Giovanni Giolitti
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Giovanni Giolitti
Introduzione
Giovanni Giolitti ha dominato la scena politica italiana negli anni che vanno dal 1901 al 1914. L’età giolittiana segna, nella storia dello Stato italiano , l’acme e la conclusione del sistema liberale come era inteso nell’800.
Prima di Giolitti la società italiana era caratterizzata da un’economia scarsamente industrializzata e concentrata , dal suffragio elettorale4 ristretto ed a collegio uninominale , da una vita politica basata su rapporti personali tra ministri , prefetti deputati e grandi elettori. Durante l’età giolittiana si formarono le prime grandi concentrazioni industriali , socialisti e cattolici organizzarono ampie masse di popolo , il suffragio elettorale fu allargato fino a diventare semiuniversale.
Il periodo ad esso successivo -il nostro periodo- è caratterizzato dal suffragio universale , dalla presenza politica delle grandi masse e da una accentrata concentrazione economica. Il periodo precedente all’età giolittiana abbraccia esattamente quarant’anni:dal 1861 al 1901. Durante i primi quindici anni fu al governo la Destra. Dal 1876 al 1896, salvo brevi intervalli, fu al governo la Sinistra, soprattutto tramite Depretis e Crispi.
Anche Giolitti, deputato dal 1887 e Presidente del Consiglio, una prima volta nel 1892-1893, apparteneva alla Sinistra. Nel 1892 il ministero Di Rudini dava le dimissioni , dimissioni causate dal fallimento di quella politica definita del raccoglimento e dell’economia che non furono, però , sufficienti a restaurare il bilancio.
L’8 maggio , Umberto I, per la soluzione della crisi , dopo aver avuto colloqui col Farini e col Bianchieri , Presidente delle due Camere, volle interrogare Francesco Crispi.
Il vecchio statista non nascose al sovrano la gravità della situazione in cui il paese si trovava:
“Maestà , disse, l’Italia è in condizioni peggiori di quel che fu il Piemonte dopo Novara. Il paese ha perduto la coscienza di sé . Gli si è tolto il coraggio , si è avvilito parlando di miserie che non esistono , si è illuso dandogli a credere che con sole economie si poteva pareggiare il bilancio…Non vi è tempo da perdere…Bisogna provvedere subito…Si son perduti quindici mesi e si è tutto disordinato; la Francia ci è nemica più di prima, le altre potenze o ci sono tepide o indifferenti. Noi siamo al di sotto della Spagna …Se non si provvede subito , se si perdono altri mesi ancora senza portare rimedio si nostri mali andremo incontro ad un disastro.”
A ciò Umberto I rispose proponendogli Giovanni Giolitti come persona degna di guidare la nazione e chiedendogli il giudizio. Lo statista diede il seguente giudizio:
“Lo credo incapace di reggere lo Stato. Sarebbe un errore affidargli il governo del paese. Non ha studi, non ha esperienza, non ha arte di governo , conosce appena l’amministrazione…Non faccia nuovi esperimenti, non affidi il dovere a uomini che devono fare il loro noviziato…Bisogna che l’Italia sia meglio governata , che sia forte , potente , uguale a tutte le altre potenze. E per questo bisogna mettersi in mano ad uomini che sappiano restaurare lo Stato, ristabilire il nostro prestigio all’estero.”
Il re non seguì i consigli del Crispi ed affidò l’incarico di costituire il nuovo ministero a Giovani Giolitti che, nato a Mondovì nel 1842, nel 1870 -1871 era stato segretario particolare di Quintino Sella , dal 1873 al 1876 aveva coadiuvato il Minghettti come ispettore generale delle Imposte, poi era stato direttore generale del Ministero delle Finanze e segretario generale della Corte dei conti , nel 1882 era stato nominato Consigliere di stato ed eletto deputato nel collegio di Cuneo e nel 1889 aveva ricevuto dal Crispi il portafoglio del Tesoro.
Ricevuto l’incarico il I maggio; Giolitti compose il nuovo ministero tenendo per se la Presidenza del Consiglio e il portafoglio dell’Interno. Il 25 Maggio Giolitti presentò il nuovo Ministero al Parlamento ed espose il suo programma: sistemazione delle finanze, evitando al paese la necessità di nuovi aggravi ; risorgimento economico del paese, normalizzando la circolazione ; rispetto delle alleanze a scopo di pace. Nonostante l’accoglienza brusca ed umiliante (alla camera L’Imbrianti ripeté una frase di Cesare Balbo :“in tempi minori, a principi minori, minori ministri”) del Parlamento il programma di Giolitti fu accettato. Il ministero di Giolitti cadde , nonostante egli avesse tentato , riuscendovi nelle elezioni del 1892 m di procurarsi una solida maggioranza facendo eleggere, uomini a lui devoti , il 25 novembre 1893 travolto da gravi scandali bancari. Giolitti , con il suo atteggiamento equilibrato , aveva irritato la classe dirigente in quanto era giunto , persino, a proporre in Parlamento una imposta progressiva sul reddito che avrebbe , naturalmente , colpito i ceti più agiati.
Crispi, sfruttando lo stato di allarme creato dalle notizie sui disordini in Sicilia ed in Lunigiana, accusava i socialisti si fomentare rivoluzioni ed il governo Giolitti di debolezza. I seguaci di Crispi non esitarono a coinvolgere nello scandalo della Banca Romana, scandalo provocato da un eccessiva espansione del credito nel campo dell’edilizia e dalle pressioni esercitate da molti esponenti della Finanza su alcuni uomini politici.
Nonostante la gravità dello scandalo nulla poté essere imputato a Giolitti il cui ministero, però venne travolto, nel novembre del 1893.
Alla caduta di Giolitti salì al potere Crispi, quale esponente più qualificato dei grandi proprietari terrieri e della grande borghesia industriale, che nella sua politica del “pugno di ferro” vedevano la migliore difesa delle loro posizioni di dominio. Dal 1896 al 1900 fu di nuovo al governo prevalentemente la Destra e di Sinistra, però, non bisogna pensare a due partiti distinti e contrapposti. In realtà le maggioranze su cui si poggiavano i governi, soprattutto dal 1882, furono composte da elementi eterogenei provenienti si a da Destra che da Sinistra. I governi si qualificavano di Destra o di Sinistra secondo che vi fossero più numerosi ed importanti ministeri provenienti da destra o quelli provenienti da sinistra. Sia la destra che la sinistra erano espressioni di un corpo elettorale ristretto, ma, mentre la Destra tendeva a mantenere immutato il corpo elettorale, la sinistra tendeva ad allargarlo ,come dimostra la riforma elettorale fatta nel 1882 che aumentò gli elettori da circa seicentomila ad oltre due milioni.
Negli anni dal 1861 al 1876 la Destra aveva compiuto l’unità nazionale annettendo Venezia (1866) e Roma(1870), aveva sistemato i rapporti tra stato e chiesa, aveva favorito la costruzione di ferrovie e di altre opere pubbliche sottoponendo i contribuenti, però, ad una dura pressione tributaria basata sulla tassazione indiretta. La migliorata situazione delle finanze dello Stato e la migliorata situazione economica generale aumentarono il malcontento per la politica tributaria e finanziaria della Destra e fecero desiderare un azione di governo meno intransigente nella tutela degli interessi dello Stato e più sollecita nella tutela degli interessi privati.
È cosi che nel 1876 andò al potere la Sinistra col programma di promuovere una maggiore libertà ed una maggiore ricchezza privata. La concorrenza dei grandi extraeuropei, durata fino al 1896 si unì quel malessere attraversato dall’economia industriale, malessere noto come “grande depressione”. Gli anni della “grande depressione” furono quelli in cui al libero scambio successe il protezionismo, quelli in cui le potenze europee si dedicarono all’espansione coloniale, gli anni dell’imperialismo.
Depretis ed i suoi collaboratori finirono con l’abbracciare il protezionismo economico e la politica coloniale a causa della crisi agraria e della dipendenza della nostra economia dal capitale straniero , soprattutto francese, il quale tendeva a favorire le industri del suo paese, frenando la industrializzazione in Italia. Crispi, succeduto a Depretis, continuò la guerra d’Africa, attuò un apolitica di protezionismo e provocò con la Francia una guerra doganale disastrosa per l’agricoltura italiana. A Crispi successe il marchese Di Rudini, capo della destra. La sua politica mirava a liquidare l aberra d’Africa e a riprendere la politica di raccoglimento: Re Umberto nel giugno del 1900 affidò a Saracco, la Presidenza del Consiglio. Vittorio Emanuele III successo al re Umberto, accelerò il passaggio ad un sistema di governo liberale. Nel febbraio 1901 al gabinetto Sarocco, detto di transizione, successe Zanardelli, rappresentante della Sinistra, con la stretta collaborazione di Giolitti. Iniziava così l’età giolittiana, età nata dal bisogno di liquidare la pesante eredità degli anni precedenti dominati dalla guerra in Africa, dalla cattiva situazione economica, dalle agitazioni popolari, dalle tendenze illiberali del governo.
