Glaciazioni tutto di tutto

 

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  • Una glaciazione, (letteralmente "azione dei ghiacci"), è un lungo periodo di tempo (generalmente migliaia o milioni di anni) in cui si registra un importante avanzamento dei ghiacci sulla superficie terrestre. Essa è dovuta ad un generale abbassamento della temperatura del clima terrestre. In glaciologia, la scienza che studia i ghiacciai, con glaciazione si intende un periodo di tempo in cui i poli della Terra sono ricoperti da calotte glaciali; secondo questa definizione ci troviamo ancora oggi in un periodo di glaciazioni, in quanto la Groenlandia e l'Antartico sono ancora ricoperte dai ghiacci (in questo senso il termine è sinonimo di Era glaciale).

  • Più comunemente, quando si parla degli ultimi milioni di anni della Terra, con glaciazioni ci si riferisce a periodi particolarmente freddi (periodi glaciali particolarmente freddi) durante i quali le calotte polari si sono estese fino a ricoprire gran parte dell'Europa e del Nord America. In questo senso l'ultima glaciazione è finita circa 10.000 anni fa.

    Durante gli ultimi milioni di anni ci sono stati molti periodi glaciali. I periodi più antichi hanno avuto una durata di 40.000 anni, i più recenti di 100.000 anni. Questi ultimi sono i più studiati.

 

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LE GLACIAZIONI

 

Una glaciazione è un lungo periodo di abbassamento della temperatura del clima terrestre, che comporta una espansione delle calotte glaciali in direzione dell'equatore. In glaciologia, la scienza che studia i ghiacciai, con glaciazione si intende un periodo di tempo in cui i poli della Terra sono ricoperti da calotte glaciali; secondo questa definizione ci troviamo ancora oggi in un periodo di glaciazioni, in quanto la Groenlandia e l'Antartico sono ancora ricoperte dai ghiacci. Più comunemente, quando si parla degli ultimi milioni di anni della Terra, con glaciazioni ci si riferisce a periodi particolarmente freddi durante i quali le calotte polari si sono estese fino a ricoprire gran parte dell'Europa e del Nord America. In questo senso l'ultima glaciazione è finita circa 10.000 anni fa.

Principali glaciazioni

Sono esistite almeno quattro principali glaciazioni nella storia della Terra. La glaciazione più antica si crede abbia avuto luogo tra 2,7 e 2,3 miliardi di anni fa all'inizio del Proterozoico.                                  

Il secondo, il periodo glaciale più importante dell’ultimo miliardo di anni, iniziò dagli 800 fino ai 600 milioni di anni fa: alcuni scienziati hanno ipotizzato che l'intera Terra fosse ricoperta completamente da una coltre di ghiaccio. La fine di quest'era glaciale fu all'incirca contemporanea alla cosiddetta "Esplosione Cambriana", un'epoca di grandissima produzione di vita multicellulare all'inizio del periodo Cambriano.

Tra i 460 e i 430 milioni di anni fa (nell'Ordoviciano superiore) ci furono una serie minore di glaciazioni, seguite da altre più intense tra i 350 ed i 250 milioni di anni fa.

Le epoche glaciali più recenti risalgono al Pleistocene, con intervalli freddi variabili tra i 40.000 ed i 100.000 anni. L'ultima era glaciale terminò 10 mila di anni fa.

Cause di una glaciazione

Prima di approfondire le cause è bene specificare una cosa: è sufficiente che si abbia un abbassamento di 1 o 2 gradi della temperatura media del globo per avere consistenti estensioni dei ghiacciai a quote molte basse, rispetto agli attuali limiti.

Le cause che portano il clima terrestre a entrare e uscire ciclicamente da una glaciazione sono comunque ancora controverse. Vi è tuttavia un consenso generale nell'indicare tre fattori come determinanti per il verificarsi di questo processo:

- i cambiamenti dell'orbita terrestre intorno al Sole e dell'orbita del Sole intorno la Via Lattea (la cosiddetta “TEORIA ASTRONOMICA”);

- la composizione dell'atmosfera (in particolare la quantità di diossido di carbonio (CO2), metano (CH4) e di ceneri finissime);

- la disposizione dei continenti sulla superficie terrestre;

- la “costante solare” influenzata dalle macchie solari e dai brillamenti.

 

 

La Teoria Astronomica

La Teoria Astronomica delle Glaciazioni è tra le più strutturate e complete spiegazioni scientifiche finora formulate sulle cause delle grandi glaciazioni del Pleistocene.

Occorre prima di tutto considerare l'orbita ellittica che la Terra descrive intorno al Sole; se esistessero soltanto questi due corpi celesti, questa ellisse sarebbe indeformabile. Tuttavia la Terra è soggetta all'attrazione gravitazionale esercitata dagli altri pianeti che ne disturbano il moto deformando continuamente la traiettoria ellittica descritta dalla Terra.
Le conseguenze di questa deformazione sono:

  • Un'oscillazione dell'eccentricità di questa ellisse;
  • Un'oscillazione del piano dell'orbita, con un'ampiezza di circa 3 gradi;
  • Uno spostamento del perielio che ruota lentamente nello stesso senso del moto terrestre, compiendo una rotazione intera in circa 110.000 anni.

Come si può capire, è impossibile determinare quando, di quanto o come avverranno questi fenomeni, ed è altrettanto impossibile capire di quanto siano variati nell’antichità, perciò restano solo ipotesi.

La disposizione dei continenti sulla superficie terrestre

La deriva dei continenti come è noto è iniziata con la fine del Paleozoico ed è tuttora in atto con intensità molto debole. Essa può aver interessato all’inizio solo la calotta antartica, in quanto nell’emisfero settentrionale non vi erano terre emerse. Ad essa possono collegarsi i grandi corrugamenti orogenetici del Paleozoico, ma essendosi sviluppata con continuità non è facile spiegarsi perché le glaciazioni non abbiano avuto continuità nel tempo. Troverebbero in quest’ipotesi una spiegazione le glaciazioni Paleozoiche, mentre non rientrerebbero nel fenomeno le glaciazioni precedenti e quella quaternaria, quando la massa montuosa era praticamente definita.

Migrazione dei poli gli studi geologici hanno dimostrato che i Poli geografici sono emigrati a partire dal basso Ordoviciano. Alla base del fenomeno vi sono cause geofisiche legate alla composizione interna del pianete Terra. Per il Polo Nord si sono ricostruiti vari percorsi, che partendo dai 30° di latitudine terminano nell’attuale posizione. Tali spostamenti sarebbero avvenuti con continuità e quindi non spiegherebbero completamente come mai si sono alternati periodi di glaciazione con fasi interglaciali.

La composizione dell’atmosfera

L’ipotesi legata fondamentalmente alla presenza di ceneri finissime nell’atmosfera dovute ad importanti eruzioni vulcaniche, che ridurrebbero drasticamente le radiazioni solari. Tuttavia va evidenziato che non vi è una contestualità tra i due fenomeni ed inoltre, per quanto possano essere state intense le eruzioni, non sembra che abbiano interessato l’intera atmosfera, perciò resta difficile spiegare il fatto che le grandi glaciazioni si siano avute contemporaneamente in tutto il pianeta.

Anche la quantità di ossido di carbonio (CO2) e metano (CH4) ha influito, e influisce tuttora, sull’andamento della temperatura media globale.

 

 

Il numero di macchie solari

Ogni secondo il Sole emette in tutte le direzioni dello spazio interplanetario una quantità di energia pari a 3,82 x 1033 watt. Di tutta questa energia la Terra, che si trova a 149,6 milioni di chilometri di distanza dal Sole, capta in media solamente 1366 watt per metro quadrato di superficie, che corrisponde a 173 milioni di Gigawatt su tutto il pianeta. Parte di essa viene assorbita dall'atmosfera terrestre, che così si riscalda, mentre parte arriva fino al livello del mare, che contribuisce al riscaldamento globale.

Questa cosiddetta “costante solare”, ovvero la quantità di energia assorbita dalla terra in uno spazio di tempo, varia con una periodicità di circa 11 anni seguendo il ciclo di attività solare descritto dal numero di macchie solari presenti sulla fotosfera, la superficie visibile della nostra stella. Un maggior numero di macchie solari, intense concentrazioni di campo magnetico, determina una maggior quantità media di energia magnetica che alimenta una maggior emissione media di radiazione ultravioletta e raggi X dalla cromosfera e dalla corona solare, rispettivamente la parte bassa e quella alta dell'atmosfera solare. Tale energia magnetica viene anche liberata in modo esplosivo nei brillamenti solari sotto forma di lampi intensissimi di radiazione ultravioletta ed X. Quando il Sole è attivo, quindi, la Terra viene riscaldata un po' di più rispetto ai periodi di Sole quieto.

Questa piccolissima variazione di energia influisce sul clima terrestre quando, invece di seguire la periodicità di 11 anni, la diminuzione si protrae per un periodo più lungo. In tale situazione presumibilmente il sistema terrestre non è più in grado di compensare il deficit energetico prolungato con l'energia globalmente disponibile. La "piccola era glaciale" tra la seconda metà del XVII secolo e gli inizi del XVIII secolo corrisponde a un periodo del ciclo di attività solare chiamato "Minimo di Maunder", durante il quale per 75 anni (1645-1715) non erano praticamente state osservate macchie solari sulla fotosfera: la temporanea scomparsa del ciclo nella vita della stella coincidente con temperature medie molto basse sulla Terra.

Non avendo testimonianze di osservazione di macchie solari, per le glaciazioni posteriori al 1600 si è misurata la quantità di carbonio 14 negli alberi, la cui formazione è stimolata dai raggi cosmici, particelle di altissima energia che provengono da tutte le direzioni dello spazio, il cui flusso diminuisce quando il Sole è attivo. Ciò perchè il vento solare, un flusso di particelle accelerate nella corona solare in cui sono immersi tutti i corpi del Sistema solare e quindi anche la Terra, diviene più denso e veloce e li devia dal loro percorso. Minima attività solare significa perciò:

- minor flusso del vento solare;
- maggior flusso di raggi cosmici;
- conseguente maggior formazione di carbonio 14 negli alberi;

e naturalmente, se l’attività solare diminuisce, diminuisce anche la quantità di energia irradiata e percepita dalla terra.

 

 

Conseguenze delle Glaciazioni

Conseguenza delle glaciazioni, fu l'abbassamento più volte, del livello medio del mare, che superò anche 120 metri. Durante le fasi interglaciali, invece, si formarono imponenti fiumi che con i detriti trasportati formarono depositi alluvionali che riempirono grandi golfi come quello che un tempo costituiva la pianura padana. Lo scioglimento dei ghiacciai del periodo Pleistocene, sino a raggiungere le dimensioni attuali, ha causato l’innalzamento del livello del mare di circa 140 metri isolando specie animali su isole dove poterono seguire evoluzioni autonome e specializzate per quell'ambiente. Dalla fine dell’ultima glaciazione il livello del mare è aumentato mediamente di 1 cm l’anno.

FONTI:

  • wikipedia.org (enciclopedia libera on-line)
  • www.ulisse.sissa.it (rivista scientifica “Ulisse” in collaborazione con SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati)
  • www.elicriso.it (sito sulla geologia)

 

 

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Il clima della Terra tra passato e futuro

(a cura di Salvatore Pasta)

 

 

1. Cos’è (e da che cosa dipende) il clima di un luogo?

 

La parola origina dalla radice del verbo greco “κλίνομαι” (= sono inclinato”) e in effetti potrebbe essere tradotta come “inclinazione, gradazione, gradiente, ecc.”. Nel 1910 Hann definisce il clima come “l’insieme dei fenomeni meteorologici che caratterizzano lo stato medio dell’atmosfera in un punto qualunque della Terra”. In questa definizione manca ogni indicazione circa la ciclicità dei principali fenomeni meteorologici (precipitazioni, venti, ecc.), introdotta invece da autori successivi quali Köppen (1931) e Sorre (1914). Per il primo autore il clima è “l’andamento abituale del tempo sulla regione geografica considerata”; similmente per Sorre esso è dato dalla “serie degli stati atmosferici al di sopra di un determinato luogo nella loro successione abituale”.

 

Le definizioni appena analizzate, sebbene diverse tra loro, convergono nel concepire il clima come un complesso di fattori fisici, chimici e biotici, la cui interazione si traduce, durante un certo periodo, in una successione caratteristica di tempi atmosferici al di sopra di un territorio di estensione più o meno ampia, intendendo per “tempo atmosferico” l’insieme delle condizioni meteorologiche della massa d’aria in un dato luogo e in un dato momento (minuto, ora, giorno, ecc.).

 

I fattori fisici diretti con cui vengono caratterizzate le risultanti climatiche terrestri sono essenzialmente:

 

  • temperatura dell’aria e sue variazioni (giornaliere, mensili, ecc.)
  • regime (= quantità e distribuzione) delle precipitazioni
  • umidità atmosferica
  • regime dei venti (costanti o dominanti)

 

In ogni luogo della superficie terrestre ciascuno di questi fattori (espresso ricorrendo a diversi parametri) dipende da alcuni fattori indiretti variabili, come:

 

  • durata e intensità dell’insolazione
  • circolazione generale dell’aria
  • angolo di incidenza dei raggi solari sul terreno (funzione di ora, giorno e mese)
  • correnti oceaniche e marine (calde o fredde)
  • pressione atmosferica

 

a loro volta condizionati da fattori costanti (quanto meno nel medio-lungo termine) come:

 

  • latitudine
  • altitudine
  • posizione geografica (es.: vicinanza o lontananza dalla costa)
  • morfologia del territorio (esposizione, litologia, inclinazione, ecc.)
  • moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole
  • moto (e inclinazione dell’asse di) rotazione della Terra intorno a se stessa

 

Alla luce di tutti questi nuovi elementi, il clima può dunque essere definito come la risultante di condizioni astronomiche, geografico-topografiche e di un complesso di condizioni meteorologiche in grado di riprodursi con una periodicità più o meno regolare.

 

 

2. Il clima visto a diverse scale di dettaglio

 

Per macroclima si intende il clima comune a tutte le aree situate su un territorio piuttosto ampio (es.: clima mediterraneo). Lo studio del macroclima non sempre si dimostra utile per comprendere le potenzialità di un territorio e degli ecosistemi che esso ospita. Esso dipende in larga misura dalla latitudine, dalla posizione geografica e dalle condizioni di circolazione generale dell’atmosfera.

 

Punto di riflessione

La latitudine - come del resto anche l’altitudine - appare fortemente correlata con l’inclinazione con la quale i raggi solari colpiscono la superficie terrestre.

Con la loro presenza i corpi idrici (oceani, mari, laghi, ecc.) fungono da “volano termico”; in sostanza essi “catturano” calore durante le ore di luce per restituirlo lentamente all’aria circostante nel corso della notte. Lo stesso vale nei tempi lunghi per il calore accumulato durante il periodo primaverile-estivo e ceduto gradualmente nel corso dell’autunno-inverno. Ciò spiega come mai negli ambienti costieri non si verifichino (quasi) mai fenomeni di gelata e perché si possa coltivare l’olivo in riva al Lago di Garda…

Lo stesso meccanismo riguarda anche i suoli e le rocce; i substrati più scuri accumulano una maggiore quantità di calore, che restituiscono più rapidamente e in maggiori quantità nel corso della notte in caso di cielo sereno. Guarda le temperature estive di Palermo, circondata da chiare rocce carbonatiche, e Catania, circondata da (e costruita di) scura lava basaltica…

 

Per mesoclima si intende il clima che caratterizza un territorio di dimensioni subregionali (es.: clima dell’area iblea, del Messinese, dei Monti di Palermo, ecc.). Esso appare spesso influenzato da variabili che agiscono su porzioni più ristrette di territorio, come il regime dei venti locali, le correnti marine locali, la presenza, densità e tipologia delle vegetazione locale (in grado di mitigare le escursioni termiche giornaliere e di aumentare l’umidità atmosferica), la presenza di corsi d’acqua , ecc.

