Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea
Civiltà micenea tutto di tutto
Mentre la civiltà minoica (da Minosse), situata nell'isola di Creta, iniziava a declinare, la cosiddetta civiltà micenea cominciava a fiorire in Grecia, precisamente nel Peloponneso. Questa civiltà preistorica, sarebbe stata chiamata civiltà micenea, in quanto la sua esistenza fu per la prima volta resa nota dagli scavi di Heinrich Schliemann a Micene nel 1878, benché fosse diffusa in tutto il Peloponneso.
Attualmente, a quello di civiltà micenea si tende a preferire il termine civiltà egea, in quanto le scoperte che seguirono hanno reso evidente che Micene non ne fu il centro principale ai suoi primi stadi né, forse, in qualsiasi periodo, e di conseguenza è ora di uso più comune adottare un titolo geografico più ampio.
La civiltà micenea, al pari di quella minoica, è stata suddivisa in tre periodi, sulla base della datazione dei reperti ceramici[1]:
- Miceneo antico o epoca palaziale: dal 1600 a.C. al 1400 a.C.
- Miceneo medio o fase neo palaziale: dal 1400 a.C. al 1200 a.C.
- Miceneo tardo o fase micenea: dal 1200 a.C. al 1000 a.C.
Fonte: Wikipedia
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea tutto di tutto
2. La civiltà Micenea
La civiltà micenea si sviluppò sul continente greco (in particolare con irradiazione dal Peloponneso) a partire dal 1600 a.C., durante il periodo dominato dalla talassocrazia minoica. L’apogeo della civilità micenea si situa tra il 1450 a.C., quando i Micenei subentrarono ai Minoici nel controllo di Creta, e il 1200 a.C., periodo dopo il quale si aprì una lunga fase di crisi e instabilità (periodo sub-miceneo), sino al definitivo crollo dei regni micenei (1050 a.C.).
Le fonti per lo studio della civiltà micenea sono di varia natura:
- archeologica: in particolare la documentazione proviene dalle rocche micenee di Micene e Tirinto (Argolide), Pilo (Messenia), Gla e Tebe (Beozia) ecc.;
- letteraria: nella complessa stratificazione letteraria che caratterizza i poemi omerici, e in particolare l’Iliade, sopravvive una descrizione di oggetti e di tradizioni micenee;
- epigrafica: i palazzi di Cnosso, Pilo e Tebe ci hanno restituito un grande numero di tavolette in Lineare B (scrittura costituita da segni sillabici o sillabogrammi e da segni ideografici o ideogrammi), derivata dalla Lineare A cretese. La Lineare B venne decifrata da Michael Ventris e John Chadwick nel 1952 e costituisce una documentazione di tipo burocratico connessa con l’amministrazione palaziale (nelle tavolette sono enumerati oggetti, prodotti agricoli, merci, ma anche artigiani, funzionari ecc.).
L’organizzazione politica del mondo miceneo era basata sulla suddivisione in regni indipendenti e in rapporto di equilibrio reciproco, i cui sovrani potevano riunirsi sotto la guida di un primus inter pares per l’organizzazione di comuni imprese militari (vd. i re achei e Agamennone per la spedizione contro Troia).
La società aveva un carattere fortemente piramidale, che prevedeva:
a livello centrale
- wanax: era il sovrano supremo della regione e del palazzo, con funzioni civili e religiose;
- lawagetas: il suo ruolo non è del tutto chiaro; doveva tuttavia trattarsi di un alto funzionario o ufficiale militare, che affiancava il re; fu forse il condottiero del popolo in armi, contrapposto al damos territoriale;
a livello periferico
- damos: collegio ristretto di individui o circoscrizione territoriale; base produttiva dell’economia palaziale;
- koretai: funzionari di collegamento tra il damos e l’autorità centrale;
- telestai: funzionari con alte cariche amministrative;
- basileis: forse esponenti delle aristocrazie gentilizie oppure delle attività artigianali locali.
Il wanax deteneva in sé il potere militare, politico e religioso: i palazzi micenei, che sorgevano in rocche fortificate, avevano al loro centro il megaron, che era al contempo luogo di culto e di rappresentanza. Le tavolette testimoniano una suddivisione del terreno in pubblico, privato e sacro.
Il crescere della potenza micenea, realizzatasi in modo progrediente a partire dal 1600 circa a.C. (in corrispondenza delle tombe a fossa dei circoli A e B di Micene), realizzò un suo consolidamento intorno alla metà del XV secolo, in contemporanea con un irradiamento al di fuori dei confini continentali e con un suo inserimento nel contesto dell’isola di Creta (a Cnosso) e di Rodi. La mappatura dei ritrovamenti ceramici rapportabili a una presenza micenea dimostra l’ampio raggio del commercio miceneo, che si sostituì ai Minoici nel controllo delle rotte mercantili, in particolare sui percorsi orientali (Cipro, Rodi, Mileto e sulle coste dell’Anatolia). Come dimostrano le tavolette in lineare B, si commerciavano metalli, legname, pietre preziose e si esportavano i prodotti di un raffinatissimo artigianato (ceramica, oreficeria, tessuti). Il relitto di Capo Gelidonya (costa meridionale della Turchia) attesta traffici a lunga distanza, con commercializzzione di materiale della più diversa provenienza: ricordiamo in particolare un grande numero di lingotti di rame “a pelle di bue”, una quantità di stagno e anche grani di ambra baltica. Mentalità dinamica e commerciale. Testi ittiti del tardo XV secolo-fine XIII a.C. conoscono la presenza di genti dette Ahhiyawa, cui è riservato un trattamento paritario, quanto a dignità, con i sovrani ittiti. L’unica società potente e ben organizzata rapportabile a questa immagine è quella dei Micenei, detti Achei nei poemi omerici.
Anche in occidente i Micenei cercarono i metalli e materiali di lusso: rame nelle Eolie, ossidiana a Lipari, ambra baltica (ritrovata nelle tombe dei circoli funerari A e B di Micene) (XVI e XV secolo). Ancora nel XIV e nel XIII secolo i Micenei commerciano con la Sicilia, con Taranto (Scoglio del tonno), con la Sibaritide e soprattutto con la Sardegna. L’interesse è costituito ancora una volta dalla ricerca dei metallli, sia in situ, sia per via di mediazione commerciale (stagno occidentale atlantico). La presenza in occidente di ceramica di tipo egeo ma di fabbricazione locale suggerisce la presenza di artigiani e di bronzieri itineranti.
Insieme ai Micenei si deve registrare la presenza di commercianti ciprioti, realtà che pare una caratteristica specifica della Sardegna: rinvenimento di tripodi ciprioti, sia importati sia imitati; lingotti di rame “a pelle di bue” (1500-900 a.C.).
Tra il 1250 e il 1200 si registrò un crollo del potere miceneo, con incendi e distruzioni contemporanei di centri come Pilo, Micene, Tirinto, seguito da un sensibile restringimento dei siti, un generale impoverimento della cultura materiale (si veda la ceramica sub-micenea in rapporto a quella micenea). La civilità micenea continuò tuttavia a sopravvivere sino al 1050 a.C. circa, ma in una situazione di generale crisi e instabilità. L’uniformità culturale micenea viene meno e la cultura materiale pare regionalizzarsi. Le informazioni provengono dall’archeologia (orizzonte di distruzione; fortificazione sull’istmo di Corinto; decremento demografico, ma vd. il passaggio all’incinerazione), dall’epigrafia (scarseggiare del bronzo; vedette costiere), dalle fonti letterarie (documenti ittiti: atti di pirateria e di ostilità; fonti egiziane: “uomini del nord provenienti da ogni luogo; Tucidide I 5-6, 12). Alle grandi tombe ‘dinastiche’ a tholos si sostituirono sepolture individuali e la pratica dell’inumazione crollò drasticamente per far posto all’incinerazione.
Il “ritorno degli Eraclidi”
Il tracollo della civilità micenea viene connesso con le invasioni doriche, una ondata migratoria di popolazioni greche, di cui la tradizione conserva un ricordo nel mito del “ritorno degli Eraclidi”. L’arrivo di popolazioni straniere fu tuttavia solo una delle concause che decretò il collasso dei regni micenei, già in crisi per fattori di tipo naturale (terremoti, cambiamenti climatici, che provocarono periodi di carestia) e socio-politico (conflitti interni, indebolimento del potere del wanax e sollevamenti del damos).
In tutto il mondo mediterraneo quest’epoca fu caratterizzata da invasioni e profondi sconvolgimenti: l’impero ittita crollò a causa delle popolazioni provenienti da Illiria e Danubio (i documenti ittiti testimoniano la presenza di pirateria sui mari); l’Egitto subì le invasioni dei cosiddetti “popoli dei mare” (ma letteralmente «popoli del nord provenienti da ogni luogo»).
PROF. ENRICA CULASSO GASTALDI
fonte: www.lettere.unito.it
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea tutto di tutto
LA CIVILTÀ MICENEA (O ACHEA)
(Lidia Ballestrazzi)
fonte: www.reteintercultura.it/
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea tutto di tutto
La Grecia dalle origini alla fine dell’età arcaica
ca. 6000 - 2700 |
Neolitico a Creta |
ca. 4500 - 2700 |
Neolitico in Grecia |
ca. 2700 - 2000 |
Antico Minoico/Elladico (Eneolitico ed Età del Bronzo) |
ca. 2500 |
|
ca. 2000 |
|
ca. 2000-1600 |
Medio Minoico/Elladico |
ca. 2000-1700 |
|
ca. 1700 |
|
ca. 1700-1400 |
|
ca. 1600 - 1100 |
Tardo Minoico/Elladico |
ca. 1600-1500 |
|
ca. 1500 (o 1450) |
|
ca. 1500-1400 |
|
ca. 1400 |
|
ca. 1400-1100 |
|
ca. 1200 |
|
ca. 1100 |
|
ca. 1100-800 |
Medioevo ellenico |
XI-X secolo |
|
fine secolo IX |
|
VIII – VI secolo |
Età arcaica |
776 |
|
736-720 |
|
fine del secolo VIII |
|
inizio VII sec. |
|
ca. 670 |
|
Seconda metà VII – inizio VI secolo |
|
ca. 630 |
|
ca. 624 |
|
ca. 620-600 |
|
fineVII – inizio VI secolo |
|
594 |
|
590-589 |
|
prima metà VI secolo |
|
ca. 570 |
|
metà VI secolo |
|
561-528 |
|
546 |
|
seconda metà VI secolo |
|
510 |
|
508 |
|
500-493 |
|
Le origini
Neolitico
- In Grecia vivono uno o più popoli di origine sconosciuta
- Non esiste l’aratro: l’agricoltura ha carattere quasi di orticoltura ed è praticata dalle donne
- Si consumano cereali, legumi, farina di ghiande
- Le foreste sono molto estese rispetto alle zone coltivate e permettono l’allevamento dei maiali
- Gli uomini praticano l’allevamento e la caccia, che completa l’alimentazione
- Culto della fertilità: statuette femminili steatopigie
Antico e Medio Elladico/Minoico
Grecia
- Verso il 2500 arrivo arrivo degli Anatolici nel continente
- Lingua: sconosciuta (per alcuni sarebbe forse indoeuropea, affine al luvio). Ha lasciato delle tracce nel greco:
- suffissi – σσος –νθος
- arole contenenti i suoni ντ, νδ, ρν, μν
- parole contenenti vocali brevi
- Introduzione dell’aratro semplice: l’agricoltura diventa occupazione maschile
- Si continuano a consumare cereali, ma vengono anche introdotti olivo e vite
- Vengono costruite numerose cittadine, di rado fortificate (p.es. Lerna in Argolide)
- La struttura politica è di tipo monarchico (presenza di palazzi)
- Artigianato di un certo livello: ceramica verniciata (Urfinis), metallurgia
- Commercio marittimo verso oriente
- Culto della fertilità: statuette femminili di forma slanciata (Cicladi)
- Culto dei morti: numerose offerte nelle necropoli, situate fuori delle città
- Verso il 2000 arrivo dei “Greci” indoeuropei, che continua in varie ondate nei secoli successivi: Achei, Eoli, Ioni, definiti tutti, oggi, col nome generico di “Achei”
- Comparsa del cavallo
- Gli Achei, prima pastori nomadi, si adattano gradualmente all’agricoltura mediterranea
- Vengono costruite città fortificate intorno ad un palazzo (Dorion-Malthi)
- Monarchia feudale (palazzi)
- Divisione della terra in lotti uguali assegnati ai guerrieri
- Artigianato di qualità: ceramica minia (opaca e fine), metallurgia
- Crollo del commercio
- Culto della fertilità: entra in crisi (scomparsa delle statuette femminili)
- Culto degli dei celesti: santuari sulle acropoli.
Creta
- Verso il 2500 arrivo dei Minoici (anch’essi Anatolici ?) a Creta, che divenne l’epicentro della civiltà egea.
- Creta, rispetto alle isole vicine, godeva di vantaggi naturali che spiegano il suo sviluppo più rapido: aveva la posizione migliore per ricevere le influenze civilizzatrici sia dell’Egitto sia dell’Oriente mesopotamico e disponeva di foreste, di pascoli e, soprattutto, di terre coltivabili abbastanza estese per poter nutrire una popolazione relativamente numerosa.
- La potenza e la prosperità dell’isola si basano sul commercio, sia di transito e di ridistribuzione, sia di esportazione; quest’ultimo, divenuto ben presto il più proficuo, era alimentato da un’agricoltura che, a fianco di un allevamento prospero ma di una cerealicoltura insufficiente, potenziava al massimo la coltivazione della vite, del fico e dell’olivo, e, soprattutto, da un artigianato di notevolissima abilità (ceramica, tessuti tinti di porpora, oggetti di bronzo e di oreficeria). Questa economia doveva essere strettamente dipendente dai prìncipi, come testimonia la presenza nei loro palazzi di grandissimi magazzini, che sono di proporzioni molto modeste o addirittura mancano nelle case private.
- La società cretese, uomini e donne, appare molto libera: si coglie in essa un’esuberante vitalità e una gioia di vivere che si accompagna a un innegabile senso pratico, come si avverte nelle grandi realizzazioni architettoniche, dove è evidente la preoccupazione per la comodità e insieme per l’igiene.
- La religione, naturalistica, celebrava in luoghi sacri all’aperto (piuttosto che all’interno dei templi) la fecondità della terra e carattere religioso sembra avessero le incruente corride con pericolose acrobazie sui tori cui partecipavano anche le donne, quali appaiono in talune raffigurazioni pittoriche.
Tardo Elladico/Minoico
A partire dal 1600, mentre a Creta continua il Periodo Deuteropalaziale, sul continente fiorisce la civiltà micenea, derivante dalla fusione della civiltà dei conquistatori achei e di quella dei popoli preesistenti:
- Fondazione di numerose città: Micene, Tirinto, Argo, Corinto (Argolide); Pilo (Messenia); Atene (Attica); Tebe, Orcomeno, Gla (Beozia); Iolco (Tessaglia); Sparta (Laconia); Mileto, Rodi (Ionia)
- Crescita della ricchezza e della potenza dei vari regni
- Assimilazione della cultura cretese
- Agricoltura: olivo (> olio alimentare, unguenti profumati), lino (>abiti, vele cordami), uva (> vino), orzo, fichi
- Allevamento: ovini (> lana)
- Artigianato:
- tessitura: lana, lino
- toreutica (lavori in bronzo)
- oreficeria, molto raffinata (p.es. tazze di Vaphiò)
- lavorazione dell’avorio
- glittica (cfr. Creta)
- ceramica (cfr. Creta, ma con decorazioni più stilizzate)
- affreschi (cfr. Creta)
- statue e rilievi in pietra (p.es. leoni di Micene)
- architettura palaziale: palazzi fortificati intorno al meégaron
- architettura funeraria: θόλοι (inumazione)
- mobili
- Commercio: vengono creati fondachi in tutto il mediterraneo (cfr. Creta); importante avamposto a Rodi (Ahhiyawa ?) e nella zona dove sorgerà Mileto (Milawatas); talassocrazia (cfr. Creta), che si trasforma anche in pirateria
- importazioni (materie prime): rame da Cipro, stagno dall’Etruria, oro dall’Egitto
- esportazioni: prodotti agricoli e artigianali
- Indebolimento del potere cretese: la catastrofica eruzione del vulcano di Tera (datata nel 1644 in base al ghiaccio polare; nel 1628 in base ai pini americani; nel 1450 in base all’archeologia tradizionale) provoca immani maremoti che distruggono le navi e parte dell’entroterra di Creta; si incrina la fiducia del popolo nella benevolenza della natura e nel potere sacro dei re; caos politico-sociale.
- Conquista micenea di Creta (1500 o 1450 ca.)
- Guerra di vari regni achei contro Troia (1200): è un fatto storico, come dimostrano le seguenti testimonianze:
- Schliemann scoprì varie città sovrapposte nel sito della Troia omerica. La città di cui parla Omero è probabilmente Troia VIIa (Blegen), oggi rinominata Troia VIi, distrutta da un incendio, databile fra il 1230 e il 1180 (Schachermeyr pensava piuttosto a Troia VI, distrutta da un terremoto, in cui si potrebbe vedere l’origine della leggenda del cavallo di Troia, sacro a Posidone “scuotitor della terra”, databile forse al 1250)
- Testimonianze dei testi ittiti su un certo Aleksandus (Alessandro), re di Wilusa (Ilio), nella regione di Taruisa (Troia) e sul regno di Ahhiyawa (Achei ?: forse Rodi o Mileto)
- Nel 1995 negli scavi di Troia è stato scoperto un sigillo luvio; inoltre alcuni nomi di eroi troiani nell’Iliade sembrano luvii (p.es. Priamo sarebbe una trascrizione del luvio Priimuua “uomo dal grandissimo coraggio”)
Troia quindi doveva essere una città fiorente, in un luogo ricco di acqua, di boschi e selvaggina, di pascoli per il bestiame, di campi per coltivare cereali. La cerchia muraria abbracciava 30 ettari, per cui gli abitanti dovevano essere circa 7000, non pochi per l’epoca. Soprattutto la città era a pochi chilometri dal mare, dove un porto naturale consentiva l’approdo alle navi che volevano attraversare i Dardanelli quando la navigazione era resa impossibile dal forte vento di Borea (che può soffiare nella zona anche per vari mesi di seguito). Gli abitanti parlavano probabilmente il luvio (lingua indoeuropea affine all’ittita), ma doveva essere conosciuto anche il greco, se un re del XIV secolo si chiamava Aleksandus = Ἀλέξανδρος. Era inoltre possibile la presenza di piccole comunità commerciali straniere.
Le cause della guerra che emergono dall’Iliade (amore del saccheggio, vendetta per un torto subito, ricerca di κλέος), sono abbastanza plausibili per una società di tipo feudale e guerriero come quella micenea
- Fine della civiltà micenea: i palazzi dei re micenei sono via via distrutti (dal 1400 al 1200 ca.)
- Cause del crollo: ci sono varie ipotesi:
- Invasione dei Dori
- Invasione dei “popoli del mare” (le tavolette di Pilo testimoniano che si sorvegliavano le coste)
- Lotte interne
- Variazioni climatiche: siccità seguita da carestia e lotte civili (Carpenter)
Medioevo ellenico
Alla distruzione dei palazzi micenei nei secc. XIII-XII seguono secoli di impoverimento e di decadenza; non è improbabile che cada in disuso anche la scrittura. Molte sedi sono abbandonate, altre conservarno la continuità della tradizione micenea solamente su scala ridotta e senza quella compattezza culturale che caratterizzava il mondo miceneo.
In questo periodo si ha anche la prima colonizzazione: gli Achei in fuga e alcuni Dori si trasferiscono sulle coste dell’Anatolia.
Età arcaica
Il miglioramento delle condizioni economiche provoca una crescente spinta demografica, che favorisce a sua volta l’emigrazione verso la Magna Grecia e il Mar Nero (seconda colonizzazione) iniziata alla fine del Medioevo ellenico. Si diffonde il ferro e si sviluppa la nuova tecnica militare della falange oplitica. Accanto alle tradizionali fonti di ricchezza fondiaria (in cui erano ancora gli aristocratici a primeggiare) cominciano a svilupparsi il commercio e l’artigianato. Si diffonde così l’accumulo di una ricchezza mobile e non più solo fondiaria. Si hanno perciò frequenti conflitti fra le nuove classi sociali e l’aristocrazia terriera, che possono sfociare nell’istituzione della democrazia, spesso preceduta da un periodo di tirannide.
Cambiamento di mentalità
Nella vita sociale e politica si verifica una condizione di fluidità; il crescente commercio provoca un incrocio di esperienze che imprime una vigorosa dinamica alla riflessione sul mondo e sull’uomo; la fondazione di colonie fa sì che i Greci entrino in contatto con nuove culture, da cui assimilano suggestioni di ogni genere, traducendole in moduli originali. Le nuove possibilità di arricchimento insegnano all’uomo greco a gustare il piacere di vivere. Dalla Frigia e dalla Lidia viene il conforto della musica con le note dolci e calde o vibranti e acute dei vari tipi di αὐλός; la Lidia offre il modello di uno stile di vita prestigioso e raffinato, il gusto per l’eleganza anche nel vestire, la passione per i profumi: il lusso (ἁβροσύνη) è un motivo dominante nella poesia del VII e del VI sec. L’introduzione della scrittura favorisce il sorgere di una mentalità laica e di un’attitudine logica. L’uomo si colloca perentoriamente al centro del mondo, investiga nel profondo dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, e coglie l’unicità dell’individuo, facendo di esso la misura della realtà. L’esperienza del singolo diviene l’elemento basilare per la nuova visione dell’esistenza. Al tempo stesso, come unico oggetto di quest’esperienza si pone la realtà, che si manifesta nella natura e nell’ uomo: ciò accentra l’attenzione poetica sia sull’indagine psicologica che sulla dimensione del quotidiano. Nasce un forte senso di competitività, che rimarrà un elemento portante della cultura greca, ma che è bilanciato dall’etica della cooperazione, favorita dal nuovo seso di apparteneza alla πόλις e dalla tattica oplitica.
Ciò produce d’altra parte un nuovo senso di insicurezza: strutture sociali secolari entrano in crisi; nascono nuove classi sociali; la colonizzazione schiude nuovi mondi e nuovi stili di vita. Di fronte a tutte queste novità l’uomo greco si sente sperduto, e nel momento in cui (anche in modo inconscio) desidera il cambiamento, si sente colpevole rispetto alla tradizione dei padri (Dodds). E’ proprio questo senso di colpa ciò che differenzia maggiormente la mentalità dell’uomo arcaico da quella dell’eroe dell’epica omerica. Tipica è la paura di contaminarsi, di essere colpiti da un μίασμα, anche senza accorgersene, e di attirarsi così terribili sciagure: ecco quindi le frequenti cerimonie di purificazione. Ma ancora più significativo è il concetto di ὕβρις: ogni azione rischia di portare a un eccesso, di alterare l’armonia del cosmo, che gli dei si incaricheranno di restaurare punendo il colpevole. Nell’arte, dall’area fenicio-siriaca e da quella cipriota vengono introdotti i motivi della sfinge e del grifo, che, insieme con la raffigurazione della maschera raggelante della Gorgone, e della mostruosa Chimera, lasciano trasparire un profondo senso di inquietudine di fronte alle forze della natura. La nuova etica invita quindi a riconoscere i limiti dell’uomo e a fuggire ogni eccesso, consapevoli del ritmo che governa la vita umana (cfr., p. es., Archiloco fr. 128 W. e le massime apollinee γνῶθι σαυτόν e μηδὲν ἄγαν).
D’altra parte i Greci cercano di reagire, non si chiudono in se stessi, accettano i rischi insiti nella novità e nell’avventura e cercano di raggiungere un nuovo equilibrio. Si elabora una nuova teologia che approfondisce la concezione di Zeus come custode della giustizia, fa dell’Apollo di Delfi il dio della saggezza, istituisce i culti delle divinità poliadi, cioè protettrici della città, e il culto degli eroi, favorisce la diffusione di quello di Dioniso. Parallelamente si diffonde il tempio, in cui l’architetto separa da quello naturale, infinito ed infido, un certo spazio che riduce in termini razionali, in proporzioni di equilibrio e di salda serenità. Anche se sente la presenza di forze avverse, l’uomo tiene alti gli occhi dinanzi a sé, col suo corpo squadrato e la sua struttura compatta, come lo vediamo nelle prime statue. Verso la fine del VII sec. affiora sui volti e vi rimane per tutto il VI sec. il cosiddetto sorriso arcaico, che (pur essendo un espediente tecnico per accentuare la profondità dello spazio) contribuisce a dare a quelle sculture, così rigide, con lo sguardo fisso in avanti, una suggestione immediata e intensa, il senso della sicurezza di sé che l’uomo vuole raggiungere.
Fonte: www.siena-art.com
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea tutto di tutto
LA GRECIA ARCAICA – LA NASCITA DELLE POLEIS
Tratto da
E. Cantarella, G. Guidorizzi Le tracce della storia Einaudi
Fonte:
La prima civiltà tecnicamente evoluta della penisola Greca di cui abbiamo notizia è quella micenea, fiorita intorno al 1400-1200 a.C. I micenei erano una popolazione indoeuropea di lingua greca che cominciò a stanziarsi sulle sponde dell’Egeo a partire dal 2000 a.C. circa.
Essi furono noti ai greci dei secoli più tardi con il nome di «achei» e oggi sono chiamati micenei dal nome di Micene, uno dei loro centri più importanti. Splendide tracce della loro civiltà, oltre che in questa città sono state rinvenute in altri imponenti e ricchi palazzi, come quelli di Pilo e di Tirinto, donde i micenei si mossero per conquistare Creta. Alcune caratteristiche della loro organizzazione sono note grazie alla decifrazione della scrittura Lineare B.
Sulle popolazioni micenee regnava un sovrano detto wanax, accanto al quale stava un lawagetas, probabilmente il capo di una aristocrazia militare chiamata lawos. Molto importante era anche la classe sacerdotale, di cui facevano parte anche sacerdotesse
Attorno al palazzo si trovavano i damoi, le comunità di villaggio dove viveva il damos, il popolo composto da contadini, costruttori di navi, fabbri, vasai, tessitori e altri artigiani specializzati. I personaggi più importanti delle comunità di villaggio erano i basileìs, capi dei diversi gruppi gentilizi (grandi gruppi familiari allargati) che prendevano le decisioni di interesse pubblico riunendosi in un consiglio degli anziani chiamato gherusia.
Una delle caratteristiche fondamentali della società micenea, accanto all’opposizione palazzo-damoi, era l’assenza della proprietà privata. Solo il wanax, il lawagetas e i sacerdoti avevano il privilegio di disporre senza alcuna restrizione di un appezzamento di terra. Ciò che restava del territorio era pubblico e veniva assegnato ai privati secondo diverse forme di concessione, che obbligavano il ricevente a determinati servizi o pagamenti in natura, parte di quali spettavano al palazzo. Ulteriore caratteristica della società micenea era l’assoggettamento personale della popolazione al palazzo, al quale tutti erano tenuti a prestare servizi e pagare tributi. In un certo senso, dunque, erano liberi solo coloro che, grazie alla posizione privilegiata, erano esenti da questi doveri. La registrazione dei tributi e dei servizi prestati era affidata alla sola classe di persone che conosceva la scrittura, cioè gli scribi, che vivevano nel palazzo e utilizzavano come materiale scrittorio delle piccole tavolette di argilla.
Dai loro palazzi, arroccati in cima a colline o in luoghi impervi fortificati con grandi mura di pietra (le cosiddette «mura ciclopiche», costruite con grandi massi squadrati), i principi micenei organizzarono una serie di stati militari che, a partire dal 1400 a.C. circa iniziarono a espandersi al di fuori della Grecia continentale
La conquista più significativa fu Creta. Successivamente i micenei stabilirono in vari punti del Mediterraneo (Sicilia, Sardegna, Isole Eolie) numerosi punti d’approdo ed empori per il loro commercio, che si spingeva sino a regioni assai lontane, alla ricerca di materie prime quali per esempio l’ambra, proveniente dall’Europa settentrionale.
Fu però soprattutto verso Oriente che si diresse l’espansione micenea. Qui, sulle coste dell’Asia Minore, furono stabiliti insediamenti di una certa rilevanza, che con il tempo si svilupparono: fu questa la cosiddetta «prima colonizzazione».
L’episodio più noto dell’espansione micenea verso Oriente fu la conquista della città di Troia, che sorgeva in posizione strategica lungo la rotta per il Mar Nero (per gli antichi Ponto Eusino «mare ospitale») e che probabilmente attorno al 1250 a.C. venne assediata e sconfitta da una confederazione di principi achei guidata da un re di Micene. Padroni delle rive dell’Egeo e della fertile pianura troiana, i micenei entrarono così sulla scena politica internazionale come grande potenza. Nei documenti hittiti essi venivano chiamati akhiyawa, cioè «achei», ed erano considerati un popolo così temibile che al re di Micene veniva riconosciuto lo stesso titolo, «Grande Re», che si attribuiva ai sovrani di stati antichi e prestigiosi come quelli egizio e babilonese.
Il crollo della potenza micenea fu improvviso. Attorno al 1200 a.C. le principali rocche furono distrutte e date alle fiamme. Le tavolette in Lineare B ritrovate a Pilo (pervenute proprio perché cotte dagli incendi appiccati al palazzo reale, nei cui archivi erano conservate) sono relative alle ultime settimane di vita di questo palazzo e descrivono affannosi preparativi militari di difesa: guarnigioni poste in stato d’allarme e pattuglie in vigilanza lungo la costa in vista di un pericolo imminente.
Quale fu la causa di questa rovina? La spiegazione tradizionale, diffusa già nella Grecia antica, parla dell’arrivo dei dori, una popolazione stanziata nella Grecia settentrionale (di lingua e stirpe affini a quelle dei micenei), che avrebbe distrutto Micene e si sarebbe poi insediata in tutta la regione, stabilendo la sua capitale a Sparta. Tuttavia i documenti in Lineare B rinvenuti a Pilo parlano di un pericolo proveniente dalle coste e non dall’entroterra, e poiché proprio in quel periodo
la civiltà hittita fu travolta e quella egizia fu gravemente messa in pericolo dai «popoli del mare», si è pensato che fossero questi i distruttori. I dori si sarebbero insediati nella regione solo in un secondo tempo, ripopolandola. Secondo altre ipotesi, invece, il declino della civiltà micenea sarebbe stato provocato da una serie di mutamenti climatici (siccità e carestie) che avrebbero determinato una guerra civile tra il popolo eccessivamente sfruttato e i principi micenei.
Prescindendo da quelle che furono le cause, comunque, intorno al 1200 a.C. la civiltà micenea si estinse. I palazzi non furono più ricostruiti, l’artigianato si immiserì, la scrittura locale scomparve.
Dopo il crollo dei regni micenei il volto della Grecia si trasformò per intero. Le antiche città micenee come Pilo e Micene lasciarono il posto a nuovi insediamenti che, a seconda delle zone, assunsero l’aspetto di centri urbani attorno a cui si organizzavano piccole unità territoriali, oppure di villaggi sparsi, inseriti in contesti agricoli e pastorali di maggior arretratezza.
Scomparsa ogni traccia del forte potere centrale che aveva caratterizzato i regni micenei, il territorio greco venne, inoltre, sconvolto dai vasti movimenti migratori che in quell’epoca interessavano il Mediterraneo orientale. Popolazioni residenti sul continente si spostarono sulle coste dell’Asia Minore mescolandosi ai gruppi locali e, dopo un lungo periodo di assestamento, verso la fine del secolo IX a.C., la Grecia risultò suddivisa in tre differenti stirpi: i dori, gli ioni e gli eoli, che parlavano forme dialettali diverse di una stessa matrice linguistica. I dori, scesi dal nord, invasero e occuparono il Peloponneso e le regioni settentrionali della Grecia; gli ioni abitarono l’Attica, l’Eubea e le coste dell’Asia Minore; gli eoli popolarono la Beozia e alcune isole del mar Egeo, in particolare Lesbo.
Nel corso dei secoli che vanno dalla fine dell’epoca micenea alle prime manifestazioni della nuova civiltà greca (1200-800 a.C.), il livello culturale e civile dei popoli greci si semplificò notevolmente. Con la scomparsa degli scribi venne meno la scrittura, che era stata utilizzata per necessità economiche e burocratiche nei palazzi micenei, ma che ormai era divenuta inutile alle piccole comunità di villaggio di questo periodo. La scrittura riapparve solo dopo l’800 a.C., quando i greci adottarono l’alfabeto fenicio. D’altra parte, rispetto alla raffinatezza dei manuali micenei, i prodotti artistici di stile geometrico di questo periodo apparvero di livello inferiore. Per tali ragioni quest’epoca venne definita «Medioevo» ellenico o «età oscura della Grecia». Ma la definizione è inesatta: infatti i poemi omerici (l’Iliade el’Odissea, che oggi vengono concordemente ritenuti una fonte attendibile di storia sociale) dimostrano che il livello di vita dell’epoca era assai più avanzato
di quanto si pensasse in passato, e i ritrovamenti archeologici più recenti hanno confermato questa tesi.
Nel corso dei cosiddetti secoli oscuri, all’interno delle comunità di villaggio, acquistarono crescente importanza le casate aristocratiche. A capo di ogni casata stava un capo, il basileus,al quale spettava il comando militare e il potere di risolvere le controversie interne al gruppo. Accanto ai basileís stava la gherusía, vale a dire il Consiglio degli anziani, ai cui componenti veniva anche riconosciuto il potere di regolare la vendetta privata. Infine, esisteva un’assemblea popolare in cui il popolo discuteva le questioni di interesse pubblico. Tuttavia essa non costituiva una vera e propria forza politica, né era riconosciuta sul piano istituzionale, in quanto le sue deliberazioni non vincolavano né il basileus né la gherusía. Il demos, vale a dire il popolo composto da contadini e artigiani, si trovava dunque in una posizione del tutto subordinata rispetto agli aristocratici.
L’organizzazione politica dei greci, sia pur in forma embrionale, conosceva già le istituzioni che saranno gli assi portanti della città greca successiva. In quest’epoca, peraltro, esse erano ancora caratterizzate da uno stato di «fluidità» che rendeva non di rado tumultuosa la vita pubblica e incerti gli equilibri di potere
Nei cosiddetti «secoli bui» l’agricoltura e l’allevamento costituivano la fonte di sostentamento principale. Più difficile è precisare quale fosse il regime di proprietà delle terre e quali fossero i rapporti tra proprietari e lavoratori. A quanto sembra, esisteva già una classe di persone in condizioni servili alle dipendenze degli aristocratici. Esistevano anche lavoratori liberi senza terra (i teti), che costituivano il più basso grado della scala sociale ed erano costretti a lavorare in cambio di un compenso a giornata. La produzione artigianale rispondeva alle necessità di vestiario, armi e suppellettili; in linea di massima, ciascuna comunità era autarchica, in quanto sopperiva alle proprie esigenze in maniera autonoma.
Nonostante l’autosufficienza economica, alcuni prodotti, come i metalli, dovevano essere importati. Occorreva quindi ricorrere ad attività come la guerra (con le razzie ci si procuravano ingenti bottini) e il commercio in un’economia che ancora non conosceva la moneta, il commercio era basato non sulla compravendita (scambio di merce contro denaro), bensì sul baratto (scambio di una merce con un’altra). Altri beni venivano procurati con la pirateria. Come si vede, dunque, gli stranieri potevano essere considerati nemici da combattere e da depredare, ma anche amici con cui intrattenere buoni rapporti, rispettando delle regole che potremmo definire «internazionali».
Chi si recava all’estero, infatti, riceveva da chi lo accoglieva nella sua casa i «doni ospitali» ed era tenuto a offrire a sua volta ospitalità (e doni) allo straniero, quando questi avesse visitato la
sua comunità ( l’oikos, «casa», «famiglia»). Offrire e ricevere doni stabiliva relazioni durature tra famiglie, che poi si scambiavano beni di vario genere, ivi comprese le donne in qualità di mogli. In questo contesto, come ha dimostrato l’antropologo Marcel Mauss, lo scambio non era un semplice regalo, ma un momento fondamentale della vita sociale. Di conseguenza, il rispeto delle regole dell’ospitalità era sacro e la sua violazione richiedeva vendetta; come è detto nell’Iliade, la colpa più grave di Paride, che aveva scatenato la guerra di Troia (al di là del fatto di aver sedotto Elena e di aver rubato a Menelao molte ricchezze), era stata quella di aver violato l’ospitalità che Menelao gli aveva offerta.
Attorno alla metà del secolo VIII a.C., verso la fine del cosiddetto «Medioevo» ellenico, il mondo greco fu investito da una decisiva rivoluzione agraria, le cui tracce sono state individuate dalle ricerche archeologiche. A quanto pare infatti, proprio a partire dall’850 a.C. e con frequenza crescente, all’interno delle tombe, tra gli oggetti appartenuti in vita al defunto (che sono un segno della sua collocazione sociale), fecero la loro comparsa modellini di terracotta dipinta che riproducevano un nuovo tipo di granaio. Proprio all’interno di simili depositi, i cereali potevano essere meglio conservati, consentendo una migliore distribuzione e di conseguenza l’aumento del tenore di vita.
Lo sviluppo economico, determinato da questa rivoluzione agraria, permetteva il mantenimento di un maggior numero di figli e fece quindi aumentare considerevolmente il numero delle nascite.
Progressivamente però la terra finì per concentrarsi nelle mani di poche famiglie, anche a causa delle dure leggi sui debiti e della prepotenza degli aristocratici. D’altra parte le terre in breve tempo non furono più sufficienti a sfamare la popolazione in continua crescita o a consentirle un decoroso tenore di vita.
Per questo motivo, attorno al 750 a.C., città come Corinto, Megara, Calcide, Eretria e Mileto inviarono gruppi di cittadini a fondare nuove città (dette colonie) oltremare in zone lontane (Sicilia, Francia meridionale, mar Nero e Cirenaica). Altre città inviarono invece processi di espansione territoriale come Sparta, che nel secolo VII a.C. si estese verso la Laconia meridionale e la Messenia.
La nascita di una nuova economia ebbe importanti conseguenze sulla vita comunitaria, in quanto trasformò la difesa del territorio in una questione di interesse comune. Nell’età precedente,
quando l’economia era prevalentemente pastorale, ciascuno poteva organizzare per proprio conto la difesa delle mandrie. Con il forte sviluppo dell’agricoltura che caratterizza la nuova fase era invece necessario controllare arre sempre più vaste del territorio con uno sforzo difensivo che poteva essere affrontato solo collettivamente. La guerra per bande e imboscate, tipica dell’economia pastorale, venne quindi sostituita da una nuova tattica di combattimento, alla quale partecipavano tutti coloro che avevano interesse a difendere i raccolti e la terra: si sviluppò così una comunità di contadini-soldati (detti «opliti» da opla, «armi»)che combattevano fianco a fianco, nella cosiddetta falange, difesi da grandi scudi di bronzo, con elmi, gambali e corazze e maneggiando una lunga lancia. Questo determinò una spinta verso una costituzione egualitaria: ovviamente, chi contribuiva a rischio della vita alla difesa comune pretendeva di avere voce in capitolo nella gestione del potere politico.
Alla rivoluzione agraria e allo sviluppo di nuove tecniche di combattimento si collega così la nascita di un nuovo tipo di entità politica e di nuove forme di organizzazione del potere. Quando i gruppi organizzati di persone che vivevano nello stesso luogo si trovarono ad essere assai più numerosi di un tempo, la minoranza di persone privilegiate, che sino a quel momento aveva esercitato il potere senza regole e senza remore, comprese, anche per effetto di violenti conflitti sociali, che, se voleva mantenere i vantaggi acquisiti, doveva evitare che questi conflitti dilagassero e si susseguissero senza sosta. I motivi di tensione sociale tra le famiglie aristocratiche, la minoranza che controllava il potere e la maggior parte delle terre, e il demos, che costituiva il resto della popolazione, erano numerosi. Innanzi tutto l’ineguale distribuzione delle terre e le severe leggi sui prestiti che, oltre a contribuire a un’ulteriore concentrazione delle terre nelle mani dell’aristocrazia, riducevano spesso i contadini più poveri a una condizione servile. D’altra parte il demos, grazie alla partecipazione alle guerre nelle falangi oplitiche, stava diventando sempre più consapevole del proprio ruolo sociale.
In altre parole, era necessario stabilire alcune regole che cominciassero a offrire ai più deboli un minimo di garanzia contro il rischio di eccessive ingiustizie.
La nuova struttura sociale, più ordinata e complessa, che nacque per rispondere a queste necessità fu la polis, forma politica nuova e radicalmente diversa dalle precedenti. La polis infatti era uno stato del tutto indipendente e, al suo interno, la sovranità non spettava a un individuo solo o a un ristretto gruppo, ma a tutti i membri della polis stessa, vale a dire i cittadini (politai; al singolare polites). La qualifica di cittadino per un greco era la forma totalizzante della convivenza.
