Eventi storici parte 2

 

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LA CRISI DEL XIV SECOLO (sintesi ed integrazione)

Il 1300 fu un secolo di crisi complessiva della società europea: crisi demografica, economico-sociale, politica e religiosa.
Per questo motivo il XIV secolo è stato considerato dagli storici come il secolo della transizione, cioè del passaggio dal Medioevo all’Età moderna.
In questo secolo in sostanza le strutture politiche, economiche, sociali e culturali del Medioevo cominciarono a crollare, preparando l’avvento della società moderna.
Schematizzando si possono così riassumere gli aspetti salienti della crisi del 1300:
A) crisi demografica;
B) crisi economica;
C) crisi politico-istituzionale e sociale.

A) CRISI DEMOGRAFICA (1315-1450)
Dopo la grande crescita demografica fatta registrare tra il Mille e il XIII secolo (la popolazione europea alla fine del ‘200 si aggirava intorno ai 70-80 milioni di abitanti), con il 1300 la tendenza si invertì e si ebbe un vero e proprio crollo demografico: il declino iniziò più o meno intorno al 1315-17, in concomitanza della prima e più grave carestia di questo secolo difficile, e durò fino alla metà del secolo successivo.
Secondo gli storici le cause più importanti del fenomeno furono essenzialmente tre:
1) incidenza delle numerose carestie che si ebbero nella prima metà del secolo;
2) incidenza di numerose epidemie e soprattutto della peste del 1347-51: la peste fu naturalmente la causa più grave della elevata mortalità;
3) incidenza delle devastanti guerre e delle rivolte sociali che attraversarono il secolo, soprattutto la Guerra dei 100 anni.

CARESTIE
Prima ancora che si manifestasse l’epidemia di peste, già la prima metà del ‘300 fece registrare alcune gravi carestie che misero a dura prova le popolazioni europee. Anche a causa di un peggioramento climatico, di cui parleremo a proposito dell’economia, si verificò una crisi agricola che produsse una situazione di perdurante penuria di alimenti, che a sua volta contribuì a peggiorare le condizioni di salute di una popolazione che già tradizionalmente era sottoalimentata (rispetto ai parametri di oggi).

PESTE
Giunta dall’Oriente, seguendo l’itinerario dei mercanti, la cosiddetta peste nera del 1347-1351 si abbatté sull’Europa, provocando una vera e propria catastrofe, cioè sterminando circa un terzo della popolazione. Infatti, dopo la fase più acuta della pandemia (= epidemia diffusa dappertutto) di peste, gli europei scesero da 70-80 a circa 50 milioni.
La peste inoltre si installò stabilmente a livello endemico (= il bacillo mise radici nel territorio ed era quindi sempre presente, anche nei periodi in cui la malattia non si manifestava in forma eclatante) nel continente.
Infatti nuove pestilenze si diffusero con frequenza impressionante in questa o quella regione nei decenni e nei secoli successivi (fino al ‘700), pur senza assumere mai più le dimensioni continentali della prima grande ondata.
D’altra parte l’azione virulenta della peste non fece altro che moltiplicare enormemente una mortalità media già elevata, provocata anche da altre malattie infettive (come il tifo, il vaiolo, la dissenteria ecc.) che erano endemiche da secoli.

GUERRE
Le guerre a loro volta contribuirono all’aumento della mortalità in due modi: direttamente con il numero dei caduti nelle operazioni militari (ad esempio nel ‘300 iniziò anche la Guerra dei 100 anni); indirettamente, in misura molto maggiore, con le devastazioni che esse provocarono e con la propagazione di malattie portate dai soldati.
Gli eserciti di transito infatti erano soliti saccheggiare e devastare i territori, determinando così ulteriori cause di mortalità.
Occorre precisare che queste tre cause non provocarono soltanto il calo della popolazione europea del XIV secolo, ma furono sempre alla base di tutte le crisi demografiche dei secoli che precedettero l’avvento dell’età industriale (XVIII; XIX e XX secolo).
Inoltre tali fattori non possono essere considerati separatamente in quanto interagirono tra loro determinando un vero e proprio circolo vizioso, in cui è difficile stabilire quale sia la causa e quale invece l’effetto.
Infatti le carestie potevano essere sia causa sia effetto delle pestilenze, dal momento che una popolazione debilitata e denutrita era sicuramente più esposta alla diffusione dei contagi, ma a loro volta le pestilenze, con la loro elevata mortalità, contribuivano a mettere in crisi la produzione agricola (alcuni storici hanno considerato la peste causa delle carestie stesse, in quanto determinò una vera e propria decimazione della popolazione contadina).
Inoltre le guerre provocavano carestie e pestilenze, ma l’insufficienza dei beni alimentari e la crisi economica generavano da parte loro ulteriori motivi di conflitti e guerre.

B) CRISI ECONOMICA
Il 1300 fu un secolo in cui si verificò, in conseguenza degli eventi appena descritti, anche una grave “crisi economica”, che investì i diversi settori dell’economia europea, che nei precedenti tre secoli aveva conosciuto invece un periodo di grande espansione (= crescita).
In primo luogo questa crisi si manifestò, come abbiamo avuto modo di accennare a proposito della peste, nel campo agricolo.
La crisi agricola del ‘300 fu sicuramente connessa alla diffusione della peste e delle altre malattie, ma ebbe anche cause di carattere più generale:
1) peggioramento del clima, che nei primi decenni del ‘300 divenne più freddo e più umido, e danneggiò così i raccolti, riducendo la produzione agricola.
2) Sovraffollamento e calo del rendimento medio dei terreni: nei tre secoli precedenti la popolazione era cresciuta ininterrottamente ma non si erano verificati contemporaneamente significativi progressi sul piano delle tecniche agricole e quindi della produttività dei terreni. Anzi, l’eccedenza relativa della popolazione aveva costretto a mettere a coltura anche i terreni marginali meno fertili, per rispondere alla maggiore domanda alimentare, ma ciò aveva determinato un abbassamento del rendimento medio delle superfici coltivate: in questo modo si era accentuata la differenza tra popolazione e risorse agricole disponibili. Con il crollo demografico si verificò lo spopolamento e l’abbandono dei campi, soprattutto di quelli a minor resa, ma ciò contribuì ad aumentare la penuria dei beni alimentari.
3) Peggioramento della condizione ecologica complessiva in quanto, dissodando terreni e tagliando boschi, non erano state compiute nel contempo opere di sistemazione idrogeologica a protezione dei campi che, una volta abbandonati o sotto-utilizzati, cominciarono ad allagarsi, a franare ecc. Anche questo aspetto contribuì ad aggravare la crisi dell’agricoltura europea.

Tuttavia, per un tragico paradosso, il grande crollo demografico creò, nel giro di qualche decennio, un certo aumento del benessere per i sopravvissuti: questo relativo vantaggio economico cominciò già a delinearsi sul finire del XIV secolo e continuò per tutto il secolo successivo.
Ad esempio i lavoratori salariati, essendo diventati “merce rara” a causa della scarsità della popolazione, riuscirono in genere ad ottenere salari più elevati, mentre i contadini poterono abbandonare i terreni meno fertili e coltivare solo quelli con rendimento più elevato.
D’altro canto tutte le famiglie, essendo ridotte di numero, ebbero mediamente a disposizione più proprietà, si moltiplicarono inoltre le possibilità d’impiego e le coppie poterono sposarsi prima e procreare di più.
Questa condizione relativamente positiva fu alla base della notevole espansione economica e demografica che si verificò soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘400 in poi.
Ritornando al ‘300, occorre precisare che non si ebbe solo la crisi agricola ma anche una crisi complessiva di tutta l’economia, dal momento che i diversi settori del sistema erano collegati ed interdipendenti.
La crisi agricola infatti influenzò negativamente il commercio e le attività artigianali e manifatturiere in genere: i contadini, infatti, tradizionali acquirenti dei prodotti artigianali, si erano sensibilmente ridotti di numero ed avevano subito inoltre un abbassamento medio dei loro redditi. Ciò comportò la crisi della produzione e del commercio: d’altra parte diminuirono non solo i beni di largo consumo ma anche i prodotti di lusso, poiché i redditi dei proprietari terrieri erano diminuiti anch’essi.
La crisi del commercio ebbe quindi come effetto una forte contrazione del settore artigianale e manifatturiero.
A tutto questo si aggiunsero anche alcuni clamorosi fallimenti bancari, che si verificarono soprattutto a Firenze e a Siena, dove l’attività bancaria aveva conosciuto uno sviluppo eccezionale: tra il 1342 e il 1345, alcune famiglie storiche legate all’attività bancaria e finanziaria (come quelle dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli), avendo concesso enormi prestiti a sovrani, pontefici e principi (come il re inglese e quello di Napoli) e a grandi aziende mercantili e manifatturiere, non riuscirono a recuperare più le somme prestate, quindi fallirono, trascinando nel fallimento manifatture, commerci ed attività artigianali.
D’altra parte la totale mancanza di regole e di una qualsiasi autorità economica internazionale consentiva ai principi e ai monarchi di giocare continuamente con la svalutazione o la rivalutazione delle monete, a seconda delle convenienze e delle circostanze.
Ad esempio quando i sovrani avevano troppi debiti con creditori esteri spesso ricorrevano alla svalutazione della moneta, in modo tale che il valore reale della somma da restituire diminuiva: ma così facendo essi scaricavano il peso del debito sui loro sudditi, i quali erano costretti a consegnare i loro soldi ricevendo in cambio monete nuove aventi un valore inferiore.
I grandi fallimenti degli anni ’40 determinarono un cambiamento nella politica economica e finanziaria delle grandi famiglie imprenditoriali: esse cercarono infatti di ridurre le dimensioni delle loro imprese e soprattutto di differenziare al massimo i loro investimenti, che non furono più concentrati in un’unica attività ma furono invece dirottati in settori diversi ed autonomi della produzione, della commercializzazione e della distribuzione dei prodotti, in modo tale che un’eventuale crisi in un determinato settore non provocasse la bancarotta degli altri.
Sarà questa ad esempio la strategia seguita da una grande famiglia imprenditoriale fiorentina, quella dei Medici, che riuscì ad imporsi e ad espandersi anche grazie al fallimento delle famiglie concorrenti.

C) CRISI POLITICO-ISTITUZIONALE-SOCIALE
Il ‘300 vide la crisi definitiva ed irreversibile dell’antica funzione universale, cioè sovranazionale, delle due istituzioni simbolo del Medioevo, la Chiesa e l’Impero (cfr contenuti importanti  da riprendere: guelfi-ghibellini // Enrico VII di Lussemburgo e Dante // Ludovico il Bavaro, Ficino e Ockham // Carlo IV di Boemia e la Bolla d’oro)
La Chiesa cattolica in particolare entrò, fin dal tempo del conflitto tra Bonifacio VIII e Filippo IV, in una specie di tunnel senza via d’uscita, passando prima attraverso il periodo avignonese (sottomissione della Chiesa al sovrano francese), e poi attraverso lo Scisma d’occidente che, iniziato nel 1378, si prolungò fino alla metà del 1400.
In questi circa 150 anni, il prestigio ed il potere della Chiesa medioevale decaddero notevolmente: l’influenza del papato sulle questioni europee divenne sempre più limitata e, alla fine di questo lungo periodo di crisi, lo Stato pontificio si trasformò in una entità politica e religiosa prevalentemente “italiana”, nel senso che ormai riusciva a condizionare soltanto le vicende della penisola.
Anche l’Impero germanico, erede del Sacro Romano Impero, perse del tutto quella funzione politica sovranazionale a cui aveva aspirato e che in qualche modo aveva esercitato nei secoli precedenti: l’imperatore non era in grado di condizionare più nessuno, nemmeno nella stessa area tedesca, dove regnava un frazionamento politico estremo.
Infatti l’Impero era frantumato in alcune centinaia di realtà statali di vario tipo, quasi del tutto indipendenti, su cui cioè la sovranità dell’imperatore era più nominale che reale.
In questo contesto di crisi dell’autorità imperiale si affermò soprattutto la dinastia degli Asburgo, che divenne la casata egemone: non potendo esercitare un potere centralizzato su tutta la Germania, gli Asburgo si preoccuparono soprattutto di organizzare e rafforzare i domini diretti della loro famiglia, che erano concentrati in Austria e nelle regioni confinanti.
Essi inoltre, per ampliare i loro territori, ricorsero spesso ad un’accorta ed oculata politica matrimoniale, nel senso che, attraverso matrimoni con principi e sovrani, riuscirono ad acquisire nuovi regni, estendendo così la sfera d’influenza della dinastia.
Gli ultimi due imperatori che cercarono velleitariamente di condizionare le vicende politiche italiane furono Enrico VII di Lussemburgo e Ludovico di Baviera (il Bavaro), che entrò in conflitto con il papa avignonese: i loro tentativi tuttavia si rivelarono fallimentari.

LE RIVOLTE SOCIALI DEL XIV SECOLO
La crisi agricola ed economica del 1300, unitamente alle conseguenze sociali negative della Guerra dei 100 anni, provocò una serie di gravi e ripetute sommosse popolari, sia nelle campagne che nelle città; la fame e la disperazione delle masse sfociarono quindi in violente rivolte, che presero di mira gli esponenti del potere politico e religioso del tempo, che nulla avevano fatto per alleviare i gravi disagi delle masse, anzi si erano preoccupati soprattutto di tutelare i propri privilegi.
Nel corso del secolo si ebbero almeno due grandi ondate di rivolte: la prima si verificò nel 1358 ed interessò soprattutto la Francia, devastata dalla Guerra dei 100 anni: qui i moti contadini si saldarono con la rivolta del popolo e della borghesia parigina contro il re e la nobiltà, ritenuti responsabili della disfatta militare nella prima fase della guerra.
Le rivolte rurali francesi presero e mantennero nel tempo il nome caratteristico di jacquerie: anche nei secoli successivi il fenomeno della jacquerie continuò e si manifestò a più riprese in quanto espressione di un costante disagio contadino.
La seconda ondata si ebbe all’inizio degli anni ’80 e coinvolse anche l’Inghilterra: qui la rivolta si combinò con motivazioni religiose ed evangeliche (i Lollardi di J. Wycliff).
In Italia l’episodio più significativo fu il famoso tumulto dei ciompi (i lavoratori della lana) del 1378 a Firenze, che si concluse con una violenta repressione.

IL FALLIMENTO DEI MOTI SOCIALI
Queste rivolte popolari fallirono completamente e dappertutto per una serie di ragioni:
1) in primo luogo mancò ai ribelli una chiara e consapevole strategia politico-militare, nel senso che le loro azioni distruttive e violente furono soprattutto delle esplosioni spontanee, disorganizzate e disordinate: non vi furono veri capi politici e militari capaci di elaborare un progetto organico e di finalizzare le rivolte verso uno scopo preciso;
2) i motivi religiosi spesso si mescolarono confusamente con richieste di tipo economico e sociale e tra istanze evangeliche da un lato ed esigenze sociali dall’altro non si raggiunse mai una sintesi politica coerente.
Anche per tali motivi le rivolte furono represse abbastanza facilmente da parte del potere.

 

 

 

fonte: urbanicorsob.files.wordpress.com

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Il 3(16) Aprile, Lenin rientra in Russia dall'esilio in Svizzera. Compresa la situazione estremamente turbolenta e potenzialmente rivoluzionaria si affretta a comunicare ai Bolscevichi un programma immediato che permetta di porsi come Avanguardia del proletariato per prendere il potere e attuare la transizione al socialismo secondo le tesi già espresse nel suo scritto Stato e Rivoluzione che verrà pubblicato successivamente. In sintesi le tesi di aprile possono essere riassunte in due principali formule che rispecchiano il programma già propagandato tra le masse dei Bolscevichi: pace immediata e tutto il potere ai soviet
Il testo delle Tesi di Aprile [modifica]

  1. Nel nostro atteggiamento verso la guerra, la quale - sotto il nuovo governo di Lvov e consorti, e grazie al carattere capitalistico di questo governo - rimane incondizionatamente, da parte della Russia, una guerra imperialistica di brigantaggio , non è ammissibile nessuna benché minima concessione al "difensivismo" rivoluzionario. A una guerra rivoluzionaria che realmente giustifichi il "difensivismo" rivoluzionario, il proletariato cosciente può dare il suo consenso soltanto alle seguenti condizioni: a) passaggio del potere nelle mani del potere del proletariato e degli strati più poveri della popolazione contadina che si mettono dalla sua parte; b) rinuncia effettiva, e non a parole a qualsiasi annessione; c) rottura completa, effettiva, con tutti gli interessi del capitale.Data l'innegabile buona fede di vasti strati delle masse, che sono per il difensivismo rivoluzionario e accettano la guerra come una necessità e non per spirito di conquista, dato che essi sono ingannati dalla borghesia, bisogna innanzi tutto mettere in luce i loro errori minutamente, ostinatamente, pazientemente, mostrando il legame indissolubile fra il capitale e la guerra imperialista, dimostrando che non è possibile metter fine alla guerra con una pace puramente democratica, e non imposta colla forza, senza abbattere il capitale. Organizzazione della più vasta propaganda di questi concetti nell'esercito combattente. Fraternizzazione.
  2. La peculiarità dell'attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima tappa della rivoluzione, che, a causa dell'insufficiente coscienza ed organizzazione del proletariato, ha dato il alla borghesia, alla seconda tappa, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini. Da una parte,questo passaggio è caratterizzato dal massimo di legalità (fra tutti i paesi belligeranti, la Russia è, oggi, il paese più libero del mondo) e, dall'altra parte, dall'assenza di violenza contro le masse e, infine, dall'atteggiamento inconsapevolmente fiducioso delle masse verso il governo dei capitalisti, dei peggiori nemici della pace e del socialismo. Questa peculiarità ci impone di saperci adattare alle condizioni particolari del lavoro del partito fra le immense masse proletarie appena destate alla vita politica.
  3. Non appoggiare in alcun modo il governo provvisorio; dimostrare la completa falsità di tutte le sue promesse, soprattutto di quelle concernenti la rinuncia alle annessioni. smascherate questo governo invece di "esigere" (ciò che è inammissibile e semina illusioni) che esso, governo di capitalisti,cessi di essere imperialista.
  4. riconoscimento del fatto che il nostro partito è una minoranza e ,finora, una piccola minoranza, nella maggior parte dei Soviet dei deiputati operai, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunisti piccolo-borghesi, sottomessi all'influenza della borghesia e veicoli dell'influenza borghese sul proletariato: dai sindacati populisti e dai socialisti-rivoluzionari al Comitato d'organizzazione(Ckheidze, Tsereteli etc.) a Steklov etc. Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati operai sono la sola forma possibile di governo rivoluzionario e che per conseguenza il nostro compito, finché questo governo sarà sottomesso all'influenza della borghesia, può consistere soltanto nella spiegazione paziente sistematica, perseverante - particolarmente adatta ai bisogni delle masse - degli errori della loro tattica. Finché saremo in minoranza, faremo un lavoro di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai, affinché le masse, sulla base dell'esperienza, possano liberarsi dei loro errori.
  5. Niente repubblica parlamente (...) ma repubblica dei Soviet dei deputati operai, dei braccianti e dei contadini, in tutto il paese, dal basso in alto. Soppressione della polizia, dell'esercito e del corpo dei funzionari. Salario ai funzionari - tutti eleggibili e revocabili in qualsiasi momento - non superiore al salario medio di un buon operaio.
  6. Nel programma agrario trasferire il centro di gravità nel Soviet dei deputati dei salariati agricoli. Confiscare tutte le terre dei grandi proprietari fondiari. Nazionalizzare tutte le terre del paese e metterle a disposizione dei soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini poveri. Fare di ogni grande tenuta [ da 100 a 300 desiatine] un'azienda modello coltivata per conto delle comunità e sottoposta al controllo dei soviet dei deputati dei salariati agricoli.
  7. Fusione immediata di tutte le banche del paese in una unica banca nazionale, posta sotto il controllo dei soviet dei deputati operai.
  8. Come nostro compito immediato, non "l' instaurazione" del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei soviet dei deputati operai
  9. Compiti del partito: - Congresso immediato del partito; - modificare il programma del partito e principalmente: a) sull'imperialismo e sulla guerra imperialistica; b) sull'atteggiamento verso lo Stato e sulla nostra rivendicazione dello "Stato-Comune"; c) cambiare il nome del partito e adottare l'espressione " Partito Comunista" al posto della vecchia dicitura "Partito socialdemocratico russo, corrente bolscevica"
  10. Rinascita dell'Internazionale. Prendere l'iniziativa della creazione di un'Internazionale rivoluzionaria contro i socialscioviniscti e contro il "centro".

 

 

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Dante Alighieri: de Monarchia
Il Trattato de Monarchia (pronuncia Monàrchia) è un'opera in latino. Con questo testo il poeta volle intervenire in uno dei temi più “caldi” della sua epoca: il rapporto tra l’autorità laica (rappresentata dall’imperatore) e l’autorità religiosa (rappresentata dal Papa). Ormai è noto quale fosse il punto di vista di Dante su questo problema, poiché durante la sua attività politica egli aveva lottato per difendere l’autonomia del Comune fiorentino dalle pretese temporali di papa Bonifacio VIII. Secondo la cronologia più accreditata, il de Monarchia fu composto negli anni 1312-13, cioè al tempo della discesa di Arrigo VII di Lussemburgo in Italia; secondo altri, bisognerebbe anticipare almeno al 1308 la data di composizione; altri ancora, infine, posticipano la composizione del trattato al 1318, pochi anni prima della morte dell’autore (1321).
L’opera si articola in tre libri, ma il più importante è sicuramente il terzo, quello in cui Dante affronta più espressamente il tema dei rapporti tra il Papa e l'imperatore. Dante, anzitutto, condanna la concezione teocratica del potere elaborata dalla Chiesa romana e solennemente ribadita attraverso la bolla Unam sanctam del 1302. La concezione teocratica assegnava la pienezza dei poteri al Papa, la cui autorità era superiore anche a quella dell'imperatore: questo significava che il Papa era legittimato ad intervenire anche negli affari che di norma competevano all’autorità laica. A questa concezione teocratica Dante oppone l’idea che l’uomo persegue essenzialmente due fini: la felicità della vita terrena e quella della vita eterna. Mentre al Papa spetta la conduzione degli uomini alla vita eterna (in cui Dante riconosce comunque il fine più alto), all’imperatore spetta, invece, il compito di guidarli alla felicità terrena. Ne deriva perciò l'autonomia della sfera temporale, di competenza dell'imperatore, rispetto alla sfera spirituale, di competenza del Papa. L’autorità del pontefice non deve influenzare quella dell'imperatore nello svolgimento suoi compiti.
Ragionamento: Dante vuole dimostrare che l’autorità dell’Impero dipende immediatamente da Dio. Infatti se non dipende dal vicario di Dio, cioè il Pontefice, allora dipenderà direttamente da colui da cui dipendeva l’autorità del Pontefice, cioè Dio stesso. Per intendere questo bisogna pensare che l’uomo è l’unico tra gli esseri ad occupare una posizione intermedia tra corruttibilità e incorruttibilità. Se si considera l’uomo soltanto per le due parti che lo compongono, cioè l’anima e il corpo, egli è corruttibile, mentre solo per l’anima egli è incorruttibile. L’uomo allora ha la funzione di unire la corruttibilità con la incorruttibilità.

Il popolo come legislatore sovrano
(da Il difensore della pace di Marsilio da Padova, 1324)

Le concezioni del potere su cui papi e imperatori medievali fondano la loro supremazia sono sottoposte a una radicale messa in discussione in un’opera del magister e rettore dell’università parigina Marsilio da Padova 1280-1343), pubblicata nel 1324 col titolo Il difensore della pace.
Al principio dell’origine divina del potere, da cui discende la responsabilità del sovrano di fronte a Dio, Marsilio contrappone il principio dell’origine popolare del potere, a cui deriva la responsabilità dei governante di fronte alla collettività che ha conferito loro il potere. Al centro della sua riflessione Marsilio pone la distinzione tra legge civile e norma religiosa: mentre la prima mira a garantire condizioni di pace e benessere per la comunità dei cittadini, la seconda propone ai fedeli i comportamenti necessari per raggiungere la salvezza. In ragione dei diversi fini, il potere dello Stato è coercitivo (le leggi civili si impongono ai cittadini con la previsione di una pena per i trasgressori), mentre quello della Chiesa è pastorale (e si affida alla libera volontà dei fedeli). Allo Stato, inteso dai canonisti come comunità di fedeli composta di ecclesiastici dotati di supremazia e di laici in posizione subalterna, Marsilio oppone lo Stato come comunità di cittadini, ecclesiastici e laici posti su di un piano di assoluta parità.
Marsilio non intende con ciò disconoscere l’importanza della Chiesa, ma segnalare come l’attività di questa si svolga in direzione della salvezza e non debba pertanto interferire con quella dello Stato; è quest’ultimo semmai che per garantire la pace e la tranquillità dei cittadini potrà regolamentare materie, come la repressione delle eresie, che riguardano la Chiesa ma anche la comunità civile.
Chi o che cosa dà, però, alla legge la forza coercitiva di cui abbisogna per garantire i pace civile? La tradizione aveva risolto la questione richiamando la volontà divina che ispira il monarca nella sua opera di legislatore e di governante. Marsilio nega che la forza della legge possa scendere dall’alto, trovare la sua legittimazione in investiture divine o unzioni religiose: solo il popolo, cioè la comunità, ha titolo per regolare la propria vita e convivenza, elaborando le leggi fondamentali e affidando l’amministrazione del potere a uno o più soggetti (il re, come accade nelle monarchie che stanno affermandosi in Francia, Inghilterra o Spagna, oppure un’assemblea di consoli, come avviene nei comuni italiani); questi eserciteranno le proprie funzioni nell’ambito dei poteri che sono loro conferiti dalle leggi costitutive e dalla volontà della comunità: se eccedono e violano tali miti decadono dal loro ufficio.
Così come la comunità dei cittadini detiene pieni poteri civili (al di sopra dì essa n vi è alcun soggetto o organismo), allo stesso modo il popolo cristiano (comprensivo di laici ed ecclesiastici) detiene la sovranità nell’ambito della vita religiosa: tale sovranità esercita mediante il concilio ecumenico che elegge il pontefice, ne fissa i poteri; designa soggetti cui sono affidati gli uffici ecclesiastici.
Nell’ambito della vita politica come in quello della Chiesa, Marsilio viene così imponendo una nuova visione ascensionale del potere che impegna coloro che ricevono il governo a rispondere del loro operato di fronte alla collettività: il principio secondo cui «che riguarda tutti deve essere approvato da tutti» esige che sia il popolo a essere legislatore sovrano e che la pienezza di poteri, sino ad allora prerogativa dei sovrani (papi, re, imperatori), sia riconosciuta alla comunità civile.
Nella lunga e argomentata riflessione politica che svolge ne Il difensore della pace,Marsilio si sofferma su molte importanti questioni: l’origine della comunità civile, i regimi politici; la legge (le sue fonti, i suoi fini), il governo civile e quello sacerdotale, l’origine della Chiesa, il concilio e il pontefice. Tra esse assumono particolare significato, sul piano storico, le posizioni espresse sull’origine popolare della legge e della sovranità, quella sull’indipendenza del potere laico (coercitivo) da quello sacer­dotale (pastorale), sulla sovranità del concilio; di ciascuna di esse riportiamo un pas­saggio significativo del testo di Marsilio.

 

Diciamo dunque, per cominciare, che può spettare a ogni cittadino di scoprire la legge intesa quasi materialmente, nel suo terzo senso , come la scienza di ciò che è giusto e civilmente vantaggioso, benché tale indagine possa esser svolta e compiu­ta più appropriatamente, e nel modo migliore, da quelli che, per essere più anziani e sperimentati negli affari pratici, sono appunto detti “uomini prudenti”, che non da uomini dediti alle arti meccaniche, i quali debbono dedicare tutti i loro sforzi per procurarsi il necessario per vivere. Però, siccome la vera conoscenza o scoperta di ciò che è giusto e civilmente vantaggioso e dei suoi opposti non è ancora la legge, in­tesa in quel primo significato del termine per cui diviene la misura degli atti umani civili, finché non venga emesso un precetto coattivo che ne obblighi l’osservanza, o la legge non venga emanata per mezzo di un tale comando da chi possa e debba con la sua autorità punire i suoi trasgressori, dobbiamo dire ora subito a chi spetti l’au­torità di emanare un tale comando e di punire i suoi trasgressori. Ma ciò vuol dire indagare chi sia il legislatore o autore della legge.
Diciamo dunque, d’accordo con la verità e l’opinione di Aristotele, nella Politica, libro III, capitolo VI, che il legislatore, o la causa prima ed efficiente della legge, è il po­polo e l’intero corpo dei cittadini o la sua “parte prevalente” (pars valentior) , median­te la sua elezione o volontà, espressa con le parole nell’assemblea generale dei cittadini, che comanda che qualcosa sia fatto o non fatto nei riguardi degli atti civili umani, sot­to la minaccia di una pena o punizione temporale. Con il termine “parte prevalente”, intendo prendere in considerazione non solo la quantità ma anche la qualità delle per­sone in quella comunità per la quale viene istituita la legge; e il suddetto corpo dei cit­tadini o la sua parte prevalente è appunto il legislatore, sia che faccia la legge da se stes­so o invece ne attribuisca la funzione a qualche persona o persone le quali però non so­no né possono essere il legislatore in senso assoluto, ma lo sono invece solo in senso re­lativo e per un periodo di tempo particolare e secondo l’autorità del primo legislatore. E dico poi, in conseguenza di questo, che le leggi e qualsiasi altra cosa stabilita per mez­zo di elezione debbono ricevere la loro necessaria approvazione da parte della stessa autorità prima e non di qualche altra , checché ne sia di cene cerimonie o solennità che sono necessarie per l”’essere” (esse) delle cose elette, ma soltanto per il loro “esser bene” (bene esse), poiché l’elezione non sarebbe certo meno valida anche se non venis­sero compiute queste cerimonie. Inoltre, alle leggi e alle altre cose stabilite per mezzo elezioni debbono essere apportate aggiunte, sottrazioni, mutamenti totali, interpre­tazioni e sospensioni, solo da parte di questa stessa autorità, e solo in quanto le esigenze di tempo e di luogo o le altre circostanze rendano opportuna qualcuna di queste azio­ni il vantaggio comune. E le leggi debbono essere promulgate e proclamate dopo la istituzione, sempre da parte di questa autorità, in modo che nessun cittadino o straniero ­che manchi di osservarle possa esser scusato per la sua ignoranza.

 

Chiamo “cittadino”, secondo quanto dice Aristotele nella Politica, libro III, ca­pitoli 1,111 e VII, colui che partecipa secondo il suo proprio rango alla comunità ci­vile, al governo o alla funzione deliberativa o giudiziaria. Ma questa definizione esclude appunto dal novero dei cittadini i fanciulli, gli schiavi, gli stranieri e le don­ne , sebbene questa esclusione avvenga secondo un modo diverso. Difatti i figli dei cittadini sono anch’essi cittadini in prossima potenza, perché manca loro soltanto il requisito dell’età. [...]
Cristo non volle soltanto tenersi lontano dal potere secolare o dalla potestà giudizia­le coattiva, ma volle negarlo anche agli Apostoli sia nei loro rapporti reciproci che nei confronti degli altri. Nel capitolo xx di Matteo e nel XXII di Luca, si trova infatti que­sto passo: «E allora nacque contesa tra loro per stabilire chi fosse il maggiore. Ed Egli», Cristo, «disse loro: “i re dei Gentili dominano su di loro, quelli che hanno potere su di essi sono detti benefattori”». (Ma in Matteo questa clausola suona cosi: «E quelli che sono più grandi esercitano il potere sovra di essi».) «Ma voi non fate così; e anzi chiun­que è il maggiore tra voi, divenga il minore, colui che è il capo, divenga come colui che serve, Ma chiunque vuol esser il più grande tra voi, sarà il vostro ministro. E colui che vuol essere il primo tra voi sarà il vostro servo; cosi come il Figlio dell’uomo non è ve­nuto qui a esser servito ma a servire», cioè, a esser servo nel Regno temporale, non si­gnore o governante, mentre era primo nel ministero spirituale e non un servo tra gli apo­stoli. E questo passo è cosi commentato da Origene: «Sapete che i principi dei gentili li signoreggiano, cioè, non contenti di reggere soltanto i loro sudditi, tentano di domi­narli con la violenza», ossia, se è necessario, con il loro potere coattivo. «Ma ciò non ac­cadrà tra voi che siete miei; poiché come tutte le cose carnali sono sottoposte a neces­sità e le spirituali alla volontà, anche il governo di coloro che sono governanti spirituali», cioè prelati, «dev’esser fondato non sul timore ma sull’amore.»
E il Crisostomo, tra le altre, scrive anche queste parole che fanno al nostro proposito «I governanti mondani esistono per dominare coloro che sono loro soggetti, per gettar in schiavitù e spogliarli dei loro beni (aggiungi, naturalmente, se hanno demeritato) e per servirsi di loro se occorre fino alla morte per la propria utilità e gloria (cioè per la gloria l’utilità del governo). Ma i governanti (cioè i prelati) della Chiesa esistono per servire i loro inferiori e per amministrare loro tutto ciò che hanno ricevuto da Cristo, e per trascurare il proprio utile e favorire quello degli altri, e per non rifiutare nemmeno di morire per la salvezza dei loro inferiori. Non è dunque né giusto né utile che la Chiesa desideri il primato mondano. Quale uomo saggio desidererebbe infatti di sottoporsi spontaneamente a una servitù e a un pericolo cosi grande, come quello di esser responsabile per tutta la Chiesa? Soltanto chi non teme il giudizio di Dio e abusa del suo primato ecclesiastico per scopi secolari, sì da mutarlo in un primato secolare».
Perché dunque mai i sacerdoti dovrebbero intromettersi nei giudizi secolari coattivi? Essi non debbono infatti dominare temporalmente ma servire, secondo l’ammaestramento e l’esempio di Cristo. Onde dice Gerolamo «Infine Egli», cioè Cristo, «propone il suo proprio esempio, perché nel caso che essi», cioè gli Apostoli, «non rispettino le sue parole, possano almeno arrossire dei loro atti» perché dominano temporalmente. E Origene, sempre commentando quel passo, «E a dare la loro anima per la redenzione di molti», scrive così: «I governanti della Chiesa debbono dunque imita Cristo che si lascia avvicinare da tutti, parla alle donne, impone le mani ai fanciulli, lava i piedi ai suoi discepoli, si che anch’essi facciano lo stesso con i loro fratelli.
Ma noi (e qui parla dei prelati del suo tempo) siamo diventati capaci di superare la super­bia dei governanti mondani, e senza comprendere o addirittura disprezzando il co­mando di Cristo, chiediamo, come dei re, armi violente e terribili».
Bisogna dunque ammonire i prelati che agire cosi significa ignorare o disprezzare il comando di Cristo; ed è appunto quello che dobbiamo fare in questo trattato, mostrando quale sia l’autorità a loro conveniente. Ma se rifiuteranno di emendarsi, allora i gover­nanti secolari dovranno costringerli e obbligarli a farlo perché non si corrompano an­che i costumi degli altri cristiani. Questo dicono i commenti a quel passo di Matteo. E Basilio, commentando Luca, scrive: «Coloro che comandano debbono offrire il loro ser­vizio carnale, secondo l’esempio di Cristo che lavò i piedi ai suoi discepoli».
Disse infatti Cristo: «I re dei gentili dominano su di loro, ma voi», cioè, gli Aposto­li, «non fate cosi». Dunque Cristo, re dei re e signore dei signori, non diede loro af­fatto il potere di esercitare i giudizi secolari che spettano ai governanti, né di esercita­re la potestà coattiva nei riguardi di qualcuno; ma anzi lo vietò loro apertamente quan­do disse: «Ma voi non fate cosi». E, conseguentemente, questo principio vale anche per i successori degli Apostoli, vescovi o sacerdoti.
Io mostro adesso che l’autorità principale per compiere tali definizioni, sia mediata che immediata, spetta al solo concilio generale dei cristiani, oppure alla sua parte preva­lente, o a coloro ai quali tale autorità sia stata concessa dalla totalità dei fedeli cristiani.
La procedura è la seguente: tutte le comunità o province notabili del mondo, secon­do la determinazione dei loro legislatori umani, siano essi uno solo o più d’uno, e se­condo la loro proporzione riguardo alla quantità e qualità delle persone, eleggono de­gli uomini fedeli — prima i preti e poi quelli che non sono preti — che siano adatti a que­sto compito perché di vita specchiata e maggiormente periti nella legge divina. Questi uomini debbono agire come giudici nel primo senso della parola, quali rappresentanti di tutta la totalità dei fedeli, e in virtù dell’autorità che questo stesso corpo ha loro con­cesso, e debbono radunarsi in un luogo, che per la decisione della loro maggioranza, sia ritenuto il più conveniente, ove definire quelle materie concernenti la legge divina che siano sembrate dubbie e che comunque sembri loro utile, conveniente e necessario, de­finire. E ivi debbono dar ordine anche a tutte le altre cose concernenti il rito ecclesias­tico e il culto divino, e che realizzeranno la quiete e la tranquillità dei fedeli.
Sarebbe infatti cosa oziosa e inutile che la moltitudine dei fedeli indotti conve­nisse in quest’assemblea; inutile perché costoro sarebbero distratti dalle attività che necessarie per il sostentamento della vita corporale, cosa che sarebbe onerosa e forse insostenibile per loro.

[Marsilo da Padova, Il difensore della pace, trad. di C. Vasoli, Utet, Torino 1960, pp. 168-172, 286-289,
6-517]

 

Guglielmo di OCKHAM  (1290?-1349)

 Di Guglielmo di Ockham sappiamo che nacque intorno al 1290 ad Ockham, nella contea inglese del Surrey. Francescano e insegnante di teologia ad Oxford, prese le mosse dal pensiero di Duns Scoto, e viene considerato l'ultimo pensatore della scolastica medievale, poiché, come vedremo, il suo pensiero filosofico ne costituisce una lettura critica che la esaurisce, aprendo ai temi della modernità. Ebbe un contenzioso con la corte di Avignone, che indagò sui “Commenti alle sentenze”, tanto che fuggi dalla città assieme a Michele di Cesena, generale dell'ordine dei francescani e sostenitore della tesi - allora considerata eretica - delle povertà di Cristo e degli Apostoli, quindi trovarono protezione presso Ludovico il Bavaro. Guglielmo si stabilì dunque a Monaco di Baviera, dove morì verso il 1349, sepolto nella locale chiesa francescana.

Il pensiero etico e politico:
In accordo con il suo ordine e con le conseguenze stesse del suo principio di economia dei concetti espresso nel rasoio , Ockham fu un difensore della povertà evangelica e francescana, da contrapporre al potere del papato e alla sua pretesa di giustificarsi per discendenza divina. In un mondo di cose e concetti individuali, distinti tra loro e dunque unici, ogni pretesa di fondare l'autorità su principi che intendano uniformare gli uomini in nome di verità universali indiscutibili è destinato a decadere. Per Ockham esiste certamente (e come dato immediato che giunge alla coscienza) la peculiarità umana della distinzione e dell'unicità di ogni essere umano, e in questo senso interpreta la libertà donata da Dio agli uomini. La povertà è dunque quel concetto che si oppone alla soffocante struttura etico-metafisica edificata dal papato, il quale pretende di governare sugli uomini a motivo del sua immediato e privilegiato “collegamento” con Dio (ma come si è visto, ogni pretesa di metafisica, per Ockham, è impraticabile).

Ecco dunque che il pensiero di Ockham venne a trovarsi in contrasto con Avignone, che sosteneva che l'autorità imperiale si originasse da Dio, e per questo attraverso l'autorità papale, la quale aveva potere sia temporale che spirituale. Ockham non può accettare questa tesi, e afferma come l'autorità imperiale non sia discesa tanto da Dio, quanto dall'Impero Romano, che poi la trasferì a Carlo Magno, e in seguito trasferito alla nazione tedesca come alle altre. Ogni pretesa di giurisdizione papale sull'impero è quindi da escludere, ed sarebbe anzi auspicabile, secondo Ockham, che l'elezione papale sia in particolari congiunture politiche affidate all'Impero e ai laici, poiché l'Impero è il legittimo custode delle cose temporali, mentre alla Chiesa dovrebbero spettare solo quelle spirituali, (agli imperi basta una Dieta per giustificare il proprio potere, le questioni della politica temporale non dovrebbero costituire motivo di interesse per la religione).

 

La crisi dell’autorità imperiale  (dalla Bolla d’oro di Carlo IV, 1356)
A partire dalla seconda metà del secolo XIII  si aggrava la crisi dell’autorità imperiale: le sco­muniche comminate dai pontefici ne hanno indebolito il prestigio presso il mondo cristiano, le concessioni fatte alle grandi casate nobiliari tedesche hanno rafforzato la sovranità dei principi ­a discapito di quella dell’imperatore; analogo indebolimento dell’autorità imperiale è prodot­to dal successo delle leghe che le città tedesche più prospere hanno stretto tra loro per di­fendere autonomie politiche e privilegi economici e, in Italia settentrionale, dalla vittoria dei comuni nello scontro militare con gli eserciti imperiali di Federico I e Federico II.
Gli imperatori eletti dopo il lungo interregno apertosi con la morte di Federico Il (Ro­dolfo d’Asburgo nel 1273, Enrico VII di Lussemburgo nel 1308, Ludovico di Baviera nel 1314, Carlo IV di Lussemburgo nel 1347) non possono o non riescono a riaffermare la loro autorità né sull’Italia né sui molti principati sorti in Germania; la vocazione uni­versalistica dell’Impero sopravvive cosi più come ideale che come realtà politica: la sotto­missione dei re alla superiore autorità dell’imperatore è sentita ormai come un atto pu­ramente formale, privo di qualsiasi contenuto politico.
Il potere dell’imperatore è del resto circoscritto alla Germania e anche all’interno di quell’area, a causa del rafforzarsi dell’autonomia dei principi (alcuni dei quali costitui­scono forti Stati territoriali come la Baviera e il Brandeburgo), la sovranità dell’impera­tore si esercita prevalentemente sui domini che fanno parte del patrimonio familiare.
A documentare questo fatale svuotamento di contenuto subito dalla sovranità imperiale è la Bolla d’oro emanata da Carlo IV nel 1356: in essa l’imperatore riconosce di fronte alla dieta delle città e dei principi il carattere elettivo della sua canta e, per porre fine alle conte­se che sorgono in occasione di ogni elezione, individua in tre autorità religiose (gli arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza) e quattro laiche (il re di Boemia, il duca di Sassonia, il mar­chese di Brandeburgo, il conte palatino del Reno) i sette grandi elettori dell’imperatore.
Ai principi elettori, oltre che il diritto di eleggere l’imperatore, vengono riconosciuti ampi poteri politici tra i quali i diritti di regalia sulle monete, sulle dogane, sulle mi­niere e sul sale e, nel caso dei principi laici, la trasmissibilità per successione dei di­ritti sui loro principati.
La Bolla d’oro sancisce, in tal modo, una serie di situazioni di fatto: il carattere solo ger­manico dell’Impero (gli elettori sono solo tedeschi), l’impossibilità di creare in Germania un forte potere centrale iprincipi vedono rafforzato il loro potere e l’imperatore non è ora che una sorta di primus inter pares, privo di reali forti poteri sull’intero territorio), la rinuncia degli imperatori a riaffermare la loro autorità in Italia (Carlo IV rinuncia, con la Bolla, a ogni pretesa sugli affari italiani), l’indipendenza dell’imperatore dal papa (non siprevede in­fatti alcun diritto di intervento del papa nell’elezione o nella conferma dell’imperatore).

 

Quando poi sarà accaduto che nella diocesi di Magonza consti la morte dell’im­peratore o re dei romani, entro un mese, da contare senza interruzione dalla notizia di tale morte, comandiamo e decretiamo che da parte dell’arcivescovo di Magonza, con sue lettere patenti, sia notificata a ciascun principe elettore tale morte e l’invito di cui si è detto [a riunirsi entro tre mesi a Francoforte sul Meno per procedere alla nuova elezione]. Che se per caso il medesimo arcivescovo sarà negligente o tardivo nella ese­cuzione e in tale invito, allora i medesimi principi di propria iniziativa, anche non con­vocati, in virtù del loro giuramento di fedeltà, per il quale sono tenuti a continuare il Sacro romano Impero, entro i tre mesi dopo di ciò, come è detto nella disposizione im­mediatamente precedente, si riuniscano nella predetta città di Francoforte per elegge­re il re dei romani destinato a diventare Cesare.
Dopo che i predetti elettori o i loro rappresentanti saranno entrati nella città di Fran­coforte, subito, il giorno seguente, sul far del giorno, nella chiesa di San Bartolomeo apostolo nella stessa città, in presenza di tutti loro, facciano cantare la messa dello Spi­rito Santo, affinché lo stesso Spirito Santo illumini i loro cuori, e infonda ai loro sensi la luce della sua virtù in modo che, cosi illuminati, essi possano eleggere re dei roma­ni e futuro Cesare, per la salvezza del popolo cristiano, un uomo giusto, buono e uti­le. Quindi, terminata tale messa, tutti gli elettori o i loro rappresentanti si accostino al­l’altare in cui la messa è stata celebrata e i principi elettori ecclesiastici, davanti al Van­gelo di san Giovanni «In principio erat verbum» che deve essere posto davanti a loro, incrocino le mani al petto con reverenza, e i principi elettori secolari tocchino materialmente il predetto Vangelo con le mani: i quali tutti con tutto il loro seguito dovranno assistere senza armi. L’arcivescovo di Magonza darà loro la formula del giuramento, ed egli insieme con essi, ed essi o i rappresentanti degli assenti insieme con lui, preste­ranno giuramento, in volgare, in questi termini:
«Io, arcivescovo di Magonza, arcicancelliere del Sacro Impero per la Germania e principe elettore, giuro su questi santi Vangeli di Dio materialmente posti davanti a me, di voler eleggere, per la fede da cui sono legato a Dio e al Sacro Romano Impero, con ogni mia capacità e intelletto, con l’aiuto di Dio, il capo temporale del popolo cri­stiano, cioè il re dei romani destinato poi a diventar Cesare, che sia idoneo a tale uffi­cio; per quanto la mia capacità e i miei sensi mi consentono di scorgere, e secondo la fede predetta; e darò il mio voto o suffragio e farò l’elezione predetta senza alcun pat­to, pagamento, sussidio o promessa o in qualunque altro modo tali cose possano esse­re chiamate. Cosi Dio mi aiuti, e tutti i santi».
Infine, prestato tale giuramento dagli elettori o dai loro rappresentanti, nella forma e nei termini predetti, procedano all’elezione, e da quel momento non si allontanino dalla già menzionata città di Francoforte, se prima la maggioranza di loro non avrà elet­to il capo temporale del mondo ovvero del popolo cristiano, cioè il re dei romani de­stinato poi a diventare Cesare. Che se mancheranno di farlo entro trenta giorni da con­tare senza interruzione dal giorno della prestazione del giuramento, una volta passati i medesimi trenta giorni, si nutrano di pane e acqua, e non possano assolutamente la­sciare la città predetta, se prima da essi e dalla maggioranza di loro non sarà stato elet­to il reggitore o capo temporale dei fedeli, come prima è detto.
E poiché, per antica, approvata e lodevole consuetudine, fu sempre e costantemen­te osservato finora ciò che segue, anche noi stabiliamo e decretiamo nella pienezza del­la potestà imperiale, che colui che sarà stato eletto re dei romani nel modo predetto, appena fatta tale elezione, prima di intervenire in nome dell’Impero in qualsiasi altra causa o in qualsiasi altro affare, debba con sue lettere o sigilli, senza ritardo e con­traddizione, confermare e approvare a tutti e a ciascuno dei principi elettori ecclesia­stici e secolari, che sono riconosciuti come le membra più vicine dell’Impero, tutti i lo­ro privilegi, lettere, diritti, libertà e concessioni, antiche consuetudini e dignità, e tut­to ciò che essi ottennero e possedettero da parte dell’Impero sino al giorno dell’ele­zione, e rinnovare a essi tutte queste cose dopo che sarà incoronato con le insegne im­periali. Anzi lo stesso eletto farà tale conferma particolarmente a ciascun principe elet­tore, prima a titolo di re, e poi la rinnoverà a titolo imperiale, e in queste cose sarà te­nuto a non ostacolare in alcun modo tutti gli stessi principi in generale e ciascuno di essi in particolare, ma piuttosto ad agevolarli graziosamente e senza dolo.

[Cit. in R. Romeo – G. Talamo, Documenti storici , Loescher, Torino , pp.155-156]

Nel capitolo X Marsilio presenta tre definizioni della nozione di legge: «inclinazione naturale sensitiva verso qualche razione o passione», «ogni abito produttivo e in generale ogni norma esistente nella mente di cosa producibile della quale, come esemplare o misura, derivano le forme delle cose prodotte dall’arte»; «regola che contiene i moniti per gli atti umani comandati secondo che essi siano ordinati alla gloria o alla punizione nel mon­o». E a quest’ultimo significato che Marsilio si riferisce qui.

Come  spiega subito dopo con questa espressione Marsilio intende la maggior parte dei cittadini, in termini quantitativi, ma anche quella parte dei cittadini “sani”, “onorabili”, in termini qualitativi.

Ogni atto, sia di legislazione o di governo, deve essere approvato dalla universitas civium, unica suprema autorità

Marsilio riprende qui la tradizione aristotelica ancora assai radicata nel Medioevo (solo Guglielmo di Occam se ne distacca prevedendo che le donne possano partecipare persino al concilio ecumenico) secondo cui la moglie il figlio e lo schiavo devono subordinarsi al marito-padre-padrone perché non possiedono interamente la ragione

il famoso rasoio di Ockham, che consiste essenzialmente in una regola di economia dei concetti, per cui Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora (si fa inutilmente con molto ciò che si può fare con poco), e anche Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem (gli enti non si moltiplicano senza necessità).

 

fonte: urbanicorsob.files.wordpress.com

  • Fine articolo Eventi storici parte 2

 

    Eventi storici parte 2

 

LA FRANCIA DOPO ENRICO IV
Dopo la pace di Vervins e l’editto di Nantes, Enrico IV si dedico, con la collaborazione dell’esperto duca di Sully, a una notevole opera di risanamento economico: straordinario fu l’impulso dato all’agricoltura e all’industria, mentre, nel medesimo tempo, veniva riordinata e riassestata la situazione finanziaria.
Allo sviluppo della vita economica si accompagnarono poi le prime imprese di espansione coloniale, e si pos­sono ricordare l’occupazione dei primi territori nel Canada e la fondazione di Quebec (1608), per opera di Samuele Champlain.
Nel frattempo bisogna notare che Enrico IV non tra­scurava il tradizionale programma antiasburgico della poli­tica estera francese, e si veniva preparando alla guerra contro la Spagna e l’Impero, stringendo accordi coi protestanti tedeschi dell’Unione Evangelica e col duca Carlo Emanuele I di Savoia (Trattato di Bruzolo, nel 1610).
Si era ormai sul piede di guerra quando la morte di Enrico IV, ucciso da un certo Francesco Ravaillac (un prete, probabilmente istigato dalla Spagna), evitò per allora il conflitto (1610). Per la Francia si aprì nuovamente un grave periodo di crisi interna, ma le direttive politiche di Enrico IV (assolutismo monarchico; programma antiasburgico) non vennero abbandonate.

 

LUIGI XIII E IL CARDINALE DI RICHELIEU.
Il  regno di Luigi XIII. — 1. Alla morte di Enrico IV salì al trono il figlio Luigi XIII (1610-1643), che nei primi anni regnò sotto la reggenza della madre Maria de’ Me­dici.
Per la Francia si aprì allora, come abbiamo visto, un grave periodo di crisi. C’era, prima di tutto, l’incombente minaccia di una vendetta della Spagna, che Maria de’ Medici riuscì ad allontanare solo a patto di vistosi mutamenti poli­tici: licenziò infatti il Sullv, che era ugonotto (sostituendogli l’italiano Concino Concini), e iniziò un cordiale riavvicina­mento alla Spagna, coronato dal matrimonio di Luigi XIII con Anna d’Austria, figlia di Filippo III di Spagna.
2. Altrettanto grave era, all’interno, la minaccia della nobiltà, che approfittò dell’occasione per sollevarsi contro
la monarchia, ed ottenne la convocazione degli Stati gene­rali (1614), con l’intento di limitare le facoltà della corona. L’Assemblea fu sciolta dalla monarchia senza che i rap­presentanti dei vari ordini (nobiltà, clero, e borghesia) fos­sero riusciti a concludere nulla; ma la situazione si venne facendo ogni giorno più caotica: nella stessa famiglia reale il giovane Luigi XIII era in discordia con la madre, e, prociamandosi maggiorenne, la costrinse ad allontanarsi da Parigi, mentre il Concini veniva fatto uccidere (1617); i nobili e gli Ugonotti, dal canto loro, erano passati all’aperta rivolta, e il paese tutto parve precipitare nella tragedia di una nuova guerra civile.

Il governo del Richelieu. — 1. Lo stato di generale disordine e di crisi rivoluzionaria venne a cessare con l’av-vento al potere di un grande ministro, il cardinale Arman­do du Plessis, duca di Richelieu (1624-1642), il quale riuscì a riconciliare Luigi XIII con la madre, e riprese con grande energia e intelligenza le direttive politiche di Enrico IV, mirando a consolidare all’interno l’assolutismo monar­chico e a realizzare, in politica estera, il programma anti­asburgicò (guerra contro la Spagna e l’Impero) rimasto interrotto con la morte di Enrico IV.
Nella politica interna, il Richelieu volle debellare la potenza degli Ugonotti (che, avendo il diritto di tenere guarnigioni in varie piazzeforti, venivano a costituire come uno Stato nello Stato), e, pur non revocando la libertà di culto concessa dall’Editto di Nantes, tolse loro il possesso di tutte le fortezze, compreso l’importante porto di La Rochelle (1628).
Nello stesso tempo il Richelieu condusse un’energica lotta contro la nobiltà, che dovette abbandonare ogni tenta­tivo di ribellione e venne obbligata a sottomettersi all’auto­rità assoluta della monarchia.

2. Nella politica estera, il Richelieu ebbe come pro­gramma la grandezza e la preponderanza europea della Fran­cia, scatenando una lotta a fondo contro gli Asburgo d’Au­stria e di Spagna, e partecipando, a tal fine, alle guerre seguenti:

a) guerra della Valtellina (1620-1626), nella quale il Richelieu intervenne negli ultimi anni, riuscendo ad impe­dire che la Spagna si impossessasse dell’importante regione, confinante coi territori imperiali.

b) seconda guerra del Monferrato (1627-1631), al termine della quale il Ducato di Mantova venne assegnato al principe francese Carlo di Gonzaga-Nevers, mentre a sua volta il Piemonte era costretto a cedere Pinerolo alla Fran­cia e cadeva completamente sotto l’influenza politica fran­cese. La guerra si concluse, pertanto, con esito nettamente positivo per la Francia e con un duro colpo inferto alla supremazia spagnola in Italia.

c) guerra dei Trent’Anni, alla quale il Richelieu par­tecipò dapprima indirettamente, con aiuti alla Danimarca (1623-1629) e alla Svezia (1630-1633), per scendere infine in campo direttamente nel 1633 (a fianco della Svezia, dell’Olanda e dei protestanti tedeschi) allo scopo di abbat­tere la potenza mondiale degli Asburgo d’Austria e di Spa­gna, e porre le basi della nuova egemonia francese.
Il Richelieu morì nel 1642, dopo diciotto anni di governo operoso e costruttivo, proprio nell’ultimo periodo della Guerra dei Trent’Anni, mentre l’esercito francese da lui riorganizzato era all’offensiva su tutti i fronti e si veniva delineando la definitiva sconfitta della Spagna e dell’Impero. L’anno dopo moriva anche Luigi XIII (1643).

 

GLI STUART E LA PRIMA RIVOLUZIONE IN­GLESE. - Giacomo I (1603-1625). — 1. Con la morte di Elisabetta si estinse la dinastia dei Tudor, e sottentrò quella degli Stuart con l’ascesa al trono di Giacomo I (figlio di Maria Stuarda), che riunì sotto la sua corona l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda.
La politica di Giacomo I fu contrassegnata dal più in­transigente assolutismo, sia nel campo religioso che po­litico.

Nel campo religioso, dopo essersi convertito (per ra­gioni di opportunità politica) dal cattolicesimo all’angli­canesimo, Giacomo I divenne uno strenuo difensore della Chiesa Anglicana, che riteneva il più sicuro presidio del potere assoluto della Corona (si ricordi che i vescovi an­glicani erano di nomina regia).

Il  suo regno fu caratterizzato da accanite persecuzioni contro i seguaci delle altre religioni, e precisamente:

a) contro i Cattolici, i quali ordirono contro di lui la famosa Congiura delle polveri (1605), che avrebbe do­vuto far saltare in aria il Palazzo del Parlamento durante una seduta reale, ma fu sventata alla vigilia da una lettera anonima. Gli organizzatori del complotto furono condan­nati a morte ed i cattolici persero da allora i diritti politici, che non riacquistarono più fino al 1829.
b) contro i Puritani, i quali si richiamavano diretta­mente alla dottrina di Calvino ed erano risoluti avversari dell’assolutismo monarchico e del sistema episcopale, che costituiva la base della Chiesa anglicana. Le dure persecu­zioni subite costrinsero un primo gruppo di coraggiosi pu­ritani, i cosiddetti Padri Pellegrini, ad emigrare nel Nuo­vo Mondo in cerca della libertà religiosa e politica che non potevano trovare nel proprio paese (famosa spedizione del Mayflower e fondazione della colonia di Plymouth, primo nucleo della Nuova Inghilterra, nel 1620).
c) contri i Presbiteriani, che erano – come sappiamo — i membri della chiesa calvinista scozzese, se­guaci delle dottrine di Giovanni Knox (1505-1572).

d)   contro gli Indipendenti, o Dissidenti, i quali non accettavano il principio dell’autorità religiosa, richiaman­dosi direttamente agli insegnamenti della Bibbia e alla ri­gida voce della propria coscienza morale.
2. Nel campo politico, Giacomo I accentuò le tendenze assolutiste di Elisabetta e si oppose in modo radicale alle prerogative e ai diritti del Parlamento, istituendo im­poste arbitrarie e governando per mezzo di ambiziosi uo­mini politici come il filosofo Francesco Bacone, e di odiati favoriti come il duca di Buckingham.

L’Inghilterra, agitata all’interno dalle lotte civili e reli­giose, rimase estranea per lungo tempo alla grande politica internazionale e non intervenne, per esempio, nella Guerra dei Trent’Anni. Nessun rallentamento subì invece il ritmo delle attività economiche e produttive.

Carlo I (1625-1649). — 1. Alla morte di Giacomo I salì al trono d’Inghilterra il figlio Carlo I, sotto il quale i     contrasti  politici e religiosi si acuirono sempre più, fino a scoppiare in aperta rivoluzione.
Nel campo politico, Carlo I riprese in modo ancor più radicale l’opposizione al Parlamento, il quale votò allora, a garanzia delle proprie prerogative, la famosa  Petizione dei Diritti (1628), che riconfermava l’illegalità delle tasse non approvate dal Parlamento; ma Carlo I non esitò a sciogliere l’Assemblea e a regnare, per oltre un decennio, come un sovrano assoluto (1629-1640).
2. Nel campo religioso, Carlo I fu uno strenuo difensore della Chiesa anglicana, che anch’egli, come suo padre, rite­nera il più sicuro presidio del potere assoluto della Corona. Durante il suo regno molti puritani, per sottrarsi alle perse­cuzioni, emigrarono in America settentrionale.

3. Fu proprio una questione religiosa, cioè un’insurrezione dei presbiteriani scozzesi (1637), che non volevano sotto­stare all’anglicanesimo, a far precipitare la situazione.
Il  re infatti, per ottenere con nuove imposte i mezzi atti a fronteggiare la rivolta, dovette decidersi a convocare il Parlamento, che, sciolto una prima volta (Corto Parla­mento, aprile-maggio 1640), fu subito riconvocato e rimase in carica per ben tredici anni, prendendo così il nome di Lungo Parlamento (1640-1653).
Il  Lungo Parlamento però, nel quale erano in maggio­ranza i Puritani e gli Indipendenti, si rifiutò di votare le imposte richieste dal re; fece condannare i suoi più stretti collaboratori, come il conte di Straflord e l’arcivescovo di Canterbury Guglielmo Laud; e si mise dalla parte degli insorti scozzesi.
Nello stesso tempo una rivolta cattolica scoppiata in Ir­landa creò nuovi motivi di dissenso, ed il re tentò allora di far arrestare i capi dell’opposizione parlamentare; ma la minaccia di una insurrezione nella stessa Londra lo costrinse ad abbandonare la capitale (1642). I contrasti politico-religiosi si trasformarono così in aperta guerra civile.