Rapporti di Giolitti con le maggiori forze politiche
Chiesa e Stato appartengono, per Giolitti, a due ordini di valori, a due mondi diversi che debbono incontrarsi e scontrarsi il meno possibile, che debbono vivere ognuno nella propria sfera, secondo una versione attuale della “libera Chiesa in libero Stato”. Lo Stato ideale per Giolitti, è quello in cui l’autorità politica non chiede mai al cittadino quale sia la confessione religiosa, non penetra nell’intimo della sua conoscenza. Papa Leone XIII non revocò mai il “Non expedit”, vale a dire il divieto ai fedeli d partecipare alla vita politica nazionale sia da eletti che da elettori. Avendo avuto però la fortuna di vivere fino a 94 anni, egli fece in tempo a rendersi conto che l’intransigenza non era redditizia. Il sogno di riconquistare il potere temporale era ormai tramontato e non solo perché in Europa non c’era più neanche una nazione pronta a ripristinarlo, ma anche perché nella stessa Italia le nuove generazioni cattoliche, non avendolo mai conosciuto non avevano di esso alcuna nostalgia. Il papa con la famosa enciclica “Rerum Novarum” che gli valse il titolo di “Padre dei lavoratori”, rivendicava l’esenzione dal lavoro per le donne ed i bambini, il riposo festivo, la limitazione degli orari e salari corrispondenti alle esigenze di vita di un lavoratore.
Al principio del secolo si delineava già una “Democrazia Cristiana” che non si considerava più la guardia bianca del Papa e che invece di chiudersi in un rifiuto della politica nazionale, smaniava di parteciparvi.. sin dal primo momento, però, si abbozzarono in essa due tendenze: quella moderata di Filippo Meda che considerava lo Stato un “ peccatore da salvare” e quella estremista di Romolo Murri che considerava lo Stato un ”nemico da distruggere”. In una sua enciclica il Papa sanzionò il nome di “Democrazia Cristiana”, ma non revocò il “Non Expedit” e nel 1903 Meda e Murri liquidarono definitivamente Paganizzi, pochi mesi dopo la morte di Leone XIII. Nelle elezioni del 1904 i cattolici, liberati dal “Non expedit”, contribuirono con tutte le loro forze alla vittoria dei candidati liberali. Dietro questa operazione c’era nettamente la mano di Giolitti che considerava i cattolici una forza che occorreva sottrarre alle tentazioni eversive sollecitandone la collaborazione e dandole il suo posto nella vita politica nazionale. In vista della riforma elettorale del 1912, lo scrutinio di lista con la proporzionale fu sostenuto più dai cattolici che dai socialisti e ciò perché essi, miravano ad uscire dallo Stato subalterno con l’arma della scheda elettorale. La proporzionale, affermò Giolitti, giovava ai partiti di minoranza organizzati e mentre i cattolici erano presenti in tutta Italia, i socialisti lo erano solo in poche regioni. Giolitti era comunque contrario alla proporzionale perché temeva le conseguenze che, poi, determinarono l’assottigliamento del partito liberale.
L’età giolittiana fu il periodo nel qual il partito liberale riuscì ad ottenere l’appoggio dei cattolici senza dover dividere con loro, in quanto partito, la direzione dello stato.
Gioiti fece un accordo con il nuovo Papa PioX, ovvero grazie a questo patto non passa più una legge che ferisca direttamente gli interessi cattolici, non passa la legge sul divorzio né quella sulla precedenza obbligatoria del matrimonio civile su quello religioso, né l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole. Non passano però neppure leggi che favoriscono interessi clericali. Non si potrebbe citare. Infatti, un solo atto politico di Giolitti che rappresenti una diminuzione dell’autonomia dello Stato rispetto alla Chiesa. Ogni volta che i cattolici tendono ad alzare la testa Giolitti ristabilisce rapidamente l’equilibrio. Col 1913 si sente che l’aria è cambiata, che l’influenza di Pio X diminuisce in Vaticano, che il potere di Giolitti non è assoluto.
Programma generale di Giolitti
Dopo l’ondata reazionaria dell’ultimo decennio dell’800, con l’aprirsi del nuovo secolo, l’Italia si avviò verso un promettente sviluppo delle sue strutture economiche, politiche e sociali. Profondo interprete delle esigenze del paese fu Giovanni Giolitti che nel primo quindicennio del ‘900 presiedette tre ministeri e si affermò come uomo politico e statista di notevoli capacità. Sotto il segno di Giolitti, l’Italia uscì definitivamente dal lungo periodo di recessione che l’aveva afflitta, fece un grosso balzo in avanti sulla via dell’industrializzazione, pareggiò il bilancio, riportò il suo primo successo militare, la conquista della Libia, diede inizio ad una legislazione sociale ed attuò la più audace di tutte le riforme: il suffragio universale.
Infatti, dalla nazionalizzazione delle ferrovie alla introduzione del suffragio universale, l’opera di Giolitti accompagnò e guidò felicemente il processo di sviluppo della società italiana, la quale superò definitivamente gli aspetti arretrati del secolo precedente, quando una ristretta élite di notabili continuava ad esercitare una influenza determinante, e sembrò avviarsi definitivamente verso l’edificazione di un moderno stato democratico.
L’arte di Giolitti consisteva non nel risolvere i grandi problemi ideologici, ma nel rimpicciolirli per ricondurli a modeste dimensioni.
Il dazio di protezione sul grano, che otteneva alla lunga l’effetto indiretto di aumentare, si apre in misura minore, anche i prezzi degli altri prodotti agricoli, fu l’unico intervento diretto accettato da Giolitti per stimolare l’aumento naturale dei prezzi agricoli e diminuire l’importazione, ebbe il grande vantaggio di rendere più solido il bilancio dello Stato. I liberalismi, come Fortunato ed Rinaudi, biasimavano la politica giolittiana di riforme sociali e di lavori pubblici poiché, per loro, questi erano lussi da paesi ricchi, mentre in un paese povero come l’Italia non bisognava far spese che sottrassero capitali alla produzione.
I conservatori biasimavano la tendenza di Giolitti a far aumentare i salari poiché, per loro, in un paese povero come l’Italia i salari alti scoraggiavano gli imprenditori.
Per Giolitti, invece, proprio perché l’Italia era un paese povero, i lavori pubblici, le riforme sociali, i miglioramenti salariali diventavano elementi fondamentali del progresso economico. Nel corso del suo quarto ministero (1911-1914), Giolitti riuscì ad introdurre il monopolio di Stato sulle assicurazioni sulla vita e, soprattutto, riuscì a varare la riforma elettorale con la quale fu introdotto il suffragio universale maschile. L’introduzione del suffragio universale fu la meta alla quale tese tutta l’opera politica di Giolitti. Lo stesso scriveva:
”Non era più possibile che in uno stato sorto dalla rivoluzione e costituito dai plebisciti n, dopo cinquanta anni dalla sua formazione si continuasse ad escludere dalla vita politica la classe più numerosa della società, la quale dava i suoi figli per la difesa del paese, e sotto forma di imposte indirette concorreva in misura larghissima a sostenere le spese dello Stato”.
A questa considerazione bisogna aggiungersi la profonda convinzione di Giolitti che solo attraverso la massima mobilitazione delle energie di una nazione , mobilitazione che non può essere ottenuta senza il suffragio universale , si poteva raggiungere il progresso della società italiana. La proposta , fatta approvare da Giolitti nel 1912, mentre conservava il diritto di voto a coloro che avessero compito i ventuno anni e sapessero leggere e scrivere, lo estendeva a tutti i cittadini che avessero prestatoli servizio militare ed a tutti coloro che avessero compito i trent’anni d’età.
L’introduzione del suffragio universale (cui fece seguito il patto Gentiloni) può considerarsi il capolavoro politico di Giolitti poiché, grazie ad esso, si ottenne il risultato di allargare notevolmente le basi dello Stato, entro la cui cornice giuridica cominciarono ad essere rappresentate, benché ancora assai inadeguatamente, le grandi masse cattoliche e socialiste.
