Rivoluzione francese


    Tratto da wikipedia : la rivoluzione francese, o prima rivoluzione francese (per distinguerla dalla Rivoluzione di Luglio e dalla Rivoluzione francese del 1848) è un insieme di eventi e di cambiamenti politici, sociologici e culturali intercorsi tra il 1789 e il 1799 che segna il limite tra l'età moderna e l'età contemporanea nella storiografia francese.

    Le principali e più immediate conseguenze della rivoluzione francese (che costituì un momento di epocale cambiamento nella storia del mondo) furono l'abolizione della monarchia assoluta e la proclamazione della repubblica, con l'eliminazione delle basi economiche e sociali dell'Ancien régime. La rivoluzione francese e quella americana ispirarono le rivoluzioni a connotazione borghese liberali e democratiche che seguirono nel XIX secolo. Sebbene l'organizzazione politica della Francia abbia oscillato tra repubblica, impero e monarchia durante i 75 anni seguenti la Prima repubblica, la rivoluzione segnò la fine dell'assolutismo e diede inizio ad un nuovo sistema politico in cui la borghesia e, in alcune occasioni anche le masse popolari, si convertirono nella forza politica dominante del paese.

 

Rivoluzione francese

 

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    Tutto sulla rivoluzione francese

     

  • Rivoluzione francese

    Dall'abbattimento della monarchia assoluta al periodo del Terrore

     

    1. La Francia alla vigilia della rivoluzione: ricchezza..

    A metà del XVIII secolo, pochi decenni prima che scoppiasse la rivoluzione, la Francia, con i suoi 25 milioni di abitanti, era il più popoloso stato d'Europa, segno evidente di un progressivo miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e di uno sviluppo delle attività economiche. Certo la Francia, soprattutto dopo la perdita dei territori nordamericani, non aveva un impero commerciale come quello inglese e non era, come l'Inghilterra, alle soglie della rivoluzione industriale; tuttavia con le sue colonie delle Antille controllava più della metà dello zucchero consumato nel mondo intero, mentre il paese esportava sete, stoffe, arazzi, mobili, prodotti dalle sue rinomate manifatture, nonché i vini delle sue campagne.

    2. ... e arretratezza

    Di fronte a questi progressi evidenziati dallo svilup-po dei commerci e dalla crescita della borghesia ur-bana, permanevano in Francia aspetti di arretra-tezza ancora tipici della società feudale. Più dell'80% della popolazione francese viveva nelle campagne dove dominavano tecniche agricole arre-trate. "I contadini lasciavano gran parte della terra incolta e la comunità mandava il suo sparuto gregge a pascolare sul maggese dell'anno. Si mieteva col falcetto, si batteva il grano sotto gli zoccoli del bestia-me; assai più spesso dell'aratro a versoio era l'antico aratro di legno tirato da un bue che scalfiva quella terra così poco redditizia" (Furet-Richet). A frenare lo sviluppo delle attività agricole e commerciali contribuiva anche la caotica suddivisione amministrativa del regno con le molteplici circoscrizioni giudiziarie, militari, finanziarie, ecclesiasti-che, spesso non coincidenti tra loro. Le imposte variavano da regione a regione (se non da città a città); per non parlare della miriade di pe-daggi locali e della disparità delle unità di peso e mi-sura.

    3. L'ancien regime

    il terzo stato sostiene nobiltà e cleroLa società e le istituzioni della Francia prima della rivoluzione vengono indicati con l'espressione di an-cien regime. La prima caratteristica dell'ancien regime francese era la persistenza nelle campagne di rapporti di tipo feudale. Nel Settecento, circa il 40% delle terre era ancora proprietà dell'aristocrazia e del clero, che imponevano ai contadini tutta una serie di corvées e tributi in natura o in denaro. Anche le attività artigianali e manifatturiere erano controllate da molteplici corporazioni di origine medioevale che frenavano la mobilità della manodopera e le innovazioni tecniche.

    La seconda caratteristica dell'ancien regime era costituita dagli squilibri fra i tre ordini sociali: nobiltà, clero e "terzo stato"; quest'ultimo comprendeva tutti coloro che non erano né nobili né ecclesiastici (artigiani, mercanti, professionisti, contadini). Nobiltà e clero godevano di numerosi privilegi: erano esentati dal pagamento di molte imposte statali e potevano accedere a tutte le cariche pubbliche di maggior prestigio.

    Forti differenze erano presenti anche all'interno dei tre ordini. All'interno della nobiltà esistevano differenze tra la ricchissima aristocrazia di corte, la potente aristocrazia "di toga", cioè i funzionari della burocrazia statale, e la piccola nobiltà di campagna, a volte al limite della povertà. Anche all'interno del clero erano nette le differenze tra i prelati maggiori e i parroci di campagna che vivevano stentatamente come i poveri. Il terzo stato, poi, comprendeva sì i contadini e braccianti che conducevano una dura vita di sacrifici, ma anche gli artigiani e i bottegai, i professionisti e i ricchi commercianti e industriali delle città. Il terzo aspetto dell'ancien regime era l'assoluti-smo. La Francia, anche dopo la morte di Luigi XIV, era rimasta il più perfetto esempio di monarchia assoluta. Tuttavia nel corso del Settecento, durante i regni di Luigi XV e di Luigi XVI, il potere assolutistico si era indebolito e i parlamenti provinciali, controllati dall'aristocrazia di toga, avevano ripreso a rivendicare il loro diritto di controllo sulle decisioni e sulle leggi approvate dal sovrano.

    4. Le cause della rivoluzione: il malcontento della borghesia

    La rivoluzione che scoppiò in Francia nel 1789 fu in gran parte la conseguenza di tensioni che si erano accumulate nella società dell'ancien regime, e che agitavano soprattutto il terzo stato. Forte era, in particolare, il malcontento della borghesia, la quale, nonostante il suo crescente peso economico, continuava a essere esclusa dalle cariche pubbliche (amministrazione, esercito, giustizia) riservate solo all'aristocrazia. I borghesi non accettavano che la carriera di un individuo dipendesse più dalla sua nascita, dal suo "sangue", che dalla ricchezza e dal talento. Questa situazione risultava tanto più ingiusta se si pensa che il peso delle finanze statali gravava quasi totalmente sulle spalle del terzo stato, perché nobiltà e clero erano esentati dal pagamento di numerose tasse. Inoltre la notevole frammentazione giuridica e amministrativa del regno, la presenza di molteplici barriere doganali, la disparità del prelievo fiscale nelle diverse regioni ostacolavano quei commerci e quelle attività industriali che costituivano la principale fonte di ricchezza della borghesia. Pochi mesi prima dello scoppio della rivoluzione l'abate Sieyès pubblicò un opuscolo che così sintetizzava il malcontento del terzo stato: "Che cos'è il terzo stato? Tutto. Che cosa ha rappresentato finora nell'ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa". In questa situazione la borghesia era sempre più influenzata dalle idee politiche degli illuministi, che criticavano le ingiustizie dell'ancien regime edell'assolutismo e proponevano una società basata sull'uguaglianza di tutti i cittadini e sulle libertà politiche ed economiche.

     

     

    5. La crisi sociale nelle campagne e nelle città.

    La crisi della Francia era resa più acuta dalle difficili condizioni di vita dei contadini, gravati da una serie di obblighi e tasse di natura ancora feudale. Oltre alla decima per il clero, vi erano i diritti che il contadino pagava al signore in natura o in denaro e in certi casi anche l'obbligo di svolgere lavori gratuiti per i nobili. Su queste tensioni sociali si innescò una grave crisi economica che colpì la Francia negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione. Nel 1788 c'era stato uno dei peggiori raccolti di grano degli ultimi cin-quant'anni cui seguì una grave carestia, provocando un notevole aumento del prezzo del pane. Con la crisi agricola si verificò anche una drastica riduzione delle vendite di manufatti artigianali e quindi una forte disoccupazione di artigiani e operai.

    6. Lo stato verso la bancarotta

    A questa crisi economica si sommava la crisi finanziaria che aveva colpito la Francia dopo la guerra dei Sette anni (vedi pag. 161). Infatti il paese, uscito sconfitto, aveva dovuto pagare un altissimo costo finanziario; la conseguenza era stata una crescita vertiginosa del debito pubblico. Per risolvere questa situazione, Luigi XVI aveva affidato il ministero delle finanze a un banchiere, Ja-ques Necker, il quale aveva proposto di far pagare le tasse anche alla nobiltà e al clero e nello stesso tempo di alleggerire il peso fiscale che gravava sui contadini, in modo da favorire l'afflusso dei loro risparmi per rimodernare l'agricoltura e acquistare manufatti. Ben presto Necker fu licenziato per l'opposizione di diversi Parlamenti provinciali controllati dalla nobiltà e dal clero, che non accettavano le nuove leggi fiscali.

    7. 1789: si convocano gli stati generali.

    Per imporre al sovrano il mantenimento dei loro privilegi la nobiltà e il clero francesi chiesero la convocazione degli Stati generali, cioè l'assemblea dei rappresentanti dei tre ordini sociali (nobiltà, clero e terzo stato) che non era stata più convocata dal 1614. Alla loro apertura, avvenuta il 5 maggio 1789, gli Stati generali furono caratterizzati dallo scontro dei deputati dei tre ordini riguardo a un problema carico di valore politico: la nobiltà e il clero chiedevano che si votasse per ordine, perché così avrebbero avuto due voti contro uno del terzo stato; invece i rappresentanti di quest'ultimo chiedevano che si votasse per testa, perché erano in numero superiore ai delegati degli altri due ordini, in quanto rappresentanti della maggioranza del popolo francese.

    8. Dalla rivoluzione parlamentare...

    presa della BastigliaDi fronte al rifiuto degli altri due ordini, i delegati del terzo stato compirono il primo atto rivoluzionario: si proclamarono Assemblea nazionale rappresentante del popolo, e dichiararono che qualsiasi imposta non autorizzata dall'Assemblea doveva considerarsi nulla. Poiché Luigi XVI fece chiudere dalle guardie la sala dove si riuniva l'Assemblea, i rappresentanti del terzo stato si trasferirono in una sala adibita al gioco della pallacorda e il 20 giugno giurarono di non separarsi fino a quando non avessero formulato una Costituzione (fu il cosiddetto "giuramento della pallacorda"). Poiché numerosi esponenti del clero e della nobiltà si erano uniti al terzo stato, il re alla fine fu costretto a ordinare a tutti i deputati di trasferirsi nella nuova Assemblea nazionale.

    9.  ...alla rivoluzione popolare e contadina

    Ma la disponibilità del re era solo apparente e il sovrano si preparava a sciogliere l'Assemblea con la forza. La rivoluzione parlamentare era sul punto di essere soffocata dalle truppe, quando entrò in scena il popolo parigino.

    Da mesi esasperata per l'aumento della disoccupazione e il rincaro crescente del pane, il 13 luglio la folla di Parigi insorse, prese le armi e innalzò barricate nelle strade della città. Intanto l'Assemblea nazionale costituì una Guardia nazionale, un corpo di volontari armati che aveva il compito di difendere l'Assemblea, ma anche di controllare le sommosse popolari. Il giorno seguente, il 14 luglio, la popolazione parigina diede l'assalto e prese la Bastiglia, la fortezza che serviva da carcere per i prigionieri politici e che agli occhi del popolo era il simbolo dell'odiato assolutismo regio. Il re fu costretto a riconoscere una nuova amministrazione per il comune di Parigi e la Guardia nazionale.

    Pochi giorni dopo la presa della Bastiglia, nelle campagne francesi scoppiarono rivolte di contadini che assalirono castelli, bruciarono gli odiati documenti feudali e in alcuni casi uccisero i signori. Il diffondersi della ribellione contadina spinse i delegati dell'Assemblea nazionale a dichiarare decaduti tutti i privilegi, a proclamare l'uguaglianza fiscale di tutti i cittadini e ad abolire i diritti feudali.

    10. La Dichiarazione dei diritti

    Il colpo definitivo all'ancien regime fu dato il 26 agosto 1789, quando l'Assemblea nazionale approvò la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, nella quale vennero proclamati princìpi che saranno di li a poco alla base della Costituzione francese: l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, le libertà fondamentali quali quelle di parola e di stampa, il riconoscimento della sicurezza della persona e della proprietà privata, la legittima resistenza all'oppressione e la sovranità popolare. Secondo questo principio è il popolo sovrano a decidere chi deve dirigere la vita politica, eleggendo propri rappresentanti.

    11. 1791: la Francia diventa una monarchia costituzionale

    Dopo aver proclamato i diritti dell'uomo e del cittadino, l'Assemblea nazionale preparò una nuova Costituzione; approvata il 3 settembre 1791, essa era l'espressione della borghesia moderata, che fino ad allora aveva diretto la rivoluzione, servendosi anche dell'appoggio del popolo.

    La nuova legge costituzionale riservava il diritto di voto ai soli cittadini "attivi", cioè a coloro che pagavano le imposte; si trattava comunque della larga maggioranza della popolazione francese. Il potere di approvare le leggi era affidato a un'Assemblea legislativa, formata da deputati eletti tra un numero ristretto di cittadini con un reddito abbastanza elevato. Il potere esecutivo spettava al re, che poteva porre un veto "sospensivo" sulle leggi approvate dall'Assemblea.

    12. Nuovi movimenti politici

    Sin dal 1789, soprattutto a Parigi, si ebbe una fioritura di giornali, club e circoli frequentati da intellettuali, borghesi e aristocratici, che partecipavano alle vicende della rivoluzione e animavano il dibattito politico. Uno dei giornali più diffusi era L'Ami du peuple di J. Paul Marat, uomo politico e scrittore illuminista. Tra i vari club, il principale era quello dei giacobini, che divenne poi un vero e proprio movimento politico e svolse un ruolo di guida nelle vicende rivoluzionarie. Inizialmente i giacobini avevano come obiettivo quello di "illuminare" il popolo e di guidarlo verso una rivoluzione che trasformasse la Francia in una monarchia costituzionale. Ma con l'acutizzarsi dei contrasti politici e sociali, il movimento si frantumò dando vita ad altri raggruppamenti politici. Così nel 1791 gli esponenti più moderati, più legati alla monarchia e contrari alla partecipazione popolare, diedero vita al club dei foglianti, con a capo i due aristocratici La Fayette e Mirabeau. La minoranza, guidata da uomini come G.J. Danton, M. Robespierre e L. Saint-Just, assunse una posizione democratica e repubblicana, più vicina alle rivendicazioni popolari. Un altro importante movimento politico fu quello dei girondini, che esprimevano gli interessi della borghesia mercantile e furono i maggiori sostenitori della repubblica e della "guerra rivoluzionaria" contro le potenze assolutistiche dell'Europa.

    La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino

    Elaborata dall'Assemblea nazionale, sotto l'influenza della tradizione illuminista, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino diventerà un punto di riferimento per le società democratiche contemporanee.

    "Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull'utilità comune.

    Art. 2. // fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.

    Art. 3. // principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non sia da essa espressamente emanata.

    Art. 9. Poiché si presume che ogni uomo sia innocente sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.

    Art. 11. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

    Art. 17. Poiché la proprietà è un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta e preliminare indennità."

    13. I problemi del nuovo stato rivoluzionario

    La Francia, con la proclamazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino e con l'approvazione della Costituzione, sembrava aver trovato un assetto politico stabile. Ma ben presto la situazione tornò a diventare difficile a causa di tre problemi fondamentali. Innanzitutto c'era l'irrisolto problema finanziario, cioè la crescita continua del debito pubblico. In secondo luogo c'era l'opposizione della Chiesa alla rivoluzione. Infatti, l'Assemblea nazionale, anche per procurare allo stato le risorse per sanare il debito pubblico, aveva deciso di confiscare e vendere i beni della Chiesa; inoltre aveva imposto al clero di giurare fedeltà alla Costituzione. In seguito a questa decisione si verificò una frattura tra i vescovi e parroci "costituzionalisti", che giurarono fedeltà alla Costituzione, e i "refrattari", che rifiutarono di giurare e che per questo furono allontanati dai loro incarichi. Ma il problema principale per il nuovo stato costituzionale era rappresentato dall'ostilità degli aristocratici. Già durante i primi mesi rivoluzionari del 1789 alcune potenti famiglie aristocratiche erano emigrate nei regni confinanti con la Francia; negli anni successivi questa emigrazione era cresciuta e i nobili emigrati avevano iniziato a tessere complotti controrivoluzionari.

    14. La fuga del re

    Sempre più preoccupato per la propria sicurezza, nel giugno del 1791 il re decise di fuggire con la sua famiglia, ma venne fermato presso il confine settentrionale della Francia. Ricondotto a Parigi, Luigi XVI fu sospeso dalle sue funzioni dall'Assemblea legislativa e divenne praticamente prigioniero della rivoluzione nel suo palazzo parigino delle Tuileries.

    L'atteggiamento ambiguo di Luigi XVI

    Del re Luigi XVI gli storici hanno messo in luce soprattutto il suo carattere bonario e debole, la sua incertezza non adatta ad affrontare una situazione così complessa come quella della rivoluzione. Luigi XVI ascoltava i consigli dei rivoluzionari più moderati come La Fayette, che lo incitavano a imboccare con decisione la strada di una monarchia costituzionale di tipo inglese, però manteneva stretti rapporti con gli aristocratici emigrati con i quali tesseva trattative segrete e organizzava un intervento militare delle potenze assolutistiche in Francia. Più decisa nella sua opposizione alla rivoluzione, e per questo più impopolare, era la regina Maria Anto-nietta, figlia dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa d'Asburgo.

     

     

     

    15. La guerra contro Austria e Prussia

    Già nel 1791 i sovrani d'Austria e di Prussia, temendo la diffusione in Europa del "contagio" rivoluzionario, avevano minacciato di intervenire militarmente contro la Francia.

    Anche all'interno della Francia erano sempre più numerosi coloro che erano favorevoli a un intervento militare. Nell'Assemblea legislativa la guerra rivoluzionaria era sostenuta con forza dai girondini, i quali pensavano che essa sarebbe servita a scaricare fuori del paese le tensioni sociali. I girondini erano convinti che la guerra rivoluzionaria sarebbe risultata vincitrice, perché i popoli stranieri avrebbero accolto come liberatori i soldati francesi. Anche Luigi XVI era sempre più favorevole alla guerra, perché pensava che solo una probabile sconfitta dell'esercito rivoluzionario gli avrebbe permesso di restaurare la monarchia assoluta. Solo i giacobini guidati da Robespierre temevano che la guerra avrebbe indebolito la rivoluzione. Nell'aprile del 1792 Luigi XVI, con l'approvazione dell'Assemblea legislativa, decise la dichiarazione di guerra all'Austria a fianco della quale si schierò la Prussia.

     

     

    16. 1792: riprende la rivoluzione e nasce la repubblica

    Ben presto l'esercito francese si rivelò impreparato e subì alcune sconfitte che si ritorsero contro coloro che avevano voluto la guerra. Prima il re destituì i ministri girondini; poi la popolazione parigina insorse contro Luigi XVI accusato di tramare con il nemico: il 10 agosto 1792 una folla tumultuante invase il palazzo reale delle Tuileries e fece prigioniero il re. La mobilitazione popolare si concluse tragicamente, con l'uccisione da parte del popolo di centinaia di prigionieri, soprattutto nobili e preti refrattari. Nel settembre del 1792 l'Assemblea legislativa, sotto la pressione popolare, decise l'elezione a suffragio universale (cioè elezioni in cui votavano tutti i cittadini) di una nuova assemblea che fissasse una nuova Costituzione; venne così eletta la Convenzione nazionale che il 21 settembre abolì la monarchia e proclamò la repubblica.

    All'interno della nuova assemblea si formarono tre schieramenti politici: i girondini, che volevano frenare le rivendicazioni più radicali del popolo parigino; i montagnardi (cui appartenevano anche uomini che avevano fatto parte del movimento giacobino), guidati da Robespierre e Saint-Just, che puntavano a un'alleanza con il popolo parigino; infine, la cosiddetta Pianura (o più sprezzantemente Palude) composta da una maggioranza di incerti ed esitanti. Il primo scontro tra girondini e montagnardi si ebbe a proposito della sorte da destinare al re, dato che la convenzione aveva assunto anche le funzioni di tribunale supremo. I girondini tentarono di salvare il re, proponendo una sua condanna all'esilio; ma alla fine prevalse la proposta di condanna a morte di Luigi XVI avanzata dai montagnardi ed eseguita con la ghigliottina il 21 gennaio 1793.

     

    17. Lo stato rivoluzionario di fronte a nuove minacce

    decapitazione di Luigi XVIIntanto la guerra era proseguita con alcune vittorie francesi, riportate alla fine del 1792 a Valmy e Jemappes, che avevano permesso alle armate rivoluzionarie di giungere all'occupazione della Savoia e del Belgio. Ma nei primi mesi del 1793 la situazione divenne critica: numerosi altri stati europei, come l'Inghilterra, la Spagna, il regno di Piemonte, costituirono una coalizione antifrancese, e le armate rivoluzionarie subirono alcune sconfitte. Per far fronte al pericolo, la Convenzione decretò la leva di 300.000 uomini, ma questa decisione provocò lo scoppio di una grave rivolta controrivoluzionaria nella Vandea, una delle regioni più povere della Francia; qui infatti i contadini, guidati dai nobili e dal clero, scatenarono una dura guerriglia che creò serie difficoltà al governo rivoluzionario.

    La Vandea

    L'insurrezione della Vandea prese il nome da una delle regioni occidentali dove scoppiò la rivolta nella primavera del 1793. Questa rivolta, che ben presto si trasformò in una sanguinosa guerra civile, spezzò quella alleanza tra la borghesia cittadina e le masse contadine che aveva dato origine alla rivoluzione del 1789. La causa contingente di questa rivolta fu il decreto del marzo 1793 che impose la leva di 300.000 uomini; tuttavia esistevano altri motivi di malcontento che favorirono l'esplosione della rivolta.

    Innanzitutto tra la popolazione rurale dell'Ovest francese era molto radicato l'attaccamento alla religione tradi-zionale e alla monarchia; pertanto i prowedimenti presi nei confronti del clero (confisca delle proprietà e obbligo di giurare fedeltà al nuovo stato) e l'esecuzione di Luigi XVI avevano suscitato un sentimento controrivoluzionario, poi alimentato dalla propaganda degli aristo-cratici e dei preti refrattari della zona. Nei primi anni della rivoluzione il malcontento era stato alimentato anche dal peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, provocato dall'inflazione crescente, dalla crisi dell'artigianato locale, dal fatto che le terre della Chiesa e dei nobili erano state vendute quasi esclusivamente ai borghesi che avevano occupato anche le terre comuni dei villaggi.

    Dopo le prime violente rivolte e i massacri di giacobini e preti costituzionalisti, i vandeani formarono una "armata reale e cattolica" guidata da generali aristocratici, che nel giro di alcuni mesi sconfisse i soldati inviati da Parigi. Ma nell'autunno l'armata controrivoluzionaria subì i pri-mi rovesci, fino alla completa disfatta e al massacro de-gli insorti da parte dell'esercito rivoluzionario. La Vandea continuerà a essere una regione di rivolte e insurrezioni fino all'opera di pacificazione di Napoleone Buonaparte.

    18. 1793-94: il Comitato di salute pubblica....

    colpo di stato di termidoroNella primavera del 1793 la crisi provocata dalla rivolta vandeana e dalle sconfitte militari infiammò la lotta politica all'interno della Convenzione e diede una nuova spinta al processo rivoluzionario. I pericoli esterni e interni che minacciavano la repubblica convinsero i deputati della Convenzione a formare due nuove istituzioni d'emergenza, come chiedevano i montagnardi: il Tribunale rivoluzionario, che aveva il compito di arrestare e condannare tutti gli individui sospettati di tramare contro la repubblica; il Comitato di salute pubblica, che tolse il potere alla Convenzione e divenne il nuovo organo di governo. Esso aveva l'appoggio del movimento popolare dei sanculotti, operai e artigiani parigini guidati dai gruppi rivoluzionari più radicali e violenti.

    La prima importante decisione del governo rivoluzionario fu la proclamazione della leva di massa, cioè l'estensione del servizio militare a tutti gli uomini in grado di svolgerlo; si formò così un esercito di più di 1 milione di uomini che ottenne nuove vittorie contro gli stranieri e debellò definitivamente la Vandea, grazie all'entusiasmo rivoluzionario dei soldati.

    19. ...e il Terrore

    Per ottenere l'appoggio delle masse popolari il Comitato di salute pubblica impose provvedimenti per stabilizzare i prezzi e i salari e l'approvazione di una nuova Costituzione democratica, che prevedeva l'approvazione popolare di ogni legge mediante plebisciti e riconosceva il diritto al lavoro e all'istruzione. Questa Costituzione non entrò mai in vigore, mentre ebbe inizio il cosiddetto periodo del Terrore, ossia il periodo più violento e drammatico della rivoluzione, durante il quale ebbe un ruolo di primo piano Robespierre.

    Dal settembre del 1793 al luglio del 1794 i Tribunali rivoluzionari agirono in modo spietato contro tutti coloro che erano sospettati di essere contrari alla rivoluzione: solo durante l'inverno del 1793-1794 furono giustiziati circa 35 mila Francesi, dopo processi sommari nei quali per gli accusati non erano previste garanzie giuridiche.

    Anche la regina Maria Antonietta fu condannata alla ghigliottina. A cadere sotto i colpi della ghigliottina non furono soltanto rivoltosi controrivoluzionari, aristocratici e membri del clero, ma anche appartenenti a quelle classi sociali e a quei gruppi politici che avevano partecipato alla rivoluzione

     

    20. Il governo dei montagnardi viene abbattuto

    Il terrore indiscriminato, le continue requisizioni imposte ai contadini per il sostentamento dell'esercito, il blocco dei salari avevano aumentato il malcontento tra i deputati della Convenzione e tra la popolazione. Si formò così un'alleanza tra i moderati della Pianura, i giacobini stanchi delle continue esecuzioni capitali e alcuni deputati corrotti, i quali organizzarono assieme un colpo di stato, il 27 luglio del 1794 (9 termidoro per il calendario rivoluzionario): Robespierre fu arrestato assieme agli altri capi montagnardi e il giorno dopo furono tutti ghigliottinati senza processo. I termidoriani che avevano posto fine al Terrore volevano ripristinare una repubblica moderata, cancellando le trasformazioni più democratiche dei giacobini, senza rinnegare però le conquiste fondamentali della rivoluzione borghese.

    Perciò nell'agosto del 1795 fu approvata una nuova Costituzione che affidava il potere legislativo a due Camere (il Consiglio degli anziani e il Consiglio dei cinquecento) elette da un numero ristretto di cittadini (il suffragio universale infatti era stato abolito); il governo venne affidato a un organo chiamato Direttorio, composto da cinque membri.

    La rivoluzione modifica le tradizioni

    Nell'ultima violenta fase della rivoluzione i capi giacobini, influenzati dalle idee illuministiche, cercarono di costruire nuovi ideali, nuovi valori religiosi e morali, che sostituissero quelli del passato. Così nell'ottobre del 1793 fu approvato un nuovo calendario che doveva sostituire l'era cristiana con l'era rivoluzionaria.

    Il nuovo calendario era formato da dodici mesi indicati con nomi poetici e fantasiosi, tratti dai lavori agricoli e dalla natura (vendemmiaio, nevoso, floreale ecc..), ognuno formato da trenta giorni e diviso in tre decadi; le domeniche erano sostituite da alcune feste rivoluzionarie spesso collegate alle antiche tradizioni popolari, come le feste di maggio nelle quali si piantavano gli alberi della libertà. Il nuovo calendario dette il via a un processo di "scristianizzazione" della società francese, che in alcune zone divenne radicale e violento. Il culto dei santi e della Madonna fu sostituito con il culto dei martiri della rivoluzione o dall'adorazione di alcune donne personificanti la Libertà e portate in corteo nelle chiese, trasformate in templi della ragione. "Mentre gli oratori tuonano contro il 'fanatismo' e la 'superstizione', si chiudono le chiese in cui si installano spesso le società popolari dei villaggi; si confiscano arredi e ornamenti e perfino le campane per fonderle, si abbattono le croci; si organizzano talvolta delle mascherate anticlericali: curati e vicari ricevono l'ordine di abiurare o sposarsi" (i. Boutier).

    Ma questo radicale processo di "scristianizzazione" non era ben visto da capi giacobini come Robespierre, il quale era contrario all'ateismo, considerato come una causa della corruzione e dell'immoralità; perciò la Convenzione prima ristabilì la libertà di culto, poi nel 1794 emanò un decreto che riconosceva l'esistenza deH"'Essere supremo" e dell'immortalità dell'anima. All'Essere supremo fu dedicata una grande festa nazionale l'8 giugno 1794.

     

 

Rivoluzione francese

 

LA RIVOLUZIONE FRANCESE

 

PREMESSA

  1. Lo stato nazionale francese si forma con un processo graduale conclusosi con la Guerra dei Cent’anni(1337-1453): in quella occasione si è ottenuta l’espulsione definitiva degli Inglesi dal territorio nazionale francese dove gli Inglesi mantenevano dei feudi. Rimane loro solamente il porto di Calais punto strategico per la traversata della Manica.
  2. La Francia è una monarchia assoluta in cui il re è considerato destinato da Dio a governare lo stato: questo impedisce psicologicamente ogni tentativo di rivolta. A suo piacimento poteva convocare l’assemblea degli stati generali composta dai rappresentanti di tutte le classi sociali in cui era suddivisa la società francese. L’assemblea aveva ruolo consultivo assolutamente non vincolante. All’epoca della rivoluzione francese, l’assemblea non era più stata convocata negli ultimi 150 anni.
  3. La società francese era divisa il TRE STATI ossia classi sociali. Appartenevano al primo stato i nobili (privilegiati nati da famiglie di alto rango che vivevano di rendita dei loro latifondi) , al secondo stato il clero (ossia i sacerdoti di tutti i gradi, dai curati di campagna, poveri e ignoranti, ai vescovi conti, ricchi e potenti), al terzo stato il popolo, cioè tutti coloro che non erano inclusi negli altri due stati. Era lo stato più numeroso ed eterogeneo: comprendeva i borghesi, ricchi e importanti perché motore dell’economia ma privi di potere politico, gli artigiani, i commercianti, gli operai delle aziende manifatturiere, l’immenso numero di contadini ancora schiavi nelle campagne amministrate dai nobili. Le prime due classi erano privilegiate dal potere del re che le favoriva con la sua politica economica e sociale. I nobili vivevano nella reggia di Versailles dal tempo di Luigi XIV, il re Sole, (1661) che li voleva vicino a sé per poterli meglio controllare e per ricavare denaro dai tributi che dovevano pagare per l’alloggio e la vita a corte.

La Francia è una terra ricca di contraddizioni: da una parte la ricchezza della terra e della produzione, dall’altra la pessima distribuzione della ricchezza che si concentrava nelle mani di pochi privilegiati.

 

CAUSA PROSSIMA

            Nella seconda metà del ‘700, la Francia era oppressa da una pesantissima crisi economia tanto da indurre il re Luigi XVI a pensare alla tassazione dei nobili perché contribuissero attivamente all’economia dello stato.

 

Il 5 maggio 1789 sono convocati a Versailles gli Stati generali per discutere la questione e subito ci sono problemi in particolare riguardo alle procedure per il voto: le decisioni per stato o per testa?

La prima soluzione avrebbe favorito le classi privilegiate, la seconda il popolo per la presenza di un numero maggiore di rappresentati.

 

Il re concede la votazione per testa e il terzo stato si chiude nella sala della pallacorda giurando che l’assemblea non si sarebbe sciolta se prima non avesse ottenuto la costituzione.

 

Tra alterne vicende si giunge al 14 luglio 1789 quando il popolo di Parigi, infuriato, assalta la fortezza della Bastiglia che simboleggiava il potere reale. Il re spaventato affida il potere all’Assemblea Nazionale Costituente incaricata di elaborare la nuova costituzione.

 

CARATTERISTICHE GENERALI

  1. La rivoluzione francese è manovrata dai borghesi: sono la classe che ha più potere economico ma nessun mezzo per controllare il potere politico. Usa la rabbia del popolo aizzandolo contro i nobili, che vengono derubati, minacciati, spesso uccisi. Una volta eliminate le antiche classi dominanti, la borghesia gestisce il potere da sola.
  2. Non è prevista fin dall’inizio la condanna alla ghigliottina del re Luigi XVI e di sua moglie Maria Antonietta. Si è giunti a questa scelta quando i sovrani tentano di fuggire da Parigi dimostrando di non essere in grado di gestire con equilibrio le pressioni a cui lo sottoponevano il primo e secondo stato da una parte e il terzo stato dall’altra. Questa decisione mobilita tutti i principali stati europei contro la Francia perché spaventati all’idea che anche i loro popoli possano ribellarsi contro di loro; tentano così di circoscrivere la rivoluzione.
  3. Per la prima volta nella storia europea, il popolo sperimenta di possedere un potere reale che imparerà a utilizzare

 

LE CARTE COSTITUZIONALI

  1. 1789: La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Si scrivono i principali diritti individuati dagli illuministi sia a livello individuale che sociale

      La costituzione che ne segue dichiara la divisione dei poteri.

  1. 1793: la costituzione più democratica della Francia rivoluzionaria. Stabilisce la libertà di lavoro, di spostamento, di stampa e di parola e si basa sul suffragio universale. Dichiara che un popolo può cambiare la costituzione e il governo anche con mezzi violenti. Lo stato deve garantire un lavoro ai più deboli e l’assistenza a chi non può lavorare.
  2. 1795: è una costituzione borghese. Limita le libertà democratiche, riconosce il diritto di voto in base al censo, affida il potere esecutivo al Direttorio formato da soli 5 membri.

 

NAPOLEONE BONAPARTE entrerà nel Direttorio e ne otterrà il controllo con un colpo di stato instaurando una dittatura personale che lo porterà ad occupare molti stati europei e non.

 

CONSEGUENZE

  1. Diffonde in Europa i principi della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità) gettando le basi per i futuri moti d’insurrezione contro i poteri assoluti
  2. Cede Venezia agli Austriaci con il trattato di Campoformio del 1792. Venezia perde così per la prima volta la sua indipendenza che durava da 1400 anni circa.

 

Il ciclo della rivoluzione si chiuderà con la morte di Napoleone (5 maggio 1821). Il Congresso di Vienna (1815-1821) tenterà di riportare l’Europa alla situazione precedente a questi fatti cercando di cancellarli ma con risultati positivi solo nel breve periodo: l’antico regime in Europa è cancellato per sempre.

 

 

 

Rivoluzione francese

 

  • La rivoluzione francese come rivoluzione borghese

    di Albert Soboul

     

     

    Nella transizione dal feudalesimo al capitalismo la Rivoluzione francese ha imboc­cato, secondo l'espressione di Marx, «la via realmente rivoluzionaria». Ciò si dovette all'ostinazione dell'aristocrazia, tenacemente aggrappata ai suoi privilegi feudali, restia a ogni concessione, e all'accanimento in senso contrario delle masse contadine: la jac­querie antifeudale fu quasi incessante dal 1789 al 1793, fino all'abolizione definitiva e senza riscatto dei diritti signorili, avvenuta con la legge del 17 luglio. La borghesia fran­cese non aveva voluto la rovina dell'aristocrazia; il rifiuto di ogni compromesso, la contro-rivoluzione e la guerra la costrinsero a perseguire la distruzione dell'antico ordi­ne. Ma vi riuscì solo alleandosi alle masse popolari, rurali e urbane, alle quali dovette pur dare alcune soddisfazioni: la feudalità venne definitivamente abbattuta, la democra­zia instaurata, la rivoluzione popolare e il terrore fecero piazza pulita.

    La Rivoluzione, infine, fece tabula rasa di tutte le sopravvivenze feudali, affrancò i contadini dai diritti signorili e dalle decime ecclesiastiche, in una certa misura anche dalle servitù comunitarie; distrusse i monopoli corporativi e unificò il mercato naziona­le. Disgregazione della proprietà fondiaria di tipo feudale, affrancamento dei contadini: l'opera principale della Rivoluzione francese dimostra, una volta ancora, che la questio­ne agraria occupa una «posizione assiale» nella rivoluzione borghese e nel processo che portò al trionfo dell'economia capitalistica.

    Indubbiamente la vittoria sul feudalesimo e sull'ancien régime non ha significato la contemporanea comparsa di nuovi rapporti sociali. Il passaggio al capitalismo non costituisce un processo semplice per mezzo del quale gli elementi capitalisti si sviluppano in seno all'antica società sino al momento in cui sono abbastanza forti per romperne i quadri. Occorrerà ancora molto tempo perché in Francia il capitalismo si affermi defini­tivamente: i suoi progressi, durante il periodo rivoluzionario, furono lenti poiché la di­mensione delle imprese restava spesso modesta, il capitale commerciale era preponde­rante. La rovina della proprietà fondiaria feudale e del sistema corporativo e vincolisti­co, assicurando l'autonomia del modo di produzione capitalistico, aveva nondimeno tracciato la via di una vittoria senza compromessi per i rapporti borghesi di produzione e di circolazione: trasformazione rivoluzionaria per eccellenza.

    Oltre alle considerazioni generali tratte dall'esempio della Rivoluzione francese, si impone in primo luogo una distinzione fondamentale per quanto concerne le modalità che il processo rivoluzionario può assumere. La distruzione dell'antica società è stata imposta dal basso dalle stesse masse popolari? Oppure la trasformazione della società. è stata concessa dall'alto?

    La «via francese» illustra il primo tipo di processo: via rivoluzionaria per eccellenza attraverso la quale le masse popolari, a prezzo di quattro anni di lotte incessanti, hanno alla fine imposto dal basso la completa eliminazione dell'ancien régime, simbolizzata dalla legge di abolizione della feudalità, senza riscatto, del 17 luglio 1793.

    La «via prussiana» illustra il secondo tipo di processo: via di compromesso con la quale l'aristocrazia fondiaria e lo Stato prussiano al suo servizio concessero dall'alto l'a­bolizione della servitù con la legge del 1807, ma salvaguardando l'essenziale del vecchio modo di produzione e dei rapporti sociali tradizionali. Ciò che più importa è che la solle­vazione nazionale del 1813 contro la dominazione napoleonica in ultima analisi fu volta a vantaggio dell'aristocrazia e della monarchia. Il movimento rivoluzionario del 1848 falli a causa della debolezza della borghesia. Le guerre del 1864, 1866 e 1870 risolsero al tempo stesso la questione nazionale, il problema del rinnovamento dello Stato e quello della modernizzazione della società, ma sempre secondo la via del compromesso: inten­diamo dire che, se la borghesia capitalista vide riconosciuti la sua supremazia economica e il diritto di partecipare alla gestione del potere, l'aristocrazia feudale mantenne la sua preponderanza fondiaria e il suo primato politico, con ampi privilegi nell'esercito e nell'amministrazione.

    Rivoluzione imposta dal basso o compromesso concesso dall'alto: è evidente che dall'uno o dall'altro tipo derivano modalità diverse per le soluzioni apportate al triplice problema contadino: feudalità, proprietà, comunità.

    La feudalità, prima di tutto. Quando il movimento popolare impose la rivoluzione dal basso, finì per ottenere l'abolizione totale, senza indennizzo, della feudalità: come in Francia nel 1793. La concessione dall'alto era, al contrario, solo una concessione par­ziale: l'abolizione della feudalità si ottenne allora solo alla fine di un lungo processo e a prezzo di un pesante riscatto. È facile misurarne le conseguenze sociali per i contadini «emancipati». In effetti si tratta di sapere se, in caso di riscatto, il carico che pesa sul contadino viene alleggerito o rimane invariato. Nel regno di Napoli, sotto la dominazio­ne napoleonica, l'obbligo del riscatto dei canoni feudali, stabilito con la legge del 1806, non alleggerì di molto l'onere dei contadini: esso comportò in larga misura la persistenza dei vecchi rapporti sociali. Per il Giappone la risposta data da H.K. Takahashi, in studi particolarmente illuminanti, prova che il carico, dopo la riforma agraria del Meiji, rima­se presso a poco identico a quello degli antichi canoni in natura.

    Non è sufficiente affrancare la persona del contadino, e nemmeno liberare la terra. Bisogna altresì assicurare l'indipendenza economica di chi coltiva la terra, consentendo­ne l'accesso alla proprietà, altrimenti l'abolizione della feudalità rischia di essere per lui un'operazione a vuoto. Anche in questo caso la via francese fu esemplare. La Rivoluzio­ne affrancò i contadini e liberò la terra; per di più, con la vendita dei beni nazionali, scalzò la grande proprietà aristocratica e ampliò la proprietà contadina. La vendita dei beni nazionali, nella misura in cui moltiplicò il numero dei contadini proprietari, conferì all'abolizione della feudalità una parte della sua portata sociale. Si formò così quella «democrazia rurale» nella quale Jean Jaurès ha visto, a giusto titolo, una delle caratteri­stiche essenziali della società francese contemporanea. L'abolizione della feudalità con­cessa dall'alto, invece, non poteva evidentemente accompagnarsi a una redistribuzione della terra che avrebbe sacrificato gli interessi dell'aristocrazia fondiaria sempre domi­nante. Così avvenne nel 1807 in Prussia, dove la rivoluzione agraria non poteva essere se non «mancata». E lo stesso avvenne nel regno di Napoli sotto la dominazione napo­leonica, dove la riforma agraria abortì.

    Problema infine della comunità rurale: l'abolizione o il riscatto dei diritti signorili, accompagnata o meno dall'accesso dei contadini alla proprietà, non poteva non riper­cuotersi sulle strutture della comunità rurale; la sua disgregazione ne venne accelerata. Il problema è importante anche nella prospettiva della formazione del modo di produ­zione capitalistico, data la polarizzazione dei ceti contadini tra capitale da una parte e lavoro salariato dall'altra. Il risultato principale fu la creazione di un duplice mercato: quello del lavoro e della mano d'opera e quello dei prodotti per il capitale industriale.

    Per riprendere l'esempio francese, le riforme agrarie della Rivoluzione avvantag­giarono in modo ineguale le diverse categorie sociali delle campagne. Dopo tutto la feu­dalità costituiva un fattore di coesione della comunità di villaggio: la sua scomparsa fece affiorare gli antagonismi sociali che sino a quel momento erano rimasti sopiti in presen­za dello sfruttamento signorile. La Rivoluzione rafforzò considerevolmente i contadini proprietari. Tuttavia, se accelerò la disgregazione della comunità rurale, la Rivoluzione non poté distruggerla totalmente a motivo dei contrastanti interessi dei contadini pro­prietari e dei contadini parcellari o senza terra. Qui si misura la differenza nei confronti dell'Inghilterra dove, in seguito a un duplice processo di accorpamento e di recinzione delle terre (enclosures), e dunque di razionalizzazione dell'economia agricola, i contadi­ni vennero espropriati e nelle campagne trionfò il capitalismo. In Francia la piccola pro­duzione indipendente si mantenne ancora a lungo: risultato manifesto della dittatura giacobina che conferì uno statuto di piena proprietà alla piccola azienda fondiaria, come alla piccola e media impresa artigianale. A tal punto che, con un vero e proprio paradosso, l'economia capitalistica si sviluppò in Francia sulla base del contadinato e della pic­cola e media borghesia.

    L'ala marciante della Rivoluzione francese in effetti non fu la borghesia commer­ciante. Nella misura in cui restava unicamente mercantile e intermediaria, essa si adatta­va senza difficoltà alla vecchia società: dal 1789 al 1793, dai monarchici ai foglianti, poi ai girondini, tese generalmente al compromesso. Quest'ala marciante fu la massa dei piccoli produttori diretti, dei quali l'aristocrazia fondiaria accaparrava il pluslavoro o il sovraprodotto servendosi dell'apparato giudiziario e dei mezzi di costrizione dello Sta­to d'ancien régime. Lo strumento politico del mutamento fu la dittatura giacobina della piccola e media borghesia alleata alle masse popolari rurali e urbane: categorie sociali il cui ideale era una democrazia di piccoli produttori autonomi, contadini e artigiani, che lavoravano e scambiavano liberamente. «Bisogna che l'uomo viva indipendente» (Saint-Just).

     

 

Rivoluzione francese

 

Rivoluzione Francese.

 

 

Mentre nel secolo XVIII in altri Stati d’Europa, Prussia, Austria, Russia e nei nuovi d’America le idee degli Illuministi invocanti uguaglianza e libertà per tutti e governi non assoluti, avevano spinto alcuni sovrani, detti appunto principi, Illuminati, a riforme per quel tempo molto audaci, proprio in quella Francia, ch’era la patria della maggior parte di quei pensatori, vigeva ancora il “vecchio regime”, un regime cioè di completo assolutismo regio, di rigida divisione di classi, e prettamente feudale anche se i nuovi signori non erano più, come i feudatari medievali, piccoli re nel proprio feudo.

Il re era il capo assoluto dello Stato, esercitava tutti i poteri da quello legislativo all’esecutivo al giudiziario ed era comandante supremo dell’esercito. Egli nominava i ministri, aveva diritto di vita e di morte sui sudditi, viveva splendidamente in palazzi fiabeschi circondato da una turba numerosissima e servile di cortigiani.

Delle tre classi o stati in cui erano divisi i cittadini, due, e cioè la nobiltà e l’alto clero, godevano di tutti i diritti e privilegi; possessori della maggior parte delle terre, unici che potessero salire alle più alte e ben rimunerate cariche dello Stato e nell’esercito, erano esenti da tasse, che gravavano tutte sul terzo stato; tasse che servivano a mantenere lo smoderato lusso della corte e a pagare i lauti stipendi a funzionari e alti ufficiali.

Erano questi privilegiati circa trecentomila persone che vivevano letteralmente del sudore e sulla miseria di altri ventisei milioni di Francesi membri di quel terso stato, la parte più intelligente e preparata del quale, la borghesia, scatenò la rivoluzione.

