Giuseppe Mazzini
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GIUSEPPE MAZZINI
Mazzini e il Risorgimento
Giuseppe Mazzini affronta il problema italiano... 3
“Filosofia della Musica"
NOTE BIOGRAFICHE
Il Risorgimento italiano non è comprensibile se lo si estrapola dal resto della storia italiana.
Fin dalla caduta dell’Impero romano la penisola italica era stata trasformata in un grande campo di battaglia. Mentre si andavano formando le principali nazioni europee l’Italia stentava a riconoscersi in un’unica realtà etnica, culturale e, soprattutto, territoriale in quanto continuavano ad esistere le rivalità tra i principi italiani, continuavano ad esserci una forte influenza straniera e, come aveva evidenziato in modo lungimirante Machiavelli fin dal XVI secolo vi era un esorbitante potere temporale detenuto dalle gerarchie ecclesiastiche.
Questi fattori fecero si che l’unificazione italiana sia stata tardiva e frutto della volontà di una delle monarchie già esistenti, i Savoia, e non di un moto “nazionalpopolare”.
Nel 1861 l’Italia smetteva di essere soltanto quell’entità che Metternich aveva definito “un’espressione geografica”, ma non era ancora divenuta quell’unica realtà “una d’arme, di lingua, d’altar/di memorie, di sangue e di cuore” auspicata da Manzoni in Marzo 1821.
Ciò avverrà soltanto grazie alle trincee insanguinate della Grande Guerra, ai diciotto mesi di guerra partigiana e, anche se ciò può sorprendere o risultare paradossale, soprattutto grazie alla televisione negli anni ‘50-’60 del XX secolo.
Nelle seguenti pagine si è cercato di analizzare in maniera breve, ma concisa il pensiero e l’opera di Giuseppe Mazzini che sostenne idee democratiche e repubblicane al limite del socialismo, ma il cui progetto risultò sconfitto di fronte al programma liberal-conservatore del Conte di Cavour, grande tessitore dell’unità italiana, ma anche fedele ministro di Casa Savoia, dinastia inetta che non seppe apprezzarne a pieno e valorizzarne le grandi capacità di statista e di uomo di stato, anzi colui che, secondo la felici espressione di Piero Gobetti, “sovrasta ai suoi contemporanei perché guarda gli stessi problemi con l’occhio dell’uomo di Stato ” e che una precoce morte strappò alle sue responsabilità di governo privando il neonato Regno d’Italia della sua guida illuminata.
In un’Italia presto vittima di compromessi spesso bassi e deteriori l’insegnamento morale di Mazzini è sempre attuale. In ogni tempo ed in ogni luogo sono sempre valide le parole di Andrè Malraux secondo cui “Non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza”.
GIUSEPPE MAZZININessuno dei protagonisti della Storia patria aveva un’idea così alta e così completa di cosa dovesse essere l’Italia come Giuseppe Mazzini. Non il Cavour che, pur essendo stato definito da Spadolini “l’unico uomo di Stato, per uno Stato che ancora non c’era” , si opponeva tenacemente all’idea unitaria intendendola, dopo i fatti del 1860/61, come il semplice ampliamento del Vecchio Regno di Sardegna e come l’avverarsi di ciò che pochi secoli prima aveva detto Emanuele Filiberto di Savoia
(“L’Italia? Un carciofo di cui i Savoia mangeranno una foglia alla volta”);
non il Cattaneo che, chiamando il proprio giornale pubblicato nel 1848 “Il Cisalpino” e non “L’Italiano”, restringeva l’orizzonte del proprio progetto politico federalista al solo Nord sviluppato; non il Gioberti che, ne “Il Primato”, si faceva promotore di un anacronistico legame tra Stato e Chiesa che sembrava potersi avverare soltanto se analizzato alla luce delle riforme concesse da Papa Pio IX nello Stato della Chiesa nel 1848 dopo l’elezione al soglio pontificio.Ma tutte queste speranze si riveleranno, dopo la svolta autoritaria del Pontefice nel 1848, pure illusioni. Tanto meno erano innovative le posizioni di quei liberali di scuola classica guidati in Piemonte dal D’Azeglio ed in Toscano dal Ricasoli che sognavano semplicemente di modificare in senso costituzionale il rapporto Corona-Parlamento senza stravolgere le condizioni sociali ed economiche esistenti.
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Giuseppe Mazzini affronta il problema italiano...
...in un’ottica nuova: parla di una forma di Stato di tipo unitario e, per la forma di governo, dichiara le proprie idee repubblicane.
Interessante, per capirne il pensiero politico, è la biografia politica del pensatore ligure. Nasce a Genova nel 1805 da un’agiata famiglia piccolo-borghese e compie i primi passi nella lotta politica guidando, col Ruffini , i primi moti rivoluzionari nel Nord-Ovest dalle colonne dell’”Indicatore”. Falliti questi tentativi insurrezionali si assiste alla fondazione di una nuova società segreta “La Giovine Italia”. All’origine di essa vi è una critica incisiva della Carboneria a cui si imputa di essere troppo elitaria e totalmente disorganizzata al proprio interno degenerando, quindi, in organizzazione di stampo verticistico in cui i singoli adepti non sono a conoscenza dell’intero programma politico per la cui realizzazione lottano. La “Giovine Italia” propone un nuovo modello di lotta politica che, innanzi tutto, vuole coinvolgere le masse per giungere ad un moto insurrezionale popolare e nazionale. Vi è, inoltre, un forte interesse per i giovani che sono visti come elementi nuovi da invitare alla lotta politica.Si è di fronte ad un’organizzazione non più di stampo liberale (quindi oligarchico), ma democratica il cui messaggio politico è indirizzato a tutte le classi sociali, anche le meno abbienti, affinché siano esse, e non le oligarchie monarchiche, le vere protagoniste del processo di unificazione tendente a fare dell’Italia uno Stato unito, indipendente e repubblicano che si possa inserire in una più vasta nuova Europa unitaria basata su valori democratici e di reciproco rispetto. È infatti, sempre negli anni ’30, che il Mazzini fonda “La Giovine Europa” che ha lo scopo di promuovere un processo di integrazione europea.
Benché definisse il Mediterraneo Mare Nostrum non si può considerare Mazzini nazionalista. Infatti il pensatore politico ligure sosteneva la pari dignità tra tutti i popoli europei e riteneva che la massima conquista civile della società fosse stata l’abolizione della schiavitù.Come si può leggere a pagina 92 del volume 17 del “Westminster Review” (1852) Mazzini si faceva sostenitore di una graduale emancipazione delle colonie britanniche. Tanto W. T. Wilson e George Lloyd George , quanto molti leaders post-coloniali, tra i quali Gandhi , Golda Meir , David Ben Gurion , Nehru e Sun Yat-sen , consideravano Mazzini il proprio Maestro e “I doveri dell’uomo” la propria Bibbia morale, etica e politica. Mazzini, teorizzando l’integrazione fra le nazioni europee in un’ottica democratica e riformista giunge con quasi un secolo d’anticipo ad affermare ciò che grandi europeisti, quali Altiero Spinelli , Ugo La Malfa , Umberto Terracini e Giorgio Amendola , sosterranno nel “Manifesto di Ventotene” alla fine del II conflitto mondiale che aveva sconvolto le coscienze di milioni di europei che negli anni ’50 si interrogheranno se la nuova Europa dovesse divenire finalmente quel luogo politico e culturale in cui svelenire gli odi nazionalisti nell’ottica dell’interesse comune di pace e di prosperità oppure se dovesse essere il baluardo avanzato della guerra fredda.
Mazzini subordinava il concetto di Patria a quello più ampio di Umanità, auspicando che il concetto di nazione sarebbe stato superato a favore di una federazione fra i popoli europei che, da un lato, avrebbe permesso la rimozione delle tensioni internazionali sanando le ferite nazionaliste e, dall’altro, avrebbe permesso lo sviluppo anche dei popoli più poveri. La nazioni sarebbero dovute giungere a questo nuovo assetto geopolitico spinte dalla comprensione della “legge morale” a cui tutte sono soggette. Il pensatore democratico intravedeva già negli anni ’30 come la vecchia idea d’Europa, nata a Vienna nel 1914, non potesse reggere al progredire impetuoso della Storia. In tale considerazione vi è una consonanza con il filosofo tedesco Hegel che, nel 1831, affermava che in breve tempo l’Europa avrebbe ceduto il primato agli Stati Uniti. Contrariamente ad Hegel, che intendeva le nazioni in una naturale e reciproca competizione, Mazzini le considerava necessariamente cooperanti in nome dell’Umanità di cui ogni singola nazione è parzialmente manifestazione.
Contrariamente a Machiavelli , Mazzini si interessa alle nazioni in quanto popoli e non stima i “principi” che le guidano poiché, come ha detto Fançois Mitterand , “Sono le nazioni, qualora ne siano in grado a fare grandi i propri governanti”. Alla luce di quanto detto è assolutamente errato il tentativo di Giovanni Gentile di parlare di un “Mazzini fascista”. Quindi l’idea dell’Italia fascista figlia di Mussolini non trova legittimazione nell’ideologia politica democratica mazziniana. Inoltre non si può giustificare, ricorrendo al pensiero politico mazziniano, né l’esperienza coloniale patrocinata dal Crispi , né l’occupazione della Libia attuata nel 1912 dal IV gabinetto Giolitti . Questi atti coloniali trovano un riferimento culturale in Alfredo Oriani che teorizzava che le disfatte di Custoza, di Lissa e di Adua avevano creato al Regno d’Italia un complesso di inferiorità che poteva essere sanato soltanto se l’Italia fosse vissuta al di sopra delle proprie possibilità giungendo ad una “grandezza della Patria” in grado di risolvere le contraddizioni fra le quali il nuovo stato era nato e cresciuto. Ma questo è il pensiero del romagnolo Alfredo Oriani, l’autore de “La lotta politica in Italia”, definito da Antonio Gramsci “il rappresentante più onesto e più appassionato per la grandezza nazional-popolare fra gli intellettuali italiani della vecchia generazione” , non il ligure Giuseppe Mazzini, ritenuto da Francesco de Sanctis “il Mosè dell’Unità ”.
I moti ispirati da “La Giovine Italia” danno tutti risultati negativi e ciò causa una forte crisi morale al Mazzini che, durante gli anni ’30, vive la “tempesta del dubbio”. In questi anni cerca una pace interiore dedicandosi a studi filosofici soprattutto in campo musicale. È infatti pubblicata nel 1836 l’opera... -
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“Filosofia della Musica"
...dedicata ad un “Ignoto Numin i” che, per stessa confessione dell’autore, ha il compito di “trarre la musica dal fango o dall’isolamento in che giace per ricollocarla dove glia antichi grandi, non di sapienza, ma di sublimi presentimenti l’avevano posta accanto al legislatore ed alla religione ”. Secondo Mazzini gli antichi avevano, dell’arte musicale, soltanto il germe (la melodia), non riuscivano a oltrepassare l’accompagnamento. Ma in quei popoli vi era una fede alla base alla base dell’“Istinto all’Unità ”, fondamento di tutte le grandi cose. In Italia, continua Mazzini, la musica nasce nel XVI secolo con Palestrina che “tradusse il Cristianesimo in note”. Secondo Mazzini elementi generatori della musica sono la melodia, simbolo dell’individualità il cui massimo esperto fu il bolognese G. M. Martini (vissuto nel periodo classico e maestro anche di Mozart), e l’armonia, simbolo del pensiero sociale, magistralmente rappresentata da Rossini , “Titano di potenza e di audacia. Il napoleone d’un epoca musicale”. Mazzini vedeva in Rossini quell’“Ignoto Numini” che doveva “spiritualizzare ” la musica “riconsacrandola con una missione ”. Probabilmente quell’“Ignoto Numini” era già nato e, come ha scritto Massimo Mila : “Mazzini steso gli aveva aperto il cammino, additando agli artisti italiani un altro dei valori attraverso i quali era possibile placare la struggente ansia individualistica del Romanticismo: ‘Dio e Popolo’. ” Infatti l’individuo è naturalmente portato a tendere verso l’infinito, definito da Mazzini stesso “l’anelito delle anime nostre”, inserendo l’elemento divino e se stesso in quell’entità collettiva rappresentata dal popolo.
Queste novità filosofiche sono la piattaforma da cui parte il melodramma di Giuseppe Verdi che, dopo i successi del “Nabucco” (1842) e dei “Lombardi” (1843), abbandona il modello rossiniano per giungere ad opere con personaggi aventi caratteri individuali quali l’“Ernani” (1844) che è di tipo donizettiano. Nella già citata “Filosofia delle Musica” è presente un aspetto profondamente religioso (anche se l’autore non riconosceva valore alla gerarchia ecclesiastica) e di tensione verso il divino che ha portato Gaetano Salvemini ad affermare che “Mazzini non fu né un uomo di Stato, né un filosofo. Fu un mistico. Chiunque vive non per se stesso, ma per gli altri, è un mistico anche se è ateo”.
L’azione politica riprende vigore nel 1848, l’anno della I Guerra d’Indipendenza, e delle forti tensioni internazionali che porteranno a Vienna alla caduta del Metternich ed, a Parigi, alla fuga degli Orlèans ed alla proclamazione della II Repubblica che ben presto cadrà nelle mani dell’ambizioso Napoleone Bonaparte . Mazzini, nel 1848, guida con Armellini e Saffi , la Repubblica romana che è il momento maggiormente rappresentativo delle sue capacità amministrative e la cui Costituzione assume, nell’interpretazione di Giovanni Spadolini , il ruolo di anticipatrice delle moderne Costituzioni democratiche europee. Fu ispirata dalle tradizioni giacobine e dalle idee socialistiche esprimendo, così, non solo aspirazioni locali, ma gli ideali maturati da grandi uomini in molti anni di forzato esilio.
Molti sono i punti in comune tra la Costituzione della Repubblica romana e la Costituzione italiana del 1948. Per entrambe la “sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione” (art. 1), evitando così di contrapporre il popolo sovrano alle legittime assemblee da esso elette. Il parallelo continua per quanto riguarda gli artt. 3, 6, 7, 8 della Costituzione mazziniana e gli artt. 13, 14, 8, 21 della Costituzione italiana. Infatti in tutti questi articoli si affermano, negli stessi termini, i diritti inviolabili della libertà d’insegnamento, dell’inviolabilità del domicilio e dell’abolizione della pena di morte. Importante è l’art. 28 della Costituzione della Repubblica romana in cui si prevede un indennizzo per tutti i rappresentanti del popolo eletti, conquista raggiunta, nel Regno d’Italia, soltanto in epoca giolittiana dal movimento socialista. Fu d’ispirazione mazziniana, nell’interpretazione data da Piero Calamandrei nel suo “Discorso sulla Costituzione”, pronunciato a Milano nel 1955, l’art. 2 della Costituzione del 1948 in cui si afferma: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà di offesa degli altri popoli”.
