivati al potere tra le prime decisioni prese vi fu quella di ritirarsi dalla guerra.

Nel corso del 1917 lo stravolgimento politico-istituzionale occorso in Russia ebbe quale conseguenza l’indebolimento dell’esercito al fronte (si segnalarono diversi casi di diserzione e ammutinamento) e la possibilità per l’esercito tedesco e austro-ungarico di dirottare le truppe su altri fronti, in particolare sul fronte italiano .

Fu proprio l’aumentata pressione sul fronte italiano da parte dell’esercito nemico la causa della rottura delle nostre linee difensive a Caporetto il 24 ottobre 1917. Il successivo dilagare dell’esercito nemico nella pianura padana venne fermato, dopo innumerevoli sforzi, riposizionando le linee difensive sul fiume Piave.

 

4.4 La conclusione del conflitto (1918)

Il ritiro dell’esercito russo aveva dato qualche speranza agli imperi centrali, che cercarono di cogliere il momento propizio per porre fine al conflitto uscendone vincitori. L’attacco si focalizzò prima sul fronte italiano, quindi sul fronte occidentale. I diversi tentativi non ottennero i risultati sperati, gli eserciti italiano e francese resistettero agli attacchi.

Molto maggiore peso ebbe, rispetto al ritiro dell’esercito russo, l’entrata in guerra dell’esercito degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa. Dopo quasi quattro anni di guerra i diversi paesi in lotta erano stremati, non solo per il numero di morti e feriti da una parte e dall’altra, ma anche per la difficile situazione economico-produttiva che si era venuta a creare all’interno. Ormai non si era più in grado di sostenere un esercito al fronte formato da milioni di uomini, con la popolazione civile che era alla fame. In questo contesto l’intervento americano fu decisivo, non tanto e non solo per gli uomini inviati al fronte a combattere (piuttosto pochi per la verità), ma soprattutto per il peso economico-produttivo messo in campo.

I primi paesi a chiedere la resa furono la Bulgaria e la Turchia, quindi la Germania e l’Austria (l’armistizio tra Austria e Italia venne firmato il 4 novembre 1918). Per la fine dell’autunno 1918 gli imperi centrali e i loro alleati si erano arresi, la guerra era finita.

 

 

5. L’Europa nata dalla “grande guerra”

5.1 La conferenza di pace di Parigi

      Nel gennaio 1919 i delegati dei paesi vincitori si riunirono a Parigi per ridisegnare l'assetto dell'Europa. Su di loro si riposero attese tanto più grandi, quanto più era critico lo stato in cui il continente usciva dalla guerra. L'acuta instabilità istituzionale, prodotta dal crollo di imperi secolari e dalle tremende ferite lasciate dal conflitto, con i suoi milioni di morti, di feriti e di invalidi, suscitava nello stesso tempo paure e speranze intense. Alla conferenza di pace, gli Stati Uniti erano rappresentati dal presidente Wilson, mentre Francia, Gran Bretagna e Italia erano presenti con i loro primi ministri: rispettivamente Clemenceau, Lloyd George e Orlando. Furono invece esclusi i paesi vinti, cui i trattati di pace vennero imposti senza possibilità di discussione.

 

Una pace punitiva per i vinti

      I princìpi che Wilson aveva raccolto nei Quattordici punti (soprattutto quello relativo all’autodeterminazione dei popoli) si scontrarono con la volontà francese di annientare anche economicamente la potenza tedesca per prenderne il posto di stato egemone in Europa. Pur non condividendo tali obiettivi, l'Inghilterra assecondò spesso la Francia, del cui consenso aveva bisogno per consolidare le proprie conquiste coloniali; per parte sua, l'Italia scontò la propria inferiorità vedendosi relegata ad un ruolo secondario e frustrata nelle proprie pretese di allargamenti territoriali. Il risultato fu quello di una pace punitiva nei confronti dei vinti, fondata sul compromesso tra gli egoismi espansionistici dei vincitori e quindi incapace di porre le basi di un giusto e duraturo equilibrio. La guerra aveva reso impossibile la pura e semplice restaurazione degli equilibri prebellici: ben quattro grandi imperi infatti erano rimasti sepolti sotto le macerie del conflitto e niente avrebbe potuto riesumarli.

 

Le nuove sistemazioni territoriali, e i risarcimenti di guerra.

