Alchimia tutto di tutto
Alchimia
Tratto da wikipedia : l'alchimia è un antico sistema filosofico esoterico che combina elementi di chimica, fisica, astrologia, arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo e religione.
Il pensiero alchemico è considerato da molti il precursore della chimica moderna prima della nascita del metodo scientifico. Vi sono tre grandi obiettivi che si proponevano gli alchimisti: * conquistare l'onniscienza * creare la panacea universale, un rimedio cioè per curare tutte le malattie, per generare e prolungare indefinitamente la vita * trasmutare i metalli in oro o argento. La pietra filosofale, sostanza di tipo etereo (che potrebbe essere una polvere, un liquido o una pietra), era la chiave per realizzare questi obiettivi.
L'alchimia, oltre ad essere una disciplina fisica e chimica, implicava un'esperienza di crescita ed un processo di liberazione e di salvezza dell'artefice dell'esperimento. In quest'ottica la scienza alchemica veniva sacralizzata e ricondotta ad un tipo di conoscenza metafisica e filosofica, assumendo connotati mistici e soteriologici, cosicché i processi e i simboli alchemici possiedono sovente un significato interiore relativo allo sviluppo spirituale in connessione con quello prettamente materiale della trasformazione fisica.
Il termine alchimia deriva dall'arabo al-kimiyah, al-kimiyà o al-khimiyah (الكيمياء o الخيمياء), composto dell'articolo al- e della parola kimiyà che significa "pietra filosofale" e che a sua volta, sembrerebbe discendere dal termine greca khymeia (χυμεία) che significa "fondere", "colare insieme", "saldare", "allegare", ecc. (da khumatos, "che è stato colato, un lingotto"). Un'altra etimologia collega la parola con Al Kemi, che significa "l'arte egizia", dato che gli antichi Egiziani chiamavano la loro terra Kemi ed erano considerati potenti maghi in tutto il mondo antico.
Il vocabolo potrebbe anche derivare da kim-iya, termine cinese che significa "succo per fare l'oro".
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L’ALCHIMIA

CENNI STORICI
L’Alchimia è stata una cultura di antichissima formazione. Già si conoscono tracce del pensiero alchemico fin dall’età del ferro ed in particolare dall’antica cultura della Cina. L’Alchimia Cinese si fondò sulla base dell’alternanza di due principi complementari detti YANG-YIN - che generavano un’unione di opposti YANG (Cielo - Sole - Maschio) (YIN -Terra- Luna -Femmina), capaci di realizzare tra di loro inversione di proprietà attive e passive generalmente simboleggiate da un cerchio in cui una doppia spirale a rotazione inversa genera un polo nero in un semi-campo bianco e viceversa un polo bianco nell’altro semi-campo nero.
Nella cultura Mediterranea fu considerato fondatore dell’Alchimia Ermete Trimegisto (nome che significa il Re tre volte Grande) una figura probabilmente immaginaria a cui furono attribuite numerose scritture; all’epoca dell’antico Egitto, Ermete fu spesso identificato con una divinità che possiede la conoscenza di tutte le arti e le scienze sacre e segrete della mummificazione dei corpi.
L’origine della parola Alchimia è pure incerta si ritiene, infatti, che l’etimologia venga da Al ( = il in arabo), e Kimia (la terra del "Kamel" = il cammello, cioè l'odierno Egitto; oppure il suolo del "Kem-it", che significa "nero", e che quindi si riferisce all'aspetto scuro della terra fertile dell'Egitto, altri ritengono invece che Alchimia possa derivare dal vocabolo greco "chyma" (che significa : scioglimento -fusione).
Già gli alchimisti egiziani avevano notato che la terra nera nel Nilo doveva la sua fertilità all' "humus ", residuo della macerazione di foglie alberi ed animali morti. Avevano anche capito che le piante venivano mangiate dagli animali erbivori e che i carnivori mangiavano gli erbivori e cioè che l'uomo apparteneva a questa catena alimentare biologica, dove ogni essere vivente, quando si decomponeva ritornava in ciclo.
L'alchimia metallica (via secca) e quella degli Elixir o Quintessenze (via umida) fu riscoperta nell’occidente europeo nel tardo medioevo, in gran parte dalle traduzioni dell’Alchimia dell’era della Magna Grecia e dalle tradizioni scientifiche arabe introdotte in Sicilia ed in Spagna
L'interesse per l'alchimia caratterizzò fin dall'epoca delle prime traduzioni le corti: ed anche la curia papale non ignorò questo fenomeno, specialmente in quanto l'alchimia veicolava l'idea di un farmaco preziosissimo, elixir, quintessenza od oro potabile, che donava ai corpi umani l'incorruttibilità. Infatti nel corso del XIII secolo molta attenzione si era focalizzata, da parte dei papi e dei cardinali della curia romana, sulle tematiche concernenti il corpo umano. Le motivazioni di ciò, storiche ed antropologiche, sono state evidenziate negli studi di A. Paravicini Bagliani sul "corpo del papa", e conducono in ultima analisi ad una considerazione ravvicinata delle caratteristiche del potere papale in quell'epoca.
Ancora per motivi religiosi dovuti alla difficoltà di integrazione con le concezioni sviluppate nell'Islam, gli studi alchemici furono proibiti dalla chiesa cristiana e gli alchimisti perseguitati e condannati dalla sacra inquisizione. Solo nel periodo del tardo medioevo in Europa, in alcuni casi rimasti famosi, gli studi alchemici furono approfonditi da personaggi potenti sia tra la nobiltà che nella sfera ecclesiastica, tra essi Alberto Magno (1193-1280), Ruggero Bacone (1214-1294), e lo stesso Tommaso D'Aquino (1226-1274). Cecco d’Ascoli autore del libro alchemico "L’Acerba", non essendo un potente, fu messo al rogo a Firenze il 17 Luglio del 1327. Raimondo Lullo (Ramon Llull di Palma de Majorca 1232-1315) discendente di un antico casato aristocratico e pertanto vicino alle leve del potere, fu uno tra i più famosi alchimisti europei; egli tentò un’interessante giustificazione dell’Alchimia in relazione al concetto di "libero arbitrio" dell'uomo, così da farla accettare nell’ambito della teologia della chiesa cristiana. Nel "Liber de segretis naturae seu de quinta essentia" il ragionamento di Lullo in favore dell'Alchimia fu all'incirca il seguente:
"Dio non può fare quello che vuole, ... perché Egli può esercitare solo il bene" L'uomo invece può incorrere nel male perché ha a disposizione solo il calore del fuoco, per portare a purezza le cose terrene, ma con l'aiuto dei principi essenziali e con la fede potrà in futuro concepire e realizzare delle "trasmutazioni" naturali come già è in grado di compire utili trasformazioni artificiali degli elementi naturali.
Perciò l’Alchimia, che è la vera arte nel promuovere il sapere, non può essere condannata dalla Chiesa, in quanto la scelta tra il bene ed il male appartiene al libero arbitrio dell'uomo; quest’ultimo è frutto della sua ignoranza, ma l’ignoranza umana stessa è stata voluta dalla giustizia di Dio e quindi è un bene dal punto di vista del Dio Padre Onnipotente.
In seguito , pur lentamente gli studi alchemici sulla "trasmutazione" degli elementi, ottennero anche per il lavoro di difesa e di chiarezza impostato per primo da Raimondo Lullo, una profonda trasformazione concettuale che permise di realizzare in occidente lo sviluppo dell'alchimia in scienza chimica.
Firenze fu uno dei centri di sviluppo dell’Alchimia Rinascimentale proprio in quanto Cosimo I dei Medici (1517-1574) fece tradurre e diffuse prima in latino e poi in volgare il "Corpus Alchemico" di Ermete Trimegisto. Cosimo dei Medici volle così importare a Firenze una nuova cultura in modo da rendere libera la Toscana dalle influenze del potere temporale dei Papi e quindi fu mecenate del rifiorire di una nuova cultura rinascimentale che ebbe origine da un processo di integrazione dell’antichissima cultura alchemica con l’emergente capacità produttiva artigianale fiorentina nella fusione dei metalli, nella preparazione e la fissazione dei coloranti per le stoffe e gli arazzi e nella preparazione dei medicamenti in farmacia da parte della potente corporazione fiorentina degli "speziali". L'alchimia fu vista dal casato dei Medici come una cultura globale e quindi più adatta a salvare il mondo perfezionandone la sua natura, ivi compresa quella umana, con una finalità non limitata alla salvezza dell'uomo, come richiedeva la tradizionale impostazione culturale dell’alchimia di indole mistica; in tal senso la riscoperta dell’alchimia ermetica fu considerata a Firenze un’utile componente di un processo di rinnovamento culturale capace di superare il medioevo.
Si deve peraltro notare che la condanna portata da Giovanni XXII agli alchimisti nella decretale 'Spondent quas non exhibent' non riguardava la ricerca dell'elixir, ma solo il problema della falsificazione dell'ORO, e che Giovanni da Rupescissa poté scrivere il suo De consideratione quintae essentiae nel carcere papale di Avignone senza che questo aggravasse la sua posizione.
Il risultato più evidente di un tale processo di integrazione culturale, tra alchimia ermetica e "arti e mestieri" del rinascimento, fu infatti quello di iniziare a mettere in dubbio l'utilità delle concezioni aristoteliche, che avevano rappresentato la cultura scientifica dominante nel medioevo, la quale si era perfettamente integrata nella tradizione cristiana ufficialmente accettata dalla Chiesa di Roma.
Con il Rinascimento Fiorentino inizia una riflessione quanto mai prammatica sul concetto di "trasmutazione in oro", che con ogni evidenza fino ad allora era risultato impossibile da sperimentare. Anziché ritenere colpevoli le conoscenze raggiunte, intelligenze del calibro di Leonardo Da Vinci (1452-1519), iniziarono a ritenere impossibile, il fatto che, le deboli forze messe in giuoco dal fuoco, quale agente di trasformazione, potessero condurre al raggiungimento di un puro stato di "nigredo", capace di disciogliere qualsiasi sostanza e raggiungere lo stadio di "materia prima", in quanto solo tale stato di perfezionamento della fase iniziale delle trasformazioni, avrebbe permesso di ricombinare la materia e raggiungere effettivamente la "trasmutazione" qualitativa degli elementi in oro.
Durante il rinascimento questi aspetti dell’alchimia si orientarono più nettamente in direzione di interventi tecnici di trasformazione del reale-profano, sebbene non venisse a cadere l’istanza primaria de esoterica di conoscenza sacra. Dopo le controversie che opposero l’alchimista R.Fludd al padre Mersenne, a keplero e a Gassendi, variamente sostenitori di una ragione scientifica non occulta, dopo il Chimico scettico (1660) di R. Boyle, che segna la divaricazione fra alchimia e chimica rivendicando a quest’ultima limiti razionali, linguaggio chiaro, attività assolutamente estranee al rito, la vitalità dell’alchimia è tuttavia documentata dall’imponente mole di manoscritti alchemici di Newton, il quale del resto, in termini perfettamente accettabili da un alchimista, riconobbe innanzitutto una legge "sacra", un segreto divini, nella gravitazione universale
La scienza del romanticismo nutrì grande interesse per l’alchimia come ambito di linguaggio comune fra uomo e natura. In tempi più recenti il pensiero alchemico è stato stimolo e punto di riferimento delle riflessioni di filosofi quali M. Merleau-Ponti e G. Bachelard. In particolare Bachelard offre alla chimica un modello omologo a quello dell’alchimia: la scienza è un "progresso psichico", l’operazione materiale non può non essere anche un processo spirituale.