Sempre di Calamandrei è un nobile e virtuoso parallelismo tra l’Assemblea Costituente romana del 1847 e quella italiana del 1948. Ciò non fu affatto un azzardo, ma la consapevolezza che l’Assemblea mazziniana doveva essere il compimento del Primo Risorgimento, ma così non fu e che l’Assemblea Costituente era il simbolo della Resistenza che, come disse a Milano il 25 aprile 1968 l’allora Presidente della Camera dei Deputasti Sandro Pertini , era stata “Un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari”.
Caduta la Repubblica romana e giunto, nel 1852, al potere il Cavour si assiste alla fase calante della politica mazziniana. È la monarchia sabauda a guidare, nonostante che ciò non fosse nei progetti del Cavour, il processo di unificazione nazionale e numerosi mazziniani (Garibaldi , Crispi, Visconti-Venosta , Giuseppe Verdi ) passano alle file monarchiche aderendo alla “Società Nazionale” istituita da Cavour e dal Vittorio Emanuele II .
Mazzini si reca esule, per l’ennesima volta, in Inghilterra dove intrattiene buoni rapporti con i liberali inglesi amici di Gladstone e godendo, come testimoniato dagli scritti di Denis Mack Smith , di vasta popolarità.
Nel 1848 Marx e Engels pubblicano il “Manifesto del Partito Comunista” e nel 1864 si assiste alla nascita della Prima Internazionale alla quale partecipano fra gli altri Marx, Mazzini e Bakunin .Nel corso di questi anni la polemica tra Marx e Mazzini raggiunge livelli molto alti tanto che il filosofo tedesco accusa Mazzini di “leccare il culo ai borghesi liberali” e Mazzini replica affermando che, pur accettando le istanze di giustizia sociale che sono alla base del socialismo marxiano, rifiuta la lotta di classe e la violenza come mezzo di lotta politica. Critica fortemente i socialisti francesi che, con il loro radicalismo, hanno facilitato il colpo di Stato di Luigi Bonaparte. Condanna, con buona pace del capo del sindacalismo rivoluzionario George Sorel (che sosteneva che “La violenza è la levatrice della Storia”) la violenza ponendosi in posizione critica nei confronti della Comune parigina del 1870.
Ma nonostante tali polemiche non è improprio parlare di “socialismo mazziniano” intendendo il termine Socialismo nel senso più profondo ed originario della parola. Si rivolge alle classi medie e, tramite le “Società operaie”, al proletariato del cui appoggio ritiene di avere bisogno.
Il Partito d’Azione da lui fondato è il primo movimento veramente democratico poiché, oltre che a sostenere il suffragio elettorale universale maschile, prevede che il governo debba essere responsabile del proprio operato di fronte al popolo affinché il potere non sia detenuto da una ristretta elités. Mazzini col tempo diviene il punto di riferimento, con Piero Gobetti , Giovanni Amendola, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, di quell’Italia di minoranza che Norberto Bobbio ha chiamato “Italia civile della ragione”.
Buona parte del pensiero della sinistra democratica affonda le proprie origini nel pensiero mazziniano. Come amava ricordare Giovanni Spadolini si tratta di un pensiero “carsico” che, a partire dal Partito d’Azione risorgimentale giunge alle più recenti formazioni politiche laiche e democratiche passando attraverso l’Unione Democratica Nazionale di Giovanni Amendola, la Pentarchia del 1925, il Partito d’Azione di Ferruccio Parri , Emilio Lussu e Leo Valiani e per il Partito Repubblicano Italiano di Ugo La Malfa, è riconducibile al pensiero filosofico e politico di Mazzini. Il pensatore ligure condannava la censura e la negazione della libertà sapendo che le grandi idee della Storia erano, in molti casi, state promosse da uomini perseguitati. Valgono sempre le parole di Socrate: “Mi avete ucciso perché volete sottrarvi all’accusatore e non rendere conto delle vostre viltà! Se credete che, uccidendo uomini, possiate impedire a qualcuno di consumare le vostre vite malvagie, siete in errore”.
I modi e le forme con cui l’Italia viene unificata nel biennio 1860-61 non sono certamente quelli auspicati da Mazzini, ma come ha osservato Gaetano Salvemini in una delle sue ultime lezioni: “L’intera penisola è stata unificata sotto una sola dinastia, la casa Savoia. Tutte le altre dinastie sono state spezzate ”. In tale Italia Mazzini non si può riconoscere e muore, sotto falso nome, a Pisa nel marzo 1872.
Ci piace pensare che in quell’ora suprema, Giuseppe Mazzini avesse ancora in cuore le parole, scritte nel lontano 1831 al sovrano Carlo Alberto , piene di appassionata fede e simbolo di indomito animo: “Non v’è carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisce giudice dell’umanità, interprete delle leggi eterne della natura.”
NOTE BIOGRAFICHE
( 1805-1872)
Nasce a Genova nel 1805 e viene educato ed influenzato soprattutto dalla madre Maria Drago,donna profondamente religiosa che gli inculca i propri ideali pattriottici.
Nel 1827 si iscrive alla Carboneria e nel 1830 viene arrestato e deve rifugiarsi all'estero dove riprende con maggior impegno il suo progetto per l'unità e l'indipendenza dell'Italia.
A Marsiglia nel 1831 fonda la Giovane Italia che al contrario della Carboneria non si nasconde ma dichiara apertamente i suoi programmi,ritenendo che occorre educare il popolo alla fratellanza e all'idea dell'unità nazionale dalle Alpi alla Sicilia.
Ma vi si oppongono la polizia e gli eserciti dei vari stati,infatti nel 1833 vengono arrestati e messi a morte dodici mazziniani in Piemonte.
Nel 1834 si trasferisce in Svizzera dove con un gruppo di polacchi e tedeschi fonda la Giovane Europa e sancisce che ogni popolo debba avere la sua nazione.
Nel 1835 e 1836 vengono arrestati e condannati altri mazziniani a Genova,Savona,Napoli,Lombardia, Toscana, dove vengono scoperti tentativi rivoluzionari.
Mazzini all'estero viene condannato a morte,si rifugia prima in Svizzera e poi in Inghilterra. In questo periodo vive la "tempesta del dubbio",colpito dalle tante vite umane sacrificate alla sua idea,ma la supera convinto che occorre continuare in ogni modo la battaglia per dare agli italiani una Patria.
Nel 1844 anche la spedizione dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera fallisce in Calabria non essendo riuscito il tentativo di far sollevare le popolazioni locali. Anche questa volta sembra che i metodi,le idee e le azioni di Mazzini come già era stato per la Carboneria creino solo morti e vittime inutili.
Capisce allora che si deve abbandonare lo scontro frontale con i governi ma occorre mediare,e fare in modo che gli italiani imparino a conoscersi tra loro,vengano eliminate le dogane ed uniti da un'unica ferrovia seguendo le idee moderate di Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo.
Sotto Pio IX sembra realizzarsi il sogno di un Pontefice liberale ed illuminato,ma il vento della Rivoluzione che invade l'Europa nel 1848 spegne tutte le speranze ed il clima ritorna pieno di tensione.
Nel 1849,PioIX tenta di cancellare le concessioni,ma l'opposizione popolare permette il nascere della Repubblica Romana con a capo un triumvirato formato da Mazzini,Armellini e Saffi,ma dopo la sconfitta di Novara e le varie rivincite austriache a Brescia,in Toscana,e Venezia,anche il Papa riprende lo Stato Pontificio ed ovunque regna l'assolutismo. L'unico Stato che mantiene alcune garanzie è il Piemonte al quale si rivolgono le speranze dei patrioti.
Tra il 1850 ed il 1853 Mazzini riprende a preparare una rete clandestina per liberare la Lombardia,ma nel 1853 vengono arrestati ed impiccati centinaia di patrioti.
Nel 1857 Carlo Pisacane tenta di sbarcare a Sapri per sollevare la popolazione contro i Borboni, ma la spedizione finisce miseramente.
Nel 1860 raggiunge Garibaldi a Napoli dopo la spedizione dei Mille ma si trova in disaccordo con lo stesso Garibaldi che consegna il Sud al Re Vittorio Emanuele II ,mentre l'idea di Mazzini era quella di realizzare un'Italia Repubblicana. Riprende quindi la via dell'esilio,ritorna in Italia solamente nel 1869 guardato a vista e con timore dalla polizia a causa delle sue idee repubblicane ,e si spegne a Pisa nel 1872 presso una famiglia di amici.
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Fine articolo su Giuseppe Mazzini
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Mazzini, Giuseppe (Genova 1805 - Pisa 1872), uomo politico, patriota e rivoluzionario italiano, uno dei principali sostenitori dell'unità d'Italia.
La sua formazione politica maturò nell'ambiente familiare e nella lettura delle opere dei giacobini francesi e del poeta Ugo Foscolo. Il fallimento dei moti del 1820-21 orientò e incentrò la sua riflessione sugli ideali di patria e libertà. Affiliato nel 1827 alla Carboneria, contribuì a rafforzarne l'organizzazione cospirativa in Liguria, Toscana e Lombardia fino a che, nel 1830, non venne arrestato a Genova in seguito a una delazione. Dopo aver trascorso alcuni mesi in carcere in attesa di processo, al momento della scarcerazione gli fu imposta dalle autorità la scelta tra il confino e l'esilio. In questo periodo operò il distacco dalla Carboneria e cominciò a delineare un nuovo progetto di unità nazionale, da realizzare con il consenso di tutta la popolazione italiana.
La Giovine Italia
Scelto l'esilio, si recò prima in Svizzera e quindi a Marsiglia dove fondò la Giovine Italia (1831), associazione politica che si poneva come obiettivo l'educazione del popolo in vista di un'insurrezione generale, che portasse a un'Italia unita, repubblicana e democratica. Attraverso il periodico della Giovine Italia propagandò le sue idee finalizzate a superare il modello rivoluzionario delle sette, da lui giudicate elitarie, a favore di una più ampia adesione popolare al moto risorgimentale: i concetti di popolo e di nazione furono al centro della sua analisi politica, che si sviluppò in direzione della scelta repubblicana. Per un breve periodo la sua attività clandestina tra i fuoriusciti italiani lo avvicinò al rivoluzionario Filippo Buonarroti e alle sue organizzazioni politiche, da cui tuttavia dovevano in seguito separarlo forti divergenze sul piano ideologico.
Nel 1833 Mazzini fece opera di propaganda fra i soldati dell'esercito sardo, ma il complotto venne scoperto e vi furono decine di arresti e numerose condanne a morte. Una seconda azione rivoluzionaria, basata sull'intervento di un esercito di volontari che avrebbe dovuto penetrare in Savoia passando dalla Svizzera, fallì nel 1834 e lo stesso Mazzini venne condannato a morte in contumacia. La Giovine Italia subì un duro colpo ma Mazzini, per il quale gli ideali patriottici si fondevano con quelli religiosi, era ormai certo che il popolo fosse il depositario della provvidenza divina e che il raggiungimento dell'unità nazionale dovesse essere solo il primo passo verso un'Europa composta da nazioni libere, democratiche e repubblicane. Ispirato da questi princìpi, ampliò il proprio obiettivo e unendosi ad altri rivoluzionari stranieri fondò a Berna la Giovine Europa (1834).
Nel 1835 pubblicò il saggio Fede e avvenire, in seguito più volte ristampato, che rappresenta un importante manifesto teorico delle sue idee. Alla fine del 1836 dovette lasciare la Svizzera, dove si era rifugiato, e si trasferì a Londra, dedicandosi a studi letterari, all'attività di giornalista e conferenziere, e organizzando scuole per i figli degli emigrati italiani. Il soggiorno londinese fu decisivo nella maturazione del suo pensiero politico, che si aprì alla questione sociale, assumendo i diritti dei lavoratori tra i punti di forza della sua lotta, come teorizzò negli scritti raccolti sotto il titolo I doveri dell'uomo: sintesi del pensiero mazziniano, l'opera ebbe grande fortuna.
L'attuazione degli ideali mazziniani
Nel biennio rivoluzionario 1848-49 Mazzini, dopo un soggiorno in Francia dove fondò l'Associazione nazionale italiana, fece ritorno in Italia per partecipare insieme con Carlo Cattaneo al movimento patriottico di Milano, quindi per dar vita a un governo democratico a Firenze e dirigere poi la breve esperienza della Repubblica Romana, durante la quale prese parte con Aurelio Saffi e Carlo Armellini al triumvirato che governò Roma fino al 30 giugno 1849, quando la Repubblica dovette arrendersi all'esercito francese. Nuovamente costretto a fuggire si ritirò in Svizzera, dove nel 1850 fondò un'associazione patriottica europea chiamata Comitato democratico europeo, insieme con l'ungherese Lajos Kossuth e il francese Ledru-Rollin. Rientrò quindi a Londra nel 1851, da dove continuò a organizzare l'opera di propaganda per l'indipendenza e l'unità italiana attraverso l'associazione Friends of Italy. Diede il suo appoggio all'insurrezione antiaustriaca scoppiata nel Regno Lombardo-Veneto tra la fine del 1852 e l'inizio del 1853, il cui fallimento costò la vita a molti patrioti (vedi Martiri di Belfiore): a questa ennesima sconfitta Mazzini reagì fondando il Partito d'azione, tramite il quale ispirò e appoggiò alcuni tentativi insurrezionali, tra cui la spedizione di Carlo Pisacane in Campania.
Nel 1857, recatosi a Genova, cercò con un colpo di mano di impadronirsi di un deposito di armi, ma l'azione venne scoperta e gli fruttò una seconda condanna in contumacia. Mazzini riparò nuovamente a Londra e allo scoppio della seconda guerra d'indipendenza, pur deprecando l'alleanza franco-piemontese (vedi Accordi di Plombières), che a suo giudizio asserviva l'Italia allo straniero, invitò il popolo a combattere contro l'Austria. Nel 1860 raggiunse Giuseppe Garibaldi a Napoli, nell'infruttuoso tentativo di spingerlo a continuare l'impresa dei Mille e liberare Venezia e Roma. Di nuovo in esilio a Londra, nel 1864 partecipò alla fondazione della Prima internazionale, ma presto si trovò in aperto contrasto con le tesi di Karl Marx e se ne allontanò; egli esercitò una forte influenza nelle società operaie italiane che si stavano organizzando all'inizio degli anni Settanta, e al cui interno era rappresentata una forte corrente repubblicana che si ispirava al pensiero e all'azione di Mazzini.
Nel 1870 organizzò e condusse personalmente una spedizione militare per liberare Roma, che nelle sue intenzioni doveva partire dalla Sicilia: fermato a Palermo, venne incarcerato a Gaeta; uscì poco dopo grazie a un'amnistia, ma fu di nuovo costretto all'esilio, prima a Londra e poi a Lugano. Stabilitosi in Italia nel 1872 sotto il falso nome di dottor Brown, trascorse i suoi ultimi giorni a Pisa, circondato dagli amici a lui più vicini.