 

Punto di riflessione

I mesoclimi sono costanti nel breve-medio periodo, ma possono cambiare nel corso dei secoli. Un paio di esempi aiuteranno a comprendere meglio questo aspetto.

1. Nel XVIII le vette della Sicilia erano piene di neviere, edifici adibiti alla raccolta della neve. Se ne trovano tracce o toponimi anche a quote dove oggi non si verifica il benché minimo accumulo di neve (su Monte Sant’Angelo a Lipari, su Montagna Grande a Pantelleria, a San Martino delle Scale e M. Lauro sugli Iblei, ecc.). Come mai? Nel XVIII secolo si verificò una fase di raffreddamento globale nota come “piccola glaciazione”, in occasione della quale le temperatura media annua della fascia temperata si abbassò di ca. 2 °C.

2. Le principali vette dei Monti di Palermo (Moarda, Pizzuta, Kumeta, Gibilmesi, Cuccio, ecc.) oltrepassano i 1000 di quota. Stando ai dati disponibili presso l’Assessorato ai Lavori Pubblici, le precipitazioni piovose medie annue agli inizi del XX secolo erano pari a ca. 1.300 mm, mentre oggi ammontano a ca. 800-900 mm. Nell’arco di appena un secolo si è dunque registrato un decremento delle piogge pari al 30-35%!

 

Il clima di un determinato (micro-)sito (es.: un bosco o il suo sottobosco, un canyon, un versante montuoso, la base di un muretto a secco, ecc.) viene definito microclima. I parametri fisici misurabili (radiazione luminosa, temperatura ed escursione termica, umidità relativa ed assoluta, ecc) di microclimi vicini mostrano spesso marcate variazioni anche in spazi e tempi molto brevi; essi sono cioè estremamente variabili.

 

 

3. Clima e tempo meteorologico

 

La latitudine determina la lunghezza del giorno, la durata del periodo di illuminazione e la frequenza dei raggi che attraversano l’atmosfera e colpiscono la superficie terrestre.

Siccome la Terra è una sfera, infatti, l’insolazione, cioè la quantità di radiazione solare che giunge alla superficie, non è la stessa dappertutto. I raggi del Sole cadono verticali sulle regioni comprese tra la latitudine 23°30’ Nord (Tropico del Cancro) e Sud (Tropico del Capricorno) del pianeta. In questa fascia dunque la Terra riceve più calore di quanto ne disperda, mentre alle latitudini superiori avviene esattamente il contrario. Le differenze di temperatura registrate sulla Terra sarebbero ben più esasperate se i venti e le correnti marine non viaggiassero da Nord a Sud e viceversa “smorzando” l’effetto della diversa insolazione della sua superficie. Il loro moto continuo genera e regola il clima.

Oltre che dalla latitudine, il clima è influenzato anche da numerosi altri fattori, come l’altitudine, la topografia, la distribuzione delle terre emerse e dei mari, la presenza di foreste e correnti oceaniche, ecc.

Il vento viene definito da un insieme di elementi: temperatura e pressione atmosferica, venti, umidità, nuvolosità. La quantità, la durata e la distribuzione di questi elementi non sono uniformi. Anzi, il nostro pianeta è caratterizzato da una vistosa variabilità di questi elementi. Ciò provoca la formazione di diversi regimi climatici.

La meteorologia è la scienza che studia la distribuzione locale del clima e ne prevede l’evoluzione a breve termine. La climatologia si occupa invece della sua distribuzione complessiva e della sua evoluzione a lungo termine.

 

Temperatura dell’aria

La temperatura dell’aria dipende da vari fattori quali l’altitudine, l’alternarsi del giorno e della notte e delle stagioni e, infine, la latitudine. Inoltre essa dipende dalla diversa capacità termica dell’acqua e del suolo, cioè dal diverso modo con cui essi si riscaldano e si raffreddano.

Se due recipienti identici vengono riempiti rispettivamente di sabbia e d’acqua, se esposti al sole in una giornata luminosa, misurando la variazione di temperatura di ciascuno di essi ogni mezz’ora, si rileva che la temperatura del contenitore pieno di sabbia aumenta molto più rapidamente. Se i contenitori vengono spostati all’ombra (simulando dunque le condizioni notturne) la sabbia si raffredda molto più rapidamente.

Allo stesso modo il mare d’estate, riscaldandosi più lentamente rispetto al suolo, rende le zone costiere molto più fresche di quelle poste nell’entroterra. Per lo stesso motivo d’inverno, raffreddando più lentamente, rende meno freddi gli inverni. Ecco perché la posizione rispetto influisce in modo notevole sui climi clima, che per questo vengono spesso distinti qualitativamente in oceanici e continentali.

 

Umidità dell’aria

L’aria è più o meno carica di vapore acqueo. Viene detta umidità assoluta la massa di vapore acqueo contenuta da un determinato volume d’aria.

Oltre un certo valore critico di umidità assoluta, detto punto di rugiada o di saturazione, inizia a piovere. Il punto di saturazione varia al variare della temperatura: l’aria calda, infatti, può sostenere un’umidità assoluta superiore rispetto all’aria fredda.

 

Pressione atmosferica, cicloni e anticicloni

Oltre a variare con l’altitudine, la pressione atmosferica dipende dalla temperatura e dall’umidità. Riscaldandosi infatti l’aria diventa più leggera e tende a salire verso l’alto.

La pressione varia da zona a zona perché le masse d’aria e l’acqua si spostano per bilanciare le differenze di pressione e di temperatura che si registrano sulla superficie terrestre. Così vi sono delle aree con aria calda e umida, dette aree di bassa pressione o cicloni e aree con aria fredda e asciutta, dette aree di alta pressione o anticicloni.

Se un anticiclone ed un ciclone si trovano vicini, la differenza di pressione spinge le due masse d’aria a muoversi l’una verso l’altra. In realtà, proprio come avviene tra due vasi comunicanti che partono da livelli diversi, l’aria della zona d’alta pressione si sposta verso quella a bassa pressione.

Più piccoli dei cicloni, gli uragani, i tornado e le trombe d’acqua sono sistemi che si contraggono e ruotano vorticosamente in senso antiorario all’emisfero Nord, in senso orario in quello Sud. La bassa pressione presente al loro centro fa soffiare il vento verso l’interno. Al contrario, negli anticicloni i venti soffiano dal centro verso l’esterno.

 

I venti e i loro percorsi

Per l’uomo è stato sempre molto importante conoscere i venti. Le loro principali caratteristiche sono direzione, regime e intensità. In base alle prime due caratteristiche vengono distinti venti locali, periodici e costanti.

I venti locali spirano sempre nella stessa direzione ed hanno una certa importanza a livello locale. Alcuni di essi compaiono nella rosa dei venti. È il caso del maestrale, vento freddo e secco che può superare i 100 km/h, proveniente da NW, o dello scirocco, vento caldo proveniente da SE.

I venti periodici possono essere di tipo stagionale, come i monsoni, o quotidiani, come le brezze.

I monsoni, tipici dell’Asia sudorientale (India, Indocina e Cina), d’inverno soffiano dal continente verso l’oceano, trasportando aria secca. D’estate invece soffiano spostando aria calda e umida dall’oceano verso il continente, causando piogge abbondanti e spesso disastrose. Verso aprile e ottobre i monsoni invertono il loro “senso di marcia”. Ciò causa delle violente tempeste, dette tifoni.

Le brezze hanno effetti più moderati. Si instaurano sempre tra zone con diversa capacità termica e si alternano nei due versi opposti nell’arco della stessa giornata. Così abbiamo le brezze di mare e di terra sulle coste, quelle di monte e di valle e quelle di lago e di riva nelle aree interne.

Le brezze di mare spirano di giorno dal mare verso la terraferma. Il suolo si riscalda più velocemente delle acque, per cui sulla terraferma si forma un zona di bassa pressione che “risucchia” aria fredda dal mare. Le brezze di terra si spostano in senso opposto durante la notte dalla terraferma verso il mare. Il suolo, raffreddandosi più velocemente, sposta aria ad alta pressione verso il mare.

I venti costanti e regolari mantengono tutto l’anno la stessa direzione. È il caso degli alisei, che soffiano fra l’equatore e i Tropici. L’aria calda e umida dell’area di bassa pressione con precipitazioni abbondanti e costanti dall’equatore si sposta verso latitudini maggiori, dove si raffredda e si secca. Ciò provoca la formazione di aree di alta pressione ai tropici. Successivamente l’aria ritorna verso l’equatore e il ciclo convettivo si chiude.

Per valutare l’intensità, o forza, dei venti, è stata creata una scala empirica detta scala di Beaufort.

 

Dalla climatologia alla meteorologia

I meteorologi chiamano anticicloni le zone geografiche racchiuse da gruppi di isobare concentriche di alta pressione. Essi in genere corrispondono a condizioni di bel tempo. Negli anticicloni infatti l’aria tende a fluire verso il basso, si riscalda e assorbe una maggiore quantità di vapore acqueo, disperdendo così le nuvole.

Nelle zone cicloniche, invece, si ha l’effetto opposto. L’aria umida cioè si sposta dal basso verso l’alto, e di conseguenza tende a raffreddarsi e a favorire la formazione di nuvole e pioggia.

Le differenti caratteristiche (temperature e pressione) delle masse d’aria provocano la formazione di fronti, cioè di linee di scontro tra di esse. Si tratta di zone di passaggio particolarmente instabili, in cui è più probabile che si verifichino delle precipitazioni.

Quando una massa d’aria calda e umida (bassa pressione) si scontra con una d’aria fredda (alta pressione) si forma un fronte caldo. L’aria più calda, e quindi più leggera, scorre sopra quella più fredda producendo lungo il fronte una pioggia debole ma insistente.

Quando invece la massa d’aria fredda si incunea sotto una d’aria calda si forma un fronte freddo. In questo caso l’aria fredda solleva e raffredda quella calda, originando la formazione di nubi cumuliformi provocando temporali e grandinate.

 

Le correnti oceaniche

Uno degli aspetti principali degli oceani sono le correnti. Si tratta di corpi d’acqua che percorrono come grossi fiumi curvi la loro superficie attraverso lunghe distanze.

Le correnti possono trasportare acque calde o fredde, influenzando il clima delle coste cui si avvicinano. Le correnti calde, come la famosa Corrente del Golfo, trasportano grandi quantità di calore, accumulato dall’acqua oceanica all’equatore, verso i due poli. Delle correnti “di ritorno” spingono le acque fredde dei poli verso l’equatore.

Senza l’effetto benefico delle correnti, la differenza di temperatura tra i poli e l’equatore sarebbe molto più netta. Le correnti possono dunque essere considerate come il “termostato naturale” della Terra.

Il movimento degli oceani è influenzato dalla forze di Coriolis. A causa della rotazione terrestre, le correnti generate dai venti si muovono in direzione oraria nell’emisfero Nord e in direzione antioraria in quello Sud.

Esistono inoltre correnti molto profonde che viaggiano molto lentamente in senso opposto rispetto alle correnti superficiali. Più che dai venti esse sono determinate in realtà dalle differenze di densità, dovute a loro volta alla temperatura e dalla salinità. Le acque più fredde e più salate sono più dense.

 

Le glaciazioni

Più volte nel corso della storia della Terra delle porzioni più o meno vaste della sua superficie sono state ricoperte dai ghiacci. Tali periodi vengono detti glaciazioni. Durante le glaciazioni i ghiacciai dell’emisfero boreale, spintisi verso Sud, hanno modellato in modo massiccio il territorio, creando zone pianeggianti ricche di laghi poco profondi. È questo il paesaggio tipico di ampie regioni del Canada, della Finlandia e della Russia settentrionale.

Le glaciazioni sono degli eventi ciclici con un massimo interglaciale caldo e un massimo glaciale freddo. In queste fasi fredde era “intrappolata” nei ghiacciai molta più acqua di oggi, per cui il livello dei mari era inferiore all’attuale, e buona parte delle attuali piattaforme continentali era emersa. Ad esempio, il livello del Mediterraneo era circa 130 metri più basso, per cui si poteva attraversare a piedi il mar Adriatico settentrionale, la Sicilia e Malta formavano un’unica isola, mentre Lampedusa era collegata alle coste africane.

Al contrario, un eventuale aumento della temperatura media annua globale di 3 °C sarebbe sufficiente a far sciogliere tutti i ghiacciai, sollevando di alcune decine di metri l’attuale livello del mare, con enormi danni a cose e persone…

 

I cicli gelo-disgelo

Gran parte delle sostanze, siano esse solidi, liquidi o gas, si dilatano, cioè si espandono occupando più spazio, quando vengono riscaldate. L’acqua si comporta esattamente al contrario. Quando si raffredda sino a solidificare (0 °C), essa infatti aumenta il proprio volume. Questo fatto fisico ha delle notevoli conseguenze sul paesaggio delle aree poste intorno ai circoli polari, dove la temperatura oscilla spesso (anche più volte al giorno) tra valori positivi e negativi.

Più nel dettaglio, trasformandosi in ghiaccio l’acqua si dilata del 10% circa. Ecco perché a parità di volume l’acqua è più pesante del ghiaccio ed ecco perché il ghiaccio galleggia in acqua, fuoriuscendo per l’appunto del 10%. Così si formano gli iceberg.

 

 

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LE GLACIAZIONI E LA NASCITA DEGLI ORRIDI

 

Poche centinaia di migliaia di anni fa tutte le Alpi erano coperte da tantissima neve, così tanta che non riusciva a sciogliersi durante l'estate: ma anzi ogni anno ne cadeva di nuova che si andava ad aggiungere a quella precedente, e tutta questa neve diventava dura e compatta formando i ghiacciai.

I ghiacciai poi, una volta formatisi, non stavano fermi, ma avanzavano, si ritiravano e avanzavano di nuovo, erodevano e depositavano... e proprio con quest’attività incessante scolpirono il profilo delle valli alpine.

A mano a mano che un ghiacciaio cresceva, erodeva le pareti rocciose su cui poggiava: creava quindi una grande quantità di pezzi di roccia di varie dimensioni (da meno di un millimetro a più di dieci metri) che portava con se durante il suo avanzamento. La maggior parte di questi frammenti era trasportata lungo i lati o nella parte frontale del ghiacciaio, e quando d’estate il ghiacciaio sciogliendosi si ritirava, abbandonava i depositi dove si trovavano (per poi eventualmente riprenderli nell’inverno dopo), formando i depositi morenici…

Anche la Val di Susa era coperta dai ghiacciai: era infatti presente sia un ghiacciaio principale vallivo, che ha inciso la Valle di Susa dove ora scorre la Dora Riparia, sia tanti ghiacciai laterali più piccoli che si congiungevano in esso, come ad esempio il ghiacciaio del Rocciamelone. Essendo il potere erosivo di un ghiacciaio proporzionato al volume del ghiacciaio stesso, si può immaginare che la base del ghiacciaio principale fosse molto più bassa rispetto a quella dei ghiacciai laterali (valli sospese). Quando i ghiacciai si ritirarono, il fondovalle del Torrente Rocciamelone era posto a quota più elevata rispetto a quello della Dora Riparia (presumibilmente formava una serie di ripide cascate). La forza erosiva del corso d’acqua incise molto velocemente le rocce formando la profonda e stretta incisione dell'Orrido di Foresto..

 

A cura del Dott. Geol. Dario Fontan – SEA Consulting srl

 

 

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Variazione dell’eccentricità dell’orbita terrestre

La forma dell’ellisse disegnata dalla Terra attorno al Sole subisce un graduale mutamento.

Mutamento chiamato:Variazione dell’eccentricità dell’orbita terrestre ,dovuta alla variabile azione gravitazionale esercitata sulla Terra dai corpi del sistema solare,mantiene però inalterata la distanza tra afelio e perielio,cioè la lunghezza dell’asse maggiore dell’orbita,ma fa mutare la distanza dal sole in afelio e perielio.