La prima rivoluzione inglese e la proclamazione della Repubblica. — La guerra civile sconvolse l’Inghil­terra per cinque anni, durante i quali l’esercito del re e l’esercito del Parlamento si scontrarono duramente in san­guinose battaglie.
L’esercito del re era costituito dai cosiddetti Cavalieri (membri dell’alta nobiltà) e appoggiato dall’alto clero an­glicano; l’esercito del Parlamento, energicamente guidato da Oliviero Cromwell, era composto da elementi della bor­ghesia, in prevalenza Puritani ed Indipendenti, detti Teste Rotonde (= rase), dall’uso di portare i capelli assai corti.
Il  nuovo esercito del Parlamento, disciplinato, tenace e animato da un’ardente fede religiosa, riuscì a riportare importanti vittorie nelle battaglie di Marston-Moor (1644) e di Naseby (1645), e sconfisse definitivamente i seguaci Carlo I tentò di trovare riparo nella Scozia, ma, conse­gnato dagli stessi scozzesi al Parlamento, venne sottoposto ad un lungo processo da ‘parte di un’alta Corte di Giustizia, che lo condannò infine ad essere decapitato (1649).
Il  Parlamento proclamò quindi la Répubblica (1649), a capo della quale fu posto il Cromwell.

LA REPUBBLICA E LA DITTATURA DI OLIVIE­RO CROMWELL. — 1. Proclamata la Repubblica, ne tenne saldamente il governo Oliviero Cromwell (1649-1658), un piccolo nobile di campagna di ardente fede puri­tana, che durante la rivoluzione aveva rivelato — come abbiamo visto — notevoli doti di organizzatore e condot­tiero militare.
Nella politica interna, il Cromwell operò con singolare energia: domò, con inaudita violenza, la rivolta cattolica dell’Irlanda; troncò, con ripetute spedizioni militari, le peri­còlose agitazioni separatiste della Scozia, fomentate dai parti­giani degli Stuart, e costrinse alla fuga il figlio di Carlo I; impose la propria autorità alle correnti estremiste dei cosiddetti Livellatori, che si ispiravano ad ideali di giustizia ed eguaglianza sociale; sciolse infine con la forza il Lungo Parlamento (1653), assumendo il titolo di Lord Protettore e instaurando una vera e propria dittatura personale a ca­rattere militare, che finì per suscitare l’insofferenza dei suoi stessi compagni di fede.
2. Nella politica estera, il Cromwell riprese le direttive della grande politica elisabettiana, mirante a fare dell’Inghil­terra la più grande potenza marinara del mondo.
Fu appunto per proteggere il commercio inglese sui mari contro la preponderanza navale dell’Olanda che venne pro­mulgato nel 1651, da parte del Cromwell, il famoso Atto dl Navigazione, col quale si stabiliva che il commercio con l’Inghilterra dovesse essere esercitato esclusivamente con navi inglesi.
Il Cromwell dovette allora affrontare la guerra contro l’Olanda (1652-1654). L’Olanda infatti, colpita nei suoi interessi commerciali, dichiarò guerra all’Inghilterra; ma fu sconfitta e costretta a sottoscrivere un trattato di pace (1654), col quale si impegnava ad accettare le norme del­l’Atto di Navigazione, che rimase poi in vigore per quasi due secoli, determinando la decadenza marittima e commer­ciale olandese.
Pochi anni dopo il Cromwell ottenne un altro importante successo politico: accettò l’alleanza con la Francia del Mazzarino e partecipò alla guerra contro la Spagna (1657-1659), che si concluse — come sappiamo — con la Pace dei Pirenei (1659), per cui l’Inghilterra ottenne il possesso dell’importante porto di Dunkerque, in Francia, e della ricca isola di Giamaica, nelle Antille.
Alla morte del Cromwell, avvenuta nel 1658, gli successe al potere il figlio Riccardo, che, rivelatosi inetto alle respon­sabilità del governo, si dimise dopo meno di un anno (1659), lasciando il paese in balIa di nuove lotte interne.

 

IL RITORNO DEGLI STUART E LA SECONDA RIVOLUZIONE. - Carlo Il (1660-1685). — 1. Dopo la morte del Cromwell il paese fu travagliato da una crisi interna, che si risolse infine con la restaurazione della mo­narchia. Ritornò così sul trono d’Inghilterra la dinastia de­gli Stuart con Carlo Il (1660-1685), figlio del giustiziato Carlo I.
Carlo Il, che fu un sovrano di scarsa sensibilità politica e morale, non volle tener conto delle insopprimibili aspira­zioni alla libertà politica e religiosa, che animavano il paese dopo la recente esperienza rivoluzionaria, e si propose di ristabilire il più intransigente assolutismo, sia nel campo politico che religioso.

Nel campo religioso, egli favorì, più o meno aperta­mente, i cattolici e diede adito a fondati sospetti di voler ristabilire la religione cattolica, che il popolo inglese sen­tiva ormai estranea alla propria coscienza. Legata al problema religioso fu la questione della successione, che agitò allora il paese, perchè l’erede presuntivo di Carlo Il al trono d’Inghilterra era il fratello Giacomo, fervente cattolico. Si formarono allora i due famosi partiti dei Tories e dei Whigs, i primi favorevoli e i secondi con­trari alla successione di Giacomo. In seguito il nome di Tories passò a designare i conservatori, mentre i Whigs stettero a indicare i progressisti o liberali.
2. Nel campo politico, Carlo Il accentuò le tendenze autoritarie dei suoi predecessori, e si oppose in modo radicale alle prerogative e ai diritti del Parlamento, il quale però riuscì a limitare l’invadenza del re, costringendolo ad approvare due importantissime leggi:
a) l’Atto di Prova (1672), col quale veniva fatto obbligo ai funzionari dello stato di giurare fedeltà alla religione anglicana.
b) l’Habeas Corpus (1679), col quale venivano dichia­rati inviolabili la persona ed il domicilio del cittadino, che poteva essere arrestato solo in seguito ad una sentenza del giudice (abolizione del carcere preventivo).
Per quanto riguarda la politica estera, Carlo Il ebbe il torto di contrastare il sentimento nazionale inglese, diven­tando fedele alleato e quasi vassallo della Francia di Luigi XIV, a cui cedette per danaro Dunkerque, e su cui poteva contare per un appoggio alla propria politica assolutistica e reazionaria e per notevoli sussidi finanziari, che gli permet­tevano di non convocare il Parlamento.
3. Per passare al campo coloniale, è opportuno ricor­dare le continue emigrazioni e la singolare forza di espan­sione, che crearono le basi del grande dominio coloniale inglese nell’America settentrionale. Ci limitiamo a menzio­nare la conquista della colonia olandese di Nuova Amster­dam, che assunse il nome di New York (1664), e l’occupa­zione della Pennsylvania (1682), che venne popolata in prevalenza dalla setta puritana dei Quaccheri, guidati da Guglielmo Penn, che si ispiravano ad ideali di profondo pacifismo e di eguaglianza sociale.
Lo stato moderno
Con la politica interna dei due ministri Olivares e Richelieu prese avvio, nel ‘600, in Spagna e in Francia, benché con esiti diversi, una fase decisiva in quel processo di lento e graduale rafforzamento dello Stato che era in atto ormai da due secoli. Un processo che non riguardò solo queste due grandi monarchie continentali, ma che aveva già investito anche l’Inghilterra, ed era stato anticipato nei principati della penisola italiana. Lo Stato moderno, che si costituì in questo periodo, era un’organizzazione politica accentrata e assoluta, e la sua formazione è segnata dalla progressiva accentuazione di questi due caratteri basilari.          
I conflitti fra le monarchie e le conseguenti necessità militari rappresentano l’impulso iniziale che mise in moto la trasformazione delle istituzioni politiche. L’esigenza di disporre di un esercito permanente rese necessario un flusso costante di entrate, che solo un’estesa fiscalità poteva assicurare e che solo un’amministrazione ben organizzata poteva controllare. Contemporaneamente gli stati si dotarono di apparati coercitivi, e dunque di istituzioni giudiziarie, indispensabili, tra l’altro, per garantire una uniformità di applicazione del prelievo fiscale su tutto il territorio nazionale.
Esercito permanente, fisco, burocrazia e apparati coercitivi definiscono i contorni di una nuova struttura statale, che si contrappone alla frammentazione dei poteri di origine feudale. Una struttura accentrata intorno alla figura del sovrano, che detiene un potere del tutto indipendente e quindi assoluto, sciolto da ogni vincolo.           
La formazione dello stato moderno coincide dunque con lo sviluppo delle monarchie assolute ed è costantemente accompagnata dalla lotta per il ridimensionamento politico della nobiltà tradizionale: una lotta che, nelle sue fasi iniziali, vide le monarchie allearsi ai ceti cittadini e mercantili. Ma in un periodo successivo anche le città dovranno rinunciare alle loro antiche libertà, cedendo alla spinta uniformatrice dello Stato. 
Se le monarchie riuscirono nell’intento di ridurre le autonomie politiche, non misero tuttavia in discussione il sistema di privilegi fiscali (esenzione dalle tasse) di cui godevano i ceti nobiliari e che costituiva il fondamento della gerarchia sociale. Favorirono invece, in funzione del consolidamento del proprio potere e come alternativa alla nobiltà, la creazione attraverso la vendita delle cariche di un nuovo ceto burocratico. La burocrazia dei funzionari, di estrazione borghese e di formazione giuridica, fu indispensabile alla amministrazione fiscale e giudiziaria. Il sistema della venalità delle cariche, vendute in sempre maggior numero per incrementare le entrate, divenne tuttavia un limite all’assolutismo del potere regio: la sostanziale privatizzazione, che l’ereditarietà istituiva, toglieva infatti allo stato la prerogativa di poter rimuovere o sostituire i funzionari. In Francia, e più tardi anche in Spagna, questi limiti vennero superati con l’istituzione delle nuove figure degli intendenti. Ma in generale la venalità delle cariche rappresentò un’importante via di ascesa sociale per i ceti borghesi, un’ascesa sociale che si realizzò all’interno della cornice istituzionale della monarchia assoluta e che costituì, nonostante alcune fasi conflittuali, una degli elementi portanti dello Stato moderno.
Il passaggio da una economia fondata sui prodotti a una puramente monetaria aumentò enormemente le risorse dello stato. La necessità di fondi illimitati era comune ad ogni settore della società e costituiva la chiave della politica economica dello stato assoluto. Quando il principe e i suoi favoriti non traevano risorse sufficienti dalle imposte, ricorrevano al saccheggio di regni lontani, come Filippo di Spagna, o di monasteri vicini, come Enrico VIII d’Inghilterra; e quando neanche questo bastava, depredavano le poche monete del povero per elargire altro oro a chi già era ricco. Di qui tutta la politica di concessioni e di autorizzazioni: occorreva un permesso speciale, naturalmente a pagamento, persino per costruire una casa. Il monopolio degli affitti, la concessione di brevetti che assicuravano speciali privilegi di produzione e di vendita, il bottino della pirateria, del brigantaggio e delle conquiste e l’applicazione del sistema monopolistico alle invenzioni tecniche; tutti questi metodi contribuivano a riempire i forzieri del sovrano. Ampliare i confini dello stato significava aumentare la popolazione tassabile; accrescere la popolazione della capitale equivaleva ad aumentare il reddito dei terreni. Queste due forme d’incremento finivano per tradursi in termini di denaro che affluiva al pubblico erario. I governi monarchici non soltanto divennero capitalistici nelle loro attività pratiche, fondando fabbriche d’armi, di porcellane, di arazzi, ma cercarono di creare un sistema di sfruttamento in base al quale ogni stato sovrano avrebbe ricevuto, in oro, più di ciò che dava: esempio classico di economia coloniale. Lo strumento per sovrintendere a queste esazioni e a effettuare la distribuzione dei privilegi era una burocrazia in costante sviluppo.
Il capitalismo divenne a sua volta militaristico: ricorreva alle armi dello stato quando senza di esse non poteva più contrattare profittevolmente, e questa, fu la base dello sfruttamento coloniale e dell’imperialismo. .Nei momenti di crisi economica i cannoni della soldatesca mercenaria potevano essere rivolti, al minimo indizio di rivolta, sugli sventurati sudditi. Soltanto Inglesi e Olandesi riuscirono a sfuggire allo schema barocco prima degli altri, sbarazzandosi dei loro dispotici sovrani.
Ma lo sviluppo del capitalismo introdusse soprattutto in ogni settore una mentalità laica e un metodo di giudizio basato su fatti concreti. La nuova classe di mercanti e di banchieri poneva l’accento sul metodo, sull’ordine, sulla routine, sulla potenza e sulla mobilità, tutte qualità che contribuivano ad accrescere l’efficacia e la praticità del potere.
L’evoluzione del sistema assolutista caratterizzò tutta la storia europea di questo periodo, e le situazioni conflittuali cui diede luogo nei singoli paesi rappresentarono gli esiti politici più significativi della crisi del ‘600. Gravi tensioni interne si ebbero in Francia, Spagna e Inghilterra, approdando ad un rafforzamento dell’assolutismo in Francia, ad una crisi permanente in Spagna, al fallimento dell’ipotesi assolutista in Inghilterra. L’Olanda rappresentò invece il più riuscito modello alternativo, mentre la guerra dei Trent’anni può essere considerata, per molti aspetti, un episodio del fallito tentativo di trasformare l’Impero germanico, nel suo insieme, in uno stato moderno assoluto sotto l’egemonia degli Asburgo d’Austria.

 

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    Eventi storici parte 2

 

Capitalismo e commerci nell’ Europa del ‘600

Ogni grandezza viene esercitata attraverso un sistema di azione e di vigilanza, ossia attraverso un sistema economico cui viene ad aggiungersi un sistema politico. Per essere efficace è necessario che questi sistemi si stringano insieme, si coordino, e che mezzi di produzione, organismi di decisione, intermediari, istituzioni, scopi privilegiati da perseguire formino un tutto coerente. Che esista, insomma, già in quel periodo, un sistema capitalistico efficace. Certamente le parole capitalista e capitalismo sono anacronistiche rispetto a quell’epoca, ma servono ad inquadrare bene l’argomento. Da questo punto di vista, come si sono organizzate in Italia le cose nel momento del declino, o anche prima di questo declino?
A Venezia la piazza è dominata, verso il 1605, dai fiorentini, proprietari di case, e dai genovesi, padroni dei cambi, del commercio dell’argento, e delle assicurazioni marittime. I fiorentini però sembrano insediati anche meglio dei genovesi. Tuttavia, con la rottura delle fiere di Piacenza nel 1621 e le perdite subite allora da Venezia, si verifica una reazione antigenovese. Scorgiamo in questo caso l’immagine precisa di giochi capitalistici che si svolgono fra le diverse Italie attive: alcuni vincono, altri perdono. Il gioco però non è del tutto chiaro. Si potrebbe abbozzare uno schema di partenza: i prestatori ebrei sono al livello più basso della vita quotidiana, i fiorentini si collocano sul piano degli affari medi, dell’economia prudente, e i genovesi sono al sommo dell’edificio economico, sulla piattaforma capitalistica, più angusta e più pericolosa. Naturalmente, nel periodo della decadenza italiana, non ci si può limitare a considerare il capitalismo italiano, ma anche l’insediarsi di quello straniero, quella lenta detronizzazione dei sistemi dominanti della penisola da parte del denaro olandese e inglese. Gli olandesi sembrano aver raggiunto presto Venezia, Napoli e soprattutto Livorno. Il denaro inglese sembra aver preferito la piazza di Genova, dove le prime ditte inglesi si insediano già verso il 1640. Gli stranieri non sono penetrati attraverso le grandi strade della banca e del credito: gli inglesi ed olandesi hanno attaccato il sistema italiano alla base, mediante i loro trasportatori, i loro mercanti, o i loro prodotti industriali, le loro merci indispensabili (stagno di Cornovaglia, piombo, cuoi di Russia, fino ai barili di aringhe).
Il sistema economico delle città italiane è venuto a poco a poco disorganizzandosi, disarticolandosi. Un’economia forma un tutto, dalle sue attività primarie, al livello più basso del mercato: tutto è legato. Perciò se in un settore si verifica una debolezza o un’accelerazione, l’impulso positivo o negativo si ripercuote sull’insieme. In Spagna il declino dell’agricoltura, dove borghesi e nobili non investono più, apre il mercato nazionale al grano straniero, quello del baltico. In Italia avviene il contrario: il denaro dei patriziati mercantili, a Venezia come a Firenze e ancora più naturalmente a Napoli rifluisce verso gli investimenti fondiari: ne derivano tensioni sociali, da cui il mondo contadino si trova riportato ad un ordine soffocante; tuttavia c’è anche un aumento di produttività e di produzione. Invece la marina finisce col disorganizzarsi: l’Italia comincia a perdere i guadagni assicurati dai noli marittimi e in un modo o nell’altro deve pagare i trasportatori stranieri. D’altra parte la tattica di costoro è piuttosto semplice: essi cercano di includere nei loro circuiti o Genova, o Livorno, o Napoli e di ripartirne col denaro contante, dopo aver venduto barili di aringhe salate, rame, piombo, stagno. Imbarcatisi col denaro, la buona operazione commerciale consiste nell’andare a caricare in Levante uve passe, barili di vino di Malvasia, o meglio ancora, raggiungere la Siria o l’Egitto e far ritorno con seta, spezie, droghe, cotone.
Questo commercio è destinato senza dubbio a restringersi, ma resterà, ancora dopo il 1620, un commercio di forti guadagni. Bisogna infatti contare sul costante aumento dei prezzi via via che i carichi si avvicinano all’occidente. Naturalmente i prodotti manifatturieri svolgono, in senso inverso, la loro funzione: i panni inglesi sono nel Mediterraneo ancora prima del secolo XVI, e non solo si vendono largamente in Italia, ma vengono riesportati verso i Balcani e l’Asia, dopo avere raggiunto in quantità il Mediterraneo, sia per via di terra, a partire dai Paesi Bassi o da Amburgo, lungo le strade ben organizzate della Germania o anche della Francia, sia per le più facili rotte marine.
Nel Mediterraneo i traffici nordici hanno dunque preso il posto di quelli italiani. L’Italia mercantile, infatti, ha preso con una mano per rivendere con l’altra. Questo è il motivo del precoce associarsi delle sue città più attive (Genova, Milano, Venezia, Firenze) con la Germania, i cui prodotti manifatturieri hanno bisogno di uno sbocco sul Mediterraneo. Venezia pratica con Ravensburg, Ulma, Ratisbona, Augusta la tipica associazione fra mercante e artigiano. Solo in tempi successivi l’industria anima anche le città italiane, conoscendo però fasi alterne di interruzioni e di riflussi nel suo sviluppo. Così si verificano a Venezia eclissi dell’Arte della Seta e dell’Arte della Lana, mentre questa conobbe, fra il 1580 e il 1610, una ripresa tardiva, seguita da una caduta verticale. Una caratteristica propria dell’industria è di essere vagabonda, sviluppandosi qua, poi là, poi più lontano. Verso il 1650 l’industria della seta abbandona quasi di colpo il Mezzogiorno italiano per il nord della penisola: ma in generale nel secolo XVII, prima o poi, tutte le altre industrie italiane cadranno in un profondo letargo: l’ascesa dei prezzi, il rialzo dei salari operano in questo senso. Gli artigiani non possono più vivere nelle città; le Arti, che mantengono alti i salari, rendono l’artigiano incapace di competere con l’estero; il ripiego artigianale verso le campagne non vi provoca una fioritura industriale paragonabile a ciò che avviene in Francia e in Inghilterra, e i telai si fermano. Ci fu, una dietro l’altra, una lunga catastrofica crisi dei trasporti e una lunga, catastrofica crisi delle industrie.
L’ascesa dei paesi del Nord
Di fronte all’enorme problema della decadenza italiana, fra il 1633, inizio del processo a Galileo, e il 1670, inizio del risveglio italiano, come non pensare che questa svolta non implichi tutta la storia d’Italia, almeno dal Rinascimento al Risorgimento? Come non pensare che a fianco della cultura, la società, l’economia, la storia generale, insomma, non abbiano avuto la loro parte?  
La decadenza italiana si delinea in rapporto alla grandezza multiforme e nuova del Nord: innanzi tutto, le Province Unite, di cui comincia l’età d’oro, e a livello minore, la Francia di Mazzarino e di Luigi XIV e l’Inghilterra dopo la fine della guerra civile.     
Salvo le Province Unite, eccezione luminosa ma minuscola, questa Europa nordica ha accolto il Barocco del Sud, pur liberandosene più o meno rapidamente, come la Francia, o a non derivarne se non prestiti selezionati, come l’Inghilterra. Tutto ciò che è sotteso al Barocco, quell’inquietudine che scava nelle profondità dell’anima, quella conquista dell’immaginario, in mancanza della conquista del reale tangibile, si ritrova bene o male nello spazio in cui va organizzandosi la nuova fortuna d’Europa. In questa età il predominio economico dipende da una supremazia mercantile, ossia da traffici importanti sulla scala del mondo di allora. Non vi è dunque sorpresa alcuna nel fatto che quelle lunghe, fragili fila del traffico internazionale, siano un bel giorno strappate ai loro precedenti punti di attacco e sistemate ad Amsterdam, dove restano annodate per un secolo. Il dominio del mondo è senz’altro dovuto ad una agilità dei trasporti e del credito, ad un gioco del denaro nel tempo e nello spazio. Ma questa agilità non è necessariamente frutto di innovazioni decisive, di uno spirito superiore di inventiva, di una maggiore libertà spirituale o di un preteso puritanesimo creativo.        
In realtà il capitalismo di Amsterdam non è più avanzato di quello dei paesi cattolici che sta per soppiantare. La lettera di cambio, le banche, le società commerciali, la compravendita delle azioni, il prestito a interesse, sono tutti strumenti che Genova e Venezia conoscono bene. Il prototipo della Banca di Amsterdam è il banco di Rialto, fondato nel 1587 a Venezia. Fra il capitalismo del Sud e quello del Nord c’è stato un trapasso,un' imitazione e una continuità, non una rottura e una scoperta di nuove tecniche economiche. Alle borghesie del Nord corrispondono, altrettanto sicuri di sé, i mercanti della cattolica Augusta e, a sud delle Alpi, quelle borghesie camuffate da patriziati, di cui ritroviamo i rappresentanti a Genova e a Firenze, effigiati in quadri famosi.     
L’Europa riformata del Nord, destinata a diventare lo spazio preponderante del mondo, è stata a lungo una specie di Europa coloniale che la Roma medievale ha concupito, educato, sfruttato. I principati ecclesiastici vi si moltiplicano, come più tardi le riserve dei Gesuiti nell’America meridionale, veri e propri stati nello Stato. Il loro sfruttamento è religioso, culturale e anche materiale. In Inghilterra i Peruzzi e i Bardi hanno cercato di inghiottire l’intera fortuna fiscale del paese e tutte le merci atte all’esportazione.         
Non è un caso se la rivincita dei riformati è stata più violenta sulle acque dell’Atlantico, appena scoperto, che sul continente; se essi se la sono presa con la ricchezza commerciale del nemico non meno che con i suoi eserciti, e se il loro sforzo militare ha proceduto di pari passo con le conquiste silenziose e quotidiane di una marina economa, parsimoniosa, rude, impadronitasi fin dal 1530 dei collegamenti con la Spagna e capace di irrompere, fra il 1570 e il 1580, nello stesso Mediterraneo. Alla fine il povero ha vinto contro il troppo ricco Mediterraneo che non ha potuto resistere a questa concorrenza ostinata, in grado di impadronirsi delle linee più vantaggiose del vasto mondo, proprio perché queste linee sono lunghe, strette, fragili.        
Concorrenza di navi, concorrenza di mestieri, concorrenza di una manodopera poco esigente: la vittoria del Nord è una vittoria proletaria, dello stesso tipo di quella ottenuta su Bisanzio e sull’Islam dall’Italia di un tempo, attiva, pugnace, poco dedita al lusso. Si tratta di un fenomeno banale, di cui i contemporanei non hanno pienamente coscienza.        
Il grande decollo di Amsterdam avviene fra il 1595 e il 1600 in una atmosfera di recessione economica. La congiuntura fra Nord e Sud ha giocato su una differenza fra ricchi e troppo ricchi da un lato, poveri e proletari dall’altro. Il Sud soffre, con la diminuzione del metallo prezioso americano, nella misura in cui la sua fortuna, e innanzi tutto quella italiana, è quella di una sovrastruttura esigente e sofisticata. Ciò che è destinato a crollare è l’impalcatura dei genovesi, anche se la loro rovina non avviene improvvisamente. Il nord ha una economia più semplice, più sana e lungo il fronte atlantico viene elaborandosi la vittoria del mercante sul banchiere settentrionale.

Le origini del capitalismo

Quando è nato il capitalismo? Molti storici hanno cercato di ri­spondere a questa domanda. Ma, prima che a essa, è utile ri­spondere a un’altra: quando è nata la parola capitalismo?
Può sembrare sorprendente che Karl Marx, per esempio, non l’abbia mai adoperata nella sua opera più importante, Il Capi­tale, pubblicata nel 1867, in cui usò sempre e soltanto i so­stantivi capitale e capitalista e, in qualche caso, aggettivo ca­pitalistico.
Già nel XII secolo era invece adoperato il termine capitale, per indicare del denaro o dei beni; nei XVII cominciò a essere im­piegata a parola capitalista, per designare il detentore di capi­tali. Soltanto negli ultimi decenni del XIX se­colo si cominciò, invece, a parlare di capitalismo, che fu ana­lizzato per la prima volta nella sua concretezza storica dal so­ciologo tedesco Werner Sombart in un’opera pubblicata nel 19O2 e intitolata, appunto, Il capitalismo moderno.
Anche se non si servì del termine Marx studiò nei Capitale le origini del sistema economico che definiamo capitalismo. Era stato preceduto, circa novantanni prima, da Adam Smith, nell’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle na­zioni (1776). Il secondo libro di quest’opera era dedicato allo studio della natura, del!’accumulazione e dell’impiego dei capitali. Per Smith, l’accumulazione preventiva (previuos accumulation) non era stata necessaria «nel rozzo stadio della società» in cui non esisteva la divisione del lavoro. Una volta che questa aveva portato allo «stadio progredito della società» l’accumulazione era diventata necessaria. Smith adoperava questo termine nel suo significato letterario. Alcune persone grazie alla loro laboriosità e alla propensione al risparmio, riu­scivano ad accumulare capitali che poi impiegavano «nel met­tere al lavoro gente operosa, a cui fornivano materiali e mezzi di sussistenza allo scopo di trarre profitto dalla vendita delle loro opere o da ciò che il loro lavoro aggiungeva al valore dei materiali». Per Smith il processo di accumulazione era dunque del tutto positivo: il capitalismo — ciò che noi definiamo capita­lismo — era nato a opera di individui particolarmente laboriosi e risparmiatori.
Marx aveva una concezione dei tutto diversa celle origini del modo di produzione capitalistico - Egli riconosceva che si era trattato di un grande progresso rispetto al mo­do di produzione feudale, ma voleva mettere in rilievo il carat­tere violento delle sue origini. Per lui il processo dell’«accumu­azione originaria» significava che da un lato si erano accumu­lati capitali e dall’altro si era formata una massa di proletari che non possedevano più niente se non a loro forza lavoro ed erano perciò disposti a venderla. Ciò era avvenuto soprattutto nell’agricoltura, quando ai contadini era stato tolto anche grazie alle recinzioni, il possesso delle terre, che si erano così accumulate nelle mani di poche persone; rimasti se lavoro, essi avevano formato il proletariato, che forniva la manodopera necessaria alle aziende agricole e alle nascenti fabbriche. L’«accumulazìone originaria» aveva perciò riguardato l’agricoltura e l’industria.
Prima ancora che essa si svolgesse nei termini indicati da Marx, si era sviluppato il «capitale commerciale».
Proprio sulla formazione di quest’ultimo si è accentrata l’attenzione degli storici che hanno studiato le origini del capitalismo. Secondo il grande storico medievalista belga Henri Perenne, i mercanti del Basso Medioevo erano mossi da un desiderio di accumulare che può essere definito «spirito capitalistico». Per Pirenne già in quei secoli «il carattere capitalistico del grande commercio era innegabile»: nelle Fiandre, in Lombardia, a Venezia e a Firenze esistevano mercanti che importavano grandi quantità di lana e vendevano centinaia di pezze stoffa. Werner Sombart, invece, negò che i mercante medievale potesse essere considerato un capitalista. perché la sua attività non si fondava su premesse razionali, ma si svolgeva in maniera disordinata. Il denaro impiegato nell’attività mercantile perciò «non aveva ancora assunto a qualità di capitale». A fondamento dello spirito capitalistico Sombart poneva non solo il desiderio di guadagno, ma anche la razionalizzazione dell’attività economica: i capitaìismo moderno ere nato soltanto con le imprese, «formazioni razionali, consapevoli e lungimiranti. che erano sorte nell’età moderna.
Sombart era amico di un altro grande sociologo tedesco, Max Weber, coi quale aveva fondato la più importante rivista di so­cIologia del tempo. Weber, che espose e sue tesi in un’opera, L’etica protestante e lo spirito dei capitalismo, pubblicata nel 1904-1905, sosteneva che aspirazione al guadagno c’era sempre stata, ma che non poteva essere identificata con lo spirito del capitalismo. Questo era nato soltanto «con l’impre­sa borghese e con l’organizzazione razionale del lavoro», che erano un prodotto culturale del protestantesimo e, in partico­lare, dell’etica calvinista. Poichè con essa era venuta meno la certezza di salvarsi grazie alla mediazione della Chiesa, ogni uomo doveva contare soltanto sulle proprie capacità indivi­duali, che venivano perciò sviluppate al massimo, tanto più che i calvinisti consideravano il successo nelle attività profes­sionali come un indizio di essere stati scelti da Dio. Weber non diedeuna convincente dimostrazione del suo assunto egli fu osservato che il capitalismo si era sviluppato anche là dove non esistevano i calvinisti. In realtà, l’importanza di Weber consiste soprattutto nell’attenzione portata ai fattori culturali, che lui riteneva avessero una influenza decisiva sull’economia. Sombart, che, come si è detto, aveva pubblicato la prima edi­zione della sua opera sul capitalismo moderno nel 1902, la rie­laborò successivamente in una edizione molto più ampia, in cui discusse anche l’interpretazione di Weber: per lui lo spirito capitalistico non era legato a una determinata religione ma al­le minoranze religiose e soprattutto agli eretici i quali, esclusi dalla vita pubblica proprio per le loro idee, dedicavano tutte le loro energie all’attività economica. Per le stesse ragioni, aveva­no contribuito alla nascita dello spirito capitalistico anche gli stranieri e gli immigrati.
La tesi di Pirenne fu respinta anche dallo storico marxista in­glese Maurice Dobb. L’apparizione di mercanti, secondo Dobb, non aveva comportato la nascita del capitalismo che avvenne soltanto quando si verificarono «mutamenti profondi del mo­do di produzione». E ciò non accadde nel XIV secolo, ma solo nel XVIII, anche se si erano avuti alcuni segni premonitori nel XVII.
Era così individuato un lungo periodo di transizione, ini­ziato con la crisi del Trecento e concluso con quella del Seicen­to.
Ma si apriva così un vuoto che occorreva riempire in qual­che modo e un altro studioso marxista, Paul Sweezy, individuò un sistema «di produzione mercantile pre-capitalistica», che avrebbe caratterizzato i secoli di transizione.
Mentre in Marx lo sfruttamento delle colonie da parte dei pae­si europei era solo un elemento del processo di accumulazio­ne originaria, Sweezy ne fece l’elemento fondamentale. Nel 1971 scrisse: «Il capitalismo, come sistema economico mondiale ha le sue origini nel tardo Quattrocento e ai primi del Cin­quecento, quando gli europei, padroni della navigazione su lunghe distanze, eruppero dal loro piccolo angolo del globo e attraversarono i sette mari, conquistando, depredando e commerciando. A partire da questo periodo il sistema capitalistico appare diviso in due parti, in forte contrasto fra di loro: da una parte il piccolo gruppo dominante dei paesi sfruttatori e dal­l’altra un numero assai più grande di paesi dominati e sfruttati. Queste due parti sono indissolubilmente legate; nulla di quan­to accade in una delle due può essere compreso se si prescin­de dall’intero sistema». La tesi dello sfruttamento delle colonie a opera della «metropoli» fu formulata con forza ancora mag­giore da un altro studioso, André Gunder Frank, che la rese molto schematica: «Per estrarre i frutti del loro lavoro tramite la rapina, la schiavitù, il lavoro forzato, il lavoro libero, le ma­terie prime o tramite il monopolio del commercio [...] la metropoli distrusse e/o trasformò i sistemi economici e sociali precedentemente vitali di queste società, le incorporò al siste­ma capitalistico mondiale dominato dalle metropoli e le con­vertì in fonti per il proprio sviluppo metropolitano e per la pro­pria accumulazione capitalistica».
La sistemazione teorica del rapporto tra «centro e periferia» è stata compiuta da uno studioso statunitense di origine tedesca, lmmanuel Wallerstein, il quale ha sostenuto che tra il 1540 e il 1560 si costituì un «sistema mondiale», caratterizzato, appun­to, da un’area centrale comprendente l’Europa occidentale e centrale e da un’area periferica comprendente l’America meri­dionale e anche l’Europa orientale. Il rapporto tra le due aree era costituito dallo sfruttamento esercitato dalla prima sulla se­conda: soprattutto grazie ad esso fu possibile lo sviluppo del ca­pitalismo occidentale.
Nell’Ottocento alcuni studiosi credettero di trovare elementi di capitalismo già nell’età classica. Tra questi vi fu Theodor Mommsen, il più grande storico dell’antichità della seconda metà dell’Ottocento, nella sua Storia di Roma (1854-1856). Marx, rilevando che nei dizionari enciclopedici d’antichità clas­sica si leggeva «l’assurdità» che nel mondo antico il capitale era pienamente sviluppato, indicava Mommsen come autore di una serie di abbagli.
Nel Novecento la tesi di Mommsen è stata ripresa da uno sto­rico russo, Michail Rostovcev, il quale ha sostenuto che il capi­talismo era apparso già a Roma, era poi scomparso con la ca­duta dell’impero romano ed era riapparso nel Medioevo. Egli ha parlato anche di una «borghesia» che sarebbe già allora prosperata grazie agli «investimenti del suo capitale». Oggi in­vece si assiste a una reazione di segno opposto: mentre la quasi totalità degli storici rifiuta decisamente ogni estensione del capitalismo al mondo antico, alcuni mettono in dubbio anche l’opportunità di servirsi di questo termine, sostenendo che è insufficiente per definire realtà che sono molto complesse. È giusto servirsi con cautela di tutte le definizioni troppo generali ma è anche vero che, a parte la sua validità scientifica, un ter­mine come capitalismo è ancora molto utile e talvolta indi­spensabile per definire uno dei fondamentali caratteri della so­cietà contemporanea.
Il dibattito sulle origini del capitalismo ha portato un utile con­tributo alla definizione di alcuni problemi, ma ha rischiato a volte di esaurirsi in una serie di definizioni e di formule. Negli ultimi tempi gli storici, più che continuare la discussione di cui si sono ricordati gli aspetti più importanti, hanno preferito stu­diare casi concreti di sviluppo capitalistico di singoli paesi e re­gioni.

APPROFONDIMENTO: Sombart e Weber
Sombart W., Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico
(guanda, 1994) Nel testo Il borghese lo scopo che Sombart si prefissa è quello di spiegare il cambiamento economico partendo dalle motivazioni dei soggetti che vi operano e dalle conseguenze dirette delle loro azioni. Infatti le forze motrici del cambiamento vengono identificate in quegli attori che si fanno portatori di una nuova mentalità economica e di cambiamenti nel mondo della produzione: gli imprenditori. Sombart infatti per tracciare e approfondire l'oggetto della sua analisi, la nascita e lo sviluppo del capitalismo, analizza gli imprenditori come soggetti portatori di un nuovo spirito economico: lo spirito capitalistico. Per spirito capitalistico l'autore intende quello stato d'animo risultante dalla fusione dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese.        
Lo spirito di intrapresa è utilizzato da Sombart per spiegare quell'impulso che spinge l'uomo verso un bisogno di affermazione sociale e a rompere con la tradizione. Infatti secondo il sociologo è nello "spirito dell'impresa" che sono sintetizzate tutte le qualità psichiche utili per l'esecuzione felice di un'impresa. Queste qualità differiscono, a seconda delle funzioni svolte e dalla vastità e difficoltà dell'impresa. Ma, se l'imprenditore vuole avere successo, deve essere: conquistatore, organizzatore e mercante. Come il conquistatore l'imprenditore deve possedere audacia, elasticità spirituale, energia intellettuale, risolutezza e forza per superare gli ostacoli che gli si oppongono. Inoltre deve essere un uomo ricco di idee e volontà d'agire; un uomo che punta tutto in cambio di grandi risultati per le sue imprese. Ma l’imprenditore è per il sociologo pure un organizzatore, perché deve saper coordinare gli altri individui verso "un'attività fortunata". Deve possedere la capacità di riconoscere i talenti e le abilità dei singoli. E, infine, è un mercante, perché deve essere un buon negoziatore, deve saper mercanteggiare.          
Ma, affinché possa svilupparsi il sistema capitalistico, secondo Sombart, lo spirito di intrapresa deve combinarsi con lo spirito borghese. Infatti lo spirito capitalistico deriva dalla fusione dello spirito d'impresa e dell'impulso acquisitivo con altre qualità, definite dall'autore come virtù borghesi. Con questa espressione Sombart fa riferimento a tutti quei principi, come il contegno e la condotta su di essi modellati, che fanno dell'imprenditore un buon cittadino e padre di famiglia, un solido e posato uomo d'affari. Del resto essere considerati onesti aiuta ad aumentare il credito e a rafforzare la posizione industriale. Infatti secondo l'analisi di Sombart il profitto non è, per l'imprenditore capitalista, fine a se stesso, ma un mezzo utile e necessario per creare opere.    
Inoltre un altro aspetto importante nell'analisi di Sombart riguarda le spiegazioni che l'autore fornisce in merito alla formazione dell'imprenditorialità capitalistica. Contrariamente a Weber ritiene infatti che per spiegarne le origini e lo sviluppo non siano sufficienti come uniche spiegazioni la religione e l'ambiente urbano, anzi che a queste vadano sommate anche altre variabili: la posizione ed il ruolo dell'individuo all'interno della comunità. Il sociologo è infatti convinto che le figure più importanti e che innovano sono sempre in posizioni marginali. In altre parole è la posizione di marginalità politica, giuridica o culturale che spinge gli individui verso l'imprenditorialità. L'imprenditorialità è quindi stimolata dalla condizione di marginalità sociale in cui si trovano determinati gruppi.       
In conclusione possiamo dire che l'analisi di Sombart ha sicuramente messo in discussione tutte quelle riflessioni che spiegavano la genesi dello spirito capitalistico riconducendola ad un'unica variabile. L'autore infatti consapevole che il problema dello spirito capitalistico, la sua natura e la sua origine sono una tematica difficile e molto complessa d'approfondire, ha proposto una molteplicità di cause a cui fa risalire l'origine dello spirito capitalistico.
Eugenia Cutini
Weber, M., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo     

(Sansoni, Firenze 1945) Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, Tubinga 1904-1905). Pubblicato per la prima volta nel 1904-1905 su rivista, lo scritto fu successivamente edito in volume come parte integrante della postuma Sociologia della religione (1920). La tesi di Weber è di quelle tanto semplici da dare facilmente adito a equivoci e travisamenti: vi sarebbe stato un rapporto di filiazione diretta tra la teologia e i principi di vita espressi da alcune confessioni riformate e la mentalità capitalistica. Weber prende le mosse, per illustrarla, da una constatazione: se si guarda alle confessioni religiose professate dai membri più notevoli della classe capitalistica e delle stesse "aristocrazie operaie" in un paese come la Germania, per esempio, dove esistono più confessioni religiose, si può notare che i capitalisti e gli operai di mentalità più moderna sono, in grande maggioranza, protestanti. Sarebbe facile rispondere che ciò avviene perché la Riforma incontrò il proprio successo soprattutto nelle zone più moderne e più ricche d'Europa. In realtà (questa è l'opinione di Weber), il rapporto tra confessione religiosa e mentalità capitalistica va rovesciato: fu la prima a dare origine alla seconda, e non viceversa. Per illustrare questo punto di vista Weber si premura innanzitutto di definire ciò che egli chiama lo «spirito capitalistico». Questo gli appare, sulla scorta delle osservazioni di Benjamin Franklin, come una tendenza a organizzare la propria vita e il proprio tempo in funzione del lavoro e del guadagno. Lo spirito capitalistico non si identifica nella brama di denaro, che tutte le epoche hanno conosciuto, ma piuttosto nella volontà di orientare ogni atto verso una progressiva accumulazione della ricchezza. Lo spirito capitalistico così definito è una caratteristica peculiare dell'Europa moderna e costituisce uno degli elementi che fissano la superiorità del modello occidentale di sviluppo (tema centrale, quest'ultimo, della riflessione weberiana). In quale modo questo spirito può essere ricondotto al protestantesimo? Occorre distinguere, secondo Weber, tra teologia protestante e pratica di vita dipendente da questa, e inoltre tra i vari tipi di confessione protestante. In generale si può dire che tema centrale della teologia protestante è la dottrina della predestinazione, secondo la quale un Dio dalla volontà imperscrutabile domina il destino dell'uomo, che in nessun modo può influire sulla decisione divina di destinare chi alla salvezza attraverso la grazia, chi alla dannazione. Di fronte a questa situazione l'uomo protestante non ha altra via, per verificare di far parte del numero degli eletti, che quella di attenersi a una condotta di vita moralmente irreprensibile. Nella costanza del lavoro, nella metodicità (metodisti erano chiamati, appunto, i membri di una di queste confessioni riformate), nella ferrea organizzazione del tempo, nella fedeltà a una propria "vocazione" in senso laico (Beruf, professione) egli trova modo di lenire il senso di angoscia che gli deriva dal timore di non essere in grazia di Dio. L'etica ferrea cui il protestante si attiene gli impedisce, d'altra parte, di dissipare il denaro guadagnato in divertimenti futili o in lussi. I guadagni sono costantemente reinvestiti e determinano quella accumulazione che è una caratteristica fondamentale dell'economia capitalistica. Serio, metodico, ordinato, il protestante mette in atto un tipo di condotta eminentemente razionale, le cui radici affondano, tuttavia, in qualche cosa che si distacca dalla sfera propriamente razionale, cioè in una morale di origine confessionale che nulla concede all'edonismo e alla soddisfazione delle gioie della vita. Questo "tipo ideale" di credente è riconducibile soprattutto al calvinista e, in misura minore, al pietista tedesco e al quacchero (mentre nessun elemento protocapitalista Weber riscontra nell'etica luterana).       
COLLEGAMENTI E DISTINZIONI. Tale ``tipo" ha un precedente notevole, nella storia dell'occidente cristiano, nella figura del monaco, con una differenza essenziale, però: che mentre il monaco viveva la propria esperienza di lavoro e di preghiera nel chiuso del convento, il moderno "asceta" protestante la vive nel mondo, con tutte le conseguenze che questa secolarizzazione dell'ascetismo ha per l'evoluzione del sistema produttivo. Occorre inoltre ricordare che l'origine dell'etica protestante è veterotestamentaria: in questo senso la figura del protestante è per certi versi analoga, secondo Weber, a quella dell'ebreo, il cui dinamismo economico è altrettanto noto. Il fenomeno capitalistico era oggetto, al tempo di Weber, di studi come quelli di W. Sombart o E. Troelsch, cui Weber intese portare un proprio contributo. Si trattava di rovesciare la tesi di K. Marx secondo la quale le strutture materiali danno origine a sovrastrutture di tipo artistico, culturale o religioso. Secondo l'analisi di Weber le cose erano andate i modo diverso: la sovrastruttura, la religione, cioè, aveva contribuito a determinare la struttura. Ma era poi davvero questo il senso delle affermazioni di Weber? Le numerose distinzioni introdotte, l'imponente apparato di note (accresciuto ulteriormente nell'edizione del 1920) avevano come scopo quello di limitare la portata dell'assunto. Come Weber precisa nel saggio stesso, non si trattava di sostituire al determinismo marxista un altro determinismo, non meno cieco, ma di indagare sul contributo che certe forme della vita religiosa potevano aver dato alla crescita di taluni comportamenti economici, quelli capitalistici, appunto, all'origine dei quali stava, tuttavia, un'infinità di concause. Criticato su punti particolari (per esempio, nessun rapporto tra protestantesimo e capitalismo è stato riscontrato in Olanda), o per la sua impostazione generale (per H. Pirenne il capitalismo nasce già nel Medioevo, e dunque non può essere in alcun modo collegato alla Riforma; per H.R. Trevor-Roper si deve parlare di una decadenza della vita economica nel mondo cattolico dovuta all'azione conservatrice della chiesa post-tridentina e dello stato burocratico principesco), il saggio di Weber ha continuato, dal momento della sua uscita, ad alimentare il dibattito storiografico su temi centrali come il rapporto tra vita economica e vita religiosa e le forme assunte dalla modernizzazione in Europa.
L. Lazzerini  

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

I Quattordici punti di Wilson  (8 Gennaio 1918)

Il presidente degli Stati Uniti d'America, Woodow  Wilson, dopo la vittoria alla fine della Prima Guerra Mondiale avanzò una proposta, che fu resa nota in un discorso  al Congresso tenuto l'8 gennaio 1918. La proposta, fortemente idealista stabiliva le condizioni per una pace "stabile e durevole"; tuttavia non collimava  con una serie di accordi segreti già stipulati fra le forze Alleate durante il conflitto.
Wilson quindi si vide costretto a modificare molti punti del suo programma che rendevano vano parte del suo lavoro finalizzato a dare un rinnovato assetto ai rapporti internazionali.
I quattordici punti presentati alla Conferenza di pace di Parigi nel 1919 prevedevano:
1)     l'abbandono della diplomazia segreta:
Trattati di pace palesi, apertamente conclusi in seguito ai quali non vi potranno essere accordi internazionali segreti di alcuna specie. La diplomazia agirà sempre apertamente ed alla vista di tutti
2)      la libertà dei mari in pace e in guerra;
Libertà assoluta della navigazione marittima, oltre il limite delle acque territoriali sia in tempo di pace sia in tempo di guerra, salvo per i mari che potessero essere chiusi in tutto o in parte mediante azione internazionale in vista dell’esecuzione di accordi internazionali.

3)      la rimozione delle barriere doganali e la promozione di un sistema commerciale internazionale integrato;
Soppressione, fino al limite estremo del possibile, di tutte le barriere economiche e creazione di condizioni di parità nei riguardi degli scambi commerciali, fra tutti i paesi che aderiranno alla pace e si uniranno per il mantenimento di essa.

4)      la riduzione degli armamenti;
Concessione ed assunzione di garanzie adeguate che gli armamenti nazionali saranno ridotti al limite minimo compatibile con la sicurezza interna dei singoli paesi.

5)      la definizione delle dispute coloniali secondo modalità che tenessero conto degli interessi tanto delle potenze occupanti quanto delle popolazioni soggette;
Soddisfacimento delle aspirazioni coloniali, attuato in spirito di libertà, generosità ed imparzialità assoluta e basato sulla rigorosa osservanza del principio che, nella soluzione di tutte le questioni di sovranità, gli interessi delle popolazioni in questione debbono essere considerate alla stessa stregua, che le eque pretese degli Stati dei quali il giusto titolo è in discussione.
  
6)      l'evacuazione dei territori russi occupati
Sgombero di tutti i territori russi ed adozione, in tutte le questioni riguardanti la Russia, delle soluzioni più adatte ad ottenere la migliore e più libera collaborazione di tutti gli altri paesi del mondo ai fini di assicurare alla Russia la possibilità di giungere, senza intralci ne ostacoli, ad un proprio assetto politico indipendente ed ad una propria politica nazionale; di garantire ad una Russia governata da istituzioni di sua libera scelta, una accoglienza cordiale nella società delle nazioni libere e, più che una accoglienza cordiale, anche ogni aiuto di cui possa aver bisogno o che possa essa stessa desiderare. Il trattamento che le nazioni sorelle faranno alla Russia nei mesi a venire sarà la pietra di paragone della loro buona volontà e della loro comprensione dei bisogni di essa indipendentemente da quelli che possono essere i loro propri interessi e della loro generosa e disinteressata simpatia.

7)     di quelli belgi
Quanto al Belgio, il mondo intero converrà che deve essere sgombrato e restaurato, senza tentativo alcuno di limitare la sovranità che gode al pari delle altre nazioni libere. Nessun atto singolo potrebbe, meglio di questo, servire a far rinascere fra i popoli la fiducia nelle leggi che essi medesimi hanno stabilito ed adottato per regolare i loro rapporti reciproci. Senza questo atto di giustizia riparatrice, l’intera struttura e l’autorità del diritto internazionale sarebbero per sempre minacciate.

8)     di quelli francesi, compresa l'Alsazia-Lorena;
Tutto il territorio francese dovrebbe essere liberato, le regioni invase dovrebbero essere ricostruite ed il torto fatto dalla Prussia alla Francia nel 1871 con l’occupazione dell’Alsazia-Lorena – evento che ha turbato per quasi cinquant’anni la pace nel mondo – dovrebbe essere riparato affinchè quella pace possa di nuovo, e nell’interesse di tutti, regnare sicura.

9)     la ridefinizione dei confini italiani secondo "criteri di nazionalità chiaramente identificabili";
Dovrebbe essere attuata una revisione dei confini dell’Italia, sulla base della facilmente riconoscibile frontiera etnografica.

10)  l'autonomia delle diverse popolazioni entro l’Impero austro-ungarico;
Ai popoli dell’Austria-Ungheria, cui desideriamo salvaguardare e assicurare un posto fra le nazioni, dovrebbero essere concesse più ampie possibilità di sviluppo autonomo.

11)  la risistemazione dell'area balcanica che ricostituisse tra l'altro il territorio di Serbia, Montenegro e Romania, assicurando alla prima adeguati sbocchi al mare;
La Romania, la Serbia e il Montenegro dovrebbero essere sgombrati e le zone occupate ricostruite; la Serbia dovrebbe ottenere un libero e sicuro accesso al mare; i rapporti reciproci tra i diversi Stati balcanici dovrebbero essere regolati da accordi amichevoli che tengano conto delle affinità politiche e dei confini etnici stabiliti attraverso i secoli; dovrebbero essere conclusi accordi internazionali per la garanzia dell’indipendenza politica ed economica e dell’integrità territoriale dei diversi Stati balcanici.

12)  l'autodeterminazione per le popolazioni non turche  entro l’Impero ottomano e il controllo internazionale degli stretti dei  Dardanelli
Dovrebbe essere conservata all’Impero Ottomano la sovranità sulle regioni del suo attuale territorio abitate da turchi; alle altre nazionalità che si trovano attualmente sotto il dominio turco dovrebbe essere assicurata assoluta sicurezza di vita e possibilità indisturbata di sviluppo autonomo; i Dardanelli dovrebbero essere aperti permanentemente al libero passaggio delle navi ed al commercio di tutti i paesi sulla base di garanzie internazionali.

13)  la costituzione di una Polonia indipendente con accesso al mare;
Dovrebbe essere costituito uno Stato polacco autonomo comprendente tutti i territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche al quale dovrebbe essere assicurato un libero e sicuro accesso al mare e la cui indipendenza politica ed economica nonché l’integrità territoriale dovrebbero essere garantite con un patto internazionale.

14)  la creazione di un'associazione di tutte le nazioni e la stipulazione di un patto per la reciproca garanzia dell'indipendenza politica e dell'integrità territoriale.
Un’associazione generale delle nazioni deve essere costituita sulla base di accordi specifici allo scopo di giungere a garanzie reciproche di indipendenza politica e integrità territoriale per tutti i paesi grandi e piccoli.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II

La Spagna, nella seconda metà del 1500, fu senz’altro la massima potenza economica, politica e militare del mondo. Furono questi gli anni che coincisero con l’età di Filippo II (1556-98), il sovrano più potente della cristianità ed il paladino della Controriforma cattolica.
La Spagna di questo periodo possedeva enormi ricchezze commerciali e coloniali, anche se la sua economia poggiava essenzialmente su un sistema agricolo feudale ed arretrato.
Oltre ai territori italiani, erano annessi alla corona spagnola i Paesi Bassi e la Franca Contea (la cosiddetta Borgogna imperiale): le aree più ricche ed urbanizzate d’Europa, i maggiori scali commerciali e i più importanti centri finanziari (Anversa, Genova) si trovavano sotto il controllo diretto o indiretto della Spagna.
Essa inoltre controllava e dominava il Mediterraneo e guidava la lotta contro la pirateria ed il pericolo ottomano.
Tuttavia la politica di grandezza militare che Filippo II volle seguire, che lo portò ad avere numerosi nemici, non era sorretta da risorse economiche adeguate da parte dello Stato, nonostante le numerose ricchezze che pervenivano in Spagna (soprattutto i metalli preziosi delle colonie d’America). Avvenne così che in varie circostanze lo Stato spagnolo fu costretto a dichiarare bancarotta, non riuscendo a restituire i debiti contratti con i grandi finanzieri europei, molti dei quali andarono in rovina. La pace di Cateau-Cambrésis dette alla Spagna il ruolo di potenza egemone in Europa, ma la smisurata grandezza dei domini spagnoli poteva costituire un elemento di debolezza, mentre il tesoro americano, che apparentemente le dava risorse finanziarie infinite, la esponeva ai rischi dell'inflazione e agiva negativamente sulle sue strutture produttive.
Certo della propria forza, Filippo II pensò allora di risolvere militarmente i problemi che gli si presentarono. Così una rivolta nei Paesi Bassi fu trasformata, dalla violenta repressione spagnola, in una guerra costosa ed interminabile. Le Fiandre (o paesi Bassi), erano 17 province, di cui quelle del SUD (Belgio) erano cattoliche e francofone; quelle del NORD (Olanda) erano protestanti e parlavano dialetti tedeschi. Le province godevano di ampie autonomie (diritto di eleggere i propri magistrati, approvare le imposte, inviare rappresentanti agli Stati generali ecc.). Ma, se Carlo V aveva rispettato le autonomie, non fece altrettanto Filippo II: anzi limitò le libertà e cercò di introdurre l'Inquisizione (AUTO DA FE'). Fu così che nel 1556, 400 nobili si presentarono alla reggente Margherita Farnese, sorella naturale del re e Duchessa di Parma, chiedendo la revoca dei decreti ma, non avendo ottenuto nulla (emblematico è il modo in cui uno dei consiglieri della reggente chiamò anzi gli insorti “GEUX”, cioè pezzenti, epiteto che essi presero come nome di battaglia). Nobili e popolo insorsero allora contro il governo spagnolo, in una lotta che durò oltre 40 anni (1566-1609). Filippo II decise di inviare come governatore il Duca di Alba (1567-1573), che cercò di soffocare la rivolta ma ottenendo solo di peggiorare la situazione, poiché le province del NORD e del SUD si unirono nella lega di GAND (1576): la politica repressiva del duca d'Alba, che guidava le truppe spagnole, ebbe piuttosto l'effetto di consolidare l'alleanza fra cattolici e calvinisti nei Paesi Bassi.  Filippo II allora inviò come governatore Alessandro Farnese (1578-1592), figlio di Margherita (e futuro Paolo III), il quale riuscì a giocare meglio sulle divergenze religiose tra i ribelli e ripristinando tutti gli antichi privilegi, riuscì a staccare dalla Lega di Gand le province cattoliche del Sud (1579).
Se le province meridionali tornarono sotto la sovranità spagnola, le province protestanti continuarono invece la lotta costituendo a loro volta la LEGA DI UTRECHT (1579) e poi proclamarono la loro indipendenza: la REPUBBLICA DELLE SETTE PROVINCIE UNITE, eleggendo a presidente (STATHOLDER) Guglielmo di Orange detto il Taciturno (1581).
Nel 1584 Guglielmo d'Orange fu ucciso da un sicario spagnolo ma il figlio MAURIZIO prese il posto del padre e continuò la guerra contro la Spagna; in loro favore intervennero anche Elisabetta d'Inghilterra e Enrico di Borbone di Francia. La Spagna verrà sconfitta cosicché alla morte di Filippo II (1598), il suo successore, Filippo III sarà costretto a firmare una tregua di 12 anni (1609). Solo più tardi, col TRATTATO DI WESTFALIA, i Paesi Bassi saranno riconosciuti indipendenti, e da allora presero il nome di OLANDA, dal nome della provincia principale .
L’AVVERSARIO OTTOMANO

Restavano tuttavia sotto il dominio diretto o indiretto della Spagna, gli Stati Italiani , con esclusione di Venezia, d’importanza strategica per il controllo del Mediterraneo.
Uno dei grandi avversari della Spagna fu l’Impero ottomano, che continuava nella sua spinta espansionistica, minacciando l’Occidente e dominando nel Mediterraneo: nel 1538 gli ottomani avevano sconfitto gli spagnoli a Prevesa (in Grecia) e nel 1560 a Gerba (un’isola situata di fronte alle coste della Tunisia, venne occupata dagli spagnoli ma ritornò agli ottomani dopo pochi mesi).
Cinque anni dopo, nel 1565, essi lanciarono l’attacco all’isola di Malta, dove da pochi decenni si era insediato, per decisione di Carlo V, l’antico ordine crociato di San Giovanni (originariamente detto anche dell’Ospedale e chiamato poi Ordine dei Cavalieri di Malta): i monaci guerrieri di San Giovanni, per quanto inferiori di numero, resistettero eroicamente all’attacco ottomano e, grazie anche all’aiuto spagnolo, salvarono l’indipendenza dell’isola.
Tuttavia l’espansionismo degli ottomani non si fermò e nel 1570 essi attaccarono ed occuparono Cipro, un possedimento strategico di Venezia: nonostante la strenua resistenza opposta dai veneziani, l’isola alla fine fu occupata.
Solo allora gli Stati cristiani si resero perfettamente conto del grave pericolo che incombeva sull’Europa e sul Mediterraneo: così, ascoltando l’appello del papa Pio V, si formò nel 1571 la Sacra lega comprendente la Spagna, Venezia, Genova, il Ducato di Savoia, lo Stato Pontificio, Malta.
Fu costruita rapidamente una poderosa flotta militare: Venezia in particolare costruì una nuova nave da guerra, la cosiddetta galeazza, che presentava caratteristiche innovative per l’epoca e che era pressoché inattaccabile, anche per la eccezionale capacità di fuoco che aveva.
Lo scontro decisivo avvenne il 7 ottobre del 1571 nel golfo di Lepanto, in Grecia: i turchi commisero il grave errore di accettare lo scontro in mare aperto, allontanandosi dalla fortezza di Lepanto. Fu una delle più grandi e memorabili battaglie navali della storia e probabilmente la prima vera battaglia navale moderna, una battaglia che in qualche modo contribuì a cambiare il corso della storia: la flotta turca subì un vera e propria disfatta ad opera della lega cristiana, anche e soprattutto perché le navi cristiane erano tecnologicamente superiori, in quanto potevano contare sull’uso dei primi pezzi di artiglieria applicati alla marina militare (cannoni ed archibugi).
La vittoria di Lepanto pose fine all’espansionismo ottomano nel Mediterraneo, anche se esso continuò sulla terra ferma: secondo alcuni storici i cristiani commisero l’errore di non approfittare della grave sconfitta turca, dal momento che essa non fu seguita da un’ulteriore offensiva militare, che avrebbe potuto dare il colpo mortale all’Impero ottomano.

CONQUISTA DEL PORTOGALLO : finita la dinastia dei re di Borgogna, Filippo II, che era il parente più prossimo, unì politicamente la Spagna e il Portogallo (1580) e le sue colonie.
La successione di Filippo II alla corona portoghese allargò la dimensione dell'imperialismo spagnolo. Dopo questa data Filippo II si trovò implicato in due guerre che si conclusero con esito negativo: la prima fu una grande spedizione navale contro l'Inghilterra di Elisabetta I, divenuta sempre più pericolosa nella rivalità colonialista.

