Etruschi

 

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  • Da Wikipedia :

  • « È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell'Italia centrale, l'Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà Italiana. » (Jacques Heurgon, Vita quotidiana degli etruschi, 1967)

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  • Gli Etruschi sono un popolo dell'Italia antica affermatosi in un'area denominata Etruria, corrispondente alla Toscana, all'Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale, con propaggini in Campania e verso la zona padana dell'Emilia-Romagna e della Lombardia, a partire dall'VIII secolo a.C. Nella loro lingua si chiamavano Rasenna o Rasna, in greco Tyrsenoi (ionico ed attico antico: Τυρσηνοί, Türsenòi; dorico: Τυρσανοί, Türsanòi, entrambi col significato di "Tirreni" e poi "Etruschi", abitanti della Τυρσηνίη, Türsenìe, "Etruria").

  • La civiltà etrusca, discendente dalla cultura villanoviana, fiorì a partire dal X secolo a.C. e fu definitivamente inglobata nella civiltà romana entro la fine del I secolo a.C. alla fine di un lungo processo di conquista e assimilazione culturale che ebbe inizio con la data tradizionale della conquista di Veio da parte dei romani nel 396 a.C.

 

Fine articolo sugli Etruschi

 

GLI ETRUSCHI

 

STORIA ETRUSCA: IX-VII sec.a.C. si affermano gli Etruschi. L’Etruria si estende inizialmente nel triangolo compreso tra l’Arno, il Tevere e il Mar Tirreno. A partire dal VII-V sec. a.C. gli Etruschi espandono i propri domini verso mezzogiorno occupando la fascia tirrenica della Campania e spingendosi fino alle coste orientali della Corsica. Parallelamente VI-V sec. a.C. espansione verso nord (Emilia Romagna e pianura padana). Origini: Erodoto provengono dalla Lidia; Dionigi di Alicarnasso sono una popolazione autoctona; mescolarsi di popolazioni autoctone con gente di provenienza orientale o nordica.

 

LA CITTA’, LA SUA FORMA, I SUOI MATERIALI: Primi villaggi costituiti da capanne in legno, argilla e paglia, a semplice pianta quadrata o rettangolare, aventi un tetto a due spioventi. La loro collocazione è conseguente a precise scelte di carattere economico e strategico. Alcune città sorgono su fertili pianori tufacei, altre in cima ad alture. Con un aratro vengono tracciati i due assi principali (cardo e decumano) fra loro perpendicolari e quindi il perimetro. I quattro settori vengono ripartiti in insulae, che viene poi edificata con case (dal VI sec. a.C. sono in mattoni). Sono generalmente cinte da mura ciclopiche. Realizzate con elementi monolitici di pietra calcarea o tufo; quattro porte di ingresso alla città (dal IV sec. a.C. con strutture ad arco). Porta dell’Arco a Volterra: sottolineatura dei tre elementi principali dell’arco (chiave di volta e piani d’imposta) mediante tre teste scolpite nelle pietra.

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ARCHITETTURA RELIGIOSA: Il tempio etrusco ha pianta rettangolare ma è spesso collocato su un alto podio accessibile attraverso un’unica, ripida scalinata  frontale. Le colonne del pronao sono sempre otto, di ordine tuscanico. Le colonne sono lignee, prive di scanalature e spesso policrome. Poggiano su una massiccia base formata da un plinto sormontato da un toro. Il fusto rastremato verso l’alto è privo di entasi. L’abaco è sormontato da travi lignee (trabeazione).Il tetto molto spiovente è del tipo a due falde. Motivi decorativi: antefisse e acroteri, in terracotta dipinta.  Il tempio non è mai considerato come la casa terrena di un dio, quanto piuttosto come un luogo a lui consacrato ove recarsi al fine di interrogarlo, pregarlo e onorarlo.

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TIPI DI TOMBE: Lo stretto rapporto di sudditanza nel quale gli etruschi si pongono rispetto alla divinità li spinge a privilegiare l’architettura funeraria, in quanto è nel mistero della morte che gli dei manifestano la loro supremazia. Tutte le tombe etrusche sono in pietra. La tomba assume le caratteristiche della casa per forma e dimensioni. Le pareti sono vivacemente colorate (perché è buia). Le tombe sono riunite in necropoli. STRUTTURE IPOGEE: sono scavate completamente sotto terra (tombe a camera) o nel fianco di una parete rocciosa (tombe rupestri). Ipogeo dei Volumni presso Perugia: una ripida scala intagliata nella roccia tufacea dà accesso a un atrio rettangolare al fondo del quale si trova la camera sepolcrale con le panche in pietra sulle quali erano deposti i sarcofagi. Alla destra e alla sinistra dell’atrio si aprono, simmetricamente, altre otto piccole camere ipogee. Atrio è alto meno di 3 metri e ha superficie di meno di 30 metri quadrati. TOMBE A TUMULO: una volta costruite vengono ricoperte da un tumulo di terra, in modo da formare una sorta di collinetta artificiale. I tumuli, a pianta generalmente circolare sono sostenuti da strutture di vario tipo appoggiate ad una struttura cilindrica detta a tamburo. Le più antiche sono composte da un’unica, vasta camera circolare, sormontata da una massiccia tholos in pietra (pseudocupola). L’accesso avviene attraverso un’interruzione del tamburo esterno; da qui si imbocca un corto dromos discendente, che immette nella camera sepolcrale a pianta quadrata o rettangolare. La copertura di tale camera è a tholos, piana o anche a spioventi. Le pareti delle camere e i pilastri sono coperti da rilievi che rappresentano svariati utensili casalinghi per ricostruire ambiente domestico. TOMBE A EDICOLA: (tempietto) costruite esclusivamente fuori terra, realizzate internamente in pietra, sono quasi sempre di piccole dimensioni e si compongono di un’unica camera. 

 

AFFRESCHI-MATERIALI DEI COLORI : Pittura etrusca essenzialmente funeraria. I cicli più significativi rappresentano scene di funerali accompagnati da banchetti, danze, canti e giochi agonistici. Tecnica pittorica dell’affresco. Consiste nel dipingere su una parete “ a fresco “, cioè quando l’intonaco che la riveste non è ancora del tutto seccato. Così i colori entrano stabilmente a far parte del muro. I pigmenti dei colori usati sono sempre di origine minerale, stesi con pennelli di pelo animale. Le figure umane sono rappresentate in modo simbolico. I volti sono sempre raffigurati di profilo, così come le braccia e le gambe. Il busto e l’occhio vengono invece dipinti frontalmente. Scarso rispetto delle proporzioni. Tomba delle leonesse (Viterbo). Particolare dei danzatori. Quello di destra, colto nell’atto di slanciare la gamba destra in un passo di danza, poggia l’intero peso del corpo sulla gamba e sul piede sinistri che vengono per questo riprodotti in modo esageratamente grande (accorgimento definito espressionista: per sottolineare un messaggio, in questo caso lo sforzo sostenuto dall’arto sinistro, e per contrapposizione, la leggerezza di quello destro, si deformano volontariamente alcune proporzioni del dipinto.

 

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SCULTURA: Non ambisce ai grandi ideali di perfezione, proporzionalità e armonia cui tende quella greca di epoca classica, e la sua funzione si esaurisce pertanto nell’assecondare concretissime e ben precise necessità di carattere religioso e funerario. considerata funzionale a esigenze di carattere religioso e funerario. Scultura funeraria: Canopi: particolari vasi destinati a contenere le ceneri dei defunti. Hanno un altezza generalmente tra i 50 e i 150 cm. La loro forma è approssimativamente antropomorfa, in quanto il coperchio è a forma di testa umana e i manici (anse) simulano spesso dei piccoli arti rattrappiti. Possono essere in terracotta, bronzo, bucchero. I volti appaiono rozzi e squadrati, con lineamenti fortemente stilizzati e capelli tagliati a caschetto. Sarcofagi: scolpiti nella pietra o modellati in terracotta, si compongono di una parte inferiore a forma di parallelepipedo cavo (detto arca) e di una lastra ad essa sovrapponibile avente funzione di coperchio. L’arca, inizialmente a facce lisce, viene in seguito decorata a bassorilievo. Il coperchio imita un letto tricliniare sul quale è rappresentato il defunto. Statuaria religiosa e votiva: Lupa Capitolina (V sec. a.C.) : è una fusione in bronzo del tipo a cera persa raffigurante il famelico animale con le zampe ben piantate al suolo e il muso voltato verso sinistra. Il modellato esprime comunque una gran vitalità. Sensazione di ferocia e crudeltà (fauci semiaperte, orecchie dritte, slanciata magrezza del torace, mammelle appuntite, etc.). L’arringatore (I sec. a.C.) : ritratto bronzeo ad altezza naturale di Aulo Metello; l’ampio e severo gesto del braccio destro e la gravità pensosa del volto ci comunicano con immediatezza una sensazione di grande dignità ed equilibrio morali. Forma di realismo che mira al risultato complessivo, più che al rispetto dei singoli particolari. Antefisse a acroteri: Antefisse sono solitamente modellate in forma di animale e di mostro e vengono collocate nei templi al fine di allontanare dalle vicinanze eventuali spiriti maligni. Apollo di Veio: Vulca. Statua in terracotta policroma a grandezza naturale rappresentante il giovane Apollo nell’atto di ricondurre a sé una cerva sottrattagli da Eracle.

 

 

 

CHIMERA D’AREZZO. Statua bronzea a tutto tondo rappresentante un mostro mitologico (la Chimera: essere infernale con corpo di leone e coda di vipera) avente corpo e testa di leone, coda di serpente e, sulla schiena, una testa di capra vomitante fiamme. In origine la testa di serpente doveva avventarsi minacciosa contro l’avversario verso il quale anche la testa di leone si volgeva ruggendo. L’opera presenta la medesima vivacità espressiva che abbiamo già avuto modo di ammirare nella Lupa Capitolina e anche se il soggetto è fantastico, il bronzo che ce lo rappresenta riesce a renderne credibile la ferocia e la terribilità. La schiena inarcata, sulla quale il pelo si rizza quasi a formare una cresta, la criniera esageratemente irta, le fauci contratte in un ruggito, i muscoli gonfi, le zampe anteriori nervosamente puntellate contro il terreno, sono mezzi attraverso i quali anche un mostro immaginario diventa verosimile e reale. Sia la Lupa che la chimera, entrambe doni votivi di cui abbiamo perso il significato originale, testimoniano di una ricerca tutta etrusca verso un realismo che non vuole significare imitazione della natura ma interpretazione e esaltazione di alcuni suoi aspetti caratterizzanti. Esaltazione della natura.

 

ROMA. DALLE ORIGINI ALLO SPLENDORE DEI PRIMI SECOLI DELL’IMPERO.

 

ELEMENTI DELL’ARCO. L’arco è composto da un insieme di elementi di pietra o di mattoni detti conci; quello situato nella parte più elevata dell’arco è detto concio di chiave o serraglia; le linee radiali separatrici dei conci si dicono giunti. Il piano da cui si comincia a costruire l’arco si chiama piano d’imposta, le linee curve che in basso e in altro delimitano l’arco sono dette rispettivamente intradosso (o sesto) ed estradosso. Arco a tutto sesto (semicircolare), arco a sesto acuto (composto da due archi di cerchio), arco scemo o ribassato (composto da una porzione di cerchio la cui corda è inferiore al diametro). Si chiama freccia o saetta o monta la distanza verticale fra il piano di imposta e il punto più elevato della linea di intradosso, mentre luce o corda la distanza tra i piedritti o sostegni. Nell’arco a tutto sesto la freccia corrisponde al raggio della semicirconferenza, mentre la luce è pari al diametro. Archivolto o ghiera la parte esterna visibile dell’arco.

L’arco si comincia a costruire dai due estremi del piano d’imposta; perciò, finché non si mette in opera il concio di chiave che chiude la struttura l’arco non può considerarsi tale né può sostenersi. I conci si dispongono in modo che i giunti siano indirizzati ad un unico centro; i conci però devono avere la forma di un cuneo se sono di materiale lapideo, se sono di mattoni (laterizi) occorre aumentare lo spessore della malta che si dispone tra un concio e l’altro, dall’intradosso verso l’estradosso, ovvero si devono usare mattoni rastremati.

Durante la costruzione si ricorre ad una struttura di sostegno che si chiama centina. Di legno; l’insieme delle centine e degli altri elementi lignei che le tengono all’altezza voluta prende il nome di armatura.

 

TIPI DI VOLTA: La volta si basa sul principio dell’arco; composta da tanti conci che trasmettono alle imposte il peso proprio e quello di tutto quello che sta loro sopra. Nelle cupole i mattoni venivano disposti ad arco secondo i meridiani e i paralleli e avevano la funzione di rendere più rigida la struttura in calcestruzzo. La volta a botte è impiegata per coprire gli spazi di forma rettangolare. Generata da un arco a tutto sesto (direttrice) che scorre lungo due rette parallele (generatrici) costituite dalla sommità dei muri. La volta anulare è una volta a botte che ha le generatrici costituite da due cerchi concentrici. La volta a crociera è data dall’intersezione di due volte a botte le cui direttrici stanno sue quattro lati dell’ambiente da coprire. La volta a padiglione è ottenuta dall’intersezione di due volte a botte che hanno le linee di imposta sui lati dell’ambiente da coprire. La cupola geometricamente è una superficie detta di rotazione poiché si genera facendo ruotare attorno a un asse centrale un semicerchio. 

 

PARAMENTI MURARI: opus caementicium: era il calcestruzzo posto a riempimento dello spazio interposto tra due muri; opus incertum: muro realizzato con pietre piccole e di forme svariate; opus reticolatum: muro composto da elementi in tufo piramidali affogati nel calcestruzzo, dei quali rimangono in vista solo le basi quadrate; opus testaceum: muratura che fa esclusivo uso dei mattoni (se in mattoni crudi si parla di opus latericium); opus spicatum: le pietre o i mattoni vengono disposti inclinati di circa 45° invertendo la loro inclinazione a ogni filare; opus mixtum: raggruppare nello stesso lavoro vari tipi di muratura (pietre e mattoni insieme).

 

I TEMPLI: Triade Capitolina: si eleva da un alto podio con ampie scale su uno dei lati brevi; ogni divinità aveva una cella, la cui parete di fondo proseguiva all’esterno fino ad occupare l’intera estensione del podio. Il tempio, esastilo, era circondato sui tre lati da una fila di colonne, mentre l’ampio pronao aveva colonne disposte su tre file. Frontone, acroterio, antefisse e ogni altra decorazione erano in terracotta come quelle di qualunque tempio etrusco e, anzi, la tradizione vuole che la statua di Giove Capitolino fosse dovuta all’abilità del più grande degli Etruschi, Vulca

 

PANTHEON. 118-128 d.C. (era stato già costruito nel 27 a.C. ma era andato distrutto in un incendio).Aspetto esteriore del classico tempio octastilo. Profondo pronao composto da tre file di colonne corinzie monolitiche non scanalate di granito egizio. Più importanza allo spazio interno. Il pronao è unito alla rotonda da un elemento intermedio a forma di parallelepipedo, il cui diametro interno misura 43,21 m, consta di una struttura cilindrica sormontata da una cupola emisferica, la cui altezza è pari quella del cilindro. Il cilindro o tamburo ha spessore di circa 6 m ed è profondamente scavato internamente da sette nicchie (insieme a cavità interne hanno capacità asismiche), alternativamente di forma rettangolare o semicircolare, sempre schermate da due colonne corinzie ala di sopra delle quali corre una trabeazione anulare. La cupola emisferica è in calcestruzzo nella cui composizione intervengono, via via che ci si avvicina al colmo, materiali sempre più leggeri. Un grande oculo, di quasi 9 m di diametro, rappresenta l’unica fonte di luce. La cupola è fortemente rinfiancata.

All’interno la cupola ha cinque anelli concentrici di cassettoni quadrangolari; ogni anello è composto da 28 (numero perfetto) cassettoni, detti anche lacunari, che hanno la funzione di alleggerire la struttura. Le proporzioni della struttura sono molto particolari. Ci è pervenuto quasi integro perché venne consacrato alla Vergine nel 609. La copertura in tegole di bronzo dorato e le decorazioni a rosette dei cassettoni furono asportate, mentre il ricco pavimento in marmi policromi e gran parte del rivestimento parietale interno sono gli stessi di allora. Dal greco pan, tutto, qewn, divinità; dedicato a tutti gli dei.

 

TEATRO DI MARCELLO. Lo schema semplice e decorativo dell’arco affiancato da semicolonne addossate ai pilastri sarà tipico di tutta l’architettura romana®Teatro di Marcello del 13 a.C.. l’esistenza di un tempietto dedicato a Venere al di sopra della cavea giustificò la costruzione in muratura del primo teatro di Pompeo. Teatro di Marcello fu il secondo teatro in muratura. Contrariamente a quello romano, non ha la cavea poggiante sul declivio di una collina, ma su una struttura muraria. Le volte a botte e quelle anulari ne permettono la costruzione che, all’esterno, presenta una facciata monumentale curvilinea composta da più piani di archi inquadrati da semicolonne. Queste si susseguono da basso verso l’alto con la scansione dorico, ionico e corinzio. L’orchestra si riduce ad un piccolo semicerchio perdendo gradualmente importanza, mentre la scena architettonica si fa sempre più complessa adattandosi alle necessità delle rappresentazioni teatrali romane. Teatro: forma semicircolare o semiellittica.

 

COLOSSEO: Anfiteatro Flavio. Iniziato sotto Vespasiano (70 d.C.) e concluso sotto il regno di Tito (80 d.C.).Pianta 188x156m, h 49 m. Edificio rivestito in travertino e costruito in tufo. Le volte sono il calcestruzzo. Gli ordini architettonici si sovrappongono (tuscanico, al posto del dorico, ionico e corinzio), sopra il 3° livello c’è l’attico in muratura continua, con lesene corinzie che spartiscono la superficie in spazi alternativamente occupati da finestroni squadrati. Le mensole sporgenti a due terzi dell’altezza dell’attico erano la base d’appoggio per le antenne lignee che sorreggevano il velario, copertura di stoffa che veniva spiegata da un apposito gruppo di marinai della flotta romana allo scopo di proteggere gli spettatori dal sole e dalla pioggia. Il pubblico accedeva alle gradinate tramite i vomitoria, ingressi che conducevano ai corridoi anulari di smistamento. La vasta cavea era divisa in 3 settori in senso orizzontale detti maeniana, gallerie; l’ultima di esse aveva le gradinate in legno onde ridurre la spinta delle volte (sulle quali erano appoggiate) contro la parete dell’attico, la meno spessa.

