Medioevo
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- Tratto da Wikipedia : il Medioevo è una delle quattro grandi epoche – classica, medievale, moderna e contemporanea – in cui viene tradizionalmente suddivisa la storia dell'Europa.
- Secondo tale periodizzazione, il suo inizio si colloca convenzionalmente nel 476, cioè nell'anno che vide la deposizione dell'ultimo imperatore romano Romolo Augusto e, con essa, la fine dell'Impero romano d'Occidente; è altresì usata la data 410, data del Sacco di Roma o, più genericamente, la fine della tarda antichità (seconda metà del VI secolo).
- La conclusione dell'età medievale ha invece date diverse da paese a paese, corrispondenti alla nascita delle rispettive monarchie nazionali e al periodo rinascimentale. Le più comunemente utilizzate sono:
- * il 1453, anno che segna la fine della guerra dei cent'anni tra Inghilterra e Francia, la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani e la comparsa del primo libro a stampa;
- * il 1492, coincidente con la conquista del Sultanato di Granada, ultimo baluardo islamico in Spagna e la scoperta delle Americhe da parte del genovese Cristoforo Colombo;
- * il 1517, anno in cui Martin Lutero diede avvio alla Riforma protestante. Nacque inizialmente come vocabolo del profetismo semieretico, dove si indicava l'epoca di allora (il XIII secolo) come un'epoca intermedia tra il regno dell'Antica Legge e il futuro Regno di Dio.
- Tale termine fu usato in senso di periodo storico per la prima volta nell'opera Historiarum ab inclinatione romanorum imperii decades, dell'umanista Flavio Biondo, scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483. Secondo Flavio Biondo, in polemica con la cultura del XIV secolo (che oggi consideriamo la crisi del Medioevo), l'epoca è come una lunga parentesi storica, caratterizzata da una stasi culturale che si colloca tra la grandezza dell'età classica e la rinascita umanistico-rinascimentale della civiltà che ad essa si ispira.
- Questa visione negativa del Medioevo è poi stata superata (anche se ancora oggi permane una visione negativa di questa età). Secondo l'impostazione della storiografia marxista, condivisa anche da alcuni storici non marxisti, il Medioevo si concluderebbe con la fine del feudalesimo e l'avvento dell'industrializzazione nel XVIII secolo.
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Il Medioevo
Caratteristiche storiche e letterarie dell’epoca
Struttura politica
- Caduta dell’impero romano: l’Impero Romano d’Occidente si frantuma a causa delle invasioni di numerose popolazioni barbare, soprattutto di origine germanica: esse danno vita ai regni cosiddetti romano- barbarici, caratterizzati dal mantenimento dell’amministrazione romana e dall’introduzione della lingua, degli usi e dei costumi tipici della loro cultura. La data convenzionale della caduta dell’impero romano è il 476 d.C.
- Il Sacro Romano Impero: Carlo Magno tenta di ricostruire un impero, la cui impostazione politico- amministrativa rispecchiasse quella dell’impero ormai caduto. Egli ci riesce fondando il Sacro Romano Impero: sacro perché voluto da Dio, romano perché del precedente voleva eguagliare la potenza, il quale si frantumerà a sua volta alla morte dell’imperatore franco e il cui territorio verrà diviso tra i suoi discendenti.
- Il feudalesimo: è il sistema, introdotto da Carlo Magno, volto a regolare i rapporti tra signori e loro sudditi. Più precisamente, è il fenomeno che caratterizzò tale periodo e che si basava su una precisa scala gerarchica: il signore, che stava a capo di essa, disponeva delle terre in suo possesso affidandole a un’altra persona, suo vassallo; questi, una volta avutola poteva affidarla ad un’eventuale altra persona, che prendeva il nome di valvassore, che poteva ancora affidare il feudo ad altri, i valvassini.
Struttura sociale
- La scala gerarchica della società: la società era suddivisa in rigide classi sociali, i cui membri non potevano assolutamente decidere di abbandonare, tranne che in rarissimi casi per privilegi particolari; tali classi erano: quella degli oratores o chierici, quella dei bellatores o soldati, e quella dei laboratores o contadini.
- Subordinazione personale: vi era di conseguenza una netta differenza tra gli appartenenti a classi sociali diverse, il che comportava una situazione di squilibrio tra coloro che occupavano il vertice della piramide sociale e coloro che ne occupavano la base, i cui diritti venivano usurpati dai potenti e la cui condizione sociale obbligava loro all’obbedienza assoluta nei riguardi del padrone.
Struttura economica
- Regresso economico: l’economia medievale era chiusa e stagnante, basata essenzialmente su arcaiche e poco produttive tecniche agricole. Non c’era assolutamente circolazione monetaria e non era concepibile effettuare scambi commerciali tranne che all’interno di una stessa proprietà feudale.
- Esodo dalle città verso le campagne: i problemi economici non favorivano certo la vita cittadina, ragion per cui la gente decise di tornare nelle campagne ponendosi sotto la protezione di un qualche signore, e proponendo in cambio dell’ospitalità la propria collaborazione nel lavorare i campi.
- Ripresa dopo il mille: solo dopo l’anno mille, quello che avrebbe dovuto segnare la fina del mondo secondo le apocalittiche credenze degli anni precedenti, le attività umane ripresero con una certa regolarità facendo registrare anche una qualche progressione.
Tratti caratteristici della concezione medievale
- Visione statica della vita: l’uomo non provava alcun interesse per le attività da lui svolte: alla luce dei comportamenti che assumeva nei confronti di se stesso e della società poteva essere considerato un burattino le cui fila erano manovrate da Dio; era un uomo preoccupato solo di elevare la propria anima mediante la meditazione, la preghiera e le privazioni materiali. Il Medioevo non aveva in poche parole “senso della prospettiva storica”, in quanto la natura stessa era considerata un libro le cui pagine erano già state scritte e nelle quali il destino degli uomini già compariva, e che solo gli ecclesiastici erano in gradi di interpretare.
- Oscurantismo: è il concetto che indica il blocco dello sviluppo della civiltà umana, una civiltà che sembra “oscurata” dall’eccessiva svalutazione della vita terrena in favore di quella spirituale.
- Enciclopedismo: è la corrente di pensiero che intendeva riunire i molteplici aspetti della realtà in un ordine unitario. Questa tendenza abbracciava anche il campo del sapere, al centro del quale veniva posto come studio principale quello della teologia, la scienza di Dio e della religione.
- Ascetismo e misticismo: caratteristiche pratiche che l’uomo utilizzava per elevare la propria anima a Dio, mediante privazioni e mortificazioni della carne.
Nascita di nuove istituzioni sociali e religiose
- Situazione di partenza: la Chiesa aveva da sempre il controllo della religione e dell’insegnamento, tuttavia non riusciva più a nascondere l’evidente corruzione e malcostume in cui versava, mostrando quanto la sua condotta fosse lontana dai precetti su cui la stessa religione si fondava: era ormai diventato troppo chiaro il fatto che gli ecclesiastici erano preoccupati solo di accumulare ricchezze e trastullarsi nel lusso.
- Gli ordini mendicanti: nascono dunque nuovi ordini religiosi volti a riportare la Chiesa agli antichi valori, come la povertà e la purezza evangelica, e a combattere le eresie. Questi ordini, detti mendicanti per le condizioni di vita umili e semplici i cui componenti conducevano, sono rappresentati in particolare da quello dei francescani, guidati da San Francesco, e quello dei domenicani o predicatori capeggiati da Domenico di Guzman.
- Nascita delle università: accanto alle corporazioni, unioni di professionisti che operavano nella stessa attività, nascono le università, che si potevano considerare come corporazioni di professori e studenti. Erano istituzioni innovative soprattutto perché non erano più gestite da ecclesiastici e poiché quella degli insegnanti era divenuta una professione vera e propria, naturalmente retribuita.
- La scolastica: metodo di insegnamento che utilizzava come strumento di studio e ricerca la ragione umana. Il concetto base su cui poggiava era di conseguenza quello di non accettare ciecamente quanto la Chiesa imponeva come verità universale e assoluta, ma al contrario quello di ammettere comunque l’esistenza di Dio, spiegandola però mediante un’accurata ricerca razionale.
- Contrasto tra fede e ragione: furono numerosi coloro che seguirono la strada della ragione, mettendo da parte i restrittivi precetti della Chiesa. Questa situazione diede vita a due opposti modi di concepire il rapporto tra uomo e divinità, che prendono il nome di platonismo e aristotelismo, dai nomi dei due illustri filosofi greci: secondo il primo dei due filoni quello terrestre è un mondo apparente, modellato su quello celeste, ma di cui è una semplice brutta copia, e l’uomo può aspirare a raggiungere il luogo eterno solo conducendo una vita distaccata, lontano dal piacere e dal peccato; il secondo spinge a rivalutare le capacità della ragione, uno strumento, forse l’unico, con cui l’uomo può capire il mondo, spiegare Dio e dotarsi di una personale opinione a proposito della realtà che lo circonda.
La figura dell’intellettuale medievale
- L’intellettuale: non esisteva la professione dell’intellettuale vera e propria, poiché l’uomo dotto era degnamente impersonato dal chierico. Chiunque, poi, che si interessava di cultura e letteratura, svolgeva una sorta di professione part- time e non era retribuito.
Retorica e allegoria
- La retorica: termine che indica l’arte del parlare e dello scrivere in modo elegante ed efficace. Nasce nell’antica Grecia come arte del persuadere e nel Medioevo diviene un aspetto insostituibile del campo letterario.
- L’ars dictandi: rappresenta l’insieme di tutte le tecniche di lettura e scrittura.
- Allegoria e personificazione: l’allegoria è una tecnica mediante la quale poter scrivere o dire qualcosa con l’intenzione di esprimerne un’altra. E’ il principale metro di interpretazione dei testi utilizzato in epoca medievale, di cui la Chiesa faceva uno strumento di persuasione per innestare nella mente delle persone i propri precetti. La personificazione è il procedimento con cui dare sembianze umane o comunque materiali a concetti astratti.
Dal latino al volgare
- Situazione di partenza: la lingua latina, quella che la Chiesa aveva adottato come lingua unica ed ufficiale, non era certo diffusa allo stesso modo in ogni zona precedentemente soggetta alla dominazione romana. Il latino era stato infatti introdotto nelle provincie come idioma orale, che col passare del tempo fu soggetto ad alcuni cambiamenti grammaticali dovuti al fatto che non si disponeva di alcun testo scritto né tantomeno della possibilità di impararne la sintassi o la grammatica, che già di per se erano difficili.
- Idiomi romanzi ed idiomi germanici: col crollo dell’impero romano iniziò a farsi sempre più netta la differenza tra lingue neolatine, assimilate nelle zone maggiormente soggette all’influenza romana, e lingue di origine germanica, derivanti da quelle parlate dalle popolazioni barbare.
- “Romanice loqui”: le lingue neolatine sono dette anche romanze, termine che deriva dal francese romanz, che deriva a sua volta dall’espressione latina “romanice loqui”: essa significa “parlare alla romana”.
- La nascita del volgare: il termine volgare deriva dal latino vulgus che significa “popolo”, e più precisamente identifica quella lingua derivante dal latino parlata dalla stragrande maggioranza della popolazione, non colta e quindi non in grado di capire o parlare il latino.
- Il giuramento di Strasburgo: è la prima testimonianza di uso del volgare. E’ il giuramento recitato dai due successori di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, nelle rispettive lingue.
- I primi documenti in volgare : tra tutti i documenti pervenutici ricordiamo l’Indovinello Veronese, redatto da un monaco; il Placito di Capua, riguardante una sentenza giudiziaria; la Postilla Amiantina, il Canto navale pisano, ecc.
- I volgarizzamenti: sono traduzioni in volgare di opere classiche o di testi di diversa lingua volgare, che fanno parte del corpus di testimonianze relative alle prime forme linguistiche diverse dal latino.
La diffusione della cultura
- I meccanismi dell’oralità: in una società ancora così poco colta, l’unico modo di trasmettere una qualunque conoscenza era comunicarla oralmente. Assume, a questo proposito, una certa rilevanza la figura del giullare, di cui tuttavia abbiamo notizie scarse ed incerte: era sicuramente una persona colta che con svariati artifici, come la mimica, metteva in scena nelle piazze e nei luoghi pubblici un’opera o si dilettava a leggere dei testi, in particolare di argomentazione novellistica.
- I clerici vagantes e i goliardi: i clerici vagantes erano dei chierici ribelli, irrispettosi delle regole imposte dai monasteri, che cacciati da essi si spostavano da un luogo all’altro mettendo a disposizione le proprie conoscenze. I goliardi erano invece studenti ribelli, anch’essi colti, che fungevano da veicolo di trasmissione culturale.
Medioevo
Avvenimenti militari
Mediterraneo - Europa |
410 : I visigoti, guidati da Alarico, saccheggiano Roma. |
413-414 : I Burgundi conquistano la Gallia, gli Alamanni l’Alsazia e i Visigoti la Spagna. |
429 : I vandali invadono l’Africa del Nord dalla Spagna. |
431 : I Franchi si insediano nella Gallia Settentrionale. |
437 : Gli Unni distruggono il regno dei Burgundi. |
440 : I Vandali invadono la Sicilia. |
449 : Sassoni e Angli sbarcano in Britannia. |
452 : Attila invade l’Italia : Papa Leone I lo convince a ritirarsi. |
455 : I Vandali saccheggiano Roma. |
476 : Odoacre depone l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo. |
489 : Teodorico, re degli Ostrogoti, invade l’Italia. |
493 : Teodorico espugna Ravenna e uccide Odoacre. |
498 : Clodoveo, re dei Franchi, si converte al Cattolicesimo. |
533 : Giustiniano riconquista il Mediterraneo Occidentale, facendo stanziare in Sicilia l’esercito di Belisario |
534 : Belisario espugna Cartagine e pone fine al regno dei Vandali in Africa. |
535 : In Italia inizia la guerra greco - gotica (535-553). Belisario occupa la Sicilia. |
536 : Belisario conquista Roma. |
540 : Belisario conquista l’Italia centro - sud, espugna Ravenna. |
557 : Conquista bizantina dell’Italia |
568 : I longobardi, guidati da Alboino invadono l’Italia e lasciano scarsi domini ai Bizantini |
569 : I longobardi assediano Pavia |
572 : Pavia diventa la capitale del regno longobardo |
613 : Gli Avari invadono e saccheggiano il Friuli |
638 : Gli Arabi conquistano Gerusalemme |
641 : Rotari toglie ai Bizantini la Liguria e la Lunigiana. Gli Arabi conquistano l’Egitto |
729 : Liutprando sottomette i duchi di Spoleto e Benevento. |
733 : Nella battaglia di Poitiers Carlo Martello sconfigge gli Arabi |
752 : Pipino il Breve, con l’avvallo del papa Zaccaria, viene eletto re dei Franchi |
754 : Pipino il Breve invade l’Italia e sconfigge il re longobardo Astolfo |
756 : Astolfo assedia Roma. Pipino torna in Italia e lo costringe a cedere al papa il “patrimonio di San Pietro |
758 : Pipino il breve toglie Narbona agli arabi |
768 : Muore Pipino il Breve. Il suo regno viene diviso tra i figli Carlo Magno e Carlomanno. |
771 : Muore Carlomanno e Carlo Magno diventa unico re dei Franchi |
773 : Papa Adriano I chiede l’intervento dei Franchi contro Desiderio il quale fu assediato a Pavia |
774 : I Franchi espugnano Pavia e Carlo Magno assume anche il titolo di re dei Longobardi |
778 : Carlo Magno organizza una spedizione in Spagna e toglie Pamplona agli Arabi |
785 : Carlo Magno sottomette definitivamente i Sassaoni |
801 : Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, riapre le ostilità con gli Arabi di Spagna e conquista Barcellona |
803 : Carlo Magno sottomette definitivamente gli Àvari |
814 : Muore Carlo Magno. Ludovico il Pio diventa suo successore |
817 : Ludovico il Pio divide i suoi domini tra i figli Lotario, Ludovico e Carlo. |
820 : Gli Arabi dall’Africa attaccano la Sicilia. |
843 : Carlo il calvo, Ludovico e Lotario si accordano sulla divisione dell’impero. |
860 : Il Variago Rjurik fonda nella Russia nord - occ. il principato di Novgorod. |
877 : Carlo il Calvo emana il Capitolare di Quirezy sull’ereditarietà dei feudi maggiori |
882 : In Russia sorge il principato di Kiev |
896 : Gli Ungari si insediano nella pianura del Danubio |
899 : Gli Ungari invadono e saccheggiano l’Italia del nord |
902 : L’emiro di Tunisia caccia gli ultimi bizantini dalla Sicilia |
915 : Berengario del Friuli, re di Italia diviene imperatore |
917 : I bizantini subiscono gravi sconfitte da parte di Simeone, re dei Bulgari |
920 : I Fatimidi dell’Africa settentrionale conquistano le Baleari, la Corsica, Malta e la Sardegna |
944 : I bizantini tolgono agli arabi la città di Edessa |
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955 : Ottone I sbaraglia gli Ungari a Lechfeld presso Augusta e pone fine alle loro scorrerie |
961 : i bizantini tolgono Creta agli Arabi |
962 : Ottone I riceve in Italia la corona imperiale |
987 : In Francia sale al trono Ugo Capeto, capostipite dei Capetingi |
1014 : Pisani e genovesi liberano la Corsica dai Saraceni |
1016 : I pisani scacciano i Saraceni dalla Sardegna |
1018 : L’impero bizantino sottomette l’intera penisola balcanica |
1023 : L’imperatore Enrico II cerca invano di conquistare i domini bizantini nell’Italia meridionale |
1024 : Muore Enrico II. Gli succede Corrado il Salico. A Pavia viene incendiato il palazzo imperiale |
1042 : Condottieri normanni s’insignoriscono di alcune città dell’Italia meridionale |
1053 : Leone IX cerca di frenare l’invadenza normanna in Italia ma viene sconfitto a Civitate |
1061 : Il normanno Ruggero d’Altavilla conquista la Calabria e sbarca in Sicilia |
1062 : Spagna, il re Ferdinando I il Grande e il Duca Guglielmo VIII d’Aquitania iniziano la reconquista |
1064 : Gli ungari occupano Belgrado e i Peceneghi devastano i Balcani |
1072 : Il normanno Ruggero d’Altavilla conquista Palernmo |
1078 : Il normanno Roberto I il Guiscardo occupa il ducato di Benevento |
1091 : i normanni completano la conquista della Sicilia |
1095 : Urbano II indice la I crociata |
1096 : Fallisce “la crociata dei pezzenti”, guidata da Pietro l’eremita |
1097-1099 : si svolge la I crociata. I crociati conquistano Gerusalemme e vi fondano il regno latino (1099) |
1125 : Muore Enrico V. Origine della contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini |
1146-1149 : Si svolge con esiti disastrosi la II crociata predicata da S. Bernardo |
1155 : Federico Barbarossa distrugge Chieri, Asti e Tortona e viene incoronato re d’Italia |
1156 : Il normanno Guglielmo I sconfigge a Brindisi i Bizantini |
1160 :.Federico Barbarossa rade al suolo Crema |
1162 : Barbarossa espugna e distrugge Milano |
1163 : Barbarossa scende in Italia per la terza volta |
1166 : Barbarossa scende in Italia per la quarta volta |
1174 : Barbarossa scende in Italia per la quinta volta |
1176 : A Legnano i Comuni distruggono l’esercito del Barbarossa |
1184 : Barbarossa scende in Italia per la sesta volta |
1190 : Inizia la terza crociata. Muore il Barbarossa |
1191 : I crociati conquistano S.Giovanni d’Acri |
1192 : Termina la terza crociata |
1204 : Quarta crociata |
1215 :Giovanni Senza Terra emana la Magna Charta che limita il potere della monarchia e rafforza la nobiltà inglese |
1220 : Federico II diviene imperatore |
1228 : Federico II parte per la V crociata |
1237 : Federico II sconfigge i comuni dell’Italia centro-sett. a Cortenuova |
1244 : I musulmani riconquistano Gerusalemme |
1250 : Muore Federico II |
1270 : Luigi IX guida la VII crociata |
1282 : Rivolta dei Vespri Siciliani. Gli Aragonesi tolgono la Sicilia agli Angioini |
1284 : Genova sconfigge Pisa alla Meloria |
1298 : Genova sconfigge Venezia presso l’isola di Curzola |
1302 : Pace di Caltabellotta |
1323 : La Sardegna diviene dominio aragonese |
1337 : Inizia la guerra dei 100 anni tra Francia e Inghilterra |
1359 : I Visconti dominano sulla Lombardia |
1379 : Venezia elimina la concorrenza di Genova |
1404 : Venezia conquista Verona e Vicenza e unifica tutto il Veneto |
1406 : Firenze conquista Pisa |
1416 : Venezia sconfigge i Turchi a Gallipoli |
1421 : Venezia conquista Udine, il Friuli e l’Istria |
1454 : Pace di Lodi : equilibrio in Italia |
1479 : Venezia cede agli Ottomani i suoi domini in Grecia |
1482 : Scoppia la guerra tra Venezia e Ferrara |
1484 : Pace di Bagnolo : conclude la guerra precedente |
1489 : Venezia ottiene il governo di Cipro |
1492 : Scoperta dell’America, fine della Reconquista , fine del Medioevo |
Bibliografia
- Riviste storiche “Medioevo”
- Dizionario enciclopedico UTET
IL MEDIOEVO
Il Medioevo è l’età che va dalla caduta del sacro romano impero (476 d.C.) fino alla scoperta dell’America 1492.
Bisogna distinguere tra medioevo in senso politico (valgono i limiti cronologici) e tra piano letterario e culturale, da definirsi già finito nel 1300 perché nel 1400 si delinea la nuova cultura rinascimentale e dell’umanesimo.
Si vuole distinguere anche tra alto e basso medioevo, il primo va dal V al X sec. Periodo di contenuto prevalentemente religioso, il secondo invece è il periodo di grande splendore per questa civiltà.
Arrivato l’anno mille tutti lasciarono le campagne per dedicarsi alla vita ascetica e preparasi per il giorno del giudizio universale, però al risorgere radioso del sole si scrollarono tutti dubbi e diedero iniziò a quella mirabile fioritura di vita politica.
La civiltà medievale è una civiltà composita perché risulta l’impasto di germanesimo, cristiansimo, romanesimo.
Romanesimo: restarono vivi la lingua e la cultura latina, l’organizzazione politica centralizzata e universalistica.
Germanesimo: confluirono alcuni aspetti del costume germanesimo, come lo spirito guerriero, il disprezzo del dolore, del pericolo e della morte.
Cristianesimo: la concezione della vita, della storia della cultura, della natura.
Medioevo
Indicazioni generali: "Medioevo" vuol dire "età di mezzo", cioè l'età situata tra l'antichità greco-romana e l'Umanesimo. Godeva di un giudizio negativo, ma è proprio nel Medioevo che nasce la cultura moderna.
Periodizzazioni: Per quanto riguarda la periodizzazione vi sono diversi pareri: generalmente il Medioevo inizia alla fine del IV secolo con la morte di Teodosio (395 a.C.) o nella seconda metà del V secolo con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 a.C.) e termina con la scoperta dell'America (1492); per Le Goff esso si estende dal III al XIX secolo, in cui il sistema essenziale è il feudalesimo.
Alto Medioevo
Sistema storico-politico-amministrativo: Il sistema storico-politico-amministrativo del periodo è quello del feudalesimo, basato sulla supremazia della nobiltà terriera. "Feudalesimo" indicava originariamente le ricchezze che venivano date in beneficio e, alla morte del beneficiario, tornavano al signore.
Aspetto socio-economico: Il sistema economico è basato sull'agricoltura e sull'allevamento del bestiame, quello sociale sul rapporto di dipendenza tra il vassallo e il signore. A sua volta il vassallo poteva cedere benefici ai valvassori, ottenendo altri benefici, creando così una piramide sociale.
- Divisione della società: La società è divisa in tre ordini: gli oratores (il clero), i bellatores (i guerrieri) e i laboratores (i contadini). I primi due sono gli ordini dominanti, divisi poi in ulteriori rigide gerarchie, e al terzo ordine spetta solo lavorare e obbedire.
- Figure sociali predominanti: Le figure sociali predominanti del periodo sono il monaco e il cavaliere. I monaci erano in grado di leggere i libri sacri, di usare la scrittura, di conservare le biblioteche, e ciò conferiva loro un potere carismatico. I cavalieri invece riunivano virtù militari e religiose, in seguito poi il cavaliere divenne "cortese", mettendo al primo posto l'amore: la sua etica si basava sulla cortesia, sulla liberalità e sulla gentilezza.
Rapporto uomo-religioso: Per vari secoli in Europa il cemento ideale fu il Cristianesimo e l'unica organizzazione unitaria fu rappresentata dalla Chiesa.
Cultura:
- Caratteristiche: Il tessuto culturale del mondo latino viene distrutto dalle invasioni barbariche e così si assiste alla nascita delle lingue romanze attraverso l'imbastardimento del latino con le varie parlate locali. L'unica forza organizzativa è rappresentata dalla Chiesa che mantiene scuole episcopali e nei monasteri gli amanuensi copiano i testi degli antichi.
- Intellettuali: Le figure intellettuali sono rappresentate dai giullari, che erano malvisti dalla Chiesa, recitavano poesie in latino e in volgare e giravano per le piazze delle varie città, e dai clerici vagantes, studenti che rappresentavano anche loro i propri scritti.
Concezione dello spazio: La concezione spaziale dell'Alto Medioevo era caratterizzata da un'ottica ristretta e da una maschera dietro la quale vi erano molteplici significati. Infatti l'uomo dell'Alto Medioevo raramente si spostava dal proprio ambiente e la sua visione di mondo si fermava al limitato spazio che lo circondava: la natura veniva demonizzata, diventava un pericolo costante (per questo infatti in Dante la "selva oscura" è simbolo del male, di perdizione). Questa diffidenza dell'uomo verso l'ambiente esterno (la concezione di lontano era riferita al villaggio più vicino) viene giustificata dal fatto che si sono appena affrontate le invasioni barbariche, le città sono quindi in declino e buona parte delle vie di comunicazione è impraticabile. Questa concezione limitata di spazio sviluppava però anche elementi fantastici, spirituali: era infatti possibile collegare concezioni concrete con simboli spirituali, religiosi. Un esempio è dato da una mappa del mondo medievale: le conoscenze geografiche sono molto limitate, quasi inesistenti, ma il significato religioso è quasi caratterizzante, difatti al centro viene rappresentata Gerusalemme mentre in alto ci sono Adamo ed Eva. Inoltre secondo la concezione medievale l'Universo era retto da Dio e da questo diviso in vari stadi, attraverso cui Dio, onnipresente, passa per dare vita ai vari fenomeni fisici.
IL MEDIOEVO
La città
In un mondo che rimarrà per tutto il Medioevo fondamentalmente rurale, il nuovo millennio si apre sotto il segno dello sviluppo urbano.
Che si tratti della rinascita delle vecchie città romane - particolarmente numerose in Italia - o della formazione di nuovi agglomerati - più frequente nell'Europa centro-settentrionale - si impone con forza sempre maggiore una realtà inedita.
La città riprende tutta la sua funzione di centro politico; amplia il suo controllo sul territorio circostante, diviene il nodo di relazioni economiche in espansione.
All'interno delle sue mura, prende forma una società i cui personaggi principali sono gli uomini d'affari, ma anche i professionisti del diritto e gli intellettuali; una società che considera come valori la ricerca del profitto, il lavoro, il senso della bellezza, l'aspirazione all'ordine e al decoro.
L'età dell'espansione
Fra il X e il XIV secolo si verificò una forte espansione delle città.
Fu un fenomeno spettacolare e nuovo, che cambiò la fisionomia dell’Europa.
Fu anche un fenomeno complesso, dato che nella formazione delle città medievali nessun esempio sembra uguale all'altro.
Oltre a quelle mantenutesi tali nell'alto Medioevo, alcune città nacquero dall'evoluzione di centri di mercato o di castelli, altre da centri fortificati per motivi militari, altre ancora dallo sviluppo di località tappe di pellegrinaggi, o dalla programmata decisione di un signore.
Indubbiamente si trattò di un processo favorito dalla crescita economica: l'accresciuta produzione agricola permetteva di nutrire una popolazione in aumento, le attività artigianali occupavano un numero crescente di uomini e donne; lo slancio delle costruzioni attirava in città una più numerosa manodopera e le esigenze del commercio ne facevano un polo degli scambi. Il Comune
Fra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, in quasi tutta l’Europa occidentale, gli abitanti della città si organizzarono per governarsi da soli giurando, a tal fine, di aiutarsi l’un l’altro: quest’associazione giurata, che non comprendeva soltanto mercanti e artigiani, ma anche nobili ed ecclesiastici, prese il nome di Comune.
A differenza di quello feudale, profondamente asimmetrico, questo giuramento fu di carattere egualitario, ma ciò non escluse l’esistenza di lotte e conflitti.
In effetti, nell’origine e nel successivo sviluppo del Comune, si bilanciarono due opposte tendenze: la coscienza dei cittadini di essere comunità e l’aspirazione egemonica delle grandi famiglie in lotta fra loro.
Il Comune nacque da un compromesso provvisorio fra le due tendenze e realizzatosi all’interno della classe dirigente - la cui concordia, infatti, era fondamentale presupposto nella creazione degli organi governativi - e poi fra i cittadini più eminenti e il resto della popolazione. Il commercio
Nella generale ripresa dell’economia europea registratasi intorno al Mille, lo sviluppo dei traffici rappresentò uno degli elementi più dinamici.
Pur continuando ad occupare direttamente soltanto una piccola minoranza della popolazione del Continente, infatti, tra X e XIV secolo, il commercio passò gradatamente dalla periferia al centro della vita economica.
Alla base di questa svolta vi furono la fine della tormentata stagione delle migrazioni, una ritrovata sicurezza sulle strade e sui mari, l'incremento della popolazione, ma soprattutto la crescita della produzione agricola, che rese disponibili prodotti in eccedenza da scambiare.
Messo in moto dalla trasformazione delle campagne, il commercio trovò tuttavia il suo punto di forza nelle città e nei loro punti di scambio, e, inoltre, nell'affermarsi di un'economia più spiccatamente urbana, monetaria e mercantile.
La produzione di beni
Nell'economia del basso Medioevo assunse un’importanza crescente la produzione di beni non agricoli.
Sebbene non fosse sconosciuta in ambiente rurale, dove operavano, per esempio, il fabbro di villaggio e il tessitore, è indubbio che essa venne progressivamente concentrandosi nelle città.
Le forme in cui tale attività si manifestò non furono, peraltro, sempre le stesse.
Secondo i luoghi e i momenti, si ebbero una produzione domestica e una imperniata sulla bottega, una produzione svolta da liberi artigiani ed una effettuata prevalentemente da manodopera salariata; una produzione promossa da privati ed una organizzata dallo Stato, una produzione su scala limitata ed una di grandi dimensioni.
E spesso i diversi sistemi di organizzazione del lavoro finirono per convivere e sovrapporsi. I Comuni, il Papato e l'Impero
Nella seconda metà del XII secolo e in tutto il XIII continuò l'espansione dei Comuni italiani, ma la loro affermazione giuridica, politica ed economica non fu certo lineare.
Al loro interno, infatti, si accesero ben presto contrasti profondi fra le famiglie, le fazioni e i ceti sociali.
All'esterno una nuova conflittualità, generata dalla costante ricerca di posizioni di egemonia, divise le città comunali in schieramenti che si scomponevano e ricomponevano senza sosta.
Queste vicende, in più, non avvenivano in uno scenario vuoto, ma si intrecciavano con quelle dei due maggiori poteri del tempo, il Papato e l'Impero, il cui antagonismo coinvolgeva in complesse strategie politiche e militari le nuove realtà cittadine.
La campagna
Possiamo immaginare l’Occidente medievale dei secoli XI-XIV come una grande foresta, nella quale i campi lavorati e seminati aprivano progressivi vuoti.
Il 90% della popolazione viveva in campagna e, anche in un paese estremamente urbanizzato come l’Italia, il mondo contadino, ancora alla fine del Medioevo, concentrava più di due terzi della popolazione totale.
Il duro lavoro dei campi, la vita regolata dal ritmo del sole, dal clima, dai cicli del suolo e della vegetazione hanno impresso tratti indelebili alle popolazioni occidentali legate, per la loro sopravvivenza, ai successi o agli insuccessi dell’agricoltura.
Il mondo medievale poggiava, dunque, su ampie basi rurali, e il lavoro del contadino costituiva il cardine di un’intera società.
Dalla rinascita alla "crisi" del Trecento
Visto dalle campagne, l'arco di secoli che va dalla fine del X secolo alla fine del XIV presenta fasi molto diverse.
Nella prima, prolungatasi fino agli ultimi decenni del Duecento, l'aumento graduale della popolazione europea, che attingeva a risorse disponibili in abbondanza, perché non ancora adeguatamente sfruttate, generò una prolungata espansione della produzione agricola.
Nella seconda, collocabile fra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, il motore dello sviluppo si inceppò e il sistema economico mostrò di essere giunto al suo punto-limite.
Nella terza, che si aprì con la peste del 1348, la società rurale fu investita dalle conseguenze economiche e sociali di una brusca decongestione demografica.
Castelli e potere
I castelli sono uno dei simboli con i quali è più spesso rappresentato il Medioevo, eppure queste strutture fortificate divennero una presenza consueta nel paesaggio dell'Occidente non prima del X secolo.
La loro creazione segnò, comunque, l'inizio di una nuova fase della storia del potere.
In un'Europa minacciata dalle aggressioni dei Saraceni, degli Ungari e dei Vichinghi, e nella quale l'autorità dei sovrani appariva sempre più lontana e latitante, la proliferazione delle fortezze ebbe il risultato di rafforzare la dimensione locale del potere.
Assicurando la difesa delle popolazioni, ossia la prima funzione di ogni apparato pubblico, i signori dei castelli riuscirono a concentrare nelle loro mani quelle prerogative di comando, di giustizia e di prelievo fiscale fino ad allora appartenute ai re.
Tutti i rapporti sociali e l'intera società rurale ne furono profondamente toccati.
La società signorile
Nei secoli XI-XIII attorno alla signoria, che può essere considerata come l'elemento caratterizzante della storia del potere nelle campagne, si costituì un'intera società.
Il suo simbolo materiale più forte era il castello, residenza del signore, i suoi turbolenti guardiani i cavalieri, il suo fondamento più solido il lavoro dei contadini.
Era un mondo in cui i legami personali, e in particolare quelli che univano signori e vassalli, assumevano un'importanza crescente; un mondo permeato dai codici dell'onore e della fedeltà, attento al valore simbolico dei gesti, dove l'aristocrazia tendeva a costituirsi in casta chiusa.
Gli intellettuali lo dipingevano armonicamente composto di tre "ordini" e scandito da una gerarchia di poteri discendenti dall'autorità regia.
In realtà era il trionfo di autonome forze locali, a lungo refrattarie a ogni inquadramento, dotate di una sufficiente base terriera, di clientele armate e della capacità di funzionare come poteri tendenzialmente pubblici. La pressione della città rispetto alla situazione delle campagne europee l'Italia presenta una forte peculiarità.
Già a partire dal XII secolo nel gioco dei rapporti interni alla società rurale si inserirono sempre più frequentemente le città, via via più vivaci sotto il profilo economico e rese politicamente autonome dallo sviluppo delle istituzioni comunali.
Da un lato esse costituivano poli di immigrazione per i contadini che vi intravedevano la possibilità di nuove attività economiche e il miraggio della libertà personale, dall’altro avevano un interesse crescente a controllare le campagne, da cui traevano il loro approvvigionamento agricolo.
In molti casi la penetrazione cittadina nei territori circostanti portò alla liberazione dei servi e al ridimensionamento dei poteri signorili sulla terra, ma la subordinazione politica ed economica dei contadini nei confronti dei proprietari terrieri si trasferì quasi per intero nelle mani della città. Scene di vita quotidiana
La ricostruzione dell'evoluzione economica delle campagne, delle trasformazioni dei sistemi di lavoro o delle vicende del potere conserva talvolta un carattere astratto, e non riesce a trasmetterci il senso dell'esistenza quotidiana dei protagonisti, maggiori e minori, della storia.
Per ottenere delle immagini più vivide è allora necessario interrogare fonti peculiari, come lo sono le rappresentazioni iconografiche, le cronache, le opere letterarie.
Non ci si deve attendere, però, di leggervi testimonianze obiettive.
Nate in un ambiente colto e non di rado aristocratico, esse riflettono gli stereotipi con i quali i ceti superiori, cui appartengono buona parte degli ecclesiastici, guardano se stessi e gli altri.
La religione
Nel Medioevo la fede permeava ogni aspetto dell'esistenza.
Cristo, gli apostoli, i profeti ammonivano e consolavano gli uomini dai timpani delle cattedrali e dagli altari.
La croce e le immagini dei Santi, sistemate ai crocicchi delle strade e dei ponti, accompagnavano il cammino dei viandanti; le campane delle chiese e dei conventi fornivano alla giornata la sua trama temporale.