 

 

GUERRA CONTRO L’INGHILTERRA

Il successore di Enrico VII Tudor era stato Enrico VIII: di questo sovrano, che regnò nella prima metà del XVI secolo, occorre ricordare in primo luogo la sua tendenza ad esercitare il potere in modo assoluto ed incontrastato, e in secondo luogo la fondazione della Chiesa anglicana con l’Atto di Supremazia del 1534. Alla morte di Enrico VIII la corona passò per pochi anni al figlio Edoardo VI. Fu un sovrano molto giovane ed estremamente debole: durante il suo regno l’anglicanesimo cominciò a contaminarsi con elementi provenienti dal calvinismo, che intanto si era diffuso soprattutto tra i ceti popolari.
Alla sua morte divenne regina la sorella Maria Tudor (1553-58), moglie di Filippo II di Spagna, la quale invece cercò di restaurare il cattolicesimo: essa però dovette scontrarsi con forti resistenze sociali e politiche, tanto che fu costretta a ricorrere a violente repressioni, che le procurarono l’appellativo di “Maria la sanguinaria” .
La situazione interna si normalizzò con l’avvento al trono di Elisabetta, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena: il suo regno coincise con la seconda metà del 1500, quella che gli storici hanno definito età elisabettiana (1558-1603). Furono gli anni in cui l’Inghilterra, superati i contrasti interni dei decenni precedenti, si avviò a grandi passi a diventare una grande potenza politica, militare e coloniale: sul piano religioso l’anglicanesimo del periodo elisabettiano continuò nella tendenza ad assorbire e fare proprie concezioni e teorie del calvinismo.
L’Inghilterra in particolare si dotò di una flotta commerciale e militare che, come abbiamo visto, la pose in diretta concorrenza con la Spagna: avvennero in questi anni anche le prime conquiste coloniali (la Virginia). Sul piano economico, il regno di Elisabetta coincise anche con la trasformazione dell’Inghilterra da paese prevalentemente agricolo e pastorale a paese con forte propensione commerciale ed industriale. Nacquero e si svilupparono i primi veri settori industriali inglesi (anche se si trattò di un’industria ancora manifatturiera) come quello tessile, il più evoluto, quello del vetro, della ceramica, della carta e soprattutto quello cantieristico (= costruzione di navi).

Filippo II aveva sognato in un primo tempo l'unione della corona inglese e quella spagnola col suo matrimonio con Maria la Cattolica e, dopo la morte della moglie, aveva offerta la sua mano all'anglicana Elisabetta, senza risultato.

Decise allora di muovere  guerra contro l’Inghilterra per cause:

1) politiche: perché Elisabetta mirava ad affermare la potenza inglese sui mari dove allora predominava la Spagna.

2) religiose: perché Elisabetta perseguitava i cattolici e aveva mandato a morte MARIA STUARDA, già regina di Scozia, che, scacciata dal suo regno, si era posta sotto la protezione inglese (1587).

MARIA STUARDA, figlia di Giacomo I, re di Scozia, e vedova di Francesco II, re di Francia, era, oltre che cattolica di religione, anche aspirante al trono inglese come parente prossima di Maria la Cattolica. Cacciata dalla Scozia per motivi religiosi (non mai il consenso suo popolo, in maggioranza calvinista) e morali (fu accusata di aver fatto saltare in aria a Edimburgo il secondo marito Enrico Darnley e di aver sposato l'assassino, il Conte Bothwell), si rifugiò in Inghilterra, dalla cugina Elisabetta (1568). Ma Elisabetta le fece arrestare e, dopo 20 anni di prigionia la fece uccidere (1587), col pretesto di un complotto cattolico.

Filippo II apprestò la flotta, la INVINCIBILE ARMADA, ma la flotta inglese, composta di navi più agili, le diede l'assalto nella Manica, e agevolata anche da una tempesta, riuscì ad annientarla (1589), distruggendo per sempre il mito della invincibilità della flotta spagnola.

GUERRA CONTRO LA FRANCIA

Il totale fallimento di quest'impresa fu simultaneo al crescente impegno di Filippo II nel CONFLITTO RELIGIOSO FRA CATTOLICI E CALVINISTI FRANCESI, sfociato in una guerra civile che aveva visto fronteggiarsi Antonio di Borbone, capo della fazione calvinista, ed i Giusa, i cattolici francesi.
Alla morte di Enrico II (succeduto a Francesco I), che aveva condotto l’ultima fase della lunga guerra contro Carlo V, la monarchia francese attraversò un lungo periodo di crisi e di guerre civili, scatenate sia dalla debolezza dei sovrani sia dai contrasti tra le fazioni religiose.
Della crisi dell’autorità regia tentarono di approfittare alcune famiglie della grande nobiltà per ridurre i poteri del sovrano e per salire al trono.
Ad Enrico II successe il figlio Francesco II, che regnò per brevissimo tempo (1559-60) e che sposò Maria Stuart, figlia del re di Scozia: in questo periodo acquistarono grande autorità i conti di Guisa, cattolici ed avidi di dominio, che cercarono di perseguitare con furore i protestanti francesi detti ugonotti, i quali si riconoscevano sudditi della famiglia Borbone, un ramo cadetto della casata reale (Valois). I Borbone regnavano sul piccolo trono di Navarra (al confine tra Francia e Spagna). Morto Francesco II, assunse la reggenza, in nome del figlio minore Carlo IX, la madre Caterina dei Medici, donna energica, risoluta e spregiudicata (Caterina era vedova di Enrico II di Valois ed era madre di Francesco, di Carlo, di Enrico e di Margherita, protagonisti delle vicende che seguiranno). Per tenere a freno l’invadenza del partito dei Guisa, Caterina inaugurò una politica di tolleranza verso gli ugonotti, ma nel fare ciò si trovò di fronte alla decisa opposizione dei Guisa. Stretta tra cattolici ed ugonotti, Caterina seguì una politica di altalena per contenere di volta in volta la pericolosa potenza del partito più forte. Questo equilibrio si infranse nel 1572 quando Caterina, in occasione delle nozze di sua figlia Margherita con Enrico di Borbone, fu costretta ad organizzare un attentato contro il capo degli ugonotti Gaspare di Coligny: quest’ultimo infatti aveva acquistato un forte ascendente sul debole re Carlo IX e lo stava convincendo ad intervenire nei Paesi Bassi in soccorso dei rivoltosi protestanti ed antispagnoli. Il Coligny fu gravemente ferito ma ciò provocò la reazione degli ugonotti, che minacciarono una vendetta contro Caterina e i Guisa. Caterina allora, approfittando del fatto che migliaia di ugonotti fossero convenuti a Parigi per le nozze di Enrico di Borbone, organizzò contro di essi la terribile strage di San Bartolomeo (24 agosto 1572): alcune migliaia di ugonotti furono massacrati e lo stesso Enrico di Borbone corse un serio pericolo di vita e fu tenuto come ostaggio a corte per circa un anno. Morto Carlo IX, probabilmente a causa di un avvelenamento, gli successe il fratello Enrico III, il quale cercò di mantenere un certo equilibrio tra protestanti e cattolici.
Negli ultimi anni del suo regno si pose il problema della successione poiché Enrico III non aveva figli.  La linea dinastica dei Valois stava per estinguersi. Più pretendenti miravano ad impossessarsi del trono. Esso spettava di diritto ad Enrico di Borbone, re di Navarra, per via del suo matrimonio con Margherita di Valois, sorella di Enrico III: egli però era il capo degli ugonotti e la maggior parte dei francesi era contraria ad un re protestante. Erano contrari inoltre anche il papa e Filippo II di Spagna, il quale ambiva ad impossessarsi di quella corona per la figlia Isabella. L’altro pretendente era Enrico di Guisa, il quale aveva costituito una Lega cattolica proprio per impedire che un protestante potesse salire sul trono di Francia.
Il re Enrico III tentò di attuare una politica di conciliazione ma nel 1588, poiché egli si rifiutò di accondiscendere alle pretese e alle pressioni della Lega cattolica, scoppiarono gravi disordini a Parigi, tanto che fu costretto a fuggire dalla capitale. Il re ricorse allora ad un delitto con cui si sbarazzò di Enrico di Guisa ma, pochi mesi dopo, mentre insieme ad Enrico di Borbone stava assediando Parigi, cadde a sua volta sotto il pugnale di un monaco fanatico. Morendo, Enrico III dichiarò suo legittimo erede Enrico di Borbone, il quale continuò l’assedio di Parigi: al fianco della Lega cattolica si schierò Filippo II di Spagna che inviò un esercito, mentre Enrico di Borbone fu aiutato dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi (la neonata Repubblica delle 7 province unite) e dai principi protestanti tedeschi. La situazione si sbloccò nel 1593, quando Enrico di Borbone, per farsi accettare dai francesi, abiurò la fede calvinista e si convertì solennemente al cattolicesimo (sembra che egli pronunciasse in quella occasione la frase “Parigi val bene una messa!”): divenne cosi re con il nome di Enrico IV. Il papa Clemente VIII lo riconobbe allora sovrano legittimo. Nel 1598, interpretando il desiderio di pace molto vivo nel regno dopo 40 anni di lotte, Enrico IV pose fine al conflitto religioso con il celebre Editto di Nantes, una legge di grande importanza storica, in quanto fu la prima volta che in Europa venne accettato il principio della tolleranza religiosa: l’editto infatti riconobbe la libertà di coscienza agli ugonotti francesi ed anche la libertà di culto sul territorio francese, con esclusione della città di Parigi ed il suo territorio per un raggio di 25 Km.  Agli ugonotti inoltre venne riconosciuta la parità giuridica nei confronti dello Stato e l’uguaglianza dei diritti civili con i cattolici: potevano esercitare qualsiasi professione, essere assunti o ricoprire qualsiasi incarico pubblico. Infine agli ugonotti vennero concesse 151 piazzeforti d’asilo, fra cui La Rochelle (cfr episodio de I tre Moschettieri di Dumas) sparse in tutta la Francia, autogestite dagli stessi protestanti, in modo da garantire una adeguata protezione militare ai seguaci della religione riformata. Con la pace di VERVINS (1598) era cominciata per la Francia un periodo di pace e di ripresa economica e politica.
Filippo II vide così il completo fallimento della sua politica di espansione.

 Supplemento storiografico
I tempi della storia Breve e lunga durata.
Braudel, F., Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II
(Einaudi, Torino 1953, 1986 – La Méditerranée, Parigi 1949, 1966).

Esito di una ricerca avviata sin dagli anni Venti e proseguita durante il periodo della guerra e della prigionia, costituisce uno dei testi fondamentali della storiografia della "seconda generazione" di storici delle "Annales" e una delle opere che più hanno inciso, dal punto di vista della metodologia e delle tematiche affrontate, sugli sviluppi complessivi della storiografia contemporanea sull'età moderna. Uno dei connotati salienti di quest'opera è costituito dal superamento di una prospettiva storica limitata agli ambiti nazionali e dall'adozione di una più vasta cornice. Essa è costituita dallo spazio geostorico mediterraneo e viene intesa come condizione indispensabile per una comprensione reale della dinamica storica dei diversi stati. Questo spostamento di prospettiva si salda all'adozione di una metodologia interdisciplinare che offre ampio spazio alla geografia, all'economia, alla demografia, secondo le linee direttrici proprie della scuola delle "Annales". È questa la base che consente a Braudel di articolare la scansione tematica, che è al tempo stesso una cadenza di ritmi del divenire storico tra un tempo geografico, che determina i quadri generali, ambientali e climatici, che sono condizionamenti ineliminabili nell'evoluzione storica dell'area mediterranea; un tempo sociale, che è il tempo della lunga durata, in cui si colloca la storia delle diverse società, delle loro economie, delle loro istituzioni, nei loro molteplici rapporti; e infine un tempo individuale, che rappresenta il tempo breve degli avvenimenti, degli eventi politici e militari. Questo risulta quindi ridotto solo a un versante, non più in grado di esaurire la comprensione storica. Oggetto di vaste discussioni sin dalla prima apparizione (cui seguì, nel 1966, una seconda edizione, con importanti ampliamenti) La Méditerranée ha esercitato una profonda influenza soprattutto per quanto riguarda la ricerca sul terreno della " lunga durata", stimolando, particolarmente nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, un grande sviluppo di ricerche sull'economia, i commerci, la demografia, i rapporti tra città e campagna dei paesi dell'area mediterranea.

Civiltà e imperi nell'età di Filippo II), diviso in tre parti: L'ambiente (paesaggio, clima, mondo urbano ecc.), Destini collettivi e movimenti d'insieme (economie, imperi, società, civiltà, ecc.), Gli avvenimenti, la politica e gli uomini (vicende storiche seguite cronologicamente).
Le tre sezioni del libro di Braudel coincidono con le tre diverse velocità della storia (la storia, un'autostrada a tre corsie).
Dalla prefazione: "Questo libro è diviso in tre parti […] la prima tratta una storia quasi immobile, quella dell'uomo nei suoi rapporti con l'ambiente: una storia di lento svolgimento e di lente trasformazioni, fatta spesso di ritorni insistenti, di cicli incessantemente ricominciati […]. Al di sopra di questa storia immobile, una storia lentamente ritmata […], una storia sociale, quella dei gruppi e degli aggruppamenti […]. La terza parte, infine, è quella della storia tradizionale, se si vuole della storia secondo la dimensione non dell'uomo, ma dell'individuo, la storia "événementielle" […]. In tal modo, siamo giunti a decomporre la storia in piani sovrapposti. O, se si vuole, a distinguere nel tempo della storia, un tempo geografico, un tempo sociale, un tempo individuale".
Una teorizzazione di questa esperienza di ricerca e di scrittura in F. Braudel, Storia e scienze sociali. La "lunga durata" (1958): "Dalle recenti esperienze e tentativi della storiografia, si sviluppa […] una nozione sempre più precisa della molteplicità del tempo e del significato eccezionale del tempo lungo […]. La storiografia tradizionale interessata ai ritmi brevi del tempo, dell'individuo, dell' événement, ci ha abituati da tempo al suo racconto frettoloso, drammatico, di breve respiro. La nuova storiografia economica e sociale pone al primo posto, nella sua ricerca, le oscillazioni cicliche, e punta sulla validità delle loro durate: è rimasta presa dal miraggio, nonché dalla realtà delle ascese e discese cicliche dei prezzi […] in cui il passato viene chiamato in causa sulla trama di ampie partizioni, di decine, ventine o cinquantine d'anni. Molto al di là di questo secondo recitativo si colloca una storia di respiro ancora più sostenuto, di ampiezza secolare, stavolta: la storia di lunga, addirittura di lunghissima durata […]. Ammetterla al cuore del nostro mestiere […] significa familiarizzarsi con un tempo rallentato, a volte quasi al limite dell'immobilità".
Bibliografia: F. BRAUDEL, Scritti sulla storia, Milano, Mondadori, 1973

FILIPPO II di Spagna detto il Prudente (regnò 1556-1598): Filippo II (1527-1598) era figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo. Salì al trono dopo l'abdicazione del padre Carlo V, e mirò ad affermare il predominio degli Absburgo e della Chiesa in Europa. Volle conquistare il Portogallo, fare guerra ai calvinisti e ricondurre l'Inghilterra a Roma. Visse nel suo palazzo dell'ESCORIALE, fatto a forma di graticola, in ricordo della battaglia di S. Quintino (10 agosto 1557), festa di S. Lorenzo, martirizzato appunto sulla graticola.
1^ moglie: la cugina Maria Emanuela, figlia di Giovanni III di Portogallo, da cui nacque il figlio Don Carlos (l’opera di Verdi);
2^ moglie: Maria Tudor detta la Cattolica, che morirà nel 1559.
3^ moglie: Elisabetta di Valois, sposata nel 1559 e che morirà nel 1568.
4^ moglie: Anna d'Austria, che muore nel 1580.
Filippo II morì di gotta nel 1598

La guerra contro la Spagna fu anche la causa della espansione coloniale degli Olandesi. Essi decisero di recarsi direttamente nelle Indie Orientali e in America, fondando la COMPAGNIA DELLE GRANDI INDIE (1602) e più tardi la COMPAGNIA DELLE INDIE OCCIDENTALI.

Con la pace di Cateau Cambresis (1559) l’Italia passò sotto il dominio diretto e indiretto della Spagna. Tale dominio durò fino al 1714 quando, in seguito alla guerra di successione spagnola, l’egemonia della Spagna venne sostituita da quella austriaca. Dopo il 1559 i territori italiani che dipendevano direttamente dalla Spagna (nel senso che erano possedimenti della corona spagnola) erano: il ducato di Milano, lo Stato dei Presìdi (una serie di roccaforti militari situate tra l’isola d’Elba e la costa toscana, ritenute importanti per tenere sotto controllo il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa), il regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna. C’erano inoltre altri Stati, formalmente indipendenti, ma che di fatto, per ragioni politiche, militari ed economiche, subivano l’influenza più o meno diretta della Spagna: il ducato di Parma (e Piacenza), il ducato di Modena (e Reggio), il ducato di Mantova, il granducato di Toscana, la repubblica di Genova (che era passata dalla parte spagnola con Andrea Doria durante il conflitto tra Carlo V e Francesco I), la repubblica di Lucca. Gli unici Stati che conservarono una relativa autonomia dalla Spagna furono il ducato di Savoia e la repubblica di Venezia. Ad essi si può aggiungere anche lo Stato della Chiesa che, pur avendo rapporti stretti con la Spagna, non ne subiva comunque le direttive.
Con Emanuele Filiberto (1553-1580) il ducato di Savoia, situato al confine tra Italia e Francia, si italianizzò sempre più, tanto che la capitale fu portata da Chambery a Torino: i duchi di Savoia si mossero con abilità dibattendosi tra francesi e spagnoli, rafforzarono notevolmente l’unità e l’organizzazione interna dello Stato. Emanuele Filiberto ad esempio riorganizzò le finanze del ducato e introdusse un nuovo e più rigoroso sistema fiscale; inoltre riformò l’apparato amministrativo e giudiziario secondo quei criteri centralistici che si erano già affermati nelle grandi monarchie europee dell’epoca e potenziò l’esercito, iniziando una politica di espansione. Tale politica fu seguita soprattutto dal suo successore, Carlo Emanuele I (1580-1630), il quale, trattando con la Francia, s’impossessò del marchesato di Saluzzo e poi rivolse le proprie mire verso il marchesato del Monferrato, appartenente ai Gonzaga di Mantova.
Venezia invece si trovò stretta tra il pericolo turco e la potenza degli Asburgo e della Spagna. La Serenissima si chiuse in una politica prudente, volta soprattutto ad amministrare e conservare la ricchezza e i possedimenti accumulati in passato. Venezia rimase comunque, tra Cinquecento e Seicento, la maggiore potenza economica e politica italiana, anche se dovette fronteggiare l’avanzata ottomana nel Mediterraneo orientale, avanzata che mise in crisi la sua tradizionale egemonia marittima (gli ottomani conquistarono prima Rodi nel 1523 e poi Cipro nel 1570).

Un po’ di storia sul Bloody Mary: questo cocktail è ispirato alla storia di Maria I Tudor detta la Cattolica, regina d'Inghilterra, soprannominata dai protestanti la Sanguinaria per la violente persecuzioni perpetrate nei loro confronti (1553), un barman francese Ferdinando Petiot , che viveva negli Usa creò nel 1920 un cocktail al quale diede il macabro nome di Bloody Mary, per l'appunto Maria La Sanguinaria . Il cocktail è stato reso celebre anche dal film . Ingredienti: 3/10 di Vodka - 6/10 di succo di pomodoro - 1/10 di succo di limone - Cubetti di ghiaccio -3 gocce di salsa Worcester - Uno spruzzo di Tabasco - 1 punta di sedano - Sale e pepe.  Si può preparare anche una versione analcolica eliminando la vodka, in questo caso normalmente viene chiamato pomodoro condito. Esiste anche una versione mesicana in cui viene sostituita la Vodka con la Tequila.

 

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

Riforme ecclesiastiche e Controriforma
La Controriforma è la struttura intellettuale della Chiesa uscita profondamente rinnovata dal Concilio tridentino, è anche il suo sistema giuridico e la sua prassi pastorale. La più grande ideologia della Chiesa viene detta da Romeo De Maio (Michelangelo e la Controriforma, Roma -Bari 1978, p.X.), non è comprensibile senza il riferimento allo spirito di controversia inaugurato e generalizzato dalle interminabili discussioni dell’assise tridentina, ispirate da teologi e controversisti di professione come Tommaso De Vio, detto il Gaetano, e Ambrogio Caterino Politi, più rozzo sotto l’aspetto dottrinale, ma assai efficace sotto quello psicologico, come testimoniano gli scritti al vetriolo contro Lutero, gli spirituali italiani raccolti attorno a Vittoria Colonna e Marc’Antonio Flaminio, finanche contro  il Savonarola  suo confratello. Sue rilevanze peculiarissime sono anche gli strumenti del controllo sociale, la compagnia di Gesù, la vocazione censoria, l’attitudine a conciliare sul piano culturale esigenze filologiche e slanci apologetico-devozionali.
Confrontate con la compattezza della Controriforma, risultano iniziative sporadiche tutte le riforme ecclesiastiche avanzate, e solo parzialmente realizzate, da Savonarola al Tridentino. Basti pensare allo scarso peso di progetti, pure ammirevoli e per certi versi avanzati, come il Libellus ad Leonem X oppure la contradditorietà di più ampie iniziative di riforma della Chiesa quale il Consilium de emendanda ecclesia, tra i cui firmatari vi erano sia spirituali educati alle idee erasmiane come Gasparo Contarini, Reginald Pole e Jacopo Sadoleto, che prelati intransigenti come il terribile teatino Giampietro Carafa, futuro Paolo IV.

Con l’avvento della congregazione del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, fondata da Paolo III il 21 luglio 1542 con la bolla Licet ab ìnitio, si generalizza l’uso della repressione, anche violenta, come strumento di difesa dell’ortodossia, suscitando le vive proteste di quanti, spiriti liberi e cattolici tolleranti, facevano osservare in accordo con Erasmo che imporre la fede è contro l’insegnamento di Cristo e non favorisceil formarsi della coscienza. Col Sant’ Uffizio il sistema repressivo della vecchia Inquisizione medievale veniva rinnovato su basi amministrative centralizzate.
Esso rappresentava un formidabile strumento dì controllo mentale e delle coscienze, il cui compito era tutelare l’ortodossia nel campo della fede ed esigere dal comune credente un’obbedienza totale e assoluta verso l’autorità gerarchica.
Con l’Inquisizione s’intendeva sostituire la violenza alla libera adesione, l’uniformità di pensiero alla responsabilità personale, il conformismo religioso al fecondo individualismo in materia di fede, la pedagogia del peccato all’ascetica della libertà. Agli eretici che persisteranno nei loro errori diabolici, il pontefice non prospetta alcuna conciliazione o accomodazione.
Del resto, la bolla Licet ab initio era stata preceduta da una serie di atti promossi e voluti dallo stesso papa Francese, che di fatto avevano contribuito a dare un orientamento repressivo e intollerante alla Chiesa romana. Con la bolla Regimini militantis del 27 settembre 1540, Paolo III approva la Compagnia di Gesù, l’ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola, i cui componenti erano soggetti ad un voto speciale di obbedienza al Papa. Quattro mesi prima della convocazione del Concilio di Trento, emana la bolla In apostolici culminis (10 gennaio 1542), in cui si concede l’autorizzazione a procedere con fermezza e severità contro chi cade in sospetto d’eresia. E’ dello stesso anno, infine, l’aspra bolla Cupientes Judaeos, che costringe, gli ebrei ad una conversione forzata; per chi persiste nell’osservanza del rito giudaico, e riservata la punizione prevista nei confronti degli_eretici. Nella nuova politica di repressione avviata da Paolo III, si distingue il cardinale Giampietro Carafa, che contribuisce in maniera rilevante ad accrescere i poteri dell’inquisizione e il suo raggio d’azione.
Il   mito dell’autorità pontificia nel Cinquecento sembra toccare il culmine sotto Sisto V Peretti. il Papa che cancellò senza alcuna esitazione gli interrogativi e i dubbi umanistici posti sulla natura e i limiti del potere pontificio. Con Sisto V la Chiesa significa essenzialmente curia romana, l’indice dei libri proibiti generalizza l’uso della censura ecclesiastica, il controllo sociale fa registrare un crescente impoverimento culturale, si elaborano infine nuove teorie sui poteri papali, tra le quali spicca la dottrina della potestas directa e indìrecta del papa formulata da Roberto Bellarmino, autorevole teologo gesuita. Ma anche Bellarmino fu posto all’Indice con il primo volume delle sue Controversiae per aver limitato la potestà pontificia nelle questioni temporali.

Nei 1588 Sisto V emanò la bolla Immensa aeterni, con la quale si centralizzava l’attività di governo della Chiesa attraverso la creazione di quindici congregazioni cardinalizie e si intensificava il controllo del pensiero e delle coscienze. Il 21 settembre 1585 aveva scomunicato Enrico di Navarra, dichiarandolo eretico e impenitente e annoverandolo assieme al principe di Condè tra i “discendenti bastardi e abominevoli della famosa e illustre famiglia dei Borbone”. Eventi emblematici di questo processo di inasprimento che si andava realizzando nel mondo cattolico sono la condanna emessa contro Giordano Bruno, che non si prestò al sacrifìcium intellectus, e il caso Galileo, che costrinse lo scienziato a trincerarsi nel nicodemismo: ossia in un atteggiamento di apparente accettazione della verità imposta e di interiore adesione alle proprie convinzioni. Risale infatti al 1638 la pubblicazione a Leida dei Discorsi intorno a due nuove scienze, opera di un Galilei più che mai deciso ad eludere il controllo del Sant’Uffizio e a scardinare le infondate sicurezze dei teologi.
Sul piano della cultura teologica e storica, la Controriforma approdava a partire dagli anni Ottanta del Cinquecento a grandi sintesi orientative, grazie alle quali dal complesso di inferiorità nei confronti del protestantesimo, promuovendo il Tridentino a cultura universale. In questo contesto campeggiano le Controversiae di Roberto Bellarmino (Ingostadt 1586-1593) e i dodici volumi di Annales ecclesiastici      di Cesare Baronio (Roma 1588-1607). Con la pubblicazione nel 1593 della Bibliotheca Selecta di Antonio Possevino si definiva la bibliografia ideale della Controriforma, ancorata al criterio selettivo saldamente operante “sapientiam cum pietate coniungere” ossia associare una certa correttezza metodo1ogica alle finalità devozionali. Pertanto dalla Bibliotheca del Possevino restano escluse le opere non compatibili con l’ortodossia cattolica, oppure semplicemente collegate alla tradizione umanistica, razionalistica, dell’autonomia della politica, della letteratura e delle scienze.

Dissenso religioso e problema della tolleranza
All’ indomani del rogo di Michele Serveto, l’umanista francese Sebastiano Castellione diede inizio al dibattito europeo sul supplizio dello sfortunato antitrinitario in contrasto con la posizione calvinista. Castellione aveva pubblicato a Basilea nel 1554, celando la sua identità sotto io pseudonimo di Martinus Bellius, un volumetto dal titolo indicativo De haereticis an sint persequendi, in cui si presentava un’ antologia di pareri di varie epoche e di diversi autori in difesa della tolleranza religiosa degli eretici e della libertà di coscienza. Vi figuravano brani dei Padri della Chiesa, di Erasmo, dello spiritualista Sebastian Franck e di riformatori più o meno noti, tra i quali anche Lutero e Calvino; alcuni pareri presentati sotto nomi oscuri come Basilio Montfort o Giorgio Kleinberg, erano opera del Castellione. Nella prefazione alla sua antologia, indirizzata al duca Cristoforo del Wurttenberg, l’umanista francese rigettava lo stesso concetto di eretico, poiché “Non vi è in pratica alcuna setta che non giudichi eretiche tutte le altre”.Il suo invito alla tolleranza degli eretici si associava ad un’ appassionata difesa della libertà, da conseguirsi in accordo col Franck attraverso una religione spirituale e non dogmatica.
L’influsso fecondo del pensiero castellioniano si ritrova in personalità di spicco quali gli esuli italiani  Giacomo Aconcio e Fausto Sozzini, cui si richiamano direttamente alcune tra le più vitali correnti irenichedel Cinquecento. L’esule trentino Giacomo Aconcio attaccò duramente le controversie dogmatiche e i cavilli dei teologi negli Stratagemata Satanae, editi a Basilea nel 1564, anno della morte di Calvino. Aconcio evidenzia la necessità, per il credente, di accedere liberamente alla Scrittura e di impegnarsi a fondo nella ricerca diuturna del significato autentico della parola divina. Da qui l’esortazione a guardarsi degli inganni di Satana, considerato che il fedele non potrà mai dire di aver raggiunto la pienezza della vita cristiana.
Con Castellione, Aconcio ribadisce il concetto irenico della impunibilità degli eretici, esaltando umanisticamente il ruolo positivo svolto in linea di principio dal dissenso religioso, cui va riconosciuto il merito, affrancandosi da una prospettiva strettamente confessionale, di esortare le coscienze libere all’approfondimento della verità. Nei suoi Stratagemata l’autore individua nell’intolleranza religiosa il più perfido dei tranelli di Satana.
Tracce del pensiero di Castellione si ritrovano anche nell’ecclesiologia dell’esule Fausto Sozzini, che al pari dello zio Lelio aveva trovato rifugio in Polonia, stabilendosi per molti anni a Cracovia. Fondamento della sua dottrina è il rifiuto dei sacramenti e la negazione della divinità di Cristo, congiunti ad un razionalismo religioso di fondo e alla difesa della tolleranza, che conduceva Sozzini a riconoscere per autentica ogni Chiesa che avesse seguito gli insegnamenti basilari di Cristo. Nella lettera De ecclesia, inviata ad un imprecisato destinatario il 17 marzo 1533, l’esule senese giunse a sostenere che la salvezza può essere conseguita in una pluralità di chiese cristiane, senza dover necessariamente essere costretti ad identificarsi in alcuna di esse. Le sue posizioni conquistarono folti gruppi di dissidenti e suoi discepoli, che si dissero sociniani, i quali dalla Polonia si diffusero un po’ ovunque, principalmente in inghi1terra e in Olanda.
Anche Montaigne condivideva gli orientamenti delle correnti erasmiane, ireniche  e conciliatrici, favorevoli ad anteporre la pace religiosa ad ogni rigida prospettiva teologica.
Alieno da ogni sorta di fanatismo religioso, lo scrittore francese nel saggio intitolato Della libertà di coscienza, steso con ogni probabilità nel 1578, si opponeva allo spirito settario e intransigente delle guerre civili, rifiutando recisamente ogni forma di intolleranza  nel campo della fede e rivolgendo, con l’ausilio della storia, un accorato appello alla moderazione e alla pace religiosa. Del resto, è sua l’affermazione che morire o uccidere per un’idea è un prezzo troppo alto per una semplice convinzione. E’ per questo che Montaigne ammirava entusiasticamente Enrico IV, che con la promulgazione dell’Editto di Nantes nel 1598 pose fine alle drammatiche guerre di religione in Francia e concesse agli ugonotti, pur se con determinate condizioni, il sostanziale riconoscimento della libertà di culto e di coscienza.
Montaigne auspicava l’ideale umanistico caro a Leonardo di città come sede di civile conversazione, che gli parve di vedere realizzato ad Augusta, miracolo di pacifica convivenza tra la comunità cattolica e quella luterana. Giuntovi nell’ottobre dei 1580, osservò che in quella città “nozze fra cattolici e luterani avvengono comunemente, e chi più ne ha voglia subisce le leggi dell’altro; se ne sono celebrati mille di tali matrimoni: il nostro albergatore era cattolico, la moglie luterana” (Mìchel de Monitaigne, Giornale di viaggio in Italia, a cura dì E. Camesasca, Milano, 1956).
Sul finire del Cinquecento e nel Seicento la repubblica olandese seppe dare un contributo assai originale al dibattito moderno sulla tolleranza. Il peso che vi ebbe la tradizione ereticale e irenica del Cinquecento sulla determinazione dei problemi fondamentali fu decisivo. Le Province Unite erano infatti un brulicare di edizioni e traduzioni di opere del Frank, di Sebastiano Castellione e di Giacomo Aconcio. Ma erano anche luogo d’asilo di perseguitati politici e religiosi: francesi, ebrei di origine ispano-portoghese, tedeschi e polacchi trovano rifugio e assistenza in molte città olandesi, mostrando di privilegiare specialmente Amsterdam. E proprio nei territori olandesi si orientò maggiormente l’emigrazione dei sociniani, la cui professione di fede si trova nel Catechismo di Rakow, edito in polacco nel 1605 e in latino nel 1609, affermazione matura e consapevole della libertà religiosa. Al socinianesimo, cui si deve l’approfondimento e l’ampliamento della tematica castellioniana, l’ Olanda riuscì a garantire concreti spazi di libertà, come è dimostrato dal fatto che diversi sociniani preferirono completare gli studi teologici nella civilissima Leida e in altre università olandesi.
E in questo quadro assai articolato e vano che si colloca la riflessione del teologo olandese Jakob Harmensz, latinizzato Arminius, assai sensibile alla tradizione erasmiana e al versante dell’irenismo castellioniano. Arminius, professore nella prestigiosa università di Leida, cercò di delineare nel corso del suo insegnamento una forma di calvinismo che fosse meno rigorosa di quella ufficiale.
Tra l’altro, il teologo olandese prese posizione finanche nei confronti della predestinazione, tradizionalmente considerata il fondamento della teologia calvinista.
L’8 febbraio 1605, in un’aula della sua università, Arminius offri un contributo teorico rilevantissimo alla ricomposizione delle fratture religiose con l’orazione De componendo dissidio religionis inter christianos. In essa si avanza la proposta ironica di convocare un concilio al fine di saldare le discordie religiose che da tempo angustiavano la cristianità. Sulla sua proposta pesavano da un lato l’amarezza suscitata dagli aspri contrasti che dividevano la Chiesa riformata olandese e che lo vedevano in opposizione ai gomaristi, calvinisti intransigenti, dall’altro la speranza di poter eliminare quelle controversie e quelle divisioni tra cristiani che erano causa di inutili crudeltà e violenze. La  visione irenica di Arminio contribuì a rendere più flessibile il calvinismo olandese, nonostante la dura reazione della corrente gomarista.

 

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    Eventi storici parte 2

 

L'Europa dal 1830 al 1848

I moti del 1830-31

Rivoluzione di luglio in Francia: Carlo X, successore di Luigi XVIII, tenta di restaurare l'ordine pre-rivoluzionario – legge del miliardo, restituzione della scuola alla chiesa. L'opposizione è portata avanti da borghesi e intellettuali. Due elezioni danno risultati favorevoli alle forze moderate, ma Carlo X se ne frega e continua la sua politica restauratrice (primo ministro Polignac), cercando di abolire la costituzione e limitare la libertà di stampa. Nel luglio 1830 Parigi insorge, e la monarchia cade. Viene eletto Luigi Filippo d'Orleans, che si dichiara “re dei francesi” (non più per diritto divino).

Il Belgio si ribella e chiede l'indipendenza dall'Olanda (religione, industria vs. commercio). Francia e GB non intervengono (la borghesia si oppone), una conferenza internazionale nel 1830 decreta la nascita del Regno del Belgio (neutrale). L'Olanda la riconosce nel 1839.

In Inghilterra viene riformata la legge elettorale e si accresce il peso dei distretti urbani (borghi putridi). Si delineano due partiti: i liberali e i conservatori.

La Polonia si ribella al dominio russo, ma la rivoluzione coinvolge solo i ceti elevati, per paura di un'eccessiva democratizzazione. Inoltre non arriva l'aiuto di Francia e GB. La rivolta viene repressa dai russi nel 1831.

In Germania si promulga lo zollverein (trattato doganale), preludio all'unificazione tedesca.

In Italia, nel ducato di Modena, i carbonari tentano di coinvolgere il duca Francesco IV in una guerra contro l'Austria. Quando il duca si accorge che non avrà aiuto dai francesi, fa arrestare i cospiratori (Ciro Menotti), ma la rivolta scoppia lo stesso anche a Parma e nello Stato Pontificio. I rivoltosi però sono divisi tra di loro e vengono sconfitti dagli austriaci, che rimettono tutti i vecchi sovrani sul trono. La repressione è durissima (Menotti è giustiziato). I moti falliscono per le divisioni interne e per i meccanismi ancora legati alle società segrete.

I moti del 1831 decretano la fine delle società segrete e della collaborazione tra liberali e democratici, tra borghesi e popolani.

Dal 1830 al 1848

Si delineano  tra il 30 e il 40 due blocchi: quello assolutistico di Austria, Germania e Russia, e quello liberale-costituzionale di Francia e GB, che favorisce l'avvento di regimi costituzionali in vari paesi d'Europa (Spagna, Portogallo, Svizzera...). L'alleanza Francia-GB si incrinerà nel 1839-40  a causa della questione d'oriente.

Il pensiero economico dominante è quello del liberismo: nessun intervento dello stato nel mercato, che si autoregola secondo la legge della domanda-offerta, che regola anche i salari e i prezzi. L'economia capitalistica ha degli alti e bassi notevoli, le crisi produttive producono disoccupazione e disordini sociali.
I benefici della crescita economica vanno tutti a favore della borghesia, mentre le condizioni di vita dei contadini e degli operai peggiorano. L'urbanizzazione pone nuove questioni sociali, ma i governi non ne tengono conto. Le organizzazioni operaie non hanno ancora la forza di rivendicare obiettivi comuni.

Prende corpo il nazionalismo, che fa breccia soprattutto tra i giovani e gli intellettuali. Si chiede l'indipendenza dal dominio straniero e maggiore democrazia.

Dal punto di vista industriale, tiene banco soprattutto l'industria metalmeccanica, grazie anche alla costruzione delle ferrovie. Ciò porta ad uno sviluppo del commercio tra paesi lontani, oltre che ad un aumento dell'attività bancaria (necessità di ingenti finanziamenti). La ricerca scientifica diventa sempre più orientata alla produzione, si fanno nuove scoperte nel campo della chimica, delle comunicazioni e dei trasporti. Migliorano anche le condizioni di vita.
In ogni caso l'agricoltura rimane ancora l'attività preponderante in Europa. In alcune zone vengono applicate nuove tecniche che permettono di aumentare la produzione e quindi c'é maggior crescita demografica (anche grazie alle migliori condizioni igieniche). In altre (Spagna, Russia, Italia merid.) rimane l'arretratezza del latifondo.

In Inghilterra negli anni 20 e 30 vi sono notevoli conquiste dal punto di vista della legislazione sociale: vengono legalizzate le Trade Unions, abolita la schiavitù. Nascono le prime ipotesi di confederazioni sindacali e cooperative di consumo. Il  “cartismo” rappresenta il primo tentativo di organizzare il movimento operaio con rivendicazioni di carattere democratico, ma non ha fortuna. Il sindacalismo britannico sarebbe rimasto apolitico. Il liberismo ha una battuta d'arresto con l'adozione di dazi sul grano, ma questi vengono presto aboliti nel 1845 dopo una carestia.

In Italia lo sviluppo industriale è limitato, i commerci impediti dalle barriere doganali. Rimane un paese agricolo, gli operai sono una minoranza. C'è una classe di intellettuali molto attiva, che si occupa di questioni circa l'educazione pubblica, l'industrializzazione e le trasformazioni economiche. Nascono molte riviste e  prende piede il nazionalismo, che incarna l'aspirazione a unificare il paese.

Mazzini, dopo un'esperienza giovanile nella carboneria, elabora una teoria politica che porti al superamento dei limiti delle società segrete nel senso di individuare obiettivi precisi e prevedere un maggior coinvolgimento popolare. C'è anche una componente mistica: Mazzini identifica Dio nelle aspirazioni popolari ad una maggiore libertà e progresso, e fonda una vera e propria “fede laica”. Il raggiungimento dell'obiettivo primario (l'Italia unita e repubblicana) poteva essere realizzato solo con il concorso di tutte le classi sociali, compresa la borghesia: Mazzini non crede nella lotta di classe. Fonda Giovine Italia nel 1832 (europa 1834). Evita però di esprimersi sulla questione contadina, estremamente importante nell'Italia del tempo.

I primi moti mazziniani falliscono proprio per il mancato coinvolgimento delle masse contadine: 1833 Piemonte – Liguria (Garibaldi), 1844 Fratelli Bandiera.

Un altra tendenza del tempo è quella propugnata da Gioberti, che parla di uno stato federale in cui far confluire tutti gli stati italiani, con guida spirituale affidata al Papa e guida militare e politica al regno di Sardegna (neoguelfismo). Altri (Capponi, Balbo, d'Azeglio) sono d'accordo ma vogliono limitare il ruolo del papa. Cattaneo vuole una federazione con a capo un governo repubblicano.

Il 1848

Nel 1848 tutta Europa è attraversata da moti rivoluzionari. Contribuisce la crisi agraria del 1846-47, che fa aumentare il malcontento delle classi povere verso il sistema. Nei paesi occidentali la rivolta è caratterizzata da un'impronta sociale e rivendicativa delle classi operaie. In quelli centro-orientali invece si tratta di moti indipendentisti, nazionalisti e unitari.

In Francia la monarchia di luglio è contrastata sia dai reazionari favorevoli al ritorno di Carlo X sia dai repubblicani. Luigi Filippo cerca appoggi nell'alta borghesia, ma i liberali organizzano banchetti di protesta in cui si chiede il suffragio universale. C'è anche Blanqui che teorizza la conquista del potere tramite un piccolo partito armato e il passaggio successivo ad un regime comunista.

Nel febbraio 1848 il tentativo di impedire un banchetto provoca l'insurrezione del popolo parigino, che decreta la caduta di Luigi Filippo e la nascita della II Repubblica. Nel governo provvisorio ci sono i liberali (alta borghesia), democratici (piccola borghesia) e socialisti (operai), che subito si trovano in disaccordo. Tuttavia il governo riesce ad emanare alcune riforme sociali importanti (riduzione dell'orario di lavoro, creazione delle “fabbriche statali”.

Le forze moderate riprendono il potere dopo le elezioni di aprile e maggio, e un tentativo di nuova insurrezione da parte dei democratici. Viene eletto presidente Luigi Bonaparte, che nel 1851 attua un colpo di stato e nel 1852 con un plebiscito proclama la nascita del Secondo Impero e si fa incoronare imperatore col nome di Napoleone III.

Sull'onda degli avvenimenti francesi, L'impero asburgico viene scosso da una serie di rivolte indipendentistiche messe in atto nelle varie realtà nazionali.  A Marzo i moti scoppiano a Budapest, in Boemia e in Croazia. In seguito la rivolta arriva fino a Vienna, viene chiesto l'allontanamento di Metternich e la concessione di una costituzione. Metternich fugge in GB, ma i contrasti fra le varie forze rivoluzionarie favoriscono la reazione. In Ungheria la Russia interviene per sedare la rivolta insieme all'Austria.

Sempre a marzo la rivolta scoppia anche a Berlino, e Federico Guglielmo IV deve concedere una costituzione, ed è imitato dagli altri stati tedeschi. Rimane aperta però la questione dell'unificazione tedesca. A Francoforte una conferenza propone la creazione di un impero federale senza l'Austria, e   ne propone la corona a F.G. IV, che però rifiuta e la cosa finisce lì.

In Italia, l'elezione a papa di Pio IX nel 1846 suscita reazioni positive e grandi aspettative negli ambienti moderati italiani. Il papa concede alcune riforme sulla libertà di stampa e un'amnistia per i reati politici, ma l'Austria spaventata occupa Ferrara. Scoppiano rivolte a Milano.

In Sicilia scoppia un moto indipendentista, seguito da agitazioni a Napoli. Ferdinando II è costretto a concedere la Costituzione. Subito dopo anche Carlo Alberto (Statuto Albertino), Leopoldo II di Toscana e Pio IX fanno lo stesso.

Sull'onda dei moti in Prussia e nell'impero asburgico, insorgono le città di Venezia e Milano, riuscendo a scacciare gli austriaci e dando vita a governi provvisori (Manin, Casati). Anche a Modena e Parma scoppiano rivolte. C'è una certa partecipazione popolare, anche da parte dei contadini. Vi sono però contrasti tra moderati (che vogliono la confederazione di stati) e democratici (che vogliono un unico stato unitario).

Spinto dalle pressioni liberali, Carlo Alberto alla fine di Marzo dichiara guerra all'Austria, e subito gli altri sovrani d'Italia (Pio IX, Ferdinando II e Leopoldo II) inviano contingenti militari, a cui si aggiungono migliaia di volontari (Prima guerra di indipendenza).

Ci sono alcuni successi, poi gli Austriaci fermano Carlo Alberto a Peschiera. Nascono contrasti tra gli alleati: Pio IX ritira le truppe perchè non può combattere i cattolici austriaci. Anche Ferdinando II si ritira. Grazie ai volontari, Carlo Alberto riesce comunque ad annettersi il lombardo-veneto, ma la riscossa austriaca nel maggio lo ricaccia indietro e ad agosto si firma l'armistizio.

L'iniziativa dopo la sconfitta di Carlo Alberto passa ai democratici mazziniani. In Toscana Leopoldo II viene praticamente cacciato dal governo democratico di Guerrazzi e Montanelli. A Roma scoppiano violenti moti e anche Pio IX fugge a Gaeta. Viene fondata la Repubblica Romana all'inizio del 1849. La rivolta indipendentista siciliana viene invece sedata da Ferdinando II nel sangue.
Carlo Alberto dichiara nuovamente guerra all'Austria, ma viene seccamente sconfitto e abdica a favore di Vittorio Emanuele II, il quale firma un armistizio. La restaurazione avviene poi anche in Toscana e torna Leopoldo II.
La Repubblica  di Roma, assediata da tutti i sovrani cattolici (Austria, Francia e Borboni) resiste grazie anche a Garibaldi ma alla fine deve cedere, così come la repubblica veneziana, nel 1849.

 

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    Eventi storici parte 2

 

IL QUARANTOTTO IN ITALIA E IN EUROPA
Il conflitto tra le strutture e il sistema di potere creato nel 1815 e le tendenze innovatrici esplose, a livello europeo, con le rivoluzioni del 1848-49 in cui si intrecciarono elementi vecchi e nuovi.
Nei Paesi più progrediti economicamente ebbero certamente un peso di rilievo le nuove contraddizioni sociali legate all'affermazione della società industriale borghese; è il caso della Francia dove un prematuro scontro tra borghesia e proletariato sarà l'epilogo degli avvenimenti del '48.
Nel resto d'Europa, a determinare quella che fu chiamata la primavera dei popoli, fu la lotta per abbattere le sopravvivenza delle strutture del vecchio mondo dominante, aristocratico e oppressivo (come nell'Impero austriaco) il cui prestigio venne irrimediabilmente leso.
In entrambi i casi, l’ondata rivoluzionaria si manifestò sostanzialmente come un moto di rivolta spontaneo, privo di una direzione politica o organizzativa unitaria (impensabile dato lo stato delle comunicazioni in quel tempo), ma nondimeno espresse obbiettivi analoghi in tutti i paesi ed ebbe tutte le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione europea: questa sollevazione all'unisono dei popoli oppressi manifestò una carica collettiva di lotta e una volontà di emancipazione politica dallo straniero e dai regimi autoritari tanto matura e consapevole che i primi incerti e timidi tentativi insurrezionali degli anni Venti sembrano, rispetto ad essa, appartenere ad un'altra età della storia
I principali elementi di questo programma comune si compendiavano in poche ma importanti richiese:
-costituzioni e istituzioni rappresentative moderne, con parlamenti dotati di poteri reali ed eletti sulla base della rappresentanza individuale (“una testa, un voto”);
-libertà di stampa e di associazione;
-indipendenza del poter e giudiziario dal governo;
-istituzione di guardie civiche, cioè di milizie composte dai cittadini
Nei paesi sottoposti al dominio straniero si associava poi a queste rivendicazioni l’affermazione del principio di nazionalità, che si traduceva nella volontà di indipendenza.
Ma è anche l'era del trionfo borghese (era nella quale questa classe sociale esita comunque a impegnarsi, in Europa, nell'esercizio del potere) e della massiccia avanzata del capitalismo industriale, del nuovo ordine sociale da essa rappresentato, delle idee dalle quali sembrava trarre legittimazione (la ragione, la scienza, il progresso, il liberalismo). L'espansione improvvisa e inarrestabile dell'economia capitalista apriva, nel XIX secolo, nuovi possibili scenari politici, quasi che la rivoluzione industriale inglese avesse inghiottito la rivoluzione politica francese.

 

La primavera dei popoli repressa ma non domata
Recensione di F. Della Peruta al testo di E. Hobsbawm, «L' età delle nazioni»
(19 dicembre 2004) - Corriere della Sera Pagina 27

Il volume di Eric Hobsbawm affronta i nodi centrali della formazione del mondo contemporaneo. Infatti le trasformazioni economiche e sociali e gli avvenimenti politici che si verificarono nel periodo compreso fra l' ondata rivoluzionaria del 1848 e gli anni Settanta costituiscono le premesse dell' assetto preso dall' Europa e dagli altri continenti nei decenni a venire, sino all' inizio del nuovo secolo ed oltre. Mentre nella vita culturale alle idee del romanticismo - il movimento spirituale correlato all' idea di nazione e all' affermazione delle «patrie» e ispiratore dei vari «risorgimenti» - si sostituivano le ideologie del positivismo e dello scientismo, in Gran Bretagna giunse a piena maturazione la rivoluzione industriale, che poi si estese gradualmente all' Europa occidentale e agli Stati Uniti d' America. La correlativa ascesa del «capitalismo», il nuovo termine che - come rileva Hobsbawm - fece da allora il suo ingresso nel «dizionario economico e politico mondiale», portò al progressivo affermarsi di due nuovi soggetti sociali: la borghesia imprenditoriale, legata al nuovo corso dell' economia, e il proletariato di fabbrica, che alla vigilia del 1848 il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels chiamò alla organizzazione e alla lotta per la sua emancipazione. In Europa e negli Stati Uniti il più rapido pulsare e fluire della vita economica si accompagnò a un' importante «esplosione demografica», un fenomeno senza precedenti nel passato che si manifestò anche nell' impetuosa crescita delle città e nel connesso urbanesimo. Gli squilibri e le tensioni sociali provocati dall' avanzata del capitalismo crearono inoltre il terreno favorevole all' elaborazione di teorie e modelli socialistici (da quelli degli utopisti, alla Saint-Simon e alla Fourier, al comunismo critico marxista, fondato sulla concezione del materialismo storico): sistemi tutti che contrapponevano all' individualismo concorrenziale della società capitalistica il modello di nuovi ordinamenti sociali superatori della proprietà privata dei mezzi di produzione e ritenuti idonei a meglio garantire il benessere collettivo, eliminando i privilegi di classe più stridenti che pesavano negativamente sulle condizioni di vita delle «classi le più numerose e le più povere». Sul piano politico, in questo arco di tempo si assistette a una radicalizzazione dello scontro fra l' assolutismo dispotico delle vecchie monarchie (l' «alleanza» fra il trono e l' altare) e le tendenze innovatrici dei sostenitori delle idee liberali e democratiche; mentre correlativamente fra i popoli sottoposti a dominio straniero prendevano sempre maggior forza le aspirazioni all' indipendenza nazionale. Si liberarono così dalla dipendenza dalla Spagna e dal Portogallo i Paesi dell' America Latina; e si costituirono in Stati autonomi la Grecia, il Belgio e - a coronamento del processo risorgimentale - l' Italia. Hobsbawm ricostruisce così il fluire di processi lunghi, complessi e sanguinosi, scanditi da cospirazioni e moti insurrezionali che ebbero il loro coronamento nel 1848, «la primavera dei popoli». Le rivoluzioni quarantottesche vennero sconfitte, ma l' insuccesso non frenò il cammino ascendente del liberalismo e della democrazia, che sarà coronato dall' introduzione di regimi costituzionali e parlamentari nei Paesi europei più progrediti: suggello di quel «trionfo della borghesia» lumeggiato nelle pagine di questo bel volume dello storico inglese. Il periodo compreso tra la sconfitta delle rivoluzioni quarantottesche e il 1875 fu infatti contraddistinto sul piano politico dalla formazione dell' unità italiana e di quella tedesca, con l' affermazione del principio di nazionalità e dei valori liberali, tanto che nel 1871 - l' anno della Comune di Parigi - l' unico grande Stato europeo privo di una Costituzione era la Russia zarista. Pur tra le ancora tenaci resistenze delle forze conservatrici o reazionarie, si affermarono così nell' Europa centrale e occidentale sistemi politici incentrati sulla garanzia dei diritti dell' uomo e del cittadino, nel quadro della libera iniziativa dell' individuo nella sfera della società civile e dell' attività economica. In tale arco di tempo i Paesi più progrediti sulla strada della modernizzazione attraversarono così una fase di intenso sviluppo economico, sostenuto dai progressi dell' industria e dalla crescente integrazione fra la scienza e il mondo della produzione. E questa seconda ondata della rivoluzione industriale mutò al tempo stesso le gerarchie del potere economico, perché al declino della supremazia inglese si accompagnò la sempre più vigorosa crescita del potenziale produttivo della Germania e poi soprattutto degli Stati Uniti, ormai avviati verso la conquista del primato mondiale. Parallelamente si delineò una nuova articolazione della stratificazione sociale, con il consolidarsi di nuovi soggetti. Le vecchie aristocrazie, che avevano basato il proprio potere sulla proprietà fondiaria, andarono perdendo terreno nei confronti dell' «alta borghesia» industriale e finanziaria; e all' interno delle classi lavoratrici aumentò il peso specifico degli operai di fabbrica, dei moderni «proletari», i quali diedero vita a ramificate organizzazioni sindacali che si richiamavano spesso alle idee socialiste, mentre si riduceva sempre più il peso dell' agricoltura e del mondo contadino. Nei Paesi europei di più solide tradizioni liberali - dall' Inghilterra alla Francia e agli Stati scandinavi - la vita politica conobbe un' evoluzione in senso democratico; al contrario, nonostante l' introduzione di sistemi parlamentari, rimasero forti le tendenze autoritarie nel Reich tedesco e nell' autocratico impero russo, dove soltanto nel 1905 lo zar consentì - sotto la forte spinta rivoluzionaria - la riunione di un Parlamento elettivo, peraltro fortemente subordinato al potere monarchico. In questi stessi decenni s' intensificò l' espansione coloniale delle grandi potenze, impegnate sotto il segno dell' «imperialismo» in una politica tesa alla spartizione del mondo e al dominio diretto o indiretto sui Paesi dell' Africa e dell' Asia, a partire dall' India e dalla Cina, terre dalle civiltà millenarie. Nell' Estremo Oriente a un destino di subordinazione si sottrasse soltanto il Giappone, che riuscì a evitare il fato di Paese feudale per trasformarsi in uno Stato forte, centralizzato e avviato verso una rapida industrializzazione. Questi i temi e i percorsi centrali dell' opera di Hobsbawm, che domina, alla luce di una penetrante intelligenza storiografica, una fase essenziale nella storia dell' umanità, ripercorsa con una esposizione tanto precisa e puntuale nelle sue analisi quanto accattivante nei modi dell' esposizione.
Mappa di lavoro laboratoriale sui moti del 1848
ULTIMO EPISODIO DELL’ETA’ DELLE RIVOLUZIONI, QUANTO DI PIU’ VICINO AD UNA RIVOLUZIONE MONDIALE SI SIA MAI VERIFICATO NELLA NOSTRA STORIA, TENENDO CONTO NATURALMENTE CHE L’EU ERA IL CENTRO DEL MONDO --> PER MOLTO TEMPO 1848 = PARADIGMA DELLA RIVOLUZIONE  <--- DIFFUSIONE + RAPIDITA’

costituzione dei gruppi di lavoro a-b-c

(A) GEOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE: IL CUORE DELL’EU = F (PAESE  SIMBOLO E GUIDA DELLA RIVOLUZIONE DA QUASI 60 ANNI)-> PRUSSIA, IMPERO ASBURGICO (AUSTRIA, BOEMIA, UNGHERIA, ITALIA) = REALTA’ MOLTE DIVERSE SOTTO IL PROFILO POLITICO E QUELLO DELLO SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE = TRANSIZIONE VERSO IL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTA IN ALCUNE AREE GIA’ DECISAMENTE AVANZATO, IN ALTRE APPENA AGLI INIZI

- CHI RIMANE FUORI? 1= AREE PERIFERICHE (RUSSIA, SPAGNA), MENO INVESTITE DAI GRANDI PROCESSI DI CAMBIAMENTO AVVENUTI A CAVALIERE DEL SECOLO (= DUPLICE RIVOLUZIONE illustrare) 2 = PAESI COME GB, BELGIO, SVIZZERA, IN CUI IL PROCESSO DI TRASFORMAZIONE DEGLI ASSETTI TRADIZIONALI ERA STATO BEN ASSORBITO <-- ORGANIZZAZIONE DELLO STATO AVEVA SUBITO MODIFICHE ED AGGIUSTAMENTI -> SUFFICIENTEMENTE SOLIDO ED ESTESO IL BLOCCO SOCIALE CHE LO SOSTENEVA

DINAMICA DELLA RIVOLUZIONE: PALERMO  12 gennaio; PARIGI 22 febbraio VIENNA 13 marzo; VENEZIA 17 marzo; MILANO 18 marzo; BERLINO 18 marzo --> RIVOLUZIONE QUASI CONTEMPORANEA, SUCCESSO IMMEDIATO, SISTEMA CROLLA COME UN CASTELLO DI CARTE --> ENORME IMPRESSIONE (FARE UN QUARANTOTTO)- - MA, ALTRETTANTO RAPIDAMENTE: 12 GIUGNO = BOMBARDAMENTO DI PRAGA; 23 GIUGNO = SCONFITTA DEI RIVOLUZIONARI A PARIGI + DICEMBRE = NAPOLEONE PRESIDENTE; 9 AGOSTO = ARMISTIZIO DI SALASCO - - 23 MARZO 1849 = NOVARA; 18 GIUGNO = SCIOGLIMENTO PARLAMENTO TEDESCO; 3 LUGLIO = FINE DELLA REPUBBLICA ROMANA; 13 AGOSTO = CAPITOLAZIONE UNGHERESE; 26 AGOSTO = RESA DI VENEZIA

--> PARABOLA FULMINEA -> INTERROGATIVI: PERCHE’ UNA RIVOLUZIONE VINCE? E POI, PERCHE’ CEDE COSI’ DI SCHIANTO ALLA CONTRO-OFFENSIVA CONTRO-RIVOLUZIONARIA? PRIMA RISPOSTA: VINCE FRONTE LARGO, PERDE PER LE SUE DIVISIONI, PERCHE’ QUEL FRONTE VA IN PEZZI ---> VEDIAMO UN PO’ PIU’ NEI DETTAGLI

 

Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d’inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla superficie nella sua dimensione conclamata e che segna il passaggio- storicamente decisivo e periodicizzante- a una spazialità inedita e per l’appunto “globale”. Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l’impressionante tendenza a “divorare lo spazio” da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all’altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti). Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro “anno dei miracoli” e un’altra “rottura rivoluzionaria” di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch’essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l’analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo: hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements. E ciò è senz’altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni “fallite” hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società (nel costume, nell’antropologia, nel contesto culturale e comportamentale) più di tante altre rivoluzioni “riuscite”. Ma richiede una precisazione sul versante del contesto, della rispettiva natura “spaziale”.
Elabora una ricerca storica sui movimenti del 1968, rispettando lo schema utilizzato per il 1948 e stabilisci analogie e differenze (anche partendo dalla lettura del testo di Revelli “Un nuovo spazio della politica”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(B) RIVOLUZIONE ANNUNCIATA

TOQUEVILLE, DISCORSO ALLA CAMERA NEL GENNAIO 1848: “Credo che noi dormiamo su un vulcano: ne sono profondamemte convinto [...] Non sentite forse, per una specie di intuizione istintiva, che il suolo trema di nuovo in EU? Non sentite forse [...] un vento di rivoluzione nell’aria?”

