IVAN S. TURGENEV

 

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  • IVAN S. TURGENEV (Orel 1818- Bougival 1883)

     

    La vita e le opere nel contesto storico-politico dell’Ottocento

     

    CENNI BIOGRAFICI

        • T. trascorre un’infanzia felice nella tenuta materna di Spasskoe. Suo padre, il tenente Sergej Nicolaevič, apparteneva alla piccola nobiltà di origine tatara passata in Russia ai tempi dell’Orda d’oro (pare che il cognome derivi dalla parola mongola türgen (veloce); sua madre, Varvara Petrovna Lutvinova, discendeva da una ricca e antica famiglia della Russia centrale.

     

    1827      Famiglia si trasferisce a Mosca e T. studia alla scuola privata di Weidenhammer.

     

    1833      T. entra all’università di Mosca. L’anno successivo si trasferisce alla facoltà di Filosofia a S. Pietroburgo, dove entra in contatto con i circoli letterari. In ottobre muore il padre. Tentavi poetici dimostrano la sua vocazione come lirico.

     

    1838-1841   Dopo essersi laureato, parte per Berlino dove segue i corsi del prof. Werder, fedele allievo di Hegel, e stringe rapporti con Stankevič, Bakunin e Herzen.

     

    1843            Conosce Belinskij e pubblica il suo primo poemetto Paraša, lodato dal critico liberale. Durante una serata teatrale conosce la cantante lirica Pauline Viardot.

     

    1845            Parte per la Francia al seguito della famiglia Viardot. Durante il soggiorno a Courtavenel, nella villa dei Viardot, concepisce i racconti poi riuniti sotto il titolo di Memorie d’un cacciatore (Записки охотника, 1852).

     

    1850                Muore la madre e T. è costretto a ritornare in Russia. Si conclude, così, il rapporto conflittuale di T. con sua madre, donna di temperamento violento e crudele proprietaria terriera, che avendo disapprovato un legame d’amore di suo figlio con una serva, avviò le pratiche per diseredarlo, mai concluse per via della sua morte.

     

    1852    T. viene arrestato per un mese per via della pubblicazione di una lettera aperta in morte di Gogol’, che conteneva un duro attacco al regime statale. Dopo l’arresto fu costretto all’esilio di un anno nella sua tenuta di Spasskoe.

     

    1863    Dopo ripetuti soggiorni all’estero, si stabilisce a Baden-Baden nei pressi della villa dei Viardot.

     

    1870    Allo scoppio della guerra franco-prussiana con i Viardot si trasferisce in Inghilterra e l’anno successivo si stabiliscono insieme a Parigi.

     

    1873    Insieme ai Viardot acquista una villa a Bougival, dove trascorrerà il resto della sua vita accerchiato dai “colleghi” francesi, i letterati fratelli Goncourt, Daudet, Zola, Flaubert. (“Pranzi dei cinque”).

     

    1879    Ritorna in Russia per la morte del fratello, viene accolto in patria con molto clamore, pensa di trasferirsi in patria, ma l’avanzare della malattia, la rottura definitiva con Dostoevskij e i frequenti dissapori con Tolstoj lo convincono a tornare a Bougival, dove si lascerà morire il 22 agosto 1883. Funerali solenni a S. Pietroburgo.

     


    LE OPERE

     

    Anni di studio:liriche, poemetti (Paraša, 1843), scene drammatiche.

    • Neostorožnost’ (Un’imprudenza), commedia romantica
    • Nachlebnik (Il parassita), commedia.
    • Mesjac v derevne (Un mese in campagna), commedia.

    Questi drammi contribuirono allo sviluppo del teatro russo, specialmente per l’omogeneità dell’intreccio e per l’indipendenza delle scene che formano un’atmosfera ambigua.

     

    1847-1850       Racconti, poi raccolti e pubblicati nel 1852 col titolo Zapiski Ochotnika (22 racconti, se si escludono Fine di Čertopchanov (Конец Чертопханова, 1872), Reliquia vivente (Жибыя мощи) e Batte! (Стучит, 1874).

