Adolf Hitler

 

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  • Adolf Hitler

     

    Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 a Braunau am Inn, una piccola cittadina vicino a Linz nella provincia dell'Alta Austria, vicino al confine tedesco (Baviera), in quello che allora era l'Impero Austro-Ungarico. Suo padre Alois Hitler (1837-1903) era un ufficiale inferiore delle dogane. Sua madre era Klara Pölzl, terza moglie di Alois. Dei loro sei figli, solo Adolf e sua sorella Paula sopravvissero all'infanzia.Alois Hitler era figlio illegittimo, e per questo da giovane utilizzò il cognome della madre, Schicklgruber. Nel 1876 adottò legalmente il cognome del padre naturale (che però non lo riconobbe mai finché fu in vita). In seguito i suoi avversari politici fecero circolare delle voci che insinuavano che Hitler fosse di origine ebrea: dopo che Maria Teresa d'Austria aveva dato la cittadinanza piena agli ebrei che si convertivano al cattolicesimo, essi usavano tradurre i loro cognomi ebraici in tedesco, e Schicklgruber era un cognome comune tra gli ebrei convertiti. Hitler era un bambino intelligente ma umorale, e fu bocciato due volte agli esami per ottenere l'ammissione all'educazione superiore a Linz. Era devoto alla sua indulgente madre e sviluppò un odio per suo padre, verosimilmente motivato dai crudeli maltrattamenti psicofisici ricevuti, ipotizzati fra l'altro dalla psicologa Alice Miller in alcuni suoi libri.Alcuni storici e psicologi ritengono che possa esserci un nesso fra l'odio di Hitler per la parte paterna della famiglia e quello per gli ebrei.

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  • Vienna e Monaco

    Alois Hitler morì il 2 gennaio 1903, la moglie, Klara, morì il 21 dicembre 1908. Il diciannovenne Adolf, rimasto orfano, ben presto lasciò la sua casa per Vienna, dove aveva vaghe speranze di diventare un artista. Aveva diritto a una pensione da orfano, che integrava lavorando come illustratore. Si candidò due volte per l'ingresso nella scuola d'arte e architettura di Vienna, ma venne scartato in entrambe le occasioni. Perse la sua pensione nel 1910, ma per allora aveva ereditato qualche soldo da una zia. Fu a Vienna che Hitler iniziò a diventare un antisemita attivo, una ossessione che avrebbe governato la sua vita e fu la chiave di tutte le azioni susseguenti. L'antisemitismo era profondamente insito nella cultura cattolica del sud della Germania, nella quale Hitler era cresciuto. A Vienna l'antisemitismo si era sviluppato dalle sue origini religiose in una dottrina politica, i cui libelli venivano letti da Hitler, e da politici come Karl Lueger, borgomastro di Vienna, o Georg Ritter von Schönerer, che contribuì agli aspetti razziali dell'antisemitismo. Da loro Hitler acquisì il credo nella superiorità della razza ariana, che formò le basi delle sue idee politiche. Hitler arrivò a credere che gli ebrei fossero i nemici naturali degli "ariani", e fossero anche in qualche modo responsabili per la sua povertà e incapacità di ottenere il successo che credeva di meritare. I soldi ereditati dalla zia ben presto terminarono, e per diversi anni Hitler visse in una relativa oscurità, ma non visse mai in condizioni di reale indigenza, anche se dormiva in ostelli per soli uomini. Durante il tempo libero assisteva spesso all'opera nelle sale da concerto di Vienna. Nel 1913 Hitler si spostò a Monaco di Baviera per evitare il servizio militare nell'esercito Austro-Ungarico, ma nell'agosto 1914, quando l'Impero tedesco entrò nella prima guerra mondiale, si arruolò improvvisamente come volontario nell'esercito tedesco del Kaiser Guglielmo II. Ottenne il grado di caporale e prestò servizio attivo in Francia e Belgio come staffetta portaordini, laddove la mortalità era altissima. Venne ferito durante un attacco e, essendosi distinto in combattimento, ricevette la Croce di Ferro di seconda classe e dopo. Durante la guerra Hitler acquisì un appassionato patriottismo tedesco, anche se non era un cittadino dell'Impero germanico (un dettaglio a cui non pose rimedio fino al 1932). Fu sconvolto dalla capitolazione tedesca nel novembre 1918, quando l'esercito tedesco non era (così lui credeva) stato sconfitto. Egli, come molti altri nazionalisti tedeschi, incolpò gli ebrei di avere attizzato focolai rivoluzionari bolscevichi che minavano, dall'interno, la resistenza dei soldati al fronte e i politici (i "criminali di novembre") per la resa e per aver sottoscritto il trattato di Versailles.