VON GALERN (ministro del re di Prussia) “L’anno vecchio si è chiuso nella carestia, il nuovo si apre con la fame. La miseria spirituale e fisica attraversa l’EU in forma spaventosa: l’una senza Dio, l’altra senza il pane. Guai se si daranno la mano”

INTRECCIO DI MOTIVI

ECONOMICI = CLASSICO ESEMPIO DI RIVOLUZIONE CHE NON NASCE DALLA + CUPA MISERIA, MA DALLA ROTTURA DI UNA FASE DI SVILUPPO (tipico momento cruciale per l’esplodere delle rivoluzioni -> illustrare) <-- PRIMA META’ ‘800 FASE DI GRANDE SVILUPPO, MA 1848 APERTO ALL’INSEGNA DI UNA GRAVE DISOCCUPAZIONE, STRASCICO CARESTIA 1846 (IRLANDA QUASI UN MILIONE DI MORTI)-> IMPENNATA PREZZO GENERI DI PRIMA NECESSITÀ (PANE) -> CADUTA DOMANDA PRODOTTI INDUSTRIALI --> RADICALIZZAZIONE CLASSI LAVORATRICI, MOBILITAZIONE MASSE URBANE : RIVOLUZIONE DELLE PATATE

CULTURALI = NAMIER: “LA RIVOLUZIONE DEGLI INTELLETTUALI”: VICTOR HUGO, FLAUBERT, LAMARTINE, WAGNER, PETOFI, MARX E ENGELS, MA ANCHE MOLTISSIMI ALTRI, DA LETTERATI DI GRIDO FINO AGLI STUDENTI, LA CUI PRESENZA ALLA TESTA DELLE INSURREZIONI E’ UNA DELLE CARATTERISTICHE DEL ‘48 - - NEL ‘48 (+ DI QUALSIASI ALTRO MOTO OTTOCENTESCO) FONDAMENTALE LA FORZA DELLE IDEE, IL PESO DELL’OPINIONE PUBBLICA, IL RUOLO DELLA CIRCOLAZIONE DELLE INFORMAZIONI <-- NOVITA’ DELLA TEMPERIE CULTURALE DEL PRIMO ‘800 = NASCITA “PUBBLICA OPINIONE”, BORGHESE, FORMATASI SUI GIORNALI.
PERCHE’QUESTA MOBILITAZIONE DEGLI INTELLETTI, CHE POI RIMARRA’ NEI SOGNI DEGLI INTELLETTUALI EUROPEI, CHE FINO AI MOTI DEL 1968 A PARIGI CONTINUERANNO A SOGNARE UNA RIVOLUZIONE IN CUI TRIONFA LA FORZA DELLE IDEE? LA GRANDE SPINTA CHE ANIMA QUESTI INTELLETTUALI E’ IL ROMANTICISMO: NEGLI ANNI ‘40 CULTURA ROMANTICA HA IN GRAN PARTE SUPERATO LA SUA FASE TRADIZIONALISTA (era nata in polemica con l’illuminismo ed il giacobinismo) PER CONVERTIRSI IN CULTURA RIVOLUZIONARIA, CHE INSEGUE I GRANDI MITI DELLA LIBERTA’ E DELL’AFFERMAZIONE NAZIONALE ---> RIVOLUZIONE DEL ‘48 = GRANDE EVENTO ROMANTICO: SPIRITO DEL ‘48: CLIMA SPIRITUALE FATTO DI SLANCIO GIOVANILE, PARTECIPAZIONE ENTUSIASTICA, SPERANZA DI CAMBIARE IL MONDO, ESALTAZIONE EROICA  -> ICONOGRAFIA = GIOVANI BARBUTI CHE SI LANCIANO CONTRO NEMICI DIECI VOLTE PIU’ NUMEROSI, BARRICATE <- ESSENZIALMENTE RIVOLUZIONE URBANA, CHE TRIONFA NELLE GRANDI CITTÀ’ MA INCONTRA GRAVI DIFFICOLTA’ NELLE CAMPAGNE (vedremo)

- PRIMO MITO: RIVOLUZIONE: RIPETIZIONE DELL’89 (contributo grandi storie, come Michelet e Lamartine) SUO SUPERAMENTO, RITENUTO CAPACE DI SUPERARE GLI SCOGLI SUI QUALI SI ERA INFRANTA LA GRANDE ONDA DELL’89, PERCHE’ QUESTA VOLTA I CENTRI DI IRRADIZIONE SONO PIU’ NUMEROSE: NON PIU’ PARIGI DEVE CONQUISTARE IL MONDO PER PORTARE LA FIACCOLA DLLA LIBERTA’, MA VIENNA E BERLINO GIA’ LIBERE E RIVOLUZIONARIE

 

Mentre nella vita culturale alle idee del romanticismo - il movimento spirituale correlato all' idea di nazione e all' affermazione delle «patrie» e ispiratore dei vari «risorgimenti» - si sostituivano le ideologie del positivismo e dello scientismo, in Gran Bretagna giunse a piena maturazione la rivoluzione industriale, che poi si estese gradualmente all' Europa occidentale e agli Stati Uniti d' America. La correlativa ascesa del «capitalismo», il nuovo termine che - come rileva Hobsbawm - fece da allora il suo ingresso nel «dizionario economico e politico mondiale», portò al progressivo affermarsi di due nuovi soggetti sociali: la borghesia imprenditoriale, legata al nuovo corso dell' economia, e il proletariato di fabbrica, che alla vigilia del 1848 il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels chiamò alla organizzazione e alla lotta per la sua emancipazione. In Europa e negli Stati Uniti il più rapido pulsare e fluire della vita economica si accompagnò a un' importante «esplosione demografica», un fenomeno senza precedenti nel passato che si manifestò anche nell' impetuosa crescita delle città e nel connesso urbanesimo. Gli squilibri e le tensioni sociali provocati dall' avanzata del capitalismo crearono inoltre il terreno favorevole all' elaborazione di teorie e modelli socialistici (da quelli degli utopisti, alla Saint-Simon e alla Fourier, al comunismo critico marxista, fondato sulla concezione del materialismo storico): sistemi tutti che contrapponevano all' individualismo concorrenziale della società capitalistica il modello di nuovi ordinamenti sociali superatori della proprietà privata dei mezzi di produzione e ritenuti idonei a meglio garantire il benessere collettivo, eliminando i privilegi di classe più stridenti che pesavano negativamente sulle condizioni di vita delle «classi le più numerose e le più povere».

Elabora una ricerca storica sulle principali differenze tra Socialismo e Capitalismo partendo dalla coppia borghese/proletario e ricco/povero individuando i rispettivi bisogni emersi nel corso delle ondate rivoluzionarie finora analizzate.

 

 

 

(c) nel ’48 convivono dunque, IDEALI DI LIBERTA’ E DI AFFERMAZIONE NAZIONALE ->
1848 = PRIMAVERA DEI POPOLI: L’AFFERMAZIONE DELL’IDENTITA’ NAZIONALE E’ UN FATTO PROGRESSIVO, UN FATTO DI LIBERTA’: CURVA ASCENDENTE DI UNA PARABOLA CHE MOLTO PRESTO AVREBBE VISTO LE NAZIONI PORSI COME FONTE DI SOPRAFFAZIONI E DI CONFLITTI (EVIDENTE NELLA SECONDA META’ DEL SECOLO, MA ALCUNI ELEMENTI - come vedremo - GIA’ PRESENTI NELLE DINAMICHE QUARANTOTTESCHE  - AD OGNI MODO, ALLA META’ DEL SECOLO L’IDENTITA’ NAZIONALE SI STA ORMAI AFFERMANDO COME UNA COMPONENTE FONDAMENTALE DELL’IO, COME UNA DELLE STRUTTURE FONDAMENTALI DELL’UOMO CONTEMPORANEO, DESTINATA A MANTENERSI, ALMENO IN EU, FINO AL MOMENTO ATTUALE

DUNQUE, QUAL’E’ L’ELEMENTO COMUNE, CHE ALMENO NEI PRIMI MOMENTI UNIFICA IL FRONTE RIVOLUZIONARIO? --> NEMICO COMUNE = ORDINE SANCITO DAL CONGRESSO DI VIENNA =

RESTAURAZIONE = (SIGNIFICATO LETTERALE: PRINCIPIO DI LEGITTIMITA’, RICONFERMA DELLA SOVRANITA’ PER GRAZIA DIVINA, POLEMICA CONTRO IL “DISORDINE” GIACOBINO CUI VIENE CONTRAPPOSTA LA VOLONTA’ DI SICUREZZA ED IL DESIDERIO DI CONSERVAZIONE DELLE MASSE RURALI, ETC.) IN REALTA’ NON RIPRISTINO INTEGRALE DELLA SITUAZIONE PRECEDENTE <-- MANTENUTE ALCUNE ACQUISIZIONI-CHIAVE DELLA RF, IN PARTICOLARE SUL PIANO DELL’AMMINISTRAZIONE - SUL PIANO DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI TRIONFA IL PRINCIPIO DELLA RAZIONALITA’:

AD OGNI MODO, ORDINE CONSERVATORE, CHE SUL PIANO POLITICO E SOCIALE TENDE A FRENARE L’EVOLUZIONE DELLA SOCIETA’ EU --> OTTIMO PER MANTENERE LA PACE DOPO LA STAGIONE DELLE GUERRE NAPOLEONICHE, MA DEL TUTTO INADEGUATO A GESTIRE UNA FASE DI SVILUPPO ACCELERATO, COM’E’ QUELLA DELLA PRIMA META’ DELL’800 ---> ONDATE RIVOLUZIONARIE DEL ‘21 E DEL ‘30, SOSTANZIALMENTE FALLITE, CON LA COSPICUA ECCEZIONE DELLA FRANCIA

---> TERRENO COMUNE DEI RIVOLUZIONARI DEL ‘48: RIVENDICAZIONI POLITICHE TIPICHE DEL MOVIMENTO LIBERALE, ANTAGONISTA DELL’ORDINE REAZIONARIO: DECALOGO RIVOLUZIONARIO: LIBERTA’ DI STAMPA, DI RIUNIONE, DI ASSOCIAZIONE; GUARDIA CIVICA; STATO COSTITUZIONALE, RAPPRESENTATIVO E PARLAMENTARE; SOVRANITA’ POPOLARE E INDIPENDENZA NAZIONALE

TUTTAVIA, I MOTI DEL ‘48 ASSUMONO CARATTERI ASSAI DIVERSI A SECONDA DEI CONTESTI: PREVALENZA DEI CONTENUTI SOCIALI E POLITICI, OVVERO DI QUELLI NAZIONALI + SITUAZIONE VARIEGATA ANCHE PER QUANTO RIGUARDA I SOGGETTI RIVOLUZIONARI: 1848 = RIVOLUZIONE BORGHESE <-- LE BORGHESIE NAZIONALI IN GENERE ALLA TESTA DEI MOTI + LE RIVENDICAZIONI CHIAVE SONO QUELLE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE, TUTTAVIA LA FORMULA NON VA INTESA IN SENSO RIGIDO: AD ES., IN UNGHERIA CENTRALE IL RUOLO DELL’ARISTOCRAZIA, E CIO’ ACCADE IN PARTE ANCHE IN ITALIA --> NECESSITA’ ESAMINARE SINGOLE SITUAZIONI

Ma anche il ’68 può essere inquadrato come come un grande movimento di reazione a un momento di riorganizzazione della società secondo schemi vecchi. Abbiamo avuto, come tutti sanno, due Guerre Mondiali, molto strettamente legate fra loro: la Seconda Guerra Mondiale è la prosecuzione della Prima. Se, dopo la Prima Guerra Mondiale, ci fosse stata una pace giusta, una pace equa, non una pace punitiva nei confronti degli sconfitti, come è avvenuto invece con Versailles, non ci sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale le classi, i ceti dirigenti politici, economici, militari, di tutto il mondo, con due grandi leaders alla loro testa, che erano ormai l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America, hanno agito all’antica, per così dire. Non hanno fondato un mondo nuovo, ma si sono spartite il mondo, con un sistema più o meno articolato. Un po’ come accadde con la Santa Alleanza nel 1815. Infatti è stato fatto, da molti storici, un parallelo fra quello che accadde nell’800; 1815, ristabilimento di un vecchio mondo; 1848, dal basso la gente si rivolta. Certo la rivolta venne funzionalizzata, venne anche strumentalizzata, a sua volta, da vecchie classi dirigenti, e quindi poi non maturò del tutto. Così come il ‘48, nell’Ottocento, è stato il momento rivoluzionario nodale, anche se poi in gran parte fallito, lo stesso si può dire nel ‘68. Il ‘68, nei tempi lunghi, è la rivolta contro il sistema di Yalta, è la rivolta contro un mondo diviso in due, contro il mondo delle superpotenze, contro il mondo che si prepara, anche se concettualmente, a fare la Terza Guerra Mondiale, e che ha una produzione di armamenti e, nello stesso tempo, una produzione di beni funzionalizzata a mantenere la spartizione del mondo in due.
Partendo dal termine "guerra costituente" ovvero un conflitto talmente carico di importanza da creare, al suo termine, un nuovo sistema internazionale, un differente ordine mondiale, elabora una ricerca storica che chiarisca cos’è un sistema internazionale, ed elabora una tavola comparativa dei punti di debolezza/forza tra gli assetti derivanti dal sistema di Vienna e dal sistema di Yalta.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

la partizione della Critica della ragion pura
Per spiegare il movimento dei pianeti, Copernico aveva cambiato il punto di vista, trasferendolo dalla Terra al Sole e aveva in questo modo dato un'interpretazione corretta; anche Kant, sulle orme di Copernico, attua un radicale cambiamento di punto di vista, convinto che guardando le cose dalla nuova posizione esse risultino più facilmente spiegabili. La rivoluzione che Kant attua, però, è meramente gnoseologica: la maniera tradizionale di interpretare la conoscenza è sempre stata quella di concepirla come un'assimilazione del soggetto all'oggetto, quasi come se la mente fosse uno specchio che diventa uguale alla realtà che su essa viene riflettuta o come se fosse la cera che prende la forma del sigillo (l'oggetto) impressole. Questa concezione era valida sia per gli empiristi sia per gli innatisti; il ragionamento che spinge Kant a respingere questo approccio con la conoscenza e a stravolgere il punto di vista è questo: se la conoscenza deve essere rigorosa (come pretende la scienza newtoniana e come crede Kant), ebbene Hume ci ha insegnato che non può esserlo nell'esperienza, perchè negli oggetti non può essere ravvisato tale rigore e l'esperienza sarà sempre e comunque modificabile da ulteriori esperienze. Ora, per Hume la conoscenza poteva essere solo probabilistica, proprio perchè nell'oggetto non vi è il rigore auspicato dalla scienza; ma Kant vuole che essa sia rigorosa, e di conseguenza, non potendo trovare tale rigore nell'oggetto, sposta il punto di vista sul soggetto. La certezza della conoscenza la si può avere solo ipotizzando che essa non giri attorno all'oggetto, ma al soggetto: dunque non sarà più il soggetto ad essere modificato dall'oggetto, ma, viceversa, sarà l'oggetto ad essere modificato dal soggetto. In questo modo si spiega perchè per Kant il carattere oggettivo (universale e necessario) della conoscenza derivi dal suo carattere soggettivo: nella nostra testa abbiamo strutture conoscitive soggettive, ma essendo esse uguali in tutti gli uomini, garantiscono che la conoscenza sia oggettiva, cioè universalmente valida. Ne consegue che dobbiamo ipotizzare che quel che conosciamo è un'organizzazione che noi uomini impartiamo al materiale conoscitivo datoci dall'esperienza, cosicchè non conosciamo le cose come sono in sè, ma le conosciamo tutti allo stesso modo. Dunque è il soggetto a costruire l'oggetto, e non viceversa: è il soggetto che riceve il materiale dell'esperienza filtrato dal tempo e dallo spazio e che lo costruisce in base alle sue forme mentali. Tuttavia, Kant non è certo un idealista alla Berkeley, bensì è convinto che il materiale della conoscenza derivi dalla realtà (dalla cosa in sè), anche se filtrato dalle forme sensibili e da quelle intellettuali. Dunque l'oggetto è costruito dal soggetto, e proprio in virtù di questo processo costruttivo si tratta di una conoscenza oggettiva (universale). Gli idealisti di inizio '800 diranno che la realtà esiste solo nella misura in cui è prodotta dal soggetto: Kant non vuol certo dire questo, per lui le cose non le creo io, esistono indipendentemente da me come cose in sè; io non le produco, ma le costruisco per me; e gli altri le costruiscono come me perchè hanno strutture mentali analoghe. La posizione di Kant, come accennato, fu erroneamente intesa come berkeleyana, ma Kant spiegò di non essere affatto idealista, sottolineando che la cosa in sè esiste indipendentemente ed è immodificabile: il mio processo di costruzione dell'oggetto riguarda il fenomenico, non il noumeno; del resto costruisco l'oggetto con il materiale dell'esperienza in ambito fenomenico, e non dal nulla (come era e sarà per gli idealisti). Esaminiamo ora la partizione della Critica della ragion pura : dicevamo che essa è caratterizzata da un'estrema, quasi esasperata, sistematicità, tanto da voler sembrare più sistematica di quanto non sia in realtà: alcune problematiche del pensiero kantiano, se si entra nel dettaglio scavando a fondo, si scopre che non sono così ben chiarite come vorrebbe far credere il pensatore tedesco. La Critica della ragion pura si divide in: DOTTRINA TRASCENDENTALE DEGLI ELEMENTI e DOTTRINA TRASCENDENTALE DEL METODO. Nella Dottrina degli elementi Kant vorrebbe, come aveva fatto Locke, individuare gli elementi costitutivi della ragion pura; nella Dottrina del metodo, invece, vuole dare, in base all'analisi degli elementi della ragion pura, un metodo all'operatività della ragione. In realtà, poi, la Dottrina del metodo occupa solo un sesto dell'opera perchè, descrivendo gli elementi nella Dottrina degli elementi, finisce per descriverne anche il funzionamento, che in teoria avrebbe dovuto spiegare solo nella Dottrina del metodo. La Dottrina degli elementi si suddivide, a sua volta, in ESTETICA TRASCENDENTALE e LOGICA TRASCENDENTALE ; e quest'ultima, a sua volta, si divide in ANALITICA TRASCENDENTALE e DIALETTICA TRASCENDENTALE. Infine, l'Analitica si divide in ANALITICA DEI CONCETTI e ANALITICA DEI PRINCIPI. Riassumiamo la partizione in uno schema:

 

 

DOTTRINA TRASCENDENTALE DEGLI ELEMENTI - DOTTRINA TRASCENDENTALE DEL METODO: la DOTTRINA DEGLI ELEMENTI si divide poi in

  • 1 ) ESTETICA TRASCENTALE - LOGICA TRASCENDENTALE : la LOGICA si divide poi in
  • 2 ) ANALITICA TRASCENDENTALE - DIALETTICA TRASCENDENTALE : l'ANALITICA si divide poi in
  • 3 ) ANALITICA DEI CONCETTI - ANALITICA DEI PRINCIPI

 


Esaminiamo ora l'Estetica e la Logica: la parola 'estetica' viene intesa nella Critica della ragion pura in modo singolare: a quei tempi si stava diffondendo in ambito filosofico l'uso della parola estetica come la intendiamo noi oggi, come filosofia che riguarda la categorie del bello; in questa accezione la usa anche Kant stesso nella Critica del giudizio, dove si occupa appunto del bello e del brutto. Ma nella Critica della ragion pura, dove non si occupa nè del bello e del brutto (Critica del giudizio) nè del bene e del male (Critica della ragion pratica ), bensì si occupa del vero e del falso, per estetica egli intende, riprendendo il termine nel suo significato etimologico, 'sensazione '. Dunque l' Estetica trascendentale si occuperà dell' aisqhsis, della parte sensibile della conoscenza, quella parte cioè che si occupa della conoscenza che viene prima di quella intellettuale; 'trascendentale' perchè si occupa delle forme sensibili presenti in noi in modo innato, ma applicabili solo all'esperienza. La Logica trascendentale si occupa invece dell'intelletto, del logoV, dell'elaborazione mentale dei dati sensibili compiuta dall'intelletto; 'trascendentale' perchè studia le forme dell'intelletto. A questo punto, poi, Kant distinguerà tra un uso legittimo e un uso illegittimo dell'intelletto: il grande errore della metafisica, ai suoi occhi, risiede nella pretesa di usare l'intelletto anche dove non c'è disponibilità di materiale sensibile; dei sensi, invece, non si può fare un uso illegittimo, in quanto essi non possono andare al di là di nulla. Con le categorie dell'intelletto, invece, ci si trova di fronte a forme non derivate dall'esperienza, ma l'intelletto si illude di poterle usare al di là dell'esperienza proprio in quanto non derivano da essa. La dimostrazione stessa dell'esistenza di Dio poggia su questa falsa pretesa: a furia di applicare il principio di causalità nel mondo, l'intelletto finisce per volere adoperare tale principio (che non deriva dall'esperienza) anche al di là di essa. E così arriva ad applicare il principio di causalità a Dio stesso. Ecco allora che quando l'intelletto vuole costruire conoscenze senza l'apporto dell'esperienza, finisce per creare concetti vuoti, privi di contenuti empirici. Proprio dai due diversi usi, legittimo e illegittimo, che si possono fare dell'intelletto deriva la suddivisione della Logica trascendentale in Analitica trascendentale (che studia l'uso legittimo delle categorie e dell'intelletto, ovvero in abbinamento all'esperienza) e Dialettica trascendentale (che invece studia l'uso illegittimo dell'intelletto, il risultato a cui tale uso porta e le precauzioni da prendere per prevenirlo). Nell'Analitica trascendentale si serve della parola 'intelletto' per designare l'intelletto impiegato nel suo uso legittimo, mentre nella Dialettica trascendentale designa col nome di 'ragione' l'intelletto impiegato in modo illegittimo, in modo meta-empirico. Ecco dunque che il termine 'ragione', che nel titolo Critica della ragion pura era sinonimo di 'mente', passa qui a caricarsi di un valore negativo. Kant desume da Aristotele i termini Analitica (l'uso legittimo dell'intelletto) e Dialettica (l'uso illegittimo dell'intelletto): lo Stagirita, infatti, definiva 'analitica' la sua logica, mentre designava col termine 'dialettica' la logica più debole, quella che partiva da basi incerte. Con Kant, è importante ricordarlo, si assiste ad una metamorfosi della nozione di 'intelletto' ( verstand in tedesco): a partire da lui, infatti, esso viene inteso come la facoltà che mira a conoscere il finito, mentre la ragione ( vernunft in tedesco) è intesa come la facoltà che mira a conoscere l'infinito . Tuttavia, se il puntare all'infinito della ragione per Kant è del tutto illegittimo, esso diventa legittimo per i Romantici e, soprattutto, per Hegel.

 

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    Eventi storici parte 2

 

(da Wikipedia: Etica)…Tralasciando le questioni di autenticità, possiamo sostenere che le opere di Aristotele hanno una struttura simile e i temi principali vengono affrontati sempre nella medesima successione:

  • Il concetto del Bene Supremo e della Felicità
  • La virtù etica in generale e le virtù etiche in particolare
  • Le virtù dianoetiche o intellettuali
  • I vizi, la mancanza di autocontrollo
  • L'amicizia
  • La virtù perfetta, la felicità completa.

Lo scopo dell'etica aristotelica è la realizzazione di ciò che è il bene per il singolo individuo. Egli non pensa che il fine dell'etica sia il raggiungimento del bene assoluto come lo intendeva Platone, di quell'idea del bene supremo principio della realtà e del mondo delle idee e quindi estraneo alla vita pratica dell'uomo. Tuttavia il bene supremo è alla portata dell'uomo con il conseguimento della eudaimonia, la felicità, che si può conseguire solo quando questa è autosufficiente, nel senso che la felicità ad esempio non può essere la ricchezza poiché questa è un mezzo da utilizzare per altri fini. Per Aristotele la felicità deve essere qualcosa di desiderabile per se stessa, e questa è solo «l'opera (o attività) propria dell'uomo» cioè l'esercizio di quella facoltà che caratterizza l'uomo, l'attività razionale, un agire pratico secondo la ragione che però arrecherà felicità solo se compiuto in modo eccellente. Per l'uomo quindi la felicità sarà l'esercizio eccellente di opere conoscitive e pratiche della ragione . Ogni cosa, per Aristotele è in costante evoluzione, proprio perché ogni cosa si evolve, cerca di raggiungere un fine superiore alla posizione in cui si trova, tende, dunque, ad un fine ultimo che è il suo proprio fine naturale. Ogni cosa tende a realizzare sé stessa, per essere sé stessa. Aristotele propone una distinzione fondamentale fra virtù etiche e virtù dianoetiche:

  • sono etiche quelle virtù della orexis, della zona desiderante e passionale;
  • sono dianoetiche quelle virtù che si conseguono attraverso l'insegnamento, per cui il loro spazio è quello della scuola e del sapere teorico.

Ciò che è fondamentale per Aristotele è la phronesis, la prudenza, perché questa è il sapere che orienta all'azione e solo la phronesis, facendosi habitus (o disposizione morale), consente non solo di discernere i fini da perseguire, ma anche di individuare i mezzi con cui realizzarli. Aristotele critica duramente Platone e la sua concezione della morale. Platone sosteneva che l'immortalità dell'anima è il vero soggetto della felicità morale; Aristotele rinuncia ad una concezione dell'anima come individualmente immortale. Il premio per chi agisce bene è, per Aristotele, la felicità in questa vita e in questo mondo e, di conseguenza, non vi sarà altro dolore e punizione per chi agirà male che l'infelicità in questa vita ed in questo mondo. Aristotele critica Platone anche per la sua idea che il bene sia qualcosa di comune che si dice con una sola idea. Per Aristotele ogni forma di sapere, ogni praxis, ogni scelta sono orientate ad un loro specifico fine e, dato che il bene è ciò verso cui ogni cosa tende, la molteplicità fattuale di questa tendenza produce un'altrettanto irriducibile molteplicità di fini, e quindi, di beni. Non è possibile parlare di bene in senso unitario se non per analogia, come di una posizione fondamentale comune che designa ciò che costituisce il fine di ogni singola azione orientata. Infatti per Aristotele ci sono tre tipi di bene:

  • il bene in sé, vale a dire l'eudaimonia
  • il bene per altro, ossia un effetto desiderato in funzione di un altro fine, per cui questo bene risulta essere un mezzo più che un vero e proprio fine.
  • il bene universale, dei molti, dei cittadini della polis che vale più del singolo bene per cui la politica viene a coincidere con la ricerca del bene di tutti.

Stoicismo ed Epicureismo

Il termine di riferimento nella speculazione stoica ed epicurea è senza dubbio la natura. Per gli stoici la natura è un qualcosa da cui salvarsi; è come un ordine razionale ed il prezzo da pagare per l'uomo, per entrare in questo ordine, è l'ascetismo. Per gli epicurei, invece, la natura è indifferente all'uomo, essa non può né salvarlo, né danneggiarlo.
Il rapporto con la natura per gli stoici si configura come un "vivere secondo natura che è vivere secondo virtù". La virtù è quindi razionale, è tutto ciò che si oppone alle emozioni. Essa è una sola, perché le altre virtù non sono altro che una manifestazione d'intelligenza in situazioni diverse e con scopi diversi. Le emozioni che vengono a turbare l'anima sono, per gli stoici, quattro:

  • dolore
  • piacere
  • desiderio
  • paura.

L'uomo deve tagliare di netto con queste emozioni e vivere di dovere. Il dovere è una prescrizione, una regola.               
Gli epicurei, invece, vivono la natura come causale, per cui non si distingue tra vizio e virtù. Le azioni dell'uomo vanno valutate in se stesse, per la loro immediata fruibilità. Il criterio di misura attraverso cui giudicare le azioni è il piacere. Esso è princìpio e fine della vita beata e consiste fondamentalmente nella mancanza di dolore. il piacere è, dunque, direttamente collegato con l'atarassia. L'unica possibilità di vita serena, e nello stesso tempo non solitaria, è vivere con un gruppo di amici con i quali discutere pacatamente, evitando qualsiasi desiderio e bisogno non strettamente necessario.
Un'intervista al grande antichista e filosofo Mario Vegetti, prefatore de I miti di Platone che escono nella collana Radici della BUR: Aristotele e Platone messi a confronto.


Professor Vegetti, è possibile identificare nella Grecia antica il momento o il luogo della genesi della riflessione sul problema della morale?         

Ritengo che il luogo dove si presenta per la prima volta il problema della riflessione sulla morale sia l'Iliade, il testo inaugurale della cultura greca. L'Iliade, infatti, comincia presentando il conflitto fra Agamennone e Achille, conflitto non risolvibile nell'ambito dei valori propri di quel mondo arcaico, dove la virtù del guerriero consisteva essenzialmente nella eccellenza della sua prestazione in battaglia, e veniva ricompensata dal bottino e dalla fama che si diffondeva presso gli altri uomini, fama che poi, a sua volta, era il fondamento del prestigio del guerriero. Nell'Iliade Agamennone viene privato di una parte del suo bottino, quindi della sua gloria e della sua dignità, da un guerriero più potente di lui, il dio Apollo, e si rifà di questa lesione inferta al suo prestigio, a danno di Achille.       
Questo gesto comporta la rottura dell'unità di quella comunità che l'esercito greco formava sotto le mura di Troia, e apre anche un conflitto di valori che si rivela in qualche modo irrisolvibile. Infatti, sia Agamennone che Achille hanno ragione, non esistendo altra norma di valore oltre le virtù guerriere individuali. Ciò dimostra come, nell'antica Grecia, occorresse pensare a norme che potevano valere in modo superindividuale, cioè al di là della rivendicazione immediatamente personale dell'eroe, e quindi a norme morali, politiche, giuridiche o di altro genere.     
La riflessione morale ed etico-politica greca si mosse in una pluralità di direzioni molto differenziate. Da un lato nella direzione della legge, verso l'identificazione di un livello sopraindividuale di valori e di norme - questa fu la direzione presa, ad esempio, da Solone, il primo legislatore della polis ateniese; dall'altro verso l'identificazione di un soggetto morale non immediatamente vincolato alle circostanze dei conflitti interpersonali e sociali. Di qui nacque il concetto di anima, intesa come il vero soggetto della responsabilità morale e del valore morale, indipendentemente dalle vicende, dalle avventure o dalle sventure dell'interazione sociale. Questa fu la direzione che prese una tradizione religiosa prima e filosofica poi, ovvero la tradizione orfico-pitagorica. Questa tradizione non ebbe probabilmente origini culturali greche, ma ebbe certamente una straordinaria diffusione proprio nella Grecia postomerica, nella Grecia del VI secolo, imponendo a tale cultura la nuova figura dell'anima immortale. L'anima, infatti, era concepita come svincolata dalla vicenda corporea, e attesa da un destino divino o da una punizione atroce a seconda delle colpe o dei meriti acquisiti durante la vita terrena.   

Alla base della visione greca del mondo c'è, fin dalle origini, il concetto di «kosmos», di ordine del reale. Esiste una qualche relazione tra questo concetto e la visione morale dell'uomo greco?           

Alla base della visione greca c'era la consapevolezza antica che il mondo degli astri e il mondo degli dèi fosse ordinato. Dal momento che tale ordine era immediatamente in contrasto con il disordine che invece regnava nella società degli uomini, occorreva rendere la società umana altrettanto ordinata quanto lo spettacolo del cosmo che gli dèi offrivano attraverso, per esempio, il moto regolare degli astri.     
C'era un ordine degli astri, un ordine delle stagioni, un ordine della natura, mentre nella vita degli uomini regnava un grande disordine, di cui era certamente un esempio il conflitto omerico fra Achille e Agamennone. E' proprio riflettendo su questo conflitto che una tradizione di tipo religioso, come quella contratta sul santuario di Delfi e riflessioni più propriamente morali, filosofiche e politiche, si incontrarono. La sapienza che il sacerdozio delfico tendeva a diffondere era appunto una sapienza dell'ordine; i famosi motti "nulla di troppo", "conosci te stesso" invitavano gli uomini a rispettare quell'ordine che gli dèi avevano voluto. Tale sapienza costituiva anche il centro del pensiero morale e politico di Solone. Infatti quando questi parlava di «eunomia», della buona legge che bisognava istituire nella città, o quando si sforzava di istituire nella polis un ordine politico-morale, pensava proprio a trasferire nel mondo umano quell'ordine che il cosmo presentava. Si tratta dell'ordine per il quale ognuno riceveva la parte che gli spettava in base ai meriti e naturalmente alla condizione sociale, per il quale ognuno rispettava la parte che gli altri aveva ricevuto, e in virtù del quale ognuno stava al suo posto non perché costretto, ma perché capace di interiorizzare le ragioni di tale ordine.    
Bisogna poi considerare un altro aspetto di questa idea di kosmos che perdurò nella coscienza greca. Il termine kosmos ha infatti anche un significato estetico, in quanto rimanda direttamente al concetto di bellezza. Di qui nacque l'idea che nell'ordine consiste la bellezza e che, nella vita sociale e morale, il bello coincide con il comportamento misurato, ordinato e regolare. Fu un tratto costante dell'etica greca quello di puntare a una stilizzazione della vita, a un'arte della vita che non fosse solo buona moralmente, ma che fosse anche esteticamente bella.

Potrebbe delineare brevemente i tratti fondamentali dell'antropologia di Aristotele?         

Secondo Aristotele l'uomo è innanzitutto un complesso psicofisico, una integrazione funzionale di anima e corpo; non c'è, in altri termini, per Aristotele quella opposizione di valore fra anima e corpo sulla quale aveva tanto insistito la tradizione orfico-pitagorica e per certi aspetti anche Platone. Secondo Aristotele, infatti, l'anima è la forma del corpo organico, cioè l'insieme delle funzioni vitali a diversi livelli, da quello riproduttivo a quello percettivo, e, per quanto riguarda l'uomo, fino al livello specificatamente conoscitivo.
Questo significa che non esiste per Aristotele alcuna forma di immortalità dell'anima individuale: per lui la vita umana è segnata dai limiti dell'esistenza corporea. Ciò è molto importante anche per la morale di Aristotele, perché la felicità o la infelicità sono qualche cosa che l'uomo si gioca interamente in rapporto alla sua esistenza morale in questa vita e che con questa vita si conclude; non c'è dunque un rinvio a premi e punizioni in una vita dell'aldilà, in una vita ultraterrena dell'anima.   
La struttura fondamentale dell'animale uomo è quella politica; l'uomo è cioè l'animale che vive in società e in forme di interazione politica con gli altri uomini. Aristotele, infatti sostiene che al di fuori della polis, della città, non si può essere propriamente uomini; chi vive fuori dalla città, o è un dio o è una bestia, dal momento che l'uomo in quanto tale non può vivere se non nella polis, non può dunque far proprie se non quelle norme che reggono l'interazione armonica e non conflittuale degli uomini.            
Naturalmente bisogna tener conto del fatto che, per Aristotele, non tutti gli individui umani sono propriamente uomini, ma che esistono forme inferiori all'umanità, forme incapaci di giungere al livello di questa vita politica che è la condizione propriamente umana. Si tratta in primo luogo degli schiavi, che, secondo Aristotele, sono per natura incapaci di acquisire le virtù necessarie alla vita politica, in quanto non possiedono la razionalità. Si tratta poi dei barbari, cioè dei non-greci, che sono naturalmente predisposti a diventare schiavi dei greci in quanto non possiedono a loro volta quella capacità razionale di vivere le forme della vita etica e morale della polis. Inoltre, per Aristotele, esiste anche un'inferiorità femminile, che tuttavia non è del tipo che affligge barbari e schiavi; la donna infatti possiede la razionalità ma non possiede in pieno quelle capacità deliberative che sono essenziali del cittadino nella sua esistenza politica. La donna quindi non può accedere alle forme e ai meccanismi di decisione politica, e anche nella vita familiare deve essere sottoposta a un tutore, sia esso il padre o il marito, che suppliscano alla sua costituzionale incapacità psicologica di decidere. Dunque propriamente uomo, nel senso di essere pienamente adatto a una vita morale nella città, è il cittadino greco, libero, maschio e naturalmente adulto, in quanto i bambini non hanno le doti necessarie per questa forma di esistenza.       
La forma di vita specificamente umana si delimita quindi verso il basso, rispetto ad altre forme di vita che sono soltanto parzialmente umane. Ma Aristotele dice poi che esiste anche una forma di vita più che umana che eccede i limiti normali della dimensione politica e sociale vissuta dal cittadino. Questa forma di vita che tende ad avvicinarsi maggiormente alla divinità, è quella del filosofo, dove per filosofo si intende un uomo dedito alla pura conoscenza cosmologica, della struttura del mondo, o meglio di quell'ordine del mondo di cui anche i pitagorici avevano cominciato a parlare e che rimase un tema fondamentale della filosofia greca. Tale conoscenza, poi, va a coincidere con la conoscenza della divinità che regola l'ordine, e che è il principio stesso di questo ordine.            
Aristotele afferma che il filosofo conduce dunque nella città una vita da straniero perché non è come i normali umani, rappresentando qualcosa di più. I filosofi sono pochi, e la loro felicità e il loro valore è maggiore rispetto a quello concesso alla maggior parte degli uomini. Non c'è tuttavia contrasto fra la condizione del filosofo e quella degli altri uomini, perché questi ultimi conducono la loro giusta, armoniosa vita nel contesto politico-sociale, mentre il filosofo rappresenta quel grado massimo di razionalità cui non tutti possono accedere, ma che qualcuno tuttavia deve esercitare affinché la specie umana si possa dire compiuta in tutte le sue potenzialità.
Nell'antropologia aristotelica la forma di vita tipicamente umana, rappresentata dal libero cittadino greco, maschio e adulto, ha dunque una delimitazione verso il basso, rappresentata dalla moltitudine degli schiavi e dei barbari, e una verso l'alto, costituita dai filosofi.      

Quali sono le differenze sostanziali tra l'approccio di Aristotele all'uomo, al suo mondo etico, e quello di Platone?
Platone pensava che il mondo esistente, le forme di vita esistenti, l'ordine politico esistente fossero erronei, conflittuali, incapaci di realizzare la giustizia, tanto nella città quanto nell'anima individuale. Egli pensava quindi che occorresse trasformare profondamente la vita individuale e collettiva degli uomini, che occorresse richiamarsi a un piano di valori esterni all'esistente, per rifondare, a partire da essi, l'esistenza stessa. Il bene platonico, infatti, non era un bene che si attuava compiutamente nel mondo, ma era sempre un limite, un orizzonte verso il quale orientarsi per trasformare progressivamente il mondo in cui si viveva e la propria natura.
All'opposto Aristotele pensava che la forma di vita sedimentata dalla tradizione culturale e morale che aveva dato luogo alla polis, era in se stessa perfettamente legittima. Ciò, ovviamente, non voleva dire che, per Aristotele, tutto andava bene, ma che, nella sostanza, la polis e la sua forma di vita rappresentavano il compimento delle potenzialità attuali della specie umana. Non si trattava dunque di cambiare, di modificare, di trasformare, ma di conformarsi a ciò che la tradizione e l'esistente offrivano. La tradizione e l'esistente erano considerati positivi proprio perché condivisi dalla maggior parte degli uomini e soprattutto perché rappresentavano la realizzazione di ciò che la natura propria degli uomini chiedeva; non si trattava pertanto di fantasticare, di vaneggiare nuovi mondi, nuove forme di vita, ma di adeguarsi compiutamente, razionalmente, ragionevolmente a ciò che già esisteva.           
Aristotele pensa che il compito della filosofia non sia quello che le aveva assegnato Platone. Questi pensava che la filosofia dovesse servire alla ricostruzione della città, assolvendo una funzione non solo conoscitiva ma anche etico-politica; Aristotele, invece, afferma letteralmente che la filosofia è "inutile", nel senso che è l'attività più alta dell'uomo ed è pura conoscenza. La conoscenza viene perseguita solo in virtù di se stessa: conosciamo per conoscere. La filosofia, nella sua forma più alta, è pura teoria, e, da questo punto di vista, dice Aristotele con un'espressione molto efficace, è "servizio reso a Dio", non più naturalmente nel senso religioso, ma nel senso della conoscenza del mondo.     

Platone, soprattutto dalla tradizione di carattere liberale, è stato considerato colui che ha inventato una società chiusa, una società autoritaria e tirannica. Pensiamo a Popper, che lo ha definito come colui che avrebbe dato luogo a tutte le forme di tirannia e di dispotismo. Lei è d'accordo con questa interpretazione ?     

In Platone c'è sicuramente un aspetto fondamentale che si situa all'esatto opposto della tradizione liberale e democratica occidentale moderna. Per lui il punto di vista della comunità veniva sempre prima rispetto al punto di vista dell'individuo. Se infatti solo una comunità giusta poteva produrre individui giusti, l'individuo era considerato come strumentale rispetto alla comunità, che aveva il ruolo decisivo.    
Da questo punto di vista il pensiero di Platone si pone certamente agli antipodi rispetto a quel pensiero liberale che lo ha accusato di arcaismo, di spirito tribale, di immaginare la città molto più come un clan o una tribù che non come un aggregato di individui autonomi e liberi. Sembra dunque lecito ritenere che il pensiero platonico fosse totalitario. Per Platone solo un gruppo ristretto di uomini, i filosofi, conoscitori del bene, avevano il diritto e il dovere di trasformare la città e di governarla, mentre agli altri spettava solo il dovere di seguire le indicazioni dei filosofi.   
D'altra parte è vero anche che Platone, proprio in virtù del fatto che pose l'orizzonte dei valori, ovvero il bene, sempre al di là di ogni esistente dato, creò una possibilità di critica, liberatrice e libertaria, rispetto all'esistente. Infatti, se il bene non coincide mai con una data situazione, neppure con quella che i filosofi potrebbero realizzare, perché il bene non si attua mai compiutamente nella realtà, allora ogni situazione è provvisoria, è precaria, è criticabile, è trasformabile. Da questo punto di vista, dunque, non credo che Platone possa considerarsi un pensatore totalitario, in quanto aprì una radicale possibilità di critica dell'esistente in ogni suo aspetto o momento, in base alla quale anche il governo dei filosofi poteva essere criticato. A tal proposito vale la pena ricordare che Platone non è stato soltanto criticato dal pensiero liberale, ma è stato anche visto con simpatia da forme di pensiero rivoluzionario.

Napoli, Istituto Italiano Studi filosofici, Palazzo Serra di Cassano, 29 aprile 1988 [da EMSF Rai]


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da EMSF RaiIl cammino della filosofia Hans-Georg Gadamer
(…)L'EPOCA DELL'ELLENISMO In quale epoca ci troviamo? Oggi abbiamo un nome con cui chiamarla: si parla infatti di "età dell'ellenismo". È un'espressione fittizia,… inventata e imposta da uno storico tedesco, Johann Gustav Droysen, che per primo scrisse una "storia dell'ellenismo", affrontando, in più volumi, un periodo che l'Umanesimo e… l'età rinascimentale avevano fatto passare più o meno sotto silenzio.   
Non già i filosofi che vi appartennero, bensì quest'epoca nel suo complesso è stata considerata come un'età di decadenza. Trascorsa la fase classica (dopo i vertici artistici della tragedia greca, della scultura e della filosofia ateniese), seguiva un periodo di declino, finché a Roma, in particolare con l'assimilazione del cristianesimo, ebbe inizio una nuova età del mondo. Proprio così era visto il periodo fra la morte di Alessandro Magno e l'inizio dell'era cristiana. In tal senso è stato un grosso risultato, per uno storico, aver mostrato che l'ellenismo non fu semplicemente un'epoca di declino, ma offrì in tutti i campi una preparazione del futuro incredibilmente feconda. Noi parliamo oggi di scienza ellenistica. Con ciò intendiamo dire che la filosofia non ebbe più il ruolo di istituzione pubblica, e comunque non con il significato che avevano avuto l'Accademia o il Liceo ad Atene, che - certo - continuarono la propria attività, ma ormai solo alla stregua di scuole superiori, prive delle originarie capacità innovative. Lo stesso si può affermare per tutto ciò che avvenne in quel periodo. Ma l'aver mostrato che quest'epoca, questa presunta decadenza, rappresentò in realtà la preparazione della nuova religione mondiale: il cristianesimo, questo è - in primo luogo - il merito di Droysen. Il termine "ellenismo" gli fu, per così dire, suggerito dalla stessa lingua greca, in cui "ellenízein" significa appunto "parlare greco". L'ellenismo è dunque l'epoca in cui nell'intera "oikumène", in tutto il mondo abitato intorno al Mediterraneo, si comincia a parlare greco. Vedremo che in questo senso l'ellenismo giunge fino a Plotino e alla Corte imperiale romana, nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo.
Ho voluto fare questa digressione, solo per offrire il quadro storico di un'epoca che conobbe grandi sviluppi scientifici, nel campo dell'astronomia (con la cosmologia tolemaica), ma anche nella meccanica e nella medicina: in tutti i settori della cultura greca ci fu in un certo senso una sorta di età delle scienze.
Epicuro… fu il vero e proprio fondatore di un siffatto centro culturale, chiamato appunto "il Giardino", in quanto seppe attribuire a questa vita ritirata nella pace del giardino… un certo significato simbolico. Risale a Epicuro… (soprattutto…) la scoperta dell'importanza che la scienza e la conoscenza della natura possono assumere per la pace dell'anima, quando corrono tempi non più tanto idilliaci per le cose del mondo. Che cosa pensasse Epicuro, lo ricaviamo dai suoi scritti (dirò subito che cosa è in nostro possesso). Da essi emerge chiaramente su che cosa si fonda la fortuna storica di Epicuro. Di lui possediamo invero due lettere, - lunghe lettere - proprio nel senso "letterario" del termine - indirizzate ad altrettanti amici del filosofo, nelle quali espose lucidamente e in maniera sintetica, verso la fine della sua vita, le tematiche della sua dottrina e i propri suggerimenti per la felicità dell'uomo. Le due lettere, indirizzate a Erodoto e a Meneceo, ci consegnano circa una ventina di pagine in tutto, redatte in una lingua insieme elegante, fluente e aulica, ma senza la pretesa di erigersi a capolavoro di un determinato stile. È anche per questo che risultano ben traducibili, e hanno trovato diffusione in tutte quelle lingue del mondo, in cui ci si interessa di filosofia greca, e naturalmente i loro contenuti vanno al di là dell'immagine popolare che si tramanda degli epicurei.
Ma prima di entrare nel dettaglio vorrei ricordare un'altra cosa importante… esiste un bellissimo libro, un romanzo… di Walter Pater, un filologo inglese che era anche poeta. Il racconto è intitolato Marius the epicurean (Mario l'epicureo), un romanzo in due volumi che descrive un giovane aristocratico all'epoca dell'imperatore Marco Aurelio. Costui trascorre la sua giovinezza sotto l'influenza decisiva della filosofia epicurea, venendo infine a contatto con il cristianesimo che si va diffondendo nelle catacombe - un incontro per il quale egli non è spiritualmente e interiormente ancora pronto, e che lo colpisce in maniera inquietante per la misteriosa solidarietà della comunità catacombale…. Quest'uomo, però, con tutta la sua spiritualità, mostra già i segni dell'avvento della religione universale cristiana in un rappresentante della cultura romana. (…)


In Aristotele cade l'idea platonica per cui il bene del singolo è il bene assoluto che è l'essere. L'etica non è più scienza dell'essere, ma scienza del divenire. Aristotele, dunque si propone la fondazione dell'etica come sapere pratico autonomo. Egli, dunque è un cognitivista etico, al pari di Kant. La filosofia deve, quindi, formare l'uomo nel suo scoprire il modo di agire per raggiungere il bene. L'Etica Nicomachea innanzi tutto non è destinata alla lettura dei giovani, per la mancanza dell'esperienza necessaria alla comprensione dell'opera e per il loro lasciarsi trasportare dalle passioni. L'opera è rivolta a chi già possiede le virtù, ma è incapace di operare una scelta morale. Il testo parte proprio dal concetto di praxis, poiché in essa è insita l'etica stessa. Aristotele si domanda in primo luogo cosa è il bene per l'uomo, cosa è l'ευδαιμονια (generalmente tradotta come "felicità", ma forse questa è una traduzione un po' riduttiva). E il bene per l'uomo è "ciò verso cui ogni cosa per natura tende".

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

Riforme ecclesiastiche e Controriforma
La Controriforma è la struttura intellettuale della Chiesa uscita profondamente rinnovata dal Concilio tridentino, è anche il suo sistema giuridico e la sua prassi pastorale. La più grande ideologia della Chiesa viene detta da Romeo De Maio (Michelangelo e la Controriforma, Roma -Bari 1978, p.X.), non è comprensibile senza il riferimento allo spirito di controversia inaugurato e generalizzato dalle interminabili discussioni dell’assise tridentina, ispirate da teologi e controversisti di professione come Tommaso De Vio, detto il Gaetano, e Ambrogio Caterino Politi, più rozzo sotto l’aspetto dottrinale, ma assai efficace sotto quello psicologico, come testimoniano gli scritti al vetriolo contro Lutero, gli spirituali italiani raccolti attorno a Vittoria Colonna e Marc’Antonio Flaminio, finanche contro  il Savonarola  suo confratello. Sue rilevanze peculiarissime sono anche gli strumenti del controllo sociale, la compagnia di Gesù, la vocazione censoria, l’attitudine a conciliare sul piano culturale esigenze filologiche e slanci apologetico-devozionali.
Confrontate con la compattezza della Controriforma, risultano iniziative sporadiche tutte le riforme ecclesiastiche avanzate, e solo parzialmente realizzate, da Savonarola al Tridentino. Basti pensare allo scarso peso di progetti, pure ammirevoli e per certi versi avanzati, come il Libellus ad Leonem X oppure la contradditorietà di più ampie iniziative di riforma della Chiesa quale il Consilium de emendanda ecclesia, tra i cui firmatari vi erano sia spirituali educati alle idee erasmiane come Gasparo Contarini, Reginald Pole e Jacopo Sadoleto, che prelati intransigenti come il terribile teatino Giampietro Carafa, futuro Paolo IV.

Con l’avvento della congregazione del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, fondata da Paolo III il 21 luglio 1542 con la bolla Licet ab ìnitio, si generalizza l’uso della repressione, anche violenta, come strumento di difesa dell’ortodossia, suscitando le vive proteste di quanti, spiriti liberi e cattolici tolleranti, facevano osservare in accordo con Erasmo che imporre la fede è contro l’insegnamento di Cristo e non favorisceil formarsi della coscienza. Col Sant’ Uffizio il sistema repressivo della vecchia Inquisizione medievale veniva rinnovato su basi amministrative centralizzate.
Esso rappresentava un formidabile strumento dì controllo mentale e delle coscienze, il cui compito era tutelare l’ortodossia nel campo della fede ed esigere dal comune credente un’obbedienza totale e assoluta verso l’autorità gerarchica.
Con l’Inquisizione s’intendeva sostituire la violenza alla libera adesione, l’uniformità di pensiero alla responsabilità personale, il conformismo religioso al fecondo individualismo in materia di fede, la pedagogia del peccato all’ascetica della libertà. Agli eretici che persisteranno nei loro errori diabolici, il pontefice non prospetta alcuna conciliazione o accomodazione.
Del resto, la bolla Licet ab initio era stata preceduta da una serie di atti promossi e voluti dallo stesso papa Francese, che di fatto avevano contribuito a dare un orientamento repressivo e intollerante alla Chiesa romana. Con la bolla Regimini militantis del 27 settembre 1540, Paolo III approva la Compagnia di Gesù, l’ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola, i cui componenti erano soggetti ad un voto speciale di obbedienza al Papa. Quattro mesi prima della convocazione del Concilio di Trento, emana la bolla In apostolici culminis (10 gennaio 1542), in cui si concede l’autorizzazione a procedere con fermezza e severità contro chi cade in sospetto d’eresia. E’ dello stesso anno, infine, l’aspra bolla Cupientes Judaeos, che costringe, gli ebrei ad una conversione forzata; per chi persiste nell’osservanza del rito giudaico, e riservata la punizione prevista nei confronti degli_eretici. Nella nuova politica di repressione avviata da Paolo III, si distingue il cardinale Giampietro Carafa, che contribuisce in maniera rilevante ad accrescere i poteri dell’inquisizione e il suo raggio d’azione.
Il   mito dell’autorità pontificia nel Cinquecento sembra toccare il culmine sotto Sisto V Peretti. il Papa che cancellò senza alcuna esitazione gli interrogativi e i dubbi umanistici posti sulla natura e i limiti del potere pontificio. Con Sisto V la Chiesa significa essenzialmente curia romana, l’indice dei libri proibiti generalizza l’uso della censura ecclesiastica, il controllo sociale fa registrare un crescente impoverimento culturale, si elaborano infine nuove teorie sui poteri papali, tra le quali spicca la dottrina della potestas directa e indìrecta del papa formulata da Roberto Bellarmino, autorevole teologo gesuita. Ma anche Bellarmino fu posto all’Indice con il primo volume delle sue Controversiae per aver limitato la potestà pontificia nelle questioni temporali.

Nei 1588 Sisto V emanò la bolla Immensa aeterni, con la quale si centralizzava l’attività di governo della Chiesa attraverso la creazione di quindici congregazioni cardinalizie e si intensificava il controllo del pensiero e delle coscienze. Il 21 settembre 1585aveva scomunicato Enrico di Navarra, dichiarandolo eretico e impenitente e annoverandolo assieme al principe di Condè tra i “discendenti bastardi e abominevoli della famosa e illustre famiglia dei Borbone”. Eventi emblematici di questo processo di inasprimento che si andava realizzando nel mondo cattolico sono la condanna emessa contro Giordano Bruno, che non si prestò al sacrifìcium intellectus, e il caso Galileo, che costrinse lo scienziato a trincerarsi nel nicodemismo: ossia in un atteggiamento di apparente accettazione della verità imposta e di interiore adesione alle proprie convinzioni. Risale infatti al 1638 la pubblicazione a Leida dei Discorsi intorno a due nuove scienze, opera di un Galilei più che mai deciso ad eludere il controllo del Sant’Uffizio e a scardinare le infondate sicurezze dei teologi.
Sul piano della cultura teologica e storica, la Controriforma approdava a partire dagli anni Ottanta del Cinquecento a grandi sintesi orientative, grazie alle quali tentò di liberarsi dal complesso di inferiorità nei confronti del protestantesimo, promuovendo il Tridentino a cultura universale. In questo contesto campeggiano le Controversiae di Roberto Bellarmino (Ingostadt 1586-1593) e i dodici volumi di Annales ecclesiastici  di Cesare Baronio (Roma 1588-1607). Con la pubblicazione nel 1593 della Bibliotheca Selecta di Antonio Possevino si definiva la bibliografia ideale della Controriforma, ancorata al criterio selettivo saldamente operante “sapientiam cum pietate coniungere” ossia associare una certa correttezza metodo1ogica alle finalità devozionali. Pertanto dalla Bibliotheca del Possevino restano escluse le opere non compatibili con l’ortodossia cattolica, oppure semplicemente collegate alla tradizione umanistica, razionalistica, dell’autonomia della politica, della letteratura e delle scienze.

 

Dissenso religioso e problema della tolleranza
All’ indomani del rogo di Michele Serveto, l’umanista francese Sebastiano Castellione diede inizio al dibattito europeo sul supplizio dello sfortunato antitrinitario in contrasto con la posizione calvinista. Castellione aveva pubblicato a Basilea nel 1554, celando la sua identità sotto io pseudonimo di Martinus Bellius, un volumetto dal titolo indicativo De haereticis an sint persequendi, in cui si presentava un’ antologia di pareri di varie epoche e di diversi autori in difesa della tolleranza religiosa degli eretici e della libertà di coscienza. Vi figuravano brani dei Padri della Chiesa, di Erasmo, dello spiritualista Sebastian Franck e di riformatori più o meno noti, tra i quali anche Lutero e Calvino; alcuni pareri presentati sotto nomi oscuri come Basilio Montfort o Giorgio Kleinberg, erano opera del Castellione. Nella prefazione alla sua antologia, indirizzata al duca Cristoforo del Wurttenberg, l’umanista francese rigettava lo stesso concetto di eretico, poiché “Non vi è in pratica alcuna setta che non giudichi eretiche tutte le altre”.Il suo invito alla tolleranza degli eretici si associava ad un’ appassionata difesa della libertà, da conseguirsi in accordo col Franck attraverso una religione spirituale e non dogmatica.
L’influsso fecondo del pensiero castellioniano si ritrova in personalità di spicco quali gli esuli italiani  Giacomo Aconcio e Fausto Sozzini, cui si richiamano direttamente alcune tra le più vitali correnti irenichedel Cinquecento. L’esule trentino Giacomo Aconcio attaccò duramente le controversie dogmatiche e i cavilli dei teologi negli Stratagemata Satanae, editi a Basilea nel 1564, anno della morte di Calvino. Aconcio evidenzia la necessità, per il credente, di accedere liberamente alla Scrittura e di impegnarsi a fondo nella ricerca diuturna del significato autentico della parola divina. Da qui l’esortazione a guardarsi degli inganni di Satana, considerato che il fedele non potrà mai dire di aver raggiunto la pienezza della vita cristiana.
Con Castellione, Aconcio ribadisce il concetto irenico della impunibilità degli eretici, esaltando umanisticamente il ruolo positivo svolto in linea di principio dal dissenso religioso, cui va riconosciuto il merito, affrancandosi da una prospettiva strettamente confessionale, di esortare le coscienze libere all’approfondimento della verità. Nei suoi Stratagemata l’autore individua nell’intolleranza religiosa il più perfido dei tranelli di Satana.
Tracce del pensiero di Castellione si ritrovano anche nell’ecclesiologia dell’esule Fausto Sozzini, che al pari dello zio Lelio aveva trovato rifugio in Polonia, stabilendosi per molti anni a Cracovia. Fondamento della sua dottrina è il rifiuto dei sacramenti e la negazione della divinità di Cristo, congiunti ad un razionalismo religioso di fondo e alla difesa della tolleranza, che conduceva Sozzini a riconoscere per autentica ogni Chiesa che avesse seguito gli insegnamenti basilari di Cristo. Nella lettera De ecclesia, inviata ad un imprecisato destinatario il 17 marzo 1533, l’esule senese giunse a sostenere che la salvezza può essere conseguita in una pluralità di chiese cristiane, senza dover necessariamente essere costretti ad identificarsi in alcuna di esse. Le sue posizioni conquistarono folti gruppi di dissidenti e suoi discepoli, che si dissero sociniani, i quali dalla Polonia si diffusero un po’ ovunque, principalmente in inghi1terra e in Olanda.
Anche Montaigne condivideva gli orientamenti delle correnti erasmiane, ireniche  e conciliatrici, favorevoli ad anteporre la pace religiosa ad ogni rigida prospettiva teologica.
Alieno da ogni sorta di fanatismo religioso, lo scrittore francese nel saggio intitolato Della libertà di coscienza, steso con ogni probabilità nel 1578, si opponeva allo spirito settario e intransigente delle guerre civili, rifiutando recisamente ogni forma di intolleranza  nel campo della fede e rivolgendo, con l’ausilio della storia, un accorato appello alla moderazione e alla pace religiosa. Del resto, è sua l’affermazione che morire o uccidere per un’idea è un prezzo troppo alto per una semplice convinzione. E’ per questo che Montaigne ammirava entusiasticamente Enrico IV, che con la promulgazione dell’Editto di Nantes nel 1598 pose fine alle drammatiche guerre di religione in Francia e concesse agli ugonotti, pur se con determinate condizioni, il sostanziale riconoscimento della libertà di culto e di coscienza.
Montaigne auspicava l’ideale umanistico caro a Leonardo di città come sede di civile conversazione, che gli parve di vedere realizzato ad Augusta, miracolo di pacifica convivenza tra la comunità cattolica e quella luterana. Giuntovi nell’ottobre dei 1580, osservò che in quella città “nozze fra cattolici e luterani avvengono comunemente, e chi più ne ha voglia subisce le leggi dell’altro; se ne sono celebrati mille di tali matrimoni: il nostro albergatore era cattolico, la moglie luterana” (Mìchel de Montaigne, Giornale di viaggio in Italia, a cura dì E. Camesasca, Milano, 1956).
Sul finire del Cinquecento e nel Seicento la repubblica olandese seppe dare un contributo assai originale al dibattito moderno sulla tolleranza. Il peso che vi ebbe la tradizione ereticale e irenica del Cinquecento sulla determinazione dei problemi fondamentali fu decisivo. Le Province Unite erano infatti un brulicare di edizioni e traduzioni di opere del Frank, di Sebastiano Castellione e di Giacomo Aconcio. Ma erano anche luogo d’asilo di perseguitati politici e religiosi: francesi, ebrei di origine ispano-portoghese, tedeschi e polacchi trovano rifugio e assistenza in molte città olandesi, mostrando di privilegiare specialmente Amsterdam. E proprio nei territori olandesi si orientò maggiormente l’emigrazione dei sociniani, la cui professione di fede si trova nel Catechismo di Rakow, edito in polacco nel 1605 e in latino nel 1609, affermazione matura e consapevole della libertà religiosa. Al socinianesimo, cui si deve l’approfondimento e l’ampliamento della tematica castellioniana, l’ Olanda riuscì a garantire concreti spazi di libertà, come è dimostrato dal fatto che diversi sociniani preferirono completare gli studi teologici nella civilissima Leida e in altre università olandesi.
E in questo quadro assai articolato e vano che si colloca la riflessione del teologo olandese Jakob Harmensz, latinizzato Arminius, assai sensibile alla tradizione erasmiana e al versante dell’irenismo castellioniano. Arminius, professore nella prestigiosa università di Leida, cercò di delineare nel corso del suo insegnamento una forma di calvinismo che fosse meno rigorosa di quella ufficiale.
Tra l’altro, il teologo olandese prese posizione finanche nei confronti della predestinazione, tradizionalmente considerata il fondamento della teologia calvinista.
L’8 febbraio 1605, in un’aula della sua università, Arminius offri un contributo teorico rilevantissimo alla ricomposizione delle fratture religiose con l’orazione De componendo dissidio religionis inter christianos. In essa si avanza la proposta ironica di convocare un concilio al fine di saldare le discordie religiose che da tempo angustiavano la cristianità. Sulla sua proposta pesavano da un lato l’amarezza suscitata dagli aspri contrasti che dividevano la Chiesa riformata olandese e che lo vedevano in opposizione ai gomaristi, calvinisti intransigenti, dall’altro la speranza di poter eliminare quelle controversie e quelle divisioni tra cristiani che erano causa di inutili crudeltà e violenze. La  visione irenica di Arminio contribuì a rendere più flessibile il calvinismo olandese, nonostante la dura reazione della corrente gomarista.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

IL QUARANTOTTO IN ITALIA E IN EUROPA
Il conflitto tra le strutture e il sistema di potere creato nel 1815 e le tendenze innovatrici esplose, a livello europeo, con le rivoluzioni del 1848-49 in cui si intrecciarono elementi vecchi e nuovi.
Nei Paesi più progrediti economicamente ebbero certamente un peso di rilievo le nuove contraddizioni sociali legate all'affermazione della società industriale borghese; è il caso della Francia dove un prematuro scontro tra borghesia e proletariato sarà l'epilogo degli avvenimenti del '48.
Nel resto d'Europa, a determinare quella che fu chiamata la primavera dei popoli, fu la lotta per abbattere le sopravvivenza delle strutture del vecchio mondo dominante, aristocratico e oppressivo (come nell'Impero austriaco) il cui prestigio venne irrimediabilmente leso.
In entrambi i casi, l’ondata rivoluzionaria si manifestò sostanzialmente come un moto di rivolta spontaneo, privo di una direzione politica o organizzativa unitaria (impensabile dato lo stato delle comunicazioni in quel tempo), ma nondimeno espresse obbiettivi analoghi in tutti i paesi ed ebbe tutte le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione europea: questa sollevazione all'unisono dei popoli oppressi manifestò una carica collettiva di lotta e una volontà di emancipazione politica dallo straniero e dai regimi autoritari tanto matura e consapevole che i primi incerti e timidi tentativi insurrezionali degli anni Venti sembrano, rispetto ad essa, appartenere ad un'altra età della storia
I principali elementi di questo programma comune si compendiavano in poche ma importanti richiese:
-costituzioni e istituzioni rappresentative moderne, con parlamenti dotati di poteri reali ed eletti sulla base della rappresentanza individuale (“una testa, un voto”);
-libertà di stampa e di associazione;
-indipendenza del potere giudiziario dal governo;
-istituzione di guardie civiche, cioè di milizie composte dai cittadini
Nei paesi sottoposti al dominio straniero si associava poi a queste rivendicazioni l’affermazione del principio di nazionalità, che si traduceva nella volontà di indipendenza.
Ma è anche l'era del trionfo borghese (era nella quale questa classe sociale esita comunque a impegnarsi, in Europa, nell'esercizio del potere) e della massiccia avanzata del capitalismo industriale, del nuovo ordine sociale da essa rappresentato, delle idee dalle quali sembrava trarre legittimazione (la ragione, la scienza, il progresso, il liberalismo). L'espansione improvvisa e inarrestabile dell'economia capitalista apriva, nel XIX secolo, nuovi possibili scenari politici, quasi che la rivoluzione industriale inglese avesse inghiottito la rivoluzione politica francese.

