Decadentismo

 

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  • DECADENTISMO

     

    a. Definizione

    Il Decadentismo può essere definito come un movimento culturale piuttosto vario che trova nella critica al Positivismo e alla morale borghese un punto di coesione, esso caratterizzerà il gusto estetico, la produzione artistica, in parte anche il costume, di alcuni paesi europei tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

     

    b. Origine del nome

    Il termine “decadente”, coniato a Parigi verso il 1880, ha, originariamente, una valenza negativa. La critica letteraria di fine Ottocento, ispirandosi alla morale borghese allora dominante, definì decadenti quei poeti che esprimevano lo smarrimento della coscienza di fronte ad una civiltà considerata in declino, una civiltà che dimostrava, nonostante l’ottimismo ipocrita, l’illusorietà dell’idea positivista di progresso continuo. Scrittori e pittori che si riconoscevano nelle nuove idee si riunirono attorno ad una rivista letteraria “Le Décadent” fondata nel 1886.  

     

    c. Movimenti letterari e autori legati al Decadentismo

    Il Decadentismo è un fenomeno complesso, non esiste, come per il Naturalismo o per il Romanticismo, una poetica a cui far riferimento. Abbiamo piuttosto una proliferazione di poetiche che possiamo raccogliere in due distinti movimenti: il Simbolismo e l’Estetismo.

    Il Simbolismo fu una vera e propria corrente letteraria che ebbe la sua massima espressione in Francia negli ultimi anni dell’Ottocento. Include poeti quali Baudelaire (considerato il precursore del movimento i suoi Fiori del male sono del 1857), Rimbaud, Verlaine, Mallarmé.

    L’Estetismo ha trai suoi maggiori rappresentanti Huysmans in Francia, Oscar Wilde in Inghilterra e Gabriele D’Annunzio in Italia. 

    Esistono due romanzi che vengono considerati il manifesto del decadentismo: A Rebours (Controcorrente, 1884) di Joris-Karl Huysmans e The Picture of Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray, 1891) di Oscar Wilde. Nel primo romanzo il giovane protagonista, Jean Des Esseintes, nobile francese disgustato e quasi estenuato dalla mediocre vita borghese, decide di chiudersi in una splendida solitudine, circondandosi di cose raffinate e uniche. Nella sua sontuosa ed eccentrica dimora, egli comincia ad accumulare freneticamente libri e oggetti rari, mobili dalle più preziose forme delle varie epoche e incroci di fiori e piante sempre più stravaganti, talvolta mostruosi, sintomi di una sensibilità distorta e depravata, che ha bisogno di procedere “controcorrente” e non può trovare né appagamento né freno. Infatti, il tentativo di Des Esseintes di provare nuove attrattive nella vita fallisce: colpito da turbamenti mentali sempre più gravi, egli potrebbe trovare la salvezza solo ritornando tra quelle persone, la gente comune, che aveva abbandonato con disprezzo. Nel romanzo di Oscar Wilde il protagonista è un giovane di eccezionale bellezza, che un amico pittore ritrae in un quadro. Pur ossessionato dall’idea di perdere la sua avvenenza, Dorian, avido di piaceri e del tutto privo di inibizioni morali, non rinuncia a nessuna nefandezza. Per una sorta di magia, il passare del tempo e le abiette esperienze della vita non degradano la sua perfetta bellezza, bensì il ritratto, che si deturpa sempre più. Quando Dorian, colto da rimorsi e incapace di sopportare oltre l’immagine di depravazione che il quadro gli riflette, colpisce il ritratto con una pugnalata, cade morto come se avesse colpito se stesso; così, egli assume l’orrida fisionomia che il tempo e la sua vita sciagurata gli hanno procurato, mentre il quadro torna allo splendore originario.

    Sono riconducibili al Decadentismo anche il nascere di quelle che verranno definite “avanguardie”, ossia di quei movimenti artistici che, pur nella profonda diversità di poetiche, mirarono alla sperimentazione di nuove tecniche espressive, caratterizzate dalla rottura radicale con il passato. Sono le cosiddette “avanguardie storiche” che si svilupperanno, nelle diverse forme d’arte fino agli anni ’30: il Futurismo, l’Espressionismo, il Dadaismo, il Surrealismo.

    d. Gli elementi principali che caratterizzano il pensiero decadente

    Il nucleo principale del pensiero decadente può sinteticamente essere individuato nei seguenti elementi:

    • sfiducia nell’agire degli uomini
    • rifiuto e disgusto per i valori borghesi
    • consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società
    • nessuna fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione e della scienza, solo la  poesia può aiutarci a cogliere il senso del reale
    • negazione degli ideali egualitari e democratici, considerati come espressione di un mondo che livella e annulla la personalità, sostituiti da un prepotente individualismo
    • interesse per lo studio dell’animo umano

     

    1. Sfiducia nell’agire degli uomini

    In contrapposizione all’ideale positivista, la vita non è più sentita come una creazione progressiva di civiltà, ma come una successione di attimi e di rivelazioni improvvise in cui il poeta sa realizzare la fusione con l’ignoto, il resto è grigiore senza senso.

     

    2. Rifiuto e disgusto per i valori borghesi

    Il rifiuto dei valori borghesi deriva dalla constatazione che questi, sotto la spinta legata alla necessità dello sviluppo industriale, avevano portato i maggiori stati europei a condurre una politica imperialista di prepotenza e sopraffazione, alimentando pericolose tendenze nazionalistiche (in questo il pensiero decadente aveva ragione, si pensi alla prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, e ai successivi regimi dittatoriali).

     

    3. Consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società

    Mentre l’individualismo romantico si giustificava nella realizzazione di valori personali e sociali, l’io decadente no ha nobili mete da raggiungere e da far raggiungere; l’individualismo diventa solitudine, smarrimento, il poeta si rifugia in un colloquio esclusivo con se stesso.

     

    4. Nessuna fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione e della scienza, solo la  poesia può

        aiutarci a cogliere il senso del reale

    Negata alle scienze e alla ragione la possibilità di farci conoscere la realtà, il decadente ritiene che solo la poesia, per il suo procedere grazie all’intuizione, possa avvicinarsi all’essenza della realtà, essa diventa la forma più alta di conoscenza. Il poeta, grazie alla sua sensibilità, è in grado di arrivare in quelle zone, al di là della realtà apparente, dove non possono giungere le categorie razionali. Egli, tuttavia, non rappresenta più immagini concrete, non descrive, non racconta, non propone ideali, la sua parola sarà solo illuminazione momentanea del mistero, rivelazione attraverso la sua capacità evocativa e suggestiva. La parola è come una musica che suggerisce, evoca, senza far ragionare, suscitando indefinite vibrazioni nell’animo. Si rompe in tal modo ogni struttura sintattica, la poesia diventa frammento carico di significati simbolici, il poeta non è più il vate romantico, coscienza e guida dei popoli, ma il veggente.    

     

    5. Negazione degli ideali egualitari e democratici, considerati come espressione di un mondo 

        che livella e annulla la personalità, sostituiti da un prepotente individualismo

    In netto contrasto con i processi di democratizzazione che andavano allora diffondendosi (si pensi al socialismo), l’artista decadente ha aspirazioni aristocratiche che si esprimono nel gusto per il bello (estetismo). Sul piano artistico ciò si traduce nella ricerca esasperata ed estenuante della raffinatezza, su un piano biografico, invece, l’artista tenta di trasformare la propria vita in un opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese.

    L’individualismo diventa in alcuni casi, anche grazie ad alcune teorie fraintese e distorte del filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche , superomismoossia convinzione della necessità di tralasciare i princìpi morali, e di basare la propria “azione virile” sulla violenza e su uno sfrenato edonismo (si pensi alla morale di D’Annunzio).

     

    6. Interesse per lo studio dell’animo umano

    Agli inizi del ventesimo secolo l’ideale conoscitivo proposto dalla filosofia positivista viene  messo in discussione, Henry Bergson, con il riconoscimento del primato conoscitivo dell’intuizione e Sigmund Freud, con le sue analisi della psiche umana e la scoperta dell’inconscio, mettono in crisi un sistema conoscitivo centrato sul mondo da studiare più che sul soggetto conoscente. L’attenzione si sposta ora sul soggetto che conosce, tale nuova prospettiva influenzerà notevolmente il pensiero decadente. L’artista decadente esalta l’io e l’abbandono alla suggestione dei sensi che ci pongono in comunione diretta con l’essenza del reale, egli  è affascinato dalla nuova dimensione dello spirito nella quale troviamo l’inconscio e l’istinto.

     

    e. Il Decadentismo in Italia

    Il Decadentismo si diffuse in Italia con un certo ritardo rispetto al resto d’Europa. Esso si espresse in particolare nell’opera di Giovanni Pascoli (la poetica del “fanciullino”) e in quella di Gabriele D’Annunzio (che probabilmente rappresenta il maggior esponente della cultura decadente italiana, se non altro per il suo voler far coincidere arte e vita e per la sua completa adesione ai motivi dell’estetismo e de superomismo)

    Il Decadentismo italiano presenterà spesso fenomeni di decisa reazione e di rifiuto dei modelli europei. Tuttavia gli ambienti in cui tale rifiuto nasce hanno in comune con il Decadentismo la cornice generale, vale a dire la sfiducia in qualunque certezza, l’individualismo, l’isolamento dell’artista rispetto alla società. Per questo motivo, le correnti e gli scrittori che si pongono in antitesi alla cultura decadente finiscono, paradossalmente, per assorbire da essa alcune ipotesi culturali e numerose soluzioni espressive. Significativi esempi di ciò sono il Crepuscolarismo, il Futurismo, l’Ermetismo.

    Non vanno quindi dimenticate neppure le opere di autori, che non riusciamo a classificare in particolari movimenti artistici, queste, sebbene organizzate secondo principi e meccanismi eterogenei, hanno in comune la stessa dimensione di incertezza e difficoltà nel vivere. Nelle opere di questi scrittori appaiono alcuni elementi che sono caratteristici del pensiero decadente:

    • consapevolezza di quanto sia fragile la condizione umana
    • il senso di solitudine e di alienazione che opprimono l’uomo moderno
    • l’impossibilità di entrare in reale contatto con gli altri
    • denuncia della disperazione, dell’inettitudine e dell’impotenza dell’individuo di fronte alle scelte imposte dalla realtà

    L’incertezza e la precarietà vengono allora riconosciute come base della vita, e la “malattia” è accettata come condizione normale, alla quale è possibile contrapporre solo una lucida, virile rassegnazione ad un destino di sconfitta.

    Questa “coscienza della crisi”, che rifiuta ogni facile rifugio nei miti velleitari e consolatori del superomismo, ha in Italia i suoi massimi esponenti in Italo Svevo e in Luigi Pirandello, due scrittori la cui penetrante sensibilità umana e culturale precorreva i tempi, e la cui grandezza, non a caso, ebbe proprio per questo un tardivo riconoscimento.

     

     

    f. Uno stile poetico e narrativo del tutto nuovo

    I contenuti della nuova proposta poetica e narrativa si esprimono secondo regole e secondo uno stile completamente nuovo, i diverse elementi del testo assumono funzioni prima sconosciute, nel testo poetico si ricorre all’uso di particolari figure, nel testo narrativo la sintassi della frase e del periodo si adeguano alle esigenze espressive (si pensi all’opera La coscienza di Zeno di Italo Svevo), e in alcuni casi diventano quasi incomprensibili (l’Ulisse di James Joyce).

    La parola perde la sua funzione logica, strettamente denotativa, viene invece impiegata più per le sue valenze connotative. Essa è usata per la sua capacità di penetrare nelle zone misteriose dell’inconscio, fino a cogliere le sfumature della realtà e delle emozioni (per Giovanni Pascoli la parola deve essere usata per consentire l’espressione di tutti i tumulti dell’anima).

    La sintassi della frase e del periodo deve essere liberata da quelle rigide intelaiature che la condizionano, solo allora potrà liberare tutte le proprie potenzialità.

    Spesso si usa la sinestesia (associazione di due parole appartenenti a campi sensoriali diversi) accostando sensazioni completamente diverse (Baudelaire: profumi verdi come praterie; Pascoli: un pigolio di stelle); si ricorre anche all’analogia accostando immagini non tanto per la loro somiglianza manifesta, quanto per la loro comune appartenenza a nascoste significanze simboliche (nella poesia l’Albatro, di Baudelaire, il poeta viene accostato, per analogia simbolica, al grande uccello marino). Per cogliere il senso profondo è necessario ricorrere al simbolo, gli oggetti, le parole, le immagini diventano simboli che richiamano sentimenti, stati d’animo, idee, attraverso un misterioso legame di analogia.

    La poesia diventa illuminazione, formata da immagini intense e brevi senza il supporto di una adeguata trama narrativa (per questo aspetto l’Ermetismo deve molto alla poesia decadente).

     

    SPLEEN

    Charles Baudelaire, I fiori del male (1857)

    Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
    sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
    et que de l'horizon embrassant tout le cercle
    il nous verse un jour noir plus triste que les nuits ;

    quand la terre est changée en un cachot humide,
    où l'Espérance, comme une chauve-souris,
    s'en va battant les murs de son aile timide
    et se cognant la tête à des plafonds pourris ;

    quand la pluie étalant ses immenses traînées
    d'une vaste prison imite les barreaux,
    et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
    vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

    des cloches tout à coup sautent avec furie
    et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
    ainsi que des esprits errants et sans patrie
    qui se mettent à geindre opiniâtrement.

    - Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
    défilent lentement dans mon âme ; l'Espoir,
    vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
    sur mon crâne incliné plante son drapeau noir

    Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio sullo spirito che geme in preda a lunga noia

    e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte

    ci versa una luce nera più triste delle notti,

     

    quando la terra si muta in umida spelonca

    dove la Speranza come un pipistrello

    va battendo i muri con la sua timida ala

    e picchia la testa su fradici soffitti,

     

    quando la pioggia distendendo immense strisce

    imita le sbarre d’una vasta prigione

    e un muto popolo di ragni infami

    in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

     

    campane a un tratto scattano con furia

    e lanciano verso il cielo un urlo orrendo

    come spiriti erranti e senza patria

    che si mettano a gemere ostinati.

     

    - E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,

    sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,

    vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,

    pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.

     

    (trad. a cura di Claudio Rendina)

     

     

    Articolo di Marino Martignon

    Il suo ideale “superuomo”, animato da un’incontenibile energia vitale e da un forte istinto aggressivo, viene visto come disposto a calpestare ogni scrupolo etico pur di appagare la sua voglia di dominio.

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    Fine articolo sul Decadentismo

 

Decadentismo

 

E’ una corrente artistica, filosofica e letteraria europea che ebbe origine in Francia  e si sviluppò in Europa alla fine dell'Ottocento. Il decadentismo si sviluppa negli anni della seconda rivoluzione industriale durante i quali le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche  e i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro industriale trasformano la società in modo radicale.Ad esempio il petrolio prende il posto del carbone, l’energia elettrica si sostituisce al vapore  sia nelle industrie sia nei trasporti.