Al di sopra dell’ultima galleria, un ampio corridoio con la balconata offriva posti in piedi. In senso verticale le scalinate dividevano la cavea in spicchi detti cunei. Due ingressi ai due lati opposti lungo l’asse maggiore davano l’accesso diretto all’arena, lo spazio più basso cosparso di sabbia dove si svolgevano gli spettacoli. Mentre nei teatri si mettevano in opera rappresentazioni teatrali negli anfiteatri avevano luogo spettacoli grandiosi.

 

LA CASA: La domus aveva poche aperture verso l’esterno: un alto e compatto muro la isolava dalla confusione della città. La porta che dava sulla strada immetteva nelle fauces, il corridoio che conduceva nell’atrio. Spazio di forma pressoché quadrata e aperto verso l’alto poiché coperto da un tetto inclinato verso l’interno, il complivium, solitamente sorretto da quattro colonne. Tale particolarità permetteva di raccogliere l’acqua piovana in una vasca sottostante, detta impluvium, collegata con una cisterna di raccolta. Attorno all’atrio si aprivano i cubicola, cioè le camere da letto.

Di fronte alle fauces era situato l’ambiente di rappresentanza per eccellenza, il tablinium, affiancato da due ambienti di servizio, le alae. Al di là del tablinium poteva esserci o un giardino interno, l’hortus, o un secondo grande ambiente aperto e porticato, il peristylium, al cui centro prosperava un giardino. Attorno a questo si aprivano la sala da pranzo, il triclinium, e gli altri ambienti domestici tra cui l’exhedra, destinata alla conversazione e al soggiorno e gli oeci, le sale per i ricevimenti. I meno fortunati abitavano in edifici in condominio con poche stanze a disposizione (costruzioni multipiano in muratura con piccoli cortili interni di uso comune e con magazzini e botteghe al piano terreno. Casa di Diana ad Ostia ne è un esempio.

 

TIPI DI PITTURA ROMANA. Il primo tipo di pittura fu quello trionfale, destinata a illustrare le gesta vittoriose dei condottieri. Distinguiamo la pittura parietale romana e pompeiana in quattro stili (differenti tipi o schemi di decorazione adottato di volta in volta nel corso degli anni. PRIMO STILE (II sec- prima metà I°sec.a.C.) è detto ad incrostazione e imita un rivestimento in lastre di marmo pregiato di specie diverse. Le lastre erano simulate modellando dello stucco che poi veniva colorato. In abitazioni modeste per evitare la spesa dei marmi preziosi. Più tardi ci si rese conto che non era necessario modellare l’intonaco se solo con la pittura si riusciva a imitare e a dare l’illusione di una lastra in aggetto. Casa di Sallustio a Pompei. SECONDO STILE (seconda metà del I°sec-I sec.d.C.) detto dell’architettura in prospettiva, simula nelle pareti delle architetture: parapetti, colonne, lesene, architravi, etc. quasi sempre vi è uno zoccolo inferiore con dipinti a incrostazione. Le architetture, del genere ellenistico, sono sempre credibili. Oecus e triclinio della Villa dei Misteri. Gli affreschi dell’oecus mostrano vedute di interni con colonne ioniche poggianti su un podio e sormontate da architravi. Una porta timpanata è dipinta sulla destra, mentre, a sinistra, si finge un’apertura che consente la visione di uno spazio esterno preceduto da una ghirlanda a festone. Gli affreschi del triclinio con pochi elementi architettonici in prospettiva (un ripiano nella parte inferiore, delle lesene che dividono lo spazio in riquadri, un fregio composto da tre fasce) rappresentano, con numerose figure ad altezza naturale, un rito di iniziazione ai misteri dionisiaci. I personaggi rappresentati, in parte reali, in parte mitologici, sono raccolti in gruppi disposti contro il rosso dei pannelli fra le lesene. Mentre un fanciullo legge le procedure da seguire, una giovinetta che reca un vassoio con delle offerte si muove verso un gruppo di donne intente a un rito di purificazione con l’acqua. Sileno, il maestro di Dioniso, suona la cetra in una scena pastorale comprendente un satirello e una panisca (abitanti dei boschi e seguaci dei dio Pan), mentre una donna è atterrita nel vedere la fustigazione che è rappresentata sulla parete di fronte. Nella scena successiva ritroviamo di nuovo Sileno che offre da bere ad un satirello e assiste alle nozze di Dioniso con Arianna, mentre un demone alato è pronto a colpire con la verga una giovane donna che subisce il rito in iniziazione. La fanciulla, inginocchiata, è accolta da una donna seduta che le nasconde o accarezza il capo; una baccante danza. Il rito si svolge sotto la direzione della padrone di casa, forse sacerdotessa di Dioniso, forse un’iniziata, rappresentata seduta. Senza dubbio il personaggio più toccante è quello della donna atterrita, raffigurata con la mano sinistra protesa verso la scena che le fa orrore, le gambe in atto di muoversi e il gesto ampio del braccio destro sollevato nel portare il manto a nasconderle il volto. L’azione è talmente brusca e immediata che il manto si gonfia accogliendo il busto della donna come in una nicchia. TERZO STILE (fine I sec.a.C.-ca 60 d.C.) detto anche della parete reale, si configura come puramente ornamentale. Le architetture sono come dei giocattoli delicati: esili colonne; le pareti vengono dipinte a tinta unita e accolgono, come uniche decorazioni, una piccola veduta o una figuretta sospese a mezz’aria. Le pareti talvolta perdono ogni realtà strutturale divenendo giardini fioriti. Tablino della Casa di Marco Lucrezio Frontone a Pompei e Villa delle galline bianche (pareti dipinte a giardino). La porzione inferiore del dipinto simula le recinzioni di aiuole al di là delle quali si elevano arbusti, piante fiorite, alberi ricchi di frutti, essenze vegetali le più diverse contro il cielo azzurro e , tra questi, uccelli di varie specie svolazzano o sono posati sui rami o sugli steccati. Le scene che ornavano le pareti in questo terzo stile sono realizzate con la tecnica compendiaria, cioè riassuntiva: poche pennellate lumeggiate che non si soffermano sui particolari, ma danno l’idea di quel che viene rappresentato. QUARTO STILE (seconda metà del I sec.d.C.): fantastico o dell’illusionismo prospettico; si serve di prospettive architettoniche e di decorazioni del tipo di quelle del terzo stile, ma in maniera del tutto fantasiosa. Le architetture estremamente teatrali: prospettiva è virtuosistica, vedute sempre più difficili da dipingere, decorazione sovrabbondante®pareti dilatate artificiosamente all’infinito. Affresco proveniente da Ercolano e Casa dei Vettii.

Costruzioni onorarie. Archi di trionfo, colonne onorarie con statua votiva (Antonina), trofei.

Archi di trionfo. Zoccolo (parte bassa), pilastri tra cui fornice (apertura. Se ce ne sono tre, uno a tutto sesto, i due ai lati più piccoli), piano attico (parte alta) con al centro l’iscrizione dedicatoria, ai lati i rilievi, al di sopra gruppo statuario (quadriga di bronzo). Archi di: Settimio Severo, Tito, Costantino, Augusto a Rimini.

Colonne onorarie con statua votiva. Alto plinto, colonna e capitello di un certo ordine, sopra statua onoraria.

Trofeo. In Francia e Romania. Costruzione terrazzata a base quadrata con al di sopra una tholos. Funzione: segnalare il possesso del territorio.

 

La scultura. La statuaria romana cerca soprattutto la rassomiglianza (ritratto). Statua Barberini (fine I sec a.C.): il patrizio dal ricco e complicato panneggio ella toga reca con se le immagini dei suoi antenati. Augusto di Prima Porta: riprende l’atteggiamento equilibrato del Doriforo, ma l’imperatore non poteva essere nudo, perciò gli venne apposta una corazza. L’uomo più importante dell’impero viene mostrato nella posizione di immobilità col braccio sollevato in un gesto di comando. L’espressione del volto è quella di un uomo equilibrato al quale volentieri si concede fiducia. Arte plebea (o popolare): scomparsa di ogni riferimento naturalistico (mancanza di proporzioni) e prospettico; è un’arte simbolica, le proporzioni stesse sono gerarchiche. Corteo funebre da Amiternum, Arco di Augusto a Susa.

 

Ara pacis. 13-9 a.C. è costituita da un recinto pressoché quadrato posto su un podio e avente sui lati più corti due accessi, uno solo dei quali dotato di gradinata. L’esterno è organizzato in maniera più complessa e senza relazione con l’interno (che invece è sobrio). La fascia inferiore è naturalistica. I due portali sono affiancati da quattro rilievi: Lupercale, Enea che sacrifica ai Penati, la personificazione della Terra fra l’Aria e l’Acqua e la Dea Roma seduta su un cumulo di armi.

 

Colonna Traiana. Venne eretta nel Foro Traiano tra il 110 e il 113 d.C.. era posta tra la biblioteca latina e quella greca, aveva alle spalle la basilica Ulpia ed era fronteggiata dal tempio del Divo Traiano. Altezza 39,86 m, diametro 3,83 m. la colonna è interamente fasciata da un lungo nastro figurato che narra i fatti più importanti accaduti nelle due guerre (colonna coclide). Attenzione speciale alla storia che è raccontata nel suo esatto svolgimento. Rilievo molto basso per ottenere effetti pittorici. Colonna istoriata, racconta lungo il fusto in bassorilievi finissimi due guerre divise da una vittoria alata. Ordine ionico per ovuli (variazione perché non ci sono volute). Si è conservata per fini cristiani. Ha nel basamento il sepolcro di Traiano (raffigurazioni in onore delle armi).

 

 

DEFINIZIONI

 

Cardo: strada principale (orientata da nord a sud) che taglia in due l’abitato.

Decumano: strada perpendicolare al cardo (orientata da ovest a est) che si interseca con esso al centro dell’abitato.

Isodomo: dicesi in riferimento a un muro composto da blocchi della medesima altezza e dal medesimo spessore disposti         a filari orizzontali.

Opus quadratum: apparecchio murario (struttura di un muro) realizzato con grossi massi squadrati di dimensioni pressoché uguali. Sovrapposizione dei blocchi è sempre eseguita in modo tale che le commettiture tra gli elementi di un filare cadano al centro del blocco sottostante.

Podio: alto e massiccio basamento, spesso in muratura, sul quale si ergevano i templi etruschi.

Canopo: vaso panciuto in terracotta che deriva il nome dalla città di Kanopos, in Basso Egitto. Coperchio a forma di testa umana (antropocefalo) o a forma di animale (zoocefalo). In Etruria solo antropocefali.

Conci: pietra squadrata in maniera più o meno regolare in vista del suo impiego in una struttura architettonica. Per analogia anche laterizi sagomati aventi la medesima funzione.

Calcestruzzo: materiale da costruzione, costituito da un impasto di sabbia, ghiaia e pietrisco con calce e acqua.

Dentello: motivo decorativo della cornice classica costituito dalla sequenza di piccoli parallelepipedi sporgenti.

Lesena: risalto verticale sul muro che assomiglia a un pilastro di poco spessore. Inizialmente carattere decorativo; quando assume un carattere strutturale si dice parasta.

Rinfianco: aggiunta di materiale sui fianchi delle cupole o delle volte avete la funzione di rinforzarle.

Cassettone: elemento che viene ripetuto più volte nell’intradosso di un arco, di una volta, o di una cupola. Costituito da uno spazio che rientra nella muratura.

Attico: porzione superiore di qualunque edificio, sia decorativa sia abitabile, posta al di sopra della cornice.

Antenna: lungo palo di legno.

Stucco: impasto colloso e facilmente modellabile formato da calce, sabbia, polvere di marmo e acqua.

Malta: composto formato da un legante o agglomerante (la calce) e da uno o più aggreganti (sabbia o pozzolana nonché acqua). 

 

 

Fine articolo sugli Etruschi

 

GLI ETRUSCHI

   

Gli Etruschi furono un popolo d'incerta origine abitante anticamente la Toscana e il Lazio settentrionale. Secondo Erodoto, che li identifica con i Tirreni, sarebbero giunti in Italia dall'Asia Minore; secondo altri proverrebbero dall'Europa centrale; secondo storici recenti la nazione etrusca si sarebbe formata in Italia mediante la graduale reciproca assimilazione delle genti abitanti tra l'Arno e il Tevere.

L'arte etrusca si suole dividere in diverse fasi in base ai vari apporti, prima orientali, poi greci, che influirono sulla sua formazione; essa, però, mantenne sempre una propria originalità dovuta ai legami col sostrato italico, per esempio nei caratteristici effetti di realismo espressionistico. Pochissimo resta dell'architettura (sappiamo però che gli Etruschi introdussero l'uso dell'arco e della volta): sono le dimore funebri, dove spesso sono associate architettura, scultura e pittura, a permetterci di seguire l'evoluzione dell'arte, grazie alle ricche suppellettili, alle oreficerie, ai sarcofagi scolpiti (a Tarquinia, dal IV sec., con la figura del defunto a rilievo adagiata sul coperchio), alle ben conservate pitture murali (Tarquinia, tomba degli auguri, tomba della caccia e della pesca). Le tombe sono di vario tipo: diffuse quelle circolari, con copertura a falsa volta, e quelle con corridoio d'accesso, atrio e camera sepolcrale, segnalate all'esterno da un tumulo di terra. Nella scultura spiccano le grandi statue fittili, un tempo policrome, che ornavano i templi (Apollo di Veio; Roma, Museo di Villa Giulia), e le opere in bronzo, come la Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico) e la Lupa capitolina (Roma, Palazzo dei Conservatori). Tipicamente etruschi sono i buccheri e i canopi.

I canopo è un vaso funerario di origine egizia dal caratteristico coperchio a forma di testa umana o animale. Per analogia, il vaso ossuario etrusco del tipo prodotto a Chiusi dal 650 al 500 a. C. circa.

I buccheri sono vasi artistici prodotti con una terra odorosa e generalmente rossastra, destinati a mantenere fresca e aromatica l'acqua, ancora oggi riprodotti in Umbria. Il bucchero nero fu proprio dell'arte etrusca, mentre il bucchero grigio fu usato anche in Grecia e Spagna.

 

 

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LE PRIME POPOLAZIONI ITALICHE E GLI ETRUSCHI

L'ITALIA PREISTORICA
Prima che i Greci colonizzassero la parte meridionale dell'Italia e prima che Roma sorgesse, la nostra patria era abitata da popolazioni antichissime, di stirpe diversa, appartenenti alla preistoria. I primi resti umani fossili, scoperti nel Circeo risalgono al Paleolitico, periodo in cui l'uomo abitava in caverne, viveva di caccia, di pesca e di raccolta dei frutti delle foreste ed era capace di costruire strumenti di diverso tipo in legno, osso e pietra.
Solo molto tardi, intorno al VII millennio a.C., apprese a coltivare la terra ed ad allevare il bestiame ed entrò così nella fase del neolitico.
Il passaggio all'età dei metalli iniziò nel II millennio a.C e l’uso del rame fu introdotto in Italia grazie alla penetrazione dal nord di popolazioni indoeuropee.
Durante l'età del bronzo, mentre nel sud si faceva sempre più forte l'influenza della civiltà micenea, nel Settentrione sorsero fiorenti civiltà. Nella pianura padana si diffuse la civiltà delle terremare, caratterizzata dalla costruzione di villaggi di palafitte e dalla pratica della cremazione dei cadaveri.
Sui monti dell'Italia centrale si sviluppò la civiltà appenninica la cui popolazione era dedita principalmente alla pastorizia.
In Sardegna fiorì la civiltà dei nuraghi che si espresse nell'edificazione di costruzioni a tronco di cono che venivano utilizzate dagli uomini o come abitazioni o a scopi difensivi.
A partire dal X secolo a.C. accanto alla lavorazione del bronzo si diffuse quella del ferro. In Emilia, in Toscana, nel Lazio e in Campania si affermò la civiltà villanoviana ( IX - VIII secolo a.C. ) e sorsero le prime città.