«L’uomo – scrive Aristotele – è un animale politico»: in altre parole solo il cittadino (e quindi, nella prospettiva di Aristotele, l’uomo libero, greco e civilizzato) è degno di essere definito uomo.
Originariamente la parola polis non indicava il luogo dove viveva il popolo, le cui abitazioni si trovavano nella città bassa, detta astu. In Omero, dove il termine appare per la prima volta, la polis era piuttosto l’acropoli, vale a dire l’altura fortificata e difesa dalle mura, in cui si trovavano il palazzo del re e il tempio dedicato alla divinità protettrice.
Con il passare del tempo, grazie alo sviluppo dell’agricoltura e del commercio, la città bassa divenne sempre più grande e più ricca e i signori della città alta furono perciò costretti ad avere rapporti sempre più stretti con chi la abitava. La parola polis andò così assumendo il significato (ormai chiaro nel secolo VIII a.C.) di città intesa come insieme del nucleo urbano e del territorio circostante e, soprattutto, come unità politica autonoma (che oggi chiameremmo stato, ma che viene generalmente detta città-stato, per dar conto della presenza costante di un agglomerato urbano).
Generalmente questa unità politica non aveva grande estensione, ma a volte non era neppure limitatissima. Se il territorio di alcune polis poteva, per esempio, essere attraversato in poche ore, quello di Atene, l’Attica, comprendeva località che distavano l’una dall’altra più di 70 chilometri. Per avere un’idea del numero delle persone che vivevano in una polis, basterà pensare che, nel 430 a.C., nella città di Atene vivevano circa 250 000 persone (delle quali, peraltro, solo all’incirca 30 000 erano cittadini , mentre gli altri erano stranieri residenti con le loro famiglie, oppure erano schiavi). Ma Atene era probabilmente la più popolosa delle polis (solo Siracusa poteva rivaleggiare con lei). Altre «grandi» polis come Corinto o Tebe avevano tra i 50 000 e i 100 000 abitanti, mentre Sparta ne contava ancora meno.
In ogni polis esistevano dei magistrati che esercitavano il potere in nome del popolo. A seconda delle diverse situazioni ambientali e politiche, i magistrati cittadini potevano restare in carica per un periodo limitato di tempo oppure a vita, essere eletti dal popolo o scelti a sorte, essere uno o più di uno.
A seconda di come giocavano queste circostanze, la polis poteva dunque essere governata da una sola persona, da un gruppo ristretto di persone o dal popolo nel suo insieme riunito in assemblea.
Qualora il magistrato fosse unico e rimanesse in carica a vita (il suo nome in questo caso era «re»: basileus in Grecia, rex a Roma) la città aveva un governo monarchico. Quando il governo era nelle mani di un gruppo ristretto di persone, la polis era aristocratica («aristocrazia» significa
letteralmente «governo dei migliori», ed è sinonimo di «oligarchia», «governo di pochi» identificati in ogni caso con i migliori)
Infine, quando una città era governata dalla massa del demos, ossia dalla comunità nel suo insieme riunita in assemblea, essa era democratica.
Queste tre forme di governo, teoricamente distinte, ben difficilmente si realizzavano nella loro purezza.
Alcune volte si aveva un passaggio graduale da una forma di governo all’altra; più frequentemente in una polis erano presenti, contemporaneamente, elementi delle diverse forme e il governo risultava dall’equilibrio delle forze politiche che sostenevano l’una o l’altra soluzione.
Il fatto che il governo venisse affidato a un solo individuo o a una ristretta minoranza di persone non modificava in modo sostanziale la forma dello stato, che restava comunque una polis.
L’unica fonte delle leggi era infatti in ogni caso la comunità nel suo insieme, cui spettava la facoltà di controllare (ed eventualmente giudicare) l’operato dei magistrati. La libertà dei cittadini era garantita dal fatto che, indipendentemente dal numero dei magistrati investiti della responsabilità di governo, tutti erano sottoposti all’autorità di un codice stabilito e rispettato da tutti.
Anche quando una polis era una democrazia allo stato puro (cosa che accadeva assai raramente) essa non era democratica nel senso attuale de termine.
La polis infatti escludeva dalla partecipazione al potere una parte della popolazione che, tra l’altro, era numericamente assai superiore a quella che poteva partecipare alle assemblee.
Gli schiavi, le donne e gli stranieri erano infatti a titolo diverso, esclusi dal diritto di cittadinanza, riservato invece ai maschi liberi e figli di cittadini: non potevano quindi partecipare alle assemblee o ricoprire incarichi pubblici. Gli schiavi infatti erano oggetto e non soggetto di diritto. Le donne avevano invece il titolo di cittadine, ma non ne avevano la funzione, non avevano cioè il diritto di intervenire nella vita politica. Lo stesso valeva anche per i minori di sesso maschile: i ragazzi infatti erano considerati cittadini solamente potenziali, in attesa di raggiungere, con la maggiore età (che variava di città in città), la capacità di deliberare. Gli stranieri residenti in città greche (ad Atene erano chiamati «meteci») potevano vivere liberamente in città con le loro famiglie, ma non godevano dei diritti politici.
Fonte: www.itisvinci.com/serale
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea tutto di tutto
OMERO
LE ORIGINI DELL’EPICA GRECA
La civiltà micenea si sviluppò in Grecia dal XVI al XII sec. a.C.
I centri micenei si sviluppavano intorno al palazzo ove risiedeva il sovrano che deteneva il potere assoluto. Alla base della piramide sociale stava il popolo.
La civiltà micenea scomparve nel XII secolo a.C. a causa dell’arrivo dei Dori, popolo di guerrieri provenienti da nord. Essi presero il potere con la forza, ma assorbirono la cultura preesistente.
Attorno alla metà del XIII sec. a. C. le città micenee (Micene, Pilo, Sparta, Corinto) si allearono per condurre una spedizione contro la città di Troia che controllava gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, importante nodo di comunicazione tra il Mar Nero e l’Egeo.
Questa impresa militare ispirò per secoli narrazioni orali, che fra l’VIII e il VI secolo a. C. vennero messe per iscritto diventando la base dell’epica greca.
Nel XIII-IX secolo a. C. i cantori di miti e leggende erano gli aèdi (dal greco adein, cantare), che tramandavano le storie di generazione in generazione e svolgevano la loro attività presso le corti regie. Essendo il ricordo del passato affidato all’oralità, essi erano io depositari della memoria collettiva. Durante i banchetti, l’aèdo narrava queste storie accompagnandosi con la cìtara o cetra.
Con il tempo agli aèdi si sostituirono i rapsodi (dal greco rhapsoidòs: cucire insieme canti). Essi tessevano la trama del racconto con frasi e formule fisse imparate a memoria e furono loro a determinare il passaggio dal canto alla recitazione. Gli episodi narrativi degli aèdi sotto forma di canto, vennero fusi fino a comporne dei veri e propri poemi recitati.
La poesia greca nacque così dalla memoria del popolo e assunse un’ altissima funzione educativa
a testimonianza di un antico passato, di valori morali e credenze religiose.
Nella narrazione epica le vicende non hanno una precisa collocazione storica ma sono trasferite nella dimensione mitico - leggendaria con valore assoluto e significato universale.
OMERO: FONDATORE DELLA TESTUALITA’ OCCIDENTALE
In origine la poesia epica greca era in dialetto eolico perché eolici erano i primi aèdi ed eoliche le storie che raccontavano; poi questa poesia si diffuse in tutta l’Ellade. Qui gli Ioni avevano la supremazia politica e quindi le narrazioni furono tradotte in dialetto ionico mantenendo tracce della lingua precedente. Si formò così con l’andare del tempo una lingua colta, ricca e complessa: la lingua di Omero.
Omero fu il primo poeta a redigere le sue opere per iscritto: Iliade ed Odissea.
Con Omero ha inizio l’uso della scrittura con finalità artistiche, proprio a partire da lui la civiltà Occidentale diventerà una civiltà scritta e testuale (J.Latacz) che conserva per iscritto tutto il suo sapere.
LA QUESTIONE OMERICA
Si definisce “questione omerica” l’insieme delle discussioni e delle teorie relative a diversi problemi critici: l’esistenza di Omero, il tempo nel quale sarebbe vissuto (VIII sec.a.C.), il luogo di nascita (Atene, Smirne, Chio, Colofonie?), i momenti della composizione delle sue opere.
(Per il resto si vedano appunti presi in classe durante la lezione).
ILIADE
IL CICLO TROIANO
ANTEFATTI
Nell’Iliade compaiono molti riferimenti a una materia leggendaria: il ciclo Troiano. Esso comprendeva i miti di Teti e di Paride.
Il mito di Teti: Zeus si era invaghito di Teti (ninfa marina) ma l’oracolo aveva predetto che dalla loro unione sarebbe nato un figlio più forte del padre. Zeus, allora assegnò a Teti come marito Peleo (re di Ftia- Tessaglia). Dalle nozze nacque Achille. Teti immerse Achille nelle acque dello Stige per renderlo immortale, ma lo tenne sospeso per il Tallone e Achille restò vulnerabile proprio in quel punto.
Il pomo della discordia: alle nozze di Peleo e Teti avevano preso parte tutti gli dèi ad eccezione di Eris, divinità della discordia. Per vendicarsi di non essere stata invitata, lasciò cadere sulla tavola del banchetto una mela d’oro con la scritta: “ Alla più bella”. Poiché si contendevano questo titolo tre dee, Era (moglie di Zeus), Atena (dea della sapienza) e Afrodite (dea dell’amore), Zeus decise che avrebbero dovuto chiedere un giudizio al primo uomo incontrato sulla terra. Incontrarono sul monte Ida, vestito da pastore, Paride (figlio del re di Troia Priamo e di Ecuba). Egli assegnò la mela ad Afrodite creando una discordia eterna.
Alla nascita di Paride gli oracoli avevano predetto che egli sarebbe stato causa della rovina per Troia. Suo padre affidò l’incarico di ucciderlo al pastore Agelao ma questi, non avendone il coraggio lo tenne con sé sul monte Ida.
Il rapimento di Elena e la guerra di Troia: anni dopo Paride fu riconosciuto da Priamo e accolto a palazzo. Mandato come ambasciatore a Sparta, si innamorò di Elena e la portò con sé a Troia.
Menelao (marito di Elena), sdegnato per l’oltraggio, organizzò una spedizione a Troia. Comandati da Agamennone (fratello di Menelao) l’armata si diresse nella Troade e iniziò così il conflitto con i Troiani. La città venne assediata e la guerra si trascinò con alterne vicende per dieci anni.
I TEMI
Nel poema il motivo conduttore è l’ira di Achille ma sono presenti anche altri temi tipici della cultura greca arcaica: la gloria e l’onore.
Gli eroi aspirano alla gloria e ciò si ricollega alla funzione della poesia epica che garantisce immortalità agli eroi morti valorosamente in battaglia. Grazie ai poeti gli eroi potranno sopravvivere alla memoria degli uomini.
Gli eroi si fanno onore combattendo valorosamente e subiscono come una vergogna la sottrazione della propria donna, moglie o schiava che sia (Elena viene sottratta a Menelao, Criseide ad Agamennone, Briseide ad Achille).
L’INTERVENTO DEGLI DEI E LA SCARSA AUTONOMIA DEGLI EROI.
Sulle azioni degli eroi si esercita l’intervento fazioso degli dèi:
dalla parte degli Achei sono Era e Atena (protettrice di Achille);
dalla parte dei troiani sono Afrodite che ha suscitato l’amore di Paride per Elena e scende in battaglia per proteggere il figlio Enea;
Apollo che punisce il torto arrecato al suo sacerdote Crise;
Zeus che aiuta i Troiani fino che gli Achei non si riconciliano con Achille.
LA SOCIETA’ DELL’ILIADE
Nell’Iliade Omero rappresenta la società così com’era stata descritta dagli AEDI precedenti a lui.
I re dei vari regni micenei sono contemporaneamente: giudici, legislatori e guerrieri.
Non sono influenzati dal popolo. I prigionieri di guerra sono ridotti in schiavitù.
Le armi degli eroi omerici sono in bronzo (in uso nell’epoca micenea) come risulta dai ritrovamenti archeologici dell’epoca micenea (XIII sec. a.C.).
Riguardo le tradizioni funerarie: i Troiani bruciano sul rogo funebre il corpo di Ettore, atto tipico del Medioevo ellenico, mentre nell’epoca micenea si praticava l’inumazione.
Queste discordanze confermano la tesi che la composizione sia avvenuta in tempi diversi da parte di uno o più aedi. Ciò conferma la composizione in un unico testo scritto formato dal racconto di uno o più testi narrativi orali.
fonte: www.digila.it/public
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
Civiltà micenea tutto di tutto
LE ORIGINI
Tra il 4500 e il 4000 a.C. apparvero su tutto il suolo della Grecia una serie di stanziamenti neolitici, fondati presumibilmente da popolazioni originarie del Medio Oriente asiatico.
Poco prima del 3000 a.C. si assistette all’arrivo di invasori di origine incerta, che comunque non modificarono sostanzialmente il quadro insediativo.
Un profondo mutamento etnico intervenne invece agli inizi dell’Età del Bronzo, tra il 3100 e il 2400 a.C. Esso corrispose all’arrivo di nuovi invasori venuti dall’Anatolia. Si apre così l’Elladico, convenzionalmente diviso in tre fasi:
- Elladico antico (2600-1800 a.C.): costruzioni monumentali, segno di stratificazione sociale; inumazioni in tombe anche collettive; necropoli distinte dagli abitati. La fine di questa fase è segnata dall’incendio di vari siti
- Elladico medio (1800-1300 a.C.): arrivo degli indoeuropei, che sommersero i precedenti invasori; villaggi meno prosperi, senza fortificazioni né edifici pubblici; inumazioni all’interno degli abitati, ma anche fuori, forse per i ceti superiori. Sembra che una situazione instabile abbia ostacolato uno sviluppo sociale, culturale e tecnologico
- Tardo Elladico (1300-1050 a.C.): comparsa delle tombe a tholos, ripresa delle fortificazioni e dei centri urbani come nell’Elladico Antico. Coincide con la civiltà micenea (vd oltre). Non si trattò in questo caso di un’irruzione massiccia di nuove popolazioni, quanto di un’evoluzione rapida, probabilmente anche grazie all’influenza della Creta minoica (relazioni diplomatiche, commercio, ma anche scontri militari).
La civiltà minoica
A Creta l’evoluzione fu più rapida che sul continente: fin dal 2700 a.C. si chiuse il Neolitico e iniziò il periodo minoico, contrassegnato anche qui dall’arrivo degli Anatolici. Le fasi della civiltà minoica sono le seguenti:
- Minoico Antico (2000-1600 a.C.): avvenne il passaggio dai grossi villaggi, dediti ad agricoltura e allevamento, ad una civiltà urbana con architettura pianificata e al centro il palazzo, caratterizzato da un cortile centrale su cui si affacciavano zone abitative e zone di attività economica già sviluppata (botteghe artigiane specializzate, struttura amministrativa). Si avevano contatti con l’Egitto e il Vicino Oriente. Questa fase si chiude con la distruzione dei palazzi, dovuta a un terremoto o a lotte interne.
- Minoico Medio (1600-1450): vi fu una ricostruzione, una nuova intensificazione dei rapporti commerciali e oltre ai palazzi si assistette alla nascita di ricche abitazioni, probabilmente destinate alla nobiltà cretese. I temi naturalistici, presenti nella ceramica, testimoniano un modus vivendi sereno. L’epoca si chiude con il crollo dei palazzi, cui sopravviverà solo il palazzo di Cnosso (che crollerà nel 1375). Subentrò sull’isola la civiltà micenea.
- Minoico Tardo coincidente con l’Elladico Tardo.
La civiltà micenea
L’elenco dei regni micenei ci viene fornito dal II libro dell’Iliade, dal cosiddetto Catalogo delle navi, che nomina appunto le imbarcazioni che presero parte alla spedizione contro Troia e ci dice il nome dei loro capi. La Grecia appare così suddivisa in un certo numero di principati.
L’organizzazione politica micenea prevede infatti vari reami, indipendenti gli uni dagli altri, ma uniti da comuni interessi, in mano alle famiglie delle varie regioni, probabilmente unite da legami di consanguineità tramite matrimoni politici. In questo senso il ruolo di primus inter pares spettava al sovrano di Micene (Argolide), ma palazzi di una certa importanza c’erano anche a Pilo (Messenia), Tebe (Beozia) e Tirinto (Argolide). La novità dei palazzi micenei rispetto a quelli minoici è la presenza del megaron, la sala di rappresentanza con altari e colonnati, luogo di potere ma anche religioso.
Il potere era di tipo monarchico, i capi si dedicavano all’attività guerresca (razzie e saccheggi, spedizioni in terre lontane). Questo permise loro di ampliare progressivamente il loro dominio sui dintorni, fino all’apertura di accessi sull’Egeo. L’Argolide diventò centro di potere, tanto da poter applicare tassazioni sui prodotti e le genti di passaggio. Lo testimoniano anche gli oggetti di lusso trovati nelle tombe, provenienti da vari luoghi, frutto di scambi commerciali internazionali, che però non si svolgono su lunghe distanze, ma tramite brevi spostamenti da una popolazione all’altra.
Questa la divisione sociale del tempo:
- wanax: è il principe della regione e del palazzo
- lawagetas: alto funzionario, con funzione militare e religiosa, che affianca il re
- equetai: ufficiali
- telestai: funzionari con cariche amministrative
- basileus: personaggio di medio livello, capo delle corporazioni artigiane
- damos: comunità, popolo, base produttiva.
Wanax e lawagetas avevano a propria disposizione un temenos, appezzamento di terra privilegiato, in contrapposizione alle terre private e pubbliche destinate al damos. Ufficiali e funzionari ricevevano possedimenti di minore superficie, in cambio dei servizi resi al re o dell’incarico che sostenevano.
Gli Achei che avevano conquistato la Grecia si spinsero presto anche sul mare, alla ricerca di nuove terre. Una delle prime annessioni fu Creta (1450 a.C.). Essi si insediarono quindi sulle antiche colonie minoiche (Cipro, Rodi, Mileto, la costa anatolica), ma il loro non fu mai un impero coloniale né vi fu la ricerca di terre da coltivare come poi nella ‘grande colonizzazione’ greca dell’VIII sec. a.C. Quel che interessava loro erano esclusivamente gli scambi commerciali. L’economia micenea era infatti di sussistenza per quel che riguardava produzione agricola e allevamento, ma venivano importati metalli, pietre preziose, tessuti e legname e l’artigianato era molto sviluppato.
Tra i 1250 e il 1200 vi fu la distruzione di Troia, di Micene, di Pilo e di altri centri. Secondo Snodgrass le cause di questa distruzione furono molteplici:
- invasori esterni. Sarebbe in relazione a questo l’invasione dorica. Effettivamente in questo periodo si diffusero armi, ornamenti e un tipo di ceramica nuovi
- guerre fra sovranità limitrofe. Questa ipotesi è però in contrasto col fatto che l’intero sistema miceneo sia crollato e non abbia invece resistito un regno a dispetto degli altri
- conflitti interni: forse una rivoluzione popolare guidata dalle classi inferiori. Questo spiegherebbe la frattura politico-economica e la continuità culturale che seguirono
- catastrofi naturali (terremoti, cambiamenti climatici…) Questo sarebbe stato un fattore aggravante, non causale. Un improvviso raffreddamento avrebbe provocato cattivi raccolti, ragion per cui il popolo sarebbe insorto.
In realtà tutto avvenne non all’improvviso, ma nell’arco di circa 50 anni, con un’instabilità crescente di cui ci furono chiari sintomi:
- costruzione o rinforzo di fortificazioni
- tentativo di sbarramento dell’istmo di Corinto
- allestimento di equipaggi e costruzione di armi
L’ipotesi generale che possiamo figurarci è che vi siano stati vari fattori economici e sociali, con la presenza di conflitti interni, causati da una rottura degli equilibri tra le sovranità, a causa delle volontà di potenza sempre maggiori. Gli scontri tra i palazzi avvennero poi con l’appoggio delle classi popolari, insoddisfatte, dei palazzi nemici.
Al primo crollo dei palazzi seguì un periodo di instabilità, ma fino al 1125 la civiltà micenea resistette e in alcuni casi diede anche segni di ripresa. Gli stati erano ormai disgregati e indeboliti e proseguirono in maniera indipendente, come testimoniato dalla ceramica che presenta particolarismi locali. Ci furono in questo periodo cali demografici e fughe, a breve raggio e verso l’Asia Minore e Cipro. Cambiarono anche gli usi funerari: si tornò alle tombe individuali e alla cremazione, in parte perché non c’era più un potere dinastico cui destinare le grandi tombe a tholos e in parte perché non c’era più forza lavoro per costruirle.
Tra il 1125 e il 1050 ci furono nuove e definitive distruzioni e altre migrazioni verso Cipro, Creta e le isole ioniche.
Era la fine della civiltà micenea.
Convenzionalmente, si è visto, nel tracollo di questa civiltà, come causa principale l’arrivo, intorno alla fine del II millennio a.C., di una nuova ondata di invasori greci, individuati nei Dori.
Un ricordo vivo di questo movimento di popoli era conservato nell’antico mito del ritorno degli Eraclidi, cioè dei figli e discendenti di Eracle. Si narrava che dopo la morte dell’eroe, i suoi figli dovettero fuggire dal Peloponneso per paura del crudele Euristeo, che aveva imposto ad Eracle le famose dodici fatiche. Si rifugiarono quindi in Attica, accolti dal re, ma Euristeo li attaccò e nella guerra, che perse, perì insieme a tutti i suoi figli. Così gli Eraclidi poterono riprendere possesso del Peloponneso. Ma le loro peripezie non erano finite, perché dopo un anno scoppiò una grave pestilenza, frutto dello sdegno divino, ed essi doverono nuovamente fuggire. Intrerpellarono l’oracolo di Delfi che ingiunse loro di tentare la sorte dopo la ‘terza mietitura’. Con questo termine non intendeva il terzo anno, come gli Eraclidi intesero inizialmente, bensì la terza generazione, quando finalmente essi poterono tornare nel territorio peloponnesiaco.
La tradizione tramandava che gli Eraclidi erano rientrati nelle loro terre accompagnati da invasori nordici, i Dori appunto.
In realtà questo fu un periodo di profondi mutamenti in tutto il Mediterraneo orientale: in Asia Minore arrivarono popoli provenienti da Illiria e Danubio, l’impero ittita crollò, l’Egitto fu attaccato dai ‘Popoli del Mare’.
Il Medioevo ellenico (XI – X sec. a.C.)
Dopo il florido periodo miceneo, quelli che seguirono furono ‘secoli bui’ caratterizzati da insediamenti quasi inesistenti, quasi scomparsa dell’inumazione a favore della cremazione (se non nelle zone dove si conservò parte della cultura micenea, perché in un certo qual modo ‘protette’, come Cipro).
In realtà questa mancanza di materiali e di insediamenti non significò necessariamente uno spopolamento, ma semplicemente un modus vivendi meno stabile e che lasciò meno tracce. Lo studioso Morris fa notare che anche l’aspetto di spopolamento delle terre potè forse essere solo apparente: infatti, la tendenza a inumare pochissime persone (i pochi potenti rimasti) e a cremare tutto il resto della popolazione, potè dare l’idea di una scarsezza di abitanti.
In questo periodo ci fu comunque anche l’emergere di nuovi elementi, soprattutto in zone come l’Attica, dove la gente scacciata dal Peloponneso fluì più facilmente:
- Protogeometrico (1050-900 a.C.) nuovo stile ceramico, evoluzione della ceramica micenea, con apporti dall’Oriente.
- Lavorazione del ferro, soprattutto lungo la costa orientale, in Argolide e Attica. Il ferro era rarissimo in epoca micenea, perché considerato un lusso e utilizzato solo per i monili. Per le armi si usava invece il bronzo, che però in questo momento è più difficile da reperire a causa delle difficoltà commerciali.
L’ETA’ ARCAICA
ALTO ARCAISMO (fine IX – 730 a.C.)
Verso la rinascita (IX sec. a.C.)
Una serie di mutamenti importanti diedero il segnale di una ripresa economica e socio-culturale della Grecia, importante premessa alla nascita delle città-stato:
- Incremento demografico: molte aree si ripopolarono, con villaggi sparsi e senza fortificazioni.
- Nuove forme religiose: apparve in questo periodo una nuova sensibilità religiosa, che si espresse nella creazione dei primi luoghi di culto per ricevere le offerte dei fedeli, mentre fino a questo momento la religione aveva avuto come luoghi eletti il megaron o dei semplici altari pubblici. Si trattava di strutture semplici, nel centro dei borghi e nel punto più alto (acropoli) oppure in luoghi di frontiera (Dodona, Efeso), come limiti territoriali della ‘civiltà’ nei confronti dei barbari o che rappresentavano luoghi di culto internazionali (Olimpia, Epidauro). Ogni città scelse una propria divinità tutelare.
Si è voluto vedere in questa nuova religiosità una continuità con la religione micenea, anche per il fatto che alcune tavolette di lineare B riportano nomi di divinità che saranno quelle dell’epoca classica. Le forme e i luoghi della religione micenea erano però differenti: dedicati a elementi naturali, avevano sede principalmente nei palazzi. L’unica cosa che si può ipotizzare è una filiazione tra il megaron e il tempio greco rettangolare, che ne riprende l’aspetto, le dimensioni, il portico a due colonne e spesso anche il sito. Si assiste al passaggio da una religione basata sul re e la sua famiglia, con culto nel cuore della casa, a una appropriazione collettiva dei luoghi di culto, fondata sull’antica legittimità reale.
Dalla fine del IX sec. a.C. cominciarono anche i culti eroici, tramite la deposizione di offerte nei dromoi delle tombe micenee, considerate le tombe degli eroi dell’epos. Le motivazioni di questo atteggiamento vanno ricercate nella nuova coscienza della comunità in espansione, che cerca di ricostruire il proprio passato e sente nascere sentimenti nazionalistici, ma anche nel tentativo di affermazione dei propri diritti sulle terre coltivate, appoggiandosi alla teoria di antenati antichi ed illustri.
- Nascita della scrittura: dopo la scomparsa della scrittura sillabica micenea, la nuova scrittura greca fece la sua comparsa sui vasi, a partire dalla seconda metà dell’VIII sec. a.C. Ma la sicurezza di quei graffiti nel trasporre temi poetici e la diversificazione delle forme dialettali e delle lettere, fanno pensare che sia cominciata forse già alla fine del IX sec, a.C. La scrittura si diffuse in ambito mercantile, lungo le rotte commerciali, e i vari mercanti introdussero da subito le varietà grafiche locali.
Si trattava di un alfabeto che esisteva già dal XIII sec. a.C. presso i Cananei, in forma però incompleta: essi utilizzavano infatti solo le consonanti, mentre i Greci aggiunsero le vocali, che permettevano una facilità di lettura maggiore. Furono forse gli Eubei o comunque mercanti greci a contatto coi Fenici in qualche stazione commerciale (la prima testimonianza di scrittura greca è infatti la cosiddetta Coppa di Nestore, del 750 a.C., ritrovata a Pithecusa), in qualche centro di rapida diffusione, come testimonia il fatto che gli stessi principi alfabetici si trovano in tutte le varianti locali greche.
La scrittura nacque con intenti commerciali, come forma di annotazione della contabilità, ma da subito si utilizzò anche per fini poetici, con una distinzione precoce tra vocali lunghe e brevi per motivi metrici.
- ripresa della lavorazione del bronzo , a scopo votivo (oggetti votivi nei templi)
- sviluppo artistico: gli artigiani delle stazioni commerciali e quelli che si spostavano di frequente fra le comunità avevano contatti con gli stranieri e questo portò al diffondersi dello stile geometrico (schemi lineari, scene di realtà come funerali o naufragi) e dello stile orientalizzante (dal 725 a.C. a Corinto), con motivi orientali (rosette, volute…) e animali.
- ripresa delle comunicazioni a lunga distanza: uno dei più potenti fattori di cambiamento nella Grecia arcaica fu il mare, attraverso cui si svolgevano i contatti e il commercio. Le migrazioni del medioevo ellenico avevano trasformato il mondo greco in un’unità marittima con centro nell’Egeo. I generi maggiormente importanti erano i metalli (per le armi) e i beni di lusso.
I primi contatti furono coi Canaaniti della costa levantina, detti Fenici perché detenevano il commercio della porpora (phoinix). Si trattava di esperti mercanti, che detenevano il controllo delle foreste del Libano, del cui legname rifornivano l’Egitto. Furono pionieri nel commercio, nella fondazione di colonie (Cartagine fu fondata nell’815 a.C.) e nel passaggio dalla nave a cinquanta remi alla trireme.
In una seconda fase i Greci si insediarono in stazioni commerciali permanenti. In questa occasione si crearono ulteriori contatti con l’Oriente: Leonard Woolley dimostrò che la linea di contatto fra Greci e Oriente correva lungo la valle dell’Oronte, ai confini tra Siria e Turchia. Qui sorse la stazione commerciale di Al Mina, già nota ai micenei, ma in cui gli insediamenti greci cominciarono nell’800 a.C. Al Mina aveva le tipiche caratteristiche della stazione commerciale: si trovava ai margini di un’area altamente civilizzata, ma aveva il vantaggio di subire un controllo abbastanza ridotto da parte del potere politico e poteva accedere ai beni di lusso dei dintorni. Qui i Greci acquistavano metalli, tessuti e monili e offrivano argento e schiavi.
Lo stesso modello di scambi si ebbe in occidente, con Pithecusa, dove l’attività principale era la fusione del ferro.
La città stato
Tutti questi elementi costituirono la nascita della città-stato, che significò l’instaurazione di regimi stabili dopo la caduta dei palazzi e la dispersione sul territorio di staterelli gelosi della loro indipendenza, in cui parte della collettività prendeva parte alle decisioni e alla direzione degli affari pubblici. La data ufficiale di questa nascita è il 776 a.C., anno della Prima Olimpiade.
Le condizioni per l’affermarsi delle città-stato erano:
- stabilità delle comunità insediate su un territorio agricolo
- crescita della popolazione e migliore qualità di vita
- ripresa delle comunicazioni internazionali (che porterà anche alla colonizzazione).
Secondo lo studioso Snodgrass, modello per i Greci nel concepire le città-stato furono le città mercantili della costa est (Biblo, Tiro) caratterizzate da modeste dimensioni, indipendenza, esistenza di un consiglio presso il re, dinamismo nel commercio e nella colonizzazione, presenza di grandi santuari. Le città greche ebbero però caratteristiche proprie, con preminenza della politica e divisione delle responsabilità fra i cittadini, con possibilità di partecipare a cariche e onori cittadini.
La prima forma di governo che si impose ovunque fu la monarchia. Il re era indicato col termine basileus che in epoca micenea indicava i capi delle corporazioni artigiane. Quando erano crollati i palazzi, furono questi personaggi a restare a capo delle comunità ed ad acquisire col tempo sempre più potere e autorità.
Il re governava la città, comandava l’esercito, aveva funzione di giudice in campo civile e offriva i sacrifici pubblici. Il suo potere non era però assoluto: era circondato infatti da un consiglio, composto dai capi delle famiglie nobili, grandi proprietari che si erano accaparrati le terre più fertili. I plebei, dediti all’agricoltura, erano piccoli possidenti oppure braccianti (teti) che lavoravano al servizio dei nobili. La condizione dei braccianti era una delle peggiori: finivano per dipendere dal potere dei nobili e spesso rischiavano di perdere la propria libertà perché incapaci di pagare la parte di raccolto che dovevano. In questo senso era molto più rispettabile essere uno schiavo, soprattutto perché era una condizione che non ci si era scelti (si veniva catturati durante scorrerie, azioni di guerra, rapimenti). Gli schiavi avevano un proprio posto nella società e i figli di schiave erano tenuti in gran considerazioni, a loro veniva affidata la gestione delle fattorie e avevano il diritto di formarsi una famiglia propria.
Gli artigiani avevano una posizione ambigua: erano estranei alle comunità, venivano apprezzati dall’aristocrazia ma anche disprezzati, perché anch’essi erano uomini liberi che lavoravano per terzi.
In seguito, un’evoluzione progressiva pose fine alla monarchia a vantaggio dell’aristocrazia, nella maggior parte delle città. Il principale organo di governo della nuova oligarchia era il Consiglio (boulè o gerousia) che continuava il consiglio del re di epoca monarchica.
L’assemblea del popolo (ekklesia) aveva scarso rilievo ed era ridotta: i cittadini attivi non erano infatti la totalità della popolazione. In alcune città aveva diritto di eleggere i magistrati e spesso si sottoponevano alla sua approvazione le decisioni importanti, ma tutto quel che poteva fare era comunque solo ratificare ciò che le veniva proposto.
È possibile ricostruire la società di questo periodo basandoci sulle testimonianze di due grandi scrittori che vissero nell’VIII sec. a.C.: Omero ed Esiodo. Questo pur con le dovute differenze di approccio: Esiodo, infatti, descrive un mondo a lui contemporaneo, guardandolo con gli occhi degli ordini inferiori delle comunità contadine della Beozia, in continua lotta con l’agricoltura di sussistenza. Omero, invece parla di una società artificiale, proiettando nel passato degli eroi le istituzioni della propria epoca. Inoltre Omero vive in una zona, quella della Ionia, in cui le città sono tranquille e conservatrici e descrive la società dal punto di vista dell’aristocrazia.
La base storica da cui parte Omero è facilmente riconoscibile, quando parla dei Fenici come importanti commercianti, che in effetti furono molto attivi tra 900 e 700 a.C. Anche la forma di sepoltura che riferisce (la cremazione) è ben lontana dall’inumazione dell’età micenea, ed è invece quella più vicina a lui. Il grande poeta non è infine esente da errori che mostrano una confusione di base, come quando fa combattere i suoi guerrieri con un miscuglio di armi di epoche differenti o mostra che il metallo usato per le armi era il bronzo e quello per gli attrezzi agricoli invece il ferro. In realtà questa era una combinazione ignota al mondo reale: il ferrò sostituì il bronzo prima nella sfera militare.
Il potere dell’aristocrazia era basato su due importanti fondamenti:
- il prestigio dell’origine, la discendenza ereditaria, cioè il genos (la famiglia)
- la ricchezza economica, l’oikos, vale a dire l’insieme dei beni del genos. Di questo la parte più consistente era costituita dal kleros, il possedimento fondiario ereditario.
La famiglia aveva natura patriarcale. I matrimoni erano combinati dalle famiglie per ragioni di amicizia politica ed erano combinati solitamente nella medesima classe sociale e spesso nella stessa regione. La famiglia dello sposo donava dei regali nuziali con lo scopo di impressionare la famiglia della sposa ostendando ricchezza e status. La sposa portava invece una dote per contribuire al futuro oikos.
Più in basso nella scala sociale il matrimonio era un problema più pratico, connesso con l’eredità e dunque era frequente la pratica dell’endogamia: i matrimoni venivano conclusi all’interno di un circolo ristretto di parenti, per preservare le strutture della società.
Economicamente, l’attività dominante nel mondo greco arcaico e classico fu sempre l’agricoltura. Si coltivavano orzo, frumento, lino (per abiti e cordame), vite e olivo. Ma i cereali non bastavano alla comune sussistenza e fu perciò sempre necessario importarli. Si praticava anche l’allevamento, ma non per fini di alimentazione. In Omero la ricchezza si valutava in capi di bestiame, Esiodo cita buoi e muli per la soma, pecore e capre per lana e prodotti caseari e i cavalli come esclusiva proprietà dell’aristocrazia con cui si conducevano le guerre.
Questa aristocrazia entrò in crisi durante il VII sec. a.C., a causa di una rivoluzione economica che causò importanti rivoluzioni sociali. I fattori della crisi furono:
- l’introduzione della moneta: fino a questo momento gli scambi si erano basati esclusivamente sul baratto. Il primo conio di monete greche propriamente dette avvenne ad Egina, verso la fine del VII sec. a.C (in Lidia era già stata ‘inventata’ la moneta di elettro). Si formarono quindi due gruppi di campioni monetari: quello eginetico e quello euboico. Per il momento, comunque, la monetazione restò limitata alle città dedite al commercio e alle loro colonie. Ad Atene si emisero monete solo all’inizio del VI sec. a.C., quando cominciò a svilupparsi il commercio. Il piccolo commercio al dettaglio era poco interessato alla moneta, che del resto non prevedeva suddivisioni di piccolo taglio. Questo strumento permise col tempo lo sviluppo di un grande commercio mediterraneo. I commercianti costituirono delle grosse fortune, che per la prima volta erano mobili e non più terriere e molti di loro erano plebei, il che creerà dei comprensibili problemi sul piano politico e sociale.
- la modificazione della tecnica guerriera: nell’VIII sec. il combattimento era affidato alla cavalleria e le guerre erano una questione individuale: solo i nobili avevano le risorse necessarie a procurarsi il metallo per l’equipaggiamento. La comunità era armata alla leggera e in genere assisteva ai duelli della nobiltà.
A partire dal VII sec. a.C. si affermò l’importanza della fanteria pesante (opliti con lancia, scudo e armatura completa). La formazione oplitica a falange implicava un combattimento collettivo, vale a dire il trionfo del principio di uguaglianza e interscambiabilità di coloro che combattevano e un ampliamento della funzione guerriera (c’era bisogno di molti uomini: la classe media diventò più importante dell’aristocrazia). Oltre tutto l’equipaggiamento oplitico era più economico dell’avere e mantenere un cavallo, quindi più cittadini potevano armarsi per la guerra. A questo punto però chi partecipava alle guerre pretendeva anche di trarne bottino in misura uguale agli altri, quindi in caso di conquista la terra andava divisa non più solo tra gli aristocratici ma anche nel ceto medio, che diventava anch’esso possidente.
Si passerà, con questa crisi, a quella che il Burkhardt definisce ‘l’età dell’uomo agonale’. Non potendo più esprimere la propria competitività nell’attività militare, l’aristocrazia ripiegò sull’attività culturale per dimostrare le proprie capacità. Le occasioni erano offerte dalla feste periodiche in onore delle divinità, dove si poteva cimentarsi in gare sportive, o il symposion, centro della vita sociale e culturale.
- la crisi agraria e sociale: la divisione delle terre era avvenuta finora in maniera disuguale: i nobili si erano arricchiti, mentre i cittadini esprimevano scontento per la loro situazione. In particolare per i salariati o ektemoroi (quelli della sesta parte, che potevano tenere per sé solo 1/6 della rendita) l’impossibilità di versare il canone si traduceva in schiavitù.
MEDIO ARCAISMO (730-580 a.C.)
La colonizzazione greca (VIII – VI sec. a.C.)
Fu il primo fenomeno storicamente rilevante che caratterizzò la prima fase della polis. Si trattò della capacità di creare altre poleis da sé (apoikia).
Le motivazioni di questa colonizzazione costituiscono due tesi:
- motivi commerciali: controllo delle regioni ricche di ferro, rifornimento di cereali. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe il fatto che i primi insediamenti furono proprio in Italia meridionale, dove esistevano già gli empori micenei
- ricerca di terre, a causa della crisi sociale e della mancanza di terre in patria (stenochoria). Le colonie in effetti avevano essenzialmente carattere agrario.
In realtà si possono agevolmente mescolare le due tesi: il problema della terra era sempre presente, anche quando la colonia era fondata per altri motivi, perché terra significava autosufficienza. Era dunque fattore di causa (si colonizzò per via delle pressioni interne) ed effetto. Bisogna tener conto che in patria, le continue spartizioni di terre tra i figli avevano finito per limitare l’incremento demografico nelle città con poche terre, per cui si finì per essere costretti a cercarne altra altrove. La dimostrazione di questo sta nel fatto che città come Atene o altri centri dell’Asia Minore non furono mai costretti a dedurre colonie perché avevano terra in abbondanza, Sparta, invece, decise di conquistare la Messenia, invece di andare a cercare territori più lontani. Se dunque spesso lo scopo era la ricerca di terre, ciò non impedì di dedurre colonie dove era anche possibile rifornirsi di metalli o controllare passaggi strategi commercialmente.
Bisogna poi tener conto dell’elemento coercitivo legato alla deduzione di colonie; a volte i problemi in patria erano tali che non c’erano alternative alla colonizzazione. Vediamo due esempi significativi di questo:
- gli Eretriesi, una volta cacciati da Corcira, per opera dei Corinzi (733 a.C.), non vennero riaccettati in patria e dovettero fondare Metone, in Tracia
- a Tera l’oracolo esortò i cittadini a fondare una colonia in Libia. Gli abitanti però si rifiutarono e questo causò una grave siccità. Allora Batto, alla guida di un gruppo di cittadini, partì e dopo un primo tentativo fallito fondò Cirene, in Africa. Chi non era voluto partire alla volta della colonia aveva avuto la proprietà confiscata e chi aveva cercato di tornare era stato lapidato.