In nome di Dio il papa governava la società cristiana, in nome di Dio regnavano i sovrani, unti con l'olio sacro.
Gli strumenti di lavoro, gli animali, il cibo, le stesse armi venivano solennemente benedette.
I patroni celesti erano invocati a ogni turbamento dell'ordinato corso della natura e le loro reliquie assumevano, per i luoghi che le custodivano, i
STORIA
Il medioevo barbarico
l regno di Odoacre in Italia, iniziato di fatto nel 476, viene eliminato tra il 489 e il 493 dagli Ostrogoti che, guidati da Teodorico, s’insediano nella nostra penisola con l’autorizzazione dell’imperatore d’Oriente. Teodorico, in teoria luogotenente dell’imperatore d’Oriente ma in realtà sovrano di tutto l’impero d’Occidente, intraprende un politica di collaborazione con gli esponenti della classe dirigente romana e, nonostante fosse ariano, tenta di instaurare con la Chiesa dei rapporti di rispetto reciproco. Ma negli ultimi anni di regno, sospettando una congiura nei suoi confronti, sottopone a dura persecuzioni tutti i suoi ex collaboratori e la stessa Chiesa.
I sospetti trovarono conferma appena dopo la sua morte: Bisanzio mira infatti alla riconquista dell’Occidente e lo manifesta piuttosto apertamente durante l’impero di Giustiniano. Questi organizza un serie di campagne contro i Vandali stanziati in Africa, il regno ostrogoto in Italia e i Visigoti di Spagna, grazie alle quali recupera il controllo di buona parte dell’Occidente. Giustiniano persegue una politica cesaropapistica e mira a consolidare le strutture dell’impero con una grande riforma del diritto. Le sue pretese teocratiche incontrano pero` la resistenza della Chiesa romana che ancora conserva un’organizzazione abbastanza solida in Occidente. La vitalità del cattolicesimo si esprime in particolare con il movimento benedettino. Nel monastero fondato a Monte Cassino nel 529, i monaci creano comunita fraterne dove alternano la preghiera al lavoro.
Ma la precarietà della riconquista Giustiniana si manifesta quando i Longobardi penetrano in Italia e in breve tempo s’impadroniscono della penisola. I bizantini oppongono una leggera resistenza all’invasione e, grazie alle loro flotte, riescono a mantenere il controllo sulle zone costiere e su buona parte delle regioni centro-meridionali.
I Longobardi, dediti alla caccia e all’allevamento, lasciano l’agricoltura nelle mani dei sudditi italici, ma ricostringono a coltivare la terra al loro servizio. Le corti dei signori Longobardi diventano i centri attorno ai quali si forma un’economia molto povera, detta curtense.
Le popolazioni locali godono di un momentaneo sollievo sullo scorcio del VI secolo grazie a Gregorio Magno che, insieme con la regina Teodolinda pone le premesse per convertire i Longobardi al cattolicesimo. Nel 643, l’ariano re Rotari, del regno longobardo, codifica in latino un testo sulle abitudini del suo popolo, rielaborandole secondo criteri piu` umani e civili.
Nell’VIII secolo, proprio quando l’impero longobardo sta attuando notevoli progressi, maturano le condizioni che ne determinano la rovina. Approfittando delle antipatie fra papi e Bizantini, i longobardi cercano l’occasione per sostituirsi ai Bizantini nella penisola italica; ma i papi, pur ostili alle intromissioni di Costantinopoli in campo religioso, non desiderano l’invadente protezione dei longobardi, che ne comprometterebbe definitivamente l’autonomia. Essi riescono ad ammansire Liutprando che dona loro il territorio di Sutri; ma per difendersi sai suoi successori, molto piu` aggressivi, sono costretti ad invocare l’aiuto dei Franchi: l’intervento di Pipino contro Astolfo e l’intervento di Carlo contro Desiderio. E` proprio Carlo ce=he, nel 774, costringendo Desiderio alla resa e facendolo prigioniero, pone fine al regno longobardo in Italia.
Medioevo
Periodo della storia europea successivo al declino dell'impero romano d'Occidente. Convenzionalmente se ne fa coincidere la fine con la "scoperta" dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; altrettanto convenzionalmente si fissa anche la sua data d'inizio nel 476, anno in cui venne deposto Romolo Augustolo, ultimo sovrano dell'impero romano d'Occidente. Il termine indica un periodo compreso tra altri due: in questo caso l'età antica e quella moderna. Esso comparve per la prima volta nel titolo di un'opera del 1688 dello storico tedesco Christoph Keller (o Cristoforo Cellarius), ma, a quanto pare, era stato coniato dall'umanista Flavio Biondo nelle Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades, opera scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483, per indicare il periodo di barbarie, di stasi, di oscurantismo che, secondo l'autore, aveva fatto seguito agli splendori della classicità e al quale ora il movimento dell'Umanesimo poneva termine per dare avvio a una nuova era di alta civiltà. Questa concezione del Medioevo come fase di oscurità è durata a lungo nella cultura moderna, ma nel XX secolo la storiografia più avvertita ne ha denunciato l'inconsistenza, non solo rivelando la ricchezza di innovazione e di elaborazione culturale che si è venuta sviluppando tra il V e il XV secolo, ma più in generale indicando nella fase chiamata Medioevo periodizzazioni molto diverse, talvolta più lunghe e talaltra molto più brevi, a seconda degli aspetti storici presi in considerazione. Una sola dimensione rende omogeneo tutto il periodo: in quel millennio è nata l'Europa così come noi la intendiamo. Occorse l'intero periodo per convertire tutte le popolazioni che l'abitavano al cristianesimo e perché esse, dall'Atlantico agli Urali e dal Mediterraneo al Circolo polare artico, dessero vita a espressioni culturali distinte a cui si attribuirono in seguito le identità nazionali. Il nome convenzionale tuttavia viene ancora adottato per comodità terminologica, ma la sua genericità lo rende poco utile. Per questo il periodo così designato viene sempre più spesso suddiviso in almeno due grandi sottoperiodi: Alto Medioevo (V-X secolo) e Basso Medioevo (XI-XV secolo). Per praticità conviene inoltre distinguere nel Basso Medioevo tra i secoli XI-XIII e XIV-XV.
Alto Medioevo (secoli V-X)
I "barbari"
Dopo alcune incursioni razziatrici, tra le quali rimase famosa quella dei vandali di Alarico, che saccheggiarono Roma nel 410, nel V secolo d.C. si insediarono all'interno dei territori occidentali dell'impero romano, che già avevano perso importanza rispetto a quelli orientali, alcune tribù germaniche provenienti da oltre l'Elba. Poiché erano nomadi, non coltivavano la terra e soprattutto erano pagani e non possedevano l'uso della scrittura, questi popoli erano definiti, con parola greca, "barbari". Questo termine viene comunemente adottato ancora oggi per indicarli in genere, con riferimento al periodo precedente alla conversione al cristianesimo di ciascun popolo.
I "regni" germanici o romano-barbarici
Le popolazioni germaniche introdottesi nell'impero, spesso con il beneplacito ufficiale dell'imperatore, vi crearono tra il IV e il VI secolo dei "regni": gli angli e i sassoni in Britannia; i vandali nella penisola iberica meridionale; i visigoti in Gallia e in Spagna; i franchi e i burgundi tra la Gallia e il Reno; altri sassoni, gli svevi e i bavari lungo il Reno; gli ostrogoti in Italia. In poco tempo l'autorità imperiale perse valore e nell'assetto della società si introdussero molte caratteristiche sociali e giuridiche proprie della civiltà tribale germanica. Tuttavia a loro volta i conquistatori assorbirono alcuni aspetti fondamentali della civiltà alla quale si erano sovrapposti: tra questi vi furono l'adozione della lingua latina per i documenti scritti e la conversione alla religione cristiana, dapprima nella versione ariana (grazie all'opera di proselitismo svolta dal vescovo goto Ulfila, primo traduttore della Bibbia in una lingua volgare, nel IV secolo), ma poi, a cominciare dai franchi e dai longobardi, in quella cattolica, che nella persona del vescovo di Roma (cioè il papa) garantiva la sacralizzazione dell'autorità regia, spesso anche in contrapposizione con gli imperatori d'Oriente (vedi Impero bizantino) e con il patriarca di Costantinopoli. La nascita di tali regni romano-barbarici non diede comunque vita a strutture stabili di governo e lo sviluppo politico ed economico non superò ambiti locali. Le grandi vie di commercio furono interrotte, anche se, come affermano alcuni storici moderni, l'economia monetaria non scomparve del tutto, soprattutto in ambito mediterraneo. Al termine di un processo già avviato negli ultimi secoli dell'impero romano, le dimensioni di questi regni aumentarono e i contadini liberi cominciarono a dar vita a insediamenti stabili, lavorando le terre in cambio di protezione per conto dei guerrieri divenuti vassalli dei re: fu questo l'inizio del feudalesimo. Sul continente l'asse dell'attività economica si spostò nelle campagne e quindi le città dell'Occidente entrarono in una fase di decadenza, conservando unicamente alcune funzioni amministrative e religiose, quasi ovunque identificate con la sede vescovile.
Il Mediterraneo e gli arabi
Solo il Mediterraneo e le sue coste, soprattutto grazie alla potenza bizantina, conservarono inalterata la vivacità degli scambi e delle attività commerciali, mantenute in vita, a partire dal VII secolo, anche dagli arabi. Sulla spinta dell'Islam, costoro nel giro di un paio di secoli si impadronirono di tutte le coste meridionali del Mediterraneo, della Sicilia e di grandissima parte della penisola iberica (giungendo a penetrare nelle Gallie, dove furono fermati a Poitiers dai franchi di Carlo Martello, ormai convertiti, nel 732) e trasferirono sul mare le abilità mercantili sperimentate da millenni nei deserti. Nella parte orientale continuò a garantire i traffici l'impero bizantino, che nel VI secolo, con le guerre greco-gotiche, aveva ripreso il pieno controllo anche delle coste adriatiche e ioniche dell'Italia, stabilendo poi una situazione di coesistenza abbastanza pacifica con gli arabi. Entro questo quadro, le città costiere della penisola italiana non persero mai un certo ruolo, dapprima come parti dell'impero bizantino, e poi, alcune, arrivando a imporre una propria autonomia come Repubbliche marinare. La lunga dominazione araba su terra europea esercitò una certa influenza sulla lingua e la conduzione agronomica di quelle regioni. Notevole fu inoltre il contributo dato dagli arabi di Spagna all'arte della navigazione, alle scienze e alla filosofia europee.
La Chiesa
I vescovi
La sola istituzione presente in modo quasi omogeneo in Europa nei secoli successivi alla scomparsa dell'impero era la Chiesa. Tuttavia non si trattava dell'organizzazione monolitica di oggi. Svanita l'amministrazione imperiale, dopo il V secolo i vescovi, che venivano eletti dalla comunità dei fedeli – coincidente di fatto con quella dei cittadini maschi – detenevano un grande potere autonomo, di natura non solo religiosa ma anche amministrativa e politica, mentre il papa, quale vescovo di Roma ed erede del primo apostolo Pietro, godeva solo di un predominio formale sui suoi pari. Il vuoto di potere lasciato dall'impero venne colmato quindi dall'autorità della Chiesa, in particolare da quella dei vescovi: nelle città era il vescovo ad amministrare la giustizia, a costruire le mura e a provvedere alla difesa dei cittadini.
I monaci e le abbazie
Un'articolazione molto importante della Chiesa nelle campagne era costituita dai monasteri. Di importanza fondamentale per la civiltà europea fu l'ordine monastico fondato da Benedetto da Norcia all'inizio del VI secolo e diffusosi nei secoli seguenti in tutta l'Europa occidentale. I benedettini ebbero un ruolo eccezionale sia nel convertire al cristianesimo popolazioni ancora pagane (come gli angli e i sassoni, a opera di san Bonifacio), sia nel mantenere viva la confessione cattolica sotto le incursioni barbariche. Il monachesimo occidentale, a differenza di quello prevalente nella Chiesa d'Oriente, che era di preferenza contemplativo, si dedicava con uguale passione al lavoro. Furono i monaci a introdurre, tra il VII e l'XI secolo, importantissime innovazioni nella coltivazione dei campi: dalla rotazione triennale all'aratro pesante, dall'uso del cavallo bardato a quello dell'acqua e del vento come fonti di energia per la molitura. Le abbazie divennero spesso centri feudali che dominavano ampie aree territoriali, con numerosi servi della gleba, e gli abati (o, nel caso degli ordini monastici femminili, le badesse) potenti signori feudali. Nei travagliati secoli dell'Alto Medioevo il rango vescovile e quello abbaziale, divenuti molto ambiti, cominciarono ad avere contenuto più politico che religioso, fino a corrompersi e a richiedere drastiche riforme.
L'Italia nei primi secoli del Medioevo
Dopo l'abolizione dell'autorità imperiale in Occidente a opera di Odoacre nel 476 d.C., l'Italia centro-settentrionale fu invasa dagli ostrogoti (già convertiti da Ulfila) di Teodorico il Grande, cui si deve una prima sistemazione di tipo feudale del territorio e un coraggioso, ma fallito, tentativo di integrazione giuridica e culturale tra conquistatori germanici e popolazioni soggette. Cacciati i goti dall'Italia al termine delle guerre greco-gotiche, nel VI secolo, l'impero d'Oriente riuscì a ripristinare il proprio controllo su gran parte delle coste, ma il resto d'Italia, dalla Pianura Padana alla Campania, fu sottomessa dai longobardi. Questi si convertirono al cattolicesimo solo sotto la regina Teodolinda, all'inizio del VII secolo, ma diedero ai loro domini, suddivisi tra i guerrieri più forti e prestigiosi con il titolo di duchi, un assetto feudale che sarebbe durato a lungo. Al contempo la loro conversione, tesa a dare una parvenza di sacralità al regno anche di fronte alle pretese bizantine, conferì ulteriore prestigio al papa; quando però insorsero contrasti tra i re longobardi e il papa, nell'VIII secolo, quest'ultimo si rivolse per aiuto ai franchi, nel frattempo anch'essi convertitisi al cattolicesimo. Infine, nel 774, Carlo, re dei franchi, che sarebbe passato alla storia con il nome di Carlo Magno, detronizzò Desiderio e si fece incoronare re dei franchi e dei longobardi. Restarono autonomi soltanto i ducati di Spoleto e di Benevento.
La restaurazione carolingia dell'impero
Nel IX secolo, quindi, la dinastia franca dei Carolingi, messasi dapprima al servizio del papa per trionfare sui longobardi e poi servendosene per rendersi definitivamente autonoma dall'impero bizantino, unificò il mondo cristiano occidentale, restaurandovi una sola fonte di legittimazione della sovranità: il Sacro romano impero, che sarebbe durato ben mille anni, dall'800 (data dell'incoronazione di Carlo Magno da parte del papa Leone III) al 1806. Questa consacrazione legittimava il potere imperiale agli occhi di tutti i vassalli del re franco, ma al contempo sanciva definitivamente il primato del vescovo di Roma rispetto agli altri vescovi occidentali, in competizione soltanto – per il primato sull'intera cristianità – con il patriarca di Costantinopoli, consacratore dell'imperatore d'Oriente. Dalla morte di Carlo Magno l'impero, subito suddiviso tra i suoi eredi, non riuscì più a riconquistare una vera unità territoriale e politica, conteso com'era tra particolarismi feudali ed ecclesiastici e talvolta apertamente contestato dai re più potenti. Esso tuttavia rappresentò per secoli, insieme e in concorrenza con il papato, il cemento ideale della cristianità europea in quanto distinta e contrapposta sia agli infedeli musulmani sia, dopo lo "scisma d'Oriente" – ossia la separazione per motivi teologici e politici tra il papato e il patriarcato di Costantinopoli, consumatasi nell'XI secolo –, ai cristiani d'Oriente, o ortodossi.
La cultura e il sapere
Gli ordini monastici svolsero un ruolo fondamentale nella conservazione del sapere classico: una delle attività principali dei monaci era proprio la trascrizione dei testi classici, che venivano copiati e annotati con glosse esplicative negli scriptoria dei monasteri e quindi conservati nelle loro biblioteche. Vennero redatte opere a carattere universale, come le Etymologiae (623) di Isidoro di Siviglia. Alla base del sapere vi era però naturalmente la Bibbia e la teologia era considerata la scienza più importante, alla quale erano subordinate tutte le altre discipline scientifiche, che venivano in genere coltivate con un rigoroso rispetto dell'autorità degli antichi, alimentando così l'impressione di una mancanza di innovazione propria della civiltà medievale.
I centri della cultura
Le sedi della civiltà alto-medievale erano il castello del cavaliere investito di un beneficio feudale, il monastero e la città fortificata sede vescovile. Le lotte tra questi poteri per il dominio sui territori circostanti, che coinvolgevano imperatori, re e papi, si succedevano senza posa, complicati dalla confusione giuridica, tipica del feudalesimo, tra patrimonio personale e giurisdizione pubblica. In quelle tre sedi si svilupparono concezioni sociali e culturali diverse. Nel castello si formarono le premesse della cultura cavalleresca, fortemente impregnata di umori germanici, mentre nel monastero si coltivò la tradizione classica e biblica. Moltissime città cominciarono a sviluppare, con le fiere periodiche e i mercati permanenti, un ruolo di centro di attività artigianali e di sede di scambio commerciale, che man mano divenne scambio anche di idee e di cultura, in grado di approdare a un profondo rinnovamento con la creazione, tra le altre corporazioni e accanto alla "scuola cattedrale" del vescovo, della Universitas di maestri e allievi.
Il Basso Medioevo
Dal X al XIII secolo
Attraverso i capolavori letterari che furono prodotti allora e nel secolo seguente, il Basso Medioevo fu il periodo che fornì alla mentalità e all'immaginario moderni tutti gli ingredienti che vengono ritenuti caratteristici dell'intera civiltà medievale: il castello, il monastero, la cattedrale, il cavaliere, la dama, il menestrello, il crociato, il mercante ecc.
Il ruolo del borgo medievale
Il borgo medievale fu il vero crogiuolo in cui vennero a fondersi molti ingredienti del profondo rinnovamento della vita europea tra il X e il XIII secolo: la curia vescovile con la cattedrale, le botteghe artigiane, il mercato, gli studi notarili, gli organi di autogoverno delle corporazioni, le università. Tra questi fattori, il più dinamico fu certamente il mercato, che portò a un intenso sviluppo della prosperità e della potenza di varie città italiane, francesi, fiamminghe, tedesche e inglesi in età comunale.
La restaurazione dell'impero universale
Sulla spinta dello sviluppo delle città, tutti e tre i grandi poteri medievali – impero, papato e monachesimo – subirono, tra il X e l'XI secolo, un profondo processo di riforma, teso a correggere le storture che li affliggevano e a fronteggiare la continua instabilità. La riforma dell'impero (renovatio imperii) fu opera della dinastia degli Ottoni (fine del X secolo) che riuscì a far trionfare formalmente il concetto della supremazia imperiale sui poteri feudali, anche se non eliminò del tutto la riottosità dei vassalli, che si espresse più volte con le armi nei secoli seguenti. Gli Ottoni giunsero a restaurare perfino il legame del potere imperiale con la tradizione romana e ad arrogarsi la facoltà di nomina dei vescovi per costituirne un ceto di propri funzionari al governo delle città, sottratto perfino al potere papale. Imposero infatti sul soglio pontificio monaci di propria scelta e quindi loro fidi, contribuendo così però anche a svincolarlo dalle beghe delle famiglie romane che avevano ridotto il papato a un potentato qualsiasi, corrotto e privo di autorità.
Il movimento cluniacense
La riforma dell'ordine benedettino, anch'esso gravemente corrottosi nelle lotte feudali, partì in quegli stessi anni dal monastero di Cluny, come ritorno al più rigoroso rispetto della regola benedettina e rivendicazione di una completa autonomia dai poteri feudali. I cluniacensi, imitati qualche tempo dopo dai cistercensi, influenzarono anche la stessa gerarchia ecclesiastica, contribuendo decisamente, con l'appoggio di papa Gregorio V, a promuovere la riforma della Chiesa.
La riforma della Chiesa
Di questa importante opera fu però massimo protagonista, nell'XI secolo, il papa Gregorio VII, il quale non esitò a ingaggiare con gli imperatori svevi la lunga lotta per le investiture (che terminò nel 1122 con il concordato di Worms tra l'imperatore Enrico V e il papa Callisto II), cercando appoggio nel movimento dei liberi Comuni a nord e nei normanni a sud. Fatto rispettare dalla gerarchia il rango papale, Gregorio riuscì anche a stroncare per parecchio tempo i comportamenti corrotti (simonia e concubinato) che si erano diffusi in seno al papato. Tra l'XI e il XII secolo, per opera soprattutto di Alessandro III, il potere papale venne reso autonomo, mediante l'elezione da parte dei parroci cardinali di Roma, a loro volta nominati dal papa, senza interferenze né da parte dell'aristocrazia romana né da parte dei poteri laici. Benché ciò non abbia successivamente impedito a imperatori e re di tentare più volte, talora con successo, di stabilire il proprio controllo sul papato, magari mediante il ricorso ai concili, questo principio resta oggi ancora valido.
Il movimento crociato
Uno dei principali frutti di questo rinnovamento fu il movimento delle crociate, iniziato alla metà dell'XI secolo. Pur avendo come unico scopo ufficiale la liberazione del Santo Sepolcro dalla dominazione dei turchi selgiuchidi, che avevano soppiantato i più miti arabi in Palestina, in esso confluivano molteplici motivi: l'aspirazione cluniacense a piegare tutta l'esistenza al servizio di Cristo, quella dei cavalieri feudali a cimentarsi in grandi imprese eroiche al servizio di alti ideali, l'interesse dei papi a spostare le ambizioni e le mire di imperatori e re verso mete diverse dalle contese per il controllo della gerarchia ecclesiastica, quello dei ceti mercantili e delle Repubbliche marinare a stabilire collegamenti sicuri con il Mediterraneo orientale – porta dell'Asia attraverso la quale giungevano in Europa merci che consentivano lautissimi guadagni – mediante l'instaurazione colà di principati cristiani.
Un grande fervore culturale
Grazie a questa intensa e contrastata opera di rinnovamento, l'XI e il XII furono secoli di grande fervore culturale. Le scuole cattedrali e quelle monastiche furono affiancate dalle prime università, corporazioni di docenti e allievi, in gran parte originariamente di provenienza monastica, che consentirono la diffusione degli strumenti del sapere anche tra i laici. Si intensificò la ricerca filosofica e teologica e godettero di rinnovato interesse gli studi di medicina e di diritto; si diffusero in Europa i testi scientifici e filosofici arabi, tradotti in latino. Nell'XI secolo venne istituita l'Università di Bologna, la più antica d'Europa, rinomata per lo studio del diritto canonico e del diritto romano, e due secoli dopo la Sorbona, primo nucleo dell'Università di Parigi.
La borghesia e le città
La ripresa economica e sociale iniziata intorno al Mille e proseguita nei due secoli seguenti condusse alla nascita di un nuovo ceto sociale urbano, la borghesia, formatasi con la trasformazione dei borghi medievali in veri centri urbani e con lo sviluppo delle attività artigianali e commerciali, imperniate sulla circolazione delle merci e del danaro. I membri del ceto borghese, perlopiù artigiani e mercanti organizzati nelle corporazioni di arti e mestieri, arricchitisi, iniziarono ad aspirare al controllo del governo cittadino e a rivendicare la propria autonomia dal signore feudale e dal vescovo. In alcune regioni dell'Europa questo fenomeno portò alla nascita dei Comuni, che tra l'XI e il XII secolo si rafforzarono e intrapresero una dura lotta contro il potere imperiale, che andò a intrecciarsi con la lotta per le investiture da un lato e con quella degli imperatori della dinastia degli Hohenstaufen contro i propri feudatari ribelli dall'altro.
I mutamenti nelle campagne
Anche nelle campagne si producevano mutamenti, in parte provocati dai progressi introdotti nelle colture e nell'allevamento e in parte dall'intensificazione dei rapporti con le città. Aumentarono i casi di famiglie contadine legate alla terra che ne conquistarono il pieno diritto limitandosi a versare al proprietario-feudatario una parte, sia pur cospicua, del raccolto (primo passo verso la mezzadria) o addirittura un affitto in danaro, liberandosi dagli obblighi. Non pochi villani, perlopiù giovani e intraprendenti, lasciavano la campagna e si avventuravano in città a imparare un mestiere in una bottega artigiana, affrancandosi così dalla servitù della gleba e contribuendo alle aspirazioni corporative all'autogoverno cittadino.
I movimenti ereticali
Il sistema feudale, che si fondava sulla sacralità del potere, era tuttavia scosso anche da una ventata di contestazione religiosa, sia tra i cavalieri insofferenti del ruolo di vassalli, sia tra i borghesi delle città ribelli al vescovo-conte, sia – soprattutto – tra i villani, che erano coloro che più soffrivano del giogo feudale. Si crearono così tra l'XI e il XIII secolo dei movimenti definiti ereticali dall'autorità ecclesiastica, in quanto si richiamavano ad aspetti e interpretazioni del Vangelo (spesso di origine orientale) che non coincidevano con quelli predicati dai pulpiti. I bogomili si persero qua e là per l'Europa per ricomparire in seguito sotto altri nomi e organizzazioni. I catari si diffusero soprattutto in Provenza, con il nome di albigesi, guadagnandosi il favore delle stesse corti locali. Il movimento della Pataria ebbe un ruolo essenziale nella nascita e nella difesa del Comune di Milano, godendo del sostegno di Anselmo da Baggio, prima che diventasse papa con il nome di Alessandro II. I dolciniani, seguaci di fra' Dolcino, vennero sterminati all'inizio del XIV secolo dopo aver messo in allarme, in quasi tutta la Valle Padana, sia il nascente mondo borghese sia il feudalesimo con il loro esempio di comunione dei beni e delle donne.
I nuovi ordini monastici
Uno dei valori evangelici predicati con più insistenza dai movimenti ereticali era il pauperismo, il richiamo all'esempio di povertà di Gesù, che esercitava un grande fascino su un'Europa che assisteva ai primi sfarzi delle corti e cominciava ad assaporare il gusto del denaro e delle merci che esso metteva a disposizione. Per difendere il cattolicesimo dalla minaccia delle eresie, sorsero nel XIII secolo due nuovi ordini monastici, del tutto diversi dal modello benedettino, ma altrettanto decisivi per il rinnovamento e il rafforzamento della Chiesa di Roma. I francescani basavano la loro regola sulla povertà, ma predicavano l'obbedienza alla gerarchia e all'ordine costituito, i domenicani sul totale rispetto dei dogmi papali e sulla lotta all'eresia. Entrambi quindi rinunciavano, in via di principio, ai benefici feudali e si piegavano a una totale obbedienza alla Chiesa. I domenicani, la cui prima impresa fu la crociata contro gli albigesi tra il 1209 e il 1229, promossero subito dopo lo strumento dell'Inquisizione.
Il XIV e il XV secolo e il passaggio all'età moderna
Il successo dei particolarismi
Con il trionfo dell'autogoverno delle città, lo sviluppo autonomo di alcune potenti monarchie, l'ampliamento dei commerci a tutto il Mediterraneo, il ridimensionamento del potere universale dell'impero, la penetrazione del cristianesimo e del sistema feudale a est dell'Elba e dei Balcani, durante il XIII secolo l'Europa aveva ormai assunto un altro volto. Pur non avendo perso del tutto il prestigio di grande istituzione universalistica, il Sacro romano impero si era ormai ridotto a esercitare una reale giurisdizione soltanto su una parte dei territori germanici, che d'altronde pullulavano di città libere, le più potenti delle quali crearono la Lega anseatica. Nel resto dell'Europa occidentale si formavano e si scontravano tra di loro, per ragioni territoriali e dinastiche, regni sovrani come quelli di Francia, Inghilterra (che giunsero a definire le rispettive sovranità soltanto dopo la lunga e sanguinosa guerra dei Cent'anni), Portogallo, Castiglia, Aragona, Navarra, Napoli e Sicilia ecc.
La peste nera
L'intensificazione degli scambi con l'Oriente in seguito ai successi veneziani nel trattare con i nuovi padroni del Mediterraneo meridionale, i turchi selgiuchidi succeduti agli arabi, portò, oltre all'arricchimento delle città, anche a contagi epidemici. Nel XIV secolo in tutta l'Europa occidentale infuriò la peste, immortalata da Boccaccio nel Decameron, che sterminò circa un quarto della popolazione del continente. Ma ciò non impedì l'ulteriore sviluppo degli scambi sia commerciali sia culturali.
La cattività avignonese e lo scisma d'Occidente
Il papato, continuamente oggetto delle lotte ingaggiate dai sovrani per ottenerne il controllo, finì per gran parte del XIV secolo sotto l'egemonia dei re di Francia con la cattività avignonese; in seguito, fissata di nuovo la sede a Roma, continuò a essere dilaniato da contese ecclesiologiche che nascondevano in realtà le ambizioni politiche e territoriali di sovrani stranieri e signori italiani. Il grande scisma d'Occidente contrappose, dal 1378 al 1417, a un papa un antipapa, che si scomunicavano l'un l'altro contestandosi la legittimità dell'elezione e godendo dell'appoggio dei potenti a seconda delle convenienze politiche, territoriali e dinastiche, ma anche provocando un grandissimo fermento di idee sulle fonti dell'autorità papale e sulle forme di organizzazione della Chiesa, che in seguito contribuì fortemente, con i residui dei movimenti ereticali e gli apporti dei sistemi filosofici classici, ai fermenti della Riforma protestante. Chiuso lo scisma, il papato si ridusse – sulla base del patrimonio territoriale enormemente ingranditosi nel IX secolo dall'epoca della "donazione di Sutri" (728) – anch'esso a stato regionale, entro una logica di potere temporale che rischiò di sminuire, fino ad annullarlo, il prestigio della cattedra di Pietro.
Si ampliano i confini dell'Europa
In Italia e in Germania molte città libere si vennero trasformando in signorie, che a partire dal XIV secolo, ampliando i propri domini, si eressero pian piano in stati regionali con titolo feudale accordato perlopiù dall'imperatore, ma talvolta anche dal papa. Anche in Europa orientale, con la penetrazione del cristianesimo – di obbedienza cattolico-romana a nord e greco-ortodosso al sud – sorsero così il regno di Polonia e quello d'Ungheria, il ducato di Pomerania a opera dei Cavalieri teutonici sulle rive del mar Baltico, l'impero bulgaro più a sud. Più a oriente, i variaghi (vedi Normanni) crearono dei principati di osservanza ortodossa da cui sarebbe sorto, come erede di Bisanzio, l'impero russo. Anche nella penisola scandinava i territori da cui erano partiti i conquistatori normanni e variaghi si avviarono a diventare regni stabili sotto re elettivi convertiti al cristianesimo. Nella penisola iberica fece passi decisivi, dopo la battaglia di Las Navas de Tolosa (1212), la lunga Reconquista condotta contro gli emiri-califfi di Cordova dai regni di Portogallo, di Castiglia e d'Aragona, che si sarebbe conclusa nel 1492, lo stesso anno della scoperta dell'America, con la definitiva cacciata degli arabi dal territorio europeo.
Le prime navigazioni atlantiche
Le vicende dei regni iberici assunsero nel XV secolo un notevole rilievo, in quanto la Reconquista e il dominio catalano-aragonese sul Mediterraneo occidentale contribuirono a far sì che anche questa parte dell'Europa venisse investita da nuove ondate di scambi commerciali e culturali. Di queste novità, e delle innovazioni introdotte nell'arte marinara da genovesi e veneziani, si giovò il principe portoghese Enrico il Navigatore, alla metà di quel secolo, per spingere le proprie navi sulle rotte atlantiche lungo le coste dell'Europa e dell'Africa, che non erano mai state percorse da navi cristiane.
L'Italia del Quattrocento
I principali stati regionali italiani fioriti a partire dalla fine del XIV o inizio del XV secolo, continuamente contesi tra dinastie che si appoggiavano a loro volta a grandi sovrani d'oltralpe, furono, secondo la loro definizione feudale vigente alla fine di questo periodo, il Ducato di Savoia, la Repubblica di Genova (dominatrice nel Tirreno e fino al XIV secolo rivale di Venezia per il Mediterraneo orientale), il Marchesato del Monferrato, il Ducato di Milano, la Repubblica di Venezia (dopo la quarta crociata, del 1202, dominatrice, direttamente o indirettamente, di tutto il Mediterraneo orientale e dei traffici con l'Oriente), il Ducato di Ferrara, il Ducato di Urbino, la Repubblica di Lucca, il Ducato di Toscana, lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli, il Regno di Sicilia e il Regno di Sardegna.
Il problema della sovranità e la laicizzazione della cultura
In tutti questi organismi statali si sviluppò, con il recupero della cultura giuridica romana, un progressivo abbandono, non privo di conflitti interni, delle strutture feudali a vantaggio di organizzazioni di tipo laico, fondate su milizie mercenarie, burocrazie professionali, codici di leggi scritte, moneta propria. Sull'esempio delle signorie italiane, tutte le corti divennero culla di dibattito intellettuale e di creazione artistica, che, pur nel culto della lingua latina, ricorrevano sempre più spesso ai linguaggi "volgari" che man mano assumevano dignità di lingue nazionali. Pur senza rinnegare mai il patrimonio cristiano e in taluni casi cercando anzi di dargli nuovo vigore di fronte all'impallidimento del messaggio evangelico nella prassi quotidiana della curia papale e delle gerarchie ecclesiastiche, furono sempre più numerosi i chierici e i laici che si interrogarono sulle fonti dell'autorità e sulle forme migliori di organizzazione della società e dei regni. Comparavano perciò sempre più spesso la tradizione dei secoli precedenti con i modelli proposti dagli scrittori della classicità greca e romana, dei quali si andavano riscoprendo i testi conservati nelle biblioteche monastiche. Fuori dalle istituzioni ecclesiastiche e corporative, che costituivano la sede canonica del dibattito nel Medioevo, ne nacque, con base in Italia, un movimento generale di "laicizzazione" della cultura e della ricerca che avrebbe preso il nome di Umanesimo.
Lo scisma e il rinnovamento della mentalità
Tra i molti aspetti del rinnovamento umanistico riveste una particolare importanza quello determinato dalla lunga vicenda del grande scisma d'Occidente, che dilaniò l'Europa cattolica tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, ma che dal punto di vista ecclesiologico e politico ebbe ripercussioni molto più lunghe e profonde. Vari sovrani nazionali, infatti, sull'esempio di quanto aveva fatto Marsilio da Padova alla metà del XIV secolo a favore di Ludovico IV il Bavaro, contestavano l'elezione del pontefice da parte della stessa gerarchia nominata dal suo predecessore, al fine di mettere in causa la legittimità stessa sia della gerarchia cattolica sia dello stesso papa. La discussione portava a richiamare questo o quel passo delle Scritture a fondamento di concezioni diverse. Ciò comportò un più diffuso ricorso alla lettura dell'Antico e del Nuovo Testamento (vedi Bibbia), dapprima nella versione latina canonica, detta Vulgata, di san Gerolamo e quindi addirittura sugli originali aramaico, ebraico e greco. Ciò era condannato dalla Chiesa, che riservava l'interpretazione delle Scritture alla gerarchia, vietando quel che veniva definito il "libero esame". Poiché in gioco era la stessa autorità papale sui singoli sovrani, il riformatore John Wycliffe, a sostegno del re d'Inghilterra contro la Chiesa di Roma, giunse a tradurre la Bibbia in inglese, facendola divulgare dai suoi seguaci lollardi: per questo motivo il concilio di Costanza (1414-1418), ponendo fine allo scisma, ordinò di riesumarne il corpo e di metterlo al rogo. Il boemo Jan Hus fu invece messo al rogo da vivo, in quanto autore di opere teologiche contrarie alla Chiesa di Roma, ma soprattutto scritte in lingua ceca. Sia l'uno che l'altro ebbero grande influenza su Martin Lutero, il quale, sotto la protezione del duca di Sassonia, nel secolo seguente produsse, con la traduzione della Bibbia, la prima opera letteraria del tedesco moderno. La diffusione delle traduzioni della Bibbia, assicurata dalla riproducibilità dei testi scritti in libri stampati, in seguito all'invenzione dei caratteri mobili per la stampa da parte di Johann Gutenberg (1456), costituì una formidabile spinta all'affermazione delle lingue nazionali e quindi all'autoidentificazione delle nazioni europee. Inoltre, la pratica del libero esame incoraggiò l'affrancamento della riflessione culturale, non solo dall'autorità ecclesiastica, ma da qualsiasi autorità precostituita, contribuendo a diffondere la cultura tra la borghesia e a scompaginare i rigidi schemi della scolastica. Questa tendenza filosofica, di cui era stato massimo esponente il domenicano san Tommaso d'Aquino, integrava tra loro due autorità: quella della rivelazione cristiano-giudaica giunta attraverso le Sacre Scritture secondo l'interpretazione ufficiale della Chiesa e quella del sistema logico e metafisico di Aristotele, conosciuto dapprima attraverso le opere dei grandi dotti arabi del XII secolo, come Averroè e Avicenna, e quindi direttamente. La corrente che si era opposta alla scolastica, rappresentata principalmente dal francescano Guglielmo di Occam e combattuta anche con le armi del diritto canonico, intendeva invece sottoporre a vaglio critico ogni verità consegnata dalla tradizione. Su questa base si sviluppò il pensiero dei secoli seguenti.
