Galileo Galilei
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Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) è stato un fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano, padre della scienza moderna.
Il suo nome è associato ad importanti contributi in dinamica[1] e in astronomia - fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche - e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano o metodo scientifico sperimentale).
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Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alle teorie copernicane. Accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu per questo condannato come eretico dalla chiesa cattolica e costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche, nonché a trascorrere il resto della sua vita in isolamento.
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GALILEO GALILEI
Nasce a Pisa il 15/02/1564. Il padre, Vincenzo Galilei, è una figura molto importante per la cultura italiana; musicista e letterato, fece parte de la camerata dei bardi, un'associazione di musicisti che si proponeva di difendere la tradizione della musica cantata rispetto a quella strumentale.
Galileo dimostra fin da giovane una predilezione per gli studi matematici, che approfondisce nonostante il parere negativo del padre; questi, rappresentante di una antica famiglia aristocratica decaduta, ed obbligato in seguito a ciò a dedicarsi ad una professione di commercio, avrebbe voluto indirizzare il figlio verso studi di tipo giuridico.
L'insegnate di matematica più importante per la formazione di Galilei fu Ostilio Ricci, un discepolo di Nicolò Tartaglia; il Ricci si dedicava ad una matematica di tipo ingegneristico, applicata, sperimentale. E' proprio il Ricci a trasmettere a Galilei l'ammirazione per l'opera scientifica di Archimede.
Con Ricci Galilei approfondirà anche gli studi di fisica, dedicandosi anche in questo caso ad una fisica applicata ai fenomeni concreti piuttosto che rivolta a dimensioni speculative e cosmologiche. Nel 1583 scopre l'isocronismo delle oscillazioni pendolari; questa scoperta può essere ritenuta già una testimonianza emblematica dello spirito d'osservazione particolarmente sviluppato di Galilei, che lo accompagnerà lungo tutta la sua attività di scienziato. Altre scoperte sempre di natura fisica gli procurano l'apprezzamento degli scienziati del tempo, il che gli permetterà di ottenere una cattedra di matematica allo studio di Pisa; una cattedra in verità non particolarmente qualificata né molto retribuita. Già in questo primissimo periodo dell'attività di Galilei si possono individuare i due principali campi di ricerca, l'astronomia e la dinamica.
Si è sviluppato un dibattito fra gli studiosi per stabilire se Galileo in questo periodo fosse già convertito alla teoria copernicana; il problema è senz'altro di difficile soluzione, anche se è indubbio che Galilei in questo periodo faccia notevoli progressi sul problema del moto, ricerca che gli permetterà di risolvere poi i problemi astronomici. E' importante ricordare a questo proposito gli approfonditi studi che Galilei dedicherà in questo periodo alla teoria dell'impetus; egli individuerà i limiti di questa teoria, e di conseguenza la supererà. Ma sarà proprio questo studio che lo convincerà dell'esigenza di abbandonare i presupposti della teoria aristotelica.
Già in questo periodo si può individuare in Galilei una predilezione per due fondamentali elementi, il matematico e l'empirico; tenete presente sempre l'importante influenza esercitata sullo scienziato pisano dalle opere di Archimede, ma anche la pratica dei tecnici rinascimentali, la cui conoscenza convincerà Galilei della necessità di matematizzare la fisica.
Nel 1592 Galilei si trasferisce a Padova, dove si era liberata una cattedra di matematica. Nella città veneta lo scienziato resterà 18 anni, che saranno in seguito da lui ricordati come il periodo più bello della sua vita. A Padova Galileo potrà approfittare della libertà d'espressione di cui si godeva nella Repubblica di Venezia, e intreccerà numerosi e importanti rapporti intellettuali. Si intensifica il suo interesse per i lavori tecnico-artigianale, tanto da far ammettere al suo studio un'officina dove poter meglio studiare questi fenomeni.
Nessuno scritto fondamentale di Galilei risale a questo periodo, ma senza dubbio è durante il soggiorno padovano che egli giunge a conclusioni scientifiche indispensabili per l'elaborazione di quei testi. In questi anni studia e d espone la legge del moto naturalmente accelerato. Nei suoi corsi alcune lezioni erano dedicate alla cosmologia tolemaica, come del resto prevedevano i programmi ufficiali; risalgono comunque allo stesso periodo le prime affermazioni a favore del copernicanesimo, in contemporanea alla pubblicazione di un testo di Keplero sull'argomento. Nonostante questo non è possibile stabilire quali prove lo scienziato avesse già raccolto a favore della teoria: sono indicative a questo proposito tre lezioni tenute nel 1604 in seguito all'apparizione di una nuova stella, ma Galilei non approfondì lo studio, in quanto le sue conoscenze scientifiche e tecniche (non disponeva ancora del cannocchiale) erano ancora insufficienti.
A Padova Galilei si dedica anche ad altri studi di carattere teorico e pratico: fabbrica il compasso geometrico-militare, basato sul sistema delle grandezze proporzionali, studierà le calamite, i fenomeni termici, vari strumenti di misura e fenomeni meccanici. Per quanto riguarda il compasso geometrico-militare si aprì una polemica con Baldassarre Capra che rivendicava, giustamente, la paternità dell'invenzione - anche se Galileo costruì lo strumento per via autonoma -.
Nelle ricerche fisiche Galilei ampia la concezione di Archimede, applicando i procedimenti matematici non solo ai fenomeni statici ma anche a quelli dinamici. Questo gli permise di formulare, oltre al principio del moto naturalmente accelerato, anche quello delle velocità virtuali.
Matematica pura e matematica applicata: per la prima Galilei non mostrò mai un vero interesse, e pertanto non apportò ad essa alcun contributo rilevante. Si appassionò invece tantissimo agli strumenti matematici, e diede alle sue indagini fisiche un'impronta decisamente matematica; probabilmente non si rendeva neanche conto dell'esistenza di un aspetto puramente teorico della disciplina.
E' questo un punto determinante per stabilire la presenza nel metodo investigativo galileiano di influenze neoplatoniche. Si parla infatti di platonismo in Galilei proprio per la centralità della matematica nelle sue ricerche; d'altra parte la matematica utilizzata da Galilei era molto differente da quella platonica. Su questa distinzione possiamo infatti diversamente interpretare le personalità di Keplero e di Galilei: il primo sembra ancora essere essenzialmente legato al platonismo rinascimentale, il secondo risulta invece estraneo a questa corrente filosofica. Riportiamo a questo proposito il parere di un importante studioso galileiano, Leonard Olschki: "fra Galileo e Platone vi fu soprattutto un legame di disposizione sentimentale, non un vero rapporto scientifico e dottrinale; il platonismo di Ficino sarebbe passato ai filosofi dell'Italia meridionale (Bruno, Campanella, Telesio), non all'ambiente culturale fiorentino, dove si formò Galileo, dominato dallo spirito pratico di Machiavelli". Bisogna comunque sempre ricordare che il platonismo non si identificava esclusivamente con il matematismo magico dell'Accademia fiorentina - in cui erano presenti caratteri mistici, aritmologici, magici -, ma anche con quello più rigoroso di un Tartaglia. Ciò permette fra l'altro di spiegare come in Keplero coesistano sia teorizzazioni matematiche di carattere simbolico che calcoli rigorosissimi. Fra l'altro, secondo alcuni studiosi, è discutibile porre una linea di distinzione fra platonismo e aristotelismo; nel concetto di matematicismo è possibile infatti interpretare la matematica anche come strumento della logica, intendo quest'ultima in un'accezione aristotelica.
Osservazioni astronomiche: Galileo ebbe il merito di introdurre il cannocchiale nella ricerca astronomica, anche se ebbe il torto di affermare falsamente di essere stato il primo ad inventarlo e ad usarlo. Lo scienziato pisano non riuscì mai a giustificare questo strumento da un punto di vista ottico, nonostante egli affermasse il contrario; ci riuscirà invece Keplero, nella sua celebre Dioctrica, che il Nostro colpevolmente non lesse. Galileo invece partì da un procedimento più elementare, estendendo al cannocchiale il funzionamento degli occhiali. Pur non avendo dunque una base scientifica adeguata, Galileo partiva dalla constatazione empirica che le cose viste col cannocchiale erano le stesse della realtà; non fu neanche il primo a rivolgerlo al cielo, ma fu il primo a capire il grande interesse per le cose viste. Certo è che basandosi sul cannocchiale non poteva giustificare alcun fenomeno matematicamente.
Le sue osservazioni astronomiche sono diventate celebri nella storia della scienza: la luna vista attraverso il cannocchiale assumeva caratteristiche assai simili a quelle della terra, in quanto i molti si rivelavano molto più alti di quanto non si credesse; la via lattea era una congerie di piccole stelle; scoprì inoltre i quattro satelliti di Giove.
12/03/1610 viene pubblicato il Sidereus nuncius, dove lo scienziato rende nota la sua scoperta: I satelliti vengono da lui chiamati pianeti medicei; questo nome rappresenta un particolare tutt'altro che secondario, in quanto rivela la consapevolezza di Galilei nell'attribuire grande importanza ai rapporti diplomatici, in particolare con le autorità politiche. Senza infatti l'avvallo di queste, e in particolare di quello della Chiesa, era chiaro che non ci si poteva difendere dalle inevitabili polemiche che avrebbero accompagnato le nuove scoperte.
Queste ultime furono incrementate dalle osservazioni delle macchie solari, dello strano aspetto di Saturno, dalla scoperta delle fasi di Venere; tutte scoperte che ponevano in crisi l'asserita incorruttibilità del cielo della tradizione aristotelica.
La maggior parte delle osservazioni polemiche concernevano soprattutto l'affidabilità della visione con le lenti; bisogna notare come la perfezione tecnologica fosse tutt'altro che raggiunta a quei tempi, e che gli strumenti presentavano inevitabilmente un'efficacia approssimativa. Nel 1610 Galilei fallì una prova pubblica da lui stesso voluta per convincere gli avversari, il che lo sottopose a feroci sarcasmi. D'altra parte la fiducia che Galilei possiede nei confronti del cannocchiale è indice già di un suo atteggiamento antidogmatico; egli si rende infatti conto che i nostri sensi non rappresentano i limiti di conoscibilità, e che gli strumenti tecnici possono non già sostituirsi ma potenziare le capacità percettiva umane.
Nel 1611 Galileo decide di compiere il suo primo importante viaggio a Roma, per ottenere l'assenso alle sue scoperte; il viaggio assunse un aspetto pressoché trionfale. Fu ricevuto da vari cardinali e dallo stesso pontefice Paolo V, il quale gli permise addirittura di non rimanere inginocchiato durante l'udienza.
Importante fu anche l'assenso che ricevette dai padri Gesuiti, anche se - e questo avrà molta importanza per gli eventi futuri - essi concordavano solo sulla verità delle sue osservazioni, e non sulle interpretazioni che il nostro ne ricavava. I Gesuiti rappresentavano l'ordine religioso più competente dal punto di vista scientifico, ma erano anche i più rigidi difensori dell'ortodossia: intendevano far sì che le nuove scoperte scientifiche non contraddicessero il dogma. Ai Gesuiti apparteneva il cardinale Roberto Bellarmino, uno dei più autorevoli rappresentanti dello spirito controriformistico. Questi, quando Galileo giunse a Roma, si fece subito fare un rapporto dettagliato sulle nuove scoperte; lo preoccupava in particolare l'utilizzazione troppo frequente del cannocchiale in astronomia, in quanto poteva sconvolgere alcuni saperi tradizionali della Chiesa. Si informò tra l'altro su eventuali processi - e alcuni ve ne erano stati a proposito delle polemiche precedenti - che avevano coinvolto lo scienziato.
Come dimostrano le osservazioni sull'imperfezione dei nostri organi di senso, e sulla possibilità di perfezionarli con la conoscenza tecnica, le polemiche che Galilei svolge con altri esponenti della cultura scientifica sono interessanti da analizzare in vista di importanti affermazioni metodologiche.
Secondo Galilei l'uomo dispone di due strumenti per attuare la sua ricerca conoscitiva: la sensata esperienza e la certa dimostrazione. Questi due concetti non sono però caratterizzati da un rapporto di alterità, ma costituiscono una profonda unità dinamica; entrambi possono essere continuamente perfezionati.
Galileo attribuisce inoltre un nuovo significato al concetto di perfezione: questo -secondo lo scienziato- non denoterebbe nulla se fosse considerato isolatamente; può acquistare invece un ben preciso significato in relazione ad un processo mezzo - fine. Galileo non ammette che si possa parlare di perfezione assolutamente, ma solo con qualche rispetto: la perfezione viene così fatta discendere dal piano assoluto della metafisica a quello tecnico della scienza. Un'esempio di questo lo si ha in un passo dedicato al tema della montuosità della Luna: "Il discorso è assai trito presso le scuole peripatetiche, ma dubito che la sua maggiore efficacia consista solamente nell'essere inveterato nelle menti de gli huomini, ma non già che le sue proposizioni siano nè dimostrate nè necessarie; anzi crederò io che le siano molto titubanti e incerte. Et prima, che la figura sferica sia più o meno perfetta delle altre, non veggo io che si possa assolutamente asserire, ma solo con qualche rispetto: come, p.es.,per un corpo che si habbia a poter raggirare per tutte le bande, la figura sferica è perfettissima, et però gli occhi et i capi dell'ossa delle cosce sono stati fatti dalla natura perfettamente sferici; all'incontro, per un corpo che dovesse consistere stabile et immobile, tal figura saria sopra ogni altra imperfettissima; e chi nella fabbrica delle muraglie si servisse di pietre sferiche faria pessimamente, et perfettissime sono le angolari...".
Sempre nella polemica sulla montuosità della Luna, Galileo introduce un altro importante aspetto metodologico, rispondendo all'ipotesi aristotelica di una pellicola trasparente che proteggerebbe la Luna nella sua perfezione sferica: il rifiuto di concetti inverificabili. La superiorità della perfezione relativa rispetto a quella assoluta dipende dal fatto che prima può venire verificata, controllando se il mezzo del quale si discute la perfezione risponda o no alfine relativamente a cui viene giudicato perfetto, mentre la seconda sfugge ad ogni controllo possibile.
Il programma politico-culturale - Viene concepito da Galilei intorno agli anni 1611/1615. Erano gli anni in cui Galileo si dedicava a due problemi particolari, quello del galleggiamento e quello delle macchie solari (ancora una volta i due principali campi di ricerca dello scienziato fanno riferimento alla fisica e all'astronomia!). Per quanto riguarda il primo argomento, difese la teoria di Archimede contro quella di Aristotele; è interessante notare come il futuro papa Urbano VIII -Maffeo Barberini- si schierò dalla parte di Galilei, mentre il cardinale Francesco Gonzaga prese le difese degli aristotelici.
E' un periodo comunque in cui l'interesse per la ricerca scientifica pura va scemando in Galilei; questo fatto è tanto più anomalo perché, dopo avere lasciato l'attività di insegnamento a Padova, Galileo poteva disporre di molto maggiore tempo da dedicare alle ricerche. Ma lo scienziato stava spostando i suoi interessi dalla pura ricerca scientifica ad un'azione di propaganda culturale, il cui scopo era quello di diffondere fra strati sempre più larghi di intellettuali e politici la fede nel copernicanesimo, e di far sorgere, attraverso di esso, lo spirito scientifico moderno nel maggior numero di persone.
Al di là dell'adesione incondizionata di Galilei nei confronti della teoria di Copernico, ci si può porre la domanda sul significato culturale, sul senso profondo della teoria che il nostro era in grado di scorgervi. In questo modo si introduce il problema filosofico se sia stato Galilei oppure Giordano Bruno a comprendere pienamente l'aspetto rivoluzionario del nuovo sistema cosmologico. Indubbiamente Galileo riprende il programma di Bruno, che era quello di spezzare gli schemi della vecchia fisica aristotelica; ma mentre per Bruno si trattava di dare luogo ad una nuova filosofia della natura, e non ad una nuova metodologia di ricerca, Galilei ritiene che nell'accettazione della teoria copernicana convergano tutte le ricerche scientifiche, sicché accettarla o respingerla significa accettare la metodologia che rende possibili tali scienze, o rimanere invece legati a tutti i vecchi pregiudizi.
Molti studiosi hanno rimproverato a Galilei l'indifferenza nei confronti della sorte di Bruno, che nel 1600 veniva messo al rogo anche in difesa della causa copernicana; molti di questi hanno fra l'altro posto in evidenza alcune analogie fra i due filosofi, per cui l'indifferenza galileiana si rivelerebbe ancora più colpevole - ricordate che lo stesso Keplero rimproverò Galilei per avere ignorato Bruno -. Ma non c'è dubbio che Galilei percepiva la differenza fra l'impostazione scientifica e la filosofia della natura. E' proprio questa differenza a fondare due diverse interpretazioni sull'epoca rinascimentale: la cultura del Rinascimento ha termine e trova il suo compimento nella filosofia della natura di Bruno - ovvero nel sistema più compiuto di filosofia della natura e di panpsichismo universale - oppure nella metodologia scientifica di Galilei, che trasferisce in un insieme coerente le diverse tendenze a favore dell'operatività scientifica, che tutte le correnti filosofiche rinascimentali - chi più, chi meno - avevano manifestato?
Un'altra differenza essenziale fra Bruno e Galilei è osservabile nel diverso atteggiamento tenuto dai due nei confronti della Chiesa cattolica: Galilei non si proporrà mai di riformarla teologicamente, ed era sostanzialmente indifferente alla discussione di problemi puramente teologici; era semmai ammirato dalla potenza della Chiesa cattolica, e particolarmente interessato alla sua capacità di condizionare in maniera determinante il mondo della cultura. Lo scienziato pisano si convinse dunque della necessità di convertire l'ambiente ecclesiastico alla causa della ricerca scientifica. Ecco dunque che Galilei sposta il campo dei suoi interessi da quello puramente scientifico a quello, di carattere più teorico e culturale, dei rapporti possibili fra il dogma cattolico ed il copernicanesimo. Fino al 1633, anno del secondo e definitivo processo, Galilei si concentrerà soprattutto su questo progetto di promozione culturale, e solo dopo la condanna definitiva tornerà a riprendere gli studi di meccanica.
Bisogna però ricordare come l'interesse per questo progetto non porterà mai Galilei ad assumere posizioni di compromesso - non è un caso che egli nutrirà sempre un grande disprezzo per il sistema ticonico di Ticho Brahe -. Per convincere la chiesa ad accettare la verità del sistema copernicano Galilei doveva far sì che questa ammettesse l'esistenza di due linguaggi diversi, fra loro indipendenti: il linguaggio ordinario, carico di imprecisioni ed incongruenze; e il linguaggio scientifico, rigoroso ed esattissimo. La Bibbia tende ad esprimersi nel primo linguaggio, in quanto si trova nella necessità di comunicare le sue verità al volgo, mentre la scienza mira a rendere conto di un fenomeno secondo il criterio della più estrema rigorosità. Rinunciare, nell'ambito dell'indagine scientifica, al linguaggio usato da Dio nella Bibbia, non significa voler rinunciare ad essa, o volerla correggere o porre comunque in dubbio la sua autorità. Significa semplicemente passare da un tipo di discorso ad un altro, esso pure usato da Dio quando scriveva il libro della natura: "Stante che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella dovrebbe esser riservata nell'ultimo luogo; perché procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose diverse in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni sieno o non sieno esposte alla capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi impostili; pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno essere revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch'avesser nelle parole diverso sembiante..tante questo, ed essendo al più manifesto che due verità non posson mai contrapporsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i vari sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri".
Dalla lettura di questo brano ci rendiamo compito di quanto fosse coerente ed evidente il ragionamento galileiano; si può anche dire che tale evidenza era condivisibile anche ai tempi in cui Galilei scriveva. Come mai allora le autorità ecclesiastiche non si lasciarono convincere dai discorsi dello scienziato pisano? Per capire le ragioni profonde del dissenso ecclesiastico verso Galilei dobbiamo avere presente un'altra distinzione metodologica fondamentale proposta da Galilei, diretta conseguenza della separazione fra due tipi di linguaggi.
Galileo distingue infatti due tipi di discipline: le discipline etico-naturali, dove Galilei concede il fatto che il loro oggetto superi ogni discorso umano, e quelle naturali, dove ritiene che l'uomo possegga - in quanto gli sono stati donati da Dio - mezzi naturalmente idonei a raggiungere la verità con rigore scientifico.
Di fronte a questa ulteriore distinzione proposta da Galilei la Chiesa manifestava più di una perplessità: poteva infatti lo scienziato garantire che in futuro la pretesa della ragione non si sarebbe anche allargata alle dispute di problemi morali e religiosi? D'altra parte - e questo particolare risulta a noi ovvio quanto doveva esserlo agli avversari di Galilei - lo scienziato, mentre in linea teorica sembrava riconoscere pari dignità ai due linguaggi, non nutriva però alcun dubbio sulla incontestabile superiorità del secondo rispetto al primo. Il discorso scientifico possedeva infatti secondo Galilei un valore di per sé incontestabile, che non aveva quindi bisogno di appoggiarsi su alcuna autorità ad esso estranea.
Rispetto al programma politico-culturale galileiano la maggior parte degli scienziati manifestava un atteggiamento di ostilità; secondo Keplero, p.es., l'azione di Galilei era inutile ed imprudente, in quanto rischiava di compromettere la possibilità per gli scienziati di condurre liberamente le loro ricerche.
Paradossalmente era proprio nell'ambiente ecclesiastico che Galilei trovava i maggiori sostenitori, in quanto esisteva una parte colta del clero desiderosa di trovare un modo per conciliare il cattolicesimo con la nascente cultura scientifica.. Abbiamo già accennato in precedenza all'importanza dell'ordine dei Gesuiti, e alla figura del cardinale Bellarmino; si è anche già accennato all'atteggiamento prudente mantenuto da quest'ordine nei confronti dell'ipotesi copernicana, e che lo portò per lo più ad accettare la teoria ticonica di Brahe. Una lettera proprio di Bellarmino è la testimonianza più emblematica di questo atteggiamento: "Stante che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella dovrebbe esser riservata nell'ultimo luogo; perché procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose diverse in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni sieno o non sieno esposte alla capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi impostili; pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno essere revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch'avesser nelle parole diverso sembiante..tante questo, ed essendo al più manifesto che due verità non posson mai contrapporsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i vari sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri".
Un atteggiamento caratterizzato dalla più ferma intransigenza fu invece quello tenuto dall'ordine dei Domenicani, i quali guardavano con sospetto qualsiasi innovazione, sia pure solo astronomiche. La prima condanna inflitta a Galilei dalla istituzione ecclesiastica venne proprio in seguito alla denuncia portata da due esponenti di quest'ordine, Nicolò Lorini e Tommaso Caccini, che in alcuni loro scritti fecero notare le incongruenze fra le teorie di Galilei e alcune pagine della Bibbia. Ad una prima incriminazione effettuata per via epistolare - dunque ancora in una forma non ufficiale - Galilei ricevette risposte rassicuranti che, basandosi sugli importanti appoggi di cui lo scienziato godeva nell'ambiente ecclesiastico, non facevano prevedere ulteriori passi. Ma Caccini persistette nelle sua accuse, affermando di avere udito alcuni discepoli di Galilei manifestare convinzioni teologiche estranee alla fede, quali ad es. l'identificazione di Dio con l'accidente e non con la sostanza. Caccini citò dei testimoni che vennero poi interrogati; la disputa dunque si estese, fino a trasformarsi in un vero scontro tra le diverse componenti della chiesa.
A questo punto Galilei decise di recarsi a Roma, per fare opera di convincimento nei confronti della sua teoria; costretto da una malattia a rimandare il viaggio, si mosse solo nel dicembre del 1615. A Roma si impegnò con grande energia, partecipando a numerosissime discussioni e riunioni; Galilei rimase vittima del suo ottimismo, in quanto non comprese che la posizione della Chiesa non era solo la causata da uno scontro di poteri interni, ma dalla mentalità di un'istituzione che temeva moltissimo il cambiamento. Galilei indubbiamente non possedeva alcuna capacità di comprensione politica degli eventi, ed aveva una fiducia nel potere della ragione che rasentava l'ingenuità; è indicativo a questo proposito il contrasto con l'ambasciatore di Toscana in Vaticano Guicciardini, presso il quale Galilei risiedeva; egli si rese subito conto dell'errata valutazione di Galileo, ed era profondamente convinto del fatto che la causa copernicana sarebbe uscita sconfitta nel suo conflitto col potere ecclesiastico.
Bisogna anche tenere presente che la controversia ebbe un esito sfavorevole a Galilei anche per lo scarso appoggio che ricevette dai Gesuiti, i quali si ritirarono dal dibattito, spaventati dalle conseguenze radicali che l'accettazione della teoria copernicana avrebbe comportato per la fisica aristotelica.