 

Gli autori di questa corrente sentono il fascino delle epoche storiche in cui la civiltà è in decadenza, in declino; sono interessati a capire ed esprimere le esperienze individuali di malessere fisico e psicologico; sono attratti dal mistero della morte e vedono nella bellezza una ragione di vita. I protagonisti delle loro opere non si occupavano di problemi sociali nè di quelli storici: la loro attenzione è tutta volta all’analisi soggettiva di ciò che essi stessi pensano, sentono o fanno.Henri Bergson concepì il tempo non come unità di misura dello scorrere dei fatti, ma come dimensione soggettiva e psichica; Friedrich Nietzsche criticò aspramente la morale borghese e teorizzò la superiorità del superuomo; Jean Sorel rivendicò la bellezza dell'atto violento e individualista.

C'è un libro che si può considerare la "bibbia" del decadentismo: Controcorrente (1884) di Joris-Karl Huysmans. Il romanzo racconta lo squisito stile di vita del protagonista, Des Esseintes, un sofisticato e perfezionista intenditore d'arte che vive in campagna isolato dal mondo. Analoga tematica sviluppò in Inghilterra Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray (1891): cultore delle apparenze e innamorato della sua eccezionale bellezza, l'eroe del romanzo tenta di conservare per sempre la gioventù, ma il suo destino avrà un esito drammatico e inquietante. Si tratta in entrambi i casi di personaggi fortemente individualisti. L'elemento estetizzante è fondamentale anche nei Ritratti immaginari (1887) di Walter Pater. L'ideale consiste nel vivere dedicandosi al culto della bellezza in assoluta libertà materiale e spirituale, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese. L'estetismo si accompagnò non di rado all'esotismo: i paesi lontani esercitavano un grande fascino, oggetti d'arte e manufatti soprattutto orientali suscitavano uno spiccato interesse estetico.

A questo primo aspetto, "positivo" nel rivendicare nuovi ruoli al letterato e un nuovo valore alla sua arte, se ne affianca un secondo che si potrebbe definire "negativo", richiamato dal termine stesso decadentismo. Si tratta della consapevolezza della degenerazione dei tempi, della fine di una civiltà, a volte accompagnata dalla rivalutazione della letteratura e della cultura della decadenza latina, ora riscoperta e rivalutata.

Il decadentismo in poesia ebbe alcuni maestri riconosciuti che attraversarono in modo originale questo insieme di aspettative e di contenuti culturali: Stéphane Mallarmé, teorico di una poesia simbolista pura e astratta, "perfetta"; Paul Verlaine, che nel 1873 rivendicò in un sonetto il fatto di essere egli stesso "l'impero alla fine della decadenza". Del resto, in poesia l'estetismo fu rivendicato dai parnassiani, fautori in Francia di un'arte fine a se stessa.

Il decadentismo italiano

In Italia, i maggiori scrittori decadenti furono D'Annunzio, Pascoli e Fogazzaro. Gabriele d'Annunzio rovesciò l'elemento aristocratico tipico del decadentismo in spettacolo da offrire al pubblico, in parte da recitare a beneficio delle masse. E lo fece creando anzitutto il mito di se stesso, l'intellettuale più celebre e chiacchierato dell'epoca in Italia. Egli tenne conto con grande tempismo delle esperienze letterarie straniere contemporanee sia in prosa sia in poesia, e infatti i principali temi dell'epoca sono presenti nella sua opera. Così, se Andrea Sperelli, il protagonista del romanzo Il piacere (1889), rappresenta l'uomo raffinato e colto amante dell'arte e delle donne, Claudio Cantelmo impersona il superuomo nelle Vergini delle rocce (1895), mentre nel Notturno (1921) prevale un ripiegamento dell'autore su se stesso, assieme a una tematica più intima e riflessiva. La poesia di d'Annunzio, che teneva conto soprattutto delle esperienze francesi, divenne in breve il modello di riferimento (sia in positivo sia in negativo) della generazione di poeti contemporanea e di quella successiva. La sua sensibilità straordinaria investe il mondo dei sentimenti, quello della natura e quello dell'arte, e la sua affascinante scrittura, ricca e suggestiva, ne costituisce la più appropriata traduzione in termini letterari.

La poesia di Giovanni Pascoli rappresenta un felice tentativo di sprovincializzazione in senso simbolista, fondato su una realtà locale molto individuata, anche linguisticamente. Il poeta possiede una sensibilità che gli permette di entrare in contatto con il mondo che egli canta senza mediazioni razionali o intellettuali, e la sua poesia rende conto di questa magica sintonia. Lo fa con termini molto precisi, anche di uso comune, con versi spezzati e interrotti, con una ricerca sul suono che vuole ridare la suggestione degli oggetti di tutti i giorni e degli ambienti modesti che sono la base della sua ispirazione.

Il tentativo di conciliare la scienza con la fede cattolica è un motivo importante delle opere e del pensiero di Antonio Fogazzaro, che si interessò anche di occultismo e magia, tendenza, questa, contrastata dalla Chiesa, fino alla presa di posizione ufficiale rappresentata dall'enciclica Pascendi Dominici Gregis del 1907 contro il movimento modernista. Quello di Fogazzaro è comunque un cattolicesimo irrequieto, che convive con una sensibilità a tratti morbosa. Le donne dei suoi romanzi sono spesso nervose ai limiti della malattia, instabili e volubili, impossibili da comprendere fino in fondo e perciò affascinanti, come Marina di Malombra (1881) o Violet del Mistero del poeta (1888). È proprio la componente religiosa a dare il senso del proibito alla rappresentazione del fascino femminile, l'emozione della tentazione inconfessabile, e perciò la sensibilità di Fogazzaro è così diversa da quella di d'Annunzio, esperto seduttore e amante ben più spregiudicato e consapevole.

I CARATTERI DEL DECADENTISMO

Al romanticismo che si era diffuso durante l’ottocento si sostituisce una nuova tendenza, quella del decadentismo, che in tutta europa si manifesta con caratteri comuni:

I decadenti non hanno fiducia nella ragione che giudicano uno strumento di ricerca inadeguato

I decadenti si isolano dalla società perché non possono riconoscersi in un mondo così cambiato;rifiutano perciò la letteratura come impegno sociale.

I decadenti sono dominati dall’ansia di evadere dalla realtà,hanno nostalgia della vita primitiva guidata dagli istinti sognando il ritorno all’infanzia,l’età magica.

I decadenti sono individualisti e perciò i personaggi delle loro opere sono tutti volti ad esaltare il proprio io e a dare ascolto alle voci segrete dell’inconscio.

I decadenti adattano un nuovo linguaggio servendosi di simboli , di analogie, di suoni suggestivi e di ritmi musicali .

 

Articolo di Rolando Roberto

 

Fine articolo sul Decadentismo

 

Decadentismo

 

Ebbe origine in Francia e si sviluppò in Europa tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. Il Decadentismo rappresenta una reazione decisa agli aspetti ideologici, morali e letterari del Positivismo. Fu l’esasperazione di una delle due tendenze del Romanticismo, quella rivolta alla contemplazione di un mondo di mistero e di sogno, all’espressione di un soggettivismo estremo, mentre il realismo e il verismo ne avevano sviluppato la tendenza oggettiva.
Il termine “decadente” ebbe, in origine, un senso negativo; fu infatti rivolto contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi di valori di fine Ottocento, sconvolto dalla rivoluzione industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, dal decadere dei più nobili ideali romantici. Questi poeti avvertirono il fallimento del sogno più ambizioso del Positivismo: la persuasione che la scienza, distruggendo le “superstizioni” religiose, sarebbe riuscita a dare una spiegazione razionale ed esauriente del mistero della vita e avrebbe posto i fondamenti di una migliore convivenza degli uomini.
Il Decadentismo fu, prima di tutto, uno stato d’animo di perplessità smarrita, un sentimento di crisi esistenziale, che si è venuto progressivamente approfondendo nella prima metà del nostro secolo, travagliata da tragiche esperienze di guerre, dittature, rivoluzioni, e anche da scoperte scientifiche sconvolgenti.
Due sono gli aspetti fondamentali della spiritualità decadentista: il sentimento della realtà come mistero e la scoperta di una nuova dimensione nello spirito umano, quella cioè, dell’inconscio, dell’istinto, concepita come anteriore e sostanzialmente superiore alla razionalità.
La nuova spiritualità si riallaccia a due motivi essenziali del Romanticismo: il sentimento ossessivo del mistero e l’irrazionalismo..
Questa visione del mondo produce nell’arte una rivoluzione radicale, nel contenuto e nelle forme, che potremmo riassumere nei termini di simbolismo e misticismo estetico.

La poetica del Decadentismo

Ammessa l’impossibilità di conoscere la realtà vera mediante l’esperienza, la ragione, la scienza, il decadente pensa che soltanto la poesia, per il suo carattere di intuizione irrazionale e immediata possa attingere il mistero, esprimere le rivelazioni dell'ignoto. Essa diviene dunque la più alta forma di conoscenza, l’atto vitale più importante; deve cogliere le arcane analogie che legano le cose, scoprire la realtà che si nasconde dietro le loro effimere apparenze, esprimere i presentimenti che affiorano dal fondo dell’anima. Per questo è concepita come pura illuminazione. Non rappresenta più immagini o sentimenti concreti, rinuncia al racconto, alla proclamazione di ideali; la parola non è usata come elemento del discorso logico, ma per l’impressione intima che suscita, per la sua virtù evocativa e suggestiva.
Nasce così la poesia del frammento rapido e illuminante, denso, spesso, di una molteplicità di significati simbolici.
La nuova poesia non si rivolge all’intelletto o al sentimento del lettore, ma alla profondità del suo inconscio, lo invita non a una lettura, ma a una partecipazione vitale immediata. Essa si propone di darci una consapevolezza più profonda del mistero.
Da questi principi sono nate molte mode letterarie e anche di costume, a cominciare dal simbolismo (rappresentato, ad esempio, dal Pascoli, espressione più conseguente e radicale della nuova poetica), per continuare con l’estetismo(rappresentato, ad esempio, dal D’Annunzio); difatti il decadentismo ha aspirazioni aristocratiche, che si esprimono nel gusto estetizzante. Sul piano artistico l’estetismo si traduce nella ricerca di raffinatezza esasperata ed estenuata. L’idea della superiorità assoluta dell’esperienza estetica induce l’artista a tentare di trasformare la vita stessa in opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza in assoluta libertà materiale e spirituale, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese La svalutazione della moralità e della razionalità, portarono, tra l’altro, ai vari miti del superuomo

Il decadentismo in Italia
In Italia, dove la trasformazione economica in senso capitalistico avvenne in ritardo e in modo repentino, il Decadentismo non assunse il carattere radicale e dirompente che ebbe nella vicina Francia. Diversa è soprattutto la concezione della figura del poeta, il quale mantiene una funzione di guida culturale della società, al contrario di quanto avviene in Francia, dove si riconosce nell’isolamento la condizione del poeta, costretto ai margini di una società che non gli permette di vivere. Esemplare è la figura di D’Annunzio, poeta e letterato, ma anche uomo pubblico e straordinario precursore della moderna società dello spettacolo, che si atteggia a vate e condottiero degli spiriti più nobili e arditi della nazione. D’Annunzio crea il mito di se stesso, l’intellettuale più celebre e chiacchierato dell’epoca in Italia. Tenne conto con grande tempismo delle esperienze letterarie straniere contemporanee. La sua poesia divenne in breve il modello di riferimento (sia in positivo che in negativo) della generazione di poeti contemporanea e di quella successiva. La sua sensibilità straordinaria investe il mondo dei sentimenti, quello della natura e quello dell’arte, e la sua affascinante scrittura, ricca e suggestiva, ne costituisce la più appropriata traduzione in termini letterari.
I maggiori scrittori decadenti furono, oltre a D’Annunzio, Pascoli e Fogazzaro. In particolare Pascoli possiede una sensibilità che gli permette di entrare in contatto con il mondo che egli canta senza mediazioni razionali o intellettuali, e la sua poesia rende conto di questa magica sintonia. Lo fa con termini molto precisi, anche di uso comune, con versi spezzati e interrotti, con una ricerca sul suono che vuole ridare la suggestione degli oggetti di tutti i giorni e degli ambienti modesti che sono la base della sua ispirazione.
Quindi la rottura col Positivismo è già sancita dallo sviluppo delle poetiche decadenti e dall’opera sopra citata di Pascoli e D’Annunzio, ma c’è da dire che è proprio all’inizio del secolo che l’offensiva contro la cultura che aveva dominato la scena fino alla seconda metà dell’Ottocento si fa esplicita e imponente. La nuova mappa dell’uomo contemporaneo, non più padrone di se stesso e del mondo ma condizionato da quell’insieme di elementi che Freud, negli stessi anni, veniva definendo come inconscio, è stata consegnata alla nostra letteratura dall’opera geniale di Svevo e Pirandello.

 

 

Fine articolo sul Decadentismo

 

IL DECADENTISMO. Caratteri generali

"Non c'è bellezza senza una certa irregolarità nelle proporzioni". Edgar Allan Poe sembra voler illustrare in queste poche parole il manifesto di una società che faceva dell'irregolarità il suo valore più profondo.

Il Decadentismo, che prese piede in Europa a partire dagli ultimi vent'anni dell'800 e si protrasse fino al '900, influenzò radicalmente lo sviluppo culturale e sociale del nostro secolo. Mentre la critica è concorde nel fissare la data di nascita del decadentismo intorno al 1880, le opinioni sono discordi circa la fine di quest'epoca: alcuni critici ritengono che il decadentismo possa dirsi finito dopo la prima guerra mondiale, altri dopo la seconda, altri ancora, come il Gioanola, interpretando il decadentismo psicologico-morale, tendono a considerare decadente tutta la cultura 900esca.

Verso la fine dell'800 entra in crisi la cultura positivista ad opera degli scienziati stessi, che si trovano costretti ad ammettere i limiti e i molteplici difetti di un profilo sociale puramente scientifico. Come reazione si sviluppa in tutta Europa una tendenza irrazionalista e anti-scientifica che prenderà appunto il nome di "Decadéntism". Questo termine nasce con una forte connotazione negativa e trae origine dal titolo di un quotidiano, "Il decadente". Il termine fu inizialmente coniato in senso dispregiativo da alcuni seguaci della corrente positivista; decadente, nell'800, significava debosciato, drogato e dannato. Solo nel '900 si è riusciti a privare questo termine di tutte le sue valenze negative e a considerare il Decadentismo come un vero e proprio movimento culturale.

Nessun'altra corrente di pensiero ruppe con la tradizione quanto il Decadentismo. E' forse per questo motivo che fu (ed è tuttora) così amato: in una società come quella positivista o come quella attuale, in cui il valore dell'uomo sembra ridursi a quello di una semplice macchina (un po'' come aveva ipotizzato Marx nella sua teoria sulla mercificazione dell'uomo), i decadenti si presentano come un enorme incendio che viene a distruggere ogni certezza e ogni valore della società a loro contemporanea. Così mentre da un lato troviamo un positivismo freddo, razionale e, per certi versi, conformizzante, dall'altro ci troviamo di fronte ad un movimento passionale, irrazionale ed egocentrico.