Es. se l’eccentricità aumenta ,la distanza del sole in perielio diminuisce e aumenta in afelio.

Periodo di 92.000anni

 

Mutamento di inclinazione dell’asse terrestre

L’asse terrestre non mantiene sempre la stessa inclinazione che attualmente è di 23°27’ rispetto alla perpendicolare al piano dell’eclittica.

L’inclinazione varia  in1 periodo medio dei 40.000anni. Varia tra i 22° e i 24°

La variazione dell’inclinazione  ha conseguenze:maggiore è l’angolo più marcato è il contrasto stagionale

 

Le Glaciazioni

Un astronomo serbo Milankovitch elaborò teoria che spiegava le glaciazioni:

Galaciazioni:cm conseguenza di variazioni della quantità di energia solare raccolta dalla Terra.

Cause di queste variazioni: 1- modificazioni della inclinazione dell’asse di rotazione del pianeta

                                            2- modificazioni della geometria del percorso orbitale della T. intorno S

Queste variazioni son molto lente in confronto al moto di rotazione o di rivoluzione:

Moti detti: Moti millenari perché il loro periodo si misura in decine di migliaia di anni.

I moti millenari determinerebbero periodiche variazioni della quantità di energia  solare ricevuta dalla Terra a differente latitudine e nelle diverse stagioni.

La diminuzione dell’energia solare provocherebbe un’espansione della superficie ricoperta dai ghiacci.

I ghiacci  hanno1 potere riflettente superiore a quello delle rocce:la loro aumentata estensione determinerebbe una ulteriore diminuzione dell’energia ricevuta e innescherebbe un graduale raffreddamento terrestre.Questo continuerebbe fino a che i moti millenari non ricondurrebbero a un maggiore riscaldamento,con conseguente ritiro dei ghiacciai.

 

 

L’insolazione estiva

L’estensione dei ghiacci dipende dall’equilibrio tra ghiaccio formato durante l’inverno e ghiaccio sciolto in estate.

Le condizioni di insolazione invernale o estiva posson variare(causa moti millenari) e le modificazioni possono accentuare le differenze tra inverno e estate o smorzarle.

Il fattore decisivo per l’estensione dei ghiacci è la temperatura estiva.

Che l’inverno sia + o – freddo poca importanza,le precipitazioni son cmq solide.

In estate invece se sale troppo scioglie tutto,se però no potrebbe lasciare dei ghiacci e lo spessore anno dopo anno aumenterebbe.

 

I fattori che favoriscono la glaciazione:

Fattori astronomici che determinano ke determinano variazioni nella quantità di energia solare raccolta dalla terra sono:

1- distanza della terra dal sole

2- angolo di incidenza cn il quale i raggi colpiscono i 2 emisferi terrestri

in più in modo variabile nel tempo:-la variazione dell’eccentricità dell’orbita

                                                        -la precessione degli equinozi

es. (emisfero nord) le estati +calde si hanno con max eccentricità dell’orbita e solstizio estivo che 

      cade in perielio/in queste condizioni inverni anche + freddi perché max afelio.

Es.le estati –calde e inverni meno rigidi quando sempre nella max eccentricità  il solstizio estivo cade in afelio e il solstizio invernale in perielio.

Ulteriore diversificazione della quantità di calore :- la variazione dell’inclinazione  dell’asse di rotazione sul piano dell’orbita(poiché influenza  l’angolo di incidenza dei raggi)

Es.in condizione di massima inclinazione dell’asse,al solstizio estivo si ha un maggiore angolo  di incidenza dei raggi solari e quindi maggior riscaldamento.

 

Le condizioni favorevoli  all’avvio di un’epoca glaciale sono:

  1. massima eccentricità dell’orbita
  2. solstizio estivo in afelio
  3. minima inclinazione dell’asse

i ghiacci si formano e si conservano di più sulle terre che non sulle acque.

 

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L’ORIGINE DELLA TERRA

 

 

 

Anche la Terra, come tutte le cose, ha avuto un’origine ed ha una sua storia.

Non si sa con precisione come si sia formata perché al momento della sua nascita gli uomini non esistevano ancora e quindi nessuno ha visto come sono andate veramente le cose.

Da sempre però gli uomini hanno sentito il bisogno di sapere come sia nato il pianeta Terra e hanno cercato di darsi delle spiegazioni.

Le prime spiegazioni sull’origine del mondo furono date attraverso i MITI.

IL MITO E’ LA NARRAZIONE, TRA REALTA’ E FANTASIA, CREATA DAI POPOLI PER SPIEGARE L’ORIGINE DELL’UOMO, DELLA TERRA, DEI FENOMENI NATURALI.

 

 

 

 

LA STORIA DELLA TERRA

 

 

Secondo gli scienziati circa 15 miliardi di anni fa avvenne una grande esplosione chiamata BIG BANG (grande esplosione).

Il BIG BANG sparse delle gigantesche NUBI DI GAS E POLVERE, che iniziarono a ruotare su se stesse a temperatura elevatissima.

Una di queste nubi, probabilmente, era la Terra, che appariva come una grande palla infuocata.

 

 

 

 

 

ERA AZOICA

 

 

Nel corso di miliardi di anni la Terra si trasformò da una sfera di fuoco in un ammasso di rocce ricoperto d’acqua.

Siamo nell’ERA AZOICA (85 miliardi di anni fa).

AZOICA è UNA PAROLA DI ORIGINE GRECA:

                         A significa SENZA

                         ZOION significa ESSERE VIVENTE

 QUINDI AZOICA SIGNIFICA SENZA VITA.

 

 

ERA ARCHEOZOICA

 

 

Siamo nell’ERA ARCHEOZOICA (83,5 miliardi di anni fa)

                         ARCHE’ significa PRINCIPIO

                         ZOION significa ESSERE VIVENTE

QUINDI ARCHEOZOICA SIGNIFICA INIZIO DELLA VITA.

Quest’era dura circa 3 miliardi di anni.

In questo periodo la Terra va raffreddandosi, si formano la CROSTA TERRESTRE, poi la prima ATMOSFERA e l’ACQUA.

Il pianeta è sconvolto da grandi ERUZIONI VULCANICHE.

Sulla sua superficie si accumulano grandi quantità d’acqua che forma i primi MARI e i primi OCEANI.

Compaiono le prime FORME DI VITA: ESSERI UNICELLULARI che vivono nei mari e che, nel corso del tempo, si uniscono dando vita a ESSERI PLURICELLULARI.

 

 

ERA PALEOZOICA ( o PRIMARIA )

 

 

Siamo nell’era PALEOZOICA (570 milioni di anni fa)

PALAIOS significa ANTICO

quindi PALEOZOICA significa VITA ANTICA.

La vita nei mari si fa sempre più ricca: MOLLUSCHI e PESCI lo popolano.

Le PIANTE cominciano a colonizzare la terraferma.

In seguito fanno la loro comparsa i primi ANFIBI e i primi INSETTI. Sul finire di quest’epoca cominciano ad apparire i primi RETTILI.

 

 

ERA MESOZOICA

 

Siamo nell’era MESOZOICA (230 milioni di anni fa).

MESO significa MEZZO

quindi MESOZOICA significa vita di mezzo.

L’era MESOZOICA è anche chiamata “ERA DEI RETTILI” (SAURI), per lo straordinario sviluppo che questi animali ebbero, assumendo il dominio di tutte le aree marine, terrestri e aeree.

I DINOSAURI (rettili terribili) si adattarono a tutti gli ambienti e furono: ERBIVORI, CARNIVORI e ONNIVORI.

Sul finire di quest’epoca apparvero anche i primi MAMMIFERI.

Il periodo si concluse con un’imprecisata catastrofe planetaria che determinò la scomparsa o ESTINZIONE dei dinosauri.

A questo evento sopravvissero i mammiferi:

ERA CENOZOICA (o TERZIARIO )

 

 

Siamo nell’era CENOZOICA (70 milioni di anni fa).

KAINOS significa RECENTE

quindi CENOZOICA significa VITA RECENTE.

L’era CENOZOICA è chiamata anche l’ERA DEI MAMMIFERI.

In quest’era i continenti iniziarono a separarsi, i grandi sauri scomparirono perché non riuscirono a adattarsi alle nuove condizioni (al nuovo clima)-

Infatti, poiché i dinosauri erano rettili a sangue freddo non riuscirono a sopportare il brusco abbassamento della temperatura (il freddo).

I mammiferi, che meglio si adattarono a questo clima, si svilupparono e si modificarono.

Comparvero le prime SCIMMIE ANTROPOMORFE (simili all’uomo) e, verso la fine del periodo I PRIMI UOMINI.

 

 

ERA NEOZOICA ( o QUATERNARIO )

 

 

E’ il periodo che inizia 2 milioni di anni fa e nel quale ci troviamo ancora oggi.

Il clima è caratterizzato da ondate di freddo ( le GLACIAZIONI ) che si susseguono in modo irregolare.

Per questo motivo molte specie non sopravvissero, altre si adattarono.

Fra queste la più tenace sarà quella umana, protagonista di lunghissime migrazioni da un continente all’altro.

L’ultima glaciazione sarebbe terminata circa 8000 anni fa e sarebbe stata seguita da un assestamento del clima simile a quello di adesso.

 

 

 

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    Lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici:

    il Quarto Rapporto dell’IPCC e un esempio di studio.

     

    Vincenzo Artale

    IPCC-AR4 Lead Author; ENEA C.R. Casaccia, Roma

    Ilaria Danesi

    Dottoranda di ricerca presso l’Università degli studi di Trieste

     

     

    1. Introduzione

     

    Al giorno d’oggi, l’aumento nella concentrazione di gas serra nell’atmosfera risulta ben documentato e il suo potenziale effetto simulato è ampiamente riportato nei modelli climatici, soprattutto in quelli considerati dall’IPCC (The Intergovernmental Panel on Climate Change). Oltre al vapore acqueo, sul quale non esiste una diretta influenza da parte dell’uomo, la CO2 costituisce la principale componente responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento globale antropogenico, nonché una delle principali fonti di inquinamento dell’aria, soprattutto in ambiente cittadino. L’intensità del riscaldamento e i relativi impatti sulle diverse regioni del pianeta dipenderanno dalla natura dei feedback all’interno del sistema climatico.

    Lo studio della variabilità del clima, con una attenta valutazione dell’effetto antropico su di esso, rientra a pieno titolo nelle attività volte a comprendere come l’attività umana influenzi il clima del pianeta. Infatti, la nostra comprensione dei meccanismi fisici che guidano la variabilità climatica richiede ulteriori sforzi di approfondimento, così come necessita ulteriore comprensione da parte nostra la capacità di attribuire una naturale variabilità o un effetto antropico alle numerose osservazioni di cambiamenti già avvenuti. Al giorno d’oggi, assistiamo ad una sempre maggiore incidenza di quelle che possiamo definire “sorprese ambientali”, ossia di anomali comportamenti del clima a seguito dei quali i vari ecosistemi globali, da noi percepiti come stabili, improvvisamente collassano: tutto ciò fa parte della naturale re-organizzazione di un sistema complesso oppure il ‘degrado’ ambientale provocato dall’attività umana è la sua causa principale?

    La domanda sociale insita in queste problematiche ha indotto la comunità scientifica ad impegnarsi sempre più nello studio della variabilità su diverse scale spazio-temporali. In questo breve articolo ed in base al recente rapporto delle Nazioni Unite (IPCC), cerchiamo di fare una breve sintesi sulle conoscenze attuali dei cambiamenti climatici in atto e futuri.

    Il presente lavoro si articola in diversi capitoli. Il capitolo 2 è dedicato ad una sintetica descrizione delle principali novità contenute nel recente rapporto dell’IPCC; il capitolo 3 tratta il problema della complessità del sistema climatico e la metodologia statistica per individuare un cambiamento climatico; il capitolo 4 tratta più nel dettaglio un case study (l’Africa), che costituisce una parte elaborata nell’ambito della tesi di dottorato di una delle autrici di questo lavoro (I. Danesi); nel capitolo 5 si trattano le misure di mitigazione e da ultimo vengono esposte alcune considerazioni finali.

     

     

    2. Il Quarto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (IPCC-AR4, 2007)

     

    I rapporti IPCC (http://www.ipcc.ch/) sono diretti a produrre una valutazione in merito al cambiamento climatico, sulla base delle informazioni scientifiche disponibili, scritta in maniera tale che possa indirizzare le necessità dei policymakers e dei non-specialisti. Il Primo Assessment Scientifico (FAR) fu pubblicato nel 1990 in tre volumi comprendenti la scienza, gli impatti e le risposte. Ci fu un aggiornamento scientifico nel 1992 e due ulteriori volumi furono pubblicati, quale input alla Prima Conferenza delle Parti all’FCCC (Framwork Convention on Climate Change) delle Nazioni Unite, nel marzo del 1995. Il Secondo Assessment Scientifico (SAR) seguì nel 1996; il Terzo Assessment (TAR) fu pubblicato nel 2001, mentre il Quarto (AR4) è in corso di pubblicazione proprio quest’anno, di cui il Rapporto di Sintesi (SYR) è atteso entro il mese di Novembre.

    Il rapporto dell’IPCC mira a determinare il livello attuale di confidenza nella nostra comprensione dei forzanti e dei meccanismi alla base del cambiamento climatico, in modo da capire quanto meritevoli di fiducia siano le valutazioni degli impatti, e da chiedersi se sia possibile inequivocabilmente identificare il cambiamento climatico indotto dall’uomo. Attraverso un processo di rivisitazione esaustivo, l’IPCC punta a fornire delle valutazioni che discutono il climate change su scala globale e che rappresentano il consenso internazionale del livello di comprensione odierno.

    Gli assessments dell’IPCC coprono tre aree, che sono monitorate da tre gruppi di lavoro. Il Working Group I è orientato alla valutazione dei più recenti risultati scientifici sull’analisi delle osservazioni e delle simulazioni numeriche climatiche; il Working Group II si è occupato delle tematiche relative agli impatti del cambiamento climatico, nonchè agli adattamenti e alla vulnerabilità al cambiamento climatico stesso; mentre il Working Group III riferisce sulle modalità di mitigazione, ossia di quelle azioni in grado di attenuare gli impatti del cambiamento climatico.

     

    2.1 Come si arriva alla definizione del rapporto

     

    Il rapporto ONU sullo stato dei cambiamenti climatici è caratterizzato da un complicato e graduale processo di scrittura.

    Il giorno dopo che l’ultimo gruppo di lavoro pubblica il proprio lavoro, hanno inizio le riunioni sia a livello plenario che ristretto dei singoli gruppi di lavoro, allo scopo di decidere i nuovi organizzatori e il gruppo di coordinamento (nell’AR4 è stato incluso, per la prima volta, anche un italiano, il prof. Filippo Giorgi). Durante le riunioni plenarie, le cui votazioni sono prese a maggioranza, vengono in primo luogo stabilite le priorità da rispettare (ad esempio, nell’AR4, le priorità principali sono state attribuite alle osservazioni e al clima regionale), oltre la struttura generale del rapporto, ossia una bozza dell’indice generale. Di queste priorità si terrà conto quando, successivamente, saranno scelti i coordinatori e gli autori dei singoli capitoli, che sono scelti all’interno di una lista presentata dai governi e, tra questi, quelli che il Bureau ritiene maggiormente idonei scientificamente alla scrittura del rapporto (ad esempio, il dott. V. Artale, è stato candidato quale lead author del capitolo relativo alle osservazioni oceaniche sulla base della propria specifica competenza sul clima mediterraneo). In linea generale, si parla comunque di circa 150 scienziati complessivamente coinvolti. L’intero processo di scelta e selezione degli autori del rapporto copre un periodo di due anni. Da quel momento in poi, qualsiasi attività è programmata nei minimi dettagli e tutte le riunioni, comprese le bozze, sono gestite centralmente dal Technical Support Unit (TSU), il quale affianca sia gli autori che i coordinatori in ogni anche sia pur  insignificante dettaglio dell’intero processo.