Il 19/02/1616 il Sant'Uffizio pubblicò due proposizioni:
1) "Che il sole sii centro del mondo, et per conseguenza immobile di moto locale"
2) "Che la terra non è centro del mondo nè immobile, ma si muove secondo sè tutta, etiam di moto diurno"
Il 24 dello stesso mese i teologi, all'unanimità, proclamarono la prima proposizione stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica in quanto espressamente contraddice in molti luoghi alle sentenze della Sacra Scrittura nel significato letterale e secondo la comune esposizione dei Santi Padri e dei dottori in teologia. Quanto alla seconda, pur senza dichiararla eretica, la proclamarono meritevole in filosofia della medesima censura della prima, e dal punto di vista della teologia almeno erronea riguardo alla fede."
Sempre nel 1616 furono messi all'indice le opere di Copernico e tutti i trattati che parlavano della teoria Copernicana.
Il 25 febbraio Paolo V ordinò al cardinale Bellarmino di convocare presso di sé Galilei e di ammonirlo ad abbandonare l'opinione censurata, di non insegnarla o farla oggetto di dimostrazione a parole o con scritti. Il verbale della seduta rappresenta uno dei punti più controversi di tutta la vicenda, in quanto il contenuto di questo verbale diventerà il perno dell'accusa contro Galilei nel processo del 1633. Due sono i punti poco chiari in merito a questo verbale:
1) Il contenuto: si passa infatti da un semplice ammonimento a non seguire la teoria copernicana ad un precetto. Questo non è facilmente spiegabile, in quanto motivato solamente da un rifiuto ad obbedire da parte di Galilei, rifiuto che non ci fu. Inoltre le parole "quovis modo", lasciando intendere un divieto a concepire la dottrina anche semplicemente ex suppositione, aggravano ulteriormente la posizione di Galileo.
2) Il verbale non presenta delle firme, e il suo aspetto è quello di una semplice minuta. Alcuni studioso hanno quindi asserito trattarsi di un falso, aggiunto arbitrariamente agli incartamenti del 1616 solo nel 1633 per aggravare la posizione personale dell'accusato. La maggior parte però degli interpreti si è dimostrata contraria a quest'ipotesi, anche sulla base di una prova effettuata con i raggi ultravioletti che ha dimostrato la contemporaneità del presento foglio agli altri che lo accompagnano. Non c'è dubbio però che l'ipotesi contraria - come si vedrà più avanti - spiega molto più chiaramente i futuri rapporti fra Galilei e il Sant'Uffizio.
Nonostante la categoricità delle affermazioni ecclesiastiche l'esito di questa decisione giuridica fu vissuto da tutte le parti in causa quasi come si trattasse di un compromesso - e questo rende ancora più incomprensibile l'estremismo del verbale sopra citato -. Entrambe le parti cercarono di non inasprire le tensioni; lo stesso Galilei si trattenne a Roma per altri tre mesi, per verificare la severità dell'applicazione dell'ordinamento. Fu ricevuto dal Papa, e ricevette attestati pubbliche di stima da parte del cardinale Bellarmino; questi scrisse pure una lettera a Cosimo II di Toscana per assicurarlo sulla stima che il papato ancora provava verso lo scienziato.
Ancora una volta Galilei dimostrerà di possedere una scarsa capacità di analisi politica, facendosi di nuovo cogliere da un ingenuo entusiasmo. Sono illuminanti a questo proposito le osservazioni dello studioso Guido Morpurgo Tagliabue: "nelle contraddizioni e distinzioni e compromessi nati durante il primo processo...è l'origine delle future sventure e complicazioni del secondo processo a Galileo".
Alla prima condanna seguirono anni in cui Galilei non interverrà più pubblicamente su problemi relativi alla conformazione dell'universo; egli continuerà però in privato le sue osservazioni scientifiche ed astronomiche, intervenendo su problemi collaterali. Sono dunque anni non particolarmente rilevanti dal punto di vista della compilazione delle opere che ci hanno trasmesso il sapere di Galileo. Ma è un periodo importante, che non va assolutamente sottovalutato, se si vogliono comprendere le future vicissitudini cui andrà incontro lo scienziato di Pisa. Sono anni infatti in cui aumenta il suo ottimismo e la sua convinzione di poter tornare ad difendere pubblicamente la teoria copernicana, in seguito ad alcune manifestazioni di stima e di tolleranza che gli provennero dall'ambiente ecclesiastico. Fra queste va ricordata un raffinato omaggio che nel 1620 il cardinale Maffeo Barberini inviò spontaneamente allo scienziato, accompagnato da una lettera molto significativa: “Molto Ill.S.re La stima che ho fatto sempre della V.S. et delle virtù che concorrono in lei, ha dato materia al componimento che viene incluso; il quale se mancherà di quelle parti che se gli convengono, avrà ella da notarvi solamente il mio affetto, mentre io intendo d’illustrarlo col puro suo nome. Onde, senza prolungarmi più in altre scuse, che rimetto alla confidenzia che io ho in V.S., la prego che gradisca la picciola dimostrazione della volontà grande che le porto; et con salutarla di tutto cuore, le desidero dal Signore Iddio qualunque contento”.
Il comportamento di Galilei rimane comunque per un certo tempo improntato alla prudenza, ed egli, pur continuando a ritenere valida la teoria copernicana, evita le polemiche dirette. Nel 1616 aveva comunque spedita al cardinale Orsini la sua opera sulle maree, la cui teoria, come vedremo più avanti, costituirà agli occhi dello scienziato la prova più convincente della validità della teoria copernicana.
La sua tattica prudente ebbe una sola eccezione, nel 1618, quando intervenendo nel dibattito sulle comete, si contrappose all'ordine dei Gesuiti, contro il quale manteneva un sentimento di risentimento a causa della condotta poco energica che l'ordine mantenne nella discussione del 1616. A confronto vi erano due opinioni, quella proprio della tradizione aristotelica, e quella elaborata da Ticho Brahe: secondo la prima le comete erano delle meteore atmosferiche sollevatesi fino alla sfera del fuoco, quivi incendiatesi e poi trascinatesi a roteare circolarmente dal superiore moto dei cieli; secondo Brahe erano invece corpi superiori al cielo della luna, siti molto al di là della sfera del fuoco. I Gesuiti, attraverso la personalità di padre Grassi, volevano proporre un compromesso fra la metafisica aristotelica e la teoria di Brahe, il quale da parte sua aveva già in parte accettato una simile ipotesi. A Galileo questa appariva la prova più odiosa del carattere compromissorio del sistema ticonico; egli proponeva invece una teoria secondo la quale le comete non sarebbero stati corpi reali ma solo apparenti, semplici effetti ottici dei riflessi della luce solare -come l'arcobaleno- su masse di vapore elevatesi dalla terra a grandissima altezza.
Le tesi di Galilei erano completamente inesatte, eppure da questa convinzione ha origine uno dei suoi scritti più significativi, il Saggiatore, un vero capolavoro di letteratura polemica. Se, come detto, dal punto di vista scientifico l'opera non possiede alcun valore, presenta invece importantissime osservazioni dal punto di vista metodologico. Scientificamente l'opera dimostra l'errore compiuto da Galilei nel sottovalutare l'astronomia di Ticho Brahe, che invece era stata compresa nel suo pieno valore da Keplero; le osservazioni metodologiche riscattano però questa lacuna. A proposito della polemica fra padre Grassi e Galileo ha scritto lo studioso Ferdinando Flora: "Dei due contendenti, di troppo impari valore, l'uno, il Grassi, difende una tesi più vicina al vero con argomenti spesso libreschi; l'altro, Galileo, suggerisce un'ipotesi erronea, e la sostiene con mente di scienziato che indaga dal vivo il 'gran libro della natura', per scoprirne le leggi: e non può appagarsi di insufficienti e confuse argomentazioni".
Una delle più famose osservazioni di Galileo contenute in questo testo riguarda la critica al concetto di perfezione, che noi abbiamo già precedentemente esaminato. Un'altra distinzione fondamentale contenuta in questo lavoro e quella fra due tipi di qualità dei corpi - in filosofia questi concetti sono noti come qualità primarie e qualità secondarie, secondo una terminologia posteriore risalente al filosofo inglese John Locke -. "Io dico che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme che ella è terminata o figurata di questa o di quella figura, ch'ella in relazione ad altre è grande o piccola, che ella è in questo o quel luogo, ch'ella si muove o sta ferma, ch'ella tocca o non tocca un altro corpo, ch'ella è una, poche o molte, nè per veruna immaginazione posso separarla da queste condizioni; ma ch'ella debba essere bianca o rossa, amara o dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore, non sento farmi forza alla mente di doverla apprendere da cotali condizioni necessariamente accompagnata. anzi, se i sensi non ci fussero scorta, forse il discorso o l'immaginazione per se stessa non v'arriverebbe già mai. Per lo che vo io pensando che questi sapori, odori, colori, etc., per la parte del suggetto nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sì che rimosso l'animale, sieno levate ed annichilite tutte queste qualità...Ma che ne' corpi esterni, per eccitare in noi i sapori, gli odori e i suoni, si rieccheggia altro che grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi o veloci, io non lo credo; e stimo che, tolti via le orecchie le lingue e i nasi, restino bene le figure, i numeri e i moti, ma non già gli odori ne i sapori ne i suoni, li quali fuor dall'animal vivente non credo che sieno altro che nomi, come a punto altro che nome non è il solletico e la titillazione, rimosse l'ascelle e la pelle intorno al naso". Con questa pagina Galileo apre la via percorsa poi per secoli dalla scienza moderna; questa distinzione sarà poi rielaborata filosoficamente, giacché le osservazioni galileiane appaiono più di carattere scientifico che speculativo: Galilei, p. es., non sa chiedersi se l'impossibilità di concepire una materia senza partire dalle sue proprietà aritmetiche, geometriche o meccaniche sia di ordine logico o intuitivo. Sempre riferendosi al medesimo argomento Galilei introduce un passo fra i più discussi tra gli studiosi: "La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intendere la lingua , e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto". A partire da questo passo molti studiosi hanno voluto individuare un carattere decisamente platonico del pensiero di Galilei; uno dei più grandi storici della filosofia italiani, Antonio Banfi, ha scritto a questo proposito: "La critica delle qualità seconde e l'accentuazione del valore delle qualità prime non è in Galileo l'affermazione di un meccanicismo metafisico. Democrito, se così si può dire, ci introduce a Platone...La nuova scienza pone in luce nei grezzi rapporti casuali una costanza di relazioni proporzionali, la legge, e ciò in quanto trasporta quelli sul piano di una considerazione quantitativa e geometrica. Il mondo, questo mondo vario di infiniti accenti e parvenze, si rivela allora come un tutto armonico ove parte risponde a parte:; esposto come 'un grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi'". Coloro che non intendono avallare la tesi di un Galileo 'platonico' sottolineano in genere come il passo in esame non nasconda alcun profondo significato metafisico, dal momento che non fa parte di un più ampio contesto di riflessione filosofica, ma ha più un intento polemico: opporre il libro della natura a quello dei poeti. E' dunque l'opposizione della matematica alla fantasia, e non della matematica alla filosofia; Galileo vuole contrapporre alla falsa una vera logica, una logica fondata sulla matematica.
Nel 1621 accadde un evento che influenzerà negativamente sulle future vicende di Galilei: muore infatti il Granduca di Toscana Cosimo II, cui succede Ferdinando II, giovanissimo, sotto la tutela della madre Maria Maddalena d'Austria. La debolezza e l'inesperienza del nuovo principe avranno gravissime ripercussioni sugli sviluppi della controversia fra Galilei e il Sant'Uffizio.
A controbilanciare però questa perdita di un protettore politico tanto importante quale il Granduca di Toscana venne nel 1623 l'elezione al pontificato del cardinale Maffeo Barberini, divenuto papa con il nome di Urbano VIII, che, come già sappiamo, era un amico ed estimatore di Galileo. La nomina era fra l'altro stata appoggiata dal clero filofrancese, il che lasciava intendere come il nuovo pontefice non avrebbe seguito ciecamente la via controriformistica. Dopo la nomina di Urbano VIII, a testimoniare il cambiamento del clima culturale, venne pubblicato ufficialmente il Saggiatore, opera che fino ad allora era uscita solo in forma di lettera. Dopo l'autorizzazione del Sant'Uffizio Galilei decise di far pubblicare l'opera con una dedica al nuovo pontefice, il quale mostrò di gradire molto questo omaggio; anzi, da testimonianze si sa che il papa si faceva leggere l'opera in privato, traendone grande diletto. Probabilmente in ciò vi era un esplicitazione della sua controversia con l'ordine dei Gesuiti, fautore della cultura controriformistica; non c'è dubbio comunque che, all'inizio del suo pontificato, Urbano VIII avesse il sincero proposito di favorire le nuove ricerche.
In seguito a questa nuova situazione Galilei decide di recarsi a Roma, per andare a riverire il papa personalmente, e per cercare di guadagnarlo alla causa del copernicanesimo. A Roma lo scienziato ebbe grandi accoglienze, e fu ricevuto per ben sei volte da Urbano VIII; rispetto però alla nuova teoria astronomica il pontefice manteneva un atteggiamento reticente, argomentando una teoria poi divenuta famosa come il ragionamento di Urbano VIII: "anche se molti fatti sembrano provare che sia la Terra a girare attorno alò Sole, è teoricamente possibile che Dio, nella sua infinita potenza, abbia ottenuto i medesimi effetti facendo girare il Sole attorno alla terra, come appunto dicono le Sacre Scritture".
Galileo decide dunque di procedere per gradi alla stesura del suo progetto. Con una lettera a Francesco Ingoli ritorna sull'argomento del copernicanesimo, cercando di riaccendere il dibattito fra gli studiosi cattolici e concedendo qualcosa al modo di ragionare di Urbano VIII. In questa lettera sono presentate alcune prove di ordine meccanico che si ritroveranno nel futuro capolavoro di Galileo, ma esposte in forma ancora più elaborata e convincente.
Argomento fisico - vuole discutere sulla teoria che la terra sia davvero al centro dell'universo. Le giustificazioni degli aristotelici a sostegno di tale ipotesi possono essere così riassunte: "noi vediamo i corpi occupare luoghi inferiori e superiori; la terra è corpo più crasso del sole ed occupa il luogo più inferiore; il luogo più inferiore dell'universo è il centro". Le critiche di Galilei a queste argomentazioni possono condensarsi in tre punti:
1) inesattezza dei concetti di inferiore e superiore; questi infatti possiedono una natura relativa, ed hanno valore solo in relazione ad un determinato punto di vista. Esistono dunque molti luoghi inferiori e superiori, così come esiste una pluralità di centri.
2) non bisogna confondere il centro della terra con il centro dell'universo, ammesso che questo esista; il farlo denota un modo di ragionare dogmatico
- la convinzione che la terra sia un corpo più crasso del sole possiede anch'essa un carattere dogmatico
Giustificazione della caduta dei gravi - rappresenta una delle prove meccaniche più efficaci contro il moto della terra; Galilei riporta l'esempio della nave in movimento che era utilizzato anche dagli aristotelici per provare la tesi contraria. Mentre però questi ultimi basavano la loro teoria sull'osservazione di un corpo in caduta verticale dall'albero della nave, Galilei si sofferma sulle condizioni di vita sulla nave stessa, che rimangono simili a quelle della terra ferma. Viene formulato il principio della relatività galileiana: “è impossibile decidere, sulla base di esperienze meccaniche compiute all'interno di un sistema, se esso sia in quiete o in moto rettilineo uniforme".
Dopo la stesura della lettera a Francesco Ingoli Galilei decide di dare completa attuazione al suo vecchio progetto di un'opera che fosse complessiva ed esaustiva della sua teoria, un vero e proprio systema mundi. Inizia la nuova opera nel 1624, e decide di darle la forma di dialogo, cosa che gli consente di introdurre facilmente gli argomenti più diversi e fra loro in contrapposizione, dall'altro di presentare le prove a favore del copernicanesimo senza impegnarsi personalmente in esse. La stesura del dialogo ebbe fine nel 1630.
Per quanto riguarda la pubblicazione, Galilei non sembrò all'inizio avere difficoltà: una lettera da Roma di Benedetto Castelli lo assicurava sulla benevolenza del padre domenicano Nicolò Ricciardi nei confronti dell'opera, e gli riferiva che lo stesso Urbano VIII, discorrendo col Campanella sulla condanna del copernicanesimo, aveva affermato: "non fu mai nostra intenzione e, se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto". Verso la fine di marzo Galilei si recò personalmente a Roma per consegnare il manoscritto all'autorità ecclesiastica; qui ebbe frequenti contatti che gli valsero l'autorizzazione del clero, e il libro gli fu consegnato sottoscritto e licenziato dallo stesso padre Ricciardi.
Poco dopo però le cose cominciarono a peggiorare: morì un esponente dell'Accademia dei Lincei, che non poté così occuparsi direttamente della pubblicazione dell'opera; in seguito il Castelli comunicò a Galilei il consiglio di pubblicare l'opera a Firenze, dove sarebbe stato più facile ottenere l'imprimatur della censura ecclesiastica. Di fronte però alle richieste di Roma si arrivò ad un compromesso: l'opera sarebbe stata visionata da un teologo fiorentino di fiducia - il domenicano Giacinto Stefani -, e i risultati della sua indagine sarebbero comunque stati visionati per ultimo a Roma. A Firenze il lavoro fu svolto con molta celerità mentre a Roma con molta lentezza, fino a che, grazie a pressioni svolte dall'ambasciatore, il manoscritto venne riconsegnato, con qualche consiglio e disposizione riguardo la prefazione, ma con l'autorizzazione ecclesiastica. Galilei ottemperò a tutte le raccomandazioni prescrittegli e l'opera poté così uscire il 21/01/1632: Dialogo di Galileo Galilei Linceo, dove ne i congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano. Il titolo è già di per se interessante in quanto dimostra la ferma volontà di Galilei di non includere fra i massimi sistemi del mondo quello ticonico di Ticho Brahe.
Tre sono i personaggi del dialogo: il nobile fiorentino Filippo Salviati, il nobile veneziano Giovanfrancesco Sagredo -entrambi conosciuti da Galilei-, e l'aristotelico Simplicio, personaggio immaginario, che ricorda col suo nome un celebre commentatore di Aristotele.
Prefazione - ha un carattere molto prudente, che mette in risalto l'avanguardia dell'Italia nella ricerca scientifica ed astronomica - è un tentativo di adulazione verso le autorità politiche ed ecclesiastiche -, e nel contempo concede spazio al ragionamento di Urbano VIII. Anche in conclusione del Dialogo... questa teoria del pontefice viene richiamata da Simplicio, a coronamento di tutte le dimostrazioni che hanno visto trionfare la ragione copernicana. Galilei riteneva così di avere ottemperato agli obblighi impostigli dall'autorità ecclesiastica, ma fu facile per i suoi avversari dimostrare che il ragionamento di Urbano VIII posto in bocca a Simplicio - colui che nel dialogo fa sempre la figura dell'ignorante - risultava sostanzialmente offensivo. E' vero che il ragionamento viene pure ripreso da Salviati, ma senza essere argomentato e discusso. Gli avversari di Galilei cercheranno di fare credere che, nell'identificazione di Simplicio con Urbano VIII, ci fosse una volontà di scherno nei confronti del pontefice.
Bisogna riconoscere che, anche se l'accusa degli anti-galileiani era completamente in malafede, Galilei non dava in effetti alcun credito al ragionamento di Urbano VIII il quale, come una sorta di deus ex machina, risolveva i problemi senza convincere nessuno.
Prima giornata - inizia con una critica al concetto aristotelico di perfezione, per giungere ad una disamina più ampia della fisica aristotelica: le due teorie maggiormente discusse sono quella relative alla distinzione fra mondo celeste e mondo sublunare e quella concernente l'identificazione fra centro della terra e centro dell'universo. Come prove sono presentate principalmente le osservazioni celesti.
A livello metodologico è da sottolineare la distinzione gnoseologica tra intendere extensive e intendere intensive: dal punto di vista dell'estensione la conoscenza umana è nettamente inferiore a quella divina, ma dal punto di vista intensivo - in particolare le matematiche pure - la conoscenza dell'uomo può uguagliare quella divina. E' questa una distinzione che presuppone, secondo alcuni studiosi, una presa di distanza dal neoplatonismo: l'uomo infatti potrebbe raggiungere Dio non nella conoscenza della totalità ma solo in alcune zone circoscritte del sapere.
Seconda e terza giornata - si cercano di risolvere i tradizionali dubbi contro il moto diurno e annuale della terra. Galilei, rispondendo all'obiezione sulla invariabilità della grandezza delle stelle fisse, giunge ad accennare all'ardita concezione dell'infinità dell'universo.
Quarta giornata - viene presentata la prova ritenuta da Galilei decisiva a favore del copernicanesimo, ossia quella sulle maree. La teoria, scientificamente inesatta, afferma che le maree sarebbero il risultato della composizione della rotazione della Terra attorno al proprio asse e della sua rivoluzione attorno al Sole. L'importanza di questa ipotesi è per Galileo duplice: I) essa riconduce le maree a leggi puramente meccaniche II) rivela un fenomeno capace di costituire una prova diretta dell'ipotesi copernicana.
Se Galilei avesse saputo applicare le leggi sulla composizione del movimento da lui stesso scoperte avrebbe capito l'errore fondamentale della sua ipotesi
Da questo punto di vista il Dialogo... si rivela un'opera ancora incapace di dimostrare una ipotesi vera a favore della teoria copernicana, ma è in grado di rimuovere gli ostacoli che potevano impedire di accettarla. E' un'opera dunque la cui grandezza consiste non tanto nell'aspetto scientifico, ma in quello divulgativo. Sono interessanti a questo proposito le affermazioni dello studioso francese Alexander Koyrè: "In realtà il Dialogo... non è un libro di astronomia e neanche di fisica. E' innanzi tutto un libro di critica; un'opera di polemica e di battaglia; è al medesimo tempo un'opera pedagogica, un'opera filosofica; ed è infine un'opera di storia: 'la storia dello spirito di Galileo'...Un'opera di polemica e di battaglia: è questo che determina (in parte) la struttura letteraria del Dialogo: è contro la scienza e la filosofia tradizionali che Galileo punta la sua macchina da guerra...Un'opera pedagogica. Non si tratta infatti soltanto di convincere, di persuadere e di dimostrare: si tratta inoltre, e forse soprattutto, di condurre poco a poco il lettore valentuomo a lasciarsi persuadere e convincere, a poter comprendere la dimostrazione ed accogliere la prova...A ciò si debbono le lungaggini insopportabili per il lettore odierno, a ciò si debbono le ripetizioni, ilo ritornare su cose già dette...Un'opera di filosofia...se Galileo combatte la filosofia di Aristotele lo fa a vantaggio di un'altra filosofia sotto i cui vessilli si schiera: a vantaggio della filosofia di Platone. Di una certa filosofia di Platone".
La pubblicazione del Dialogo consente a Galilei di realizzare una parte del programma che si era proposto, e cioè di convincere la maggioranza degli studioso della verità del sistema copernicano; l'opera suscita infatti approvazioni e lodi generali. Tommaso Campanella gli scriverà: "Tutte le cose mi son piaciute e vedo quanto è più forzoso il suo argumentare di quel di Copernico, se ben quello è fondamentale...Queste novità di verità antiche, di novi mondi, nove stelle, novi sistemi, nove nationi etc. son principio di secol novo".
A Galilei non riuscì però la seconda e più ardita parte del suo programma, quella di riuscire a convincere la chiesa della necessità di adeguarsi a questa verità.
Già pochi mesi dopo la pubblicazione cominciarono a diffondersi notizie poco incoraggianti riguardo l'accoglienza degli ambienti ecclesiastici al libro. Benedetto Castelli raccontò a Galilei che "il padre Scheiner, ritrovatosi in libreria con un tal padre Olivetano...sentendo che il padre Olivetano dava le meritate lodi ai Dialoghi...si commosse tutto con mutatione di colore in viso e con un tremore grandissimo nella vita e nelle mani, in modo che il libraio, quale mi ha raccontato l'istoria, restò meravigliato". Campanella affermerà di aver sentito "con gran disgusto...che si fa Congregatione di theologi irati a proibire i Dialoghi di V.S.".
Il fattore decisivo che compromise del tutto gli obbiettivi di Galilei fu però il passaggio di Urbano VIII dal fronte degli estimatori di Galilei a quello dei suoi nemici. Il 18 settembre 1632 l'ambasciatore Nicolini scrisse di aver trovato il Papa " in molta collera contro il dialogo, così pieno di acredine da non poter esser peggio volto verso il povero nostro Galileo".
Quali furono le motivazioni del cambio di atteggiamento da parte di Urbano VIII?