 

 

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Etruschi

 

Il nome e le originiPopolo dell'Italia antica affermatosi, nell'area corrispondente alla Toscana e al Lazio sett., a partire dal sec. VIII a. C. Nella loro lingua si chiamavano Rasena o Rasne, in greco Tyrrenoi. Sulla loro origine e provenienza non ci sono not izie sicure. Secondo la tradizione, rappresentata da Erodoto, sarebbero emigrati in Toscana dall'Asia Minore (Lidia); secondo altra tradizione, adombrata in Livio, vi sarebbero invece arrivati dal nord; secondo una terza tradizione, appoggiata dallo storico Dionigi d'Alicarnasso, sarebbero invece autoctoni. StoriaGli studiosi moderni hanno valorizzato l'una o l'altra tradizione. Probabilmente c'è del vero in ognuna nel senso che dall'Asia Minore si effettuò un'immigrazione in Toscana di gruppi isolati, apportatori di una civiltà evoluta, attratti dalle ricche miniere della regione, e questo spiegherebbe l'improvviso esplodere della civiltà etrusca tra il sec. VIII e il VII a. C. e le molte affinità che si rilevano nei costumi, nella lingua, nell'arte e nella religione degli E. con il mondo egeo-anatolico. Fa contrasto il costume nei rapporti col mondo femminile. Si sa infatti che presso gli E. le donne assistevano alle feste con gli uomini. In Toscana tali gruppi si sovrapposero, sfruttandone, valorizzandone, stimolandone le energie latenti, sugli elementi villanoviani, che, conoscitori del ferro, vi erano giunti dal nord, o dall'opposta sponda adriatica, all'alba del 1000 ca. a. C., sovrapponendosi a loro volta agli abitanti insediati nella regione fin dall'età neolitica. In altre parole, gli E. possono essere risultati dalla fusione di tre componenti etniche, quella orientale, quella nordica, quella autoctona, cioè costituirono un popolo del tutto nuovo. Un popolo che però non arrivò mai a formare un'unità politica compatta, che non agì mai come nazione. Era invece costituito da numerose città tra le quali erano importanti, a S della Toscana, Cere, Tarquinia, Vulci, Veio, Volsini; al centro Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle, Vetulonia, Populonia; a N Pisa, Fiesole, Volterra, governate prima da re (lucumoni), poi da oligarchie. Tali città si raggruppavano talora in confederazioni o leghe di natura religiosa. Fattesi col tempo opulente per i prodotti delle terre circostanti, coltivate specialmente a frumento e con fiorenti allevamenti animali, e grazie alle miniere e ai traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente, creando grande prosperità dappertutto, così da condizionare, tra il sec. VII e il V a. C.: a N l'espansione nella valle Padana, dove si affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna) e Marzabotto, collegate, verso l'Adriatico, con Spina, mediatrice degli influssi del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell'ambra e dello stagno; a S la supremazia nel Lazio e la forte presenza in Campania; sul mare la gara serrata con le marinerie cartaginesi e greche. Anche se Roma non fu mai in stabile dominio etrusco, tuttavia la dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca, riflette il prestigio e l'importanza delle città etrusche merid., con tante tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi, istituti, edifici di Roma, largamente confermate anche dall'archeologia. Il massimo di prosperità e di espansione fu raggiunto dagli E. verso la metà del sec. VI a. C., tanto che, nel 535, alleati dei Cartaginesi, sconfissero, nella battaglia di Alalia, davanti la Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul mare. Il loro arresto cominciò invece sul finire del secolo e fu seguito da declino nel sec. V a. C. Prima fu Roma a liberarsi dalla loro supremazia con la cacciata, verso il 510, dei Tarquini; poi se ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad Aricia, nel 506, li sconfissero in battaglia. Gli avamposti degli E. in Campania rimasero così isolati e si indebolirono dopo la sconfitta navale che essi subirono a Cuma nel 474, andando del tutto perduti nel 423 con la conquista di Capua da parte dei Sanniti. Al nord la discesa dei Galli travolse i centri etruschi della Valle Padana all'inizio del sec. V a. C. Nel 396 Roma conquistava Veio estendendo la sua influenza su tutta l'Etruria meridionale. Per più di due secoli gli E., su iniziativa dell'una e dell'altra città, ostacolarono l'ulteriore espansione romana. Nel 295, coalizzati con gli Umbri, i Galli e i Sanniti, furono sconfitti dai Romani in una grande battaglia a Sentino: nel giro di qualche decennio furono completamente assoggettati da Roma che li incluse, mediante trattati particolari, nella serie dei suoi alleati nella penisola, finché non concesse loro la cittadinanza romana con la guerra sociale del 90 a. C. Nonostante la perdita dell'autonomia politica, gli E. continuarono però a esercitare anche in seguito una grande influenza in Italia, sul piano culturale, religioso, artistico. Roma, che sotto Augusto aveva fatto dell'Etruria la settima regione d'Italia, assorbì molto da essi nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua, nei gusti, l'amore per il lusso, i banchetti, le danze, la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco (l'abile artigianato, la tecnica approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell'età rinascimentale. ReligioneReperti epigrafico-archeologici e fonti latine forniscono un buon numero di nozioni sulla religione degli E., e tuttavia non è possibile darne un quadro organico, data la frammentarietà della documentazione: era certamente una religione di tipo politeistico, però di gran parte degli dei si conosce soltanto il nome, e spesso non si sa neppure se si tratti effettivamente di nomi divini. L'identificazione approssimativa, e in qualche caso soltanto ipotetica, di alcune divinità si fonda sulla loro raffigurazione mediante modelli iconografici greci: Tinia appare così assimilato a Zeus, Turan ad Afrodite, Fufluns a Dioniso, Turms a Ermete, Sethlans a Efesto, Thesan a Eos (Aurora); Cautha o Usil potrebbe essere Elio (Sole) e Tiv Selene (Luna); Mantus e Mania sembrano corrispondere alla coppia infernale Ade e Persefone, che però si trova indicata anche con i nomi etruschizzati Aite e Persipnei. Altre divinità hanno chiaramente nomi latini: Menrva (Minerva), Uni (Iuno, Giunone), Maris (Marte), Nethuns (Nettuno), Ani (Ianus, Giano); o nomi greci: Latva (Latona), Aplu (Apollo), Artume o Aritimi (Artemide), Hercle (Eracle). § Tinia, identificato col romano Giove e col greco Zeus, era il dio supremo, che governava il mondo affiancato da due consessi divini: gli dei consentes, in numero di 12 (numero canonico, probabilmente importato dalla Grecia), e gli dei detti involuti (segreti) dagli autori latini, in quanto non se ne conosceva né il numero né il nome. Varrone indica in Vertumno (identificabile con il Voltumna delle iscrizioni etrusche) il dio supremo, ma o si tratta di un epiteto di Tinia, o Vertumno ebbe una supremazia di tipo politico e limitata alle città dell'Etruria merid. che, riunite in lega, tributavano a questo dio un culto comune. Tinia manifestava la volontà degli dei soprattutto per mezzo delle folgori, che venivano interpretate da speciali indovini detti probabilmente trutnvt. La scienza di questi indovini era raccolta in libri detti dai latini "folgorali" ispirati, secondo il mito, dalla ninfa Vegoe. La volontà degli dei veniva letta anche nelle viscere degli animali sacrificati, da indovini chiamati probabilmente netsvis. La scienza degli aruspici era raccolta nei Libri haruspicini che un mito attribuiva a Tagete, eroe culturale etrusco. Tra i visceri osservati aveva un'importanza particolare il fegato, la cui osservazione veniva insegnata anche mediante modelli (p. es. il Fegato di Piacenza, un modello in bronzo che riproduce schematicamente il fegato di una pecora, suddiviso in zone assegnate alle varie divinità). La sapienza sacerdotale etrusca era tramandata anche a mezzo di altri libri, chiamati dai Romani Libri rituales. Essi contenevano la descrizione di riti purificatori, espiatori e di fondazione. Inoltre vi si raccoglievano predizioni sul destino degli uomini e delle città (i cosiddetti Libri fatales), nonché sul destino ultimo dopo la morte (Libri Acheruntici). Complesse erano le nozioni sull'oltretomba dominato dalla coppia Mantus-Mania e dalla loro corte di demoni, tra cui si ricorda Charun (il greco Caronte) raffigurato come un genio alato, dal naso adunco e armato di un maglio, e Tuchulcha dai piedi e dal becco di uccello rapace e dalle chiome serpentiformi. I morti, a mezzo di sacrifici offerti dai superstiti alle divinità infere, ottenevano da queste la sopravvivenza e diventavano dii animales (traduzione latina di un'espressione etrusca a noi ignota; forse dei fatti di "anima", o derivati dalle "anime" dei morti); i Romani li equiparavano ai loro dei Penati. In funzione della sopravvivenza del morto va considerata la dovizia con cui si costruivano e si arredavano le tombe, che costituiscono la principale, se non l'unica, fonte di nuove informazioni sulla cultura etrusca. ArteMolto esaltata nel 1700, al tempo delle prime importanti scoperte archeologiche, e considerata in seguito soltanto un fenomeno provinciale dell'arte greca, l'arte etrusca è stata rivalutata in questo secolo soprattutto per la sua "aclassicità" (cui non è certo estraneo il substrato italico della popolazione), testimoniata da un realismo espressionistico, a volte drammatico, dal quale emerge il carattere più tipico dellavisione d'arte degli Etruschi . L'arte etrusca, il cui corso, in base agli influssi provenienti prima dall'Oriente e poi dalla Grecia, si suole dividere in varie fasi (periodo delle origini o età villanoviana, periodo orientalizzante, periodo ionico e attico, periodo di mezzo, periodo ellenistico), ebbe la sua maggior fioritura nei sec. VII e VI a. C., con una ripresa dopo il sec. IV anche in coincidenza con la conquista romana. Essa presenta varie caratterizzazioni sia nelle sue diverse fasi, sia nelle diverse località (Chiusi è famosa per i suoi canopi arcaici e, nel periodo ellenistico, per le urne policrome; Tarquinia per le tombe dipinte scavate nella roccia; Cerveteri per i tumuli arcaici e le necropoli monumentali tarde ; Palestrina per le ricche tombe orientalizzanti, ecc.). Le manifestazioni più importanti si ebbero nell'ambito del culto per l'aldilà, e architettura, pittura e scultura si associarono sovente nella realizzazione delle dimore funebri. Secondo la tradizione, i Romani appresero dagli E. la costruzione di strade e fognature, l'uso dell'arco e della volta, l'architettura del tempio a tre celle, la forma dell'atrio detto tuscanico e di altri ambienti della casa patrizia, lo stesso impianto urbano e la divisione dei terreni (agrimensura). Ma le conoscenze delle città etrusche e dei loro monumenti sono piuttosto scarse. L'abitato di Acquarossa presso Ferento (sec. VI a. C.) presenta pianta in parte regolare, in parte irregolare, con ampi spazi liberi fra le case, dei cui interni si ha un'idea dalle tombe ipogee a più ambienti. Di impianto irregolare sembrano Vetulonia e Roselle, regolare e di tipo ippodameo è invece la più tarda città presso Marzabotto, forse Misa e, a quanto sembra, anche Spina, città di tipo lagunare impostata su palafitte. I templi erano sia del tipo descritto da Vitruvio, a tre celle e a largo impianto, sia a una sola cella. Caratteristico dei templi etruschi è il rivestimento in terracotta policroma, che nella fase ionica, intorno alla metà del sec. VI a. C., presenta fregi continui a rilievo di ispirazione greco-orient. e grandi tegole terminali (Vignanello, Velletri); nella fase successiva ha, come a Veio nel tempio dell'Apollo (nonché a Falerii Veteres, Cerveteri, Satrico, Tarquinia, Pyrgi), grandi acroteri figurati e antefisse a conchiglia; nella fase ellenistica è caratterizzato da grandi rilievi frontonali (Talamone, Luni, Civitalba). Le cinte murarie sono databili, in genere, tra il sec. VI e il IV a. C. Di età ellenistica sono le porte delle città, aperte ad arco (Volterra, Perugia), più volte riprodotte, insieme alle mura merlate, nelle contemporanee urnette funerarie. Ma, come si è detto, sono soprattutto le tombe, con le loro ricche suppellettili, con i sarcofagi scolpiti, con le pitture murali, a consentire di seguire l'evoluzione dell'arte etrusca, di individuarne i rapporti prima con l'Oriente e poi con la Grecia, di comprenderne le motivazioni e il significato. Le origini sono connesse (metà del sec. VIII a. C.) all'evoluzione dell'arte villanoviana, nota soprattutto dalle necropoli dell'Emilia, con lo sviluppo della lavorazione del bronzo e le prime importazioni dall'Oriente di scarabei egiziani, di figurine fenicie di terracotta invetriata, di paste vitree, di ornamenti d'oro a sbalzo e filigrana. Nel periodo orientalizzante (sec. VII a. C.), accanto a semplici tombe a fossa compaiono le tombe a corridoio o a camera (talora con copertura a falsa volta o a falsa cupola) e i grandi tumuli circolari. Ricchi i corredi funerari, tra cui eccezionali quelli delle tombe Regolini-Galassi di Cerveteri (Roma, Museo di Villa Giulia), Bernardini e Barberini di Palestrina (Roma, Museo Pigorini; Villa Giulia; Vaticano), del Circolo degli Avori alla Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze): grandi pettorali, fibule, armille auree, pettini e scatolette di avorio per uso personale, e inoltre calderoni di bronzo laminato su tripode e loro imitazioni in terracotta. Molto usate nell'oreficeria le tecniche della filigrana, della granulazione, del pulviscolo. Assieme a vasi importati da Rodi e Corinto si trovano vasi di imitazione, italo-geometrici ed etrusco-corinzi. A Chiusi compaiono i primi canopi e il bucchero, la caratteristica ceramica nera etrusca. Il periodo seguente (600-474 a. C.) è di influenza greca, prima ionica e poi attica. Direttamente dalla Grecia gli E. importarono per le loro tombe vasi a figure nere e rosse dei più noti maestri, mentre le anfore "pontiche" e le idrie ceretane sono probabilmente opera di artisti ionici immigrati. Nella plastica eccellono le grandi statue fittili del 500 a. C. ca. (Roma, Museo di Villa Giulia) del Tempio del Portonaccio di Veio - il famoso Apollo , l'Ermete, l'Eracle, la Dea con bambino - attribuite alla scuola di Vulca, il solo grande artista etrusco a noi noto dalla tradizione letteraria, chiamato a ornare il tempio di Giove Capitolino a Roma. Contemporaneo è il Sarcofago degli sposi di Cerveteri, dalla linea incisiva ed elegante, tra i più belli di un'ampia serie di opere analoghe ; l'inquietante espressione dei volti dei coniugi, in cui si rispecchia la consapevolezza di chi è ormai al di là del mistero della morte, si ricollega all'enigmatico sorriso dell'Apollo di Veio, che anche nella drammatica tensione interna evidenziata dalla voluta stilizzazione dei panneggi mostra l'originalità della scultura etrusca pur modellata sullo stile greco. Particolare importanza hanno i metalli lavorati, tra cui i bronzi laminati e decorati a rilievo di un carro da parata (musei di Perugia e Monaco), una lamina con amazzoni di argento e oro pallido (Londra, British Museum), i tripodi detti Loeb, forse ceretani (Museo di Monaco). Della zona di Chiusi sono diverse statue in pietra fetida, nonché rilievi su cippi, urne, sarcofagi. Degli ultimi decenni del sec. VI a. C. sono anche le più antiche tombe dipinte, soprattutto a Tarquinia, importanti per la conoscenza della vita e dei costumi etruschi. Alla più antica tomba dei Tori (ca. 530 a. C.) seguono quella degli Auguri, con crudeli scene di giochi funebri; della Caccia e della Pesca, con ampio motivo paesistico; del Barone, di compostezza pienamente greca. Il sec. V a. C. è caratterizzato in Etruria da un arcaismo attardato. Oltre a numerose pitture tombali (a Tarquinia le tombe delle Bighe, dei Leopardi, del Triclinio e la più tarda tomba della Nave; a Chiusi le tombe della Scimmia e del Colle) sono importanti le decorazioni fittili templari, tra cui quelle di Pyrgi (ca. 480-470 a. C.). Tra le statue bronzee, che le fonti ricordano numerose, famose la Lupa Capitolina e la Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico) . Nel sec. IV a. C., quando Roma inizia la conquista dell'Etruria, l'arte etrusca ha nuovo sviluppo attingendo in ritardo al classicismo greco; il filone popolare italico trova espressione in alcune figure della decorazione del tempio del Belvedere a Orvieto (350-330 a. C.). Di questo periodo sono i sarcofagi di Tarquinia, con la figura del defunto a tutto tondo distesa sul coperchio. Col sec. III a. C. inizia il lungo periodo ellenistico in cui, anche sotto il dominio di Roma, le fabbriche etrusche continuano a produrre, in forma quasi industrializzata e stereotipata, le numerosissime urnette di pietra e alabastro che a Perugia e a Volterra giungono fino all'età augustea, i sarcofagi di Tuscania, le diffuse terrecotte votive a stampo. Di maggior impegno sono gli altorilievi dei frontoni dei templi di Talamone, Luni e Civitalba con scene mitologiche e storiche (lotta coi Galli). Del sec. III a. C. è anche la famosa tomba dipinta François (Roma, Collezione Torlonia), con episodi dell'epopea etrusca. Tra le altre tombe ellenistiche si ricordano quelle tarquiniesi dell'Orco e degli Scudi, quella dei Rilievi a Cerveteri , del sec. III a. C., quella più tarda del Tifone a Tarquinia. Ellenistici sono infine alcuni importanti ritratti bronzei, tra cui il famoso Arringatore (Firenze, Museo Archeologico) , con il quale l'arte etrusca mostra di essersi volta al potente realismo figurativo che sarà proprio dell'arte romana (v. anche le voci relative alle singole località, nonché ceretano; falisco; pontico; villanoviano). BibliografiaPer la storia - Opere di carattere generale: M. Pallottino, Gli Etruschi, Roma, 1940; M. Renard, L'initiation à l'étruscologie, Bruxelles, 1941; R. Bloch, Gli Etruschi, Milano, 1955; A. Hus, Les Etrusques peuple secret, Parigi, 1957; L. Banti, Il mondo degli Etruschi, Roma, 1960; W. Keller, La civiltà etrusca, Milano, 1972; P. Aziz, La civiltà etrusca, La Spezia, 1990. Per le origini, la storia e la topografia storica: M. Pallottino, L'origine degli Etruschi, Roma, 1947; F. Altheim, Der Ursprung der Etrusker, Baden-Baden, 1950; C. M. Lerici, Nuove testimonianze dell'arte e della civiltà etrusca, Milano, 1960; G. Bartoloni, La cultura villanoviana. All'inizio della storia etrusca, Roma, 1989. Per la vita pubblica e privata: J. Heurgon, La vie quotidienne chez les Etrusques, Parigi, 1961; G. Cateni, Etruschi. Scene di vita quotidiana, Milano, 1984. Per la religione: R. Herbig, Götter und Dämonen der Etrusker, Heidelberg, 1948; M. Pallottino, La religione degli Etruschi, in Le religioni del mondo, a cura di N. Turchi, Roma, 1950; G. Q. Giglioli, G. Camporeale, La religione degli Etruschi, in Storia delle Religioni, vol. II, Torino, 1971; G. Buzzi, Guida alla civiltà etrusca, Milano, 1984. Per l'arte: A. Frova, L'arte etrusca, Milano, 1957; R. Bloch, Etruscan Art, Greenwich-New York, 1959; L. Banti, Il mondo degli Etruschi, Roma, 1960; A. Hus, Recherches sur la statuaire en pierre étrusque archaïque, Parigi, 1961; M. Moretti, Nuovi monumenti della pittura etrusca, Milano, 1966; M. Pallottino, Etruscologia, Milano, 1968; M. Pallottino, Civiltà artistica etrusco-italiana, Firenze, 1971; L. Manino, Lezioni di etruscologia. La scultura etrusca da Vulca all'ellenismo, Torino, 1972; R. Bianchi Bandinelli, A. Giuliano, Etruschi e Italici prima del dominio di Roma, Milano, 1973; M. Cristofani, L'arte degli Etruschi. Produzione e consumo, Torino, 1978; idem, GliEtruschi del mare, Milano, 1983; Autori Vari, Gli Etruschi. Una nuova immagine, Firenze, 1984; M. Torelli, L'arte degli Etruschi, Bari, 1985; M. Martelli (a cura di), La ceramica degli Etruschi. La pittura vascolare, Novara, 1987; L. Cavagnaro Vanoni, F. Serra Ridgway, Vasi etruschi a figure rosse, Roma, 1989.