Naturalmente d’altra parte, il suffragio universale e la tragica esperienza ella prima guerra mondiale che fu la prima vera e propria guerra di massa cui partecipò l’intero popolo italiano, determinarono il tramonto dell’Italia ottocentesca. Poiché fu, appunto, su tale Italia che poté facilmente esercitarsi la genialità politica di Giolitti, la migliore stagione del grande statista si concluse col suo quarto governo, mentre nel quinto ed ultimo che egli presiedette dopo la prima guerra mondiale, la situazione completamente mutata, supera completamente le sue capacità di controllo e di guida. Giolitti aveva scarsa simpatia per gli investimenti all’estero di capitali italiani, base economica dell’imperialismo e questo suo atteggiamento apparve assai chiaro nel 1913 quando il Banco di Roma e la Banca Commerciale cercarono di ottenere dallo Stato aiuti finanziari per le loro operazioni nei Balcani ed in Turchia. Per Giolitti queste operazioni non facevano altro che sottrarre capitali al già povero mercato interno ed implicavano forti passività che poi lo Stato doveva colmare.
L’unica critica che può essere mossa a Giolitti è quella del malcostume sul quale il giolittismo si fondò. Giolitti non fece nulla per eliminare il clientelismo che ammorbava la vita pubblica italiana , anzi se ne servì per raggiungere i suoi scopi. Fu soprattutto il mezzogiorno a fornire a Giolitti quel paio di centinaia di deputati su cui egli basò la sua stabile maggioranza. Fu i Mezzogiorno perché lì, Giolitti poteva mercanteggiare i voti in cambio di favori. Giolitti aveva, per la politica estera, la stessa scarsa vocazione del suo maestro Depretis. Borghese di provincia, non aveva viaggiato non parlava le lingue non conosceva i problemi internazionali e, per di più, egli non voleva entrare in concorrenza con il re, il quale, in fatto di politica estera, si riservava sempre l’ultima parola e non rinunciava a farla pesare.
Non si può dire certo, però, che Giolitti trascurasse la politica estera. Durante il suo ministero del 1911-1914, che coincise con la guerra di Libia e con le guerre balcaniche, questa, infatti diventò una delle sue principali, o addirittura la principale, attività di governo. Tuttavia a parte questi momenti eccezionali, per Giolitti la politica interna aveva la priorità su quella esterna.
Tuttavia, Giolitti, nel settembre del 1911 ritenne giunto il momento di esercitare senz’altro i diritti che l’Italia si era fatta riconoscere sulla Libia. In verità non esistevano grossi motivi di interesse economico che potessero spingere l’Italia sulle coste libiche. Si deve, inoltre, ammettere che l’impresa libica poteva avere per gli italiani quasi il significato di un riscatto degli insuccessi africani del 1896.
Se la Tripolitania fosse stata occupata da un'altra potenza, l’equilibrio mediterraneo sarebbe stato gravemente alterato a danno dell’Italia. L’Italia, più che la Libia, voleva la guerra, o meglio qualcosa che desse agli italiani l’impressione di farne una e di vincerla. Giolitti. Egli non era, certo, favorevole alle guerre e non aveva mai condiviso l’avventurismo di Crispi, ma la popolazione non gli avrebbe mai perdonato di aver perso questa occasione. Se la crisi marocchina e i problemi dell’equilibrio mediterraneo furono il motivo determinante che indusse Giolitti all’impresa libica, l’altro motivo fondamentale va cercato nella preoccupazione di cercare uno sfogo alle dilaganti tendenze nazionalistiche e offrire loro in Africa un diversivo alle aspirazioni, più pericolose, irredentistiche e balcaniche. Su Giolitti, forse, più ancora dei motivi di ordine internazionale influirono quelli di ordine interno. La crisi marocchina aveva improvvisamente dirottato l’attenzione dei nazionalisti dall’Adriatico al mediterraneo e la Tripolitania era diventata di moda.
La caratteristica principale forse dell’impresa libica fu la sua grande popolarità che rese isolata e priva di consensi l’opposizione della maggior parte dei socialisti. L’impresa non presentava gravi difficoltà militari, dato che l’impero turco, dal quale la Libia dipendeva era in sfacelo, ma proprio per la sua situazione di profonda crisi, la Turchia era oggetto delle più attente “cure”da parte di tutti gli stati europei preoccupati di un eventuale sfacelo turco che avrebbe messo in movimento l’intera questione balcanica e tutti i problemi del Medio Oriente. Si trattava perciò di attaccare la Turchia senza colpirla nei suoi centri vitali, senza spostare la guerra oltre la Libia. Dopo un ultimatum della Turchia redatto in termini talmente duri che non potevano essere accettati, il 2 settembre del 1911 la guerra fu dichiarata e nel giro di un solo mese fu possibile al generale Ceneva, occupare i principali punti della costa tripolina e della Pirenaica. Per impedire che le potenze europee potessero intervenire tra i due contendenti ed imporre una pace di compromesso, certamente meno vantaggiosa per l’Italia, il governo italiano volle la promulgazione di un decreto reale che stabiliva l’assoluta sovranità dell’Italia sulla Libia.
La flotta italiana sbarcò truppe a Rodi e nelle isole del Dodecanese e, poco dopo, l’ammiraglio Millo guidò una scorreria della flotta italiana fino ai Dardanelli dimostrando alla Turchia la netta superiorità militare italiana. La pace fu stipulata a Losanna, nell’ottobre del 1912, e con essa l’Italia ottenne il pieno riconoscimento della propria sovranità in Libia, ma si impegnò, a sua volta, a rispettare la libertà religiosa delle popolazioni musulmane. A causa del dissesto economico provocato dalle spese di guerra Giolitti con la sua politica monetaria e tributaria, fece pagare le spese di guerra ai ceti meno abbienti, stimolando il malcontento popolare e le tendenze rivoluzionarie.
Nel marzo del 1914 Giolitti si dimise dal governo lasciando la successione a Salandra, un abile parlamentare conservatore, dotato di alcune delle qualità che avevano fatto la forza di Giolitti, il cui ministero nacque sotto l’alta tutela di Giolitti. Intanto l’Austria aveva rivolto alla Serbia, nel luglio del 1914, un aggressivo ultimatum senza un preventivo accordo con le altre potenza della Triplice Alleanza. Il governo, scelse la neutralità, il 3 agosto del 1914, questo però non impedì che i partiti e gli organi di stampa si pronunciassero sull’atteggiamento che l’Italia avrebbe dovuto assumere nel grande conflitto nel quale era evidente che non si sarebbe operato un semplice riassetto territoriale, ma un effettiva svolta storica che avrebbe inciso su tutte le strutture geografiche e politiche dell’Europa. L’opinione pubblica italiana si divise, gradatamente, nei due opposti campi del neutralismo e dell’interventismo. Fra gli interventisti c’erano, in primo luogo, i repubblicani di ispirazione mazziniana, gli interventisti, gli irredentisti, i social- riformisti, che concepivano l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa come una presunzione delle lotte per l’indipendenza nazionale e come guerra al militarismo ed all’autoritarismo degli imperi centrali. Giolitti aveva rinunciato di pronunciarsi pubblicamente, proprio questo suo riserbo dimostrò il suo desiderio di neutralità. Egli aveva tratto dalla guerra libica una profonda sfiducia nei comandi militari italiani ed era convinto che l’Italia non fosse in grado di affrontare la severa prova della guerra.
Nel corso del suo quinto ed ultimo ministero, Giolitti pose termine al protettorato sull’Albania, stabilitosi al termine della prima guerra mondiale, e che aveva dato luogo ad una vera e propria insurrezione delle popolazioni locali, conservando all’Italia l’isola di Saseno, importante per il controllo del canale d’Otranto.
Il trasformismo di Giolitti
Il regime giolittiano è stato, giustamente, definito dal Salvemini “un neotrasformismo”. Lo stesso Benedetto Croce, riferendosi al sistema giolittiano, si esprimeva in tal modo:
“ Coloro che sogliono dire alle nuove cose vecchi nomi direbbero che col Giolitti iniziò un nuovo periodo di trasformismo; il che volentieri consentiremmo, per aver noi tolto a questa parola il significato peggiorativo col quale sorse, e perché ogni volta che l’antinomia di conservazione e rivoluzione è superata e si attenua e quasi svanisce, succede appunto un avvicinamento degli estremi ed una trasformazione unificatrice dei loro ideali”.