E' proprio l'emergere di questa dimensione inconscia e irrazionale (vedi ad esempio lo spirito dionisiaco di Nietzsche, ma anche tutta la psicanalisi freudiana) che caratterizza il profilo etico e, soprattutto, esistenziale dell'uomo che vive nel Decadentismo. Lo sfogo passionale, il brusco emergere di violente emozioni, di sentimenti nascosti, di dimensioni e riflessioni recondite sono le caratteristiche del pensiero e della poetica decadente: l'uomo non è più visto né essere sterile componente di una massa, né come individuo in una società ma come soggetto coinvolto e al tempo stesso sconvolto dalla enorme profondità e dalle reali potenzialità della sua vera intimità. Appare perciò evidente il rifiuto da parte dell'uomo di omologarsi alla massa o alla classe. La psicoanalisi freudiana, dal canto suo, contribuì ad aggravare questa crisi.

Uno dei critici più famosi della letteratura italiana ed europea, Benedetto Croce, considerava il Decadentismo come una letteratura malata, una crisi letteraria in una società perfettamente sana; studi successivi hanno dimostrato che il decadentismo non è la crisi della letteratura, ma la letteratura della crisi, la letteratura di un periodo profondamente contraddittorio, segnato dalla perdita di ogni valore: "il profitto è tutto, ogni valore è decaduto", ci dice Thomas Mann.

Il decadentismo investe e coinvolge ogni campo della cultura umana, dall'arte alla filosofia, dalla poesia alle scienze, in un flusso continuo e impetuoso di idee folli, stravaganti, auliche o opprimenti. Questo periodico e, a volte, ossessivo fluire di idee diverse (talora in netto contrasto tra loro) è motivato dalla ricerca di un equilibrio interiore: l'angoscia esistenziale che sconvolge l'uomo decadente (e che lo rende da questo punto di vista assai simile al nostro Leopardi) conduce ora ad un pessimismo cosmico, ora ad una pia e mera rassegnazione, ora alla ricerca di nuovi orizzonti e nuovi piaceri (sappiamo che molti poeti decadenti fecero notevole uso di droghe e alcol). La vita viene spesso vista in un'ottica di completa impotenza, in cui il presente, fugace e incontrollabile, non si ferma di fronte a nulla; dal canto suo, l'uomo si vede costretto a procedere a ritroso nella sua esistenza col solo ausilio dell'immaginazione, costretto a riflettere inutilmente su scelte fatte in passato, ma senza alcuna possibilità di modificarle (v. Kierkegaard)Tutta questa sofferenza non fa altro che aumentare l'angoscia, in un circolo vizioso che non presenta vie d'uscita.

Un'epoca quindi di forti contrasti, motivati anche dalla situazione storico-sociale: negli anni del Decadentismo assistiamo ad un aumento dell'aggressività da parte di tutte le potenze europee (che sfogheranno questa rabbia in una vasta serie di imprese coloniali e di conflitti) e contemporaneamente alla creazione di una società di massa e di nuove realtà sociali. Sono gli anni della Belle Époque, ma sono anche anni di grandi tensioni, che sfoceranno nella prima guerra mondiale. E' quindi ovvio che l'uomo non riesce più a ritrovarsi nel Positivismo, considerato "appiattente", e si getta a capofitto nella ricerca di movimenti filosofici più intimi, dando vita a tutta quella serie di correnti che prenderanno il nome di "filosofie neospiritualiste".

Il Decadentismo fu quindi un periodo fondamentale per la formazione della nostra cultura; moltissimi scrittori e pensatori contemporanei sono profondamente legati al pensiero decadente. Ma forse noi non ci rendiamo conto di quanto ci siano vicini i decadenti: le loro idee, più che le loro poesie, ci seguono giorno dopo giorno come un'ombra, che resta spesso nascosta, ma che emerge in tutta la sua potenza se ci lasciamo trascinare dal nostro intimo istinto.

 

 

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Decadentismo, realismo, simbolismo

Decadentismo: il termine (all’origine impiegato in senso dispregiativo dai detrattori del movimento “le Decadent”, rivista letteraria da cui il termine ha avuto origine) indica una corrente letteraria formatasi in Francia verso il 1880. Ma già attorno al 1890, con il trionfo del simbolismo, sviluppatosi dallo stesso decadentismo, non esiste più in Francia una scuola decadente in senso stretto. Il decadentismo, come atteggiamento spirituale e artistico, si diffonde in quasi tutte le letterature d’Europa, identificandosi con la cultura stessa del ‘900.

La poetica decadente nasce come reazione all’ideologia positivista e come rifiuto della società industriale nei suoi aspetti di nazionalismo esasperato e di conflittualità di classe. Si caratterizza per:

  • visione aristocratica della vita (dandismo);
  • accoglimento di elementi irrazionalisti (ricerca del misterioso e del demoniaco);
  • gusto raffinato fino all’estenuazione (estetismo: in Gabriele D’Annunzio);
  • evocazione di atmosfera orientaleggianti (crepuscolari: Gozzano e D’Annunzio);
  • predilezione degli stati psichici in cui la percezione è alterata (malattia, allucinazione, uso di droghe).

L’estraneità alla morale umanitaria sfocia spesso in una visione sociale reazionaria a cui, in campo estetico, corrisponde una concezione sacrale dell’arte. Tra gli esponenti principali del decadentismo: Baudelaire, Verlaine, fra gli italiani D’Annunzio, Pascoli, Gozzano, Fogazzano, Poe, Proust, Kafga).

Simbolismo: movimento nato in Francia verso il 1880 contemporaneamente nell’arte e nella letteratura caratterizzato, in opposizione al realismo e al naturalismo del secolo 19°, dalla tendenza a non rappresentare il mondo esteriore, ma a creare piuttosto il mondo della suggestione fantastica dei sogni per mezzo di allusioni simboliche e affida, soprattutto in poesia, grande rilevanza alla funzione della parola (ermetismo).

 

 

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IL  DECADENTISMO

 

  1. Origine del termine “Decadentismo”

Il termine decadentismo interpreta uno stato d’animo diffuso nella cultura del tempo, un senso di disfacimento e di fine di una civiltà, l’idea di un prossimo crollo epocale. Queste idee erano proprie dei circoli d’avanguardia che, opponendosi alla mentalità borghese, ostentavano atteggiamenti “bohemien”.  La critica definì tale atteggiamento “decadentismo” in modo negativo, ma gli intellettuali la assunsero come loro caratteristica positiva.

Portavoci del movimento furono i periodici “ Le Decadent”, “ Lutece” e il romanzo “ Controcorrente” di Huysmans che fissò un vero codice di motivi decadenti. Quindi il termine decadentismo originariamente indicava un determinato movimento letterario, sorto in un dato ambiente, con un preciso programma culturale; ma la storiografia italiana ha poi esteso il termine a designare un’intera corrente culturale, di dimensioni europee, che dalla fine dell’800 arriva fino ai primi del 900 o, addirittura, secondo alcune accezioni, ingloba tutto il 900.  Di conseguenza il D. appare come una somma di manifestazioni che, anche se diverse fra loro, hanno dei denominatori comuni:

 

  1. La visione del mondo decadente

La base del D. è un irrazionalismo misticheggiante che esaspera le posizioni della cultura romantica. C’è il rifiuto del Positivismo borghese, in quanto si ritiene che la ragione e la scienza non possano dare la vera conoscenza del reale. Infatti l’anima decadente è protesa verso il mistero che è dentro la realtà visibile, verso l’inconoscibile.

Secondo questa visione mistica tutti gli aspetti dell’essere sono legati fra loro da analogie e corrispondenze, che coinvolgono anche l’uomo, per cui c’è identità fra io e il mondo, uniti sul piano dell’inconscio.

La scoperta dell’inconscio è il dato fondamentale della cultura decadente. Freud, a fine secolo, cercherà di portare l’inconscio alla luce della coscienza, mentre i decadenti si abbandonano totalmente ad esso.

Come strumenti per cogliere l’essenza segreta della realtà, vengono indicati gli stati abnormi ed irrazionali dell’esistere: la malattia, la follia, la nevrosi, il sogno, l’incubo, stati che ci permettono di vedere il mistero che si cela al di là delle cose.  Questi stati possono anche essere provocati artificialmente.

Per i d. vi sono altre forme di estasi che consentano l’esperienza dell’ignoto, per cui nasce l’atteggiamento del PANISMO ( dal greco Pan = tutto) , in cui l’io individuale può annullarsi nella vita del gran tutto ( D’Annunzio). Un altro stato di grazia è costituito dall’EPIPHANY ( Joyce), dove un particolare qualsiasi della realtà, apparentemente insignificante, si carica all’improvviso d’intensità, di significato, come se fosse un messaggio proveniente da un’altra dimensione.

 

  1. La poetica del Decadentismo

Per i decadenti l’arte è un mezzo importantissimo della conoscenza. Il poeta, il pittore, il musicista sono considerati “veggenti” in quanto sono capaci di rivelare l’assoluto. L’arte è la voce del mistero, è suprema illuminazione, è il valore più alto, collocato al di sopra di tutti gli altri. Questo culto religioso dell’arte dà origine all’ESTETISMO che assume come principio regolatore di vita solo il BELLO. L’esteta va alla ricerca di sensazioni rare, si circonda di cose belle .

L’arte si rifiuta di rappresentare la realtà storica e sociale e si chiude nella celebrazione di se stessa, divenendo arte pura, poesia pura.

C’è una vera e propria rivoluzione nel linguaggio poetico; la poesia non può più essere strumento di comunicazione logica, ma assume un valore suggestivo ed evocativo. La parola non ha più un significato preciso, ma vano ed evanescente. Alle immagini nitide e distinte si sostituisce il vago e l’impreciso. La parola perde la funzione di strumento comunicativo immediato e recupera il valore magico di rivelare l’ignoto. Perciò la poesia diviene oscura, pura autocomunicazione; non si rivolge al pubblico borghese, ma si chiude nella raffinatezza di pochi iniziati. Si reagisce all cultura di massa, per salvare la vera arte e così si delinea una frattura  fra artista e pubblico.

Vari sono i mezzi tecnici attraverso cui il decadente ottiene questi effetti di suggestione:

  1. La musicalità della parola, che suscita echi profondi e si carica di valori magicamente evocativi. Infatti la musica diventa la suprema fra le atri e le pagine degli scrittori sono piene di brani musicali.
  2. La sintassi si fa vaga ed imprecisa, viene utilizzato il linguaggio metaforico, diverso però da quello tradizionale: è più irrazionale ed esprime una sua visione simbolica del mondo ( Pascoli).

La metafora decadente ha quasi sempre legami impensati fra realtà lontane e spesso il secondo termine di paragone è oscuro e misterioso.

Affine ad essa è la sinestesia, fusione di sensazioni, appartenenti a sfere sensoriali distinte.

 

  1.  Temi e miti della letteratura decadente

Il tema base della letteratura decadente è l’ammirazione per le epoche di decadenza ( la grcità alessandrina, la latinità imperiale), i cui prodotti culturali sono considerati migliori di quelli dell’età classicista.

Al culto per la raffinatezza, si unisce il vagheggiamento del lusso raro e prezioso e della lussuria perversa e crudele.

Infatti la letteratura d. è segnata dal SADISMO e dal MASOCHISMO. In essa si manifesta anche una sensibilità esasperata, al limite della nevrastenia; in effetti la malattia in genere è un altro tema, quasi una metafora: la letteratura d. è malata, come è malata la civiltà in cui nasce. Alla malattia umana si associa la malattia delle cose; il gusto d. ama tutto ciò che è corrotto impuro in quanto è immagine di morte.

La morte è un altro tema dominante, è presente in molti titoli di opere ( Morte a Venezia di Mann).

Essa è simbolo di un dato epocale, della condizione generale della società.  

Ci sono però in contrapposizione tendenze opposte: il vitalismo, l’esaltazione della purezza vitale senza limiti o freni, la ricerca del godimento ecc., tendenze che solo apparentemente sono in contraddizione, in quanto non sono che delle maschere che tentano di nascondere la paura per la morte e per la malattia.

La morbosità ed il vitalismo sono anche due facce della stessa realtà: sono il segno del rifiuto aristocratico nei confronti della normalità borghese.  L’atteggiamento anti- borghese si esaspera all’estremo. Nascono alcune figure ricorrenti nella letteratura d.:  l’artista MALEDETTO che profana tutti i valori della società e si compiace della sua vita condotta fino all’estremo limite (già tipico di Baudelaire e Verlaine) . L’altra figura è quella dell’ESTETA ( D’Annunzio e Wilde), l’artista che va continuamente alla ricerca di sensazioni e piaceri raffinati, ha  orrore della vita comune, si isola in quanto per lui il presente è il trionfo dello squallore e il bello può esistere solo nel passato. I due tipi hanno in comune il rifiuto verso la mentalità borghese.

Una terza figura è quella dell’INETTO A VIVERE ( Svevo, D’Annunzio), l’escluso dalla vita alla quale non sa partecipare, per cui si rifugia nelle sue fantasie. Non vive, ma si osserva vivere, chiudendosi in una realtà alternativa, a volte finendo nella follia.

In contrasto con queste figure di uomini deboli, incapaci a vivere, si profila l’immagine della DONNA FATALE, dominatrice del maschio, perversa, audace, che può condurlo alla follia

L’inetto a vivere ha una variazione nel FANCIULLINO di Pascoli: il rifiuto della condizione adulta, della vita al di fuori del protettivo nido familiare; il fanciullino è portatore di una visione fresca e ingenua che scopre le cose nella loro essenza. Il mito Pascoliano esprime l’esigenza  di una regressione a forme di coscienza primigenia; è l’espressione del misticismo decadente.

Un’altra figura è quella del SUPERUOMO dannunziano che, contrariamente agli eroi deboli ed inetti, egli non ha dubbi né incertezze. Si incarica di significati politici: deve mirare alla rigenerazione dell’Italia, riportandola alla grandezza del passato, imponendo una dittatura di nuovi aristocratici che sottomettano il popolo.

Ma questa figura è in realtà minata da segrete tendenze disgregatrici; dietro di lui è facile scorgere la fisionomia dell’eroe decadente.  Caratteristica di questi eroi è quindi una psicologia complicata, tortuosa, ambivalente e contraddittoria.

Tipico del d. è l’attenzione alle ambiguità della psiche, agli impulsi più oscuri. Nasce quindi una nuova struttura romanzesca: non più il romanzo realistico, ma psicologico, dove la dimensione soggettiva è in primo piano, oscurando quella sociale.  

 

  1. Coordinate storiche e radici sociali del decadentismo
    1. decadentismo e romanticismo

Tra D. e R. non vi è una soluzione di continuità. Le tematiche d. hanno anticipazioni nel R. quindi possiamo ritenere il D. come una seconda fase del R.

Il D. ha però una sua fisionomia specifica, i cui aspetti salienti sono una forma di languore, di smarrimento, un presentimento di fine e sfacelo, in contrapposizione allo slancio romantico e alla sua fuga dalla realtà. Mentre il R. puntava alla totalità, alle ambizioni costruttive, il D. punta solo al frammento, ad opere brevi, dense. L’artista d. rifiuta ogni impegno, afferma il principio della poesia pura, incontaminata da intenti pratici, morali o politici; mentre il R. esaltava la forza del genio, poneva come valore supremo la Natura, il D. esalta l’artificio.