Normalmente, i coloni che partivano per fondare una nuova città erano circa duecento, scelti tra i maschi non sposati, in grado di combattere, e provenienti da famiglie con più di un erede. Li guidava un ecista (capo-spedizione), che provvedeva alla divisione della terra. I territori assegnati in questa spartizione originaria non potevano poi essere venduti, il che faceva sì che i primi coloni diventassero l’aristocrazia coloniale che deteneva i terreni migliori.
Le donne non venivano portate e non si sa se questo significasse che raggiungevano gli uomini in un secondo tempo o che venivano prese dalla popolazione locale, anche tramite ratto.
La forza-lavoro nelle colonie era costituita dagli indigeni, presi come contadini dipendenti. A Siracusa, ad esempio, i fondi erano coltivati dai Cilliri, che alleandosi con le classi più povere riusciranno a cacciare i padroni tra il 491 e il 485 a.C.
I fattori ideali per una colonia erano considerati la presenza di un promontorio facilmente difendibile, buoni porti e un entroterra fertile. In questo senso Siracusa fu una delle città migliori, grazie alla cittadella insulare di Ortigia, alle sue rade e alla pianura fertile.
Le priorità erano la difesa e una buona comunicazione. Per questo ci si stanziava in zone disabitate o con abitanti primitivi e male organizzati e lungo vie commerciali.
La colonizzazione si svolse in due differenti tappe:
- dalla prima metà dell’VIII sec. a.C. all’inizio del VII sec. a.C. Interessò i Greci provenienti essenzialmente dall’Eubea e dalla Grecia continentale, che si stabilirono nell’Italia meridionale e in Sicilia. Non fu un movimento organizzato, ma una migrazione spontanea verso lidi più ospitali
Gli Eubei di Calcide ed Eretria fondarono nel 775 a.C. l’emporio di Pithecusa. Poi, forse a causa di dissidi interni, i Calcidesi si trasferirono sulla terraferma, fondando la città di Cuma (750 a.C.). Furono poi fondate:
- Nasso (734 a.C.)
- Reggio e Zancle (730 a.C.)
- Catania e Leontini (728 a.C.)
Pithecusa, Cuma, Zancle e Reggio erano in relazione con la rotta verso il Tirreno e il mondo etrusco, mentre Nasso e Catania erano sostanzialmente colonie agricole.
Nel 733 a.C. i Corinzi fondarono Siracusa e nel 727 a.C. i Megaresi Megara Iblea.
Le ultime fondazioni di questa fase furono Locri Epizefiri, nel 680 a.C., fondata da coloni della Locride, e Gela (688 a.C.) fondata da Rodii e Cretesi. A sua volta Gela fonderà, nel 580 a.C., Agrigento.
Nel 650 a.C. esuli di Colofone, sotto la pressione lidia, fondarono Siri.
- VII sec. a.C. Questa colonizzazione, caratterizzata dall’accentuarsi delle preoccupazioni commerciali, fu un’impresa organizzata dalla madrepatria, anche se l’insediamento fondato era una nuova città assolutamente autonoma, con legami deboli con la madrepatria, a volte addirittura in opposizione ad essa. Si differenziarono l’area di provenienza dei coloni e l’ampliamento delle zone di insediamento. Si trattò infatti di Greci delle isola e d’Asia Minore e quelle colonizzate furono le zone del Mediterraneo:
- Rive nord dell’Egeo: furono piccoli borghi, come Taso, fondata nel 685 a.C. dai Greci di Paro o Maroneia fondata dai Greci di Chio
- Propontide e Mar Nero: si tratta soprattutto di insediamenti di Megaresi e Milesi.
Megara fondò:
- Astaco, Calcedonia, Selimbia e Bisanzio (Propontide)
- Eraclea Pontica, Chersoneso, Callati, Mesembria (Mar Nero)
- Mileto fondò:
- Cizico, Abido, Sinope, Amiso, Istro, Olbia (Propontide)
- Coste di Africa, Gallia, Spagna: in Africa l’unica colonia greca di una qualche importanza fu Cirene fondata nel 630 a.C. da Tera. Naucrati, sul delta del Nilo, era invece un emporio commerciale frequentato da Greci di varie città. Ad ovest del Mediterraneo si recarono soprattutto Rodii, Samii e Focei (avevano cominciato a viaggiare molto presto e a darsi alla pirateria, forse per la carenza di terra). I Focei ultimi intorno al 600 a.C. fondarono Marsiglia.
Le colonie erano talvolta fondate anche da gruppi misti di varie popolazioni (fondazione di Gela da parte di Rodii e Cretesi). Le istituzioni delle colonie erano a volte opposte a quelle della madrepatria, come nel caso dei Parteni spartani che nel 709, dopo essere stati privati delle terre, perché figli illegittimi concepiti durante l’assenza degli spartani impegnati nella Prima Guerra Messenica, fondarono Taranto.
La colonizzazione finì intorno al 580 a.C., quando le località geograficamente migliori erano ormai tutte occupate. L’Adriatico rimase pressochè libero da colonie, perché aveva coste inospitali e battute dai venti del nord. Inoltre, si verificarono conflitti tra Greci e ci si scontrò con l’espansione coloniale fenicia.
Nel 575 a.C. le colonie achee tentarono di eliminare Siri. La città fu distrutta e acaizzata da Metaponto, Crotone e Sibari, che si trovarono però ben presto in conflitti per il controllo territoriale.
Nel 510 a.C. ci fu infatti un importante scontro tra Crotone e Sibari. A Sibari l’aristocrazia era oppressa dalla tirannide di Telys. Per questo motivo chiese asilo politico a Crotone e chiese l’estradizione del tiranno. Crotone si trovava perciò in una posizione delicata: se concedeva l’estradizione diventava accondiscendente, se la negava avrebbe finito per andare in guerra. Il filosofo Pitagora consigliò la città per la guerra. Sibari fu assediata e distrutta.
Tirannidi e Legislatori
Il diritto greco era in origine un sistema che non prevedeva i concetti di crimine e giustizia in senso moderno, con leggi o sanzioni. Le leggi si trasmettevano oralmente nelle grandi famiglie, i cui capi amministravano la giustizia in modo arbitrario e corrotto.
Successivamente, divenne un sistema di arbitrato pubblico, in cui si trattava di decidere una compensazione dei danni arrecati. Il procedimento dell’arbitrato era pubblico, gli anziani operavano come mediatori individuali (e ricevevano per questo un compenso) e non come giudici: non si imponeva alcuna decisione, la soluzione doveva essere accettabile per entrambe le parti in causa.
L’omicidio era il reato più difficile da trattare, elemento di tensione che rischiava di sfociare nelle faide di sangue, dannose per la comunità. Arrivare a una concilazione poteva essere difficile, perché la penale poteva essere troppo alta da pagare per l’uccisore o i parenti del defunto potevano rififutare la compensazione. In quel caso l’uccisore doveva andare in esilio.
Con la crisi sociale, però, si sentì la necessità che i giudizi si attenessero a uno schema unitario, in modo da limitare l’arbitrio dei giudici. Già il diffondersi dell’alfabetizzazione aveva operato in questo senso, permettendo di fissare per iscritto le norme che gli anziani potevano applicare. Ad ogni modo, molte città si misero sulla strada delle riforme, designando per l’elaborazione dei codici dei legislatori (nomothetes) con poteri assoluti, scelti nella cerchia degli esperti. Costoro dovevano al tempo stesso limitare i poteri dell’aristocrazia e mantenere l’autorità del diritto consuetudinario.
I primi legislatori apparvero nelle colonie occidentali, dove la forza delle tradizioni era minore: Zeleuco a Locri (660 a.C. ca) e Caronda a Catania. Appena posteriori furono Fidone di Argo e Dracone, ad Atene.
Le riforme tentate dai legislatori rappresentarono un compromesso tra le preoccupazioni degli aristocratici conservatori e le rivendicazioni del popolo. Ciò nonostante non riuscirono a mettere fine alla crisi sociale, che in alcuni casi trovò un’altra soluzione nell’avvento al potere di una sola persona, regime che i Greci chiamarono tirannide.
Il termine tyrannos è di origine microasiatica e significa, in origine, ‘signore’ (solo più tardi assumerà la connotazione negativa cui siamo abituati). In genere il tiranno era un aristocratico che si appoggiava ad una borghesia scontenta e a un demos esasperato dagli aristocratici. Dunque, l’esistenza di una grave crisi sociale fu la causa prima dell’apparizione della tirannide. Il tiranno si distingueva dal re, perché assumeva il potere e lo conservava con la forza e non godeva del diritto consuetudinario (la monarchia era invece legittima perché ereditaria) e dal legislatore che si imponeva col consenso della maggioranza dei cittadini.
Secondo Tucidide la tirannide nacque in seguito all’aumento delle ricchezze. Secondo Aristotele cominciò quando la popolazione contadina si fece rappresentare da un capo (di solito in ambito militare) che si appoggiava, all’inizio, agli esclusi.
All’inizio la tirannide fu positiva e necessaria: diede un governo unitario e gli interessi del popolo e del signore aristocratico coincidevano. Poi però, man mano che il popolo acquisiva fiducia nella classe aristocratica, il tiranno temeva che questi due ceti ritrovassero un’intesa e quindi di perdere il proprio potere. Per questo motivo esiste una specie di teorema per cui la seconda generazione dei tiranni comincia a condurre il potere in maniera arbitraria e brutale e la terza viene rovesciata, per questo, da rivoluzionari o da attacchi esterni: il tiranno deve andarsene in esilio.
Il tiranno non cambiava la costituzione già stabilita e manteneva in funzione le magistrature anche se le affidava a uomini a lui devoti.
L’aristocrazia veniva perseguitata, come dimostra l’episodio di Trasibulo, che spiegò a Periandro come mantenere il potere, portandolo in un campo di grano e consigliandogli di tagliare sempre le spighe che spuntavano troppo alto (eliminare cioè coloro che avevano eccessive aspirazioni politiche).
Il fenomeno della tirannide si manifestò in tre regioni ben distinte:
- Anatolia e isole egee: Trasibulo di Mileto (fine VII sec. a.C.), Pittaco di Mitilene (640-570 a.C.), Ligdami di Nasso (545-524 a.C. ca), Policrate di Samo (538-522 a.C.)
- Istmo di Corinto: Ortagoridi a Sicione (655-580 a.C.), Cipselidi a Corinto (657-583 a.C.), Teagene di Megara (fine VII sec. a.C.). Più tardi il contagio raggiunse Atene con i Pisistratidi (561-510 a.C.)
- Occidente greco: qui l’instaurazione della tirannide fu di molto posteriore. I primi tiranni furono Panezio di Leontini (fine VII sec. a.C.) e Falaride di Agrigento (565-549 a.C.). Una nuova ondata di tiranni prese il potere verso la fine del VI sec. a.C., ma bisognerà attendere i primi decenni del V sec. prima di trovare i nomi più famosi, quelli dei Dinomenidi di Siracusa, Gelone e Ierone.
I Cipselidi a Corinto (657-583 a.C.)
Corinto, importante centro strategico e commerciale grazie alla sua posizione geografica, era in mano all’oligarchia dei Bacchiadi (discendenti di Eracle). Si trattava di un gruppo esclusivo, che praticava l’endogamia e controllava l’attività commerciale e artigianale.
La Bacchilide Labda, poiché zoppa, dovette sposare un plebeo, Eeezione del demos di Petra, che non era di stirpe dorica, da cui nacque Cipselo. Erodoto riferisce di tre oracoli che furono dati ad Eezione: che un’aquila avrebbe partorito un leone che avrebbe abbattuto molti (aquila, aetos è legata al nome Eezione); che un macigno rotolando avrebbe livellato Corinto e che il regno di Corinto sarebbe stato di Cipselo e dei suoi figli, ma non dei nipoti.
Cipselo (657-627) prese il potere approfittando della crisi sociale. Era un polemarco, capo degli opliti, e si attirò il favore del demos rifiutandosi di comminare ammende, prigionia o schiavitù a chi non poteva pagare i debiti. Per questo Nicolao di Damasco, anche attraverso la sua fonte Eforo, lo considera una figura molto positiva, che ‘restituì a ognuno la parte che gli spettava’. Durante il suo regno fece uccidere molti avversari, ne confiscò la terra e la ridistribuì al popolo. Una decima parte dei raccolti Cipselo la chiese ai Corinzi, per consacrarla a Zeus
Suo figlio Periandro (627-586) rappresentò il topos del tiranno in negativo. Si circondò di 300 guardie del corpo, tolse i gioielli alle donne, uccise e praticò la necrofilia sulla moglie Melissa. Inoltre, impedì di acquistare schiavi. Se Bengtson considera questo un atto positivo, volto a promuovere il lavoro libero, in realtà il suo unico significato era limitare la libertà economica.
Suo nipote Psammetico (586-583) non fu una figura di rilievo. Con lui finì la tirannide, ma non si installò la democrazia, bensì un regime oligarchico, molto più moderato di prima, che prevedeva che la partecipazione alle questioni pubbliche fosse data dalla ricchezza e non dalla nascita, dunque una sorta di ‘oligarchia censitaria’ (Erodoto la chiamò isocrazia).
Gli Ortagoridi di Sicione (655-580 a.C.)
Il capostipite degli Ortagoridi, Andrea, era inserviente addetto ai sacrifici. L’oracolo di Delfi gli predisse che avrebbe dato origine alla tirannide, ma lui non vi diede peso.
Suo figlio Ortagora prese il potere come polemarco, ottenendo fama presso gli opliti. Il figlio Mirone non ebbe particolare rilievo, mentre il più noto della famiglia fu il nipote Clistene (610-580 a.C. ca). Egli riformò le tribù dando nomi grotteschi (Suini, Asini e Porcelli) a quelle doriche (che si chiamavano prima Illei, Dimani e Panfili) e ‘Archeloi’ (capi popolo) ai membri della sua tribù. I Dori, pur costituendo la maggiranza dell’aristocrazia sicionia, tolleravano in essa la presenza di elementi non dorici, come appunto gli Ortagoridi.
Clistene dimostrò grande ostilità nei confronti di Argo, perciò vietò la recitazione dei poemi omerici, che esaltavano questo popolo e in questo modo colpì l’educazione aristocratica. Inoltre, fece sopprimere il culto dell’eroe Adrasto, che aveva comandato l’impresa dei Sette contro Tebe, per riprendere la città all’usurpatore Eteocle. Fu il solo a salvarsi dal massacro della battaglia. Al suo posto introdusse il culto dell’eroe tebano Melanippo, che aveva difeso Tebe in occasione della stesso conflitto.
Clistene diede in sposa sua figlia Agariste all’aclmeonide ateniese Megacle II, nel 570 a.C.
Consolidò la propria posizione partecipando alla Prima guerra sacra: i Focesi di Crisa disturbavano i pellegrini diretti al santuario di Delfi e perciò furono costretti a intervenire, oltre a Sicione, anche i Tessali e gli Ateniesi, che distrussero Crisa e introdussero il divieto di coltivare la terra sacra.
Nel 510 a.C. alla caduta della tirannide Sparta instaurò in città un regime oligarchico.
La tirannide di Samo: Policrate (537-522 a.C.)
Policrate di Samo era un aristocratico. Prese il potere aiutato da Ligdami, tiranno di Nasso, forse appoggiando anche il demos, arricchitosi con lo sviluppo delle costruzioni navali e l’artigianato. Erodoto racconta che prese il potere con soli quindici opliti, quindi anche nel suo caso si parla di ‘inizi oplitici’.
Si trattò di una tirannide di fase arcaica avanzata, con rapido conflitto con l’aristocrazia e caratteri originali rispetto alle altre tirannidi:
- ambizioni talassocratiche (fu una grossa potenza navale, che si espresse anche attraverso la pirateria)
- presenza di corte con poeti (Anacreonte, Ibico)
- governo del tirannide tramite l’aiuto di mercenari
Elementi positivi della tirannide di Samo furono gli intensi rapporti internazionali con Egitto e Persia, lo sviluppo dell’industria della lana e la realizzazione di grandi opere (porti, gallerie, acquedotti…)
Nel 524 Spartani e Corinzi intervennero per la dura reazione dell’ambiente cittadino di Samo, ma la loro spedizione si risolse con un nulla di fatto.
La fine delle tirannide avvenne nel 522 per l’eccessiva autonomia che il tiranno aveva acquisito: il satrapo di Lidia lo attirò con l’inganno a Magnesia e lo fece uccidere.
Il segretario Meandrio tentò di instaurare un potere isonomico, ma venne deposto e Samo venne incorporata al territorio persiano. La Persia insediò Silosonte, fratello di Policrate, che continuò la tirannide ma con caratteri diversi: il tiranno era ora un agente della potenza persiana.
Le tirannidi d’Occidente
Il contesto geo-politico di queste tirannidi era molto particolare, per via della presenza di popolazioni indigene, di ondate successive di coloni, che crearono conflitti, e per la vicinanza di Etruschi e Cartaginesi, costante minaccia.
Aristodemo di Cuma
Si impadronì del potere appoggiandosi alle popolazioni indigene. La sua fu una tirannide di carattere tipicamente popolare, con spartizione delle terre confiscate agli avversari, e matrimoni organizzati tra le mogli degli avversari e i loro antichi schiavi liberati e integrati nel demos.
Vinse gli Etruschi di Porsenna nel 505 a.C. Il suo governò significò il masssimo dello splendore per la città di Cuma e terminò nel 492 a.C. con la sua morte.
Ippocrate di Gela (498-491 a.C.)
Successe al fratello Cleandro (505-498 a.C.) che si era impadronito del potere probabilmente con l’appoggio del demos. Ippocrate cercò di instaurare un dominio trasversale da ovest fino a nord est, ma si scontrò col tiranno di Reggio, Anassilao (494-476 a.C.) che aveva preso il potere con l’aiuto dei Messeni adi danni dei discendenti dei primi coloni di origine euboica.
Anassilao cercò di conquistare Zancle, per avere il controllo di entrambe le sponde dello stretto, ma la città era alleata di Ippocrate. Per riuscire nell’impresa dovette aspettare la morte di Ippocrate (da allora Zancle venne chiamata Messene).
Gelone (491-478 a.C.)
Comandava la cavalleria di Ippocrate e alla sua morte approfittò dei tumulti creatisi a Gela per impadronirsi del potere, anche grazie ai cavalieri (cittadini più ricchi). Nel 484 intervenne a Siracusa, a sostegno dei proprietari terrieri (Gamoroi) contro il popolo e gli indigeni asserviti (Cilliri). Ma non restaurò il potere oligarchico, bensì la sua tirannide, insediandosi in città. Lasciò perciò il potere di Gela al fratello Ierone (485-478 a.C. poi tiranno a Siracusa alla morte del fratello, dal 478 al 466 a.C.).
Gelone si legò a Terone, tiranno di Agrigento, attraverso un matrimonio con la figlia.
Nel 480 a.C. i Greci chiesero il suo intervento contro la Persia e Gelone chiese il comando supremo della battaglia, perché temeva la reazione cartaginese all’unificazione della Sicilia sotto tre tiranni. E in effetti, dopo una collusione con la Persia, proprio nel 480 a.C. Amilcare, re di Cartagine invase l’isola. Ma Gela lo battè ad Imera.
STORIA di SPARTA
Intorno al 1100 a.C. uno dei rami delle genti doriche arrivarono in questa zona. Sottomisero gli Achei qui residenti e unificarono i quattrro villaggi (obai) presenti. In un luogo vicino vennero fondati villaggi dal cui sinecismo, intorno all’800 a.C., nacque la città di Sparta.
Il rigido sistema sociale spartano prevedeva tre classi, nettamente gerarchizzate:
- Spartiati: erano i cittadini che godevano di pieni diritti politici, gli Uguali (Homoioi). Per appartenere a questo gruppo bisognava essere nati da genitori cittadini e aver ricevuto l’educazione dello Stato (agoghè). Vivevano delle rendite del kleros e dedicavano la propria vita al servizio delle armi.
- Perieci: cittadini semi-liberi, abitavano nelle città di provincia e nella periferia. Erano dediti al commercio e all’artigianato. Avevano una certa autonomia, ma nessun diritto di intervento nella vita politica della città.
- Iloti: servi di Stato, messi a disposizione dei kleroi degli Spartiati. Erano le antiche popolazioni pre-elleniche asservite dai vincitori.
Le regole di funzionamento della polis spartana furono decretate nella Grande Rhethra, il responso delfico che si dice fu ricevuto da Licurgo (figura in realtà leggendaria) tra VIII e VII sec. a.C. Le strutture menzionate da questo decreto erano:
- Diarchia: Sparta prevedeva una doppia monarchia, costituita da due arcaghetai, che venivano eletti ereditariamente nelle famiglie degli Agiadi (achea) e degli Europontici (dorica). Le due famiglie facevano risalire la loro ascendenza fino ai figli di Eracle, affermando che il criterio di divisione dell’eredità tra due dei figli era all’origine della duplicità. Ma questo non era vero: infatti non c’era discendenza comune, avevano terreni di sepoltura diversi. Forse fu un’intesa tra le due comunità al momento della conquista, come dimostrerebbe anche il divieto delle famiglie a sposarsi tra loro. I due arcaghetai avevano gli stessi privilegi: erano sacerdoti di Zeus (funzione religiosa), capi dell’esercito, membri permanenti della gerousia, entrambi potevano nominare i proxenoi (rappresentanti di Sparta all’estero) e ognuno aveva al suo servizio due Pythioi, funzionari responsabili della consultazione dell’oracolo di Delfi e della conservazione dei responsi.
- Gerousia: Consiglio degli Anziani, comprendeva 30 membri tra cui i due arcaghetai. All’inizio era costituito dai capi delle famiglie più influenti e affiancava i re. Il suo ruolo era preponderante soprattutto nella condotta della politica estera.
- Apella: Assemblea del popolo, o meglio dei cittadini-soldati. Aveva diritto di discutere le proposte degli anziani e dei re, che però solo loro potevano avanzare. Eleggeva efori e geronti.
La Rhethra non parlava degli Efori, la cui lista cominciò nel 754 a.C. Erano eletti in cinque, per un anno, dalla gerosia, per voto di acclamazione. In origine erano semplici osservatori degli astri, divennero magistrati che vegliavano sul rispetto delle leggi e l’educazione dei bambini, controllavano la vita pubblica dei cittadini e le cause civili e supervisionavano la condotta del re (dal VI sec. a.C. finirono per lasciare loro solo la guida dell’esercito).
La Rhethra stabiliva anche una nuova ripartizione dei cittadini in 3 philai (tribù) corrispondenti alle antiche tribù doriche e 5 obai (unità militari e tribù territoriali) collegate agli antichi villaggi spartani che erano fluiti nel sinecismo.
Fondamento dello stato era l’educazione (agogè): il cittadino era completamente al servizio dello stato. I fondamenti dell’educazione erano la divisione per classi di età, un esercizio militare costante, la partecipazioni ai pasti comuni.
Alla nascita gli anziani della tribù (non il padre) decidevano se un bambino fosse sano, quindi valesse la pena allevarlo, o se fosse invece meglio gettarlo dalla rupe del Taigeto.
A sette anni cominciava l’educazione: i maschi erano arruolati in gruppi, le femmine, favorite dalla svalutazione del concetto di famiglia, si comportavano come uomini. Erano però anche soggette all’etica maschile: erano rapite per il matrimonio, potevano essere cedute e i fratelli potevano avere una moglie in comune.
A dodici anni i maschi erano iniziati alla vita in comune e dovevano imparare a badare a se stessi, evitare i lussi e rubare. A vent’anni entravano nei syssitia (pasti comuni) e diventavano a tutti gli effetti degli homoioi.
Appena terminata la conquista della Laconia, gli Spartani cercarono di estendersi a ovest contro gli Argivi e a nord contro gli Arcadi.
Tra il 757 e il 738 a.C. si svolse la I Guerra Messenica, che vide la sottomissione dei Messeni e l’acquisizione della loro terra: ogni cittadino ricevette un kleros di terra, ma poiché i campi erano troppo lontani per essere coltivati direttamente da Sparta, si lasciarono i Messeni come contadini, che pagavano metà del prodotto ai padroni.
Nel 669 a.C. Sparta venne vinta aIsie da Fidone di Argo. I Messeni approfittarono delle tensioni esistenti tra le due città da lungo tempo per ribellarsi alla loro situazione di estremo sfruttamento. Così, tra il 684 e il 668 a.C. scoppiò la II Guerra Messenica, che terminò di nuovo a favore degli Spartani. I Messeni si dispersero nel Peloponneso e in Occidente.
Tra 580 e 560 a.C., sotto i re Leone e Agasicle, si svolse la cosiddetta Battaglia dei Ceppi: Sparta mirava ad acquisire nuove terre e puntò a nord verso l’Arcadia. Partirono con le catene per ridurre in schiavitù Tegea, ma furono sconfitti.
A partire dai re successivi, Anassandrida e Aristone, Sparta cambiò politica, rinunciando all’espansione territoriale diretta e cercando di radunare attorno a sé, con trattati di alleanza, il maggior numero di città possibile. Cominciò proprio con Tegea. Lo scopo era estirpare le tirannidi ed esportare l’eunomia, il buon governo spartano.
Si costituì così la cosiddetta Lega Peloponnesiaca. Non erano previsti tributi, solo aiuti militari. L’unica città a non partecipare all’alleanza fu Argo.
Sparta divenne in quel periodo lo stato più forte della Grecia: aveva scambi di doni diplomatici con i sovrani orientali e relazioni con Creso re di Lidia e Amasi d’Egitto.
STORIA di ATENE
Gli Ateniesi si vollero sempre distinguere dai Dori, che erano arrivati più tardi. Così l’aristocrazia si dichiarò sempre autoctona, generata dal suolo attico. Inoltre, dal momento che per l’Attica erano passati i popoli in fuga dai Dori verso le isole dell’Egeo e l’Asia Minore, durante la migrazione ionica, susseguente il crollo dei palazzi, molte famiglie ateniesi facevano risalire la propria ascendenza agli eroi omerici, stabilendo così una continuità col mondo miceneo.
Ad Atene c’erano quattro tribù. Ogni tribù era divisa in tre fratrie (confraternite) i cui membri si riconoscevano come fratelli, cioè discendenti da un unico antenato. Le fratrie erano a loro volta divise in gene, composti da famiglie.
Il potere era diviso tra i tre arconti (basileus, eponimo e polemarco), prima nominati a vita, poi ogni dieci anni, infine ogni anno. La loro lista cominciò nel 683 a.C.
Atene era uno stato chiaramente aristocratico, tenuto in piedi dalle grandi famiglie nobiliari, erano infatti gli Eupatridi (‘uomini di illustri natali’) a dividersi le cariche annuali di magistratura e a sedere nell’Aeropago, dove entravano gli arconti una volta finita la loro carica. Il loro potere sarà affossato solo nel VI sec. a.C. con le riforme clisteniche.
Nel 636 o 632 a.C. vi fu un tentativo di tirannide, da parte di Cilone con l’aiuto del suocero Teagene tiranno di Megara. Gli aristocratici alcmeonidi però, guidati da Megacle I, si opposero e i piccoli contadini dell’Attica restarono loro fedeli. Gli alcmeonidi si macchiarono di sacrilegio, perché uccisero i cospiratori che si erano asserragliati nel tempio di Atena. Una macchia che rimase indelebile accanto al loro nome.
Nel 624 a.C. il legislatore Dracone intervenne dopo questa situazione critica, con il primo codice giuridico. Intendeva riservare l’esercizio dei diritti politici agli opliti e creare un diritto uguale per tutti riguardo l’omicidio e i crimini di sangue, prima sottoposti alla vendetta dei famigliari, nella sfera privata.
Ma una decisa evoluzione di Atene si attuò solo con Solone (640-560 a.C.). Nominato arconte nel 594 a.C. era convinto che il buon ordinamento della vita sociale fosse fondato sulla giustizia (per Sparta, invece, sulla disciplina). Prima delle riforme Solone era stato portavoce degli oppressi contro le prevaricazioni dell’aristocrazia: da lui si aspettavano più di quel che in realtà fece: o che instaurasse una propria tirannide o che redistribuisse le terre in maniera egualitaria. Ma lui non fece né una cosa né l’altra.
Le sue riforme furono le seguenti:
- Divieto di contrarre debiti e assumere ipoteche sui propri corpi. Quindi, di fatto, l’abolizione della schiavitù per debiti. Nei suoi scritti, egli si vantò di aver operato la seisachteia (scuotimento dei pesi), cioè di aver tolto i cippi che ipotecavano le terre. Non fece però, come abbiamo detto, una divisione egualitaria delle terre. Gli ektemori poterono diventare padroni del terreno coltivato pagando un’imposta fondiaria. Creando un equilibrio fra demos e potenti, fece in modo che ognuno avesse degli obblighi in funzione della propria ricchezza, ma l’acceso alle cariche magistraturali era ancora privilegio delle grandi famiglie.
L’attidografo Androzione mise in relazione questa riforma con la riforma monetaria, cioè la sostituzione della dracma leggera euboica con quella pesante eginetica. In questo modo la moneta si svalutò di circa il 30% ed è così che si ottenne la riduzione dei debiti. In realtà questa è una inesattezza, che aveva lo scopo di screditare l’opera di Solone: è chiaro che in questo modo la riforma avrebbe avuto un significato molto inferiore. La moneta coniata fu comunque inventata solo alla fine del VII sec. a.C. e ad Atene fu emessa una generazione dopo Solone.
- Riforma costituzionale: Solone definì le classi sulla base della rendita della terra:
- pentacosiomedimni (‘quelli che avevano una rendita pari a 500 misure di frumento’) potevano accedere alla carica di arconte e tesoriere
- cavalieri (300 misure)
- zeugiti (200 misure)
- teti (al di sotto delle 200 misure) potevano partecipare all’ecclesia (assemblea popolare) e all’Eliea (tribunale del popolo), ma non potevano accedere alle magistrature)
Questa riforma rappresenta la svolta verso la timocrazia: ora la nobiltà di nascita è accantonata ed è la ricchezza il valore discriminante del potere politico.
- Istituzione del Consiglio dei Quattrocento (100 per ogni tribù) per controbilanciare il consiglio nobiliare dell’Aeropago
- Ogni tribù venne divisa in 3 trittyes (terzi) e 12 naucrarie (distretti con funzionari finanziari). Ogni naucraria forniva allo stato una nave con il suo equipaggio.
- Introduzione del sorteggio per la scelta degli arconti. Questa pratica cadde in disuso durante la successiva tirannide dei Pisistratidi e ricomparve nel 487 a.C.
Nei confronti di Solone ci fu comunque malcontento: i nobili erano stati privati dell’autorità esercitata sui propri clienti e il demos era insoddisfatto per la mancata divisione delle terre.
Seguirono anni difficili: tra il 590 e il 586 ci furono cinque anni di anarchia senza arconti. Nel 582 l’arconte Damasia assunse un arcontato eccezionale di due anni, quasi un tentativo di tirannide. Si sperimentò poi un arcontato decemvirale in luogo dell’arconte eponimo, costituito da 5 Eupatridi (nobili), 3 Agroikoi (contadini) e 2 Demiurgoi (artigiani).
Successivamente, si vennero formando alcuni partiti locali:
- i Pedieci (‘gente di pianura’) costituito dalla nobiltà conservatrice della proprietà terriera. Appoggiavano Licurgo
- i Parali (‘gente della costa’) erano gli abitanti del Sunio, moderati, e interessati allo sviluppo del commercio. Appoggiavano Megacle Alcmeonide
- i Diacrii (‘uomini delle montagne’) erano i più poveri, radicali, e appoggiavano Pisistrato di Brauron.
Dal fallimento del compromesso istituzionale soloniano tra esigenze di ricchezza e di nascita nacque la tirannide dei Pisistratidi. Questo e le tre fazioni sopra citate dimostrano che in Attica c’erano ancora aristocrazie fortemente radicate, sostenute da potenti interessi clientelari.
Pisistrato, aristrocratico, si era unito al demos per soddisfare le sue ambizioni personali, sfruttando la sua reputazione presso gli opliti e il malcontento dei contadini delusi da Solone.
Nel 561 a.C., quando era polemarco, finse di essere stato attaccato dai nemici e ottenne un corpo di guardia di 300 uomini (mazzieri). In questo modo si presentava come tutore dell’ordine pacificatore tra i gruppi in lotta. Si impadronì poi dell’Acropoli, in un tentativo di tirannide, ma Licurgo e Megacle gli imposero l’esilio.
Nel 549 a.C. fu Megacle stesso a favorire il rientro in patria di Pisistrato, che fu ricondotto all’Acropoli da una donna vestita come la dea Atena, chiaro simbolismo volto a iscrivere il suo rientro nella legittimità e nella tradizione. Megacle gli diede in moglie la figlia, ma Pisistrato non volle mai consumare il matrimonio, per timore di avere figli alcmeonidi e compromettere i diritti dei suoi figli di primo letto. Per questa offesa Megacle gli impose di nuovo l’esilio, ad Eretria. La scelta del luogo non fu delle più azzeccate: era una posizione molto vantaggiosa dal punto di vista strategico e materiale, poiché permetteva l’accesso alle miniere d’argento in Macedonia e Tracia, con cui pagare dei mercenari. E infatti, nel 533 a.C. Pisistrato tornò con dei mercenari e l’aiuto del tiranno di Nasso, Ligdami. A Pallene vinse i suoi avversari e si impossessò di nuovo dell’Acropoli. Questa volta fu lui ad esiliare gli alcmeonidi, ma non fu un fatto provvisorio, visto che nel 525 a.C. Clistene risultava fra gli arconti.
A differenza degli altri tiranni Pisistrato non fu un sistematico oppositore delle grandi famiglie, anche se ebbe una politica decisamente favorevole al demos cittadino: stabilì dei prestiti (non si sa se in denaro o in sementi) per i contadini, in modo da favorire l’agricoltura e la piccola proprietà terriera (per rendere possibile questo fondo statale chiedeva un 5% sui raccolti) e istituì i giudici dei demi (borghi rurali), in modo da evitare che i cittadini dovessero recarsi in città per le proprie dispute. Aristotele dice che questo fu fatto in realtà per tenere lontano il demos dalla città, dove si svolgevano le decisioni politiche, ma questo non ha molto senso, considerato il tipo di regime in vigore. In realtà sembra fu fatto per sottrarre i cittadini dall’arbitrio degli aristocratici locali.
Pisistrato mirò ad accrescere il prestigio della polis attraverso una politica di opere pubbliche: fece costruire il tempio di Atena sull’Acropoli, l’altare dei dodici dei sull’Agorà e l’Enneacrunos, la fontana dalle nove bocche, iniziò l’Olympeion dedicato a Zeus. L’età dei Pisistratidi fu aurea, per la cultura ateniese: fu in questo periodo che ebbero grande diffusione la pittura vascolare a figure nere, che cominciò quella a figure rosse ed ebbero grande importanza poeti simposiaci (Ibico e Anacreonte) e corali (Simonide)
Ebbe anche una forte politica religiosa, volta a rafforzare l’unità della polis intorno alle divinità di Atena e Dioniso, per questo creò le Grandi Dionisie, tenne in grande considerazione le Grandi Panatenee e fece purificare Delo rimuovendo le tombe che erano visibili da santuario. D’ora in poi sull’isola sarà vietato nascere e morire.
La sua politica estera fu invece volta a rafforzare la presenza di Atene, soprattutto in alcune zone. Così nel 570 a.C., prima ancora di diventare tiranno, riconquistò a Megare Salamina e le prese Nisea, nel Golfo Saronico.
Era alla ricerca costante di prestigio e influenza e per questo mantenne le miniere del Pangeo (anche per mantenere i mercenari) e instaurò buoni rapporti con Policrate di Samo, con Argo, Eretria e la Tessaglia.
Favorì la colonizzazione del Chersoneso Tracico da parte di Milziade (figlio di Cipselo, nipote del tiranno corinzio) che vi si insediò come governatore. Lemno e Imbro vennero colonizzate da Milziade II. Nella Troade riconquistò Sigeo ai Mitilenesi e vi stabilì una sorta di dominio familiare. Queste erano zone di contatto con l’avanzata persiana, con cui in effetti Pisistrato aveva dei rapporti (nel 513 a.C. Ippia darà il moglie sua figlia al figlio del tiranno di Lampsaco).
Alla morte di Pisistrato, nel 528 a.C. gli succedette il figlio Ippia. Una tradizione (che Tucidide rifiuta) gli associa al potere il fratello Ipparco, intellettuale e mecenate. In effetti la morte di Ipparco, avvenuta nel 514 a.C. varrà agli omicidi, Armodio e Aristogitone, il termine di ‘tirannicidi’. Sembra che Armodio avesse rifiutato le profferte amorose di Ipparco. Questi, per vendetta, impedì alla sorella di Armodio di portare il cesto nella cerimonia delle Panatenee. Così, offesi, i due fratelli decisero di uccidere i due tiranni, ma temendo di essere scoperti ripiegarono sul solo Ipparco. Un’altra teoria è che si sia trattato di un complotto degli aristocratici, stanchi delle tirannide. In ogni caso questo episodio ne segnò la crisi. La tirannide di Ippia si fece più dura, gli Alcmeonidi dovettero riprendere la strada dell’esilio e l’opposizione aristocratica si risvegliò, cercando di sollevare il popolo contro il tiranno.
Gli Alcmeonidi, esuli a Delfi, ricostruirono il santuario incendiato nel 548 a.C. e sfruttarono la loro influenza per corrompere l’oracolo, di modo che convincesse gli Spartani ad attaccare Atene. Così loro sarebbero potuti rientrare e approfittare della caduta della tirannide. Nel 513 a.C. tentarono di rientrare da soli, ma furono battuti nella Diacria. Nel 511 a.C. vi fu invece l’intervento di Sparta: il re Cleomene I assediò Ippia sull’Acropoli e ne ottenne la resa. Ippia riparò a Sigeo.
Naturalmente ora le altre famiglie ateniesi non volevano certo farsi privare della vittoria dagli Alcmeonidi: scoppiò un conflitto interno tra la figura di Clistene, almeonide, fautore di un rinnovamento politico-costituzionale, e Isagora, oligarchico che godeva dell’appoggio di Sparta. Quando nel 508 a.C. Isagora fu eletto arconte contro la volontà di Clistene, quest’ultimo raccolse il popolo e propose le sue riforme, imponendo l’esilio dell’avversario. Nel 506 a.C. Clistene dovette anche contrastare un tentativo da parte di Cleomene I di invasione dell’Attica insieme a Beoti e Calcidesi, che furono comunque respinti e sconfitti.
Dopo la caduta della tirannide, il governo aristocratico aveva stabilito una lista di cittadini. In questo modo, aveva privato molti cittadini del diritto di cittadinanza. In particolare, quelli che non appartenevano ad una fratria e quindi non erano legati a una famiglia aristocratica. Fu proprio questa parte di popolazione ad appoggiare Clistene, che estenderà i diritti di cittadinanza rimuovendo la connessione con la fratria.
Le riforme clisteniche furono:
- i tre vecchi gruppi politici (Pediaci, Parali, Diacrii) divennero una semplice suddivisione territoriale dell’Attica, corrispondente all’Astu (la città) cioè Atene, la Mesogaia (l’entroterra) e la Paralia (la costa).
- Nuovo sistema tribale: al posto delle originarie quattro tribù ioniche, Clistene stabilì un centinaio di demi, raggruppati in 30 trittye, riunite a loro volta in dieci tribù territoriali. Ogni tribù era quindi formata dalle tre divisioni territoriali (astu, mesogaia, paralia). In questo modo, Clistene spezzava i legami di solidarietà regionale, per scalzare il potere dell’antica aristocrazia. Da questo momento in poi si venne classificati non più per nascita e famiglia, ma per luogo di residenza.
- Costituzione del Consiglio dei Cinquecento (50 per ogni philai). I membri, detti pritani, erano scelti per sorteggio e potevano essere eletti solo due volte nella vita, per evitare forme di potere personale. La pritania era al tempo stesso ognuna delle dieci sezioni della boulè e la frazione di 1/10 di anno in cui la boulè era operativa. Infatti, ogni gruppo di 50 pritani era di turno per la decima parte dell’anno, tramite un presidente (epistates) che rimaneva in carica un giorno. Con Efialte il Consiglio dei Cinquecento diventerà il governo della polis, assumendo le funzioni dell’Aeropago. Da questo momento in poi ha comunque controllo sui magistrati e può convocare l’ekklesia, di cui discute le proposte.
- Introduzione dell’ostracismo, la cui prima applicazione si avrà solo nel 487 a.C. ai danni di Ipparco. Chi subiva ostracismo veniva condannato a dieci anni di esilio, ma rimaneva in possesso delle sue proprietà e non perdeva il suo status di cittadino. La procedura dell’ostracismo si articolava in due fasi: nella prima la pritania chiedeva al popolo se ci fosse un ostracismo da votare e in caso affermativo si fissava una riunione per qualche settimana dopo. In questa riunione, se i votanti erano più di seimila, il candidato il cui nome era scritto sulla maggioranza dei cocci (ostraka) usati come schede elettorali veniva esiliato.