Facevano parte, infatti, di quella terza categoria di sudditi, i contadini, gli operai e la borghesia.

I contadini erano quelli che più di tutti risentivano delle conseguenze del regime feudale in cui, se i padroni, come s’è detto, non avevano più privilegi quasi regali come nel Medio Evo, godevano tuttavia di quegli altri che pesantemente gravavano sul popolo.

Del vecchio regime sussistevano ancora tutte le gravi tasse, i pedaggi per le strade, le imposte per la caccia, la pesca, la macinazione e il sale, l’obbligo della consegna al padrone della parte maggiore dei prodotti del suolo, e quelle  prestazioni gratuite di lavoro, le corvées, alle quali erano molto frequentemente obbligati i contadini, così costretti a vivere nella più squallida miseria, nella condizione di veri “servi della gleba”.

Né molto meglio di loro vivevano gli operai delle città mal pagati e spesso addirittura senza lavoro per quel regime corporativistico che assicurava lavoro e guadagni ai solo membri della corporazione, i quali avevano tutto l’interesse a non aumentare il numero dei soci per serbare a se stessi lavoro sicuro. Comprensibilissimo è quindi il malcontento di questi miseri; malcontento, tuttavia, ch’era ancora più profondo nella borghesia (commercianti, industriali, piccoli proprietari e professionisti è cioè avvocati, ingegneri, medici, ecc.) che del terzo stato rappresentava il gruppo meno numeroso, ma più attivo, intelligente, colto; quello che più di tutti, perciò, ben conoscendo il pensiero degli Illuministi e meglio comprendendone il significato, reclamava riforme che andavano dall’abolizione di tutti i privilegi dei nobili e del clero, delle corporazioni che impedivano la concorrenza e la libertà di lavoro, delle barriere che rallentavano e ostacolavano addirittura il commercio tra un feudo e l’altro, al riconoscimento del diritto di avere propri rappresentanti e in numero proporzionale agli elettori in un libero parlamento che facesse esso le leggi e nominasse il governo: reclamava, insomma, la democrazia contro l’assolutismo.

Al diffuso, profondo e minaccioso malcontento del terzo stato, ecco aggiungersi la crisi economica. La disastrosa situazione finanziaria causata dalla scarsità delle entrate che, per l’esenzione dei nobili e del clero dalle tasse, non permetteva di coprire le spese pazzesche della corte; e infine il rifiuto che frustò ben presto i timidi tentativi di riforma del debole Luigi XVI, tutti questi elementi, e ciascuno gravissimo, spezzarono la pur provata pazienza del popolo che, il 14 di luglio, diede inizio alla più grande rivoluzione dei tempi passati, che insanguinò la Francia, ma che, pur attraverso manifestazioni di eccessiva violenza, scosse definitivamente le basi dell’assolutismo in Europa.

La Rivoluzione Francese ebbe termine praticamente con l’avvento del Direttorio, dopo quel 10 luglio o Termidoro del 1794 che vide cadere la testa di Robespierre, e la conseguente reazione degli autori  del colpo di Stato, dei Termidoriani come furono chiamati, i quali per quasi un anno rinnovarono il terrore verso coloro che di esso erano stati i più fanatici paladini.

Chiuso con la sconfitta dei realisti il periodo delle più gravi e sanguinose lotte interne, si può considerare conclusa anche la rivoluzione, la quale, nonostante gli eccessi veramente impressionanti di violenza e di sangue da cui fu macchiata, nonostante il successivo impero bonapartista che sembrò rinnegare per gran parte i principi, lasciò solco profondo negli animi del popolo francese e dei popoli tutti, ai quali le conquiste napoleoniche portarono sia pur con certa fittizia libertà, l’eco possente delle nuove idee riformatrici e democratiche, germe delle lotte che porteranno non poche nazioni alla libertà e alcune, come l’Italia, all’indipendenza.

Colpo mortale vibrò la rivoluzione francese alle residue manifestazioni del regime feudale, imponendo dentro lo stato un medesimo sistema amministrativo, e unificando, e non solo per la Francia, i sistemi di pesi e di misure con l’adozione di quel sistema metrico decimale che, se non fu accettato da tutti i popoli, lo sarà certo nel futuro.

L’unificazione amministrativa facilitò il commercio, favorì l’agricoltura e per essa i contadini, mentre, d’altra parte, l’abolizione delle corporazioni, favorendo il libero lavoro e con esso la concorrenza permise a un gran numero di cittadini attività congeniali e aumento del reddito, eliminando la miseria se non del tutto in misura tuttavia notevole, e gettando le basi di ampie conquiste sociali per i lavoratori.

Questi benefici di valore tutt’altro che trascurabili non sono tuttavia i più notevoli, che sono di ben altra natura. Ecco infatti abolito il principio della sovranità assoluta del re, sostituito con quello della sovranità popolare e della legge. Il popolo non è più, dunque, un insieme di sudditi che devono subire la volontà arbitraria del sovrano, ma di cittadini, liberi di scegliere con voto segreto i propri rappresentanti nelle assemblee destinate a fare le leggi, liberi di scegliersi i propri governanti; con essa i privilegi che avevano avvelenato la vita della Francia nei secoli precedenti.

I cittadini sono tutti uguali davanti alla legge, tutti hanno i medesimi diritti qualunque sia la loro origine, la loro religione; tutti hanno diritto alla libertà di religione, di parola, di associazione, alla proprietà, alla difesa nei tribunali.

Conquiste davvero grandissime se si pensa alle oppressive e discriminatorie caratteristiche dell’antico regime.

E se la Rivoluzione Francese non poté attuarle tutte, ebbe però il merito di diffonderle in Europa e nel mondo, richiamando ed eccitando popoli e uomini all’amore e al desiderio della libertà e dell’uguaglianza e perciò della giustizia, richiamo che sarà germe nel secolo XIX di quelle lotte generose che porteranno tutti i popoli a nuove conquiste politiche e sociali e la nostra Italia anche all’indipendenza e all’unità.

 

 

Rivoluzione francese

 

  • Illuminismo e rivoluzione francese



    La Riforma protestante rappresenta una vera e propria reinterpretazione della fede in chiave "moderna". In questo capitolo intendiamo rintracciare le caratteristiche culturali e antropologiche della modernità. Il nuovo soggetto "moderno" non dipende più dalla Chiesa, si muove secondo una dinamica di progetto sociale che troverà il suo culmine nella Rivoluzione francese. Le caratteristiche di questo tipo di uomo che esiste in sé e per sé, sono ben descritte da Romano Guardini, ne La fine dell'epoca moderna: "Alla domanda quali siano i modi dell'esistente, il pensiero moderno risponde: la natura, il soggetto-personalità, la cultura. Questi tre fenomeni sono in correlazione. Essi si condizionano e si completano vicendevolmente. Il loro complesso rappresenta qualche cosa di definitivo, al di là del quale non si può andare. Non ha bisogno di alcun fondamento estraneo a sé, né tollera alcuna norma sopra di sé". L'uomo dunque basta a se stesso. La natura intesa come universo o insieme degli elementi che costituiscono la struttura materiale della realtà, la personalità intesa come l'io che vive, la cultura intesa come il tentativo dell'uomo di comprendere se stesso e la realtà, non sono più un ponte lanciato verso il mistero, verso Dio, ma sono autosufficienti. L'uomo non ha più il bisogno fondamentale di ricercare il senso ultimo della sua vita, non è in movimento verso il significato dell'esistenza: egli, per il fatto stesso di esistere, è già completamente realizzato. L'uomo è a un bivio: esprimere la sua originaria perfezione nella vita concreta, conoscendo la realtà e manipolandola (ottimismo radicale), oppure concepire, secondo un certo influsso protestante, la realtà in modo assolutamente negativo senza salvezza (pessimismo radicale).
    Tra le due correnti, quella vincente è quella ottimistica. Mentre il pessimismo rimane, semmai, nel protestantesimo, il pensiero cosiddetto laico è fondamentalmente ottimista. L'Occidente moderno ha una cultura fondata su un concetto di uomo assolutamente autosufficiente, che si fida soltanto di sé e della sua capacità di trasformare la realtà. L'origine di tale concezione risale all'umanesimo-rinascímento, età in cui la dignità dell'uomo non viene riconosciuta in un'appartenenza che lo costituisce e lo matura, ma in un processo di autosufficienza. Per il puro fatto di esistere, l'uomo è già tutto. L'idealismo, ricollegandosi a questa posizione, l'esprimerà con una formula estremamente felice: "Il fatto è già valore". L'uomo cristiano, partendo dal fatto di esistere, ricerca il valore: per l'uomo moderno e contemporaneo il fatto e il valore coincidono. L'uomo moderno ritiene che tutto quanto è oltre sé, lo disturbi e lo condizioni. Il rapporto, ad esempio, è sentito come alienante sia nei confronti di Dio sia nei confronti del contesto sociale. Il soggetto della modernità è l'individuo che esiste come assoluto e che, in quanto tale, ha diritto e potere su tutto.
    Questa concezione nel XV e XVI secolo è come il seme di un progetto che si sviluppa gradualmente, attraverso un lunghissimo periodo di incubazione. Per qualche secolo questo soggetto umano è sostanzialmente ateo non perché dice che Dio non esiste, ma in quanto sottrae a Dio spazi sempre più vasti della sua vita: la politica, la morale, l'arte, la vita sociale. Dio esiste, nessuno lo nega (Voltaire lo chiamerà "il grande burattinaio dell'universo"), ma tutto il movimento di pensiero nato in età moderna è teso a rivendicare autonomamente gli spazi della vita umana e a "riportarli" all'uomo come unico artefice del suo destino. La radice di questa separazione fra Dio e la vita sta nella rivendicazione della propria individualità non nell'appartenenza, ma nella capacità di rompere i rapporti. L'uomo moderno si afferma come qualcosa di già compiuto che, dicendo io, respinge da sé il diverso. Quando poi quest'io sarà maturato, perché avrà troncato tutti i rapporti con Dio e con la vita sociale, tenterà di impossessarsi nuovamente degli oggetti eliminati. La grande corrente idealistica dirà che l'oggetto è parte del soggetto; il mondo, la storia, l'universo sono parte dello spirito del singolo: l'uomo maturo si rende conto che non esistono realtà al di fuori di sé come valore, capisce che tutta la realtà è semplicemente parte di sé. In questa dinamica si spiega la battaglia contro Dio e contro la famiglia.

    La distruzione del passato
    L'uomo moderno non tollera nessuna norma al di sopra di sé. Quando Kant dirà che il principio della morale universale è la pura razionalità individuale avrà operato il recupero di tutta la vita morale nella pura intelligenza dell'individuo: la norma è oggettiva perché parte da me, io sono il legislatore del mondo universale in quanto ho una norma in me che coincide con la mia razionalità. Il pensiero è sentito come lo strumento attraverso il quale quest'uomo, finalmente maturo, nega i rapporti che lo costituiscono ed esce dallo "stato di minorità" emancipandosi dalla custodia di Dio, della famiglia e del contesto sociale.
    Quest'uomo dovrà necessariamente impegnarsi in un'opera di distruzione del passato. Per la prima volta, nella storia della cultura universale, un movimento di pensiero ha guardato al passato con astio, con volontà di distruzione. Ha addirittura coniato l'espressione "moderno" per ribadire che il passato doveva essere distrutto. Ci si doveva liberare di un tipo umano diverso da sé e di ciò che esso aveva creato nella storia come cultura e valori. Il cristianesimo primitivo non si era comportato così nei confronti dell'antichità classica, che aveva invece rigorosamente accolto e conservato, rileggendola da un punto di vista più profondo.
    Non si era certo comportato così nell'età medioevale dove una generazione era succeduta all'altra sempre accogliendo e rivivendo criticamente la tradizione precedente.
    L'abbazia di Cluny, centro della grande riforma interna della Chiesa, nonostante un tempo superasse l'antica San Pietro, ora è ridotta solo ad un terzo della navata e a neppure metà del transetto, non a causa di un incendio o di un bombardamento ma per un motivo molto più radicale e impressionante: con la proclamazione della Repubblica in Francia, nel 1792, l'abbazia di Cluny è stata dichiarata "cava pubblica di pietre", e ad essa per anni si è attinto per costruire case.
    Questo fatto è il più sintomatico circa l'atteggiamento dell'uomo moderno nei confronti di ciò che lo precede. Come condizione della maturità l'uomo deve annientare il passato. Tale opera distruttiva inizia con la critica della istituzione ecclesiastica e della vita morale. Il primo punto tende a mettere in discussione la struttura sacramentale della Chiesa; il secondo a dividere la morale del popolo da un senso di appartenenza. Il libertinismo che domina tra il secolo XVII e il XVIII, pone in discussione i principi fondamentali della vita morale, sostituendoli con il gusto o il sentimento.

    Costruzione razionale della realtà
    All'opera di distruzione deve seguire l'opera di costruzione. Il principio che sta alla base di entrambe le operazioni, l'elemento dinamico che le determina, è la ragione. L'uomo moderno ha la precisa convinzione che un determinato processo della ragione, e precisamente la conoscenza scientifico-matematica, sia la conoscenza per eccellenza, mentre tutti gli altri processi conoscitivi sono inadeguati, inferiori. La conoscenza morale ad esempio per cui un uomo si fida di un altro uomo, attraverso criteri che non si possono ricondurre alla logica matematica, ma che pure non sono meno significativi, viene privata di ogni valore. Solo la scienza permette la conoscenza assoluta della realtà e quindi tutte le forme di conoscenza precedenti o diverse debbono essere riportate a criteri matematico-fisici. Nella prefazione alla prima edizione della Critica della Ragion pura di Kant si afferma: "Finora ognuno ha pensato della realtà quel che ha voluto, ed ha conosciuto la realtà secondo i modi più diversi di conoscenza; adesso che la matematica e la fisica hanno raggiunto un livello assolutamente indiscutibile, bisogna riportare anche la filosofia alla chiarezza della matematica e della fisica". Quello di Kant è il progetto filosofico che ha espresso più coerentemente la posizione dell'uomo moderno: la ragione può tutto, ed è attraverso di essa che si rompe ogni legame con Dio, il quale non essendo un oggetto materiale che si possa conoscere matematicamente, non esiste. Esiste, infatti, solo ciò che la ragione può tradurre in circoli, in quadrati, in rombi, in formule geometriche. Siccome il mistero sta per definizione oltre la matematica e la fisica, la ragione ridotta conclude che esso non esiste.
    La ragione distrugge il passato in quanto sfugge a questo modo di conoscenza e costruisce una cultura e una società secondo il metodo scientifico. Se la ragione intesa come capacità matematica di conoscenza definitiva degli oggetti materiali, è la grande risorsa, questa conoscenza della realtà si coniuga poi con la tecnologia, intesa come capacità di trasformazione scientifica della realtà. Così attraverso la ragione si conosce scientificamente la realtà e attraverso la tecnologia la si progetta scientificamente.
    Una corrente invincibile (che l'Illuminismo chiamerà il "lume della ragione") eliminerà tutte le oscurità del passato. La storia anzi comincia con il lume della ragione, che conosce tutto scientificamente. Il documento più impressionante al riguardo è il Dizionario filosofico di Voltaire, che rappresenta la distruzione totale della tradizione cristiana, sulla base di questa semplicistica osservazione: tutto ciò che non si capisce non esiste, compreso l'avvenimento della fede, che avendo la pretesa di rivelare il mistero della vita di Dio eccede la chiarezza che invece ben si applica al mondo matematico.
    Maritain, uno dei più grandi filosofi cattolici del nostro tempo, ha affermato: "l'età moderna è quella che ha posto un'inimicizia assoluta fra ragione e mistero". Il mistero ripugna alla ragione cioè alla capacità di conoscere la struttura ultima della realtà che è di carattere matematico-fisico.

    La cultura dell'Illuminismo
    Questa opera di distruzione e costruzione non avviene in modo clamoroso, ma gradualmente e con estrema discrezione. Il filone vincente, la nuova linea costruttiva della storia, convive con un mondo che apparentemente è ancora profondamente tradizionale. Non si attacca ad esempio la concezione della vita sociale o almeno non lo si fa immediatamente, tant'è vero che la vita politica è ancora largamente influenzata dalla tradizione religiosa. Questo tipo di dinamismo si insedia soprattutto a livello di cultura: è il fenomeno dell'Illuminismo del XVIII secolo la cui forza non si è ancora spenta sebbene sia incominciata, nella seconda metà del XX secolo, la sua crisi. L'Illuminismo è un movimento di pensiero che sulla base della sola ragione, intesa come unica fondamentale risorsa dell'uomo, pretende di guidare la costruzione di un nuovo sapere raccogliendo tutto ciò che di valido nel passato si è determinato. Tale valorizzazione e tale costruzione coincidono con la compilazione dell'Enciclopedia, in cui rientra tutto ciò che è spiegabile in termini di pura razionalità (cioè comprensibile dal punto di vista scientifico) e da cui è escluso tutto ciò che non è riconducibile alla scienza, intesa come scienza esatta.
    Sulla base della ragione riduttivamente intesa si tende anche a costruire la società. La cultura deve verificarsi e concretizzarsi in un progetto sociale. Anzi, poiché l'umanità è un insieme di individui, ciascuno dei quali si sente signore dell'universo, il realizzare un tipo di società in cui i diritti fondamentali dell'individuo non vengano negati, ma si possano esprimere, è l'unico progetto autenticamente umano, perché autenticamente scientifico. In tal modo la tensione religiosa dell'umanità si esprime in senso orizzontale: il regno dell'uomo (cioè la costruzione di una società retta da criteri esclusivamente scientifici in quanto la politica è scienza esatta) è il progetto umano e sociale che sostituisce la religiosità.
    Lo spazio lasciato libero da Dio viene occupato dallo Stato. Lo Stato è una espressione nuova che, come insegna il filosofo morale contemporaneo Vaclav Belohradsky, nasce nella cultura occidentale con un'operazione di carattere ideologico: bisogna costruire lo Stato perfetto perché solo in tale costruzione l'uomo maturo sa esprimere il suo potere. L'unico motivo per cui valga la pena vivere è la costruzione di una società a misura d'uomo, totalmente razionale, in cui la religione sia estromessa e la Chiesa non disturbi il potere politico, in cui le differenze di opinioni religiose non turbino la pace; (secondo gli illuministi, infatti, le guerre sono provocate dalle religioni, e perciò l'eliminazione della religione è premessa fondamentale per la pace. Con l'espressione "Regno di Dio" si è raggiunto, secondo gli illuministi, il massimo dell'alienazione: cercandolo, l'uomo "esce da sé" e si mortifica, mentre il suo compito è di costruire il "Regno dell'uomo", utilizzando le risorse che la natura gli mette a disposizione. E poiché la risorsa fondamentale è la scienza, l'uomo deve rendere in qualche modo "scientifici" i rapporti sociali. L'Illuminismo, dunque, rappresenta il momento in cui questo nuovo tipo umano, consapevole di essere diventato forte, è in grado di creare una cultura nuova e di indicare un progetto sociale totalizzante che ha come scopo la costruzione di una società atea, in cui Dio non esiste. D'altra parte siccome la società esistente si riferisce a Dio, bisogna distruggerla rovesciandone le basi religiose. È il tentativo della Rivoluzione francese.

 

Rivoluzione francese

 

MAPPA CONCETTUALE SINTETICA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE DAL 1789 AL 1793

 

1789-1790

Assemblea nazionale costituente

(9 luglio 1789)

Partito nazionale: fronte riformista composto dal Terzo Stato con l’apporto di aristocratici illuminati ed esponenti del clero

·        Nasce la Guardia Nazionale

·        Assalto alla Bastiglia (14.7.89): il popolo parigino sulla scena rivoluzionaria

·        Nuove rappresentanze municipali a Parigi e nelle province (luglio 89)

·        Sollevazione nelle campagne: “grande paura” (luglio 89)

·        Abolizione del regime feudale (4.8.89)

·        Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26.8.89)

·        Requisizione dei beni ecclesiastici (novembre 89)

·        Sistema elettorale censitario (dicembre 89)

1790-1791

Assemblea nazionale costituente

Società dell’89: di tendenze moderate

Cordiglieri: di tendenze radicali (Danton, Marat, Hébert)

Giacobini: di tendenze radicali, organizzati in modo simile a un moderno partito (Robespierre e Brissot, futuro capo dei girondini)

·        Festa della federazione (14.7.90)

·        Costituzione civile del clero (luglio 90)

·        Decentramento amministrativo (dipartimenti provinciali e “sezioni” parigine)

·        Costituzione del 3.9.91: regime liberale, fondato sulla separazione dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario

·        Fuga del re (20-21.6.91)

·        Elezioni per la nuova Assemblea legislativa

1791-1792

Assemblea legislativa

(1 ottobre 1791)

Foglianti: di tendenze moderate

Costituzionali: difensori della Costituzione del ‘91

Giacobini: raggruppamento dei radicali (tra i quali emergono i girondini di Brissot)

·        Dichiarazione di guerra all’Austria (20.4.92)

·        Deposizione del re su iniziativa dei sanculotti parigini (10.8.92)

·        Elezione a suffragio universale per la nuova Convenzione nazionale

1792-1793

Convenzione nazionale

Comune insurrezionale

Palude (o Pianura): di tendenze moderate

Girondini: ex giacobini di Brissot, ora su posizioni meno radicali

Montagnardi: giacobini di Robespierre ed ex cordiglieri (Danton, Marat) di tendenze radicali

·        Scontro tra girondini e montagnardi sul ruolo da attribuire al Comune insurrezionale e ai sanculotti parigini

·        Vittoria francese sui prussiani a Valmy (20.9.92)

·        Abolizione della monarchia (21.9.92)

·        Processo e condanna a morte di Luigi XVI (21.1.93)

·        La Francia è in guerra con quasi tutti gli Stati d’Europa

·        Sollevazione anti-rivoluzionaria in Vandea (marzo 93)

·        Creazione del Comitato di salute pubblica (5-6.4.93)

·        Epurazione dei girondini (2.6.93)

 

 

 

Rivoluzione francese

 

V. Dalla monarchiacostituzionale al crollo della monarchia

 

  • I Clubs

Si formano a Parigi e in provincia associazioni politiche (clubs).

 

  • Il club dei giacobini : all’ex convento di Saint Jaques, riunisce deputati dell’Assemblea Costituente per disacutere dei problemi politici del momento. Solo i cittadini attivii possono aderirvi. L’orientamento del club è democratico. Dopo la fuga di Varennes diventa ostile alla monarchia e repubblicano, con un carattere democratico-radicale.  Il capo è M. Robespierre.
  • Il club dei cordigleri : all’ew convento dei corfeliers. Assume un orientamento ancora più democratico-radicale rispetto ai giacobini ; di scarsa diffusione in provincia. E’ meno ben organizzato dei giacobini, ma più numeroso. E’ più attivo nel mobiliare le masse popolari. Figura di spicco J.P. Marat.
  • Il club dei foglianti :  separati dal club dei giacobini dopo la fuga di Varenne, è composto da moderati che difendono la monarchia costituzionale (Lafayette).

Oltre che a questi e ne formarono molte altre associazioni. Grande importanza nella diffusione dei giornali.

 

  • La debolezza della monarchia costituzionale : il mutarsi della crisi

Il regime è debole. - E’ appoggiato dalla ricca borghesia e dalla minoranza di nobili liberi. - E’ combattuto dall’opposizione controprivoluzionaria, condotta soprattutto dai nobili emigrati e appoggiata in parte dal clero reffrattario.- E’ empre più apertamente combatuto dai giacobini e cordiglieri,che lo accusano di essere un regime non demcratico. L’opposizione giacobina e cordigliera può contare sul malcontento popolare dovuto alla grave crisi economica.

Il tentativo di fuga del re, scoperto e catturato a Varennes (21.6.1791) aggrava la situazione. Il re è riportato a Parigi ;l’oppsizione antimonarchica giacobina e cordigliera si fa sempre più forte.

La fuga e l’arresto del re accrescono nelle corti europee l’ostilità nei confronti della rivoluzione. Nell’agosto del 1791 l’imperatore e il re di Prussia con la cichiarazione di Pillnitz minacciano un intervento contro i rivoluzionari, e suscita una reazione emotiva presso i rivoluzionari francesi.

Il 30 settembre 1791, l’Assemblea Costituente si scioglie es entra in funzione la nuova Assemblea Legislativa.

 

  • La guerra e la caduta della monarchia

Il 20 marzo 1792 l’Assemblea Legislativa vota la dichiarazione di guerra al « re d’Ungheria e di Boemia ». La guerra giustifica con l’aiuto fornito dai principi tedeschi agli emigrati controrivoluzionari francesi, in realtà è voluta per costringere il re a mostrare le sue vere intenzioni per consolidare l’unità della Nazione attorno alla rivoluzione. Si oppone alla guerra invece Robespierre, perché da una parte temeuna sconfitta francese e dall’altra l’emergere di qualche generale ambizioso.

L’andamento della guerra è molto sfavorevole alla Francia e le sconfitte si susseguono. La tensione in Francia cresce e  le forze radicali accusano apertamente il re di tradimento e di intesa col nemico.

Nel mese di luglio, l’Assemblea proclama « la patria in pericolo ».

Il 10 agosto del 1792 le forze radicali (giacobini e cordiglieri) guidano un’insurrezione a Parigi che conclude con l’assalto alle Tuileries (massacro della guardia svizzera) e la cattura del re. Questo fatto segna la fine della monarchia.

 

Dalla caduta della monarchia al colpo di stato del 9 termidoro

 

  • L’egemonia girondina

Dopo l’imprigionamento del re, viene eletta una nuova assemblea costituente denominata Convenzione Nazionale. Nel mese di settembre dichiara deposto il re e proclama la Repubblica. I deputati sono i seguenti :

  • I « Girondini : repubblicani moderati,favorevoli alla piena libertà economica ; tendenze rederaliste.
  • La Montagna (giacobini e cordiglieri) : repubblicani radicali ; favorevoli a un forte intervento dello Stato in campo economico e sociale a favore delle masse popolari (sostegno della rivoluzione), favorevoli a uno Stato fortemente centralistico.
  • La Pianura (la «palude ») : formata da deputati senza una posizione precisa.

In questa prima fase : è favorita una maggioranza favorevole ai girondini (egemonia girondina)

Nel dicembre 1792 la Convenzione processa il re e lo condanna a morte (processo politico).

L’esecuzione del re e i primi successi militari francesi contribuiscono ad allargare la coalizione antifrancese (Inghilterra, Spagna,Olanda, Stato pontificio, Toscana, Napoli e Venezia)

Nella primavera del 1793 scoppia l’insurrezione della Vandea, si tratta di un’insurrezione popolare, affiancata e sostenuta da alcuni nobili; a causa dell’opposizione ai provvedimenti persecutori adottati dal governo contro il clero rimasto fedele a Roma. A ciò si è aggiunto il rifiuto del reclutamento forzato di soldati, delle nuove tasse, le simpatie monarchiche e l’ostilità nei confronti dell’orientamento centralistico.

L’insurrezione si organizza militarmente e dilaga in tutto il nord-ovest. Il governo invia ingenti truppe e mette in atto una repressione durissima, che assume a tratti i caratteri di una vera e propria politica di sterminio.

Nel frattempo si aggrava la crisi economica e con essa la crisi sociale.

Sul piano militare la situazione si capovolge a favore della coalizione, le frontiere sono di nuovo minacciate.

Questo accumulo di problemi offre a giacobini e cordiglieri l’occasione per accusare i girondini di incapacità e corruzione. All’inizio fanno arrestare i principi deputati girondini e danno avvio all’egemonia della Montagna.

 

  • L’egemonia della Montagna, la dittatura di salute pubblica, il terrore.

Il colpo di mano per togliere di mano i potere ai girondini provoca una rivolta contro l’egemonia della Montagna,che poi si estende a una sessantina di dipartiementi.

Nel contempo viene approvata una nuova Costituzione repubblicana e democratica, che però non viene messa a vigore.

La pressione delle forze controrivoluzionari all’interno e il pericolo d’invasione spingono i giacobini e cordiglieri a proclamare la Dittatura di salute pubblica (autunno 1793) per salvare la rivoluzione dai suoi nemici. Tale dittatura sviluppa la sua azione su diversi punti :

  • I diritti e le libertà fondamentali vengono temporaneamente sospesi
  • Un comitato di salute pubblica (presieduto da Robespierre), concentra tutto il potere politico e militare formalemente sottoposto al controllo della Convenzione. Ogni autonomia locale è cancellata e tutto è sottoposto ad un rigidissimo controllo centrale.
  • Viene istituito il Comitato di sicurezza generale, supremo organimso di direzione della polizia politica, con compito di individuare tutti i sospetti di simpatie controrivoluzionarie.
  • Viene istituito il Terrore come strumento del governo rivoluzionario. Esso si serve del Tribunale rivoluzionario. Una « legge dei sospetti » permette di colpire tutti i presunti nemici della rivoluzione : una sola penaà la morte. A partire del giugno 1794 gli accusati non hano più diritto a un difensore, mentre i giudici basta la convinzone « morale » di colpevolezza. Le vittime del terrore furono circa 50000 in tutta la Francia.
  • Per fronte alle necissità belliche viene istituito il servizio militare obbligatorio : tutti i cittadini maschi dai 18 ai 60 anni.
  • La necessità di sempre maggiori risorse economiche per condurre la guerra e la volontà di soddifare alcune rivedicazioni economiche popolari per cercare di guadagnare il popolo alla causa della rivoluzione, spingono il governo ad esercitare un crescente controllo sull’economia
  • Per segnare simbolicamente la svolta rispetto al passato viene introdotto il calendario rivoluzionario.

Durante tale dittatura i gruppi più radicali conducono una violenta campagna di scristianizzazione che porta alla proibizione del culto, alla confisca e in certi casi anche alla distruzione di edifici sacri, alla persecuzione del clero e dei fedeli della chiesa di Roma e quella costituzionale. In poche parole vogliono sradicare il cristianesimo. Robespierre tentò di introdurre una nuova religon ufficiale : il culto dell’Essere Supremo, fondamento dei valori moralie civili della nuova società.

Per mantenere la sua egemonia politica il Comitato di salute publica colpisce ed elimina molti suoi realio presunti avversari.

Nel frattempo i successi militari nella guerra contro la coalizione e la sconfitta delle forze controrivoluzionari ( Vandea, rivolta « federalista ») creano una premessa favorevole per un’azione di forza contro la dittatura della Montagna.

Agli inizi dell’estate nel 1794 una coalizione formata da moderati e da uomini del Terrore pone fine alla dittatura della Montagna (colpo di Stato del 9 termidoro –27 luglio).

 

VII . Dal termidoro alla fine del Direttorio

 

  • La reazione termidoriana

Dopo la caduta di Robespierre si apre un periodo di forte e diffusa reazione antigiacobina. La nuova maggioranza al potere, desiderosa di un ritorno alla normalità, elimina gli strumenti della Dittatura della salute publica e del Terrore e revoca la maggior parte dei provvedimenti presi per daé governo dei giacobini e cordiglieri

 

  • Il Direttorio

Viene alborata una nuova Costituzione, che entra nel settembre 1795. Si tratta di una costituzione liberale ma non democratica. Il potere esecutivo viene affidato a un Direttorio formato da 5 membri eletti dal legislativo. Il Direttorio si rivela con passare del tempo un regime fragile e instabile per diverse ragioni.

  • Dopo aver sventato la « congiura degli eguali », deve far fronte ad una crescente opposizione monarchica e giacobina. In 2 occasioni decide di annullare le elezioni vinte dai monarchici (1797) e dai giacobini (1798).
  • La situazione finanziaria è sempre difficile
  • La crisi economica continua e colpise i ceti più deboli
  • Il governo ha grosse difficolta a mantenere l’ordine pubblico
  • Si moltipiclano le accuse di corruzione rivolte al governo e alla sua amministrazione
  • L’esercito aumenta il suo prestigio e anche la sua influenza politica ( come per es Napoleone)

Questi aspetti di fragilità inducono alcuni ambienti, preoccupati, a preparare un colpo si stato per mettere fine al Direttorio e dare alla Francia un governo stabile, capace di garantire l’unità della Nazione, l’ordine, la sicurezza e il mantenimento dei più importanti cambiamenti realizzati dalla rivoluzione.

Il colpo di stato avvieni in 18 brumaio 1799. Prende avvio il regime del Consolato, con Napoleone Primo console.

 

 

 

Rivoluzione francese

 

  • Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, [1790]

     

    La semplice idea della formazione di un nuovo governo è sufficiente ad ispirarci il disgusto e l’orrore; noi ci auguravamo, all’epoca della rivoluzione, e ci auguriamo anche oggi, di dovere tutto ciò che possediamo soltanto all’eredità dei nostri antenati. Noi abbiamo avuto grande cura di non innestare su questo corpo e su questo ceppo di eredità, nessun innesto che non fosse della natura della pianta originaria […].

    La politica permanente di questo regno è di considerare le nostre franchigie e i nostri diritti più sacri come un’eredità […].

    Abbiamo una corona ereditaria, un’aristocrazia ereditaria nonché una Camera dei Comuni e un popolo che ereditano dei privilegi, franchigie e libertà da una linea di antenati. […]

     

    Con una politica costituzionale operante sul modello della natura, riceviamo, teniamo e trasmettiamo il governo e i privilegi nello stesso modo in cui godiamo e trasmettiamo le nostre proprietà e le nostre vite […]

     

    Agendo sempre come alla presenza di progenitori venerabili, lo spirito della libertà, di per sé votato al disordine e agli eccessi, viene temperato da un’austerità carica di soggezione. […] In questo modo la nostra libertà diviene nobile indipendenza. […]

     

    Nei vostri antichi stati possedevate una varietà di forme corrispondente ai diversi elementi di cui si componeva felicemente la vostra comunità; avevate tutta quella combinazione e tutta quella opposizione di interessi, quell’azione e quell’antagonismo che, nel mondo naturale, e in quello politica, traggono l’armonia dell’universo dalla reciproca lotta tra poteri discordanti. […] Attraverso tale molteplicità di componenti e di interessi, la libertà generale godeva di tante garanzie quante erano le diverse opinioni dei vari ordini, mentre la pressione esercitata sull’insieme dal peso di una monarchia genuina impediva alle singole parti di deformarsi e di deviare dal posto loro assegnato.

     

    Società = contratto. Ma più sacro di altri contratti privati.

     

    Bisogna guardare allo Stato con ben altra riverenza, perché non si tratta di una lega riguardante cose pertinenti solo alla rozza vita animale di una natura effimera e corruttibile. Si tratta della condivisione di ogni scienza, di ogni arte, di ogni virtù e di ogni perfezione. Dato che i suoi scopi non sono perseguibili se non nel corso di molte generazioni, diviene un’unione non solo tra i viventi, ma fra questi, quanti sono defunti e quanti debbono ancora nascere.

 

Rivoluzione francese

 

CRONOLOGIA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

 

I FASE: (1789-1792).La Francia da monarchia assoluta a monarchia Costituzionale borghese

DATA

EVENTO

COSE DA RICORDARE

Maggio 1789

 

 

Convocazione degli Stati Generali. Questione del voto per testa/ordine

Come era la società francese dell’Ancien Régime? Quali erano le caratteristiche delle tre classi sociali?

Cosa sono gli Stati Generali? Dove si riunirono?

Da quando e perché non venivano convocati? Cosa si aspettava dalla loro convocazione la nobiltà? E il Terzo Stato? E il re?Cosa vuol dire voto per testa o voto per ordine e chi lo voleva?

17 giugno1789

Il Terzo Stato diventa l’Assemblea Nazionale)

 

Quali componenti sociali formano il terzo stato?

Cosa vuol dire Assemblea Nazionale? Cosa è il giuramento della pallacorda? Quale aggettivo viene annesso più tardi al nome Assemblea Nazionale??

14 luglio 1789

Insurrezione parigina e presa della Bastiglia: la Guardia Nazionale assume il comando della rivolta

E spontaneamente voluta  dal popolo? Cos’è la Bastiglia? Cos’è la Guardia Nazionale? Perché interviene?

Agosto 1789

 

Sollevazione delle campagne-abolizione del regime feudale.

Cosa vuol dire regime feudale?

Quali privilegi dei nobili e del clero vengono aboliti?

Agosto 1789

L’Assemblea scrive la Dichiarazione dei Diritti

Cosa c’è scritto nella prefazione? Perché è importante che l’abbiano pubblicata al di fuori della Costituzione?

Ottobre 1789

L’Assemblea Nazionale viene trasferita a Parigi

Chi vuole il trasferimento? Perché?

Cosa c’è a Parigi? Quali erano i Club?

Luglio 1790

Costituzione civile del clero

Cos’è? Cosa è il clero refrattario?

Perché fu un errore?

Giugno 1791

Viene completata la costituzione del ‘91

Cosa dice?

A chi viene dato il potere esecutivo e legislativo?

Chi aveva teorizzato la divisione dei poteri?

Giugno 1791

Tentativo di fuga del re Luigi XVI che poi viene scoperto a Varennes e ricondotto a Parigi

Perché un atto grave la fuga del re? Perché fugge? Chi cerca di coprire il fatto?

17 Luglio 1791

 

Il popolo di Parigi manifesta  e viene sterminato al Campo di Marte

Perché il popolo manifesta? Quale club lo sostiene? Perché accade la strage?

Settembre 1791

Prima riunione della assemblea legislativa

I Girondini hanno la maggioranza: chi sono?

20 aprile 1792

 

La Francia dichiara la guerra all’ Austria per volontà dell’Assemblea Molte sconfitte.

Perché la guerra all’Austria? Quale partito vuole la guerra? Perché il re accetta di farla? Chi viene accusato delle sconfitte?

10 Agosto 1792

Il popolo di Parigi si ribella

Il re viene imprigionato e viene proclamata la Repubblica

Quali luoghi vengono attaccati?

21 Settembre 1792   

Viene proclamata la Repubblica

Alla proclamazione della Repubblica seguono alcune vittorie al fronte: quale è la più famosa?

Come vennero interpretate?

 

 

 

II FASE (1792-1794) :Repubblica

(democratica-detta giacobina perché la prevalenza politica nella convenzione è dei Giacobini)

 

DATA

EVENTO

COSE DA RICORDARE

21 Gennaio   1793    

Decapitazione del re (voluta dai Giacobini)

Perché viene presa questa decisione?

Febbraio 1793

La Francia entra in guerra anche con la Gran Bretagna (oltre ad Austria e Prussia)

Perché la Gran Bretagna entra in guerra?

Con quali conseguenze?

Marzo 1793

Inizia l’insurrezione controrivoluzionaria della Vandea

Perché si ribellano?

Dove è la Vandea?

Come si ribellano?

Perché è anti-rivoluzionario?

2  Giugno 1793

Un’insurrezione a Parigi destituisce i girondini e inizia in numerosi dipartimenti  (regioni) la rivolta federalista (tutta la Francia contro quelli di Parigi)

Perché contro i girondini?

Chi sono i girondini?

Da quando la Francia è divisa in dipartimenti?

24 Giugno 1793

E’ pronta la nuova Costituzione ma non viene messa in atto per la situazione di emergenza

C’erano state costituzioni precedenti?

Come era?

Perchè non venne mai messa in atto?

 

 

Nasce il Comitato di Salute Pubblica

Cosa è?

Da chi è formato?

Ci sono alcuni personaggi famosi?

11 Settembre 1793

 Emanazione del decreto sul maximum dei prezzi

A favore di chi?

17 Settembre 1793  

La nuova legge sui “sospetti” controrivoluzionari alimenta il Terrore

Cosa è questa legge e cosa dice?

10 Giugno 1794

Si scatena il “grande Terrore”

Cosa è?

Cosa è la Ghigliottina? Perché era stata inventata?

27 Luglio 1794 (9 termidoro)

 

Colpo di stato che pone fine al potere di  Robespierre

Cosa significa Termidoro?

Chi aveva introdotto il nuovo calendario e perché?

Perché Robespierre perde improvvisamente i consensi?

 

 

 

TERZA FASE. La repubblica Termidoriana (borghese.moderata)

Luglio 1794-Settembre 1795

La Convenzione scrive una nuova Costituzione

Chi sono i cosiddetti termidoriani?

Perché non viene applicata quella del 93?

Come è la vita di Parigi questo periodo? Cessa del tutto la violenza del Terrore?

Chi viene perseguitato?

23 Settembre 1795

Pronta la nuova Costituzione

Questa è più o meno democratica di quella del 93?

A chi vengono dati i poteri legislativo e esecutivo?

Quale è la differenza fondamentale con quella del ’91?

Quali sono i principi fondamentali ribaditi da questa Costituzione?

Ottobre 1795/Maggio 1796

Arresto di alcuni monarchici/arresto di Babeuf

Chi sono i nemici dei termidoriani?

Marzo 1797

Elezioni per Assemblea Legislativa: maggioranza di monarchici

Come reagisce il Direttorio?

Settembre 1797

I monarchici vengono arrestati

Con quale accusa?

Su chi si appoggia il potere del Direttorio?

Con il pericolo di quali conseguenze?

Perché gli ufficiali dell’esercito sono repubblicani e non monarchici?

9 Novembre 1799 ( 18 Brumaio)

Colpo di Stato: il Direttorio cessa di esistere

Da chi è fatto il colpo di Stato?

 

 

Rivoluzione francese

 

  • LA RIVOLUZIONE FRANCESE. INTERPRETAZIONI.

  • 1. Contro il “revisionismo”.

    Il fatto stesso che a distanza di duecento anni la Rivoluzione sia ancora al centro di un acceso dibattito politico e ideologico, tanto in sede accade­mica quanto in ambito pbblico, testimonia, della sua importanza. Non ci si accapiglia per questioni morte. [...]

    La Rivoluzione francese fu infatti una serie di avvenimenti di portata così profonda, e così universale, da trasformare il mondo in perma­nenza sotto diversi aspetti importanti, e da dare avvio ( o almeno dar nome) a forze che conti­nuano a trasformarlo.

    Anche lasciando da parte la Francia (le cui strutture legali, amministrative e scolastiche sono sostanzialmente ancora quelle introdotte dalla Rivoluzione, che tra l'altro istituì e no­minò i dipartimenti in cui il Paese è tuttora sud­diviso) il contributo dato dalla Rivoluzione al mondo moderno è fondamentale. I sistemi lega­li di mezzo mondo sono fondati sulla codifica­zione introdotta dalla Rivoluzione. Paesi lonta­ni dal 1789 quanto, per esempio, l'Iran fonda­mentalista islamico, sono essenzialmente Stati territoriali nazionali, fondati sul modello portato nel mondo dalla Rivoluzione, insieme a tan­to del nostro vocabolario politico moderno.

    Tutti gli scienziati del mondo e tutti i lettori di  questo libro, tranne quelli degli Stati Uniti, an­cora oggi pagano un tributo alla Rivoluzione  francese ogniqualvolta usano il sistema metrico  decimale, che essa inventò e divulgò. Più con­cretamente, la Rivoluzione è diventata parte in­tegrante della storia nazionale di larghe aree dell'Europa, dell' America e anche del Medio Oriente, a causa della sua diretta influenza sui loro territori e sui loro regimi - per non dire dei modelli politici e ideologici che derivarono dal­la Rivoluzione, e degli entusiasmi e terrori suscitati dal suo esempio. Chi potrebbe compren­dere, poniamo, la storia della Germania dal 1789 a oggi, senza la Rivoluzione? E, a dire il vero, chi potrebbe comprendere alcunché della  storia del XIX secolo, senza la Rivoluzione?

    Inoltre, se taluni modelli portati dalla Rivo­luzione francese, o a quella ispirati, non hanno più particolare interesse pratico [...], altre inno­vazioni mantengono intatto tutto il loro poten­ziale politico. La Rivoluzione francese ha dato ai popoli la sensazione che il loro agire può mu­tare la storia; e dalla Rivoluzione è venuta, tra  l'altro, quella che resta finora la formula pili ef­ficace che sia mai stata inventata per esprimere  la politica della democrazia e del popolo che la rivoluzione ha inaugurato: libertà, uguaglianza, fraternità. Questa influenza storica della Rivo­luzione non può essere negata, neppure quando si riesce a dimostrare che la maggior parte degli uomini, e un numero anche maggiore di donne, non furono coinvolti (se non temporaneamen­te), non vi presero parte e anzi furono ostili;  che, in ogni caso, non furono molti i giacobini convinti; che la Rivoluzione vide molto potere esercitato «in nome del popolo» ma pochissimo  potere del popolo e ancora meno esercitato dal  popolo, fatto che si è verificato in gran parte dei regimi istituiti dopo il 1789; che i suoi capi  ebbero la tendenza a identificare «il popolo»  con la «gente che pensa in modo giusto», altra situazione diffusa. La Rivoluzione francese ha  mostrato il potere della gente comune in un  modo che nessun governo, in seguito, si è mai  permesso di dimenticare - se non altro per l'e­sempio di quegli eserciti inesperti e improvvisa­ti, formati attraverso la coscrizione obbligato­ria, che trionfavano su eserciti costituiti dalle migliori e più esperte milizie delle vecchie potenze.

    In questo, in effetti, sta il paradosso del revi­sionismo: che esso tenta di diminuire il signifi­cato storico e la forza innovatrice di una rivolu­zione la cui straordinaria e durevole influenza salta agli occhi, e può essere ignorata soltanto da una combinazione di provincialismo e di pa­raocchi intellettuale; o da quella miopia mono­grafica che è la malattia professionale della ri­cerca specialistica da archivio storico.