A queste tendenze sembra far eccezione la fase superomistica dell’opera dannunziana che ha ancora uno slancio energetico, una volontà di plasmare la realtà esterna. Ma anche questo non è che un tentativo di mascherare la debolezza dell’anima decadente.

La continuità tra R. e D. corrisponde all’omogeneità dello sfondo socio- economico dei due periodi.

Il rifiuto della realtà, le tematiche negative, fattori che accomunano R. e D. non sono altro che omogenee reazioni di poeti ed artisti delle due età di fronte ai risultati della riv. Industriale, ai conflitti di classe. Gli aspetti più specifici del clima decadente, il senso di sconfitta, il fascino della malattia, la crisi dell’individuo, la fuga dalla realtà, il misticismo sono in relazione con gli stessi elementi pronunciati nel periodo precedente.

Si fa strada un senso di smarrimento e di impotenza dell’individuo di fronte alla realtà, specie negli intellettuali che sono investiti direttamente da queste trasformazioni sociali. L’intellettuale non trova più posto in questo mondo, è inutile, declassato, perde i privilegi e perciò reagisce  disperatamente attraverso l’estetismo, il maledettismo, il superomismo. L’opera dell’intellettuale si riduce a pura produzione per il mercato ed egli cerca di reagire, rivolgendosi ad una cerchia ristretta di pubblico.

Egli è schiacciato anche dal conflitto tra capitale e lavoro ed egli, sentendosi estraneo agli interessi borghesi,  è spinto ad accomunarsi al proletariato; ma di questo egli ha orrore e si difende dalla degradazione  accentuando il suo disprezzo per le classi più basse e rivendicando la sua superiorità spirituale. Ci rendiamo conto come la malattia decadente sia il sintomo di una crisi epocale di eccezionale portata.  

 

 

    1. Decadentismo e Naturalismo

L’antitesi tra le concezioni di fondo delle due correnti è evidente, ma non bisogna considerare il D. come un fenomeno successivo al N.   Essi sono fenomeni culturali paralleli compresi lungo gli anni 70,80 e per i primi anni 90; solo dalla metà di quel decennio il N. comincia ad esaurirsi e il D. prende il sopravvento.

Appaiono come due tendenze parallele, complementari, che nascono sul terreno delle stesse condizioni oggettive e durante comuni fenomeni sociali ed economici.

Le opposte fisionomie si possono spiegare col fatto che esse sono espressione di gruppi intellettuali diversi, che diversamente si pongono nei confronti di un medesimo contesto storico.

I naturalisti sono borghesi, ne accettano l’orizzonte culturale, costituito dal positivismo, dal materialismo, dalla fiducia nel progresso.  Gli scrittori decadenti rifiutano l’ordine esistente con i loro atteggiamenti “maledetti” ed estetizzanti e d escono dall’orizzonte culturale borghese.

Nell’immediatezza del fluire storico, sono due correnti che spesso appaiono mescolate: aspetti decadenti sono ravvisabili in scrittori naturalisti e viceversa. ( in Zola è facile riscontrare un compiacimento per atmosfere malate, corrotte, perverse; compare l’identificazione donna-fiore, uno dei motivi prediletti della cultura decadente;  Huysmans, autore del vero e proprio codice del D. “Controcorrente”, esordisce come seguace di Zola; gli esordi narrativi di D’Annunzio sono sotto la suggestione delle novelle verghiane in “ Terra Vergine”.)

 

Nella concretezza del processo storico, non esiste il Decadentismo, il Naturalismo, il Romanticismo…: esistono solo alcuni scrittori e opere che affrontano certi temi con diverse soluzioni formali. Siamo noi che ricaviamo dalla pluralità della realtà storica, sulla base di quelle differenze e analogie,  categorie come il D. e il N. per classificare e ordinare i fenomeni.

Si tratta di categorie indispensabili, ma bisogna sempre essere consapevoli del fatto che esse sono dei modelli astratti e che non devono essere imposte a forza sulla realtà.

 

 

Decadentismo e Novecento

Oggi si ritiene più giusto limitare le corrente del D.  ai fenomeni  che si presentano a  fine 800, con quale propaggine nei primi del 900: senso di esaurimento della civiltà, vagheggiamento della morte e di ciò che è malato, impuro e corrotto,  senso del mistero, estetismo, maledettismo, superomismo…                       

 

Il termine D. ha avuto in origine un’accezione spregiativa, e l’ha conservata in alcune valutazioni critiche ( Croce, Marxisti). Oggi si è consapevoli che non ha implicato una decadenza della cultura e dei valori artistici, ma si è dimostrato un terreno assai fertile, da cui sono scaturite opere di grande profondità e forza innovativa.  La “malattia” decadente è lo strumento che consente agli scrittori di andare a fondo nell’esplorare il campo di una crisi epocale.

  

 

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Decadentismo: Atteggiamento che tende a valutare in modo positivo il declino di una determinata civiltà. Si è diffuso alla fine dell'800 fino ai primi anni venti del'900.

Il decadentismo si afferma in un periodo critico, infatti il rapido sviluppo tecnologico aveva portato l'uomo all'accaparramento dei mercati e delle colonie ( fenomeno dell'imperialismo ) e non solo, lo  aveva portato a conflitti di classe sempre più laceranti e al peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari.

Queste particolari condizioni portarono senzazioni di vuoto, portarono anche una mortale stanchezza dello spirito. La più importante novità del decadentismo è la scoperta dell'inconscio ( grazie a Freud ). Nasce anche in questo nuovo clima culturale la tipica figura decadente del POETA MALEDETTO che, basandosi sul modello di Baudeleire, rifiuta le abitudine, le leggi, i valori della società costituita e cerca nel male una via di suprema liberazione.

Sul piano filosofico i "pensatori" sono Schopenhauer e Nietzshe, il primo per aver indicato nella musica la forma privilegiata di liberazione dall'angoscia del vivere e il secondo per aver genialmente teorizzato il pensiero negativo e per aver espresso, con la metafora MORTE di DIO  la più radicale rottura nei confronti del passato.

Sul piano letterario il maggior esponente è Baudeleire, il quale per primo si contrappone ai classici e ai romantici creando nella lirica una nuova sensibilità.

Dal decadentismo nasce una nuova corrente chiamata Estetismo, cioè il culto della bellezza, opposta alla volgarità del mondo borghese.

Il poeta decadente si sente inserito in mondo irrazionale.

 

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DECADENTISMO

Il periodo compreso tra l’ultimo decennio dell’800 e gli anni precedenti la prima guerra mondiale è caratterizzato da una violenta reazione al Positivismo: questo aveva celebrato la fede nella scienza, nel progresso sociale, nella pacifica collaborazione fra i popoli, ma la realtà fatta di guerre, imperialismi, lotte di classe era ben diversa da quanto si era sperato. Tale situazione determina nuovi atteggiamenti spirituali: subentra la disillusione, l’angoscia, la sensazione del vuoto e del nulla; in arte si reagisce con la rottura dei moduli naturalistici.

Le trasformazioni economiche, sociali e politiche avvenute nella cosiddetta «età dell'imperialismo» e i profondi mutamenti che avvengono nel clima culturale complessivo sono riconducibili, quindi, in gran parte alla crisi del Positivismo, di cui cadono le formulazioni più illusorie e divulgate, come la concezione deterministica, che mortificava la libertà dell'individuo considerandolo totalmente condizionato dall'ambiente naturale e sociale, o lo scientismo, rivelatosi troppo ottimistico nelle speranze di risolvere i problemi dell'uomo. Si diffonde, in tal modo, la sfiducia nella scienza e nella ragione, e, quindi, nella capacità dell'uomo di comprendere la realtà. Il mondo esterno appare senza nessuna oggettività e organicità, senza nessuna legge che lo governi e può essere rappresentato solo da un punto di vista soggettivo, come lo vede l'occhio dell'artista. Ma un'uguale disorganicità dimostra il mondo interiore, non meno privo di principi generali a cui ancorarsi.

Distrutti i vecchi schemi della cultura positivistica, rinnegati i miti consolatori dell’800, immerso in un mondo sfiduciato nelle prospettive della scienza e della vita politica e sociale, posto di fronte all’ascesa vertiginosa della borghesia capitalistica che impone un modello di società tutto basato sulla logica del capitale e del profitto come unici valori, l’uomo di cultura del primo ‘900 vive una profonda crisi d’identità, avverte chiaramente la fine di un’epoca e l’avvento di una nuova e prende coscienza della perdita del suo tradizionale ruolo sociale che era quello del “creatore di valori”. Egli generalmente, al contrario di quanto avveniva nel secolo precedente, proviene dai ceti medi borghesi, una classe sociale che vede compiere il suo declassamento schiacciata com’è tra la forza indiscussa della grande borghesia finanziario-industriale e le emergenti forze del proletariato. Emarginata da questi due colossali protagonisti, la piccola e media borghesia, e con essa l’intellettuale, si sente frustrata, indebolita, disorientata ed, incapace di farsi classe egemone come aspira, si vede ridotta a classe subalterna e strumentale. Nasce da ciò una situazione di disagio, di noia esistenziale, di malcontento, di provocazione.

La coscienza del disagio esistenziale, del “male di vivere” che travaglia l’uomo contemporaneo è presente in gran parte della poesia e della narrativa dei primi del ‘900.

Lo scrittore avverte con angoscia che sta per compiersi la frattura definitiva tra io e mondo, tra artista e realtà iniziata nell’Ottocento, e si sente “spersonalizzato”, “disumanizzato”, “disintelligenziato”. Oramai “i tempi sono cambiati”, come dice Palazzeschi, e gli uomini “non domandano più nulla ai poeti”, a quei poeti che altro non sono che “articoli di non prima necessità”, come afferma Gozzano.

Siamo in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto sul piano politico nella sua libertà e frastornato dalle voci della guerra, che cerca dentro di sé, in un ripiegamento introspettivo, nuovi mondi in cui credere. La faticosa autoanalisi dell’uomo moderno è accompagnata dalla coscienza di quanto sia amaro far parte della storia in un mondo che cerca la propria grandezza nel sopruso, in violenti imperialismi e nazionalismi prevaricatori.

La risposta degli uomini di cultura alla profonda crisi esistenziale, morale e culturale che investe la coscienza dell’uomo agli albori del Novecento e alla crisi che travolge l’intellettuale tradizionale approda a soluzioni diverse e spesso contraddittorie.

Alcuni scrittori (Svevo, Pirandello, Mann, Musil, Kafka, ecc.) si impegnano in una inquieta e tormentosa analisi della malattia dell’uomo moderno nella civiltà industriale e borghese che essi condannano in maniera corrosiva e impietosa. Nelle loro opere questi scrittori parlano di malattia (Svevo e Mann), di eroe in tensione (Mann), di inettitudine (Tozzi e Svevo), di universo labirintico (Kafka); e ancora di uomo senza qualità (Musil), di uomo spersonato nel male del tempo (Rebora), di male di vivere (Montale). Escono dalle loro opere personaggi incapaci di agire, di darsi una consistenza, tesi a smontare la storia dei loro fallimenti e della loro coscienza frantumata (Pirandello). Tali personaggi lottano invano contro i pregiudizi e la morale borghese, contro la città che massifica l’uomo; essi individuano chiaramente i meccanismi alienanti e ripetitivi dell’inferno tecnologico che riduce l’uomo a semplice manovella, rovesciando così i miti imperialistici della macchina in “malattia industriale”. Ma questi personaggi non riescono a configurare pienamente un “uomo nuovo” veramente alternativo; la loro protesta tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.

Inizialmente usato, quindi, con connotazioni negative, dato che con esso si intendevano indicare le manifestazioni letterarie di un periodo di decadenza, il termine “Decadentismo” ha finito col significare l'insieme assai complesso di fenomeni culturali, letterari e artistici di un'epoca ricca di contraddizioni politiche e sociali.

Nell'accezione oggi prevalente, il termine “Decadentismo” indica le tendenze letterarie e artistiche che si sono diffuse nelle letterature europee dal 1870 alla Prima guerra mondiale.

Il termine e la nozione di “crisi”, con le varianti filosofiche e letterarie “decadenza”, “tramonto”, “crepuscolo”, pervadono la cultura del Novecento. Troviamo, nel primo Novecento, un complesso insieme di atteggiamenti e posizioni intellettuali che muovono uniformemente dal riscontro di una certa crisi in atto nella cultura occidentale, ma variano dall’accettazione disincantata all’assecondamento cinico, dall’elaborazione di metodi reattivi o di sopravvivenza al riconoscimento delle trasformazioni positive che tale crisi sembra implicare.

Sul finire dell’800, Nietzsche aveva descritto lo stato d’animo tipico della decadenza, e che iniziava a diffondersi nella cultura europea, utilizzando la nozione di “nichilismo”. Il nichilismo è l’atteggiamento proprio dell’uomo moderno, che sperimenta la perdita delle categorie di senso, di totalità, di verità, e la crisi dei valori sui quali si fondavano i sistemi filosofici del passato. Nell’incerta situazione della filosofia assumono un nuovo rilievo quelle discipline che le erano un tempo legate e che avevano iniziato a rendersi autonome alla fine del 700: le “scienze umane”. Il fenomeno più importante a questo proposito è la nascita della psicoanalisi, il cui programma, avanzando l’esigenza del tutto nuova di un’indagine “scientifica” dei processi inconsci, appare dotato di un’ampiezza tale da sostituirla, come nuova disciplina totale, alla filosofia.

La crisi storica che dà origine al Decadentismo è determinata dall’esperienza delle guerre, dall’automazione e meccanizzazione crescenti del mondo tardo-industriale: traspare, in letteratura, nella raffigurazione dell’impotenza e della malattia, nella diffusa e intensa percezione di una prossima fine del mondo, nelle visioni apocalittiche di distruzioni e massacri, nella rappresentazione di dinamiche sociali dominate da crudeltà e cinismo.

Il rapido estendersi, in molti paesi europei, del sistema di produzione industriale, il grande sviluppo urbano, la crescente potenza economica e politica della borghesia, tutti fenomeni già avvertiti, con straordinaria sensibilità, da Baudelaire, furono vissuti dagli artisti e scrittori degli ultimi tre decenni dell’Ottocento con crescente disagio e con reazioni di vario tipo, fra cui, molto diffusa, quella di difendere, sublimandoli al massimo, i valori della loro “arte”, rispetto ai “bassi” valori prevalenti nella nuova società. Le trasformazioni economico-sociali, inoltre, insieme con gli straordinari progressi tecnici e industriali (e anche questo aveva già pienamente avvertito Baudelaire) toccano direttamente e immediatamente l’artista e il poeta, agiscono sul suo rapporto con il pubblico, trasformano, “mercificandoli”, i prodotti stessi del suo lavoro. Né vanno trascurati gli entusiasmi o al contrario i profondi timori provocati in molti artisti e intellettuali da grandi fatti sociali come la rivoluzione della Comune parigina del 1870, le sollevazioni popolari sparse qua e là nei decenni seguenti, le repressioni e il rafforzarsi degli apparati polizieschi e militari degli Stati, la diffusa consapevolezza di come il grande sviluppo produttivo della società industriale rischiasse di relegare le classi povere o subordinate in situazioni di vita e di lavoro sempre più disumane.