     

    ROMANZI “SOCIALI”

    • Rudin, pubblicato sui fascicoli 1-2 del “Sovremennik”.
    • Un nido di nobili (Dvorjanskoe gnezdo), sul “Sovremennik” n.1.
    • Alla vigilia (Nakanune), sul “Russkij vestnik” n. 1-2
    • Padri e figli (Otcy i deti), sul RV fascicolo di febbraio

    1867    Fumo (Dym) sul RV n. 3 (aprile)

    1877    Terra vergine (Nov’), sul Vestnik Evropy (gennaio-febbraio).

     


    Il contesto storico

     

    Alessandro I (1801-1824) sconfigge Napoleone nel 1812.

    Nicola I (1825-1855) reprime la rivolta dei Decabristi.

    Alessandro II (1855-1881) abolisce la servitù della gleba (крепостничество) nel 1861.

    Alessandro III (1881-1894) il grande reazionario.

     

      

     

     

     

     


    Forte del prestigio ottenuto con la sconfitta di Napoleone, Alessandro I  si sentì investito della missione politico-religiosa di liberare l’Europa dalla barbarie napoleonica, inseguendo in realtà le sue mire di conquista. Tuttavia l’assetto interno della “santa Russia” si rivelava inadeguato rispetto a quanto lo zar si proponeva, rivelando i tratti tipici dell’atavica realtà russa:

    • Immobilismo sociale, politico, culturale ed economico;
    • Penoso stato di arretratezza del Paese;
    • Dispotismo zarista;
    • Miseria e rassegnazione delle plebi.

    Questa situazione non riuscì ad evitare l’ingresso dei principi dell’Illuminismo sul suolo russo: le élites intellettuali, che ebbero un grandissimo ruolo nel processo di trasformazione della società russa, cominciarono a discutere di emancipazione della servitù della gleba, di ridistribuzione della proprietà terriera, di riforma dell’ordinamento statale.

    Si elaborarono programmi di riforma per porre fine all’autocrazia zarista e adottare definitivamente il sistema costituzionale. Ma le élites intellettuali erano isolate rispetto ai contadini e ai ceti intermedi. Inoltre i “patrioti” pensavano di poter cambiare l’assetto statale attraverso una rivoluzione ad opera di pochi illuminati, senza coinvolgere il popolo, per evitare i massacri e i disordini della rivoluzione francese.

    Nel dicembre 1825 un gruppo di congiurati, detti poi “decabristi”, comparvero dinanzi allo zar Nicola I durante il giuramento della guarnigione a Pietroburgo. I fini della congiura, come emerge dal manifesto trovato tra le carte del principe Trubeckoj, erano ispirati dalla cultura dell’illuminismo e dalle riflessioni sulla rivoluzione francese. L’insurrezione sarebbe stata condotta dall’esercito, che divenne la “scuola politica della nuova generazione”: attraverso l’esercito i giovani russi avevano sperimentato la civiltà delle nazioni occidentali, pertanto essi credevano che l’esercito potesse diventare lo strumento di trasformazione della Russia. Tra le rivendicazioni del manifesto dei decabristi vi erano la libertà di stampa e di culto, abolizione della servitù della gleba, l’abolizione di privilegi di casta, l’uguaglianza dei cittadini, il suffragio universale.

    I congiurati speravano nell’ammutinamento delle truppe per piegare lo zar e ottenere le garanzie di un nuovo corso liberale e costituzionale della politica governativa. Ma Nicola I ordinò all’artiglieria cosacca di sparare sugli insorti, reprimendo l’insurrezione nel sangue. A questo avvenimento seguirono numerose condanne a morte e relegazioni in Siberia, si diffuse la mentalità del sospetto di tradimento allo zar, ma allo stesso tempo fu avviato un lungo processo storico di opposizione al regime imperiale che poté dirsi terminato con la Rivoluzione d’ottobre del 1917.

     

    L’epoca delle riforme

    Con l’avvento al trono di Alessandro II si apre la stagione delle riforme, alla quale sul piano letterario corrispose il realismo.

    La sconfitta militare nella guerra di Crimea (1854-1855), combattuta da Nicola I contro Napoleone III alleato all’Inghilterra e all’Austria (Nicola I, approfittando della debolezza dell’Impero ottomano in crisi, si atteggiò a paladino dei cristiani ortodossi, sudditi della Sublime Porta), scatenò violente rivolte contadine: i servi si ribellavano ai loro padroni e li abbandonavano alla volta del Caucaso e della Crimea, dove si arruolavano sperando nella libertà. Tuttavia l’arruolamento delle reclute tra i servi della gleba ne evidenziò la scarsa idoneità fisica e l’indifferenza per la causa bellica.