    Il potere del popolo, non in quella forma ad­domesticata che si esprime attraverso periodi­che elezioni a suffragio universale, si vede di rado; e ancor più raramente viene esercitato. Ma quando lo si vede in atto, come è accaduto in diversi continenti in più di un'occasione nel­l'anno del bicentenario - quando ha trasforma­to i Paesi dell'Europa orientale – lo  spettacolo è veramente impressionante. In nessuna rivoluzione anteriore al 1789 esso fu più evidente, più rapidamente efficace, più decisivo. Questo e stato ciò che ha trasformato la Rivoluzione francese in una rivoluzione. Neppure il revisio­nismo contesta il fatto che «fino all'inizio dell'e­state del 1789 il conflitto tra "aristocratici" e "patrioti" all'interno dell' Assemblea Nazionale assomigliava a tutte le altre battaglie per la Costituzione che avevano squassato la maggior parte dei Paesi dell'Europa occidentale dalla metà del secolo in avanti... Ma quando il Popolo intervenne, nel luglio e nell'agosto de11789, il conflitto tra élite si mutò in qualcosa di radi­calmente diverso, se non altro per il fatto che, nel volgere di poche settimane, causò il crollo del potere dell'amministrazione dello Stato e del potere della classe dominante rurale nelle campagne. Questo è stato ciò che ha dato alla Dichiarazione dei diritti dell'Uomo una riso­nanza internazionale molto superiore a quella dei modelli cui si ispirava; ciò che ha causato la rapida accettazione all'estero delle innovazioni introdotte in Francia, compreso il nuovo voca­bolario politico; che ha creato ambiguità e con­flitti; e, non ultimo, che ha trasformato la Rivoluzione nell'epico, terribile, grandioso, apocalittico avvenimento che le ha dato una sorta di unicità, tanto spaventevole quanto en­tusiasmante.

    Questo è ciò che ha indotto uomini e donne a pensare alla Rivoluzione come alla «più terri­bile e grave serie di avvenimenti di tutta la Sto­ria». Questo è ciò che ha fatto scrivere a Carlyle: «Spesso mi pare che la vera Storia del­la Rivoluzione francese sia il più grandioso poema del nostro tempo, che l’uomo che fosse capace di scriverne la verità debba valere più di tutti gli scrittori e poeti». Ed è questo ciò che toglie ogni significato all'azione dello storico  che pretende di distinguere tra i momenti di  quel grande terremoto che meritano il plauso e  quelli che vanno condannati. La Rivoluzione che divenne «il vero punto di partenza della sto­ria del XIX secolo» non è questo quell'episodio tra il 1789 e il 1815, ma il periodo nel suo insieme.Fortunatamente essa vive ancora, poiché oggi che nazionalismo, fondamentalismo reli­gioso, oscurantismo, barbarie, di nuovo guada­gnano terreno, abbiamo più bisogno che mai di Liberta, UguagIianza, Fraternità, e dei valori della ragione e dell'illuminismo - i valori su cui e stata costruita la civiltà moderna dai giorni della Rivoluzione americana. Per questo è bene che nell'anno del bicentenario si sia avuta occa­sione di riflettere ancora una volta sugli straor­dinari avvenimenti storici che due secoli or sono mutarono il mondo. In meglio.

    [E. J. Hobsbawm, Echi della Marsigliese. Due secoli giudicano la Rivoluzione francese, Rizzoli, Milano, 1991]

     

    2. L’invenzione della politica moderna: tre rivoluzioni a confronto

    Le rivoluzioni inglesi del Seicento sono state un laboratorio politico soprattutto perché hanno segnato la nascita dello stato liberale: separazio­ne dei poteri, ruolo del Parlamento, limitazione dei poteri del sovrano, riconoscimento dei dirit­ti civili (Habeas Corpus Act).

    La guerra di indipendenza americana, oltre al­la codificazione dei diritti naturali, ha dato vita alla prima Costituzione moderna.

    Tuttavia, è stata la Rivoluzione francese ad inventare le forme ed il linguaggio della politi­ca, quali ancora vengono praticati oggi.

    La popolazione si fece sentire e scese in piazza: dai cahiers de doleances (la prima grande inchie­sta di massa) , alla rivolta contadina dell’estate de1 1789, alla presa della Bastiglia, al corteo di donne che "scortò" il re da Versailles a Parigi, all’assalto del palazzo reale da parte dei sancu­lotti di Parigi nell'agosto de1 1792. La rivolta contadina " convinse" l’Assemblea costituente ad abolire i diritti feudali; l’azione dei sanculotti aprì la strada alla Repubblica ed alla Convenzio­ne eletta a suffragio universale (maschile). Men­tre nel passato le rivolte popolari quasi sempre fallirono, in questo caso esse trovarono uno "sbocco politico".

    Nacque un'opinione pubblica: si diffusero gior­nali ed opuscoli (famoso quello scritto da Siéyès); le adesioni ai club sono la testimonianza di un alto livello di partecipazione politica (i club giacobini arrivarono a 150000 iscritti e a 400 società affiliate).

    Nacquero nuovi organismi: la Guardia naziona­le, la Comune insurrezionale di Parigi, fino al nuovo esercito, la "nazione in armi". La nazione divenne il nuovo soggetto politico ed il nuovo simbolo.

    Fu soprattutto sul piano dei simboli e dei valori che la Rivoluzione francese elaborò un linguag­gio nuovo: l'albero della libertà, la coccarda tri­colore, la festa nazionale, fino al Nuovo Catechi­smo imperiale (diffuso a Milano nel 1806), divennero i simboli di una liturgia laica. Se i sol­dati di Cromwell andavano in battaglia cantando i Salmi della Bibbia, i soldati francesi cantavano la Marsigliese.

    L' adozione di un nuovo calendario (1793) è forse il segno più eloquente della volontà di cambiare anche la percezione del tempo e l'im­maginario collettivo. Il  culto dei santi venne sostituito dal culto dei martiri della Rivoluzione (come Marat), così come, dopo la prima guerra mondiale, si svilupperà il culto dei caduti ed in Unione Sovietica quello degli eroi del lavoro. Le ideologie divennero un ingrediente fonda­mentale nel confronto politico e nella identità dei partiti. Liberalismo e democrazia (ma anche la prima espressione di una ideologia socialista con Babeuf) costituiranno le prime due grandi ideologie della Francia rivoluzionaria, destinate a diventare punto di riferimento di opposti schieramenti nel corso dell'Ottocento.

    [F. Feltri, I giorni e le idee, Categorie per capire la storia, SEI, Torino 2003]

     

    3. L’eredità  della rivoluzione francese

 

  • Il «garantismo» costituzionale

     

  • Il rapporto tra lo Stato e la società civile era impostato dalla Rivoluzione limi­tando lo Stato e garantendo i diritti degli individui. I diritti si consideravano «naturali», cioè derivanti dalla natura stessa dell'uomo, e non creati dallo Stato (e quindi non suscettibili di essere abrogati da questo). Lo Stato aveva il dovere essenziale di agire nel loro rispetto: anzi, la sua stessa ragion d'es­sere era la difesa di tali diritti contro i possibili attentati. Vi è qui l'apporto più evidente della filosofia illuminista, una filosofia evidentemente individuali­stica, orientata cioè alla fondazione della società e dello Stato a partire dagli individui e dai loro diritti e non viceversa. Vi è alla base di questa concezione «liberale» l'idea ottimistica che la società (come insieme di rapporti tra indi­vidui) sia un bene, tanto più quanto maggiormente sia lasciata libera di esprimere le energie spontanee di cui è capace; nonché l'idea pessimistica che lo Stato sia un male o, meglio, un male potenziale (per quanto necessa­rio), perché può eccedere dai suoi compiti, pretendendo di interferire nella libera dinamica sociale, comprimendo i diritti dei singoli.

    Come «limitare» lo Stato e «liberare» la società? Lo strumento è la Costi­tuzione. Il suo scopo è la garanzia della seconda nei confronti del primo. L'art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 dice: «Le società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separa­zione dei poteri stabilita, non hanno costituzione». Ciò corrisponde, come si vedrà, all'intento primario di stabilire una linea di difesa dell'autonomia della società dall'intervento dello Stato. Ma, prima di tutto, è significativa l'idea stes­sa di Costituzione, di un documento scritto, approvato dai rappresentanti dei cittadini, cioè di quegli «atomi» che formano la società. Essa dichiara esplicita­mente, di fronte a tutti, le regole del gioco politico, sottraendole alle strumen­talizzazioni interessate e offrendole come criterio per giudicare la correttezza dei governanti. La Costituzione è una novità assoluta dell'Illuminismo. Nei se­coli precedenti non vi era stato nulla di simile.

    Il significato essenziale delle proclamazioni costituzionali è bene espres­so nel preambolo alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: i rap­presentanti del popolo francese,

    «considerando che l'ignoranza, la dimenticanza e il disprezzo dei diritti dell'uomo sono le sole cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governanti, si sono risolti a esporre in una dichiarazione solenne i diritti naturali inalienabili e sacri dell’uomo, affinché [...] gli atti del potere legislativo ed esecutivo, potendo essere in ogni momento raffrontati con i fini di ogni organizzazione politica, ne siano più rispettati; affinché il controllo dei cittadini (sugli uomini di Stato), fondato su principi semplici e incontestabili, contribuisca costantemente al mantenimento della costituzione e alla felicità di tutti» .

    Lo Stato è dunque solo un mezzo (per la felicità degli uomini) e non un fi­ne in se stesso. La politica è così sottoposta ai diritti naturali e alla Costituzione che li proclama. Per la prima volta nella storia moderna, il potere, che in passa­to era signore del diritto (poteva cioè rendere diritto tutto ciò che avesse volu­to) viene a sua volta sottoposto a una regola giuridica, la Costituzione. In pas­sato si diceva: rex facit legem (il re fa la legge). La dottrina liberale rovescia la formula: lex facit regem (la legge fa il re). Il potere politico è dunque posto sot­to il diritto e la sua legittimità dipende dal fatto che rispetti i limiti posti giuridi­camente. La preoccupazione è di evitare il potere arbitrario. Ciò corrisponde a quel che si denomina lo Stato di diritto. Gli organi dello Stato (Governo e giu­dici) sono sottoposti al diritto, ma non lo è il legislatore che può cambiare la leg­ge ed è perciò, come il sovrano d'un tempo, legibus solutus. Era già un grande progresso, rispetto al regime arbitrario precedente, ma era pur tuttavia una realizzazione parziale, poiché non eliminava completamente i pericoli. La ga­ranzia dei cittadini dipendeva dalla moderazione del legislatore. Ma, nel clima culturale della Rivoluzione, l'Assemblea nazionale era per definizione l'organo amico dei diritti dei cittadini e perciò non si concepiva neppure la possibilità che il suo potere si ritorcesse a danno di questi ultimi.

     

     Il catalogo dei diritti naturali: la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino

    Il documento originario dove i diritti naturali sono sanciti è la già citata Dichia­razione francese dei diritti dell'uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, il pri­mo e decisivo documento della Rivoluzione. Essa è un proclama che si indiriz­za a tutta l'umanità, contro ogni genere di arbitrio e oppressione.

    La formulazione è infatti universalistica. Non si rivolge a questo o quel popolo ma, essendo fondata su una idea assoluta dell'uomo in quanto tale, si rivolge a tutti i popoli di qualunque tempo e di qualunque luogo. Non sor­prende quindi che nel nome dei principi della Dichiarazione, nel secolo suc­cessivo e in molte parti del mondo, si siano fatte guerre e rivoluzioni. È sotto la sua influenza che nel diritto costituzionale degli Stati europei è stata accol­ta la nozione dei diritti fondamentali dell'uomo. Fino ad allora non si conosce­vano che i diritti feudali del sovrano, i privilegi dei ceti. Attraverso la Dichiarazione si è imposta invece questa idea-chiave del mondo moderno: gli uomi­ni hanno diritti propri che né gli altri uomini, né gli Stati possono violare.

    È facile capire la portata rivoluzionaria della Dichiarazione rispetto alla società di allora quando se ne considerino i contenuti: gli uomini nascono e re­stano liberi e uguali nei loro diritti; lo scopo di ogni società politica è la conser­vazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione. È utile no­tare fin da ora che poi, da parte di chi combatte l'astrattezza di queste procla­mazioni (i socialisti), in nome di un ideale di giustizia concreta, si dirà il con­trario: che gli uomini nascono schiavi e che il compito è la loro liberazione.

    La libertà - per la Dichiarazione - consiste nel poter fare tutto ciò che non danneggia gli altri e perciò l’esercizio dei diritti naturali non ha altri li­miti che quelli che assicurano agli altri il godimento degli stessi diritti (si noti qui l'assonanza con la celeberrima massima kantiana: «agisci esterna­mente in modo che il libero uso del tuo arbitrio possa accordarsi con la li­bertà di ogni altro, secondo una legge universale» ) . In questo contesto, lo Stato deve limitarsi a garantire l'esercizio delle libertà, astenendosi da ogni intervento a favore di questo o quel cittadino che possa alterare la libertà «naturale». Fra le principali specificazioni della libertà che la Dichiarazio­ne menziona vi è la libertà della persona dagli arresti e dalle pene arbitra­rie, la libertà di opinione e di stampa, fondamento di ogni regime politi­co «aperto». Decisiva, poi, è la proclamazione del diritto di proprietà privata, definito sacro e inviolabile. Questo diritto, nella Dichiarazione, costi­tuiva il necessario presupposto della libertà. Si riteneva infatti che l'indivi­duo che dipendesse per il soddisfacimento dei suoi bisogni materiali dagli altri (singoli individui o Stato) non fosse in condizione di autonomia suffi­ciente a dare sostanza alla libertà. La proprietà era dunque in funzione del­la libertà. L'accento era sulla libertà; la proprietà ne era una condizione.

    Nel secolo successivo, i rapporti vennero invertiti. La borghesia egemone mise sul piedistallo la proprietà rivolta al profitto e alle esigenze del profitto sottomise le esigenze della libertà altrui. La proprietà divenne strumento non della libertà ma del potere. Questa è la parabola seguita dalle grandi concezioni della Rivoluzione nel XIX secolo, quando il loro significato universale cedette agli interessi di una sola classe sociale, la borghesia.

     

     La separazione dei poteri

    La garanzia della libertà doveva operare anche all'interno dell'organizzazio­ne dello Stato, attraverso la suddivisione dei suoi poteri e la loro attribuzione a organi distinti. La teorizzazione di questo principio, in opposizione all'organizzazione assolutistica secondo la quale nel sovrano si concentrava ogni ge­nere di potere, è di Montesquieu. Egli la enuncia a proposito di quello che chiama il «governo temperato», cioè il contrario del governo assoluto, senza limiti e freni. Diamogli la parola:

    «Presso i cittadini, la libertà è quella tranquillità morale che deriva dalla cer­tezza che ciascuno ha della propria sicurezza; affinché si possa godere di questa libertà occorre che la forma di governo sia organizzata in tal modo che un cittadi­no non abbia a temere da un altro cittadino. Quando nella stessa persona o nello stesso organo la potestà legislativa è riunita a quella esecutiva, non vi è punto di libertà: perché si può avere ragione di temere che lo stesso uomo o la stessa as­semblea facciano leggi tiranniche, per eseguirle tirannicamente. Non vi è ancora punto di libertà, se il potere di giudicare non è separato da quelli legislativo e ese­cutivo. Se fosse unito al potere legislativo, la vita e la libertà dei cittadini sarebbe­ro esposte all'arbitrio, perché il giudice diverrebbe il legislatore caso per caso. E se fosse unito al potere esecutivo, il giudice avrebbe la forza di un potere oppres­sivo. Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo o lo stesso corpo di maggiorenti, di nobili o di popolo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, di eseguire le pubbliche deliberazioni e di giudicare i delitti e le liti private».

    Il costituzionalismo aborre perciò in egual modo il dispotismo dei sovrani assoluti e l'estremismo che si manifesta nelle assemblee quando si siano sciol­te da ogni freno (come avvenne nella fase giacobina della Rivoluzione) .

    La premessa di questa dottrina è la seguente considerazione antro­pologica:

    «È un'eterna esperienza che ogni uomo che dispone di potere è indotto a abu­sarne. egli va fino al punto in cui trova delle limitazioni [...] Perché non si possa abusare del potere, occorre che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere. [Perciò,] all'inizio e a fondamento di ogni organizzazione dei poteri, oc­corre trovare una combinazione che, moltiplicando le autorità pubbliche e divi­dendo tra esse le diverse attribuzioni della sovranità, abbia per effetto di limitare rispettivamente il potere di ciascuna di esse in conseguenza del potere che gli è contiguo, in modo che nessuna autorità possa mai assumere una potenza ecces­siva».

    3.4 I tre poteri e la supremazia della legge

    Attraverso la separazione dei poteri, la sovranità viene divisa: essa è una e trina. I tre poteri che la compongono (il potere di fare le leggi -legislativo -, il potere di eseguirle - esecutivo -, il potere di applicarle nei giudizi - giudi­ziario -)sono conferiti a tre strutture costituzionali (il Parlamento, il Gover­no e la Magistratura) distinte e reciprocamente indipendenti. Ciascun potere è il completamento dell'altro e nessuno domina sull'altro. Ciò è richiesto per­ché si abbia un governo moderato che funzioni attraverso l'azione di pesi e contrappesi che tengono in equilibrio il sistema. Questo concetto è così espresso dal filosofo tedesco Immanuel Kant ( 1724-1804 ) :

    «I tre poteri nello Stato sono tra loro, prima di tutto, strutture reciproca­mente coordinate, nel senso che l'una è il completamento dell'altra per l'or­ganizzazione perfetta dello Stato; ma in secondo luogo, sono reciprocamen­te subordinate, poiché l'una non può usurpare le funzioni dell'altra con la quale deve collaborare» .

    La separazione dei poteri, tuttavia, condurrebbe rapidamente alla lotta tra i poteri e, alla fine, all'anarchia e alla dissoluzione dello Stato se non vi fosse un principio unificatore dell'azione dei tre poteri: indipendenti sì, l'uno dall'al­tro, ma coordinati l'uno all'altro. Questo principio unificatore è la legge.

    La legge generale è il criterio di azione sia dell'esecutivo che del giudizia­rio. Essi sono subordinati alla legge: anzi, la loro indipendenza costituzionale si giustifica proprio in conseguenza della loro subordinazione alla legge, senza di che si ridurrebbe ad arbitrio. Così, il compito dell'esecutivo è agire per esegui­re la legge; il compito del giudiziario è giudicare per applicare la legge.

    In un certo senso, allora, si comprende come vi sia una supremazia del le­gislativo, ma non nel senso che l'organo legislativo possa dominare gli organi (o le persone) che svolgono le altre attività: qui c'è indipendenza; nel senso in­vece della preminenza della legge sugli atti esecutivi e giurisdizionali. Tale preminenza significa l'obbligo per gli organi esecutivi di agire solo nell'ambito della legge e l'inesistenza di poteri che non siano predeterminati dalla legge. È il principio di legalità, che troverà la sua massima espansione nel secolo successivo, attraverso la creazione di apposite procedure per ottenere il con­trollo sulla legalità non solo delle sentenze dei giudici ma anche degli atti del Governo, cioè dell'organo al quale, nell'Antico regime, spettava un potere ar­bitrario, perché integralmente «politico» o libero. Attraverso tale controllo, le sentenze dei giudici e gli atti del Governo che violano la legge possono essere annullati e, perciò, posti nel nulla.

    La supremazia della legge su tutti gli altri atti dello Stato significava che essa non incontrava alcun limite giuridico. L'antica sovranità regia, con la Rivoluzione, si era trasferita nell'aula dell'Assemblea nazionale. Astrattamente, si potrebbe pensare che il clima filosofico-politico dell'Illuminismo e la Dichiara­zione dei diritti dell'89 dovessero portare a una concezione opposta, cioè alla vi­sione di un legislatore limitato e controllabile, in modo da evitare il pericolo del­l'oppressione dei cittadini, quand'anche potesse derivare dalla legge.

    Se si realizzò il contrario è a causa delle condizioni storiche della Rivolu­zione francese. Nel 1789 si trattava non di garantire un assetto politico e socia­le esistente ma, al contrario, di rovesciare completamente quello proveniente dall'Antico regime. Questo era il compito del legislatore. I diritti scritti nella Di­chiarazione non erano ancora una realtà. Essi erano contraddetti in pratica dalle strutture sociali dell'Antico regime. Occorreva una forza capace di rove­sciarle e questa forza era appunto quella dell'Assemblea, espressa nella legge. Tanto più arduo era il compito, tanto maggiore doveva essere la forza di chi do­veva adempierlo. Il «legislatore rivoluzionario» non poteva che essere un legis­latore onnipotente, capace di riscrivere da capo tutte le norme del vivere civi­le (come in effetti si cercò di fare poi, col Codice civile di Napoleone, realizza­tore delle aspirazioni rivoluzionarie per la parte riguardante la modernizzazio­ne dei rapporti economici e sociali) .

    Si spiega così l'apparente paradosso della Francia, il Paese dei diritti del­l'uomo e del cittadino, ma anche il Paese dell'onnipotenza del legislatore. Que­sto paradosso ( durato fino ad anni a noi vicini) si scioglie quando si pensi al fat­to che, date le condizioni storiche della fine del XVIII secolo, l'organo che era chiamato ad affermare concretamente i diritti era il legislatore rappresentativo. Fino a quando non si fosse potuto dire compiuta l'opera di rinnovamento della società nel senso dei diritti dell'uomo proclamati dalla Dichiarazione, il legisla­tore avrebbe dovuto dominare con la sua forza incontrastata.

    Proprio sotto questo aspetto, si deve distinguere la tradizione francese da quella americana, iniziata proprio nel medesimo periodo con un'altra Ri­voluzione costituzionale.

    [G. Zagrebelskij, Questa Repubblica]

     

     

 

Rivoluzione francese

 

LA RIVOLUZIONE FRANCESE

 

Situazione precedente

Nel XVIII sec.: crisi sociale in Francia ¢ dalla morte di Luigi XIV l’assolutismo si indebolisce

L’aspetto più grave della crisi è quello finanziario: necessità di tassare i ceti privilegiati (clero e nobiltà); Luigi XVI non riesce a riorganizzare il sistema fiscale

Convocazione degli Stati generali (agosto 1788)

La società francese dell’ancien régime:

  • nobiltà: 1,5 % della popolazione ¢ nel ‘700 si era rafforzata inasprendo il sistema feudale
  • clero: 0,5 % della popolazione
  • Terzo Stato: 98 % della popolazione; rappresenta tutto il resto della popolazione francese (piccola, media e alta borghesia, contadini, braccianti)

Questione elettorale nell’Assemblea degli Stati generali:

voto per ordine: ogni ordine (ceto) esprime un voto ¢ squilibrio di rappresentanza

il Terzo Stato chiede il voto per testa (ogni deputato esprime un voto ¢ rappresentanza proporzionale alla base rappresentata)

Campagna elettorale e politica a favore del Terzo Stato:

  • Partito Nazionale: intellettuali e pubblicisti del Terzo Stato ¢ eguaglianza politica, governo rappresentativo, benessere del popolo
  • Sieyés: Qu’est-ce que le Tiers Etat?
  • Cahiers de doléances: documenti che raccolgono le rimostranze del Terzo Stato ¢ richiesta di uguaglianza giuridica, abolizione dei privilegi e della venalità degli uffici, adozione del criterio di merito nella promozione sociale

 

Crisi economica dell’88-89

Crisi agricola ¢ aumento dei prezzi ¢ calo della domanda ¢ crisi produttiva ¢ disoccupazione

 

Dagli Stati generali all’Assemblea Nazionale

1789 - elezioni dei deputati degli Stati generali

5 maggio 1789 - riunione degli Stati generali: si pone il problema di un rinnovamento della struttura amministrativa ma la maggioranza dei deputati non riesce a far valere la propria posizione se non si cambia il sistema elettorale

17 giugno 1789 – il Terzo Stato si autoproclama Assemblea Nazionale

Dopo un po’ il clero e la nobiltà si aggregano pensando di poter controllare meglio dall’interno l’assemblea ¢ 9 luglio 1789 – nasce l’Assemblea Nazionale Costituente (fine degli Stati generali ¢ fine della società dei ceti)

 

La presa della Bastiglia

Intanto a Parigi si forma una milizia borghese per contrastare qualsiasi tentativo del re di annullare i successi del Terzo Stato

Il popolo stesso si arma pensando di cogliere l’occasione del corso rivoluzionario per sconvolgere l’ordine sociale ed ottenere qualche guadagno

14 luglio 1789 – assalto alla Bastiglia per iniziativa popolare

17 luglio 1789 – il re riconosce una nuova municipalità nel Comune di Parigi

Effetto macchia d’olio: contagio rivoluzionario ¢ sollevazione delle campagne (rivolte antifeudali)

 

I provvedimenti dell’Assemblea

  • 4 agosto 1789 – abolizione del regime feudale
  • soppressione dei privilegi giuridici e fiscali
  • soppressione della venalità delle cariche
  • soppressione della decima ecclesiastica
  • abolizione dei diritti feudali sulle persone (es.: corvées)

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

26 agosto 1789 – viene redatta la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino in cui vengono riconosciuti alcuni principi fondamentali: libertà, uguaglianza [art. 1: Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune]

Cresce la tensione popolare per la scarsità di generi alimentari ¢ 5 ottobre: un corteo popolare si dirige a Versailles e chiede lo spostamento del re a Parigi ¢ il re si trasferisce nella reggia della Tuileries

Il re si mostra chiuso, non ha la qualità per permettere il raggiungimento di un compromesso (monarchia costituzionale all’inglese)

Novembre 1789 - requisizione dei beni ecclesiastici

Febbraio 1790 – abolizione degli ordini religiosi, vendita all’asta di beni nazionali

Dicembre 1790 – riconoscimento dei diritti civili ai protestanti

 

La rivoluzione borghese (1790–91)

Le nuove municipalità tendono a federarsi ¢ Festa della federazione (14 luglio 1790)

I movimenti politici rivoluzionari:

Società dell’89

Società degli amici dei diritti dell’uomo e del cittadino

  • Giacobini: molto organizzati (partito moderno) ¢ Robespierre, Brissot

Si elabora un sistema elettorale censitario: i cittadini si dividono in attivi (che pagano imposte pari a 3 giornate di lavoro) e passivi ¢ una larga fascia popolare viene esclusa dal voto

Elementi che mettono in crisi il corso rivoluzionario:

  • Atteggiamento del re Luigi XVI: il re non mostra chiarezza nel suo atteggiamento
  • Costituzione civile del clero¢ il clero si divide in costituzionali e refrattari

Riforma amministrativa: la Francia viene divisa in 83 dipartimenti, Parigi in 48 circoscrizioni; soppressione delle corporazioni di mestiere

Costituzione del 91 (3 settembre): regime liberale, separazione dei poteri, giudici elettivi, Parlamento composto da una sola Camera (Assemblea legislativa), voto sospensivo del re

Il re rifiuta di riconoscere la Costituzione ¢ fugge ¢ catturato a Varennes è costretto a giurare fedeltà alla Costituzione

 

La Rivoluzione popolare e la guerra

La corte e i reazionari in genere cercano di organizzare la resistenza contro-rivoluzionaria, in particolare in Austria ¢ la Francia dichiara guerra all’Austria

Destituzione del re: il popolo parigino (in particolare i sanculotti) e i federati chiedono il rovesciamento della monarchia

L’Assemblea legislativa decide la sospensione del sovrano e indice nuove elezioni a suffragio universale

settembre 1792 - elezione della nuova assemblea (Convenzione Nazionale). Il potere esecutivo viene affidato a organismi straordinari (es.: il Comune insurrezionale)

Il clima diventa più teso:

  • massacri di settembre: i sanculotti organizzano assalti alle prigioni per scovare i ‘sospetti’ accusati di complotto contro-rivoluzionario
  • settembre 1792 - vittoria francese a Valmy contro i prussiani ð identificazione di guerra e rivoluzione
  • abolizione della monarchia: dopo la vittoria di Valmy viene dichiarata l’abolizione della monarchia e l’istituzione della repubblica

 


Tensioni tra girondini e montagnardi su

  • Processo al re
  • Ruolo di Parigi e del suo popolo

L’assemblea vota per l’esecuzione di Luigi XVI ¢ 21 gennaio 1793 – il re viene decapitato

Dopo l’esecuzione del re aumenta l’ostilità delle potenze europee

Conquiste del Belgio ¢ minacciati gli interessi commerciali di Olanda e Inghilterra ¢ la Francia dichiara guerra a Olanda, Inghilterra e Spagna

La Francia si annette la Savoia, Nizza, Belgio e Renania

 

Dinamiche che mettono in difficoltà il potere rivoluzionario

 

  • Primavera ’93 - Controffensiva della coalizione contro-rivoluzionaria
  • Rivolta della Vandea: rivolta contadina contro-rivoluzionaria di stampo cattolico appoggiata da preti refrattari e nobili
  • Rivolta popolare: i sanculotti chiedono un calmiere dei prezzi delle derrate alimentari e tassazione dei ricchi
  • Rivolta degli arrabbiati: rivoluzionari estremisti

Per superare il momento difficile Palude e montagnardi raggiungono un accordo ¢ spostamento del governo rivoluzionario verso la posizione giacobina

Provvedimenti eccezionali:

  • tribunale rivoluzionario contro i sospetti
  • comitati di vigilanza rivoluzionaria
  • maximum dipartimentale per i cereali e la farina
  • rappresentanti in missione del potere esecutivo nei dipartimenti per rafforzare il controllo da parte del governo
  • Comitato di salute pubblica: organo di governo composto da 9 membri scelti dalla Convenzione e rinnovabili ogni mese

Girondini in minoranza: arresti di deputati girondini ¢ verso la dittatura

 

La dittatura giacobina e il Terrore

Robespierre: protagonista della fase in cui trovano convergenza popolo e borghesia rivoluzionaria ¢ gruppo popolare protagonista di questa fase: sanculotti

Ideologia giacobina:

  • politica: riferimento agli ideali democratici di stampo illuminista
  • economia: società di piccoli imprenditori e artigiani proprietari dei mezzi di produzione ¢ economia pre-capitalista
  • prassi politica: Terrore ¢ sistematica eliminazione fisica degli avversari politici

 

Costituzione del 93

  • Suffragio universale
  • Diritto al lavoro, all’assistenza
  • Diritto/dovere all’insurrezione nel caso di violazione dei diritti del popolo

 

Instaurazione di una dittatura in nome del popolo e della libertà

  • Repressione dell’insurrezione federalista
  • Riorganizzazione dell’esercito ¢ leva in massa
  • Maximum dei cereali e maximum generale dei prezzi e dei salari
  • Caccia ai sospetti ¢ esecuzioni di Maria Antonietta e di alcuni capi girondini
  • Scristianizzazione:
  • istituzione di feste laiche
  • simbologia e iconografia rivoluzionaria
  • distruzione dell’iconografia cristiana
  • calendario repubblicano
  • culto della Dea Ragione
  • culto dell’Essere supremo
  • rivoluzione dei costumi:
  • esaltazione dell’uguaglianza e della fratellanza
  • generalizzazione del tu
  • sistema metrico decimale
  • Il Grande Terrore: eliminazione delle fazioni di destra e di sinistra

Lo stile dittatoriale fa accrescere l’ostilità nei confronti di Robespierre ¢ colpo di Stato del 9 termidoro (27 luglio) ¢ arresto ed esecuzione di Robespierre

 

Continuità rivoluzionaria e tentativi di stabilizzazione (1794-97)

La nuova fase è caratterizzata dallo smantellamento del potere giacobino e reintegrazione di alcuni girondini

La base del nuovo potere è la jeunesse dorée filo-monarchica e alto-borghese ¢ organizza la caccia al giacobino

Nuove sollevazioni dei sanculotti contro la cancellazione del maximum e la nuova linea rivoluzionaria ma le sollevazioni sono facilmente represse dall’esercito

Successi militari ¢ trattati di pace con Prussia e Olanda

 

Costituzione dell’anno III

Potere esecutivo affidato ad un Direttorio di 5 membri che nomina i ministri ¢ la Costituzione è di stampo borghese (principio di proprietà, governo dei ‘migliori’)

Insurrezioni realiste: pericolo monarchico ¢ a Parigi sommossa realista repressa dalle truppe governative (partecipazione di Napoleone)

Il Direttorio è debole ¢ cerca appoggio tra i giacobini ¢ emergono gruppi giacobini radicali (es. François Noël Babeuf = uguaglianza, comunità dei beni, abolizione della proprietà della terra) ¢ le difficoltà aumentano ¢ una parte del Direttorio attua un colpo di Stato appoggiato dall’esercito ¢ le sorti della Rivoluzione sono sempre di più legate all’esercito e alle vicende belliche

Rivoluzione francese

 

La Rivoluzione Francese

 

A metà del XVIII secolo, la Francia era lo stato più potente d’Europa. Anche se non aveva un impero commerciale grande come quello inglese, soprattutto dopo la perdita dei territori nordamericani, esportava più della metà dello zucchero consumato nel mondo, arazzi, vini e mobili e da ciò traeva un notevole guadagno. In Francia regnava un sovrano, in questo caso Luigi XVI, che concentrava i tre poteri dello Stato (legislativo, giudiziario e esecutivo) nelle sue mani. Con un suo ordine quindi ogni cittadino, ricco o povero, poteva venire incarcerato o giustiziato. A ciò si aggiungeva lo squilibrio tra i tre ceti sociali, chiamati nobiltà, clero e terzo stato. Il terzo stato comprendeva circa il 95% della popolazione, per la precisione quelli che non appartenevano alla nobiltà o al clero. Anche all’interno degli stessi ordini erano presenti forti differenze. Nella nobiltà erano presenti ricchi aristocratici di corte e piccoli nobili di campagna, che a differenza della prima erano molte volte sulla soglia della povertà. Nel clero c’era molta differenza tra i prelati maggiori, come cardinali e vescovi, e parroci di campagna, che vivevano come i poveri. Anche nel terzo stato erano presenti notevoli differenze tra i suoi membri. I contadini e i braccianti conducevano una vita di sacrifici, mentre gli artigiani e ricchi bottegai passavano il tempo tra agi e ricchezze. La rivoluzione francese fu in gran parte la conseguenza di tensioni che si erano accumulate nella società e soprattutto nel terzo stato. Forte era il malcontento della borghesia, che, nonostante la sua ricchezza, continuava ad essere esclusa dalle cariche pubbliche. Questa situazione risulta ancora più ingiusta se si pensa che le tasse venivano pagate solo dal terzo stato, perché nobiltà e clero ne erano esentati. Pochi mesi prima dello scoppio della rivoluzione, l’abate Sieyès pubblicò un opuscolo che sintetizzava così il malcontento del terzo stato :”Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa ha rappresentato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa.” In questa situazione il terzo stato era sempre più influenzato dalle idee politiche degli Illuministi e proponeva una società basata sull’uguaglianza di tutti i cittadini e sulle libertà politiche ed economiche. Nel 1778 ci fu una grave carestia e quindi un notevole aumento del prezzo del pane. Con la crisi agricola si verificò una riduzione delle vendite di manufatti artigianali e di conseguenza un forte tasso di disoccupazione di artigiani e operai. A questo si sommava la crisi finanziaria che aveva colpito la Francia dopo la Guerra dei Sette Anni contro l’Inghilterra. Infatti il paese, uscito sconfitto, aveva dovuto sopportare delle altissime spese di guerra, la cui conseguenza fu l’aumento del debito pubblico. Per porre fine a questa situazione, Luigi XVI assunse un nuovo ministro delle finanze, il banchiere svizzero Necker. Necker suggerì di far pagare le tasse anche alla nobiltà e al clero e allo stesso tempo di farne pagare meno al terzo stato in modo che con i soldi risparmiati pagando meno tasse potessero rivoluzionare le tecniche agricole. Luigi XVI non accettò questa riforma e licenziò Necker per l’opposizione della nobiltà e del clero che non accettavano le nuove leggi fiscali. Per proporre delle riforme che gli concedessero migliori condizioni di vita, il terzo stato chiese la convocazione degli Stati Generali, una riunione dei rappresentanti dei tre ceti sociali che non era più stata convocata dal 1614. Luigi XVI accettò la richiesta e il 5 maggio 1789 si aprirono gli Stati Generali. Questi furono caratterizzati dallo scontro per la modalità di votazione: la nobiltà e il clero chiesero di votare per ordine come si era fatto nei secoli precedenti, così avrebbero vinto con due voti contro uno; invece il terzo stato chiese di votare per testa, poiché erano in numero superiore rispetto ai delegati della nobiltà e del clero, in quanto rappresentanti della maggioranza del popolo francese. Siccome Luigi XVI fece chiudere la sala dove si stava svolgendo l’assemblea, i rappresentanti del terzo stato e addirittura alcuni della nobiltà e del clero compirono il primo atto rivoluzionario: si proclamarono Assemblea Nazionale e decisero che qualsiasi tassa non approvata da questo ordine doveva considerarsi nulla. Poi l’Assemblea si trasferì in una sala dove si praticava il gioco della pallacorda e lì, il 20 giugno 1789, giurò di non dividersi fino a quando la Francia non avesse avuto una costituzione. Quando l’assemblea era sul punto di essere soffocata con la forza, entrò in scena il popolo parigino. Da mesi esasperata per l’aumento del tasso di disoccupazione e del rincaro del pane, il 13 luglio 1789 la popolazione parigina insorse, prese le armi e innalzò barricate nelle strade. Allora l’Assemblea Nazionale costituì un corpo militare di volontari, chiamato Guardia Nazionale, che aveva il compito di difendere l’Assemblea e di organizzare le rivolte popolari. Il giorno seguente, il 14 luglio 1789, il popolo espugnò la Bastiglia, la fortezza che fungeva da carcere per i prigionieri politici. Il re fu allora costretto a riconoscere una nuova amministrazione per il comune di Parigi. La rivolta dilagò nelle campagne dove molti castelli vennero dati alle fiamme e i nobili uccisi. Il 26 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale approvò la dichiarazione dei “Diritti dell’uomo e del cittadino”, basati sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, le libertà di stampa e di parola e la sovranità popolare. Dall’estate del 1789 all’estate del 1791 l’Assemblea Nazionale votò una serie di riforme che portò ad una monarchia costituzionale, sul modello di quella inglese. Con le nuove leggi il potere esecutivo veniva affidato al re e ai suoi ministri, quello legislativo ad un’assemblea legislativa eletta dai cittadini che pagavano le tasse, e quello giudiziario a giudici anch’essi eletti. L’Assemblea Nazionale, terminato il suo compito si sciolse e venne sostituita dall’Assemblea legislativa, eletta secondo la nuova Costituzione. Quest’Assemblea si divideva in tre gruppi: i giacobini proponevano delle riforme molto radicali, i foglianti erano conservatori e monarchici, mentre i girondini erano più moderati rispetto ai giacobini. Fecero parte di quest’Assemblea personaggi fino ad ora sconosciuti come Robespierre e Danton. Nel frattempo gli altri stati europei si allearono per ristabilire in Franca l’autorità di Luigi VXI. Però al contrario delle loro aspettative i francesi non si arresero, ma accorsero invece migliaia di volontari nell’esercito rivoluzionario che ben presto sconfisse l’esercito nemico. Nel giugno 1791 Luigi XVI cercò di scappare dalla Francia con la sua famiglia, ma venne catturato al confine settentrionale francese. Allora una nuova assemblea, detta Convenzione Nazionale, abolì la monarchia e proclamò la repubblica, mentre Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta venivano decapitati con una nuova arma, la ghigliottina. Nel 1793 venne approvata una nuova costituzione, che introduceva il diritto di voto per tutti i cittadini maschi. Nella Vandea, una regione della Francia, scoppiò una vera e propria guerra civile contro la repubblica. Per fronteggiare la situazione tutti i poteri dello Stato vennero affidati ad un “Comitato di salute pubblica”, del quale faceva parte Robespierre. Il comitato fissò i prezzi dei generi alimentari e inviò un esercito contro la Vandea, decidendo di stroncare con la forza qualsiasi forma di opposizione alla rivoluzione. Il lasso di tempo che va dall’inverno 1793 all’estate 1794 viene chiamato periodo del Terrore perché migliaia di persone vennero decapitate sulla base di semplici sospetti. Intanto con una vittoria ottenuta a Fleurus l’esercito rivoluzionario fermava definitivamente l’offensiva degli stati europei. Il Terrore quindi non aveva più la giustificazione della patria in pericolo e Robespierre, il 27 luglio 1794 fu arrestato e giustiziato. Sotto la spinta dei gruppi più moderati venne approvata una terza Costituzione, che garantiva le libertà personali, la proprietà privata e la libertà economica. L governo della Repubblica venne affidato ad un Direttorio composto da cinque membri.

