Risorgimento
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Il Risorgimento fu il periodo della storia d'Italia durante il quale la nazione italiana - stanziata a sud dello spartiacque alpino e occupante tutta la penisola italiana e le isole di Sardegna, Sicilia e gli arcipelaghi minori - conseguì la propria unità nazionale.
Il termine richiama l'idea di una resurrezione della nazione italiana attraverso la conquista dell'unità nazionale per lungo tempo perduta. Tuttavia, per quanto questa visione idealizzata del periodo sia, da talune interpretazioni moderne, riveduta in un concetto più ampio della situazione italiana ed internazionale e la stessa unificazione venga vista a volte più come un processo di espansione del regno di Sardegna che come un processo collettivo, il termine è ormai accettato ed ha assunto valenza storica per questo periodo della storia d'Italia.
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IL RISORGIMENTO ITALIANO
L’Italia era stata unita politicamente solo ai tempi dell’Impero romano anche se una nazione italiana, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa e in parte economica esisteva almeno fin dall’epoca dei comuni.
Nella prima metà dell’800 l’Italia conobbe un processo di graduale riscoperta e di sempre più netta rivendicazione della propria identità nazionale.
- 1831: scoppiano insurrezioni nei Ducati di Modena e Parma e in una parte dello Stato pontificio, come conseguenza della situazione creatasi dopo la rivoluzione del luglio 1830 in Francia.
Precedente cospirazione all’interno del Ducato di Modena appoggiata dal duca Francesco IV per creare un Regno dell’Italia centrosettentrionale.
Viene bloccata la rivolta a Modena.
4 febbraio: la rivolta scoppia a Bologna e in tutti i centri principali delle Legazioni pontefice: in Romagna, a Pesaro, Urbino, Ferrara e nei Ducati di Parma e Modena.
Fuga di Francesco IV.
A muoversi furono i ceti borghesi appoggiati dall’aristocrazia liberale e da una mobilitazione popolare.
Costituzione di un Governo delle province unite.
Organizzazione di un corpo di volontari per marciare verso Roma.
Marzo: intervento militare austriaco. Repressione.
Estate: nasce in Francia la Giovine Italia.
- 1830-1840: periodo di tentativi insurrezionali organizzati dalla Giovine Italia, tutti falliti.
Regno delle due Sicilie e Stato pontificio: Gregorio XVI si oppone a qualsiasi riforma.
Toscana: viene impedito ogni sviluppo.
Piemonte: vengono attuate caute riforme.
- Inizio anni ’40: incoraggianti sintomi di progresso economico.
- Anni ’40: costruzione di ferrovie con conseguente slancio dell’economia degli stati italiani.
Progressi nel sistema bancario.
Sviluppo dei porti e della marina mercantile.
Nascita di un orientamento moderato.
Nasce una nuova scuola di pensiero definita “neoguelfa”, il cui principale rappresentante è Vincenzo Gioberti, che propone una confederazione fra gli stati italiani presieduta dal papa.
- 1846-47: accelerazione del moto riformatore.
- Giugno 1846: elezione al soglio pontificio di Pio IX.
Pio IX concede un’ampia amnistia per i detenuti politici liberali e moderati. Si pensa che Pio IX possa essere l’uomo capace di dar corpo all’utopia neoguelfa.
- Primavera-estate ’47: viene convocata una consulta di Stato, viene istituita una Guardia civica e attenuata la censura alla stampa.
- Estate-autunno ’47: il moto riformatore dilaga in tutta Italia.
- 1848: l’Europa viene sconvolta da una crisi rivoluzionaria di ampiezza e intensità eccezionali, come sono da ritenersi eccezionali l’estensione dell’area geografica interessata dalle agitazioni e la rapidità con cui il moto rivoluzionario si diffonde in tutta l’Europa continentale.
Questo fenomeno viene favorito dalla situazione economica di crisi del 1846-1847.
Intervento delle masse popolari urbane.
Emergere degli obiettivi sociali accanto a quelli politici.
- Gennaio 1848: Marx e Engels scrivono il “Manifesto dei comunisti”, testo-base della rivoluzione proletaria.
Sollevazione di Palermo: concessione di una costituzione nel Regno delle due Sicilie.
Carlo Alberto di Savoia, Leopoldo II di Toscana e Pio IX concedono la costituzione.
Sollevazione di Venezia: liberazione dei detenuti politici, i reparti austriaci vengono costretti a capitolare. Proclamazione della costituzione della Repubblica Veneta.
Insurrezione di Milano: assalto al palazzo del governo. Borghesi, popolani, operai e artigiani combattono contro gli austriaci. Costituzione di un governo provvisorio.
23 marzo 1848: il Piemonte dichiara guerra all’Austria.
Ferdinando II di Napoli, Leopoldo II di Toscana e Pio IX si uniscono alla lotta antiaustriaca.
Pio IX, il granduca di Toscana e Ferdinando di Borbone ritirano le truppe entro metà maggio.
Accorre dal Sud America Giuseppe Garibaldi.
9 agosto: armistizio con gli austriaci.
- Autunno:
Sicilia: si trova sotto il controllo dei separatisti che si danno un proprio governo e una propria costituzione democratica.
Venezia: rimane in mano agli insorti.
Toscana: il granduca è costretto dalla pressione popolare a formare un ministero democratico.
Roma: il papa abbandona la città, prendono il sopravvento i gruppi democratici.
- Gennaio 1849: in tutti i territori dell’ex Stato pontificio si tengono le elezioni a suffragio universale per l’Assemblea costituente, fra gli eletti ci sono Mazzini e Garibaldi. L’Assemblea proclama la decadenza del potere temporale dei papi. Lo stato assume il nome di Repubblica romana.
Gli sviluppi della situazione nello Stato pontificio hanno immediate ripercussioni nel resto d’Italia.
Abolizione dei tribunali ecclesiastici. Confisca dei beni del clero.
Progetto di riforma agraria.
Pio IX si ristabilisce nei suoi territori con l’aiuto dei francesi.
Agosto 1849: gli austriaci riescono a soffocare gli ultimi focolai di rivolta.
- Il ritorno dei sovrani legittimi blocca ogni esperimento riformatore e frena pesantemente lo sviluppo economico dei vari Stati.
Stato pontificio: riorganizzazione secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico, con qualche lieve ritocco che non ne muta i caratteri di fondo.
Regno delle Sicilie: totale ritorno al sistema assolutistico e repressione durissima.
Lombardo-Veneto: pesante regime di occupazione militare e pressione fiscale.
Piemonte: difficoltà e contrasti. Sopravvive l’esperimento costituzionale. Opera di modernizzazione dello Stato. Febbraio 1850: approvazione di un progetto di legge che riordinava i rapporti fra Stato e Chiesa ponendo fine ai privilegi di cui godeva il clero.
- 1851-52: la polizia austriaca infligge duri colpi all’organizzazione mazziniana.
- 6 febbraio 1853: a Milano poche centinaia di operai e di artigiani assaliscono con armi improvvisate i posti di guardia austriaci, ma il moto fu facilmente represso.
- 1853: Mazzini fonda a Ginevra una nuova formazione politica a cui dà il nome di Partito d’azione.
- Il Piemonte si allea alla Francia nella guerra contro la Russia.
- 1859: scoppia la guerra con l’Austria.
11 luglio: firma dell’armistizio. L’Impero asburgico rinuncia alla Lombardia e la cede alla Francia. Cavour cede Nizza e la Savoia in cambio dell’assenso francese alle annessioni del Granducato di Toscana, dei Ducati di Modena e Parma e delle Legazioni pontefice.
Annessione del Piemonte.
Aprile 1860: scoppio di un’insurrezione popolare a Palermo sanguinosamente repressa ma che si estende alle campagne.
Giuseppe Garibaldi assume la guida della spedizione.
- 5-6 maggio 1860: poco più di 1000 volontari, provenienti da diverse regioni e di varia estrazione sociale prendono il mare a Quarto, presso Genova. Pochi giorni dopo sbarcano a Marsala e penetrano all’interno della Sicilia con entusiasmo della popolazione. Mettono in fuga un contingente borbonico. All’arrivo a Palermo la città insorge. Dittatura di Vittorio Emanuele II.
6 settembre: Francesco II abbandona la capitale, il giorno dopo Garibaldi fa il suo ingresso trionfale a Napoli.
Settembre: le truppe regie varcano i confini dello Stato della Chiesa, invadono l’Umbria e le Marche e sconfiggono l’esercito pontificio.
Ottobre: l’esercito sabaudo comincia la marcia verso il Sud.
21 ottobre: in tutte le regioni del Mezzogiorno continentale e in Sicilia, si tengono plebisciti a suffragio universale per decretare l’annessione di altre regioni italiane. La maggioranza è dei sì.
- 17 marzo 1861: il primo Parlamento nazionale proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia.
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Risorgimento
Concetto storiografico che indica la genesi e lo sviluppo del processo di unificazione realizzato con la nascita dello stato nazionale in Italia. Il termine cominciò ad affermarsi alla fine del XIX secolo, quando gli storici si interrogarono sulle radici dello stato unitario e sulle modalità della sua costruzione.
Si affacciarono allora alcune tendenze interpretative che si sarebbero confrontate nei decenni successivi. Una corrente legata ai principi del nazionalismo insisteva sulla matrice autoctona del Risorgimento italiano, considerato un autonomo sviluppo di idee e di precondizioni che risalivano al XVIII secolo. Una versione filosabauda scorgeva infatti nell'espansione territoriale del Regno di Sardegna, avviata nella prima metà del XVIII secolo, le origini del Risorgimento, che veniva così accreditato a un fattore dinastico e tutt'al più statalistico.
Al contrario, la tradizione democratica e repubblicana metteva l'accento sull'importanza della Rivoluzione francese e dell'età napoleonica, scorgendo in esse il laboratorio politico di quelle idee di libertà, di indipendenza, di organizzazione liberale del potere che avrebbero animato gli uomini e i movimenti più impegnati a favore dell'Italia unita.
Nel secondo dopoguerra la lettura marxista del Risorgimento si orientò a cogliere i limiti sociali della costruzione unitaria, identificandoli nella mancata rivoluzione agraria, nella passività delle masse contadine e nella scarsa diffusione dell'ideale unitario, limitato a ristretti nuclei di notabilato locale.
In tempi recenti è tornata sotto nuova veste la questione inerente il rapporto tra l'idea di nazione e lo stato, come nodo fondamentale per comprendere potenzialità e carenze della storia d'Italia. Nella critica storiografica è riaffiorata la contraddizione tra un'idea culturale dell'Italia, che ha origini antiche, e il ritardo con cui si forma lo stato italiano, che per di più vede la luce grazie a iniziative elitarie e legate al quadro internazionale, nascendo così privo di un forte radicamento nella coscienza degli italiani.
La storia
È possibile ripercorrere le vicende del Risorgimento, muovendo dai moti napoletani e piemontesi del 1820-21 (Vedi Moti del 1820-21) e da quelli scoppiati a Modena e nelle Legazioni pontificie nel 1831 (Vedi Moti del 1830): furono esperienze politiche di raccordo tra il passato napoleonico e massonico, a cui i rivoluzionari di quel decennio attinsero progetti d'azione e forme organizzative, e il futuro, al quale consegnavano l'esigenza di istituzioni liberali, svincolate dall'assolutismo e fondate sulle costituzioni.
Negli anni Trenta Giuseppe Mazzini fu il più tenace e convinto assertore della necessità dell'unificazione politica, da lui concepita come atto volontario, di uomini che sceglievano liberamente un destino comune nell'orizzonte della democrazia e della repubblica. Chi aderiva alla mazziniana Giovine Italia, un'organizzazione sorta nel 1831, sapeva di dover lottare per l'indipendenza nazionale: e fu questo il primo passo verso l'unità. Tale obiettivo non era condiviso dalla corrente moderata e monarchica, che si batteva per l'indipendenza dell'Italia, ma non per la sua unione politica, considerata un progetto irrealizzabile. Eppure tutti i rappresentanti del moderatismo ebbero una parte di rilievo nel formare la classe politica risorgimentale, che dopo il 1861 avrebbe governato l'Italia almeno fino alla fine del secolo.
Le rivoluzioni del 1848-49 introdussero un fattore nuovo, che venne sperimentato nel vivo delle insurrezioni antiaustriache e nel fuoco della prima guerra d'Indipendenza (1848-49), consistente in un legame, esile e carico di equivoci, ma pur sempre operante, tra l'iniziativa dinastica dell'esercito sardo e l'azione volontaria dei patrioti, la maggior parte di formazione mazziniana. La Repubblica romana (1849) che Mazzini e Garibaldi difesero come una libera istituzione italiana, rimase il punto politicamente più alto raggiunto dai democratici nel corso di tutto il Risorgimento.
Dopo la sua sconfitta fu il regno sabaudo a proporsi come centro di aggregazione delle istanze nazionali, qui vissute come aspetti di diplomazia internazionale. La strategia di Cavour trovava la sua forza nel fatto che era l'unica in Italia ad associare le aspirazioni nazionali all'indipendenza della penisola con le tradizioni espansionistiche di uno stato. Il regno sardo aveva queste peculiarità e per di più poteva mettere in campo strutture e tradizioni diplomatiche e militari adeguate al compito.
Il passaggio decisivo nel processo di unificazione avvenne con gli accordi tra il Regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III, frutto di una convergenza tra obiettivi ben distanti tra loro: il primo puntava a un ampliamento dei confini settentrionali e alla contemporanea estinzione dell'egemonia austriaca in Italia; il secondo coltivava il proposito di esercitare un rilevante peso internazionale e di accrescere il consenso all'interno portando nuove terre alla nazione francese (Savoia e Nizza). La guerra svelò le ambiguità dell'accordo: dopo i successi delle prime settimane, i francesi si ritirarono, lasciando l'alleato in una posizione delicata, in quanto alcune regioni della penisola avevano visto le popolazioni insorgere per chiedere l'annessione al Piemonte.
Tutto il quadro degli accordi tra Cavour e Napoleone III si stava alterando di fronte a un'imprevista accelerazione degli eventi, che assunsero una piega ancora più netta nell'estate del 1860. Fu quello il momento militare dei democratici, la cui azione si esaltò nell'impresa di Garibaldi conclusa con la liberazione del Sud dal dominio borbonico: sul piano politico l'impresa dei Mille cadde sotto il controllo di Cavour e del re di Sardegna, il quale invase lo Stato Pontificio per congiungersi con Garibaldi e vanificare il progetto di un attacco a Roma, temuto perché avrebbe scatenato la reazione internazionale.
Il 17 marzo 1861, con la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia, si compiva la prima fase del Risorgimento: le successive tappe (terza guerra d'Indipendenza, 1866, e presa di Roma, 1870) aggiungeranno il Veneto e Roma; per le altre aree di cultura italiana, anche se non completamente, ossia il Trentino, l'Alto-Adige, il Friuli, sarà la prima guerra mondiale a concludere il processo di unificazione.
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Il Risorgimento
Il Risorgimento è quel periodo che va dagli anni della Restaurazione fino al compimento dell’unità italiana. L’affermazione dell’ideale di nazione derivò probabilmente dal bisogno di superare la frammentazione politica per giungere ad un mercato nazionale e anche dall’emancipazione politica avutasi grazie alle società segrete e alla diffusione di riviste e giornali. In realtà protagonisti del Risorgimento furono la borghesia e i nobili e quindi furono esclusi i ceti popolari e i contadini, le cui richieste non furono mai ascoltate. Fu per questo che le popolazioni rurali furono indifferenti o talvolta ostili al Risorgimento.
In Europa si erano verificate periodicamente delle crisi derivanti dalla sovrapproduzione. Ciclicamente quindi le industrie progredivano, la produzione diventava eccessiva e quindi nasceva la crisi dalla quale derivavano fallimenti, disoccupazione e ribasso dei prezzi. Lo sviluppo economico italiano fu più lento rispetto a quello degli altri paesi europei infatti le industrie non divennero mai tanto importanti da comportare un vero e proprio sviluppo industriale. L’industrializzazione ebbe inizio il Lombardia e si estese poi man mano nel resto della penisola. Anche in questo caso però non si assistette mai ad una vera e proprio industrializzazione. Un elemento che ostacolava ancora di più questo processo era il frazionamento politico tra le varie regioni. I commerci non si tenevano quindi tra le regioni italiane, poiché bisognava attraversare un numero eccessivo di barriere doganali, ma tra regioni e stati esteri.
Giuseppe Mazzini capì che era necessario liberarsi dl dominio asburgico per poter giungere all’unita e all’indipendenza della penisola, ne era prova l’intervento repressivo austriaco durante i moti scoppiati in Italia. Mazzini entrò a far parte della Carboneria ma nel 1830 fu costretto all’esilio a causa dell’attività cospirativa e così si stabilì a Marsiglia. Un problema che Mazzini si poneva era quale regime avrebbe dovuto avere l’Italia. In realtà egli sosteneva che la forma di governo più adatta fosse la monarchia.
Così Mazzini fondò un’associazione denominata Giovane Italia che aveva come motto le tre parole ispirate alla rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, umanità affiancate dagli obiettivi che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere: unità e indipendenza. La Giovane Italia ebbe una notevole diffusione e ad essa aderirono intellettuali, membri dell’esercito e pubblici ufficiali. La diffusione presso i ceti più bassi fu limitata poiché erano ammessi solo coloro i quali sapessero leggere e scrivere. Furono vari i tentativi insurrezionali che si ebbero ma risultarono fallimentari anche per il mancato appoggio dei ceti più bassi. Gli ideali liberali si diffusero molto grazie alla presenza di giornali che li sostenevano. All’interno di questo movimento vi erano liberali moderati sia laici che cattolici. I liberali moderati sostenevano che l’unità politica si sarebbe dovuta compiere tramite il federalismo. I liberali cattolici sostenevano che il papato avrebbe dovuto assumere un ruolo di guida nella nazione italiana. I liberali democratici sostenevano la repubblica e il fatto che solo una rivoluzione avrebbe potuto portare alle riforme politiche e amministrative necessarie.
Nella penisola italiana gli unici stati che usarono una politica riformista erano la Toscana e il Piemonte. In Piemonte Carlo Alberto era combattuto tra il desiderio di rafforzare i rapporti con l’Austria e il desiderio di espansione che l’avrebbe portato a scontrarvisi. Comunque a partire dal inizio degli anni ’40 in Piemonte si sviluppò una tendenza antiaustriaca. Nel 1846 divenne papa Pio IX il quale, pur non essendo un liberale, fu scambiato come tale a causa di alcune riforme che concesse e per il fatto che era stato eletto contro un rappresentante della fazione reazionaria. Dopo questo avvenimento i liberali videro il concretizzarsi del loro programma e fu così che si ebbero varie manifestazioni che ottennero delle riforme. Infatti in Toscana e in Piemonte le manifestazioni portarono ad una maggiore libertà di stampa e alla nascita di governi ai quali potessero partecipare anche i liberali moderati. Una manifestazione a Palermo costrinse Ferdinando II a concedere la costituzione. Inoltre ebbe molta importanza lo Statuto albertino che al momento dell’unificazione sarà esteso a tutta la penisola fino alla costituzione della repubblica.