Fine articolo su Giuseppe Mazzini
M O T I L I B E R A L I
Moti del 1820-21
LA RIVOLUZIONE IN SPAGNA DEL 1820
Ferdinando VII, re di Spagna spodestato da Napoleone, aveva prima emanato una Costituzione (1812) ma, caduto Napoleone e restaurato il dominio dei Borboni, aveva revocato la Costituzione e restaurato l'assolutismo (1814). Malcontento si diffuse soprattutto tra i militari, molti dei quali erano iscritti alle società segrete.
Nel gennaio 1820 il re organizzò una spedizione in partenza da Cadice per riconquistare le Colonie spagnole. I soldati però si rifiutarono di partire (convinti dagli ufficiali iscritti alle società segrete ) e imposero al re di riconfermare la Costituzione: il re cedette (1820). Nel 1823 un esercito francese assediò Cadice che capitolò.
IL MOTO DI NAPOLI (1820). Alla fine di luglio 1820 due guarnigioni di NOLA e AVELLINO, al comando di due ufficiali di cavalleria MORELLI e SILVATI (sostenuti anche dal prete MENECHINI), innalzarono il vessillo carbonaro (azzurro, rosso e nero), e al grido di "Viva il re e la Costituzione di Spagna!" mossero verso Napoli. A comando degli insorti si pose il generale GUGLIELMO PEPE. L'8 luglio l'esercito entrò a Napoli e il 13 luglio il re Ferdinando giurò la Costituzione.
IL MOTO DI SICILIA. Mentre i carbonari a Napoli avevano chiesto la Costituzione di Spagna, i carbonari chiesero la Costituzione siciliana del 1812, che garantiva all'isola una certa autonomia. Ma lo stesso governo costituzionale di Napoli inviò in Sicilia prima il generale Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, per reprimere il moto separatista e poi il generale Pietro Colletta che represse duramente gli insorti. Così la Sicilia fu costretta a inviare i propri rappresentanti al parlamento napoletano.
Intanto il re Ferdinando fu invitato al Congresso di Lubiana (gennaio 1821) da parte delle potenze della Sante Alleanza, per rendere ragione del suo operato.
Ferdinando promise dinanzi al Parlamento di difendere la Costituzione ma giunto là chiese all’Austria di intervenire. L'Austria inviò un esercito che sconfisse gli italiani. Ferdinando, tornato a Napoli, fece fucilare Morelli e Silvati; Pepe e altri fuggirono; altri furono espulsi.
I MOTI DEL 1821 IN PIEMONTE
In Piemonte era tornato Vittorio Emanuele I nel maggio 1814. Malcontento dei liberali, che in Piemonte erano organizzati nelle due società segrete della Carboneria e dei Federati. L'11 gennaio 1821 alcuni studenti che volevano entrare a teatro col cappello frigio, furono arrestati. Il giorno seguente altri studenti riuniti all'Università tumultuarono per chiedere la liberazione dei loro compagni.
Alcuni capi del movimento liberale, tra cui il Conte Santorre di Santarosa, andarono a parlare all'erede al trono, il giovane Carlo Alberto (1798-1849), che sembrava simpatizzare per la causa. A marzo insorsero le guarnigioni di Alessandria, Pinerolo, Vercelli, Torino. Ma il re Vittorio Emanuele I piuttosto che concedere la Costituzione abdicò in favore del fratello Carlo Felice. Questi era a Modena e allora affidò la reggenza a Carlo Alberto, il quale concesse la Costituzione sul modello di quella di Spagna "salvo l'approvazione del re"(13-3-1821).
Ma Carlo Felice dichiarò da Modena di non riconoscere la Costituzione e ingiunse al nipote di recarsi a Novara; mentre richiese l'intervento armato dell'Austria. L'Austria inviò un esercito di 15.000 uomini che sconfisse a Novara i liberali (8-4-1821). Il re Carlo Felice, tornato a Torino, iniziò la repressione: Santorre di Santarosa riuscì a fuggire e morì in Grecia lottando contro i Turchi (1825). Silvio Pellico, Maroncelli, Confalonieri furono imprigionati nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Pellico scrisse in seguito Le mie prigioni.
La carboneria
La carboneria trasse il suo nome da una leggendaria confraternita di San Teobaldo che all'inizio del XVIII secolo viveva isolato nei boschi di Francia dentro una "baracca" dedicandosi alla produzione a alla "vendita" di carbone. Uomo libero contro il dispotismo e la tirannide e con tanta passione in Cristo, con dei seguaci finì per creare una istituzione che traeva ispirazione dalla religione e dalla chiesa cattolica. La "Baracca" divenne insomma un centro di riunione. Per accedere nella sua misteriosa cerchia (tra l'ascetismo e quella che poteva sembrare una cospirazione contro i potenti, inizialmente antibonapartista) fu adottato un rituale il cui simbolismo e culto continuò poi a resistere nel tempo. Lo stesso sant'uomo Teobaldo diventò un simbolo e la personificazione della lotta dell'uomo libero.
Secondo alcuni studiosi l'origine della società segreta della carboneria fu appunto una filiazione degli charbonniers, che al culto di San Teobaldo si ispirarono: una associazione artigiana della Franca Contea dai connotati mutualistico-religiosi. E che forse aggiunsero a quelli creati dal monaco, riti e simboli della massoneria e del misticismo cristiano). Da queste caratteristiche evangeliche a quelle politiche (intese come libertà dell'uomo) il passo fu breve. Gli affiliati detti "buoni cugini", cominciarono a darsi una struttura (diremmo noi oggi un Partito) creando delle sezioni dette proprio "baracche" come quella di S. Teobaldo, o "vendite", all'interno delle quali fu creata una gerarchia che prevedeva tre gradi, l'Apprendista, il Maestro e il Gran Maestro.
Ad ogni grado corrispondeva anche una graduale comunicazione agli affiliati del programma, inizialmente questo era umanitario, e non tanto vincolato al segreto, ma poi questa gradualità si accentuò quando assumendo delle connotazioni politiche patriottiche liberali (quindi "ribelli"… in lotta con il dispotismo e la tirannide dei potenti) la segretezza del programma doveva rimanere circoscritto e anche gerarchichizzato all'interno di quella che cominciò a chiamarsi Società Segreta.
Ovviamente per accedervi venne istituito un cerimoniale formalistico e molto complesso, che innanzitutto prevedeva un giuramento imposto con una rituale anch'esso complesso, in alcuni casi anche terrificante e umiliante. Gli orgogli, le vanità, i possessi materiali, dovevano rimanere fuori dalla porta; varcandone la soglia si accettava l'umiltà. Gli adepti dovevano dimostrare ingegno, fede e coraggio. Solo così potevano salire nella scala gerarchica, raggiungere posti direttivi (dette "luci").
Fra i giuramenti c'era quello di invocare non solo il giudizio di Dio se si tradiva, ma accettare anche il più crudele castigo dei compagni. Fra i componenti dello stesso grado gerarchico per riconoscersi c'era un segretissimo codice che solo il Grande Maestro comunicava loro, ed era un complicato sistema di "battute", di "toccamenti", di "passi", e infine una "parola d'ordine".
In Italia la carboneria sembra sia stata introdotta nel Sud verso il 1806 da alcuni funzionari o ufficiali francesi.
Sappiamo che la diffusione avvenne proprio nel Regno di Napoli, e che Gioacchino Murat, allora al governo, nei suoi primi anni cercò anche di utilizzarne gli affiliati fino a quando, nel 1812, diventando la setta sempre più costituzionalista con aspirazioni liberali, cercò poi di reprimerla.
Dal 1812 al 1815 le persecuzioni la costrinsero ad una maggiore segretezza. Il covo del "carbonaro" (a parte l'associazione etimologica della parola), divenne esso stesso "oscuro", un luogo losco, misterioso, dove si congiurava.
Il "simbolo" della congiura.
In Italia fu proprio dal 1814-15 che la setta iniziò a diffondersi in molte regioni, dove per gli stessi motivi, già esistevano (come sono sempre esistiti) dei covi cospirativi contro i tiranni. C'era già la Guelfia attiva nello Stato Pontificio; e c'erano i Federati operanti in Piemonte e in Lombardia.
Più diffusa la prima, nel Lazio e nelle Marche; e fu proprio nelle Marche a Macerata il primo tentativo carbonaro insurrezionale il 23 giugno 1817.
Ma la più grande diffusione avvenne nel meridione; le sette carbonare si fecero interpreti del malcontento della popolazione verso l'assolutismo e la tirannia dei Borbone. E proprio a Napoli i carbonari diedero vita alla prima vera e propria rivoluzione liberale: quella di Pepe nel 1820-21. Dalle prime manifestazioni di intolleranza verso i governanti ritornati sul trono con la restaurazione, si passò a vere e proprie insurrezioni e ammutinamenti dentro gli eserciti
Il 1 Luglio del 1820, malgrado il clima reazionario dei Restauratori, nonostante gli arresti, le perquisizioni, la messa al bando dei carbonari di Salerno, a Nola (Napoli) un reggimento della cavalleria reale borbonica guidato dagli ufficiali MICHELE MORELLI e GIUSEPPE SILVATI si ammutinarono, marciando su Avellino, e si unirono ai carbonari salernitani.
Ferdinando I di Borbone, inviò il generale ANTONIO CAMPANA a reprimere la rivolta, ma nelle stesse file dell'esercito avvennero molte defezioni che andarono così a rafforzare le file dei rivoltosi.
Il generale GUGLIELMO PEPE appoggia con il suo esercito gli ammutinati di Salerno, mettendosi a capo della rivolta, ed inviando poi alla reggia cinque carbonari per chiedere al sovrano Borbonico la concessione della Costituzione di Spagna. Ottenutala fu presto rinnegata da re Ferdinando, che tornò a operare durissime repressioni. Furono arrestati tutti quelli che avevano fatto parte del nuovo Parlamento, e furono emesse condanne a morte per tutti i militari che avevano preso parte alla rivoluzione; e in contumacia anche il generale Pepe.
Si é scritto che quest'esito infelice, contribuì potentemente a diffondere il sentimento dell'unificazione nazionale, a costruire la mitologia del Risorgimento, a dare ai moti una tinta patriottica e anti-austriaca; anche se incapaci di coinvolgere le masse popolari, ancora isolate e poco influenti. Ma è indubbio che i fuggitivi, a migliaia, scampati alla forca, iniziarono a ingrossare le file dei futuri cospiratori in ogni parte d'Italia.
La fama di questi ideali liberali, poi i veri e propri moti, presto raggiunsero le regioni del nord, l'austriaco Lombardo-Veneto, i ducati di Modena, di Parma, la Romagna, il Piemonte, creando così dei collegamenti fra le varie società sempre più numerose (spesso erano gli stessi fuggiaschi a crearli da una regione all'altra). E proprio per questo sempre più esposte a delazioni, a repressioni, a condanne al carcere duro, o alle esecuzione capitali sulle pubbliche piazze, come monito.
Nel Lombardo-Veneto fu ordinato ai parroci di leggere in chiesa un invito ai fedeli a "fare il loro dovere", quello di denunciare i carbonari. Premio un sacco di sale per le informazioni, o 500 corone per la cattura di un ribelle vivo o morto.
Una delle prime dure repressioni furono quelle del 1818, a Rovigo, dove la polizia austriaca fece una serie di arresti, di processi, condanne, esecuzioni. Ma anche la successiva repressione in Lombardia, del 5 ottobre 1820 non fu meno feroce. I primi severi provvedimenti presi dagli austriaci nel Lombardo-Veneto contro i sobillatori a mezzo stampa, causarono l'arresto a Milano di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli ex collaboratori del "Foglio azzurro" il Conciliatore di CONFALONIERI. Con una severa sentenza (condanna a morte, poi graziati dall'imperatore rispettivamente con 15 e 20 anni di carcere duro) i due furono rinchiusi nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Pellico vi resterà dieci anni, fino al 1830 quando fu poi graziato. Ma molti altri furono imprigionati, fatti morire o eliminati sul patibolo.
Ma mentre a Napoli si soffocava nel sangue la prima vera rivoluzione liberale in Italia (che segna l'inizio di un difficile cammino verso l'unificazione nazionale), il "grande coraggio" di PEPE, MORELLI, SILVATI e di altri 5000 anonimi napoletani, si era già trasferito in Piemonte. Il 10 Marzo 1821 l'insurrezione partì da Alessandria, proprio dai dragoni del re. Promotore del moto costituzionale, GIACOMO GARELLI, un ex ufficiale dell'esercito napoleonico. Il comandante ISIDORO PALMA, occupò la cittadella, proclamò la Costituzione di Spagna, sul pennone fece innalzare la bandiera tricolore e si formò una giunta provvisoria di governo. Ci fu un ambiguo appoggio di un giovane Savoia (Carlo Alberto) ma poi il 3 APRILE - CARLO FELICE, riprese in mano la situazione, dichiarò traditori tutti i militari che avevano partecipato alla rivoluzione piemontese, e dichiarò tutti sovversivi i rivoluzionari dando inizio alla resa dei conti. Incoraggiando e utilizzando le delazioni, furono passati al setaccio tutti i militari, e chi non riuscì a giustificare l'assenza dai reparti nei giorni dei disordini fu considerato un disertore; negli impieghi statali si procedette allo stesso modo. Il 19 giugno si eseguirono le prime condanne a morte, mentre i tanti che si erano messi già in salvo fuggendo, furono condannati alla pena capitale in contumacia. Altri arresti e condanne all'impiccagione in giugno, luglio, agosto e settembre.
L' "avventura costituzionalista" e il tentativo di ribellarsi terminò così: sulle forche.
Così a Modena nel 1823, l'11 SETTEMBRE altre 9 forche pronte in piazza per lo "spettacolo-monito", preparato da FRANCESCO IV per altrettanti carbonari accusati di cospirazione e per accontentare il suo palato.
Il 28 SETTEMBRE del 1823, il cardinale ANNIBALE DELLA GENGA diventa papa col nome di LEONE XII. Non meno intransigente del precedente, insediò subito un cardinale la cui principale "vocazione" fu quella di dar vita a un regime poliziesco dentro lo Stato Pontificio scegliendosi gli uomini "giusti" cioè i più famigerati giustizieri e il miglior boia. Il 1 OTTOBRE - A soli due giorni dall'elezione, a guidare la famigerata polizia pontificia fu infatti nominato il cardinale AGOSTINO RIVAROLA. Dopo poche ore era già in Romagna, con pieni poteri, per aprire processi sommari e senza appello. I metodi inquisitori brutali e le numerose condanne a morte li maritarono subito la fama di famigerato prete della morte. Per sei anni gli abitanti della Romagna godranno degli spettacoli pubblici offerti dal cardinale. C'è una novità però: ora appesi nelle forche o fra fucilati non ci sono solo i militari, i borghesi, ma anche piccoli artigiani, il sarto, il fornaio, o il vinaio del paese. Inizia ad esserci qualche disgraziato popolano padre di famiglia: lo "spettacolo" non è più quello di una volta, quando a salire sul patibolo erano pur sempre uomini che in un modo o in un altro avevano esercitato un'autorità, seminando nel loro cammino qualche rancore. Ora penzolava gente comune, della povera gente che si ribellava ai soprusi, alle spoliazioni, alle angherie, austriache o pontificie.