    Il problema dei contadini generava grandi disordini nell’Impero: il decreto che aboliva l’istituto feudale della servitù della gleba fu firmato dallo zar Alessandro II il 19 febbraio del 1861. I MIR, le assemblee della comunità del villaggio, attuarono la ridistribuzione delle terre in base al numero dei maschi del villaggio dietro pagamento di un indennizzo allo stato da sciogliersi in 49 anni e garantendo ai proprietari terrieri il rimborso delle spese in buoni tesoro. Praticamente i contadini in cambio della loro liberazione si indebitarono con lo stato, al quale dovevano risarcire la somma versata ai padroni e in più pagare le tasse. Per il commercio dei prodotti erano, inoltre, legati all’obščina, la comunità locale. I diritti  erano stati riconosciuti soltanto a livello formale, di fatto i contadini venivano giudicati dal diritto consuetudinario.

    I mir (comunità rurali) gestivano la terra su base collettivistica e garantivano al governo le tasse e il reclutamento militare, oltre a svolgere un ruolo protettivo dei contadini. Ma il sistema non funzionava: i contadini erano stremati dall’enorme peso fiscale, erano costretti comunque a legarsi al padrone per poter coltivare la terra, in quanto non possedevano le attrezzature adeguate, i mir perpetuavano arretratezza, immobilismo e sovrappopolazione delle campagne anziché modernizzare l’agricoltura. Tutta questa situazione generò nel popolo delusione, causò ulteriori agitazioni nelle campagne dovute alla miseria e alla disperazione, agitazioni che minacciavano il regime imperiale.


    TURGENEV

     

    • Occidentalista

    T. fu un occidentalista moderato: ebbe una speciale vocazione europea, lo attirava l’Occidente in tutte le sue forme, dal sistema politico parlamentare (liberalismo illuminato vs autocrazia e rivoluzionarismo) all’atmosfera culturale e allo stile di vita che sentiva a lui più congeniale.

    T. trascorse gran parte della sua vita all’estero, arrivò a confessare che si sentiva più straniero in patria che in Europa. T. era un rampollo dell’alta aristocrazia, e come tanti altri aristocratici era ossessionato dall’Occidente come negazione dei principi russi, perdendo il senso della nazionalità e divenendo “stranieri in casa propria”.

    Un personaggio tipico delle commedie e delle opere teatrali dell’epoca è il nobile che venera la Francia e disprezza la Russia: v. Čackij, eroe di Che disgrazia l’ingegno (Gore ot uma, 1822-1824) di Griboedov; Evgenij Onegin, Pečorin, protagonista di Geroj našego vremeni (1840), Rudin (1855) di Turgenev. È il tipo di “uomo superfluo” (lišnij čelovek) mosso da sentimenti inquietanti derivati dall’estraneità rispetto alla terra natale.

    Cultura cosmopolita: apertura alle altre culture e fusione con l’essenza russa genera un senso d’appartenenza ad una più ampia civiltà europea.

    Il francese, la prima lingua dei nobili: T. stesso cominciò ad apprendere il russo all’età di otto anni, mentre parlava benissimo il francese e il tedesco.

    L’Europa era vista sì con un alone mitico, ma cominciò a profilarsi l’idea che fosse moralmente corrotta: in Nido di nobili (Dvorjanskoe Gnezdo,1859) T. descrive i francesi come civili ed affascinanti, ma senza profondità di spirito o serietà intellettuale. È importante sottolineare che la coscienza russa si forma in rapporto all’Europa. Gli slavofili comparvero nel 1830, si opposero alla cultura europea e si scatenarono contro gli occidentalisti. Gli orrori della rivoluzione francese li spinsero a rigettare l’illuminismo e ad evidenziare le tradizioni indigene, propriamente russe in contrapposizione alla cultura occidentale.

     

    • Osservatore della storia

    Il movimento politico di andata al popolo (1874), il populismo, fu generato dall’emancipazione di servi. Molti giovani studenti (narodniki) sposarono la causa del popolo e lasciarono le proprie case per andare a vivere in “comuni di lavoro” in cui ogni cosa era condivisa, sulla base dei principi esposti in Čto delat’, romanzo del critico radicale Černyševskij che descrisse la vita degli uomini nuovi russi, liberi da pregiudizi morali, che sono dediti totalmente alla causa del progresso.