Bachelard pone nettissime distinzioni di metodo fra alchimia e chimica, ma, nutrito di psicoanalisi, mantiene come termine di riferimento Psicologia e Alchimia (1944) di Jung, secondo il quale il linguaggio simbolico dell’alchimia sarebbe determinato da nitidi affioramenti delle strutture profonde e costanti, archetipiche, della psiche umana, e il magistero alchemico che elaborò tale linquaggio sarebbe una sistematica ricognizione negli strati più profondi della psiche, al fine della rigenerazione dell’io: della restituzione dell’io alla sua interezza entro l’universalmente umano.
ALCHIMIA SPIRITUALE
SALVEZZA
Nell'alchimia ellenistica, in particolare per Zosimo, l'opus alchemico era metafora e insieme strumento di un'operazione interiore di perfezionamento, un'ascesa alla vita immortale attraverso gradi successivi di purificazione: nell'interpretazione tradizionale ermetica questo tema è diventato quello dell'alchimia 'spirituale' riletto psicologicamente da C.G.Jung come processo di individuazione. Nella cultura islamica il legame fra pratiche di laboratorio e perfezionamento umano è stabilito nell'idea della produzione del corpo sottile, che supera il dualismo filosofico tradizionale e permette di pensare lo scopo della ricerca alchemica come reintegrazione cosmo-antropologica: di ciò danno una suggestiva idea gli studi di H. Corbin. La portata spirituale dell'opus rimase in secondo piano nei primi momenti della diffusione dell'alchimia nell'Occidente latino, ma ben presto una serie di motivi cominciarono ad affacciarsi nei testi: la ricerca della perfezione dei metalli o dell'elixir richiede, ma insieme produce, un atteggiamento interiore di purezza d'intenti, che si manifesta in prescrizioni di tipo etico-religioso (l'alchimista dev'essere prudente, casto, devoto). Inoltre l'attribuzione di scritti alchemici a grandi personaggi della tradizione filosofica (come Tommaso d'Aquino o Raimondo Lullo) e profetica (come Arnaldo da Villanova) indica di per sé che gli alchimisti concepiscono il loro lavoro in uno spazio che non è quello della semplice produzione materiale. Tutto ciò converge nella tematica della quintessenza, materia sottile e vera e propria idea-chiave della successiva ricerca alchemica occidentale. Il processo di collegamento fra l'idea religiosa di salvezza e quella alchemica di perfezione materiale è accelerato dal collegamento fra operatività alchemica ed espressione simbolica e immaginale introdotto da testi arabi come la Tabula chimica di Ibn Umail (Senior Zadith) e replicato nella produzione latina che dal XIV secolo si avvale di un linguaggio allegorico e visionario, in testi come l'Aurora consurgens, attribuita a Tommaso d'Aquino, in cui la Sapienza racchiusa nella materia chiede all'alchimista di essere liberata; o come gli Exempla philosophorum, attribuito ad Arnaldo da Villanova, in cui le operazioni alchemiche sono lette come sacrificio e messe in parallelo con la passione di Cristo. Da questa tradizione prenderà il via la produzione dei primi cicli di immagini alchemiche propriamente dette, che troveranno ampio spazio nella letteratura alchemica post-medievale e nell'alchimia rinascimentale ormai relegata nel campo dell'occulto.
REINTEGRAZIONE
Negli scritti a carattere allegorico e visionario il nucleo centrale della ricerca alchemica è quello dell'ottenimento della salvezza, e ciò sembra permettere un'interpretazione dell'opus come una pura e semplice metafora del perfezionamento spirituale. Ma ciò che non dobbiamo dimenticare è la matrice operativa dell'alchimia ed il suo carattere di fare-sapere tendente alla perfezione della materia. Lo stesso richiamo al Cristo, considerato centrale in tutte le interpretazioni spirituali dell'alchimia, dev'essere inteso come una rilettura 'forte' del tema dell'Incarnazione, ovvero della coniunctio dell'elemento divino (spirituale) con l'umano (materiale/naturale). Su questo aspetto dell'alchimia si è soffermato C.G.Jung, in particolare nel Mysterium Coniunctionis, dove la quaternità alchemica degli elementi è messa a confronto con il simbolo cristiano della totalità, la Trinità divina, rilevando che l'aspetto che in quest'ultima è assente è la terra, cioè la materia. Gli alchimisti, in quest'ottica, hanno tentato una reintegrazione della realtà materiale nell'opera della salvezza, espressa simbolicamente nella produzione della perfezione metallica, con l'ottenimento dell'oro, e resa possibile dalla creazione dell'elixir, che è insieme agente della trasmutazione metallica e della salute e prolongevità degli esseri umani. Si spiega così perché l'alchimia dell'elixir ha potuto essere inserita da alcuni autori del primo '300 in una prospettiva escatologica di rinnovamento del mondo e dell’umanità, dell'uno attraverso l'altra e viceversa, che consente di comprendere meglio la diffusione dell'alchimia nella tradizione spirituale tardo-medievale. La reintegrazione, che riguarda insieme il cosmo e l'umanità, non può essere però ottenuta se non da una pratica, che negli scritti a carattere allegorico viene descritta come sacrificio di una figura perlopiù umana. La dissoluzione prodotta dall'artefice alchimista viene per questo tramite collegata al motivo simbolico dello smembramento del dio presente sin dai più antichi miti alla letteratura gnostica, pur conservando la peculiarità di lavoro sulla realtà materiale propria che è propria dell'opus.
SACRIFICIO
Nella Visione di Giovanni Dastin, uno dei più precoci scritti alchemici a carattere allegorico, la perfezione metallica viene ottenuta attraverso una complicata vicenda di messa a morte del 're' dei metalli, l'oro personificato, il quale addirittura scompare, surriscaldandosi e liquefacendosi, nel corpo della sposa per lui predisposta, riducendosi cioè alla materia prima in un processo che produce informità e nerezza (nigredo), come avviene nello stadio di dissolvimento dei composti materiali che precede la distillazione alchemica. Le successive operazioni che portano alla produzione dell'elixir sono indicate attraverso la narrazione delle vicende del re, dove i mutamenti di colore (dal nero al bianco, alla 'porpora regale') costituiscono i punti di contatto con le descrizioni contenute in testi non a carattere allegorico, per esempio il coevo Codicillus attribuito a Raimondo Lullo. Il sacrificio o mortificazione, tema già presente nell'ellenistica visione di Zosimo, consiste nella separazione del corpo dall'anima e nel loro successivo ricongiungimento (coniunctio) attraverso un'entità intermedia, lo spirito, raffigurato operativamente nella materia sottile o quintessenza che rigenera i corpi. Si evidenzia, in questo tema dello spirito, la profonda incompatibilità dell'alchimia con ogni forma di dualismo. La dicotomia corpo/anima costituisce infatti, per gli alchimisti, solo l'imperfetta realtà visibile, che dev'essere disintegrata per poi essere resa perfetta attraverso la produzione dello spirito, vero medio reale che rende stabile l'unione e dunque costituisce il fattore essenziale della reintegrazione cosmica e antropologica.
CONIUNCTIO
Il processo alchemico produce la perfezione della materia attraverso una serie di operazioni che mirano alla creazione di un medio capace di unire stabilmente il corpo (cioè la solidità propria della materia - per esempio dei metalli) e l'anima (cioè il carattere di incorruttibilità proprio della sostanza spirituale). Il medio, per essere tale, deve unire in sé gli opposti: l'oro opera questa congiunzione a livello dei metalli, ed è dunque il prodotto ricercato da quanti considerano l'alchimia una pratica a livello puramente metallurgico; l'elixir come agente materiale della perfezione di tutte le cose congiunge in sé il carattere immutabile della pietra (ecco perché si può anche definirlo lapis) con quello generativo della vita; la quintessenza appare come la manifestazione del principio unitivo vero e proprio, materia prima da cui tutta la realtà ha origine, ma raffinata e purificata in modo tale da manifestare il suo carattere di spirito - qualcosa di affine all'idea stoica di pneuma, come F.S.Taylor ha sottolineato; e l'oro potabile costituisce il farmaco sovrano, che unisce l'incorruttibilità del metallo e l'assimilabilità del nutrimento. Nonostante i tentativi anche molti ardimentosi di definire e spiegare l'idea alchemica di coniunctio attraverso l'uso di un linguaggio descrittivo e/o filosofico, il carattere paradossale di questo obiettivo a tutti i livelli venne preferibilmente espresso dagli alchimisti attraverso l'uso di un linguaggio allegorico, che arriva fino a coincidere con l'immaginario biblico del Cantico dei Cantici nell'Aurora consurgens attribuita a Tommaso d'Aquino, o più spesso si serve di figure in parte risalenti alla tradizione alchemica ellenistica (l'ouroboros, il serpente che si racchiude a cerchio su se stesso tenendo la coda con la bocca) o islamica (l'uccello con le ali avvinghiato all'uccello senza ali), in parte ad una simbologia sessuale (le nozze) che può anche sfociare nell'immaginario mostruoso (l'ermafrodito). Nella tradizione post-medievale la ricerca espressiva legata alle immagini della coniunctio si dilatò a dismisura, dando origine ad un'amplissima iconografia alchemica nella quale C.G.Jung ed altri psicologi del profondo hanno ravvisato materiale raffrontabile con quello onirico prodotto dai pazienti durante la psicoterapia.
TRADIZIONE SPIRITUALE
La diffusione dell’alchimia nelle corti è ben comprensibile se guardiamo alla definizione (peraltro limitativa) di essa centrata attorno all’idea della trasmutazione dei metalli vili in oro; e l’interesse della Curia papale per le pratiche alchemiche dirette alla produzione dell’elixir risulta comprensibile alla luce degli studi recenti sul valore attribuito al corpo in tale ambiente. Ma l’idea-chiave della quintessenza, spirito corporeo e corpo spirituale che incarna il progetto più generale della perfezione della materia non si sviluppò in questi ambienti, bensì in un ambito di ricerca spirituale che sembrava avere il suo snodo principale nella figura e nell’attività sia medica che profetica e magistrale del catalano Arnaldo da Villanova, e il suo esponente di punta nel francescano spirituale Giovanni da Rupescissa. E’ nelle opere del Rupescissa che troviamo inoltre la prima citazione di uno scritto alchemico latino che utilizza un linguaggio allegorico a forte valenza religiosa, gli Exempla philosophorum attribuito ad Arnaldo da Villanova; ed è presso un autore che scrive sull’elixir, Giovanni Dastin, che troviamo una delle più antiche allegorizzazioni delle operazioni dell’alchimia metallurgica nella figura del sacrificio del re. Il Liber de consideratione quintae essentiae di Giovanni da Rupescissa divenne il capostipite di una linea di ricerca alla quale manifestarono interesse molti medici, perlopiù al di fuori dell’insegnamento istituzionale della medicina, anche perché l’oro potabile attirò l’interesse di molti dopo la grande epidemia di peste del 1348. Ma non si deve dimenticare che la quintessenza vi era stata descritta come un rimedio mediante il quale i "poveri uomini evangelici" (cioè i fraticelli e gli spirituali) potevano preservare la propria salute e la forma fisica per fare fronte alle fatiche della predicazione cui si dedicavano, come portatori di una visione profetica che affondava le sue radici nella tradizione gioachimita. La compresenza dei temi della salute e della salvezza spiega la diffusione della quintessenza rupescissiana anche in ambienti mendicanti, presso eremiti e figure marginali, fino alla sua utilizzazione da parte del riformatore religioso e medico Paracelso in età rinascimentale. D’altra parte l’interesse per l’alchimia in ambienti non controllati istituzionalmente favorì la contaminazione con il genere delle visioni e l’utilizzazione sempre maggiore del linguaggio allegorico, che accompagnarono il confluire della ricerca della perfezione materiale in quell’ambito ermetico che ne divenne il contenitore per tutta l’età rinascimentale e moderna.
