Illuminismo
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« L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell'illuminismo. Sennonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: — Non ragionate! — L'ufficiale dice: — Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. — L'impiegato di finanza: — Non ragionate, ma pagate! — L'uomo di chiesa: — Non ragionate, ma credete. »
(Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?)
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L'illuminismo fu un movimento culturale e filosofico nato in Inghilterra intorno alla metà del XVII secolo in seguito all'opera di John Locke, poi sviluppatosi principalmente in Francia e diffusosi in Europa dall'inizio del XVIII secolo fino alla Rivoluzione francese, durante la quale i principi di libertà di pensiero e tolleranza incominciano ad entrare in crisi.
L'illuminismo fu un movimento culturale diffusosi nell'Europa del '700 che faceva appello ai "lumi" della ragione dell'uomo e della scienza come strumenti di lotta contro l'ignoranza e la superstizione dei secoli precedenti.
Raggiunse la massima espansione in Francia con Montesquieu, Voltaire e gli enciclopedisti intorno alla metà del secolo XVIII. (Una posizione un po' particolare fu quella di Rousseau.)Il Settecento può essere denominato il secolo "dei monarchi illuminati", se si guardano soprattutto gli aspetti politici e sociali, o dell'Illuminismo, se si considerano soprattutto gli aspetti culturali.
Due caratteristiche fondamentali furono la fede nella ragione umana e nella natura. Massimo rilievo ebbe quindi la "razionalità" che portava ad applicare nel campo della conoscenza il metodo induttivo sperimentale o scientifico, senza più fare affidamento su altro che non fosse la propria ragione. Il che consentiva di individuare leggi generali che ponessero l'uomo in grado di giungere alla ricostruzione di una nuova era in cui potesse sentirsi, come all'origine, libero ed innocente, perché sostenuto dalla propria ragione e liberato dai dogmi della fede.
Pertanto nel parlare della cultura e della letteratura nell'età dell'illuminismo, si indica non tanto una precisa corrente filosofica quanto una precisa e comune atmosfera culturale, alla quale sono riconducibili, per i loro tratti essenziali, tutti i fenomeni di letteratura e di cultura che si ebbero in quel periodo.
Gli illuministi rifiutarono una religione fondata solo sulla fede, sulla rivelazione, sui dogmi imposti dall'autorità ecclesiastica, sui misteri. La religiosità per essi deve scaturire dal convincimento razionale; l'idea della divinità si manifesta naturalmente alla ragione dell'uomo, non alla sua fede. Il Dio sarà quindi inteso semplicemente come l'Essere Supremo regolatore del mondo: è la posizione che viene definita Deismo.
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Illuminismo
La vita culturale del XVIII secolo fu dominata da un grandioso movimento intellettuale che, in omaggio al ruolo rischiaratore assegnato alla ragione, è stato chiamato "Illuminismo".
In questo variegato e complesso fenomeno culturale convergono posizioni e orientamenti molto diversi, ma è possibile individuare alcune caratteristiche comuni. Tra queste, innanzitutto, il modo di considerare la ragione, strumento che appartiene a tutti gli uomini indistintamente, in grado di vagliare criticamente la realtà, con il proposito concreto di assicurare la felicità e il benessere degli uomini.
Il periodo e il luogo
L’Illuminismo ebbe origine come movimento filosofico in Inghilterra, che era allora il paese più industrializzato d’Europa. Qui non trovò però le giuste basi per svilupparsi, dato che lo stato inglese era improntato sul liberalismo. Dall’Inghilterra, questo nuovo movimento, si trasferì in Francia dove le ideologie illuministiche trovarono terreno eccezionalmente favorevole al loro sviluppo, e alle loro più radicali applicazioni in campo politico e sociale, come dimostra la rivoluzione francese. Questi ideali dalla Francia si propagarono poi in tutta Europa. Le idee illuministe si sviluppano in Francia perché in questo stato vi era una situazione politica e sociale critica. La società francese era basata su tre classi sociali: terzo stato, aristocrazia e clero. Clero e aristocrazia possedevano vasti privilegi, mentre il terzo stato era ad esse subordinato. Anche in Francia comincia a sorgere una borghesia che inizia ad acquisire potere economico e che rivendica la partecipazione al potere politico: è proprio in queste rivendicazioni che le ideologie illuministe trovano terreno fertile per il loro sviluppo.
L’Illuminismo si diffonde quindi nel Settecento e si divide prevalentemente in due fasi: la prima (dal 1748 al 1795) caratterizzata da riforme e rivoluzioni che hanno portato grandi e radicali rinnovamenti, difatti è proprio in questo periodo che avviene la rivoluzione francese, e dal progressivo affermarsi della cultura illuministica fino alla sua egemonia, avvenuta nel 1750-51 con l’uscita del programma e del primo volume dell’Enciclopedia, opera principale dell’Illuminismo francese; mentre la seconda (dal 1795 al 1815) caratterizzata dal consolidamento delle precedenti conquiste ma anche dalla crisi dell’Illuminismo, dovuta all’inizio dell’età napoleonica che vede Napoleone estendere ad altri paesi le conquiste della rivoluzione ma anche instaurare il proprio potere, sconfiggendo così gli ideali democratici che avevano dato vita alla rivoluzione francese.
Definizione
In Francia la coscienza di vivere in un periodo nel quale il “buio dell’ignoranza” era sconfitto dal “lume della ragione” aveva portato a identificare questi anni con l’espressione “âge des lumières”. Sul calco di ciò in Italia quindi si ebbe il termine “Illuminismo”, mentre in Germania divenne “Aufklärung”, in Spagna “Ilustración”, e successivamente in Inghilterra “Enlightenment”.
Alla base del pensiero illuministico sta l’assoluta fiducia nella ragione umana, considerata unica forma valida di conoscenza (razionalismo).
Tutti i problemi che non possono essere affrontati dalla ragione esulano dalla possibilità della conoscenza umana. Di qui l’interesse degli illuministi per i problemi metafisici, che non possono essere risolti per via razionale. Gli uomini hanno nella ragione il loro denominatore comune; di qui deriva da una parte il principio egualitario, che è una delle grandi rivendicazioni della rivoluzione francese, dall’altro la tendenza cosmopolita del secolo: l’individuo, prima di sentirsi figlio di questo o di quel paese, si sente cittadino del mondo, viaggia al di la’ delle proprie frontiere, impara le lingue di altri popoli.
La fiducia nella ragione, che con i suoi “lumi” deve guidare il mondo e dare origine ad una nuova storia, implica una condanna della tradizione (antistorico), e il rifiuto di un passato di cui i precedenti di varia natura (politici, religiosi ecc.) hanno impedito all’uomo di svolgersi secondo la sua più vera natura, cioè secondo ragione.
In altre parole l’illuminismo coinvolge la vita sociale perché una delle sue idee principali è quella di abbattere tutto ciò che esisteva nel vecchio mondo, che veniva considerato barbarico ed irrazionale. Si vuole rivedere e ricostruire tutta la vita politica, economica e sociale in base alla ragione dell’uomo. Sulla base di questi concetti gli illuministi procedono ad una critica del passato in tutti i suoi settori perché si è convinti che, fino a quel momento, la ragione si era addormentata perché sottomessa alla religione e al potere politico (stato di minorità codificato da Kant). Per questo motivo non bisogna sottostare a tutto quello che la religione o lo stato afferma, ma ragionare con la propria testa senza lasciarsi influenzare dagli altri. Gli illuministi vogliono quindi riportare la mente dell’uomo ad una “tabula rasa” ed in essa riscrivere tutta la storia non accettandola passivamente ma in modo razionale e critico.
Le idee-forze
La fiducia nella ragione
L’Illuminismo è fondato sulla fiducia nella ragione per poter uscire dallo stato di minorità causato dal principio d’autorità, dal dogmatismo e dalla tradizione. Infatti, attraverso la ragione l’uomo può valutare ogni dichiarazione, il fondamento dei valori etici o l’utilità di un sistema politico, e ciò non avviene per caratteristiche innate, ma la ragione è lo strumento adatto per poter ricercare la verità. Gli illuministi così non riconoscono i presupposti del razionalismo seicentesco, e riducono la conoscenza umana ad una base empirica e contrappongono la ricerca tecnica e scientifica alla speculazione metafisica. In quel periodo, infatti, la scienza compiva grandi progressi, come per esempio l’elaborazione della teoria dell’elettricità di B. Franklin (1947), l’invenzione della macchina a vapore ad opera di Smeaton (1775) perfezionata definitivamente da J. Watt (1788), la scoperta del metano e la dimostrazione della sua infiammabilità ad opera di A. Volta (1776), l’enunciazione della legge delle forze elettrostatiche di C. De Coulomb (1785), L’enunciazione della legge di conservazione della massa di A. L. Lavoisier (1789), la scoperta del vaccino contro il vaiolo di E. Jenner (1792), l’invenzione della prima pila ad opera di A. Volta (1799).
Inoltre la ricerca scientifica confermava la necessità a dover abbandonare gli schemi interpretativi biblici e aristotelici, collaborando a liberare la realtà da ogni interpretazione trascendente, facendo sì che l’Illuminismo realizzasse il processo di laicizzazione della cultura già iniziato nel Rinascimento.
La fiducia nel progresso
Il compito della ragione è, per gli illuministi, l’analisi e la critica della realtà sociale, difatti l’attività culturale è concepita come attività “politica”, finalizzata a determinare la moralità, l’intellettualità e la società umana, per questo l’Illuminismo ha un profondo interesse per l’uomo dimostrato dall’attenzione per i fenomeni di costume che hanno portato alla realizzazione delle “scienze umane”, come l’antropologia, la psichiatrica e l’economia. L’obiettivo cui mirare è il raggiungimento della “felicità”, vale a dire il miglioramento delle condizioni sociali per quanti più individui è possibile, quindi con il trionfo della ragione ci si aspetta anche un progresso della civiltà. La fiducia nel progresso, infatti, è fondamentale per gli illuministi che arrivano ad intendere la storia come passaggio dalle barbarie ad una civiltà più evoluta. Gli intellettuali sono i protagonisti di questo progresso, in quanto sono chiamati a compiere una funzione educativa per coloro che sono ancora nello stato di “minorità”. Ciò quindi porta ad una battaglia contro ogni censura, contro l’arretratezza degli ordinamenti giuridici, contro l’ancien régime. Grazie a ciò, allora l’Illuminismo diventa un movimento riformatore poiché gli intellettuali devono “progettare la società”, e in un primo momento viene proposto il “dispotismo illuminato” che alimenta le rivoluzioni del Settecento.
Un nuovo ideale umano: il “philosophe”
Nell’Illuminismo il ruolo dell’intellettuale cambiò. Questo tendeva a porsi come il legislatore della società, cercando di creare un’opinione pubblica, differenziandosi così dal letterato seicentesco che si occupava solo di letteratura senza interessarsi dei problemi civili, come invece accedeva per gli Illuministi. Questa loro tendenza diventò parte della loro autocoscienza ed entrò a far parte della loro identità sociale, cosicché si autodefinirono “philosophes”, creando in seguito un “partito dei philosophes”. Ciò però si scontrò con due esigenze: da una parte l’intellettuale può influenzare l’opinione pubblica che però è impotente se non influenza anche lo Stato, perciò deve cercare anche un compromesso con i princìpi tentando di diventarne il consigliere, anche entrando nei meccanismi del potere come funzionario; d’altra parte invece, in un periodo caratterizzato dalla specializzazione del sapere, il suo potere in quanto civilizzatore e legislatore dotato di una conoscenza universale entra in contraddizione con la tendenza scientifica alla conoscenza settoriale dei vari problemi. L’intellettuale aspira ad una conoscenza universale ma anche specializzata, portandolo così all’oscillazione fra studio o agitazione delle idee da una parte e adesione all’impegno riformistico del dispotismo illuminato dall’altra.
Gli intellettuali si riunirono, allora, in gruppi di lavoro e discussione, come per esempio la “Société”, nella quale il maggior esponente fu Condorcet, e l’“Accademia dei Pugni” a Milano, cui parteciparono i fratelli Verri e Cesare Beccaria.
Idea di natura
Come alle religioni positive si contrappone la religione naturale, così al diritto positivo si contrappone il diritto naturale, con la sua rivendicazione dell’uguaglianza. Si ha una rivalutazione, da parte dell’uomo, dello stato di natura, al di fuori di ogni convenzione sociale. Questa critica parte dal fatto che l’uomo nasce con dei diritti alienabili (la libertà e il diritto di proprietà) che non gli possono essere portati via da nessuno, mentre durante la storia è invece sempre accaduto il contrario, respingendo così anche l’idea cristiana della corruzione originaria e della necessaria redenzione. La natura quindi diventa per gli illuministi un valore ideale, e Rousseau arriva ad addebitare la corruzione dell’uomo e lo smarrimento della felice condizione di un immaginario “stato di natura” all’incivilimento. Proprio in questo clima quindi nasce l’interesse illuminista per quelle civiltà primitive e lontane sviluppatesi senza l’influenza della religione cristiana, come per esempio la civiltà cinese.
Concezione della storia e rapporto col passato
Il rapporto tra l’Illuminismo e la storia è sempre stato uno degli argomenti più discussi. L’Illuminismo, infatti, poneva come unico soggetto della storia l’uomo con i suoi sforzi, i suoi successi e i suoi errori, cosicché Dio, divenuto ormai solo un garante del cosmo fisico, non è più l’autore dell’universo storico, attribuito ora interamente all’uomo sia negli aspetti positivi sia in quelli negativi. Quindi, essendo la storia un’avventura dell’uomo e non più la realizzazione di un piano divino, gli Illuministi la considerano non un processo necessario, ma un ordine problematico che, dipendendo dalle azioni umane, è esposto all’errore e che anche nelle conquiste positive non dispone di garanzie assolute che lo possono salvare dalla decadenza e dal ritorno alle “barbarie”.
Gli illuministi assumono nei confronti della storia nel passato una visuale critico-polemica basata sull’affermazione di Voltaire secondo cui «la ragione non conosce se stessa nella storia», portandoli ad un atteggiamento iper-critico che si concretizza in un “processo alla storia”. Perciò quindi gli Illuministi vedono nella storia la negatività e un processo di smarrimento dell’essenza razionale dell’uomo.
Uno dei periodi che gli illuministi considerano barbarico è il Medioevo. Questo è importante perché i secoli del Medioevo vengono definiti bui, in antitesi con l’appellativo “età dei lumi” che appunto dopo un periodo di oscurità venivano a illuminare la ragione umana.
Il pessimismo storico illuminista è rappresentato soprattutto dall’anti-tradizionalismo. Gli illuministi si contrapponevano alla mentalità comune secondo la quale il valore di una credenza era attestato dal fatto che fosse stata accettata nei secoli, affermando a loro volta che l’antichità non era una prova di verità.
Il “processo alla storia” dell’Illuminismo non si conclude però nel rifiuto totale della storia passata, ma riconoscono l’esistenza di alcune “età felici” durante le quali l’uomo ha saputo perfezionare le arti in modo che servissero da esempio ai posteri, come l’età di Pericle, di Cesare ed Augusto, del Rinascimento Italiano e di Luigi XIV.
Aspetto religioso
Nell’illuminismo vi è anche una critica religiosa prima di tutto perché la mentalità razionalistica, non riconoscendo nessun altro criterio di verità all’infuori della ragione e dell’esperienza, rifiuta il concetto di “rivelazione”, reputando così i vari “dogmi” solo credenze anti-razionali; in secondo luogo perché si pensava che tutte le religioni rivelate, in particolare quella cattolica con le sue istituzioni, utilizzassero la fede religiosa per imporre la propria autorità al popolo e per non farlo reagire a tutte le ingiustizie che subiva; infine perché gli illuministi ritenevano che le varie religioni contribuissero, insieme al potere politico, a trattenere i popoli nell’ignoranza, ostacolando così il progresso scientifico, economico e sociale dell’umanità.
Nella critica illuministica quindi si individuano due filoni: uno più moderato e di orientamento deista, l’altro più estremista e di tendenza atea.
Il deismo crede in una religione naturale fondata su un piccolo gruppo razionale di verità comuni a tutti gli uomini, come l’esistenza di Dio e i principi riguardo l’amore e il rispetto dei simili, e tende a diventare un’etica universale che interessa tutti gli uomini. Tale forma di religione quindi è l’unica, secondo gli illuministi, a poter garantire contemporaneamente l’autonomia umana e l’esistenza di una Mente superiore. Ciò quindi porta ad affermare l’inutilità di tutto ciò che viene aggiunto a questo nucleo fondamentale, come il dogma, il culto, la formazione di una classe sacerdotale e l’esistenza di diverse religioni, che è addirittura nocivo allo spirito stesso della religione in quanto crea credenze indimostrabili attraverso ragione, pratiche irrilevanti di origine magica, intolleranza e fanatismo. Perciò gli illuministi promuovono la religione naturale in quanto fondata esclusivamente sulla ragione, al contrario di quella positiva che è invece fondata sulla tradizione e assume legittimità da una rivelazione, fondandola così su un fatto storico di dubbia attendibilità.
Invece l’ateismo, al contrario del deismo che separa un nucleo razionale da uno irrazionale, ritiene che la religione sia un fenomeno irrazionale in quanto non nasce dall’intelletto, ma da sentimenti quali interesse e paura. Difatti la sottomissione ad un Monarca divino non è altro che un’invenzione umana per sottomettere il popolo ad un monarca umano. Inoltre D’Holbach afferma che l’uomo ha dato vita al fenomeno religioso spinto dal timore e dal disagio riguardo l’universo: «E’ il male che vede nel mondo che lo ha indotto a pensare alla Divinità: il grandissimo numero dei mali, degli accidenti, delle malattie, dei disastri, degli scuotimenti del nostro globo, delle alterazioni, delle conflagrazioni, suscitarono in lui spaventi. Fu allora che non vedendo sulla terra agenti abbastanza potenti da operare tali effetti, levò gli occhi al cielo, in cui suppose che risiedessero agenti ignoti, l’inimicizia dei quali distruggeva quaggiù la sua felicità» (Il vero senso del sistema della Natura, XVII). Quindi, se la religione è solo irrazionalità, la religione deistica è contraddittoria, in quanto pone la ragione laddove non c’è religione e viceversa e, non esistendo Dio in quanto è solo una proiezione della mente, la verità è nel mondo reale, cioè nella Natura come realtà autosufficiente ed eterna. Perciò quindi D’Holbach vede nell’ateismo una “scuola di vita” e una condizione necessaria per costituire una società migliore, e risponde al dubbio riguardo la sua compatibilità con la morale, suscitato dal deista Voltaire che lo descrive nel suo Dizionario filosofico come un “mostro pericoloso che può essere fatale alla virtù”, dicendo che: «Se l’ateo nega l’esistenza di Dio, non può negare la propria esistenza né quella degli esseri simili a lui. Non può dubitare dei rapporti che sussistono tra loro né della necessità dei doveri che derivano da questi rapporti. Non può, dunque, dubitare dei princìpi della morale, la quale non è che la scienza dei rapporti sussistenti tra gli esseri che vivono in società…» (Il vero sistema della Natura, XXVII).
Ambito politico
Un altro ambito in cui abbiamo innovazioni non indifferenti è senza dubbio quello politico, dove si rivendica in primo luogo la libertà di esprimere il proprio pensiero e i princìpi illuministici danno vita a due indirizzi: il liberalismo e la democrazia, entrambi tendenti a smantellare l’assolutismo regio.
Il maggior esponente del liberalismo è Montesquieu, figura rappresentativa della nobiltà di toga, che con la stesura dello “Spirito delle leggi” si ispira esplicitamente all’assetto dell’Inghilterra dopo la Gloriosa Rivoluzione. E’, infatti, per lui di fondamentale importanza un governo monarchico di tipo costituzionale, in cui vi sia un’effettiva divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, che si controllino a vicenda e, a garanzia della libertà del cittadino, evitino squilibri di forze, principio cui si sono ispirate tutte le moderne democrazie e contemplato nelle attuali costituzioni. La sua critica è rivolta al dispotismo, considerato il peggior sistema di governo esistente, in quanto riduce il popolo alla schiavitù, e al modello repubblicano, perché efficace soltanto in paesi di dimensioni geografiche ristrette, come le poleis greche.
In Francia vi è però anche il pensiero di Rousseau che promuove la democrazia diretta. Egli condanna il progresso materiale e civile della società e gli contrappone un ideale di austera comunità repubblicana dove le virtù morali e politiche contavano più delle scienze, della tecnica e degli artificiosi raffinamenti dei costumi. Uno stato in cui sovrano fosse tutto il popolo e dal popolo derivasse ogni legge, e in cui gli organi di governo fossero al servizio dell’intera comunità. Rousseau sostiene l’uguaglianza per natura di tutti gli uomini, sia per quanto riguarda il diritto di vita, sia per i beni materiali sia per la diffusione delle idee, e il sovrano, il cui potere deriva dal popolo, deve per primo rispettare questi principi. Egli rifiuta, in ogni caso, esplicitamente la monarchia e considera la formazione di una società basata su una democrazia diretta l’unico modo per raggiungere una libertà comune.
Nascono infine modelli di società comunistica, ispirati al concetto di socialismo utopico, come ad esempio la “città del Sole” di Campanella.
L’espressione più tipica dell’Illuminismo in campo politico è comunque il dispotismo illuminato, sostenuto da Voltaire. Egli, infatti, temeva che un eccessivo indebolimento dell’assolutismo generasse solo una pericolosa Anarchia, quindi propose il dispotismo illuminato, una monarchia assoluta in cui il sovrano esercita e adatta una serie di riforme per il bene del popolo. Però il dispotismo illuminato finì per snaturare la vera portata dell’Illuminismo e ne segnò nello stesso tempo il limite, in quanto permise ai sovrani, che pur sotto lo stimolo delle nuove idee andarono incontro alle esigenze di libertà e uguaglianza e migliorarono l’organizzazione dei loro Stati, di mantenere quasi intatto il loro potere, sostanzialmente non intaccato da riforme concesse dall’alto (“tutto per il popolo, niente per mezzo del popolo”).
La critica sociale infine è basata sul concetto di nobiltà. L’intellettuale illuminista rivendica un ruolo nelle società, ispira a lavori utili per la collettività e rifiuta l’idea tradizionale di nobiltà. L’individuo non nasce nobile ma lo diventa attraverso le sue qualità e il modo in cui le mette in atto nella vita sociale.
Ambito filosofico
L’Illuminismo riprende due grandi scuole filosofiche: il razionalismo e l’empirismo. Difatti trova le sue basi quando Cartesio, nel “Discorso sul metodo”, stabilì che si dovesse accettare per vero solo ciò che appare alla mente in modo evidente, e da ciò in seguito prese vita l’idea illuminista dell’esercizio spregiudicato e autonomo dell’intelletto. L’Illuminismo però è caratterizzato da un’autolimitazione della ragione per quanto riguarda l’esperienza, in quanto è una forza che può esistere soltanto al suo interno. Inoltre l’Illuminismo è caratterizzato anche dalla possibilità, grazie alla ragione, di interessarsi di qualsiasi aspetto che si mantenga in questi limiti.
Nonostante sia influenzato molto dall’empirismo, il concetto di ragione illuministico si differenzia da quest’ultimo in quanto dà una maggiore fiducia ai poteri intellettivi dell’uomo e per la loro grande portata sociale.
La ragione non è identificata come l’unica dimensione dell’uomo, ma viene riconosciuta anche l’importanza del bisogno, dell’istinto, delle passioni nella vita dell’uomo. Inoltre la ragione non viene considerata come una realtà indipendente, ma l’ordine cui la vita tende e che può realizzarsi solo attraverso la partecipazione di tutti gli elementi sentimentali e pratici che costituiscono l’uomo. Gli illuministi posero sotto esame tali emozioni e giunsero al chiarimento del concetto di passione intesa non come una semplice emozione, ma come un’emozione dominante, capace di determinare gli atteggiamenti umani.
Ambito economico
Anche nel campo economico l’Illuminismo portò riforme ispirate al concetto di libertà, difatti gli studiosi di economia discutevano sui possibili metodi per produrre una ricchezza generale, eliminando la povertà e creando una “ricchezza delle nazioni”. La discussione teorica che mise a nudo i limiti delle economie mercantilistiche fu il “dibattito sul commercio dei grani”, in quanto l’imposizione dei prezzi base aveva creato e favoriva la diffusione a macchia d’olio del mercato nero.
Proprio per questo Adam Smith pensò che fosse necessaria innanzitutto un’abolizione dei dazi doganali e dei controlli, creando quello che passò alla storia col nome di liberismo economico. Smith utilizzò il concetto innovativo della “mano invisibile”, secondo cui l’individualismo economico porta ad un aumento del reddito nazionale e ad un arricchimento generale della nazione, trovandosi perfettamente compatibile con i valori sociali. E’ importante, inoltre, vigilare affinché i grandi capitalisti non si organizzino creando monopoli, ma è importante che anche lo Stato smetta di crearne, cioè che è necessario lasciar agire le “leggi di mercato” senza interferire cosicché si possano creare le condizioni ideali per uno sviluppo spontaneo, difatti il mercato è dotato di una naturale capacità autoregolativa: se ad esempio in un’area geografica, per qualsiasi motivo, si riscontra scarsezza di grano, portando quindi ad un aumento del prezzo, lasciando libero di entrarvi il grano proveniente da altre aree, vale a dire permettendo la libera concorrenza, essendoci a quel punto maggiore disponibilità, il prezzo, secondo la legge della domanda e dell’offerta, dovrebbe automaticamente abbassarsi.
Accanto al liberismo economico troviamo la fisiocrazia, alla cui base sta il concetto secondo il quale “soltanto l’agricoltura è realmente produttiva”, difatti utilizzando unicamente la fertilità della terra essa offre una produzione superiore a quella delle merci introdotte. I fisiocratici definiscono tale eccedenza come prodotto netto che non separano nella manifattura e nel commercio, i quali si limitano unicamente a trasformare e a vendere le merci. La ricchezza si diffonde poi nella società divisa in “classe produttiva”, costituita da coloro che sono impegnati nell’attività agricola, in “classe sterile”, costituita da coloro che lavorano in altri settori, e in “classe proprietaria”, costituita dai proprietari fondiari e dai percettori di rendite. Inoltre è importante che le aziende agrarie di tipo “capitalistico” sostituiscano la proprietà, la mezzadria o la gestione signorile, ma perché ciò si realizzi è necessario prima di tutto abbandonare le politiche annonarie che contengono il prezzo del grano, abolire tutti i provvedimenti protezionistici nei confronti della manifattura per favorire la diminuzione dei prezzi dei manufatti, introdurre un’unica tassa al posto dei molti dazi che gravano sul processo produttivo. La posizione fisiocratica però suscitò le critiche di quanti temevano l’aumento del costo dei grani dovuto alla liberalizzazione del commercio, tanto che, dopo il fallimento della politica di Turgot, fisiocratico che ricoprì la carica di Controllore delle finanze in Francia dal 1774 al 1776, si ebbe anche il declino della fisiocrazia.
Ambito scientifico
Durante il XVIII vi fu un notevole progresso scientifico che coinvolse tutti i rami del sapere, e questo grazie ad un aspetto illuminista: la celebrazione filosofica della scienza e dei suoi metodi.
Molte quindi furono le scoperte in ogni campo scientifico. In matematica Eulero sostenne la convinzione che l’uomo potesse raggiungere ogni verità purché utilizzando i calcoli infinitesimali, Langrage trasformò la meccanica in teoremi algebrici. In fisica si sviluppò la meccanica celeste: Herschel scoprì il pianeta Urano e il movimento del Sole nello spazio; Cavendish studiò la misura del peso della Terra e degli astri, e calcolò la costante di gravitazione universale. Furono compiuti grandi passi anche nello studio dell’elettricità, difatti B. Franklin studiò la natura elettrica del fulmine, teorizzò la presenza di fluido elettrico in ogni corpo allo stato naturale. Grandi scoperte vennero effettuate anche in chimica, grazie a Lavoisier, che scoprì l’ossigeno e chiarì il concetto di elemento chimico. In biologia venne fatta una nuova classificazione scientifica ad opera di Linneo, che determinò anche il concetto di specie.
Ambito culturale
Per quanto riguarda la letteratura e l’arte in genere, ne emerge un tipo che ha alla base l’utilità. Tramonta il concetto di “arte per l’arte” per creare un’arte (letteratura) che abbia dei contenuti civili, politici e sociali. Essa deve servire per educare il popolo e siccome è diretta a tutto il popolo borghese non alla vecchia aristocrazia, si modifica il linguaggio che deve essere più comprensibile (privo di arcaismi e termini tecnici) e soprattutto si modifica la struttura del linguaggio perché si passa dalla costruzione indiretta a quella diretta. Si rinuncia quindi alla struttura latina per far posto a quella diretta, più semplice perché ha un ordine ben preciso: in base a questa esigenza sorgerà poi una questione della lingua. Viene preferito inoltre l’utilizzo della paratassi più che quello dell’ipotassi.
Si introducono nuove forme metriche, si diffonde il romanzo sociale con sfondo politico, si sviluppa la forma di saggio breve e la stampa.
Nuova figura d'intellettuale
Per gli Illuministi l’intellettuale non si identificava più con il “sapiente” distaccato dalla vita sociale e intento unicamente alle speculazioni metafisiche, ma diventò un “uomo in mezzo agli altri uomini”, che lotta per migliorare il mondo e si sente utile alla società.
In un primo momento gli intellettuali si sentivano delusi per l’apparente noncuranza con cui venivano accolte le loro idee, per l’impotenza politica in cui si trovavano, per i tortuosi intrighi dei circoli di governo, ma poi il decennio 1765-1775 fu caratterizzato dall’ottimismo sulle possibilità di collaborazione fra sovrani e intellettuali. Il progresso delle riforme si accompagnava a un crescente entusiasmo e a una sempre più appassionata speranza degli illuministi, anche negli Stati dove l’attività riformatrice fu piuttosto modesta, in quanto mutò il rapporto tra governanti e intellettuali riformatori ed emerse una nuova classe dirigente caratterizzata dalla volontà di creare una cultura che risponda ai bisogni concreti della società, che offra strumenti operativi di intervento e diffonda al massimo grado le conoscenze che la ricerca scientifica viene aggiornando con ritmo sempre più sostenuto sulla realtà del mondo naturale e dell’uomo. Come afferma Hauser nella “Storia sociale dell’arte” gli scrittori del tempo “sono apprezzati e rimunerati unicamente per i loro servizi politici e non per le loro qualità intellettuali o morali”, ed il lavoro intellettuale tende a professionalizzarsi, con un rapporto di autonomia e di forza, che deriva dall’importanza delle funzioni assegnategli dal sovrano illuminato. Quindi gli intellettuali illuministi, come afferma il Venturi ne “La cultura illuministica in Italia”, “sono dei riformatori, insomma, non dei rivoluzionari giacobini della generazione posteriore, né, tanto meno, dei patrioti ottocenteschi”.
Nuovo pubblico
L’aumento dell’alfabetizzazione fu una conseguenza dell’ampliamento del pubblico, rappresentato per lo più dalla borghesia. L’Illuminismo presentò un legame con la civiltà borghese, che fin dal Rinascimento era in una continua crescita economica e politica, tanto da diventare l’espressione teorica e intellettuale dal processo di avanzamento della borghesia del XVIII. Inoltre questo legame è reso evidente anche dall’estrazione sociale dei rappresentanti dell’Illuminismo, in maggioranza borghesi, dall’ideale umano sottolineato, e la presenza di alcuni aristocratici non cambia ciò, in quanto si tratta di aristocratici dediti a modi di vita borghesi.
Ciò però porta al problema di considerare l’Illuminismo solo come una rivoluzione culturale rappresentativa del progresso della borghesia o anche un fenomeno strutturale che riguarda la mentalità e la civiltà, espandendosi così a tutta l’umanità.
Generi letterari
Il mutamento della committenza, del pubblico, l’espansione dell’editoria, la crescente alfabetizzazione, la tendenza illuministica alla creazione di un’opinione pubblica hanno una grande influenza sullo stile e sui vari generi letterari. La scrittura tende a diventare sempre più semplice, la sintassi a diventare più lineare, viene considerato fondamentale il momento della ricezione per poter svolgere una valida azione persuasiva nei confronti di quanti più lettori possibile. Ciò spiega l’utilizzo frequente dello stile epistolare lì dove sia possibile, come per esempio nelle polemiche letterarie, negli scritti filosofici, nel romanzo.
Il romanzo epistolare si affermò soprattutto nella seconda metà del XVIII con Rousseau (La nuova Eloisa), Laclos (Le relazioni pericolose), Goethe (I dolori del giovane Werther). Anche la trattatistica subì dei cambiamenti dovuti al nuovo atteggiamento degli intellettuali nei confronti della società: nasce, infatti, il pamphlet, che si differenzia dal trattato sistematico, il quale in ogni caso non cessa d’esistere, per la brevità, la vivacità, l’incisività e l’apertura ad un pubblico non necessariamente specialistico, quindi più vasto, come per esempio il “Dei delitti e delle pene” di C. Beccaria. Un altro tipo di scrittura illuministica è, inoltre, la divulgazione, che può anche assumere la forma del reportage giornalistico.
La letteratura illuministica si svolge soprattutto in una modalità ironico-parodica che si esprime nella satira (come “Il giorno” di Parini), nel romanzo umoristico (il “Tristram Shandy” di Laurence Sterne), nel conte philosophique, vale a dire novella filosofica, (il “Candide” di Voltaire). Inoltre un genere che si diffonde con l’Illuminismo e del quale ne esprime la cultura è il romanzo filosofico, come per esempio l'“Emilio o dell’educazione” di Rousseau, che è un romanzo-saggio di argomento pedagogico.