    I populisti immaginavano il villaggio come una comunità armoniosa in cui avrebbero sperimentato la fraternità umana, testimonianza del socialismo naturale del mondo contadino. Il loro obiettivo era quello di illuminare il popolo ed aiutarlo a realizzare la propria vocazione, cioè l’edificazione di un socialismo agrario fondato sulle strutture collettive tradizionali. Ispiratore diretto dei populisti fu Herzen.

    L’andata al popolo si rivelò fallimentare, perché da un lato i contadini non capivano i discorsi che ascoltavano, dall’altro gli studenti non sopportavano la fatica dei campi e la grettezza del mondo contadino. Nonostante ciò gli studenti rivoluzionari (detti poi nichilisti), propensi all’azione diretta, continuarono a rifiutare la vecchia società e ad opporsi agli “uomini del ‘40”, ai letterati liberali, come Turgenev e Herzen, che si limitavano a denunciare lo status quo senza però agire. Un riflesso di tale scarto generazionale è rappresentato in Padri e figli (1862).

    In una lettera a Pavel Annenkov del 1858 T. afferma:

    Siamo stati sopraffatti dai contadini nella nostra letteratura, ma comincio a sospettare che non capiamo ancora nulla di loro e della loro vita.

     

    Il dubbio di T. esprime da un lato la critica agli studenti rivoluzionari, dall’altro l’ossessione dell’intelligencija nei confronti della “questione contadina” dopo il 1861, perché con l’emancipazione la società dovette riconoscere nei servi dei concittadini.

    Qual era la natura del contadino? Poteva essere civilizzato? Poteva essere utile alla Russia?

    A queste domande si cercò di dare una risposta studiando le specificità etnico-popolari e rurali del mondo contadino. Nasce, così, il folclorismo.

    Il contadino si trova al centro di ogni campo d’indagine conoscitiva, dalla geografia alla mitologia. Si comprende l’importanza dei racconti di Turgenev che per la prima volta dipingono il contadino russo come un essere umano razionale, abile sul piano pratico ma capace anche di sogni elevati. T. provava simpatia per i servi russi che sua madre spesso aveva punito o spedito in una colonia penale in Siberia per banali motivi (v. Mumù, 1852: la principessa fa uccidere il cane del servo semplicemente perché abbaia!).

    Le Memorie giocarono un ruolo fondamentale nel modificare l’atteggiamento del pubblico nei confronti dei servi e della riforma.

     

    • Riformista liberale

    Dopo il 1861 il governo adottò misure atte a migliorare la vita nelle campagne, per es. attraverso l’istituzione nel 1864 degli zemstva (assemblee di governo locale), guidati da signori di campagna ben intenzionati, liberali che sognavano di portare la civiltà nelle campagne arretrate. Questi organismi costruirono scuole, ospedali, strade, ponti, si rivelarono ottimi strumenti per il miglioramento delle condizioni di vita del Paese.

    Le classi elevate della società provavano simpatia per il popolo e per la sua causa e talvolta appoggiavano le iniziative degli studenti radicali. Anche T. ammirava la passione idealistica dei giovani rivoluzionari, sebbene vedeva la soluzione dl problema contadino nel riformismo liberale. In Francia e Svizzera si mescolò ai circoli rivoluzionari, donando del denaro al teorico populista Petr Lavrov per pubblicare la rivista “Vpered!” (giornale di idee socialiste pubblicato a Zurigo e Londra dal 1873 al 1876). In Terra vergine (1877) T. raffigurò le personalità che avevano risposto all’appello di Lavrov.

    Apprezzava gli sforzi dei giovani, ma sapeva che avrebbero fallito il loro scopo: gli studenti, infatti, divennero sospetti agli occhi dei contadini e furono persino denunciati alle autorità. Le idee socialiste non furono comprese appieno.

     

     


    LE MEMORIE DI UN CACCIATORE

     

    Per comprendere meglio la natura del talento di T. è opportuno sottolineare che la sua carriera letteraria cominciò e si concluse con componimenti di carattere lirico: dal dramma byroniano Steno e dalla liriche romantiche alle ultime, elegiache Poesie in prosa. T. era tendenzialmente portato alla tematica intimistica e se non divenne un poeta, bensì un narratore e romanziere ciò fu dovuto all’influenza esercitata dal critico democratico Belinskij, il quale vedeva nella letteratura una missione, cioè quella di denunciare i mali che affliggevano la società e suggerirne i rimedi (letteratura utilitaristica secondo l’indirizzo della scuola realista).