 

 

Rivoluzione francese

 

  • “La Rivoluzione francese: dall’Assemblea costituente a Robespierre”

    La Rivoluzione francese fu un grande processo storico durante il quale l’intera società francese subì un cambiamento epocale, che segnò la fine dell’ancien régime e l’apertura di una nuova epoca nella quale maturarono nuove forme di governo, rapporti politici più articolati e aperti che coinvolsero via via fasce sempre più vaste di protagonisti, a partire dagli strati superiori della borghesia produttiva. Il cambiamento non interessò solo le istituzioni, ma anche i costumi, la mentalità collettiva, i comportamenti quotidiani e sociali. La Rivoluzione francese apre un’epoca non ancora conclusa che cerca con difficoltà di realizzare quegli ideali rivoluzionari di libertà, uguaglianza e fraternità. Nello stesso tempo è il punto di riferimento obbligato di tutte le tendenze politiche del XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione la Francia era un Paese profondamente minato nel suo tessuto politico e sociale. Nonostante un’ondata di espansione e modernizzazione economica investirono la Francia nel Settecento, questa arrivò più tardi alla rivoluzione industriale a causa di un aggravamento della miseria contadina e del popolo minuto urbano a seguito di una crisi produttiva e di mercato che colpì settori chiave dell’economia francese. A ciò si deve aggiungere la rovina finanziaria dello Stato, dovuta al disordine amministrativo, alle eccessive spese della monarchia, alla limitatezza dei ceti e quindi delle risorse. Questa coesistenza di sviluppo e arretratezza che caratterizzava l’economia francese nella seconda metà del Settecento, è visibile anche nell’organizzazione dinamica dei ceti sociali. I due ceti sociali superiori (la nobiltà, una casta sempre più chiusa, e il clero) godevano di svariati privilegi, come possedere gran parte della terra coltivabile, esercitare un controllo sulle cariche dello Stato, dell’esercito, della magistratura, ed essere esenti dalla maggior parte dei carichi fiscali. Il principale onere fiscale ricadeva sul ceto senza diritti politici, denominato “terzo stato”, la cui parte superiore era costituita dalla ricca borghesia agrari, finanziaria delle professioni, mentre la grande maggioranza costituiva il popolo minuto urbano degli artigiani e la grande massa rurale dei contadini. Tra le cause più importanti della rivoluzione bisogna segnalare la crisi politica e finanziaria della monarchia. Il lungo regno di Luigi XV (1715-74) aveva avuto il suo periodo più felice durante il ministero del cardinale Fleury (1653-1743), alla morte del quale il re assunse personalmente il governo del paese, con grande opposizione dei Parlamenti all’intera politica del sovrano, che culminò nel 1770 in un colpo di Stato da parte del cancelliere Maupeou che soppresse il Parlamento di Parigi e altri Parlamenti ostili alla politica monarchica e ne affidò le giurisdizioni a Consigli di nomina regia. L’erede di Luigi XV, Luigi XVI (1774-93), reintegrava i Parlamenti e promuoveva una politica riformatrice, affidandone la direzione inizialmente a Turgot, e poi al suo successore Necker, che nel 1781 rese pubblico il bilancio dello Stato con un atto rivoluzionario. A Necker fu affidato il compito di salvare lo stato dalla bancarotta. Invece di imporre ai francesi provvedimenti fiscali, pensò di finanziare le spese attraverso l’indebolimento dello Stato nei confronti di banchieri privati. Fu perciò costretto a dare le dimissioni, perché portò i francesi nella fame e nella miseria. Nel 1783 fu nominato ministro de Colonne che propose una serie di misure per l’assestamento del bilancio statale, ottenendo un’opposizione generale e per questo fu richiesta la convocazione degli Stati Generali (organo rappresentativo dei 3 ordini: clero, nobiltà e terzo stato).  Intanto il potere monarchico subiva insuccessi su tutti i fronti e il sovrano fu costretto a richiamare Necker e a promettere la convocazione degli Stati Generali per il maggio del 1789. Necker cercò di non assumere nessuna iniziativa politica di rilievo fino alla convocazione degli stati generali. Il problema centrale in discuccione era quello delle modalità di convocazione e di voto dell’Assemblea. Con la convocazione degli Stati Generali si riprometteva di abolire i privilegi fiscali e voleva ridimensionare il potere della nobiltà, favorire il terzo stato, ma non mettersi alle sue dipendenze. Come stabilito, il 5 maggio 1789 ci fu l’apertura degli Stati Generali alla presenza del re. I rappresentanti del terzo stato contestarono il sistema di voto (la nobiltà e il clero volevano votare per stato, mentre il terzo stato per testa) e per protesta si riunirono il 17 giugno nella sala della Pallacorda, dove su proposta dell’abate Sieyès, un nobile liberale, si costituirono in Assemblea nazionale, e quindi giurarono (20 giugno “giuramento della pallacorda”) di non separarsi fino a che non avessero dato alla Francia una nuova costituzione ispirata ai principi della sovranità popolare. Luigi XVI cercò di imporsi, ma di fronte all’atteggiamento risoluto dei deputati del terzo stato, invitò anche la nobiltà e il clero a unirsi all’assemblea, che assunse allora il nome di Assemblea nazionale costituente (9 luglio 1789). Per sventare i tentativi di Luigi XVI di attuare un colpo di Stato contro la nuova Assemblea costituente, il 14 luglio 1789 il popolo parigino insorse e diede l’assalto alla Bastiglia, il carcere per i detenuti politici e simbolo del potere assolutista. A Parigi venne quindi insediato dal popolo in armi un nuovo governo municipale; la difesa della municipalità fu affidata a una Guardia nazionale (milizia volontaria a difesa dell’Assemblea e dell’ordine pubblico), composta da borghesi e comandata dal nobile liberale La Favette; come simbolo della rivoluzione venne adottata la coccarda tricolore (blu, bianca e rossa).  Nei giorni successivi i moti rivoluzionari si estesero anche nelle province, e nelle campagne esplose una gigantesca rivolta agraria (a cui venne dato il nome di “Grande paura”), con assalti ai castelli della nobiltà e ai conventi. Immediata conseguenza della “Grande paura” fu l’importante decisione presa il 4 agosto dall’Assemblea nazionale, di abolire alcuni privilegi feudali. Il 26 agosto 1789 l’Assemblea nazionale approvò poi la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che costituiva una completa affermazione delle libertà fondamentali dell’individuo (di pensiero, di parola, di stampa), dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e dei moderni principi costituzionali della divisione dei poteri e della sovranità popolare. Per diventare leggi operanti, le decisioni dell’assemblea necessitavano dell’approvazione formale del re, sul quale il popolo parigino decise di fare pressioni con una grande marcia in massa verso Versailles, durante la quale la reggia venne invasa e Luigi XVI costretto a dare la sua approvazione. La folla inoltre impose il trasferimento del re e dell’Assemblea a Parigi. L’Assemblea nazionale prese una serie di importanti provvedimenti legislativi che segnarono giuridicamente il passaggio dall’ancien régime all’epoca nuova. Venne decretata la confisca dei beni del clero, venne approvata la costituzione civile del clero, con la quale lo Stato si assumeva le spese di culto ma nello stesso tempo imponeva un nuovo ordinamento della Chiesa di Francia (autonomia dal papa, nomina elettiva dei vescovi e dei parroci) e obbligava il clero a prestare giuramento di fedeltà alla rivoluzione. Il provvedimento suscitò una forte opposizione soprattutto nelle gerarchie ecclesiastiche superiori, che si rifiutarono di prestare il prescritto giuramento (fenomeno dei “preti refrattari”). Si aprì in tal modo nel Paese una questione religiosa, e mentre molti preti ed esponenti della nobiltà cercarono di rifugiarsi all’estero, lo stesso Luigi XVI concepì il progetto di espatriare per organizzare con le armi straniere l’abbattimento della rivoluzione. Il re tentò dunque la fuga nel giugno 1791, ma venne intercettato e ricondotto a Parigi, dove l’Assemblea nazionale lo sospese dalle sue funzioni per tre mesi. Il clamoroso avvenimento ebbe come conseguenza la grande manifestazione repubblicana del 17 luglio 1791 al Campo di Marte, che fu sanguinosamente repressa dalla Guardia nazionale. L’attività dell’Assemblea nazionale ebbe culmine con l’approvazione, il 4 settembre 1791, della Costituzione. Oltre alla rivendicazione dei diritti naturali dell’individuo e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, la Costituzione definiva un assetto istituzionale basato sulla divisione dei poteri: il potere esecutivo era assegnato al “re dei Francesi”, il quale era comunque soggetto alle leggi e non aveva dunque poteri assoluti; il potere legislativo era esercitato da un’Assemblea legislativa, eletta con un sistema a doppio grado e a suffragio censitario. Il sistema si basava sul voto di tutti i cittadini maschi dotati di un censo minimo (coloro cioè che pagavano un’imposta pari ad almeno 3 giorni di lavoro), che designavano un gruppo più ristretto di grandi elettori (dotati di un censo maggiore), i quali a loro volta eleggevano i deputati. Con analogo sistema venivano eletti anche i membri della magistratura, a cui era affidato il potere giudiziario. Con il trasferimento dell’Assemblea nazionale e del re a Parigi, nell’ottobre 1789, la capitale era divenuta il centro propulsore della rivoluzione. In essa acquistarono particolare importanza i cosiddetti club, associazioni private i cui membri si riunivano regolarmente per discutere i problemi politici. Si trattava di realtà associative in rapida e continua evoluzione e trasformazione. Nelle riunioni degli Stati Generali e quindi dell’Assemblea nazionale costituente, l’ala di sinistra era occupata dai giacobini (società degli amici della Costituzione, la cui sede era in un convento dei frati di San Giacomo), perlopiù membri della borghesia intellettuale e della nobiltà illuminata, i cui principali esponenti erano Mirabeau, La Fayette, Sieyès. I giacobini avevano posizioni di tipo monarchico costituzionale, ma in seno al club vi era l’ala radicale, capeggiata dall’avvocato Robespierre, che intendeva dare allo Stato una base democratica a partire dall’introduzione del suffragio universale. Con il prevalere delle posizioni più radicali, l’ala moderata dei giacobini fondò nel 1791 un proprio club, detto dei Foglianti (dal nome della sede presso un convento dell’Abbazia di Feuillant). Alla Sinistra dei giacobini si schierano, a partire dal 1790, i cordiglieri (Società degli amici dei diritti dell’uomo e del cittadino, che si riunivano presso i frati francescani detti anche cordiglieri), di orientamento repubblicano; il principale esponente fu Danton. Più tardi, a partire dai tempi dell’Assemblea legislativa del 1791-1792, vennero detti girondini (in quanto provenienti per buona parte dal dipartimento della Gironda) i rappresentanti della maggioranza repubblicana, contrari tuttavia all’ideologia egualitaria espressa dalle masse popolari parigine (i “sanculotti”,chiamati così perché non portavano le culottes, pantaloni corti al ginocchio, simbolo di distinzione dei nobili e dei ricchi), che trovava invece espressione parlamentare nello schieramento dell’estrema sinistra dei montagnardi (così detti perché sedevano sui banchi più alti dell’Assemblea. Il 1° ottobre 1791 si riuniva l’Assemblea legislativa, composta da deputati foglianti, giacobini e cordiglieri, aderenti alla monarchia costituzionale, ma diffidenti verso il re. Il 20 aprile 1792 Luigi XVI, sotto la pressione dei girondini, dichiarò guerra all’Austria, a fianco della quale scese la Prussia. A volere la guerra erano in molti (oltre ai girondini): La Favette e i suoi partigiani che contavano di assumere il comando dell’esercito; la corte e il suo partito che voleva un rafforzamento della monarchia. La guerra fu inizialmente disastrosa per la Francia che penetrò nei Paesi Bassi austriaci, in rivolta contro Vienna, ma fu subito costretta a ritirarsi dalle truppe coalizzate dei prussiani che penetrarono profondamente nel territorio francese. Il malcontento per la condotta della guerra provocò a Parigi l’insurrezione del 10 agosto 1792, durante la quale venne assalito il palazzo reale delle Tuileries; sotto la pressione popolare dei sanculotti, l’Assemblea legislativa decise la deposizione e l’arresto di Luigi XVI. Rimasto vacante il potere esecutivo, l’Assemblea legislativa nominò un consiglio esecutivo provvisorio presieduto dall’esponente dei cordiglieri Danton. A risollevare le sorti della rivoluzione fu la vittoria francese sull’esercito austro-prussiano a Valmy (20 settembre 1792) a cui seguì l’occupazione del Belgio, di Nizza e della Savoia. La nuova assemblea, cioè la Convenzione proclamò la repubblica (22 settembre 1792) e la condanna a morte per tradimento di Luigi XVI, che venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793 (ghigliottina: nuovo ordigno di morte usato per rendere più sicure le esecuzioni capitali). La morte del re portò alla costituzione di una prima coalizione antifrancese e alla ripresa della guerra esterna. In Francia si accese anche la guerra civile per la crisi finanziaria. Estromessi di fatto dal potere a Parigi, i girondini cercarono di prendere il controllo delle province meridionali della Francia suscitando la rivolta contro la capitale (“rivolta federalista”, iniziata nel giugno 1793), con il risultato di aumentare lo stato di confusione e di anarchia in cui versava il Paese. In questa situazione di guerra civile, il 25 giugno 1793 fu approvata dalla Convenzione e quindi sottoposta a un referendum la Costituzione dell’anno primo, che tuttavia non sarebbe mai entrata in vigore a causa della guerra in corso contro le potenze straniere. Si trattava di una costituzione estremamente avanzata sotto il profilo politico e sociale: vi si affermavano principi quali l’internazionalismo (fraternità fra i popoli), il diritto al lavoro, all’istruzione, all’assistenza, alla ribellione e “alla felicità”. La forma istituzionale prevista era quella repubblicana con il potere esecutivo assegnato a un governo (Consigliato) strettamente controllato dal Parlamento, il quale era da eleggersi ogni anno a suffragio universale maschile. Tra il luglio 1793 e il luglio dell’anno successivo si attuò un aumento del potere esecutivo, con un suo slittamento verso un regime di dittatura, definito dagli stessi esponenti del Comitato di salute pubblica come <<Terrore>>, in quanto prevedeva l’accentramento del potere nel Comitato di salute pubblica, lo smantellamento di tutti i club e società popolari, il controllo dell’economia e della politica. Il Comitato di salute pubblica dovette affrontare insieme le rivolte urbane dei sanculotti di Parigi, la guerra di Vandea che si distinse per l’atroce repressione delle popolazioni rurali, e l’invasione dello straniero. Nell’agosto del 1793 l’esercito arrivò ad un milione di uomini, e iniziarono una serie di successi militari. Alla fine del 1793 ascese al potere Robespierre, favorito dall’assassinio di Marat, altro componente del Comitato di salute pubblica. Nonostante Robespierre nella Convenzione avesse nemici sia a destra che a sinistra, il Comitato di salute pubblica era interamente nelle sue mani, e con la legge del 10 giugno 1794 la violenza diventava sistema di governo: era il Grande Terrore. Terrore e dittatura erano per Robespierre strumenti per fondare la Repubblica. Robespierre seppe tuttavia lanciare le forze militari francesi verso la vittoria di Fleurus (26 giugno 1794) contro gli eserciti stranieri, consentendo di penetrare in Belgio, conquistare Bruxelles e occupare la Catalogna. A porre fine al regime di Robespierre fu il colpo di stato di Termidoro (nella notte tra il 26 e 27 luglio 1794) organizzato dal presidente della Convenzione e da alcuni membri del Comitato di salute pubblica. Robespierre fu ghigliottinato il 28 luglio 1794.

    CAP 20: “La Rivoluzione francese: dal Termidoro al consolato di Napoleone”.

    Nel mese di Termidoro aveva termine il periodo più intenso e fecondo della Rivoluzione francese. Dopo la caduta di Robespierre la Convenzione cercò di riportare alla normalità il Paese, smantellando il regime del terrore (soppressione dei tribunali rivoluzionari, abolizione delle leggi speciali sui sospetti, riduzione dei poteri del Comitato di salute pubblica, eliminazione degli strumenti della dittatura, chiusura dei club dei giacobini e la riammissione dei girondini nella Convenzione) e abolendo gradualmente il sistema dei vincoli e dei controlli economici. Ciò portò alla fine dell’economia regolata e alla liberalizzazione del commercio con un aumento vertiginoso dei prezzi, che provocò nella primavera del 1795 numerose sollevazioni delle popolazioni urbane. La cacciata dei giacobini alimentò altre violenze e nuove forme di terrore: “Terrore bianco”. In sintonia con gli orientamenti più moderati dell’opinione pubblica, la Costituzione del 1793 non venne messa in vigore, venne invece approvata la nuova Costituzione dell’anno terzo (agosto 1795). Con la nuova carta costituzionale si ripristinarono i criteri censitari per l’elettorato, onde garantire il predominio dei ceti abbienti, il potere esecutivo venne assegnato ad un Direttorio di cinque membri e quello legislativo ad un parlamento bicamerale, composto da un Consiglio dei Cinquecento (per la discussione delle leggi) e da un Consiglio degli anziani (che varava o respingeva le leggi). Dopo l’approvazione della Costituzione dell’anno terzo, vennero indette le elezioni per il nuovo parlamento, che videro una buona affermazione dei monarchici; il Direttorio esecutivo però fu composto da uomini fedeli agli ideali repubblicani, che avevano votato per la condanna a morte del re. Il Direttorio fu chiamato ad affrontare la crisi finanziaria determinata dalla guerra. Si ebbe inoltre una ripresa del movimento giacobino, che ebbe culmine nella “congiura degli eguali” della primavera 1796, una cospirazione di orientamento comunista organizzata senza successo a Parigi da Filippo Buonarroti.

    Tra la fine del 1796 e i primi mesi del 1797 la Francia fu investita da una grave crisi finanziaria, anche se vi furono notevoli successi sul piano della politica internazionale (trattato di Basilea con la Prussia e Spagna, riconobbe l’occupazione francese della riva sinistra del Reno e la Spagna cedette alla Francia alcuni territori nelle Antille; il trattato dell’Aja sancì la presenza di truppe francesi sul territorio dell’Olanda. L’Austria, l’Inghilterra e il Regno di Sardegna rimasero in stato di guerra contro la Francia). All’inizio del 1796 furono lanciate tre armate contro l’impero asburgico, e ad avere la meglio fu l’armata d’Italia, guidata da Napoleone Buonaparte, nato ad Ajaccio nel 1769, che aveva conseguito da giovanissimo il grado di sottotenente d’artiglieria. Dapprima aderì al movimento di Pasquale Polli, che si batteva per l’indipendenza della Corsica, e quando quest’ultimo fu arrestato, la famiglia Bonaparte si trasferì a Tolone in Francia, dove fu affidato a Napoleone il comando dell’artiglieria che liberò la città dall’assedio dei realisti appoggiati dagli inglesi. Napoleone ottenne la promozione a generale di brigata, ma fu arrestato, processato e, una volta in libertà fu trasferito al fronte della Vandea. Nel marzo 1796, dopo il titolo di maggiore generale, ottenne quello di comando dell’armata d’Italia. Sposò Giuseppina, ex amante di Barras, il quale aveva aiutato Napoleone per la sua carriera. La “campagna d’Italia” determinò l’ascesa di Napoleone.

    Mentre le truppe francesi trovarono grandi difficoltà in Germania e furono costrette a ritirarsi oltre il Reno, la campagna d’Italia di Napoleone fece registrare rapidi e clamorosi successi, facendo dell’Italia il centro dell’offensiva contro l’Austria. Napoleone infatti ottenne una agevole vittoria contro il Regno di Sardegna, che fu costretto all’armistizio; i francesi avanzarono quindi in Lombardia sconfiggendo le truppe austriache e conquistano Milano. A questo punto egli costrinse il Direttorio a rivedere i suoi piani (non voleva conquistare la Lombardia ma solo spremerla finanziariamente e usarla come merce di scambio con l’Austria per allargare le frontiere al Reno: I braccio di ferro tra Napoleone e il Direttorio). Il papa Pio VI fu costretto con la pace a cedere Bologna, Ferrara e parte delle Romagne, occupate dalle truppe francesi. Nel febbraio 1797 cadde dunque Mantova, ultima roccaforte degli austriaci in Lombardia, e i Francesi violarono la sovranità della Repubblica di Venezia, occupandone il territorio per puntare verso l’Austria, che fu costretta a firmare la pace di Campoformio (1797). Con il trattato di pace l’Austria riconobbe le conquiste francesi in Belgio (Paesi Bassi asburgici) e nell’Italia settentrionale, e fu compensata con l’annessione della Repubblica di Venezia. La Francia assunse dunque la completa egemonia in Italia.

    Dopo la pace di Campoformio, soltanto l’Inghilterra restava irriducibilmente in stato di guerra contro la Francia. La superiorità britannica sui mari escludeva ogni possibilità di attacco diretto da parte della Francia, che ripiegò dunque su una spedizione militare in Egitto, nel tentativo di costruirsi un ponte per intervenire in India e minacciare gli interessi commerciali inglesi nella regione, cuore dell’Impero britannico. A capo della spedizione in Africa si pose Napoleone, che sbarcato in Egitto nell’estate del 1798 sconfisse la resistenza locale nella battaglia delle piramidi; pochi giorni dopo però, la flotta francese fu distrutta dal contrammiraglio inglese Nelson, mentre entrò in guerra contro la Francia anche la Turchia, che aveva la sovranità sull’Egitto. La conquista dell’Egitto divenne così un’impresa assai più difficile di quanto sembrasse in un primo momento, facendo sfumare l’obiettivo strategico di insidiare le vie commerciali britanniche; Dopo aver lasciato il comando delle operazioni in Egitto, Napoleone ritornò dunque in Francia, dove la situazione interna era estremamente instabile, nell’ottobre 1799.

    Il giacobinismo fu represso in Russia, Germania, impero asburgico e in Italia dove furono costretti al silenzio o all’esilio. La storiografia distingue tra: Giacobinismo individuale (movimento d’opinione limitato nelle sue libertà, sorvegliato dalle polizie, ridotto alla clandestinità); e giacobinismo organizzato che richiama l’ideologia democratica di Robespierre e potè formarsi e svilupparsi perché aveva libertà di riunione ed espressione (come in Olanda e Svizzera). A questo si aggiungeva la costituzione di una seconda coalizione antifrancese tra le potenze europee, che minacciava gli interessi francesi in Italia e lungo il Reno. L’abate Sieyès concepì allora un progetto di svolta autoritaria, si accordò con Napoleone che gli assicurò l’appoggio delle armate a lui fedeli, e insieme realizzarono il colpo di Stato del 18 brumaio dell’anno VIII (9 novembre 1799). Con il falso pretesto di una congiura giacobina, il parlamento venne posto sotto scorta militare, parecchi deputati vennero cacciati, mentre i rimanenti vennero trasferiti nei sobborghi di Parigi, dove votarono la consegna del potere ai tre consoli Ducos, Sieyès e Bonaparte, che ben presto assunse le redini del consolato.

    In seguito al colpo di stato il consolato (Bonaparte, Ducos, Sieyès) provvide subito a riformare l’ordinamento dello Stato francese, e nello stesso 1799 promulgò la nuova Costituzione dell’anno VIII, contrassegnata da una forte preminenza dell’esercito. Il governo fu affidato ad un consolato decennale, composto da tre persone, tra le quali Napoleone, in quanto primo console, era il vero depositario del potere esecutivo.

    Il potere legislativo venne affidato a tre corpi distinti:

    • Il Tribunato, che discuteva le leggi presentate dal governo;
    • Il Corpo legislativo che le votava o respingeva;

    Nel 1802 un plebiscito approvò una modifica costituzionale che trasformava il mandato decennale di primo console in una designazione a vita. Nei mesi successivi il Senato varò dei provvedimenti che concedevano al primo console il diritto di designare il proprio successore, nominare i membri del legislativo e riduceva ulteriormente competenze e poteri delle assemblee legislative. Forte del suo potere incontrastato (ma non assoluto, in quanto comunque sottoposto alla legge), Napoleone avviò una stagione di importantissime riforme istituzionali e civili. Nel 1801 veniva stipulato un nuovo Concordato con la Santa sede, rimasto in vigore per 100anni (1801-1905) risolveva il contrasto con Roma, ma conservava il controllo dello Stato sulla chiesa. Gli ecclesiastici dovevano fedeltà allo Stato ed erano mantenuti a sue spese, era assicurata la libertà di culto, il papa si impegnava a confermare i vescovi nominati dal I console, in cambio i vescovi avevano facoltà di nominare i parroci. I beni della Chiesa restavano allo Stato. Il cattolicesimo fu riconosciuto non come religione di Stato ma come “religione della maggioranza dei Francesi”.

    Oltre all’Inghilterra, la seconda coalizione antifrancese era composta dalla Russia dello zar Paolo I, da Austria, Prussica, Svezia, Regno di Napoli e Turchia, la quale era già in guerra con i Francesi sul fronte egiziano. Teatri principali del confronto militare furono comunque l’Italia e la Germania meridionale. In italia la coalizione ebbe successo; sul fronte tedesco, i coalizzati furono invece fermati dai Francesi. Nel maggio 1800 la situazione volse però a favore dei Francesi, poiché la Russia abbandonò la coalizione lasciando la sola Austria a presidiare l’Italia, così che le truppe francesi guidate da Napoleone, dopo aver valicato le Alpi, sconfisse gli austriaci presso Monaco. Si arrivò dunque alla pace di Luneville (9febbraio 1801) con l’Austria, che ristabilì la situazione precedente al trattato di Campoformio. Anche in Inghilterra si erano intanto maturate le condizioni politiche per contrattare la pace, si giunse così alla pace di Amiens tra Francia e Gran Bretagna, le cui decisioni più rilevanti furono la cessazione delle ostilità in Egitto, che tornò sotto la sovranità turca e la stipula di un trattato commerciale tra Inghilterra e Francia. I 3 nemici:  Austria, Russia e Inghilterra erano neutralizzati. Napoleone potè dedicarsi al riassetto dello stato. Questo fu la più importante eredità lasciata da napoleone non solo alla francia ma a tutto l’occidente: accentramento amministrativo e codice civile (codice napoleonico) che per la prima volta disciplinava in modo organico tutti i settori  del diritto secondo i valori liberali e borghesi della Rivoluzione.  

    CAPITOLO 21: “L’impero napoleonico”

    Fu organizzata una congiura contro Napoleone da ex giacobini e generali. La reazione di Napoleone fu spietata. Non risparmiò nemmeno i 2generali (uno esiliato e l’altro trovato morto in carcere) e nemmeno il duca accusato di essere il capo della congiura (fu fucilato). Nel 1804 fu varata e approvata la Costituzione dell’anno 12 che affermava: il governo della repubblica è affidata a un imperatore. Nello stesso anno papa Pio VII offrì la corona imperiale a Napoleone. Si impegnava a difendere”l’uguaglianza di diritti e la libertà civile e politica”. La Francia napoleonica si presentava come trionfo dell’assolutismo illuminato: uno stato in cui coesisteva uno schema monarchico-costituzionale ed elementi di rinnovamento sociale e di democrazia. Due pilastri istituzionali garantirono ai cittadini la possibilità di acquisire gli elementi per una promozione e affermazione nella società: il Codice  Civile, basato sui grandi principi di libertà civili e personali, laicità dello Stato, libertà del lavoro e della proprietà, e l’importanza della famiglia; e il nuovo sistema scolastico, che poneva grande attenzione alla scuola e alle università (nacquero: i licei di Stato per i figli dei notabili; le Grandes Ecoles, scuole universitarie di tipo militare; e l’Ecole polytecnique di applicazione di tipo militare e civile). Un anno prima della proclamazione dell’impero l’Inghilterra riapre le ostilità contro Napoleone. I motivi furono: mancata stipula del trattato commerciale (previsto dalla pace di Amiens) e la paura dell’espansionismo francese.

    L’Inghilterra decise di formare nel 1805 una terza coalizione antifrancese; nella nuova alleanza furono coinvolti l’Austria, la Svezia, il Regno di Napoli e la Russia, sul cui trono sedeva lo zar Alessandro I. nel conflitto che ne scaturì venne confermata la schiacciante superiorità sui mari della Gran Bretagna, che sbaragliò la flotta francese; sul continente però, la Grande Armée (grande esercito) francese ebbe la meglio, e dopo aver sconfitto gli austriaci nella battaglia di Ulm (20 ottobre), e battè nuovamente gli austro-russi ad Austerlitz (2 dicembre), nella cosiddetta “battaglia dei tre imperatori” (Napoleone, Francesco II e lo zar Alessandro I). l’Austria fu dunque costretta ad accettare la pace di Presburgo, che ridimensionò il ruolo europeo della monarchia austriaca. Francesco II dovette infatti rinunciare al titolo di imperatore del Sacro Romano Impero e assunse il più modesto titolo di imperatore d’Austria. Rimasero in stato di guerra l’Inghilterra e la Russia.

    Dopo la pace di Presburgo, Napoleone procedette  al consolidamento dei confini del proprio impero ed alla trasformazione degli Stati satelliti della Francia in monarchie ereditarie, assegnandone la corona a parenti o a persone di fiducia. Nei primi mesi del 1806 gli eserciti francesi occuparono il Regno di Napoli (mentre i Borbone si rifugiarono in Sicilia sotto la protezione inglese), sul cui trono venne posto il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte. Il consolidarsi della potenza napoleonica in Europa determinò la formazione di una quarta coalizione, alla quale partecipò, oltre ad Inghilterra e Russia, anche la Prussica (che aveva rotto l’alleanza con la Francia); Napoleone reagì col “blocco continentale”: cioè tentativo di dissanguare economicamente l’Inghilterra chiudendo i mercati europei da essi controllati. Lo scontro militare che seguì non fu favorevole alle forze della coalizione. Napoleone dopo aver sconfitto l’esercito prussiano entrò a Berlino e smembrò lo stato. Dalle rovine nacque il Regno di Vestfalia retto dal fratello Girolamo Napoleone. La guerra continuò contro la Russia e la superiorità francese si fece valere. Nel 1808 anche la Spagna era caduta sotto il controllo francese. Approfittando infatti di una contesa dinastica tra il sovrano spagnolo Carlo IV e il figlio Ferdinando IV, Napoleone spodestò i Borbone e sul trono di Spagna salì Giuseppe Bonaparte. La Spagna ricevette una costituzione simile a quella francese e nel paese vennero avviate importanti riforme, quali l’abolizione dell’Inquisizione, la liberalizzazione del commercio interno, l’alienazione dei beni ecclesiastici. Tuttavia gli spagnoli non si rassegnarono alla prepotenza napoleonica, e intrapresero una lunga e mai domata guerriglia, appoggiata dagli Inglesi e soprattutto alimentata dal sentimento religioso dell’intera popolazione, offesa dal trattamento inflitto al papa. Nel 1809 si formò una quinta coalizione antifrancese, composta da Inghilterra e Austria. Le ostilità scoppiarono in aprile con l’occupazione austriaca della Baviera, ma la reazione francese fu rapida e culminò con una nuova occupazione di Vienna (12 maggio) e la disfatta dell’esercito austriaco a Wagram. Con la pace di Vienna del 14 ottobre 1809 l’Austria dovette cedere Trieste e Carinzia.

    Ottenuta la vittoria sulla quinta coalizione, Napoleone ritenne opportuno consolidare la propria posizione procurandosi un erede di sangue reale; dopo aver divorziato da Joséphine de Beauharnais, si sposò nel 1810 con Maria Luigia d’Asburgo, figlia dell’imperatore d’Austria; dal matrimonio nacque un erede, Napoleone II (Francesco Carlo Giuseppe Bonaparte), a cui fu dato il titolo di “re di Roma”. Tutto il Regno di Italia, tranne Sicilia e Sardegna (dove si erano rifugiati la corte borbonica e sabauda, ben difese dall’Inghilterra) era napoleonica. La dipendenza dalla Francia si accrebbe a partire dal 1805 con la trasformazione della repubblica in Regno d’Italia, sotto la corona di Napoleone, che nominò viceré il figliastro Eugenio Beauharnais. Nel vasto Regno italico continuò l’opera di modernizzazione amministrativa, civile ed economica, con il miglioramento dell’istruzione elementare, l’introduzione dei codici napoleonici, l’avvio di importanti lavori pubblici. Sul Meridione continentale fu inizialmente imposto come re Giuseppe Bonaparte, ma quando questo passò a regnare sulla Spagna, il Regno di Napoli passò a Gioacchino Murat, il quale aveva sposato la sorella di Napoleone, Carolina. Murat si adoperò per mantenere il proprio governo il più autonomo possibile dalla Francia; curò inoltre con particolare attenzione la formazione di un forte esercito nazionale.

    Il blocco continentale si rivelò per Napoleone un’arma a doppio taglio e fu in un certo senso la causa scatenante del crollo del suo impero. Innanzitutto perché non solo l’Inghilterra fu colpita dagli effetti dell’embargo, ma lo furono in modo significativo anche la Francia e i paesi alleati e satelliti; inoltre la borghesia francese, colpita nei suoi interessi commerciali, cominciava a considerare Napoleone non più l’artefice della stabilità, ma la causa di un’insicurezza crescente, dovuta ad un’inarrestabile spirale dell’espansionismo a cui la Francia era costretta per far rispettare il blocco. Napoleone pensava di assoggettare la Russia con una delle sue famose “guerre lampo”, e mise quindi in campo un formidabile esercito di oltre 700.000 uomini, che il 24 giugno 1812 varcò il fiume Niemen, per affrontare al più presto e sbaragliare le difese russe. Ma il generale Illarionovic, comandante delle truppe zariste, adottò una tattica temporeggiatrice, ritirandosi verso l’interno e facendo “terra bruciata” (tecnica già usata da Pietro il Grande nel 600 contro gli svedesi) davanti ai Francesi, che non riuscirono quindi a rinnovare i loro approvvigionamenti alimentari. Solo in agosto Napoleone riuscì ad entrare in contatto con l’esercito russo, e a Smolensk ottenne un parziale successo; il successivo 14 settembre si combattè la sanguinosa battaglia di Borodino, che Napoleone vinse aprendosi la strada per Mosca. La capitale russa era però stata evacuata dalla maggior parte degli abitanti, e in gran parte distrutta da un incendio, appiccato probabilmente dalle stesse truppe russe, così Napoleone fu costretto alla ritirata verso la Polonia il 19 ottobre, che durò circa due mesi e fu uno degli eventi più tragici della storia militare: il freddo, la fame, le malattie e gli attacchi a sorpresa dei cosacchi decimarono la Grande Armata di Napoleone. La disfatta nella campagna di Russia sfatò il mito dell’invincibilità di Napoleone, e diede il via alla sollevazione antinapoleonica dell’Europa.

    La sesta coalizione, a cui presero parte la Gran Bretagna, la Russia, la Prussia, la Svezia e l’Austria, fu l’immediata conseguenza della disastrosa campagna di Russia. La guerra iniziò nel febbraio 1813 in Germania, per iniziativa dei prussiani, a cui Napoleone riuscì comunque a contrapporre un forte esercito, che nel maggio vinse la battaglia di Lutzen e di Bautzen; contemporaneamente però il prestigio napoleonico subiva un altro duro colpo in Spagna, dove la guerriglia e le truppe inglesi ebbero la meglio, liberarono il paese e restaurarono i Borbone.

    Tra il 16 e il 19 ottobre 1813 si combatté presso Lipsia la cosiddetta “battaglia delle nazioni”, lo scontro decisivo che costò a Napoleone la sconfitta e diede il via alla completa dissoluzione dell’impero. Gli eserciti della sesta coalizione penetrarono in Francia, dove incontrarono scarsa resistenza, e Napoleone venne quindi definitivamente sconfitto ad Arcis-sur-Aube il 20 marzo 1814. rimasta senza difese Parigi cadde il 31 marzo; subito dopo il Senato francese, su iniziativa di Talleyrand, proclamò decaduto l’imperatore Napoleone, che il 6 aprile 1814 abdicò senza condizioni. Sul trono di Francia vennero restaurati i Borboni con Luigi XVIII, fratello del re ghigliottinato. Dopo la battaglia di Lipsia, gli Stati tedeschi, l’Olanda e la Svizzera insorsero contro i governi e i sovrani napoleonici. In Italia il re di Napoli, Murat, abbandonò il cognato Napoleone e passò dalla parte della sesta coalizione, nella speranza di conservare il regno; il viceré del Regno d’Italia, Eugenio Beauharnais, rimase invece fedele fino all’ultimo a Napoleone, ma cadde comunque nell’aprile 1814 sotto l’avanzata delle forze austriache. Nel giugno l’Austria prese possesso delle province lombarde, annettendole all’impero. La guerra della sesta coalizione si chiuse con la pace di Parigi, del 30 maggio 1814. I vincitori si accordarono per demandare la nuova sistemazione dell’Europa ad un congresso delle potenze che si sarebbe aperto a Vienna nel successivo novembre; intanto si ritenne di neutralizzare l’ingombrante figura di Napoleone assegnandogli la sovranità dell’Isola d’Elba. La restaurazione borbonica in Francia non comportò un ritorno puro e semplice alla monarchia assoluta. Luigi XVIII infatti si rese conto, anche per la pressione esercitata dall’Inghilterra, dell’impossibilità di far recedere la società francese dall’assetto costituzionale maturato negli anni rivoluzionari, e concesse una costituzione liberale, cercando di ricondurre una politica di riconciliazione nazionale. La situazione del paese rimaneva tuttavia assai instabile; su opposti fronti si agitavano infatti i fautori dell’antico regime, che reclamavano tra l’altro la restituzione dei beni confiscati dalla rivoluzione; i liberali, che desideravano un suffragio più allargato; gli ufficiali dell’esercito bonapartista collocati a riposo; i commercianti, messi in difficoltà dalla concorrenza inglese dopo la riapertura dei mercati; gli operai che pativano una crescente disoccupazione. Napoleone decise di approfittare di queste ragioni di malcontento per tentare un disperato ritorno al potere, e fuggì dall’Elba, approdando il 1°marzo 1815 a Cannes, dove le truppe borboniche mandate ad arrestarlo passarono sotto il suo comando. Il 20 marzo Napoleone entrò a Parigi, costringendo Luigi XVIII a riparare in Belgio; ritornato al potere Napoleone riconobbe il trattato di pace di Parigi e quindi i più ridotti confini francesi, emendò in senso più liberale la costituzione e si preparò all’inevitabile nuovo confronto militare con le potenze. Si era infatti formata in quei giorni una settima coalizione, che comprendeva: Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia, Svezia, Regno di Napoli e numerosi Stati minori. Sotto il comando dell’inglese Wellington e del prussiano Blucher, gli eserciti alleati affrontarono Napoleone in Belgio, dove lo sconfissero l’8 luglio 1815 nella battaglia di Waterloo. L’avventura dei “cento giorni” era finita; mentre Napoleone veniva deportato dagli Inglesi nell’isoletta di Sant’Elena (Oceano Atlantico), dove sarebbe morto il 5 maggio 1821, Luigi XVIII rientrò a Parigi.

    CONGRESSO DI VIENNA: si tenne nella capitale dell'allora Impero austriaco, dal 1\10\1814 al 9\6\1815. A parteciparvi furono le principali nazioni europee che tentarono così di dare un assetto all'Europa dopo l'avventura napoleonica. I sovrani vincitori ed i loro ministri plenipotenziari si incontrarono in un primo momento a Londra; soltanto nell'autunno del 1814 il Congresso ebbe inizio a Vienna. Inizialmente, i rappresentanti delle 4 potenze vincitrici sperarono di escludere i francesi da una seria partecipazione ai negoziati, ma il ministro degli Esteri della Francia riuscì abilmente ad inserirsi nei dibattiti interni sin dalle prime settimane. I principali risultati del Congresso fu l'accrescimento della Russia, (che guadagnò il grosso del Ducato di Varsavia) e della Prussia, che acquistò la Westfalia e la Renania settentrionale. Il consolidamento della Germania dai quasi 300 stati del Sacro Romano Impero (disciolto nel 1806) in un sistema, molto più gestibile, che portò la composizione della Confederazione Tedesca a 39 stati sotto il controllo di Austria e Prussia.  Nell'Italia del nord l'Austria guadagnò la Lombardia e il Veneto costituite in un unico Stato: il Regno Lombardo-Veneto. Buona parte del centro-nord Italia, pur formata da stati indipendenti, andò a discendenti degli Asburgo, così il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e di Parma. L'Italia fu quindi divisa in sette stati: il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e di Parma, lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli e di Sicilia, i quali Ferdinando IV riunì con la denominazione di Regno delle Due Sicilie. Una parte del Congresso fu la Santa Alleanza in cui i vari sovrani d'Europa convennero di uniformarsi ai principi cristiani. Tutti i sovrani europei vi aderirono, eccetto il papa, che non voleva costituire un accordo con così tanti eretici. I paesi coinvolti nel Congresso si accordarono pure di riunirsi successivamente. Nel XX secolo molti storici sono arrivati ad ammirare il Congresso per aver impedito un'altra guerra generale europea per quasi cent'anni (1818-1914).

     

 

Rivoluzione francese

 

4. Libertà, uguaglianza, fraternità

 

La struttura istituzionale francese durante l’Antico regime è simile a quella di molti altri paesi europei. Dal punto di vista politico, il potere del sovrano si è particolarmente rafforzato con l’azione assolutistica di Luigi XIV. Durante il suo lungo regno l’assemblea rappresentativa della nazione, gli Stati generali, non sono mai stati convocati. Il drenaggio fiscale necessario alla politica di potenza del Re Sole è stato compiuto tramite la taille, una tassa imposta per la prima volta nel 1439, per la riscossione della quale non è necessario l’assenso dei sudditi. Del resto, gli ordini privilegiati, clero e nobiltà, sono esenti dalla tassazione, che ricade su tutti coloro che non vi appartengono, la maggioranza dei quali sono contadini, che pur possedendo propri appezzamenti di terra all’interno dei feudi signorili, sono soggetti a diversi gravami: corvées a favore del signore, pagamento di diritti di caccia e di pesca, di pedaggi, di bannalità (rispetto di monopoli economici quali l’uso del forno, del frantoio o del mulino del signore).

A fronte di ciò la società francese, all’interno della quale nel corso del Settecento si sono sviluppati con particolare vigore i dibattiti illuministici, appare percorsa da molteplici inquietudini. Al momento dell’ascesa al trono di Luigi XVI, nel 1774, la devozione nei confronti del sovrano è intatta. Negli anni successivi, molte critiche si appuntano, semmai, sui suoi consiglieri, mentre si diffonde con sempre maggior vigore un sentimento di insopportazione nei confronti di chi detiene privilegi, fiscali o giurisdizionali.

A partire dagli anni settanta del Settecento, la situazione complessiva del paese appare particolarmente critica. È in corso una crisi economica, che fa diminuire la produzione industriale; magri sono i raccolti del 1788 e del 1789: tutto ciò ricade in prima istanza sulle spalle della maggioranza della popolazione, esente da ogni privilegio. Lo scenario è complicato da una grave crisi finanziaria: i bilanci statali sono in rosso. I suggerimenti del ministro Turgot di abolire i privilegi fiscali e di concedere maggiore libertà all’iniziativa privata e del ministro Calonne di applicare un’imposta a tutte le proprietà terriere non vengono ascoltati per l’opposizione degli aristocratici. Sul piano giuridico tale resistenza viene espressa in particolare dai più elevati organi giudiziari francesi, i Parlements di Parigi e delle province, dove siede la più altra nobiltà di toga. I parlamentisi rifiutano di registrare e di rendere esecutivi gli atti di riforma, facendo valer ei limiti derivanti al sovrano dalle regole fondamentali della monarchia. In base a esse, egli non può scalfire i privilegi di cui godono i diversi ceti se non con il loro consenso, esprimibile solo durante la celebrazione degli Stati generali. Il ruolo di garante costituzionale dinanzi a ogni tentativo di cambiare l’ordine esistente viene assunto in particolare dal parlamento di Parigi, che nel 1788 contesta apertamente la pretesa del sovrano – che del resto si inscrive nella tradizione assolutistica aperta da Luigi XIV – opponendo motivi antichi – il diritto tradizionale, i privilegi dei ceti – e idee moderne.

 

Dichiarazione del Parlamento di Parigi sulle leggi fondamentali del Regno

La Corte,

riunite tutte le sezioni e sedendovi i Pari, avvertita da fatti pubblicamente notori e da un concorso di circostanze sufficientemente conosciute dei colpi che minacciano la Nazione e la Magistratura;

Considerando che le iniziative dei ministri sulla Magistratura hanno evidentemente per motivo la posizione che ha preso la [questa] Corte, di resistere a due imposte disastrose, di riconoscersi incompetente in materia di sussidi, di sollecitare la convocazione degli Stati Generali e di reclamare la libertà individuale dei cittadini;

Che queste iniziative non possono di conseguenza avere altro oggetto che coprire, se possibile, senza ricorrere agli Stati Generali, le antiche dissipazioni, attraverso mezzi di cui la [questa] Corte non intende essere testimone senza esserne ostacolo, essendo obbligata dal suo dovere ad opporre con una costanza incrollabile l’autorità delle leggi, la parola del Re, la fede pubblica e l’ipoteca fissata sulle imposte, a tutti i piani che potrebbero compromettere i diritti e gli impegni della Nazione.

Considerando infine che un sistema fondato sulla sola volontà [reale], chiaramente espresso nelle diverse risposte al detto Signore il Re manifesta nei ministri il funesto progetto di annientare i principi della Monarchia, e non lascia alla Nazione altra risorsa che una precisa dichiarazione di [questa] Corte dei principi che essa è incaricata di mantenere e dei sentimenti che essa non cesserà di professare.

Dichiara che la Frnacia è una monarchia governata dal Re secondo le leggi;

Che di queste leggi, molte da ritenersi fondamentali riguardano e consacrano:

  • Il diritto della Casa regnante al Trono, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura, con l’esclusione delle donne e dei loro discendenti;
  • Il diritto della Nazione di accordare liberamente i sussidi attraverso l’organo degli Stati Generali regolarmente convocati e composti;
  • Le consuetudini e le capitolazioni delle province;
  • L’inamovibilità dei magistrati;
  • Il diritto delle corti di verificare in ciascuna provincia la volontà del Re e di non ordinarne la registrazione se non in quanto esse siano conformi alle leggi costitutive della provincia così come alle leggi fondamentali dello Stato;
  • Il diritto di ogni cittadino di non essere mai portato, in qualsiasi materia, davanti ad altri giudici che i suoi giudici naturali, che sono quelli che la legge designa;
  • E il diritto, senza il quale tutti gli altri diritti sono inutili, di non essere arrestato, in base ad un qualsiasi ordine, se non per essere rimesso senza indugio nelle mani dei giudici competenti.

Protesta la detta Corte contro tutti gli attentati che saranno portati ai principi qui sopra espressi; dichiara unanimemente che essa non può in nessun caso allontanarsene; che questi principi parimenti certi obbligano tutti i membri della [di questa] Corte e sono compresi nei loro giuramenti; e che di conseguenza nessuno dei membri che la compongono deve né si intende autorizzare con la sua condotta la minima innovazione al riguardo, né partecipare ad alcun consesso che non sia la stessa Corte composta dalle stesse persone e rivestita degli stessi diritti;

E nel caso in cui la forza, disperdendo la Corte, la ridurrà nell’impossibilità di mantenere essa stessa i principi contenuti nella presente deliberazione, la detta Corte dichiara che essa ne rimette fin d’ora la custodia inviolabile nelle mani del Re, della sua augusta famiglia, dei Pari del Regno, degli Stati Generali e di ciascuno degli Ordini, riuniti o separati, che formano la Nazione.

Ordina inoltre la detta Corte che la presente deliberazione, attraverso il Procuratore generale del Re, sarà immediatamente trasmessa ai baliaggi e ai siniscalcati di competenza per esservi letta, pubblicata e registrata, e che il Procuratore generale del Re renderà conto di questa trasmissione alla Corte, lunedì prossimo con tutte le sue sezioni riunite.

(da Lex facit regem. Rex facit legem, a cura di G.G. Floridia, R. Orrù, L.G. Sciannella, A. Ciammariconi, Fast Edit, Teramo, 2005, pp. 123-124)

 

Vengono quindi convocati per il maggio 1789 gli Stati generali, un’istituzione che non viene riunita dal 1614 e che, data la sua capacità rappresentativa, appare la migliore per risolvere i problemi complessivi della Francia. Le elezioni per scegliere i delegati da inviare a Versailles, dove si terrà l’assemblea, si svolgono tra gennaio e aprile, durante pubbliche assemblee. Durante queste ultime vengono raccolte le richieste degli elettori per essere affidate ai deputati eletti: si formano così i cahiers de doléances, uno specchio vivissimo dei bisogni, delle opinioni, dei sentimenti del popolo francese con tutti i suoi più vari orientamenti politici e sociali.

 

Un «cahier de doléances»

Art. 1. I deputati di Civray, lamenteranno che, dovendo le imposte essere approvate dal popolo, e le leggi essere il risultato della loro comune volontà, siano state stabilite varie imposte e fatte parecchie leggi senza il consenso della Nazione.

Chiederanno la riforma di questo abuso e che si ordini per l’avvenire che non sia fatta e promulgata nessuna legge, né stabilita nessuna imposta, senza la consultazione e il consenso degli Stati generali.

Art. 2. Rileveranno che sono stati fatti numerosi prestiti ed intraprese e che sono stati creati numerosi posti inutili od onerosi al pubblico, senza che la Nazione sia stata consultata.

Chiederanno che innanzitutto si esaminino i debiti dello Stato; che gli Stati generali si degnino di occuparsi della loro estinzione, soppressione e conveniente riduzione; che si stabilisca una giusta economia nell’amministrazione delle finanze, che si annullino i contratti rovinosi, che soprattutto sia preso in considerazione il fatto che i creditori dello Stato acquisteranno una sicurezza insperata, per cui dovrà necessariamente seguire una riduzione degli interessi.

Art. 3. Lamenteranno che le imposte sono state ripartite, non in base all’interesse che ciascuno ha nel mantenimento di una forza pubblica per contenere il nemico straniero e reprimere il nemico domestico, ma in considerazione del minore potere e della minore resistenza dei Corpi e degli Stati, per cui è risultata una sperequazione soprattutto a danno della classe più povera.

Chiederanno che le imposte siano ripartite fra tutti i sudditi del re, nobili, ecclesiastici ed altri, senza distinzioni né privilegi, in maniera uniforme, proporzionale, chiara; e che la percezione sia fatta nella maniera meno costosa e meno gravosa [...].

Art. 4. Lamenteranno che tra le imposte indirette in vigore ve ne sono molte che nuocciono al commercio interno del Regno, altre che si percepiscono in maniera incerta e ingiusta, dando luogo a inquisizioni vessatorie odiose; che l’appaltatore delle imposte, interprete di regolamenti sempre nuovi e mutevoli, esercita, col favore di sottili interpretazioni, un potere arbitrario sulle ricchezze private; che le carte più segrete delle famiglie, i testamenti al cui beneficio si era rinunziato, una differenza nella qualifica di operaio giornaliero o lavorante (che dovrebbe essere la stessa per la gente di campagna) sono divenuti altrettanti motivi di persecuzioni.

Chiederanno la sospensione dei diritti dannosi e proibitivi, come il diritto di tratta che ostacola il commercio all’interno del Regno [...].