ALCHIMIA MISTICA
Alcuni alchimisti medievali in campo cristiano pensarono che la possibile "tramutazione" dei metalli vili in oro era essenzialmente funzione della scoperta della Pietra Filosofale e cioè delle capacità creative dell’ingegno umano. Pertanto essi intesero l’Alchimia come l'agente di perfezione parallelo alle indicazioni di purezza spirituale proposte da Cristo. L'Uomo fu quindi considerato per analogia il "Forno filosofico" in cui si compie l'elaborazione del pensiero capace di scoprire le capacità di trasmutazione che conducono alla purezza.
Secondo gli "alchimisti mistici" il Cristianesimo fondato sulla Chiesa si propone di salvare l’uomo, ma non la natura a cui l’uomo appartiene, mentre per essi il Cristo è il salvatore dell’universo nella sua totalità e non solo dell’anima umana. Pertanto rifacendosi, secondo la secolare tradizione alchemica alla inseparabilità delle concezioni apparentemente in contrapposizione quali "spirito e materia", sostennero il principio della "coincidenza oppositorum", che diceva che ogni manifestazione del pensiero ha due componenti: una manifesta ed un’occulta di indole spirituale,che non sono mai separabili. Tale coicidenza tra azione spitituale e materiale fu simbolicamente rappresentata dall' "uroboro" (il serpente che si morde la coda). In considerazione di ciò venne detto che: "Se tu vuoi realizzare la nostra Pietra, sii senza peccato, realizza una vita dedita alla perfezione del mistero dello spirito."
Da questa impostazione gli Alchimisti Mistici, vollero stabilire tutta una serie di equivalenze che avevano per scopo la ricerca l'ottenimento della purezza, parallelamente a quella della salvezza e purificazione spirituale proposta da Cristo al fine di coinvolgere secondo la tradizione alchemica, riletta in senso cristiano, l'intera realtà materiale e spirituale del mondo e degli esseri umani.
La leggenda della Santo Graal (Calice che aveva contenuto il sangue di Cristo in Croce), fu interpretata come la ricerca della "parola perduta" cioè di una verità rivelata da ricercare dalla quale trarre la saggezza necessaria per attuare la scoperta della Pietra Filosofale.
Inoltre, per ridurre i quattro elementi a una trinità di funzioni, gli alchimisti mistici ritennero che:
Acqua + Aria = Creavano il Principio del Mercurio
Aria + Fuoco = Creavano il Principio dello Zolfo
Fuoco + Terra = Creavano il Principio il Principio del Sale
Ed i tre principi furono associati come elementi terreni opposti ma coincidenti con il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.
Per questa loro importazione tendente a correlare l’Alchimia di origine pagana agli insegnamenti religiosi del cristianesimo, gli alchimisti medioevali mistici, furono perseguitati dalla Chiesa di Roma, principalmente in quanto tentarono in modo ritenuto blasfemo di unire con analogie e metafore, la Trinità dell’Unità divina a Trinità ed Unità terrene, là dove vennero a volte equiparati, Spirito, Anima e Corpo, a Zolfo (ovvero: Fuoco solido) , Mercurio (ovvero :Acqua permanente) e Sale (ovvero capacità di unione del Padreterno).
Al di là di questa impostazione stravagante, gli alchimisti medioevali importarono nell’Europa Cristiana lo sviluppo della cultura Alchemica progredita nella civiltà Araba di quel periodo e ciò fu comunque importante per lo sviluppo culturale successivo all’epoca medievale.
ALCHIMIA DELL’ELIXIR
ELIXIR
Nei testi alchemici tradotti dall'arabo il prodotto dell'opus viene talvolta denominato elixir, termine la cui etimologia è incerta. Probabilmente deriva da una parola greca, che compare ad es. negli scritti di Zosimo ad indicare la polvere di proiezione, ovvero quella sostanza che tinge il metallo conferendogli le qualità sensibili dell'oro e realizzando così il fine della trasmutazione. La perfezione dei metalli, che si ottiene proiettando l'elixir, veicola tuttavia un'idea più ampia di perfezione della materia che nei testi ellenistici era stata talvolta considerata come metafora o strumento della salvezza spirituale, mentre nell'alchimia islamica era stata accostata ad idee di provenienza orientale, cinese (taoista) e/o indiana, sulla immortalità materiale, come ha mostrato nei suoi studi Joseph Needham. Il recupero di tutta l'ampiezza di significato di questo termine, enigmatico per gli alchimisti latini come molte delle altre parole-chiave dell'alchimia, avvenne lentamente. Infatti solo agli inizi del XIV secolo troviamo dei testi d'alchimia (in special modo quelli attribuiti a Raimondo Lullo e ad Arnaldo da Villanova) che esplicitamente mettono al centro della propria ricerca l'elixir, inteso come agente della perfezione materiale sia dei metalli che del corpo umano, in quanto capace di riequilibrare perfettamente la complessione di qualsiasi corpo elementare con cui viene posto a contatto. Fra le sostanze impiegate per ottenere l'elixir figurano, oltre ai metalli e ai minerali, materiali di origine organica, che già nel De anima in arte alchemiae dello Pseudo-Avicenna entravano nella sua composizione col nome di 'pietra animale' e 'pietra vegetale', assieme alla più ovvia 'pietra minerale'. Il Testamento di Morieno, del resto, diceva chiaramente che il lapis (altro termine con cui l'agente della trasmutazione viene definito nei testi) non è una pietra in senso letterale. Inoltre, l'oro stesso è utilizzato nella composizione dell'elixir come 'seme' della perfezione che dev'essere ottenuta in maniera intenzionale e in quantità illimitata, mentre in natura la sua presenza è scarsa e casuale. Per tutte queste ragioni l'idea di elixir viene a coincidere con quella di un farmaco perfettissimo, e la possibilità di ottenerlo si basa su due innovazioni nella pratica e nella dottrina alchemica che postulano la possibilità di un regresso alla materia prima più radicale di quello reso possibile dalle operazioni dell'alchimia metallurgica: da una parte la tecnica della distillazione, che si ritiene renda possibile scomporre i corpi materiali nei quattro elementi dell'origine; dall'altra la teoria della materia elaborata per la prima volta da Ruggero Bacone e ripresa dagli alchimisti del primo '300. Il confine fra la distillazione alchemica e le ricerche sull'uso farmacologico del distillato di vino, che si stavano diffondendo negli ambienti medici del tardo Duecento, è piuttosto fluttuante. La vera e propria fusione della distillazione farmacologica con la dottrina alchemica dell'elixir avvenne però solo ad opera di Giovanni da Rupescissa, che nel suo Liber de consideratione quintae essentiae (1351ca.) descrisse l'alcol del vino ed i modi per ottenerlo e per confezionare con esso medicine potentissime, fra cui l'oro potabile, dandogli il nome di quintessenza.
ORO POTABILE
Le virtù medicinali dell'oro, tramandate da una tradizione antichissima, erano confermate dall'autorità del 'principe dei medici', Avicenna, il cui Canone costituì, a partire dal XIII secolo, il testo di riferimento più autorevole nell'insegnamento della medicina. Quando cominciò a diffondersi la preparazione dei vini medicinali (infusi di vino con sostanze medicamentose) non sorprende perciò che si cominciasse a proporre la ricetta di un vino 'aurificato', in cui cioè era stata tenuta in infusione una barretta d'oro, o foglie o limatura dello stesso metallo prezioso: fra i primi a scriverne fu Arnaldo da Villanova, medico di sovrani e pontefici, ma anche autore - presunto - di scritti alchemici. Questa preparazione poteva sostituire l'usanza di tenere dell'oro in bocca, o comunque a contatto del corpo, per assorbirne appunto le virtù medicamentose, usanza che pare fosse diffusa presso le corti, in particolare alla Curia papale, dove l'attenzione alla preservazione della salute e della 'forma fisica' aveva raggiunto punte rilevanti nella seconda metà del '200. Appare scontato, perciò, che il passo successivo nella ricerca farmacologica, quello che vede Giovanni da Rupescissa identificare il prodotto della distillazione del vino con l'elixir alchemico fonte di perfezione materiale e agente del prolungamento della vita, provocasse un raffinamento anche nelle tecniche di preparazione dell'oro medicinale. E' anzi probabile che proprio il nesso fra quintessenza ed elixir alchemico abbia favorito l'emergere, per un’affinità o prossimità di campo semantico, dell'idea di una quintessenza dell'oro che Giovanni insegna a preparare con metodi, per la verità, non molto dissimili da quelli attestati nella letteratura medica più tradizionale del tempo. L'oro da utilizzare dev'essere però per Giovanni il 'lapis' prodotto alchemicamente: non quindi il metallo prezioso quale si trova in natura, ma neppure quello ottenuto mediante l'uso di sostanze corrosive (cioè con le tecniche dell'alchimia metallurgica); c'è una scelta ben precisa di un tipo di operatività alchemica, che collega Giovanni a Ruggero Bacone attraverso gli scritti pseudolulliani e arnaldiani - ma il problema se sia migliore l'oro naturale o quello artificiale non sarà con ciò definitivamente risolto. La preparazione consiste in tecniche come il surriscaldamento di barre o foglie o la calcinazione di polvere d'oro, la sua infusione in alcol di vino e la successiva distillazione che dev'essere iterata molte volte per 'estrarre' dall'oro le sue virtù medicinali e passarle, potenziate, al veicolo alcolico. Il farmaco così ottenuto era considerato una panacea; ancora di più, la sua assunzione garantiva la preservazione del corpo dalla corruzione, e dunque dall'invecchiamento, analogamente a quanto avveniva nell'alchimia taoista, in cui il farmaco alchemico garantiva addirittura l'immortalità materiale.
QUINTESSENZA
L'idea che oltre ai quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) che compongono la materia sublunare e che sono soggetti al moto di generazione e corruzione esistesse una quinta sostanza incorruttibile era contenuta nel De caelo aristotelico, ed era nota nel Medioevo anche prima che quest'opera venisse tradotta e introdotta nella cultura scolastica fra XII e XIII secolo. Tuttavia la quinta sostanza, che Aristotele aveva chiamato etere, era considerata materia dei soli corpi celesti, dei quali garantiva appunto l'incorruttibilità, sottolineandone il distacco incolmabile dal mondo sublunare. Attraverso alcuni fondamentali testi ermetici ed alchemici tradotti dall'arabo, in particolare la Tabula smaragdina e la Turba philosophorum, gli alchimisti ed i filosofi latini vennero tuttavia a conoscenza di una diversa cosmologia, forse di origine presocratica, incentrata sulla convertibilità cosmica dell'alto e del basso e su una teoria della materia che postulava l'origine della realtà come ordinamento di una sostanza corporea analoga alla yle del Timeo platonico. Tale sostanza era pensata come una massa materiale omogenea, che attraverso processi di rarefazione e condensazione aveva dato vita ai quattro elementi della tradizione empedoclea. In questo contesto ogni realtà materiale poteva venir pensata come trasformabile in qualsiasi altra, poiché l'opus alchemico permetteva di raggiungere proprio questa materia prima. Non si sa ancora chi abbia formulato l'idea della coincidenza della prima materia del cosmo con quella di una quintessenza che, a differenza di quella aristotelica, non si trova in un mondo separato da quello degli elementi ma costituisce il nucleo generativo di essi: Roberto Grossatesta verso il 1220 attribuì genericamente questa idea agli alchimisti, ma una prima elaborazione cosmologica e alchemica si trova soltanto nel Testamentum pseudolulliano, circa un secolo dopo. Sulla base di idee formulate già da Ruggero Bacone, diventava così possibile concepire l'opus alchemico come una scomposizione della realtà materiale composita che arrivava fino al ritrovamento della materia prima della creazione, non identificabile con nessuno dei quattro elementi, ma matrice di tutti e di ciascuno, poiché da essa si potevano ottenere tutti e quattro, e poteva esprimerne tutte le qualità, anche se contraddittorie tra loro: per esempio bruciare (fuoco) ed essere liquida (acqua) nello stesso tempo. Ma un'acqua ardente esisteva: era il prodotto della distillazione del vino, che aveva cominciato ad interessare gli ambienti medici occidentali almeno dalla metà del '200. Fra i primi che ne scrissero, si annoverano Taddeo Alderotti e Arnaldo da Villanova. E proprio da un ambiente vicino a quest'ultimo, sia geograficamente (Catalogna, Francia del Sud) sia ideologicamente (medici e fraticelli spirituali), provengono il già rammentato Testamentum e l'elaborazione di Giovanni da Rupescissa. Nel De consideratione quintae essentiae (1351 ca.), scritto durante un periodo di prigionia ad Avignone dovuta alle sue attività profetiche e spirituali, il francescano Giovanni da Rupescissa esalta le qualità del prodotto della distillazione del vino, identificandolo con l'elixir, sostanza incorruttibile prodotta dall'artificio umano, che dona incorruttibilità a tutto ciò con cui viene messa in contatto. Chiamandolo per la prima volta quintessenza e 'coelum nostrum' Giovanni ne esplicita il carattere di rottura con il taglio cosmologico fra cielo e terra che la fisica aristotelica e scolastica sosteneva. Inoltre egli insegna a 'fissare le nostre stelle nel nostro cielo', e cioè a distillare infusi di erbe e sostanze medicinali varie per ottenere farmaci in grado di guarire tendenzialmente tutte le malattie che possono affliggere il corpo umano. Fra queste ne propone una principale, il 'sole', che si ottiene distillando del vino in cui barrette o foglie o limatura d'oro sono state infuse: in questo modo Giovanni insegna per primo la preparazione alchemica di un farmaco che diventerà celebre e ricercatissimo per tutta l'età rinascimentale: l'oro potabile.