Il medioevo
Fin da quando è nata, la filosofia ha avuto un ruolo molto importante nel formarsi e nello sviluppo delle società umane. Infatti, essa discende direttamente dal pensiero dell’uomo, che agisce seguendo i canoni del suo tempo, e poiché pensare è agire, si può concludere che la filosofia non solo nasce dal contesto umano, politico e sociale delle varie epoche, ma plasma le successive. Sembra quasi instaurarsi un circolo paradossale tra uomo, filosofia e società, poiché ognuno determina l’altro, ma non esiste da solo, e tutti influenzano la loro evoluzione. Non c’è dunque da stupirsi se nei secoli si è avuta una notevole fioritura di dottrine filosofiche, più o meno fortunate, ognuna di loro rappresenta un tentativo dell’uomo di adattare il suo pensiero al mondo in cui vive, o viceversa di adattare il mondo al suo pensiero. L’uomo è quindi solo un arbitro, non molto imparziale, del contenzioso fra pensiero e realtà, fra la natura ed il trascendente; a seconda del periodo storico in cui vive ed opera predilige l’una o l’altra verità, subordinandole l’altra, o addirittura scindendole. Maggiore è la diversità fra le epoche, più evidente risulta la trasformazione del pensiero filosofico, anche quando pare che non ci siano cambiamenti essi sono in atto, per la semplice ragione che né l’uomo né la realtà che egli costruisce, con gli atti, tra cui il pensare, per se stesso sono stazionari, ma dinamici. Poiché, però, i mutamenti avvengono nell’arco di generazioni, possono risultare meno evidenti, se non intervengono dei fattori a determinare una forte linea di demarcazione. Un ottimo esempio di ciò ci è dato dal passaggio dell’uomo dal Medioevo al Rinascimento, infatti, questi due periodi storici sono nettamente separati, addirittura contrastanti l’uno con l’altro. Ad un primo e superficiale esame può sembrare che l’Europa si sia svegliata d’un tratto da un sonno millenario, in cui la ragione aveva dormito, lasciando libero campo alla superstizione e alla passionalità. In poche parole, è assai evidente il distacco che c’è fra l’aurea età classica, il barbaro Medioevo e l’assonnato Rinascimento, che piano piano esce dal suo letargo, cercando di riappropriarsi della gloria passata, ma non copiandola, bensì rielaborandola, a volte rifiutandola, e comunque facendola diventare attuale ed appropriata alla nuova realtà sociale. In verità una differenziazione così netta non c’è, il mutamento è graduale, cioè avviene in modificazioni che possono durare anni o secoli, ma in questo caso è molto evidente il passaggio definitivo, poiché se il conservatorismo medievale aveva potuto celare o oscurare le piccole correnti di pensiero non ufficiali, esso è travolto dall’esplosione di quello che troppo a lungo era stato represso, pur esistendo. Si arriva dunque allo scontro aperto fra le vecchie scuole di pensiero, prevalentemente improntate su una concezione aristotelica del mondo e del trascendente, e i nuovi filosofi, che tendono ad un modello neoplatonico, pur superandolo di fatto e discostandosi da Platone. Alla fine prevarrà il movimento innovatore, che sgancerà la società da modello classico, interpretato dai cristiani o dagli averroisti, lanciando l’uomo verso il progresso, inteso come ricerca del nuovo prescindendo dal vecchio, in pratica decade il concetto di “auctoritas” che aveva soggiogato il Medioevo: mai più si dirà “Ipse dixit”. È da notare quanto quello che avvenne fosse simile a quello che era già avvenuto, infatti, la filosofia nacque con gli Jonici di Mileto, che si interessarono del cosmo e dell’origine di tutte le cose, similmente i filosofi che si riproposero di rielaborare la filosofia, dandole una nuova genesi, si occuparono in principio della natura e del suo “funzionamento”. Il cosmo che diventa natura e l’origine di tutte le cose che si trasforma nei meccanismi che governano e determinano la natura stessa, indicano come la posizione dell’uomo venga rivalutata, distogliendo l’attenzione dal trascendente che è al di là dell’uomo. Mentre prima si cercava un essere superiore, che agiva in un realtà superiore, ora si presta attenzione all’uomo, il cui ambiente è il concreto, la natura, ma se il cosmo era controllato direttamente dall’essere superiore, che ne decideva il destino ed il comportamento, la natura non dipende dalla volontà dell’uomo, anzi egli la subisce. Nasce dunque il problema di stabilire l’origine e l’essenza di questa realtà concreta, tangibile, essa vive in se stessa e di se stessa, oppure c’è qualcosa che è al di fuori di essa? In verità, i precursori dell’umanesimo, perché tali sono coloro che per primi si oppongono all’averroismo e all’aristotelismo eterodosso, si pongono la seconda domanda più per diplomazia che per convinzione. Negli ultimi anni del Medioevo l’influenza della Chiesa era ancora forte, e l’inquisizione più spietata che mai, come una fiera che ferita sente avvicinarsi la fine e diventa ferocissima, così la Chiesa era diventata molto aggressiva per cercare di difendere un’autorità che sentiva sottrarsi, a poco a poco, ma inevitabilmente. Era fin troppo facile venire accusati d’eresia e finire sul rogo, inoltre non potevano essere cancellate di colpo credenze tanto radicate, dunque si teorizza ancora un’entità trascendente, ma, di fatto, si prende in esame solo l’immanente, che non può essere analizzato basandosi solo sulla ragione, proprio perché reale, si avverte quindi la necessità e l’opportunità di ricorrere ai sensi e all’esperienza. Inizia a nascere quel nuovo e rivoluzionario metodo d’indagine che avrà come “padre” ideale Galileo Galilei, il quale arriverà addirittura a subordinare la ragione alla pratica, lungi da ciò, i suoi predecessori iniziarono a considerare anche l’osservazione diretta e sensibile della natura, delegando comunque alla ragione un ruolo preminente. Essendo cambiato il modo di vedere e considerare la natura, di conseguenza ne cambiò anche il concetto. L’imperare del cristianesimo e autori quali S. Francesco d’Assisi presentavano il creato come espressione, personificazione e glorificazione di Dio, quindi la perfezione degli equilibri naturali era vista come il riflesso della perfezione divina, così come la sua bellezza era considerata immagine e somiglianza dello splendore di Dio. Le grandi personalità del Medioevo furono, infatti, quasi tutte esponenti del clero, o comunque fortemente influenzate da un religione che rasentava il fanatismo, per giustificare la corruzione che l’investiva. Al terrore e all’angoscia dell’avvento del nuovo millennio, che aveva caratterizzato una fase di stallo, in cui l’unica preoccupazione della società era attendere la fine, si sostituì una eccessiva fiducia nell’immutabilità del creato, sostenuta dalla tesi geocentrica. Si passa dunque da un periodo in cui s’impiegano gli ultimi anni del mondo o per purificarsi o per soddisfare i piaceri terreni, ad una società molto rigida, in cui ognuno aveva un ruolo che doveva rimanere immutato in eterno. Questa concezione del mondo derivava dalla concettualizzazione dell’universo, secondo cui i dieci cieli che lo componevano erano eterni e immutabili e le classi sociali il riflesso della trinità di Dio, che per sua natura non era soggetta né al tempo né a modificazione alcuna. Una fede così salda poteva soltanto mettere al bando la ragione, inoltre si credeva che le autorità del passato, primo fra tutti Aristotele, avessero già disputato di tutto e trovato una risposta a tutto, quindi era inutile intraprendere processi di ricerca che, se esatti, poiché il vero era già stato rivelato agli uomini, avrebbero ricondotto, chi li avesse intrapresi, alla medesima conclusione. Una fiducia tanto spropositata nell’età classica finì per travisarla, in quanto le interpretazioni erano forzose e mirate a dimostrare che i grandi intelletti del passato erano stati illuminati da Dio, pur non conoscendolo. Infatti, coloro che non poterono essere ricondotti ad una visione precristiana del mondo, ma anzi risultarono in contrasto con essa, furono bollati come pazzi ed eretici. Tale sorte toccò, ad esempio, a Democrito, la cui teoria atomica fu demonizzata, perché troppo immanentista e materialista. Altro gran falso storico fu ritenere Virgilio annunciatore e precursore del cristianesimo, di qui l’interpretazione allegorica dell’Eneide e l’interpretazione figurale di Virgilio stesso, da parte di Dante. Infatti, la Commedia dantesca deve essere vista come un compendio di tutte le dottrine filosofiche medievali, di tutte le correnti stilistiche e letterarie del tempo, come un’opera moralistica intesa a riportare sulla “diritta via” sia il potere politico sia quello religioso, essendo ormai entrambi corrotti ed in lotta. In poche parole la Divina Commedia è forse la più grande, completa e varia enciclopedia sul Medioevo mai scritta, che si propone un obiettivo non poco ambizioso: redimere non solo l’umanità tutta, ma anche le sue istituzioni fondamentali. Il grande sviluppo delle scienze occulte in questo periodo non deve stupire, in quanto esse, per il loro carattere empirico ed allo stesso tempo trascendente, affascinavano il rozzo volgo dei bassi ceti, che consapevole di non poter ricevere alcun aiuto dalla realtà confidava nel potere della magia. Infatti, se la realtà ha barriere tanto forti da non poter essere superate dagli uomini, perché volute da Dio stesso, solo qualcosa che andava al di là del concreto poteva aprire in esse un varco che permettesse agli uomini di migliorare il proprio stato. La superstizione medievale non fu del tutto negativa e non negò affatto la ragione, poiché si basava proprio su di essa, anche se con interpretazioni non molto logiche e rigorose, d’altra parte spinse gli uomini verso campi di ricerca inesplorati, su cui l’“auctoritas” non aveva influenza, non avendoli affrontati. Dalle primitive scienze occulte si sono poi evolute le scienze moderne, tramite un lento processo di razionalizzazione e schematizzazione dei fenomeni trattati, è inoltre interessante notare che la comparsa dei primi esperti in determinati settori disgregava la concezione universale ed enciclopedica del sapere. Per avere un esempio di ciò basti pensare all’alchimia, pratica occulta e mistica fra le scienze occulte, da cui è derivata l’odierna chimica. Con i primi accenni del Rinascimento inizia a mutare quel quadro che vede Dio al di fuori dell’universo, intento a gestire la giustizia nell’Empireo e a far muovere gli altri cieli con la sua presenza di fronte ai beati. Uomini come Leonardo da Vinci, Nicolò Copernico e Galileo Galilei minano le basi di questa concezione del mondo, iniziando a negare proprio il geocentrismo tolemaico, che vedeva la Terra al centro dell’universo. È chiaro che l’uomo in sé e per sé non aveva alcuna rilevanza, era anzi messo da parte e trascurato, poiché troppo insignificante per essere degno di nota, soprattutto se paragonato alla grandiosità di Dio, di cui la natura era specchio e riflesso. I grandi del passato, per quanto ammirati, non erano glorificati come uomini, ma come tramiti della saggezza divina, in loro infusa dalla grazia e dalla bontà del Creatore, erano considerati autorevoli portavoce, ma non autori. Il movimento che inizia a delinearsi nel XV-XVI secolo rivaluta l’uomo, il suo vivere quotidianamente e nel concreto, ben diverso dall’eternità trascendente, ponendolo al centro del mondo, della natura, e similmente a quanto era accaduto in precedenza, si avverte la necessità di analizzare e delineare l’ambiente che ruota intorno a questo nuovo fulcro. L’Umanesimo rinascimentale ha molti punti di contatto con l’umanismo sofistico, sebbene più evoluto ed inserito in un contesto sociale assai diverso. Di fatto, entrambi tendono ad una rivalutazione dell’uomo, che acquista maggiore importanza a scapito della divinità, infatti, la sofistica è stata definita come una sorta di preilluminismo, e dall’Umanesimo si svilupperà poi l’Illuminismo vero e proprio. Poiché solo quando l’uomo diventa importante in se stesso, la ragione riesce a svincolarsi dalla religione, diventando autonoma. Alla base della nuova filosofia della natura c’è il pampschismo, una sorta di evoluzione del concetto di ilozoismo, infatti, entrambe le dottrine riconoscono una vitalità intrinseca alla natura, che la spinge ad agire, a creare e a distruggere tutte le cose; ma mentre l’ilozoismo considera la natura una sorta di forza dinamica, il pampschismo la ritiene un’entità spirituale. Di qui la differenziazione, poi, fra materialismo e spiritualismo, infatti, se con Democrito era nato il materialismo, e conseguentemente la prima forma di ateismo, la filosofia della natura non nega lo spirito, ma lo pone nella natura, anziché al di fuori di essa. Come già aveva cercato di fare Anassimene da Mileto, ponendo nell’aria non solo il principio di tutte le cose, ma anche ma la vita e lo spirito stesso del creato. Dalla visione di un mondo che respira si evince senza sforzo l'anelito del Rinascimento verso il dinamismo. La nuova società rinascimentale si rispecchia alla perfezione nel divenire eracliteo, ma teme il disordine democriteo: la vita diventa movimento, ma non caos.
Tre filosofi assai importanti per lo sviluppo del naturalismo rinascimentale furono: Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Soprattutto Telesio ebbe una grande importanza su gli altri due, infatti, anche se non si può dire che essi abbiano fondato una vera e propria scuola filosofica, ebbero legami molto stretti ed un comune orientamento filosofico, evidenziato dal loro comune antiaristotelismo. Il loro atteggiamento è, però, in un certo senso anomalo, poiché mentre nella maggior parte delle scuole del tempo dominano le interpretazioni averroistiche ed eterodosse di Aristotele, essi non si discostano solo dall’aristotelismo ma anche dal neoplatonismo, preferendo rifarsi addirittura ai Presocratici. Tuttavia non si può negare che la filosofia aristotelica abbia influito sul loro pensiero, se non altro per questo loro continuo rifiutarla. Essi, come i Presocratici, ricercano i principi generali dei fenomeni, le leggi della natura, interessandosi in tal modo ad una sorta di metafisica della natura. Non possono comunque essere definiti scienziati, in quanto privi di quel metodo di indagine proprio di Galileo, ma ciò è del resto comprensibile, visto che sono i primi a riflettere l’atmosfera di rinnovamento del XVI secolo, e nonostante questo loro limite il contributo dato al progresso del pensiero umano è stato notevole ed ha avuto grandi ripercussioni sulle dottrine filosofiche posteriori.
Bernardino Telesio nacque a Cosenza nel 1509 e vi morì nel 1588. Seguì, prima a Roma e poi a Milano, lo zio Antonio, umanista e letterato. S’iscrisse in seguito all’Università di Padova dove restò per un decennio e poi si ritrasse in solitudine in un convento benedettino dove trascorse un lungo periodo di meditazione e di ricerca. Quando nel 1564 Pio IV gli offrì l’arcivescovado di Cosenza, Telesio rifiutò, indicando nel fratello il suo sostituto. L’ultimo decennio della sua vita fu amareggiato dalla morte del suo primogenito Prospero. La sua opera fondamentale è il De rerum Natura iuxta propria principia, edita nella forma completa e definitiva a Napoli nel 1586. Secondo Telesio la natura va studiata senza schemi teologici o mentali precostituiti, ma tramite i sensi e l’esperienza diretta, che testimonia esattamente i fatti della natura. Egli sostituisce ai concetti aristotelici di massa e forma quelli di massa materiale di forza. La massa materiale è identica ovunque, non potendo né aumentare né diminuire, mentre le forze si dividono in caldo e freddo, la prima dilata e la seconda restringe. Dunque le forze sono esterne alla materia, che mettono in moto, ma non possono agire senza di essa. Sole e Terra sono i due corpi elementari, in quanto l’uno sede del calore e l’altra sede del freddo, in virtù di questo non subiscono i mutamenti degli altri corpi: è qui evidente una concezione tradizionale del cosmo. Per Telesio l’anima è fatta di materia, altrimenti non potrebbe subire l’azione delle forze esterne né tanto meno determinare il moto dei corpi. Inoltre, poiché la conoscenza avviene soltanto tramite il contatto fisico, e visto che i sensi umani sono estensioni della percezione tattile, le uniche teorie fondate sono quelle che si basano sui sensi, e non sulla ragione, che è empirica e quindi distaccata dalla realtà. La vera peculiarità dello spirito risiede, per Telesio, nella memoria, cioè nella capacità di conservare e riprodurre i movimenti in esso impressi. Per attenuare il contrasto con la Chiesa, suscitato dal suo materialismo, Telesio accennò anche ad una sostanza spirituale, che non sviluppò e che costituisce quasi un elemento estraneo alla sua filosofia. In ogni modo, egli fu uno fra i primi ad interessarsi del naturalismo, improntando su di esso anche la sua etica, che si basava su valori assai terreni ed umani, inoltre il suo pensiero rappresenta il primo passo verso il distacco dalle concezioni medievali.
Giordano Bruno nacque a Nola nel 1548 e morì a Roma nel 1600.Nel 1572 divenne sacerdote, ma a causa di un processo per eresia dovette deporre l’abito. Si recò in Francia e in Svizzera e a Ginevra aderì alla chiesa calvinista. Ribellatosi ai suoi professori si rifugiò a Parigi, dove fu chiamato da Enrico III in Inghilterra come ambasciatore di Francia. Recatosi a Venezia fu tradito dal suo protettore, che lo consegnò al Sant’Uffizio. Gli inquisitori lo tennero in prigione per sette anni e non potendo farlo ritrattare lo bruciarono vivo come eretico. Bruno si occupò di vari argomenti, quali la tecnica della memoria, l’esame critico di Aristotele, l’esaltazione del sistema copernicano, i problemi legati ad una concezione filosofica dell’universo. In ogni modo nel suo pensiero si possono distinguere tre aspetti fondamentali: uno neoplatonico, un secondo naturalistico ed un terzo d’ispirazione pitagorica e democritea; anche se il suo antiaristotelismo resta sempre una costante. Per Bruno, Dio è l’artefice interno del mondo, causa e principio di tutti i fenomeni, quindi è un intelletto universale immanente nel mondo ed identificabile con la natura. La sua concezione animistica del mondo lo spinge ad affermare che la forma, vale a dire l’anima, non è sufficiente a spiegare i fenomeni naturali, e bisogna dunque ammettere, anzi postulare, l’esistenza della materia. Critica la scissione di Aristotele della forma dalla materia, essendo queste due strettamente collegate, ciò lo porta a affermare che la “coincidentia oppositorum” non esiste solo in Dio, ma anche nella natura stessa. Secondo Bruno ad una causa infinita corrisponde un effetto infinito, quindi esisterebbero infiniti mondi; inoltre sostiene che esistono due intelligenze: una immanente, raggiungibile con la ragione; e l’altra trascendente, raggiungibile solo con la fede, ma, come in Telesio, il trascendente è solo accennato. L’unità della natura implica che gli infiniti mondi coesistano tutti in un medesimo spazio infinito, in cui ogni punto può essere considerato centro; per questo egli esalta Copernico, la cui concezione dell’universo è in accordo con la sua teoria. L’atomismo di Bruno è permeato di motivi neopitagorici, che lo spingono a ricercare una matematica magico-simbolica, in grado di spiegare l’origine degli atomi, che chiama monadi, e della monade divina, ossia Dio stesso. Bruno rispetto a Telesio sembra più legato alla vecchia concezione di anima e di corpo, ritenendoli due cose separate e continuando a preferire l’intelletto ai sensi come strumento d’indagine. La virtù somma cui tendere è l’“eroico furore”, in pratica l’unità e l’infinità e non più Dio, ma non si cura di questo, poiché sostiene che la filosofia e la teologia siano indipendenti l’una dall’altra ed ipotizza quindi che possano convivere parallelamente. Questa sua “ingenuità” gli costò il rogo.
Tommaso Campanella nacque a Stilo nel 1568 e morì a Parigi nel 1639. Divenne domenicano da giovane, ma presto si scontrò con le autorità ecclesiastiche per la disciplina conventuale ed il pensiero ormai stantio dell’ordine. A Napoli subì il suo primo processo per eresia cui ne seguirono altri tre. Nel 1599, confinato in un convento, ordì una congiura contro gli Spagnoli per costituire una repubblica, secondo un programma di riforme che espose nelle sue opere. Fallita la congiura fu portato a Napoli e processato, riuscì a salvarsi fingendosi pazzo, ma fu condannato al carcere a vita. Dopo 27 anni di galera fu liberato dagli Spagnoli nel 1626, deportato a Roma e definitivamente rilasciato nel 1629. Riuscì a guadagnarsi i favori di Urbano VIII e della corte pontificia, ma le sue simpatie per la Francia lo costrinsero a recarsi in quel Paese, dove Luigi XIII e Richelieu lo accolsero benevolmente, e vi rimase fino alla morte. Campanella cerca di attuare un programma di riforma del cristianesimo, tramite cui unificare tutte le chiese e tutti i popoli. Egli concorda pienamente con Telesio e al disprezzo per Platone ed Aristotele unisce una profonda ammirazione per il senno latino degli autori classici. Comunque, Campanella si differenzia da Telesio per il concetto di percezione, infatti, sostiene che l’atto conoscitivo è basato su se stessi, poiché, pur dubitando di tutto, non si può dubitare della propria esistenza. Egli crea così una nuova metafisica, basata su tre principi fondamentali: potenza, sapienza, amore; in pratica ogni essere è in quanto può essere, ogni essere è in quanto sa di essere, ogni essere, in quanto è e sa, ama il proprio essere. L’essere supremo è colui che possiede tutte queste doti in quantità infinite, poi vengono gli essere finiti, così dicendo egli crea un accettabile compromesso fra immanente e trascendente. Nella “Città del Sole” Campanella esprime le sue idee politiche, che sono senza dubbio utopiche per il suo tempo e che sembrano anticipare il comunismo: sono, infatti, dettate dalla vita di lotte e ribellioni che conduce. Egli è una figura estremamente complessa, travagliata e divisa dall’incertezza del suo tempo, che è un periodo di transizione e divisione fra vecchio e nuovo. I grandiosi, ma irrealizzabili, progetti di Campanella hanno lasciato un profondo segno nella storia del pensiero naturalistico, inteso a ricercare nella natura una religione alternativa, solida quanto quella cristiana ed a questa parallela.
Il Medioevo
Il Medioevo e’ considerato il periodo della storia europea successivo al declino dell'impero romano d'Occidente. Convenzionalmente se ne fa coincidere la fine con la "scoperta" dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; altrettanto convenzionalmente si fissa anche la sua data d'inizio nel 476, anno in cui venne deposto Romolo Augustolo, ultimo sovrano dell'impero romano d'Occidente. Il termine indica un periodo compreso tra altri due: in questo caso l'età antica e quella moderna. Esso comparve per la prima volta nel titolo di un'opera del 1688 dello storico tedesco Christoph Keller (o Cristoforo Cellarius), ma, a quanto pare, era stato coniato dall'umanista Flavio Biondo nelle Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades, opera scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483, per indicare il periodo di barbarie, di stasi, di oscurantismo che, secondo l'autore, aveva fatto seguito agli splendori della classicità e al quale ora il movimento dell'Umanesimo poneva termine per dare avvio a una nuova era di alta civiltà. Questa concezione del Medioevo come fase di oscurità è durata a lungo nella cultura moderna, ma nel XX secolo la storiografia più avvertita ne ha denunciato l'inconsistenza, non solo rivelando la ricchezza di innovazione e di elaborazione culturale che si è venuta sviluppando tra il V e il XV secolo, ma più in generale indicando nella fase chiamata Medioevo periodizzazioni molto diverse, talvolta più lunghe e talaltra molto più brevi, a seconda degli aspetti storici presi in considerazione. Una sola dimensione rende omogeneo tutto il periodo: in quel millennio è nata l'Europa così come noi la intendiamo. Occorse l'intero periodo per convertire tutte le popolazioni che l'abitavano al cristianesimo e perché esse, dall'Atlantico agli Urali e dal Mediterraneo al Circolo polare artico, dessero vita a espressioni culturali distinte a cui si attribuirono in seguito le identità nazionali. Il nome convenzionale tuttavia viene ancora adottato per comodità terminologica, ma la sua genericità lo rende poco utile. Per questo il periodo così designato viene sempre più spesso suddiviso in almeno due grandi sottoperiodi: Alto Medioevo (V-X secolo) e Basso Medioevo (XI-XV secolo). Per praticità conviene inoltre distinguere nel Basso Medioevo tra i secoli XI-XIII e XIV-XV.
- ALTO MEDIOEVO (SECOLI V-X)
I "barbari"
Dopo alcune incursioni razziatrici, tra le quali rimase famosa quella dei visigoti di Alarico, che saccheggiarono Roma nel 410, nel V secolo d.C. si insediarono all'interno dei territori occidentali dell'impero romano, che già avevano perso importanza rispetto a quelli orientali, alcune tribù germaniche provenienti da oltre l'Elba. Poiché erano nomadi, non coltivavano la terra e soprattutto erano pagani e non possedevano l'uso della scrittura, questi popoli erano definiti, con parola greca, "barbari". Questo termine viene comunemente adottato ancora oggi per indicarli in genere, con riferimento al periodo precedente alla conversione al cristianesimo di ciascun popolo.
I "regni" germanici o romano-barbarici
Le popolazioni germaniche introdottesi nell'impero, spesso con il beneplacito ufficiale dell'imperatore, vi crearono tra il IV e il VI secolo dei "regni": gli angli e i sassoni in Britannia; i vandali nella penisola iberica meridionale; i visigoti in Gallia e in Spagna; i franchi e i burgundi tra la Gallia e il Reno; altri sassoni, gli svevi e i bavari lungo il Reno; gli ostrogoti in Italia. In poco tempo l'autorità imperiale perse valore e nell'assetto della società si introdussero molte caratteristiche sociali e giuridiche proprie della civiltà tribale germanica. Tuttavia a loro volta i conquistatori assorbirono alcuni aspetti fondamentali della civiltà alla quale si erano sovrapposti: tra questi vi furono l'adozione della lingua latina per i documenti scritti e la conversione alla religione cristiana, dapprima nella versione ariana (grazie all'opera di proselitismo svolta dal vescovo goto Ulfila, primo traduttore della Bibbia in una lingua volgare, nel IV secolo), ma poi, a cominciare dai franchi e dai longobardi, in quella cattolica, che nella persona del vescovo di Roma (cioè il papa) garantiva la sacralizzazione dell'autorità regia, spesso anche in contrapposizione con gli imperatori d'Oriente (vedi Impero bizantino) e con il patriarca di Costantinopoli. La nascita di tali regni romano-barbarici non diede comunque vita a strutture stabili di governo e lo sviluppo politico ed economico non superò ambiti locali. Le grandi vie di commercio furono interrotte, anche se, come affermano alcuni storici moderni, l'economia monetaria non scomparve del tutto, soprattutto in ambito mediterraneo. Al termine di un processo già avviato negli ultimi secoli dell'impero romano, le dimensioni di questi regni aumentarono e i contadini liberi cominciarono a dar vita a insediamenti stabili, lavorando le terre in cambio di protezione per conto dei guerrieri divenuti vassalli dei re: fu questo l'inizio del feudalesimo. Sul continente l'asse dell'attività economica si spostò nelle campagne e quindi le città dell'Occidente entrarono in una fase di decadenza, conservando unicamente alcune funzioni amministrative e religiose, quasi ovunque identificate con la sede vescovile.
L'Italia nei primi secoli del Medioevo
Dopo l'abolizione dell'autorità imperiale in Occidente a opera di Odoacre nel 476 d.C., l'Italia centro-settentrionale fu invasa dagli ostrogoti (già convertiti da Ulfila) di Teodorico il Grande, cui si deve una prima sistemazione di tipo feudale del territorio e un coraggioso, ma fallito, tentativo di integrazione giuridica e culturale tra conquistatori germanici e popolazioni soggette. Cacciati i goti dall'Italia al termine delle guerre greco-gotiche, nel VI secolo, l'impero d'Oriente riuscì a ripristinare il proprio controllo su gran parte delle coste, ma il resto d'Italia, dalla Pianura Padana alla Campania, fu sottomessa dai longobardi. Questi si convertirono al cattolicesimo solo sotto la regina Teodolinda, all'inizio del VII secolo, ma diedero ai loro domini, suddivisi tra i guerrieri più forti e prestigiosi con il titolo di duchi, un assetto feudale che sarebbe durato a lungo. Al contempo la loro conversione, tesa a dare una parvenza di sacralità al regno anche di fronte alle pretese bizantine, conferì ulteriore prestigio al papa; quando però insorsero contrasti tra i re longobardi e il papa, nell'VIII secolo, quest'ultimo si rivolse per aiuto ai franchi, nel frattempo anch'essi convertitisi al cattolicesimo. Infine, nel 774, Carlo, re dei franchi, che sarebbe passato alla storia con il nome di Carlo Magno, detronizzò Desiderio e si fece incoronare re dei franchi e dei longobardi. Restarono autonomi soltanto i ducati di Spoleto e di Benevento.
La restaurazione carolingia dell'impero
Nel IX secolo, quindi, la dinastia franca dei Carolingi, messasi dapprima al servizio del papa per trionfare sui longobardi e poi servendosene per rendersi definitivamente autonoma dall'impero bizantino, unificò il mondo cristiano occidentale, restaurandovi una sola fonte di legittimazione della sovranità: il Sacro romano impero, che sarebbe durato ben mille anni, dall'800 (data dell'incoronazione di Carlo Magno da parte del papa Leone III) al 1806. Questa consacrazione legittimava il potere imperiale agli occhi di tutti i vassalli del re franco, ma al contempo sanciva definitivamente il primato del vescovo di Roma rispetto agli altri vescovi occidentali, in competizione soltanto – per il primato sull'intera cristianità – con il patriarca di Costantinopoli, consacratore dell'imperatore d'Oriente. Dalla morte di Carlo Magno l'impero, subito suddiviso tra i suoi eredi, non riuscì più a riconquistare una vera unità territoriale e politica, conteso com'era tra particolarismi feudali ed ecclesiastici e talvolta apertamente contestato dai re più potenti. Esso tuttavia rappresentò per secoli, insieme e in concorrenza con il papato, il cemento ideale della cristianità europea in quanto distinta e contrapposta sia agli infedeli musulmani sia, dopo lo "scisma d'Oriente" – ossia la separazione per motivi teologici e politici tra il papato e il patriarcato di Costantinopoli, consumatasi nell'XI secolo –, ai cristiani d'Oriente, o ortodossi.
La cultura e il sapere
Gli ordini monastici svolsero un ruolo fondamentale nella conservazione del sapere classico: una delle attività principali dei monaci era proprio la trascrizione dei testi classici, che venivano copiati e annotati con glosse esplicative negli scriptoria dei monasteri e quindi conservati nelle loro biblioteche. Vennero redatte opere a carattere universale, come le Etymologiae (623) di Isidoro di Siviglia. Alla base del sapere vi era però naturalmente la Bibbia e la teologia era considerata la scienza più importante, alla quale erano subordinate tutte le altre discipline scientifiche, che venivano in genere coltivate con un rigoroso rispetto dell'autorità degli antichi, alimentando così l'impressione di una mancanza di innovazione propria della civiltà medievale.
I centri della cultura
Le sedi della civiltà altomedievale erano il castello del cavaliere investito di un beneficio feudale, il monastero e la città fortificata sede vescovile. Le lotte tra questi poteri per il dominio sui territori circostanti, che coinvolgevano imperatori, re e papi, si succedevano senza posa, complicate dalla confusione giuridica, tipica del feudalesimo, tra patrimonio personale e giurisdizione pubblica. In quelle tre sedi si svilupparono concezioni sociali e culturali diverse. Nel castello si formarono le premesse della cultura cavalleresca, fortemente impregnata di umori germanici, mentre nel monastero si coltivò la tradizione classica e biblica. Moltissime città cominciarono a sviluppare, con le fiere periodiche e i mercati permanenti, un ruolo di centro di attività artigianali e di sede di scambio commerciale, che man mano divenne scambio anche di idee e di cultura, in grado di approdare a un profondo rinnovamento con la creazione, tra le altre corporazioni e accanto alla "scuola cattedrale" del vescovo, della Universitas di maestri e allievi.
- IL BASSO MEDIOEVO
Dal X al XIII secolo
Attraverso i capolavori letterari che furono prodotti allora e nel secolo seguente, il Basso Medioevo fu il periodo che fornì alla mentalità e all'immaginario moderni tutti gli ingredienti che vengono ritenuti caratteristici dell'intera civiltà medievale: il castello, il monastero, la cattedrale, il cavaliere, la dama, il menestrello, il crociato, il mercante ecc.
La restaurazione dell'impero universale
Sulla spinta dello sviluppo delle città, tutti e tre i grandi poteri medievali – impero, papato e monachesimo – subirono, tra il X e l'XI secolo, un profondo processo di riforma, teso a correggere le storture che li affliggevano e a fronteggiare la continua instabilità. La riforma dell'impero (renovatio imperii) fu opera della dinastia degli Ottoni (fine del X secolo) che riuscì a far trionfare formalmente il concetto della supremazia imperiale sui poteri feudali, anche se non eliminò del tutto la riottosità dei vassalli, che si espresse più volte con le armi nei secoli seguenti. Gli Ottoni giunsero a restaurare perfino il legame del potere imperiale con la tradizione romana e ad arrogarsi la facoltà di nomina dei vescovi per costituirne un ceto di propri funzionari al governo delle città, sottratto perfino al potere papale. Imposero infatti sul soglio pontificio monaci di propria scelta e quindi loro fidi, contribuendo così però anche a svincolarlo dalle beghe delle famiglie romane che avevano ridotto il papato a un potentato qualsiasi, corrotto e privo di autorità.
La riforma della Chiesa
Di questa importante opera fu però massimo protagonista, nell'XI secolo, papa Gregorio VII, il quale non esitò a ingaggiare con gli imperatori svevi la lunga lotta per le investiture (che terminò nel 1122 con il concordato di Worms tra l'imperatore Enrico V e il papa Callisto II), cercando appoggio nel movimento dei liberi Comuni a nord e nei normanni a sud. Fatto rispettare dalla gerarchia il rango papale, Gregorio riuscì anche a stroncare per parecchio tempo i comportamenti corrotti (simonia e concubinato) che si erano diffusi in seno al papato. Tra l'XI e il XII secolo, per opera soprattutto di Alessandro III, il potere papale venne reso autonomo, mediante l'elezione da parte dei parroci cardinali di Roma, a loro volta nominati dal papa, senza interferenze né da parte dell'aristocrazia romana né da parte dei poteri laici. Benché ciò non abbia successivamente impedito a imperatori e re di tentare più volte, talora con successo, di stabilire il proprio controllo sul papato, magari mediante il ricorso ai concili, questo principio resta oggi ancora valido.
Un grande fervore culturale
Grazie a questa intensa e contrastata opera di rinnovamento, l'XI e il XII furono secoli di grande fervore culturale. Le scuole cattedrali e quelle monastiche furono affiancate dalle prime università, corporazioni di docenti e allievi, in gran parte originariamente di provenienza monastica, che consentirono la diffusione degli strumenti del sapere anche tra i laici. Si intensificò la ricerca filosofica e teologica e godettero di rinnovato interesse gli studi di medicina e di diritto; si diffusero in Europa i testi scientifici e filosofici arabi, tradotti in latino. Nell'XI secolo venne istituita l'Università di Bologna, la più antica d'Europa, rinomata per lo studio del diritto canonico e del diritto romano, e due secoli dopo la Sorbona, primo nucleo dell'Università di Parigi.
La borghesia e le città
La ripresa economica e sociale iniziata intorno al Mille e proseguita nei due secoli seguenti condusse alla nascita di un nuovo ceto sociale urbano, la borghesia, formatasi con la trasformazione dei borghi medievali in veri centri urbani e con lo sviluppo delle attività artigianali e commerciali, imperniate sulla circolazione delle merci e del danaro. I membri del ceto borghese, perlopiù artigiani e mercanti organizzati nelle corporazioni di arti e mestieri, arricchitisi, iniziarono ad aspirare al controllo del governo cittadino e a rivendicare la propria autonomia dal signore feudale e dal vescovo. In alcune regioni dell'Europa questo fenomeno portò alla nascita dei Comuni, che tra l'XI e il XII secolo si rafforzarono e intrapresero una dura lotta contro il potere imperiale, che andò a intrecciarsi con la lotta per le investiture da un lato e con quella degli imperatori della dinastia degli Hohenstaufen contro i propri feudatari ribelli dall'altro.