Già nel 1881 il sella aveva in progetto di formare un ministero di accordo tra gli elementi di destra e quelli di sinistra più temperati. In tal modo egli non voleva far altro che quello che, trenta anni prima aveva fatto Cavour con il “connubio” e che era stato per accadere nel 1873, quando la morte di Rattizzi aveva troncato le trattative per un ministero di larga base, ministero riproposto, nello stesso anno, dal Minghetti. Questa esigenza era una esigenza sentita da molti. Ormai i gruppi, al posto delle denominazioni secondo gli ideali della conservazione e del progresso, si designavano secondo i capi che si ritenevano capaci di formare i ministeri. In tale stato, la parola che dava la coscienza della dissoluzione avvenuta , una parola che parve brutta o addirittura vergognosa, ma che corse sulla bocca di tutti: “trasformismo”.
Nel 1876 la Destra era caduta a sua della sua intrinseca debolezza dovuta alla discordia tra i vari gruppi che la costituivano ed alla sua incapacità di cogliere le reali e concrete necessità del paese. Con le elezioni del 1880 si era costituito il centro-sinistra ; con quelle del 1882 si ebbe la nuova maggioranza di Depretis, quella, appunto, del “trasformismo”, che egli chiamava il “grande nuovo partito nazionale”.
Il trasformismo, la cui consuetudine si estese con l’avvento al potere della Sinistra, consisteva nella pratica di costituire governi con uomini di tutte le provenienze politiche. Il trasformismo contribuì, certamente, ad appiattire la vita parlamentare , a favorire gli accordi di corridoio e le maggioranze improvvisate, con la grave conseguenza di ostacolare la formazione di partiti ben delineati, lo sviluppo di partiti contrapposti tra di loro.
Nel connubio di Giolitti tra Parlamento e Governo cominciò a svilupparsi una articolata dialettica e questo fu possibile grazie alla varietà degli interessi che furono determinati nella vita pubblica del paese.
Le vittorie elettorali, che consentirono a Giolitti di governare l’Italia per dieci anni, egli le ottenne solo grazie ad una sapiente scelta degli uomini e ad una impeccabile tessitura di interessi, puliti o sporchi che fossero. L’abilità di Giolitti consisteva nel dosaggio dei favori da dispensare ai notabili ed alle loro clientele in modo che l’elettore fosse costantemente condizionato. Nel nord, dove il potere non era una industria, era più difficile mercanteggiarlo, ma nel Mezzogiorno, dove l’unica industria era, da sempre, il potere, l’operazione risultava relativamente agevole. Fu soprattutto il Mezzogiorno, infatti, a fornire quel paio di centinaio di deputati sui quali Giolitti basò la propria stabile maggioranza e che appunto per questo vennero chiamati suoi “ascari”.
La vittoria nelle lezioni del 1904 risultò decisiva, non tanto per la consistenza numerica dei sostenitori di Giolitti, ma per il diverso rapporto che egli stabili con essi. Nemmeno il suo maestro, Depretis, era mai riuscito a legarseli in maniera così stretta. Per assicurarsene la fedeltà Giolitti non badava, certo, ai mezzi. Egli lasciò il governo, e da altre persone, ma restò sempre padrone della maggioranza e, quindi, arbitro della situazione. Non è, perciò, improprio parlare del suo decennio come di un vero e proprio “regime”.
Giolitti era un uomo di potere. Egli aveva l’ambizione, la smania del poter, come, del resto, tutti gli uomini politici. Giolitti era intimamente convinto, come egli stesso diceva, che del potere non bisogna andare in cerca, ma aspettare che esso venga a cercarci. Naturalmente egli sapeva creare le condizioni perché ciò avvenisse ed avvenisse nei momenti in cui gli faceva più comodo.
Quando Giolitti , nel marzo 1914, lascia palazzo Braschi non immagina nemmeno che ritornerà solo se anni dopo in una situazione così diversa, così refrattaria ai suoi stessi schemi di governo. Il Vaticano che Giolitti ritroverà all’indomani del conflitto non sarà più la corte silenziosa di Pio X, sarà, invece, la nuova, animosa ed intraprendente corte di Benedetto XV.
I deputati cattolici non saranno più i giolittiani, ma uomini guidati da un sacerdote che vuole una trasformazione strutturale della società italiana, dal “messianico del riformismo”( in tal modo lo definiva Godetti), da Luigi Sturzo.
Ai primi di settembre del 1904 due conflitti fra lavoratori e forza pubblica, uno a Buggerru, in Sardegna, ed uno a Castelluzzo in Sicilia, offrirono ai socialisti rivoluzionari l’occasione per proclamare il primo sciopero generale politico che la nostra storia ricordi; sciopero che non mancò di assumere un carattere di protesta e di condanna dello stesso Stato italiano. A malapena e con molta ripugnanza i ceti conservatori del paese avevano accettato di riconoscere, all’inizio del secolo, la liceità degli scioperi economici e la legalità delle Camere di Lavoro. Migliaia di scioperi agrari ed industriali si erano susseguiti dal 1900 al 1904 quasi ininterrottamente ed avevano rappresentato uno dei veicoli principali di immissione delle masse popolari nello stato liberale. La prospettiva dello sciopero generale per cause esclusivamente politiche, però era del tutto nuova e nessun liberale poteva dirsi preparato ad affrontarla. In realtà l’unico a non perdere la testa fu proprio Giolitti. I 15 settembre Milano era in sciopero generale, i tram non funzionavano, tutti i negozi erano chiusi, le officine sprangate, squadre d’operai, con fascia rossa, giravano in ogni senso la città per imporre l’astensione dal lavoro a tutti quelli che si fossero presentati agli stabilimenti. Poco dopo fu abbandonato il servizio dell’acqua potabile, gli spazzini scomparivano dalle strade, le carrozze e le automobili non potevano più circolare. Filippo Turati si rivolse alla folla, nel comizio pomeridiano, dicendo loro di “stare attenti e di far vedere ai compagni di tutta Italia e al governo che il vostro movimento è un atto di solenne e grandiosa protesta”. Il 17 settembre lo sciopero si diffuse in altre città, e Turati fece un altro discorso dicendo agli operai: “Badate bene: dopo tre o quattro giorni di sciopero, la fame batterà alle vostre porte”. Grandi fischi accolsero le sue parole e da qualche parte gli fu gridato: “Taci amico di Giolitti! Vergognati!”. Lo sciopero terminerà solo il giorno 20.
Giolitti
- Tentò di ampliare le basi dello stato , cercando di tirar dentro la vita politica le parti socialiste e le parti cattoliche, che per ragioni storiche erano sempre rimaste estranee alla politica.
Ministro degli interni ( governo Zanardelli) 1901-1903
1903è diventa Giolitti presidente del consiglio
- in questo periodo aumentano gli scioperi tra i socialisti si affermano i massimalisti ( Ferraioli), che rappresentano l’area più estremista ; la componente più moderata (Turati) perde posizione e fallisce l’alleanza con i liberali di Giolitti. Turati suo malgrado, per paura di una scissione interna, deve abbandonare la proposta di Giolitti.
- Giolitti sposta le sue attenzioni sul campo cattolico:
- Dopo l’apertura del papato di Leone XIII , Rerum Novarum, successivamente con PioX e con la polemica sul modernismo, ritornarono su posizioni più intransigenti.
- Giolitti cercò di convincere i cattolici ad entrare di nuovo nella vita politica.
1904è nuove elezioni a causa degli scioperi generali (per far cadere il governo)proclamati dai socialisti più estremi .
- Giolitti non intervenne con l’esercito ma si dimette, ed indice nuove elezioni.
- Giolitti aumentò i suoi consensi in parlamento, e fu rieletto, mentre i socialisti persero molti deputati.
- In questo governo parteciparono anche i Cattolici, che si chiamavano Cattolici Deputatià non deputati cattolici à la lista non era del partito cattolico, bensì à la lista era formata da cattolici che erano stati eletti come deputati.
- In questo governo vengono prese importanti decisioni:
- Nazionalizzazione delle ferrovie. Le ferrovie erano gestite da privati che non apportavano migliorie.
- Per una questione di ferrovie cadrà il governo di Giolitti nel 1905.
1906 – 1909 è III governo Giolitti
- Giolitti si preoccupa di contrattare direttamente i consensi.
- Il governo tratterà direttamente i consensi con i leader sindacali e industriali.
1907 – 1909 : crisi economica:
misure governative:
- Rilancio della politica dei lavori pubblici ( Trafori)
- Bilancio in pareggio
- Conversione della rendita nazionale ( BOT ) à diminuzione degli interessi dal 5 al 3,5 % à lo Stato risparmiava e diminuiva il costo del denaro à il rischio era che la gente togliesse i soldi dai BOTà l’operazione riuscì.
- 1906: nasce la CGIL à sindacato generale del lavoro
- 1910: nasce la CONFINDUSTRIA à unione degli industriali
- Aumenta il contrasto tra i socialisti moderati ed estremisti.