     

  • Il Partito Nazionalsocialista

    Dopo la guerra Hitler rimase nell'esercito, che veniva ora impegnato principalmente nella repressione delle rivoluzioni socialiste che scoppiavano in tutta la Germania. Mentre era ancora nell'esercito, venne incaricato di spiare gli incontri di un piccolo partito nazionalista, il Partito Tedesco dei Lavoratori (DAP). Hitler si unì al partito come membro numero 555 nella primavera del 1919. Il 14 agosto incontrò per la prima volta Dietrich Eckart, un antisemita e uno dei primi membri chiave del partito. Hitler non venne congedato dall'esercito fino al 1920; dopo di che cominciò a prendere parte a tempo pieno alle attività del partito. Ne divenne ben presto il leader e ne cambiò il nome in Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi (National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei - NSDAP), normalmente conosciuto come Partito Nazista da National Sozialistische. Il partito adottò come simbolo la svastica, nella convinzione, errata, che il simbolo fosse di origine "ariana" e indoeuropea, nonché il saluto romano usato dai fascisti italiani. Il Partito Nazista era solo uno dei numerosi piccoli gruppi estremistici della Monaco di quell'epoca, ma Hitler scoprì ben presto di avere due talenti notevoli; nell'oratoria pubblica e nell'ispirare la lealtà delle persone. La sua oratoria, che attaccava gli ebrei, i socialisti e i liberali, i capitalisti e i comunisti, iniziò ad attrarre nuovi aderenti. Tra i primi seguaci troviamo Rudolf Hess, Hermann Göring ed Ernst Röhm, che sarebbe stato il capo dell'organizzazione paramilitare nazista. Un altro ammiratore fu il Maresciallo di Campo dell'epoca di guerra, Erich Ludendorff. Hitler decise di usare Ludendorff come facciata in un tentativo abbastanza velleitario di conquistare il potere, il "Putsch di Monaco" dell'8 novembre 1923, quando i nazisti marciarono da una birreria fino al Ministero della Guerra bavarese, intendendo rovesciare il governo separatista di destra della Baviera e da lì marciare su Berlino. Hitler fece affidamento principalmente sull'aiuto degli ex combattenti delusi dalla Repubblica di Weimar riuniti nelle organizzazioni paramilitari dei "Corpi Franchi" (Freikorps). Il colpo di stato fallì e Hitler venne processato per alto tradimento; tuttavia, egli si servì del processo per diffondere il suo messaggio in tutta la Germania. Nell'aprile 1924 venne condannato a cinque anni di carcere nella prigione di Landsberg. Qui Hitler dettò un libro intitolato Mein Kampf (La mia battaglia) al suo fedele delfino, Hess. Questo lavoro ponderoso, conteneva le idee di Hitler sulla razza, la storia e la politica, compresi numerosi avvertimenti sul destino che attendeva i suoi nemici, specialmente gli ebrei, nel caso in cui fosse riuscito a salire al potere. Il libro venne pubblicato la prima volta in due volumi: il primo nel 1925 e il secondo un anno dopo. Le prospettive di un Hitler al potere sembravano così remote, a quel tempo, che nessuno prese seriamente i suoi scritti. Considerato relativamente innocuo, Hitler ottenne una riduzione della pena. Venne rilasciato nel dicembre 1924 dopo solo nove mesi. A quel momento il Partito Nazista a malapena esisteva e i suoi capi dovettero sforzarsi a lungo per cercare di ricostruirlo, durante questi anni Hitler formò un gruppo che sarebbe in seguito diventato uno degli strumenti chiave nel raggiungimento dei suoi obiettivi, costituì una guardia del corpo personale, le Schutzstaffeln ("unità di protezione" o SS). Questo corpo d'élite dalle uniformi nere venne guidato da Heinrich Himmler, il principale esecutore dei piani di Hitler sulla "questione ebraica", durante la seconda guerra mondiale. Un elemento chiave del fascino esercitato da Hitler sul popolo tedesco si trovava nel suo costante fare appello all'orgoglio nazionale, ferito dalla sconfitta in guerra e umiliato dal Trattato di Versailles, imposto all'Impero germanico dagli alleati. L'Impero infatti sfaldandosi, dovette pagare un conto salatissimo per le riparazioni di guerra, e assumersi la piena responsabilità e colpevolezza dello scoppio del conflitto. Siccome molti tedeschi non credevano che fosse stata la Germania a dar inizio alla guerra (essendo stata dichiarata dall'Austria), né di essere stati lealmente sconfitti, erano amaramente risentiti per questi termini. Anche se i primi tentativi, da parte dei nazisti, di guadagnare voti con la condanna delle umiliazioni e delle macchinazioni dell'"ebraismo internazionale" non ebbero particolare successo con l'elettorato, la propaganda di partito imparò la lezione, e presto capovolse la situazione a proprio vantaggio attraverso un'espressione più subdola dei suoi contenuti, che combinava l'antisemitismo con attacchi "spiritati" contro i fallimenti del "sistema di Weimar" e i partiti che lo appoggiavano.