    Nei tre anni successivi, si svolgono riunioni in media ogni sei mesi, ma la maggior parte del lavoro viene eseguito attraverso lo scambio, via e-mail, dei singoli contributi da parte dei ricercatori coinvolti, secondo le decisioni prese durante gli incontri a livello plenario e/o a livello di sottogruppi. Vale la pena di ricordare che, il processo di scrittura prevede il coinvolgimento, per alcuni temi specifici, anche di altri esperti. Di volta in volta che si producono le prime bozze (complessivamente, per l’AR4, ne sono state prodotte tre prima di quella finale), queste vengono spedite ai valutatori interni prima, ed esterni successivamente, complessivamente ad alcune centinaia di esperti. Il rapporto finale vero e proprio è costituito, nel caso dell’AR4, da 11 capitoli, a cui si aggiungono due sintesi: una per i rappresentanti politici (SPM) e una sintesi tecnica più scientifica (TS).

     

    2.2 I risultati scientifici dell’AR4-WGI

     

    L’AR4 nel suo complesso si caratterizza, rispetto al TAR, per maggiore sintesi, minor numero di pagine e maggiore semplicità di linguaggio, in modo da essere diffuso ad ampio raggio e, soprattutto, è stata attribuita maggiore enfasi alle osservazioni. Sono, infatti, presenti due nuovi capitoli non presenti nei precedenti rapporti: uno riguarda le osservazioni oceaniche, mentre un altro riguarda il paleoclima. Un’ulteriore rilevante novità è costituita dalla maggiore attenzione dedicata ai cambiamenti climatici su scala regionale, in particolare a quelli che hanno interessato le regioni mediterranea, artica ed antartica. Il maggior equilibrio tra osservazioni e simulazioni numeriche climatiche e relativi scenari rende ancor più robusto il risultato scientifico complessivo del rapporto. Va tenuto presente che l’interpretazione dei cambiamenti climatici osservati e/o simulati quale conseguenza diretta dell’azione umana richiederà un sforzo maggiore, dal momento che le attività umane solo di recente sono state assunte come parametro nei modelli climatici di “valutazione integrata”.

    Sebbene l’IPCC sia ancora ben lontano dalla perfezione e dal rappresentare l’intera complessa ricerca globale sul clima, sicuramente esso coinvolge una comunità di ricercatori estremamente seria ed attendibile, di cui fanno parte personalità del mondo scientifico provenienti da moltissimi paesi del mondo, oltre a godere di un ampio margine di ascolto ed influenza presso i vari esponenti politici e presso l’opinione pubblica in generale. Si ricorda, inoltre, che l’IPCC non fa ricerca  direttamente, bensì sintetizza le novità scientifiche tra un rapporto ed il successivo, e soprattutto instaura per più di due anni un dibattito intenso all’interno dei vari gruppi di lavoro, allo scopo di rendere la sintesi finale un lavoro largamente condiviso.

    Tra le novità principali di questo rapporto, quella che potrebbe incidere in maniera sostanziale sul clima futuro del nostro pianeta, è senza dubbio la progressiva riduzione dell’estensione di ghiaccio del Polo Nord. L’immissione di acqua dolce proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai comporterà, infatti, un indebolimento dei complessi meccanismi che sono alla base della circolazione termoalina, ossia del trasporto di calore dall’Equatore alle alte latitudini (50-60N). Come si desume dal controverso articolo di Bryden sulla rivista NATURE (2005), è infatti probabile che questi meccanismi siano in una fase di indebolimento. In particolare, l’immissione di acqua dolce dall’Artico condiziona fortemente i processi di convezione nel Labrador Sea e nei mari della Groenlandia e dell’Islanda, che si possono considerare come il “volano” dell’intera circolazione oceanica. A tale proposito vale la pena di ricordare che, nel lungo periodo, tra i vari comparti del sistema climatico, l’oceano è quello più decisivo per definire il tipo di clima che si instaura: non a caso Brocker, in un famoso articolo sempre sulla rivista Science(1997), definì l’insieme di questi processi il “tallone d’Achille” del sistema climatico terrestre e, all’interno di questa problematica, anche il nostro piccolo mar Mediterraneo gioca un ruolo “positivo” di contrasto. Quest’ultimo infatti, tramite lo Stretto di Gibilterra, immette acqua dolce e salata alla profondità di circa 1000 metri, la quale contrasta l’effetto di indebolimento della circolazione termoalina dovuto allo scioglimento dei ghiacci polari (Artale et al., 2006).  

    Per opportunità di esposizione, dividiamo le principali conclusioni scientifiche dell’AR4 in due categorie: nella prima categoria includiamo le conclusioni che sono state maggiormente condivise dalla comunità scientifica internazionale mentre, nella seconda categoria, rientrano le novità sulle quali esiste ancora qualche elemento di disaccordo.

     

    Prima categoria :

     

    • incremento delle concentrazioni di diossido di carbonio e gas serra in atmosfera, a causa dell’aumento del consumo di olio-fossile. La CO2 è aumentata da circa 280 parti per milione (ppmv) alle attuali 380 ppmv circa, ossia un incremento pari al 35%. Dalle perforazioni di ghiaccio, questa quantità di CO2 non è stata mai osservata negli ultimi 650.000 anni;
    • aumento delle concentrazioni di aerosols di origine antropica e delle attività industriali;
    • aumento delle temperatura media della terra di 0.74°C nell’ultimo secolo, con i periodi più caldi durante i decenni compresi tra il 1920 ed il 1950, oltre agli inizi del 1975. Il 2005 è stato l’anno più caldo di tutta l’epoca strumentale;
    • aumento del livello del mare di circa 1.3 mm/anno ed una accelerazione di circa 3.0 mm/anno nell’ultima decade. Questa accelerazione potrebbe però essere attribuita ad una maggiore attendibilità delle osservazioni del livello medio del mare, data la sempre maggior combinazione tra i dati costieri (mareografi) e le misure da satellite (altimetro);
    • riduzione dell’estensione del ghiaccio del polo Nord pari al 15-20% circa, rispetto al 1978, secondo le misurazioni effettuate da satellite;
    • infine, a livello globale si è certi che l’oceano abbia ridotto le sue capacità naturali di assorbimento della CO2; pertanto, per il futuro, è possibile prevedere un ritmo maggiore di crescita della CO2 in atmosfera.

     

    Seconda categoria :

     

    • la temperatura attuale della superficie terrestre è la più elevata di quella riscontrata negli ultimi 1000-500 anni;
    • la maggior parte della variabilità della temperatura media globale è la conseguenza di quattro fattori principali: variabilità della radiazione solare, decremento dell’effetto dovuto alle eruzioni vulcaniche, incremento degli aerosols di origine antropogenica e dei gas serra;   
    • la temperatura continuerà ad aumentare ad un tasso compreso tra gli 1,5°C e i 2,8°C, a seconda delle azioni di mitigazione che saranno intraprese;
    • le precipitazioni tenderanno ad essere sempre più dei fenomeni di maggiore intensità e relativa minore frequenza, con uno spiccato aumento di eventi estremi quali le alluvioni;
    • irrobustimento nella correlazione tra l’aumento dei disastri naturali e l’aumento della temperatura media del pianeta; tuttavia, su questa correlazione infatti non esiste un ampio consenso tra i ricercatori, sebbene una simile tesi sia fortemente sostenuta da K.Emanuel, professore all’MIT, e grande esperto di processi relativi alla generazione degli uragani.

     

    In anni recenti, abbiamo assistito anche ad un’intensificazione degli eventi estremi: ondate di calore, come quella che si è verificata nell’estate del 2003, e aumento dell’intensità degli uragani: negli ultimi anni, ad esempio, per la prima volta sono stati osservati uragani di notevole intensità al sud del Brasile e sulle coste del Portogallo, ossia al di fuori della fascia tropicale e sub-tropicale dove normalmente essi sono osservati.

      

    3. Non linearità del sistema climatico

     

    Come si evince da un documento prodotto dal Global Atmospheric Research Programme (GARP) del World Meteorological Organitation nel 1975, il sistema climatico è definito come “ un sistema composto da: atmosfera, idrosfera, criosfera, litosfera e biosfera”. Successivamente, nel 1992 la Framework Convention on Climate Chamge delle Nazioni Unite (FCCC) definisce il sistema climatico come “l’insieme dell’atmosfera, dell’idrosfera, della biosfera e della geosfera, e le interazioni tra di esse”. Queste due definizioni sono simili, ma l’enfasi attribuita alle “interazioni”, sia nella definizione che nella letteratura, è cresciuta molto negli ultimi trenta anni e, nella rappresentazione schematica delle componenti del sistema climatico che i modellisti sul clima devono considerare, ciò che viene enfatizzato sono proprio le componenti del sistema e i processi, oltre che le scale di spazio e di tempo.

    Il primo componente configurato all’interno della rappresentazione del sistema climatico, è stato l’atmosfera che, per la sua bassa densità e complessità di movimento, è il più “sensibile” ai sottosistemi climatici. Nei modelli iniziali, sviluppatisi direttamente da quelli delle previsioni del tempo, le precipitazioni erano incluse da principio, ma molti aspetti riguardanti le nuvole (come le nubi allo stato liquido di acqua e gli effetti delle differenti dimensioni di goccioline delle nubi stesse) sono ancora difficili da incorporare con successo in un modello climatico. Inoltre, anche l’inserimento dell’idrosfera e degli oceani all’interno dei modelli sul clima non avviene in maniera non  adeguata, in quanto i computers attualmente a disposizione non ne permettono la corretta risoluzione spaziale e temporale. Questo è dovuto, in parte, al fatto che le scale di spazio e di tempo critiche dei sottosistemi dell’oceano e dell’atmosfera differiscono fra di loro, ma anche perché l’accoppiamento tra i due sottosistemi è fortemente dipendente dalla latitudine. Nei tropici, i sistemi sono strettamente connessi, specialmente tramite la temperatura. Alle medie latitudini, il collegamento risulta debole, mentre alle latitudini elevate esiste un legame più stretto, principalmente attraverso la salinità, che è coinvolta da vicino nei processi di formazione dell’acqua profonda oceanica. I processi biochimici che controllano lo scambio di diossido di carbonio (CO2) tra l’atmosfera e l’oceano variano anche in funzione della località geografica e della circolazione oceanica.

    La criosfera fu incorporata nei modelli climatici dapprima per l’elevato albedo del ghiaccio e della neve, che domina lo scambio radiativo. L’effetto isolante della criosfera è almeno tanto importante quanto l’effetto del suo potere riflettente: il ghiaccio del mare separa l’oceano dall’atmosfera sovrastante, e la neve ha un effetto simile, anche se minore, sulla terra, provocando dei cambiamenti considerevoli in sottosistemi isolati.

    L’importanza della biosfera è stata messa in evidenza dagli impatti climatici risultanti dai livelli atmosferici del diossido di carbonio, dipendenti dal biota marino e da quello terrestre. Gli studi moderni incorporano lo stato dell’ecologia sulla superficie continentale e la crescita del biota marino. Il “buco dell’ozono” nella stratosfera, identificato per la prima volta nel 1985 sopra l’Antartico, fece da catalizzatore per incorporare nei modelli climatici la chimica atmosferica. Risulta, pertanto, ormai evidente che i modelli del sistema Terra hanno bisogno di comprendere la chimica atmosferica e marina, come anche i mutamenti transienti nel biota globale. La componente umana del sistema, particolarmente manifesta attraverso le emissioni di tracce di gas e di aerosol, oltre che i cambiamenti nello sfruttamento del suolo, rappresenta forse l’aspetto di maggiore difficoltà e opportunità. Le attività umane solo di recente sono state assunte come parametro nei modelli climatici di “valutazione integrata”.

    In questa complessa e affascinante connessione di aspetti, la disciplina che riguarda i modelli climatici si è ulteriormente evoluta. Coloro che si occupano di costruire tali modelli hanno scoperto che il sistema quale lo avevano identificato sommariamente nel 1975 è, invece, estremamente complesso, in quanto contiene legami e feedbacks assolutamente non-lineari e, perciò, difficili da individuare e riprodurre. Il sistema climatico non è, pertanto, un sistema deterministico ma, al contrario, è un sistema caotico e fortemente dipendente dalle condizioni iniziali che generano le connessioni al suo interno: è sufficiente anche una piccola incertezza o lieve perturbazione alle condizioni di partenza per far sì che il comportamento del sistema climatico tenda a divergere in modo irregolare, secondo quello che il famoso meteorologo Lorenz (1963) definì “effetto a farfalla”, ovvero anche, secondo quanto avviene se utilizziamo la metafora della “doppia buca”. Facendo riferimento a quest’ultima metafora, immaginiamo due buche adiacenti e una pallina (clima) che si trova in una di esse, la quale è continuamente sottoposta a piccole perturbazioni. In un regime lineare, pur in presenza di forti sollecitazioni esterne la pallina è ricondotta all’interno della propria buca, così che il clima mantiene il suo stato stazionario senza mai raggiungere un vero equilibrio. Se, al contrario, si interviene nel movimento della pallina attraverso l’introduzione di lievi perturbazioni, anche molteplici e di opposta direzione, la formazione di regimi irregolari che ne deriva potrà avere come conseguenza lo sviluppo di moti rapidi e intensi che permettono alla pallina di superare la soglia di confine e passare, così, nella buca adiacente. In tal caso, ci troveremmo di fronte ad un cambiamento climatico vero e proprio. Pertanto, la profonda alterazione dell’attuale stabilità del sistema climatico non passa necessariamente attraverso ampie perturbazioni bensì, anche disturbi di relativa lieve entità hanno la potenzialità di raggiungere i “punti deboli” del sistema e, così, di incidere direttamente nella sua complessa dinamica.                   

    Le glaciazioni costituiscono la dimostrazione più manifesta di tale irregolarità nel comportamento del sistema climatico. Sembra, infatti, che esse siano avvenute a causa di lievi spostamenti dell’asse terrestre, i quali hanno generato una anomala distribuzione del calore sulla Terra in direzione nord-sud, ma con effetti devastanti sul clima terrestre. Al giorno d’oggi, un effetto equivalente, seppure con modalità e distribuzioni spaziali diverse, è determinato dalla forte e rapida crescita delle emissioni dei gas serra, primo fra tutti l’anidride carbonica, da parte della componente umana del sistema. Una volta raggiunta la soglia critica, peraltro difficile da individuare, questi hanno la capacità di innescare processi così fortemente non-lineari (isteresi), tali da condurre ad un tipo di clima completamente diverso da quello nel quale abbiamo vissuto fino ad ora.

    In un simile contesto, è ragionevole includere anche altri esempi eclatanti, come l’estate che ha caratterizzato il 2003, ricondotta fra quegli eventi estremi definiti anche come ondate di caldo (heat waves), ovvero le anomalie di pressione come quelle osservate di recente le quali, se dovessero ripetersi a ritmi intensi, potrebbero essere considerate come delle instabilità del sistema climatico dovute alle perturbazioni indotte dall’uomo.

    Dalle importanti considerazioni sin qui scaturite si evince, pertanto, che il complesso sistema climatico per sua stessa natura non è riproducibile in laboratorio. Il modello numerico, inteso come il nostro laboratorio virtuale, è dunque l’unico strumento che si conosce per riprodurre il clima attuale e per tentare di rappresentare le sue tendenze future, sebbene contenga limiti propri nel simulare tutte le scale spaziali e temporali coinvolte.