    T. si presenta, così, come cronista della propria epoca.

    Il primo grande frutto di questo orientamento realista sono le Memorie, una raccolta di racconti che si fingono scritti da un cacciatore che annota le impressioni ricavate dai suoi vagabondaggi nella provincia di Orel.

     

    I PRECEDENTI

    Il “racconto di vita contadina” era un genere molto in voga all’epoca: si pensi al Dal’ (scrittore a base etnografica di cui T. recensì alcuni racconti, e al Grigoròvič (che faceva leva sul patetismo, sui sentimenti umani più che sull’essere pensante) in Russia, ai romanzi della Sand, che T. ammirava e alle Histoires Villagoeises di Auerbach in Europa.

    T. si dichiarò deluso e stanco del romanticismo, desiderava una letteratura semplice e vicina alla realtà della vita, che in quel tempo era la questione dei contadini. La strada per il genere letterario che si apprestava ad utilizzare era, dunque, già spianata e il genere era prediletto dal pubblico.

     

    LA PUBBLICAZIONE

    Scritti in un tono apparentemente disinteressato, alternando alla narrazione descrizioni paesistiche e analisi psicologiche, i racconti risultarono un violento atto d’accusa contro il regime della servitù delle gleba soltanto dopo la pubblicazione in volume unico, nel 1852.

    Il primo racconto, Chor e Kalinič, apparve nel 1847 sul “Sovremennik” - rivista sulla quale furono pubblicati i racconti successivi – e riscosse un enorme successo perché parlava di questioni attuali e reali.

    Quasi tutti i racconti furono composti a Courtavenel, dove T. potè rievocare ricordi, personaggi, ambienti, paesaggi in un’atmosfera di serenità nostalgica (nell’introduzione alla versione francese del 1929 H. Mongault definì le Memorie “racconti dettati dalla nostalgia più che quadri di costume”, […] “un poema della terra natale”).

    Positiva fu anche l’accoglienza riservata dalla critica che s’interessava sempre più ai problemi sociali. Belinskij, tuttavia, si diceva incantato dalla bellezza della pittura della realtà.

     

    CARATTERI

    L’opera fu presto considerata un fenomeno sociale, anche se nell’intenzione iniziale di T. non pare esserci l’idea di compiere un’opera sociale. La maggior parte dei racconti presenta soltanto accenni al problema della servitù della gleba, o comunque nella descrizione della vita dei contadini la denuncia non è gridata. Il narratore racconta con naturalezza, senza giudizi, semplicemente rappresenta, dipinge la realtà osservata con i suoi occhi.

    Il proposito di T. è prima di tutto di ordine artistico: ciò che importa è il procedimento di riproduzione della realtà. T. dipinge tipi, episodi, ambienti di una realtà ricca di possibilità quale era quella della servitù della gleba.

    Emblematico è il giudizio di Gončarov sulle Memorie in occasione della seconda edizione dell’opera nel 1958:

    Le Memorie di un cacciatore non dipingono affatto con crudeltà i rapporti tra contadini e proprietari fondiari. […] Lontano dall’eccitare le due classi l’una contro l’altra, esso dà loro, grazie all’arte e allo sfondo delle sue pitture, un carattere di gaiezza e di fine ironia appena afferrabile. L’autore non si propone affatto di impietosire intenzionalmente il lettore sulle condizioni dei contadini di fronte ai proprietari. Egli parla di loro solo incidentalmente. Egli dipinge soprattutto dei personaggi tipici appartenenti a classi diverse; egli mira a una rappresentazione poeticamente esatta dei caratteri… senza la minima intenzione di dipingere sotto una luce favorevole gli uni piuttosto che gli altri.

     

    La maestria e l’ingegno di T. stanno nella rappresentazione artistica delle qualità dei personaggi descritti, poiché la funzione dei racconti è quella di far conoscere ai russi la vita e l’anima del contadino russo. Solo in secondo luogo i racconti possono rappresentare un atto d’accusa contro la l’istituto della servitù della gleba.