La primavera dei popoli repressa ma non domata
Recensione di F. Della Peruta al testo di E. Hobsbawm, «L' età delle nazioni»
(19 dicembre 2004) - Corriere della Sera Pagina 27

Il volume di Eric Hobsbawm affronta i nodi centrali della formazione del mondo contemporaneo. Infatti le trasformazioni economiche e sociali e gli avvenimenti politici che si verificarono nel periodo compreso fra l' ondata rivoluzionaria del 1848 e gli anni Settanta costituiscono le premesse dell'assetto preso dall' Europa e dagli altri continenti nei decenni a venire, sino all' inizio del nuovo secolo ed oltre. Mentre nella vita culturale alle idee del romanticismo - il movimento spirituale correlato all' idea di nazione e all' affermazione delle «patrie» e ispiratore dei vari «risorgimenti» - si sostituivano le ideologie del positivismo e dello scientismo, in Gran Bretagna giunse a piena maturazione la rivoluzione industriale, che poi si estese gradualmente all' Europa occidentale e agli Stati Uniti d'America. La correlativa ascesa del «capitalismo», il nuovo termine che - come rileva Hobsbawm - fece da allora il suo ingresso nel «dizionario economico e politico mondiale», portò al progressivo affermarsi di due nuovi soggetti sociali: la borghesia imprenditoriale, legata al nuovo corso dell'economia, e il proletariato di fabbrica, che alla vigilia del 1848 il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels chiamò alla organizzazione e alla lotta per la sua emancipazione.

In Europa e negli Stati Uniti il più rapido pulsare e fluire della vita economica si accompagnò a un' importante «esplosione demografica», un fenomeno senza precedenti nel passato che si manifestò anche nell' impetuosa crescita delle città e nel connesso urbanesimo. Gli squilibri e le tensioni sociali provocati dall' avanzata del capitalismo crearono inoltre il terreno favorevole all' elaborazione di teorie e modelli socialistici (da quelli degli utopisti, alla Saint-Simon e alla Fourier, al comunismo critico marxista, fondato sulla concezione del materialismo storico): sistemi tutti che contrapponevano all' individualismo concorrenziale della società capitalistica il modello di nuovi ordinamenti sociali superatori della proprietà privata dei mezzi di produzione e ritenuti idonei a meglio garantire il benessere collettivo, eliminando i privilegi di classe più stridenti che pesavano negativamente sulle condizioni di vita delle «classi le più numerose e le più povere».
Sul piano politico, in questo arco di tempo si assistette a una radicalizzazione dello scontro fra l'assolutismo dispotico delle vecchie monarchie (l'«alleanza» fra il trono e l' altare) e le tendenze innovatrici dei sostenitori delle idee liberali e democratiche; mentre correlativamente fra i popoli sottoposti a dominio straniero prendevano sempre maggior forza le aspirazioni all'indipendenza nazionale. Si liberarono così dalla dipendenza dalla Spagna e dal Portogallo i Paesi dell' America Latina; e si costituirono in Stati autonomi la Grecia, il Belgio e - a coronamento del processo risorgimentale - l' Italia.

Hobsbawm ricostruisce così il fluire di processi lunghi, complessi e sanguinosi, scanditi da cospirazioni e moti insurrezionali che ebbero il loro coronamento nel 1848, «la primavera dei popoli».
Le rivoluzioni quarantottesche vennero sconfitte, ma l' insuccesso non frenò il cammino ascendente del liberalismo e della democrazia, che sarà coronato dall' introduzione di regimi costituzionali e parlamentari nei Paesi europei più progrediti: suggello di quel «trionfo della borghesia» lumeggiato nelle pagine di questo bel volume dello storico inglese. Il periodo compreso tra la sconfitta delle rivoluzioni quarantottesche e il 1875 fu infatti contraddistinto sul piano politico dalla formazione dell' unità italiana e di quella tedesca, con l' affermazione del principio di nazionalità e dei valori liberali, tanto che nel 1871 - l' anno della Comune di Parigi - l' unico grande Stato europeo privo di una Costituzione era la Russia zarista. Pur tra le ancora tenaci resistenze delle forze conservatrici o reazionarie, si affermarono così nell' Europa centrale e occidentale sistemi politici incentrati sulla garanzia dei diritti dell' uomo e del cittadino, nel quadro della libera iniziativa dell' individuo nella sfera della società civile e dell' attività economica. In tale arco di tempo i Paesi più progrediti sulla strada della modernizzazione attraversarono così una fase di intenso sviluppo economico, sostenuto dai progressi dell' industria e dalla crescente integrazione fra la scienza e il mondo della produzione. E questa seconda ondata della rivoluzione industriale mutò al tempo stesso le gerarchie del potere economico, perché al declino della supremazia inglese si accompagnò la sempre più vigorosa crescita del potenziale produttivo della Germania e poi soprattutto degli Stati Uniti, ormai avviati verso la conquista del primato mondiale. Parallelamente si delineò una nuova articolazione della stratificazione sociale, con il consolidarsi di nuovi soggetti. Le vecchie aristocrazie, che avevano basato il proprio potere sulla proprietà fondiaria, andarono perdendo terreno nei confronti dell' «alta borghesia» industriale e finanziaria; e all' interno delle classi lavoratrici aumentò il peso specifico degli operai di fabbrica, dei moderni «proletari», i quali diedero vita a ramificate organizzazioni sindacali che si richiamavano spesso alle idee socialiste, mentre si riduceva sempre più il peso dell' agricoltura e del mondo contadino. Nei Paesi europei di più solide tradizioni liberali - dall' Inghilterra alla Francia e agli Stati scandinavi - la vita politica conobbe un' evoluzione in senso democratico; al contrario, nonostante l'introduzione di sistemi parlamentari, rimasero forti le tendenze autoritarie nel Reich tedesco e nell'autocratico impero russo, dove soltanto nel 1905 lo zar consentì - sotto la forte spinta rivoluzionaria - la riunione di un Parlamento elettivo, peraltro fortemente subordinato al potere monarchico.
In questi stessi decenni s' intensificò l'espansione coloniale delle grandi potenze, impegnate sotto il segno dell'«imperialismo» in una politica tesa alla spartizione del mondo e al dominio diretto o indiretto sui Paesi dell' Africa e dell' Asia, a partire dall' India e dalla Cina, terre dalle civiltà millenarie. Nell' Estremo Oriente a un destino di subordinazione si sottrasse soltanto il Giappone, che riuscì a evitare il fato di Paese feudale per trasformarsi in uno Stato forte, centralizzato e avviato verso una rapida industrializzazione. Questi i temi e i percorsi centrali dell' opera di Hobsbawm, che domina, alla luce di una penetrante intelligenza storiografica, una fase essenziale nella storia dell' umanità, ripercorsa con una esposizione tanto precisa e puntuale nelle sue analisi quanto accattivante nei modi dell' esposizione.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

LA PARTIZIONE DELLA CRITICA DELLA RAGION PURA
Le fonti della conoscenza sono:

la sensibilità, che si attua mediante le forme pure di spazio e di tempo, ed é studiata dall’Estetica Trascendentale;
l’intelletto, che elabora i dati sensibili mediante le categorie, ed é studiato dall’Analitica Trascendentale;
la ragione, che pretende di cogliere globalmente la realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio, oltrepassando i limiti imposti dalla sensibilità, ed é studiata dalla Dialettica Trascendentale.

 

ESTETICA TRASCENDENTALE

Kant ritiene che si possa conoscere scientificamente solo ciò che cade nella sfera della sensibilità e dell’intelletto, e lo chiama fenomeno, per distinguerlo da ciò che cade al di fuori di questa sfera, e che viene chiamato noumeno (= non fenomeno, ciò che non mi appare), e il noumeno viene trattato nella Dialettica Trascendentale. La parola estetica deriva da esthesis, ossia percezione sensoriale, e in questa parte Kant mette in evidenza il modo in cui l’uomo conosce. Ogni conoscenza comincia dall’esperienza, e questa deve essere sensibile. La conoscenza sensibile é ricettiva e attiva, prende il fenomeno e poi lo organizza. Per questo Kant definisce quelle che sono le forme pure della conoscenza sensibile, forme perché “danno forma” alla conoscenza, pure perché rendono possibile la conoscenza e quindi devono venire prima di essa. Le forme pure della conoscenza sensibile sono lo spazio e il tempo: lo spazio é la forma del senso esterno, ossia é il luogo dove avvengono i fenomeni, il tempo é la forma del senso interno ed é lo strumento che ordina l’avvicendarsi dei fenomeni. É la nostra sensibilità a rendere possibile questo meccanismo, perché i sensi hanno bisogno che il contenuto gli venga dato per poterlo intuire sensibilmente.

ANALITICA TRASCENDENTALE

Il secondo passaggio del sistema della Critica della ragion pura é costituito dalla Logica Trascendentale, che Kant ripartisce in Analitica e Dialettica: la prima é la parte che riguarda la ricerca di un principio unificatore della conoscenza e che mette in evidenza il modo in cui i contenuti dell’esperienza sensibile vengono trasformati da soggettivi a oggettivi, la seconda invece é l’analisi delle pretese della ragione nei confronti dei non fenomeni. L’Analitica si divide in due parti: Analitica dei concetti e Analitica dei principi. L’Analitica dei concetti esamina le forme pure dell’intelletto, allo stesso modo in cui l’Estetica esamina le forme pure della sensibilità. L’Analitica dei principi ricerca invece l’elemento che consente di dare universalità e assolutezza alla conoscenza.
Nell’Estetica gli oggetti della conoscenza sensibile sono dati e intuiti, mentre nell’Analitica gli oggetti sono pensati e il pensiero é la facoltà di emettere dei giudizi: qui non abbiamo intuizioni ma funzioni, e l’intelletto ha un carattere di unificatore della molteplicità di fenomeni presenti nella realtà sensibile.

Pensare é giudicare, e giudicare significa attribuire un predicato a un soggetto. Rifacendosi alla Logica greca Kant attribuisce a ogni giudizio una categoria, ossia una forma pura del pensiero, che dà validità al giudizio stesso. Egli redige una tavola con dodici categorie corrispondenti ad altrettante forme di giudizio, e suddivise in quattro gruppi, quantità, qualità, relazione e modalità.

Se la categoria dà validità ai giudizi cosa dà validità alle categorie? Adesso sappiamo che la categoria serve a organizzare le intuizioni provenienti dalla sensibilità, perché possano essere pensate mediante i giudizi. Ma cosa le rende valide? Il mondo sensibile é discontinuo, e mutevole, quale strumento abbiamo per unificare questi dati? Una volta che i fenomeni sono intuiti, una volta che sono pensati, interviene un’ulteriore attività unificatrice che Kant chiama Io penso, o Appercezione trascendentale, che é l’unità di tutta la conoscenza umana. Questa attività vale come regola, perché mette insieme ciò che viene intuito e ciò che viene pensato mediante le categorie. Attenzione però, l’Io penso non ha alcuna prerogativa creatrice. L’Io penso é una regola che vale solo nei casi di conoscenza fenomenica, e anche le sue eccezioni, sono astrazioni basate sulla presenza dei fenomeni sensibili. L’Io penso senza la conoscenza dei sensi non serve a nulla. Le leggi che regolano la conoscenza scientifica descrivono le condizioni a cui la conoscenza deve sottostare, e in tal senso l’Io penso é un legislatore, ma deve avere i dati della conoscenza sensibile per operare.

DIALETTICA TRASCENDENTALE

Nella seconda parte della Logica Kant affronta un interrogativo delicato: può la metafisica essere una scienza? Questa é forse la chiave di volta del sistema kantiano. Se l’intelletto si allontana dal terreno sicuro dell’esperienza sensibile va incontro a errori e a illusioni. Noi abbiamo visto come l’Estetica fonda il senso esterno sulle intuizioni pure di spazio e di tempo, e come l’Analitica fonda il senso interno sulle categorie e sull’Io penso. La Dialettica é l’organo della metafisica, e come tale fonda la sua conoscenza su elementi che Kant platonicamente chiama Idee, cioé copie delle cose, immagini, per sottolinearne l’illusorietà. La Dialettica fonda il senso esterno sull’idea di Mondo, il senso interno sull’idea di Anima, e unifica la realtà con l’idea di Dio. Kant non nega legittimità alle pretese della ragione, anzi, ma ne avverte l’errore quando le pretese si spingono fino a trasformare queste esigenze strutturali in strumenti di conoscenza. Non si può conoscere ciò che i nostri sensi non intuiscono. Nascono così tre “scienze” con le virgolette, ossia la cosmologia razionale (mondo), la psicologia razionale (anima) e la teologia razionale (Dio).

La psicologia razionale individua nell’anima il soggetto assoluto da cui deriverebbero tutti i fenomeni psichici interiori. il ragionamento é sbagliato, in quanto applica la categoria di sostanza all’io penso. L”io penso può difatti essere visto come unificatore, come funzione dell’intelletto, ma non può conoscersi.

Anche la cosmologia razionale fonda l’idea di mondo su un’ipotesi inattingibile, poiché priva di qualsiasi base empirica: questo errore produce quelle che Kant chiama antinomie, e che sono irrisolvibili in quanto prive proprio di una base sicura. I fenomeni che intuiscono i nostri sensi si svolgono su un campo limitato dalla sensibilità, e pertanto non si può risalire a delle cause complesse, e relative a un insieme di enti esterni.

Nella teologia razionale Kant prende in esame le prove dell’esistenza di Dio, inteso come totalità che unifica le totalità di mondo e di anima.

La prova ontologica a priori, già vista da Anselmo e da Leibniz, prevede la deduzione dell’esistenza di Dio dal fatto che la Sua necessità é giustificata dalla Sua stessa perfezione: essendo Dio innato in noi come Colui a cui nulla manca, la Sua esistenza non può essere prodotta da noi, che siamo limitati, e perciò Dio deve necessariamente esistere. L’errore consiste nella deduzione dell’esistenza, che può solo essere intuita dai sensi.
La prova cosmologica si basa sull’esperienza, che impone una causa non causata ai fenomeni: per Kant si basa su un passaggio arbitrario perché mette in relazione du cose diverse, una fenomenica e una noumenica.
Infine la prova fisico-teleologica rimanda alla necessità di un ordine necessario che unifichi la natura: ma secondo Kant non é indispensabile che i fenomeni della natura ricadano in un ordine necessario proveniente dall’esterno, e ogni tentativo di unificare i fenomeni in base a una causa esterna é un’imposizione arbitraria.

Kant ancora una volta mette in evidenza la totale impossibilità di conoscere ciò che cade al di lé dell’esperienza, ma non perviene a un ateismo, quanto a un agnosticismo, determinato quindi dalla sola impossibilità di pronunciarsi su questi argomenti. Kant perviene dunque a un uso regolativo delle idee della ragion pura, un uso che é limitato dalla inconoscibilità dei noumeni ma nello stesso tempo utile per unificare le conoscenze reali alla totalità esterna. Il noumeno non é conoscibile ma é pensabile, e la sua applicabilità vale solo se noi teniamo presente il limite imposto alla conoscenza umana dalla sua condizione sensibile.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

Resoconto introduttivo:

IL PROGRESSO CIVILE ED ECONOMICO DEI COMUNI. -1. I Comuni, che abbiamo visto impegnati nella lotta per le autonomie contro i diritti e i privilegi imperiali, e divisi in guelfi e ghibellini (divisioni in partito guelfo e partito ghibellino avvennero anche, come è ovvio, nell’interno di una medesima città), pervennero in questo periodo alla massima espansione economica e al completo sviluppo delle istituzioni politiche (Podestà, Capitano del popolo, Arti, ecc.).
La vita del Comune fu allora caratterizzata da una viva lotta dei partiti e delle diverse classi sociali (nobili, bor­ghesi, popolani) per la conquista del potere, con la gene­rale prevalenza della classe borghese; il che non escluse, ma anzi venne favorendo un notevole progresso della produ­zione e delle attività economiche. Si può parlare di un au­mentato grado di benessere, al quale si accompagna un innegabile avanzamento della vita culturale e spirituale.
2. Tra i Comuni più importanti nel secolo XIII dobbia­mo ricordare almeno i seguenti:
a) Milano che, favorita dalla posizione geografica, inten­sificò la produzione industriale e le relazioni commerciali ed estese sempre più la sua influenza sulle città vicine e, in genere, sulla regione lombarda. Anche Milano era agi­tata dalle contese partigiane, e nella lotta per il potere prevalse dapprima la famiglia guelfa dei Della Torre o Torriani; in seguito, verso la fine del secolo, ebbero poi il sopravvento i ghibellini Visconti.
b) Asti, che fu un attivo centro di vita mercantile (rap­porti con la Francia, la Germania, l’Inghilterra, ecc.).
c) Bologna, notevole non solo per i commerci e l’attività bancaria, ma per la sua celebre Università e per l’alto grado della vita culturale (studi giuridici e filosofici; nuova poesia di Guido Guinizzelli, ecc.).
d) Lucca, favorita dalla posizione sulla Via Francigena, che portava dalla Francia a Roma; e particolarmente fiorente nell’arte della seta.
e) Siena, con le sue grandi compagnie bancarie dei Tolomei, dei Salimbeni e, soprattutto, dei Buonsignori, che concedevano prestiti alla corte pontificia.
Ricordiamo inoltre, per non parlare qui delle repubbliche marinare, i comuni di Piacenza, Vercelli, Novara, Verona, Padova, Treviso, Ferrara e, soprattutto, Firenze.

 

Le conquiste della BORGHESIA fiorentina

 Firenze nella prima metà del secolo XIII.
Il Comune di Firenze acquistòla propria autonomia nel secolo XII, dopo il crollo del Marchesato di Toscana.
Dopo una prima fase di governo consolare (sec. XII), anche a Firenze si passò — per naturale evoluzione — al governo del podestà (sec. XIII); ma, fino al 1250, il potere rimase saldamente nelle mani dei nobili (detti Grandi o Magnati).
I nobili erano uniti nella potente Consorteria delle Torri, ma, ai primi del secolo XIII, si divisero in guelfi e in
ghibellini. Come causa di questa divisione la tradizione rife­risce l’episodio di Buondelmonte de’ Buondelmonti, che —promesso ad una fanciulla degli Amidei — sposò poi una Donati e venne ucciso per vendetta (i215); ma invero dietro la cronaca di questo avvenimento c’è la storia delle profonde trasformazioni sociali della vita fiorentina e la realtà di precisi interessi politici ed economici in acceso contrasto. Alla scissione e decadenza della nobiltà corrispose pertanto l’ascesa della borghesia (o popolo grasso).

Firenze nella seconda metà del secolo XIII.
1. Nel 1250, col prevalere in Firenze del partito guelfo, la borghesia, che era ormai diventata la classe più attiva del Comune, mirò ad assumersi decise responsabilità di potere.
Come prima conquista essa ottenne che a far parte del governo, accanto al Podestà, rappresentante degli interessi nobiliari, venisse eletto il Capitano del Popolo, coadiu­vato da una guardia armata, con l’incarico di rappresentare e difendere gli interessi delle classi minori (borghesi e popo­lani) contro i soprusi dei Magnati. Si ebbe così quello che fu detto il Governo del primo popolo, in cui la borghesia venne ad esercitare un primo controllo sull’operato della aristocrazia.
Il temporaneo sopravvento dei ghibellini con la battaglia dì Montapertì (1260) ridiede il potere nelle mani dei nobili; ma, col 1266 (data della battaglia di Benevento), ritornò a prevalere definitivamente la parte guelfa, e ripre­sero nuovamente vigore le aspirazioni democratiche della classe borghese.

2.  Dopo un periodo di discordie interne tra i nobili guelfi e i borghesi, nel 1282 la borghesia fiorentina ottenne una seconda e pìu importante conquista. Accanto al Podestà e al Capitano del Popolo entrarono di diritto a far parte dei governo i Priori delle Arti maggiori (cfr. voi. Il, p. 100), con la funzione di tutelare gli interessi dei popolo grasso. Si ebbe così quello che fu detto il Governo del secondo popolo, in cui ‘la borghesia, per mezzo dei Priori (la cosiddetta Signoria), deteneva di fatto le leve del potere, dando impulso a una sua politica autonoma.
In questo arco di tempo la continua espansione econo­mica e i sempre più impellenti interessi commerciali por­tarono Firenze in lotta contro i comuni toscani: nel 1269 la vittoria sulla ghibellina Siena nella battaglia di Colle Val d’Eisa assicurò a Firenze le comunicazioni con Roma; nel 1289 le forze fiorentine sconfissero Arezzo nella battaglia di Campaldino, cui prese parte lo stesso Dante; nel 1293, infine, la pace di Fucecchio segnò la supremazia di Firenze su Pisa, costretta a concedere lo sbocco al mare e notevoli esenzioni doganali alle merci fiorentine. Alla fine del secolo XIII il predominio di Firenze sulla Toscana si può dire realizzato. Come conseguenza di questa posizione di predo­minio politico ed economico di Firenze sulla Toscana ab­biamo, all’interno, il rafforzamento della borghesia, sempre più industriosa ed attiva.

3. Nel 1293 la borghesia fiorentina ottenne la sua terza e definitiva conquista con l’approvazione degli Ordina­menti di Giustizia di Giano della Bella (un nobile conver­titosi alla causa popolare). La possibilità di accedere al Priorato, ormai unico detentore del potere esecutivo, venne riservata soltanto a coloro che facevano parte delle Arti, cioè in pratica soltanto ai borghesi. Un’altra innovazione di carattere democratico fu la chiamata al governo anche dei rappresentanti delle Arti medie (beccai, calzolai, fabbri, rigattieri, lavoratori della pietra e del legno) e la creazione di una nuova carica, il Gonfaloniere di giustizia, anch’es­so a difesa degli interessi popolani e con l’incarico di eseguire le sentenze contro i nobili che violassero gli Ordinamenti di Giustizia. Si ebbe così la piena conquista del potere da parte della borghesia e delle corporazioni artigiane. I nobili vennero esclusi dal governo; le Arti minori e i proletari rimasero ancora senza diritti politici.

 

 

La divisione tra I Bianchi e i Neri.

 La borghesia fiorentina era stata unita nella ‘lotta contro i nobili; ma, raggiunto il potere, intorno al 1300 si divise nei due partiti dei Bianchi e dei Neri.I Bianchi avevano a capo Vieri de’ Cerchi e rappresen­tavano più esplicitamente gli interessi del popolo grasso nelle sue tendenze più democratiche; i Neri avevano a capo Corso Donati e godevano le simpatie dei nobili, che aspiravano a rientrare al governo, e del popolo minuto.
Inoltre bisogna aggiungere che, pur essendo entrambi i partiti di ispirazione guelfa, i Neri tenevano un atteggia­mento di marcata sottomissione al Papato, mentre i Bianchi avanzavano esigenze di relativa autonomia dalla politica pontificia.
Il   dissidio tra le due fazioni giunse in diverse occasioni alla lotta aperta (10 maggio, e 23 giugno 1300), tanto che i Priori, tra cui era anche Dante, si risolsero ad inviare in esilio i capi delle due parti (tra cui Guido Cavalcanti); ma i Neri, traendo profitto dall’intervento di Bonifacio viii, che voleva estendere la sua autorità su tutta la Toscana e che inviò a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, ebbero alfine la prevalenza e si impadronirono del potere, cacciando in esilio e perseguitando gli avversari, tra cui Dante (1301-1302).
La vittoria della parte nera ridiede animo ai nobili, che tentarono di abrogare gli ordinamenti democratici, ma nel 1308 il popolo grasso, fatto uccidere il tracotante Corso Donati, riprese il potere nelle sue mani.
Gli esuli bianchi tuttavia, che avevano inclinato in qual­che modo al ghibellinismo non tornarono in patria, e Dante dovette rassegnarsi a vivere lontano dalla sua diletta Firenze.
In questa atmosfera di lotte animose e di vivace attività economica matura la grande civiltà fiorentina. Sono gli anni in cui Arnolfo di Cambio inizia la costruzione della grandiosa cattedrale di Santa Maria del Fiore, mentre Giotto, Dante, la scuola poetica del dolce stil novo lasciano un segno indelebile nella storia dell’arte e della letteratura.

 

LA VITA POLITICA ITALIANA NEL TRECENTO

 Venuta meno l’influenza dell’Im­pero e della Chiesa, la vita politica italiana del Trecento è caratterizzata, particolarmente nell’Italia settentrionale, dalla formazione delle Signorie e da un attivo processo di evoluzione sociale e politica per cui si attua, sul piano economico, un tipo di economia che si può chiamare precapitalistica (aumento degli scambi commerciali, svi­luppo della produzione e della tecnica, industrializzazione delle imprese, largo impiego di capitali, ecc.); mentre, sul piano politico, si registra una inarrestabile tendenza al­l’unificazione regionale.
In Piemonte si venne affermando la dinastia dei Savoia; a Milano i Visconti avviarono a buon punto un processo di espansione territoriale che si spinse oltre i confini della Lombardia; anche Venezia e Firenze pervennero alla forma­zione di uno stato di ambito regionale; decaddero invece, per varie ragioni, Genova, lo Stato pontificio e l’Italia meridio­nale.

 

IL PASSAGGIO DAL COMUNE ALLA SIGNORIA E L’ISTITUZIONE DEL PRINCIPATO.

La crisi del Comune. — Le continue lotte politiche e sociali che agitavano la vita del Comune provocarono una profonda crisi degli ordinamenti e delle istituzioni comunali, che —di fronte a una nuova realtà sociale, che imponeva nuove prospettive di politica interna ed estera (aspirazioni ad una maggiore giustizia di classe; tendenze espansionistiche ad ambito regionale, ecc.) — si rilevavano ormai deboli e superate.
Le contraddizioni interne del Comune (instabilità dell’or­dine pubblico; divergenze di interessi economici; situazioni di privilegio, ecc.) resero così naturale il passaggio alla nuova forma di governo della Signoria, in cui il potere era detenuto di fatto da un uomo solo, messosi generalmente in luce per le sue qualità personali.

La Signoria. — L’evoluzione dal Comune alla Signoria avvenne, in molti casi, col concorso della stessa volontà popolare: i cittadini, stanchi delle continue lotte interne, affidavano il potere al capo del partito vittorioso; oppure riconoscevano Signore un capo imparziale (generalmente un Podestà, o un Capitano del popolo), che si era imposto per le sue doti individuali, e prometteva di dare maggiori garanzie di sicurezza ed equilibrio politico. Si dava però anche il caso, seppure più raro, di un passaggio dall’una al­l’altra forma di governo che avveniva in base a una conquista violenta (il cosiddetto colpo di stato), per opera di qualche potente feudatario o di un condottiero.
In un primo tempo la Signoria ebbe generalmente carat­tere elettivo, e il Signore manteneva in vigore, almeno formalmente, i vecchi organi del governo comunale­ (Podestà, Capitano del popolo, Consiglio maggiore, ecc.). In pratica però il Signore aveva nelle sue mani l’effettivo potere, e dava corso a una sua politica personale; amministrava, in un certo qual modo, con maggiore giustizia, e conduceva una politica estera, in generale, più energica ed intrapren­dente.

Il  Principato. — Consolidato il suo dominio, il Signore si poneva come primo obiettivo di rendere ereditario il suo titolo e dargli un fondamento giuridico, sollecitando la nomina e l’investitura dell’imperatore o del papa.
Il Signore venne così ad assumere il titolo di vicario imperiale o papale, di conte, marchese o duca; il dominio personale si trasformò in una dinastia stabile e duratura; la Signoria si venne mutando in un vero e proprio Princi­pato, a carattere dinastico e autoritario, ormai svincolato del tutto da ogni base popolare.
Tra le principali Signorie e Principati ricordiamo i Vi­sconti a Milano, gli Scaligeri a Verona ,gli Estensi a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, ecc.

Le Compagnie di ventura. — Per mantenersi saldo nello Stato il Signore aveva necessità di una forza militare permanente; fu quindi costretto a sostituire le antiche mi­lizie comunali con formazioni militari di nuovo tipo, a carattere mercenario: le cosiddette Compagnie di ventura, composte di soldati volontari al comando di un condottiero, pronte ad arruolarsi al servizio dei vari Signori, e natural­mente di chi poteva meglio pagarle.
Esse furono dapprima formate quasi esclusivamente di stranieri (svizzeri, tedeschi, ecc.); e tra esse ebbero parti­colare rinomanza le Compagnie dell’inglese Giovanni Acuto, del francese Fra’ Moriale, e del tedesco Gualtieri di Ur­slingen.
Tra le Compagnie di ventura italiane furono famose quelle di Alberico da Barbiano, Jacopo dal Verme, Facino Cane, Francesco Bussone, conte di Carmagnola, Bartolomeo Colleoni, ecc.
Altri grandi condottieri furono Niccolò Piccinino, Braccio da Montone, Muzio Attendolo Sforza, suo figlio Fran cesco Sforza (che pervenne al Principato), e così via. La storia italiana del secolo XV è tutta piena delle loro imprese audaci e violente.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

L’IMPERO NEI SECOLI XVI E XVII. — La Casa d’Asburgo, pur divisa nei due rami di Spagna e d’Austria, esercitò ancora per lungo tempo una funzione di primo piano nella storia europea; ma l’Impero germanico —passato coi domini di Casa d’Austria al fratello di Carlo V, Ferdinando I (1556-1564) — si trovò ormai ad essere profondamente diviso e agitato dalle guerre religiose tra protestanti (Germania settentrionale) e cattolici (Baviera e Austria).
La Pace di Augusta, come abbiamo visto, conteneva al­cune clausole fortemente restrittive della libertà religiosa ed era considerata, sia dai protestanti che dai cattolici, piuttosto un compromesso che una pace definitiva. L’Impero cattolico degli Asburgo mirava a rinforzare sempre più il suo assolutismo, sia in campo politico che religioso; i protestanti e i principi tedeschi volevano invece ottenere una più completa libertà religiosa, e tendevano, in genere, a una maggiore autonomia dall’autorità imperiale.
La situazione si aggravò sotto l’imperatore Rodolfo Il (1576-1612), il cui atteggiamento intoUerante e minaccioso spinse i principi protestanti a collegarsi tra loro nell’Unione Evangelica (1608), con a capo l’elettore Federico V del Palatinato. L’anno seguente i principi cattolici, con a capo il duca Massimiliano di Baviera, costituirono la Lega Cattolica (1609). Pochi anni dopo scoppiò la Guerra dei Trent’Anni.
Schema riassuntivo della guerra dei Trent’anni: (1618-1648). Si tratta di un lungo conflitto che coinvolse l'Europa centrale, combattuto soprattutto sul suolo tedesco e boemo, con eserciti ai quali era permesso il saccheggio: ebbe conseguenze fortemente negative per l'economia degli stati tedeschi provocando, tra l'altro, una forte caduta demografica.

LA GUERRA DEI TRENT’ANNI (1618-1648). —Nel 1618 l’imperatore Mattia (1612-1619), fratello di Rodolfo, riprese contro i protestanti l’atteggiamento di intransigenza del suo predecessore, vietando l’erezione di alcune chiese, protestanti in Boemia. Scoppiò allora una violenta rivolta contro l’egemonia austriaca, e, quando giunsero a Praga i messi imperiali, furono gettati dalle finestre del castello (defenestrazione di Praga, nel 1618).
Questo incidente costituì la causa occasionale della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), la quale coinvolse quasi tutti gli stati europei e si suole dividere in quattro periodi:

a)    periodo boemo-palatino (1618-1625).
b)    periodo danese (1625-1629).
c)    periodo svedese (1630-1635).
d)    periodo francese (1635-1648).

Periodo Boemo-Palatino (1618-1625). — La guerra cominciò con l’aperta ribellione dei Boemi, che nel 1619, alla morte di Mattia, elessero loro re Federico V del Pala­tinato, rifiutandosi di riconoscere il nuovo imperatore Ferdi­nando Il (1619-1637), intransigente assertore dell’assolu­tismo e della causa cattolica.
L’imperatore, che aveva dalla sua parte anche la Spagna, attaccò allora gli insorti con estrema energia, e riuscì a riportare — per opera del Tilly, generale della Lega Catto­lica — una grande vittoria nella battaglia della Montagna Bianca (1620), presso Praga.
La Boemia fu spietatamente ridotta all’obbedienza, e il primo periodo di guerra si concluse con esito favorevole alla Casa d’Austria. Il Palatinato venne invaso, e Federico V fu messo al bando dell’Impero.
Periodo Danese (1625-1629). — La vittoria dell’impe­ratore Ferdinando Il e le dure repressioni da lui operate contro i Boemi e i principi protestanti, misero in allarme il re di Danimarca Cristiano IV, che era parente di Federico V del Palatinato.
L’esercito danese, intervenuto in guerra in favore dei principi protestanti, venne però ripetutamente sconfitto dal grande generale Alberto di Wallenstein, che giunse ad invadere la Danimarca; ed il re Cristiano IV dovette impe­gnarsi, con la Pace di Lubecca (1629), a non interferire nelle questioni dell’Impero germanico.
Nello stesso anno Ferdinando Il emanava l’Editto di Restituzione (1629), imponendo ai protestanti di restituire i benefici ottenuti dopo il 1552.
Il secondo periodo di guerra si concluse pertanto con esito favorevole alla Casa d’Austria. L’Unione Evangelica fu sciolta e la Germania settentrionale venne pienamente sottomessa all’autorità dell’Impero.

Periodo Svedese (1630-1635). — Il pericolo di una definitiva supremazia dell’Impero, che era giunto a minac­ciare le regioni del Baltico, provocò l’intervento della Svezia.
Causa occasionale del conflitto furono le mire espansio­nistiche del Wallenstein, che, ottenuto il Ducato di Me­klemburgo, aveva poi occupato la città libera di Stralsunda (1630), in difesa della quale si mosse il re di Svezia Gu­stavo Adolfo.
Questi — sostenuto dall’aiuto della Francia — mosse contro l’Impero, e, rivelando un eccezionale genio militare, sbaragliò l’esercito del Tilly nella battaglia di Lipsia (1631); occupò quindi Monaco di Baviera, centro della Lega Gatto­lica, e riportò infine sul Wallenstein la vittoria di Liitzen (1632), ma in quest’ultima battaglia trovò la morte sul campo.
La guerra proseguì ancora per qualche anno con alterne vicende (scoraggiamento degli Svedesi per la morte del loro re; sospettato tradimento del »~tallenstein, fatto ucci­dere dall’imperatore, ecc.) fino alla definitiva sconfitta degli Svedesi nella battaglia di Ndrdlingen (1634) e alla nuova sottomissione dei principi protestanti nella Pace di Praga
(1635). Il terzo periodo di guerra si concluse così, ancora una volta, con esito favorevole alla Casa d’Austria.
Periodo Francese (1635-1648). — Il quarto ed ultimo periodo della Guerra dei Trent’Anni fu contrassegnato dal­l’intervento della Francia che, passando sopra a ogni consi­derazione religiosa, aveva già aiutato gli stati protestanti di Danimarca e di Svezia nella loro lotta contro l’Impero, ed infine entrò direttamente in guerra per abbattere la potenza mondiale degli Asburgo d’Austria e di Spagna.  Il cardinale Richelieu, primo ministro francese, strinse alleanza con la Svezia, i Paesi Bassi e il Ducato di Savoia, e nel 1635 dichiarò guerra alla Spagna e all’Impero.
Si trattò di una guerra lunga e sanguinosa, che sconvolse per oltre un decennio quasi tutta l’Europa e lasciò la Germania in un cumulo di devastazioni e in piena rovina economica: in un primo tempo gli Spagnoli riuscirono a invadere la Francia (1636); ma poi l’esercito francese si riorganizzò e prese il sopravvento sugli avversari.
Infine, la famosa vittoria di Rocroi (1643) e la conse­guente conquista dell’Artois per opera del Principe di Condè, e l’invasione dell’Alsazia, operata dal generale Enrico di Turenne, costrinsero l’Impero alla resa.
Il quarto periodo di guerra si concluse così con la sconfitta della Casa d’Austria e con esito favorevole alla Francia.

La Pace di Westfalia (1648). — L’imperatore Ferdi­nando III (1637-1657) sottoscrisse allora la Pace di West­falia (1648), nella quale si distinse per la sua abilità diplo­matica il cardinale Mazzarino, ed in cui venne stabilito quanto segue:
a) riconoscimento della libertà religiosa a tutti i protestanti, compresi i calvinisti; e conseguente abolizione del principio del « cuius regio eius religio », con l’obbligo per ogni sovrano di rispettare nel suo stato le minoranze religiose.
b) riconoscimento della piena sovranità territoriale ai principi tedeschi, che divennero praticamente indipen­denti dall’Impero, con la conseguente distruzione dell’unità politica ‘germanica.
c)  riconoscimento dell’indipendenza per i Paesi Bassi e la Svizzera.
d) attribuzione di compensi territoriali alla Francia (Ai­sazia) e alla Svezia (Pomerania occidentale, Stettino, Bre­ma, ecc.).
e) restituzione del Palatinato e della dignità elettorale al figlio di Federico V.
Il Trattato di Westfalia segna una data importante nella storia. Esso sanzionò la fine dell’Impero germanico come sistema politico unitario e la conseguente fine della potenza mondiale di Casa d’Austria. Con esso venne anche definitivamente tramontando la forza della Chiesa cattolica come istituzione temporale e la sua speranza di riacqui­stare a sè l’Europa riformata e protestante. La politica dei vari stati europei fu allora regolata dal sistema dell’equi­librio e dall’affermazione del principio di nazionalità, escluso ogni universalismo politico o religioso. Ebbe così inizio la nuova storia dell’Europa moderna.
Alla Pace di Westfalia non aderì la Spagna, che continuò la guerra contro la Francia, e solo nel 1659 si indusse a stipulare la Pace dei Pirenei (cfr. p. 123), che confermò la sua decadenza e l’ascesa della nuova potenza francese.

 

 

Perdite demografiche ed economiche

La quantificazione dei danni riportati dalla popolazione tedesca durante il conflitto è stata per anni argomento di accese dispute fra gli storici. Si ritiene ora probabile che, considerando l'intera Germania, il calo demografico si sia attestato tra il 15 ed il 20 per cento della popolazione, che nell'Impero passò dai circa 20 milioni del 1618 ad un totale di circa 16-17 milioni nel 1650. Da zona a zona si registrano tuttavia notevoli differenze, che rispecchiano la frequenza degli scontri e del passaggio degli eserciti in ogni regione; le più colpite furono la Pomerania, il Meclemburgo, il Brandeburgo e il Württemberg, mentre le regioni nord-occidentali furono in gran parte risparmiate. La causa principale del calo demografico non è tanto legata ad eventi bellici, che contribuirono in maniera relativamente bassa, ma alla mancanza di vettovaglie e al ripetuto diffondersi di epidemie; il passaggio delle truppe, in gran parte eserciti di mercenari che traevano sostentamento dal saccheggio sistematico dei luoghi che attraversavano, generava una carenza di viveri che indeboliva gli abitanti, rendendoli facile preda di malattie infettive la cui diffusione era favorita dai flussi di profughi e dal concentramento degli sfollati nelle città. Questo ricorrere di epidemie e calo demografico, che trova riscontro in vari documenti dell'epoca, come registri parrocchiali e delle tasse, sembra comunque fosse già, almeno in parte, cominciato prima della guerra, che quindi forse non fece altro che accelerare un processo già in corso. Dal punto di vista economico la guerra assistette ad una generale contrazione economica in tutto l'Impero; a questo contribuirono i saccheggi, i furti e le distruzioni indiscriminate, ma anche gli altissimi costi per il mantenimento degli eserciti mercenari; molte città e stati tedeschi si indebitarono per sostenere lo sforzo bellico, e dopo la guerra il recupero fu ostacolato dal fatto che l'Impero fu coinvolto in una serie di nuove guerre con la Francia e l'Impero Ottomano che, pur non coinvolgendo direttamente la Germania, richiesero nuovi sforzi economici.

LA CRISI DEL SEICENTO
Il XVI secolo, cronologicamente chiuso dalla morte di due grandi sovrani, Filippo II (1598) e Elisabetta d’Inghilterra (1603), era stato un periodo di espansione economica e di incremento demografico. Nei primi decenni del XVII secolo ebbe invece inizio un complicato processo di crisi che, per certi aspetti, colpì indistintamente tutti i paesi europei e, per altri, penalizzò particolarmente l’area mediterranea, in primo luogo Spagna e Italia. Essa fu non solo una battuta d’arresto nel processo di crescite avviatosi nel secolo precedente, ma una fase di profonde ed ineguali trasformazioni che ridisegnarono in modo quasi definitivo il volto dell’Europa moderna, determinando quello squilibrio tra Nord e Sud del continente che ancora oggi fa sentire il suo peso.
Dopo le crisi agricole della fine del ‘500, la crisi commerciale e manifatturiera degli anni 1619-22, che coincide con l’inizio della guerra dei Trent’anni, colpisce l’intera penisola italiana, anche se questa ha conosciuto solo più tardi e su una parte soltanto del suo territorio le conseguenze militari di un conflitto che costò invece alla Germania circa un terzo della sua popolazione e che sottopose buona parte della rimanente ad un ampio rimescolamento in molte zone. Al confronto, si può dire che l’Italia del ‘600 abbia assai poco patito per le vicende belliche e la mobilità della popolazione da una regione all’altra può apparire insignificante. Comunque, dopo la crescita avvenuta nella seconda metà del ‘500, la sua situazione demografica rimane, eccetto il Piemonte, praticamente stazionaria. Al ristagno demografico contribuirono certamente le epidemie di peste, in particolare quella del 1630-31, che desolò il nord e il centro della penisola, oltre alla Spagna e Germania, e quella del 1656-57, che colpì Francia, Inghilterra, Olanda e in particolare la Liguria, la Sardegna e l’Italia meridionale, senza contare le carestie e i grandi sismi che scuotono due volte la Sicilia nel 1684 e nel 1693 devastandola. Il clima inoltre aggravò la situazione perché ebbe inizio dal 1590 una fase di raffreddamento atmosferico, destinato a durare fino alla metà dell’800. La dipendenza della agricoltura dai fattori climatici era stata accentuata dalla diffusione della cerealicoltura. Infatti il fenomeno indebolì la possibilità di difesa dalle avversità delle stagioni, poiché era più facile che una monocoltura fosse danneggiata completamente da una particolare condizione climatica che invece una coltivazione varia.
Cause culturali e religiose della decadenza italiana
La decadenza italiana è, per lo storico Georges Gusdorf, un processo quasi esclusivamente culturale, e culturali sono i sintomi e le cause di questa decadenza: il Concilio di Trento (1545-63), l’istituzione dell’Indice da parte di papa Paolo IV nel 1557, il processo postumo a Copernico nel 1616, il processo di Galileo e la sua condanna, che sarebbe stata certamente più grave senza la protezione medicea, nel 1633. L’intolleranza religiosa soffoca progressivamente il pensiero scientifico, e in generale il pensiero in tutte le sue forme. L’Italia, nel cuore della Controriforma, paga per contraccolpo gli enormi successi che la Chiesa riporta, con l’aiuto spagnolo, nell’opera di ricattolicizzazione dell’Europa, quella riconquista che sbocca sul duplice limes del Reno e del Danubio, dove Roma, ancora una volta, si insedia e si arresta di nuovo. In questa violenta lotta ideologica si verificò un irrigidimento di Roma e, oltre ad essa, di tutta l’Italia. La Riforma apre la via alla decadenza italiana: essa pone Roma in situazione di difesa, obbligandola a rafforzare le sue posizioni minacciate, che devono essere accadute a qualsiasi costo. 
Giordano Bruno viene consegnato all’Inquisizione da uno dei suoi amici a Venezia, la città più liberale d’Italia. E come dimenticare le tante evasioni, le fughe verso altri paesi e le terre riformate di tanti uomini disperati, in cui Croce scorge giustamente i testimoni di una età intollerante? Si pensi, poi, ai roghi su cui sono arsi i libri condannati. Il primo viene acceso nel 1524 a Venezia il 29 Giugno, giorno dei santi Pietro e Paolo, che resterà in seguito stabilito per questo triste rito che avviene regolarmente sul Ponte di Rialto. Le altre città seguono l’esempio che dura oltre la fine del secolo. Nel 1600 a Ferrara, città ritornata in possesso del papa, vengono bruciati i libri eretici della bibliotecaria Renata di Francia, moglie di Ercole d’Este. Un aneddoto può simboleggiare la situazione: quando il pio Benedetto Castelli, appartenente all’ordine benedettino, chiede di poter rendere visita al suo vecchio maestro Galileo, ammalato e ormai morente, dichiarando di volerlo "preparare a morire da buon cristiano", ottiene il permesso, ma a condizione che l’incontro avvenga alla presenza di un frate inquisitore.       
Proprio grazie ad un fenomeno di compensazione la Spagna e l’Italia daranno vita alla potente fioritura estetica del Barocco. La rivendicazione di libertà, soffocata dalle discipline repressive della Controriforma, viene soddisfatta attraverso la scappatoia sublimata della creazioni plastiche. Non potendo padroneggiare il mondo con la scienza e trasformarlo con la tecnica, l’immaginazione barocca s’incanta a giocare con le forme e le dimensioni del reale.
L’Italia alla metà del ‘600
L’Italia che possiamo discernere intorno alla metà del secolo XVII è certamente spoglia di gran parte dei suoi privilegi e delle sue prerogative. Le sue reti mercantili, non ancora scomparse, non dominano più né il Mediterraneo, che ha perduto molta della sua importanza, né il resto del mondo raggiunto dall’Europa, che continua a crescere economicamente e a d aumentare di peso e d’importanza. Se i suoi porti restano ancora animati dal movimento delle navi, queste battono assai spesso bandiera straniera. Tanto più che se c’è un porto che conosca un’eccezionale prosperità è Livorno, la strana città creata dai granduchi di Toscana, dove il mercante ebreo opera, lontano ma attento, al servizio del capitalismo degli olandesi. In questo caso non dobbiamo vedere una prova di vitalità, ma di asservimento: l’esatto rovesciamento della situazione di un tempo. Anche la banca italiana non ha più l’antico prestigio: il denaro genovese rimane a Genova, e Venezia vale come scuola per gli apprendisti banchieri, non più come importante centro finanziario. L’università di Padova non è più il punto di incontro dell’Europa intellettuale. E l’abito maschile dai vivaci colori, la parrucca incipriata, le mode femminili annunziate mediante l’invio di manichini da Parigi si impongono al gusto italiano.      
Fra le perdite subite dall’Italia dobbiamo scrivere a lettere nere le forti diminuzioni di popolazione in seguito alle pestilenze: quella di Venezia (1629), quella di Milano e di Verona (1630), quella di Firenze (1630-31), quella di Genova e di Napoli (1656), ecc. Comunque tutta l’Europa ha subito colpi analoghi, e scongiurati questi flagelli, l’Italia è rimasta pur sempre il paese con maggior densità di popolazione nel continente. 
La supremazia italiana è scomparsa, ma se si eccettuano alcuni gruppi di patrizi ed un tipo di artigianato, piuttosto ristretto di numero, la vita italiana non è molto mutata.
Quello che la recessione italiana rileva intorno al 1650 è un paese che continua a mandare avanti, come sempre, il suo lavoro agricolo e artigianale, almeno per quanto è possibile. Da tempo è cominciata la lotta insidiosa contro le zone inondate e paludose, dove infuria la malaria. Il risultato, ma anche la causa, più spettacolare è l’ampio fenomeno per cui le classi ricche si rivolgono alla terra e al suo sfruttamento. Si tratta di un largo processo di ruralizzazione delle classi possidenti italiane: una rifeudalizzazione. Ben presto a Venezia i grandi palazzi del Canal Grande conteranno meno delle lussuose ville in riva alla Brenta.            
Vero è che queste campagne verranno sfruttate in modo "capitalistico", perché ciò che può apparire semplice pietrificazione del capitale nelle dispendiose residenze secondarie corrispose di fatto a intelligenti investimenti in una agricoltura produttiva.          
Mentre in Spagna la crisi che coinvolge tutta l’Europa, ma anche le guerra che deve affrontare nella prima metà del ‘600 e il venir meno dell’argento americano, hanno provocato anche una crisi della agricoltura, che viene abbandonata dal denaro dei ricchi, l’Italia invece nel secolo XVII potrà contare su una solida agricoltura che almeno garantirà il cibo alla popolazione, eccettuati gli anni delle gravi carestie. Sussistono ancora un’accumulazione del capitale, una possibilità di ripresa, mentre si conservano alcune industrie, quanto meno quella della seta o i prodotti di Napoli, accanto ad un commercio che non è soltanto passivo.


La maggiore conseguenza, dal punto di vista politico, fu la conferma della frammentazione della Germania, che ora veniva ad essere formata da stati di fatto indipendenti; tale situazione durò fino al 1871, quando la Germania fu riunificata dalla Prussia in seguito ad una vittoriosa guerra contro la Francia (vedi guerra Franco-Prussiana).
La Spagna, che continuò ancora a combattere con la Francia dopo la firma della pace, evidenziò chiaramente i segni della inarrestabile decadenza già iniziata negli ultimi decenni del secolo XVI; sconfitta sul fronte pirenaico e su quello dei Paesi Bassi, tormentata internamente dalle rivolte della Catalogna e del Portogallo, si vide costretta a riconoscere l'indipendenza dell'Olanda prima e del Portogallo, che venne messo sotto protezione dell'Inghilterra. Più tardi l' Impero diede l'indipendenza alla Svizzera.Il ruolo della Spagna in Europa veniva parzialmente ridimensionato:doveva rinunciare al suo ruolo egemonico ma rimaneva detentrice di un vasto impero coloniale e di un esercito efficiente.
La Svezia assurse invece ad un ruolo preminente nell'Europa del nord; grazie ai nuovi strategici acquisti territoriali e al succedersi di sovrani energici, il Mar Baltico divenne a tutti gli effetti un "lago" svedese, fino a quando, agli inizi del XVIII secolo, la Russia la sostituirà nel suo ruolo di potenza nell'Europa del nord. Anche la Francia uscì dalla guerra rafforzata: grazie al declino spagnolo e alla frammentazione dell'Impero, divenne una potenza di primo rango, uscendo trionfalmente da un periodo di eclissi che durava ormai da molti decenni.
Da un punto di vista più generale, la guerra segnò la fine dei conflitti religiosi nell'Europa occidentale; dopo il 1648, nessuna grande guerra europea fu giustificata da motivazioni confessionali. La Pace di Westfalia viene ancora oggi considerata come uno dei cardini della concezione di stato sovrano. Infatti i principi tedeschi protestanti ebbero libertà di culto.

 

M O T I  L I B E R A L I
Moti del 1820-21

 

LA RIVOLUZIONE IN SPAGNA DEL 1820

Ferdinando VII, re di Spagna spodestato da Napoleone, aveva prima emanato una Costituzione (1812) ma, caduto Napoleone e restaurato il dominio dei Borboni, aveva revocato la Costituzione e restaurato l'assolutismo (1814). Malcontento soprattutto dei militari, molti dei quali erano iscritti alle società segrete.

Nel gennaio 1820 il re organizzò una spedizione in partenza da Cadice per riconquistare le Colonie spagnole. I soldati però si rifiutarono di partire (convinti dagli ufficiali iscritti alle società segrete ) e imposero al re di riconfermare la Costituzione: il re cedette (1820). Nel 1823 un esercito francese assediò Cadice che capitolò.

 

IL MOTO DI NAPOLI (1820). Alla fine di luglio 1820 due guarnigioni di NOLA e AVELLINO, al comando di due ufficiali di cavalleria MORELLI e SILVATI (sostenuti anche dal prete MENECHINI), innalzarono il vessillo carbonaro (azzurro, rosso e nero), e al grido di "Viva il re e la Costituzione di Spagna!" mossero verso Napoli. A comando degli insorti si pose il generale GUGLIELMO PEPE. L'8 luglio l'esercito entrò a Napoli e il 13 luglio il re Ferdinando giurò la Costituzione.

 

IL MOTO DI SICILIA. Mentre i carbonari a Napoli avevano chiesto la Costituzione di Spagna, i carbonari chiesero la Costituzione siciliana del 1812, che garantiva all'isola una certa autonomia. Ma lo stesso governo costituzionale di Napoli inviò in Sicilia prima il generale Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, per reprimere il moto separatista e poi il generale Pietro Colletta che represse duramente gli insorti. Così la Sicilia fu costretta a inviare i propri rappresentanti al parlamento napoletano.

Intanto il re Ferdinando fu invitato al Congresso di Lubiana (gennaio 1821) da parte delle potenze della Sante Alleanza, per rendere ragione del suo operato.

Ferdinando promise dinanzi al Parlamento di difendere la Costituzione ma giunto là chiese all’Austria di intervenire. L'Austria inviò un esercito che sconfisse gli italiani. Ferdinando, tornato a Napoli, fece fucilare Morelli e Silvati; Pepe e altri fuggirono; altri furono espulsi.

 

I MOTI DEL 1821 IN PIEMONTE

In Piemonte era tornato Vittorio Emanuele I nel maggio 1814. Malcontento dei liberali, che in Piemonte erano organizzati nelle due società segrete della Carboneria e dei Federati. L'11 gennaio 1821 alcuni studenti che volevano entrare a teatro col cappello frigio, furono arrestati. Il Il giorno seguente altri studenti riuniti all'Università tumultuarono per chiedere la liberazione dei loro compagni.
Alcuni capi del movimento liberale, tra cui il Conte Santorre di Santarosa, andarono a parlare all'erede al trono, il giovane Carlo Alberto (1798-1849), che sembrava simpatizzare per la causa. A marzo insorsero le guarnigioni di Alessandria, Pinerolo, Vercelli, Torino. Ma il re Vittorio Emanuele I piuttosto che concedere la Costituzione abdicò in favore del fratello Carlo Felice. Questi era a Modena e allora affidò la reggenza a Carlo Alberto, il quale concesse la Costituzione sul modello di quella di Spagna "salvo l'approvazione del re"(13-3-1821).
Ma Carlo Felice dichiarò da Modena di non riconoscere la Costituzione e ingiunse al nipote di recarsi a Novara; mentre richiese l'intervento armato dell'Austria. L'Austria inviò un esercito di 15.000 uomini che sconfisse a Novara i liberali (8-4-1821). Il re Carlo Felice, tornato a Torino, iniziò la repressione: Santorre di Santarosa riuscì a fuggire e morì in Grecia lottando contro i Turchi (1825). Silvio Pellico, Maroncelli, Confalonieri furono imprigionati nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Pellico scrisse in seguito Le mie prigioni.

La carboneria

La carboneria trasse il suo nome da una leggendaria confraternita di San Teobaldo che all'inizio del XVIII secolo viveva isolato nei boschi di Francia dentro una "baracca" dedicandosi alla produzione a alla "vendita"  di carbone. Uomo libero contro il dispotismo e la tirannide e con tanta passione in Cristo, con dei seguaci finì per creare una istituzione che traeva ispirazione dalla religione e dalla chiesa cattolica. La "Baracca" divenne insomma un centro di riunione.
Per accedere nella sua misteriosa cerchia e nella sua "baracca" (tra l'ascetismo e quella che poteva sembrare una cospirazione contro i potenti, inizialmente antibonapartista)  fu adottato un rituale il cui simbolismo e culto continuò poi a resistere nel tempo.
Lo stesso sant'uomo Teobaldo diventò lui stesso un simbolo e la personificazione della lotta dell'uomo libero.

