Appunti lezioni di storia 3 tutto di tutto

 

 

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Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

La dinastia sveva
Con Enrico V si era estinta nel Sacro Romano Impero la dinastia salica. I nobili tedeschi non riuscivano a trovare un accordo sulla successione e si delinearono due fazioni principali opposte: una favorevole ai duchi di Baviera detta dei guelfi (da un Welf capostipite della dinastia bavarese) e una favorevole ai duchi di Svevia detta "ghibellina" da Weiblingen, un castello degli Hohenstaufen che avevano il ducato di Svevia grazie al favore di Enrico IV.
In un primo momento prevalsero i bavaresi, con l'assegnazione della corona a Lotario di Supplimburgo, duca di Sassonia, che regnò dal 1125 al 1137.
I tedeschi però non approvarono la sua politica troppo arrendevole nei confronti di Innocenzo III al quale cedette i diritti sull'eredità di Matilde di Canossa, che essa aveva illegittimamente lasciato alla Chiesa, essendo essa feudataria e quindi inabilitata a trasmettere i feudi ereditariamente.
Nel 1137 quindi i nobili tedeschi appoggiarono l'ex avversario di Lotario, Corrado di Svevia, il quale non fu giudicato all'altezza dell'incarico dopo il disastro della seconda crociata. Alla sua scomparsa (1152) venne dunque scelto il suo giovane nipote, Federico, duca di Svevia, poi noto in Italia come il "Barbarossa". Egli sembrava essere il candidato ideale anche perché imparentato da parte di madre con i duchi di Baviera, quindi legato a entrambe le fazioni.

Federico I
Eletto quindi re di Germania dalla Dieta di Francoforte (4 marzo 1152), mirò al ristabilimento dell'autorità imperiale sia in Germania sia in Italia, e alla limitazione del potere papale. In Germania riuscì ad appianare i contrasti concedendo allo zio Guelfo IV la marca di Tuscia e il ducato di Spoleto, a Enrico Jasomirgott la marca dell'Austria con la dignità ducale; infine si accordò con il cugino Enrico il Leone concedendogli oltre alla Baviera anche il ducato di Sassonia.
Completamente diversa da quella tedesca era la situazione in Italia, dove si andava sempre più affermando l'autonomia comunale. Federico scese una prima volta in Italia nel 1154, dopo che con la firma del Trattato di Costanza (1153) aveva promesso a papa Eugenio III (1145-53) di intervenire per reprimere la ribellione della cittadinanza di Roma che, spronata dalla predicazione di Arnaldo da Brescia, si era costituita in libero comune.
Anche l'imperatore d'Oriente, Michele Comneno, invocava l'intervento di Federico per contrastare la minacciosa potenza dei Normanni nell'Italia meridionale. Giunto a Roma, Federico catturò Arnaldo da Brescia, che fu bruciato sul rogo come eretico, e si fece   incoronare imperatore (1155) da papa Adriano IV succeduto a Eugenio III.

Non proseguì la spedizione contro il regno normanno nell'Italia merid. e ritornò in Germania. Il contrasto con il potere papale, già accennatosi al momento dell'elezione imperiale, andò più chiaramente delineandosi nel 1157 quando, durante la Dieta di Besançon, il rappresentante del papa, il cardinale Rolando Bandinelli, si scontrò con il cancelliere imperiale Rainaldo di Dassel sostenendo la tesi della dipendenza feudale degli imperatori dai papi.
Nel 1158, di nuovo in Italia, il Barbarossa convocò a Roncaglia una dieta, durante la quale emanò la Constitutio de Regalibus. Tale atto, che vietava tra l'altro la costituzione di leghe tra città, mirava a concentrare tutto il potere nelle mani dell'imperatore, pretendendo anche la restituzione delle regalie imperiali e installando un podestà imperiale in ogni città. Milano, che si era ribellata a queste decisioni, fu rasa al suolo (1162). Nel 1159 frattanto saliva al seggio papale Rolando Bandinelli col nome di Alessandro III; a questi, Federico oppose in un primo momento l'antipapa Vittore IV, in seguito Pasquale III.

I Comuni d'altro canto non rinunciarono alla loro politica autonomistica e costituirono la Lega Veronese dapprima, la Lega Lombarda poi (giuramento di Pontida, 7 aprile 1167). Ritornato in Italia con un forte esercito, il Barbarossa conquistò Ancona e occupò Roma, costringendo Alessandro III a rifugiarsi in Francia. Nel corso di un'ultima discesa in Italia, F. tentò invano l'assedio di Alessandria (ottobre 1174-aprile 1175).
Sconfitto a Legnano dalla Lega comandata da Alberto da Giussano (maggio 1176), fu costretto a trattare la pace. Raggiunse così un accordo con Alessandro III   riconoscendolo quale unico capo legittimo della Chiesa e firmò la tregua con i Comuni. Tornato in Germania, sconfisse il ribelle Enrico il Leone, privandolo del ducato di Baviera che fu assegnato ai Wittelsbach. Nel 1183 fu firmata la Pace di Costanza che riconosceva la Lega Lombarda, l'elezione dei consoli e limitava il potere dell'imperatore alla conferma dei consoli stessi. Nel 1186 infine Federico celebrava a Milano il matrimonio del figlio Enrico VI con Costanza d'Altavilla, erede del regno di Sicilia.

La notizia (1187) della conquista di Gerusalemme da parte del Saladino spinse l'imperatore a intraprendere la III Crociata (Dieta di Worms, 1188) che si concluse per lui tragicamente; infatti annegò mentre faceva il bagno nel fiume Selef nell'Asia Minore.

 

Enrico VI
Per la felice politica matrimoniale, il figlio di Federico, Enrico VI aveva ottenuto anche la corona di Sicilia. Ma se da parte germanica non vi furono contestazioni alla sua elezione, nel Meridione d'Italia egli fu conteso da duca normanno Tancredi di Lecce. Ma, con la morte di Tancredi e anche di un altro pretendente, Riccardo Cuor di Leone (che vantava parentele sia con Enrico il Leone sia con i normanni, dopo il matrimonio di sua sorella con Guglielmo II di Sicilia) la situazione sembrò quietarsi. Nel Natale del 1194 Enrico venne incoronato a Palermo e il giorno dopo, a Iesi, veniva alla luce il suo erede Federico Ruggero, che nel nome aveva già il ricordo dei monarchi dei due regni.
Fu fin da allora chiaro come Enrico stesse cercando di trasformare la corona imperiale in un titolo ereditario per la dinastia sveva, sollevando le proteste dei nobili tedeschi, dei comuni e del papa. Enrico morì a soli trent'anni per un banale incidente lasciando il figlio di appena quattro anni.

Federico II
Alla morte di Enrico VI, il figlio Federico, a soli quattro anni, fu proclamato re di Sicilia (1198) sotto la reggenza della madre, Costanza d'Altavilla, che riconobbe la signoria feudale del papa, con il quale concluse un concordato rinunziando all'impero per conto di Federico ed affidando al papa la reggenza per il figlio e poco dopo morì.
Appoggiato dal papa, che per arginare l'eccessiva potenza del regno di Germania si era fatto promettere che egli non avrebbe mai riunito le corone di Germania e di Sicilia, nel 1212 Federico fu eletto re di Germania e, nel 1220, fu consacrato imperatore da papa Onorio III, dopo aver promesso di tenere fede agli impegni assunti con il suo predecessore.
Avendo poi disatteso le promesse di partecipazione alle crociate, fu scomunicato dal nuovo papa Gregorio IX, ma nel 1228 guidò una spedizione in Terrasanta e con un accordo diplomatico ottenne la restituzione di Gerusalemme (quinta crociata).
Raffinato e moderno uomo di cultura, oltre che abile politico e esperto diplomatico, lasciò in Germania larga autonomia ai grandi feudatari, rivolgendo il suo interesse soprattutto all'Italia meridionale. Valendosi di validi collaboratori e di una solida e rinnovata burocrazia, diede al regno di Sicilia un nuovo assetto amministrativo ed economico, combatté le autonomie dei vescovi, dei baroni e delle città, fondò una importante università a Napoli (1224) e stabilì la sua corte, ricca e raffinata, a Palermo. Qui, luogo di incontro di tradizioni culturali arabe, ebraiche e greche, nacque la prima scuola poetica in lingua volgare, detta scuola siciliana, della quale lo stesso imperatore fece parte.
Nel 1231, con le Costituzioni di Melfi, raccolta di leggi in parte da lui emanate, gettò le basi in Sicilia di uno stato accentrato, permeato dalle idee dell'assolutismo regio. Sostenitore dei ghibellini, tentò di ricondurre all'obbedienza i comuni del nord Italia, e nel 1237 sconfisse a Cortenuova una seconda lega lombarda, annullando poi le disposizioni della pace di Costanza siglata dal nonno Federico Barbarossa e sottomettendo i comuni dell'Italia centrale e settentrionale al controllo di funzionari imperiali.
Nuovamente scomunicato (1239) e poi deposto (1245) da papa Innocenzo IV, fu duramente sconfitto dai comuni a Parma nel 1248 e a Fossalta nel 1249. Morì dopo aver designato come erede il figlio Corrado IV re dei Romani.

Manfredi
Manfredi (1232-1266), principe di Taranto, figlio naturale di Federico II, alla morte del padre (1250) divenne reggente sul trono di Sicilia per il fratellastro Corrado IV, che si trovava in Germania. La sua reggenza fu osteggiata da papa Innocenzo IV, che aveva scomunicato Federico II e si era battuto per l'affermazione del potere temporale della Chiesa sull'impero. Alla morte di Corrado, nel 1254, Manfredi accettò la reggenza della Sicilia per il nipote Corradino, ma il nuovo pontefice Alessandro IV lo scomunicò e Manfredi, dalla Puglia, con l'aiuto di truppe saracene, dichiarò guerra al papa.
Nel 1257 sconfisse l'esercito del papa e il 10 agosto 1258, dopo aver diffuso la falsa notizia che Corradino era morto, fu incoronato a Palermo re di Sicilia (1258-1266). Insediatosi sul trono proseguì la politica del padre e cercò di tessere alleanze prendendo posizione all'interno di ogni faida cittadina o nobiliare. Dopo essere stato scomunicato da papa Alessandro una seconda volta, si schierò in Toscana con i ghibellini e prese parte alla battaglia di Montaperti (1260) che si concluse con una grave sconfitta per i guelfi. Per rafforzare la propria posizione combinò il matrimonio tra la figlia Costanza e l'infante Pietro d'Aragona. La scomunica gli fu rinnovata dal nuovo papa, Urbano IV, il quale si appellò al conte Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, e forte del suo sostegno bandì una crociata contro Manfredi. Il conte scese in Italia e nella battaglia di Benevento (1266) Manfredi fu sconfitto e ucciso.
Manfredi, uomo di non comuni doti intellettuali e poeta, fu un generoso mecenate e accolse alla sua corte scienziati, poeti e artisti. Fece tradurre numerosi testi dall'arabo e dal greco e scrisse versi in volgare.

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

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Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

 

Le città e la rivoluzione politica
La vita cittadina in Europa raggiunse il suo apogeo tra il XIII e la prima metà del XIV secolo. In particolare le città italiane riuscirono ad avere il primato nel settore manifatturiero e in particolare nel commercio. Il grande slancio economico si tradusse anche nella reintroduzione in Europa della moneta aurea.
L'Italia fu una delle zone di maggiore fioritura economica, culturale ed artistica, sebbene da un punto di vista politico ci fu un continuo stato di lotta, interna ed esterna. I problemi tra papato e impero al tempo di Federico I e soprattutto di Federico II divisero i comuni italiani in guelfi e ghibellini, due fazioni nelle quali confluivano tutta una serie di scelte politiche locali (spesso si diventava guelfi o ghibellini in funzione di lotta ai propri avversari che appartenevano alla fazione opposta) che solo a livello teorico venivano ricollegati alle lotte sovranazionali tra papato e impero. Molti storici hanno sottolineato come dietro l'alibi di "guelfismo" e "ghibellinismo" si nascondesse un'insanabile spirale di violenza e vendetta.
A causa di questa elevata conflittualità si diffuse il sistema podestarile al posto di quello consolare, con la differenza che il podestà era un forestiero, quindi al di fuori delle lotte interne cittadine e teoricamente in grado di mediare tra le fazioni. Nel corso del secolo XII si erano andati formando nuovi ceti, che inizialmente venivano tenuti fuori dalla vita politica in quanto non "aristocratici". La "gente nova" (per citare la stessa espressione usata da Dante Alighieri) erano signori del contado inurbati in città, arricchiti dalla richiesta di derrate alimentari causata dalla crescita demografica, i banchieri, i mercanti, i professionisti di arti liberali (giuristi e medici), gli artigiani e, nelle città di mare, gli armatori che si erano arricchiti con i commerci con gli stati crociati.
Questi ceti emergenti si riunirono in corporazioni di arti e mestieri che tutelavano i loro interessi, controllavano la qualità dei prodotti, i prezzi e la formazione dei nuovi addetti. Queste "Arti" già a partire dalla prima metà del XIII secolo iniziarono ad avere un potere politico sempre più rilevante, con la costituzione dei cosiddetti "Popoli" (dal nome del ceto populares in antitesi a quello dei potentes, gli aristocratici di origine feudale), con a capo il capitano del Popolo. Verso la fine del XIII secolo un po' dappertutto il ceto dei magnati venne cacciato, almeno formalmente, dal governo cittadino, talvolta con vere e proprie leggi antimagnatizie. I rapporti tra magnati e popolani furono spesso conflittuali, ma si assisteva anche ad alleanze reciproche, spesso matrimoniali, che fondevano le famiglie più ricche a quelle più nobili, portando vantaggi reciproci e permettendo di eludere la legislazione anti-popolana (prima) ed anti-magnatizia (poi).
A partire dal Trecento infatti la distinzione tra Popolo e nobili divenne sempre meno rintracciabile, per la fusione dei due ceti, nascendo così un "Popolo Grasso", di cittadini abbienti e potenti, contrapposto al "Popolo Magro", un ceto medio di attività soprattutto artigianali. Esisteva poi il ceto più basso il "Popolo minuto", dei salariati e dei piccolissimi commercianti che non aveva nessuna rappresentanza politica e che iniziò a farsi sentire solo dopo il brusco peggioramento delle condizioni di vita dopo la crisi del XIV secolo. Durante i periodi di crisi si iniziò ad appoggiarsi su un unico personaggio, magari esterno alla città, che tenesse la "balìa", ovvero il potere assoluto, in un momento di crisi. Questi "signori" permisero di superare alcune impasse politiche, ma spesso essi cercarono di consolidare il loro potere e magari trasformarlo in ereditario: fu la nascita delle signorie dal 1240 in poi (Torriani e poi Visconti a Milano, Gonzaga a Mantova, Este a Ferrara, Scaligeri a Verona, Da Carrara a Padova, Ordelaffi a Forlì, Malatesta a Rimini, Da Polenta a Ravenna, Montefeltro a Urbino, Da Varano a Camerino, ecc.). Questo accadde con tempi molto più lunghi o non accadde mai nelle città marinare o in Toscana, dove i ceti imprenditoriali erano più attivi e forti e riuscirono a impedire che un gruppo primeggiasse.

La nascita della logica e della scolastica
« Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l'acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti »
(Bernardo di Chartres)

A Chartres nacque nel XII secolo una scuola cattedrale dove per la prima volta si iniziò a guardare allo studio della natura, delle scienze (fino ad allora considerate secondarie, se non dannose) e, senza tralasciare lo studio delle Scritture e il culto per le auctoritates, ci si ispirava alla tradizione neoplatonica. Questo rinnovamento, dovuto a varie ragioni tra cui i rinnovati contatti col colto Oriente e lo slancio della vita cittadina che poneva nuove esigenze e problemi, fu alla base della convinzione che la scienza moderna potesse superare quella antica, non tanto perché migliore, ma perché suscettibile di ampliarsi ed approfondirsi, mediante la critica, e quindi di procedere, anziché cristallizzarsi nei tradizionali commenti sterili.
Andava nascendo un nuovo approccio allo studio, quello della logica, che offriva un metodo innovativo con in quale affrontare lo scibile: invece di commentare letteralmente le Sacre Scritture si andava alla ricerca dei criteri per poter comprendere, al di là della fede, quello che era giusto e quello che non lo era. Il fondatore di questa scuola di pensiero viene considerato Pietro Abelardo, con il suo Sic et Non, che venne tuttavia duramente avversato dai tradizionalisti. Ma la sua eredità fu raccolta dal monaco camaldolese Graziano, che redasse una raccolta completa di diritto canonico (il Decretum), servendosi proprio della logica abelardiana; da allora la logica fu alla base del rinnovamento nella teologia e filosofia che va sotto il nome di scolastica. I grandi maestri della scolastica furono Alberto Magno, Tommaso d'Aquino e Duns Scoto, che applicarono il metodo abelardiano, arricchito anche dalle traduzioni di Averroè che permise la riscoperta di Aristotele in Occidente, alla ricerca teologica, indagata come una vera e propria scienza, usando quindi le facoltà intellettuali umane.

Le Università
Il rinnovamento culturale dei secoli XII e XIII non si può comprendere appieno senza ricordare le modifiche apportate al sistema educativo. Nelle città fu possibile aumentare il livello di istruzione generale, con le necessità di leggere, scrivere e far di conto ormai imprescindibili per le attività mercantili. Sorse così una sorta di scuola primaria privata, alla quale poteva seguire la scuola d'abaco" dove si insegnavano ai ragazzi più grandi nozioni di matematica e di ragioneria.
Per quanto riguarda il livello superiore di istruzione, nel XIII secolo alle scuole cattedrali si affiancarono le Università, che nacquero come associazioni private di studenti, che subito mirarono a un riconoscimento ufficiale e alla concessione di benefici di carattere giuridico e economico. Un precedente per le università fu la scuola medica salernitana, dove si studiavano la medicina e la filosofia, traducendo testi dal greco e dall'arabo. Le prime sedi universitarie nacquero collegate alle scuole cattedrali o in maniera autonoma in un po' tutta Europa. La prima fu Bologna, alla fine del XII secolo, seguita da Parigi all'inizio del XIII secolo e diverse altre nel corso del secolo. Il centro di maggior fervore culturale era Parigi, ma la più antica documentazione di un'Università si ha per Bologna (1088), dove si istituzionalizzò una scuola di diritto gestita da laici già esistente. Seguirono a breve distanza Padova (1222), Napoli (1224) e, al di fuori dell'Italia Oxford, Cambridge, Salamanca (1218) e la stessa Parigi. Nel XIV secolo le istituzioni universitarie fecero la loro comparsa in Germania e nell'Europa centro-orientale con Praga (1348), Vienna (1365), Heidelberg (1382) e Colonia (1388). Dovettero attendere il secolo successivo i paesi scandinavi (Uppsala nel 1477 e Copenhagen nel 1479).
Le Università posero la richiesta di testi a buon prezzo per lo studio, cosa impensabile per i preziosi e lunghi da realizzare codici in pergamena. per questo si diffusero le peciae, ovvero dei fascicoli venduti da appositi librai (gli stationarii) dove fece la comparsa la carta, materiale più economico la cui tecnica fu portata in Occidente dagli arabi, che l'avevano appresa dai cinesi.

La rinascita scientifica
Grazie ai rinnovati contatti col mondo bizantino e islamico si ebbe un rifiorire del sapere scientifico in Europa, che era caduto nell'oblio. A metà del XII secolo una équipe di dotti guidati da Pietro il Venerabile, abate di Cluny tradusse il Corano. Verso il 1187 iniziò a circolare Aristotele, grazie alla singolare figura di Gerardo da Cremona, che aveva imparato l'arabo a Toledo per poter tradurre una grande quantità di trattati là presenti. I testi latini e greci, filtrati dal mondo arabo, contenevano anche cognizioni provenienti da Persia, India e perfino (in maniera mediata) Cina, soprattutto riguardo alla medicina, all'astronomia ed alla matematica.
Arrivarono anche discipline orientali che, sebbene avessero interessato in mondo ellenistico e tardo-antico, erano ormai sconosciute in occidente, come l'astrologia, che studiava le intelligenze spirituali che soprintendevano agli asti e, per analogia, ai componenti dell'essere umano, e la magia, che ebbe un più tardo sviluppo nel Rinascimento. La Chiesa condannava queste pseudo-scienze poiché esse investigavano le intelligenze cosmiche che venivano assimilate agli angeli ribelli, cioè ai demoni.
La conquista più duratura di quel periodo storico fu l'introduzione dei numeri arabi posizionali e dello zero, entrambe scoperte di origine indiana. Questo nuovo sistema di numerazione fu introdotto in Occidente dal pisano Leonardo Fibonacci, con il Liber abaci del 1202. Il suo però non poteva ancora essere un interesse scientifico puro: era un figlio del suo tempo e piegava le conquiste matematiche e geometriche a situazioni pratiche, del commercio, del cambio, della compravendita.

La rivoluzione culturale
Nelle città del tardo medioevo si andava sviluppando una cultura "laica", determinata dalla grande sete di risposte a questioni pratiche e concrete, in campo sociale, economico e politico. Senza metter in discussione la fede o l'importanza della teologia o del latino, i ceti dirigenti cittadini amavano la cultura detta "cortese", con i poemi epici, le poesie finemente erotiche, i romanzi cavallereschi. In zone come la Toscana, le signorie venete e romagnole o le corti sicule di Federico II o catalane di Alfonso X il Saggio si erano creati dei circoli poetici, derivati dalle composizioni provenzali dei trovatori, dove nacquero talvolta anche forme espressive nuove, come il dolce stil novo.
Nel corso del Duecento inoltre si diffuse in Italia l'uso del volgare, adoperato in poesia sin dal Cantico delle creature di san Francesco, datato 1224. Il volgare era l'espressione di un ceto emergente di banchieri, mercanti, imprenditori, ecc., che guardavano con diffidenza ai lunghi tempi necessari per apprendere il latino ed alle materie più astratte.
La richiesta di sapere scientifico alla portata del cittadino medio fece nascere i sunti o le "volgarizzazioni" di opere e trattati di scienze e altro, come il Trésor di Brunetto Latini, le Composizioni dal mondo di Ristoro d'Arezzo o il Convivio di Dante Alighieri.
Nel XII secolo nacque anche l'uso di registrare cronache cittadine e anche familiari, che fissavano la memoria storica in maniera più agevole e più snella dell'antica cronachistica ecumenica in latino.
Tra Duecento e Quattrocento si arrivò quindi, almeno in Italia, ad avere un ceto medio largamente alfabetizzato, capace di scrivere e talvolta anche comporre opere letterarie. Per riottenere un condizione simile si dovrà aspettare fino alla fine del XVIII o l'inizio del XIX secolo.

La rivoluzione commerciale
Dal Duecento la bilancia commerciale tra Oriente o Occidente divenne positiva per il secondo dopo secoli di assoluto predominio commerciale dell'Europa sud-orientale. La larga circolazione di merci anche non preziose permise un vorticoso impennarsi degli scambi economici e l'aumento di ricchezza. Merci orientali e occidentali, nordiche e mediterranee circolavano velocemente via mare e via terre, ed assieme ad esse si spostavano gli uomini e i capitali. I mercanti seppero presto dotarsi di strumenti giuridici e tecnologici in grado di soddisfare la domanda crescente di loro: nacquero nuovi tipi di contratto commerciale, più flessibili e omologati dappertutto; nacquero le società di persone e di capitali, le compagnie commerciali (a scadenza annuale, rinnovabili) e le commende (tra imprenditori con capitali e commercianti che li facevano fruttare). Nacquero le prime banche in senso moderno (in grado di far fruttare i capitali) e le prime forme di assicurazione. Per evitare di trasportare fisicamente il denaro nacquero strumenti creditizi che permettevano la riscossione di somme precedentemente versate in altre città mostrando lettere bollate della banca. L'attività bancaria prosperò nonostante i divieti ecclesiastici di guadagnare denaro "dal denaro".
Dal XII secolo alcune città italiane avevano ricevuto l'autorizzazione imperiale di battere il "denaro", la moneta argentea carolingia (Pavia, Cremona, Piacenza, Milano, Lucca e Pisa), anche questa valuta tendeva a svalutarsi col tempo. Il miglioramento economico stimolò il conio di monete più pregiate, con un maggiore contenuto argenteo, detti "grossi" o "bianchi". La moneta aurea fece la sua ricomparsa in Europa occidentale nella seconda metà del Duecento in alcune città italiane, se si escludono alcune coniazioni di breve durata come l'augustale di Federico II, l'écu di Luigi IX di Francia o il genoino di Genova.
Nel 1252 Firenze coniò il fiorino e nel 1284 Venezia il ducato o zecchino: queste due monete, dal quantitativo aureo straordinariamente stabile, divennero i mezzi principali dei grandi scambi internazionali.
Un'altra novità del medioevo fu la nascita delle "compagnie", società mercantili-imprenditoriali che sostituirono il commercio un tempo basato sui mercanti itineranti. Le compagnie avevano succursali nelle più importanti piazzeforti ed erano organizzate in maniera tale da poter far muovere merci e capitali senza bisogno di far muovere i suoi dirigenti (che così non dovevano vagare, ma anzi restavano ben ancorati alle città dove iniziavano ad avere un peso anche politico, oltre che economico) né il denaro, che grazie alle lettere di cambio si poteva riscuotere in qualsiasi filiale della compagnia. Un esempio tardo ma efficace di come funzionassero queste specie di "holding" può essere offerto dalla compagnia fiorentina dei Bardi, che nel 1336 ricevette dalla filiale di Avignone l'incarico da parte di papa Benedetto XII di inviare agli armeni, assaliti dalle popolazioni turche, il corrispettivo di diecimila fiorini d'oro in grano: detto fatto, il 10 aprile, arrivò l'ordine, poche settimane dopo gli agenti italiani dei Bardi comprarono il grano sulle piazze di Napoli e Bari tramite le loro filiali e prima della fine del mese navi cariche delle vettovaglie erano già salpate verso il Mar Nero[1].
Le merci che attraversavano le vie del medioevo erano essenzialmente divise in "sottili", più pregiate e costose come metalli preziosi, spezie e tessuti di lusso, o "grosse" (legname, sale, allume, ecc.).
Oltre all'Italia, l'altra grande zona commerciale europea era l'area del Mar Baltico e il Mare del Nord, con le attivissime città portuali anseatiche. Il punto di incontro tra le merci italiane e nordiche era soprattutto il porto di Bruges. Altre zone, come l'Inghilterra o il regno di Napoli, ebbero un ruolo più passivo nello sviluppo economico, venendo monopolizzate da mercanti stranieri che le spogliavano delle materie prime sottocosto e vi rivendevano a prezzi molto alti i prodotti finiti.