     

    Quadri di costume

    • bozzetti che descrivono spaccati di vita contadina in una varietà di tipi, ambienti e vicende;
    • descrizioni idealistiche della natura: rappresentazione del paesaggio, del bosco, della steppa in ogni sfumatura;
    • temi di carattere generale: vita e morte (v. atteggiamento impavido vs morte nell’omonimo racconto), destino (v. rassegnazione del contadino-servo che vede fatalisticamente la morte come liberazione dalla sofferenza in Reliquia vivente) e fede, umanità dei contadini, disumanità dei proprietari;
    • descrizione della caccia, che si presentava sotto due modalità:
    • caccia formale, condotta con una muta di cani, molto imponente, organizzata come se fosse una campagna militare, durava diverse settimane;
    • caccia semplice, quella di un nobile solo a piedi con un solo cane e con un servo compagno, come è immortalata nelle Memorie. Attraverso la caccia il nobile si immerge nel mondo della campagna, per lui è un’odissea rurale, un’attività sportiva magnifica: si veda l’episodio poetico che chiude le Memorie (Il bosco e la steppa). Il narratore ricapitola i piaceri della caccia: emerge qui l’amore del cacciatore per la bellissima campagna russa.

     

    ASPETTO SOCIOLOGICO

     

    • rappresentazione non tanto di tipi quanto di personaggi con una forte carica di individualità ben marcata, segno dell’autenticità del talento di Turgenev (non vi è una monotonia, una ripetizione di caratteri).
    • Ripetizione di strutture della narrazione, come la struttura binaria dei personaggi: personaggi rappresentati a coppie antitetiche, in un sistema di contrasti e di inter-azione: Chor’ e Kalinič (il primo è un razionalista, un personaggio positivo, il secondo un idealista, un romantico sognatore: cfr. racconto); i Due possidenti, i Cantori, Čertopchanov e Nedopjuskin
    • Tema dell’uomo superfluo affrontato nel racconto L’Amleto del distretto di Ščigry, un uomo che ha studiato la filosofia tedesca e si sente inutile, definendosi “uomo senza originalità” (v. fine del racconto). Tema che si può scorgere nei personaggi dei romanzi, per es. in Rudin.
    • Analisi della società viene condotta attraverso il racconto, indirettamente. Tutti gli aspetti della civiltà contadina russa vi sono rappresentati: la forza della denuncia non è gridata, ma implicita alla realtà rappresentata.

     

    STILE

     

    • Rappresentazione della natura intrecciata alle vicende umane.
    • Musicalità della prosa accompagna le splendide descrizioni paesaggistiche: si vedano gli “elenchi poetici” che descrivono la natura animale e vegetale (per es. in Morte), cataloghi pieni di visioni, odori, sapori… T. fa rivivere al lettore l’esperienza di camminare insieme al cacciatore e di sperimentare le stesse situazioni.
    • La lentezza della frase si adegua alla pittura della realtà ferma, rappresenta la staticità della natura, l’immobilità della storia tesa a suscitare turbamento nell’animo del lettore.
    • La forma narrativa è in prima persona: il narratore-cacciatore racconta ciò che vede, è un narratore allodiegetico (Genette, Discorso del racconto, Torino 1977), cioè un narratore-testimone di quanto racconta, espediente usato dall’autore per dare un senso di maggiore immediatezza. Per questo ritroviamo minuziose descrizioni di personaggi, ambienti e natura. Inoltre, la presunta testimonianza personale vuole garantire veridicità all’evento descritto.
    • Inserti dialogici conferiscono al racconto la qualità scenica, “drammatica”, ed aumentano l’impressione di immediatezza dell’azione presentata nel suo svolgersi.

     

    CONCLUSIONI

     

    La peggiore accusa che poteva essere mossa a T. dalla critica realistico-occidentalista fu quella di aver idealizzato troppo la campagna e la vita contadina.

    T. fu un dichiarato occidentalista, ma proprio da parte slavofila ottenne una calda approvazione per aver dipinto il popolo con “colori simpatici” (K. Aksakov).

    La critica realista, pur mostrandosi soddisfatta per la presa di posizione di T. nelle Memorie, sollevò riserve sul suo realismo, perché i contadini sembravano delle figure eccezionali, dei casi non sempre rispondenti al vero.