Art. 9. Chiederanno inoltre la riforma delle leggi civili e criminali e di tutte le altre e la compilazione di un codice penale.

Art. 10. Lamenteranno che le varietà delle leggi e delle consuetudini danno luogo a grandi difficoltà e provocano una specie di disunione tra popoli vicinissimi.

Chiederanno che quelle differenti leggi siano gradualmente ravvicinate le une alle altre, soprattutto quelle che riguardano l’autorità del padre e del marito, le tutele, le doti, l’uso comune dei beni, le successioni, le donazioni, i testamenti e i fedecommessi, che è conveniente restringere il più possibile.

Art. 11. Chiederanno la soppressione delle bannalità , delle corvées e do altri diritti che si rifanno alla servitù personale e al regime feudale [...].

Art. 16. Osserveranno che è giusto accordare la nobiltà a persone di merito conosciuto e distinto, ma che non la sia deve concedere per il prezzo di un ufficio che sarà rivenduto dal proprietario nobilitato o dai suoi figli ad altri ai quali darà, con lo stesso prezzo, un primo grado di nobiltà; questo attributo glorioso dovendo essere una ricompensa gratuita e il premio del talento e di grandi virtù, non è giusto che si possa acquistarlo a prezzo di danaro.

Art. 17. Lamenteranno i detti deputati che il reclutamento della milizia è molto dannoso, che la migliore gioventù lascia le campagne e il lavoro per entrare a servizio di persone privilegiate, che inoltre è molto gravoso al popolo per le contribuzioni alle quali dà luogo.

Chiederanno che il reclutamento non sia più fatto per sorteggio e che con incentivi onesti e volontari si invitino i giovani di tutte le classi a entrare nella milizia; ma è desiderabile che il terzo stato non sia escluso, come sembra esserlo, dagli impieghi militari, e che il merito dia possibilità di far carriera.

Art. 18. Lamenteranno che si invia dalla Francia molto denaro a Roma per bolle, provisioni, dispense [...].

Art. 19. Chiederanno che si provveda alla sussistenza dei parroci soltanto con i beni ecclesiastici, e che si affranchino da questa contribuzione le decime feudali e laiche, o almeno che queste non siano gravate se non fino alla concorrenza dell’antica porzione di congrua di trecento lire, o ancor meglio che si aumentino le entrate con la soppressione di qualche ordine regolare, le cui rendite potrebbero essere destinate a questo fine.

(da F. Gaeta-G. Villani, Documenti e testimonianze, Principato, Milano, 1971, pp. ???)

 

            Il 5 maggio a Versailles il re apre gli Stati generali, in mezzo al fermento generale. Gli eletti (291 rappresentanti del clero, 270 della nobiltà e 578 del Terzo stato) affrontano sin dal primo giorno il cruciale tema del voto. La tradizione vuole che ogni camera si riunisca singolarmente ed esprima un solo voto; gli appartenenti al Terzo Stato, che hanno l’obiettivo di una riforma del sistema politico che contempli l’eguaglianza civile (e anche fiscale) e che temono che gli ordini privilegiati presi in blocco esprimano voto contrario, auspicano il voto per testa. In questo modo non solo i deputati potrebbero contare su una maggioranza autonomamente raggiunta, ma anche sul voto di singoli rappresentanti degli ordini privilegiati inclini a una politica riformatrice. Dinanzi al diniego di clero e nobiltà, il 17 giugno i deputati del Terzo Stato, convinti di esprimere gli interessi della nazione, si riuniscono separatamente nella cosiddetta Sala della pallacorda proclamandosi Assemblea nazionale. Il rifiuto di sciogliersi costringe il sovrano ad approvare l’Assemblea, dove il 27 giugno convergono i rappresentanti di clero e nobiltà. Pur formata dagli stessi individui convenuti agli Stati generali, l’Assemblea nazionale è un organismo assolutamente inedito. Il 9 luglio essa proclama di essere «costituente», per approntare una costituzione scritta che metta fine all’assolutismo. Mentre il popolo, in città e nelle campagne, si solleva, fra il 5 e l’11 agosto l’Assemblea nazionale vara i decreti per l’abolizione del regime feudale, abolendo così le disparità giuridiche fra le persone. Il 26 agosto l’Antico regime viene definitivamente seppellito con la promulgazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, il documento forse più celebre della rivoluzione, destinato a diventare un punto di riferimento istituzionale imprescindibile.

             La dichiarazione, di diciassette limpidi articoli, dà piena espressione ai principi dello Stato liberale e democratico, stabilendo che gli individui posseggono diritti naturali inviolabili da qualsiasi Costituzione politica, che ogni sovranità deriva direttamente dal popolo, che è necessaria la separazione dei poteri, che tutti gli uomini hanno eguali diritti di fronte alla legge, che la libertà di espressione è un sacro diritto. L’articolo 17, l’ultimo, è particolarmente interessante: proclama la proprietà un diritto sacro e inviolabile, ma con un’eccezione, le superiori necessità dello Stato.

             

 

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

I Rappresentanti del Popolo francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri [...]. In conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino.

Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Art. 2. Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imperscrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.

Art. 3. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.

Art. 4. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

Art. 5. La Legge ha il diritto di vietare sole le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

Art. 6. La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.

Art. 7. Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla Legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente; opponendo resistenza si rende colpevole.

Art. 8. La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

Art. 9. Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.

Art. 10. Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.

Art. 11. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

Art. 12. La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.

Art. 13. Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune; esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze.

Art. 14. Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata.

Art. 15. La società ha il diritto di chieder conto a ogni agente pubblico della sua amministrazione.

Art. 16. Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione.

Art. 17. La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità.

(da A. Saitta, Costituenti e costituzioni della Francia moderna, Einaudi, Torino, 1952, pp. ???)

 

La Dichiarazione suscita una vasta eco in ogni parte d’Europa: essa viene vista come un nuovo Vangelo in grado di portare alla liberazione di tutti gli uomini dal giogo dell’ineguaglianza dell’Antico regime. Tuttavia vengono presto alla luce le sue limitazioni e le sue contraddizioni. La prima, clamorosa, si ha quando i deputati della Costituente distinguono i cittadini in attivi, passivi ed elettori, smentendo la dichiarata “uguaglianza”, un rilievo già avanzato dai contemporanei e che viene particolarmente messo in risalto nella pagina seguente dallo storico Abert Soboul.

 

Albert Soboul

I principi violati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

Opera dei discepoli dei philosophes, e nelle sue apparenze formali rivolta a tutti i popoli, la Dichiarazione portava nondimeno l’impronta della borghesia. Redatta da costituenti liberali e proprietari, essa abbonda di «restrizioni, precauzioni e condizioni», che ne limitano singolarmente la portata. Lo notava Mirabeau nel numero 31 del suo «Courrier de provence»: «Una semplice Dichiarazione dei diritti dell’uomo, applicabile a tutte le età, a tutti i popoli, a tutte le latitudini morali e geografiche del globo, era certo una grande e bella idea; ma sembra che prima di pensare tanto generosamente al codice delle altre nazioni, sarebbe stato bene che le basi del nostro fossero, se non poste, almeno convenute […]. Ogni volta che l’Assemblea sta per compiere un passo nell’esposizione dei diritti dell’uomo, la vediamo turbata dall’abuso che il cittadino potrà farne; spesso, la prudenza la porta ad esagerarlo. Donde le molteplici restrizioni, le minuziose precauzioni le condizioni laboriosamente applicate a tutti gli articoli che stanno per seguire: restrizioni, precauzioni e condizioni che quasi dappertutto ai diritti sostituiscono doveri e alla libertà impacci, e che invadendo, sotto più di un aspetto, i particolari più intralcianti della legislazione, finiranno col presentare l’uomo legato dallo stato civile, anziché l’uomo libero della natura».

Spiriti utilitari quali erano, i costituenti, sotto una formulazione di portata universale, fecero opera di circostanza; legittimando le rivolte del passato contro l’autorità regia, essi intendevano premunirsi contro ogni tentativo popolare diretto contro l’ordine che venivano instaurando. Di qui le numerose contraddizioni della Dichiarazione. L’articolo 1 proclama eguali tutti gli uomini, ma subordina l’eguaglianza all’«utilità sociale»; all’articolo 6 è formalmente riconosciuta soltanto l’eguaglianza davanti all’imposta e davanti alla legge; l’ineguaglianza derivante dalla ricchezza resta intangibile. L’articolo 2 proclama che la proprietà è un diritto naturale e imprescrittibile dell’uomo; ma l’Assemblea non si cura della sterminata massa di coloro che non posseggono nulla. La libertà religiosa riceve singolari restrizioni dall’articolo 10: i culti dissidenti sono tollerati soltanto nella misura in cui «le loro manifestazioni non turbino l’ordine stabilito dalla legge»; la religione cattolica resta la religione dello Stato, e la sola che ne riceva i sussidi, dovendo i protestanti e gli ebrei contentarsi di un culto privato. Ogni cittadino può parlare, scrivere, e stampare liberamente, afferma l’articolo 11; ma vi sono determinati casi in cui la legge potrà reprimere «gli abusi di questa libertà». I giornalisti patrioti protestarono vigorosamente contro questa offesa alla libertà di stampa. «Siamo rapidamente passati dal servaggio alla libertà – scrive Loustalot nel numero 8 del giornale ‘Les Révolutions de Paris’ – e più rapidamente ancora marciamo dalla libertà al servaggio. La prima cura di coloro che aspireranno ad asservirci sarà quella di restringere la libertà di stampa, o persino di soffocarla; e sventuratamente proprio nel seno dell’Assemblea nazionale è nato il principio adulterino ‘che nessuno possa essere perseguito per le sue opinioni purché la loro manifestazione non turbi l’ordine stabilito dalla legge’. Questa condizione è come una molla che si allunga e si restringe a piacere; invano l’opinione pubblica l’ha respinta; essa servirà pur sempre a qualsiasi intrigante per conservarsi il posto che sarà riuscito a conquistare; non si potrà aprire gli occhi ai suoi concittadini su quello che costui sia stato, si ciò che ha fatto e su ciò che vuol fare senza ch’egli dica che si turba ‘l’ordine pubblico’».

Quando si trattò di rimodellare la realtà sociale della Francia, i giuristi e i loici dell’Assemblea costituente non si diedero troppo pensiero né di principi generali né di ragione universale. Costretti dal loro realismo a trattare con riguardo gli uni per contenere gli altri, non si curarono delle contraddizioni che contrassegnarono l’opera loro, convinti com’erano che servendo gli interessi della loro classe essi avrebbero salvaguardato la Rivoluzione.

I diritti civili furono concessi non senza esitazione a tutti i francesi. I protestanti vennero ammessi al diritto di cittadinanza soltanto il 24 dicembre 1789, gli ebrei del Mezzogiorno il 28 gennaio 1790 e quelli dell’Est soltanto il 27 dicembre 1791. La schiavitù, abolita in Francia il 28 settembre 1791, fu mantenuta nelle colonie: la sua abolizione avrebbe leso gli interessi dei grandi piantatori, rappresentati nell’Assemblea soprattutto dai Lameth. Anche gli uomini di colore liberi videro contestati i loro diritti politici, finché, il 24 settembre 1791, l’Assemblea costituente deliberò che tutti gli uomini di colore restassero privi dei diritti di cittadinanza. Ai lavoratori l’Assemblea costituente proibì l’associazione e lo sciopero: la legge Le Chapelier, votata il 14 giugno 1791 dopo una serie di scioperi nelle fabbriche parigine, stabilì la libertà del lavoro ma vietò agli operai di associarsi per la difesa dei propri interessi.

I diritti politici furono riservati a una minoranza. La Dichiarazione proclama che tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere alla formazione della legge; ma il 22 dicembre 1789 la Costituzione concesse il diritto di suffragio soltanto ai possidenti. I cittadini furono divisi in tre categorie.

I «cittadini passivi» erano esclusi dal diritto elettorale, in quanto esclusi dal diritto di proprietà. Secondo Sieyès, inventore di questa nomenclatura, essi avevano diritto «alla protezione della loro persona, delle loro proprietà, della loro libertà», ma non «a prendere parte attiva alla formazione dei pubblici poteri». Circa tre milioni di francesi furono così privati del diritto di voto.

I «cittadini attivi», secondo Sieyès, erano «i veri azionisti dell’impresa sociale»; essi pagavano, come minimo, un tributo diretto annuale pari al valore locale di tre giornate di lavoro, ossia da una lira e mezzo a tre. Erano più di quattro milioni e si riunivano nelle «assemblee primarie» per designare le municipalità e gli elettori.

Gli «elettori», l’uno per cento dei cittadini attivi, ossia circa 50 mila in tutta la Francia, pagavano un’imposta pari al valore locale di dieci giornate di lavoro, ossia da 5 a 10 lire tornesi; si riunivano in «assemblee elettorali» nei capoluoghi di dipartimento per designare i deputati, i giudici, i membri delle amministrazioni dipartimentali.

I deputati, infine, che formavano l’«Assemblea legislativa», dovevano possedere una proprietà fondiaria qualsiasi e pagare un’imposta di un «marco d’argento» (circa 52 lire tornesi). Con questo sistema elettorale censitario a due gradi, all’aristocrazia di nascita succedeva l’aristocrazia del denaro. Il popolo era eliminato dalla vita politica […].

Gli oppositori democratici dell’Assemblea, specialmente l’abate Grégoire e Robespierre, levarono invano le loro proteste. «Tutti i cittadini, di qualunque condizione essi siano hanno diritto di rappresentanza – dichiarò Robespierre all’Assemblea il 22 ottobre 1789 -. Nulla è più conforme alla vostra Dichiarazione dei diritti, di fronte alla quale deve scomparire ogni privilegio, ogni distinzione, ogni eccezione. La Costituzione stabilisce che la sovranità risiede nel popolo, in tutti gli individui del popolo. Ogni individuo ha pertanto diritto di concorrere alla formazione della legge cui è sottoposto e all’amministrazione della cosa pubblica che è sua, altrimenti non sarà vero che tutti gli uomini sono eguali nei diritti, che ogni uomo è un cittadino».

I giornali democratici furono più violenti. Nel numero 17 delle «Révolutions de Paris», Loustalot insorse contro questa nuova aristocrazia del denaro, stigmatizzando l’assurdità di un decreto che avrebbe escluso Jean-Jacques Rousseau dalla rappresentanza nazionale. Nell’«Ami du Peuple» del 18 novembre 1789, Marat mostrò gli effetti funesti del regime elettorale per le classi popolari, ch’egli chiamava alla resistenza: «Così, la rappresentanza diventata proporzionale all’imposta diretta consegnerà il potere nelle mani dei ricchi; e la sorte dei poveri, sempre sottomessi, sempre soggiogati e sempre oppressi, non potrà mai migliorare con mezzi pacifici. Questa è indubbiamente una prova lampante dell’influenza del denaro sulle leggi. Del resto, le leggi non hanno autorità se non in quanto i popoli accettano di sottomettervisi; e se hanno spezzato il giogo della nobiltà, essi spezzeranno anche quello dell’opulenza».

Non meno veemente Camille Desmoulins nel numero 3 delle «Révolutions de France et de Brabant»: «C’è una sola voce nella capitale, ben presto ce ne sarà una sola nelle province contro il decreto del marco d’argento. Esso ha costituito la Francia in governo aristocratico, ed è la maggior vittoria che i cattivi cittadini abbiano riportato nell’Assemblea nazionale. Per render palese tutta l’assurdità di questo decreto, basta dire che Jean-Jacques Rousseau, Corbeille, Mably non sarebbero stati eleggibili … Ma che volete dire con questo termine tanto ripetuto di ‘cittadino attivo’? I cittadini attivi sono coloro che hanno preso la Bastiglia, coloro che dissodano i campi, mentre i fannulloni del clero e della Corte, nonostante l’immensità dei loro possessi, sono soltanto piante che vegetano, simili a quell’albero del vostro Vangelo che non porta frutti e che bisogna gettare nel fuoco».

(da A. Soboul, La Rivoluzione francese, Bari, Laterza, 1966, pp. ???)

 

Il 3 settembre 1791 è approvata la prima Costituzione prodotta dalla rivoluzione. Due sono i suoi tratti distintivi. Da un lato è forte la volontà dell’Assemblea nazionale di dare un nuovo fondamento liberale alle istituzioni monarchiche; dall’altro, si nota la determinazione nell’escludere le masse popolari dalla partecipazione politica e dal processo legislativo.

In base al nuovo ordinamento costituzionale, tutti i francesi sono «cittadini» e godono dei diritti civili, che fra il 1789 e il 1791 vengono estesi anche ai protestanti e agli ebrei. Per contro, i diritti politici (il diritto di voto, l’eleggibilità) sono riconosciuto soltanto a coloro che godono di proprietà, in base all’idea liberale che chi non possieda «cose» (e quindi non paghi imposte) non abbia neppure titolo per partecipare alle decisioni sulla «cosa pubblica». I cittadini senza proprietà, che sono nella Francia dell’epoca circa 3 milioni, sono definiti «passivi» e vengono esclusi dal voto, nonché dalla Guardia nazionale, il corpo armato istituito per garantire la sicurezza interna e per concorrere alla difesa esterna. Coloro che entrano nel processo di partecipazione politica sono i cittadini «attivi». Per essere tali occorre pagare almeno una tassa equivalente a tre giornate di lavoro. In tale condizione si trovano circa 4 milioni di persone. I cittadini attivi costituiscono però solo il primo grado di partecipazione alla rappresentanza legislativa. Essi si riuniscono in «assemblee primarie» con il compito sia di eleggere la municipalità, sia di designare quegli «elettori» dalla cui scelta deriva la nomina dei deputati, dei giudici, dei membri delle amministrazioni dei dipartimenti. Per essere «elettori» occorre pagare un’imposta pari a dieci giornate di lavoro. Il loro numero è di circa 50.000 persone. Deputati, infine, possono essere eletti unicamente quanti, in possesso di una proprietà fondiaria, paghino un’imposta equivalente almeno a un marco d’argento. Si è stabilito così un sistema elettorale a suffragio ristretto, censitario, a due gradi, che perpetua l’esclusione dei poveri e la supremazia dei più agiati.

L’Assemblea legislativa incarna il potere legislativo ed è il cuore del nuovo sistema politico. Composta da 745 deputati, dura in carica due anni e non può essere sciolta dal sovrano.

A questi resta affidato il potere esecutivo; ma egli, significativamente denominato «re dei Francesi» e non più di Francia e Navarra, a indicare la dipendenza del suo potere dal popolo, è tenuto a osservare e a far osservare la legge stabilita dall’Assemblea, cioè dal potere legislativo emanato dai cittadini. Il re al di fuori dell’Assemblea può scegliere i propri ministri, che però all’Assemblea rendono conto del loro operato. Il principale potere regio è il «veto sospensivo», grazie al quale una legge può essere rinviata all’Assemblea; tuttavia il re non può esercitarlo sulle leggi finanziarie e costituzionali.

            Il completamento dell’opera dell’Assemblea in materia costituzionale è rappresentato dalla riforma amministrativa e da quella giudiziaria. Con la legge del 15 gennaio 1790 la Francia viene divisa in 83 dipartimenti, a loro volta divisi in distretti, cantoni, comuni. In campo giudiziario è totalmente abolita la venalità delle cariche. I giudici non possono più acquistare il loro ufficio, ma devono essere eletti e in possesso delle competenze necessarie. In campo penale viene introdotta la giuria. La magistratura, in omaggio alla separazione dei poteri, è resa indipendente sia dal potere legislativo – l’Assemblea – sia dal potere esecutivo – il re.

            Di grande importanza è anche la riforma fiscale, destinata a durare circa un secolo. Sono introdotti tre tipi di imposte: la principale, la «contribuzione fondiaria», colpisce la maggiore fonte di ricchezza, vale a dire il reddito derivante dalla terra; la «contribuzione mobiliare» è calcolata sul reddito ricavato dalle abitazioni; la «patente», l’imposta più nuova, grava sui profitti provenienti dal commercio e dall’industria.

            Un altro pilastro fondamentale dell’opera della Costituente è la riforma religiosa, attuata con la Costituzione civile del clero, varata il 12 luglio 1790 dopo l’incamerazione dei beni della chiesa e la soppressione del clero regolare. La legge regolamenta il clero secolare: vescovi e parroci devono essere eletti nei dipartimenti e nei distretti. Ai parroci è affidato il compito di continuare e completare l’opera politica dell’Assemblea: nella predica della domenica, i parroci non devono soltanto predicare il Vangelo, ma anche illustrare i decreti legislativi, spiegare le linee della vita politica della nazione.

            Il rifiuto di Luigi XVI di accettare la costituzione, la sua fuga verso l’estero, sulle orme di molti aristocratici già emigrati, e il ritorno a Parigi sotto scorta apre una grave crisi politica in seno alla Costituente, che il giuramento del re sulla nuova costituzione non sana. I nuovi schieramenti politici appaiono chiaramente delineati nell’Assemblea nazionale legislativa, eletta secondo il dettato della costituzione e insediata il 1° ottobre 1791. I 745 deputati che la compongono sono divisi in tre schieramenti principali: a destra 264 deputati «foglianti», favorevoli alla monarchia costituzionale e all’ordine esistente; al centro 345 deputati, la «palude», di incerto orientamento politico; a sinistra 136 deputati divisi fra «girondini» e «giacobini», favorevoli a un allargamento del voto fino a giungere – a parere di alcuni – fino al suffragio universale.

            Sull’Assemblea nazionale grava la minaccia dell’attacco militare straniero, a causa delle pressioni in questo senso esercitate sia dalla corona, desiderosa di ristabilire lo status ante, sia dai girondini, nell’intento di stabilizzare il nuovo regime. Invano, Maximilien Robespierre, animatore dei club giacobini e delle 48 sezioni della nuova formazione politica, mette in guardia contro i pericoli interni che un conflitto può generare. Il 20 aprile 1792 la Francia, guidata da un governo girondino, dichiara guerra all’Austria. L’11 luglio l’Assemblea legislativa dichiara la nazione in pericolo. Il 25 luglio il generale prussiano emette un proclama nel quale si minaccia Parigi di distruzione nel caso un cui i rivoluzionari non rispettino la persona del re e la sua famiglia. Agli occhi dell’opinione pubblica ciò diviene la prova del fatto che il sovrano si fa scudo con le armi straniere nel suo stesso paese, minacciando di distruggerlo. Il 10 agosto le sezioni giacobine insorgono. L’Assemblea legislativa, dietro pressione della folla, sospende il re dalle sue funzioni, nomina un Consiglio esecutivo provvisorio, convoca le elezioni di una Convenzione a suffragio universale e riconosce il Comune insurrezionale di Parigi, una struttura formata da 288 membri – fra i quali Robespierre – che sostituisce il municipio di Parigi e che diviene il vero arbitro della vita della nazione sino all’insediamento della Convenzione.

            L’andamento sfavorevole della guerra e la notizia dell’assedio di Verdun, a pochi chilometri da Parigi, spingono il Comune a incoraggiare il reclutamento e a comminare severissime punizioni a quanti siano additati come «traditori della patria», processati sommariamente nei «tribunali popolari». Vengono uccise più di mille persone.

            La mobilitazione popolare, realizzata in un clima politico favorevole ai bisogni delle masse che possono disporre dei prodotti di prima necessità a prezzi calmierati, non tarda a dare i suoi effetti: il 20 settembre 1792 a Valmy le truppe francesi sconfiggono l’esercito prussiano.

Nello stesso giorno, a Parigi, si insedia la Convenzione, eletta a suffragio universale maschile, che ha il compito di dare alla Francia una nuova Costituzione, in armonia con le diffuse aspirazioni alla democrazia. I 749 deputati che la compongono sono divisi in tre principali aggregazioni. A destra siedono i girondini – circa 200 –, repubblicani e ostili al radicalismo sociale, promotori dei principi di libertà economica, che hanno in Georges Danton il loro maggiore esponente; a sinistra stanno gli esponenti più radicali, i montagnardi – circa 100 –, sensibili alle necessità degli strati popolari, il cui portavoce è Robespierre. AL centro sta il maggiore raggruppamento della Convenzione, la Pianura o Palude, i cui appartenenti appoggiano di volta in volta l’uno o l’altro degli schieramenti. L’inizio dei lavori della Convenzione vede il predominio dei girondini. I primi provvedimenti, pertanto, rispecchiano le loro aspirazioni. Viene ristabilita la libertà economica e vengono abolite le misure speciali contro i sospetti di antipatriottismo. Il 21 settembre 1792 la monarchia è abolita; il 25 settembre viene proclamata la repubblica «una e indivisibile».

Ben presto il contrasto fra Gironda e Montagna esplode in tutta la sua violenza. Dopo la proclamazione della repubblica, il re e la famiglia reale in prigione, sono in attesa di processo. Danton vorrebbe rinviarlo, nel timore che la condanna del sovrano crei un forte disordine politico; la scoperta di documentazione compromettente induce la Convenzione ad affrettare i tempi, sostenendo così le posizioni di Robespierre. Il processo ha inizio l’11 settembre e si conclude il 14 gennaio con la condanna a morte, votata a maggioranza. Dinanzi a una folla immensa, il 21 gennaio 1793, Luigi XVI viene ghigliottinato. Come è stato sottolineato da molti storici, non è solo un uomo a morire, ma un’istituzione. Anche se vent’anni più tardi la monarchia sarà ripristinata, nulla riuscirà a riportare in vita la mistica della regalità sacra.

Le vittorie militari della Francia repubblicana, che dopo Valmy passa al contrattacco, inducono le più grandi potenze europee, prima fra tutte l’Inghilterra, a formare un coalizione antifrancese. Al nemico esterno, nella primavera del 1792, si affianca un nemico interno: la Vandea controrivoluzionaria in rivolta. Della difficile situazione sono ritenuti responsabili i girondini. La Convenzione, dove il gruppo più influente diviene quello montagnardo, vara quindi in successione delle misure estremamente restrittive delle libertà personali. Il 10 marzo viene istituito un «tribunale rivoluzionario» contro i nemici della rivoluzione; il 19 si stabilisce di comminare la confisca dei beni e la pena di morte ai controrivoluzionari vandeani; il 21 marzo vengono fondati comitati di vigilanza rivoluzionaria per sorvegliare i sospetti; fra il 5 e il 6 marzo viene istituito il Comitato di salute pubblica, un organo di governo dotato di poteri eccezionali. Si tratta di un vero proprio attacco che i montagnardi sferrano contro i girondini, che vengono politicamente sconfitti.

A partire dal giugno del 1793 i montagnardi governano la Francia. Il 24 dello stesso mese viene approvata una nuova Costituzione, ratificata da un plebiscito popolare, che sancisce il suffragio universale maschile. Il testo non ha però applicazione, in quanto la medesima Convenzione stabilisce di mantenere un governo provvisorio fino alla fine della guerra. La costituzione è preceduta da una nuova Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che accoglie le spinte egualitarie emerse durante gli ultimi anni di confronto politico: essa sancisce l’obbligo da parte della società di garantire a tutti i mezzi di sussistenza (art. 21), il diritto all’istruzione (art. 22) e il diritto del popolo all’insurrezione quando il governo violi i diritti del popolo stesso (art. 35).

 

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

Il popolo francese, convinto che l’oblio e il disprezzo dei diritti naturali dell’uomo sono le sole cause delle sventure del mondo, ha risoluto di esporre, in una dichiarazione solenne, i suoi diritti sacri e inalienabili, affinché tutti i cittadini, potendo continuamente paragonare gli atti del governo con lo scopo di ogni istituzione sociale, non si lascino mai opprimere ed avvilire dalla tirannide; affinché il popolo abbia sempre dinanzi agli occhi i fondamenti della sua libertà, il magistrato la regola dei suoi doveri, il legislatore l’oggetto della sua missione.

Art. 1. Lo scopo della società è il bene comune.

Il governo è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili.

Art. 2. Questi diritti sono: l’eguaglianza, la libertà, la sicurezza, la proprietà.           

Art. 3. Tutti gli uomini sono eguali per natura e di fronte alla legge.

Art. 4. La legge è l’espressione libera e solenne della volontà generale; essa è eguale per tutti, sia per protegga, sia che punisca; essa può ordinare solo ciò che è giusto e utile alla società; può proibire soltanto ciò che le è nocivo.

[...]

Art. 16. Il diritto di proprietà è quel diritto, spettante ad ogni cittadino, di godere e di disporre a suo piacimento dei suoi beni, delle sue rendite, frutto del suo lavoro e della sua attività.

[...]

Art. 21. I soccorsi pubblici sono un debito sacro. La società deve provvedere alla sussistenza dei cittadini bisognosi, sia procurando loro lavoro, sia assicurando i mezzi d’esistenza a chi non è in grado di lavorare.

Art. 22. L’istruzione è un bisogno di tutti. La società deve favorire con tutto il suo potere il progresso della ragione pubblica, e mettere l’istruzione alla portata di tutti i cittadini.

[...]

Art. 25. La sovranità risiede nel popolo. Essa è una, indivisibile, imprescrittibile ed inalienabile.

[...]

Art. 27. Ogni individuo che usurpi la sovranità sia immediatamente messo a morte dagli uomini liberi.

Art. 28. Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e mutare la sua costituzione; una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future.

[...]

Art. 35. Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere.

(da A. Lepre-G. Villani, Economia e popolo nella Rivoluzione francese, D’Anna, Firenze, 1973, pp. ???)

 

La situazione particolarmente critica in cui versa la Francia comporta che il Comitato di salute pubblica cominci a instaurare una vera e propria dittatura, di cui Robespierre è l’anima politica. L’era repubblicana, che è iniziata dal 22 settembre 1792, introducendo un nuovo calendario (si cambiano i nomi dei mesi), appare subito caratterizzata dal cosiddetto regime del Terrore: il cittadino non appare più garantito da un ordinamento legislativo coerente e appare potenzialmente esposto a ogni tipo di sopruso, grazie anche a due provvedimenti particolari, la legge del 23 ventoso e la legge del 22 pratile 1794. Il Terrore causa la morte di circa 50.000 persone e costituisce uno dei tratti salienti della dittatura giacobina.

 

La legge del 23 ventoso

Sono dichiarati traditori della patria e saranno puniti come tali quelli che saranno riconosciuti colpevoli di avere, in qualsiasi modo, favorito nella repubblica il piano di corruzione dei cittadini, la sovversione dei poteri e dello spirito pubblico, d’aver creato dell’inquietudine per impedire l’arrivo delle derrate a Parigi, d’aver dato asilo agli emigrati, quelli che avranno introdotto delle derrate a Parigi al fine di assassinare il popolo e la libertà; quelli che avranno tentato di indebolire o di alterare la forma del governo repubblicano.

La Convenzione nazionale essendo investita dal popolo francese dell’autorità nazionale, chiunque usurpi il suo potere, chiunque attenti alla sua sicurezza o alla sua dignità, direttamente o indirettamente è nemico del popolo e sarà condannato a morte.

La resistenza al governo rivoluzionario e repubblicano di cui la Convenzione nazionale è il centro, è un attentato contro la libertà pubblica; chiunque se ne rende colpevole, chiunque tenterà, con qualsiasi atto di avvilirla, di distruggerla o d’intralciarla, sarà condannato a morte.

(da Documenti storici. II L’età moderna, a cura di R. Romeo - G. Talamo, Torino, Loescher, 1989, pp. ???)

 

 

La legge del 22 pratile

Art. 4. Il Tribunale rivoluzionario è istituito per punire i nemici del popolo.

Art. 5. I nemici del popolo sono quelli che cercano di annientare la libertà pubblica, sia con la forza, sia con l’astuzia.

Art. 6. Sono considerati nemici del popolo quelli che avranno provocato il ristabilimento della monarchia, o cercato di esautorare o dissolvere la Convenzione nazionale e il governo rivoluzionario e repubblicano si cui essa è il centro;

quelli che avranno tradito la repubblica al comando delle piazzeforti o degli eserciti o in qualsiasi altra funzione militare, stabilito degli accordi con i nemici della repubblica, lavorato a far mancare gli approvvigionamenti o i servizi delle armate;

quelli che avranno cercato di impedire gli approvvigionamenti di Parigi o di provocare penuria di viveri nella repubblica;

quelli che avranno assecondato i progetti dei nemici della Francia, sia favorendo la fuga e l’impunità dei cospiratori e dell’aristocrazia, sia calunniando il patriottismo, sia corrompendo i mandatari del popolo, sia abusando dei principi della rivoluzione, delle leggi o delle misure del governo per mezzo di applicazioni false e perfide;

quelli che avranno ingannato il popolo, o i rappresentanti del popolo, per indurli a passi contrari agli interessi della libertà;

quelli che avranno cercato di ispirare lo scoraggiamento per favorire le azioni dei tiranni collegati contro la repubblica;

quelli che avranno diffuso notizie false per dividere o turbare il popolo;

quelli che avranno cercato di traviare l’opinione e impedire l’istruzione del popolo, depravare i costumi e corrompere la coscienza pubblica e alterare la forza e la purezza dei princípi rivoluzionari e repubblicani o di arrestarne i progressi, sia per mezzo di scritti controrivoluzionari o insidiosi, sia per mezzo di qualsiasi altra macchinazione [...].

Art. 7. La pena prevista per tutti i delitti di competenza del Tribunale rivoluzionario è la morte.

[...]

Art. 13. Se esistono prove sia materiali, sia morali, indipendentemente dalla prova testimoniale, non saranno intesi testimoni, a mano che questa formalità non sembri necessaria o per scoprire dei complici o per altre considerazioni maggiori d’interesse pubblico.

[...]

Art. 16. La legge dà per difensori ai patrioti calunniati dei giurati patrioti: non ne accorda ai cospiratori.

(da A. Saitta, Il cammino umano, II, La Nuova Italia, Firenze, 1961)

 

            Il 10 giugno ha inizio, su ordine di Robespierre, il «Grande Terrore»: chiunque può essere giustiziato semplicemente sulla base di sospetti. Mentre all’interno della Francia in poco più di un mese cadono più di un migliaio di teste, le armate francesi risultano vittoriose. Il 26 giugno a Fleurus l’esercito austriaco viene sconfitto. Un mese dopo, il 27 luglio (9 termidoro) Robespierre viene arrestato, poiché tutti i suoi oppositori si sono alleati per decretarne la fine. Il 28 luglio 1794 viene ghigliottinato con gli altri capi giacobini senza essere sottoposto a processo. Si apre una nuova fase della vita politica francese, passata alla storia con il nome di Termidoro.

            Nell’agosto 1795 la Convenzione approva il testo della Costituzione dell’anno III. Come la Costituzione democratica del 1793 è stata l’espressione del giacobinismo, così questa è l’espressione della svolta antigiacobina e moderata. I termidoriani con la nuova Costituzione intendono affermare una concezione dello Stato fondata sul connubio fra liberalismo e interessi sociali dei gruppi possidenti e imprenditoriali. Viene difeso l’ordinamento repubblicano, ma è respinto il suffragio universale, il diritto all’insurrezione, l’uguaglianza sociale, la concentrazione dittatoriale dei poteri. I cardini del documento sono costituiti dal suffragio ristretto e segreto, l’eguaglianza degli individui di fronte alla legge e la netta separazione dei poteri. Vi è una forte insistenza sui diritti di proprietà, con uno spirito che intende ribadire l’inviolabilità e la libertà di movimento.

            Possono votare come «cittadini attivi» tutti coloro che pagano un qualsiasi tributo e hanno superato i 21 anni. Costoro nominano gli «elettori», i quali devono avere almeno 25 anni e pagare una notevole imposta (risultano 30.000 nel paese). Gli elettori scelgono i membri del corpo legislativo. Esso è diviso in due parti: il Consiglio degli Anziani (250 membri oltre i 40 anni) e il Consiglio dei Cinquecento (età oltre i 30 anni). La divisione fra due Consigli deve impedire la concentrazione dei poteri in un’unica assemblea. Spetta ai Cinquecento di proporre le leggi e agli Anziani di approvarle in maniera definitiva. Il potere esecutivo è affidato a un Direttorio composto da 5 membri, nominato dagli Anziani sulla base di una lista di 50 nomi proposti dai Cinquecento. Il Direttorio designa i ministri, che rispondono ad esso.

            La Costituzione dell’anno III intende esorcizzare i bruschi cambiamenti di opinione politica della base elettorale, che comportano altrettanto bruschi cambiamenti degli organi istituzionali, nel timore di una forte affermazione del movimento monarchico. E quindi afferma il criterio del rinnovamento graduale del corpo legislativo e del potere esecutivo. Viene stabilito che ogni anno viene sostituito un deputato su tre e un componente del Direttorio su cinque.

            Il Direttorio ha però una base politica estremamente fragile. Da un lato non ha l’appoggio dei monarchici in netta ascesa, dall’altro non può contare su quello degli strati popolari. Questa intrinseca fragilità è aggravata da una situazione economica complessiva estremamente critica, che conduce intere fasce della popolazione alla miseria più nera. In questa situazione, fa il suo ingresso nella storia della rivoluzione una corrente di radicali di tipo nuovo, i quali sostengono che occorre una rivoluzione sociale in grado di abolire la proprietà. A capo del movimento è François Babeuf. Secondo Babeuf il diritto di proprietà non è affatto un «diritto naturale», bensì il prodotto dei vizi e dell’avidità. Abolita la proprietà, si può stabilire una comunione di beni, produrre per il fine della felicità comune, mettere insieme i prodotti e distribuirli in maniera egualitaria. Il testo ideologico più celebre dei nuovi radicali, i «comunisti», è il Manifesto degli Eguali, stilato nel 1797 da uno dei compagni di Babeuf.

 

Il Manifesto degli Uguali

La Rivoluzione francese non è che la avanguardia di un’altra rivoluzione più grande, più solenne: l’ultima rivoluzione.

Il popolo ha marciato sui corpi dei re e dei potenti coalizzati contro di lui: così accadrà dei nuovi tiranni, assisi al posto dei vecchi.

Di che necessitiamo, oltre all’uguaglianza di diritti?

Noi non abbiamo soltanto bisogno di questa uguaglianza, quale risulta dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: la vogliamo in mezzo a noi, sotto il tetto delle nostre case. Siamo disposti a tutto, a far tabula rasa per conservar essa sola. Periscano, se necessario, tutte le arti, purché ci resti l’eguaglianza reale […].

La legge agraria o la divisione delle terre fu l’aspirazione momentanea di alcuni soldati senza principi, di alcune popolazioni spinte dal loro istinto più che dalla ragione. Noi miriamo a qualcosa di più sublime e di più equo, il bene comune, o la comunità dei beni! Non più proprietà privata della terra: la terra non è di nessuno. Noi reclamiamo, vogliamo il godimento comune dei frutti della terra: i frutti appartengono a tutti.

Dichiariamo di non poter ulteriormente permettere che la grande maggioranza degli uomini lavori e sudi al servizio e per il piacere di una piccola minoranza.

Da troppo tempo meno di un milione di individui ha a propria disposizione quanto appartiene a più di venti milioni di loro simili, di loro eguali.

Abbia infine termine questo grande scandalo, cui i nostri nipoti non vorranno prestar fede! Sparite, infine, disgustose distinzioni fra ricchi e poveri, fra grandi e piccoli, fra padroni e servi, fra governanti e governati.

Tra gli uomini non vi sia più altra differenza che quella data dall’età e dal sesso. Giacché tutti hanno i medesimi bisogni e le medesime facoltà, non ci sia dunque più per essi che una sola educazione, che un solo nutrimento. Tutti si accontentano di un unico sole e di una sola aria: perché le stesse qualità e quantità di alimenti non dovrebbero bastare a ciascuno di essi? […]

Popolo di Francia!

[…] Mai disegno più vasto è stato concepito e posto in esecuzione. Di quando in quando alcuni uomini d’ingegno, alcuni saggi, ne hanno parlato con voce bassa e tremante. Nessuno di essi ha avuto il coraggio di dire l’intera verità.

Il momento delle grandi misure è giunto. Il male è al colmo: copre la faccia della terra. Il caos, sotto il nome di politica, regna su di essa da troppi secoli. Che tutto rientri nell’ordine e riprenda il suo posto. All’appello dell’uguaglianza, gli elementi della giustizia e della felicità si organizzino. È giunto il momento di fondare la Repubblica degli uguali, questo grande rifugio aperto a tutti gli uomini. Sono giunti i giorni della restituzione generale. Famiglie sofferenti, venite a sedervi alla tavola comune eretta dalla natura per tutti i suoi figli.

Popolo di Francia!

A te era dunque riservata la più splendente di tutte le glorie! Sì, tu, per primo, offrirai al mondo questo commovente spettacolo [...].

Apri gli occhi e il cuore di fronte alla pienezza della felicità: riconosci e proclama con noi la Repubblica degli uguali.

(da G.M. Bravo, Il pensiero socialista, Roma, Editori riuniti, 1971, pp. ???)

 

            Nella primavera del 1796 Babeuf e i suoi seguaci costituiscono una Comitato insurrezionale per ribellarsi all’ordine esistente. Ma la congiura viene scoperta e Babeuf è ghigliottinato. L’episodio ha come conseguenza di far avanzare le forze controrivoluzionarie. Le elezioni che si tengono nel 1797 per il rinnovo di un terzo dei deputati vedono un’affermazione dei monarchici. Di fronte a ciò, il Direttorio, timoroso di una restaurazione dell’Antico regime, si dimostra favorevole a un colpo di stato militare, al tempo stesso antimonarchico e antiparlamentare. Nella notte fra il 3 e il 4 settembre, l’esercito occupa Parigi. Il colpo di Stato del 18 fruttidoro chiude la nuova stagione liberale della Rivoluzione, aprendo una nuova stagione della quale sarà indiscusso protagonista Napoleone Bonaparte.

Si tratta delle arbitrarie contribuzioni imposte dai signori feudali agli abitanti di un villaggio ricadente sotto la loro giurisdizione. Dal francese ban, bando, ordine del signore.

 

Rivoluzione francese

 

  •  

    La situazione in Francia prima della Rivoluzione:

     l Nel corso degli anni Ottanta del 700 i controllori delle finanze di Luigi XVI furono costretti ad avanzare proposte di riforma, tutte volte a diminuire i privilegi fiscali di cui godevano l' aristocrazia e il clero.

    Così l'inizio della rivoluzione francese, definito "fase nobiliare", si presentò come resistenza di tutti i ceti interessati al mantenimento delle "libertà" contro misure volute dal "dispotismo ministeriale".

    Alla protesta dei parlamentari, dell'aristocrazia e del clero si unì il sostegno dell'opinione pubblica e soprattutto quello della popolazione che non protestava per salvaguardare i privilegi altrui, ma per esprimere il loro dissenso verso l' organizzazione sociale che faceva pesare loro sempre di più le tasse e gli aumenti di prezzi.

     

    l In questa situazione la soluzione migliore per tutti sembrò la convocazione degli Stati Generali, un'assemblea che rappresentava la società francese nel suo complesso. Le varie parti in causa avevano aspettative molto diverse: il re e la corte pensavano di ottenere l'approvazione delle riforme fiscali; i ceti privilegiati volevano attraverso di essi ribadire il loro potere di interdizione sulle decisioni della Corona; la borghesia credeva di poter avviare così una riforma in senso liberale delle istituzioni; infine il popolo sperava di trovare ascolto per la propria protesta.

    Probabilmente il fatto che questa assemblea non era stata più riunita da 175 anni e che quindi i suoi compiti erano per lo più ignorati spiega come potesse esistere questa molteplicità di aspettative.

    Ma nacquero subito diversi problemi; infatti il Terzo Stato richiesero subito due condizioni: 1) il numero dei loro rappresentanti doveva essere raddoppiato rispetto a quello degli altri due ordini e 2) la futura Assemblea doveva funzionare come un organismo unitario, conteggiando i voti dei singoli deputati. Quest'ultima richiesta era di notevole valore, poiché in precedenza si aveva sempre considerato i voti per ogni ordine, così che i ceti privilegiati vincevano sempre sul Terzo Stato che si ritrovava da solo. Inoltre rifiutare il voto "per ordine" significava abbandonare la tradizionale concezione della società come organismo tripartito, sostituendo ad essa quella di una società intesa come insieme di cittadini.

    Il Controllore delle Finanze, che era da poco ritornato ad essere Necker, accettò di aumentare il numero dei deputati del Terzo Stato, ma lasciò in sospeso la questione del voto per testa.

    A questo punto il conflitto tra l' aristocrazia e il clero, da un lato, e il Terzo Stato dall'altro si fece più esplicito.

    Ben presto si tennero le elezioni per la scelta dei deputati agli Stati Generali. E' importante ricordare che i rappresentanti del basso clero risultarono pochissimi, mentre quelli del popolo appartenevano tutti ai ceti medi e superiori.

    Queste persone dovevano raccogliere in un quaderno tutte le loro rimostranze che, sebbene con motivazioni differenti, condannavano l'assolutismo.

     

    L' Assemblea Nazionale Costituente e la I Costituzione (1789-1791):

    l La prima seduta fu aperta il 5 maggio 1789, ma fino al 10 giugno la situazione rimase incerta, finchè il Terzo Stato invitò gli altri due ordini a riunirsi in una seduta comune e annunciò che avrebbe comunque dato inizio ai lavori, procedendo alla verifica dei mandati di tutti i deputati, compresi quelli del clero e della nobiltà. Alcuni ecclesiastici si unirono ad esso.

    Il 17 giugno i deputati del Terzo Stato, in qualità di rappresentanti del 96% della nazione, si dichiararono Assemblea Nazionale.

    Parte del clero si ricongiunse con questi, ma i rimanenti e l'aristocrazia decisero di non cedere e chiesero aiuto al re.

    Così il 20 giugno i deputati dell' Assemblea Nazionale trovarono le porte della sala delle riunioni chiuse. Si trasferirono in una palestra per la pallacorda dove giurarono di non separarsi fintanto che non fosse stata elaborata la nuova Costituzione francese. Dopodiché si proclamò Assemblea Nazionale Costituente.