1) il Papa si lasciò convincere dalle insinuazioni degli avversari di Galilei secondo i quali lo scienziato aveva voluto farsi beffe di lui identificandolo con Simplicio.
2) il Papa non avrebbe tanto facilmente creduto a tali insinuazioni se non si fosse trovato in una congiuntura storica particolare. Infatti nell'estate del 1632 Urbano VIII stava passando un periodo di tensione tale che ogni sospetto diventava in lui indiscutibile verità. Eletto con i voti del clero francese, egli aveva cercato di rinnovare la politica del papato, contrastando il predominio della Spagna e quello imperiale degli Asburgo, e appoggiando molte rivendicazioni della corona francese. Favorì sopratutto l'accordo tra il Re di Francia, il Duca di Baviera e le milizie protestanti di Gustavo Adolfo; si rifiutò di organizzare contro questo patto una lega richiesta dalla Spagna, in quanto affermava trattarsi di problemi politici e dinastici e non religiosi. Nel marzo del 1632 le pressioni del partito asburgico divennero molto pressanti: il cardinale Borgia lo accusò di comportamento protettivo verso gli eretici, e di dimostrare poco zelo apostolico. Queste accuse si aggiungevano ad altre lamentele che volevano il Papa autore di una politica nepotistica - durante il processo si pose sotto accusa addirittura lo stemma del tipografo che pubblicò il Dialogo, che con i suoi tre pesci si diceva volesse rappresentare i tre nipoti del Papa -. Proprio in questo periodo dunque Urbano VIII verificava la fragilità del suo apparente grande potere, e cercava di correre ai ripari rispetto a queste accuse.
La condanna di Galilei avrebbe portato ad Urbano VIII due vantaggi: 1) dimostrava che il Papa era ancora così forte da avvilire, con Galileo, il suo protettore, il Granduca di Toscana alleato della Spagna 2) dimostrava inoltre la sua capacità di difendere il vero spirito della controriforma, sacrificando i ben noti vincoli personali che lo legavano alla personalità di Galileo. La condanna di Galileo divenne così una vera e propria necessità politica. Così scrive a proposito Antonio Banfi: "questo richiedeva non solo il risentimento personale del Papa, ma la difesa della sua dignità e della sua autorità ed insieme l'ossequio alla disciplina cattolica, ai decreti della Chiesa, lo zelo degli uomini e degli istituti della Controriforma, la sua incoercibile volontà di dominio sulla cultura e sul sapere".
Galileo ricevette una lettera da padre Ricciardi con la quale lo si pregava di non diffondere il volume; il Granduca di Toscana protestò a questa decisione, facendo notare come il volume fosse uscito dotato dell'autorizzazione ecclesiastica. Il Dialogo venne dunque inviato ad una commissione di esperti, che doveva decidere del suo carattere inequivocabilmente copernicano; in una seconda fase fu portato davanti alla congregazione del Sant'Uffizio, e allora ebbe inizio in forma ufficiale il processo che si concluderà nel 1633.
Il 25 settembre viene inviata all'inquisitore di Firenze un'ingiunzione del cardinale Antonio Barberini - fratello minore del Papa - volta a far trasferire Galilei a Roma entro il mese di ottobre. Galilei - è questo è un sintomo del mutato clima culturale - fece molti tentativi per ottenere di essere esentato; le motivazioni non gli mancavano: era malato, in età avanzata, tra l'altro c'era un'epidemia di peste che serpeggiava nelle campagne. Fu però tutto inutile, e la Chiesa mantenne un comportamento di assoluta intransigenza; il 1° gennaio del 1633 il cardinale Antonio Barberini scrisse una nuova lettera all'inquisitore di Firenze, il cui tono non ammetteva più repliche: "Da questa Congregatione del Santo Offi.o è stato molto male inteso che Galileo Galilei non habbi prontamente obbedito al precetto fattogli di venire a Roma; et non deve egli scusar la sua disobbedienza con la stagione, perché per colpa sua si è ridotto a questi tempi; et fa malissimo a cercar di paliarla fingendosi ammalato, poi che la Santità di N.S.re et questi Emin.mi miei S.S.ri non vogliono in modo alcuno tolerare queste fintioni, ne dissimular la sua venuta qui: che però V.R. gli dica, che se non ubbidisce subito, si manderà costì un commissario con medici a pigliarlo, et condurlo alle carceri di questo supremo Tribunale, legato anco con ferri, poiché sin qui si vede che egli ha abusato la benignità di questa Congregatione; della quale sarà parimenti condannato in tutte le spese che per tale effetto si faranno. Ella seguirà quanto se la impone; e dia qui avviso". Di fronte alla durezza di quest'ordine lo stesso Granduca di Toscana evitò di intervenire in difesa dello scienziato.
Galileo partì per Roma il 20 gennaio, nel periodo più rigido dell'inverno. Dovette passare un periodo di quarantena a Ponte di Centina, a causa dell'epidemia di peste, quindi arrivò, stanchissimo e spossato, il 13 febbraio a Roma. L'unica sua fortuna fu che nella residenza dell'ambasciatore Nicolini egli trovò un'accoglienza ancora più calorosa di quanto non prescrivessero i doveri d'ufficio.
Galilei nonostante tutto non aveva ancora del tutto perso il suo ottimismo; solo in aprile avrà ben presente la negatività della situazione. Fino ad allora Galilei alternerà momenti di autentico sconforto ad altri di energica ripresa, che testimoniano la grande forza della sua umanità. Ad un certo punto però lo scienziato si pentirà addirittura delle sue ricerche scientifiche e di averle esposte al mondo: "...Questo in modo mi affligge, che mi fa detestare tutto il tempo già da me consumato in quella sorte di studi, per i quali io ambiva e sperava di potermi alquanto separare dal trito e popolar sentiero degli studiosi; e con l'indurmi pentimento d'havere esposto al mondo parte de miei componimenti, m'invoglia a sopprimere e condannare al fuoco quelli che mi restano in mano, saziando interamente la fame de miei nemici, a i quali i miei pensier son tanto molesti".
Dopo l'esito del processo Galilei abbandonerà definitivamente il suo programma, e manterrà sino alla morte il più assoluto riserbo sulle sue ricerche.
Ottenuto con difficoltà il permesso di non doversi trasferire nelle carceri del Sant'Uffizio, egli venne a conoscenza, nei primi due mesi che rimase a Roma, che la maggior parte dell'accusa si fondava sul passato colloquio con Barberini nel 1616. Questo fatto causò in lui un ingenuo entusiasmo. Lo studioso De Santillana ricava da questo una prova del carattere apocrifo del documento, una prova irrefutabile che Galilei non avesse ricevuto alcun precetto speciale: "Non sarebbe stato quello il momento di sentirsi agghiacciare, con ridesto il ricordo inesorabile di quel maledetto intervento a cui non è più possibile sfuggire? Invece gli pare che non ci sia più nulla da temere, anzi, non vede l'ora di affrontare i giudici. E' tempo, dice, che quei signori rendano conto di tutta questa persecuzione. Ed è Niccolini che deve dirgli che così non andranno le cose, e che badi ad accontentarli come può". Si deduce dall'ultima frase di questa citazione come si sia ripetuta da parte di Galilei la stessa incapacità di interpretare politicamente gli eventi, mentre l'ambasciatore riesce a focalizzare con estrema esattezza la realtà della situazione.
Bisogna comunque dire che l'afflizione di Galilei non nasce da un timore personale; la sua persona - e così infatti accadrà - poteva rischiare tuttalpiù il confino. Lo scienziato era però totalmente consapevole che era ormai finito il tempo di discutere, cioè di analizzare scientificamente le ragioni pro o contro del copernicanesimo. E difatti l'ambasciatore Niccolini esigeva da lui proprio la rinuncia ad esprimere non già la propria fede, ma le ragioni del copernicanesimo. Il dialogo tra Galilei e gli inquisitori è troncato, al dibattito razionale si sostituisce il rapporto di forza.
Se dunque partiamo dal presupposto che si concretizza un annientamento del dibattito razionale, possiamo capire come le vicende del processo perdano ogni interesse dal punto di vista filosofico. La difficoltà dell'accusa stava nel fatto che il testo era uscito con l'autorizzazione ecclesiastica; bisognava dunque accusare Galileo di averla estorta fraudolentemente. Per far ciò si ricorse al famoso documento del 1616: assumendolo come autentico, si attribuì a Galilei la gravissima colpa di non essersi adeguato al precetto impartitogli, e di non averlo fatto notare a padre Ricciardi. Visto però il carattere non ufficiale del documento, bisognava far sì che Galileo stesso confessasse l'esistenza di qualche precetto. Con una tecnica d'interrogazione tipicamente inquisitoriale, subdola, Galileo nomina la parola fatale e viene a trovarsi in una situazione insostenibile; alla fine assumerà un atteggiamento completamente arrendevole nei confronti dei suoi giudici.
Galilei riterrà sempre i principali responsabili dell'esito di questo processo l'odio dei Gesuiti contro di lui. In effetti il gesuita padre Scheiner fu uno dei più accaniti accusatori dello scienziato. In precedenza Galileo aveva aspramente polemizzato con lui nella discussione sulle macchie solari; probabilmente era anche lui un seguace della teoria di Copernico, ma l'odio nei confronti di Galileo lo indusse a tenere questo comportamento. Oltretutto i Gesuiti avevano un rapporto di rivalità con i Domenicani, al cui ordine apparteneva padre Ricciardi; si capovolsero così le posizioni del 1616, dove erano i Domenicani ad attaccare Galilei e i Gesuiti a mostrare un atteggiamento di tolleranza nei suoi confronti.
Il 20 giugno Galilei venne interrogato sopra l'intenzione, e affermò di non avere mai optato per l'ipotesi copernicana dopo avere ricevuto il precetto dalla Chiesa. Il 22 egli fu costretto ad abiurare in ginocchio nella sala del convento dei Domenicani di Santa Maria sopra Minerva, di fronte alla Congregazione del Sant'Uffizio.
Seguì a questo processo un periodo estremamente critico della vita di Galileo. In un primo tempo egli riuscì a trasformare il suo confino quasi in un centro di ricerca scientifica; in seguito alle proteste dei suoi nemici lo si costrinse all'isolamento - esclusa la presenza di qualche allievo per le necessità fisiche -. L'epistolario dello scienziato risalente a questo periodo rappresenta un documento importantissimo per comprendere il suo stato d'animo in questo periodo. Importante è il rapporto con il padre Marino Mersenne, importantissima personalità della filosofia di questo periodo; è merito degli ammiratori stranieri di Galilei se molte delle sue opere vennero ristampate dopo il 1633.
Per quanto concerne la ricerca scientifica, Galilei in questo periodo riprende il programma sul dialogo "intorno ai moti locale, naturale e violento", con il quale si riprometteva di offrire a tutto il mondo una splendida prova dell'efficenza della meccanica. La pubblicazione dell'opera avvenne nel 1638, con estrema soddisfazione del nostro. Il titolo integrale dell'opera è Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica ed ai movimenti locali.
L'autorizzazione ecclesiastica venne concessa senza difficoltà, ma oggi possiamo interpretare questa decisione dell'autorità ecclesiastica con un certo filo d'ironia. I censori infatti non condannarono l'opera ritenendo che trattasse un argomento innocuo; ma in realtà non la capirono, perché proprio questo Dialogo eliminava tutte le difficoltà di ordine fisico che ancora impedivano un pieno riconoscimento della teoria copernicana.
Non si tratta - come il Dialogo precedente, del resto, - di un'opera interamente nuova, ma piuttosto di una rielaborazione e di un approfondimento di risultati che Galilei aveva in parte già raggiunti nel periodo padovano. Gli interlocutori sono i medesimi del dialogo precedente, la divisione è sempre in quattro giornate, due contenenti un dialogo effettivo, mentre nelle ultime due Salviati legge una relazione di un suo amico accademico. Sono poi state ritrovate appendici e frammenti ulteriori che prolungano il dialogo fino alla sesta giornata, e che sono di uguale rilevanza filosofica e scientifica.
I momenti teoreticamente più alti sono quelli costituiti dalla terza e dalla quarta giornata, dove Galileo dimostra l'enorme progresso proprio della scienza moderna in relazione con la scienza classica. Vengono fra l'altro dimostrate le leggi del moto uniforme, del moto uniformemente accelerato e ritardato; le dimostrazioni sono ottenute inizialmente con procedimento deduttivo, e solo in un secondo tempo vengono integrate con una verifica empirica. In queste giornate Galileo perfeziona anche l'elaborazione dei concetti di infinito ed infinitesimo.
In queste osservazioni Galilei sembra avvicinarsi maggiormente alla matematica pura, teorica, senza per altro mai abbandonarne l'aspetto applicativo; anzi, nonostante queste nuove aperture egli non arriverà mai a sviluppare compiutamente questo aspetto della disciplina. Emblematico a questo proposito e sia il disinteresse dimostrato da Galilei per i testi di Keplero, ma soprattutto il rapporto con il suo discepolo Bonaventura Cavalieri. Questi era profondamente interessato alle ricerche di matematica pura, e pregò tantissimo il maestro di pubblicare le sue riflessioni a riguardo; questo anche per poter poi egli successivamente pubblicare le proprie, evitando la spiacevole situazione di anticipare scoperte del maestro. Ma Galilei non si fece mai convincere, mostrando sempre un atteggiamento di sufficienza; d'altra parte sul problema degli infiniti e del confronto fra infiniti lo scienziato si manterrà ancorato ad una posizione neoplatonica.
Ne nuovo Dialogo Galilei rielabora fra l'altro il principio d'inerzia, in una maniera simile a quella presente nell'opera precedente. Sull'effettivo raggiungimento da parte di Galilei di questo principio si è molto discusso fra gli studiosi. Alexander Koyrè ha scritto: "Galilei non riesce a concepire la gravità come una forza che agisca sul corpo, ma come qualcosa che appartiene al corpo stesso; perciò egli non riesce mai ad astrarre completamente da essa e quindi non può spingere il suo approfondimento del principio d'inerzia fino a darne una formulazione veramente generale". Koyrè ne conclude che Galileo perviene sì alla soglia del principio d'inerzia, ma senza penetrarvi dentro con piena consapevolezza scientifica. Il grande matematico italiano Federico Enriques ha replicato: "non possiamo cercare, nelle opere galileiane, una trattazione del principio d'inerzia come legge a sé, avulsa dal discorso generale in cui Galileo inserisce la meccanica...è chiaro che il principio, così enunciato, non è già ritenuto come legge puramente astratta, ma è messo in rapporto alla composizione che ad ogni istante si fa del moto inerziale coll'accelerazione impressagli dalle forze che agiscono su di lui". Ludovico Geymonat ne conclude: "...è privo di senso storico muovere un appunto a Galilei per non aver egli sentito il bisogno di darci un enunciato generale del principio d'inerzia; l'importante è che Galileo seppe applicarlo con perfetto rigore a tutti i casi che lo interessavano, e seppe farne il punto di partenza per giungere al principio di relatività, nonché alla confutazione delle <obiezioni meccaniche> contro il copernicanesimo...Ne va dimenticato che i discepoli di Galileo non sentirono alcuna necessità di riaprire un dibattito scientifico sul principio d'inerzia ma lo considerarono concordemente come un risultato ormai acquisito definitivamente dalla nuova meccanica".
Un altro aspetto estremamente importante di questo ultimo scritto è la rilevanza essenziale che acquista la componente platonica del pensiero di Galilei; questa sembra infatti essere pienamente confermata dall'impostazione rigorosamente deduttiva. Lo scienziato prende infatti le mosse da ben precise definizioni dei singoli moti e da assiomi generali di evidenza intuitiva, per dedurne una lunga serie di teoremi e corollari. La deduzione viene raggiunta attraverso un rigore matematico; all'osservatore è riservato il compito di controllare la corrispondenza tra i risultati dimostrati e i fatti dell'esperienza. Specialmente nel corso della terza giornata il controllo empirico assume una funzione particolarmente secondaria, e la sua difesa viene lasciata all'aristotelico Simplicio. Alexander Koyrè, lo studioso che con maggiore convinzione ha affermato il sostanziale platonismo di Galilei, ha scritto in proposito: "Ciò che l'empirismo aristotelico reclama, sono delle esperienze che possano servire di base e di fondamento alla teoria; ciò che gli offre l'epistemologia galileiana, aprioristica e sperimentalista insieme..., sono degli esperimenti costruiti a partire da una teoria, esperimenti il cui compito specifico e di confermare, o di infirmare, l'applicazione al reale di leggi dedotte da principi il cui fondamento risiede altrove". Koyrè sottolinea in seguito come l'interpretazione platonica venga ancora più favorita dall'andamento della quarta giornata: "Il fine a cui Galileo tende non è conoscere il corso dei fatti, ma le essenze che starebbero a fondamento di esse. Tali essenze devono risultare solo approssimativamente confermate dai fatti; non avrebbe quindi senso voler partire dunque dai fatti per giungere ad esse, spettando invece alla matematica, e solo alla matematica, afferrarle in modo diretto". Anche un altro importante filosofo della scienza del nostro secolo ha individuato in queste pagine una testimonianza platonica, Ernst Cassirer: "Il metodo di Galilei, pur iniziando dall'esperienza e terminando in essa, si prefigge però lo scopo precipuo di risolvere i dati dell'osservazione in relazioni generali di carattere non empirico ma concettuale". "Le leggi essenziali della natura non sono leggi del dato immediato, di ciò che si può direttamente designare, ma si riferiscono solo a dati ideali, che non possono mai realizzarsi totalmente nella natura. Questa però non reca alcun pregiudizio sulla loro oggettività".
I sostenitori di un'interpretazione del pensiero di Galilei che non contempla alcun particolare riferimento al platonismo sostengono però che non bisogna sopravvalutare il contenuto di queste pagine, suggerendo di integrarle con gli altri scritti dello scienziato. Infatti il procedimento deduttivo seguito in quest'opera non fu infatti quello adottato inizialmente da Galilei per giungere alle leggi in esame. Inoltre l'entusiasmo per il metodo ipotetico-deduttivo non lo porta mai a confondere la dimostrazione ex-suppositione delle leggi in questione con la prova della loro effettiva validità. Questa conserverebbe la sua validità anche se giungesse a risultati privi di qualsiasi riscontro in natura. Vi è in Galilei una consapevolezza della inconfondibilità fra deduzione matematica e dimostrazione fisica. Un fatto solo per combinazione può corrispondere alle leggi di carattere eidetico, essenziale: "Ma, in questo io sarò stato, dirò così, avventurato, perché il moto dei gravi et i suoi accidenti rispondono puntualmente alli accidenti dimostrati da me del moto da me definito". Secondo alcuni in questo passo, che sostiene la non coincidenza fra verità ex suppositione e verità de facto, si individua una forte istanza antiplatonica; la dimostrazione matematica anziché assorbire in sè quella sperimentale si rivela qualcosa di indipendente da essa.
Altri studiosi fanno invece notare come la difesa dell'istanza empirica condotta da Simplicio non indica necessariamente una sua svalutazione. Potrebbe invece significare un legame fra la nuova scienza e la migliore eredità del pensiero aristotelico; in altre parole, Galilei potrebbe ritenersi il vero continuatore dell'opera di Aristotele. Scrive a questo proposito Ludovico Geymonat: "Galileo è certamente d'accordo con Aristotele nell'anteporre ad ogni discorso <quello che l'esperienza e il senso ci dimostra>; egli non pensa però che l'esperienza ci offra, insieme con i dati, anche la loro retta interpretazione. Ritiene anzi che in molti casi (come ad es. per il copernicanesimo), ciò che a noi sembra costituire una contraddizione tra certi fatti e una data teoria, è unicamente una contraddizione fra la nostra prima, grossolana interpretazione di tali fatti e l'anzidetta teoria. Di qui la necessità di spogliare i fatti (in sè incontrovertibili) dalla veste in cui li avevamo inconsapevolmente avvolti; di qui ancora la necessità di provocare dei fatti nuovi, più precisi, che siano afferrabili nella loro realtà, al di fuori di ogni rivestimento tradizionale. Saper provocare dei fatti di quest'ultimo tipo significa, per Galilei, saper interrogare la natura".
In conclusione, si deve ammettere che in Galileo sia presente una obbiettiva oscillazione tra il ricorso al più puro metodo deduttivo e il ricorso non meno energico e frequente all'osservazione empirica. Galileo era comunque ben consapevole della complessività del problema del metodo, e sicuramente non voleva a questo riguardo rinchiudersi in una posizione dogmatica.
Le ultime osservazioni astronomiche cui Galilei si dedicò furono quelle sulla Luna; in seguito lo scienziato fu colto dalla cecità che gli impedì di continuare questo tipo di ricerche.
Di rilevante da notare di questi ultimissimi anni della sua vita è una lettera inviata al Principe Leopoldo di Toscana, nella quale Galilei chiarisce i suoi rapporti con l'aristotelismo. Lo scienziato vi afferma di non aver mai voluto rivolgere le sue critiche contro Aristotele, ma contro coloro che espandono oltre i limiti legittimi la sua autorità: "Mi giunge grato il sentire che V.S.Eccel.ma, insieme con molti altri, sì com'ella dice, mi tenga per avverso alla peripatetica filosofia, perché questo mi dà occasione di liberarmi da cotal nota (ché tale la stimo io) e di mostrare quale io interamente sono ammiratore di tanto huomo quale è Aristotele". "Io stimo (e credo che essa ancora stimi) che l'esser veramente peripatetico, cioè filosofo Aristotelico, consista principalissimamente nel filosofare conforme agli Aristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi e con quelle vere suppositioni e principij sopra i quali si fonda lo scientifico discorso, supponendo quelle generali notizie il deviar dalle quali sarebbe grandissimo difetto. Tra queste supposizioni è tutto quello che Aristotele ci insegna nella sua Dialettica, attinenti al farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso, indirizzandolo et addestrandolo a bene sillogizzare e dedurre dalle premesse concessioni la necessaria conclusione; e tal dottrina riguarda la forma del dirittamente argumentare. In quanto a questa parte, credo di havere appresso dalli innumerevoli progressi matematici puri, non mai fallaci, tal sicurezza nel dimostrare, che, se non mai, almeno rarissime volte io sia nel mio argomentare cascato in equivoci. Sin qui dunque io sono Peripatetico".
Galilei è perfettamente convinto dell’efficacia della logica aristotelica, ma è nel medesimo tempo convinto che essa non costituisca un ausilio sufficiente e vada perciò integrata con la matematica. In particolare nell’individuazione di un errore nel procedimento scientifico l’aiuto della matematica potrà essere molto prezioso: dove si forma infatti l’errore? Certamente non nella teoria, bensì nel metodo con cui si vogliono spiegare e ricavare determinate conseguenze, contraddette dall’esperienza. Bisogna sì correggere un falso ragionamento, senza però abbandonare l’ipotesi; in questa correzione la matematica potrà fornirci un aiuto prezioso. “Voglio aggiungere per ora questo solo: che io mi rendo sicuro che se Aristotele tornasse al mondo, egli riceverebbe me tra i suoi seguaci, in virtù delle poche contraddizioni, ma ben concludenti, molto più che moltissimi altri che, per sostenere ogni suo detto vero, vanno esplicando dai suoi testi concetti che mai non li sariano caduti in mente. E quando Aristotele vedesse le novità scoperte nuovamente in cielo, dove egli affermò quello essere inalterabile et immutabile, perché niuna alterazione vi si era fino allora veduta, indubitamente egli, mutando opinione, direbbe ora il contrario: che ben si raccoglie che mentre ei dice il cielo essere inalterabile, perché non vi si era veduta alterazione, direbbe ora essere alterabile perché alterazioni vi si scorgono”.
Esistono dunque nel pensiero di Galilei profonde tracce di aristotelismo: soprattutto nell'anteporre l'esperienza al discorso, pur sapendo Galilei che l'esperienza deve essere sapientemente interrogata. Il suo andare oltre Aristotele non sarà però mai un andare contro Aristotele; il richiamo a Platone può semmai dare vigore alla polemica contro gli aristotelici, per sottolineare l'importanza attribuita alla matematica come integrazione della logica; mai però come prevaricazione sull'esperienza.
Galileo Galilei mori l'8 gennaio 1642. La Chiesa mantenne nei suoi confronti un atteggiamento di durezza, controllando le orazioni tenute durante al funerale, le scritte poste sul sepolcro, e soprattutto impedendo la sepoltura nella tomba di famiglia in Santa Croce, a Firenze. Solamente nel 1734 la Chiesa concederà questa autorizzazione, e il monumento a Galilei venne eretto nel 1737. Alttrettanta durezza fu riservata ai discepoli di Galilei, con la chiusura dell'Accademia del Cimento, che essi avevano fondata. Solo nel 1757 l'Indice omise il decreto di proibizione di tutte le opere dedicate alla teoria copernicana; solo più avanti, però, tale teoria sarà accettata dalla Chiesa: nel 1820 in via personale, nel 1822 in via ufficiale. Nel 1989 Galileo Galilei verrà ufficialmente riabilitato dalla Chiesa, con una cerimonia presenziata da Giovanni Paolo II.