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LE ORIGINI DEL RISORGIMENTO
L’ETA` GIACOBINA E NAPOLEONICA
Di fronte agli sviluppi della Rivoluzione francese, tutti gli Stati italiani abbandonarono ogni velleità riformatrice e si unirono al fronte antifrancese; Vittorio Amedeo III e il regno di Napoli conclusero esplicite alleanze offensive con le potenze della prima coalizione (1792-1793); gli altri Stati italiani si mantennero neutrali, ma si ebbero lo stesso vari incidenti, che acuivano la tensione con la Francia rivoluzionaria, tra cui l'uccisione di H. de Bassville a Roma (1793). Nelle popolazioni, vario era lo stato d'animo di fronte agli avvenimenti francesi: parte delle masse contadine, per lo meno inizialmente, non vi fu ostile, vedendo realizzate in Francia le proprie aspirazioni antifeudali; ma le campagne furono ben presto guadagnate dalla fortissima propaganda antirivoluzionaria e clericale. Una parte del ceto dirigente illuminista, di fronte all'affossamento delle riforme, si distaccò dai governi (Melzi, Verri, G. B. Vasco), abbracciando posizioni costituzionali moderate che ne prepararono l'adesione ai governi repubblicani. Si formarono, infine, minoranze “patriote” e giacobine, in parte derivate dalla massoneria (setta degli illuminati di Baviera), che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni poliziesche ed esecuzioni capitali (in Piemonte, repressione della congiura facente capo a I. Bonafous e C. Botta, nel maggio 1794; a Napoli, nello stesso mese, scioglimento della società patriottica diretta da C. Lauberg, con tre condanne a morte; a Bologna, tentativo insurrezionale dello studente Luigi Zamboni nel novembre 1794; in Sardegna, moti antifeudali diretti dal magistrato G. M. Angioj e attività di Filippo Buonarroti, ecc.). Nominato comandante dell'armata d'Italia il 2 marzo 1796, Napoleone Bonaparte varcò le Alpi e, occupato il Piemonte (battaglie di Montenotte, Millesimo e Dego), concluse l'armistizio di Cherasco (28 aprile) e la pace di Parigi (15 maggio), che conservavano a Vittorio Amedeo il Piemonte, distaccandone Nizza e la Savoia e garantendo ai Francesi l'occupazione delle principali fortezze del paese. Cadde così la repubblica di Alba, primo tentativo dei giacobini di creare il nucleo di una repubblica italiana, con un programma democratico avanzato e con l'instaurazione di stretti legami con la sinistra democratica francese. La politica del Direttorio in Italia doveva infatti seguire indirizzi assai diversi, vedendo nei territori italiani occupati un mezzo di pressione e una merce di scambio nelle trattative con l'Austria: la sistematica spoliazione finanziaria, l'ostilità verso ogni corrente giacobina e unitaria, l'appoggio ai moderati ne sarebbero state le caratteristiche, cui si sarebbe aggiunta in Bonaparte la volontà di fare del paese la base del proprio potere personale mediante la creazione di repubbliche “sorelle” strettamente dipendenti dalla Francia. Per le varie fasi della vittoriosa campagna del 1796-1797, v. la voce I talia (campagna d'): qui basterà ricordare che, oltre ad aver occupato la Lombardia e parte del Veneto, Bonaparte impose pesanti oneri finanziari a Parma e a Modena, in giugno occupò le Legazioni pontificie, installò un presidio ad Ancona e obbligò Pio VI a una forte contribuzione e a consegnare numerose opere d'arte. Conclusa poi col papa la pace di Tolentino (19 febbraio 1797), iniziò con l'Austria i preliminari di pace a Leoben (aprile 1797), in base ai quali, secondo una clausola segreta, essa rinunciava alla Lombardia venendone compensata con l'Istria, la Dalmazia e gran parte della terraferma veneta. Sin dall'agosto del 1796 era stata creata in Lombardia un'amministrazione generale provvisoria, e Milano era divenuta la capitale dei patrioti e giacobini esuli e un centro di vivace attività giornalistica e politica; ma la sorte definitiva della Lombardia restava in sospeso per le incertezze del Direttorio, mentre le gravose requisizioni e il conseguente dissesto finanziario suscitavano le prime ostilità contro i Francesi. Più rapidamente venne dato un assetto all'Emilia, dove Reggio e Modena, allontanata la reggenza estense, si erano aggregate a Bologna e Ferrara (agosto-ottobre 1796): un congresso elettivo convocato a Reggio e poi a Modena (27 dicembre 1796 - 1º marzo 1797) approvò la creazione di una Repubblica Cispadana una e indivisibile, la cui costituzione, accentuatamente moderata e modellata su quella francese del 1795, fu l'unica del triennio repubblicano a non essere imposta dai Francesi. (Al congresso di Reggio, il 7 gennaio 1797, venne consacrato il tricolore, già approvato nel novembre precedente da Bonaparte per le milizie lombarde, quale vessillo della Cispadana.) Un direttorio di tre membri e un corpo legislativo si riunirono a Bologna; ma nel luglio del 1797 Bonaparte decise di sciogliere la Cispadana e la aggregò, insieme alla Romagna, alla Repubblica Cisalpina, sorta il 29 giugno 1797, la cui costituzione venne promulgata l'8 luglio. Sin dal 6 giugno era stata creata la Repubblica Ligure democratizzata; un grave colpo ricevette invece il movimento giacobino con la cessione all'Austria del Veneto, sanzionata dalla pace di Campoformio (17 ottobre 1797), dopo pochi mesi di vivace vita democratica; gli esuli veneti a Milano andarono a ingrossare correnti più o meno apertamente antifrancesi e indipendentiste. Partito Bonaparte dall'Italia nel novembre 1797, si riunì a Milano il corpo legislativo, dove presero il sopravvento le correnti democratiche e vennero approvate diverse leggi per l'abolizione della feudalità, la vendita dei beni ecclesiastici e nazionali e la soppressione di vari ordini religiosi. Alla realizzazione di un programma organico di riforme furono tuttavia d'ostacolo, oltre alle difficoltà finanziarie, i ripetuti colpi di Stato imposti dal Direttorio tramite i suoi agenti, sia per arginare l'azione dei democratici sia come contraccolpo delle vicende interne francesi. Nel febbraio del 1798, in seguito all'uccisione del generale Duphot a Roma, il Direttorio incaricò il generale Berthier di occupare Roma e lo Stato Pontificio, mentre Pio VI si ritirò in Toscana. La nuova Repubblica Romana rimase sottoposta per i diciotto mesi della sua esistenza a una sorta di dittatura militare francese (al Berthier succedette presto lo Championnet), pur avendo una costituzione propria; e anche qui il governo, nonostante una certa attività di riforme (abolizione dei feudi e fedecommessi, riduzione delle mense vescovili), fu ostacolato dall'inflazione, da gravissime difficoltà finanziarie e da vari rimaneggiamenti voluti dalle autorità francesi, mentre l'arretratezza delle campagne provocava vasti fermenti di rivolta sanfedista. Dopo lo Stato Pontificio venne occupato dai Francesi anche il regno di Napoli (gennaio 1799), il cui esercito, al comando del generale austriaco Mack, aveva attaccato nel novembre la Repubblica Romana, riuscendo a impadronirsi della città; ma Championnet, costretto in un primo tempo alla ritirata, passò alla controffensiva, rioccupò Roma in dicembre e marciò quindi su Napoli. Ferdinando IV dovette ritirarsi in Sicilia, mentre venne creata, non senza opposizione da parte del Direttorio, la Repubblica Partenopea, organizzata per “comitati” secondo uno schema analogo a quello francese dei tempi della Convenzione; il vivacissimo ceto dirigente giacobino della capitale, che vantava nomi illustri come M. Pagano, D. Cirillo, E. Fonseca Pimentel, ecc., si trovò tuttavia in una posizione difficile a causa dell'ostilità delle masse contadine, di cui non seppe assicurarsi l'appoggio ritardando l'approvazione di una legge per l'abolizione della feudalità. Contemporaneamente alla caduta di Ferdinando IV, veniva occupato anche il Piemonte, e Carlo Emanuele IV si rifugiò in Sardegna (8 dicembre 1798); deludendo ancora una volta le speranze giacobine nell'indipendenza o nell'unione alla Cisalpina, il Piemonte venne annesso alla Francia, e sembra che proprio allora si costituisse la società segreta detta dei Raggi o della Lega nera, favorevole all'unità e all'indipendenza italiane. Ultimo a cadere fu Ferdinando III di Toscana, cui i Francesi (27 marzo 1799) sostituirono un governo provvisorio e forze d'occupazione; ma quell'epoca era già in corso in Italia settentrionale l'offensiva austro-russa del generale Suvorov, e i Francesi stavano rapidamente abbandonando le proprie posizioni in tutta la penisola. Dopo una serie di combattimenti svoltisi sull'Adige in tre fasi successive, fra le truppe del generale Scherer e quelle del generale austriaco Kray (26 maggio - 5 aprile) i Francesi dovettero ritirarsi sul Mincio. In aprile cadde la Cisalpina; in maggio venne occupato dalle forze della coalizione il Piemonte, già percorso da bande di insorti; dopo la battaglia della Trebbia (17-20 giugno) anche i territori cispadani furono sgomberati e le superstiti forze francesi si raccolsero a Genova. Nel giugno cadde tragicamente anche la Partenopea, dove, lasciato irrisolto dai giacobini il problema della terra, le masse contadine insorsero in una vera e propria jacquerie antifeudale, identificando nei giacobini gli odiati padroni; mentre gruppi di contadini assaltavano i castelli e bruciavano le carte feudali, bande di insorti, guidate dal cardinale Ruffo, marciavano all'insegna della “Santa Fede” dalla Calabria su Napoli ormai abbandonata dai Francesi, e la occupavano il 13 giugno. Al ritorno di Ferdinando IV fece seguito una feroce reazione, in cui più di cento patrioti lasciarono la vita (M. Pagano, V. Russo, D. Cirillo, I. Ciaia, F. Caracciolo). In luglio Ferdinando III di Toscana rientrò nel suo Stato e infine, nel settembre, cadde la Repubblica Romana, ormai circondata da ogni parte da bande d'insorti e da forze napoletane e austriache. Si chiudeva così la breve esperienza del giacobinismo italiano, che aveva tentato di dare saldezza e autonomia alla rivoluzione “importata”, e che la politica direttoriale e le stesse debolezze interne (conflitti tra moderati e giacobini, distacco dalle masse popolari, prevalenza in Italia di una classe media a base terriera) avevano portato al fallimento.
Dopo il colpo di Stato del 18 brumaio, Bonaparte, primo console, intraprese una seconda trionfale campagna d'Italia (v. Italia [campagna d'] 1800), e con la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) riportò sotto il dominio francese tutta l'Italia settentrionale. La pace di Lunéville con l'Austria (9 febbraio 1801) sancì la ricostituzione della Repubblica Ligure e della Cisalpina, trasformata nel 1802 in Repubblica Italiana che comprendeva anche i territori ex veneti a destra dell'Adige, le antiche Legazioni e i territori ex piemontesi tra Sesia e Ticino; l'Austria conservava il Veneto con confine sull'Adige. Dopo un periodo d'amministrazione militare, il Piemonte venne invece annesso alla Francia (settembre 1802). Nel corso della campagna (ottobre 1800) i Francesi occuparono nuovamente anche la Toscana, ricacciandone le truppe napoletane; dopo l'armistizio di Foligno (18 febbraio 1801) la pace di Firenze col regno di Napoli (28 marzo) obbligò Ferdinando IV di Napoli a cedere lo Stato dei Presidi e ad accettare l'occupazione francese delle coste dell'Abruzzo e della Puglia. La Toscana, dove Ferdinando III era stato deposto nell'ottobre 1800, in seguito a trattative con la Spagna venne assegnata all'infante di Parma Ludovico di Borbone col titolo di re d'Etruria, insieme con lo Stato dei Presidi, mentre l'Elba e Piombino passavano alla Francia, cui dopo la morte del duca Ferdinando di Borbone (1802) doveva andare anche Parma. (Il duca Ferdinando non aveva potuto accettare per sé come compenso per Parma il regno d'Etruria, che andò quindi al figlio Ludovico.) Parma fu governata come possedimento sino al 1808 e poi annessa all'Impero francese; Lucca rimase repubblica sotto protezione francese. Quanto allo spossessato Ferdinando III di Toscana, ricevette in base al trattato di Lunéville il principato di Salisburgo e poi il granducato di Würzburg.
Divenuto imperatore nel maggio 1804, Napoleone assunse (18 marzo 1805) il titolo di re d'Italia, trasformando in Regno Italico la Repubblica Italiana (v. oltre); la Repubblica Ligure divenne un dipartimento dell'Impero francese nel giugno 1805, Lucca con Piombino fu trasformata in principato per la sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte Baciocchi. Dopo la pace di Presburgo (26 dicembre 1805) l'Austria cedette il Veneto, l'Istria e la Dalmazia, che vennero aggregati al Regno Italico; la politica del blocco continentale indusse infine Bonaparte a completare il controllo delle coste italiane: nel febbraio 1806 venne occupato il regno di Napoli, assegnato dapprima a Giuseppe Bonaparte, e, dopo il suo passaggio al trono di Spagna (1808), a Gioacchino Murat. Nel dicembre 1807 venne abolito il regno d'Etruria, e la Toscana (dove nel 1809 sarebbe stata insediata come governatrice, col titolo di granduchessa, Elisa Bonaparte) fu annessa all'Impero francese; nel novembre 1807 Napoleone fece occupare le Marche, aggregate nell'aprile 1808 al Regno Italico; nel febbraio 1808 fu occupata anche Roma con tutto il Lazio e l'Umbria, trasformati in dipartimento francese, mentre Pio VII (luglio 1809) veniva arrestato e tradotto in Francia (1812). Per tutto il periodo napoleonico rimasero infine sotto protezione inglese la Sicilia e la Sardegna, dove si mantennero le case di Borbone e di Savoia. Dopo i tredici mesi di occupazione austriaca, disastrosi sia dal punto di vista politico sia finanziario, la seconda Cisalpina (proclamata il 5 giugno 1800) si trovò a dover affrontare, in una situazione di estrema provvisorietà, problemi forse ancora più gravi di quelli del triennio; mentre il comitato di governo, accusato di malversazioni e di estremismo, cadeva ben presto in discredito, si creava così lo stato d'animo favorevole alla riorganizzazione decisa da Bonaparte nel 1801 in senso conservatore, e attuata con la convocazione della consulta (o comizi) di Lione (dicembre 1801), che approvarono la creazione di un regime di “notabili”, alla cui testa era un presidente. Eletto Bonaparte a quest'ultima carica, la nuova Repubblica italiana ebbe alla vicepresidenza Francesco Melzi d'Eril, che, approdato dall'Illuminismo a posizioni moderato-costituzionali, garantiva, insieme con l'eliminazione di ogni superstite giacobinismo, l'attuazione di una vasta politica di riforme, ma anche il consolidamento del predominio delle classi agiate e del ceto dei proprietari terrieri. La proclamazione del Regno Italico(1805), il cui governo effettivo venne affidato al viceré Eugenio di Beauharnais, segnò un'ulteriore involuzione conservatrice sia per la soppressione delle ultime parvenze di rappresentatività e di autonomie locali, sia per la subordinazione sempre più spiccata del ceto dirigente alla volontà di Napoleone. Gli anni della repubblica e del regno portarono tuttavia, attraverso una vasta politica di riforme, alla creazione di strutture più moderne e razionali, uniformi sia amministrativamente (dipartimenti retti da prefetti), sia giuridicamente (promulgazione dei nuovi codici, 1806- 1808), sia nel sistema dei pesi, misure e monete, sia in quello militare, con la creazione di un esercito e la promulgazione di una legge sul reclutamento. D'altra parte il largo tributo di sangue del regno alle campagne napoleoniche, il gravoso fiscalismo, i danni arrecati dal Blocco continentale e dalla politica doganale che favoriva le merci francesi alienavano via via più profondamente al regime napoleonlco le masse popolari e anche parte dei ceti più abbienti.
Nel regno di Napoli, nonostante il periodo di relativa tranquillità goduto dopo la pace dl Firenze, Ferdinando IV non aveva attuato alcuna delle riforme promesse ai contadini insorti, il cui malcontento andò ad aggiungersi a quello dei nobili e dei borghesi colpiti dalla reazione del 1799; Giuseppe Bonaparte, divenuto re, poté così contare su un regime assai più solido di quello giacobino, e l'amministrazione, da lui affidata prevalentemente a Francesi, passò gradualmente in mano ai Napoletani a opera del nuovo sovrano Gioacchino Murat; quest'ultimo, più indipendente da Napoleone del predecessore, si legò anche a elementi patrioti e unitari e si atteggiò a re nazionale. Le opere di riforma economica e amministrativa, in primo luogo la cosiddetta “eversione della feudalità” e la vendita dei beni demaniali, se non valsero a risolvere il problema della terra e a por fine al diffuso brigantaggio, agirono tuttavia tanto più profondamente quanto più grave era l'arretratezza in cui i Borboni avevano lasciato lo Stato. La dipendenza politica dalla Francia fu infine assoluta nei territori annessi all'Impero, che ne condivisero tutti gli ordinamenti; le più moderne strutture napoleoniche furono d'altronde lasciate in buona parte sussistere dai governi della Restaurazione, mentre si formava in tutta Italia un nuovo ceto dirigente di funzionari, magistrati, ufficiali di origine sia nobiliare sia borghese, e di sentimenti moderati e costituzionali, che doveva in parte confluire nelle correnti liberali risorgimentali. Un modello costituzionale per gli uomini del Risorgimento fu d'altronde la costituzione introdotta in Sicilia (rimasta a Ferdinando IV) da lord Bentinck nel 1812, che stabiliva, secondo il sistema inglese, la divisione tra potere esecutivo e legislativo, la responsabilità ministeriale, e un parlamento diviso in due camere, una elettiva e una ereditaria.
Negli ultimi anni del periodo napoleonico i sacrifici militari e le difficoltà economiche accrebbero lo scontento tra le masse popolari, mentre mai sopite erano le aspirazioni politiche degli antichi giacobini e si affermava nei ceti dirigenti il desiderio di una maggiore indipendenza dalla Francia e un nascente sentimento nazionale; queste correnti d'insoddisfazione trovarono sbocco in numerose società segrete, in parte di ispirazione reazionaria e cattolica (amicizia cristiana in Piemonte, sette meridionali dei trinitari e dei calderari), in parte liberali e costituzionali, con infiltrazioni giacobine (adelfi e filadelfi a nord, carbonari a sud), la cui esistenza è già testimoniata in questo periodo, benché dovessero assumere maggiore importanza durante la Restaurazione. Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), sorse d'altra parte la speranza che fosse possibile ottenere per i regni napoleonici in Italia l'indipendenza sia dalla Francia sia dall'Austria. In Lombardia, la cui sorte fu lasciata in sospeso dall'armistizio di Schiarino Rizzino (16 aprile 1814) tra Eugenio di Beauharnais e l'Austria, il senato milanese votò l'invio a Parigi di una deputazione che chiedesse l'indipendenza; ma lo stesso giorno (20 aprile) la popolazione insorse uccidendo l'odiato ministro delle finanze Prina; di questa situazione approfittò l'Austria per instaurare una reggenza, che il 12 giugno proclamò l'annessione della Lombardia all'Impero austriaco. A Napoli Murat, staccatosi da Napoleone, tentò di conservare la corona dichiarando guerra all'Austria e pubblicando il famoso proclama di Rimini (30 marzo 1815), che prometteva agli Italiani la libertà, l'indipendenza e la costituzione, ma fu rapidamente battuto (a Tolentino, 3 maggio) e costretto a rifugiarsi in Corsica (convenzione di Casalanza, 20 maggio 1815); di qui fece un ultimo tentativo di riscossa, sbarcando in Calabria, ma, catturato dai Borboni, fu fucilato il 13 ottobre 1815.
Le sorti dell'Italia vennero quindi definitivamente decise dal congresso di Vienna, che restaurò gli antichi sovrani: il regno di Sardegna, con la Liguria, Nizza e la Savoia, fu assegnato a Vittorio Emanuele I di Savoia; la Lombardia, il Veneto e la Valtellina, col nome di Regno lombardo-veneto, divennero parte integrante dei domini absburgici, mentre il Trentino, Trieste e l'Istria, sempre sotto dominio austriaco, erano uniti alla Confederazione germanica; il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla venne assegnato a Maria Luisa d'Absburgo, moglie di Napoleone, alla cui morte sarebbe dovuto tornare ai Borboni, cui era dato nel frattempo il ducato di Lucca; il ducato di Modena, Reggio e Mirandola andò a Francesco IV d'Austria-Este, figlio dell'arciduca Ferdinando e di Maria Beatrice d'Este, assorbendo dopo la morte di quest'ultima anche il ducato di Massa e Carrara; a Ferdinando III d'Absburgo- Lorena venne restituito il granducato di Toscana, accresciuto di Piombino e dello Stato dei Presidi, e destinato ad assorbire anche il ducato di Lucca dopo il ritorno dei Borbone a Parma; lo Stato Pontificio venne ricostituito nei confini tradizionali, eccetto Avignone, sotto il pontefice Pio VII; l'antico regno di Napoli, infine, divenuto regno delle Due Sicilie, tornò sotto il dominio di Ferdinando I di Borbone, già Ferdinando IV di Napoli.
Con le leggi eversive della feudalità, l'incameramento dei beni ecclesiastici e la vendita dei beni nazionali, l'età napoleonica attuò anche in Italia una trasformazione del regime della proprietà, liberata dagli antichi vincoli feudali; ma le terre così immesse sul mercato finirono in gran parte nelle mani degli antichi proprietari nobili o della più ricca borghesia cittadina, con conseguenze particolarmente gravi nell'Italia meridionale, mentre i contadini, benché liberati in parte dai censi feudali (di cui fu però decretato in molti casi il riscatto in danaro), videro talvolta peggiorata la loro condizione sia per il rafforzamento dei proprietari sia per la perdita degli usi civici sui beni demaniali o comunali messi in vendita. Accanto al consolidamento di una classe borghese e aristocratica a base terriera, si ebbe un relativo riordinamento finanziario, sia pur minato alla base dal peso dei tributi percepiti dalla Francia, con il risanamento del debito pubblico a Milano e a Napoli e con varie riforme tributarie, che sostituirono alle congerie delle antiche imposizioni un'imposta fondiaria, ma anche un numero sempre crescente di imposte indirette gravanti soprattutto sulle classi meno abbienti. L'unificazione politica dell'Italia settentrionale, con la soppressione di molte barriere doganali e l'iniziale tendenza liberistica del regime napoleonico in tutta Italia, crearono d'altronde le condizioni per uno sviluppo dei commerci e delle industrie.