     

  • La corsa al potere

    Il punto di svolta delle fortune di Hitler giunse con la Grande Depressione che colpì la Germania nel 1930. Il regime democratico costituito in Germania nel 1919, la cosiddetta Repubblica di Weimar, non era mai stato genuinamente accettata e inadeguata nel contenere lo shock della Depressione. Nelle elezioni del 14 settembre 1930, il partito nazionalsocialista sorse improvvisamente dall'oscurità e si guadagnò oltre il 18% dei voti e 107 seggi nel Reichstag, diventando così la seconda forza politica in Germania. Il successo di Hitler si basava sulla conquista della classe media, colpita duramente dall'inflazione degli anni '20 e dalla disoccupazione portata dalla Depressione. Contadini e veterani di guerra costituivano altri gruppi che supportavano i nazisti. La classe operaia urbana, invece, in genere ignorava gli appelli di Hitler; Berlino e le città della regione della Ruhr gli erano particolarmente ostili. Il 30 gennaio 1933, Adolf Hitler prestò giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag. Hitler emise il "Decreto dell'incendio del Reichstag", del 28 febbraio 1933 esso sopprimeva diversi importanti diritti civili in nome della sicurezza nazionale. I leader comunisti, assieme ad altri oppositori del regime, si trovarono ben presto in prigione. Al tempo stesso le SA lanciarono un'ondata di violenza contro i movimenti sindacali, gli ebrei e altri "nemici". Ma Hitler non aveva ancora la nazione in pugno, né lui, né il partito disponevano della maggioranza assoluta dei voti. Il partito ottenne il controllo della maggioranza dei seggi al Reichstag attraverso una formale coalizione con il DNVP. Infine, i voti addizionali necessari a far passare il Decreto dei pieni poteri, che investì Hitler di un'autorità dittatoriale, i nazisti se li assicurarono espellendo i deputati comunisti e intimidendo i ministri del Partito di Centro. In una serie di decreti che arrivarono subito dopo, vennero soppressi gli altri partiti e bandite tutte le forme di opposizione. In solo pochi mesi, Hitler aveva raggiunto un controllo autoritario senza aver mai violato o sospeso la costituzione di Weimar. Ma aveva minato la democrazia per poterlo fare.

     