    Nuovi modelli e l’ingegneria dei software promettono altre opportunità di creare apparecchi più veloci negli anni a venire. In ogni caso, sarebbe un errore pensare che l’unica misura del successo di un modello climatico sia la risoluzione o la velocità raggiunta attraverso un computer. Il proposito dei modelli climatici è guadagnare capacità di discernimento dentro il sistema climatico e nelle sue interazioni. Se da un lato computer più veloci sono di grande utilità, dal momento che proprio grazie alla loro crescente velocità si sono avuti considerevoli miglioramenti nelle simulazioni dei modelli, in termini di dimensioni e complessità, ci sono molte altre strade da esplorare per la costruzione di ulteriori modelli, in grado di poterci aiutare a comprendere il clima. Anche i modelli semplificati, infatti, hanno giocato un ruolo importante. Questi ultimi possono essere sufficienti per rispondere a particolari e ben specifici problemi, oltre a fornire spiegazioni che altrimenti resterebbero nascoste a causa della complessità di un modello più grande.

    I modelli di previsione meteorologica sono testati lungo un periodo di poche ore e pochi giorni, ma ai modelli del clima è richiesto di predire decadi fino a secoli in anticipo, oppure di simulare periodi della storia della Terra per i quali dati convalidanti risultano essere scarsi. È importante notare che, le previsioni fornite da un modello climatico offrono solo un caso di risposta generale, poiché il modello climatico perde la sua associazione con le condizioni iniziali in poco tempo. Di conseguenza, testare singole simulazioni non ha virtualmente senso, mentre occorre assemblare varie simulazioni con diverse condizioni di partenza affinché il clima possa essere caratterizzato con una migliore confidenza statistica. Nonostante le limitazioni poste dalla “teoria del caos” sulla capacità di fare previsioni sull’esatto stato dell’atmosfera oltre 15-20 giorni nel futuro, vi è una buona ragione di credere che essa nel suo insieme non sia comunque pregiudicata.

    Le diverse tipologie di modelli sul clima attraggono interesse da parte di svariate discipline. Anche i modelli semplici possono prevedere l’effetto sulla media delle temperature delle eruzioni vulcaniche, come quella del Monte Pinatubo, con esito abbastanza positivo su scale stagionali e di più lungo periodo, così che possiamo avere una certa garanzia sul fatto che le previsioni sul clima non siano offuscate dagli stessi caotici processi che complicano le previsioni atmosferiche. In questi processi sono fatti rientrare modelli climatici tridimensionali: le implicazioni dei fenomeni del sistema solare attraggono fisici planetari e astronomi, mentre i chimici dell’atmosfera si occupano delle complesse reazioni tipicamente di breve durata su scala temporale; infine, gli scienziati socio-economici sono interessati alla componente umana del sistema climatico.

    Attualmente, disponiamo di tutti gli strumenti teorici, sperimentali e tecnologici per rispondere alla sfida che i cambiamenti nel clima pongono in essere ma, allo stesso tempo, è doveroso essere sempre coscienti del preciso significato di questa articolata tematica, e di tutti i suoi stadi di complessità. La ricerca sul clima, infatti, non a caso è definita, al pari delle scienze della vita, come un Grand Challenge della scienza moderna. Essa coinvolge ed integra fortemente altri settori della ricerca scientifica. Tale attività obbliga ad una interazione tra la ricerca di base ed applicata e l’industria di punta. Al fine di individuare i meccanismi responsabili (parzialmente sconosciuti) di tutta la variabilità climatica osservata, comprese le glaciazioni, risulta estremamente necessario adoperare e condividere ogni conoscenza teorica e strumentale di cui si dispone oggigiorno, quindi tutte le reti di osservazione globale e tutti i mezzi informatici più avanzati, come stanno facendo da diversi anni gli Stati Uniti e il Giappone, ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni anche molti paesi europei, in particolare la Germania.   

    Tuttavia va detto che, sebbene siano stati fatti grandi passi avanti nei modelli durante gli ultimi 40-50 anni, in termini di maggiore complessità, e sebbene sia notevolmente aumentata la capacità di riprodurre alcuni fenomeni fondamentali per lo studio della variabilità climatica, essi sono deboli nel raffigurare l’evoluzione di un clima regionale. Le piccole scale dei fenomeni climatici (come, ad esempio, quelle temporali infrannuale, stagionale, giornaliera) e, soprattutto, i processi non lineari (risposte fortemente discontinue a supposti cambiamenti climatici), sono ancora male rappresentate dai modelli numerici esistenti. Ulteriori progressi sono possibili, ma è necessario che siano associati ad una maggiore comprensione della natura delle interazioni all’interno del reale sistema climatico e che queste ultime siano poi tradotte all’interno dei modelli. Le perturbazioni provocate dagli aerosols industriali, dai vulcani, dalla luminosità solare, dalla variazione nel carattere della superficie indotta dal clima, devono essere considerate. La costruzione di modelli riguardo una materia così vasta rappresenta un compito formidabile e, se si vuole che vengano delineate conclusioni attendibili,  richiede  che vi sia cooperazione tra molte discipline.

     

    3.1. Come individuare il cambiamento climatico: curva di distribuzione di probabilità

     

    Il clima del nostro pianeta è sempre stato soggetto a cambiamenti intensi e repentini, ai quali la società degli uomini si è spesso adattata: basti pensare alle più volte ricordate glaciazioni. Tuttavia, l’attuale sviluppo sociale, incluso l’aumento demografico, e tecnologico potrebbero mettere a dura prova la capacità di adattamento e sopravvivenza non solo dell’uomo ma dell’intero ambiente vivente

    Oggi, infatti, l’atmosfera sta subendo dei cambiamenti senza precedenti nella storia umana e, sebbene i cambiamenti cui stiamo assistendo ora sono grandi tanto quanto quelli avvenuti nella passata era geologica, relativamente pochi di essi sono accaduti con la stessa velocità che caratterizza i cambiamenti climatici di oggi. Le concentrazioni di gas serra sono in aumento, l’ozono della stratosfera è diminuito e le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera, probabilmente, stanno riducendo la propria capacità di auto pulirsi attraverso l’ossidazione. Questi cambiamenti globali minacciano l’equilibrio delle condizioni climatiche sotto le quali la vita si è evoluta e mantenuta. Le temperature stanno aumentando, la radiazione ultravioletta è in crescita sulla superficie, come pure i livelli di inquinamento dell’aria. Molti di tali mutamenti possono essere attribuiti alla industrializzazione, alla deforestazione e ad altre attività della popolazione umana, essa stessa pure in forte e rapida crescita. Per questo motivo è importante valutare le conseguenze dell’interazione tra attività umane e clima e, in particolare, valutarne le conseguenze in quei settori ambientali  che sono cruciali per la sopravvivenza delle specie viventi.

    In questo contesto, vale la pena di soffermarsi sui concetti di variabilità climatica e di cambiamento climatico.

    Nello studio e nella rappresentazione grafica del comportamento dei fenomeni climatici reali, uno degli strumenti della matematica che trova larga applicazione per le notevoli implicazioni con il mondo reale è la ben nota curva della distribuzione normale, o di Gauss, con la sua caratteristica forma a campana. Si tratta di una curva che ha un massimo attorno alla media dei valori misurati e può essere più o meno stretta a seconda della dispersione dei valori attorno alla media, misurata quest’ultima con la deviazione standard: se aumenta, la “campana” si allarga e si abbassa, indicando che i valori della variabile causale sono più “dispersi” rispetto alla media. La curva gaussiana è simmetrica e, in ogni distribuzione di tipo simmetrico, i valori di moda, media e mediana coincidono. Non sempre, tuttavia, i dati danno origine a curve simmetriche; talvolta possono essere generate curve più o meno asimmetriche, eventualmente con andamento bimodale, trimodale, e così via. L’asimmetria può riguardare sia la parte sinistra che quella destra della distribuzione e si ha, rispettivamente, una deformazione (prolungamento) negativa o positiva della curva. Ma può anche accadere che, in relazione ad un determinato evento o ad una determinata grandezza fisica, la variabilità finisce per produrre addirittura uno spostamento della media, più a sinistra o più a destra, in modo che la distribuzione assume una posizione del tutto nuova e diversa.  

    La distribuzione gaussiana, che permette di calcolare la probabilità che una misura ricada all’interno di un certo intervallo, è un concetto di grande utilità, proprio dal momento che tutte le grandezze fisiche a cui il clima stesso è legato possono assumere una molteplicità di valori possibili, addirittura infiniti, ed inoltre, le osservazioni e le misurazioni di tali grandezze comportano inevitabilmente una ampia variabilità.

    Quando si parla di variabilità climatica e di cambiamenti climatici si pone molta enfasi sulla variabilità dei valori medi, secondo un approccio definito lineare. Tuttavia questo approccio non è sufficiente a descrivere l’intera complessità spaziale e temporale della variabilità climatica, poiché a livello locale il solo valore medio non è significativo per rappresentare la complessità dei fenomeni climatici relativi ad una particolare regione. Per questo motivo la ricerca attuale pone, in primo piano, le interazioni non-lineari di scale spaziali e temporali di fenomeni climatici molto diverse tra di loro: decadale, interannuale, stagionale, e tenendo conto anche di quelli a grande scala, come ad esempio i fenomeni de El Niño- Southern Oscillation (ENSO).

    Per variabilità climatica s’intende, dunque, la fluttuazione di una specifica grandezza climatica (ad esempio la temperatura della superficie terrestre) intorno al suo valore medio, ottenuto dalle rilevazioni di lungo termine del parametro climatico considerato. Più specificatamente, le fluttuazioni sono legate e alle variazioni anno per anno (interannuali e stagionali) e alle oscillazioni decennali, che si sovrappongono al valore medio della grandezza.

    Mentre, però, la variabilità climatica viene ad essere definita da spostamenti dalla media, diversamente un cambiamento climatico si definisce statisticamente come lo spostamento della media. Anche con riferimento al cambiamento climatico, deve essere associato il concetto di fluttuazione di grandezze determinate, ma tali grandezze oscillano intorno ad un nuovo valore medio, il quale insieme a tutti quelli calcolati in un lungo arco di tempo definiscono un trend climatico.     

    Sulla scala temporale umana, è probabile che alcuni cambiamenti siano così lenti da essere quasi impercettibili, come le alternanze temporali di 100.000 anni delle ere glaciali-interglaciali, e l’uomo non ha la percezione “conscia” della rilevanza di tali mutamenti. Tecnicamente, essi sono definiti “long-terms o low-frequency changings”. Un “grande” cambiamento climatico, infatti, può non condurre a nessuna risposta da parte dell’uomo, mentre un cambiamento molto più piccolo (“short-terms o high-frequency changings”) in un particolare aspetto climatico, come la variabilità del ciclo idrologico o l’aumento della temperatura a scala regionale- o locale-, può avere un profondo impatto sull’uomo a livello socio-economico. Non va dimenticato, in ogni caso, che qualsiasi tentativo di stabilire l’impatto di cambiamenti climatici passati deve necessariamente utilizzare informazioni sostitutive (c.d. proxy data), dal momento che le costruzioni di serie storiche relative al periodo pre-strumentale (fino almeno alla fine del XVIII° secolo) sono scarsamente quantitative. Per cui, legami chiari e particolarmente diretti tra il climate change e l’attività umana sono spesso difficili da stabilire, data la scarsità di dati quantitativi a disposizione, rispetto a tutte le scale temporali climatiche.

     

    4. Scenari per il futuro

     

    Dall’ultimo rapporto dell’IPCC (2007), in merito all’ampiezza dei c.d. forzanti radiativi che agiscono in modo da perturbare il sistema climatico, emerge con grande chiarezza quanto davvero poco influenti siano i forzanti naturali (come l’intensità della radiazione solare) sul clima, rispetto all’aumento del livello di anidride carbonica nel corso del tempo.

    Secondo stime molto attendibili, le concentrazioni atmosferiche attuali di anidride carbonica (380 ppmv) e degli altri gas serra sono le più alte mai verificatesi negli ultimi 650 mila anni, durante i quali il massimo valore di anidride carbonica atmosferica si era sempre mantenuto inferiore a 290 ppmv. L’aumento dell’anidride carbonica atmosferica, che è passata dai tempi immediatamente precedenti la rivoluzione industriale ai giorni nostri, cioè negli ultimi 200 anni circa, da 280 a 380 ppmv, ha pertanto subito un incremento di oltre il 35%, causato dallo squilibrio complessivo tra emissioni globali di CO2 provenienti dalle attività umane (associate peraltro anche ad un intenso disboscamento) ed assorbimenti globali naturali da parte del suolo, degli oceani e degli ecosistemi terrestri e marini in generale. Le capacità "naturali" globali (denominati "sinks" globali), infatti, sono attualmente in grado di assorbire meno della metà delle emissioni antropogeniche globali; il resto si accumula in atmosfera e vi permane per periodi medi che per l’anidride carbonica arrivano da poche decine fino a 200 anni, a seconda delle locali condizioni climatiche e relativi processi fisico-chimici. Va sottolineato, inoltre, il fatto che le capacità naturali globali di assorbimento erano maggiori nel passato e che, negli anni più recenti, stanno via via diminuendo con l’aumentare progressivo della temperatura media del pianeta, soprattutto dell’oceano, la cui capacità di immagazzinare la CO2 è inversamente proporzionale alla temperatura.

    In base agli scenari elaborati dall’IPCC-AR4 (WG I Cap.10, Fig.10.20, 2007), la concentrazione di anidride carbonica nel corso del XXI° secolo crescerà in maniera esponenziale, all’interno di un intervallo che va da un minimo di 700 ppmv ad un massimo di 1000 ppmv, a seconda del tipo di azione di mitigazione che sarà intrapresa per la riduzione della CO2 e dei gas serra.

    Di conseguenza, ciò produrrebbe un innalzamento della temperatura media alla superficie terrestre, già verso la fine del secolo, che va da 1°C a 3°C circa per gli scenari più ottimistici, ma potrebbe arrivare anche fino a 6°C, secondo quelli più pessimistici.

    In particolare, la temperatura media globale è aumentata di 0,74°C dal 1906 al 2005 (vedi Figura 1). Mentre, però, nei decenni passati (ultimi 150 anni) aumentava ad un tasso medio inferiore a 0,06°C per decennio, negli ultimi 50 anni è, invece, aumentata al tasso di 0,13°C per decennio e più recentemente (ultimi 25 anni) ha raggiunto il tasso di circa 0,25°C per decennio. Basti, dunque, pensare che gli incrementi verificatisi negli ultimi decenni come sopra descritti, hanno già provocato una riduzione delle masse di ghiaccio ai poli e, quindi, provocato il sollevamento del livello dei mari (attualmente ad un ritmo di 3 mm circa all’anno), con una significativa influenza sul clima di diverse zone della Terra.

    Un altro aspetto del consumo di combustibili fossili riguarda la produzione di particelle di polvere e fumo che si vanno ad aggiungere a quelle di altra origine, umana (ad es., bruciamento della vegetazione) o naturale (ad es., attività vulcaniche). Ebbene, parecchi scienziati sono concordi nel ritenere che l’aumento di questi aerosols atmosferici può provocare un raffreddamento del clima, cioè può agire in senso opposto all’anidride carbonica. Infatti, rispetto all’effetto serra naturale è stato valutato un effetto serra aggiuntivo così composto: una parte riscaldante dovuta ai gas serra di origine antropica pari a circa +3,0 watt/m2, una parte riscaldante naturale dovuta all’attività solare pari a circa +0,12 watt/m2 ed, infine, una parte raffreddante dovuta agli aerosols di origine solamente antropica pari a circa -1.6 watt/m2.

    Il bilancio complessivo mostra che l’incremento netto dell’effetto serra è stato pari a circa 1.6 watt/m2. In altre parole, senza l’effetto raffreddante degli aerosols, il riscaldamento climatico sarebbe stato doppio. Di tale effetto serra aggiuntivo solo una piccola parte (meno del 10% in un arco temporale che va da 10 a 100 anni) può essere attribuita a cause naturali (attività solare e aerosols naturali).