DALLA RESTAURAZIONE ALL’UNITA`
La Restaurazione imposta autoritariamente all'Europa dal congresso di Vienna si manifestò negli Stati italiani in forme tanto più radicali quanto più sensibile era l'influenza austriaca. Nei suoi domini diretti l'Impero absburgico mirò a colpire le aspirazioni all'indipendenza nazionale maturate nel periodo francese e che guadagnavano terreno tra la borghesia cittadina più evoluta, la quale si sentiva danneggiata dalla politica doganale di Vienna, molto più favorevole ad altre regioni dell'Impero piuttosto che al Lombardo- Veneto. Nel regno di Sardegna, nello Stato Pontificio e nel regno delle Due Sicilie (soprattutto nel periodo del governo del principe di Canosa e meno negli anni di governo del Medici, che iniziò la politica conciliatrice detta dell'“amalgama”) la reazione fu particolarmente aspra e ottusa poiché mirava a colpire ogni traccia di novità lasciata dal precedente periodo; solo nei ducati di Parma e di Modena (e qui solamente per un primo periodo) e nel granducato di Toscana la restaurazione tenne una via moderata: a Parma Maria Luisa mantenne in sostanza i princìpi della legislazione francese (1820: Codice parmense) e in Toscana Ferdinando III (attraverso i ministri Neri Corsini e Fossombroni) sembrò riprendere la tradizione riformista del secolo precedente. Contro le forze reazionarie i gruppi liberali e progressisti non trovarono altra via se non quella della cospirazione: la carboneria, diffusa soprattutto nel regno delle Due Sicilie, prese a ramificarsi anche nell'Italia centrosettentrionale, diffondendo il suo programma genericamente costituzionalista; nell'Italia settentrionale prendeva piede la Federazione italiana; mentre il Buonarroti intensificava l'attività delle sue organizzazioni settarie (sublimi maestri perfetti, ecc.) che, tenendo segreto il loro programma ultimo di rivoluzione sociale, miravano a influenzare le altre società segrete ampliando i loro orizzonti politici e sociali. Accanto a queste iniziative segrete fioriva in Lombardia (settembre 1818 - ottobre 1819) la rivista liberale Il Conciliatore, soppresso poi dalla polizia austriaca, la quale individuò anche e colpì nell'ottobre 1820 una vendita carbonara, di cui facevano parte, tra gli altri, il Maroncelli e il Pellico. Nel 1820, infine, dopo alcuni tentativi falliti tra il 1817 e il 1820, si presentò alla carboneria napoletana l'occasione per un tentativo rivoluzionario: il moto scoppiato a Nola il 1º luglio (in rispondenza alla rivoluzione spagnola del 1820), guidato da Morelli e Silvati, conquistò rapidamente l'alta ufficialità murattiana, legata alla carboneria; le truppe insorte, guidate da Gabriele Pepe, entrarono in Napoli, costringendo il re Ferdinando a concedere (13 luglio) la costituzione spagnola del 1812. La rivoluzione si estese subito dopo a Palermo (15-17 luglio) e vi assunse carattere separatista, così da creare tra l'isola e il continente una divergenza che pesò gravemente sulle possibilità di difesa dei costituzionali: Napoli infatti reagì negativamente alle richieste autonomiste dell'isola, inviando Florestano Pepe e successivamente Pietro Colletta (ottobre 1820) a sottomettere la Sicilia, impegnando nell'isola un numero rilevante di soldati. Nel frattempo, Metternich faceva accettare alle potenze il principio dell'intervento (congresso di Troppau, ottobre-novembre 1820); e l'intervento fu infatti richiesto al successivo congresso della Santa alleanza a Lubiana dal re delle Due Sicilie (gennaio 1821), che pure aveva giurato fedeltà alla costituzione. Le truppe austriache del generale Frimont travolsero rapidamente all'Antrodoco le deboli resistenze dei costituzionali e il 28 marzo entrarono in Napoli. Anche in Piemonte, che aveva conosciuto un modesto tentativo di Prospero Balbo per attuare riforme amministrative, l'organizzazione clandestina si mosse, a seguito degli avvenimenti napoletani, proprio alla vigilia dell'intervento austriaco: presi contatti con patrioti lombardi e avvicinato Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che si dimostrava animato da sentimenti antiaustriaci, fu messo in moto un tentativo insurrezionale col duplice obiettivo della costituzione e della guerra all'Austria. Ad Alessandria insorse la guarnigione il 9- 10 marzo; la propagazione della rivolta a Torino provocò l'abdicazione di Vittorio Emanuele I (12-13 marzo); nella sua qualità di reggente per lo zio Carlo Felice, Carlo Alberto il 14 concesse la costituzione spagnola del 1812 sotto riserva dell'approvazione del re, costituendo anche un ministero; ma quando Carlo Felice, che si trovava allora a Modena, fece sapere che avrebbe respinto qualsiasi idea di costituzione, cominciò a preparare nascostamente un'azione repressiva, pur fingendosi favorevole ai ribelli, e il 21 marzo si rifugiò a Novara, lasciando il governo provvisorio, guidato da Santorre di Santarosa, di fronte alle truppe regie di La Tour che, con l'appoggio austriaco, vinsero rapidamente gli insorti. La repressione fu dura tanto a Napoli quanto nel Settentrione: nel regno delle Due Sicilie si ebbero circa novecento condanne a pene varie, mentre nel Lombardo-Veneto furono istruiti i processi del 1821-1823 contro il Confalonieri e i federati; le persecuzioni spinsero all'emigrazione folti gruppi di patrioti, che all'estero strinsero contatti tra di loro e con gli esuli stranieri, partecipando alle lotte di altre nazionalità e inserendo la causa italiana in quella delle nazionalità oppresse di tutta l'Europa (partecipazione alla lotta per la libertà della Grecia e della Spagna). Nel 1830 la rivoluzione parigina del luglio provocò in Italia, come contraccolpo, un nuovo movimento insurrezionale, che era stato preparato da tempo a Modena, dove il duca Francesco IV, di convinzioni reazionarie, ma dominato da ambizioni dinastiche, era parso in un primo tempo appoggiare l'attività cospiratrice di Ciro Menotti ed Enrico Misley. Il tradimento del duca, che fece catturare Menotti e i suoi alla vigilia dell'insurrezione (3 febbraio 1831), non impedì che il moto scoppiasse e si estendesse, anzi, oltre i domini estensi, a Bologna (4 febbraio), nelle Legazioni, nelle Marche (5 febbraio) e nell'Umbria. Ma Luigi Filippo, il nuovo re dei Francesi sul cui favore gli insorti contavano perché fosse impedito l'intervento austriaco, non osò opporsi alla repressione del moto da parte austriaca, che d'altro canto non incontrò una difesa concertata tra i patrioti delle diverse province (Province Unite).
Con la sconfitta del 1831 entrò in crisi il settarismo carbonaro, perché le soluzioni dinastiche, a cui inclinavano gli uomini formatisi nelle amministrazioni napoleoniche, si rivelavano impossibili; nel decennio successivo i protagonisti del movimento per l'indipendenza e la libertà furono quindi gli appartenenti alle correnti repubblicane e democratiche, che col Buonarroti erano già da tempo presenti nelle file cospirative. Fu tuttavia Giuseppe Mazzini a dare la sua impronta alla nuova organizzazione cospirativa e a legare il problema dell'unità nazionale a quello dell'elevazione morale e materiale delle classi popolari, attraverso la cui forza doveva attuarsi, in una prospettiva di redenzione universale dell'intera umanità, l'indipendenza della nazione. La federazione della “Giovine Italia” fu organizzata dal Mazzini tra il 1831 e il 1833; si diffuse rapidamente in Italia, soprattutto fra i giovani dell'Italia centrosettentrionale, appoggiandosi anche alle organizzazioni buonarrotiane (apofasimeni, veri italiani, ecc.), con le quali tuttavia entrò presto in contrasto per il dissidio ideologico tra Buonarroti e Mazzini, che intendeva abbandonare taluni aspetti più spiccatamente sociali dell'ideologia democratica. I primi tentativi insurrezionali mazziniani nel Piemonte si chiusero però con un fallimento (invasione della Savoia guidata dal Ramorino e tentativo di ammutinamento nella marina sarda a Genova, promosso da Garibaldi, 1834), e l'organizzazione mazziniana ne rimase per alcuni anni scompaginata. Dono il 1840, tuttavia, la situazione economico-sociale italiana, se pur arretrata rispetto all'Europa occidentale, cominciò a risentire le conseguenze favorevoli del lungo periodo di pace seguito al congresso di Vienna, mentre si facevano evidenti gli scompensi tra l'assetto politico imposto dalla Restaurazione e le esigenze della nuova situazione. L'espressione delle istanze della maggior parte della borghesia colta e non rivoluzionaria della penisola fu il movimento liberale moderato, che aveva alle sue spalle una tradizione culturale progressista e che si ispirò a un'ideologia cattolico-liberale (Rosmini, Manzoni, Balbo e Tommaseo); la formazione di tale orientamento dà ragione del successo incontrato dalla dottrina politica di Vincenzo Gioberti, che col Primato morale e civile degli Italiani (1843) proponeva un'interpretazione guelfa della storia d'Italia e assegnava al papato una funzione di guida nel risorgimento della penisola. La grande fortuna del neoguelfismo coincise d'altra parte con una ripresa dell'azione mazziniana (attività di Nicola Fabrizi e della sua Legione italica nel regno borbonico e spedizione dei fratelli Bandiera nel 1844; moti di Romagna del 1843 e 1845); ma il fallimento di queste iniziative finì col favorire i progressi dell'opinione moderata, rafforzata dalla pubblicazione delle Speranze d'Italia del Balbo (1844), dei Prolegomeni del Gioberti (1845), violentemente polemici verso i gesuiti, degli Ultimi casi di Romagna del d'Azeglio (1846), ecc. Anche alcuni governi parevano del resto indirizzarsi verso un progressismo moderato: il nuovo pontefice Pio IX (eletto il 16 giugno 1846) confermò la sua fama di liberale con l'editto del Perdono (amnistia del 16 luglio 1846), mentre Carlo Alberto (successo in Piemonte a Carlo Felice fin dal 1831) si orientò, sul piano della politica estera, verso un'opposizione all'Austria che si manifestò con l'offerta di truppe al pontefice quando forze austriache occuparono Ferrara (luglio 1847). Vennero anche ventilati progetti di unione doganale tra Toscana e Piemonte, mentre nel Mezzogiorno si andava estendendo l'opposizione antiborbonica (1847: pubblicazione della Protesta del popolo delle Due Sicilie). E fu proprio dalla Sicilia che partì il segnale della rivoluzione quarantottesca: il 12 gennaio 1848 insorgeva Palermo, mentre in tutte le altre parti d'Italia si manifestavano sintomi di ribellione. Ferdinando II fu così costretto a concedere una costituzione (29 gennaio), e gli altri sovrani dovettero seguirne l'esempio (Leopoldo II di Toscana, 17 febbraio; Carlo Alberto, 4 marzo; Pio IX, 14 marzo). Nel Lombardo-Veneto il segnale del moto insurrezionale (Cinque giornate di Milano, insurrezione di Venezia) fu dato dalla rivoluzione di Vienna; e la pressione dell'opinione pubblica dei vari Stati portò alla guerra contro l'Austria, dichiarata il 23 marzo dal Piemonte, seguito da Toscana e Napoli; sembrò così per un breve periodo che le dinastie regnanti si unissero per una lotta nazionale (v. I ndipendenza italiana [guerre d']). Il successivo distacco della Toscana, di Napoli e del pontefice dalla causa nazionale e il fallimento della campagna che si concluse con l'armistizio Salasco (9 agosto 1848) segnarono la fine del disegno moderato e neoguelfo, e l'iniziativa fu assunta dalle forze democratiche, che si trovarono tuttavia a operare nel momento più difficile, quando ormai l'ondata reazionaria prevaleva nell'intera Europa. Mentre nel Mezzogiorno Ferdinando II riconquistava la Sicilia (bombardamento di Messina, settembre 1848), nel granducato di Toscana Leopoldo II entrava in contrasto coi ministri Guerrazzi e Montanelli, che propugnavano un'Assemblea costituente italiana, e fu costretto a riparare a Gaeta, per cui si costituiva in Firenze (8 febbraio 1849) un triumvirato (Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni). Da Roma fuggiva anche Pio IX subito dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi (15 novembre 1848), e nella città l'Assemblea costituente convocata subito dopo proclamava la repubblica (9 febbraio 1849), affidando il triumvirato a Mazzini, Armellini e Saffi (29 marzo). Anche nel Piemonte, dopo un ministero Gioberti (dicembre 1848 - febbraio 1849), sotto la spinta dei democratici fu ripresa la guerra, che terminò rovinosamente a Novara, provocando l'abdicazione di Carlo Alberto (23 marzo 1849). Dopo la sconfitta piemontese, le forze conservatrici e reazionarie ripresero vigore: in Toscana i moderati allontanarono i triumviri (aprile 1849), richiamando Leopoldo II, che però rientrò solo con le truppe austriache abolendo la costituzione; a Roma la repubblica, attaccata dalle truppe di Luigi Napoleone al comando dell'Oudinot, resistette dal 24 aprile al 1º luglio 1849 (anima della difesa fu Garibaldi), ma infine fu costretta a cessare la difesa; e Venezia, ultima trincea dei democratici nel Settentrione dopo la caduta di Brescia (@19Dieci#534314NN3NN@*19 giornate di Brescia, 23 marzo - 1º aprile 1849), dovette scendere a patti nell'agosto. Con la sola eccezione del Piemonte, in Italia trionfava la reazione: nel Lombardo- Veneto il dominio austriaco si mantenne con lo stato d'assedio fino al 1856; Pio IX, attraverso il segretario di Stato Antonelli, condusse una politica di dura repressione antiliberale, senza preoccuparsi di provvedere alle ormai indispensabili riforme economiche e amministrative; Ferdinando II, re delle Due Sicilie, sciolse il parlamento (13 marzo 1849) e prese a governare con un regime di dispotismo personale, non riuscendo però a impedire che l'attività cospirativa rimanesse assai viva (setta dell'@19Unità italiana#595398NN3NN@*19, fondata da L. Settembrini, S. Spaventa e F. Agresti). Nei ducati, grazie anche al legame doganale stabilito tra Austria, Parma e Modena, l'influenza austriaca contribuì a rendere estremamente duro il clima repressivo; in Toscana invece la repressione fu meno aspra che nel resto del paese, anche se la situazione era pur sempre caratterizzata dalla presenza austriaca. Solo nel Piemonte sopravvissero le libertà costituzionali, che Vittorio Emanuele II, nonostante certe sue tendenze autoritarie, aveva coraggiosamente mantenute. L'opposizione democratica piemontese aveva tuttavia fortemente osteggiato il trattato di pace di Milano (6 agosto 1849) e Genova s'era addirittura ribellata subito dopo Novara; il re dovette quindi sciogliere il parlamento col proclama di Moncalieri (20 novembre 1849) per ottenerne la ratifica da una camera più moderata. Dopo un ministero d'Azeglio che aveva avviato la liberalizzazione dello Stato e l'opera delle riforme interne, soprattutto in campo ecclesiastico (leggi Siccardi, 1850), e che durò fino al 1852, si realizzò un accordo (il “connubio”) tra i moderati di Cavour (già ministro dal 1850) e il centro-sinistra del Rattazzi, che portò appunto Cavour alla presidenza del consiglio (4 novembre 1852). Mentre nel Piemonte veniva intrapresa una politica economica di orientamento liberista che avrebbe contribuito a porlo alla festa dello sviluppo tra gli Stati italiani, nel campo democratico emergevano atteggiamenti di critica verso Mazzini (il federalismo repubblicano di G. Ferrari e di C. Cattaneo e le tendenze socialiste di Pisacane), e contemporaneamente maturavano le condizioni per cui il moderatismo cavouriano avrebbe preso la guida del moto nazionale. Entrato in crisi con il fallimento dei moti milanesi del febbraio 1853, con la tragica conclusione della congiura di Mantova, di cui fu anima don Enrico Tazzoli (arrestato nel gennaio 1852), in seguito alla quale numerosi patrioti furono giustiziati sugli spalti di Belfiore (dicembre 1852 - marzo 1853), e con la gloriosa fine di Pier Fortunato Calvi che tentò di far insorgere il Cadore (arrestato nel settembre 1853 fu impiccato nel 1855), il mazzinianesimo cercò di reagire mediante la creazione del partito d'azione; ma l'insuccesso del tentativo insurrezionale operato a Genova e Livorno in connessione con la spedizione di Sapri (giugno-luglio 1857), iniziative nate dalla collaborazione tra Mazzini e Pisacane, nell'ultima delle quali il secondo trovò la morte, crearono il vuoto attorno all'esule genovese. La politica di Cavour, al contrario, riusciva proprio in quegli anni a inserire il Piemonte nel gioco diplomatico europeo e, approfittando dell'isolamento diplomatico dell'Austria verificatosi in occasione della guerra di Crimea, il regno sabaudo realizzò un'alleanza con Francia e Inghilterra (10 gennaio 1855) che, nonostante una forte opposizione interna, portò un corpo di spedizione sardo di 15.000 uomini, al comando di A. La Marmora, a combattere contro i Russi in Crimea (maggio 1855) e che permise a Cavour di partecipare al congresso di Parigi (febbraio 1856), ove il ministro sabaudo sostenne la tesi che l'Austria, con l'occupazione militare in Italia, era causa di squilibrio europeo e di perturbazioni rivoluzionarie. Dalla crisi dei democratici dopo il 1857 e dai successi della linea moderata nacque così la fortuna della Società nazionale italiana, che aveva per programma l'unificazione sotto i Savoia e alla quale la presidenza di Daniele Manin e la vicepresidenza di Giuseppe Garibaldi assicurarono l'adesione anche di molti democratici. Cavour, sul piano della politica estera, riuscì a stabilire con Napoleone III accordi di alleanza antiaustriaca (Plombières, 20-21 luglio 1858) per la soluzione del problema italiano, facendo leva tanto sugli interessi nazionali francesi quanto sui timori dell'imperatore (accentuati dall'attentato di F. Orsini, 14 gennaio 1858) per un prevalere delle forze rivoluzionarie in Italia. Fondamento degli accordi era però che l'Austria dovesse per prima attaccare il Piemonte, ma il discorso della corona pronunciato da Vittorio Emanuele II all'inizio dell'anno 1859, contenente l'accenno famoso al “grido di dolore”, parve ai patrioti (e fu giustamente interpretato), una squilla di guerra antiaustriaca. Nonostante un tentativo russo e uno inglese, nell'aprile del 1859, di promuovere un congresso delle potenze che, di fronte al peggiorare della tensione internazionale, risolvesse pacificamente la situazione della penisola, l'Austria, spaventata dall'accorrere di volontari in Piemonte da ogni parte d'Italia, fece fallire l'idea del congresso rifiutando la partecipazione del Regno sardo e infine cadde nella trappola tesale da Cavour, rompendo gli indugi e inviando un ultimatum (23 aprile) al Piemonte. In base a esso le clausole degli accordi di Plombières portarono la Francia a intervenire a fianco del Regno sardo, giacché la guerra era scoppiata per iniziativa austriaca (v. I ndipendenza italiana [guerre d']). Contemporaneamente si muoveva tutta l'Italia centrale: Leopoldo II dovette fuggire da Firenze, in conseguenza dell'insurrezione del 27 aprile; dopo la vittoriosa battaglia di Magenta (4 giugno) si sollevarono le Legazioni e i ducati, proclamando la loro volontà di annessione al Piemonte, e Vittorio Emanuele II vi inviò commissari regi. Ma la politica di Cavour ricevette un gravissimo colpo dai preliminari di pace di Villafranca seguiti alla sanguinosa battaglia di Solferino e San Martino: lo stesso ministro rassegnò le dimissioni, convinto che il prestigio della monarchia fosse compromesso e che non sarebbe stato possibile contenere la ripresa del partito d'azione. Mentre tuttavia il governo La Marmora-Rattazzi doveva ritirare i commissari regi le province insorte organizzavano le loro forze per resistere a un ritorno dei sovrani legittimi, e allo sforzo unitario collaborò anche Mazzini; sul piano diplomatico intervenne con peso decisivo l'Inghilterra, disposta ad appoggiare la causa italiana ora che si profilava la possibilità della formazione di uno Stato abbastanza grande da fare da contrappeso alla Francia. La pace di Zurigo (10 novembre 1859) riconobbe implicitamente l'esistenza e la forza del moto unitario italiano, rimandando a un futuro congresso il problema della restaurazione dei principi spodestati. In queste condizioni Cavour poté ritornare al potere (21 gennaio 1860) e ottenere l'assenso di Napoleone III ai plebisciti (marzo 1860). Ma il partito d'azione, che criticava aspramente la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia e la dipendenza della politica piemontese da Napoleone III, pose con decisione il problema dell'unificazione dell'intera penisola: rispondendo all'insurrezione palermitana dell'aprile 1860, Garibaldi assunse la guida della spedizione che partì da Quarto il 6 maggio 1860 (v. Mille [impresa dei]). Il successo della spedizione, avvenuta nonostante l'opposizione iniziale di Cavour (preoccupato di un esito repubblicano dell'impresa), sembrò segnare un successo del partito d'azione; ma, giocando abilmente sul pericolo di questa prospettiva, Cavour poté strappare alla Francia l'assenso a intervenire per fermare Garibaldi, che sembrava intenzionato a puntare su Roma. Cogliendo il pretesto della concentrazione in Roma di volontari legittimisti, l'esercito sabaudo entrò nello Stato Pontificio, batté l'esercito papale a Castelfidardo, conquistando Ancona (28 settembre) e muovendo poi verso il Napoletano; con l'incontro tra il re e Garibaldi (26 ottobre) si chiuse la liberazione del Mezzogiorno; i plebisciti (21 ottobre nel regno delle Due Sicilie; 4 novembre nelle Marche e nell'Umbria) permisero l'annessione dei nuovi territori; dopo l'approvazione del senato (26 febbraio) e della camera (14 marzo), il 17 marzo 1861 venne pubblicato il decreto che proclamava il regno d'Italia, mentre per alcuni giorni (sino al 21) continuava il dibattito parlamentare sulla formula, poi accolta, “per grazia di Dio e volontà della Nazione”.