Si registrano scoraggiamenti, sconforto per un certo periodo poi il 28 GIUGNO del 1828 un improvviso risveglio di moti carbonari nel regno delle Due Sicilie. Il primo é una vera e propria sollevazione popolare nel salernitano, sul Cilento. La "sorpresa" è che la guida un canonico, ANTONIO DE LUCA. La rivolta dilaga nei paesi vicini, sono occupati i comuni, viene proclamata una Costituzione quella rivoluzionaria francese del 1791. Nello stesso tempo, forse per simpatia (ma sembra che ci sia un unico progetto, guidato da rappresentanti della carboneria di Napoli) scoppiano altre rivolte nella zona di Palinuro. L'insegna che ostentano é il tricolore.
La reazione del governo regio é immediata con l'invio sul posto di reparti dell'esercito al comando di SAVERIO DEL CARRETTO che ha pieni poteri nell'azione repressiva: ed é durissima. Oltre che sconfiggere gli insorti, massacrandoli, si abbatte una tremenda vendetta nel comune di Bosco, ritenuto il covo dei carbonari ribelli. Il paese viene fatto radere al suolo fino all'ultimo mattone, poi, come a rendere immune il terreno da un maleficio, viene cosparso di sale, cancellato come comune.
Le indagini poliziesche poi proseguono su Napoli, un centinaio di sospettati sono arrestati. Il 27 LUGLIO e fino al 20 agosto, la solita commissione straordinaria del tribunale speciale inizia processi sommari contro gli arrestati. Sono inflitte condanne severissime. Il canonico ribelle è il primo ad essere fucilato, i responsabili principali faranno la stessa fine dopo alcuni giorni, mentre altre condanne saranno comminate a fine ottobre.
Con i vari fallimenti di queste prime insurrezioni (quella di Napoli, e quella di Torino quasi nello stesso anno 1821) le società carbonare conobbero un certo declino per la loro inconcludenza, per la mancanza di obiettivi comuni e di azioni concordate.
Ma non si sciolsero: i singoli affiliati fortemente motivati e legati sempre agli iniziali ideali, a partire dal 1831 confluirono verso altre società segrete con a capo non sovversivi improvvisati, ma prestigiosi intellettuali come il Confalonieri in Lombardia, o Mazzini che diede vita nello stesso anno alla Giovine Italia.
Poco successo ebbe invece quella di Buonarroti che voleva dar vita a una carboneria democratica riformata.
Buonarroti pur legato al programma repubblicano mazziniano, se ne allontana in maniera peculiare. Sempre attivo e forte organizzatore in ogni parte d'Europa di società segrete di carattere egualitario e repubblicano, con i suoi principi socialisti, in Italia le sue idee hanno qualche influenza, ma l'orientamento dei nuovi movimenti nella penisola sono ormai tutti costituzionali moderati.
GIUSEPPE MAZZINI fa tesoro delle esperienze fallimentari del Buonarroti, della carboneria e delle varie società segrete. Sta già pensando a una nuova organizzazione rivoluzionaria ispirata agli ideali dell'unità, della Repubblica e della fratellanza universale. Dopo altri tragici eventi c'è molta confusione e tanta perplessità dentro le sette. Il giovane GIUSEPPE MAZZINI - pur affiliato alla carboneria nel 1827 (a 22 anni), non ha mai cessato di criticarla, e si é spinto, insieme ad alcuni coetanei, a una riflessione originale sulle cause che rendano impossibile l'unificazione del paese. Nel 1830 afferma a chiare lettere: "La carboneria é un vasto e potente corpo ma senza capo, chiusa in una cerchia di pochi iniziati, senza un programma, senza l'esigenza di rendere partecipe il popolo, quindi incapace di riuscire a creare una coscienza nazionale di massa".
Nel 1831, in agosto, scriverà poi il documento programmatico della sua nuova associazione: la Giovine Italia, a carattere repubblicano, nazionale unitario e democratico, che si differenzia dalle sette carbonare per la chiarezza del disegno politico, noto a tutti gli aderenti. E naturalmente non ignorato dai governanti reazionari molto attenti a questo giovane neolaureato in giurisprudenza, che sta sfornando articoli sui giornali, i suoi primi saggi letterari, impregnando le righe di forti sentimenti romantici e patriottici. Pericolosi! Infatti, fin da febbraio (quindi molto prima dei moti parigini) il foglio che pubblica i suoi articoli - L'indicatore livornese - segue la stessa sorte del precedente Indicatore genovese, fatto chiudere il primo gennaio dell'anno prima, dal governo sabaudo.
Anche a Livorno il governo toscano - anche se più liberale dei Savoia - ne fa cessare la pubblicazione proprio per un articolo di Mazzini giudicato sovversivo e pericoloso. Mazzini rientrato poi a Genova, con i moti rivoluzionari francesi di agosto in pieno svolgimento, i gendarmi sabaudi pagando un delatore riescono ad arrestarlo insieme ad altri carbonari. Lo processano per cospirazione politica e Mazzini finisce carcerato nel forte di Savona fino al gennaio del prossimo anno, quando verrà liberato, bandito dal regno sabaudo, esiliato in Francia, a Marsiglia.
Dopo i moti di Parigi, se è molto forte la spinta rivoluzionaria che si riscontra in tutte le sette cospirative organizzate in Italia o formate all'estero dai patrioti esuli, non è inferiore la forte tensione che si riscontra dentro i vari governi reazionari della penisola.
S'intensifica la repressione, i controlli sono ancora più severi, e sono decretate altre plateali condanne a morte nel Regno borbonico delle Due Sicilie; mentre lo Stato Pontificio, nella oppressa Emilia, temendo infiltrazioni di studenti con ideologie rivoluzionarie dentro le università, vieta l'iscrizione a chi non è cattolico "notoriamente devoto".
A Modena 1 NOVEMBRE sempre del 1830, CIRO MENOTTI assume la direzione della sua progettata rivoluzione. E' riuscito ad organizzare una serie di comitati insurrezionali in varie città e crede nell' appoggio di FRANCESCO IV. Il suo programma insurrezionale mira infatti a creare un Regno d'Italia sotto il governo di una monarchia rappresentativa. Non ha però messo in conto il diabolico tradimento di Francesco. Pagherà con la vita questa imprudenza e farà fallire l'intera insurrezione.
In effetti, quello del coinvolgimento del Duca di Modena nelle cospirazioni carbonare dal primo al terzo decennio del secolo decimonono é uno degli aspetti più intricati, più controversi, più inesplorati ed anche per questo più affascinanti della nostra storia nazionale. Anche perchè è ipotizzabile che Francesco avesse cospirato con Menotti ed i congiurati carbonari per ambizioni personali di potere, credendo e sperando di poter espandere il territorio del suo piccolo Stato per divenire lui "Re d'Italia". (del resto i Savoia si comportarono allo stesso modo e con le stesse intenzioni, a partire da Carlo Alberto nel 1821; con ancora le sue ambiguità nel '48 e '49 e poi quelle di suo figlio Vittorio che appena salito sul trono - fedele servo degli austriaci suoi parenti- nello stesso anno non indugiò un attimo a stroncare i moti liberali di Genova).
Ritorniamo alla carboneria che proprio dal 1830 inizia ad avere un certo declino. Del resto essa ebbe raramente un carattere unitario, era ancora molto lontana per non dire nebulosa la visione unitaria dell'Italia; ognuno aveva il suo programma che variava da paese a paese (gli Stati e i Regni di allora). E pur avendo in comune il suo fine essenziale: l'affrancamento dei popoli, la libertà, l'indipendenza dei popoli, i progetti politici e la forma di governo erano spesso diversi. Alcuni fermamente ambivano alla Repubblica, mentre altri a una monarchia costituzionale, chi voleva un sovrano, e chi un papa; comunque sempre con un parlamento.
Un Parlamento di popolo?. Non proprio. Ancora nel 1849 Mazzini fallì sulla Repubblica Romana proprio perchè mancava il popolo. Non dobbiamo dimenticare che queste società segrete erano a carattere prevalentemente borghese, quindi non avevano preoccupazioni di carattere sociale: il popolo, ancora non era considerato come una forza politica e pertanto rimase del tutto assente dalle file della varie organizzazioni.
Scarsissimi e praticamente del tutto assenti erano gli aristocratici: i "buoni cugini" erano soprattutto funzionari, impiegati, professori, studenti, numerosi ufficiali. Soprattutto fra questi ultimi - come abbiamo visto a Napoli e poi a Torino - furono gli elementi più attivi e anche ovviamente i più audaci. Alla base dunque del loro fallimento c’era dunque la mancanza di un progetto politico e mancava uno statista. L'Italia dovrà attendere CAVOUR. Spregiudicato, forse anche cinico, ma realista. Capace di puntare sul cavallo giusto (l'intellettuale per i borghesi) ma anche sul quello sbagliato ma utile (il pittoresco Garibaldi per le masse).
Ma come abbiamo gia scritto sopra, la carboneria direttamente o indirettamente contribuì potentemente a diffondere il sentimento dell'unificazione nazionale, a dare ai moti una tinta patriottica e anti-austriaca; anche se non a livello di masse popolari, ancora isolate e poco influenti.
Tutto questo avverrà molto più tardi. Il grande risveglio sarà nel 1848, e non solo in Italia.
Fine articolo su Giuseppe Mazzini
DAL CONGRESSO DI VIENNA ALL’UNITA D’ITALIA
1. IL PERIODO DELLA RESTAURAZIONE
1.1. Il Congresso di Vienna
Dopo l’abdicazione di Napoleone si riunì a Vienna nell’ottobre 1815 un Congresso al quale parteciparono i più potenti sovrani ed uomini politici d’Europa,che rappresentavano l’Austria,la Francia,l’Inghilterra,la Russia e la Prussia. Il Congresso si proponeva di restaurare (ossia ristabilire) in Europa la situazione politica precedente alla Rivoluzione Francese,dopo gli sconvolgimenti provocati da Napoleone. Per questo motivo il periodo che segue dal 1815 al 1830 fu poi detto Eta’ della Restaurazione. Il Congresso si ispirò ad alcuni principi.: a) il principio di legittimità per cui gli stati venivano ridati ai legittimi sovrani. b) il principio di equilibrio tra le grandi potenze al fine di favorire la pace. c) il criterio di costituire intorno alla Francia una barriera di Stati cuscinetto per impedire il ritorno di ambizioni francesi di dominio sull’Europa.
Il Congresso di Vienna, anche se è vero che assicurò all’Europa un periodo di pace,non tenne però in nessun conto la volontà dei popoli e il principio di nazionalità diffusosi dopo la Rivoluzione Francese. Popoli e Stati furono trattati come merci.
1.2. La Santa Alleanza
Nel Settembre 1815 gli imperatori di Russia ed Austria ed il re di Prussia avevano stipulato il patto della Santa Alleanza che impegnava i sovrani ad aiutarsi reciprocamente in nome della fratellanza cristiana; in realtà questo patto nascondeva precisi fini politici, affermando il principio di intervento per il quale gli stati contraenti erano autorizzati ad intervenire militarmente ogniqualvolta delle insurrezioni minacciassero la sistemazione data all’Europa dal Congresso di Vienna.
1.3. Il governo dei sovrani “restaurati”
I sovrani “restaurati”, convinti di poter cancellare gli anni della dominazione francese e le idee da essa diffuse, come se non fossero mai esistite, ristabilirono l’assolutismo monarchico ed i privilegi della nobiltà e del clero. Furono abolite tutte le libertà civili , come la libertà di opinione,di parola e di stampa, la libertà di associazione e di riunione. Fu instaurato un regime di controllo poliziesco contro ogni forma di opposizione ed una rigida censura contro tutte le pubblicazioni che contenessero idee rivoluzionarie.
1.4. L’Italia dopo il Congresso di Vienna
a) Sistemazione politica . L’Italia fu divisa in numerosi stati,la maggior parte dei quali sotto il controllo diretto o indiretto dell’Austria :
REGNO DI SARDEGNA (Piemonte,Liguria,Sardegna) sotto la dinastia dei SAVOIA. Era l’unico stato relativamente autonomo,anche perchè era uno degli stati “cuscinetto” posto a controllo dei confini della Francia. Ad esso era stata annessa la scomparsa Repubblica di Genova.
REGNO LOMBARDO-VENETO sotto il dominio diretto dell’Austria, governato da un vicerè. Ad esso era stata annessa la scomparsa Repubblica Veneta.
DUCATO DI PARMA E PIACENZA governato da Maria Luisa d’Austria,moglie di Napoleone e figlia dell’imperatore d’Austria.
DUCATO DI MODENA E REGGIO governato da Francesco IV d’Asburgo-Este.
GRANDUCATO DI TOSCANA governato da Ferdinando III d’Asburgo-Lorena
STATO DELLA CHIESA (Lazio,Umbria,Marche,Romagna) restituito al Papa Pio VII che riconosceva all’Austria il diritto di controllo sul suo territorio.
REGNO DELLE DUE SICILIE (Italia Meridionale) sotto Ferdinando I di Borbone che aveva stretto con l’Austria un patto di alleanza.
b) Situazione economica . L’Italia continua ad essere un paese essenzialmente agricolo. La progressiva scomparsa del sistema feudale provoca da una parte il diffondersi della proprietà borghese e dall’altra la perdita di assistenza da parte del loro signore per i contadini ed il peggioramento delle loro condizioni di vita. Intanto verso la metà del sec.XIX si ebbero nell’Italia del Nord i primi segni della Rivoluzione Industriale ostacolata però
- dal frazionamento politico che dava luogo alla presenza di dogane,le quali provocavano un aumento dei costi delle merci e nello stesso tempo impedivano la costruzione di ferrovie attraverso i vari stati.
- dall’Austria che impose gravi oneri fiscali ed impedì l’importazione di macchine a vapore dall’Inghilterra subordinando lo sviluppo industriale dell’Italia a quello dei paesi al di là delle Alpi. Pertanto il Risorgimento ebbe anche un aspetto economico: infatti unità d’Italia e indipendenza dall’Austria significava per la borghesia fare dell’Italia un paese industriale e realizzare un mercato unico,abbattendo le barriere doganali e costruendo ferrovie.