    Tra i grandi mutamenti indotti dall’uomo è da includere anche la desertificazione, il disboscamento indiscriminato e la riforestazione, l’urbanizzazione, la deviazione di grandi fiumi e la costruzione di laghi artificiali e dighe. La distribuzione naturale della vegetazione, inoltre, può essere facilmente alterata dall’influenza diretta dell’attività umana come, ad esempio, eccessive pratiche agricole o di pascolamento.

    Nel 1750, 7.9–9.2 milioni di km2, ossia  il 6%–7% della superficie terrestre globale, erano aree coltivate o dedicate al pascolo, principalmente in Europa, nelle Pianure Indiane del Gange e in Cina. In queste zone, nel corso dei successivi 100 anni, le terre coltivate e soggette al pascolo sono state  espanse e intensificate, oltre al fatto che sono emerse nuove aree agricole in Nord America. Il periodo 1850–1950 ha visto poi un ancor più rapido tasso di crescita di zone coltivate e destinate al pascolo, mentre negli ultimi 50 anni, diverse regioni del globo hanno assistito ad una stabilizzazione delle aree coltivate, se non ad una loro diminuzione. In generale, se da un alto l’espansione globale delle coltivazioni e dei pascoli a partire dal 1950 subì un rallentamento in alcune regioni della terra, dall’altro lato regioni come l’America Latina, l’Africa, e il Sud e Sud-Est Asiatico hanno assistito ad una lenta espansione delle coltivazioni fino al 20° secolo, ma le hanno viste crescere in maniera esponenziale negli ultimi 50 anni. La deforestazione sta avvenendo in rapida crescita ai tropici mentre la riforestazione avviene in prevalenza alle medie-latitudini. Basti solo pensare che dal 1990, le zone coltivate e dedicate al pascolamento coprono 45.7–51.3 milioni di km2, ovvero il 35%–39% della superficie terrestre globale, mentre la copertura delle foreste è diminuita di circa 11 milioni di km2 (IPCC-AR4, 2007). Di conseguenza, le caratteristiche della superficie di ampie zone della Terra sono state fortemente modificate.

    Coloro che operano attraverso la modellistica hanno ampiamente indagato l’effetto climatico di simili cambiamenti nella natura della superficie terrestre continentale.

    La desertificazione rappresenta un problema che affligge milioni di persone. La vegetazione naturale nelle zone aride e semi-aride può essere facilmente rimossa sia a seguito di cambiamenti relativamente piccoli nel clima, sia attraverso la diretta influenza dell’attività umana come, ad esempio, il sovra-pascolamento o l’utilizzo di pratiche agricole povere.

    L’alterazione dell’equilibrio vegetativo di un suolo, altera anche i suoi bilanci idrologici e di calore. Una sua riduzione, infatti, impone un minore immagazzinamento di umidità nel terreno, a causa dell’incremento del runoff, ed un aumento di albedo. La ridotta disponibilità di umidità in superficie significa un decremento del flusso di calore latente, e ciò conduce ad un aumento della temperatura della superficie. D’altro lato, l’incremento dell’albedo provoca una perdita radiativa netta. Tuttavia, secondo le quantificazioni dei modelli climatici, quest’ultimo effetto sembra dominante (così che  la quantità di calore che si guadagna per effetto della perdita del flusso di calore latente è inferiore a quella che si perde per effetto dell’aumento dell’albedo: pertanto, il risultato è una diminuzione nella temperatura del suolo) e il deficit di radiazione causa una subsidenza atmosferica di grande-scala, ossia una massa di aria discendente, perchè più pesante e fredda, che impedisce la formazione di nubi e precipitazioni innescando così un feedback positivo di aumento dell’aridità. In una serie di esperimenti, originariamente condotti da Charney (1975) allo scopo di esaminare la desertificazione, dove compare la distribuzione di aree semi-aride per le quali cambia l’albedo, è stato osservato che l’incremento di albedo della superficie sembra infatti condurre ad una riduzione della precipitazione. 

    In particolare, i modellisti hanno tentato di esaminare gli effetti che hanno sul clima la costituzione e/o rimozione di foreste.

    Il cambiamento nel carattere della superficie può essere particolarmente evidente quando le foreste sono rimpiazzate dalle coltivazioni. Per esempio, in una zona soggetta a deforestazione come il Bacino dell’Amazzonia in Sud America o, più recentemente, le zone intorno al bacino del Lago Vittoria in Uganda (al momento della sua indipendenza 40 anni fa, l’Uganda era per un quinto coperta da foreste; oggi, le stime parlano di un’area pari solo al 7%), le simulazioni numeriche hanno mostrato che i processi di evapotraspirazione di un’area coperta dalla foresta possono essere molte volte più grandi di quelli che avvengono in un terreno adiacente deforestato, inducendo una riduzione del ciclo idrologico, con conseguente marcata diminuzione della precipitazione. Gli impatti maggiori sono gli effetti sul clima a livello locale e regionale, che potrebbero esacerbare quelli dell’impoverimento del suolo e della riduzione della biodiversità che accompagnano la deforestazione.

     

    4.1 Gli scenari della variabilità climatica regionale.

     

    Mentre il 2006 è stato l’anno in cui il dibattito sul riscaldamento globale ha visto una forte convergenza di posizioni sull’influenza dell’uomo nell’alterazione del sistema climatico, in particolare nell’incremento anomalo delle temperature medie del pianeta, attualmente l’attenzione si è spostata su ciò che il global warming significa per il mondo. Se da un lato, infatti, il riscaldamento globale anomalo si riflette generalmente sulle temperature regionali, dall’altro lato le varie regioni del pianeta rispondono in maniera differente ai forzanti climatici su diverse scale, sia di spazio che di tempo. Un’analisi del clima basata solo sulla media globale può mascherare un certo numero di importanti condizioni climatiche che hanno avuto un profondo impatto su alcune aree geografiche rispetto ad altre. In realtà, molte regioni sono state interessate da condizioni atmosferiche o climatiche “di rottura” rispetto a quelle fino ad oggi rilevate.

    Nel Third Assessment Report (IPCC, 2001; Cap. 10), la valutazione delle proiezioni del clima regionale su scala continentale (Africa, Europa e Mediterraneo, Asia, Nord America, Centro e Sud America, Australia-Nuova Zelanda, Regioni Polari, e Piccole Isole) era ampiamente ristretta alla temperatura così come prevista da un solo modello GCM (Global Circulation Model), con una limitata attendibilità sulle precipitazioni. Con riferimento al cambiamento nelle temperature, si asseriva principalmente che con molta probabilità tutte le zone terrestri si sarebbero riscaldate più della media globale (ad eccezione del Sud-Est Asiatico e del Sud America nei mesi di Giugno, Luglio ed Agosto), con effetti amplificati alle alte latitudini. Per quanto riguarda, invece, i cambiamenti nelle precipitazioni, si asseriva che fossero in aumento nella stagione invernale sulle regioni alle medie latitudini nell’emisfero nord, mentre in entrambe le stagioni, invernale ed estiva, sulle regioni alle alte latitudini; durante i mesi di Dicembre, Gennaio e Febbraio, l’incremento delle precipitazioni riguarda infine l’Africa tropicale.

    Più attendibili proiezioni del cambiamento climatico su scala regionale sono oggi disponibili con riguardo a diverse località del pianeta, grazie ai progressi fatti nella modellistica e alla maggiore comprensione dei processi fisici alla base del sistema climatico.

    Dall’ultimo Assessment Report dell’IPCC (AR4, 2007) risulta infatti che tutte le regioni della Terra registreranno, con un elevato grado di probabilità, un incremento delle temperature nel corso del XXI° secolo, e le più importanti asserzioni che sono emerse sono le seguenti:

    • il riscaldamento di molte zone terrestri è più intenso rispetto alla media annuale del riscaldamento globale, a causa di un minore accumulo di acqua che, come ben sappiamo, rappresenta un reservoir di calore latente il quale, a sua volta, con i meccanismi di evaporazione viene liberato con conseguente raffreddamento del terreno. In altri termini, con la riduzione dell’ammontare di acqua nel terreno, si riducono i processi evaporativi di raffreddamento del terreno con conseguente innalzamento delle temperature interne di molte zone terrestri. A ciò si aggiunge la minore inerzia termica della terra rispetto a quella degli oceani, ovvero, la terra assorbe il calore molto più velocemente degli oceani, ma a causa della minore disponibilità di acqua, non si ha un altrettanto rapido raffreddamento del terreno, così che l’effetto finale è rappresentato dal riscaldamento della superficie terrestre, a differenza di ciò che avviene nel caso di un terreno deforestato dove, lo ricordiamo, la quantità di calore che si guadagna per effetto della perdita del flusso di calore latente è inferiore a quella che si perde per effetto dell’aumento dell’albedo.
    • Il riscaldamento, generalmente, aumenta la variabilità spaziale delle precipitazioni, contribuendo in tal modo ad una riduzione della piovosità nelle zone sub-tropicali e ad un incremento di essa alle latitudini più elevate e su parte dei tropici. La precisa localizzazione dei confini tra le regioni dove si ha un robusto aumento della piovosità e quelle dove, invece, si ha una sua diminuzione rimane comunque incerto ed è proprio su questo che, comunemente, discordano le proiezioni dei modelli numerici accoppiati atmosfera-oceano. 
    • Sopra le zone interessate dalla circolazione monsonica, si è evidenziata una tendenza in direzione di un incremento delle precipitazioni a causa di una maggiore convergenza di umidità (il riscaldamento terrestre provoca una maggiore concentrazione di umidità sopra la zona equatoriale, da cui hanno inizio i moti convettivi legati alla posizione della c.d. Zona di Convergenza Intertropicale), sebbene in concomitanza vi sia anche la tendenza ad un indebolimento del flusso dei monsoni stessi. Tuttavia, molti aspetti relativi alle risposte dei tropici ai cambiamenti climatici restano ancora incerti. 
    • Le analisi disponibili mostrano che gli eventi estremi sono in forte aumento. I progressi più evidenti, in termini di maggiore affidabilità delle proiezioni stesse, riguardano le affermazioni su scala regionale con riferimento alle ondate di caldo, ai fenomeni di precipitazioni violente e alla siccità. Tuttavia, va detto che le specifiche analisi dei modelli non sono disponibili per alcune regioni, e ciò si riflette sul grado di attendibilità delle affermazioni che sono state fatte per gli eventi estremi. 

     

    Nel caso specifico dell’area mediterranea, il verificarsi con maggiore frequenza degli eventi estremi è di straordinaria importanza ed enorme impatto. Se si dovessero dare delle priorità, sicuramente i maggiori sforzi dovrebbero essere compiuti in direzione delle problematiche legate alla disponibilità dell’acqua. La forte variabilità del ciclo idrologico, cui stiamo assistendo da moltissimi anni, è un problema che va affrontato con una certa urgenza, anche in considerazione dell’impatto che esso ha sull’assetto idrogeologico.     

    L’indagine sui cambiamenti negli eventi estremi, come le siccità, di cui ne soffrono le conseguenze diversi milioni di persone, comportano enormi implicazioni, anche in termini di cospicue perdite economiche, soprattutto per un certo numero di paesi africani, e richiedono pertanto ulteriore attenzione. Gli eventi connessi alla siccità hanno, ad esempio, principalmente colpito la regione del Sahel, il Corno d’Africa e il Sud Africa, in modo particolare a partire dalla fine degli anni ’60.

     

    4.2 Il caso Africa

     

    Come ormai ben noto, il clima dell’intero continente Africano è controllato da complesse interazioni marittime e terrestri che producono un’ampia varietà di climi, e il fenomeno principale è la migrazione meridionale stagionale della zona caratterizzata da abbondanti precipitazioni (tropical rain belt). Piccoli spostamenti di questa zona provocano grandi mutamenti locali nel regime delle precipitazioni.

    In linea generale, per quanto riguarda l’Africa, il riscaldamento è previsto essere più elevato della media annuale del riscaldamento globale, su tutto il continente e in tutte le stagioni, con le secche regioni sub-tropicali ancor più in riscaldamento rispetto alle zone umide dei tropici.

    La precipitazione annuale è probabile che si riduca su gran parte dell’Africa del Mediterraneo e a nord del Sahara, mentre per le zone lungo la costa mediterranea la probabilità è addirittura maggiore. Al contrario, nell’Africa Orientale la media annuale di precipitazioni è prevista essere in aumento. Infine, non è del tutto chiaro come si evolverà la piovosità nel Sahel, lungo la costa della Guinea e nella parte meridionale del Sahara.   

    Sulla base di uno scenario in cui si è presupposto una crescita medio-alta della concentrazione di gas serra in atmosfera, per il periodo 2080-2099 e prendendo come riferimento la media degli anni 1980-1999, la temperatura annuale media dell’aria in superficie in Africa è attesa in aumento tra 3 e 4°C, con un riscaldamento minore nelle zone equatoriali.      

    Il clima esercita una grande influenza sullo sviluppo economico, in particolare sul settore agricolo e su quello delle risorse idriche, a livello regionale e locale. A partire dall’ IPCC-TAR (2001), con riferimento all’Africa le osservazioni segnalano che, dopo gli anni ’60, le temperature seguono un trend al rialzo ancor più in accelerazione.

    Per fare un esempio, se guardiamo alla densità della popolazione che vive intorno al Lago Vittoria (Africa Orientale) nel raggio di 100 km, le proiezioni di crescita per il periodo 2010-2015 parlano di un incremento futuro di circa il 13%. Questa area rurale è quella che cresce a ritmi più elevati di qualsiasi altra zona agricola a livello globale, oltre ad avere un incremento nella popolazione che è il più alto di tutta l’Africa. Circa 1.200 persone per chilometro quadrato vivono sul e intorno al lago, con un reddito medio pro-capite annuo di 250 dollari (UNEP, 2005).    

    La incontrollata costruzione di dighe, la sottrazione di acqua per l’irrigazione e la variabilità climatica rappresentano senz’altro le maggiori cause dell’abbassamento dei livelli del Lago Vittoria, che rappresenta la principale risorsa per oltre 30 milioni di persone che vivono sulle sue sponde. Nel corso del 2005, i livelli di acqua di questo lago si sono ridotti in misura davvero allarmante ben al di sotto della norma, e hanno toccato il loro livello più basso dal Settembre del 1961. 

    Con il Quarto Assessment Report dell’IPCC (2007, WGI), sono stati compiuti dei passi avanti nella comprensione dei meccanismi responsabili della variabilità della precipitazione in Africa. Tuttavia, risulta ancora un elemento critico quello di capire quanta influenza possano esercitare possibili cambiamenti nel regime climatico (ad es., il fenomeno dell’ENSO) sulla futura variabilità climatica in questa regione del globo e, pertanto, è necessario effettuare ulteriori ricerche. Vale la pena di sottolineare ancora che, le proiezioni contenute nell’IPCC-AR4 sono giunte ad un livello di attendibilità più alta grazie ad un maggior numero di simulazioni, ad una maggior varietà di modelli e ad un maggior affinamento degli schemi numerici e metodologie utilizzate per le proiezioni. In questo rapporto, una particolare attenzione è stata dedicata alla quantificazione dell’incertezza dei modelli a rappresentare determinati processi climatici e ad una più approfondita analisi dei risultati dei modelli.

    Per quanto riguarda le precipitazioni, la situazione è più complicata, poiché queste mostrano una più ampia variabilità spaziale e temporale. La variabilità interannuale è assai ampia sopra la maggior parte dell’Africa e, per alcune regioni, anche quella multi-decadale è significativa. Nella zona della foresta tropicale, ad esempio, si è osservata una riduzione nella media della precipitazione annuale di circa il 4% in Africa Occidentale, del 3% e del 2%, rispettivamente, nel Congo del Nord e del Sud durante il periodo 1960-1998. Durante i decenni più recenti, in Africa Orientale si è riscontrato un’intensificazione del regime bimodale della precipitazione su una scala temporale decadale, con un incremento di precipitazioni sulla zona più settentrionale, mentre quella meridionale è interessata da una loro riduzione.