SVILUPPI ECONOMICI DAL 1815 AL 1861
Nel primo ventennio seguito alla caduta di Napoleone l'economia italiana risentì a lungo delle gravi difficoltà che nascevano dall'arresto provocato nelle trasformazioni strutturali avviate nel 1700 dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche e dal Blocco continentale; la situazione fu aggravata dal ripristino delle barriere doganali e dei sistemi vincolistici, che stabilivano dazi e dogane non solo ai confini degli Stati, ma anche al loro interno. La crisi economica europea, che si manifestava con la caduta dei prezzi e che venne accompagnata nel 1816-1817 da una grave carestia, non poté essere superata in Italia che molto lentamente, proprio a causa delle condizioni create dalla restaurazione dell'antico regime anche sul terreno economico. Molto lento fu di conseguenza anche l'incremento demografico (il 25% tra il 1812 e il 1861, da 19,8 a 25 milioni, contro il 40% dell'Europa tra il 1800 e il 1850), mentre rimaneva pressoché sconosciuto nella penisola un altro fenomeno dell'Europa occidentale del tempo, l'urbanesimo. L'occupazione prevalente della popolazione restava l'agricoltura, con caratteri capitalistici abbastanza progrediti nelle zone pianeggianti del Piemonte orientale, della Lombardia e dell'Emilia; nel resto del paese prevalevano invece i caratteri tradizionali (mezzadria nella Toscana, Umbria, Marche; latifondo e cerealicoltura estensiva nel Sud); veniva completato intanto il fenomeno, già avviato nel xviii sec., dell'eliminazione delle terre comuni e degli usi civici, mentre si affermava il regime della piena proprietà privata. Erano in ascesa nelle campagne del Nord la coltivazione del gelso e l'allevamento del baco da seta legati al relativo fiorire dell'industria serica: l'industria cotoniera solo verso il 1840 assunse i primi tratti della grande industria. Dopo il 1830, del resto, l'economia degli Stati italiani cominciò a rivelare molti segni di risveglio: si segnalava una ripresa di interesse per i problemi tecnici ed economici dell'agricoltura a opera di società agrarie (i Georgofili in Toscana, le società economiche del Mezzogiorno) e sulla spinta dei governi, o anche per iniziativa di singoli proprietari e studiosi. Sintomi positivi si mostravano anche nel campo dell'industria manifatturiera: nel Piemonte (dove solo nel 1844 si giunse alla soppressione delle corporazioni d'arti e mestieri), grazie a trattati di commercio coi principali Stati europei e italiani, si assistette a una vigorosa ripresa dell'industria laniera nel Biellese, che, pur conservando i caratteri di piccola industria, prese a ricorrere in misura crescente alla filatura meccanica; attorno a Torino si svilupparono poi nuclei consistenti di industria cotoniera. Anche nella Lombardia si ebbero rilevanti progressi industriali, benché in questo settore gli investimenti rimanessero sempre inferiori a quelli agricoli. Al primo posto rimasero la trattura e la torcitura della seta, seguite dall'industria cotoniera, che si esercitavano soprattutto nei centri rurali. Fu nel campo della filatura che, dopo il 1830, cominciarono a manifestarsi le prime trasformazioni industriali e una incipiente meccanizzazione, cosicché fu possibile iniziare un attivo commercio di esportazione. Accanto all'industria tessile cominciò anche a delinearsi, pur se in proporzioni ancora assai modeste, un settore metallurgico e meccanico. Tra gli altri Stati, il granducato di Toscana conseguì buoni progressi, grazie all'amministrazione tollerante che lasciava grande libertà all'iniziativa privata. Nei centri minori e nelle campagne l'industria laniera, l'allevamento dei bozzoli e la trattura della seta, la filatura e la tessitura del cotone (che avevano però proporzioni inferiori a quelle assunte in Piemonte e in Lombardia), l'industria della carta e della paglia, la fabbricazione delle ceramiche erano in fioritura e davano vita a un commercio attivo e ben equilibrato con la preponderante attività agricola. Anche nel regno di Napoli, dopo il 1835, si notavano segni di ripresa e l'industria della lana, fortemente protetta, prendeva sviluppo in varie province; la protezione doganale permise anche il sorgere dell'industria cotoniera, con capitali essenzialmente stranieri (Salernitano), e della carta (valle del Liri), mentre la produzione napoletana dei guanti raggiungeva fama mondiale. Tali trasformazioni e tali progressi richiedevano disponibilità di capitali, che furono offerti dalle prime banche di emissione di Genova, Torino, Firenze e Roma e dalle Casse di risparmio: queste ultime, sorte in un primo tempo col carattere di istituti di previdenza e di carità, con limiti precisi ai depositi, finirono con lo svolgere in un secondo tempo, per l'affluire dei depositi, le funzioni di istituti di credito prima agricolo e poi anche commerciale. Il rinnovamento agricolo e industriale che s'avviava negli Stati italiani rendeva intanto evidente la limitatezza dell'orizzonte degli Stati regionali, soprattutto dopo il 1840, quando negli altri paesi europei si andava compiendo la rivoluzione dei mezzi di trasporto attraverso le costruzioni ferroviarie. Un miglioramento della rete stradale nel Settentrione e in parte anche nel regno di Napoli non fu sufficiente a soddisfare le necessità di un commercio in via d'espansione; d'altra parte, per ragioni soprattutto politiche, era impossibile avviare un piano di costruzioni ferroviarie organico per tutte le province, cosicché i tratti di strada ferrata che per primi vennero costruiti si limitarono a congiungere le capitali con le ville reali dei dintorni (Napoli-Portici, 1839; Napoli-Caserta e Milano-Monza, 1840; Torino- Moncalieri, 1843). Solo per il Lombardo-Veneto e per la Toscana (tra il 1842 e il 1847) fu progettato e attuato un piano per una rete ferroviaria che potesse giovare al commercio interregionale. Il ritardo dell'Italia nelle costruzioni ferroviarie pose la penisola in condizioni gravi di inferiorità nei confronti degli altri Stati dell'Europa occidentale.
Fu il Piemonte di Cavour, spinto dal geniale statista sulla via di un'economia moderna con strumenti liberali anziché protezionisti (trattati di commercio, agevolazioni al credito con la creazione della Banca nazionale degli Stati sardi), a dare dopo il 1850 un notevole impulso alle costruzioni ferroviarie.
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Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
Il 24 aprile 1878 il Consiglio Comunale di Torino decise di erigere un museo del risorgimento.
E’ questa l’origine dell’ attuale museo, il piu’ antico nel suo genere. la prima sede del museo fu la Mole Antonelliana ma in seguito al accumularsi di materiale esso occupo’ alcune sale di Palazzo Carignano attorno all’ aula del parlamento subalpino.
Ma gia’ nel 1965 il museo si era trasferito completamente nel palazzo barocco costruito da Guarino Guarini.
Le sale
Il museo e’ composto da 27 sale:
Sala 1 La prima sala e’ dedicata alla battaglia del 7 Settembre del 1706, in cui gli austro-piemontesi vinsero I francesi costringendoli a levare l’assedio a Torino.
in questa sala si notano un rilievo in marmo raffigurante il ritorno di Vittorio Emanuele I dopo la caduta di Napoleone, il quadro della battaglia di Torino del 1706, e un cofano che conteneva la bandiera italiana.
Sala 2 In questa sala si trovano i ritratti di quattro sovrani sabaudi: Vittorio Amedeo II, Carlo Emanuele III, Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele IV. Sul lato opposto si notano due tele raffiguranti Maria Teresa d’ Austria e il figlio Giuseppe II. Altri dipinti sono quelli di scrittori e riformatori del tempo quali Lagrange, Muratori, Bogino, D’ Ormea, Carlo Botta, Vico, Vittorio Alfieri e la contessa D’ Albany due bacheche contenenti stampe del settecento.
sala 3 Questa sala vuole rappresentare la dominazione francese in Italia .
Infatti in questa sala si nota il berretto frigio che si issava
sull’ albero della liberta’. Alle pareti si trovano dipinti rappresentanti episodi della campagna d’Italia del Bonaparte; inoltre vi si trovano il ritratto della cospiratrice Eleonora Fonseca Pimentel, una carta di italia del 1799 e altre reliquie del periodo napoleonico.
sala 4 La sala rappresenta la dominazione napoleonica e vi si notano vari cimeli napoleonici tra iquali il proclama di Riini, una bandiera donata da napoleone ai veliti torinesi, un tavolo in legno con l’ effige del Bonaparte e un’ altra bandiera donata alla citta
di Torino.
sala 5 Restaurazione e Romanticismo.
Nella sala figurano quattro grandi tele raffiguranti Vittorio Emanuele I e Carlo Felice con le rispettive consorti, stampe del 1840 su Torino e un quadro di G. Migliara sulla scuola di muto insegnamento di Milano. Nelle bacheche coprcapi dell’ esercito francese, quadro di Napoleone a St. Elena oltre a ritratti e opere di V. Alfieri e U. Foscolo.
Sale 6-7 In queste sale si trovano documenti e busto di Santorre Di Santarosa, una vetrina dedicata a Silvio Pellico nella quale si trova anche il libro Le Mie Prigioni : racconti di vita nello Spielberg .
Vi sono raccolti anche ritratti di Giacomo Durando, dei fratelli Palma di Cesnola e di Guglielmo e Florestano Pepe; vi sono inoltre bandi e provvedimenti di Carlo Alberto reggente.
Nella sala sette v’e’ la ricostruzioine della cella di Silvio Pellico allo Spielberg.
Sala 8 Mazzini e I Democratici.
Sono esposti in questa sala I ritratti di Mazzini, Menotti, Vochieri, Saffi, Ferrero-Gola, Garibaldi, Bianco di St. Jorioz; busti di Brofferio e Modena; stampe con episodi della vita di Mazzini ed effigie di repubblicani italiani e stranieri; Tabellone con la cronologia degli spostamenti di Mazzini in Europa; cimeli, documenti e testimonianze.
Sala 9 I Liberali moderati e le riforme.
Campeggiano in questa sala I ritratti di: Carlo Alberto, Massimo D’ Azeglio, Gioberti, Manzoni, e Roberto D’ Azeglio; cavalletto da pittore appartenuto a Massimo D’ Azeglio; riproduzioni di Tancredi Falletti Di Barolo e di Giulia Colbert di Barolo; cimeli di Cesare Balbo e di Carlo Alberto sulle riforme concesse da quest’ ultimo
Sala 10 Lo Statuto
La saletta contiene: busti di Cesare Balbo, Carlo Alberto, Cesare Alfieri; grande arazzo raffigurante la firma dello Satuto;
copia fotografica dello statuto; documenti e ritratti. Nelle vetrine: modellini di soldati in uniforme; sciabola-leggio per direttore di banda militare. Alle pareti fazzoletti da collo, di seta, con stampati ritratti e canzoni patriotiche.
Sala 11-12 la sala 11 contiene documenti cimeli e dipinti della guerra del ’48 piu il torchio tipografico austriaco del fabbricante Loser
La sala 12 contiene altri cimeli della guerra piu’ proclami del governo austriaco del Lombardo-Veneto.
Nella sala vi e’ inoltre la tenda di Carlo Alberto.
Sala 13 Nella sala e’ esposta una tela di G. Ferrari raffigurante gli ufficiali a Novara. Nelle vetrine proclami e stampe della Repubblica Romana.
In un angolo della sala vi e’ la riproduzione, con i mobili originali, della camera di Carlo Alberto a Oporto.
Una scala porta a una vetrata sull’ aula del Parlamento Subalpino. Nei corridoi che aggirano l’aula per andare nella sala 14 sono esposte molte caricature di Camillo Cavour, oltre a I registri del parlamento.
Sala 14 La quattordicesima sala rappresenta lo sviluppo industriale. Un quadro riprende Maria Clotilde e Maria Pia di Savoia un altro Vittorio Emanuele II.
Sono inclusi in questa stanza, statue degli interpreti piu’ significativi e cimeli del epoca.
Sala 15 Da notare in questa sala, dedicata alla Polonia e alla Romania, sono le tele sulle battaglie di Pastrengo e di San Martino.
Sulla parete a destra sono poi esposte medaglie, bandiere e ritratti di Alexander Cuza.
Sala 16 La guerra di Crimea.
La saletta presenta: un ritratto di Vittorio Emanuele II, un busto di bronzo del generale La Marmora, fondatore del corpo dei bersaglieri.
Sala 17 Questa sala e’ dedicata alla diplomazia ed alle alleanze. Vi sono ritratti di Vittorio Amedeo II, Cavour, Ricasoli e altri uomini politici. Interessante il calco della mano dell’ imperatrice Eugenia.
Sala 18 La guerra del 1859.
Vi si possono ammirare armi, cifrari, documenti e strumenti chirurgici. Questi ultimi ricordano il sorgere della croce rossa internazionale.
In questa sala troviamo inoltre la ricostrzione dello studio di Cavour.
Sala 19 Garibaldi e i Mille.
Questa sala contiene cimeli personali di Garibaldi e ritratti fra i quali quello del funerale di Anita a Ravenna.
Altro quadro importante e’ quello che rappresenta la seduta inaugurale del primo parlamento italiano.
Sala 20-21 Occupate dalla collezione completa di 106 tempere che ricordano la spedizione del re in tutta italia. E ricordi dei fratelli Savio e della madre Olimpia. Ancora da ricordare vi e’ una tela di Massimo D’ Azeglio che raffigura la presa di Ancona.
Sala 22 Il compimento dell’ unita’.
A memoria di questo periodo sono esposti cimeli e ritratti di Garibaldi a Caprera e dei fatti di Mentana e Villa Glori. Importante inoltre e’ un ritratto di Quintino Sella e come curiosita’ divise e toghe appartenute a personaggi dell’ epoca.
Sala 23 Il cinquantennio unitario.
Un’ intera parete e’ dedicata a Umberto I ed alla sua famiglia. Molte vetrine contengono documenti riguardanti lo sviluppo della tecnica e delle industrie ed il sorgere del movimento operaio.
Sala 24-25 L’ Italia nella I guerra mondiale (1915-1918)
Le due sale contengono interessanti cimeli dell’ epoca quali ad esempio armi di ogni specie, maschere antigas, uniformi e bandiere.
Sala 26-27 Aula del parlamento italiano e galleria della resistenza.
Questa sala non fu mai utilizzata per lo scopo a cui era stata destinata in quanto la capitale del regno fu spostata a Firenze. Attualmente accoglie 172 bandiere appartenenti ad organizzazioni economiche e politiche del movimento operaio italiano. Nella stessa aula inoltre inizia il settore dedicato all’ antifascismo ed alla resistenza. Si tratta di 43 tavole in bianco e nero e a colori che ricordano i lager le fucilazioni, gli esperimenti atroci sui prigionieri, I bombardamenti su citta’ gia’ in macerie.
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Letture sul Risorgimento e la Destra storica
Cavour e Mazzini (pp. F329/F333 del Manuale)
Queste due letture vanno lette congiuntamente, in ragione del ruolo ricoperto dalle due personalità nel corso del risorgimento italiano. Si ricorderà come la realizzazione dell’unità italiana, dovuta alla geniale attività diplomatica dello statista piemontese, avesse relegato in una situazione di marginalità il rivoluzionario Mazzini, i cui moti non erano mai riusciti a scatenare, come era nei programmi delle organizzazioni mazziniane, un’insurrezione nazionale.
Eppure, nonostante il pessimo bilancio che si può riferire ai moti mazziniani, l’azione teorica e politica di Mazzini ebbe un’incidenza decisamente più rilevante di quella che appare dai risultati effettivi dell’azione insurrezionale che a lui si richiamava. Secondo alcuni, addirittura, fu proprio la propaganda mazziniana a facilitare l’azione diplomatica del Cavour che, paventando a Napoleone III il pericolo di uno stato confinante repubblicano, lo costrinse ad accettare l’integrazione delle legazioni prima, l’annessione dell’Italia meridionale poi. Se non si trattò di una predeterminata alleanza, pure le opposte azioni di Cavour e Mazzini, agirono, in un certo senso, con una logica complementare, dando entrambe il proprio contributo alla realizzazione effettiva dell’unità nazionale.
Il discorso di Cavour riprende in modo sintetico la linea politica adottata dopo le pesanti sconfitte del 1849; l’alternativa che si presentava al governo era quella di 1) accettare la sconfitta e cercare unicamente di sviluppare lo Stato regionale del Piemonte, oppure 2) ricercare pazientemente di realizzare l’unità d’Italia non più per via militare ma per via diplomatica.
Affinché quest’ultima strada –quella perseguita da Cavour- si realizzasse, il Piemonte doveva procedere a una liberalizzazione della politica, avvicinandosi agli standard degli altri Paesi europei. Si chiariscono qui le due principali direttive della linea politica di Cavour:
- l’adesione alla modernità liberale dell’Inghilterra, attraverso una modernizzazione che facesse progredire il Paese senza mettere in discussione l’ordine sociale;
- l’avversione per il socialismo.
Cavour ricorda la guerra di Crimea quale significativo passaggio per compiere questo progresso politico; lo scopo vero di quella partecipazione, in un territorio verso il quale l’Italia era assolutamente indifferente, era quello di “accrescere la fama in cui la Sardegna era tenuta, e di acquistare nuovi diritti per propugnare nel seno dei Congressi europei la causa d’Italia”.
Molto interessante è la successiva citazione della Giovine Italia, definita setta, nei confronti della quale Cavour usa inizialmente un tono comprensivo, quasi a giustificare una scelta radicale dovuta alla frustrazione dei tempi e all’ingiustizia riservata all’Italia, Ne constata il fallimento durante il 1848, quando parte dei suoi membri sfiduciati, passarono alla causa monarchica (effettivamente questo avvenne, ma soprattutto nel decennio successivo).
Subito dopo, però, parte un attacco durissimo a uno dei protagonisti del nostro Risorgimento, accusato di esercitare il terrorismo, quasi a voler istericamente rimediare alla avvenuta perdita di consenso. Gli accenti usati (“questa perversa dottrina” e altri che trovate nel testo) sono molto duri.
Questa valutazione può sembrare strana a noi, abituati a considerare le due personalità quali figure positive della nostra storia nazionale, e a vedere intitolate loro strade le più rilevanti della città, spesso contigue. Quasi a voler mostrare come quel giudizio fosse in realtà strumentale ad una mossa politica successiva, Cavour sembra voler approfittare delle sue aspre espressioni proprio per rilanciare la sua attività diplomatica verso Napoleone III; si mostra infatti preoccupato che tale dottrina trova “nella penisola un terreno in certo modo preparato a riceverla”. Da una parte c’è la sincera convinzione di Cavour nel considerare l’azione di Mazzini pregiudizievole per il raggiungimento dell’unità d’Italia, dall’altra, però, noi sappiamo che questa sua preoccupazione egli la fece genialmente valere nei suoi contatti con Napoleone III.
La risposta di Mazzini, contenuta della lettura successiva, è altrettanto aspra. L’argomentazione è chiara e ricorda, nella logica, alcune polemiche che pure si sono svolte in tempi a noi vicini. Cavour è un calunniatore e colui che egli chiama criminali sono in realtà martiri (Ruffini, i f.lli Pisacane – e la storia sembra avergli dato ragione, se teniamo sempre presenti le titolazioni delle nostre strade); di conseguenza Cavour e un calunniatore e l’accusa di terrorismo strumentale. [Bisogna però dire che già a Parigi, durante la Conferenza di Pace per la Crimea, pur appoggiando la causa italiana, si era espressa esecrazione per i moti mazziniani che causavano la morte di così tanti giovani].
L’accusa di Cavour è strumentale e riprende la consueta prassi di dichiarare terrorista chiunque si opponga con la violenza all’oppressione. Segue una importante riflessione politica-morale sulla legittimità dell’uso della violenza in politica, che si ripropone spesso nel dibattito politico (nel 1987, in un dibattito parlamentare sulla questione palestinese, l’onorevole Craxi citò proprio Mazzini per legittimare, in alcune condizioni, il ricorso alla lotta armata).
Mazzini si dichiara assolutamente rispettoso della vita umana e, a questo proposito, dichiara la propria contrarietà alla pena di morte. Ma il principio del rispetto della vita non può valere per la difesa della patria o nella lotta contro la tirannia. Ritorna quindi la nozione di «popolo» mazziniana, intesa come comunità coesa avente una missione da realizzare, cui la stessa vita dei singoli può essere sacrificata.
Al di là di queste affermazioni di principio, la lettura contiene un passo più sfumato e interessante, quando Mazzini considera la politica del governo D’Azeglio, citato nella precedente lettura da Cavour. Ebbene, l’azione positiva di quel governo poté avere successo grazie comunque all’azione di quei martiri che, sacrificando le loro vite, posero le condizioni per cui quell’azione riformatrice andò a buon fine. In altre parole, nella considerazione positiva in cui si teneva in Europa la causa italiana, il sacrificio dei mazziniani ebbe comunque il suo peso.
Ecco dunque che, in entrambe le letture, al di là di una evidente e aspra contrapposizione, torna la consapevolezza della complementarietà delle due azioni politiche, laddove la stessa azione di Cavour avrebbe avuto meno successo senza la potente spinta dell’organizzazione di Mazzini. Si ripresenta così, negli scritti dei due, quella teoria storiografica che interpreta le due personalità come decisive e complementari entrambe per la riuscita del nostro risorgimento.