Secondo alcuni studiosi l'origine della società segreta della carboneria fu appunto una filiazione degli charbonniers, che al culto di San Teobaldo si ispirarono: una associazione artigiana della Franca Contea dai connotati mutualistico-religiosi. E che forse aggiunsero a quelli creati dal monaco, riti e simboli della massoneria e del misticismo cristiano).
Da queste caratteristiche evangeliche a quelle politiche (intese come libertà dell'uomo) il passo fu breve. Gli affiliati detti "buoni cugini", cominciarono a darsi una struttura (diremmo noi oggi un Partito)  creando delle sezioni dette proprio "baracche" come quella di S. Teobaldo, o "vendite", all'interno delle quali fu creata una gerarchia che prevedeva tre gradi, l'Apprendista, il Maestro e il Gran Maestro.
Ad ogni grado corrispondeva anche una graduale comunicazione agli affiliati del programma,  inizialmente questo era umanitario, e non tanto vincolato al segreto,  ma poi questa gradualità si accentuò quando assumendo delle connotazioni politiche patriottiche liberali (quindi in lotta con il dispotismo e la tirannide dei potenti- quindi "ribelli")  la segretezza del programma doveva rimanere circoscritto e anche gerarchichizzato  all'interno di quella che cominciò a chiamarsi Società Segreta.
E ovviamente per accedervi venne istituito un cerimoniale formalistico e molto complesso, che innanzitutto prevedeva un giuramento imposto con una rituale anch'esso complesso, in alcuni casi anche terrificante e umiliante. Gli orgogli, le vanità, i possessi materiali, dovevano rimanere fuori dalla porta; varcandone la soglia si accettava l'umiltà.
Gli adepti dovevano dimostrare ingegno, fede e coraggio. Solo così potevano salire nella scala gerarchica, raggiungere posti direttivi (dette "luci").
Fra i giuramenti c'era quello di invocare non solo il giudizio di Dio se tradiva, ma doveva invocare e quindi poi accettare anche il più crudele castigo dei compagni.
Fra i componenti dello stesso grado gerarchico per riconoscersi c'era un segretissimo codice che solo il Grande Maestro comunicava loro, ed era un complicato sistema di "battute", di "toccamenti", di "passi", e infine una "parola d'ordine".

In Italia la carboneria sembra sia stata introdotta nel Sud verso il 1806 da alcuni funzionari o ufficiali francesi.

Sappiamo che la diffusione avvenne proprio nel Regno di Napoli, e che Gioacchino Murat allora al governo, nei suoi primi anni cercò anche di utilizzarne gli affiliati  fino a quando, nel 1812, diventando la setta sempre più costituzionalista con aspirazioni liberali cercò poi di reprimerla.
Dal 1812 al 1815 proprio per queste persecuzioni iniziò a diventare sempre più segreta. Il covo del "carbonaro" a parte l'associazione etimologica della parola, divenne esso stesso "oscuro", un luogo losco, misterioso, dove si congiurava. Il "simbolo" della congiura.

In Italia fu proprio dal 1814-15  che la setta iniziò a diffondersi in molte regioni, dove per gli stessi motivi, già esistevano (come sono sempre esistiti) dei covi cospirativi contro i tiranni. C'era già la Guelfia attiva nello Stato Pontificio; e c'erano i Federati operanti in Piemonte e in Lombardia.
Più diffusa la prima, nel Lazio e nelle Marche; e fu proprio nelle Marche a Macerata il primo tentativo carbonaro insurrezionale il 23 giugno 1817. Ma la più grande diffusione avvenne nel meridione; le sette carbonare si fecero interpreti del malcontento della popolazione verso l'assolutismo e la tirannia dei  Borbone. E proprio a Napoli i carbonari diedero vita alla prima vera e propria rivoluzione liberale: quella di Pepe nel 1820-21. Dalle prime manifestazioni di intolleranza verso i governanti ritornati sul trono con la restaurazione, si passò a vere e proprie insurrezioni e ammutinamenti dentro gli eserciti

Il 1 Luglio del 1820, malgrado il clima reazionario dei Restauratori, nonostante gli arresti, le perquisizioni, la messa al bando dei carbonari di Salerno, a Nola (Napoli) un reggimento della cavalleria reale borbonica guidato dagli ufficiali MICHELE MORELLI e GIUSEPPE SILVATI si ammutinarono, marciando su Avellino, e si unirono ai carbonari salernitani.
Ferdinando I di Borbone, inviò il generale ANTONIO CAMPANA a reprimere la rivolta, ma nelle stesse file dell'esercito avvennero molte defezioni che andarono così a rafforzare le file dei rivoltosi.
Il generale GUGLIELMO PEPE appoggia anche lui con il suo esercito gli ammutinati di Salerno, si mette lui a capo della rivolta, ed invia poi alla reggia cinque carbonari per chiedere al sovrano Borbonico la concessione della Costituzione di Spagna. Che poi ottennero ma fu subito dopo rinnegata da re Ferdinando, che tornò a fare durissime repressioni. Furono arrestati tutti quelli che avevano fatto parte del nuovo Parlamento, e furono emesse condanne a morte per tutti i militari che avevano preso parte alla rivoluzione; e in contumacia anche il generale Pepe.
Si é scritto che quest'esito infelice, contribuì potentemente a diffondere il sentimento dell'unificazione nazionale, a costruire la mitologia del Risorgimento, a dare ai moti una tinta patriottica e anti-austriaca; anche se non a livello di masse popolari, ancora isolate e poco influenti. Ma è indubbio che i fuggitivi, a migliaia, scampati alla forca, iniziarono a ingrossare le file dei futuri cospiratori in ogni parte d'Italia.

La fama di questi ideali liberali, poi i veri e propri  moti, presto raggiunsero le regioni del nord, l'austriaco Lombardo-Veneto, i ducati di Modena, di Parma, la  Romagna, il Piemonte, creando così (spesso erano gli stessi fuggiaschi a crearli da una regione all'altra) dei collegamenti fra le varie società sempre più numerose. E proprio per questo sempre più esposte a delazioni, a repressioni, a condanne al carcere duro, o alle esecuzione capitali sulle pubbliche piazze, come monito.
Nel Lombardo-Veneto fu ordinato ai parroci di leggere in chiesa un invito ai fedeli a "fare il loro dovere", quello di denunciare i carbonari. Premio un sacco di sale per le informazioni, o 500 corone per la cattura di un ribelle vivo o morto.
Una delle prime dure repressioni furono quelle del 1818, a Rovigo, dove la polizia austriaca fece una serie di arresti, di processi, condanne, esecuzioni
Ma anche la successiva repressione in Lombardia, del 5 ottobre 1820 non fu meno implacabile. I primi severi provvedimenti presi dagli austriaci nel Lombardo-Veneto contro i sobillatori a mezzo stampa, causarono l'arresto a Milano di Silvio pellico e Pietro Maroncelli ex collaboratori del "Foglio azzurro" il Conciliatore di CONFALONIERI. Con una severa sentenza (condanna a morte, poi graziati dall'imperatore rispettivamente con 15 e 20 anni di carcere duro) i due furono
rinchiusi nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Pellico vi resterà dieci anni, fino al 1830 quando fu poi graziato. Ma molti altri furono imprigionati, fatti morire o eliminati sul patibolo.

Ma mentre a Napoli si soffocava nel sangue  la prima vera rivoluzione liberale in Italia (che segna  l'inizio di un difficile cammino verso l'unificazione nazionale),  il "grande coraggio" di PEPE, MORELLI, SILVATI e di altri 5000 anonimi napoletani, si era già trasferito in Piemonte. Il 10 Marzo 1821 l'insurrezione partì da Alessandria, proprio dai dragoni del re. Promotore del moto costituzionale, GIACOMO GARELLI, un ex ufficiale dell'esercito napoleonico. Il comandante ISIDORO PALMA, occupò la cittadella, proclamò la Costituzione di Spagna, e sul pennone fece innalzare la bandiera tricolore e si formò una giunta provvisoria di governo. Ci fu un ambiguo appoggio di un giovane Savoia (Carlo Alberto) ma poi il 3 APRILE - CARLO FELICE, riprese in mano la situazione, dichiarò traditori tutti i militari che avevano partecipato alla rivoluzione piemontese, e dichiarò tutti sovversivi i rivoluzionari ed iniziò la resa dei conti.  Incoraggiando e utilizzando le delazioni, furono passati al setaccio tutti i militari, e chi non riuscì a giustificare l'assenza dai reparti nei giorni dei disordini fu considerato un disertore; negli impieghi statali si procedette allo stesso modo. Il 19 giugno si eseguirono le prime condanne a morte, mentre per i tanti che si erano messi già in salvo fuggendo, furono condannati alla pena capitale in contumacia. Altri arresti e condanne all'impiccagione in giugno, luglio, agosto e settembre. L' "Avventura costituzionalista" e il tentativo di ribellarsi terminò così: sulle forche.
Così a Modena nel 1823, l'11 SETTEMBRE altre 9 forche pronte in piazza per lo "spettacolo-monito", preparato da FRANCESCO IV per altrettanti carbonari accusati di cospirazione e per accontentare il suo palato.

 Il 28 SETTEMBRE del 1823, il cardinale ANNIBALE DELLA GENGA diventa papa col nome di LEONE XII. Non meno intransigente del precedente,  insediò subito un cardinale la cui principale "vocazione" fu quella di dar vita a un regime poliziesco dentro lo Stato Pontificio scegliendosi gli uomini "giusti" cioè i più famigerati giustizieri e il miglior boia.
Il 1 OTTOBRE - A soli due giorni dall'elezione, a guidare la famigerata polizia pontificia fu infatti nominato il cardinale AGOSTINO RIVAROLA. Dopo poche ore era già in Romagna, con pieni poteri, per fare processi sommari e senza appello. I suoi metodi inquisitori brutali e le sue numerose condanne a morte si contarono a centinaia creandosi subito la  fama di  famigerato prete della morte. Per sei anni gli abitanti della Romagna si godranno gli spettacoli pubblici offerti dal cardinale
Rivarola con i costituzionalisti carbonari messi a penzolare sulle forche delle piazze.
C'è una novità però: ora appesi nelle forche o fra fucilati non ci sono solo i militari, i borghesi, ma ci sono piccoli artigiani, il sarto, il fornaio, o il vinaio del paese. E inizia ad esserci qualche disgraziato popolano padre di famiglia. E qualcosa significa!
Anche  lo "spettacolo" non è più quello di una volta, quando a salire sul patibolo erano pur sempre uomini che in un modo o in un altro avevano esercitato un'autorità, seminando nel loro cammino qualche rancore. Ora penzolava gente comune, della povera gente che si ribellava ai soprusi, alle spoliazioni, alle angherie, austriache o pontificie.

Si registrano scoraggiamenti, sconforto per un certo periodo poi il  28 GIUGNO del 1828 un improvviso risveglio di moti carbonari nel regno delle Due Sicilie. Il primo é una vera e propria sollevazione popolare nel salernitano, sul Cilento. La "sorpresa" è che la guida un canonico, ANTONIO DE LUCA. La rivolta dilaga nei paesi vicini, sono occupati i comuni, viene proclamata una Costituzione quella rivoluzionaria francese del 1791. Nello stesso tempo, forse per simpatia (ma sembra che ci sia un unico progetto, guidato da rappresentanti della carboneria di Napoli) scoppiano altre rivolte nella zona di Palinuro. Questa è di alcuni soldati ammutinati guidati da ANTONIO GALLOTTI, un singolare carbonaro.
Lui è uno sconosciuto e singolare personaggio del Risorgimento che solo ora possediamo le sue Memorie, a distanza di 170 anni. Più una lista dei nomi che morirono fucilati e sulla forca  VEDI QUI LA SUA INCREDIBILE STORIA .

L'insegna che ostentano é il tricolore. La reazione del governo regio é immediata con l'invio sul posto di reparti dell'esercito al comando di SAVERIO DEL CARRETTO che ha pieni poteri nell'azione repressiva. Ed é durissima. Oltre che sconfiggere gli insorti massacrandoli, si abbatte una tremenda vendetta nel comune di Bosco, ritenuto il covo dei carbonari ribelli. Il paese viene fatto radere al suolo fino all'ultimo mattone, poi come a rendere immune il terreno da un maleficio, viene cosparso di sale, cancellato come comune. Le indagini poliziesche poi proseguono su Napoli, un centinaio di sospettati sono arrestati. Il 27 LUGLIO e fino al 20 agosto, la solita commissione straordinaria del tribunale speciale inizia i processi sommari contro gli arrestati. Sono inflitte condanne severissime. Il canonico ribelle è il primo ad essere fucilato, i responsabili principali faranno la stessa fine dopo alcuni giorni, mentre altre condanne saranno comminate a fine ottobre.

Con i vari fallimenti di queste prime insurrezioni (quella di Napoli, e quella di Torino quasi nello stesso anno 1821) le società carbonare conobbero un certo declino per la loro inconcludenza, per la mancanza di obiettivi comuni e di azioni concordate.
Ma non è che si sciolsero, i singoli affiliati fortemente motivati e legati sempre agli iniziali ideali, a partire dal 1831 confluirono verso altre società segrete con a capo non sovversivi  improvvisati, ma guidati da prestigiosi intellettuali. Come il Confalonieri in Lombardia, o Mazzini quando diede vita nello stesso anno alla Giovine Italia. Poco successo ebbe invece quella di Buonarroti che voleva dar vita a una carboneria democratica riformata.
Buonarroti pur legato al programma repubblicano mazziniano, poi se ne allontana moltissimo. Sempre attivo e forte organizzatore in ogni parte d'Europa di società segrete di carattere egualitario e repubblicano, con i suoi principi socialisti, a matrice comunistica, in Italia le sue idee hanno qualche influenza, ma l'orientamento dei nuovi movimenti nella penisola sono ormai tutti costituzionali moderati.

GIUSEPPE MAZZINI fa tesoro delle esperienze fallimentari del Buonarroti, della carboneria e delle varie società segrete. Sta già pensando a una nuova organizzazione rivoluzionaria ispirata agli ideali dell'unità, della Repubblica e della fratellanza universale.
Dopo altri tragici eventi c'è molta confusione e tanta perplessità dentro le sette. Il giovane GIUSEPPE MAZZINI -  pur affiliato alla carboneria nel 1827 (a 22 anni), non ha mai cessato di criticarla, e si é spinto, insieme ad alcuni coetanei, a una riflessione originale sulle cause che rendano impossibile l'unificazione del paese. Nel 1830 afferma a chiare lettere: "La carboneria é un vasto e potente corpo ma senza capo, chiusa in una cerchia di pochi iniziati, senza un programma, senza l'esigenza di rendere partecipe il popolo, quindi incapace di riuscire a creare una coscienza nazionale di massa".

Nel 1831, in agosto, scriverà poi il documento programmatico della sua nuova associazione: la Giovine Italia, a carattere repubblicano, nazionale unitario e democratico, che si differenzia dalle sette carbonare per la chiarezza del disegno politico, noto a tutti gli aderenti. E naturalmente non ignorato dai governanti reazionari molto attenti a questo giovane neolaureato in giurisprudenza, che sta sfornando articoli sui giornali, i suoi primi saggi letterari, impregnando le righe di forti sentimenti  romantici e patriottici. Pericolosi! Infatti, fin da febbraio (quindi molto prima dei moti parigini) il foglio che pubblica i suoi articoli - L'indicatore livornese - segue la stessa sorte del precedente Indicatore genovese, fatto chiudere il primo gennaio dell'anno prima, dal governo sabaudo sardo.

Anche a Livorno il governo toscano - anche se più liberale dei Savoia - ne fa cessare la pubblicazione proprio per un articolo di Mazzini giudicato sovversivo e pericoloso. Mazzini rientrato poi a Genova, con i moti rivoluzionari francesi di agosto in pieno svolgimento, i gendarmi sabaudi pagando un delatore riescono ad arrestarlo insieme ad altri carbonari. Lo processano per cospirazione politica e Mazzini finisce carcerato nel forte di Savona fino al gennaio del prossimo anno, quando verrà liberato, bandito dal regno sabaudo, esiliato in Francia, a Marsiglia.

Dopo i moti di Parigi, se è molto forte la spinta rivoluzionaria che si riscontra in tutte le sette cospirative organizzate in Italia o formate all'estero dai patrioti esuli, non è inferiore la forte tensione che si riscontra dentro i vari governi reazionari della penisola.
S'intensifica la repressione, i controlli sono ancora più severi, e sono decretate altre plateali condanne a morte nel Regno borbonico delle Due Sicilie; mentre lo Stato Pontificio, nella oppressa Emilia, temendo infiltrazioni di studenti con ideologie rivoluzionarie dentro le università, vieta l'iscrizione a chi non è cattolico "notoriamente devoto".

A Modena 1 NOVEMBRE  sempre del 1830, CIRO MENOTTI assume la direzione della sua progettata rivoluzione. E' riuscito ad organizzare una serie di comitati insurrezionali in varie città e crede nell' appoggio di FRANCESCO IV. Il suo programma insurrezionale mira infatti a creare un Regno d'Italia sotto il governo di una monarchia rappresentativa.(attenzione a questo progetto!).  Non ha però messo minimamente in conto il diabolico tradimento di Francesco. Pagherà con la vita questa imprudenza e farà fallire l'intera insurrezione. Siamo ai soliti errori che va rimarcando Mazzini.(che però commetterà anche lui).

Sul tradimento di Francesco VI sembra che egli fosse entrato, sia pur con molta cautela, nella carboneria e quindi nella congiura capeggiata dal Menotti per svelare le trame della cospirazione carbonara nei vari Ducati e consegnarne gli affiliati agli austriaci, in cambio di ricompense ed ingrandimenti territoriali per il suo piccolo Stato. In effetti, quello del coinvolgimento del Duca di Modena nelle cospirazioni carbonare dal primo al terzo decennio del secolo decimonono é uno degli aspetti più intricati, più controversi, più inesplorati ed anche per questo più affascinanti della nostra storia nazionale. Anche perchè c'è un altra teoria che Francesco sarebbe stato prima in combutta con Menotti ed i congiurati carbonari per ambizioni personali di potere, credeva e sperava di poter espandere il territorio del suo piccolo Stato  per divenire lui "Re d'Italia". (del resto i Savoia si comportarono allo stesso modo e con le stesse intenzioni, a partire da Carlo Alberto nel 1821; con ancora le sue ambiguità nel '48 e '49 e poi quelle di suo figlio Vittorio che appena salito sul trono - fedele servo degli austriaci suoi parenti- nello stesso anno non indugiò un attimo a stroncare i moti liberali di Genova).
Ma per i particolari dei successivi eventi  vi suggeriamo di seguire "anno per anno" CRONOLOGIA a partire dal 1830. (o meglio ancora prima, partendo dal 1820)

Ritorniamo alla carboneria che proprio dal 1830  inizia ad avere un certo declino. Del resto essa ebbe raramente un carattere unitario, era ancora molto lontana per non dire nebulosa la visione unitaria dell'Italia; ognuno aveva il suo programma che variava da paese a paese (gli Stati e i Regni di allora). E pur avendo in comune il suo fine essenziale: l'affrancamento dei popoli, la libertà, l'indipendenza dei popoli, i progetti politici e la forma di governo erano spesso diversi. Alcuni fermamente ambivano alla Repubblica, mentre altri a una monarchia costituzionale, chi voleva un sovrano, e chi un papa; comunque sempre con un parlamento.

Un Parlamento di popolo?. Non proprio. Ancora nel 1849 Mazzini fallì sulla Repubblica Romana proprio perchè mancava il popolo. Non considerò il popolo.
Non dobbiamo dimenticare che queste società segrete erano a carattere prevalentemente borghese, quindi  non avevano preoccupazioni di carattere sociale: il popolo, anzi,  non era considerato come una forza politica e pertanto rimase del tutto assente dalle file della varie organizzazioni.

Scarsissimi  e praticamente del tutto assenti  erano gli aristocratici, i "buoni cugini" erano soprattutto funzionari, impiegati, professori, studenti, numerosi ufficiali. Soprattutto fra questi ultimi - come abbiamo visto a Napoli e poi a Torino -  furono gli elementi più attivi e anche ovviamente i più audaci. Ma forse anche per questo fallirono, mancava loro un progetto politico; anzi mancava uno statista. L'Italia dovrà attendere CAVOUR. Spregiudicato, forse anche cinico, ma realista. Capace di puntare sul cavallo giusto (l'intellettuale per i borghesi) ma anche sul quello sbagliato ma utile (il pittoresco Garibaldi per le masse).

Ma come abbiamo gia scritto sopra, la carboneria direttamente o indirettamente contribuì potentemente a diffondere il sentimento dell'unificazione nazionale, a dare ai moti una tinta patriottica e anti-austriaca; anche se non a livello di masse popolari, ancora isolate e poco influenti.
Tutto questo avverrà molto più tardi. Il grande risveglio sarà nel 1848, e non solo in Italia.

 

 

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  • Fine articolo Eventi storici parte 2

 

 

    Eventi storici parte 2

 

La formazione del consenso nell’età dell’industrializzazione e della crescita delle funzioni statuali.

 

U.D. 2 - Schema  della  Lezione:
l’utilizzo delle coppie  Borghese-Operaio,  Cittadino-Elettore , Liberale-Socialista,
per la definizione di una contemporanea questione democratica

 

Il tema proposto rappresenta la possibilità di inserire, all’interno di un modulo didattico per il quarto anno delle scuole superiori, una seconda unità capace di integrare le competenze acquisite nella prima: la possibilità cioè di integrare un approccio strorico più rivolto allo studio della società e della vita materiale, delle sue trasformazioni dal punto di vista delle conoscenze, delle culture, delle mentalità, con un secondo percorso capace di descrivere ora da un punto di vista politico e socio-economico questi processi. La rilevanza di queste dinamiche nel campo delle dottrine, delle istituzioni, e soprattutto per il concetto di rappresentanza sociale e politica, nonché la loro influenza sul formarsi delle moderne identità collettive, saranno oggetto di questa “proposta di lezione”.
Essa, come ogni U.D. richiede dei pre-requisiti, cioè delle conoscenze già assimilate circa i principali avvenimenti di questo periodo. Nel nostro caso: il riassetto geopolitico nell’età della Restaurazione; i moti del ‘20-’21, del ’30; il costituzionalismo; e in particolare la peculiarità dell’evento 1848.
Riassunti dunque i caratteri salienti di questo periodo, già in parte esplorati dalla prima U.D., e  cioè la trasformazione delle campagne, l’emigrazione, l’industrializzazione, l’urbanizzazione e la crescita dei consumi, la formazione degli Stati nazionali, la cosiddetta nazionalizzazione delle masse, e infine, l’emergere di sistemi politici fondati sulla rappresentanza politica –prima parziale, poi tendenzialmente universale- cominceremo ad introdurre alle conseguenze sociologiche e politiche radicali, che tutto questo avrà ben oltre i confini cronologici dell’800, attraverso l’uso delle coppie concettuali espresse nel titolo (Borghese-Operaio, Cittadino-Elettore, Liberale-Socialista).
Successivamente prenderemo in considerazione questa eccedenza del fenomeno storico in questione, il protrarsi cioè dei suoi effetti nel tempo - la sua lunga durata – nel significato attribuitole da uno dei più riconoscibili allievi di Braudel, Immanuel Wallerstein, nel tentativo di offrire agli studenti una categoria di interpretazione per la comprensione storica di alcune scelte compiute in passato e particolarmente influenti sul presente, sulla sua crisi-transizione, ed anche sul rapporto che lega i nuovi movimenti –definiti impropriamente movimenti antiglobalizzazione - alle spinte democratiche dell’800 liberale (quelle che Wallerstein definisce spinte “antisistemiche”).

 

Testi Citati

P.Macry, Le società e le classi – dal manuale Donzelli P.109-110
Pierangelo Schiera, Società per ceti in Dizionario di Politica – UTET pp. 1067-1071
Eric J. Hobsbawm. Cap.XII La città, l’industria, la classe operaia in Il trionfo della borghesia 1848-1875
Alessandro Cavalli, Classe in in Dizionario di Politica – UTET p.146
M. Duverger, Giano: le due facce dell’Occidente, Ed. di Comunità p.23
Runciman, Ineguaglianza e coscienza sociale: l’idea di giustizia sociale nelle classi lavoratrici Einaudi 1972
I. Wallerstein, Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo (trad. Donzelli), Torino, ARRIGHI G., HOPKINS T. K., WALLERSTEIN I., Antisystemic movements (trad Vecchi), Roma, 1992.
Revelli, Movimenti sociali e spazio politico in Storia dell’Italia repubblicana vol 2 tomo II, pp.392-398
Wallerstein, Dopo il liberalismo, Jaka book 1998

Società complessa e limiti del concetto di classe nel rapporto

Borghese-Operaio

È importante dunque che gli studenti riconoscano nell’800 un momento fondamentale per tutto un processo di costruzione delle identità collettive, sì da permettere loro di passare alla domanda successiva: quanto sarà capace, il sistema politico di tipo rappresentativo, di ricondurre a momento di aggregazione, di identità e di potere, quella stratificazione sociale emersa attraverso il mercato?

Partiamo dunque dal concetto di Società complessa così come viene enucleato da P.Macry nel saggio Le società e le classi: “Per motivi non sempre coincidenti, la diffusione del mercato e l’ampliarsi dell’intervento statale sono i due fenomeni che tengono a battesimo la grande trasformazione sociale. Alfabetizzazione, acculturazione, urbanizzazione e organizzazione ne sono gli aspetti più vistosi. Emergono nuove figure sociali, nuove professioni, nuovi comportamenti privati e pubblici. Quello che era stato per secoli un arcipelago di proprietari terrieri e di contadini diventa una società complessa fondata sulla diversità e sulla stratificazione; in essa è più agevole rispetto al passato il passaggio di persone, famiglie, gruppi da una condizione sociale all’altra, la mobilità sociale. Questa società fa leva su opinioni pubbliche agguerrite, su gruppi professionali organizzati, su sindacati e partiti che rappresentano quote di popolazione e hanno voce in capitolo nei sistemi politici nazionali. Si avvertono, a fine secolo, i primi sintomi di quella che sarà la novecentesca società di massa.” .
La stratificazione e la diversificazione sociale accompagna il passaggio decisivo da una società per ceti ad una società per classi. Occorrerà dunque riassumere le caratteristiche di entrambe prima di introdurre alla problematizzazione del concetto di classe esibita da Macry nel saggio citato, la cui impostazione risente fortemente delle analisi di Weber.
Una società per ceti è un tipo di società nella quale le gerarchie tra i singoli individui e gruppi sociali si determinano non in relazione al ruolo economico che essi svolgono ma in ragione della stima, dell’onore e della dignità che possono anche non avere alcun rapporto con la produzione. La società europea di ancien régime si divideva in tre grandi ordini, riecheggianti la vecchia partizione medioevale. Alla società per ordini corrispose in una certa misura lo stato per ceti. Questo sistema sociale e politico, che predominò in Europa tra il XIII e il XVII secolo, era caratterizzato in particolare dall’esistenza di distinti centri di potere; il potere politico era solo uno di questi. A differenza di quanto accade poi nello stato moderno, non vi era una volontà pubblica e sovrana che si imponeva sugli interessi particolari, ma al contrario molte delle grandi decisioni legislative e amministrative e sempre quelle fiscali scaturivano da una contrattazione fra parti (il re e i ceti). Riprenderemo questo punto nella seconda sezione, con l’analisi elaborata da Duverger.

Per ora ci interessa capire che fu proprio l’eredità del XVIII secolo in termini di maggiore considerazione sociale  agli individui piuttosto che ai ceti a favorire l’articolazione di una società basata sulle distinzioni di classe e che tuttavia il concetto di classe del XIX secolo si presta, secondo Macry, ad un uso esplicitamente politico più che descrittivo di queste distinzioni:
“Quel che manca nell’antica Società per ceti e che eminentemente la caratterizza rispetto allo Stato moderno è quell’elemento inteso da Max Weber come l’essenza stessa dello Stato: il monopolio della forza legittima. Quest’ultima è dislocata (…) in numerosi punti, ciascuno dei quali ha diretta efficacia politica, mancando del tutto la distinzione pubblico-privato. Non c’è in altre parole, lo Stato come momento sintetico e unificante di titolarità e di esercizio del potere; di conseguenza manca anche la società, come sede degli interessi privati e dei rapporti ad essi inerenti. La Società per ceti è, in termini moderni, contemporaneamente Stato e società (…)” .
Il concetto di ceto espresso da Weber in Economia e Società (1922) coprirà un ambito di fenomeni molto vasto, dalle caste indiane agli ordini e alle corporazioni medioevali, dai gruppi e dalle minoranze etniche al clero, ai militari e ai grandi gruppi professionali delle società moderne: copre in genere tutte quelle situazioni in cui la posizione sociale di un individuo non può venire accuratamente prestabilita dall’ammontare della ricchezza di cui dispone, cioè, in termini weberiani, dalla sua posizione di classe.
Le classi sociali sono dunque una conseguenza delle disuguaglianze sociali. Questa sembra l’unica caratteristica esclusivamente descrittiva su cui gli studiosi convergono.
Per Marx le Classi sono espressione del modi di produrre della società nel senso che il modo di produrre stesso è definito dai rapporti che intercorrono tra le classi sociali e questi rapporti dipendono dalla relazione delle Classi con gli strumenti di produzione. Su questi rapporti si fonda la distinzione Capitalismo-Proletariato. La borghesia incarna il capitalismo. “È la classe sociale che detiene il controllo dei mezzi di produzione e il potere politico. Dunque, la classe sociale che gestisce la grande modernizzazione ottocentesca (fabbrica, agricoltura mercantile, finanza,  etc.) prelevando i propri profitti da un sistema di sfruttamento economico. Il potere economico della borghesia si sviluppa in ragione della quota di lavoro non pagata alla classe operaia (ciò che nella teoria marxista viene detto plusvalore).
Le due classi, borghesia e proletariato, sono dunque storicamente antagoniste. La lotta che si combatte fra di esse, la lotta di classe, è il cuore dell’analisi marxiana. Tuttavia –aggiunge Macry - tradotta in termini descrittivi questa analisi non è di grande utilità.”. E’ anche vero però i molti modelli di stratificazione proposti dalla sociologia perdono in capacità interpretative ciò che guadagnano in termini descrittivi.
Per questo motivo sarà utile continuare ad occuparsi, in questa prima sezione, dell’affermarsi nell’800 di idee di tipo classista, di valori borghesi o valori anticapitalistici, di un’identità proletaria e di un’identità borghese, del formarsi di identità collettive, prima di occuparsi delle organizzazioni che intendono rappresentare politicamente ora l’una ora l’altra delle due classi.
Il modo in cui la coscienza di classe influirà sulla coppia Liberalismo-Socialismo segnerà il passaggio di questa esposizione didattica dalla questione sociale alla questione democratica; ne diamo parziale anticipazione rispondendo alla domanda sul perché questione sociale, socialismo, il bisogno di politiche sociali emergano ora:
“Per due motivi principali. Sul piano sociologico, quel che sta accadendo è un aumento formidabile della ricchezza sociale. Tale ricchezza sociale tuttavia non si distribuisce in modo equo fra coloro che ne sono gli artefici, imprenditori e operai. Al contrario, il XIX secolo vede il paradosso di un forte aumento contemporaneo della ricchezza e della povertà. (…) Il mondo appare più dinamico ma anche più diseguale, e questo rompe equilibri antichi. La distanza sociale fra contadino e proprietario terriero poteva apparire come una specie di dato naturale (…) Ma cosa può esservi di tradizionale e naturale nel rapporto tra imprenditori e operai di fabbrica? Hanno status sociali incomparabili. Vivono in mondi a parte. Sono legati da rapporti esplicitamente contrattuali. Ed è fin troppo chiaro che l’arricchimento dei primi si fonda sul lavoro mal retribuito degli altri.”.

L’incomparabilità di status sociale (terminologia weberiana), pur in presenza di un aumento formidabile della ricchezza sociale rappresentano il fenomeno alla base delle diversità e della stratificazione sociale che caratterizzano la società complessa. La ragione per cui accanto al concetto di Classe appaiono, nella terminologia weberiana, i concetti di status o ceto e di partito risiede nei limiti che il concetto di classe ha per Weber rispetto a Marx: essa assume rilievo soltanto all’interno dell’ordinamento economico e le spaccature di Classe non corrispondono necessariamente a quelle che si verificano all’interno dell’ordinamento politico e dell’ordinamento sociale. Ad esempio, Macry sottolinea come forti differenze sussistano non solo tra borghesia e proletariato, ma anche al loro interno. “Differenze esistono non solo tra operai qualificati” –quella che Hobsbawm definisce aristocrazia operaia - e operai non qualificati, ma fra operai e contadini, tra la i diversi mestieri, tra lavoratori immigrati e lavoratori del posto, tra lavoratori cattolici e lavoratori protestanti.” . Basti pensare al famoso saggio di Marx in risposta a Bauer, la Questione ebraica. Insomma, la compresenza di operai qualificati e operai non qualificati ripropone una stratificazione interna al mondo del lavoro, in qualche maniera analoga a quella che era stata codificata dalle antiche corporazioni e le tendenze all’omogeneizzazione individuate da Marx “si scontrano con processi di diversificazione sociale e culturale. (…) Gli operai qualificati non si sentono simili ai lavoratori generici e tanto meno ai marginali che vivono in strada, tengono molto alla rispettabilità loro e delle loro famiglie, non dilapidano i loro salari al pub, e caso mai provano a creare dei club rispettabili ispirati al modo di vivere la socialità del ceto a loro immediatamente superiore, la piccola borghesia” . Allo stesso modo, la classe capitalistica presenta al suo interno caratteri assai differenti e divergenze di interessi così inconciliabili, “che spesso le battaglie politiche più aspre si combattono non già fra le due classi antagoniste di Marx, ma fra gruppi specifici di borghesia economica. (…) La dislocazione del potere sociale e politico è insomma molto più complessa di quanto non dica la parola magica di borghesia capitalistica”.
Un altro esempio è rappresentato dalla figura dell’imprenditore, che fatica ad essere compresa nel concetto di classe: eppure essa recita una parte di primo piano nelle trasformazioni sociali ottocentesche. “Sono coloro che, disponendo di sufficiente capitale e sufficienti informazioni, affrontano un mercato che si sta espandendo a vista d’occhio”.
Stessa interpretazione per gli impiegati, i quali, seppur rappresentando un fenomeno unitario della modernizzazione occidentale, sono “gruppi di recente origine, privi delle tradizioni d’antico regime che in parte conservano ad esempio alcuni settori professionistici, organicamente legati ai processi di mercato e, nel caso delle burocrazie pubbliche, alle istituzioni statali. Appaiono perciò particolarmente disponibili ai nuovi modelli di comportamento e di consumo che si vanno affermando nel XIX secolo e che, nella città moderna, segnano l’appartenenza alle differenti condizioni sociali.  Risiedono in quartieri decorosi, opportunamente distanti dai quartieri operai. Si circondano di simboli di uno status conquistato e mai definitivamente acquisito. Evitano di avere troppi figli e sono attenti a dare loro un livello di istruzione che gli permetta di conservare la condizione sociale del capofamiglia e migliorarla. Sono numerosi e tuttavia disorganizzati.” .
Pur non rappresentando un gruppo sociale coeso e sebbene dispersi nel chiuso di famiglie e di economie familiari, gli impiegati, sono però un segmento importante del sistema economico e dello stesso sistema politico per la conquista del consenso. Allo stesso modo non c’è da stupirsi se l’altro settore socio-professionale pronto ad emergere ed irrobustirsi sull’onda dell’allargamento dello Stato e del mercato saranno i professionisti: l’altra figura che maggiormente caratterizzerà la città ottocentesca, cioè quel luogo di “produzione” di borghesia che solo indirettamente ha a che vedere con i processi di industrializzazione e che piuttosto va ricondotta all’ambiente cittadino come nuovo contesto della modernità.
“Val la pena di soffermarsi su tre aspetti della questione. In primo luogo, la nascita o forte crescita di settori professionali e lavorativi specificamente legati alle funzioni che vengono richieste dalla vita urbana. In secondo luogo, l’emergere di una sorta di coscienza urbana, la quale finisce per collegare gruppi e condizioni sociali pur differenti e che potremmo definire come una nuova sensibilità al consumo. I cittadini sono consumatori. In terzo luogo, la tendenza della vita urbana ad agglomerare ed uniformare i comportamenti e le opinioni, cioè dalla massificazione dei processi sociali che avrà il proprio teatro compiuto, come’è noto, nel XX secolo” .

In buona sostanza, sia nel caso della nuova borghesia urbana, sia nel caso della “aristocrazia operaia” descritta da Hobsbawm, l’elemento che differenzia la stratificazione sociale dei secoli precedenti dalla società complessa fin qui delineata è rappresentato da una forte mobilità sociale, cioè lo spostamento di individui o gruppi da una posizione sociale ad un’altra.

Legittimità del potere, coscienza di classe e formazione del consenso:
il Cittadino-Elettore

Si è parlato della formazione di un nuovo centro del potere, lo Stato Liberale e di come categorie sociologiche e categorie politiche possano determinare punti di vista differenti.
Allo stesso modo, introducendo il concetto di potere, da un punto di vista riconducibile alle tre dimensioni della diseguaglianza tra strati sociali –ricchezza, prestigio e potere – possiamo dire che i rapporti tra le classi sono rapporti di potere e, in quanto tali, risulta arduo costruire degli strati a seconda non della distribuzione di certi valori, ma a seconda del grado in cui una società è distribuito il potere. “Il potere è un valore particolare non solo perché determina la distribuzione di tutti gli altri valori, ma soprattutto perché, dato che si esercita su altri uomini, vi è chi lo subisce ed è quindi difficile considerarlo una risorsa che si distribuisce sia pure in modo diseguale tre tutti i cittadini. (…) Se quanto affermato è vero, cioè che il potere è un valore a somma zero e determina la distribuzione degli altri valori sociali, possiamo dire che i rapporti di classe sono essenzialmente rapporti di potere e che quindi il concetto di potere fornisce l’aspetto unificante per identificare in modo sintetico la strutturazione delle diseguaglianze sociali.” .
Da un punto di vista storico politico, anche la capacità di contrattazione che i ceti dimostrarono avere nei confronti del re ci dà un’idea del rapporto col potere che la “classe” borghese riuscì a costruire. La dipendenza del potere politico da quello economico, infatti, permise alle assemblee di rappresentare il cavallo di Troia della borghesia nei confronti del potere costituito. Come scrive Duverger “l’evoluzione globale della società tende all’instaurazione della plutodemocrazia intendendo per questa il regime occidentale in cui il potere poggia contemporaneamente sul popolo (demos) e sulla ricchezza (plutos). È la storia del sistema aristomonarchico che vede nei secoli l’emergere della borghesia; prima nei comuni, poi, elevandosi dal piano municipale al piano nazionale, nelle assemblee degli stati (ordini o ceti). Nell’aristomonarchia due vie si aprivano alla borghesia “per farsi un posto nel sistema esistente. Essa può allearsi all’aristocrazia facendo delle assemblee di stati un vero parlamento che controlii e limiti il potere monarchico. O, al contrario, aiutare il re a sbarazzarsi della tutela dei nobili, il che porterebbe alla scomparsa delle assemblee di stati per lo smembramento delle loro componenti, e all’instaurazione della monarchia assoluta. Grosso modo, la prima via sarà seguita in Gran Bretagna e la seconda sul continente.” .  Allo stesso modo, “possiamo dire che  prima del 1848 la borghesia combatte su un solo fronte e che successivamente combatte su due fronti, il secondo dei quali diventerà molto presto più importante del primo.” .
La grande forza della borghesia risiede in questa capacità di trasformare a suo vantaggio gli equilibri precedenti, il concetto di consenso che i signori contrapponevano al diritto ereditario del re, i contrappesi che il suo potere doveva avere, sono temi che i liberali riprendevano riadattandoli come avevano fatto con le assemblee e la rappresentanza feudale. È cosi che in Europa si sviluppa la teoria della superiorità del parlamento. “Ciò dipende non soltanto dal suo ruolo storico nella formazione della democrazia liberale, ma esprime soprattutto la volontà di proteggersi contro la pressione popolare, sostituendo i deputati agli elettori come depositari della sovranità nazionale. (…) La fonte del potere politico non è nei cittadini, ma nella nazione, entità misteriosa ed astratta che si esprime nelle assemblee. Si passa così dalla sovranità popolare alla sovranità nazionale e dalla sovranità nazionale alla sovranità parlamentare.” . Per Duverger, questa abile costruzione ideale tende a risolvere la contraddizione tra ideologia liberale, che fa del popolo la base del potere, e la paura della borghesia di esserne sommersa. “Il prestigio che i liberali conferiscono al parlamento e alla legge non è pericoloso per gli uomini di affari. In teoria, questa artiglieria pesante potrebbe distruggere il capitalismo e instaurare un regime collettivistico. In pratica, una simile rivoluzione attraverso la legge è impossibile a quell’epoca. I partiti operai non tentano di ottenere per sé soli la maggioranza parlamentare e non immaginano neppure di poterci riuscire. In ogni modo, le assemblee non sarebbero in grado di dirigere un’economia socialista, giacchè per loro stessa natura sono inadatte a svolgere compiti di questo tipo” .
Al contrario, esse sono fatte proprio su misura per le funzioni che lo stato liberale assegna ai pubblici poteri: stabilire l’eguaglianza nei diritti dei cittadini per permettere l’iniziativa di ciascuno e la concorrenza di tutti; proteggere la proprietà e definire i principi della sua acquisizione e della sua devoluzione; fissare i termini dei contratti commerciali e sanzionare la loro inadempienza; regolamentare i rapporti familiari e le eredità al fine di garantire i patrimoni privati senza permettere la ricostituzione di privilegi feudali; assicurare le libertà pur proteggendo l’ordine pubblico contro gli autori di crimini e delitti. “La struttura delle assemblee, che rende loro difficile la direzione dell’economia ne fa invece un eccellente strumento di legislazione civile, penale, e politica” .
Il potere si fonda dunque “in Francia come in Inghilterra e negli Stati Uniti, e poi in tutta l’Europa occidentale, su una sovranità popolare riconosciuta da carte costituzionali o esercitata di fatto. I parlamenti controllano i governi. La classe politica viene scelta dagli elettori. E sebbene il diritto di voto non sia certamente universale, le trasformazioni del sistema politico –conviene Macry- danno voce alla società e ne provocano il progressivo organizzarsi.” .

Questo determina la nascita della questione del consenso. Fin dal XIX secolo infatti i governi non mancheranno di utilizzare “l’ansia di mobilità sociale e la ricorrente insicurezza dei ceti impiegatizi, enfatizzando una distanza dalle classi del lavoro manuale che talvolta è un puro elemento ideologico, illusorio, più che un dato reale.” . Gli impiegati, per i loro obblighi di fedeltà, diverranno un elemento importante del consenso raccolto dai governi attraverso i sistemi elettorali ancora legati al reddito –ancora di più, durante i totalitarismi.
La fonte del potere politico non è ancora nel cittadino-elettore, ma nel deputato-parlamento e il professionista ha tutti i numeri per impersonare il tratto di passaggio da un sistema politico di antico regime, fondato sulla nascita e sul potere locale, il cosiddetto notabilato, ad un sistema politico di tipo rappresentativo. Costruisce “le proprie influenti reti di conoscenze personali utilizzando l’ambiente familiare di provenienza, le amicizie coltivate in scuole superiori e college esclusivi e poi, soprattutto le clientele legate alla stessa professione. (…) Chi meglio degli avvocati potrà sedere nella Camera italiana o nell’Assemblea parigina e tradurre in leggi e regolamenti esecutivi la nuova politica rappresentativa di tipo liberale?” .
Ed è dopo il 1848, - dirà Duverger, ma anche Wallerstein o ancora, seppur in toni diversi, Hobsbawm – che la borghesia e il sistema liberale cambiano atteggiamento rispetto alle masse popolari. C’è un elemento nuovo ora, che rischia di rompere quella che, da un punto di vista sociologico, Runciman chiama la falsa coscienza. Da un punto di vista politico questo elemento è rappresentato dall’acquisizione di una coscienza di classe. Se operai e lavoratori non manuali sono soggetti, nella società in cui vivono (e dunque ancora una volta da un punto di vista sociologico), a ineguaglianze sociali, politiche, ancora nel XX secolo, quasi mai l’insoddisfazione e il risentimento, per quanto acuti, corrispondono alla reale entità dell’ineguaglianza.
Il consenso del cittadino-elettore sarà, in epoca liberal-democratica, notevolmente influenzato dai meccanismi usati dalle classi dominanti per frenare lo sviluppo di uno scontento potenzialmente egualitario, dalla frustrazione della classe media, dalle trasformazioni della coscienza operaia, dalle motivazioni con cui le organizzazioni che rappresentano gli interessi di classe propongono rivendicazioni e riforme. E tuttavia, come il Terzo stato per l’ancien régime, c’è ora un Quarto stato che avanza e che pur rimanendo sostanzialmente imbrigliato nelle maglie del parlamentarismo liberale, contribuirà a scardinare il meccanismo di voto dei regimi liberal-censitari.
Da questo punto di vista, la classe , seppur con tutti i suoi limiti ad essere utilizzata per una descrizione puramente sociologica, è l’elemento di più valida unificazione di quei fattori comuni a tutti gli operai: “l’esperienza della disoccupazione congiunturale, effetto di cicli economici sfavorevoli che in questo secolo sono scarsamente contrastati da ammortizzatori sociali; e, quasi per tutti, i salari sono esposti a dure fluttuazioni, specie laddove esista un esercito industriale di riserva, cioè una massa di disoccupati, di contadini, di immigrati disponibili ad entrare nel processo della produzione industriali a prezzi stracciati. Alcune delle lotte più dure e violente oppongono così gli operai ai crumiri, cioè ad altri lavoratori reclutati per sostituirli quando essi si mettono in sciopero.” . Quella fascia di popolazione che, non avendo la proprietà dei mezzi di produzione, vende il proprio lavoro ad un imprenditore in cambio del salario diventa il proletariato che il movimento operaio intende rappresentare. La sua coscienza di essere classe troverà nell’ideologia socialista e nel partito il suo collante più forte.
In questo senso la teoria marxista sosterrà che un partito è proletario perché difende gli obiettivi del proletariato anche se non è sostenuto dalla maggioranza dei proletari per mancanza di una sufficiente coscienza di classe: “Le classi dominanti si sforzano sempre di frenare lo sviluppo di questa coscienza nelle classi dominate, al fine di indebolire la posizione dei loro avversari. Esse riescono a far più o meno sostenere l’ordine costituito da una parte di coloro che esse dominano, e che dunque combattono contro i loro stessi interessi. La lotta del sistema occidentale contro l’aristomonarchia offre numerosi esempi di una siffatta situazione. Questa lotta non oppone sfruttatori e sfruttati, ma la classe dominante dell’economia agraria tradizionale e la classe dominante in una economia capitalistica. Tuttavia, le classi oppresse sono interessate a tale lotta nella misura in cui la plutodemocrazia offre loro mezzi più efficaci di resistenza all’oppressione (elezioni, libertà pubbliche, partiti operai, sindacati, sviluppo dell’istruzione.). E’ comprensibile dunque che le classi popolari abbiano appoggiato la borghesia nella sua battaglia, sebbene esse siano state sfruttate da questa stessa borghesia nel significato marxista del termine. (…) E’ meno comprensibile che l’aristocrazia abbia trovato un ampio sostegno nelle masse contadine che non potevano avere alcuna speranza di liberazione nel mantenimento del vecchio sistema politico.” .
È proprio questa anomalia, questa falsa coscienza, a rappresentare l’oggetto di indagine sociologica di Runciman in Ineguaglianza e coscienza sociale: l’idea di giustizia sociale nelle classi lavoratrici: “L’insoddisfazione per il sistema di privilegi e di compensi di una data società non viene mai provata in proporzione al grado di ineguaglianza cui sono soggetti i suoi diversi membri. Molti che stanno in basso hanno meno risentimenti verso il sistema di quanto non sembri giustificato dalla loro effettiva posizione, e molti più vicini al vertice ne hanno di più. Il contadino reazionario, il radicale benestante, il povero rispettoso, si ritrovano nella storia di molti luoghi e di molte epoche: in tutti questi casi c’è una discrepanza tra la posizione di ineguaglianza e la sua accettazione o il suo rifiuto.” .
La domanda di Macry è allora:  che relazione c’è tra questa stratificazione socio-culturale interna alle classi operaie e le forme politico-sindacali che nel corso del XIX secolo assume il movimento operaio? Qui la risposta si fa insidiosa, al punto che l’interpretazione data dallo stesso Macry risulta parziale e poco convincente rispetto all’analisi secca che ne dà Wallerstein e che riprenderemo in conclusione (terza sezione). In buona sostanza, Macry si attiene alla lettura leninista che vede nell’operaio qualificato la base sociale del riformismo della Seconda Internazionale (1889) ma non rende ragione della sua presenza in episodi più rivoluzionari (1830, 1848-49, 1871).
D’altra parte l’elemento di riforma sociale rappresentato dall’istituzione delle società di mutuo soccorso, dalle prime Trade Unions, la pratica del closed shop e dello sciopero è riconducibile sicuramente a questa figura dell’aristocrazia operaia, che gli altri operai prenderanno a modello e che condurrà ai sindacati di mestiere. E tuttavia la distinzione tra aristocrazia operaia e proletariato sovversivo (in questo conviene anche Macry) è debole: consiste più in una distinzione dei metodi di lotta ed in fondo anche i sindacati di mestiere si distingueranno tra di loro su questa base, rimanendo accomunati forse solo dal loro rifiuto del partito come partner del sindacato: questo almeno fino a quando l’avvento dei sindacati d’industria e la loro vicinanza ai partiti non darà all’ideologia socialista un’inedita e molto più articolata capacità di lettura e di rappresentanza della società.

È necessario, dunque, che alla parola d’ordine liberista e individualista del laissez faire cominci a fare da contraltare un’idea di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale, perché si affacci l’esigenza dell’allargamento del voto, traghettando la società complessa da un sistema liberal-censitario ad un sistema liberal-democratico:
“Gli abitanti dei paesi dove si affermano le dottrine liberali diventano cittadini ed elettori. A dire il vero, si tratta di processi lunghi. I diritti di cittadinanza e soprattutto i diritti politici verranno riconosciuti con grande cautela e gradualità. Eppure, allo scoppio della Grande Guerra, forme di suffragio allargato universale sono ormai operanti in Gran Bretagna e in Scandinavia, in Francia e Germania, in Italia e nell’Impero Asburgico oltre che negli Stati Uniti. Il diritto di voto allargato provocherà processi di aggregazione delle opinioni pubbliche, di coesione sociale, di organizzazione. E nondimeno spingerà i governi a promuovere politiche capaci di generare consenso nella popolazione o in settori importanti di essa.” .

Supplemento storiografico
I tempi della storia Breve e lunga durata.
Mappa della Scuola degli "Annales" (dal 1929): la storia come una delle scienze umane, fra la sociologia, la geografia e l'economia. Personaggi: Marc Bloch (trae da Emile Durkheim il concetto di "rappresentazioni collettive"), Georges Lefebvre, Lucien Febvre, Emmanuel LeRoy Ladurie, Fernand Braudel.
Lo storico francese Fernand Braudel (1902-1985) ha pubblicato nel 1949 La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'époque de Philippe II (titolo italiano Civiltà e imperi nell'età di Filippo II), diviso in tre parti: L'ambiente (paesaggio, clima, mondo urbano ecc.), Destini collettivi e movimenti d'insieme (economie, imperi, società, civiltà, ecc.), Gli avvenimenti, la politica e gli uomini (vicende storiche seguite cronologicamente).
Le tre sezioni del libro di Braudel coincidono con le tre diverse velocità della storia (la storia, un'autostrada a tre corsie).
Dalla prefazione: "Questo libro è diviso in tre parti […] la prima tratta una storia quasi immobile, quella dell'uomo nei suoi rapporti con l'ambiente: una storia di lento svolgimento e di lente trasformazioni, fatta spesso di ritorni insistenti, di cicli incessantemente ricominciati […]. Al di sopra di questa storia immobile, una storia lentamente ritmata […], una storia sociale, quella dei gruppi e degli aggruppamenti […]. La terza parte, infine, è quella della storia tradizionale, se si vuole della storia secondo la dimensione non dell'uomo, ma dell'individuo, la storia "événementielle" […]. In tal modo, siamo giunti a decomporre la storia in piani sovrapposti. O, se si vuole, a distinguere nel tempo della storia, un tempo geografico, un tempo sociale, un tempo individuale".
Una teorizzazione di questa esperienza di ricerca e di scrittura in F. Braudel, Storia e scienze sociali. La "lunga durata" (1958): "Dalle recenti esperienze e tentativi della storiografia, si sviluppa […] una nozione sempre più precisa della molteplicità del tempo e del significato eccezionale del tempo lungo […]. La storiografia tradizionale interessata ai ritmi brevi del tempo, dell'individuo, dell' événement, ci ha abituati da tempo al suo racconto frettoloso, drammatico, di breve respiro. La nuova storiografia economica e sociale pone al primo posto, nella sua ricerca, le oscillazioni cicliche, e punta sulla validità delle loro durate: è rimasta presa dal miraggio, nonché dalla realtà delle ascese e discese cicliche dei prezzi […] in cui il passato viene chiamato in causa sulla trama di ampie partizioni, di decine, ventine o cinquantine d'anni. Molto al di là di questo secondo recitativo si colloca una storia di respiro ancora più sostenuto, di ampiezza secolare, stavolta: la storia di lunga, addirittura di lunghissima durata […]. Ammetterla al cuore del nostro mestiere […] significa familiarizzarsi con un tempo rallentato, a volte quasi al limite dell'immobilità".
Bibliografia: F. BRAUDEL, Scritti sulla storia, Milano, Mondadori, 1973

 

Il riformismo e l’Analisi dei Sistemi Mondo: come rileggere la contrapposizione

Liberale-Socialista

Con quest’ultima sezione tentermo, attraverso l’utilizzo dell’ultima coppia Liberalismo-Socialismo, di completare il senso emerso nella prima: che cioè un approccio che guarda alla ‘primordialità’ del rapporto tra borghese e proletario quale spiegazione della lotta di classe è una rappresentazione ideologica che non coglie la complessità dei processi attraverso i quali si realizza l’appropriazione di un plusvalore da parte di alcuni soggetti sul lavoro di altri soggetti.

Il sistema liberale rappresenta la nuova dimensione all'interno della quale considerare le politiche sociali nella società dominata dal modo di produzione industriale. Questo nuovo modo di produzione richiede agli operai di fabbrica di piegarsi ad una serie di regole che costituiscono il regime di fabbrica. Quanti sono assunti, sulla base di contratti individuali "liberamente" sottoscritti, debbono non soltanto apprendere nuovi modi di eseguire il lavoro attraverso l'utilizzazione delle macchine automatiche, ma è necessario che si assuefacciano ai nuovi orari e ai nuovi ritmi e si sottomettano a forme di regolamentazione e controllo del lavoro attraverso le quali si realizza una "disciplina di caserma" come scrive Marx nel cap. XIII del primo libro de Il Capitale.
Nella seconda  sezione abbiamo cercato di spiegare la formazione del consenso col fatto che nella società industriale l'attenzione delle élites nazionali si sposta dalle classi povere alla classe operaia in quanto: la classe operaia, unitamente agli imprenditori capitalisti, è la protagonista della rivoluzione industriale; il conflitto industriale oltre una certa soglia è destabilizzante del sistema capitalistico; le workhouses della classe operaia sono le fabbriche, cioè il luogo nevralgico del processo di produzione capitalistico; il capitalismo industriale - nella sua esigenza di sviluppo - può essere garantito soltanto dal consenso di chi opera nella struttura produttiva. La drammaticità delle condizioni della classe operaia, insieme al rifiuto da parte delle classi dominanti di estendere ad essa i diritti politici, costituisce quella miscela, potenzialmente esplosiva, che spiega la mobilitazione delle classi subordinate e il conflitto da esse promosso. Il riformismo, per altro, non nasce all'improvviso ma è tutto interno all'esperienza storica del socialismo e alla sua evoluzione programmatica che nella sostanza si svolge in modo simmetrico rispetto al conflitto.
Schematizzando possiamo dire che nella società industriale l'andamento del conflitto descrive una parabola che passò per tre stadi fondamentali e successivi:
- prima fase: E' il conflitto post-corporativo proprio della prima industrializzazione che avviene in corrispondenza del passaggio dallo status al contratto. Pur costituendo un'importante innovazione il contratto - in particolare il contratto di lavoro salariato - a causa delle notevoli differenze nei rapporti di potere esistenti tra le parti stipulanti, mette in evidenza una relazione essenzialmente coercitiva, altamente asimmetrica, le cui parti sono necessariamente ostili l'una all'altra. Di conseguenza in questa fase i conflitti di lavoro si fanno frequenti anche se non assumono immediatamente le caratteristiche che saranno proprie dell'azione sindacale e politica in quanto non sono ancora operanti organizzazioni rappresentative degli interessi economici, professionali e politici della nuova classe lavoratrice impegnata nel sistema di fabbrica.
- seconda fase: un progressivo passaggio al conflitto antagonistico in seguito alla polarizzazione che si viene a introdurre all'interno della società industriale per il rifiuto di riconoscere diritti politici e sociali alla classe operaia. Il conflitto antagonistico è pertanto finalizzato a realizzare l'eguaglianza di quei diritti che possono conferire alle classi lavoratrici lo status di membro a pieno titolo della comunità nazionale. Sul piano della storia del pensiero politico, poi, il conflitto antagonistico diviene l'elemento fondante della teoria socialista di superamento dello stato liberale. I rischi per il sistema capitalistico derivanti da questo conflitto sono dovuti non solo alla prospettiva eversiva sottostante alla sfida ma anche alla strategia posta in atto che coniuga il conflitto nei luoghi di lavoro con quello all'interno delle istituzioni. Le lotte di classe, infatti, come nota Wallerstein , hanno avuto luogo in due sedi: nel campo economico (sia nel luogo effettivo del lavoro, che nel più largo e amorfo mercato), e nel campo politico. Il quadro politico - estremamente complesso - che si viene a configurare in questa fase può essere descritto, semplificando, attraverso tre paradossi: 1. borghesia industriale e classe operaia sono collaboratori necessari nella sfera della produzione e soggetti conflittuali in quella dei diritti politici e sociali; 2. la borghesia liberale proclama libertà, eguaglianza e fraternità come principi universali e fondamento dei diritti dell'uomo ma riconduce alla proprietà privata la fonte dei diritti di cittadinanza che vengono negati, in tal modo, alla classe operaia; 3. la classe operaia e le teorie socialiste rivendicano l'estensione dei diritti politici e sociali iscritti nel codice genetico del liberalismo ma per conseguirli sono costretti ad elaborare e a mettere in atto un'iniziativa anti-liberale quale l'eversione del sistema capitalistico per realizzare la soppressione della proprietà privata.
-la terza fase: il conflitto istituzionalizzato che si apre con le politiche riformistiche dei partiti socialisti

Il quadro così definito rende evidente l'insostenibilità della situazione che i paradossi descrivono. In questa fase in cui il conflitto si. fa più esplosivo assistiamo alla convergenza di due processi. Innanzitutto il realismo politico indusse i liberali a considerare necessaria l'adozione di politiche sociali realizzando, in tal modo, un progressivo abbandono del principio dello "stato minimo" insieme a quello del "suffragio ristretto". Realizzarono così una conciliazione tra le logiche della democrazia e quelle del liberalismo, (i due termini "inseparabili e nemici i cui disaccordi e le cui pacificazioni travaglieranno il pensiero politico del XIX secolo ed anche del nostro").

Il rinnovamento del liberalismo avverrà, a cavallo tra i due secoli, con il riconoscimento che la libertà è non solo e non tanto un diritto dell'individuo ma una necessità sociale per cui non basta proclamare in suo nome eguali diritti innanzi alla legge, ma occorre riconoscere anche una equality of opportunity.

Al tempo stesso si verifica un cambiamento di rotta negli orientamenti dei partiti socialisti costretti dall'urgenza degli avvenimenti ad affrontare il nodo riforme-rivoluzione. Questo dilemma sarà sciolto da quasi tutti i partiti socialisti dell'Europa occidentale attraverso una formula temporanea e compromissoria rappresentata dal "riformismo" il quale concilia la fedeltà al marxismo e ai suoi dogmi con la ricerca di migliori condizioni per la crescita della classe operaia. Ciò comporta "sporcarsi le mani", per usare un termine sartriano, collaborando con i partiti borghesi progressisti per il raggiungimento di questo fine. Con il ‘riformismo’ o con la ‘rivoluzione’, con il contributo degli ‘esperti’ o con il ruolo primario della ‘masse’, alla base di queste proposte vi era l’idea, fattasi dottrina sociale, di un ‘progresso’ inarrestabile e inevitabile che avrebbe alla fine prevalso e garantito a tutti un futuro di prosperità.