Fine articolo su Galileo Galilei
IL PENSIERO DI GALILEO
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1.
La vicenda storica di Galileo è il punto di partenza della più grande rivoluzione culturale degli ultimi secoli. Per valutarne esattamente la portata, bisogna pensare al panorama contemporaneo, al particolare significato che la scienza oggi assume come visione e organizzazione tecnologica del mondo (sia per quanto riguarda lo spirito di salvezza che essa esibisce sia per la distruttività che possiede). Galileo fu l'artefice intenzionale di una tale rivoluzione.
2.
La rivoluzione scientifica di Galileo riassume l'affermazione della cosmologia eliocentrica, la fisica meccanicistica, la matematizzazione della natura. Galileo fece discendere dalla distruzione della cosmologia tolemaica (geocentrica) non soltanto un'altra interpretazione della realtà, ma anche una nuova concezione della scienza. Perché da Galileo in poi la scienza modifica il quadro offerto dal senso comune della realtà: interviene nella realtà per ricostruirla secondo un progetto meccanico globale, che è la tecnica.
3.
La cosmologia, e quindi la fisica, aristotelico-tolemaica si basava su alcune istanze fondamentali che sono:
- Divisione dell'universo in due sfere, celeste e terrestre, l'una perfetta l'altra soggetta al divenire (mutamento), dando luogo perciò a una fisica dei cieli e una fisica della terra.
- Esistenza di una causalità di ordine finalistico, che spiega l'intero movimento universale facendolo derivare in ultima istanza dall'attrazione divina.
- Concezione di un continuum universale, che attraverso le sfere celesti (cioè le Intelligenze) opera da Dio alla terra, la quale è posta al centro dell'universo ed è immobile.
- Conciliazione tra fisica e senso comune (esperienza sensibile). La fisica aristotelica giustifica il nostro senso comune: per es. il moto del sole e delle stelle nel nostro cielo, o la direzione naturale del movimento dei quattro elementi.
- Previlegio accordato dalla fisica (dipendente dalla metafisica aristotelica) alla stabilità, rispetto al movimento. Ogni corpo tende naturalmente allo stato di quiete, e ogni movimento è prodotto o da una forza applicata al corpo che si muove (violento) o dalla natura del corpo che lo dirige al suo luogo naturale. Anche il moto circolare dei cieli persegue l'ideale della stabilità, e il Dio è immutabile.
- Esclusione di ogni azione a distanza e del vuoto.
- Finitezza dell'universo.
- Significato puramente "matematico" della cosmologia tolemaica. Il sistema tolemaico rende possibile "un calcolo" del movimenti celesti, attraverso la loro rappresentazione geometrica, ma non si presenta con la pretesa della "verità scientifica" (come si direbbe oggi). Per questo Tolomeo inserisce nel movimento principale dei pianeti dei movimenti circolari sussidiari (eccentrici, epicicli) che non avevano alcuna realtà. Si trattava di "salvare i fenomeni" (cioè quello che si vede).
4.
Nel De revolutionibus orbium celestium, pubblicato a Norimberga nel 1543, Niccolò Copernico rappresenta il sistema dell'universo con il sole al centro, perché crede alle antiche tesi "metafisiche" di Pitagora e Platone, e inoltre perché risulta assai più semplice di quello tolemaico. Copernico elimina i movimenti accessori, ma conserva le sfere celesti cristalline, il moto circolare e il limite complessivo dell'universo, perché non si basa su dati, ma esclusivamente sul ragionamento. Tuttavia fa muovere la terra che diventa solo uno dei mondi ruotanti intorno al sole. Ma mentre l'Europa protestante reagisce subito contro questa "degradazione" della terra, il papato e la cultura cattolica accolgono il sistema copernicano con larghezza di vedute.
5.
Galileo Galilei, nato a Pisa (nel 1564, proprio alla fine del Concilio di Trento), si dedicò alla matematica sotto la guida di un allievo del grande Niccolò Tartaglia. A poco più di vent'anni pubblicò La bilancetta, progetto di una bilancia idrostatica e incominciò a insegnare matematica (a Pisa). Nel 1592 passò a Padova, nella Repubblica di Venezia, dove aveva ottenuto una cattedra di insegnamento della matematica (che comprendeva sempre anche l'astronomia). La sua passione per le tecnologie meccaniche lo porta a una ricca serie di invenzioni, tra cui quella del cannocchiale, strumento militare che egli adoperò per scrutare il cielo. In questi anni Galileo elabora una stretta unificazione tra la matematica, la fisica concreta di Archimede e l'antico atomismo di Democrito. Peraltro si dedicò anche alla poesia studiando Dante e il Tasso. Siamo alla presenza di una personalità integrale, appassionata e coraggiosa.
6.
In una lettera scritta all'astronomo Keplero nel 1597, Galileo risulta ormai persuaso della verità (e non solo della maggior utilità) della concezione copernicana. Tuttavia è ancora cauto, e solo dopo le grandi scoperte astronomiche abbandonerà del tutto questa cautela. Nel 1600 avviene a Roma la condanna a morte di Giordano Bruno, dopo una lunga detenzione. Ma nel 1609 Galileo ha ormai maturato una tale serie di scoperte attraverso il suo cannocchiale da decidere di pubblicare il Sidereus Nuncius a Venezia, che contiene tutto ciò che egli ha visto per la prima volta nella storia dell'umanità. Ha visto l'irregolare superficie della Luna, fatta come la terra; ha visto milioni di stelle sperdute nello spazio; ha visto i quattro lucenti satelliti di Giove, che chiamò "medicei" in onore del Granduca Cosimo II. Ma se la Luna è fatta come la Terra eppur si muove, non sarà questo un argomento anche a favore del moto della Terra?
7.
Nel 1611 compie un viaggio a Roma dove lo aspettano accoglienze trionfali dagli ambienti scientifici e religiosi, nonché dal papa Paolo V e dal Cardinale Barberini (il futuro Papa Urbano VIII). Sempre nel 1611 Galileo viene chiamato dal Granduca di Toscana Cosimo II (già suo discepolo) a insegnare e fare attività di ricerca a Firenze, e nel frattempo accumula altre scoperte: la complessità di Saturno, l'aspetto "terrestre" di Venere e le sue fasi inspiegabili dal punto di vista tolemaico. E poi, nel 1612, le macchie del Sole. Queste lo convincono che i processi di alterazione esistono anche nel mondo celeste, come sulla terra. Avvia così una visione cosmologica unitaria della fisica, decidendo di svolgere una battaglia decisiva contro l'establishment culturale delle università che era in maggioranza di osservanza aristotelica, perché l'aristotelismo rappresentava la conciliazione tra scienza, dottrina etico-religiosa e senso comune. Oggi si dovrebbe dire che Galileo non era politically correct! Il dubbio non è mai troppo amato da chi è forte della sua condizione, a meno che non sia un dubbio scettico (Bobbio, per intenderci): invece è il dubbio critico che non piace!
8.
A Firenze nel 1612 un domenicano sostiene che il sistema copernicano, come verità, è eresia (cioè, per capirci, non ha diritto di cittadinanza), perché contraddice a certi passi della Bibbia. Bisogna dire, a questo punto, che mai nella Chiesa era stata sostenuta un’interpretazione semplicemente letterale dell’Antico Testamento. Dagli inizi e fino al Concilio di Trento, la Chiesa aveva interpretato l’Antico testamento in chiave soprattutto allegorica. La storia degli antichi Ebrei non aveva altro significato che quello “figurale”, era cioè solo una “figura” profetica del Vangelo di Cristo. L’uso “letterale” della Bibbia, coincidente col suo valore puramente “storico”, era stato invece sostenuto dalla Riforma protestante, e proprio in opposizione alla Chiesa cattolica.
9.
Galileo ne discute con un suo allievo benedettino, il Castelli, al quale indirizza nel 1613 una famosa lettera (evidentemente con l'intento che venisse divulgata). In essa spiega che Dio è autore sia della Bibbia (verità ispirata dallo Spirito) sia della natura. La differenza sta nel fatto, che mentre la Bibbia è intenzionalmente rivolta al popolo degli antichi Ebrei, descritti come "rozzi e indisciplinati" (cioè ignoranti), e perciò si serve di un linguaggio adatto alle loro capacità di comprensione, la natura è "inesorabile e immutabile", perché non ha alcuno scopo di farsi capire dagli uomini. Dal punto di vista della scienza, se c'è contraddizione tra la Scrittura e la verità della natura, quest'ultima deve avere la parola definitiva. Ma nel 1615 Galileo è denunciato al Sant'Uffizio proprio per le tesi contenute nella lettera. A questo punto prende posizione l'autorevole Cardinale Bellarmino, segretario del Sant'Uffizio: il Copernicanesimo può essere insegnato ma solo ex suppositione, cioè come ipotesi matematica e non come verità assoluta e definitiva, per non irritare i professori scolastici e non nuocere alla stessa fede cristiana. Nella lettera a Monsignor Dini, del 1615, Galileo però contesta la riduzione del Copernicanesimo a semplice calcolo.
10.
Recatosi a Roma dalla fine del 1615, Galileo riceve nel febbraio del 1616 una semplice ammonizione ad abbandonare la dottrina di Copernico. Poi nel 1623 pubblica un'opera piena di sferzante ironia polemica, Il Saggiatore, il cui tema è la natura delle comete. Galileo compie in quest'opera un passo decisivo sulla via della reinterpretazione matematica della natura. Egli giunge a escludere l'uomo dal mondo della fisica, sostenendo che il mondo reale, cioè vero, consiste solo di dati quantitativi, e perciò misurabili: le nozioni sensibili dei colori, dei suoni, degli odori, del senso tattile sono dei puri nomi, attinenti al soggetto vivente, rimosso il quale non esistono più. Perciò esistono realmente solo lo spazio e il movimento, e la materia secondo figure geometriche, relazioni, contatto, stato di moto o di quiete, esistenza in un tempo e in un luogo. Il mondo è scritto nella lingua matematica, che perciò non serve semplicemente a calcolare, ma a esprimere la realtà. La matematica è la stessa lingua di Dio, che egli intuisce intensive e noi per dimostrazione, extensive.
11.
Nel 1623 il Cardinale Barberini, entusiasta sostenitore di Galileo, diventa Papa urbano VIII. Questo spinge Galileo (che gli dedica il Saggiatore) a riprendere la sua battaglia, o crociata, contro l'establishment culturale della scolastica. Nel 1632 esce il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano, che provocò questa volta la reazione degli ambienti gesuitici (nel Saggiatore aveva polemizzato duramente con il gesuita Padre Grassi) e la denuncia da parte del Sant'uffizio di Firenze. Il Dialogo, non a caso scritto in italiano e non in latino, perché concepito come opera di "propaganda" culturale, è diviso in quattro "giornate" e ha tre personaggi, Salviati, Sagredo (tutt'e due copernicani) e Simplicio (aristotelico). Vi si distrugge la cosmologia tolemaica: c'è una sola fisica e una sola scienza del moto universale. Ne consegue perciò la distruzione della fisica aristotelica e di tutti gli argomenti addotti per negare il moto della terra. Contro la famosa "prova" di Simplicio, Galileo afferma il principio della relatività del moto; all'interno di un sistema non si può stabilire se il sistema stesso sia in quiete o in moto rettilineo uniforme; se il moto è relativo non è possibile attribuire il movimento a un corpo considerato in se stesso. L'indifferenza allo stato di quiete o di moto di un corpo portano all'affermazione del principio d'inerzia.
12.
Solo Simplicio, nel Dialogo, asserisce che ogni teoria deve restare sul piano delle ipotesi. Ciò portò, in seguito alla denuncia, all'intimazione a Galileo di recarsi a Roma per esservi interrogato. Davanti al Sant'Uffizio romano, Galileo (che non venne incarcerato né subì violenze fisiche ma certo morali e psicologiche) nel 1633 dovette difendersi dall'accusa di aver estorto con l'inganno l'imprimatur della sua pubblicazione, non avendo tenuta presente la precedente ammonizione del 1616. Dopo varie fasi del processo egli finì con l'abiurare le tesi copernicane, come voleva il Sant'Uffizio, e venne condannato al domicilio coatto, prima a Siena presso l'amorevole Arcivescono Piccolomini, poi nella sua villa di Arcetri sopra Firenze.
13.
Tuttavia nel 1638 a Leida in Olanda uscivano i suoi Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due scienze. Ivi Galileo respinge definitivamente la concezione di una realtà materiale eliminando ogni riferimento al senso comune, per aprire così lo spazio all'applicazione esclusiva della matematica. La fisica contraddice l'esperienza quotidiana. Ogni elemento sensibile e qualitativo è eliminato: il movimento avviene nel vuoto, il piano è incorporeo, il mobile perfettamente sferico, ogni forza piccola a piacere muove una sfera grande a piacere. Solo questa eliminazione mentale permette di applicare ai fenomeni empirici la matematica. Non ci sono cause del movimento, di nessun tipo. Il moto viene espresso come velocità, proporzionale con il tempo. Il carattere uniforme del moto viene stabilito sulla base dell'eguaglianza dei tempi e degli spazi e risponde al fatto che la natura opera per mezzo delle vie più semplici e facili. In quanto all'esperienza, di cui si servì Galileo costruendo degli strumenti appositi, come il canaletto inclinato e levigato, opportunamente graduato, in cui far scendere una palla di bronzo perfettamente liscia, in realtà essa valse solo a dare conferma della legge, non a produrla.
14.
Il metodo di Galileo si riassume nell’espressione “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”. Cosa vuol dire? Le “sensate esperienze” riguardano l’osservazione diretta della natura, effettuata attraverso la selezione artificiale dell’esperimento, e derivata dalla formulazione di un’ipotesi generale, per esempio il calcolo dell’accelerazione di gravità nel vuoto. Le “necessarie dimostrazioni” derivano a loro volta dalla conferma di un’ipotesi generale, descritta matematicamente, che perciò diventa legge scientifica. E’ dunque un metodo induttivo (esperimento), che però interviene solo a conferma dell’ipotesi generale atta a spiegare un determinato fenomeno naturale (deduzione).
Galileo morì cieco per cinque anni nel 1642.
15.
Sir Francis Bacon, nato a Londra nel 1562 e ivi morto nel 1626, fu Lord Cancelliere sotto la sovranità di Giacomo I Stuart. Una condanna per corruzione lo obbligò a lasciare ogni impegno politico. La sua figura di filosofo è legata alla realizzazione di un metodo di conoscenza scientifica, parallelamente a Galileo. Era convinto di poter raggiungere, nei fenomeni della natura, l’essenza indipendente da tutti i fattori umani e individuali. Per Bacon si trattava di trovare la causa fondamentale di un fenomeno naturale, facendo il confronto tra una serie di dati relativi allo stesso fenomeno, che identifichino la presenza e l’assenza di ciò che potrebbe costituirne la causa. Si aveva così una tabula praesentiae (raccolta di dati in cui appaia, poniamo, il calore relativo al fenomeno della luce), una tabula absentiae (raccolta di dati in cui non appaia il calore nel fenomeno della luce, per es. la luce lunare), e una tabula graduum (raccolta di dati in cui nei fenomeni di luce il calore si ritrovi in differente intensità). Si trattava quindi di trovare il fattore che è condizione essenziale per il verificarsi di un fenomeno naturale.
16.
Bacone però è convinto che occorra liberare la conoscenza dei fenomeni naturali da ogni interferenza umana. Siccome a causa del peccato originale la natura appare all’uomo come in uno specchio deformante, è necessario prescindere da tutti i possibili condizionamenti a cui è sottoposta la mente umana, per poter raggiungere la realtà naturale in se stessa.
17.
Di qui la celebre dottrina degli idola. Leggiamola nelle parole stesse di Bacon, esposta nella sua opera fondamentale, il Novum Organon (Nuovo metodo):
a. Gli idoli e le false nozioni che penetrarono nell’intelletto umano fissandosi in profondità dentro di esso, non solo assediano le menti umane in modo da rendere difficile l’accesso alla verità, ma addirittura (una volta che quest’accesso sia dato e concesso) di nuovo risorgeranno e saranno causa di molestia nella stessa instaurazione delle scienze: almeno che gli uomini, preavvertiti, non si agguerriscano, per quanto è possibile contro di essi.
b. Quattro sono le specie degli idoli che assediano le menti umane. Per farci intendere abbiamo imposto loro dei nomi: chiameremo la prima specie idoli della tribú; la seconda idoli della spelonca; la terza idoli del mercato; la quarta idoli del teatro.
c. Gli idoli della tribú sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribú o razza umana. Pertanto si asserisce falsamente che il senso umano è la misura delle cose, mentre è vero al contrario che tutte le percezioni, sia del senso sia della mente, derivano dall’analogia con l’uomo, non dall’analogia con l’universo. Rispetto ai raggi delle cose l’intelletto umano è simile a uno specchio disuguale che mescola la sua propria natura a quella delle cose e la deforma e la travisa.
d. Gli idoli della spelonca sono idoli dell’uomo in quanto individuo. Ciascuno infatti (oltre alle aberrazioni proprie della natura in generale) ha una specie di propria caverna o spelonca che rifrange e deforma la luce della natura: o a causa della natura propria e singolare di ciascuno, o a causa dell’educazione e della conservazione con gli altri, o della lettura di libri e dell’autorità di coloro che si onorano e si ammirano, o a causa della diversità delle impressioni a seconda che siano accolte da un animo preoccupato e prevenuto o calmo ed equilibrato. Cosicché lo spirito umano (come si presenta nei singoli individui) è cosa varia e grandemente mutevole e quasi soggetta al caso. Perciò giustamente affermò Eraclito che gli uomini cercano le scienze nei loro mondi particolari e non nel piú grande mondo a tutti comune.
e. Vi sono poi gli idoli che derivano quasi da un contratto e dalle reciproche relazioni del genere umano: li chiamiamo idoli del mercato a causa del commercio e del consorzio degli uomini. Gli uomini infatti si associano per mezzo dei discorsi, ma i nomi vengono imposti secondo la comprensione del volgo e tale errata e inopportuna imposizione ingombra in molti modi l’intelletto. D’altra parte le definizioni o le spiegazioni, delle quali gli uomini dotti si provvidero e con le quali si protessero in certi casi, non sono in alcun modo servite di rimedio. Anzi le parole fanno violenza all’intelletto e confondono ogni cosa e trascinano gli uomini a controversie e a finzioni innumerevoli e vane.
f. Vi sono infine gli idoli che penetrano negli animi degli uomini dai vari sistemi filosofici e dalle errate leggi delle dimostrazioni. Li chiamiamo idoli del teatro perché consideriamo tutte le filosofie che sono state ricevute o create come tante favole presentate sulla scena e recitate che hanno prodotto mondi fittizi da palcoscenico. Non parliamo solo dei sistemi filosofici che già abbiamo o delle antiche filosofie e delle antiche sètte perché è sempre possibile comporre e combinare moltissime altre favole dello stesso tipo: le cause di errori diversissimi possono essere infatti quasi comuni. Né abbiamo queste opinioni solo intorno alle filosofie universali, ma anche intorno a molti princípi e assiomi delle scienze che sono invalsi per tradizione, credulità e trascuratezza.
APPENDICE
IL MOTO DEGLI ASTRI VISTO DALLA TERRA (cioè come lo vedevano Aristotele e Tolomeo, e come lo vediamo anche noi)
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Fig.1. Costruzione del moto apparente di Marte (dischetto pieno) rispetto al cielo delle stelle fisse (b) dovuto al moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole (a), nell’assunzione di un’orbita di Marte intorno al Sole con un periodo doppio di quello della Terra (2 anni terrestri). |
A causa del moto di rotazione della Terra intorno al proprio asse, il Sole e tutti gli astri (stelle e pianeti) ci appaiono compiere un moto diurno descrivendo orbite quasi circolari.
A causa invece del moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole, il Sole ci appare descrivere, rispetto al cielo delle stelle fisse, un moto annuo quasi circolare (eclittica). Non potendo vedere il Sole sullo sfondo delle cielo delle stelle fisse, noi possiamo renderci conto di tale moto dal variare sull’orizzonte del punto in cui esso sorge e tramonta e dalla sua diversa altezza allo Zenit.
Il moto apparente dei pianeti rispetto al cielo delle stelle fisse risultainvece molto più complesso (vedi fig.1 per il caso di Marte)
Il moto non è più né circolare, né uniforme e mostra un loop, che visto dalla terra, corrisponde ad una fase di moto retrogrado (vedi fig. 2).
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Fig. 2. Il moto retrogrado di Marte, quale appare ad un osservatore solidale con la Terra |
Più o meno identico è il moto dei pianeti interni, ad esempio Venere. In questo caso però il pianeta non si discosta mai dal Sole più di 45° e per metà periodo segue il Sole, tramontando dopo di esso (Vespero) e per metà lo precede sorgendo prima del Sole (Lucifero).
Questi moto del tutto irregolare dei pianeti (= corpi erranti nel cielo) crearono nel mondo antico la maggior difficoltà per una descrizione del cielo inteso come una realtà perfetta ed incorruttibile.
Il sistema tolemaico
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Fig. 6. Descrizione del moto dei pianeti in termini di (a) deferente e epiciclo, (b) eccentrico mobile. |
Le cosmologie greche introdussero un sistema di sfere omocentriche, in grado di
salvare i fenomeni e non solo quelli rilevati in seguito, ma neppure quelli noti in precedenza .... Mi riferisco al fatto che i pianeti appaiono talvolta vicini a noi, talvolta essersi allontanati, come è evidentissimo alla vista [diversa luminosità].
Per spiegare questi fenomeni, mantenendo l'assunzione platonica che i moti celesti devono essere circolari ed uniformi o risultare da una composizione di tali moti, (assunzione che fu abbandonata solo dopo Keplero), furono introdotte due ipotesi cinematicamente equivalenti (vedi fig. 6).
- I pianeti descrivono in modo uniforme un'orbita circolare (epiciclo) il cui centro descrive a sua volta in modo uniforme un'orbita circolare (deferente) intorno alla Terra.
- I pianeti descrivono in modo uniforme un'orbita circolare intorno ad un centro che è spostato rispetto alla Terra e che descrive a sua volta un moto circolare uniforme rispetto alla Terra stessa (eccentrico mobile).
Come si vede dalla figura 7 il moto composto deferente-epiciclo è in
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Fig. 7. Costruzione del moto di un pianeta esterno nell’approssimazione di figura 2, mediante il moto composto deferente-epiciclo. |
grado di descrivere in prima approssimazione il moto dei pianeti.
La sintesi delle ricerche astronomiche condotte dalla scuola Alessandrina per più di quattro secoli per opera di eminenti scienziati [tra cui vanno ricordati Eratostene (276 - 195 a.C.), che per primo misurò il raggio della Terra, Apollonio (
Nel sistema tolemaico il moto proprio dei pianeti risulta dalla composizione di epicicli e deferenti: il deferente è però eccentrico rispetto alla Terra e il moto del centro dell'epiciclo lungo il deferente è uniforme rispetto ad un punto (equante) simmetrico della Terra rispetto al centro del deferente stesso (vedi fig. 8).
La Terra comincia a perdere il proprio ruolo centrale nell'Universo mentre il Sole acquista un proprio ruolo nel moto di tutti i pianeti: infatti il periodo del moto lungo l'epiciclo per i pianeti esterni (Marte, Giove e Saturno) e quello dell'epiciclo lungo il deferente per i pianeti 'interni' (Mercurio e Venere) coincide con quello del moto apparente del Sole (un anno ).
Solo una radicata convinzione dell’ impossibilità del moto della Terra può aver impedito agli scienziati alessandrini di accorgersi che tutto questo poteva essere semplicemente spiegato attribuendo tale periodo ad un moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole.
Bisognerà aspettare più di dodici secoli perché Copernico si renda conto di questa coincidenza e, nel tentativo di ricostruire la semplicità e la perfezione del modello cosmologico platonico, proponga di porre il Sole al centro dell'Universo.
L'innovazione di Copernico
Anche se l'idea del Sole immobile al centro dell'Universo cominciava ad essere avanzata da vari pensatori, Copernico fu il primo a costruire su questa ipotesi un sistema planetario completo ed autonomo in grado di poter prevedere tutti i fenomeni celesti.
Copernico (1473 - 1543) fu molto influenzato dal pensiero pitagorico e platonico. Scrive Retico, suo allievo e portavoce, nella Narratio prima, che precedette di parecchi anni la pubblicazione dell'opera del maestro, il De revolutionibus orbium coelestium
... seguendo Platone e i pitagorici, i massimi matematici di quell'epoca divina, egli [Copernico] pensò si dovessero attribuire alla Terra sferica dei movimenti circolari, per determinare la causa dei fenomeni.