I mutamenti nelle campagne
Anche nelle campagne si producevano mutamenti, in parte provocati dai progressi introdotti nelle colture e nell'allevamento e in parte dall'intensificazione dei rapporti con le città. Aumentarono i casi di famiglie contadine legate alla terra che ne conquistarono il pieno diritto limitandosi a versare al proprietario-feudatario una parte, sia pur cospicua, del raccolto (primo passo verso la mezzadria) o addirittura un affitto in danaro, liberandosi dagli obblighi. Non pochi villani, perlopiù giovani e intraprendenti, lasciavano la campagna e si avventuravano in città a imparare un mestiere in una bottega artigiana, affrancandosi così dalla servitù della gleba e contribuendo alle aspirazioni corporative all'autogoverno cittadino.
I movimenti ereticali
Il sistema feudale, che si fondava sulla sacralità del potere, era tuttavia scosso anche da una ventata di contestazione religiosa, sia tra i cavalieri insofferenti del ruolo di vassalli, sia tra i borghesi delle città ribelli al vescovo-conte, sia – soprattutto – tra i villani, che erano coloro che più soffrivano del giogo feudale. Si crearono così tra l'XI e il XIII secolo dei movimenti definiti ereticali dall'autorità ecclesiastica, in quanto si richiamavano ad aspetti e interpretazioni del Vangelo (spesso di origine orientale) che non coincidevano con quelli predicati dai pulpiti. La setta dei bogomili, affermatasi nei Balcani, si disperse qua e là per l'Europa per ricomparire in seguito sotto altri nomi e organizzazioni. I catari si diffusero soprattutto in Provenza, con il nome di albigesi, guadagnandosi il favore delle stesse corti locali. Il movimento della Pataria ebbe un ruolo essenziale nella nascita e nella difesa del Comune di Milano, godendo del sostegno di Anselmo da Baggio, prima che diventasse papa con il nome di Alessandro II. I dolciniani, seguaci di fra Dolcino, vennero sterminati all'inizio del XIV secolo dopo aver messo in allarme, in quasi tutta la Valle Padana, sia il nascente mondo borghese sia il feudalesimo con il loro esempio di comunione dei beni e delle donne.
I nuovi ordini monastici
Uno dei valori evangelici predicati con più insistenza dai movimenti ereticali era il pauperismo, il richiamo all'esempio di povertà di Gesù, che esercitava un grande fascino su un'Europa che assisteva ai primi sfarzi delle corti e cominciava ad assaporare il gusto del denaro e delle merci che esso metteva a disposizione. Per difendere il cattolicesimo dalla minaccia delle eresie, sorsero nel XIII secolo due nuovi ordini monastici, del tutto diversi dal modello benedettino, ma altrettanto decisivi per il rinnovamento e il rafforzamento della Chiesa di Roma: i francescani che basavano la loro regola sulla povertà, ma predicavano l'obbedienza alla gerarchia e all'ordine costituito e i domenicani che osservavano il totale rispetto dei dogmi papali e predicavanola lotta all'eresia. Entrambi quindi rinunciavano, in via di principio, ai benefici feudali e si piegavano a una totale obbedienza alla Chiesa. I domenicani, la cui prima impresa fu la crociata contro gli albigesi tra il 1209 e il 1229, promossero subito dopo lo strumento dell'Inquisizione.
Si ampliano i confini dell'Europa
In Italia e in Germania molte città libere si vennero trasformando in signorie, che a partire dal XIV secolo, ampliando i propri domini, si eressero pian piano in stati regionali con titolo feudale accordato perlopiù dall'imperatore, ma talvolta anche dal papa. Anche in Europa orientale, con la penetrazione del cristianesimo – di obbedienza cattolico-romana a nord e greco-ortodosso al sud – sorsero così il regno di Polonia e quello d'Ungheria, il ducato di Pomerania a opera dei cavalieri teutonici sulle rive del mar Baltico, l'impero bulgaro più a sud. Più a oriente, i variaghi (vedi Normanni) crearono dei principati di osservanza ortodossa da cui sarebbe sorto, come erede di Bisanzio, l'impero russo. Anche nella penisola scandinava i territori da cui erano partiti i conquistatori normanni e variaghi si avviarono a diventare regni stabili sotto re elettivi convertiti al cristianesimo. Nella penisola iberica fece passi decisivi, dopo la battaglia di Las Navas de Tolosa (1212), la lunga Reconquista condotta contro gli emiri-califfi di Cordova dai regni di Portogallo, di Castiglia e d'Aragona, che si sarebbe conclusa nel 1492, lo stesso anno della scoperta dell'America, con la definitiva cacciata degli arabi dal territorio europeo.
"RAGIONE E FEDE NEL MEDIOEVO"
Nel medioevo la direzione della cultura passa alla chiesa, erede della missione civile della romanita';e il suo primato culturale, anche se non esclusivo, dura per circa mille anni.Il vero maestro del Medioevo, fino alla scoperta di Aristotele attraverso gli Arabi, fu sant'Agostino.
Scoperto Aristotele prevarra' l'aristotelismo, pur restando sempre vigorosa la corrente agostiniana, e verra' elaborata una filosofia piu' razionale ed autonoma, non confusa con la Teologia, anche se collegata con essa e posta al servizio della religione.Ci sono, tuttavia, anche altre importanti correnti culturali.Esiste una filosofia araba ed una filosofia ebraica.Esiste tutta la cultura extrareligiosa del sapere empirico, astrologia, alchimia, magia, le cosidette scienze del "reale", fondate sulla credenza nella influenza dei cieli e degli astri, nella ricerca della composizione e delle trasformazioni dei corpi indagandone i principi e le essenze, intese a dominare la natura nelle cause animistiche che si immaginavano le sole produttrici dei fenomeni del mondo.
La Scolastica rimane comunque l'espressione piu' vera e piu' alta della filosofia e di tutto il pensiero medievale.Nella Scolastica che trova il suo splendore nel XIII sec. con Alberto Magno, Tommaso d'Aquino, Bonaventura, che seguono a Scoto Oriugena, Anselmo d'Aosta, Abelardo, Vittorino, Averroe', il rapporto ragione e fede, filosofia e teologia, scienza e fede, trova un equilibrio abbastanza stabile.
I ruoli sono decisi, la filosofia e' ancella della teologia, una filosofia senza indipendenza o assai scarsamente autonoma, senza purezza razionale, senza liberta' di indagini autonome, posta al solo servizio della Teologia di cui doveva giustificare i dogmi, gia' in precedenza accolti ed indiscutibili.
A cio' si accompagna il principio di autorita', ossia l'acritica assunzione di concezioni gia' definite, sia come verita' rivelate o definizioni di fede da parte della Chiesa, sia come cieca adesione ad alcuni pensatori, sant'Agostino e, piu' dogmatisticamente, Aristotele, il filosofo per eccellenza, la cui testimonianza dirimeva qualunque controversia.Eppure nel periodo "scolastico" non tutto fu pacifico, sono stati secoli di dibattiti, di lotte, verbali e scritte, intorno a tutte le questioni, di controversie accese, di dissensi radicali su argomenti scottanti e non soltanto marginali e ridicoli.
La scienza da parte sua, trovava le giustificazioni ultime nella Scrittura: il geocentrismo non si discute, perche' Giosue' fermo' il sole! Quando verra' Galilei cerchera' di convincere sulla distinzione degli ambiti, la scienza ci dice come e' fatto il cielo, la Scrittura ci dice come andare in cielo.Questa ragione che la filosofia a mo' di propedeutica alla Teologia, alla Rivelazione, all'universo soprannaturale, a mo' di ancella, e' forte, capace di conoscenza vera e certa, capace di realismo, ossia di conoscere gli oggetti, esistenti in se', per se' ed a se', per conto proprio, indipendentemente dal pensiero e dalla conoscenza.
Nel medioevo, come nell'antichita', nessuno dubita della reale esistenza degli oggetti fuori dal pensiero, tutti erano realisti in questo senso.Si dicevano percio' realisti coloro che asserivano "reali" ed esistenti, oltre gli esseri singoli e concreti, anche le essenze, i generi, le specie, ossia gli "universali".Il movimento di pensiero della Scolastica perviene alfine ad una elaborazione della filosofia come espressione puramente razionale, nell'ambito stesso delle concezioni cristiane, vale a dire indipendente per sè,dalla religione come tale; a questo però si giunge gradatamente, anzi, le controversie circa i rapporti tra rivelazione e filosofia, fede e ragione, furono costanti e di primo piano. Si possono delineare tre tappe nei confronti delle soluzioni date al problema nel corso del medioevo.
In un primo tempo c'è la convinzione della perfetta coincidenza tra filosofia e teologia, tra esse si afferma un accordo tale da permettere di considerare ogni verità di fede quale verità anche di ragione e viceversa. "Credo ut intelligam" equivale all'intelligo ut credam. Nessuna distinzione, nè contraddizione, la filosofia è teologica, come la teologia è filosofica (sant'Anselmo). Successivamente, tra ragione e fede, tra filosofia e teologia si determina una distinzione, senza che sia però pensabile tra loro una possibile contraddizione. Espresse dallo stesso autore, Dio, tanto la ragione, quanto la rivelazione, non possono essere che univoce nelle loro affermazioni.
Ognuno ha un oggetto proprio, la ragione il mondo naturale e dell'uomo,la fede, il soprannaturale e il divino. Sono quindi distinte ma concordi. Anzi alcuni punti sono comuni ad ambedue e la ragione stessa può dimostrare alcune verità iniziatrici alla fede, e scorgere la necessità di ammettere, pur nella loro incomprensibilità, i dogmi. E il mistero, pur non potendo essere considerato verità di ragione, ma ammesso solamente come motivo di fede, non è contrario, ma superiore alla ragione; esso è super razionale, non irrazionale (Alberto Magno e Tommaso D'Aquino).Nell'ultimo periodo della Scolastica, teologia e filosofia, fede e scienza appaiono separate, talora, contrapposte e perfino in contrasto, ciò che è vero, secondo autorità di fede, è dichiarato assurdo secondo ragione. La ragione non può credere, la fede non dimostra come afferma Ockam. In genere si può dire che, anche quando tra fede e ragione si pervenne a una distinzione circa i rapporti tra l'una e l'altra, si ebbero tre diverse posizioni, la subordinazione della filosofia e sua fusione conclusiva con la teologia (agostiniani); l'indipendenza della filosofia, i suoi dati tuttavia, possono essere utilizzati anche in teologia; allora, però, in maniera teologica non più filosofica (aristotelico-tomisti); infine la filosofia senza preoccupazioni teologiche, la fede ha un suo mondo che interessa i teologi non certo i filosofi.
MEDIOEVO AL FEMMINILE
Molti libri sono stati dedicati alle donne medievali trascurando quasi totalmente i loro scritti. In “Medioevo al femminile” si è tentato di far parlare le otto protagoniste attraverso il loro operato. “Medioevo al femminile” raffronta otto donne scelte a rappresentare simbolicamente un diverso itinerario umano e sociale. A partire da Egeria, la pellegrina del IV secolo, e per finire con Caterina, la mistica del XIV secolo, si allineano man mano, nel periodo compreso tra il VII e il XII secolo, Baudonivia la biografa, Dhouda la madre, Rosvita la poetessa, Trotula il medico, Eloisa l’intellettuale, Ildegarda la profetessa. Otto ritratti biografici e letterari che mettono in luce il molteplice volto della donna medievale.
La condizione della donna nel mondo occidentale prima dell’età medievale era, sempre o ovunque, discriminata ed emarginata. Esclusa dall’esercizio del potere nella vita religiosa, politica e sociale, la donna era considerata più debole fisicamente e inferiore intellettualmente, tuttavia le era riconosciuta l’importanza della funzione procreatrice. Soltanto verso la fine dell’età repubblicana e in periodo imperiale, sebbene ancora escluse dalla vita politica, alcune donne appartenenti ad antiche e importanti famiglie romane riuscirono a rivestire un ruolo rilevante negli affari pubblici. Tali donne diedero così inizio a un processo di graduale emancipazione, tutt’altro che gradita agli uomini.
Successivamente gli uomini del Medioevo furono influenzati dall’atteggiamento maschilista e antimatrimoniale dei Padri della Chiesa occidentale e orientale. I Padri furono appassionati sostenitori della verginità: organizzarono per la donna una rigida gerarchia di valori, che metteva al primo posto la vergine, al secondo la vedova e solo al terzo la madre. Nel matrimonio, approvato solo come remedium concupiscentiae, l’attività della donna fu di nuovo finalizzata alla sola procreazione, mentre nella vita sociale essa tornava a essere emarginata per la sua inferiorità e debolezza. La donna ebbe comunque modo di riscattare la propria debolezza e inferiorità consacrando la propria vita alla verginità.
Molte ragazze di nobili origini o benestanti sceglievano la vita monacale in quanto il convento offriva loro la possibilità di ricevere un’educazione e di raggiungere un senso di responsabilità e d’indipendenza impensabili. Diverse donne che seppero conquistarsi un posto di rilievo nella letteratura medievale provenivano dai monasteri, che tra il X e il XII secolo divennero celebri centri di cultura e di insegnamento. Dalle loro opere emerge una volontà di ripensare la vita della donna e i suoi valori in una prospettiva diversa da quella imposta dagli uomini.
Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, un’incredibile quantità di donne abbandonò casa e famiglia, per seguire san Gerolamo o Rufino d’Aquileia e spese senza esitare tutto il suo patrimonio per visitare i Luoghi Santi, testimonianza della forte emancipazione delle donne convertite al cristianesimo.
Tra le donne che traevano dalla Scrittura stimolo per vedere di persona i luoghi in essa citati o descritti si colloca Egeria, con la quale si apre il libro. Egeria visse nel IV secolo e poco più di un secolo fa fu scoperta la sua opera, che conserva ancora alcuni misteri. Valerio, un monaco di rigida formazione ascetica, alla fine del VII secolo, inviò una lettera ai suoi confratelli, in cui proponeva Egeria come modello di virtù e di spiritualità, elogiandola per il suo coraggio di aver seguito le tracce della presenza divina nella storia recandosi dalla Galizia al confine opposto del Mediterraneo.
Nel 1884 Gian Francesco Gamurrini rinvenne nella biblioteca della Fraternità “di Santa Maria” di Arezzo un codice pergamenaceo redatto verso l’XI secolo in scrittura beneventana, e nel quale apparivano insieme alcuni testi di Ilario di Poitiers e un’anonima Peregrinatio in Terrasanta, mutila però di alcune parti. L’anonimato dell’autore della Peregrinatio, alla quale si usa dare, nelle più recenti edizioni, l’appellativo di Itinerarium, suscitò accese indagini avviate dagli eruditi. Mutilo al principio e alla fine, il codice aretino rilevava, però, con chiarezza il suo carattere di diario scritto da una donna, e le notizie che forniva erano tali da farne risalire la composizione agli ultimi decenni del IV o ai primi del V secolo. Inoltre, essa si rivolgeva a un gruppo di consorelle lontane o a dame sue amiche per informarle dei suoi spostamenti e delle sue prospettive. Soltanto in un saggio del 1903, Férotin identificò l’autrice dell’Itinerarium anonimo con l’Egeria ricordata nella lettera di Valerio del Bierzo.
L’Itinerarium è la descrizione di una serie di viaggi compiuti dapprima in Gerusalemme al Sinai e ritorno, poi al monte Nebo e in altre località dell’Arabia, ancora con ritorno a Gerusalemme, e infine in Mesopotamia, con ritorno a Costantinopoli. L’autrice compì i suoi viaggi, sembra ormai accertato, tra la Pasqua del 381 e la Pasqua del 384. Incerto è il paese di appartenenza di Egeria, che si vuole originaria del sud della Gallia (Aquitania o Narbonese) o del nord della Spagna (Galizia). La libertà di disporre a piacimento del proprio tempo libero e la possibilità di viaggiare fornita di comodità e di veri e propri accompagnatori lascia supporre che Egeria disponesse di considerevoli risorse economiche e non fosse condizionata da nessun vincolo. E’ dunque probabile che ella fosse una dama dell’aristocrazia che faceva la pellegrina laica, piuttosto che una monaca legata al convento.
Certo è che la donna vide con gli occhi della fede e del cuore, il che la indusse a sorvolare l’aspetto fisico e monumentale dei luoghi visitati per attingere al loro ruolo scritturale e, al di là di esso, per raggiungere il loro significato simbolico o mistico. Le pagine relative al viaggio in Gerusalemme, ad esempio, ci dicono poco o nulla dell’assetto urbanistico e monumentale della città che essa vide. Egeria parla della città come se le sue interlocutrici già la conoscessero perfettamente. Più che ricevere informazioni storiche e archeologiche di quei luoghi, esse infatti sono maggiormente interessate a percorrere con lo spirito e a vedere con gli occhi della fede tali luoghi, che avevano assistito alla vita, alla morte e alla resurrezione del Signore.
Il libro prosegue con il ritratto di Baudonivia, che può essere considerata come la prima interprete femminile di un genere letterario, quello delle biografia, che avrà poi larghissima diffusione nella letteratura altomedievale. Quello che si conosce di attività letteraria femminile, tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, periodo in cui operò la donna, si riduce quasi esclusivamente a poche lettere dovute per lo più a donne di grande rango. La prova letteraria di Baudonivia dunque emerge per importanza e significato. Trascorse gran parte della sua vita nel monastero di S. Croce di Poitiers, dove imparò a leggere e a scrivere. Il monastero fu fondato dalla regina Radegonga dopo il fallimento del suo matrimonio con il re merovingio Clotario. Ed è proprio la regina la protagonista della biografia della monaca, che costituisce tra l’altro la sua unica opera.
Una prima biografia sull’intraprendente regina era già stata composta da uno degli amici più intimi e fidati della donna, il celebre poeta Venanzio Fortunato. Tra Radegonga e Fortunato si era stabilito un rapporto epistolare, che documenta i comuni interessi spirituali, l’attenzione ad alcune tematiche culturali e politiche, ma che non nasconde l’intensità degli affetti. Alla morte della regina, nel 587, il poeta ne scrisse subito in prosa la vita. Fortunato definisce l’opera di Radegonga come un’opera misericordiosa, che estende il suo intervento a tutto il regno. Pur essendo la regina del palazzo, Radegonga si comportava come la serva dei poveri. Pur raccolta nell’ascesi della vita monastica, rifiutò di diventare badessa e si dedicò a servire le compagne, e attraverso lo stesso Fortunato proseguì a occuparsi delle miserie del mondo. E’ evidente il fatto che il Fortunato, a causa delle restrizioni imposte dalla regola monastica, non poté essere a conoscenza di episodi fondamentali della vita dell’amica.
Baudonivia inizia a comporre la biografia verso l’anno 600. Nel prologo dedica l’opera alle consorelle e afferma di aver accettato il difficile compito soltanto per aggiungere ciò che Fortunato ha tralasciato di dire. Il latino utilizzato dalla monaca è piuttosto rozzo. Tuttavia, l’immagine tracciata di Radegonga nella sua biografia è più interessante e varia di quella del grande letterato. Baudonivia mette in evidenza la psicologia della regina, i suoi desideri di donna e di cristiana, la sua vita mistica e insieme la sua passione politica. L’interesse politico di Radegonga è in contraddizione con i propositi del monachesimo: la regina è rimasta, in fondo, regina anche dentro le mura monastiche.
Nel suo latino ancora incerto, Baudonivia la biografa riesce a manifestare una coscienza insieme spirituale e politica di alto significato.
La terza protagonista del libro è Dhouda. Si è concordi nel fissarne la nascita verso l’803 da un casato aristocratico dell’area settentrionale del regno franco. Nell’826 Dhouda ebbe il primo figlio, Guglielmo, da Bernardo di Settimania (nominato governatore della Marca ispanica dall’imperatore Ludovico il Pio), costretto a vivere lungamente lontano da casa. Bernardo si distinse per le gesta militari ed entrò nelle grazie dell’imperatrice Giuditta, seconda moglie di Ludovico il Pio, che lo fece nominare ciambellano e gli affidò la tutela del piccolo Carlo il Calvo. Nell’841 Dhouda ebbe il secondo figlio, Bernardo, che le fu subito sottratto dal marito. Guglielmo era già da tempo lontano e faceva forse il paggio presso qualche nobile di corte. Nell’844 Bernardo fu condannato a morte per tradimento da Carlo, proprio dal giovane sovrano del quale era stato tutore. E quattro anni dopo, il primogenito Guglielmo venne decapitato perché ritenuto colpevole di alto tradimento.
In questo contesto si svolge la vita di Dhouda, una vita fatta di solitudine e malinconia. Probabilmente la necessità di spezzare la barriera di solitudine e di incomunicabilità che la opprimeva la indusse a scrivere il Manuale dedicato al figlio Guglielmo. Il Manuale si distingue in quanto scritto da una donna (di ceto aristocratico, ma sempre donna) e, soprattutto, in quanto dedicato da una madre angosciata a un figlio lontano freddamente e ruvidamente strappatole. Essa lo avviò poco dopo che il secondo figlio le veniva tolto, e lo completò il 2 febbraio dell’843. Dhouda esorta il figlio ad amare e rispettare Dio, il padre e Carlo il Calvo, suo signore. Egli vi avrebbe trovato, come afferma la donna nel prologo, tutto quello che desiderava conoscere; il manuale sarebbe stato per lui uno specchio, in cui contemplare la salvezza della sua anima. In esso confluiscono morale laica e morale religiosa, poiché Dhouda, con grande nobiltà, esorta il figlio al rispetto di quelle regole e convenzioni familiari, sociali e politiche, delle quali anche la donna è vittima innocente. Nei testi altomedioevali i sentimenti degli autori solitamente vengono manifestati secondo regole precise. Dhouda esprime forse il suo amore per il figlio, il suo desiderio di sentirlo comunque vicino. Affidarsi a un libro è forse, per Dhouda, una misura estrema, un modo per mantenere un legame. E’ impossibile per noi decodificare l’amore d’una madre per un figlio nel IX secolo. Possiamo soltanto sottolineare il fatto che Dhouda è dotta; nella sua opera si riflettono le Scritture, Agostino, Gregorio Magno, Isidoro, Alcuino, Prudenzio, Donato e conosce, pur non citandoli, alcuni autori classici quali l’Ovidio degli Amores.
Anche Rosvita apparteneva con ogni probabilità a una famiglia nobile. Nacque intorno al 935 in Sassonia e operò nella seconda metà del secolo X tra la corte degli Ottoni e il convento di Gandersheim, nel quale era canonichessa. Dedicò l’intera sua vita allo studio e all’attività letteraria. Versificò otto leggende agiografiche, due poemi in esametri per celebrare rispettivamente le imprese di Ottone I e le origini del proprio convento; ma l’opera grazie al quale è conosciuta sono i sei dialoghi drammatici, elaborati col dichiarato proposito di combattere le pericolose commedie terenziane contenenti “oscene sconcezze di donne senza pudore”.
Rosvita non scrive opere di teologia, ma piuttosto di edificazione e di spiritualità, il cui fine ultimo è l’esaltazione di Dio e di chi ha fede in lui. La castità rimane per la poetessa il più alto ideale di vita: solo grazie alla forza che deriva dalla comunione con Cristo, la donna è infatti in grado di vincere la sua innata debolezza e la naturale inferiorità nei confronti dell’uomo.
Un fascino misterioso circonda l’enigmatica figura di Trotula, vissuta forse nel secolo XI e legata alla Scuola medica salernitana. Nei secoli XIII-XV, quando il suo nome raggiunse la massima celebrità, le venne attribuita la paternità di due opere: “Come rendere belle le donne” e “Le malattie delle donne prima, durante e dopo il parto”. Il primo è un trattato di cosmesi, in cui vengono dati consigli utili alle donne per mantenere e potenziare la propria bellezza e per curare le malattie della pelle. Il secondo è un vero e proprio manuale di ostetricia, ginecologia e puericultura, e il primo trattato di ginecologia attribuibile a una donna. Nel tardo Medioevo, quando si parlava di disturbi e di malattie oppure di cosmesi, si faceva riferimento a Trotula come a un’autorità indiscussa. L’essere donna le assicurava la fiducia delle altre donne, mentre l’appartenenza alla Scuola medica salernitana era garanzia della qualità e della validità delle terapie da lei suggerite.
Le due opere che le sono state attribuite per secoli e che sono state pubblicate sotto il suo nome, in realtà non furono materialmente scritte da lei, mentre l’unica sua opera autentica è tuttora inedita. La sua figura divenne oggetto di dibattiti polemici tra convinte femministe, pronte a designarla come precorritrice del movimento e studiosi più o meno misogini, pronti a negarne addirittura l’esistenza.
Eloisa è la prima donna a cui è possibile attribuire il titolo di intellettuale. A soli sedici anni (nata nel 1100, forse a Parigi) si innamorò follemente del suo maestro, di quarant’anni circa, Abelardo. I due si amarono senza discrezione: non usarono nessun accorgimento per tenere nascosto il loro amore, in questo fuori dal tempo e ben consapevoli, soprattutto Eloisa, della loro singolarità. Ma ciò non poteva avvenire senza conseguenze. La reazione della famiglia di lei fu immediata: lo zio tutore li separò, ma la separazione materiale avvicinò ancor più i loro cuori. Senza timori Eloisa comunicò, per via lettera, al suo amato di aspettare un figlio. Abelardo la rapì e la portò nella lontana Bretagna in casa della sorella. Dopo la nascita del bambino, lo zio, impazzito per la vergogna minacciò di uccidere la donna, poi convinto dallo stesso Abelardo accettò la proposta di un matrimonio riparatore. Eloisa non vedeva nella gravidanza un motivo per sposarsi, vi scorgeva solo il segno chiaro e splendido del suo legame con Abelardo, e rifiutò il matrimonio. In seguito Eloisa dovette rassegnarsi a sposarsi, ma la famiglia della donna per ottenere completa riparazione divulgò il segreto. Abelardo la rapì ancora una volta e la portò al monastero di Argenteuil vestita da monaca. I parenti di Abelardo vi videro un tradimento alla parola data e, durante una notte, tagliarono quella parte del corpo che era stata strumento del suo peccato. Più per vergogna che per vera vocazione, e dopo aver fatto prendere il velo all’Argenteuil a Eloisa, Abelardo si rifugiò in un monastero, nella vicina abbazia di Saint-Denis.
A distanza di dieci anni della loro separazione i due sposi si incontrano e riprendono a vedersi molto spesso. Ma una nuova e definitiva separazione era prossima: Abelardo divenne abate in un monastero lontano, nella Bretagna dove era nato. Tra i due iniziò allora uno scambio di lettere, che rappresentano alcune delle più celebri testimonianze d’amore e filosofia. Nel linguaggio curato, ricco di citazioni, di finezze stilistiche si riflette tutto l’universo della cultura del secolo. Il carattere appassionato e “profano” delle lettere di Eloisa è stato giudicato estraneo all’epoca. La loro autenticità è ancora oggi argomento di discussioni e polemiche accese, ma la singolarità di Eloisa fu appunto quella di essere la prima “donna intellettuale”, proprio negli anni in cui la fisionomia di questa figura si veniva delineando. L’intellettuale è, di solito, un uomo, chierico: Eloisa era una donna e, all’epoca della sua prima formazione culturale, aveva ricevuto un’educazione decisamente laica. L’esperienza vissuta e, soprattutto, il modo di essere davvero singolare per la sua epoca, fanno di Eloisa una donna davvero eccezionale.
La penultima figura femminile ad essere proposta è quella di Ildegarda. Nata nel 1098 a Bermesheim, in una famiglia nobile e numerosa, a soli otto anni venne affidata al convento benedettino di Disidodenberg per ricevere un’accurata educazione. Fin dalla tenera età di cinque anni era soggetta a visioni soprannaturali e, soltanto a quarantatre anni, per ordine divino, rese pubblico il contenuto di tali visioni. Per trascriverne il contenuto si servì dell’aiuto di diversi segretari e aiutanti. Nel corso di trent’anni di intensa attività, scrisse ispirata da Dio opere di grande mole: Scivias, Liber vitae meritorum, Liber divinorum operum. Affrontò con decisione e fermezza anche questioni al di fuori dello stesso monastero e, caso unico per una donna, predicò non all’interno della chiesa, ma direttamente davanti al popolo. Nonostante la monaca si ritenesse ignorante e incolta, altre opere rivelano che Ildegarda aveva buona conoscenza non solo della Bibbia, ma anche delle scienze naturali, degli autori latini e della filosofia neoplatonica.
L’itinerario si conclude con il ritratto della patrona d’Italia, Caterina da Siena, che praticamente analfabeta, come Ildegarda, imparò a leggere miracolosamente. Penultima di venticinque figli, di modeste origini, spinta dall’impulso divino iniziò la sua esperienza mistica entro le mura domestiche, senza sentire il bisogno di ritirarsi in convento. Verso i quindici anni Caterina uscì dal suo isolamento e si dedicò a opere di misericordia. Dal 1370 la sua vita mutò radicalmente: in una visione, Gesù le aprì il petto, ne estrasse il cuore e lo sostituì con il suo. Da questo momento, come lei stessa affermerà, la sua cella eremitica sarà solo interiore, sarà solo il suo cuore e la sua mente, mentre l’intera sua esistenza verrà proiettata nella vita pubblica e nella storia. Guidata da Dio intervenne con decisione nella vita politica del suo tempo, dapprima per sedare le discordie tra Siena e Firenze, poi per indurre il papa a lasciare l’esilio di Avignone e far ritorno a Roma. Morì a soli trentatre anni lasciando un vero e proprio modello di santità vissuta.
Restituendo la voce alle donne medievali si è dimostrato che il Medioevo, diversamente da quello che si suppone, fu la prima età storica in cui le donne raggiunsero un notevole grado di emancipazione sociale e culturale e iniziarono a porre le basi di quelle richieste di parità e uguaglianza che sono ancor oggi oggetto di scontri.
La condizione della donna nella società contemporanea è sicuramente migliorata ma, esiste ancora un enorme divario che, sia pure a livelli diversi a seconda dei continenti, esiste tra uomini e donne nell’intero nostro mondo. Questo perché, a mio avviso, non si è mai intervenuti nel problema “famiglia e divisione del lavoro al suo interno” e, soprattutto, senza un profondo cambiamento nelle convinzioni più antiche e radicate, non si riuscirà mai a ottenere una reale parità tra il sesso maschile e quello femminile. Il maggior ostacolo che esiste tra la donna e la sua possibilità di avere una vita di “prima” e non di “seconda” serie è infatti quello che viene definito il suo “ruolo di sposa e di madre”.
Poche generalizzazioni sono così vere per il mondo intero: le cure del ménage, non retribuite, sono dappertutto considerate come lavoro di donne. La donna di casa fa un lavoro “invisibile”, di scarsa soddisfazione e terribilmente ripetitivo. Un lavoro non socialmente riconosciuto benché rappresenti un contribuito enorme alla vita collettiva. Comunque sono milioni le donne che, oltre al lavoro in casa, ne hanno uno fuori casa e retribuito. Poco tempo fa mi è capitato di leggere uno dei tanti sondaggi che si trovano abitualmente su ogni giornale: in Italia l’85% delle donne con bambini e un lavoro a tempo pieno fuori casa sono sposate a uomini che non si occupano mai del ménage. Ma non va molto meglio negli altri paesi tanto che il risultato di questa scarsa collaborazione è che le donne europee hanno la metà del tempo libero rispetto ai loro compagni di vita. Il lavoro fuori casa delle donne penso sia assolutamente indispensabile, nella maggior parte dei paesi, per la sopravvivenza della famiglia, sia che si tratti di occuparsi del raccolto nei campi, che di battere a macchina in un ufficio o di lavorare in fabbrica. Ed è questa la ragione fondamentale per la quale, ormai, il pretendere che il lavoro domestico sia la sola ed esclusiva responsabilità delle donne diventa inaccettabile e irrealistico.
Molte volte mi domando se l’attuale sforzo di liberazione della donna, da parte delle più accese femministe, non rischi di fallire: negarsi come donna, appagarsi nel copiare i comportamenti dell’altro sesso, cercare di riprodurlo come una specie di modello ideale e perfetto si traduce in una negazione della propria originalità. Eppure il mondo rigorosamente maschile, fin dai tempi più antichi, ci appare contestabile ed è infatti contestato. E’ paradossale il fatto che alcune donne si accontentano di essere degli uomini mancati…
Medioevo
Origine del nome
Medioevo: eta’ di mezzo tra l’eta’ antica e quella moderna.
Sembra che il termine sia stato usato la prima volta dall’ umanista Flavio Bionda, nell’ "Historiarum ab inclinatione Romanorum Imperii decades", scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483. Secondo l’autore, il termine indica una parentesi tra due epoche, nella quale e’ avvenuta una sospensione del progresso, una stasi culturale che si colloca tra la grandezza dell’eta’ classica e la rinascita della civilta’ all’inizio di una nuova era.
Periodo storico
Con il termine "Medioevo" si indica il periodo della storia europea compreso tra il V secolo(caduta dell’Impero Romano di Occidente) e il XV secolo. Il Medioevo viene poi ulteriormente suddiviso in Alto Medioevo (V-X secolo) e Basso Medioevo (XI-XV secolo).
Le date 476 d.C., anno della deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente, e 1492, anno della "scoperta" dell’America da parte di Cristoforo Colombo, che tradizionalmente indicano l’inizio e la fine del periodo medioevale, sono convenzionali.
I Popoli
figura guerrieri con lance e fiamme
Il 476, anno della deposizione dell’ ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augustolo, non corrisponde ad un reale mutamento della societa’.
Il fattore principale che si rivelo’ decisivo per i cambiamenti intercorsi nei secoli successivi compare proprio nel V secolo. L’arrivo delle popolazioni germaniche (Angli e Sassoni in Germania, Vandali in Spagna, Visigoti in Gallia e in Spagna, Franchi in Gallia, Ostrogoti in Italia) all’interno dei confini dell’Impero modifico’ profondamente l’aspetto dell’Europa. Una nuova ondata di migrazioni tra il VII e l’VIII secolo porto’ in Italia i Longobardi, in Spagna gli Arabi e nella penisola balcanica le popolazioni slave, che bloccarono il tentativo operato da Giustiniano, Imperatore d’Oriente, di riconquistare i territori dell’Impero Romano.
Nel IX secolo, l’ascesa dei Carolingi permise l’unificazione del mondo cristiano e la restaurazione dell’Impero. Il potere politico era concentrato nelle mani di Carlo Magno, che nell’800 fu incoronato Imperatore dal papa Leone III.
L’unita’ dell’Impero Carolingio tuttavia non duro’ a lungo e dopo la morte di Carlo Magno esso si sfaldo’ a causa delle lotte di potere e dei particolarismi feudali.
I Vichinghi, nome attribuito ai diversi popoli nordici (Danesi, Svedesi, Norvegesi), sono protagonisti di ripetute scorrerie e ampi movimenti migratori nelle regioni centro-settentrionali d’Europa tra l’800 e il 1100.Nell’XI secolo Re Canuto II creo’ un Impero Scandinavo del Mare del Nord, comprendente Inghilterra, Danimarca e Norvegia.
Da li’ partirono per esplorare le terre disabitate dell’Atlantico (le isole Faroer, l’Islanda, la Groenlandia) e forse approdarono alla costa orientale del Nord America scoprendo il nuovo mondo ben 500 anni prima di Cristoforo Colombo.
L’apporto dato dai Vichinghi alla civilta’ europea e’ difficilmente individuabile, anche in ragione della loro grande propensione a fondersi con le grandi popolazioni con le quali entrarono in contatto.
Un secolo e mezzo dopo il loro insediamento in Normandia i Normanni Franco-Vichinghi si lanciarono con successo alla conquista dell’Inghilterra(1066), dell’Italia meridionale e della Sicilia(1060-1090) facendosi portatori di tecniche di coltivazione innovative e di grandi abilita’ nel campo dei commerci e della navigazione; di una lingua fortemente caratterizzata che si espresse in saghe destinate a un’immensa popolarita’ in eta’ medioevale; di istituzioni politiche e giuridiche originali , come l’istituto della giuria.
Cronologia: date ed eventi piu’ importanti dal 476 alle Crociate
476: Deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’occidente, e data convenzionale dell’inizio del Medioevo.
500: Ascesa dei Franchi e del feudalesimo in Europa e diffusione del Cristianesimo.
570: Nascita di Maometto
VII sec: Diffusione dell’Islam
Inizio della dinastia dei Carolingi che regno’ sui Franchi dal VII al X secolo e la cui dominazione deriva dal piu’ noto esponente, Carlo Magno. La famiglia discendeva da Pipino il Vecchio a cui succedette il nipote Pipino di Heristal. A lui succedettero Carlo Martello e poi Pipino il Breve, che, nel 751, depose l’ultimo re Merovingio e venne incoronato re dei Franchi; egli fu il primo sovrano franco a ricevere la consacrazione religiosa da parte della Chiesa di Roma.
I suoi due figli, Carlomanno e Carlo Magno, regnarono dapprima congiuntamente; poi, dal 771, Carlo Magno divenne unico sovrano: il regno includeva l’odierna Francia, la Germania, l’Austria, la Svizzera e l’Italia settentrionale. Il 25 dicembre dell’
- egli venne incoronato da papa Leone III primo imperatore del rinato Impero Romano d’Occidente (che nel XII secolo assunse il nome di Sacro Romano Impero).