ALCHIMIA SPECULATIVA
Durante il periodo dello sviluppo del pensiero scientifico al’ epoca della Magna Grecia, l’alchimia perse quel carattere di attività esoterica correlata strettamente a le concezioni astrologiche e pur mantenendo i principi della antica alchimia ermetica quali, la correlazione tradizionale tra astri ed elementi ed il principio comune alla alchimia di ogni epoca della ricerca della perfezione e della purezza della materia contemporaneamente a quella del pensiero.
In quest'epoca l'alchimia sviluppò la sua dimensione speculativa interagendo con la cultura scientifica e filosofica della Magna Grecia e pertanto l’alchimia accettò la concezione dei Quattro elementi (Fuoco-Acqua-Aria e Terra), come fondamento della composizione di tutti i corpi, ma gli alchimisti correlarono le proprietà di "Estensione e Contrazione" dell’aria e della Terra ai principi attivi del Fuoco e dell’Acqua. Si ritenne pertanto che i quattro elementi non esistessero puri, in quanto tutte le sostanze venivano ad essere combinazioni di tali proprietà elementari che ancora che tendevano a svilupparsi verso la purezza dell’oro; genuinità che nel campo del pensiero cognitivo fu oggettivamente associata all’idea della scoperta della "Pietra Filosofale". Quest’ultima è stata interpretata come la chiave della comprensione della via della purezza, che può essere raggiunta tramite salti di livello intuitivo detti "visio" (cioè di immaginazione o di rivelazione divina).
Il simbolismo attribuito ai "Quattro Elementi" fu il seguente:
FUOCO- Triangolo rivolto verso l'alto per indicare la proprietà di salire verso il cielo
ACQUA- Triangolo rivolto verso il basso per indicare la proprietà di discendere verso la terra tagliato da un segmento, per indicare la capacità spontanea di estensione
ARIA- Triangolo rivolto verso l'alto tagliato da un segmento, per indicare la capacità spontanea di estensione
TERRA- Triangolo rivolto verso il basso per indicare la capacità di cadere verso il basso.
Ai quattro elementi furono accoppiate le rispettive qualità, sensazioni e colori: Fuoco- caldo - luce- rosso, Acqua -umido -liquido -blu, Aria- secco - gas - bianco, Terra - freddo - solido - nero.
I due elementi fluidi , aria ed acqua, vennero considerati i principali enti di trasferimento rispettivamente del calore (fluido oscuro) e della luce (fluido luminoso), e vennero correlati all'influsso (Energheja) del firmamento, che tramite il trasferimento del suo potere
di informazione (= capacità di dare forma alle cose), muove i venti ed il mare, determinando il movimento e che generando i fulmini feconda la terra.
ALCHIMIA FARMACOLOGICA E L'ISLAM
Nel mondo arabo l’alchimia si sviluppò ponendo in chiara evidenza come l’intervento di perfezionamento dell’uomo portava ad una maggiore perfezione dei prodotti artificiali alchemici rispetto a quelli naturali.
Si deve agli alchimisti Arabi un grande sviluppo delle tecniche di distillazione con gli "alambicchi" che utilizzarono perseguendo l’idea di tentare di estrarre lo "spirito" (il respiro vitale emesso dal Sole che dà vita alle cose), che si riteneva esercitasse la funzione di legame per tenere assieme gli elementi terreni e i frutti della terra.
L'alcool distillato dal vino e dalla frutta fu ad esempio ritenuto un elixir magico, in quanto medicamento capace di curare dalle infezioni delle ferite ed anche vari altri mali.
Grande sviluppo ebbe l’Alchimia araba al tramonto dell'impero romano.
L'Islam dette un grande incremento alla civiltà mediterranea e riuscì a integrare sotto un nuovo profilo concettuale la scienza classica di origine greca con la cultura orientale (dell'India e della Cina).
In particolare ciò avvenne quando l'impero islamico realizzò il suo immenso dominio esteso dall'India alla Persia al nord-Africa, e poi alla Sicilia e alla Spagna.
In quell'epoca fu al massimo fulgore la capitale dell'Islam, che si spostò da Damasco (661-750 d.C) a Baghdad , dove con grande tolleranza culturale il Califfo Harum al-Rashid (786 - 809 a.C. detto l'Illuminato, famoso per i riferimenti al suo tempo nel libro "Le Mille ed una Notte", iniziò a far convergere le culture dei popoli conquistati per dar sviluppo alla "Casa della Sapienza" con una grandiosa biblioteca e grande mecenatismo per i saggi di ogni provenienza culturale e religiosa.
In questo ambito l'alchimia Islamica fiorì sviluppando la così detta "via umida" (detta così a differenza delle "via secca" che utilizza il fuoco per fondere sostanze omogenee e separarle da quelle eterogenee).
Le nuove tecniche alchemiche condussero a scoprire molti acidi ed alcali e nuovi sali nonché liquori medicamentosi utili a rendere più perfette le attività dell’essere umano. La finalità della "via umida" fu quella di ricercare l’Elixir di lunga vita, ovvero "Oro-Liquido" oppure la "Medicina Vera ed Universale", come estremo obbiettivo del perfezionamento della vita terrena.
Diversamente dal mondo Arabo l’Alchimia venne invece considerata "arte segreta" nella sponda cristiana del mediterraneo, dove gli alchimisti furono normalmente considerati gente di malaffare, stregoni dediti ad arti magiche ed occulte più che studiosi di scienza.
Contemporaneamente a Baghdad l'alchimia, libera da condanne e pregiudizi religiosi, iniziò a prendere sviluppo come scienza e tecnica separando la propria cultura dalla magia.
Il più famoso alchimista arabo fu Giabin ibn Hayyan, che visse durante la seconda metà del VII sec. d.C. e perfezionò il processo di distillazione costruendo nuovi tipi di alambicchi con cui ottenne moltissimi altri "elixir" e "tinture" a base di alcool ed anche l'acqua distillata quale solvente esente da impurezze.
La preparazione dell'alcool (la cui etimologia deriva da "al -ghul", che significa spirito del demonio), fu permessa per uso medicinale nonostante che l'assunzione di bevande alcoliche fosse proibita e punita con fermezza dal Corano. L'Alchimia Araba sviluppò processi tecnici artigianali di grande rilevanza, tra essi la produzione della carta secondo metodi importati dalla alchimia cinese. Già dal 793 d.C. fu realizzata a Baghdad la prima cartiera nella quale si ottenne una produzione semi-industriale della carta da una pasta di fibre di canapa e di gelso, mescolate ad allume e colla, che veniva levigata e ridotta a foglio e fatta seccare al sole.
La produzione della carta si diffuse rapidamente nel mondo islamico portando un forte contributo alla stessa diffusione della cultura.
ALCHIMIA METALLURGICA
LA PERFEZIONE DEI METALLI
L'idea che esistano metalli imperfetti e metalli perfetti è legata alla constatazione del fatto che, dei sette metalli classificati sin dall'antichità, cinque (piombo, ferro, stagno, rame, mercurio) sono soggetti alla corruzione, mentre due (argento, oro) sono incorruttibili, cioè non soggetti al decadimento fisico prodotto dal tempo. La spiegazione di questa differenza viene tentata fin dai tempi più antichi, nell'ambito della cultura metallurgica studiata in relazione all'alchimia da M. Eliade, e si fonda su una concezione di carattere vitalistico per cui i metalli sono (come) embrioni, di cui è gravido il ventre della terra, e la maggiore o minore perfezione dipende dallo stato di maturità da essi raggiunto. Solo l'argento e l'oro sarebbero così metalli completamente formati (paragonabili al feto al termine di una gravidanza regolare). L'abbinamento fra i metalli e i pianeti, di tradizione antichissima (risale, si ritiene, alla cultura babilonese), è all'origine della simbologia di cui gli alchimisti si servivano, e rafforzò questa lettura gerarchizzante delle caratteristiche pratiche dei metalli. L'abbinamento dell'oro e dell'argento col sole e con la luna (con i cui nomi vengono spesso indicati nella letteratura alchemica), rafforzò il loro impatto immaginale sulla vita umana, aprendo la strada a quello che sarebbe stato lo sviluppo dell'idea di oro potabile. Tuttavia stabilire che i metalli si collocano sui diversi gradini di una scala di perfezione non significa ancora affermare la loro possibilità di accedere al gradino più alto. Perché sia possibile pensare questa possibilità è necessaria una teoria dei metalli che, garantendone l'omogeneità strutturale, permetta di pensarli come stadi diversi di un'unica specie: solo su questa base, infatti, è possibile concepire l'idea della trasmutazione. Ben presto, però, l'idea che sia possibile produrre la perfezione dei metalli dà luogo all'idea dell'agente concreto di tale perfezione, l'elixir, mentre il manifestarsi di tale perfezione nell'oro ripropone il richiamo, già presente nell'alchimia ellenistica, ad una salvezza di cui l'opus alchemico sarebbe assieme metafora e veicolo. La definizione di alchimia pertanto si arricchisce, ma anche si fa assai più complessa.