1.5. L’opposizione alla Restaurazione
a) IL ROMANTICISMO : è un movimento culturale che si sviluppa in Europa agli inizi del 1800. A differenza dell’Illuminismo che sottolineava la ragione, i Romantici sostengono l’importanza del sentimento. Mentre la ragione rende uguali gli uomini, il sentimento li diversifica: per i Romantici ogni individuo è diverso dagli altri,ha un suo modo di sentire,una sua storia. Come ogni individuo si distingue,così anche ogni nazione ha sue caratteristiche,una sua storia per cui si distingue dalle altre. Si afferma così il principio di nazionalità. Ma sia un individuo che uno stato per esprimersi hanno bisogno di libertà e questo principio di libertà passerà dal campo culturale a quello politico,per cui i Romantici finiranno per coincidere con i liberali,che vogliono libertà ed indipendenza dall’Austria.
b) IDEOLOGIE POLITICHE CONTRARIE ALL’AUSTRIA
Liberali Monarchia costituzionale
moderati Libertà ma non uguaglianza ( Suffragio ristretto )
Liberali Repubblica
democratici Libertà e uguaglianza - Sovranità popolare (Suffragio universale )
c) CLASSI SOCIALI CONTRARIE ALL’AUSTRIA
1) Ex -ufficiali che avevano fatto carriera al tempo di Napoleone ed ora si vedevano sostituiti dai n
2) Borghesi ostacolati nello sviluppo delle industrie dall’Austria e nei commerci dalle dogane
3) Intellettuali vogliono la libertà di espressione proclamata dal Romanticismo
d) SOCIETA’ SEGRETE
I liberali per sfuggire alla sorveglianza della polizia che considerava pericolose le loro idee furono costretti a riunirsi in società segrete i cui affiliati si ritrovavano di nascosto per cospirare contro lo stato. La più importante in Italia fu la Carboneria. Membri delle società segrete erano gruppi ristretti di borghesi. Le massa popolari non vi partecipavano, né i liberali si curavano di diffondere tra il popolo le loro idee, per questo poi molti moti falliranno.
2. I MOTI DEL 1820 \ 21 E DEL 1830 \ 31
Per opera delle società segrete scoppiarono in Italia ed in Europa due ondate di moti rivoluzionari
a) I MOTI DEL 1820 \ 21
SPAGNA : fallisce per l’intervento della S.Alleanza
ITALIA (Napoli-Piemonte) : “ “ “ “ “
GRECIA : ottiene l’INDIPENDENZA DALL’IMPERO TURCO grazie
all’ appoggio di Inghilterra e Russia
b) I MOTI DEL 1830 \ 31
FRANCIA : sale al trono LUIGI FILIPPO D’ORLEANS che instaura una
MONARCHIA COSTITUZIONALE
BELGIO : ottiene l’indipendenza dalla Olanda e diventa una
MONARCHIA COSTITUZIONALE (appoggio Francia -Ingh.
POLONIA : Fallisce per l’intervento della S.Alleanza
ITALIA(Modena-Romagna) : “ “ “
c) CONSEGUENZE
Al fallimento dei vari moti seguì la repressione con arresti,processi e condanne.
Dopo i moti del 30\31 l’Europa è divisa in due parti:
- a Occidente : MONARCHIE COSTITUZIONALI ( Inghilterra, Francia, Belgio )
- a Oriente : MONARCHIE ASSOLUTE ( IMPERO Austriaco, Turco, Russo )
3. GIUSEPPE MAZZINI
Nel Luglio 1831 Giuseppe Mazzini,un giovane carbonaro genovese esule in Francia,fondò una nuova società la Giovane Italia,segreta quanto al nome degli aderenti,ma pubblica nel programma. Il Mazzini rivolse diverse critiche alla Carboneria : 1) eccessiva segretezza dei programmi 2) diversità di propositi tra i vari gruppi: chi voleva la monarchia costituzionale,chi l’indipendenza,chi la repubblica 3) mancato coinvolgimento e partecipazione del popolo ai moti.
Il suo programma era una Italia indipendente, unita, repubblicana per la quale tutto il popolo doveva lottare. L’idea mazziniana di popolo era molto più ampia di quella dei liberali moderati,che con questa parola si riferivano solo alle persone provviste di una certa ricchezza e cultura.Per Mazzini,che era un democratico, il popolo era costituito da tutti anche i poveri e gli ignoranti.
Non teneva però conto del fatto 1)che non esisteva un unico popolo italiano 2)che il popolo era formato soprattutto di contadini molto poveri disposti a ribellarsi solo per il possesso della terra che lavoravano e non per delle idee. Infatti le insurrezioni organizzate dal Mazzini ebbero un esito disastroso ed il popolo rimase del tutto estraneo.
4. I MODERATI
Dopo il fallimento dei moti mazziniani l’iniziativa passò ai liberali moderati che erano contrari alle rivoluzioni e pensavano che si potessero ottenere concessioni dai sovrani attraverso riforme come l’unione doganale e di pesi e monete e le ferrovie. Tra questi Vincenzo Gioberti che propone una confederazione di stati italiani presieduta dal papa .Il programma moderato di Gioberti incontrò grande favore presso la borghesia ed i cattolici,spaventati dalle rivoluzioni mazziniane,anche se aveva il difetto di non considerare il problema dell’Austria (Gioberti pensava che l’Austria avrebbe potuto rinunciare all’Italia in cambio di compensi nella penisola balcanica resi possibili dalla decadenza dell’impero turco).
5. RIFORME E COSTITUZIONI
Quando nel 1846 diventò papa PIO IX sembrò che il programma di Gioberti si realizzasse: infatti egli concesse alcune riforme come la consulta di stato (una specie di parlamento laico) e la guardia civica formata da volontari.L’entusiasmo popolare fu grande in tutta Italia e costrinse Ferdinando ii re di Napoli a concedere addirittura la Costituzione (Febbraio 1848).Dovettero seguire il suo esempio anche Carlo Alberto di Savoia con lo Statuto Albertino (Marzo 1848) ,il Granduca di Toscana e il papa. Nelle costituzioni italiane i poteri furono distribuiti tra la monarchia ed un Parlamento,formato da un Senato di nomina regia e da una Camera dei Deputati elettiva.Il numero degli elettori era però limitato dal censo e dal grado di istruzione.Nel Regno di Sardegna su 5.ooo.ooo di abitanti ebbero diritto al voto 82.570 cioè meno del 2%.Restava esclusa la maggioranza della popolazione,contadini,operai,piccolo borghesi e naturalmente le donne.
6. IL 1848 IN EUROPA ED IN ITALIA
Il 1848,preceduto da anni di cattivo raccolto che portarono una grave crisi economica, fu l’anno delle rivoluzioni in Europa,che chiedevano costituzione, unità nazionale, indipendenza : in Francia (Repubblica con suffragio universale maschile poi rovesciata dalla borghesia) in Germania ,in Prussia ed anche a Vienna ed in seguito in Italia il 17\3 a Venezia che proclamò la repubblica ed il 18 a Milano (5 giornate) dove gli Austriaci dovettero abbandonare la città.
7. LA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA
Gli insorti lombardi chiesero a Carlo Alberto di dichiarare guerra all’Austria.Egli esitava ,ma poi il timore che a Milano si formasse una repubblica lo fece decidere ad intervenire (23 marzo 1848).Manifestazioni popolari costrinsero anche i sovrani degli altri stati ad inviare volontari e truppe regolari;ben presto però diffidenze e sospetti reciproci ostacolarono la condotta della guerra:Carlo Alberto abbandonato dagli altri sovrani fu sconfitto e dovette abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II(Marzo 1849).
8. LA REAZIONE DOPO LA FINE DELLA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA
Mentre la reazione trionfava nel resto d’Europa, anche in Italia gli ultimi centri di resistenza rivoluzionaria, Roma e Venezia, vennero schiacciati.Gli anni che seguirono la sconfitta del 1848\49 furono contrassegnati in tutta Italia da un ritorno dei vecchi regimi: dovunque numerosi patrioti furono condannati a morte o all’ergastolo, le costituzioni furono ritirate. Unica eccezione fu il Piemonte di Vittorio Emanuele II, il quale, nonostante le pressioni dell’Austria, conservò lo Statuto.
9.1. CAMILLO CAVOUR A partire dal 1852 (e poi quasi ininterrottamente per molti anni) fu presidente del consiglio dei ministri il piemontese Camillo Benso conte di Cavour. Il conte di Cavour era un liberale moderato, e sosteneva una politica di riforme.
Aveva viaggiato molto in Svizzera, Francia, Belgio, Inghilterra, cioè nei paesi più progrediti d'Europa, e si era convinto che il progresso politico doveva andare di pari passo col progresso economico. Perciò, divenuto ministro, volle fare del regno Sardegna un paese moderno. Per sviluppare l'economia firmò trattati di libero scambio con altri paesi, costruì canali, strade, ferrovie (nel 1859 il Piemonte aveva 807 chilometri di linee ferroviarie, più di ogni altro stato italiano), fece di Genova il primo porto d'Italia.
9. 2. LA GUERRA Dl CRIMEA Ma soprattutto, grazie a Cavour, il piccolo regno di Sardegna poté ottenere le alleanze di cui aveva bisogno per combattere contro l'Austria.
L'occasione fu offerta dalla guerra di Crimea (la Crimea è una penisola sul mar Nero), scoppiata fra impero russo e impero ottomano. Temendo che la Russia si rafforzasse troppo, Francia e Inghilterra presero le parti della Turchia. A fianco delle truppe franco-inglesi anche il Piemonte inviò 18 000 uomini, benché non avesse nessun interesse diretto in quelle terre lontane. Ma la partecipazione al conflitto permise a Cavour di intervenire al congresso di Parigi, che si tenne nel 1856, dopo la sconfitta della Russia.
In questa conferenza internazionale Cavour poté esporre il problema italiano - che i giornali inglesi, francesi e tedeschi resero noto all'opinione pubblica di tutta Europa - e gettò le basi di un'alleanza con Napoleone, l'imperatore dei Francesi, che aveva tutto l'interesse ad aiutareil Piemonte, per ridurre il potere dell'Austria.
9. 3. LE REAZIONI DEI PATRIOTI Le iniziative diplomatico-militari di Cavour furono sostenute da tutti i liberali moderati ed anche da molti democratici ed ex-mazziniani, disposti a sacrificare l'ideale repubblicano e a continuare la lotta, con maggiori possibilità di successo, a fianco del Piemonte monarchico. Fra quelli che si accostarono alla monarchia sabauda ci fu, ad esempio, Garibaldi.
9.4 GLI ACCORDI DI PLOMBIÈRES Intanto, nel luglio 1858, Cavour e l'imperatore conclusero un accordo segreto a Plombières, una cittadina termale della Francia: Napoleone III si impegnò ad aiutare militarmen-te il Piemonte in una guerra contro l'Austria, purché fosse l'Austria ad attaccare per prima. Dopo la vittoria sarebbe sorto un regno dell'Alta Italia (comprendente il Piemonte, il Lombardo-Veneto, Parma, Modena e la Romagna). In compenso dell'aiuto prestato, le regioni di Nizza e della Savoia, appartenenti entrambe al regno di Sardegna, sarebbero passate alla Francia. Si trattava ora di provocare l'Austria perché dichiarasse la guerra. Il re Vittorio Emanuele cominciò con l'affermare in un discorso al parlamento che il Piemonte non era insensibile al grido di dolore di tanti Italiani oppressi che chiedevano libertà e indipendenza. Intanto, con il pretesto di compiere esercitazioni, venivano ammassate truppe sul confine del Lombardo - Veneto. L'Austria, allarmata, ordinò al Piemonte di disarmare e, poiché ciò non avvenne, il 26 aprile 1S59 l’ Austria dichiarò guerra al Piemonte : era la seconda guerra d'indipendenza.
10.1. LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA Ancora una volta accorsero migliaia di volontari da ogni parte d'Italia: quindicimila andarono a formare il corpo dei Cacciatori delle Alpi. che si batté vittoriosamente al comando di Garibaldi. Giungeva intanto l'esercito francese che era molto più numeroso di quello del Piemonte. Napoleone III assunse il comando delle operazioni e vinse gli Austriaci a Magenta, in Lombardia: ai primi di giugno l'imperatore e Vittorio Emanuele II entrarono a Milano, fra l'entusiasmo della popolazione. Di lì a poco gli Austriaci. che tentavano la rivincita, furono nuovamente battuti a Solferino (dai Francesi) e a San Martino (dai Piemontesi).
Intanto la Toscana, i ducati di Parma e di Modena e la Romagna avevano cacciato i loro sovrani e chiedevano l'annessione, cioè l'unione al regno di Sardegna. Queste richieste però erano in contrasto con i piani di Napoleone III, che voleva mettere sovrani amici sui troni dell'Italia centrale, e preoccupavano moltissimo i cattolici francesi, timorosi per la sorte dello stato pontificio. Napoleone allora decise di porre fine alla guerra all'insaputa oli Vittorio Emanuele e concluse con l'Austria l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859). Con esso la Lombardia veniva ceduta a casa Savoia; il Veneto invece restava ancora in mani austriache.
10.2. LE ANNESSIONI Ma Toscana, Emilia e Romagna, che sarebbero dovute tornare ai sovrani cacciali, rifiutarono di sottomettersi e si prepararono a resistere con le armi. Nel marzo 1860 i governi provvisori indissero dei plebisciti per decidere l'annessione al Piemonte: a schiacciante maggioranza le popolazioni votarono per l'unione con il Piemonte.Poco dopo, plebisciti simili deliberarono il passaggio alla Francia di Nizza e della Savoia.
11 SPEDIZIONE DEI MILLE E REGNO D’ITALIA
In seguito alla seconda guerra di indipendenza il Regno di Sardegna si era molto ingrandito e comprendeva Piemonte, Liguria, Sardegna, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana.
Il processo di unificazione continuò con la Spedizione dei Mille (Maggio 1860) guidata da Garibaldi. Il Cavour non vedeva di buon occhio l’iniziativa perchè ideata e diretta da un ex mazziniano, il quale non nascondeva le sue simpatie repubblicane,ma non riuscendo ad impedirla,pensò di servirsene. Dopo aver conquistato il Regno delle due Sicilie,Garibaldi si proponeva di continuare la sua marcia vittoriosa fino a. Roma,ma questo suo progetto fu vivamente ostacolato dal Cavour, il quale, temendo la formazione di una repubblica, cominciò a premere perchè Garibaldi facesse votare alle popolazioni meridionali l’annessione al Piemonte. Infine per evitare l’intervento francese in difesa del papa,col consenso di Napoleone III, inviò ad occupare le Marche e l’Umbria nello Stato Pontificio un esercito al comando dello stesso re Vittorio Emanuele II. Intanto venivano indetti i plebisciti che decisero l’annessione al Piemonte del Regno delle due Sicilie,delle Marche e dell’Umbria.
Il Regno di Sardegna comprendeva ormai quasi tutta la penisola : mancavano solo il Veneto, sotto il dominio austriaco e il Lazio con Roma. Il 17 Marzo 1861 il Parlamento di Torino proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia. Capitale del nuovo regno di Italia restava Torino.