L'Ottocento era sorto sotto il segno di quella «ragione» che la cultura illuministica del secondo Settecento aveva sacralizzato ed esaltato come un mito, capace di risolvere i grandi problemi dell'umanità; la sua vitalità non era venuta meno neppure durante la civiltà romantica, seppur in forme meno esasperate e per canali più sotterranei e complessi.

Nella civiltà del Positivismo-Realismo la ragione diveniva “ratio scientifica”, “scienza”, culto dell'utile e del dato oggettivo scientificamente sperimentabile e verificabile. La mentalità scientifica dell'epoca dava agli intellettuali una con­cezione stabile dell'universo, ritenendo i rapporti di “causa-effetto” e i principi di “spazio-tempo” dati certi e assoluti; credeva poi ai “fatti” come unici ele­menti veri e concreti di riferimento. Con queste categorie gli intellettuali erano convinti di leggere, conoscere e trascrivere correttamente la realtà, quella so­ciale e individuale, di riuscire a cogliere le leggi che le stanno alla base.

Queste convinzioni, però, erano spesso naufragate in concezioni deterministiche, fatalistiche, come la “rassegnazione” verghiana. Per altro verso poi la menta­lità scientifica e il Positivismo erano diventati ben presto l'ideologia delle classi dominanti borghesi e se in un primo tempo avevano avuto una funzione laica e progressiva, ben presto erano state curvate a legittimare le istanze, tutte bor­ghesi, dell'attivismo, dell'industrialismo, della produzione e del profitto; persi­no le progressiste teorie darwiniane venivano utilizzate a giustificare le logiche imperialistiche. A ben guardare, poi, sotto quelle strutture mentali impregnate di scientismo, di culto del progresso e del dato oggettivo, dell'ottimistica fiducia positivista, si mascheravano, e ben presto cominciarono a fermentare, dubbi e incertezze. Già la rivelazione delle “crepe e delle travi marce” della società, operata da Zola, e la dissacrazione dei miti progressivi della borghesia capita­listica operata da Verga mostravano chiaramente anche l'altra faccia dell'otti­mismo positivista e borghese; mostravano la sua incapacità, la sua impotenza a risolvere le insufficienze e le contraddizioni della società, che, anzi, andavano allargandosi ed esasperandosi.

(Crisi della scienza e rifiuto della società contemporanea) La fiducia incondi­zionata nella scienza doveva, dunque, entrare ben presto in crisi. Gli intellettuali del Positivismo avevano largamente predicato di utilizzare la scienza per cogliere le leggi della natura e della società nello stadio positivo, e una volta conosciutele avrebbero agito su di esse per modificare gli squilibri sociali e biologici. Ma di fronte alla fabbrica che aumentava sempre più lo sfruttamento, l'alienazione, e allargava le disuguaglianze sociali, di fronte alla selvaggia urbanizzazione che aumentava la criminalità, la prostituzione, la nevrosi, di fronte a nuove ricerche che mettevano in dubbio tutti i presupposti su cui si era retta la scienza fino ad allora, di fronte a tutto ciò il mito della scienza, che era stato il tratto più caratteristico dell'Ottocento positivista, a fine secolo si incrinava irreversibilmente. Nel 1893 Gabriele D'Annunzio, in un articolo su Zola, scriveva: “La scienza è incapace di rendere la felicità alle anime in cui ella ha distrutto l'ingenua pace. È finito il tempo del suo trionfo ingannevole. Bisogna ch'ella si faccia umile, già che non può tutto sapere, tutto guarire”. E Pascoli in un discorso letto a Messina nel 1898: “La scienza ha fallito!... A morte dunque la scienza!” Più netta non poteva essere la sfiducia con cui si guardava alla scienza e ai suoi miti. Gli intellettuali avvertivano di essere alla soglia di un nuovo mondo. E i tempi nuovi a molti incutevano un angoscioso senso di paura e di smarrimento, la paura della  “fine”, e di una prossima “catastrofe”.

Alla crisi della mentalità positivista e della scienza, si accompagnava, negli ultimi decenni del secolo XIX, il tramonto dell'economia e della borghesia liberale. Dal 1870 in poi veniva maturando una profonda svolta nei rapporti sociali sotto la pressione di grandi vicende storiche. Da un lato l'ascesa del quarto stato metteva paura alla sicurezza della borghesia, sempre più gretta e retriva a difesa della sua egemonia appena conquistata. D'altro lato la «grande depressione» rendeva agonizzante sia l'ordine economico sia la cultura della borghesia liberale e veniva affermandosi una nuova organizzazione sociale, l'imperialismo, basato su un gigantesco processo di concentrazione industriale-finanziaria, sul protezionismo e sulla ricerca di nuovi mercati coloniali.

Nella nuova organizzazione sociale di tipo imperialistico iniziava la lunga crisi dei “ceti medi” e il loro progressivo schiacciamento tra le grandi forze dell'alta borghesia imperialistica e del proletariato. Gli intellettuali, provenienti in genere dai ceti medi, perdevano così il loro retroterra sociale, prima legato alla borghesia in ascesa. Si sentivano spiazzati, sradicati, spesso incapaci di aderire o all'una o all'altra delle grandi forze antagoniste della nuova storia; e la fuga dalla società diventava la soluzione di molti artisti alla loro alienazione. Era dunque nel passaggio dall'economia liberale all'economia imperialistica, con tutte le sue conseguenze, che maturava negli intellettuali il senso di una profonda crisi storica, e il Decadentismo fu la risposta degli intellettuali, artisti e letterati, al tramonto della borghesia liberale.

Il tramonto della borghesia liberale era vissuto dagli intellettuali come “fine” della borghesia stessa e della storia, fra ansie e timori di un “domani” tutto da inventare. C'era in molti il presentimento o la consapevolezza di vivere una crisi storica, una decadenza, una dis­soluzione irreversibile; e ciò portava gli intellettuali a ripiegarsi su se stessi, a ricercare oltre la fenomenologia delle apparenze e dei fatti una realtà più pro­fonda, l'essenza delle cose e della vita.

Si ebbe allora un vistoso passaggio dal terreno storico-sociale, dove operava l'intellettuale di formazione positivista-naturalista, alle inesplorate zone dell'«io». E se l'intellettuale positivista aveva creduto alle «magnifiche sorti e progressive» dell'umanità, l'intellettuale decadente, sfiduciato e sradicato, senza più punti fermi in cui credere, all'interno di una degradazione urbana insopportabile ed emarginante, tendeva a progettare una molteplicità di miti irrazionalistici: Mistero, Bel­lezza, Patria, Sogno, Arte, Vita, ecc. La società appariva un territorio inautenti­co, un inferno da cui occorreva fuggire per nuovi paradisi artificiali, per nuovi esotismi e nuove avventure dell'anima vissute in solitudine, lontano dalla storia, dalla meschinità del quotidiano. Allo scienziato, al medico, all'ingegnere, al maestro, al capitano d'industria, esaltati dalla cultura positivista, si sostituiva­no l'“intellettuale bohémien”, come Baudelaire, il ribelle e il veggente, come Rimbaud, l'esteta, come Huysmans o D'Annunzio, il dandy, come Wilde, il superuomo, come D'Annunzio, il fanciullino, come Pascoli, il santo, come Fogazzaro. Alla tematica popolare e sociale si sostituiva la tematica del barbarico, del primitivo, dell'esotico, del titanico, del satanico; all'arte per l'utile, l'arte per l'arte.

Come la cultura del Positivismo si rifà a quella dell'Illuminismo, così la cultura del Decadentismo riprende temi, esperienze, motivi del Romanticismo, seppur filtrati attraverso il gusto bohemienne e scapigliato, e li rielabora in modi completamente nuovi e autonomi. Per verificare quanto detto, è sufficiente l'analisi, anche se schematica, di due concetti: individualità e amore. 

Mentre, infatti, nel Romanticismo il concetto di “individualità” trovava un suo equilibrio e un suo contrappeso in quello di «popolarità» (il Naturalismo lo aveva elimi­nato sostituendolo con il concetto di “impersonalità”), nella cultura decadente l’individualità non ha più alcun contrappeso, anzi si esaspera in rapporto a tutto ciò che può essere popolare e quotidiano, in nome di un individuo superiore slegato dalla morale comune e dalla massa anonima. Il filosofo tedesco Nietzsche sarà il teorico di questo nuovo modo di sentire. L'eroe romantico emergeva dal popolo e la sua avventura individuale era pur sempre e fondamentalmente un modo di interpretarne le esigenze; l'individualità esasperatamente solitaria e superomistica del decadente è, invece, sdegnoso e sprezzante distacco dalla morale del popolo.

Così l'«amore» che presso i romantici era spesso passione travolgente e asso­luta, ma pur sempre entro i limiti di una naturale sanità (nel Naturalismo veni­va materialisticamente ridotto a «soddisfacimento di un bisogno»), nel Deca­dentismo tende a degenerare in voluttà, gusto del proibito, del morboso, dell'ambiguo, o a intorpidirsi nel vizio, nella corruzione e nella depravazione.

D’ora in poi il poeta si ripiegherà nel suo intimo ed indagherà nella profondità dell'io, per esprimere verità e conoscenze dalle quali lo scienziato è escluso. La poesia ritorna, quindi, in auge come unico mezzo per illuminare la vita che è considerata un insieme di simboli da intuire e non più da spiegare.

Questa poesia, oltre a ripudiare la razionalità ed il metodo scientifico, rifiuta anche i temi cari alla poesia romantica ed eroica: il poeta non sarà più “vate”, celebratore della propria società e delle sue esigenze, ma “veggente” ed esprimerà con misticismo le esperienze della propria anima. Il poeta muta, quindi, ancora ruolo: non più vate, non più scienziato, ma veggente che mediante l’intuizione percepisce il mistero dell’universo e prova a decifrarne i geroglifici senza curarsi di essere capito, usando un linguaggio iniziatico, simbolico e onirico.

Questa crisi globale creerà anche un nuovo modo di vivere e di concepire l’esistenza: saranno esaltati gli aspetti creativi dello spirito, il culto della sensibilità, l’affannata ricerca di esperienza libera e staccata da ogni convenzione morale tradizionale; ma l’isolamento del poeta dalla vita comune e la sua contrapposizione non assumono la caratteristica del titanismo romantico. Nell’artista decadente, anzi, si esprime l’angoscia del non sapersi inserire nella vita pratica, del sentirsi diverso.

L'arte di questo periodo, se per un verso subisce l'influsso dei miti della società borghese dell'età dell'imperialismo, per un altro verso se ne sottrae e li respinge. Entro questo quadro, i suoi aspetti caratterizzanti si dispongono su linee spesso divergenti. Così, in primo luogo, è propria di questa stagione la coscienza esasperata di una frattura profonda tra la nuova arte e quella ottocentesca, frattura che non esclude, s'intende, ogni elemento di continuità fra l’Ottocento e il Novecento - cosa del resto impossibile - ma che, rispetto alla continuità, esalta e sottolinea la novità. Un altro tratto caratterizzante è l'atteggiamento anticonformista diffuso tra gli artisti, il rifiuto cioè delle abitudini, delle leggi, dei gusti, dei valori della società costituita. A questo è connessa l'esasperazione dell'individualismo, nel duplice aspetto di esaltazione dell'individuo particolarmente dotato nei confronti di quello che viene considerato il gregge dei propri simili, o di sofferenza per la condizione di solitudine dell'uomo, per la sua incapacità di comunicare con gli altri uomini, di mettersi in rapporto con la società, con la storia. L'uomo, così, non è più un «animale politico», ma una «monade senza porte e senza finestre». I grandi ideali egualitari del secolo precedente, l'impegno sociale e politico dello scrittore, la fiducia nella trasformazione profonda della società e nella creazione di un mondo più giusto e umano, appaiono, da questo punto di vista, definitivamente tramontati.

La società europea di fine ‘800, mentre vive un periodo di sviluppo industriale e di espansione politica, è pervasa dalla consapevolezza di essere giunta al culmine della sua esistenza.

E’ il Decadentismo francese ad esprimere per primo questa crisi, esprimendo una sensazione diffusa di stanchezza, di tristezza, di sfiducia.

Il termine “décadet” nasce, con significato spregiativo, dai borghesi benpensanti, per poi diventare definizione ben accetta e utilizzata dagli stessi intellettuali che ne facevano parte.

L’origine del movimento è da localizzare a Parigi, nell’ambito dei cenacoli artistici bohémien e annovera tra i suoi esponenti principali Paul Verlaine, Huysmans con “A Rebours”, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé.

Tra i poeti anticipatori del Decadentismo bisogna annoverare Baudelaire con “Le fleurs du mal” e i Parnassiani per il loro culto della bellezza e soprattutto per il concetto di “arte per l’arte” che sfocerà poi nell’estetismo decadentista.

Da questo movimento ben presto si staccherà il Simbolismo che si concentra sull’esigenza di un linguaggio specifico per la poesia, fondato su colori ed immagini. Come tutta l’Europa, anche l’Italia viene influenzata dalla nuova corrente e risente del clima di crisi politica, economica e sociale tra gli ultimi decenni del XIX secolo e la prima guerra mondiale.

Nel Decadentismo ita­liano confluiscono in un intreccio complesso gli influssi del Decadentismo europeo e gli elementi predominanti della tradizione culturale letteraria, così come si erano configurati all’indomani dell'unificazione tra conservazione letteraria e innovazione, costituita in parti­colare dal fenomeno della Scapiglia­tura: il tutto sullo sfondo del particolare clima sociale e politico che si determinava tra la fine del secolo e i primi anni del Novecento. Gli orientamenti imperialistici agiscono in Italia, più che sul pia­no delle strutture economiche, sulle scelte degli intellettuali, alimentando nelle nuove generazioni la coscienza di quella che è stata definita la «delusio­ne post-risorgimentale» e il ri­fiuto dell'Italia ufficiale, come si presentava dopo la raggiunta unità, con la sua grettezza, arre­tratezza e il pesante apparato burocratico; in contrapposizio­ne a essa avanzava il progetto di un'Italia «ideale». In questo contrasto con l'Italia ufficiale si svilupparono e prevalsero o­rientamenti di tipo «interventi­stico» e nazionalistico. Ma al nazionalismo italiano mancarono le basi economiche e strutturali che giustificassero una politica di potenza e di espansione simile a quella dei grandi paesi europei.

Il Decadentismo nostrano, a differenza di quello francese, quindi, non nasce solo dalla crisi del Positivismo: esso, infatti, ha negli scapigliati lombardi e in alcuni risvolti del parnassianesimo i suoi diretti anticipatori.

Con la produzione poetica di Fogazzaro, di D’Annunzio e di Pascoli il Decadentismo trova piena adesione, partecipazione e sviluppo in Italia.