Segue la parte più concitata dello scritto, dove Mazzini esalta i progressi compiuti dalla classe operaia (nonostante la sua decisa critica al socialismo) e la diffusione nazionalista tra le masse; tutti soggetti non considerati dalla politica monarchica e che sviluppano ostilità verso di essa. C’è anche pèrò un’accusa politica precisa: i Repubblicani desiderano l’unità d’Italia, la casa reale un’estensione dei propri domini. Torna la fondamentale discriminante mazziniana tra Repubblica e Monarchia: la prima capace di rappresentare realmente gli interessi del popolo, la seconda invece subordinata alla preoccupazione della dinastia reale di conservare se stessa. Quindi l’opzione decisamente democratica: raggiunta l’unità nazionale il popolo dovrà scegliere liberamente quale forma politica adottare, per non riprodurre in Italia la tipologia dei governi assoluti.
Antonio Gramsci (pp. F337/F339)
Il brano si apre con una constatazione: nell’Italia post unitariala totale direzione politica era tenuta dai moderati, i quali controllavano anche il “Partito d’Azione”, che rappresentava la possibile opposizione. Questa constatazione, paradossale, si spiega con il fatto che questo partito non rappresentava alcuna classe sociale determinata e “i suoi organi dirigenti si componevano secondo gli interessi dei moderati”.
Il seguito del brano si rivela di difficile lettura in quanto, in esso, si fa ampio riferimento al concetto gramsciano di egemonia: questo concetto indica la capacità di una classe di manifestare la propria supremazia, non solo con l’esercizio concreto della forza, ma anche tramite il consenso e la capacità di direzione ideale delle classi alleate. Alla luce di questo concetto si spiegano i passi del brano in cui si parla di “direzione intellettuale e morale” oppure in cui si afferma che “un gruppo sociale deve essere dirigente già prima di conquistare il potere”. In questo senso, i moderati esercitano la loro egemonia anche sul Partito d’Azione, nonostante questo si collochi all’opposizione.
Segue (ma questo può essere letto da ciascuno autonomamente) la constatazione che i moderati erano organici alla loro classe; essi esercitavano un’attrazione su tutti i ceti intellettuali e quindi la cultura politica da essi espressa divenne dominante. [C’è un riferimento qui alla dottrina più ampia di Gramsci sugli intellettuali, dove afferma la non indipendenza degli stessi, ma il loro essere legati a una classe sociale. Anzi, ogni gruppo sociale tende a formarsi il proprio gruppo di intellettuali; quelli che però fanno riferimento alla classe progressiva (quella che in quel momento appare vincente; in questo caso, anche dominante) esercita un potere d’attrazione su tutti gli intellettuali , diventando egemone.
Nella parte finale del brano, Gramsci spiega le ragioni che impedirono al Partito d’Azione di divenire dominante; proprio questa egemonia (e dunque la subordinazione che essi avvertivano nei confronti dei moderati) impedì di inserire nel loro programma politico precise rivendicazioni essenziali per le masse popolari. Vd. Il senso delle citazioni di Garibaldi, Mazzini, ecc.
Gilles Pécout (pp.f349/f352)
Il brano discute un’ipotesi storiografica che vede contrapporsi l’idea del Risorgimento quale rivoluzione calata dall’alto e, quindi, subita dal popolo senza che vi corrispondesse un adeguato consenso e quella, apparentemente retorica e nazionalista, quale compimento di una volontà popolare.
La prima posizione viene illustrata a partire dalle osservazioni di Sergio Romano, secondo il quale l’ideologia risorgimentale è stata costituita a posteriori, una volta raggiunta un’unità nazionale che fu quasi inaspettata (valutare bene tutte le osservazioni).
A contrastare questa posizione, secondo l’autore, è però il riferimento storico al 1848: non è possibile ridurre la dinamica risorgimentale alle guerre cavouriane, ma bisogna tenere presente anche le insurrezioni popolari che erano orientate alla realizzazione di quel progetto, come quelle del 1848, dove si diffonde un’idea di nazionalità ben precisa.
L’autore tende a privilegiare una lettura che sovrappone due rivoluzioni (dall’alto e dal basso –vd. La riflessione sul termine popolo-) e su questa base interpreta l’opposizione tra Cavour/Vittorio Emanuele III da una parte e Mazzini/Garibaldi dall’altra. Questa contrapposizione a volte però ha agito con una comunanza di intenti (a questa considerazione è dedicato l’ultimo capoverso che riprende la tesi storiografica –da noi sopra richiamata- in merito alla complementarietà del ruolo di Cavour e Mazzini nella realizzazione dell’unità d’Italia).
Lucky Riall (pp. F352/f353)
Il brano parte dalla constatazione che il periodo risorgimentale è stato uno dei più controversi a livello storiografico. In realtà, in alcuni casi (-vd. nella lettura precedente la posizione di Sergio Romano-), si ammette l’esistenza di valutazioni retoriche dovute alla classe politica post-risorgimentale, la quale in questo modo intendeva screditare i governi precedenti della Restaurazione.
Ma due momenti storici contribuiscono a mettere in crisi tali figure retoriche: da una parte la dura realtà post-nazionale, in cui gli ideali risorgimentali, piuttosto che concretizzati, sembrano ai più falliti (tenete presenti tutti i problemi dello stato post unitario): In secondo luogo il fascismo, che segnò il fallimento della classe politica liberale la quale, dopo avere tenuto in mano il governo del paese per oltre 60 anni, non aveva saputo impedire la deriva autoritaria (ma anzi, come vedremo, la aveva in parte favorita).
E’ proprio a partire da quest’ultima riflessione che l’autrice –nella sua sintesi storiografica- presenta le opposte posizioni di Gramsci e di Croce. L’analisi di Croce intende scagionare i responsabili politici della Destra storica dalla responsabilità di avere disperso gli ideali risorgimentali, sia attribuendo le stesse responsabilità ai politici successivi, sia affermando che la democrazia parlamentare fu assicurata dai liberali fino alla prima guerra mondiale. Fu la guerra dunque, e non i liberali, che provocò le nuove condizioni, sfruttate successivamente dal fascismo.
La teoria di Gramsci è stata invece da noi già considerata: egli denuncia le connivenze tra liberalismo e fascismo (questo problema sarà da noi ovviamente trattato più avanti), e sottolinea il patto che la nuova classe politica italiana fece con la proprietà latifondista del Mezzogiorno.
Il conflitto Croce/Gramsci era dunque fra chi esaltava l’eroismo risorgimentale e tra chi invece, ne sottolineava l’arretratezza. A partire da Gramsci, un altro storico marxista, Franco Della Peruta, ha cercato di analizzare i motivi per cui le forze democratiche non seppero promuovere un’azione di massa tra i contadini (Gramsci –vd. sopra- ha già dato la sua risposta: la stessa dirigenza politica del Partito d’Azione subiva l’«egemonia» dei moderati).
Altra posizione liberale rilevante, che si oppone con decisione a Gramsci, è quella dello storico Rosario Romeo (per chi volesse approfondirla, oltre a questa lettura, il manuale presenta un ampio passo dal suo studio), il quale difende la politica della Destra storica poiché considera irrealistica qualsiasi rivoluzione agraria: una rivoluzione di questo tipo –come quella auspicata da Gramsci- non avrebbe per nulla fatto progredire il paese, ma anzi lo avrebbe mantenuto in condizioni di ancora maggiore arretratezza (per cui, anche se ciò sembra ingiusto, fu più utile potenziare l’economia industriale là dove erano già presenti infrastrutture, come il Nord Italia).
L’autrice nota poi come, con la generazione di storici nati dopo il 1945, l’urgenza della discussione sul Risorgimento per comprendere l’arretratezza italiana, sia stata sempre avvertita con meno rilevanza; l’attenzione si è spostata infatti su altri periodi storici che hanno condizionato il processo di modernizzazione, come gli ultimi anni del XIX secolo.
Giampiero Carocci (pp.356/357) non fare da pag. 358 alla fine.
Il brano inzia con la constatazione del carattere elitario dei primi governi italiani (usa l’espressione malthusianesimo). Segue una disamina sia della situazione elettorale sia della popolazione; l’aspetto più rilevante è che la quasi totalità degli esclusi al diritto di voto era per lo più ostile alle istituzioni.
Ciò che vi era di positivo in questa visione elitaria era però l’omogeneità sociale (e dunque culturale) che ne derivava, che creava una organicità tra l’elelttore e l’eletto (notate l’affinità con le considerazioni di Gramsci sulla egemonia).
Lo storico affronta poi una questione delicata: è definibile una dittatura il potere esercitato dalla Destra storica? La domanda è suggestiva, per due ordini di motivi: primo, parte del personale politico italiano avrebbe salutato favorevolmente una svolta autoritaria nella direzione politica della nazione; secondo, l’alleanza con Napoleone III suggeriva un’organizzazione politica simile a quella dello Stato francese.
Se però ciò era vero sulla carta, nella realtà vi erano dua differenze abissali: l’autorità dello Stato italiano era debolissima (vd. le considerazioni sulle sconfitte di Lissa e di Custoza); non esisteva la massa di contadini post rivoluzionari pronti ad appoggiare la dittatura contro le ideologie socialiste (vd. esperienza del 1848 in Francia e vedi, soprattutto, come ritorna il problema della mancata rivoluzione contadina in italia).
La “dittatura” –se cos’ si può chiamare- fu realizzata dalla Destra confondendo Stato e amministrazione e affidando la delicata funzione del Prefetto per lo più a politici (vd. l’espressione “prevalenza dello Stato sulla società”).
Fonte – Accentramento amministrativo… (359/361)
In questo caso ci troviamo di fronte a una «fonte», che molto ci dice sulla impostazione culturale della classe politica post unitaria.
Nel primo capoverso, ci appare subito una concezione contraddittoria della democrazia: da una parte si afferma la necessità di ottenere il consenso del popolo ma, subito dopo, si dice che questo va ottenuto guidando lo stesso, formando l’opinione pubblica.
Non si possono far introdurre “falsi giudizi”, perché si è ancora in uno stato di guerra: si tratta di una dichiarazione emergenziale, il cui scopo è, evidentemente, quello di giustificare la limitazione dei diritti.
A riprova di questa affermazione, si fa riferimento alle attuali agitazioni del Mezzogiorno; il ragionamento proposto, secondo il quale esse non si sviluppano laddove la mano del governo si rivela energica, è sicuramente coerente, ma non affronta i motivi della insoddisfazione al Sud, come invece fa la Relazione Massari.
A giustificare la limitazione della democrazia prosegue il capoverso successivo: quando si passa dall’oppressione (governi pre unitari) al un nuovo sistema, la libertà amministrativa (definita “utopia”) deve essere realizzata gradatamente, tenendo conto anche dell’analfabetismo delle popolazioni. Singolare per noi è però il fatto che, quando si indica il nemico, non vengono citati i consueti movimenti di opposizione sociale (che in Italia dovevano ancora stabilmente organizzarsi) bensì i “preti”, ad indicare il sostanziale anticlericalismo dei governi della Destra storica, che affrontavano in quegli anni la «questione romana». Ritorna alla fine il concetto di “educazione civile e politica”, che però significa che il pieno dispiegamento dei diritti potrà esserci solo quando di avrà una sostanziale condivisione da parte della popolazione delle posizioni della classe dirigente.
E’ evidente, da quest’inizio, che la più grande preoccupazione di quei governi era costituire e stabilizzare l’unità del Paese, nella consapevolezza che questa, per vari fattori che abbiamo esaminato in classe, era a rischio. Ecco quindi delinearsi come necessaria – per realizzare al meglio questa unità- l’accentramento dello Stato: vengono descritte, in ordine, le indispensabili funzione del Ministro dell’Interno, dei Prefetti, dei Capi delle Province. Notate il successivo riferimento a Cavour (in parte improprio) e, soprattutto, il tono paternalistico verso la popolazione: “guidar l’opinione pubblica, correggerla, emendar i giudizi erronei e falsi, che le passioni di parte alimentano”.
Segue (e questa parte la sintetizzate da soli) la descrizione delle prerogative dei politici-amministratori. Quindi questo discorso trova la sua sintesi in uno slogan estremamente significativo: “discentramento amministrativo e centralizzazione politica”.
L’ultima parte del brano, porta esempi concreti, di carattere repressivo, sui problemi che si pongono al governo; soprattutto sulla opportunità di epurare gli amministratori dei vecchi Stati, in particolare di quello Pontificio (ancora una volta l’avversario principale!).
Fulvio Cammarano (pp.362/364)
Di questa lettura bisogna notare:
la composizione della classe politica dell’Italia pre unitaria;
i dati relativi alle prime elezioni del Regno (anteriori alla riforma del 1882);
la definizione e le caratteristiche politiche del sistema impostato sul notabilitato (che cos’è, come agisce, quali caratteristiche politiche fa assumere al Paese, a quale tipo di rappresentanza dà luogo, quali sono i suoi elementi progressivi e quelli regressivi);
la differenza con la situazione politica successiva all’avvento al potere della Sinistra, quando l’irrompere sulla scena politica delle forze espressione del movimento operaio rendono inutile la figura del notabile.
Gianni Marongiu (pp.424/426)
Lo storico fornisce un’interpretazione relativamente alla politica economica della Destra Storica decisamente apologetica; il brano è interessante in quanto è espressione di questa particolare posizione che, del resto, ha dei contenuti oggettivi (la grande professionalità e competenza degli uomini politici della destra è indubbia, superiore a quella dei futuri esponenti della Sinistra).
Interessanti sono poi le citazioni di Minghetti, che bene esprimono le intenzioni del governo in merito alla politica di pareggio del bilancio;
quindi le conseguenza di tale politica, indicate alla fine del brano in neretto, attraverso un elenco puntato. Su queste ultime osservazioni dovete giustificare la posizione dello storico.
Fonti esemplari… (pp427/428)
La scheda è interessante perché mostra tutte le iniziative che devono essere intraprese quando si forma un nuovo stato.
Impegno statistico di grande rilevanza;censimento demografico;
inchieste sul patrimonio industriale;
trattati commerciali e attività manifatturiere;
Bisogna ricordare: tipo d’inchiesta, metodologia usata, eventuale successo o insuccesso.
In ultimo, allego il testo della Relazione Massari sul brigantaggio:
Il brigantaggio nella relazione parlamentare d’inchiesta Massari (maggio 1863)
La Camera ci ha dettato l'ordine logico a cui deve informarsi la nostra esposizione nei termini stessi del mandato che si compiaceva affidarci. Nel comitato segreto del 16 dicembre 1862 ci veniva commesso l'incarico di riferire intorno alle cause ed allo stato del brigantaggio nelle province napolitane, e intorno ai pi6 acconci provvedimenti che fossero a prendersi dal Parlamento e da suggerire a governo per la più efficace repressione di esso. In conformità di quest'incarico noi veniamo oggi a dirvi quali siano, a senso nostro, le cause del brigantaggio, quale il suo stato attuale, e quali. ì diversi provvedimenti che Governo e Parlamento debbono prendere non solo per reprimere gli effetti immediati del male, ma anche per rimuoverne le cause, e prevenirne in tal guisa il possibile rinnovamento. Incominciamo dalle cagioni. Dalla loro definizione soltanto, dalla determinazione precisa della maggiore o minore loro importanza si può riferire il concetto esatto e veritiero del brigantaggio, e quindi il criterio con cui debba procedersi per combatterlo ed estirparlo. Facil cosa è dire che il brigantaggio si è manifestato nelle province meridionali a motivo della crisi politica ivi succeduta; con ciò si enuncia il motivo più visibile del doloroso fatto, ma si rimangono nell’ombra le ragioni sostanziali, le quali"invece sono quelle che vanno accuratamente studiate ed esaminate, perché esse sole possono fornire l'indicazione dei mezzi più sicuri e più efficaci a ricondurre le cose nelle condizioni regolari. La prima domanda che spontanea sorgeva nell'animo nostro era la seguente: il brigantaggio che da tre anni contrista le province continentali del mezzodì dell'Italia, è conseguenza esclusiva del cangiamento politico avvenuto nel 1860, oppure questo cangiamento è stato soltanto un'occasione dalla quale lo sviluppamento del brigantaggio è stato determinato? Negli ordini politici e sociali, come- nel fisco, non basta riconoscere le cause prossime ed immediate dei fenomeni ma e d'uopo accennare se a queste cause si colleghino altre, senza le quali l'azione delle cause prossime ed immediate, o non potrebbe svolgersi affatto oppure raggiungerebbe proporzioni minime e di poca entità [...]. Certo le province napolitane hanno soggiaciuto nel 1860 ad una crisi di questo genere, e torna agevole il comprendere come in seguito a ciò siasi manifestato il brigantaggio. Ma basta forse la sola crisi politica a rendere ragione e della intensità del male e delle proporzioni che ha raggiunte e della ostinazione con cui resiste ai mezzi adoperati per combatterlo e guarirlo? A persuadervi che restringendo a quella pocanzi enunciata le cause del brigantaggio si cadrebbe in errore, bastava una sola considerazione. Gl'influssi della crisi politica non potevano essere, non sono stati diversi nelle diverse province dell'ex reame napolitano: se dunque in ogni caso la loro azione è stata identica, gli effetti avrebbero pure dovuto essere i medesimi in ognuna di quelle e province, e queste avrebbero perciò dovuto essere allo stesso grado infestate dal brigantaggio. La conclusione è strettamente logica: ma il fatto la contraddice, poiché è indubitato che mentre in alcune province il brigantaggio e infierito ed ha raggiunto terribili proporzioni, come, a cagion d'esempio, in Capitanata ed in Basilicata, in altre, come le Calabrie, o non ha allignato affatto, o tutto al più si è astretto in angusti limiti. Per rendere ragione di questo contrasto è dunque mestieri supporre o che la crisi politica non abbia avuto nessun influsso in alcune province e molto in altre, oppure che le rispettive condizioni di quelle province non essendo identiche gli effetti della crisi siano stati diversi. La prima di queste ipotesi non regge all'esame: il rivolgimento politico essendo unico nella sua essenza e nella sua origine non poteva non tramandare i suoi influssi alla stessa guisa e con la medesima efficacia in tutte le località, e quindi sarebbe all'intutto gratuito ed assurdo il supporre e l'asserire che questi influssi si manifestassero e fossero attivissimi a Foggia ed a Potenza, latenti od inerti a Catanzaro ed a Reggio. La ragione del divario va dunque ricercata - altrove, e propriamente nella diversità delle condizioni delle varie province. Ond'è che dalla evidenza dei fatti noi siamo stati costretti a domandarci se per avventura non esistessero cause generali ed essenziali che contribuiscono a rendere in alcune località, meglio che in altre, più agevole, più pronto, più terribile lo sviluppamento del brigantaggio, e frappongano più gagliardi ostacoli alla sua estirpazione. La risposta a questa domanda ci è stata largamente fornita e dalle osservazioni dei fatti e delle ricordanze e dalle opinioni molte fra le persone che all'uopo abbiamo interrogate, e di quelle che spontaneamente ci hanno partecipato per iscritto il loro parere. Quelle osservazioni, quelle città di Foggia i terrazzani assommano ad ricordanze, quelle opinioni ci hanno con- alcune migliaia. Grande coltura: nessun jneamente ci hanno partecipato per iscritto il loro parere. Quelle osservazioni, quelle ricordanze, quelle opinioni ci hanno condotto a conc.hiudere che il brigantaggio ha una sua precipua ragione di essere in alcune cause, che non sono quelle che a prima giunta si scorgono e che pur troppo non sono né le meno efficaci, né le meno essenziali. A bene esprimere il nostro concetto diremo che il brigantaggio se ha pigliato le mosse del 1860, come già nel 18061, ed in altre occasioni dal mutamento politico, ripete però la sua origine intrinseca da una condizione di cose preesistente a quel mutamento, e che i nostri liberi istituti debbono assolutamente distruggere e cangiare. Molto acconciamente è stato detto e ripetuto essere il brigantaggio il fenomeno, il sintomo di un male profondo ed antico: questo paragone desunto dall'arte medica regge pienamente, ed alla stessa guisa che nell'organismo umano, le malattie derivano da cause immediate e da cause predisponenti, la malattia sociale, di cui il brigantaggio è il fenomeno è originata anch'essa dallo stesso duplice ordine di cause.