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Fig. 10. Schema del sistema Copernicano tratto dal De rivolutionibus orbium coelestium , 1543. |
Uno dei motivi che portarono Copernico ad abbandonare il sistema Tolemaico fu proprio il desiderio di eliminare l'equante, cioè la presenza di un moto circolare la cui velocità è uniforme non rispetto al centro della circonferenza, ma ad un altro punto, in evidente contrasto con il dettato platonico.
Egli propose quindi un modello di tipo eliocentrico (vedi fig. 10): intornoal Sole, immobile, ruotano nell'ordine Mercurio, Venere, la Terra con la Luna, Marte, Giove ed infine Saturno. Tutto intorno si trovano le stelle, immobili, il cui moto diurno rispetto alla Terra è apparente in quanto dovuto alla rotazione della Terra intorno a se stessa. Allo stesso modo è apparente il moto diurno del Sole e così pure quello annuo, dovuto quest'ultimo al moto della Terra intorno al Sole. E così per i cinque pianeti.
Sebbene l'idea mi sembrasse assurda, poiché sapevo che ad altri prima di me era stata data la libertà di immaginare una cosa del genere ..., pensai che anche a me sarebbe concesso di ricercare se, assunto per ipotesi un certo moto della Terra, fosse possibile trovare dimostrazioni della rivoluzione delle sfere celesti più sicure delle loro [cioè di quelle tolemaiche]. Assunti quindi i moti che nell'opera io attribuisco alla Terra, ..., non solo tutti i fenomeni trovano conferma, ma anche l'ordine e la magnificenza di tutte le stelle (compreso i pianeti) e le sfere e il cielo stesso risulta così collegato che in nessuna sua parte non si può spostare nulla senza generare confusione delle parti e del tutto.
E' questa la differenza più notevole fra i due sistemi. Nel sistema copernicano non è più possibile modificare a piacere le orbite dei pianeti, come invece si poteva fare per le dimensioni del deferente e del relativo epiciclo il cui solo rapporto era determinato dai dati dell'osservazione. Per la prima volta quindi le osservazioni determinano in modo rigoroso le dimensioni dell'intero sistema solare, senza dover ricorrere ad ulteriori ipotesi. Infatti il rapporto tra il deferente e il relativo epiciclo corrisponde, nel sistema eliocentrico, al rapporto tra il raggio dell'orbita del pianeta e quello della Terra intorno al Sole, per quanto riguarda i pianeti esterni, e al rapporto inverso per quelli interni.
Copernico tuttavia rimase vincolato all'idea platonica dell'esistenza di sfere in moto circolare ed uniforme (le orbium coelestium di cui si parla nel titolo stesso dell'opera) in cui sono rigidamente incastonati i pianeti, Terra compresa. Per evitare allora che l'asse terrestre modificasse la sua orientazione rispetto alle stelle, a causa della rotazione della sfera che trasporta la Terra intorno al Sole, fu necessario introdurre un terzo moto, quello di precessione dell'asse terrestre con periodo annuo (vedi fig. 11).
Per poter inoltre spiegare tutti i fenomeni, senza ricorrere ad equanti, si dovettero introdurre sfere eccentriche ed epicicli. Ne risultò alla fine un sistema la cui complessità era paragonabile, se non addirittura maggiore, di quella del sistema tolemaico.
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Fig. 11. (a) Moto di traslazione della Terra trasportata dalla sua sfera celeste e (b) moto di precessione dell'asse terrestre, introdotto per mantenere costante l'orientazione dell'asse stesso rispetto alle stelle fisse. |
E' da notare che, sebbene il Sole sia immobile, tutto il sistema non ruota intorno ad esso, ma intorno al centro dell'orbita della Terra, la quale conserva ancora un ruolo particolare nell'Universo. Si tratta cioè, più che di un sistema eliocentrico, di un sistema eliostatico.
Anche le controdeduzioni che Copernico riporta in risposta alle obiezioni di Tolomeo contro il moto della Terra sono molto deboli, in quanto si basano ancora sulla fisica aristotelica.
Se il sistema copernicano è visto come un puro artificio matematico alternativo per descrivere il moto dell'Universo (come del resto viene presentato nella premessa all'opera, introdotta, contro il volere o almeno all'insaputa di Copernico, ormai in fin di vita, dal teologo luterano Osiander, che ne curò la stampa) esso ha poco di innovativo. L'aspetto rivoluzionario dell'opera di Copernico risiede nel fatto che, dopo di lui, molti scienziati cominciarono a credere nella realtà fisica del modello.
Quando queste idee varcarono i limiti della cerchia ristretta degli specialisti, astronomi e matematici, esse suscitarono polemiche asprissime. Già nella seconda metà del XVI secolo diversi letterati e filosofi si scagliarono contro l'assurdità della nuova teoria, per il suo palese contrasto con la cultura tradizionale. Questa posizione fu subito appoggiata e condivisa dalla nascente chiesa protestante (Lutero e Calvino)
La reazione della chiesa cattolica, in conseguenza delle sue tradizioni abbastanza liberali nei confronti delle idee scientifiche (si ricordi che Copernico era un ecclesiastico e che dedicò la sua opera al papa Paolo III) si fece sentire molti anni più tardi, ma fu più violenta. Nel 1616 fu proibito l'insegnamento di ogni teoria eliocentrica e le opere di Copernico vennero messe all'indice. Nel 1632 l’Inquisizione costrinse Galileo alla famosa abiura.
E' doveroso però tener presente la particolare situazione in cui si trovava la Chiesa di Roma, tutta rivolta ad arginare gli effetti disgregatori e scissionistici della riforma protestante, che l'accusava tra l'altro di non attenersi più alla rigida interpretazione delle Scritture.
Per accettare le nuove idee era necessario un radicale cambiamento nel modo di educare il cristiano a considerare il proprio rapporto con Dio, a saper leggere nei racconti biblici (storia, a volte epica, a volte poetica, del popolo di Dio) il vero messaggio del Creatore e a saper distinguere i diversi ambiti di competenza della Fede e della Scienza.
Una trasformazione di questo genere non si può realizzare da un giorno all'altro, tenendo soprattutto conto che il magistero della Chiesa si rivolge a moltitudini di fedeli di ogni livello culturale e sociale.
Rappresentazione geometrica del sistema eliocentrico o copernicano
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Fine articolo su Galileo Galilei
GALILEO GALILEI
Nasce a Pisa nel 1564; viene iscritto agli studi di medicina, ma si avvicina da subito a quelli di matematica. Subisce l’influenza della fisica e del metodo di Archimede tanto che progetta una bilancia idrostatica e pubblica nel 1586 La Bilancetta. Nel 1589 ottiene la nomina a lettore di matematiche nello studio di Pisa: al periodo pisano appartengono i manoscritti del De Motu (1592 circa) nei quali Galilei afferma contro Aristotele
- che tutti i corpi sono intrinsecamente pesanti e che la leggerezza è solo una proprietà relativa : il fuoco sale verso l’alto non perché possieda la qualità della leggerezza, ma perché meno pesante dell’aria
- mostra che la velocità di caduta di un grave è proporzionale alla differenza tra il suo peso specifico e la densità del mezzo attraverso il quale esso cade (oggetti della stessa materia e densità cadrebbero nell’aria, indipendentemente dal loro peso, con la stessa velocità). Il moto nel vuoto diventa, a differenza di quanto pensava Aristotele, possibile: oggetti di diversa materia cadono in esso con differenti velocità
Nel 1592 passa alla cattedra di matematica dello Studio di Padova e qui emergono i suoi interessi per la tecnica. Intorno al 1597 matura anche il suo avvicinamento alle posizioni copernicane e in una sua officina, che sorge accanto al suo studio di Padova, vengono costruiti i suoi apparecchi di cui si serve nelle sue lezioni.
Il 1610 è un anno di importanza decisiva nella storia della scienza: viene infatti pubblicato il Sidereus Nuncius testo epocale dell’astronomia moderna, nonché elegante opera letteraria. Le grandi scoperte astronomiche in esso contenute:
- incrinavano una consolidata immagine del mondo
- facevano cadere una serie di obiezioni contro il sistema copernicano
- la luna ha una natura terrestre e tuttavia si muove nei cieli (così il moto della terra non appare un’assurdità)
- le osservazioni compiute sulle stelle fisse mostrano come esse siano ad una distanza incomparabilmente più grande di quella dei pianeti e non siano affatto immediatamente dietro il cielo di Saturno
- Aspetto tricorporeo di Saturno (l’anello era inaccessibile al cannocchiale di Galilei)
- osservazione delle macchie solari
- scoperta delle fasi di Venere
Dopo le grandi scoperte astronomiche del 1610, Galilei abbandona ogni cautela:
[…] abbiamo sensate e certe dimostrazioni – scrive a Giuliano de’ Medici nel gennaio del 1611 – di due gran questioni state sin qui dubbie tra i maggiori ingegni del mondo. L’una è che i pianeti sono corpi opachi: l’altro che essi ruotano intorno al sole”.
La nuova fisica e la nuova astronomia non dovevano solo mostrare la verità copernicana, dovevano anche fondare la nuova scienza della natura.
Dopo il 1611 Galilei viene maturando un atteggiamento di sicurezza, legato soprattutto al suo trasferimento a Firenze (1611) con il titolo di “Filosofo e matematico primario del Granduca”.
La decisione di lasciare Padova fu gravida di conseguenze; si è infatti sempre ritenuto, fino al 1992, che il primo sospetto del Sant’Uffizio di Roma su Galilei fosse stato avanzato dalla Congregazione nel 1611 allorché fu avanzata l’esplicita richiesta di controllare se nel processo contro Cesare Cremonini era stato nominato Galilei. Invece ben sette anni prima era stato denunciato come eretico e di costumi libertini presso il tribunale inquisitoriale di Padova. Il denunciante (con molta probabilità Silvestro Pagnoni, amanuense di Galilei), pur riconoscendo che
[…] delle cose della fede io non gli ho mai sentito dire cosa alcuna
lo accusava di aver fatto oroscopi per diverse persone, di non andare a messa e di accostarsi ai sacramenti, di frequentare un’amante, di fare letture poco edificanti:
[…] ho ben inteso da sua madre che lui mai si confessa et si comunica, la qual me lo faceva delle volte osservar le feste se andava alla messa, in cambio de andare alla messa andava da quella sua puttana Marina veneziana: sta al Canton de ponte corbo .
L’abbandono di Padova non fu una decisione saggia, perché di fronte alle denunce contro i professori di Padova, il governo della Repubblica di Venezia aveva infatti preso energicamente posizione in difesa dei docenti padovani.
[…] queste denoncie procedono da animi mal affetti et da persone interessate […]. Mossi noi dunque da questa fondatissime ragioni et dal conoscere la diffamazione che potrebbe seguire a quel Studio, et le divisioni et risse piene de confusioni et de importanti disordini che potriano nascere fra scolari, vi commettemmo che debbiate con la solita vostra prudenza e destrezza procurare che non si proceda più oltre nelle dette denoncie.
La sicurezza di Galilei è comunque legata anche alle vicende successive al suo trasferimento a Firenze. A Roma, dove si era recato nel 1611, aveva ricevuto accoglienze trionfali: era stato chiamato a far parte dell’Accademia dei Lincei; autorevoli cardinali, lo stesso pontefice Paolo V avevano manifestato comprensione e consenso. Nel dicembre del 1612 Galilei è pieno di fiducia e ottimismo. Non si rende conto però che non si sta scontrando con singoli individui, bensì con un’istituzione plurisecolare.
Come contr’altare dell’atteggiamento eccessivamente ottimistico di Galilei non erano mancati né gli avvertimenti né gli inviti alla prudenza.
I problemi dei rapporti con le Sacre Scritture e la verità della scienza sono contenuti nella Lettera al Castelli del 21 dicembre 1613. Qui Galilei scrive che i decreti della Sacra Scrittura sono di assoluta e inviolabile verità. Essa non può in nessun caso errare. Possono tuttavia errare i suoi interpreti. I testi sacri sono scritti in un linguaggio accomodante all’intendimento del volgo e le sue parole hanno significati diversi; la natura, che procede comunque dal verbo di Dio e diventa l’esecutrice degli ordini di Dio, non si cura che le sue ragioni e i suoi modi di operare siano o non siano esposti alla capacità di intendimento degli uomini.
Nella seconda parte della lettera al Castelli, Galilei tende a dimostrare come alcune affermazioni contenute nel testo sacro si concilino perfettamente con il sistema copernicano e non invece con quello aristotelico-tolemaico. Il pezzo di bravura con cui Galilei cercava di dividere i suoi avversari sostenendo la maggiore vicinanza della dottrina copernicana al testo sacro non eliminava difficili domande. Infatti, gli scienziati, in quanto autorevoli lettori o interpreti del libro della natura, non devono anche indicare ai teologi quei “sensi” che si accordano con le teorie naturali?
Questi problemi verranno sollevati nel 1615 nella denuncia presentata da Niccolò Lorini .
Galilei lottava certo per la separazione fra le verità della fede e quelle ricavate dallo studio della natura. Tuttavia non va dimenticato che Galilei si mosse sul terreno, molto più scivoloso, della ricerca di una conferma, nella Scrittura, della verità della nuova scienza.
Galilei nasce proprio quando si chiude il Concilio di Trento. La professio fidei tridentinae aveva segnato un rigido confine fra eresia e ortodossia. Nell’arco di dieci anni erano state condannate (durante il pontificato di Clemente VIII) all’indice:
- Nova Philosophia di Patrizi
- De rerum natura di Telesio
- L’opera omnia di Bruno e Campanella
- Erano state fatte delle inchieste contro Giambattista della Porta e Cesare Cremonini
Dopo la pubblicazione della lettera a “Paolo Foscarini Carmelitano sopra l’opinione dei pitagorici e del Copernico” nella quale si sosteneva la tesi dell’accordo tra il sistema copernicano e la verità della Bibbia, Il cardinal Bellarmino scrisse che Galilei e Foscarini
[…] dovranno prudentemente accontentarsi di muoversi sul piano delle ipotesi
Il gesuita Bellarmino (1542-1621) riprendeva le tesi dell’astronomia come “pura matematica” e puro “calcolo”, come costruzione di ipotesi nelle quali non importa dire se siano o meno corrispondenti al mondo reale. Questa tesi era già stata utilizzata da Andrea Osiander nella sua anonima prefazione al De revolutionibus di Copernico. A queste affermazioni si erano ribellati sia Giordano Bruno sia Keplero e lo stesso Galilei converrà con loro.
Nel 1615 Galilei è a Roma e riprende a polemizzare. Nella lettera a Madama Cristina di Lorena riespone, in forma più ampia, gli argomenti contenuti nella lettera al Castelli.
Il 18 febbraio i teologi del Sant’Uffizio presero in esame la dottrina copernicana nella rudimentale formulazione data da Tommaso Caccini (domenicano difensore dell’ortodossia), e ne decretarono la censura.
Paolo V aveva disposto che Galilei venisse ammonito ad abbandonare la dottrina copernicana. Nel caso di un suo rifiuto gli sarebbe stato impartito l’ordine o precetto, davanti ad un notaio e a testimoni, di rinunciare alla dottrina censurata e di astenersi dal trattare. Il verbale di quella seduta, che non reca le firme dei convenuti e ha l’aspetto di una minuta, riferisce che Galilei fu ammonito e che subito dopo a nome del Pontefice e del Sant’Uffizio, gli fu ordinato di
abbandonare completamente detta opinione, non accoglierla, difenderla e insegnarla in alcun modo (quovis modo) con parole e con scritti.
Questi termini appariranno a Galilei, nelle tragiche giornate del secondo processo, “novissimi et come inauditi”. Molti storici concordano nel ritenere quel verbale un falso storico creato proprio durante il processo del 1633.
Il 3 marzo 1616 usciva la condanna della Sacra Congregazione dell’Indice che sospendeva, fino a che non fossero stati corretti, i libri di Copernico. La persona di Galilei non era però stata colpita e suoi scritti non erano stati menzionati. Nel maggio, di fronte ad insinuazioni malevole e alle dicerie di una sua abiura, Galilei chiese a Bellarmino una dichiarazione. In essa si certificava che Galilei non aveva mai abiurato, né aveva ricevuto penitenze di sorta: gli era stata notificata soltanto la dichiarazione pubblicata dalla Sacra Congregazione affermante che la dottrina copernicana era contraria alle Sacre Scritture e pertanto non si poteva “né difendere né tenere”.
Nel 1623 Galilei pubblica il Saggiatore. Quest’opera era nata sul terreno della disputa con il Padre Orazio Grassi relativa alla natura delle comete. Galilei pone le comete nella stessa categoria dei raggi solari che filtrano attraverso le nubi; le comete sono fenomeni ottici e non oggetti fisici (queste sono le posizioni dell’ormai declinante aristotelismo).
Nelle pagine di quest’opera sono però presenti due fra le più celebri dottrine filosofiche di Galilei:
- la prima muove da una serie di considerazioni attorno alla proposizione che afferma “essere il moto causa di calore”. Galilei respinge l’opinione che ritiene il calore un’affezione o una qualità che “realmente risiede nella materia”. Il lavoro compiuto da Galileo è quello di ridurre il mondo reale a un contesto di dati quantitativi misurabili, di spazio e di corpicelli minimi che si muovono nello spazio. Durante la discussione su questi corpicelli minimi, Galilei evita si ricorrere al termine atomo, anche se alla fine dell’opera fa riferimento a “atomi realmente indivisibili”.
- la seconda celebre dottrina contenuta nel Saggiatore esprime la convinzione galileiana che la natura, pur essendo “sorda e inesorabile ai nostri vani desideri”, pur producendo i suoi effetti “in maniera in escogitabile da noi”, rechi al suo interno un ordine e una struttura armonica di tipo geometrico . I caratteri in cui è scritto il libro della natura sono diversi da quelli del nostro alfabeto e non tutti sono in grado di leggere in quel libro. Solo la scienza è in grado di dire qualcosa di vero sulla costituzione delle parti dell’universo in rerum natura.
Il significato di queste affermazioni fu inteso bene da coloro che consideravano empia e pericolosa l’idea di una conoscenza matematica fondata sulla struttura obiettiva del mondo e capace di conseguenza di eguagliare in qualche modo la conoscenza divina .
Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo Galilei sosterrà la possibilità, per la conoscenza matematica, di eguagliare quella divina.
Nel Dialogo, proprio in opposizione alla tesi sostenuta da Urbano VIII, Galilei sosterrà la possibilità per la conoscenza matematica, di eguagliare quella divina
[…] estensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo […], ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanta se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa ben infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizioni agguagli la divina nella certezza obiettiva.
Il pontificato di urbano VIII sembrava caratterizzato da una notevole tolleranza, tanto da spingere Galilei a scrivere e pubblicare il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo . Nel proemio Al Discreto Lettore e nelle parole conclusive dell’opera, Galilei mostra di aderire all’ipoteticismo di Urbano VIII
[…] ho preso nel discorso la parte copernicana procedendo in pura ipotesi matematica
Ma tali accortezze non saranno sufficienti a Galilei ad evitare la sconfitta e l’umiliazione.
Il colloquio si svolge a Venezia nel palazzo del patrizio veneziano Sagredo (lo spirito libero). Gli altri protagonisti sono: Salviati (il fiorentino convinto copernicano, dietro al quale si nasconde Galilei); il fittizio Simplicio (l’aristotelico sostenitore del sapere costituito). Lo scritto si articola in quattro giornate. Nella prima si distrugge la cosmologia aristotelica; nella seconda e nella terza si sostiene il moto diurno e quello annuale della terra; nella quarta giornata si dà prova fisica del moto terrestre che Galilei ritiene di poter affermare con la teoria delle maree.
Nella prima giornata Galilei afferma che considerate le affermazioni di Aristotele secondo le quali le testimonianze dei sensi vanno anteposte a ogni discorso, se si punta il cannocchiale verso i cieli si vince quella lontananza dei sensi che rende impossibile l’osservazione delle cose celesti e si dimostrerà che il cielo è alterabile. Per Galilei questa è la dimostrazione che esiste solo una fisica. Partendo cioè dalla distruzione della cosmologia aristotelico-tolemaica si arriva alla distruzione della stessa fisica.
La seconda giornata è invece dedicata a una minuziosa confutazione di tutti i principali argomenti , antichi e moderni, adottati contro il moto della terra. Agli argomenti anticopernicani Galilei contrappone, per bocca di Sagredo e Salviati, il principio della relatività dei movimenti. Nella prospettiva aperta da Galilei quiete e movimento non hanno nulla a che fare con la natura dei corpi, non ci sono più corpi di per sé mobili o immobili e non si può decidere a priori, di fronte al movimento, quali corpi si muovono e quali sono immobili.
In una nave ferma, argomenta Simplicio servendosi di una tesi della quale si era servito Tycho Brahe, se si lascia cadere una pietra dall’alto dell’albero, la pietra scende a perpendicolo. Invece, in una nave in movimento, la pietra cade secondo una linea obliqua, lontano dalla base dell’albero, verso la poppa della nave. Lo stesso fenomeno, ammesso che la Terra si muova velocemente nello spazio, dovrebbe verificarsi lasciando cadere una pietra da una torre. Su un punto Simplicio ha inconsapevolmente mentito: l’esperienza sulla nave non è mai stata compiuta. Secondo Galilei chiunque compirà quell’esperienza troverà accadere il contrario. Agli argomenti anticopernicani Galilei contrappone, per bocca di Sagredo, il principio della relatività dei movimenti .
L’affermazione della relatività dei movimenti ha conseguenze di grande rilievo. Nella meccanica degli aristotelici si dà un legame necessario fra il movimento e l’essenza dei corpi. In quella prospettiva non solo si può stabilire quali sono necessariamente mobili e quali immobili, si può anche spiegare perché non tutte le forme del movimento convengono a tutti i corpi. Nella prospettiva di Galilei quiete e movimento non hanno nulla a che fare con la natura dei corpi, non ci sono più corpi si per sé mobili o immobili e non si può decidere a priori, di fronte al movimento, quali corpi si muovono e quali sono immobili. Nella fisica aristotelica la localizzazione delle cose non è indifferente né per le cose né per l’universo. Il movimento si configura come moto se avviene nello spazio, come alterazione se concerne la qualità, come generatio e interitus se riguarda l’essere. Il moto non è uno stato, ma un divenire e un processo, Attraverso quel processo le cose si costituiscono, si attualizzano, si compiono. Un corpo in moto non muta solo nella sua relazione con altri corpi: è esso stesso soggetto a un mutamento. Nella fisica galileiana l’idea di un moto di un corpo viene separata da quella di un mutamento che affetta il corpo stesso. E’ la fine della concezione di un movimento che ha bisogno di un motore che lo produca e che lo conservi in moto durante il movimento. Quiete e movimento sono entrambi due stati persistenti dei corpi. In assenza di resistenze esterne, per arrestare un corpo in moto è necessaria una forza. La forza produce non il moto, ma l’accelerazione. Attraverso il capovolgimento di quadri mentali consolidati, Galilei ha aperto la strada che condurrà alla formulazione del principio di inerzia.
Con la polemica del Saggiatore Galilei si era alienato la simpatia degli ambienti gesuitici. I nemici di Galilei non dovettero faticare molto a convincere Urbano VIII che il riferimento alla “angelica dottrina” (seconda la quale di ogni effetto naturale può darsi una spiegazione diversa di quella che ci appare la migliore e dobbiamo di conseguenza muoverci solo sul piano dell’ipotesi) messa nel Dialogo in bocca a Simplicio indicava la precisa volontà da parte di Galilei di farsi beffe dell’autorità del pontefice. L’inquisitore di Firenze dette ordine di sospendere la diffusione dell’opera e il primo ottobre del 1632 fu intimato a Galilei di trasferirsi a Roma mettendosi a disposizione del Sant’Uffizio.
Solo il 12 aprile 1633, dopo un’estenuante viaggio, Galilei comparve davanti ai giudici.
L’accusa non era quella di aver fatto pubblicare il Dialogo, ma di aver estorto fraudolentemente l’imprimatur senza far presente a che doveva concederlo l’esistenza del precetto del 1616 che vietava di insegnare a difendere quovis modo la dottrina copernicana. Durante gli interrogatori, Galilei si richiama alla notifica del Bellarmino e al documento che lo stesso Bellarmino gli aveva successivamente rilasciato; afferma di non ricordare che gli sia stato intimato alcun precetto davanti a testimoni; conclude affermando che il Dialogo aveva in realtà lo scopo di dimostrare la non validità e l’inconcludenza delle “ragioni” di Copernico.