Inoltre l’Illuminismo utilizza una modalità patetico-sentimentale nel teatro, attraverso il melodramma, riformato nella seconda metà del XVIII secondo il programma di Calzabigi-Gluck, e il dramma borghese, genere che si sviluppa partendo da due opere di Diderot, “Le fils naturel” e “Le père de famille”.
Nell’Illuminismo quindi la prosa prevalse sulla poesia, tanto che i generi più frequentati furono il saggio e il romanzo, mentre la lirica in versi ebbe un posto di poco rilievo.
Enciclopedismo
Tra le varie forme letterarie sorte durante l’Illuminismo ci fu anche l’“Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts e des métiers”, diretta da Denis Diderot con Jean Baptiste Le Rond d’Alembert. Fu il prodotto di due generazioni di intellettuali illuministi e la sua pubblicazione durò dal 1751 al 1772. I compositori dell’opera trovarono grandi difficoltà perché ostacolati nella composizione dalla censura della chiesa e dello stato. Grazie però all’operato di Diderot, che portò avanti clandestinamente la stesura dell’opera, essa venne pubblicata. Questa fu la più grande opera dell’illuminismo francese e fu il suo massimo strumento di diffusione. Ha come principio di base l’utilità della cultura, e quindi è un’opera che vuole far conoscere tutti i settori del sapere ed è rivolta ad un pubblico vastissimo; è strutturata come un dizionario enciclopedico ed ha carattere universale.
E’ da notare inoltre che le figure più importanti dell’Illuminismo non parteciparono alla composizione dell’Enciclopedia o, se pure collaborarono, scrissero pochissimi articoli il cui argomento comunque non riguardava i temi trattati nelle loro opere, come per esempio Montesquieu scrisse il solo articolo sul gusto, Turgot ne scrisse uno su etimologia e uno su esistenza, Voltaire collaborò ai primi volumi ma ben presto smise di farlo. Tuttavia lo spirito di questi uomini domina ugualmente l’Enciclopedia e le dottrine che non presentavano in proprio ispiravano ugualmente gli articoli dei collaboratori.
Inoltre l’Enciclopedia non ha tutta la carica di lotta contro la tradizione che le si attribuisce comunemente, difatti essa include molti articoli il cui compito è quello di rassicurare le anime pie e a costituire un alibi ai collaboratori, e contiene persino incongruenze ed errori riguardanti anche la cultura del tempo. Tuttavia ebbe un ruolo molto importante, e grazie ad essa si ebbe uno dei più grandi rinnovamenti della cultura europea.
L’Illuminismo italiano
L’illuminismo italiano accoglie in generale tutte le teorie dell’illuminismo europeo ma, come movimento di pensiero, ha incontrato difficoltà perché in Italia ci sono ancora molti fattori che impediscono l’accettazione completa del movimento. Uno di questi fattori è l’arretratezza dell’economia che ha impedito lo sviluppo della classe borghese in contemporanea agli altri stati europei, per cui, questa classe molto debole in Italia non ha saputo influire in maniera incisiva sulle istituzioni tradizionali.
Per quanto riguarda l’Italia possiamo affermare che i luoghi in cui per primi si diffondono le idee illuministiche sono Milano e Napoli. A Milano perché essendo la Lombardia a contatto con altri paesi europei è stata sempre la regione all’avanguardia sia per l’economia sia per la cultura. A Napoli perché i Borboni avevano portato una serie di riforme ed inoltre perché lo stato era diventato autonomo proprio alla metà del 1700.
L’accettazione delle idee illuministiche è strettamente legata alla politica perché delle tre teorie politiche quella di Voltaire ha preso il sopravvento sulle altre (gli stati europei sono quasi tutti delle monarchie assolute con a capo un sovrano “illuminato”), e, gli stati dove gli intellettuali sono riusciti ad operare d’accordo con la classe politica dirigente hanno attuato una serie di riforme prendendo spunto dall’illuminismo. Per questo in diversi stati ci sono state delle riforme giuridiche e soprattutto nel campo dell’istruzione.
Ad esempio l’Austria si è avvalsa degli intellettuali come Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, ed è per opera di questi intellettuali che essa apportò delle riforme a carattere giuridico. In particolar modo Pietro Verri ha svolto un’opera di rinnovamento, oltre che nella pratica politica, anche con i suoi scritti basati sulla critica ai sistemi di tortura dell’epoca. Possiamo poi indicare Beccaria per il suo trattato“Dei delitti e delle pene”. L’opera contiene come principio fondamentale quello dell’inutilità della pena di morte e soprattutto la necessità della pena come rieducazione dell’individuo per il suo reinserimento nella società. Questo trattato è stato molto importante perché diffusosi in tutta Europa ha influenzato molti stati, nei quali è stato riformato il codice penale in genere.
Illuminismo milanese
Questi intellettuali milanesi si radunavano nel “Cafè” che era inteso come una sorta di salotto culturale, luogo di discussione e dibattito circa i problemi politici civili e letterari, che prende spunto dai Caffè inglesi. I frequentatori del “Cafè” fondano anche una rivista intitolata appunto “il Cafè”.
Oltre a tutti gli altri settori, l’aspetto letterario viene trattato con tono polemico nei confronti della letteratura tradizionale e del concetto dell’arte per l’arte che non aveva nessuna utilità sociale. Gli illuministi ribadiscono il concetto che la letteratura deve essere utile al popolo e per questo deve trattare problemi vivi e attuali e cioè quelli che il popolo vive quotidianamente.
A Milano gli illuministi si riuniscono anche nelle Accademie che sono ritenute luogo d’incontro e di discussione e di scambio di cultura. Sorgono a Milano due importanti accademie:
- L’accademia dei Pugni, che è quella più combattiva che assume più condizioni battagliere nei confronti della tradizione (legata al “Cafè” vi appartiene Parini)
- L’accademia dei Trasformati, che ha posizioni più moderate ma è favorevole alle riforme (vi appartengono i fratelli Verri)
Illuminismo napoletano
Lo spirito dell’Illuminismo trovò a Napoli i suoi precursori in Ludovico Antonio Muratori e in Pietro Giannone. Il primo fu importante per la polemica riguardo i ritardi della cultura italiana del tempo e per aver stabilito alcuni principi della metodologia storiografica critico-scientifica: egli, infatti, promosse la messa tra parentesi della tradizione, l’accertamento della realtà dei fatti e dell’autenticità dei documenti, il rispetto dell’oggettività storica. Il secondo invece fu importante in quanto dimostrò l’indebolimento del potere politico ad opera del potere ecclesiastico e quindi la conseguente necessità di ridurre il potere ecclesiastico nei limiti spirituali.
Un’altra figura importante, che però si avvicina di più all’Illuminismo francese, è l’abate Ferdinando Galiani che fu segretario dell’Ambasciata del Regno di Napoli a Parigi. Egli fu soprattutto un economista, criticò la tesi del mercantilismo secondo la quale la ricchezza di uno stato consista nel possesso di metalli preziosi. Le sue idee filosofiche non sono esposte in maniera sistematica, ma sono presenti in varie parti delle Lettere ed inoltre sono conformi a quelle dell’Illuminismo francese. Galiani rispose ai filosofi che sostenevano il sillogismo «se un Dio avesse fatto il mondo, questo sarebbe senza dubbio il migliore di tutti; ma non lo è, neppur da lontano; dunque non c’è Dio» dicendo: «Non sapete che Dio ha tratto questo mondo dal nulla? Ebbene, noi abbiamo dunque Dio per padre e il nulla per madre. […] Si prende dal padre, ma si prende anche dalla madre. Ciò che vi è di buono nel mondo viene dal padre e ciò che vi è di cattivo viene dalla signora nulla, nostra madre, che non valeva gran che» (Lett. all’Abate Mayeul, 14 dicembre 1771).
Antonio Genovesi, che ebbe la cattedra di lezioni di commercio all’Università di Napoli, invece fondò le sue dottrine economiche sul sensismo francese. Riconosce come principio motore il desiderio degli uomini di sfuggire al dolore derivante dal bisogno non soddisfatto, che viene chiamato interesse, considerando questo ciò che spinge l’uomo sia all’attività economica sia alla creazione delle arti e delle scienze, sia ad ogni virtù.
Questione della lingua
Durante l’Illuminismo vi fu anche una questione sulla lingua della quale si occupò anche Alessandro Verri, che compose una critica sulla lingua. La sua polemica è incentrata sul vocabolario della Crusca. Verri scrive un articolo pubblicato sul primo numero del Cafè intitolato “ Rinunzia avanti notaio al vocabolario della Crusca”. La polemica è basata soprattutto sulla scelta che nel 1500 era stata fatta per la lingua di Boccaccio e Petrarca. Alessandro Verri si chiede per quale motivo bisognava accogliere solo Petrarca se altri scrittori avevano inventato parole che potevano essere buone da inserire nel vocabolario, e rivendica, inoltre, la facoltà di utilizzare parole nuove, o italiane di nuovo conio oppure importate da altre lingue. Questa osservazione di Verri apre una nuova questione della lingua. Nel periodo illuminista la stagnazione della lingua ha creato problemi perché si diffonde l'uso della traduzione di opere straniere (es. l’Enciclopedia): gli italiani si sono trovati in difficoltà a rendere nella loro lingua tutta la terminologia scientifica, filosofica e anche letteraria contenuta nelle opere straniere. L’italiano non aveva cioè i corrispondenti, bisognava o italianizzare i termini stranieri o coniarne di nuovi che rispondessero a quei concetti e siccome stavano entrando in Italia moltissimi termini francesi possiamo suddividere gli intellettuali in due correnti:
- Difensori della purezza della lingua;
- A favore di neologismi e francesismi (fra questi troviamo tutti gli illuministi).
La soluzione viene da Cesarotti nel “Saggio sulla filosofia delle lingue” che suggerisce di affidarsi di volta in volta alla ragione e cioè l’innovazione del linguaggio culturale ci deve essere quando lo suggerisce l’uso e quando questa innovazione è funzionale, come nel caso della traduzione, e quindi ogni individuo facendo le traduzioni deve rendersi conto se è necessario introdurre un nuovo conio o utilizzare altre lingue. Anche Cesarotti critica coloro che non vogliono innovazioni per puro attaccamento alla tradizione senza rendersi conto che la lingua deve adeguarsi ai tempi.
Pietro Verri e Cesare Beccaria accolgono il pensiero sensista e cioè si indirizzano verso lo studio di meccanismi psicologici della conoscenza e quindi in generale della vita psichica dell’uomo. In particolar modo Beccaria esamina le scelte retoriche dal punto di vista storico psicologico come espressioni di stato d’animo e sensazioni. Quindi in questo modo collega anche la lingua agli stati d’animo (aspetto nuovo rispetto al sensismo europeo).
Sul fronte opposto però si collocarono i letterati tradizionali, sostenitori della purezza della lingua. Essi proponevano l’uso del toscano vivo al posto di quello arcaico, rimanendo fermi però sulla decisione di rifiutare le innovazioni linguistiche e stilistiche che si registravano nella letteratura a causa della grande influenza francese.
Cosmopolitismo
Una delle caratteristiche dell’Illuminismo è il concetto di cosmopolitismo, ripreso dalla filosofia antica, in particolare da Diogene Cinico e da Socrate. Ma fu soprattutto l’Illuminismo a sostenere, in nome della Ragione e della Legge di Natura, uguale per tutti gli uomini al di là di qualunque differenza contingente, l’instaurazione di un ordine universale capace di garantire la libertà e il progresso di ogni uomo nella cosmopolitica fratellanza di tutti. Se la ragione e il suo uso sono definizione dell’uomo, non è possibile fare distinzioni di tipo superiore fra gli uomini, allora tutti siamo allo stesso modo cittadini del mondo e non, o solo in secondo piano, di questo o quel paese.
In un primo momento però il concetto di cosmopolitismo non fu bene accetto, tanto che nel 1762 l’Accademia francese definì nel suo vocabolario “cosmopolita” con un’accezione negativa, retaggio di una diversa tradizione di pensiero: "Colui che non ha patria. Un cosmopolita non è un buon cittadino"; solo nell’edizione del 1798, fortemente condizionata dall’ideologia della Rivoluzione, l’atteggiamento divenne favorevole: "Cittadino del mondo. Si dice di colui che non ha patria. Un cosmopolita considera l’universo come propria patria".
Estetica del sublime
L’estetica del sublime fu teorizzata soprattutto da Kant. Egli definisce il sublime come quel sentimento prodotto da ciò le cui dimensioni sono tali da risultare incommensurabili con il soggetto umano. Quindi tutto ciò la cui vastità è tale per cui l'uomo non è in grado di ricondurlo alle sue dimensioni.
Esistono secondo Kant due tipi di sublime:
- il sublime matematico, in questo caso la vastità delle dimensione è data dalla "grandezza spaziale". Si ha quindi quando viene percepita qualcosa smisuratamente grande rispetto all'uomo. Kant fa l'esempio della vista del mare, del cielo o di una montagna.
- il sublime dinamico, in questo caso non si tratta tanto della percezione di una grandezza spaziale smisurata ma di una forza smisurata. Kant cita come esempio tutti quei casi in cui la natura si manifesta all'uomo come una minaccia alla sua stessa esistenza perché dotata di energie enormemente più ampie di quelle umane (mare in tempesta, uragano, terremoto, eruzione ecc.).
In entrambi i casi il sublime produce uno stato ambivalente del soggetto:
- immaginazione-angoscia: attraverso la sua immaginazione l'uomo prova un senso di angoscia totale per la sua piccolezza (sublime matematico) e per la sua impotenza (sublime dinamico). Infatti di fronte a grandezze e forze talmente a lui superiori l'uomo prova un senso di annichilimento, l'uomo diviene in questo modo consapevole del valore quasi nullo della sua vita (esempio: quale valore attribuirebbe alla sua vita un organismo il cui ciclo vitale è di poche ore, se fosse in grado di essere consapevole della durata della vita umana?).
- ragione-esaltazione: d'altra parte proprio nella percezione dei suoi limiti fisico-naturali, l'uomo diviene consapevole di se come essere naturale ma che si distingue dalla natura per il possesso della ragione. Il senso di inferiorità che egli prova di fronte alla grandezza della natura viene in questo modo a capovolgersi nella consapevolezza della superiorità dell'uomo sulla natura in quanto essere razionale. Come sempre in Kant la dignità e superiorità dell'uomo risiedono nella consapevolezza che con la sua ragione egli acquista dei suoi limiti (per tornare all'esempio dell'organismo fatto precedentemente, si può notare che il difetto di quell'esempio consiste proprio nel fatto che nessun organismo a parte l'uomo può "essere consapevole". Proprio per il fatto di essere consapevole dei suoi limiti l'uomo raggiunge la certezza della sua superiorità sulla natura a cui manca la "consapevolezza").
Pertanto l'uomo si libera dalla sua finitudine emancipandosi dal terrore prodotto dal sublime matematico perché è in grado di concepire l'idea di infinito di fronte alla quale anche la più grande realtà naturale appare infinitamente piccola; riscattandosi dal senso di finitudine provato di fronte al sublime dinamico, perché grazie alla sua ragione egli può dominare la natura.
Pertanto lo stato di inferiorità dovuto alla finitudine fisica umana, viene superato nella scoperta della infinitezza della vita spirituale dell'uomo. Il sublime si articola quindi in due momenti, il primo negativo, poiché rivela all'uomo la sua finitudine su un piano naturale, il secondo positivo in quanto afferma la superiorità dell'uomo sul piano spirituale.
- Fine articolo sull’ Illuminismo
L'illuminismo
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L' Illuminismo è quel movimento che si sviluppa nel XVIII secolo nei maggiori paesi d' Europa e che rappresenta la voce più importante e significativa del secolo. Infatti, con esso ci troviamo di fronte ad una svolta intellettuale destinata a caratterizzare in profondità la storia moderna dell' Occidente.
Per Illuminismo intendiamo quel specifico modo di rapportarsi alla ragione; è l'impegno di avvalersi di essa in modo " libero " e " pubblico ", ai fini di un miglioramento effettivo del vivere.
Gli illuministi quindi assumono un atteggiamento problematizzante nei confronti dell' esistente, facendo valere il proprio diritto di analisi e di critica.
Da ciò lo sforzo di sottoporre ogni realtà al " tribunale " della ragione per individuare ciò che può giovare alla società. Partendo da questo concetto di ragione come organo di verità e strumento di progresso, il filosofo non è più il sapiente dedito alle speculazioni metafisiche, ma un uomo in mezzo ad altri che lotta per rendere più abitabile il mondo. Il compito civile attribuito al sapere stimola gli illuministi nell' opera di divulgazione culturale.
L' esaltazione della ragione e della libertà, il rifiuto del dogmatismo e dell' autoritrismo, la critica del presente e la denuncia delle istituzioni oppressive del passato, l'impegno nelle riforme, lo sforzo verso il progresso e la diffusione della cultura costituiscono dunque, per gli illuministi, altrettante manifestazioni concatenate di un unico atteggiamento globale di fronte al mondo.
Questo movimento offre una grande varietà di figure e di dottrine ed assume caratteristiche ed atteggiamenti distinti, e talora opposti, a seconda dei vari autori e delle varie nazioni europee. In questo modo abbiamo lo sviluppo di un Illuminismo inglese, francese, italiano e tedesco.
La Francia svolge un ruolo primario perchè è proprio in essa che appaiono con maggior vivacità le idee e le tendenze di questo movimento.
L' Illuminismo non nasce nel vuoto, perchè sorge nell' ambito di determinate circostanze storiche, innestandosi su alcune linee di sviluppo della società e della cultura moderna.
Innanzitutto, questo movimento manifesta un legame con la civiltà borghese, fungendo da forza trainante di quel basilare evento storico che è la Rivoluzione inglese.
Anzi, da un certo punto di vista si configura come l' espressione teorica e l' arma intellettuale del processo di avanzamento della borghesia settecentesca. Il legame con la borghesia è confermato dall' estrazione di classe dei suoi rappresentanti, per lo più borghesi, e dall' ideale umano delineato dal secolo dei lumi.
Per cui, l' uomo diviene fabbro totale della propria sorte ed artefice esclusivo del proprio mondo, la ragione trova in se stessa i principi del conoscere e dell' agire.
L' Illuminismo può essere considerato come il prodotto filosofico per eccellenza della Rivoluzione scientifica. Questo movimento ha visto nel metodo scientifico il modello del sapere e lo ha contrapposto alle metafisiche tradizionali, cogliendone e propagandone la connessione con il progresso civile, questo rappresenta la vera e propria filosofia della Rivoluzione scientifica e la coscienza più adeguata di essa. Ispirandosi al sogno baconiano di una civiltà scientifica in grado di padroneggiare la natura, l' Illuminismo crede infatti nella realizzazione dell' uomo tramite un sapere, al tempo stesso, vero ed utile.
Bisogna ricordare che il movimento illuminista è anche l' erede di due grandi scuole filosofiche dell' età moderna: il razionalismo e l' empirismo.
Quando Cartesio, nel " Discorso sul metodo ", stabilisce che si debba accettare per vero solo ciò che appare alla mente in modo evidente, dà avvio al razionalismo, ma nel contempo pone le basi dell' Illuminismo e della sua idea di un esercizio autonomo e spregiudicato dell' intelletto. Tuttavia, nei confronti del razionalismo, l' Illuminismo appare contrassegnato, in primo luogo, da una rigorosa autolimitazione della ragione nel campo dell' esperienza. In virtù del ridimensionamento avvenuto per opera di Locke, la ragione non può fare a meno dell' esperienza, perchè è una forza che si nutre di essa e che funziona solo all' interno del suo orizzonte, fuori dal quale non esistono che problemi insoluti o fittizi.
L' Illuminismo appare caratterizzato anche dalla possibilità, riconosciuta dalla ragione, d' investire ogni aspetto o dominio che rientri in questi limiti.Anche per questo aspetto, l' Illuminismo si contrappone al cartesianesimo, che da un lato si era precluso ogni ingerenza nel dominio morale e politico e dall' altro aveva avuto la pretesa di fondare razionalmente le stesse verità religiose.
Pur essendo fortemente influenzato dall' empirismo, il concetto illuministico di ragione si distingue da quest' ultimo sia per una maggior fiducia nei poteri intellettivi dell' uomo sia per un' accentuazione della loro portata pratica sociale.Inoltre, in certi settori dell ' Illuminismo si assiste ad una radicalizzazione, in chiave sensistica e materialistica, della gnoseologia lockiana.
Una ragione operante all' interno dell' esperienza e criticamente rivolta ad approfondire ogni aspetto dell' esistenza umana ai fini del progresso sociale: ecco la ragione illuministica ed il suo inconfondibile ed irriducibile tratto di originalità.
La ragione dal punto di vista illuminista non è più una realtà a sé, il cui prreviewere debba inghiottire e distruggere tutti gli aspetti della vita umana, ma è piuttosto l' ordine a cui tale vita intrinsecamente tende, e che non può realizzarsi se non attraverso il concorso e la disciplina di tutti gli elementi sentimentali e pratici che costituiscono l' uomo.
Prima del secolo dei lumi, il modo occidentale di rapportarsi alla storia era ancora di tipo ebraico-cristiano, si presupponeva la nozione di un Dio autore o coautore con l'uomo del mondo e delle nazioni. Con l' Illuminismo francese comincia a farsi strada la persuasione che l' unico soggetto della storia sia l' uomo, per cui il Dio illuminista cessa di essere l' autore o il coautore dell' universo storico.
Secondo questi filosofi la storia, nel passato, è stata vissuta per lo più in condizioni negative, configurandosi come un teatro irrazionale di ignoranze, superstizioni, violenze e patimenti di ogni sorta.
Questo atteggiamento iper- critico verso il passato si concretizza in un vero processo alla storia, che rappresenta uno degli aspetti più vistosi del programma illuministico.
Di conseguenza, per un certo verso, l' Illuminismo rappresenta una forma di pessimismo storico, in quanto nella storia vede il luogo del negativo e la sede di un processo di alienazione o di smarrimento, da parte dell' uomo, della sua essenza naturale e razionale.
La forma più specifica e diffusa in cui si incarna questo pessimismo storico è l' anti- tradizionalismo che, attacca violentemente sia il principio generale di tradizione, sia i contenuti in cui esso si è concretizzato di volta in volta.
Se nei confronti del passato si tende ad assumere un atteggiamento di sfiducia e negazione, in rapporto al presente ed al futuro, esso tende ad assumere un tono fiducioso ed attivistico. Infatti, più aggressiva è la critica verso il passato tanto più forte, nei vari autori, è l' impegno verso il presente ed il futuro, poiché ciò che li rende " illuministi " è proprio la speranza, variamente condivisa, di poter ritrovare l' uomo al di là della storia, ossia la persuasione di poter edificare, sulle rovine del passato e tramite la ragione, un mondo nuovo ed a misura d' uomo.
Quest' atto di fiducia verso la storia e le sue possibilità di riscatto, costituisce il presupposto di fondo dell' attivismo illuministico, che si concretizza in una visione generale della storia come processo graduale di incivilmento, che da uno stato primitivo di esistenza selvaggia, attraverso una condizione intermedia di barbarie, giunge ad uno stato di civiltà effettiva ed in costante progresso.
L' attenzione per i problemi politico- giuridici costituisce un'altra caratteristica saliente dell' Illuminismo europeo.
La crisi degli ambiziosi progetti di Luigi XIV ed il premere di forze sempre più avverse all' assolutismo regio, incarnate soprattutto dalla borghesia, avevano cominciato a produrre un interesse generalizzato per la problematica politica e la filosofia sociale.
Tant' è vero che nella prima metà del XVIII secolo si assiste ad un' autentica esplosione della pubblicistica storica e filosofico-politica, che innesca un dibattito, di cui gli illuministi sono i principali promotori, destinato a farsi sempre più " rovente " ed a porsi dapprima come piattaforma teorica del " dispotismo illuminato " e della ventata di riforme che caratterizza taluni paesi europei, ed a configurarsi in seguito come la preparazione ideologica della Rivoluzione francese.
Il legame fra Illuminismo e politica costituisce dunque un fatto storico verificabile. E' vero che non si concretizza in un programma politico organico, nutrendosi spesso di discorsi teorici e ottenendo, almeno con il dispotismo illuminato, frutti abbastanza modesti.
Ma persistere nell' attribuire questo scarto fra teoria e realizzazione pratica all' " astrattezza " della ragione illuministica dimenticando gli impedimenti dovuti alle circostanze effettive in cui si trova ad operare, significa di accontentarsi di formule ormai logore.
Inoltre è bene tener presente che sono proprio certe " idee generali " dell' Illuminismo che a lungo andare hanno prodotto, con la Rivoluzione americana e francese, ed anche oltre, i frutti più decisivi per il mondo moderno.
La dottrina della ragione come insieme di strumenti concettuali operativi ed il conseguente impegno di tradurre il pensiero in azione fondano l' essenziale "politicità" dell' Illuminismo, che risulta costantemente teso a legare la speculazione filosofica al raggiungimento di obiettivi pratici, di portata sociale. Lo sdegno verso il passato si traduce quindi in un impegno riformatore verso il presente.
Innanzitutto, alla pratica millenaria della politica come arte di offesa e di difesa e come tecnica di dominio, gli illuministi contrappongono l' idea, già di per sè rivoluzionaria, di una politica a servizio dell' uomo e dei suoi diritti naturali di base.
Ciò che caratterizza inequivocabilmente
la proclamazione dei diritti dell' uomo rispetto alle dottrine precedenti è da un lato, una particolare interpretazione di tali diritti, e, dall' altro, la loro utilizzazione ai fini della critica politica, accompagnata dal correlativo sforzo di renderli operanti nella realtà.
Fra i diritti più difesi da questi filosofi c' è la felicità che viene intesa come quella situazione in cui gli uomini soddisfano, in pace tra di loro, i propri bisogni materiali e spirituali.
Come avevamo precedentemente detto, si sviluppano " vari illuminismi "; tra i quali troviamo quello francese.I suoi maggiori esponenti sono:Montesquieu, Diderot, Rosseau e Voltaire.
Di Montesquieu ricordiamo tre opere: le " Lettere Persiane " , le "Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza " e lo " Spirito delle leggi " , che è la sua opera principale.
Nelle " Lettere Persiane " Montesquieu fa la satira della civiltà occidentale del tempo, mostrandone l' incongruenza e la superficialità, combattendo l'assolutismo religioso e politico.
Nell' opera sulla grandezza e decadenza dei romani, ne riconosce le cause della grandezza nell' amore della libertà, della patria e del lavoro.Mentre le cause della loro decadenza nell' eccessivo ingrandimento dello stato, nelle guerre lontane, nella corruzione dovuta all' introduzione del lusso asiatico e nella perdita della libertà sotto l' impero.
Invece, nello " Spirito delle leggi " affronta il problema della storia; partendo dal presupposto che sotto la diversità degli eventi essa ha un ordine che si manifesta in leggi costanti. Definisce la legge come il rapporto necessario che deriva dalla natura delle cose, ogni essere ha la sua legge e per cui anche l' uomo.
Diderot fu, come Voltaire, uno spirito universale. Filosofo, poeta, romanziere, matematico, critico d' arte, egli riassume nella sua opera l' esigenza di quel rinnovamento radicale di tutti i campi della cultura e della vita che è proprio dell' Illuminismo.
Lavorò per l' Enciclopedia che lo occupò per vent' anni, essa è il massimo strumento di diffusione delle dottrine illuministiche.
Come sue opere filosofiche ricordiamo: i " Pensieri sull' interpretazione della natura ", le " Conversazioni tra D' Alembert e Diderot " ed " Il sogno di D' Alembert ".
Si può dire che le dottrine di Diderot illustrano i temi fondamentali di questo movimento: e in primo luogo la fede nella ragione e l' esercizio del dubbio più radicale.
La ragione è la sola guida dell' uomo e ad essa appartiene anche il giudizio sui dati dei sensi e sui fatti.
Voltaire, nato a Parigi ma trasferitosi in Inghilterra negli anni 1727-29, scrisse nel 1734 le " Lettere sugli inglesi o Lettere filosofiche " dove illustra vari aspetti di questa cultura,insistendo particolarmente sui temi che furono propri della sua attività filosofica.
In questo libro inoltre esalta la filosofia inglese di Bacone, Locke e Newton.
Nello stesso anno esce anche il " Trattato di metafisica " che non fa altro che difendere i temi filosofici già presenti nelle " Lettere sugli inglesi ".
Oltre che a scrivere opere di filosofia e fisica, Voltaire scrisse poemi, tragedie, romanzi ed opere di storia. Tra le opere di filosofia e fisica, oltre a quelle già citate, sono importanti: il " Dizionario filosofico portatile " che, nelle successive edizioni divenne una specie di enciclopedia a volumi ed " Il filosofo ignorante " che è il suo ultimo scritto filosofico.
Di Rosseau possiamo dire che occupa un posto a parte in questo movimento.
L' Illuminismo non aveva fatto della ragione la sola realtà umana; aveva riconosciuto i limiti di essa nonchè la forza ed il valore dei bisogni, degli istinti e delle passioni.
Aveva comunque posto nella ragione la vera natura dell'uomo.Rosseau sembra infrangere su questo punto l' idea illuministica. La natura umana non è ragione; è istinto, sentimento, impulso e spontaneità. La ragione stessa devia e si travia se non assume come guida l' istinto naturale.
L' Illuminismo vuol portare l' istinto alla ragione, Rosseau la ragione all' istinto, ma il risultato finale sarà sempre lo stesso.
I suoi maggiori scritti sono: il " Discorso sulle scienze e le arti " , la " Nuova Elosia ", il " Contratto sociale " , l' " Emilio " ed i " Sogni di un viandante solitario ".
Nell' opera di Rosseau l' entusiasmo e l' oratoria prreviewgono sul ragionamento e sulla dimostrazione.
Da un lato si fa banditore di un individualismo radicale per il quale l' uomo non può nè deve riconoscere altra guida che il suo sentimento interiore.Dall' altro bandisce un comunitarismo radicale per il quale l' individuo è interamente sottoposto alla volontà generale del corpo politico.
Dopo aver analizzato i filosofi illuministi francesi, dobbiamo ricordare che questa corrente culturale si sviluppò anche in altri paesi come in Germania.
Il quadro storico dell' Illuminismo tedesco è assai diverso da quello francese e ne rende comprensibili talune tendenze di fondo.
Sul piano politico, l' assenza di una monarchia accentratrice, la frantumazione del paese in un mosaico di Stati, la permanenza di un' economia sostanzialmente agricola e feudale, avevano permesso alla nobiltà di mantenere ben saldo il potere, costringendo la borghesia a mantenersi su posizioni riformistiche moderate, che avevano trovato nel " dispotismo filosofico " di Federico II la loro espressione.
Sul piano culturale, la Germania in preda a sanguinose lotte di religione fra cattolici e protestanti, era rimasta pressochè ai margini del grande movimento filosofico-scientifico che aveva attraversato le altre nazioni.
Questi dati di base spiegano da un lato la minor politicità e radicalità dell' Illuminismo tedesco rispetto ai modelli esteri, e, dall' altro lato, l' indirizzo razionalistico, sistematico ed accademico delle sue principali figure, impegnate a fondere in sintesi organica la tradizione scolastica.
Nella seconda metà del secolo abbiamo l' affermazione di un Illuminismo a sfondo religioso, in cui operano già taluni germi della sucessiva cultura romantica.
Per quanto riguarda la tecnica filosofica, l' Illuminismo tedesco deve la sua originalità, rispetto a quello francese, nella forma logica in cui temi e problemi sono presentati e fatti valere.
L' idea di una ragione che abbia il diritto di investire con i suoi dubbi l' intero mondo della realtà, si trasforma nell' Illuminismo tedesco in un metodo di analisi razionale che avanza dimostrando la legittimità di ogni passo, cioè
la possibilità intrinseca dei concetti di cui si avvale ed il loro fondamento.
E' questo il metodo della fondazione che doveva rimanere caratteristica della filosofia tedesca posteriore e che celebrò il suo grande trionfo nell' opera di Immanuel Kant.
Tra i filosofi tedeschi troviamo, oltre a Kant, Wolff, Lambert, Baumgarten e Lessing.Possiamo affermare che questi ultimi quattro filosofi influenzarono in parte la filosofia kantiana.
Wolff influenzò Kant soprattutto per quanto riguarda il dominio del linguaggio filosofico. Si può dire che questo filosofo pone dei limiti al linguaggio filosofico ed è proprio all'interno di questi limiti che si muoverà il pensiero di Kant.
Kant, ad esempio, per il termine trascendentale aveva davanti a sè non soltanto il concetto della tradizione ontologica scolastica, ma anche quello della tradizione teoretico-scientifica della cosmologia trascendentale di Wolff, e che quest'ultima tradizione, non la prima, ha esercitato un' influenza determinante sul peculiare concetto kantiano di trascendentale.
Con il suo concetto di cosmologia generalis, Wolff, aveva infatti operato l' importante trasposizione del termine trascendentale dal campo dell' ontologia a quello della cosmologia razionale.
Pertanto, per l' esplicita adozione del termine, Kant mirò a questo nuovo uso linguistico piuttosto che al rinnovamento dell' antica dottrina scolastica.
Nella cosmologia wolffiana Kant trovò " già delineati momenti importanti che concorrono a determinare il (suo) concetto critico di trascendentale, soprattutto il carattere dell' universalità dell' a priori ".