Le novità nella produzione
Ma anche il settore produttivo venne rivoluzionato, con una passaggio da un sistema artigianale (dove si produceva su richiesta) a un sistema manifatturiero (dove si produceva per vendere) che ebbe luogo tra l'XI e il XIII secolo, con variazioni da luogo a luogo e da merce a merce. La filiera di produzione dei tessuti e del cuoio produsse la necessità di ricorrere ai ceti subalterni per alcune procedure particolarmente malsane, creando per la prima volta il problema dei rapporti con questi ceti e dell'inquinamento. Spesso nelle città si creò un sistema di manifattura diffusa, con le varie fasi della lavorazione delle stoffe affidate a vari lavoratori specializzati. Tra questi i tintori emersero perché lavoravano strumenti complessi e materie prime costose.
Notevoli furono le innovazioni tecnologiche, tra le quali il filatoio a mano, il telaio orizzontale e la gualchiera, ma anche la riscoperta del vetro e la rinnovata produzione ceramica grazie alla ruota a pedale. La produzione di armi raggiunse l'apice in zone minerarie come la Germania renana, ma anche la Lombardia, mentre nel mondo musulmano si importavano sia spade "franche", che metalli grezzi lavorati poi in Spagna o in Siria. La lavorazione dei metalli fece grandi progressi, con forni più efficienti che permisero la lavorazione dell'acciaio e le opere di grandi dimensioni quali le campane o le canne d'organo.

Il medioevo delle cattedrali
« Allora il mondo si scosse la polvere dalle sue vecchie vesti e la terra si ricoprì di un candido manto di chiese »
(Rodolfo il Glabro, monaco di Saint-Bénigne a Digione, a proposito dell'arrivo del nuovo millennio.)
Il progresso nella società si accompagnò anche a un rinnovamento artistico ed a un rinnovato slancio architettonico verso edifici di grandi dimensioni, soprattutto edifici religiosi: era infatti dall'epoca romana che in Europa occidentale non si costruivano opere monumentali su larga scala e diffusamente.
Tra XI e XII secolo si diffuse lo stile "romanico" (termine coniato solo nel XIX secolo), caratterizzato da una ritrovata monumentalità e da una maggiore complessità negli edifici. Esso assorbì, da regione a regione, le più svariate influenze (arabe, paleocristiane, classiche, bizantine...), con alcune caratteristiche comuni come l'uso diffuso (ma non esclusivo, perché restò a lungo l'alternativa delle capriate) di volte a botte e volte a crociera, le spesse murature, le complesse forme, l'uso di apparati scultorei per decorare.
L'edificio simbolo di questa epoca fu la cattedrale, che iniziò a simboleggiare la ricchezza e il prestigio dell'intera comunità cittadina, con gare tra città vicine per avere l'edificio più grande, bello e maestoso. Già dalla metà del XII secolo si diffuse in Francia un nuovo stile, detto poi gotico (un termine coniato nel Rinascimento con risvolti negativi), che gradualmente conquistò tutta l'Europa. L'architettura gotica fu rivoluzionaria per il modo innovativo di concepire la struttura degli edifici: il peso non veniva più sorretto dalle pesanti pareti, ma da una serie di elementi (colonne, archi, volte, contrafforti, pinnacoli, ecc.) che permettevano di svuotare le pareti riempiendole di grandi e luminose vetrate, e di raggiungere altezze in verticale inimmaginabili. Grandi diffusori del gotico furono i cistercensi, che lo portarono in Italia dove però non ebbe mai una forte presa, almeno secondo le forme transalpine, che vennero mediate in edifici più legati alla tradizione romanica. Durante il XIII secolo gli ordini mendicanti furono responsabili del rinnovamento artistico. Davanti alle loro chiese nacquero vaste piazze per accogliere la popolazione che attendeva con trepidazione gli infuocati sermoni; inoltre iniziò l'uso di dare cappelle a famiglie e personalità, affinché con la creazione di abbellimenti essi potessero espiare i propri peccati.
Ma l'edilizia non riguardò solo le chiese, anzi con l'affermazione dei Comuni i ceti dirigenti locali spesso si affidarono all'architettura per dimostrare, anche visualmente, il loro potere e prestigio. I vari palazzi comunali o del podestà erano nelle città italiane il polo laico, complementare a quello religioso; questi palazzi dovevano superare in altezza e in bellezza tutte le altre architetture laiche della città. Entro il XIV secolo molte città avevano provveduto a cingersi di almeno una nuova cerchia di mura (rispetto alle mura romane che spesso erano state continuativamente usate) che inglobasse le zone esterne ormai densamente popolate per l'arrivo ingente di immigrati dalle campagne.
Da un punto di vista urbanistico gli ampliamenti delle città e le nuove fondazioni seguivano un andamento casuale, ben riconoscibile tutt'oggi nelle piante di molte città, anche perché opposto al reticolo regolare di quei nuclei più antichi di epoca romana. Una delle eccezioni fu Firenze, dove ad Arnolfo di Cambio è tradizionalmente attribuito un progetto urbanistico con la riorganizzazione delle piazze e il tracciato di nuove strade rettilinee che vennero inglobate nella nuova cinta muraria, triplicata rispetto alla precedente in area racchiusa.

 

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Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

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Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

Il consolidamento delle monarchie nazionali
Francia e Inghilterra: La battaglia di Bouvines
Luigi VII di Francia e soprattutto Filippo II Augusto avevano consolidato il potere della monarchia francese, riformando la cancelleria e avvicinandosi ai ceti mercantili emergenti. Era però latente il problema del conflitto poteri con il monarca inglese, che era parigrado al sovrano francese al di là della manica, e suo vassallo al di qua, per una larga fetta di territorio francese (Normandia, Maine, Aquitania, Guascona e Poitou). Al re inglese guardavano tutti gli aristocratici francesi che intendevano fare una politica autonoma rispetto a quella del loro re.
In Inghilterra, al tempo di Enrico II si erano avute varie lotte, compresa la ribellione dei suoi due figli, Riccardo Cuordileone e Giovanni Senzaterra, al padre stesso, senza però unirsi vista la loro forte discordia. Riccardo, di ritorno dalla terza crociata, si era ritrovato re per la morte del padre (1189) ed aveva subito dovuto domare una lotta dei feudatari capitanata da suo fratello. Quando Riccardo morì gli successe Giovanni (1199), che iniziò una politica prudente che scontentò tutti, sia laici che ecclesiastici. Quando confiscò i beni dei secondi Innocenzo III lo scomunicò e solo un suo rinnovato omaggio feudale al pontefice poté annullare il provvedimento.
Sfruttando il momento di debolezza degli inglesi, il francese re Filippo Augusto dichiarò l'avversario "fellone" (cioè vassallo infedele), privandolo di tutti i feudi francesi tranne l'Aquitania: solo con la capitolazione di Rouen il re inglese fu costretto ad accettare la privazione (1204). Ma non si arrese subito; dopo essere intervenuto nelle dispute per la corona imperiale di Germania, a causa delle sue parentele, si preparò per una battaglia, che ebbe luogo a Bouvines il 24 luglio 1204. Vi presero parte anche i sostenitori tedeschi dell'uno e l'altro re (le cui lotte con i rispettivi candidati al trono si erano fuse con la contesa Francia/Inghilterra) e vinse la parte francese, permettendo al suo monarca di avviare un vero e proprio consolidamento dei territori della corona a dispetto dei suoi feudatari troppo indipendentisti.

L'Inghilterra nel XIII secolo
Giovanni nel frattempo subiva in Inghilterra pesanti critiche, che gli piovevano da tutti i ceti: gli ecclesiastici erano scontenti per le confische, come si è detto poco sopra, gli aristocratici per la politica oppressiva e per le promesse non mantenute per le quali avevano lottato al fianco del re, le città per le loro inascoltate richieste di maggior attenzione. Si arrivò dopo la sconfitta in battaglia a una vera e propria rivolta dei baroni inglesi, che riuscirono ad avere la meglio obbligando il sovrano a riconoscere i loro antichi diritti consuetudinari (dovere di consultarsi prima di imporre nuovi tributi, tribunali composti da loro pari, ecc.). Questi diritti vennero sanciti per iscritto, nella Magna Charta (1215), diventata celebre come prima carta "costituzionale", dove un sovrano limitava alcuni suoi poteri per dare stabilità al proprio regno. Il Magnum Consilium dei nobili venne istituito inoltre per assistere il sovrano a alcune funzioni governative e in particolar modo per controllare la politica fiscale: nel 1242 questa istituzione prese il nome di parlamento, una delle istituzioni che diventeranno universalmente fondamentali nella civiltà moderna. A quell'epoca però non si trattò di una rivoluzione, né una modernizzazione: era solo una riaffermazione di diritti tradizionali da sempre rivendicati alla corona.
Una nuova rivolta si ebbe nel 1258 contro Enrico III, per il suo rigore fiscale e per il privilegio accordato ai suoi nobili favoriti provenienti dal Poitou. Il risultato fu l'emanazione delle provvisioni di Oxford (1259), che lo obbligavano ad ascoltare una commissione di baroni per le questioni amministrative. Ma le contese continuarono fino al 1265, quando venne finalmente istituito un consiglio di reggenza e un parlamento formato da due cavalieri per ciascuna contea e due rappresentanti per ciascuna città, con la prima comparsa dei ceti cittadini nella vita politica inglese.
Tensioni tra nobiltà e corona continuarono per tutto il secolo anche se non si giunse a nuovi scontri. Con la cacciata degli ebrei del 1290 si ebbe in risposta un massiccio afflusso di stranieri per interessi economici (soprattutto banchieri e mercanti anseatici e fiorentini). Si cercò anche di sfruttare le guerre civili della Scozia per estendervi il dominio inglese. In questo senso Edoardo I intervenne nelle contese facendo assegnare la corona scozzese a John Balliol, ma il suo successivo tentativo di impadronirsi del regno vide la rivolta popolare capeggiata dagli eroi nazionalisti William Wallace e Robert Bruce, i quali fondarono poi la dinastia Stuart (1371).

La Francia
Filippo Augusto, oltre alla vittoria di Bouvines, ebbe anche l'imperdibile occasione di allargare il suo dominio nelle ricche regioni del sud della Francia grazie alla crociata contro gli albigesi bandita da Innocenzo III nel 1209: in particolare poté abbattere il conte di Tolosa Raimondo VII, che gli si opponeva spregiudicatamente forte del possesso dei trafficati porti sul Mediterraneo e dell'alleanza con i re d'Aragona.
La lotta contro gli albigesi proseguì anche sotto Luigi VIII e Luigi IX. Luigi IX salì al trono dopo la reggenza di sua madre Bianca di Castiglia, la quale aveva attuato un'efficace politica matrimoniale dei suoi figli che permise l'alleanza con l'Aragona e la Provenza. Egli dovette sottomettere alcuni feudatari diventati troppo forti, come Tebaldo, conte di Champagne, e Raimondo, conte di Tolosa, oltre a scontrarsi nuovamente col re inglese (Enrico II d'Inghilterra) vincendolo nelle battaglie di Taillebourg (21 luglio 1242) e di Saintes (22 luglio 1242).
Una lunga tregua si ebbe nel paese dopo tali episodi, dando la possibilità al sovrano di dedicarsi alla settima crociata (1249-1250), che si risolse però in una catastrofe: Luigi IX, imprigionato dai musulmani, ottenne la libertà solo dietro pagamento di un forte riscatto. Il re si spostò quindi a San Giovanni d'Acri, dove trascorse quattro anni cercando di riorganizzare quello che restava del Regno di Gerusalemme, ma senza riuscirci. La notizia della morte della madre, reggente il trono in sua vece, lo fece rientrare in Francia.
Al suo ritorno si trovò coinvolto nelle dispute tra papato e regno svevo di Sicilia, dove ebbe un ruolo chiave suo fratello Carlo d'Angiò. Nel 1258 fece un trattato con il re inglese e nel 1259 diede al re aragonese la regione del Rossiglione in cambio della rinuncia a qualsiasi pretesa sulla Provenza e la Linguadoca.
A quel punto Luigi si dedicò alla riforma giuridica del paese e all'economia, con il conio di una moneta aurea e la fondazione del porto di Aigues-Mortes in Provenza.
Nel 1267 venne coinvolto dal fratello Carlo, ormai re di Napoli, in una nuova lotta contro i musulmani, in particolare contro quelli dell'Africa settentrionale che erano pericolosamente vicini al regno angioino nel sud dell'Italia. Partito per Tunisi, Luigi morì durante un'epidemia nel 1270. Fu canonizzato da Bonifacio VIII nel 1297.
Suo figlio Filippo l'Ardito non aveva la forza del padre, ma seppe aggiungere ai possedimenti della corona le ricche contee della Champagne e di Tolosa. Egli venne coinvolto nelle lotte tra angioini e aragonesi dopo i Vespri siciliani e perì in battaglia nel 1285. Gli successe il figlio Filippo IV il Bello, che iniziò una politica di rigore finanziario, obbligando i feudatari a pagargli un tributo al posto delle prestazioni militari, e istituì un supremo tribunale del regno chiamato "parlamento". Diede inoltre autonomia alle città, ma pretese l'indispensabile professione di fedeltà al sovrano per non ritrovarsi nelle stesse condizioni dell'imperatore tedesco con i Comuni italiani. Nel 1307 fece sopprimere l'ordine templare incamerandone le ingenti ricchezze.
Da un punto di vista di politica di allargamento Filippo guardò alle Fiandre, dove aveva interessi anche il re inglese, ma si dovette scontrare con i Comuni fiamminghi che lo batterono nella battaglia di Courtrai del 1302. Nondimeno, l'accordo tra i re inglese e francese lasciò isolati i fiamminghi, che si dovettero sottomettere spontaneamente alla Francia nel 1305.

La Castiglia, l'Aragona-Catalogna e il Portogallo
La battaglia di Alarcos del 1195 aveva segnato una battuta d'arresto nella Reconquista, aggravato dalla contemporanea presa di Gerusalemme da parte del Saladino che aveva allarmato Papa Innocenzo III, nonostante si trattasse di due vittorie dei musulmani in nessun modo collegate se non dalla coincidenza, che si decise a tenere saldamente in mano almeno la situazione nella penisola iberica. Gli aquitani che avevano fatto voto per partire per la crociata vennero infatti autorizzati a commutare il voto per impegnarsi nella loro patria. La nuova spedizione in Spagna, dove parteciparono anche nobili francesi, si risolse con la grande vittoria alla battaglia di Las Navas de Tolosa del 1212: si aprivano così ai cristiani le porte del ricco sud andaluso. La capitale del califfato almohade, Cordova, cadde nel 1236 con la spedizione guidata da Ferdinando III il Santo. La Reconquista poteva dirsi conclusa, nonostante restasse il piccolo e civilissimo emirato di Granada.
Il Portogallo venne riconosciuto come regno autonomo dal papa nel 1139. La Reconquista però segnò un arretramento economico e sociale per la Spagna: i re di Castiglia non avevano alcun interesse a continuare e mantenere i sistemi di irrigazione e le variegate coltivazioni volute dagli arabi (agrumi, cereali e canna da zucchero), per cui le terre tornarono presto alla loro natura desertica. Inoltre scomparse l'armoniosa convivenza nelle città tra comunità ebraiche, musulmane e cristiane (mozarabi), con la cacciata dei primi due e la recessione per la scomparsa del ceto mercantile e artigianale ormai non più incoraggiati dall'autorità.
Il regno di Aragona si unì alla contea di Catalogna nel 1137, dove la forza delle città costiere non produsse un degrado come nel regno di Castiglia. Tra 1229 e 1235 furono assoggettate le isole Baleari e da allora si iniziò a configurare quella sorta di impero mediterraneo che avrebbe incluso la Sicilia dal 1302 e la Sardegna dal 1328, tramite sovrani suoi congiunti o direttamente. L'assegnazione pontificia della Sardegna agli Aragonesi segnò la fine dell'alleanza con Genova. Inoltre nel 1311 alcuni mercanti catalani conquistarono il ducato di Atene (1311), già dei Brienne, che venne offerto in feudo al re aragonese. Queste conquiste portarono la straordinaria espansione delle rotte dei mercanti catalani, a discapito delle rivali come Montpellier, Genova e Pisa.

La Germania e l'Impero
Il figlio di Federico II, Corrado IV, venne destinato a cingere la corona imperiale fin dal 1237, che si aggiunse alla corona ereditaria di Sicilia. Il meridione d'Italia comunque non era governabile dallo stesso Corrado, che lo cedette a suo fratellastro Manfredi. La situazione tedesca viveva un periodo di caos, con le potenti città mercantili del Reno (Magonza, Treviri, Colonia) avverse a Corrado e strette nella lega renana (dal 1247). La lega renana era in rapporti stretti con la vicina contea d'Olanda ed aveva offerto la corona di Germania al conte Guglielmo d'Olanda fin dal 1248. Ci fu uno scontro tra i fautori di Guglielmo e quelli di Corrado (soprattutto le città tedesche meridionali), che fu vinto dai primi e fece sì che Corrado fosse costretto a lasciare il campo libero pur senza concedere le prerogative regie formali.
Allora Corrado si dedicò al Regno d'Italia, che gli spettava come "Re dei Romani" (la carica era inclusa a quella di Re di Germania), ma morì nel 1254 lasciando il figlio Corradino di due anni sotto la tutela di papa Innocenzo IV.
In Germani Guglielmo fu assassinato nel 1256 e l'anno successivo i fautori degli svevi (la parte "ghibellina"), scelsero come candidato Alfonso X di Castiglia, imparentato con gli Hohenstaufen, mentre i "guelfi" scelsero il fratello Enrico III d'Inghilterra, Riccardo III di Cornovaglia, imparentato con la casa di Sassonia. È chiaro come il livello degli scontri tra i tedeschi fosse arrivato a un livello tale da dover guardare a candidati stranieri per il trono, certi che il fascino e il prestigio della corona imperiale fosse stato un irrinunciabile richiamo per i pretendenti. Nella pratica non era ormai più così, anzi era chiaro che il titolo imperiale era solo una formalità che non dava alcun peso politico, a meno di non essere sovrano così forti da riuscire a piegare le altre numerose autorità di Germania e Italia centro-settentrionale.
Si aprì quindi un periodo di interregno (1256-1272), che vide l'emergere di una casata del sud (feudataria nell'odierna Svizzera), i conti di Asburgo. A Rodolfo d'Asburgo, grazie all'intervento del papa, venne offerta la corona imperiale nel 1273, che accettò e si insediò, dal 1278, a Vienna. Qui istituì il ducato d'Austria che rese ereditario e ad appannaggio della sua famiglia. Dopo la parentesi di Adolfo di Nassau (1292-1292) gli Asburgo, forti del loro ducato, poterono tornare al trono con Alberto I. Fu una saggia intuizione quella di non intavolare più alcuna politica in Italia, avendo il sovrano già notevoli difficoltà in Germania, sull'esempio di Enrico il Leone.
Nel XIII secolo la Germania colonizzò un'ampia fetta di territorio verso est (fino all'Oder), grazie soprattutto ai marchesi di Brandeburgo ed all'ordine dei cavalieri Teutonici. Inoltre risale a quel periodo la fondazione della lega anseatica, una federazione commerciale-militare tra città portuali affacciate sul mare del Nord e sul mar Baltico: la lega riuscì a monopolizzare il ricchissimo commercio nordico, gestendo i traffici tra la Russia, la penisola scandinava e l'Europa.

Italia meridionale: dal Regno di Sicilia al Regno di Napoli
Manfredi regnò nel Regno di Sicilia, nonostante con la morte di Corrado IV il suo incarico fosse automaticamente sollevato tornando al legittimo erede, Corradino. In un primo momento Manfredi arrivò a spargere la falsa notizia della morte di Corradino, ma quando trapelò la sua malafede Alessandro IV lo scomunicò, preoccupato anche per la politica minacciosa verso lo Stato della Chiesa. Manfredi allora si alleò con alcune città comunali (Pisa, Genova e Siena) secondo uno scopo molto ambizioso: senza voler entrare nelle dispute per la corona tedesca, cercava, oltre che di legittimare il suo potere nel Regno di Sicilia, di assicurarsi tutto il Regno d'Italia e un'egemonia nel Mediterraneo. Manfredi aveva infatti gli attivi porti pugliesi, era alleato con i principati greci e con Genova aveva fatto cadere l'Impero latino di Costantinopoli; inoltre si alleò con Giacomo I d'Aragona tramite il matrimonio dei loro discendenti, tessendo le fila di un'alleanza siculo-pisano-genoano-aragonese, che rendeva il Mediterraneo occidentale un "lago ghibellino".
Nel 1260 i ghibellini senesi, aiutati dalle truppe di Manfredi, batterono i guelfi fiorentini nella battaglia di Montaperti, segnando un nuovo traguardo sul fronte di Manfredi: Siena diventava allora il principale centro finanziario d'Italia dopo la battuta d'arresto a Firenze per la sconfitta. L'unico avversario sul fronte ghibellino era Ezzelino da Romano, signore di varie città venete, contrario alla politica di Manfredi e fedele a Corradino, il quale fu però eliminato da una crociata antighibellina lanciata dal papa nel 1259.
L'ascesa politica di Manfredi sembrava inarrestabile, con l'entrata nell'alleanza anche dell'aristocrazia romana (Manfredi era stato eletto "senatore", ovvero "capo" del Comune di Roma, minacciando da vicino l'autorità del pontefice stesso. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, che spinse papa Urbano IV ad avvalersi di un antico diritto (esistito dall'XI al XVIII secolo), quello di signore del Regno di Sicilia del quale il re era solo vassallo: in virtù di questo depose Manfredi e diede l'incarico di governare il regno a Carlo d'Angiò, fratello del re francese Luigi IX.
Carlo, feudatario di città portuali nel sud della Francia penalizzate dall'alleanza ghibellina, arrivò in Italia e sconfisse Manfredi nella battaglia di Benevento del 1260, poi anche Corradino nella battaglia di Tagliacozzo (1262), che venne decapitato a Napoli estinguendo la casata sveva. Nel frattempo Carlo si era fatto incoronare ed aveva spostato la sua corte a Napoli, diffidente dell'aristocrazia palermitana ancora fedele agli Svevi. Carlo sostituì gran parte della nobiltà sveva con feudatari francesi ("baroni") a lui fedeli, smantellando l'ordinato apparato burocratico normanno. Si vennero così a configurare quei problemi, in parte già in atto, tipici del meridione d'Italia, quali le tendenze centrifughe della nobiltà, le prepotenze dei feudatari nelle campagne, l'impoverimento dei contadini e una stentata affermazione dei ceti medi produttori nelle città. Nacque una sorta di anarchia nobiliare in più parti del regno, con un decadimento della Sicilia che si vedeva privata della corte regale.
Riguardo alla politica esterna Carlo seguì le mire egemoniche di Manfredi, aiutando il fratello Luigi IX nella settima crociata, con la quale sperava di assoggettare il nord-Africa più vicino al suo regno, ma l'impresa si rivelò un fallimento. Creò quindi un fronte guelfo di alleanze con il papato, Firenze (ritornata da allora guelfa, dopo il 1260) e Venezia, che possedeva di fatto l'Adriatico e i Balcani. Inoltre si alleò con l'Ungheria facendo sposare sua figlio Carlo II a alla figlia di re Stefano V. Cercando più o meno inconsciamente di eguagliare Federico II, Carlo arrivò a proporsi come candidato per l'Impero e il regno di Gerusalemme.
Il pontefice arrivò ad accorgersi che la "tutela" di Carlo aveva mire di egemonia ben più minacciose del vicinato di Manfredi: lo Stato della Chiesa temeva soprattutto di trovarsi come striscia tra un unico enorme Stato, come ai tempi di Federico II, che avrebbe potuto minacciare i suoi territori alla ricerca di una continuità territoriale. Gregorio X e Niccolò III cercarono di intralciare i piani di Carlo d'Angiò, sia evitando che venisse eletto imperatore (fu il papa infatti a suggerire il nome di Rodolfo d'Asburgo), sia cercando strenuamente una pacificazione con la Chiesa ortodossa affinché Carlo non si arrogasse il titolo di difensore dell'Impero latino tentando di riconquistarlo. Con Martino IV però le cose cambiarono, essendo il pontefice (francese) incondizionatamente favorevole a Carlo. Allora l'angioino stava predisponendo indisturbato la riconquista di Costantinopoli, quando fu bruscamente interrotto dalla rivolta dei "Vespri siciliani", iniziata a Palermo il 29 marzo 1282, la sera dei vespri pasquali, dilagando velocemente in tutta l'isola.
I siciliani, che non amavano Carlo, anzi non gli avevano mai perdonato il trasferimento della corte a Napoli, chiamarono Pietro III d'Aragona, genero di Manfredi, a rivendicare il trono siciliano, che accorse cingendosi della corona nel settembre di quell'anno. La rivolta non fu un avvenimento improvvisato, anzi era stata ben preparata da Pietro II stesso, dall'Imperatore bizantino Michele VIII di Costantinopoli e dagli esuli ghibellini del Regno di Sicilia. Martino IV scomunicò l'aragonese, scatenandogli contro una crociata capeggiata da Filippo l'Ardito, figlio di san Luigi e nipote quindi di Carlo d'Angiò. Ma un'inattesa coincidenza impedì la guerra, con la morte nel giro dello stesso anno (1285 di papa Martino, di Carlo, di Pietro e di Filippo.
La nuova generazione non poté che rendersi conto che non c'era più la possibilità né di un'egemonia nel Mediterraneo, né della riconquista angioina della Sicilia, per cui si giunse alla pace di Anagni (1295), che sancì la pacificazione tra papa, Carlo II d'Angiò e Giacomo II d'Aragona. Il trattato prevedeva per la verità la restituzione della Sicilia agli angioini (gli aragonesi non avevano infatti interesse a procrastinare la pericolosa intromissione che aveva fruttato loro varie inimicizie), anche se i siciliani si opposero duramente a questa clausola, appellandosi al fratello di Giacomo, Federico, che riuscì a far firmare un nuovo accordo, la pace di Caltabellotta (1302), che lo riconosceva re "di Trinacria", cioè della Sicilia stessa, anche se il titolo di "re di Sicilia" restò formalmente a Carlo II. L'accordo prevedeva che il titolo di Federico fosse strettamente personale, non trasmissibile a eredi; ma nel 1372 la Regina Giovanna I accettò la perdita ormai di fatto della Sicilia, rinunciando alla sovranità e cambiando ufficialmente il nome del regno e della corona: sebbene il nome fosse ormai radicato nell'uso, solo allora nacque il Regno di Napoli.