LA TEORIA DEI METALLI
Il tentativo di dare sistemazione teorica alle osservazioni risultanti dalle pratiche estrattive e metallurgiche dell'antichità sfociò in una teoria della formazione dei metalli nelle miniere che aveva sullo sfondo la dottrina, di origine presocratica, della formazione di tutte le cose concrete (mixtum) dai quattro elementi, che avrebbe invece caratterizzato la più generale teoria della materia alchemica. Si ritenne, infatti, che i metalli si formassero per la congelazione, nel ventre della terra, di due vapori di origine elementare: caldo/secco, identificato con la componente sulphur; freddo/umido, identificato col nome di mercurius. La loro composizione secondo proporzioni diverse darebbe origine alla diversità dei singoli metalli. Tale teoria, soltanto accennata da Aristotele nelle Meteore, venne sviluppata da autori posteriori ed in particolare da Avicenna , il cui scritto meteorologico, De congelatione et conglutinatione lapidum, tradotto nel XII secolo venne ritenuto inizialmente opera dello stesso Aristotele. Questa dottrina dava un fondamento teoretico alla convinzione tradizionale che i metalli fossero come embrioni a stadi diversi di maturazione, che giustificava la ricerca della produzione alchemica della perfezione dei metalli. Infatti, essa rendeva comprensibile la prassi operativa fondata sulla constatazione che è possibile, mediante l'uso del fuoco, far perdere ai metalli le caratteristiche fisiche che li connotano, riducendoli in uno stato liquido considerato la loro materia prima attraverso il quale, con opportune tecniche di lavorazione (amalgami) si possono ottenere nuovi corpi metallici (in realtà leghe) con diverse caratteristiche fisiche (colore, lucentezza, peso, resistenza alla corrosione). Tali tecniche erano il portato di secoli di metallurgia tradizionale, e questo fa sì che testi di alchimia come quello di Geber latino costituscano anche una documentazione preziosa della metallurgia antica e medievale. L'applicazione di esse a fini alchemici mira a produrre leghe metalliche che abbiano alcune caratteristiche fisiche dell'oro (in particolare il colore e la resistenza alla corrosione), attraverso la produzione di agenti capaci di tingere quantità rilevanti di metalli, preparati attraverso serie più o meno standard di operazioni. Per gli alchimisti che lavorano sulla base della teoria zolfo-mercurio permane tuttavia un problema di fondo: la formazione dei metalli nelle miniere è infatti considerata opera del freddo (congelazione), mentre l'alchimista ha a sua disposizione per produrre tale effetto il calore del fuoco (cottura). Da tale problema, evidente ad esempio nella riflessione mineralogica di Alberto Magno, prende il via un settore importante della riflessione sul rapporto arte-natura. La teoria dei metalli, espressa nell'alchimia metallurgica in termini che possiamo considerare proto-chimici, si presta inoltre ad una formulazione in linguaggio allegorico, che inizia a diffondesi in testi del tardo Duecento e soprattutto del secolo successivo e che costituisce uno dei fattori di svolta e di complessificazione della tradizione alchemica, accentuandone il legame con la problematica religiosa della salvezza.
LA TRASMUTAZIONE
La trasformazione dei metalli vili in oro avviene attraverso una serie di operazioni che conducono al risultato voluto, definito appunto trasmutazione. A differenza della "trasformazione", la "trasmutazione" implica un mutamento totale della sostanza, nell'ordine della perfezione. La possibilità di ottenere l'oro a partire dai metalli soggetti a corruzione è fondata sulla teoria dei metalli di origine antica, e sull'idea che attraverso un'attività operativa l'alchimista possa ottenere la perfezione dei metalli. Il processo messo in atto mira a riportare il metallo prescelto allo stato liquido, in modo da poterne riequilibrare la struttura mediante l'aggiunta o la sottrazione di quella delle due esalazioni di base (suplhur-mercurius), di cui sia carente o eccedente rispetto al metallo perfetto. Ciò dà luogo alla preparazione di veri e propri amalgami e all'ottenimento di leghe metalliche che possono avere caratteristiche fisiche (colore, peso, resistenza alla corruzione) che le assimilano all'oro. La trasmutazione dei metalli viene considerata come uno dei due effetti ottenibili attraverso l'uso (proiezione) dell'elixir prodotto alchemicamente o della quintessenza ottenuta mediante la distillazione; nella letteratura alchemica allegorica il processo della trasmutazione è spesso rivestito da immagini della reintegrazione di un corpo che era stato smembrato e "messo a morte". L’ "opus Alchemico" sintetizzato nella frase "pensa agendo ed agisci pensando", fu infatti considerato come "la levatrice delle trasformazioni vitali della natura" proprio in quanto gli alchimisti ermetici ritennero che qualora venisse scoperto il segreto, detto della "Pietra Filosofale" o principio di purificazione di tutte le qualità, ciò avrebbe permesso di "trasmutare" tutti i metalli in oro puro a partire dallo stato di materia imperfetta.
Infatti le sostanze che compongono l’universo vennero considerate, potenzialmente "oro", ma temporalmente esistenti in varie fasi della loro purificazione che, naturalmente senza l’intervento dell’Opus Alchemica, si sarebbe realizzata in tempi indefiniti.
La Pietra Filosofale è stata quindi considerata il mistero da scoprire, che di fatto è quello della intelligenza della natura, da assecondare per accelerare i ritmi temporali della trasmutazione verso la perfezione.
Si disse pertanto negli scritti Alchemici "nessun uomo all’interno di una barca può ostinarsi a svuotare il mare", volendo indicare come l’uomo armato di sola ragione è impotente di fronte al mistero occulto della purificazione alchemica, proprio in quanto il pensiero razionale non è in grado di cogliere l’essenza intelligente della propria natura ovvero della "Pietra Filosofale".Tutti i processi di trasmutazione sono comunque sintetizzabili con la formula "solve et coagula" (dissolvi e solidifica), intesi come i due poli di ogni tipo di operatività alchemica.
OPERAZIONI
Il processo della trasmutazione avviene attraverso una serie di operazioni compiute utilizzando il fuoco su sostanze isolate dall'ambiente circostante in quanto sono racchiuse in vasi sigillati. Le operazioni producono i cambiamenti dello stato fisico delle sostanze poste nel vaso; se ne conoscono variazioni innumerevoli. Come esempio utilizziamo le definizioni che ne vengono date nella Summa perfectionis magisterii di Geber latino. La sublimazione "monda gli spiriti dalla terrosità", cioè separa la parte volatile dalla parte solida. La distillazione "è l'ascesa dei vapori acquei nel vaso". La calcinazione è "riduzione in polvere di una sostanza secca mediante il fuoco, causata dalla sottrazione dell'umidità che tiene insieme le parti". La dissoluzione è "la riduzione di una sostanza secca in liquido". La coagulazione è "la solidificazione di una sostanza liquida per sottrazione dell'umidità". La fissazione "è il trattamento (solidificante) delle sostanze volatili". La cerazione è "la mollificazione che tende alla liquefazione di una sostanza dura che non fonde". In alcuni testi, come il Codicillus dello pseudo-Raimondo Lullo, che accentuano l'aspetto teorico del sapere alchemico e tentano perciò di definirne in maniera sistematica la struttura, le operazioni vengono raggruppate in quattro fasi fondamentali o regimi, cui corrispondono mutamenti nel colore delle sostanze: solutio (dissoluzione), ablutio (purificazione), congelatio (solidificazione), fixatio (indurimento). Sullo schema dei quattro regimi e dei quattro colori (nigredo, cauda pavonis, albedo, rubedo) insiste soprattutto l’interpretazione dell'alchimia data da C.G. Jung: la fase iniziale di ogni trasformazione venne considerata protetta da Mercurio (Argento vivo) che fu considerato il solvente per eccellenza.
A questa fase, che serviva a dissolvere la sostanza allo stato embrionale in "materia prima", succedevano tre fasi dette di "espansione";
-la prima, protetta da Saturno, (pianeta correlato al Piombo), che veniva detta fase di "NIGREDO", cioè dello scioglimento o della macerazione apparentemente caotica;
-la seconda fase, detta di "RUBEDO" per la temperatura del "calor rosso" raggiunta dai metalli riscaldati dal fuoco nel forno Alchemico, è protetta dal pianeta Giove (associato allo Stagno);
-la terza fase detta "ALBEDO" corrisponde al massimo del calore e della lucentezza del metallo ed aveva la protezione della Luna (associata all’Argento).
Poi succedevano altre tre fasi di "contrazione e raffreddamento", che furono considerate rispettivamente sotto la protezione di Venere (Rame), di Marte (Ferro) e infine del Sole (Oro e/o solfo).
L’ORO
Scopo dichiarato dell'alchimia metallurgica era la trasmutazione dei metalli vili in oro, ottenuta attraverso un processo che si riteneva in grado di produrre la perfezione dei metalli. La differenza fondamentale tra l'oro alchemico, ottenuto artificialmente, e l'oro naturale, risiede nella capacità attribuita al primo di moltiplicarsi, ovvero di conferire le proprie caratteristiche a quantità sempre maggiori di un metallo non nobile sul quale (dopo adeguata preparazione di esso) viene proiettato, o che può tingere. Solo il metallo trasmutato è a sua volta capace di trasmutare, e questa concezione alimenta la convinzione, espressa da Ruggero Bacone, che l'oro alchemico sia superiore a quello naturale - tema di fondo del dibattito arte-natura. Gli alchimisti non ignoravano, infatti, che fra l'oro prodotto alchemicamente e quello estratto dalle miniere permangono delle differenze fisiche: le tecniche docimastiche più comuni (coppellazione, crogiuolo) erano ben conosciute; sulla contrapposizione fra l'oro alchemico e quello naturale si basò la polemica contro gli alchimisti falsari, ufficializzata con la bolla "Spondent quas non exhibent" dal papa Giovanni XXII (1319). Non mancano peraltro pareri di famosi giuristi convinti che l'alchimia potesse ottenere un oro identico a quello naturale. Il nodo del problema risiede, evidentemente, nella definizione delle caratteristiche essenziali dell'oro, sulla quale tuttavia né i documenti alchemici né quelli giuridici si pronunciano esplicitamente.
È importante considerare alcuni elementi della saggezza Alchemica, che hanno condotto questo particolare atteggiamento mentale a sopravvivere, con più o meno elevata fortuna, in tutte le epoche nell’immaginario collettivo umano, traversando civiltà così profondamente diverse dell’oriente e dell’occidente.
Hanno contribuito a tale longevità del pensiero Alchemico :
a) la dimensione bipolare, complementare, interattiva, di ogni concetto, fondata sul modello primitivo della coppia "YIN-YANG"; in tal modo l’Alchimia distinse come complementari i concetti interpretativi del divenire, non separando mai le relazioni tra qualità e quantità, tra forma e sostanza o tra spirito e materia.
b) La fiducia della creatività dell’uomo nel forzare i segreti della natura al fine di far precipitare i ritmi temporali per il raggiungimento della perfezione "a-temporale".
c) Il contesto evolutivo cosmologico e globale che si attua in un tempo irreversibile, in cui tutto cambia eccetto il mutamento, in modo guidato da una natura complessivamente intelligente di cui l’uomo è integralmente partecipe.
d) L’idea cosciente della necessità di conoscere sia esteriormente che interiormente all’uomo per penetrare nella scoperta progressiva del mistero della natura, così da realizzare l’evoluzione delle conoscenze umane, in seguito al miglioramento delle due componenti dell’EGO interiore dell’uomo, la cui intelligenza è correlata a due fattori;
1°) "l’intuito" che è simbolizzato dal sole e dalla rarità e purezza dell’oro;
2°) "la ragione", quest’ultima ha come simboli alchemici Saturno ed il Piombo.
Pertanto gli alchimisti non fidandosi della ragione fondata sulle conoscenze già acquisite, ritennero che i simboli fossero molto espressivi in quanto trascendono la parola e stimolano l’intuito, pertanto apprezzarono il ricorso a processi intuitivi come la "Cabala", proprio in quanto essi considerarono più importante l’attività sperimentale, che quella cognitiva; giudicarono infatti come ,"Brucia Carboni" i saputelli capaci di sfoggiare cognizioni, che all’atto pratico non promuovevano nulla di nuovo, sperimentalmente utile.