 

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1. Storia della civiltà Etrusca

1.1 Origine e periodo villanoviano (X-VIII sec. a.C. )

Fino a qualche anno fa si riteneva che gli etruschi provenissero da una popolazione orientale, solo casualmente alcuni rappresentanti di quella popolazione, navigando il Tirreno, sarebbero approdati sulle coste dell’attuale Toscana dando così origine alla civiltà etrusca. Oggi sappiamo che l’origine della civiltà etrusca è di carattere autoctono .

Agli inizi dell’età del Ferro nella penisola italiana si verificò una diversificazione delle “culture” (rispetto alla precedente uniformità); nell’Italia centrale, in un territorio comprendente l’attuale Toscana e parte del Lazio , si sviluppò la cultura villanoviana dalla quale avrà origine la civiltà etrusca.

Un aspetto che caratterizzò la cultura villanoviana, fenomeno di cui abbiamo dei riscontri già verso la fine dell’età del bronzo, è l’aumento della concentrazione della popolazione nei centri abitati; tale fenomeno si accentua all’inizio dell’età del Ferro tanto che la popolazione nei maggiori centri arriva, in questo periodo, anche a migliaia di individui. Gli abitati più numerosi sono collocati al centro di territori molto vasti nei quali troviamo distribuiti distinti nuclei abitati, più piccoli. All'interno delle aree controllate da ciascun grosso centro gli abitati più piccoli sono posti talvolta nelle zone di confine, probabilmente con funzione di controllo del territorio. Nelle aree controllate dai grossi centri sono presenti risorse di natura diversa: colture, pascoli, aree metallifere; spesso il centro egemone sorge nei pressi di importanti assi viari, fluviali, od in prossimità di approdi costieri.

 

1.2 La fase orientalizzante (VIII-VII sec. a.C.)

I primi contatti con le colonie greche

Nell’VIII secolo a.C. la colonizzazione delle coste meridionali da parte dei Greci esercitò una forte influenza sulla popolazione etrusca, questa entrava per la prima volta in contatto con una civiltà molto più progredita. L’incontro accelerò e condizionò, in particolare nelle zone costiere dell’Etruria Meridionale, il processo di sviluppo sociale, culturale ed economico. Dai Greci gli Etruschi appresero conoscenze tecniche di grande importanza nel settore agricolo e per l’artigianato

Durante questa fase di sviluppo la società si struttura principalmente attorno a due ceti:

  • il ceto degli aristocratici (che detengono il controllo delle terre)  
  • il ceto dei subordinati, legato da varie forme di dipendenza ai primi

 

Il controllo sul mar Tirreno e lo sviluppo del commercio

In questo periodo l’Etruria raggiunse un controllo completo militare sul mare Tirreno (“Thalassocrazia”), e ciò le consentì una notevole espansione commerciale, basata soprattutto sull’esportazione.

 

Verso una progressiva urbanizzazione

Nella prima metà del VII secolo a.C., sotto la spinta del “modello” greco, le città dell’Etruria, in particolare nella parte meridionale si evolvono rapidamente verso una maggiore urbanizzazione. Dalla progressiva unione dei diversi villaggi nascono le città. In questa fase si affermano per potenza e ricchezza città come Caere, Veii, Tarquinia, Vulci, Vetulonia, sfruttando anche la favorevole posizione di vicinanza al mare.

Le città etrusche meridionali si espandono in Campania, fondando in questa regione delle vere e proprie colonie (tra queste Capua), in concorrenza con i greci che già da diversi anni avevano delle colonie in Campania.

 

1.3 Il massimo splendore (VI secolo a.C.)

Nascita di un ceto intermedio e aumento delle ricchezze

Nel VI secolo a.C. si manifestarono al massimo grado gli effetti del precedente sviluppo economico e progresso sociale. Si forma un ceto intermedio tra quelli visti precedentemente, questo ceto si dedica ai commerci e all’artigianato, e da queste attività ricava una discreta ricchezza.

Continua lo sviluppo delle città verso la struttura di “metropoli”, potenziate di mezzi e arricchite di monumenti e opere d’arte (ispirate queste ultime alla cultura “ionica”, diffusa dalle regioni greche dell’Asia Minore).

 

Inizio delle ostilità tra le diverse città etrusche ed espansione territoriale

In questo periodo si accentua anche il contrasto tra le stesse città etrusche, l’aumentata potenza e il conseguente moto espansivo conducono spesso allo scontro tra di loro. E’ da dire che nei diversi periodi i rapporti di collaborazione tra le diverse città etrusche furono in ogni caso più apparenti che sostanziali, e anche questo fattore contribuirà alla fase di decadenza, come vedremo. 

Il notevole sviluppo spinse gli etruschi all’espansione territoriale, alla ricerca di nuove terre da coltivare e di nuovi mercati per ampliare i propri scambi, per mantenere la supremazia sul mar Tirreno si allearono con i Cartaginesi, contro i Greci, riuscendo a sconfiggerli. 

 

1.4 Crisi e decadenza (V-II sec. a.C.)

Nel corso del V secolo la società etrusca entra in crisi. I motivi della crisi sono di varia natura, alcuni vengono da molto lontano, altri sono interni alle stesse città etrusche vediamo i principali:

a. Drastica riduzione degli scambi commerciali con i Greci

Nel V secolo a.C. i Persiani conquistano la Ionia e questo provocò una forte contrazione dei commerci e la fine degli scambi tra Etruria e mondo greco. Le città etrusche più colpite da questa situazione sono quelle marittime dell’Etruria meridionale (tra queste Caere).

b. Perdita dei domini in Campania

Per raggiungere via terra la Campania gli Etruschi dovevano necessariamente attraversare il Lazio, ora inizia in questo periodo la perdita del controllo nel Lazio a causa dell’ascesa della potenza di Roma.

La possibilità di raggiungere i domini campani via mare viene compromessa nel 474 a.C. quando nelle acque di Capo Licola, presso Cuma (Campania), la flotta etrusca viene completamente distrutta da quella siracusana Di Gerone di Siracusa alleato con i “cumani”.

E’ da dire che alla crisi delle città dell’Etruria meridionale non corrisponde una uguale crisi di quelle settentrionali, anzi queste incentivano l’espansione verso la Pianura Padana alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali nell’Italia settentrionale. E’ in questo periodo che si consolida la presenza etrusca nel porto veneto di Adria (Rovigo).

c. Crisi interna alle città

La fase di notevole sviluppo delle città, in particolare di quelle meridionali, provocò un accentuarsi dei contrasti tra gli oligarchici al potere e la classe più povera, anche questi contrasti contribuirono alla decadenza delle città.

d. Espansione di Roma e conseguente caduta definitiva della civiltà etrusca (IV-II secolo a.C.)

Senz’altro fu questa la causa determinante nella definitiva scomparsa della civiltà etrusca. Già tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. le città etrusche si scontrarono ripetutamente con Roma. Nonostante gli Etruschi avessero formato anche coalizioni con i Galli per fermare Roma, non riuscirono nel loro intento, una dopo l’altra tutte le città-stato, a partire da Veii nel 396, caddero sotto il controllo di Roma . Nulla poterono le rivolte nate all’interno delle città contro i nuovi dominatori romani.

Nel 91 a.C. gli etruschi ottennero, come gli altri italici sotto il dominio di Roma, la cittadinanza romana che di fatto li portò all’integrazione nello stato romano e nello stesso tempo segnò la fine definitiva della civiltà etrusca.

2. La società

2.1 Le città-stato

I “costruttori di città”

Gli etruschi vengono ricordati dai romani come coloro che per primi introdussero in Italia il modello di struttura urbana (li definirono “costruttori di città”), codificandone caratteristiche e norme costruttive.

 

La città centro di potere

Ciò che realmente caratterizza gli etruschi, tuttavia, è non tanto l’abilità nel costruire le città, quanto il considerare la città come centro di potere, in cui trovano espressione, concentrate e organizzate:

  • le strutture di governo
  • le forme di culto
  • i centri di gestione dell’economia e della produzione
  • le massime espressioni artistiche.

Molte città etrusche hanno origine in età villanoviana, dall’unione in un’unica comunità di più nuclei abitati (tale fenomeno si definisce “sinecismo”) dislocati in località particolari (che ne consentivano una migliore difesa). L’impulso a formare città nasce da una interna esigenza legata ad una migliore organizzazione economica e sociale.

 

La struttura urbanistica delle città

Nel periodo più antico le città presentavano spesso un assetto urbanistico irregolare, essendo costituite dall’aggregazione di più nuclei distinti e dovendo perciò adattarsi all’andamento del terreno su cui tali nuclei si erano sviluppati.

L’applicazione di sviluppi urbanistici regolari si ha solo dopo che gli etruschi vengono a contatto con le esperienze urbanistiche greche; le città di nuova fondazione seguono i nuovi criteri costruttivi; un esempio è la città di Marzabotto(vicino a Bologna) fondata attorno al 500 a.C.. La sua struttura è ortogonale, con ampie vie e stretti vicoli a formare una serie uniforme di isolati rettangolari allungati.

Le città etrusche, nel periodo del massimo splendore della civiltà:

  • si forniscono di mura difensive
  • costruiscono le necropoli fuori della cinta urbana
  • possiedono un’organizzazione tipica delle città-stato

a. A partire dal VII sec. a.C. le città-stato si muniscono di mura difensive, tali mura sono, in genere, nella parte inferiore di pietra e in quella superiore in mattoni.

b. Le necropoli sono sempre ben distinte dal centro abitato, spesso al di là di un corso d’acqua quasi a distinguere nettamente il mondo dei vivi da quello dei morti.

c. Le diverse città disseminate sul territorio dell’Etruria si comportavano come tanti piccoli stati autonomi, tra di esse il passaggio dall’alleanza al conflitto è piuttosto frequente.

 

Nascita della “metropoli”

Nel corso del secolo VI il processo di potenziamento di alcune città-stato avviene a scapito dei centri limitrofi minori, si forma la “metropoli ” dominante su un ampio territorio parzialmente abbandonato dalla popolazione che viene accolta nella città egemone, questa si adopera per smantellare le strutture “decentrate” presenti sul territorio, compiendo spesso azioni distruttive dei centri secondari, con trasferimento forzato degli abitanti entro i confini urbani.

Nonostante la presenza di città particolarmente potenti, non emerse però mai in Etruria una città sulle altre con la funzione di leadership, ciò facilitò la conquista da parte di Roma.

 

2.2 Struttura sociale

a. Le forme del potere

Età villanoviana

In età villanoviana la società etrusca aveva al proprio vertice un re-sacerdote (chiamato anche Lucumone), questi era a capo dei capofamiglia rappresentanti le famiglie della comunità. Questa forma di gestione del potere viene superata abbastanza rapidamente, in concomitanza con lo sviluppo economico, verso delle forme di governo in cui il potere è in mano non più ad una sola persona, ma ad un gruppo di persone, gli “aristocratici”.

 

La differenziazione sociale nel VII secolo

Il processo di differenziazione sociale si sviluppa nel VII sec. a.C., in concomitanza con lo sviluppo delle città-stato, con esse, infatti, si forma un ceto emergente che si arricchisce attraverso forme di sfruttamento e di divisione del lavoro, il nuovo ceto basa sulle ricchezze private la richiesta di potere, e fa convergere su di sé le strutture giuridiche e istituzionali della città. Nascono in questo modo potenti nuclei di famiglie gentilizie che si impadroniscono, anche con il ricorso alla forza, di grandi proprietà terriere e organizzano attorno a sé gruppi “clientelari” di cittadini che si mettono sotto la loro tutela offrendo servigi di vario tipo, dai lavori agricoli alla milizia privata, in cambio di protezione e favori.

 

La struttura oligarchica

Negli anni successive al periodo villanoviano la forma istituzionale dominante sarà quella oligarchica. La divisione del potere viene attuata mediante cariche elettive fatte da un consiglio ristretto di pochi cittadini, rappresentanti le famiglie più potenti; tali cariche potevano venire ricoperte solo da membri delle famiglie aristocratiche. 

 

b. Classi sociali

Dall’originaria assenza di classi, al formarsi dell’aristocrazia

Agli albori della storia di questo popolo, nel periodo Protovillanoviano (età del Bronzo) e nel successivo Villanoviano iniziale (età del Ferro), non si notano segni di una distinzione in classi all’interno della società; una tale distinzione appare invece evidente nel Villanoviano evoluto, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., i corredi funerari di tale periodo cominciano a mostrare netti segni di differenziazione: aumentano gli oggetti di corredo in quantità e qualità, appaiono vasi ed ornamenti d’importazione.

I cambiamenti nella società etrusca si vedranno amplificati alla fine dell’VIII secolo a.C. e nel successivo, quando appare lo splendore della società orientalizzante, con all’apice le ricche aristocrazie dalle grandi tombe a tumulo e dai sontuosi corredi, che basavano il proprio potere e prestigio sul controllo dei commerci con l’Oriente e sulla gestione delle attività agricole e pastorali.

 

Nascita del ceto medio nell’Etruria meridionale nel VI secolo

Verso la fine del VII secolo mentre nelle città dell’Eturia settentrionale permangono le forme di potere legate alle famiglie gentilizie, nelle grandi città dell’Etruria meridionale prende corpo nella comunità urbana un nuovo ceto, che si contrappone a quello dominante, formato da artigiani, commercianti, piccoli possidenti, una specie di “classe intermedia” che accoglie anche benestanti stranieri; tale ceto basa il proprio potere economico non tanto sui beni immobili, ma sul denaro e su altri beni. Tale “classe intermedia” sarà la più colpita dalla crisi che le città meridionali vivranno agli inizi del V secolo a.C. 

 

Gli schiavi

Fanno parte della stratificazione sociale anche gli schiavi (“lautni”), importati come merce o catturati durante le numerose battaglie per il predominio nel Tirreno; a volte si rinvengono i luoghi di sepoltura di questi esponenti della classe servile, cremati e posti in recipienti di terracotta, tumulati in piccole nicchie scavate nelle strutture sepolcrali dei padroni.

 

c. Famiglia e condizione della donna

La famiglia degli Etruschi

La struttura della famiglia etrusca non è dissimile da quella delle società greca e romana. Essa è composta dalla coppia maritale, padre e madre, spesso conviventi con i figli ed i nipoti, tale struttura è riflessa anche dalla dislocazione dei letti e delle eventuali camere della maggior parte delle tombe. 

Conosciamo alcuni gradi di parentela in lingua etrusca grazie alle iscrizioni trovate: papa (nonno), ati nacna (nonna), clan (figlio), sec (figlia), tusurhtir (sposi), puia (sposa), thuva (fratello) e papacs (nipote).

 

L’alta considerazione e la discreta libertà godute dalla donna etrusca

A differenza del mondo latino e greco, la donna godeva in Etruria di una discreta considerazione e libertà. Per i latini la donna doveva essere lanifica et domiseda, cioè seduta in casa a filare la lana, addirittura, nelle età più antiche, il pater familias (il capofamiglia) aveva su di lei il diritto di morte qualora fosse stata sorpresa a bere del vino. Per gli Etruschi non è così, la donna poteva partecipare ai banchetti conviviali, sdraiata sullo stesso kline (divano-letto) del suo uomo, o assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli. Un tale comportamento era scandaloso per i Romani che non esitarono a bollare questa eguaglianza come indice di licenziosità e scarsa moralità da parte delle donne etrusche (“etrusca” divenne addirittura sinonimo di “prostituta” per gli antichi romani).

Nelle iscrizioni etrusche appare evidente l’importanza data al nome della madre. Se per i romani era sufficiente indicare oltre al nome di un individuo il nome del padre, per gli etruschi era in uso indicare oltre al nome del padre anche il nome della madre; inoltre nelle epigrafi spesso il nome (oggi diremmo il cognome) della donna appare preceduto da un prenome (il nome personale), segno del desiderio di mostrarne l’individualità all’interno del gruppo familiare (a differenza dei Romani che ne ricordavano solo il nome della gens, della stirpe).

Tra i nomi propri di donna più frequenti troviamo: Ati, Culni, Fasti, Larthia, Ramtha, Tanaquilla, Veilia, Velia, Velka.

 

3. Sistema economico-produttivo

3.1 Agricoltura

Un terreno particolarmente fertile

Come per gli altri popoli antichi, anche per gli etruschi l’agricoltura rappresenta la principale risorsa economica. Essi portarono ad un elevato grado di precisione la tecnica di misurazione dei campi (tale tecnica sarà poi adottata dai romani), i crocevia degli appezzamenti venivano delimitati (la struttura era ad assi ortogonali) con particolari pietre, i cippi.

Presso gli antichi l’Etruria era famosa per la fertilità del terreno, tanto da diventare fonte di approvvigionamento per Roma nei periodi di carestia e durante le guerra, l’appellativo di “granaio di Roma” indica la considerazione che questi avevano di quel territorio.