. Le prime adunque cause del brigantaggio sono le cause predisponenti. E, prima fra tutte, la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo, che in quelle province appunto, dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice. Quella piaga della moderna società che è il proletariato, ivi appare più ampia che altrove. Il contadino non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente, e quand'anche la mercede del suo lavoro non fosse tenue, il suo stato economico non ne sperimenterebbe miglioramento. Dove il sistema delle mezzerie è in vigore, il numero dei proletari di campagna è scarso; ma là dove si pratica la grande coltivazione, sia nell'interesse del proprietario, sia in quello del fittaiuolo, il numero dei proletari è necessariamente copioso. [...] A Foggia, a Cerignola, a San Marco in Lamis havvi un ceto di popolazione, addimandato col nome di terrazzani, che non possiede assolutamente nulla e che vive di rapina. Nella sola città di Foggia i terrazzani assommano a alcune migliaia. Grande coltura: nessun colono: e molta gente che non sa come fare per lucrarsi la vita. «I terrazzani ed i cafoni, ci diceva il direttore del demanio e tasse della provincia di Foggia, “hanno pane di tal qualità che non ne mangerebbero i cani. Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio, La vita del brigante abbonda di attrattive per il povero contadino, il quale, ponendola a confronto con la vita stentata e misera che egli è condannato a menare, non inferisce di certo dal paragone conseguenze propizie all’ordine sociale. Il contrasto è terribile, é non è da maravigliare se nel maggior numero dei casi il fascino della tentazione a male operare sia irresistibile.. I cattivi consigli della miseria, non temperati dalla istruzione e dalla educazione, non infrenati da quella religione grossolana che si predica alle moltitudini, avvalorati dallo spettacolo del cattivo esempio prevalgono presso quegl'infelici, e l'abito a delinquere diventa seconda natura. La fioca voce del senso morale è soffocata, ed il furto anziché destare ripugnanza appare mezzo facile e legittimo di sussistenza e di guadagno, ond'è che sorgendo dall'occasione l'impulso al brigantaggio le sue fila non indugiano ad essere ingrossate. Su 375 briganti che si trovavano il giorno 15 aprile prossimo passato nelle carceri della provincia di Capitanata, 293 appartengono al misero ceto dei cosi dettibraccianti. Làinvece dove le relazioni tra il proprietario e il contadino sono migliori, là dove questi non è in condizione nomade ed è legato alla terra in qual si voglia modo, ivi il brigantaggio può manifestandosi, allettare i facinorosi, che non mancano in nessuna parte del mondo, ma non può gettare radici profonde ed è con maggiore agevolezza distrutto. [...]
La condIzione di cose, della quale siamo venuti fin qui discorrendo, ci sembra porgere in modo non equivoco la nozione di una delle cause che con maggiore efficacia generano fatalmente in alcune province meridionali la funesta predisposizione al brigantaggio. Il sistema feudale spento dal progredire della civiltà e dalle prescrizioni delle leggi ha lasciato una eredità che- non è ancora totalmente distrutta; sono reliquie d'ingiustizie secolari ce aspettano ancora ad essere annientate. i baroni non sono più ma la tradizione dei loro soprusi e delle loro prepotenze non è ancora cancellata, ed in parecchie delle località che abbiamo nomi nate l'attuale proprietario non cessa dal rappresentare agli occhi del contadino l'antico signore feudale. Il contadino sa che le sue fatiche non gli fruttano benessere né prosperità; sa che il prodotto della terra innaffiata dai suoi sudori non sarà suo; si vede e si sente condannato a perpetua miseria, e l'istinto della vendetta sorge spontaneo nell'animo suo. L'occasione si presenta; egli non se la lascia sfuggire; si fa brigante; richiede vale a dire alla forza quel benessere, quella prosperità che la forza gli vieta di conseguire, ed agli onesti e mal ricompensati sudori del lavoro preferisce i disagi fruttiferi della vita del brigante. Il brigantaggio diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro .antiche e secolari ingiustizie.
(da G. MASSARI, Relazione sulle cause del brigantaggio nel Mezzogiorno, Napoli, 1863).
Fine articolo
“1861. I pittori del Risorgimento”, è una mostra che per la prima volta raccoglie e presenta al pubblico i grandi dipinti dei pittori protagonisti del Risorgimento, opere di dimensioni monumentali che rappresentano l’epopea bellica nelle sue tappe fondamentali della lunga lotta di liberazione dalla dominazione straniera, e quindi la realizzazione dell’unificazione nazionale. A dialogare con essi sono esposte opere, di dimensioni più contenute, che documentano la partecipazione popolare e collettiva all’ideale risorgimentale.
Il cuore della mostra è rappresentato dalla pittura di battaglie, con episodi che vanno dalla Seconda guerra di indipendenza alla spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi: momenti e protagonisti decisivi della storia nazionale, impressi nella letteratura, nella musica, nella memoria collettiva d’Italia fino ai giorni nostri, come dimostrano la toponomastica delle città, che ancora oggi conservano il ricordo di quei luoghi e di quegli eventi, e i tanti monumenti disseminati su tutto il territorio nazionale - a cominciare dal grandioso Vittoriano a Roma –, e la cui opera di commemorazione e di celebrazione è affidata al linguaggio potente, talvolta più retorico, talvolta capace di slanci e spontaneità, della scultura.
Di quei momenti furono testimoni oculari i cosiddetti “pittori soldati”, provenienti dalle zone allora più avanzate del paese - Lombardia, Toscana, Napoli. Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini, Michele Cammarano, convinti patrioti, presero infatti parte in prima persona a molte di quelle battaglie, e ne resero testimonianza attraverso una pittura esatta e fedele agli eventi, sempre attenta ai tanti risvolti umani che sono naturalmente e tristemente legati ad una guerra. L’altro grande protagonista della pittura di quegli anni, il livornese Giovanni Fattori, capofila dei macchiaioli, pur non essendo partito come volontario, fu comunque ideologicamente partecipe alle lotte risorgimentali, e si recò spesso sui luoghi degli scontri, per dare alle sue opere il senso della drammatica verità dei fatti.
Del tutto nuova rispetto alla tradizione accademica, la giovane arte italiana fu rivoluzionaria anche nella forma. Non celebrativi, anche se di commissione pubblica e addirittura reale, con destinazioni in residenze ufficiali quali il Palazzo Reale di Milano, queste opere rappresentano infatti non tanto lo spiegamento di forze, le grandi manovre tattiche, gli alti ranghi, quanto il “dopo”, il “dietro le quinte”, le retrovie: i semplici soldati, i feriti curati grazie alle prime forme di assistenza (la nascita della Croce Rossa sarà frutto di quelle drammatiche giornate), gli stessi nemici caduti, accomunati all’esercito piemontese nella tragedia della morte, come si può vedere in due monumentali capolavori quali l’Assalto a Madonna della Scoperta, di Giovanni Fattori, o la Battaglia della Cernaja, opera del 1857 di Gerolamo Induno, mai esposta prima in una mostra.
Come sorta di “anticipazione” alla pittura del 1859-1860, è stato scelto di presentare, nella prima sala, alcune opere emblematiche, introduttive ai temi della mostra. I profughi di Parga di Francesco Hayez, del 1826-1829, in cui l’artista rievoca l’abbandono della patria da parte degli abitanti della cittadina greca, durante la lotta di indipendenza dalla dominazione ottomana. Una vicenda in cui intellettuali e patrioti italiani videro lo specchio della storia del loro paese, sottomesso all’Impero austriaco, e per la prima volta nel genere della pittura storica, un’opera in cui gli umili divengono protagonisti ed eroi. Non a caso Giuseppe Mazzini, attento al significato e al messaggio insito nell’arte, secondo lui capace di scuotere animi e coscienze civili, lo giudicò nel 1841 un quadro-manifesto che avrebbe aperto la strada ad una nuova arte nazionale: un anno dopo, il celebre inno del Nabucodonosor di Verdi, in cui il coro degli ebrei prigionieri, che mestamente ricorda la patria lontana usurpata dall’esercito babilonese, intona “Oh mia patria sì bella e perduta! […]”, avrebbe trasportato nel campo della musica e dell’opera quelle stesse profonde aspettative di rinnovamento dei linguaggi dell’arte e della creatività.
Nella stessa sala, sempre dal popolo vengono altri eroi del passato, visti, in anni caldi come quelli intorno al rivoluzionario biennio 1848-1849, come esempi di riscatto e desiderio di libertà: Spartaco, lo schiavo capace di sfidare la stessa Roma, nell’opera del 1848-1850 del patriota Vincenzo Vela, e Masaniello, il pescatore napoletano che a metà Seicento osò guidare il popolo napoletano contro il vicereame spagnolo, nel marmo del veronese Alessandro Puttinati, del 1846.
Mentre le prime sale sono dedicate ai dipinti monumentali che illustrano l’epopea nazionale, dalla guerra di Crimea al 1860, con il coronamento del processo di unificazione e del sogno mazziniano e garibaldino rappresentato, il 20 settembre 1870, dall’entrata in Roma dell’esercito regolare italiano attraverso la breccia di Porta Pia (di forte impatto scenografico il grande dipinto di Michele Cammarano dedicato alla Carica dei bersaglieri), salendo al secondo piano delle Scuderie del Quirinale, si incontrano altre tappe fondamentali del percorso risorgimentale, e si entra - attraverso una serie di dipinti di formato più ridotto - all’interno delle coscienze di quanti aderirono al Risorgimento non dal fronte degli scontri ma dagli interni domestici, popolari o borghesi, nelle strade, nelle osterie, nelle famiglie.
Alcune opere ricordano gli episodi salienti delle rivoluzioni del 1848-1849 a Roma, Milano, Venezia: da un dipinto dalla forte carica allusiva quale La Meditazione di Francesco Hayez (inedita e drammatica rappresentazione dell’Italia, che tiene in mano la croce su cui sono impresse in rosso le date delle Cinque giornate di Milano), al ritrovato capolavoro di Gerolamo Induno, che fu a Roma con Garibaldi nel 1849, La trasteverina colpita da una bomba, omaggio al popolo anonimo che muore per un ideale.
Come era già avvenuto per i fatti di Roma, Milano e Venezia, anche l’epopea dei Mille godette di un grande favore nell’opinione pubblica mondiale, e fu seguita dalla stampa internazionale, celebrata dagli intellettuali, sostenuta, anche in prima persona, da uomini di cultura e artisti. Tra questi ritroviamo quei pittori che, “in diretta” o poco dopo, ricordarono gli avvenimenti ed i loro protagonisti, e si concentrarono non tanto sullo svolgersi bellico, ma sulla fase della preparazione e sulle aspettative create nel popolo dall’impresa di Garibaldi. Ne scaturirà una pittura di grande spessore critico, e che avrà il coraggio di mettere in evidenza anche le delusioni e i tradimenti; già nel 1862 Domenico Induno, in una commovente scena popolare ambientata sullo sfondo di Milano, aveva rappresentato l’indignazione provocata nel popolo dall’ “orribile pace” di Villafranca. Il fratello Gerolamo, nel grande quadro dedicato a La discesa d’Aspromonte, rendeva poco dopo un resoconto esatto e grave dello scontro fratricida di Aspromonte, avvenuto il 29 agosto 1862, quando l’esercito di Garibaldi, diretto a Roma e sconfessato dal re Vittorio Emanuele II, venne fermato dai bersaglieri dell’esercito regolare italiano.
Nell’ultima parte della mostra, capolavori tardi di Giovanni Fattori riuniti insieme per la prima volta, come Lo staffato e Lo scoppio del cassone, denunciano a ormai molti anni di distanza dall’Unità d’Italia, gli orrori della guerra e il sacrificio di tanti, quasi a monito di un nuovo impegno civile e morale: quello di essere, dopo tante sofferenze, finalmente italiani. Queste rappresentazione forti, tragiche, si alternano ad un gusto elegiaco e crepuscolare, evidente nei dipinti del siciliano Giuseppe Sciuti o del toscano Odoardo Borrani, che sottolineano con scene che ricordano la partecipazione delle famiglie, delle donne, agli ideali di unità e libertà, che la nascita della nazione Italia è stata veramente la realizzazione dei sogni e delle speranze di un intero popolo.
Anna Villari
Fine articolo
Discorsi costituzionali nel Risorgimento italiano
Gli avvenimenti che hanno interessato principalmente la Francia tra il 1789 e il 1815 hanno avuto un’ineliminabile ripercussione nell’intera Europa. I francesi hanno fatto conoscere al continente nuovi modelli politici, istituzionali e ideologici: la monarchia costituzionale, la repubblica democratica radicale, la repubblica moderata borghese, l’esercito di popolo, la leva militare di massa, la certezza del diritto, l’uguaglianza formale tra i cittadini. Con il rinnovamento giuridico e burocratico impresso da Napoleone, la Francia ha concretamente, tramite l’esportazione dei propri ordinamenti, trasmesso all’Europa il Codice civile, il centralismo amministrativo, un’efficiente burocrazia e un organizzato apparato poliziesco. L’eredità napoleonica, sia dal punto di vista istituzionale che da quello ideologico, diviene quindi uno dei problemi più complessi con i quali si devono confrontare i sovrani e i diplomatici che convengono nel 1815 a Vienna per dare corso a quell’opera che va sotto il nome di Restaurazione.
I fondamenti della Restaurazione sono i principi di equilibrio e di legittimità. In base al primo, è possibile alle diverse potenze europee blocchino sul nascere l’espansionismo territoriale di un singolo stato: deve prender evita un ordine internazionale basato sul compromesso, sul bilanciamento delle forze, sulla tranquillità, in modo che si possa assicurare una pace duratura. Secondo il principio di legittimità, è necessario riconoscere i naturali diritti dei sovrani che hanno governato prima dell’avvento di Napoleone. La carta geopolitica italiana è caratterizzata dal regno del Lombardo-Veneto, direttamente dominato dall’Austria; dal regno di Sardegna, sotto la dinastia dei Savoia; dal ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, nel quale governa Maria Luisa d’Austria; dal ducato di Modena e Reggio, sotto Francesco IV d’Asburgo; dal ducato di Lucca, governato da Maria Luisa di Borbone-Parma; dal Granducato di Toscana con Ferdinando III d’Asburgo-Lorena; dallo Stato pontificio e dal Regno delle Due Sicilie, formalmente di nuova formazione con l’unione dei Regni di Napoli e Sicilia, sotto la dinastia dei Borbone.
Il rispetto dell’ordine costituito, in Italia come nell’intera Europa, è garantito da un’organica intesa fra lo zar Alessandro I, il re di Prussia, Federico Guglielmo III, e l’imperatore d’Austria, Francesco II, che stilano un testo, dove si fondono principi religiosi, paternalismo politico, diritto divino dei sovrani e solidarietà per la difesa dello status restaurato, che è la base della cosiddetta Santa Alleanza.
La Santa Alleanza
Le Loro Maestà hanno convenuto gli articoli seguenti:
Art. 1. Conformemente alle parole delle Sante Scritture, le quali comandano a tutti gli uomini di riguardarsi come fratelli, i tre monarchi contraenti rimarranno uniti con legami di vera e indissolubile fratellanza, e considerandosi come patrioti, in qualunque occasione ed in qualunque luogo si presteranno assistenza, aiuto e soccorso; e considerandosi verso i loro sudditi ed eserciti come padri di famiglia, li guideranno nello stesso spirito di fratellanza da cui sono animati per proteggere la religione, la pace e la giustizia.
Art. 2. DI conseguenza, il solo principio in vigore, sia fra i detti governi, sia fra i loro sudditi, sarà quello di rendersi reciprocamente servizio, di manifestarsi con una benevolenza inalterabile le scambievoli affezioni da cui devono essere animati, di considerarsi tutti come membri di una medesima nazione cristiana, riguardandosi i tre Principi alleati, essi stessi, come delegati della Provvidenza a governare tre rami della stessa famiglia, cioè: l’Austria, la Prussia, e la Russia, dichiarando così che la nazione cristiana di cui Essi e i loro popoli fanno parte, non ha realmente altro sovrano se non quello a cui solo appartiene in proprietà il potere, perché in lui solo si trovano tutti i tesori dell’amore, della scienza e della saggezza infinita, cioè a dire Dio, il nostro Divin Salvatore Gesù Cristo, il Verbo dell’Altissimo, la parola di vita.
Le loro Maestà raccomandano in conseguenza con la più tenera sollecitudine ai loro popoli, come unico mezzo per godere di quella pace che nasce dalla buona coscienza, e che sola è durevole, di fortificarsi ogni giorno di più nei principi e nell’esercizio dei doveri che il Divin Salvatore ha insegnato agli uomini.
Fatto in triplo e sottoscritto a Parigi, l’anno di grazia 1815, il 24-26 settembre.
Francesco
Federico Guglielmo
Alessandro
(Critica e documenti storici, a cura di G. Galasso, Napoli, Il tripode, 1972)
La Santa Alleanza, ben presto, assume le caratteristiche di un’organizzazione politica e militare tesa alla repressione di ogni istanza liberale. L’opposizione politica si esprime quindi attraverso organizzazioni clandestine le società segrete, dove si discutono programmi politici che vanno dalla proclamazione di una costituzione all’instaurazione del regime repubblicano, alla piena sovranità popolare, alla collettivizzazione dei beni. Sono le società segrete a promuovere in Spagna e in Italia tra il 1820 e il 1821 i moti contro i regimi «restaurati». In Italia i moti hanno inizio nel Regno delle due Sicilia, su iniziativa di ufficiali appartenenti a una importante società segreta, la Carboneria. Obiettivo degli insorti è un documento costituzionale che riprenda le linee della Costituzione di Cadice, concessa nel 1812 da Ferdinando VII di Borbone agli spagnoli in guerra contro Napoleone. Tale costituzione ha carattere democratico, contempla il suffragio universale e dispone un sistema monocamerale (eliminando così la «camera alta» dove tradizionalmente vengono espressi pareri favorevoli ai valori conservatori o reazionari). Sua caratteristica, introvabile nelle precedenti costituzioni francesi, è il preciso riferimento alla religione cattolica.
La costituzione di Cadice del 1812
Art. 1. La Nazione spagnola è la riunione di tutti gli Spagnoli di ambedue gli emisferi.
Art. 2. La Nazione spagnola è libera e indipendente; e non è né può essere patrimonio di veruna famiglia o persona.
Art. 3. La sovranità risiede essenzialmente nella Nazione ed in conseguenza ad essa sola appartiene il diritto di stabilire le proprie sue leggi fondamentali […].
Art. 12. La Religione della Nazione spagnola è presentemente, e perpetuamente sarà, la Cattolica, Apostolica, Romana, unica vera. La Nazione la protegge con leggi sapienti e giuste, e vieta l’esercizio di qualunque altra Religione […].
Art. 172. Le restrizioni dell’autorità del Re sono le seguenti:
1. Non può il Re impedire sotto verun pretesto la riunione delle Corti nei tempi assegnati dalla Costituzione; né scioglierle, né sospenderle, né in maniera alcuna disturbarne le sessioni o deliberazioni. Chiunque gli desse aiuto o consiglio per qualsiasi di coteste operazioni, sarà dichiarato traditore e perseguitato come tale.
2. Non può il Re uscire dal Regno senza il consenso delle Corti, ed in caso di farlo, s’intenderà che abbia rinunziata la Corona.
3. Non può il Re alienare, né cedere, né rinunziare, né trasferire per verun conto ad altra persona la sua autorità reale, né veruna delle sue prerogative. Se volesse per qualunque motivo rinunziare il Trono al suo immediato Successore, non potrà farlo senza cognizione delle Corti […].
8. Non può il Re né direttamente, né indirettamente imporre contribuzioni, né chieder doni o pagamenti per verun oggetto né titolo: il decretare tali cose è proprio delle Corti […].
12. Il Re, prima di contrarre matrimonio, ne darà parte alle Corti per ottenerne il consenso; e nel caso che sposi senza consenso, s’intenderà che abbia rinunziato alla Corona.
13. Il Re, nella sua esaltazione al trono, o nell’assumere, dopo la minore età, il governo del Regno, presterà giuramento innanzi alle Corti sotto la formula seguente:
N. (Qui va il nome del Re) per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia spagnola, Re della Spagna, giuro nel nome di Dio, e sopra i Santi Vangeli: che difenderò e conserverò la Religione Cattolica, Apostolica, Romana senza permetterne verun’altra nel Regno; che osserverò e farò osservare la Costituzione politica, e le leggi della Monarchia spagnola, avendo sempre la mira in tutte le mie operazioni al bene e vantaggio di essa; che non alienerò, né cederò, né smembrerò veruna parte del Regno; che non esigerò mai frutti, né denaro, né verun’altra cosa, se non ciò che le Corti avessero decretato; che non toglierò mai a nessuno la proprietà, e rispetterò sopra ogni altra cosa la libertà politica della nazione, e la personale di ogni individuo. Se io operassi contro il mio giuramento o contro qualunque articolo di esso, non dovrò essere ubbidito; ed ogni operazione, con cui vi contravvenissi, sarà nulla e di nessun valore. Così facendo, Iddio mi aiuti e mi protegga, ed altrimenti, me ne domandi conto.
(da E. Anchieri, Antologia storico-diplomatica, Varese, ispi, 1941).
L’insurrezione napoletana viene repressa nel sangue, nella primavera del 1821. In seguito vengono adottate misure liberticide, finalizzate a prevenire ulteriori rigurgiti rivoluzionari. Particolare attenzione viene riservata agli studenti, sottoposti a un severissimo controllo e lusingati, nel caso non si facciano influenzare da propositi sovversivi, da allettanti promesse circa il loro futuro.
Un decreto di re Ferdinando I agli studenti di Napoli (4 aprile 1821).
L’animo nostro paterno, inteso più a prevenire che a punire le colpe, sente compassione di molti giovani sedotti o dal qualche loro maestro speculatore di rivoluzioni, o da certi moderni libri faziosi, o dal contagio morale di pericolosi compagni. Sicuri che l’età, l’esperienza e le non chimeriche cognizioni apriranno col tempo i loro lumi alla luce della verità; per agevolare un siffatto disinganno, sulla proposizione del nostro direttore della real segreteria di Stato degli affari interni, abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
Art. 1. Tutt’i giovani studenti che appartengono ai comuni delle diverse province del Regno, i quali dopo le cominciate ferie estive rimangono in Napoli senza veruna occupazione, si restituiranno fra ‘l termine di otto giorni nel seno delle proprie famiglie. Quivi continueranno gli studi camerali fino alla riapertura della regia Università, in seguito de’ nuovi regolamenti che ci riserbiamo di emanare a fin di renderla più operativa e più utile.