PROFILI BIOGRAFICI:
ARISTOTELE
Il grande filosofo greco, i cui scritti costituirono a partire dal XIII secolo il canone del sapere filosofico occidentale, non conosceva l'alchimia (la cui presenza in età così antica è argomento di discussione), ma aveva dato qualche cenno sulla formazione dei minerali e dei metalli nel suo scritto sui fenomeni del mondo inorganico (Meteorologica), di cui gli alchimisti occidentali si servirono, utilizzando in alcuni casi anche concetti tratti dal De generatione et corruptione, e dai libri di argomento biologico. Ad Aristotele, così come a Platone e ad altri grandi personaggi della tradizione filosofica, vennero inoltre attribuiti scritti pseudoepigrafi di alchimia, sia nella tradizione araba che in quella latina.
AVICENNA - (980-1037)
Filosofo, mistico e medico persiano, influenzò gli sviluppi della Scolastica filosofica e medica con i suoi commenti ad Aristotele e il Canone, scritto centrale nell'insegnamento della medicina a Montpelier e nelle altre facoltà mediche medievali. La parte mineralogica della sua opera enciclopedica venne tradotta in latino col titolo De congelatione et conglutinatione lapidum: in essa era contenuta la critica radicale alla possibilità della trasmutazione che fu all'origine della disputa scolastica sull'alchimia. Tuttavia sembra che una delle opere alchemiche tradotte in latino sotto il suo nome, l’Epistola ad Hasen regem de re recta, che parla dell'elixir, possa essergli effettivamente attribuita, testimoniando di un suo interesse per l'alchimia, successivamente sottoposta a critica. Certamente apocrifo è invece il De anima in arte alchemiae, che tuttavia ne fece agli occhi degli occidentali una delle massime autorità alchemiche.
ARNALDO DA VILLANOVA- (ca.1240-1311)
Medico della corte catalano-aragonese e della curia papale (curò Bonifacio VIII), svolse anche un'appassionata attività di riformatore spirituale e fu autore di opere mediche e profetiche, e rinnovatore del curriculum degli studi medici a Montpelier, ebbe numerosi discepoli e collaboratori. Interessato a tutti gli apporti, anche empirici, che potevano rendere più efficace la pratica della medicina, si occupò anche di distillazione: il Liber de vinis è certamente opera prodotta nel suo ambiente, se non direttamente sua. L'attribuzione ad Arnaldo di scritti alchemici concernenti l'elixir, fra cui il celeberrimo Rosarius, risale a poco tempo dopo la sua morte, ed è probabile che l'interesse per l'alchimia farmacologica sia stato presente fra i suoi discepoli e collaboratori. Alla metà del Trecento circolava sotto il suo nome uno dei primi trattati allegorico-visionari di alchimia, gli Exempla philosophorum, in cui l'opus è messo in parallelo con profezie veterotestamentarie ed episodi della vita di Cristo.
ERMETE
Nel prologo della traduzione del Testamento di Morieno il traduttore latino, Roberto di Chester, narra come Ermete Trismegisto, discendente dalla stirpe divina che comprende Ermete-Noè ed Ermete-Enoch, sia stato l'inventore dell'alchimia, seguendo sia la tradizione ellenistica che quella araba. A lui era infatti attribuita la Tabula smaragdina, oltre ad alcuni altri testi come i Septem tractatus. Questa origine mitica collegava l'arte alchemica alla filosofia e alla teurgia ermetica, facendone quasi il versante operativo di esse.
GIOVANNI DA RUPESCISSA
Francescano appartenente alla corrente degli spirituali, svolse un'intensa attività profetica nelle regioni del sud della Francia, cui affiancò una vasta produzione di scritti a carattere religioso-politico. Condannato più volte al carcere, durante uno dei periodi di detenzione scrisse, pare nel 1351-52, il Liber de consideratione quintae essentiae, unificando pratica alchemica e tecnica distillatoria dell'alcool di vino nel vero e proprio "manifesto" dell'alchimia farmacologica. Scrisse anche un trattato sulla trasmutazione, dal titolo di Liber lucis.
TOMMASO D'AQUINO (1225-1274)
Filosofo e teologo, l'esponente più noto della Scolastica, autore di trattati, commenti ad Aristotele, nonché delle due Summae: Contra Gentiles e Summa Theologica, in cui è raggiunto il pieno sviluppo del metodo scolastico e sono esposte le tematiche centrali della filosofia e della teologia sono. Tommaso si interessò solo marginalmente dell'alchimia, nell'ambito di una quaestio sulla falsa moneta, in cui non eslclude, peraltro, che l'oro alchemico possa risultare identico a quello naturale. Dopo la sua morte gli vennero attribuite alcune opere alchemiche, la più famosa delle quali è senza dubbio l'Aurora consurgens, uno dei primi e più suggestivi esempi di commistione di alchimia e linguaggio biblico.
Alchimia tutto di tutto
Jung e l'Alchimia
Questi nostri brevi saggi si prefiggono un duplice scopo: dal un lato vogliono essere un "esercizio" di sintesi; dall'altro intendono mettere a disposizione di chiunque i risultati della nostra ricerca. Perché lo facciamo? Perché riteniamo che diffondere la cultura (sia pure essa limitata) ed esprimere punti di vista possa servire al bene della collettività. Qualcuno, pensando a quelle astruse formule presenti nei testi di alchimia, storcerà il naso sentendo parlare di cultura, ma noi speriamo costituisca valida garanzia il fatto che Carl Gustav Jung abbia dedicato più di 1/6 (un sesto) della sua opera proprio allo studio dell'Alchimia. Che fra i tantissimi testi alchemici ve ne siano parecchi pregni di ciarlataneria, è un dato assodato. Ma che si debba fare d'ogni erba un fascio, non ci pare saggio. Il vero alchimista è una persona ricca di spiritualità. Egli è portatore di una fortissima tensione verso il "Divino", ed è talmente impegnato nella conoscenza di se stesso, da dedicare l'intera propria vita alla ricerca del Vero. Perché ha usato quel particolare linguaggio? Per paura dei roghi, ma anche perché alcune esperienze frutto della sua ricerca e del suo "operare", potevano essere rese più facilmente con linguaggio sinbolico, piuttosto che con linguaggio concettuale. C'è però un altro curioso motivo che ha spinto tanti ricercatori ad esprimersi in quel modo: creando un atmosfera di ricerca del tesoro, avrebbero, da una parte meglio invogliato le poche persone serie a cui rivolgevano i loro insegnamenti, e dall'altra avrebbero preso in giro i falsi ricercatori, imbottendo le loro pagine di formule "folli". Le persone serie avrebbero cercato le poche perle nascoste fra tanto pattume messo lì deliberatamente, mentre i cosiddetti "soffiatori" si sarebbero persi in mille operazioni chimiche che nulla avevano a che vedere con la ricerca della Verità. In un certo senso potremmo considerare l'alchimia come un'immensa cronaca di esperienze "mistiche" raccontate dai vari autori in centomila linguaggi diversi. Ad un attento lettore di testi alchemici però non potrà sfuggire il fatto che ogni autore parla per esperienza diretta, e che quel che racconta sa di vero. Le migliaia di simboli usati possono produrre un doppio effetto. Su chi non ha mai neanche tentato di esplorare se stesso: confusione - su chi invece ha avuto qualche esperienza mistica (uso il termine in senso molto lato): conferme e suggerimenti. Giunti a questo punto, ci preme sottolineare una cosa importante. A differenza dei mistici delle religioni, l'alchimista non si abbandona mai completamente: egli è sempre vigile, consapevole, attento. Tale sua attenzione costituisce quasi una forza in più da utilizzare per "bussare" affinché gli venga aperto. Adesso, per sottolineare la natura "mistica" dell'alchimista, riporteremo qualche brano scelto fra i tantissimi autori. Il Pernety, nel suo "trattato dell' Opera Ermetica (ed. Phoenix 79, pag. 69) dice: "Adorate solo Dio, amate Lui con tutto il vostro cuore, ed il vostro prossimo come voi stesso. Proponetevi sempre la gloria di Dio quale scopo di tutte le vostre azioni; invocateLo ed Egli vi esaudirà, glorificateLo ed egli vi esalterà" . Basilio Valentino, ne Le dodici chiavi de la Filosofia (ed. Mediterranee, pag. 57) ci dice: "…Se il Creatore ha voluto dispensare la vera scienza e la sua non comune conoscenza, è, se non altro, per alcuni che condannano la menzogna, amano la verità, la cercano, designati per l'arte, con un cuore sensibile e che, innanzitutto, amano Dio senza ipocrisia e perciò lo pregano". Infine, Nicolas Flamel conclude il suo Il Libro delle figure geroglifiche (ed. Med. pag. 177) con le seguenti parole: "Tutto questo avviene grazie all'aiuto del Signore, Unico Dispensatore di tutti i tesori e di tutte le grazie; Egli che è Uno e Trino, e che regna nei secoli dei secoli. Così sia". Di brani come questi, nei testi alchemici ve ne sono tantissimi. Molti alchimisti erano monaci, un esempio per tutti Alberto Magno, maestro di San Tommaso d'Aquino. Non dimentichiamo che fino a pochi secoli fa la cultura era esclusivo appannaggio del clero e della nobiltà, e che grazie all'opera di copiatura dei monaci, i manoscritti potevano circolare. Per non parlare del gran numero di opere di altissima Filosofia nate negli stessi conventi ad opera di umili ma geniali monaci. Non sarebbe stato giusto parlare della chiesa solo in termini di roghi.