Successivamente alle riforme clisteniche, nel 501 a.C. ci furono altri mutamenti con lo stesso spirito di fondo: l’introduzione di un giuramento per i consiglieri (che dimostra l’importanza attribuita al consiglio) riguardo le loro funzioni e come garanzia contro gli abusi di potere e l’elezione di un consiglio di dieci strateghi (uno per tribù) con la funzione di consiglieri dell’arconte polemarco. Nel 480 costoro saranno diventati essi stessi le supreme autorità militari dello stato. Erano i soli magistrati ad essere eletti e non sorteggiati e che potevano candidarsi ogni volta che volevano.
TARDO ARCAISMO
L’avvento della Persia sulla scena politica greca, sposterà l’attenzione anche su una zona di confine, che era quella della Ionia.
Per questi Greci era sempre stato un pericolo trovarsi sul territorio asiatico: già intorno al 750 a.C. avevano dovuto assistere alla discesa dei Cimmeri che, spinti anche dagli Sciti, si erano spostati verso l’Anatolia, minacciando l’Asia Minore.
Nel 675 a.C. i Cimmeri avevano vinto il regno frigio del re Mida e nel 652 a.C. quello di lidia, con uccisione del re Gige. Sardi fu espugnata e la città ionica di Magnesia sul Meandro distrutta.
Per fortuna, a causa della diffusione della peste e dell’arrivo degli Sciti, i Cimmeri si ritirarono i Cilicia e da quel momento in poi non rappresentarono più un pericolo.
La pressione sulla Ionia però continuò: la Lidia, sotto il re Aliatte (617-560 a.C.) si risollevò. Mileto, benchè con un trattamento di favore rispetto ad altre città ioniche, dovette trattare, mentre Colofone e Smirne furono conquistate e saccheggiate. Con il re Creso (560-546 a.C.) ci fu la conquista di Efeso e delle altre città della costa.
Col tempo, comunque, si fece l’abitudine ai nuovi padroni e i re lidi si ellenizzarono.
Si è cercato di attribuire ai nuovi arrivati, i Persiani, una cultura originaria, congrua con la loro lingua, che era l’esponente più antico e puro del ceppo indoeuropeo occidentale. Ma sembra invece che i Persiani fossero arrivati come popolo primitivo o nomado, in un mondo con culture progredite che essi adottarono quando vi entrarono in contatto. Il fatto di non avere una cultura originaria fu quindi un bene, perché implicò che i Persiani intervenissero il meno possibile sui sistemi già esistenti, e invece mantenessero il governo in lingua locale e con funzionari locali e adottassero le pratiche amministrative delle varie zone.
Nel 609 a.C. Babilonesi e Medi si erano spartiti l’impero assiro. Della Media faceva parte la Persia, regno vassallo di frontiera, nella zona a sud del paese.
Il primo importante re persiano fu Ciro il Vecchio (559-530 a.C.) che liberò la Persia dal dominio della Media, facendola cadere nel 550 a.C. Quindi, sottomise le città ioniche della costa. Nel 547 a.C. si scontrò con Creso, re di Lidia, che aveva tentato di espandere il proprio territorio oltre lo Halys. Creò quindi la satrapia di Sardi e di Dascilio e si occupò delle città che fino a quel momento erano state sottomesse al regno di Lidia: tramite tiranni la Persia si assicurò obbedienza e tributi da parte loro. Furono aggregati i Greci di Ionia e dell’Eolide. In questa occasione i Focei fuggirono ad Alalia (in Sardegna) e quindi ad Elea (Italia meridionale) mentre i Tei fuggirono ad Abdera (Tracia) e Fanagorea (Bosforo).
Cambise regnò tra il 530 e il 522 a.C. Conquistò l’Egitto, nel 525 a.C. e dovette affrontare una rivolta dei Magi, capeggiati da Smerdis, usurpatore medo che affermava di essere figlio di Ciro.
A vincere Smerdis sarà però Dario I (522-486 a.C.), ufficiale del ramo achemenide, che prese il potere grazie ai nobili persiani e all’esercito. Dario organizzò l’impero, trasferendo la capitale da Pasargade a Susa, organizando l’esercito e una rete stradale, ma soprattutto dividendolo in venti distretti fiscali (satrapie) con funzione amministrativa e il versamento di tributi regolari. Nel 513 a.C. compì una spedizione contro gli Sciti, con lo scopo di difendere i confini nord dell’impero. In quell’occasione assoggettò la costa tracica.
L’insurrezione ionica (500-494 a.C.)
L’Asia Minore si sollevò a causa della politica dei Persiani, che limitava l’autonomia comunale. Inoltre, a loro si attribuiva anche il declino economico, che sarebbe stato causato dal controllo persiano dei traffici col mar Nero, che danneggiava Mileto, e dalla conquista dell’Egitto che aveva decretato il declino dell’emporio di Naucrati. In realtà, non sembra che le attività commerciali sian rallentate. Tutt’al più quel che pesava era il tributo che le città erano costrette a pagare.
Nel 500 a.C. Aristagora, tiranno di Mileto, preoccupato anche dalla distruzione del centro commerciale di appoggio in occidente, Sibari, che era crollata in una guerra contro Crotone nel 511 a.C., propose al satrapo di Sardi, Artaferne, una spedizione contro Nasso. La scusa era sedare le lotte civili, ma in realtà egli intendeva ricondurvi gli aristocratici scacciati, per crearsi una sfera di influenza nell’Egeo. Artaferne accettò, ma l’impresa fallì. A quel punto, temendole conseguenze della vendetta persiana, Aristagora diede inizio alla rivolta, deponendo la propria tirannide e deponendo i tiranni delle altre città, dove invece venivano nominati degli strateghi. Al momento di cercare alleati, però emerso le difficoltà: non esisteva in Ionia un capo che potesse coordinarli e neppure una comune strategia (proprio per questo lo scrittore Ecateo sconsigliò la rivolta, ma non fu ascoltato).
Aristagora chiese aiuto a Sparta, che era però impegnata in uno scontro con Argo e quindi rifiutò. Durante la Battaglia di Sepeia (494 a.C.) Sparta riuscì a vincere gli Argivi nascosti in un bosco. In seguito a questo ad Argo si instaurò un nuovo regime: gli schiavi presero il controllo della città e saranno scacciati solo dai figli dei morti di Sepeia.
A fornire un aiuto furono invece Atene, con venti navi, ed Eretria con cinque. Atene aveva buoni rapporti con Mileto, ma soprattutto temeva il rientro di Ippia, che rifugiatosi a Sardi stava tramando per riportare la tirannide.
Nel 498 a.C. l’alleanza prese la città di Sardi, Atene ed Eretria si ritirarono, ma si unirono all’impresa Caria, Licia e Cipro. Purtroppo, già l’anno seguente, Cipro, le città sui Dardanelli, il Mar di Marmare e l’Eolide furono riprese dai Persiani, soprattutto per via della loro importanza commerciale nel controllo delle vie marittime.
Nel 494 si svolse la Battaglia dell’isola di Lade: gli Ioni furono battuti, Mileto fu assediata e conquistata e i suoi abitanti deportati. Le città greche d’Asia ricaddero sotto il gioco persiano, ma i vincitori rinunciarono a usare i tiranni, continuando a farsi rifondere i tributi tramite i satrapi.
Nel 492 a.C. Dario inviò Mardonio in Tracia (satrapia) e Macedonia (stato vassallo) per ripristinare l’autorità persiana.
Nel 491 a.C. i Persiani richiesero la consegna di terra e acqua, gesto simbolico di sottomissione. Mentre le isole accettarono, Sparta e Atene si rifiutarono.
Sparta aveva dimostrato i limiti del suo potere e le tensioni della sua organizzazione sotto il regno di Cleomene I e Demarato (520-490 a.C.)
Cleomene aveva innanzitutto infranto il principio di uguaglianza, instaurando una tirannide personale (arrivò addirittura a cercare di provocare una rivolta degli iloti). Suo fratello Dorieo, avendo perso la disputa per la successione, se n’era andato a fondare una colonia fra Cirene e Cartagine. L’impresa però fallì e i coloni finirono per installarsi nell’Italia meridionale e in Sicialia, dove però vennero decimati dai coloni fenici, segno che ormai non c’era più spazio per nuove colonie.
Cleomene aveva reso possibile il rovesciamente della tirannide dei Pisistratidi, nel 511 a.C. ma il suo intervento era stato motivato soprattutto dalla speranza di instaurare anche ad Atene l’eunomia, come dimostra il fatto che tentò di intervenire di nuovo durante le riforme di Clistene insieme a Calcidesi e Beoti ma venne sconfitto (506 a.C.).
Cleomene finì per crearsi dei nemici in patria, che lo accusavano di non aver portato a termine la campagna di conquista di Argo e anche perché aveva creato una divisione tra Apella e Gerousia ed efori (che cominciarono ad appoggiare Demarato).
Quando nel 491 gli inviati persiani chiedero acqua e terra Sparta seguì l’esempio di Atene che li aveva gettati in una fossa e li gettò in un pozzo. Egina, però, aveva accettato e Atene temeva che la città sarebbe potuta diventare una base persiana contro di sé. Chiese perciò a Sparta di intervenire, giacchè Egina faceva parte della Lega Peloponnesiaca. Cleomene chiese degli ostaggi alla città, ma Demarato si opponeva. Allora Cleomene convinse Leotichida, parente di Demarato, ad affermare che il re era un bastardo e corruppe l’oracolo di Delfi perché appoggiasse questa tesi. Così Demarato fu deposto (al suo posto fu eletto Leotichida) e dieci ostaggi di Egina furono consegnati ad Atene.
L’intrigo di Cleomene fu scoperto, egli fu costretto a fuggire in Tessaglia, quindi in Arcadia dove organizzò la riconquista di Sparta. Gli Spartani, allarmati, lo riammisero in città, ma i suoi parenti lo dichiararono pazzo e Cleomene si suicidò (o forse fu ucciso). Gli succedette Leonida.
Nel 488 a.C. ci fu una guerra tra Atene ed Egina, perché la prima non voleva restituire gli ostaggi. Fu sconfitta.
La prima guerra persiana (490 a.C.)
Secondo Erodoto la causa della guerra fu la vendetta di Dario per la distruzione di Sardi. Altre ipotesi mettono in gioco il desiderio di conquista di Dario o quello di assicurarsi che nessun aiuto esterno potesse sostenere una nuova rivolta o ancora i rifiuti di Atene e Sparta alla situazione di vassallaggio.
Di fatto, nel 490 a.C. Artaferne (nipote di quello della rivolta ionica) e l’ufficiale medo Dati organizzarono una spedizione. Lo scopo era la distruzione di Nasso, la sottomissione delle Cicladi e la conquista di Eretria, con deportazione a Susa della cittadinanza, perché la città aveva aiutato Mileto nella conquista e nel saccheggio di Sardi. In realtà la punizione era solo una scusa: quel che si desiderava era installare delle postazioni su suolo greco, al fine di isolare Sparta e di disperdere gli altri stati in gruppi senza potere.
I Persiani portarono con loro Ippia, per ripristinarne il potere e si fecero consigliare da lui su quale fosse il punto migliore per attaccare Atene. Fu consigliata Maratona, proprio perché antica roccaforte dei Pisistratidi, dove i contadini avrebbero favorito il rientro dell’ex tiranno, e anche perché era una zona piana ideale per la cavalleria persiana.
Atene, minacciata, chiese aiuto a Sparta, tramite il leggendario corridore Filippide, ma Sparta lo negò. Un aiuto venne solo da Platea, mentre al comando di Atene c’era Milziade. Fuggito dai suoi possedimenti nel Chersoneso per l’avanzata persiana nel 493 a.C., subito dopo il rientro in città era stato processato e assolto dall’accusa di ambire alla tirannide. Dal momento che aveva una grossa esperienza dell’esercito persiano, venne fatto rientrare nel gruppo dei dieci strateghi nominati dal polemarco.
I Persiani furono battuti, tentarono un contrattacco sbarcando nella Baia del Falero (Capo Sunio) per arrivare ad Atene via mare, ma furono costretti a ritirarsi.
Dopo l’episodio di Maratona, si cercò di recuperare i nuovi possedimenti persiani in Grecia: nel 489 a.C. Milziade liberò le Cicladi occidentali, ma si scontrò con Paro, fedele alla Persia. Tentò di prenderla di sorpresa, ma fallì e questo gli valse l’accusa di corruzione, da parte di Santippo (padre di Pericle), e di inganno al popolo. Non fu condannato solo perché morì per una ferita.
La vittoria diede fiducia alla democrazia e instillò la sfiducia verso gli aristocratici. Per questo motivo fu usato per la prima volta l’ostracismo, contro chi si supponeva aspirasse alla tirannide:
- Ipparco (487 a.C.) esponente di punta del genos pisistratide rimasto ad Atene.
- Megacle (486 a.C.) nipote di Clistene e capo degli Alcmeonidi
- Santippo (484 a.C.) padre di Pericle e cognato di Megacle. Fu accusatore di Milziade nel 489 a.C. ma risentì probabilmente del matrimonio fatto con la famiglia degli Alcmeonidi
- Aristide (483 a.C.) era in disaccordo con Temistocle
Nel 487 fu attuata una riforma costituzionale che riportava in auge una delle riforme soloniane: al posto dell’elezione si tornò al sorteggio per la designazione degli arconti. Essi avevano ormai solo funzione giudiziaria e religiosa, la loro gestione della cosa pubblica era stata molto ridotta e affidata invece agli strateghi.
In questi anni emerse la figura di Temistocle, che nel 483 a.C. decise per l’utilizzo dell’argento del Laurio. Era stato scoperto un nuovo giacimento a Maroneia e mentre i democratici e i conservatori volevano dividerlo tra gli ateniesi, lui propose di usarlo per costruire una flotta da guerra. Ufficialmente la flotta era armata contro gli Egineti, ma il vero obiettivo era la difesa contro la Persia. E comunque, in caso di fallimento, si sarebbero comunque avuti i mezzi per emigrare in occidente.
Dario I morì nel 486 a.C. Non aveva comunque organizzato una rivincita, perché l’impero persiano era in quegli anni scosso da rivolte interne in Egitto e Babilonia. Gli succedette il figlio Serse (486-465 a.C.) che sedò le rivolte e cominciò a fare progetti volti verso l’Occidente.
La seconda guerra persiana (480 a.C.)
Serse ereditò il disegno del padre Dario, ma voleva far valere la qualità militare dell’impero persiano, perciò organizzò una spedizione via terra e un attacco con la flotta. Organizzò l’operazione con largo anticipo: congiunse le rive dello Strimone con un ponte, al fine di garantire le provviste lungo la costa di Macedonina e Tracia e fece costruire un ponte di barche sull’Ellesponto.
Nel 481 a.C. i Greci si riunirono, per organizzare una strategia comune, presso l’Istmo di Corinto. Si ebbe la prima symmachia (alleanza armata): un’allenza tra Ateniesi, Spartani ed alleati peloponnesiaci, oltre ad Euboici, Beoti e Tessali. Il comando fu affidato agli Spartani e perfino gli ostracizzati ateniesi vennero richiamati in patria (Santippo, Aristide). L’alleanza chiese anche l’intervento di Gelone, il quale avrebbe accettato solo a patto che gli fosse fornita una posizione di comando. I Greci naturalmente lo negarono.
Fu organizzata la resistenza: via terra presso il passo delle Termopili, uno stretto passaggio tra il mare e le pendici dell’Eta; via mare nel Canale di Orieo, vicino a Capo Artemisio, alle cui spalle c’era l’unica isola dell’Eubea con porti sicuri e possibilità di scampo e al tempo stesso lo spazio d’acqua era molto aperto.
I Persiani aggirarono il passo delle Termopili sulla sinistra, grazie alla scarsa difesa focese. Ma Leonida, con Spartani e Beoti resistette strenuamente, fino alla morte, per dare tempo alla flotta di doppia la punta ovest dell’Eubea a Capo Artemisio e ritirarsi nel Golfo Saronico. Per i Greci fu un successo strategico, annullato però dalla disfatta delle Termopili. Il risultato fu la perdita della Beozia. Atene dovette essere evacuata e fu saccheggiata dai Persiani.
Temistocle ordinò che la flotta rimanesse nella Baia di Salamina, mentre il navarca spartano Euribiade pensava di farla ripiegare sull’istmo: quel che premeva ai peloponnesiaci era solo difendere il Peloponneso. Vinse la decisione di Temistocle e in questo modo si ebbe la vittoria di Salamina, che decretò il controllo del mare da parte dei Greci.
Serse era però convinto di poter vincere via terra, quindi la flotta persiana rientrò in Asia, mentre l’esercito si fermò a svernare in Tessaglia sotto il comando di Mardonio.
Nel 479 a.C. Mardonio devastò Atene, di nuovo evacuata. Propose di risparmiarla se si fosse unita alla Persia. Atene chiese immediatamente aiuto agli Spartani, dicendo che in caso di rifiuto avrebbe accettato. Sparta inviò aiuti, al comando di Pausania, mentre le forze radunate ad Eleusi costrinsero Mardonio a ripiegare in Beozia e lo batterono nella Battaglia di Platea.
Lo stesso giorno, la flotta greca sotto il re spartano Leotichida raggiunse Chio e Samo, chiamata dagli Ioni, e battè la flotta persiana presso Micale, alla foce del Meandro, decretando definitivamente il controllo greco dell’Egeo e la liberazione della Ionia.
Con le guerre persiane si realizzarono i fini delle rivolta di Aristagora: la ribellione di tutti gli Ioni, l’abbattimento delle tirannidi filopersiane e l’inserimenton di Samo, Lesbo, Chio nella lega greca. Inoltre, segnarono l’inizio di un processo che avrebbe portato Atene ad essere sovrana del mondo egeo.
Subito dopo, furono riprese Abido e Sesto, da cui partiva il ponte di barche persiano verso la Macedonia. Nel 478 a.C. Pausania riconquistò Cipro e Bisanzio, ma la ribellione dei contingenti ionici causata dal suo atteggiamento dispotico, impose il suo richiamo in patria con l’accusa di aspirare alla tirannide e di essere filomedo (si era circondato di una guardia del corpo di Persiani ed Egizi e aveva adottato vesti e abitudini dei Medi). In seguito egli si ritirò a Bisanzio dove probabilmente esercitò un potere indipendente. Leotichida compì una spedizione punitiva in Tessaglia, ma venne accusato di corruzione ed esiliato a Tegea.
Atene ricostruì le mura e il Pireo, nonostante l’opposizione di Sparta.
Le guerre persiane si concluderanno ufficialmente solo nel 449 a.C. con la Pace di Callia, anche se Salamina e Platea rappresentarono la svolta.
La Pentecontaetia (478-431 a.C.)
Con il termine pentecontaetia si indende il cinquantennio compreso tra le guerre persiane e l’inizio della guerra del Peloponneso.
Nel 477 a.C. fu costituita la Lega delio-attica, alleanza egea capeggiata da Atene. Si trattava di una symmachia, un’alleanza di tipo militare tra stati autonomi, con lo scopo di proteggersi dalla Persia. C’era un tesoro comune a Delo, alimentato dal tributo (460 talenti, decise Aristide) degli alleati che non contribuivano con uomini e navi alla difesa. La cassa era tenuta dal collegio degli Ellenotami
La lega comportò una concentrazione della cvita politica e culturale ad Atene, con degli aspetti negativi: regresso culturale degli stati confederati e migrazione degli artisti delle città ioniche verso occidente.
Col tempo Atene passò dall’autorità consentita alla dominazione vera, con interventi negli affari interni delle città alleate, con la scusa della riscossione del tributo, che aveva lo scopo di finanziare la lega.
Questa lega nasceva in un certo senso in opposizione alla Lega peloponnesiaca (Sparta + Tegea, Mantinea, Orcomeno, Corinto, Megara ed Egina) la cui data di nascita ufficiale era il 524 a.C., ma che in realtà era nata su intese gradualmente crescenti.
L’evoluzione politica della Grecia, da questo momento, fu sostenuta non dalle poleis singole, ma dalle confederazioni egemoni.
Nel 471 a.C. Temistocle fu ostracizzato, perché accusato di medismo e di aver cospirato con Pausania. Si spostò ad Argo, da cui organizzò un movimento antispartano, poiché quello a cui era interessato non era tanto un conflitto con la Persia, ma con Sparta.
In opposizione a Temistocle era Cimone, figlio di Milziade, conservatore, che desiderava un rapporto di fiducia con Sparta. Egli fu il principale artefice dell’espansione delle alleanze nella Lega delio-attica, soprattutto in due direzioni, considerate più deboli:
- costa della Tracia e nord dell’Egeo: fondazione della colonia di Eione (476 a.C.) alla foce dello Strimone, in una regione che controllava gli stretti e l’accesso al Mar Nero, ricca di miniere d’oro, d’argento e di granai per Atene. La zona era rischiosa per via della città di Taso, che pur essendo nell’alleanza si ribellò, minacciando le posizioni ateniesi nel nord dell’Egeo. Inoltre, i sovrani traci non riuscivano a far accettare la presenza ateniese alle tribù locali.
La ribellione di Taso fu sedata tra 465 e 463 a.C.: dovette rientrare nell’alleanza dopo aver consegnato la flotta, distrutto le mura, abbandonati gli avamposti sul continente e rinunciato ai proventi delle miniere d’oro del Pangeo.
- Isole e Asia Minore: nel 471 a.C. fu asservita Nasso, che tentava di resistere alla lega, non volendo entrarci per via del peso eccessivo di Atene. Dopo una breve guerra anche Caristo entrò nell’alleanza.
Nel 470 a.C. ci fu una breve ripresa del conflitto persiano nella Battaglia dell’Eurimedonte che, con la vittoria ateniese, segnò la fine dell’egemonia persiana tra Cipro e l’Asia Minore. L’Egeo diventò da allora una sorta di mare interno greco.
Da queste operazioni militare di asservimento di Nasso e Taso risultò chiaro come ormai nessuna città potesse esimersi dall’allenza contro il volere di Atene e come, accanto a città apparentemente autonome, ve ne fossero alcune sottomesse con la forza.
Nel 462 a.C. Cimone andò in aiuto a Sparta, già danneggiata da un grave terremoto due anni prima e impegnata nella Terza Guerra Messenica. Sparta però rimandò indietro gli opliti ateniesi, accusandoli di complità con gli iloti ribelli. Questo decretò la fine del legame tra Atene e Sparta che si era costituito nel 481 a.C. Più tardi Atene installerà a Naupatto i Messeni sfuggiti alla repressione di Sparta, affinchè controllassero l’accesso al Golfo di Corinto.
Questo intervento fu per Cimone un grave errore, che indebolì fortemente la sua posizione. Pericle lo fece processare per questa operazione militare errata e benchè fosse in quell’occasione assolto, fu ostracizzato nel 461 a.C.
Nel 462 a.C. fu attuata, per opera di Efialte, una nuova riforma costituzionale, che portò alla creazione della democrazia radicale ateniese. Fu spinta all’estremo l’idea dell’uguaglianza politica dei cittadini e si ebbe l’avvento al potere dei demagoghi.
Vediamo i dettagli della riforma:
- abolizione dei poteri politici dell’Aeropago, cui restò solo la giurisdizione sui reati di sangue e le questioni sacrali. I suoi poteri passarono alla boulè, all’ekklesia e ai tribunali dell’Eliea
Nel 461 a.C. Efialte fu assassinato e a lui subentrò Pericle che completò la sua opera:
- introduzione della mistoforia, una diaria, un compenso giornaliero per giurati e consiglieri
- ammissione degli zeugiti all’arcontato
La democrazia ateniese era nata: maggiore importanza assunta dal demos nella gestione delle operazioni militari e partecipazione più attiva alla vita politica.
L’ekklesia si occupava di:
- elezione di strateghi e magistrati militari
- politica estera: alleanze, rapporti con gli ambasciatori, tributi
- finanziamenti per le opere pubbliche e le spedizioni militari
- ostracismo
La boulè si occupava di:
- proposte da votare, poi sottoposte all’ekklesia
- controllo sugli affari finanziari e sui magistrati che gestivano il tesoro pubblico, quello della lega di Delo e i fondi pubblici
- controllo delle costruzioni navali e delle manifestazioni religiose
Per intervenire in politica estera e far funzionare l’amministrazione finanziaria, c’era comunque bisogno di qualcuno che conoscesse bene la politica, quindi che avesse un’indipendenza economica che solo l’aristocrazia possedeva. Quindi anche ora era da questa classe sociale che venivano gli uomini di governo, non dalle grandi masse.
Nel frattempo, l’egemonia spartana entrava in crisi: nel 470 a.C. nell’alleata Elide un movimento democratico aveva istituito, sul modello attico, 10 tribù e un Consiglio dei cinquecento. Fu la fine del predominio delle famiglie aristocratiche legate a Sparta. Nel 460 a.C. Argo (probabilmente con l’aiuto di Temistocle ostracizzato) attaccò e conquistò Micene. Sparta temeva ormai le conseguenze funeste delle spedizioni in terre lontane che avrebbero potuto minarne la stabilità politica e sociale. Perciò si ritirò dalla lotta, lasciando campo libero ad Atene, per quel che riguardava il predominio sul mare.
Pericle (461-429 a.C.)
Figlio di Santippo (generale durante le guerre persiane e vincitore nella battaglia di Micale) e di Agariste (nipote del riformatore Clistene).
Fu fautore dello Stato nel senso di dare definizione e consolidamento a un sistema di funzioni e valori pubblici.
In politica estera portò alla massima espansione la lega delio-attica e dovette fronteggiare una crisi interna data dalla ribellione di Mileto, dell’Eubea e di Samo, oltre all’inizio della guerra del Peloponneso.
Possiamo dividere quest’epoca in tre fasi, per quel che riguarda l’atteggiamento egemonico di Atene:
- Fase di dominio. Fase aggressiva dell’impero.
Nel 460 a.C. Atene pensò di approfittare della rivolta del libico Inaro, contro la Persia, per indebolire ulteriormente l’impero persiano. Lo scopo era anche commerciale (controllo della produzione di grano egiziana) Inviò perciò delle navi, ma la spedizione fu un fallimento. Atene, con la scusa della sicurezza, provvide a trasferire il tesoro di Delo in città, nel 454 a.C., ottenendo in questo modo un controllo politico e finanziario completo sull’alleanza. La symmachia divenne un impero. D’ora in poi le decisioni verranno prese solo ed esclusivamente da Atene, non più dal sinedrio delle città alleate, che non si riunì più. Parte del tributo sarà prelevato da Atene per la costruzione dell’Acropoli.
Nel 459 a.C. ci fu la presa di Egina, che si era alleata con Corinto, offesa per l’adesione di Megara alla lega. Anche Egina fu costretta con la forza ad entrare nella lega.
Nel 457 a.C. Atene vinse, nella Battaglia di Enofita, contro gli Spartani alla guida di Mironide. Questo ripristinò la supremazia in Beozia dopo che, due mesi prima, gli Spartani avevano vinto a Tanagra, intervenendo a favore dei Dori contro i Focesi alleati di Atene.
Nel 455 a.C. lo stratega Tolmide compì una vittoriosa campagna nel Peloponneso. Si raggiunse l’akmè della potenza ateniese che controllava dall’Istmo al Golfo Maliaco
Nel 450 a.C. si compì una spedizione contro Cipro, con funzione antipersiana.
Nel 449 a.C. fu finalmente firmata la fine ufficiale delle guerre persiane, con la Pace di Callia, che vietava ai Persiani l’accesso al Mar Egeo e l’avvicinamento alle coste ovest dell’Asia Minore. Il Gran Re, comunque, continuò a considerare suoi sudditi quelli che vivevano nelle zone della sua signoria.
Da questo momento in poi la lega di Delo non aveva più ragion d’essere, considerato che la Persia era stata battuta e si era firmata la pace di Callia. Così le città euboiche si sollevarono, ma furono represse. Era comunque il preludio alla rivolta di Samo, che dominerà l’ultima fase della storia della lega.
- Fase delle rivolte.
Tra il 447 e il 445 a.C. gli esuli oligarchi della Beozia occuparono Cheronea e Orcomeno. Tolmide fu mandato a sistemare la situazione, ma fu battuto a Coronea. Da quel momento in poi la Beozia si liberò dell’interferenza politica ateniese e Tebe costituì una Lega Beotica. Subito tentarono di ribellarsi anche le città dell’Eubea, che però furono riportate all’obbedienza.
Nel 446 a.C. fu firmata la Pace dei Trent’anni fra Atene e Sparta che ne divideva le aree di influenza tra Egeo e continente. Inoltre, prevedeva un arbitrato in caso di conflitto e il non intervento negli affari interni dell’avversario.
- Fase di mantenimento delle posizioni acquisite
Episodio importante fu, nel 444 a.C., la fondazione della colonia panellenica di Turi, sul sito dell’antica Sibari (tra i coloni c’era anche Erodoto). Questa fondazione è prova delle ambizioni occidentali di Atene (poi sfociate nella guerra del Peloponneso) e il tentativo di rafforzare la propria egemonia sull’intero mondo greco. Da questo momento Atene stabilì rapporti con le città della Magna Grecia, come Reggio o Leontini, diventando anche concorrente di Corinto, che era la potenza commerciale che deteneva il monopolio del commercio occidentale tramite Siracusa.
Nel 443 a.C. Pericle fu nominato capo del consiglio dei dieci strateghie e vi sarà rieletto ogni anno.
Tra il 441 e il 439 a.C. scoppiò la rivolta di Samo. Samo era una delle tre città all’interno della lega che godevano di uno statuto particolare: contribuiva con la sua flotta alla difesa, perciò non doveva pagare alcun tributo e aveva maggiore indipendenza politica da Atene. Qui l’aristocrazia aveva conservato il potere e la città era padrona della propria politica estera.
Nel 441 a.C. era scoppiata una guerra tra Samo e Mileto, per il possesso di Priene. Atene si era schierata con Mileto e aveva chiesto a Samo di sottomettersi al suo arbitrato, ma Samo aveva rifiutato. Atene, perciò, si impadronì della città attraverso un regime democratico. Fu a questo punto che gli oligarchi si ribellarono, con l’aiuto del satrapo di Sardi. Dopo un lungo assedio la vittoria fu ateniese, Samo dovette rientrare nell’alleanza, abbattendo le proprie mura, consegnando la flotta e pagando per molti anni un’indennità. Non vi fu comunque un cambiamento di regime, l’oligarchia rimase in piedi e non ci fu imposizione del tributo.
Atene però cominciò in questo periodo a intervenire negli affari interni degli alleati, con la scusa del tributo, affermando che dovessero essere asserviti proprio perché avevano preferito pagare piuttosto che provvedere da soli alla propria difesa. Questi interventi avvenivano in forme diverse: tramite la presenza di magistrati ateniesi nelle città, incaricati di vegliare sugli interessi di Atene e sull’applicazione delle decisioni comuni, tramite guarnigioni militari nel caso di alleati poco affidabili o con l’insediamento di cleruchie: i cleruchi ricevevano un appezzamento di terra di cui percepivano la rendita (in pratica un modo di impossessarsi della terra a spese degli alleati, che per di più vi dovevano lavorare). Inoltre, i cleruchi conservavano il diritto attica di cittadinanza e in pratica il loro territorio era parte distaccata di quello attico.
Pericle, come abbiamo visto, operò una politica assistenziale realizzata col denaro pubblico. Non era beneficio, favore privato, ma remunerazione al cittadino per l’esercizio di una funzione civica. In questo modo tutti, qualunque fosse il loro censo, potevano partecipare effettivamente all’amministrazione degli affari pubblici.
Comunque i teti restarono in pratica esclusi dalle cariche più onorifiche della magistratura, la strategia non comportava alcun misthos e restava dunque riservata alle classi superiori e la partecipazione all’assemblea, principale dovere del cittadino, non era retribuita.
Ma, nel periodo in cui fu al potere, fece anche degli errori, in politica interna:
- diritto di cittadinanza: la sua democrazia fu radicale e intollerante nei confronti di non era cittadino a pieno titolo. Una sua legge del 451 a.C. negava la cittadinanza ai nati da matrimoni con donne non attiche. Forse, in questo modo, limitava coloro cui spettavano i privilegi di cui sopra.
- Amministrazione finanziaria: l’incessante attività edilizia svuotò le riserve finanziarie e così gli alti costi delle guerre. Il decreto di Callia del 434 a.C. che prevedeva un versamento nella cassa di Athena, voleva essere un fondo di sicurezza in caso di guerra.
Nella società periclea comparve una nuova figura di cittadino libero: quella dei meteci. Si trattava di stranieri residenti ad Atene che godevano di diritti speciali; esclusi da quelli politici e dal diritti alla proprietà fondiaria, pagavano una tassa speciale, erano sottoposti alle liturgie (servizi pubblici) e all’eisphorà, e servivano come opliti e marinai. Spesso si imposero nel grande commercio.
Ai cittadini era invece riservata l’attività politica e la proprietà fondiaria. Gli antagonismi più violenti erano spariti da tempo e l’unico esistente, quello tra ricchi e poveri, aveva un carattere piuttosto moderato.
I rancori e gli odi suscitati da Atene per la durezza di cui diede prova la condurranno alla rovina. Perirà per aver spinto all’eccesso le sue pretese di egemonia marittima, per essersi dimostrata incapace di sviluppare fra gli alleati il sentimento di appartenere a una comunità e ancora per aver concepito un sistema politico in cui la democrazia generava come sua condizione necessaria l’imperialismo.
Gli alleati non si rendevano comunque conto dei vantaggi che Atene procurava loro: la pace regnava nell’Egeo, i Persiani erano lontani, il commercio era fiorente per tutti.
Si arrivò comunque a un antagonismo tra Atene che non voleva ammettere le sue ingiustizie e gli alleati che non volevano riconoscere i vantaggi che potevano ottenere. Solo dopo la fine della guerra del Peloponneso si renderanno conto che le altre egemonie non erano migliori di quella ateniese.
La guerra del Peloponneso (431-404 a.C.)
Fu il più grande evento della storia greca dopo la spedizione di Serse. A vincere fu tecnicamente Sparta, ma in realtà fu prima quello persiano, poi quello macedonico. Dopo questa guerra, la Grecia uscirà di scena per lasciare il posto a Oriente, Persia e Occidente.
Tucidide si basa su due nozioni fondamentali, per spiegare lo scoppio della guerra del Peloponneso:
- gli Stati tendono a crescere come esseri organici, quindi se due stati crescono nello stesso spazio geo-politico è inevitabile che si scontrino. Questo è quel che accadde ad Atene e Sparta
- Problema della responsabilità: Sparta era la città della conservazione, del timore per il nuovo e il diverso; Atene era la città dell’intraprendenza, del desiderio di grandezza (secondo Tucidide perfino eccessiva). Quindi secondo l’autore la responsabilità primaria della guerra fu di Atene, per la sua crescita imperialistica, la responsabilità immediata, di apertura della guerra, fu invece dei Peloponnesiaci.
Dunque, la ‘causa vera’ fu l’espansione del potere ateniese e il timore dei Peloponnesiaci, i pretesti furono gli incidenti che misero di fronte Ateniesi e alleati di Sparta, causati dalla rivalità commerciali tra Atene e Corinto:
- Questione di Corcira, colonia di Corinto, importante base intermediaria per la madrepatria, dalla quale il commercio corinzio-corcirese abbracciava quasi tutto l’Occidente. Dopo le grandi vittorie sui Persiani il commercio ateniese verso ovest aveva costituito una seria minaccia per la supremazia di Corinto
- Corcira aveva fondato altre città lungo le coste adriatiche. Tra queste Epidamno (poi Durazzo). Nel 435 a.C. i democratici presero il potere e scacciarono i possidenti, che chiamarono in aiuto gli Illiri contro la città. Epidamno, allora, si rivolse a Corcira, governata da oligarchici, che però rifiutò qualunque aiuto, e quindi a Corinto. Corinto e Corcira si scontrarono. Vinse Corcira. Nel 433 a.C. Corinto cercò la rivincita, quindi Corcira si rivolse ad Atene per un aiuto. Atene, cercando di aggirare le clausole della Pace dei Trent’anni, propose un’allenza con funzione difensiva (epimachia). Questo non impedì, comunque, la disfatta dei Corciresi e il risentimento di Corinto nei confronti di Atene, per la violazione della pace.
- Questione di Potidea, anch’essa colonia corinzia, molto legata alla madrepatria, ma situata in una zona sotto il controllo di Atene, era entrata nella lega con funzione antipersiana. A causa di un aumento del tributo, la città si ribellò. Atene, temendo una coalizione tra Potidea, il re di Macedonia Perdicca II, Corinto e gli alleati del litorale della Tracia, impose nel 433 a.C. una serie di provvedimenti volti a ridurre la capacità militare di Potidea e ad allentare i suoi legami con la madrepatria: impose così il rientro in patria dell’epidemiurgo, il magistrato inviato da Corinto ogni anno, e l’abbattimento delle mura. Potidea rifiutò e sciolse l’alleanza e Atene fu costretta a riprendere la città con la forza. L’intervento di Corinto non impedirà alla città di capitolare, nel 429 a.C., a guerra già iniziata.
- Decreto di Megara (432 a.C.) Megara era alleata di Corinto. Si trattava di un decreto che proibiva ai Megaresi l’accesso ai mercati di Atene e delle città della lega, con la scusa che essi davano asilo agli schiavi fuggiaschi. Questo di fatto significava per Megara il blocco del commercio.
Nel 432 a.C. ci si riunì a Sparta alla presenza di un’ambasceria ateniese. Re Archidamo era contrario alla guerra, mentre l’eforo Stenelaida era favorevole, a causa della violazione della Pace dei Trent’anni. Furono allestiti dei negoziati con Atene, più che altro con funzione propagandistica, che chiedevano:
- l’espulsione del sacrilego Pericle
- la rinuncia a Potidea ed Egina e l’abrogazione del decreto megarese
- l’autonomia dei Greci con modifica della lega navale
Atene rifiutò. Pericle credeva nel legame tra democrazia e imperialismo: le campagne militari portavano prestigio alla città e vantaggi materiali per i cittadini. La guerra poteva essere vinta. Pericle faceva inoltre pesare la superiorità finanziaria (tesoro+tasse degli alleati) e marittima di Atene. Gli avversari rifiutarono la sua proposta di un arbitrato: Corinto e i suoi alleati volevano la guerra e minacciavano di cercare alleati altrove (Argo) così da ricattare Sparta.
Nel 431 a.C. un colpo di mano dei Tebani su Platea, con la complicità degli oligarchi della città, segnò l’inizio della guerra: nonostante la sconfitta, la pace era violata.
In campo scesero dunque due alleanze:
- Sparta:
- Peloponneso (tranne Argo e l’Acaia, neutrali)
- Megara, Beozia, Locresi e Focesi
- Corinto + le sue colonie
- Atene:
- lega delio-attica
- Chio, Lesbo e Platea
- Grecia nord-ovest (Tessali e Acarcani)
- Città sparse dello Ionio (Zacinto e Corcira) e della Magna Grecia (Segesta, Lentini, Reggio).
- I Fase: Guerra Archidamica (431 e 421 a.C.)
il re spartano Archidamo II invase l’Attica. Tutti si rifugiarono all’interno delle Lunghe Mura: il territorio fu distrutto. Una squadra navale ateniese inviata contro il Peloponneso fu respinta da Brasida a Metone, mentre gli Egineti furono cacciati dalla loro isola e sostituiti con cleruchi ateniesi.
Nel 430 a.C. Sparta invase di nuovo l’Attica, ma rinunciò per lo scoppio della peste, che uccise anche Pericle, l’anno seguente, mentre già si era manifestato un certo malcontento verso di lui, espresso in un processo per la dilapidazione del denaro pubblico, alla fine del quale, pagata un’ammenda, fu comunque rieletto stratega.
Nel 429 a.C. Potidea capitolò e furono battuti Calcidici e Bottiei: per la prima volta fanti armati alla leggera ebbero la meglio sugli opliti, in un’anticipazione di quelle che saranno le innovazioni tattiche di Ificrate).
Nel 428 a.C. l’assedio di Platea si concluse con la distruzione della città. Gli abitanti sfuggiti al massacro furono accolti da Atene.
Lo stratega Formione vinse al largo di Naupatto sulla flotta peloponnesiaca, che tentava di staccare l’Acarnania da Atene).
Mitilene e le città di Lesbo defezionarono, mentre Sparta era pronta ad accoglierle, ma Atene intervenne assediando Mitilene che fu presa per fame. Nel dibattito su come punire Mitilene emersero le figure di Cleone, successore di Pericle, (partito della guerra) che voleva uccidere tutti gli adulti, ridurre in schiavitù donne e bambini e distribuire le terre fra i cleruchi, e Diodoto (partito della pace) che fece vincere la decisione di uccidere i soli prigionieri condotti ad Atene, distruggere le mura, sequestrare la flotta e installare una colonia nella città, che perdeva così la sua autonomia.
Le prime difficoltà economiche si facevano sentire ad Atene: fu richiesta una tassa di guerra (eisphorà) ai ricchi.