    Di fronte a tanta determinazione, il re invitò la restante parte del clero e della nobiltà a ricongiungersi con gli altri.

     

    l La popolazione era in fermento sia per le voci che provenivano da Versailles, sia per i continui aumenti dei prezzi e per altri fatti, tanto che alla notizia che il re aveva licenziato Necker, i Parigini corsero alle armi. La mattina del 14 luglio 1789 si ritrovarono tutti davanti alla prigione-fortezza della Bastiglia, non si sa bene per quale motivo, forse per prendere altre armi o forse per liberare i prigionieri, e durante le trattative con le guardie furono sparati alcuni colpi sulla folla. La fortezza fu assalita: la guarnigione fu massacrata e anche tra la folla si contarono numerose vittime.

    Dopo questa giornata Parigi restò sotto il controllo di una municipalità formata dai delegati che avevano scelto i deputati per gli Stati Generali. La Fayette fu messo a capo della milizia cittadina, grazie alla sua fama per aver combattuto in America.

    Il 17 luglio re Luigi andò in città, riconobbe la nuova municipalità e addirittura accettò la coccarda tricolore che univa il bianco dei Borboni ai tipici colori parigini, il rosso e il blu.

    Dopo i fatti di Parigi la rivoluzione municipale si estese a tutte le province.

    Anche nelle campagne imperversava la rivolta. A seguito di alcune voci che davano per imminente l'arrivo di briganti, i contadini si armarono e accerchiarono i castelli dei loro signori invocando l'abolizione della servitù. L'Assemblea Nazionale Costituente votò in fretta la fine dell' ancient régime, e quindi di tutti quei diritti signorili che implicavano servitù personali.

    Questa fine fu sancita il 26 agosto 1789 dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. In essa si dichiarava: -il riconoscimento dei diritti naturali dell'uomo(la libertà, la                                                             proprietà, la sicurezza, la resistenza all'oppressione);

                                                -l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge;

                                                -la garanzia di essere giudicati da tribunali regolari;

                                                -la libertà di coscienza, di espressione e di associazione;

                                                -la divisione dei poteri.

    Questa volontà di tenere sotto un controllo più accurato l'evolversi della situazione politica fu all'origine della marcia popolare su Versailles, quando una folla composta anche da donne armate di picche, penetrò nelle stanze reali, uccise alcune guardie del corpo e costrinse il re e la regina a trasferirsi a Parigi. La sera stessa Luigi XVI, sua moglie Maria Antonietta e anche l'Assemblea Nazionale Costituente raggiunsero la capitale.

    Questo fatto fu molto rilevante in quanto il re aveva subìto l'intimidazione della folla e da questo momento sia lui che l'Assemblea avrebbero dovuto tenere conto del popolo di Parigi. La rivoluzione stava uscendo dall'alveo moderato.

     

    l All'interno dell'Assemblea non vi erano partiti politici ben definiti, ma nel corso delle discussioni si vennero delineando degli schieramenti ben precisi. Gli aristocratici e l'alto clero erano su posizioni più conservatrici, mentre la maggioranza dell'Assemblea era costituita da  deputati che auspicavano la collaborazione tra il re e i rappresentanti della nazione.

    Al di fuori dell'Assemblea i deputati si ritrovavano per discutere di politica con i loro sostenitori nei clubs. Il più importante era quello dei Giacobini, che cominciò a tessere fitti rapporti con altri clubs affiliati che si formavano nelle province. Da questo club si staccarono il club dei Cordiglieri e il club dei Foglianti, l'uno di impronta popolare, l'altro moderata.

     

    l Anche se per il momento prevaleva lo spirito di concordia, i problemi non mancavano. Così, ad esempio, per risolvere il problema finanziario il vescovo Talleyrand propose di nazionalizzare tutti i beni ecclesiastici.

    Il modo di pagamento scelto dall'Assemblea per non immettere sul mercato un quantitativo così ingente di terre escluse però i contadini più poveri, a vantaggio sopratutto dei borghesi di città.

     

    l Contemporaneamente si assistì ad una riforma del clero. Innanzitutto furono aboliti i voti perpetui, poi furono soppressi tutti quegli Ordini religiosi che non svolgevano attività  socialmente utili, furono eliminate le discriminazioni contro gli Ebrei e furono restituiti i beni confiscati ai Protestanti dopo l'abolizione dell'editto di Nantes.

    Per il clero secolare fu preparata la cosiddetta Costituzione Civile: l'organizzazione ecclesiastica veniva semplificata, con la soppressione di migliaia di parrocchie; inoltre i vescovi ed i curati, come tutti coloro che svolgevano mansioni pubbliche, dovevano essere eletti. Il trattamento economico previsto per il clero era generoso.

    L'Assemblea costrinse gli ecclesiastici a prestare un giuramento, ma gran parte di essi rifiutarono. Così si procedette a nuove elezioni per sostituire coloro che non avevano giurato fedeltà. Ma la situazioni si aggravò quando Pio VI condannò il decreto dell'Assemblea: il conflitto religioso metteva a disposizione del partito aristocratico forze nuove, mentre alcuni sostenitori della rivoluzione erano portati ad adottare atteggiamenti sempre più ostili al cattolicesimo.

     

    l Nel frattempo l'Assemblea aveva elaborato la nuova Costituzione, che venne presentata nel 1791. Per quel che concerne l'ordinamento dello Stato, essa si rifaceva alla divisione dei poteri di Montesquieu. Così il potere legislativo fu attribuito ad una sola camera eletta per due anni, mentre il re mantenne il potere esecutivo e la facoltà di scegliere e revocare i ministri, gli ambasciatori, i comandanti militari.

    La legge elettorale invece fu fissata su basi censitarie: a seconda di quanto si pagava, si poteva essere cittadini attivi, elettori o deputati.

    Per quel che riguarda l'ordinamento amministrativo, la Francia fu divisa in 83 dipartimenti, divisi a loro volta in comuni e cantoni retti da amministratori elettivi in carica per due anni.

    Parigi invece fu divisa in 48 quartieri o sezioni di base e ciascuna di esse era "governata" da un comitato elettivo.

    Questo nuovo aspetto della Francia che rifiutava l'assolutismo però, presentava diversi pericoli, poiché lasciava troppa autonomia ai poteri locali in un contesto politico ancora instabile.

    La nuova Costituzione del 1791 candidava a ruolo dirigente la borghesia.

     

    l Sempre nel 1791, il re tentò di fuggire dalla Francia. In verità erano mesi che alcuni cortigiani e la regina tentavano di persuaderlo a  riparare all'estero, ma Luigi aveva sempre rifiutato. Intanto teneva contatti con alcuni deputati dell'Assemblea, come Mirabeau, riproponendosi di annullare o modificare alcuni atti che al momento era costretto ad approvare.

    Ma l'improvvisa morte di Mirabeau e l'acuirsi delle tensioni religiose lo indussero alla fuga, che però fallì.

    Dopo questo fallimento si ebbero degli scontri tra i moderati, che invitavano a firmare al più presto un altro accordo con il re, e i militanti dei clubs e delle sezioni popolari, che manifestarono al Campo di Marte chiedendo la destituzione del re. In queste condizioni si ebbe la ratifica della Costituzione. Dopodichè l'Assemblea Nazionale Costituente si sciolse e lasciò il posto all'Assemblea Nazionale Legislativa.

     

    L' Assemblea Legislativa e la guerra (1791-1792):

    l L'Assemblea Costituente aveva deliberato che i suoi membri non potessero essere rieletti nella nuova Assemblea Legislativa.

    La nuova Assemblea era formata da molti membri del club dei Foglianti, i quali sostenevano che la fase rivoluzionaria era chiusa: ora bisognava solamente far funzionare i nuovi ordinamenti previsti dalla Costituzione.

    Un'altra parte era costituita dai Girondini che esprimevano interessi medio-borghesi, erano liberali in politica e liberisti in economia, contrari a violenti sommovimenti che mettessero a repentaglio la proprietà privata.

    L'ultima pattuglia di deputati era formata da coloro che erano di netta ispirazione popolare, in contatto con il club dei Cordiglieri.

    Parallelamente all'Assemblea i clubs stavano prendendo sempre più peso politico.

    Molto presto la nuova Assemblea dovette affrontare gravi problemi interni, ma quello più grave veniva dall'esterno: tutti quelli che avevano lasciato la Francia infatti, soprattutto nobili, facevano propaganda per un intervento armato controrivoluzionario. E già Austria e Prussia avevano minacciato di attaccare la nazione se non si fosse ristabilito al più presto un governo "conveniente ai diritti dei sovrani". Questo atteggiamento si capisce sopratutto per la paura che c'era che le idee rivoluzionarie attecchissero fuori dei confini francesi.

     

    l A queste minacce di guerra rispondeva una coalizione di forze politiche favorevoli alla guerra. I moderati erano favorevoli poichè pensavano così di arginare le forze tendenzialmente rivoluzionarie e repubblicane; i Girondini erano convinti che l'impegno militare avrebbe restituito alla Francia la coesione politica, avrebbe reso operante l'idea della sovranità nazionale e avrebbe avviato un generale processo di liberazione dei popoli; infine, anche il re Luigi XVI era favorevole, pensando di poter riavere le proprie prerogative monarchiche in caso di sconfitta francese.

    Ma c'era anche una parte minoritaria che non voleva la guerra e a capo di essa c'era Robespierre che riteneva la nazione troppo debole internamente per affrontare un impegno militare contro altre nazioni.

    Nel 1792 l'Assemblea Legislativa votò quasi all'unanimità per la guerra. Ma l'esercito francese, disorganizzato, carente di mezzi e comandato da ufficiali aristocratici pronti a passare al fronte avverso, subì pesanti sconfitte.

    Il nemico stava per entrare a Parigi e l'Assemblea ordinò di richiamare uomini dalle province, ma il re rifiutò, così da aumentare le richieste di una sua sospensione dal trono.

    un ruolo sempre maggiore acquistavano i sanculotti parigini che davano vita a rivendicazioni politiche e sociali sempre più radicali e che erano già sfociate in tumulti. Per di più si stava pericolosamente diffondendo l'abitudine a prendere le armi.

    Quando poi le truppe austro-prussiane minacciarono ritorsioni sui parigini se avessero fatto del male alla famiglia reale, il popolo si mosse: migliaia di sanculotti e federati esautorarono la municipalità sostituendola con una nuova Comune formata da delegati scelti nelle assemblee popolari di sezione. Subito dopo, gli insorti si diressero verso le Tuileries: il re si mise in salvo rifugiandosi presso l'Assemblea Nazionale. Alla fine gli insorti rimasero padroni della città. Su richiesta della Comune il re fu dichiarato decaduto e venne rinchiuso con i familiari nella prigione del Tempio. Fu decisa la convocazione di una nuova Assemblea, la Convenzione, che avrebbe dovuto pronunciarsi sulla sorte del re e dare alla Francia una nuova Costituzione, repubblicana e popolare.

    La giornata del 10 agosto 1792 ebbe un'importanza cruciale. Con essa si formò un nuovo potere, quello della Comune di Parigi, che aveva come titolo di legittimità esclusivamente la forza. La rivoluzione passava di mano, dai notabili e dagli uomini di legge, agli artigiani e ai militanti delle sezioni.

     

    La Convenzione e la proclamazione della repubblica (1792-1794):

    l Le notizie dal fronte davano il nemico sempre più vicino alla capitale, così che l'ipotesi di un complotto contro la rivoluzione prese sempre più campo: la Comune ottenne la creazione di un tribunale speciale per giudicare i sospetti di tradimento. Così si arrivò ai massacri di settembre che non fecero altro che allontanare sempre di più i favori di cui avevano goduto le idee rivoluzionarie fino a quel momento.

    Ed in questo clima si svolsero le elezioni per la Convenzione; a suffragio pressochè universale maschile e col sistema dei turni plurimi, il numero dei votanti risultò ridotto, visto le norme, come ad esempio il voto espresso pubblicamente, adottate.

    I deputati della Convenzione erano divisi in: Girondini, Montagnardi e la cosidetta Palude.

    I primi erano formati in maggioranza dai deputati delle province che erano favorevoli ad un ordinamento politico decentrato. Erano legati agli interessi di imprenditori e commercianti ed erano contrari al dirigismo economico e alla tassazione reclamata dai sanculotti.

    Ad essi si opponeva la Montagna che rappresentava in modo più marcato gli interessi della borghesia medio-piccola e dei sanculotti. Erano a favore del centralismo amministrativo e dell'intervento statale in materia economica. Inoltre inclinavano verso una democrazia assembleare e diretta di tipo rousseauiano.

    La maggioranza della Convenzione che fu detta "Palude" si schierava ora con i Girondini, ora con i Montagnardi.

     

    l Sin dalla prima seduta del 21 settembre, i deputati della Convenzione dichiararono decaduta la monarchia e proclamarono la repubblica.

    Il compito della Convenzione era di stilare una nuova Costituzione e nel frattempo di decidere della sorte del re.

    Dopo lunghe e accese discussioni, la Convenzione dichiarò Luigi XVI colpevole e decise che il verdetto non fosse sottoposto a verifica popolare, come volevano i Girondini. Questi ultimi usarono questo rifiuto come arma per mostrare l'illegalità del processo, ma, anche se con una maggioranza risicata, la Convenzione votò per la condanna e l'esecuzione immediata del re.

    La sua morte però eliminava ogni residua possibiltà di pace tra la Francia e l'Europa.

    Infatti quasi tutti gli Stati europei, fatta eccezione per Svezia, Danimarca, Venezia e Genova, si unì per formare la prima coalizione. Ma nonostante tutto in Francia regnava l'ottimismo, che però fu stroncato dallla defezione di alcuni ufficiali che passarono al nemico.

     

    l Nello stesso periodo cominciarono a delinearsi dei movimenti controrivoluzionari sopratutto in Vandea, dove i disordini lasciarono il posto a una vera e propria insurrezione popolare armata.

    I motivi erano molti. I contadini francesi erano ormai soddisfatti della decisione dell'Assemblea Nazionale di rendere loro le terre che avevano coltivato; così auspicavano la difesa dell'ordine, piuttosto delle accelerazioni rivoluzionarie della capitale. Poi c'era l'attaccamento delle popolazioni alla Chiesa e ai sacerdoti che venivano perseguitati dai nuovi governi rivoluzionari. Inoltre l'innalzamento del costo della vita colpiva tutti, mentre le nuove situazioni prodotte dalla rivoluzione metteva in difficoltà alcune attività e specifiche categorie di persone. Infine tutti erano minacciati dalla costrizione militare.

    La Convenzione reagì con la forza, impegnandosi in una repressione armata che si fece progressivamente più dura e feroce, ma che non dette risultati significativi.

     

    l Per quanto riguarda la situazione economica, i Girondini sostenevano che la Convenzione non dovesse legiferare sui prezzi, mentre i Giacobini della Montagna appoggiavano la proposta di alcuni settori popolari, detti gli "arrabbiati", che richiedevano un maximum sui prodotti di prima necessità.

     

    l La Convenzione riorganizzò la struttura dei comitati, formati da membri della Convenzione stessa, che esercitavano il potere esecutivo; sopratutto acquistò importanza il Comitato di Salute Pubblica che aveva l'inacrico di sovraintendere all'azione di tutti i ministri e di coordinare le misure necessarie alla difesa interna ed esterna della repubblica.

    Inoltre furono emanate dalla Convenzione altre misure eccezionali che acuizzarono il dissidio tra i Giacobini, favorevoli ad essa, e i Girondini, che la ritenevano una violazione della legalità e che parlavano di uno scivolamento verso la dittatura.

    Il 2 giugno 1793 la Comune organizzò una sollevazione popolare e fece arrestare gli esponenti girondini, così che il potere effettivo passò nelle mani della Montagna.

     

    l Ora la Convenzione doveva dare alla Francia una nuova Costituzione. Dopo la caduta della Gironda i contrasti per essa erano finiti, così in pochissimi giorni fu predisposto e approvato il nuovo testo.

    La Costituzione del 1793 prevedeva un'Assemblea Legislativa composta da membri designati dalle assemblee popolari aperte a tutti i cittadini. La sua durata era di un anno e le leggi da essa proposte potevano essere discusse dal popolo.

    Alla Costituzione fu preposta una Dichiarazione dei diritti in cui i principi liberali del 1789 venivano inquadrati in una prospettiva complessiva che ne modificava il senso.

    Questa Costituzione in realtà non fu mai applicata; infatti la Convenzione decise che fino al ristabilimento della pace, la Francia sarebbe stata retta da un potere rivoluzionario dotato di poteri eccezionali e non vincolato al rispetto dei principi legali.

    Robespierre con la sua tagliente oratoria annunciò l'inizio del Terrore rivoluzionario.

     

    Il Terrore:

    l Per riprendere il controllo del paese, sconvolto dall'invasione straniera e dalla guerra civile, la Convenzione adottò una politica di forte accentramento, inviando propri membri in missione nelle province. Questi commissari godevano di ampio potere che era però sempre soggetto a quello della Convenzione.

    Per colpire gli avversari furono potenziati i tribunali rivoluzionari, che condannarono i Girondini arrestati il 2 giugno e l'ex regina Maria Antonietta.

    Intanto la Francia era sconvolta dalla rivolta federalista e dalla guerra civile, era invasa dalle armate straniere e aveva un' economia gravemente dissestata.

    Il movimento federalista era nato dalla reazione di numerosi dipartimenti della Normandia e di tutto il Mezzogiorno francese, i quali non volevano trasformare la nazione in una federazione, ma pretendevano di ridimensionare l'importanza che aveva assunto il popolo parigino sulla politica del periodo. Stavano dalla parte dei Girondini e quindi si opponevano alla Montagna.

    Anche il movimento armato controrivoluzionario della Vandea ben presto acuì la sua lotta, ma subì una pesante sconfitta da parte dell'esercito nazionale, che i guerriglieri furono costretti alla fuga, braccati dall'esercito. La zona fu sottoposta ad un regime durissimo in cui i soldati erano obbligati ad applicare integralmente le direttive del governo di Parigi. I morti furono più di centomila.

    Sul fronte esterno la situazione stava precipitando. Così la Convenzione decise di arruolare tutti i Francesi. L'esercito fu riorganizzato, amalgamando le vecchie truppe regolari con i nuovi battaglioni di volontari e di coscritti; i rifornimenti furono assicurati con più regolarità; l'attrezzatura fu migliorata. I vecchi generali, politicamente poco affidabili, furono esonerati o giustiziati.

    Grazie a questi accorgimenti i Francesi ribaltarono la situazione, respingendo e controffendendo a nord gli Austriaci, a sud gli Spagnoli e riconquistando ad est la Savoia.

    Intanto però la situazione economica restava grave, con riflessi sociali e politici preoccupanti. Il cibo non era sufficiente e costava carissimo; le differenze tra classi sociali non erano affatto ridotte, tant'è che alla fame di molti si contrapponeva l'abbondanza dei nuovi ricchi. Specialmente a Parigi le sezioni popolari reclamavano provvedimenti energici a favore dei lavoratori poveri e delle loro famiglie.

    Sotto la pressione del movimento popolare, guidato dal gruppo degli Arrabbiati, la Convenzione si decise nel settembre 1793 ad istituire un calmiere generale sia sui prezzi dei generi di prima necessità sia sui salari. Le pene per i contravventori erano pesantissime, anche la morte.

    Secondo gli hébertisti, per rigenerare la Francia era necessario cancellare le tracce della sua precedente esperienza religiosa. Questa campagna di decristianizzazione prese una piega violenta (numerosi furono gli atti di vandalismo contro le chiese e i luoghi di culto), ma fu osteggiata dalla Convenzione, nonchè ebbe poca presa sulle masse popolari.

    In contrapposizione agli hébertisti c'erano gli Indulgenti, guidati da Danton, che chiedevano la fine del Terrore e la restaurazione di un clima di pace.

    Il gruppo di Robespierre colpì con decisione entrambe le fazioni, ciascuna delle quali, sia pure per motivi opposti, sembravano attentare alla saldezza del regime rivoluzionario. Il Comitato di Salute Pubblica fece arrestare e giustiziare sia Hébert e i suoi seguaci sia Danton, senza una minima reazione popolare. Questo era il sintomo che la stanchezza e la disillusione cominciavano a farsi sentire anche tra i sanculotti.

    Intanto, sotto la direzione del Comitato, il Terrore fu applicato in modo più sistematico e "regolare".

    Si provvide anche a riorganizzare tutta quanta l'economia francese in funzione della guerra. Alla carenza di merci si rispose col razionamento. Questo ed altri provvedimenti furono presi per far fronte alla necessità della guerra o dell'ordine pubblico, non perchè i Montagnardi fossero contrari alla proprietà: il loro ideale era, se mai, quello di colpire le grandi fortune e di assicurare una maggiore eguaglianza tra le proprietà dei cittadini.

    La popolarità di Robespierre scemò ancora a causa dei suoi tentativi di introdurre il culto dell'Ente Supremo, che appariva come l'aspirazione ad una dittatura personale. Inoltre le misure eccezionali del Terrore apparivano sempre meno giustificate dall'andamento per lo più ottimo delle operazioni militari.

    Robespierre, a torto o a ragione, veniva identificato con la perpetuazione del Terrore. tra l' 8 e il 9 termidoro i suoi avversari presero l'iniziativa e fecero votare dalla Convenzione un decreto d'arresto nei confronti suoi, di Saint-Just e di Couthon. Furono poi giustiziati senza nessuna reazione popolare.

     

    La Convenzione termidoriana e il Direttorio (1794-1799):

    l La maggioranza era favorevole ad una alleanza tra tutte le forze che avevano sostenuto il nuovo corso politico del 1789. Così i tribunali rivoluzionari cessarono di funzionare, i Girondini furono riammessi alla Convenzione e Giacobini e sanculotti furono a loro volta vittime di una persecuzione che in talune zone della Francia sfociò in un vero e proprio contro- Terrore, il cosidetto terrore bianco.

    In campo religioso la Convenzione soppresse i finanziamenti previsti per il clero a favore dei preti giurati. Abolì la divisione tra questi ultimi e clero refrattario, così che i preti potessero riprendere le loro funzioni, purchè riconoscessero la repubblica e il principio della sovranità nazionale, e favorì in questo modo un clima di maggior pace religiosa.

    In campo economico fu ripristinata la libertà dei commerci, ma questo ed altri provvedimenti fecero aumentare i prezzi, con gravi difficoltà per i ceti popolari che, esasperati, si ribellarono, ma furono subito repressi.

    Prima di sciogliersi, la convenzione redasse una nuova Costituzione, moderata, che   assegnava il potere legislativo a due assemblee: il Consiglio dei Cinquecento, che doveva predisporre le leggi, e il Consiglio degli Anziani, cui spettava l'approvazione. Le funzioni esecutive, invece, erano affidate ad un Direttorio. Il suffragio universale maschile venne sostituito da un sistema elettorale censitario e a doppio grado. Per le amministarzioni locali fu deciso un ritorno all'accentramento.

    Venne premessa una dichiarazione dei diritti e dei doveri, in cui però il diritto all'insurrezione, previsto nella dichiarazione del 1793, non fu riconosciuto.

    La nuova costituzione entrò in vigore nel 1795.

    Però esisteva sempre una seria minaccia di una resteaurazione monarchica.

    Al momento dello scioglimento della Convenzione, la guerra contro la prima coalizione volgeva al termine.

    Inizialmente, per contenere le spinte controrivoluzionarie, il Direttorio si appoggiò sugli ex- Giacobini. Ma uno dei leaders del nuovo club giacobino, Babeuf, predispose un piano per l'effettuazione di un colpo di Stato che avrebbe dovuto portare a un regime comunistico di piena uguaglianza, con l'eleminazione della proprietà privata.

    Il complotto fu però scoperto e gli aderenti alla congiura furono arrestati e condannati.

    Intanto i monarchici, con l'appoggio del clero, intensificavano la loro propaganda e alle elezioni del 1797 registarono un'ulteriore affermazione. Tale successo minacciava le stesse istituzioni repubblicane.

    In questo frangente la maggioranza del Direttorio si accordò con i vertici militari e nella notte tra il 3 e 4 settembre 1797 Parigi fu occupata militarmente, cosìcchè tre membri del Direttorio assumessero pieni poteri. Le elezioni del 1797 furono annullate. Furono varate leggi eccezionali contro gli oppositori e la stampa fu posta sotto controllo. Nei confronti degli emigrati e dei preti refrattari furono ripristinate misure punitive.

    l A tale esito aveva contribuito il riaccendersi della guerra; infatti non si era riusciti a trovare un accordo con l'Austria, mentre l'Inghilterra voleva proseguire finchè la Francia avesse abbandonato il Belgio.

    Il Direttorio pensò di poter stabilizzare la situazione interna intensificando lo sforzo militare. L'obiettivo era quello di arrivare alla pace e di risolvere le difficoltà finanziarie con i contributi dei paesi "liberati" dalle armate repubblicane.

    Ma il piano di guerra fallì. Invece la campagna d'Italia, inizialmente concepita come diversivo, divenne determinante per le sorti della guerra. Bonaparte si mosse con grande rapidità. Scavalcate le Alpi, sconfisse più volte, separatamente, l'esercito austriaco e quello piemontese.

    Ma il Direttorio voleva che Bonaparte si limitasse solamente a riscuotere quanti più contributi possibili e marciasse sullo Stato pontificio per trarne risorse utili a finanziare la repubblica francese. Invece Bonaparte intendeva dare alla guerra una diversa caratterizzazione politica, promuovendo la formazione di una repubblica nell'alta Italia e appoggiandosi ai gruppi filofrancesi operanti nella Penisola. Il confronto con il Direttorio si risolse con l'affermazione di Bonaparte, che godeva della fedeltà incondizionata dei suoi soldati.

    Poi marciò su Vienna; l'imperatore Francesco I dovette chiedere la pace e rinunciare al Belgio e alla Lombardia in cambio del Veneto.

    Tutte queste decisioni furono prese dal generale senza consultare il Direttorio. Ma si era nell' aprile 1797, quando alle elezioni in Francia lo schieramento monarchico si era rafforzato; in un momento simile il Direttorio non poteva certo mettersi contro il generale che aveva assicurato alla Francia indiscutibili successi.

    Dopo essersi assicurato il controllo pressochè completo dell'Italia, Bonaparte stipulò con l'Austria la pace di Campoformio, indipendentemente dall'autorizzazione del Direttorio.ù

    Ma la guerra non era ancora finita: restava da fare i conti con l'Inghilterra.

    Per piegarla alla pace il Direttorio pensò ad un'invasione e un'armata venne allestita al comando di Bonaparte. Tuttavia il generale si convinse che l'impresa era irrealizzabile e decise di portare la guerra in Egitto. Questa scelta rispondeva ad una logica duplice. Da una parte, egli era consapevole che rimanere inoperoso significava lasciar logorare quel patrimonio di popolarità e di influenza di cui al momento godeva; dall'altra l'occupazione dell'Egitto poteva effettivamente rappresentare una minaccia per i collegamenti tra il Regno britannico e l'India. Ma la flotta francese fu quasi completamente distrutta dalla flotta inglese. Bonaparte si trovava così praticamente prigioniero in Egitto.

    Quando Napoleone tornò in Francia, trovò che alle elezioni del 1799 la posizione dei Giacobini si era rafforzata. Sul fronte opposto le forze monarchiche continuavano a rappresentare una minaccia, particolarmente nelle regioni dell'Ovest. La politica del Direttorio, consistente nel colpire alternativamente uno dei partiti estremi con l'appoggio dell'altro, si faceva sempre più ardua.

    Napoleone, insieme ad altri membri del Direttorio, organizzò un colpo di Stato, quello chiamato del 18 brumaio. Anche se alla fine questo colpo sembrò legale, in realtà aveva avuto una chiara impronta militare.

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    Rivoluzione francese

     

    la rivoluzione francese. la fase repubblicano democratica (1792-1794)

    1. L’ideale politico e sociale di Robespierre.

                In senso stretto, la repubblica è un governo i cui capi sono eletti, invece d'essere ereditari. Ma eletti da chi? […] quando nel 1792 il tradimento di Luigi XVI, che aveva chiesto l'intervento dei tedeschi per rimettere i propri sudditi sotto il giogo, spinse i francesi a rovesciarlo, Robespierre propose che fosse proclamato nello stesso tempo il suffragio universale. In tal modo egli non è soltanto ai nostri occhi il più famoso apostolo della democrazia: lo è anche della repubblica, così come noi la concepiamo, che non è solamente una forma di governo, ma un regime il cui obiettivo è di realizzare l'eguaglianza e che non avrebbe senso se non fosse democrazia sociale. Egli avrebbe potuto dire, come Michelet (storico francese dell'Ottocento): «Se tutti gli esseri, anche i più umili, non entrano nella città, io resto fuori».

                Si tratta di sapere se l'aver ottenuto i diritti politici è sufficiente a farveli effettivamente entrare e se non siano necessarie certe condizioni sociali perche essi godano veramente di questi diritti. Robespierre pensava infatti che l'ineguaglianza delle ricchezze può ridurre questi diritti a nient'altro che una vana apparenza. Capo storico della democrazia politica, egli lo è ugualmente della democrazia sociale. Neppure su questa parola alcun equivoco: sarebbe un errore credere che Robespierre sia stato socialista. È socialista colui che non ammette altra proprietà individuale che il frutto del proprio personale lavoro, sotto forma d'oggetti di consumo, e che esige che i mezzi di produzione, la terra, le macchine e le materie prime, i mezzi di trasporto, le banche e le istituzioni commerciali siano trasformati in proprietà collettiva. Robespierre non ha mai formulato un simile programma, e nemmeno i montagnardi. Senza dubbio, nel 1793, essi hanno nazionalizzato in parte la vita economica del paese con la requisizione e la tassazione. Ma si trattò di un regime imposto dalla guerra […] Nulla autorizza a credere che i montagnardi abbiano avuto l'intenzione di perpetuare, dopo la pace, l'applicazione del «maximum» (= il decreto che poneva per i generi di prima necessità un «prezzo massimo», che i venditori non potevano superare).

                Robespierre pensava, come Rousseau, che all'origine dell'ineguaglianza tra gli uomini non ci sia soltanto la natura, ma anche la proprietà individuale, così come noi la conosciamo. E se l'ineguaglianza che essa comporta diventa eccessiva, la democrazia politica è solo un simulacro, perché il salariato perde ogni indipendenza senza neanche accorgersene; perché la stampa e gli altri mezzi di propaganda, se non l'insegnamento, cadono sotto il controllo di coloro che li impiegano e che gli dettano le proprie opinioni. Nel pensiero di Robespierre, la nostra proprietà individuale è dunque un male. Ma è un male inevitabile. «Non era senza dubbio necessaria una rivoluzione, - disse alla Convenzione, il 24 aprile 1793, - per insegnare al mondo che l'estrema sproporzione delle fortune è la sorgente di molti mali e di molti crimini; ma siamo anche convinti che l'uguaglianza dei beni è una chimera».

                Qual è dunque il suo ideale sociale? È una società di piccoli produttori, in cui ciascuno possiede un campo, un piccolo laboratorio, una bottega, capace di nutrire la sua famiglia, e scambia i suoi prodotti direttamente con quelli dei suoi simili. (...) Ma come realizzarlo? È necessario contare sulla piena libertà economica e sul laisser faire? E un dato dell'esperienza che, abbandonati a se stessi, gli uomini, ineguali per natura, divengono, per giunta, sempre più ineguali in ricchezza a causa della eredità e della speculazione, e che in tal modo la corruzione della democrazia politica diviene inevitabile. Ecco perché Robespierre e i montagnardi hanno restaurato, nel pensiero repubblicano, il concetto del diritto sociale secondo cui la comunità nazionale, essendo la condizione e la garanzia dei diritti individuali da una parte, e non avendo, dall'altra, altro obiettivo comprensibile che il , maggior benessere o, come essi dicevano, la «felicità» di tutti, è investita di un diritto di controllo sull'organizzazione della proprietà e del lavoro.

                È ciò che Robespierre ha espresso, nel discorso del 24 aprile 1793 già ricordato, nel momento in cui si discuteva la nuova Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino che si voleva porre in testa alla Costituzione repubblicana. «Definendo la libertà il primo bisogno dell'uomo, il più sacro dei diritti che gli venivano dalla natura, abbiamo affermato a ragione che essa aveva per limiti i diritti altrui. Perché non avete applicato questo principio alla proprietà che è un'istituzione sociale?.. Avete moltiplicato gli articoli per assicurare la maggior libertà all'esercizio della proprietà e non avete detto una sola parola per determinarne la natura e la legittimità, così la vostra Dichiarazione sembra fatta, non per gli uomini, ma per i ricchi, per gli accaparratori, per gli aggiotatori ( = profittatori, che si arricchiscono in tempi di crisi e per i tiranni».

                Egli proponeva dunque di aggiungere 4 articoli così spesso citati: «1) La proprietà è il diritto che ha ogni cittadino di godere e di disporre della parte dei beni che gli è garantita dalla legge; 2) il diritto di proprietà è limitato, come gli altri, dall'obbligo di rispettare i diritti altrui; 3) esso non può recare pregiudizio né alla sicurezza, né alla libertà, né all'esistenza, né alla proprietà dei nostri simili; 4) ogni possesso, ogni commercio, che violi questo principio è in sostanza illecito e immorale». (...)

                La democrazia politica assume così tutto il suo valore. È suo dovere intervenire per mantenere un'uguaglianza relativa, ricostituendo la piccola proprietà, nella misura in cui l'evoluzione economica tende a distruggerla, per prevenire la costituzione di un monopolio della ricchezza e la proliferazione di un proletariato dipendente, con delle leggi sull'eredità, con l'imposta progressiva sul reddito, con la costituzione di piccole proprietà.

    G. LEFEBVRE, Folle rivoluzionarie, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 184-187

     

    2. Le posizioni politiche e sociali dei sanculotti

                Anzitutto, dobbiamo ribadire che i sanculotti non erano classe operaia nel senso industriale, moderno o ottocentesco, del termine, e neppure proletariato in embrione (...). Di fatto, non costituivano una classe sociale unica, ma erano piuttosto un amalgama di gruppi sociali di piccoli produttori e consumatori - artigiani, piccoli bottegai e commercianti, lavoranti e giornalieri, e in generale i poveri della città, - i quali sotto l'ancien regime erano per lo più noti come menu peuple, popolo minuto. C'erano ovviamente tra loro delle divergenze, salariati e maestri di bottega venivano di tanto in tanto a contrasto per i salari, ma nelle condizioni economiche e sociali del tempo questi contrasti tendevano ad essere eclissati dalla comune preoccupazione di poter avere pane in abbondanza e a buon mercato. Inoltre, questi gruppi si distinguevano dalle classi più prospere e raffinate per il linguaggio, le case dove abitavano, le taverne che frequentavano e la maniera stessa di vestire: di fatto, fu l'uso dei calzoni lunghi invece di quelli al ginocchio, più alla moda, che gli guadagnò agli inizi della rivoluzione il nome di sans-culottes. Sostanzialmente, dunque, i sanculotti erano legati insieme da vincoli economici e sociali, in particolare i piccoli consumatori, con un interesse comune per il prezzo degli alimentari e per quei controlli pubblici che ne avrebbero garantito un rifornimento abbondante e a basso prezzo. (...)

                Grazie alle leggi del maximum avevano realizzato il loro obiettivo primario, che era quello di poter comprare il pane a buon mercato (anche se non sempre a sufficienza); ma ormai le loro rivendicazioni sociali andavano ben al di là delle prime necessità della vita. Ora essi si battevano per quella che Felix Lepeletier, un leader giacobino, aveva chiamato l'egalité des jouissances, l'eguaglianza dei benefici sociali: il diritto al lavoro o all'assistenza pubblica, ad esempio, l'istruzione per tutti, la tassazione progressiva dei ricchi (e alcune di queste misure, anche se non tutte, diventarono parte del programma di riforme del governo). Ma i sanculotti andarono oltre: in quanto piccoli produttori o consumatori erano contrari (come lo stesso Robespierre) a un'espansione e a un esercizio incontrollati dell'industria e del commercio privati. Essi non chiedevano dunque una spartizione generale delle proprietà attraverso una «legge agraria» (...), ma una limitazione delle dimensioni della proprietà. Queste idee trovarono espressione, nella loro forma classica ed estrema, in una risoluzione approvata dalla sezione Jardin-des-plantes di Parigi il 2 settembre 1793, nella quale, dopo aver chiesto un controllo generale degli approvvigionamenti e dei prezzi alimentari (una misura non ancora concessa), si diceva: «Che sia fissato il maximum dei beni di fortuna; che il medesimo individuo possa possedere un solo maximum; che nessuno possa avere terre in affitto in misura superiore a quanto occorre per una determinata quantità di aratri; che il medesimo cittadino non possa avere più di una bottega, più di una officina».

                Non si trattava forse di un caso emblematico, ma dimostrava come il pensiero dei sanculotti sui diritti di proprietà andasse ben oltre i limiti stabiliti dalla Dichiarazione dei diritti del 1793 (...). Inoltre, i sanculotti, consapevoli della loro nuova autorità e delle posizioni che s'erano conquistati alla base delle strutture pubbliche, formulavano oramai richieste politiche proprie, che i loro alleati e mentori giacobini non avevano nessuna intenzione di accettare. Per prima cosa, volevano che le loro assemblee di sezione fossero completamente autonome, senza supervisioni e controlli governativi, e che tenessero sessioni «permanenti» e non limitate a due volte la settimana, come aveva decretato la Convenzione. Essi rivendicavano pure il diritto di essere preventivamente consultati, attraverso le loro assemblee primarie, su tutte le misure legislative, di impartire istruzioni ai loro rappresentanti eletti tramite un «mandato imperativo» e di revocare, con un breve preavviso, quei deputati che ignoravano le direttive dei loro elettori. Inoltre, se l'Assemblea o il governo si comportava ingiustamente o ignorava i desiderata del popolo (o più precisamente i desiderata del popolo parigino), essi dovevano avere il diritto e l'obbligo insieme di insorgere e rovesciare con la forza le autorità costituite. Insomma, i sanculotti sostenevano idee sulla «democrazia diretta» che dovevano in gran parte a Rousseau, ma assai più alla loro stessa esperienza e alle loro aspirazioni. In ogni modo, non c'è da stupirsi se idee del genere, espresse in termini sia politici che sociali, trovassero poco favore tra coloro che detenevano il potere, foss'anche tra i democratici più avanzati come Robespierre e Saint-Just.

    G. RUDÈ, Robespierre. Ritratto di un democratico rivoluzionario, Editori Riuniti, Roma 1979, pp. 203-205

     

    3. La mentalità dei ribelli della Vandea

                Il testo è tratto da un Discorso ai francesi, che fu steso dall'abate Etienne Berniet; per illustrare il punto di vista dei ribelli del nord-ovest e incitare le altre regioni della Francia ad imitare la Vandea.

     

                Il Cielo si è dichiarato a favore della più santa e giusta delle cause. (Ikl nostro) è il sacro segno della croce di Gesù Cristo. Conosciamo il vero desiderio della Francia, perche è anche il nostro. è il desiderio di riscattare e preservare per sempre la nostra santa religione cattolica, apostolica e romana. [...] È il desiderio di avere un Re che ci faccia da padre all'interno e da protettore all'esterno...

                Patrioti, nemici nostri, voi ci accusate di sovvertire la nostra patria con la ribellione, ma siete stati voi, sovvertendo tutti i principi dell'ordine religioso e politico, i primi a proclamare che l'insurrezione è il più sacro dei doveri. Avete introdotto l'ateismo al posto della religione, l'anarchia al posto delle leggi, avete messo uomini che sono dei tiranni al posto del Re che era per noi un padre. Li rimproverate il nostro fanatismo religioso, voi che dalle vostre pretese di libertà siete stati trascinati alle punizioni estreme.

    SCHAMA, Cittadini Cronaca della Rivoluzione francese, Mondadori, Milano 1999, p 732

     

    4 Un nuovo tipo di guerra

                Il decreto approvato dalla Convenzione il 23 agosto 1793 mostra con estrema chiarezza che la guerra rivoluzionaria esigeva la mobilitazione generale di tutte le risorse umane e materiali della Francia.

     

                Da questo momento e fino a quando i nemici non saranno stati cacciati dal territorio della Repubblica, tutti i francesi sono in stato di requisizione permanente per il servizio militare. I giovani andranno a combattere, gli uomini sposati forgeranno armi e trasporteranno viveri; le donne faranno tende, abiti, e serviranno negli ospedali; i ragazzi ridurranno la vecchia biancheria in filacce, i vecchi si faranno portare sulle pubbliche piazze per eccitare il coraggio dei combattenti, predicare l'odio contro i re e l'unità della Repubblica

    F FURET-D RICHET, La rivoluzione francese, Laterza, Roma-Bari 1991, p 280)

     

    5 Il primato della politica

                Nella cultura politica del Settecento maturano due idee rivoluzionarie.

                La prima afferma che la speranza e la prospettiva di un mondo migliore non vanno più collocate in un luogo ideale, in un'isola immaginaria (Utopia, di T. Moro o Nuova Atlantide di P. Bacone) e neppure in un tempo passato (come l'originaria età dell'oro), ma in un tempo futuro; che questo obiettivo può essere realizzato nella vita terrena, e non nell'aldilà.

                La seconda afferma che le diseguaglianze e le ingiustizie sociali non derivano da una natura umana "bacata" dal peccato originale o costituzionalmente predisposta alla violenza e alla prevaricazione (l'homo homini lupus di Hobbes), ma sono il frutto della storia e delle istituzioni create dall'uomo. L'espressione di Rousseau: «L'uomo, nato libero, ovunque è in catene» è forse la sintesi più efficace di questa convinzione. Se il male presente nel mondo viene dagli uomini, saranno gli uomini che potranno estirparlo; se l'ingiustizia non è un fatto naturale ma un prodotto sociale, sarà la società a poterla elin1inare.

                L'ideologia dei giacobini costituisce la traduzione pratica di questa teoria. Nasce di qui la convinzione che la politica, intesa come azione collettiva e come stato, possa cambiare il mondo e migliorare la condizione dell'uomo.

                Per i giacobini, lo stato deve "farsi carico" non soltanto dell'amministrazione e della difesa dei diritti fondamentali dei cittadini, ma deve anche rimuovere le cause della disuguaglianza, garantendo a tutti pari opportunità: uno stato "interventista", a differenza dello "stato minimo" proposto dai liberali.

                Non solo, ma lo stato e la società devono preoccuparsi di migliorare i cittadini anche dal punto di vista morale: formare cioè dei cittadini virtuosi. Una sorta di "stato educatore" che cura non soltanto i corpi, ma anche l'anima delle persone. Nella politica dei giacobini troviamo la premessa di due tendenze destinate a svilupparsi in seguito: una concezione del partito politico inteso come "avanguardia illuminata", che ha la funzione di guidare le masse (che prefigura il modello leninista di partito); ed una visione totalitaria del partito e dello stato, del partito-stato chiamato ad occuparsi di tutti gli aspetti della vita del cittadino, sino a controllarne, come un occhiuto censore, ogni movimento.

    [testi tratti da Feltri, Bertazzoni, Neri, I giorni e le idee, vol 2, SEI]

     

    6. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: anno I della Repubblica (24 giugno 1793)

    La convenzione provvide a elaborare una nuova Costituzione che doveva sostituire quella del 1791, decaduta con il crollo della monarchia. La nuova Carta fu proclamata il 24 giugno 1793 e ratificata da un plebiscito popolare, ma non ebbe mai applicazione, poiché fu deciso dalla stessa Con­venzione che il governo della Francia sarebbe rimasto provvisorio e rivoluzionario per tutta la durata del­la guerra, fino al raggiungimento della pace.

    La Costituzione fu preceduta da una nuova Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadi­no, che, avendo accolto, al di là della Dichiarazione dei diritti dell’ ‘89, le spinte egualitarie scaturi­te dalla pressione democratica e sanculotta, rimase il testo esemplare di ogni movimento radicale e pro­gressista. Si ricorderà che essa sancì l'obbligo per la società di garantire a tutti i mezzi di sussistenza (Art. 21), il diritto all'istruzione (Art. 22) e il diritto del popolo all'insurrezione quando il governo avesse vio­lato i diritti del popolo stesso (Art. 35).

    Quanto alla Costituzione vera e propria, essa sancì il principio del suffragio universale. «Ogni uomo nato domiciliato in Francia, a ventun anni compiuti, è ammesso all'esercizio dei diritti di cittadino francese» (Art. 4). Tale diritto è riconosciuto, a determinate condizioni, anche agli stranieri domiciliati in Francia. «Ogni straniero, a ventun anni compiuti, che, domiciliato in Francia da un anno, vi vive del suo lavoro, o acquista una proprietà, o sposa una francese, o adotta un figlio, o mantiene un vecchio; infine ogni straniero che, a giudizio del corpo legislativo, abbia bene meritato dell'umanità, è ammesso all'esercizio dei diritti di cittadino francese».

    Il popolo francese, convinto che l'oblio e il disprezzo dei diritti naturali dell'uomo so­no le sole cause delle sventure del mondo, ha risoluto di esporre, in una dichiarazione so­lenne, i suoi diritti sacri e inalienabili, affin­ché tutti i cittadini, potendo continuamente paragonare gli atti del governo con lo scopo di ogni istituzione sociale, non si lascino mai opprimere ed avvilire dalla tirannide; affin­ché il popolo abbia sempre dinanzi agli oc­chi i fondamenti della sua libertà, il magi­strato la regola dei suoi doveri, il legislatore l'oggetto della sua missione.

    Art. l. - Lo scopo della società è il bene co­mune.  Il governo è istituito per garantire all'uo­mo il godimento dei suoi diritti naturali e im­prescrittibili.

    Art. 2. - Questi diritti sono: l'eguaglianza, la libertà, la sicurezza, la proprietà.