Sacro Romano Impero: entita’ politica dell’Europa occidentale sorta nell’800 e dissoltasi nel 1806. Continuatore dell’eredita’ culturale e politico-istituzionale dell’Impero Romano d’Occidente, il Sacro Romano Impero riassunse, nel nome, la propria missione universale religiosa e politica. Sebbene i confini abbiano subito grandi trasformazioni nel corso della sua millenaria storia, cuore dell’Impero fu sempre la regione tedesca. A partire dal X secolo furono sempre i re di Germania, nominati dai Grandi Elettori locali, ad essere incoronati imperatori dai Papi di Roma.
L’impero d’occidente svolse un ruolo importante nella vicenda politico-religiosa del continente europeo. Tratto peculiare di questo periodo fu l’aspra contesa tra Papi (in particolare Gregorio VII) e imperatori (nella persona di Enrico IV) per la lotta per l investiture. Nel 1157 Federico Barbarossa designo’ come "sacro" l’impero da lui guidato, intendendo cosi’ accentuare il mandato religioso di cui si sentiva investito. Questo compromise le relazioni con il papato. I suoi interventi armati in Italia si scontrarono con la resistenza opposta dalla Lega Lombarda. La vittoria della Lega su Federico a Legnano garanti’ l’autonomia dei Comuni.
- Battaglia di Hastings tra l’esercito sassone di Aroldo II d’Inghilterra e i soldati del duca di Normandia, il futuro Guglielmo il Conquistatore.
Le Crociate (1096 – 1500)
Gruppo di Crociati a cavallo
Verso il 1000 due grandi poteri si erano affermati nell’Europa occidentale: l’Impero ed il Papato. Altri due centri di potere facevano sentire la loro influenza nel mondo medioevale: l’antico Impero d’Oriente e la crescente potenza musulmana. Gli arabi nutrivano il sogno ambizioso di trasformare la civilta’ e la religione dell’Occidente in una civilta’ e in una religione arabe.Esaurito il primo slancio guerriero, gli Arabi avevano finito con l’arruolare nei loro eserciti le milizie di un popolo mongolo da loro sottomesso e convertito all’islamismo: i Turchi.
Questo clima di religiosita’ guerriera si presentava quanto mai favorevole ad un movimento dell’occidente contro l’oriente, della cristiantita’ contro l’Islamismo.
Figura Crociatone –
figurine 12, 13, 23, 24
La prima Crociata
Figura Pietro l’Eremita
Pietro l’Eremita comincio’ a chiamare a raccolta tutti i disperati, indicando loro uno scopo per la loro povera esistenza fallita: andare in Terrasanta a liberare il sepolcro di Cristo.
Si formarono cosi’ quattro eserciti, corrispondenti ai quattro principali centri di arruolamento. Nel dicembre del 1096 l’armata di Goffredo di Buglione giungeva dinanzi a Costantinopoli. Il 7 giugno del 1099 l’esercito cristiano giungeva davanti a Gerusalemme e il 12 agosto la conquisto’.
Itinerari prima Crociata
La seconda Crociata
Nel 1144, il governatore turco di Mosul si gettava improvvisamente sulla contea di Edessa. Tutto il mondo cristiano in Oriente si senti’ minacciato e giunsero in Europa urgenti richieste di aiuto.
Il primo ad accogliere l’appello fu il re di Francia Luigi VII. Si trattava di un grande pellegrinaggio armato, senza idee molto chiare su cio’ che avrebbe fatto.
Quando l’esercito crociato fu giunto sotto le mura di Damasco, divenne chiaro che la conquista avrebbe richiesto un lungo assedio; sorsero discordie tra i Cristiani, Luigi VII si ritiro’ a Gerusalemme: la Crociata era fallita.
Itinerari seconda Crociata
La terza Crociata
Il 5 gennaio del 1187 cadeva una prima volta il piccolo regno di Gerusalemme. Il papa, Gregorio VIII, si rivolse ai principi cristiani invitandoli a interrompere le loro varie contese per unirsi in una nuova Crociata; il Barbarossa si muove per primo, nel maggio del 1189.
Riccardo Cuor di Leone era il capo riconosciuto degli eserciti cristiani, ma, entrato a Gerusalemme, perse tempo in lunghe trattative che si trascinarono fino al mese di novembre del 1191.
Riccardo e il Saladino, il guerriero capo dei Turchi, firmarono una tregua di tre anni per la quale ai Cristiani era riconosciuto il possesso di quasi tutte le citta’ lungo la costa della Terrasanta; Gerusalemme rimaneva al Saladino, ma poteva essere visitata senza pericoli dai pellegrini cristiani.
Itinerari terza Crociata e figurina 26
La quarta Crociata
Nel 1197, un esercito crociato tedesco si riuniva nelle Puglie; numerosi altri feudatari di Francia aderirono al giuramento. Fra il luglio e l’agosto del 1202 l’esercito crociato si riuni’ a Venezia. L’esercito non era molto numeroso, ma era in compenso ben organizzato e, questa volta, aveva un piano preciso. Ma la quarta Crociata si concludeva, invece che con la conquista dei luoghi santi, con quella dell’Impero d’Oriente. Tra la Chiesa di Roma e quella orientale l’antagonismo divenne ancora piu’ grave, e gli unici ad avere dei vantaggi furono i Veneziani e, piu’ tardi, i Genovesi. Tra i tesori che i Veneziani portarono in patria da Costantinopoli vi furono i quattro magnifici cavalli di bronzo che furono messi sul portale della Basilica di San Marco.
Itinerari quarta Crociata e figurine 27, 28
La quinta Crociata
Nei primi anni del 1200 una ondata di religiosita’ attraversava l’Europa; questo parve al pontefice un segno quanto mai propizio a una nuova spedizione contro gli infedeli; nel 1215 Innocenzo IV bandiva ufficialmente la Crociata.
Federico II aveva incominciato a trattare con il Sultano d’Egitto e giunse ad un accordo vantaggioso: ottenne il possesso di Gerusalemme. In compenso riconosceva ai Musulmani il possesso della Moschea di Gerusalemme.
Itinerari quinta Crociata
La sesta Crociata
Il mondo feudale si era impoverito perche’ era un mondo che non produceva e trovava la sua principale risorsa nelle guerre. Si arricchiva invece, nelle citta’, la borghesia, con il commercio pacifico.
Quando il pontefice Innocenzo IV, alla notizia della nuova caduta di Gerusalemme, si affretto’ a bandire, nel 1245, una nuova Crociata, gli stati europei rimasero freddi al suo appello.L’unico che accolse l’invito del pontefice fu il re di Francia Luigi IX.
Nel giugno del 1248 Luigi IX partiva da Parigi con il suo esercito; aveva un piano di guerra: aggredire la potenza turca nel suo centro:l’Egitto.La piena del Nilo ritardo’ la partenza e i Crociati dovettero costruire terrapieni tra i pantani, ma i Turchi disturbavano quel lavoro faticoso: i Crociati non riuscirono ad avanzare e dovettero accamparsi tra gli acquitrini. Cominciarono le epidemie e i viveri vennero a mancare; stremato e affamato, l’esercito cristiano si arrese al nemico.
Nel 1254 Luigi IX tornava in Francia: la Crociata era fallita.
Itinerari sesta e settima Crociata
La settima Crociata
Dopo il 1265 il papa Clemente IV incito’ ancora ad una Crociata; rispose solo Luigi IX che parti’ nel 1270 illudendosi di convertire al Cristianesimo il sovrano turco e di muovere poi con lui contro l’Egitto. Ma nel campo cristiano infurio’ poco dopo lo sbarco la peste. Lo stesso re e suo figlio ne furono colpiti e morirono. Ogni progetto di conquista venne abbandonato: la grande avventura orientale si era conclusa.
Luigi IX e figurina 25
Le Crociate furono anzitutto, almeno in un primo tempo, un fatto religioso. Ma esse influirono profondamente su tutta la vita europea e su tutta la civilta’ occidentale.
Economicamente l’esperienza crociata provoca lo sviluppo dei commerci e dei centri cittadini; i modi di vita si raffinano, la rozza architettura dei primi castelli feudali diviene varia e complessa e gli interni piu’ ricchi.Attraverso l’oriente il mondo medioevale si riavvicina all’antico mondo greco romano.
Nelle Crociate si possono vedere le origini di quel periodo glorioso che seguira’ il medioevo e nascera’ da esso come un magnifico fiore da un rozzo tronco: il Rinascimento.
1215: Magna Charta
La Magna Charta fu concessa il 15 giugno 1215 da Giovanni Senzaterra, re di Inghilterra, ai baroni inglesi, ed e’ considerata il fondamento delle liberta’ costituzionali inglesi.
Nella Magna Charta per la prima volta venivano definite formalmente le relazioni tra re e baroni, codificando i diritti e i doveri della feudalita’ e riformando il sistema giudiziario. Molti abusi di autorita’ furono con essa limitati.
Il commercio venne protetto, garantendone il libero esercizio a Londra e in numerose altre citta’, villaggi e porti d’Inghilterra (anche per i commercianti stranieri) e con l’istituzione di un sistema di pesi e misure ufficiale.
Il Castello Medioevale
Usi e Costumi
L’alimentazione
Molti grandi castelli avevano un dispensiere che badava alle scorte alimentari.
Per fare il pane era necessario macinare i cereali e alcuni castelli avevano il loro mulino. La carne veniva affumicata o salata per conservarla, mentre le verdure venivano essiccate o messe in salamoia. Il latte era trasformato in burro o formaggio molle; con gli scarti si produceva un formaggio duro che veniva consumato dai servi.
Per attingere l’acqua dalle falde sotterranee venivano scavati pozzi profondi. Alcuni castelli tenevano api per produrre il miele.Il cantiniere curava i rifornimenti di vino del castello.
I castelli piu’ grandi avevano frutteti, vigneti ed orti. Le squadre di caccia del signore portavano dalle foreste cervi e daini, cinghiali e fagiani.
salatura della carne, acqua dal pozzo e mulino
La cucina
Tutte le cucine avevano un grande calderone di ferro; a volte veniva riempito con molte pietanze diverse, per cuocerle insieme.
Il cibo era spesso pesantemente speziato, e anche colorato con tinte vegetali. Nel fianco del camino grande c’era un forno a cupola per cuocere il pane.
Il banchetto
In occasioni particolari nel grande salone del castello si allestivano dei sontuosi banchetti, che iniziavano presto e si prolungavano per molte ore. Il cibo era morbido e pastoso e veniva servito in grandi piatti condivisi da piu’ commensali.
Gli invitati mangiavano con le dita oppure con coltelli e cucchiai.
La vita domestica
Nei primi castelli la vita non era affatto comoda, ma gia’ nel XII secolo i castelli avevano camere da letto e salotti ben arredati, riscaldati da camini e illuminati da candele.
Nel Medioevo solo pochi sapevano leggere e scrivere. I menestrelli spesso visitavano i castelli per intrattenere gli ospiti.
I figli dei nobili a sei o sette anni andavano a vivere in un altro castello; la maggior parte dei signori e delle signore si sposavano prima dei quattordici anni.
Nel Medioevo si credeva fermamente che le donne fossero inferiori agli uomini.
Igiene e salute
Nel Medioevo ci si preoccupava molto meno di oggi della pulizia. I topi erano dappertutto ed erano portatori di malattie. Solo i piu’ ricchi potevano permettersi un bagno caldo.
I medici ricorrevano alle piante per curare i loro pazienti.
L’abbigliamento
La moda era molto importante nel Medioevo: i piu’ facoltosi si abbigliavano con sfarzo per impressionarsi a vicenda e a partire dal XII secolo la moda si fece sempre piu’ elaborata: gli abiti delle donne avevano degli strascichi, i cappelli erano molto alti; casacche corte e scarpe a punta andavano per la maggiore.
La cappella e la vita religiosa
Nella cappella i signori iniziavano ogni loro giorno partecipando ad una breve funzione celebrata dal prete. Gli uomini del Medioevo erano molto devoti e compivano pellegrinaggi.
Le feste religiose erano una parte importante della vita del popolo e sulle piazze si vedevano spesso sacre rappresentazioni.
La caccia
Lo sport preferito era la caccia. Ogni signore aveva il suo segugio prediletto e cacciava cervi, daini, cinghiali, lupi, volpi e orsi. Alcune zone erano riserve di caccia del re e i cacciatori di frodo erano severamente puniti
La giostra
Nel Medioevo i giochi di guerra erano molto popolari. In enormi campi aperti si tenevano i tornei, finte battaglie che coinvolgevano centinaia di uomini e che poi divennero delle feste spettacolari.
La gara piu’ emozionante era la giostra: uno scontro frontale tra due cavalieri, allo scopo di disarcionare l’avversario con una lancia di legno.
Comuni e Signorie
Arte e Cultura
Figura monaco
L’attivita’ culturale del Medioevo consistette soprattutto nella conservazione del sapere degli antichi. Gli ordini monastici, in particolare quello benedettino, svolsero un ruolo fondamentale in questo senso: una delle attivita’ principali dei monaci, oltre alla preghiera, era proprio la trascrizione dei testi classici che venivano copiati a mano dai monaci nella biblioteca dei monasteri. Vennero trascritte opere a carattere universale.
Alla base del sapere vi era la Bibbia e la teologia era considerata la scienza piu’ importante. In questo contesto nacque l’arte romanica, che si sviluppo’ nell’Europa occidentale tra l’XI e il XII secolo.
Nel campo culturale l’XI e il XII secolo furono secoli di grande fervore. Nacquero le prime universita’, si svilupparono gli studi di filosofia, teologia, medicina e diritto; si diffusero in Europa i testi scientifici arabi , tradotti in latino. Nell’XI secolo venne istituita l’Universita’ di Bologna, la piu’ antica d’Europa, famosa per lo studio del diritto canonico e del diritto romano, e due secoli dopo l’Universita’ di Parigi. La Scolastica si impose nella ricerca filosofica; nel campo letterario nacque una nuova letteratura in lingua latina e in volgare; la lirica amorosa, il romanzo cortese e le cronache furono i generi che meglio manifestarono la complessita’ della societa’ civile.
Nel campo della filosofia e delle lettere l’opera di S.Tommaso d’Aquino e quella di Dante Alighieri rappresentano la massima espressione della cultura medioevale.
Personaggi celebri
Giustiniano I San Benedetto Gregorio Magno
Maometto Carlo Magno Goffredo di Buglione
Riccardo Cuor di Leone Federico Barbarossa Federico II
Marco Polo Tommaso d’Aquino Gian Galeazzo Visconti
Attendolo Muzio Sforza Galeazzo Maria Sforza Giulio II
Lorenzo de’ Medici Niccolo’ Machiavelli Bartolomeo Diaz
Isabella di Castiglia Cristoforo Colombo
Caravella
IL MEDIOEVO
La città
In un mondo che rimarrà per tutto il Medioevo fondamentalmente rurale, il nuovo millennio si apre sotto il segno dello sviluppo urbano.
Che si tratti della rinascita delle vecchie città romane - particolarmente numerose in Italia - o della formazione di nuovi agglomerati - più frequente nell'Europa centro-settentrionale - si impone con forza sempre maggiore una realtà inedita.
La città riprende tutta la sua funzione di centro politico; amplia il suo controllo sul territorio circostante, diviene il nodo di relazioni economiche in espansione.
All'interno delle sue mura, prende forma una società i cui personaggi principali sono gli uomini d'affari, ma anche i professionisti del diritto e gli intellettuali; una società che considera come valori la ricerca del profitto, il lavoro, il senso della bellezza, l'aspirazione all'ordine e al decoro.
L'età dell'espansione
Fra il X e il XIV secolo si verificò una forte espansione delle città.
Fu un fenomeno spettacolare e nuovo, che cambiò la fisionomia dell’Europa.
Fu anche un fenomeno complesso, dato che nella formazione delle città medievali nessun esempio sembra uguale all'altro.
Oltre a quelle mantenutesi tali nell'alto Medioevo, alcune città nacquero dall'evoluzione di centri di mercato o di castelli, altre da centri fortificati per motivi militari, altre ancora dallo sviluppo di località tappe di pellegrinaggi, o dalla programmata decisione di un signore.
Indubbiamente si trattò di un processo favorito dalla crescita economica: l'accresciuta produzione agricola permetteva di nutrire una popolazione in aumento, le attività artigianali occupavano un numero crescente di uomini e donne; lo slancio delle costruzioni attirava in città una più numerosa manodopera e le esigenze del commercio ne facevano un polo degli scambi. Il Comune
Fra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, in quasi tutta l’Europa occidentale, gli abitanti della città si organizzarono per governarsi da soli giurando, a tal fine, di aiutarsi l’un l’altro: quest’associazione giurata, che non comprendeva soltanto mercanti e artigiani, ma anche nobili ed ecclesiastici, prese il nome di Comune.
A differenza di quello feudale, profondamente asimmetrico, questo giuramento fu di carattere egualitario, ma ciò non escluse l’esistenza di lotte e conflitti.
In effetti, nell’origine e nel successivo sviluppo del Comune, si bilanciarono due opposte tendenze: la coscienza dei cittadini di essere comunità e l’aspirazione egemonica delle grandi famiglie in lotta fra loro.
Il Comune nacque da un compromesso provvisorio fra le due tendenze e realizzatosi all’interno della classe dirigente - la cui concordia, infatti, era fondamentale presupposto nella creazione degli organi governativi - e poi fra i cittadini più eminenti e il resto della popolazione. Il commercio
Nella generale ripresa dell’economia europea registratasi intorno al Mille, lo sviluppo dei traffici rappresentò uno degli elementi più dinamici.
Pur continuando ad occupare direttamente soltanto una piccola minoranza della popolazione del Continente, infatti, tra X e XIV secolo, il commercio passò gradatamente dalla periferia al centro della vita economica.
Alla base di questa svolta vi furono la fine della tormentata stagione delle migrazioni, una ritrovata sicurezza sulle strade e sui mari, l'incremento della popolazione, ma soprattutto la crescita della produzione agricola, che rese disponibili prodotti in eccedenza da scambiare.
Messo in moto dalla trasformazione delle campagne, il commercio trovò tuttavia il suo punto di forza nelle città e nei loro punti di scambio, e, inoltre, nell'affermarsi di un'economia più spiccatamente urbana, monetaria e mercantile.
La produzione di beni
Nell'economia del basso Medioevo assunse un’importanza crescente la produzione di beni non agricoli.
Sebbene non fosse sconosciuta in ambiente rurale, dove operavano, per esempio, il fabbro di villaggio e il tessitore, è indubbio che essa venne progressivamente concentrandosi nelle città.
Le forme in cui tale attività si manifestò non furono, peraltro, sempre le stesse.
Secondo i luoghi e i momenti, si ebbero una produzione domestica e una imperniata sulla bottega, una produzione svolta da liberi artigiani ed una effettuata prevalentemente da manodopera salariata; una produzione promossa da privati ed una organizzata dallo Stato, una produzione su scala limitata ed una di grandi dimensioni.
E spesso i diversi sistemi di organizzazione del lavoro finirono per convivere e sovrapporsi. I Comuni, il Papato e l'Impero
Nella seconda metà del XII secolo e in tutto il XIII continuò l'espansione dei Comuni italiani, ma la loro affermazione giuridica, politica ed economica non fu certo lineare.
Al loro interno, infatti, si accesero ben presto contrasti profondi fra le famiglie, le fazioni e i ceti sociali.
All'esterno una nuova conflittualità, generata dalla costante ricerca di posizioni di egemonia, divise le città comunali in schieramenti che si scomponevano e ricomponevano senza sosta.
Queste vicende, in più, non avvenivano in uno scenario vuoto, ma si intrecciavano con quelle dei due maggiori poteri del tempo, il Papato e l'Impero, il cui antagonismo coinvolgeva in complesse strategie politiche e militari le nuove realtà cittadine.
La campagna
Possiamo immaginare l’Occidente medievale dei secoli XI-XIV come una grande foresta, nella quale i campi lavorati e seminati aprivano progressivi vuoti.
Il 90% della popolazione viveva in campagna e, anche in un paese estremamente urbanizzato come l’Italia, il mondo contadino, ancora alla fine del Medioevo, concentrava più di due terzi della popolazione totale.
Il duro lavoro dei campi, la vita regolata dal ritmo del sole, dal clima, dai cicli del suolo e della vegetazione hanno impresso tratti indelebili alle popolazioni occidentali legate, per la loro sopravvivenza, ai successi o agli insuccessi dell’agricoltura.
Il mondo medievale poggiava, dunque, su ampie basi rurali, e il lavoro del contadino costituiva il cardine di un’intera società.
Dalla rinascita alla "crisi" del Trecento
Visto dalle campagne, l'arco di secoli che va dalla fine del X secolo alla fine del XIV presenta fasi molto diverse.
Nella prima, prolungatasi fino agli ultimi decenni del Duecento, l'aumento graduale della popolazione europea, che attingeva a risorse disponibili in abbondanza, perché non ancora adeguatamente sfruttate, generò una prolungata espansione della produzione agricola.
Nella seconda, collocabile fra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, il motore dello sviluppo si inceppò e il sistema economico mostrò di essere giunto al suo punto-limite.
Nella terza, che si aprì con la peste del 1348, la società rurale fu investita dalle conseguenze economiche e sociali di una brusca decongestione demografica.
Castelli e potere
I castelli sono uno dei simboli con i quali è più spesso rappresentato il Medioevo, eppure queste strutture fortificate divennero una presenza consueta nel paesaggio dell'Occidente non prima del X secolo.
La loro creazione segnò, comunque, l'inizio di una nuova fase della storia del potere.
In un'Europa minacciata dalle aggressioni dei Saraceni, degli Ungari e dei Vichinghi, e nella quale l'autorità dei sovrani appariva sempre più lontana e latitante, la proliferazione delle fortezze ebbe il risultato di rafforzare la dimensione locale del potere.
Assicurando la difesa delle popolazioni, ossia la prima funzione di ogni apparato pubblico, i signori dei castelli riuscirono a concentrare nelle loro mani quelle prerogative di comando, di giustizia e di prelievo fiscale fino ad allora appartenute ai re.
Tutti i rapporti sociali e l'intera società rurale ne furono profondamente toccati.
La società signorile
Nei secoli XI-XIII attorno alla signoria, che può essere considerata come l'elemento caratterizzante della storia del potere nelle campagne, si costituì un'intera società.
Il suo simbolo materiale più forte era il castello, residenza del signore, i suoi turbolenti guardiani i cavalieri, il suo fondamento più solido il lavoro dei contadini.
Era un mondo in cui i legami personali, e in particolare quelli che univano signori e vassalli, assumevano un'importanza crescente; un mondo permeato dai codici dell'onore e della fedeltà, attento al valore simbolico dei gesti, dove l'aristocrazia tendeva a costituirsi in casta chiusa.
Gli intellettuali lo dipingevano armonicamente composto di tre "ordini" e scandito da una gerarchia di poteri discendenti dall'autorità regia.
In realtà era il trionfo di autonome forze locali, a lungo refrattarie a ogni inquadramento, dotate di una sufficiente base terriera, di clientele armate e della capacità di funzionare come poteri tendenzialmente pubblici. La pressione della città rispetto alla situazione delle campagne europee l'Italia presenta una forte peculiarità.
Già a partire dal XII secolo nel gioco dei rapporti interni alla società rurale si inserirono sempre più frequentemente le città, via via più vivaci sotto il profilo economico e rese politicamente autonome dallo sviluppo delle istituzioni comunali.
Da un lato esse costituivano poli di immigrazione per i contadini che vi intravedevano la possibilità di nuove attività economiche e il miraggio della libertà personale, dall’altro avevano un interesse crescente a controllare le campagne, da cui traevano il loro approvvigionamento agricolo.
In molti casi la penetrazione cittadina nei territori circostanti portò alla liberazione dei servi e al ridimensionamento dei poteri signorili sulla terra, ma la subordinazione politica ed economica dei contadini nei confronti dei proprietari terrieri si trasferì quasi per intero nelle mani della città. Scene di vita quotidiana
La ricostruzione dell'evoluzione economica delle campagne, delle trasformazioni dei sistemi di lavoro o delle vicende del potere conserva talvolta un carattere astratto, e non riesce a trasmetterci il senso dell'esistenza quotidiana dei protagonisti, maggiori e minori, della storia.
Per ottenere delle immagini più vivide è allora necessario interrogare fonti peculiari, come lo sono le rappresentazioni iconografiche, le cronache, le opere letterarie.
Non ci si deve attendere, però, di leggervi testimonianze obiettive.
Nate in un ambiente colto e non di rado aristocratico, esse riflettono gli stereotipi con i quali i ceti superiori, cui appartengono buona parte degli ecclesiastici, guardano se stessi e gli altri.
La religione
Nel Medioevo la fede permeava ogni aspetto dell'esistenza.
Cristo, gli apostoli, i profeti ammonivano e consolavano gli uomini dai timpani delle cattedrali e dagli altari.
La croce e le immagini dei Santi, sistemate ai crocicchi delle strade e dei ponti, accompagnavano il cammino dei viandanti; le campane delle chiese e dei conventi fornivano alla giornata la sua trama temporale.
In nome di Dio il papa governava la società cristiana, in nome di Dio regnavano i sovrani, unti con l'olio sacro.
Gli strumenti di lavoro, gli animali, il cibo, le stesse armi venivano solennemente benedette.
I patroni celesti erano invocati a ogni turbamento dell'ordinato corso della natura e le loro reliquie assumevano, per i luoghi che le custodivano, il valore di presenze rassicuranti.
I pellegrini, i viaggiatori del Medioevo
Chi viaggiava nel Medioevo ? Generalmente i motivi che spingevano la gente a spostarsi erano il
pellegrinaggio e il commercio. Vi erano poi gli studenti, che passavano da un centro di studi all’altro, i
cavalieri erranti (generosi, o attaccabrighe), i predicatori, i messaggeri e i corrieri ; poche erano coloro
che viaggiavano per la curiosità di conoscere luoghi e genti diverse .
Le mete principali dei pellegrinaggi medievali erano tre : Roma, Gerusalemme e il Santuario di San
Giacomo di Compostela in Galizia ( Spagna ).
In Palestina si poteva giungere solo via mare, dai porti italiani di Genova e Venezia o da quelli francesi
della Provenza. A Roma e al santuario di San Giacomo si arrivava con lunghe marce a piedi o a dorso di
mulo, l’animale più adatto alla disastrate vie montane. I valichi alpini più usati dai pellegrini erano quelli
de Monginevro e del Moncenisio. La via più nota e battuta era la Francigena che, attraversando il Po
dopo essere salita per la valle del Taro e ridiscesa in Val di Magra verso Pisa e Lucca univa il Nord -
Euoropa a Roma.
I pellegrini diretti alla sede di Pietro erano detti “romei” perché Roma era la loro meta ; godevano di
particolari agevolazioni alle frontiere e pagavano pedaggi più bassi. Il loro afflusso aumentò ancora con la
proclamazione del primo Anno Santo, effettuata da Papa Bonifacio VIII nel 1300 ( in quell’occasione
andò a Roma Dante ).
Lungo le principali vie di comunicazione, soprattutto nei pressi dei valichi alpini e dei guadi dei fiumi
sorsero ospizi per ospitare i pellegrini e rendere meno duro il loro viaggio. Abbazie e conventi si
allineavano lungo le vie e lungo i fiumi percorsi da pellegrini e mercanti, e i monaci avevano fra i loro
doveri anche quello di assistere i viandanti considerando la loro esperienza nell’uso delle erbe medicinali e
confortavano gli infermi e gli affaticati con sciroppi, infusi e decotti.
Il viaggio tra disagi e insidie ad ogni passo
Molto vari potevano essere i motivi per cui si iniziava un pellegrinaggio : per il desiderio di chiedere sulla
tomba del santo la guarigione da una malattia, per scogliere un voto pronunciato in un momento di
bisogno e di pericolo per devozione, o semplicemente per il desiderio di viaggiare, una motivazione
questa che spesso era intrecciata con le altre.
A percorre le strade potevano, poi, essere pellegrini inviati in penitenza a Compostella dalla sentenza di
un tribunale ecclesiastico o anche da quella di un tribunale civile come si verificò nei Paesi Bassi, in
Germania, in Polonia o in Boemia.
Da un certo momento fecero la loro comparsa anche pellegrini che compivano il viaggio dietro
finanziamento al posto di altri che quel viaggio non erano in grado di affrontare o che avevano promesso
dio farlo in momento della loro vita e ora, giunti sul limitare dell’esistenza, si accorgevano con rammarico
e preoccupazione di non avere rispettato l’impegno.
Per mare e per terra
Il santuario di Compostella venne raggiunto da pellegrini proveniente da tutto quello che sino all’avvento
della Riforma protestante, era il mondo cattolico. Sostanzialmente lontana si tenne lontana la cristianità
orientale, che aveva i propri luoghi santi e i propri pellegrinaggi ( unica destinazione comune a tutti i
cristiani Gerusalemme e Terra santa ).
Coloro che si mettevano in viaggio per Compostella appartenevano ai più diversi strati sociali, ma più
numerosi erano gli ecclesiastici e i membri della nobiltà. Portare a termine una simile impresa, dati i tempi
e i costi che richiedevano, non era infatti cosa facile per chi vivesse del proprio lavoro e avesse da
mantenere una famiglia.
Vari erano i modi di viaggiare. Non era affatto diffusa quanto si potrebbe pensare la figura del pellegrino
solitario, non fosse altro perché l’autoimposizione, attraverso la solitudine, di una penitenza ulteriore
difficilmente poteva essere mantenuta lungo le strade, negli ospedali o nei luoghi di accoglienza a
pagamento. Più diffuso era il viaggio in coppia, in piccoli nuclei, di familiari e amici, e anche in grandi
gruppi, organizzati quasi in forma moderna, attorno a qualche figura che godeva di prestigio o aveva già
fatto il viaggio.
Fra i pellegrini non mancavano le donne, che furono comunque, nel complesso, meno numerose degli
uomini.
Si viaggiava a piedi ma anche a cavallo o alternando l’uno e l’altro modo, magari affittando
temporaneamente una cavalcatura. Si poteva compiere anche parte del viaggio via mare, sbarcando, ad
esempio, a Barcellona oppure a Bordeaux o a La Coruña, e proseguendo poi via terra a piedi o in sella.
Del grande porto catalano si servivano, ad esempio, i pellegrini dell’Italia centrale e meridionale, di La
Coruña gli Inglesi, gli Irlandesi, i Tedeschi del Nord e gli Scandinavi.
I tempi di viaggio via terra erano lunghissimi e richiedevano talvolta mesi tra andata e ritorno, quando si
partisse dalla Germania interna o dall’Italia centrale. Le imbarcazioni, che non si arrestavano neppure
nelle ore notturne, erano molto più veloci di chi marciava a piedi o viaggiava in sella, ma in questo caso
occorreva affrontare il mare cattivo, o le avversità dei venti o le loro improvvise cadute.
I costi del viaggio equivalevano talvolta al compenso che un artigiano o un lavoratore manuale era in
grado di percepire nel corso di molti mesi.
Non si deve pensare, infatti, che l’accoglienza all’interno degli ospedali potesse sopperire in tutto ai
bisogni di chi viaggiava.
Ad accogliere il pellegrino di passaggio potevano essere i privati, gli alberghi o gli ospedali. La prima di
queste possibilità è la meno documentata e avveniva sempre per via indiretta, vale a dire come una delle
forme di carità cristiana consigliata dalla chiesa. Nulla ci impedisce , però, di credere che talvolta, chi
accoglieva il pellegrino presso di sé, lo facesse dietro corresponsione di un compenso, magari modico.
Sugli alberghi le notizie diventavano, invece, più numerose a partire da un certo momento, anche perché
questo asilo a pagamento venne affermandosi proprio in connessione con la crescente animazione delle
strade e con la più fitta circolazione degli individui, fenomeni a cui i pellegrini dettero il loro contributo,
ma che appaiono, più in generale, con lo sviluppo complessivo della vita economica e degli scambi che si
verificò in Europa a partire almeno dall’XI secolo.
L’ospedale era invece la manifestazione più tipica della carità nei riguardi del pellegrino. Un tetto, un letto
anche soltanto un giaciglio per la notte, un fuoco per riscaldarsi, qualche cosa da mangiare costituivano
i conforti materiali che venivano offerti al pellegrino. A completarli venivano la pratica, simbolicamente
cristiana della lavanda dei piedi la partecipazione alla preghiera, la certezza di disporre del necessario
conforto religioso nel caso ci si trovasse in punto di morte. Il viaggiare comportava pure pericoli e disagi.
I disagi s’incontravano davanti agli alberghi o al loro interni per le insistenze e le false promesse degli osti
ai potenziali clienti, per gli imbrogli che essi perpetravano a danno di quelli che avevano scelto di
pernottare presso di loro. Altri disagi potevano riguardare le misure, i pesi, la qualità scadente del vino e
delle pietanze, la biada fornita ai cavalli, il cambio delle monete e altro ancora.
Sempre negli alberghi c’era una grande promiscuità e, data la consuetudine del tempo di dormire in più di
uno su un medesimo letto, si doveva sopportare talvolta la vicinanza di uno sconosciuto nel corso della
notte. Se invece si viaggiava a bordo di una nave, lo si faceva soffrendo le pene del mal di mare e una
terribile promiscuità, che costringeva talvolta da adagiarsi in un cantuccio in mezzo a una ressa di propri
simili. C’erano poi sia in mare che sulle strade di terra, ben più inquietanti pericoli diffusi e di diversa
natura : naufragi o attacchi dei pirati. Dei viaggi via terra, le fonti del tempo testimoniano le morti dei
pellegrini assiderati sulle montagne coperte di neve, gli attacchi dei lupi o quelli dei briganti che
popolavano tante contrade d’Europa, ma che si facevano più numerosi e audaci nelle zone boscose e
meno popolate dell’Appennino.
Sempre all’erta
Preoccupazione costante del pellegrino, come del resto di qualsiasi viandante, era dunque quella di stare
sempre con gli occhi ben aperti e con l’orecchio teso, pronto ad individuare o a informarsi su un
passaggio pericoloso della strada o ancora ad individuare in un compagno di viaggio un delinquente o un
truffatore mascherato. Le stade infatti vennero a conoscere sempre più tutta una folla di malviventi che
si fingevano pellegrini per danneggiare il prossimo.
Riguardo ai pellegrinaggi si pensa che secoli di grande fortuna siano stati l’XI, il XII e forse anche il XIII
mentre nei due secoli successivi si sarebbe manifestata una certa decadenza , se non forse nel numero dei
pellegrini certo nello spirito del viaggio, a seguito della diffusione dei pellegrinaggi su commissione e di
quello a seguito di condanne.Successivamente la Riforma Protestante ha sottratto a questa pratica una
buona fetta di popolazione europea , come i Tedeschi, gli Scandinavi o gli Inglesi.
Una miniera d’oro
L’esistenza e la fioritura della città di Santiago di Compostella sono indissolubilmente legate alla scoperta
della tomba dell’apostolo Giacomo, al suo culto e al pellegrinaggio.
La città diventa il centro religioso, economico e politico più importante della Galizia.
Dal ritrovamento della tomba del santo si sviluppa dunque l’urbanizzazione intorno agli edifici sacri
costruiti via via sul luogo della scoperta.
Entro il secolo XI il pellegrinaggio una dimensione europea. Nell’anno 1075 inizia la costruzione della
nuova cattedrale romanica. Per volontà dei monarchi la città diventa il fulcro di una signoria vasta e
potente, capoluogo quindi non solo religioso ed ecclesiastico ma anche politico. Notevoli sono le
ricchezze e le entrate della chiesa locale, come pure eccezionali i poteri signorili del vescovo - che in caso
di guerra scende in campo alla testa delle proprie truppe - sulla città e il territorio dipendente dalla chiesa.
Economicamente la città beneficia innanzitutto dei prodotti e dei redditi delle terre del vescovo ed è il
luogo di scambio giornaliero per gli abitanti dei dintorni. Ma il pellegrinaggio e la presenza di stranieri
porta alla crescita di attività come quelle del calzolaio, del fabbro, del cambiatore di monete e
dell’albergatore.
Un ospedale a cinque stelle
Collocato in un passaggio tanto obbligato quanto difficoltoso per la solitudine faticosa del percorso e per
la montagne e le gole incombenti, l’ospedale di Roncisvalle svolge una funzione basilare per il pellegrino
che si trova il passo pirenaico. Nel suo atto di fondazione ( 1127 - 1132 ) si parla delle “ molte migliaia di
pellegrini morti, alcuni soffocati dalle tormente di neve molti altri assaliti e divorati vivi dai lupi “.