Il Decadentismo è un fenomeno complesso, polivalente nella sua multiforme tematica, nei suoi esiti artistici, nei suoi valori e disvalori; pertanto non c'è, come nel Romanticismo o nel Naturalismo, una poetica che faccia da punto di riferimento comune al variare delle singole esperienze. Abbiamo piuttosto varie direzioni di ricerca, una proliferazione di poetiche, che possono in parte legarsi a due movimenti culturali della letteratura europea: il Simbolismo e l'Estetismo. Anche in Italia non è possibile ritrovare una corrente letteraria unificante, ma piuttosto poetiche individuali: quella del “superuomo” in D'Annunzio, del “fanciullino” in Pascoli, del “santo” in Fogazzaro. Accomuna queste esperienze il rifiuto della sciatte­ria stilistica dell'ultimo romanticismo, con conseguente ricerca di nuovi stru­menti espressivi, il rigetto della cultura positivistica e il rifiuto spesso aristo­cratico della società contemporanea in ciò che essa ha di abitudinario, di etica comune, di valori diffusi a livello di massa.

Con lo scopo di reagire alla decadenza romantica, al suo sentimentalismo e alla sua stanchezza stilistica, attorno agli anni Sessanta in Francia si afferma il «movimento parnassiano». Per i parnassiani il poeta deve rifuggire da ogni effusione sentimentale e da ogni approssimazione stilistica; la poesia deve operare un freddo controllo delle passioni e delle emozioni, una calibrata esattezza delle parole e del disegno compositivo, celebrare una marmorea bellezza calata in forme nitide con una tecnica artigianale scaltrita e raffinata.

Questa sterilizzazione delle emozioni, questa fredda impassibilità viene rifiu­tata dal Simbolismo (siamo attorno agli anni '70-'80), che dai parnassiani acco­glie solo l'esigenza di un estremo controllo stilistico.  Col Simbolismo siamo di fronte ad una grande stagione poetica, particolarmente in Francia, che da Bau­delaire passa attraverso le esperienze di Verlaine, Rimbaud e Mallarmé che ne diede anche la base teorica. La poesia simbolista vuole celebrare quel mondo di misteriose presenze che si trovano attorno e dentro gli oggetti e l'uomo; vuole celebrare non la realtà in sé, non l'oggetto in sé, ma la sua essenza, la sua anima, attraverso il suo magico potere di suggestione, di evocazione. I sim­bolisti invitano ad andare oltre i sensi e le apparenze, per cogliere quelle zone indefinite ed inesprimibili delle emozioni che la parola nella sua corposità denotata e logica non riesce ad afferrare. La realtà è per Baudelaire una “foresta di simboli”, e il poeta è chiamato a decifrarli, a coglierne le essenze, attraverso le evocazioni incrociate di suoni, colori, profumi, di echi e di risonanze, attraverso un gioco di rilevamenti simbolici, fonosimbolici, cromatici, attraverso tutta una serie di mezzi conoscitivi, quali l’intuizione, e tecnico-espressivi, quali la sinestesia, l’analogia, l’uso connotativo della parola, ecc.

La tendenza ad evadere dalla prosaica realtà della vita, già presente nei parnassiani e nei simbolisti, si radicalizza nell'Estetismo che si afferma negli ultimi decenni dell'Ottocento ed ha nel romanzo “À rebours” di Huysmans il suo manifesto. Per gli esteti ogni forma di industrializzazione, di pacifismo borghese, di positivismo, di democrazia, di socialismo, porta ad una nuova barbarie fatta di volgarità, di banalità, di mercificazione profanatrice dell'arte. Allora l'arte diventa l'unico rifugio, l'unica difesa dalla volgarità della vita normale. L'Estetismo vuol essere anche modello comportamentale, oltre che artistico. La vita stessa dell'intellettuale esteta deve essere coinvolta nell'arte, farsi arte essa stessa. Arte e vita vengono così identificate e all'esteta viene affidato il compito di tendere alla raffinatezza, all'eroismo, alla gloria, ad un ideale supremo di bellezza. Non, ovviamente, una bellezza come la intendono i comuni mortali, ma una bellezza insolita, preziosa, ambigua, perversa, lussuriosa.

Gli scrittori del Naturalismo si erano affidati a due strumenti conoscitivi: la ragione e la scienza; li avevano sentiti onnipotenti, unici strumenti capaci di leggere la realtà, di codificarla in leggi, di quantificarla. Gli scrittori del Decadentismo, invece, ritennero che quegli strumenti avessero fallito il loro compito conoscitivo e liberatorio. La realtà, infatti, rimaneva sfuggente, lasciando zone d'ombra, di mistero, pieghe insondabili; le strutture profonde dell'uomo e del reale non si lasciavano cogliere. La ragione e la scienza, operando con categorie logiche quali i rapporti di causa-effetto, potevano cogliere della realtà solo il “fenomeno”, ossia ciò che appare, e qui arre­starsi, ma mai sarebbero riuscite a cogliere il “noumeno”, ossia l'essenza, l'anima delle cose, né la vita intima degli oggetti e dell'uomo, né quelle segrete corri­spondenze e quell'inesprimibile mondo di suggestioni e di rapporti tra le cose che pullulano sotto la fenomenologia delle apparenze. Si potevano sì cogliere i caratteri ereditari, la fisiologia, la fenomenologia dei comportamenti dell'uomo, come avevano fatto i naturalisti, ma rimaneva pur sempre inesplorato e non leggibile con la logica tradizionale quel magma fermentante e brulicante di pulsioni che dominano il mondo inconscio, il sogno, e il loro legame con l'ignoto e con il mistero cosmico.

Da Baudelaire fino a Mallarmé, gli artisti andranno allora alla ricerca di nuovi strumenti conoscitivi da sostituire alla ragione e alla scienza, e li troveranno nell’“intuizione” e nell'“arte”. Per capire la realtà bisogna penetrarla piuttosto che rifletterla, essi diranno; solo l'intuizione può mettere in diretto contatto l'artista con l'anima delle cose, con le zone della vita irrazio­nale e inconscia, col mistero della vita universale. L'intuizione salterà i vari piani delle conoscenze della logica e penetrerà direttamente nelle essenze delle cose molto più in profondità di quanto non riesca a fare la più analitica descrizione scientifica e la più precisa riproduzione fotografica. L'arte, usando l'intuizione, si farà strumento di conoscenza, diventerà conoscenza autentica del reale; l'irrazionale, l'istintivo, l'inconscio si potranno captare solo per quelle illuminazioni istantanee, per quelle folgorazioni improvvise che solo l'arte è in grado di esprimere.

Attribuire, come fanno i decadenti, fini cono­scitivi all'arte comporta fondamentalmente questo: ridare autonomia creativa all'artista, ridotto dal Naturalismo a freddo e impersonale registratore del dato reale; ora il poeta, non più scienziato e impassibile registratore, si fa veggente, esteta, fanciullino, santo, superuomo.

 

Fine articolo sul Decadentismo

 

Il decadentismo

 

Il Decadentismo ha origini francesi, è una definizione dispregiativa con cui si bollavano gli atteggiamenti e la poesia di alcuni intellettuali che partivano dal presupposto del rifiuto sul:

  • Piano sociale: della società moderna
  • Piano filosofico: del positivismo e dell’interpretazione deterministica del mondo.

Negli atteggiamenti ribellistici e nella poesia anticonformista si vedeva una forma di decadenza.

Oggi tale termine non ha più valenza negativa e moraleggiante, ma indica quella serie di costumi che si riferiscono alla figura di uomo che si è iniziata a particolareggiare. In tale periodo la decadenza è legata al dialogo con la società industriale.

Il modello è Boudelaire che presenta uno scenario fosco e corrotto e si afferma il luogo comune di pensare all’uomo come in cancrena.

In Italia il decadentismo ebbe un contesto provinciale.

Le caratteristiche del decadentismo:

  • solitudine;
  • senso di straniamento dalla realtà vista come un mostro soffocante e incomprensibile;
  • tema dell’evasione, simile a quello dei romantici,  (spesso provocata da oppio, infatti Boudelaire scrisse “Elogio all’oppio”), nell’arte e nella poesia (in cui si sente il bisogno di evasione dai limiti angusti): il poeta perde la sua funzione di contatto diretto con la realtà. I decadenti contestarono al positivismo e a Zola di voler essere ancorati alla realtà, mentre invece loro vedevano l’arte come principale forma di evasione.

Questo è dimostrato anche da Rimbaud, con il “Battello ebbro”, in cui l’immagine del battello rappresenta l’uomo che si stacca dall’ormeggio e vaga da solo. Qui si vede come la poesia sia irriducibile agli schemi del mondo.

Il divorzio fra realtà e poesia è totale: il poeta non può trovare un posto nella realtà (l’albatross non può stare nella nave della realtà). Quest’evasione si esprime anche nel sogno, nella tristezza e nella voluptas dolendi (il compiacimento della propria malattia).

Il decadentismo presenta poi anche altre caratteristiche, come l’estetismo, cioè il tentativo che fanno molti (fra i quali Oscar Wilde) di fare della propria vita un’opera d’arte: essendo smarriti tutti i punti di riferimento bisogna ricostruire un nuovo bene ed un nuovo male, un nuovo criterio che permetta di orientarsi; l’unico criterio può essere l’arte.

Il bene allora coincide con il piacere: impostano quindi la loro vita come se fosse un’opera d’arte impostata sul modello di eleganza e raffinatezza.

L’esteta è la risposta alla crisi dell’homo faber sui: l’uomo costruisce un nuovo se stesso nell’arte.

In Italia l’estetismo arriva con D’Annunzio che lo trasforma in moda superficiale, in una retorica dell’arte.

In “À rebours” di Huysmans è descritta la vita di Des Esseintes, esponente di una famiglia nobile decaduta che ha dentro di sé la malattia (simbolo della malattia contemporanea) il quale decide di chiudersi nella vita: evita contatti con il mondo esterno e vive esteticamente nella sua villa.

Altra caratteristica dell’esteta è l’inettidutine: è un uomo che non è in fase con la vita, incapace a vivere (è come un bambino che non sa le dimensioni delle cose). L’inettitudine è poi il pensiero che blocca la ragione che produce nevrosi, malattia, è una riflessione che impedisce di concretizzare qualcosa.

Altra caratteristica è poi l’attrazione per la morte e per il putrescente: si sentono uomini vicini alla morte perché la società è vicina alla morte. La morte gli attrae (cupio dissolvi) e inoltre sentono il bisogno di smarrimento da una vita grigia e vuota. Avevano quindi una passione per tutto ciò che era in decomposizione poiché lo vedevano come simbolo dell’uomo moderno putrescente.

Nel putrescente vedevano più succhi vitali che nel solare, per questo amavano le città decadenti (come Venezia). Infatti Mann ha scritto “Morte a Venezia”.

Cambiano anche i gusti per quanto riguarda i periodi storici: si amavano i periodi decadenti, come il Barocco e del mondo latino apprezzavano la letteratura del I secolo d.C. e in particolar modo il “Satyricon”, in cui vedevano il simbolo dell’uomo moderno.

Nasce il gusto per tutto ciò che è abbandonato (piante rampicanti e voluttuose, giardini dove tutto è mescolato, che simboleggiano il modo contemporaneo). A questa produzione appartiene “Nella beletta” di D’Annunzio in cui descrive una pesca che sprofonda nel fango.

L’inettitudine si manifesta anche in un titanismo esasperato, come reazione differente al senso di decadenza.

Non ci sono più idee chiare: lo stesso uomo può vivere momenti di cupio dissolvi e di pieno vitalismo. Queste due tendenze si trovano anche spesso a convivere nelle stesse persone.

Il vitalismo si esprime in un godimento ebbro anche nel sesso, in un bisogno di dominio assoluto (D’Annunzio), a questo si aggiunge la perversione; il bisogno del sangue, di aggressione gratuita nei confronti degli altri. Questo perché l’affermazione di sé deve essere un vitalismo strano, diverso, esotico. Siccome anche i piaceri sono saturati (non più normali e naturali) l’uomo diventa crudele (da qui il sadismo e il masochismo).

 

Aspetti filosofici

Gli atteggiamenti dei decadenti sono collegati al rifiuto del mondo e dell’ordine borghese: al falso uomo borghese si contrappone il tentativo di creare un nuovo ordine: da qui nasce l’estetismo e l’abbandono al disordine.

Andò in crisi l’interpretazione positiva della realtà, per cui si rifiutava il fatto che la ragione potesse interpretare esattamente la vita e la realtà, ma vedevano la ragione come uno strumento limitato che non poteva scalfire l’essenza misteriosa e profonda della vita perché la vita vera e propria non sono le cose (le apparenze fenomeniche). Ma la vita vera è quello che sta oltre: la sostanza più profonda delle cose che si manifestano in questa dimensione apparente. È quindi assurdo pensare alla vita in termini deterministici. Non c’è niente di deterministico nell’esistenza, ma solo causalità inquietante e misteriosa. Di conseguenza la ragione si ferma molto prima e può eventualmente rendere ragione dell’apparenza fenomenica delle cose, ma anche questo fino ad un certo punto perché la vita è un flusso continuo che si trasforma; come dice Berson, la vita è “slancio vitale”.

Un altro presupposto derivante da questo è che l’essenza non esiste più.                                                                                                                                                            La ragione quindi si sforza di costruire una realtà quando una realtà non c’è. C’è quindi forte perplessità nei confronti della scelta, non un rifiuto arrogante, ma anche rispetto e fascino.

Acquista peso la fusione IO-MONDO: la realtà profonda, cioè la vita stessa che non potendo essere compresa è misteriosa ed inquietante. Se i confini fra le cose non sono quelle segnati allora fra le cose stesse non c’è più tanta differenza: si può ritrovare parte di se stessi nelle cose esterne e viceversa. Il magma della vita coinvolge tutto in una misteriosa fusione.

La vita non è più regola, non ha nessuna identità, rimane solo l’inquietudine dell’ordine.

La ragione è quindi impotente e nociva perché produce delle schematizzazioni che non hanno valore: tutti i parametri di accostamento alla realtà cadono.

In filosofia Schopenhauer in “Mondo come volontà e rappresentazione” scrive dell’”will zu leben”, cioè voglia di vivere: il movimento inconsapevole della vita che spinge a vivere (voluntas).

Le rappresentazioni non sono altro che un modo in cui ci rappresentiamo la vita, ma sono fittizie, sono costruzioni intellettuali. Schopenauer dice che di fatto l’uomo crede di vivere, ma in realtà è vissuto. Quindi quando l’uomo pensa di essere attivo, questo non è altro che un alibi.

Per quanto riguarda le risposte poetiche, c’è da chiedersi innanzitutto se la nuova realtà può essere intuita in qualche modo, se può essere tradotta in poesia e se la parola umana possa cogliere il bagliore della vita autentica.

Il primo a rispondere in proposito fu Boudelaire, con le corrispondenze: al di là delle cose apparenti, c’è la vita, le segrete corrispondenze. Il poeta con la sua capacità intuitiva, non lo scienziato, può cogliere dei barlumi di questa realtà profonda. Il contributo della poesia è quindi quello di cogliere alcuni elementi della vita misteriosa. Significativo in questo senso fu “Illuminationes” di Rimbaud (raccolta di poesie in cui al poeta appare improvvisamente senza nessun motivo logico un bagliore di vita oltre), in cui si dimostra come il mondo può manifestarsi all’uomo tramite manifestazioni, per delle frazioni di secondo.