Si svolse, nel 427, la Prima spedizione in Sicilia.
Intorno al 465 a.C. molti tiranni erano stati scacciati dalla maggior parte delle città, probabilmente perché la pressione dei Cartaginesi era diminuita dopo Imera (480 a.C., vittoria di Gelone) e c’era quindi meno bisogno di uomini forti. C’erano inoltre disordini interni, conflitti fra piccole comunità e il risveglio delle popolazioni locali. L’ultimo dei Dinomenidi, Trasibulo, fratello di Ierone, fu mandato in esilio a Locri, dopo l’insurrezione dei Siracusani che stabilirono una democrazia moderata.
I dissidi tra le città erano però rimasti vivi: Siracusa, che alla caduta dei tiranni aveva momentaneamente perso il suo impero, sottomise di nuovo Agrigento e diventò la città più importante.
Nel 427 a.C. Leontini e Reggio chiesero un intervento di Atene, perché preoccupate per le mire della città.
Lo stesso anno Atene intervenne a Corcira, per nuovi conflitti fra democratici e oligarchici, ma questa volta lo fece a favore dei democratici.
Nel 425 a.C. ci fu una seconda spedizione in Sicilia. Fu anche insediata una guarnigione a Pilo, sotto lo stratega Demostene. Questo rappresentava una minaccia per Sparta, che temeva una nuova rivolta degli iloti della Messenia, perciò i Peloponnesiaci rientrarono in fretta, lasciando l’Attica. Demostene però li bloccò sull’isola di Sfacteria. Alla proposta degli Spartani di trattare Cleone rifiutò. Sfacteria fu presa e l’armistizio stabilì che i Peloponnesiaci rinunciassero ad invadere l’Attica e permise ai Messeni di Naupatto di installarsi a Pilo, minaccia costante per Sparta.
La crisi finanziaria ad Atene era ormai palese, il tesoro svuotato. Per questo motivo nel 425 a.C. si decise per il ‘Computo di Cleone’: una riorganizzazione dei tributi che triplicava la cifra da pagare (ora 1460 talenti) e aumentava la diaria degli eliasti, in modo da avere l’appoggio dei piccoli contadini. Molti alleati (soprattutto nel nord dell’Egeo) abbandonarono la lega.
A Diodoto successe Nicia, per il partito della pace, che tolse agli Spartani l’isola di Citera.
Lo spartano Brasida invase la Tracia, dove prese la piazzaforte di Anfipoli e le miniere d’oro del Pangeo, grave colpo al prestigio di Atene a nord dell’Egeo.
Gli Ateniesi condussero invece una campagna in Beozia che si concluse con una sconfitta al Delio e una ritirata, anche a causa dello schieramento obliquo utilizzzato per la prima volta.
La situazione per Atene si era dunque fatta difficile, anche per la defezione delle città della costa tracica, sotto Brasida. La città fu perciò costretta ad accettare le proposte di tregua spartane, tramite il partito della pace che, con Lachete, firmò l’armistizio (423 a.C.).
La tregua fu però violata già l’anno seguente, da Brasida che marciò contro Metone e da Atene contro Sicione. Cleone, rieletto stratega, tentò di riprendere Anfipoli, ma si scontrò con Brasida. Entrambi perirono. L’unico vantaggio fu che ormai i due ostacoli alla pace erano scomparsi, quindi fu possibile, nel 421 a.C. stipulare la cosiddetta Pace di Nicia che vincolava Sparta nei confronti di Atene e dei suoi alleati. Beoti, Corinzi e Megaresi con vari pretesti rifiutarono di giurare. La pace stabiliva:
- la restituzione di prigionieri e città (Pilo e Citera agli Spartani, Anfipoli ad Atene). In realtà questo non avvenne.
- libertà di circolazione e accesso ai templi
- arbitrato in caso di crisi
- Atene doveva sostenere Sparta se gli iloti si sollevavano.
La pace non venne mai rispettata, mancavano la volontà e i mezzi.
Elide e Mantinea, per sfiducia verso Sparta, uscirono dalla lega e si allearono con Corinto, Calcide e Argo. Anche ad Atene c’era malcontento per gli esiti della pace: abbandonata la politica di Nicia, ci si volse alla corrente radicale.
Emerse quindi un nuovo personaggio, Alcibiade, di famiglia aristocratica imparentata con gli Alcmeonidi. Fu eletto stratega nel 420 a.C. e subito emerse il suo obiettivo: l’isolamento di Sparta, motivo per cui cercò un’alleanza con Mantinea, Argo ed Elide.
Nel 418 a.C. scoppiò la Battaglia di Mantinea, esito della lotta tra Sparta e Argo per il Peloponneso. Il re spartano Agide II entrò in Arcadia, giunse fino ad Argo, ma chiese una tregua. Atene, al comando di Lachete e di Nicostrato intervenne, ma perse. La conseguenza naturale fu che Nicia divenne avversario di Alcibiade.
Sparta riprese il controllo del Peloponneso: Argo tornò al regime oligarchico, Mantinea ed Elide firmarono la pace con Sparta, rinunciando alle pretese di autonomia e conquista.
Nel 417 a.C. Alcibiade e Nicia furono d’accordo nell’ostracizzare Iperbolo, succeduto a Cleone come ‘capo del demos’. Fu l’ultima volta che si ricorse a questa pratica. Plutarco dice che finì perché aveva colpito un uomo non degno (un mercante di lanterne) mentre un tempo colpiva solo i membri dell’antica aristocrazia.
Nel 416 a.C. si svolse l’assedio di Melo, isola dell’Egeo che era riuscita a rimanere neutrale, benchè vi fossero dei coloni lacedemoni. Ormai però, stanchi delle devastazioni ateniesi, si avvicinarono a Sparta. Atene inviò una spedizione capeggiata da Nicia, per affermare la propria volontà imperialistica a scapito della popolazione, per una implicita legge di natura: chi comanda è il più forte. L’assedio si concluse con la capitolazione della città: gli adulti vennero sterminati, gli altri ridotti in schiavitù e si installò una cleruchia.
Nello stesso anno Siracusa attaccò, insieme a Selinunte, Leontini e Segesta, alleate ateniesi, scatenando l’intervento della città. Atene era interessata a queste città, perché potevano essere fonte di grandi ricchezze, che avrebbero potuto finanziare la guerra, e inoltre c’era il timore che i Dori di Sicilia affiancassero quelli del Peloponneso.
Nicia era contrario, ma poi accettò. Alcibiade mirava soprattutto a crearsi una posizione personale di potere in Occidente, affermando che, considerati gli insediamenti umani deboli sull’isola, si poteva conquistare e impedire a Siracusa di portare aiuto ai Peloponnesdiaci. Lamaco era a capo di questa Terza spedizione in Sicilia.
Poco prima della partenza, vi fu un episodio di danneggiamento delle erme poste agli incroci. Alcibiade fu anche accusato di aver parodiato i Misteri Eleusini in alcune case, ma si decise di rimandare il tutto al ritorno della spedizione. Ma quando Alcibiade arrivò a Catania fu richiamato in patria, con l’accusa di sacrilegio. Egli scappò in Italia e poi a Sparta, dove incitò i nemici ad accettare le richieste di aiuto dei Siracusani e a occupare la fortezza di Decelea, vicino ad Atene. Sparta seguì entrambi i consigli, inviando un esercito alla guida dell’ufficiale Gilippo.
Per gli Ateniesi, la spedizione in Sicilia fu un fallimento: non c’era nessun piano di guerra, Lamaco voleva attaccare Siracusa, Alcibiade aveva voluto invece annettere le comunità minori per avere una solida base operativa e solo Nasso accettò spontaneamente l’alleanza mentre Catania vi fu costretta con la forza.
Nel 414 a.C. gli Ateniesi si impossessarono dell’altopiano di Epipole, da cui si dominava Siracusa, ma la flotta, che aveva tardato la partenza sotto consiglio di Nicia per una eclissi di luna, fu massacrata e la città fu riconquistata da Gilippo. Inutili furono i rinforzi inviati da Atene con Demostene. Costui e Nicia furono giusitiziati, mentre i prigionieri finirono le latomie, le cave di pietra siracusane.
I Cartaginesi, approfittando di queste discordie, ripresero l’offensiva sotto Annibale e Imilcone: Selinunte, Imera, Agrigento vennero prese e distrutte (409-405 a.C.).
Si impose dunque di nuovo il ricorso a un tiranno: dal 405 a.C. Dioniso il Vecchio sarà padrone incontrastato di Siracusa.
Il fallimento della spedizione ateniese in Sicilia segnò una svolta nella storia di tutta l’antichità. Da quel momento l’evoluzione politica dell’Ellade fu segnata dal predominio dell’impero persiano, la cui politica estera, condotta dai satrapi occidentali, divenne sempre più attiva. Dopo la morte di Artaserse I (425 a.C.) e dopo un brevissimo interregno di Serse II e di Sogdiano, sul trono era salito Dario II Ocho. Con lui nel 424 a.C. gli Ateniesi avevano rinnovato la pace di Callia con il patto di Epilico di durata illimitata in modo che l’impero attico non avesse minacce da Oriente.
- Seconda Fase (413-404 a.C.)
Gli Spartani si muovevano ormai indisturbati nel territorio dell’Attica e prese Decelea, privando gli ateniesi delle rendite delle miniere d’argento. Molti artigiani ateniesi, forse anche fuggiaschi dei centri minerari del Laurio, passarono con Sparta. La situazione, per Atene, era molto difficile: non aveva rendite dalla chora ed era ormai priva dei mezzi finanziari per proseguire la guerra (il tributo venne integrato con un dazio del 5% sulle merci esportate e importate nella lega marittima).
I nuovi aspetti della guerra saranno:
- Sparta avvia contatti coi satrapi spartani: si offre di aiutare la Persia a rimettere le mani sulle città greche in cambio di sussidi per continuare la guerra
- Modifiche della costituzione ateniese, con una svolta a destra: viene istituita una commissione di dieci probouloi per i provvedimenti d’emergenza e il controllo sull’attività della boulè.
- Problemi con gli alleati: si allontaneranno da Atene, anche in seguito a un errore della città: aveva appoggiato il dinasta cario Amorge, ribellatosi ai Persiani. Per punizione Dario II Ocho (nuovo sovrano persiano), ordinò a Tissaferne (satrapo di Lidia) e Farnabazo (Frigia) di esigere dalle città greche d’Asia i tributi arretrati. Con questi pagò i sussidi a Sparta.
Nel 412 a.C. scoppiò la Guerra Ionica, degli alleati. Coinvolse Eubea, Lesbio e Chio, che mandarono ambasciatori a Sparta perché intervenisse. In effetti una squadra sotto Astioco andò a Chio, ma si può dire che in realtà li abbiano abbandonati.
La rivolta si allargò e vi furono nuove defezioni: in Asia Minore Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo; a Lesbo Metimna e Mitilene. Gli Ioni si trovavano in una situazione difficile: liberarsi da Atene e non cadere del tutto in mano persiana.
Nel 411 a.C. si svolse ad Atene un colpo di stato, volto ad affossare la democrazia ateniese. Secondo Tucidide fu il frutto degli intrighi di Alcibiade di altri individui ostili alla democrazia. Alcibiade, infatti, era dovuto fuggire da Sparta per una relazione con la moglie del re Agide e si era rifugiato presso Tissaferne. Alcibiade voleva rientrare ad Atene e il satrapo si offrì di aiutarlo finanziariamente, se avesse convinto Atene a cambiare costituzione. Atene inviò Pisandro da Tissaferne, per discutere, ma questi si era già avvicinato a Sparta e quando Pisandro rientrò il complotto antidemocratico era già pronto.
Chi era stato danneggiato dalla guerra voleva ora un regime che tutelasse di più i propri interessi. La prima rivendicazione era limitare l’accesso alle cariche pubbliche ai soli cittadini in grado di autofinanziarsi.
Dunque, gli aristocratici puntavano all’oligarchia. Fecero assassinare alcuni democratici, allargarono la commissione dei probouloi a 30, con 20 nuovi membri contrari al regime e riunirono l’assemblea a Colono, fuori Atene, per abrogare le garanzie costituzionali. In una seconda assemblea Pisandro e gli aristocratici fecero approvare dal demos ormai terrorizzato un progetto che prevedeva:
- la dimissione dei magistrati in carica
- l’abolizione del misthos
- la sostituzione della boulè con un Consiglio dei Quattrocento (di fatto, una dittatura)
- la costituzione dei Cinquemila: cittadini che conservavano la cittadinanza, idonei ad incarichi di governo.
Quando la notizia del colpo di stato giunse a Samo, dove era attraccata la flotta ateniese, gli strateghi con simpatie oligarchiche vennero destituiti e sostituito (tra i sostituti c’era Trasibulo, legato ad Alcibiade, che impedì ai soldati di precipitarsi ad Atene, perché bisognava continuare le operazioni a Samo. Fece richiamare in patria Alcibiade). La flotta era baluardo della democrazia contro la madrepatria ormai retta da oligarchi. Alcibiade fu eletto stratego.
Ad Atene, intanto, erano falliti i tentativi oligarchici di negoziato con Agide. I Quattrocento si rifiutavano di dare il potere ai Cinquemila. Fu stabilita la ‘Costituzione di Teramene’: i Cinquemila costituirono un consiglio, suddiviso in quattro sezioni che assumevano a turno la conduzione degli affari di Stato (questa costituzione rimase in vigore solo 8 mesi).
Nello stesso anno furono perse l’Eubea, Taso e Abdera defezionarono. Trasibulo vinse ad Abido e Cinossema.
Nel 410 a.C. si svolse la Battaglia di Cizico: Atene battè Sparta, riconquistando la supremazia nella zona degli stretti: Perinto e Bisanzio furono riprese e fu reintrodotto un dazio per le navi dell’Ellesponto, volto a rimpinguare le finanze ateniesi.
L’antico Consiglio dei Cinquecento riprese le sue funzioni e l’Eliea ricominciò le proprie sessioni.
Cleofonte istituì la diobelia, una pensione di stato per i cittadini che non rivestivano cariche pubbliche e non erano nell’esercito. Ma era chiaro che si trattava di un onere insostenibile per le già magre finanze ateniesi.
Nel 408 a.C. Alcibiade fu rieletto stratega, dopo essersi reso artefice di un armistizio con Farnabazo. Ebbe il comando totale di esercito e flotta.
Sparta, tramite Lisandro, convinse il Gran Re che solo una completa vittoria spartana e non invece il ripristino degli antichi equilibri poteva corrispondere agli interessi della Persia. A questo proposito si conquistò il figlio del re, Ciro, vicerè a Sardi.
Nel 407 a.C. Atene fu sconfitta nella Battaglia di Nozio. Alcibiade, temendo un nuovo processo, non rientrò ad Atene, riparando prima nel Chersoneso tracico, poi presso Farnabazo che lo uccise, sollecitato da Lisandro.
Sparta perse i sussidi persiani a causa del navarca Callicratida, subentrato a Lisandro, che aveva litigato con Ciro.
Nel 406 a.C. Callicratida sconfisse la flotta ateniese a Mitilene. Atene tentò misure eccezionali per armare una nuova flotta: fu data cittadinanza ai meteci e libertà agli schiavi, per arruolarli e furono fusi oggetti preziosi per ricavarne finanze. Così, nella Battaglia delle Arginuse, Callicratida fu ucciso e Atene potè vincere anche se, per le pessime condizioni del mare, gli strateghi furono impossibilitati a soccorrere i naufraghi, per cui subirono un processo con condanna a morte, anche se illegale.
Nel 405 a.C. Lisandro riprese il comando della flotta spartana e le operazioni nell’area degli stretti e del nord dell’Egeo: nella Battaglia di Egospotami gli Ateniesi ripresero Lampsaco, ma la flotta fu distrutta e crollarono le loro postazioni da Sesto a Bisanzio a Mitilene. Nelle città rimaste fedeli ad Atene (Samo) furono installate guarnigioni lacedemoni (armosti). La lega delio-attica era sciolta.
Nel 404 a.C. Lisandro per mare, Pausania II e Agide II per terra entrarono ad Atene. Teramene venne inviato a Sparta per negoziare. Ecco cosa ne conseguì:
- distruzione del Pireo e delle Lunghe Mura
- consegna della flotta
- adesione di Atene alla lega peloponnesiaca
- rinuncia ai possedimenti esteri fuori Attica, comprese le cleruchie di Sciro, Lemno e Imbro, corridoio per l’Ellesponto.
Sparta non aveva comunque interesse ad annientare Atene.
Ad Atene, quell’anno, Dracontide propose all’assemblea di nominare una commissione di 30 membri per elaborare una nuova politica, ispirandosi alla costituzione degli antenati. Questo era previsto negli accordi di pace, ma gli oligarchi interpretarono la cosa a modo loro, con la complicità di Sparta: i Trenta furono designati tra quelli di Teramene e Crizia, cioè l’aristocrazia filospartana. Costoro, invece di revisionare la costituzione, assunsero il potere: abolirono i misthoi, ridussero il corpo dei cittadini attivi a 3000, perseguirono i democratici e istituirono una commissione di dieci membri, al Pireo, per controllare l’agglomerato urbano fedele alla democrazia.
Le violenze perpetrate però crearono una frattura tra i Trenta, che assunse i caratteri di un conflitto aperto, tra Crizia (oligarchici) e Teramene (moderato, lontano sia dagli oligarchi che dai democratici, sostenitore di una ‘città degli opliti’, dove chi poteva servire la città con armi proprie poteva godere della politeia). Crizia se ne liberò, facendolo radiare dai Trenta e condannandolo a morte, con voto del consiglio.
I democratici si riunirono attorno a Trasibulo, che si impossessò della fortezza di File, rifugio contro la tirannide. Con i democratici e i meteci si impossessò del Pireo e uccise Crizia. I Trenta fuggirono ad Eleusi, mentre ad Atene si instaurò il Collegio dei Dieci e rientrò il Consiglio dei Cinquecento. Quindi la democrazia (403 a.C.).
Per ricompensare i meteci che lo avevano aiutato, Trasibulo propose di concedere loro la cittadinanza. Archino però (moderato legato a Teramene), benchè schieratosi coi democratici e contro i Trenta si oppose.
Con la restaurazione della democrazia tornarono anche:
- il decreto di Pericle sulla cittadinanza che era stato accantonato per la guerra
- il reinsediamento dei nomoteti, creati dopo il 411 per mettere ordine nelle leggi
- l’assemblea ritrovò la sua autorità. La presenza alle sedute fu retribuita con un misthos, al fine di evitare l’assenteismo.
Nel 403 a.C. Lisandro cadde e Sparta cessò la sua politica di potenza, limitando le sue attenzioni al Peloponneso.
Alla fine della guerra fu Sparta la vincitrice, guadagnò il controllo sull’Egeo, ma la vittoria le costò cara: dovette accettare l’aiuto finanziario della Persia e comunque non riuscì mai ad eguagliare la supremazia ateniese.
Fu la crisi del mondo ellenico in tutti i settori e alla fine del IV sec. a.C. a reggere la politica non furono più le poleis, ma le monarchie ellenistiche di stampo macedone. Anche la novella egemonia tebana (371-362 a.C.) sarà effimera: sfrutterà una particolare situazione di potere politico da parte di Epaminonda e Pelopida.
Sotto Artaserse II andò manifestandosi un declino della potenza persiana. L’impero venne duramente colpito dalla ribellione dell’Egitto che nel 404 a.C. sotto la guida del principe Amirteo riconquistò la propria indipendenza. L’autorità del governo centrale dovette inoltre far fronte alle continue discordie fra i satrapi locali, che agivano ormai quasi da sovrani assoluti. In Asia Minore a scontrarsi furono Ciro, fratello di Artaserse II, vicerè dell’Asia Minore, e il satrapo Tissaferne. Ciro cercava di ampliare il proprio territorio ai danni delle vicine satrapie di Lidia, Grande Frigia e Cappadocia. Entrò in questa maniera in contrasto con Tissaferne per il possesso di Mileto.
Nel 401 Ciro decise di marciare contro il fratello Artaserse II, salito al trono in Persia. Sparta gli diede il suo aiuto nella cosiddetta Spedizione dei Diecimila, che sfociò nella Battaglia di Cunassa. Ciro fu però ucciso e la spedizione fu costretta alla ritirata.
Il governo di Susa chiese conto a Sparta dell’operazione e reclamò le posizioni prima del governatorato di Ciro e della sua ribellione. Tissaferne sostituì Ciro e chiese che le città ioniche fossero soggette a lui.
La crisi della polis (404-360 a.C.)
Era ormai finito l’equilibrio nel mondo greco, che si era fondato sulla spartizione dell’egemonia tra Sparta (potenza continentale) e Atene (potenza marittima sull’Egeo). Questo equilibrio era stato possibile grazie all’indebolimento dell’impero persiano, dopo Serse, e dalla stabilizzazione del mondo greco d’Occidente dopo il periodo delle tirannidi. Era stato anche interno, tra le città e nelle città, dove oligarchie e democrazie coesistevano.
Ora, si era rotto soprattutto quello all’interno delle città: Lisandro aveva posto delle guarnigioni nelle isole dell’Egeo, per sostenere i regimi democratici subentrati alle democrazie ateniesi.
Nel 401 a.C. gli Ateniesi sotto la guida di Trasibulo attaccarono Eleusi, perché avevano avuto notizia di intenzioni aggressive. Uccisero i generali oligarchici e si giunse ad una riconciliazione completa: Eleusi tornò nello stato attico.
Nel 399 a.C. si svolse il processo a Socrate da parte di Meleto (oligarchico che in parte aveva collaborato coi Trenta). Dietro di lui c’era il conciapelli Anito, del gruppo dei moderati seguaci di Teramene. Le accuse mosse erano quella di corruzione dei giovani e di mancato rispetto agli dei della città. Probabilmente un certo peso giocò il fatto che suoi discepoli erano stati Alcibiade, Carmide e Crizia, compromessi con la rivoluzione oligarchica.
Da questo momento fu attraverso i processi nei tribunali che si manifestarono i conflitti politici, per sbarazzarsi degli avversari e per far prevalere una linea politica.
La vita politica assunse nuove caratteristiche:
- Emerse un nuovo ceto politico, costituito da uomini nuovi, senza antenati e senza legami di parentela. In parte era già avvenuto coi demagoghi della fine del V sec. a.C., ma allora Cleone o Iperbolo davano scandalo perché il resto dei dirigenti apparentavano ancora alle vecchie famiglie dell’aristocrazia.
- Quel che contava adesso era il possesso di determinate competenze: militari (strateghi) e finanziarie (considerato il crollo economico dell’impero, l’aumento delle spese e la perdita delle miniere del Laurio)
- Vennero distinte attività civili e militari
- Ci fu una separazione tra demos urbano e demos rurale, accentuato dalla opposizione tra poveri e ricchi (confische dei beni dopo i processi, maggiorazione delle spese, obbligo per i ricchi di occuparsi delle liturgie. Il contributo della trierarchia, per mantenere per un anno equipaggiamento e comando di una nave da guerra passò dall’essere un contributo volontario all’essere una tassa.
A Sparta cominciarono fermenti di tipo democratico, causati principalmente dalla grossa sproporzione tra i cittadini con pieni diritti e la massa degli inferiori. Nel 399 a.C. la congiura di Cinadone tentò di estendere il diritto di cittadinanza a tutti, anche ai cosiddetti hypomeìones, gli inferiori al di sotto degli Spartiati. La congiura fallì, i rivoluzionari furono uccisi, ma era chiaro un clima di inquietudine. La società spartana, basata un tempo sull’uguaglianza, era corrosa dall’interno proprio dalla disuguaglianza, cresciuta nel V e IV secolo. L’eforo Epitadeo sancì una situazione già esistente, facendo ratificare una legge che, senza osare di permettere la vendita del kleros, autorizzava almeno a ipotecarlo. Molti, non potento pagare la quota per i pasti comuni, vennero eliminati dal corpo civico. Inoltre imperversava il decadimento morale: i metalli preziosi affluivano in città tramite saccheggi e tributi e molti cittadini fecero a gara per diventare armosti, il che permetteva loro di abbandonarsi all’avidità più sfrenata.
Nel 400 a.C. lo spartano Tibrone cominciò a liberare le città d’Asia su cui il satrapo Tissaferne aveva rimesso le mani. Atene, che cercava di mantenere gli impegni presi e non contrastare la politica spartana in Asia Minore, inviò un contingente con cui, si dice tra l’altro, approfittò per sbarazzarsi di costoro che erano ancora compromessi col regime dei Trenta. Ma durante l’operazione, a causa delle difficoltà economiche di Sparta, Tibrone fece saccheggiare le città alleate, scatenando le ire proprio di chi voleva aiutare.
Nel 399 a.C. gli successe Dercidilla, con una strategia completamente diversa: ottenne una tregua con le regioni a nord dominate da Farnabazo e con Tissaferne e occupò le città della Troade.
Nel 396 a.C. con il re Agesilao (fattosi eleggere a danno del nipote Leotichida) le operazioni si fecero più intense: Tissaferne fu sconfitto a Sardi e fu ucciso dal gran visir Titrauste che intavolò delle trattative con Agesilao: gli fu richiesto un tributo da parte delle città, in cambio dell’autonomia (ma Agesilao rifiutò). A questo rifiuto, Titrauste mise in modo la ribellione della Grecia contro Sparta. Fu così che, nel 395 a.C., scoppiò la cosiddetta Guerra di Corinto che vide quasi tutta la Grecia coalizzata contro Sparta.
Il conflitto si aprì tra Focesi (alleati di Sparta) e Locresi (alleati di Tebe), per via di scaramucce per questioni di confine. I Beoti intervennero a favore di Locri e questo costrinse Sparta a intervenire: Lisandro e Pausania attaccarono la Beozia presso Aliarto, ma il risultato fu la morte di Lisandro e l’accusa di tradimento per il re Pausania II (era giunto troppo tardi) che si autoesiliò a Tegea. Gli alleati spartani passarono dalla parte opposta.
La guerra si spostò nel Peloponneso, nell’area dell’Istmo, con una vittoria della Lega spartana a Nemea. A Cnido ci fu poi una vittoria dei Persiani guidati dall’ateniese Conone. Egli, sconfitto nella battaglia di Egospotami, si era rifugiato a Cipro presso il re Evagora e dal 397 a.C. si era messo al servizio del re di Persia. Durante la battaglia il navarca spartano Pisandro fu battuto e, per conseguenza, le guarnigioni spartane dovettero lasciare le città greche della costa asiatica e le isole.
La vittoria di Cnido rappresentò una chiara rottura del trattato del 404 a.C.
Nel 393 a.C. Conone rientrò ad Atene e col denaro persiano ricostruì le Grandi Mura e la flotta. Lo spartano Antalcida denunciò al satrapo di Sardi Tiribazo questo fatto e gli offrì la rinuncia di Sparta alle città dell’Asia Minore in cambio dell’autonomia delle altre città greche. Questo riavvicinamento era tentato perché le posizioni spartane si erano ormai deteriorate, sia in Asia, sia sul continente. A rifiutare questa pace con Tiribazo c’erano Atene che non voleva perdere le sue cleruchie, Argo che non voleva perdere Corinto annessa nel 392 a.C. e Tebe che non voleva perdere l’egemonia in Beozia.
Nel 390 a.C. Agesilao condusse una campagna contro Argo e Corinto, ma Atene, con Ificrate, vinse presso Corinto.
Nel 389 a.C. Agesilao attaccò gli Acarnani, Atene fu attaccati da regolari e pirati di Egina, ma vinse con Cabria nel Golfo Saronico.
Nel 388 a.C. Antalcida si attestò ad Abido, dove ricevette anche rinforzi siracusani e persiani.
Si era ormai pronti alla pace: Atene temeva una sconfitta, Sparta era stanca della guerra e temeva una defezione di alleati, gli Argivi volevano la pace. Andocide fu uno dei negoziatori, ma le proposte spartane furono respinte, dal momento che prevedevano la rinuncia all’autorità sulle isole delle’Egeo, importanti per Atene per assicurare rifornimenti di grano del Ponto alle città e per garantire paghe e salari a parte del demos.
Così la guerra ricominciò:
- a Corinto, dove si era instaurato un regime democratico e c’era stata una fusione statale con Argo, a contrappeso dell’egemonia spartana
- nel Peloponneso, dove l’ateniese Ificrate battè il contingente spartano, con l’aiuto dei peltasti, armati alla leggera (era finita la falange oplitica)
- Trasibulo sostituì Conone e, partendo da Rodi, già conquistata da Conone, riuscì a conquistare le città dell’Ellesponto. A Bisanzio fu instaurato un regime democratico e si introdusse una demica sulle navi che attraversavano il Bosforo. Quindi si impadronì di Lesbo e taglieggiò le città asiatiche per pagare gli equipaggi. Questo provocò un’opposizione nei suoi confronti, venne richiamato in patria, ma sfuggì al processo e morì in Panfilia.
Nel 386 a.C. fu firmata la Pace di Antalcida (o Pace del Re). Il risveglio delle mire ateniesi sull’Egeo aveva infatti preoccupato il Gran Re, che, dopo il controllo di Ificrate sul Chersoneso Tracico, si era riavvicinato ai Lacedemoni. Fu il satrapo di Sardi Tiribazo il principale fautore della pace, convocò a Sardi i rappresentanti degli stati greci.
Questo quel che fu deciso:
- i Greci si impegnavano a rispettare l’autonomia delle città e delle isole
- le città d’Asia diventarono possedimenti del Gran Re (Sparta ci rinunciò pur di avere la pace)
- gli Ateniesi potevano tenere per sé le cleruchie di Lemno, Imbro e Sciro
- chiunque non acconsentisse a queste condizioni di pace sarebbe stato trascinato in guerra
Sparta aveva dunque ottenuto ciò che voleva:
- l’abolizione dell’egemonia tebana (voleva accettare a nome di tutta la Beozia ma fu costretta ad accettare solo per sé)
- l’autonomia di Corinto
- il riconoscimento da parte ateniese che i rapporti interstatali si regolassero sull’autonomia.
La Pace di Antalcida segnò la fine di una prima fase nel tentativo ateniese di rioccupare le antiche posizioni nell’Egeo. Atene dovette infatti cedere di fronte alla minaccia di intervento persiano, anche perché i sostenitori dell’impero avevano trovato una forte opposizione. Gli Spartani uscirono rafforzati da una guerra in cui erano sembrati soccombere. Erano i ‘padroni della pace’, stava a loro far rispettare le disposizioni.
Nel 385 a.C. Mantinea fu costretta con la forza ad allearsi con Sparta e fu divisa in cinque comunità territoriali autonome, ognuna delle quali doveva fornire un contingente alla lega
Nel 382 a.C. ci fu la spedizione contro Olinto, accusata di minacciare l’autonomia delle città calcidiche. A Tebe fu insediato un regime controllato dagli Spartani, dopo che Febida si era impadronito della fortezza Cadmea
Nel 379 a.C. Olinto capitolò e la Lega calcidica fu sciolta. Capitolò anche Fliunte, il cui regime fu mutato in oligarchia e che dovette richiamare gli esuli oligarchi cacciati.
Due avvenimenti ruppero il fragile equilibrio raggiunto:
- nel 379 a.C. a Tebe scoppiò una rivoluzione in seguito a un colpo di mano sostenuto da forze ateniesi. Furono cacciati gli oligarchi sostenitori di Sparta e nonostante l’invio spartano di un esercito sotto il re Cleombroto, Tebe fu persa.
- A Tespie, alla frontiera con l’Attica, venne stanziata una guarnigione sotto l’armosta Sfodria che cercò addirittura di occupare il Pireo. L’operazione fallì, ma rafforzò il legame tra Atene e Tebe. I sostenitori di una restaurazione dell’impero ateniese si strinsero attorno a Callistrato e agli strateghi Ificrate, Cabria e Timoteo, vedendo ora l’occasione di rompere con Sparta e costituire una nuova alleanza: nel 378 a.C. fu fondata la Seconda Lega Navale Attica, in cui Atene non stava sopra, ma accanto alle altre.
Le finalità dell’alleanza, sancite dal decreto di Aristotele, erano l’autonomia dei Greci da Sparta e il mantenimento di una pace generale. Atene affermava comunque la fedeltà alla Pace del Re e al principio di autonomia, impegnandosi a non stanziare guarnigioni nel territorio degli alleati, a non intervenire negli affari interni e a non esigere tributi (a parte i syntaxeis, contributi occasionali).
La boulè preparava il decreto, che veniva sottoposto al parere degli alleati. Se accettato, veniva presentato come proboulema all’ekklesia che dava un parere definitivo. Il synedrion della lega era presieduto dai pritani e aveva competenza su:
- ammissione di nuovi membri nell’alleanza
- questioni relative a pace e guerra
- conflitti tra alleati e infrazioni al patto federale
- ammontare dei contributi e gestione del tesoro federale
Tutto ciò voleva impedire il ritorno alle pratiche che avevano trasformato la lega di Delo in un impero.
Nel 375 a.C. Timoteo ottenne l’annessione alla lega di Corcira, Epiro e Acarnania. Verso Corcira vennero fatti vari tentativi spartani di annessione, ma nel 372 a.C. Ificrate la liberò definitivamente.
Nel 371 a.C. si svolse a Sparta un congresso di pace, per via delle preoccupazioni di un’ascesa da parte di Tebe. In quell’occasione fu riconosciuta di fatto la Lega Navale Attica e si riconobbero i diritti ateniesi sull’area tracica e del nord dell’Egeo. Tebe non volle ratificare la Pace del Re, perché Epaminonda (aristocratico ostile alla democrazia) voleva fosse sostituito ‘Tebani’ con ‘Beoti’ (cioè rappresentare tutta la Beozia) ma Agesilao rifiutò. Scoppiò perciò la Battaglia di Leuttra: Cleombroto attaccò la Beozia ed Epaminonda, per mezzo della ‘tattica obliqua’ con attacco da sinistra anziché da destra, vinse. Sparta era rimasta invitta per secoli.
Questo segnò una nuova fase: Sparta vide crollare tutte le sue posizioni nel Peloponneso a causa di Epaminonda e di conseguenza divennero obsoleti anche gli obiettivi della Seconda Lega.
La Lega beotica rinacque su basi più democratiche e al tempo stesso più accentrate di quelle del periodo 447-386 a.C. Il consiglio federale fu rimpiazzato da un’assemblea popolare che raggruppava teoricamente gli abitanti di tutte le città, ma veniva convocata solo a Tebe, il che era già sufficiente a conferirle un ruolo preponderante. L’esercito venne riorganizzato da Gorgida e Pelopida.
Nel 370 a.C. gli Arcadi fondarono uno stato federale che aveva come città-guida Mantinea, contro Sparta e con l’appoggio di Atene. Qui fu anche fondata Megalopoli, nata dal sinecismo di 39 comunità e che precorreva le grandi fondazioni urbane di epoca ellenistica nate da sinecismi.
Nel 369 a.C. i Messeni si ribellarono e fondarono uno stato messenico indipendente da Sparta (con l’aiuto di Epaminonda). Questo comportò per la città la perdita delle zone più fertili e delle prestazioni schiavili degli Iloti.
I Beoti avevano bisogno di un accesso al mare e di una flotta efficiente, per cui provvidero all’annessione del porto di Larimna, nella Locride, (365 a.C.) e la Macedonia fornì loro il legname per le navi.
Si andava via via realizzando la Pace del Re: il frazionamento della Grecia in una miriade di stati impotenti.
Tebe si rafforzò: costrinse Orcomeno ad aderire alla lega beotica, pose delle guarnigioni presso le Termopili e dimostrò interesse per la Tessaglia, dove Giasone di Fere (zio di Alessandro) aveva sottomesso molte città. I successi tebani non corrispondevano però ad acquisizioni di nuovi domini, ma erano a sostegno di spinte autonomistiche: la sua egemonia coincise con trionfo dell’indipendenza e dell’autonomia.
Intanto, si degradavano i rapporti tra Atene e i suoi alleati: nel 366 a.C. Atene perse Oropo a vantaggio di Eretria e Tebe. Callistrato fu processato per aver ceduto la città per corruzione, fu assolto, ma perse ogni influenza politica.
Nel 365 a.C. Timoteo conquistò Samo e Atene vi installò una cleruchia. Poi aiutò il satrapo frigio Ariobazane contro i satrapi di Lidia e Caria. Ariobazane cedette a Timoteo il Chersoneso. Quindi Timoteo si impossessò di Pidna e di Potidea, nella Calcidica. Ci fu un ritorno delle crudeltà, nel prelievo delle syntaxeis.
Nell’opinione pubblica ateniese si crearono delle divisioni tra chi era per l’alleanza tebana, perché in fondo quel che faceva Epaminonda non rappresentava una minaccia per il mondo greco e chi era per l’alleanza spartana (Callistrato), perché valutava come pericolosi gli avvenimenti nel Peloponneso. Alla fine vinsero loro e fu organizzata una spedizione in Laconia al comando di Ificrate.
Nel 364 a.C. i Tessali chiesero l’intervento di Tebe contro il tiranno Alessandro di Fere, ma l’aiuto fu scarso. Pelopida vinse invece a Cinescefale, ma morì. L’anno successivo l’intervento dei Beoti contro Alessandro di Fere ottenne una riduzione dei suoi domini. Tebe dovette però fare i conti con Orcomeno. Sedò la rivolta, opera di una collusione con gli esuli tebani, catturando e uccidendo i cavalieri e distruggendo la città.
Elei e Arcadi si contendevano la Trifilia. Un loro scontro si risolve però con una riappacificazione, che prevedeva di affidsare agli Elei la prostasia dei giochi olimpici e agli Arcadi la Trifilial. La Lega Arcadica era comunque in crisi: vi fu una frattura tra Mantinea e l’Arcadia (cui si affiancarono Acaia, Sparta e Atene) e una frattura tra Tegea e Megalopoli.
Nel 368 a.C. si riunì un congresso a Delfi, convocato dal satrapo di Frigia Ariobazane, perché Sparta e Tebe avevano chiesto l’arbitrato del Re. Ma il satrapo non riuscì e metterli d’accordo.
Pelopida liberò Larissa dalle guarnigioni macedoni, chiamate dai Larissei contro il tiranno di Fere nel 369 a.C. Quindi intervenne in Macedonia.
Nel 367 a.C. vi fu la terza spedizione tebana nel Peloponneso.
Tebe tentò una programma di armamento e politica navale, a imitazione di Atene: fece uscire Bisanzio dalla Lega Navale Ateniese e strinse rapporti con Chio, Rodi e Cos. Ma la politica navale si fermò presto, per carenze finanziarie, per la mancanza di una tradizione di pratica marinara e per l’incapacità di un ruolo guida ideologico.
Nel 362 a.C. ebbe luogo la quarta spedizione tebana nel Peloponneso, durante la quale fu presa Tegea come base contro gli Spartani. Quindi Tebe attaccò Mantinea. Intervennero Atene e Sparta e si svolse la Battaglia di Mantinea, vinta da Tebe. Ma ormai non c’era più spazio per l’egemonia di una polis: l’idea stessa di egemonia era ormai stata distrutta.
Si stabilì una koinè eirene, una pace comune che prevedeva l’indipendenza della Messenia (un tempo caposaldo della potenza spartana) e l’esistenza di due leghe arcadiche: a sud quella di Tegea e Megalopoli, a nord Mantinea.
Callistrato, condannato a morte, andò in esilio in Macedonia, mentre ad Atene c’era un inasprimento della politica nell’Egeo, su iniziativa dello stratego Timoteo. Furono create nuove colonie, si intervenne in Tracia, tentando di riprendere Anfipoli e si svolsero campagne in Eubea e nel Chersoneso (sotto Carete) che fruttarono l’adesione delle città dell’Eubea nell’alleanza.
Ma nel 357 a.C. Chio, Rodi e Cos si staccarono dall’alleanza: il satrapo di Caria, Mausolo, geloso della preponderanza ateniese nel mar Egeo favorì la creazione di una lega che univa queste città. La ribellione si estese poi alle città della Propontide e del Chersoneso, in una Guerra Sociale (o degli alleati). Gli alleati attaccarono le colonie di Lemno, Imbro e Samo, nella Battaglia di Embata, dove Atene perse sotto il comando di Carete. La città intentò un processo a Ificrate e Timoteo che non lo avevano aiutato. Il primo fu condannato a morte e costretto all’esilio, il secondo fu assolto, ma passò in secondo piano. Atene dovette comunque accordare l’indipendenza alle città ribelli.
La rinuncia all’impero da parte di Atene le permetterà di ritrovare l’antica prosperità: i ricchi non erano più gravati da trierarchie e altre tasse per finanziare la guerra, i contadini potevano coltivare e i commercianti navigare.
Nel 357 a.C. la Legge di Periandro.
Con Eubulo vi fu una revisione del theorikon: in origine era una indennità versata in occasione di rappresentazioni drammatiche. Ora diventò un sussidio straordinario per i poveri ed Eubulo vi destinò tutte le eccedenze di reddito della città.