- Giolitti governò utilizzando il potere esecutivo e trascurando il legislativo
- Il parlamento perde d’importanza
- Decreti legge con soluzioni più immediate
- Giolitti agiva attraverso i prefetti per governare in periferia
- Durante le elezioni Giolitti utilizza il trasformismo, come anche in parlamento.
- Viene definito da Salvemini à ministro della malavita à a causa delle tecniche per portare i consensi verso di lui
Ultimo governo : 1909 – 1911
- Si affermano i movimenti nazionalisti.
- All’inizio del secolo tale movimento era limitato ad una rivista letteraria ( Il Regno) poi nel !908 fu pubblicata un’altra rivista “ Il Manifesto dei Futuristi”.
- Si afferma la figura di D’Annunzio come esponente principale
- Successivamente dal piano letterario questo movimento si estende sul piano politico
- Cause :
- crisi di sovrapproduzione
- 1908: Austria ammette la Bosnia Erzegovina, estendendosi a sud verso i Balcani
- ciò danneggiava gli interessi commerciali italiani.
- I nazionalisti volevano una Politica di Potenza.
- Per questo Giolitti per la prima volta si apre ad una politica coloniale.
- La politica estera dei governi precedenti si era attenuta ad un’alleanza oppressiva antifrancese.
- Invece per Giolitti tale alleanza diventa a scopo DIFENSIVO.
- Ripristina i rapporti con Francia, Inghilterra, Russia.
Politica coloniale
- Giolitti vuole colonizzare la Libia che apparteneva all’impero Turco in disfacimento
- Motivi:
- Interessi economici
- Pressioni nazionaliste
- Se non ci fossero andati gli Italiani ci sarebbe andata la Germania.
- Si decide l’occupazione ( 1911 ) ma le tribù si oppongono e la guerra risulta piuttosto dura. La guerra fu vinta perché occuparono le isole del Dodecanesimo
- La Turchia firmò la pace di Losanna nel 1912 e l’Italia ottiene la Libia e per garanzia l’Italia prende il Dodecanesimo fino alla 1 guerra mondiale.
- Salvemini definì la Libia come uno SCATOLONE DI SABBIA, infatti poi i giacimenti di Petrolio vennero scoperti quando l’Italia non c’era più.
Ultima riforma elettorale
- Si estende il suffragio universale alle classi subalterne.
- Diritto di voto concesso a tutti gli uomini di 21 anni che sapessero leggere e scrivere e a tutti i cittadini che avessero prestato servizio militare.
- Gli analfabeti avrebbero potuto votare da 30 anni in su.
- La necessità di bloccare l’avanzata dei socialisti portò ad un’alleanza con i cattolici.
Patto Gentiloni
- I cattolici votano i liberali se questi si impegnano con la scuola cattolica e contro il divorzio
- Grazie a questo patto vengono vinte le elezioni.
- Si votava con il collegio uninominale, ( chi vince, vince tutto) .
- Non si usava il sistema proporzionale
- L’alleanza con i cattolici era stata determinante.
1914à Giolitti lascia il governo.
- Con Giolitti lo stato liberale acquista caratteristiche democratiche.
- Nuovo liberalismo più vicino alle nazioni in cui questo fenomeno si è già sviluppato.
- Giolitti non è stato capace di costruire un partito liberale di massa, ma solo notabile, che si costituisce solo con le elezioni.
- Giolitti non ha capito le trasformazioni dei partiti di massa.
- I liberali diventeranno una minoranza.
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La politica interna giolittiana: aspetti critici proponibili su Giolitti.
La storia del Regno d’Italia dall’inizio del XX secolo allo scoppio della guerra mondiale vede la presenza decisiva di una figura politica sopra tutte le altre: quella di Giovanni Giolitti. Si tratta sicuramente di un uomo nuovo che, senza essere rivoluzionario, si distingue sensibilmente da tutti gli altri per la modernità delle idee e la capacità di analisi della realtà. Egli resse (in totale) cinque ministeri, che, tranne l’ultimo, che si colloca dopo la Grande guerra, segnarono un vero e proprio successo della sua politica: il primo fra il ’92 e il ’93 e i successivi nel Novecento (1903–5, 1906–9, 1911–14). Quando non fu presidente del Consiglio, fu comunque presente in qualità di ministro.
La politica interna di Giolitti fu caratterizzata certamente da una serie di successi verso la democrazia, tanto che, se per Cavour si parlava di stato liberale, ora si può usare la definizione di stato liberal-democratico. La sua attività nell’interno fu caratterizzata da un particolare interesse verso l’aspetto economico, che è poi, soprattutto in questo periodo, quello fondamentale. I ministeri Giolitti si collocano infatti all’interno del cosiddetto “decollo industriale” (1896–1913), che richiedeva necessariamente un appoggio da parte della classe politica, volto a favorire l’attività produttiva. Nel primo ministero il governo approvò la statalizzazione delle ferrovie, problema che aveva messo in crisi più di una volta la classe politica, soprattutto quella di Sinistra, per l’opposizione delle sezioni toscane. Ricondurre la gestione delle ferrovie nelle mani dello stato significò rendere possibile una maggior organizzazione del servizio e una sua più accurata manutenzione. Significato profondamente economico ebbe anche la riduzione della rendita nazionale dal 5% al 3.5%, riducendo così gli interessi sui titoli di stato riconosciuti al cittadino-creditore. Questa manovra, estremamente pericolosa, perché i detentori dei titoli avrebbero potuto chiedere la restituzione immediata dei depositi, fu invece un eccellente successo, poiché lo stato poté recuperare facilmente una quantità enorme di denaro. Ma ciò avvenne perché il governo riceveva la fiducia della popolazione, come quest’ultima poté dimostrare in occasiona delle consultazioni elettorali, anche se comunque i creditori dello stato non potevano che essere persone con una certa disponibilità finanziaria, cioè, in definitiva, borghesi. Nel suo terzo ministero, Giolitti mise a segno un’altra manovra economica che era stata proposta già alcuni anni addietro, e cioè la statalizzazione delle assicurazioni sulla vita. Queste, che prima erano gestite da agenzie private, ora diventano monopolio assoluto dello stato, il che significa da un lato vantaggio economico pubblico, dall’altro impossibilità di speculazione da parte di privati. Un ultimo elemento ricorderemo a proposito della politica interna giolittiana, e cioè quello del suffragio “universale”. Con questa riforma elettorale, che garantiva diritto di voto a chiunque avesse compiuto i trent’anni di età e fosse di sesso maschile, oltre che a coloro che già rientravano nelle categorie della riforma di Depretis, segna sicuramente il momento culminante della politica democratica di Giolitti. Gli elettori passano improvvisamente da 3-4 milioni a 9 milioni, con vantaggio soprattutto dei partiti cattolico e socialista.
I limiti della politica giolittiana vanno invece individuati nella conservazione e accentuazione del divario tra Nord e Sud, nel disimpegno e disinteresse verso un ammodernamento dell’amministrazione, che permetteva una facile manipolazione da parte del Governo dei prefetti, che a loro volta eleggevano i sindaci. Non va poi dimenticato che l’emigrazione toccò livelli altissimi proprio durante i governi di Giolitti, e che il protezionismo, attuato anche nel primo Novecento, se da un lato favoriva l’economia interna, dall’altro gravava principalmente sulla popolazione più povera.
Le accuse rivolte a Giolitti, sia all’epoca che oggi, sono quelle che lo ritengono responsabile di una politica conservatrice, inerte di fronte ai gravi problemi sociali e fortemente ambigua. Ma questo, che trova la sua sintesi nella nota vignetta pubblicata sulla rivista “L’Asino”, fu precisamente nelle intenzioni di Giolitti, che cercò costantemente di barcamenarsi fra le diverse forze politiche, avendo compreso che il potere si può mantenere soltanto basandosi su di un vasto e differenziato consenso. Infine, l’acutezza che Giolitti dimostrò nella comprensione di leggi dell’economia che solo oggi appaiono ovvie, come quella della domanda e dell’offerta, della mobilità dei capitali, della necessità di un certo controllo dei mercati da parte dello stato, fanno di lui sicuramente un personaggio all’altezza dei tempi e della situazione in cui operò.