Questo presuppone un particolare atteggiamento del poeta:

  • Ridimensionamento: la poesia è nelle cose. Il poeta non è soggetto attivo, non crea poesia, ma si mette umilmente in ascolto perché la poesia è già nella Natura e nell’oltre. In questo però il poeta ha un vantaggio perché con la parola poetica è l’unico che possa riprodurre almeno un bagliore della vita (mentre gli altri sono ancorati a un linguaggio razionale).
  • Il poeta per avere un beneficio dalle illuminazioni deve spogliarsi delle presunzioni che animano l’uomo, deve regredire ad una condizione anteriore alla razionalità; bisogno cioè di provocare l’illuminazione che può avvenire solo per poche frazioni di momenti (cfr. Ungaretti: “in noi c’è un porto sepolto”).

Secondo i poeti maledetti la via per arrivare a questo è il disordine dei sensi. Rimbaud nella “Lettera del veggente” parlava appunto di disordine dei sensi: bisogna che l’uomo sconvolga l’ordine fittizio della propria persona. Partendo dallo sconvolgimento dei sensi occorre cancellare le divisioni ordinate fra essi perché nel disordine possono aprirsi i varchi per le illuminazioni.

Concetto logico: siccome la vita è caos, anche il poeta deve divenire caos.

La poesia diviene simbolica, allusiva ed evocativa, mentre fino ad allora era stata descrittiva, in cui si affrontavano grandi temi (questo vecchio tipo di poesia finisce con la seconda metà dell’800).

Le parole ora non valgono più per quello che vogliono dire, ma per il simbolo a cui vogliono alludere e che solo il poeta può cogliere; è chiaro che la parola non può più voler dire ciò che vuol dire realmente. Il poeta (poeta-mago) diviene il tramite fra la vita vera e il mondo.

La parola non ha più un significato normale, ma va oltre: è il simbolo misterioso dell’assoluto. La poesia è quasi autocomunicazione: cioè il poeta parla a se stesso, è quindi una poesia aristocratica ed elitaria, di difficile lettura.

 

Caratteristiche comuni e fondamentali di riferimento, che si trovano in tutte le poesie “nuove”

  • Poesia simbolica (le parole sono simboli di qualcosa)
  • La poesia punta sulla musicalità (riprende un motivo romantico, come dice anche Verlaine), perché la parola conta prima di tutto nel suo significante, nella sua accezione dei suoni che, sganciati dal significato normale, assumono un significato diverso e nell’ordine dei suoni stessi.
  • Nella poesia si fondono più arti: la poesia è considerata come un sincretismo di varie manifestazioni artistiche (parola, musica e pittura). Questo perché le distinzioni fra le arti sono artificiose e razionali, che non hanno senso di fronte al movimento caotico e trasformante della vita. È quindi assurdo voler cogliere il pulviscolo dell’oltre mantenendo una divisione arbitraria fra le arti, ma anche il poeta deve mescolare i linguaggi: è importante creare una nuova fusione espressiva. Importante in tal senso è il teatro musicale di Wagner, il quale sostiene l’importanza del “Gesamntwerke”, cioè “L’opera d’arte totale”, infatti, scrisse opere che erano fusione di parole, musica ed azione scenica (lo scopo era quello di creare una nuova opera d’arte senza denominazione, ispirandosi al teatro tragico antico.
  • Uso di due figure retoriche che assumono grande importanza:
    • Analogia o metafora: accostamento metaforico di due elementi della realtà che non hanno niente a che fare; non c’è legame logico, per dare senso di inquietudine e di mistero. È l’unico modo per rintracciare le corrispondenze misteriose che ci sono fra le cose. Si rifanno alla tradizione barocca e al simbolismo medievale.
    • Sinestesia: l’attribuzione di una sensazione ad un termine che la rifiuta.
  • Il nuovo tipo di poesia comporta profonde variazioni:
    • Nella metrica: quella tradizionale va in crisi, perché considerata artificiosa (soprattutto per quanto riguarda la rima)
    • Nella sintassi: scompare la subordinazione perché è un legame logico e scompaiono anche i segni di punteggiatura che implicano un passaggio logico, i connettivi. La nuova poesia si articola per flash, illuminazioni, manca il tessuto logico.

 

 

 

Fine articolo sul Decadentismo

 

IL DECADENTISMO

 

Il termine che designa il periodo della storia e della cultura francese che va dal 1890 al 1945 è Decadentismo, dal nome di un giornale francese Le Decadent, pubblicato intorno al 1880.Successivamente, nel 1886, appare un'altra rivista dello stesso nome, quella dei simbolisti, un'elaborazione poetica all'interno del gruppo dei decadenti. Inizialmente la definizione di Decadentismo viene data da coloro che si oppongono al clima "decadente" della Francia di questi anni, solcata dalla cosiddetta crisi del secondo Impero, e che ha il suo culmine con la sconfitta di Sedan da parte dell'esercito prussiano e nella breve esperienza della comune parigina. E' una crisi politica e una crisi di valori e gli intellettuali erano accusati di essere troppo raffinati, di essere chiusi nella bellezza dell'arte e di coltivare un gusto letterario definito decadente. In seguito essi stessi si appropriarono del termine e lo considerarono come la migliore definizione della loro situazione di disadattamento nella società borghese, di cui non condividono più i valori. Questa caratteristica avvicina il Decadentismo al movimento letterario della Scapigliatura, che però si afferma in un clima più arretrato ed è ancora profondamente legato al clima ottocentesco. Il clima decadente si estende dalla Francia alle principali nazioni europee, segnando il passaggio dal Naturalismo alla cultura novecentesca. Nell'arco di tempo molto lungo individuato con il termine Decadentismo, l'esperienza delle due guerre mondiali e dei governi autoritari determinano orientamenti diversi all'interno di questo clima culturale.

-Critica al Positivismo

Uno dei tratti che caratterizza soprattutto l'inizio del periodo è la critica alla filosofia del positivismo, e la constatazione del fallimenti del mito della scienza. Questa affermazione può sorprendere quando si pensa alle numerose conquiste scientifiche dei primi anni del '900, l'evoluzione scientifica infatti non si arresta ma viene meno la fiducia incrollabile nelle possibilità illimitate della scienziati positivisti ritengono che con la scienza si possa elevare il tenore di vita del ceto borghese e di tutte le altre classi, che si possono risolvere i conflitti sociali e liberare l'uomo da tutte le sue angosce, dal dolore e da ogni forma di ingiustizia sociale. Anche le crisi delineatesi nello sviluppo industriale potevano essere superate, perché si trattava solo di problemi di crescita. Queste previsioni vengono smentite dalla radicalizzazione dei conflitti sociali e dal proletariato, che diventa un soggetto politico, organizzato in partiti, che chiede una legislazione sociale carente in molti paesi. La borghesia, in fase di espansione, aveva individuato nel positivismo l'espressione che meglio la rappresentava, ora risponde invece con soluzioni più autoritarie ai conflitti sociali. Si rimprovera al Positivismo di aver creduto di poter fare a meno della metafisica e di aver ritenuto che la sperimentazione sui fatti potesse costituire un criterio di interpretazione complessiva della realtà.Si sostiene che vi siano invece molte zone "scure" dell'animo umano che la scienza non può spiegare e quindi al razionalismo si oppone lo spiritualismo. Da un principio di oggettività , da una concezione secondo la quale la realtà può essere rappresentata oggettivamente, si passa al soggettivismo. Si ritiene che non esista una oggettiva ma tante realtà/verità quante sono gli individui. Nella letteratura il cento di interesse si sposta dall'analisi dei meccanismi sociali all'introspezione, all'analisi dell'Io. Sono temi già presenti nella letteratura romantica, quello dell'altrove, che sta oltre la realtà sensibile e la dimensione quotidiana della realtà, del sogno,  del mito, del viaggio come esperienza che l'uomo compie dentro di se.Questi temi romantici ritornano con forza nel primo '900 e hanno molta importanza nelle nuove scienze, come la psicoanalisi (vedi Freud) e l'antropologia sociale. Alcuni critici limitano il movimento del decadentismo ai primi del '900, altri lo estendono fino al 1945. Ciò che comunque accomuna tutta la cultura di questo periodo, da Svevo e Pirandello ai movimenti dei Futuristi e dei Crepuscolari, è la matrice antipositivista. I simbolisti hanno una concezione della poesia come attività autonoma. Il poeta è in contrasto con la società borghese mercificata, che considera superflua la cultura. L'arte reagisce affermando la propria autonomia, non ponendosi più al servizio della realtà o partecipe di un progetto socio-politico ma riconoscendo la propria solitudine. Questa è una tematica esistenziale, che non a caso emerge in un periodo di crisi della società da cui il poeta prende le distanze, non più solidale con i valori borghesi.

-Ragione e intuizione

Nella letteratura naturalistica lo strumento privilegiato con cui lo scrittore si accosta alla materia è la ragione, che fornisce un'interpretazione logica ed oggettiva dei fatti, permettendo di stabilire nessi di causa-effetto. Nella letteratura decadente invece lo strumento privilegiato per studiare la realtà sfuggente, misteriosa e sconosciuta è l'intuizione, che differisce dalla ragione soprattutto per la forte componente soggettiva. Si suole ritenere che la ragione possa essere insegnata, perché è uno strumento di indagine universale, mentre si può solo affinare la propria sensibilità ed acquisire un approccio verso la realtà che prepari all'intuizione. La ragione è associata al metodo e tende a stabilire rapporti causa-effetto governati dal principio della razionalità.L'intuizione stabilisce invece rapporti tra cose distanti fra loro, senza seguire una concatenazione logica, attraverso l'illuminazione, saltando i passaggi, cogliendo con rapidità e verità. Queste differenze fra l'intuizione e la ragione implicano una serie di conseguenze nella letteratura: quella ottocentesca, sia essa romantica o naturalistica, ha una tradizione riconducibile alla letteratura didattica, o rivendica alla letteratura una funzione conoscitiva. Nascono nell'800 generi come il romanzo storico, i cui il lettore può imparare dalla storia.Anche se con Verga il canone è quello dell’impersonalità rimane la convinzione che la letteratura possa essere uno strumento di conoscenza della realtà benché non sia direttamente didattica. Quella decadente invece è la rappresentazione di una esperienza individuale, rappresenta un percorso di ricerca interiore che può essere comunicabile solo a chi ha vissuto simili esperienze. Più tardi si arriva a negare alla poesia la possibilità di poter offrire una chiave di interpretazione della realtà.Alla concezione di Poeta-Vate (sapiente), che in Italia si afferma con Foscolo, Carducci e che è legata alla poesia patriottica e alla figura del poeta-guida del popolo, si contrappone il rifiuto della funzione di guida del poeta e la figura del poeta-veggente, teorizzato dal simbolista francese Rimbaud nel so saggio.Questa figura conosce i rapporti segreti fra le cose, si addentra nella realtà e coglie le "illuminazioni", squarci di realtà.

In Italia il Decadentismo ha come principali interpreti Pascoli e D'Annunzio.

 

IL SIMBOLISMO FRANCESE

 

Decadentismo: 

  • Estetismo (influenza D'Annunzio, si afferma il principio dell'arte per l'arte o art for art's sake di Wildiano).
  • Simbolismo (influenza Pascoli).

 

Il poeta francese Baudelaire è definito come il padre spirituale del simbolismo francese.Nella sua poetica si ritrovano infatti alcuni caratteri del simbolismo,  ma la sua opera principale, I FIORI DEL MALE, risale al 1857, nel pieno del clima romantico. Il manifesto dei simbolisti apparirà appena nel 1886. Gli scrittori simbolisti più importanti sono Verlaine, Rimbaud e Mallarmè.

 

Correspondances di Baudelaire:

Questa poesia di Baudelaire è considerata il manifesto del simbolismo francese, la natura viene infatti definita come una foresta di simboli, un luogo sconosciuto e misterioso in cui il poeta invita il lettore a perdersi. Siamo lontani dalla concezione naturalistica dello studio razionale della natura, qui il lettore deve cercare di decifrare, di interpretare i simboli, stimolando la proprie facoltà intuitive.Molto importante è il riferimento alla diversità dei profumi, ed il cosiddetto "canto dei sensi": la poesia attinge a tutte le sensazioni, visive. olfattive e uditive (la musica gode di una notevole importanza anche nella poesia di Verlaine, autore di un saggio in cui pone al centro l'elemento musicale). In questo periodo acquista importanza la figura retorica della sinestesia (accostamento di termini richiamanti sensi diversi fra loro, ad esempio "giallo vento"  vista+tatto). La poesia non è un veicolo di idee bensì mira a comunicare determinate sensazioni ed impressioni. La fonte di queste è la capacità percettiva, che deve essere particolarmente raffinata per coglierle con tutta la loro intensità.

Un'altra poesia molto significativa di Baudelaire è L'albatro. Questo uccello è impacciato mentre cammina sulla nave ma acquista notevole maestosità nel volo. Così è anche il poeta, che tra gli uomini non occupa un posto di rilievo ma che trova il proprio spazio privilegiato nell'arte.

 

 

 

L’ESTETISMO

 

Significativo esponente è Oscar Wilde. L’estetismo auspica la poetica dell’autonomia dell’arte, che non ha funzione didattica ma ha valore solo di per se, in quanto tale. Esso implica un rifiuto della società con le istituzioni, sentite come un togliere della libertà mentre l’individuo per realizzarsi deve essere libero. L’esteta è indifferente ai valori morali ma pratica il culto del bello, segno distintivo della propria individualità e superiorità. Inoltre vi è la contrapposizione individuo-massa, tra colui che ha un’ipersensibilità per la raffinatezza e coloro che ne sono esclusi. Da ciò deriverà anche una separazione di carattere politico: l’estetismo è anticipatore del superomismo.

 

 

LE RIVISTE FIORENTINE

 

Il periodo è il primo 900, circa dal 1903 al 1916. Le riviste esprimono la volontà degli intellettuali di organizzarsi e darsi un’identità culturale e far sentire la loro voce nella società, di determinare un orientamento nell’opinione pubblica. Si occupano di letteratura, filosofia, argomenti di carattere sociale e politico. Alcune riviste hanno un orientamento politico e un ruolo importante nella questione della guerra in Libia e dell’intervento nella 1 guerra mondiale. Molte hanno un rapporto con ideologie nazionaliste, come “Il Regno” di Corradini, e sono di matrice anti-positivistica. Le riviste sono molto importanti perché fanno conoscere aspetti della letteratura e filosofia europea in Italia, perché permettono ad essa di uscire dal provincialismo e conoscere il teatro di Ibsen, il simbolismo…etc. Inoltre divulgano filosofie di materia antipositivistica come il pragmatismo (massimo teorico William James), l’intuizionismo (Bergson, che influenzerà Pirandello), il neoidealismo (Croce, Gentile). Oltre a “Il Regno” ricordiamo il “Leonardo” di Papini, il “Lacerba” che fece conoscerela poesia futurista e fu fondata da Papini e Prezzolini, anche Marinetti vi scrive la sua opera, la “Battaglia di Adrianopoli”. Spicca l’interesse generale per le avanguardie e il movimento futurista (esaltò l’impresa libica).