    Art. 3. - Tutti gli uomini sono eguali per natura e di fronte alla legge.

    Art. 4. - La legge è l' espressione libera e solenne della volontà generale; essa è eguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca; essa può ordinare solo ciò che è giusto e uti­le alla società; può proibire soltanto ciò che le è nocivo.

    Art. 16. - Il diritto di proprietà è quel di­ritto, spettante ad ogni cittadino, di godere e di disporre a suo piacimento dei suoi beni, delle sue rendite, frutto del suo lavoro e del­la sua attività.

    Art. 21. - I soccorsi pubblici sono un debi­to sacro. La società deve provvedere alla sus­sistenza dei cittadini bisognosi, sia procuran­do loro lavoro, sia assicurando i mezzi d'esi­stenza a chi non è in grado di lavorare.

    Art. 22. - L 'istruzione è un bisogno di tut­ti. La società deve favorire con tutto il suo po­tere il progresso della ragione pubblica, e mettere l'istruzione alla portata di tutti i cit­tadini.

    Art. 25. - La sovranità risiede nel popolo. Essa è una, indivisibile, imprescrittibile ed inalienabile.

    Art. 35. - Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è, per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere.

     

    7. Il Manifesto degli Uguali

    La reazione termidoriana e la Costituzione dell’anno III, che ne fu espressione, avevano riportato la Rivoluzione entro l’originario alveo borghese. Due rivoluzionari irriducibili, Gracco Babeuf e Filippo Buonarroti, sentirono l’esigenza di battere strade nuove per ridare vita al movimento democratico e sconfiggere quella che ormai appariva la “nuova aristocrazia”. Essi pensavano che la Rivoluzione dovesse andar oltre l'orizzonte soltanto politico entro il quale era rimasto il movimento dell’ ‘89; prospettavano la necessità di una rivoluzione che, affrontando il problema sociale, po­tesse essere «la Rivoluzione più grande, più solenne: l'ultima». Gli uomini, abolendo la proprietà pri­vata ed unendosi in comunità di lavoro, avrebbero conseguito la «reale uguaglianza».

    Il progetto di Babeuf e di Buonarroti, per quanto limitato al solo momento della produzione agraria, proponeva una società comunista. E quasi ovvio osservare che il comunismo degli «eguali» era profondamente diverso dal comunismo che si affermerà nel secolo seguente, dal comunismo di Marx: mancavano le condizioni economiche e sociali che matureranno con lo sviluppo dell'industria e la formazione delle grandi masse operaie. Il progetto degli «eguali» costituiva, comunque, un salto di qualità nei con­fronti dei programmi politici comparsi nel corso della Rivoluzione francese. Pur rivendicando il «diritto all’esistenza» come prioritario rispetto a quello della proprietà, Giacobini ed Hebertisti erano rimasti lon­tani dal concepire l'abolizione della proprietà privata.

    Per realizzare questo progetto Babeuf e Buonarroti organizzarono una congiura che «segnò una rot­tura con i metodi fino allora impiegati dal movimento popolare» . Al centro era il gruppo dirigente, il «direttorio segreto», che era l'unico a conoscere compiutamente il programma rivoluzionario, si appoggiava su un piccolo numero di militanti fidati, gli «agenti rivoluzionari», ai quali si aggiungeranno gli «agen­ti militari»; seguiva la frangia dei simpatizzanti: «patrioti» e «democratici» cui non era necessario ma­nifestare il programma rivoluzionario nel suo intero; venivano, infine, le masse popolari da utilizzarsi nella lotta come forza di rottura e di appoggio. «Cospirazione organizzatrice per eccellenza, nella quale, però, il problema dei rapporti con le masse - è stato osservato - sembra essere risolto in modo «paternali­stico» o «strumentale».

    Nella dottrina che ispirava la congiura degli Uguali avanza il concetto di «dittatura rivoluzionaria». Abbandonando la prassi e lo spontaneismo delle insurrezioni popolari si teorizza che dopo la conquista del potere sarebbe pericoloso affidarsi ad un 'assemblea eletta secondo i principi della democrazia politica anche a suffragio universale; è indispensabile invece mantenere la dittatura di una minoranza rivolu­zionaria durante tutto il tempo necessario alla riforma della società e alla messa in opera delle nuove isti­tuzioni. Da Buonarroti questa idea doveva passare a Blanqui, e verosimilmente proprio al blanquismo vanno collegate la dottrina e la prassi leninista della dittatura del proletariato (Soboul).

    La storia della congiura fu pubblicata ne11828 da Filippo Buonarroti nelle memorie intitolate Cospirazione per l’eguaglianza, detta di Babeuf, un 'opera che ebbe grande fortuna nella prima metà del secolo XIX sia come «arma di battaglia politico-sociale, che come embrionale interpretazione storica» .

    La Rivoluzione francese non è che l'avan­guardia di un 'altra rivoluzione più grande, più solenne: l'ultima rivoluzione. Il popolo ha marciato sui corpi dei re e dei potenti coalizzati contro di lui: cosa accadrà dei nuovi tiranni, assisi al posto dei vecchi. Di che necessitiamo, oltre all'uguaglianza dei diritti?

    Noi non abbiamo soltanto bisogno di que­sta uguaglianza, quale risulta dalla Dichiara­zione dei diritti dell'uomo e del cittadino: la vo­gliamo in mezzo a noi, sotto il tetto delle no­stre case. Siamo disposti a tutto, a far tabula rasa per conservar essa sola. Periscano, se ne­cessario, tutte le arti, purché ci resti l'ugua­glianza reale [...] La legge agraria o la divisione delle terre fu l'aspirazione momentanea di alcuni sol­dati senza principi, di alcune popolazioni spinte dal loro istinto più che dalla ragione. Noi miriamo a qualcosa di più sublime e di più equo, il bene comune, o la comunità dei beni! Non più proprietà privata della terra: la terra non è di nessuno. Noi reclamiamo, vogliamo il godimento comune dei frutti della terra: i frutti appartengono a tutti. Dichiariamo di non poter ulteriormente permettere che la grande maggioranza degli uomini lavori e sudi al servizio e per il piace­re di una piccola minoranza. Da troppo tempo meno di un milione di individui ha a propria disposizione quanto appartiene a più di venti milioni di loro si­mili, di loro eguali. Abbia infine termine questo grande scan­dalo, cui i nostri nipoti non vorranno prestar fede! Sparite, infine, disgustose distinzioni fra ricchi e poveri, fra grandi e piccoli, fra padroni e servi, fra governanti e governati.Tra gli uomini non vi sia più altra diffe­renza che quella data dall’età e dal sesso. Giacché tutti hanno i medesimi bisogni e le medesime facoltà, non ci sia dunque più per essi che una sola educazione, che un solo nu­trimento. Tutti si accontentano di un unico sole e di una sola aria: perché le stesse quantità e qualità di alimenti non dovrebbero ba­stare a ciascuno di essi? [...]

     

    8. Le riflessioni sulla Rivoluzione francese di un difensore della tradizione

    Sotto l'impressione degli avvenimenti che sempre più turbinosi si succedevano in Francia, l'inglese E. Burke nel 1790 scrisse un 'opera, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, che ebbe una grande risonanza e che sarebbe divenuta un 'autorevole fonte per i teorici della Restaurazione in Europa. Nelle sue riflessioni l'autore condanna «la via francese alla libertà» e, con essa, la Rivoluzione che ha distrutto, con cieca violenza, l'irripetibile trama dell'esperienza e della storia. Ai tanto celebrati Diritti dell'uomo e del cittadino, che annientano, più che salvaguardare, la libertà, Burke contrappone l'esperienza inglese, che aveva saputo procedere per gradi, rispettando le tradizioni e garantendo la stabilità di ogni conquista. Ai suoi occhi la Rivoluzione è invece un caos temibile «in cui si mescolano leggerezza e ferocia, confusione di delitti e di follie travolti insieme». Una società fatta di individui perfet­tamente liberi ed uguali è per lo scrittore inglese una pura astrazione, frutto delle dottrine illuministiche, e ad essa egli oppone «la società reale, i pregiudizi, le fazioni e gli interessi, […] la differenza tra gli in­dividui concreti contrapposta alla pretesa di fondare la società sulla loro identità astratta» (Furet). Burke pensa che solo ai proprietari spetti il diritto di governare e che essi soltanto ne abbiano la ca­pacità; le nuove teorie della sovranità popolare e della democrazia altro non sono che una minaccia all'or­dine sociale voluto da Dio. Lo scrittore giudica insensata la pretesa della maggioranza, «miserabile man­dria di pecore» incapace di comprendere il suo vero interesse, di prevalere sulla minoranza. Seguendo i falsi insegnamenti del secolo i Francesi si sono allontanati dalla «grande e dritta via della natura. [...] Non sono più le forze rappresentative della ricchezza e della proprietà privata che governano la Francia. E, in conseguenza di questo, la proprietà è distrutta senza aver dato luogo al sorgere di una giusta e ra­zionale libertà» . […] Le tesi di Burke suscitarono in Inghilterra l’appassionata replica di Thomas Paine ( 1737-1809), agi­tatore e pensatore politico democratico che aveva avuto un ruolo importante nella rivoluzione america­na.

    Si va dicendo che ventiquattro milioni di  uomini devono ottenere la prevalenza sopra i duecentomila. Ciò sarebbe vero se la costi­tuzione di uno Stato si riducesse ad un pro­blema di aritmetica. Questa maniera di ra­gionare può andare abbastanza bene quan­do è suffragata dalla forca o dalla lanterna, diventa ridicola quando la si prenda in seria e calma considerazione. La volontà della maggioranza ed il suo vero interesse sono molto spesso in attrito reciproco; attrito che aumenta nel caso di cattive deliberazioni. Un governo che sia composto da cinque­cento avvocatucci da villaggio o da altrettan­ti pretonzoli sconosciuti non saprebbe pro­curare il bene di ventiquattro milioni d'uo­mini, anche se quei governanti fossero sta­ti eletti dal suffragio di ben quarantotto mi­lioni; ma non si dirà governo migliore quand'anche esso fosse costituito da una dozzina di persone di alto rango le quali ab­biano tradita la loro fede a fine di consegui­re il potere. Sembra che voi Francesi oggi­giorno vi siate in ogni cosa allontanati da quella che è la grande e dritta via della na­tura. Non sono più le forze rappresentative della ricchezza e della proprietà privata quelle che oggi governano la Francia. E, in conseguenza di questo, la proprietà è dist­rutta senza aver dato luogo al sorgere di una giusta e razionale libertà. Per ora i soli guadagni che voi avete fatto sono quelli di una moneta circolante cartacea e di una Co­stituzione bancarottiera; e, quanto all'avve­nire, pensate voi seriamente che il territorio di Francia spezzettato in un sistema repub­blicano di 83 distretti (per non dir niente della costituzione interna in ciascuno di es­si) possa mai esser governato come un orga­nismo unico o essere messo in movimento per l'impulso di un unico e solo pensiero? Quando l'Assemblea nazionale avrà portato a termine la sua opera avrà portato a termi­ne anche la sua rovina. Questi singoli state­relli non vorranno sopportare più a lungo di rimanere soggetti alla Repubblica di Parigi. E non vorranno tollerare che questa sola ab­bia a monopolizzare gli effetti della cattività del re spadroneggiando nell'Assemblea se­dicente nazionale; ciascuno di quegli state­relli vorrà la sua parte del bottino compiuto depredando le chiese; e non saprà tollerare che o i frutti del bottino o quelli più legitti­mi dell'industria locale o ancora il naturale prodotto del suolo, debbano essere manda­ti ad appagare l'insolenza e a fomentare la lussuria della suburra parigina. In tutto questo non riconosceranno affatto quei principi di uguaglianza, sotto pretesto dei quali essi furono tentati di ripudiare il loro antico patto di fedeltà verso il sovrano insie­me con l'antica Costituzione del loro paese.

     

    9. La Costituzione dell’anno III

    La discussione del progetto di Costituzio­ne presentato alla Convenzione da Boissy d'Anglas durò due mesi, dal 5 messidoro al 5 fruttidoro (23 giugno-22 agosto 1795). Il progetto era stato messo a punto dalla Com­missione degli  Undici, nominata il 29 germi­nale (18 aprile 1795) e nella quale, accanto a repubblicani figuravano anche monarchi­ci. Repubblicani moderati e monarchici co­stituzionali si trovarono d'accordo nello sbarrare la strada alla democrazia e alla dit­tatura e ritornare ai principi dell’ ‘89, ma in­terpretati e adattati nel senso degli interessi borghesi. La direzione politica ed economica del paese doveva ritornare ai «notabili ossia ai proprietari per lo meno agiati; Boissy d'Anglas lo disse chiaramente nel suo rapporto del 5 messidoro (23 giugno) : «L' eguaglianza assoluta è una chimera». La Dichiarazione dei diritti dell'anno III segna un netto regresso in confronto a quella del 1789. Durante la discussione Mailhe aveva, sottolineato il 26 termidoro ( 13 agosto) il pericolo di mettere «in questa dichiarazione principi contrari a quelli contenuti nella Costituzione»: «Abbiamo fatto una prova abbastanza amara dell'abuso delle parole per adoperarne ancora di inutili». L 'articolo della Dichiarazione del 1789 ( «Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei loro diritti» ) fu abbandonato: «Se dite che tutti gli uomini rimangono eguali nei loro diritti, aveva dichiarato Lanjuinais il 26 termidoro -, provocate alla rivolta, contro la Costituzione, coloro ai quali avete rifiutato o sospeso l'esercizio dei diritti di cittadini per la sicurezza di tutti». I termidoriani, come i costituenti ma più prudenti di loro, tenevano esclusivamente all’eguaglianza civile: «L' eguaglianza consiste nel fatto che la legge è uguale per tutti» dice l'articolo 3. Dei diritti sociali riconosciuti dalla Dichiarazione del 1793 non si parla più, e neppure del diritto all'insurrezione. A contrario il diritto di proprietà, di cui la Dichiarazione dell’ ‘89 non aveva dato una definizione precisa, è qui definito come nella Dichiarazione del '93: «La proprietà è il diritto di godere e di disporre dei propri beni e dei propri redditi, del frutto del proprio lavoro, e della propria industria» ( articolo 5) . Il che equivaleva a consacrare la libertà economica in tutta la sua estensione. La Dichiarazione dei doveri, che i termidoriani pensarono bene di aggiungere a quella dei diritti, precisava an­cora all'articolo 8: «Sul mantenimento delle proprietà riposano la coltivazione della ter­ra, tutte le produzioni, ogni mezzo di lavoro, l'intero ordine sociale».

    Il diritto di suffragio fu ristretto: «Un pae­se governato dai proprietari è proprio dell’ordine sociale - aveva dichiarato Boissy d' Anglas -; quello in cui governano i non proprietari appartiene allo stato di natura», ma le condizioni di censo vennero fissate secondo un criterio più largo che ne11791: tutti i Francesi di ventun anni, domiciliati da più di un anno e che pagassero un tributo qualsiasi, erano «cittadini attivi». Riuniti in «assemblee primarie» nel capoluogo di cantone, i cittadini nominano gli «elettori» fra i Francesi di 25 anni, che abbiano un patrimonio dal reddito pari al valore di 200 gior­nate lavorative nei comuni con più di 6000 abitanti o che altrove siano locatari di un'abitazione dall'affitto pari a 150 giornate lavorative, o di un fondo rustico dall'affitto pari a 200 giornate. Gli elettori, circa 30.000 in tutta la Francia, riuniti in «assemblee elettorali» nel capoluogo di dipartimento, eleggono, senza condizione di censo, il corpo legislativo». L' organizzazione dei poteri pubblici fu rigorosamente regolata dal principio della separazione dei poteri. Secondo l'articolo 22 della Dichiarazione dei diritti, «la garanzia sociale non può esistere se non sia stabilita la divisione dei poteri». Così si sarebbe evitata ogni minaccia di dittatura. Il potere legislativo venne affidato a due consigli, tutti e due rinnovabili per terzi ogni anno: il Consiglio degli Anziani, formato da 250 membri di almeno quarant'anni d'età, coniugati o vedovi, e il Consiglio dei Cin­quecento, con un'età minima di trent'anni.

    I Cinquecento hanno l'iniziativa delle leggi e adottano «risoluzioni» che gli Anziani esa­minano e possono trasformare in leggi. Il potere esecutivo fu affidato a un Diret­torio di cinque membri, nominati dagli An­ziani su una lista di cinquanta nomi presen­tata dai Cinquecento, rinnovabile di un quinto ogni anno. Il Direttorio provvede alla sicurezza interna ed esterna della Repubbli­ca; dispone della forza armata, che non può tuttavia comandare; sorveglia e assicura l' esecuzione delle leggi nelle amministrazioni e nei tribunali per mezzo di commissari di sua nomina. Le Commissioni esecutive sono abolite e sostituite da sei ministri nominati dal Direttorio e responsabili davanti ad esso; i ministri non formano un consiglio. Il Di­rettorio non ha nessun potere sulla Tesore­ria, che è affidata a sei commissari eletti; non ha l'iniziativa delle leggi; non può comuni­care con i Consigli se non per mezzo di «mes­saggi». L' organizzazione amministrativa fu nuo­vamente decentrata e semplificata. Il diparti­mento ebbe una «amministrazione centrale» di cinque membri nominati dall'assemblea elettorale. Il distretto, che nell’anno II aveva : costituito la circoscrizione rivoluzionaria per eccellenza, venne soppresso. I piccoli comu­ni rurali furono raggruppati sotto la direzio­ne di amministrazioni municipali di canto­ne, mentre le grandi città, e in particolare Parigi, perdendo con il loro Comune e col loro sindaco la loro autonomia, venivano divise in molte municipalità. Questa organizzazione amministrativa rimaneva però più accentrata di quanto non si sia detto. Le amministrazio­ni erano gerarchizzate le une rispetto alle al­tre: quelle municipali erano subordinate alle dipartimentali e queste ai ministri; ma quel che più conta, il governo è rappresentato presso ciascuna amministrazione diparti­mentale o municipale da un «commissario» di sua nomina. I commissari del Direttorio sorvegliano ed esigono l'esecuzione delle leggi, assistono alle deliberazioni delle as­semblee municipali e dipartimentali, sorve­gliano i funzionari; il commissario di diparti­mento è in corrispondenza diretta con il mi­nistro degli Interni. [...] Indubbiamente questo non era l'accentramento giacobino dell'anno II, ma si era lontani dal decentramento totale della Costituzione del 1791

    [A. Soboul, La Rivoluzione francese]

     

 

Rivoluzione francese

 

La rivoluzione francese: una traccia generale

 

1. La Francia nel Settecento: contraddizioni e fragilità di un paese in crescita

Luigi XIV muore nel 1715: i cronisti raccontano che la gente scese in piazza a festeggiare, certa che senza il re-assoluto che aveva retto la Francia per più di 50 anni il paese sarebbe stato più libero e più prospero. Effettivamente, il primo Settecento fu per la Francia un periodo di forte espansione economica e commerciale, di differenziazione sociale, di crescita di ceti borghesi e professionali, di diffusione dell’arte e della cultura.
Il periodo della Reggenza che segue alla morte di Luigi XIV (1715) rappresenta per la Francia anche un momento di ripresa del potere nobiliare, che si manifesterà in forme diverse fino alla Rivoluzione. Non si trattò solo degli antichi poteri dell’aristocrazia di spada, ma in primo luogo delle prerogative e del predominio sociale della nobiltà di toga, che aveva occupato le cariche e gli uffici pubblici, e in particolare i Parlamenti. Questi ultimi diventano proprio nel Settecento gli interpreti e i rappresentanti delle aspirazioni non solo dei ceti togati ma in certe occasioni anche di altri gruppi sociali che vedono nelle battaglie parlamentari contro la corona e i suoi ministri uno strumento di riforma dell’intero assetto francese. Secondo Egret, ottenere l'appoggio dell’opinione pubblica francese fu il "capolavoro politico" di quelle corti. Possiamo aggiungere che un’altra abilità di quelle corti fu di inserire le loro richieste e posizioni politiche nella cornice della filosofia dei Lumi.
E’ comunque difficile separare le diverse rivendicazioni sociali e  politiche della Francia settecentesca: si tratta di una società complessa, in cui convivono ceti diversi, ciascuno a sua volta composto da gruppi distinti, e in cui l’emergere di una moderna economia mercantile e capitalistica porta all’accelerazione di una dinamica sociale in cui aspirazioni all’ascesa sociale e recriminazioni sui privilegi si saldano alle critiche che l’Illuminismo conduce, sul piano filosofico e culturale, agli assetti politici esistenti. Tutto ciò è amplificato dalla diffusione dell’alfabetizzazione, soprattutto presso i ceti medi, e dalla moltiplicazione dei mezzi di informazione, che fanno da cassa di risonanza ai dibattiti, alle critiche, alle richieste della società, dei ceti e delle istituzioni parlamentari.
Nonostante il lungo regno di Luigi XV sia per la Francia un periodo di espansione commerciale e coloniale, si aggrava però la crisi finanziaria, alimentata anche dalle numerose guerre del primo Settecento, mentre una serie di crisi agricole peggiorarono le condizioni di vita della masse contadine, sulle quali ricadeva più pesantemente il carico fiscale. L’esito della Guerra dei Sette anni (1756-1763) finì per fare da detonatore della crisi dell’antico regime francese. La perdita del Canada e di altre base coloniali dopo la guerra dei Sette anni (1756-1763), e il pesante indebitamento pubblico successivo alla sconfitta militare, resero indilazionabile una riforma del sistema fiscale e una attenuazione dei privilegi. Clero e nobiltà godevano da secoli dell’esenzione dalla taille, la principale imposta terriera francese, anche se lungo il Settecento dovettero pagare le varie addizionali varate nei momenti in cui la crisi finanziaria si era fatta più acuta. Ma si trattava di misure temporanee (oggi diremmo “una tantum”), che non intaccavano i privilegi fiscali del primo e secondo stato.
I ministri che in rapida successione prendono in mano la direzione delle finanze francesi, si resero conto che solo mettendo mano al sistema dei privilegi fiscali si poteva ottenere un sistema più equo, in grado di risolvere il deficit dello stato senza perdere il consenso dell’opinione pubblica. Un elemento, quest’ultimo, che non va sottovalutato. La ricchezza di aspettative, la diversità di posizioni e l’articolazione del dibattito pubblico della Francia settecentesca rendevano ormai  impossibile governare senza un consenso della società e dell’opinione pubblica.
Ma tutte le proposte di riforma e di riduzione del privilegio si scontrarono con una ferma opposizione parlamentare. Il contrasto tra Corona, con i suoi ministri, e Parlamenti, è il filo rosso della storia politica e istituzionale francese lungo il Settecento e prima della rivoluzione.
Cosa sono i Parlamenti francesi ? Sono corti giudiziarie derivate dall’antica curia regis, che a fine Medioevo si era specializzata, dando vita a istituzioni giudiziarie, amministrative e di cancelleria. Come tutte le corti d’antico regime, i Parlamenti avevano sia compiti giudiziari che prerogative amministrative, mentre in Francia, a differenza che in Inghilterra, non giunsero mai ad assumere un ruolo nel processo legislativo.  Ma anche senza essere organi legislativi i Parlamenti interferivano con l’attività e le decisioni regie in quanto operavano nel campo dell’interpretazione e della sintesi del diritto francese, e avevano il cosiddetto diritto di ‘interinazione’, ossia un controllo ex posto sugli editti regi, per verificarne la conformità alle leggi fondamentali del regno e ad altre norme dell’ordinamento. Le ordinanze regie entravano in vigore solo dopo la loro registrazione, ossia la trascrizione sui registri ufficiali: ma prima di fare ciò i parlamenti potevano esporre al Re le loro rimostranze. Il Re poteva tenerne conto, ritirando o modificando il provvedimento; oppure poteva decidere di procedere ugualmente, imponendo al Parlamento la registrazione dell’editto.
Durante il suo regno, Luigi XIV aveva tolto questo diritto di ‘rimostranza’, che però i Parlamenti riottennero subito dopo la morte del Re Sole: sarà proprio appoggiandosi a questa prerogativa che queste istituzioni sosterranno per tutto il secolo un serrato confronto e in molte occasioni un aperto scontro contro le varie proposte di riforma che, come nelle altre monarchie europee, anche in Francia erano giudicate dai ministri regi ormai non più rinviabili. Secondo Alatri, il recupero del diritto di rimostranza da parte dei parlamenti fu la base su cui si innestarono tutte le crisi politiche della Francia del ‘700.
Ragioni di varia natura motivano l’azione dei parlamenti contro i tentativi di riforma dei ministri delle finanze:
- la salvaguardia dei privilegi fiscali della nobiltà;
- la difesa della dignità e delle funzioni dell’istituzione parlamentare;
- la pretesa di dare espressione alla pubblica opinione e di rappresentare la nazione in assenza di altre istituzioni rappresentative.
Ovviamente, alla base del sostegno dell’opinione pubblica all’azione di protesta dei Parlamenti, sta un equivoco: i membri delle corti agivano infatti, in primo luogo, a difesa dei loro tradizionali privilegi fiscali: ma come abbiamo detto, l’abilità fu quella di ammantare questa protesta con toni patriottici, presentandola come una aspirazione alla libertà. "L'aspirazione alla libertà politica e quella all'uguaglianza si dissociarono: quando troveranno il loro reincontro, sarà la fine dei parlamenti e di tutto il sistema d'ancien régime" (Alatri p. 30).
Voltaire, sostenitore dell’assolutismo ‘illuminato’, comprese bene l’equivoco della presunta difesa della libertà contro l'assolutismo attuata dai Parlamenti, mettendo in evidenza la confusione che in quel tempo si era generata nel dibattito francese tra i corpi giudiziari francesi e il corpo rappresentativo inglese a cui le corti dicevano di ispirarsi.
Palmer ha evidenziato, d’altra parte, il ruolo dei Parlamenti e delle loro posizioni nell’educazione politica del paese, dato che le loro rimostranze, che ebbero una larga diffusione a mezzo stampa, parlavano di “leggi fondamentali”, di “nazione”, di “cittadini”, di “costituzione”. Possiamo dire che una larga parte del lessico politico della rivoluzione francese si forgiò attraverso il dibattito pubblico sulle posizioni parlamentari e sulle tesi che a queste si contrapponevano.  “Fino al 1760 le espressioni dominanti erano “monarchia legittima’’, “leggi fondamentali’’, “deposito delle leggi’’, “corpi intermedi’’. Dopo il 1760 parole come “diritto’’, “nazione’’, “costituzione’’ tradussero una precisa istanza politica : il controllo dell’attività legislativa e dell’imposizione fiscale “ (Richet p. 158).
Inoltre, l’affermarsi dell’idea che ogni Parlamento fosse, per quanto concerneva il controllo politico, un anello di un’unica catena (teoria dell’union des classes), fece da sfondo ad una serie di solidarietà incrociate, che portarono le corti a manifestare congiuntamente ogni qualvolta una di loro era messa sotto accusa o limitata dal potere regio.
Il più celebre di questi momenti di azione solidale fu il cosiddetto “colpo di stato di Maupeou“, dal nome del cancelliere che nel febbraio 1771 aveva promulgato, sostenuto dal sovrano, un editto che istituiva dei Consigli  superiori di giustizia che di fatto si sostituivano ai Parlamenti. I Parlamenti reagirono insieme, parlando di violazione della costituzione della Francia e di dispotismo regio. Già in quell’occasione, come anche in alcune circostanze precedenti, i Parlamenti chiesero la convocazione degli Stati Generali, l’unica istituzione che potesse esprimere l’opinione e le richieste della nazione intera. Fu questa richiesta a far schierare l’opinione pubblica dalla parte dei parlamentari, nonostante fosse chiara la natura corporativa della loro protesta.  E fu la percezione di quanto fosse avvertita dalla società francese la necessità di una rappresentanza, che spinse Luigi XVI, appena salito al trono, a ripristinare le funzioni dei Parlamenti e a licenziare Maupeou.
Da questo momento in poi, l’opposizione parlamentare riuscirà a far fallire i progetti riformatori prima di Turgot (1774-1776) e poi di Necker (1778-1781), sicuramente i tentativi più seri e di maggior respiro fatti dalla monarchia per risolvere i problemi finanziari ed economici del paese. I Parlamenti godevano di un ampio consenso, anche perché i loro dibattiti erano pubblicati regolarmente negli Atti parlamentari, che avevano un’ampia diffusione. In varie occasioni i Parlamenti si fecero difensori dell’ordine tradizionale argomentando che era impossibile per il Re modificare l’assetto sociale e la proprietà senza un consenso generale del Regno. Da un lato dunque, argomenti ‘conservatori’, che intendono impedire le riforme, ma dall’altro principi di stampo liberale, specie quando i parlamentari rifiutano l’assolutismo regio, e chiedono di essere consultati e ascoltati in nome delle ‘procedure’ che da sempre avevano caratterizzato la monarchia ‘moderata’ francese.

Ad esempio, quando si trattò di opporsi all’abolizione voluta da Turgot, ministro delle Finanze e fisiocratico, della corvée royale (=lavoro obbligato dei contadini per manutenzione di strade e altre opere pubbliche), il Parlamento dichiarò che “la prima regola di giustizia è di garantire ad ognuno ciò che gli è dovuto“, richiamandosi tra l’altro al “diritto naturale”, che imponeva non solo il rispetto della proprietà, ma anche la salvaguardia dei diritti “derivanti dalle prerogative di nascita e di stato“. Era pericoloso, proseguiva la rimostranza, “sotto un’apparenza di umanità“, distruggere le distinzioni sociali e assegnare a tutti gli uomini gli stessi doveri. Una scelta simile significava “sconvolgere la società civile, la cui armonia riposa soltanto sulla gerarchia dei poteri, delle autorità, delle dignità e distinzioni, che tiene ogni uomo al suo posto e salvaguarda tutte e classi dalla confusione. Quest’ordine… trae la sua origine dalle istituzioni divine; un’infinita e immutabile saggezza nella struttura dell’universo, ha dispensato in modo ineguale la potenza e il genio … E questa legge dell’universo, … si conserva in ogni impero e regge l’ordine per opera del quale sussiste“ (Palmer, p. 494). 

Il contrasto fra le due visioni delle cose e della società non potrebbe essere più netto di quanto appaia da queste affermazioni. Ma Palmer fa anche notare la sproporzione fra l’oggetto e i toni della rimostranza, che dà l’idea del clima e della “retorica“ politica di quegli anni: “per discutere su una settimana di lavoro stradale dei contadini, si rifece (il Parlamento) all’essenza della monarchia francese, alla costituzione, ai privilegi di nascita, ai tre ordini, alla giustizia divina“ (Palmer, p 495). Ciò dimostra quanto l’assetto d’antico regime fosse un ‘tutto’ le cui parti erano ugualmente necessarie per conservare l’intero sistema. Lo stesso Palmer afferma che se tutte le istituzioni politiche e giuridiche dell’antico regime furono abolite in blocco nel 1789, è proprio perché tutte furono tenacemente difese, come un insieme intoccabile, dagli anni ’70 in poi. 

2. Luigi XVI e la fine dell’antico regime

 

I problemi sopra delineati si aggravarono durante il regno di Luigi XVI, salito al trono nel 1774.  La Francia contava allora circa 28.000.000 milioni di abitanti, mentre 130.000 circa erano i membri del clero e circa 300.000 i nobili.
Lungo tutti gli anni ’70 e ’80 i vari ministri alle finanze tentarono di rimediare al deficit finanziario con provvedimenti contraddittori, di cui il più importante fu quello di Calonne che prevedeva un’imposta sul reddito terriero che doveva essere pagata da tutti, nobili e clero compresi. Il consenso alla distribuzione e all’esazione del carico fiscale era affidato a delle assemblee provinciali elette dai contribuenti in quanto ‘proprietari’ e non più in base all’ordine sociale di appartenenza. Un progetto che colpiva alle radici la società d’antico regime, tanto più che Calonne aveva previsto un reddito terriero piuttosto basso per essere eletti alle assemblee rappresentative.
Consapevole dell’opposizione che i Parlamenti avrebbero opposto ad una simile riforma, il ministro sottopose il suo progetto ad una assemblea di notabili, ossia di personaggi di spicco nominati dal re. Anche questo tipo di ‘consultazione’ era ormai desueto in Francia, essendo stato utilizzato l’ultima volta nel 1626. Nel 1787 i notabili furono integrati da una rappresentanza del Terzo Stato, e tra questi circa 40 era parlamentari. Di fronte a Calonne che parlava di abolizione dei privilegi, l’assemblea difese riprese il linguaggio dei Parlamenti, lanciando le consuete accuse di ‘dispotismo’, e chiedendo la convocazione degli Stati Generali, perché le assemblee volute da Calonne, prive di distinzione tra nobili e popolani, sarebbero diventate ‘democratiche e dispotiche’. 
A maggio 1788 il re abolì di fatto i Parlamenti, privandoli del loro potere di rimostranza e registrazione, che fu affidato ad una Corte Plenaria con sede a Parigi. Immediata e concorde fu la reazione dei parlamentari francesi, che si espresse in un numero elevato di scritti e libelli, più di 500 tra maggio e settembre, e nei quali i Parlamenti ribadirono la loro funzione di baluardi della libertà. Senza entrare in tutte le vicende che precedono la rivoluzione, è importante ricordare che nel ‘clima’ e nello spirito di quegli anni, in cui la rivoluzione americana fu un modello e un oggetto costante di discussione, i Parlamenti riuscirono a porsi come ‘voce’ dell’opinione pubblica e anche dei ceti borghesi, avocando a se stessi il ruolo di difensori dei diritti e di alcuni principi costituzionali tradizionali, come quello che prevedeva il consenso alla tassazione. Il legame tra rappresentanza e tassazione, che era stato alla base della ribellione dei coloni americani, fu effettivamente il tema cruciale delle rivendicazioni che animarono molte delle rivolte e delle rivoluzioni di fine ‘700.
Palmer afferma che se per rivoluzione intendiamo “una sfida deliberata al governo“, la Rivoluzione francese iniziò nell’estate 1788, con la grande agitazione di tutti gli organi ufficiali contro il re contro gli Editti di maggio. Una rivolta strisciate ma generalizzata, che gli storici chiamano la “rivolta aristocratica“: una sorta di messa in pratica, se vogliamo, delle teorie di Montesquieu sulla nobiltà come corpo sociale in grado di contrastare il dispotismo.
La mobilitazione fu generale, ma in ogni provincia francese diede vita ad episodi, posizioni dottrinali e alleanze sociali diverse. Sarà questo equivoco di fondo, ossia il coalizzarsi contro la Corona di ceti e interessi tra loro contrapposti, che darà poi il via ai grandi conflitti ‘dentro’ la rivoluzione. Esito della mobilitazione fu la convocazione degli Stati Generali, eletti tra il gennaio e l’aprile 1789 da tutti i cittadini francesi maschi che avessero compiuto 25 anni e che pagassero un minimo di tasse. Fu in pratica il primo suffragio universale maschile della storia francese, anche se il procedimento elettorale era indiretto, con assemblee locali che eleggevano i deputati alle assemblee provinciali da dove scaturirono i delegati agli Stati Generali. Si decise inoltre di raddoppiare il numero dei deputati del Terzo Stato, così da assicurare una rappresentanza più consona al peso dei ceti medi, tra i quali prevalenti erano i nobili di toga e i giuristi.
Le elezioni furono animate da un serrato dibattito, anche sulla scia del pamphlet che l’abate Sieyès aveva pubblicato a gennaio, Cos’è il Terzo Stato? , nel quale, rovesciando la visione della società sopra considerata, affermava che il Terzo Stato era la nazione francese, mentre coloro che abusavano dei privilegi erano contro, e dunque ‘fuori’ della nazione.
Durante le elezioni furono anche stesi i cahiers de doléance, in cui i francesi stesero un infinito elenco di recriminazioni e di richieste da affidare ai deputati. Restava ancora viva negli strati popolari francesi un’idea mitica del re, che si riteneva in grado, una volta che il popolo gli avesse mostrato le ingiustizie patite, di porre rimedio alle sofferenze dei suoi sudditi. In altre parole, il popolo era convinto che le colpe fossero dei finanzieri, degli esattori e dei ministri, e che il sovrano fosse dalla parte dei suoi ‘figli’. Scrive un nobile provenzale il 28 marzo ’89 “I principi dati al popolo sono che il re vuole che tutto sia eguale, che non vuole più signori né vescovi, né distinzioni di ranghi; più niente decime e diritti signorili”.
Questa grande mobilitazione psicologica cadeva in una situazione di fermento sociale e causa della carestia degli anni ’88 e ’89. Le elezioni furono il momento della presa di coscienza popolare dei mali della nazione e dei possibili rimedi. Attorno ad alcuni temi, come la necessità di una più ampia rappresentanza e il bisogno di dare alla Francia un nuovo assetto politico, si formò una straordinaria convergenza di posizioni, e un vero e proprio “partito patriota”. 

3. Dagli Stati Generali all’Assemblea nazionale costituente

 

Dopo l’apertura degli Stati Generali il 5 maggio, più di un mese di lavori fu dedicato alla questione della procedura di voto. Un problema non formale, visto che votare per ‘ordine’ significava dare nuovamente un peso maggiore alla convergenza di nobiltà e clero. Si giunse così alla richiesta del Terzo Stato  di riunioni congiunte e di votazioni ‘per testa’. Di fronte alle resistenze del re, tra il 17 e il 20 giugno i deputati del Terzo Stato, cui si era unita una parte del clero e alcuni nobili, si riunirono nel salone della Pallacorda e giurarono di non separarsi prima di aver dato alla Francia una nuova costituzione. L’assemblea si proclamò quindi Assemblea nazionale costituente.
E’ questo un passaggio fondamentale, anzi è per alcuni il passaggio decisivo del processo rivoluzionario, in quanto si ribaltano i principi dell’antico regime ponendo l’assoluta supremazia della nazione e del suo potere costituente, che nessuna norma precedente prevedeva e regolava. Neppure i cahiers facevano alcuna menzione dell’ipotesi costituente, anche se è presente in molti di questi documenti un esplicito richiamo alla rivoluzione inglese del 1688-89 come esempio da seguire. Nell’abbandonare la distinzione fra i tre “stati“ i deputati fanno dunque un salto concettuale rilevante, lasciandosi alle spalle tutto un sistema di rappresentazioni e di procedure che aveva le sue radici nel Medioevo francese.
La rivoluzione avvenne dunque silenziosamente, nella sala degli Stati Generali di Versailles, attraverso un mutamento di percezione e di linguaggio politico di cui furono interpreti i deputati. I nuovi principi politici e costituzionali maturano a partire da un mutamento di sensibilità e percezione collettiva, che porta i delegati ad accettare come naturali e necessarie trasformazioni che prima del loro arrivo all’assemblea avrebbero probabilmente respinto come troppo radicali e arrischiate (Tackett). 
BLUCHE: “La rivoluzione, a questo punto, è giuridicamente completata. In poche settimane, la Francia è passata dal riformismo alla rivoluzione” > Luigi XVI perde il trono avuto dai suoi antenati : dovrà ora aspettare che sia la Costituzione a decidere quale sarà il suo ruolo.
In realtà c’è un “vuoto” di potere legittimo e un “pieno” di poteri di fatto: Re conserva sua posizione ma è esautorato e scavalcato da assemblea : si crea una confusione di competenze e prerogative
Al tempo stesso, il processo di trasformazione non fu indolore né immediato, e fondamentale fu la percezione del valore sostanziale di alcuni aspetti procedurali, e precise richieste di modifica di tali procedute da parte dei deputati del Terzo Stato, come ad esempio la verifica comune dei poteri, riunioni congiunte,  la denominazione “conferenza dei comuni“ che i deputati del Terzo si attribuirono, il richiamo costante alla volontà generale della nazione come ‘mandante’ dei lavori dell’assemblea. Fu proprio il richiamo al primato e alla illimitatezza  della nazione che consentì ai deputati di superare la formula del ‘mandato imperativo’ tipica dell’antico regime, e di proclamarsi Assemblea nazionale costituente. “E se l’assemblea costituisce l’unica e totalizzante rappresentanza della nazione, della nazione essa esercita tutti i poteri, a cominciare da quello supremo e fondamentale: il potere costituente“ (Floridia, p. 117).
L’andamento dei lavori dell’Assemblea, già turbato dalla resistenza del re, fu poi travolto dagli eventi che ebbero come protagoniste le masse  popolari, dalla creazione della Comune a Parigi alla presa della Bastiglia, dalla sollevazione nelle campagne alla costituzione di Municipalità provvisorie in tutta la Francia, fino alla ‘marcia delle donne’ su Versailles dell’ottobre  1789.
La presa della Bastiglia
Gli storici hanno parlato delle “tre rivoluzioni“ del 1789: quella degli Stati Generali, convinti di potere rivoluzionare l’assetto francese per via costituzionale e pacifica; la rivoluzione parigina, che porta alla creazione di una amministrazione autonoma che difese l’Assemblea; e la rivolta nelle campagne, con obiettivi fiscali e anti-feudali. Furono queste agitazioni e rivolte in tutta la Francia a spingere l’Assemblea ad affrettare alcuni provvedimenti decisivi, che dovevano dare il segnale della direzione in cui ci si voleva muovere. “Per gli uomini dell’Assemblea, dunque, questo non è l’incontro dell’armonia prestabilita, bensì quello delle sorprese. Chi li ha consultati, d’altronde ? Nessuno. Non è per loro che Parigi è insorta, e le campagne gli forzano apertamente la mano. …. Ma la loro sola forza, di contro al re e agli aristocratici, consiste nell’accettare tutto in blocco“ (Furet – Richet, p. 114). Per questo si spingeranno molto più lontano di quanto volessero e agiranno in fretta : “l’intervento popolare trasforma i ritmi della rivoluzione“, più tardi imporrà anche i suoi contenuti.
Il 4 agosto l’Assemblea decretò l’abolizione dei diritti feudali, immediata per alcuni diritti, e dietro riscatto per altri. Il 26 agosto 1789 fu approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino autentico manifesto programmatico e ideologico del nuovo assetto che si voleva fare alla Francia, i cui contenuti sono riassunti nella celebre formula ‘égalité, liberté, fraternité“, ma in cui il richiamo al diritto naturale, di stampo lockiano, è bilanciato dalla funzione fondamentale assegnata alla legge anche in relazione alla proclamazione e difesa di questi diritti.
Importante è l’articolo 16, che parla espressamente di separazione dei poteri come criterio di validità di ogni costituzione. La rivoluzione americana e quella francese recepiscono entrambe – sia pure in forme diverse - l'affermazione dell’idea secondo cui non può esservi un sistema politico che non preveda la garanzia dei diritti dei cittadini, e forme precise di limitazione del potere politico. Un’idea che l'articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino esprime in questa formula: "Una società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata e la separazione dei poteri non è definitivamente determinata, non ha costituzione", mentre Thomas Paine  afferma nei Rights of man (1791) che "un governo senza una costituzione è potere senza diritto".
Pur con la presenza di un re, che però si opponeva con ogni mezzo alle decisioni dell’Assemblea, e dei suoi ministri, il vero organo di governo fu in questa fase l’Assemblea costituente e i vari comitati interni a questa, incaricati di esaminare le singole questioni e di preparare gli interventi legislativi per ridisegnare l’assetto della Francia. Si verifica così il paradosso di  un’assemblea che è ‘costituente’ ma governa, generando una confusione di poteri che accompagnerà tutto il periodo rivoluzionario, durante il quale sarà sempre l’assemblea legislativa, comunque questa fosse denominata, unitamente ai suoi comitati, la sede effettiva anche del potere esecutivo, amministrativo e in certi momenti anche giudiziario.

Se a partire da questa domanda - chi governa ? – volessimo schematizzare le tappe fondamentali della rivoluzione, potremmo allora distinguere alcune fasi ben precise:

  • 1789-1791 : Stati Generali > poi Assemblea nazionale costituente, fino alla costituzione del 1791
  • 1791-1792 : Assemblea legislativa (eletta con le norme della costituzione del 1791)
  • 1792 : Convenzione, per la stesura della costituzione repubblicana
  • 1792-1794 : Terrore > Comitato di salute pubblica e Tribunale speciale (Robespierre)
  • 1795 > Direttorio (costituzione del ’95)
  • 1799 > Colpo di stato di Napoleone : prima Consolato, poi Impero.

4. Le trasformazioni politiche e costituzionali.
Vediamo ora meglio alcuni aspetti delle trasformazioni istituzionali francesi nel decennio rivoluzionario.

 1. La nuova amministrazione territoriale
Nel dicembre 1789 un decreto che ridisegna le circoscrizioni amministrative francesi sulla base di un principio di omogeneità territoriale sconosciuto alla Francia d’antico regime e al suo intrico di comunità, città e territori, ciascuno distinto dagli altri per la sua storia, le tradizioni giuridiche, i poteri dei ceti, In particolare vigeva in Francia la distinzione tra ‘paesi di stato’, ove esistevano e funzionavano le assemblee provinciali, e ‘paesi d’elezione’, ove prevaleva il controllo regio.
L’idea di una sola indistinta nazione consente ora la divisione della Francia con criteri quasi ‘geometrici’ : 83 dipartimenti, a loro volta divisi in distretti e municipi (44.000), che si tentò di ritagliare secondo criteri di equivalenza territoriale e di popolazione.
L’amministrazione locale fu organizzata all’inizio sulla base di un principio elettivo che prevedeva la scelta da parte dell’elettorato dei governanti, funzionari e giudici locali: ma durante il Terrore, la necessità per i giacobini di controllare direttamente la vita locale portò alla soppressione degli organi elettivi locali e all’attribuzione di pieni poteri a commissari governativi straordinari, che diventarono la ‘longa manus’ del governo centrale. Lo stesso accade nei distretti, dove i commissari governativi erano tenuti ad inviare regolarmente a Parigi dettagliati rapporti sulla situazione locale: i loro compiti fondamentali furono quindi il controllo della vita locale e la sorveglianza politica.
Ma non dimentichiamo che si affacciarono durante la rivoluzione anche  modelli di natura federativa, specie nel Sud e Sud-Ovest del paese, che furono duramente repressi dal governo centrale. I rivoluzionari francesi guardavano ormai con sospetto ad ogni differenza territoriale e ad ogni particolarismo, che richiamava loro i principi e la natura dell’antico regime. L’opzione della ‘unità’ e ‘indivisibilità’ della Francia, e poi della repubblica, non furono mai messi in discussione dai dirigenti della rivoluzione, che repressero duramente i moti federalisti e municipali, così come la rivolta in Vandea, animata anche da ragioni religiose e dall’opposizione alla leva di massa.  