L’ospedale riesce fin dall’inizio ad accogliere e a dare conforto ai poveri, agli ammalati, ai pellegrini che
si fermano alla sua porta. Retta da una comunità di monaci agostiniani, questa struttura si caratterizza per
ampiezza e disponibilità di mezzi. Già sulla porta d’entrata c’è un incaricato che offre del pane a chi è per
via e ne fa richiesta. A chi poi entra per prima cosa si lavano i piedi e la testa si fanno barba e capelli e si
accomodano le scarpe consumate. Il lavaggio dei piedi del pellegrino ricorda simbolicamente Gesù che
lava i piedi agli apostoli e si configura come gesto di carità e umiltà, oltre che come mezzo igienico e per
dare ristoro a chi a camminato per ore e ore. L’alimentazione fornita ai viandanti e ai pellegrini
comprende generalmente pane, legumi, verdura, frutta anche fatta venire da lontano. L’ospedale si
prende poi cura degli ammalati, posti su morbidi e comodi letti in ambienti divisi per sesso e illuminati di
notte. Quando qualche pellegrino muore riceve qui anche una degna sepoltura.
Ma al di là dei servizi, per così dire, di tipo materiale, pur se prestati per carità cristiana, gli ospedali in
genere non trascurano l’anima di chi lì si ferma. Poveri e pellegrini possono beneficiare dei servizi
religiosi e specificamente della massa domenicale in una cappella dell’ospedale o in una chiesa annessa o
vicina all’edificio.
L’abbigliamento del pellegrino
Il pellegrino era, per definizione, un “povero” ( cioè bisognoso e indifeso ), anche quando era un
mercante, uno studioso o un signore. Si avvolgeva in un lungo mantello, che gli serviva da riparo anche
per la notte, indossava un cappello a larghe tese che lo riparava dalla pioggia e dal sole, portava la
bisaccia, si appoggiava al bordone ; questo era l’unico e rudimentale sostegno nella marcia, il lungo e
saldo bastone dalla punta ferrata al quale si appoggiavano che chiamavano “il nostro mulo” ( da burdo,
mulo ).
Il pellegrino prima di partire concedeva il perdono a chi lo aveva offeso ; dava poi disposizioni a chi
rimaneva di distribuire in elemosine i suoi averi ai bisognosi. Come gli apostoli egli non doveva avere con
sé denaro se non per donarlo ai poveri. Non erano ben vestiti ne si muovevano a cavallo perché anche
san Pietro era giunto a Roma scalzo e senza denaro.
Le donne pellegrine
Qualche nome di donna figura già fra i primi pellegrini dell’XI - XII secolo. Intorno al 1065 il conte
Sigfrido di Sponheim pellegrini in terra santa insieme alla moglie, nel viaggio del ritorno trova la morte,
ma la donna prosegue il viaggio fino al santuario di Compostella per adempiere un voto formulato in
quell’occasione.
Nel 1112 va a Santiago, con il marito e altri compagni, santa Paolina che già in precedenza aveva
compiuto vari pellegrinaggi.
Tuttavia oltre alle sante altre figure femminili si recano sulla tomba dell’apostolo Giacomo e così Santiago
diventa il luogo prescelto da nobildonne e regine, ma anche meta di pazze e invasate dal demonio che
sperano nella guarigione o di donne mandate in pellegrinaggio per condanna. Considerando che per le
donne il pericolo è maggiore rispetto a quello che corrono gli uomini si mettono in cammino da sole ; le
più nobili e le regine sono spesso a fianco del marito o seguite da una scorta. Si viaggia quindi in coppia o
meglio ancora in gruppo, come testimonia in una lettera il Petrarca che nel 1353 incontra in prossimità di
Aix - en - Provence un folto gruppo di matrone romane dirette a Compostella.
La Via Francigena :
Una strada nell’Italia del Medioevo
Già nell’ottavo secolo esiste un’attestazione, seppure in diretta dell’esistenza di una direttrice via aria alto
medievale per il collegamento di Roma con il mondo oltrappenninico. La presenza dei sacerdoti orientali
nel senese, in Lucchesia, in Lunigiana, a Pavia, dimostra una penetrazione missionaria attestatasi lungo
quello che sarà il percorso della cosiddetta “via di Monte Bardone” che più tardi assumerà il nome di
“Francigena” oppure “Romea”.
Il nome usato per indicare la strada stava a significare Mons Largobardorum e andò a individuare gran
parte dell’Appennino tosco - emiliano che, politicamente era appunto il “monte dei longobardi”. Monte
Bardone tuttavia era anche il nome del passo corrispondente all’attuale Cisa.
L’origine della strada è facilmente ricostruibile per la necessità dei longobardi di collegare il ragno di
Pavia con i loro ducati meridionali attraverso un corridoio interno, al sicuro da eventuali colpi di mano dei
bizantini che avevano mantenuto il controllo di alcuni territori della penisola.
Inizialmente la nuova strada doveva essere poco più di una traccia e apparire come una odierna
carrareccia, con forti dislivelli, curve improvvise davanti s ostacoli naturali, guadi in corrispondenza dei
corsi d’acqua e naturalmente sfondo stradale sprovvisto di pavimentazione.
Tuttavia seguendo tale traccia il viandante poteva contare di raggiungere al sua meta ed era in grado di
individuare con certezza i punti di attraversamento dei fiumi e delle aree paludose i valichi montani, gli
ospizi e in genere le località dotate di strutture ricettive.
Col passare del tempo la via di Monte Bardone venne attrezzata mediante la creazione di una serie di
“abbazie regie” e di ospizi secondo un programma che servì anche a rafforzare il dispositivo di sicurezza.
I vari monasteri fondati in quel periodo dalla corte regia di Pavia non svolsero soltanto una funzione
religiosa ma servirono anche da “spedali”, furono punti di sosta e con ogni probabilità dovettero anche
essere fortificati, in quanto sicuri punti di appoggio lungo i principali itinerari del regno.
Sostituitasi la dominazione franca a quella longobarda, la direttrice via aria che, per il passo di Monte
Bardone, faceva capo a Pavia, assunse maggiore consistenza e dovette prendere l’aspetto di una strada di
grande comunicazione.
Per i Franchi la via di Monte Bardone in quanto permetteva il collegamento con Roma rivestiva
un’importanza ben superiore a quella che essa poteva avere avuto per i longobardi : da questo il
comprensibile interesse dell’amministrazione carolingia a che la via diventasse più stabile e meglio
percorribile. Del resto in tutto il territorio del ripristinato Sacro Romano Impero furono adottate misure
per il miglioramento delle condizioni di circolazione lungo le principali arterie. La strada dei longobardi
divenne così la strada dei Franchi, il che determinò la nascita dell’espressione “via Francigena”, cioè,
etimologicamente, “strada originata dalla Francia”. La nuova denominazione, documentata sin dal secolo
IX in seguito verrà usata sempre più frequentemente e la si ritroverà in numerose fonti documentarie del
secolo XII. Le fonti inoltre contemplano i primi itinerari che permettono di ricostruire il tracciato della
strada, in precedenza indicato come semplice direttrice transappenninica.
Le guide ad uso dei pellegrini a partire dal decimo secolo diventano sempre più ricche di notazioni
riguardo all’itinerario attraverso l’elenco delle successive “mansioni” ( luoghi di tappa ) che denunziano
l’esistenza di un vero e proprio asse attrezzato nei collegamenti dell’Italia peninsulare, non solo con la
Padania ma anche con il mondo d’oltralpe. Nel secolo X infatti aumentò il flusso dei pellegrini
provenienti dall’area francese alimentato sempre più dagli abitanti delle isole britanniche.
La via seguita da tutti questi pii. viandanti per giungere alla tomba di san Pietro era la cosiddetta “Ruote
de la Flandre”, che si dirigeva verso l’Italia, attraverso l’Artois e la Champagne, valicava le alpi al Gran
San Bernardo, giungeva ad Aosta, discendeva poi nella pianura Padana dove a Piacenza, si immetteva
nella via di Monte Bardone. Il percorso era quello seguito anche dai mercanti poiché metteva in
comunicazione le due grandi aree mercantili del Medioevo : la Mediterranea e quella del Mare del Nord
che entravano in rapporto nel continente nelle famose fiere che in più periodi dell’anno si tenevano nella
contea di Champagne. Sul finire dunque del secolo decimo la via Francigena non solo aveva consolidato
il suo tracciato, ma era divenuta un’importante arteria che faceva capo a punti nodali : centri dotati di
strutture ricettive, valichi montani, attraversamento di fiumi. Negli stessi anni è probabile fosse stata già
realizzata una sistemazione almeno parziale del fondo stradale, con operazioni di contraffortatura,
delimitazione e pavimentazione.
La via Francigena :
punto d’incontro dei grandi pellegrinaggi del medioevo
Le grandi mete della cristianità medievale cioè la Terrasanta, Roma e Santiago di Compostella
coinvolsero cristiani di ogni età e condizione sociale ; conseguentemente la via Francigena si trovò a
essere sempre più percorsa da pellegrini diretti a Roma e non solo da questi, perché anche chi si voleva
recare a Gerusalemme, per imbarcarsi ai porti della Puglia doveva necessariamente servirsi di tale strada
per raggiungere Roma e poi, tramite la via Appia, per venire ai punti di imbarco sul canale d’Otranto.
La via Francigena inoltre costituì il tracciato di base seguito anche dai pellegrini italiani che andavano a
Compostella, poiché la strada valicate le Alpi, si immetteva nella via tolosana, percorso abituale dei
pellegrini jacopei che partivano dall’Italia.
Divenuta così punto d’incontro tra gli itinerari di tutte e tre le Pergrinationes maiores, a partire dal
secoloXI la strada accrebbe incredibilmente la sua importanza, svolgendo un ruolo di primissimo piano in
quello scambio di energie culturali la cui fusione portò alla sostanziale unità della cultura europea del
Medioevo.
Il Medioevo in Europa
Il Medioevo viene tradizionalmente suddiviso in due periodi, l’Alto e Basso Medioevo. L’Alto Medioevo,
così chiamato perché più lontano rispetto alla nostra epoca, comprende il periodo dall’
VIII al X secolo ; quest’epoca é caratterizzata dall’espansione musulmana nel Mediterraneo e dallo
sviluppo della civiltà Carolingia in Occidente e di quella Bizantina in Oriente.
Il Basso Medioevo comprende invece il periodo che va dall’XI al XV secolo, cioè alla scoperta
dell’America che segna l’inizio della storia moderna.
Alla fine dell’Alto Medioevo in Europa prevale un’economia agricola con un debole sviluppo delle città e
dei commerci. Ma a partire dall’XI secolo si assiste ad una ripresa generale dell’economia Europea, con
un costante aumento della popolazione, un miglioramento della produzione agricola, una rinascita delle
città e dei commerci.
Questa ripresa economica dell’Europa viene accompagnata da un’espansione della Cristianità, che
raggiunge il suo culmine con le Crociate, e dallo sviluppo, soprattutto in Italia, di una nuova istituzione
politica : il Comune.
Nel frattempo, la stabilità dell’Impero Musulmano e la nascita di un Impero Mongolo favoriranno la
ripresa dei contatti tra Europa Asia e Africa.
La nascita del concetto di Medioevo
Gli storiografi occidentali, con il termine Medioevo, indicano il periodo compreso tra l’antichità e l’età
moderna. Tale periodizzazione deriva dalla convinzione, propria degli Umanisti italiani del secolo XV,
che un lungo periodo di barbarie li separasse dall’antichità latina e greca. Autori della metà del ‘500
coniano nuove espressioni, come “media aetas, media tempora, media antiquitas”. Solo nel ‘600 si
comincia a parlare di “medium aevum”. Nel concetto umanistico di Medioevo è implicito un giudizio
negativo che ha esercitato una duratura influenza sull’opinione comune. Il pregiudizio antimedievale
animò anche la Riforma Protestante e la rivoluzione scientifica del secolo XVII. Ancora più aspri furono i
toni dell’Illuminismo, che del Medioevo , considerato come l’età della cieca fede e dell’intolleranza, fece
uno dei suoi principali bersagli. Tale epoca venne invece rivalutata nel periodo romantico .
La mentalità medievale
Alto Medioevo : poiché la natura rappresentava una forza il più delle volte ostile, agli uomini doveva
sembrare di non riuscire a controllare il loro mondo. Un mutamento nell’evoluzione naturale delle cose
provocava angoscia e reazioni di paura nella mente sia delle persone colte, sia dell’uomo comune.
Tuttavia gli abitanti dell’occidente riuscirono anche ad adattarsi ad una ambiente ostile cercando di
sfruttare le risorse delle terre incolte e dando impulso all’agricoltura. Nello stesso tempo cercarono di
dare nuova vita alla circolazione di uomini, merci, idee.
Periodo Feudale : la vita degli uomini era profondamente permeata dalle religione, dalla fede in Dio e dal
timore del Demonio infatti in un mondo dominato dalla violenza delle guerre, dalle sopraffazioni dei
potenti, dall’arrivo improvviso di carestie ed epidemie, la pace e la giustizia della vita ultraterrena erano
l’unico rifugio, l’unica speranza. Nella vita quotidiana la religione era una presenza costante ; la vita e i
lavori erano ritmati dalle preghiere quotidiane, dalle messe domenicali, dalle feste religiose distribuite in
tutti i mesi dell’anno. La fede però spesso si mescolava ad un’ingenua superstizione.
Basso Medioevo : dalla fine del ‘200 con la nascita delle compagnie commerciali che avevano sedi
distaccate nei grandi centri con agenti fissi nei vari luoghi, nacquero nuovi atteggiamenti mentali : una
maggiore fiducia nella ragione umana, una maggiore tendenza al calcolo . L’attività del contadino era
legata alla natura e all’ordine voluto da Dio ; non interveniva nello sviluppo degli avvenimenti che
apparivano indipendenti dall’uomo e legati ai ritmi della natura e della Provvidenza divina. L’attività del
mercante, invece, così come quella dell’artigiano, era misurabile in base al denaro guadagnato o alla
merce prodotta. Si sviluppò così una maggiore fiducia nell’azione e nel pensiero umani.
L’arte militare nel Medioevo
Forse in nessun altro periodo della storia quanto nell’età medioevale, la guerra o per lo meno le necessità
di difesa hanno segnato la vita quotidiana delle popolazioni . La causa va ricercata prima di tutto nella
mancanza di un potere politico forte e stabile. Un’assenza che nei primi cinque o sei secoli del Medioevo,
espose l’Occidente alle incessanti invasioni di popoli stranieri e provocò poi, per altri cinque secoli, una
miriade di conflitti tra entità politiche di vario genere : signori, principi e comuni. La composizione degli
eserciti, nel loro equipaggiamento e nel comportamento dei guerrieri, cambia ed è soggetta a mutamenti
continui.
Il Castello Feudale
Il castello era un edificio robusto e sicuro, adatto a difendere il signore e la sua gente dagli attacchi dei
nemici e che nello stesso tempo, con la sua imponenza doveva mostrare la potenza del signore che lo
abitava. Nel castello erano quindi fondamentali le strutture difensive ; innanzi tutto la doppia cinta delle
mura merlate, una attorno al castello e un più esterna ; questa racchiudeva anche il villaggio, con le case
dei contadini qualche bottega di artigiani, il pozzo e il mulino del signore, situato vicino ad un torrente
che faceva muovere a macchina o su un luogo ventoso se la macina era azionata da un mulino a vento.
Lungo le mura, soprattutto agli angoli, si ergevano torri quadrate o rotonde dove alloggiavano le guardie
addette alla difesa del castello. Le strette feritoie che si aprivano sulle torri e i meli delle mura
permettevano ai soldati di lanciare frecce o altro materiale bellico, come pietre o liquidi bollenti senza .
scoprirsi troppo. Tutto attorno alle mura che circondavano il castello era stato scavato un largo fossato
che poteva essere superato solo attraverso un ponte levatoio, cioè un ponte che poteva essere abbassato e
alzato dalle guardie del castello per mezzo di robuste catene e argani.
Le mura del castello racchiudevano un’ampia piazza, la corte, dove si trovavano diversi edifici :
laboratori di artigiani, come febbri, carpentieri, tessitori, che producevano gli oggetti necessari alla vita
dei castellani, scuderie, magazzini, stalle, un forno, una cappella, alcune abitazioni degli artigiani e dei
servi.
L’edificio principale del castello era il mastio, una torre imponente dove abitava il signore con la sua
famiglia. L’edificio era diviso in alcuni piani ai quali si accedeva per mezzo di scale situate nelle torri
poste agli angoli del mastio.
All’ingresso del primo piano stazionava il posto di guardia, addetto al controllo delle persone che
entravano nell’edificio e all’interno si trovavano le cucine con un grande camino, nelle quali cuochi e
servitori si affaccendavano per preparare i pasti del signore.
Il secondo piano era occupato da un salone principale, dove si svolgevano i pranzi, dove il signore
riceveva gli ospiti e li intratteneva con giochi e musica o amministrava la giustizia.
I primi castelli vennero probabilmente eretti nel IX secolo nella Francia nordoccidentale come difesa
contro i disordini civili e le invasioni vichinghe. Alcuni erano eretti in pietra, ma la maggior parte
consisteva di terrapieni sormontati da palizzate di tronchi.
Lentamente si affermò l’impiego della pietra o, secondo la disponibilità del luogo, del mattone, cioè di
materiali più durevoli e meglio resistenti al fuoco.
Nel Quattrocento infine l’aumentato bisogno di comfort, frutto di una società più sviluppata e ricca, e
l’avvento delle armi da fuoco resero obsoleti i castelli feudali. Parte delle loro funzioni militari vennero
assunte dal forte, un nuovo tipo di fortificazione ( consistente sostanzialmente in una piattaforma per i
cannoni) erette e tenute in funzione dallo Stato, non più dai signori feudali.
Le difese del castello
I castelli erano strutturati in modo da difendere i loro occupanti contro gli attacchi dei possibili nemici.
Il primo ostacolo che un attaccante generalmente incontrava era il fossato, che girava tutto intorno al
castello e che era spesso munito di palizzate per intralciare e rallentare i movimenti dei soldati che vi
scendessero per attaccare le mura. Dalle cortine sporgevano poi a intervalli regolari le torri dalle quali
gli arcieri potevano colpire di fianco il nemico che si accostava alle mura. I difensori potevano anche
disporre di piccole porte (posterle) da cui effettuare di sorpresa sortite contro gli attaccanti. Il castello
serviva poi come rifugio per la cavalleria, che da essa poteva uscire per attaccare il nemico o per
devastarne i territori.
Se un castello era ben fortificato e difeso, risultava improbabile che potesse cadere nelle mani degli
assalitori a meno che agli assalti dessero man forte la mancanza di cibo e di acqua. Molto spesso, infatti,
durante un assedio la penuria di cibo e di acqua risultavano le armi più potenti.
A partire dal XII secolo l’arte dell’assedio era diventata una scienza molto avanzata. Un gruppo di
ingegneri lo studiava e lo organizzava. Sia gli attaccanti sia i difensori dovevano procurarsi sufficienti
provviste e rifornimenti per tutto il periodo dell’assedio che poteva essere anche molto lungo.
Carne salata, pesce, cereali e altri generi di prima necessità venivano immagazzinati in grande quantità.
Nel castello si allevavano mucche e capre per ricavarne latte e formaggio ed era necessaria una grande
scorta di legna da ardere. Indispensabile era naturalmente l’acquisto di molte armi. Quando il castello
cadeva nelle mani degli assalitori, il signore che aveva posto l’assedio, diventava il padrone non solo del
castello ma anche di tutte le terre annesse, divenendo così sempre più potente.
Il Carnevale nel medioevo e il mondo alla rovescia secondo Bachtin.
Michail Bachtin, studioso russo, delinea, in questo brano, le caratteristiche e i significati del Carnevale Medievale.
Esso si diversifica dalle altre feste religiose per due motivi principali: non si sottolinea la ferrea divisione gerarchica, ma tutti sono a contatto con le altre "impossibili" realtà; abbandonata temporaneamente l'autorità della chiesa e dello stato, si immagina e si ironizza confrontando il mondo della realtà, con un mondo alla rovescia. L'autore sottolinea quanto valore avesse il rituale nel medioevo: il riso, che apparentemente non sembra sottolineare alcuni disagi o problematiche, in realtà induce implicitamente a riflettere. A mio parere, il passo che più di ogni altro evidenzia le caratteristiche etica di tale festa è: " Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l'abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Si opponeva ad ogni perpetuazione, ad ogni carattere definitivo e ad ogni fine". Ancora oggi c'è chi si propone un mondo al contrario: Eduardo Galeano, in uno dei suoi libri, che non a caso si intitola "A testa in giù ", evidenzia con minimo sarcasmo i controsensi della vita nella realtà, giungendo alla conclusione che il mondo alla rovescia è proprio quello in cui viviamo. Egli, inoltre, nella parte finale, propone il diritto di sognare: ciò non è altro che il Carnevale medievale. Durante questa ricorrenza, le classi sociali più basse, in particolare, infatti, hanno la possibilità di sentirsi uguali e ciò appare a loro come il temporaneo raggiungimento di quello che non possono essere.
Le grandi monarchie feudali
La monarchia francese
In Francia, a causa della grande frammentazione politica dovuta al feudalesimo, c'era la necessità di equilibrare politicamente i vari poteri. Era quindi necessario ricostituire un potere centrale efficiente che permettesse l'equilibrio.
Anche la nascente borghesia mercantile delle grandi città premeva in questa direzione perché le città, rispetto ai feudi erano molto più deboli politicamente e militarmente e rischiavano continui soprusi dai feudatari.
Il Clero, allo stesso modo, aveva bisogno di precise garanzie politiche e si avvicinava sempre di più alla monarchia, l'unica istituzione che poteva garantire sul territorio una certa protezione materiale.
La Monarchia in Francia non era certo mai stata abolita, solo che aveva praticamente perso molta della sua autorità a causa dello strapotere e dell'indipendenza dei grandi feudatari.
Le spinte all'unificazione fatte dai sovrani della Dinastia Capetingia avvengono unicamente per ragioni di prestigio dinastico. Accadeva quindi che ad ogni espansione, per ragioni feudali, i territori tornavano a dividersi. L'obiettivo non era quindi di costituire una monarchia nazionale ma solo di accrescere la potenza feudale della dinastia Capetingia.
1108 – 1137 |
LUIGI VI°compì i primi tentativi di accentramento, approfittando della partenza di molti signorotti locali per le Crociate. Tuttavia la sua azione perse di forza e la sua figura di prestigio quando venne sconfitto sia dall'Imperatore che dal Sovrano Inglese. |
1137 – 1180 |
LUIGI VII°sposò Eleonora d'Aquitania che gli portava in dote quasi tutto il Meridione francese. In seguito il matrimonio venne annullato e Eleonora risposò ENRICO II° Plantageneto, Sovrano d'Inghilterra, e unì di fatto il Sud della Francia ai già notevoli domini Inglesi sul territorio. Luigi VII° cercò allora di sobillare una rivolta dei feudatari contro Enrico. Lo stesso Riccardo Cuor di Leone si schiera con il sovrano Francese, contro il suo Re per ragioni di eredità. |
1180 - 1223 |
FILIPPO AUGUSTO. Fu di gran lunga il più importante dei sovrani francesi. Il suo regno era abbastanza limitato ad una zona centrale della Francia, mentre altri feudatari, pur sottoposti a lui per vincoli feudali, avevano sotto il loro controllo dei territori talmente vasti da fare praticamente i fatti propri. |
Anche i sovrani d'Inghilterra erano Vassalli del Re di Francia su alcuni territori. Enrico Plantageneto era allo stesso tempo Re d'Inghilterra, ma vassallo del Re di Francia nei territori di Anjoux e di Normandia, aveva invece di suo l'Aquitania, dopo il matrimonio con Eleonora.
Filippo Augusto iniziò una graduale politica di acquisizione dei feudi più piccoli, iniziando a far valere i suoi diritti feudali e pian piano rinforzò le sue posizioni: la minaccia principale al suo potere restava sempre quella dell'Inghilterra. Filippo Augusto comincia il suo progetto di espansione con complessi negoziati su questioni ereditarie.
1185 |
Trattato di BOVES: acquista AMIENS, l'eredità di ARTOIS e altri vasti territori nelle Fiandre |
Iniziò poi la lotta contro i Sovrani Inglesi: Riccardo Cuor Di Leone ( Plantageneto ) ( 1189 - 1199 ) e Giovanni Lackland ( Senza Terra, Plantageneto ) ( 1199 - 1216 )
I maggiori successi li ottenne durante il regno di Giovanni per una serie di questioni legate alle leggi feudali:
Il Sovrano Inglese voleva sposare una damigella promessa già dal Sovrano ad un vassallo francese. Queste questioni, in base alle leggi feudali dovevano essere risolte con un processo tra le parti.
Ora Giovanni era in alcuni territori, vassallo del Re di Francia, per cui Filippo Augusto approfittò della cosa per provare a sottomettere gli Inglesi.
1202 |
Filippo Augusto convoca il processo feudale in cui lui avrebbe dovuto dirimere la questione tra i due suoi vassalli. Ma Giovanni, se si fosse presentato, avrebbe dovuto accettare l'autorità e sottomettersi a Filippo Augusto. Allo stesso tempo, se non si fosse presentato, avrebbe tradito le leggi feudali e sarebbe stato accusato di "fellonia" cioè di tradimento dei patti. |
Giovanni sapeva che era spacciato in entrambi i casi. Scelse di non presentarsi e automaticamente, a causa del tradimento delle leggi feudali, i suoi diritti sui possedimenti in territorio francese vennero dichiarati decaduti.
1202 - 1206 |
In questi anni si svolge la campagna militare di Filippo Augusto per la conquista effettiva dei territori di NORMANDIA, ANJOUX e MAINE. |
1214 |
Battaglia di BOUVINES. Filippo ottiene una vittoria decisiva sugli Anglo - Normanni. |
Filippo e suo figlio LUIGI VIII° parteciparono anche alla crociata contro gli Albigesi ( Catari ). Con la scusa di difendere la fede, e in accordo con Papa Innocenzo III°, compirono una autentica e spregiudicata guerra di conquista che portò nelle loro mani tutto il Sud della Francia
Luigi IX° “Il Santo”( 1226 - 1270 )
Fu il sovrano che stabilì definitivamente il controllo sul Sud. Oltre all'importanza politica dell'azione di Luigi IX°, va ricordata anche la sua profonda e giusta ispirazione religiosa che lo rese un ottimo sovrano, giusto nell'amministrazione e corretto nelle azioni.
1229 |
Trattato di PARIGI. Ufficialmente i territori del Sud diventano patrimonio della Corona di Francia. In questo modo vennero spazzati via una serie di piccoli e splendidi Regni, straordinari per liberalità e cultura |
1234 |
Luigi IX°riusci a riconquistare agli Inglesi la Contea D'Anjoux che aveva una grandissima estensione territoriale. |
1246 |
La Contea venne assegnata in feudo al fratello del re, che si chiamava CARLO che poi conquistò anche il Sud dell’Italia. |
1258 |
Luigi IX° cedette alla monarchia Aragonese i diritti di governo sulla Catalogna in cambio dei diritti sul territorio della Linguadoca. |
1259 |
Pace di PARIGI. Luigi IX° e Enrico III° ( sovrano inglese ) stabiliscono la pace e sottoscrivono il possesso della Francia del territorio feudale dell'Aquitania. |
1270 - 1285 |
FILIPPO III° L'ARDITO. Fu il successore di Luigi IX° e si preoccupò di rafforzare il prestigio militare della dinastia. Conquistò militarmente il territorio della Languedoc, attraverso una pretestuosa crociata contro supposte resistenze degli Albigesi. In realtà egli non aveva bisogno di questa guerra in quanto i territori sarebbero stati ereditati dalla Corona francese per via del matrimonio tra la figlia del Conte di Tolosa e il fratello del Re Luigi IX°, Alfonso di Poitiers. |
Filippo IV° “ Il Bello”( 1285 - 1314 ).
1285 |
Sale al trono Filippo IV° "Il Bello". Il suo regno coincide con il momento di massimo prestigio e della massima autorità della Francia sull'intera Europa. Partecipò alla "Guerra del Vespro", contro gli Aragonesi in Sicilia, ma poi raggiunse con essi un accordo politico. Lottò anche a lungo contro l'Inghilterra che in quel periodo era guidata da Edoardo I° ( 1294 - 1298 ) che non accettava di lasciare i feudi che aveva già perduto sul territorio francese. |
1294 - 1303 |
In questi anni Filippo viene impegnato nel duro confronto con Bonifacio VIII° ( vedi paragrafo successivo ) |
1302 - 1305 |
Le Fiandre furono alleate dell'Inghilterra in questo conflitto e forte era in quei territori il movimento anti - francese, al punto che scoppiarono diverse insurrezioni. |
1302 |
I Francesi ebbero una prima dura sconfitta nella battaglia di COURTRAI, ma alla lunga l'abilità militare e politica di Filippo ebbe la meglio e riuscì ad affermare il suo potere |
1324 |
Filippo annette ai possedimenti francesi le città fiamminghe di LILLA e TOURNAI. A questo punto, il territorio francese era per i suoi 3/4 riunificato. |
Il grosso problema della politica di Filippo fu la cronica mancanza di denaro per le sue imprese militari e per l'organizzazione del dominio territoriale. La struttura feudale non consentiva al sovrano di attingere a piene mani dal gettito fiscale. Non aveva quindi grosse possibilità di pagarsi le guerre e la grande corte di burocrati che stava sviluppandosi per gestire un così grande territorio.
Filippo, per trovare denaro, prese di mira le tasse che normalmente venivano riscosse dalla Chiesa e allo stesso tempo iniziò a "minare" la struttura del feudalesimo, promuovendo la "Liberazione dei contadini dai vincoli feudali", operazione che era già stata iniziata da LUIGI IX°.
Attaccò poi lo strapotere e le ricchezze dell'Ordine dei Cavalieri Templari. Da ordine religioso cavalleresco si era trasformato in una vera e propria “banca multinazionale” che già aveva prestato dei soldi al sovrano che li avrebbe dovuti restituire. L'Ordine era quindi divenuto economicamente e politicamente molto forte perché aveva una sua struttura militare e rappresentava un serio ostacolo all'accentramento politico che Filippo cercava di realizzare. La Chiesa si oppose in tutti i modi.
ORGANIZZAZIONE DEL REGNO DI FRANCIA
Il territorio veniva direttamente governato dal Sovrano, tramite i PREVOTS che gestivano l'amministrazione di porzioni di terriotori organizzate in circoscrizioni e riferivano del loro operato direttamente al Re. Il potere fu consolidato progressivamente con la creazione dei SINISCALCHI ( detti anche Baglivi ), amministratori stipendiati dal sovrano che avevano anche il compito di controllare l’operato dei Prevots
La complessità della gestione economica e giuridica di un territorio tanto vasto, portò all’allargamento del Consiglio del Re e alla nascita di organismi simili ai Ministeri. Si rese necessaria anche l’organizzazione di un "Parlamento", con esclusivi compiti giuridici.
Si creò anche un organo di amministrazione finanziaria, la CORTE DEI CONTI che provvedeva a gestire il bilancio della corona che derivava essenzialmente dal reddito dei territori in suo diretto possesso.
Durante il regno di Filippo Il Bello, per la complessità dei problemi economici e giuridici, furono chiamati i rappresentanti dei tre ordini sociali più importanti dello Stato: Nobiltà, Clero e Terzo Stato ( Borghesia ) che andarono così a formare l'ASSEMBLEA DEGLI STATI GENERALI.
Molte di queste riforme erano già state promosse, volute e progettate da Luigi IX°, che le vedeva vantaggiose oltre che per il consolidamento della Monarchia, anche per i suoi sudditi, che sarebbero così entrati ad essere parte viva di uno stato moderno.
LA MONARCHIA INGLESE
Il Regno Anglosassone prese forma e fu organizzato inizialmente da ALFRED ( 871 - 899 ) e dai suoi successori.
Il regno era ben organizzato e abbastanza evoluto, per via delle continue lotte contro le popolazioni Danesi.
Era suddiviso in "contee" e in "Hundreds" che si autogovernavano. Più contee erano sottoposte ad un Duca o aun Nobile che svolgeva le necessarie incombenze giudiziarie, aiutato da una "sheriff"
1066 - 1135 |
DOMINAZIONE NORMANNA. L'Inghilterra e parte del Galles vengono conquistate dai Normanni che le inseriscono così nella cultura e nella sfera politica della Francia. I Normanni impiantarono sul territorio il feudalesimo, ma anche un forte potere centrale monarchico. WILHELM THE CONQUEROR ( dal 1066 - 1087 ) e i suoi successori Wilhem II° ( 1087 - 1100 ) Enrico I° ( 1100 - 1135 ), crearono un esteso "demanio della Corona" ai danni del potere territoriale della nobiltà. Crearono anche un organizzato e forte sistema di riscossione delle tasse che tenne sotto controllo le spinte delle ribellioni e dei contrasti feudali. |
1154 - 1189 |
ENRICO II° Segna l'apogeo del sistema monarchico Inglese. Questo sovrano si mosse in varie direzioni: 1) operò per limitare i privilegi del clero e dei Baroni 2) Conquistò l'Irlanda, distribuendo le terre a nuovi Baroni 3) Acquistò per via ereditaria e militare numerosi territori e domini in Francia: Normandia, Anjoux e Aquitania. |
Un forte ostacolo alla Monarchia e allo stato inglese era data dalle differenze sociali tra le popolazioni di origine Sassone e quelle dei Normanni.
Le difficoltà aumentavano quando per ragioni dinastiche della Monarchia e della Grande nobiltà Normanna, si cominciarono a toccare i privilegi ecclesiastici.
1170 |
THOMAS BECKETT il primate d'Inghilterre venne assassinato a Canterbury. Era uno strenuo avversario delle pretese della monarchia che voleva controllare la Chiesa, non solo dal punto di vista economico, ma anche religioso e politico. In seguito fu la Chiesa stessa che costrinse Giovanni Lackland a concedere la "Magna Charta Libertatum" con la quale venivano limitati i poteri del Re. |
1189 |
Dopo la morte di Enrico II°, si cominciarono a manifestare dei seri problemi di anarchia feudale a causa dell’assenza del sovrano sul territorio inglese. |
1189 - 1199 |
E' l'età di RICCARDO CUOR DI LEONE ( Richard Lionheart) che trascorse gran parte del suo regno nelle guerre di crociata. Riccardo lottò a lungo con Filippo Augusto di Francia, anche se poi entrambi parteciparono, insieme con Federico Barbarossa alla IIIa Crociata. |
1199 - 1216 |
GIOVANNI SENZATERRA ( Giovanni Lackland ), allo stesso modo del fratello Riccardo, continuò la dura lotta politica e fiscale contro i Baroni, ma non aveva la sua determinazione. Subì anche numerosi rovesci militari, compiendo anche degli errori politici che portarono alla perdita dei domini inglesi in Francia. Tentò anche di opporsi maldestramente alle iniziative di Papa Innocenzo III°. |
Giovanni non voleva riconoscere Arcivescovo d'Inghilterra il suo oppositore principale Etienne Langhton. Innocenzo III° lo scomunicò e Giovanni rispose con la confisca dei beni della Chiesa.
Innocenzo lo dichiarò decaduto e invitò Filippo Augusto di Francia ad invadere l'Inghilterra. Giovanni, spaventato, fece marcia indietro e si sottomise al Papa, dichiarando l'Inghilterra "Feudo del Papa".
Giovanni aveva perso molta della sua credibilità politica e di questo ne approfittarono la Chiesa e i Baroni. Si coalizzarono e obbligarono Giovanni a firmare un documento fondamentale per la storia inglese.
5 giugno 1215 |
MAGNA CHARTA LIBERTATUMEra un documento che stabiliva le condizioni a cui la monarchia inglese doveva sottostare. 1) Il Re non poteva intervenire nella successione ereditaria dei Feudi 2) Gli Uomini Liberi potevano essere giudicati solo da una corte di Uguali 3) 25 Baroni dovevano controllare l'operato della Monarchia 4) Assegnazione di privilegi politici ed economici ai Baroni, agli ecclesiastici e ai Grandi Mercanti. |
La Magna Charta fu però in seguito "globalmente" intesa, tanto che anche altre forze sociali fecero appello alle stesse garanzie politiche.
Innocenzo III° si spaventa per gli esiti di questo documento e cerca in tutti i modi di annullarlo ma non vi riesce.
1216 - 1272 |
Enrico III° Riprese la politica di espansione dinastica sul continente, imponendo un nuovo e rigido sistema fiscale ai Baroni. |
1257 |
Scoppia una insurrezione delle popolazioni del Galles. Enrico viene duramente sconfitto e perde autorità. |
1258 |
SIMONE DI MONTFORT si mette a capo di una larga schiera di Nobili che si riuniscono ad Oxford, proponendo altre clausole da aggiungere alla Magna Charta.La più importante di queste proponeva che i rappresentanti della Nobiltà si sarebbero riuniti tre volte l’anno e avrebbero eletto loro quelli che sarebbero stati i rappresentanti del consiglio del Re. Enrico III° rifiuta, perché ciò significava perdere gran parte della sua autonomia e inizia quindi una guerra civile. |
1264 |
Enrico viene sconfitto e fatto prigioniero nella Battaglia di LEWES, Simone di Montfort cercò di procedere oltre con le proprie richieste intendendo allargare il potere anche ad assemblee allargate alla partecipazione dei rappresentanti delle grandi città e delle contee, in pratica, aprendo alla borghesia.La grande Nobiltà non poteva tollerare questa svolta troppo decisamente democratica e si organizzarono in una coalizione che mosse guerra contro Montfort |
1265 |
Montfort fu sconfitto e ucciso nella Battaglia di EVERHAM . Il risultato fu che Enrico tornò nuovamente sul trono, ma in una situazione di totale anarchia. |
1272 - 1307 |
EDOARDO I° riuscì piano piano a riportare il paese in condizioni di normalità soltanto quando accettò le condizioni che Montfort aveva promosso nel 1265.Il neonato Parlamento cominciò ad essere periodicamente convocato a Westminster un villaggio poco fuori Londra. |
Il Parlamento era così organizzato: La Camera dei Comuni cioè dove erano i rappresentanti della Borghesia, inviava uno “speaker” che illustrava alla Camera dei Lords le proprie decisioni.