Kant nell' Introduzione della prima edizione della " Critica della ragion pura " dà la sua prima formulazione del concetto di trascendentale." Io chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non tanto di oggetti, ma dei nostri concetti a priori di oggetti in generale.Un sistema di tali concetti si chiamerebbe filosofia trascendentale ".Possiamo notare che questo termine, come tanti altri " inventati "da Wolff, sono presenti più volte nei testi scritti da Kant.
Ancora secondo Wolff, le regole del metodo filosofico devono essere uguali a quelle del metodo matematico.Infatti, dice che non bisogna far uso di termini che non sono stati chiariti da un'accurata definizione e nelle proposizioni, inoltre, bisogna determinare con pari cura il soggetto ed il predicato.
Wolff nella logica afferma che, in conformità del principio di contraddizione, i concetti possono essere utilizzati solo nei limiti di ciò che contengono, e che, i giudizi sono veri in quanto danno l' analisi dei loro soggetti.
Questo filosofo tuttavia non esclude l' esperienza, che nelle scienze naturali deve unirsi al ragionamento ed anche nelle scienze razionali può essere utilizzata per formare le definizioni empiriche delle cose.
Su tali definizioni si possono tuttavia fondare soltanto dimostrazioni probabili, non necessarie.
Accanto alle proposizioni necessarie, il cui contrario è impossibile, Wolff pone le proposizioni contingenti, la cui negazione non include contraddizione.
Parte di questi concetti li ritroviamo in Kant, nella " Critica della ragion pura ".
Kant, infatti, è convinto che la conoscenza umana e in particolare la scienza offra il tipico esempio di principi assoluti, ossia di verità universali e necessarie che valgono sempre allo stesso modo.
Kant analizza i fondamenti del sapere usando comunque un metodo filosofico uguale a quello matematico.
Un anticipatore di Kant per quanto riguarda le tematiche è Lambert, questo anche perchè i due filosofi intrattennero un' importante corrispondenza.
Lambert, nella sua opera " Nuovo organo ", studia gli elementi semplici della conoscenza, le relazioni delle espressioni linguistiche al pensiero, le leggi formali del pensiero e le sorgenti degli errori.
Questo filosofo ha lo stesso scopo di Kant, quello di raggiungere i concetti più semplici.
Questi vengono conosciuti solo tramite l'esperienza, ma sono indipendenti da essa, in questo senso sono a priori.
Però per spiegare questi concetti questo filosofo prende una strada totalmente diversa da quella kantiana.
Kant esprime questi concetti nella parte iniziale della " Critica della ragion pura",tutta la sua opera si svolgerà intorno ad essi.
Parte con l' analizzare le proposizioni, che lui chiama giudizi sintetici a priori.
Giudizi, poichè consistono nell' aggiungere un predicato ad un soggetto; sintetici, perchè il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso; a priori, perchè essendo universali e necessari non possono derivare dall' esperienza. Dal punto di vista kantiano i giudizi fondamentali della scienza non sono quindi nè i giudizi analitici a priori, nè quelli sintetici a posteriori.
I primi sono giudizi che vengono enunciati a priori, in essi, il predicato non fa che esplicare quanto è già contenuto implicitamente nel soggetto.
Per cui tali giudizi, pur essendo universali e necessari, sono infecondi perchè non ampliano il nostro patrimonio conoscitivo.
I secondi, sono giudizi il cui predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, aggiungendosi a quest' ultimo in virtù dell' esperienza, ovvero a posteriori.
Questi giudizi pur essendo fecondi, sono privi di universalità e necessità perchè poggiano esclusivamente sull' esperienza.
Kant ha fatto un passo in più rispetto a Lambert, infatti , dice che le proposizioni, pur essendo formulate in virtù dell'esperienza, presuppongono alla propria base un giudizio sintetico a priori.
Questi giudizi rappresentano la spina dorsale della scienza.
Questi giudizi sintetici a priori derivano dalla sintesi di materia e forma.
La materia dipende dall' esperienza, mentre per forma si intende l' insieme delle modalità fisse attraverso le quali la mente ordina le impressioni.
E' proprio questa nuova impostazione del problema della conoscienza che implica importanti conseguenze, infatti comporta la cosiddetta "rivoluzione copernicana " di Kant.
Questo filosofo ha ribaltato il modo di vedere la realtà, infatti prima si dava importanza all' oggetto e non al soggetto.
Invece Kant ci dice che noi possiamo conoscere il fenomeno cioè ciò che noi vediamo e, non il noumeno che è l' essenza in sè dell' oggetto.
Filosofi come Baumgarten e Lessing influenzarono in minor modo la produzione filosofica kantiana.
Kant e Baumgarten non hanno moltissime cose in comune , anzi, si può dire che essi si muovono su due piani distinti, però entrambi hanno la finalità, o meglio l' ossessione di fondare la metafisica come scienza.
Infatti lo scopo della "Critica della ragion pura " è proprio questo; anche se Kant arriverà alla fine dicendo di aver scoperto soltanto il " come" funziona la ragione, senza esserne arrivato a capirne il perchè. Si può dire invece, che Lessing fu colui che diede a Kant quell' imput per passare dallo scrivere la " Critica della ragion pura " alla " Critica della ragion pratica".
Infatti secondo Kant la ragione non serve solo a dirigere la conoscenza, ma anche l'azione.
Accanto alla ragione teoretica abbiamo quindi la ragione pratica.Kant distingue una ragion pura pratica ed una ragion empirica pratica.
Quella che si occupa della moralità è la ragion pura pratica.
Kant in quest' opera analizza quelle azioni dipendenti dall' esperienza e perciò non legittime dal punto di vista morale.
Analizzando queste azioni si propone di stabilire non solo che la ragion pura può essere pratica, ma che è pratica in modo incondizionato.
Il motivo che sta alla base della " Critica della ragion pratica " è la persuasione che esista, scolpita nell' uomo, una legge morale a priori valida per tutti e per sempre.
Kant oltre a queste due critiche ne scrisse anche un altra ; la " Critica del giudizio " che, con le altre due formano gli scritti più importanti di questo filosofo.
Nella " Critica del Giudizio ", Kant studia il sentimento così come nella " Critica della ragion pura " aveva analizzato la conoscenza e nella " Critica della ragion pratica " la morale.
Procedendo oltre la bipartizione tradizionale delle facoltà, fa del sentimento una " terza facoltà " ed un campo di attività autonoma.
Il " sentimento " di cui egli parla, va però tecnicamente inteso come la peculiare facoltà, mediante cui l' uomo fa esperienza di quella finalità del reale che la prima Critica escludeva sul piano fenomenico e la seconda postulava
a livello noumenico.
Ciò non significa tuttavia, come talora si è interpretato, che la " Critica della ragion pura " rappresenti la tesi, la " Critica della ragion pratica " l' antitesi e la " Critica del Giudizio " la sintesi, quasi come quest' ultima fosse un superamento del dissidio fra le due opere precedenti.
Infatti, sebbene il sentimento tenda a figurarsi il mondo fisico in termini di finalità e di libertà, esso rappresenta soltanto, secondo Kant, un'esigenza umana, che, come tale, non ha un valore di tipo conoscitivo o teoretico.
In altri termini, il sentimento " permette, nel soggetto, l' incontro tra i due mondi.
L' incontro, non la conciliazione:
la conciliazione infatti implicherebbe l' ogettività del medio che concilia, mentre questo è un accordo che vale solo soggettivamente " ( S. Givone ).
Per Kant i giudizi sentimentali costituiscono il campo dei giudizi riflettenti, in contrapposizione al campo dei giudizi
determinanti.
Questi ultimi sono i giudizi conoscitivi e scientifici studiati nella " Critica della ragion
pura ", cioè quei giudizi che " determinano " gli oggetti
fenomenici mediante forme a priori universali.
I giudizi riflettenti sono
invece i giudizi sentimentali, che si limitano a " riflettere "
su di una natura già costituita mediante i giudizi determinanti ed apprenderla
attraverso le nostre esigenze universali di finalità e di armonia.
Kant, nel suo linguaggio tecnico,
afferma che se nel primo caso l' universale o il concetto è " già
dato " dalle forme a priori, che incapsulano immediatamente il
particolare, nel secondo caso l' universale che, in questo caso si identifica
con il principio della finalità della natura, va " cercato "
partendo dal particolare.
Tuttavia, mentre i giudizi
determinanti sono ogettivi e scientificamente validi, almeno per quanto
concerne il fenomeno, i giudizi riflettenti esprimono più che altro
un " bisogno ", che è tipico di quell' essere finito che è l' uomo.
La " Critica del Giudizio " si configura dunque come un' analisi dei giudizi riflettenti,
per cui la parola " giudizio ", che compare nel titolo, assume
il significato filosofico specifico di organo dei giudizi riflettenti,
ossia di una facoltà che Kant ritiene
intermedia fra l' intelletto e la ragione, fra la conoscenza
e la morale.
I due tipi fondamentali di giudizio riflettente sono quello estetico, che verte sulla bellezza, e quello teologico, che riguarda il discorso sugli scopi della
natura.Entrambi sono giudizi sentimentali puri, cioè derivanti a priori dalla nostra mente,anche se si distinguono fra di loro per il diverso rimando al finalismo.
Infatti, mentre nel giudizio estetico noi viviamo immediatamente o intuitivamente la finalità della natura, nel giudizio teologico noi pensiamo
concettualmente tale finalità mediante la nozione di scopo.
Nel primo caso, la finalità
esprime quindi un " venir incontro " dell' oggetto alle aspettative
estetiche del soggetto, quasi che la natura fosse bella " apposta
" per noi, mentre nel secondo caso essa esprime un carattere proprio
dell' oggetto.
Per sottolineare tale diversita Kant parla, nel primo caso, di finalità "soggettiva " o " formale " e, nel secondo caso, di finalità " ogettiva " o " reale ".La terminologia del filosofo non deve però trarre in inganno: infatti anche il giudizio teologico
esprime semplicemente, come si è già detto, un' esigenza umana, ossia
un bisogno soggettivo della nostra mente di rappresentarsi in modo finalistico
l' ordine delle cose.
Nella " Critica del Giudizio" il termine estetica assume nuovamente il significato di
" dottrina dell' arte e della bellezza ". Dopo aver premesso che bello
non è ciò che comunque piace, ma ciò che piace nel giudizio di
gusto, Kant si propone di chiarire la natura specifica del giudizio
estetico.
Dividendo quest' ultimo secondo la tavola delle categorie , Kant offre ben quattro definizioni della
bellezza :
a) Secondo la qualità il bello è l' oggetto di un piacere " senza alcun interesse " (C. G. §§ 1-5 ).Infatti i giudizi estetici sono caratterizzati dall' essere contemplativi e disinteressati, poichè non si curano dell' esistenza o del possesso degli oggetti , ma solo
della loro immagine o rappresentazione.Tutto questo significa che per Kant una cosa è bella perchè è bella, non perchè obbedisca ad interessi esterni di ordine biologico, morale, utilitaristici, ecc.
b) Secondo la quantità il bello è " ciò che piace universalmente, senza concetto " ( C. G. §§ 6-9 ).Infatti, per Kant, il giudizio estetico si presenta, da un lato, con una tipica pretesa di universalità, dall' altro lato, che il bello sia sottomesso a qualche concetto o esprima un piacere indipendente da una conoscenza.Per cui, il giudizio di gusto risulta qualcosa di sentimentale e di extralogico, in quanto le cose che diciamo belle sono tali perchè vissute spontaneamente come belle e non perchè giudicate tali attraverso un ragionamento o una serie di concetti.
c) Secondo la relazione, la bellezza è " la forma della finalità di un
oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di
uno scopo " ( C. G. §§ 10-17 ).
Kant intende dire che l' armonia
degli oggetti belli, pur esprimendo un formale accordo delle parti
fra di loro, e quindi una certa finalità, non soggiace ad uno scopo
determinato, concettualmente esprimibile.
Detto altrimenti : la bellezza è un libero e vissuto gioco di armonie formali che non rimanda a concetti precisi e non risulta imprigionabile in schemi conoscitivi.
d)
Secondo la modalità il bello è " ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario " ( C. G. §§ 18-22 ).
Questa formula è un' altro modo per ribadire che il giudizio estetico si presenta come qualcosa su cui tutti debbono essere d' accordo, sebbene non si possa esprimere
tale consonanza mediante concetti o regole logiche, ossia tramite giudizi
scientifici come quelli determinanti, in quanto il bello è qualcosa
che ognuno percepisce intuitivamente, ma che nessuno riesce a "
spiegare " intellettualmente.
Come si è visto, i caratteri specifici del giudizio estetico sono il disinteresse e la pretesa dell' universalità.
Kant quando difende l' universalità del giudizio estetico intende che esso, non solo presenta il carattere della comunicabilità possibile, ma che nel giudizio estetico la bellezza è vissuta come qualcosa che deve venir considerata da tutti.
Nel paragrafo 22 della " Critica del Giudizio " Kant scrive ad esempio : " In tutti
i giudizi coi quali dichiariamo bella una cosa, noi non permettiamo
a nessuno di essere di altro parere, senza fondare tuttavia il nostro
giudizio sopra concetti, ma soltanto sul nostro sentimento ".
Analogamente, nel paragrafo 19, egli puntualizza : " Il giudizio di gusto esige il consenso
di tutti; e chi dichiara bella una cosa, pretende che ognuno dia l' approvazione all' oggetto in questione e debba dichiararlo bello allo stesso modo ".
Ora, per comprendere adeguatamente questa tesi di Kant, risulta indispensabile tener presente almeno due ordini di considerazioni:
1) Kant distingue nettamente
fra il campo del piacevole, che è " ciò che piace ai sensi nella sensazione ", ed il campo
del piacere estetico, che è il sentimento provocato dall' immagine della cosa che diciamo bella.
Il piacevole, chiarisce Kant, dà luogo ai " giudizi estetici empirici ", scaturienti dalle attrattive delle cose sui sensi e legati alle inclinazioni individuali, e perciò privi di universalità.
Il piacere estetico invece è qualcosa di " puro ", che si concretizza nei " giudizi estetici puri ", scaturienti dalla sola contemplazione della " forma " di un oggetto.
Solo giudizi di questo tipo hanno la pretesa dell' universalità, in quanto non sono soggetti a condizionamenti di vario tipo.
2)
Kant distingue anche fra bellezza " libera ", che viene appresa
senza alcun concetto e bellezza " aderente ", che implica
il riferimento ad un determinato modello o concetto della perfezione
dell' oggetto che viene definito bello.
Ovviamente, soltanto i primi sono giudizi estetici puri, e perciò universali, perchè i secondi sono complicati da considerazioni intellettuali o pratiche, che possono variare attraverso i tempi e la civiltà.
Appurata l' universalità del giudizio estetico, Kant si trovava di fronte, per usare le sue stesse parole, al problema della " deduzione " dei giudizi estetici
puri, cioè alla "legittimazione della pretesa dei giudizi di gusto alla validità universale ".
Egli risolve questo problema-chiave della sua estetica sulla base della teoria della comune struttura della mente umana.
Kant afferma che il Giudizio estetico nasce da un " libero gioco ", cioè da uno spontaneo rapporto, dell' immaginazione o della fantasia con l' intelletto, in virtù del quale l' immagine della cosa appare rispondente alle esigenze dell' intelletto, generando un senso di armonia .
E poichè tale meccanismo risulta identico in tutti gli uomini, resta spiegato il fenomeno dell' universalità estetica e giustificata la presenza di un " senso comune "
del gusto.
Fondando il giudizio di gusto e la sua universalità sulla mente umana, Kant è dunque pervenuto ad una vera e propria rivoluzione copernicana estetica, incentrata sulla
tesi secondo cui il bello non è una proprietà oggettiva od ontologica delle cose, ma un frutto di un incontro del nostro spirito con esse, cioè qualcosa che nasce solo per la mente ed in rapporto alla mente.
E proprio per sottolineare come la bellezza esista solo in virtù del soggetto, Kant afferma significativamente che essa non è un " favore " che la natura fa a noi, bensì un " favore " che noi facciamo ad essa, innalzandola al livello della nostra umanità.
E aggiunge inoltre che se la bellezza risiedesse negli oggetti, e quindi nell' esperienza, essa perderebbe la propria universalità e non sarebbe più qualcosa di libero, perchè
verrebbe imposto a noi dalla natura.
In conclusione, il nocciolo e il messaggio del discorso kantiano risiede nella tesi secondo cui ogni piacere che un' immagine può provocare in noi ha un valore estetico,
ma solo quel piacere che non è legato a pure attrattive fisiche, nè
ad interessi pratici, nè a valutazioni morali e conoscitive degli oggetti
e che quindi è disinteressato, comunicabile a tutti e non dipendente
da mutevoli stati d' animo dell' individuo.
Dopo aver trattato del " bello ", Kant passa all' analisi del " sublime ", che
era stato oggetto di particolare attenzione da parte del pensiero settecentesco.
Kant distingue due tipi di sublime: quello " matematico " e quello " dinamico ".
Il sublime matematico nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande.Kant porta come esempi gli alberi, le montagne, il diametro terrestre ecc.
Ora, di fronte a tutte queste cose, nasce in noi uno stato d' animo ambivalente.Da un lato proviamo un dispiacere, perchè la nostra immaginazione non riesce ad abbracciare le incommensurabili grandezze, dall' altro proviamo un piacere, perchè la nostra ragione è portata ad elevarsi all' idea dell' infinito, in rapporto a cui le stesse immensità del creato appaiono piccole.Prendendo coscienza del fatto che il vero sublime non risiede tanto nella realtà che ci stà di fronte, quanto in noi medesimi, convertiamo l' iniziale stima perl' oggetto in una finale stima per il soggetto, ossia per quell' ente
sovrasensibilmente qualificato che noi stessi siamo. Il sublime dinamico nasce in presenza di strapotenti forze naturali.Anche in queste situazioni, inizialmente avvertiamo un senso della nostra piccolezza materiale nei confronti della natura. In seguito avvertiamo invece un vivo sentimento della nostra grandezza ideale, dovuta alla dignità di esseri umani pensanti, portatori delle idee della ragione e della legge morale. Per cui, da depressiva, l' emozione del sublime dinamico diviene esaltativa e l' angoscia trapassa in entusiasmo. Come si può notare, le due forme del sublime risultano caratterizzate dalla stessa dialettica di dispiacere- piacere, impotenza- potenza, poichè capovolgendo un' esperienza che, in virtù dell' immaginazione, ci fà sentire piccoli di fronte al grande, in un'altra esperienza che, in virtù della ragione e delle sue idee di infinito e di dignità morale, ci fa sentire più grandi del grande stesso, ci rende consapevoli della sublimità del nostro essere stesso. Il sublime si differenzia quindi dal bello poichè diversamente da quest' ultimo, nasce dalla rappresentazione
dell' informe e si nutre del contrasto tra immaginazione sensibile e ragione, provocando fremito e commozione.
Tutt' e due sono però accomunati dal presupporre, come loro condizione, il soggetto o la mente, che si configura dunque come il trascendentale dell' esperienza estetica, cioè come la sua possibilità ed il suo fondamento.
Il " bello " di cui Kant ha parlato fin quì è sostanzialmente il " bello di natura ".Distinto da quest' ultimo è il " bello artistico ", che risponde alla medesima definizione di bellezza già data e che presenta una strutturale affinità con il precedente in quanto la natura è bella quando ha l' apparenza dell' arte e l' arte è bella quando ha l'apparenza o la spontaneità della natura.
La spontaneità " dell' arte bella " proviene dal " genio ". Infatti, se per giudicare degli oggetti belli è necessario il gusto, per produrre tali oggetti è indispensabile il genio, il quale rappresenta il tramite con cui la natura inerviene sull' arte: " Il genio è il talento ( dono naturale ), che dà la regola all' arte.
Poichè il talento, come facoltà produttrice innata dell' artista, appartiene anche alla natura, ci si potrebbe esprimere anche così: il genio è la disposizione innata dell' animo per mezzo cella quale la natura dà la regola dell' arte " ( C. G. § 46 ).
Il genio ha prerogative proprie, che Kant individua:
a) nell' originalità
o creatività;
b) nella capacità di produrre opere che fungono da modelli o esemplari
per altri;
c) nell' impossibilità
di mostrare scientificamente come compie la sua produzione.
Il genio, in quanto tale, è inimitabile ed esiste solo nel settore delle arti belle.In altri termini, per Kant, che apre le porte alla celebrazione romantica del genio, nella scienza vi sono senz' altro ingegni, ma non, propriamente, dei geni.
Come si è già accennato, la finalità del reale, oltre che essere appresa immediatamente nel giudizio estetico, può anche essere pensata mediatamente nel giudizio tologico,
in virtù del concetto di " fine ".
nostra mente vi è una tendenza irresistibile a pensare finalisticamente,
cioè a scorgere nella natura l' esistenza di cause finali, sia intrinseche
che estrinseche. Tanto più che se ci trasportiamo in sede etica, avvertiamo l' interiore esigenza di credere che la natura, in virtù della sapienza ordinatrice di un Dio, sia organizzata in modo tale da rendere possibile la libertà e la moralità, e sia tutta
quanta finalisticamene " predisposta " alla nostra specie, poichè " senza l' uomo ", cioè senza un essere ragionevole, " la creazione sarebbe un semplice deserto "
( C. G. § 86 ).
Tuttavia, ben consapevole del fatto che in filosofia non è lecito trasformare dei bisogni in realtà, Kant ribadisce che il giudizio teologico, con tutto ciò che esso implica ( Dio ), è pur sempre privo di valore teoretico o dimostrativo, in quanto il suo assunto di partenza, la finalità, non è un dato verificabile, ma soltanto un nostro modo di vedere il reale.
In conclusione, anche per evitare " l'antinomia del Giudizio teologico ", è opportuno considerare il finalismo come una sorta di promemoria critico che da un lato ci ricorda i limiti della visuale meccanicistica, e dall' altro ci rammenta l' intrascendibilità dell' orizzonte fenomenico e scientifico. Infatti, sebbene Kant lasci intendere che il finalismo escluso nel fenomeno, possa risultare valido nella cosa in sè, si rifiuta, anche nella terza Critica, di procedere oltre la scienza ed il fenomeno.
Saranno invece i romantici, che pur muovendo da Kant, pretenderanno,andando oltre Kant, di rompere le dighe del criticismo e di far irruzione nel mondo vietato della cosa
in sè, trasformando " postulati " della morale e le " esigenze " del sentimento in altrettante realtà. Dopo aver esaminato la filosofia
kantiana ci sorge spontanea una domanda: "Kant può essere considerato
l' ultimo degli illuministi o il primo dei romantici? "
La storiografia idealista, a partire dalla seconda metà dell' Ottocento, ha fatto sì che Kant, da parte di tutto un settore della critica, venisse considerato come un filosofo che, pur vivendo in età illuministica, avrebbe spalancato le porte alla nuova cultura romantica. Questo punto di vista, sorto con Kuno Fischer in Germania e con Bertrando Spaventa in Italia, è proseguito, presso i tedeschi, con Richard Kroner e, da noi, con Croce e Gentile, condizionando per molto tempo, soprattutto in Italia, il modo globale di rapportarsi alla filosofia kantiana.
Ad esempio, Guido de Ruggiero, noto storico della filosofia di orientamento idealista, pur scrivendo che Kant, di fatto, appare " come epilogo e come prologo, come
conclusione di una fase di pensiero ed inizio di un' altro", sostiene
che la parte profonda del Criticismo è senz' altro più prologo che epilogo,
in quanto " è la sintesi a priori del Criticismo che ha preparato
l' avvento dello spirito nella filosofia moderna ".
Nel dopoguerra quest' interpretazione, soprattutto per quanto concerne il nostro Paese, ha cominciato ad essere messa in crisi per opera di taluni studiosi, che si sono proposti di togliere Kant dall' annoso abbinamento con l' idealismo e di restituirlo a quella " età dei lumi " alla quale il filosofo rivendicò per primo la sua appartenenza.
Infatti, fermo restando che il Criticismo presenta una sua originalità, la quale fa sì che Kant non sia riducibile nè all' Illuminismo nè al Romanticismo, è indubbio che egli risulti assai più vicino alla " mentalità " generale del Settecento che a quella del secolo sucessivo.
Tant' è vero che l' idea stessa di " critica " è di matrice illuministica, esattamente come illuministica è la tendenza a cercare nell' uomo e non fuori dall' uomo i fondamenti del sapere, della morale e dell' esperienza estetica. Ciò fa sì che le stesse teorie che entusiasmeranno i romantici (ad esempio l' "io penso") potranno essere riprese dagli idealisti solo a patto di tradire il pensiero di Kant, stravolgendone i punti-chiave e facendo dell' io legislatore della natura un Soggetto creatore assoluto in funzione di cui "
esiste " la realtà.
Del resto, l'abisso che separa Kant dagli idealisti è stato inequivocabilmente sottolineato da Hegel stesso, che ha sempre considerato il Criticismo come una filosofia del
finito e del dover- essere ( e in questo senso ancora essenzialmente
illuministica ) completamente antitetica alla propria filosofia dell'
infinito e della necessità.
Tant' è vero che quegli stessi bisogni metafisici in cui si rispecchieranno i romantici, e su cui fanno tuttora leva certi interpreti, sono soltanto delle "esigenze "
(sia pure universali e necessarie, perchè radicate nella struttura
a priori della ragione e del sentimento ) che Kant, con la sua criticità
illuministica, ha vietato a se stesso ed agli altri di trasformare in
realtà sicure e garantite. Per cui, quando si afferma che l' uomo di Kant è strutturalmente "aperto all' infinito " si dice qualcosa di vero solo a patto di aggiungere subito che nel kantismo l' Infinito (=Dio e l' intera dimensione del metafisico ) non è nè
una certezza conoscitiva, nè qualcosa che fonda il finito, ossia che
costituisce ontologicamente l' uomo, il quale, secondo il Criticismo,
trova in se stesso e non in Dio o nel rapporto con Dio i principi del
conoscere e dell' agire. In sintesi, per Kant il mondo effettivo dell' uomo è il finito, e l' Infinito cui egli tende gli è presente solo nei limiti stessi del finito, ossia non come realtà incontrovertibile o destinazione necessaria, ma solo come " istanza razionale " , "postulato etico " e " bisogno del sentimento ". Quindi, sebbene Kant abbia potuto costituire un effettivo punto di partenza per le speculazioni romantiche ed idealistiche, è indubbio che queste ultime potranno andare oltre Kant non già continuando coerentemente Kant, ma solo mettendo tra parentesi tutti quei " divieti " della sua filosofia, i quali denunciano chiaramente l' appartenenza del loro autore
al mondo filosofico dell' Illuminismo in cui egli visse e di cui condivise,
pur con tutta la sua originalità, la forma mentis di base. Di conseguenza, pur collocandosi di fatto a cavallo dei due universi culturali, Kant può essere ritenuto,
di diritto, come l' ultimo degli illuministi e non come primo dei romantici.
- Fine articolo sull’ Illuminismo
L' Illuminismo è quel movimento che si sviluppa nel XVIII secolo nei maggiori paesi d' Europa e che rappresenta la voce più importante e significativa del secolo.
Infatti, con esso ci troviamo di fronte ad una svolta intellettuale destinata a caratterizzare in profondità la storia moderna dell' Occidente.
Per Illuminismo intendiamo quel specifico modo di rapportarsi alla ragione; è l'impegno di avvalersi di essa in modo " libero " e " pubblico ", ai fini di un miglioramento effettivo del vivere.
Gli illuministi quindi assumono un atteggiamento problematizzante nei confronti
dell' esistente, facendo valere il proprio diritto di analisi e di critica.
Da ciò lo sforzo di sottoporre ogni realtà al " tribunale " della ragione per individuare ciò che può giovare alla società.
Partendo da questo concetto di ragione come organo di verità e strumento di progresso, il filosofo non è più il sapiente dedito alle speculazioni metafisiche, ma un uomo in mezzo ad altri che lotta per rendere più abitabile il mondo.
Il compito civile attribuito al sapere stimola gli illuministi nell' opera di divulgazione culturale.
L' esaltazione della ragione e della libertà, il rifiuto del dogmatismo e dell' autoritrismo, la critica del presente e la denuncia delle istituzioni oppressive del passato, l'impegno nelle riforme, lo sforzo verso il progresso e la diffusione della cultura costituiscono dunque, per gli illuministi, altrettante manifestazioni concatenate di un unico atteggiamento globale di fronte al mondo.
Questo movimento offre una grande varietà di figure e di dottrine ed assume caratteristiche ed atteggiamenti distinti, e talora opposti, a seconda dei vari autori e delle varie nazioni europee.
In questo modo abbiamo lo sviluppo di un Illuminismo inglese, francese, italiano e tedesco.
La Francia svolge un ruolo primario perchè è proprio in essa che appaiono con maggior vivacità le idee e le tendenze di questo movimento.
L' Illuminismo non nasce nel vuoto, perchè sorge nell' ambito di determinate circostanze storiche, innestandosi su alcune linee di sviluppo della società e della cultura moderna.
Innanzitutto, questo movimento manifesta un legame con la civiltà borghese, fungendo da forza trainante di quel basilare evento storico che è la Rivoluzione inglese.
Anzi, da un certo punto di vista si configura come l' espressione teorica e l' arma intellettuale del processo di avanzamento della borghesia settecentesca.
Il legame con la borghesia è confermato dall' estrazione di classe dei suoi rappresentanti, per lo più borghesi, e dall' ideale umano delineato dal secolo dei lumi.
Per cui, l' uomo diviene fabbro totale della propria sorte ed artefice esclusivo del proprio mondo, la ragione trova in se stessa i principi del conoscere e dell' agire.
L' Illuminismo può essere considerato come il prodotto filosofico per eccellenza della Rivoluzione scientifica.
Questo movimento ha visto nel metodo scientifico il modello del sapere e lo ha contrapposto alle metafisiche tradizionali, cogliendone e propagandone la connessione con il progresso civile, questo rappresenta la vera e propria filosofia della Rivoluzione scientifica e la coscienza più adeguata di essa.
Ispirandosi al sogno baconiano di una civiltà scientifica in grado di padroneggiare la natura, l' Illuminismo crede infatti nella realizzazione dell' uomo tramite un sapere, al tempo stesso, vero ed utile.
Bisogna ricordare che il movimento illuminista è anche l' erede di due grandi scuole filosofiche dell' età moderna: il razionalismo e l' empirismo.
Quando Cartesio, nel " Discorso sul metodo ", stabilisce che si debba accettare per vero solo ciò che appare alla mente in modo evidente, dà avvio al razionalismo, ma nel contempo pone le basi dell' Illuminismo e della sua idea di un esercizio autonomo e spregiudicato dell' intelletto.
Tuttavia, nei confronti del razionalismo, l' Illuminismo appare contrassegnato, in primo luogo, da una rigorosa autolimitazione della ragione nel campo dell' esperienza.
In virtù del ridimensionamento avvenuto per opera di Locke, la ragione non può fare a meno dell' esperienza, perchè è una forza che si nutre di essa e che funziona solo
all' interno del suo orizzonte, fuori dal quale non esistono che problemi insoluti o fittizi.
L' Illuminismo appare caratterizzato anche dalla possibilità, riconosciuta dalla ragione,
d' investire ogni aspetto o dominio che rientri in questi limiti.
Anche per questo aspetto, l' Illuminismo si contrappone al cartesianesimo, che da un lato si era precluso ogni ingerenza nel dominio morale e politico e dall' altro aveva avuto la pretesa di fondare razionalmente le stesse verità religiose.
Pur essendo fortemente influenzato dall' empirismo, il concetto illuministico di ragione si distingue da quest' ultimo sia per una maggior fiducia nei poteri intellettivi
dell' uomo sia per un' accentuazione della loro portata pratica sociale.
Inoltre, in certi settori dell ' Illuminismo si assiste ad una radicalizzazione, in chiave sensistica e materialistica, della gnoseologia lockiana.
Una ragione operante all' interno dell' esperienza e criticamente rivolta ad approfondire ogni aspetto dell' esistenza umana ai fini del progresso sociale: ecco la ragione illuministica ed il suo inconfondibile ed irriducibile tratto di originalità.
La ragione dal punto di vista illuminista non è più una realtà a sé, il cui prevalere debba inghiottire e distruggere tutti gli aspetti della vita umana, ma è piuttosto
l' ordine a cui tale vita intrinsecamente tende, e che non può realizzarsi se non attraverso il concorso e la disciplina di tutti gli elementi sentimentali e pratici che costituiscono l' uomo.
Prima del secolo dei lumi, il modo occidentale di rapportarsi alla storia era ancora di tipo ebraico-cristiano, si presupponeva la nozione di un Dio autore o coautore con l'uomo del mondo e delle nazioni.
Con l' Illuminismo francese comincia a farsi strada la persuasione che l' unico soggetto della storia sia l' uomo, per cui il Dio illuminista cessa di essere l' autore o il coautore dell' universo storico.
Secondo questi filosofi la storia, nel passato, è stata vissuta per lo più in condizioni negative, configurandosi come un teatro irrazionale di ignoranze, superstizioni, violenze e patimenti di ogni sorta.
Questo atteggiamento iper- critico verso il passato si concretizza in un vero processo alla storia, che rappresenta uno degli aspetti più vistosi del programma illuministico.
Di conseguenza, per un certo verso, l' Illuminismo rappresenta una forma di pessimismo storico, in quanto nella storia vede il luogo del negativo e la sede di un processo di alienazione o di smarrimento, da parte dell' uomo, della sua essenza naturale e razionale.