Sulla reazione a questa idea di progresso ruota l’Analisi dei Sistemi Mondo (WSA) di Wallerstein, direttore del ‘Fernand Braudel Center for the study of Economies, Historical Systems, and Civilizations’: un progetto che aggrega altri studiosi orientati su questi temi (tra i quali Hopkins, Giovanni Arrighi, Samir Amin, Gunder Frank) provenienti dai nuovi orientamenti intellettuali critici verso le ‘teorie sviluppiste’ di matrice sia liberale sia marxista. Se a divergere erano le strategie e le soluzioni che avrebbero portato alla costruzione di un ‘mondo migliore’, l’obiettivo e la promessa implicita comuni alle teorie sviluppiste consistevano nell’individuazione di percorsi che, una volta risolta la ‘questione nazionale’ attraverso la decolonizzazione e la costruzione degli stati-nazione, avrebbero finalmente condotto anche queste realtà a risolvere la ‘questione sociale’ interna e a ‘colmare il divario’ esistente rispetto ai paesi industrializzati.
Qual è dunque l’oggetto di’indagine della Analisi dei sistema-mondo? È innanzitutto un sistema sociale, in sè un ‘mondo’ perché caratterizzato da una autonomia in quanto entità economico-materiale; in esso esiste una ampia “divisione del lavoro comprensiva di un’eterogeneità di gruppi sociali discriminabili sia verticalmente (culturalmente, etnicamente, per nazionalità), sia orizzontalmente (in termini di classi sociali).” . Questa entità economica e le culture che la caratterizzano si collocano in uno spazio geografico che non è necessariamente il mondo intero: i suoi confini sono cioè rilevabili empiricamente dal reticolo dei processi produttivi più o meno interdipendenti, dalle ‘catene di merci’ che lo percorrono. È, inoltre, un sistema sociale caratterizzato da una storicità, un ‘divenire’ in cui questi confini e la loro interazione con quelli definiti da altre dimensioni sociali, (in particolare dalla dimensione politico-legale e da quella culturale) , sono mutevoli e cambiano nel tempo.
Spazio e tempo in questo caso sono ridefiniti in nuove categorie concettuali. Ripercorrendo Braudel , Wallerstein assegna degli spazi a quei tempi (il tempo episodico, il tempo congiunturale, il tempo strutturale della longue durée) che per lo storico francese segnano la storia e, dunque, il cambiamento sociale.  Emerge così il concetto di ‘spazio-tempo’ attraverso il quale possiamo percepire un sistema storico reale. Se esistono dei processi ciclici che governano un sistema sociale, (in quello che per Braudel è il tempo congiunturale, o ciclico, a cui Wallerstein associa uno spazio ‘ideologico’), esiste anche uno ‘spazio-tempo strutturale’ entro cui questo sistema ha origine, si evolve, e, attraverso lo ‘spazio-tempo trasformazionale’, cessa di esistere o muta radicalmente la propria natura.
Un punto di svolta, per Wallerstein, è rappresentato dalla rivoluzione francese: l’eredità di questo evento e il significato che essa assume non è borghese, bensì antiborghese. Infatti, la borghesia credeva nel profitto e non nell’ideologia liberale: quest’ultima ha rappresentato piuttosto “lo sbocco strutturale del processo capitalistico, l’imborghesimento finale delle classi più elevate” , la piena maturazione dell’era borghese e capitalistica. L’elemento politico che emerge dalla rivoluzione francese è che essa annunciò il futuro, portando alla luce la forza delle “masse po-polari, che per la prima volta sembravano pensare seriamente all’acquisizione del potere statale.”. Essa “in piccola parte fu un successo, in gran parte un fallimento” , ma le sue parole d’ordine rappresentano il “fondamento spirituale di tutti i successivi movimenti antisistemici.”. L’autonomia e l’efficacia di queste lotte, che miravano a modificare e a sovvertire ‘lo stato di cose presenti’, si dimostrano a partire dal 1848 con la costruzione di movimenti sociali organizzati mai esistiti prima: “gruppi di persone coinvolte in attività antisistemiche iniziarono a creare nuove istituzioni politiche [...], organizzazioni stabili con quadri, sedi e specifici obiettivi politici (sia a breve che a lungo termine).”
In questo punto risiede la maggiore completezza dell’analisi di Wallerstein rispetto quella di Macry, sul ruolo dell’aristocrazia operaia riformista nel 1848 – che per Wallerstein, ma anche per Revelli rappresenta, così come il 1968, una rivoluzione mondiale – “dai fallimenti del 1848 i socialisti impararono che era improbabile che si potessero ottenere risultati soddisfacenti facendo affidamento o sulle insurrezioni politiche spontanee o sul rifiuto del dialogo.” . Se i socialisti ne derivarono la strategia dei due stadi (prima di tutto ottenere il potere dello Stato e, quindi, usare questo potere per trasformare la società o per giungere al Socialismo), d’altro canto, i conservatori-restauratori capirono che era pericoloso che rivoluzioni sociali e rivoluzioni nazionaliste –pur diverse tra loro- si sovrapponessero: capirono la necessità, per una maggiore stabilità, di costruire società nazionali più integrate.

In buona sostanza, in seguito alla rivoluzione francese, nei paesi del centro dell’economia-mondo iniziano a delinearsi tre grandi ideologie: il conservatorismo, il liberalismo e il socialismo; se nessuna di queste correnti di pensiero si è mai cristallizzata in una versione definitiva, rappresentando piuttosto delle linee di tendenza, l’unità vera di ogni gruppo ideologico era da ricercare solo in ciò contro cui esse lottavano.
La prima ideologia ad emergere, quale reazione alla pericolosità delle nuove verità della ‘liberazione’, è stata quella conservatrice: in un primo momento essa ha negato la realtà e la portata innovatrice dei fatti francesi basandosi sull’idea che legittimare il cambiamento poteva avere solo conseguenze sociali nefaste. Dal rifiuto totale, si è giunti successivamente a quella posizione che oggi riconosciamo come conservatorismo: “il cambiamento ‘normale’ doveva realizzarsi il più lentamente possibile e doveva essere incoraggiato solo a condizione che, dopo attenta analisi, lo si fosse giudicato una misura necessaria a pre-venire un maggiore sovvertimento dell’ordine sociale.”   Per i conservatori, contrari all’avvento della modernità e difensori della ‘tradizione’, l’idea centrale è sempre stata quella di preservare i valori tradizionali poiché essi incarnano la saggezza.
Il liberalismo nasce in opposizione alle idee conservatrici, costituendosi quale “ideologia naturale della normalità del cambiamento” . La liberazione dalla ‘irrazionalità’ del passato da un lato, e il ‘progresso’ ritenuto inevitabile, dall’altro, andavano perseguiti con l’intervento dell’uomo, attraverso una “politica di cosciente, costante e intelligente riformismo” . Il liberalismo si collocò così sempre al centro della scena politica proclamando la propria universalità e cercando di diffondere le proprie idee e di imporre la propria logica a tutte le istituzioni sociali.
Infine, in contrasto con l’ideologia liberale, il socialismo si definisce a partire dal 1848 accettando la premessa fondamentale dell’ideologia liberale, la “inarrestabilità del cambiamento (o progresso)”, ma aggiungendovi due specificazioni cruciali sufficienti a dar vita ad un programma politico del tutto diverso: “il progresso era considerato come qualcosa che si realizzava non in modo continuo ma discontinuo, vale a dire con la rivoluzione”  e con un programma politico capace di accelerare il corso della storia attraverso la mobilitazione popolare. Inoltre il capitalismo e la ‘società borghese’ rappresentavano non l’ultimo ma il penultimo stadio “nell’ascesa verso la società giusta o perfetta”.
Questi tre raggruppamenti hanno costituito “lo spettro ideologico trimodale”  dell’economia-mondo capitalistica, la sinistra, il centro e la destra, entro cui le forze politiche (e la mentalità della gente) si sono schierate nella lotta politica e la cui attenzione si è concentrata piuttosto sull’‘oggetto’ delle loro strategie, lo stato, che rappresentava il luogo dove la sovranità popolare andava esercitata. In questo modo, il concetto di popolo è venuto definendosi quale riflesso della difesa degli interessi della società contro lo Stato, proclamata e teoricamente perseguita da tutte e tre le correnti ideologiche.
In altre parole, per portare avanti i propri programmi politici “tutte e tre le ideologie rilevarono di non poter fare a meno dei servizi dello Stato” , determinando così il successo della strategia liberale che “fu messa in atto grazie all’impegno congiunto di conservatori e socialisti.” 
I terreni principali su cui questa convergenza si è prodotta sono stati quelli della costruzione dello spirito nazionale, del progressivo allargamento del suffragio, dell’avvio della costruzione dello stato sociale. Il terreno su cui il Liberalismo prevarrà a lungo sulle altre culture.
Ma se, con le parole di Wallerstein, ‘la cultura è il sistema-mondo’, il percorso secolare di ascesa dell’economia-mondo europea e la sua espansione in tutto il globo hanno significato anche la costruzione e l’ affermazione di una particolare e consona ‘visione del mondo’, capace di garantire il prevalere, su altri e diversi obiettivi, dell’accumulazione di capitale.
In altri termini, le dinamiche del capitalismo storico hanno prodotto e progressivamente imposto una ‘geocultura’ che è culminata, nei secoli XIX e XX, nella dottrina globale del liberalismo. L’evidenza che “la maggioranza dei quadri del sistema continua ad accettare attivamente questi valori, e la maggioranza della gente comune non converte in azione il proprio scetticismo”  significa oggi che questa “geocultura esiste e che i suoi valori prevalgono.”  

 

Poiché ogni U.D. non dovrebbe terminare in una conclusione ma con dei problebi che aprano nuovi percorsi, può essere interessante richiedere agli studenti, a mò di resoconto-ricerca, uno studio comparativo dei termini emersi nelle tre sezioni di questa U.D.2: geocultura, falsa coscienza, coscienza di classe.
Al di là di ciò, il contributo che questa “proposta di lezione” vorrebbe lasciare agli studenti, invitandoli ad interessarsi alla definizione della questione democratica del presente, risiede tutto nell’atteggiamento che sembra caratterizzare uno storico come Wallerstein. L’attenzione e la sensibilità verso i movimenti, i popoli e le culture, sono alla base della sua attività intellettuale. Da un lato il suo invito è quello di pensare al ‘futuro che vogliamo’, rivisitando concetti quali sviluppo, progresso, dominio sulla natura, in nome di una razionalità non ‘oggettiva’ ma sostenibile. Dall’altro egli ci invita anche a ripensare concetti come democrazia, libertà e uguaglianza, i quali, in un mondo sempre più a ‘modello unico’, tendono oggi a mascherare i privilegi di una minoranza della popolazione mondiale.

 

 

  


P.Macry, Le società e le classi – dal manuale Donzelli P.109-110

Pierangelo Schiera, Società per ceti in Dizionario di Politica – UTET pp. 1067-1071

Macry op. cit. pp. 119-120

ibidem p.116

cfr Eric J. Hobsbawm. Cap.XII La città, l’industria, la classe operaia in Il trionfo della borghesia 1848-1875

Macry op. cit.  pp. 116-117

ibidem

ibidem p.120

ibidem p.121

ibidem p.124

ibidem p.122

cfr Alessandro Cavalli, Classe in in Dizionario di Politica – UTET p.146

M. Duverger, Giano: le due facce dell’Occidente, Ed. di Comunità p.23

ibidem p.26

ibidem p.49

ibidem p.74

ibidem p.72

ibidem

Macry, p.118

ibidem p.124

ibidem p.123

ibidem p.118

Duverger, pp. 49-50

Runciman, Ineguaglianza e coscienza sociale: l’idea di giustizia sociale nelle classi lavoratrici p.3

Macry p.125

Wallerstein, I. 1983 Il capitalismo storico, Torino, Einaudi p.46

I. Wallerstein, Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo (trad. di Carmine Donzelli), Torino, 1985, Appendice “Il concetto di spazio economico”, p. 98.

Fernand Braudel, 1902-1985. Figura centrale della scuola delle ‘Annales’, autore di ‘Civiltà e imperi del mediterraneo nell’età di Filippo II’ e di ‘Civiltà materiale, economia e capitalismo’, ha trasformato il modo di concepire e scrivere la storia, utilizzando gli apporti delle scienze sociali, in contrasto con una storia ‘politico-diplomatica’.

Wallerstein, Il sistema mondiale, vol. 3, p. 52.

Arrighi, Antisystemic movements, p. 31.

Revelli, Movimenti sociali e spazio politico in Storia dell’Italia repubblicana vol 2 tomo II, pp.392-398

Wallerstein, dopo il liberalismo p.100

ibidem p.71

Wallerstein, Dopo il liberalismo, p. 151.

 

fonte: urbanicorsob.files.wordpress.com

  • Fine articolo Eventi storici parte 2

 

    Eventi storici parte 2

 

VIAGGIARE PER COMMERCIO:
Il Medioevo di Marco Polo.


Percorso storico della lezione:

La rivoluzione commerciale e il mare : dev'essere compreso, in questo contesto, il termine "rivoluzione", che, lungi dal voler suggerire l'idea di un cambiamento repentino e totale, intende sottolineare fortemente le "[...] differenze quantitative e qualitative tra gli accenni di ripresa della crescita economica e dello sviluppo degli scambi dei secoli precedenti al Mille e il decollo del commercio e la fioritura delle città che caratterizzano l'XI e, con ritmo ancor più veloce e più generale diffusione geografica, il XII secolo".
Delineare quindi lo sviluppo delle città fra i secoli XI e XII, fortemente legato all'incremento demografico; un'analisi del ruolo di Pisa e Genova nella riconquista cristiana del Mediterraneo occidentale e alla presenza italiana in Oriente nel corso del secolo XI e, in seguito, durante e dopo la prima crociata.
Un’ulteriore analisi va dedicata  alla navigazione nel Medioevo nei suoi vari aspetti, e sottolineare inizialmente il netto salto di qualità che caratterizza il progresso della tecnica nautica e dell'arte della navigazione fra i secoli XII e XIV; tratteggiando le tipologie delle navi che solcavano il Mediterraneo .

Per verificare la tesi dell’immobilismo bisognerà considerare, oltre al pellegrinaggio, il commercio nel pieno Medioevo: sottolineare che non è corretto prendere in considerazione soltanto i limiti e le ombre dello sviluppo economico fra la fine del secolo XII e gli inizi del XIV, considerandolo una semplice premessa alla crisi del Trecento, perché l'immagine che emergerebbe da un'analisi di questo genere sarebbe fuorviante. In realtà, ci si trova dinanzi non "[...] ad una pura crescita quantitativa, né alla crescita di questo o quel settore [...], bensì ad un processo di sviluppo nel senso proprio del termine, quindi di lunga durata, di progressiva estensione geografica e con aspetti anche qualitativi, come la moderna definizione del termine sviluppo richiede" (p. 254).

 

Approfondimenti e riflessioni: il Viaggio

L'"iter sacrum" più forse di altri generi ci aiuta a capire meglio come nel Medioevo esistesse una sostanziale differenza fra il pellegrino, che si muoveva come il viaggiatore classico, ed il mercante: se nel primo caso la voglia di avventura e la ricerca del divino portava semplicemente una persona a mettersi in viaggio, senza sapere dove sarebbe andato ed aspettando semplicemente indicazioni da Dio per muovere passo, l'uomo di commercio pianificava la sua partenza e i suoi scopi prima di mettersi in viaggio. Inoltre il viaggio per terra di personaggi, come i prelati della chiesa, fornisce materiale interessante, in quanto spesso accompagnato da resoconti epistolari e non delle cose incontrate
In un primo tempo furono più le popolazioni arabe a mantenere una volontà di navigazione per mare, mentre gli europei continuavano i loro commerci per terra; spesso per gli occidentali l'"iter sacrum" e la sua versione militare, la Crociata, fu la scusa per attivare commerci di più ampio respiro. Da questo punto di vista, le crociate furono un esempio da una parte di estremizzazione del pellegrinaggio, dall'altra di estremizzazione del commercio stesso.
Marco Polo fu il primo a cambiare le aspettative del viaggiatore medio e a dare un'idea di viaggio pianificato. Per quanto la sua idea fosse ardita, però, non era originale: già Marco Aurelio Antonino, nel II secolo d.C., aveva mandato una sua delegazione politica a stipulare un'alleanza con i cinesi. Di questa alleanza si trova addirittura traccia negli stessi resoconti cinesi, anche se politicamente, le distanze ed i nemici comuni da combattere erano tali da non permettere di andare oltre il semplice trattato scritto.

Marco Polo e la Pax Mongolica

La vicenda di di Marco Polo va messa in relazione alla crisi politica ed economica del mondo islamico fra i secoli XII e XIII e alla comparsa "[...] sulla scena della storia di un nuovo popolo, i mongoli, dalle abitudini nomadi, con una religione fondata sullo sciamanesimo e su invocazioni al cielo eterno, dall'ottima organizzazione militare fondata su una rapida cavalleria leggera, abilissima nell'uso dell'arco" (p. 362). I mongoli, fra i secoli XII e XIII, sotto la guida di Cinggis-Khan - il nostro Gengis Kan - e dei suoi successori creano un vasto impero, raggiungendo Persia, Cina, Corea, Crimea, Ucraina - Kiev è saccheggiata nel 1240 -, Russia, Ungheria e Polonia; anche Baghdad cade, nel 1258. In Occidente i mongoli, fra i quali vi erano anche cristiani nestoriani, da una parte suscitano terrore, dall'altra fanno nascere la speranza di aver trovato alleati contro il mondo islamico, il che dà origine a missioni diplomatiche quali quella del francescano Giovanni da Pian del Carpine che, nel 1246, partendo da Kiev, raggiunge Caracorum, dove consegna al Gran Khan, appena eletto dall'assemblea dei capi, una lettera del Papa.
Prendiamo due date di riferimento: il 1268 e il 1286. Il 1268 rappresenta il periodo in cui Venezia, già da tempo era al culmine della sua potenza e rappresentava il punto in cui convergevano tutte le vie di traffico terrestri e marittime che potessero essere percorse da bestie da soma o solcate da navi. Indipendente, capace di sbeffeggiare i nemici sparando palle di pane a quelli che avevano negli anni tentato di assediarla e di prenderla per fame, Venezia vide il suo sogno avverarsi al momento delle crociate: quando le toccò provvedere alle navi di scorta, ai rifornimenti, ai soldati in cambio di denaro sonante. Quando arrivò il mo,ento di dividere il bottino, Venezia chiese di avere in ogni città conquistata della Palestina e della Siria, una sede commerciale e il diritto di svolgere i suoi traffici senza pagare tasse a nessuno. La sua grande occasione si presentò nella quarta crociata (1197), quando il doge Enrico Dandolo, col pretesto che i crociati non potevano pagare il prezzo concordato per il loro trasporto, rivolse l’intera crociata a beneficio di Venezia, e conquistò prima Zara, che aveva osato ribellarsi, e poi la sua antica, unica vera rivale: l’immortale Bisanzio. Se la conquista di Zara valse a Venezia la scomunica papale, dall’altra parte, tra i tesori che i Veneziani portarono in patria da Costantinopoli vi furono i quattro magnifici cavalli di bronzo che furono messi sul portale della Basilica di San Marco. Nel 1258 avevano sconfitto Genova, ma un altro impero in quel periodo raggiungeva il culmine della potenza: l’impero che Mangu Khan lasciò, morendo nel 1259, e che si stendeva attraverso l’Asia e l’Europa, dal Fiume Giallo al Danubio.
Non c’era stato al mondo nulla di simile prima, né ci fu mai nulla di simile dopo, fino all’impero russo dei tempi moderni. Verso il 1268 i Tartari avevano cominciato a dividersi nei quattro regni della Cina, dell’Asia centrale, della Russia e della Persia, ma erano ancora un popolo solo. Fu proprio la pax mongolica a rappresentare l’elemento di sicurezza nei traffici commerciali che aveva reso possibile il viaggio di Niccolò e Matteo Polo,  mercanti di gioielli, che ritornavano dalla corte del potente Kublai Khan con l’incarico di chiedere al papa cento uomini di scienza che istruissero i suoi tartari e che gli facesse pervenire un po’ dell’olio santo che alimentava la lampada accesa sul sepolcro di Cristo a Gerusalemme. Ma, al ritorno, i Polo appresero che il papa Clemente IV era morto nel 1268 e dovettero aspettare che fosse eletto un papa a cui consegnare le lettere del gran Khan. Ma l’elezione non avveniva, e alla fine, temendo che Kublai potesse sospettarli di averlo ingannato, decisero di tornare in oriente, questa volta col giovane Marco. Dovettero tornare ad Acri alla notizia dell’elezione di Gregorio X ottenendo da lui lettere per il Khan e due frati domenicani per le sue esigenze, ripartendo nel 1271. Giunsero dopo tre anni e mezzo, attraversando terre alcune delle quali non furono riesplorate fino alla metà dell’800 (il Pamir, Kashgar, Yarkand, Khotan, il lago Lob).
Il 1286 è l’anno in cui Marco Polo, dopo una lunghissima collaborazione con Kublai, desideroso almeno quanto Marco, di conoscere usi e curiosità dei popoli che governava e dopo aver anche amministrato alcune di quelle terre (le 25 città di Yangchow), incontrò l’occasione favorevole per  tornare. Favorevole perché il vecchio Kublai non aveva intenzione di lasciarlo e tuttavia le invidie che i suoi cortigiani nutrivano per i Polo avrebbero rappresentato un pericolo alla morte del khan. Nel 1286, dunque, morì Bolgana, la moglie prediletta del khan di Persia che, per esaudire l’ultimo desiderio di lei, mandò ambasciatori alla Corte di Pechino per chiedere un’altra sposa della stessa tribù mongola a cui Bolgana aveva appartenuto. Ma quando si trattò di tornare indietro, la stradaera diventata impraticabile a causa di una guerra, e perciò gli ambasciatori pensarono di fare il viaggio in mare, accompagnati da tre abili navigatori: i fratelli Polo. Partirono nel 1292: nel corso del viaggio – scrive marco Polo – i viaggiatori ricevettero la notizia che il gran khan  era morto, e questo precludeva loro per sempre la possibilità di rivedere quei luoghi. Difatti finì con lui anche la pax mongolica.  La dinastia tartara cadde e i nuovi governanti della Cina tornarono alla loro vecchia politica isolazionistica; per di più l’Islam estese le sue conquiste su tutta l’Asia centrale e si frappose come barriera fra l’Occidente e l’estremo Oriente, una grande muraglia di intolleranza e di odio assai più forte della muraglia di pietra che i Cinesi avevano costruito un tempo per tener lontani i Tartari.
Ma il grande esploratore non era ancora vinto. Un secolo e mezzo circa dopo la morte di Marco, un capitano di mare genovese, leggendo la traduzione latina dei viaggi di Polo, ebbe l’idea che per raggiungere quei luoghi, ora che il buio copriva l’Asia centrale e l’anarchia sbarrava la strada al Golfo persico, bisognasse navigare per occidente: non più un viaggio individuale ma bensì finanziato dai potenti di Spagna. La forma più evoluta di questo modello vedrà dal XVIII secolo le grandi Compagnie Commerciali, veri e propri "cartelli" a capitale misto, diventare il trampolino per la conquista di mercati remoti, cui seguirà la creazione delle colonie. Il viaggio commerciale resta peraltro un esempio compiuto della commistione tra le varie tipologie: Marco Polo parte dall'Europa come mercante, esercita varie attività in Cina trasformandosi in diplomatico, governatore e, rientrato in patria, in raffinato divulgatore dell'impero mongolo.

I presupposti economici del colonialismo.
Il colonialismo moderno nasce nell'Europa occidentale dei secoli XV e XVI, allorché già erano in atto i meccanismi economico-sociali di disgregazione del feudalesimo e di formazione dei rapporti di produzione capitalistici, basati prevalentemente sulla manifattura. In questo periodo, la metallurgia e l'industria mineraria, tessile, manifatturiera (ad esempio orologi, vetri, specchi, armi da fuoco, oggetti di lavoro precisi, eccetera) avevano raggiunto un'indipendenza quasi totale dall'agricoltura, realizzando profitti notevolmente superiori. Anche nelle campagne era aumentata quella parte della produzione agricola e dell'allevamento del bestiame destinata non al consumo dei contadini e dei feudatari, ma al mercato e allo scambio con prodotti dell'industria. La piccola produzione artigianale destinata al mercato locale, l'economia agricola finalizzata all'autoconsumo, le rendite parassitarie dei grandi latifondisti, tutto ciò stava per essere superato da una forma sociale più redditizia: quella capitalistica, sia essa nella forma commerciale e usuraia del mercante, che nella forma imprenditoriale vera e propria.
L'allargarsi del mercato e della divisione sociale del lavoro stavano eliminando i rapporti personali tra produttore e consumatore, stavano trasformando i prodotti in merci, il valore d'uso in valore di scambio... I mercanti, in particolare, diventavano l'anello indispensabile che univa, su vasti mercati, le singole, grosse, aziende con i consumatori. I produttori diretti, artigiani e contadini, rovinati dalla concorrenza dei prodotti dell'industria manifatturiera, o intenzionati a emanciparsi dalla servitù della gleba o dalle costrizioni corporative, si trasformano in operai salariati: i più capaci o i più fortunati tentano la strada dell'imprenditoria privata a scopo di lucro.
Uno dei modi ritenuti più facili per arricchirsi era il commercio con l'Asia, la cui importanza era notevolmente cresciuta dopo le crociate. Genova e ancor più Venezia distribuivano a tutta Europa gli oggetti di lusso orientali più richiesti: le spezie (pepe, chiodo di garofano, cannella, zenzero, noce moscata...), l'oro e le pietre preziose. India, Cina e Giappone erano considerati Paesi ricchissimi già dai tempi di Marco Polo. Tuttavia, tre problemi avevano messo in crisi questi commerci: a) il mondo musulmano monopolizzava tutti i commerci con l'Oriente e l'Estremo Oriente, per cui l'Europa non poteva avere legami diretti con queste aree geografiche (la via commerciale che passava attraverso il Mar Rosso era monopolio dei sultani egiziani, che a partire dal XV sec. cominciarono a imporre dazi doganali estremamente alti su tutte le merci); b) il crollo della potenza mongola, ad opera di quella
ottomana, ebbe come risultato la fine del commercio carovaniero dell'Europa con la Cina e l'India attraverso l'Asia centrale e la Mongolia (l'ottomano era un regime dispotico di tipo feudale-militare); c) la caduta di Costantinopoli nel 1453 e le conquiste turche nell'Asia minore e nella penisola balcanica avevano chiuso quasi completamente la via commerciale verso l'Oriente attraverso la stessa Asia minore e la Siria.
Prima della "scoperta" dell'America, i commerci più proficui, ma del tutto insufficienti, dei Paesi europei con l'Oriente e l'Africa erano diventati quelli con Egitto, Marocco, Algeria e Tunisia. Solo questi Paesi potevano avere collegamenti diretti coi Paesi sub-sahariani (Sudan, Guinea, ecc.), per ottenere oro, avorio, schiavi e prodotti esotici. L'esigenza degli europei, quindi, era di cercare nuove vie marittime verso l'Africa, l'India e l'Asia orientale. Le classi socialmente più elevate: nobili e monarchi, borghesi e alto clero, che conducevano una vita molto dispendiosa o che miravano ad accumulare capitali per investirli in attività finanziarie o produttive, o che necessitavano di finanziamenti per gli apparati burocratici, amministrativi e militari degli emergenti Stati assoluti e nazionali, ritenevano che il modo migliore per soddisfare le loro esigenze fosse quello di avere ingenti quantitativi di argento e soprattutto di oro, cioè una moneta pregiata come mezzo di scambio. Ecco, in questo senso si può dire che il colonialismo fu una diretta conseguenza del capitalismo europeo, anche se ebbe delle ripercussioni fondamentali (ai fini, per esempio; dell'accumulazione dei capitali) sullo stesso sviluppo del capitalismo.


ossia le galee, lunghe e sottili, che utilizzavano anche la propulsione umana, e i velieri, navi tonde, con grande capacità di carico e a sola propulsione eolica. Nella stessa epoca i mari del Nord erano dominati dalla Kogge, il grande veliero della marineria anseatica, radicalmente diverso dai drakkar e snekkar dei vichinghi, che, nel secolo XI, avevano raggiunto il livello massimo delle loro potenzialità.

 

 

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    Eventi storici parte 2

 

La crisi del papato e dell’Impero.

Negli stessi secoli in cui le monarchie dell’Europa occidentale vanno trasformano ­in Stati territoriali e nazionali, e i Comuni e le Signorie dell’Italia settentrionale avviano a divenire Stati regionali, i due grandi poteri universali — il papato e l’Impero — mostrano gravi segnali di crisi. Al vertice della Chiesa il collegio cardinalizio, chiamto nel 1294 a eleggere un nuovo papa, sceglie l’eremita Pietro da Morrone (1210-1296), uomo d’intensa spiritualità, affatto incline alla politica, e ancor meno disposto ai compromessi. Celestino V (questo il nome scelto da Pietro da Morrone) lascia però dopo pochi mesi l’incarico, facendo tramontare il ­sogno di quanti avevano visto in lui il possibile “papa angelico”.
Di ben altra altra tempra è il successore, Bonifacio VIII, della potente famiglia dei Caetani. Per sgomberare ogni dubbio circa la pienezza dei poteri del papa, Bonifacio VIII, riprendendo un’immagine del Vangelo di Luca, ricorda che Dio ha consegnato al papa sia la spada del potere spirituale che quella del potere temporale: l’imperatore può governare sui sudditi solo in quanto il pontefice gli ha affidato l’uso della spada temporale; in virtù di questa delega il potere del sovrano secolare è subordinato  a quello del papa. A mettere in discussione la supremazia della Chiesa romana non sono, come in passato, gli imperatori, troppo deboli e in difficoltà persino nel conservare la propria autorità ­nell’Impero, ma i sovrani dei Regni nazionali come Filippo il Bello di Francia (1285-1314): con il sostegno della nazione, egli revoca i privilegi fiscali del clero e, superando la dura opposizione del papa Bonifacio VIII, sottopone gli ecclesiastici francesi al­l’obbligo di contribuzione fiscale.

 

Analoghi provvedimenti  tesi a controllare l’attività che la Chiesa svolge sui ter­ritori degli Stati nazionali e a sottoporre il clero all’imposizione fiscale e alla giuri­sdizione dei tribunali civili, vengono presi dai sovrani d’Inghilterra, di Ungheria, di Polonia: all’universalismo dei pontefici le Corone in questo modo intendono op­porre così il diritto di esercitare tutte le prerogative regie sui loro sudditi, compre­si gli stessi ecclesiastici.
Nuove occasioni per indebolire la sovranità pontificia sono create dal lungo pe­riodo di “cattività avignonese” (1309-1377), durante il quale il papa, che ha tra­sferito la propria sede ad Avignone, è sottoposto all’influenza del re di Francia dallo scisma che dal 1378 al 1417 divi­de l’occidente opponendo tra loro fedeli e nazioni che riconosco­no pontefici eletti da diversi conclavi; dalle rivendicazioni dei cardinali che affer­mano la superiorità del concilio sul pontefice, esigendo da quest’ultimo l’ossequio alle sue direttive.
Minacciati da questi contrasti, i papi del secolo xiv e xv si impegnano per ricom­porre l’unità della cristianità: nel 1417, a Costanza, un concilio elegge come papa Mar­tino V ponendo fine allo scisma d’Occidente ; nel 1439, al termine di un nuovo con­cilio tenuto a Basilea, le Chiese orientale e occidentale, divise dal 1054, si riavvicinano
sia pure solo temporaneamente. Forti di questo successo i papi trion­fano sul conciliarismo, riaffermando la loro supremazia su tutto il mon­do cristiano (sugli ecclesiastici non meno che sui laici) e procedono al­la riorganizzazione politica e territoriale dello Stato pontificio. Pur sen­za rinunciare alla propria vocazione universalistica, i pontefici del secolo xv si com­portano ormai come dei principi italiani: concentrano l’attenzione sui loro domini, che si estendono dalla Romagna ai confini della Campania, accentrano nelle proprie mani ogni potere, si circondano di una corte sfarzosa di artisti, di diplomatici, di aristocra­tici che provengono dalle corti degli Stati cristiani.
Anche l’Impero attraversa, nei secoli xiii e xiv, una grave crisi. L’estinzione della dinastia di Svevia apre, nel 1250, un periodo di lotte tra i più potenti principi del­l’Impero che si disputano la Corona. Durante il “grande interregno” (1250-1273) as­sumono la carica imperiale principi che non riescono a imporre stabilmente la loro autorità; solo nel 1273 l’elezione di Rodolfo d’Asburgo pare porre fi ne all’anarchia: Rodolfo infatti ottiene la temporanea cessazione delle guerre dinastiche, impone la restituzione dei beni della Corona usur­pati da altri principi, ottiene il giuramento di fedeltà dall’alta aristo­crazia dell’Impero, consolida la potenza patrimoniale della propria famiglia affer­mando il diretto dominio su Stiria, Carinzia, Austria.
Con l’assassinio del successore di Rodolfo, Alberto d’Asburgo (1308), naufraga definitivamente il progetto di una monarchia ereditaria asburgica. Infatti gli impe­ratori che verranno eletti — Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313) e Ludovico il Bavaro (1314-1347) — riprendono senza fortuna il sogno di una restaurazione del
potere imperiale sull’Italia: né l’uno né l’altro, dopo essere stati incoronati a Roma, riescono a portare a termine il loro disegno. In questa situazione al successore, Carlo IV di Boemia (11346-11378), non resta che prendere atto della potenza e della influenza dei maggiori signori feudali dell’Impero (il re di Boemia, il duca di Sassonia, il conte del Palatinato, il margravio del Brandeburgo, gli arcivescovi di Treviri, Co­lonia, Magonza), riconoscendo loro — con la Bolla d’oro emanata il 1356— il dirit­to esclusivo di eleggere l’imperatore. Egli rinuncia cosi a fare dell’Impero una mo­narchia ereditaria, simile a quelle che nell’Europa occidentale si stanno nel frat­tempo affermando con successo

 

documenti storiografici
Il popolo come legislatore sovrano
(da Il difensore della pace di Marsilio da Padova, 1324)

Le concezioni del potere su cui papi e imperatori medievali fondano la loro supremazia sono sottoposte a una radicale messa in discussione in un’opera del magister e rettore dell’università parigina Marsilio da Padova 1280-1343), pubblicata nel 1324 col titolo Il difensore della pace.
Al principio dell’origine divina del potere, da cui discende la responsabilità del sovrano di fronte a Dio, Marsilio contrappone il principio dell’origine popolare del potere, a cui deriva la responsabilità dei governante di fronte alla collettività che ha conferito loro il potere. Al centro della sua riflessione Marsilio pone la distinzione tra legge civile e norma religiosa: mentre la prima mira a garantire condizioni di pace e benessere per la comunità dei cittadini, la seconda propone ai fedeli i comportamenti necessari per raggiungere la salvezza. In ragione dei diversi fini, il potere dello Stato è coercitivo (le leggi civili si impongono ai cittadini con la previsione di una pena per i trasgressori), mentre quello della Chiesa è pastorale (e si affida alla libera volontà dei fedeli). Allo Stato, inteso dai canonisti come comunità di fedeli composta di ecclesiastici dotati di supremazia e di laici in posizione subalterna, Marsilio oppone lo Stato come comunità di cittadini, ecclesiastici e laici posti su di un piano di assoluta parità.
Marsilio non intende con ciò disconoscere l’importanza della Chiesa, ma segnalare come l’attività di questa si svolga in direzione della salvezza e non debba pertanto interferire con quella dello Stato; è quest’ultimo semmai che per garantire la pace e la tranquillità dei cittadini potrà regolamentare materie, come la repressione delle eresie, che riguardano la Chiesa ma anche la comunità civile.
Chi o che cosa dà, però, alla legge la forza coercitiva di cui abbisogna per garantire i pace civile? La tradizione aveva risolto la questione richiamando la volontà divina che ispira il monarca nella sua opera di legislatore e di governante. Marsilio nega che la fot za della legge possa scendere dall’alto, trovare la sua legittimazione in investiture divine o unzioni religiose: solo il popolo, cioè la comunità, ha titolo per regolare la propria vita e convivenza, elaborando le leggi fondamentali e affidando l’amministrazione del potere a uno o più soggetti (il re, come accade nelle monarchie che stanno affermandosi in Francia, Inghilterra o Spagna, oppure un’assemblea di consoli, come avviene nei comuni italiani); questi eserciteranno le proprie funzioni nell’ambito dei poteri che sono loro conferiti dalle leggi costitutive e dalla volontà della comunità: se eccedono e violano tali miti decadono dal loro ufficio.
Così come la comunità dei cittadini detiene pieni poteri civili (al di sopra dì essa n vi è alcun soggetto o organismo), allo stesso modo il popolo cristiano (comprensivo di laici ed ecclesiastici) detiene la sovranità nell’ambito della vita religiosa: tale sovranità esercita mediante il concilio ecumenico che elegge il pontefice, ne fissa i poteri; designa soggetti cui sono affidati gli uffici ecclesiastici.
Nell’ambito della vita politica come in quello della Chiesa, Marsilio viene così imponendo una nuova visione ascensionale del potere che impegna coloro che ricevono il governo a rispondere del loro operato di fronte alla collettività: il principio secondo cui «che riguarda tutti deve essere approvato da tutti» esige che sia il popolo a essere legislatore sovrano e che la pienezza di poteri, sino ad allora prerogativa dei sovrani (papi, re, imperatori), sia riconosciuta alla comunità civile.
Nella lunga e argomentata riflessione politica che svolge ne Il difensore della pace, Marsilio si sofferma su molte importanti questioni: l’origine della comunità civile, i regimi politici; la legge (le sue fonti, i suoi fini), il governo civile e quello sacerdotale, l’origine della Chiesa, il concilio e il pontefice. Tra esse assumono particolare significato, sul piano storico, le posizioni espresse sull’origine popolare della legge e della sovranità, quella sull’indipendenza del potere laico (coercitivo) da quello sacer­dotale (pastorale), sulla sovranità del concilio; di ciascuna di esse riportiamo un pas­saggio significativo del testo di Marsilio.

 

Diciamo dunque, per cominciare, che può spettare a ogni cittadino di scoprire la legge intesa quasi materialmente, nel suo terzo senso , come la scienza di ciò che è giusto e civilmente vantaggioso, benché tale indagine possa esser svolta e compiu­ta più appropriatamente, e nel modo migliore, da quelli che, per essere più anziani e sperimentati negli affari pratici, sono appunto detti “uomini prudenti”, che non da uomini dediti alle arti meccaniche, i quali debbono dedicare tutti i loro sforzi per procurarsi il necessario per vivere. Però, siccome la vera conoscenza o scoperta di ciò che è giusto e civilmente vantaggioso e dei suoi opposti non è ancora la legge, in­tesa in quel primo significato del termine per cui diviene la misura degli atti umani civili, finché non venga emesso un precetto coattivo che ne obblighi l’osservanza, o la legge non venga emanata per mezzo di un tale comando da chi possa e debba con la sua autorità punire i suoi trasgressori, dobbiamo dire ora subito a chi spetti l’au­torità di emanare un tale comando e di punire i suoi trasgressori. Ma ciò vuol dire indagare chi sia il legislatore o autore della legge.
Diciamo dunque, d’accordo con la verità e l’opinione di Aristotele, nella Politica, libro III, capitolo VI, che il legislatore, o la causa prima ed efficiente della legge, è il po­polo e l’intero corpo dei cittadini o la sua “parte prevalente” (pars valentior) , median­te la sua elezione o volontà, espressa con le parole nell’assemblea generale dei cittadini, che comanda che qualcosa sia fatto o non fatto nei riguardi degli atti civili umani, sot­to la minaccia di una pena o punizione temporale. Con il termine “parte prevalente”, intendo prendere in considerazione non solo la quantità ma anche la qualità delle per­sone in quella comunità per la quale viene istituita la legge; e il suddetto corpo dei cit­tadini o la sua parte prevalente è appunto il legislatore, sia che faccia la legge da se stes­so o invece ne attribuisca la funzione a qualche persona o persone le quali però non so­no né possono essere il legislatore in senso assoluto, ma lo sono invece solo in senso re­lativo e per un periodo di tempo particolare e secondo l’autorità del primo legislatore. E dico poi, in conseguenza di questo, che le leggi e qualsiasi altra cosa stabilita per mez­zo di elezione debbono ricevere la loro necessaria approvazione da parte della stessa autorità prima e non di qualche altra , checché ne sia di cene cerimonie o solennità che sono necessarie per l”’essere” (esse) delle cose elette, ma soltanto per il loro “esser bene” (bene esse), poiché l’elezione non sarebbe certo meno valida anche se non venis­sero compiute queste cerimonie. Inoltre, alle leggi e alle altre cose stabilite per mezzo elezioni debbono essere apportate aggiunte, sottrazioni, mutamenti totali, interpre­tazioni e sospensioni, solo da parte di questa stessa autorità, e solo in quanto le esigenze di tempo e di luogo o le altre circostanze rendano opportuna qualcuna di queste azio­ni il vantaggio comune. E le leggi debbono essere promulgate e proclamate dopo la istituzione, sempre da parte di questa autorità, in modo che nessun cittadino o straniero ­che manchi di osservarle possa esser scusato per la sua ignoranza.

 

Chiamo “cittadino”, secondo quanto dice Aristotele nella Politica, libro III, ca­pitoli 1,111 e VII, colui che partecipa secondo il suo proprio rango alla comunità ci­vile, al governo o alla funzione deliberativa o giudiziaria. Ma questa definizione esclude appunto dal novero dei cittadini i fanciulli, gli schiavi, gli stranieri e le don­ne , sebbene questa esclusione avvenga secondo un modo diverso. Difatti i figli dei cittadini sono anch’essi cittadini in prossima potenza, perché manca loro soltanto il requisito dell’età. [...]
Cristo non volle soltanto tenersi lontano dal potere secolare o dalla potestà giudizia­le coattiva, ma volle negarlo anche agli Apostoli sia nei loro rapporti reciproci che nei confronti degli altri. Nel capitolo xx di Matteo e nel XXII di Luca, si trova infatti que­sto passo: «E allora nacque contesa tra loro per stabilire chi fosse il maggiore. Ed Egli», Cristo, «disse loro: “i re dei Gentili dominano su di loro, quelli che hanno potere su di essi sono detti benefattori”». (Ma in Matteo questa clausola suona cosi: «E quelli che sono più grandi esercitano il potere sovra di essi».) «Ma voi non fate così; e anzi chiun­que è il maggiore tra voi, divenga il minore, colui che è il capo, divenga come colui che serve, Ma chiunque vuol esser il più grande tra voi, sarà il vostro ministro. E colui che vuol essere il primo tra voi sarà il vostro servo; cosi come il Figlio dell’uomo non è ve­nuto qui a esser servito ma a servire», cioè, a esser servo nel Regno temporale, non si­gnore o governante, mentre era primo nel ministero spirituale e non un servo tra gli apo­stoli. E questo passo è cosi commentato da Origene: «Sapete che i principi dei gentili li signoreggiano, cioè, non contenti di reggere soltanto i loro sudditi, tentano di domi­narli con la violenza», ossia, se è necessario, con il loro potere coattivo. «Ma ciò non ac­cadrà tra voi che siete miei; poiché come tutte le cose carnali sono sottoposte a neces­sità e le spirituali alla volontà, anche il governo di coloro che sono governanti spirituali», cioè prelati, «dev’esser fondato non sul timore ma sull’amore.»
E il Crisostomo, tra le altre, scrive anche queste parole che fanno al nostro proposito «I governanti mondani esistono per dominare coloro che sono loro soggetti, per gettar in schiavitù e spogliarli dei loro beni (aggiungi, naturalmente, se hanno demeritato) e per servirsi di loro se occorre fino alla morte per la propria utilità e gloria (cioè per la gloria l’utilità del governo). Ma i governanti (cioè i prelati) della Chiesa esistono per servire i loro inferiori e per amministrare loro tutto ciò che hanno ricevuto da Cristo, e per trascurare il proprio utile e favorire quello degli altri, e per non rifiutare nemmeno di morire per la salvezza dei loro inferiori. Non è dunque né giusto né utile che la Chiesa desideri il primato mondano. Quale uomo saggio desidererebbe infatti di sottoporsi spontaneamente a una servitù e a un pericolo cosi grande, come quello di esser responsabile per tutta la Chiesa? Soltanto chi non teme il giudizio di Dio e abusa del suo primato ecclesiastico per scopi secolari, sì da mutarlo in un primato secolare».
Perché dunque mai i sacerdoti dovrebbero intromettersi nei giudizi secolari coattivi? Essi non debbono infatti dominare temporalmente ma servire, secondo l’ammaestramento e l’esempio di Cristo. Onde dice Gerolamo «Infine Egli», cioè Cristo, «propone il suo proprio esempio, perché nel caso che essi», cioè gli Apostoli, «non rispettino le sue parole, possano almeno arrossire dei loro atti» perché dominano temporalmente. E Origene, sempre commentando quel passo, «E a dare la loro anima per la redenzione di molti», scrive così: «I governanti della Chiesa debbono dunque imita Cristo che si lascia avvicinare da tutti, parla alle donne, impone le mani ai fanciulli, lava i piedi ai suoi discepoli, si che anch’essi facciano lo stesso con i loro fratelli.
Ma noi (e qui parla dei prelati del suo tempo) siamo diventati capaci di superare la super­bia dei governanti mondani, e senza comprendere o addirittura disprezzando il co­mando di Cristo, chiediamo, come dei re, armi violente e terribili».
Bisogna dunque ammonire i prelati che agire cosi significa ignorare o disprezzare il comando di Cristo; ed è appunto quello che dobbiamo fare in questo trattato, mostrando quale sia l’autorità a loro conveniente. Ma se rifiuteranno di emendarsi, allora i gover­nanti secolari dovranno costringerli e obbligarli a farlo perché non si corrompano an­che i costumi degli altri cristiani. Questo dicono i commenti a quel passo di Matteo. E Basilio, commentando Luca, scrive: «Coloro che comandano debbono offrire il loro ser­vizio carnale, secondo l’esempio di Cristo che lavò i piedi ai suoi discepoli».
Disse infatti Cristo: «I re dei gentili dominano su di loro, ma voi», cioè, gli Aposto­li, «non fate cosi». Dunque Cristo, re dei re e signore dei signori, non diede loro af­fatto il potere di esercitare i giudizi secolari che spettano ai governanti, né di esercita­re la potestà coattiva nei riguardi di qualcuno; ma anzi lo vietò loro apertamente quan­do disse: «Ma voi non fate cosi». E, conseguentemente, questo principio vale anche per i successori degli Apostoli, vescovi o sacerdoti.
Io mostro adesso che l’autorità principale per compiere tali definizioni, sia mediata che immediata, spetta al solo concilio generale dei cristiani, oppure alla sua parte preva­lente, o a coloro ai quali tale autorità sia stata concessa dalla totalità dei fedeli cristiani.
La procedura è la seguente: tutte le comunità o province notabili del mondo, secon­do la determinazione dei loro legislatori umani, siano essi uno solo o più d’uno, e se­condo la loro proporzione riguardo alla quantità e qualità delle persone, eleggono de­gli uomini fedeli — prima i preti e poi quelli che non sono preti — che siano adatti a que­sto compito perché di vita specchiata e maggiormente periti nella legge divina. Questi uomini debbono agire come giudici nel primo senso della parola, quali rappresentanti di tutta la totalità dei fedeli, e in virtù dell’autorità che questo stesso corpo ha loro con­cesso, e debbono radunarsi in un luogo, che per la decisione della loro maggioranza, sia ritenuto il più conveniente, ove definire quelle materie concernenti la legge divina che siano sembrate dubbie e che comunque sembri loro utile, conveniente e necessario, de­finire. E ivi debbono dar ordine anche a tutte le altre cose concernenti il rito ecclesias­tico e il culto divino, e che realizzeranno la quiete e la tranquillità dei fedeli.
Sarebbe infatti cosa oziosa e inutile che la moltitudine dei fedeli indotti conve­nisse in quest’assemblea; inutile perché costoro sarebbero distratti dalle attività che necessarie per il sostentamento della vita corporale, cosa che sarebbe onerosa e forse insostenibile per loro.

[Marsilo da Padova, Il difensore della pace, trad. di C. Vasoli, Utet, Torino 1960, pp. 168-172, 286-289,
6-517]

 

 

 

La crisi dell’autorità imperiale
(dalla Bolla d’oro di Carlo IV, 1356)

A partire dalla seconda metà del secolo XIII  si aggrava la crisi dell’autorità imperiale: le sco­muniche comminate dai pontefici ne hanno indebolito il prestigio presso il mondo cristiano, le concessioni fatte alle grandi casate nobiliari tedesche hanno rafforzato la sovranità dei principi ­a discapito di quella dell’imperatore; analogo indebolimento dell’autorità imperiale è prodot­to dal successo delle leghe che le città tedesche più prospere hanno stretto tra loro per di­fendere autonomie politiche e privilegi economici e, in Italia settentrionale, dalla vittoria dei comuni nello scontro militare con gli eserciti imperiali di Federico I e Federico II.
Gli imperatori eletti dopo il lungo interregno apertosi con la morte di Federico Il (Ro­dolfo d’Asburgo nel 1273, Enrico VII di Lussemburgo nel 1308, Ludovico di Baviera nel 1314, Carlo IV di Lussemburgo nel 1347) non possono o non riescono a riaffermare la loro autorità né sull’Italia né sui molti principati sorti in Germania; la vocazione uni­versalistica dell’Impero sopravvive cosi più come ideale che come realtà politica: la sotto­missione dei re alla superiore autorità dell’imperatore è sentita ormai come un atto pu­ramente formale, privo di qualsiasi contenuto politico.
Il potere dell’imperatore è del resto circoscritto alla Germania e anche all’interno di quell’area, a causa del rafforzarsi dell’autonomia dei principi (alcuni dei quali costitui­scono forti Stati territoriali come la Baviera e il Brandeburgo), la sovranità dell’impera­tore si esercita prevalentemente sui domini che fanno parte del patrimonio familiare.
A documentare questo fatale svuotamento di contenuto subito dalla sovranità imperiale è la Bolla d’oro emanata da Carlo IV nel 1356: in essa l’imperatore riconosce di fronte alla dieta delle città e dei principi il carattere elettivo della sua canta e, per porre fine alle conte­se che sorgono in occasione di ogni elezione, individua in tre autorità religiose (gli arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza) e quattro laiche (il re di Boemia, il duca di Sassonia, il mar­chese di Brandeburgo, il conte palatino del Reno) i sette grandi elettori dell’imperatore.
Ai principi elettori, oltre che il diritto di eleggere l’imperatore, vengono riconosciuti ampi poteri politici tra i quali i diritti di regalia sulle monete, sulle dogane, sulle mi­niere e sul sale e, nel caso dei principi laici, la trasmissibilità per successione dei di­ritti sui loro principati.
La Bolla d’oro sancisce, in tal modo, una serie di situazioni di fatto: il carattere solo ger­manico dell’Impero (gli elettori sono solo tedeschi), l’impossibilità di creare in Germania un forte potere centrale iprincipi vedono rafforzato il loro potere e l’imperatore non è ora che una sorta di primus inter pares, privo di reali forti poteri sull’intero territorio), la rinuncia degli imperatori a riaffermare la loro autorità in Italia (Carlo IV rinuncia, con la Bolla, a ogni pretesa sugli affari italiani), l’indipendenza dell’imperatore dal papa (non siprevede in­fatti alcun diritto di intervento del papa nell’elezione o nella conferma dell’imperatore).

 

Quando poi sarà accaduto che nella diocesi di Magonza consti la morte dell’im­peratore o re dei romani, entro un mese, da contare senza interruzione dalla notizia di tale morte, comandiamo e decretiamo che da parte dell’arcivescovo di Magonza, con sue lettere patenti, sia notificata a ciascun principe elettore tale morte e l’invito di cui si è detto [a riunirsi entro tre mesi a Francoforte sul Meno per procedere alla nuova elezione]. Che se per caso il medesimo arcivescovo sarà negligente o tardivo nella ese­cuzione e in tale invito, allora i medesimi principi di propria iniziativa, anche non con­vocati, in virtù del loro giuramento di fedeltà, per il quale sono tenuti a continuare il Sacro romano Impero, entro i tre mesi dopo di ciò, come è detto nella disposizione im­mediatamente precedente, si riuniscano nella predetta città di Francoforte per elegge­re il re dei romani destinato a diventare Cesare.
Dopo che i predetti elettori o i loro rappresentanti saranno entrati nella città di Fran­coforte, subito, il giorno seguente, sul far del giorno, nella chiesa di San Bartolomeo apostolo nella stessa città, in presenza di tutti loro, facciano cantare la messa dello Spi­rito Santo, affinché lo stesso Spirito Santo illumini i loro cuori, e infonda ai loro sensi la luce della sua virtù in modo che, cosi illuminati, essi possano eleggere re dei roma­ni e futuro Cesare, per la salvezza del popolo cristiano, un uomo giusto, buono e uti­le. Quindi, terminata tale messa, tutti gli elettori o i loro rappresentanti si accostino al­l’altare in cui la messa è stata celebrata e i principi elettori ecclesiastici, davanti al Van­gelo di san Giovanni «In principio erat verbum» che deve essere posto davanti a loro, incrocino le mani al petto con reverenza, e i principi elettori secolari tocchino materialmente il predetto Vangelo con le mani: i quali tutti con tutto il loro seguito dovranno assistere senza armi. L’arcivescovo di Magonza darà loro la formula del giuramento, ed egli insieme con essi, ed essi o i rappresentanti degli assenti insieme con lui, preste­ranno giuramento, in volgare, in questi termini:
«Io, arcivescovo di Magonza, arcicancelliere del Sacro Impero per la Germania e principe elettore, giuro su questi santi Vangeli di Dio materialmente posti davanti a me, di voler eleggere, per la fede da cui sono legato a Dio e al Sacro Romano Impero, con ogni mia capacità e intelletto, con l’aiuto di Dio, il capo temporale del popolo cri­stiano, cioè il re dei romani destinato poi a diventar Cesare, che sia idoneo a tale uffi­cio; per quanto la mia capacità e i miei sensi mi consentono di scorgere, e secondo la fede predetta; e darò il mio voto o suffragio e farò l’elezione predetta senza alcun pat­to, pagamento, sussidio o promessa o in qualunque altro modo tali cose possano esse­re chiamate. Cosi Dio mi aiuti, e tutti i santi».
Infine, prestato tale giuramento dagli elettori o dai loro rappresentanti, nella forma e nei termini predetti, procedano all’elezione, e da quel momento non si allontanino dalla già menzionata città di Francoforte, se prima la maggioranza di loro non avrà elet­to il capo temporale del mondo ovvero del popolo cristiano, cioè il re dei romani de­stinato poi a diventare Cesare. Che se mancheranno di farlo entro trenta giorni da con­tare senza interruzione dal giorno della prestazione del giuramento, una volta passati i medesimi trenta giorni, si nutrano di pane e acqua, e non possano assolutamente la­sciare la città predetta, se prima da essi e dalla maggioranza di loro non sarà stato elet­to il reggitore o capo temporale dei fedeli, come prima è detto.
E poiché, per antica, approvata e lodevole consuetudine, fu sempre e costantemen­te osservato finora ciò che segue, anche noi stabiliamo e decretiamo nella pienezza del­la potestà imperiale, che colui che sarà stato eletto re dei romani nel modo predetto, appena fatta tale elezione, prima di intervenire in nome dell’Impero in qualsiasi altra causa o in qualsiasi altro affare, debba con sue lettere o sigilli, senza ritardo e con­traddizione, confermare e approvare a tutti e a ciascuno dei principi elettori ecclesia­stici e secolari, che sono riconosciuti come le membra più vicine dell’Impero, tutti i lo­ro privilegi, lettere, diritti, libertà e concessioni, antiche consuetudini e dignità, e tut­to ciò che essi ottennero e possedettero da parte dell’Impero sino al giorno dell’ele­zione, e rinnovare a essi tutte queste cose dopo che sarà incoronato con le insegne im­periali. Anzi lo stesso eletto farà tale conferma particolarmente a ciascun principe elet­tore, prima a titolo di re, e poi la rinnoverà a titolo imperiale, e in queste cose sarà te­nuto a non ostacolare in alcun modo tutti gli stessi principi in generale e ciascuno di essi in particolare, ma piuttosto ad agevolarli graziosamente e senza dolo.

[Cit. in R. Romeo – G. Talamo, Documenti storici , Loescher, Torino , pp.155-156]

Nel capitolo X Marsilio presenta tre definizioni della nozione di legge: «inclinazione naturale sensitiva verso qualche razione o passione», «ogni abito produttivo e in generale ogni norma esistente nella mente di cosa producibile della quale, come esemplare o misura, derivano le forme delle cose prodotte dall’arte»; «regola che contiene i moniti per gli atti umani comandati secondo che essi siano ordinati alla gloria o alla punizione nel mon­o». E a quest’ultimo significato che Marsilio si riferisce qui.

Come  spiega subito dopo con questa espressione Marsilio intende la maggior parte dei cittadini, in termini quantitativi, ma anche quella parte dei cittadini “sani”, “onorabili”, in termini qualitativi.

Ogni atto, sia di legislazione o di governo, deve essere approvato dalla universitas civium, unica suprema autorità

Marsilio riprende qui la tradizione aristotelica ancora assai radicata nel Medioevo (solo Guglielmo di Occam se ne distacca prevedendo che le donne possano partecipare persino al concilio ecumenico) secondo cui la moglie il figlio e lo schiavo devono subordinarsi al marito-padre-padrone perché non possiedono interamente la ragione

 

PROBLEMI STORIOGRAFICI: IL RISORGIMENTO ITALIANO
Sintesi schematica del testo situato alle pagine 352­ e 353 del manuale di Storia

STORIOGRAFIA  DELLA  SECONDA  METÀ DELL’OTTOCENTO
I primi storici del Risorgimento italiano furono gli stessi protagonisti : da una parte i moderati, che furono autori della “storiografia dei vincitori” ( ricordiamo Luigi Carlo Farini, che attaccò i democratici e Mazzini, attribuendogli la “natura di sacerdote più che d’uomo di Stato”), dall’ altra i democratici (come Luigi Anelli), rappresentanti della “storiografia degli sconfitti”( lo stesso Cattaneo seppe vedere anche gli errori dei democratici, dimostrando che la passione politica non inficiava il suo giudizio storico).
      Carlo Tivaroni (ex mazziniano ed ex garibaldino), con la sua opera Storia critica del Risorgimento italiano, supera la storiografia di partito, celebrando l’atteggiamento di tutti i protagonisti del Risorgimento all’ insegna del “volémose bene(conciliatorismo): la prudenza di Cavour e di Vittorio Emanuele II fu importante al pari della costanza di Mazzinie dell’audacia di Garibaldi.
Tra la fine dell’ Ottocento e l’inizio del Novecento, ritornando di nuovo ad un’ interpretazione politica dello studio del Risorgimento, Gaetano Salvemini riapre la polemica contro i moderati. Successivamente egli si occupa di Mazzini e di Cattaneo.

STORIOGRAFIA DELLA PRIMA METÀ DEL NOVECENTO
      Nel 1916, Raffaele Ciasca segna una svolta nella storiografia risorgimentale, studiando l’ economia : partendo da un programma elaborato da Massimo d’Azeglio nel 1847, in  cui si chiedevano provvedimenti intesi a facilitare l’unificazione economica dell’Italia, cercò le origini di questo programma negli scritti degli economisti italiani, a partire dal Settecento.
Nel 1934, dallo storico americano Greenfield viene un altro invito a portare una maggiore attenzione ai problemi economici, grazie alla sua opera Economia e liberalismo nel Risorgimento. Il movimento nazionale in Lombardia dal 1814 al 1848.
Negli anni Trenta, l’esistenza del fascismo carica di nuovi significati politici il dibattito sul Risorgimento. In un volume apparso nel 1927, Gioacchino Volpe accentua gli aspetti nazionali del Risorgimento, collegandoli al sorgere del movimento nazionalista nel primo decennio del XX secolo.
Negli anni del fascismo, Adolfo Omodeo, in un’opera sulla politica di Cavour (poco amato da Mussolini) pubblicata nel 1940, sostiene che non il realismo politico, ma gli ideali liberali (a cui egli dava così il massimo rilievo) erano stati a fondamento dell’azione di Cavour.
Lo storico antifascista Luigi Salvatorelli è inizialmente contrario al conciliarismo storicistico di Tivaroni (vedi sopra), perché nella storia Cavour era stato il vincitore e Mazzini il vinto. Successivamente egli cambia il suo punto di vista, sostenendo che, poiché Cavour e Mazzini avevano esigenze diverse ma ugualmente necessarie al processo storico, si poteva parlare di una loro “complementarità.