12. IL COMPLETAMENTO DELL’UNITA’ D’ITALIA
La questione del Veneto venne risolta nel 1866 con la terza guerra di indipendenza grazie all’alleanza con la Prussia che sconfisse l’Austria. L’unica vittoria italiana fu di Garibaldi in Trentino. L’Italia ottenne il Veneto,ma non il Trentino e il Friuli-Venezia Giulia.
Dopo due tentativi di Garibaldi,la questione romana venne risolta nel 1870 : dopo che Napoleone III, il difensore del papa, fu sconfitto dalla Prussia a Sedan, un reparto dell’esercito italiano riuscì ad entrare in Roma attraverso la “breccia di Porta Pia”. Un plebiscito sancì poi l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia.La capitale fu trasferita a Roma e si votò la “legge delle guarentigie”, destinata a fornire garanzie di indipendenza alla Santa Sede. Il papa però non accettò questa legge e si considerò prigioniero di uno stato illegale; scomunicò i Savoia e proibì di partecipare alla vita politica del nuovo stato ai cattolici che non furono pertanto rappresentati in Parlamento.
Fine articolo su Giuseppe Mazzini
CAVOUR E MAZZINI: DUE PROTAGONISTI-ANTAGONISTI NELLA COSTRUZIONE DELL’Italia
Questi schemi sono stati fatti per favorirvi nello studio di un’epoca assai densa di avvenimenti e di concetti, quale fu quella della costituzione del Regno d’Italia, e per offrirvi un’idea di come riuscire a sintetizzare, in modo semplice, veloce e chiaro, molte pagine del libro di storia, relativamente alla politica e al pensiero di due grandi protagonisti di quegli anni, Cavour e Mazzini.
Approfitto dell’occasione per illustrarvi brevemente specialmente una parte importante dello “schema sinottico dei tre momenti insurrezionali e rivoluzionari del 1820-21, del 1830 e del 1848”che abbiamo a bella posta trascurato.
Poiché alcuni punti sono stati brevemente illustrati durante le lezioni, ed essendo altri piuttosto intuitivi, mi limito a delinearvi quell’aspetto, certamente più complesso e difficile da esaminare, che va inserito nella medesima fascia cui appartengono, per il 1820, le società segrete, la Carboneria e il Conciliatore e, per quanto riguarda il 1830, il principio di non intervento.
Le grandi innovazioni culturali, gli esperimenti sociali e politici e, infine, i risultati cui giunse il movimento del Quarantotto, nonostante le repressioni che seguirono, sono da sintetizzare come segue:
- le Repubbliche di Firenze, di Roma e di Venezia sono un interessante banco di prova politico e sociale per un popolo che apparteneva a realtà culturali e storiche diverse e che sta cercando di trovare i punti d’unione e di condivisione per definirsi veramente “italiano”
- in questo modo è più facile comprendere il messaggio di G.Mameli, che partecipò alla Repubblica romana e che scrisse “Fratelli d’Italia” nel 1847; questo divenne l’inno nazionale italiano solo con l’istituzione della Repubblica italiana, nel 1946 (cfr. documenti in vostro possesso sulla storia, il testo e i vari approfondimenti relativi)
- il ’48 vede un interessante passaggio dalla guerra federalista a quella d’insurrezione: ciò è avvenuto a causa della delusione che i sovrani dettero a quei gruppi di liberali colti e monarchici, desiderosi di libertà, d’indipendenza e di Costituzione e del passaggio ad una guerra di popolo”, di matrice più chiaramente mazziniana, repubblicana e democratica
- gli intellettuali e gli uomini politici che si proposero di “fare l’Italia” si convinsero che non ci si poteva più fidare dei principi, che occorrevano alleanze con Stati più potenti, cercano un comune interesse, che anche il popolo doveva essere consapevolmente coinvolto.
- i contrasti tra Austria e Prussica favorirono il divario degli interessi si questi due Stati nella Confederazione germanica e, in certo modo, indebolì l’Austria, preparandone il declino.
LA FIGURA POLITICA DI CAVOUR nella costituzione del Regno d’Italia
Il connubio - Cavour (1810-1861) pensava che le riforme avevano un senso se il Parlamento poteva essere rafforzato, se le richieste del popolo (ovviamente si intende popolo quell’insieme di ceti produttivi e detentori di una qualche ricchezza economicamente rilevante, cioè appartenenti ad un censo: il popolo, in questa concezione, è la borghesia) venivano ascoltate ed accolte, in una politica effettivamente volta a risolvere i problemi, anche passando per un accordo con l’opposizione. Perciò Cavour dà vita all’accordo (il connubio) con la sinistra moderata (U.Rattazzi), all’insaputa del presidente del consiglio di allora, Massimo d’Azeglio, e della destra liberale. Con questa scelta politica, si crea un nuovo governo, con una nuova maggioranza che univa dunque destra liberale e sinistra moderata. Di questo governo Cavour è presidente del Consiglio, dal 1854 al 1859.
Politica estera: la guerra di Crimea – Cavour inserisce l’Italia in un quadro di politica estera orientata in senso antiaustriaco. Per questo aderisce all’invito di Francia e Gran Bretagna a partecipare alla guerra di Crimea contro la Russia, alleandosi con la Turchia. Come sappiamo, la Russia e la Gran Bretagna avevano entrambe precise mire nei confronti dell’Impero ottomano, ormai in disfacimento. Tutti avevano interesse a che la Russia non si allargasse troppo, espandendosi ulteriormente ed arrivando addirittura sull’Adriatico. D’altra parte, l’Austria non intendeva intervenire per non indebolirsi troppo, e permettere dunque al Piemonte di invadere la Lombardia, e per restare alleata della Russia, l’altra superpotenza che aveva tutto l’interesse a limitare e, semmai, reprimere i movimenti nazionali in Europa.
Politica estera: come Cavour getta cattiva luce sull’Austria e ottiene che Napoleone III consideri la possibilità di venire in aiuto dell’Italia - Vinta la guerra di Crimea (Battaglia della Cernaia, 16-8-1855, al comando il gen. La Marmora), il Piemonte raggiunge lo scopo di sedersi al tavolo dei vincitori e di porre alla ribalta internazionale la questione italiana (Congresso di Parigi, 1856). In quell’occasione, Cavour rileva come l’Austria con le sue truppe, sul territorio italiano, che non è più solo “un’espressione geografica”, come lo aveva definito il Metternich, e il malgoverno dei Borboni nel Regno delle Due Sicilie costituiscano una grave pericolo al mantenimento della pace in Europa.
Politica estera: l’alleanza tra Cavour e Napoleone III – la Francia vuole sostituire la propria egemonia a quella austriaca nella politica europea. Per questo motivo è interessato ad un accordo con l’Italia, che si sviluppa, nonostante l’attentato di F.Orsini ai danni dell’imperatore francese, prima con gli accordi di Plombières e poi con la vera e propria alleanza sancita col matrimonio tra Girolamo Bonaparte e Clotilde (figlia di Vittorio Emanuele II). I termini dell’accordo sono i seguenti:
- la Francia sarebbe entrata in guerra a fianco del Regno di Sardegna solo se quest’ultimo fosse stato aggredito
- a guerra finita, l’Italia sarebbe dovuta essere divisa in quattro Stati, sotto la presidenza del papa. Qui si nota come l’idea politica di Gioberti fosse assai viva e condivisa. Questi Stati dovevano essere dell’Alta Italia, governato dal re Savoia; l’Italia centrale, con a capo Girolamo Bonaparte; il regno pontificio e, infine, l’Italia meridionale
- in cambio di questo aiuto, Nizza e la Savoia sarebbero dovute passare alla Francia
Politica interna: come Cavour provoca il conflitto – attraverso strategie varie (i Cacciatori delle Alpi e Garibaldi, schieramenti di soldati sul confine naturale tra Piemonte e Lombardia, cioè sul Ticino), Cavour ottiene che l’Austria dichiari, dopo un ultimatum, la guerra. Si tratta della seconda guerra d’indipendenza italiana (1859) che annovera battaglie come quella di Magenta e, soprattutto, gli scontri di S.Martino e di Solferino, tanto cruenti e duri che, in quell’occasione, il ginevrino Dunant pensa di costituire un’organizzazione di soccorso, al Croce Rossa (che nasce ufficialmente a Ginevra nel 1864).
Politica interna: le annessioni spontanee – Modena, Parma, Piacenza, Toscana e Bologna si ribellano ai rispettivi signori e governatori e decidono di annettersi al Piemonte.
L’armistizio di Villafranca (1859) e le dimissioni di Cavour: questo fatto fa molta paura a Napoleone III che non vuole che la Prussia intervenga in difesa dell’Austria, allargando il conflitto, né può permettere che il Regno di Sardegna si ingrandisca effettivamente. Pertanto viene stipulato tra Francia ed Austria, quest’ultima governata sempre da Francesco Giuseppe, l’armistizio di Villafranca. Cavour ritiene questo fatto un oltraggio e rassegna le sue dimissioni. Nell’accordo tra i due imperatori si prevedeva che:
- la Lombardia sarebbe stata data all’Italia attraverso Napoleone III, che si poneva, in tal modo, come un “tutore” dei rapporti tra Italia ed Austria
- i principi e i governatori spodestati dalle città italiane ribelli dovevano ritornarvi subito
- l’Italia si doveva configurare come una confederazione di Stati presieduta dal Papa (ancora un’affermazione della validità, per allora, delle idee giobertiane)
Politica interna: si risolve il blocco – Nonostante gli accordi, la situazione italiana era in stallo. Questo si risolse nel 1860, quando Cavour ritorna al suo posto e intavola ancora trattative con Napoleone III in nome degli accordi di Plombières. Se saranno permessi i plebisciti alle città ribelli, plebisciti coi quali questi avrebbero potuto annettersi al regno sabaudo, se il popolo si fosse espresso favorevolmente, la Fancia avrebbe avuto Nizza e la Savoia. I plebisciti hanno luogo i giorni 11 e 12 marzo 1860 e lo Stato sabaudo conta nuove regioni.
Politica interna: Cavour contrario alla spedizione dei Mille – Se il Partito d’Azione aveva deciso, dopo il drammatico episodio di Sapri, di portare la rivoluzione da fuori, dato che il Regno borbonico non poteva essere smantellato dall’interno, per quanto esso fosse fragile e prossimo alla fine, Cavour era fieramente avverso a quest’azione, che egli giudicava troppo un colpo di mano. Le ragioni di questo suo pensiero erano:
- gli ideali del Partito d’Azione e di Mazzini erano democratici e repubblicani, e questo poteva ostacolare la politica liberale e monarchica che Cavour perseguiva e con la quale soltanto riteneva possibile la costituzione di un Regno unitario
- Napoleone III sarebbe certamente intervenuto in difesa del papa il cui Stato si sarebbe trovato stretto in una morsa. Questo intervento avrebbe fatto fallire l’intero lavoro politico e diplomatico di Cavour stesso ed avrebbe fatto tramontare, forse per sempre, l’ideale di un’Italia libera ed indipendente
Politica interna: Cavour legalizza la rivoluzione – Visto che ormai la spedizione avanzava vittoriosamente, sorretta dal re, suscitando entusiasmo sempre crescente, Cavour si rende conto che non può frenarla. Anzi, coglie l’occasione per sfruttare il risultato della vittoria a vantaggio del regno di Sardegna. Per questo convince Napoleone III che per fermare l’impeto rivoluzionario e pericolosamente repubblicano della spedizione, sarebbe stato necessario inviare truppe regolari dal Piemonte per fermare e assimilare le camicie rosse e per sancire definitivamente la caduta del regno borbonico. Pertanto ottiene il permesso di attraversare Umbria e Marche (possedimenti pontifici) e, dopo la battaglia con le truppe papali a Castelfidardo, sfidare le ultime forze borboniche sul Volturno.
Il 17 marzo 1861 il Parlamento, a Torino, proclama il regno d’Italia e il re Vittorio Emanuele II re d’Italia per grazia di Dio e per volontà della nazione. Tre mesi dopo, Cavour muore.
GIUSEPPE MAZZINI (1805-1872)
Nella giovinezza, Mazzini costituì la Giovane Italia (in Francia, nel 1831), un’organizzazione che si proponeva di educare il popolo, con la propaganda e con l’esempio rivoluzionario (PENSIERO E AZIONE) e instillando in esso una religione della libertà e dell’indipendenza, della democrazia e della repubblica (DIO E POPOLO). Il suo concetto di popolo è ideale. Non ha nulla a che vedere con la concezione socialista del popolo come proletariato sfruttato, poiché Mazzini ripudia le idee socialiste, basate sulla lotta di classe. Al contrario, il popolo deve essere unito e consapevole delle propria missione. Dunque, non può venire a patti né coi Borboni né con il Regno di Sardegna.
Queste idee vengono messe in atto con varie spedizioni ed iniziative insurrezionali e cospirative, tutte sfortunate, che si scontrano con la realtà di un popolo misero, ignorante: si trattava espressioni di un’idealità troppo lontana dalla situazione concreta e difficile, impraticabile per quei tempi, a livello politico. In nome di quegli alti ideali molti patrioti sono morti.
L’idea di un’Italia unita e repubblicana, con l’iniziativa dei popoli contrapposta a quella dei principi viene abbandonata.
- dopo il 1850 continua l’attività cospirativa con il prestito nazionale,a la cui organizzazione viene scoperta dagli Austriaci e duramente repressa (Martiri di Belfiore)
- le attività insurrezionali continuano ma, alla fine, molti seguaci di Mazzini (La Farina, Garibaldi, Manin) si rendono conto dell’inutilità di quei tentativi e costituiscono la SOCIETA’ NAZIONALE, che si avvicina alle idee di Cavour
- Mazzini, però, non è d’accordo con Cavour che è da lui visto come un politico, che agisce solo a favore del proprio Stato, il Regno di Sardegna; né, tantomeno, può accettare la sua politica di apertura nei confronti di Napoleone III che sarebbe divenuto il nuovo oppressore d’Italia
- Dopo il fallimento delle sue attività al Nord (come quella del prestito nazionale), Mazzini si sposta al Sud, convinto di poter suscitare un sentimento di ribellione e quindi una rivoluzione vincente che avrebbe deposto il governo borbonico (1857)
- Garibaldi dà vita al Partito d’azione, disposto a collaborare con la monarchia sabauda pur di raggiungere l’obiettivo dell’unità nazionale. Garibaldi, con la sua personalità carismatica e trascinatrice, poco incline al compromesso si contrapponeva a Cavour, abile politico e diplomatico. Il fallimento della spedizione di sapri, condotta da Pisacane, fa maturare in Garibaldi l’idea che il regime borbonico poteva efficacemente essere rovesciato solo dall’esterno, portando al suo interno la rivoluzione
- Per questo motivo, finanziato dallo stesso Vittorio Emanuele II, Garibaldi compie la sua impresa, “da Quarto a Teano”: dopo aver vittoriosamente conquistato la Sicilia, ed aver posto il governo provvisorio di Crispi a Palermo, il luogotenente di Garibaldi, N.Bixio, reprime violentemente una rivolta di contadini che avevano occupato il feudo dei Nelson, a Bronte: la liberazione del Mezzogiorno dai Borboni non poteva significare anche una liberazione dei contadini dalla loro povertà e dalla loro miseria
- Francesco II, ancora a Napoli, per fermare l’inarrestabile e velocissima fine, prova a concedere la Costituzione del ’48 a richiamare gli esuli, a intavolare trattative col Piemonte: tutto inutile, poiché il 7 settembre Garibaldi giunge a Napoli
- Si presenta la possibilità del plebiscito, per l’annessione dell’ex Regno delle due Sicilie al regno di Sardegna. Mazzini è contrario perché, da repubblicano convinto qual era, crede che solo un’assemblea costituente può decidere delle sorti politiche di uno Stato. Tuttavia, alla fine di ottobre, la popolazione votò, col plebiscito, l’annessione dell’ex regno borbonico all’Italia.