La forma più specifica e diffusa in cui si incarna questo pessimismo storico è
l' anti- tradizionalismo che, attacca violentemente sia il principio generale di tradizione, sia i contenuti in cui esso si è concretizzato di volta in volta.
Se nei confronti del passato si tende ad assumere un atteggiamento di sfiducia e negazione, in rapporto al presente ed al futuro, esso tende ad assumere un tono fiducioso ed attivistico.
Infatti, più aggressiva è la critica verso il passato tanto più forte, nei vari autori, è
l' impegno verso il presente ed il futuro, poiché ciò che li rende " illuministi " è proprio la speranza, variamente condivisa, di poter ritrovare l' uomo al di là della
storia, ossia la persuasione di poter edificare, sulle rovine del passato e tramite la ragione, un mondo nuovo ed a misura d' uomo.
Quest' atto di fiducia verso la storia e le sue possibilità di riscatto, costituisce il
presupposto di fondo dell' attivismo illuministico, che si concretizza in una visione generale della storia come processo graduale di incivilmento, che da uno stato primitivo di esistenza selvaggia, attraverso una condizione intermedia di barbarie, giunge ad uno stato di civiltà effettiva ed in costante progresso.
L' attenzione per i problemi politico- giuridici costituisce un'altra caratteristica saliente dell' Illuminismo europeo.
La crisi degli ambiziosi progetti di Luigi XIV ed il premere di forze sempre più avverse all' assolutismo regio, incarnate soprattutto dalla borghesia, avevano cominciato a produrre un interesse generalizzato per la problematica politica e la filosofia sociale.
Tant' è vero che nella prima metà del XVIII secolo si assiste ad un' autentica esplosione della pubblicistica storica e filosofico-politica, che innesca un dibattito, di cui gli illuministi sono i principali promotori, destinato a farsi sempre più " rovente " ed a porsi dapprima come piattaforma teorica del " dispotismo illuminato " e della ventata di riforme che caratterizza taluni paesi europei, ed a configurarsi in seguito come la preparazione ideologica della Rivoluzione francese.
Il legame fra Illuminismo e politica costituisce dunque un fatto storico verificabile.
E' vero che non si concretizza in un programma politico organico, nutrendosi spesso di discorsi teorici e ottenendo, almeno con il dispotismo illuminato, frutti abbastanza modesti.
Ma persistere nell' attribuire questo scarto fra teoria e realizzazione pratica
all' " astrattezza " della ragione illuministica dimenticando gli impedimenti dovuti alle circostanze effettive in cui si trova ad operare, significa di accontentarsi di formule ormai logore.
Inoltre è bene tener presente che sono proprio certe " idee generali " dell' Illuminismo che a lungo andare hanno prodotto, con la Rivoluzione americana e francese, ed anche oltre, i frutti più decisivi per il mondo moderno.
La dottrina della ragione come insieme di strumenti concettuali operativi ed il conseguente impegno di tradurre il pensiero in azione fondano l' essenziale "politicità" dell' Illuminismo, che risulta costantemente teso a legare la speculazione filosofica al raggiungimento di obiettivi pratici, di portata sociale.
Lo sdegno verso il passato si traduce quindi in un impegno riformatore verso il presente.
Innanzitutto, alla pratica millenaria della politica come arte di offesa e di difesa e come tecnica di dominio, gli illuministi contrappongono l' idea, già di per sè rivoluzionaria, di una politica a servizio dell' uomo e dei suoi diritti naturali di base.
Ciò che caratterizza inequivocabilmente la proclamazione dei diritti dell' uomo rispetto alle dottrine precedenti è da un lato, una particolare interpretazione di tali diritti, e, dall' altro, la loro utilizzazione ai fini della critica politica, accompagnata dal correlativo sforzo di renderli operanti nella realtà.
Fra i diritti più difesi da questi filosofi c' è la felicità che viene intesa come quella situazione in cui gli uomini soddisfano, in pace tra di loro, i propri bisogni materiali e spirituali.
Come avevamo precedentemente detto, si sviluppano " vari illuminismi "; tra i quali troviamo quello francese.
I suoi maggiori esponenti sono: Montesquieu, Diderot, Rosseau e Voltaire.
Di Montesquieu ricordiamo tre opere: le " Lettere Persiane " , le "Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza " e lo " Spirito delle leggi " , che è la sua opera principale.
Nelle " Lettere Persiane " Montesquieu fa la satira della civiltà occidentale del tempo, mostrandone l' incongruenza e la superficialità, combattendo l'assolutismo religioso e politico.
Nell' opera sulla grandezza e decadenza dei romani, ne riconosce le cause della grandezza nell' amore della libertà, della patria e del lavoro.
Mentre le cause della loro decadenza nell' eccessivo ingrandimento dello stato, nelle guerre lontane, nella corruzione dovuta all' introduzione del lusso asiatico e nella perdita della libertà sotto l' impero.
Invece, nello " Spirito delle leggi " affronta il problema della storia; partendo dal presupposto che sotto la diversità degli eventi essa ha un ordine che si manifesta in leggi costanti.
Definisce la legge come il rapporto necessario che deriva dalla natura delle cose, ogni essere ha la sua legge e per cui anche l' uomo.
Diderot fu, come Voltaire, uno spirito universale.
Filosofo, poeta, romanziere, matematico, critico d' arte, egli riassume nella sua opera l' esigenza di quel rinnovamento radicale di tutti i campi della cultura e della vita che è proprio dell' Illuminismo.
Lavorò per l' Enciclopedia che lo occupò per vent' anni, essa è il massimo strumento di diffusione delle dottrine illuministiche.
Come sue opere filosofiche ricordiamo: i " Pensieri sull' interpretazione della natura ", le " Conversazioni tra D' Alembert e Diderot " ed " Il sogno di D' Alembert ".
Si può dire che le dottrine di Diderot illustrano i temi fondamentali di questo movimento: e in primo luogo la fede nella ragione e l' esercizio del dubbio più radicale.
La ragione è la sola guida dell' uomo e ad essa appartiene anche il giudizio sui dati dei sensi e sui fatti.
Voltaire, nato a Parigi ma trasferitosi in Inghilterra negli anni 1727-29, scrisse nel 1734 le " Lettere sugli inglesi o Lettere filosofiche " dove illustra vari aspetti di questa cultura, insistendo particolarmente sui temi che furono propri della sua attività filosofica.
In questo libro inoltre esalta la filosofia inglese di Bacone, Locke e Newton.
Nello stesso anno esce anche il " Trattato di metafisica " che non fa altro che difendere i temi filosofici già presenti nelle " Lettere sugli inglesi ".
Oltre che a scrivere opere di filosofia e fisica, Voltaire scrisse poemi, tragedie, romanzi ed opere di storia.
Tra le opere di filosofia e fisica, oltre a quelle già citate, sono importanti: il
" Dizionario filosofico portatile " che, nelle successive edizioni divenne una specie di enciclopedia a volumi ed " Il filosofo ignorante " che è il suo ultimo scritto filosofico.
Di Rosseau possiamo dire che occupa un posto a parte in questo movimento.
L' Illuminismo non aveva fatto della ragione la sola realtà umana; aveva riconosciuto i limiti di essa nonchè la forza ed il valore dei bisogni, degli istinti e delle passioni.
Aveva comunque posto nella ragione la vera natura dell'uomo.
Rosseau sembra infrangere su questo punto l' idea illuministica.
La natura umana non è ragione; è istinto, sentimento, impulso e spontaneità.
La ragione stessa devia e si travia se non assume come guida l' istinto naturale.
L' Illuminismo vuol portare l' istinto alla ragione, Rosseau la ragione all' istinto, ma il risultato finale sarà sempre lo stesso.
I suoi maggiori scritti sono: il " Discorso sulle scienze e le arti " , la " Nuova Elosia ", il " Contratto sociale " , l' " Emilio " ed i " Sogni di un viandante solitario ".
Nell' opera di Rosseau l' entusiasmo e l' oratoria prevalgono sul ragionamento e sulla dimostrazione.
Da un lato si fa banditore di un individualismo radicale per il quale l' uomo non può nè deve riconoscere altra guida che il suo sentimento interiore.
Dall' altro bandisce un comunitarismo radicale per il quale l' individuo è interamente sottoposto alla volontà generale del corpo politico.
Dopo aver analizzato i filosofi illuministi francesi, dobbiamo ricordare che questa corrente culturale si sviluppò anche in altri paesi come in Germania.
Il quadro storico dell' Illuminismo tedesco è assai diverso da quello francese e ne rende comprensibili talune tendenze di fondo.
Sul piano politico, l' assenza di una monarchia accentratrice, la frantumazione del paese in un mosaico di Stati, la permanenza di un' economia sostanzialmente agricola e feudale, avevano permesso alla nobiltà di mantenere ben saldo il potere, costringendo la borghesia a mantenersi su posizioni riformistiche moderate, che avevano trovato nel " dispotismo filosofico " di Federico II la loro espressione.
Sul piano culturale, la Germania in preda a sanguinose lotte di religione fra cattolici e protestanti, era rimasta pressochè ai margini del grande movimento filosofico-scientifico che aveva attraversato le altre nazioni.
Questi dati di base spiegano da un lato la minor politicità e radicalità dell' Illuminismo tedesco rispetto ai modelli esteri, e, dall' altro lato, l' indirizzo razionalistico, sistematico ed accademico delle sue principali figure, impegnate a fondere in sintesi organica la tradizione scolastica.
Nella seconda metà del secolo abbiamo l' affermazione di un Illuminismo a sfondo religioso, in cui operano già taluni germi della sucessiva cultura romantica.
Per quanto riguarda la tecnica filosofica, l' Illuminismo tedesco deve la sua originalità, rispetto a quello francese, nella forma logica in cui temi e problemi sono presentati e fatti valere.
L' idea di una ragione che abbia il diritto di investire con i suoi dubbi l' intero mondo della realtà, si trasforma nell' Illuminismo tedesco in un metodo di analisi razionale che avanza dimostrando la legittimità di ogni passo, cioè la possibilità intrinseca dei concetti di cui si avvale ed il loro fondamento.
E' questo il metodo della fondazione che doveva rimanere caratteristica della filosofia tedesca posteriore e che celebrò il suo grande trionfo nell' opera di Immanuel Kant.
Tra i filosofi tedeschi troviamo, oltre a Kant, Wolff, Lambert, Baumgarten e Lessing.
Possiamo affermare che questi ultimi quattro filosofi influenzarono in parte la filosofia kantiana.
Wolff influenzò Kant soprattutto per quanto riguarda il dominio del linguaggio
filosofico.
Si può dire che questo filosofo pone dei limiti al linguaggio filosofico ed è proprio all'interno di questi limiti che si muoverà il pensiero di Kant.
Kant, ad esempio, per il termine trascendentale aveva davanti a sè non soltanto il concetto della tradizione ontologica scolastica, ma anche quello della tradizione teoretico-scientifica della cosmologia trascendentale di Wolff, e che quest'ultima tradizione, non la prima, ha esercitato un' influenza determinante sul peculiare concetto kantiano di trascendentale.
Con il suo concetto di cosmologia generalis, Wolff, aveva infatti operato l' im- portante trasposizione del termine trascendentale dal campo dell' ontologia a quello della cosmologia razionale.
Pertanto, per l' esplicita adozione del termine, Kant mirò a questo nuovo uso linguistico piuttosto che al rinnovamento dell' antica dottrina scolastica.
Nella cosmologia wolffiana Kant trovò " già delineati momenti importanti che concorrono a determinare il (suo) concetto critico di trascendentale, soprattutto il carattere dell' universalità dell' a priori ".
Kant nell' Introduzione della prima edizione della " Critica della ragion pura " dà la sua prima formulazione del concetto di trascendentale.
" Io chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non tanto di oggetti, ma dei nostri concetti a priori di oggetti in generale.
Un sistema di tali concetti si chiamerebbe filosofia trascendentale ".
Possiamo notare che questo termine, come tanti altri " inventati "da Wolff, sono presenti più volte nei testi scritti da Kant.
Ancora secondo Wolff, le regole del metodo filosofico devono essere uguali a quelle del metodo matematico.
Infatti, dice che non bisogna far uso di termini che non sono stati chiariti da un'accurata definizione e nelle proposizioni, inoltre, bisogna determinare con pari cura il soggetto ed il predicato.
Wolff nella logica afferma che, in conformità del principio di contraddizione, i concetti possono essere utilizzati solo nei limiti di ciò che contengono, e che, i giudizi sono veri in quanto danno l' analisi dei loro soggetti.
Questo filosofo tuttavia non esclude l' esperienza, che nelle scienze naturali deve unirsi al ragionamento ed anche nelle scienze razionali può essere utilizzata per formare le definizioni empiriche delle cose.
Su tali definizioni si possono tuttavia fondare soltanto dimostrazioni probabili, non necessarie.
Accanto alle proposizioni necessarie, il cui contrario è impossibile, Wolff pone le proposizioni contingenti, la cui negazione non include contraddizione.
Parte di questi concetti li ritroviamo in Kant, nella " Critica della ragion pura ".
Kant, infatti, è convinto che la conoscenza umana e in particolare la scienza offra il tipico esempio di principi assoluti, ossia di verità universali e necessarie che valgono sempre allo stesso modo.
Kant analizza i fondamenti del sapere usando comunque un metodo filosofico uguale a quello matematico.
Un anticipatore di Kant per quanto riguarda le tematiche è Lambert, questo anche perchè i due filosofi intrattennero un' importante corrispondenza.
Lambert, nella sua opera " Nuovo organo ", studia gli elementi semplici della conoscenza, le relazioni delle espressioni linguistiche al pensiero, le leggi formali del pensiero e le sorgenti degli errori.
Questo filosofo ha lo stesso scopo di Kant, quello di raggiungere i concetti più semplici.
Questi vengono conosciuti solo tramite l'esperienza, ma sono indipendenti da essa, in questo senso sono a priori.
Però per spiegare questi concetti questo filosofo prende una strada totalmente diversa da quella kantiana.
Kant esprime questi concetti nella parte iniziale della " Critica della ragion pura",
tutta la sua opera si svolgerà intorno ad essi.
Parte con l' analizzare le proposizioni, che lui chiama giudizi sintetici a priori.
Giudizi, poichè consistono nell' aggiungere un predicato ad un soggetto; sintetici, perchè il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso; a priori, perchè essendo universali e necessari non possono derivare dall' esperienza.
Dal punto di vista kantiano i giudizi fondamentali della scienza non sono quindi nè i giudizi analitici a priori, nè quelli sintetici a posteriori.
I primi sono giudizi che vengono enunciati a priori, in essi, il predicato non fa che esplicare quanto è già contenuto implicitamente nel soggetto.
Per cui tali giudizi, pur essendo universali e necessari, sono infecondi perchè non ampliano il nostro patrimonio conoscitivo.
I secondi, sono giudizi il cui predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, aggiungendosi a quest' ultimo in virtù dell' esperienza, ovvero a posteriori.
Questi giudizi pur essendo fecondi, sono privi di universalità e necessità perchè poggiano esclusivamente sull' esperienza.
Kant ha fatto un passo in più rispetto a Lambert, infatti , dice che le proposizioni, pur essendo formulate in virtù dell'esperienza, presuppongono alla propria base un giudizio sintetico a priori.
Questi giudizi rappresentano la spina dorsale della scienza.
Questi giudizi sintetici a priori derivano dalla sintesi di materia e forma.
La materia dipende dall' esperienza, mentre per forma si intende l' insieme delle modalità fisse attraverso le quali la mente ordina le impressioni.
E' proprio questa nuova impostazione del problema della conoscienza che implica importanti conseguenze, infatti comporta la cosiddetta "rivoluzione copernicana " di Kant.
Questo filosofo ha ribaltato il modo di vedere la realtà, infatti prima si dava importanza all' oggetto e non al soggetto.
Invece Kant ci dice che noi possiamo conoscere il fenomeno cioè ciò che noi vediamo e, non il noumeno che è l' essenza in sè dell' oggetto.
Filosofi come Baumgarten e Lessing influenzarono in minor modo la produzione filosofica kantiana.
Kant e Baumgarten non hanno moltissime cose in comune , anzi, si può dire che essi si muovono su due piani distinti, però entrambi hanno la finalità, o meglio
l' ossessione di fondare la metafisica come scienza.
Infatti lo scopo della "Critica della ragion pura " è proprio questo; anche se Kant arriverà alla fine dicendo di aver scoperto soltanto il " come" funziona la ragione, senza esserne arrivato a capirne il perchè.
Si può dire invece, che Lessing fu colui che diede a Kant quell' imput per passare dallo scrivere la " Critica della ragion pura " alla " Critica della ragion pratica".
Infatti secondo Kant la ragione non serve solo a dirigere la conoscenza, ma anche
l' azione.
Accanto alla ragione teoretica abbiamo quindi la ragione pratica.
Kant distingue una ragion pura pratica ed una ragion empirica pratica.
Quella che si occupa della moralità è la ragion pura pratica.
Kant in quest' opera analizza quelle azioni dipendenti dall' esperienza e perciò non legittime dal punto di vista morale.
Analizzando queste azioni si propone di stabilire non solo che la ragion pura può essere pratica, ma che è pratica in modo incondizionato.
Il motivo che sta alla base della " Critica della ragion pratica " è la persuasione che esista, scolpita nell' uomo, una legge morale a priori valida per tutti e per sempre.
Kant oltre a queste due critiche ne scrisse anche un altra ; la " Critica del giudizio " che, con le altre due formano gli scritti più importanti di questo filosofo.
Nella " Critica del Giudizio ", Kant studia il sentimento così come nella " Critica della ragion pura " aveva analizzato la conoscenza e nella " Critica della ragion pratica " la morale.
Procedendo oltre la bipartizione tradizionale delle facoltà, fa del sentimento una " terza facoltà " ed un campo di attività autonoma.
Il " sentimento " di cui egli parla, va però tecnicamente inteso come la peculiare facoltà, mediante cui l' uomo fa esperienza di quella finalità del reale che la prima Critica escludeva sul piano fenomenico e la seconda postulava a livello noumenico.
Ciò non significa tuttavia, come talora si è interpretato, che la " Critica della ragion pura " rappresenti la tesi, la " Critica della ragion pratica " l' antitesi e la " Critica del Giudizio " la sintesi, quasi come quest' ultima fosse un superamento del dissidio fra le due opere precedenti.
Infatti, sebbene il sentimento tenda a figurarsi il mondo fisico in termini di finalità e di libertà, esso rappresenta soltanto, secondo Kant, un'esigenza umana, che, come tale, non ha un valore di tipo conoscitivo o teoretico.
In altri termini, il sentimento " permette, nel soggetto, l' incontro tra i due mondi.
L' incontro, non la conciliazione: la conciliazione infatti implicherebbe l' ogettività del medio che concilia, mentre questo è un accordo che vale solo soggettivamente " ( S. Givone ).
Per Kant i giudizi sentimentali costituiscono il campo dei giudizi riflettenti, in contrapposizione al campo dei giudizi determinanti.
Questi ultimi sono i giudizi conoscitivi e scientifici studiati nella " Critica della ragion pura ", cioè quei giudizi che " determinano " gli oggetti fenomenici mediante forme a priori universali.
I giudizi riflettenti sono invece i giudizi sentimentali, che si limitano a " riflettere " su di una natura già costituita mediante i giudizi determinanti ed apprenderla attraverso le nostre esigenze universali di finalità e di armonia.
Kant, nel suo linguaggio tecnico, afferma che se nel primo caso l' universale o il concetto è " già dato " dalle forme a priori, che incapsulano immediatamente il particolare, nel secondo caso l' universale che, in questo caso si identifica con il principio della finalità della natura, va " cercato " partendo dal particolare.
Tuttavia, mentre i giudizi determinanti sono ogettivi e scientificamente validi, almeno per quanto concerne il fenomeno, i giudizi riflettenti esprimono più che altro un
" bisogno ", che è tipico di quell' essere finito che è l' uomo.
La " Critica del Giudizio " si configura dunque come un' analisi dei giudizi riflettenti, per cui la parola " giudizio ", che compare nel titolo, assume il significato filosofico specifico di organo dei giudizi riflettenti, ossia di una facoltà che Kant ritiene intermedia fra l' intelletto e la ragione, fra la conoscenza e la morale.
I due tipi fondamentali di giudizio riflettente sono quello estetico, che verte sulla bellezza, e quello teologico, che riguarda il discorso sugli scopi della natura.
Entrambi sono giudizi sentimentali puri, cioè derivanti a priori dalla nostra mente,
anche se si distinguono fra di loro per il diverso rimando al finalismo.
Infatti, mentre nel giudizio estetico noi viviamo immediatamente o intuitivamente la finalità della natura, nel giudizio teologico noi pensiamo concettualmente tale finalità mediante la nozione di scopo.
Nel primo caso, la finalità esprime quindi un " venir incontro " dell' oggetto alle aspettative estetiche del soggetto, quasi che la natura fosse bella " apposta " per noi, mentre nel secondo caso essa esprime un carattere proprio dell' oggetto.
Per sottolineare tale diversita Kant parla, nel primo caso, di finalità "soggettiva " o
" formale " e, nel secondo caso, di finalità " ogettiva " o " reale ".
La terminologia del filosofo non deve però trarre in inganno: infatti anche il giudizio teologico esprime semplicemente, come si è già detto, un' esigenza umana, ossia un bisogno soggettivo della nostra mente di rappresentarsi in modo finalistico l' ordine delle cose.
Nella " Critica del Giudizio" il termine estetica assume nuovamente il significato di
" dottrina dell' arte e della bellezza ".
Dopo aver premesso che bello non è ciò che comunque piace, ma ciò che piace nel giudizio di gusto, Kant si propone di chiarire la natura specifica del giudizio estetico.
Dividendo quest' ultimo secondo la tavola delle categorie , Kant offre ben quattro definizioni della bellezza :
a) Secondo la qualità il bello è l' oggetto di un piacere " senza alcun interesse " (C. G.
§§ 1-5 ).
Infatti i giudizi estetici sono caratterizzati dall' essere contemplativi e disinteressati, poichè non si curano dell' esistenza o del possesso degli oggetti , ma solo della loro immagine o rappresentazione.
Tutto questo significa che per Kant una cosa è bella perchè è bella, non perchè obbedisca ad interessi esterni di ordine biologico, morale, utilitaristici, ecc.
b) Secondo la quantità il bello è " ciò che piace universalmente, senza concetto " ( C.
G. §§ 6-9 ).
Infatti, per Kant, il giudizio estetico si presenta, da un lato, con una tipica pretesa di universalità, dall' altro lato, che il bello sia sottomesso a qualche concetto o esprima un piacere indipendente da una conoscenza.
Per cui, il giudizio di gusto risulta qualcosa di sentimentale e di extralogico, in quanto le cose che diciamo belle sono tali perchè vissute spontaneamente come belle e non perchè giudicate tali attraverso un ragionamento o una serie di concetti.
c) Secondo la relazione, la bellezza è " la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo " ( C. G. §§ 10-17 ).
Kant intende dire che l' armonia degli oggetti belli, pur esprimendo un formale accordo delle parti fra di loro, e quindi una certa finalità, non soggiace ad uno scopo determinato, concettualmente esprimibile.
Detto altrimenti : la bellezza è un libero e vissuto gioco di armonie formali che non rimanda a concetti precisi e non risulta imprigionabile in schemi conoscitivi.
d) Secondo la modalità il bello è " ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario " ( C. G. §§ 18-22 ).
Questa formula è un' altro modo per ribadire che il giudizio estetico si presenta come qualcosa su cui tutti debbono essere d' accordo, sebbene non si possa esprimere tale consonanza mediante concetti o regole logiche, ossia tramite giudizi scientifici come quelli determinanti, in quanto il bello è qualcosa che ognuno percepisce intuitivamente, ma che nessuno riesce a " spiegare " intellettualmente.
Come si è visto, i caratteri specifici del giudizio estetico sono il disinteresse e la pretesa dell' universalità.
Kant quando difende l' universalità del giudizio estetico intende che esso, non solo presenta il carattere della comunicabilità possibile, ma che nel giudizio estetico la bellezza è vissuta come qualcosa che deve venir considerata da tutti.
Nel paragrafo 22 della " Critica del Giudizio " Kant scrive ad esempio : " In tutti i giudizi coi quali dichiariamo bella una cosa, noi non permettiamo a nessuno di essere di altro parere, senza fondare tuttavia il nostro giudizio sopra concetti, ma soltanto sul nostro sentimento ".
Analogamente, nel paragrafo 19, egli puntualizza : " Il giudizio di gusto esige il consenso di tutti; e chi dichiara bella una cosa, pretende che ognuno dia
l' approvazione all' oggetto in questione e debba dichiararlo bello allo stesso modo ".
Ora, per comprendere adeguatamente questa tesi di Kant, risulta indispensabile tener presente almeno due ordini di considerazioni:
1) Kant distingue nettamente fra il campo del piacevole, che è " ciò che piace ai sensi nella sensazione ", ed il campo del piacere estetico, che è il sentimento provocato
dall' immagine della cosa che diciamo bella.
Il piacevole, chiarisce Kant, dà luogo ai " giudizi estetici empirici ", scaturienti dalle attrattive delle cose sui sensi e legati alle inclinazioni individuali, e perciò privi di universalità.
Il piacere estetico invece è qualcosa di " puro ", che si concretizza nei " giudizi estetici puri ", scaturienti dalla sola contemplazione della " forma " di un oggetto.
Solo giudizi di questo tipo hanno la pretesa dell' universalità, in quanto non sono soggetti a condizionamenti di vario tipo.
2) Kant distingue anche fra bellezza " libera ", che viene appresa senza alcun concetto e bellezza " aderente ", che implica il riferimento ad un determinato modello o concetto della perfezione dell' oggetto che viene definito bello.
Ovviamente, soltanto i primi sono giudizi estetici puri, e perciò universali, perchè i secondi sono complicati da considerazioni intellettuali o pratiche, che possono variare attraverso i tempi e la civiltà.
Appurata l' universalità del giudizio estetico, Kant si trovava di fronte, per usare le sue stesse parole, al problema della " deduzione " dei giudizi estetici puri, cioè alla
"legittimazione della pretesa dei giudizi di gusto alla validità universale ".
Egli risolve questo problema-chiave della sua estetica sulla base della teoria della comune struttura della mente umana.
Kant afferma che il Giudizio estetico nasce da un " libero gioco ", cioè da uno spontaneo rapporto, dell' immaginazione o della fantasia con l' intelletto, in virtù del quale l' immagine della cosa appare rispondente alle esigenze dell' intelletto, generando un senso di armonia .
E poichè tale meccanismo risulta identico in tutti gli uomini, resta spiegato il fenomeno dell' universalità estetica e giustificata la presenza di un " senso comune " del gusto.
Fondando il giudizio di gusto e la sua universalità sulla mente umana, Kant è dunque pervenuto ad una vera e propria rivoluzione copernicana estetica, incentrata sulla tesi secondo cui il bello non è una proprietà ogettiva od ontologica delle cose, ma un frutto di un incontro del nostro spirito con esse, cioè qualcosa che nasce solo per la mente ed in rapporto alla mente.
E proprio per sottolineare come la bellezza esista solo in virtù del soggetto, Kant afferma significativamente che essa non è un " favore " che la natura fa a noi, bensì
un " favore " che noi facciamo ad essa, innalzandola al livello della nostra umanità.
E aggiunge inoltre che se la bellezza risiedesse negli oggetti, e quindi nell' esperienza, essa perderebbe la propria universalità e non sarebbe più qualcosa di libero, perchè verrebbe imposto a noi dalla natura.
In conclusione, il nocciolo e il messaggio del discorso kantiano risiede nella tesi secondo cui ogni piacere che un' immagine può provocare in noi ha un valore estetico, ma solo quel piacere che non è legato a pure attrattive fisiche, nè ad interessi pratici, nè a valutazioni morali e conoscitive degli oggetti e che quindi è disinteressato, comunicabile a tutti e non dipendente da mutevoli stati d' animo dell' individuo.
Dopo aver trattato del " bello ", Kant passa all' analisi del " sublime ", che era stato oggetto di particolare attenzione da parte del pensiero settecentesco.
Kant distingue due tipi di sublime: quello " matematico " e quello " dinamico ".
Il sublime matematico nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande.
Kant porta come esempi gli alberi, le montagne, il diametro terrestre ecc.
Ora, di fronte a tutte queste cose, nasce in noi uno stato d' animo ambivalente.
Da un lato proviamo un dispiacere, perchè la nostra immaginazione non riesce ad abbracciare le incommensurabili grandezze, dall' altro proviamo un piacere, perchè la nostra ragione è portata ad elevarsi all' idea dell' infinito, in rapporto a cui le stesse immensità del creato appaiono piccole.
Prendendo coscienza del fatto che il vero sublime non risiede tanto nella realtà che ci stà di fronte, quanto in noi medesimi, convertiamo l' iniziale stima per l' oggetto in una finale stima per il soggetto, ossia per quell' ente sovrasensibilmente qualificato che noi stessi siamo.
Il sublime dinamico nasce in presenza di strapotenti forze naturali.
Anche in queste situazioni, inizialmente avvertiamo un senso della nostra piccolezza materiale nei confronti della natura.
In seguito avvertiamo invece un vivo sentimento della nostra grandezza ideale, dovuta alla dignità di esseri umani pensanti, portatori delle idee della ragione e della legge morale.
Per cui, da depressiva, l' emozione del sublime dinamico diviene esaltativa e
l' angoscia trapassa in entusiasmo.
Come si può notare, le due forme del sublime risultano caratterizzate dalla stessa dialettica di dispiacere- piacere, impotenza- potenza, poichè capovolgendo
un' esperienza che, in virtù dell' immaginazione, ci fà sentire piccoli di fronte al grande, in un'altra esperienza che, in virtù della ragione e delle sue idee di infinito e di dignità morale, ci fa sentire più grandi del grande stesso, ci rende consapevoli della sublimità del nostro essere stesso.
Il sublime si differenzia quindi dal bello poichè diversamente da quest' ultimo, nasce dalla rappresentazione dell' informe e si nutre del contrasto tra immaginazione sensibile e ragione, provocando fremito e commozione.
Tutt' e due sono però accomunati dal presupporre, come loro condizione, il soggetto o
la mente, che si configura dunque come il trascendentale dell' esperienza estetica, cioè come la sua possibilità ed il suo fondamento.
Il " bello " di cui Kant ha parlato fin quì è sostanzialmente il " bello di natura ".
Distinto da quest' ultimo è il " bello artistico ", che risponde alla medesima definizione di bellezza già data e che presenta una strutturale affinità con il precedente in quanto la natura è bella quando ha l' apparenza dell' arte e l' arte è bella quando ha
l'apparenza o la spontaneità della natura.
La spontaneità " dell' arte bella " proviene dal " genio ".
Infatti, se per giudicare degli oggetti belli è necessario il gusto, per produrre tali oggetti è indispensabile il genio, il quale rappresenta il tramite con cui la natura inerviene sull' arte: " Il genio è il talento ( dono naturale ), che dà la regola all' arte.
Poichè il talento, come facoltà produttrice innata dell' artista, appartiene anche alla natura, ci si potrebbe esprimere anche così: il genio è la disposizione innata dell' animo per mezzo cella quale la natura dà la regola dell' arte " ( C. G. § 46 ).
Il genio ha prerogative proprie, che Kant individua:
a) nell' originalità o creatività;
b) nella capacità di produrre opere che fungono da modelli o esemplari per altri;
c) nell' impossibilità di mostrare scientificamente come compie la sua produzione.
Il genio, in quanto tale, è inimitabile ed esiste solo nel settore delle arti belle.
In altri termini, per Kant, che apre le porte alla celebrazione romantica del genio, nella scienza vi sono senz' altro ingegni, ma non, propriamente, dei geni.
Come si è già accennato, la finalità del reale, oltre che essere appresa immediatamente nel giudizio estetico, può anche essere pensata mediatamente nel giudizio tologico, in virtù del concetto di " fine ".
Secondo Kant l'unica visione scientifica del mondo è quella meccanicistica, basata sulla categoria di causa-effetto e sui giudizi determinanti.
Egli afferma tuttavia che nella nostra mente vi è una tendenza irresistibile a pensare finalisticamente, cioè a scorgere nella natura l' esistenza di cause finali, sia intrinseche che estrinseche.
Tanto più che se ci trasportiamo in sede etica, avvertiamo l' interiore esigenza di credere che la natura, in virtù della sapienza ordinatrice di un Dio, sia organizzata in modo tale da rendere possibile la libertà e la moralità, e sia tutta quanta finalisticamene
" predisposta " alla nostra specie, poichè " senza l' uomo ", cioè senza un essere ragionevole, " la creazione sarebbe un semplice deserto " ( C. G. § 86 ).
Tuttavia, ben consapevole del fatto che in filosofia non è lecito trasformare dei bisogni in realtà, Kant ribadisce che il giudizio teologico, con tutto ciò che esso implica ( Dio ), è pur sempre privo di valore teoretico o dimostrativo, in quanto il suo assunto di partenza, la finalità, non è un dato verificabile, ma soltanto un nostro modo di vedere il reale.
In conclusione, anche per evitare " l'antinomia del Giudizio teologico ", è opportuno considerare il finalismo come una sorta di promemoria critico che da un lato ci ricorda i limiti della visuale meccanicistica, e dall' altro ci rammenta l' intrascendibilità
dell' orizzonte fenomenico e scientifico.
Infatti, sebbene Kant lasci intendere che il finalismo escluso nel fenomeno, possa risultare valido nella cosa in sè, si rifiuta, anche nella terza Critica, di procedere oltre la scienza ed il fenomeno.