La crisi del mondo greco
Sparta
Sparta ha vinto, ma a prezzo di cambi di tradizione: per armare la flotta ha accettato l’aiuto del Re e dei satrapi, dotando alcuni generali di poteri eccezionali. In questo modo, si è estesa la loro ombra sull’autorità di re ed efori.
Come ha dimostrato la ‘congiura di Cinadone’, gli Spartiati sono ormai indeboliti. La riforma di Epitadeo prevedeva la concentrazione della proprietà, di modo che la terra degli Spartiati diventò di qualsiasi ricco. Questo avvenne anche perché quando la Messenia era tornata indipendente molto opliti persero la terra che si erano presi conquistandola. Così restarono loro solo le proprietà spartane, spesso insufficienti, che dovettero vendere.
Tebe e Beozia
All’inizio del IV sec. a.C. Tebe era la principale città della confederazione beota, Stato federale fondato alla fine del V secolo. Tutte le città della confederazione avevano regimi oligarchici, con piena cittadinanza dei soli proprietari terrieri.
La confederazione era entrata nella guerra del Peloponneso, dalla parte dei Peloponnesiaci, ma terminato il conflitto i Beoti si erano staccati dall’alleanza con Sparta e Tebe aveva offerto rifugio ai democratici esiliati.
Quando nel 386 a.C. Sparta aveva chiesto l’autonomia delle città (il che coincideva allo scioglimento della confederazione) si erano aperte le ostilità.
La confederazione si era riformata nel 379 a.C. con una struttura apparentemente più democratica: il consiglio federale era affiancato da una assemble sovrana, cui potevano partecipare tutti i cittadini beoti. Questo però rafforzò l’egemonia di Tebe, luogo in cui si riuniva l’assemblea.
Sino al 340 a.C. Tebe sarà alleata di Filippo di Macedonia, di cui favorirà l’ingresso nel consiglio anfizionico di Delfi. Dopo il 346 a.C. Filippo pretenderà però di esercitare un suo controllo su questo consiglio e per questo i Beoti gli si schiereranno contro.
Magna Grecia
Dopo la vittoria su Atene, Siracusa entrò in crisi: si scontrarono i moderati, guidati da Ermocrate, e i democratici, capeggiati da Diocle.
Nel 409 Selinunte e Imera furono abbattute dai Cartaginesi. Nel 406 a.C. ci fu una ripresa della minaccia cartaginese, con attacco di Agrigento, che cadde in mano fenicia. Dionigi, ufficiale di Ermocrate, di cui aveva anche sposato la figlia, mise sotto accusa la direzione della guerra, ottenendo la destituzione degli strateghi e venendo eletto stratego a sua volta. Chiese quindi e ottenne il rientro degli esuli e si appoggiò alla fazione popolare. Dal 405 a.C. divenne tiranno.
Dioniso era il tipico tiranno (si appoggiò ai mercenari, confiscò i beni ai ricchi e affrancò gli schiavi in modo da assicurarsi appoggi in assemblea), ma inizialmente difese il demos dai proprietari terrieri. Lasciò in vita le istituzioni democratiche e giustificava la sua politica dinanzi all’ekklesia.
Nel 405 a.C., in seguito alla presa di Gela e di Camarina, si stipulò una Pace tra Dionigi e Cartagine che stabiliva che:
- Selinunte, Imera e Agrigento andassero a Cartagine
- Gela e Camerina pagassero il tributo
- Siracusa fosse indipendente e al comando di Dionigi
- Messana, Lentini e i Siculi fossero liberi
Dionigi provvide poi a rafforzare la sua tirannide, fortificando l’isola di Ortigia, concedendo terre e cittadinanza e facendo costruire fabbriche di armi.
Nel 398 a.C. scoppiò un nuovo conflitto con Cartagine. Dionigi riuscì ad affermarsi nella Sicilia interna, verso est, ma la flotta subì diversi danni.
Nel 392 a.C. fu ratificata la pace: Cartagine rinunciava al protettorato sui Siculi e riconosceva la tirannide di Dionigi
Nel 388 a.C. Dionigi operò un’alleanza coi Lucani e battè la Lega Italiota (costituita da Crotone, Caulonia, Sibari, Turi, Ipponio, Taranto) presso il fiume Elleporo, perché di ostacolo alle sua mire espansionistiche.
Nel 379 a.C. un nuovo conflitto con Cartagine terminò con la sconfitta di Dionigi a Terme e la stipula di una nuova pace: Dionigi accettava di lasciare Agrigento e di pagare un’indennità; a Cartagine andavano i territori a ovest del fiume Alico. Nel 367 a.C. Dionigi tentò di scacciare Cartagine da questo territori dell’ovest. Riuscì a prendere Selinunte, ma morì.
Seguì un periodo di forte instabilità, a causa del figlio, Dionigi II (367-357 a.C.) che abbandonò Siracusa per andare a vivere a Locri. La politica di Dionigi II era essenzialmente di contenimento: previde un accordo con Cartagine, la ricostruzione di Reggio e la fondazione di colonie sull’Adriatico.
Dionigi II scacciò lo zio Dione, consigliere del padre, perché lo sentiva come una minaccia (Dione fuggì ad Atene) e decise di appoggiarsi a Filisto.
Nel 357 a.C. Dione sbarcò a Siracusa alla testa di mercenari e se ne impadronì. Ma scoppiarono conflitti all’interno dei suoi, che portarono alla sua uccisione nel 354 a.C.
Dionigi II rientrò a Siracusa nel 346 a,C, La città era ormai distrutta da lotte interne e non aveva più l’egemonia di un tempo sulla Sicilia orientale: le città erano cadute in mano a tiranni mercenari locali.
Nel 343 a.C. alcuni siracusani esiliati a Leontini, del partito sconfitto un tempo da Dioniso, richiesero l’aiuto di Corinto. La città madrepatria inviò il moderato Timoleonte che si impossessò di Siracusa e scacciò Dionigi II, il quale depose la propria tirannide. Timoleonte restaurò la potenza siracusana:
- scacciò i tiranni locali
- ripopolò le città
- fondò una confederazione di città guidata da Siracusa
- dopo la battaglia di Cremisio, del 341 a.C., vinta, stabilì la Pace di Imera (399 a.C.) con i Cartaginesi, confermando il confine dell’Alico
- stabilì un regime di democrazia moderata con un consiglio di 600 membri e un’assemblea del popolo.
Tutto durò fino alla sua carica, poi ripresero i disordini, a causa dell’instabilità popolare e della piaga rappresentata dai mercenari
Dopo le rivolte Agatocle si fece eleggere stratego dal demos. Adottò misure popolari quali l’abolizione dei debiti e la redistribuzione delle terre.
Nel 311 Agatocle attaccò Agrigento, poi trasferì la guerra contro Cartagine in Africa, assumendo il titolo di re. Ma le città sue alleate minacciarono di defezionare e lui fu costretto a scendere a patti con Cartagine. Nel 289 a.C. morì
La Macedonia e la fine dell’indipendenza greca
La Macedonia era uno stato ai limiti del mondo greco che, pur avendo assorbito la cultura, era rimasto estraneo alle grandi trasformazioni che avevano interessato la Grecia.
Era un territorio con diversi varchi, il che in epoca varie aveva consentito l’afflusso di popoli dall’Illiria e dall’Epiro. Questo aveva comportato una certa mistione etnica, individuabile nella lingua e nella toponomastica, e un dibattito su quanto questo popolo potesse essere considerato greco.
La coesione interna di questo paese si basava sull’autorità della dinastia degli Argeadi, originari di Argo. La popolazione era costituita da uomini liberi, dediti all’attività militare e all’agricoltura. L’aristocrazia era costituita da proprietari terrieri. Il re risiedeva a Pella. Vi era poi un’assemblea dell’esercito, che si riuniva occasionalmente, con ruolo giudiziario: eleggere il re. Si trattava dunque di una monarchia militare.
I punti fondamentali in rapporto alla Grecia furono in coincidenza dei seguenti sovrani:
- Alessandro I (498-454 a.C.)
La Grecia riconobbe la grecità della dinastia regnante. Da allora anche la Macedonia fu ammessa alla partecipazione alle gare di Olimpia e si staccò dal vassallaggio dalla Persia, cominciando la propria ascesa e il proprio espansionismo.
- Perdicca (437-413 a.C.)
Vi fu un più attivo inserimento macedone nello scontro di potere in atto in Grecia
- Archelao (413-399 a.C.)
Continuò l’ellenizzazione della Macedonia.
A partire dalle guerre persiane e dopo Delo, si intensificarono i rapporti con Atene, cui la Macedonia forniva il legno per le navi.
Nel 394 a.C., alla morte del re Archelao, iniziò un periodo di crisi. I confinanti, che pagavano un tributo alla Macedonia, tentarono di liberarsi dai loro obblighi, anche approfittando dell’invasione degli Illiri.
Con Aminta III (393-370 a.C.) la lega calcidica divenne invadente nei confronti della Macedonia. Il re chiese aiuto a Sparta che la sciolse. La lega si ricostituì, ma intrattenendo con la Macedonia migliori rapporti. Nel 375 a.C. Aminta aderì alla Lega Navale.
Seguirono le monarchie di Alessandro III (370-369 a.C.) e di Perdicca II (369-359 a.C.) dopo di che salì al trono, al posto del figlio di Perdicca Aminta IV, troppo giovane, suo zio Filippo II. Egli aveva già una grossa esperienza: ostaggio a Tebe, aveva frequentato Epaminonda e aveva successivamente governato una provincia macedone. Si diede molto da fare: contenne e respinse la pressione di Illiri, Peoni e Traci dai confini della Macedonia, mosse contro il re degli Illiri, cui tolse il controllo della Lincestide e conquistò due province dell’Epiro. Infatti, prima di arrivare a quel che gli premeva di più, cioè la sottomissione della Grecia disunita, doveva in primo luogo poter contare su una Macedonia forte.
Nel 357 a.C. si posero le premesse allo scontro con Atene: Filippo si impadronì di Anfipoli e Pidna. L’insediamento di Filippi gli permise di sorvegliare da vicino le miniere del Pangeo. Conquistò poi Potidea, restituendola ai Calcidesi. Atene era impossibilitata a reagire, perché alle prese con la rivolta dei suoi alleati. Posto di rilievo in città occupava Eubulo, finanziere e sovrintendente al teorico, che si preoccupò soprattutto di consolidare le finanze, duramente provate dall’abolizione delle syntaxeis della confederazione. Intensificando lo sfruttamento del Laurio e versando i fondi disponibili più al teorico che alla cassa militare, procurò al popolo dei vantaggi sostanziali. In politica estera mantenne una stretta neutralità, evitando conflitti sia col Gran Re che con Mausolo e Sparta.
Nel 357 a.C. Tebe tentò di assicurare continuità alla sua egemonia, compromessa dalla battaglia di Mantinea del 362 a.C. Inoltre, i Beoti avevano un desiderio di rivalsa verso Focidesi e Spartani. Queste furono le cause dello scoppio della Terza Guerra Sacra (356-346 a.C.) di cui approfittò subito Filippo.
Nel 357 a.C. il consiglio anfizionico che amministrava il santuario di Delfi condannò i Focidesi a pagare un’ammenda, per aver coltivato i terreni sacri del santuario. I Focidesi, guidati dal re Filomelo, si ribellarono e occuparono il santuario, sostenendone la loro originaria appartenenza.
Nel 354 a.C. i Tessali irruppero nella Locride e combatterono i Focidesi, ma vennero sconfitti. Intervennero allora i Beoti che, nella Battaglia di Neon, sconfissero Filomelo, che fu sostituito dal re Onomarco. Egli corruppe i Tessali, che uscirono dalla guerra, e conquistò alcune posizioni importanti nella Locride e in Beozia.
Nel 356 a.C. gli abitanti tessali di Larissa avevano chiesto l’intervento di Filippo contro Licofrone di Fere, con cui si erano schierati anche i Focidesi. Nel 353 a.C. Onomarco vinse contro Filippo e i Tessali, ma Filippo riuscì, l’anno seguente, a battere i Focesi e ad impossessarsi di Fere. Provvide quindi alla riorganizzazione della Lega Tessala, di cui assunse il comando. Arrivò fino alle Termopili, ma fu respinto da Atene, Sparta e le città achee.
Nel 351 a.C. Filippo si volse alla zona tracica, a nord dell’Egeo: svolse una campagna contro gli Illiri, attaccò l’Epiro e minacciò il Chersoneso, dove gli Ateniesi, nel 353 a.C. avevano installato una nuova colonia.
Nel 349 a.C. i due fratellastri di Filippo si rifugiarono nella Calcidica. Filippo chiese alla Lega Calcidica la consegna dei due, ma i Calcidesi chiesero aiuto ad Atene: i dirigenti, soprattutto Eubulo, erano contrari ad avventure in terre lontane e ad operazioni costose, ma al tempo stesso volevano tutelare gli interessi ateniesi e assicurare i rifornimenti di grano che le colonie del Chersoneso garantivano, perciò decisero di agire. Ma la spedizione arrivò in ritardo e la città di Olinto fu distrutta.
Nel 347 a.C. i Beoti chiesero l’aiuto di Filippo e vinsero i Focidesi.
Nel 346 a.C. fu firmata la Pace di Filocrate tra Grecia e Macedonia, che stabiliva che ognuna delle parti conservasse ciò che aveva e che la Calcidica rimanesse ad Atene. Filippo propose agli Ateniesi di entrare nell’alleanza, impegnandosi a non intervenire nel Chersoneso. Aristofonte era contrario: si sarebbe dovuto accettare solo se gli alleati si fossero associati alla pace. Alla fine prevalse l’idea di Filocrate, ma a causa di questo tergiversare Filippo conquistò la Tracia.
Filippo chiese la fine della guerra sacra, con la capitolazione di Faleco e la convocazione del consiglio anfizionico per deliberare sui Focesi, al fine di far pagar loro un’ammenda annua per dieci anni.
Ormai Filippo era parte integrante della comunità ellenica. L’alleanza con i Beoti e il controllo della Tessaglia e della Calcidica gli assicurarono una posizione di notevole forza.
Atene in questo periodo era fortemente divisa: la restaurazione della sua egemonia implicava sacrifici che la popolazione non si sentiva di affrontare. L’oratore Demostene era disposto a tutto pur di restituire ad Atene l’egemonia (anche alle esazioni degli strateghi). Contrastare Filippo significava far sì che non scegliesse per Tebe e quindi avere Tebe dalla propria parte contro Filippo. Eschine era invece a favore di un’intesa con Filippo.
Nel 343 a.C. Filippo impose in Epiro il fratellastro Alessandro e minacciò Ambracia. La città chiese aiuto a Corinto, sua madrepatria, che a sua volta chiese l’intervento di Atene, la cui spedizione riuscì a far ritirare Filippo.
Il partito della pace ad Atene perdeva colpi: Filocrate fu condannato a morte per opera di Iperide, ostile a Filippo, che aveva sostituito Eschine come delegato presso il consiglio anfizionico.
Il Gran Re, preoccupato dei progressi della Macedonia, mandò alcuni ambasciatori ad Atene, per offrire la propria amicizia, ma il tutto si risolse con un nulla di fatto. Fu invece Filippo, ben più scalto di Atene, a concludere un trattato di alleanza con la Persia.
Atene negoziò invece su un piano di uguaglianza con la confederazione euboica sorta da poco e con l’aiuto di Callia di Calcide riunì in questa città un congresso panellenico comprendente tutti gli stati che volevano resistere a Filippo: Eubea, Megara, Corinto, Acaia, Corcira, Leucade, Acarnania, Ambracia. Bisanzio, Chio e Rodi rientravano ora nell’alleanza dopo esserne usciti nel 356 a.C.
Nel 342 a.C. Filippo propose di restituire ad Atene l’isola di Alonneso in cambio di un rafforzamento dell’alleanza. La proposta fu rifiutata.
Filippo, preoccupato per la politica persiana nel nord dell’Egeo, rafforzò il proprio dominio sulla Tracia e riannodò le alleanze con le città della costa, minacciando le colonie del Chersoneso e assediando Perinto.
Nel 340 a.C. Atene dichiarò guerra alla Macedonia. Filippo abbandonò l’assedio di Perinto e Bisanzio e poco dopo firmò la pace con queste due città.
La prima fase fu favorevole ad Atene: Demostene riorganizzò le finanze (la cassa militare usurpava sempre più i diritti del teorico e l’eisphorà era diventata una tassa permanente) e la flotta: la syntrierarchia permise di ricavare più denaro dai ricchi e di dare nuovo impulso alla costruzione di navi.
Un incidente diplomatico si verificò all’interno del consiglio anfizionico: gli abitanti di Anfissa avevano accusato Atene di aver offerto scudi votivi nel santuario non ancora riconsacrato. Per tutta risposta Eschine li aveva accusati di aver coltivato la terra sacra. Demostene considerò oltraggiosa questa affermazione e indicativa di una concertazione per favorire i disegni di Filippo. Il risultato fu lo scoppio della Guerra anfizionica (o Quarta Guerra Sacra) (339-338 a.C.).
La guerra si aprì con un’alleanza tra Atene e Tebe (a convincere questi ultimi contribuì il fatto che Filippo si era impadronito della fortezza di Elatea, tra Beozia e Locride). Atene si accollò i 2/3 delle spese, mise la flotta a disposizione degli alleati e affidò il comando ai Tebani (per tutto questo Eschine accusò Demostene). Un esercito, sotto Carete, battè Filippo al Cefiso, ma la battaglia decisiva si svolse a Cheronea nel 338 a.C.: Filippo attaccò Anfissa che si arrese (le mura furono abbattute), quindi occupò Delfi e Naupatto e vinse Atene e i suoi alleati.
Ad Atene Focione aveva la difesa della città. Svolse dei negoziati di pace con la Macedonia, con la mediazione del popolare oratore Demade, prigioniero di Filippo. Si stabilirono le seguenti clausole:
- Filippo:
- rinuncia a penetrare in Attica
- restituzione dei prigionieri di Cheronea
- concessione ad Atene di Oropo, sulla frontiera beotica
- Atene:
- scioglimento della confederazione del 378 a.C.
- conservazione delle isole con le colonie di Lemno, Imbro e Sciro, più Delo e Samo
- adesione alla Lega Panellenica di Filippo
- Tebe:
- guarnigione macedone sulla Cadmea
- permesso alla rinascita di Platea e Orcomeno
- richiamo degli esuli e condanna degli avversari di Filippo
Nel 337 a.C. Filippo riunì a Corinto i delegati degli stati greci e creò una lega panellenica (Lega di Corinto). Si stabilì una pace generale. Le città conservavano le loro frontiere e i loro governi, non dovevano nessun tributo, ma contingenti militari proporzionati alle forze. La Macedonia ne rimaneva fuori, ma Filippo ne era l’hegemon, il capo militare, e in caso di guerra lo stratega autokrator.
Per la prima volta quasi tutta la Grecia (Sparta era esclusa) conosceva delle vere istituzioni sovrastatali: il synedrion era un’assemblea perfettamente costituita con una rappresentanza proporzionale dei vari stati, dei delegati che votavano solo secondo coscienza, senza dover rendere conto a nessuno, un comitato direttivo di cinque proedri che poteva riunirsi in caso di bisogno al di fuori delle riunioni ordinarie previste durante i giochi panellenici. Si andava ben di là della simmachia peloponnesiaca e delle due confederazioni ateniesi: ora si trattava di uno stato federale i cui compiti erano molto estesi
Lo scopo era dichiarare guerra al Gran Re. Ma l’anno seguente Filippo fu assassinato e fu proclamato re il figlio Alessandro.
L’ellenismo (336-31 a.C.)
Si inaugurò con l’avvento di Alessandro Magno (336 a.C.), cui seguiranno le dinastie dei suoi generali, e terminerà con l’annessione dell’Egitto nell’impero romano (caduta dell’ultimo sovrano ellenistico, la regina lagide Cleopatra).
È il periodo detto anche ellenismo (che in teoria cominciò alla morte di Alessandro): hellenismòs era detto il parlare e comportarsi da greci, riferito quindi ai non-Greci ellenizzati.
Quest’epoca fu caratterizzata dall’estensione delle conquiste greche e dallo spostamento del centro di gravità della civiltà greca: la Grecia ebbe un ruolo relativo, anche se talvolta alcune città ebbero ruoli politici determinanti, soprattutto attraverso le federazioni (lega achea, confederazione etolica…). Il suolo preponderate fu delle grandi monarchie orientali. I re, soprattutto quelli d’Asia e d’Egitto favorirono comunque la diffusione della cultura e della civiltà greca che verranno imposte ai loro sudditi.
La storia dell’ellenismo fu particolarmente complicata: si compose di una lunga serie di guerre accanite e sanguinose e di frequenti usurpazioni che continuarono a modificare i confini degli Stati
Alessandro Magno (336-323 a.C.)
Alessandro succedette al padre Filippo, benchè temesse il ritorno del legittimo sovrano, Aminta IV, spodestato da Filippo nel 359 a.C.
Alessandro fu proclamato re dall’esercito, col sostegno soprattutto del capo militare Antipatro.
I Greci, scontenti dell’eliminazione di Aminta IV, scacciarono la guarnigione macedone dalla città di Ambracia e a Tebe e Atene si manifestarono fermenti nazionalisti antimacedoni. Il consiglio anfizionico però salutò Alessandro come hegemòn dei Greci. I Greci chiesero che la Persia lasciasse libere le città greche d’Asia, ma la Persia respinse la richiesta: Artaserse e il figlio Arsete erano stati eliminati dall’eunuco Bagoa, che aveva favorito l’ascesa al trono del ramo secondario degli achemenidi con Dario III.
Alessandro cominciò il suo regno con campagne nel nord della Macedonia, in area tracica, danubiana e illirica. Mentre era impegnato in queste zone, si diffuse la notizia della sua morte e della distruzione del suo esercito. Gli agenti del re persiano ne approfittarono per fomentare i sentimenti antimacedoni. A Tebe si ribellarono alla guarnigione macedone presso la Rocca Cadmea (ne seguì la distruzione di Tebe e la schiavitù, con l’assenso della lega di Corinto), ad Atene vennero uccisi i filomacedoni Timolao e Anemeta.
Nel 334 a.C. Alessandro, lasciato il governo ad Antipatro, si recò nell’Ellesponto: si svolse la Battaglia del Granico, contro i satrapi di Lidia, Frigia e Cappadocia. La vittoria decretò il controllo dell’Asia Minore da parte di Alessandro e la presa di Sardi. La politica obbligata implicò la restaurazione delle democrazie nelle città greche ‘liberate’, perché le oligarchie erano legate alla Persia.
La Persia affidò a un greco, Memnone di Rodi, la difesa: Alicarnasso diventò centro della resistenza antimacedone. Alessandro, non riuscendo a prendere la città, sottomise l’entroterra. Memnone guadagnò Chio e Lesbo (ma non Mitilene) e ottenne adesioni nelle Cicladi e da Atene.
Alessandro ottenne una vittoria su Dario a Isso, nel nord della Siria, rifiutò le proposte di pace della Persia e prese Sidone e Tiro (rasa al suolo, l’intera popolazione schiavizzata). In questo modo Alessandro diventava signore dell’Asia, realizzando il sogno di Filippo. Impadronendosi delle città della costa siro-fenicia, aveva privato il Gran Re delle basi marittime, ma questo non gli bastò.
Nel 331 a.C., dopo l’occupazione di Gaza e l’ingresso in Egitto come liberatore, fondò Alessandria d’Egitto, forse per assicurarsi un punto di appoggio contro eventuali minacce, provenienti dalle Cicladi e anche per via del fermento del re di Sparta, Agide III.
La Battaglia di Gaugamela, svoltasi contro Dario, in Mesopotamia, ottenne la fuga del Re, la presa del tesoro di Arbela e la conquista di Babilonia, Susa e Persepoli. Dario fu assassinato dal satrapo di Battriana, Besso, che si autoproclamò re Artaserse.
Alessandro voleva apparire come legittimo successore di Dario in Persia e per questo motivo lo portò a Persepoli per la sepoltura. Inoltre, continuò l’inseguimento di Besso perché lo considerava un usurpatore, completò la conquista dell’est dell’impero persiano, ma si instaurò un clima di sospetto nel suo stesso entourage. Besso fu preso e consegnato a Tolomeo. In questo modo Alessandro agiva come tutore dei legittimi diritti della dinastia achemenide.
Nel 330 a.C. Agide III re di Sparta entrò in contatto coi comandanti della flotta persiana e approfittando delle difficoltà di Antipatro in Tracia, cercò di impadronirsi di Megalopoli e di scacciare la guarnigione macedone, ma fu ucciso da Antipatro.
Le satrapie superiori dell’impero achemenide (Drangiana, Aracosia, Battriana, Sogdiana) si erano sottratte già da tempo all’autorità del Gran Re. I satrapi erano signori indipendenti, che regnavano su popolazioni controllate solo in parte. Conquistarle presupponeva forze considerevoli. Perciò Alessandro insediò nelle province assoggettate colonie militari e reclutò mercenari grazie all’oro persiano.
Tra 327 e 325 si svolse la Campagna d’India, con lo scopo di ricostituire la struttura del confine naturale e storico dell’impero persiano (il fiume Indo), tramite una barriera di stati a est del fiume.
Nel frattempo l’amico di Alessandro, Clito, fu ucciso. Le teorie sono che si trattò di un complotto o che avvenne perché aveva esaltato Filippo II come modello di comportamento macedone. Alessandro aveva imposto anche il baciamano e la genuflessione: i nobili macedoni a servizio del re organizzarono la ‘congiura dei paggi’, che si concluse con la morte dell’ufficiale Callistene, amico di Ermolao, capo della congiura.
Alessandro aiutò il re di Taxila contro il re Poro, che regnava tra Idaspe e Acesine e tentò di proseguire verso la valle del Gange, ma l’esercito si rifiutò. I confini per Alessandro furono quindi l’Indo, le colonie di Nicea e di Bucefala, l’Ifasi. Cominciò la marcia all’indietro, volta a garantire la sicurezza dell’Indo stesso come confine. La flotta, sotto Nearco, esplorarono il litorale dell’Oceano Indiano, mentre Alessandro con l’esercito costeggiarono le sponde prima di salire verso nord.
All’eredità lasciatagli dal padre, nel regno di Macedonia e nell’egemonia sulla lega ellenica, Alessandro ha aggiunto la totalità dell’impero achemenide, al momento della sua massima espansione. Nessun conquistatore era mai riuscito ad avere un così grande numero di province sotto di sé, né portato le armi così lontano dalla patria. Per spiegare tali successi non basta pensare alla forza militare, al valore dei soldati greci, al disfacimento della monarchia achemenide. Inoltre erano decisamente esigui i contingenti che consentirono ad Alessandro di compiere le sue conquiste.
Nel 324 a.C. emersero problemi organizzativi nel regno, che aveva capitale a Susa, dipendenti soprattutto dai rapporti fra i Greco-macedoni e i Persiani.
Principale sostegno dell’impero era l’esercito, trasformatosi progressivamente man mano che le spedizioni determinavano la fusione progressiva del nucleo iniziale, greco e macedone, e costringevano ad arruolare un numero sempre maggiore di Orientali.
Il sistema delle satrapie persiane era per Alessandro un dato storico da conservare, pur volendo adottare l’attribuzione di posti di comando alla nuova situazione. Nelle regioni più orientali vennero create vaste circoscrizioni sotto un comando militare.
All’inizio i satrapi erano orientali, fatta eccezione per quelli di Asia Minore e Siria: in Anatolia e Siria il potere militare e civile fu affidato a un ufficiale macedone, in Caria l’amministrazione civile andò ad Ada, sorella di Mausolo, il potere militare a Tolomeo. Ben presto il re li sostituì ovunque con Macedoni o Greci. Costoro esercitavano solo il potere civile, mentre l’autorità militare era affidata a uno stratega che ne rendeva conto direttamente al sovrano. Le funzioni intermedie o subalterne erano lasciate invece agli indigeni, i soli che conoscessero lingue e tradizioni locali. In tal modo Alessandro non pretendeva di unificare un impero polimorfo e manteneva in ogni regione l’amministrazione cui era abituata.
L’amministrazione finanziaria fu organizzata non per satrapie, ma per distretti, che comprendevano più satrapie. In Iran e Mesopotamia, province che erano state il nucleo dell’impero persiano, ci fu una politica diversa: Alessandro operò come legittimo erede del trono achemenide, affidando a satrapi persiani l’amministrazione civile delle regioni conquistate.
Alessandro non accoglieva l’ideale panellenico: non intendeva assoggettare i barbari, ma fonderlo con i Greci in un insieme armonico in cui ognuno avesse la propria parte. Questo lo perseguì soprattutto attraverso l’incremento dei matrimoni misti
Altri problemi erano le ribellioni dei Greci in zone periferiche, come la Battriana, le ribellioni dei mercenari e quelle dei satrapi, che furono sostituiti con ufficiali macedoni. Lui stesso aveva sposato dapprima la battriana Rossane e poi Statira, figlia di Dario e Parisatide, figlia di Artaserse Ocho e impose lo stesso agli ufficiali.
Tuttavia era conscio dei rischi di un simile politica e al di sopra di tutto poneva la tradizione ellenica: favorì la diffusione della lingua greca, si attorniò di artisti ellenistici, onorò le divinità greche, benchè aperto a tutte le credenze.
Arpalo, tesoriere di Alessandro, si era reso colpevole di malversazione poco prima della Battaglia di Isso (333 a.C.). Nel 324 fuggì di nuovo, dopo la rappresaglia del re tornato dall’India, e si recò ad Atene coi soldi per sollevare una coalizione contro Alessandro. Filosseno ne chiese l’estradizione, Atene lo arrestò e lo privò dei soldi. Da qui derivò l’accusa a Demostene di averne presi una parte, per cui il retore fu costretto a fuggire prima ad Egina, poi a Trezene. Arpalo fuggì a Creta, ma venne ucciso da un ufficiale.
Alessandro provvide a una riforma dell’esercito, per operare una fusione tra le etnie (): i persiani furono introdotti nell’esercito e tra le guardie del corpo, si pose anche il problema dei veterani che volevano tornare a casa: Alessandro propose che tornassero solo gli invalidi, il che fu considerato umiliante per chi andava e insoddisfacente per chi restava. Ne conseguì un ammutinamento dell’esercito, di cui Alessandro riuscì comunque a venire a capo. Congedò quindi tutti i veterani, che tornarono a casa sotto la guida di Cratero, eletto ‘stratego d’Europa’ al posto di Antipatro, che era diventato troppo potente. Alessandro non mancò poi di punire i capi della rivolta.
Il 13 giugno 323 Alessandro morì.
Guerre dei Diadochi (successori) e degli Epigoni (seconda generazione di successori) (323- 281 a.C)
I problemi di successione dipendevano, sul piano macedone, dal fatto che Antipatro continuava ad essere investito della suprema autorità. Perciò si pensò a Filippo Arrideo, fratello di Alessandro, menomato mentalmente. Sul piano imperiale poteva essere eletto il figlio di Alessandro e Rossane, che stava per nascere, ma sarebbe stato persiano. I fanti perciò non lo volevano, mentre la cavalleria al comando di Perdicca sì. Il compromesso si ottenne facendo re Filippo Arrideo e il figlio di Rossane a metà, più Cratero, prostates dei re, cioè loro tutore. Perdicca aveva sotto di sé i territori asiatici e Antipatro era stratego d’Europa. Si creava così una dicotomia tra la parte originaria (Europa) e la parte acquisita (Asia e Libia).
Atene, insieme ad altre città, tra cui Corinto, mantennero una indipendenza formale e un’apparenza di istituzioni tradizionali. Il declino però si accentuò in seguito a sconvolgimenti sociali e alla crisi economica, che comportò un indebolimento generale. Solo alcune città insulari trassero profitto dal progressivo spostamento della potenza politica ed economica che si localizzò in Oriente.
Se Atene aveva perduto ogni infuenza questo non era tanto dovuto alle imprese dei sovrani macedoni quanto al fatto che si era spento lo spirito democratico. Le istituzioni erano sempre le stesse, ma il popolo non era più sovrano. Il teorico e i misthoi erano stati soppressi, il potere era concentrato nelle mani dell’Aeropago e dello stratega più importante, quello degli opliti. L’attività economica era ormai diminuita in seguito all’abolizione delle cleruchie e all’inattività del Pireo, tagliato fuori dalle grandi rotte commerciali.
Quando arrivò ad Atene la notizia della morte di Alessandro, Iperide e Leostene si mobilitarono e arruolarono un esercito di mercenari. Si creò una coalizione tra Atene e le popolazioni greche di Etoli e Tessali (la lega di Corinto si era ormai sciolta) e questa si impegnò nella Guerra lamiaca, presso Lamia, in Tessaglia. Nella Battaglia di Amorgo vi fu la vittoria navale dei Macedoni che si duplicò per terra a Crannone.
La Guerra Lamiaca rappresentò la fine definitiva della democrazia ateniese. Anche quando venne restaurata, per brevi periodi, fu puramente formale, priva della sua principale caratteristica, l’indipendenza, perché la guarnigione macedone nel Pireo eserciterà una costante sorveglianza.
Demostene rientrò dall’esilio. Focione intavolò trattative con Antipatro: questi pretendeva l’insediamento di una guarnigione macedone nel Pireo, la consegna dei nemici della Macedonia, tra cui Iperide, che venne condannato a morte, e Demostene, che si uccise, e pretese che Atene adottasse una costituzione di tipo censitario (timocrazia) che escludeva dalla politica più di metà dei cittadini.
Nel 321 a.C., avvenne l’assassinio di Perdicca, chiliarca scontento della spartizione che lo aveva escluso, da parte dei suoi ufficiali. La spartizione prevedeva: ad Antipatro venne assegnata la Macedonia, a Tolomeo l’Egitto, a Lisimaco la Tracia, ad Antigono Monoftalmo la Frigia Maggiore e la Licia (Asia Minore).
Cratero fu ucciso da Eumene di Cardia, greco sostenitore di Perdicca. La morte di questi due grandi rappresentanti del potere regale impose un riassetto dell’impero. Così a Triparadiso, in Siria, ebbe luogo una maggiore definizione delle competenze: ad Antipatro la Macedonia più il tutorato dei re, Antigono fu confermato in Asia, Tolomeo in Egitto e a Seleuco fu affidata la Babilonia.
Antigono voleva restaurare a proprio vantaggio l’unità dell’impero e in questo fu facilitato dalla morte di Antipatro. Il figlio di questi, Cassandro, venne escluso dalla successione, a favore del veterano Poliperconte, che cercò di costituire un sistema di alleanze favorendo la restaurazione della democrazia ad Atene. Cassandro (con l’appoggio della Grecia orientale, dalla Tessaglia all’Eubea) a sua volta si impossessò di Atene e vi insediò una nuova timocrazia affidata a Demetrio Falereo (317 a.C.). Quindi scacciò Poliperconte (che aveva l’appoggio di Etoli e Peloponnesiaci) dalla Macedonia e condannò a morte la regina Olimpiade, madre di Alessandro, che aveva fatto uccidere Filippo Arrideo.
Antigono uccise Eumene di Cardia, che era stato nominato stratego d’Asia da Poliperconte. Quindi, depose il satrapo di Persia e si recò a Babilonia a chiedere a Seleuco i rendiconti della sua amministrazione come satrapo. Seleuco fuggì in Egitto da Tolomeo e Antigono si impossessò della città. Cercò di legare a sé la Grecia, tramite un’alleanza con Poliperconte (che era diventato satrapo del Peloponneso) e un’assemblea dell’esercito macedone lo proclamò re (ottenendo però solo il favore degli Etoli), definendo Cassandro un nemico. Cassandro intervenne nel Peloponneso, ottenendo la defezione di Poliperconte e del figlio Alessandro che divenne stratego ma fu ucciso dai democratici di Sicione. Antigono elimitò il satrapo di Caria e prese Mileto, dove instaurò la democrazia.
Nel 312 a.C. si svolse la Battaglia di Gaza, durante la quale Demetrio, figlio di Antigono, fu battuto da Tolomeo a Celesiria. Seleuco potè rientrare a Babilonia e ottenne dagli altri satrapi il riconoscimento della sua sovranità fino alla Battriana e all’India.
Nel 311 a.C. si giunse ad un accordo di pace con una nuova spartizione: a Tolomeo restò l’Egitto, a Lisimaco la Tracia e ad Antigono l’Asia, ma la Macedonia andò a Cassandro, insieme alla tutela di Alessandro IV figlio di Rossane. Ma solo l’anno seguente Cassandro fece uccidere entrambi.
Nel 307 a.C. Antigono si associò il figlio Demetrio Poliorcete (‘conquistatore di città’) che liberò Atene, scacciando Demetrio Falereo.
Nel 306 a.C. Antigono e Demetrio mossero contro Cipro e Salamina e ottennero una vittoria su Tolemeo. Era la via alla nascita formale dei regni ellenistici: Antigono definì re sé e il figlio e fu presto imitato in questo da Tolomeo, Seleuco, Lisimaco e Cassandro.
Tra il 307 e il 304 si svolse la Guerra dei Quattro Anni, tra Cassandro e Demetrio. Cassandro perseguiva una politica ispirata al diretto controllo militare, Demetrio una politica autonomistico-democratica. Cassandro riuscì a ottenere successi nel Peloponneso e in Beozia e giunse ad assediare Atene, ma l’intervento di Demetrio liberò, oltre alla città, anche l’Eubea, la Beozia, la Focide e il Peloponneso e ottenne un’allenza degli Etoli.
Nel 302 a.C. Demetrio ricostituì la Lega di Corinto, stabilendo che i Greci a sud delle Termopili non si facessero guerra e restassero fedeli ad Antigono.
Ma gli altri sovrani si coalizzarono contro i due e nel 301 a.C. si svolse la Battaglia di Ipso. Antigono fu ucciso e il suo regno fu spartito: a Cassandro, Tolomeo e Seleuco andarono i vecchi domini, a Lisimaco l’Asia Minore e a Demetrio alcune zone dell’Egeo, le coste dell’Asia Minore e la Fenicia. La separazione del regno era consolidata e il periodo successivo fu caratterizzato dalla lotta per il potere in Macedonia, cuore dell’impero.
Demetrio Poliorcete ebbe dei problemi: Atene si ribellò alla sua dominazione, alleandosi con Lisimaco e Cassandro; Beozia, Focide e Argo defezionarono.
Si crearono nuovi schieramenti, grazie anche ad alleanze matrimoniali: Lisimaco sposò Arsinoe, figlia di Tolomeo, Seleuco sposò la figlia del Poliorcete, Demetrio si fidanzò con un’altra figlia di Tolomeo.
Nel 298 a.C., alla morte di Cassandro, si scatenarono nuovamente le lotte: Demetrio si impadronì della Macedonia e si fece proclamare re (294 a.C.), Lisimaco si alleò con l’epirota Pirro e scacciò Demetrio autoproclamandosi a sua volta re di Macedonia (288 a.C.)
Nel 281 a.C. Seleuco invase l’Asia Minore. Si svolse la Battaglia di Curupedio, dove Lisimaco morì e Seleuco fu ucciso a sua volta da Tolemeo Cerauno, che ottenne la Macedonia, ma cadde sotto una rivolta celtica dei Galati, nel 279 a.C. Antigono Gonata (figlio del Poliorcete) approfittò della situazione e venne riconosciuto re di Macedonia.
A questo punto i diadochi erano tutti scomparsi ed erano emerse nuove figure: Antico I, succeduto al padre Seleuco, Tolomeo II Filadelfo, figlio di Tolomeo, e Antigono Gonata. La situazione si stabilizzò allora con la costituzione di tre vasti regni: quello d’Egitto, quello d’Asia, quello di Macedonia. La generazione degli epigoni ebbe ambizioni meno vaste, poiché tutti i sovrani avevano rinunciato a ristabilire l’impero universale ed assistette a un consolidamento generale dei regni sorti da tante battaglie.
L’apogeo del mondo ellenistico (281-221 a.C.)
Il periodo fu caratterizzato dalle dispute tra Antigono Gonata e Tolomeo II per la dominazione del Mediterraneo orientale.
I conflitti furono principalmente:
- in Grecia tra Lagidi e Antigonidi per il controllo del vecchio mondo greco
- tra Lagidi e Seleucidi per il controllo della Celesiria e di posizioni nell’Egeo
Le caratteristiche dei regni ellenistici furono:
- ampia espansione territoriale, con suddivisione amministrativa, fiscale e giudiziaria. Questo implicò un alto numero di abitanti, una popolazione molto varia etnicamente e una eterogeneità geografica ed economica
- presenza di una capitale, più una chora con diverse poleis. Mancava n centro urbano unico come la poleis e al tempo stesso una pluralità di centri equivalenti o collegati con un punto di riferimento, come una lega o uno stato federale
- dislocazione delle forze militari in più, con diversi centri di comando, il che generò dei conflitti
- novità nella gestione del territorio: prevalere di un elemento etnico estraneo alla regione
I fondamenti su cui poggiava la monarchia ellenistica erano il diritto di vittoria e la trasmissione di questo diritto una volta acquisito. Inoltre, importante era la capacità di guidare l’esercito e di amministrare la cosa pubblica. Il re era comandante militare, giudice e sacerdote.