Fine articolo su Giuseppe Mazzini
Pensare la Costituzione
Mazzini e la Democrazia
Anastasia Ciullini, Rossana Caldari
Religiosità, democrazia e nazione sono per il Mazzini una cosa sola: senza la fede in un principio superiore, in un Dio di verità e di giustizia, che per lui non si identifica con quello della tradizionale religione, gli italiani avrebbero continuato ad occuparsi del proprio interesse particolare e non avrebbero sentito nascere in se stessi quel sentimento di solidarietà e di dignità che è necessario per una rinascita; senza un regime di piena democrazia repubblicana, essi sarebbero rimasti dei semplici oggetti di storia, succubi degli stranieri o dei tiranni e principi locali; infine, senza religione e senza democrazia non ci può essere nazione, quando anche si sia conseguita l'indipendenza territoriale, perché la nazione non si identifica con l'unità etnica o con le tradizioni comuni, ma si fonda invece sull'unità dei propositi che si possono pienamente manifestare solo grazie alla conquista di un regime di completa libertà.
In sintesi: "Dio e popolo" significa appunto che Dio si manifesta attraverso il popolo; significa che la nazione deve considerarsi come "un'operaia al servizio di Dio", cioè al servizio dell'Umanità.
Come ogni singolo ha un proprio dovere da compiere, così ogni nazione ha una propria missione. Mazzini assegna all'Italia quella di farsi ispiratrice del movimento di liberazione di tutti i popoli europei: non un primato di potenza politico-militare, ma piuttosto una vocazione di solidarietà e di libertà: in questo senso egli poteva dire di amare la propria patria in quanto amava tutte le patrie, e fondava nel 1834 la "GIOVINE EUROPA", (diramata in quattro organizzazioni locali: la "Giovine Germania", la "Giovine Polonia", la "Giovine Italia", la "Giovine Svizzera") al fine di condurre tutti i popoli all'insurrezione liberatrice, dopo la quale, rovesciati i governi, riconoscersi come fratelli.
La presenza di Mazzini – che sul piano dei fatti fu in un certo senso il grande sconfitto del Risorgimento – fu essenziale e determinante per la realtà italiana, infatti egli non seppe solo creare una coscienza di "popolo" e di "patria" presso tutte le classi sociali, ma seppe anche essere nei paesi europei il simbolo stesso del nostro Risorgimento e dell'assoluta necessità di dare ai problemi italiani una soluzione adeguata.
La propaganda mazziniana ebbe ampia diffusione in Toscana, negli Abruzzi, in Sicilia, ma soprattutto in Piemonte e in Liguria, dove raccolse vaste adesioni, specialmente negli ambiti militari degli ufficiali inferiori e dei sottufficiali. Appunto in queste ultime regioni, che gli erano meglio note, il Mazzini avviò nel 1833 il suo primo tentativo insurrezionale, che avrebbe dovuto trovare i suoi centri di iniziativa a Chambèry, Torino, Alessandria e Genova. La stessa vastità della congiura e i metodi assai più aperti della "Giovine Italia" permisero però al governo sabaudo di venirne a conoscenza ancora prima che essa venisse attuata, e poichè Carlo Alberto si vide minacciato proprio dalla fedeltà dell'esercito, che secondo tradizione doveva essere strumento fedele della politica regia, la repressione fu spietata e feroce: ventisette condanne a morte, di cui dodici eseguite; un centinaio di condanne a pene carcerarie di diversa entità; numerosissimi esili, volontari o obbligatori. L'amico più caro del Mazzini, Jacopo Ruffini, capo della "Giovine Italia" di Genova e lì arrestato, per sottrarsi alla violenza degli interrogatori, ai quali non tutti riuscivano a resistere, si diede la morte.
Queste vittime, e specialmente il ricordo del Ruffini, pesarono a lungo nell'animo di Mazzini, il quale, alcuni anni dopo, verrà assalito dal dubbio di averle sacrificate inutilmente ad un'idea orgogliosa ed arbitraria.
Intanto la "tempesta del dubbio" (che del resto fu superata in considerazione del significato religioso o della missione cui egli si era impegnato) non interruppe l'attività del Mazzini. Nel 1834 l'insurrezione, fallita l'anno prima, venne ripresa: dalla Svizzera un gruppo di italiani avrebbe dovuto penetrare in Savoia ed appiccare l'incendio della ribellione; da Genova il segnale della rivolta sarebbe stato dato da Giuseppe Garibaldi, ardente affiliato della "Giovine Italia", che si era arruolato nella marina sarda appunto allo scopo di diffondervi le nuove idee repubblicane e patriottiche. A capo delle colonne provenienti dalla Svizzera fu posto un reduce dell'insurrezione polacca del 1830-31, Girolamo Ramorino, il quale in questa occasione diede pessima prova, guidando la spedizione senza entusiasmo, dopo aver sperperato i fondi di cui disponeva.
Un gruppo venne fermato dalle truppe svizzere prima ancora di aver varcato i confini del Regno di Sardegna; altre due schiere, non sostenute dalle popolazioni, furono facilmente disperse dalle pattuglie di Carlo Alberto.
Altrettanto negativi furono altri tentativi di insurrezione della "Giovine Italia" in Sicilia, negli Abruzzi, in Toscana e nel Lombardo-Veneto. Evidentemente Mazzini chiedeva al popolo italiano più di quanto esso fosse preparato a dargli e ciò lo pose in uno stato di profonda amarezza e di grande sconforto, che si protrasse dal 1835 al 1840. Gli fu spiritualmente accanto la madre che lo incitò a proseguire fino in fondo tanto che Mazzini infaticabile fondò appunto la "Giovine Europa" (il progetto era tuttavia troppo ambizioso perché potesse dare frutti concreti) e organizzò a Bologna nel 1843 un altro moto che fece appuntare su di essa l'attenzione su due giovani ufficiali della marina austriaca recentemente convertiti al mazzinianesimo: Attilio ed Emilio Bandiera. Purtroppo anche questo moto ebbe esito negativo.
Unico momento esaltante dopo tanti insuccessi fu per Mazzini l'esperienza della Repubblica Romana del 1849, subito però seguito da nuovi cocenti insuccessi, come quelli subiti a Mantova nel 1852, che comportò nove condanne a morte, e nel 1853 a Milano, che offrì al governo austriaco l'occasione per sequestrare i beni dei patrioti lombardi emigrati in Piemonte. La situazione precipitò nel fallito tentativo di Carlo Pisacane nel 1857.
Dopo l'unificazione della penisola sotto la direzione dei Savoia la personalità di Mazzini ebbe sempre meno rilievo ed egli visse circondato solo da pochi amici fino al 1872, anno della sua morte.
A questo punto ci si chiede il motivo di tutti questi insuccessi nonostante tanta attività. La soluzione deve essere ricercata nel suo programma. Tutto preso come era dall'ideale di nazione, egli non comprese sufficientemente il proprio popolo formato dalla grande massa dei contadini e dalla emergente borghesia. Ai primi non presentò una soluzione del problema agrario fondata su una più giusta spartizione delle terre, mentre ai secondi non seppe offrire quelle garanzie di progresso e stabilità che l'azione di Casa Savoia sembrava potesse assicurare specialmente dopo l'eliminazione delle classi feudali.
Commento degli articoli:
Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani hanno scelto a maggioranza, votando in un referendum, che l'Italia non fosse più una monarchia, con a capo un re, ma una Repubblica. Questa Repubblica è democratica (e non oligarchica, dove comandano pochi), cioè il potere di comando (sovranità) è attribuito originariamente (appartiene) al popolo, che lo esercita direttamente o indirettamente sulle elezioni del Parlamento e dei Consigli regionali, provinciali e comunali). Il popolo è formato dai cittadini, termine che, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sostituito quello di sudditi, che aveva il significato di sottoposti al potere del re e dei nobili. Il lavoro è visto come fondamento della vita democratica, come diritto che rende l'uomo pienamente "cittadino".
Art. 48
Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto, il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.
L'articolo afferma il suffragio universale, cioè l'estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maggiorenni, eccetto i casi di esclusione (per esempio, l'imprenditore fallito per un periodo di cinque anni; chi è stato condannato all'interdizione dai pubblici uffici). Il comma 3 è stato inserito nel 1999 con una legge costituzionale per consentire ai cittadini residenti all'estero di esercitare il diritto di voto senza dover rientrare in Italia. Il voto è personale (non si può esprimere attraverso un rappresentante) ed è segreto (per garantirne la libertà). Andare a votare è un dovere, ma l'astensione non comporta nessuna sanzione.
Art. 49
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
La libertà di associazione è qui specificata per una particolare associazione, cioè il partito politico. Si definiscono sinteticamente anche il fine, che consiste nel determinare le scelte di politica nazionale, e il metodo, che deve essere democratico (dove valga la possibilità per tutti di esprimere le proprie idee, la regola della maggioranza per le decisioni ecc.), sia nello scontro con altri partiti sia nella vita interna.
Art. 58
I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età.
Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno di età.
Gli elettori per il Senato sono in numero ridotto rispetto a quelli per la Camera, dato che mancano i giovani dai diciotto ai venticinque anni. Per l'elezione a entrambe le Camere è stabilito anche un vincolo per l'elettorato passivo (aver compiuto il quarantesimo anno per il Senato e il venticinquesimo per la Camera).
Art. 71
L'iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale.
Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.
Il primo passo del cammino (iter) di una legge è l'iniziativa, ossia la proposta di un testo di legge. Il potere di fare proposte spetta, oltre che al Governo (la proposta assume allora il nome di disegno di legge) e ai parlamentari come singoli o gruppi (in questo caso si parla di progetto di legge), anche al popolo, al Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro e a ciascuna Regione.
Fine articolo su Giuseppe Mazzini
Dal federalismo angeloniano all’unitarismo mazziniano
L'Europa della Santa Alleanza entrò in crisi con i moti del 1830 e del 1831, e fu in questa fase che si oppose all'Europa dei re, legati alla Santa Alleanza, l'Europa dei popoli liberi, legati dalla comune aspirazione alla libertà nazionale, premessa ineludibile per la libertà civile.
Questo analogo obiettivo fece breccia tra i molti esuli politici europei che incominciarono a parlare quasi lo stesso linguaggio e raggiunse la teorizzazione più compiuta nella costituzione a Berna, il 15 aprile 1834, della Giovine Europa, voluta più di tutti da Mazzini, che rese più europeo il moto di unificazione italiano.
Invece, lo strumento attraverso il quale si sarebbe dovuto compiere il disegno dell'Europa dei popoli liberi lo teorizzò il conte piemontese, esule in Francia, Carlo Bianco di Saint-Joroz con il suo libro intitolato Della Guerra Nazionale di insurrezione per bande, pubblicato in Marsiglia nel 1830, dove il mezzo per compiere l'unificazione italiana doveva essere una guerriglia diffusa lungo tutta la penisola, la quale aveva per scopo unico combattere i governi dispotici, sia autoctoni e sia stranieri, per giungere a quella unità nazionale alla quale dare un nuovo assetto istituzionale di stampo liberale.
Giuseppe Mazzini
Su queste basi Mazzini, nel 1831, pensò ed organizzò la prima vera associazione nazionale, la Giovine Italia, accettando le proposizioni del Bianco ed allontanandosi dall'ipotesi buonarrotiana del Popolo in rivolta.
Mazzini ha ben presente e distingue con sufficiente chiarezza tre fasi dell’insurrezione nazionale per bande come guerra popolare di liberazione e di unificazione:
1. la fase cospirativa, ovvero la fase teorica, nella quale si agisce per mezzo delle società segrete e si attua attraverso congiure, ed è la fase di elaborazione delle direttive dottrinali per la fase successiva;
2. la fase insurrezionale, ovvero la fase militare, che, come teorizzava il Bianco, doveva realizzarsi con l'organizzazione di bande che agiscono su tutto il territorio nazionale in base ad istruzioni ed obiettivi comuni;
3. la fase rivoluzionaria, ovvero la fase politica, è quella che completa, unificandola, la fase insurrezionale, nella quale si realizza l'unificazione nazionale sotto un governo repubblicano non federale.
E' proprio nella realizzazione di una repubblica, non federale, ma unitaria che sta l'originalità e la forza rivoluzionaria di Mazzini. E, per essere in grado di realizzare questa rivoluzione nazionale, Mazzini si adoperò per organizzare la sua associazione in una vera e propria forma partitica, un partito repubblicano nazionale, con suoi organi ed un programma visibile in tutta l'Italia. Mazzini non cercava di nascondersi, anzi cercava di essere presente in ogni parte della penisola, anche se mantenne la direzione dell'associazione sempre all'estero.
Tuttavia, questo moto di unificazione nazionale doveva necessariamente essere calato in un contesto europeo da crearsi, dove l'unità d'Italia si sarebbe potuta compiere solamente insieme ad analoghi movimenti di altre nazionalità oppresse.
Ma questa visione strategica di Mazzini trasformò una generazione di patrioti ed esuli in veri e propri rivoluzionari di professione. Nicola Ricciotti fu sicuramente, in tal senso, uno degli esempi migliori, tanto che Michele Saponaro lo definì il veterano di tutte le insurrezioni.
In risposta al moto insurrezionale, voluto dal Mazzini, l'ala moderata nazionale rispose con Vincenzo Gioberti, attraverso il libro del 1842 Del Primato morale e civile degli Italiani, e con Cesare Balbo, per mezzo del libro del 1843 Delle Speranze d'Italia.
Per questi autori bisognava utilizzare lo strumento dell'azione diplomatica, dato che evidenziavano i gravi e probabilissimi rischi di fallimento di una azione rivoluzionaria nazionale antiaustriaca, ed a questo proposito ritenevano più utile allo scopo dell'unificazione d'Italia una federazione dei principi italiani, una sorta di Lega italica che fosse costituzionale, difendesse l'Italia e fosse strumento per una sua reale indipendenza dallo straniero.