    Le proiezioni relative alle precipitazioni sono generalmente meno consistenti, con ampi margini di variabilità tra i modelli rispetto alle risposte della precipitazione media stagionale, viste le difficoltà dei modelli della circolazione globale di riprodurre i processi fisici responsabili della precipitazione compresi, ad esempio, il ciclo idrologico o l’orografia. Inoltre, i modelli hanno delle limitazioni nel simulare le differenti teleconnessioni e i meccanismi di feedbacks, che sono responsabili della variabilità di precipitazioni in Africa.

    Con lo stesso tipo di scenario considerato poco sopra, per le temperature e sempre riguardo al periodo 2080-2099, la media annuale di precipitazione è assai probabile che aumenterà nell’Africa tropicale e in Africa Orientale, di circa il 7%. Vi sono, tuttavia, delle differenze tra le regioni equatoriali (a Nord di 10° Sud e ad Est 20° Est – Africa Orientale), le quali mostrano un incremento nella precipitazione invernale (DGF – Dicembre-Marzo), mentre quelle situate a Sud di 10° Sud mostrano una riduzione nelle precipitazioni associata ad un decremento nel numero dei giorni di pioggia e nella intensità media della precipitazione.

    Le principali asserzioni riguardanti le proiezioni climatiche su scala regionale, ossia in Africa Orientale, sono le seguenti.

    Dai dati contenuti nell’IPCC-AR4 (2007),con riferimento alle temperature, si evidenzia che in tutte e quattro le sub-regioni dell’Africa e in tutte le stagioni l’aumento della temperatura media si attesta tra i 3 e i 4°C, circa il 50% in più rispetto all’incremento della media globale. Le previsioni scaturite dalla metà dei modelli indicano un riscaldamento della temperatura rispetto a questi valori medi intorno ai 0.5°C. Esiste una forte concordanza tra i modelli in merito alla definizione dei valori medi di aumento della temperatura in Africa all’interno dei valori riportati e, più in generale, al modo di rispondere ai cambiamenti climatici globali da parte dell’Africa che, pertanto, si dimostra strettamente correlata con il resto del globo. Al contrario, sugli eventi estremi il consenso risulta minore, come abbiamo visto sopra.

    Per quanto riguarda l’Africa Orientale, in particolare, valgono le stesse considerazioni, dal momento che l’intera distribuzione dei valori riportati per le quattro stagioni indica valori che sono vicini fra di loro e, quindi, rappresentativi della omogeneità della variabilità dell’intera regione e per tutte le stagioni dal punto di vista delle temperature. Allo stesso modo, i valori in percentuale medi ottenuti tra i modelli, che indicano la frequenza delle stagioni di caldo estremo, umido estremo e siccità estrema, segnalano una elevatissima probabilità che si incontrino anni estremamente caldi.    

    Se analizziamo i dati relativi alla distribuzione delle precipitazioni in Africa Orientale, per le diverse stagioni dell’anno si evince che tutti i 21 modelli concordano fra di loro nel prevedere un generale aumento delle precipitazioni stesse. Il livello di incremento medio annuale previsto è pari al 7%, con valori estremi minimi e massimi, rispettivamente, del -3% (indicante siccità) e del 25%. In altri termini, i valori minimi e massimi denotano, gli eventi estremi relativi ad intense precipitazioni hanno una forte probabilità di verificarsi rispetto ai fenomeni caratterizzati da condizioni secche.

    Se si analizzano più nel dettaglio le risultanze ottenute per le diverse stagioni, si nota in primo luogo che durante la stagione delle short rains, ossia in autunno (SON) le simulazioni numeriche indicano che è possibile raggiungere il 38% in più di precipitazioni, che rappresenta il valore massimo dei valori estremi relativi alle precipitazioni. Da notare che il comportamento in autunno è simile a quello invernale per quanto riguarda gli eventi estremi (38% e 33% rispettivamente), mentre completamente diverso risulta il comportamento dei valori medi nelle suddette stagioni (7% e 13% rispettivamente). Il valore medio del 13% durante la stagione invernale (DGF) è il valore medio massimo previsto dai modelli, peraltro in una stagione che non è né quella delle long rains né quella delle short rains. Inoltre, questo alto valore potrebbe stare ad indicare che sia probabile un allungamento delle short rains oltre i mesi di Settembre, Ottobre e Novembre, ovvero anche il sopraggiungere di un ulteriore periodo di piogge nei mesi di Dicembre, Gennaio e Febbraio.

    Gli scenari climatici, quindi, non solo sono caratterizzati da un generale incremento della piovosità nella regione dell’Africa Orientale, l’unica peraltro dell’intero continente africano con questo segnale chiaro, ma indicano anche un certo mutamento nella struttura dipolare delle precipitazioni stesse, parallelamente ad un irrobustimento della stessa in generale, dal momento che i valori medi sia delle long rains (6%) che delle short rains (7%) sono entrambi positivi.

    Se da un lato in Africa Orientale e in tutte le stagioni si prevede un generale incremento delle precipitazioni, lo stesso non può propriamente dirsi con riferimento alla stagione estiva (GLA), poiché in questi mesi sono molto più probabili gli eventi estremi siccitosi che non quelli di precipitazioni anomale. Così, abbiamo per gli eventi estremi di piovosità il valore minimo (16%) rispetto a tutte le altre stagioni, mentre riguardo agli eventi estremi siccitosi si ha il valore massimo (-18%) rispetto ai valori estremi delle altre stagioni.  

    Facendo riferimento ai valori percentuali che denotano la frequenza, mediata tra i modelli numerici utilizzati per le simulazioni, delle stagioni di caldo estremo, umido estremo e siccità estrema, per le precipitazioni si evidenzia che esistono diverse probabilità di incontrare stagioni umide estreme in tutte le stagioni durante l’anno, eccetto che per la stagione estiva, dove la probabilità è peraltro non significativa così come è non significativa la probabilità che si verifichino stagioni particolarmente secche, compresa l’estate.

    Esperimenti numerici di sensitività dimostrano che in Africa è molto importante, ma non priva di  incertezza, l’influenza delle anomalie di temperatura della superficie degli Oceani Indiano e Pacifico sulla variabilità delle precipitazioni. Infatti, dalle simulazioni dell’IPCC-AR4 (2007) emerge che le zone del Sahel e del Sud Africa mostrano un feedback negativo con le SSTs degli Oceani Indiano e Pacifico (feedback negativo dovuto ad un comportamento anomalo della cella di Walker, in cui i fenomeni di subsidenza sull’Africa equatoriale sono collegati a processi convettivi e, quindi, di precipitazioni anomale che avvengono al di sopra di quelle aree dell’Oceano Indiano che mostrano anomalie termiche), mentre le risultanze rispetto all’Africa Orientale presentano un elevato grado di incertezza (Hoerling et al., 2006).    

     

     

    5. Misure di mitigazione

     

    Al giorno d’oggi, ognuno ha la piena consapevolezza della indifferibile necessità di riconsiderare il ruolo svolto dai cambiamenti climatici all’interno della complessa e delicata questione delle “crisi energetiche”. È necessario, altresì, ridefinire la priorità di tali cambiamenti nell’ambito delle azioni che ogni singolo governo di questo pianeta deve intraprendere nell’ottica della propria crescita economica. I cambiamenti climatici devono, pertanto, essere considerati come un motore che spinge ogni governo ad orientare le proprie scelte e i propri comportamenti verso un nuovo paradigma non solo scientifico, ma soprattutto di reciproca “coesistenza” su questo pianeta. L’unica strada ormai percorribile affinché sia possibile realizzare una missione così ardua è quella di investire nella cultura e, quindi, nella ricerca e nella tecnologia.

    Di recente, è stato presentato a Bruxelles il piano strategico della Comunità Europea, che sembra andare nella giusta direzione, dal momento che propone di puntare su modelli di crescita economica alternativi all’attuale modello di sviluppo basato su un uso irrazionale delle fonti primarie di energia.

    In un’intervista di un anno fa a Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute e uno dei più importanti analisti dell’ambiente, la risposta che egli diede in merito alle previsioni dello stato futuro del nostro pianeta fu che “ la nostra economia globalizzata è giunta, dal punto di vista ambientale, ad una soglia oltre la quale non è più sostenibile dalla Terra”.

    Nell’ottobre del 2006 usciva il rapporto sullo scenario del futuro climatico commissionato dal governo britannico e dipinto da un ex dirigente della Banca Mondiale, l’economista Nicholas Stern.

    Gli scenari emersi sulle conseguenze dei cambiamenti climatici prodotti principalmente dal modello energetico basato sul petrolio e sui combustibili fossili sono sempre stati impressionanti. Se, infatti, le emissioni di gas serra nell’aria dovessero continuare ai ritmi di oggi, entro il 2035 i costi per riparare i danni prodotti dalla distruzione di ogni attività umana, economica e sociale, potrebbero aumentare fino al 20% del PIL globale. La drammatica accelerazione del cambiamento climatico insieme al problema della relativa scarsità delle risorse energetiche fossili non rinnovabili connesso con l’incremento della popolazione mondiale e della crescente domanda di energia da parte di quella dei paesi in via di sviluppo per uscire dalla povertà, dalle malattie e dalla sottomissione, rappresentano un pericolo molto grave per la capacità di tenuta dell’economia mondiale e per gli equilibri politici, nonché per tutte le specie viventi.

    Sappiamo ormai benissimo quanto la crescita vertiginosa dell’economia cinese sia giunta ad un livello tale da aver addirittura abbondantemente superato gli Stati Uniti nel consumo di tutta una serie di risorse di base come l’acciaio, il carbone, il grano e la carne, con la sola esclusione del petrolio. Lester Brown avverte che, qualora l’economia cinese dovesse continuare ad espandersi al ritmo dell’8% l’anno, il reddito per abitante raggiungerà quello americano nel 2031 e, a quel punto, i cinesi consumeranno risorse, quali il petrolio, in quantità ben maggiori di quanto il mondo non ne stia producendo al momento. Il modello economico occidentale, pertanto, non funzionerà né in Cina né tanto meno in India, la cui popolazione è, da un punto di vista numerico, ancora più importante del miliardo e oltre di quella cinese. Senza dimenticare il resto della stragrande popolazione mondiale dei paesi in via di sviluppo, primo fra tutti l’Africa, che puntano anch’essi al proprio sviluppo economico. Le economie dei paesi sviluppati, poi, si trovano a dover agire in un mondo sempre più globalizzato e integrato, nel quale dovranno anch’esse competere per assicurarsi quelle stesse risorse su cui poggiano interamente i loro modelli economici.

    Ogni giorno, tutti quanti noi sentiamo parlare sui giornali, alla radio e alla televisione di guerre, crisi energetiche, cambiamenti climatici e scarsità di risorse, in un clima di sempre maggiore interdipendenza delle economie. Le decisioni sull’energia che saranno prese nei prossimi anni influiranno pesantemente sul tipo e sulla qualità del futuro che ci attende. Se non si riescono ad intraprendere strade alternative ad un modello energetico basato sulle fonti non rinnovabili, un futuro fatto di grandi sconvolgimenti ambientali e sociali, primi fra tutti i conflitti per l’accesso e l’accaparramento delle risorse naturali insieme al collasso di interi comparti agricoli, non rappresenterà più un pericolo ma, altresì, un dato di fatto. Che fare allora?

    Gli ecologisti e, ora anche gli economisti, propongono di indirizzare l’azione dei popoli affinché sia imposto un modello energetico democratico, alimentato dalle fonti rinnovabili e dalla ricerca del massimo risparmio ed efficienza negli usi dell’energia.

    Nicholas Stern suggerisce di fissare tetti per le emissioni di gas serra in modo che attraverso un sistema di obblighi e di incentivi le industrie siano spinte ad accelerare l’innovazione verso il risparmio energetico. La stabilizzazione delle emissioni globali comporta un taglio di quelle annuali di almeno il 25% entro il 2050 con un costo relativo pari a circa l’1% annuo del PIL mondiale. Al vertice sul clima di qualche settimana fa che si è svolto nella sede delle Nazioni Unite a Bangkok, è stato raggiunto un accordo sul limite di guardia da fissare per le emissioni di CO2, compreso fra 445 e 550 parti per milione.

    Come ogni altra problematica politica, al fine di contenere i costi economici derivanti da una riduzione e successiva stabilizzazione delle emissioni globali di anidride carbonica, sarà necessario formulare però un chiaro e robusto progetto politico in grado di prevedere un insieme di strumenti diversi (compresa la quantificazione economica del carbone tramite la commercializzazione e la tassazione, la regolamentazione e la politica tecnologica) da utilizzare in ogni settore economico e in ogni paese nel breve e nel lungo periodo. Il cambiamento climatico è un problema globale, e le sue soluzioni richiedono un’azione coordinata tra i paesi ricchi e quelli più poveri, basata su una visione comune degli obiettivi di lungo termine e su un’azione altrettanto comune orientata verso un rafforzamento reciproco a livello nazionale, regionale e internazionale. In sostanza, quello che per Kyoto rappresenta il paradigma di una politica diversa basata sulla convergenza e la riduzione. Bisogna ridurre tanto e poi tantissimo ancora i consumi di energia e farli avvicinare egualitariamente in tutto il mondo. È necessario raggiungere uno stadio di consumi equilibrati nell’intero pianeta: il che comporterebbe una restrizione degli “sprechi” nei paesi ricchi e un aumento dei “consumi” nei paesi poveri, ma con un tipo di sviluppo diverso da quello attuale di questi ultimi.

    È certamente vero che un’azione collettiva non può essere generata dal nulla, soprattutto quando gli interessi specifici delle parti sono parzialmente in conflitto fra di loro. Se da un lato, infatti, non è giusto che i paesi ricchi trasferiscano gli oneri di una netta riduzione delle emissioni di CO2 sui paesi poveri – e ciò è ancor più vero per il fatto che sono proprio i primi ad essere i maggiori responsabili dello stato ambientale attuale –, dall’altro lato i paesi poveri non devono, a loro volta, diventare i maggiori contribuenti delle emissioni future, affinché i danni già provocati al clima e all’ambiente non diventino insostenibili per la società degli uomini. Secondo quella che gli economisti definiscono “endogenesi della crescita”, non accade soltanto che il tasso di sviluppo economico configuri l’ambiente circostante, ma il cambiamento che quest’ultimo subisce a sua volta, delinea la crescita economica successiva. Se, infatti, si distrugge il monsone in India oppure si accelera l’avanzamento del Sahara in Africa, si avranno inevitabilmente degli effetti profondi sul tasso di sviluppo di questi paesi. Così, gli effetti previsti del probabile cambiamento climatico in Africa sulla produttività dei raccolti agricoli è allarmante: nei prossimi 20, 30, 40 anni si stima una loro riduzione di oltre il 10%. E chi si sente di affermare che ciò non avrà alcun impatto sullo sviluppo di questi paesi d’oltreoceano né alcun effetto amplificato sulle economie dei paesi ricchi? Ecco, dunque, perché parliamo di interdipendenza delle economie; ecco, dunque, perché si parla dell’urgenza di un’azione collettiva e coordinata a livello mondiale.

    Da tutto ciò si deduce che, gli interessi da entrambe le parti finiscono necessariamente per coincidere. I costi da sostenere per intraprendere un’azione comune saranno equamente distribuiti tra tutti i settori e tra tutti i paesi del globo, con i paesi ricchi che avranno l’onere di mettere a punto delle strategie di sviluppo economico, integrate con i progetti di riduzione delle emissioni, da condividere successivamente con i paesi poveri e in via di sviluppo. Il compito del progresso tecnologico spetta, infatti, ai paesi avanzati, tra cui oggi possiamo contare anche dell’importante contributo di paesi come l’India e la Cina, poiché la tecnologia rappresenta un mezzo per il raggiungimento di comuni obiettivi.