    Quel che è certo è che T. rappresentò artisticamente frammenti di realtà che egli stesso aveva sperimentato come uomo e come artista. Quasi sicuramente alla base di ogni eroe vi è una persona reale. Prova del realismo obiettivo e spassionato di T. è il fatto che sia slavofili che occidentalisti potevano trovare nelle Memorie la giustificazione alle proprie idee: gli uni ammiravano Kalinič, gli altri Chor’, entrambe le parti si indignavano per l’ironia di T. talvolta sui nobili proprietari, talvolta sui contadini.

    Quel che importa è, incontestabilmente, la rappresentazione della realtà in un alone poetico.


    I ROMANZI

     

    La transizione dal racconto al romanzo in T. è quasi impercettibile: egli chiamò romanzi anche i suoi racconti più lunghi, e conservò nei romanzi la forza poetica e suggestiva tipica dei racconti. Il risultato fu una variante originale del romanzo realista europeo.

    I romanzi di T. possono esser definiti “sociali”, perché al centro degli interessi dell’autore vi è il tentativo di offrire un panorama della società contemporanea e dei meccanismi che ne regolano i rapporti.

     

    RUDIN (1855)

     

    È il primo romanzo di T. Viene affrontato il problema dei lišnie ljudi, di tutti quegli uomini colti e di buona volontà che non sapevano cosa fare della propria vita, che stretti da un lato nella morsa del dispotismo, dall’altro nella morsa dell’ignoranza e dell’inerzia del ceto contadino, vedevano preclusa la possibilità dell’azione sociale. Questi uomini, dunque, scorgevano i mali che affliggevano la Russia, ma non potevano guarirli. Un tipo del genere era già stato abbozzato da T. nel racconto L’Amleto del distretto di Ščigry e nel racconto Diario di un uomo superfluo.

    Il primo ritratto completo di uno di questi uomini è il protagonista omonimo di Rudin. Due caratteristiche essenziali lo fanno rappresentante di questa categoria di uomini:

    • la tendenza ad ideare piani grandiosi di rinnovamento sociale della Russia sul modello occidentale, propagandati con fervore nei salotti alla moda, di fronte alla totale incapacità di attuarli. Rudin non realizzerà mai i suoi piani grandiosi, perché non avrà la forza di mettersi all’opera, mentre si lascerà morire sulle barricate parigine nel ’48, combattendo per una causa non sua!
    • In amore è inconcludente: fa innamorare Natal’ja, ma la abbandona per paura dell’amore e delle responsabilità che ne deriverebbero (tema della novella Asja, composta nel 1857).

    Natal’ja è la tipica figura turgeneviana della fanciulla semplice, ma dotata di una forte volontà che la rende superiore agli uomini.

     

    NIDO DI NOBILI (1858)

    Ottenne un immediato successo. Ciò che colpì i lettori fu la forma magistrale in cui è scritto il romanzo dal contenuto originale: il motivo di fondo è la rassegnazione, la rinuncia (v. novella Faust), l’accettazione della vita così come si presenta. Liza e Lavreckij rinunciano all’amore: la prima si rinchiude in un monastero, il secondo si rifugia nella vita di campagna.

    Lavreckij, il protagonista, influenzato dall’educazione occidentalista impartitagli dal padre, si reca a Parigi con la moglie, studia alla Sorbonne e intraprende la traduzione di un trattato sull’irrigazione dei campi, convinto che tutto ciò possa servire per iniziare un’opera proficua in Russia. Sembrerebbe un altro Rudin, se un evento occasionale non avesse dato una svolta alla sua vita: scopre che sua moglie lo tradisce, torna in Russia e si lascia vivere in campagna, immerso nelle forme tradizionali e patriarcali della vita russa.

    Il romanzo piacque agli slavofili, che rifiutavano la tesi che la Russia dovesse evolversi sul modello occidentale, in particolare ammiravano la caricatura della moda occidentalista in due personaggi, il padre di Lavreckij e Panšin, pretendente alla mano di Liza.

    Anche Lavreckij può essere considerato un personaggio amletico debole e incerto.

     

    Nel 1860, all’apice della sua gloria, T. scrisse un saggio, Gamlet i don Kichot. I due personaggi rappresentano due tendenze antitetiche eterne: il pensiero introspettivo, tormentato e sterile e l’esigenza primaria all’azione che sfida tutto e tutti. Con queste immagini T. tentò di dare una spiegazione al problema del destino dei giovani intellettuali russi, problema che riaffiora nel successivo romanzo Alla vigilia.