Quest’ultima frase, dettata forse dalla paura, mise Galilei nelle mani dei giudici, gli tolse ogni reale possibilità di difesa. Secondo gli inquisitori Galilei ha preteso di uscire dai confini stabiliti dai matematici:
L’autore sostiene di aver discusso un’ipotesi matematica, ma le conferisce una realtà fisica, ciò che i matematici non faranno mai.
Il 22 giugno 1633 Galilei in abito di penitenza e in ginocchio davanti ai cardinali della Congregazione, pronuncia una pubblica abiura:
[…]con cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errore et eresie […] e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione, ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’heresia, lo denuntiarò a questo S.Offizio.
La condanna non colpiva solo Galilei, non troncava solo le sue speranze e le sue illusioni. Dava un colpo mortale anche a quanti, all’interno della Chiesa, avevano creduto non solo nelle verità della nuova astronomia, ma anche alla possibilità, per la stessa Chiesa, di esercitare una funzione positiva nel mondo della cultura.
La sentenza condannava Galilei al carcere formale, ma fu poi tramutata in un confino nella sua villa ad Arcetri, a patto che vivesse ritirato, senza frequentare molte persone.
Nel 1634 moriva la figlia prediletta Suor Maria Celeste e Galilei fu “gettato in una tristizia e melanconia immensa”. Nel 1637 sopravviene una progressiva cecità:
[…] quel mondo e quell’universo che io con le mie meravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni aveva ampliato per cento e mille volte più del comunemente veduto da’ sapienti di tutti i secoli passati, ora per me si è diminuito e ristretto ch’è non è maggiore di quel che occupa la persona mia.
Se nel De Motu Galilei ha ancor a presenti i concetti di pesantezza dei corpi, di moto naturale verso il basso dovuto alla pesantezza, di vis impressa intesa come temporanea leggerezza che prevale sopra la naturale gravità, se la velocità di caduta veniva posta in relazione alla densità e al peso specifico dei corpi, nella terza giornata del Dialogo Galilei arriverà alla formulazione del moto uniformemente accelerato.
Una delle obiezioni più forti avanzate contro il sistema di Copernico era l’assenza di una parallasse osservabile delle stelle. Il fenomeno della parallasse si fonda sul cambiamento di posizione che si verifica quando lo stesso oggetto è osservato da luoghi diversi (se si osserva una matita tenendo chiuso un occhio e poi lo si apre chiudendo invece l’altro occhio, sembrerà che la matita si sia mossa). Quanto maggiore è la distanza, tanto minore risulterà lo spostamento. L’obiezione era: se la terra si muove nello spazio, l’aspetto delle costellazioni dovrebbe mutare di stagione in stagione. L’impossibilità di determinare la parallasse viene ora spiegato con l’immensa distanza delle stelle.
Per Galileo la scienza è composta da sensate esperienze – il momento osservativo e induttivo del sapere – e necessarie dimostrazioni – il momento ipotetico e deduttivo del sapere -. Induzione e deduzione sono indissolubilmente congiunte e si richiamano a vicenda.
La donna qui ricordata è Marina Gamba dalla quale, fra il 1601 e il 1606, Galilei ebbe tre figli: Virginia, Livia, Vincenzio
Nello studi della natura, secondo Galilei, noi non dobbiamo cercare perché la natura opera in un certo modo (ovvero la causa finale), ma solo come opera (ovvero la causa efficiente).
Per Galilei c’è corrispondenza fra pensiero ed essere, tra ciò che la scienza sostiene e il mondo quale è veramente. La scienza, matematica nel suo operare, riesce a leggere la struttura matematica del cosmo.
La posizione del cardinale Maffeo Barberini (1568-1644, dal 1623 papa Urbano VIII) è su questo punto assai chiara: poiché per ogni effetto naturale può darsi una spiegazione diversa da quella che a noi sembra la migliore, ogni teoria deve muoversi sul piano delle ipotesi e rimanere su questo piano.
Fin dal titolo si esclude il terzo sistema del mondo, quello ticonico, che era stato favorevolmente accolto negli ambienti gesuitici.
Una pietra lasciata cadere dall’alto di una torre non dovrebbe toccare il suolo al piede della perpendicolare, ma in tutto lievemente spostato verso Occidente; le palle di un cannone sparate verso Occidente dovrebbero avere una gittata più lunga di quelle sparate verso Oriente; le case e gli alberi posti sulla superficie della Terra dovrebbero venir sradicati e gettati lontano dalla forza centrifuga provocata dal moto terrestre. Come afferma Galilei in una nota privata: “è meraviglia che altri possa orinare, correndo noi così velocemente dietro l’orina; o almanco, ci dovremmo orinare giù per le ginocchia”.
In una stanza posta sotto coperta in una nave, se ci sono mosche e farfalle e un vaso d’acqua con dentro dei pesci e un secchiello da cui cade goccia a goccia acqua dentro un vaso dalla bocca piccola e se la nave si muove a qualunque velocità “pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e là, voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né danno alcuno di quelli potrete comprendere se la nave cammina o pure sta ferma”.
Fine articolo su Galileo Galilei
Galileo Galilei (Pisa, 1563 – Arcetri, 1642)
Primogenito del gentiluomo fiorentino Vincenzo Galilei e della moglie Giulia Ammannati di Pescia, durante l’infanzia e l’adolescenza imparò la teoria e pratica musicale dal padre, che era anche compositore e suonatore di liuto, ed apprese il greco, il latino e la letteratura classica sotto la guida di un precettore. La sua vita, secondo il racconto che ne fa il suo allievo Vincenzio Viviani, inizia come quella del classico bambino prodigio. Pare che il piccolo Galileo possedesse un ingegno vivace e precoce, accompagnato da una non comune sensibilità. Abile nel disegno, come nella progettazione e realizzazione di piccoli strumenti meccanici, cominciò ben presto a distinguersi anche per il gusto e la competenza in materia d’arti figurative. Negli anni successivi avrebbe frequentato molti celebri pittori, tra cui il Cigoli , al quale avrebbe fornito i principi matematici per la sua Prospettiva pratica.
A sinistra: La Madonna dipinta dal Cigoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma: la Luna, ai piedi della Vergine, è fedele alla raffigurazione galileiana (a destra), esposta alla Biblioteca Nazionale di Firenze.
A diciassette anni Galileo fu mandato dal padre a studiare medicina a Pisa. Qui, nel 1583, avrebbe scoperto la legge del pendolo osservando le oscillazioni di un lampadario del Duomo. Egli pensò subito di applicarla per la misura del tempo, più precisamente, per la misura della frequenza del polso. Sarebbe stato Huyghens, alcuni decenni dopo, a perfezionare l’idea di Galileo e a costruire il primo orologio a pendolo.
Nonostante la contrarietà del padre, presto Galileo avrebbe abbandonato la medicina, per dedicarsi interamente alle scienze matematiche. Scoprì il proprio interesse per la geometria tramite un amico di famiglia, Messer Ostilio Ricci di Fermo, allievo del Tartaglia, che gli procurò una copia degli Elementi di Euclide: proprio in quegli anni ne era apparsa la prima versione latina, ad opera di Commandino. All’epoca non erano molte le opere matematiche classiche circolanti in Italia: una delle poche era il trattato Galleggianti di Archimede, che era stato anch’esso tradotto da Commandino . Molti anni dopo Galilei avrebbe a sua volta scritto un trattato sullo stesso argomento, Discorso sopra le cose che stanno in acqua e che in quella si muovono (1612). Narra il Viviani che dopo aver letto l’opera archimedea, Galileo approntò una bilancetta idrostatica in grado di determinare i pesi specifici dei vari materiali. Il Nostro volle approfondire lo studio dei baricentri: i risultati delle sue ricerche costituirono il suo primo scritto scientifico, intitolato Theoremata circa centrum gravitatis solidorum (1585), che attirò l’attenzione del Marchese Guidobaldo dal Monte e gli valse il favore del Granduca di Toscana. Questi lo chiamò, nel 1589, a coprire la cattedra di matematica all’Università di Pisa. Per sopraggiunti attriti con i Medici, dopo tre anni si trasferì a Padova, dove, sempre per intercessione del Marchese, aveva ottenuto un posto di docente. Questo gli venne rinnovato più volte, grazie alle numerose invenzioni di utilità pratica - tra cui il noto compasso geometrico e militare - con le quali si guadagnò la stima del governo della Serenissima. Quando, nel 1609, Galileo costruì, perfezionando un progetto olandese, un cannocchiale e lo regalò al Doge, l’incarico d’insegnamento gli venne prorogato a vita. Gli venne concesso un vitalizio pari a 1200 fiorini l’anno, una cifra record per un matematico. Il nuovo strumento ottico permise a Galileo di scoprire che la Via Lattea è un ammasso stellare, di individuare macchie sulla superficie del Sole (Istoria e Demostrazioni delle Macchie Solari e loro accidenti, 1613), di vedere gli anelli di Saturno (che egli, in realtà, scambiò per due satelliti), di osservare le irregolarità della superficie lunare ed i movimenti di quattro satelliti di Giove , che egli battezzò Pianeti Medicei (Sidereus Nuncius, 1610). Il 10 luglio del 1610 Cosimo de’ Medici lo richiamò in Toscana, offrendogli un ricco vitalizio ed i titoli di “Primario e Sopraordinario Matematico dello Studio di Pisa” e “Primario Filosofo e Matematico della sua Serenissima Altezza”. Rientrato a Firenze, nel novembre dello stesso anno Galileo osservò per primo le fasi di Venere, per altro previste dalla teoria copernicana, e ne concluse che Venere è un pianeta che ruota intorno al Sole, e non una stella, come si era sempre creduto.
La fama delle straordinarie scoperte astronomiche di Galileo si era, nel frattempo, diffusa in tutta Europa. Viviani si compiace di riferirci della sua convocazione in Vaticano del 1611, dove fu accolto con grandi onori, dell’invito del re di Spagna, che nel 1615 lo avrebbe voluto a corte a risolvere l’annoso problema della longitudine, e della visita che, nel 1618, l’Arciduca d’Austria tributò al capezzale del suo maestro. Proprio in quegli anni, però, iniziarono i guai di Galileo con la Chiesa. Egli aveva spiegato la variabilità delle macchie solari supponendo che il Sole ruotasse. Ne aveva poi dedotto che i pianeti, trascinati da questo moto, dovevano a loro volta ruotare intorno al Sole. Questa sua adesione alla teoria eliocentrica di Copernico, contraria alla Bibbia, provocò la reazione del padre domenicano Niccolò Lorini, che nel 1615 denunciò Galileo al Sant’Uffizio. Poco dopo il domenicano Tommaso Caccini rafforzò l’accusa testimoniando spontaneamente contro di lui. Il 26 febbraio 1616 il cardinale Roberto Bellarmino, su ordine di papa Paolo V, diffidò ufficialmente Galilei dal sostenere oltre l’ipotesi del moto della Terra. Lo scienziato promise obbedienza. Il suo Discorso sulle Comete gli procurò, in seguito, l’ostilità dei Gesuiti: in questa lezione accademica, presentata a Firenze nel 1619, Galileo avversava le tesi sostenute da padre Grassi , matematico del Collegio Romano, l’università vaticana. La contesa proseguì nel Saggiatore (1623), trattato di fisica redatto da Galileo sotto forma di disputa tra lui stesso e il Grassi. La situazione precipitò con la pubblicazione, nel 1632, del Dialogo de’ due Massimi Sistemi Tolemaico e Copernicano. Il Sant’Uffizio volle vedere nell’opera, sicuramente non a torto, un’eccessiva propensione verso l’ipotesi del moto terrestre, che veniva giustificata con il fenomeno delle maree: in effetti il titolo, secondo gli iniziali intendimenti dell’autore, avrebbe dovuto essere Dialogo sopra il flusso e il reflusso del mare. Galilei fu processato dal Sant’Uffizio con l’accusa di eresia, e condannato al carcere a vita il 22 giugno del 1633, sotto il pontificato di Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini. Alla lettura della sentenza l’imputato rispose con la ritrattazione delle sue teorie astronomiche, compiendo un formale atto di sottomissione. La pena fu commutata in confino, e Galileo ottenne di scontare la prima parte della pena a Siena, presso l’arcivescovo Ascanio Piccolomini, nell’attesa di poter rientrare a Firenze, dove allora imperversava la peste. Il divieto di pubblicazione per le opere di stampo copernicano fu revocato in due tempi, nel 1757 dalla Santa Congregazione dell’Indice e nel 1822 dal Sant’Uffizio. Galileo fu ufficialmente riabilitato dalla Chiesa nel novembre 1979, nello spirito del Concilio Vaticano II, con un discorso pronunciato da papa Giovanni Paolo II in occasione del centenario della nascita di Einstein.
A seguito della condanna subita, le opere di Galileo non poterono più essere pubblicate nei Paesi a prevalenza cattolica. Così il suo Trattato delle Meccaniche vide la luce a Parigi, nel 1634, nella traduzione di padre Mersenne. L’edizione italiana seguì postuma.
Galileo trascorse gli ultimi anni della sua vita recluso nella sua villa di Arcetri, senza nemmeno il conforto della figlia Virginia, Suor Maria Celeste, che gli era stata vicina nel difficile periodo del processo, scrivendogli molte lettere, e che era morta pochi mesi dopo il suo ritorno a casa. Provvide alla stesura dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e ai movimenti locali (1638). Ormai completamente cieco e malato, Galileo raccolse le ultime forze per preparare una seconda edizione ampliata, che, però, rimase incompiuta.
L’eredità di Galileo fu raccolta da illustri allievi, fra cui Bonaventura Cavalieri ed Evangelista Torricelli, suo assistente dell’ultima ora, che gli succedette nella carica di matematico e filosofo del Granduca di Toscana.
Alla morte di Galileo il Vaticano impedì che gli venisse eretto un mausoleo. Solo in un secondo tempo le sue spoglie vennero tumulate nella Chiesa di Santa Croce, a Firenze, dove ancor oggi riposano.
Curiosità
- Nel 1588 Galilei tenne all’Accademia fiorentina del Disegno due lezioni intitolate Circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante, contenenti i risultati di un suo accurato studio geometrico delle forme, dimensioni e disposizioni dei gironi danteschi. Galileo era, d’altronde, un fine intenditore di letteratura, come testimoniano, fra l’altro, le sue recensioni al Tasso e all’Ariosto. Galileo criticò aspramente La Gerusalemme Liberata, mentre ebbe parole di apprezzamento per l’Orlando Furioso. Questo dichiarato amore gli si ritorse contro, quando sia Cavalieri, sia Cartesio, commentando il Dialogo, lo accusarono di aver trasceso troppo, in ossequio alla poetica ariostesca, ai voli pindarici da un argomento all’altro.
- Già nel 1610 Galilei aveva intuito il pericolo - non ultimo quello del plagio scientifico - cui si sarebbe esposto divulgando i risultati delle proprie osservazioni astronomiche. E così la notizia della scoperta delle fasi di Venere venne inizialmente diffusa all’interno della comunità scientifica sotto forma di frase latina in codice:
Haec immatura a me iam frustra leguntur o, y.
Più tardi Galileo rivelò il vero significato, ottenuto anagrammando la frase precedente:
Cynthiae figuras aemulatur mater amorum.
La traduzione in italiano è: La madre degli amori (cioè Venere) imita le figure di Cinzia (cioè la Luna: cinzia era l’attributo della dea greca Artemide, nata sull’isola di Delo, ai piedi del monte Cinto, ed associata alla Luna ). Un altro anagramma galileiano riguarda Saturno:
smaismrmilmepoetaleumibunenugttaurias
la cui soluzione è:
Altissimum planetam tergeminum observavi,
ossia: Ho osservato che il più alto (il più lontano) dei pianeti è trigemino (formato di tre parti: ha due satelliti). L’anagramma funziona solo se si conserva l’antica equivalenza tra la u e la v. All’epoca non era possibile vedere oltre Saturno: Urano fu avvistato per la prima volta nel 1690, e venne qualificato come pianeta solo nel 1785.
Il destinatario degli anagrammi era Keplero: Galileo gli aveva spedito i messaggi nel 1610, tramite Giuliano de’ Medici, che allora era ambasciatore di Toscana a Praga. Il secondo anagramma era stato così risolto dal matematico tedesco: Salve umbustineum geminatum martia proles (Salve o gemello infuocato figlio di Marte). Gli deve essere sembrata una frase davvero sibillina.
Huyghens, a sua volta, celò la scoperta degli anelli di Saturno dietro la misteriosa sequenza di lettere
Aaaaaaaccccdeeeeeiiiiiiighllllmmnnnnnnnnnooooppqrrstttttuuuu
La soluzione dell’anagramma era: Annulo cingitur tenui, plano, nusquam cohaerente, ad eclipticam inclinato (Lo cinge un anello sottile e piatto che non lo tocca mai ed è inclinato rispetto all’eclittica).
- Nel 1611 Galileo fu chiamato a far parte dell’Accademia dei Lincei, fondata nel 1603 dal naturalista romano Federico Cesi: negli intendimenti di quest’ultimo, l’associazione doveva riunire tutti coloro che, nella ricerca scientifica, avessero dimostrato di possedere una vista acuta, come quella di una lince. Il riferimento è agli strumenti ottici, soprattutto ai primi, rudimentali microscopi, di cui in quegli anni cominciava a diffondersi l’uso. Galileo, una volta persa la vista, prese a firmarsi come “Linceo cieco”.
- L’allievo di Galilei Vincenzio Viviani è noto per aver scritto, nel 1659, una Divinazione del quinto libro delle sezioni coniche di Apollonio, un trattato in cui egli cercava di ricostruire il contenuto dell’opera scomparsa. Quando l’originale fu ritrovato, molte delle supposizioni di Viviani si rivelarono esatte. Nel 1690 egli pubblicò una traduzione italiana degli Elementi di Euclide, che fu utilizzata per molti anni come testo scolastico. Betti e Brioschi ne curarono un’edizione nel 1867.
- Il poeta ottocentesco Vincenzo Monti, nel poema dedicato alla morte del matematico Lorenzo Mascheroni, ricorda e celebra la figura di Galilei tra i grandi del passato che accoglieranno l’anima dell’amico in cielo.
Il pensiero galileiano e la sua epoca
Nell’opposizione di Galilei alla Chiesa molti hanno voluto vedere i connotati di una ribellione politica o di una contestazione teologica. Queste interpretazioni, tuttavia, sono sicuramente corrette solo se riferite alla potenziale carica dirompente delle tesi galileiane nel contesto storico dell’epoca. Se mai Galilei volle davvero suscitare “scandalo”, questa intenzione riguardava esclusivamente la metodologia di ricerca: tant’è vero che Galilei incontrò all’interno della comunità scientifica le prime ostilità al suo pensiero. Viviani, nel suo Racconto Istorico della vita di Galileo, così descrive il rapporto tra il suo maestro ed il mondo accademico del tempo: “Ma il Galileo, che dalla natura fu eletto per disvelare al mondo parte di que’ segreti che già per tanti secoli restavano sepolti in una densissima oscurità delle menti umane, fatte schiave del parere e de gl’assertori d’un solo , non poté mai, secondo’l consueto degl’altri, darsele in preda così alla cieca, come che, essendo egli d’ingegno libero, non gli pareva di dover così facilmente assentire a’ soli detti e opinioni delli antichi o moderni scrittori, mentre potevasi col discorso e con sensate esperienze appagar sé medesimo. E perciò nelle dispute di conclusioni naturali fu sempre contrario alli più acerrimi difensori d’ogni detto Aristotelico, acquistandosi nome tra quelli di spirito della contradizione, e in premio delle scoperte verità provocandosi l’odio loro; non potendo soffrire che da un giovanetto studente, e che per ancora, secondo un lor detto volgare, non avea fatto il corso delle scienze, quelle dottrine da lor imbevute, si può dir, con il latte gl’avesser ad esser con nuovi modi e con tanta evidenza rigettate e convinte: averando in ciò quel detto di Orazio :
Stimano infamia il confessar da vecchi
Per falso quel che da giovini apprendero.”
Al corpo docente dell’ateneo pisano il Galileo aveva dedicato la poesia canzonatoria Contro il portar la toga, in cui ne sbeffeggiava i costumi e i pregiudizi.
Lo spirito battagliero e indipendente di Galileo si scontra con la tradizione, che vuole cogliere la verità nei libri antichi. Poiché all’epoca il potere temporale della Chiesa era indissolubilmente legato alla sua autorità nel campo del sapere, e d’altra parte, la separazione tra teologia e filosofia non era ancora compiuta, le affermazioni di Galileo, contrarie alla scienza tramandata, avevano pesanti implicazioni politiche: ecco il motivo del processo, e la necessità della ritrattazione. Galileo non è un eretico, né un martire: è solo un ricercatore, che non può fare a meno di credere ai propri occhi e alla propria capacità di raziocinio, ma è costretto a constatare che i tempi non sono maturi. Grazie ad un nuovo, potente strumento, il cannocchiale, egli, tutto d’un tratto, vede più in là di ogni uomo che l’abbia preceduto: non c’è da meravigliarsi se le sue scoperte appaiono sconvolgenti. Il coraggio di Galileo sta nel proseguire, coerentemente, lungo la strada apertagli dalle osservazioni astronomiche, avvalendosi del rigore matematico. A proposito dell’incontro di Galilei con la geometria euclidea, Viviani ci riferisce:
“Cominciò dunque il Ricci ad introdurre il Galileo (che già aveva compliti diciannove anni) nelle solite esplicazioni delle definizioni, assiomi e postulati del primo delli Elementi; ma questi sentendo preporsi principii tanto chiari e indubitati, e considerando le domande d’Euclide così oneste e concedibili, fece immediatamente concetto che se la fabbrica della geometria veniva alzata sopra tali fondamenti, non poteva esser che fortissima e stabilissima. Ma non sì tosto gustò la maniera del dimostrare, e vedde aperta l’unica strada di pervenire alla cognizione del vero, che si pentì di non essersi molto prima incamminato per quella”.
Alla cieca lettura dei libri Galileo contrappone l’osservazione diretta della natura, alla passiva memorizzazione l’attività dell’intelletto. Quest’ultima non si esplica soltanto nel percorso chiuso di una dimostrazione matematica, ma anche e soprattutto nel dibattito, nello scambio di argomentazioni, nello scontro di tesi ed antitesi, secondo gli schemi della dialettica platonica, su cui si basano le sue opere principali. La sua apertura al dubbio e alla discussione appare più come un’impostazione metodologica che come una naturale inclinazione del suo carattere, di per sé molto determinato, e combattivo, e non privo di un energico spirito polemico, che emerge soprattutto nel Saggiatore. A proposito degli scopi dell’indagine sulle macchie solari, lo scrittore tedesco Bertolt Brecht (1898 – 1956), in un suo famoso dramma teatrale, mette in bocca a Galileo le seguenti parole:
“ Non m’importa di mostrare di aver avuto ragione, ma di stabilire se l’ho avuta. E vi dico: lasciate ogni speranza, o voi che vi accingete a osservare! Forse sono vapori, forse sono macchie; ma prima di affermare che sono macchie, cerchiamo di accertare se per caso sono pesci fritti. Sì, rimetteremo tutto, tutto in dubbio. E non procederemo con gli stivali delle sette leghe, ma a passo di lumaca. E quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscriveremo più, a meno che posdomani lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza. E dunque, prepariamoci ad osservare il sole con l’inflessibile determinazione di dimostrare che la terra è immobile! E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione, se davvero è la terra che gira! Ma se tutte le altre ipotesi, all’infuori di questa, ci si dovessero squagliare fra le dita, allora nessuna pietà per coloro che, senza aver cercato, vorranno parlare! Andrea, togli il panno dal cannocchiale e volgilo verso il sole!”
(cit. da B. Brecht, Vita di Galileo, in: Teatro, Vol. II, trad. di F. Federici ed E. Castellani, Einaudi, Torino 1963, pagg. 1488-1489)
La prima testimonianza dell’adesione di Galilei al copernicanesimo è una lettera a Keplero del 1597, che egli scrive dopo aver letto il Mysterium Cosmographicum. La prima dichiarazione pubblica in tal senso è, invece, contenuta nelle opere sulle macchie solari del 1613.