 

La “VOCE

Fu fondata da Prezzolini nel 1908 e da lui diretta fino al 1914, quando gli subentrò De Robertis che la trasformò da pragmatica (militare, che prende posizione) e civile in foglio letterario. Nella prima fase la “Voce” si presenta come luogo di dibattito di intellettuali di diverse posizioni ideologiche. Essa raccoglie voci di liberali (Croce, Einaudi), di cattolici (Murri, che era un tecnico del modernismo: essi propugnavano un interesse per i problemi dell’età moderna, come il rapporto fede-scienza. Vi aderì anche Fogazzaro) o di socialisti (Salvemini, che nel 1911, in quanto contrario all’impresa libica, si stacca dalla “Voce” e fonda la rivista l’”Unità”). Trai suoi collaboratori il triestino Scipio Slataper: poi Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Emilio Cecchi (critico letterario); inoltre Camillo Sbarbaro, un poeta ligure che anticipò lo stile di Montale), Clemente Rebora (uno scrittore cattolico poi diventato sacerdote), Aldo Palazzeschi (che aderì sia ai Crepuscolari che al Futurismo, e scrisse “Le signore Materassi” ove lo scrittore è eclettico) e Dino Campana (scrittore visionario: la sua poesia evoca fantasie e sogni, il linguaggio è allucinatorio, onirico). Campana scrisse i “Canti orfici” e sentì molto meno l’influenza dei simbolisti come Rimbaud (irrazionalista).

La rivista affronta problemi socio-culturali come la questione meridionale, il ruolo dell’intellettuale, il problema della scuola. In politica si incentrò la polemica anti-Giolittiana: Giolitti fu accusato di fare una politica di compromessi e trasformismo. La sua politica estera non era aggressiva infatti gli viene rimproverata la tendenza al moderatismo e alla scarsa presenza in campo europeo. Inoltre fu criticata la sua opposizione agli interventisti. In letteratura si rifiutò il positivismo, che aveva elaborato una cultura regionalistica (esiste un verismo toscano, uno siciliano…), mentre nel primo 900 si sentiva l’esigenza di uscire dal provincialismo. Col decadentismo si sentì l’esigenza di stabilire un rapporto tra la cultura italiana e quella europea. La “Voce” diventa un’esperienza fondamentale per confrontare culture diverse; essa nella prima fase è aperta ad un confronto di idee fra posizioni diverse. Allo stesso tempo si voleva evitare la linea dannunziana dell’estetismo, snobismo e gusto oratorio: la totale letterarietà di D’Annunzio infastidì sempre i vociani, accomunati da istanze antiretoriche e un solido moralismo, tanto che si parla di “moralisti della Voce”, romanzieri che furono detti così per il loro impegno morale. Tra essi vi sono Slataper (“Il mio Carso” 1912) e uno scrittore goriziano, Michelstaedter (“La persuasione e la retorica” ove recupera in maniera personale il pensiero di Nietzsche). Firenze diventa poi per Trieste punto di riferimento della cultura italiana.

Dal 1914 al 1916 con De Robertis alla direzione, la “Voce” ha carattere esclusivamente letterario, esprime un nuovo stile e un nuovo genere di letteratura: quella del “frammento”, rifiutando il genere del romanzo. La crisi del romanzo naturalista si collega alla sfiducia nel reale e nelle capacità cognitive e sistematiche della scienza, fenomeni sviluppatisi col tramonto del positivismo e l’avanzata delle dottrine irrazionalistiche, sociali, filosofiche e decadentistiche. Poiché l’arte non può essere rappresentazione oggettiva della realtà, essa appare frammentaria, un insieme di sensazioni individuali e soggettive. I poeti rinunciano a rappresentare la totalità, ma propongono solo frammenti e impressioni, aderenti alla destrutturazione del reale e in grado di cogliere la mobilità, il dinamismo. Questo comporta una maggiore attenzione alla poesia. Anche i romanzi (Slataper) hanno una forte componente lirica, sono espressioni di sensazioni individuali: la prosa è vicina alla poesia. Fuori dall’ambiente vociano nasce il romanzo della crisi, volto a un rinnovamento interno della gente, e operato da Svevo, Pirandello e Tozzi. Svevo aveva studiato Flaubert, Balzac e i romanzi russi. Descrivere a realtà per loro era inadeguato. Sono antidrammatici e rifiutano la retorica.. Gli autori più interessanti quali Boine, Rebora, Slataper, Campana portano prosa e poesia in direzioni stilistiche così estreme da produrre un espressionismo, riconoscibile da queste innovazioni: mescolanza di prosa e poesia, deliberato disordine strutturale del testo grazie a salti temporali, alogicità. Sequenze scombinate, contaminazione linguistica dovuta all’uso talvolta di dialetto, termino colti, etc…

Circa negli stessi anni si sviluppò in Germania il movimento di avanguardia dell’Espresionismo sia in campo pittorico (Schiele, Kokoshka, Nolde) sia letterario (Benn, Trakl, Stramm). Era un movimento oltranzista nelle tematiche (pessimismo cupo con toni grotteschi, ribellione sociale e civile, sarcasmo antiborghese, sprezzo anticonformista, volontà distruttiva) e nelle forme(scardinamento della tradizione). Sia questo che la letteratura vociana espressero lo stesso disagio storico-culturale. Destino dei vociani è quello di una generazione estintasi precocemente e tragicamente, in guerra (Slataper, Serra), o dalla malattia (Boine, di tisi), o dalla follia (Campana).

 

 

 

I CREPUSCOLARI

 

I poeti crepuscolari furono accomunati per affinità di modelli culturali, scelte letterarie, atteggiamenti esistenziali. A dargli questo nome fu un critico, Antonio Borghese, che nel 1910 li definì poeti al crepuscolo, al tramonto della grande stagione poetica dell’800. Essi rappresentano un altro sbocco, oltre al Decadentismo, della crisi del Positivismo. A differenza del Decadentismo, in essi manca un atteggiamento di protesta, ribellione, lo spirito anti-borghese. Gli autori sono anti-dannunziani, polemizzano con lui e aderiscono ad una realtà completamente diversa dalla sua, ma sono molto diversi anche dai futuristi. I crepuscolari non riescono ad aderire né alle istanze del tardo romanticismo né alla società attuale. Essi si rinchiudono nella loro realtà piccolo-borghese ed esprimono la loro mancanza di armonia con la società, da cui si sentono esclusi. La loro poesia è intimistica, l’individuo si ripiega su se stesso, descrive sensazioni, stati d’animo esili. Colo loro tono umile e dimesso, vicino al linguaggio quotidiano, colloquiale, esprimono l’impossibilità di continuare la tradizione. Di fronte ad una società di massa assumono atteggiamenti di ripiego verso il passato, cui guardano con nostalgia, talvolta velata di ironia. Essi ritengono di non poter assumere una missione di poeta-vate; la poesia risulta così svalutata, è tutt’al più un rifugio per loro ma non ha valore di verità per gli altri. Sono molto diversi dalle avanguardie, che sono movimenti sperimentali, innovativi che si presentano con un atteggiamento di rottura molto più provocatorio, che nei crepuscolari non c’è. Anche nei crepuscolari è evidente un superamento della tradizione ottocentesca. Essi da un lato non riescono ad accettare la modernità, da un lato comprendono che il loro ritorno al passato è velleitario. La loro poesia è tuttavia moderna, antiretorica, che recupera aspetti del linguaggio parlato. Per certi aspetti si sente l’influenza di Pascoli o di alcuni simbolisti (Verlaine) che avevano proposto temi di carattere più intimo, psicologico. Tra i temi delle loro poesie vi è la società ottocentesca vista con ironia o con nostalgia come un mondo perduto ove ci si può rifugiare con la memoria. Essi descrivono la vita provinciale tranquilla e monotona, giardini abbandonati, conventi, stazioni di periferia, ospedali, figure femminili scialbe, oggetti poetici umili (le <<buone cose di pessimo gusto>> di Gozzano). C’è anche una componente autobiografica. Spicca il senso dell’abbandono, i toni sono dimessi, umili, tristi, grigi, volutamente opposti al vitalismo e dinamismo dannunziano. Il poeta si presenta in modo dimesso e ironico/patetico come un <<piccolo fanciullo che piange>> (Corazzini) dallo stile <<d’uno scolaro corretto un po’ da una serva>> (Gozzano). Il lessico è comune, quotidiano; la sintassi è lineare, senza inversioni, spesso paratattica e prosastica. L’accostamento del lessico e sintassi aulica e di quello umile provoca un raffinato effetto ironico, in particolare con Gozzano. I versi sono spesso ipometrici, gli accenti non sempre regolari, le rime talvolta imperfette e facili, le espressioni non convenzionali. Massimi esponenti sono Guido Gozzano, Marino Moretti, Fausto Maria Martini, Sergio Corazzini (scrisse “La desolazione del poeta sentimentale”), per alcuni aspetti Aldo Palazzeschi, che però aderì anche al futurismo.

 

LE AVANGUARDIE STORICHE

 

Con questo termine si indicano quei gruppi di intellettuali operanti in Europa nei primi decenni del secolo in varie discipline (letteratura, poesia, scultura, musica), in atteggiamento di drastica rottura rispetto alla tradizione. L’avanguardia è dominata da una forte carica di ribellione antitradizionale e antiborghese: l’attacco alla borghesia può avere esiti di sinistra rivoluzionaria (come tra i futuristi russi e i surrealisti francesi) o di anarchismo o di tendenze esplicitamente di destra (l’adesione al fascismo di Marinetti). Le avanguardie sono definite storiche perché nel corso dell900 ci sono vari movimenti di avanguardia, e queste sono le prime, sviluppatesi negli anni 1910-20. Come già visto l’elemento unificante non è la posizione ideologica ma la protesta contro la cultura dominante. Essi hanno intuito l’importanza del codice espressivo e formale della lingua. Cercano di distruggere le forme borghesi, col loro linguaggio e di scardinare le strutture linguistiche. Il linguaggio è legato infatti alla concezione della realtà (nel positivismo esso era strutturalmente basato su rapporti gerarchici tra proposizioni principali e subordinate). Le avanguardie guardano la realtà in modo diverso, non più descrittivo, ma vanno oltre la realtà (surrealisti) o a un livello più profondo della realtà (espressionisti). Questo linguaggio nuovo si esprima anche attraverso la pittura: la pittura figurativa, positiva, oggettiva della realtà non è più adeguata per gli avanguardisti secondo cui è l’artista a plasmare la realtà e a dar vita a un mondo interiore. Il loro modo di procedere si connette con quello dei movimenti irrazionalistici, antipositivi e nichilisti. In ambito letterario, gli avanguardisti scardinano il linguaggio e le forme di comunicazione tradizionali a favore di uno sperimentalismo, soprattutto quello formale. Nella programmatica distruzione dei valori costituiti (tradizioni, linguaggio, coerenza psicologica) si intenta anche una drastica lotta contro la mercificazione e il consumo industriale dell’arte. I borghesi furono ritenuti colpevoli di aver trasformato tutto in merce, anche la cultura. Gli avanguardisti si propongono in maniera provocatoria di fronte alla mercificazione denunciando l’arte come prodotto. Essi sono l’espressione di una società di massa in quanto nascono in essa ma come relazione ai meccanismi di questa società. Essi cercano di sfuggire ad essa per avere un’arte meno facilmente consumabile. Le avanguardie storiche si sviluppano in vari centri europei (Parigi, Zurigo, Monaco, Berlino, Mosca, Milano) e stabiliscono tra loro fitte relazioni di corrispondenza, scambio e confronto. In Italia l’avanguardia è il futurismo, il cui altro grande centro è la Russia.

-Il Futurismo

I Futuristi esprimono i loro principi teorici in manifesti. Fu il manifesto di Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato nel 1909 sul giornale parigino “Le Figaro”, a segnare ufficialmente l’inizio di questo movimento di avanguardia. LA sua ostilità al sentimentalismo tardoromantico, alla dimensione soggettiva e psicologica, il suo slancio vitalistico di ispirazione nietzschiana e bergsoniana lo fanno identificare subito come un movimento di rottura verso il passato. E’ un movimento aggressivo che esalta la guerra, il militarismo, il patriottismo, che propone la distruzione di musei, biblioteche e accademie. Il loro nome è dovuto alla loro ispirazione verso il futuro, cioè la modernità, l’industrializzazione, la macchina. Quest’ultima fa pensare al dinamismo e alla velocità, dando l’idea di energia vitale. Quest’esplosione vitalistica trova la sua espressione nella civiltà industrializzata e nella guerra, considerata come distruzione di ciò che non è moderno, come purificazione, dinamismo, antagonismo e definita “sola igiene del mondo”.

I futuristi si contrappongono alla cultura passata esaltando la macchina (anche D’Annunzio, che però ha ancora rapporti stretti con la tradizione che fornisce il repertorio di temi e linguaggi che egli manipola) e l’irreversibilità del processo di industrializzazione in corso, che essi tendono a incoraggiare e accelerare anche nei suoi aspetti distruttivi. La loro avversione va contro la cultura “passatista” e i suoi aspetti tradizionali (anche nelle tematiche: il culto della bellezza, il sentimento amoroso, il fascino femminile, la psicologia individuale). L’arte è intesa come “schiaffo e pugno”, dimostrando il loro atteggiamento antagonista e violento da un punto di vista politico: i futuristi partecipano alla guerra libica come interventisti, poi aderiscono al fascismo. Nonostante la tipica brevità della avanguardie, il futurismo continuerà ad esistere anche quando il fascismo diventerà regime (anni ’30). In Italia i centri principali sono Milano e Firenze. Comune è la tecnica vivace e immaginistica, di stampo quasi pubblicitario, uno stile a effetto, ricco di valenze grafiche e simboliche rivolte a un pubblico di massa. Ruolo primario nella diffusione spetta alla rivista “Poesia”. Fondata da Marinetti a Milano nel 1905 e già organo ufficiale del Simbolismo italiano. Dal 1913 interviene nel dibattito la rivista fiorentina “Lacerba”, che sotto la direzione di Papini e Saffici dedica al futurismo un’attenzione particolare. In letteratura, Filippo Marinetti è il principale esponente. Come lui, vicino alle avanguardie simboliste, Buzzi, Govoni, Saffici, Lucini. In pittura e scultura spicca il nome di Boccioni, inoltre Balla, Severini, Carrà. Vicini al futurismo sono Palazzeschi, Ungaretti, la rivista “Lacerba” diretta da Papini.

- Stile:

Elaborando una scrittura-movimento-velocità priva di sintassi, tese a dare il massimo rilievo alle associazioni libere e simultanee (paroliberismo) e alla poesia visiva. I futuristi non riconoscono nessun modello, anzi respingono la cultura in blocco. Il paroliberismo si propone di distruggere la sintassi: il verbo sarà all’infinito, gli accostamenti analogici dovranno essere liberi e ampi. Particolare attenzione va all’aspetto grafico della pagina. Manca l’aspetto introspettivo, psicologico, soggettivo.

 

FUTURISMO RUSSO

Il futurismo russo ebbe notevole sviluppo intorno al 1910 anche in Russia con gli ego-futuristi e i cubo-futuristi, che nel 1914 si staccarono da Marinetti per le diverse scelte politiche (l’interventismo e nazionalismo di Marinetti contro il leninismo dei russi). Massimo esponente è Vladimir Mayakovsky (1893-1930), che rappreentò anche la più netta saldatura con la rivoluzione bolscevica

 

Fine articolo sul Decadentismo

 

Decadentismo

 

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