     

    ALLA VIGILIA (1860)

    Bersenev e Šubin, tipici intellettuali russi, hanno qualcosa d’immaturo e d’incerto, che impedisce loro di dare un indirizzo sicuro ala propria vita e di conquistare l’amore di Elena (fanciulla semplice e risoluta), la quale invece si innamora di Insàrov, un patriota bulgaro che consacra la sua vita alla causa di liberazione della sua terra dal dominio turco.

    La risposta di T. al problema dei lišnie ljudi è chiara: l’Amleto russo è diviso ed incerto, l’eccessiva riflessione mina la sua volontà e non gli permette di nutrire una salda fede nell’obbiettivo che si pone. Egli è dunque inferiore al Don Chisciotte bulgaro che, nella sua semplicità, impegna se stesso in un compito superiore alle sue forze ed ha una individualità tale da conquistarsi l’amore di Elena.

    Il romanzo non fu accolto benevolmente dalla critica democratica. Dobroljubov lo accusò di aver offeso i giovani “Insarov russi” che si dedicavano completamente alla rigenerazione della società russa.

     

     

     

     

    PADRI E FIGLI (1862)

    È certamente il romanzo più significativo di T.

    Pubblicato sul “Messaggero russo”, rivista moderata, il romanzo fu letto dalla critica di destra come un atto d’accusa contro un nuovo tipo sociale, impersonato da Bazarov: il “nichilista” (il termine fu lanciato dal romanzo di T.), l’arido materialista, l’iconoclasta, spregiatore di tutti i valori più sacri dell’umanità, adoratore di un’unica, fredda divinità: la scienza. La sinistra liberale rifiutò di riconoscersi nel personaggio e tacciò T. di reazionarismo.

    In realtà né gli uni né gli altri avevano ragione: Bazarov è un tipo realmente esistente al quale T. aveva saputo dare una pienezza e una precisione di tratti che lo rendevano una perfetta creatura artistica e reale allo stesso tempo. Lo stile è oggettivo, il narratore non commenta mai, T. non accusa né parteggia per Bazarov, semplicemente mostra l’evoluzione di un uomo che nega tutto, che combatte persino contro se stesso per sopprimere l’amore che nasce per la Odincova, che caricaturizza il duello e allo stesso tempo lo affronta. Bazarov, medico dedito ai suoi esperimenti scientifici con ranocchi e ogni altra sorta di animali, muore paradossalmente per un’infezione chirurgica.

     

    FUMO (1867)

    Spietato atto d’accusa contro il suo paese, giudicato incapace di qualsiasi evoluzione reale perché incapace di guardare al modello occidentale. Il romanzo è una delle opere più deboli di T., si rivelò un insuccesso.

     

    TERRA VERGINE (1877)

    Il romanzo rievoca la famosa “andata al popolo”, conclusasi con un completo fallimento, di circa duemila giovani rivoluzionari che avevano tentato di svolgere una vasta campagna di propaganda eversiva contro il regime zarista tra i contadini russi.

     

    L’opera più importante degli ultimi anni di vita sono i frammenti delle Poesie in prosa, il cui lirismo si tinge di disperato pessimismo.


    BIBLIOGRAFIA

     

     

    Figes O., La danza di Nataša. Storia della cultura russa (XVIII-XX secolo), Einaudi, Torino 2004.

    Gitermann V., Storia della Russia, La nuova Italia, Firenze 1963.

    Lo Gatto E., Storia della letteratura russa, Sansoni, Firenze 1990.

    Rjasanovskij N., Storia della Russia, Garzanti, Milano 1963.

    Storia della civiltà letteraria russa, a cura di M. Colucci e R. Picchio, UTET, Torino 1997, vol. I (Dalle origini alla fine dell’Ottocento).

    Strada V., Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Einaudi, Torino 1969.

    Turgenev I., Memorie di un cacciatore, introduz. di E. Bazzarelli, BUR, Milano 20012.

    Turgenev I., Nido di nobili, intoduz. di G. Pacini, Mondadori, Milano 1996.

    Turgenev I., Romanzi, Mondadori, Milano 1991.

    Tutte le opere di Turgenev, a cura di E. Lo Gatto, Mursia, Milano 19662.

    Venturi F., Il populismo russo, Einaudi, Torino 1972.

     

     

     

 

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IVAN S. TURGENEV

 

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