  1. La costituzione civile del clero.

Dopo la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, e dopo la soppressione degli ordini religiosi contemplativi nel febbraio 1790, nel luglio dello stesso anno fu emanata la Costituzione civile del clero, che imponeva l’elezione dei vescovi e dei parroci da parte di tutti gli elettori, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose, e obbligava il clero ad un giuramento di fedeltà alla nazione e alla legge. Inoltre, riduceva il numero delle diocesi in modo che coincidessero con la nuova ripartizione amministrativa del paese. Sarà l’avvio di una lacerazione profonda nella società francese e nel clero stesso, che si divise tra quanti accettarono le nuove norme, e quanti le respinsero, restando fedeli a Roma (‘clero refrattario’).

  1. Il tramonto della società corporativa

Il 17 marzo 1791 furono abolite le corporazioni, e nel giugno dello stesso anno furono vietate le associazioni operaie. Sono segnali chiari della concezione ora prevalente, che vede la società come somma di singoli individui, e le cui leggi fondamentali sono quelle di mercato. Questi provvedimenti completavano il disegno di smantellamento di ogni distinzione e privilegio già presente nei decreti di abolizione dei residui feudali del 4 agosto 1789. Come nota Mannoni, il liberalismo francese, a differenza di quello inglese, matura dalla sua presa di distanza dall’antico regime una forte diffidenza verso ogni principio di auto-organizzazione della società, e quindi verso ogni corpo intermedio o associazione. “La fedeltà al postulato atomista è vista come la migliore garanzia contro il risorgere di questi diaframmi tra lo Stato e l’individuo. Il prezzo da pagare per questo rifiuto di accettare un’articolazione di interessi nella società, economici o politici, è l’ammissione di una forte componente statualistica, di una concentrazione di potere nel legislatore: proprio quel potere che nella logica di una dottrina “pura” liberale si sarebbe dovuto limitare” (Barberis, p. 57).

4. La costituzione del 1791.
Le conseguenze della fuga del re furono drammatiche: mentre i democratici chiedevano una severa punizione del re, la destra si rifiutò di votare una dichiarazione di ‘sospensione’ di un re considerato inviolabile, e giunse a invocare l’intervento straniero a favore del sovrano.  Ogni residua lealtà verso la monarchia venne meno. Ciò nonostante, la Costituente, composta in maggioranza di notabili e di giuristi amanti dell’ordine, non seppe fare a meno della monarchia, e preferì credere alla versione del ‘rapimento’ del re. Nel settembre fu emanata la nuova costituzione, che riprendeva i principi già affermatisi nel corso del 1789, e alcuni decreti fondamentali già emanati nel 1790-91. Nella costituzione prevale una definizione dell’elettorato più ristretta rispetto non solo all’articolo 6 della Dichiarazione dei diritti, ma anche alle norme elettorali per gli Stati Generali dell’89: tra le condizioni per essere elettori, quella di pagare una tassazione pari a tre giornate di lavoro. Si prevedevano poi due gradi di elezione, con criteri distinti. Al re era affidato il potere esecutivo con la precisazione che doveva governare solo attraverso la legge, mentre la funzione legislativa è assegnata ad una Assemblea monocamerale, i cui membri sono eletti ogni due anni.  La figura del re esce perciò fortemente ridimensionata: tutta la procedura fiscale e finanziaria è controllata dall’assemblea rappresentativa, mentre anche i suoi poteri di capo dell’amministrazione appaiono decisamente ridotti dalla preferenza per il sistema elettivo nella designazione delle cariche amministrative. Anche la materia militare è sottoposta al controllo parlamentare. Inoltre, si impone la non eleggibilità di quanti avevano fatto parte dell’Assemblea nazionale costituente. Sarà dunque un ceto dirigente completamente nuovo quello che applicherà la nuova costituzione e affronterà le nuove emergenze della rivoluzione. Al momento di sciogliersi la Costituente aveva dichiarato: “Siamo alla fine della Rivoluzione“.

  1. La Legislativa

Eletta con le nuove norme elettorali previste dalla costituzione del 1791, la nuova assemblea, riunitasi il 1 ottobre, era dunque interamente composta da uomini nuovi, che giunti a Parigi iniziarono a ritrovarsi tra loro sulla base delle appartenenze territoriali e ideali, dando vita ad una serie di club e fazioni che saranno da lì in poi i veri protagonisti del dibattito e dello scontro di posizioni interni alla rivoluzione. La Legislativa dovrà subito affrontare il problema e dell’azione contro-rivoluzionaria dei numerosi nobili fuggiti all’estero. Il 20 aprile, su proposta di Luigi XVI, l’assemblea vota quasi all’unanimità la dichiarazione di guerra contro Francesco II d’Asburgo. Ma il paese è del tutto impreparato ad una guerra, e l’Assemblea sarà trascinata in una serie di provvedimenti diretti ad arginare il rischio di una guerra civile proprio nel momento in cui ogni sforzo doveva essere diretto alla difesa della nazione. Il re oppone il veto ad alcuni di questi provvedimenti e fa licenziare i ministri giacobini. Le sezioni popolari parigine, già in fermento per la guerra, entrano in agitazione e su ispirazione di Robespierre chiedono la decadenza del re e il suffragio universale. Il 10 agosto si forma una comune insurrezionale e l’Assemblea fu costretta ad accettare le richieste. “Il 10 agosto rappresenta la conclusione di ciò che era cominciato con la fuga (del re) a Varennes. Il programma dei Foglianti, diretto a consolidare i risultati dell’89, a stabilire un ordine fondato sulla libertà e sulla proprietà  borghese e ad accettare l’eguaglianza solo come eguaglianza di possibilità e non di diritti, è definitivamente respinto“ (Furet – Richet, p. 185). Il ruolo del re è concluso : per ora è prigioniero, presto sarà una vittima. “Per non aver osato cambiare dinastia nel 1789, come avevano fatto gli inglesi nel 1688, i borghesi liberali si sono condannati al suicidio“ (ibid., p. 186). La rivoluzione democratica del 10 agosto impedisce quindi alla borghesi francese un passaggio indolore al liberalismo del XIX secolo, e la rivoluzione si riapre, con nuovi protagonisti, e soprattutto con lo scontro tra Girondini e Giacobini.

  1. Il governo rivoluzionario e la Convenzione.  

Di fronte all’insurrezione del 10 agosto l’Assemblea legislativa decreta l’elezione, a suffragio universale, di una Convenzione Nazionale, per dare alla Francia una costituzione più democratica. Da quel momento e fino alla riunione della Convenzione (20-21 settembre 1792) la nazione sembra riprendersi interamente la sovranità che le appartiene per esercitarla in forma diretta. Ne risulta una sovrapposizione di organi di potere in concorrenza tra loro: l’Assemblea legislativa, il Consiglio esecutivo da questa creato per gestire la situazione, e la Comune insurrezionale di Parigi. Sarà la prima, sotto la minaccia costante della folla, a decretare la soppressione degli ultimi diritti feudali, quelli che nell‘89 erano stati dichiarati ‘riscattabili’, la vendita dei beni degli emigrati, lo scioglimento degli ultimi ordini religiosi, l’introduzione del divorzio e l’affidamento ai comuni della  tenuta dei registri dello stato civile, prima affidata alle parrocchie.

  1. La condanna del re e la creazione del Comitato di salute pubblica.

Gli eletti alla Convenzione sono tutti repubblicani, data anche l’alta astensione dalle urne degli elettori moderati. Il 21 settembre si abolisce la monarchia e si dichiara l’anno I della Repubblica. Si decide poi nel senso di attribuire alla Convenzione il potere di processare il re, che sarà ghigliottinato il 21 gennaio 1793. L’esecuzione del re non fa che accelerare la formazione di una vasta coalizione europea contro la Francia rivoluzionaria che in breve mette in serie difficoltà le armate francesi, mentre all’interno scoppi l’insurrezione della Vandea. Per controllare la situazione interna e reprimere la minaccia di una contro-rivoluzione (vera ossessione di questa fase della rivoluzione), si crea nel marzo un Tribunale rivoluzionario e il mese dopo un Comitato di salute pubblica. Sotto la pressione delle sezioni giacobine della capitale, la Convenzione deve procedere all’arresto dei capi della Gironda. Da questo momento la Francia è nella mani dei Giacobini di Robespierre e del suo Tribunale speciale.

  1.  La costituzione del 1793.

Travolta dagli eventi, la Convenzione riesce comunque a dare alla Francia la Costituzione del 24 giugno 1793, i cui contenuti sembrano diretti a dare una precisa risposta alle spinte radicali dei giacobini e del popolo parigino:

  • la Dichiarazione dei diritti è molto più democratica di quella dell’89
  • si afferma la sovranità popolare
  • si dichiara l’uguaglianza degli uomini ‘per natura’
  • si assicura il diritto di proprietà, ma anche quello all’assistenza per i cittadini senza lavoro
  • l’art. 35 prevede il “diritto di resistere all’oppressione” anche con l’insurrezione armata: “Quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo, e per ogni parte del popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri”
  • vige il suffragio universale maschile, e si introduce l’istituto del referendum
  • vi è una forte concentrazione del potere nel corpo legislativo, che nomina un consiglio esecutivo di 24 membri

NB > ma è una costituzione mai applicata: sottoposta ad un referendum popolare in cui vi furono più di 5 milioni di astenuti su un corpo elettorale di 7 milioni, fu deposta solennemente nei locali della Convenzione in un contenitore di legno di cedro, in attesa che il ritorno alla pace permettesse la sua applicazione, mentre il decreto del 5 ottobre ’93 dichiarava: “Il governo sarà rivoluzionario fino alla pace”. 

  1. Il Terrore.

Dopo il 21 settembre 1792, la Francia era governata dalla Convenzione. Messa da parte la costituzione del ’93, la Convenzione continuò a governare fino all’insediamento del Direttorio nel novembre 1795. Il governo ‘rivoluzionario’ della Convenzione si svolse dunque al di fuori di ogni costituzione: era l’assemblea che emanava i decreti, regolava l’amministrazione, nominava e revocava dei ministri incaricati dell’esecuzione dei provvedimenti. Ma dopo la caduta dei Girondini, il potere vero passa al Comitato di salute pubblica, creato dalla stessa Convenzione, che poteva dare ordini al consiglio esecutivo, sospendere le ordinanze in caso di necessità, adottare provvedimenti propri per particolari esigenze di difesa e di ordine pubblico, spiccare mandati d’arresto contro i sospettati di attività controrivoluzionaria. Nell’aprile 1794 ministri e comitato esecutivo sono soppressi e sostituiti da 12 commissari strettamente subordinati al Comitato. Così, se formalmente tutti gli organi di questo periodo (Tribunale rivoluzionario, agenti nazionali, commissari ecc.) sono formalmente subordinati alla Convenzione, di fatto è il solo Comitato ad esercitare ogni potere di controllo. Di fatto, fu la dittatura di Robespierre: infatti, se in teoria i membri del Comitato dovevano essere rinnovati ogni mese, nei fatti la Convenzione rielesse ogni mese gli stessi membri, ratificandone poi ogni decisione. Il potere personale di Robespierre poggiava, oltre che sul “carisma personale”,  sull’appoggio della Comune di Parigi e della Guardia Nazionale. Ma soprattutto esprimeva l’azione organizzata dei Giacobini: in tal senso, il Terrore fu in fondo la dittatura di un partito che aveva saputo organizzare la Francia rivoluzionaria in una fitta rete di club, coinvolgendo direttamente le masse popolari.  “Il sangue scorre e l’oppressione aumenta; ma l’ordine regna e alle nostre armate arride la vittoria” (Duverger, p. 60). 

  1. La costituzione ‘borghese’ del 1795.

Dopo l’eliminazione di Robespierre, la Convenzione riprende la sua funzione di governo: ma di fronte alle richieste di entrata in vigore della costituzione del ’93, si preferisce redigere un nuovo testo, più moderato. La costituzione del 1795 restringe infatti l’elenco delle libertà civili, riprende l’idea di “uguaglianza di fronte alla legge”, e introduce una parallela Dichiarazione dei doveri del cittadino dai toni marcatamente moralistici. L’art. 4 dice ad esempio: “Nessuno è buon cittadino se non è buon figlio, buon padre, buon amico, buon sposo”. Il sistema elettorale è censitario a doppio grado. In 377 articoli, delinea poi un impianto di governo in cui il timore di una nuova dittatura si traduce in un meccanismo di divisione dei poteri talmente rigido da portare negli anni successivi alla paralisi del governo stesso. Il potere legislativo è diviso tra due assemblee, il Consiglio degli Anziani (250 membri) e quello dei Cinquecento, con funzioni distinte, e alcuni Direttori, su un piano di parità, per le funzioni esecutive. Tra assemblee e Direttori c’è una assoluta separazione dei poteri. “Specializzato ciascuno nell’esercizio di un compito preciso, Direttori e Consigli sono assolutamente isolati gli uni dagli altri: non esiste alcun mezzo di azione reciproca” (Duverger, p. 63).

  1. L’avvento di Napoleone.

Negli anni successivi, questa situazione porterà a ricorrenti colpi di stato per risolvere i conflitti tra legislativo e esecutivo. E su questa situazione di instabilità e di contrapposizione tra rivoluzionari e moderati Napoleone farà leva per imporre il proprio potere personale. Grazie alle sue brillanti vittorie militari, dopo il colpo di stato del 9 novembre 1799 (18 Brumaio) il generale riuscirà a imporsi come il conciliatore delle due France: da un lato coloro che volevano salvare le conquiste liberali e giuridiche della rivoluzione, dall’altro quanti, dopo un decennio di convulsioni politiche e di instabilità governativa, sognavano un ritorno alla stabilità monarchica.  Napoleone sarà prima Console, e poi Imperatore, con una formula che mescola principi tra loro contrapposti: Imperatore “per grazia di Dio” (con la consacrazione e l’incoronazione, come era per i sovrani d’antico regime), e “per volontà del popolo” (con l’uso del plebiscito, e le elezioni a suffragio universale).  La sua azione si basa sulla costituzione dell’anno VIII (1799), poi modificata nel 1802, e su quella ‘imperiale’ del 1804, su un capillare controllo dell’amministrazione, di cui diremo tra poco, e sull’esercito. Ricordiamo anche l’entrata in vigore nel 1804 del nuovo Codice civile francese, il primo codice ‘moderno’.

 

Le altre rivoluzioni in Europa
Dunque, attraverso una decennale elaborazione e sperimentazione, le vicende rivoluzionarie mutano radicalmente i principi di fondo della politica, le forme istituzionali, l’idea di costituzione, la visione stessa dello stato e del rapporto stato-società.
Alcuni autori hanno parlato di “età delle rivoluzioni“ per indicare la contestualità dei numerosi rivolgimenti di fine ‘700, di qua e di là dell’Atlantico (Palmer), che coinvolsero molti paesi o territori (come ad esempio la Corsica), dando vita ad una intensa attività di richiesta e stesura di testi costituzionali.
Nel 1768 c’era stata una sollevazione antiaristocratica a Ginevra, che fu risolta dai patrizi di quella città grazie all’intervento francese. Nel 1785 fu il movimento patriottico olandese formato in prevalenza da borghesi a sollevarsi contro la concentrazione del potere nelle mani dei ‘reggenti’ e dello statholder. Anche in questo caso fu una mediazione europea, da parte dell’Inghilterra e della Prussia, a permettere il ritorno dell’Orange.
Anche in Polonia vi fu un movimento riformatore teso a togliere privilegi alla nobiltà, che portò nel 1791 ad una Costituzione che prevedeva l’abolizione del ‘liberum vetum’, la concessione di maggiori diritti alle città, una monarchia di tipo ereditario. Ma per lo stato polacco era troppo tardi: già oggetto dagli anni ’70 delle mire espansionistiche di Prussia, Russia e Austria, la Polonia fu completamente smembrata tra questi tre stati fra il 1793 e il 1795.  
Nel 1789 anche i Paesi Bassi si ribellarono contro la politica di Giuseppe II, che intaccava profondamente le loro libertà consuetudinarie: la rivolta belga ebbe forti ripercussioni sugli Stati Generali francesi, che temevano l’intervento austriaco alle frontiere. Quella belga fu comunque una rivoluzione di segno ‘conservatore’, contro un sovrano che non rispettava accordi e patti sottoscritti con quelle regioni.

IN SINTESI > rotture e trasformazioni fondamentali della rivoluzione:

  • dalla sovranità dinastica (tradizione  e diritto divino) alla sovranità popolare (la nazione > Pallacorda)
  • dai privilegi e dalla gerarchia sociale all’uguaglianza (abolizione feudalità – Dichiarazione dei diritti)
  • dall’assetto feudale al mercato della terra (fine feudalità)  
  • dalla proprietà divisa alla proprietà come diritto fondamentale della società borghese
  • dal mandato imperativo alla rappresentanza moderna (giugno - settembre ’89)
  • dall’alleanza trono-altare allo stato laico e al controllo del clero (nazionalizzazione beni ecclesiastici - Costituzione civile del clero – azione di cristianizzazione)
  • dalla società corporativa alla società degli individui (Le Chapelier)
  • dall’antico regime (limiti del potere fluidi e indefiniti) alle costituzioni (anche se mai applicate realmente)

 

LETTURE

F. BLUCHE e altri, La Rivoluzione francese, Tascabili economici Newton, Roma 1994.
P. COLOMBO, Governo e costituzione. La  trasformazione del regime politico nelle teorie dell’età rivoluzionaria francese, Giuffré, Milano 1993.
F. FURET – D. RICHET, La rivoluzione francese, Laterza, Bari 1974.  
R. MARTUCCI, L’ossessione costituente. Forma di governo e costituzione nella Rivoluzione francese (1789-1799), Il Mulino, Bologna 2001.
R. PALMER, L’era delle rivoluzioni democratiche, Rizzoli, Milano 1971.
S. SCHAMA, Cittadini. Cronaca della rivoluzione francese, Mondadori, Milano 1989.
T. TACKETT, In nome del popolo sovrano. Alle origini della rivoluzione francese, Carocci, Roma 2000.

Fonte: www.sp.units.it/

 

Rivoluzione francese

 

di Carattini Marcello

 

LA RIVOLUZIONE FRANCESE       

 

rivoluzione franceseRivoluzione francese (1789-1799), successione di avvenimenti politici e sociali che ebbero come conseguenze principali la caduta della monarchia, il c rollo dell'Ancien Régime e l'istituzione della repubblica in Francia. Le cause fondamentali furono l'incapacità delle classi dominanti di affrontare i problemi di stato, l'indecisione del re, l'esagerata tassazione della popolazione rurale, l'impoverimento del proletariato, il fermento intellettuale dovuto all'Illuminismo e l'eco della guerra d'Indipendenza americana.

Fig. 1- Presa della Bastiglia

Il 14 luglio 1789 una folla inferocita prese d'assalto la fortezza della Bastiglia, simbolo del governo dispotico della dinastia dei Borboni.

Cause storiche della rivoluzione

Per più di un secolo prima che Luigi XVI salisse al trono (1774) la Francia aveva vissuto periodiche crisi economiche dovute alle lunghe guerre sostenute durante il regno di Luigi XIV, alla cattiva gestione degli affari nazionali da parte di Luigi XV, alle perdite subite nella guerra coloniale anglo-francese (1754-1763) e all'indebitamento per i prestiti alle colonie americane in guerra per l'indipendenza (1775-1783). Poiché era sempre più insistente la richiesta di una riforma fiscale, sociale e amministrativa, nell'agosto 1774 il nuovo re nominò controllore generale Anne-Robert-Jacques Turgot, che impose severe economie di spesa. Quasi tutte le riforme furono tuttavia boicottate dai membri più reazionari del clero e della nobiltà che, appoggiati dalla regina Maria Antonietta, imposero le dimissioni di Turgot e si opposero anche al suo successore, il finanziere e statista Jacques Necker. Questi dovette a sua volta lasciare l'incarico, ma si guadagnò il favore popolare pubblicando un resoconto delle finanze reali, che rivelava l'altissimo costo del sistema dei privilegi e dei favoritismi.

rivoluzione franceseNegli anni successivi la crisi peggiorò e la richiesta di convocazione degli Stati generali (assemblea formata da rappresentanti del clero, della nobiltà e del terzo stato), che non si riunivano dal 1614, costrinse Luigi XVI ad autorizzare le elezioni nazionali nel 1788.

Fig. 2- David: Giuramento della Pallacorda

Nel Giuramento della Pallacorda (1790-91), oggi al Musée Carmavelet di Parigi, il pittore francese Jacques-Louis David rievocò la storica giornata del 20 giugno 1789, quando i rappresentanti del terzo stato, riuniti nella sala della Pallacorda del palazzo di Versailles, giurarono di dare una Costituzione alla Francia.

Durante la campagna elettorale, la censura fu sospesa e la Francia fu invasa da opuscoli che diffondevano idee illuministe.  Necker, nuovamente nominato controllore generale, chiese di attribuire al terzo stato, cioè alla borghesia, tanti rappresentanti agli Stati generali quanti erano quelli attribuiti al primo e al secondo stato insieme.

Gli stati generali si riunirono a Versailles il 5 maggio 1789. Le delegazioni delle classi privilegiate si opposero immediatamente alle proposte di procedura elettorale avanzate dal terzo stato, che, essendo il gruppo più numeroso, con il sistema del voto individuale si sarebbe assicurato la maggioranza. Dopo sei settimane di impasse i rappresentanti del terzo stato, guidati da Emmanuel-Joseph-Sieyès e dal conte Honoré-Gabriel de Mirabeau e in aperta sfida alla monarchia che sosteneva clero e nobiltà, si proclamarono Assemblea nazionale, attribuendosi il potere esclusivo di legiferare in materia fiscale. Privata dal re della sala di riunione, l'Assemblea per tutta risposta si trasferì nella sala attigua (20 giugno), giurando che non si sarebbe sciolta senza aver redatto una costituzione (giuramento della pallacorda). Divisioni interne fecero sì che anche molti rappresentanti del clero inferiore e alcuni nobili liberali si unissero al nuovo organo.

La rivolta

Di fronte alle continue sfide ai suoi decreti e alla sedizione serpeggiante nell'esercito, il re capitolò e il 27 giugno ordinò a nobiltà e clero di unirsi ai rivoluzionari, che si proclamarono Assemblea costituente. Allo stesso tempo, cedendo alle pressioni della regina e del conte di Artois (il futuro Carlo X), Luigi XVI radunò alcuni reggimenti stranieri attorno a Parigi e a Versailles e licenziò nuovamente Necker. Il popolo parigino reagì con l'insurrezione aperta e dopo due giorni di tumulti prese d'assalto la Bastiglia, il carcere simbolo del dispotismo reale (14 luglio 1789).

rivoluzione franceseGià in precedenza sporadici disordini e sollevamenti contadini in diverse zone della Francia avevano allarmato i piccoli proprietari terrieri non meno dei seguaci del re. Spaventati dagli eventi, il conte di Artois e altri reazionari lasciarono il paese, dando inizio alla migrazione dei nobili (réfugiés).

Fig. 3- Soldati francesi, secolo XVIII

L'esercito francese, con i suoi 500.000 uomini, fu uno dei più grandi eserciti europei attivi nel XVIII secolo, in un periodo in cui si adottarono nuovi tipi di armi come, ad esempio, le baionette innestate sui moschetti.

Per timore che il popolo approfittasse ulteriormente del crollo del vecchio apparato amministrativo e passasse nuovamente all'azione, la borghesia parigina si affrettò a istituire un governo locale provvisorio e una milizia popolare (guardia nazionale), comandata dal marchese di Lafayette, eroe della guerra d'Indipendenza americana. Un tricolore rosso, bianco e blu sostituì lo stendardo bianco dei Borbone, mentre anche nelle province si formavano municipalità borghesi e rurali e unità della guardia nazionale. Luigi XVI, non potendo contenere la crescente rivolta, ritirò le truppe, richiamò Necker e legittimò le misure prese dalle autorità provvisorie.

La costituzione

I disordini in provincia e nelle campagne spronarono la Costituente: il 4 agosto 1789 clero e nobiltà rinunciarono ai propri privilegi e, qualche giorno dopo, fu approvata una legge che aboliva i privilegi feudali, pur con alcune eccezioni. Furono proibite la vendita delle cariche pubbliche e l'esenzione dalle tasse, mentre alla Chiesa cattolica fu tolto il diritto di prelevare le decime. L'Assemblea si dedicò quindi alla redazione della costituzione. Nel preambolo, noto come Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, i delegati formularono gli ideali rivoluzionari condensati poi nell'espressione "liberté, égalité, fraternité".

Nel frattempo il popolo, affamato e in fermento per le voci di una cospirazione monarchica, assediò

inferocito il palazzo di Versailles (5-6 ottobre), costringendo la famiglia reale a riparare a Parigi con l'aiuto di Lafayette. L'episodio spinse alcuni conservatori, membri della Costituente, a seguire il re e a dare le dimissioni. L'obiettivo iniziale di una monarchia costituzionale venne mantenuto, anche se tra i membri dell'Assemblea cominciò a prevalere un certo radicalismo.

La prima stesura della costituzione fu approvata dal sovrano il 14 luglio 1790, presenti delegazioni di ogni parte del paese. Le province furono abolite e sostituite da dipartimenti dotati di organi amministrativi elettivi locali; i titoli nobiliari furono soppressi; si istituì il processo davanti alla giuria per atti criminali e si prospettarono fondamentali modifiche alle leggi. Basando il diritto di suffragio sulla proprietà, la costituzione limitò l'elettorato alla borghesia e alle classi più elevate. Il potere legislativo fu conferito a un'assemblea composta da 745 membri da eleggere in modo indiretto. Sebbene il re detenesse il potere esecutivo, gli furono imposte rigide limitazioni: il suo veto aveva esclusivamente effetto sospensivo e all'Assemblea spettava il controllo sulla sua condotta negli affari esteri. La costituzione civile del clero limitò notevolmente il potere della Chiesa cattolica; i suoi beni confiscati servirono a garantire i nuovi titoli (assignats) emessi per risolvere la crisi finanziaria; preti e vescovi sarebbero stati eletti da particolari assemblee e retribuiti dallo stato, al quale essi dovevano giurare fedeltà, mentre quasi tutti gli ordini monastici dovevano essere soppressi.

rivoluzione franceseNei quindici mesi tra l'accettazione della prima stesura della costituzione e il suo completamento mutarono gli equilibri di forze all'interno del movimento rivoluzionario, soprattutto a causa del clima di scontento e di sospetto diffuso tra le classi prive del diritto di voto, sempre più portate a soluzioni radicali.

Fig. 4- Decapitazione di Luigi XVI

Condannato a morte per tradimento, dopo che la Convenzione nazionale ebbe proclamato la repubblica, Luigi XVI fu ghigliottinato nel gennaio del 1793. La ghigliottina, che divenne il simbolo del periodo del Terrore, fu introdotta da una legge presentata alla Convenzione nazionale da Joseph-Ignace Guillotin.

 

Questa tendenza, stimolata in tutta la Francia dai giacobini e a Parigi dai cordiglieri, si acuì alla notizia dei contatti tra Maria Antonietta e il fratello, l'imperatore Leopoldo II d'Asburgo che, come quasi tutti i regnanti d'Europa, aveva accolto i réfugiés e non nascondeva la propria ostilità di fronte agli avvenimenti francesi. Il sospetto popolare sulle attività della regina e sulla complicità del re trovò conferma il 21 giugno, quando la famiglia reale tentò di lasciare la Francia e fu catturata a Varennes.

 

La crescita del radicalismo nel governo

Il 17 luglio 1791 i repubblicani di Parigi si riunirono al Campo di Marte chiedendo la deposizione del sovrano. All'ordine di Lafayette, politicamente affiliato ai foglianti (monarchici moderati), la guardia nazionale aprì il fuoco disperdendo i dimostranti. Lo spargimento di sangue acuì la frattura tra repubblicani e borghesia. Dopo aver sospeso Luigi XVI dalle sue funzioni, la maggioranza moderata della Costituente, temendo ulteriori disordini, reintegrò il re nella speranza di contenere le spinte radicali ed evitare l'intervento straniero. Il 14 settembre Luigi XVI giurò di appoggiare la costituzione emendata. Due settimane dopo, con l'elezione della nuova legislatura autorizzata dalla costituzione, l'Assemblea costituente fu sciolta. Nel frattempo, Leopoldo II e Federico Guglielmo II, re di Prussia, avevano emanato una dichiarazione congiunta contenente minacce di intervento armato contro la rivoluzione (27 agosto 1791).

L'Assemblea legislativa, riunitasi il 1° ottobre, era composta da 745 nuovi membri (poiché i costituenti si erano dichiarati ineleggibili alla legislatura successiva) ed era divisa in fazioni le cui idee politiche erano ampiamente divergenti. La più moderata era quella dei foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale prevista nella costituzione del 1791; al centro si collocava la maggioranza (detta "pianura"), senza un programma preciso, ma compatta nell'opposizione ai repubblicani, seduti a sinistra, distinti in girondini, che chiedevano la trasformazione della monarchia costituzionale in repubblica federale, e montagnardi (giacobini e cordiglieri), che propugnavano una repubblica fortemente centralizzata. Prima che queste differenze provocassero una grave frattura interna, i repubblicani riuscirono a far approvare alcune leggi importanti e severe misure contro gli ecclesiastici che rifiutavano il giuramento di fedeltà.

Il veto del re a tali proposte creò una crisi che portò al potere i girondini, i quali, nonostante l'opposizione dei montagnardi, adottarono un atteggiamento ostile verso Federico Guglielmo II e Francesco II d'Asburgo (succeduto al padre sul trono imperiale il 1° marzo 1792), principali protettori dei réfugiés e sostenitori della ribellione dei signori feudali alsaziani contro il governo rivoluzionario. La volontà di guerra si diffuse rapidamente sia tra i monarchici, che speravano di restaurare l'Ancien Régime, sia tra i girondini, che volevano un trionfo decisivo sulle forze reazionarie nazionali ed estere. Il 20 aprile 1792 l'Assemblea legislativa dichiarò guerra all'Austria.

La lotta per la libertà

A causa degli errori commessi dagli alti comandi francesi, perlopiù monarchici, l'Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministero Roland il 13 giugno e nella capitale scoppiarono disordini culminati nell'attacco alle Tuileries, la residenza reale. L'11 luglio Sardegna e Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l'emergenza nazionale; furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò cantando la Marseillaise. Lo scontento popolare nei confronti dei girondini, raccoltisi intorno al monarca, aumentò la tensione, che degenerò in insurrezione aperta quando il duca di Brunswick minacciò di distruggere la capitale in caso di attentati contro la famiglia reale. Gli insorti assaltarono le Tuileries, massacrando le guardie del re, che si rifugiò nella sala dell'Assemblea legislativa; il re fu sospeso e imprigionato, il governo parigino deposto e sostituito da un consiglio esecutivo provvisorio dominato dai montagnardi di Georges Danton, che ben presto assunsero il controllo dell'Assemblea legislativa e indissero elezioni a suffragio universale maschile per una nuova Convenzione costituente.

Tra il 2 e il 7 settembre oltre 1000 sospetti traditori furono processati sommariamente e giustiziati nei cosiddetti "massacri di settembre", dettati dalla paura di presunti complotti per rovesciare il governo rivoluzionario. Il 20 settembre l'avanzata prussiana fu bloccata a Walmy. Il giorno seguente si riunì la nuova Convenzione nazionale, che proclamò l'abolizione della monarchia e la nascita della Prima Repubblica. Sebbene le principali fazioni, montagnardi e girondini, non avessero altri programmi comuni, non si sviluppò alcuna opposizione al decreto della Gironda che prometteva l'aiuto francese a tutti i popoli oppressi d'Europa, principio che di fatto avrebbe dato luogo a future annessioni. Mentre le truppe conseguivano nuove vittorie, conquistando Magonza, Francoforte sul Meno, Nizza, la Savoia e i Paesi Bassi austriaci, cresceva il conflitto all'interno della Convenzione, con la Pianura che oscillava tra i girondini conservatori e i montagnardi radicali, capeggiati da Robespierre, Marat e Danton. Fu approvata la proposta della Montagna di processare Luigi XVI per tradimento: il 15 gennaio 1793 il re fu dichiarato colpevole e il 21 gennaio ghigliottinato, provocando la reazione immediata delle corti europee.

La mancanza di unità dei girondini durante il processo al re danneggiò il loro prestigio e la loro influenza alla Convenzione diminuì, anche in conseguenza delle sconfitte francesi contro l'Inghilterra e le Province Unite (1° febbraio 1793) e contro la Spagna (7 marzo), quest'ultima entrata con alcuni stati minori nella coalizione controrivoluzionaria. All'inizio di marzo, la Convenzione approvò la coscrizione di 300.000 uomini, arruolati nei vari dipartimenti. Sfruttando la resistenza opposta dai contadini della Vandea, i monarchici e il clero li spinsero alla rivolta, dando inizio alla guerra civile che si diffuse rapidamente nei dipartimenti vicini. La sconfitta francese a Neerwinden, la guerra civile e l'avanzata delle forze straniere in Francia portarono a una crisi tra i girondini e i montagnardi, che sostenevano la necessità di un'azione radicale in difesa della rivoluzione.

Il Terrore

Il 6 aprile la Convenzione istituì un nuovo organo esecutivo della repubblica, il Comitato di salute pubblica, e riorganizzò il Comitato di sicurezza generale e il tribunale rivoluzionario, inviando inoltre funzionari nei singoli dipartimenti per sorvegliare l'applicazione della legge e requisire uomini e armi. Il conflitto tra girondini e montagnardi si acuì; nuovi tumulti scoppiati a Parigi, organizzati da estremisti radicali, costrinsero la Convenzione a ordinare l'arresto di 29 delegati e due ministri girondini, così che da quel momento prevalse la fazione radicale del governo parigino. Il 24 giugno l'Assemblea promulgò una nuova costituzione ancora più democratica; tale documento non entrò mai in vigore perché fu completamente riformulato dai giacobini, passati il 10 luglio alla direzione del Comitato di salute pubblica. Tre giorni dopo, il radicale giacobino Jean-Paul Marat fu assassinato da Carlotta Corday, simpatizzante girondina; l'indignazione pubblica accrebbe notevolmente l'influenza giacobina.

rivoluzione franceseFig. 5- Maximilien de Robespierre

Maximilien de Robespierre, qui ritratto in un celebre dipinto del 1789 di Louis-Léopold Boilly (Musée des Beaux-Arts, Lilla) fu una delle figure più controverse della Rivoluzione francese. La fedeltà agli ideali rivoluzionari ne fece il maggiore responsabile di quel regime del Terrore durante il quale, al fine di impedire azioni controrivoluzionarie e salvare la Repubblica, vennero ghigliottinate migliaia di persone. La sorte gli avrebbe poi riservato la stessa fine.

 Il 27 luglio il giacobino Maximilien Robespierre entrò nel Comitato e ben presto ne assunse la guida. Aiutato da Louis Saint-Just, Lazare Carnot, Georges Couthon e altri, Robespierre ricorse a misure estreme per schiacciare qualunque tendenza controrivoluzionaria. I poteri del Comitato vennero rinnovati mensilmente dall'Assemblea nel periodo noto come il Terrore (aprile 1793 - luglio 1794).

In campo militare, la repubblica dovette affrontare le potenze nemiche che avevano ripreso l'offensiva su tutti i fronti: Magonza era stata riconquistata dai prussiani, numerose città francesi erano cadute o sotto assedio, gli insorti cattolici o monarchici controllavano buona parte della Vandea e della Bretagna, mentre Caen, Lione, Marsiglia e Bordeaux erano nelle mani dei girondini. Una nuova coscrizione chiamò alle armi tutta la popolazione maschile abile, 750.000 uomini che vennero divisi in quattordici eserciti. All'interno, l'opposizione veniva repressa duramente dal Comitato: il 16 ottobre fu giustiziata Maria Antonietta e, due settimane dopo, ventuno girondini; migliaia di monarchici, ecclesiastici, girondini e altri, accusati di attività o simpatie controrivoluzionarie, furono processati e mandati al patibolo, per un totale di 2639 esecuzioni, di cui più della metà tra giugno e luglio 1794. Il tribunale di Nantes condannò a morte oltre 8000 persone in tre mesi e in tutta la Francia si eseguirono quasi 17.000 pene capitali che, sommate ai morti nelle prigioni sovraffollate e malsane e ai rivoltosi uccisi sul campo, portarono le vittime del Terrore a circa 40.000. Non si fecero distinzioni: nobili, ecclesiastici, borghesi e soprattutto contadini e operai furono condannati come renitenti alla leva, disertori, ribelli o responsabili di altri crimini. Al clero, il gruppo proporzionalmente più colpito, fu imposta l'abolizione del calendario giuliano, sostituito da quello repubblicano.

Il Comitato di salute pubblica di Robespierre tentò di riformare la Francia secondo i concetti di umanitarismo, idealismo sociale e patriottismo; nello sforzo di istituire una "repubblica della virtù", si enfatizzò la devozione alla nazione e alla vittoria, combattendo corruzione e ribellione. Il 23 novembre 1793, la Comune di Parigi (la prima, detta anche Comune rivoluzionaria), presto seguita in tutta la Francia, chiuse le chiese, iniziando la predicazione della religione rivoluzionaria nota come "culto della Dea Ragione". Ciò accrebbe le differenze tra i giacobini, guidati da Robespierre, e i seguaci dell'estremista Jacques-René Hébert, che costituivano una forza notevole alla Convenzione e nel governo parigino.

Frattanto, la campagna contro la coalizione antifrancese raccoglieva vittorie e respingeva gli invasori; contemporaneamente il Comitato di salute pubblica schiacciava le insurrezioni di monarchici e girondini.

La lotta per il potere

Il conflitto tra il Comitato e gli estremisti si risolse con l'esecuzione di Hébert e dei suoi collaboratori (24 marzo 1794); pochi giorni dopo (6 aprile) Robespierre fece giustiziare Danton e i suoi seguaci, che cominciavano a chiedere la pace e la fine del Terrore. A causa di tali rappresaglie Robespierre perse l'appoggio di molti giacobini; si diffuse il rifiuto delle eccessive misure di sicurezza imposte dal Comitato e lo scontento generale si trasformò presto in una vera cospirazione: Robespierre, Saint-Just, Couthon e altri 98 seguaci furono arrestati il 27 luglio (corrispondente al 9 termidoro II) e giustiziati il giorno seguente.

Sino alla fine del 1794 l'Assemblea fu dominata dal gruppo che aveva rovesciato Robespierre ponendo fine al Terrore: i club giacobini furono chiusi in tutta la Francia, vennero aboliti i tribunali rivoluzionari e abrogati alcuni decreti, tra cui quello che fissava il tetto massimo di prezzi e salari. Richiamati i girondini e altri delegati di destra espulsi, i termidoriani divennero fortemente reazionari, sicché nella primavera del 1795 ripresero tumulti e manifestazioni di protesta, duramente represse e seguite da rappresaglie contro i montagnardi.

Nell'inverno 1794 l'esercito invase i Paesi Bassi austriaci e le Province Unite, poi riorganizzate nella Repubblica batava. La coalizione antifrancese si sgretolò: con il trattato di Basilea (5 aprile 1795) la Prussia e altri stati tedeschi stipularono la pace con la Francia; il 22 luglio anche la Spagna uscì dalla guerra; solo Gran Bretagna, Sardegna e Austria rimasero in guerra con la Francia. Per quasi un anno però si ebbe una situazione di tregua. La fase successiva aprì le guerre napoleoniche.

La Convenzione nazionale redasse rapidamente una nuova costituzione che, approvata il 22 agosto 1795, conferiva il potere esecutivo a un Direttorio composto di cinque membri e quello legislativo a due camere, il Consiglio degli Anziani (250 membri) e il Consiglio dei Cinquecento. Il mandato di un membro del Direttorio e di un terzo del corpo legislativo doveva essere rinnovato annualmente a partire dal maggio 1797 e il voto era limitato ai contribuenti residenti da almeno un anno nel proprio distretto elettorale. La nuova costituzione si allontanava dalla democrazia giacobina e, non indicando mezzi per risolvere i conflitti tra potere esecutivo e legislativo, pose le premesse per rivalità interne, colpi di stato e un'inefficace gestione degli affari interni. La Convenzione, sempre anticlericale e antimonarchica nonostante l'opposizione ai giacobini, creò una serie di garanzie contro la restaurazione della monarchia; decretò infatti che il Direttorio e due terzi del corpo legislativo fossero scelti tra i propri membri, suscitando così la violenta insurrezione dei monarchici (5 ottobre 1795). I disordini furono sedati dai soldati guidati dal generale Napoleone Bonaparte (il futuro Napoleone I). Il 26 ottobre cessarono i poteri della Convenzione, sostituita il 2 novembre dal governo previsto nella nuova costituzione.

Nonostante il contributo di abili statisti quali Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord e Joseph Fouché, il Direttorio dovette fronteggiare subito numerose difficoltà: sul fronte interno l'eredità di un'acuta crisi finanziaria aggravata da una disastrosa svalutazione (99% circa) degli assignats, lo spirito giacobino ancora vivo tra le classi più povere, il proliferare tra i benestanti di agitatori monarchici che propugnavano la restaurazione; sul fronte internazionale la questione aperta con il Sacro romano impero e l'assolutismo, costante minaccia alla rivoluzione, che ancora dominava quasi tutta l'Europa. I raggruppamenti politici borghesi, decisi a conservare il potere conquistato, presto scoprirono i vantaggi derivanti dal dirottare le energie della massa in canali militari.

L'ascesa di Napoleone

rivoluzione franceseA circa cinque mesi dall'insediamento, il Direttorio aprì la prima fase (marzo 1796 - ottobre 1797) delle guerre napoleoniche. Tre colpi di stato, sconfitte militari nell'estate 1799, difficoltà economiche e fermento sociale misero in grave pericolo la supremazia politica borghese. Gli attacchi della sinistra culminarono in un complotto del riformatore radicale François-Noël Babeuf, che chiedeva la distribuzione di terre e ricchezze. Il tradimento di un complice fece fallire l'insurrezione e Babeuf fu giustiziato il 28 maggio 1797. Un colpo di stato rovesciò il Direttorio (9-10 novembre 1799) e Napoleone Bonaparte, idolo popolare grazie a recenti vittoriose campagne, salì al potere come Primo console, chiudendo il periodo "rivoluzionario". Il parziale fallimento della rivoluzione fu compensato dal suo dilagare in quasi tutta Europa.

Fig, 6- Napoleone Bonaparte

Grande stratega, forse il più grande dell'Ottocento, Napoleone Bonaparte conquistò gran parte dell'Europa occidentale e l'Egitto, e diffuse nei paesi da lui sottomessi i principi della Rivoluzione francese. Nel 1804 si incoronò imperatore dei francesi e avviò numerose riforme profondamente innovatrici.

Cambiamenti portati dalla rivoluzione

Il risultato immediato della rivoluzione fu l'abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali. Si eliminarono la servitù, i tributi e le decime; i grandi possedimenti vennero frazionati e si introdusse un principio equo di tassazione; con la redistribuzione delle ricchezze e dei terreni, la Francia divenne il paese europeo con il maggior numero di piccoli proprietari terrieri indipendenti. A livello sociale ed economico, si abolirono l'incarceramento per debiti e il diritto di primogenitura nell'eredità terriera, e fu introdotto il sistema metrico decimale.

 

Napoleone portò a compimento alcune riforme avviate durante la rivoluzione: istituì la Banca di Francia, che era banca nazionale semi-indipendente e agente governativo in materia di valuta, prestiti e depositi pubblici; instaurò l'attuale sistema scolastico, centralizzato e laico; organizzò l'università e l'Institut de France; stabilì l'assegnazione delle cattedre in base a esami aperti a tutti, senza distinzioni di nascita o reddito.

La riforma delle leggi provinciali e locali fu accolta nel Codice napoleonico, che rispecchiava molti principi introdotti dalla rivoluzione: uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; proibizione della detenzione arbitraria oltre il terzo giorno dall'arresto; regolarità processuale, che prevedeva un consiglio di giudici e una giuria, la presupposizione di innocenza dell'accusato fino a prova contraria e il diritto alla difesa. In tema di religione i principi di libertà di culto e di stampa, enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, portarono a una maggiore libertà di coscienza e al godimento dei diritti civili per protestanti ed ebrei. Furono gettate le basi per la separazione tra stato e Chiesa.

Gli esiti teorici della rivoluzione si ritrovano nelle parole "liberté, égalité, fraternité", che diventarono il vessillo per le riforme liberali in Francia e in Europa nel XIX secolo; tuttora sono parole-chiave della democrazia. Storici revisionisti, tuttavia, attribuiscono alla rivoluzione gli effetti meno positivi dell'ascesa di un sistema altamente centralizzato e spesso totalitario, e della guerra applicata su larga scala a coinvolgere intere nazioni. Altri tendono a sminuire la lotta di classe come elemento motore della rivoluzione, e a sottolineare l'importanza di fattori politici, culturali e ideologici.

 

 

                                                                                                                                 di Carattini Marcello

 

 

 

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