 

I prodotti della terra

Oltre alle coltivazioni di cereali (grano e farro in particolare), gli Etruschi coltivavano la vite e l’olivo (colture diffuse presso i greci e introdotte in Etruria verso la seconda metà del VII secolo a.C.). In particolare la produzione di vino deve essere stata abbondante, considerata la notevole quantità di anfore (usate per il trasporto di vino) trovate in diverse siti del Mediterraneo occidentale.

 

La bonifica del territorio e i sistemi di irrigazione  

Allo sviluppo dell’attività agricola contribuirono notevolmente anche le opere di bonifica del territorio, che recuperavano alle coltivazioni agricole vaste zone paludose . E’ da ricordare che gli Etruschi furono abili non solo nelle opere di bonifica del territorio, ma anche nella messa a punto, mediante acquedotti, cisterne, canali e fossati, di un ottimo sistema di irrigazione dei terreni coltivati.

 

3.2 Artigianato

Lo sfruttamento dei giacimenti metalliferi: ferro in particolare

Le regioni coincidenti con l’antica Etruria sono i territori italiani più ricchi di giacimenti metalliferi, si pensi alla ricchezza di ferro dell’isola d’Elba. Oltre al ferro troviamo in questi territori abbondanza di stagno, piombo, zinco e rame.

 

La capacità di lavorare il bronzo

Molto diffuso fu l’uso del bronzo (lega ottenuta dalla fusione di rame e stagno nel rapporto 85/15), utilizzato per realizzare sia oggetti artistici, sia utensili per la vita quotidiana. Con il bronzo gli artigiani etruschi realizzavano un po’ di tutto:

  • specchi
  • boccali
  • pentole
  • suppellettili
  • ornamenti di vario genere

Gli artigiani erano in grado di lavorare sia con le lamine, unendole mediante saldatura o chiodini opportuni, sia mediante fusione, dalla fusione ottenevano armi, ma anche sculture talvolta di discrete dimensioni. Le opere dell’artigianato etrusco erano conosciute, richieste e apprezzate un po’ in tutto il mondo antico, e in Grecia in particolare.

 

3.3 Commercio

Rapporti commerciali con altri popoli

I rapporti commerciali tra gli Etruschi e i popoli limitrofi, e non solo quelli limitrofi, iniziarono molto presto.

Le regioni interessate agli scambi commerciali furono la Francia meridionale, la Sardegna, la Campania, l’Italia settentrionale e alcune regioni del Mediterraneo Orientale. I popoli interessati furono i Cartaginesi, i Fenici, i Celti, ma soprattutto i Greci con i quali gli scambi furono notevoli.

 

Natura dei beni esportati

I beni esportati erano di natura diversa, ma soprattutto troviamo:

  • alimentari (vino, olio, grano, ecc.)
  • prodotti artigianali (bronzi e ceramiche sottoforma di vasellame, di oggetti d’arredo, ecc.)

Le città-stato che maggiormente contribuirono agli scambi commerciali furono quelle costiere per ovvi motivi logistici.

 

La flotta da guerra garantisce la sicurezza nei traffici commerciali

Per garantirsi la sicurezza nei traffici commerciali via mare, gli Etruschi misero assieme una nutrita flotta da guerra che, per diversi secoli, consentì il loro dominio sul mar Tirreno (almeno fino alla sconfitta della flotta presso Cuma nel 474 a.C.).

 

4. Religione e mondo dell’aldilà

4.1 La religione etrusca

Per comprendere quale fosse la visione religiosa degli Etruschi bisogna aver innanzitutto ben chiaro quale fosse la loro opinione in merito al rapporto intercorrente tra la divinità e gli uomini; a proposito di questo tema scrive Romolo A. Staccioli nel suo libro “Gli Etruschi un popolo tra mito e realtà” (Roma, 2001)

(...) La convinzione di una costante influenza delle forze soprannaturali sul mondo e sulle azioni umane, il senso assillante di questa influenza, oscura e soverchiante, per cui ogni fatto o fenomeno della vita era ricondotto a un intervento diretto della divinità, unitamente alla preoccupazione di destini e scadenze improrogabili non potevano che condurre all’annullamento completo della personalità umana dinanzi al volere divino. Il rapporto tra l’uomo e la divinità, come è stato giustamente osservato, non è quindi altro che un eterno monologo della divinità stessa cui l’uomo, privato della possibilità d’agire autonomamente, risponde con un comportamento regolato da un complesso minuzioso di norme che ha come punto di partenza la ricerca scrupolosa della volontà divina e come fine l’altrettanto scrupoloso adeguarsi ad essa.

Da ciò deriva l’estrema importanza delle arti divinatorie fondate sull’osservazione e l’interpretazione di speciali «segni» che si manifestavano con la caduta dei fulmini, con certe particolarità nelle viscere degli animali sacrificati, e in modo particolare neI fegato, con l’apparizione di fenomeni o il verificarsi di eventi insoliti di qualsiasi genere e variamente prodigiosi. Tutti questi segni (tra i quali non figurano quelli di tipo oracolare tanto importanti nella divinazione grèca e sono piuttosto trascurati quelli connessi col volo degli uccelli che erano invece alla base della più antica divinazione «augurale» romana) erano ritenuti espressione diretta della volontà degli dei, manifestazione della soddisfazione e della collera divina, presagi del futuro; in ogni caso, «avvertimenti» dai quali era impossibile prescindere.

A tal punto ogni avvenimento o fenomeno era inteso e spiegato come intervento diretto della divinità, che Seneca poté giungere a questa interessante e per noi assai significativa constatazione (Quaestiones naturales, II, 32, 2): «Tra gli Etruschi, i più abili fra gli uomini nell’arte d’interpretare i fulmini, e noi, c’è questa differenza. Noi pensiamo che il fulmine scocca perché c’è stata una collisione di nuvole; secondo loro, la collisione s’è verificata per consentire al fulmine di scoccare. Riferendo ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che i fulmini diano dei segnali nel momento in cui si producono ma che quelli si producono perché hanno qualcosa da mostrare». (op. cit., pp. 132-133)

 

 

Come comprendere il volere degli dei

Nel rapporto tra uomo e divinità l’uomo può e deve solo adeguarsi alla volontà divina, da qui la ricerca:

  • dei “segni” mediante i quali la divinità si manifesta
  • del modo di interpretare correttamente tali segni

Per rispondere a questo duplice interrogativo gli Etruschi si erano creati un insieme di dottrine e norme raccolte, verso la fine della civiltà, in diversi testi, i “libri sacri” (conosciuti dai romani antichi, e di cui oggi ci rimangono solo frammenti). I testi raccolti in tali libri non sono presentati come una interpretazione del messaggio divino, ma vengono presentati come una sua rivelazione diretta. Per esempio il testo contenuto nei Libri haurispicini (dedicati all’arte di interpretare la volontà divina dalla osservazione delle interiora, in particolare del fegato, degli animali) deriva dalla trascrizione esatta di quanto dettato da Tagete (personaggio di natura semidivina).

 

La religione etrusca come religione rivelata

E’ importante sottolineare il carattere di “religione rivelata” che possiede la religione etrusca, rispetto a quella greca e romana, che invece non sono rivelate.

Se i “Libri haurispicini” erano attribuiti alla rivelazione di Tagete, alla ninfa Vegonia veniva ricondotta l’origine dei “Libri fulgurales” che davano delle indicazioni sul come conoscere la volontà divina dall’osservazione dei fulmini.

 

L’importanza di adeguarsi al volere divino

Per l’uomo etrusco il massimo dovere consisteva nel cercare di conoscere il proprio destino e nel vivere in conformità ad esso, vita religiosa e vita civile sono perciò strettamente legate, gli stessi libri sacri contengono una serie di norme e leggi che regolamentano i rapporti tra gli uomini, dalla proprietà, all’ordinamento militare. Tutto è regolato dalla religione, vita individuale e comunitaria. Addirittura in alcuni libri sacri (i “Libri fatales”) era indicato il limite massimo di vita per l’uomo (70 anni), per coloro che oltrepassavano il limite si verificava una specie di divisione dell’anima dal corpo, i riti propiziatori e le altre forme di devozione agli dei non avevano più effetto presso la divinità. Come per l’uomo anche per lo Stato vi era un limite massimo di vita, dopo 1000 anni di vita ogni Stato era destinato a sparire. Probabilmente anche per tale motivo essi accettarono, senza opporvisi come avrebbero dovuto, la conquista da parte di Roma.    

 

4.2 Nel mondo dell’aldilà

Come per le altre civiltà preclassiche del mondo mediterraneo, anche gli etruschi erano convinti che con la morte non finisse completamente l’esistenza dell’individuo, pensavano che vi fosse una forma di sopravvivenza dell’”entità vitale” , tale entità era in qualche modo legata alle spoglie del defunto nella tomba, da qui l’esigenza di porre nella tomba stessa quanto poteva agevolare la sopravvivenza dell’entità vitale. Naturalmente una tale usanza si assolveva in modo diverso in base alle possibilità materiali degli eredi, tra le pratiche più diffuse troviamo:

  • il vestire il cadavere con i migliori abiti, con ornamenti e gioielli
  • porre accanto al morto cibi e bevande
  • mettere nella tomba delle statuette raffiguranti familiari e servitori
  • costruire la tomba riproducendo la casa, compresi gli arredi
  • dipingere sulle pareti della tomba affreschi raffiguranti scene di vita conviviale, spesso banchetti

Proprio per tali usanze, le necropoli hanno rappresentato per gli archeologi la principale fonte di informazioni per conoscere la civiltà etrusca.

Nella regione dell’Etruria, nei diversi periodi, non si è adottato sempre la stessa pratica di sepoltura; nel periodo villanoviano (IX-VII sec. a.C.) si praticò prevalentemente il rito dell’incinerazione: si bruciava la salma e le “ceneri” raccolte venivano conservate in apposite urne dalle forme diverse, (vasi dalla forma particolare o contenitori di terracotta fatti a forma di abitazione). Dal secolo VIII a.C. inizia a diffondersi, in particolare nell’Etruria meridionale, la pratica dell’inumazione.

 

 

 

5. PRODUZIONE ARTISTICA

A proposito dell’arte etrusca scrive il professor Staccioli nel libro citato:

“Se infatti per arte si deve intendere (come comunemente si intende) un’espressione chiaramente individuabile e definibile in blocco, nelle sue caratteristiche e peculiarità e nel suo progressivo, autonomo e organico svolgimento, si potrebbe addirittura affermare (contrariamente a quello che si fa per l’arte greca) che una vera arte etrusca non è mai esistita” ( op. cit., p. 142).

 

“Arte etrusca” o “arte degli Etruschi”

Secondo Staccioli piuttosto che di “arte etrusca” è preferibile parlare di “arte degli etruschi”, ciò per sottolineare come sia mancato in Etruria uno sviluppo armonico originale della produzione artistica; questa è legata a sollecitazioni di natura diversa (spesso di origine esterna, in particolare quelle provenienti dalla Grecia), scrive a tal proposito:

“In quest’arte, comunque la si voglia intendere, appare determinante quello che potremo chiamare il «condizionamento» del magistero greco. Il quale fu sempre presente nel campo della cultura figurativa etrusca, in maniera diversa a seconda delle epoche, e tuttavia operante, sia che esso abbia dato luogo a fenomeni di partecipazione (come nel periodo «arcaico») o di sudditanza (come nel periodo «ellenistico»), sia che esso abbia provocato, più o meno inconsciamente, fenomeni di ripulsa e di rigetto o, più semplicemente, di incomprensione (come nel periodo «classico»)- e di contrapposizione (come spesso, nel fondo, e con maggiore evidenza quando meno era sentito l’influsso greco)” (op.cit., p. 142).

 

Elementi caratterizzanti la produzione artistica

Credo comunque non si debba pensare che gli etruschi si limitassero a copiare la produzione artistica greca; se osserviamo con attenzione le opere etrusche possiamo notare dei caratteri di distinzione:

  • da un punto di vista formale
  • per la predilezione di una particolare tipologia di produzione artistica

Da un punto di vista formale si distinguono dai modelli greci per la enfatizzazione dell’espressività e della spontaneità, e per la tensione drammatica che traspare dalle figure, in contrasto con l’armonia caratteristica delle figure greche.

In merito alla predilezione di una particolare tipologia di produzione artistica, è da sottolineare come l’interesse degli etruschi per il concreto della vita quotidiana li portò a prediligere forme d’espressione artistica considerate “minori” dai greci, ad esempio la lavorazione della creta e del bronzo, più vicina alla produzione artigianale (anche se di un artigianato con valore artistico) che non a quella artistica in senso stretto.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPROFONDIMENTO ........!

SCENE DI VITA QUOTIDIANA

Abitazioni e arredi

Le prime abitazioni

Il primo tipo di abitazione etrusca di cui abbiamo sufficienti informazioni è la capanna a pianta circolare o ellittica del periodo villanoviano (IX-VIII sec. a.C.); era costruita con intelaiatura di pali infissi nel terreno, le pareti venivano realizzate mediante intreccio di rami di vimini e rivestite, all’interno e all’esterno, con un intonaco di argilla cruda, seccata al sole. Il tetto era a doppio spiovente, sostenuto da una o più travi portanti, con copertura “straminea” (ossia formata da erba e paglia) che richiedeva continua manutenzione; nel tetto era prevista un’apertura per la fuoriuscita del fumo. Il pavimento era formato da uno strato sottile di ghiaia che serviva per isolare la capanna dal diretto contatto con il terreno.

All’interno la capanna presentava un solo ambiente, probabilmente aveva dei divisori in prossimità delle pareti curve.

Un tale tipo di abitazione rimase in uso anche durante la fase orientalizzante (VIII sec. a.C.).

Siamo venuti a conoscenza dell’aspetto esterno delle abitazioni di questo periodo, anche osservando la forma delle urne cinerarie a capanna risalenti all’età del ferro; le urne rappresentavano la casa del defunto e, in quanto tale, avevano la stessa forma dell’abitazione.

Nella prima metà del VII secolo a.C. la struttura delle abitazioni subisce una profonda trasformazione:

  • la pianta da ellittica si trasforma in rettangolare
  • le fondamenta sono ora costituite da blocchi in pietra, e i muri perimetrali vengono realizzati in mattoni crudi
  • il tetto, sempre a doppio spiovente, viene dotato di una copertura di tegole disposte su travicelli di legno (molto più solida e resistente rispetto a quella “straminea” precedente)

All’interno l’abitazione è ora articolata in più vani, ottenuti dividendo l’ambiente con tramezzi (fatti con mattoni crudi o graticcio )

 

L’evolversi delle tecniche costruttive e nella struttura dell’abitazione

Tra la fine del VII e il VI secolo in Etruria si diffonde un modello di abitazione strutturata da un vano disposto in senso trasversale, con funzione di rappresentanza, e da due o tre stanze più piccole, tra loro affiancate, alle quali si accede dall’ambiente più grande. Queste abitazioni sono dotate di diverse decorazioni con acroteri   posti sulla sommità del tetto.

Nel V secolo a.C. l’abitazione aristocratica si evolve ulteriormente, la struttura appare articolata in una serie di vani disposti attorno ad un cortile, al centro del quale è scavato un pozzo.

Come per le abitazioni dei periodi precedenti, anche per questo periodo le tombe scavate nel tufo   costituiscono una fonte importantissima per la ricostruzione dell’architettura civile; nelle tombe troviamo riprodotto anche l’arredamento, con sedie, letti, ornamenti di vario tipo appesi alle pareti.

 

L’arredo della casa

Per gli arredi, abbiamo al centro delle stanze il focolare, con la funzione principale di riscaldare, per far uscire il fumo era posto sul tetto un foro di areazione (il foro poteva essere chiuso nel caso di pioggia). Gli arredi erano costituiti da mobili di legno, tra quelli più diffusi troviamo:

  • klinai (letti-divano per il banchetto)
  • trapezei (tavolini per le vivande)
  • letti
  • cassepanche
  • diphroi (sgabelli pieghevoli)

 

Abbigliamento

Gli scavi archeologici ci hanno restituito diversi oggetti che sono in qualche modo legati all’attività di filatura e tessitura, ma dei vestiti prodotti da tale attività oggi c’è rimasto ben poco; possiamo avere un idea del tipo di vestiario indossato grazie agli affreschi e ai bronzetti votivi.

Sono vestiti semplici (tuniche e mantelli) vivacemente colorati. Le calzature sono di legno e cuoio.

Verso la metà del VI secolo, la moda cambiò sensibilmente influenzata dal contatto con il mondo greco, si affermarono, ad esempio, dei calzari caratteristici a stivaletto con la punta rivolta all’insù.

Un oggetto indispensabile per fermare gli abiti era la “fibula” (una specie di spilla da balia), usata indifferentemente da uomini e donne; era realizzata in metallo e in alcuni casi impreziosita da lavorazioni decorative in osso, avorio e altro materiale prezioso.

 

Attività domestiche

Le attività domestiche a cui principalmente si dedicavano le donne etrusche erano, oltre naturalmente alla preparazione e cottura dei cibi, la filatura e la tessitura della lana e delle fibre vegetali (lino). Frequenti sono i ritrovamenti nelle tombe femminili etrusche di rocchetti e fusi. La tessitura era eseguita mediante appositi telai verticali, nei quali i fili erano tenuti in tensione da appositi pesi.

 

Alimentazione e utensili in cucina

Le fonti letterarie antiche che si occupano della alimentazione nel mondo etrusco sono veramente poche. D’altra parte i dati archeologici non ci aiutano molto in questo settore.

Utili notizie per l’alimentazione possiamo ricavarle dallo studio degli utensili usati negli ambienti domestici, e dallo studio degli affreschi che decorano le pareti di alcune tombe.

L’alimento base doveva essere costituito da frumento e farro , usato per preparare sia focacce sia minestre e zuppe. Sulla tavola etrusca troviamo poi diversi tipi di animali domestici: ovini, caprini, suini, (i bovini venivano usati per i lavori nei campi); ma anche pesce e selvaggina.