     Dopo molti mesi di discussioni, la nuova sistemazione del continente europeo venne sancita da diversi trattati. Il più importante di essi -quello di Versailles del giugno 1919- imponeva alla Germania di restituire l'Alsazia e la Lorena alla Francia, di cedere lo Schleswig del nord alla Danimarca e la Posnania e parte dell'Alta Slesia e della Pomerania alla Polonia, ricostituitasi dopo ben 123 anni. A questa fu dato così uno sbocco al mare, creando un "corridoio" fino a Danzica (dichiarata città libera) e separando la Prussia orientale dal resto della Germania. L'importante regione carbonifera della Saar fu assegnata per 15 anni alla Francia, mentre le rive del Reno vennero smilitarizzate e in parte occupate. Inghilterra e Francia si spartirono le colonie tedesche, la flotta fu di fatto eliminata e l'esercito ridotto a 100.000 uomini. La Germania fu infine costretta a pagare una cifra iperbolica (269 miliardi di marchi-oro, poi ridotti a 132) in segno di "riparazione" dei danni di guerra patiti dalle potenze vincitrici. Le sorti degli altri paesi sconfitti furono decise da appositi trattati sanciti fra il settembre 1919 e l'agosto 1920. Dell'ormai dissolto impero asburgico l'Italia ottenne Trentino, Sud Tirolo, Trieste ed Istria. Venne riconosciuta l'indipendenza dell'Austria tedesca e dell'Ungheria, ma quest'ultima dovette cedere la Transilvania ai rumeni e la Slovacchia ai cechi, che già le avevano occupate militarmente (nacque così la repubblica cecoslovacca).

 

5.2 Gli equilibri precari del dopoguerra

       La pace che venne imposta alla Germania, con un vero e proprio diktat, era in effetti umiliante e punitiva: il ridimensionamento dei suoi confini orientali, l'occupazione francese della Saar, la clausola del trattato che le attribuiva tutta la colpa della guerra e la cifra esorbitante fissata per le riparazioni suscitarono un rancore e una volontà di rivincita analoghi a quelli covati dalla Francia dopo il 1870. La questione delle riparazioni aggravò inoltre la crisi finanziaria tedesca, ostacolando una piena ripresa economica del continente e costituendo un grave motivo di instabilità: di fronte al ritardo dei pagamenti, nel 1923, la Francia occupò il più importante bacino industriale tedesco, quello della Ruhr, alimentando un'inflazione devastante in Germania e accrescendo pericolosamente la tensione sul piano internazionale. Il trattato di Versailles contribuì insomma, in misura determinante, ad indebolire la nuova democrazia repubblicana tedesca che era sorta sulle ceneri dell’impero. A rendere precario l'equilibrio europeo concorrevano del resto anche altri fattori, come la frammentazione economica e l'instabilità politica dei nuovi stati centro-orientali (cui fu assegnato un duplice ruolo di baluardo, verso la Germania e verso la Russia bolscevica) e lo scontento dell'Italia per non avere ottenuto la Dalmazia e le acquisizioni in Medio Oriente previste dal trattato di Londra. Dichiaratamente ostile a tale equilibrio era poi la Russia sovietica, che non era riuscita ad estendere all'Europa la sua rivoluzione, ma che, in breve tempo, sarebbe divenuta un importante punto di riferimento per i popoli extraeuropei che premevano per uscire dal proprio stato di soggezione. All'inizio degli anni venti, erano già evidenti i fattori di tensione che avrebbero portato allo scoppio di una seconda e più terribile guerra mondiale.

 

Le democrazie che resistono

      Fra tutti gli stati europei coinvolti nella guerra, i soli a sopravvivere senza traumi furono il Regno Unito e la repubblica francese. Grazie ai loro sviluppati sistemi economico-sociali e alla solidità dei loro assetti costituzionali, le patrie delle grandi rivoluzioni del XVII e del XVIII sec. superarono infatti il cataclisma della guerra senza i drammatici sconvolgimenti che colpirono la gran parte del vecchio continente. Le grandi agitazioni operaie che scoppiarono anche in questi paesi, nel 1919-20, furono contenute piuttosto agevolmente dalle classi dirigenti. Il moderato movimento operaio britannico rimase del resto immune da suggestioni rivoluzionarie e, benché in Francia le correnti più radicali guadagnassero molti consensi, la forza delle controparti sociali e degli apparati dello stato ne vanificarono lo slancio. I risultati elettorali chiarirono che in entrambi i casi l'impetuosa crescita dei sindacati non avrebbe trovato corrispettivi sul piano politico: sia i conservatori e i liberali inglesi uniti attorno a Lloyd George, sia il "blocco nazionale" saldatosi in Francia sotto l'egida di Clemenceau riportarono infatti schiaccianti vittorie.

 

 

La mitragliatrice non venne usata per la prima volta nella Prima guerra mondiale, già nelle conquiste coloniali di fine secolo le potenze europee avevano usato questo strumento.

Da questo punto di vista le reclute erano più esposte rispetto agli anziani. L’esperienza era un elemento fondamentale per riuscire a sopravvivere, i dati che sono stati raccolti a proposito sono molto significativi

Purtroppo nei decenni nulla è cambiato anche oggi dietro ogni guerra si nascondono importanti interessi industriali. Ne è un chiaro esempio l’ultima guerra in Iraq.

Fu proprio l’aumentata pressione sul fronte italiano da parte dell’esercito nemico la causa della rottura delle nostre linee difensive a Caporetto il 24 ottobre 1917. Il successivo dilagare dell’esercito nemico nella pianura padana venne fermato, dopo innumerevoli sforzi, riposizionando le linee difensive sul fiume Piave.

 

 

 

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