Saranno invece i romantici, che pur muovendo da Kant, pretenderanno, andando oltre Kant, di rompere le dighe del criticismo e di far irruzione nel mondo vietato della cosa in sè, trasformando " postulati " della morale e le " esigenze " del sentimento in altrettante realtà.
Dopo aver esaminato la filosofia kantiana ci sorge spontanea una domanda: "Kant può essere considerato l' ultimo degli illuministi o il primo dei romantici? "
La storiografia idealista, a partire dalla seconda metà dell' Ottocento, ha fatto sì che Kant, da parte di tutto un settore della critica, venisse considerato come un filosofo che, pur vivendo in età illuministica, avrebbe spalancato le porte alla nuova cultura romantica.
Questo punto di vista, sorto con Kuno Fischer in Germania e con Bertrando Spaventa in Italia, è proseguito, presso i tedeschi, con Richard Kroner e, da noi, con Croce e Gentile, condizionando per molto tempo, soprattutto in Italia, il modo globale di rapportarsi alla filosofia kantiana.
Ad esempio, Guido de Ruggiero, noto storico della filosofia di orientamento idealista, pur scrivendo che Kant, di fatto, appare " come epilogo e come prologo, come conclusione di una fase di pensiero ed inizio di un' altro", sostiene che la parte profonda del Criticismo è senz' altro più prologo che epilogo, in quanto " è la sintesi a priori del Criticismo che ha preparato l' avvento dello spirito nella filosofia moderna ".
Nel dopoguerra quest' interpretazione, soprattutto per quanto concerne il nostro Paese, ha cominciato ad essere messa in crisi per opera di taluni studiosi, che si sono proposti di togliere Kant dall' annoso abbinamento con l' idealismo e di restituirlo a quella " età dei lumi " alla quale il filosofo rivendicò per primo la sua appartenenza.
Infatti, fermo restando che il Criticismo presenta una sua originalità, la quale fa sì che Kant non sia riducibile nè all' Illuminismo nè al Romanticismo, è indubbio che egli risulti assai più vicino alla " mentalità " generale del Settecento che a quella del secolo sucessivo.
Tant' è vero che l' idea stessa di " critica " è di matrice illuministica, esattamente come illuministica è la tendenza a cercare nell' uomo e non fuori dall' uomo i fondamenti del sapere, della morale e dell' esperienza estetica.
Ciò fa sì che le stesse teorie che entusiasmeranno i romantici (ad esempio l' "io penso") potranno essere riprese dagli idealisti solo a patto di tradire il pensiero di Kant, stravolgendone i punti-chiave e facendo dell' io legislatore della natura un Soggetto creatore assoluto in funzione di cui " esiste " la realtà.
Del resto, l'abisso che separa Kant dagli idealisti è stato inequivocabilmente sottolineato da Hegel stesso, che ha sempre considerato il Criticismo come una filosofia del finito e del dover- essere ( e in questo senso ancora essenzialmente illuministica ) completamente antitetica alla propria filosofia dell' infinito e della necessità.
Tant' è vero che quegli stessi bisogni metafisici in cui si rispecchieranno i romantici, e su cui fanno tuttora leva certi interpreti, sono soltanto delle "esigenze " (sia pure universali e necessarie, perchè radicate nella struttura a priori della ragione e del sentimento ) che Kant, con la sua criticità illuministica, ha vietato a se stesso ed agli altri di trasformare in realtà sicure e garantite.
Per cui, quando si afferma che l' uomo di Kant è strutturalmente "aperto all' infinito " si dice qualcosa di vero solo a patto di aggiungere subito che nel kantismo l' Infinito (=Dio e l' intera dimensione del metafisico ) non è nè una certezza conoscitiva, nè qualcosa che fonda il finito, ossia che costituisce ontologicamente l' uomo, il quale, secondo il Criticismo, trova in se stesso e non in Dio o nel rapporto con Dio i principi del conoscere e dell' agire.
In sintesi, per Kant il mondo effettivo dell' uomo è il finito, e l' Infinito cui egli tende gli è presente solo nei limiti stessi del finito, ossia non come realtà incontrovertibile o destinazione necessaria, ma solo come " istanza razionale " , "postulato etico " e
" bisogno del sentimento ".
Quindi, sebbene Kant abbia potuto costituire un effettivo punto di partenza per le speculazioni romantiche ed idealistiche, è indubbio che queste ultime potranno andare oltre Kant non già continuando coerentemente Kant, ma solo mettendo tra parentesi tutti quei " divieti " della sua filosofia, i quali denunciano chiaramente
l' appartenenza del loro autore al mondo filosofico dell' Illuminismo in cui egli visse e di cui condivise, pur con tutta la sua originalità, la forma mentis di base.
Di conseguenza, pur collocandosi di fatto a cavallo dei due universi culturali, Kant può essere ritenuto, di diritto, come l' ultimo degli illuministi e non come primo dei romantici.
- Fine articolo sull’ Illuminismo
L’Età DEI LUMI
La rivoluzione intellettuale che nel Settecento inaugurò l’età moderna, affonda le sue radici nel rinnovamento radicale del sapere del secolo precedente.
I grandi progressi compiuti dalla fisica e dalla matematica costituirono la componente fondamentale di questa rivoluzione culturale.
Alcuni dei maggiori protagonisti della cultura seicentesca, quali Cartesio, Spinoza, Leibnitz, avevano tentato di unire un rinnovamento scientifico a uno filosofico, fornendo risposte audaci sull’uomo e sulla natura.
L’indagine si era poi estesa alle complesse motivazioni che reggono la società e lo Stato.
Proiettato verso un rinnovamento esteso a tutti i campi della vita umana, il Settecento fu un secolo culturalmente vario, spesso contraddittorio, ma dominato dalla volontà di progresso.
L’età dei Lumi fu l’epoca delle riflessioni sulla ragione e sulla conoscenza dell’uomo, ma anche sulla vita pratica, sulla condizione civile e sulla capacità umana di trasformare il mondo sociale.
Nel corso del Settecento, si sviluppò in tutta Europa un vasto e variegato movimento intellettuale, caratterizzato dalla fede nel progresso e nell’emancipazione dell’uomo sotto la guida della ragione. Dall’Inghilterra e dalla Francia, esso si diffuse rapidamente in Spagna, in Italia, nei Paesi Bassi, in Russia e in Germania, assumendo nei vari stati il nome di Enlightenment, di Lumières, di Auklärung, di Illuminismo, tutti termini che, in ogni lingua, sono accomunati dalla metafora della luce .
Sino dalla fine del secolo precedente, si era diffusa la convinzione che la società stava ormai avviandosi verso una nuova era, in confronto alla quale, scriveva il filosofo francese Pierre Bayle (1647-1706), “tutti i secolo precedenti non saranno che tenebre”. L’opposizione tra luce e ombra fa capire la volontà di questi uomini ‘nuovi’, o philosophes come essi stessi amavano definirsi, di liberarsi dall’eredità del passato, segnato dalle tenebre dell’ignoranza, per avviarsi su un cammino illuminato dalla logica e dalla razionalità.
Profondamente razionalistica e antimetafisica, la nuova filosofia riprese il principio formulato da Cartesio secondo il quale la coscienza deve realizzarsi sotto forma di scienza, secondo cioè un rigoroso sistema concettuale costruito con idee chiare formulate attraverso procedure deduttive molto prossime alla logica matematica.
La fiducia illimitata nella ragione guida questi pensatori, nella convinzione che essa soltanto può liberare l’uomo dall’ignoranza in cui vive.
Tra i principali fautori di questo nuovo movimento di pensiero, che si estese dal campo filosofico alla scienza, all’economia, alla politica e all’arte, si annoverano i filosofi Locke, Leibnitz, Hume, Kant, Vico; e ancora Rousseau, l’autore del Contratto sociale (1762), secondo cui l’uomo è un cittadino che partecipa alla vita pubblica, e alla creazione delle norme che la regolano.
Personaggi tra loro assolutamente diversi, con differenti modi di pensare che, tuttavia, si uniscono sotto un unico denominatore comune: la possibilità per l’uomo di costruire migliori forme di vita e di convivenza.
L’Illuminismo fu un movimento assai ricco e vario, non privo di contraddizioni, ma con un elemento comune. la volontà di affermare un modo di pensare libero da condizionamenti. Consapevoli della loro responsabilità sociale e dei loro doveri verso l’umanità, gli illuministi riposero una cieca fiducia nell’intelletto umano, quale strumento di liberazione dall’errore, dal pregiudizio e da ogni forma di superstizione. Nemici di tutte le ortodossie religiose e difensori della tolleranza e dei diritti della coscienza individuale, gli illuministi riunirono persone delle più disparate tendenze in campo etico, libere di esprimersi all’interno del nuovo pensiero. Vi erano tra loro atei, agnostici, deisti, fautori dell’assolutismo illuminato, della monarchia costituzionale, del governo democratico, tutti accomunati dalla loro ricerca di una morale che non fosse soltanto religiosa, ma piuttosto sociale. L’orizzonte illuminista fu, infatti, mondano e terreno, non più metafisico; l’uomo divenne la sede di ogni valore. Non meno importante della visione sociale, fu il punto di vista politico, in cui l’Illuminismo portò ad una negazione sempre più decisa di ogni forma di assolutismo. Il potere doveva essere fondato sulla centralità del parlamento, espressione degli interessi e delle volontà degli elettori. Accanto al parlamentarismo si affermò il costituzionalismo, una delle caratteristiche più specifiche del pensiero politico illuminista: la costituzione, ossia un codice di leggi chiare, doveva regolare i poteri pubblici e i rapporti tra sudditi e sovrano, ponendo le basi di quello che sarà lo “Stato di diritto”, in cui la legge soltanto è il fondamentale e inviolabile punto di riferimento di ogni azione. Nella convinzione che solo liberati dal giogo del dispotismo, gli individui possono aspirare ad un loro miglioramento, con impegno spassionato, molti filosofi si gettarono in politica, rivestendo incarichi di rilievo presso i monarchi più ‘illuminati’: Caterina II di Russia e Federico Guglielmo II di Prussia.
Il futuro dimostrerà però che il “dispotismo illuminato” dei sovrani rivelava piuttosto le loro intenzioni di modernizzare lo stato per renderne più efficiente la macchina burocratica, senza certo sconvolgerne le strutture sociali, né sovvertire le basi fondamentali del potere monarchico.
L’Illuminismo si configurò sino dall’inizio come una crescita intellettuale per l’uomo, impegnato nell’usare la ragione in ogni settore della vita. Basato sulla tradizione filosofica antica, soprattutto platonica, che sul principio della luce aveva fondato l’idea dello sviluppo e del progresso umano, l’Illuminismo formulò la propria concezione sulla potenza della coscienza e della ragione umana. Esso, tuttavia, non fu soltanto una mera riflessione sulle possibilità offerte all’individuo dalla ragione, bensì anche una messa in discussione sulle condizioni di vita e di progresso dell’uomo e della società.
L’illuminista avvertì l’ingiustizia e l’irrazionalità della realtà che lo circondava, e si mobilitò in prima persona per rinnovare costumi e istituzioni. Due furono i suoi obiettivi principali: sviluppare un nuovo sapere e diffonderlo a più livelli sociali possibili. L’ignoranza fu, infatti, ritenuto il male peggiore tra quelli che affliggevano il mondo e, pertanto, l’educazione divenne il fine principale della formazione dell’uomo. Il nuovo sapere non rimase confinato nei consessi accademici e nei circoli culturali di élite, ma, pur nei limiti dell’epoca, riuscì a filtrare in strati sempre più ampi della società, anche per la diminuzione dell’analfabetismo e per l’abolizione della censura sulla stampa, che consentì la diffusione di riviste e quotidiani.
A Londra e, soprattutto, a Parigi, ma anche a Milano e a Napoli, si formò una generazione di intellettuali brillanti e vivaci, animati da un acceso spirito critico nei confronti delle istituzioni e della cultura della loro epoca.
CARTESIO
René Descartes (1596-1650), detto latinamente Cartesio, è considerato il padre della filosofia moderna. Studioso di matematica e di geometria prima che filosofo, egli identificò nel metodo matematico la via più rigorosa per giungere alla verità, secondo i criteri “della chiarezza e della distinzione”. Nel suo capolavoro, il Discorso sul metodo, pubblicato nel 1637, egli espose tutti i principi che stanno alla base della sua filosofia. Deciso a dedicarsi a quella che egli chiama “scienza mirabile”, “volta allo studio di se stesso”, Cartesio promosse l’estensione del sistema matematico alla filosofia, per trovare un procedimento sempre più semplice, chiaro e rigoroso.
Alla ricerca di una verità inattaccabile da ogni scetticismo, egli ritenne di poterla trovare nel pensiero che, con la sua stessa esistenza, garantisce la realtà del soggetto stesso. “Cogito, ergo sum”, “Penso, quindi sono”, è la prima certezza che il dubbio non può scalfire. Possiamo, infatti, dubitare dei sensi, che a volte ci ingannano, perfino della matematica, che potrebbe essere un inganno di un genio malefico. Solo l’ “io pensante” può cogliere l’evidenza della sua esistenza e può aspirare a divenire il motore di ricerca della validità di tutto quanto lo circonda.
Esaminando i contenuti del pensiero, cioè le idee, che il filosofo distingue in “innate”, “avventizie”, cioè venute dal di fuori di noi stessi, e “fattizie”, ovvero inventate da noi, l’uomo può aspirare a comprendere la realtà. Noi abbiamo dunque la certezza del nostro pensiero e dell’esistenza di noi come essere pensanti ma, se siamo alla ricerca della verità, se cerchiamo una perfezione che non possediamo, da chi abbiamo avuto questa idea di perfezione? Essa non può essere stata prodotta che da Dio, essere perfettissimo e buono che, in quanto tale, non può ingannarci, mostrandoci un mondo assolutamente inesistente. E’ lui che ha messo in moto tutto l’universo, compresa la Terra.
La notizia della condanna inflitta dalla Chiesa a Galileo Galilei per questi stessi assunti, impedì a Cartesio la pubblicazione de Il Mondo, l’ultima parte dei Discorsi dedicata alla fisica e alla teoria copernicana del movimento della Terra attorno al Sole, che vide la luce solo dopo la sua morte. Prudentissimo, nel Trattato delle Passioni (1649), Cartesio affermerà: “Quando la partita è troppo ineguale, è meglio ritirarsi onorevolmente o prendere tempo, che esporsi brutalmente a morte sicura”.
DAFOE
Robinson Crusoe è uno dei libri più famosi di tutte le letterature, quello che forse, dopo la Bibbia, ha avuto il maggior numero di edizioni. Basandosi su una storia realmente accaduta nel 1705, il romanzo di Daniel Dafoe, pubblicato nel 1719, narra le “strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe di York, marinaio”, naufragato su un’isola deserta dell’America, dove visse per ventotto anni. In completa solitudine, fino all’arrivo del servizievole selvaggio Venerdì, Robinson riesce a organizzarsi un’esistenza grazie alla propria energia, destrezza e ingegnosità.
Robinson, emblematica rappresentazione dell’uomo autosufficiente che si crea la propria nicchia, sorretto unicamente dalla fede nella provvidenza di Dio, piacque a una società come quella inglese, in cui la lettura della Bibbia volentieri si alternava alla lettura del libro dei conti. Affascinò, soprattutto in Francia, la ricostruzione delle prime forme di cultura umana in un’isola deserta e l’idea di un individuo che potesse vivere senza la società. Egli divenne l’esempio dell’uomo perfetto, che domina la natura grazie alla ragione.
MONTESQUIEU
Fin dalle Lettere persiane, satira della frivola società del tempo, Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, cercò di definire le leggi che regolano la vita sociale, che troveranno una definitiva trattazione ne Lo spirito delle leggi (1748), uno dei testi fondamentali del pensiero politico del Settecento francese.
Edite nel 1721, le Lettere persiane narrano in forma di romanzo epistolare il soggiorno in Europa del persiano Usbek. La presenza di un protagonista orientale, appartenente ad una civiltà così diversa da quelle europee, permise all’autore una grande libertà di opinione. Il paragone tra Oriente e Occidente gli consentì di osservare con spregiudicatezza ciò che vi era di arbitrario e di convenzionale nei costumi occidentali, giungendo a toccare temi, sino ad allora considerati perfetti e indiscutibili. Una pagina molto interessante è, ad esempio, quella riservata al matrimonio, un sacramento ritenuto indissolubile. Il divorzio, scrive Montesquieu, era permesso nelle religioni pagane e fu vietato ai cristiani. “Non solo si tolse dolcezza al matrimonio, ma anche si pregiudicò il suo fine; volendo restringere i nodi, li si allentò; invece di unire i cuori, come si pretendeva fare, li si divise per sempre. In un atto così libero, dove il cuore deve avere tanta parte, si introdusse la necessità e la fatalità del destino stesso. Non si tenne conto dei disgusti, dei capricci e dell'incompatibilità dei caratteri; si pretese di fissare il cuore, ovvero quel che c’è di più variabile, di più incostante nella natura; si legarono senza ritorno e senza speranze persone oppresse l’una dall’altra e quasi sempre male assortite; si agì come quei tiranni che facevano legare uomini vivi a cadaveri”. Con queste immagini forti, ma non prive di verità se si pensa a come i matrimoni venissero all’epoca concordati dalle famiglie, spesso fin dall’infanzia degli interessati, Montesquieu denunciava i danni derivanti all’amore coniugale dall’assenza dell’istituto del divorzio. Egli proponeva a proposito la sua opinione: al luogo dell’indissolubilità imposta dalla legge, andrebbe difesa la tradizione dell’antichità romana, secondo cui la società dovrebbe limitarsi a legittimare le scelte compiute successivamente dai coniugi.
KANT
Immanuel Kant fu uno dei massimi esponenti del pensiero filosofico illuminista. Nel 1784, tentando una risposta alla domanda “che cos’è l’Illuminismo?”, egli scriveva: “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio di far uso del proprio intelletto, senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E’ questo il motto dell’Illuminismo!”.
La Critica della ragion pura, pubblicata nel 1781, già esaltava la possibilità della ragione di esplorare il mondo dello scibile, non trascurando, tuttavia, i dati dell’esperienza. La scienza forniva ormai la possibilità di andare oltre la semplice raccolta di dati, per elaborare un nuovo pensiero su principi fondati e rigorosi. Fondamentalmente costruttivo e positivo, il pensiero di Kant rappresenta uno dei maggiori sforzi di sintesi mai compiuti dalla mente umana, e quasi tutto il pensiero europeo dalla fine del Settecento all’inizio del Novecento è in qualche modo connesso con la sua filosofia. Essa pone come condizioni della conoscenza la necessità e l’universalità, che possono essere soddisfatte dai “giudizi sintetici a priori”, la cui possibilità risiede nella ragione. L’atto conoscitivo è perciò la sintesi di un contenuto dato dall’esperienza, e dalle forme pure che trascendono, a priori, l’attività sintetica del pensiero, le cosiddette categorie dell’intelletto. La Critica della ragion pratica, edita nel 1788, pone come condizione della moralità l’ “imperativo categorico”, secondo cui ogni uomo deve agire in modo che la massima delle sue azioni possa essere considerata legge per tutti gli esseri ragionevoli e liberi. La moralità, fondamento della libertà, postula come esigenze necessarie l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima.
Uomo metodico, tanto che gli abitanti di Königsberg, nella cui università egli insegnava, potevano rimettere gli orologi basandosi sull’ora della sua passeggiata quotidiana, Kant apprese con emozione profonda i primi successi della rivoluzione francese. Di lì a poco, la salute non gli permise più di insegnare, né di scrivere.
DIDEROT E D’ALEMBERT
“Un notevolissimo mutamento nelle nostre idee sta avvenendo, un mutamento di tale rapidità che sembra promettere un mutamento ancora maggiore in seguito. Sarà il futuro a decidere il fine, la natura e i limiti di questa rivoluzione, il costo e la perdita che la posterità sarà in grado di giudicare meglio di quanto non possiamo fare noi”. Così scriveva nel 1759 il filosofo francese d’Alembert, fondatore, assieme a Diderot, della celebre Encyclopédie.
La volontà di cambiamento, propria del suo pensiero, rispecchiava un profondo mutamento in atto nella società contemporanea.
L’Illuminismo, ramificandosi in tutta Europa, scalzava superstizioni e vecchi dogmi con l’ottimistica fede nella possibilità di creare un mondo migliore, in cui i “lumi della ragione” avrebbero trionfato sulle “tenebre” dell’ignoranza.
La nuova generazione di intellettuali, con il suo spirito critico verso le istituzioni politiche, religiose e culturali dell’epoca, fu capace di parlare ad un pubblico vasto ed estraneo ai circoli accademici, suscitando l’affermazione di una vera e propria identità collettiva.
Differenti ideali e opinioni discordanti in seno al “partito dei filosofi” non impedirono quella svolta radicale nella politica, nella cultura e nella società che si verificò in Europa nel Settecento.
Denis Diderot, il fondatore assieme a d’Alembert dell’Encyclopédie, incarna tutte le caratteristiche di un filosofo dell’Illuminismo. Poeta, matematico, romanziere e critico d’arte, fu tra i più convinti sostenitori delle capacità della ragione di divenire per l’uomo una guida in tutti i campi della vita. Riunendo attorno a sé una libera società di letterati e pensatori, egli concepì il progetto di un’enciclopedia che diffondesse la conoscenza ad un pubblico più ampio possibile, non più limitato soltanto agli eruditi.
Questo gruppo di uomini scelti, che porterà a compimento la rivoluzione avviata oltre un secolo prima da Galileo Galilei, sostenendo che solamente la ragione può guidare il mondo nell’interesse dell’intero genere, riuscì a creare una summa di tutta la cultura illuminista, in un quadro sistematico che comprendeva sia le tradizionali discipline filosofiche - la teologia, la metafisica, l’etica - sia le scienze sperimentali che le tecnologie e le arti. Più che una raccolta di singole voci o un’artificiosa sistemazione delle conoscenze contemporanee, l’Encycopédie è un’opera interdisciplinare, concepita in modo da correlare tra loro i vari argomenti. Il lettore è invitato ad un dibattito continuo tra diverse forme di intelligenza, le quali, esse soltanto, possono permettere il vicendevole arricchimento.
“Se questi rinvii di conferma e di confutazione saranno previsti di lontano e preparati abilmente - scriveva Diderot - essi daranno a un’enciclopedia il carattere che deve essere proprio di un buon dizionario: la capacità di cambiare il modo di pensare comune”.
“Attribuire le cause, quando si conoscono”, “indicare gli effetti quando sono certi”, “ distinguere il vero dal falso, il vero dal verosimile, il verosimile dal meraviglioso e dall’incredibile”. Questi sono, secondo Diderot, i principali assunti degli enciclopedisti. Soltanto dopo avere spazzato via tutte le superstizioni, le credenze popolari e i cattivi costumi nella società così come nella politica e nella religione, l’uomo potrà aspirare ad un progresso sociale e morale illimitato.
L’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers nacque per iniziativa dell’editore Le Breton, al quale si associarono altri tre stampatori parigini, Briassons, Durand e David.
Concepita nel 1745 come una traduzione ampliata della Cyclopaedia dell’inglese Ephraim Chambers (1728), grazie all’entusiasmo e all’attiva partecipazione di Diderot e d’Alembert, divenne ben presto un qualcosa di assolutamente nuovo. Essa costituì la prima vera enciclopedia nel senso che noi diamo a questo termine, quello cioè di un’opera che espone i principi e i risultati di tutte le scienze umane.
Il primo volume fu pubblicato a Parigi nel luglio 1751, il secondo nel gennaio 1752. Nel 1772, erano apparsi diciassette tomi e undici volumi di tavole, ai quali si aggiunsero nel 1777 cinque tomi di supplemento. Durante questi anni, l’opera ebbe una vita molto travagliata. Condannata dal Parlamento di Parigi, dal pontefice e dal Consiglio del re, essa proseguì clandestinamente le sue pubblicazioni, grazie anche alla protezione di influenti personaggi della corte reale e di Madame de Pompadour. Lo sforzo imprenditoriale dei quattro editori e la difficoltà di dirigere la schiera di collaboratori che realizzarono le singole voci una dopo l’altra, furono gratificati dall’entusiasmo dei lettori, interessati a quegli articoli che spaziavano dalla politica alla religione, dalla matematica alla medicina, dalla fisica all’artigianato, in una continua serie di rimandi da una voce all’altra.
CESARE BECCARIA
La pubblicazione, nel 1764, del volumetto Dei delitti e delle pene, da parte del nobile milanese Cesare Beccaria, segnò un decisivo passo in avanti nei processi di riforma penale avviati nel XVIII secolo.
L’opera, uscita anonima a Livorno, denunciava i difetti del sistema giudiziario allora in atto, e si scagliava contro la tortura e la pena di morte, che doveva essere limitata a casi particolarmente gravi. Il sistema stesso della procedura giudiziaria, secondo l’autore, era tale da non offrire a un imputato innocente la possibilità di contestare il reato ascrittogli.
Tradotto subito in francese e commentato da Voltaire e da Diderot, il testo suscitò accesi dibattiti e fu condannato, nel 1766, dal papa Clemente XIII, il quale aveva già cercato di bloccare la pubblicazione dell’Encyclopédie. Esso, tuttavia, circolò in Europa e in America assurgendo a esempio per ogni progetto di riforma giudiziaria.
VOLTAIRE
Voltaire, pseudonimo con il quale è noto François-Marie Arouet, nacque a Parigi nel 1694.
Destinato dal padre alla carriera giuridica, fu uno studente svogliato, più attratto dalla vita mondana che dai libri di legge. Affermatosi come scrittore alla moda e caustico libellista, nel 1718 fu incarcerato alla Bastiglia per la licenziosità e l’irriverenza dei suoi scritti. Un nuovo arresto seguì nel 1726, questa volta per avere sfidato in duello il cavaliere di Rohan. Condannato all’esilio, si recò in Inghilterra, dove frequentò le maggiori personalità della politica e della cultura. Da questa esperienza, nacquero le Lettere filosofiche (1733), uno dei più forti atti di accusa contro l’assolutismo.
Il periodo che seguì fu intensissimo da un punto di vista intellettuale. Durante il suo soggiorno a Cirey, ospite della sua amante marchesa di Châtelet, pubblicò poemi, saggi storici, tragedie. Divenuto celebre in tutta Europa per le sue pubblicazioni, rientrò a Parigi nel 1744, protetto da Madame de Pompadour. Pochi anni dopo, tuttavia, si trasferì a Berlino, alla corte di Federico Guglielmo II, dove soggiornò fino al 1755. Stabilitosi nuovamente in Francia nel ’55, si ritirò nella cittadina di Ferney, a ridosso del confine ginevrino, dove allestì una piccola corte personale, riverito dai potenti di tutta Europa e omaggiato dagli ammiratori. Con grande energia, continuò a scrivere opere teatrali, filosofiche, satire e libelli rivolti soprattutto contro il fanatismo, la superstizione e l’intolleranza. Rientrò a Parigi quasi trionfalmente soltanto pochi mesi prima della morte, avvenuta nel 1778. Le sue spoglie furono traslate dopo la rivoluzione francese al Pantheon di Parigi.
Filosofo, letterato e opinionista, Voltaire fu tra i protagonisti assoluti dell’Illuminismo. Profondamente attratto dal mondo sociale e spinto dalla volontà di modificare una realtà avvertita come ingiusta, egli lottò sempre per il rinnovamento dei costumi e per sconfiggere l’ignoranza, sorgente primaria di tutti i mali del mondo. Ispirato dalla filosofia razionalista seicentesca e, soprattutto, dal filosofo Cartesio, il quale aveva sostenuto che la conoscenza doveva basarsi su idee chiare e precise per costruire un rigido edificio concettuale, Voltaire fu anch’egli un convinto sostenitore del rigoroso metodo analitico, per lo studio dei fenomeni naturali e umani.
Deista in religione, moderato in politica, ammiratore del governo costituzionale inglese ed essenzialmente diffidente verso l’uomo ed il mondo, egli riassume in sé tutti gli sviluppi e i mutamenti culturale del suo tempo.
Il romanzo, pubblicato anonimo nel 1759, si colloca tra l’apologo, la fiaba e il racconto d’avventura.
Voltaire vi narra la storia del giovane Candido, iniziato dal filosofo Pangloss alle teorie degli Ottimisti.
Cacciato per amore della bella Cunegonda dal castello in cui è stato allevato, Candido va incontro a una serie ininterrotta di terribili traversie, disgrazie, supplizi e massacri, che gli dimostrano come tutto nel mondo vada a catafascio. Carcerato, naufrago, terremotato, profugo e altro ancora, il giovane trova l’Eldorado ma perde ogni ricchezza, per giungere, infine, alla conclusione che la vita è sopportabile solo lavorando senza pensare.
Se la Provvidenza si disinteressa degli uomini, il ritiro li mette al riparo dalle cattiverie, e il lavoro, fonte di accrescimento materiale e morale, li rende più felici.
Voltaire è senza dubbio un pessimista, ma di un pessimismo virile, temperato dall’idea della civiltà e del progresso, che assicureranno il benessere dell’umanità.
La tesi, che sta alla base del racconto, è sapientemente mascherata e vivacizzata dal tono ironico e spesso burlesco dell’esposizione, mentre lo stile chiaro, elegante e vivace della prosa, semplice, ma difficilmente imitabile, fanno di Voltaire uno dei più grandi scrittori francesi di ogni tempo.
“Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemolgia. Dimostrava in modo mirabile che non c’è effetto senza causa, e che in questo, che è il migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili.
“E’ dimostrato - diceva - che le cose non possono essere in altro modo: perché, siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini. Notate che i nasi sono stati fatti per portare gli occhiali, infatti, ci sono gli occhiali. Le gambe sono evidentemente istituite per essere calzate, ed ecco che ci sono i calzoni. Le pietre sono state formate per essere squadrate, e per farne castelli, infatti, monsignore ha un bellissimo castello; il massimo barone della provincia deve essere il meglio alloggiato; e siccome i maiali sono fatti per essere mangiati, mangiamo maiale tutto l’anno; quelli che hanno affermato che tutto va bene, hanno quindi affermato una sciocchezza: bisognava dire che tutto va nel migliore dei modi”.
Candide ascoltava attentamente e innocentemente credeva; perché trovava bellissima madamigella Cunegonda, anche se non si pigliava mai la licenza di dirglielo. Concludeva che, dopo la felicità di esser nato barone di Thunder-ten-tronchk, il secondo grado di felicità era di essere madamigella Cunegonda; il terzo, di vederla ogni giorno; e il quarto, di ascoltare maestro Pangloss, il massimo filosofo della provincia, quindi della terra intera.” (da Voltaire, Candido).
- Fine articolo sull’ Illuminismo
L’ILLUMINISMO (II ° metà del 1700)
L’Illuminismo ebbe origine come movimento filosofico in Inghilterra, che era all’ora il paese più industrializzato d’Europa. Qui non trovò però le giuste basi per svilupparsi, dato che lo stato inglese era improntato sul liberalismo. In pratica la borghesia nata dalla rivoluzione industriale porta avanti l’illuminismo, ma tutte le sue proposte vengono esaudite dal governo, di conseguenza il movimento illuminista non ha grande sviluppo. Dall’Inghilterra, questo nuovo movimento, si trasferì in Francia dove le ideologie illuministiche trovarono terreno eccezionalmente favorevole al loro sviluppo, e alle loro più radicali applicazioni in campo politico e sociale (rivoluzione francese). Questi ideali dalla Francia si propagarono poi in tutta Europa.
Le idee illuministe si sviluppano in Francia perché in questo stato vi era una situazione politica e sociale critica. La società francese era basata su tre classi sociali: III ° stato, aristocrazia e clero. Clero e aristocrazia possedevano vasti privilegi, mentre il III ° stato era ad esse subordinato. Anche in Francia comincia a sorgere una borghesia che inizia ad acquisire potere economico e che rivendica la partecipazione al potere politico: è proprio in queste rivendicazioni che le ideologie illuministe trovano terreno fertile per il loro sviluppo.
Alla base del pensiero illuministico sta’ l’assoluta fiducia nella ragione umana, considerata unica forma valida di conoscenza (razionalismo).
Tutti i problemi che non possono essere affrontati dalla ragione esulano dalla possibilità della conoscenza umana. Di qui l’interesse degli illuministi per i problemi metafisici, che non possono essere risolti per via razionale. Gli uomini hanno nella ragione il loro denominatore comune; di qui deriva da una parte il principio egualitario, che è una delle grandi rivendicazioni della rivoluzione francese, dall’altro la tendenza cosmopolita del secolo: l’individuo, prima di sentirsi figlio di questo o di quel paese, si sente cittadino del mondo, viaggia al di la’ delle proprie frontiere, impara le lingue di altri popoli.
La fiducia nella ragione, che con i suoi “lumi” deve guidare il mondo e dare origine ad una nuova storia, implica una condanna della tradizione (antistorico), e il rifiuto di un passato di cui i precedenti di varia natura (politici, religiosi ecc.) hanno impedito all’uomo di svolgersi secondo la sua più vera natura, cioè secondo ragione.
In altre parole l’illuminismo coinvolge la vita sociale perché una delle sue idee principali è quella di abbattere tutto ciò che esisteva nel vecchio mondo, che veniva considerato barbarico ed irrazionale. Si vuole rivedere e ricostruire tutta la vita politica, economica e sociale in base alla ragione dell’uomo. Sulla base di questi concetti gli illuministi procedono ad una critica del passato in tutti i suoi settori perché si è convinti che, fino a quel momento, la ragione si era addormentata perché sottomessa alla religione e al potere politico (stato di minorità codificato da Kant).