La Bulgaria e la Serbia
Il Regno di Bulgaria, nato nel VII secolo con le componenti etniche slave e bulgare (quest'ultima di origine mongola), aveva riacquistato l'autonomia da Costantinopoli nel XII secolo e con la formazione dell'Impero latino aveva approfittato della debolezza bizantina per iniziare una politica di ampliamento territoriale nei Balcani. Il Regno di Serbia si rese però indipendente dai bulgari nel 1271 e si estese gradualmente fino comprendere Epiro, Macedonia e Albania, la cosiddetta "Grande Serbia" di Stefano Dushan. Nel XIV secolo però sia Bulgaria che Serbia vennero conquistate dall'avanzata turca.

l'Ungheria
Gli Arpad erano riusciti ad ampliare il regno ben oltre i confini dell'attuale Ungheria. Bela III (1173-1196) aveva annesso la Croazia, la Dalmazia e la Bosnia a scapito di Bisanzio. Nel 1222 Andrea II emise la Bolla d'Oro, simile per datazione e per contenuto alla Magna Charta, con la quale l'alta nobiltà e il clero ottenevano la messa per iscritto dei propri diritti e l'istituzione di una dieta che controllava l'operato del sovrano; inoltre nascevano delle assemblee locali che potevano esercitare la lagnanza contro il re. Nel 1241 però l'Ungheria venne rovesciata dall'avanzata mongola, con la ricostituzione del potere solo diversi decenni dopo tramite la casata d'Angiò, nel 1307.

La Boemia
La Boemia seguì le sorti della Germania, della quale era vassalla dal X secolo. La dinastia dei Przemyslidi conobbe una notevole espansione nel XIII secolo sotto Ottocaro II (1253-1278), che aprì le frontiere all'Ordine teutonico e si annetté varie regioni circostanti (Carinzia, Austria, Stiria, Carniola e parte della Slovacchia). Nel 1273 Ottocaro puntò all'elezione imperiale, ma prevalse Rodolfo d'Asburgo che pretese la restituzione dei territori usurpati, compresa l'Austria che divenne il feudo familiare degli Asburgo stessi dopo la vittoria a Marchfeld dove Ottocaro morì. La dinastia przemyslide restò al potere con minor slancio fino al 1310 quando venne sostituita dal casato di Lussemburgo.

La Polonia
Il Regno di Polonia era nato nel corso del X secolo sotto la dinastia dei Piasti, vicina non solo geograficamente, ma anche politicamente, alla Germania. I Piasti si espansero a nord-est verso le tribù slave ancora pagane, arrivando a occupare, nella prima metà del XII secolo, la Pomerania e i territori tra Elba e Oder. Nel 1138 il regno venne diviso tra gli eredi alla corona in piccoli ducati: la Piccola Polonia (con Cracovia), la Masovia, la Cuiavia, la Grande Polonia, la Slesia e la Pomerania. I vari ducati, in lotta talvolta tra loro, subirono gravi colpi con l'avanzata mongola del 1241 e con l'espansione tedesca sul Baltico. Solo con Casimiro III il Grande (1333-1370) il regno venne riunito.

Il Baltico
I cavalieri teutonici avanzarono, contrastando l'espansione polacca, verso l'Europa nord-orientale, verso le popolazione slave non ancora cristianizzate. Le crociate antipagane proseguirono con rigida determinazione. Se le popolazioni rifiutavano la conversione al posto dei missionari sarebbero presto arrivati gli eserciti; le la accettavano diventavano preda della colonizzazione sassone e dei mercanti, venendo rapidamente assimilati. Per tutto il Duecento si ebbe una sentita resistenza. Per ciascuno dei tre principali raggruppamenti etnico tribali della zona si ebbero esiti diversi:
1. I Lettoni accettarono al conversione per primi, ma la loro resistenza si protrasse per tutto il XIII secolo, prima di venire sconfitti e cedere alla dominazione tedesca.
2. I Prutheni (prussiani) si opposero più tenacemente, e vennero violentemente attaccati dall'ordine nel 1230 circa. Nel 1234 il territorio prussiano venne posto sotto la protezione della Santa Sede, dopo essere stato affidato all'Ordine, e nel 1249 i Balti furono costretti a firmare un trattato per l'abbandono dei costumi tradizionali. Dal 1250 le tribù baltiche ancora libere si coalizzarono e lottarono finché furono costrette ad arrendersi quando rasentarono la totale distruzione.
3. I Lituani riuscirono a mantenere più a lungo la propria indipendenza, approfittando dei contrasti tra tedeschi e polacchi nella regione. Nel Trecento si confederarono ai polacchi e accettarono la conversione; nel 1370 entrò nella Lega Anseatica grazie agli empori fondati dai tedeschi. Nel 1386 la Lituania diventò un granducato sotto la sovranità polacca.

La Russia
Il granprincipato di Kiev era entrato in decadenza dalla metà del XII secolo, mentre contemporaneamente cresceva di importanza la città di Mosca. L'invasione mongola diede origine all'Impero dell'Orda d'Oro e Kiev passò alla Polonia. Ivan I (1325-1341) riuscì a sottrarre Mosca alle dipendenze dai tartari, pur continuando a pagare loro dei contributi. Nel successivo secolo e mezzo ebbe luogo la riunificazione delle terre russe.

La Scandinavia
Dal X secolo in Scandinavia si erano distinte tre corone: di Danimarca, di Norvegia e di Svezia.
La Danimarca si era espansa notevolmente sia verso l'Inghilterra, sia verso i balti e gli slavi dell'est, assoggettando temporaneamente anche la Norvegia. L'ascesa tedesca nel Baltico però aveva ridimensionato la potenza danese, tanto che il sovrano Erik V (1259-1268) era stato costretto a creare un'assemblea legislativa dell'alto clero e dell'aristocrazia, il danehof. La crisi perdurò fino al Trecento inoltrato.
La Norvegia era scossa nel XII secolo dalle lotte tra alto clero e aristocratici per l'elezione dei sovrani. Nonostante l'appoggio di Innocenzo III, fu l'aristocrazia ad avere la meglio, e fece eleggere re Sverre (1184-1202), che fece diventare la monarchia ereditaria. Nel Duecento i marinai norvegesi furono i protagonisti di notevoli esplorazioni e colonizzazioni, come in Islanda, in Groenlandia ed alle Ebridi.
In Svezia si ebbe una dinastia stabile dal 1130 al 1250, gli Sverker, sebbene con alterne fortune. Il conte Birger in seguito instaurò rapporti amichevoli con la Norvegia e la Danimarca, dando anche privilegi alle città anseatiche e completando l'annessione della Finlandia. Nella seconda metà del XIII secolo nacque con lo statuto di Alsnö una cavalleria nobile ereditaria e esente dalle imposte, che tenne per circa un secolo i sovrani in scacco.

 

Scheda articolo

Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

    Appunti lezioni di storia 3

 

Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

 

Il papato dal XIII e XV secolo
Le grandi istituzioni sovranazionali, papato e impero, all'inizio del Trecento erano profondamente ridimensionate: il secondo era entrato in crisi nel XIII secolo, con la fine delle sue pretese universalistiche in favore di realtà emergenti come le monarchie nazionali e i Comuni; il papato invece era uscito vincitore dallo scontro con Federico II, ma presto avrebbe subito un duro colpo proprio dalle forze che lo avevano aiutato nella vittoria, in particolare il regno di Francia.
La protezione angioina di Carlo I di Napoli si era infatti rivelata un'arma a doppio taglio, per le invadenti pretese del sovrano che in nome della lotta al pericolo "ghibellino" si tramutarono negli anni settanta del Trecento in ricatti per portare avanti i propri disegni politici.
Mentre l'impero viveva un lungo interregno, con lotte interne, e quindi nessuna minaccia "ghibellina" incorreva sul papato, si alternarono dal 1266 al 1294 sul soglio pontificio una serie di papi "filo" o "anti" angioini.

Bonifacio VIII
Una svolta si ebbe con l'elezione di Benedetto Caetani, Bonifacio VIII, che era stato scelto dopo la dubbia rinuncia di Celestino V, un severo asceta abruzzese che avrebbe dovuto iniziare un rinnovamento morale della Chiesa, tanto avocato dagli spirituali francescani e da vari predicatori apocalittici. Celestino V fu un esperimento che si rivelò fallimentare, in quanto la sua leva morale e spirituale non bastò a compensare le lacune nella preparazione teologica, giuridica e politica, mettendolo in balia dei cardinali fedeli a Carlo II d'Angiò prima e a quelli avversi poi, che lo costrinsero ad abbandonare la tiara. Salì allora al soglio Bonifacio VIII (dicembre 1294), aristocratico, giurista e canonista di grande cultura, sulla cui figura pesarono fin da allora (fomentati dopotutto dai suoi avversari) dubbi circa il comportamento avuto verso papa Celestino, che venne confinato nel castello di Fumone dove si spense nel 1296.
Una delle prime situazioni da risolvere per il nuovo papa era quella di rinsaldare il suo controllo sulla stessa Roma, dove gli si ribellarono i potenti Colonna dichiarandone nulla l'elezione. Contro di essi il papa bandì una vera e propria crociata, facendo espugnare nel 1298 la rocca di Palestrina.
Nel frattempo anche i francescani spirituali, troppo estremisti, vennero perseguitati.
Nel 1295 cercò di sistemare le lotte tra angioini ed aragonesi in Sicilia, affidandola tramite il trattato di Anagni ai francesi, ma i siciliani si ribellarono nuovamente. Lo smacco rese necessario un riavvicinamento con i regni di Francia e di Napoli, ed un sostegno economico dei banchieri fiorentini. A Firenze però si lottavano le fazioni dei guelfi bianchi e neri, i primi più moderati, i secondi più intransigentemente filo-papali, per questo Bonifacio chiamò il fratello del re di Francia, Carlo di Valois, che intervenne sia a Firenze, scacciando i guelfi bianchi, tra i quali lo stesso Dante Alighieri (1301), sia nel regno di Sicilia.
La politica papale aveva favorito l'accentramento regale che Filippo IV “il Bello” re di Francia aveva messo in atto. Ma Bonifacio non era una pedina in mano al re francese, anzi, nel 1296 egli condannò la penalizzazione del clero che i re di Francia e Inghilterra, in guerra tra loro, avevano attuato. Filippo IV rispose in maniera drastica, vietando che le decime uscissero dalla Francia per essere incamerate a Roma. Nel 1298 i due re sospesero gli scontri sulla base di un arbitrato del papa, ma accettarono il suo intervento solo come persona, non come pontefice: quest'inedita rivendicazione era un gravissimo simbolo di come l'autorità universale del pontefice fosse in chiaro pericolo. Nel 1301 la situazione si aggravò, quando Filippo amplificò le pretese di accentramento regale a dispetto della Chiesa francese, che venne per la prima volta tassata, minacciando il principio della libertas Ecclesiae. Il sovrano destituì alcuni vescovi più riluttanti ad accettare le sue imposizioni, come il vescovo di Pamiers Bernardo Saiset. Bonifacio rispose con la bolla Ausculta fili, che ribadiva le prerogative speciali della Chiesa, e con la Unam Sanctam (1302), che rifondava il primato dei pontefici su qualunque potere temporale perseguendo la linea di papi come Innocenzo III e Gregorio VII. Secondo questo documento il papa era il vicario di Cristo sulla Terra, al quale spettano di diritto le due spade: quella spirituale, usata in maniera diretta, e quella temporale, che lui concederebbe in delega ai vari sovrani. La rivendicazione di papa Bonifacio era però alquanto anacronistica e, a differenza dei suoi illustri predecessori del secolo precedente, egli non aveva ormai più una forza politica e contrattuale concreta, essendo venuta a mancare quella rete di alleanze che proprio nella Francia aveva un tradizionale sostegno. Gli mancava inoltre il sostegno di movimenti riformatori, come erano stati i patarini per Innocenzo, anzi egli se li era inimicati in seguito alla sua elezione.
Nel giugno del 1303 infatti il re di Francia, per niente intimidito, riunì un'assemblea di nemici del papa e lo dichiarò destituito, accusandolo di eresia, simonia, scismatismo e sottolineando le circostanze poco chiare della sua elezione. Guglielmo di Nogaret, consigliere del re, fu inviato in Italia per catturare il "falso papa" e grazie all'appoggio dei nobili romani avversi a Bonifacio, come Sciarra Colonna, riuscì a catturarle farlo imprigionare ad Anagni, umiliandolo gravemente (lo “schiaffo di Anagni”). Solo il popolo di Anagni riuscì a salvare il papa, insorgendo e facendolo liberare, ma la prova era stata troppo dura per il settantenne pontefice, che, tornato a Roma, morì poco dopo.

La cattività avignonese
La forza della monarchia francese e lo stato confusionale dei territori della Chiesa fecero sì che, dopo il breve pontificato di papa Benedetto XI, il nuovo pontefice Clemente V, consacrato a Lione, si fermasse ad Avignone (1305), da dove non aveva alcuna intenzione di tornare a Roma. La cittadina nella Linguadoca sarebbe diventata la nuova sede dei pontefici, in virtù della quale divenne un centro economico, finanziario ed artistico di primaria importanza.
L'espressione storiografica tradizionale per indicare questo periodo è nota come "cattività avignonese", che venne desunta dalla Bibbia ed è caratterizzata da connotati negativi. I papi avignonesi furono tutti francesi, ma solo nei primi anni essi furono effettivamente soggetti al re di Francia; con l'inizio della Guerra dei Cent'Anni la monarchia francese entrò in un periodo di grave crisi, che sollevò il papato dalla sua influenza effettiva. Il prestigio dei papi avignonesi fu anzi molto forte e seppe irradiare in tutta Europa le sue decisioni politiche, teologiche e fiscali. Lo Stato della Chiesa venne curato da energici legati pontifici, come Egidio Albornoz o Bertrando del Poggetto, mentre ad Avignone convergevano artisti di fama internazionale (come Simone Martini o Francesco Petrarca), grazie al cospicuo mecenatismo papale, assieme i maggiori banchieri del tempo. Si andavano rarefacendo invece i contenuti ecumenici del papato, ma ciò seguì una tendenza generale del tempo, riscontrabile in tutta la società, a causa della crisi dei poteri un tempo universali (il papato stesso e l'Impero): ormai tra i cittadini e questi grandi poteri generali si erano definitivamente interposte le monarchie nazionali, le quali volevano ormai controllare anche gli ecclesiastici. I cardinali iniziavano ad essere espressioni delle esigenze e delle nuove corti, scelti dai rispettivi sovrani piuttosto che dal papa: da un lato c'era il beneficio che essi diventavano i portavoce privilegiati del monarca presso la Santa Sede e che il collegio cardinalizio divenne una sorta di parlamento sovranazionale europeo. Dall'altro la Chiesa perdeva indipendenza e perdeva anche rilievo morale, con una decadenza spirituale che avrebbe portato nei secoli successivi a gravi conseguenze (come lo scisma protestante). La stessa dipendenza ai vari sovrani avveniva anche nei tribunali inquisitori, dove i monarchi potevano imporre le loro decisioni (come nel caso di Giovanna d'Arco, che la corona inglese volle condannare mentre gli ecclesiastici avrebbero voluto salvarla).

Il "grande scisma d'Occidente" (1378-1417)
Il ritorno a Roma era visto come obiettivo da vari pontefici, ed era promosso a gran voce da grandi personalità mistiche quali Giovanni di Rupescissa, Venturino da Bergamo, Brigida di Svezia e Caterina da Siena. Il ritorno alla naturale sede del pontefice era vista come il primo passo verso una rifondazione della Chiesa secondo le prerogative delle origini e verso la pacificazione della Cristianità.
I cardinali francesi, portatori di notevoli interessi ad Avignone, erano contrari al rientro e le notizie provenienti da Roma non erano confortanti; nonostante ciò la riorganizzazione del cardinale Albornoz o episodi come quello di Cola di Rienzo fecero propendere per un ritorno prossimo. Nel 1367 papa Urbano V rientrò a Roma, ma la situazione instabile della città e la pressione dei francesi fecero tornare il papa ad Avignone nel 1370. Gregorio XI riprovò a tornare nel 1371, ma morì poco dopo. Il conclave si riunì a Roma, e poteva essere l'occasione di formalizzare uno spostamento definitivo ad Avignone, essendo anche i cardinali in maggioranza francesi, ma il popolo romano insorse perché intendeva tenere il pontefice in città, quale garante dell'ordine e della sicurezza. Intimoriti dal tumulto i cardinali scelsero un italiano, Urbano VI (1378). Alcuni però giudicarono l'elezione non valida per via delle pressioni, inoltre le posizioni intransigenti del nuovo pontefice irritarono i cardinali francesi, che si ritirarono a Fondi, dichiararono l'elezione di Urbano nulla ed elessero un nuovo papa, Clemente VII, che si ritirò ad Avignone riaprendo la curia pontificia.
Si era arrivati al cosiddetto grande scisma d'Occidente, che durò circa cinquant'anni, fino al 1417. C'erano due pontefici, uno romano ed uno avignonese, ciascuno con il suo collegio cardinalizio, che si lottavano scomunicandosi a vicenda e cercando di far valere la propria posizione sulla cristianità. In Europa maturarono presto due fazioni:
* Col pontefice di Roma erano alleati i tedeschi, gli inglesi, i fiamminghi e gli italiani del centro e del nord;
* Col papa avignonese erano schierati i francesi e i naturali avversari dei precedenti, ovvero Austria, Brabante, regno di Napoli, Aragona e Castiglia.
Il disagio in Europa per la situazione non tardò a manifestarsi. Vi furono importanti sostenitori da entrambe le parti, come Caterina da Siena per il papa di Roma e san Vincenzo Ferrer per quello di Avignone. Nel 1409 la situazione peggiorò quando un grande numero di prelati, intendendo sanare la situazione, si riunì nel concilio di Pisa scegliendo un terzo pontefice, Alessandro V, che avrebbe dovuto regnare a seguito della rinuncia volontaria degli altri due papi, che però non si uniformarono affatto alle decisioni del concilio: si avevano così adesso tre papi.
Il papa del concilio di Pisa, in particolare il successore di Alessandro, Giovanni XXIII, riuscì ad avere la fiducia della maggior parte dei sovrani europei, grazie anche all'appoggio finanziario dei banchieri fiorentini (in particolare dei Medici), promotori dello stesso concilio pisano, svoltosi dopotutto in una città conquistata da Firenze tre anni prima. All'inizio del Quattrocento però il papa romano poteva ancora contare sull'appoggio della Baviera, della repubblica di Venezia e del re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo, mentre quello avignonese aveva ancora dalla sua parte Francia, Aragona e Castiglia. Ogni papa dispensò grandi favori ai suoi sostenitori, e i monarchi sembravano avviarsi verso un controllo totale della Chiesa nel proprio territorio.
Una soluzione al problema sembrò il ricorso a un nuovo strumento, il conciliarismo, cioè la convocazione di un'assemblea di vescovi frequente, indispensabile per la scelta di questioni teologiche e disciplinari più importanti e addirittura superiore alla volontà del singolo pontefice nei casi più decisi. Rilanciarono le tesi conciliaristiche Pierre d'Ailly e Jean Gerson, cancellieri dell'Università della Sorbona. Nel 1414 il re di Germania Sigismondo di Lussemburgo-Boemia ("re dei romani", cioè imperatore non ancora consacrato) convocò un concilio a Costanza, per discutere la ricomposizione dello scisma, la riforma della gerarchia e dei costume della Chiesa e l'organizzazione di una crociata contro la minaccia turca contro Costantinopoli. Il concilio venne appoggiato da un po' tutti i governi europei ed alla sua autorità si rimisero tutti e tre i papi in carica. Nel 1417 lo scisma venne ricomposto con la deposizione dei tre papi e l'elezione di Martino V, un nobile cardinale romano. Con il documento dell' Haec Santa si stabilì inoltre che un concilio sarebbe dovuto essere indetto ogni 5 anni e fu stabilita la superiorità del concilio sul papa stesso.
Il conciliarismo, che toglieva potere al pontefice, non era visto dai prelati più vicini alla curia romana, né dal nuovo papa stesso, anche se il peso del successo di Costanza impediva qualsiasi deroga al nuovo principio, nonostante anche le difficoltà obiettive che tali grandi riunioni comportavano, considerando anche le vie di comunicazione e le condizioni di viaggio dell'epoca, sommate alla lunghezza dei lavori conciliari che mancavano della tempestività necessaria per certe decisioni.
Nel 1423 fu indetto un primo concilio a Pavia, ma i lavori lenti e disordinati fecero propendere per un trasferimento a Siena, dove si concluse nel 1424. Il concilio oggi non è riconosciuto come ecumenico ed alcune sue conclusioni sono state tacciate di eresia. Dopo sette anni si aprì un nuovo concilio a Basilea, ma papa Eugenio IV tentò prima di scioglierlo, poi ne ottenne il trasferimento a Ferrara (1437) e poi a Firenze (1439). Vi venne discusso il pericolo subito dall'Impero bizantino, vicino alla capitolazione, alla presenza dell'imperatore d'Oriente stesso e del patriarca di Costantinopoli: in cambio della ricomposizione dello scisma del 1054 i bizantini chiedevano la convocazione di una crociata contro gli ottomani. Lì per lì, in vista del pericolo imminente, gli orientali accettarono, sottomettendosi anche alla superiorità del papa, ma non mancò un'ondata di indignazione a Costantinopoli e nelle comunità cristiane del Vicino Oriente e della Grecia, che vedevano la scelta obbligata come un ricatto dell'Occidente. A conti fatti la riunificazione si rivelò effimera, poiché nel 1453 Costantinopoli cadeva definitivamente in mano ai turchi, senza che nessuna crociata venisse in aiuto.

Il "piccolo scisma" e i concordati
Una parte dei cardinali già riuniti a Basilea si rifiutò di trasferirsi a Ferrara, ed aveva avviato un nuovo scisma, il piccolo scisma d'Occidente con l'elezione di Amedeo VIII di Savoia, che fu l'ultimo antipapa della storia. Nonostante non fosse nemmeno un sacerdote, tenne la tiara fino al 1449, quando la depose spontaneamente deluso dallo scarso seguito ottenuto.
Le tesi conciliari, con il fallimento dell'ultimo concilio, persero di credibilità e venuto a mancare il sostegno dei sovrani europei, si iniziò a ricorrere a un nuovo strumento per la negoziazione tra monarchie nazionali e Santa Sede: il concordato. Tramite questo istituto giuridico ciascun sovrano si poteva accordare per ottenere una certa libertà nella gestione delle Chiese nazionali, come la proposta di vescovi, la richiesta di un giuramento di fedeltà, o alcuni diritti sul controllo dei beni ecclesiastici nei rispettivi paesi. Nacquero così vere e proprie "sezioni" della Chiesa come quella "gallicana" o quella "anglicana" (non ancora separate, come sarebbe accaduto nel XVI secolo), con una notevole autonomia in materia gerarchica, finanziaria e giuridica, ma fortemente controllate dai rispettivi sovrani.

Nuovi dissensi religiosi: lollardi e hussiti
Le richieste di ritorno della gerarchia ecclesiastica alla povertà ed all'umiltà delle origini non erano mai tramontate dal periodo della riforma del XII secolo. Il malcontento generale chiedeva la rinuncia del potere temporale della Chiesa, l'avvicinamento ai ceti più umili, l'adozione dei volgari nella liturgia, l'accesso della sacre scritture da parte di chiunque. Inoltre rinascevano, durante la crisi dello scisma, le paure legate alla fine dei tempi, diffuse da molti predicatori popolari. Tra i movimenti sorti in quel periodo c'erano quelli che propugnavano una libertà assoluta di ciascun cristiano (i Fratelli dello Spirito Santo) e le aggregazioni spontanee di penitenti, come i flagellanti o i pellegrini della devozione dei Bianchi (del 1399).
La condotta poco edificante del papato durante il Grande Scisma fece sorgere alcuni movimenti di critica, come quello del sacerdote inglese John Wyclif, professore dell'Università di Oxford, che predicava la libera lettura delle Sacre Scritture da parte ci ciascun fedele, all'epoca vietata espressamente e subordinata all'interposizione del commento dei prelati. Wyclif dichiarava inoltre che il destino di ciascuno era già stato decisa da Dio, che non esisteva il libero arbitrio e che quindi qualsiasi azione volta a guadagnarsi il regno dei Cieli, compresi i sacramenti, era inutile. La Chiesa, secondo la sua dottrina, non aveva quindi nessun ruolo di mediazione tra Dio e i fedeli, e che la divisione della società in laici ed ecclesiastiche era indebita. Egli rispettava solo il sacramento dell'eucarestia, ma negava la transustanziazione (la trasformazione di pane e vino in corpo e sangue di Cristo), riconoscendo una permanenza di vecchie nuove caratteristiche dopo la benedizione (consustanziazione). Ebbe molti seguaci in Inghilterra, chiamati lollardi, che vivevano in gruppi in comunione di beni.
Le idee di Wyclif vennero riprese dal professore dell'Università di Praga Jan Hus, che pure rivendicava la lettura diretta delle Scritture e il rigetto della gerarchia ecclesiastica in favore del ritorno a una Chiesa di pari e umili. Alle idee di Hus si fusero le rivendicazioni nazionali della Boemia contro le ingerenze della Germania. Con la promessa di un salvacondotto, Jan Hus venne attirato al concilio di Costanza per illustrare le sue ragioni, ma qui venne arrestato, processato e condannato al rogo come eretico (1415). Il movimento però sopravvisse e portò ad una guerra civile capeggiata da Jan Ziska, fautore della fazione più intransigente degli hussiti, i taboriti, che chiedevano anche la secolarizzazione dei beni della Chiesa. L'aristocrazia e l'alto clero tedesco allora decisero di venire a patti con gli hussiti moderati (gli utraquisti o calixtini, che chiedevano di ricevere la comunione utraque specie, cioè col pane e col vino - quindi con il "calice" anche - come i sacerdoti), isolando i taboriti. Con l'accordo della Compacta di Praga (1436) gli utraquisti poterono organizzare una Chiesa nazionale boema, con proprie consuetudini ma fedele al papato.
Nel XV secolo, in risposta alla crescente ricchezza, mondanità e fastosità della curia romana, a discapito dello spirito religioso (pur con le dovute eccezioni), nacquero altri movimenti di riforma, anche se questi guardavano ormai al proprio interno e non si curavano di influenzare i papi, come la devotio moderna, popolare nei Paesi Bassi e nella Germania sud-occidentale, o il movimento delle osservanze francescana e domenicana, che chiedevano un ritorno al rigore e si impegnavano alla predicazione in volgare per rievangelizzare città e campagne. A partire da queste istanze, più o meno eterodosse, prese le mosse nel Quattrocento la Riforma luterana.