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Giovanni Giolitti
- Ricerca di Creazzo Silvia
Giovanni Giolitti nacque nel 1842 in provincia di Cuneo, da genitori borghesi e morì a Cavour nel 1928. Dopo aver lavorato per ben vent’anni al ministero delle Finanze entrò in Parlamento nel 1882 come deputato per Dronero che rappresentò per il resto della vita. Valendosi della sua esperienza in materia finanziaria divenne ministro del Tesoro sotto Crispi nel 1889 e primo ministro nel 1892. Travolto dallo scandalo della Banca Romana, si dimise nel novembre del 1893. Tornò al governo sei anni dopo, sotto Zanardelli, come ministro degli Interni sull’onda del liberismo.La sua politica progressista gli guadagnò l’appoggio dei socialisti moderati e sotto il suo governo la classe lavoratrice organizzata godette i benefici della prosperità economica e dell’aiuto dello stato. Non simpatizzava né per il clericalismo né per l’anticlericalismo, e pensava che lo Stato e la Chiesa fossero "due parallele che non devono incontrarsi mai". Per questo favorì l’integrazione nella vita della nazione tanto dei cattolici quanto dei socialisti; fu proprio questo l’impegno che gli costò più tempo. La Destra e la Sinistra, tuttavia, lo accusavano di clericalismo.Negli anni 1911/12 si rese protagonista di due azioni che riteneva necessarie, ma che avrebbero condotto l’epoca di Giolitti al declino: la conquista della Libia e il suffragio universale. Nel marzo del 1914 Giolitti si dimise e nel maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra. “Giolitti non riuscì a risolvere tutti i problemi della sua epoca?
E’ vero ed è falso: come per tutti. Una cosa è certa: con Giolitti
l’Italia compie il salto dalla rurale per tanta parte patriarcale
ereditata dal compromesso monarchico dell’unità, al tipo di
società composita e pluralista in cui vivono tutte le tensioni e le
contraddizioni dell’Europa moderna. Giolitti fu, in questo senso, un uomo europeo”.
L’epoca giolittiana, ossia il periodo che va dalla fine del XIX secolo alla Grande Guerra, è ben espressa e sintetizzata dalla citazione di Spadolini sopra riportata.
Il trentennio che vide al potere lo statista piemontese fu uno dei periodi di massima trasformazione del Regno d’Italia sia dal punto di vista politico, sia da quello sociale.
Contrariamente a quanto era avvenuto in epoca cavouriana le profonde trasformazioni avvenute negli anni del “lungo ministero” giolittiano non furono soltanto di carattere politico-istituzionale, ma anche e, soprattutto, di carattere socio-economico; non interessarono, in sostanza, solamente le elités, ma anche e soprattutto le masse.
Il reale avvento al potere del Giolitti, dopo la breve esperienza del 1892-93, avvenne dopo la definitiva caduta di Francesco Crispi a causa della folle esperienza coloniale in Africa orientale (1896 disfatta di Adua) ed il tentativo autoritario di fine secolo rappresentato dai governi del generale Luigi Pelloux sostenuto dal re in persona (Umberto I) e dalla regina Margherita, una perfetta coppi di reazionari, a cui si opposero sia i gruppi liberali riformisti di Giolitti e Zanardelli, sia le forze dell’Estrema (radicali, repubblicani, socialisti).
Giolitti non apparteneva alla “generazione dei reduci”, ossia di coloro che avevano contribuito alla formazione dell’Italia unita, era un uomo della “seconda generazione” che, mentre i Crispi ed i Cialdini combattevano in Sicilia od a San Martino pensava solamente alla propria formazione culturale in campo giuridico ed amministrativo; non poteva vantare onori e vestigia risorgimentali e ciò, più che essere una mancanza, gli permise di vedere, analizzare ed affrontare i problemi del Regno con lucidità e pragmatismo e non con i paraocchi del mito risorgimentale: fu un uomo nuovo per uno stato vecchio che voleva rinnovarsi.
Giolitti entra nel mondo della politica dalla porta di servizio, attraverso la via della pubblica amministrazione, è un gran commis di stato che rivela tutte le sue capacità amministrative e le sue carenze retoriche ed oratorie.Anche dopo il passaggio alla politica attiva preferirà sempre fare leva sulle antiche capacità amministrative piuttosto che sull’oratoria politica anche se ben presto dimostrerà di conoscere bene le furberie della politica.Se l’età crispina era stata un periodo di grande retorica politica sommato a grandi deficienze amministrative, l’età liolittiana sarà un’era di buona amministrazione sommata a lucide e lungimiranti intuizioni politiche che, purtroppo, troppo spesso saranno prematuramente fatte abortire dai fatti della storia.Giolitti, in sintesi, ha respirato l’aria risorgimentale senza avervi partecipato, ha visto all’opera, in veste di alto funzionario, la Destra di Farini, Minghetti, Lanza e Sella, ha intrapreso la propria carriera politica negli anni del passaggio del potere nelle mani della Sinistra di Depretis e Cairoli (1876), è entrato per la prima volta al governo negli anni di Crispi anche se non si è fatto travolgere dal crollo dell’uomo politico siciliano ed infine ha visto trionfare la propria stella politica dopo la “crisi di fine secolo” e la svolta autoritaria fine secolo.La prima esperienza di governo avvenuta nel 1892-93, aveva già segnato un cambiamento di rotta, un’inversione di tendenza positiva in quanto la legalizzazione del Partito dei Lavoratori, quello che due anni avrà la definitiva denominazione di Partito Socialista Italiano, permetterà di inserire nel sistema politico il massimo rappresentante delle masse disagiate e lavoratrici.Anche la nuova politica del “non intervento” nelle questioni sindacali, anticipazione del riconoscimento del diritto di sciopero, rappresenterà un allentamento ed uno svelenimento delle tensioni sociali che uno stato in fase di industrializzazione necessariamente viveQuesta prima esperienza sarà abortita dal ritorno al potere di Crispi e dall’invasione di campo della monarchia con Pelloux, ma le cannonate ed i massacri del 1898 del generale Bava Beccaris segnano l’inizio del declino del vecchio sistema dei notabili, che non era stato in grado di riformarsi e di adattarsi alle mutate condizioni; si affacciano sulla scena politica due grandi movimenti di massa: i socialisti di Turati ed i cattolici, questi ultimi ancora travagliati dal non expedit e dalla diversa collocazione politica, in caso di attività politica attiva, da assumere (accordo coi liberali alla Gentiloni o cattolicesimo sociale alla Murri?).Giolitti fu uno dei pochi notabili liberali a capire la crescente importanza dei nuovi soggetti politici in un’epoca nuova in cui aumentavano notevolmente il numero degli aventi diritto al voto.Volle creare, nel corso della sua lunga carriera politica un sistema saldamente basato su di un forte e ben radicato blocco sociale in grado di tentare di inserire nel sistema politico quelle forze ritenute fino a quel momento anti-sistema: i socialisti prima, i cattolici poi ed infine, tentativo completamente fallito, i nazionalisti ed i fascisti.Questo tentativo di rapporto con i primi partiti e movimenti di massa è evidente nel rapporto che Giolitti ebbe col leader del socialismo italiano Filippo Turati.
Il rapporto fra i due fu come quello fra eterni amanti, ma non si arrivò mai al matrimonio e questo mancato connubio fu uno degli elementi che aprirono la porta all’avventura fascista che, lontano dall’essere la celebre “parentesi” crociana, fu la gobettiana “autobiografia della nazione”.Se non si giunse mai ad un governo tra giolittiani e socialisti per le posizioni estreme esistenti in entrambi i campi, ciò non impedì alle due formazioni politiche di giungere ad una proficua collaborazione da cui scaturirono importanti riforme innovative per il Paese.Le principali riforme del nostro secolo risalgono al rapporto Giolitti-Turati; diritto di voto esteso a tutti i cittadini maschi senza distinzione di censo, diritto di sciopero e neutralità dello Stato nel rapporto contrattuale tra lavoratori e datori di lavoro, salari garantiti e difesi dalla legge furono solo alcune delle innovazioni derivate dall’incontro tra i due leader politici: lo stato liberale si stava, tra mille difficoltà trasformando in uno stato liberaldemocratico.In età giolittiana si ebbe il primo, poi soppresso, tentativo di realizzare una legge elettorale di tipo proporzionale: ciò era funzionale alla classe dirigente liberale di non essere spazzata via dai sempre più forti partiti di massa cattolici o socialisti che fossero.Giolitti, come cinquant’anni dopo De Gasperi, poté governare a lungo e senza dover sottostare alla caducità dei governi italiani, proprio perché aveva dietro di se una forza politica e sociale in grado di coniugare interessi diversi ed a volte anche contrapposti.Fu un uomo del sistema, sempre pronto a coprire la corona, ossia a giustificare in tutto e per tutto, anche negli errori, quella Casa Savoia di cui era devoto suddito e fedele Ministro.Solo in occasione dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra non condivise l’atteggiamento della Corona, ma, dopo la stipulazione dei Patti di Londra, per non infangare la parola data dal Re in persona, si adeguò alla nuova linea, pur non potendo mai perdonare il vero artefice della guerra, Salandra, di cui non poteva ignorare la miopia politica.