Per questo motivo non bisogna sottostare a tutto quello che la religione o lo stato afferma, ma ragionare con la propria testa senza lasciarsi influenzare dagli altri. Gli illuministi vogliono quindi riportare la mente dell’uomo ad una “tabula rasa” ed in essa riscrivere tutta la storia non accettandola passivamente ma in modo razionale e critico.
Si inerisce Rousseau per quanto riguarda la concezione della natura e cioè si ha una rivalutazione, da parte dell’uomo, dello stato di natura, al di fuori di ogni convenzione sociale. Questa critica parte dal fatto che l’uomo nasce con dei diritti alienabili (la libertà e il diritto di proprietà) che non gli possono essere portati via da nessuno, ma durante la storia è invece sempre accaduto il contrario.
Uno dei periodi che gli illuministi considerano barbarico è il Medioevo. Questo è importante perché i secoli del medioevo vengono definiti bui, in antitesi con l’appellativo “età dei lumi” (da cui nasce il termine Illuminismo) che appunto dopo un periodo di oscurità venivano a illuminare la ragione umana.
All’interno del Medioevo il periodo a cui gli illuministi guardano con più attenzione è quello dei comuni in quanto l’uomo ha avuto la possibilità di avere un ruolo nel gestire la sua vita.
Nell’illuminismo vi è anche una critica religiosa perché si pensava che tutte le religioni rivelate, in particolare la religione cattolica con le sue istituzioni, utilizzassero la fede religiosa per imporre la propria autorità al popolo e per non farlo reagire a tutte le ingiustizie che subiva.
Per quanto riguarda la religione, gli illuministi riprendono le principali credenze della rivoluzione scientifica:
- Materialismo (Newton): si negava l’esistenza di dio dell’anima e di un mondo ultraterreno; esistono solo le cose materiali, se c’è qualcosa dopo la vita terrena è inconoscibile e tutto quello che l’uomo non può conoscere con certezza non esiste.
- Meccanicismo: la natura è come una macchina; l’universo fisico può essere paragonato ad una grande macchina priva di anima governata dalle leggi dei corpi in movimento.
La loro è una religione razionale nella quale Dio si rivela non alla fede ma alla ragione dell’uomo. Ciò si configura nel deismo. Il Deismo non ammette direttamente l’esistenza di Dio, però afferma l’idea della divinità intesa come forza coordinatrice dell’universo. Inoltre affermava la necessità di costruire, sulle rovine delle religioni rivelate, una nuova religione che fosse fondata sull’ordine naturale, sulla razionalità e sulla libera manifestazione intellettuale dell’individuo.
Ugualmente importante è il Filantropismo: la disponibilità ad amare e a soccorrere gli altri uomini in quanto egualmente portatori di ragione.
L’illuminismo: LA TEORIA POLITICA
Per quanto riguarda la politica illuminista, emergono tre teorie fondamentali codificate da tre grandi autori francesi.
- Montesquieu: monarchia costituzionale con separazione dei poteri, in cui all’aristocrazia spettava il compito di frenare le tendenze dispotiche del monarca.
- Voltaire: dispotismo illuminato. Voltaire temeva che un eccessivo indebolimento dell’assolutismo generasse solo una pericolosa Anarchia. Quindi propone il dispotismo illuminato, monarchia assoluta in cui il sovrano esercita e adatta una serie di riforme per il bene del popolo.
- Rousseau: democrazia diretta. Rousseau condanna il progresso materiale e civile della società e gli contrappone un ideale di austera comunità repubblicana dove le virtù morali e politiche contavano più delle scienze, della tecnica e degli artificiosi raffinamenti dei costumi. Uno stato in cui sovrano fosse tutto il popolo e dal popolo derivasse ogni legge, e in cui gli organi di governo fossero al servizio dell’intera comunità.
La critica sociale è basata sul concetto di nobiltà. L’intellettuale illuminista rivendica un ruolo nelle società, ispira a lavori utili per la collettività e rifiuta l’idea tradizionale di nobiltà. L’individuo non nasce nobile ma lo diventa attraverso le sue qualità e il modo in cui le mette in atto nella vita sociale.
L’illuminismo: LA LETTERATURA
Per quanto riguarda la letteratura e l’arte in genere, ne emerge un tipo che ha alla base l’utilità. Tramonta il concetto di “arte per l’arte” per creare un’arte (letteratura) che abbia dei contenuti civili, politici e sociali. Essa deve servire per educare il popolo e siccome è diretta a tutto il popolo borghese non alla vecchia aristocrazia, si modifica il linguaggio che deve essere più comprensibile (privo di arcaismi e termini tecnici) e soprattutto si modifica la struttura del linguaggio perché si passa dalla costruzione indiretta a quella diretta. No quindi alla struttura latina per far posto a quella diretta, più semplice perché ha un ordine ben preciso: in base a questa esigenza sorgerà poi una questione della lingua.
Viene preferito inoltre l’utilizzo della paratassi (costruzione del periodo basata sulla coordinazione di frasi indipendenti per mezzo di congiunzioni o per semplice accostamento)più che quello dell’ipotassi (relazione sintattica tra una proposizione principale e una subordinata dipendente dalla prima).
Si introducono nuove forme metriche, si diffonde il romanzo sociale con sfondo politico, si sviluppa la forma di saggio breve e la stampa.
- Il Romanzo
L’unico posto dove il romanzo non viene subito accettato come genere letterario è l’Italia dove ancora non c’era una classe borghese alla quale il romanzo era indirizzato; infatti in Italia l’avvento dell’industria e quindi del nuovo ceto sociale avvenne solo più tardi. Il primo romanzo italiano sarà
“ I Promessi Sposi” del Manzoni.
Sorge il romanzo a carattere epistolare fra i quali grande rilievo ebbe
“La Nouvelle Eloise” di Rousseau.
Rousseau fra tutti gli illuministi è quello che si distingue maggiormente perché non si abbandona al razionalismo puro ma cerca di rivalutare i sentimenti ed esalta l’uomo allo stato di natura, concezione tipica di Rousseau.
Per quanto riguarda il romanzo Rousseau mette in contrapposizione cuore e ragione con una storia d’amore che non può concludersi in matrimonio e quindi dove non possono prevalere i sentimenti a causa delle convenzioni sociali che impongono il matrimonio di convenienza. Attraverso questa storia quindi fa un’analisi della sensibilità della protagonista Eloisa in contrapposizione alla razionalità del mondo che la circonda. Per questo aspetto Rousseau ha abbandonato il movimento illuminista proprio perché non pensava che l’uomo fosse costituito dalla sola ragione e perché pensava che la ragione aveva portato al progresso negativo per l’uomo che invece dovrebbe vivere allo stato di natura.
Questi aspetti dell’opera di Rousseau hanno avuto influenza sulla filosofia e sulla letteratura successiva cioè sul Romanticismo che partirà riprendendo la sensibilità Roussoiana.
Per quanto riguarda il romanzo abbiamo Ugo Foscolo che verrà considerato il precursore del romanticismo italiano che prenderà come modello “la nuova Eloisa” per comporre “Le ultime lettere a Jacopo Ortis” in cui analizzerà la stessa situazione sentimentale del romanzo di Rousseau.
- L’Enciclopedia
Assieme alle altre forme letterarie troviamo l’Enciclopedia.
L’enciclopedia è la più grande opera dell’illuminismo francese. Essa ha come principio di base l’utilità della cultura e quindi è un’opera che vuole far conoscere tutti i settori del sapere ed è rivolta ad un pubblico vastissimo; è strutturata come un dizionario enciclopedico ed ha carattere universale.
Dal punto di vista del linguaggio è compilata con un linguaggio accessibile. Dal punto di vista politico i compositori dell’opera hanno trovato grandi difficoltà perché ostacolati nella composizione dalla censura della chiesa e dello stato. Grazie però all’operato di Diderot, che portò avanti clandestinamente la stesura dell’opera, essa venne pubblicata.
- Il Sensismo
Nell’ambito dell’illuminismo si sviluppa una corrente definita Sensismo estremamente legata al naturalismo. Ripreso soprattutto da Giuseppe Parini ne
“ Il Giorno” , da Carlo Goldoni, che rivoluziona le forme teatrali, e da Vittorio Alfieri. Si rifanno al sensismo anche i fratelli Verri e Cesare Beccaria.
I teorici del sensismo europeo sono soprattutto Helvetius, Holbach e
La Metrie. Questi illuministi, partendo dall’empirismo di Locke delineano la teoria sensistica della conoscenza sensista a tutta la vita dello spirito e anche alla morale. Ogni conoscenza è frutto della sensibilità però anche tutti i sentimenti e tutte la manifestazioni affettive sono determinate da una serie di sensazioni. Anche i giudizi morali sono legati alle sensazioni di piacere e di dolore che un individuo prova davanti alle cose e nei rapporti con gli altri individui. Quindi l’interesse personale e collettivo e l’utilità sono alla base di ogni legge morale. Questo concetto è importante perché, per la prima volta nella storia del pensiero, si mette in rilievo l’ambiente esterno e l’esperienza che l’uomo vive nell’ambito della società e come queste cose esercitano sul modo di pensare. Quindi se questo avviene, per migliorare l’uomo basterebbe migliorare la società (da qui traggono le loro teorie Diderot e Voltaire). Questa teoria ha avuto una grande importanza perché in un trattato di Condillac “trattato delle sensazioni” (opera che ha avuto grande divulgazione nell’Italia settentrionale) delinea un’immagine dell’attività razionale dell’uomo come attività sensibile, eliminando la rigorosa distinzione tra pensiero ed esperienza. Questo filosofo dice che il pensiero non è un’attività libera ma è incastonato nel “flusso dell’esperienza sensibile dell’uomo” dei suoi bisogni naturali che si concentrano intorno ai principi fondamentali del piacere e del dolore. In effetti questa teoria è basata su queste sensazioni cardine dell’individuo dalle quali si sviluppano le altre sensazioni e il pensiero.
- Giuseppe Parini
Lo scrittore che più si avvicina al sensismo nell’aspetto letterario è Giuseppe Parini che è considerato per quanto riguarda la poesia il più grande illuminista per la sua opera “il Giorno” che accoglie oltre il sensismo anche le istanze sociali dell’illuminismo europeo perché attraverso l’ironia porta avanti una critica molto aspra nei confronti della nobiltà che in quel periodo ha perso il ruolo di guida che aveva precedentemente ed è diventata una classe inetta, improduttiva, che non fa altro che sfruttare privilegi a danno delle altre classi sociali soprattutto a danno della borghesia. La storia è incentrata sulla descrizione della giornata un giovane nobile.
L’autore descrive nei particolari tutte le azioni di questo nobile mettendo in evidenza, con la figura retorica dell’iperbole e cioè esagerando le situazioni, come anche compiendo le normali azioni quotidiane il giovane sia affaticato e quindi presenta tutta la sua giornata come una grande fatica.
Oltre alla critica generale c’è anche una polemica contro il costume sociale dei nobili chiamato “Cicisdeismo” che consiste nel fatto che ogni donna della nobiltà, anche se sposata, aveva diritto ad un cavaliere servente chiamato cicisdeo che aveva il compito di soddisfare tutti i suoi voleri. Questo fatto era visto come una degenerazione dei costumi quale adulterio legalizzato che sminuiva il valore reale della famiglia.
Parini ha apportato delle modifiche al sensismo nel senso che, il sensismo europeo ,dal punto di vista della poetica, riducendo tutto alle sensazioni e ai piaceri badava di più all’esteriorità della poesia che al suo contenuto e cioè lo stato d’animo veniva condizionato non dai contenuti ma dalla forma poetica.
Parini sostiene che i contenuti e la forma poetica debbano coesistere ed essere in grado di suscitare nel lettore profonde emozioni. In questo modo Parini unisce il concetto di utilità della letteratura illuminista col concetto di bello della letteratura tradizionale.
L’Illuminismo: ILLUMINISMO ITALIANO
L’illuminismo italiano accoglie in generale tutte le teorie dell’illuminismo europeo ma, come movimento di pensiero, ha incontrato difficoltà perché in Italia ci sono ancora molti fattori che impediscono l’accettazione completa del movimento. Uno di questi fattori è l’arretratezza dell’economia che ha impedito lo sviluppo della classe borghese in contemporanea agli altri stati europei, per cui, questa classe molto debole in Italia non ha saputo influire in maniera incisiva sulle istituzioni tradizionali.
Per quanto riguarda l’Italia possiamo dire che i luoghi in cui per primi si diffondono le idee illuministiche sono Milano e Napoli. A Milano perché essendo la Lombardia a contatto con altri paesi europei è stata sempre la regione all’avanguardia sia per l’economia che per la cultura. A Napoli perché i Borboni avevano portato una serie di riforme ed inoltre perché lo stato era diventato autonomo proprio alla metà del 1700.
L’accettazione delle idee illuministiche è strettamente legata alla politica perché delle tre teorie politiche quella di Voltaire ha preso il sopravvento sulle altre (gli stati europei sono quasi tutti delle monarchie assolute con a capo un sovrano “illuminato”), e, gli stati dove gli intellettuali sono riusciti ad operare d’accordo con la classe politica dirigente hanno attuato una serie di riforme prendendo spunto dall’illuminismo. Per questo in diversi stati ci sono state delle riforme giuridiche e soprattutto nel campo dell’istruzione.
Ad esempio l’Austria si è avvalsa degli intellettuali come Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria ed è per opera di questi intellettuali che essa apportò delle riforme a carattere giuridico. In particolar modo Pietro Verri ha svolto un’opera di rinnovamento, oltre che nella pratica politica, anche con i suoi scritti basati sulla critica ai sistemi di tortura dell’epoca. Possiamo poi indicare Beccaria per il suo “trattato dei delitti e delle pene”. L’opera contiene come principio fondamentale quello dell’inutilità della pena di morte e soprattutto la necessità della pena come rieducazione dell’individuo per il suo reinserimento nella società. Questo trattato è stato molto importante perché diffusosi in tutta Europa ha influenzato molti stati nei quali è stato riformato il codice penale in genere.
- Illuminismo milanese
Questi intellettuali milanesi si radunavano nel Caffè che era inteso come una sorta di salotto culturale, luogo di discussione e dibattito circa i problemi politici civili e letterari, che prende spunto dai Caffè inglesi. I frequentatori del Caffè fondano anche una rivista intitolata appunto “il Caffè”.
Oltre a tutti gli altri settori, l’aspetto letterario viene trattato con tono polemico nei confronti della letteratura tradizionale e del concetto dell’arte per l’arte che non aveva nessuna utilità sociale. Gli illuministi ribadiscono il concetto che la letteratura deve essere utile al popolo e per questo deve trattare problemi vivi e attuali e cioè quelli che il popolo vive quotidianamente.
A Milano gli illuministi si riuniscono anche nelle Accademie che sono ritenute luogo d’incontro e di discussione e di scambio di cultura. Sorgono a Milano due importanti accademie:
- L’accademia dei Pugni che è quella più combattiva che assume più condizioni battagliere nei confronti della tradizione (legata al Caffè vi appartiene Parini)
- L’accademia dei Trasformati che ha posizioni più moderate ma è favorevole alle riforme (vi appartengono i fratelli Verri)
- Critica sulla lingua
Alessandro Verri compone una critica sulla lingua. La sua polemica è incentrata sul vocabolario della Crusca. Verri scrive un articolo pubblicato sul primo numero del Cafè intitolato “ rinunzia avanti notaio al vocabolario della Crusca”. La polemica è basata soprattutto sulla scelta che nel 1500 era stata fatta per la lingua di Boccaccio e Petrarca. Alessandro Verri si chiede per quale motivo bisognava accogliere solo Petrarca se altri scrittori avevano inventato parole che potevano essere bune da inserire nel vocabolario, e rivendica, inoltre, la facoltà di utilizzare parole nuove, o italiane di nuovo conio oppure importate da altre lingue. Questa osservazione di Verri apre una nuova questione della lingua. Nel periodo illuminista la stagnazione della lingua ha creato problemi perché si diffonde l'uso della traduzione di opere straniere (es. l’Enciclopedia): gli italiani si sono trovati in difficoltà a rendere nella loro lingua tutta la terminologia scientifica, filosofica e anche letteraria contenuta nelle opere straniere. L’italiano non aveva cioè i corrispondenti, bisognava o italianizzare i termini stranieri o coniarne di nuovi che rispondessero a quei concetti e siccome stavano entrando in Italia moltissimi termini francesi possiamo suddividere gli intellettuali in due correnti:
- Difensori della purezza della lingua
- A favore di neologismi e francesismi (fra questi troviamo tutti gli illuministi)
La soluzione viene da Cesarotti nel “saggio sulla filosofia delle lingue” che suggerisce di affidarsi di volta in volta alla ragione e cioè l’innovazione del linguaggio culturale ci deve essere quando lo suggerisce l’uso e quando questa innovazione è funzionale, come nel caso della traduzione, e quindi ogni individuo facendo le traduzioni deve rendersi conto se è necessario introdurre un nuovo conio o utilizzare altre lingue. Anche Cesarotti critica coloro che non vogliono innovazioni per puro attaccamento alla tradizione senza rendersi conto che la lingua deve adeguarsi ai tempi.
Pietro Verri e Cesare Beccaria accolgono il pensiero sensista e cioè si indirizzano verso lo studio di meccanismi psicologici della conoscenza e quindi in generale della vita psichica dell’uomo. In particolar modo Beccaria esamina le scelte retoriche dal punto di vista storico psicologico come espressioni di stato d’animo e sensazioni. Quindi in questo modo collega anche la lingua agli stati d’animo (aspetto nuovo rispetto al sensismo europeo).
- Fine articolo sull’ Illuminismo
ILLUMINISMO IN ITALIA
Già nella prima metà del secolo gli intellettuali italiani si erano fatti interpreti di una sentita esigenza di rinnovamento culturale e civile. Quando il moto riformistico ha inizio anche in Italia, essi si impegnano in una serrata polemica contro le vecchie istituzioni, offrendo la loro fattiva collaborazione ai sovrani “illuminati”. Il loro ambiente sociale e la loro formazione non cambiano granché rispetto al recente passato; quasi tutti hanno infatti una cultura specifica, che riflette le tendenze e gli interessi più vivi caratteristici della loro regione di provenienza: ad esempio, molti Napoletani compiono studi giuridici, mentre i Lombardi e i Toscani, che spesso sono aristocratici e proprietari terrieri, hanno per lo più competenze tecnico-scientifiche ed economiche legate alla cura dei loro interessi privati.
Gli illuministi italiani non hanno difficoltà a riconoscere quanto devono alle esperienze europee e francesi in particolare. Tuttavia, in Italia, anche se non mancano studi fecondi e l’impegno a favorire con ogni mezzo il progresso della società, non si raggiungono mai le asprezze polemiche degli stranieri, e, rispetto ai “philosophes” (i “filosofi” francesi), gli intellettuali italiani hanno minore libertà di pensiero e più scarsa autonomia anche nell’azione pratica.
Infatti, una caratteristica specifica del nostro paese è che la maggior parte degli intellettuali riformatori è composta da funzionari e consiglieri statali. Questa veste permette loro, senza dubbio, di aprire una breccia nell’isolamento che ha accompagnato la cultura italiana per quasi due secoli e di partecipare attivamente, appoggiando o suggerendo iniziative concrete, al processo di svecchiamento e di razionalizzazione delle antiquate strutture statali. D’altro canto, il ruolo che ricoprono li costringe non solo a adattare i propri interventi a prospettive di riforma politica diverse da regione a regione, ma soprattutto a rispettare il rapporto di subordinazione allo Stato e al sovrano, che era già tipico dei secoli precedenti. In tal modo resta loro preclusa ogni possibilità di assumere posizioni conflittuali rispetto allo Stato stesso, o addirittura di sovvertire le strutture, come avverrà ad esempio in Francia, con la Rivoluzione del 1789.
L’Illuminismo italiano presenta altri aspetti specifici. Ad esempio, in esso strumenti di espressione tradizionali coesistono con idee e proposte nuove: una prosa agile e moderna, come quella dei fratelli Pietro e Alessandro Verri, di Cesare Beccaria e di Antonio Genovesi nasce nello stesso momento in cui per trasmettere un messaggio di grande impegno e valore civile, autori come Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri usano con altrettanta efficacia le forme proprie della tradizione classica.
Anche i centri di produzione e di coordinamento culturale già esistenti, come le accademie, cercano di ampliare i propri interessi e obiettivi, uscendo dal campo strettamente letterario per affrontare argomenti di vasta portata sociale, e sostenere idee e iniziative di carattere innovativo; ma ben presto appaiono inadeguati al compito: sorti come associazioni per dibattere e approfondire discipline e argomenti specifici, non possono essere rinnovati in modo tale da rispondere ad esigenze diverse e tanto più vaste. Per questo motivo un gruppo di letterati, già aderenti all’Accademia dei Trasformati, di indirizzo arcadico, fonda a Milano, tra la fine del 1761 e l’inizio del 1762, la battagliera Società dei Pugni. Guidata da Pietro e Alessandro Verri e da Cesare Beccaria, essa si ribella all’impostazione ancora fortemente letteraria propria delle accademie ed elabora un concreto programma di riforma basato su un generoso impegno civile e politico. Due anni dopo, i suoi membri danno vita al primo periodico italiano, di ispirazione illuminista, “Il Caffè”, un vivace mezzo di intervento intellettuale che apre prospettive davvero originali di divulgazione e di confronto delle idee, cercando di interessare e di coinvolgere un pubblico vasto e composito.
In Italia la diffusione delle teorie illuministiche avvenne su piani e livelli diversi: coinvolse aree specifiche e certamente più preparate a ricevere il dibattito dei lumi (tra queste Milano, Venezia e Napoli), produsse un rapido cambiamento negli interessi degli scrittori e nei generi letterari, si attestò intorno ad alcuni problemi principali come la rinascita del teatro, lo sviluppo della letteratura giornalistica, la rinascita di un interesse per le materie economiche e storico-giuridiche, una ripresa della poesia dai toni civili e riformisti. Napoli, grazie anche all’attività dell’Accademia degli Investiganti, fu il primo centro in Italia a introdurre le teorie filosofiche di Descartes e l’atomismo materialistico di Gassendi: a fianco dell’importante università crebbero e si svilupparono le discipline giuridiche e economiche, il cui più illustre rappresentante fu l’abate Antonio Genovesi, che tenne dal ‘54 la prima cattedra in Europa di economia politica, dando luogo a un’intensa scuola di pensiero, più tardi raccolta da Gaetano Filangieri e dall’allievo Ferdinando Galiani. Milano rappresentò invece il centro propulsore delle riviste e dell’editoria, delle riforme civili e della critica, anche se molto moderata, della nobiltà: umanitarismo, filantropismo, politica culturale volta alla modernità, acquisizione del sensismo francese, rinnovamento poetico furono i passaggi più interessanti del ventennio milanese 1755-1775. Un orientamento più marcatamente letterario e mondano spettò invece a Venezia, che fu la città di Vivaldi, di Goldoni, di Casanova, dei pittori Pietro Longhi e del Canaletto, dei fratelli Carlo e Gasparo Gozzi (il primo autore di teatro in perenne polemica con Goldoni, il secondo direttore della “Gazzetta veneta” e dell’“Osservatore veneto”), di viaggiatori e poligrafi come Francesco Algarotti e Saverio Bettinelli. Nell’ambiente veneziano maturarono la riforma teatrale goldoniana, che ambiva alla costruzione di un teatro moderno, socialmente riconoscibile nella realtà economica e psicologica della Venezia mercantile, ma che dovette subire la contrastata opposizione del tradizionalismo linguistico delle Fiabe teatrali di Carlo Gozzi e di Pietro Chiari.
Gli illuministi italiani accettano da quelli del resto d’Europa l’idea che la letteratura non possa limitarsi a restare un esercizio intellettuale isolato e autonomo; essa deve contribuire a diffondere il vero, rivelato e illuminato dalla luce della Ragione, e deve collegarsi alla realtà sociale prefiggendosi il raggiungimento del benessere collettivo. Trasformata così in strumento di progresso, la letteratura non può limitarsi ad uno scopo puramente edonistico. Tuttavia, gli illuministi italiani condividono con il sensismo la teoria che l’opera d’arte viene giudicata attraverso i sensi, dai quali ricaviamo il piacere del bello. La letteratura dovrà quindi avere contenuti veri e utili e una forma piacevole.
Molti scrittori considerano arcaici, inutili e pedanti i generi e gli stili letterari del passato, e conducono una dura battaglia contro di essi. La polemica è particolarmente accesa per quel che concerne la questione della lingua, e acquista toni aspri soprattutto nei confronti del purismo e dell’Accademia della Crusca.
Nel panorama variegato e diseguale dell’Illuminismo italiano, Napoli rappresenta uno dei centri di più intensa elaborazione e diffusione delle nuove idee. Si tratta, va detto subito, di un’esperienza tutta di vertice, tale cioè che non seppe (né volle) coinvolgere strati sociali esterni al circuito esclusivo degli intellettuali di professione. D’altronde, le condizioni della società italiana, e particolarmente di quella meridionale, erano talmente degradate da rendere impensabile ogni ipotesi di larga partecipazione a iniziative e movimenti di carattere culturale: l’analfabetismo era diffuso a gran parte della popolazione; non esisteva una classe media paragonabile neanche lontanamente alle borghesie francesi, inglesi e tedesche; la vita economica ristagnava; le interferenze ecclesiastiche sulla libertà di pensiero restavano pesantissime; l’intera penisola era subalterna alle scelte politiche asburgiche o francesi. Eppure, anche in queste sfavorevolissime condizioni, vi furono intellettuali capaci di fare proprie le esigenze di una cultura più libera e moderna. Il fatto che molti di essi abbiano vissuto e lavorato a Napoli non deve stupire: nella capitale del Regno, infatti, era ancora viva e attualissima la grande lezione del Vico e del Giannone, su cui si era venuta formando un’intera generazione di studiosi; inoltre, un ruolo notevole ebbe la presenza di Bernardo Tanucci, primo ministro dal 1767 al 1776, che svolse un’intelligente politica riformatrice, volta a favorire forme di progresso civile e a moderare il potere clericale. In questo contesto poterono emergere le originali e brillanti personalità di studiosi come gli economisti Antonio Genovesi e Ferdinando Galiani, i giuristi Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, il filosofo Giuseppe Palmieri. Comune a tutti costoro fu la tendenza a occuparsi di manifestazioni e aspetti concreti della vita sociale (l’economia, il diritto), piuttosto che della speculazione teorica sui grandi princìpi universali. Questa concretezza, se da un lato seppe in molti casi ispirare iniziative di riforma, dall’altro limitò l’orizzonte ideale di questi intellettuali, inducendoli a una costante collaborazione con il potere (gran parte di loro furono pubblici funzionari) e impedendo che dalla loro riflessione nascessero alternative veramente radicali.
Accanto a Napoli e Milano vi furono altri centri, soprattutto nell’Italia settentrionale fra Veneto e Piemonte, che aderirono in modo più o meno esplicito e coerente alle nuove idee. La linea espressa dagli intellettuali di quest’area non è, da un punto di vista ideologico, così omogenea come quella degli illuministi napoletani e milanesi, anzi, talvolta non è nemmeno riconducibile all’Illuminismo in senso proprio, come, per esempio, nel caso del veneziano Carlo Gozzi, che alla cultura “dei lumi” fu dichiaratamente avverso. Più che di filosofi o di specialisti, si tratta spesso di viaggiatori e di poligrafi, come il veneziano Francesco Algarotti, il torinese Giuseppe Baretti, il mantovano Saverio Bettinelli. Tuttavia, pur nell’orientamento un po’ dispersivo e superficiale del loro lavoro, questi scrittori sono in qualche misura partecipi del processo di rinnovamento che si sta attuando nella cultura europea: il loro Illuminismo consiste soprattutto in una costante aspirazione alla chiarezza e alla concretezza dello stile, nella polemica contro il conformismo e la pedanteria di una stanca tradizione (bersaglio prediletto, l’Arcadia), e nell’impegno per un’informazione culturale allargata ad un pubblico quanto più vasto possibile. In questo senso è significativo che molti fra questi intellettuali siano stati anche giornalisti, come il Baretti, fondatore nel 1763 della rivista “La frusta letteraria”, Apostolo Zeno, che dà vita a Venezia nel 1710 al “Giornale de’ letterati d’Italia”, Gasparo Gozzi, che, sempre a Venezia, fonda e dirige prima “La gazzetta veneta”, poi “L’osservatore veneto”. La dimensione europea di gran parte dei letterati settecenteschi dell’Italia settentrionale è confermata anche dal loro cosmopolitismo e dalla loro corrente conoscenza delle grandi lingue europee: per esempio l’Algarotti scrisse, oltre che in italiano, in tedesco e in francese, il Baretti visse a lungo in Inghilterra e ne conobbe bene la lingua e la letteratura, Melchiorre Cesarotti tradusse alcuni Canti di Ossian del poeta scozzese James Macpherson, lanciando una moda che influenzerà profondamente il primo Romanticismo italiano. Insomma, va riconosciuto a questi scrittori il merito di avere sprovincializzato la cultura italiana e di avere preso contatto in modo attivo con le più vivaci esperienze della contemporanea cultura europea.
- Fine articolo sull’ Illuminismo
L’illuminismo
Movimento culturale che matura verso la fine del XVII secolo in Inghilterra affermandosi in Francia e diffondendosi in tutta Europa fra i primi decenni del ‘700 e l’inizio della Rivoluzione francese. Deve il suo nome all’immagine dei “lumi” della ragione,che si contrappongono al buio dell’ignoranza,della superstizione,dell’arretratezza civile.Gli Illuministi quindi assumono un atteggiamento problematizzante nei confronti dell’esistente,facendo valere il proprio diritto di analisi e di critica. Da questo lo sforzo di sottoporre ogni realtà al “tribunale” della ragione per individuare ciò che può giovare alla società. L’Illuminismo è,in pratica,come disse Immanuel kant, “L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di avvalersi del proprio intelletto senza la guida di un altro”. Alla radice della mentalità illuministica sta il rifiuto di ogni dogma, di ogni tradizione, di ogni autorità (politica,religiosa,economica e culturale), in nome dell’autonomia della ragione, che è l’unico strumento oggettivo capace di dividere la verità dalla menzogna, la giustizia dall’ingiustizia, l’utile dal dannoso. La ragione può diventare il banco di prova su cui sperimentare la validità di tutto ciò che costituisce il patrimonio culturale dell’umanità: ciò che corrisponde alle esigenze della ragione e della natura va conservato,tutto il resto va riformato o rigettato. Sulla base di questo radicale antidogmatismo, gli illuministi condussero un ampio esame critico della storia,delle istituzioni,della convinzione della cultura europea,non limitandosi ad una elaborazione teorica, ma inventando nuovi strumenti culturali e attivando canali comunicativi x diffondere al massimo i “Lumi” della ragione; L’Enciclopedia fu un mezzo straordinario di divulgazione e di sintesi, così come i giornali,le riviste, i club furono luoghi nuovi di cultura che intendeva aprirsi al vasto pubblico (Un pubblico di uomini dotati di ragione e di diritti naturali). Nell’Illuminismo vi è una critica al patrimonio religioso perché si pensava che tutte le religioni rivelate,in particolare la religione cattolica con le sue istituzioni,utilizzassero la fede religiosa per imporre la propria autorità al popolo e non per farlo reagire a tutte le ingiustizie che subiva. La critica alle religioni rivelate comportò la definizione di una morale laica,fondata su valori concreti,attivi,utilitaristici. Si affermò il MATERIALISMO,si negava cioè l’esistenza di dio,dell’anima e di un mondo ultraterreno; esistono solo le cose materiali,se c’è qualcosa dopo la vita terrena è in conoscibile e quindi non esiste perché ciò che l’uomo non può conoscere con certezza non è accettato dalla ragione, e quindi dagli Illuministi. Si affermò anche il MECCANICISMO,cioè la natura viene vista come una macchina; l’universo fisico può essere paragonato a una macchina priva di anima governata dalle leggi dei corpi in movimento. La religione degli Illuministi è quindi una religione razionale dove Dio si rivela alla ragione dell’uomo e non alla fede di questo.E’ quindi una religione DEISTA,puramente filosofica e priva di libri sacri,riti e di sacerdoti. Ugualmente importante è il FILANTROPISMO,cioè la disponibilità dell’uomo ad amare e a soccorrere gli altri uomini in quanto tutti sono portatori di ragione. Gli Illuministi criticano anche la storia.Secondo gli illuministi,infatti, ogni uomo nasce con dei diritti inalienabili (la libertà e il diritto di proprietà fra tutti) che non gli possono essere portati via da nessuno,ma durante la storia è invece sempre accaduto il contrario. Particolare avversione si ha per il Medioevo,che gli illuministi definiscono barbarico, in quanto è quello dove maggiormente erano presenti “sciocche” superstizioni.
L’illuminismo nel contesto storico.