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

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Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

La crisi del Trecento
Dopo due secoli di grande sviluppo e prosperità nel continente europeo, il Trecento fu un secolo di rottura, con l'interruzione di fenomeni in crescita come lo sviluppo demografico, l'ampliamento e la creazione di nuove città, lo straordinario aumento dei traffici in quantità e in qualità.
Oggi si inizia a considerare che il regresso possa essere stato causato innanzitutto da una variazione del clima, con la fine del cosiddetto periodo caldo medioevale, che aveva permesso lo scioglimento dei ghiacci (si pensi alla navigazione dei vichinghi), la coltivazione della vita fin sopra Londra, abbondanti raccolti facilitati dalla piogge scarse e regolari e le tiepide primavere.

La carestia del 1315-1317 e il ristagno economico
La crisi del Trecento si manifestò innanzitutto con la fame, prima ancora che con la tristemente celebre ondata di peste. Molti storici hanno iniziato a supporre un eccessivo aumento della popolazione rispetto alle risorse producibili: nei secoli precedenti l'aumento delle derrate prodotte si era avuto grazie alla coltivazione di nuovi terreni, che verso la fine del Duecento erano giunti alla saturazione. Né è una prova la presenza di insediamenti anche in zone disagiate (montagne, zone paludose, ecc.) dove si produceva con grosse difficoltà, ma anche quel contributo era necessario (tutti insediamenti che vennero poi abbandonati nel corso del secolo con la diminuzione demografica dando origine al fenomeno dei villaggi abbandonati). Il clima più freddo e più umido peggiorò i raccolti e esponeva la popolazione, soprattutto i bambini, alle malattie da raffreddamento.
Si manifestava così, nei ceti subalterni, una fetta di popolazione denutrita, abituata da generazioni a nutrirsi quasi esclusivamente di cereali, che dovette soccombere al primo prolungato rialzo dei prezzi dovuto ai cattivi raccolti degli anni 1315-1317. La "Grande carestia" fu il primo sintomo di una situazione in peggioramento, della quale, naturalmente, i contemporanei non potevano avere consapevolezza.
La ricca Europa duecentesca secolo non era già stata immune dalle carestie, solo che esse avevano coinvolto alcune zone circoscritte, ai cui bisogni si era potuto provvedere facendo affluire derrate alimentari da altre aree non colpite. Nel 1315-17 la carestia invece si manifestò in maniera disastrosa in quasi tutto il continente e in contemporanea. Si erano infatti susseguite delle condizioni climatiche negative (inverni rigidi e prolungati, estati eccessivamente piovose, alluvioni e grandinate), danneggiando ripetutamente i raccolti. I prezzi dei cereali aumentarono vorticosamente, provocando la morte per denutrizione di molte persone e di parecchio bestiame. È stato calcolato che nella città di Ypres, tra il maggio e il novembre 1316, morirono quasi tremila persone su una popolazione di 20-25.000 unità[2].
Una nuova ondata di carestia si abbatté sull'Europa nel decennio 1340-1350.
Nelle città la crisi si manifestò con il ristagno della produzione e dello smercio di alcuni prodotti (soprattutto tessili), e con uno stallo dei rapporti tra moneta aurea e d'argento, che aveva visto un minor richiesta dell'oro, segno della cattiva salute dei traffici internazionali. Un grave collasso finanziario si ebbe a Firenze, il maggiore centro finanziario della penisola, quando nel 1342-1346 fallirono a catena alcune grandi compagnie commerciali (dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli) a causa dell'insolvenza di re Edoardo III d'Inghilterra, sconfitto nella Guerra dei Cent'Anni.

La peste nera
Il vero e proprio tracollo europeo si ebbe con l'arrivo di una durissima ondata di pestilenza, pare proveniente dalla Cina (dove c'era stata una grave pandemia nel 1333), che nel 1347 arrivò in Europa tramite le rotte commerciali, in particolare, pare, tramite le navi genovesi che facevano la spola tra Mar Nero e Mediterraneo per il commercio del grano. La pandemia si diffuse nelle zone portuali, arrivando a Messina e poi nelle città sul Tirreno, per poi spargersi ovunque.
L'epidemia era arrivata in Italia e nel Mediterraneo occidentale nell'autunno del 1347 per poi "congelarsi" durante i mesi invernali. Da marzo a maggio il contagio divenne allucinante, con le città che assistevano al progredire verso di esse del contagio terrorizzate di scoprire da un momento all'altro i segni della comparsa del male. Per tre lunghi anni la pandemia falciò il continente, fino all'estate del 1350 compresa.
Le cause dirette della pestilenza furono investigate solo nel XIX secolo, individuando almeno tre tipi di infezioni (polmonare, setticemia e ghiandolare o "bubbonica", che forse infierirono contemporaneamente. Quella bubbonica in particolare dava segni evidenti (i "bubboni") e si trasmetteva tramite i parassiti veicolati dai ratti all'uomo. L'epidemia fu particolarmente violenta per la debolezza endemica di larghe fette di popolazione denutrite e con il sistema immunitario depresso, e per le precarie condizioni igieniche di molti centri urbani sovraffollati. La comparsa dei sintomi (bubboni nella zona ascellare e inguinale, macchie nere, fino all'espettorazione di sangue), gettavano la popolazione nel terrore quali segni di sicura morte.
Gli studi parlano di una mortalità media del 25% della popolazione, con picchi (in Germania, in Francia e in Italia), del 30-35% e oltre. Alcune aree vennero anche inspiegabilmente risparmiate, come il milanese.
La pandemia terminò la fase acuta tra il 1350 e il 1351, permanendo però allo stato endemico e ricomparendo in successive ondate fino alla successiva pandemia del 1630. La popolazione europea non si riprese dal tracollo fino almeno al Settecento. Tra le conseguenze vi furono lo spopolamento delle aree impervie, con i contadini migrati a riempire gli spazi vuoti nelle aree più fertili in pianura e in collina, e la crisi dei piccoli proprietari terrieri, che vendendo i loro terreni favorirono la concentrazione delle proprietà in un minor numero di mani. I ceti dirigenti, in alcune zone, si allontanarono dal controllo diretto della terra, preferendo affidarla in affitto o secondo altri contratti (come la mezzadria in Toscana) e vivendo di rendita. Le condizioni di vita del ceto rurale peggiorarono comunque notevolmente e si andò formando una specie di "proletariato" rurale.

Conseguenze devozionali
La disordinata religiosità che fu animata dalla sensazione di terrore e di disorientamento a fronte dell'inspiegabile susseguirsi di calamità e sciagure (carestie, epidemie, guerre, l'avanzata dei Turchi o dei Tartari), fu permeata da elementi apocalittici e irrazionali, che credevano in un'azione diabolica congiunta e particolarmente efficace. La fine del mondo e la venuta dell'Anticristo sembravano più vicine che mai e si cercarono dei nemici da combattere, che erano, oltre ai cattivi cristiani, gli ebrei e le streghe, contro le quali si scatenò una vera e propria "caccia".
Della sensibilità religiosa imbevuta di paura si approfittarono i predicatori popolari, che fecero incrementare le donazioni alla Chiesa e l'acquisto di indulgenze. La paura per la morte, visibile nei frequenti dipinti di "trionfi della morte", "danze macabre" e "incontro dei tre vivi e dei tre morti", era un sentimento nuovo ed era drammatizzata dal confronto con i prosperi secoli immediatamente precedenti. proliferavano gruppi e confraternite di penitenti, più o meno eterodosse, mentre in Italia e in Fiandra nacque la devotio moderna, con rappresentanti come Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Enrico Suso e Tommaso da Kemps. Essa promuoveva un'adesione religiosa meno formale e più legata ad aspetti intimi e personali, intesa come un valore essenzialmente umano. L'opera più importante di questa corrente fu l'Imitazione di Cristo, tra i più celebri trattati di meditazione cristiana di tutti i tempi.

Le rivolte
Alle carestie, le epidemie, la riduzione degli spazi a coltura cerealicola in favore di coltivazioni più redditizie, le vessazioni del ceto fondiario, vanno aggiunte le guerre che erano frequenti in tutta Europa e che si tramutavano talvolta in razzie, saccheggi e assedi a lungo termine con una destabilizzazione della società.
L'aggravarsi delle condizioni di vita dei ceti subalterni nelle campagne produsse inizialmente un flusso di persone verso le città, dove erano almeno presenti alcune istituzioni caritatevoli che gli assicuravano un minimo di sostentamento giornaliero. Ciò causò un sovrappiù di manodopera che minacciò i ceti subalterni cittadini. Il malessere verso una situazione divenuta ormai insostenibile fu all'origine di rivolte un po' in tutta Europa, sia nelle campagne che nelle città, a partire dai ceti più umili che talvolta riuscivano a coinvolgere anche frange più agiate, come i piccoli artigiani o i produttori subalterni.
In Fiandra si erano registrate rivolte già nel primo trentennio del Trecento, mentre le campagne francesi vennero battute tra 1315 e 1360 dalle folle dei pastoureaux ("pastorelli") e, tra il 1356 e il 1358, dalla jacquerie, dove i contadini inferociti misero al rogo parecchi castelli ed aggravarono la situazione già difficile durate la guerra dei Cent'Anni. Nel 1356 dilagò a Parigi una rivolta capeggiata dal "prevosto" dei mercanti Etienne Marcel.
Tra il 1351 e il 1378 si ebbero le rivolte dei Ciompi a Perugia, a Siena e a Firenze. In Inghilterra si ebbe una dura rivolta cristiano-popolare nel 1381, capeggiata da Wat Tyler e John Ball, che si ribellarono al duro regime fiscale imposto dal re a causa della lunga guerra contro la Francia.

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

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Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

 

La Guerra dei Cent'Anni
La guerra detta dei Cent'Anni fu un conflitto per alcuni versi inevitabile, che doveva chiarire molte questioni aperte tra re di Francia e re d'Inghilterra. Il secondo infatti, sin dalla conquista normanna della Britannia del 1066, si era trovato a possedere vasti territori francesi in posizione di subordinato feudale al re francese, mentre oltre lo stretto della Manica i due re erano parigrado. Il re inglese, dopo aver perso la Normandia (1204), possedeva ancora la prospera Aquitania (dal matrimonio di Enrico II d'Inghilterra con Eleonora d'Aquitania) e c'erano stati degli screzi anche a proposito della ricca contea di Fiandra, che doveva la sua ricchezza in parte grazie ai commerci con l'Inghilterra, dalla quale importava la lana che usava nelle manifatture tessili, le più importanti d'Europa.
La questione fiamminga venne giocata dal re francese isolando i fiamminghi dall'Inghilterra, che era in una situazione difficile a causa delle lotte con la Scozia e che si accontentò di prendere il ducato di Guienna in cambio dell'impegno a non appoggiare i Comuni fiamminghi.
In Scozia infatti la situazione era incandescente, dopo che Edoardo I d'Inghilterra aveva deposto John Balliol (1296) per occupare direttamente il paese, scatenando la rivolta popolare (guidata dagli eroi nazionali William Wallace e Robert Bruce) che portò alla fondazione di un regno di Scozia indipendente. Nel frattempo il parlamento inglese (dal 1297 composto da una Camera dei Lords e una Camera dei Comuni) approfittò della debolezza regia per strappargli sempre più concessioni, come il diritto di approvare o meno qualunque tassa. Nonostante ciò, l'appoggio del parlamento fu la forza del re inglese, che poté presto tornare ad occuparsi dei suoi territori continentali. Il matrimonio tra Edoardo I d'Inghilterra e Margherita di Francia, sorella di Filippo IV, invece di rafforzare i legami tra le due case regnanti, diede origine ad ancora maggiori ingerenze inglesi in terra di Francia, tanto che Edoardo II d'Inghilterra, nato dall'unione tra Edoardo I e Margherita, aveva per nascita dei diritti sulla corona francese, che vennero ulteriormente rafforzati dal suo matrimonio con Isabella di Francia, sorella di Carlo IV di Francia. Carlo IV infatti morì senza eredi maschi, estinguendosi la casata dei Capetingi, con i diritti di successione passati alla sorella Isabella ed ai suoi discendenti. Ma un'assemblea di baroni e prelati inglesi si appellò alla legge salica (che escludeva secondo il diritto consuetudinario le donne dalla successione regia) per impedire che Edoardo III d'Inghilterra unisse le corone inglesi e francesi. La corona francese venne assegnata a Filippo VI di Francia, figlio di Carlo di Valois. Edoardo inizialmente fu preso dai problemi interni ai suoi possedimenti e solo in seguito si alleò di nuovo con i Comuni fiamminghi. Questo spinse Filippo a dichiarare la sua infedeltà, al quale il re inglese rispose rivendicando i suoi diritti sulla corona di Francia. Scoppiava così la guerra dei Cent'Anni, che durò dal 1339 al 1453.
Inizialmente l'Inghilterra disponeva di forze superiori e meglio organizzate, con compagnie di arcieri e le prime "bombarde", cioè i cannoni a pietra, mentre i francesi avevano una poco disciplinata cavalleria di origine feudale e qualche reparto mercenario (come i balestrieri genovesi). Le prime battaglie videro tutte la vittoria degli inglesi (Crécy nel 1346, Calais nel 1347, Poitiers nel 1356 dove cadde prigioniero anche il re Giovanni II il Buono), aggravate dalle rivolte della jacquerie e della borghesia parigina del 1358 per gli effetti della pesta nera e il disordine durante la prigionia del re a Londra. Nel 1360 Edoardo III rinunciò ai diritti sulla corona francese in cambio della sovranità feudale di un'ampia parte della Francia, corrispondente a quasi tutta la fascia sud-occidentale tra la Loira e i Pirenei. Nonostante ciò la guerra riprese nel 1369 con operazioni endemiche di razzia, guerriglia e assedi che ridussero la Francia alla miseria e alla disperazione.
Edoardo III e Carlo V morirono rispettivamente nel 1377 e nel 1380, lasciando i entrambi i paesi in balia a eredi minorenni tutelati dai feudatari loro parenti. In Inghilterra prese poi il potere Enrico IV del casato dei Lancaster, che represse la guerra civile di Watt Tyler e John Ball, e poi Enrico V; in Francia Carlo VI diede segni di squilibrio mentale, permettendo al divisione del paese in più ducati controllati dai suoi numerosi zii. Nel 1382 prevalse il ducato di Borgogna, che represse una rivolta nella contea di Fiandra annettendola. Al duca di Borgogna, sovrano forte e illuminato, guardavano le forze cittadine, mentre il suo avversario era Bernardo d'Armagnac, protettore degli interessi della nobiltà.
All'inizio del XV secolo quindi l'Inghilterra normalizzata, mentre la Francia viveva una profonda spaccatura. Giovanni senza Paura, duca di Borgogna, era di fatto l'uomo più importante del regno e fu lui a chiamare il re inglese in Francia per indebolire il re francese. Enrico V d'Inghilterra, dopo essersi reimpossessato dei suoi feudi storici di Normandia e di Guienna (nome da allora diffuso dell'Aquitania), dopo la vittoria di Azincourt (1415) tornò a rivendicare i suoi diritti sulla corona francese. Si arrivò così al trattato di Troyes, firmato da Enrico V e dal nuovo conte di Borgogna Filippo il Buono (in nome di re Carlo VI), dove si stabiliva che il re inglese avrebbe sposato Caterina di Valois, figlia del re francese, che gli avrebbe portato in dote il regno di Francia alla morte del sovrano. Venne escluso il "delfino" di Francia Carlo, rifugiato all'epoca a Bourges e per questo beffardamente chiamato "re di Bourges" dagli inglesi. Carlo riuscì ad affermare il suo potere nel sud della Francia fino alla Loira. Con la morte di Carlo VI e di Enrico V (1422), prese il potere Enrico VI d'Inghilterra, figlio di Enrico e Caterina, al quale gli si contrappose il delfino nominato a Bourges Carlo VII di Francia.
Nonostante sulla carta fosse più forte Enrico VI, durante un disastroso assedio di Orléans, Carlo VII sconfisse le truppe inglesi e borgognone (1429), facendosi poi incoronare re a Reims. La riscossa francese pare che fosse aiutata dall'eroina nazionale Giovanna d'Arco, che coalizzava volontari da ogni ceto sociale. Catturata però dagli assedianti fu venduta agli inglesi (1430), che la processarono per eresia, venendo bruciata la rogo per le pressioni inglesi, nonostante la volontà degli ecclesiastici di salvarla, nella piazza del mercato di Rouen il 30 maggio 1431. Con la riconquista di Rouen del 1456 Giovanna venne riabilitata e santificata solo nel 1920. Carlo VII poté trionfare anche per il trattato di Arras col duca di Borgogna (1435) e la tregua col re inglese siglata a Tours nel 1444. Una volta riorganizzatosi riprese l'offensiva nel 1448, obbligando gli inglesi a sgombrare i feudi da essi occupati del Maine, della Guienna e della Normandia. Restava inglese solo Calais. Dopo il 1453 la guerra andò spegnendosi senza un vero trattato di pace.

La Francia dopo la guerra
Il primo ostacolo che il nuovo re di Francia Luigi XI si trovò ad affrontare fu l'abbattimento della potenza dei grandi principi di Borgogna e di Bretagna che gli impedivano di impostare una politica unitaria nel regno. I nobili, venuti al corrente delle sue iniziative, gli si opposero con la lega del pubblico bene, ma Luigi seppe rompere il fronte degli avversari con le trattative. Tra 1475 e 1480 assorbì i possedimenti della casa d'Angiò, poi, aiutato dall'imperatore e dagli svizzeri, debellò la potenza borgognona (1477) e ne incamerò i beni; la Bretagna venne infine associata alla corona tramite il matrimonio tra Carlo VIII e la duchessa Anna di Bretagna. Si può dire allora che era già nata la Francia "moderna"[6].
Nella Francia di allora le questioni ecclesiastiche erano regolate dalla prammatica sanzione di Bourges del 1438, che creò una Chiesa "Gallicana" formalmente soggetta ala papa ma politicamente dipendente da re; il sovrano era affiancato da un parlamento e le prerogative feudali vennero riformate tra il 1446 e il 1454 in senso statale. Gli Stati Generali (assemblea del clero, della nobiltà e del "terzo stato") venivano convocati sempre meno, ma dal 1497 nacque il Gran Consiglio. Lo stato venne diviso dal punto di vista fiscale in quattro "generalità" (macro-aree) e il gettito permetteva di mantenere un esercito permanente.

L'Inghilterra e la guerra delle due rose
La dinastia dei Lancaster uscì molto screditata dalla sconfitta nella Guerra dei Cent'Anni e lo stesso Enrico VI era un sovrano debole e probabilmente con problemi psichici. La moglie Margherita d'Angiò si era allora alleata con un altro casato, quello dei Beaufort, scatenando le proteste del duca Riccardo di York, che additò i Lancaster dando origine nel 1455 alla guerra delle due rose, dagli emblemi della casato di York (una rosa bianca) e di Lancaster (una rosa rossa).
Il figlio di Riccardo, dopo la morte del padre, riuscì a battere i Lancaster ed a farsi incoronare re come Edoardo IV d'Inghilterra (1461). Anche il re di Francia e il duca di Borgogna si intromisero allora nella guerra sostenendo ciascuno uno degli schieramenti contrapposti. Alla fine venne incoronato Riccardo III di York, ma i gravi crimini che aveva compiuti gli alienarono subito gran parte del clero. Stanchi delle lotte gli inglesi scelsero allora un sovrano capace di porre fine alle discordie, Enrico Tudor, discendente dei Lancaster ma maritato a una York. Dopo aver vinto la battaglia di Bosworth (1485), appoggiato dai francesi, si fece incoronare come Enrico VII.
La pace permise di iniziare anche in Inghilterra il processo di modernizzazione e accentramento del potere. Smorzò il ceto feudale e governò aiutato da due consigli, il Consiglio Privato e la Camera Stellata, che lo aiutavano a trovare gli strumenti giuridici e amministrativi per ridurre al minimo i poteri feudatari. In questo senso aumentò i terreni soggetti direttamente alla corona e sostenne lo sviluppo di una nuova nobiltà di origine borghese (la gentry). Fu promossa anche l'attività cantieristica e la pratica di mare, un'innovazione per la rurale e pastorale Inghilterra di allora, che avrebbe permesso la successiva fortuna del paese con la creazione di un impero tra Cinque e Novecento.

La Borgogna
Il ducato di Borgogna era nato in un momento di disgregazione del regno di Francia, quando Giovanni II di Francia aveva concesso quella florida terra al figlio Filippo l'Ardito. Tramite una politica accurata di acquisti e matrimoni Filippo e suo figlio Giovanni senza Paura riuscirono a ingrandire i confini del ducato arrivando a comprendere la Franca Contea, la Fiandra, l'Olanda, lo Hainaut, il Brabante, il Lussemburgo e Namur. Successivamente Filippo il Buono e Carlo il Temerario avevano aggiunto l'Alta Alsazia, la Gheldria e la Lorena. Queste dipendevano formalmente sia dal re francese che dall'impero, per questo la Borgogna si presentava nel tardo Quattrocento come uno Stato federale, che controllava una fascia tra le più attive in Europa che andava dalle Alpi al Mare del Nord, con grandi centri manifatturieri, portuali e commerciali come Bruges e Anversa.
I duchi di Borgogna furono tra i sovrani più apprezzato dell'epoca, gli unici in Europa ad essere dotati di un consenso pressoché unanime: i ceti mercantili e imprenditoriali erano favoriti dalla loro politica; i nobili vedevano nel duca, impregnato della cultura cavalleresca, il loro primo cavaliere e il protettore delle consuetudini feudali; i ceti subalterni veneravano l'indole generosa manifestata dalle frequenti elargizioni, rese possibili dal buon andamento dell'economia nel ducato.
Il programma politico dei duchi di Borgogna era molto ambizioso ed aveva, tra i fini ultimi, una crociata che riconquistasse Costantinopoli dove essi si sarebbero potuti fare incoronare imperatori; Carlo il temerario arrivò anche a proporsi come candidato per il Sacro Romano Impero. Quando il duca scese in campo contro il re di Francia si coalizzò contro di lui una federazione di nemici (come i cantoni svizzeri, che si sentivano minacciati), che lo sconfisse ripetutamente fino alla sua morte durante l'assedio di Nancy (1477). I territori borgognoni vennero così spartiti tra Francia e Germania con il trattato di Arras del 1483.

La Svizzera
Più o meno mentre la Borgogna tracollava una nuova entità stava salendo alla ribalta, la confederazione della Svizzera. Nata a metà del Trecento dalla crisi dell'Impero romano-germanico, aveva una struttura federale e prendeva il suo nome dalla cittadina di Schwyz, che sentendosi minacciata dal ducato d'Austria degli Asburgo, si alleò con le popolazione di altre aree, quali Uri e Unterwalden. Così nel 1315 i contadini e i montanari svizzeri riuscirono a respingere le truppe degli Asburgo (battaglia di Morgarten) e nel 1386 riportarono una vittoria definitiva nella battaglia di Sempach.
Nel Quattrocento essi fronteggiarono le mire espansionistiche della Borgogna, che contribuirono a sconfiggere militarmente nel 1477. Nel 1499, con la pace di Basilea, la Confederazione riceveva definitivamente l'indipendenza.

La penisola iberica
La penisola iberica era divisa nel XV secolo in quattro regni:
1. Il regno del Portogallo, indipendente dal 1139;
2. Il regno di Castiglia y León , esteso dall'Atlantico alla sierra Morena, che incamerava gran parte dei territori della Reconquista;
3. Il regno d'Aragona, proteso verso il mare e esercitante un'egemonia sulle isole del mediterraneo occidentale e sull'Italia del sud;
4. L'emirato di Granada, ultimo baluardo musulmano.
I sovrani di Castiglia avevano impoverito i terreni un tempo musulmani, vessando le colte comunità dei musulmani assoggettati (moriscos) ed ebrei, promuovendo la coltivazione estensiva e il pascolo in terre un tempo già fertili dall'ormai dismessa irrigazione moresca.
Gli ordini militari che avevano combattuto i mori ebbero in gestioni ampie parti di territorio, creando uno scenario spesso economicamente desolato, ma ancora volto all'attività guerriera ed a una religiosità ascetica. Per ricristianizzare i territori a lungo tenuti dai musulmani venne creata una severa Inquisizione guidata dal domenicano Tommaso di Torquemada, che perseguitò inflessibilmente ogni forma di eresia e di concessione agli altri culti.
Una svolta si ebbe con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona (1469), che una volta ereditari i rispettivi regni li tennero formalmente separati, ma li controllarono unitamente.
Nel 1462 cadde anche Granada e la Reconquista venne completata, con ebrei e musulmani obbligati alla conversione o all'esilio.
Il Portogallo era sempre più interessato alle nuove vie marittime verso l'Africa e l'Oriente, con la presa di Ceuta, in africa, nel 1415.

La Polonia e l'Ungheria
La Polonia era stata riunificata da re Ladislao I nella prima metà del XIV secolo, grazia anche al sostegno della Santa Sede. La capitale venne posta a Cracovia. Casimiro III il Grande consolidò la nazione alleandosi con i vicini (Boemia e Cavalieri Teutonici) ai quali fece delle concessioni territoriali (rispettivamente la Slesia e la Pomerania) in cambio del diritto a governare in pace il suo paese. Nel 1364 fondò l'Università di Cracovia sul modello di quelle italiane e si dedicò anche a frenare lo strapotere della nobiltà. Gli successe il nipote Luigi I d'Angiò, già re d'Ungheria, che unì finché restò in vita le due corone.
Mentre l'Ungheria si univa alla Boemia, col suo re Sigismondo che divenne sacro romano imperatore, la Polonia si fuse alla Lituania tramite il matrimonio tra Edvige di Polonia e Ladislao Jagellone (1386). Nacque così la dinastia degli Jagelloni, che avrebbe sconfitto i tartari delle basse pianure russe e che nella battaglia di Tannerburg batterono i cavalieri Teutonici. Nel 1466, con la pace di Thorn, la Prussia divenne feudo polacco. Una nuova unione dei paesi orientali sembrò profilarsi con la salita al trono di Ladislao III, re di Polonia, Lituania e Ungheria, ma la sua morte nella battaglia di Varna contro turchi infranse l'unione. La "Grande Polonia", estesa dal Baltico al Mar Nero, venne rifondata da re Casimiro IV (1447-1492).
Le federazioni di stati dell'Europa orientale erano volte spesso a combattere il nemico comune rappresentato sia dall'espansione degli Asburgo, sia dai Turchi. Nel 1485 la Polonia scese in campo dichiarando guerra ai Turchi per via della questione della Moldavia.