Ma nel 1844 Mazzini risponde, invece, ai moderati, elaborando un Piano per un moto insurrezionale.
Dal Dovere ai diritti
Originalità ed attualità del mazzinianesimo
Pretendere di spiegare l’intero pensiero politico e morale elaborato da Giuseppe Mazzini, in pochi minuti, sarebbe una ambizione vana e destinata al fallimento. Mazzini ed il suo pensiero sono ancora sconosciuti perché estremamente vasti e profondi, e oltre modo molto impegnativi, e quindi non particolarmente appetibili per le moltitudini.
Per questo è necessario limitarsi, più modestamente, ad analizzare alcuni aspetti fondamentali che esplicano, meglio di altri, l’intima originalità e, soprattutto, la straordinaria attualità del pensiero mazziniano. Quindi, limiterò la mia esposizione all’analisi, seppur parziale, di quanto Mazzini espose nell’opera “Dei Doveri dell’uomo”, scritta a Londra nel 1860, indirizzata agli operosi italiani. I principi espressi in quel libretto sono il frutto, a mio giudizio, più importante, dell’esperienza del cospiratore, del patriota, del teorico del pensiero e della politica, dell’uomo di governo e dell’esule.
Se la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti cercavano il modo di offrire ai cittadini la ricerca della felicità, e la Costituzione della Francia rivoluzionaria aveva per fondamento la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, già con la carta costituzionale della Repubblica Romana del 1849 si aggiungeva alla codificazione dei diritti dei cittadini, quella dei doveri che a questi facevano capo. Si veda appunto il titolo primo della Costituzione romana del 1849.
Doveri, si è detto, e questi sono alla base dell’elaborazione originale propria del pensiero mazziniano. E la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948 intitola anch’essa la sua prima parte proprio ai “Diritti e Doveri dei cittadini”, aggiornando non di molto quanto già codificato un secolo prima dalla Costituente romana.
L’esperienza di governo, troncata nel luglio del 1849 dall’aggressione della Francia repubblicana di Napoleone il piccolo, e la successiva analisi politica, economica e sociale portarono Mazzini a rovesciare il concetto sul quale si basava il pensiero dominante dell’epoca, ovvero il liberalismo, ma anche quello del nascente suo antagonista, ovvero il social-comunismo; entrambi questi sistemi basavano tutta la loro antitetica concezione della società su due pilastri: il materialismo e la rivendicazione dei diritti. Entrambi questi modi di pensare la società erano figli delle rivoluzioni americana e francese, con una evidente differenza: il liberalismo era ed è assolutamente individualista, mentre il social-comunismo era e rimase collettivista.
Marx definì Mazzini come “il cuore vulcanico dell’Italia rivoluzionaria”, ma quando comprese l’abisso che lo separava dal ligure, lo combattè aspramente.
Anche i liberali e i liberisti, che in Inghilterra avevano vezzeggiato Mazzini, man mano che comprendevano la vera portata rivoluzionaria del suo pensiero, lo accantonarono fino a dimenticarlo.
Mazzini, quindi, rovescia tutta l’impalcatura dei teorici politici suoi contemporanei. Egli così passa dalla rivendicazione dei diritti alla esecuzione dei doveri. E fa questa riflessione osservando il modo con il quale si andavano affermando e la modalità con la quale si andavano organizzando le società cosiddette liberali, e sia il modo di progettare il futuro da parte dei teorici socialisti, utopistici e no, e comunisti, come Marx.
Egli parte, per la sua analisi, dalla constatazione che tutte le rivoluzioni, che si sono basate sulla rivendicazione dei diritti, in realtà hanno sempre favorito pochi a danno di molti. Infatti, Mazzini così scrive: “gli uomini che promossero le rivoluzioni anteriori s’erano fondati sull’idea dei diritti appartenenti all’individuo: le rivoluzioni conquistarono le libertà … Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non avea mezzo d’esercitarli? … Ciascun uomo prese cura dei propri diritti e del miglioramento della propria condizione senza cercare di provvedere all’altrui; e quando i propri diritti si trovarono in urto con quelli degli altri fu guerra … In questa guerra continua gli uomini s’educano all’egoismo, e all’avidità dei beni materiali esclusivamente”. E la causa di tutto ciò, per Mazzini, è il Materialismo, il quale trascina “inevitabilmente, col culto degli interessi, all’egoismo ed all’anarchia”.
Il grande ligure non riteneva affatto un bene l’allontanamento dell’uomo dall’idea di Dio. Infatti, egli era fortemente religioso ed, anzi, era un cristiano al punto da affermare che “fuori del cristianesimo non v’ha religione”. Per ovvie ragioni, ovvero a causa del potere temporale, non poteva essere cattolico, ma non fu affatto un protestante; infatti, egli accusa il protestantesimo di essere diviso in mille piccole sette individuali, frutto anche queste di egoismo e parzialità, foriere di anarchia.
“Dio esiste perché noi esistiamo … L’Universo lo manifesta coll’ordine, coll’armonia, colla intelligenza dei suoi moti e delle sue leggi. Non vi sono atei fra di voi: se ve ne fossero, sarebbero degni non di maledizione, ma di compianto”. Così si esprimeva Mazzini.
Per lui con la semplice rivendicazione dei diritti non si sarebbe mai potuta realizzare la Nazione e l’insieme delle Nazioni, ovvero l’Umanità. “Si tratta dunque – scrive Mazzini - di trovare un principio educatore superiore … che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendere dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il Dovere”.
Il Dovere discende direttamente da Dio. Infatti il quadrinomio mazziniano era: “Dio e Popolo. Pensiero e Azione”. E per Mazzini, Dio si manifesta nella sua creazione e, “in primis”, nell’Umanità, la quale è espressione “in fieri”, ovvero progressiva della sua volontà, che è il Dovere. Dio è il Pensiero; il Popolo, ovvero l’Umanità, è l’Azione. Il pensiero divino si concretizza nell’azione umana progressiva nel corso del tempo. E’ necessario rispondere alla volontà divina, che è il Pensiero, che è il Dovere, che è la Legge, e l’Umanità risponde nel corso dei secoli con un miglioramento progressivo delle proprie condizioni. L’Umanità non conosce la Legge divina, se non attraverso l’Azione che è la risposta concreta al Dovere e alla Legge. In questo vi si possono trovare sorprendenti somiglianze con la concezione cattolica dell’uomo co-creatore dell’universo: infatti, Dio concesse all’uomo di crescere, moltiplicarsi e così dominare la terra, perché, una volta cacciato dall’Eden, potesse nel corso di infinite generazioni farvi ritorno o crearne uno nuovo sulla terra. Questo è l’impegno che il Dio cristiano ha affidato all’uomo: educare se stesso e lavorare il creato per il benessere di tutti e così elevarsi per poi ritornare a Lui. “Se persevererete, sarete miei discepoli, e voi conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”. Così è scritto nel Vangelo di Giovanni: perseveranza, sequela, conoscenza, Verità e, infine, Libertà. Parole che si ritrovano anche in Mazzini: sacrificio, associazione, educazione, vero e libertà, in una parola Dovere.
Però, in quale modo l’uomo può conoscere la Legge divina e rispondere così al proprio dovere? Lo indica lo stesso Mazzini. “La questione vitale che s’agita nel nostro secolo è una questione d’Educazione. Si tratta non di stabilire un nuovo ordine di cose colla violenza; un ordine di cose stabilito colla violenza è sempre tirannico, quand’anche è migliore del vecchio; si tratta di rovesciare colla forza la forza brutale che s’oppone in oggi a ogni tentativo di miglioramento; di proporre al consenso della Nazione, messa in libertà d’esprimere la sua volontà, l’ordine che par migliore, e di educare con tutti i mezzi possibili gli uomini a svilupparlo, ad operare conformemente”.
Cosa, dunque, Mazzini intende per Educazione? Andiamo per esclusione. Per lui il leggere, lo scrivere ed il compitare si devono intendere come l’istruzione. E l’istruzione è appunto quell’insieme di mezzi attraverso i quali si conquista l’educazione, perché “senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistar coscienza dei vostri diritti. L’Educazione è il pane delle vostre anime”. E tutto questo perché “l’Educazione si indirizza alle facoltà morali; l’Istruzione alle facoltà materiali”.
Mazzini ci indica, attraverso alcune parole chiave, anche una via da percorrere, ovvero “la Libertà vi dà la facoltà di scegliere fra il bene e il male, cioè fra il Dovere e l’egoismo. L’Educazione deve insegnarvi la scelta. L’Associazione deve darvi le forze colle quali potrete tradurre la scelta in atto. Il Progresso è il fine a cui dovete mirare scegliendo”.
Per Mazzini anche la questione economica, oltre a quella morale e politica, ha la sua grande rilevanza, al punto che per lui non vi può essere alcun cambiamento istituzionale e politico, senza anche un cambiamento delle strutture economiche, tutelando però sempre il principio della legittimità della proprietà privata. Ma, allora, se “oggi il capitale è il despota del lavoro … e … il comunismo non conquista l’eguaglianza tra gli uomini del lavoro”, quale è il rimedio che Mazzini ci propone? Egli individua questo rimedio “nell’unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani”, ovvero nell’associazionismo cooperativo, sia nella produzione e sia nel credito.
Essendo chiaro che l’uomo ha una missione, quella di adempiere al proprio dovere, che è la sola risposta alla Legge divina, l’Umanità ha individuato gli strumenti attraverso i quali l’uomo e l’umanità rispondono alla loro missione: questi sono la Patria e la Famiglia. Siccome “l’individuo è troppo debole e l’Umanità troppo vasta”, Dio ha dato all’uomo la Patria e la nazione, poiché senza una Patria gli uomini non hanno ne nome, ne diritti. E la Patria è la casa comune, “la casa che Dio ci ha data”, e senza quella non vi potrà essere una vera “emancipazione da una ingiusta condizione sociale”. Perché, al dire di Mazzini, “voi non potete ottenere ciò che è un vostro diritto se non obbedendo a ciò che vi comanda il Dovere. Meritate ed avrete”.
Quindi, per il nostro, tutti potranno godere pienamente di tutti i propri diritti, solamente quando tutti saranno educati a conoscere e così potranno ottemperare al proprio Dovere. Allora sarà adempiuta la Legge divina che è progresso, cammino, sacrificio verso il bene comune, verso Dio. Ed a quel punto la Patria, che “è il segno della missione che Dio v’ha dato da compiere nell’Umanità”, potrà anche cambiare. Infatti scrive Mazzini: “la Patria, sacra in oggi, sparirà forse un giorno, quando ogni uomo rifletterà nella coscienza la legge morale dell’Umanità”. E così la missione italiana sarà quella “dell’Unità Morale d’Europa”.
Ciò non deve stupire perché Mazzini affermava: “io amo la mia Patria, perché amo tutte le patrie”.
Altre pagine straordinarie sono quelle che il ligure dedica alla Famiglia, che per lui deve essere considerata come “la Patria del core”, e che è “condizione inseparabile della vita”, e ci invita anche a rigettare con forza ogni tentativo di intaccarla o sminuirne il valore, poiché “la Famiglia è concetto di Dio … Potenza umana non può sopprimerla”, dato che “è un elemento della vita”. Individuate così la Patria e la Famiglia, per Mazzini queste sono semplicemente “i due punti estremi d’una sola linea”, perché se funzione della Patria “è quella d’educare uomini”, funzione della Famiglia “è quella d’educare cittadini”.
Tantissime altre riflessioni avrebbero potuto farsi in riguardo a quanto è contenuto in questo libro di Mazzini, che è una fonte inesauribile di infiniti spunti morali, civili, politici ed economici, ma ho preferito soffermarmi solo sui pochi prima ricordati, soprattutto perché di carattere generale.
Ma due pensieri voglio ancora offrire alla vostra attenzione.
Il primo è questo: Mazzini sul piano economico mirava ad una più equa distribuzione della ricchezza tra i fattori della produzione, infatti egli così scrive:”qualunque è disposto a dare, pel bene di tutti, ciò ch’ei può di lavoro, deve ottenerne compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono. E’ questo l’ideale”. Ma questo era anche l’ideale dei filosofi e dei teologi medievali, i quali, ispirandosi alla parabola dei vignaioli, teorizzarono “il giusto salario”, che potesse garantire, nel miglior modo possibile, a tutti il “necessarium vitae et personae”. Non credo che questa somiglianza sia mai stata sottolineata abbastanza.
Il secondo spunto è invece rivolto all’attualità del pensiero mazziniano nel corso di questo secolo e mezzo. Infatti, come non vedere nella cosiddetta “politica dei redditi”, proposta negli anni settanta da uomini di chiara ispirazione mazziniana come Ugo La Malfa, quella “più equa distribuzione della ricchezza” sognata da Mazzini. E oggi, forse, non sarebbe ancora attuale? Ma v’è di più, sempre negli anni settanta del secolo scorso, Aldo Moro alzò il suo grido, allora come ancor oggi, inascoltato e dimenticato: “questo Paese non si salverà e la stagione dei diritti e delle libertà civili risulterà effimera in Italia se non nascerà un nuovo senso del Dovere”. E a quale Dovere faceva riferimento Aldo Moro, se non al Dovere inteso mazzinianamente? Ancora oggi tutti rivendicano solo ed esclusivamente i propri diritti, ma poi quanti adempiono ai propri doveri?
Politica, economia, educazione, sacrificio, Patria, Famiglia e Umanità per Mazzini sono un tutt’uno, sono la Legge Morale Naturale, che ha una origine divina e che l’uomo la scopre nel progresso dello sviluppo storico.
Quanta distanza da Lenin che invece affermava che “la morale è soltanto ciò che serve alla rivoluzione”. Ma anche quanta infinita differenza da Mazzini.
Il grande italiano è stato descritto come un uomo sempre vestito di nero e che non sorrideva mai, ma il suo pensiero è totalmente diverso. Mentre è la rivendicazione dei diritti che porta ad una codificazione di tutta una lunga serie di divieti. Invece il Dovere è entusiasmo.
Mazzini pensava ai suoi come agli apostoli del Cristo e lo scrive in più occasioni. Infatti, la Fede è entusiasmo, la virtù è entusiasmo e fin’anche il martirio è entusiasmo e ne danno sicura testimonianza i martiri cristiani, lo confermano i tantissimi italiani, uomini e donne, giovani e meno giovani che, mossi da una fede ardente, sacrificarono e persero la loro vita per donare a noi la Patria, la Libertà e la Giustizia.
Di Domenico Ricciotti tratto da DALLE LIBERTÀ CIVILI ALLA LIBERTÀ NAZIONALE, DAL SENSO DELLA PATRIA AL SENSO DELLO STATO
Giuseppe Mazzini
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