Come detto prima l’Illuminismo nacque in Inghilterra verso la fine del 1600.L’Inghilterra era allora il paese più industrializzato d’Europa, ma qui il movimento non ebbe modo di svilupparsi appieno.Lo stato inglese era infatti improntato sul liberalismo e di conseguenza la borghesia vedeva tutte le sue proposte esaudite dal Governo.Maggiore sviluppo lo ebbe in Francia dove invece vi era una situazione politica e sociale critica.La società francese era divisa in tre classi sociali: Aristocrazia e Clero,che detenevano il potere,e 3° Stato che invece non godeva di alcun diritto. Il 3° stato era molto ampio e al suo interno vi si poteva trovare sia il contadino che il piccolo imprenditore.Proprio per questa “Diversa gamma” di persone iniziò a definirsi una 4° classe, formata dalla borghesia,che iniziò ad acquisire potere economico e che iniziò a sentire l’esigenza di partecipare alla vita politica dello stato.Fu proprio alla borghesia che gli illuministi si rivolsero. Infatti secondo loro la povera gente era troppo impegnata nel cercare di sopravvivere per poter capire le loro proposte,mentre la borghesia,essendo critica nei confronti della società tradizionale fondata sui privilegi e non sulla legge,avrebbe capito tutto. Per quanto riguarda la politica illuminista,emergono 3 teorie fondamentali enunciate da 3 grandi autori francesi: Montesquieu,Voltaire e Rousseau.
- Montesquieu era convinto che la libertà dell’uomo si sarebbe potuta ottenere solamente con la separazione dei poteri e con la nascita di una monarchia Costituzionale,in cui spettava all’aristocrazia il compito di frenare le tendenze dispotiche del monarca.
- Voltaire sosteneva il DISPOTISMO ILLUMINATO. Temeva infatti che un eccessivo indebolimento dell’assolutismo desse inizio solamente a una pericolosa Anarchia.Propone quindi il dispotismo illuminato,cioè una monarchia assoluta dove il sovrano attua una serie di riforme x il bene del popolo.
- Rousseau sosteneva invece che la sola forma di governo accettabile per uno Stato è la Democrazia. Rousseau condanna il progresso materiale e civile, in quanto tutta la storia della civiltà è una storia di corruzione.In origine,infatti, l’uomo viveva libero e felice fino a quando non nacque la proprietà privata,che poneva gli uomini su diversi gradini dove in quello più alto si trovava quello che possedeva le terre e da cui dipendevano gli altri.Per Rousseau, invece, tutti gli uomini nascono uguali e la terra appartiene a tutti, nel senso che tutti hanno lo stesso diritto di vivere. Quindi la sola forma di governo accettabile è la Democrazia,uno stato in cui tutto il popolo fosse sovrano e dove dal popolo derivasse ogni legge,e in cui gli organi di Governo fossero al servizio dell’intera comunità.
I principi di riforma illuministici furono seguiti da alcuni sovrani europei,che videro in questi un modo x mantenere il loro potere.Il Settecento fu quindi x l’Europa un periodo di riforme.Despoti illuminati furono Federico II di prussica,Caterina II di Russia e l’imperatrice Maria Teresa D’Austria e suo figlio Giuseppe II. Le riforme che caratterizzarono il dispotismo illuminato riguardarono la modernizzazione e la laicizzazione dello stato. La modernizzazione dello stato consiste nel rendere lo Stato stesso più efficiente.Ad esempio si diffuse il catasto,un registro con l’indicazione della proprietà di tutti i terreni e delle loro caratteristiche,istituito da Maria Teresa D’Austria. Oppure venne riformata l’amministrazione della giustizia,come fece Federico II di prussica,che abolì la tortura e ridusse fortemente la pena di morte.La Laicizzazione dello stato consiste invece nell’allontanamento dello stato stesso dalla chiesa,fino a scontrarsi con questa. Ad esempio si istituirono le prime scuole statali o come fece Caterina II di Russia,si confiscarono molte proprietà della chiesa. Anche per l’Italia il ‘700 fu un periodo di riforme.In particolare per la Lombardia,che faceva parte dell’impero d’Austria. Oltre al catasto,Maria Teresa introdusse una maggiore libertà religiosa,fondando numerose scuole statali,abolendo la tortura e limitando la pena di morte. Anche il Regno di Napoli,con Carlo III di Borbone,conobbe un periodo di riforme: venne introdotto il catasto e riorganizzata la giustizia. Allo stesso modo, nel Granducato di Toscana,Pietro Leopoldo fece bonificare molti terreni paludosi e parte della Maremma. Eliminò alcuni dazi che rendevano difficile il libero commercio e abolì,oltre alla tortura,anche la pena di morte. Gli unici 2 paesi che non introdussero riforme furono l’Inghilterra e la Francia, le “Madri” dell’Illuminismo. In Inghilterra la maggior parte delle riforme del dispotismo illuminato erano già state fatte nel ‘600. In Francia invece,il Ministro Turgot incontrò l’opposizione dei nobili, per nulla disposti a perdere i loro privilegi.
L’Illuminismo nel contesto letterario
In campo letterario tramonta iol concetto di “arte x l’arte” per creare una letteratura che abbia dei contenuti civili,poetici e sociali. Essa serve a educare il popolo e siccome è diretta al popolo borghese e non più all’aristocrazia,il linguaggio viene modificato affinché sia più comprensibile. Gli scrittori prendono quindi ispirazione dalla vita reale e concreta piuttosto che dall’immaginazione e dal mito. Soprattutto il ROMANZO sembrò rappresentare la coscienza del periodo,evidenziando tutti quegli aspetti della vita sociale che si imponevano concretamente all’attenzione dei lettori.Anche pensatori come Voltaire,Montesquieu e Rousseau,accanto alle importanti opere teoriche e filosofiche,si cimentarono nel romanzo. In Inghilterra,dove era più forte in quel periodo il contrasto fra la cultura aristocratica tradizionale e la nuova cultura borghese,si affermò il GENERE SATIRICO con Jonathan Swift che condannava la stupidità irrazionale dell’uomo ne “I Viaggi di Gulliver” e con Daniel Defoe il quale,nel famoso romanzo “Robinson Crusoe” esaltava l’individuo razionale e sagace che sa organizzarsi una vita accettabile anche nella solitudine di un’isola deserta.Sempre sulla traccia della satira si alzò la voce del poeta italiano Giuseppe Parini,che fece di questo genere un mezzo per impartire una costante lezione di virtù umana, al fine di denunciare la rilassatezza dei costumi,gli opportunismi servili di una società troppo presa dall’euforia del denaro e delle frivolezze.Con il Parini, la letteratura assunse il compito di stimolare la mente e l’animo della società e quindi di propagare idee di maggiore giustizia e di liberale dignità. D’altra parte era questo il compito che altri letterati illuminati italiani ed europei,affidavano alla letteratura.
L’illuminismo in italia
Nella 2° metà del ‘700 il pensiero illuministico si diffonde anche in Italia.Questo importante allargamento dell’orizzonte culturale italiano imprime una svolta decisiva nella cultura della penisola e contribuisce a inserire l’Italia nel vivo del dibattito europeo.Rispetto all’illuminismo francese,l’Illuminismo italiano presenta caratteri propri e originali,connessi con la particolare condizione politico-sociale della penisola,caratterizzata dall’assolutismo illuminato. Mentre in Francia il dibattito illuministico si era sviluppato particolarmente sul piano teorico,affrontando una gamma amplissima di tematiche (filosofiche,politiche,morali,economiche,religiose) e giungendo talvolta a formulazioni radicali e rivoluzionarie i cui frutti sarebbero poi stati raccolti dalla Rivoluzione Francese, in Italia la cultura illuministica apparve fin dall’inizio più decisamente orientata a scopi pratici e si sviluppò soprattutto nel campo dell’economia e del diritto. Inoltre gli illuministi italiani non misero in discussione i principi su cui si basava l’assolutismo,anzi videro nella monarchia lo strumento più idoneo a combattere i privilegi del clero e dell’aristocrazia e a promuovere il benessere generale. Questa stretta connessione tra gli illuministi italiani e le autorità politiche spiega,da un lato, le particolari caratteristiche del movimento italiano (concreto,pratico,riformista piuttosto che teorico,radicale e rivoluzionario) e ,dall’altro, la sua dislocazione geografica: i centri maggiori dell’Illuminismo italiano furono,infatti,Milano,Napoli e la Toscana,proprio quelli dove furono più sensibili la volontà e l’azione riformista dei sovrani.
Per quanto riguarda i suoi caratteri generali, l’Illuminismo italiano,pur mutando alcuni principi già presenti nella letteratura della prima metà del secolo (razionalismo,volontà di rinnovamento,fiducia nella funzione civile del sapere),impresse una svolta decisiva alla cultura dell’epoca,movendosi in una prospettiva nuova e più ampia. Infatti,mentre fino a quel momento gli sforzi di rinnovamento si erano indirizzati esclusivamente alle manifestazioni della vita artistica e intellettuale (riforma della poesia, del melodramma etc), l’Illuminismo elabora un progetto di riforma complessivo della società nelle sue strutture portanti: dalle istituzioni politiche al diritto,dall’economia all’educazione. Così,anche per effetto del nuovo ruolo civile di cui sono investiti, gli intellettuali,chiamati a collaborare a progetti di riforma civile che vengono avviati dai sovrani,si impegnano in prima persona nella missione di migliorare le condizioni di vita della società.Anche quei letterati,che condividevano solo in parte o non condividevano affatto i principi teorici dell’Illuminismo,si mostrano più sensibili alla funzione pubblica e civile delle loro opere e si sforzano di instaurare un rapporto più stretto con la società del tempo e con un pubblico più vasto.Per questo,nella seconda metà del ‘700,la cultura italiana sente più che mai viva l’urgenza di provincializzarsi,aprendosi alla letteratura europea,e di modernizzarsi,recidendo i legami che la legano al passato. Gli illuministi, tra l’altro,avviano un generoso sforzo di rinnovamento anche sul piano stilistico-espressivo,suggerendo l’utilizzo di forme più duttili di comunicazione(come il giornale e il saggio) e di una prosa più rapida,breve e incisiva,ma in pratica nessuno riesce ancora a mettere in crisi la poetica classicista.Pertanto appare piuttosto netto lo scontro tra le dichiarazioni teoriche,pervase da una decisa volontà di rinnovamento, e i risultati effettivamente raggiunti,con uno stile e un linguaggio ancora sostanzialmente nell’alveo della tradizione. L’Illuminismo italiano seguì le sorti dell’assolutismo illuminato e si esaurì gradualmente con esso verso la fine del secolo. La sua importanza fu comunque enorme: sul piano politico,infatti, le sue premesse teoriche sarebbero poi state riprese e sviluppate durante l’età napoleonica,mentre sul piano culturale i suoi riflessi sono rintracciabili nella maggior parte delle opere della 2° metà del ‘700 e anche del primo ‘800.La comune matrice illuministica che caratterizza l’epoca non deve far pensare che nella seconda metà del ‘700 l’Italia sia stata caratterizzata da una tempra culturale perfettamente omogenea. Anzi,proprio a causa della frantumazione della penisola in tanti stati diversi,l’illuminismo italiano,pur nell’ambito di scelte ideologiche e tematiche convergenti,varia da regione a regione,al punto che si può parlare di un illuminismo Lombardo, napoletano e così via.
L’Illuminismo Lombardo
Grazie agli stretti rapporti che intrattenne con la cultura francese e grazie alla presenza e all’attività culturale di alcuni tra i maggiori intellettuali del tempo, Milano fu indubbiamente il centro principale dell’Illuminismo italiano.Questa sua posizione di primo piano fu agevolata anche dalle sue particolari condizioni politiche e sociali. Infatti,sotto il regno dell’Imperatrice Maria Teresa D’Austria e di suo figlio Giuseppe II, Milano e la Lombardia vissero un periodo di intensa modernizzazione e di generale sviluppo,favoriti dalla politica di riforme dei 2 sovrani. Inoltre, diversamente da quanto accadeva in altre regioni italiane,l’aristocrazia lombarda assecondò sempre le trasformazioni economiche,svolgendo un ruolo che negli altri stati europei era garantito dalla classe borghese: molti nobili divennero imprenditori e iniziarono a sfruttare in senso capitalistico le loro proprietà terriere; altri cooperarono all’amministrazione dello Stato; altri si dedicarono allo studio di riforme in ambito economico,giuridico e scolastico. E’ proprio dalle file di questa aristocrazia colta e preparata,operosa e progressista che provengono gli esponenti più illustri dell’Illuminismo milanese,come Cesare Beccaria e i fratelli Verri. Essi furono i fondatori e i principali animatori del periodico “Il Caffè”. La rivista “Il caffè”,di cui uscirono complessivamente 74 numeri tra il 1764 e il 1766, si ispirava al giornalismo inglese del ‘700 e in particolare a “The Spectator” di Joseph Addison.Il titolo,che allude alle conversazioni tenute tra gli avventori di una bottega di caffè, esprime programmaticamente lo scopo che il periodico si propone: promuovere una cultura moderna e dinamica e vicina a un pubblico più vasto. Gli interventi della rivista furono animati da un notevole fervore intellettuale ed etico e,infatti, investono i temi più vivi della società del tempo: la battaglia contro la legislazione feudale riguardo le proprietà e il fisco,lo sviluppo dei commerci e delle manifatture, la modernizzazione dei sistema scolastico,la polemica contro l’accademismo parolaio in favore di una cultura nuova.Al di là del contributo che effettivamente diede all’assolutismo illuminato, “Il caffè” è il frutto della convinzione illuministica che la battaglia per il progresso materiale era anche una battaglia per il trionfo della ragione e della dignità umana. Per questo il periodico segnò una tappa importante nel clima culturale italiano del secondo ‘700:propose una forma di comunicazione letteraria innovativa sia nel contenuto sia nel linguaggio,ponendo con forza l’obiettivo di una cultura intrisa dei problemi reali della società.
L’illuminismo napoletano
Le radici culturali dell’Illuminismo napoletano sono da ricercare,prima ancora che nella filosofia dei “lumi” venuta dall’estero,nella tradizione di pensiero laicista e giurisdizionalista (fautore del giurisdizionalismo:dottrina politica fiorita nel XVIII secolo tendente a subordinare la vita istituzionale della chiesa allo Stato) che aveva caratterizzato Napoli nella prima metà del ‘700 e fu proprio a questa tradizione che si rifecero,nella seconda metà del secolo,all’indomani della fine della dominazione spagnola,il nuovo sovrano,Carlo III di Borbone,e il suo ministro Bernardo Tanucci,che avviarono una politica di riforme giuridiche e amministrative. Gli intellettuali napoletani risposero con entusiasmo al nuovo corso politico.Essi,pur facendo propri i grandi principi di fondo dell’Illuminismo europeo,si concentrarono in particolare sui problemi pressanti del loro paese: quello economico,aggravato da strutture produttive incentrate sul latifondo,e quello giuridico,condizionato da una legislazione ancora legata al diritto feudale. In questi 2 campi gli illuministi napoletani raggiunsero risultati importanti sul piano scientifico e teorico,ma non sul piano pratico, perché la politica riformista dei sovrani si scontrò con la resistenza della Chiesa e dei nobili e perché il ceto borghese non era interessato al rinnovamento.
L’illuminismo in Toscana
Nel granducato di toscana il movimento illuministico coincise con l’opera riformatrice di Pietro Leopoldo D’Asburgo,figlio di Maria Teresa d’Austria e fratello di Giuseppe II. Le sue riforme,che si estesero in varie direzioni e soprattutto nella modernizzazione dell’agricoltura,trovarono il consenso e la collaborazione degli intellettuali toscani Pompeo Neri,Giulio Rucella,Francesco Gianni. Eredi della tradizione scientifica e razionalistica Galileiana,essi svilupparono soprattutto gli studi di carattere amministrativo e agrario ed ebbero il loro punto di riferimento nell’Accademia dei Gergofili,fondata nel 1753 allo scopo di promuovere il progresso dell’agricoltura.
Fine articolo sull’ Illuminismo
ILLUMINISMO LOMBARDO
La concretezza e la vocazione riformatrice dell’Illuminismo italiano sono particolarmente visibili nell’attività del gruppo di intellettuali che nella seconda metà del Settecento fu attivo a Milano intorno alla rivista “Il Caffè”, un periodico che uscì per soli due anni (1764 e 1766), ma il cui programma continuò a lungo ad esercitare una funzione di orientamento e di aggregazione delle migliori intelligenze espresse dal contesto milanese, da Pietro Verri al fratello Alessandro a Cesare Beccaria. L’attività degli illuministi milanesi fu favorita dall’atteggiamento di cauta apertura alle nuove idee assunto dalla monarchia austriaca (di cui la Lombardia faceva parte dal 1706) nella persona dell’imperatrice Maria Teresa e di suo figlio Giuseppe II. I due sovrani, pur senza mettere in discussione i princìpi del potere assoluto, appoggiarono una politica di riforme e di modernizzazione, intervenendo nel campo della giustizia fiscale, dell’economia e della giustizia e contrastando l’influenza clericale, soprattutto quella dei Gesuiti, sulla pubblica amministrazione. In questo clima aperto a esperienze innovative si inserirono con fervido entusiasmo gli intellettuali del “Caffè”, collocati su una combattiva linea di antitradizionalismo che li portò di volta in volta ad appoggiare le iniziative più disparate, purché progressive e socialmente utili: dall’innesto del vaiolo all’abolizione della pena di morte, dalla riforma del diritto ereditario alla battaglia per un rinnovamento della lingua, dalla lotta contro i privilegi feudali alla divulgazione di nuove tecniche agricole, e così via, sviluppando un arco di interventi e di interessi forse un po’ dispersivo e di taglio “giornalistico” più che “filosofico”, ma sempre di grande dignità per il rigore dei contenuti e la profonda convinzione etica. L’attività e la produzione degli illuministi del “Caffè” inizia ad esaurirsi negli ultimi decenni del Settecento, ma la sua lezione durerà a lungo, fino a influenzare, nel secolo seguente, protagonisti del primo Romanticismo lombardo come Carlo Cattaneo, Giovanni Berchet e, soprattutto, Alessandro Manzoni.
Il polemico libretto Dei delitti e delle pene, edito anonimo a Livorno nel 1764, è un’opera di poco più di cento pagine, il cui scottante tema giuridico, uno dei nodi del dibattito legislativo dell’epoca, viene suggerito al Beccaria da Pietro Verri; è incerto fino a che punto l’autore sia stato aiutato dagli amici nella stesura del testo; una tesi recentissima vorrebbe addirittura che egli fosse solo un prestanome.
Lo scrittore, in accordo con le tesi del Rousseau, sostiene che il cittadino ha ceduto parte della sua libertà naturale allo Stato per ricevere da esso una tutela. Perciò ha diritto alla garanzia di un codice formulato in modo chiaro, tale da escludere il rischio d’interpretazioni arbitrarie e di abusi da parte dei giudici, e uguale per tutti, così che non si presti alla discriminazione tra uomo e uomo.
L’autore nega la validità della tortura, che anch’egli, come il Verri, considera uno strumento moralmente disumano e giuridicamente inattendibile, poiché estorce le confessioni con la violenza, e, mentre può essere sopportata da un uomo forte, uno debole vi soccombe indipendentemente dalla propria colpevolezza.
Il Beccaria svolge un ragionamento ancora più acuto sulla pena di morte. Prima di tutto essa non è prevista dal “contratto sociale” tra il cittadino e lo Stato, poiché non può esservi nessuno “che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo”, e nessuno ha il diritto di privare l’uomo del supremo bene della vita. In secondo luogo, essa non è utile né necessaria: infatti è improduttiva per la società e non rappresenta un deterrente per i malfattori, che vedono con maggior timore la condanna ai lavori forzati a vita. Una riprova della ripugnanza che la pena di morte desta nei cittadini è, secondo il Beccaria, il disprezzo che tutti nutrono per la figura del boia, che pure è un innocente esecutore della legge dello Stato.
La concezione del Beccaria è modernissima, non solo perché mira ad una riforma radicale del sistema legislativo, ma soprattutto perché respinge l’idea che la pena debba essere una vendetta; inoltre giudica la prevenzione dei delitti un’arma migliore della punizione, mettendo audacemente in discussione quel potere di vita e di morte sui sudditi, che un’antichissima consuetudine assegnava ai sovrani.
L’autore organizza il discorso su argomentazioni razionali, coerenti e serrate; adotta spesso la terminologia scientifica della matematica e della geometria, ma ama arricchire i concetti con metafore che li illuminano di appassionata vivacità. Il ritmo è incalzante; lo stile conciso e privo di retorica, animato soltanto dal profondo convincimento interiore e dalla forza morale dello scrittore.
Nel 1766 l’opera del Beccaria viene messa all’Indice dei libri proibiti, ma ciò non ne diminuisce la risonanza internazionale. Tradotta in molte lingue, letta e discussa in ogni parte d’Europa, essa trova la prima applicazione proprio nel luogo in cui era stata pubblicata anonimamente, cioè in Toscana, dove nel 1786 il granduca Pietro Leopoldo abolisce la pena di morte.
I Discorsi sull’indole del piacere e del dolore, sulla felicità e sulla economia politica raccolgono vari saggi di argomento economico, filosofico e morale, scritti dal Verri tra il 1763 e il 1781. L’autore vi affronta tra l’altro il problema del rapporto tra piacere, felicità e dolore, rifacendosi alle posizioni dell’empirismo e del sensismo inglese. In particolare, nel Discorso sulla felicità egli sviluppa la tesi pessimistica che l’uomo tende per natura alla felicità, ma che essa non può mai realizzarsi in pieno: uno degli ostacoli maggiori al suo raggiungimento è la ricchezza. È interessante notare al riguardo che l’aristocratico Verri mette in discussione la bramosia di procacciarsi denaro e non la ricchezza posseduta per nascita; anzi, come altri illuministi, ritiene che chi è abituato a vivere nel benessere favorisca il progresso, poiché incrementa i commerci, necessari a procurargli il lusso, e incoraggia le arti, che sono un antidoto al dolore e alla noia.
Le Osservazioni sulla tortura, redatte in prima stesura nel 1770 e ampliate in quella definitiva del 1777, sono una delle opere più penetranti del Verri. I capitoli sono sedici; nei primi otto, il Verri esamina minuziosamente le cronache e i verbali di un celebre processo, legato alla superstizione che le epidemie di peste fossero provocate da “untori”, che spargevano unguenti infetti. Nel 1630, dopo la peste di Milano, due abitanti della città erano stati accusati di essere untori in base a testimonianze confuse e contraddittorie, e poi costretti a confessare sotto tortura e condannati a morte. Nella seconda parte del libro il Verri si scaglia duramente contro la tortura sostenendo che non garantisce una confessione sincera e attendibile, poiché i deboli vi soccombono anche se innocenti, mentre i forti possono resisterle pur se colpevoli. Secondo il Verri, la tortura è uno strumento umiliante, crudele e inutile che denuncia le aberrazioni di una legislazione arcaica e disumana. L’argomento, di grande interesse generale, sarà ripreso e ampliato nel famoso testo di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene.
Nella sezione in cui esamina gli atti giudiziari, l’autore vuol catturare l’attenzione con l’evidenza dei fatti, e usa per questo un linguaggio chiaro ed essenziale, volutamente distaccato; questo stile analitico viene poi abbandonato nella seconda parte del libro in favore di un tono veemente, appassionato e fortemente incisivo, che appare più idoneo a convincere; da esso traspare lo sdegno per il metodo della tortura e la ferma volontà di contribuire a cancellare i residui di una legislazione barbara.
Attorno al Caffè Demetrio di Milano si raccolsero i numerosi collaboratori della rivista “Il Caffè”, un foglio periodico che uscì ogni dieci giorni tra il 1764 e il ‘66 e si occupava di discipline non soltanto letterarie (vi si trattavano infatti argomenti di economia politica, di filosofia, di diritto), sotto la guida di Pietro Verri e Cesare Beccaria. L’esperienza dell’Accademia dei Trasformati, un’altra istituzione letteraria milanese riunita sotto la protezione e gli auspici della famiglia Serbelloni, poteva dunque considerarsi esaurita nei modi e nei contenuti quando Pietro Verri, tra il 1761 e il ‘62, dette vita alla Società dei Pugni, proponendo un nuovo modello di dibattito filosofico e letterario (svecchiamento linguistico e rifiuto del classicismo, attenzione rivolta alle vicende dell’Encyclopédie, al materialismo francese di Helvétius e Holbach, al sensismo di Condillac e alle opere politiche di Rousseau). Ispirandosi al giornale inglese The Spectator (fondato da Joseph Addison), il programma culturale del “Caffè” si rifaceva ad un’esigenza di collegamento della cultura con la realtà quotidiana e con i dibattiti che animavano il vasto panorama europeo, non ultimo quello del rifiuto delle teorie linguistiche esposte dagli accademici della Crusca, ritenute troppo antiquate, legate alla tradizione classica e quindi non più utilizzabili in un moderno contesto culturale.
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Le nuove idee illuministiche
Le idee illuministiche non potevano trascurare il campo dell’economia nel quale l’attività delle classe borghese si opponeva con il suo dinamismo alla tendenza statica, e perciò conservatrice, dell’aristocrazia.
La circolazione delle merci e l’iniziativa commerciale erano gravemente ostacolate da tutto un sistema di dazi, dogane e pedaggi, che risalivano in molti casi al Medioevo. Gli illuministi sostennero l’opportunità di eliminare tutte queste pastoie al libero sviluppo dell’attività commerciale.
In Inghilterra l’economista Adam Smith (quello dello “spillo”), ravvisando nell’interesse economico la molla motivazionale del progresso della società, affermò la necessità che la vita economica dovesse svolgersi in piena libertà, non controllata nè limitata dallo Stato.
Nasceva così la dottrina del “liberalismo economico”, che favorì l’iniziativa dei banchieri, commercianti e primi industriali. L’agricoltura, che restava ancora la principale fonte di ricchezza, soffriva anch’essa di gravi impedimenti che ne ostacolavano lo sviluppo. Gli illuministi si batterono perché gli agricoltori fossero sollevati dalle tasse che li opprimevano e perché il lavoro agricolo si svolgesse in condizioni migliori e fosse compensato meglio.
Una nuova società illuminista
Nelle concezioni degli illuministi molti degli elementi fondamentali della società medievale vengono completamente rivoluzionati. Una delle opere più significative di questo periodo è “lo spirito delle leggi” del filosofo Montesquieu, che pone le basi di una società civile e moderna nella quale l’uomo riconquisti la sua totale dignità. A lui, tra l’altro, non sfuggì che il problema fondamentale di una società nuova doveva essere l’attribuzione dei poteri dello Stato alla collettività civile. Tre passi dell’opera di Montesquieu:
- Nello stato di natura gli uomini nascono nell’uguaglianza ma non sanno mantenerla. La società distrugge l’uguaglianza e l’uguaglianza si ritrova solo per mezzo delle leggi. Ecco la differenza tra una democrazia regolata e una non: nella prima non si è uguali che come cittadini, nell’altra lo si è ancora come magistrati, come senatori, come giudici, come padri, come mariti, come superiori. Il posto naturale della virtù è nella libertà ma non in un eccesso di libertà che equivarrebbe alla schiavitù.
- È vero che nella democrazia il popolo sembra fare ciò che vuole: ma la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, cioè in una società regolata da leggi, la libertà consiste solo nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere. Occorre aver ben presente che cosa sia l’indipendenza e che cosa sia la libertà. La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono: infatti, se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non avrebbe più libertà, poiché anche gli altri acquisterebbero un tale potere.
- Il potere giudiziario deve essere esercitato da persone prese dal popolo, a formare un tribunale che duri solo quel tempo che la necessità lo richieda... Il potere legislativo sia affidato a un corpo di nobili e a chi sarà scelto a rappresentare il popolo: ciascuno abbia proprie assemblee e proprie deliberazioni... Il potere esecutivo deve essere nelle mani di un monarca.
Invenzioni e lo sviluppo della tecnica
Nell’industria la produzione di ferro ebbe, in Inghilterra, un fortissimo incremento quando nella fusione di questo metallo, del quale il paese era ricco, si impiegò non più il carbone di legna ma quello fossile di cui si erano scoperti ricchissimi giacimenti.
L’invenzione più importante fu però quella della macchina a vapore, ideata da un ingegnere inglese, Watt; dapprima essa fu usata solo per azionare le pompe che estraevano acqua dai pozzi carboniferi, ma poi ebbe tutta una serie di applicazioni: l’industria tessile poté introdurre telai a vapore, nelle ferriere e negli opifici molte macchine furono costruite per sfruttare questa nuova potente energia. Grazie a queste invenzioni e alle sue applicazioni, l’Inghilterra, dopo il 1750, divenne il primo paese industriale del mondo.
Al XVIII sec. risale la scoperta di un’altra fonte di energia naturale che doveva in seguito rivelarsi importantissima: l’elettricità, studiata dal francese Coulomb e da Volta. Lo stimolo della mentalità illuministica, tuttavia, non si sentì solo nel campo della tecnica. In questo periodo nasce anche la chimica moderna soprattutto per merito di Lavoisier, che per primo distinse sul piano teorico gli elementi dai composti e studiò la dilatazione termica e i fenomeni connessi con la combustione.
Il sovrappiù (sovrapproduzione)
Mentre la produzione dell’età feudale era soprattutto produzione di sopravvivenza e il produttore, contadino o artigiano, produceva merce in sovrappiù del suo fabbisogno per poi venderla e ricavare denaro con cui acquistare i manufatti o i prodotti che egli non produceva direttamente (Marx descrive il meccanismo con M = merce, D = denaro nella formula MDM), con l’allargarsi della produzione industriale nei secoli successivi, e in particolare con l’introduzione della macchina, la produzione non mira più tanto alla sopravvivenza del produttore, ma si allarga smisuratamente in vista di un profitto sempre più ampio.
A questo punto la formula diventa DMD, nel senso che il danaro è esso stesso merce e viene usato per produrre una quantità di merce che viene rivenduta per un sovrappiù di danaro.
La sovrapproduzione è un fenomeno che si verifica secondo uno schema classico descritto da Marx. Lo schema è il seguente:
il salario percepito dall’operaio ha quel dato valore che permette al salariato stesso di vivere, permette cioè la riproduzione materiale della forza-lavoro.
La differenza esistente tra il valore destinato a far vivere l’operaio, il salario, e il valore delle merci prodotte, è il plusvalore (per l’imprenditore il profitto); questo plusvalore serve alla sopravvivenza del capitalista e soprattutto come capitale finanziario che viene nuovamente investito in macchinari, materie prime e simili.
Quest’ultimo fatto, cioè il continuo ammodernamento dei macchinari che è una fondamentale caratteristica della produzione industriale, ha come effetto un costante ammodernamento tecnologico delle macchine (il capitale fisso); ma una macchina sempre più moderna e perfezionata nella stessa unità di tempo produce di più rispetto alla macchina precedente, mentre il numero degli operai occupati non cresce con lo stesso ritmo.
Conseguentemente, poiché il potere d’acquisto complessivo dei salari cresce più lentamente del volume complessivo delle merci prodotte, queste rimangono in parte invendute, per cui la fabbrica chiudeva per un periodo più o meno lungo, e l’operaio rimaneva senza stipendio.
Il Marx, nella sua opera Il Capitale (1867), volle indicare le cause che portavano al permanente pauperismo (impoverimento di grandi masse della popolazione di una nazione, connesso con un’inflazione ed una disoccupazione molto alte, e con una generale situazione di grave crisi economica) degli operai con la teoria del plusvalore; secondo tale teoria, il valore di un manufatto dipende dalle ore di lavoro che sono state necessarie per produrlo.
L’operaio, però, non percepisce un salario che corrisponde al prezzo dell’oggetto prodotto perché, data l’abbondanza di manodopera, egli viene retribuito in base alla legge bronzea dei salari; pertanto, se un manufatto ha il valore sul mercato, per le dieci ore di lavoro che l’operaio gli ha dedicato, la paga corrisponderà al prezzo, poniamo, di sei ore.
La differenza, quindi, tra il prezzo del prodotto venduto (pari a dieci ore lavorative) e quello pagato all’operaio (pari a sei ore), costituirà il profitto, che il Marx chiama “plusvalore”. Il plusvalore sarà pertanto lavoro non pagato di cui si approprierà l’imprenditore per continuare ad accumulare capitale, ingrandire l’azienda ed allargare il fenomeno capitalistico, con tutte le ingiustizie e gli inconvenienti ad esso connessi.
Alienazione
In senso filosofico, significa “essere in altro”, cioè non essere se stessi. L’operaio che lavora senza godere mai di ciò che produce, senza avere tempo libero per istruirsi, divertirsi, godere di tutte quelle cose, anche modestissime, che danno un senso alla vita, è appunto “alienato”.
Naturalmente l’uomo può alienarsi in tanti modi, quando dimentica, per una “cosa” qualsiasi, la sua umanità e la necessità di vivere con equilibrio tutti gli aspetti dell’esistenza.
L’energia si trasforma, evolvendosi
Dal lavoro a mano all’uso del cavallo, sino all’utilizzazione dell’energia-vapore: l’agricoltura fu, nei tempi passati, la prima attività dell’uomo a beneficare dei nuovi ritrovati offerti dalla tecnica, poiché fu per lungo tempo preponderante la sua importanza rispetto ad altre attività.
Uno dei problemi più assillanti del nostro tempo è la crisi dell’energia, cioè della forza capace di “muovere” questo nostro mondo meccanizzato.
Per la maggior parte della preistoria, l’uomo dispose solo della propria energia muscolare, e solo verso la fine del periodo neolitico poté utilizzare anche l’energia animale; “entrato” nella storia, imparò ad impiegare altre fonti di energia, come il vento, l’acqua e, soprattutto, quella fornita dagli schiavi (forza delle braccia).
Fu proprio la grande diffusione della schiavitù, che mise a disposizione molta manodopera gratuita, a limitare lo sviluppo e il perfezionamento dell’impiego di energia non muscolare, ma quando la schiavitù andò scomparendo fu necessario ricorrere in forma più massiccia e razionale allo sfruttamento dell’energia prodotta dal vento, dall’acqua e dagli animali (es. macina): si moltiplicarono così le ruote ad acqua, i mulini (a vento e ad acqua) e si utilizzarono meglio gli animali da tiro, ferrandoli e bardandoli col nuovo collare di gola.