La vite e l’olivo erano coltivati in forma intensiva già dal VII secolo a.C.. Il vino prodotto era diverso da quello che conosciamo noi oggi; il mosto (in parte consumato subito) veniva messo in contenitori di terracotta aventi le pareti interne rivestite di resina. Il vino veniva quindi lasciato a riposo per sei mesi e a primavera veniva filtrato e consumato. Non veniva però bevuto schietto, ma mescolato con acqua e miele.

Tra gli strumenti usati per cucinare vi erano delle teglie in bronzo e in ceramica. Tra le suppellettili da cucina da notare la presenza della grattugia usata per grattugiare il formaggio, come facciamo noi oggi.

 

APPROFONDIMENTO ........!

LE NECROPOLI: DELLE FORMIDABILI FONTI D’INFORMAZIONI

 

Dal mondo dei morti al mondo dei vivi

Osservare il mondo dei morti per comprendere quello dei vivi”, questa affermazione si adatta perfettamente con quanto è avvenuto per gli Etruschi; le fonti d’informazioni principali per la civiltà etrusca sono, infatti, le Necropoli.

Gli Etruschi consideravano la tomba come la dimora eterna, e probabilmente proprio per questo motivo la costruirono solida e si premunirono di avere con sé tutto ciò di cui necessitavano per continuare a vivere nell’aldilà.

 

La necropoli quale formidabile fonte d’informazioni

Fin dalle prime ricerche gli archeologi, nei loro scavi, hanno rivolto la loro attenzione alle “dimore dei morti”, in esse erano facilmente reperibili oggetti “interi” e pregiati (l’ideologia funeraria etrusca ha fatto sì che nelle tombe fossero deposti gli oggetti di maggior valore appartenuta al defunto). D’altra parte, i villaggi etruschi risultavano più difficili da individuare, sia perché i materiali usati per la costruzione degli edifici erano deperibili, sia perché spesso gli insediamenti antichi coincidono con le città attuali.

 

Scene di vita all’interno delle tombe

Nella tomba etrusca si ha l’opportunità di venire in contatto con il mondo del vivere quotidiano. Le tombe ci forniscono preziose informazioni relative:

  • all’edilizia residenziale
  • agli arredi
  • allo svolgersi quotidiano della vita

Lo stretto rapporto che lega l’edilizia abitativa a quella funeraria ha permesso agli archeologi di conoscere non solo l’evoluzione dell’architettura delle tombe, ma anche quella residenziale.

Le scene di banchetto e le altre immagini (la caccia e la pesca, i giochi e le danze, ecc.) di vita quotidiana affrescate sulle pareti delle tombe sono molto importanti per una ricostruzione della sfera privata di questo popolo.

Le frequenti raffigurazioni di banchetto sono state oggetto di studio da parte di alcuni archeologi, questi hanno formulato varie ipotesi sul significato originale di questo tipo di scene:

  • il banchetto come rievocazione delle cerimonie funebri tenute in onore del defunto
  • il banchetto inteso a rallegrare il “defunto” nella tomba (ipotesi certo piuttosto singolare per la nostra mentalità

Con il termine autoctono si intende l’essere originari del paese in cui si vive.

Tracce della cultura villanoviana si trovano anche in Emilia, in Romagna, nelle Marche e in Campania.

Il nome “villanoviana”, con cui si distingue tale cultura, deriva dal luogo in cui ne furono trovate testimonianze, a metà dell’Ottocento, la località è Villanova di Castenaso vicino a Bologna.

Non sempre le città opposero resistenza alla conquista, spesso gli aristocratici locali cercavano alleanze con Roma contro gli avversari politici interni. Ricordo poi che gli ultimi tre re furono di origine etrusca.

Metropoli deriva dal greco e significa “città madre”, non “città grande” come comunemente si pensa.

Operazioni di bonifica del territorio da parte degli Etruschi sono testimoniate anche per la zona di Adria in provincia di Rovigo.

Secondo la leggenda Tagete apparve in un solco ad un contadino mentre stava arando, le sue sembianze erano di giovinetto, ma le parole indicavano saggezza da vecchio.

Che raccolgono le ceneri dei defunti.

Intreccio di canne o vimini.

Ornamenti, solitamente statue, posti sulla sommità del tetto (in alcuni casi anche sul frontone dell’abitazione).

Tipo di roccia poroso e leggero, di facile lavorazione.

Tipo particolare di frumento.

 

Marino Martignon

 

Fine articolo sugli Etruschi

 

Tarquinia, 5 agosto 2010

 

 

 

 

Re Etruschi: sensazionale scoperta archeologica

Rinvenuta a Tarquinia la più antica tomba dipinta nella necropoli dei Lucumoni etruschi

 

 

 

Il ritrovamento è avvenuto durante la terza campagna di scavo dell’Università degli Studi di Torino e della soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale in un settore principesco della necropoli di Tarquinia

 

 

Scoperta l’anticamera di una maestosa tomba a tumulo con i resti di un raro intonaco del VII secolo a.C. decorato con quelle che al momento possono definirsi le più antiche pitture etrusche di Tarquinia - Eccezionale scoperta durante la campagna di scavi avviata dall’Università degli Studi di Torino e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria meridionale, coordinata da Alessandro Mandolesi, nell’area della Doganaccia, situata nel cuore della necropoli etrusca di Tarquinia, dove furono probabilmente deposti re e principi del VII secolo a.C.

 

Le ricerche hanno portato alla luce un imponente accesso con larga gradinata a cielo aperto relativo al più grande tumulo funerario di Tarquinia di età orientalizzante, detto “della Regina” (dei decenni centrali del VII sec. a.C.), che, con quello “del Re”, costituisce una maestosa coppia di sepolcri che caratterizza la necropoli etrusca.

 

Attraverso questo ingresso gli archeologi sono arrivati alla tomba di un personaggio di spicco della comunità etrusca, di rango probabilmente reale. Il locale è in gran parte rivestito di un consistente intonaco bianco in gesso alabastrino (il particolare nella foto), secondo una modalità nota nel Vicino-Oriente (Cipro, Egitto, area siro-palestinese). Si tratta di un raro esempio di rivestimento murario, finora sconosciuto in Etruria, presumibilmente realizzato da maestranze specializzate provenienti dal Levante mediterraneo; come il gemello tumulo “del Re”, anche quello “della Regina” si ispira infatti a una tipologia di tombe reali “omeriche” note a Cipro (in particolare a Salamina, nell’area sud-orientale dell’isola): è quindi probabile che all'origine di questo modello di tomba a tumulo ci siano proprio architetti e maestranze del Mediterraneo orientale arrivati a Tarquinia all’inizio del VII secolo a.C.

 

L’intonaco ha restituito tracce di pitture costituite da una fascia orizzontale di colore rosso che doveva svilupparsi su tutti i lati dell’ingresso, sopra la quale si individua, al momento, una raffigurazione di incerta lettura; come nelle più antiche esperienze pittoriche etrusche, potrebbe forse trattarsi di un animale (campito in nero con contorni in rosso) con evidente significato religioso, allusivo al mondo ultraterreno.

 

I labili dipinti sono ottenuti secondo la più antica tecnica pittorica (assimilabile alla tempera) ricordata dalla storiografia artistica (in particolare da Plinio il Vecchio), “inventata” in Grecia da valenti maestri fra l’VIII e il VII secolo a.C. L’affresco riconduce ai primordi della pittura monumentale etrusca.

 

Se il prosieguo degli scavi confermerà la datazione dei decori, si tratterebbe della più antica manifestazione di pittura funeraria tarquiniese, realizzata peraltro in un ambiente aperto che precede la camera funeraria, e quindi accessibile e  destinato alle cerimonie sacre. La nuova testimonianza rialzerebbe così di qualche decennio le prime esperienze pittoriche del centro etrusco (fino ad oggi rappresentate dalle raffigurazioni della Tomba delle Pantere), noto nel mondo proprio per le sue tombe dipinte, e per queste riconosciuto dall’Unesco patrimonio culturale dell’Umanità.

 

I recenti risultati archeologici si aggiungono all’altra importante scoperta avvenuta lo scorso anno, costituita dalla più antica tomba etrusca a due camere affiancate (cosiddetta Tomba Gemina), destinata ad accogliere le spoglie di due nobili personaggi, morti forse contemporaneamente per un tragico evento, personaggi imparentati con il principe (o il re) sepolto nell’adiacente grande tumulo.

 

Queste importanti ricerche, sostenute dagli assessorati alla Cultura della Regione Lazio e del Comune di Tarquinia, con il contributo della Compagnia di San Paolo e del Gruppo Fondiaria-Sai, e la partecipazione dell’associazione di volontariato “Fontana Antica”, si inseriscono all’interno del progetto “Via dei Principi”, destinato alla valorizzazione turistico-culturale dei tumuli monumentali della necropoli tarquiniese. Un itinerario di straordinario interesse che aggiungerà alle tombe dipinte la conoscenza dei tumuli principeschi, monumenti ora accessibili nell’ambito del sito archeologico.

 

La Doganaccia, necropoli dei “Lucumoni” etruschi

 

Nell’antichissimo sepolcreto della Doganaccia di Tarquinia furono deposti re e principi etruschi del VII secolo a.C., da mettere forse in relazione con gli antenati del primo re etrusco di Roma Tarquinio Prisco.

 

Gli scavi archeologici svolti in un settore inesplorato della vasta necropoli etrusca di Tarquinia hanno portato alla scoperta di un sepolcreto antichissimo, risalente al VII secolo a.C.

 

L’area della Doganaccia è caratterizzata dalla presenza di due grandiosi tumuli del periodo orientalizzante (VII secolo a.C.) denominati “del Re” e “della Regina”. Il primo dei due monumenti principeschi, situati in posizione dominante in corrispondenza di uno dei più antichi e suggestivi ingressi alla necropoli tarquiniese, fu esplorato nel lontano 1928 e, malgrado un antico saccheggio, restituì interessanti materiali, fra cui un’iscrizione che cita il nome di un greco: Hipucrates.

 

Le fonti antiche citano la presenza a Tarquinia, nel VII secolo a.C., di altri importanti personaggi stranieri pienamente inseriti nel tessuto sociale; fra questi è noto il ricco mercante greco Demarato di Corinto che, trasferitosi a Tarquinia proprio intorno alla metà del VII secolo a.C. e sposatosi con una nobildonna locale, era ritenuto il padre del re di Roma Tarquinio Prisco.

 

Le ricerche – concentrate sul secondo grande tumulo della Doganaccia, detto “della Regina” e mai indagato – hanno permesso di mettere in luce un’imponente struttura architettonica del diametro di circa 40 metri, pertinente a un personaggio di spicco all’interno della comunità tarquiniese, di rango aristocratico e di ruolo probabilmente regale, vicino alla figura dei re etruschi, definiti dalle fonti antiche “lucumoni”. Questo sepolcro si è rivelato come la più grande struttura a tumulo di Tarquinia finora nota.

La monumentale tomba conserva nella parte anteriore un largo accesso, un vero e proprio "piazzaletto" a cielo aperto utilizzato per le celebrazioni e gli spettacoli in omaggio al nobile defunto. Il tumulo "della Regina" si ispira a una tipologia di tombe reali dell’VIII-VII secolo a.C. che si ritrova soltanto in un altro ambito del Mediterraneo: nella Cipro di cultura omerica (governata da greci che adottano usi e costumi eroici analoghi a quelli narrati da Omero). In particolare, nella necropoli regale di Salamina, sito archeologico dell'area sud-orientale dell'isola, sono presenti tombe con ricchissimi corredi funebri confrontabili direttamente con quelle di Tarquinia, accostabili sia per le grandi dimensioni dell'ingresso che per il tumulo.

 

E’ molto probabile che all'origine di questo modello introdotto in Italia centrale ci siano proprio architetti di formazione orientale sbarcati a Tarquinia circa 2700 anni fa, che qui avrebbero introdotto innovativi modelli architettonici.

 

Venerdì 6 agosto (ore 18,30) è prevista una visita guidata agli scavi archeologici della Doganaccia, organizzata dal Comune di Tarquinia e dall’Università degli Studi di Torino.

 

Per approfondimenti e contatti

 

Alessandro Mandolesi,

direttore degli scavi e docente di Etruscologia e

Antichità italiche all’Università degli Studi di Torino.

 

Ufficio stampa

Necropoli di Tarquinia

www.necropoliditarquinia.it

 

 

Fine articolo sugli Etruschi

 

GLI Etruschi

 

LE ORIGINI   Popolazione dell'Italia antica che fiorì nell'area corrispondente all'odierna Toscana e in alcune regioni del nord e del Sud della penisola tra il IX e il IV secolo a.C., raggiungendo la sua massima espansione tra il VII e il V secolo a.C. Nella loro lingua si chiamavano Rasena o Rasne, in greco Tyrrenoi; i romani chiamavano gli etruschi etrusci o tusci, nome dal quale deriva quello dell'odierna Toscana.

Le origini degli etruschi rimangono oscure; già nell'antichità esistevano diverse ipotesi in merito: lo storico greco Erodoto asseriva che provenissero dalla Lidia, regione dell'Asia Minore occidentale e a favore di questa tesi stanno una stele commemorativa egizia del XIII sec. e la lingua da loro parlata. La stele, che ricorda la battaglia del faraone Ramesse II contro i popoli di mare, diche che tra questi ve ne era uno chiamato teresh o tutsha, nomi che sono stati messi in relazione con il termine “etruschi”. Gli Etruschi inoltre non parlavano una lingua della famiglia indoerupea, e questo ha fatto pensare a una loro origine diversa da quella di altri popoli italici.

Questa ipotesi venne accolta in seguito sia da Livio sia da Polibio; Dionigi di Alicarnasso, invece, sosteneva che gli etruschi fossero una popolazione indigena dell'Italia, erede di altri popoli fioriti nella penisola italiana in epoche precedenti; sarebbero stati quindi autoctoni, cioè nati dalla terra in cui risiedevono; a sostegno di questa tesi vi è il fatto che gli Etruschi chiamavano se stessi rasenna, un nome che fa pensare a quello dei raeti, una popolazione alpina sicuramente autoctona. Gli studiosi moderni hanno valorizzato entrambe le tradizioni ed hanno gettato una nuova luce sulla più antica storia etrusca. Probabilmente c’è del vero in ognuna nel senso che dall’Asia Minore si effettuò un’immigrazione in Toscana di gruppi isolati, apportatori di una civiltà evoluta, attratti dalle ricche miniere della regione, e questo spiegherebbe l’improvviso esplodere della civiltà etrusca tra il secolo VIII e il VII a.C. e le molte affinità che si rilevano nei costumi, nella lingua, nell’arte e nella religione degli Etruschi con il mondo egeo-anatolico. In Toscana tali gruppi si sovrapposero, sfruttandone, valorizzandone, stimolandone le energie latenti, sugli elementi, che conoscitori del ferro, vi erano giunti dal Nord o dall’opposta sponda adriatica verso il 1000 ca. a.C., sovrapponendosi a loro volta agli abitanti insediati nella regione fin dall’età neolitica. Gli Etruschi quindi possono essere risultati dalla fusione di tre componenti etniche, quella orientale, quella nordica, quella autoctona, cioè costituirono un popolo del tutto nuovo.

VICENDE STORICHE    I dati archeologici consentono di collocare l’”inizio” della storia degli Etrusci nel IX secolo a.C. A partire da tale periodo (denominato villanoviano) cominciarono a formarsi le citta-stato, si ebbe un notevole salto di qualità nelle attività produttive, e iniziò ad affermarsi la proprietà privata della terra.La società rimase comunque sostanzialmente equalitaria come si può dedurre dai pochi oggetti di corredo, che accompagnavano le depopsizioni. Presenze villanoviane sono state individuate nell’Etruria propria (delimitata a sud dalla riva destra del Tevere, a est dai rilievi appenninici, a nord dalla riva sinistra dell’Arno e a ovest dal Mare Tirreno), nell’area padana, in Campania nelle zone di Capua e Salerno, e a Fermo nelle Marche. Il secolo successivo fu segnato dall’inizio della colonizzazione greca dell’italia meridionale. Il contatto con una civiltà più strutturata fece da volano allo sviluppo delle aree d’influenza vaillanoviana. L’evoluzione è avvertibile in modo particolare nei centri costieri dll’Etruria meridionale, che controllavano l’accesso alle zone minerarie di Vetulonia e Populonia, alle quali erano interessati i Greci. I mutamenti intercorsi divennero evidenti nell’età cosiddetta orientalizzante (730-580 aC.): si coglie l’esistenza di centri primari e secondari, di “principi” e di “servi”. Le confederazioni si fecero opulente per i prodotti delle terre circostanti, coltivate specialmente a frumento, vennero introdotte le colture dell’olivo e della vite; fiorenti furono gli allevamenti di animali, esperienze tecnologiche d’avanguardia entrarono in possesso degli artigiani e grazie alle miniere e ai traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente , creando grande prosperità dappertutto, così da condizionare, a Nord l’espansione nella valle padana, dove si affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna) e Marzabotto, collegate verso l’Adriatico, con Spina, mediatrice degli influssi del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell’ambra e dello stagno; a Sud la supremazia nel Lazio e la forte presenza in Campania; sul mare la gara serrata con le marinerie cartaginesi e greche.

Anche se Roma non fu mai in stabile dominio etrusco, tuttavia la Dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca, riflette il prestigio e l’importanza delle città etrusche meridionali , con tante tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi, istituti, edifici di Roma, largamente confermate anche dall'archeologia.

Il massimo di prosperità ed espansione fu raggiunto dagli Etruschi verso la metà del sec. VI a.C., tanto che, nel 535, alleati dei cartaginesi, sconfissero nella battaglia di Alalia, davanti la Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul mare. Il loro arresto cominciò invece sul finire del secolo e fu seguito dal declino nel secolo V a.C. Prima fu Roma a liberarsi della loro supremazia con la cacciata, verso il 510, dei Tarquini; poi se ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad Aricia, nel 506, li sconfissero in battaglia.