Galilei non nutrì mai avversione nei confronti della dottrina aristotelica, né della fede cristiana. Alla prima si era dedicato con grande passione durante i suoi studi di medicina a Pisa. Del filosofo greco ammirava l’impostazione scientifica, improntata all’aderenza alla realtà, alla rielaborazione razionale del dato empirico (nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu), e indirizzata alla ricerca delle cause e dei principi dei fenomeni naturali. In effetti, l’aristotelismo aveva avuto, tra i suoi esponenti, sia empiristi, sia sostenitori del metodo matematico. Come dimostra un brano del Dialogo, Galileo era sicuro che, se Aristotele fosse stato suo contemporaneo, questi avrebbe sicuramente dato ragione a lui, contro l’inflessibilità dei suoi sedicenti seguaci (“la turba peripatetica”), ottusamente ciechi di fronte all’evidenza e sordi al buon senso. In una lettera del 1640 all’astronomo Fortunio Liceti, Galilei dice che essi andavano “espiscando da i suoi testi concetti che mai non li sariano caduti in mente.” D’altronde la teoria astronomica di Galileo non è poi del tutto disgiunta dalla visione cosmologica di Aristotele: entrambe sono basate sul moto circolare dei pianeti, che sarebbe indotto da un Primo Motore (che Galileo colloca nel Sole, mentre Aristotele lo immagina nella sfera più esterna del Cielo). Secondo alcuni commentatori, Galileo avrebbe addirittura aderito, in gioventù, alla filosofia aristotelico-tolemaica sostenuta dal suo amico padovano Cesare Cremonini. Presso l’ateneo veneto Galileo aveva tenuto lezioni sul Trattato della Sfera di Sacrobosco.
Se pure Galileo respinge fermamente l’uso della logica aristotelica come fonte di conoscenza, è pur vero che egli, in quanto matematico, non può far a meno di essa nelle sue dimostrazioni: d’altra parte, all’epoca, quella era l’unica logica possibile. Il seguente brano, tratto dalla prima giornata del Dialogo, descrive i principi della dimostrazione diretta e della reductio ad absurdum:
“[…] quando la conclusione è vera, servendosi del metodo risolutivo, agevolmente si incontra qualche proposizione già dimostrata, o si arriva a qualche principio per sé noto; ma se la conclusione è falsa, si può procedere in infinito senza incontrar mai verità alcuna, se già altri non incontrasse alcun impossibile o assurdo manifesto.”
La polemica intrapresa da Galileo nel Saggiatore e nel Dialogo è diretta contro i sofismi dialettici, fonti di equivoci e coartazioni: è nella dimostrazione matematica, che egli chiama “pura geometrica, perfetta e necessaria” che Galileo vede la più adeguata applicazione del “fior di logica naturale”. Questa, che è priva di ambiguità linguistiche ed artifici retorici, è l’unico mezzo per distinguere con chiarezza il vero dal falso.
Galileo non assunse mai atteggiamenti di sfida anticlericale; d’altronde molti dei suoi amici e discepoli erano frati, sacerdoti e prelati (anche gesuiti), ed egli non era privo di appoggi in Vaticano, dove era stato spesso accolto con grande favore. Nel 1611 una solenne conferenza del Collegio Romano aveva confermato ufficialmente le scoperte contenute nel Sidereus Nuncius. Galileo dedicò il Saggiatore a papa Urbano VIII, che ne tessé le lodi in una lettera al Granduca di Toscana; lo scienziato si impegnò in tutti modi per ottenere dalla Chiesa l’imprimatur per il suo Dialogo, accettando, tra l’altro, le censure impostegli dal pontefice.Va ricordato che Galileo era credente, e, in quanto tale, si preoccupava del fatto che i risultati delle sue ricerche potessero apparire in contrasto con la Parola di Dio. Perciò compì ogni sforzo per trovare, nelle Sacre Scritture, conferme alle sue teorie; lo dimostrano soprattutto le sue lettere copernicane, che egli volle rendere pubbliche. Le scrisse tra il 1613 e il 1615, e le indirizzò a don Benedetto Castelli, suo amico e discepolo, a Monsignor Piero Dini e a Madama Cristina di Lorena. Al fine di conciliare la sua astronomia con i passi biblici che parevano smentirla, egli propose una nuova esegesi del testo: questo non era da intendere alla lettera come una descrizione della realtà naturale, ma piuttosto come una trascrizione metaforica di verità inerenti la fede. Il verso del Salmo 18 secondo il quale “Gesù pose nel Sole il suo tabernacolo”, potrebbe avvalorare l’ipotesi del Sole come origine del moto del cosmo, le parole pronunciate da Giosué nell’omonimo libro “Sole, non ti muovere di sopra Gabaon, e tu luna dalle valle di Aialon” (X, 12) sarebbero giustificate se riferite al moto relativo del Sole rispetto ad un osservatore terrestre. In questa impresa Galilei non fu solo. Godette dell’appoggio del filosofo domenicano Tommaso Campanella - egli stesso condannato, per altri motivi, dalle autorità religiose napoletane - che nel 1616 scrisse, dal carcere, l’Apologia pro Galileo, e successivamente, dopo essere stato liberato e chiamato a Roma da Urbano VIII, seguì le trattative per il nullaosta alla pubblicazione del Dialogo. Nel 1615 era uscita a Napoli un’epistola scritta da un frate carmelitano al Generale del suo ordine, la lettera del R.P.M. Paolo Antonio Foscarini Carmelitano sopra l’opinione de’ Pitagorici e del Copernico, nella quale si accordano ed appaciono i luoghi della Sacra Scrittura e le proposizioni teologiche, che giammai potessero addursi contro tale opinione, un estremo tentativo di giustificare l’eliocentrismo ed il moto della Terra alla luce della Bibbia, alla vigilia della messa all’indice delle opere copernicane.
Negli sforzi compiuti da Galileo il Geymonat vuole vedere, oltre che il tentativo di dirimere un personale dilemma di coscienza, il desiderio di preservarsi il favore della Chiesa, affinché questa non ostacolasse l’evoluzione della scienza. Secondo Michael Segre, dopo gli onori tributati al suo Sidereus Nuncius, Galilei avrebbe smesso i panni dell’accademico per indossare quelli dell’uomo di corte. Avrebbe abbandonato la ricerca per difendere le sue scoperte con la tattica politica. La condanna del 1633 segnerebbe il fallimento del suo ambizioso programma. D’altronde molte sue iniziative fanno ritenere che gli premesse molto l’appoggio dei potenti, tra cui i Medici.
Secondo alcune testimonianze storiche, la condanna del 1633 sarebbe stata frutto di una trama ordita da alcune componenti della Chiesa per rappresaglia contro la polemica scatenata da Galilei nei confronti dei gesuiti. Pare che all’epoca circolassero insistenti voci in tal senso. In una lettera, scritta dal Campanella a Galilei il 21 agosto 1632, leggiamo: “Con gran disgusto mio ho sentito che si fa Congregazione di teologi irati a proibire i Dialoghi di Vossignoria; e non ci entra persona che sappia matematica né cose recondite.[…] Dubito di violenza di gente che non sa.[…] sì come mettono Domenicani, Gesuini e Theatini e preti secolari in questa Congregazione contra i vostri libri, ammettano anche il padre Castelli e me: e si vinceranno.”
(cit. da F. Flora, Il processo di Galileo, Rizzoli, Milano 1954, pag. 119)
Pare che comunque Galileo abbia avuto nei domenicani i suoi peggiori nemici, estremamente conservatori, inflessibilmente fedeli all’aristotelismo di Tommaso d’Aquino. I gesuiti avevano complessivamente dimostrato di essere aperti al progresso della scienza, molti di loro avevano inizialmente appoggiato le teorie galileiane, ed avevano poi finito per aderire all’astronomia proposta da Tycho Brahe, vedendo in essa un valido compromesso tra sapere antico e nuove scoperte.
In effetti l’impressione che si ricava leggendo la storia del processo è quella di un percorso tortuoso, non privo di ripensamenti ed ambiguità. Non troviamo il racconto di un’istituzione compatta che fronteggia e con determinazione schiaccia l’individuo che ha osato sfidarla, ma piuttosto una vicenda che ruota intorno a singole persone. Poche sono le figure chiave, tra cui, certamente, il cardinale Bellarmino, che pur era morto molti anni prima del secondo processo a Galileo, ma era stato il principale promotore della censura del 1616. Secondo il Geymonat, il corso degli eventi sarebbe stato determinato dal gioco di due opposti schieramenti all’interno della Chiesa, l’uno progressista e disposto al dialogo, l’altro arroccato sulla tradizione in posizione difensiva.
In una lettera del 1634, indirizzata a Elia Diodati, Galileo attribuisce al gesuita Cristoforo Grienberger, appartenente al collegio Romano, ed amico di Galilei, la seguente pesante affermazione: “Se il Galileo si avesse saputo mantenere l’affetto dei Padri di questo Collegio, vivrebbe glorioso al mondo e non sarebbe stato nulla delle sue disgrazie, e avrebbe potuto scrivere ad arbitrio suo d’ogni materia, dico anco moti di Terra.” (ibidem, pag. 100)
È comunque difficile stabilire in quale misura l’epilogo della storia sia veramente riconducibile alla mancanza di tatto con cui Galilei si era mosso nei riguardi di padre Grassi. Vero è che nel 1616 le opere copernicane erano state proibite, e pochi anni prima il filosofo Giordano Bruno era finito sul rogo. Ed ancora più difficile è dire se le ripercussioni storiche delle opere galileiane sarebbero state minori senza la condanna da parte della Chiesa. Sicuramente questa ebbe evidenti effetti immediati: Cartesio, ricevuta la notizia, si allarmò al punto da rinunciare a pubblicare la sua opera Il Mondo, già pronta per la stampa. Keplero accusò Galileo di aver compromesso la libertà della scienza, facendola uscire dalla stretta cerchia degli esperti, ed esponendola alla censura della Chiesa: egli sarebbe stato corresponsabile della messa all’indice delle opere di Copernico. In effetti, secondo M. Segre, la scienza italiana subì, nella seconda metà del Seicento, un declino forse in parte imputabile alla vicenda galileiana.
Indubbiamente il processo a Galileo è emblematico di un’epoca in cui l’Inquisizione era ancora potente. Tuttavia, è meglio non cedere alla tentazione di strumentalizzare eventi che, almeno per quanto riguarda strettamente la persona di Galileo, si svolsero più sul piano del dramma di coscienza, anche religiosa, che su quello della battaglia ideologica. Nonostante le numerose e varie classificazioni proposte in passato, riteniamo che Galileo non possa essere ascritto a nessuna corrente di pensiero, filosofica o politica che sia. È peraltro difficile tentare di inquadrare una figura culturalmente eclettica che, già presso i suoi contemporanei, appariva molto controversa, piena di luci ed ombre. Fu al centro di varie questioni di plagio, di cui una riguardante la paternità del cannocchiale, che lo oppose a Keplero. Tradì la sua scelta di rigore scientifico diffondendo, con intenti meramente polemici, tesi superficiali ed affrettate sulla natura delle comete. Nel corso dei secoli fu demonizzato e mitizzato, alla sua biografia si sovrapposero molti giudizi personali ed aneddoti inventati. Per questa mancanza di chiarezza, la sua figura è ancor oggi un interessante oggetto di studio.
Altre opere di Galileo:
Considerazione sopra il giuoco de’ dadi
(calcolo delle probabilità)
Ludovico Cardi, detto il Cigoli, dal suo luogo d’origine (1559-1613). Pittore ed architetto toscano, progettò, tra l’altro, palazzo Madama a Roma, la sede del Senato.
Secondo questa legge, la durata delle piccole oscillazioni del pendolo (periodo) è indipendente dall’ampiezza dell’oscillazione.
Alla meritoria opera del Commandino si aggiunse quella di Francesco Maurolico. All’epoca la matematica era identificata con Euclide ed Archimede. Lo testimoniano anche alcuni brani letterari. Tommaso Campanella, nel descrivere la sua ideale Città del Sole, colloca, all’interno delle mura del tempio “tutte le figure matematiche, più che non scrisse Euclide ed Archimede, con la lor proposizione significante”. Il poeta satirico rinascimentale Francesco Berni, in un suo sonetto contro la città di Verona, così dice: “Appresso ha anche drento/ come hanno l’altre terre, piazze e vie/stalle, stufe, spedali et osterie/ fatte in geometrie/ da fare ad Euclide ed Archimede/ passar gli architettori con un spiede.”
Essi portano oggi i nomi di Io, Europa, Ganimede e Callisto. Giove ha in realtà altri otto satelliti, che possono essere visti solo con potenti telescopi.
Fine articolo su Galileo Galilei
GALILEI, FEYERABEND E RATZINGER
tra pluralismo e fondamentalismo
“La scienza…è intrinsecamente superiore solo per coloro che hanno già
deciso a favore di una certa ideologia, o che l’hanno accettata senza aver
mai esaminato i suoi vantaggi e i suoi limiti. E poiché l’accettazione e il
rifiuto di ideologie dovrebbero essere lasciati all’individuo, ne segue che la
separazione di stato e chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione di
stato e scienza, che è la più recente, la più aggressiva e la più dogmatica
istituzione religiosa” (P.K.Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, 1979, pag. 240)
Nel 1990 J. Ratzinger, all’epoca cardinale, in occasione di una conferenza universitaria cercò di giustificare l’operato dell’Inquisizione contro Galileo Galilei, utilizzando alcune tesi dell’epistemologo P.K.Feyerabend, e citando un brano contenuto nella versione tedesca del suo testo più noto , pubblicato in italiano con il titolo Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza .
La cosa non poteva che generare un certo scalpore, per almeno due motivi:
- il cardinale Ratzinger era nel 1990 anche Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e quindi erede alla lontana di quel cardinale Bellarmino che in veste di Inquisitore aveva avuto un ruolo importante nel primo processo contro Galilei;
- Ratzinger, noto per le sue posizioni dogmatiche e conservatrici, fece leva su un filosofo della scienza conosciuto per le sue provocazioni irriverenti e anarcoidi nei confronti della scienza, della ragione e del potere!
A circa 17 anni di distanza, quando il Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma invita Ratzinger, ora papa Benedetto XVI, ad inaugurare con una sua prolusione l’anno accademico, la polemica riesplode con veemenza, innescata da un gruppo di professori universitari e da una parte del mondo studentesco, i quali richiamano le posizioni antigalileiane di Ratzinger; a seguito di ciò, Benedetto XVI preferisce annullare l’impegno, onde evitare episodi sgradevoli.
Non intendiamo qui soffermarci sull’opportunità o meno di invitare il papa alla Sapienza (su questo, si è già scritto molto), bensì riflettere sull'elemento più importante, cioè sulla questione del pluralismo culturale, che è (o dovrebbe essere) una grande idea-forza del nostro tempo, specie nelle società democratiche. Il vantaggio di avere un papa-filosofo è innegabile: qualsiasi cosa se ne pensi, i rimandi filosofici di Ratzinger permettono di portare in primo piano, perfino nei media, questioni filosofiche importanti che altrimenti resterebbero limitate ad una cerchia ristretta di addetti ai lavori.
Partiamo dunque da quello che Feyerabend dice di Galilei: egli demolisce l’immagine consueta, canonizzata nella manualistica liceale e universitaria, che dipinge Galilei come un rigoroso ricercatore, tutto votato alla ragione e alle verifiche fattuali; Feyerabend documenta che invece lo scienziato pisano si è imposto, almeno all’inizio, grazie al contributo di fattori extrarazionali ed extrascientifici, quali potrebbero essere la propaganda, la suggestione, la fantasia, l’astuzia, l’uso spregiudicato delle ipotesi ad hoc e così via…
Di conseguenza, lo scontro tra lo scienziato e l’Inquisizione cattolica non sarebbe uno scontro tra la ragione laica e la superstizione clericale, come vuole un cliché logoro e abusato: al contrario, “la Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta” .
La valutazione alquanto corrosiva di cui sopra è stata utilizzata dal cardinale Ratzinger, nel 1990, considerando che essa permetterebbe di alleggerire non poco le responsabilità dei suoi predecessori del Sant’Uffizio, nel mentre sembra mettere in cattiva luce la scienza galileiana: ciò spiega d’altronde il risentimento attuale di scienziati e professori universitari laici contro l’attuale papa.
Ma torniamo ai contenuti essenziali del contendere: Ratzinger-Benedetto XVI è anche un sostenitore della ragione (non meno del suo predecessore), e ritiene che oggi sia particolarmente importante armonizzare o almeno far convivere ragione e fede cristiana, scienza e religione cattolica (il suo progettato intervento alla Sapienza di Roma intendeva insistere proprio su questo punto: vedi il testo del discorso previsto), anche se con inevitabili sbilanciamenti verso il versante della fede. Proprio per questo Ratzinger tende a valorizzare gli aspetti di razionalità, compatibili con la fede, presenti nella vita della Chiesa di ieri e di oggi: Feyerabend giunge a proposito, poiché offre la grande opportunità di mostrare che perfino nel frangente del processo a Galilei, era proprio la Chiesa, nel contesto dell’epoca, a stare dalla parte della ragione, molto più dello scienziato !
Oltre questo punto, però, l’accordo con l’anarchismo epistemologico vien meno per vari motivi; qui ci limitiamo a riassurmene due:
- per Feyerabend, la ragione non ha tutto il valore positivo che gli attribuisce Ratzinger;
- a differenza di Ratzinger, Feyerabend è un sostenitore radicale del pluralismo in ogni campo.
I limiti della ragione secondo Feyerabend
Quando Feyerabend scrive che Bellarmino stava dalla parte della ragione molto più di Galilei, questa valutazione non va scambiata per un sicuro complimento e non deve essere assunta, in modo univoco, come qualcosa di assolutamente positivo: si tratta piuttosto di un’affermazione che deve essere soppesata nel contesto dell’anarchismo epistemologico, il cui principio metodologico di fondo è condensabile nella formula disarmante “qualsiasi cosa può andare bene” .
L’avventura della scienza, secondo Feyerabend, non avanza in modo lineare e progressivo, alla luce della ragione e delle verifiche fattuali, come vorrebbero i razionalisti e gli empiristi ingenui: tra l’altro le teorie scientifiche non possono avere, di regola, un’origine logico-razionale basata su indiscutibili protocolli osservativi . Occorre invece ammettere che “la scienza è molto più trascurata e irrazionale della sua immagine metodologica…Senza una frequente rinuncia alla ragione non c’è progresso. Idee che oggi formano la base stessa della scienza esistono solo perché ci furono cose come il pregiudizio, l’opinione, la passione; perché queste cose si opposero alla ragione; e perché fu loro permesso di operare a modo loro. Dobbiamo quindi concludere che, anche all’interno della scienza, la ragione non può e non dovrebbe dominare tutto e che spesso dev’essere sconfitta, o eliminata, a favore di altre istanze” .
Galilei offre un’esemplificazione concreta di quanto sopra, e proprio per questo il testo di riferimento, Contro il metodo, si sofferma sui procedimenti messi in opera dallo scienziato pisano, procedimenti che non potevano risultare “razionali” nel contesto del sapere di sfondo di quell’epoca: infatti il punto di vista copernicano, difeso da Galilei, non poteva che entrare in urto con il modello di razionalità scientifica prevalente in quel periodo, e più in generale con le osservazioni fattuali ordinarie, che avvenivano all’interno di una visione del mondo consolidata da lungo tempo. Galilei, per affermarsi, dovette lottare, a modo suo, contro tutto questo, usando tutti i mezzi che aveva a disposizione per farsi strada: tutte le innovazioni scientifiche, all’inizio, si trovano in minoranza e in una situazione per lo più difficile e conflittuale simile a quella in cui si trovò coinvolto Galilei .
Feyerabend commenta così: “Il punto di partenza è costituito da una forte convinzione, che contrasta con la ragione e l’esperienza contemporanee…Oggi possiamo dire che Galilei era sulla strada giusta, poiché la sua tenace ricerca di quella che un tempo sembrava una stramba cosmologia ha creato oggi i materiali necessari per difenderla contro tutti coloro che sono disposti ad accettare un’opinione solo se essa viene espressa in un certo modo eche prestano fede ad essa solo se contiene certe frasi magiche, designate come protocolli o rapporti d’osservazione. E questa non è un’eccezione, bensì il caso normale: le teorie diventano chiare e ragionevoli solo dopo che parti incoerenti di esse sono state usate per molto tempo” .
Per farla breve, Feyerabend prende le distanze da ciò che lui chiama “ratiomania” e invita ad ammettere che, perfino nell’ambito della scienza, “la ragione non può essere universale e l’irrazionalità non può essere esclusa. Questo carattere peculiare dello sviluppo della scienza costituisce un forte elemento a sostegno di un’epistemologia anarchica. Ma la scienza non è sacrosanta…E la Ragione si unisce infine alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l’Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità…: svanisce” .
Non si potrebbe essere più chiari: si tratta di una presa di posizione abissalmente distante dal razionalismo difeso da Ratzinger; quest’ultimo ha preso a prestito certe espressioni di Feyerabend, per mettere in evidenza la “razionalità” dei comportamenti ecclesiastici. Ma alla luce delle precisazioni di cui sopra, il valore di tale “razionalità” viene alquanto ridimensionato, a favore di istanze che si collocano al di fuori del cerchio della ragione. Se ne è accorto Ratzinger ?? Se ne sono accorti coloro che si sono avventati in una polemica, la cui effettiva portata trascende la logora contrapposizione tra laici e cattolici ??
Pluralismo o fondamentalismo ?
“…il magistero romano ha orrore del pluralismo, che viene inteso soprattutto
come un’ideologia che dispera di ogni verità e che conduce al relativismo”
(Claude Geffré, teologo domenicano)
A differenza di Ratzinger, Feyerabend è un sostenitore del pluralismo in ogni campo : innanzitutto nel campo scientifico. Si è visto infatti che il pluralismo delle teorie è indispensabile per aprire nuove prospettive, in alternativa a quelle già collaudate . Secondo l’anarchismo epistemologico, “non c’è alcuna idea, per quanto antica e assurda, che non sia in grado di migliorare la nostra conoscenza” (Contro il metodo, pag. 40). E ancora:
“…la conoscenza viene ottenuta da una proliferazione di opinioni anziché dalla rigorosa applicazione di una ideologia preferita” (Contro il metodo, pag. 44).
“La proliferazione delle teorie è benefica per la scienza, mentre l’uniformità ne menoma il potere critico” (Contro il metodo, pag. 30).
“L’unico principio che non inibisce il progresso è: qualsiasi cosa può andar bene” (Contro il metodo, pag. 21).
Le nuove idee, almeno in una fase iniziale, non sono affatto “scientifiche”, e possono provenire da ogni dove, perfino dalla mitologia o dalla religione. La storia della scienza offre innumerevoli esempi al riguardo, perciò bisogna abbandonare ogni rigidità mentale e mantenersi aperti a varie possibilità, per quanto bizzarre esse possano apparire. Questo vale non solo per la scienza, ma anche per tutti gli altri ambiti e per l’intera società:
“Il pluralismo delle teorie e delle concezioni metafisiche è non solo importante per la metodologia, ma è anche una parte importante di una visione umanitaria” (Contro il metodo, pag. 44).
Feyerabend invita a non sopravalutare la scienza , come fanno i suoi tifosi: la supremazia della scienza su tutto il resto è ampiamente discutibile, ed anzi si tratta di un punto di vista che non regge fin dall’inizio, proprio perché la distinzione tra scienza e non-scienza è essa stessa discutibile, come si è accennato anche nel caso di Galilei (all’inizio, le teorie galileiane non erano affatto “scientifiche”). Si tratta di una distinzione che non ha solide fondamenta: il suo carattere è invece convenzionale e arbitrario, o come minimo storico (idee considerate scientifiche sono state poi rigettate e buttate nella pattumiera della non-scienza, e viceversa).
In ogni caso, gli scienziati non possono pretendere di guidare il mondo, e vi sono società che se la sono cavata più che dignitosamente anche senza ciò che noi oggi consideriamo scienza (per molte comunità tradizionali, invece, i guai sono cominciati proprio a seguito della penetrazione della tecnoscienza occidentale, che ha preteso di sostituire i saperi indigeni):
“La scienza si impose con la forza, non col ragionamento (ciò vale particolarmente nel caso delle ex colonie, nelle quali la scienza e la religione dell’amore fraterno furono introdotte come cosa ovvia, e senza consultarne gli abitanti o discutere con loro la cosa)…L’avvento della scienza moderna coincide con la soppressione di tribù non occidentali da parte di invasori occidentali” (Contro il metodo, pag. 241 e 243).
“L’affermazione che non c’è conoscenza fuori della scienza – extra scientiam nulla salus – non è altro che una favola molto conveniente. Talune tribù primitive hanno classificazioni di animali e piante più particolareggiate di quelle della zoologia e botanica scientifiche contemporanee e conoscono rimedi la cui efficacia meraviglia i medici (mentre l’industria farmaceutica sta già fiutando in questo campo una nuova fonte di entrate” (Contro il metodo, pag. 249-250).
Feyerabend continua la sua arringa a favore della libertà e della diversità culturale con questa esortazione :
“…liberiamo la società dalla presa soffocante di una scienza ideologicamente fossilizzata, come i nostri antenati ci hanno liberati dalla presa soffocante dell’Unica Vera Religione!” (Contro il metodo, pag. 251).