Edoardo I° fu costretto a queste concessioni dalle dure e costose campagne militari contro il Galles e la Scozia.
Il Galles finì con l’essere sconfitto e perse le sue autonomie, grazie anche all’azione del Clero.
Non accadde lo stesso per la Scozia che rimase autonoma e indipendente per tutto il XIV° secolo.
I seguenti articoli sono stati realizzati da Marino Martignon
ALTO MEDIOEVO: REGNI ROMANO-BARBARICI E SACRO ROMANO
IMPERO; IMPERO BIZANTINO; CIVILTÁ ARABO-ISLAMICA
1. Introduzione
2. L’Europa dalle grandi migrazioni al Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
2.1 I movimenti migratori che hanno dato origini alla moderna Europa
2.2 Il territorio italiano nell’Alto Medioevo (Ostrogoti, Longobardi, Bizantini e Franchi)
2.3 Il dominio dei Franchi in Europa alla fine del primo millennio: dal regno di Clodoveo al Sacro
Romano impero di Carlo Magno
APPROFONDIMENTO: Il monachesimo
3. L’impero di Bisanzio (395-1453 d.C.)
4. Civiltà arabo-islamica
4.1 Maometto e la fondazione della religione islamica
4.2 La civiltà araba e la sua espansione
5. Vivere nel Medioevo (1)
5.1 Il sistema economico-commerciale nel periodo altomedioevale: l’economia della “curtis”
5.2 Il paesaggio
5.3 L’idea del peccato e la costante presenza del soprannaturale
1. Introduzione
Il periodo che inizia nel 476 d.C. (caduta dell’impero romano d’Occidente) e si conclude nel 1492 (scoperta dell’America) venne chiamato “Medioevo” dagli storici umanisti (secoli XIV-XVI). Gli umanisti videro in questo millennio di storia un lungo periodo di passaggio (“medioevo” nel senso di “età di mezzo”, “periodo di passaggio”) tra due epoche di alta civiltà: l’antichità classica e la loro età: l’età umanistica-rinascimentale.
Considerato per secoli un’età di oscurantismo e barbarie, il periodo medioevale è stato successivamente rivalutato, fino a riconoscere come in esso fossero già presenti molti elementi che, sviluppatosi nei secoli successivi, daranno origine alla modernità.
In ogni caso rimane difficile cercare di definire, anche per linee generali, cos’è stato il Medioevo, in mille anni di storia è difficile trovare degli elementi comuni. Per questo la prima cosa che ci conviene fare è dividere un periodo così lungo in due sottoperiodi: Alto Medioevo (dal 476 al 1000) e Basso Medioevo (dal 1000 al 1492). Questo modulo è dedicato allo studio dell’Alto Medioevo, il prossimo al Basso Medioevo.
Nell’Alto medioevo vengono a costituirsi tre “centri” di potere politico e culturale:
- In Europa l’impero carolingio di Carlo Magno
- In Oriente l’impero Bizantino (Impero romano d’Oriente)
- Nell’arco meridionale del bacino mediterraneo (ma anche in alcune regioni dell’Europa meridionale, quali la Spagna e l’Italia meridionale) e in alcune zone dell’Asia, l’area islamica
2. L’Europa dalle grandi migrazioni al Sacro romano impero di Carlo Magno.
2.1 I movimenti migratori che hanno dato origine alla moderna Europa
Come abbiamo avuto modo di vedere nel modulo dedicato allo studio di Roma antica, a partire dal III secolo d.C. l’impero romano è attraversato da popolazioni provenienti da territori esterni all’area del territorio imperiale stesso. Ma quali sono queste popolazioni, da dove provengono, quali i movimenti migratori, quali le zone dell’impero che progressivamente verranno occupate.
Le popolazioni che diedero origine ai movimenti migratori
Le popolazioni che nei secoli III-VI d.C. con i loro movimenti interesseranno il territorio dell’impero romano possono essere così raggruppate:
- Germani
- Slavi
- Popoli delle steppe
a. Germani
Appartengono a questo gruppo quelle popolazioni, originarie della Danimarca e della Scandinavia meridionale, che nei secoli VII-I a.C. occuperanno i territori dell’Europa Nord-orientale (territori che coincidono in parte con gli attuali Belgio, Polonia, Paesi Bassi, Germania). Per comodità possiamo dividere le popolazioni dei Germani nel seguente modo:
- Germani orientali (Vandali, Burgundi, Goti)
- Germani occidentali (Angli, Sassoni, Franchi, Longobardi)
- Germani settentrionali
b. Slavi
A Sud dei territori occupati dai Germani troviamo tribù delle popolazioni slave. Queste popolazioni stanziavano nei territori della Polonia del sud, parte della Russia (o Russia bianca), Ucraina. Tra i popoli slavi troviamo: Russi, Polacchi, Croati, Sloveni, Cechi, Serbi.
c. Popoli delle steppe
Il territorio, caratterizzato dalla steppa erbosa, che unisce l’Europa orientale con l’Asia, è stato, nei primi secoli dopo Cristo, luogo di passaggio di popoli nomadi aventi origini diverse: troviamo gli Unni, (provenienti dalla Cina, rappresenteranno nei secoli IV e V d.C. il terrore per diverse tribù germaniche e per l’intero Occidente); i Bulgari; gli Avari; gli Ungari (o Magiari).
Quali furono i movimenti migratori all’interno del territorio imperiale
Secc. III-I a.C.
I primi movimenti migratori all’interno del territorio imperiale avvengono negli anni 230-200 a.C., in questi movimenti troviamo la popolazione degli Sciri (provenienti dalle pianure dell’attuale Ucraina).
Altri movimenti migratori si ebbero negli anni 120-100 a.C. popolazioni dei Cimbri e dei Teutoni, originarie del territorio danese, si spostarono inizialmente a Sud, verso la penisola balcanica, quindi mossero verso Ovest passando dalla periferia al centro dell’impero. Gli scontri con l’esercito di Roma furono inevitabili. Nel loro movimento migratorio la popolazione cimbra entrò anche in Italia, il territorio veneto presenta ancora oggi testimonianze della presenza cimbra.
Sec. III d.C.
Una nuova serie di movimenti migratori si ebbe nel III secolo dopo Cristo, popolazioni degli Alemanni, dei Goti e dei Franchi si spostarono all’interno del territorio imperiale per posizionarsi poi ai confini.
Secc. IV-VI d.C.
In questi secoli avvengono i movimenti migratori che porteranno alla fine dell’impero romano e al formarsi della moderna Europa. I principali protagonisti dell’ondata di invasioni sono i Germani orientali e i Germani occidentali, interessando le seguenti tribù: Visigoti, Ostrogoti, Vandali, Burgundi, Angli, Sassoni, Franchi, Longobardi, vediamo in modo più dettagliato quali furono questi movimenti migratori.
Visigoti
Nel corso del III secolo d.C. la popolazione dei Goti, originaria dei territori del Nord Europa, si sposta verso Sud dividendosi in due gruppi: i Visigoti (o Goti occidentali) e gli Ostrogoti (o Goti orientale). I Visigoti passano all’interno del territorio romano verso la fine del IV secolo, qui viene loro consentito dall’imperatore di posizionarsi presso il confine, quasi a difesa dello stesso dall’entrata di altre popolazioni barbare. Ben presto però la popolazione visigota si ribella all’autorità di Roma ed intraprende un attacco verso il cuore dell’impero. All’inizio del V secolo Alarico, capo della tribù dei Visigoti, riesce a sconfiggere gli eserciti di Roma fino ad arrivare all’assedio della “città eterna”, si ritirerà solo dopo aver ottenuto un riscatto. Nuovi contrasti con l’imperatore Onorio (ritiratosi a Ravenna) porteranno Alarico ad attaccare nuovamente Roma, questa volta mettendola a ferro e fuoco (410 d.C.). Morto in Italia Alarico, la popolazione visigota si spostò verso il territorio francese dove venne fondato il Regno Visigotico di Tolosa (419 d.C.) che si estese, successivamente in territorio spagnolo (Regno dei Visigoti in Spagna).
Ostrogoti
Dopo la divisione dai Visigoti, gli Ostrogoti, spostatisi verso est, fondarono un loro regno nella Russia meridionale, sulle rive del Mar Nero. L’arrivo degli Unni, nel 375 d.C., ebbe quale conseguenza la totale distruzione del regno ostrogoto, la popolazione sopravissuta si spostò verso Ovest, fermandosi nel territorio della Pannonia (coincidente con parte della Croazia, della Serbia, dell’Ungheria attuali). Le sorti del popolo ostrogoto mutarono notevolmente con il re Teodorico questi, infatti, dopo essere stato nominato patrizio d’Italia nel 488 d.C. da Zenone, imperatore dell’impero romano d’Oriente, si spostò, su sollecitazione dello stesso imperatore, con il suo popolo nella nostra penisola dove riuscì a sconfiggere Odoacre (489 d.C.). Nasce in tal modo il Regno d’Italia degli Ostrogoti, che durerà fino all’arrivo in Italia dei Longobardi, nel VI sec. d.C..
Vandali
Sospinti dai movimenti dei Goti, i Vandali si spostarono inizialmente verso la Slovacchia e la Transilvania. Nei primi anni del V secolo iniziarono quindi a muoversi verso Ovest passando in Gallia e Spagna (409 d.C.), qui venne concesso loro di insediarsi come “foederati”. Nel 429 d.C. guidati da Genserico passarono dalla Spagna al territorio africano, dove fondarono il Regno dei Vandali (nel territorio della Tunisia attuale). Abili navigatori, i Vandali ebbero modo compiere, partendo dal territorio africano, frequenti incursioni sulle coste tirreniche, tristemente famoso rimane il saccheggio di Roma compiuto da questa popolazione nel 455 d.C..
Angli e Sassoni
Agli inizi del V secolo le popolazioni degli Angli e dei Sassoni, approfittando dell’abbandono del territorio inglese da parte dei Romani, passarono dal continente nell’isola, costringendo i Britanni verso il Galles, la Scozia ma anche verso il territorio continentale (la regione francese della Bretagna prende il proprio nome proprio dalla presenza di esponenti della popolazione dei Britanni).
Franchi
Nel III secolo d.C. troviamo la tribù dei Franchi insediatasi in un territorio al confine dell’impero romano, al di là del Reno nelle regioni in parte coincidenti con i Paesi Bassi e con la Germania nord-occidentale. Nel V secolo passarono il Reno, occuparono i territori coincidenti con l’attuale Belgio e quindi passarono in Francia. Verso la fine del V secolo, grazie alle vittorie del re Clodoveo, riuscirono ad occupare un territorio che arrivava fino alla Loira. Nei primi anni del VI secolo, sempre grazie alla guida del re Clodoveo e grazie all’aiuto della popolazione dei Burgundi, la popolazione dei Franchi riuscì a sconfiggere i Visigoti occupando il loro territorio in terra francese fino ai Pirenei. Alla morte di Clodoveo (nel 511 d.C.) il Regno dei Franchi (che ormai si estendeva su quasi tutto il territorio francese e su parte di quello tedesco) venne suddiviso tra i suoi figli.
Longobardi
Anche per la popolazione longobarda sembra che il paese d’origine fosse la Scandinavia. Come molti altri popoli anche i Longobardi migrarono originariamente verso il centro Europa, insediandosi lungo il fiume Elba. Dalla zona dell’Elba inferiore iniziò, verso la fine del IV sec. d.C., un moto migratorio che portò questo popolo ad insediarsi nella Bassa Austria, nella zona attorno al medio corso del Danubio. La potenza longobarda ricevette notevole impulso nei primi anni del VI secolo con il re Vacone, questi in quasi trentanni di reggenza riuscì ad estendere il Regno dei Longobardi in un territorio molto ampio: dalla Boemia all’Ungheria (in questo modo il Regno longobardo diventava, assieme a quello dei Franchi e all’impero di Bisanzio una delle maggiori potenze in Europa). Nel 568 d.C. il re Alboino con un grande esercitò, seguito da mogli, figli e mandrie partì per la conquista della penisola italiana, ma della presenza longobarda in Italia avremo modo di parlare più avanti.
2.2 Il territorio italiano nell’Alto medioevo (Ostrogoti, Longobardi, Bizantini e
Franchi)
Il regno italico degli Ostrogoti di Teodorico (490-553 d.C.)
Deposto, nel 476 d.C., Romolo Augustolo il principe sciro Odoacre governò con una saggia amministrazione. Mantenne sostanzialmente intatta l'organizzazione imperiale precedente, lasciando ai romani l'esercizio delle cariche minori e la libertà di professare il cristianesimo, si assicurò la fedeltà di senato, aristocrazia e Chiesa. Nel 476-477 conquistò la Sicilia occupata dai vandali e poco dopo la Dalmazia, ma Zenone (imperatore romano d’Oriente), preoccupato dei crescenti successi del re germanico, mobilitò Teodorico, re degli Ostrogoti, che nel 489 sconfisse Odoacre presso Verona e, dopo la battaglia decisiva vicino a Ravenna (490), lo fece uccidere a tradimento nel corso di un banchetto.
Teodorico si proclamò quindi sovrano della penisola italica, e spostò definitivamente la capitale del regno d’Italia a Ravenna, nel 498 ricevette il titolo di patrizio dal nuovo imperatore d'Oriente Anastasio I.
L’attività di governo di Teodorico mirò a integrare l'elemento ostrogoto e quello romano, e a promuovere lo sviluppo agricolo e commerciale dei territori conquistati, a instaurare solidi legami con i popoli vicini (Visigoti, Burgundi, Vandali e Franchi) attraverso un'accorta politica matrimoniale.
Riconoscendo la grandezza della civiltà romana, si avvalse dell'opera di consiglieri latini quali Boezio e Cassiodoro, lasciò nelle mani di funzionari latini anche la cura dell'amministrazione del regno. Le leggi del cosiddetto "Editto di Teodorico" furono raccolte e compilate sulla base del codice di diritto romano. Benché di religione ariana , il sovrano si mostrò tollerante verso la Chiesa di Roma e con il suo regno si ebbe un periodo di pace e di prosperitài.
Quando Teodorico morì, gli succedette la figlia Amalasunta come reggente per il proprio figlio Atalarico; il re ostrogoto fu sepolto nell'imponente mausoleo di Ravenna.
Dopo il governo di Teodorico si susseguirono nel regno d’Italia altri cinque re Ostrogoti fino al 553, anno in cui vennero sconfitti dai Bizantini.
I Longobardi in Italia (568-774 d.C.)
Origini
Le tribù dei longobardi appartenevano al ceppo germanico settentrionale. Essi si autodefinivano winnili, cioè "guerrieri", e già Tacito, nel I secolo d.C., li ricorda come popolo numeroso, celebrato per il suo valore in battaglia. Tipicamente militare era infatti la loro organizzazione sociale, basata sull'unione degli uomini liberi atti alle armi (arimanni) riuniti in grandi gruppi familiari (fare). Il re, eletto dalle assemblee generali delle fare, era anche il capo militare, rex gentis langobardorum. I longobardi si insediarono nell'area danubiana alla fine del V secolo, partecipando alla guerra greco-gotica al servizio dell'impero bizantino.
La penetrazione in Italia
Nel 568 i longobardi iniziarono la penetrazione nel Friuli, nel Veneto e in quella regione che proprio da loro avrebbe preso il nome di Lombardia; qui infatti il loro re Alboino fondò il regno italico, fissandone la capitale a Pavia.
Abbandonato il nomadismo, essi si spartirono il dominio tribale (ampliatosi progressivamente, a danno dei bizantini, a quasi tutta la penisola) in ducati retti dai guerrieri più prestigiosi e ben presto insofferenti del potere regio. I ducati più importanti, la cui giurisdizione sarebbe sopravvissuta alla scomparsa dei longobardi, furono quello detto "di Bulgaria", con centro a Novara, e quelli di Vercelli, di Ivrea, di Torino, di Spoleto e di Benevento.
Conversione al cattolicesimo
Già convertiti al cristianesimo fin dallo stanziamento in territorio bizantino, i longobardi, come già i loro predecessori in Italia, i Goti, ne avevano abbracciato la versione ariana. Ma verso la fine del VI secolo, per stabilire migliori rapporti con le popolazioni latine e per appoggiarsi – contro i duchi meridionali e contro i bizantini – al potere pontificio rafforzatosi nell'Italia centrale, il re Agilulfo, spinto dalla moglie Teodolinda, si convertì al cattolicesimo, conducendo alla nuova fede tutti i longobardi e rafforzando così notevolmente il papato sia nei confronti del patriarca e dell'imperatore di Costantinopoli, sia nei confronti delle altre tribù germaniche cristianizzate insediatesi nei territori dell'ex impero romano d'Occidente.
Editto di Rotari (643 d.C.)
Emanato nel 643 dal re Rotari, l’editto è di fondamentale importanza perché raccoglie l’insieme di norme consuetudinarie che regolavano la vita dei Longobardi. Con queste norme si cercò di sostituire alla pratica diffusa della “faida” che prevedeva una forma di vendetta personale attuata da chi aveva subito il danno, o da suoi parenti, nei confronti del colpevole. Come si può immaginare la pratica della “faida” aveva portato ad un sistema di violenza diffuso e incontrollato, con il suo editto il re Rotari volle porre fine a questo sistema di farsi giustizia. L’editto è di particolare importanza perché finalmente le leggi longobarde vengono elaborate e diffuse in forma scritta.
Tentativi di unificare l’Italia e lotte contro i bizantini
I re longobardi condussero una lotta incessante, anche se vana, per unificare il regno e dargli maggiore stabilità. I risultati più consistenti furono conseguiti da Liutprando, re dal 712 al 744, che strappò ai bizantini Ravenna e l'Esarcato e, dopo forti contrasti, stabilì buoni rapporti con il papa Gregorio II mediante la donazione al patrimonio della Chiesa di Roma, dei castelli di Sutri, Bomarzo e Amelia (728).
Lotta tra Franchi e Longobardi per il potere in Italia
Nonostante le donazioni, il papa, Stefano II, cercò degli appoggi esterni, contro l’eccessiva pressione longobarda. Nel 754 trovo un aiuto in Pipino il Breve, re dei Franchi, legittimandone in cambio l'usurpazione del regno dei franchi alla dinastia merovingia.
Pipino sconfisse Astolfo, re dei longobardi, nel 755 e consegnò al papa un territorio che includeva Ravenna e altre città (donazione di Pipino), che, aggiunto alla "donazione di Sutri", diede origine all'instaurazione del potere temporale dei papi.
La discesa di Pipino fu l'inizio di una serie di guerre tra franchi e longobardi che avevano in palio il dominio sull'Italia e il favore del papa, anche come legittimazione della sovranità nei confronti dell'impero bizantino. Nel 770 il re longobardo Desiderio cercò di arrivare alla pace concedendo la mano della propria figlia Ermengarda al re dei franchi Carlo, che sarebbe poi assurto a grande fama con il nome di Carlo Magno. Ma i rapporti ben presto si raffreddarono di nuovo e nel 772, quando il papa Adriano I chiese aiuto a Carlo contro la minaccia longobarda, questi, che nel frattempo aveva ripudiato Ermengarda per sposare la sveva Ildegarda, scese in Italia, detronizzò Desiderio (774) e assunse il titolo di "re dei franchi e dei longobardi", è la fine del regno longobardo in Italia e l’inizio del dominio dei Franchi.
2.3 Il dominio dei Franchi in Europa alla fine del primo millennio: dal regno di
Clodoveo al Sacro Romano impero di Carlo Magno
Nel V sec. la popolazione germanica dei Franchi si era stabilita nella regione dell’attuale Francia nord-orientale. A quel tempo la popolazione dei Franchi era divisa in varie tribù. Le diverse tribù erano riunite in due grandi gruppi: i Franchi Sali e i Franchi Ripuari.
La dinastia dei Merovingi
Nel 481 divenne re dei Franchi Sali Clodoveo (detto della dinastia dei Merovingi dal capostipite Meroveo). Proprio Clodoveo possiamo considerare il fondatore del regno dei Franchi, egli, infatti intraprese diverse guerre contro le popolazioni dei regni vicini uscendone quasi sempre vittorioso: in pochi anni riusci a conquistare territori dei Burgundi, degli Alemanni, dei Visigoti, conquistando, infine, anche il regno dei Franchi Ripuari. Alla sua morte Clodoveo era riuscito a far nascere un vasto regno al centro d’Europa. Di Clodoveo i necessario ricordare anche la sua conversione al cattolicesimo.
I “re fannulloni”
Dopo la morte di Clodoveo la dinastia dei Merovingi continuò a regnare, tuttavia l’incapacità dei successori di Clodoveo (chiamati per questo “re fannulloni”) portò ad un graduale indebolimento del regno dei Franchi. Il governo del regno era passato, gradualmente, nelle mani del “maestro di palazzo”, una sorta di primo ministro che si occupava delle questioni di governo. Anche la carica di “maestro di palazzo” divenne ereditaria, a vantaggio della dinastia dei Pipinidi (dal nome del suo fondatore Pipino di Heristal 640-714).
Carlo Martello e la battaglia di Poitiers
Figlio di Pipino di Heristal troviamo Carlo Martello (685-741), questi, fondatore della dinastia dei Carolingi, è ricordato nella Storia per la sua famosissima vittoria a Poitiers (732 d.C.) contro i Saraceni, vittoria che impedì l’avanzata dell’Islam nell’Europa occidentale cristiana.
Pipino il Breve re dei Franchi
Pipino il Breve (715-768), figlio di Carlo Martello, deposto l’ultimo sovrano merovingio, si proclamò re dei Franchi (751 d.C.). Fu proprio Pipino il Breve ad essere chiamato in Italia dal Papa contro i Longobardi e dopo le vittorie in Italia cedette alla Chiesa di Roma quei territori che consentirono la nascita dello stato della Chiesa e concesse il potere temporale ai papi; come ringraziamento il papa Stefano II lo incoronò re dei Franchi nel 754, minacciando la scomunica per quanti avessero eletto sovrani al di fuori della famiglia carolingia.
L’impero di Carlo Magno
Alla morte di Pipino il Breve (768) il regno venne diviso tra i suoi due figli: Carlo (che verrà successivamente chiamato Carlo Magno) e Carlomanno. L’improvvisa morte di Carlomanno, nel 771, spinse Carlo, ignorando i diritti di successione della vedova e dei figli di Carlomanno, a proclamarsi unico re dei Franchi. Impegnato da subito in una serie di campagne militari, Carlo Magno, su invito del Papa, venne in Italia nel 774. In Italia sconfisse e fece prigioniero Desiderio, re dei Longobardi e ne prese il posto quale re anche del Longobardi, quindi progressivamente vennero nominati funzionari del popolo dei Franchi a governare i territori già occupati dai Longobardi.
Dopo le conquiste in Italia Carlo Magno condusse altre vittoriose campagne militari contro popolazioni dell’attuale Germania nord-occidentale (i Sassoni) e quindi contro popolazioni che occupavano i territori dell’attuale Germania centrale e meridionale. Alla conclusione delle sue campagne militari controllava un impero che si estendeva dai Pirenei all’Europa centrale, dalla Toscana al Mare del Nord.
Nella notte di Natale dell’800 Carlo Magno venne incoronato a Roma imperatore da Leone III di quello che verrà chiamato Sacro Romano Impero, la capitale era Aquisgrana in territorio tedesco.
Naturalmente un così vasto territorio era difficile da governare. Da qui l’esigenza dell’imperatore di assegnare a persone di sua fiducia l’amministrazione di parti del territorio: i “feudi”. I feudatari, chiamati anche vassalli, avevano il godimento vitalizio sul terreno assegnato, potevano riscuotere tasse e tenere degli uomini armati sotto il loro controllo. Sull’operato dei vassalli vigilavano i “missi dominaci” inviati dall’imperatore. Se il vassallo fosse venuto meno ai suoi impegni con l’imperatore veniva a macchiarsi del delitto di fellonia, e ciò poteva comportare la perdita del feudo.
Nasce in questo modo il feudalesimo un sistema di governo del territorio che segnò la storia d’Europa per tre secoli (dal IX all’XI).
Durante il regno di Carlo Magno si produssero profonde innovazioni: l’imperatore promosse l’alfabetizzazione (lui stesso imparò a leggere e a scrivere), ordinando l’istituzione di scuole e monasteri (in quegli anni i monasteri erano anche centri di cultura, come avremo modo di vedere).
Finché rimase in vita Carlo riuscì a mantenere sotto controllo il territorio imperiale, ma alla sua morte, nell’814, l’impero fu conteso e diviso tra i tre figli. In questo modo il potere centrale venne sempre più indebolendosi a vantaggio dei feudatari. L’ultimo discendente della dinastia carolingia, Carlo il Grosso, venne deposto nell’887. I territori occidentali dell’impero avrebbero costituito il nucleo della Francia. La parte tedesca del Sacro Romano Impero sarebbe rimasta protagonista della storia europea (condizionerà profondamente anche la storia italiana) ancora per diversi secoli.
APPROFONDIMENTO ........! |
Il monachesimo Nei secoli dell’Alto Medioevo si sviluppò nel territorio dell’Europa occidentale una realtà che pur essendo di carattere strettamente religioso assunse, nel corso del tempo, anche molte altre funzioni: il monachesimo. Nato in Oriente, il monachesimo (il nome deriva dal greco “monos” che significa solo) delle origini era legato alla volontà del singolo di staccarsi dal mondo per praticare il messaggio evangelico: abbandono dei beni materiali e ricerca della comunione con Dio. Nelle sue forme iniziali in Oriente, il monachesimo aveva carattere prevalentemente eremitico (ossia l’individuo cercava la solitudine per meglio incontrarsi con Dio), ben presto, però, esso assunse anche la forma cenobitica (ossia di organizzazione in comunità). Il monachesimo cenobitico ebbe notevolissima diffusione nell’Europa altomedioevale. Nati con finalità esclusivamente religiose, i monasteri si trasformarono ben presto, anche a causa della pressoché totale mancanza di controllo e organizzazione del territorio, in realtà che organizzavano e gestivano il territorio circostante. I monasteri divennero, in particolare nei secoli dell’Alto Medioevo, dei veri e propri centri organizzativi per la produzione agricola, di gestione della giustizia, di raccolta e produzione culturale. Nei secoli nei quali le città europee abbandonate vivevano una profonda crisi, le biblioteche dei monasteri rimasero l’unico luogo di conservazione e riproduzione (ogni monastero possedeva uno “scriptorium” nel quale i libri venivano ricopiati) della cultura scritta. Nell’817 d.C. nei monasteri esistenti all’interno del sacro romano impero venne estesa la regola benedettina fissata nel 540 da Benedetto da Norcia (abate del monastero di Montecassino). La regola benedettina è riassunta nel motto “ora et labora”, che mette in risalto come ai monaci fosse raccomandata oltre all’attività di preghiera la pratica del lavoro. |
3. L’impero di Bisanzio (395-1453 d.C.)
Le origini
Come abbiamo avuto modo di vedere, nel 395 d.C., alla morte di Teodosio, l’impero romano venne divise in impero romano d’Occidente e impero romano d’Oriente. Ora mentre l’impero romano d’Occidente non sarebbe durato ancora molti anni, nel 476 d.C. si riconosce, infatti, la caduta dell’impero d’Occidente, quello d’Oriente ebbe una vita ancora molto lunga: esso durerà fino al 1453 d.C., data nella quale la capitale venne occupata dai Turchi Ottomani. Uno degli imperi più lunghi della Storia durato per più di mille anni.
Uso del termine “bizantino”
Il termine “bizantino”, con il quale ci si riferisce oggi all’impero romano d’Oriente non venne mai usato negli anni in cui durò l’impero. Tale termine venne usato per la prima volta nel XVI secolo da uno storico tedesco e successivamente venne usato anche dagli storici francesi. “Bizantino” deriva da Bisanzio antico nome della capitale imperiale, chiamata successivamente Costantinopoli (in onore dell’imperatore Costantino che nel 330 d.C. la fece abbellire avendo intenzione di spostare la sede dell’impero da Roma a questa città), oggi il nome di questa città è Istanbul.
L’impero di Giustiniano (527-565)
Nato nel 483 d.C., Giustiniano arrivò alla carica imperiale nel 527 d.C. da allora egli cercò in tutti i modi di ricostituire l’antica unità dell’impero romano, sottraendo alle popolazioni di origine barbarica i territori occidentali occupati. In questo contesto si colloca anche la guerra greco-gotica che sconvolse l’Italia per diversi anni e che vide, nel 553, la vittoria del generale bizantino Belisario il quale poté estendere il controllo bizantino nel nostro Paese: sede del governo (o esarcato) bizantino in Italia divenne Ravenna, l’esarcato di Ravenna comprendeva, tra le altre, la città di Bologna, Ferrara, Adria, ecc. e durò fino alla conquista longobarda del 751 d.C.
Oltre a diversi territori in Italia, gli eserciti di Giustiniano riuscirono a conquistare territori nell’Africa settentrionale e in Spagna.
Con Giustiniano l’impero d’Oriente visse un periodo di notevole splendore. L’imperatore raccolse in un unico insieme: il CORPUS IURIS CIVILIS, le leggi allora in vigore patrimonio della produzione del diritto romano.
L’impero bizantino nei secoli successivi a Giustiniano e fino alla fine del millennio
Una prima netta caratterizzazione dell’impero bizantino rispetto alla tradizione di Roma si ebbe a partire dal 610 d.C., in quest’anno, infatti venne eletto imperatore Eraclio I, questi proclamò il greco lingua ufficiale dell’impero in sostituzione del latino e assunse il titolo di basileusal posto di augustus.
Nei secoli successivi l’impero bizantino visse momenti di alterna fortuna. Verso la fine del millennio visse un periodo di ritrovato splendore.
Rottura dell’unità cristiana nel 1054 d.C.
Nella tradizione della cultura bizantina vi è una sostanziale identificazione tra potere politico e potere religioso e ciò ebbe quale conseguenza il progressivo allontanamento della chiesa orientale da quella occidentale. Tale allontanamento divenne rottura definitiva nel 1054, la Chiesa ortodossa orientale si separava in modo definitivo dal cattolicesimo di Roma.
Gli ultimi secoli dell’impero
Dall’inizio del secondo millennio l’impero di Bisanzio dovette difendersi dai continui tentativi di espansione della popolazione araba. Questa, gradualmente, andò ad occupare i territori bizantini dell’Africa settentrionale, quindi della Spagna e dell’Italia insulare, per raggiungere, infine, il cuore dell’impero stesso e la conquista di Costantinopoli nel 1453, come abbiamo visto.
4. Civiltà arabo-islamica
4.1 Maometto e la fondazione della religione islamica
L’Arabia presilamica
Come abbiamo visto nei secoli dell’Alto Medioevo si sviluppa nella zona meridionale del bacino del Mediterraneo un’importante civiltà nata nella penisola arabica, una civiltà che è ancora oggi al centro degli equilibri mondiali: la civiltà islamica.
L’Arabia è una penisola, si colloca tra l’Asia e l’Africa, il suo territorio è piuttosto disomogeneo, vi sono poche zone fertili e vaste distese desertiche. Le popolazioni che abitavano la penisola arabica negli anni in cui nacque Maometto erano prevalentemente nomadi (i beduini), esistevano delle importanti città nei territori più fertili, in particolare nel sud.
L’organizzazione sociale che regolava i rapporti tra le genti arabe era basata sulla famiglia e sulla tribù, mancava un potere politico accentrato di controllo come quello di Roma e di Bisanzio. Le genti arabe erano mosse da una notevole fede religiosa politeista, piuttosto varia, in alcune zone si veneravano divinità che rappresentavano gli astri, in altre erano elementi naturali quali alberi e pietre a rappresentare gli spiriti divini.
Muhammad (ca 570-632 d.C.) e la religione islamica
La vita del Profeta
Muhammad, nome occidentalizzato con Maometto, nasce alla Mecca tra il 569 e il 571 d.C.. L’infanzia di Maometto è legata ad una serie di lutti: il padre muore prima della sua nascita, mentre la mamma muore quando lui ha appena 6-7 anni. Affidato in un primo tempo al nonno passò quindi, dopo la morte di quest’ultimo, all’affidamento di uno zio. Non si conosce molto altro in merito all’infanzia e all’adolescenza del Profeta. All’età di vent’anni venne assunto alle dipendenze di una ricca vedova della Mecca, che sposò cinque anni dopo e dalla quale ebbe sette figli.
Il cambiamento profondo nella vita del Profeta si ebbe in età piuttosto avanzata, fu infatti nel 610 d.C. (quindi all’età di circa quarant’anni) che ebbe, durante il riposo in una grotta, la prima Rivelazione. Nella notte gli apparve l’arcangelo Gabriele quale messaggero di Allah. Dalla prima apparizione iniziò da parte del Profeta un percorso di predicazione del volere di Allah, l’unico vero dio.
I primi anni furono piuttosto difficili, egli dovette scontrarsi con le altre convinzioni religiose e così nel 622 dovette scappare con alcuni fedeli e rifugiarsi nella città di Medina (per i fedeli islamici questa data rappresenta il primo giorno del calendario, l’inizio della nuova era.
Con l’arrivo a Medina iniziò un nuovo periodo per la predicazione di Maometto, questi vide sempre più aumentare il numero dei fedeli a formare anche un vero e proprio esercito, così nel 630 riuscì a conquistare la città della Mecca. In quegli stessi anni iniziarono delle spedizioni militari, a dire il vero non molto fortunate, anche al di fuori dei confini dell’Arabia, anticipando la propensione espansiva dell’Islam. Nel 632 Maometto morì nella sua casa a Medina.
La religione islamica
Innanzitutto mi sembra utile chiarire il significato dia alcuni termini legati alla religione islamica. Il termine Islam significa “sottomissione”; Musulmano significa “fedele, credente”; Jihad significa “guerra santa” (combattuta per diffondere il verbo del vero dio); Corano significa “recitazione ad alta voce”.
La religione musulmana è una religione monoteistica. Allah, il Dio riconosciuto da Maometto, è lo stesso Dio degli Ebrei e dei Cristiani. Maometto non si propone come fondatore di una nuova religione, ma come prosecutore della religione ebraico-cristiana, che ha avuto quali profeti Abramo, Mosè e Gesù. Visto che il messaggio dei profeti precedenti non era stato accolto dagli uomini, questi ha ritenuto di dover rivolgersi a Maometto, quale ultimo profeta, per far conoscere (per questo si parla di religione rivelata anche per l’Islam) qual è il suo volere.
Maometto non ha mai un diretto contatto con Allah, esiste sempre un intermediario (l’arcangelo Gabriele) che gli consente che comprendere qual è la volontà divina.
Le rivelazioni di Allah, ricevute in tempi diversi da Maometto grazie all’arcangelo Gabriele, sono raccolte nel Corano, libro sacro per i musulmani.
La religione predicata da Maometto, che non prevede sacerdoti e sacramenti, è molto semplice dal punto di vista della dottrina. Essa prevede la totale sottomissione (Islam) del fedele (musulmano) al volere di Dio. Lo stesso fedele è tenuto a rispettare cinque obblighi (chiamati anche “cinque pilastri”) che costituiscono il fondamento della religione islamica:
- La professione di fede
- La preghiera quotidiana
- Fare l’elemosina
- Il digiuno nel mese del Ramadan
- Il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita
Per diventare musulmano non vi sono dei riti particolari, come il battesimo per il cristiano, è sufficiente la professione di fede, che deve essere sincera per essere valida.
La preghiera giornaliera è prevista per cinque precisi momenti della giornata, prima della preghiera è necessario lavarsi con cura mani e braccia, la preghiera più importante, quella della comunità si recita il venerdì a mezzogiorno. La preghiera, che si svolge secondo un rituale ben preciso, deve essere fatta rivolgendosi alla Mecca.
Non dobbiamo confondere il fare l’elemosina come lo intendiamo noi, ossia quale opera di carità che consiste in una spontanea donazione ai poveri, per il musulmano vi è un vero e proprio obbligo di donare una pare del suo reddito, quasi una tassa, alla comunità di appartenenza, questi soldi verranno quindi utilizzati per i bisogni della comunità stessa, e tra questi anche l’aiuto ai poveri.