Gli avamposti degli Etruschi in Campania rimasero così isolati e si indebolirono dopo la sconfitta navale che essi subirono a Cuma nel 474, andando del tutto perduti nel 423 con la conquista di Capua da parte dei Sanniti.

A nord la discesa dei Galli travolse i centri etruschi della Valle Padana all’inizio del secolo V a.C. Nel 396 Roma conquistava Veio estendendo la sua influenza su tutta l’Etruria meridionale. Per più di due secoli gli Etruschi ostacolarono l’ulteriore espansione romana. Nel 295, coalizzati con gli Umbri, i Galli e i Sanniti, furono sconfitti dai Romani in una grande battaglia a Sentino: nel giro di qualche decennio furono completamente assoggettati da Roma che li incluse, mediante trattati particolari, nella serie dei suoi alleati nella penisola, finchè non concesse loro la cittadinanza romana con la guerra sociale del 90 a.C. Nonostante la perdita dell’autonomia politica, gli Etruschi continuarono però a esercitare in seguito una grande influenza in Italia, sul piano culturale, religioso e artistico.

Roma, che sotto Augusto aveva fatto dell’Etruria la settima regione d’Italia, assorbì molto da essi nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua, nei gusti, l’amore per il lusso, i banchetti, le danze, la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco (l’abile artigianato, la tecnica approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell’età rinascimentale.

La lingua e l’alfabeto

Non meno incerti e contraddittori sono i risultati a cui sono giunti gli studiosi riguardo alla scrittura e alla lingua degli Etruschi, solo su un punto sembra che si sia ormai concordi, nel ritenere cioè la lingua etrusca come non appartenente al ceppo indoeuropeo.

Il materiale documentario per lo studio di questi due problemi è molto ricco e ci è fornito da numerose iscrizioni, circa 9000, dipinti o graffite o incise su terracotta, su metallo, su tavolette d’argilla, su roccia, la maggior parte trovate nell'Etruria propria, ma in parte anche in altri territori su cui si estendeva la popolazione etrusca.

Si tratta però, in grande maggioranza, di brevi e semplici epigrafi funerarie nelle quali non compare altro che il nome del defunto, con l’indicazione dei suoi rapporti di parentela e gli anni di vita, oppure di iscrizioni votive.

Ben poche sono le iscrizioni di una certa ampiezza, circa una decina, il fegato di bronzo rinvenuto a Settima (nel Piacentino)in cui sono incisi i nomi degli dei e le partizioni della volta celeste, tre lamine di piombo trovate a Magliano (Grosseto), a Volterra, a Monte Rabbi, la toga dell’Arringatore del Museo Archeologico di Firenze. Più significativi sono:

- la tegola di Santa Maria Capua Vetere ora a Berlino, la quale in realtà è un calendario rituale, inciso prima della cottura su una lastra di terracotta, il cui testo presenta una scrittura continua, senza divisioni fra parole e sembra databile nel V secolo a.C.;

- un cippo di forma parallelepipeda rinvenuto nelle vicinanze di Perugia che riporta una lunga iscrizione, distribuita su 45 righe. Il documento costituisce la versione monumentale di un documento privato redatto fra la famiglia perugina dei VELTHINA e quella chiusina egli AFUNA.

- le preziose laminette auree del Santuario di Pyrgi (Santa Severa) su cui è riportata la dedica in etrusco e in fenicio di un’ara sacra a UNI 8Guinone) da parte di THEFARIE VELIANAS regnante su CAERE.

- Il testo di gran lunga più ampio a noi pervenuto è il LIBER LINTEUS. Il manoscritto, acquistato dal collezionista Michael de Baric in Egitto, tagliato in strisce, era stato impiegato per avvolgere la mummia di una donna: il riutilizzo lo ha conservato. Il collezionista , tornato in Europa, portò la mummia con sé per arricchire la propria raccolta, che poi lasciò in eredità al Museo di Zagabria, dove è ancora conservata. Successivamente le bende vennero riaccostate e riconosciute come parti di un libro di lino scritto in etrusco . Il contenuto concerne testi e prescrizioni di carattere sacro redatte in forma di calendario; per il luogo della redazione si è pensato a Volterra, o a un’area situabile fra Perugia, Cortona e il Lago Trasimeno.

L'alfabeto etrusco, nella sua forma più antica, comprende 26 lettere, e 20 in quella più recente. Ricalca quello greco-occidentale trasmesso in Italia dai Calcidesi, i Greci che avevano colonizzato il golfo di Napoli intorno alla metà dell’VIII sec. A.C. Di questo alfabeto gli Etruschi non utilizzarono la lettera beta, delta, omicron e samech.

La diversità della grafia di alcune lettere consente di distinguere almeno due diverse aree di scrittura: una settentrionale e una meridionale includente anche Volsinii e Vulci.

Con il passare del tempo i sistemi si semplificarono e alcuni segni caddero in disuso sia a nord che a sud.

Un’altra particolarità è rappresentata dall’andamento della scrittura: l’etrusco è scritto, di regola, da destra verso sinistra.

L’introduzione della scrittura rappresentò un ulteriore fattore discriminante nella società , già divisa nettamente in classi, il suo uso appare ristretto alla classe dominante, ma in seguito fu diffusa e insegnata raggiungendo gli ambiti religiosi e civili, coinvolgendo fasce più ampie di popolazione.

La struttura politica e sociale della società etrusca

Si conosce poco dell'organizzazione delle singole città etrusche, è stato ipotizzato che i guerrieri a capo delle famiglie aristocratiche abbiano conquistato le aree divenute in seguito sede di città indipendenti, ciascuna controllata da un proprio re. Di conseguenza, l'Etruria non raggiunse mai una reale unità nazionale, anche se ogni città colonizzò il territorio circostante e spesso strinse alleanze sia con altri centri etruschi sia con comunità esterne. La storia della regione dimostra come ogni singolo centro rispondesse ai periodi di crisi in termini ritenuti favorevoli alla propria sopravvivenza, senza riguardo agli interessi dei vicini.

Sin dalle origini comunque la società etrusca appare dominata da un'aristocrazia saldamente ancorata al potere, che esercitava uno stretto controllo sull'attività politica, militare, economica e religiosa della comunità.

La forma di governo peculiare dell'Etruria fu quella della città-stato, di cui alcuni re raggiunsero i loro obiettivi politici grazie all’abilità militare.

Le città-stato indipendenti, stringevano continuamente alleanze fra loro a scopo politico ed economico, mentre più stretti vincoli venivano rafforzati mediante matrimoni dinastici.

Tre diverse confederazioni emergono dalla storia etrusca ­ quella del nord, del sud e del centro della regione ­ ciascuna composta di dodici città. La sola confederazione che ebbe una certa importanza storica fu quella del centro: si trattava di una non ben definita organizzazione politico-religiosa, che aveva il proprio centro religioso nel santuario della dea Voltumna, dominante il lago di Volsini (oggi di Bolsena) nel Lazio; esso rivestiva funzioni abbastanza limitate, che avevano un carattere più religioso che politico.

Non ci è giunto nessun elenco ufficiale delle dodici città-stato confederate nel centro dell'Etruria; i loro nomi si possono comunque dedurre dalle informazioni che ci danno Livio, Dionigi di Alicarnasso e Diodoro Siculo: Arretium (Arezzo), Cerveteri, Clusium (Chiusi), Cortona, Perusia (Perugia), Populonia, Rusellae (Roselle), Tarquinii (Tarquinia), Veii (Veio), Vetulonia, Volaterrae (Volterra), Vulci.

Dai ranghi dell'aristocrazia che governava ciascuna città venivano eletti annualmente dei magistrati, noti col nome di lucomones, un termine che potrebbe essere tradotto con signore o principe. Esso era capo dell’esercito, supremo giudice e sommo sacerdote.

Il cuore della vita politica era nei centri urbani, in cui si trovavano le botteghe degli artigiani, si tenevano i mercati; qui la popolazione doveva essere ripartita in tribù o in quartieri; da qui gli aristocratici dominavano le campagne.

Le campagne erano abitate da una classe di proletari formata dalla parte della plebe nullatenente che non era riuscita ad entrare nel ceto borghese, alla quale corrispondeva la servitù della gleba , organizzata in comuni rustici dipendenti dai maggiori centri cittadini.

Essi erano in uno stato “fra liberi e schiavi”, potevano avere il possesso della terra, che lavoravano per conto del padrone, e di altri beni, tipo le case attrezzate, ma erano esclusi dall’esercizio delle cariche pubbliche, dal commercio, dal connubio con le classi agiate e dal militare nell’ esercito.

Dell’ordinamento militare sappiamo molto poco, ma si ritiene che l’esercito dei singoli stati fosse costituito da leve della classe agricola o plebea, eseguite dai principes ai quali erano riservati i gradi militari.

La fanteria costituiva il fondamento dell'esercito, le cui armi più importanti erano rappresentate dalla lancia e dall'ascia da combattimento (quest'ultima usata sia come arma da lancio sia per colpire); erano impiegati anche l'arco e il giavellotto, trovati di frequente ­ insieme a frecce ­ nelle deposizioni tombali. Elmi e scudi di varie fogge risentono dei modelli greci e nordeuropei, mentre le spade (rare) costituivano probabilmente una merce assai pregiata. La cavalleria rappresentava con ogni probabilità un importante settore dell'esercito (carri da combattimento sono stati trovati nelle camere mortuarie più ampie). La marina fu piuttosto potente e dominò il Mediterraneo per almeno due secoli. Nella vita domestica e nella famiglia etrusca la donna aveva una parte preponderante e tanto dalla letteratura, quanto dalla tradizione figurata è messa in evidenza la posizione elevata della madre di famiglia nella vita sociale degli Etruschi. La donna è compagna del marito nei lieti banchetti, ma partecipava anche agli spettacoli, ai ludi ginnici e ai combattimenti dei gladiatori; sullo stesso letto funebre i coniugi sono raffigurati adagiati insieme come a un banchetto in molti monumento sepolcrali. Saldo era il vincolo che stringeva i vari membri della famiglia, almeno di quelle nobili; i diritti familiari erano riservati al primogenito, detto dagli scrittori latini princeps, a cui spettava il privilegio di partecipare alla vita pubblica dello stato.

Era tramandato di generazione in generazione il patrimonio concernente le proprietà e le ricchezze, quanto quello relativo alle tradizioni genealogiche e domestiche.

Vi era negli Etruschi, specialmente nelle donne, un amore spiccato per gli ori e per i gioielli. Le pitture delle tombe mostrano i servi al lavoro seminudi e i banchettanti vestiti con abiti eleganti. L’abbigliamento etrusco è simile a quello greco; i tessuti preferiti erano la lana, generalmente molto colorata, e il lino usato nel colore naturale. Abiti unisex accanto ad altri tagliati espressamente per uomo o per donna sono presenti in Etruria. Un indumento solo maschile era il perizoma, simile a dei calzoncini, mentre la lunga tunica, decorata a scacchi e losanghe, poteva essere indossata indifferentemente da entrambi i sessi. Le donne portavano pure un chitone di lunghezza intermedia, con lunghe maniche. Gli Etruschi ci appaiono amanti della vita gaia e spensierata, dei lieti banchetti e delle danze sfrenate; al loro amore per gli esercizi di forza e di destrezza si aggiungeva la passione per la caccia, e allora la selvaggina doveva essere abbondante sulle pendici dei colli e dei monti non meno che nelle boscose bassure della Toscana marittima. Sono sempre le immagini presenti sulle pareti delle tombe dipinte a fornire informazioni sui giochi praticati; essi si tenevano sia in occasione di alcune ricorrenze sia durante le esequie funebri di persone particolarmente importanti.

I giochi comprendevano corse di carri e cavalli, gare di atletica leggera (lancio del disco e del giavellotto, salto in alto e corsa) e incontri di lotta e pugilato. Sono inoltre documentate le danze, le esibizioni di acrobati e giocolieri, il tiro della fune e l’arrampicata del paolo. Una competizione più cruenta vedeva come protagonisti un personaggio mascherato, denominato phersu, che aizzava un cane contro un uomo incappucciato e armato di una clava. I dadi erano tra i passatempi più apprezzati.

Le fonti letterarie antiche testimoniano un grande amore per la musica: Aristotele afferma che essi praticavano il pugilato, frustavano i servi e cucinavano al suono del flauto. Eliano, nella sua opera “La storia degli animali” ricorda che ricorrevano all’aiuto della musica pure per catturare i cinghiali e i cervi.

INDUSTRIE, COMMERCI, CIVILTA’ L'Etruria si collocava nel cuore dei contatti commerciali stabiliti dai mercanti che, dall'Oriente mediterraneo, giungevano nella penisola italiana. L'evidenza archeologica mostra che i primi a raggiungere la regione furono i fenici, probabilmente nell'VIII secolo a.C., in cerca di nuove materie prime, come i metalli non lavorati, e forse la lana e il cuoio, che scambiavano con prodotti finiti provenienti dal Medio Oriente. L’Etruria era ricca di metalli, specialmente di rane e di ferro, provenienti dall’isola d’Elba. Né mancava lo stagno, necessario per la fabbricazione del bronzo: Gli Etruschi si dimostrarono abili metallurgici e valenti fabbri, sicchè i prodotti che uscivano dalle officine di Populonia, Arezzo, Cortona e Perugia ebbero fama e diffusione fino tra le popolazioni barbariche d’oltralpe.Non pochi bronzi etruschi pervenuti fino a noi rappresentano veri capolavori; similmente seppero lavorare con finezza di esecuzione l’argento e l’oro, producendo svariati oggetti, fibule, spilloni, schienali, fermagli, collane etc.. Accanto alla metallurgia si svilupparono le industrie del legno e della pietra di cui era ricca l’Etruria, alabastro, marmi, travertini, tufi. Vanno ricordate l’industria delle costruzioni navali e quella degli strumenti musicali, favorite dall’abbondanza di legname dell’Etruria interna e costiera, ricca di faggi, pini, abeti e dallo sviluppo della marina etrusca sia mercantile, sia da guerra. Non abbiamo particolari informazioni sull’industria dei mobili e su quella dei tessuti, che pure dovevano essere molto sviluppate data l’abbondanza e la varietà degli abbigliamenti e il lusso delle case e delle mense, testimoniatoci dalle pitture e dai rilievi tombali.

L’agricoltura ebbe presso gli Etruschi un notevole sviluppo, sia per la naturale fertilità del paese, sia per l’abilità idraulica di questo popolo, che aveva bonificato la regione costiera, canalizzando le acque della Val di Chiana, bonificata parte delle terre del delta e della pianura del Po. Si aveva così una ricca produzione di cereali, di vini, di olio e di castagne, ecc.. Nelle regioni scarse di acqua. In corrispondenza con questa attività industriale non poteva mancare un adeguato sviluppo del commercio, con gli altri popoli d’Italia e dell’Europa media, con i Greci, con i Fenici e con i Cartaginesi. L’importanza e l’ampiezza del commercio fecero sentire in bisogno di monete e di un proprio sistema di pesi e di misure. Per le monete si usò il metallo grezzo (aes rude), al quale fu sostituito l’aes signatum formato da pezzi di bronzo di forma quadrilatera con sopra linee o simboli vari. Nel secolo V cominciarono a usarsi le prime monete d’oro e d’argento, nel secolo IV si ebbero monete coniate dalle due facce, con impressi i nomi delle città etrusche più importanti. Nel campo dell’ingegneria e della tecnica idraulica compirono importanti progressi a vantaggio dell’agricoltura, con lavori di prosciugamento e d’ irrigazione; così nelle costruzioni murarie, erigendo poderose cinte di mura con blocchi di pietra per difendere la città. Maestri furono nella costruzione di ponti, per la quale presero ad applicare la volta, che è una delle caratteristiche più spiccate della loro arte costruttiva.

La religione Gli Etruschi ebbero fama di essere popolo religiosissimo, Tito Livio, storico romano vissuto tra il I sec. a.C. e il I d.C. lo definì “Popolo che più di ogno altro era dedito alle pratiche religiose, tanto più che eccelleva nell’arte di celebrarle….” Anche questo aspetto della società etrusca fu influenzato dalla cultura greca, pur rilevando nella religiosità etrusca chiare differenze qualitative rispetto a quella greca. Nella religione greca e poi in quella romana, il protagonista è sempre l’uomo, mentre in Etruria la divinità sembra sempre imporsi in modo conclusivo.

I Romani notarono il fatto che gli Etruschi avevano disposto le loro divinità secondo un ordine gerarchico, al vertice del quale si trovava una triade celeste, formata da Tinia (Giove), Uni (Giunone ) e Menrva (Minerva) a cui in ogni città dovevano essere dedicati tre templi a triplice cella. Analogamente si aveva una triade infernale composta di Mandus (Bacco), Mania e di una terza divinità femminile, Persiphersipnei (Persefone) o forse Serfue (Cerere); i nomi delle divinita costituenti la triade celeste risultano dal famoso fegato di bronzo di Piacenza, diviso in tanti compartimenti, in correlazione alla suddivisione della volta celestre, in cui si riteneva che la divinità dominasse. Tinia, identificato col romano Giove e col greco Zeus, era il dio supremo, che governava il mondo affiancato da due consessi divini: gli dei consentes, in numero di 12 e gli dei detti involuti (segreti) dagli autori latini, in quanto non se ne conosceva né il numero né il nome. Varrone indica in Vertumno (identificabile con il Voltumna delle iscrizioni etrusche) il dio supremo, ma o si tratta di un epiteto di Tinia, o Vertumno ebbe una supremazia di tipo politico e limitata alle città dell'Etruria meridionale che, riunite in lega, tributavano a questo dio un culto comune. Tinia manifestava la volontà degli dei soprattutto per mezzo delle folgori, che venivano interpretate da speciali indovini detti probabilmente trutnvt. La scienza di questi indovini era raccolta in libri detti dai latini "folgorali" ispirati, secondo il mito, dalla ninfa Vegoe. La volontà degli dei veniva letta anche nelle viscere degli animali sacrificati, da indovini chiamati probabilmente netsvis. La scienza degli aruspici era raccolta nei Libri haruspicini che un mito attribuiva a Tagete, eroe culturale etrusco. Tra i visceri osservati aveva un'importanza particolare il fegato, la cui osservazione veniva insegnata anche mediante modelli (p. es. il Fegato di Piacenza, un modello in bronzo che riproduce schematicamente il fegato di una pecora, suddiviso in zone assegnate alle varie divinità). La sapienza sacerdotale etrusca era tramandata anche a mezzo di altri libri, chiamati dai Romani Libri rituales.