Ma la vera età dell’energia coincise con la nascita della rivoluzione industriale quando, con l’invenzione della macchina a vapore (1764), si poté utilizzare una nuova fonte di energia: quella termica, prodotta dal carbone.
Questo dato ci fa capire l’importanza della nuova scoperta: mentre fino al 1764 ogni uomo disponeva di una quantità di energia pari a quella prodotta da uno “schiavo meccanico”, un secolo dopo (in piena era del carbone) l’energia disponibile per ciascuno equivaleva già a quattro schivi meccanici, e verso la metà di questo secolo era salita a ben quarantacinque!
Ancora nel 1960, infatti, il carbone continuava a produrre circa la metà dell’energia occorrente, nonostante si utilizzassero anche nuove energie alternative, come quelle fornite dall’elettricità e dal petrolio.
Oggi il petrolio è la nostra maggior fonte di energia ed è stato giustamente scritto che “in un modo o nell’altro, entra in quasi ogni aspetto della nostra vita”: non solo, infatti, ha praticamente sostituito le altre fonti di energia, ma –coi suoi numerosi derivati- ha creato nuove materie che sono ormai entrate nell’uso comune, a cominciare dalla plastica e dalle fibre sintetiche (abiti).
Sappiamo anche di vivere in piena crisi petrolifera, causata soprattutto da due motivi:
- le riserve non sono esauribili;
- i rapporti con gli arabi, che ne sono i maggiori produttori, non sono molto cordiali: una delle zone più calde è proprio il Medio Oriente (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia), dove si concentrano le maggiori riserve petrolifere.
Fino a quando quelle regioni erano delle colonie, gli Europei non avevano difficoltà a rifornirsi di petrolio, ma ora quei popoli hanno riconquistato la loro piena indipendenza e non sono più disposti a “svendere” il prezioso “oro nero”: sono loro, adesso, ad amministrarsi quella inestimabile ricchezza e a fissarne il prezzo, che va sempre più lievitando.
Se gli occidentali, per lungo tempo, non avessero considerato il Medio Oriente come un semplice serbatoio di petrolio e avessero riconosciuto i diritti di quelle popolazioni, forse ora le cose andrebbero un po’ meglio: in effetti, se è giusto che gli Arabi non esagerino con le loro pretese, è altrettanto giusto e necessario che gli Occidentali trattino con loro su un piano di assoluta parità.
Stiamo attraversando un periodo di crisi energetica, perché le riserve petrolifere stanno esaurendosi. È necessario, quindi, ricorrere alle fonti alternative: innanzitutto l’energia idroelettrica; cercare, inoltre, di mettere al servizio dell’uomo altri tipi di energia che sono praticamente inesauribili, come quella fornita dal sole o dalle maree; ma ci sono pure il “vecchio” carbone, che si sta cercando di “rilanciare”, il gas naturale (metano), l’energia geotermica (che viene sfruttata nelle centrali di Larderello) e l’energia nucleare (con tutte le precauzioni possibili): non dimentichiamo l’incidente accaduto nella centrale nucleare di Harrisburg (USA), che nel 1979 ha fatto trascorrere giorni di terrore alla popolazione della zona, e Cernobyl.
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L'ILLUMINISMO E LA RIVOLUZIONE
( LOCKE - ROUSSEAU - PAINE )
Il grande fenomeno dell'Illuminismo, in tutta la sua varia e vasta composizione, è stata una rivoluzione culturale che ha aperto la via alla rivoluzione politico-sociale rappresentata soprattutto dalla Rivoluzione Francese. Tutta questa grande rivoluzione culturale è l'antefatto della rivoluzione. Non dimentichiamo che la Rivoluzione Francese ha tratto ispirazione profonda dall'antagonista drammatico del razionalismo dei philosophes, ovvero da Jean Jacques Rousseau, con la sua esaltazione del sentimento, con la sua critica dei risultati della civiltà, con la sua drammatica vicenda spirituale, il suo doloroso pellegrinaggio che si chiuderà poi nelle meditazioni di un Promeneur solitarie, nella ricerca, già romantica, della solitudine.
Nella Rivoluzione Francese è viva, è vera, è valida la componente che potremmo chiamare enciclopedistica, la componente che deriva dalla grande impostazione razionalistica delle lumières, ma è viva anche la componente roussoviana. Soprattutto nelle ali più schiettamente democratiche e socialmente più avanzate della Rivoluzione Francese, è la voce di Rousseau che ci riecheggia. All'alba di tutti i movimenti rivoluzionari del '700 c'è la Rivoluzione Liberale Inglese del 1688; vi è questa rivoluzione la cui filosofia è tracciata da John Locke nei memorandi Due trattati sul governo e nell'Epistola sulla tolleranza che sono - potremmo dire - i classici che segnano l'inizio del nostro pensiero liberale, dell'idea di tolleranza religiosa, che diventano carne e sangue della nostra civiltà moderna. Questi punti non vanno dimenticati: la Rivoluzione inglese e il pensiero lockiano.
È da tenere sempre presente che la Rivoluzione Francese è momento fondamentale di una ondata di rivoluzioni democratiche che abbraccia la Rivoluzione Americana da una parte e una serie di movimenti, in genere falliti ma da non scordare, a Ginevra, nel Belgio, in Irlanda, in Olanda. C'è una serie di movimenti rivoluzionari che tentano di affermare la volontà del popolo al di sopra di quella del sovrano.
Uno dei personaggi che hanno partecipato alle Rivoluzioni Americana e Francese è Tom Paine: Tom Paine è un personaggio interessante! È un inglese figlio di quaccheri, e quindi proviene dalla lunga esperienza secolare del non conformismo, della rivolta - motivata religiosamente - contro i potenti,contro l'unione chiesa-Stato, contro l'unione corona-aristocrazia. Tom Paine arriva in America quando si inizia la rivoluzione e dà agli americani la coscienza del valore universale del loro movimento, purché essi decidano chiaramente per l'indipendenza, la soppressione della monarchia e l'instaurazione di una Repubblica democratica. Tom Paine era un eccezionale pubblicista. Il suo opuscolo Common Sense - il Senso Comune - ebbe un successo enorme: senso comune voleva dire che gli americani dovevano chiaramente sposare la causa della Repubblica, della democrazia, e farla finita con i re e con gli aristocratici.
Dopo avere così partecipato alla rivoluzione americana, quando la rivoluzione americana ha cominciato a solidificarsi con la Costituzione (che ancora oggi è in vigore) e con l'avvento alla presidenza di Washington, per Tom Paine sono cominciati momenti abbastanza difficili, perché il suo radicalismo democratico andava poco d'accordo con la ricerca della rispettabilità, quale era rappresentata dalla presidenza di Washington: una rispettabilità compunta fondata sul possesso terriero che non andava bene con il radicalismo democratico di Paine.
Paine ritorna in Inghilterra e interviene nel memorabile dibattito intorno alla Rivoluzione Francese. È il momento in cui anche sul piano teoretico si disputa se bisogna accettare la Rivoluzione Francese, che distrugge tutto il passato - distrugge la corona, distrugge l'aristocrazia e rinnova tutto su piani razionali, sulla base dei diritti dell'uomo - oppure se questo è un sogno, un'astrattezza, un volere calare soluzioni prefabbricate addosso agli uomini e non è viceversa da opporre alla violenza rivoluzionaria l'ideale di uno Stato organico.
Paine risponde con I Diritti dell'Uomo, che è una difesa della rivoluzione: va in Francia, dove sarà eletto deputato alla Convenzione Nazionale benché straniero e dove però incorre nel carcere perché simpatizzante per i girondini e quindi divenuto sospetto ai giacobini. Oltre ad avere scritto la prima parte dei Diritti dell'Uomo, Paine scrive una seconda parte dei Diritti dell'Uomo che, per la nostra sensibilità moderna, è affascinante, perché è un programma socialista. Paine era un meraviglioso giornalista, veramente un mago del giornalismo, e quindi queste sue idee sono state riprodotte a centinaia di migliaia di esemplari e hanno veramente nutrito il proletariato inglese - nella sua durissima vita, nella sua durissima ascesa durante la rivoluzione industriale - di idee evolute, moderne.
Il rapporto di Robespierre con il pensiero di Rousseau si basa sul concetto della democrazia roussoviana e sulla convinzione profonda che vi è un rapporto inscindibile tra politica e moralità: l'avvento della Repubblica deve essere anche l'avvento di un mondo di valori morali, che l'incorruttibile Robespierre intende attuare anche - e purtroppo - con il metodo del Terrore. L'importanza della corrente giacobina nella Rivoluzione Francese è quella di avere affermato una difesa ad oltranza della Rivoluzione contro tutti i suoi nemici interni ed esterni: avere attuato questa difesa con drastica volontà ed essere riusciti a trionfare del momento più grave, nel 1793, quando lo straniero preme da tutte le parti, quando la Vandea è in fiamme, quando in una quantità di dipartimenti infuria la ribellione di stampo federalista ed arrivano gli inglesi a Tolone.
I giacobini, i montagnardi, Robespierre, Saint-Just, sono quelli che tengono ferma la Francia sulla posizione rivoluzionaria e riescono a difendere la Rivoluzione davanti a tutta l'Europa. I giacobini sono anche fautori di una politica di centralismo, che viene attuata con una sorta di dittatura della Convenzione Nazionale, con l'invio di rappresentanti in missione della Convenzione nei dipartimenti insorti presso gli eserciti per far sentire con pugno di ferro la presenza immediata. Si può tuttavia dire che c'è un punto in cui trovo una profonda incertezza nella politica robespierrista: nel rapporto con le esigenze di sopravvivenza fisica delle masse parigine flagellate dal carovita. Robespierre sarebbe convinto della forza della natura, e quindi sarebbe contrario ad interventi come il “calmiere” o le “requisizioni”, che venivano richieste da parte delle frange più estreme di sinistra, gli arrabbiati.
Ad un certo punto anche Robespierre ha finito per adottare queste misure di salvezza, di salute pubblica, anche nel campo economico. Però le adottò senza che alle sue spalle vi fosse un maturo disegno economico, improvvisando in modo tale che alla lunga le stesse masse popolari sono rimaste disgustate dalla politica di Robespierre e, quando è arrivato il momento della reazione termidorista, non si sono sollevate per salvare Robespierre dalla ghigliottina. Robespierre aveva adottato il criterio del maximum, del "calmiere" che avrebbe dovuto essere posto tanto sopra il costo dei generi alimentari quanto sui salari dei lavoratori. Ma a quanto pare fu applicato sui salari ma non sui prezzi che ricomparivano al mercato nero, come sempre accade. Di qui nacque un senso di disillusione, di frustrazione profonda.
La partita era estremamente difficile: Robespierre non poteva dimenticare che al di là delle masse affamate cittadine c'erano le masse contadine che avevano tutt'altri interessi e tutt'altre aspirazioni (vendere più caro possibile i generi alimentari da loro prodotti). Forse vi è stato un ritardo, un'arretratezza anche culturale nell'affrontare i tragici, difficilissimi problemi economici. Credo che questo sia stato il tallone di Achille della sinistra giacobina.
Il Cercle Sociale, con i periodici condiretti da Nicolàs de Bonneville tra cui La bouche de fer, “La bocca di ferro” e l'eloquenza prestigiosa del prete Fouchet, che diventerà poi vescovo costituzionale, certamente rappresenta un nucleo di agitazione politica che non è semplicemente democratica ma che per un momento almeno, attorno al 1791, ha preso chiaramente di mira il problema della povertà, della miseria, e con esso si è occupato anche di questioni come l'istruzione popolare e - cosa da non trascurare - l'emancipazione femminile.
Proprio il Cercle Sociale mette avanti con vigore particolare il problema dei rapporti uomo-donna, della posizione della donna nella società. Quindi anche se si tratta di un gruppo che ha avuto una sorte negativa, non può essere dimenticato; sorte negativa perché i suoi rapporti di cordialità, di amicizia, anche personali, con gli esponenti del partito girondino fecero sì che anche gli uomini del Cercle Sociale fossero travolti nella sventura generale dei girondini. Direi che essi sono tra coloro che hanno preso maggiormente sul serio il messaggio di Rousseau, soprattutto nella sua critica della società apparentemente luccicante ma in realtà intrisa di miserie; in questo senso meritano un'attenzione forse maggiore di quella che non sia stata loro finora tributata.
Fine articolo sull’ Illuminismo
L’Illuminismo
Durante il Settecento, il territorio italiano è coinvolto in molti conflitti che travagliano l’Europa del tempo; ed è proprio l’Italia, che, raggiunto una tal frammentazione territoriale, diventa un banco di prova della distribuzione dei poteri tra gli Stati Europei. Gli unici due stati autonomi sono la Savoia e lo Stato Pontificio: il primo, divenuto un ragno nel 1713, è sostenuto dall’Inghilterra, la quale vede nel suo rafforzamento un ottimo ostacolo per l’espansione francese; il secondo, invece, attraversa ora un gran momento di crisi, conseguita da un isolamento e decadimento dell’influenza papale nella politica internazionale. Nella seconda metà del secolo, ci troviamo di fronte ad un periodo di pace e stabilità, che rende possibile una stagione di riforme, di cui i centri di maggior movimento riformatore sono Milano e Napoli. Le riforme attuate spaziano dall’istituzione di un nuovo catasto della proprietà fondiaria, sotto la guida di Pompeo Neri, in Lombardia; dalla limitazione dei privilegi ecclesiastici e feudali, sotto Tanucci, a Napoli; in Toscana, sotto Pietro Leopoldo, c’è l’adozione di una nuova legislazione di stampo fisiocratico e liberista e l’abolizione di molti privilegi ecclesiastici e nobiliari, grazie ad una stretta collaborazione tra gli intellettuali del tempo e il granduca; a Parma, grazie a Du Tillot, viene organizzata una corte neorinascimentale. Di stampo illuministico, attorno alla figura del filosofo de Condillac, esponente principale della corrente del sensismo (gli intellettuali illuminati italiani saranno infatti quasi tutti dei sensisti, e addirittura Giacomo Leopardi approderà al sensismo tramite il filosofo). Dal punto di vista sociale, ci troviamo di fronte ad un periodo di sviluppo e innovazione: c’è un notevole aumento demografico, causato dal progresso scientifico, che ha permesso un progresso nelle conoscenze mediche; un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie; miglioramento delle capacità produttive in agricoltura; cessazione delle lunghe guerre. Promotrice di questo sviluppo tecnologico fu l’Inghilterra, dove vengono migliorate le tecniche di produzione ma anche dove vengono inventate le prime macchine agricole e industriali, che permisero un miglioramento del benessere dello Stato. E a questo periodo di riforme, sia dal punto di vista sociale, che dal punto di vista economico, viene assegnato il nome di Illuminismo: periodo in cui l’uomo finalmente riesce ad uscire dallo stato di minorità mentale, in cui ha il coraggio di usare la ragione, visto che gli è stata fornita, ed è giustificabile non usarla solamente nel caso in cui un individuo abbia problemi a carattere fisico (come viene detto dal filosofo Kant). C’è quindi una rivalutazione della ragione, patrimonio comune di tutti gli uomini; e, di contro, la lotta contro tutti i dogmi a livello politico e religioso, le tradizioni e le superstizioni, che sono da ostacolo al libero uso della ragione. Si attua quindi una sorta di laicismo, caratteristica dell’Illuminismo, in quanto gli intellettuali concepiscono l’indipendenza di ogni azione dalla religione, ma indicata esclusivamente dalla ragione. Con ciò non è escluso il fatto che gli intellettuali illuminati siano cattolici, anche se l’ateismo in questo periodo ha dei sostenitori. Le dottrine filosofiche dell’empirismo inglese, con Bacone, Locke e Hume, sono una premessa al movimento illuminista, le quali hanno trovato nell’esperienza l’insuperabile fondamento del pensiero umano; importante è anche il razionalismo cartesiano, che invitava ad analizzare la realtà secondo il metodo scientifico; la maggior opera di teoria politica elaborata dall’Illuminismo è invece l’Esprite des lois, di Montesquie, che ha un’intonazione antiassolutistica e si ispira al sistema costituzionale- parlamentare inglese nel delineare un progetto politico fondato sulla difesa delle libertà individuali e sulla divisione dei poteri in legislativo, giudiziario ed esecutivo. Altre caratteristiche dell’intellettuale illuminato sono l’ottimismo e il cosmopolitismo: ottimismo in quanto l’uomo, aiutato dalla ragione, sente di avere la possibilità di cambiare il mondo, di avere le possibilità illimitate di giungere ad una felicità mai finita; cosmopolitismo, in quanto ancora non c’è ancora quel principio di nazione che terrà legato l’intellettuale alla propria terra, che si svilupperà invece nel Romanticismo, e quindi l’intellettuale si sente cittadino del mondo, di far parte alla comunità dei letterati. E i primi intellettuali illuminati venivano definiti “philosophes” (amanti del sapere): antipatia per le costruzioni teoriche, distanza dagli assoluti e fiducia nella ragione: queste erano le caratteristiche comuni dell’Illuminismo. L’intellettuale poteva essere sia uomo sia donna, visto che la cultura illuministica veniva aperta anche a loro, le quali spesso organizzavano salotti dove discutere e aprire dibattiti, solitamente d’origine borghese; i loro interessi spaziano in più campi, dalla letteratura alla filosofia, dalla matematica alla fisica; o anche, come Diderot, il quale non è possibile inquadrarlo in un'unica specializzazione. L’intellettuale illuminato ha il compito di fare da tramite tra la nobiltà e il popolo, di diffondere questa cultura e di mettere a disposizione di un pubblico medio il sapere moderno: in questo processo di divulgazione della cultura non poteva non esserci una legislazione scolastica, mirante ad aumentare il numero delle sedi scolastiche, ad istituire l’obbligatorietà dell’istruzione elementare, ed a dislocare nei centri maggiori le scuole di ordine e grado superiore. Ed è la spinta a divulgare le nuove conoscenze a far nascere L’Encyclopedie, opera collettiva ideata da Diderot, dove vengono scritti e disegnati nelle tavole illustrate le nuove tecnologie, i nuovi saperi. Comincia a farsi strada nella società un’esigenza di cultura informativa, pragmatica, legata all’attualità: così cominciano a nascere nuovi giornali tesi a soddisfare il pubblico borghese, come la Gazzetta Veneta e l’Osservatore Veneto, giornali “enciclopedici” (termine coniato dopo l’uscita dell’Enciclopedia”), e come anche Il Caffè. Ideatore di questa rivista è Pietro Verri, insieme al fratello Alessandro, dove collabora anche Cesare Beccaria. Seguendo l’esempio dei modelli britannici, il Caffè è pieno di spontaneità e franchezza; in più di quelli, però, è permeato di una forte carica polemica e di un risentimento nei confronti della cultura conservatrice che domina la società lombarda. Di notevole interesse nel Caffè, è la polemica linguistica e letteraria condotta contro il Vocabolario della Crusca; infatti è necessario secondo loro uno svecchiamento della lingua, liberarsi dal classicismo e dal vincolismo linguistico, e aprire all’influenza del lessico e dei costumi stranieri. ANGLOMANIA.
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L' ILLUMINISMO
Il Settecento è stato definito il secolo della "ragione", poichè lo scopo che gli intellettuali di questo periodo si prefissarono fu quello di far prevalere i "lumi" della ragione sulle "tenebre" dell'ignoranza.
Questa corrente culturale affonda le proprie origini nella rivoluzioni scientifiche di Galileo e Newton risalenti al secolo precedente, nell'empirismo di Locke, nel razionalismo di Cartesio, radici filosofiche che gli intellettuali illuministi evolvono applicando i principi seicenteschi a tutte quelle discipline che in quel periodo ne erano state escluse da censure.
L'illuminismo nasce agli inizi del Settecento nella liberale Inghilterra, ma raggiunge i suoi più alti culmini in Francia, per una sorta di processo di azione-reazione. La monarchia assoluta presente in questo stato, funge infatti da stimolo per gli intellettuali, che con i loro nuovi ideali minano alle basi dell' assolutismo fino a raggiungere il culmine nella Rivoluzione Francese.
A differenza di quello francese, altri assolutismi, invece, modificano (anche se solo apparentemente) la loro rotta e si dirigono, invece verso una forma di "dispotismo illuminato": è il caso della Prussia, dell' Austria, della Russia.
I TEMI
Nel pensiero illuminista confluiscono molteplici correnti, opinioni, pareri, che spesso possono essere divergenti, ma vi sono anche alcuni punti fissi che guidano il movimento:
- deismo: Voltaire, seguito poi da molti altri, delinea una nuova concezione religiosa, espressamente anti-cattolica. Egli teorizza l'esistenza di un Dio universale, uguale per tutti, equivalente all'immagine razionale che deriva dalla nostra concezione di quest' essere. Voltaire, inoltre si scaglia contro la Chiesa Cattolica, definita una "setta sanguinaria", incoerernte con i suoi dogmi e basata sul fanatismo e sul dogmatismo.
- sensinismo: corrente il cui capascuola fu Etienne Bonnot de Condillac che, portando alle estreme conseguenze le idee empiristiche di Locke, sostiene che l'attenzione, la memoria, la volontà non siano altro che sensazioni trasformate.
- materialismo: dottrina derivante dal Sensinismo alla cui guida troviamo Julien Offroy de La Mettrie, Paul Henry d' Holbach e, soprattutto, Claude Adrien Helvetius. Questi giungono all'elaborazione di una teoria puramente meccanicistica e materialistica dell' esistenza sostenendo che l'idea di Dio e di anima immosrtale siano astrazioni puramente assurde.
Punto di accomunazione per gli intellettuali di quest' epoca è, in ogni caso, una visione materialistica del mondo, da cui deriva una nuova concezione della morale: il bagaglio di conoscenze proprio di ciascuno di noi non dev' essere fine a sè stesso, ma deve servire al bene della società.
Coerentemente con questa idea, essi applicano, quindi, i principi astratti che fino a quel momento erano stati elaborati, a materie puramente pratiche o comunque di carattere tecnico, con lo scopo di costruire un sapere "utile". Ed è così che nacquero, ad esempio la teoria della divisione democratica del potere di Montesquieu oppure le dottrine economiche liberistiche di Smith. E, ancora, si ebbe un' applicazione dei principi di questa corrente anche all'ambito pedagogico, grazie ad un importantte contributo apportato da Jean-Jacques Rousseau. Questi, infatti, in linea con il pensiero dell'epoca, sosteneva la bontà della natura e, in particolare dell'uomo allo stato "naturale", e nel suo "Emilio" sostiene che l'uomo sia buono per natura, a patto che la sua infanzia, cioè il periodo in cui la sua ragione deve ancora svilupparsi, sia rispettata e valorizzata.
Testo fondamentale di questo periodo fu la famosa "Enciclopedia" di Diderot e D'Alembert. Questo testo, seguendo il principio illuministico di espandere il sapere anche a quelli che fino ad allora ne erano stati esclusi, riassume, in 28 volumi l' insieme delle conoscenze empiriche e scientifiche sviluppate dai più grandi intellettuali di quell' epoca.
L' ILLUMINISMO IN ITALIA
La corrente illuministica arriva in Italia solo verso la metà del '700. Dopo la caduta delle dominazioni spagnole, infatti, i letterati italiani hanno pian piano iniziato a riallacciare i rapporti epistolari con il resto del continente. In questo periodo, si introduce anche qui l'idea del letterato illustre che con le sue conoscenze illumina l'operato del sovrano, troppo impegnato a governare. Negli anni '30 e '40, che videro l'alba del movimento italiano, era molto in voga la figura dell' illuminista viaggiatore-divulgatore. Questa concezione si sposava perfettamente con l'idea di cosmopolitismo maturata da molti teorici illuministi e fa nascere un modello di erudita eclettico, ( a differenza dei suoi predecessori): questi, infatti è un uomo che viaggia molto, che si istruisce, che si accultura, ma, soprattutto, che divulga questo sapere che accumula nel suo percorso formativo. Esempio di questa figura dell' intellettuale fu, ad esempio, Francesco Algarotti, che scrisse il Neutonianesimo per le dame, esposizione colloquiale delle teorie Newtoniane. Prioprio da ciò traspare, però, il principale limite dei divulgatori-viaggiatori: la superficialità.
Antiteticamente a questo tipo di intellettuali, nascono, nella seconda parte del movimento italiano, a Milano e Napoli gruppi di aristocratici illuministi molto più impegnati.
In particolare, a Milano si forma il combattivo gruppo della "Società dei Pugni", guidato da Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria. Operando sulle ali del motto "cose e non parole", i tre diedero vita ad un' importante rivista, "Il Caffè", con la quale criticarono apertamente il sapere accademico tradizionale, e trattarono anche di politica, economa, scienze.
Durante questo periodo vedono la luce opere di grande spessore, come le Meditazioni sull'economia politca di Pietro Verri ma, soprattutto Dei delitti e delle pene di Beccaria, il primo testo a pronunciarsi esplicitamente contro la pena di morte.
Il gruppo si scioglierà poi verso il 1780, quando a causa di contraddizioni intrinseche nell' illuminismo, i tre fondatori seguiranno strade diverse: Alessandro Verri ripudia apertamente le sue idee giovanili, Beccaria si adeguerà all'ottica restaurratrice imposta dalla corona austriaca, mentre Pietro Verri troverà nella Rivoluzione Francese nuova linfa per la sua combattività.
Parallelamente, a Napoli il cui polo culturale era la rinomata università, si crea un' altro importante gruppo di intellettuali, formato da Antonio Genovesi (Lezioni di commercio o sia d'economia civile), deciso sostenitore delle riforme illuminate in campo economico, Gaetano Filangieri (Scienza della legislazione), Ferdinando Galiani (Della moneta) e Francesco Mario Pagano (Saggi politici sulle origini, i progressi e la decadenza della società).
Altri influenti centri dell'illuminismo italiano furono Mantova (dove visse Bettinelli, importante letterato-viaggiatore), il Piemonte (in cui visse Vittorio Alfieri), Verona, Bergamo e, soprattutto, Venezia (patria di Goldoni, Gozzi, Algarotti, Baretti e altri importanti autori), mentre altri uomini di cultura italiani di spessore furono Muratori, Giannone, Vico.
Muratori fu uno dei primi letterati illuministi italiani. Questi fu un bibliotecario e, oltre a scagliarsi contro quelli definiti da lui come "poetastri", con cui intendeva tutti quei mediocri scrittori di cui abbondavano le accademie, si occupò anche di storiografia ed alcune sue opere (Antiquitates italicae medii aevi, Annalis d'Italia) sono tutt'ora fonti preziosissime di materiale per gli storiografi.
Giannone scrisse, invece, la Istoria del Regno di Napoli, in cui analizza gli intrecci politici e giuridici su cui si fondò il regno. Così facendo mise in luce la deformazione e la strumentalizzazione che la Chiesa Cattolica fece del cattolicesimo. Da qui, quindi, iniziò la sua lotta contro la Chiesa, accusata di far prevalere il suo potere temporale su quello spirituale, lotta che continuerà per tutta la vita finoa quando verrà carcerato e morirà in una prigione piemontese.
Vico, invece, fu uno dei primi antirazionalistici. Egli, nella sua Scienza Nuova, descrive la vita umana (intesa come quella del singolo soggetto, ma, soprattutto dell'intera umanità), come una continua successione di tre stadi: divino, eroico, umano. Nel suo testo, molto diverso da quelli dei suoi contemporanei, per lo stile fantasioso e poetico, egli polemizza poi anche con i cartesiani e gli sensinisti, accusati di riconderre tutto a semplici regole matematiche e geometriche, mortificando i loro sentimenti. Secondo Vico, infatti, la matematica è valida in quanto costrutto astratto della mente umana, ma essa non può spiegare la natura, opera di Dio. L' uomo può conoscere solo ciò che egli ha prodotto, come la storia.
INTELLETTUALI E SOCIETA'
In questo periodo, grazie alla diffusione della stampa, che ne abbassò i costi e alla diffusione della cultura, che ne aumento l'interesse e, quindi, ne fece aumentare i profitti che ne derivavano, gli scrittori iniziarono a vivere delle rendite delle proprie opere: esempi furono gli inglese Defoe (Robinson Crusoe) e Pope.
Anche se non tutti riuscivano a vivere delle proprie opere, gli intellettuali iniziarono ad emanciparsi naturalmente dalla Chiesa, ma anche dai propri sovrani: un tempo, per procurarsi da vivere, essi erano stati al servizio dei regnanti, ma ora, appartenendo al ceto borghese, possono raggiungere l' indipendenza economica e, con questa, anche la libertà letteraria.
Nascono perciò anche le prime vere e proprie riviste letterarie, sulla base del pioniere inglese "The Spectator" e dell' italiano "Il Caffè". Queste, a differenza delle gazzette d'informazione diffuse fino ad allora, erano ricche di commenti e pareri personali, il tutto presentato in un immaginario caffè cittadino nel quale si incontrano vari ospiti per discutere di problemi di varia natura.
Nuovi centri del sapere e della cultura sono infatti i caffè, ma ad essi si affiancano anche i club (una sorta di pubblico salotto), i salotti, le biblioteche pubbliche e private e, infine, i teatri cittadini. In questo periodo si istituiscono anche le prime mostre e musei che vengono accolte da un'impressionante ed inaspettato consenso di pubblico.
L' ARTE
Nel Settecento si definiscono nuovi termini, come "genio", "sublime", "sensibilità", "passione", e si ha un notevole scambio lessicale tra i diversi linguaggi settoriali.
Ciò permette un'analisi più accurata delle opere d'arte, portando la questione a temi più profondi della semplice analisi visiva.
Ispirata al pensiero cartesiano, si diffonde, verso la fne del '700, una nuova concezione che, contro il cattivo gusto delle esagerazioni barocche, i sentimenti dell'artista debbano essere sottomessi al giogo della ragione.
In una posizione intermedia si pongono, invece, gli italiani Muratori e Gravina. Questi, infatti, da un lato elogiano gli ideali stilistici di purezza e naturalezza, ma dall'altro, incitano l'artista a far trasparire lapropria passione, seppur controllandola.
Con la diffusione delle idee sensiniste, poi, si diffonde anche un'idea materialista e meccanicista dell' estetica. Secondo la visione sensinista dell' arte, infatti la funzione del'arte, come anche quella di tutte lealtre forme di cultura, non è quella di essere fini a sè stesse, ma di fungere al bene dell'intera società. Perciò, non è tanto importante un' analisi stilistica o formale dell'opera, ma è importante invece ciò che l' opera provoca nello spettatore, le reazioni psichiche che essa provoca nella mente di chi vi assiste. Dato che ogni forma di conoscenza passa attraverso le sensazioni, l'arte deve ampliare e potenzare le capacità mentali dei fruitori agendo sulle sue emozioni.
Così, nelle Ricerche intorno alla nascita dello stile, Beccaria sostiene che un' opera letteraria è più bella tanto più vive sono le emozioni che essa riesce a trasmettere. E così anche il Discorso sull'indole del piacere e del dolore di Pietro Verri, esso analizza l'arte basandosi sui principi sensisti.
Da questa visione dell'arte deriva, perciò, anche una riflessione sui sentimenti e, relativamente a ciò iniziano a diffondersi anche i termini "sublime", con il quale si intendeva lo stimolo violento degli aspetti più oscuri della mente umana (era, quindi, opposto alla concezione di "bello") e di "genio", <<..un puro dono della natura..>>, come lo definiscono Diderot e D'Alembert nell' Enciclopedia. da ciò si può notare come ci si stia pian piano allontanando dai vecchi principi dell' illuminismo e ci si stia avvicinando, pian piano al preromanticismo. Questa corrente artistico-letteraria raccolse molti artisti, anche di diverse vedute, ma tutti accomunati dall' esaltazione della passione, della soggettività, dei concetti di "genio" e "sublime".
Nel preroamnticismo, infatti, si ritrovano i gotici Walpole, Radcliffe e Gregory, i cimiteriali Gray e Young, ma anche il visionario Klopstock o lo lo svizzero Gessner, dalle cui liriche trapaiono idillici paesaggi naturali.
Importantissimi furono anche Wolfgang Goethe, Friederich Schiller e Johann Gottfried Herder, tre giovani tedeschi, che verso l' inizio dell' ottocento fondano lo "Sturm und Drang" un movimento ribelle che lottava rivendicando il diritto di ogni popolo di esaltare la propria cultura, lottava contro l' egemonia culturale francese e contro il grigiore del razionalismo, costruendo così delle solide basi per quel romanticismo di cui ora si inizia a vedere l'alba.
Ma l'arte illuministica non è solo preromantica. In questo periodo, infatti, con la ripresa del concetto di "naturale" tipico della cultura greca, e in conocomitanza con la nascita della scienza dell'archeologia successivamente alla scoperta di Ercolano (1738) e di Pompei (1748), si ha una ripresa dei modelli classici talmente influente da far nascere una vera e propria corrente neoclassica . Questo movimento, il cui teorico fu l'archeologo Johann Joachim Winckelmann, individua nella scultura la forma d'arte principe da cui far scaturire i concetti di naturalezza e di bellezza su cui il movimento stesso si fonda. Ma anche in altre forme d'arte, antiteticamente a quanto sosterrà poi il romanticismo, si diffonde l'idea di bellezza come risultato di un perfetto equilibrio tra le parti e di una riuscita applicazione di norme e criteri prestabiliti.
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