Per chi volesse approfondire l'alchimia, alla fine del saggio daremo un elenco di testi consigliati. Ma solo chi ama il linguaggio dei simboli potrà evitare grossi mal di testa. Noi qui possiamo solo sfiorare l'argomento, perché esso è vastissimo. Secondo la stragrande maggioranza degli studiosi l'alchimia consiste in un processo "psico-spirituale", a fronte di una ristretta minoranza che vede in essa un "processo chimico". Quindi, mentre i primi leggono gli scritti alchemici come metafore, i secondi li prendono alla lettera. Secondo noi le due cose non si escludono, ma ci colpisce come i chimici dell'alchimia, in un tempo come il nostro in cui sui libri o su internet è possibile leggere le formule e forse anche i procedimenti per costruire ordigni nucleari, si ostinino a tenere secreti i loro studi e le loro scoperte. Spero proprio che non si tratti della trasmutazione di metalli in oro metallico! Loro dicono che la strasmutazione interiore deve procedere di pari passo con quella esteriore, e che l'una è la prova dell'altra, ma anche in questo caso non si capisce il motivo del segreto. C'è poi chi dice che l'alchimia è esclusivamente un processo chimico. Uno di questi è Francis Israel Regardie, che nel lontano 1936, mentre era impantanato in trattati alchemici, in un primo momento accolse il commento di Jung al Segreto del fiore d'oro come la soluzione dei suoi dubbi e la risoluzione del mistero alchemico (tanto da scrivere un libro in proposito La Pietra Filosofale), ma dopo lo rifiutò perché "A Salt Lake City incontrò un moderno alchimista, Albert Riedel, ed assistette ad esperimenti che non gli lasciarono dubbi sul fatto che l'alchimia consista in processo chimico, non certo psico-spirituale…" (Colin Wilson - Jung - Atanor pag. 108). Secondo l'autore del brano riportato, Jung nei suoi studi alchemici parla molto di sé e delle sue teorie, "ma quanto dicano a noi di alchimia resta ancora da stabilire". Secondo noi hanno ragione sia Regardie che Wilson, e sia Jung. Ma non scordiamoci che a quest'ultimo, membro della comunità scientifica internazionale, stava a cuore soprattutto l'aspetto "scientifico" dell'alchimia, e cioè tutto quello che poteva servire per la conoscenza dell'anima (psiche). Per come la vediamo noi, Jung ha avuto un bel coraggio a parlare di spiriti, di astrologia, di alchimia, di miti, simboli, e persino di ufo. Ma i riferimenti a tante "discutibili" discipline testimoniano solo come il grande psichiatra svizzero abbia davvero indagato a 360°. Egli ha scrutato l'occidente e l'oriente, ha scavato a fondo nelle religioni, ha percorso i sentieri più impensabili dello sconfinato mondo psichico, e tutto questo è accaduto perché doveva ad ogni costo trovare cause o conferme a sue esperienze psichiche. Jung è uno strano composto di sciamanesimo-psicologia-filosofia-poesia-"follia"-romanticismo-misticismo-religione-medicina-arte-"magia". Tutte queste cose insieme lo caratterizzano e fanno di lui un autentico alchimista, perché a parer nostro un vero alchimista è talmente determinato a conoscere se stesso, è talmente infervorato, talmente acceso dal fuoco della ricerca, che non può fare a meno di sondare ogni disciplina che in un modo o in un altro può essere usata per tale conoscenza. Un tale ricercatore, un tale profondo studioso non può e non deve trascurare nulla, ed ecco che rivolgendo l'attenzione alle filosofie e alle religioni passate e rivivendone simboli, miti, metafore, parabole ecc., cerca di espandere la sua coscienza nel tempo; ed entrando attivamente sia in se stesso che in ogni sistema di ricerca, realizza l'espansione coscienziale sia nello spazio interiore che in quello esteriore della psiche. Sa che il compito è arduo, anzi impossibile, ma deve tentare, perché tutto ciò è "imposto" da quanto deve essere conosciuto e coscientizzato. Deve ubbidire all'Inconscio, a questo Potere che sta forse al di là del bene e del male come un Dio Trascendente, e la cui forza è immanente. Se alchimista vuol dire "conoscitore per esperienza" , beh, Jung è un alchimista e tutte le sue teorie (checché ne possa dire Regardie o Wilson o mille altri pensatori) sono testimonianza delle sue verità. Ed ecco perché gli scritti di Jung affascinano nonostante spesso siano confusionari e pieni di stancanti riferimenti: questo "strano filosofo" scriveva "camminando", "parlava mentre assaggiava il vino"…I suoi scritti non sono frutto di un cervello ma di un uomo intero… Chi si accosta a Jung con la sola ragione, lo detesterà presto. I suoi scritti non sono "puliti" come quelli di Freud, non possono essere una perfetta tela di ragno cucita secondo la geometria di un dogma (libido sessuale), non sono frutto di una cieca fede in qualcosa che già si conosce. I suoi scritti sono gli itinerari percorsi per tutta la vita, sono un invito al sentiero individuale, sono un sentiero nel bosco tracciato non a colpi di macete (dogma), ma scansando le piante e rilasciandole dopo il passaggio. Sono la sua ricerca, il suo sforzo, la sua vita, e quel sentiero appena accennato e subito ricoperto è un invito all'azione diretta, alla scoperta personale, alla visitazione della propria interiorità. E tutto questo è alchimia di primissima qualità, come quella di tutti i grandi scrittori, i grandi artisti di ogni tempo, i grandi filosofi e pensatori.
Ci si deve rendere conto una volta per tutte che le verità umane non possono che essere parziali, perché ognuna di esse si rifà ad esperienze individuali, a percorsi personalissimi, a tempi, spazi e modi unici e irripetibili. A volte qualcuna di esse riesce a cogliere meglio di altre il momento e la situazione psichica del collettivo, ed allora trova seguaci. Ma il pensiero autentico del caposcuola rimarrà sempre un affare dello stesso caposcuola, perché nessuna parola, nessun simbolo, nessuna metafora o esempio potranno mai fotografare l'esatto contenuto di tale pensiero. Nemmeno stando a contatto con la persona se ne potrà svelare il mistero. Nemmeno una persona di scienza come Jung poteva raccontarci questa sua verità, ed è lui stesso ad affermarlo proprio nell'inizio del prologo del "suo" Ricordi, sogni, riflessioni: "La mia vita è la storia di una autorealizzazione dell'inconscio…Non posso usare un linguaggio scientifico per delineare il procedere di questo sviluppo in me stesso, perché non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico".
Quanto poi alla ambiguità e alla confusione neisuoi scritti, c'è da sottolineare pure la volontà di usare un linguaggio equivoco da parte del nostro grande psichiatra. Nel 1952, in una lettera ad un giovane studioso Jung dice fra l'altro: "La lingua che parlo dev'essere ambigua, ossia a doppio senso, per adeguarsi alla natura psichica col suo duplice aspetto…Nell'esperienza tutto cade in preda all'ambiguità della psiche… perciò preferisco il linguaggio equivoco, perché rende giustizia in egual misura alla soggettività delle rappresentazioni archetipiche e all'autonomia dell'archetipo"(Ricordi..pag. 435,436 - Bur). Questa è una delle tante cose che fa qualificare Jung alchimista: la "follia", quasi quella stessa dei folli di Dio, e diciamo 'quasi' perché lì c'è il totale abbandono al Supremo, mentre in un pensatore come Jung c'è il costante ancoraggio alla terra, alla fisicità, alla coscienza (vedi la sua vita in campagna, il suo contatto con la terra, il suo mischiarsi alla gente di ogni ceto sociale, il suo essere medico, ecc.). Ecco perché decide di parlare di ogni cosa: la psiche collettiva si occupa di I King, di astrologia, di fantasmi, di taoismo, animismo, alchimia, e non solo di cliniche psichiatriche e malati mentali, non solo di religione e filosofia, egli deve quindi scavare anche lì, per com-prendere, capire, ed infine sintetizzare.
Per non appesantire troppo questo breve saggio, non parleremo di alchimia in generale, né di metalli, di Solfo Mercurio e Sale, nemmeno dei colori delle varie fasi e delle diverse operazioni. Chi si accosta ad un saggio del genere è certamente a conoscenza di tutte queste cose, chi invece non è addentro alla materia, alla fine di questo scritto troverà un elenco di testi consigliati.
Un' altra cosa: Jung era consapevole di avere dato, con i suoi studi alchemici, un forte contributo alla comprensione di parte dei misteri che l'alchimia nasconde gelosamente, ma non si è mai sognato di affermare d'avere svelato tutto: "Non pretendo però che l'interpretazione psicologica di un mistero debba necessariamente costituire 'l'ultima' parola. Se si tratta di un mistero, deve avere anche altri aspetti. Sono dell'opinione che la psicologia potrà pure spogliare l'alchimia dei suoi misteri, senza però riuscire a svelare il mistero dei misteri". (Mysterium Coniuntionis - Boringheri, pag. 165). Michela Pereira, a pag. 277 del suo Arcana Sapienza, ed. Carocci, dopo avere sottolineato che l'opera di Jung coglie solo un aspetto del problema alchimia, ci dice che "Di ciò si mostra consapevole Jung (non sempre invece i suoi discepoli)", volendoci significare che tanti suoi seguaci danno alle sue interpretazioni psicologiche un valore assoluto. Come dire: sull'alchimia è già stato detto tutto. Diciamo subito che noi la pensiamo come la sig.ra Pereira, docente di storia della Filosofia all'Università di Siena. Detto questo, continuiamo.
Secondo Jung, a partire dall'illuminismo e dal razionalismo scientifico, la psiche è stata identificata con la coscienza. L'Io diviene l'unica e sola psiche. Prevale il dentro, mentre il fuori non è più portatore di mistero: furono ritirate tutte le proiezioni, ed i contenuti scaturenti dal ritiro di esse divennero 'Io'. "E così i contenuti che prima venivano proiettati dovevano ormai apparire come proprietà, come fantasmi chimerici di un Io cosciente. Il fuoco si raffreddò e diventò aria, e l'aria divenne il vento di Zarathustra e provocò un'inflazione della coscienza che evidentemente poteva essere arrestata soltanto dalle più temibili catastrofi che possono colpire una civiltà, da quel diluvio che gli dèi scatenarono sull'umanità inospitale. Una coscienza che soffre d'inflazione… è ipnotizzata da sé stessa… è dunque votata a catastrofi che possono colpirla a morte. Inflazione significa, molto paradossalmente, che la coscienza diventa inconscia" (Psicologia e Alchimia - Boringheri, pag. 458). Questo brano, dal nostro punto di vista, riveste moltissima importanza, perché, come ci spiega Jung poco dopo, se il singolo individuo non si rende conto che esistono contenuti che "non appartengono alla personalità dell'Io, ma vanno attribuiti a un non-Io psichico", le catastrofi sono inevitabili. La catastrofe della seconda guerra mondiale accadde perché l'uomo europeo fu posseduto da "qualcosa che lo privava di ogni decisione basata sul libero arbitrio". E qui Jung sottolinea molto il fatto che prendere atto di tali contenuti spetta al singolo individuo, "perché le masse sono animali ciechi", purtroppo solo in pochi affrontano i rischi di tale ricerca, "Perché è più comodo predicare agli altri la panacea universale, così da non aver più bisogno di applicarla a se stessi: si sa che ogni male sparisce se si è tutti insieme sulla stessa barca. Nel gregge non esistono dubbi, e più grande è la massa, maggiore è la sua verità, ma maggiori sono anche le catastrofi". (idem pag.459 - il neretto è nostro). L'opera alchemica, che altri non è che il Processo di Individuazione, ci permette di prendere coscienza di quanto sta oltre la personalità dell'Io. E qui Jung è davvero un grande alchimista: ponendo sulle spalle della sua teoria (individuazione) il mantello carico di mistero dell'alchimia, riesce a far uscire dai recinti dell'accademismo lo studio della psiche (anima): chiunque può accostarsi alla psiche, con le dovute cautele.
A nostro parere, come era stato all'inizio per la diffusione della Psicanalisi, Jung (accogliendo le teorie di Freud nella clinica svizzera in cui operava, e convincendo i colleghi della bontà di esse) era riuscito a far circolare il pensiero di Freud; con i suoi lavori sull'alchimia è riuscito a far divenire "popolare" lo studio della psiche, iniziando intere generazioni di giovani ad una sorta di "sciamanesimo colto", se così possiamo dire. Ma tutto questo non è nato a tavolino spremendo le meningi su una strategia divulgativa. E' accaduto perché Jung ha avuto un confronto con l'inconscio, che poteva condurlo verso la stessa follia che aveva inghiottito Nietzsche. Quindi, il motore delle sue teorie aveva un nome: esperienza diretta. La sua scoperta sul significato dei mandala, per esempio, non è frutto di un'idea campata in aria, di una teoria. Essa è figlia di diecine di mandala disegnati e studiati al fine di cogliere i mutamenti psichici che avvenivano giorno dopo giorno in lui. Ma egli è grande alchimista anche quando suggerisce di vedere nel Sé la figura del Cristo, e di scorgere nell'iter alchemico un parallelo con la Sua vita, morte e Resurrezione (cosa che già avevano proposto altri): la via alchemica è un percorso spirituale che ha come scopo quello di liberare la divinità prigioniera della materia. Con le sue opere sull'alchimia Jung era finalmente riuscito ad arginare la marea di ateismo provocata dal materialismo ad oltranza proclamato da altre scuole. La nostra epoca avrebbe bisogno oggi di un nuovo Jung, perché l'inflazione, che frattanto ha scavalcato i confini dell'Europa, non ha solo connotati economico-monetari… Forse abbiamo più bisogno di individui che di masse. Sigle di tutti i colori, politiche e non, propongono rimedi infallibili contro i mali del mondo, raccolgono masse disposte ad abdicare al libero arbitrio, tolgono il fastidio di pensare e riflettere, e soprattutto compressano la psiche in guscetti che prima o poi raggiungeranno dimensioni atomiche. Ma non è giusto essere pessimisti, perché per fortuna aumenta anche il numero di quei "solitari" disposti ad incontrare le loro parti peggiori. Sono i novelli alchimisti. Certo all'interno del movimento cosiddetto New Age vi sono tanti furbi che mirano solo al portamonete dei creduloni: basta un po' di coreografia, un po' di paroloni, una buona dose di lavaggio di cervello attraverso ripetizioni e fascinazioni, ed il gioco è fatto. Per fortuna c'è pure tanta brava gente. C'è un solo modo per smascherare i fasulli: leggere i classici della filosofia, della psicanalisi, della letteratura, dell'economia, e soprattutto delle religioni. C'è veramente poco che non sia stato detto. Tuttavia è bene anche tenersi aggiornati sul pensiero contemporaneo, perché ovviamente non tutto è stato detto. Ma torniamo al nostro discorso. Secondo Jung "tutto ciò che è ignoto e vacuo viene riempito da proiezioni psicologiche; è come se nell'oscurità si rispecchiasse il retroscena psichico dell'osservatore" ( idem pag. 226), quindi l'alchimista proietterebbe l'inconscio sulla materia.