    Le strade da percorrere non ci sembrano ancora chiaramente definite, sebbene a livello globale il dibattito si mostra vivo nel trovare soluzioni attendibili. Peraltro, mai dobbiamo dimenticare l’eccellente e indispensabile contributo di tutti gli analisti, scienziati e ricercatori, che tentano di mostrarci sistematicamente quali sono di volta in volta le conseguenze delle diverse misure di aggiustamento che si ritiene idoneo intraprendere. Insieme bisogna voler costruire e percorrere, allo stesso tempo, il percorso verso un comune obiettivo: quello della crescita di tutti nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo. Bisogna pensare a ridurre le emissioni di gas serra, di rivoluzionare il sistema dei trasporti e delle costruzioni, di generare elettricità alternativa senza inquinare. Ma, anche e soprattutto, di arrestare la deforestazione, alla quale sembra ulteriormente contribuire la credenza secondo cui il problema sarebbe semplicisticamente risolto passando all’utilizzo dei combustibili organici.

    Non si tratta, soltanto, del problema di capire quali sono le più efficaci interazioni tra gli incentivi alla riduzione delle emissioni di gas serra e le istituzioni che devono supportare questi incentivi, ma anche di avviare processi di persuasione, educazione e cambiamento nelle preferenze di ciascuno, affinché nasca e cresca in ognuno la piena comprensione di quello che un comportamento responsabile significa veramente.         

       Come ha scritto l’economista Giorgio Ruffolo su La Repubblica: “per tutto il mondo si pone, dunque, un problema formidabile di redistribuzione dei beni, e anche dei mali, e di mutamenti fondamentali dei valori, dalla crescita quantitativa al progresso qualitativo. Si tratta, pertanto, di un enorme problema di ristrutturazione sociale, di riorganizzazione politica e di ripensamento etico della civiltà umana, e non soltanto di un problema di sostenibilità ecologica”.                 

                            

     

    Conclusioni

     

    Nel trarre delle conclusioni ed una sintesi sulla complessità dei comportamenti del sistema climatico, vale la pena di considerare che il clima della Terra è sempre stato soggetto ad intensi e repentini mutamenti, come ci indicano le osservazioni sperimentali, le quali hanno mostrato che nel passato si sono sempre verificate delle rapide transizioni da periodi caldi a periodi più freddi. Basti, ad esempio, pensare alle alternanze temporali di 100.000 anni delle ere glaciali e interglaciali.

    Queste oscillazioni del clima possono essere spiegate anche in assenza di variabilità dei forzanti esterni ed essere semplicemente indotte dalle interazioni che si innescano in modo naturale tra tutti i componenti del sistema climatico. Pertanto, alcune delle oscillazioni climatiche, anche improvvise, possono a ragione essere considerate come delle alterazioni di un sistema che, per sua natura, è intrinsecamente instabile e mai riesce a raggiungere un vero stato di equilibrio.

    In conseguenza di questo comportamento non-lineare del sistema climatico, può accadere che i feedbacks positivi o negativi innescati dalla variabilità dei forzanti esterni, come quelli indotti da un aumento eccessivo della CO2 in atmosfera, possono generare delle instabilità che guidano il sistema in direzione di nuovi, inaspettati, stati del sistema climatico.

    Quindi, i modelli che non riproducono compiutamente questo tipo di processi dinamici fortemente caotici e non lineari, rischiano di rappresentare approssimativamente il “modo” di variabilità interna del sistema climatico. Ad esempio, i modelli numerici che attualmente simulano gli scenari futuri dell’ecosistema terrestre, poiché risultano incompleti nell’integrare la dinamica non lineare del sistema, potrebbero addirittura sottovalutare l’impatto dei gas serra sull’evoluzione dei parametri di controllo del sistema climatico, come è la temperatura media della superficie del pianeta.

    Il recente rapporto IPCC-AR4 è fortemente innovativo rispetto ai precedenti, data la maggiore robustezza acquisita dalla veridicità che si è riscontrata in merito ai cambiamenti climatici in atto. Tuttavia, trarre delle conclusioni definitive sullo studio del clima è sempre più difficile, a causa dell’intensità del dibattito attuale su queste tematiche, e delle forti tensioni ed implicazioni sociali ed economiche che inevitabilmente ne derivano. 

    A nostro avviso, è in ogni caso doveroso fornire alcune conclusioni, le quali sono necessarie se non si vuole trasgredire ad una delle regole fondamentali della ricerca, ovvero quella della presentazione, discussione e sintesi dei risultati ottenuti in modo chiaro e trasparente, come per esempio la Figura 1 che, a nostro avviso, mostra inequivocabilmente il ruolo dell’uomo sull’andamento della temperatura globale.

    Si ritiene che, nell’ambito delle tematiche legate ai cambiamenti del clima della Terra, sia molto facile arenare il dibattito scientifico entro una mera logica di opposti estremismi, a nostro giudizio ambedue ugualmente pericolosi. Tale logica condurrebbe ad assumere, per un verso, la figura del catastrofista, che descrive un futuro prossimo a tinte oscure (oseremmo definire “caravaggesco”) e, per l’altro, quella contrapposta, eccessivamente ottimistica, la quale tenderebbe invece a spiegare l’intensificazione della variabilità climatica attuale, solo in termini di variabilità “naturale”, come semplicistica traduzione del senso comune: il clima è sempre cambiato! e quindi sarà la natura stessa a rimettere tutto a posto di cui, peraltro, nessun serio scienziato non può non tener conto.

    Entrambi i casi sono accomunati da uno stesso difetto: ignorano i concetti base della fisica del clima e dei suoi principali meccanismi di variabilità. Di conseguenza, le conclusioni sono talmente semplificate da indirizzare i policymakers e l’opinione pubblica verso due schieramenti simmetricamente contrapposti quando, invece, il problema dei cambiamenti climatici è un problema di responsabilità collettiva,richiedendo necessariamente una composizione a livello globale.

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    Figura 1  Andamento temporale della anomalia della temperatura globale come da osservazioni (a) indicato dalla linea nera, in cui sono stati considerati tutti i forzanti antropogenici (considerando la crescita di CO2 nell’ultimo secolo) e (b) considerando solo i forzanti naturali. Gli andamenti mostrati sono espressi in termini di anomalie rispetto alla media del periodo 1901-1997 (da IPCC-AR4, 2007). Da questo grafico è evidente quanto sia importante sia la variabilità naturale che l’effetto dell’apporto antropico.

     

     

     

     

     

    Bibliografia

     

    1. Artale, V., S. Calmanti, P.  Malanotte-Rizzoli, G. Pisacane, V. Rupolo, M. Tsimplis ;The Atlantic and Mediterranean Sea as connected systems. In: P. Lionello, P., Malanotte-Rizzoli & R. Boscolo (Eds), Mediterranean Climate Variability, Amsterdam: Elsevier, pp. 283—323; 2006;
    2. Broecker , W. S. , Thermohaline Circulation, the Achilles Heel of Our Climate System: Will Man-Made CO2 Upset the Current Balance? Science: Vol. 278. no. 5343, pp. 1582 – 1588, DOI: 10.1126/science.278.5343.1582, 28 November 1997;
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    4. Charney, J.G. , Dynamics of Deserts and Drought in Sahel, Quarterly Journal of The Royal Meteorological Society 101 (428): 193-202, 1975;
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    • Hoerling M., J. Hurrell, J. Eischeid, and A. Phillips; Detection and Attribution of Twentieth-Century Northern and Southern African Rainfall Change, Journal of climate, VOL. 19 NO. 16, pg. 3989-4008, 2006;
    • Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC 4th Assessement Report «Climate Change 2007» Contribution of Working Group I «The Physical Science Basis», 2007;
    • Lorenz, E. N.: Deterministic nonperiodic flow. J. Atmos. Sci., 20, 130–141, 1963.

     

     

    Fonte: www.utmea.enea.it

     

     

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La piccola era glaciale

Lo zampino dei vulcani

Tra il 1400 e la prima metà del 1800 l’Europa e parte del Nord America attraversarono un periodo così freddo, da passare alla storia come la Piccola Glaciazione. Il grande freddo in Europa si annunciò con un inverno, quello del 1431, incredibilmente rigido: tutti i fiumi tedeschi gelarono, mentre una robusta area di alta pressione, bloccata sulla Scandinavia, favorì l’irruzione di gelidi venti da est su tutta l’Europa Meridionale. Pochi anni dopo, durante l’inverno a cavallo tra il 1434 e il 1435, in Inghilterra nevicò per ben 40 giorni consecutivi, mentre più a sud, sulle Alpi, i ghiacci perenni cominciarono ad invadere le vallate sottostanti. Eppure quelle annate, così inclementi dal punto di vista climatico, non erano altro che un primo timido assaggio in confronto a quello che poi si rivelò un vero e proprio viaggio a ritroso verso l’epoca delle grandi glaciazioni: durante l’inverno del 1608, noto anche come il Grande Fratello, l’intera superficie del Lago di Costanza gelò, mentre i ghiacciai alpini arrivarono a minacciare seriamente il centro abitato di Chamonix; nel 1788 gelarono tutti i fiumi europei, al punto che i londinesi si spostavano in città pattinando sulla superficie del Tamigi e, sempre il ghiaccio, impedì per quasi tutta la stagione invernale la navigazione del Canale della Manica; durante l’inverno 1829-30 un’ondata di freddo record, della durata di più di tre mesi, distrusse quasi tutti gli ulivi e le vigne del Vecchio Continente. Questo è solo un piccolo campionario dei terribili effetti della morsa di gelo che attanagliò per circa quattro secoli buona parte dell’Emisfero Nord. Ebbene, è ormai accertato che il principale “colpevole” della Piccola Glaciazione fu il Sole: l’energia emessa dalla nostra stella difatti varia leggermente con cicli di qualche migliaia di anni e proprio verso la metà del millennio appena concluso l’attività solare raggiunse, appunto, il valore minimo (Minimo di Maunder). Tuttavia non si spiega perché, a partire dalla seconda metà del 1700, nonostante che la radiazione solare fosse tornata su livelli quasi normali, il freddo seguitasse ad imperversare sull’Europa e sul Nord America. Il fatto è che nella vicenda della Piccola Glaciazione c’è anche lo zampino dei vulcani.

Durante la Piccola Glaciazione l’attività vulcanica fu molto intensa, raggiungendo massimi mai toccati almeno nel corso degli ultimi 10000 anni.   


In particolare, negli ultimi 300 anni, sono state 15 le eruzioni caratterizzate da un indice DVI > 1000, ma ben 10 di queste sono concentrate nel centennio 1750-1850, ovvero durante l’ultima fase della Piccola Glaciazione. Ma l’influenza dei vulcani nella vicenda è ancora più evidente qualora si stimi, mediante l’indice DVI, la quantità complessiva di polveri vulcaniche immesse in atmosfera durante e dopo la Piccola Glaciazione: con un indice DVI complessivo di 23000, il centennio 1790-1890 è stato influenzato dai vulcani più del centennio 1690-1790 (DVI tot = 18000),  e decisamente molto più del centennio 1890-1990 (DVItot = 7000). E stata quindi la grande concentrazione di polveri e gas vulcanici nella stratosfera a rendere ancor più rigida e prolungata la morsa del freddo sul nostro emisfero.   L’eccezionale eruzione del vulcano Tambura ne è un’ulteriore riprova. Riguardo questa eruzione - che squassò nel 1815 le Indie Orientali Olandesi (l’odierna Indonesia) - ecco alcune pagine tratte dal diario di Sir Thomas Stamford Rafles, comandante di un distaccamento militare britannico di stanza nella zona: “A Giava, distante trecento miglia (dal vulcano), essa (l’eruzione) sembrava spaventosamente presente. A mezzogiorno il cielo era coperto da nubi di polvere; il Sole era avvolto da un’atmosfera densa in cui era incapace di penetrare; una pioggia di cenere copriva le case, le strade e i campi con uno strato alto parecchi centimetri, e in tutta quella oscurità si sentivano a intervalli le esplosioni, simili al rombo dell’artiglieria o al rumore di tuoni lontani. La somiglianza col rombo del cannone colpì a tal punto alcuni ufficiali che, temendo essi un attacco di pirati a qualche punto della costa, furono mandate delle navi a portare soccorso”. L’eruzione, durata più giorni e con un valore DVI = 3000 (cioè tre volte più potente di quella del Krakatoa), ridusse l’altezza del Monte Tambora di circa 1400 metri e scaraventò nell’atmosfera più di 100 chilometri cubi di materiale vulcanico. L’anno successivo eventi climatici eccezionali sconvolsero molte regioni del Pianeta, ma fu lungo le coste orientali del Nord America che le bizze del clima si divertirono a disegnare gli scenari più incredibili.

 

Durante un’estate come non se ne era mai viste prima, e come mai più se ne sarebbero viste, tra gli 8 e i 15 centimetri di neve ricoprirono tutto lo stato del New England verso la metà di giugno, evento seguito da intense e devastanti gelate ai primi di luglio e verso la fine di agosto.

 

Andamento delle temperature medie del mese di giugno a New Haven nel periodo 1800-1850: è evidente la punta minima, di 15,9 gradi, del giugno 1816.           

 

 

era glaciale                   

 

Attoniti e increduli, i contadini si ritrovarono a lavorare i campi, nel pieno della stagione estiva, avvolti in pesanti cappotti di lana, tanto che il 1816 passò alla storia come l’anno senza estate! Gli storici sono ormai quasi concordi nel ritenere che la perdita pressoché totale dei raccolti di quell’annata diede una fondamentale spinta all’emigrazione dei contadini della costa orientale verso nuove e più accoglienti terre, alla “conquista del west”. Ma anche nel Vecchio Continente la nube di gas e polveri, ormai spalmata su gran parte del Globo, provocò un’estate insolitamente fredda. I gravi danni causati dal maltempo ai raccolti seguirono di appena un anno le devastazioni portate dall’ultima campagna napoleonica, conclusasi con la disfatta di Waterloo, portando in tal modo gran parte dell’Europa sul baratro di una tremenda carestia.

Andrea Giuliacci

(tratto dal libro I Protagonisti del Clima – Andrea Giuliacci, Alpha Test editore)

 

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    10000 anni ultima grande trasformazione del territorio:scioglimento dei ghiacciai e formazione di pianure.

    Sviluppo di flora e fauna e abbondanza di cibo, prime caverne e in orente primi alloggi.

    Nel periodo neolitico nasce il commercio.

    La natura condiziona fortemente gli insediamenti umani,

    Nel 1200 a.C. inizia la moneta, alfabeto, cresita demografica, economica e culturale.

    Ruolo fondamentale della donna, come riferimento funzionale e culturale.

    L'uomo modifica il territorio e sviluppa l'agricoltura.

    I villaggi sono sono autonomi non vi sono contatti con quelli vicini, la struttura è circolare

    La religione è fondata sulla morte. Si sviluppa una gerarchia.

    La città nasce quando gli abitanti di un villaggio autonomo convergono in un punto per affermare il sentimento religioso e raggiungere un equilibrio spitituale.

    • La Mesopotomia

    Zona fertile, insediamenti stabili e nascita di governi locali. La città dipende dalla natura.

    • Città sumerica

    Misura 100h, è una città complessa circondata da mura e fossati che sanciscono l'esclusione della natura dalla città, si organizza al suo interno.

    C'è un re, un nuovo ordinamento sociale, si erigono palazzi che riassumono un una unica soluzione palazzo e città.

    • Civiltà egizia

    La parte cancellata dal Nilo dalle continue inondazioni, il re è fautore della città.

    I villaggi sono unificati sotto un 'unico regno e sotto un solo sovrano che assume il potere spirituale di ogni singolo villaggio, poiché è immortale, impersonifica il dio e lo è lui stesso.

    Il Faraone costruisce i templi e la sua tomba, garanzia per il popolo del futuro perché immortale.

    Al crollo del Faraone, crolla il potere politico/spirituale e crolla la civiltà.        

     

     

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