Regno di Macedonia
La dinastia di Antigono Gonata durerà fino all’occupazione romana. La sua autorità si estendeva non solo sulla Macedonia, ma anche su parte della Grecia che non era sotto il controllo di Etoli e Achei. Suo sostegno erano le guarnigioni comandate da strateghi.
Difese la Macedonia contro gli attacchi dei re epiroti, Pirro e il figlio Alessandro, e soffocò la ribellione di Atene, fomentata contro di lui da Cremonide. Non riuscì tuttavia ad impedire ad Arato di unire Sicione alla Lega Achea e di togliergli Corinto.
Suo figlio, Demetrio II, dovette lottare contro una coalizione della Grecia centrale e del Peloponneso.
Alla sua morte (239 a.C.) gli succedette il figlio Demetrio II che, per contrastare la Lega Achea cercò l’appoggio degli Etoli, potente confederazione nella Grecia occidentale. Le difficoltà per Demetrio erano soprattutto la minaccia illirica a nord e la riorganizzazione dell’Epiro in una confederazione di popoli.
Nel 229 a.C., alla morte di Demetrio II, Filippo V era ancora un bambino, quindi la reggenza fu affidata ad Antigono Dosone, che ristabilì l’influenza macedone sul Peloponneso, dove il suo intervento fu sollecitato dagli Achei, vecchi nemici della Macedonia ma preoccupati dalle riforme rivoluzionarie dello spartano Cleomene.
Nel III sec. a.C. vi erano state diverse rivoluzioni a Sparta, che aveva cominciato a decadere dalla sconfitta di Leuttra da parte di Epaminonda (371 a.C.). La perdita della Messenia aveva avuto gravi conseguenze sulla struttura sociale della città: ineguale distribuzione di terre tra gli spartiati e mancanza di uomini. Si dovette perciò procedere a una nuova spartizione del suolo pubblico per ristabilire l’antica ‘uguaglianza’ spartana. Il re Agide IV (243-241 a.C.) fece un programma di riforme, basato sulla restaurazione dei valori dell’antica agogè e per ampliare il corpo civico, ma fallì per l’opposizione dei ceti più ricchi e di Leonida II. Il programma riprese proprio con Cleomene III, che si sbarazzò degli efori e dell’altro re. Suo scopo era ricostituire un forte esercito spartano, sgombrare il Peloponneso dalle guarnigioni macedoni e innescare movimenti rivoluzionari. A questo scopo si unì a Tolomeo III, mentre Arato e la Lega Achea si avvicinavano a Dosone e intorno a loro si formava una coalizione di Beoti, Focidesi, Locresi, Acarnani e Epiroti.
Nel 224 Dosone rioccupò Corinto, caduta in potere del re di Sparta, quindi nel 222 a.C. sconfisse Cleomene a Sellasia ed entrò a Sparta, dove fu restaurata l’antica costituzione.
Il regno dei due ultimi sovrani, Filippo V e Perseo, fu interamente dominato dalla lotta con Roma. Filippo V fu trascinato dagli Achei in una guerra contro gli Etoli, la Guerra degli alleati, terminata nel 217 a.C. con la Pace di Naupatto, l’ultima pace fra Greci
Nella Prima Guerra di Macedonia (215-205 a.C.) dove Etoli e Pergamo, con Attalo II, si trovarono a fianco dei Romani, Filippo si alleò con Annibale. La guerra terminò con la vittoria di Filippo e una pace con Etoli e con Roma (Pace di Fenice): spartizione dell’Illiria tra Roma e la Macedonia.
Filippo si avvicinò ad Antioco e intraprese una campagna verso l’Asia (regione degli Stretti e coste dell’Asia Minore), minacciando gli interessi di Pergamo e Rodi, che si rivolsero a Roma. Scoppiò la Seconda Guerra Macedonica. Roma voleva prevenire il rafforzamento di due potenze ellenistiche (Macedonia e Siria) che le avrebbero impedito la penetrazione nel Mediterraneo orientale. Nel 200 a.C. durante l’assedio di Filippo ad Abido, Roma chiese un ultimatum: la fine della guerra coi Greci e il ritiro dall’Asia, con rinuncia a tutte le posizioni acquisite da Filippo II in poi. I Macedoni furono battuti a Cinocefale (197 a.C.): dovettero restituire i possedimenti greci d’Asia, liberare gli ostaggi, restituire i prigionieri, consegnare la flotta e pagare un’indennità. L’anno seguente, ai giochi istmici, il console romano Flaminio proclamò la libertà dei Greci. Il tiranno di Sparta, Nabide, che in parte aveva ripreso la politica di Cleomene III, dovette rientrare nell’alleanza romana e così anche la Lega Achea.
Perseo, figlio di Filippo, fu il punto di riferimento delle masse popolari, ostili ai ricchi appoggiati da Roma. Egli si era avvicinato ai Seleucidi con una politica matrimoniale e l’intervento di Eumene che andò a Roma a denunciare gli intrighi di Perseo fece rompere l’alleanza e diede origine alla Terza Guerra Macedonica. Nel 168 a.C. la guerra terminò nella disfatta di Pidna (168 a.C.) che diede libertà alla Macedonia e abolì la monarchia. Perseo fu deportato a Roma, insieme ai sostenitori di Perseo (fra questi lo storico Polibio). La Macedonia venne divisa in quattro distretti. L’Illiria, che aveva aiutato Perseo, fu divisa in tre stati autonomi e tributari.
Emilio Paolo ricompensò le città che si erano mantenute neutrali: Delo divenne porto franco e fu ceduta agli Ateniesi. Rodi, privata dei vantaggi fiscali della sua posizione centrale sulle rotte commerciali del Mediterraneo orientale, decadde.
Andrisco si spacciò per figlio di Perseo, si impadronì di parte della Macedonia e penetrò in Tessaglia. Qui fu sconfitto da Cecilio Metello nella Quarta Guerra Macedonica (149 a.C.). La Macedonia fu proclamata provincia romana (fu la prima) con aggregazione di Illiria ed Epiro.
Nel 147 a.C. gli Achei si ribellarono a Sparta. Roma distrusse Corinto e riorganizzò i Greci:
- le città neutrali o schierate con Roma (Atene e Sparta) conservarono un’indipendenza formale (lo stesso le confederazioni tessala, etolica ed acarniana)
- gli stati peloponnesiaci che avevano seguito gli Achei vennero posti sotto l’autorità del proconsole di Macedonia, con una relativa autonomia in politica interna e il diritto a una propria moneta
- Roma favorì l’istituzione di costituzioni oligarchiche.
Il regno dell’Epiro
Nella regione montuosa dell’Epiro abitavano tre popoli: Molossi, Tesproti e Caoni, che nel IV secolo si erano uniti in uno stato federale.
Il più importante re epirota fu senz’altro Pirro, che estese le frontiere del suo regno annettendo alcune province epirote sottomesse alla Macedonia fin dall’epoca di Filippo II, una parte dell’Illiria, Ambracia e Acarnania. La sua vera ambizione era la conquista della Macedonia e vi riuscì. Tuttavia, sconfitto da Lisimaco, si rese conto che le risorse del suo regno, benchè ingrandito, non erano sufficienti a soddisfare le sue ambizioni.
Le cose per lui cambiarono quando Taranto, nel 281 a.C., lo chiamò in soccorso contro i Romani. In Italia ottenne brillanti successi, anche in aiuto di Siracusa che stava per soccombere alla pressione cartaginese. Creò così un vasto impero in Occidente, ma abbandonato dai suoi stessi alleati dovette rientrare in Epiro, lasciando il figlio a Taranto. La sua mira era contendere la Macedonia ad Antigono Gonata. Riuscì a batterlo, ma la Lega Achea si ribellò contro Macedonia e Sparta. Pirro assalì il Peloponneso, saccheggiando la Laconia e puntando su Argo, ma la morte lo colse e mise fine anche alla sua politica in Occidente.
Il figlio Alessandro dovrà limitare le sue ambizioni in Epiro, perché non altrettanto capace, e dopo di lui il regnò attraversò una crisi costituzionale che vide anche il rovesciamento della monarchia. Dopo l’instaurazione di una repubblica, dominata da tre strateghi, il regno venne smembrato per essere poi integrato nella provincia romana di Macedonia (148 a.C.)
Il regno dei Lagidi
L’Egitto era il più ricco ed esteso dei regni ellenistici.
Tolomeo II (283-246 a.C.) ebbe una politica estera molto attiva, fondata al tempo stesso sui legami matrimoniali e sulla guerra, in particolare contro i Seleucidi: per il controllo della Celesiria, di importanza strategica ed economica, si svolsero tre guerre:
- Prima Guerra di Siria (274-271 a.C.): al termine, Tolomeo rimase signore della Siria meridionale
- Seconda Guerra di Siria (261 a.C.): la morte di Antioco I spinse Tolomeo a riprendere l’offensiva in Siria. Antioco II resistette, spostando a sud le frontiere del regno. Vi fu un trattato di pace, sugellato dal matrimonio tra Antioco II e Berenice, figlia di Tolomeo
- Terza Guerra di Siria (246 a.C.) Seleuco II, figlio della prima moglie di Antioco II, Laodice, salì al trono alla morte del padre, ma Berenice voleva imporre suo figlio e chiese aiuto a Tolomeo III. Egli intervenì in Siria, riportando inizialmente successi che gli permisero di arrivare in Mesopotamia, ma Berenice fu assassinata. Con la pace, conclusa nel 241 a.C. Tolomeo riconobbe Seleuco come unico erede legittimo, ma ricevette importanti posizioni sulle coste dell’Asia Minore e nella regione degli Stretti.
Tolomeo aveva interesse a controllare il mondo delle città greche, per motivi strategici ed economici (l’Egitto era il centro di approvigionamento dei cereali). Per sua iniziativa, nel 266 a.C., si formò una coalizione tra Sparta, Atene, Elei, Arcadi e Achei. Secondo il Decreto di Cremonide la guerra contro il re di Macedonia apparteneva alle altre guerre contro i barbari. La guerra terminò nel 262 a.C. con la sconfitta e la capitolazione di Atene. La flotta lagide fu battuta da quella di Antigono al largo di Cos.
All’acme della sua potenza l’Egitto controllava Cirene, Cipro, la Panfilia, la Licia, la Celesiria (tra Libano e Antilibano) ed esercitava l’egemonia sulla confederazione degli insulari. Tolomeo spinse la sua intraprendenza fino a inviare ambasciatori a Roma ed in India.
Suo figlio, Tolomeo III Evergete (246-221 a.C.) condusse in Asia alcune campagne militari, ma finì poi per adagiarsi nei successi di queste imprese. Già comparivano i sintomi dei disordini sociali e delle crisi monetarie che andarono intensificandosi durante i regni dei due successori, Tolomeo IV Filopatore, minacciato dalle mire ambiziose di Antioco III, e Tolomeo V Epifane, che perdette la Celesiria. Le rivolte si moltiplicarono e la crisi monetaria che portò alla scomparsa di oro e argento escluse l’Egitto dal commercio mediterraneo. Cominciò il declino e la decadenza.
Il regno dei Seleucidi
L’impero che Seleuco aveva lasciato al figlio Antioco I era vastissimo: dall’Afghanistan agli Stretti, dal Ponto alla Siria. Era anche molto composito, per lingue e religioni.
La storia del regno fu però purtroppo quella del suo progressivo smembramento, a causa di potenti forze centrifughe. Il suo centro era la Siria, dove Seleuco aveva fondato la capitale Antiochia sull’Oronte. Quindi era logico che il frazionamento avesse luogo nelle zone più lontane da essa: Anatolia settentrionale e satrapie orientali.
Fin dal regno di Antioco I, l’Asia Minore settentrionale e centrale sfuggirono al suo dominio. Vi si costituirono regni indipendenti governati da sovrani indigeni: Bitinia, Paflagonia, Cappadocia pontica (o Regno del Ponto), Cappadocia meridionale. I Galati, che invasero l’Anatolia, formarono uno stato sull’altopiano frigio, la Galazia. Nella stessa epoca sorse il governatore di Pergamo, Filetero, diede regno di indipendenza, inaugurando il regno di Pergamo che presto avrebbe annesso tutta l’Anatolia meridionale. L’Armenia rimase sotto l’autorità dei sovrani indigeni di Seleuco, pagando un tributo, e nella parte settentrionale della Media il satrapo Atropate si proclamò indipendente, fondando un principato con legami molto fragili coi Seleucidi: la Media Atropatene.
Antioco III (223-187 a.C.) fu l’unico sovrano che tentò di ristabilire il potere indebolito da tanti dissensi, riconquistando parte dell’Asia Minore e la Tracia e percorrendo l’Oriente fino all’India. Egli aveva l’ambiazione di ricostruire l’impero di Seleuco I. per questo, rinunciò a riconquistare la Celesiria per invadere le satrapie anatologiche, attaccò la Persia e la Partia.
Nel 205 a.C. fece un altro tentativo di conquistare la Celesiria (Quinta Guerra Siriaca).
Roma gli impose di rispettare la liberta dei Greci e così, nel 195 a.C., stipulò una pace con Tolomeo V il quale abbandonò i possedimenti asiatici e sposò la figlia di Antioco, Cleopatra.
Le sue ambizioni suscitarono però le gelosie di Pergamo (Eumene II) e Rodi che fecero appello a Roma, soprattutto quando da Antioco giunse come ospite il cartaginese Annibale.
Nel 193 a.C: un’ambasceria etolica chiese l’intervento di Antioco in Grecia assicurando un’ampia adesione di stati contro Roma. Antioco sbarcò a Demetriade e si impadronì di Calcide, ma le adesioni furono in realtà poche: gli Achei restarono con Roma e Filippo V non si mosse. Così tornò in Asia e nel 189 a.C. venne sconfitto dagli Scipioni a Magnesia sul Sipilo (Guerra romano-siriaca). Col trattato di Apamea si stabilì che riununciasse alla Tracia e a tutta l’Anatolia oltre il Tauro. Dopo di lui cominciò una irrimediabile decadenza. Questo sancì la penetrazione di Roma in Asia e il suo ruolo di arbitro nelle questioni del Mediterraneo orientale.
I Parti, barbari delle steppe, invasero la zona compresa tra l’Ochos e il mar Caspio, dove fondarono lo stato indipendente della Partia. Questa, sotto Mitridate I (178-138 a.C.) sottomise la Media, la Perside, la Babilonia, privando i monarchi di Antiochia di regioni molto ricche. Ai Seleucidi rimase quindi solo la Siria.
Seleuco IV tentò di risistemare le finanze inaugurando una politica di avvicinamento alla Macedonia, ma Eumene II ostile lo fece uccidere nel 175 a.C. Il successore, Antioco IV Epifane, tentò di conquistare la Celesiria, ma Roma si oppose, attraverso la Sesta Guerra Siriaca, che Antioco perse.
Mitridate IV Eupatore nel 122 a.C. si impadronì delle città greche di Crimea e si spinse fino alla Colchide, cercando di controllare Bitinia e Cappadocia. Per Roma questo rappresentò una minaccia alla provincia d’Asia, così tra 89 e 84 a.C. si svolse la Guerra Mitridatica: Mitridate si impadronì dell’Anatolia occidentale, accolto come difensore delle libertà greche. In Tracia incitò i Greci alla rivolta e con lui si schierò anche Atene. Ma nell’86 a.C. Silla si impadronì di Atene e scacciò le armate di Mitridate dall’Europa. Le città greche d’Asia, oberate di tasse, si allontanarono da Mitridate che accettò di trattare: Pace di Dardano (85 a.C.)
Nel III sec. la Giudea aveva fondato uno stato sacerdotale posto sotto la dominazione lagide. In un primo tempo il controllo di Antioco III era stato ben accetto, perché aveva significato maggior autonomia religiosa e giudiziaria e perché la classe sociale si era ellenizzata. Ma c’erano fazioni in lotta.
Sotto Antioco IV il pontificato era nelle mani degli ‘ellenisti’ con Giasone, che voleva formare, accanto allo stato sacerdotale, un politeuma ebraico. Egli venne sostituito da Menelao.
Antioco IV si impadronì dei tesori del tempio di Gerusalemme, prese la città e vi insediò una colonia militare, imponendo gli usi greci. Gli elementi non ellenizzati sollevarono il popolo delle campagne sotto Giuda Maccabeo, che riprese il tempio, ma non riuscì a scacciare la guarnigione.
Alla morte di Antioco IV il suo legato firmò una pace a nome di Antioco V. grazie alle lotte dinastiche del regno seleucide i Maccabei trasformarono il loro potere di fatto in potere di diritto: lo stato sacerdotale ebraico diventò indipendente sotto la dinastia dei Maccabei.
Il regno degli Attalidi
Lo Stato attalide nacque da un tradimento. Lisimaco aveva affidato la custodia della cittadella di Pergamo, che conteneva un notevole tesoro, all’ufficiale Filetero. Questi passò dalla parte di Seleuco I (282 a.C.) ottenendone la signoria su Pergamo, a condizione di riconoscersi suo vassallo. Suo nipote Eumene I ruppe con Antico I proclamandosi indipendente. Il passo decisivo fu compiuto dal successore, il nipote Attalo I, che combattè contro i Galati e si proclamò re (240 a.C.). Egli concluse un trattato d’alleanza con Roma, alla quale sarà fedele durante le guerre di Macedonia. Questa alleanza segnerà tutta la storia di Pergamo e grazie ad essa i suoi re cesseranno di essere i sovrani di un piccolo regno anatolico per intervenire in modo decisivo negli eventi storici del mondo greco, durante il II sec. a.C.
Suo figlio Eumene II (197-159 a.C.) contribuì a scatenare la guerra tra Roma e Antioco III, combattendo con valore a Magnesia sul Sipilo a fianco dei Romani e approfittando largamente della vittoria: gli furono concesse tutte le terre strappate ai Seleucidi in Anatologia (salvo Caria meridionale e Lidia, date a Rodi). Benchè il suo regno fosse il più potente dell’Asia Minore, faticò non poco a conservarlo a causa dell’odio di tutti i vicini e delle ostilità di Roma
Il figlio Attalo III morì senza figli e lasciò in testamento il suo regno ai Romani, concedendo la libertà solo a Pergamo e alle città greche.
Aristonico, figlio illegittimo, guidò una rivolta sociale, facendo appello ai contadini poveri, liberando gli schiavi e rendendo la città equalitaria, col nome di Eliopoli. Ma Roma accettò l’eredità lasciatagli, vinse la rivolta e costituì una provincia d’Asia (129 a.C.) formata dalla Ionia e dalla regione di Pergamo, lasciando ai re vicini, suoi vassalli, le regioni periferiche. Era un momento di capitale importanza: i Romani per la prima volta si insediavano in terre asiatiche.
In epoca ellenistica il re era l’incarnazione della legge vivente e ciò giustificava il suo carattere divino. Il popolo era sensibile soprattutto al prestigio che conferivano le vittorie: i successi riportati in guerra erano il segno più tangibile del favore divino. Così si instaurò la monarchia assoluta, che imponeva al re alcuni obblighi morali, quale l’essere zelante, filantropo, pio e benigno.
Ma gli influssi orientali fecero sentire il loro peso: i sovrani ellenistici disponevano di un potere assoluto in quanto figli di divinità e dei essi stessi. La monarchia era ereditaria, tranne eccezioni dovute a intrighi di corte. Nonostante l’esempio contrario di Filippo e Alessandro, i re praticano la monogamia, temperata dal concubinaggio. Salvo rare eccezioni, scelgono le loro mogli nelle famiglie regnanti. In Egitto, con Filadelfo, si adotta perfino il costume indigeno del matrimonio tra consanguinei, destinato a mantenere la purezza della razza.
Il sovrano era circondato da una corte le cui consuetudini si richiamavano a quelle della monarchia macedone e della dinastia persiana. Le decisioni reali non avevano bisogno di essere approvate da alcun consiglio o assemblea e questa fu la differenza fondamentale con l’epoca classica, in cui la legge era espressione di una volontà collettiva. Ma non potendo conoscere tutto, il re fa riferimento a un consiglio privati di amici. Ad alcuni di loro conferisce cariche corrispondenti ai ministeri, riservandosi però sempre il comando dell’esercito e i pontificati supremi.
L’amministrazione locale era ricalcata su quella dei regni già esistenti prima della conquista di Alessandro e perciò era basata sulla nozione di territorio governato da un funzionario che rappresentava direttamente il sovrano. Tuttavia il preposto regionale fu poi sostituito presso Lagidi e Seleucidi da un governatore militare che concentrò a poco a poco il potere nelle sue mani e che aveva il titolo greco di stratega
BIBLIOGRAFIA
- Pierre Lévêque, La civiltà greca, ed. Einaudi, Torino, 1970
- Hermann Bengtson, Storia greca, ed. Il Mulino, Bologna, 1985
Fonte: www.saecula.it
-
Fine articolo Civiltà micenea tutto di tutto
-
Civiltà micenea tutto di tutto
LA PUGLIA DI ORAZIO
Andrò alle dolci correnti del Galesodove scendono greggi dai pregiati velli,tra i campi dove regnò Falanto Spartano:un angolo di terra è quello più di ogni altro a me ridente,che produce miele buono non meno dell'Imetto e olive verdi con la sannitica Venafro in gara:ivi offre il cielo lunga la primavera e tiepidi l'inverno (Orazio,odi,II,6,9-18)
Il grande poeta latino di Venosa (65-8 a.C.),rivolgendosi all’amico Settimo spera di andare a vivere nella terra natia fra le dolci correnti del Galeso, presso l’ombroso corso d’acqua a pochi chilometri da Taranto,ove regnò dal 708 a.C., il leggendario eroe spartano Falanto il quale,seguendo l’oracolo, conquistò la mitica Taras. La Puglia era terra senz’altro cara ad Orazio:vi si produceva miele migliore di quello dell’Imetto presso Atene e vi si coltivavano gli ulivi dalle verdi bacche tanto da gareggiare con quelle famose di Venafro, la campana città sannitica. Nella Puglia piana,dove è lunga la primavera e tiepido l’inverno,l’insediamento umano è antichissimo. Ponte verso il levante,la regione è stata in continui contatti con l'area balcanica e con le civiltà del Mediterraneo orientale. Intensi erano i rapporti,nel II millennio a.C., tra gli insediamenti appenninici e Micene come provano i numerosi ritrovamenti di ceramica micenea.La crisi della civiltà micenea ridimensionò l’area degli scambi tra la Puglia e i centri antichi della Grecia. L’ellenizzazione degli Iapigi, attraverso Micene e Corinto fu tale che,già nel VII sec a.C.,religione, usi e costumi greci furono anche quelli di,Dauni, Peucezi e Messapi, che mantennero la loro identità, soccombendo solo a Roma. Numerosissimi sono i documenti che ci attestano,già nel VII-VI sec.a.C.,la diffusa coltivazione dell’ulivo e nelle scene mitologiche dei riquadri metopali crateri,idrie,anfore,ancora lui,l’ulivo,entra da protagonista. Stateri e dracme tarantine del VI-V sec.a.C. riportano oltre a Taras sul delfino,satiri coronati d’ulivo, Pallade Galeata, civetta sul ramoscello.Atena Parthenos era la principale divinità di molti stati cantonali,di centri come Coelia, Canosa, Rubi, Butuntum,ecc.,e la sua immagine,con i relativi attributi, compare sui nummi sino all’età romana. La metropoli della Magna Grecia,la raffinata Taranto doveva essere famosa nell’orbe ellenico per i suoi unguenti e balsami dei quali ci rimangono eccezionali collezioni di recipienti in ceramica,vetro e bronzo. L’uso sportivo dell’olio è attestato dai numerosi crateri rinvenuti nel leccese
fonte: www.itcromanazzi.it
Civiltà micenea tutto di tutto
Storia Greca
Per studiare la storia greca dobbiamo partire dalle vicende che interessarono, dal terzo millennio, la grande isola di Creta. E lì, infatti, che gli archeologi hanno individuato i primordi della cultura greca.
I Cretesi
Le risorse economiche
L’isola di Creta è situata nella parte sud-orientale del Mediterraneo. Era più verdeggiante in passato rispetto a oggi, se è vero che gli antichi la consideravano un vero e proprio paradiso botanico, ricco di vegetazione. L’isola come ricchezza economica poteva contare su grandi risorse di legname pregiato, talmente abbondante da consentirne l’esportazione; inoltre il territorio era adatto alla coltivazione della vite e dell’ulivo, oltre a permettere l’allevamento degli ovini, che fornivano lana di qualità.
Il commercio e il dominio sul mare
I cretesi cercarono di sfruttare soprattutto la favorevole posizione marittima e diventarono commercianti e artigiani. Creta diventò così la più grande potenza del Mediterraneo e impose la sua talassocrazia, cioè il dominio sul mare.
Le fasi storiche della civiltà cretese
La civiltà di Creta è detta anche minoica, dal nome del leggendario re dell’isola, Minosse. Dal punto di vista cronologico gli studiosi sono soliti suddividere la storia dell’isola in tre grandi periodi, prendendo come riferimento l’evoluzione stilistica della creamica cretese: antico minoico, medio minoico, tardo minoico. Un altro tipo di scansione cronologica, fatta dagli archeologi, è legato invece alla struttura urbanistica del palazzo. Gli scavi, infatti, doumentano che la società cretese si sviluppò intorno ad alcuni grandi palazzi, fra i più importanti quelli di Cnosso. Si individua così una fase prepalaziale, una protopalaziale, una neopalaziale (che vide una prima distruzione dei palazzi) e infine una fase postpalaziale.
La funzione dei palazzi
I palazzi cretesi erano sicuramente residenze reali e costituivano il centro della vita sociale dell’isola. Il palazzo non era difeso da mura e comprendeva la dimora del sovrano, ma anche molti altri locali, magazzini, uffici, sale di culto, ecc. La vita della comunità cretese ruotava insomma intorno a questi palazzi, all’inteno dei quali si sviluppò una cultura pacifica, dedita alle arti molto più che alla guerra, e anche alle gare sportive. A tesimoniare questi usi sono alcuni affreschi rinvenuti nei palazzi, che costituiscno le uniche fonti di questa civiltà, dal momento che l’antica scrittura cretese, la cosiddetta lineare A, non è stata mai decifrata.
Il Mito cretese
Al nome del re Minosse si collega il mito del Minotauro (vedi mitologia)
In sintesi … per ricordare
Creta
- prima civiltà greco-egea
- società pacifica organizzata intorno ai palazzi
- elaborazione di miti … Minosse e il Minotauro
- dominio del mare …. commerci
I Micenei
L’isola di Creta fu occupata dai micenei che provenivano dal continente greco. Questi approfittarono dell’indebolimento dei cretesi dovuto a una catastrofe naturale: l’ipotesi più attendibile è quella di un’eruzione vulcanica, che provocò la distruzione dell’isola e di tutta la sua flotta.
Ma chi erano i micenei? Furono gli antenati dei greci e che vennero chiamati anche achei.
Una cultura guerriera
Il centro più importante di questo popolo fu Micene; però non fu mai la capitale di un regno unitario perché i micenei, seppur accumunati dalla stessa cultura, non si diedero un’autorità centralizzata e ogni città costituiva un’entità politica autonoma. La loro era sicuramente una cultura guerriera: lo testimoniano le numerose armi rinvenute all’interno delle tombe. La struttura sociale e amministrativa era fortemente gerarchizzata e prevedeva al vertice un re e un capo militare.
L’espansione sul mare
Dopo essersi insediati nel continente i micenei si spinsero alla conquista di Creta e si sostituirono ai cretesi nel dominio del mare e nei traffici commerciali con l’Oriente e con l’Occidente.
La scrittura micenea
La civiltà minoica conobbe tre tipi di scrittura: la prima era una scrittura geroglifica, a questa subentrò la cosiddetta lineare A, lineare perché tale scrittura non ha più un aspetto pittografico, ma alterna segni ideografici e segni sillabici e infine la linare B, che viene ritenuta una forma arcaica di scrittura greca.
La guerra di Troia tra storia e mito
La politica di espansione spinse gli achei-micenei verso le regioni del Mediterraneo occidentale (Sicilia, Sardegna, Spagna) e orientale. Nell’ambito di questa espansione marittima si colloca la spedizione contro la città di Troia in Asia Minore, non lontana dallo stretto dei Dardanelli. Dal punto di vista storico non si sa ancora se una guerra di Troia fu veramente combattuta. Gli studiosi hanno ipotizzato che Troia esercitasse un controllo economico sui Dardanelli e che la guerra non fosse che il tentativo degli achei di liberarsi da questo giogo.
I Dori
La caduta dei Micenei ha origine in diverse cause. Una delle cause fu ricercata nelle incursioni dei cosiddetti “popoli del mare”. Un’altra possibile causa del crollo della potenza micenea è stata ravvisata nell’invasione dei Dori e ciò avvenne anche grazie al fatto che i micenei si stavano disgregando. E’ certo comunque che non fu un solo fattore che provocò la fine dei regni micenei ma motivi diversi (epidemie, carestie, guerre esterne, attriti interni).
Il Medioevo ellenico, fase di transizione
Con il crollo dei regni micenei gli studiosi parlano di una fase storica di transizione chiamata Medioevo Ellenico. Non si trattò di un periodo di crisi assoluta, piuttosto di un periodo di grandi cambiamenti. Non ci fu più un solo centro di potere ma tanti. Cominciarono a sorgere nuove realtà di potere, economiche e culturali, prototipo di quelle che saranno le polis nel mondo greco. Furono messe a punto nuove tecnologie nella lavorazione del ferro e della ceramica; si svilupparono nuove credenze religiose, nacquero nuove figure sociali, come quella dell’aedo, il cantore che cantava in versi le vicende di un passato eroico. E’ questo anche il periodo in cui i greci ripresero a navigare per fondare nuovi insediamenti sulle coste dell’Asia Minore (prima colonizzazione).
In sintesi … per ricordare
Micenei
- civiltà guerriera, divisa in centri autonomi
- società gerarchizzata
- sviluppo commerciale … sottomissione di Creta
- espansione territoriale e politica … guerra di Troia
Medioevo ellenico
- Crisi dei micenei, Dori nuovi dominatori
- Prima colonizzazione verso l’Asia Minore
Fonte: www.francesca.larosamazza.com
Civiltà micenea tutto di tutto
nomenclatura geografica storica dell’ellade

A |
Isole ionie |
B |
Grecia centrale |
C |
Macedonia |
D |
Tracia |
E |
Tessaglia |
F |
Creta |
G |
Peloponneso |
H |
Isole egee |
I |
Epiro |
01 |
Lesbo |
02 |
Laconia con Sparta |
03 |
Cefalonia |
04 |
Kerkyra o Corfù |
05 |
Itaca |
06 |
Elide con Olimpia |
07 |
Focide con Delfi |
08 |
Calcidia |
09 |
Arcadia |
10 |
Eubea |
11 |
Beozia con Tebe |
12 |
Samo |
13 |
Delos e Mikonos |
14 |
Messenia |
15 |
Argolide con Micene |
16 |
Attica con Atene |
17 |
Cos |
periodizzazione e sintesi della storia della Grecia
La storia della Grecia si estende per oltre 3.000 anni, se consideriamo che alcuni eventi che la riguardano che sono rimasti nella memoria collettiva e tramandati si sono svolti intorno al 1100-1200 a.C., come la guerra di Troia e l’invasione dei Dori. Ma le tribù elleniche sono emigrate nella penisola intorno al 2000 (Eoli-Achei, Ioni) ed hanno espresso in forma ben definita la loro identità culturale (acheo-micenea) intorno al 1500, dopo aver assorbito il contatto con la civiltà cretese. La più tarda emigrazione dei Dori (tribù elleniche che scendevano da nord) militarmente superiori agli achei che non conoscevano il ferro ma il solo bronzo, segnò la fine della civiltà micenea, un periodo di stasi (medioevo ellenico), e la ripresa economica e culturale verso il 750.
Ma abbandoniamo per il momento i primordi della civiltà ellenica e proponiamo una prima grande divisione della storia della Grecia per 6 grandi periodi. Eccola: 1.Periodo elladico e miceneo dal 2000 al 1100; 2.Medioevo ellenico dal 1100 al 750; 3.Periodo ellenico antico dal 750 a.C. al 395 d.C.; 4.Periodo bizantino dal 395 d.C. al 1453; 5.Periodo moderno ottomano dal 1453 al 1830; 6.Periodo moderno nazionale dal 1830 ad oggi.
Le date scelte corrispondo ad eventi di importanza epocale, che sono:
2000: scendono gli Elleni Eoli-Achei e Ioni nella penisola greca; 1100: scendono gli Elleni Dori e abbattono il sistema politico dei regni acheo-micenei e subentra un periodo di arretratezza civile ed economica; prevalgono forme di economia agricola e silvo-pastorale e una sorta di aristocrazia feudale; 750: alla fine del Medioevo ellenico si riprendono le rotte commerciali, le vie del mare ed i greci risolvono l’esuberanza demografica fondando colonie oltremare legate alle poleis fondatrici; 395: si divide l’Impero romano e la parte orientale di cultura greca ha capitale Costantinopoli; 1453: l’Impero bizantino o romano d’oriente cessa di esistere con la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani; 1830: nasce lo stato greco moderno nazionale anche se non territorialmente completato.
Periodo elladico e miceneo 2000-1100
Gli achei entrarono in contatto con la civiltà cretese e conquistarono Creta; ne furono profondamente influenzati. Micene fu il più importante di un sistema di regni autonomi dalla civiltà molto raffinata, commercialmente aperta; i sovrani praticavano la guerra sistematica di conquista, come avvenne per il caso di Troia, intorno al 1180 (si suppone). Il metallo strategico fu per i micenei la lega di bronzo.
L’arte micenea si esprimeva attraverso forme naturalistiche: animali, vegetali e figure umane erano forgiati e dipinti con grande realismo.
Periodo del Medioevo ellenico 1100-750
Una ondata di Elleni rimasti al nord durante il periodo miceneo, superiori militarmente agli achei per l’uso del ferro in luogo del bronzo, travolse il sistema dei regni micenei. Avevano una civiltà più arretrata e riportarono la Grecia alla condizione dell’economia silvo-pastorale. Per tre secoli circa durò questo sistema che prevedeva una società controllata da signori locali, e da pastori e contadini alle loro dipendenze nel vincolo della dipendenza feudale. Fu durante questo periodo che le memorie della guerra di Troia furono elaborate e tramandate attraverso i canti degli aedi che frequentavano le corti rustiche. Caratteristica dell’arte di questo periodo è la figura umana stilizzata e il geometrismo decorativo presente abbondantemente nella ceramica (periodo geometrico).
Periodo ellenico antico 750 a.C. – 395 d.C.: è un lungo periodo che va risolto in sottoperiodi: 1.Periodo arcaico dal 750 al 480; 2.Periodo classico dal 480 al 323; 3.Periodo ellenistico primo dal 323 al 146; 4.Periodo ellenistico secondo o romano dal 146 al 31 a.C.; 5.Periodo greco-romano imperiale dal 31 a.C. al 395 d.C.
Periodo arcaico 750-480.
Alla fine del Medioevo ellenico si riprendono le rotte commerciali, le vie del mare ed i greci risolvono l’esuberanza demografica fondando colonie oltremare legate alle poleis fondatrici; si avvia un complesso sistema di città-stato autonome in cui viene elaborata la civiltà ellenica classica che raggiunge l’acme nel V e IV secolo.
E’ la ripresa della civiltà ellenica nelle forme e nei modi che la farà diventare fondamento della cultura occidentale. Atene manifesta i segni della sua vocazione marinara, cresce, si formano classi sociali nuove, borghesi, tra la nobiltà ed i contadini, che vogliono partecipare al governo detenuto dai nobili. Dai contrasti fra le classi sorgono le mediazioni che trovano espressione nelle costituzioni: la costituzione di Solone all’inizio del 500, oligarchica, e la costituzione di Clistene, del 507, che prevede l’isonomia, diritti uguali per tutti. In mezzo al secolo, la tirannide basata sul consenso del popolo borghese di Pisistrato, che riempie Atene di templi e la lancia verso il commercio del mare. La ricchezza greca attira le voglie espansionistiche dei Persiani, che prima sottomettono i greci della Ionia e poi vogliono la Grecia continentale. Due spedizioni: nel 490 tenta Dario di sbarcare in Grecia, ma viene sconfitto a Maratona dagli Ateniesi; nel 480 ci prova suo figlio Serse che manda una flotta di rinforzo all’esercito a piedi che passa il Bosforo e scende lungo la costa orientale della Grecia. Sparta e Atene sono coalizzate assieme ad altre città. Passa la scelta strategica di trattenere i Persiani alle Termopili, per dare tempo a Temistocle di sgombrare Atene e condurre gli Ateniesi a Salamina. Serse, dopo essere passato alle Termopili, giunge ad Atene, ne incendia le case e l’Acropoli, si appresta ad assistere alla battaglia navale nello specchio d’acqua tra Pireo e Salamina. Qui affonda la sua flotta sotto i colpi delle navi di Temistocle e deve fuggire in Persia. L’anno dopo, nel 479, a Platea i Greci coalizzati battono l’esercito persiano rimasto. L’Ellade è salva. Se la Grecia non avesse fermato i Persiani, sarebbe diventata una satrapia dell’Impero, le poleis avrebbero perso la loro autonomia, Atene non avrebbe mai potuto elaborare la civiltà di pensiero che si alimentò con la sua democrazia avanzata.
Nell’arte plastica si mostra la tipica figura del kouros dalle forme irrigidite nella formula ieratica, che si scioglie nella libertà nello spazio della figura umana appena passato il trauma dell’invasione persiana.
Periodo delle poleis o classico 480-323.
Nel V secolo Atene raggiunge l’acme della sua potenza e della sua magnificenza culturale. E’ stata la principale protagonista della vittoria sui Persiani e giustamente intende sfruttare questo ruolo di salvatrice della Grecia per imporre non solo una politica di difesa comune antipersiana (Lega di Delos) mediante un sistema di città stato continentali ed oltremare, ma anche un sistema economico di scambi dal quale essa trae i maggiori vantaggi. Dal sistema restano fuori città come Tebe e Sparta. Sparta non accetta che il modello democratico ateniese possa raggiungere il suo sistema di rigide caste separate, di cui gli spartiati sono l’aristocrazia guerriera dominante. La democrazia ateniese stimola una fortissima partecipazione politica, ed un conseguente fermento culturale da parte dei sofisti, i maestri delle nuove virtù politiche, distinte e diverse da quelle arcaico-aristocratiche. La democrazia è partecipazione e coesione culturale; i cittadini che partecipano possono farlo solo se dispongono di ricchezza data dal lavoro di dipendenti e schiavi in abbondanza; la coesione è data anche da una politica religiosa e culturale molto intensa: templi agli dei della città (Partenone) e monumenti; tutto costa, e il denaro affluisce solo se si pratica una politica imperialistica. Contro il partito aristocratico che non ama una politica espansionistica si impone il partito di Pericle, favorevole all’espansionismo commerciale e militare. Pericle è sostenuto dal demos. Ma tale espansionismo mette in allarme Sparta, che alla fine decide di reagire e di accettare la sfida. Ha inizio una guerra fatale, la guerra del Peloponneso (431-404), fra Atene ed alleati e Sparta ed alleati. Pericle muore nei primi anni di guerra, di colera, nel 429, che scoppia ad Atene a causa dell’ammassamento dei rifugiati dalla campagna devastata dagli Spartani. La guerra ha alterne vicende, con lunghe pause. L’errore fatale lo compie Atene con una spedizione che fallisce miseramente contro Siracusa alleata spartana. Distrutto l’esercito nel 413. Nel 404, presso Egospotami, la flotta ateniese è sorpresa e affondata da quella spartana. Atene deve chiedere pace. Le lunghe mura fatte costruire come un corridoio per collegare Atene al Pireo devono essere abbattute e la lega di Delos sciolta. Gli Spartani impongono un governo aristocratico (30 tiranni), che dura un anno. Ritorna la democrazia, me resta debole e non tollera contestazioni. Ne resta vittima Socrate, giustiziato nel 399.
L’egemonia spartana in Grecia è stroncata da Tebe, che batte il suo esercito per la prima volta nel 371 a Leuttra, ma intanto si sta preparando militarmente il Regno di Macedonia, che trova in Filippo il suo grande sovrano. Questi aspira a unificare la Grecia sotto la sua egemonia, e a portarla contro i Persiani. Questo suo disegno viene realizzato dal figlio Alessandro. Alessandro riesce a imporre ai Greci la sua egemonia, dopo aver distrutto la resistenza di Tebe, e a costruire un dominio che comprende Egitto, Siria, Mesopotamia, Persia. Muore nel 323, presto, ed i suoi domini si frammentano in tre tronconi principali: Siria, Egitto e Macedonia. La Grecia continua a restare sotto l’influenza macedone.