Extra scientiam nulla salus? Extra ecclesiam nulla salus?
“…la coscienza dei cristiani è rimasta sempre molto segnata dalla forza e dalla
seduzione del tradizionale assioma extra ecclesiam nulla salus…I documenti
del magistero ecclesiale cattolico romano e della teologia che li sostiene sono
ancora profondamente segnati dalla presenza di un linguaggio offensivo e
deleterio rispetto alle altre tradizioni religiose”
(Faustino Teixeira, teologo brasiliano)
Feyerabend ridicolizza pretese del genere, che appartengono entrambe ad una mentalità ristretta e prevaricatrice, ostile al pluralismo . Egli denuncia qualsiasi forma di chiusura fondamentalista: e se le sue invettive prendono di mira maggiormente la scienza rispetto alla religione, è solo perché nell’epoca contemporanea, almeno in Occidente, il fondamentalismo scientifico gli risulta ancora più pericoloso, potente e attuale di quello religioso . Quest’ultimo, per dirla con E. Severino, sarebbe stato soppiantato dal potere tecnico-scientifico, in irrefrenabile ascesa, in quanto rappresenta “la tendenza fondamentale del nostro tempo” .
Il conflitto tra questi fondamentalismi è sempre possibile, e l’episodio movimentato dell’Università La Sapienza è lì a ricordarcelo: molte polemiche emerse in quel contesto sono espressione di tali fondamentalismi, mettendo in mostra argomenti di non elevata qualità, per sostenere una parte o l’altra: come se fosse obbligatorio collocarsi di qua o di là, come se il diritto di scelta non potesse trascendere lo spazio ristretto disegnato dagli opposti schieramenti.
La riflessione che abbiamo proposto ha proprio lo scopo di smarcarsi da tale contrapposizione, dischiudendo una prospettiva molto più ampia, in nome della non-dualità, o se vogliamo, più semplicemente, in nome del pluralismo nella scienza, nella spiritualità, nella cultura in generale (e questo è quanto auspicava anche Feyerabend).
A questo riguardo, sono ben note le posizioni monolitiche di Ratzinger, il quale in più occasioni ha sostenuto l’equazione pluralismo – relativismo – nichilismo – perdita dei valori, suscitando commenti e reazioni di vario genere .
L’equiparazione di pluralismo e nichilismo è tipica di chi ritiene che la verità sia comprimibile all’interno di un unico punto di vista, che quindi viene assolutizzato e trasformato in un dogma fideistico: ragionando in quest’ottica pretenziosa, tutti gli altri angoli visuali vengono delegittimati in quanto depauperati di verità, e i loro sostenitori vengono quindi additati come relativisti-nichilisti che rifiutano di ubbidire alla verità assoluta, di cui qualcuno sarebbe il depositario !
En passant, dobbiamo ricordare che questa posizione fondamentalista (di cui esistono molte versioni, religiose e non), non appartiene all’antica tradizione greco-italica, per non dire mediterranea: infatti se consideriamo quest’ultima nelle sue espressioni più elevate, scopriamo il ripudio radicale di qulsiasi forma di fondamentalismo, proprio perché si esclude a priori che la verità totale, o se vogliamo il divino o l’assoluto, siano circoscrivibili e catturabili in dogmi, concetti razionali o formule teologiche…In alternativa, si insegna che l’intelletto deve mantenere uno stile di apertura costante verso la verità infinita, che può essere avvicinata (non imprigionata) percorrendo sentieri diversi, che corrispondono alla diversità dei contesti umani. Il multiculturalismo dell’età greco-romana, per quanto imperfetto, esemplifica abbastanza bene l’atteggiamento di fondo di una civiltà basata su un approccio non fondamentalista, in quanto orientata, almeno in parte, da una saggezza non-duale aperta al pluralismo senza cadere nel nichilismo. Si tratta di una saggezza che ha trovato espressione nelle grandi correnti spirituali dell’antichità, e soprattutto nel Neoplatonismo: a questo riguardo, certe opere di Proclo assumono un valore paradigmatico, poiché rappresentano molto bene lo spirito dell’epoca nei suoi aspetti migliori. Non a caso le nozioni sopra citate in modo cursorio sono discusse per esteso e ripetute innumerevoli volte negli scritti di Proclo e di altri autori tradizionali, che solo per questo meriterebbero una attenta riconsiderazione: si tratta infatti di grandi insegnamenti dal valore perenne, adattabili anche al nostro tempo.
Ciò detto, lungi da noi l’intenzione di presentare il mondo cristiano attuale come se fosse monopolizzato da propensioni fondamentaliste (che vi sono anche in altre religioni): in aggiunta emergono ben altre componenti che rifiutano le semplificazioni fondamentaliste e che prendono molto sul serio la questione del pluralismo in generale (dentro e fuori la Chiesa); per inciso, si tratta di quelle componenti della cristianità che Ratzinger combatte con ostinazione non da oggi, ma da quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede…Ricordiamo di passaggio che l’Istruzione Dominus Jesus è stata voluta dal cardinale Ratzinger proprio per contrastare le aperture pluralistiche all’interno del mondo cattolico (e cristiano più in generale), aperture caldeggiate soprattutto dai teologi della liberazione in America latina e dai teologi del pluralismo religioso in Asia (in Europa queste presenze sono numericamente meno rilevanti, anche se non mancano esponenti di spicco di questo cristianesimo aperto) .
Molti di questi, proprio per dare maggiore visibilità (e protezione) alle tesi cristiane incentrate sul pluralismo e sulla liberazione, e per favorire il confronto delle idee, a suo tempo si sono coordinati in una associazione internazionale, ASETT (Associazione Teologi-Teologhe del 3° mondo). Uno degli scopi, è quello di testimoniare la bontà del cristianesimo (ma non solo) quale sistema aperto, evitando il rischio delle chiusure autoritarie che lo trasformerebbero in un incubo, come osserva Leonardo Boff . Si tratta di pensatori e testimoni del nostro tempo, che in questi decenni stanno offrendo contributi notevoli in vista di una civiltà pacifica e conviviale. Il loro apporto in favore del pluralismo in campo religioso si integra con quello di Feyerabend, rivolto principalmente all’ambito epistemologico-scientifico. Naturalmente, le premesse di partenza e le argomentazioni di fondo sono molto differenti, ma convergono nell’intento di valorizzare le diversità culturali come una grande risorsa di civiltà, invece di ostacolarle. La teologia pluralista della liberazione, in particolare, ha il merito di considerare l’evento del pluralismo non come una sopravvenuta scocciatura di cui la teologia cristiana è obbligata dalle circostanze ad occuparsi, ma addirittura come “un segno dei tempi”, “al punto da disegnarsi come nuovo paradigma”, alla luce del quale rivisitare il cristianesimo e le altre religioni, “superando l’unicità, l’universalismo e l’assolutismo del pensiero tradizionale”, in nome della “biodiversità culturale e religiosa” .
Giunti a questo punto, il problema di fondo diventa quello di individuare un’ampia base comune nella quale ospitare e armonizzare le variegate sensibilità religiose, scientifiche, culturali ecc., invece di incitare all'assimilazione, alla conversione o ai conflitti di civiltà.
Noi vediamo in questo impegno intellettuale e morale la prova di un grande atto di rispetto verso le innumerevoli culture planetarie di ieri e di oggi, e di responsabilità verso una delle maggiori emergenze del nostro tempo.
Paolo Scroccaro
Il brano “incriminato”, che si trova a pag. 206 della versione tedesca (1976) di Contro il metodo, recita così: “La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione”. Per il contesto dell’esposizione, vedi anche il Corriere della Sera del 25 gennaio 2008: Feyerabend e Galileo:il testo mai letto in Italia. Nello stesso quotidiano, vi è pure il commento di Giulio Giorello, intitolato L’affaire Sapienza lo avrebbe divertito.
P. K. Feyerabend, Contro il metodo.Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza. Feltrinelli, 1979. D’ora in poi faremo riferimento esclusivamente a questa edizione.
Vedi nota 1. Su questo tema, desta qualche meraviglia la posizione di Massimo Fini, che si dichiara “non cattolico, non cristiano, non religioso”. Sorprendentemente, egli prende le difese del cardinale Bellarmino contro Galilei, poiché “Bellarmino ha avuto ragione e Galilei torto”. Fini osserva che la concezione eliocentrica non era una novità introdotta da Copernico e ripresa da Galilei, “perché la cosa era nota fin dai tempi di Pitagora e Filolao”. Ciò nonostante, secondo Fini Bellarmino aveva ragione nel pretendere che Galilei presentasse la dottrina copernicana nella forma dell’ipotesi, e non come certezza, per non turbare le convinzioni di fondo dell’epoca. Galilei non ubbidì e venne costretto ad abiurare le sue tesi, poiché erano in urto con le idee ancora predominanti nel XVII secolo, cioè con il modello di razionalità all’epoca prevalente (vedi Perché Galileo Galilei pur avendo ragione aveva torto, di Massimo Fini, ne Il gazzettino del 18 gennaio 2008).
La domanda che occorre porre è questa: forse che, secondo Fini, il paradigma dominante ha il diritto di neutralizzare e punire le voci discordanti?
Tesi simili sono riportate anche nel testo di Vittorio Messori, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana. Ed. Paoline, 1992. In sovrappiù Messori, pur di screditare Galilei, insiste anche su vari aspetti discutibili della vita privata dello scienziato.
Anche Franco Cardini, in un recente intervento (21e33.blogspot.com) cerca di giustificare la condanna di Galilei, e la posizione in merito di Ratzinger, scrivendo che “Papa Ratzinger non sostiene alcuna tesi passatista o antiscientifica…si limita a tutelare la correttezza giuridica ed etica del verdetto emesso allora, secondo le regole e nell’ambito del codice giuridico, ecclesiale e scientifico del tempo”.
A Cardini, occorre chiedere: dunque anche le condanne a morte di Giordano Bruno e di altri dissenzienti risultano corrette, poiché ubbidivano ai codici ecclesiastici e giuridici dell’epoca? Non è che invece fossero orribili tali codici ? Tornando a Galilei: né la sua vita privata, né la debolezza (vera o presunta) delle sue argomentazioni scientifiche, rispetto al sapere consolidato dell’epoca, possono fungere come alibi per giustificare l’operato dell’Inquisizione contro la ricerca galileiana. Se invece vogliamo trovare argomenti più seri per individuare i limiti (e gli eventuali pericoli) del modello galileiano di scientificità, e soprattutto delle sue ricadute nei secoli successivi, validi riferimenti si possono trovare, per esempio, in E. Severino e F. Capra. Severino, in La filosofia moderna (Rizzoli), mette in evidenza che Galilei contribuisce ad un paradigma scientifico orientato non alla contemplazione della natura, ma al dissezionamento di essa in vista del dominio tecnico-scientifico. F. Capra, sostenitore di una concezione olistica e sistemica della scienza, in vari suoi testi (vedi per es. Il punto di svolta, Feltrinelli) descrive i limiti antiecologici del paradigma meccanicistico (cui appartiene lo stesso Galilei), responsabile di svalorizzare la natura in vista della sua manipolazione. Se si vuole criticare Galilei, ci sembra molto più sensato e costruttivo farlo a partire da considerazioni di questo genere.
Ciò è ammesso anche dai razionalisti critici alla Popper: egli chiarisce bene che non si può ricavare dai fatti, tramite un procedimento logico-razionale, nuove teorie scientifiche; questo per la precarietà della base empirica e per l’impossibilità di una logica induttiva, tema ampiamente discusso nelle sue opere. “…il mio modo di vedere la cosa è che non esista nessun metodo logico per avere nuove idee, e nessuna ricostruzione logica di questo processo. Il mio punto di vista si può esprimere dicendo che ogni scoperta contiene un elemento irrazionale o un’intuizione creativa nel senso di Bergson” (K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, 1970, pag. 11). Subito dopo, a sostegno di questa tesi egli cita anche A. Einstein.
Per farla breve, si può concludere così: le nuove teorie non possono che avere origini variegate e imprevedibili (per esempio l’intuizione) che eccedono in ogni caso l’ambito della ragione.
Sul confronto Feyerabend-Popper, vedi, di Mario Cenedese, l’articolo intitolato P.K.Feyerabend: il problema del metodo in Kuhn e Popper (in www.filosofiatv.org, settore Storia della filosofia).
Feyerabend invita a considerare che “nessuna teoria è sempre in accordo con tutti i fatti compresi nel suo campo, ma non sempre la colpa è della teoria. I fatti sono costituiti da ideologie anteriori, e un conflitto tra fatti e teorie può essere una prova di progresso” (Contro il metodo, pag. 46). Di seguito, propone questo esempio: “Il modello atomico di Bohr fu introdotto, e conservato, nonostante l’esistenza di precisi e incontestabili fatti di esperienza contrari” (pag. 47).
Contro il metodo, pag. 24. A pag. 143, l’autore argomenta anche così: “Le teorie che riescono a rovesciare un punto di vista generale e ben radicato e lo soppiantano sono ristrette inizialmente a un ambito di fatti abbastanza limitato, a una serie di fenomeni paradigmatici che le sostengono e che solo lentamente vengono estesi in altre aree”.
C. Geffré, La crisi dell’identità cristiana nell’era del pluralismo religioso (in Concilium n. 3 / 2005, pag. 31).
Sul tema, vedi P.K.Feyerabend:critica alle scienze e pluralismo interculturale, di Mario Cenedese (in www.filosofiatv.org, nel settore Intercultura).
Feyerabend sostiene l’importanza del pluralismo in modo radicale, e lo dimostra una volta di più quando si spinge a criticare perfino il suo collega Thomas Kuhn, il noto teorico delle rivoluzioni scientifiche come cambiamento di paradigma. “Secondo Kuhn la scienza matura è una successione di periodi normali e di rivoluzioni. I periodi normali sono monistici; gli scienziati cercano di risolvere i rompicapo conseguenti ai tentativi di vedere il mondo nei termini di un unico paradigma. Le rivoluzioni sono pluralistiche finché emerge un nuovo paradigma, che ottiene sufficiente appoggio da poter servire come base per un nuovo periodo normale” (Consolazioni per lo specialista, in AAVV, Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, 1980, pag. 292). Dopo aver descritto il punto di vista di Kuhn, Feyerabend osserva che in realtà “la proliferazione, non solo precede immediatamente le rivoluzioni, ma è sempre presente. La scienza, come sappiamo, non è una successione temporale di periodi normali e di periodi di proliferazione; è semmai la loro giustapposizione” (pag. 292).
Altrove, egli chiede: “Ora, se la scienza normale è de facto così monolitica come Kuhn la dipinge, da dove provengono le due teorie in competizione?” (pag. 286-287).
Anche Massimo Fini, nell’intervento che abbiamo già citato, invita a ridimensionare la scienza, e in questo contesto prende le difese della Chiesa di Bellarmino contro Galilei, adducendo un’ulteriore motivazione: Galilei auspicava un sapere capace di conoscere le strutture ontologiche del mondo, al pari di Dio; Bellarmino e la Chiesa ebbero il merito di contrastare questa tracotanza pericolosa per il futuro dell’umanità, poiché conservavano il senso del limite ereditato dai Greci!
In proposito, si deve osservare quanto segue: è stata la Chiesa (con altre componenti della cristianità, vedi calvinismo) a legittimare una lettura antropocentrica dei testi sacri, valorizzando così anche la scienza e la tecnica come mezzi che garantiscono all’uomo un miglior dominio sul mondo. Si tratta di una posizione riaffermata anche negli ultimi anni, e Benedetto XVI è un pervicace sostenitore di questa tesi: la Chiesa romana e la scienza laica in realtà convergono nel celebrare la tecnoscienza come strumento a disposizione dell’uomo per controllare e addomesticare la natura. E finché tale potere è stato esercitato sul mondo non-umano, tutto è filato via liscio, in nome del comune antropocentrismo. La Chiesa romana ha cominciato a protestare quando anche l’uomo è stato travolto, suo malgrado, dalla volontà di potenza della tecnoscienza, che aveva già colpito impunemente tutti gli altri esseri. Questa protesta tardiva è una riaffermazione ulteriore del punto di vista antropocentrico, e non significa affatto che la Chiesa coltivi il senso del limite al modo dei filosofi greci: questi ultimi erano in grado di praticarlo poiché vivevano all’interno di una dimensione cosmocentrica, che proprio la Chiesa romana ha contribuito a dissolvere, aprendo così la via al dominio della scienza e della tecnica.
F. Teixeira, Il pluralismo religioso come nuovo paradigma per le religioni (in Concilium n. 1 / 2007, pag. 33).
Feyerabend rivisita il conflitto tra Galilei e la Chiesa, ridimensionando le responsabilità di quest’ultima, che nel fatto specifico sarebbero state dilatate ad arte dagli agenti del nuovo fondamentalismo scientifico, molto meno sensibili verso altre e peggiori malefatte ecclesiastiche. Si tratta di una posizione “particolarmente ingiusta nei confronti di Giordano Bruno, che fu mandato al rogo, ma che gli intellettuali di formazione scientifica preferiscono dimenticare” (vedi Corriere della Sera del 25 gennaio 2008, Feyerabend e Galileo:il testo mai letto in Italia, di P.Feyerabend).
“Qualsiasi critica al rigore della Chiesa romana è valida anche nei confronti dei suoi moderni successori che hanno a che fare con la scienza”: così scrive Feyerabend, nel prendere le distanze dai due fondamentalismi (vedi Corriere della Sera del 25 gennaio 2008, come sopra).
Uno dei testi di Emanuele Severino è infatti intitolato La tendenza fondamentale del nostro tempo (Adelphi, 1988). La tendenza fondamentale è quella per cui gli strumenti più potenti di cui l’uomo dispone (scienza, tecnica) da mezzi che erano si trasformano in scopi, assorbendo così tutte le principali energie della società. Infatti l’apparato tecnico-scientifico, in quanto scopo supremo che vuole potenziarsi ed espandersi illimitatamente, deve piegare alle sue esigenze tutto il resto. In riferimento a questo movimento essenziale del nostro tempo, Severino scrive: “Senza un sistema giuridico, economico, politico, burocratico, scolastico, finanziario, urbanistico, sanitario sufficientemente sviluppati, gli strumenti più potenti della tecnologia fisico-matematica non potrebbero funzionare un solo istante…La scienza e la tecnologia scientifica si integrano dunque a quell’insieme di sistemi che rendono possibile il funzionamento degli strumenti portati alla luce dal sistema scientifico-tecnologico” (pag. 39-40).
A pag. 46, Severino descrive la superiorità del fondamentalismo scientifico su quello religioso(o comunque ideologico) in questi termini: “Ma non vi è alcun sintomo che l’amore cristiano (o qualsiasi altra forma di volontà di potenza) si accinga a sostituire la ragione scientifica nella guida del mondo. Sta piuttosto accadendo il contrario: nel sistema capitalistico e in quello socialista l’organizzazione ideologica dell’esistenza lascia sempre di più il passo alla sua organizzazione scientifico-tecnologica…Questa è la fondamentale tendenza in atto oggi sulla terra”.
Tra le reazioni, citiamo quella di Umberto Eco, pubblicata nel quotidiano La Repubblica del 10 e 11 luglio 2007; la prima parte è intitolata Assoluto una storia infinita,, mentre la seconda porta il titolo Ratzinger e le verità relative. Si tratta di un intervento alquanto sostanzioso e impegnativo, che nonostante alcune cadute di tono ha il merito di focalizzare egregiamente alcuni nodi problematici, per cui meriterebbe una riflessione a parte. Ci limitiamo ad osservare che l’elaborazione di U. Eco manca dei necessari riferimenti alla metafisica della non-dualità (e alla concezione “ospitale” del divino di cui essa è portatrice). Si tratta di riferimenti indispensabili per assicurare sviluppi più elevati ad una riflessione incentrata sui temi anche oggi fondamentali della verità, del pluralismo e del relativismo.
La Dichiarazione Dominus Jesus risale al 2000, e subito dopo la sua approvazione è stata utilizzata da Ratzinger per meglio contrastare le correnti teologiche favorevoli a un dialogo interreligioso e interculturale effettivo, capace di superare le pretese esclusiviste della gerarchia romana. La “Notificazione” che ha colpito il gesuita Jacques Dupuis nel 2001 offre al riguardo una lampante esemplificazione. Ratzinger se la prende con un ottimo testo di padre Dupuis, intitolato Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso (Ed. Queriniana, per i lettori italiani). Si tratta di un trattato teologico notevole, che ha il grande merito di focalizzare il tema del pluralismo in chiave cristiana, cercando risposte non banali adatte al nostro tempo e all'attuale contesto multireligioso. Ma sono proprio gli aspetti più profondi e più interessanti di questo trattato ad essere messi all’indice. Il tenore dei rimproveri a Dupuis rivela molto bene quanto sia unilaterale e ristretto il punto di vista della Chiesa romana:
“Deve essere fermamente creduto che Gesù Cristo…è l’unico e universale mediatore della salvezza di tutta l’umanità”.
“E’ quindi contrario alla fede cattolica ritenere che l’azione salvifica dello Spirito Santo si possa estendere oltre l’unica economia salvifica universale del Verbo incarnato”.
“E’ contrario alla fede cattolica considerare le varie religioni del mondo come vie complementari alla Chiesa in ordine alla salvezza….anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori che riguardano le verità fondamentali su Dio, l’uomo e il mondo”.
La Notificazione è firmata da Ratzinger e Tarcisio Bertone, all’epoca rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede. Inoltre porta l’approvazione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.
La Congregazione per la Dottrina della fede ha preso di mira i teologi sostenitori delle aperture pluralistiche, e nello stesso tempo portatori di una sensibilità non retorica, non di facciata, verso i temi della giustizia sociale, specie nei paesi poveri. Le Notificazioni ufficiali della Congregazione hanno colpito, oltre al sopra citato Dupuis, illustri teologi quali: Jon Sobrino (nel 2007), Roger Haight (2004), Tissa Balasurya (1997), Leonardo Boff (1985), Hans Küng (1980)…..In varie altre occasioni, la Congregazione è intervenuta in modo indiretto, cioè attraverso le conferenze nazionali dei vescovi, o attraverso gli ordini religiosi di appartenenza, esercitando le dovute pressioni in nome della difesa della dogmatica romana.
In Europa, un teologo “moderato” come il domenicano Claude Geffré, molto rispettoso nei confronti di Roma, ha messo a fuoco l’importanza ineludibile del pluralismo e quindi la necessità di una maggiore apertura ad esso in questi termini: “Le nostre società postmoderne si pongono sotto il segno del pluralismo, di culture e filosofie…E suggerisco appunto, per descrivere il fenomeno, l’icona di Babele: che, come confusione delle lingue, rappresenta una maledizione, ma in quanto riconoscimento della necessaria pluralità delle lingue, così come delle culture e delle religioni, è sicuramente una benedizione corrispondente a un misterioso e sapiente disegno di Dio”. Poco oltre aggiunge questo significativo commento: “…ci troviamo alla fine di una determinata figura storica del cristianesimo, e agli inizi di una forma nuova: più democratica, più plurale al proprio interno, più aperta alle altre religioni” (I cristiani e la sfida di Babele. Intervista a C.Geffré a cura di Brunetto Salvarani, in Jesus n. 2, febbraio 2007).
Leonardo Boff, in uno stimolante articolo nel quale si sforza di valorizzare il cristianesimo quale sistema aperto e non chiuso, lontano dalle derive autoritarie, a un certo punto si esprime così: “Il cristianesimo deve essere una cosa buona per la creazione e per la famiglia umana e non un problema, o addirittura un incubo” (Il Cristo cosmico e Gesù di Nazaret,, in Concilium n. 1 / 2007, pag. 76).
Questo numero di Concilium (rivista internazionale di teologia) è interamente dedicato al tema “Teologia e pluralismo religioso”, e contiene ottimi interventi di vari collaboratori, tra cui (oltre a Boff) Luiz Carlos Susin (segretario del Forum mondiale di teologia e liberazione), Tissa Balasurya (già coordinatore asiatico dell’ASETT), Faustino Teixeira (professore di teologia in Brasile), José Maria Vigil (missionario e professore di teologia in Nicaragua), Marcelo Barros (monaco benedettino), Paul F. Knitter (professore di teologia, ha assunto la cattedra intitolata a Paul Tillich)…
Le citazioni sono tratte da Teologia del pluralismo religioso: il paradigma emergente, di Luiz Carlos Susin (in Concilium n. 1 / 2007, pag. 13 -15). L’intervento di Susin funge anche da editoriale: in esso si rende esplicito omaggio (vedi pag. 19) a Jacques Dupuis, maestro di dialogo e di pluralismo, “morto sotto il sospetto di quelli che conoscono gli altri soltanto a partire da dentro i propri studi”.
Galileo Galilei
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