Adesso, una curiosità: alle pagine 227 e 240 Jung cita Iulius Evola e riporta in nota un brano della Tradizione Ermetica- Laterza. Ci piace sottolinearlo perché egli fa suo il pensiero di Evola, e perché soprattutto ci conferma che l'aspetto chimico dell'alchimia non era mai stato escluso. Nel brano in questione suggerisce che "L'opera alchimistica non consiste per la maggior parte in meri esperimenti chimici, ma in qualcosa di simile a dei processi psichici in linguaggio pseudochimico. Difatti poco più avanti dice che "durante l'esecuzione dell'esperimento chimico, l'adepto viveva certe esperienze psichiche che gli apparivano come un comportamento particolare del processo chimico…Egli viveva la sua proiezione come una qualità della materia" (idem pag.243).
Come avrete notato non abbiamo parlato né di termini alchemici, né di procedimenti. Questo perché ogni termine può significare talmente tante cose a seconda del contesto in cui sta, che dire semplicisticamente, per esempio: il mercurio è la prima materia dell'Opera, oppure che esso è il vaso ermetico, o che esso é…- potrebbe sviare il lettore che poi decidesse di andare a consultare dei testi alchemici.
Né servirebbe elencare tutto ciò che un termine può significare. L'unico modo per comprendere i termini e le fasi dell'opera è leggere i testi classici e poi "operare": non c'è altro mezzo. Ma pure questo non è sufficiente. Se qualcuno ha avuto particolari esperienze psichiche, è attratto da quelle strane figure alchemiche e leggerà i testi senza problemi. Ma se uno si accosta a tali libri per curiosità o per dimostrarne l'assurdità, ne ricaverà solo mal di testa e tanta, tanta acidità con cui condirà poi i suoi giudizi (!) sull'alchimia.
Piano piano ci stiamo rendendo conto degli enormi sforzi che Jung ha fatto per rendere "scientifico" quanto fino ad allora era rimasto avvolto dal fumo della magia e del mistero. Tradurre le opere alchemiche in termini di Psicologia Analitica, in particolare nel Processo di Individuazione, ecco quello che ha fatto. E c'è riuscito benissimo. In Studi sull'Alchimia (pag. 58 Boringheri vol. 13° ) ce lo dice chiaramente:"Ho la ferma intenzione di portare alla luce della comprensione psicologica ogni cosa che sappia di metafisica, e farò tutto il possibile per evitare al pubblico di credere all'autorità di parole oscure". In questo stesso volume sono raccolti gli scritti su Paracelso. Jung ha dedicato a tale, per certi versi geniale, medico-alchimista-astrologo, parecchi studi. Egli ne ha sicuramente letto tutte le opere. Perché ha dedicato tanto del suo tempo ad un personaggio tanto discusso e tanto strano, il cui strano linguaggio fa passare la voglia di accostarcisi? Perché Paracelso, in certo qual modo, nei tempi in cui visse ha fatto più o meno quello che Jung ha fatto il secolo scorso: ha cercato di dare una parvenza "scientifica" (la scienza allora era poca cosa) ad un caos indescrivibile, ad un magma alchemico impossibile da decifrare. Per mettere un po' d'ordine s'è creato un linguaggio tutto suo, che da un lato gli ha permesso di eliminare tutti gli altri e di fare una sintesi per se stesso, ma dall'altro ha apparentemente contribuito a creare nuovo caos. Un altro motivo per cui è stato commentato è che Paracelso era un ribelle che andava contro corrente ed attaccava la cultura accademica di allora accusandola di ciarlataneria. Jung non va a fondo nei commenti, ma riportando passi significativi fa capire di dare ad essi importanza. Paracelso è stato un profondo conoscitore della Psiche, dell'alchimia e della medicina. Infine, come Jung, Paracelso era una persona profondamente "religiosa" che seppe conciliare alchimia e religione. Dalle sue opere Jung ha tratto parecchi spunti per la sua traduzione dei processi alchemici in paralleli processi psicologici. Da non sottovalutare poi la "traduzione" che egli fa di parecchi termini incomprensibili. Paracelso ha persino suggerito il modo giusto di accostarsi al paziente. E' notorio come la prassi terapeutica freudiana prevedesse che il medico se ne restasse "nascosto" dietro il divano, oltre che la sua assoluta non partecipazione ed il quasi totale silenzio. Jung fece tutto l'opposto: massima partecipazione, terapeuta di fronte al paziente, empatia. Paracelso nella sua opera De Caducis dice testualmente: " In primo luogo v'è un gran bisogno di parlare della compassione, che nel medico dev'essere innata" "Dove non c'è amore non c'è arte"…"Così il medico dev'essere dotato di compassione e amore non minori di quelli che Dio nutre nei confronti dell'uomo" (idem 145,146). La 'compassione' di Paracelso in Jung è divenuta 'empatia'.
Paracelso "predicava" che senza fede in Dio non era possibile conseguire nessuna verità, e secondo noi Jung la pensa allo stesso modo. Lo testimonia per esempio l'accostamento del Sé al Cristo, e quello del Mercurio all' Anima del mondo platoniana; oppure il suo porre l'inconscio oltre ogni bene e male, aldilà di tutto come un Dio trascendente; oppure ancora il suo ritenere che l'inconscio bussa continuamente alla porta della coscienza; e poi il suo misticismo di sottofondo.
L'opera di Jung è un ponte fra religione e psicologia, è dinamismo psichico, è invito ad "operare", a studiarsi, a fidarsi in primo luogo delle proprie esperienze dopo averle sottoposte a studio attento. Merito di essa è avere tolto ogni dogmatismo alla psicanalisi freudiana. Freud ha scoperto l'inconscio, ma secondo Jung, è finito "per soccombere all'effetto numinoso dell'immagine primordiale da lui stesso scoperta", da cui la sua "rigidità dogmatica"(idem 323).
Jung è un alchimista perché cercando la stessa materia prima che gli alchimisti avevano sempre cercato, si è imbattuto nell'inconscio e si è dovuto confrontare con esso per anni. L'inconscio è la materia prima dell'alchimista, e rimarrà una nera "nube di inconoscenza" fino a che la coscienza, affacciandosi dai limiti dei propri confini, osserverà e basta. Confrontarsi con l'inconscio è opera titanica, eroica. Tale confronto "è, da un lato il tentativo di comprendere il mondo archetipico della psiche; e dall'altro la lotta contro il pericolo che per la ragione rappresenta il fascino che scaturisce dalle incommensurabili vette e profondità, dai paradossi della verità psichica immediata". Adesso vedremo di dare conferma a quanto si diceva poco fa a proposito della religiosità di Jung. Riporteremo un brano da cui apparirà chiaro innanzitutto come egli dia all'inconscio valenza di "Dio" Impersonale eterno. Quando scatta il confronto con l'inconscio
"La mente umana è posta di fronte alla sua stessa origine, al suo archetipo; la coscienza finita sta di fronte alle sue premesse, e l'Io mortale di fronte al Sé eterno, all'Anthropos, al Purusa, all'Atman…quello stato preconscio collettivo , da cui si origina il singolo Io". (idem) Poi Jung giustifica il segreto con cui Paracelso copriva la dottrina dell'Anthropos: per lui Cristo era solo un riflesso dell'Anthropos interiore, e siccome la cosa non presentava nessun aggancio con l'insegnamento della chiesa, era pericolosa… I brani sopra riportati sono però testimonianza anche di altro. Jung fra Buddhuismo e Induismo preferiva quest'ultimo, ed il paragone del suo Sé (comprensivo di conscio e inconscio) con l'Atman indiano ne è la prova. La sua religiosità ha mostrato la cistifellea, come direbbe un maestro zen. Ma proseguiamo.
E' quasi inutile ricordare quanta importanza Jung attribuiva ai sogni, attraverso cui l'inconscio ci manda messaggi rivolti a farci acquisire quanto ancora è fuori della nostra coscienza.
Ci invita ad analizzarli, ad entrarci dentro con l'immaginazione attiva, a reagire con essi, a parlare con i personaggi, ad ascoltarli. Ci invita insomma ad agire in prima persona, a farci maestri di noi stessi (almeno fino a un certo punto, oltre il quale, soprattutto per l'immaginazione attiva è meglio essere seguiti da un esperto). Jung dà molto peso all'esperienza diretta, alla nostra verità più che a quella degli altri. E' per questo che decise di non rendere omaggio a Ramana allorché si trovò in India: lui doveva scoprire la sua verità. Purtroppo però constatava come spesso gli adulti siano ad uno stadio inconscio, senza alcun senso critico, e si lascino facilmente convincere da verità preconfezionate. "Se così non fosse, le sette e gli 'ismi' di ogni tipo avrebbero già da tempo cessato di esistere" (Mysterium Coniunctionis, vol 14 pag. 526 - Boringheri). Secondo lui la cosa è dovuta ad infantilismo, insicurezza, inconsapevolezza, mancanza di autonomia, cose che tutte lasciano "prosperare ogni sorta di malerba" (idem). E' talmente convinto di questo, cioè che lo sforzo deve essere personale, da spingersi fino a "terrorizzare" il lettore con frasi tipo: "L'inconscio ha mille strade per mettere fine con sorprendente rapidità a un'esistenza priva di senso"(idem 475).
Il nostro breve saggio volge al termine. Esso è voluto essere, oltre che un omaggio ad uno dei più grandi pensatori del secolo scorso, anche un esercizio di sintesi per meglio studiare e conoscere noi stessi. Non ci rimane che fare un elenco di testi consigliati. Grazie Nat.
Di Jung:
- Volumi 12, 13, 14 delle opere complete edite da Boringheri;
- Psicologia del transfert - Mondadori;
- Ricordi, sogni, riflessioni di C.G. Jung - Bur;
Su Jung:
-Gerhard Wehr - Jung - Rizzoli;
- Hillman, Galimberti, Musatti, ed altri - Jung - Raffaello Cortina;
- M.L. von Franz - Il mito di Jung - Boringheri;
- Trevi, Innamorati - Riprendere Jung - Bollati Boringheri;
- Trevi - L'altra lettura di Jung;
- A. Carotenuto - Jung e la cultura del XX secolo;
- Jolande Jacobi - La psicologia di C.G. Jung - Bollati Boringheri;
- Michael Fordham - Psicoterapia Junghiana- Astrolabio;
- Hide, McGuinnes - Jung per cominciare - Feltrinelli;
- Trattato di Psicologia Analitica diretto da A. Carotenuto - Utet;
- Colin Wilson - Il signore del profondo - Atanor.
Sull'alchimia la letteratura è sterminata. Consigliamo solo una antologia degli autori più noti realizzata da Sabina e Rosario Piccolini in tre volumi:
- Il filo di Arianna - Mimesis.
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