All’iniziale rapporto privilegiato coi socialisti si sostituì un peculiare rapporto coi cattolici, a seguito del “Patto Gentiloni”, che aveva, anche se ciò può apparire per certi aspetti paradossale, come principale obiettivo fermare l’avanzata elettorale proprio con quei socialisti con cui inizialmente aveva flirtato.L’accordo con Gentiloni fu ottenuto grazie all’azione diplomatica di Tommaso Tittoni, “un ponte verso i cattolici”, il quale riuscì a far convogliare l’elettorato cattolico liberale sui candidati moderati in quei collegi in cui era possibile l’affermazione dei candidati dell’Estrema, anche grazie al parziale ritiro del non expedit da parte del Pontefice.Come ha sostenuto uno dei massimi critici del Giolitti, Antonio Gramsci, lo statista piemontese sostituì all’alleanza tra borghesi ed operai che aveva creato a cavallo del secolo, un’alleanza tra i borghesi e quei cattolici che rappresentavano le masse contadine dell’Italia centro-settentrionale.Giolitti credeva di poter essere il regolo anche di questa nuova alleanza politica.Per poter ottenere anche le benemerenze dei nazionalisti patrocinò, nel 1912, l’impresa coloniale in Libia, anche se non credeva molto in tale evento.La guerra di Libia divise i socialisti tra coloro che erano assolutamente contrari (la maggioranza) vedendo nella regione africana soltanto uno “scatolone di sabbia”(Salvemini) e preferendo indirizzare gli sforzi verso la rinascita del Meridione, e quei pochi che diedero vita al Partito Socialista Riformista Italiano (Bissolati, Bonomi) e che credevano di risolvere il problema dell’emigrazione attraverso le imprese coloniali. L’impresa libica servì a Giolitti per capire le reali condizioni dell’esercito regio e anche tale ricordo servì a farlo propendere per il neutralismo due anni dopo ai tempi della Grande Guerra.Quando nel 1914 lasciò la carica di Primo Ministro a Salandra credeva che si trattasse di uno di quelle parentesi (Luzzati, Fortis e Sonnino) che avevano caratterizzato il suo lungo ministero; credeva di poter tornare al potere appena la situazione si fosse stabilizzata.Invece si stava chiudendo un’epoca: l’Italia stava per essere coinvolta “nell’inutile strage”(Benedetto XV) e nel “massacro di popolo”(Avanti!), cioè nella I Guerra Mondiale dalla quale, pur essendone uscita vittoriosa sul piano militare, uscirà completamente distrutta dal punto di vista sociale ed economico: il sistema giolittiano sarà completamente sconvolto dal conflitto.L’avversità di Giolitti al conflitto è giustificata da un lato dalla sfiducia nei confronti dell’esercito italiano, dall’altro nella convinzione che si potesse ottenere molto attraverso la diplomazia.Ebbe adire ad Olindo Malagodi “…credo che nelle attuali condizioni dell’Europa si possa ottenere molto senza la guerra…”; il giornalista liberale sostituì quel “molto”, con un meno impegnativo “parecchio”.Ma furono altre le vie intraprese dalla Corona e dal Governo Salandra: fu la guerra con tutti i danni ed i drammi che essa comporta.A guerra finita fu l’unico, insieme a Nitti, ad invitare la classe politica ad occuparsi della rinascita del Paese piuttosto che delle questioni di sovranità territoriale. Ciò fu elogiato nel II dopoguerra anche dal leader comunista Togliatti. L’inserimento di socialisti e cattolici nel sistema si era rivelato, nonostante le mille contraddizioni, riuscito, ma ciò non riuscì con i fascisti nonostante il “listone” e l’appoggio datogli da Mussolini per il “trattato di Rapallo”.Non riuscì all’anziano statista, che in quei giorni formava il suo quinto governo, di neutralizzare il fascismo e dopo il 1924 fu uno dei pochi parlamentari, insieme agli altri giolittiani ( sette compreso lo stesso Giolitti) ed i comunisti, a rimanere in Parlamento a combattere Mussolini ed a non aderire all’Aventino.I metodi di governo a livello locale e durante i periodi elettorali non furono molto diversi da quelli di un Crispi o di un Nicotera; ancora non del tutto chiarito è il coinvolgimento del Giolitti nello scandalo della Banca Romana che lo costrinse, all’inizio della sua carriera, a fuggire all’estero in attesa della completa assoluzione e del calmarsi delle acque.Come è stato detto in precedenza fu uomo del sistema e del potere, della mediazione e del compromesso, ed è ovvio che non piacesse agli intellettuali della nuova generazione, fossero essi Gobetti o Gramsci, che sostenevano una rivoluzione liberale (Gobetti) od i consigli di fabbrica, oppure l’incontro tra entrambe le esperienze.Lu, in sintesi, il “ministro della mala vita” di cui parlava Salvemini e non quello della “buona vita” di cui si occupò Ansaldo.
Applicò quella “morale politica” staccata dalla “morale religiosa” di cui parlava Machiavelli ne “Il Principe”, fece ciò che riteneva meglio fare applicando gli strumenti che riteneva più opportuni per raggiungere l’obiettivo che si era prefissato.Incarnò al meglio le caratteristiche del principe machiavelliano, ciò ne fece un grande statista, ma, pur considerandolo, con Cavour e De Gasperi, uno dei tre più grandi capi di governo della storia patria e pur stimandone l’opera svolta, chi scrive non può che con concordare con Andrè Malraux, il poeta della condizione umana, quando affermava “Non si fa politica con la morale, ma non si fa meglio senza”. -
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La politica di
Giovanni Giolitti
Nei primi anni del Novecento il parlamento italiano si trovò obbligato ad affrontare alcuni particolari problemi politici e sociali della nazione. Nel 1903 assunse la carica di presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, piemontese, ex deputato di Dronero per ben mezzo secolo, ex ministro degli interni durante il governo Crispi. La situazione politica e sociale dell’Italia in quel periodo non era certo semplice da interpretare né facile a dominarsi. Infatti, l’Italia aveva subito una forte crisi di fine secolo, che l’aveva portata a duri scontri. Da questa crisi era uscita completamente scissa in due parti. Un tempo, gli scontri erano avvenuti solamente negli strati superiori della società, adesso la frattura contrapponeva i cittadini appartenenti alla media e alta borghesia ai cittadini della bassa borghesia e del proletariato. Il clima era infuocato: gli scioperi e le manifestazioni infuriavano ed erano praticati su vastissima scala, inoltre i ceti più abbienti chiedevano l’intervento dello Stato in difesa dell’ordine ma soprattutto dei loro diritti. Giolitti allora cercò di instaurare un rapporto nuovo con i concittadini di tutti i ceti e per fare ciò decise di rinnovare “dal basso” la società italiana. Era comunque consapevole del fatto che aveva di fronte uno Stato trasformato dalla rivoluzione industriale e soprattutto uno Stato dove via via andavano affermandosi nuove forze: i cattolici, i socialisti, i proletari, gli imprenditori.
Innanzi tutto Giolitti decise di rendere le strutture statali più adeguate e conformi alle nuove esigenze della popolazione. Questo era un momento favorevole a ciò poiché la ricca borghesia industriale del Nord era propensa ad accettare molte nuove riforme. Quindi, senza incontrare troppe difficoltà, furono varate molte leggi sociali che tutelavano i diritti dei lavoratori, soprattutto donne e bambini, che sancivano il diritto ad una polizza sugli infortuni ed il diritto ad una pensione per i lavoratori più anziani. Furono inoltre fondati un Consiglio Superiore del Lavoro ed un Commissariato per l’Emigrazione. Ma molte altre leggi furono varate insieme con esse, e riguardavano la sanità pubblica, le Opere Pie, la costruzione di case popolari e le società cooperative. Furono municipalizzati numerosi servizi, come la gestione dell’acqua, dell’elettricità, del gas, dei trasporti. Furono disposti numerosi interventi speciali per il Mezzogiorno, soprattutto per la Basilicata e per Napoli. Fu nazionalizzato il servizio dei trasporti più rilevante, la ferrovia, con un forte guadagno economico per lo Stato. Alcune riforme economiche interessavano anche il meridione, ad esempio furono iniziati i lavori dell’acquedotto pugliese, ma ben presto si rivelarono deludenti e furono interrotti. La lira era divenuta fortissima, arrivò ad essere quotata sul mercato più dell’oro e fu preferita alla sterlina inglese.