STORIOGRAFIA DAL SECONDO DOPOGUERRA AD OGGI
La pubblicazione dei Quaderni del carcere di Gramsci dà nuovo impulso al dibattito sul Risorgimento fino agli anni Settanta. Gramsci riteneva che i moderati avessero conquistato l’egemonia (intellettuale, morale e politica, senza il bisogno di formare un partito, con mezzi liberali) della direzione del movimento risorgimentale soprattutto perché i democratici non erano riusciti a risolvere il problema del rapporto con le masse contadine.
      Rosario Romeo respinge l’interpretazione di Gramsci, mettendo in discussione sia la “reale possibilità di una rivoluzione agraria” sia “il carattere più o meno progressivo, rispetto alla soluzione storicamente raggiunta, di questa presunta alter nativa” (se le terre fossero andate ai contadini, si sarebbe formata una piccola proprietà contadina diffusa che avrebbe ostacolato il successivo sviluppo del capitalismo). In realtà, più che contro Gramsci, le tesi di Rosario Romeo dovevano essere rivolte contro lo studioso marxista Emilio Sereni, il quale – in ben due opere – sostiene che nel corso del processo risorgimentale ci fu un “vera e propria guerra dei contadini”, sicché si potrebbe parlare di una “mancata rivoluzione agraria vittoriosa”.
Lepre (l’autore del manuale di Storia) difende le tesi di Gramsci, sostenendo inoltre che, in realtà, nel corso del Risorgimento non c’era stato un “lungo e durevole processo rivoluzionario” contadino, ma soltanto una serie di rivolte contadine locali.

ULTIME ANNOTAZIONI UTILI
Oggigiorno,molti problemi della storia del Risorgimento restano ancora aperti, soprattutto per quanto riguarda le figure dei protagonisti, perché non abbiamo biografie pienamente soddisfacenti su di essi.
A proposito del mito di Garibaldi, Franco Della Peruta ha ricordato che “il mito non fu soltanto sublimazione delle doti dell’eroe (…), trasfigurazione fantastica della sua personalità, ma – come avviene nei miti – ideologia che incise direttamente sul corso storico, strumento corposo di azione pratica, forza politica concretamente operante”. È anche vero, però, che il legame di Garibaldi con le masse popolari ebbe un carattere mitico, non organico, privo di una concretizzazione politico-organizzativa (questo potrebbe essere un punto di partenza per un confronto tra le intenzioni di Garibaldi, di Mazzini e di Pisacane, NdR).   
Negli anni Novanta del XX secolo, le minacce di secessione di alcune regioni dell’Italia del nord hanno spinto a studiare anche le divisioni territoriali e il peso che hanno avuto nell’elaborazione di una concezione unitaria della nazione italiana. Si ricordino a tal proposito i due libri dal titolo uguale Fare gli italiani, il primo scritto da Umberto Levra (1992), il secondo curato da Simonetta Soldani e da Gabriele Turi (1993). Tuttavia, già nel 1867  Massimo d’Azeglio aveva scritto: “Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani”. L’auspicio di d’Azeglio significava, già allora, rifiutare ogni immagine celebrativa del Risorgimento e chiederne un’analisi critica.

 

PASQUALE  AMBROSIO
   

       

 

 

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Eventi storici parte 2

 

 

Kant - La critica della facoltà di Giudizio
di Renzo Grassano

Schematicamente il Giudizio è considerato da Kant come una facoltà di conoscere intermedia tra l'intelletto e la ragione. La chiameremo Giudizio con l'iniziale maiuscola per distinguerla dai giudizi analitici e sintetici formulati dall'intelletto nella prima Critica.
Nell'individuare il Giudizio, Kant segue sostanzialmente le indicazioni di un filosofo suo contemporaneo, Johann Nicolaus Tetens (1736-1807), autore di Sulla filosofia speculativa universale e dei Saggi filosofici sulla natura umana. Questi aveva affermato che, mentre i "contenuti" dei nostri concetti derivano dall'esperienza, esattamente come sostenuto dagli empiristi inglesi, la loro "forma", in pratica la loro connessione logica, deriva dal Denkkraft, cioè dalla facoltà attiva di pensare, che non subisce le leggi dell'associazione in modo passivo, ma opera spontaneamente, seguendo una spinta interiore.
Secondo Tetens, l'anima umana gode di una facoltà attiva, la "volontà", che è la capacità di produrre mutamenti irriducibili nelle rappresentazioni, e di una terza facoltà, il sentimento, che è invece un patire, una disposizione passiva e ricettiva.
Le idee di Tetens furono in parte raccolte anche da Moses Mendelssohn e se, ben si guarda, anticiparono in qualche misura l' impostazione kantiana delle tre critiche, anche se, ovviamente, gli sviluppi impressi da Kant alla teoria critica andarono radicalmente più in profondità.

Il Giudizio
Tra la ragion pura, ossia i concetti della natura della filosofia teoretica che consentono di conoscere il mondo dei fenomeni, e la ragion pratica, che è sostanzialmente il concetto della libertà dell'uomo razionale, esiste, fino a quando non si perviene al principio del Giudizio, un abisso. Unire conoscenza della natura, un mondo dominato dal determinismo fisico e meccanico, e mondo della libertà, cioè la sfera delle attività umane liberamente scelte, significa quindi ricomporre due sfere distinte in modo rigoroso, provando, per giunta, a trovare un principio che consente di pensare la natura in modo che le sue leggi si accordino con la libertà dell'uomo.
Il principio del Giudizio è un principio a priori. Non ha un ambito di applicazione proprio, e quindi non ci fa conoscere nulla, ma si esercita sul sentimento, come riflessività sul piacere e sul dolore. «Il Giudizio in genere - scrive Kant - è la facoltà di pensare il particolare come contenuto dell'universale. Se è dato l'universale (la regola, il principio, la legge), il Giudizio che opera la sussunzione del particolare (anche se esso, in quanto Giudizio trascendentale, fornisce a priori le condizioni secondo le quali soltanto può avvenire la sussunzione a quell'universale), è d e t e r m i n a n t e . Se è dato invece soltanto il particolare, ed il Giudizio deve trovare l'universale, esso è semplicemente r i f l e t t e n t e.»

Il Giudizio determinante
In generale, il Giudizio è facoltà di giudicare, nel senso di collegare un oggetto della realtà assunto nel pensiero ad un predicato, e quindi di pensare quel particolare oggetto come contenuto in relazione al generale ed alle sue leggi. Quando questo avviene nell'ambito della ragion pura, che si trova facilmente a disposizione le sue forme a priori, il Giudizio è determinante, nel senso che esso determina i dati, le forme, i contenuti della conoscenza in modo scientifico.
Ma c'è - avverte Kant - un altro tipo di Giudizio.

Il Giudizio riflettente
Quando, al contrario, si da un particolare all'intuizione sensibile, ad esempio l'ascolto di un brano musicale o l'assaggio di un manicaretto, ciò che colpisce non è la legge naturale, ad esempio l'acustica del violino o la percezione del salato, ma un dato sensibile che provoca la solleticazione di un piacere (od anche di un dolore).
Il Giudizio, alle prese con concetti che non stanno a priori nell'intelletto, si può anche sforzare di trovare elementi unitari (come fece Linneo classificando gli animali) o come potremmo fare noi, ordinando i nostri cd secondo lo stile musicale. Questa libertà di scegliere non è ancora scientifica, anche se nel caso della classificazione biologica ci proponiamo di fare scienza, di trovare cioè un legame che comprenda tutti i fenomeni presi in considerazione secondo un principio universalmente valido.

In sostanza, il Giudizio riflettente ha un campo di applicazione vastissimo. Si può occupare di questioni vitali come pure di sciocchezzuole. Kant, ovviamente, tese ad occuparsi di problemi seri e, nel caso della natura in generale, egli riaprì una discussione importante nella storia della filosofia: quella della finalità della natura. Ma altri terreni di riflessione sono notevoli, in particolare quello del giudizio estetico e dei relativi concetti di bello e sublime, nonchè, nell'ambito della produzione artistica, la definizione di genio creatore, non solo in grado di riprodurre la natura, ma anche di interpretare situazioni e suscitare piacere, commozione, sentimenti umanitari.
Cominciamo dal bello.

Il giudizio estetico
Quando parla di giudizio estetico, Kant rinuncia ad usare il termine estetico nello stesso significato indicati dalla Critica della ragione pura; si mantiene cioè nell'ambito della filosofia estetica iniziata da Baumgarten: la disciplina del bello.
Perché una cosa viene ritenuta bella?
Secondo Kant, perché essa è in armonia col nostro spirito e produce una sensazione piacevole. Ma questo stesso piacere è disinteressato; non genera un desiderio di possesso. Inoltre, questo piacere è universale, poichè tutti possono liberamente concordare, quantomeno una significativa maggioranza, sul fatto che qualcosa sia bello.
Il bello può trovarsi sia in uno spettacolo naturale, "il bello di natura", sia in una creazione artistica, "il bello d'arte".
Ma c'è in Kant una forte tendenza ad identificare il bello d'arte con quello naturale, tant'è che scrive: «Davanti a un prodotto dell'arte bella bisogna essere coscienti che esso è arte e non natura; ma le finalità della sua forma deve apparire libera da ogni costrizione di regole arbitrarie proprio come se fosse un prodotto della natura.»
In tal senso, si comprende perché disse che il bello è "ciò che piace universalmente senza concetto". Distinguendo infatti la bellezza libera, ad esempio quella dei fiori, annota che essa non presuppone il concetto di ciò che la cosa deve essere, ovvero la sua perfezione.
La bellezza, inoltre, non risponde ad un puro giudizio di gusto, perché presuppone il concetto dello scopo a cui la cosa giudicata deve adeguarsi, mentre il gusto non ha alcuna necessità di un giudizio intellettuale.
L'estetica di Kant presenta, dunque, qualcosa in più sia rispetto agli empiristi, che pensavano il bello solo come causa di un piacere sensibile, sia rispetto ai razionalisti che, come Baumgarten, riducevano il bello all'oggetto di una conoscenza intellettiva ancora confusa.

La coscienza estetica: l'universalità soggettiva
Si può quindi dare una coscienza estetica in grado di affermare una comunicabilità universale, da s o g g e t t o a s o g g e t t o ?
Per Kant avviene questo: di fronte al bello, ogni soggetto permane in sé, è pienamente assorto nel proprio stato interiore, diremmo nel suo privato, ma, allo stesso tempo si sorprende anche staccato da ogni particolarità accidentale, portatore di un sentimento generale che non appartiene più ai singoli.
E' per questo che Kant parladi universalità soggettiva, un concetto che non serve, come hanno detto alcuni, a limitare la rivendicazione del particolare estetico, ma che semmai spinge verso un ampliamento della comunanza. Il sentimento artistico rimane in ognuno sensus sui, ma ogni singolo può provare un'affinità cosmica con chiunque partecipi allo spettacolo della bellezza. Nell'atteggiamento estetico, il singolo si sente completamente libero nei confronti del giudizio che dedica all'oggetto, ed allo stesso tempo, può anche trovare condizioni private, storia personale, sensibilità particolare; ma necessariamente (quando si trova in coda ad un museo, od in fila per assistere ad un spettacolo teatrale, ed infine ad applaudire) vede anche la soddisfazione comune, un motivo di piacere fondato su ciò che si trova quasi certamente in ogni altro.
In proposito Kant scrive: «Egli parlerà così del bello come se la bellezza fosse una qualità dell'oggetto; e il suo giudizio fosse logico (un giudizio che da una conoscenza dell'oggetto mediante il suo concetto), sebbene sia soltanto estetico e non implichi che un rapporto della rappresentazione dell'oggetto col soggetto; perché, infatti, esso è simile in questo al giudizio logico, che si può presupporre la sua validità in ognuno. Ma questa universalità non può neppure provenire da concetti... Ora qui è da notare che nel Giudizio di gusto non viene postulato altro che tale voce universale, riguardo al piacere senza mediazione di concetti, e quindi la p o s s i b i l i t à di un giudizio estetico, che possa essere nello stesso tempo considerato valevole per ognuno. Il Giudizio di gusto, per sé stesso non postula il consenso di tutti (perché ciò può farlo solo un giudizio logico che fornisce ragioni); esso esige soltanto il consenso di ognuno, come un caso della regola, rispetto al quale esso attende la conferma non da concetti ma dalla adesione altrui.»

Regole di composizione? Ogni genio ha la sua regola
Di fronte al bello d'arte, alla libera creazione umana, ci si era spesso chiesti se la tecnica prescrivesse regole precise, quelle che ad esempio Aristotele formulò nella Poetica. Nel XVIII secolo, le dottrine estetiche erano state compendiate da Lessing in una formula: la lotta tra il genio e la regola non ha motivo di esistere perchè la produzione del genio non riceve alcuna regola da fuori, ma è egli stesso regola.
Anche per Kant il genio è il talento che da regola e forma all'arte. E precisa: «Difatti, ogni arte presuppone delle regole, sul fondamento delle quali ogni produzione che debba essere chiamata artistica, è rappresentata come possibile. Ma il concetto dell'arte bella non permette che che il Giudizio sulla bellezza del suo prodotto sia derivato da qualche regola che abbia a fondamento un concetto... Sicché l'arte bella non può trovare da sé stessa la regola secondo cui deve realizzare i suoi prodotti. E poiché senza una regola anteriore un prodotto nonpuò mai chiamarsi arte, bisogna che la natura dia la regola all'arte nel soggetto (mediante la disposizione delle sue facoltà), vale a dire l'arte bella è possibile solo come prodotto del genio. »

Il sublime
Kant introdusse un'ulteriore distinzione, quella tra il bello ed il sublime, dove questo veniva ad indicare qualcosa al di là di ogni comparazione. E aggiunse che esisteva un sublime matematico (derivante dalla illimitata grandezza della natura) e un sublime dinamico, suscitato dalla smisurata potenza della natura stessa. Riportando il sublime ad una categoria superiore, illimitata e "priva di forma", Kant intese spiegare che il sublime non può essere oggetto di giudizio estetico, anche se il sentimento di esso (è sempre un sentimento!) può essere suscitato dalla grandiosità di certi scenari naturali. Esso non è intrinseco alle cose, ma è l'uomo che reagisce di fronte al sublime.

Massime per il Giudizio
Onde evitare l'illusione di ritenere come oggettive condizioni soggettive facilmente scambiabili con una supposta oggettività, Kant elaborò tre massime con cui sarebbe possibile regolarsi.
La prima: pensare da sé ed evitare la passività della ragione, perché questo atteggiamento porta all'eteronomia ed al pregiudizio.
La seconda: pensare mettendosi nei panni degli altri. Ciò eleva l'uomo oltre il suo particolare.
La terza: pensare in modo da essere sempre d'accordo con sé stessi, ovvero la massima della coerenza.

La finalità della natura
Il problema è se il mondo biologico in cui viviamo abbia un senso e sia quindi organizzato secondo un ordine (non solo meccanico) che gli consente di funzionare. Di conseguenza, abbiamo un ulteriore problema: è possibile, legittimo, pensare che il mondo sia in funzione dell'uomo? O, non è, per esempio, l'uomo, che approfittando di una sua particolare predisposizione e di condizioni di vita particolarmente favorevoli, ha saputo adeguarsi al mondo?
Di fronte a simili domande, che erano agli occhi di Kant filosofiche, cioè metafisiche, e non ancora scientifiche, si sarebbe potuto cercare il principio a priori dei giudizi riflettenti in un intelletto superiore al nostro, l'intelletto divino in grado di stabilire le leggi generali. Solo in tal modo si sarebbe avuto il principio di finalità, secondo il quale tutte le leggi di natura sarebbero riconducibili ad un unico legislatore e orientate in modo perfetto ad un unico fine.

Il finalismo ai tempi di Kant
Ma attenzione, Achtung!
Ai tempi di Kant, la distinzione che noi attuiamo tra una finalità oggettiva (che possiamo solo ipotizzare, ma non dimostrare) ed una finalità cosciente, di un qualcosa che deliberatamente attua, va tenuta rigorosamente alla larga, se vogliamo capire di quale finalità parla Kant. Ci soccorre un'osservazione di Ernst Cassirer: «L'uso linguistico del secolo XVIII prende la finalità in un senso più ampio: vi vede l'espressione generica di ogni concordanza delle parti di una molteplice unità, non importa su quali basi si fondi. » (Cassirer - Vita e dottrina di Kant - La Nuova Italia, ediz 1997) Pertanto, la Zueckmässigkeit di cui si discorreva amabilmente (e a volte velenosamente) nei salotti e nelle aule di Teologia, altro non era che l'aggiornamento del concetto di Armonia prestabilita di Leibniz. Concetto verso il quale Kant, ebbe un atteggiamento antimetafisico, ma dal quale era fortemente attratto.
Il vero problema, per Kant, era dato dal fatto che tra le rigorose costruzioni logiche a priori possibili nel campo della matematica e della fisica ed il mondo incerto della biologia, il salto era davvero troppo grande. Lo slancio entusiastico del fisico di scuola newtoniana si arrestava di fronte all'intrico delle foreste, al brulicare delle forme di vita ed ai misteri degli abissi marini. Ma, se il mondo della natura conteneva di per sé un numero innumerabile di fatti ed eventi singoli, che dire dell'uomo e di una possibile sociologia?
La metafisica può scorgere una soluzione ultima, la scienza deve e può solo rivolgere domande alla natura stessa, cioè procedere in modo sperimentale. Tuttavia, Kant fa un'affermazione di grande valore e saggezza di fronte all'insoluto: «Il Giudizio può affermare e affermerà solo una cosa: che la questione non deve suonare irrisolvibile solo perché irrisolta!»
E questa è la lezione.

 

PARMENIDE

Parmenide fondò ad Elea , nell'attuale Campania , una vera e propria scuola filosofica e diede inizio alla corrente di pensiero eleatica che vede in Zenone e Melisso due discepoli e sostenitori. Parmenide fu attivo ad Elea verso il 500 a.c. , nacque da famiglia aristocratica e avrebbe contribuito alla legislazione della città . Permangono dubbi a proposito del suo possibile soggiorno ad Atene insieme al discepolo Zenone dove avrebbe incontrato Socrate. Il tema della ricerca è molto sentito da Parmenide, ma è la divinità stessa ad indicare la via che occorre percorrere. Spesso la corrente di pensiero fondata da Parmenide viene denominata "monismo eleatico" per il fatto che essi, se vogliamo riallacciandosi ai Milesi e distaccandosi dai Pitagorici, sostenevano che tutto fosse riconducibile ad un unico principio. In realtà la tradizione antica vuole che il fondatore della scuola di Elea fosse Senofane, partendo da due presupposti ; in primo luogo Senofane aveva girato mezzo mondo ed era pure passato ad Elea. In secondo luogo, il tema centrale degli eleatici era l'unitarietà dell'essere, tema già presente in Senofane. Però al giorno d'oggi sappiamo che questo è davvero improbabile: è vero che Senofane predicava l'unitarietà, l'immutabilità , l'eternità e tutte le altre cose che predicavano gli eleatici, ma egli le riferiva interamente alla divinità , mentre gli eleatici le riferivano all'essere. Senofane era un teologo, Parmenide un ontologo : il concetto dell'essere è molto più astratto di quello della divinità. Gli eleatici sostengono l'immobilità della causa e così essa viene a mancare in quanto la sua funzione è quella di spiegare a che cosa è dovuto il cambiamento, che per loro non esiste : l'essere è immutabile . La parola essere (in greco "tò on" , ciò che è ) è proprio a partire da Parmenide che entra nell'uso filosofico. Egli fece un ragionamento che comportò un enorme passo avanti verso l'astrazione: notò infatti che tutti gli enti sono tra loro diversi, ma che hanno in comune il fatto di essere, di esistere. Abbiamo detto che egli fu un ontologo : ma cosa significa ? L'ontologo è colui che studia " l'essere in quanto essere " (come dice Aristotele) , vale a dire le caratteristiche di tutto quel che esiste. Aristotele ci parla di Parmenide e dice che studiava l'essere secondo definizione: si tratta quindi di indagare secondo definizione. La differenza tra Parmenide e gli altri pensatori sta proprio nel fatto che egli non iniziava la sua indagine partendo da constatazioni empiriche per arrivare alle conclusioni; lui partiva dalla definizione di cosa è l'essere e tramite una serie di deduzioni arrivava alle conseguenze, spesso in netta contrapposizione con le testimonianze dei sensi . Parmenide non accenna mai alla realtà empirica. Arriva ad esplicitare due tautologie : a) l'essere è b) l'essere non è . Parmenide scrisse un poema in esametri (proprio come Senofane ed Empedocle), intitolato "Sulla natura" (Peri fusewV), di cui ci rimangono frammenti . Mentre Senofane si serviva dell'esametro per avere maggior successo sugli ascoltatori e perchè la sua opera si divulgasse il più possibile, Parmenide scriveva in esametri perchè descriveva argomenti divini e quindi il verso epico era il miglior verso per parlare di tali argomenti . L'opera era strutturata in un proemio e due parti successive : proprio alla fine del proemio la divinità spiega che ci sono 3 vie da seguire : 1) L'essere è 2) L'essere non è 3) Si mescolano insieme l'essere ed il non essere. La seconda via verrà dichiarata impraticabile e puramente teoretica: è infatti impossibile dire o pensare ciò che non è. La terza via è quella che imboccano i comuni mortali, che mescolano l'essere con il non essere: per esempio i mortali parlano di nascere e morire, il che implica una mescolanza di essere e di non essere: nascere vuol dire essere, ma anche non essere prima di essere e morire vuol dire non essere, ma anche essere prima di non essere. Il criterio per giudicare scorretto il linguaggio degli uomini non è la sua corrispondenza a quanto ci è testimoniato dai sensi: a questi infatti appaiono oggetti che nascono e che muoiono. Ma il verdetto di Parmenide sul linguaggio e sulle opinioni degli uomini, collegate a quel tipo di linguaggio, non assume a criterio di giudizio le apparenze fornite dai sensi, bensì il contenuto logico delle parole usate dagli uomini. Essi infatti usano parole nelle quali si trova mescolato in modo contraddittorio ciò che è disgiunto radicalmente , ossia essere e non essere.
Con i termini " è " ed " essere " Parmenide intende probabilmente una molteplicità di cose . Infatti dire che qualcosa è, può significare che esso è presente o che esso esiste o che è qualcosa o che è vero. Tutti questi significati sono presenti nell'essere di Parmenide.  Solo ciò che è può essere propriamente pensato e detto : questo comporta un necessario legame tra ESSERE , PENSIERO e LINGUAGGIO. Partendo dalla disgiunzione assoluta tra " é " e "non è ", Parmenide procede quindi ad individuare quali sono le proprietà di ciò di cui si può propriamente pensare o dire che è . Egli introduce in tal modo una procedura che resterà essenziale per il ragionamento non solo filosofico, ma anche matematico. Si tratta della DEDUZIONE , vale a dire il ragionamento che partendo da proposizioni ammesse come premesse ricava delle conclusioni : si parte da definizioni e verità generali per passare in modo logico a nuove verità più particolareggiate . In particolare, Parmenide mette in opera una particolare forma di deduzione consistente nella cosiddetta DIMOSTRAZIONE PER ASSURDO , della quale Zenone farà la base per la sua filosofia. Essa assume come premesse il contrario di ciò che si vuole dimostrare e ne deduce una serie di conseguenze contraddittorie o errate. E poichè queste conseguenze sono errate, ne risulta che sono errate le premesse a partire dalle quali sono ricavate. Il risultato è che saranno vere le premesse contrarie a quelle errate. E' proprio con la dimostrazione per assurdo che Parmenide dimostra l'immutabilità, l'immobilità, l'indivisibilità e l'unicità dell'essere. Ammettiamo che l'essere muti: ne consegue che esso è ciò che non era prima o non è ciò che era prima . Ma in tal modo si attribuisce a una stessa cosa l'essere e il non essere, il che va contro quel carattere di disgiunzione assoluta tra " é " e " non è " , assunto come necessario all'inizio. Per evitare tale contraddizione, diventa allora necessario concludere esattamente l'opposto, ossia che l'essere non muta . Lo stesso vale per dimostrare l'unicità: se l'essere fosse molteplice occorrerebbe riconoscere che ciascuno di questi molteplici è se stesso e non è altri e pertanto nuovamente sarebbe e non sarebbe. L'essere è immobile: ammettiamo che si muova; una cosa è mobile quando si muove da una cosa ad un'altra: l'essere quindi si dovrebbe muovere verso qualcosa di diverso da se stesso. Ma il diverso dall'essere è il non essere, che non esiste: quindi l'essere è immobile. Tra le proprietà dell'essere Parmenide introduce anche il carattere finito di esso: infatti se fosse infinito sarebbe incompiuto e quindi mancherebbe di qualcosa; ma se manca di qualcosa vuol dire che non è ciò di cui manca. Anche la nozione di infinito quindi comporta una mescolanza contradditoria di essere e non essere. Per questo Parmenide paragona "ciò che è" (to on) ad una sfera compatta, la quale esprime nel miglior modo possibile il carattere di compiutezza e totalità che caratterizza l'essere . La prima parte dell'opera si chiamava "ALETHEIA" (alhqhia, "verità" , dal verbo "lanqanw": la verità è ciò che non si nasconde) e rappresenta la prima via e la verità di primo livello. L' altra parte dell'opera si chiamava "DOXA" (doxa "opinione") e rappresentava la seconda via e la verità di secondo livello. Nell'Aletheia Parmenide fa considerazioni sull'essere mentre nella Doxa presenta una sorta di mezza verità, dove cerca di rendere compatibile la testimonianza dei sensi con la verità vera e propria: è come se cercasse un'interpretazione del mondo fisico compatibile con i sensi, con il modo in cui lo vediamo, e non in contrasto con l'Aletheia . Del proemio del "Peri fusewV" possediamo molto, della Doxa invece abbiamo solo pochi frammenti e questo testimonia che era ritenuta contraddittoria perchè dà l'impressione che Parmenide voglia distaccarsi da quanto aveva affermato più volte in precedenza: ciò che capiamo con la ragione va seguito anche se è in contrasto con ciò che ci dicono i sensi. [Va riscontrato che Aristotele mentre ci parla di Parmenide nella Metafisica prende un'enorme cantonata (!): dice infatti che secondo Parmenide il caldo si identifica con l'essere ed il freddo con il non essere].

Ma passiamo ora ad esaminare il proemio dell'opera di Parmenide : egli racconta di aver compiuto un viaggio verso la verità, voluto dal Cielo. La metafora del viaggio resterà rimarrà una costante nella riflessione antica: dal termine "hodòs" (odoV via , strada) si verrà formando già in Platone il termine "methodos" (meta ton odon, ciò che sta oltre al viaggio: il percorso che conduce alla verità ), ma il concetto di hodòs risulta centrale anche per tutta la prima parte del poema. L'iniziativa del viaggio tuttavia e soprattutto la direzione che esso assume non dipende da Parmenide, sebbene egli ne sia protagonista, bensì dalle dee che lo guidano, così come varcata la porta che separa i due domini delle tenebre e della luce, sarà la dea a comunicargli quale via di ricerca egli dovrà, in futuro, percorrere. Il racconto di Parmenide riguarda dunque non una rivelazione già tutta compiuta; questa infatti fornisce solo i caratteri generali della via lungo la quale occorrerà proseguire la ricerca e soprattutto formula i divieti relativi alle vie che non bisogna percorrere, cioè quelle comunemente battute dagli uomini in preda alle opinioni. Parmenide non dice mai chi siano esattamente le dee che lo guidano, ma sono collegate con il culto del Sole e quindi con Apollo . Il percorso che deve affrontare Parmenide conduce dalle tenebre (l'ignoranza) alla luce (la conoscenza); ad un certo punto, mentre il carro su cui è Parmenide sta procedendo velocemente, le dee si tolgono i veli: questo gesto simbolico rappresenta la rivelazione. La metafora tra l'altro spiega che ciò che viene disvelato e ciò che disvela sono lo stesso: si tratta sempre delle dee ; è come se l'essere stesso rivelasse la via da percorrere . Parmenide e le dee giungono alla porta che separa il giorno dalla notte: descrivendo questo portale Parmenide non fa nient'altro che descrivere l'assetto urbanistico della sua città, Elea , dove esisteva sul serio una porta: essa divideva la parte alta e aristocratica della città (l'acropoli) da quella bassa e popolare . Per aprire la porta è necessario l'intervento della Giustizia (Dikh: le dee stesse la convincono con discorsi persuasori ad aprirla.
L'oggetto della rivelazione è quindi l'essere, ma attenzione : non è che sia la divinità a darcelo: l'essere, la divinità , il principio ... sono la stessa cosa : è un'autorivelazione dell'essere e va intesa come spiegazione di quali siano le vie da seguire ; la ricerca è l'uomo stesso a farla. Ma non è un percorso che possono fare tutti gli uomini: quello di Parmenide è un percorso solo suo, che nessun altro uomo può fare. La verità stessa impone determinate vie da seguire. Le dee dicono a Parmenide di imparare a conoscere due cose : A) il cuore non scosso ed immobile della Verità , la quale è ben rotonda (come una sfera compatta) B) le opinioni instabili e campate per aria dei mortali : la conoscenza infatti si perfeziona quando oltre a conoscere le cose perfette si conoscono le imperfezioni . Le dee dicono che non si deve fondare il sapere sull'esperienza perchè essa è dettata dai sensi nè sulla lingua , che attribuisce i nomi alle cose, ma si deve ponderare con la ragione . La rivelazione divina non implica che l'uomo non debba cercare di conoscere con il raziocinio. Vengono a Parmenide presentate le vie PENSABILI: il termine greco per pensabili è "nohsai" che può voler dire sia "pensabili" sia "per pensare": entrambe le traduzioni sono quindi accettabili . Una via dice che l'essere è e non può non essere, l'altra che l'essere non è e che può non essere. La prima via è quindi effettivamente percorribile ed è caratterizzata dalla verità e dalla persuasione: la Verità è infatti in grado di persuadere. L'altra strada è contraddittoria ed impercorribile. Il testo in questione presenta diverse difficoltà di interpretazione , la più valida delle quali è che solo l'essere è pensabile e dicibile , mentre il non essere è impensabile ed indicibile: la prima via risulta quindi percorribile in quanto pensabile, l'altra no: è qui che emerge maggiormente l'identità parmenidea tra essere e pensare. Ma tutto questo si presta a più interpretazioni: per esempio potrebbe voler dire che se l'unica cosa che è è l'essere, allora il pensiero, dato che è , fa parte dell'essere come tutti gli altri enti. Ma potrebbe anche voler dire che tutto ciò che diciamo e pensiamo è: anche se pensiamo ad un qualcosa che materialmente non esiste ed è solo frutto della nostra immaginazione in qualche misura esiste : anche un drago per il fatto che viene pensato in qualche misura esiste. Man mano che prosegue il viaggio, salta fuori che in realtà le vie non sono 2 , ma 3 : la terza è quella che seguono quasi tutti i mortali , dove si mescolano l'essere ed il non essere: Parmenide li chiama "uomini dalla doppia testa" perchè affermano simultaeamente che l'essere è e non è : si tratta di gente stolta ed indecisa, dice Parmenide. Egli muove poi un'aspra critica ad Eraclito ed alla sua concezione del divenire, piena di mescolanza di essere e non essere (ricordiamoci che Parmenide negava che l'essere potesse muoversi e mutare), e a quella di molteplicità. Parmenide dice che questa terza via va assolutamente purificata e resa scevra di errori, affinchè risulti almeno parzialmente compatibile con la Verità della prima via. La seconda invece va assolutamente scartata. Parmenide dà poi una raffinata ed elegante definizione di eternità: l'essere non era né sarà, perchè è ora tutt'insieme: una cosa è davvero eterna quando è fuori dal tempo. Ma Parmenide non si limita ad affermare, ma dimostra anche: l'essere infatti non può nè nascere nè morire (come dicono i comuni mortali). Ipotizziamo che l'essere nasca: da sè non può nascere e quindi deve nascere da qualcosa che non sia lui stesso: deve essere quindi un qualcosa che non sia essere: ma ciò che non è essere è non essere: ma il non essere non è, di conseguenza l'essere non nasce nè muore. Parmenide dice poi per dissipare definitivamente ogni dubbio sul fatto che l'essere nè nasca nè muoia: che motivo avrebbe mai avuto per nascere ad un certo momento?
Tuttavia anche un astratto come Parmenide ha avuto bisogno di ricorrere all'incarnazione dell'astratto (l'essere) in qualcosa di concreto (la sfera tonda e compatta): però va detto che quello della sfera potrebbe essere un semplice paragone e non un'effettiva incarnazione.
Dunque Parmenide prova a correggere gli errori dei mortali: il loro primo errore consiste nell'individuazione di due principi della realtà tra loro antitetici: la luce e le tenebre. Il loro è una sorta di pitagorismo esposto in termini fisici. La luce è un principio più attivo, corrispondente al fuoco, le tenebre sono più passive e corrispondono alla terra. Ma, accanto a questo errore, Parmenide ne individua un altro più grossolano: hanno contrapposto tra loro questi due principi. Ammettiamo di poter interpretare la realtà in termini di luce e tenebre, evitando però di contrapporle e considerarle l'una l'essere e l'altra il non essere. In fondo quello degli esseri mortali comuni non è un errore poi così grave: è vero che hanno mescolato l'essere con il non essere , però se andiamo a vedere nè con la luce nè con le tenebre c'è il nulla , il non essere. I mortali sono stati " bravi " a non incappare nella seconda via. Sempre a proposito dell'opera di Parmenide possiamo concludere dicendo che mentre nell' Aletheia troviamo un Parmenide brillante e convinto di ciò che sta dicendo, nella Doxa egli appare più restio e meno convinto . E' come se Parmenide , dopo aver sostenuto che bisogna fidarsi solo di ciò che ci dice la ragione, avesse avuto paura di quanto detto perchè portava troppo fuori dalle testimonianze dei sensi e volesse come scusarsi nella Doxa . Va poi detto che nessuno, leggendo il testo di Parmenide, si fa convincere a riguardo di quanto egli dice: seguendo il ragionamento logico ci si accorge che Parmenide ha ragione, ma le conclusioni paradossali impediscono al lettore di credere a quanto egli dice. Platone dirà di aver commesso il "parricidio di Parmenide": si accorgerà infatti che Parmenide aveva commesso un errore a riguardo dei significati dell'essere : Aristotele individua tre modi di intendere l'essere : 1) univoco (l'essere ha un solo significato) 2) biunivoco (l'essere ha equivocità, può essere inteso in più modi) 3)analogico (il verbo essere ha diversi significati ma tutti connessi tra loro) . Aristotele lo intendeva in modo analogico, Parmenide in modo univoco: per lui essere significa solo esistere. Sarà Platone a far notare che, dire ad esempio " questo libro non è " non vuol dire predicare il non essere: infatti si può dire " questo libro non è una penna ": è l'essere diversamente, dove l'essere assume il valore di copula.

 

Alle origini della logica occidentale.
Con la sua seconda navigazione Platone aveva superato i limiti della ricerca impostata dai filosofi naturalisti (ritrovare le cause della realtà in elementi naturalici) fornendoci le basi ontologiche (le idee sono criterio di giudizio ma anche causa delle cose: l’uomo esiste poiché partecipa, ontologicamente, dell’idea di Umanità) e metafisiche non sviluppate nel pensiero socratico, ma rimanendo sostanzialmente fedele al suo maestro e alla concezione del dialogo come luogo nel quale emerge la verità.
Molti filosofi del novecento fanno coincidere con l’opera platonica la vera nascita del logos, inteso come strategia psico-storica dell’Occidente, che porta a un sapere scientifico, un sapere che renda possibile il dominio della realtà da parte dell’uomo attraverso un discorso razionale.  Certo, con Platone la filosofia non è ancora sistema, indica piuttosto l’atteggiamento di chi ragiona, di chi pone premesse fondate, di chi non segue procedimenti affrettati: è dialogo, è amore di sapere, non sapienza. Il filosofo con la stessa forza di amore che lega due esseri umani, tende alla verità: la bellezza delle idee che attira l'amore intellettuale del filosofo, è anche il bene dell'uomo (kalokagathia). Il fine della vita umana diventa la visione delle idee e la contemplazione della verità. Una verità e una visione perduta, l'uomo non desidererebbe con tanta forza questa verità se non l'avesse mai vista, se non fosse certo che esiste. In questo senso, non solo si desidera quella che non si ha, ma di più si può affermare: si desidera soltanto quello che non si ha più, che si è perso. L’orfismo e il pitagorismo , si saldano con la concezione platonica per spiegare che c’è qualcosa che ho perso, di cui sono diventato improvvisamente povero alla nascita, e verso cui tendo poiché l’amo: ed infatti Eros, dio greco dell'amore e della forza, è figlio di Poros e Penia, ossia di Ricchezza e Povertà. In realtà il significato greco di Poros rimanda più alla ricchezza di vie d’uscita, all’espediente, che alla ricchezza in senso lato, e se pensiamo alla nascita come ad un improvviso impoverimento dell’anima rispetto al suo stato di precedente ricchezza (la visione dell’idea), capiamo lo sforzo teorico dell’ultimo Platone che individua un’altra via (sacrificando Parmenide, ma non Socrate) che può condurre l’anima alla realtà ultima: questa via è la Dialettica.
La critica di Aristotele all’ontologia della differenza di Platone, ovvero al suo dualismo, aveva fatto emergere delle aporie (senza via d’uscita) nella teoria delle idee, al punto da doverla “revisionare” e rendere più “logica” e coerente: la Dialettica diviene scienza delle idee, un metodo (che in greco significa altresì “via”), una tecnica del dialogo filosofico (Fedro) che nel Sofista viene messa a punto organicamente fino a divenire un procedimento logico con delle caratteristiche salienti .
L’amante-filosofo ricerca, povero, ma ricco di espedienti logici e, come un vero amante un può possedere totalmente l’amata, così la scienza non può dominare la realtà, ma al massimo raggiungere “una migliore comprensione dell’idea studiata” (cfr. manuale).
Da questo punto in poi le strade di Platone e Aristotele si dividono e mostrano notevoli differenze: a) Aristotele non pone tra i propri interessi centrali la tematica mistico-religiosa e opera un netto distacco da quel clima orfico-pitagorico che tanto aveva influenzato il pensiero platonico; b) sì affida totalmente alla forza del logos, del discorso razionale, senza più appoggiarsi al fascino persuasivo del mito; c) non si interessa alle scienze matematiche ma sviluppa notevolmente lo studio delle scienze empiriche che era rimasto estraneo alle ricerche del maestro; d) abbandona, anche dal punto di vista letterario, la forma filosofica del «dialogo» per impostare il modulo del trattato nel quale le conoscenze vengono ordinate tematicamente e, in ogni sede, esaurientemente svolte e fissate. Andando più a fondo nell’analisi delle differenze si giunge a cogliere la radice di questo fondamentale cambiamento nello « stile » di pensiero. Aristotele rifiuta la dialettica come scienza poiché ritiene che questa si fondi, per sua stessa definizione, sullo scontro tra opinioni e vada alla ricerca più del consenso che della verità. In questa critica vi è un elemento di continuità con la posizione antisofistica di Platone, il quale intendeva certamente la dialettica come ragione discorsiva e non come esercizio retorico, ma è presente anche una definitiva chiusura nei confronti del dialogo socratico-platonico sostituito con la scienza della dimostrazione la quale non richiede alcun dibattito tra opinioni ma, esclusivamente, un estremo rigore interno.
Dal punto di vista metafisico la sostanziale differenza tra i due autori è nel rifiuto aristotelico del dualismo platonico. Aristotele riconosce al maestro il merito di aver sottolineato la presenza nella realtà di un elemento formale ma non accetta i caratteri che a esso sono stati attribuiti: 1) porre le idee (o forme) in un altro luogo rispetto alla realtà sensibile apre il complesso problema del raprporto tra i due « mondi» e richiede la presenza di un terzo elemento che li possa conciliare; 2) ad aumentare il  distacco contribuisce la pretesa platonica, presente almeno in alcuni dei suoi scritti, di far corrispondere a ogni cosa una singola idea. Da ciò deriva la difficoltà di postulare l’esistenza di idee di cose non esistenti (come ad esempio le qualità) a di aprire un processo all’infinito che produca tante realtà sovrasensibili quante sono le differenze esistenti tra le singole cose. La duplicazione ideale degli enti è dunque, a parere di Aristotele, una metafora di carattere poetico che riproduce e complica i problemi già esistènti nell’analisi della realtà del mondo sensibile. Egli preferisce ammettere la presenza di una dimensione intellegibile nell’unica realtà esistente.
LA LOGICA COME « SCIENZA DELLA DIMOSTRAZIONE »

Aristotele ammette l’esistenza di un’unica realtà e, al­l’interno di essa, di numerosi ambiti che richiedono una metodologia specifica. Fondamentale per l’analisi di qualsiasi oggetto è il rigore della forma della conoscen­za e questo compito è svolto dall’analitica (o logica) che studia il linguaggio e le sue articolazioni. Quella di Aristotele è una logica formale (che non entra cioè in merito al contenuto) ma, allo stesso tempo, si presuppo­ne in essa una corrispondenza tra linguaggio e realtà (in continuità con Parmenide e Platone). In ogni proposizione è possibile distinguere un soggetto (con il quale si indica la « sostanza» in questione) e un predicato (corrispondente a un «attributo » della sostanza); ogni volta che noi ci chiediamo «che cos’è » qualcosa, ri­spondiamo facendo riferimento a una di queste 10 categorie logiche (sostanza, quantità, qualità, relazione, agire, patire, luogo, tempo, avere, giacere) alle quali qualsiasi termine deve poter essere riportato e che, come vedre­mo, corrispondono a quelle ontologiche. Le categorie sono indefinibili poiché, elementi primi della logica, non hanno nulla che le preceda e a cui possano essere ricon­dotte; altrettanto indefinibili sono gli individui (es. Luigi, quella mela, ecc.) poiché sono particolari e non assimi­labili a categorie generali (Luigi è un uomo ma, spiegan­do cos’è un uomo non spiego totalmente chi è Luigi). Possiamo definire solo i termini che stanno tra le catego­rie e gli individui (non «sostanza » né «Luigi » ma uomo) e sono essi che noi utilizziamo nei giudizi e nelle proposizioni. Definire un termine significa indicare con precisione l’oggetto cui si riferisce ed è possibile solo facendo riferimento al genere prossimo e alla differen­za specifica: l’uomo è un animale (questo è il genere prossimo nel quale è inserito poiché, ad esempio, «vi­vente » sarebbe ancora troppo ampio) razionale (questa è la differenza specifica poiché, ad esempio. l’essere «bipede » non è proprio solo dell’uomo). Ogni defini­zione è valida o non valida, mai vera o falsa poiché, in realtà, il predicato non aggiunge nulla al soggetto ma semplicemente, ne esplicita l’essenza correttamente o meno.

Proposizioni e sillogismi      
Il problema della «verità », che per Aristotele concerne solo il linguaggio e non la realtà, compare invece con le proposizioni poiché, in esse, si afferma o si nega un concetto rispetto a un altro: la proposizione «oggi nel cielo splende il sole » unisce concetti che possono essere collegati anche nella realtà o possono non esserlo (il cie­lo potrebbe essere nuvoloso e il sole non splendervi) dunque può essere «vera » o «falsa ». Quello che noi chiamiamo «ragionamento» compare però solo quando giungiamo a connettere tra di loro più proposizioni e, se­condo Aristotele, ciò avviene secondo una struttura ne­cessaria denominata sillogismo e corrispondente al ra­gionamento perfetto. La «perfezione » del sillogismo consiste nel fatto di essere un meccanismo che, se ben impostato, porta a conclusioni necessariamente vere: abbiamo in esso una premessa maggiore (es. Se tutti gli uomini sono mortali), una premessa minore (e se Socra­te è un uomo) e una conclusione (allora Socrate è mortale) che, evidentemente, risulta dalle precedenti proposi­zioni senza richiedere alcuna « dialettica » di opinioni diverse. Il punto fondamentale che rende « perfetto » il sillogismo è la concatenazione tra le proposizioni e, quando questa è corretta, si parlà di sillogismo valido, ma il fatto che sia « valido » non significa che esso sia anche «vero ». poiché potrei aver posto delle premesse false e, correttamente, aver dedotto delle false conclu­sioni. Sorge così il problema di come sia possibile fon­dare le premesse per ottenere un sillogismo «scientifi­co: i. le premesse devono essere vere e prime (non de­vono richiedere alcuna dimostrazione); 2. sono conoscibili attraverso due processi, opposti a quello deduttivo che caratterizza il sillogismo, chiamati induzione (dal particolare all’universale attraverso una visione istanta­nea legata all’esperienza) e di intuizione (immediata vi­sione intellettiva che coglie i principi primi).

I principi logici fondamentali
Ogni singola disciplina scientifica avrà delle premesse e principi propri ottenuti con il procedimento induttivo o intuitivo ma vi saranno anche alcuni assiomi comuni a tutte: 1. il principio di identità, che esprime la necessità che ogni contenuto mentale abbia un’identità con se stesso. In realtà non viene formulato da Aristotele poiché, pur sotteso a tutta la sua logica, è un prodotto del pensiero medievale; 2. il principio di non contraddizione, che asserisce l’impossibilità di af­fermare dello stesso soggetto (nello stesso tempo e nello stesso rapporto) due predicati contraddittori; 3. il princi­pio del terzo escluso (tertium non datur), secondo il quale non è possibile che ci sia un termine medio tra due contraddittori (proprio perché escludendosi non ammet­tono altre possibilità). L’evidente scopo di questi princi­pi generali è quello di evitare il «gioco linguistico», ti­pico della retorica e della sofistìca, nell’ambito della ve­rità scientifica e di non cadere negli errori caratteristici del linguaggio comune.

Ancora sulle differenze tra Platone e Aristotele…

Quella che in termini storici possiamo chiamare "filosofia platonica" - ovvero il corpus di idee e di testi che definiscono la tradizione storica del pensiero platonico - è sorta dalla riflessione sulla politica. Come scrive Alexandre Koiré: "tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate".         
Occorre tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica" dall'"attività politica". Non è certo in quest'ultima accezione che dobbiamo intendere la centralità della politica nel pensiero di Platone. Come egli scrisse, in tarda età, nella Lettera VII del suo epistolario, proprio la rinuncia alla politica attiva segna la scelta per la filosofia, intesa però come impegno "civile". La riflessione sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia, e dalla riflessione su questo concetto sorge un'idea di filosofia intesa come processo di crescita dell'Uomo come membro della polis.
Fin dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese risolvere il problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui la necessità di intendere la genesi del "mondo delle idee" come frutto di un impegno "politico" più complessivo e profondo, in epoca di crisi democratica destinata ad accentuarsi e a spegnere la fiaccola della filosofia come impegno civile, infatti: “Gli anni che separano Platone da Aristotele sono relativamente pochi. Eppure il tempo in cui Aristotele si trova a vivere è già profondamente diverso da quello del maestro. La crisi della polis, al di là delle utopie platoniche, appare ormai irre­versibile e tutti i tentativi di arginarla finiscono per naufragare di fronte alla pressione ­della potenza macedone, che nella metà del IV secolo dà inizio al progressivo asservimento della Grecia e alla corrosione della libertà della polis. In questa mutata situazione il cittadino greco, non più direttamente coinvolto nelle faccende del governo ed inglobato in un più vasto organismo statale del quale altri reggono le fila, perde quella passione per la politica che aveva costituito anche la molla del platonismo. Da ciò l’emergere di altri interessi, soprattutto conoscitivi ed etici che costituiranno, come vedremo, una delle caratteristiche dell’età ellenistica. Questa diversa atmosfera storica, politica e culturale risulta chiaramente percepibile ­dall’insieme delle circostanze e degli interessi che caratterizzano la vita di Aristotele.” (Abbagnano)
Queste mutate condizioni politiche, ci aiutano a introdurre alcune differenze di fondo tra Platone e Aristotele. Aristotele ha sempre rifiutato di credere che la filosofia possa essere nata da cause oggettive, materiali, dalle contraddizioni della vita sociale. Per lui la metafisica era nata dall'esigenza di conoscere, a prescindere dalla realtà concreta. Paradossalmente, in questo Aristotele è più conservatore di Platone, il quale, pur avendo affermato un essere assai lontano dalla realtà (in quanto doveva essere la realtà a modellarsi sulle idee e non queste a riflettere la realtà), aveva però intenzione, sul piano etico-politico, di costituire un progetto significativo. Viceversa, Aristotele, che pur senza volerlo ha saputo mostrare un senso della realtà più spiccato (anche se non in senso storico, politico e sociale), sembra piuttosto assomigliare a un positivista come Comte, o a un filosofo della scienza estraneo alla politica (come il Kant della prima Critica).  
Nella metafisica di Aristotele la definizione dell'essere diventa una questione di "linguaggio". Il linguaggio (la logica anzitutto) permette di osservare l'essere da diversi punti di vista, i quali però sono tutti riconducibili a uno solo: quello di sostanza. Essere e sostanza coincidono, ma è la sostanza, in ultima analisi, che decifra l'essere. Ogni aspetto del reale partecipa dell'entità dell'essere solo nella misura in cui il filosofo è in grado di individuarne la sostanza.  Se Platone era in un certo senso totalitario sul piano politico , Aristotele lo diventa su quello ontologico (il che, in un certo senso, è peggio). Nel dare un maggiore risalto alla realtà fisica (rispetto a quanto aveva fatto Platone), Aristotele nega che una realtà la cui sostanza non sia individuabile dal filosofo, possa partecipare all'essere. L'essere diventa ora un'entità conoscibile solo in maniera logico-speculativa.         
Con Aristotele, non è più l'essere che, in forza della propria oggettività, ha qualcosa da "rivelare" all'uomo. Anzi, neppure l'uomo è più disposto ad ascoltare, ad osservare la realtà contemplandone il mistero. Sembrerebbe che dopo i Sofisti non sia più possibile veramene una pratica della filosofia come attività disinteressata, se è vero che in Platone essa diventa impegno civile per il cambiamento politico e invece in Aristotele diventa conoscenza per la conoscenza: qualcuno potrebbe obiettare che smette comunque di essere un’attività disinteressata  se la si interpreta come attività capace di rispondere all’esigenza di padroneggiare, in un certo senso, la realtà con la logica formale. Resta il fatto che. Almeno nelle intenzioni, Aristotele pensa che il compito della filosofia non debba essere quello che le aveva assegnato Platone. Questi pensava che la filosofia dovesse servire alla ricostruzione della città, assolvendo una funzione non solo conoscitiva ma anche etico-politica; Aristotele, invece, afferma letteralmente che la filosofia è "inutile", nel senso che è l'attività più alta dell'uomo ed è pura conoscenza.


La conoscenza viene perseguita solo in virtù di se stessa: conosciamo per conoscere.

Di seguito alcune caselle di testo elaborate da studenti sulle differenze tra i due filosofi: prova anche tu ad elaborarne una tua…

 

ANALOGIE:
- Sia Aristotele che Platone rimangono legati alla metafisica
- Parlano tutti e due di Essere
- Entrambi scrivono testi filosofici
- entrambi parlano di perfezione in un mondo solo che Aristotele la identifica nel mondo lunare dotato di modo circolare mentre Platone parla di Iperuranio
- entrambi usano la dialettica
- entrambi parlano di etica e SOMMO BENE che in P si concretizza proprio nell'idea di Bene mentre per Aristotele l'etica è la scienza che indirizza l'agire dell'uomo, ogni fine indirizza ad un altro fine finché non si arriva al fine ultimo, il sommo bene, che consiste nel realizzare le proprie capacità al massimo. le virtu aristoteliche sono etiche ovvero che guidano le azioni dell'uomo e dianoetiche che derivano dalla razionalità dell'anima in generale.
- entrambi parlano di anima

DIFFERENZE:
- La metafisica per Aristotele è astratta senza scopi pratici, per Platone tutto il suo sistema è metafisico
- Platone vuole costituire un progetto sia nel campo etico che politico, mentre Aristotele ha più forte il senso della realtà
- Aristotele parla di Sinolo (unione sostanza e materia) ogni cosa è sinolo e non copia come avrebbe detto Platone: per Platone, infatti, l'essenza della cosa è l'idea la materia e copia imperfetta dell'idea
- A. Divide l'essere in categorie, Platone no
- Platone parla di Demiurgo che plasma la materia Aristotele parla di Dio come motore immobile che pensa ma non fa nulla, ma le due idee sono molto differenti
- L'Essere non è più grande dell'uomo per A. è infatti l'uomo che gli attribuisce caratteristiche.
- Gli scritti di Aristotele sono alcuni pubblici altri privati e nn sono dialogici come quelli di Platone
- Concezione dell'universo
- Aristotele non usa la dialettica riferita alle idee,come Platone, ma hai concetti universali
- Essenza per Aristotele risponde alla domanda "che cos’è?" e costituisce la vara natura della cosa, per Platone essa si identifica con le idee
- Platone parla di una realtà riconducibile ad un unico genere: l'essere, l'uno, il Bene, il Bello, Aristotele parla invece di CATEGORIE
- Aristotele pensa che è "soltanto inutile per un re essere un filosofo, ma anche uno svantaggio...", Platone parla di filosofo Re o Re = filosofo...la loro concezione politica quindi si differenzia
- Aristotele non parla di STATO IDEALE come Platone nella sua Repubblica, ma analizza i tipi di stato esistenti
- Aristotele impronta la sua ricerca filosofica più sul piano della biologia e della filo naturale, mentre Platone invece fa molta importanza alla matematica
- L'anima di A non poteva esistere senza il corpo (sinolo), per Platone l'anima è indipendente: vedi mito delle biga alta

Per A ci sono due tipi di enti:
1. Enti artificiali = non hanno movimento
2. Enti naturali = possiedono il movimento il divenire
I Primi quindi possono muoversi solo se mossi da altri enti o per accidente. Né deriva che gli enti artificiali nn sono soggetti alle 4 cause a cui sono sottoposti invece gli enti naturali.

 

Aristotele è stato sempre affiancato a Platone, essendo stato suo discepolo per vent ’anni; ma in realtà tra i due filosofi vi sono più differenze che somiglianze:
1 Platone è poliedrico, gli interessi sono di tipo morale e religioso verso la ricerca della “saggezza”, Aristotele invece ha interessi scientifici, e ricerca la “sapienza”.
2 Platone ha un pensiero verticista e gerarchico in quanto cerca di salire a livello politico,morale e religioso; Aristotele no ha un pensiero verticista ma orizzontale in quanto tutte le cose stanno sullo stesso piano a livello di conoscenza
3 Platone ha una concezione dualistica secondo cui esistono un essere fisico e uno metafisico; Aristotele afferma che esiste un’enciclopedia del conoscere, tutto ha lo stesso valore e la conoscenza è sempre dell’essere, quindi è una concezione monistica.
4 Platone fa un filosofare sempre soggetto a cambiamento, la sua è una filosofia aperta; Aristotele invece ha un pensiero organico e sistematico, ma forse perché abbiamo solo le opere scolastiche
5 Platone concepisce una natura astratta in quanto ha più interessi nell’essere fisico, Aristotele ha interessi scientifici e predilige la fisica
6 Aristotele crede che conosciamo le idee ma a differenza di Platone non crede che vivano in un altro mondo, bensì che siano la struttura e la forma intrinseca della realtà. Aristotele arriva a questo perché crede che concretamente le idee non spiegano il mondo fisico, non c’è rapporto tra idee e mondo fisico secondo Platone. Quindi le idee sono nella realtà o nell’iperuranio?? Secondo Aristotele Platone cade in continue contraddizioni. Secondo Aristotele invece conosciamo le idee ma a differenza del maestro Aristotele le concepisce all’interno del mondo fisico, quindi non disprezza la teoria del maestro ma la immerge nel mondo fisico (materia e forma). Le idee secondo lui sono una componente della realtà fisica, e non sono più il vero essere ma una parte principale dell’essere(realismo moderato).Afferma che ci sono tante idee quanti sono gli aspetti dell’essere; e divide le scienze in tre gruppi: 1 scienze “teoretiche” che studiano aspetti dell’essere ma hanno in comune l’essere come necessità, quindi aspetti tutti necessari 2 scienze “pratiche”riguardano la possibilità e studiano l’agire dell’uomo e sono due: morale e politica 3 scienze “poetiche” riguardano sempre la possibilità e studiano il frutto dell’agire umano: le arti e i mestieri umani. Le scienze “teoretiche” sono la metafisica, la fisica , la matematica.

  


L’opera di ricerca filosofica è un persuadere le anime (Fedone); Platone fa esplicito riferimento alla metafora della seconda navigazione. Con questo termine i greci indicavano la navigazione a remi, più faticosa di quella a vela (prima navigazione) e utilizzata in caso di necessità (come la mancanza di vento). La seconda navigazione è proprio l’uso dei lògoi, che pongono una sostanziale differenza e frattura tra pensiero-parola e realtà. Platone, ben lungi dall’essere il filosofo della scienza forte e dottrinaria che per molti anni gli è stata erroneamente attribuita, ha scoperto, di fatto, l’impossibilità di raggiungere una verità piena ed incontrovertibile.

Platone elabora la famosa dottrina della reminiscenza, secondo la quale l’apprendere è un ricordare (anàmnesis). Tale dottrina si rifà alla credenza religiosa propria dell'orfismo e del pitagorismo secondo la quale quando il corpo muore, l'anima si reincarna in un altro corpo, poiché è immortale. Platone sfrutta tale mito fondendolo con l'assunto fondamentale che esistano delle Idee che hanno caratteristiche opposte agli enti fenomenici: sono incorruttibili, ingenerate, eterne, non soggette a mutamento

Il dialogo si svolge attraverso due momenti: 1)determinazione e definizione di una certa idea (il ti estì di Socrate); 2) divisione dell’idea nelle sue articolazioni interne.

La tecnica dialettica “consisterà nel definire un’idea mediante successive identificazioni e diversificazioni, attraverso un processo di tipo “dicotomico”, che avanza dividendo per due un’idea, sino a giungere ad un’idea indivisibile” (Abbagnano, cfr manuale)

Ma cfr intervista a Vegetti su EMSF-RAI: Platone, soprattutto dalla tradizione di carattere liberale, è stato considerato colui che ha inventato una società chiusa, una società autoritaria e tirannica. Pensiamo a Popper, che lo ha definito come colui che avrebbe dato luogo a tutte le forme di tirannia e di dispotismo. Lei è d'accordo con questa interpretazione ?  In Platone c'è sicuramente un aspetto fondamentale che si situa all'esatto opposto della tradizione liberale e democratica occidentale moderna. Per lui il punto di vista della comunità veniva sempre prima rispetto al punto di vista dell'individuo. Se infatti solo una comunità giusta poteva produrre individui giusti, l'individuo era considerato come strumentale rispetto alla comunità, che aveva il ruolo decisivo. Da questo punto di vista il pensiero di Platone si pone certamente agli antipodi rispetto a quel pensiero liberale che lo ha accusato di arcaismo, di spirito tribale, di immaginare la città molto più come un clan o una tribù che non come un aggregato di individui autonomi e liberi. Sembra dunque lecito ritenere che il pensiero platonico fosse totalitario. Per Platone solo un gruppo ristretto di uomini, i filosofi, conoscitori del bene, avevano il diritto e il dovere di trasformare la città e di governarla, mentre agli altri spettava solo il dovere di seguire le indicazioni dei filosofi. D'altra parte è vero anche che Platone, proprio in virtù del fatto che pose l'orizzonte dei valori, ovvero il bene, sempre al di là di ogni esistente dato, creò una possibilità di critica, liberatrice e libertaria, rispetto all'esistente. Infatti, se il bene non coincide mai con una data situazione, neppure con quella che i filosofi potrebbero realizzare, perché il bene non si attua mai compiutamente nella realtà, allora ogni situazione è provvisoria, è precaria, è criticabile, è trasformabile. Da questo punto di vista, dunque, non credo che Platone possa considerarsi un pensatore totalitario, in quanto aprì una radicale possibilità di critica dell'esistente in ogni suo aspetto o momento, in base alla quale anche il governo dei filosofi poteva essere criticato. A tal proposito vale la pena ricordare che Platone non è stato soltanto criticato dal pensiero liberale, ma è stato anche visto con simpatia da forme di pensiero rivoluzionario.

 

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Eventi storici parte 2

 

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