Nel mese del Ramadan il fedele deve astenersi dal bere e dal mangiare (anche dal fumare) dal sorgere del sole al tramonto, con questo sacrificio il musulmano dimostra di saper fare opera di autocontrollo.
Ultimo pilastro prevede di fare, almeno una volta nella vita, un pellegrinaggio alla Mecca. Al pellegrinaggio il fedele può rinunciare se non vi sono le condizioni fisiche o materiali che lo rendono fattibile.
4.2 La civiltà araba e la sua espansione
Una società teocratica
Nata in un sistema sociale nel quale mancava un potere politico centralizzato, la religione islamica si propose da subito quale guida anche per l’ambito civile e politico. Nacque in tal modo un vero e proprio sistema teocratico: i capi religiosi divennero anche guide civili e politiche. Ecco perciò che il peccato diveniva non solo trasgressione di una norma religiosa, ma anche violazione di una norma civile e per questo motivo il peccatore avrebbe ricevuto la giusta pena attuata dalle autorità civili.
La costruzione dell’impero arabo-islamico
Lo stretto legame tra potere religioso e potere politico fu uno dei motivi che facilitò il movimento di espansione dell’Islam nei territori vicini: l’opera di conquista si identificava con la “guerra santa” combattuta per diffondere il vero Dio, che avrebbe assicurato al combattente la beatitudine eterna.
Già alla morte di Maometto (632 d.C.) l’Arabia era unificata sotto il controllo del Profeta. Alla morte di Maometto venne istituita la figura del califfo (termine che significa “successore dell’inviato di dio”). Furono proprio i califfi della dinastia omayyade a guidare la prima importante espansione arabo-islamica.
Furono due le principali direzioni d’espansione: l’Est con la conquista dell’impero persiano e l’apertura verso Oriente; il nord con la conquista dei territori bizantini di Siria, Egitto, Cirenaica (regione della Libia), Tripolitania (altra regione della Libia). Verso l’inizio dell’VIII secolo il califfato aveva raggiunto la sua massima espansione, ad Oriente aveva raggiunto il bacino del fiume Indo, mentre in Occidente occupò tutta l’Africa settentrionale sino a raggiungere la Spagna (713).
In un secolo gli Arabi riuscirono a costruire un impero dalle dimensioni enormi: più di 40 milioni di abitanti sparsi in un territorio che si estendeva dall’Atlantico all’India.
I rapporti con le popolazioni conquistate
Le popolazioni sottomesse dagli Arabi erano obbligate a pagare uno speciale tributo ma non erano costrette alla conversione religiosa, i conquistatori seppero dimostrare nei loro confronti una notevole tolleranza.
La grandezza della civiltà araba
Gli Arabi ebbero il merito di riconoscere ad assimilare le ricchezze culturale delle civiltà con le quali venivano in contatto: furono gli Arabi, ad esempio, a tradurre dal Greco e commentare, per primi, le opere di Aristotele, consentendo in tal modo la conoscenza del filosofo greco nell’Europa medioevale.
La civiltà araba di fine millennio era molto superiore rispetto a quella dei diversi paesi europei, sia nella cultura dove per la matematica, la medicina, la geografia, l’astronomia il livello di studi era molto, molto più approfondito; sia nella quotidianità del vivere: non dobbiamo meravigliarci del lamento di un visitatore arabo di fine millennio, rimasto colpito dalla sporcizia che regna nelle diverse città europee.
5. Vivere nel Medioevo (1)
5.1 Il sistema economico-commerciale nel periodo altomedioevale: l’economia della
“curtis”
Il drastico ridursi della produzione agricola e dei commerci con la disgregazione dell’impero romano
Con la disgregazione dell’impero romano d’Occidente si ebbe una profonda trasformazione anche nel sistema economico.
Nei secoli dell’impero era lo Stato ad organizzare i traffici a lunga distanza e quindi a favorire lo scambio di beni non consumati nei luoghi di produzione. Il controllo dl territorio, garantito dall’esercito di Roma, dava sicurezza ai traffici commerciali. Con il venir meno del potere centrale si ebbe un drastico ridursi dei traffici a lunga distanza e un progressivo degrado del sistema stradale.
Non solo i commerci, ma anche la produzione agricola aveva trovato le migliori condizioni grazie alla capacità di controllo del territorio garantita dal potere Roma. Venuto meno questo controllo il territorio subì devastazioni di varia natura (si pensi ai movimenti delle tribù barbariche all’interno del territorio imperiale e ai continui conflitti che si combatterono in alcune zone europee, la penisola italiana tra queste) con conseguenti effetti di crollo nelle capacità produttive.
Economia della “curtis”
Già verso la fine dell’impero si è osservata una trasformazione nel sistema di produzione agricolo all’interno del territorio imperiale: il latifondo che sfruttava il lavoro degli schiavi aveva, progressivamente, lasciato il posto ad un sistema nel quale le terre direttamente gestite dai grandi proprietari e piccoli fondi dai proprietari stessi dati in concessione venivano lavorati da coloni (liberi o in stato servile). Ebbene questo sistema divenne dominante nell’Alto Medioevo.
La terra era divisa in grandi proprietà (nei primi secoli del Medioevo accanto alle grandi proprietà possedute da laici andarono a formarsi anche enormi proprietà possedute da enti ecclesiali) e queste per la maggior parte erano formate da foreste, paludi, terreni incolti, solo una minima parte era coltivata e questa parte coltivata era divisa in “curtis”.
In genere le “curtis” (da considerarsi come delle vere e proprie unità di produzione indipendenti) erano suddivise in due parti:
- “pars dominica” (o parte padronale, direttamente gestita dal signore e dai suoi amministratori)
- “mansus” (insieme di appezzamenti dati in gestione alle famiglie dei contadini, i coloni che vi abitavano)
I coloni erano obbligati al lavoro (almeno per due-tre giorni alla settimana) sul terreno del signore, erano inoltre costretti a pagare un affitto (il pagamento avveniva quasi sempre con prodotti della natura) per il terreno concesso.
Giuridicamente la condizione dei coloni era di due tipi:
- servo
- libero
La condizione di “servo” aveva quali conseguenze lo stato di dipendenza totale dal signore: il servo non poteva allontanarsi liberamente dal territorio; poteva essere punito dal signore a sua discrezione, senza giudizio pubblico; non poteva unirsi liberamente in matrimonio, doveva scegliere il compagno o la compagna all’interno del gruppo servile.
La posizione dei “liberi” se era migliore giuridicamente non lo era certo dal punto di vista economico, le condizioni di vita di queste persone erano così misere da mantenersi al limite della sussistenza.
Data la carenza di prodotti da commercializzare e data anche la difficoltà oggettiva per i commerci, gli stessi vennero a ridursi notevolmente, tanto che possiamo considerare il sistema dell’economia curtense come un sistema chiuso, in sé autosufficiente.
Un’economia di sussistenza
La mancanza di un potere centrale di garanzia e controllo, l’arretratezza tecnica e la mancanza di stimoli per migliorare la produzione costrinsero i contadini dell’Alto Medioevo a vivere in condizioni di assoluta miseria, al limite della sopravvivenza: le risorse disponibili venivano consumate senza lasciar alcun margine per eventuali investimenti.
5.2 Il paesaggio
Se avessimo la possibilità di vivere nel periodo altomedioevale ciò che probabilmente ci colpirebbe di più sarebbe il paesaggio: potremmo camminare per chilometri e chilometri senza trovare traccia di presenza umana, zone arboree che si alternano a zone boschive per immense distanze, i pochi centri abitati erano formati da gruppetti di case (indicate con il termine di “fuochi” con riferimento alla presenza del camino) circondati da poca terra coltivata.
5.3 L’idea del peccato e la costante presenza del soprannaturale
La mancanza di stabilità politica, le continue guerre, le carestie, le epidemie diffuse, resero i secoli dell’Alto Medioevo un periodo molto difficile da vivere, non bisogna perciò stupirsi se l’uomo di questi secoli, impegnato a garantirsi la sopravvivenza quotidiana, fosse ossessionato da due elementi: la paura del peccato e la presenza del soprannaturale, dell’invisibile.
L’ossessione del peccato
L’ossessione del peccato domina l’uomo medioevale indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza, dall’età, dal sesso. L’uomo, riconosciuto dalla Chiesa peccatore fin dalla nascita a causa del peccato originale di Adamo ed Eva, può grazie al sacrificio di Cristo salvarsi. La possibilità per ogni uomo di salvarsi sono legate ad alcune condizioni indispensabili: innanzitutto l’appartenenza alla comunità cristiana (essere fuori della comunità della Chiesa significava la certezza della perdizione, per tale motivo quanti non frequentavano le funzioni religiose erano considerati anche al di fuori della comunità sociale senza possibilità di salvezza, non avevano la possibilità di formarsi una famiglia né di ricoprire incarichi pubblici nella comunità d’appartenenza; per lo stesso motivo nelle varie dispute tra papato e imperatore il primo possedeva uno strumento in più di straordinaria forza: la scomunica, un imperatore scomunicato era al di fuori della comunità cristiana, destinato alla perdizione, i sudditi non gli dovevano, perciò, più obbedienza); quindi risultare vincitore nella lotta quotidiana con il male rappresentato dalle tentazioni di Satana.
Solo se si saprà condurre una vita virtuosa all’interno della comunità cristiana potrà sperare di accedere alle gioie eterne del Paradiso, nel caso contrario la sua anima sarà destinata, per l’eternità, ai tormenti dell’Inferno (fino al XII secolo la Chiesa non prevedeva l’esistenza del Purgatorio).
Per comprender quanto reale fosse per l’uomo del Medioevo l’esistenza dell’Inferno e del Paradiso è sufficiente leggere la “Divina Commedia” di Dante. La descrizione dei tormenti inflitti ai dannati all’inferno è di un incredibile realismo. Inferno e Paradiso non sono luoghi simbolici ma luoghi reali dove le anime vivranno per l’eternità nella sofferenza o nella beatitudine, in base al loro comportamento terreno.
A noi oggi sembra eccessivo l’uso fatto dalla Chiesa medioevale dell’inferno e del paradiso quali strumenti per indurre gli uomini ad un retto comportamento, non dobbiamo però dimenticare che nei secoli dell’Alto Medioevo il livello d’istruzione della popolazione era molto basso, mancava poi un efficace sistema di prevenzione e punizione dei delitti; la paura dell’inferno aveva una formidabile funzione deterrente nel limitare i delitti e i comportamenti negativi e di conseguenza divenne un sistema di mantenimento di ordine e pace in un mondo votato al disordine e alla sopraffazione. D’altra parte se ci pensiamo se è possibile sfuggire al castigo umano, perché magari non si è riconosciuti come colpevoli di un determinato delitto commesso, all’occhio divino non è possibile sfuggire, delle nostre colpe prima o poi dovremo rispondere.
La presenza del soprannaturale
Per l’uomo medioevale il rapporto tra mondo naturale e mondo soprannaturale è un rapporto di reciproca compenetrazione: il divino manifestava di continuo il suo potere attraverso numerosi miracoli; spiriti di varia natura, anche maligni, si aggiravano tra gli uomini e qui operavano i loro interventi.
I sogni e le visioni erano considerati come strumenti che consentivano agli uomini di mettersi in contatto con il mondo del soprannaturale. Racconti, fiabe, leggende di questi secoli hanno quale presenza costante delle forze soprannaturali che si manifestano nei modi più vari.
L’uomo medioevale invoca di continuo gli spiriti benigni: per allontanare i pericoli; per garantirsi un buon raccolto; per guarire dalle malattie; per avere protezione durante un viaggio e in mille altri casi simili.
Visibile e invisibile formano in questi secoli un legame inscindibile, difficile anche solo da immaginare per noi uomini d’oggi abituati a riconoscere solo ciò che si può vedere e toccare.
Ricordo che era stato Odoacre a destituire l’ultimo imperatore di Roma, Romolo Augustolo, nel 476 d.C.
L’Arianesimo, dal sacerdote alessandrino Ario (336 d.C.), è una teoria religiosa che sostiene come Cristo non sia un’unica sostanza con il Padre, ma sia solo la miglior creatura creata da Dio. Ario verrà scomunicato e la sua dottrina condannata nel Concilio ecumenico di Nicea (325). L’Arianesimo resistette come convinzione religiosa presso molti popoli germanici cristianizzati (Goti, Vandali, Longobardi) fino al VII secolo.
BASSO MEDIOEVO: COMUNI, SIGNORIE E MONARCHIE FEUDALI
1. La ripresa economica all’inizio del secondo millennio
1.1 Precarietà della vita nell’Alto Medioevo
1.2 Ripresa economica dopo l’anno Mille
1.3 Il ritorno nelle città
2. Comuni, signorie e principati
2.1 Comune
2.2 Signoria e principato
3. Monarchie feudali
3.1 La monarchia francese
3.2 La monarchia inglese
APPROFONDIMENTO: La Magna Charta Libertatum
4. Vivere nel Medioevo (2)
4.1 La donna nel Medioevo: la necessità della custodia
4.2 La situazione sanitaria
1. La ripresa economica all’inizio del secondo millennio
1.1 Precarietà della vita nell’Alto Medioevo
La vita di tutti i giorni nella società altomedioevale era molto difficile. La natura era ancora ostile, lo spettro della fame, delle malattie, della miseria era sempre presente, anche a causa delle continue guerre che si combattevano (un esempio è il territorio italiano tormentato nei secoli dell’Alto Medioevo dallo scontro tra bizantini e ostrogoti, bizantini e Longobardi, bizantini e Franchi). La vita, in questi secoli, era per gran parte degli uomini una vita di estrema miseria, si pensi al contadino (in questi secoli la maggior parte della popolazione è contadina) costretto a cedere parte dello scarso prodotto della terra al feudatario, a pagare tasse molto alte, spesso vittima di carestie. Le invasioni e i saccheggi di Normanni, Ungari e Saraceni nell’ultimo secolo del primo millennio completano il quadro negativo di questo periodo.
1.2 Ripresa economica e demografica dopo l’anno Mille
La ripresa demografica
Solo dopo l’anno Mille una maggiore stabilità politica e la cessazione delle invasioni barbariche consentì un maggiore sviluppo, ritornando ai livelli di popolazione esistenti nei secoli di maggior sviluppo dell’impero romano. Se nel I secolo d.C. la popolazione europea supera i 50 milioni di abitanti, nel 950 d.C. a fatica si arriva 22 milioni di abitanti, per ritornare ad una popolazione superiore ai 50 milioni di abitanti bisognerà attendere la fine del XIII secolo.
La maggiore produzione agricola
La disgregazione politica, le continue guerre, le epidemie avevano avuto quale conseguenza il crollo demografico indicato. Con la ritrovata stabilità politica si ebbe un incremento demografico che favorì la messa a coltura di nuove terre con conseguente aumento nella produzione agricola tale da soddisfare le maggiori esigenze di cibo. L’aumento della produzione agricola di questo periodo è strettamente legato anche alle importanti innovazioni tecniche introdotte, tra queste:
- Utilizzo dell’aratro con il vomere in ferro (consente una aratura più profonda), prima era in legno
- L’utilizzo di un giogo, per gli animali da traino, che andava a scaricare la trazione sulle spalle dell’animale, mentre prima era sul collo
- La rotazione triennale delle colture (che consentiva al terreno di recuperare le sostanze necessarie per una maggior produzione)
Ripresa dell’artigianato e del commercio, l’importanza dei mercati
L’aumentata produzione agricola ebbe degli importanti risvolti nella economia europea: si ebbe infatti un notevole incremento dell’artigianato e del commercio. La discreta abbondanza di prodotti agricoli disponibili consentì di utilizzare parte di questi come elemento di scambio per fornirsi di prodotti artigianali. Non tutta la popolazione è costretta a dedicarsi all’agricoltura, un parte potrà specializzarsi nella produzione di prodotti artigianali che verranno immessi nel mercato. Le attività artigianali crebbero di volume: si intensificarono l’estrazione e la lavorazione dei metalli; la produzione tessile si ampliò aumentarono le costruzioni in muratura.
Strettamente legato alla maggiore produzione artigianale si ebbe l’incremento nello scambio di prodotti e quindi nel commercio. Inizialmente di carattere prevalentemente locale il commercio nei primi secoli del secondo millennio vide un enorme incremento, sia nei traffici locali, sia in quelli regionali e nazionali. Assieme allo sviluppo nei commerci si ebbe lo sviluppo delle vie di comunicazione a facilitare i commerci stessi, la mancanza di una vera e propria organizzazione deputata alla gestione e al mantenimento delle strade non consentì di creare un sistema viario terrestre europeo realmente efficace e così per diversi secoli ancora per il trasporto delle merci si preferirono le vie marittime e quelle fluviali.
Della disponibilità di prodotti e della vivacità nel commercio nei secoli del Basso Medioevo abbiamo testimonianza osservando l’importanza sempre maggiore che i mercati vanno assumendo nella vita delle diverse città europee. Mercati che diventano non solo luogo di scambio di merci, ma anche luogo di incontro di persone, luogo di predicazione, occasione per assistere a spettacoli di varia natura per una folla che accorreva sempre molto numerosa.
1.3 Il ritorno nelle città
Durante gli anni dell’Alto Medioevo la popolazione viveva, per necessità, nelle campagne, le città erano spopolate (la stessa Roma che nel periodo di massimo splendore aveva raggiunto un milione di abitanti, nel 700 d.C. contava non più di ventimila abitanti), con la ripresa economica successiva all’anno Mille, e la conseguente crescita demografica, riprende, in modo graduale, in molte zone europee il flusso dalla campagna alla città (questo fenomeno si definisce urbanesimo); le città che durante l’alto Medioevo si erano impoverite e spopolate ripresero a svilupparsi riacquistando una posizione dominante.
In qualche modo la città domina sulla campagna che le fornisce i beni di consumo necessari.
Nella città si sviluppa un nuovo tipo di società avente quale personaggio dominante il mercante, colui che, grazie ai traffici commerciali, apre la città al mondo esterno. Tra i cittadini si va sempre più sviluppando il senso di appartenenza alla propria città con diffusi fenomeni di campanilismo urbano.
Nella città si sviluppano in maggior grado valori che caratterizzeranno l’epoca moderna:
- Il lavoro
- La ricerca del profitto
- Il senso della pulizia, dell’ordine, della bellezza.
All’interno della città ci si sente più protetti dato che tutte le città medioevali sono fornite di possenti mura difensive. É possibile una migliore organizzazione del lavoro: nascono le organizzazione dei mestieri che diverranno vere e proprie “corporazioni” con statuti propri e un sistema di vantaggi e protezioni.
La città diviene anche sede di sviluppo della cultura, già nei primi secoli del secondo millennio nascono le università in diverse città europee. Nelle città la cultura laica inizia a contrapporsi e a sostituirsi a quella religiosa.
2. Comuni e Signorie
2.1 Comune
Lo sviluppo dei Comuni
Nelle città, all’inizio del secondo millennio, si forma una nuova classe sociale che sarà protagonista negli anni successivi: la borghesia. Borghesi furono detti i mercanti, gli artigiani, i notai, gli avvocati, i medici. Con il ritrovato ruolo di centro di potere, le città cercarono delle forme di governo autonomo dal sistema di potere “imperatore-papa” (pur rimanendo all’interno di territori controllati dall’imperatore o dal pontefice). Tra le prime realtà cittadine a trovare la forza di un governo autonomo sono le repubbliche marinare, che avevano trovato nell’attività commerciale il loro punto di forza.
Il governo dei primi comuni
Le prime notizie di ordinamenti comunali risalgono al 1030, e si riferiscono alla città di Cremona, ma nel giro di pochi decenni molte città, in particolare nell’Italia del Nord, trovarono delle forme di governo indipendenti rispetto all’autorità imperiale.
I primi comuni si governarono mediante un’assemblea di cittadini, che comprendeva due o più consoli. Successivamente, soprattutto per problemi organizzativi, alle assemblee dei cittadini si sostituiscono dei gruppi ristretti di cittadini, detti consigli, e ai consoli si sostituisce il podestà, eletto annualmente. Nascono anche degli uffici pubblici con a capo cittadini eletti o sorteggiati.
Crisi dei Comuni e nascita delle Signorie
La società cittadina nell’età comunale è sostanzialmente formata da quattro classi sociali:
- nobiltà (costituita dai proprietari terrieri che vivono in città)
- popolo grasso (ricchi borghesi)
- popolo minuto (artigiani e piccoli commercianti)
- operai salariati
Tra le prime tre classi sociali vi erano continui scontri per il governo della città, si cercò perciò di porre rimedio alla lotta tra le diverse fazioni affidando il governo ad una sola persona proveniente da una diversa città: il podestà,. Questi proprio perché proveniva da una diversa città, in teoria non doveva avere nessun legame privilegiato con le fazioni cittadine in perenne lotta tra loro. Il ricorso al podestà, tuttavia, risolveva solo temporaneamente il problema delle lotte interne, nonostante la sua presenza, infatti, le lotte spesso riprendevano creando una situazione di notevole instabilità e paura. Proprio le continue lotte furono una spinta formidabile per cercare un sistema istituzionale alternativo a quello comunale. Un tale sistema fu trovato nell’affidare ad un'unica persona la gestione del potere: è la nascita della signoria.
I signori potevano avere origini diverse:
- poteva essere il capo di una delle fazioni in lotta
- poteva essere il capo del popolo grasso o minuto
- poteva essere colui che si era, in origine, presentato come pacificatore tra le parti in lotta
2.2 Signoria e principato
Anche se solitamente si colloca il nascere della signoria nel tardo Trecento, in realtà, proprio per le caratteristiche stesse dell’istituzione comunale, l’ascesa al potere di signori iniziò assai prima, sin dal Duecento.
Il comune non è un’istituzione democratica, ma l’espressione organizzata del potere di gruppi costituiti (che spesso si identificano con le corporazioni artigiane e commerciali), su altre componenti della cittadinanza. Di rado la sua esistenza si basa su fondamenti giuridici certi: al contrario, al momento della crisi, l’instaurarsi di poteri di fatto sarà facilitato proprio dall’informalità della costituzione comunale, che rende facile aggirarne i vincoli. In effetti, i Comuni (che sono riusciti a battere l’impero e i feudatari che ne volevano soffocare l’esistenza) trovano il proprio peggior nemico in se stessi: rivalità reciproche e lotte interne, culminate nella sanguinosa contesa fra guelfi e ghibellini, li dilaniarono, generando insicurezza politica e paralisi delle attività economiche.
Di fronte a questa crisi perenne, per ripristinare la normalità, nascono quelle che possiamo definire le signorie di fatto, tacitamente avallate dalle parti, affidate a esponenti di famiglie prestigiose o ad abili avventurieri. I nuovi signori si preoccupano nel cercare il riconoscimento imperiale o papale della propria investitura.
I nuovi poteri signorili si consolidano: l’intervenuta pacificazione favorisce la ripresa dei traffici e delle industrie cittadine e con questa la ricchezza dei signori che, spinti dall’ambizione cercarono d’imporre la loro egemonia sui territori e sulle città circostanti, si formarono, in tal modo, degli stati di dimensione regionale: la signoria si trasformò allora in principato.
3. Monarchie feudali
La divisione dell’impero
Con la morte di Carlo Magno (814) il Sacro Romano Impero, da lui creato, entrò in grave crisi. Vari furono i motivi della crisi: innanzitutto motivi si successione, che portarono alla divisione territoriale dell’impero in tre parti. La parte più ad ovest (coincidente con notevole parte dell’attuale Francia) venne assegnato a Carlo il Calvo; la parte centrale, chiamata Lotaringia, (una fascia di territorio che partiva dal Mare del Nord e, includendo territori quali l’Alsazia e la Lorena, arriva fino alle regioni dell’Italia settentrionale) venne assegnata a Lotario; quindi la parte orientale (coincidente con diversi territori dell’attuale Germania) venne assegnata a Ludovico.
Le nuove invasioni e il diffondersi dei castelli
L’impero così diviso subì, negli anni successivi, attacchi da parte di nuovi popoli invasori, tra questi vale la pena di ricordare in più importanti, i Normanni e gli Ungari. Il fenomeno delle invasioni territoriali da parte di popolazioni straniere mise chiaramente in evidenza la debolezza del sistema imperiale diviso.
I pericoli conseguenti alle invasioni di popoli stranieri (i Saraceni per il Mediterraneo), uniti ai pericoli legati alle lotte sul territorio, ebbero quale conseguenza l’innalzamento, sempre più diffuso, di nuove costruzioni, i castelli, in grado di assicurare al signore, e alla popolazione residente, la possibilità di proteggersi da eventuali attacchi ostili.
Nascita del sistema feudale
Nei secoli del Basso Medioevo si ebbe anche una trasformazione nel sistema di vassallaggio. Come si ricorderà la gestione del territorio, da parte dell’imperatore, prevedeva di assegnare a delle persone di fiducia il controllo di porzioni di territorio (feudi), alla morte del vassallo il feudo sarebbe ritornato all’imperatore. Ebbene questo sistema, come probabilmente si poteva prevedere, entrò in crisi; si diffuse, infatti, tra i diversi feudatari la tendenza a considerare di proprietà il feudo assegnato e di conseguenza pretendere di lasciare in eredità ai propri figli il territorio inizialmente assegnato. Di fronte a queste pressanti richieste già nell’887 l’imperatore Carlo il calvo dovette riconoscere il diritto di ereditarietà dei feudi maggiori con la conseguente sempre maggiore frammentarietà del territorio e perdita di potere da parte dell’imperatore. Proprio in questa realtà feudale di possesso di vasti territori da parte di un signor si colloca la nascita delle monarchie feudali.
I feudatari che meglio seppero sfruttare la nuova situazione furono i fondatori dei nuovi sistemi monarchici, come vedremo.
3.1 La monarchia francese
Il territorio francese, alla fine del millennio, vide il progressivo dissolversi del potere imperiale e questo vuoto lasciò spazio alla dinastia dei Capetingi (da Ugo Capeto il feudatario fondatore della dinastia) per imporsi quali iniziatori della monarchia francese.
Al momento della sua assunzione di potere, nel 987, Ugo Capeto dominava su un territorio piuttosto limitato, rispetto ad altri feudi, al centro della Francia. Attraverso un abile politica che vide i Capetingi proporsi quali difensori della pace e della Chiesa e grazie alle imprese militari, la dinastia riuscì ad estendere il proprio controllo su altri vasti territori francesi, assumendo, di fatto, una posizione dominante.
Di fondamentale importanza fu la sconfitta inflitta nel 1214 da Filippo Augusto al re d’Inghilterra Giovanni Senza Terra, la vittoria dei Capetingi consentì l’annessione di ampi territori ancora in possesso del re inglese sul suolo francese (tra questi al regione della Normandia).
3.2 La monarchia inglese
La nascita della monarchia inglese parte dalla Francia. È dal territorio della Normandia , infatti, che parte Guglielmo il Conquistatore ad invadere l’Inghilterra, riuscendo a sconfiggerele popolazioni residenti degli anglosassoni nel 1066.
I territori inglesi conquistati vennero divisi in feudi e assegnati ai vari vassalli, uomini che avevano accompagnato Guglielmo nella operazione di conquista.
Il governo di Guglielmo fu forte ed efficace, nel 1085 organizzò quello che potremmo definire un vero e proprio censimento del territorio ( il Domestay Book), registrando persone, proprietà, bestiame e atterezzi.
La monarchia inglese entrò in grave crisi tra XII e XIII secolo, prima con Riccardo Cuor di Leone, spesso impegnato nelle crociate, e quindi con Giovanni Senza Terra costretto a cedere, come abbiamo visto, quasi tutti i possedimenti in territorio francese, dopo la sconfitta di Bauvines del 1214. La debolezza del re favorì l’opposizione della Chiesa e dei grandi feudatari presenti sul suolo inglese. In particolare al sovrano veniva contestato il frequente ricorso alla richiesta di tributi straordinari.
La monarchia fu quindi costretta a rivedere le condizioni che la legavano ai vassalli, giurando, nel 1215, sulla Magna Charta Libertatum, un documento che per la prima volta sanciva il diritto di resistenza da parte dei sudditi nei confronti del monarca. Si poneva in tal modo le basi di quello che sarà il modello politico inglese dei secoli successivi: ossia l’accettazione del potere del re, ma l’obbligo, da parte di questi, di riconoscere il parlamento , istituzione in grado di limitarne il potere. Questa formula è ancoraggi in vigore.
APPROFONDIMENTO ........! |
La Magna Charta Libertatum Formata originariamente da 63 articoli, nella Magna Charta Libertatum il re si impegnava nel rispettare una serie di diritti e libertà dei propri sudditi, tra queste:
Gli articoli della carta vennero ridotti a 47 nel 1216. Nel 1225 venne nuovamente promulgata, nella forma che è rimasta in vigore fino ai nostri anni. |
4. Vivere nel Medioevo (2)
4.1 La donna nel Medioevo: la necessità della custodia
Per natura inferiore all’uomo, secondo il giudizio datone anche da Aristotele, la donna medioevale abbisogna, innanzitutto, di custodia. Il suo corpo mobile e la sua anima irrequieta richiedono una profonda opera educativa che verrà attuata attraverso la sorveglianza e la repressione da un lato, la protezione e la cura dall’altro lato.
L’opera educativa nei confronti della donna verrà attuata fin dall’infanzia e durerà per tutta la vita, ella, infatti, pur essendo potenzialmente in grado di autocustodirsi, nella realtà di fatto manca della fermezza necessaria per prendersi cura pienamente di sé; abbisogna, perciò, di padri, mariti fratelli, consiglieri spirituali, predicatori che la guidino e la custodiscano.
In questo processo di custodia vi sono dei temi comuni che ritornano:
- La valorizzazione della vita interiore dell’anima, di contro alla esteriorità
- La volontà di allontanare le donne dalla vita pubblica, spingendole verso lo spazio privato della casa e del monastero
Gioielli, trucchi per il corpo, vestiti appariscenti, atteggiamenti superbi ed eccessiva gestualità sono da evitarsi, così come deve essere praticata la sobrietà nell’assunzione dei cibi e delle bevande. Alle donne viene quindi consigliato di evitare di bere vino, come viene consigliato di evitare il cibo troppo caldo o troppo speziato, invece si consiglia la pratica del digiuno (in particolare alle vedove e alle donne non sposate).
Oltre al vestire, alla gestualità, al cibo assunto, ci si preoccupa anche della operosità della donna. Si è convinti che per il sesso femminile l’ozio sia il peggior male, i momenti d’ozio sono occasione di pensieri e desideri indegni; meglio perciò essere sempre impegnate in qualche lavoro: tessere, ricamare, cucire, filare, rammendare, in questo modo si tengono occupate non solo le mani ma anche, ed è la cosa più importante, i pensieri.
Altra attività raccomandata alla donna medioevale è la carità, intesa come disposizione nel rincuorare gli afflitti e nell’aiutare i bisognosi con l’elemosina.
Un ulteriore elemento che prevede un rigoroso controllo maschile sulla donna è l’uso che questa fa della parola. Secondo i predicatori e moralisti medioevali le donne parlano troppo e spesso a sproposito. La menzogna, la maldicenza, la litigiosità, l’insistenza e la lamentosità sono tratti spesso presenti nel discorso femminile. Per questi motivi la dimensione pubblica viene negata alla parola femminile, alle donne viene preclusa la possibilità dell’insegnamento, del governo, dell’amministrazione della giustizia, della predicazione.
Nel rapporto con la parola scritta, alcuni autori riconoscono solo alle donne destinate al monastero il diritto di apprendere a leggere e a scrivere.
Allo stesso tempo, visto che il destino delle ragazze è di trovar marito e governare la casa, è fondamentale che la donna sia in grado di occuparsi della casa, dovrà essere in grado di svolgere le quotidiane faccende domestiche:
- Tessere
- Filare
- Lavorare a maglia
- Cucire
- Provvedere al bucato
- Cucinare
Concludiamo questo paragrafo con le parole scritte da Carla Casagrande, autrice del testo “La donna custodita” dal quale abbiamo preso la maggior parte delle informazioni riportate. Per l’autrice la figura di donna dominante nel Medioevo è quello di: “… donna custodita nelle case e nei monasteri, di cui vengono controllati movimenti, gesti, parole, abiti, fecondità e religiosità era una donna che era possibile guidare verso la salvezza eterna e che nello stesso tempo garantiva in questo mondo l’onore e la continuità delle famiglie, una donna che i predicatori e i direttori spirituali approvavano e che i mariti e i padri apprezzavano.” (AA. VV. Storia delle donne. Il Medioevo, , pag. 125, Bari 2005).
4.2 La situazione sanitaria
Il generale degrado nella qualità della vita, successivo alla caduta dell’impero romano d’Occidente, si manifesta nella sua massima espressione nella disastrosa condizione sanitaria vissuta nei secoli dell’Alto Medioevo.
La mancanza di controllo politico e la disorganizzazione sociale ebbe nei secoli altomedioevali delle pesanti conseguenze:
- Nella produzione alimentare
- Nella totale mancanza di forme di prevenzione e di lotta alle malattie
- Nella mancanza di pratiche e di strutture idonee alla cura dell’ammalato
La scarsa produzione alimentare (in alcuni momenti particolarmente critici, in certe zone d’Europa si arrivò a cibarsi di carne di altri uomini pur di sopravvivere) ebbe degli effetti veramente devastanti in relazione alla condizione sanitaria. La fame spingeva ad ingerire anche cibi avariati con le conseguenze immaginabili per la salute. La scarsa disponibilità di sale e di altre sostanze fondamentali per l’organismo provocava malattie di vario tipo, tra queste era frequente il rachitismo.
La scarsa igiene e il conseguente proliferare di insetti e topi ebbe degli effetti devastanti nella diffusione delle epidemie.
Segno evidente delle precarie condizioni igienico-sanitarie e alimentari è l’elevata mortalità infantile di questi anni: si calcola che quasi il 50% dei bambini nati non avrebbe superato i primi anni di vita.
La durata media della vita era di circa 30 anni per le donne (questo dato si giustifica anche in considerazione dell’elevata mortalità durante il parto: per metà delle donne tra i 18 e i 30 anni il parto è la prima causa di morte), 45 per gli uomini. Un cinquantenne era considerato ormai vecchio.
Tra le malattie più diffuse in questi secoli troviamo la tubercolosi, la lebbra, la peste.
Per curare le più gravi malattie non vi sono rimedi efficaci, la miglior cosa da fare era di affidarsi a qualche santo protettore e confidare nel suo aiuto.
Nei secoli medioevali la pratica chirurgica è regredita rispetto all’antichità greca e romana, in particolare le cause di morte sono da attribuire alla totale mancanza di pratiche di disinfezione.
Solo nei secoli centrali del Basso Medioevo, anche grazie agli studi pervenuti dal mondo arabo, vi sarà una ripresa della pratica medica, con lo sviluppo di scuole importanti (tra le più importanti troviamo la scuola salernitana e quella bolognese). La medicina ora si avvale dell’uso di piante officinali (ossia contenenti elementi con proprietà medicamentose), si usa la calce nei luoghi di sepoltura per bloccare l’eventuale estendersi di infezioni.
Le strutture sanitarie rimarranno, per tutto il Medioevo, piuttosto carenti, assenti del tutto in campagna e poco diffuse anche in città. In ogni caso, rispetto alle strutture laiche, saranno i luoghi gestiti dai religiosi a svilupparsi maggiormente offrendo le migliori prestazioni.
La situazione sanitaria, già piuttosto precaria, si aggravava enormemente nei momenti delle epidemie. Tra le più devastanti si ricordano le epidemie di peste che colpirono ciclicamente l’Europa per tutto il periodo medioevale e anche in età moderna con riflessi importanti anche sulla crescita demografica (la peste che colpì l’Europa nel XIV secolo ebbe degli effetti devastanti, si conta che circa il 30-40% della popolazione dei Paesi più colpiti morì di peste).
Nella pratica della guarigione grande importanza avevano i miracoli, secondo le indicazioni dei cronisti del tempo le guarigioni legate ai pellegrinaggi variavano dal 41% dei paralizzati all’8% dei muti, con il 19% dei ciechi. Con riferimento alle guarigione miracolose, a partire dall’XI secolo si diffuse la convinzione che anche i re fossero in grado di compiere miracoli, sanando particolari malattie: tra XI e XIX secolo i sovrani francesi riconosciuti con virtù di guaritori furono Filippo I, Luigi VI, Luigi IX il santo, Filippo IV il bello.
I sistemi usati in agricoltura erano ancora quelli dei secoli precedenti, spesso incapaci di garantire anche il minimo per la sussistenza.
Il termine “Normandia” deriva dal fatto che questo territorio nel IX secolo d.C. venne occupato da popolazioni vichinge, chiamate “normanne” ossia “popoli del nord”.
Il parlamento inglese si componeva, e si compone ancora oggi, di due parti, o camere: la Camera dei Lord e la Camera dei Comuni. Nella camera dei lord, di carattere non elettivo, siedono i rappresentanti della nobiltà; nella camera dei comuni, di carattere elettivo, i rappresentanti delle contee e delle città (oggi la camera dei comuni è divenuta il vero centro legislativo del Paese, la camera dei lord, nei secoli, ha perso di importanza).
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