Art. 2. Coloro che ricuseranno di uniformarsi a questa disposizione saranno sottoposti alla sorveglianza della polizia, e considerati come vagabondi.
Art. 3. Gl’intendenti delle provincie insinueranno ai padri, od a chiunque ne faccia le veci, che, riprendendo l’autorità loro conceduto dalla natura e dalla legge, procurino di estirpare dall’animo de’ loro figliuoli qualunque germe maligno, onde renderli atti a ricercare nel pubblico bene la propria felicità.
Art. 4. Quegli studenti che appartengono a famiglie dimoranti nella capitale, dovranno al termine di ogni mese provvedersi di attestato del proprio privato maestro, non meno sull’applicazione, che su’ costumi. Senza di siffatto documento resteranno esclusi da’ gradi accademici di qualunque facoltà.
Art. 5. I maestri privati, e quei che hanno particolari giovani a pensione, dovranno presentare fra otto giorni un distinto elenco de’ loro alunni, accompagnato da una memoria riservata circa la condotta religiosa, politica, e morale di ciascuno di essi.
Art. 6. Quei giovani studiosi, che serberanno illibata condotta per l’avvenire, acquisteranno un titolo non solo a promozioni, ma eziandio a qualche sussidio nel loro tirocinio.
(da D. Mack Smith, Risorgimento italiano, Bari, Laterza, 1968)
Proprio mentre a Napoli le forze borboniche, con l’intervento austriaco, restaurano l’assolutismo monarchico, nel Piemonte sabaudo scoppiano moti rivoluzionari. Anche in questo caso le truppe austriache riescono ad avere ragione dei rivoltosi. La dura politica repressiva seguita in tutta Italia non fa che spegnere le speranze dei costituzionalisti, che auspicano un rinnovamento dei regimi vigenti grazie alla concessione di una carta che mitighi il reazionario assolutismo dei monarchi italiani.
Fra il 1830 e il 1831 una nuova ondata rivoluzionaria scuote l’Europa. Moti scoppiano in Francia, nei Paesi Bassi e in Polonia. In Francia le agitazioni hanno un carattere liberale e sono funzionali all’instaurazione della monarchia parlamentare di Luigi Filippo d’Orléans. Nei Paesi Bassi e in Polonia i moti sono di carattere nazionalista: nel primo caso portano alla nascita del Belgio, nel secondo vengono repressi con violenza dalle truppe russe. Anche in Italia, nei ducati di Modena e Parma e nello Stato pontificio viene organizzata un’insurrezione, nota oggi come «congiura estense», per aver goduto in principio dell’appoggio del duca di Modena Francesco IV, che nei moti di carattere liberale ravvisa un modo per ampliare i confini del proprio Stato. È lo stesso Francesco IV, timoroso di un intervento massiccio dell’Austria, a ritirare il suo appoggio ai rivoltosi, che dopo l’insurrezione riescono a formare un governo provvisorio nel febbraio del 1831. Tuttavia, non giunge ai rivoluzionari l’atteso aiuto dalla Francia liberale mentre l’intervento militare dell’Austria riporta nel marzo seguente lo status quo ante nell’Italia centrale. L’avvenimento, malgrado il sostanziale fallimento, riaccende le speranze di tutti coloro che auspicano un rinnovamento politico nella Penisola. Particolarmente forte è il tema dell’unità e dell’indipendenza d’Italia, un tema che comincia a imporsi con forza a fronte delle rivendicazioni costituzionali che avevano caratterizzato le insurrezioni del 1820 e del 1821, come dimostra la seguente pagina che contiene un appello scritto da esuli italiani a Parigi nel 1830:
Al popolo italiano, dalle Alpi alla Sicilia
Amici e Fratelli.
La Fracnia, il Belgio, gli Svizzeri e la Polonia gridano libertà e questa beata voce fu valorosamente ripetuta dai nostri concittadini di Modena e di Bologna; noi accorriamo per unire le nostre voci e le nostre braccia a pro della libertà italiana.
Libertà; sì libertà universale dalle Alpi alla Sicilia, e, per ricuperare un tanto bene si trascuri ora ogni interesse, ogni comodo, e s’impugnino da tutti le armi a sterminio dei tiranni, e di chiunque dentro, o fuori tentasse di sostenerli.
Non può esistere libertà senza indipendenza, né indipendenza senza forza, né forza senza unità. Adopriamoci dunque acciò l’Italia sia in breve Indipendente, Una e Libera.
Tocca agli Italiani comandare in Italia che fu purtroppo preda degli esteri dominatori. Qui sia il Popolo solo padrone: qui regni l’eguaglianza e l’amore, qui abbia ferma sede la felicità di tutti.
Popolo misero, Popolo che vivi nello stento e nella fatica! La libertà ti chiama ad una nuova vita, e coloro che oggidì la desiderano, e la invocano, non avran pace finché le cose politiche non siano sistemate in modo che non siavi più un uomo solo, che lavorando moderatamente non viva libero, ed agiato.
Nobili e Plebei, Ricchi e Poveri, ora gli stessi lacci v’avvincono, e tutti a servire siete costretti pochi tiranni, che per serbare il potere, si fanno essi pure servi del truce Alemanno, il quale spietato tracanna il vostro sangue, e si pasce delle vostre lagrime. Muoia l’Austriaco, periscano i Re, s’infrangano le corone, e non sianvi in Italia che leggi di fratellanza e di libertà.
Amici! Guardatevi dalle insidie; quei re che tante volte mentirono, quei re che in mille modi v’opprimono, quei re che straziarono i vostri fratelli, vestendo pelle d’agnello, vedendosi ora alle strette, v’offriranno una costituzione, così introducendo con questa tra voi la divisione, si lusingheranno di serbarsi potere bastante, onde opprimervi anche di più sotto pretesto di legalità. Respingete i doni avvelenati dei tiranni, e non lasciate in mani altrui quella autorità che a voi soli si compete.
All’armi, all’armi; l’Italia lo vuole, la virtù il comanda, e la felicità vostra e dei vostri figli, v’impone altamente il dovere di cogliere una sì fausta occasione per recuperare i vostri diritti.
Libertà intera ed eterna alla cara Italia.
(da G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna,
II, Dalla Restaurazione alla rivoluzione nazionale 1815-1846, Milano, Feltrinelli, 1958)
Le insurrezioni del 1831 chiudono un’epoca. Il loro fallimento dimostra l’impossibilità di un’azione politica in grado di coinvolgere un gruppo ristretto di cospiratori e incapace di stilare un programma tale da riscuotere l’interesse popolare. Nel nuovo clima patriottico coltivato dagli appartenenti ai ceti medi dei diversi Stati italiani e caratterizzato dalla passione nazionalistica mescolata ad istanze liberali, si sviluppano nuove idee sul futuro della Penisola e sulle forme istituzionali che l’Italia, una volta unita, deve assumere.
Un ruolo di primo piano assume la figura di Giuseppe Mazzini (1805-1872), che giovanissimo aderisce alla Carboneria. Arrestato e poi costretto all’esilio, Mazzini nel 1831, stende il programma di una nuova organizzazione, la Giovane Italia, destinata, secondo le intenzioni del suo fondatore, a promuovere un’azione politica incisiva che, dopo il raggiungimento dell’unità, porti all’instaurazione della repubblica in Italia. I mezzi da utilizzare per perseguire questo obiettivo sono la propaganda educativa e l’insurrezione popolare. Con il simbolo del tricolore, secondo Mazzini, la Giovine Italia può ambire ad articolarsi a livello nazionale e a organizzare, non un’insurrezione locale facilmente reprimibile, ma un’autentica rivoluzione, come si legge nella istruzione generale per gli affratellati:
Giuseppe Mazzini, L’istruzione generale per gli affratellati della «Giovine Italia».
Libertà Eguaglianza Umanità Indipendenza Unità
1. La Giovine Italia è la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di Progresso e di Dovere; i quali convinti che l’Italia è chiamata ad essere Nazione – che può con proprie forze crearsi tale – che il mal esito dei tentativi passati non spetta alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari – che il segreto della potenza è nella costanza e nell’unità degli sforzi – consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l’azione al grande intento di restituire l’Italia in Nazione di liberi ed eguali, Una, Indipendente, Sovrana.
2. […] La Nazione è l’universalità degli Italiani, affratellati in un patto e viventi sotto una legge comune.
3. Basi dell’associazione.
Quanto più l’intento di un’associazione è determinato, chiaro, preciso, tanto più i suoi lavori procederanno spediti, sicuri, efficaci.
La forza d’una associazione è riposta non nella cifra numerica degli elementi che la compongono, ma nella omogeneità di questi elementi, nella perfetta concordia dei membri circa la via da seguirsi, nella certezza che il dì dell’azione li troverà compatti e serrati in falange, forti di fiducia reciproca, stretti in unità di volere intorno alla bandiera comune. Le associazioni che accolgono elementi eterogenei e mancano di programma, possono durare apparentemente concordi per l’opera di distruzione, ma devono infallibilmente trovarsi il dì dopo impotenti a dirigere il movimento, e minate dalla discordia tanto più pericolosa, quanto più i tempi richiedono allora unità di scopo e d’azione [...].
Qualunque, individuo o associazione, si colloca iniziatore d’un mutamento nella Nazione, deve sapere a che tende il mutamento ch’ei provoca. Qualunque presume chiamare il popolo all’armi, deve potergli dire il perché. Qualunque imprende un’opera rigeneratrice, deve avere una credenza; s’ei non l’ha è fautore di torbidi e nulla più, promotore d’un’anarchia alla quale ei non ha modo d’imporre rimedii e termine. Né il popolo si leva mai per combattere quand’egli ignora il premio della vittoria.
Per queste ragioni, la Giovine Italia dichiara senza reticenza a’ suoi fratelli di patria il programma in nome del quale essa intende combattere. Associazione tendente anzi tutto a uno scopo d’insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno, essa espone i principii pe’ quali l’educazione nazionale deve avverarsi, e dai quali soltanto l’Italia può sperare salute e rigenerazione […].
La Giovine Italia è repubblicana e unitaria.
Repubblicana: perché, teoricamente, tutti gli uomini d’una Nazione sono chiamati, per legge di Dio e dell’Umanità, ad esser liberi, eguali e fratelli; e l’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire – perché la sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, sola interprete progressiva e continua della legge morale suprema – perché dovunque il privilegio è costituito a sommo dell’edificio sociale, vizia l’eguaglianza dei cittadini, tende a diradarsi per le membra, e minaccia la libertà del paese […].
Repubblicana: perché praticamente l’Italia non ha elementi di monarchia; non aristocrazia venerata e potente che possa piantarsi fra il trono e la Nazione; non dinastia italiana, che comandi, per lunghe glorie e importanti servizi resi allo sviluppo della Nazione, gli affetti o le simpatie di tutti gli Stati che la compongono – perché la tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi memorie; repubblicano il progresso della Nazione e la monarchia s’introdusse quando cominciava la nostra rovina e la consumò; fu serva continuamente dello straniero, nemica al popolo e all’unità nazionale – perché le popolazioni dei diversi Stati italiani, che s’unirebbero, senza offesa alle ambizioni locali, in un principio, non si sottometterebbero facilmente ad un Uomo, uscito dall’un degli Stati, e le molte pretese trascinerebbero il Federalismo […].
La Giovine Italia è unitaria: perché senza unità non v’è veramente Nazione – perché senza unità non v’è forza, e l’Italia, circondata da nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzitutto d’esser forte – perché il Federalismo, condannandola all’impotenza della Svizzera, la porrebbe sotto l’influenza necessaria d’una o d’altra delle nazioni vicine – perché il Federalismo, ridando vita alle rivalità locali, oggimai spente, sospingerebbe l’Italia a retrocedere verso il medio evo – perché il Federalismo smembrando in molte piccole sfere la grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e diverrebbe sorgente di aristocrazia – perché, distruggendo l’unità della grande famiglia italiana, il Federalismo distruggerebbe dalle radici la missione che l’Italia è destinata a compiere nell’Umanità […] – perché tutte le obiezioni fatte al sistema unitario si riducono ad obbiezioni contro un sistema di concentrazione e di dispotismo amministrativo che nulla ha di comune coll’unità. La Giovine Italia non intende che l’unità nazionale implichi dispotismo, ma concordia e associazione di tutti. La vita inerente alle località dev’essere libera e sacra. L’organizzazione amministrativa dev’esser fatta su larghe basi e rispettate religiosamente le libertà di comune; ma l’organizzazione politica destinata a rappresentare la nazione in Europa deve essere una e centrale. Senza unità di credenza e di patto sociale, senza unità di legislazione politica, civile e penale, senza unità di educazione e di rappresentanza non v’è nazione.
(da G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, II, Imola, 1907)
La Giovine Italia raccoglie sin dalla sua fondazione entusiastiche adesioni che sfociano, fra il 1833 e il 1834, in una serie di tentativi insurrezionali, spesso conclusi da arresti, carcere e condanne a morte. Lo stesso Mazzini, colpito dai tragici fallimenti e dallo smantellamento della rete cospirativa, è investito da una profonda crisi interiore (la «tempesta del dubbio», come egli stesso la definirà), dalla quale esce fermamente convinto delle sue opinioni. Il fallimento nel 1844 della spedizione in Calabria dei fratelli Bandiera segna però una nuova disfatta politica. Agli occhi dell’opinione pubblica italiana, Mazzini, incapace di valutare correttamente le possibilità di insurrezione esistenti nel Mezzogiorno, viene accusato di irresponsabilità e di cinismo, mentre acquistano rilievo le opinione dei liberali moderati.
Questi ultimi cercano di sollecitare l’aristocrazia liberale e la borghesia a spingere i governi in senso riformistico, in modo da scongiurare una rivoluzione di tipo democratico. Un primo, importante mezzo è costituito da una vivace pubblicistica; in seconda battuta si promuovono congressi di natura scientifica (il primo a Pisa nel 1839, l’ultimo a Venezia nel 1847), mentre sempre più frequenti si fanno le discussioni intorno alla liberalizzazione dei commerci fra Stato e Stato, a una lega doganale, alla costruzione delle ferrovie. Ben presto, all’interno del dibattito pubblico si delineano alcune posizioni forti e ideologicamente caratterizzate. Il movimento neoguelfo, dato che individua nel Papato la grande forza di unificazione spirituale dell’Italia, ha in Vincenzo Gioberti (1801-1852) il suo massimo rappresentante. Nella famosa opera Del primato morale e civile degli italiani, pubblicata nel 1843, Gioberti teorizza che solo sulla base della tradizione sia possibile conseguire un risorgimento nazionale. Pertanto, spetta al Papato, con il prestigio del suo ministero universale, guidare quella Confederazione degli Stati italiani in grado di ridare all’Italia il «primato» avuto per secoli. Il programma giobertiano si pone in alternativa con le dottrine democratiche e rivoluzionarie di stampo mazziniano, offrendo garanzie contro ogni tipo di sommovimento politico, contro il disordine e i tentativi rivoluzionari. Nelle intenzioni di Gioberti, le linee direttrici indicate sono realistiche; tuttavia, anch’esse, al momento della loro affermazione, risultano altrettanto utopistiche di quelle mazziniane. Sulla cattedra di Pietro siede, infatti, Gregorio XVI, il pontefice che con l’enciclica Mirari vos ha condannato ogni tipo di dottrina liberale. Ciò nonostante sin dal momento della sua pubblicazione, l’opera Del primato morale e civile degli italiani riscuote un grande successo, inserendo il tema dell’unità d’Italia al centro degli interessi dell’opinione pubblica.
Vincenzo Gioberti, Il risorgimento dell’Italia
L’Italia ha in sé tutte le condizioni del suo nazionale e politico risorgimento, senza ricorrere alle sommosse intestine, alle imitazioni e invasioni forestiere. [...] Io mi propongo di provare che l’Italia contiene in sé medesima, sovrattutto per via della religione, tutte le condizioni richieste al suo nazionale e politico risorgimento, e che per darvi opera in effetto non ha d’uopo di rivoluzioni interne, né tampoco d’invasioni o d’imitazioni forestiere. E in prima dico che l’Italia dee ricuperare innanzi ad ogni altra cosa la sua vita come nazione; e che la vita nazionale non può aver luogo, senza unione politica fra le varie membra di essa. [...] Molti collocano siffatta unità nel popolo italiano; il quale, a parer mio, è un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario. V’ha bensì un’Italia e una stirpe italiana congiunta di sangue, di religione, di lingua scritta e illustre; ma divisa di governi, di leggi, d’instituti, di favella popolare, di costumi, di affetti, di consuetudini. la congiunzione fa di questa schiatta un popolo in potenza. la divisione impedisce che lo sia in atto. [...]
L’unione italica non può ottenersi colle rivoluzioni. Quando per via di rivoluzioni si riuscisse a cessare la presente divisione d’Italia, non perciò si acquisterebbe l’unione desiderata, ma si aprirebbe invece la porta a nuovi disordini. [...] Or tal sarebbe la rivoluzione o piuttosto le rivoluzioni italiane, se si adempisse il voto di certuni; perché al vivere consueto e anticato succederebbe uno stato in aria, un governo debole, nullo, senza radice nel passato, senza forza nel presente, né fiducia nell’avvenire, e incapace di comprimere le fazioni politiche, le gare provinciali e gli odii municipali, che metterebbero bentosto il paese sossopra e aprirebbero la strada al ritorno peggiorato degli ordini antichi. [...]
Il principio della unità italiana è il Papa; il quale può unificare la penisola, mediante una confederazione dei suoi principi. I sistemi degli unitari sin qui accennati sono intrinsecamente viziosi, perché non muovono da un’idea patria, non corrispondono alle specialità italiane, non hanno una base nazionale, e sono castelli in aria o frutti di dottrine e imitazioni di esempi forestieri. Se v’ha qualcosa di certo in politica, si è che le mutazioni civili di un popolo non hanno durata, né vita, quando non sono un portato spontaneo di quello, e quasi il risultamento necessario di quelle condizioni effettive. Le rivoluzioni tentate o malamente effettuate da cinquant’anni in qua nell’Italia, nella Spagna e nella Germania ed altrove, non furono che imitazioni mal condotte della rivoluzione in Francia, partorite e governate dalle opinioni e dai successi gallici. Questa è la ragione per cui tali conati o riuscirono vani, o stentatamente attecchirono, come piante già floride e rigogliose, ma intisichite, perché trasposte sopra un terreno peregrino e posticcio, perché educate sotto un cielo diverso e alieno dal loro genio natio [...]. Eco io dico qual è il vero principio dell’unità italiana [...]. Questo principio è sommamente nostro e nazionale, poiché creò la nazione ed è radicato in essa da diciotto secoli: è concreto, vivo, reale, e non astratto e chimerico, poiché è un instituto, un oracolo, una persona: è ideale, poiché esprime la più grande idea che si trova al mondo: è sommamente efficace, poiché è effigiato dal culto, corroborato dalla coscienza, santificato dalla religione, venerato dai principi, adorato dai popoli, [...] è in fine perfettamente ordinato in sé stesso e nel modo del suo procedere, perché è un potere organato da Dio stesso e costituisce il centro della società più mirabile, che si possa trovare o immaginare tra gli uomini [...]. Non è adunque col suscitare i sudditi contro i sovrani che il Pontefice può salvare l’Italia; ma sì bene, recando a pace e a concordia durevole i principi ed i popoli della penisola, e rendendo indissolubili i loro nodi, mediante una lega dei vari stati italici, della quale egli è destinato dalla Provvidenza ad esser duce e moderatore. Che il Papa sia naturalmente e debba essere effettivamente il capo civile d’Italia, è una verità provata dalla natura delle cose, confermata dalla storia di molti secoli, riconosciuta altre volte dai popoli e dai principi nostrali, e solo messa in dubbio da che gli uni e gli altri bevvero da estere fonti e ne derivarono il veleno nella loro patria.
(da V. Gioberti, Del primato morale e civile degli italiani, I, Torino, Utet, 1932)
In polemica con lo scritto di Gioberti, nel 1844 viene pubblicata un’altra opera fondamentale per la diffusione del pensiero moderato: Delle speranze d’Italia di Cesare Balbo (1789-1853), che attira l’attenzione sul problema, sorvolato da Gioberti, della presenza austriaca in Italia. Secondo Balbo, l’indipendenza dell’Italia può essere raggiunta solo dopo che l’Austria, attraverso un’espansione compensatrice ai danni dell’impero ottomano, rinunci alle province italiane. A questo punto, il ruolo di coordinamento deve essere assunto dal Piemonte sabaudo, uno stato che agli inizi degli anni quaranta del secolo mostra un certo rinnovamento, con un particolare riguardo per lo sviluppo economico, e comincia ada allentare i rapporti di cordialità con l’Austria fino a metterli in crisi.
Nicoletta Bazzano
Fine articolo
IL RISORGIMENTO
Il Risorgimento è un movimento di lotta per la libertà che si sviluppa in Italia e in Europa dal 1820 al 1871.
Negli stati nazionali l’obiettivo è ottenere la costituzione che il potere assoluto del re e conceda spazio alla partecipazione del popolo.
In Italia e Germania l’obiettivo è ottenere l’unità nazionale vista la frammentazione territoriale, culturale, strutturale del territorio dello Stato. Qui un ulteriore problema è formare lo spirito nazionale e decidere quale sarà la forma politico-amministrativa della nuova entità statale.