Si giunse ben presto ad un momento di forte crisi economica che pervase l’Italia nel 1907. A peggiorare la crisi che aveva paralizzato già la siderurgia, il settore tessile ed automobilistico giunse un forte terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria. In questo frangente trovarono terreno propizio gli anti-giolittiani, sia di sinistra (socialisti rivoluzionari) che di destra (A.N.I.).
Giolitti rimase lontano dal governo per due anni circa, in seguito riprese le redini del potere nel 1911 inaugurando la “seconda fase giolittiana”. In questa sua seconda fase, Giolitti seguì decisamente una direzione riformatrice. Nel giro di pochi anni riuscì a far approvare numerosissime riforme e promesse molte azioni militari, seguendo una politica di “pesi e contrappesi”. Egli, infatti, aumentò i salari degli insegnanti ed i finanziamenti per le scuole approvando leggi con le quali rafforzava la scuola laica, libera e popolare. Inoltre strappò al giogo del privato la gestione delle polizze assicurative, affidandola al Monopolio statale. Infine la legge più significativa risalente al 1912: il suffragio universale maschile. Da ora potevano esercitare il diritto di voto tutti i cittadini maschi con età superiore ai ventuno anni che avessero prestato il servizio militare di leva e gli analfabeti al di sopra dei trenta anni. Queste tre leggi soddisfacevano soprattutto il popolo socialista, ma anche la destra fu ben presto accontentata. Nel 1911, infatti, partirono dai porti italiani alla volta della Libia numerosi contingenti militari e già il cinque ottobre 1911 sventolava su Tripoli il Tricolore.
L’Età Giolittiana
- Giolitti: Giolitti salì alla presidenza del Consiglio nel 1903, anche se era già stato ministro degli Interni nel 1901 sotto Zanardelli e in cui aveva mostrato il suo valore.
- Concezione giolittiana nei confronti dei lavoratori: Giolitti ha una diversa concezione sugli scontri tra lavoratori e imprenditori, in quanto era cosciente dello sforzo dei primi durante i primi anni del Regno. Un esempio pratico del suo orientamento Giolitti lo diede negli scioperi del 1901 e del 1904: negli scioperi del 1901 600.000 lavoratori del nord entrarono in sciopero, e Giolitti invece di intervenire come i governi precedenti, lasciò il governo al di fuori di questi scontri tra salariati e industriali, rispettando la libertà di sciopero; nel 1904 si ebbero manifestazioni e scioperi più violenti, soprattutto nel Sud, scioperi che si conclusero col primo sciopero generale italiano indetto dal partito socialista tra il 15 e il 20 settembre a cui aderirono tutti i lavoratori (definiti “cinque giorni di follia”): nonostante le pressioni dei borghesi e dei moderati, Giolitti rimase neutrale, raccogliendo le simpatie dei socialisti di Turati. Giolitti per contrastare questa difficile situazione sciolse le camere e alle successive elezioni il partito socialista perse alcuni seggi (da 107 a 94).
- Sviluppo economico dell’età Giolittiana: Il decennio Giolittiano fu caratterizzato da importanti riforme sociali ed economiche, soprattutto nel campo dell’industria, emanando leggi sull’invalidità e sulla vecchiaia, leggi in favore di donne e bambini lavoratori, istituendo il monopolio delle assicurazioni con l’I.N.A. In questo periodo salì notevolmente il consumo di energia elettrica e l’industria metallurgica, manufattiera e meccanica; nacque la FIAT, che avrà uno sviluppo rapidissimo nel decennio; il peso più importante era però ancora dell’agricoltura, anche se era passato da 50% al 44% in favore dell’industria: l’agricoltura quindi non si seppe modernizzare, insistendo soprattutto con la coltura del grano. Non tutto andò bene però: Giolitti infatti non si interesso del Sud, il cui livello industriale ed economico restò bassissimo: i più importanti oppositori a Giolitti quindi furono dei meridionalisti quali Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo.
- Politica interna:
- Tacita intesa Turati-Giolitti e il Partito Socialista: Il metodo della libertà garantita degli scioperi piacque molto ai socialisti, soprattutto al capo di essi, Filippo Turati, a cui Giolitti propose un’intesa di governo, ma che egli dovette rifiutare in quanto l’ala massimalista del partito non avrebbe accettato un svolta così netta; c’è da dire però che l’appoggio dei socialisti Turatiani non mancò mai al governo giolittiano.
All’interno del partito socialista vi erano però differenze di concezioni politiche: infatti vi era l’ala dei massimalisti di Enrico Ferri, Enrico Leone e Arturo Labriola che sostenevano l’idea dello sciopero generale per arrivare alla rivoluzione socialista; vi erano anche i revisionisti che sostenevano la necessità di revisionare la dottrina marxista secondo lo sviluppo capitalistico di quegli anni. Comunque sarà l’intesa Giolitti-Turati che favorirà le riforme di questo periodo.
- Democrazia Cristiana: In questi anni prese piede un movimento cattolico fondato da Romolo Murri con il nome di Democrazia Cristiana, a cui aderirono parecchi giovani che non avevano vissuto la questione romana e che sentivano il bisogno di inserirsi nella vita sociale e politica del paese. Questo movimento ebbe la benedizione del Papa Pio X (che abolì parzialmente il non expedit per contrastare il movimento socialista), ma venne in contrasto con i cattolici intransigenti dell’Opera dei Congressi, e quando ebbero l’appoggio del presidente, questa fu sciolta e venne così a mancare un organo fondamentale per i movimenti cattolici italiani. In questo periodo comunque si sentiva l’esigenza di un partito laico che seguisse i valori cristiani, soprattutto con Don Luigi Sturzo.
- Nazionalisti: In questo periodo nacque anche il movimento nazionalista che si ingrossò rapidamente soprattutto dopo la guerra Libica.
- Suffragio universale e il patto Gentiloni: Nel 1912 venne istituito il suffragio universale maschile, e gli elettori passarono da 3 a 8 milioni. Con questo notevole aumento di massa di elettori non si sapeva cosa poteva accadere nelle politiche del 1913, e soprattutto i movimenti cattolici, che non erano ancora entrati in politica, dovevano guidare l’enorme massa cattolica del Sud. La situazione fu risolta col patto Gentiloni con cui si sanciva che se un deputato voleva i voti cattolici doveva sottoscrivere a 7 condizioni (unità della famiglia, istruzione religiosa, libertà della scuola…). Con questo patto 228 candidati liberali su 310 salirono grazie ai voti cattolici e quindi Giolitti potè governare grazie a questi voti. Ma nonostante il successo, la fase Giolittiana era conclusa e nel 1914 Giolitti lasciò il governo a favore di Calandra che applicò una politica più dura nei confronti dei lavoratori.
- Politica Estera:
- La Conquista della Libia: L’Italia nei primi anni del novecento si distaccò dalla Triplice Alleanza con Germania e Austria, che non riconoscevano l’aumentata potenza italiana, per avvicinarsi alla Francia con cui ebbero un accordo segreto in cui si diceva che la Francia non sarebbe intervenuta in un eventuale attacco dell’Italia alla Libia, in cambio che l’Italia non si fosse opposta a una eventuale spedizione marocchina da parte dei francesi. Così anche sotto il tacito consenso delle altre potenze europee e grazie alle numerose pressioni dall’interno, Giolitti diede un ultimatum alla Turchia, accusandola di boicottare le iniziative economiche italiane: anche se la Turchia accettò questo ultimatum, l’Italia attaccò lo stesso la Libia riuscendo a conquistarla non senza difficoltà nel 1913. Le cause di questa guerra erano state il prestigio internazionale di un’eventuale vittoria dell’Italia e inoltre la Libia era vista come uno sbocco per i disoccupati emigranti dall’Italia, anche se dopo si dimostrò regione povera.
- Conseguenze della conquista Libica: La vittoria dell’Italia sull’Impero Ottomano rese evidente alle potenze europee la debolezza di questo, e i primi ad approfittarne furono la Bulgaria, la Serbia e la Grecia, che con una rapida guerra (prima guerra balcanica) conquistarono la Macedonia. Subito dopo però vi fu un’altra guerra molto più sanguinosa tra la Bulgaria e la Serbia, la Grecia e la Romania per la spartizione di quest’area (seconda guerra balcanica): la Bulgaria perdette e dovette cedere alcuni territori alla Romania e impossessarsi di una piccola parte della Macedonia.
Giovanni Giolitti
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