Il principato di Mosca
Il principato di Mosca, nato nella metà dela XII secolo e religiosamente cristiano-ortodosso, ascese con Ivan I Kalita (1325-1341), che riuscì a impadronirsi delle terre tra Dvjna e Volga, venendo approvato anche dai tartari del vicino khanato dell'Orda d'Oro. Nel 1439 i principi di Mosca si rifiutarono di riconoscere la breve riunione tra cattolici latini e ortodossi, e si misero a capo di una Chiesa nazionale russo-ortodossa. Con la caduta dell'Impero bizantino nel 1453, i principi russi iniziarono ad atteggiarsi come suoi eredi, scegliendo come capitale Mosca che, abbellita da architetti italiani, venne proclamata la "Terza Roma". Nel 1462 Ivan III sposò la principessa Zoe di Bisanzio e si proclamò imperatore "di tutte le Russie", usando il termine di czar, deformazione fonetica di Caesar.
Grazie all'appoggio della nobiltà russa (i boiardi), Ivan III denunciò ufficialmente nel 1480 il suo vassallaggio nei confronti del tartari dell'Orda d'Oro.

La Scandinavia
In risposta al crescente potere economico commerciale della Lega Anseatica le città scandinave promossro l'unione dei regni di Svezia, Norvegia e Danimarca con la cosiddetta unione di Kalmar. Resse l'unione Margherita di Danimarca, che era figlia del re danese e sposa di quello norvegese, finché nel 1389 fu chiamata dai nobili svedesi per sostituire il sovrano Alberto che essi stessi avevano imprigionato.
I regni vennero uniti anche formalmente dal nipote Erik di Pomerania, che suggellò l'unione, appunto, a Kalmar nel 1397. L'unione venne rotta una prima volta nel 1434 ed ebbe vita difficile fina ala completa dissoluzione del 1523.

La situazione italiana (XIV-XV secolo)
La crisi del XIV secolo colse le istituzioni comunali italiane, soprattutto nel settentrione, in piena crisi istituzionale, con molte di esse che avevano già delegato il governo a un "signore" (diventando quindi delle signorie). Le conseguenze delle crisi furono particolarmente gravi nella Penisola, con un crescente malessere che portò a rivolte sociali. Queste rivolte però ottennero spesso l'effetto opposto a quanto rivendicato, con i governi cittadini che, presa la consapevolezza della mutata situazione, invece di allargarsi, si restrinsero ulteriormente in vere e proprie oligarchie.
Stati comunali minori sparivano aggregandosi ad altri più grandi, per conquiste o per trattative diplomatiche. Si avviarono così in Italia settentrionale e centrale degli Stati territoriali, dove alle istituzioni comunali si sostituivano i governi dei "signori", presi con la forza o chiamati dagli stessi cittadini che rinunciavano a una parte del loro peso politico in cambio di un po' di pace e stabilità, logorati dalle lotte tra guelfi e ghibellini. Il loro potere era comunque vincolato all'appoggio popolare o aristocratico, legandosi a questa o quella fazione cittadina che li sosteneva.
Un successivo passaggio fu quello dalle signorie ai principati, dove i "signori", non più soddisfatti della sola autorità conferita dai cittadini ("dal basso") cercarono una legittimazione anche "dall'alto", facendosi proclamare dall'imperatore o dal papa suoi vicari o feudatari, ottenendo così anche un titolo che gli fregiava del potere giurisdizionale per delega regia.
Ma non tutte le repubbliche comunali divennero principati. Le eccezioni più illustri furono Firenze, Venezia e, in parte, Genova, alle quali vanno aggiunte realtà minori quali Lucca e Siena. Anche se in queste città ci furono periodi di dittatura signorile, ciò non si tradusse in qualcosa di stabile, né ci fu la forza per fondare un principato. Venezia poi era un'eccezione nelle eccezioni, con il duplice sistema del doge e dei consigli che fondevano le forme della monarchia e della repubblica.
Il "policentrismo" italiano fu la caratteristica peculiare della politica nella Penisola mentre nel resto d'Europa si affermavano le monarchie nazionali. Naturalmente il discorso cambiava dallo Stato della Chiesa in giù, dove erano presenti solide compagini statali, in particolare i regni angioino di Napoli e aragonese di Sicilia.
Nonostante i tentativi di riunificazione italiana, tutti falliti come quello di Giovanni di Lussemburgo, quello di Alberto e Mastino della Scala o quello dei Visconti di Milano. Le potenze repubblicane e mercantili di Firenze e Venezia si sarebbero sempre opposte a tali progetti. La situazione nel XIV secolo si stabilizzò quindi così:
* La signoria di Milano dei Visconti, impegnata ad espandersi;
* La repubblica di Venezia, governata da un' élite mercantile e desiderosa di imporre un'egemonia sul circostante Veneto;
* La repubblica di Firenze, analogamente impegnata ad affermarsi in Toscana;
* Lo Stato della Chiesa, una confederazione "imperfetta" tra città libere e signorie accomunate dalla sudditanza al papa, che era in esilio ad Avignone e che controllava i suoi territori tramite i legati pontifici;
* Il regno di Napoli, angioino e in qualche modo interessato alle vicende italiane centro-settentrionali;
* Il regno di Trinacria, aragonese.
A questi Stati più influenti vanno aggiunti poi altri stati minori:
* La contea di Savoia, che nel Trecento stabilì l'egemonia sul Piemonte, ma che guardava più alla corona francese e borgognona che alle sorti dell'Italia;
* La repubblica di Genova, economicamente florida ma politicamente in crisi, che importò da Venezia il sistema dogale, anche se incalzata dalla concorrenza veneziana ed aragonese dovette darsi in signoria ai milanesi ed al re di Francia
* Il marchesato estense (Ferrara, Modena, Reggio e il delta del Po)
* La signoria di Mantova dei Gonzaga
* La signoria dei Malaspina, tra Lunigiana, Liguria e Appennino parmense
* La repubblica di Lucca
* La repubblica di Siena
* Il principato di Piombino, degli Appiani
* Altri Stati minori.

Milano
La città di Milano era riuscita ad imporre un'egemonia in Lombardia a partire dal XII secolo, grazie alle manifatture metallurgiche e tessili che la rendevano uno dei centri produttori e mercantili più importanti d'Europa. La politica era dominata da due fazioni: i Della Torre, guelfi, e i Visconti, ghibellini. I secondi ebbero la meglio e Matteo Visconti ottenne anche il titolo di vicario imperiale da Enrico VII. Con tale titolo egli si trovò legittimato per ampliare i suoi possessi verso le zone circostanti, dai valichi alpini all'Emilia, dal Piemonte alla Liguria. Il suo programma venne continuato dall'arcivescovo Giovanni, che si impadronì di Genova e Bologna (1352-1353) e si circondò di uomini di cultura come Francesco Petrarca. Egli aspirava a ricomporre il regno d'Italia, e sperava che con la sua politica magnanima e lungimirante il suo principato sarebbe divenuto un polo d'aggregazione per altri stati minori. Egli fu avversato da una lega fiorentino-veneta, che non lo batté, ma comunque si avvantaggiò della sua scomparsa nel 1354 e della divisione del suo regno tra i tre nipoti. Il figlio di uno di questi, Giangaleazzo Visconti, fu all'origine della fortuna familiare. Dopo aver fatto eliminare lo zio, iniziò un'ambiziosa politica di espansione verso la pianura Padana, la Romagna, la Toscana e il resto dell'Italia centrale. Nel 1387 occupò Verona e Vicenza, approfittando del declino della dinastia scaligera e dell'appoggio dei Da Carrara di Padova. Occupò quindi Novara, Parma, Bologna e Pisa, mentre gli si aggregarono Siena, Perugia, Assisi e Spoleto. Inoltre, sposandosi con Isabella di Valois, ottenne la contea di Vertus (da cui l'appellativo "Conte di Virtù") ed aveva potuto legarsi con uno dei più potenti signori del suo tempo, il duca d'Orleans, al quale diede in sposa la figlia Valentina che portò in dote Vertus, Asti e il diritto di successione al ducato di Milano in caso di assenza di eredi maschi.
Nel 1395 l'imperatore concesse a Giangaleazzo la corona ducale di Milano, che dominava ormai un'ampia federazione di città. Alla sua morte però (1402) il figlio minorenne Giovanni Maria non sembrò all'altezza ed i territori lombardi si ribellarono presto ritornando indipendenti. Teneva la regia della zona il condottiero mercenario Facino Cane, che governava varie città, tra le quali la stessa Milano dal 1410 al 1412. Ma nel 1412 morirono lo stesso giorno Facino e Giovanni Maria (quest'ultimo ucciso da una congiura, l'altro per malattia), così la signoria passò al fratello di Giovanni Maria, Filippo Maria Visconti. Sposò prima la vedova di Facino Cane, poi una figlia di Amedeo VIII di Savoia. In seguito riaffermò la signoria sulla repubblica di Genova (che si era data al re di Francia), poi si assicurò i valichi alpini e le città di Parma e Piacenza, che gli valsero l'egemonia nella pianura Padana.
Di nuovo Venezia e Firenze si allearono preoccupate per l'espansionismo visconteo e nel 1433 si arrivò alla pace di Ferrara. Ancora il conflitto riprese quando Filippo Maria si inserì nelle lotte tra angioini e aragonesi nel regno di Napoli, che portò a una nuova tregua, la pace di Cremona (1441). Alla sua morte (1447) alcuni aristocratici milanesi tentarono un colpo di mano, instaurando un regime comunale-aristocratico, l'Aurea Repubblica Ambrosiana, che durò tre anni. Mentre Venezia sembrava voler approfittare della debolezza milanese, Francesco Sforza venne assoldato come difensore della città. Con la sua vittoria e grazie al fatto di aver sposato una figlia naturale di Filippo Maria, si fece poi incoronare come duca di Milano nel marzo 1450 raccogliendo l'eredità viscontea. Lo Sforza seppe ribaltare le alleanze alleandosi con Firenze, in particolare con Cosimo de' Medici, e isolando così Venezia.

Venezia
I veneziani uscirono dal XIII secolo in difficoltà, dopo la battaglia di Curzola che li aveva visti sconfitti dai genovesi. Ma la riforma del Maggior Consiglio in senso oligarchico (1297) aveva garantito la stabilità. Contro le rivolte e le sovversioni vennero anche istituiti il Consiglio dei Dieci e i Tre Inquisitori di Stato. La crisi economica si fece sentire, per questo le famiglie veneziane iniziarono a cautelarsi cercando forme di rendita più sicure del commercio, come le rendite fondiarie, per questo la Repubblica iniziò un'inedita espansione verso l'entroterra. Inizialmente vennero prese le terre verso l'arco alpino e le pianure tra Adige e Po, fino a venire a confinare con i Visconti, con i quali ebbero ripetuti scontri. Nei mari invece la nemica principale restava Genova, contro la quale vennero compiute due guerre (1351-1355 e 1378-1381), la seconda delle quali, la cosiddetta guerra di Chioggia, vide il formarsi di un ampio fronte anti-veneto di nemici, con il re d'Ungheria, quello di Napoli, i genovesi e i padovani. Nel 1381 Venezia cedette su tutti i fronti, ma la sua forza interna permise di riprendere gradualmente tutte le posizioni perse, grazie anche al sostegno dei fiorentini. Nel 1405 Venezia possedeva Verona, Padova e quasi tutto il Veneto, gran parte della Dalmazia e l'isola di Corfù e le coste meridionali greche.
Il doge Francesco Foscari iniziò una nuova politica di espansione sulla terraferma, aiutato anche dalla temporanea debolezza di Milano dopo la scomparsa dei Visconti. Capeggiando i vari eserciti anti-milanesi, alle successive trattative di pace si fece consegnare le città di Brescia, Bergamo e Ravenna, riuscendo a far pesare solo sulle spalle dei suoi alleati le spese dello sforzo bellico. L'eccessiva espansione preoccupò i fiorentini, i quali in seguito preferirono allearsi agli Sforza ribaltando la tradizionale alleanza.

Firenze
A inizio del Trecento avevano trionfato a Firenze i sostenitori del partito guelfo nero, un'oligarchia di grandi imprenditori intransigenti, espressioni delle Arti "Maggiori", cioè più ricche e potenti, quali quella di Calimala (importatori di panni di lana da raffinare), della Lana (produttori di panni di lana) e del Cambio (banchieri). La classe dirigente tendeva a chiudersi importando un'oligarchia, grazie anche allo strumento dell'"ammonizione", che poteva far dichiarare qualcuno "ghibellino" facendolo escludere dalla vita politica.
Le sconfitte contro Pisa, Lucca e Pistoia avevano costretto i fiorentini a dare la propria città in signoria (in "balìa") a un signore esterno, che fu scelto in Roberto d'Angiò e suo figlio Carlo di Calabria. In seguito la signoria venne di nuovo affidata a un altro straniero, il nobile francese Gualtieri di Brienne, che si rivelò un pericolo per la classe dirigente a causa delle sue strizzate d'occhio ai ceti subalterni e della sua politica dispotica, venendo cacciato pochi mesi dopo (1343). Momenti durissimi furono il crack finanziario del 1343-1346, la peste nera e la rivolta dei Ciompi; una volta passati le famiglie dell'oligarchia ripresero il potere, ma una nuova divisione si profilò all'orizzonte. Da una parte c'erano gli intransigenti Albizzi, con la potente Arte della Lana e la roccaforte aristocratica riunita della Parte Guelfa; dall'altra vi erano alcune famiglie rivali quali i Ricci, gli Alberti e poi i Medici. Questi ultimi in particolare seppero attrarre le simpatie dei ceti medi e popolari, mentre la città stava estendendo il suo dominio nel territorio toscano attuando il passaggio verso un vero e proprio Stato regionale, con la conquista di Prato, Pistoia, Arezzo, Pisa, Cortona. Restavano indipendenti in Toscana solo la Repubblica di Lucca, la Lunigiana-Garfagnana dei Malaspina, la repubblica di Siena (corrispondente grosso modo alle attuali province di Siena e di Grosseto) e qualche piccola signoria locale.
La guerra contro i Visconti (dal 1425), sommata alla lunga guerra contro Lucca, esasperò l'opinione pubblica, e il bisogno costante di denaro rese necessarie alcune misure fiscali molto rigorose, come l'organizzazione del prima catasto della storia occidentale, utile per valutare i possedimenti di ciascuna famiglia e tassarla di conseguenza (1427). Le lotte cittadine si inasprirono, anche perché molti capirono che la ricchezza familiare poteva essere intaccata dal governo se non protetta direttamente, e in un primo momento ebbero la meglio gli Albizzi, che esiliarono il capo della fazione avversaria, Cosimo de' Medici (1433). Ma l'astuto banchiere visse un esilio dorato a Venezia che gli permise di riorganizzare le forze a lui favorevoli, tanto che nel 1434 poteva già tornare a Firenze richiamato dalla città, mentre i suoi avversari prendevano a loro volta la via dell'esilio. Iniziò così il periodo della "criptosignoria", dove Cosimo era il signore di fatto della città senza ricoprire alcuna carica. Egli si definiva un "consigliere privato" della Repubblica e, con la discrezione che gli era propria, si guardò bene dall'assumere un comportamento troppo appariscente, limitandosi ad ottenere la prerogativa di rivedere le liste elettorali,. cosa che gli permetteva di avere uomini di sua fiducia nei posti chiave del governo cittadino.
Ma la tradizionale non-rivalità tra Firenze e Venezia venne compromessa dai nuovi interessi delle due città: la prima si affacciava per la prima volta sui mari dopo la conquista di Pisa, la seconda iniziava invece a interessarsi dell'entroterra. Per questo nacque una nuova alleanza tra Firenze e Milano, che si scontrò presto contro il fronte veneziano-aragonese.

Lo Stato della Chiesa
Lo Stato della Chiesa comprendeva ormai territori di varia provenienza, dagli ex Esarcato di Ravenna e Pentapoli, dall'eredità matildina e dal patrimonio di san Pietro, con le varie annessioni. Questa vasta area era molto disuguale e si andava dalle floride città della Romagna, alle aree marchigiane e laziali dedite soprattutto alla pastorizia. Il primo Giubileo del 1300 aveva richiamato a Roma, una città relativamente piccola abitata da potenti signori armati e da un popolo di pastori e mandriani, folle di pellegrini che avevano nuovamente iniziato a far circolare vorticosamente il denaro in città. Stava nascendo un ceto medio di artigiani, asinai, barcaioli, osti, oltre alla tradizionale corte pontificia di prelati, giuristi e notai. Il Senato cittadino era dominato dalle lotte tra le famiglie degli Orsini e dei Colonna.
Con l'abbandono della città del papa, per Avignone, il territorio della Chiesa era ulteriormente finito nella povertà e nel disordine, nonostante i legati papali che tenevano lo Stato e cercavano di riorganizzarlo per il ritorno del pontefice. Tra questi Egidio Albornoz dominò energicamente la situazione romana e nel 1357 emanò lo statuto generale delle Constitutiones aegidianae, che ridefinirono i poteri pubblici. Pochi anni prima aveva cercato di riorganizzare la vita cittadina anche Cola di Rienzo, una figura controversa a metà strada tra l'intellettuale e il demagogo. Egli fu il primo ad utilizzare le glorie passate di Roma imperiale come strumento demagogico di massa, venendo anche appoggiato dai papi avignonesi. Ma le sue violenze gli scatenarono contro la rivolta popolare che gli costò la vita.
Dopo il ritorno del papa e la ricomposizione dello scisma d'Occidente, il pontefice si trovò a dover riorganizzare lo Stato, incontrando però dure resistenza da parte dell'indisciplinata nobiltà romana. Bonifacio IX trovò come prezioso alleato Ladislao I d'Angiò-Durazzo, re di Napoli, che fu il vero moderatore della vita politica romana fino alla sua morte, riuscendo a mediare tra il papa, l'aristocrazia e le altre forze cittadine.
In seguito la città fu contesa dai condottieri Braccio da Montone e Muzio Attendolo Sforza. Quando Braccio sembrò vincere, venne tuttavia eletto al soglio papale Martino V (1420), che iniziò una politica accentratrice che costrinse Braccio a restituire al papa tutte le terre conquistate. Martino inaugurò anche la pratica del nepotismo, che in un primo momento fu tutto sommato un modo di risolvere il disordine cittadino, facendo coincidere gli interessi pubblici con quelli della famiglia del papa e del collegio cardinalizio. I papi del XV secolo cercarono di ridurre il potere dei signori delle varie città emiliane, romagnole, umbre e marchigiane, ma il più delle volte poterono solo ottenere un'obbedienza formale a fronte della concessione del titolo di vicario pontificio.

Il Mezzogiorno
Dopo la guerra del Vespro angioini e aragonesi si erano divisi il Regno di Sicilia, prendendo rispettivamente l'Italia Meridionale (il futuro Regno di Napoli) i primi, e la Sicilia i secondi. Qui entrambi avevano dovuto venire a compormessi, tra l'ordinata e centralizzata amministrazione, ereditata dagli svevi e dai normanni, e le richieste della nobiltà che aveva sostenuto le conquiste, che domandava una maggiore autonomia feudale. La formazione di un ceto medio di produttori e mercanti, già ostacolato dagli svevi, ebbe una vera e propria battuta d'arresto, per via della pesante politica fiscale e la tendenza a privilegiare l'aristocrazia feudale, tramutata spesso in signoria fondiaria. I riflessi della crisi europea del Trecento non fecero altro che aggravare un ristagno già in atto.
Roberto d'Angiò, re di Napoli, ebbe un grande prestigio al suo tempo, riconosciuto dal papa come capo del partito guelfo in Italia; egli favorì i banchieri fiorentini, che numerosi si insediarono a Napoli. Roberto aveva anche giurisdizione sulla Provenza, secondo i suoi antichi possedimenti familiari, e su parte del Piemonte; inoltre poteva fregiarsi del titolo (nominale) di re di Gerusalemme. Nella pratica comunque la sua potenza era solo sulla carta, coi domini provenzali e piemontesi minacciati dalle forze centrifughe, e il regno di Napoli in preda ai poteri feudali per la politica ed ai fiorentini per l'economia, determinando una certa debolezza endemica. Ad eccezione della florida capitale di Napoli e di alcune città pugliesi, lo sviluppo urbano nel regno era molto basso.
Quando scomparse Roberto i numerosi rami degli angioini (che governavano dall'Ungheria all'Adriatico) iniziarono a contendersi la successione partenopea, finché non andò a sua nipote Giovanna I. La Regina Giovanna compì l'errore di lasciarsi coinvolgere in una serie di intrighi e di scandali che compromisero irrimediabilmente la sua autorità: venne scomunicata e dovette affidare il regno al suo parente Luigi I d'Angiò, fratello del re di Francia; però il pontefice decise di dare la corono a Carlo III d'Angiò-Durazzo, cugino di Giovanna, che iniziò una lunga guerra civile con Giovanna stessa, dove entrambi perirono. Alla fine prevalse Ladislao I, figlio di Carlo, che poté iniziare un programma espansionistico. Sua sorella Giovanna II d'Angiò governò il paese dopo di lui in maniera incerta. Avendo adottato come figlio il re d'Aragona Alfonso V il Magnanimo, alla sua morte si scatenarono le contese sul regno tra angioini e aragonesi, che alla fine vide il trionfo di Alfonso sul re Renato (angioino), grazie anche all'aiuto dei Visconti.
A questo punto gli aragonesi disponevano di un vero e proprio impero nel Mediterraneo occidentale, che preoccupava le altre città marinare come Genova e Venezia. Si compattarono due schieramenti, uno filo-angioino e filo-francese (con Firenze, Genova e Venezia), ed uno anti-francese (con i Visconti, che si sentivano minacciati dai francesi) e i duchi di Borgogna. Con la scomparsa dei Visconti Alfonso d'Aragona avanzò pretese sul ducato di Milano, spingendo Firenze a opporsi per non sentirsi schiacciata nei domini aragonesi, mentre Alfonso guadagnò l'appoggio di Venezia, isolata da milanesi e fiorentini.

La pace di Lodi
Si arrivò così verso il 1450 ad avere due schieramenti che si fronteggiavano su più questioni: il trono di Napoli, la successione al ducato di Milano, l'egemonia nel Mediterraneo occidentale e la questione tra re di Francia e duca di Borgogna. Sembrò chiaro agli schieramenti che nessuno dei principali Stati italiani avrebbe potuto prevalere sull'altro e che il portare avanti una guerra avrebbe danneggiato tutte le parti. Alfonso d'Aragona si rassegnò a non impadronirsi del ducato di Milano, come Firenze non avrebbe mai permesso. Inoltre la Francia sembrò un pericolo comune sia sul re aragonese che sullo Sforza, per questo si preferì patteggiare piuttosto che richiamare l'attenzione sul paese straniero che poteva vantare diritti ereditari su entrambi i contendenti.
Inoltre la caduta di Costantinopoli del 1453 aveva imposto un ripensamento su tutta la politica italiana, nell'eventuale organizzazione di una crociata invocata dal papa. Nel 1454 si arrivò quindi alla pace di Lodi, dove si fissava il confine tra Milano e Venezia sull'Adda e si creava un'intesa implicita tra i cinque Stati maggiori d'Italia (Milano, Venezia, Firenze, Stato della Chiesa e Napoli) a mantenere la situazione attuale com'era.
Questa politica dell'equilibrio venne forse sopravvalutata nel secolo successivo (come da Francesco Guicciardini), quando l'Italia era in preda agli eserciti stranieri, e venne interpretata anche come un patto a tenere fuori dalla penisola i non-italiani. In realtà questa intesa parteciparono anche numerosi Stati non italiani, lo stesso re di Francia, il duca di Borgogna o il sultano turco, al quale tutti guardavano con circospezione cercando di farsene un interlocutore diplomatico e commerciale.
Per quarant'anni, dal 1454 al 1494, la pace resse, nonostante qualche colpo di mano e qualche guerra che il sistema delle alleanze riuscì sempre a circoscrivere. Per esempio alla morte di Alfonso V di Napoli si riaprì la contesa con gli angioini, che non ebbe comunque successo. Altri problemi furono causati dalla politica nepotista di Sisto IV, che avrebbe voluto insediare suo nipote Girolamo Riario a Firenze, per questo sostenne la congiura dei Pazzi tesa ad eliminare i Medici, ma fallì con la cattura e l'uccisione dei responsabili in città, tra i quali il religioso Francesco Salviati. La sua morte fu il pretesto del papa per interdire la città, ma Lorenzo de' Medici seppe infrangere il blocco dei nemici che gli si ponevano contro andando personalmente a Napoli e convincendo il re, dichiaratosi alleato del papa, all'inopportunità della guerra.
Anche Venezia tentò un colpo di mano, cercando di conquistare Ferrara, ma contro di lei si schierarono Firenze, Milano e Napoli che la costrinsero a firmare la pace di Bagnolo, che fruttò ai veneti comunque il Polesine. Nel 1485 poi papa Innocenzo VIII Cybo sostenne una congiura dei baroni contro Ferdinando I d'Aragona, ma l'interposizione di Firenze e Milano ricompose il conflitto. A un certo punto sembrò che l'attività di Lorenzo il Magnifico fosse l'"ago della bilancia" della politica italiana. Che fosse vero o no, dopo la sua morte (1492) l'equilibrio venne per la prima volta sconvolto, con la morte di Ferdinando II di Napoli e la successione di suo figlio Alfonso II nel 1494: i baroni napoletani della congiura fallita del 1485, rifugiatisi in Francia, convinsero allora re Carlo VIII a far valere i suoi diritti sulla corona napoletana scendendo in Italia. Invitò il re francese anche il reggente del ducato di Milano, Ludovico il Moro, che avrebbe voluto sostituirsi al nipote minorenne come duca titolare della città, Gian Galeazzo Sforza. Egli però aveva sposato la figlia di Ferdinando I di Napoli e ne aveva avuto un figlio che aveva fatto tramontare tutte le speranze del Moro sul titolo: per questo una sconfitta degli aragonesi avrebbe potuto cambiare le sorti del ducato.
Con la discesa di Carlo VIII si chiuse la fase dell'equilibrio e iniziò il duro periodo della contesa fra potenze straniere per l'egemonia in Italia.