Rimane esclusa dai movimenti risorgimentali l’Inghilterra che possedeva già una costituzione molto antica e dalla rivoluzione del 1600 aveva trovato il suo equilibrio politico. Questa serenità e la ricchezza che proveniva dalle colonie le permettono un enorme sviluppo industriale e l’elaborazione di una legislazione esemplare in campo sindacale per la difesa dei diritti dei lavoratori, per la tutela del lavoro delle donne e dei minori.
IL POPOLO
Una delle parole chiave del Risorgimento è POPOLO. Questo termine va precisato. Noi intendiamo con popolo l’insieme di tutte le persone che abitano un determinato territorio senza distinzione culturale, economica e sociale.
Nell’800 la massa degli abitanti era molto lontano dalla politica, aveva una coscienza minima dei propri diritti e non immaginava neppure di poter reclamare diritti di alcun genere. La maggioranza dei cittadini era ignorante, analfabeta, economicamente sfruttata e con un livello di vita misero. Non è pensabile che questa popolazione potesse avere una coscienza nazionale, troppo intenta a non morire di fame e abituata da millenni a sottomettersi al potere.
La coscienza nazionale nasce in due categorie sociali: gli intellettuali e i borghesi. I primi hanno gli strumenti culturali per elaborare teorie nazionali anche e soprattutto dopo il contatto con i principi diffusi dall’Illuminismo, dalla Rivoluzione francese e da Napoleone. I secondi sono liberi dalla necessità di sopravvivere, sono spesso il motore economico delle città e degli stati; a questa importanza economica e sociale non corrisponde un’adeguata quantità e qualità di potere decisionale. Da qui il bisogno di liberarsi dal potere altrui per creare nuove dinamiche nella gestione di un potere autonomo.
TEORIE NAZIONALISTE IN ITALIA
Ci sono molti intellettuali che in Italia elaborano teorie nazionaliste. I punti in discussione erano:
- quali territori dovevano considerarsi appartenenti all’Italia
- quale forma avrebbe dovuto assumere il governo di tale territorio: monarchia? Quale? Repubblica? Quale? Anarchia? E il papa?
- chi avrebbe dovuto coinvolgere e guidare la rivolta per l’unità: gli intellettuali? Il popolo in generale (tenendo presente che nessun teorico, nemmeno il più illuminato, aveva fiducia negli umili)?
Illustriamo rapidamente le principali:
- Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia: immaginava uno stato repubblicano e laico la cui armonia avrebbe dovuto manifestare un Dio di tipo illuminista i cui valori sono la libertà, la giustizia, la solidarietà da praticare e diffondere in tutto il mondo (Dio e Popolo). Di fondamentale importanza la propaganda e la formazione della coscienza civile da cui sarebbe scaturita la rivolta(Pensiero e Azione).
- Neoguelfi: si rifà alla teoria medioevale della funzione guida del papato. Questi patrioti credevano che l’Italia sarebbe dovuta diventare una confederazione di stati cristiani guidati dal Papa e difesi dall’esercito dei Savoia.
- Carlo Cattaneo: sognava una confederazione di stati indipendenti e repubblicani sul modello degli Stati Uniti.
Tutte queste teorie avevano in comune la consapevolezza di doversi misurare con la presenza del Papato, che aveva il “dovere” di intervenire perché era capo di stato e perché le potenze dominatrici erano cattoliche, e con l’unica monarchia italiana ossia i Savoia in Piemonte.
RIVOLTE E RISULTATI
La cosa interessante che si riscontra nello studio del Risorgimento europeo è che i moti rivoluzionari si sono accesi contemporaneamente in più paesi. D’altro canto le potenze erano in rapporto tra loro e tutta Europa aveva vissuto l’età napoleonica. Era inevitabile che in ogni stato fosse rimasta accesa la fiaccola del sogno dell’illuminismo che diventa storia.
Le principali fasi delle rivolte sono:
- moti del 1820-21
- moti del 1830-31
- moti del 1848
- periodo 1856 - 1871
I moti più generali, quelli che hanno coinvolto più zone, sono quelli del 1848 (da qui il famoso detto “Fare un ’48)
I risultati principali nelle varie nazioni:
SPAGNA: i moti del 1820 scoppiarono al porto di Cadice. Fino al 1930, epoca di una grande rivolta antiassolutista e
della seguente guerra civile, la situazione rimane immobile con il governo saldamente in mano a un monarca
assoluto.
RUSSIA: non vede alcun movimento costituzionale. Lo Zar è sovrano assoluto e incontestato fino alla fine dell’800.
Qualche riforma in chiave costituzionale ci sarà solo ai primo del ‘900. La condizione di vita del popolo russo
è misera la schiavitù della gleba sarà abolita solo intorno al 1860.
FRANCIA:
Culla dell’illuminismo e nazione della Rivoluzione, la Francia è protagonista di vicende molto complesse e moti rivoluzionari violenti e dall’esito molto vario. Si possono distinguere due zone politiche: il bacino di Parigi e il resto della Francia. La prima zona è caratterizzata da una grande industrializzazione, dalla presenza dei sindacati, da una grande coscienza politica dovuta alla presenza di una grandissima città dalle tradizioni democratiche. Il resto della Francia era abitato soprattutto da contadini poco alfabetizzati e facilmente dominabili.
I fatti più importanti sono:
- la cacciata del re nei moti del 1830 e la Francia che diventa la Seconda Repubblica.
- I cittadini francesi eleggono loro presidente Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone il Grande, che diventa imperatore dei francesi col nome di Napoleone III nel 1850. La sua presenza è fondamentale perché sosterrà la causa nazionale italiana intervenendo anche con l’esercito a fianco di Vittorio Emanuele II nel 1856.
- 1870: Parigi insorge contro Napoleone III diventato un tiranno e nasce la Terza Repubblica la cui costituzione fu votata nel 1875.
ITALIA
Dopo il Congresso di Vienna ci sono 2 atteggiamenti fondamentali: nella Toscana si assiste a qualche minima concessione liberale; nel Regno delle due Sicilie, nel Lombardo-Veneto, nel regno di Savoia c’è un atteggiamento rigido e assolutista che provoca la nascita di Società segrete che tramano contro lo stato (Massoneria e Carbonari). Il grosso limite di tali gruppi è di essere completamente isolati dal popolo.
Azioni principali:
1820-21: Ribellioni a Napoli, Milano, Savoia
1830-31: Modena
1848: Prima guerra d’Indipendenza. Coinvolge tutta la penisola compreso lo stato della Chiesa. Per la prima volta gli stati si uniscono per uno stesso obiettivo. Truppe regolari giungono da tutta Italia a sostegno dei Savoia ma la paura delle conseguenze di tali azioni blocca le iniziative, anche perché gli stati avevano paura di perdere il loro prestigio, e la Francia interviene contro la rivoluzione.
1856: Seconda guerra d’Indipendenza. Cambiano alcuni fattori fondamentali:
- sale al trono Vittorio Emanuele II nel Regno di Sardegna. Ha un atteggiamento più coerente e coraggioso del suo predecessore
- Camillo Benso conte di Cavour diventa ministro del regno. E’ un diplomatico abile che fornisce il regno di ferrovie e cultura, concede potere ai borghesi e stabilisce rapporti tali da dare al regno dei Savoia rilevanza internazionale
- Si creano legami di alleanza tra il regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III che interverrà con l’esercito a sostegno della guerra dei Savoia contro l’Austria
- nel panorama italiano si inserisce Giuseppe Garibaldi. E’ un repubblicano e un rivoluzionario che si fa amare dal popolo e che decide di mettere la sua influenza a servizio dei Savoia per fare l’Italia unita. Mentre Cavour riesce a ottener l’unione al Regno di Sardegna del centro Italia e della Lombardia, Garibaldi organizza la spedizione dei Mille che conquista tutto il Sud partendo dalla Sicilia fino a Napoli. A Teano consegna al re Vittorio Emanuele i territori da lui liberati che si uniscono al resto del regno. A questo proposito, due note importanti: Garibaldi non era un democratico. In Sicilia, infatti dopo aver sollevato il popolo contro i Borboni reprime con la forza lo sciopero dei braccianti contro i baroni. La seconda cosa è che i garibaldini sono stati trattati dall’esercito regolare come dei pezzenti suscitando ostilità. E’ la stessa ostilità che proverà il popolo quando si accorge che il passaggio dai Borboni ai Savoia ha peggiorato le loro condizioni di vita.
17 MARZO 1861: SI PROCLAMA L’UNITA’ D’ITALIA SOTTO LA MONARCHIA DEI SAVOIA.
LA CAPITALE E’ TORINO.
Per completare l’unità mancano tre territori: Trento, Veneto e Friuli, Roma.
- Il Veneto entrerà nello Stato italiano nel 1866 con la terza guerra d’indipendenza
- Trento e Trieste diventeranno italiani con la 1^guerra mondiale (1918). Da notare che il nostro confine orientale è stato tracciato definitivamente soltanto nel 1975. L’ultimo trattato prima di quello definitivo risale al 1954.
- Roma e la questione romana
Si definisce questione romana l’insieme di problemi che sorgono nell’Italia post-unitaria in relazione al desiderio di avere Roma come capitale dello Stato.
Il Papa, nel periodo in questione, possedeva il potere spirituale e anche potere temporale ossia era capo della Chiesa e anche capo di Stato. Napoleone III infatti nel 1861 si era fieramente opposto all’invasione della capitale sia da parte dell’ esercito sabaudo che da parte delle truppe garibaldine rendendo vano il sogno di Roma capitale.
La questione era delicata: anche i Savoia erano cattolici e uno scontro col Papa poteva provocare una crisi profonda nelle coscienze dei sudditi che avrebbero dovuto scegliere se obbedire al loro re o al loro capo religioso.
La questione vide alcuni tentativi di conquista della città bloccati da pressioni militari o diplomatiche. Il nodo si sciolse nel 1871. L’anno precedente Napoleone III era stato sconfitto nella guerra contro la Prussica in seguito alla quale in Francia si era costituita la Repubblica lasciando così lo stato pontificio privo di protezione militare.
Roma fu attaccata da truppe regolari dei Savoia che penetrarono in città attraverso la breccia di porta Pia nel 1871.
Lo stato italiano cercò un accordo col papa offrendogli lo stato del Vaticano, l’indipendenza del clero dalle autorità nazionali, l’autorità sui cristiani e un risarcimento annuo in denaro (legge delle Guarentigie). Il papa si dichiarò prigioniero in Vaticano (da cui uscì per la prima volta nel 1944 in occasione del bombardamento della città) e proclamò il NON – EXPEDIT ossia il divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo stato. Il papa fu obbedito.
Nel 1871 la capitale d’Italia viene spostata definitivamente da Firenze, dove era stata trasferita nel 1865, a Roma.
UNITA’ TEDESCA: LA GERMANIA
Nell’Europa del centro nord si sta facendo strada e si sta guadagnando il rispetto internazionale la monarchia prussiana. Desiderio della Prussia è di unificare tutti gli stati tedeschi sotto un’unica corona indipendente dal controllo austriaco sancito dal Congresso di Vienna.
Condizioni favorevoli:
- sale al trono Guglielmo I Hohenzollern, sovrano coraggioso e ambizioso
- egli elegge come suo cancelliere (primo ministro) Ottone von Bismark. E’ costui un uomo molto energico, antipopolare, antiparlamentare, con nessuna fiducia nei sistemi democratici, militarista e aristocratico. E’ animato da un profondo senso del dovere e non si pone nessuno scrupolo per servire lo stato. Procede come Cavour all’ammodernamento delle strutture statali, al potenziamento militare, al potenziamento delle vie di comunicazione e al prestigio internazionale. La sua è una Prussia forte e senza scrupoli.
- Napoleone III di Francia sta perdendo rapidamente prestigio internazionale indebolendosi sia all’interno, perché era diventato troppo autoritario e aveva perduto il sostegno del popolo anche a causa di una grave crisi economica, sia a livello internazionale per alcune imprese che non erano piaciute ai francesi (fra cui la guerra per l’indipendenza italiana).
Bismark procede in due fasi:
- contro l’Austria e riesce a creare situazioni di scontro che gli fanno ottenere il riconoscimento della Confederazione della Germania del Nord (1866)
- contro la Francia con la quale crea un grave incidente diplomatico costringendo Napoleone III a dichiarare guerra alla Prussia che “sembra difendersi” mentre Parigi è sconvolta da una sommossa. Napoleone è catturato dai tedeschi e il suo esercito si arrende poco dopo. Nel gennaio 1871 Parigi si arrende alla Germania che proclama la nascita del REICH, un impero federale guidato da Guglielmo I. Il trattato di pace (Francoforte) di maggio è durissimo: la Francia cede alla Germania l’Alsazia e la Lorena, due regioni ricchissime di carbone e ferro, materiali indispensabili per lo sviluppo industriale. Accetta inoltre l’occupazione dei territori di confine fino al saldo del risarcimento di guerra che è stato fissato a 5 miliardi di franchi – oro, cifra assurdamente elevata.
LA FRANCIA E’ ANIMATA DA SPIRITO DI RIVINCITA CHE LA PORTERA’ AD ESSERE INGIUSTA NEI CONFRONTI DELLA GERMANIA NEI TRATTATI DI PACE DELL 1^GUERRA MONDIALE SUSCITANDO NEI TEDESCHI UN ODIO COSI’ PROFONDO NEI CONFRONTI DELLA FRANCIA E DELL’INGHILTERRA DA FAVORIRE LA NASCITA DEL POTERE NAZISTA.
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Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento.
Guerra nel Veneto e difesa di Venezia.
L'inizio dell'assedio: Marghera.
Il 27 ottobre aveva luogo un'azione di maggiore importanza, da Marghera contro Mestre, punto principale della linea di blocco austriaca e nodo stradale importantissimo. Gli austriaci la presidiavano con 2500 uomini. L'accesso da Marghera non era punto facile, perché non v'era che un canale coi due argini e la ferrovia; il terreno tutto all'intorno, in parte paludoso, era poco sicuro. Pepe dispose l'attacco con 2000 uomini divisi in 3 colonne: una a destra, lungo il canale, un'altra al centro; una terza, molto più a sinistra, doveva sbarcare a Fusina e compiere una vasta azione aggirante, richiamando l'attenzione nemica da questa parte. L'azione di questa colonna, che doveva cominciare per prima, tardò alquanto, ma il Pepe fece avanzare ugualmente le altre 2 colonne, che procedettero protette da fitta nebbia. Il nemico però era vigile e accolse gli assalitori con forte fuoco. La colonna di destra fu sulle prime respinta; ma il Pepe la rincalzò con 100 gendarmi, mentre la colonna di centro avanzava. Lo slancio degli assalitori era mirabile: alla fine il nemico abbandonava le sue trincee, riparando nella piazza centrale della cittadina, mentre le case sul davanti erano occupate da tiratori. Anche qui dura lotta e per tre volte gli italiani furono respinti, ma alla fine riuscivano a penetrare, e il nemico volgeva in piena fuga lasciando 200 prigionieri. Quanto alla terza colonna sbarcata a Fusina, coll'appoggio di barche cannoniere essa mise in fuga il presidio nemico, impadronendosi di 2 cannoni e molte munizioni e avanzò verso la strada da Mestre a Padova; ma sopraggiunte le tenebre retrocesse a Fusina, mentre le altre colonne ritornavano a Marghera. Fu indubbiamente un'azione molto brillante, in cui le truppe mostrarono un singolare valore. Gli austriaci perdettero 300 uomini fra morti e feriti, 600 prigionieri, 6 cannoni e molto materiale; gli assalitori ebbero 250 uomini fra morti e feriti. Rimaneva ferito mortalmente e moriva una settimana dopo in Venezia, il poeta Alessandro Poerio di Napoli, nobilissima figura di patriota.
Sempre il 27, da Brondolo, una ricognizione di 600 uomini si spingeva fino a Cavanella, che trovava abbandonata. Gli austriaci, infatti, da tempo s'erano ritratti lungo l'Adige più ad occidente, fino a Cavarzere, cosicché la linea di blocco, nel tratto meridionale, si può dire che più non esistesse. Ma il Pepe non era in grado di presidiare adeguatamente tutta la linea, che formava un ampio semicerchio da Cavallino per Mestre, fino a Cavanella: in quel momento le sue truppe erano discese, con la partenza dei piemontesi e dei napoletani, a 18 000 uomini, di cui 7 od 8000 malati o comunque febbricitanti, e non adoperabili in vere azioni di guerra. Il successo aveva mostrato però l'ardore delle truppe, in gran parte volontarie, e il Pepe avrebbe voluto continuare in simili azioni, così da scuotere veramente o addirittura infrangere il blocco nemico; ma il governo si mostrò contrario, sembra dietro pressioni del governo francese, che sperava di poter includere Venezia nella mediazione. Dal canto loro, gli austriaci rioccupavano Mestre con maggiori forze. Ma arretrarono in più punti le loro linee e fino a marzo del '49 si astennero da serrare veramente il blocco e dall'intraprendere operazioni di rilievo. Cosicché le operazioni austriache contro Venezia si risolsero in un blocco di dieci mesi e in un assedio, cominciato veramente alla fine d'aprile, di quattro mesi.
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(Lidia Ballestrazzi)
R E S T A U R A Z I O N E E R I S O R G I M E N T O
La Restaurazione è il periodo che inizia con il Congresso di Vienna ( 1815 ) al quale partecipano i paesi che hanno vinto Napoleone, cioè Austria, Inghilterra, Russia e Prussia più la Francia.
Il Risorgimento è il periodo che va dal 1820 al 1870. In questo periodo l’Italia con varie guerre conquista l’indipendenza dall’Austria e l’unità.
Il Congresso di Vienna riporta negli stati europei le monarchie assolute, ( tutti i poteri al re ) e toglie tutte le libertà ai popoli : libertà di parola, di stampa, di riunione, cioè restaura ( = rimette ) quello che c’era prima di Napoleone. Per questo il periodo che inizia con il Congresso di Vienna è chiamato Restaurazione.
Il Congresso di Vienna divide l’Italia in tanti stati, sotto il predominio dell’Austria. Solo il Regno di Sardegna, che comprende Piemonte, Liguria, Sardegna ed ha come re i Savoia, è indipendente dall’Austria.
In Italia la borghesia è contraria all’Austria per due motivi :
1. Le dogane tra uno stato e l’altro fanno crescere i prezzi delle merci a causa delle tasse doganali e danneggiano industria e commercio
2. L’Austria toglie i diritti e le libertà portate in Italia da Napoleone. I borghesi vogliono diritti e libertà e vogliono che l’Italia sia unita e indipendente dall’Austria.
Gli Italiani che sono contrari all’Austria sono detti liberali e si dividono in
liberali moderati vogliono una monarchia costituzionale ( il potere del re è limitato da un Parlamento )
vogliono la libertà, ma non l’uguaglianza ( diritto di voto solo ai più ricchi )
liberali democratici vogliono la repubblica. Vogliono la libertà e l’uguaglianza. ( diritto di voto a tutti )
I liberali si riuniscono nelle società segrete tra cui la più famosa è la Carboneria ed organizzano nel 1820/21 e nel 1830/31 dei moti, (=rivolte, lotte) contro i sovrani per ottenere la Costituzione, cioè un insieme di leggi che limitano il potere del re e danno diritti ai cittadini ; ma la maggior parte di questi moti falliscono.
Solo nel 1848 vari sovrani italiani, tra cui Carlo Alberto di Savoia, sono costretti a concedere la Costituzione.
L’Italia ottiene l’indipendenza dall’Austria con due guerre : la Prima guerra di indipendenza (1848 ) e la Seconda guerra di indipendenza (1859), guidate entrambe dai re di Savoia.
Il risultato è stato che il Regno di Sardegna si è molto ingrandito e dopo le due guerre di indipendenza comprendeva oltre a Piemonte, Liguria e Sardegna anche Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana
L’Italia Meridionale e Centrale vengono conquistate con la Spedizione dei Mille (1860) di Garibaldi.
Il 17 Marzo 1861 nasce, con Vittorio Emanuele di Savoia come re, il Regno di Italia che comprendeva ormai quasi tutta la penisola: mancavano solo il Veneto, ancora sotto il dominio dell’Austria e il Lazio con Roma sotto il Papa. Capitale del nuovo regno era Torino. Il Veneto fu conquistato nel 1866 con la terza guerra di indipendenza ed il Lazio con Roma nel 1870. Roma diventa capitale d’Italia. Il papa nonostante la garanzia di indipendenza non accetta il nuovo regno e proibisce ai cattolici di partecipare alla vita politica.
Nel nuovo stato entra in vigore lo Statuto Albertino che era la costituzione del Regno di Sardegna. Prevalgono i liberali moderati e pertanto il diritto di voto viene concesso solo ai più ricchi e solo ai maschi. Su 25 milioni, gli elettori non erano più di 500.000, tutti proprietari terrieri, industriali, ricchi commercianti, come anche quelli che diventavano deputati nel Parlamento. Essi non conoscevano a fondo i problemi della grande maggioranza del popolo e non sapevano trovare i mezzi migliori per risolverli. Si crea così un distacco tra governanti e governati e lo Stato apparve a molti Italiani, specialmente al Sud, come estraneo e spesso nemico : uno Stato aristocratico. .
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Risorgimento
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