Nel corso del 300 si formano ed irradiano il loro sapere le scuole di Platone prima e di Aristotele poi.
Periodo ellenistico primo 323-146.
La Grecia vera e propria mantiene il sistema delle poleis, che però si coalizzano in leghe per mantenere autonomia nei confronti del Regno di Macedonia, che le vorrebbe sotto la sua influenza. Mentre ad Atene fioriscono le scuole ellenistiche degli stoici, epicurei e scettici, il centro greco culturale più avanzato e proteso agli studi scientifici diventa Alessandria, in Egitto, protetto dai Tolomei. Nel corso del 200, in Italia, a occidente, si sta formando la potenza romana che prima ingloba la Magna Grecia e poi si scontra inevitabilmente con la fenicia Cartagine. Diventata padrona del Mediterraneo occidentale con la sconfitta di Cartagine nel 202, Roma si rivolge verso la Grecia per colpire la Macedonia che aveva sostenuto Annibale. Appoggiando le leghe antimacedoni greche, batte ripetutamente i macedoni, fino alla definitiva battaglia di Pidna del 168. Roma proclama la libertà delle poleis, ma non intende che esse svolgano una politica indipendente ed ostile. La ribellione di esse porta Roma a distruggere Corinto nel 146 e a ridurre la Grecia a provincia romana.
Intanto la tradizione culturale greca viene importata a Roma dal circolo degli Scipioni, fortemente osteggiata dall’aristocrazia tradizionalista. Essa impregna fortemente la cultura romana producendo una sintesi che resta alla base del mondo occidentale futuro.
Periodo ellenistico secondo 146-31 a.C.
Inizia il periodo della dominazione romana, che impone alle poleis greche la pace fra di esse e la stabilità. Intanto prosegue la conquista romana del Mediterraneo orientale, fino a concludersi con Ottaviano Augusto, che sconfigge il suo rivale al potere, Antonio, alleatosi con Cleopatra d’Egitto. Si conclude con la sconfitta della flotta egizia e di Antonio nelle acque di Anzio nel 31 a.C. L’Egitto è sottomesso a Roma ed il Mediterraneo orientale è completamente sottomesso a Roma.
Periodo cristiano o greco-romano imperiale 31 a.C. – 395 d.C.
La diffusione della cultura greca sotto forma di scuole nell’ambito dell’impero romano (stoica, epicurea, scettica, neopitagorica, platonica, neoplatonica,...) trova la sua massima espressione intorno al 200 dopo Cristo nella forma del neoplatonismo. Intanto si è diffuso il cristianesimo, e si è rafforzato nonostante le persecuzioni dello stato. Il cristianesimo, diffuso dagli apostoli ma soprattutto da Paolo che punta verso il mondo greco e romano, incontra la cultura greca, soprattutto il neoplatonismo, e ha inizio col III secolo una filosofia cristiana che utilizza le categorie del pensiero neoplatonico per interpretare il messaggio cristiano. Nel 313 d.C. l’imperatore Costantino ritiene conveniente consentire ufficialmente il culto cristiano, tanto è ormai potente la Chiesa, per farsela alleata nella ristrutturazione dell’impero. E’ lo stesso imperatore che avverte che è nella parte ellenizzata dell’Impero che il tessuto sociale ed economico è più forte e meno critico, e quindi eleva Costantinopoli a corte imperiale dell’Oriente. Questa duplice realtà dell’Impero, Roma e Costantinopoli, viene sanzionata anche formalmente con la divisione voluta da Teodosio I che nel 395 decide di assegnare ad un figlio l’Oriente ed all’altro l’Occidente. Da quel momento ha inizio un percorso autonomo dell’Impero romano d’Oriente, che possiamo chiamare anche bizantino.
Verso il 360 l’imperatore Giuliano aveva tentato di ripristinare i culti ellenici antichi, precristiani, ma invano. Ormai il cristianesimo era la religione più importante dell’impero, e Teodosio I l’aveva riconosciuta come religione ufficiale dell’Impero nel 391.
Periodo bizantino 395 - 1453
L’Impero bizantino dura 1000 circa anni oltre la caduta dell’Impero romano di Occidente. Inizialmente gli imperatori sono impegnati a deviare verso Occidente le tribù germaniche che premono ai confini e a consolidare la caratteristica cristiana dello stato. Teodosio II agli inizi del 400 lancia una campagna contro i residui di paganesimo (ne è vittima Olimpia, del cui tempio ordina la distruzione); Giustiniano riconquista parte dell’Occidente combattendo contro i Goti. Ma gli Arabi motivati da Maometto nel 600 portano via all’Impero la Siria, l’Egitto e l’Africa settentrionale. L’impero è minacciato da est, da sud e da una nuova ondata barbarica a nord, gli Slavi. Bisanzio sceglie di evangelizzarli e Cirillo e Metodio aprono le missioni presso gli Slavi.
Gli imperatori bizantini sono impegnati ad evitare o a ritardare quanto più è loro possibile la feudalizzazione e ruralizzazione dell’Impero, che invece si è fortemente imposta in Occidente. Ma tale processo diventa inevitabile verso la fine del millennio e col nuovo millennio, tanto che l’Impero ad un certo momento non ha più una politica economica commerciale autonoma, e consente alle repubbliche marinare italiane (Genova e soprattutto Venezia) di inserirsi e di supplire.
Dopo il 1000 la nuova minaccia viene dai Turchi. Tribù turche si insediano in Anatolia già nel primo secolo dopo il 1000; fondano l’Impero ottomano nell’Anatolia nel 1300, poi passano lo stretto del Bosforo e con la battaglia del Kossovo nel 1389 distruggono ogni resistenza greca e balcanica: la Grecia è nelle loro mani tranne un piccolo territorio attorno a Costantinopoli, che quindi cade nel 1453; l’Impero Romano di Oriente è finito. La religione cristiana ortodossa si mantiene, i Turchi sono tolleranti, pur che si mantenga nella pura sfera spirituale.
Periodo ottomano 1453-1830
Costantinopoli diventa Istanbul, capitale dell’Impero ottomano; la Grecia non esiste come entità politica, diventa una terra economicamente arretrata, le antiche vestigia restano sepolte; alla fine del 1700 quando sono evidenti i segni della involuzione dell’Impero ottomano sotto la pressione delle potenze occidentali (Francia e Inghilterra), di Austria e Russia sorge il nazionalismo greco, alimentato dal mito ellenico risorto e coltivato in Europa fin dall’Umanesimo del 1400, ripreso col neoclassicismo del 1700; la lotta di liberazione sotto l’impulso di una coscienza nazionale di ispirazione liberale o cristiano-ortodossa parte negli anni 20 del 1800 e porta nel 1830 al riconoscimento dello stato Greco indipendente sotto la protezione e la garanzia di Francia e Inghilterra; lo stato è una monarchia costituzionale che comprende al momento solo il Peloponneso e la Grecia centrale (Attica, Beozia, Focide).
Periodo moderno nazionale 1830-oggi...
Le fasi dell’ enosis o processo di unificazione degli altri territori ritenuti greci riprende con la seconda metà del 1800, sempre in coincidenza con le crisi balcaniche legate allo sfacelo dell’Impero ottomano: con la crisi del 1878 e il Congresso di Berlino nascono Romania, Serbia e Montenegro e nel 1881 viene assegnata alla Grecia la Tessaglia; il passo successivo è in occasione delle due guerre balcaniche del 1912-13 contro la Turchia, successive alla sconfitta dell’Impero ottomano da parte dell’Italia che conquista la Libia: la Grecia ottiene la Macedonia la Tracia sotto la guida dello statista cretese Venizelos; intanto nel 1908 Creta era già passata alla Grecia. L’Italia nella guerra libica si era presa le isole greche del Dodecanneso (fra cui Rodi) portandole via alla Turchia. Saranno unite alla Grecia solo alla fine della seconda guerra mondiale.
Alla Grecia mancavano le isole della Ionia e la Ionia stessa, sulla costa anatolica.
Con la prima guerra mondiale avvenne una scissione politica in Grecia: la monarchia voleva la neutralità mentre Venizelos voleva schierarsi accanto all’Intesa per combattere l’Impero ottomano alleato della Germania, e quindi strappargli Costantinopoli e la Ionia. I venizelisti combatterono a nord contro Bulgaria e Impero ottomano. La vittoria dell’Intesa permise ai Greci di accedere alla Ionia, ma non a Costantinopoli. Il nazionalismo turco sotto la guida di Kemal Atatürk sceglie di abbandonare l’Impero ma di fondare uno stato anatolico comprendente anche Costantinopoli fortemente omogeneo sul piano dell’identità nazionale. Reagì contro l’invasione greca della Ionia, sconfisse l’esercito greco e impose l’accordo della pulizia etnica: lo scambio dei greci della Ionia presenti in quelle terre da 2000 anni con quello dei turchi o musulmani sul territorio greco (1.300.000 greci lasciarono le loro terre contro circa 300.000 turchi o musulmani).
Dopo questi eventi la Grecia conobbe una forte instabilità politica, e negli anni 30 si impose la dittatura del generale Metaxàs. La Grecia fu invasa dall’Asse italo-tedesco nel 1941, conobbe la guerra partigiana nella forma di due organizzazioni combattenti, una comunista ed una monarchica. Alla fine della guerra gli Inglesi imposero il ritorno della monarchia non più gradita dalla maggioranza dei Greci e la smobilitazione dei partigiani. La Grecia doveva far parte nella logica della Guerra Fredda del blocco occidentale. Ne venne fuori una guerra civile devastante fra il 1946 e il 1949. Vinsero i filomonarchici anticomunisti sostenuti dagli angloamericani.
Le sinistre vennero emarginate e discriminate per lungo tempo ed il rafforzarsi negli anni 60 del partito socialista determinò l’avvento di una nuova dittatura di generali fascisti, sostenuti dagli USA, che durarono al potere dal 1967 al 1974, molto avversata in Europa. Cadde la dittatura a causa della loro incapacità di fermare l’invasione della parte settentrionale di Cipro da parte dei Turchi. Così nacque la Grecia attuale, democratica, che negli anni 80 entrò a far parte dell’Unione Europea.
2000 |
1900 |
2000 Periodo elladico medio |
|
Invasioni indoeuropee di Eoli (Achei) e Ioni |
|
1800 |
|||||
1700 |
|||||
1600 |
|||||
|
1500 |
1500 Periodo elladico recente o miceneo |
|
Sviluppo della civiltà micenea |
|
1400 |
|
||||
1300 |
|
|
|||
1200 |
1180? |
Guerra di Troia |
|||
1100 |
1150 |
Invasioni doriche. Distruzione fortezze micenee |
|||
|
1000 |
1100 Medioevo ellenico |
|
||
0900 |
|||||
0800 |
|||||
0700 |
750 Età arcaica |
750 |
Inizio colonizzazione greca |
||
|
0600 |
||||
0500 |
|||||
|
0400 |
480 Età classica |
480 |
Vittoria ateniese sui Persiani a Salamina |
|
0300 |
323 |
Morte di Alessandro Magno |
|||
|
0200 |
323 Età ellenistica |
323 Età ellenistica prima |
|
|
0100 |
146 Età ellenistica seconda greco-romana |
146 |
Distruzione di Corinto. Grecia provincia romana Vittoria romana (Augusto) di Azio |
||
0000 |
031 |
||||
|
0100 |
31 Età cristiano o greco-romano imperiale |
|
|
|
0200 |
|||||
0300 |
395 |
Divisione dell’Impero romano in IR d’Oriente e IR di |
|||
|
0400 |
395 Età bizantina |
|
||
|
............ |
|
|
|
|
|
1400 |
|
1453 |
Bisanzio cade ad opera degli Ottomani |
|
1500 |
|
|
|||
Fonte: www.liceocopernico.it
Civiltà micenea tutto di tutto
LE REGIONI D’ITALIA NELL’ETA DEI METALLI
1. Definizione e inquadramento cronologico
2.Dalla nuova tecnologia importanti impulsi a mutamenti economici e sociali
3.L’età del Rame nelle diverse regioni d’Italia
4.L’età del Bronzo nelle diverse regioni d’Italia
5. Età del Ferro
1. Definizione e inquadramento cronologico
Verso il VII millennio a.C. presso le società neolitiche del Vicino Oriente iniziò la lavorazione di un materiale completamente diverso da quelli fino ad allora usati, un materiale naturale che portato ad alta temperatura fondeva assumendo, una volta raffreddato, la forma del contenitore che lo raccoglieva: é la nascita della metallurgia. La lavorazione dei metalli trovò una applicazione diffusa solo a partire dal V millennio, e solo nel corso del IV e III millennio a.C. arriverà nel continente europeo.
Con riferimento alla tipologia di metallo lavorato, l’età dei metalli viene così suddivisa:
- età del Rame
- età del Bronzo (il bronzo non è un metallo ma una lega di due metalli, il rame e lo stagno nel rapporto 85/15)
- età del Ferro
Dato che il momento d’inizio della lavorazione di questi metalli è diverso nelle diverse regioni del mondo (in alcune zone del mondo non è ancora conosciuta la lavorazione dei metalli, gli uomini vivono ancora al tempo della pietra), non ha molto senso indicare una datazione assoluta, è preferibile accompagnare la datazione ad un particolare luogo; è quindi meglio dire l’età del Rame per l’Italia settentrionale va dal 3300 al 2300 a.C. piuttosto che dire, in assoluto l’età del Rame va dal IV millennio al III millennio senza specificare la zona di riferimento.
Con riferimento all’Italia settentrionale possiamo la seguente suddivisione dell’età dei metalli:
- età del Rame 3300-2300 a.C.
- età del Bronzo (antico 2300-1700 a.C.; medio 1700-1350 a.C.; recente 1350-1200 a.C.; finale 1200-975 a.C.)
- età del Ferro 975 a.C.-…
2. Dalla nuova tecnologia importanti impulsi a mutamenti economici e sociali
Presso le comunità neolitiche la lavorazione dei metalli ebbe grande importanza, essa fornì un grande impulso a mutamenti nel campo economico e nei rapporti sociali; in particolare tale lavorazione accentuò:
- la divisione del lavoro (con la produzione artigianale specializzata)
- la differenziazione sociale (legata al possesso di oggetti metallici, considerati di notevole valore)
- la conflittualità (la produzione di armi metalliche fece aumentare notevolmente l’importanza della classe dei guerrieri, inoltre il desiderio di possesso del metall, considerato un bene prezioso, accentuò i conflitti tra le genti diverse)
3. L’età del Rame nelle diverse regioni d’Italia
Durante l’età del Rame le popolazioni residenti nella penisola italiana adottano una serie di innovazioni, soprattutto grazia alla lavorazione del metallo, che porteranno ad una profonda trasformazione nella vita di tutti i giorni, tra le più significative abbiamo:
- l’uso dell’aratro
- la ruota e il carro
- lo sfruttamento della trazione animale (anche per trainare l’aratro)
- lo sfruttamento dei prodotti secondari dell’allevamento, quali il latte e i suoi derivati e la lana
- l’addomesticamento del cavallo
Gli influssi sulla vita quotidiana di queste innovazioni sono evidenti. L’adozione dell’aratro trascinato dagli animali consentì, ad esempio, di lavorare suoli fino ad allora impossibili da sfruttare per scopi agricoli, inizia in tal modo la colonizzazione di nuovi terreni con il conseguente disboscamento: l’uso del carro favorì il trasporto e lo scambio commerciale. Vediamo ora come si è sviluppata l’età del rame nelle diverse regioni d’Italia.
Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria
Solo con l’età del Rame, grazie alle favorevoli condizioni atmosferiche, inizia una stabile occupazione della Valle d’Aosta. Si colloca in questo periodo la pratica di usare dei grossi blocchi di pietra (megalitismo) per scopi diversi dalla costruzione di edifici. Ne sono un esempio i ritrovamenti di tombe “megalitiche” ad Aosta, nell’area di San Martin. Lo scavo di San Martin ha consentito di ricostruire la lunga evoluzione nei modi d’utilizzo dell’area stessa.
Nel periodo tardo neolitico il territorio coincidente con l’attuale Piemonte subisce l’influenza di due diverse civiltà. Il territorio di pianura e le colline subiscono l’influenza della cultura del vaso a bocca quadrata; mentre la zona montuosa subisce l’influenza della civiltà di Chassey (che aveva la sua sede nella valle del fiume Rodano tra Svizzera e Francia). Per il periodo non abbiamo in Piemonte ritrovamenti di particolare rilevanza, segnaliamo solo quelli della città di Alba cha vanno dal Neolitico all’età del Bronzo.
In Liguria l’età del Rame si caratterizza per la presenza di numerose sepolture collettive e in ciò si distingue dalla cultura di Remedello (in provincia di Brescia), diffusa in Lombardia e nel Veneto, che praticava l’inumazione singola. Due realtà liguri, particolarmente interessanti, che possiamo far risalire all’età del Rame, si trovano agli estremi del territorio regionale: sul monte Bego (territorio ora francese) dove si trovano 100.000 incisioni rupestri; nel territorio della Lunigiana, ai confini con la Toscana, dove troviamo numerose lastre in pietra (di forma umana) che testimoniano la presenza di una comunità umana piuttosto sviluppata.
Lombardia, Veneto, Trentino, Friuli
Come abbiamo già accennato, durante l’età del Rame si diffonde in Lombardia la cultura di Remedello (così definita nel 1931, dopo il ritrovamento di una necropoli a Remedello in provincia di Brescia). La cultura di Remedello si caratterizza per la pratica di inumazione di singoli individui, e per l’accompagnare i defunti con un corredo costituito da oggetti che mettono in evidenza posizione sociale, età, sesso dell’individuo sepolto. Nel periodo conclusivo dell’età del Rame (dal 2500 al 2300 a.C.) si diffonde anche in Lombardia (come in gran parte dell’Italia settentrionale) la cultura della Ceramica Campaniforme (o Vaso Campaniforme), ne sono testimonianza i reperti trovati nel sito di Monte Covolo (Brescia).
Nel periodo Neolitico anche il Veneto venne toccato dalla cultura dei vasi a Bocca Quadrata e anche il Veneto subì una trasformazione culturale ad opera di tale cultura. Alla fine del IV millennio a.C. la precedente cultura subì un rapido processo di disgregazione e gli insediamenti umani tesero a concentrarsi nelle zone collinari. Durante l’età del Rame anche il Veneto è toccato dallo sviluppo della cultura di Remedello. Da segnalare ritrovamenti di carattere megalitico a Sovizzo, vicino a Vicenza. Anche nel Veneto si diffuse, verso la fine dell’età del Rame, la cultura del Vaso Campaniforme.
In Trentino Alto Adige è stato fatto il ritrovamento più importante relativo all’età del Rame in Italia. Nel 1991 venne scoperto, casualmente tra i ghiacciai delle Val Senales, il corpo mummificato di un uomo vissuto nel periodo 3300-3150 a.C. (assieme all’uomo fu ritrovato anche il suo equipaggiamento), dato che il ritrovamento fu fatto nelle vicinanze del rifugio Similaun, l’uomo ritrovato venne battezzato “uomo di Similaun”. Il ritrovamento di un’ascia di rame a corredo dell’uomo di Similaun ha portato ad una revisione dell’inizio dell’età del Rame per l’Italia settentrionale (precedentemente si faceva iniziare l’età del Rame all’inizio del III millennio). La scoperta del Similaun ha consentito di fare delle scoperte molto interessanti relative alla vita nell’età del Rame. Anche nel Trentino sono state trovate strutture funerarie di tipo megalitico, a Velturno in provincia di Bolzano.
Nel Friuli Venezia Giulia sono stati fatti dei ritrovamenti di lame di pugnali di pietra caratteristici della cultura di Remedello (a Marano Lagunare, Aquileia, San Lorenzo Isontino, Capriva del Friuli, ecc.). Altri ritrovamenti riferibili al periodo Eneolitico sono stati fatti a Sach di Sotto (nel comune di Meduna, in provincia di Pordenone) questo sito, scavato di recente, ha portato alla luce materiale che si può inquadrare nella sfera della cultura del Vaso Campaniforme, in Friuli sono inoltre rilevabili influenza riferibili alla cultura di Ljubjana.
Emilia, Toscana, Marche, Umbria
Anche in Emilia il passaggio dal Neolitico all’età del Rame è collegato all’arrivo di gruppi appartenenti alla cultura del Remedello. Un sito di particolare importanza, riferibile alla cultura di Remedello, è quello di Spilamberto (tra Modena e Bologna); nella necropoli di Spilamberto sono stati fatti dei ritrovamenti che documentano l’importanza assunta dai guerrieri in questa età. Anche in Emilia nell’ultimo periodo Eneolitico si diffonde la cultura del Vaso Campaniforme, come è testimoniato dai ritrovamenti di Sant’Ilario d’Enza e Rubiera, tra Reggio Emilia e Modena.
L’età del Rame vede in Toscana lo sviluppo della cultura del Rinaldone (diffusa in particolare nella valle del fiume Fiora, sul confine con il Lazio) che si caratterizza per l’inumazione in tombe a “forno” e a “fossa”. Sul confine con la Liguria, nel territorio della Lunigiana, si sono ritrovati reperti di natura megalitica (statue-stele incise di forma umana). Ritrovamenti riferibili alla cultura del Vaso Campaniforme sono stati fatti nella zona di Sesto Fiorentino, vicino a Firenze.
Nelle Marche si sviluppa durante l’Eneolitico quella che viene definita cultura di Canelle (dai ritrovamenti dell’insediamento fortificato di Canelle d’Acervia). Anche sulle pendici del Monte Conero (vicino ad Ancona) sono stati fatti dei ritrovamenti di necropoli riferibili all’età del Rame.
L’Umbria documenta per l’età del Rame diversi movimenti migratori di gruppi umani provenienti dalle pianure.
Lazio, Abruzzo,Campania, Molise
Anche il Lazio, come la Toscana, vede il diffondersi, nell’età del Rame, della cultura del Rinaldone (presso il lago di Bolsena). Successivamente, nella tarda età del Rame, anche il Lazio sarà toccato dalla cultura del Vaso Campaniforme.
In Abruzzo abbiamo, per il periodo Eneolitico, dei ritrovamenti di un villaggio presso Ortucchio (vicino ad Avezzano, nella piana di Fucino). Il villaggio, causa l’impaludamento della zona, sorgeva sopra un lastricato di pietre.
Per la Campania il momento di passaggio dal Neolitico all’età del Rame è testimoniato dalla cultura del Gaudo (così detta perché a Gaudo, a 1 Km da Paestum, è stata trovata una necropoli appartenente a questa cultura) della prima metà del II millennio. Esaminando i corredi funebri e l’architettura delle 34 tombe della necropoli di Gaudo (caratteristiche per la particolare forma detta “a forno” scavate nella roccia) si è arrivati alla conclusione che queste popolazioni avevano una forte connotazione guerriera ed erano riunite in clan familiari. La cultura del Gaudo dal nucleo campano si diramerà in Basilicata e in Calabria. Sempre a Paestum sono state trovate tracce della cultura di Laterza (il cui centro propulsore era nell’area apulo-materana), successiva a quella del Gaudo e protrattasi fino al Bronzo antico. La cultura di Laterza presenta una produzione piuttosto diversificata (anfore, scodelle, ciotole, bracciali, ecc.) sulla quale la decorazione incisa è piuttosto varia.
Puglia, Basilicata,Calabria
Anche in Puglia il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico è attestato verso la prima metà del III millennio con l’affermarsi della cultura di Andria (conosciuta quasi esclusivamente grazie alle necropoli). In una fase successiva si diffonde nella regione la tradizione della Ceramica a Squame, e quindi, verso la fine dell’età del Rame, si diffonde la cultura di Laterza (nome che deriva dal sito pugliese al confine con la Basilicata) con l’usanza di seppellire i morti in tombe a grotticella.
La cultura di Laterza si diffuse anche in Basilicata, in particolare nel territorio di Matera e in quello di Melfi, mentre la cultura del Gaudo è attestata nella vallata del fiume Agri e del fiume Sinni. Elementi delle due cultura sono stati ritrovati nelle grotte di Latronico.
La cultura di Laterza si diffuse anche in Calabria.
Sicilia e Sardegna
In Sicilia l’età del Rame si caratterizza per la diffusa frammentazione culturale. Nella fase terminale dell’Eneolitico è documentata la presenza della cultura dei Vasi Campaniformi.
In Sardegna il passaggio dal Neolitico all’età del Rame è collegato allo sviluppo della cultura di San Michele di Orzieri, in provincia di Sassari, (alcuni studiosi preferiscono considerare questa cultura come appartenente al tardo Neolitico). Il pieno Eneolitico, nella prima metà del III millennio, trova la sua espressione nella cultura di Monte Claro. Nella fase finale dell’Eneolitico si segnala la diffusione della cultura del Vaso Campaniforme. Nell’età del Rame la Sardegna si inserisce stabilmente negli scambi tra popolazioni appartenenti al Mediterraneo occidentale e popolazioni appartenenti al Mediterraneo orientale.
4. L’età del Bronzo nelle diverse regioni d’Italia
Elementi caratterizzanti l’età del Bronzo
Rispetto all’età precedente nell’età del Bronzo si nota una accelerazione dei mutamenti economici e sociali conseguenti alla diffusione delle nuove tecnologie.
Nel panorama europeo, pur piuttosto frastagliato, possiamo individuare per il periodo indicato alcuni elementi comuni:
- diffusione degli scambi commerciali a vasto raggio(anche migliaia di chilometri)
- formarsi di insediamenti stabili di comunità; insediamenti attivi per centinaia d’anni (in alcuni casi anche fortificati), all’inizio dell’età del Ferro (inizio I millennio a.C.) tali comunità daranno luogo a delle vere e proprie città
- aumento demografico e conseguente opera di disboscamento per la coltivazione dei campi
- sviluppo delle differenziazioni sociali tra individui, con conseguente stratificazione (nascita delle classi sociali)
- si accentua la divisione del lavoro e la specializzazione
Per comodità l’età del Bronzo viene suddivisa secondo lo schema seguente:
- Bronzo antico (2300-1700 a.C)
- Bronzo medio (1700-1350 a.C)
- Bronzo recente (1350-1200 a.C)
- Bronzo finale (1200-975 a.C)
Durante l’età del Bronzo nell’Italia del nord abbiamo lo sviluppo della cultura delle palafitte (Bronzo antico) e delle terramare (Bronzo medio). Al centro e al sud abbiamo, invece, per il Bronzo medio e recente, lo sviluppo della cultura appenninica e subappenninica.
In gran parte delle penisola italiana con il Bronzo finale compare la cultura proto-villanoviana, caratterizzata dalla pratica dell’incinerazione dei defunti. Verso la fine di questa fase si formano, al centro e al nord, i primi centri proto-urbani, sedi delle future città etrusche e venete.
Nel periodo finale dell’età del Bronzo, inizio età del Ferro, anche l’Italia è interessata alle migrazioni di popoli detti “Indoeuropei” provenienti dal centro Europa (tra questi i Veneti, il termine “veneti” deriva da una parola della lingua indoeuropea che significa “conquistatori”, i Latini e gli Osco-Umbri).
Prima di vedere le diverse regioni d’Italia nell’età del Bronzo, vale la pena ricordare come nella vicina Austria, nel territorio di Salisburgo, durante l’età del Bronzo si sviluppo uno dei centri estrattivi di rame più importanti, tale centro, famoso anche per le lavorazioni metallurgiche, diverrà un importante punto di incontro di genti provenienti da luoghi molto diversi tra loro.
Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria
Nell’età del Bronzo medio il Piemonte è interessato al fenomeno dello svilupparsi di villaggi palafitticoli, sorti sulle sponde dei laghi alpini (ad esempio sul lago di Viverone vicino ad Ivrea e ad Arona sul lago Maggiore).
In Liguria durante l’età del Bronzo abbiamo il formarsi, sulle sommità delle alture, di villaggi arroccati, detti castellari. Anche il Liguria durante il Bronzo finale si diffuse la pratica dell’incinerazione dei defunti.
Lombardia, Veneto, Friuli, Trentino
Durante l’età del Bronzo antico Lombardia, Veneto e Trentino furono interessati dallo sviluppo della cultura di Polada (dal nome del sito di una torbiera nel comune di Lonato, vicino al lago di Garda, dove sono stati fatti i primi ritrovamenti). La cultura di Polada si caratterizza per la costruzione di villaggi su palafitte che si diffondono inizialmente sulle sponde del lago di Garda e altri laghi alpini, per espandersi, poi (durante il Bronzo medio), in diverse zone della pianura Padana (su territori fluviali e palustri a nord del Po). La cultura di Polada vede una fase di declino irreversibile nel periodo del Bronzo recente.
La scelta di luoghi umidi per fondare i propri villaggi (formati da non più di 200-300 persone) si spiega:
- con l’abbondanza di risorse alimentari offerte dall’ambiente lacustre
- con la facile accessibilità dei luoghi (liberi dai boschi)
- con la fertilità del terreno posto attorno ai laghi o in riva ai fiumi
Della popolazioni della cultura di Polada conosciamo soprattutto la produzione ceramica (boccali, tazze, anfore, ecc.). La pratica funebre di queste popolazioni prevedeva l’inumazione del corpo.
Per la Lombardia gli insediamenti più significativi relativi alla cultura di Polada si trovano proprio a Polada (nel comune di Lonato, Brescia). Nel Veneto la cultura di Polada è attestata in alcuni paesi attorno al lago di Garda (Peschiera, Lazise); a Fimòn in territorio vicentino; nel territorio basso veronese (sul fiume Mincio); ad Arquà Petrarca (sui Colli Euganei in provincia di Padova); nell’alto Polesine a Canàr (lungo il Po in provincia di Rovigo).
Per il Trentino ritrovamenti riferibili alla cultura di Polada sono stati fatti vicino ai laghi di Fiavé e di Ledro (in provincia di Trento).
Sempre nel Trentino sono da segnalare degli insediamenti posti in posizioni sopraelevate dette castellieri, forniti di strutture difensive costituite da sassi sovrapposti a secco a formare delle mura di cinta.
Anche il territorio del Friuli mostra, per l’età del Bronzo, diversi insediamenti di tipo castellieri, anche nelle zone di pianura. Nel pieno dell’età del Bronzo le popolazioni friulane subiscono l’influsso culturale delle popolazioni residenti nell’importante centro metallifero posto in Austria.
Emilia, Toscana, Marche, Umbria
Il territorio dell’Emilia si caratterizza, nell’età del Bronzo medio, per lo sviluppo e la diffusione della cultura delle Terramare (il nome deriva da “terra marno”, cumuli di terra, nera e grassa, formatisi con gli ammassi di rifiuti di insediamenti umani). Gli insediamenti della cultura “terramaricola” sono piuttosto diffusi nella pianura Padana, anche a nord del Po in territorio veneto e lombardo. La dimensione degli abitati delle terramare indica che questi siti raramente comprendevano più di 100 abitanti, oltre alle zone abitative vere e proprie erano previste anche aree dedicate alla lavorazioni di vario tipo (osso, corno, metalli, ecc.). In alcuni casi gli abitati erano circondati da fossati. Con il Bronzo recente la cultura delle terramare sparisce piuttosto velocemente, probabilmente a causa di un lungo periodo di avversità climatiche che hanno provocato una prolungata carestia.
Le regioni della Toscana, delle Marche e dell’Umbria, sono tutte interessate al diffondersi, nella media e recente età del Bronzo, della cultura Appenninica (così chiamata per il suo diffondersi lungo la catena appenninica fino alla Puglia).
L’economia della cultura Appenninica era prevalentemente pastorale (sono stati ritrovati diversi attrezzi per la lavorazione del latte) e le sue comunità praticavano il seminomadismo stagionale. Questa cultura si caratterizza per la particolare produzione ceramica decorata con incisioni e intagli.
In Toscana i principali ritrovamenti riferentisi alla cultura Appenninica sono stati fatti sul monte Cetona (vicino a Chianciano Terme), nelle Marche a Filottrano (in provincia di Macerata).
Lazio, Abruzzo, Campania, Molise
Anche nel Lazio sviluppa, nell’età del Bronzo medio, la cultura Appenninica e dal XV sec. a.C. si nota un graduale processo di differenziazione sociale che porterà al formarsi di una elite, come è testimoniato dalla presenza di tombe a tumulo di carattere monumentale. L’aumento di ricchezza nella seconda metà del II millennio è testimoniato anche dal ritrovamento di “ripostigli” (luoghi che raccoglievano accumuli di materiale metallico, sia lavorato che in pani, di cui non si è ancora ben compreso il reale utilizzo, forse servivano solo come dimostrazione di ricchezza) sul monte Rovello, sulla Tolfa, ecc. Tracce della cultura Appenninica nel Lazio sono state trovate anche a Civitavecchia.
Anche l’Abruzzo e il Molise sono stati interessati allo sviluppo della cultura Appenninica.
Alcune popolazioni della Campania vennero in contatto nel XVI sec. a.C. con gruppi Micenei arrivati nei territori campani forse alla ricerca di metallo da lavorare (testimonianze micenee sono date dalla presenza di ceramica di quei popoli). Anche in Campania si diffuse, nell’età del Bronzo medio, la cultura Appenninica, come testimoniano i ritrovamenti di Tufariello di Buccino e di Ischia.
Puglia, Basilicata, Calabria
Durante l’età del Bronzo Puglia, Basilicata e Calabria sono interessate sia dalla cultura Appenninica sia, a partire dal XVI sec. a.C., dai contatti con la cultura micenea.
La realtà seminomade della cultura Appenninica si trasformerà con in secoli, facendo nascere degli insediamenti stabili posti generalmente su alture naturalmente difese a controllo del territorio e degli itinerari più frequentati.
Il rapporto con genti popolazioni della cultura greca micenea, rappresentante un modello culturale più elaborato, innescò nelle popolazioni residenti nelle regioni indicate dei processi di rapida trasformazione che porteranno ad una maggiore differenziazione sociale e al formarsi di elite dominanti.
I più significativi centri abitativi della Basilicata, per l’età del Bronzo, sono: Tappo Daguzzo (lungo il fiume Ofanto), Latronico (nella valle del Sinni). Sono state anche individuate delle necropoli vicino a Matera (Parco dei Monaci, San Francesco). Per il Bronzo recente si segnala il sito di Termitito (dove sono stati ritrovati diversi resti di lavorazioni ceramiche molto fini, provenienti dall’area egea). Nel Bronzo finale anche in Basilicata si diffonde il rito dell’incinerazione dei defunti, le ceneri venivano quindi deposte all’interno di urne a forma biconica (significativi, a tal proposito, sono i ritrovamenti di Timmari presso Matera).
I rapporti con il mondo miceneo sono attestati in Calabria (grazie ai ritrovamenti ceramici) nei siti ionici di Baglio di Trebisacce e Francavilla Marittima, e nel sito tirrenico di Braia a Mare (ai confini con la Basilicata).
Tra gli insediamenti abitativi della Puglia, risalente al Bronzo medio, uno dei più interessanti si trova a Madonna di Ripalte, tale insediamento assumerà struttura protovillanoviana nell’età seguente. Sempre all’inizio del Bronzo medio si può far risalire un sito sotterraneo (ipogeo) in località Terra di Corte (nel comune di San Ferdinando di Puglia). Dal materiale ritrovato sembrerebbe che il sito di Terra di Corte avesse una funzione rituale, luogo d’incontro per gruppi umani anche piuttosto numerosi. Un altro sito sotterraneo è stato individuato a Madonna di Loreto (presso Barletta), questo sito, accuratamente sigillato, è stato indagato dal 1987 e le scoperte fatte sono particolarmente significative: 150 spoglie di una elite aristocratica con innumerevoli suppellettili. Altro sito interessante si trova nella Grotta di Manacore (pochi chilometri a sud di Peschici).
Sicilia e Sardegna
Nell’età del Bronzo la Sicilia risente notevolmente dell’influenza della civiltà micenea (segni evidenti dell’influsso di tale civiltà sono testimoniati dalla cultura di Castelluccio (dal nome del paese in provincia di Siracusa). Evidenti tracce dell’influsso miceneo sono presenti nelle isole Eolie (Lipari, Panacea, Filicudi), nella Sicilia sud-orientale (a Thapsos, ad esempio, dove sono stati individuati anche degli edifici con il cortile centrale, ad imitazione delle regge micenee). Di particolare importanza il sito, risalente all’età del Bronzo finale, di Pantalica (sempre in provincia di Siracusa). Pantalica costituiva un centro abitato piuttosto vasto che, grazie alla sua particolare posizione, era isolato dalla piana circostante. Proprio a Pantalica ci sono testimonianze di una forma di governo monarchico (esiste nella parte più alta del pianoro un edificio chiamato “anaktaron”, o casa del “wanox”, il capo dei guerrieri nella lingua micenea). L’aspetto più suggestivo di Pantalica è costituito dalla necropoli che si trova ai bordi del piano sopraelevato, qui si possono notare diverse tombe a grotticella scavate nella roccia.
In Sardegna inizia, nell’età del Bronzo antico, quella che viene definita la civiltà nuragica (dal nome dei “nuraghi”, caratteristiche costruzioni a torre formati da blocchi di pietra sovrapposti a secco). La civiltà nuragica, che durerà fino alla conquista romana, trova la sua prima espressione nella cultura del Bonnannaro. Centro vitale del comunità nuragica era il villaggio costruito, solitamente, vicino ai nuraghi fortificati; di questi villaggi sono stati trovati reperti a Serra Orios (presso Dorgali in provincia di Nuoro) a Serraci (vicino ad Iglesias). La cultura nuragica si caratterizza per il culto dell’acqua (sono stati ritrovati 30 “pozzi sacri” in tutta l’isola) e la pratica megalitica legata al culto del morti. Anche per la Sardegna sono attestati contatti con la cultura micenea, reparti di ceramica micenea sono stati trovati nell’area di Orosei, sul monte Zara, a Nora.
5. Età del Ferro
La lavorazione del ferro è attestata in periodi diversi nelle diverse regioni d’Europa. Uno dei centri europei più conosciuti, legati all’età del Ferro, è Hallstatt (sito delle Alpi austriache dove sono state scoperte 2500 tombe). Il sito di Hallstatt, sviluppatasi a partire dal X sec. a.C., ha portato testimonianze di una comunità molto ricca (corredi funebri formati da spade, pugnali, asce in ferro e bronzo, armamenti in bronzo, oro, ferro e perle di ambra e vetro). La cultura di Hallstatt si caratterizza per la pratica di seppellire i defunti di alto rango in grandi tumuli, in alcuni casi accompagnati anche con i carri a quattro ruote.
In Italia l’età del Ferro inizia nel IX sec. a.C. anche se la diffusione della lavorazione di questo metallo si avrà (per la difficoltà di fondere il metallo che richiede alte temperatura) solo dal VII secolo. Le due culture rappresentative dell’età del Ferro in Italia sono la cultura di Golasecca (per l’Italia nord-occidentale) e quella Villanoviana (per l’Italia centrale).
La cultura di Golasecca (dal nome del paese vicino al lago Maggiore, tra Piemonte e Lombardia, dove sono stati trovati i primi reperti agli inizi del XIX secolo) si sviluppo nel IX sec. a.C. in un’area piuttosto limitata tra i fiumi Po, Serio e Sesia. Di questa cultura sono state accertate le origini celtiche, le informazioni che possediamo sono legate alle necropoli sparse sul territorio (a Golasecca, Sesto Calende, Castelletto Ticino), le tombe hanno una struttura particolare: tumuli di terra circolare di diametro variabile da 3 a 10 metri (i “Cromlech”).
La cultura villanoviana interessò alcune regioni d’Italia (Emilia, Toscana, Lazio, alcune zone della Campania). Il nome “villanoviana” con cui si designa questa cultura deriva da “Villanova” cittadina vicina a Bologna dove nel 1853 venne scoperta una ricca necropoli. Per la cultura villanoviana vi sono testimonianze dei frequenti rapporti con il mondo greco (e con l’area mediterranea in genere). Il rito funebre di questa cultura prevedeva l’incinerazione del defunto e la deposizione delle ceneri in urne di terracotta poste nelle tombe assieme ad un corredo.
Nell’età del Ferro il territorio italiano è interessato a trasformazioni radicali, l’arrivo di nuove popolazioni d’origine indeuropea (Celti, Veneti, Umbri, Latini, ecc.) che si fermeranno in diverse regioni della penisola; il formarsi di numerose colonie greche nell’Italia meridionale (in quella che verrà chiamata “Magna Grecia” la “grande Grecia”); l’inizio della colonizzazione fenicia prima e cartaginese poi di vasti territori in Sicilia e Sardegna. Una serie di eventi di straordinaria importanza per la storia del nostro paese, nei secoli che precedono lo sviluppo della grande civiltà di Roma antica. Della distribuzione e delle caratteristiche delle diverse popolazioni nella penisola italiana prima delle conquiste di Roma antica parleremo nel modulo dedicato allo studio della civiltà di Roma antica
Marino Martignon fonte: www.insegnareitaliano.it/
Civiltà micenea tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.