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

    Appunti lezioni di storia 3

 

Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

 

L'avanzata turca
Nel XIV secolo si fece strada in Anatolia la potenza ottomana, destinata a diventare protagonista della storia musulmana, prendendo il posto di prima potenza islamica nel Mediterraneo al posto dell'Egitto, che proprio in quel periodo stava affrontando una progressiva decadenza economica che avrebbe portato a un vero tracollo nella seconda metà del Quattrocento: Alessandria e Damietta persero infatti il ruolo di porti chiave per il commercio delle spezie quando i portoghesi circumnavigarono l'Africa importando le preziose merci direttamente, mentre il declino delle manifatture egiziane e l'eccessivo lusso del ceto dirigente mamelucco con le ingenti spese militari avrebbero condotto a un vero collasso economico.
I turchi ottomani erano un tribù turca che si era spostata verso il 1230 dall'Asia centrale verso ovest, incalzati dai mongoli. Si erano messi al servizio del sultano selgiuchide di Konya (Iconio), ottenendo un piccolo territorio non lontano da Costantinopoli, il Sultanato di Osman. Alla fine del Duecento il khan Othman si era approfittato della debolezza del sultano di Konya, incalzato dai mongoli e dai mamelucchi, per ingrandire il proprio territorio. Ma a differenza delle altre tribù turcomanne, essi iniziarono presto una campagna di conquista al di fuori dell'agguerrita concorrenza turca. Erano infatti riusciti a strappare ai bizantini la Bitinia, Iznik, Nicomedia e la preziosa Gallipoli, dalla quale si poteva controllare il Dardanelli e accedere alla penisola balcanica. Ciò era stato possibile per l'accondiscendenza di alcuni imperatori che si fecero aiutare dai turchi proprio per risolvere le loro diatribe dinastiche, ma presto Giovanni VI Cantacuzeno si rese conto della pericolosità dell'alleato, che stava circondando la capitale come a strangolarla. Nei Balcani, con la morte di Stefano Dushan (1355), il fondatore dello Stato serbo edificato sulle rovine dell'impero, i turchi approfittarono per conquistare Adrianopoli (1361), che divenne la capitale del sultanato nel 1366, facendo chiaramente intuire le mire di espansione sui Balcani.
La corte del sultano ottomano stava diventando un centro di cultura, con l'incoraggiamento di una letteratura epica in turco, che da allora divenne, con l'arabo e il persiano, la terza lingua letteraria dell'Islam. Una delle chiavi del successo ottomano fu l'organizzazione militare, con la formazione di truppe basate non sui turcomanni (che potevano sempre fomentare rivolte), ma su schiavi cristiani rapiti in giovane età, convertiti all'Islam e istruiti alla guerra in monasteri-caserme con ferrea disciplina e frugalità. La "Nuova Milizia" (in turco yeni ceri) venne conosciuta in Europa come i giannizzeri, dalla fama temibile e leggendaria.

La debole risposta cristiana
L'impero bizantino nel frattempo si era ridotto a poco più della sua capitale e l'area circostante, con i pirati turchi che scorrazzavano per l'Egeo danneggiando i traffici di genovesi e veneziani. Inoltre l'avanzata nei Balcani, con i turchi a poca distanza ormai dal Danubio, iniziò a far preoccupare seriamente gli europei, anche se non si riusciva a prendere iniziative concrete. Una conferenza indetta ad Avignone da Innocenzo IV riuscì solo a creare la solita lega tra chi aveva interessi imminenti nell'area, cioè Venezia, Cipro e i Cavalieri di Rodi, che cercarono di attaccare il Dardanelli senza alcun successo (l'unico effetto notevole fu che diede il pretesto di una nuova crociata che fece stipulare la pace di Brétigny tra inglesi e francesi).
Nel 1361 gli Ottomani indisturbati arrivarono alle mura di Costantinopoli, mentre il re di Cipro riteneva ancora che il nemico da combattere fosse il sultanato del Cairo, sferzando un inutile assalto al porto di Alessandria (1365). Ancora Amedeo VI di Savoia con una modesta flotta conquistò Gallipoli (1366), ma appena se ne andò i turchi la ripresero. Nei Balcani l'avanzata turca sembrava inarrestabile: il sultano Bajazet sconfisse i serbi nella battaglia di Kosovo (1389) ed arrivò a dominare a vario titolo la Valacchia, la Bulgaria, la Macedonia e la Tessaglia.
A quel punto il basileus Manuele II era arrivato al punto di essere disposto a viaggiare personalmente in Europa in cerca d'aiuto, ma essendo a corto di denaro propose a Venezia la vendita dell'isola di Lemnos. I veneziani però, desiderosi ormai di allearsi con i nuovi padroni risposero all'imperatore di tenere ancora pazienza.

La crociata
Un altro sovrano preoccupato dell'avanzata turca era Sigismondo d'Ungheria, che faceva pressione sui due papi in carica (avignonese e romano) per ottenere il bando di una nuova crociata, alla quale aderì controvoglia Venezia, mentre Francia e Inghilterra stipulavano un'apposita tregua per aderire. Più entusiasta fu il duca di Borgogna Filippo II l'Ardito, che donò una forte somma di denaro ed un esercito capeggiato dal suo stesso figlio, che partì con cavalieri di molte nazionalità da Digione il 20 aprile 1396. A fine luglio si aggiunse all'esercito le truppe del vojvoda di Valacchia, vassallo del re d'Ungheria, e una flotta veneziana, genovese e dei cavalieri di Rodi, che stazionò alla foce del Danubio. Alcuni storici sono arrivati a parlare di centomila combattenti, forse nemmeno senza troppa esagerazione[7]. L'eccessiva irruenza dei cavalieri occidentali e la scarsa conoscenza del terreno e delle consuetudini militari turche furono forse alla base della sanguinosa sconfitta del 26 settembre 1396, durante la battaglia di Nicopoli. Ci fu una vera e propria carneficina, con il massacro a freddo di tutti coloro per i quali non fosse stimato possibile ottenere un sostanzioso riscatto.

Dopo la sconfitta di Ankara
Nel 1402 i turchi venivano sconfitti a Ankara dai mongoli di Tamerlano. Nel frattempo gli europei non seppero sfruttare la debolezza del sultano, anzi essi seppero riorganizzarsi e nel 1413 salì al potere un forte sultano, Maometto I, che riunificò i possessi in Anatolia e nei Balcani. A questo punto alcune potenze europee preferirono accordarsi col sultano, arrivando ad aiutarlo a stabilizzare il suo trono dai rivali. Veneziani, Genovesi e Ospitalieri ottennero così dei favori (i cavalieri ospitalieri per esempio ottennero così Smirne nel 1415). Ancora dopo la morte del sultano veneziani e genovesi si schierarono con candidati al trono diversi. Murad II, alleato ai genovesi, con un pretesto cinse d'assedio Costantinopoli nel 1422, tenendo la città in scacco per tre mesi.
Il sultano sfruttò al meglio le rivalità tra veneziani e genovesi mostrandosi benigno ora con l'una ora con l'altra potenza. Per esempio riprese Tessalonica ai veneziani con l'appoggio dei Visconti, ma poco dopo concesse ai veneti un vantaggioso contratto commerciale. I genovesi invece erano incoraggiati a sfruttare le miniere di allume in Anatolia.

Il viaggio di Giovanni VIII
Nel 1437 l'imperatore bizantino Giovanni VIII intraprese un viaggio in Europa per chiedere aiuto. Arrivò al concilio di Basilea offrendo la ricomposizione dello scisma d'Oriente e la sottomissione al papa, nonostante sapesse che ormai molti ambienti ecclesiali e monastici ortodossi avrebbero preferito la tollerante dominazione ottomana piuttosto che la sottomissione ai latini che avrebbe significato la rinuncia alle proprie tradizioni liturgiche, disciplinari e teologiche. Il concilio, spostato a Firenze, proclamò comunque la solenne riunione delle due Chiese (1439).

L'avanzata nei Balcani
Nel 1437, approfittando delle solite difficoltà legate alla morte dell'imperatore germanico ed alla sua successione, i turchi approfittarono per conquistare la Serbia ed attaccare la Transilvania. La città di Belgrado resistette a un duro assedio ed anche i nobili ungheresi, capeggiato dal vojvoda Janos Hunyadi, seppero tener testa agli assalti ottomani.
Una nuova crociata?
Nel 1443 Eugenio IV rilanciò con un'enciclica una nuova crociata, invitando tutti i prelati a pagare una decima per armare un esercito. Lo stesso pontefice aveva destinato un quinto delle sue risorse per armare una flotta. Risposero all'invito del papa la Polonia, l'Ungheria, la Valacchia e la Repubblica di Ragusa, inoltre Giorgio Skander Beg chiamava a raccolta albanesi e montenegrini per unirsi alla lotta. Le premesse sembravano positive, ma sostanzialmente l'appello del papa cadde nel vuoto in Occidente: Francia e Germania erano occupate dalla guerra dei Cent'Anni, in Italia era appena terminato il conflitto tra angioini ed aragonesi, con Firenze, Venezia e Genova non desiderose di inimicarsi il sultano col quale avevano già alcuni buoni rapporti; in Germania poi Federico III d'Asburgo non voleva imbarcarsi in un'impresa che avrebbe rafforzato il suo avversario, il re d'Ungheria.
Così nel 1443 si riunì a Buda un esercito di fortuna, che comunque inizialmente riportò alcune vittorie (battaglia di Nish e presa di Sofia), prima che il duro inverno balcanico e la tattica della guerriglia turca avessero la meglio. I crociati dovettero ripiegare su Belgrado e su Buda.
Una nuova spedizione via mare partì nell'aprile successivo con gli sforzi di Ladislao V d'Ungheria e dei veneziani. La congiuntura era particolarmente favorevole per gli europei perché il sultano era dovuto accorrere in Anatolia per arginare una ribellione, mentre ad Adrianopoli si registravano dei disordini per un moto religioso di un gruppo sciita e per una sommossa dei giannizzeri. Il fronte cristiano però già si frammentava, con i Serbi che firmavano una frettolosa pace separata con i turchi e le navi che, dirette alle foci del Danubio, si arrestarono al Mar di Marmara (mentre il sultano era aiutato proprio da navi genovesi e veneziane a attraversare il Bosforo). Lo scontro avvenne nella battaglia di Varna, una nuova sconfitta epocale per i cristiani.
Nel frattempo le potenze cristiane, tranne gli ungheresi, sembravano rassegnate all'avanzata turca. Nel 1446 il sultano piegò anche il deposta di Mistra, Giovanni Paleologo, obbligandolo a diventare suo vassallo.
Albanesi e ungheresi si scontrarono di nuovo coi turchi nella piana del Kossovo, venendo di nuovo polverizzati (17-19 ottobre 1448). Morto il basileus Giovanni VIII, la corona imperiale passò a Costantino XII, despota di Mistra scelto su indicazione dello stesso sultano, che lo riteneva già ammansito dalle recenti sconfitte, o forse lo preferiva nella "gabbia" di Costantinopoli piuttosto che a piede libero in Grecia. Restava sul fronte cristiano solo lo Skander Beg arroccato nella fortezza di Kruja, che resistette all'assedio di cinque mesi del sultano (1450)

La presa di Costantinopoli
Maometto II succedette al sultano ottomano Murad II quando la vittoria eroica di Skanderbeg, la morte del sovrano e la salita al potere del principe dalla cattiva fama avevano generato nel mondo cristiano una ventata d'euforia. L'imperatore di Bisanzio continuava a cercare disperatamente aiuto dagli Occidentali e ricevette solo qualche promessa da Alfonso il Magnanimo, re di Napoli, che era interessato al Mediterraneo orientale, ma troppo occupato dalle questioni interne del suo regno e non possedeva flotta, nonostante a Napoli fossero stati allestiti degli arsenali per creare alcune navi da inviare al basileus (1451).
Il nuovo sultano però si stava rivelando tutt'altro che debole e dopo essersi riappacificato con Hunyadi, iniziò a fortificare gli stretti (1452), a svantaggio delle navi europee (veneziane e genovesi) che li solcavano. Le potenze marinare italiane non reagirono unitariamente perché ancora in conflitto tra loro e perché preoccupate di non inimicarsi gli ottomani che era ormai chiaro sarebbero stati un'importante controparte nel destino del Mediterraneo orientale. Con gli stretti in mano i Turchi potevano ormai controllare il traffico verso Costantinopoli ed era ormai chiaro come si fosse vicini all'accerchiamento della capitale. Alla fine dell'estate del 1452 ripresero le ostilità, per poi ripiegare in un attacco diversivo alla Morea. Nel frattempo il sultano stava fondendo, aiutato da maestranze cristiane rinnegate, dei grandi cannoni per sferrare l'assalto finale alle mura di Costantinopoli.
Tramite i Genovesi risiedenti a Galata (il quartiere est di Costantinopoli) arrivò in Europa una nuova supplica di aiuto, che venne inviata a vari sovrani ed al papa, il quale pretese di nuovo la ricomposizione dello scisma. Sebbene si trattasse di un ricatto, i Bizantini non avevano ormai più scelta e il 12 dicembre 1452 in Santa Sofia venne celebrata la riunione delle due Chiese, alla presenza del patriarca latino di Costantinopoli, Isidoro di Kiev, appositamente giunto da Roma. Ciò indusse alla ribellione dei monaci e della popolazione nella capitale, creando un disordine che aggravò ulteriormente la situazione.
Quando la città venne assediata dagli ottomani, solo tremila latini (veneziani e genovesi) costituivano il nerbo della difesa, e non era nemmeno certo se avrebbero combattuto d'accordo; inoltre il sultano disponeva dell'aiuto del partito greco antiunionista di Giorgio Scholarios, che preferiva il dominio turco piuttosto che romano-latino, con i suoi uomini disposi allo spionaggio, al sabotaggio ed al tradimento. In questo clima alla fine del maggio 1453 il sultano entrò da conquistatore nella capitale, mentre l'ultimo basileus periva nella difesa. La caduta era stata sicuramente aiutata dal debolissimo aiuto occidentale e dall'indisposizione dell'opinione pubblica che preferiva "il turbante alla tiara".

Le ulteriori conquiste
Sebbene la caduta dell'Impero bizantino fosse stata una "morte annunciata", a giudicare dalle reazione indignate che si ebbero in Occidente, sembrò che nessuno credesse che Costantinopoli sarebbe potuta cadere sul serio. Si ebbe un "fiume" di appelli e di progetti di crociata, dagli stati balcanici e orientali, i più esposti alla minaccia turca, dal papa, dall'imperatore germanico, da re di Napoli. In particolare sembrò ormai che tutta Europa fosse assediata e l'idea di una crociata contro gli "infedeli" si collegò strettamente, anche per i secoli a venire, a quella della difesa del continente.
Nonostante gli appelli e nonostante i grandi personaggi impegnati nella mobilitazione (come Enea Silvio Piccolomini, futuro Pio II, Federico III del Sacro Romano Impero, ecc.), ancora una volta non si riuscì a mobilitarsi, perché gli Stati cristiani diffidavano l'uno dall'altro e non avevano alcuna intenzione di cimentarsi in un'impresa che avrebbe potuto favorire alcuni di loro a spese degli altri.
Nel 1455 le milizie turche ripresero al conquista dei Balcani, occupando Novo Brdo e dirigendosi su Belgrado, ma fu fermato da un esercito, nel quale parteciparono i poveri, i contadini e i mendicanti raccolti dal predicatore Giovanni da Capestrano. Nel 1458 il sultano occupò Atene e sembrava che solo il primogenito di Hunyadi, Mattia Corvino, fosse ancora disposto a combatterlo.
Il concilio di Mantova, voluto dal papa per organizzare un nuova crociata, venne quasi disertato (1459). Il sultano poté conquistare indisturbato l'impero di Trebisonda, ultima enclave dei Comneni, e tutta la fascia meridionale della costa del Mar Nero. Nel 1463 veniva completata la conquista della Bosnia. Nel 1464 il pontefice in persona si ripromise di dare l'esempio ai sovrani europei, invitandoli a imbarcarsi in una crociata dove egli stesso, malato e debole, avrebbe personalmente preso parte. Arrivato ad Ancona il 18 giugno 1464, fu fermato da una violenta epidemia che decimò la popolazione e i già pochi volontari. Il doge di Venezia, che aveva promesso la sua partecipazione, salpò e arrivo, lentamente, ad Ancona appena in tempo per rincuorare, con la vista delle navi, gli ultimi giorni del papa ormai morente.
Paolo II non sembrò interessato a continuare l'opera del suo predecessore. Skanderbeg, venuto appositamente a Roma, fu rimandato indietro con solo un po' di denaro. Nel 1468 morì, seguito nel 1476 da un altro dei protagonisti della resistenza ai turchi, il vojvoda valacco Vlad III Dracul, detto Tepes, l'"Impalatore", colui che avrebbe dato origine poi alla leggenda del conte Dracula.
Nel 1469 i turchi facevano già incursioni fino in Stiria, in Carinzia e in Carniola; nel 1470 occuparono il Negroponte, suscitando una nuova ondata di sgomento in Occidente, parie per certi versi superiore a quella della caduta di Costantinopoli. Sisto IV, con l'aiuto di Venezia e Napoli, mise su una flotta che espugnò la città di Antalya (1472) e nel 1474 Venezia prendeva Cipro alla debole dinastia dei Lusignano. Le scorribande turche però non cessarono, anzi nel 1472, 1477 e 1479 essi arrivarono in Friuli, mentre nel 1475 presero ai genovesi Caffa. Nel 1479 ci fu una pace tra il sultano e i veneziani, e un anno dopo i turchi attaccavano Rodi e saccheggiavano duramente Otranto, un atto che si sospettò incoraggiato dai veneziani che erano in guerra in quegli anni col re di Napoli.
Nel 1481 morì il sultano Maometto II e si aprirono le lotte per la successione tra i suoi eredi: approfittando della situazione venne liberata Otranto. Nonostante ciò sul finire del secolo i turchi erano la potenza dominate dei Balcani e di tutto il Mediterraneo orientale e paradossalmente ciò avvenne quando in Spagna i mori venivano definitivamente scacciati dalla penisola iberica (1492).

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

    Appunti lezioni di storia 3

 

Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

 

Verso il mondo moderno
Il rinnovamento della cultura e l'Umanesimo
Il XV secolo è stato scelto come secolo-cerniera tra mondo medievale e mondo moderno, e secondo molti storici, col Rinascimento e con l'ampliarsi degli orizzonti per le scoperte geografiche, l'Europa ha cambiato pagina. In quello stesso periodo nacque la definizione di "Medioevo", inteso in senso dispregiativo come un periodo di arretratezza e di avvilimento.
La cultura "umanistica" fiorì in Italia tra fine del Tre e il Quattrocento (a seconda del settore) e fu caratterizzata dalla volontà di distacco dalle tradizioni medievali e da un recupero, tramite un collegamento privilegiato, della civiltà classica greco-romana, che divenne un modello di ispirazione (ma non pedissequo). Il modello era stilistico per le arti e etico per la vita di tutti i giorni, ispirata alla cultura filosofica e letteraria maturata nella Roma dell'"età aurea", tra I secolo a.C. e I secolo d.C. Si cercò di restaurare una lingua letteraria più bella e corretta e ci si ispirò all'ideale di moderazione, serenità e libertà che ben si confaceva alle élites culturali delle aristocrazie cittadine italiane tre-quattrocentesche, le quali erano incerte tra forme di governo repubblicano o signorile proprio come in quell'epoca della storia romana.
Gli umanisti furono i primi a percepire una "rottura" tra mondo antico e mondo moderno: fino ad allora era stato naturale per entità politiche come l'Impero o il papato dichiararsi eredi dell'Impero romano, soprattutto nell'ideale di Costantino I o Teodosio I. Questa sensazione di distacco si fece strada mentre Roma era abbandonata dai papi, l'impero romano-germanico perdeva il suo carattere universale per diventare più propriamente un impero "tedesco" e l'impero bizantino era ormai un piccolo regno minacciato dai turchi.
Da questa nuova consapevolezza nacque il desiderio di restaurazione degli ideali di bellezza, libertà e razionalità classica.

Letteratura e filosofia
I primi ad accorgersi dei nuovi tempi e ad iniziare un recupero del retaggio classico furono i letterati, già a partire dal XIV secolo: Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Albertino Mussato, Cola di Rienzo furono gli esponenti più importanti, nelle cui opere cercarono di far rivivere i modelli antichi filtrati.
Nel corso del Trecento anche la letteratura cavalleresca iniziò a inglobare soggetti del mondo antico, quali la guerra di Troia, le gesta di Pompeo o di Cicerone.
La scrittura si adeguò presto ai nuovi ideali, con la riscoperta della littera antiqua (scrittura del IX secolo che allora si pensasse fosse degli antichi), che sostituì gli oscuri caratteri gotici. Le antiche biblioteche venivano spulciate a tappeto nella ricerca di antichi codici, che venivano poi trascritti, tradotti e commentati. Firenze fu protagonista di quest'ondata di riscoperta con personaggi come Luigi Marsili, Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini. Lo Studio fiorentino accolse greci fuggiaschi da Costantinopoli ed istituì una cattedra di lingua greca.
Questo movimento viene fatto in genere coincidere con l'Umanesimo "civile", cioè la convinzione che la cultura antica potesse servire anche a creare uomini consapevoli e cittadini più responsabili. Nella scelta di quale peso dare a ciascun autore antico, nacque il metodo critico della filologia. Con questi strumenti l'umanista Lorenzo Valla riuscì a dimostrare come il documento della Donazione di Costantino fosse un falso risalente almeno all'VIII secolo anziché al IV, dimostrando le sue tesi sulla base dell'osservazione linguistica e lessicale.
Accanto all'aristotelismo, tanto caro ai sistemi di pensiero della scolastica, si diffuse il pensiero neoplatonico, secondo il quale l'uomo era al centro del mondo e doveva osare per cogliere i frutti della sua intelligenza. Il neoplatonismo si basava su quei testi del II-III secolo d.C. elaborati ad Alessandria d'Egitto, giunti a Firenze nella prima metà del Quattrocento con gli studiosi greci, e che andavano sotto il nome di ermetici, dal nome del loro autore leggendario, Ermete Trismegisto. Tra i traduttori di tali testi vi furono Marsilio Ficino.
Secondo i testi ermetici l'universo era un Grande Ordine, che aveva fitte e precise corrispondenze con il Piccolo Ordine, cioè l'essere umano, col suo corpo e la sua psiche. Attraverso il dominio delle forze dell'universo l'uomo poteva dominare il suo destino: per questo nel Quattrocento nessun principe poteva non avere al suo servizio uno o più astrologi, che lo consigliavano, osservando le stelle, a trovare i momenti propizi per guerre, matrimoni, negoziati politici. La più completa esposizione di questa esaltazione dell'uomo che controlla l'universo si trova nel De hominis dignitate di Giovanni Pico della Mirandola, dove l'uomo è chiamato "divino camaleonte", in grado di adattarsi a tutto e in grado di dominare con l'intelligenza e la volontà.

Arte e scienza
Con le speculazioni degli umanisti, si iniziò ad avere una nuova sensibilità anche sul piano filosofico-scientifico, che, sviluppando istanze già in atto dal XIII secolo, metteva in discussione le antiche certezze aristotelico-tomistiche basate sull' auctoritas, per iniziare a guardare la natura con un occhio più spregiudicato. Ruggero Bacone e i calculatores di Oxford furono tra i primi esempi di questa nuova tendenza.
L'indagine artistica era strettamente connessa con quella scientifica, come dimostrano gli studi sulla prospettiva e sul calcolo di Paolo Uccello, Leon Battista Alberti e Filippo Brunelleschi. Emblematica è la figura di Leonardo da Vinci, teso a porre continue domande alla natura per strapparne i segreti.
Spesso la riscoperta della natura da parte dei pittori del Quattrocento non era una pedissequa, per quante perfetta, riproduzione della natura (come nell'arte tardogotica), anzi gli elementi erano continuamente trasfigurati in simboli di un intenso messaggio filosofico.
Grande importanza ebbero anche le disquisizioni sulle città ideali, elaborate secondo i concetti di antropocentrismo e cosmologia, quasi sempre rimaste solo al livello progettuale, ma che alimentarono la grande corrente del pensiero utopistico europeo.

Società
Le premesse razionali dell'umanesimo furono comunque sottomesse a compromessi, innanzitutto con la Chiesa. Gli umanisti stessi furono spesso sacerdoti, i quali mettevano le loro conoscenze al servizio della fede. In nessun caso essi intaccarono, almeno in maniera esplicita, alcun dogma religioso. L'amore per l'antichità non arrivava mai ad essere legato a una restaurazione del paganesimo (tranne in qualche gruppo eversivo come l'Accademia romana di Pomponio Leto), anzi l'utilizzo di riferimenti alla mitologia antica era sempre veicolato a simboleggiare un messaggio perfettamente compatibile con la religione cristiana.
Non erano assenti voci più rigorose, contrarie a questa ondata di mitologia pagana, ma esse furono tenute in secondo piano almeno fino alla Riforma luterana. Gli stessi papi furono spesso simpatizzanti e studiosi della cultura umanistica.
Inoltre si deve tener presente come il lavoro degli umanisti non fosse né gratuito né disinteressato, essendo sempre offerto al mecenate sotto il quale questi studiosi trovavano protezione. Il pensiero umanistico fu pertanto spesso connesso con realizzazioni pratiche, "artigianali", piuttosto che essere una speculazione pura da tavolino.
I migliori esempi di come questa cultura umanistica fosse essenzialmente pratica e voltata a compiacere i protettori sono le invenzioni e le scoperte che rivoluzionarono, nel XV secolo, il mondo: la polvere da sparo (usata in Cina per scopi non militari e perfezionata daglio scienziati umanisti), la stampa a caratteri mobili e le scoperte geografiche (possibili grazie al rinnovamento della cosmografia).