Essi contenevano la descrizione di riti purificatori, espiatori e di fondazione. Inoltre vi si raccoglievano predizioni sul destino degli uomini e delle città (i cosiddetti Libri fatales), nonché sul destino ultimo dopo la morte (Libri Acheruntici). Complesse erano le nozioni sull'oltretomba dominato dalla coppia Mantus-Mania e dalla loro corte di demoni, tra cui si ricorda Charun (il greco Caronte) raffigurato come un genio alato, dal naso adunco e armato di un maglio, e Tuchulcha dai piedi e dal becco di uccello rapace e dalle chiome serpentiformi. I morti, a mezzo di sacrifici offerti dai superstiti alle divinità infere, ottenevano da queste la sopravvivenza e diventavano dii animales (traduzione latina di un'espressione etrusca a noi ignota; forse dei fatti di "anima", o derivati dalle "anime" dei morti); i Romani li equiparavano ai loro dei Penati. In funzione della sopravvivenza del morto va considerata la dovizia con cui si costruivano e si arredavano le tombe, che costituiscono la principale, se non l'unica, fonte di nuove informazioni sulla cultura etrusca.

Arte Molto esaltata nel 1700, al tempo delle prime importanti scoperte archeologiche, e considerata in seguito soltanto un fenomeno provinciale dell'arte greca, l'arte etrusca è stata rivalutata in questo secolo soprattutto per la sua "aclassicità" (cui non è certo estraneo il substrato italico della popolazione), testimoniata da un realismo espressionistico, a volte drammatico, dal quale emerge il carattere più tipico della visione d'arte degli Etruschi . L'arte etrusca, il cui corso, in base agli influssi provenienti prima dall'Oriente e poi dalla Grecia, si suole dividere in

varie fasi (periodo delle origini o età villanoviana, periodo orientalizzante, periodo ionico e attico, periodo di mezzo, periodo ellenistico), ebbe la sua maggior fioritura nei sec. VII e VI a. C., con una ripresa dopo il sec. IV anche in coincidenza con la conquista romana. Essa presenta varie caratterizzazioni sia nelle sue diverse fasi, sia nelle diverse località (Chiusi è famosa per i suoi canopi arcaici e, nel periodo ellenistico, per le urne policrome; Tarquinia per le tombe dipinte scavate nella roccia; Cerveteri per i tumuli arcaici e le necropoli monumentali ; Palestrina per le ricche tombe orientalizzanti, ecc.). Le manifestazioni più importanti si ebbero nell'ambito del culto per l'aldilà, e architettura, pittura e scultura si associarono sovente nella realizzazione delle dimore funebri. Secondo la tradizione, i Romani appresero dagli Etruschi la costruzione di strade e fognature, l'uso dell'arco e della volta, l'architettura del tempio a tre celle, la forma dell'atrio detto tuscanico e di altri ambienti della casa patrizia, lo stesso impianto urbano e la divisione dei terreni (agrimensura). Ma le conoscenze delle città etrusche e dei loro monumenti sono piuttosto scarse. I templi erano sia del tipo descritto da Vitruvio, a tre celle e a largo impianto, sia a una sola cella.

Caratteristico dei templi etruschi è il rivestimento in terracotta policroma, che nella fase ionica, intorno alla metà del sec. VI a. C., presenta fregi continui a rilievo di ispirazione greco-orient. e grandi tegole terminali (Vignanello, Velletri); nella fase successiva ha, come a Veio nel tempio dell'Apollo (nonché a Falerii Veteres, Cerveteri, Satrico,

Tarquinia, Pyrgi), grandi acroteri figurati e antefisse a conchiglia; nella fase ellenistica è caratterizzato da grandi rilievi frontonali (Talamone, Luni, Civitalba). Le cinte murarie sono databili, in genere, tra il sec. VI e il IV a. C. Di età ellenistica sono le porte delle città, aperte ad arco (Volterra, Perugia), più volte riprodotte, insieme alle mura merlate, nelle contemporanee urnette funerarie. Ma, sono soprattutto le tombe, con le loro ricche suppellettili, con i sarcofagi scolpiti, con le pitture murali, a consentire di seguire l'evoluzione dell'arte etrusca, di individuarne i rapporti prima con l'Oriente e poi con la Grecia, di comprenderne le motivazioni e il significato. Le origini sono connesse (metà del sec. VIII a. C.) all'evoluzione dell'arte villanoviana, nota soprattutto dalle necropoli dell'Emilia, con lo sviluppo della lavorazione del bronzo e le prime importazioni dall'Oriente di scarabei egiziani, di figurine fenicie di terracotta invetriata, di paste vitree, di ornamenti d'oro a sbalzo e filigrana. Nel periodo orientalizzante (sec. VII a. C.), accanto a semplici tombe a fossa compaiono le tombe a corridoio o a camera (talora con copertura a falsa volta o a falsa cupola) e i grandi tumuli circolari. Ricchi i corredi funerari, tra cui eccezionali quelli delle tombe Regolini-Galassi di Cerveteri (Roma, Museo di Villa Giulia), Bernardini e Barberini di Palestrina (Roma, Museo Pigorini; Villa Giulia; Vaticano), del Circolo degli Avori alla Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze): grandi pettorali, fibule, armille auree, pettini e scatolette di avorio per uso personale, e inoltre calderoni di bronzo laminato su tripode e loro imitazioni in terracotta. Molto usate nell'oreficeria le tecniche della filigrana, della granulazione, del pulviscolo. Assieme a vasi importati da Rodi e Corinto si trovano vasi di imitazione, italo-geometrici ed etrusco-corinzi. A Chiusi compaiono i primi canopi e il bucchero, la caratteristica ceramica nera etrusca. Il periodo seguente (600-474 a. C.) è di influenza greca, prima ionica e poi attica. Direttamente dalla Grecia gli E. importarono per le loro tombe vasi a figure nere e rosse dei più noti maestri, mentre le anfore "pontiche" e le idrie ceretane sono probabilmente opera di artisti ionici immigrati. Nella plastica eccellono le grandi statue fittili del 500 a. C. ca. (Roma, Museo di Villa Giulia) del Tempio del Portonaccio di Veio ­ il famoso Apollo , l'Ermete, l'Eracle, la Dea con bambino ­ attribuite alla scuola di Vulca, il solo grande artista etrusco a noi noto dalla tradizione letteraria, chiamato a ornare il tempio di Giove Capitolino a Roma. Contemporaneo è il Sarcofago degli sposi di Cerveteri, dalla linea incisiva ed elegante, tra i più belli di un'ampia serie di opere analoghe ; l'inquietante espressione dei volti dei coniugi, in cui si rispecchia la consapevolezza di chi è ormai al di là del mistero della morte, si ricollega all'enigmatico sorriso dell'Apollo di Veio, che anche nella drammatica tensione interna evidenziata dalla voluta stilizzazione dei panneggi mostra l'originalità della scultura etrusca pur modellata sullo stile greco. Particolare importanza hanno i metalli lavorati, tra cui i bronzi laminati e decorati a rilievo di un carro da parata (musei di Perugia e Monaco), una lamina con amazzoni di argento e oro pallido (Londra, British Museum), i tripodi detti Loeb, forse ceretani (Museo di Monaco). Della zona di Chiusi sono diverse statue in pietra fetida, nonché rilievi su cippi, urne, sarcofagi. Degli ultimi decenni del sec. VI a. C. sono anche le più antiche tombe dipinte, soprattutto a Tarquinia, importanti per la conoscenza della vita e dei costumi etruschi. Alla più antica tomba dei Tori (ca. 530 a. C.) seguono quella degli Auguri, con crudeli scene di giochi funebri; della Caccia e della Pesca, con ampio motivo paesistico; del Barone, di compostezza pienamente greca. Il sec. V a. C. è caratterizzato in Etruria da un arcaismo attardato. Oltre a numerose pitture tombali (a Tarquinia le tombe delle Bighe, dei Leopardi, del Triclinio e la più tarda tomba della Nave; a Chiusi le tombe della Scimmia e del Colle) sono importanti le decorazioni fittili templari, tra cui quelle di Pyrgi (ca. 480-470 a. C.). Tra le statue bronzee, che le fonti ricordano numerose, famose la Lupa Capitolina e la Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico) . Nel sec. IV a. C., quando Roma inizia la conquista dell'Etruria, l'arte etrusca ha nuovo sviluppo attingendo in ritardo al classicismo greco; il filone popolare italico trova espressione in alcune figure della decorazione del tempio del Belvedere a Orvieto (350-330 a. C.). Di questo periodo sono i sarcofagi di Tarquinia, con la figura del defunto a tutto tondo distesa sul coperchio. Col sec. III a. C. inizia il lungo periodo ellenistico in cui, anche sotto il dominio di Roma, le fabbriche etrusche continuano a produrre, in forma quasi industrializzata, le numerosissime urnette di pietra e alabastro che a Perugia e a Volterra giungono fino all'età augustea, i sarcofagi di Tuscania, le diffuse terrecotte votive a stampo. Di maggior impegno sono gli altorilievi dei frontoni dei templi di Talamone, Luni e Civitalba con scene mitologiche e storiche (lotta coi Galli). Del sec. III a. C. è anche la famosa tomba dipinta François (Roma, Collezione Torlonia), con episodi dell'epopea etrusca. Tra le altre tombe ellenistiche si ricordano quelle tarquiniesi dell'Orco e degli Scudi, quella dei Rilievi a Cerveteri , del sec. III a. C., quella più tarda del Tifone a Tarquinia.

Ellenistici sono infine alcuni importanti ritratti bronzei, tra cui il famoso Arringatore (Firenze, Museo Archeologico) , con il quale l'arte etrusca mostra di essersi volta al potente realismo figurativo che sarà proprio dell'arte romana.

 

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GLI ETRUSCHI

 

 

Etruschi furono un popolo d'incerta origine abitante anticamente la Toscana e il Lazio settentrionale. Secondo Erodoto, che li identifica con i Tirreni, sarebbero giunti in Italia dall'Asia Minore; secondo altri proverrebbero dall'Europa centrale; secondo storici recenti la nazione etrusca si sarebbe formata in Italia mediante la graduale reciproca assimilazione delle genti abitanti tra l'Arno e il Tevere.

L'arte etrusca si suole dividere in diverse fasi in base ai vari apporti, prima orientali, poi greci, che influirono sulla sua formazione; essa, però, mantenne sempre una propria originalità dovuta ai legami col sostrato italico, per esempio nei caratteristici effetti di realismo espressionistico. Pochissimo resta dell'architettura (sappiamo però che gli Etruschi introdussero l'uso dell'arco e della volta): sono le dimore funebri, dove spesso sono associate architettura, scultura e pittura, a permetterci di seguire l'evoluzione dell'arte, grazie alle ricche suppellettili, alle oreficerie, ai sarcofagi scolpiti (a Tarquinia, dal IV sec., con la figura del defunto a rilievo adagiata sul coperchio), alle ben conservate pitture murali (Tarquinia, tomba degli áuguri, tomba della caccia e della pesca). Le tombe sono di vario tipo: diffuse quelle circolari, con copertura a falsa volta, e quelle con corridoio d'accesso, atrio e camera sepolcrale, segnalate all'esterno da un tumulo di terra. Nella scultura spiccano le grandi statue fittili, un tempo policrome, che ornavano i templi (Apollo di Veio; Roma, Museo di Villa Giulia), e le opere in bronzo, come la Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico) e la Lupa capitolina (Roma, Palazzo dei Conservatori). Tipicamente etruschi sono i buccheri e i canopi.

I canopo è un vaso funerario di origine egizia dal caratteristico coperchio a forma di testa umana o animale. Per analogia, il vaso ossuario etrusco del tipo prodotto a Chiusi dal 650 al 500 a. C. circa.

I buccheri sono vasi artistici prodotti con una terra odorosa e generalmente rossastra, destinati a mantenere fresca e aromatica l'acqua, ancora oggi riprodotti in Umbria. Il bucchero nero fu proprio dell'arte etrusca, mentre il bucchero grigio fu usato anche in Grecia e Spagna.

 

 

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Dispense prof. Gentile Giorgio  

La prima Italia

LE POPOLAZIONI DELL’ITALIA ANTICA

etruschiAll’inizio del I millennio a.C. la penisola italiana era abitata da popolazioni diverse: al centro si erano insediati gli Etruschi, i Greci avevano colonizzato l’Italia meridionale e parte della Sicilia (Magna Grecia), mentre insediamenti fenici si trovavano lungo le coste occidentali della Sicilia e in Sardegna. A nord-est si insediavano i Veneti e a sud-est gli Iapigi, mentre tra le attuali Marche e il Lazio si erano stanziati Piceni, Umbri, Latini e Sabini. Più a sud, nella fascia campana, vivevano i Sanniti. Sull’origine del nome Italia lo storico e geografo greco Strabone (58 a.C. – 19 d.C.) afferma:

“Gli antichi chiamavano col nome di Italia l’Enotria, che si estendeva dalla stretto di Messina fino al golfo di Taranto e di Salerno; poi il nome passò a estendersi fino alle falde delle Alpi, arrivando a comprendere anche la parte della Liguria e la parte dell’Istria”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL problema delle origini DEGLI ETRUSCHI

etruschiA partire dal IX secolo a.C. si formò la prima grande civiltà italica: quella degli Etruschi, come li chiamavano i Romani, o Tirreni, com'erano detti dai Greci, o Rasenna, come loro stessi amavano definirsi. Gli Etruschi occuparono il vasto territorio posto fra il mar Tirreno e i fiumi Arno e Tevere, dove fondarono numerose città. Alcune di queste sono scomparse, come Veio, Cerveteri e Vetulonia; altre esistono ancora, come Tarquinia, Arezzo, Perugia e Volterra. Da questa regione, detta Etruria, gli Etruschi si andarono espandendo a nord fino alla Pianura Padana e a sud fin sulle coste campane. Gli Etruschi sono sempre stati considerati un popolo misterioso: in primo luogo per la loro lingua, che gli studiosi non hanno ancora potuto comprendere adeguatamente, soprattutto a causa della scarsità di documenti scritti a nostra disposizione; poi, per il problema della loro origine. Lo storico greco Erodoto attorno alla metà del V secolo a.C. sostenne che gli Etruschi provenivano dalla Lidia, in Asia Minore. Secondo lui, gli Etruschi avevano abbandonato quella regione verso il XIII-XII secolo a.C. a causa di una carestia. Secondo Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.), invece, gli Etruschi erano indigeni, cioè originari dei luoghi che abitavano. L'ipotesi di una provenienza orientale sembra oggi la più probabile. Tuttavia, gli storici contemporanei ritengono che, se pure vi fu una migrazione dall'Oriente, dovette trattarsi di un fenomeno lento, non del trasferimento in blocco di un popolo e una civiltà, ma del progressivo inserimento di gruppi di immigrati nelle comunità già presenti nella penisola italica. Con tutta probabilità la civiltà etrusca nacque dall'incontro tra questi immigrati e la cultura villanoviana, caratterizzata da un abile uso del ferro, che si era sviluppato al termine del II millennio a.C. Il problema della "provenienza" della civiltà etrusca si può oggi considerare superato.

Una civiltà di poleis

Gli Etruschi seppero realizzare una società urbana evoluta, sostituendo gli antichi villaggi italici, fatti di rozze capanne, con delle vere e proprie città-stato (le poleis). Gli edifici delle città etrusche erano costruiti con pietre e mattoni. Ampie vie e spaziosi marciapiedi rendevano comoda la viabilità. Ogni polis era autonoma e indipendente ed era governata da un re chiamato lucumone che veniva controllato da un'assemblea di aristocratici. Ma tra il VI e il V secolo a.C. il potere del re si indebolì e si affermarono regimi di tipo repubblicano. Molte poleis erano riunite in una lega, un'alleanza religiosa e militare, proprio come avveniva in Grecia. La lega più importante era la dodecapoli (unione di dodici città) che univa le poleis principali. Tra il VII ed il VI secolo a.C. ne fecero probabilmente parte: Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Orvieto, Chiusi, Vetulonia, Volterra, Perugia, Cortona, Arezzo e Fiesole. Ogni anno i rappresentanti delle poleis che facevano parte della dodecapoli si riunivano presso il Fanum Voltumnae, un santuario. In quell'occasione si celebravano anche dei giochi, analoghi a quelli panellenici. I rappresentanti delle poleis cercavano di accordarsi su di una politica estera comune, ma raramente vi riuscivano. L'unione della dodecapoli così più che politica fu religiosa.

Dall'apogeo alla decadenza

La civiltà etrusca raggiunse il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C. In quest'epoca gli Etruschi si imposero facilmente sulle popolazioni italiche più arretrate, giungendo a controllare tutta l'area compresa tra la Pianura Padana e la Campania. La stessa Roma tra il VII ed il VI secolo fu sottoposta al predominio degli Etruschi (molti aspetti caratteristici della civiltà romana derivano dagli Etruschi: alcuni settori in cui l'influenza etrusca fu particolarmente significativa furono l’edilizia, l’arte di bonificare le zone paludose, scavando numerosi canali, l’uso delle dighe per impedire lo straripamento dei fiumi e la costruzione di ampie cisterne per il rifornimento dell'acqua). Contemporaneamente le flotte etrusche assunsero il controllo delle principali rotte del Mediterraneo, in concorrenza con Cartagine e le città della Magna Grecia. La fiorente civiltà etrusca, però, si rivelò debole sul piano politico. La lega delle poleis etrusche non seppe mai trasformarsi in un forte Stato, capace di garantire un'unità politica ai territori controllati dagli Etruschi. Anzi, frequentemente le poleis erano in lotta tra loro.

 

 

 

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