Navigazione
Nel medioevo aveva avuto grandissima diffusione nel Mediterraneo la navigazione in galea, una nave sviluppata da modelli bizantini (la chelandria o il dromone) a loro volta evoluti dalla trireme romana. Nella galea si trovavano numerosi rematori che muovevano grossi remi (uno o due per remo), che fino al Quattrocento erano marinai liberi (solo in seguito si iniziò a usate schiavi e prigionieri, da cui il termine galeotto). La galea aveva due ponti ed arrivava a misurare circa 40x4x4 metri, con remi lunghi 7-8 metri. Da Trecento si diffuse la rematura "allo scaloccio", con tre o anche cinque rematori per remo e da 24 a 29 bachi per fiancata. È chiaro che il difetto di queste imbarcazioni fosse lo spazio ristretto dovuto all'ampio equipaggio, che poteva anche superare i duecento membri (tra rematori, balestrieri, còmito e sottocòmito, nocchieri, prodieri, consiglieri, alighieri, spallieri e, dopo la comparsa dei cannoni, di bombardieri), rendendole barche più adatte alla guerra che al trasporto.
Per aumentare la stiva si dovettero ridurre i rematori e introdurre una velatura più articolata, ottenendo tipologie spurie come le "galee grosse" o "galeazze". Spesso queste navi viaggiavano scortate da galee da guerra o viaggiavano in convogli per evitare i rischi dei corsari.
Con il crescere del volume dei commerci, fra Due e Trecento si svilupparono nell'area baltica e fiamminga nuovi tipi di imbarcazioni con grande stiva e ampia velatura (anche se ancora non perfettamente maneggevole), chiamate cocca o caracca, che viaggiavano soprattutto nell'Atlantico.
Un'altra importante innovazione per la navigazione fu l'entrata in uso della bussola e del sestante, che permettevano di determinare la posizione in mare, quindi consentendo la navigazione d'alto mare invece che costiera. Anche la cartografia si era sviluppata, con carte nautiche dette "portolani" molto precise, che riportavano anche descrizioni di coste e fondali.

Cartografia e cosmografia
Tra i rinnovatori del pensiero geografico e cosmografico medievale vi furono Pierre d'Ailly e Paolo dal Pozzo Toscanelli. La terra si pensava come un globo nel quale i tre continenti conosciuti (Asia, Africa e Europa) si disponevano attorno al Mediterraneo come un disco di terra. Tra i problemi che ci si poneva maggiormente vi era quello se fosse possibile raggiungere l'Asia (in particolare il "Gran Cane", il sovrano dei mongoli con i quali gli europei erano venuti a contatto nel XIII secolo prima che la fine della pax mongolica e l'avanzata dei turchi rendessero impossibili le vie di terra) navigando verso Occidente e se sì in quanto tempo. A lungo era prevalsa l'idea che il limite dell'Oceano fosse invalicabile, almeno finché non erano ricomparse in Occidente le opere di Aristotele tra XII e XIII secolo. Inoltre la Cosmographia di Tolomeo era stata tradotta nel 1410 in latino da Jacopo d'Angelo da Scarperia.
Ma il Toscanelli non si era adattato alle tesi tolemaiche, arrivando a elaborare un calcolo secondo il quale la penisola iberica distava dalla Cina circa un quinto della distanza reale, avvicinandosi ai calcoli di Marino di Tiro. Egli espose le sue elaborazioni in una lettera al canonico di Lisbona Fernan Martins (1474), che lo aveva conosciuto al concilio di Firenzel La loro corrispondenza fu nota a grandi navigatori, tra i quali certamente Cristoforo Colombo, ed inoltre dimostrava come alla fine del Quattrocento fosse notevole l'interesse per raggiungere l'Asia via mare. Ciò avrebbe permesso di importare le preziose spezie senza farle transitare dai paesi musulmani, ed avrebbe consentito di mettersi in contatto con i mongoli di Cina (gli Europei non sapevano che dinastia Yuan non esisteva più da più di un secolo) per coalizzarsi insieme contro la minaccia turca e l'Islam in generale. In un certo senso si fondevano in questa possibilità le ragioni del commercio, della geografia e della crociata.

Le esplorazioni geografiche
Le prime esplorazioni nell'Atlantico seguirono la costa africana, nel tentativo magari di circumnavigarla. Nel 1291 erano salpati da Genova i fratelli Vivaldi, che dopo aver attraversato le colonne d'Ercole non fecero più ritorno. Ai primi del XIV secolo il genovese Lanzarotto Malocello giunse alle Canarie, già note ai navigatori antichi ed arabi, avvistate e riperdute a più riprese da marinai genovesi e di Maiorca; nel 1341 vi giungevano Angiolino de' Corbizi e Nicoloso da Recco per conto di Alfonso IV del Portogallo. Tra il 1340 e il 1350 venne scoperta Madera e solo molti anni dopo, tra il 1427 e il 1432 si scoprirono le Azzorre.
Le notizie sulla ricchezza in oro di Mali e Sudan (all'epoca per Sudan si intendeva tutta la fascia di foreste al di sotto del Sahara) alimentarono le spedizioni che cercavano di arrivare alla foce del Niger. Nel 1346 il navigatore di Maiorca Jayme Ferrer superò il capo Bojador (Finis Africae), un traguardo isolato bissato solo nel 1433-34. Nel 1447 venne raggiunta la foce del Senegal, dove arrivavano alcune piste carovaniere con oro, avorio e schiavi e da dove si sarebbe potuta raggiungere la mitica Timbuctù. Tra il 1457 e il 1470 si scoprì Capo Verde e nel 1487, finalmente, il portoghese Bartolomeo Diaz varcava il Capo di Buona Speranza aprendo la via delle Indie, raggiunte effettivamente da Vasco de Gama dopo il 1497.
Queste conquiste vennero promosse dal re portoghese Enrico il Navigatore, che aveva riunito nel sud del Portogallo, l'Algarve, un vero e proprio centro studi con cartografi, geografi e astronomi. Il re cercava forse il mitico Prete Gianni, un monarca cristiano che avrebbe potuto salvare l'Europa dal pericolo turco, che, secondo le ultime notizie, poteva trovarsi in Etiopia (ambasciatori abissini si erano presentati anche al concilio di Firenze del 1439). Il sogno di Enrico era venire in contatto col re Etiope, che possedeva le sorgenti del Nilo, per minacciare l'Egitto e costringerlo a rendere Gerusalemme alla cristianità.

Cristoforo Colombo
L'impresa più importante e rivoluzionaria tuttavia non riguardò l'Africa, ma la scoperta del continente americano. Colombo conosceva sicuramente la corrispondenza tra il Toscanelli e il Martens[8]. Colombo era figlio di mercanti di origine non certamente precisata, e fin da giovane navigò molto. Tra il 1478 e il 1479 si stabilì in Portogallo, dove sposò la figlia del governatore di Porto Santo a Madeira, il piacentino Bartolomeo Perestrello.
Colombo mise insieme una serie di notizie eterogenee, da Plinio ai geografi arabi, da Pierre d'Ailly a Enea Silvio Piccolomini, elaborando un sistema cosmografico coerente (sebbene errato) secondo il quale era possibile arrivare in Asia navigando verso occidente, invece che compiere la lunga e difficoltosa circumnavigazione dell'Africa. Egli immaginava che la Terra fosse molto più piccola, con le isole del "Cipango" (il Giappone) distanti appena 5.000 chilometri dalle coste portoghesi (invece dei 20.000 reali). Dopo essersi rivolto inutilmente a Giovanni II del Portogallo, che era interessato alla navigazione orientale, Colombo si trasferì in Spagna (1485, dove prese a bussare con insistenza alla porta dei "re cattolici", all'epoca ancora impegnati nella conquista di Granada. Colombo predicava la necessità di raggiungere l'Asia e il Gran Cane (il Gran Khan mongolo, che effettivamente aveva regnato in Cina due secoli prima, la cui dinastia - ma questo Colombo non poteva saperlo - era stata già rovesciata nell'Impero celeste) per allearsi con lui contro i turchi e riconquistare Costantinopoli e la Terra Santa. Egli sottolineava, suscitando le simpatie di Isabella di Castiglia, come il suo nome, Cristoforo, fosse un segno del destino, augurandogli una sorte simile a san Cristoforo che, secondo la leggenda, aveva trasportato Gesù da una sponda all'altra di un fiume in piena.
Colombo non godeva invece di ammirazione presso il re Ferdinando II d'Aragona, che lo vedeva come un arrampicatore sociale senza scrupoli, che chiedeva una quantità eccessiva di denaro e che pretendeva di essere nominato governatore di tutte le aree che avesse scoperto, nonché una quota molto alta delle ricchezze che vi avrebbe trovato. Una corte di dotti si riunì a Salamanca e bocciò tutte le sue tesi una per una. Nessuno poteva sapere però che effettivamente esistesse un continente intermedio tra Europa ed Asia e che casualmente si trovasse più o meno alla distanza che Colombo pensava occorresse per trovare le Indie: ciò mantenne a lungo l'equivoco che le terre scoperte fossero effettivamente l'Asia e non qualcosa di diverso.
Nonostante la bocciatura, Colombo fece leva su tutte le sue conoscenze e infine riuscì a convincere i re che il il 17 aprile 1492 firmarono la convenzione di Santa Fé, dove gli venivano concessi i titoli di ammiraglio, di viceré e di governatore delle terre che avesse scoperto. Il 3 agosto le tre famose caravelle (in realtà una era una cocca leggermente più grande) salparono dal porto di Palos grazie ai capitali spagnoli e fiorentini. Il 12 ottobre Colombo avvistò un'isola che lui credeva del Cipango, chiamata dagli indigeni Guanahani, che lui ribattezzò San Salvador (forse era l'isola di Watling nelle Bahamas).
In altre spedizioni successive Colombo arrivò a Cuba e su Hispaniola (Haiti), anche egli pensava fosse il Catai, la Cina descritta da Marco Polo.
Tra il 1492 e il 1504 Colombo compì quattro viaggi verso il "Nuovo Mondo". La sua attività come viceré non fu fortunata, perché non seppe mantenere l'ordine tra i coloni spagnoli e venne accusato anche di ruberia. Tornato in Spagna e allontanato dalla corte dopo la morte della regina, morì a Valladolid nel 1506.

L'America
Sembrava che tutti meno che lui avessero capito che le nuove terre non erano l'Asia e si scatenò presto una gara tra le potenze europee ad accaparrarsi le nuove terre. Papa Alessandro VI stabilì con la bolla Inter caetera (ritoccata poi dal trattato di Tordesillas del 1494) che la demarcazione del Nuovo Mondo tra Spagna e Portogallo, le due potenze maggiormente in corsa, fosse la linea verticale posta circa 370 miglia ad ovest delle Isole Azzorre, con la parte orientale, che inaspettatamente comprese tutto il futuro Brasile, ai portoghesi, e la parte occidentale agli spagnoli. Iniziava così la colonizzazione dell'America Latina.
L'America del Nord venne invece toccata nel 1497 dal veneziano Giovanni Caboto, al servizio dell'Inghilterra, che avvistò per primo l'isola di Terranova.
Il nome "America" venne trascritto per la prima volta dal cartografo tedesco Martin Waldseemüller nel 1507, che intitolò così un trattato in onore del navigatore fiorentino Amerigo Vespucci, che esplorò le coste sudamericane per conto del re del Portogallo rafforzando la certezza che non si trattasse dell'Asia. La prova che tra America e Asia vi fosse un nuovo oceano fu data solo nel 1513 quando Vasco Nuñez de Balboa attraversò l'Istmo di Panama e vide il Pacifico, mentre nel 1519 Ferdinando Magellano attraversò lo stretto che da lui prende il nome.
Con questo straordinario allargamento di orizzonti si è soliti collocare (anche se non univocamente) l'inizio dell'evo moderno per l'Europa.

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

     

    Appunti lezioni di storia 3

 

Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia

 

CARLO QUINTO IL PIGLIATUTTO
di THOMAS MOLTENI
 

L'amore era una faccenda assolutamente irrilevante nei fidanzamenti e nei matrimoni fra i rampolli delle grandi monarchie e delle grandi famiglie nobiliari dei secoli passati. Il matrimonio veniva considerato una specie di joint venture, ossia una alleanza economico-finanziaria (e militare) costituita dall'unione fra la figlia, o il figlio, di sua maestà Caio e di sua maestà Sempronio. Dall'operazione nasceva un "polo" di potenza superiore a quella delle due monarchie prese singolarmente… e dal momento del fatidico sì anche i due Stati interessati erano vincolati dal giuramento di essere uniti "nella buona e nella cattiva sorte" (leggasi gravi crisi, guerre, contenziosi territoriali di vario tipo portati da un terzo contro uno dei Paesi "sposi". infatti . 

Così accadde nel 1479 quando ci fu l'unione delle due corone di Spagna, avvenuta nel 1479 a seguito del matrimonio intercorso tra Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, unione che apportò nuova forza e linfa all'interno del fervente cattolicesimo spagnolo. Questo rafforzamento arrivò quasi a dare uno slancio "nazionalistico" alla cosiddetta impresa della "Reconquista"; ovvero l'occupazione territori a sud della penisola ancora nelle mani degli arabi. Infatti, con la caduta di Granada (1492), venne ad esaurirsi la presenza araba nella penisola iberica e nello stesso tempo si sancì l'inizio di una ascesa della potenza spagnola in Europa, che culminò con un periodo di egemonia che si protrasse dalla seconda metà del '500 fino alla prima metà del '600. 

Il 1492 come noto fu determinante per la Spagna non solo in quanto si completò la "Reconquista", ma anche perché la scoperta del "Nuovo Mondo", diede il via ad una enorme campagna di sfruttamento delle ricchezze dei territori del "nuovo impero", certamente basilari per comprendere la rapida ascesa dell'iper-potenza iberica dei decenni seguenti. La figlia di Ferdinando e Isabella, Giovanna di Castiglia e Aragona detta la Pazza andò in sposa a Filippo il Bello d'Asburgo, figlio di Massimiliano I d'Asburgo imperatore del Sacro Romano Impero e di Maria Bianca di Borgogna. Questa unione fu una delle operazioni di politica matrimoniale meglio riuscite della storia: infatti, in questo modo il figlio di Giovanna e di Filippo sarebbe divenuto possessore di un territorio di proporzioni incredibili. In verità, nell'acquisizione di una tale eredità il figlio primogenito di Giovanna e Filippo, Carlo, fu anche molto aiutato dal fato e dalla fortuna.
Infatti, l'unico figlio maschio di Ferdinando e Isabella morì nel 1497 senza prole; poco dopo muore di parto la sorella maggiore andata sposa, in seconde nozze, a Emanuele I del Portogallo (1495-1521) e nel 1500, lo stesso anno in cui nasce Carlo, scomparve suo figlio erede della corona di Castiglia, Aragona e Portogallo. Nel 1504 morì Isabella, provocando una crisi tra Castiglia e Aragona, in seguito alla quale la figlia Giovanna, madre di Carlo, venne proclamata "señora natural proprietaria de estos reinos" (signora naturale proprietaria di questi regni); Giovanna poco dopo venne colpita da follia, mentre suo marito erede di Massimiliano d'Asburgo e padre di Carlo, muore nel 1506. 
CARLO nasce il 24 febbraio del 1500 a Gand, città che gli rimase sempre profondamente nel cuore. Infatti, Gand e più in generale le Fiandre rimasero il luogo in cui si sviluppò il giovane Carlo e il luogo che più di ogni altro lo influenzò sia dal punto di vista culturale che sociale. Certamente fiamminga fu l'educazione impartitagli dalla zia Margherita d'Austria, che si preoccupò di circondare il Principe di una grande atmosfera meditativa, con larga presenza di maestri spirituali e dotti umanisti, di cui era ricca la terra di Fiandra. Accanto alla zia un'altra grande figura influì sull'adolescenza di Carlo, Adriano di Utrecht, futuro papa Adriano VI, che infuse una forte religiosità sul giovane. Questo tipo di formazione profondamente meditativa e contemplativa unita al suo carattere già profondamente introverso (Carlo nacque con il sole splendente nei primi gradi del segno dei Pesci, segno considerato dagli astrologi come profondamente riservato e riflessivo) diede vita ad un personaggio di buon spessore culturale, anche se intriso di un fervente cattolicesimo, quasi mistico-bigotto, che lo portò (in casi di particolare difficoltà) anche a lunghi periodi di abbandono eremitico e di preghiera. 
Durante la sua gioventù Carlo si sentì attratto più dagli esercizi fisici e dagli sport che dai libri e dalle lingue,(conosceva solo il francese, solo alla fine del suo regno cominciò a parlare anche un ottimo spagnolo) si dedicava con impeto e successo all'equitazione e alla caccia.
Eppure anche se amante degli esercizi fisici, era spesso malato, ed in gioventù fu persino epilettico. A sei anni Carlo, dopo la morte di Filippo il Bello, avvenuta il 25 settembre 1506, il 16 novembre diviene erede presuntivo dei beni spagnoli e di quelli asburgici. A sedici anni venne proclamato re di Spagna, succedendo al nonno materno Ferdinando il Cattolico. Tre anni dopo muore anche il nonno paterno, l'imperatore Massimiliano, in conseguenza di ciò Carlo pone la sua candidatura al titolo imperiale, che ottenne(nonostante molte opposizioni) grazie al denaro dei banchieri tedeschi Fugger, già finanziatori di Massimiliano, con il quale compera il voto dei principi elettori. 

 

I domini di Carlo di Gand (che poi divenne imperatore con il nome di Carlo V) erano, quindi un complesso blocco eterogeneo frutto di quattro eredità distinte: dal nonno paterno Massimiliano I d'Asburgo ereditò i domini aviti degli Asburgo nella Germania sud-orientale, una costellazione di principati e città libere, dall'estensione assai ridotta rispetto all'impero medioevale, dalla nonna paterna Maria Bianca ereditò i territori borgognoni compresi nell'area dei Paesi Bassi, un agglomerato di repubbliche mercantili urbane e di signorie feudali, spesso travagliate da lotte intestine; dalla nonna materna, Isabella, Carlo ottenne la Castiglia e le conquiste castigliane, nell'Africa settentrionale, nell'area caraibica e nell'America centrale; dal nonno materno ereditò l'Aragona e i domini aragonesi d'oltremare e cioè Napoli, la Sicilia e la Sardegna. Carlo erediterà prima i territori delle Fiandre, acquisendo il nome di Carlo di Gand, quindi in seguito ad un lungo e travagliato viaggio (la traversata dai Paesi Bassi alla Spagna, fu segnata da burrasche che non davano tregua) si recò per la prima volte in Spagna per prendere possessione dei suoi domini, senza però essere accolto in maniera entusiastica, ecco come Jonh Elliot ci racconta l'incontro di Carlo con i suoi sudditi ispanici: Il nuovo re, che era allora un giovane goffo e sgraziato, con una mascella insolitamente pronunciata, alla sua prima comparsa in Spagna non fece una buona impressione. A parte il fatto di sembrare un semplice di spirito [frutto della gioventù passata in assoluta spensieratezza dovuta alla sua permanenza tra le genti dei Paesi Bassi di indole gioiosa] , egli aveva l'imperdonabile difetto di non saper parlare castigliano. Inoltre era totalmente all'oscuro delle cose spagnole ed era circondato da uno stuolo di fiamminghi rapaci. Come accenna l'Elliott, l'arrivo della corte fiamminga in Spagna al seguito di Carlo, provocò non pochi problemi. I favoritismi che il re accordò ai suoi fedelissimi, sommate alle ruberie e alle sperequazioni dei fiamminghi irritarono profondamente la suscettibile e orgogliosa nobiltà spagnola, che non sopportò di vedersi soppiantata da uno stuolo di stranieri.
Tutto ciò portò in seguito a quello che diverrà il primo grave problema da affrontare per Carlo: la rivolta dei comuneros (gli abitanti dei comuni). Anche per Elliott infatti, "la scintilla per lo scoppio della rivolta fu l'odio furente per gli stranieri e per un governo straniero che prosciugava il Paese della sua ricchezza". Per Guido Gerosa l'odio spagnolo verso il nuovo imperatore venne dato soprattutto dal fatto che il re "non teneva alcun conto della personalità e degli usi degli orgogliosi spagnoli... spagnoli che quindi continuavano a considerare l'imperatore come un oppressore straniero". La rivolta dei comuneros fu una voluta in gran parte dalla nobiltà spagnola che facendo leva sulla presenza di un governo straniero giudicato oppressivo, e accusandolo di tiranneggiare la Spagna, incitò alla ribellione gli strati più poveri della popolazione castigliana. La rivolta scoppiò nel 1520, (in seguito ad una richiesta di denaro fatta da Carlo alle Cortes [corti] castigliane, per potersi recare in Germania) si affermò soprattutto nelle città della Castiglia e non nelle campagne (in particolare Valencia, Toledo e Salamanca) fu certamente cruenta e in alcuni casi, i rivoltosi arrivarono a cacciare i residenti regi di alcune città.
La svolta si ebbe nella primavera del 1521, quando il movimento anti-fiammingo e anti-regio, si trasformò in un movimento anti-aristocratico, andando quindi a perdere il supporto determinante e decisivo della nobiltà, che di contro si andò a schierare tra le file regie ponendo termine ad ogni velleità di successo dei rivoltosi. Anche se questo successo di Carlo, non fu determinante nella conquista della fiducia della nobiltà castigliana, fu certamente fondamentale nel rafforzamento della posizione dell'imperatore in Castiglia. Due anni dopo l'arrivo di Carlo in Spagna, in seguito alla morte del nonno dell'imperatore Massimiliano I, il 28 giugno 1519, fu proclamato imperatore del Sacro Romano Impero (si calcola che per ottenere la carica imperiale Carlo avesse sborsato qualcosa come un milione di fiorini d'oro, tutto denaro fornitogli dai banchieri Fugger, che si ripagarono con il favore imperiale e con vasti possedimenti). Per tutta la durata del suo regno, Carlo considerò fondamentale il tentativo di unificazione politico-religioso del suo impero, sentendosi signore politico e morale dell'intero mondo cristiano. 
Dal punto di vista politico, cercò di dotare il suo impero di una struttura burocratica che, per quanto essenzialmente supernazionale, come affermò Brandi, "condusse i suoi Stati ad una più elevata idea dello Stato", infatti può essere considerato colui che dette il reale avvio alla fondazione dello Stato nazionale spagnolo, portando avanti ciò che Ferdinando e Isabella avevano appena iniziato, ed in fine creando il primo vero impero coloniale moderno. Infatti, mentre nei primi anni dell'impero il suo cancelliere Mercurino Arborio da Gattinara (1465-1530) progettò un'amministrazione unitaria e addirittura un unico sistema monetario, Carlo si rese conto che occorreva lasciare ai singoli Stati i loro ordinamenti, per non lenire la loro autonomia, andando a provocare attriti e risentimenti nelle sue province.
Preferì perciò governare attraverso i consigli territoriali, che facevano capo ai suoi più stretti collaboratori, in particolare ai due segretari di Stato, competenti, l'uno per gli affari spagnoli (comprese Italia e America) e l'altro per gli affari borgognoni (compresa la Germania). Lo stesso Mercurino da Gattinara ebbe secondo Guido Gerosa un'enorme importanza ideologica nella storia dell'imperatore; fu lui che gli inculcò l'ideale di un impero universale cristiano, ideale medioevale che giungeva direttamente da Carlo Magno, Carlo si innamorò subito di questa idea e la visse con un senso vivo e profondo di fede. Durante il suo regno Carlo V, ebbe tre grandi ostacoli da affrontare; ostacoli che uniti insieme potrebbero certamente sembrare insormontabili: - la Francia, il più grande Stato europeo del tempo (sia per risorse umane, economiche che per compattezza politica) era un Paese che poteva aspirare all'egemonia europea e in ogni caso, capace di poter contrastare efficacemente ogni tentativo imperialistico da parte di potenze rivali; - negli stessi anni in cui Carlo veniva investito di tutti i suoi poteri, nei domini della Germania, scoppiò un sommovimento politico e sociale che traeva forza e omogeneità da una nuova confessione religiosa. E proprio quando Carlo stava tentando di restaurare la politica di un impero cristiano, questo movimento andava a ledere l'unità religiosa europea, fondamentale per il nuovo imperatore.

Martin Lutero
Fu, infatti nel 1517 (nello stesso anno in cui Carlo si stava recando in Spagna per prendere possesso dei propri territori) che a Wittenberg, il teologo e monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546), secondo l'uso accademico dell'epoca, il 31 ottobre affisse alle porte della cattedrale un suo scritto contro la vendita delle indulgenze (95 tesi), invitando chiunque fosse interessato alle questioni in esse contenute a discuterle pubblicamente. All'interno del conflitto portato avanti dall'imperatore contro i protestanti non si deve però dimenticare che all'inizio del suo regno Carlo di Gand aveva manifestato ammirazione e considerazione per il pensiero e la persona di Erasmo da Rotterdam. L'avvicinamento dell'imperatore ad Erasmo, certamente spiega la preminenza intellettuale che questi esercitava sull'Europa del primo Cinquecento, e spiega la facilità con cui le idee erasmiane si diffusero, e tutto ciò facilitò, sia pure indirettamente, la penetrazione delle tendenze riformatrici; - contemporaneamente l'impero Ottomano, che da tempo stava espandendosi nei Balcani e nel Mediterraneo, minacciava e danneggiava i traffici e i commerci cristiani, mettendo inoltre in pericolo alcune zone dominate dallo stesso imperatore (ad esempio l'Italia Meridionale).
Nel 1521, scoppierà il primo dei quattro conflitti che opporranno per più di un ventennio Carlo V al re francese Francesco I. La posta in gioco, durante questi conflitti era un territorio limitatamente piccolo ma con un enorme importanza strategica, in particolare per Carlo: il ducato di Milano. Il ducato sforzesco, infatti fungeva da importante cerniera tra i territori ispanici quelli dell'impero, assicurando inoltre un maggior controllo dei domini di Carlo nel sud Italia, in seguito, sul finire del Cinquecento, con lo scoppio della guerra degli Ottant'anni tra Spagna e Province Unite, Milano divenne basilare anche nell'invio degli uomini e delle attrezzature nelle Fiandre,( tra cui si misero in luce gli armaiuoli milanesi Missaglia e Negroli) venendo per questo denominata dallo studioso spagnolo Ribot Garcia Luis "piazza d'armi dell'esercito spagnolo". 

Francesco Primo
Francesco I il 13 settembre 1515 a Marignano (oggi Melegnano) aveva sconfitto l'esercito sforzesco (formato da ventimila mercenari Svizzeri) e conquistato l'ambito territorio. Nel 1521, Francesco dichiarò guerra all'impero, invase la Navarra spagnola e quindi inviò le truppe in Lussemburgo Carlo, reagì; conquistò Milano e la riconsegnò nelle mani degli Sforza, conferendo loro l'investitura imperiale. Quindi i francesi passarono al contrattacco, ma vennero pesantemente sconfitti alla Bicocca (1522) e a Pavia (1525) soprattutto a causa della potentissima fanteria spagnola; largamente armata di archibugio, (fatto che conferiva una enorme superiorità alle truppe ispaniche). La battaglia di Pavia, fu un terribile massacro, inconsueto per le battaglie dell'epoca, che solitamente si concludevano con molti duelli e pochi morti. A Pavia invece si creò subito un carnaio.
Francesco si battè come un leone ed ebbe il suo cavallo ucciso sotto di sè, e probabilmente sarebbe stato ucciso lui stesso se non lo avessero riconosciuto per la bardatura e la ricchezza della sua corazza. Il comandante Antonio de Leyva lo fece circondare e lo dichiarò prigioniero "Maestà, vi siete battuto con coraggio ed eroismo. Ora consegnatemi la spada". Sul campo di battaglia quella notte rimasero diecimila i morti. La metà della miglior nobiltà guerriera di Francia era stata uccisa o fatta prigioniera. Francesco venne fatto prigioniero e venne rinchiuso nel piccolo castello di Pizzighettone sull'Adda, prima di essere condotto in Spagna, dove fu costretto ad accettare il trattato di Madrid del 14 gennaio 1526. 
Con questo trattato, Francesco rinunciò ad ogni pretesa sull'Italia e restituì a Carlo la Borgogna e i domini connessi, (rinunciando inoltre ai diritti sulla Fiandra e l'Artois) che lo stesso Francesco aveva occupato nel corso della guerra. Per riacquisire la libertà inoltre Francesco fu costretto a lasciare in ostaggio i suoi figli a Carlo, ed anche per questo oltraggio, Francesco tornato in patria giurò vendetta all'imperatore e cominciò ad organizzare subito una nuova offensiva. Cercò alleati ovunque, raccogliendo tutti coloro che temevano lo strapotere di Carlo in una lega denominata lega di Cognac (1526), di cui fecero parte: l'Inghilterra, Firenze, Venezia oltre a due ex-alleati di Carlo, il duca di Milano e il papa Clemente VII. L'imperatore reagì con durezza distruggendo facilmente l'esercito della lega e saccheggiando Roma barbaramente (1527) episodio che rimarrà indelebile nella memoria collettiva dell'epoca e che susciterà clamore nella cristianità. Ottomila mercenari Bavaresi, Svevi e Tirolesi arrabbiati ed esasperati dalla fame e dal ritardo nel pagamento dei loro stipendi, tutti ottimi combattenti e luterani, che quindi vedevano il Papa come l'anticristo e Roma come la Babilonia corruttrice, videro balenarsi agli occhi, prospettata dal loro comandante Carlo di Borbone, la possibilità delle immense ricchezze che potevano venire dal saccheggio di Roma.
Coll trattato di Madrid del 14 gennaio 1526 Francesco rinunciò ad ogni pretesa sull'Italia e restituì a Carlo la Borgogna e i domini connessi, (rinunciando inoltre ai diritti sulla Fiandra e l'Artois) che lo stesso Francesco aveva occupato nel corso della guerra. Per tornare in libertà inoltre Francesco fu costretto a lasciare in ostaggio i suoi figli al nemico ed anche per questo oltraggio, Francesco tornato in patria giurò vendetta all'imperatore e cominciò ad organizzare subito una nuova offensiva. Cercò alleati ovunque, raccogliendo tutti coloro che temevano lo strapotere di Carlo in una lega denominata lega di Cognac (1526), di cui fecero parte l'Inghilterra, Firenze, Venezia oltre a due ex-alleati di Carlo il duca di Milano e il papa Clemente VII.
L'imperatore reagì con durezza distruggendo facilmente l'esercito della lega e saccheggiando Roma barbaramente (1527); un episodio che rimarrà indelebile nella memoria collettiva dell'epoca e che susciterà clamore nella cristianità. Ottomila mercenari Bavaresi, Svevi e Tirolesi arrabbiati ed esasperati dalla fame e dal ritardo nel pagamento dei loro stipendi, tutti ottimi combattenti e luterani (che guardavano quindi al Papa come l'anticristo e Roma come la Babilonia corruttrice), videro balenare, prospettata dal loro comandante CARLO di BORBONE, la possibilità delle immense ricchezze che potevano derivare dal saccheggio di Roma. 
Quest'orda impazzita raggiunse rapidamente le porte di Roma, ove venne affiancata da centinaia di fuorilegge italiani, anch'essi attratti dalla speranza di un ricco bottino. Quindi il 5 maggio 1527, le truppe imperiali che erano ora formate da 14.000 banditi assaltarono la città, e dopo essere stati respinti due volte, presero il sopravvento e superarono le mura. Seguirono otto giorni di orge e di massacri. Le orde di banditi erano completamente abbandonate a loro stesse e non vi era alcuno che potesse fermarle. Carlo che avrebbe voluto dare una lezione a Clemente, ne fu costernato; lui, profondamente cattolico, non poteva certo accettare un tale scempio.
Così egli agì in fretta e inviò in Castel Sant'angelo un presidio imperiale per difendere l'incolumità del Pontefice, quindi inviò un'ambasciata presso Clemente per esprimere tutto il suo profondo rammarico per l'episodio. La fortuna comunque arrise a Carlo che il 20 giugno 1528, riuscì a respingere un nuovo attacco portato dai francesi a Milano (battaglia di Landriano). Con tali successi Carlo V si assicurò l'appoggio del Papa e di lì a poco anche quello della potente flotta di Genova, guidata dall'ammiraglio patrizio Andrea Doria (1466-1560), che passò agli imperiali in cambio di denaro e di garanzie d'indipendenza per la repubblica aristocratica che intendeva instaurare a Genova.
 Andrea Doria
In questo stesso periodo anche la vita privata dell'imperatore giunse ad una svolta: i primi di febbraio del 1526, Carlo si unì in matrimonio con la ventitreenne principessa Isabella del Portogallo e un anno più tardi, per l'esattezza il 21 maggio 1527, nacque a Valladolid l'erede di Carlo, Filippo, apportando gioia e spensieratezza nella vita dell'imperatore, oltre ad un periodo di tranquillità e di vita domestica. La Francia e l'impero, dopo otto anni di guerra, erano entrambe stremate anche economicamente e giunsero quindi ad un accordo: nel 1529, infatti, vennero stipulati i trattati di Barcellona e di Cambrai.
Con il primo Carlo, assieme a Clemente VII, si impegnò a restaurare i Medici a Firenze abbattendo la repubblica fiorentina; con il secondo Carlo decise di concedere la Borgogna a Francesco I il quale, in cambio, si impegnò a non intromettersi più negli affari italiani. Sembra strano poter pensare che l'onnipotente Carlo potesse avere dei problemi di ordine finanziario, ma non si deve dimenticare che l'imperatore rimase molto "povero" anche rispetto al suo rivale Francesco; costretto ad oberarsi di debiti non solo con i banchieri tedeschi, ma anche con molti banchieri genovesi. L'oro e l'argento dal Nuovo Mondo infatti, cominciarono ad affluire nelle casse spagnole solo intorno al 1528 e quasi mai riuscirono a ripagare gli ingenti debiti della corona e le continue ed enormi spese di guerra.
Tanto è vero che la lotta con Francesco fu disuguale dal punto di vista finanziario. Francesco aveva sempre potuto fruire di aiuti grandiosi: tra cui la benevolenza del Papa e il sostegno di banchieri potenti, disponendo di fiumi d'oro. Carlo, rimase sempre a corto di denaro, aveva dovuto farsi aiutare dai Paesi Bassi e dalla Spagna, quasi chiedendo loro l'elemosina e questi Paesi erano comunque assai riluttanti a finanziare le sue imprese con pesanti tasse. In seguito a questi trattati Carlo si sentì ormai unico padrone d'Italia (concesse a Carlo III di Savoia [1504-1553], che si era mantenuto neutrale durante lo scontro, la contea di Asti da tempo in mano francese e confermò gli Sforza a Milano, a patto che in caso di morte senza eredi del duca, tutti i possedimenti passassero sotto la corona Asburgica); per questa motivazione nel 1530 si fece incoronare re d'Italia a Bologna da Clemente VII.
Nello stesso periodo l'imperatore cominciò ad esercitare pressioni sulla Chiesa per l'apertura di un concilio atto ad affrontare il problema religioso tedesco. I problemi per l'impero asburgico certamente non erano tutti risolti. Nell'anno in cui Carlo sconfisse la Lega di Cognac, (il 29 agosto 1526) gli Ottomani, scesi in campo anche per sollecitazione francese (Francesco in questo modo intendeva dare nuovi grattacapi all'imperatore) inflissero una grandissima sconfitta alla cristianità, battendo a Mohacs l'esercito del re di Boemia e Ungheria Luigi II Jagellone (1516-1526).
L'esercito di Luigi, forte di 25.000 uomini, venne completamente distrutto (24.000 furono i morti e lo stesso sovrano, fortemente imparentato con gli Asburgo, fu ucciso in battaglia), da oltre 100.000 musulmani guidati da Solimano il Magnifico, che il 12 settembre saccheggiarono barbaramente Buda. In Ungheria Giovanni Szapolyai, capo del partito nazionale anti-asburgico venne eletto vassallo dell'impero Ottomano e gli venne affidato il controllo dell'intero Stato. A questo punto Ferdinando d'Asburgo, fratello di Carlo V, che aveva il controllo della parte orientale dell'Impero (territori dell'ex-sacro Romano Impero), passò al contrattacco sconfiggendo Giovanni nel 1527 e innescando lo scontro con il sultano. 
Quest'ultimo, nel 1529, arrivò ad assediare Vienna (salvata solo dal sopraggiungere della cattiva stagione) e stipulò un'alleanza con i francesi nel 1532. Durante lo stesso anno i Turchi giunsero nuovamente a minacciare le mura della capitale austriaca e fu nuovamente l'inverno a salvare Vienna (le campagne militari duravano dalla primavera all'autunno e la distanza tra Istanbul e Vienna era tale che i Turchi non avevano tempo necessario per sferrare l'attacco decisivo, reso difficile anche per i problemi dati dalle condizioni di trasporto e di rifornimento). Solimano si rese conto della difficoltà dell'impresa e nel 1533, e si accordò con Ferdinando concedendogli un terzo dell'Ungheria. Nello stesso tempo Solimano scatenò la flotta corsara di Algeri capeggiata da un suo suddito: Khair-ad-din detto il Barbarossa e in questo caso Carlo V fu addirittura costretto ad intervenire personalmente, per evitare che i traffici cristiani non fossero troppo danneggiati. Nel maggio del 1529, la città di Algeri venne presa dall'invincibile esercito del Barbarossa e l'anno successivo Carlo decise di passare al contrattacco inviando una flotta capeggiata dal Genovese Andrea Doria.
La spedizione contro Celcel, il più importante nido di pirati ad ovest di Algeri, fu vittoriosa. La minaccia del "turco" rimase comunque molto forte e le orde del Barbarossa, continuarono a devastare e saccheggiare l'Andalusia, la Puglia la Calabria e la Sicilia. Nel 1535 Carlo fu finalmente pronto ad attaccare il turco: Alla testa di un esercito enorme, grazie anche all'appoggio fornito da molti Stati europei (il Portogallo fornì 20 caravelle, truppe scelte e cannoni, il Papa Paolo III ha inviato 20 galere, che vanno ad unirsi agli innumerevoli vascelli genovesi: in tutto l'esercito comprese 64 galere e 300 vascelli da trasporto, con circa 30.000 uomini imbarcati, tra cui è da notare la presenza dei cavalieri di Malta) rese la spedizione simile ad una crociata.
Papa Paolo III
Riuscì a prendere Tunisi, dopo un assedio di tre settimane, (massacrando migliaia di persone inermi) ma liberò solo in parte il Mediterraneo dai pericoli. Infatti tre anni più tardi una flotta Ottomana distrusse una flotta formata da navi genovesi, spagnole e ponteficie e nel 1541 fallì una nuova costosa spedizione inviata da Carlo per espugnare Algeri. Nel frattempo, nel 1529 il fratello di Carlo, Ferdinando, grazie alle truppe inviate da Carlo e la collaborazione dei Principi luterani, (che si accordarono con l'impero per difendere Vienna) riuscì a respingere un nuovo attacco dei turchi alla città. L'imperatore non ebbe tregua e mentre affrontava i Musulmani, nel 1536 ricominciò la guerra con la Francia.
La causa del nuovo conflitto fu la morte senza eredi (1535) dell'ultimo Sforza. L'Imperatore, secondo i patti stipulati con gli Sforza, prese possesso dello Stato di Milano. A questo punto Francesco I reagì occupando la Savoia e il Piemonte. Carlo rispose invadendo la Provenza, ed in seguito, solo grazie alla mediazione del nuovo Papa Paolo III, si arrivò ad un nuovo patto: la Tregua di Nizza (1538). L'accordo sarebbe dovuto durare dieci anni, ma in realtà Francesco I cercò di romperlo il prima possibile, trovando ben presto un buon pretesto per scatenare di nuovo la guerra. Nel 1542, Francesco I con i suoi alleati musulmani provò ancora un attacco contro l'imperatore prendendo Nizza e poi svernando a Tolone con il suo esercito. 
Ma ormai entrambi i contendenti non se la sentirono più di combattere ad oltranza, anche perché i costi di guerra erano divenuti enormi. Così si arrivò alla Pace di Crépy nel 1544, in seguito alla quale Carlo cedette a Francesco I la Borgogna, mentre continuò l'occupazione della Savoia e del Piemonte; di contro il Ducato di Milano rimase a Carlo. Nel maggio del 1539 Carlo subì la ferita più profonda della sua vita: la scomparsa della moglie adorata, morta di parto. Egli rimase inginocchiato per lunghe ore davanti al letto su cui giaceva la regina e infine se ne staccò con immensa fatica e dolore. Quindi si ritirò nel monastero di S. Gerolamo a La Sisla. Là rimase per sette settimane, immerso in preghiera e in meditazione. Nemmeno durante questi periodi bui e tristi, l'imperatore perdeva però il suo insaziabile appetito; Carlo era capace di mangiare anche due o tre pasti di seguito , era avido e smodato e ingoiava arrosti di vitello, cacciagione, montone e agnello, annaffiati con pinte di vini raffinatissimi. Carlo sfogava la sua carica animale mangiando e bevendo troppo, riuscendo a tracannare quantità enormi di birra gelata (anche tre, quattro litri a pasto). Un cronista dell'epoca impressionatissimo disse:
"Ogni sorso dell'imperatore equivale a una buona pinta di vino del Reno". I medici e i cortigiani del suo entourage lo supplicavano di moderarsi, ma lui non li ascoltava affatto. Al mattino appena desto si faceva servire un cappone cotto nel latte con zucchero e forti droghe; il resto del nutrimento quotidiano era proporzionato alla robustezza della prima colazione. Si possono facilmente intuire i risultati di un simile regime: a trent'anni Carlo ebbe i primi attacchi di gotta e per tutto il resto della vita dovette lottare contro le sofferenze conseguenti. Le forti droghe e spezie che insaporivano pesantemente i cibi dell'imperatore avevano lo scopo principale di dare un certo gusto alle vivande che ingurgitava perché fin da bambino la mascella prominente gli aveva impedito di masticare e gustare propriamente i cibi: i forti sapori erano quindi necessari affinché Carlo potesse soddisfare la sua insaziabile golosità. 
Ritornando sul fronte politico, se il problema franco-turco, seppur estremamente temibile, era comunque da considerarsi un problema esterno e certamente controllabile grazie all'enorme potenziale in possesso dell'imperatore (che poteva vantare ricchezze in oro, argento e pietre preziose e che arrivò ad armare oltre 150.000 uomini, una cifra inimmaginabile per l'epoca). Ben più difficile e intricata si presentava la situazione in Germania. Carlo, che pure non nutriva odio e ostilità verso le idee luterane, voleva tenersi amico il pontefice e soprattutto non poteva irritare i suoi sudditi spagnoli e fiamminghi, profondamente cattolici.
Nello stesso tempo doveva tener conto però dei molti Principi tedeschi che nutrivano una forte simpatia verso i principi della Riforma. Carlo incontrò per la prima volta Lutero nel 1521, durante la dieta imperiale di Worms. Chiamato a rinnegare le sue tesi, il monaco rifiutò di ritrattare e perciò venne colpito da bando imperiale oltre che da scomunica papale; ma sfuggì alla condanna grazie a l'elettore di Sassonia Federico il Savio. Come già abbiamo visto, nel periodo immediatamente seguente, Carlo fu oberato da impegni contro i Francesi e i Turchi e quindi la Riforma guadagnò terreno, arrivando anche a minacciare l'ordine costituito in seguito a due sommosse: la prima detta dei cavalieri (per la partecipazione delle classi medio-alte) nel (1522-23) e la seconda detta dei contadini nel (1524-1525). 
L'imperatore, impegnato prima contro la Francia e poi contro i Turchi, cercò di favorire una soluzione pacifica al conflitto religioso in atto, sia chiedendo al papa la convocazione di un concilio, sia promuovendo una serie di diete da cui però non emersero risultati importanti. Solo alla dieta di Spira del 1529, agitando la minaccia turca, Carlo riuscì a isolare i luterani; l'assemblea accettò di finanziare un esercito nei Balcani e approvò una delibera che ordinò ai luterani di porre un termine alla loro azione. I riformati reagirono con una protesta formale (da qui il nome di protestanti) in cui venne rifiutato l'ordine e vennero riaffermati tutti i principi del luteranesimo. Alla Dieta di Augusta, l'anno seguente, terminata la guerra con la Francia e strappata a Clemente VII la promessa della convocazione di un concilio, l'imperatore, continuando a far leva sulla minaccia turca, compiva un altro tentativo di pacificazione invitando i protestanti a redarre un documento su cui discutere: il documento (denominato in seguito "confessione di Augusta") venne steso da Philipp Schwarzerd, noto come Filippo Melantone (1497-1560) di idee moderate e propenso alla riconciliazione con la chiesa cattolica.
Nonostante questo non si trovò l'accordo con i teologi cattolici e Carlo si vide costretto a ribadire la condanna al luteranesimo, lasciando ai protestanti un anno di tempo per ricredersi: scaduto il periodo sarebbe ricorso alla forza. Tale minaccia non fece altro che rafforzare il fronte riformato, il quale cominciò ad organizzarsi anche sul piano politico-militare: i principi protestanti e numerose città costituirono nel 1531 la Lega di Smacalda, sotto la direzione di Giovanni Federico di Sassonia (1532-1547) e di Filippo d'Assia (1509-1567). Le truppe di questi due principi, si erano unite inoltre a quelle del duca Unrico di Württemberg e delle città di Augusta, Strasburgo, Ulma e Costanza. Carlo, pressato dai turchi, non poté reagire immediatamente, così durante la Dieta di Norimberga del 1532, oltre a chiedere nuovi finanziamenti, proclamò la pace imperiale che in attesa del concilio decretò la fine d'ogni discriminazione o persecuzione verso i protestanti. 
Nel 1541-1542, si tennero i cosiddetti "colloqui di Ratisbona", tentativo importante per il superamento dello scisma: il moderato Melantone (già autore del documento di Augusta) e il cardinale Gaspare Contarini (1483-1542), legato papale, cercano in tutti i modi un compromesso che però è raggiunto solo su pochissimi punti mentre le divergenze continuarono ad essere enormi. In seguito alla Pace di Crépy, due furono le conseguenze importanti per l'Impero: si ebbe la possibilità di convocare finalmente un concilio per tentare di risolvere lo scisma luterano; Francesco I, che nel combattere la sua lunga lotta contro Carlo V, non aveva solo cercato e ottenuto l'alleanza con i musulmani, ma aveva anche sostenuto in diversi modi i principi protestanti oppositori di Carlo, ora prometteva allo stesso imperatore di assistere al futuro concilio e di concedergli un appoggio segreto contro i riformati. 
Il concilio fu effettivamente aperto nel 1545 a Trento, ma i protestanti rifiutarono di parteciparvi, chiedendo, la convocazione di un concilio nazionale tedesco: a questo nuovo rifiuto, vissuto da Carlo come un affronto alla sua autorità e a quella papale decise allora di intervenire con la forza. Armò un esercito incredibilmente forte e cominciò ad assediare e a prendere una per una tutte le città protestanti, quindi nel 1547 sconfisse nella battaglia decisiva di Mühlberg la Lega di Smacalda, (pur avendo i Principi protestanti un parco di artiglieria di enormi dimensioni che fece un serrato bombardamento per più di otto ore contro il campo cattolico, Carlo, grazie alle incredibili costruzioni difensive approntate, poté tranquillamente seguire la messa di auspicio alla battaglia nel suo "bunker" personale) imprigionandone i capi. La vittoria fu totale. Carlo nella battaglia perse solo cinquanta uomini, mentre lo stesso principe Giovanni Federico fu ferito e fatto prigioniero.
Nel frattempo sia Lutero che Francesco I, (31 marzo 1547) i suoi più ostinati nemici, morirono, quindi Carlo sembrò essere finalmente riuscito a rappacificare l'impero e ad ottenere la propria egemonia in Europa; tale trionfo rimase però molto effimero. Paolo III, il nuovo papa fu il primo ad abbandonare l'imperatore: infatti richiamò le proprie truppe inviate in Germania per contrastare i riformati e decise di spostare il concilio da Trento a Bologna per sottrarlo al controllo imperiale. In Germania Carlo portò avanti la sua politica di distensione e per pacificare il Paese, nel 1548 proclamò lo "interim di Augusta" che attendendo l'esito del concilio fece dono di alcune concessioni provvisorie ai protestanti (tra cui la possibilità per i sacerdoti di ottenere il matrimonio): tali concessioni però non diedero i risultati sperati, sia i protestanti che i cattolici non furono soddisfatti e a nord della Germania cominciarono a formarsi nuove coalizioni anti-asburgiche tra Principi riformati. Inoltre scese in campo il nuovo re di Francia, Enrico II (1547-1559), erede di Francesco I, che firmò gli accordi di Chambord e Friedewald (1551-1552) con i quali la Francia promise appoggio armato e finanziario ai riformati in cambio della concessione dei vescovadi di Metz, Toul, Verdun. Enrico II occupò immediatamente i vescovadi reclamati e la Lorena, mentre la Germania meridionale venne invasa da Maurizio di Sassonia (1521-1553), passato in campo anti-asburgico dopo essere stato alleato dell'imperatore. Carlo, attaccato da più fronti, dovette accettare il Trattato di Passau (1552) con il quale vennero annullati tutti i risultati ottenuti a Mülberg cinque anni prima.
Il grande sovrano era ormai esausto, così come lo erano le sue finanze ed era inoltre desideroso di pace; pace che giunse, stipulata ad Augusta, dal fratello Ferdinando, il 25 settembre 1555. Pacificazione importante, con la quale la Germania trovò finalmente un equilibrio in campo religioso. Infatti, insieme alla pacificazione politico-militare, si giunse ad un accordo in campo politico-religioso con l'entrata in vigore del cosiddetto principio cuius regio eius et religio (di chi [è] la regione, di costui [è] pure la religione): in tal modo il protestantesimo divenne definitivamente tollerato in Germania. In seguito a questo nuovo principio, infatti, ogni Principe tedesco ebbe la possibilità di seguire la confessione che desiderava e lo Stato che lo stesso Principe governava doveva adattarsi alla stessa scelta. 
I sudditi che non volessero uniformarsi al credo del proprio Principe, sarebbero stati costretti a emigrare. Come già accennato, Carlo stanco di combattere travagliato dalla gotta e deluso dalle sue "sconfitte", abdicò prima a Bruxelles, come Maestro dell'ordine del Toson d'oro (22 ottobre 1555) e come sovrano dei Paesi borgognoni (25 ottobre 1555) in favore del figlio Filippo II, durante una commovente cerimonia in seguito alla quale le regine Eleonora e Maria d'Ungheria, proclamarono la loro intenzione di seguire Carlo nel suo ritiro. Il 16 gennaio 1556 Carlo cedette le corone di Spagna di Castiglia, Aragona, Sicilia e Nuove Indie, sempre a favore del figlio Filippo, quindi il 12 settembre dello stesso anno cedette anche il titolo imperiale in favore del fratello Ferdinando (anche perché un imperatore spagnolo e fervente cattolico, come era Filippo II, era fortemente malvisto dai Principi tedeschi): questo atto venne ratificato dai Principi elettori solamente due anni più tardi (1558). L'evento che più di ogni altro indusse alla grave risoluzione dell'abdicazione fu, per molti storici, la morte della madre Giovanna, avvenuta il 13 aprile 1555: l'indole riflessiva dell'imperatore, lo portò al rimpianto e al pentimento per le sofferenze inferte alla madre.

Carlo si ritirò in Spagna nel 1556, stabilendosi nel convento di Yuste nell'Estremadura, con l'intenzione di condurre una vita più tranquilla e in preghiera. Senza tuttavia rinunciare ad alcuna attività politica: infatti, durante gli anni che gli rimarranno da vivere intervenne spessissimo con dispacci imperiali in aiuto e consiglio del figlio. 
Il più potente monarca della storia uscì di scena in modo inconsueto. Si isolò: lontano dal trono e dal potere, in mezzo a pratiche minuziose e persino maniacali di pietà. Risulta in realtà che Carlo si diede una disciplina ferrea, più dura ancora di quella dei frati, trascorrendo interminabili ore in canto e in preghiera, nel coro della chiesa. Le malattie che già lo avevano colpito fin dall'infanzia incrinarono maggiormente la sua salute. La gotta gli rose soprattutto le mani e le ginocchia, a volte non riusciva neppure a fare la sua firma sui documenti e non era in grado neppure di salire a cavallo. Inoltre, cominciò a soffrire maggiormente di attacchi di epilessia, male che fin da giovane lo aveva attanagliato. Si racconta che già nel 1519 mentre ascoltava messa a Saragozza cadde a terra privo di sensi e ivi vi rimase per ore con un pallore di morte sul volto. 
Pochi mesi prima di morire Carlo assistette a una messa da requiem per la sua anima. Su suo ordine si celebrarono ogni giorno a Yuste, oltre alle messe normali, altre quattro messe, tre di requiem: per sua moglie, per sua madre e per suo padre; una ordinaria per lui (i quaranta monaci di Yuste facevano fatica a tener dietro ai suoi desideri). Il sovrano sul cui impero non tramontava mai il sole si spense poco prima delle due e mezza del mattino del 21 settembre 1558 a Yuste; a 58 anni.  Poco prima di morire le labbra di Carlo si aprirono e mormorarono debolmente "Ya es tiempo!" (è tempo!). 
L'anno successivo la pace di Chateau-Chambresis (3 aprile 1559) avrebbe consacrato il predominio spagnolo in Italia. Ciononostante il sogno di Carlo era ormai definitivamente infranto, l'unità politica e religiosa del suo impero era spezzata. E in seguito non ci sarà alcuna possibilità di ricostituirla.

 

 

 

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Area tematica : Storia | Argomento : Appunti lezioni di storia 3 | Indice argomenti

Fonte articolo : www.itchiavari.it| Autore : Giuseppe Guidotti | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 15/1/11

 

 

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