  • Il regime nazionalsocialista

    Essendosi assicurato il potere politico supremo in maniera legale con libere elezioni, Hitler rimase estremamente popolare fino ai momenti finali del suo regime. Era un maestro di oratoria, e con tutti i mezzi d'informazione tedeschi sotto il controllo del suo capo della propaganda, Joseph Goebbels, egli fu in grado di persuadere la maggioranza dei tedeschi che era il loro salvatore. Su quelli che non ne erano persuasi, le SA, le SS e la Gestapo (la Polizia segreta di stato) avevano mano libera, e a migliaia scomparirono nei campi di concentramento. Molti di più emigrarono, compresi circa metà degli ebrei tedeschi. Per consolidare il suo regime, Hitler aveva bisogno della neutralità dell'esercito e dei magnati dell'industria. Questi erano allarmati dalla componente "socialista" del Nazionalsocialismo, che era rappresentata dalle camicie brune delle SA di Ernst Röhm, in gran parte appartenenti alla classe operaia. Per rimuovere questa barriera all'accettazione del regime, Hitler lasciò libero il suo luogotenente, Himmler, di assassinare Röhm e decine di altri nemici reali o potenziali, durante la notte del 29-30 giugno 1934. L'evento è ricordato come la Notte dei lunghi coltelli. Quando Hindenburg morì, il 2 agosto 1934 Hitler fuse assieme gli uffici di Presidente e Cancelliere, autonominandosi guida (Führer) della Germania, e ottenendo un giuramento di fedeltà personale da ogni membro delle forze armate. Quegli ebrei che non erano emigrati in tempo, ebbero a pentirsi della loro esitazione. In base alle Leggi di Norimberga del 1935 persero il loro status di cittadini tedeschi e vennero espulsi dagli impieghi statali, dagli ordini professionali e da gran parte delle attività economiche. Erano oggetto dello sbarramento di una odiosa propaganda. Pochi non ebrei tedeschi si opposero a questi passi. La chiesa cristiana, immersa in secoli di antisemitismo, rimase in silenzio. Queste restrizioni vennero ulteriormente aggravate, specialmente dopo l'operazione anti-ebraica del 1938, conosciuta come Notte dei cristalli (Kristallnacht o Reichskristallnacht). Dal 1941 agli ebrei venne richiesto di indossare una stella gialla in pubblico. Nel marzo 1935 Hitler ripudiò il Trattato di Versailles, reintroducendo la coscrizione in Germania. Il suo scopo sembrava quello di costruire una massiccia macchina militare, comprendente una nuova Marina e una nuova Aviazione (la Luftwaffe). Quest'ultima venne posta sotto il comando di Hermann Göring, un comandante veterano della prima guerra mondiale. L'arruolamento di grandi quantità di uomini e donne nel nuovo esercito sembrava risolvere i problemi di disoccupazione, ma distorse seriamente l'economia. Nel marzo 1936 Hitler violò nuovamente il Trattato di Versailles, rioccupando la zona demilitarizzata della Renania e poiché Regno Unito e Francia non fecero nulla per fermarlo, prese coraggio. Nel luglio 1936 scoppiò la Guerra civile spagnola, dove i militari, guidati dal generale Francisco Franco, si ribellarono contro il governo regolarmente eletto del Fronte Popolare. Hitler inviò delle truppe ad aiutare i ribelli. La Spagna servì come prova sul campo per le nuove forze armate tedesche e per i loro metodi, compreso il bombardamento di città indifese come Guernica, che venne distrutta dalla Luftwaffe nell'aprile 1937. Per dimostrare al mondo la potenza tedesca, Hitler (su idea di Goebbels) ospitò a Berlino l'XI Olimpiade, con una cerimonia iniziale trionfale.
    Hitler formò un'alleanza con Benito Mussolini e l'Italia Fascista - l' Asse Roma-Berlino - il 25 ottobre 1936. Questa alleanza venne in seguito allargata a Giappone, Ungheria, Romania e Bulgaria. Queste nazioni sono collettivamente conosciute come Potenze dell'Asse. Il 5 novembre 1937 alla Cancelleria del Reich, Adolf Hitler tenne un incontro segreto dove dichiarò i suoi piani per l'acquisizione di "spazio vitale" per il popolo tedesco. Il 12 marzo 1938 Hitler costrinse la nativa Austria all'unificazione con la Germania (l'Anschluss) e fece un ingresso trionfale a Vienna. In seguito intensificò la crisi che coinvolgeva gli abitanti di lingua tedesca della regione dei Sudeti in Cecoslovacchia. Questo portò all'Accordo di Monaco del settembre 1938 in cui la Gran Bretagna e la Francia, con la mediazione di Mussolini, diedero debolmente strada alle sue richieste, evitando la guerra ma non riuscendo a salvare la Cecoslovacchia. I tedeschi entrarono a Praga il 10 marzo 1939. A questo punto Francia e Gran Bretagna decisero di prendere posizione, e resistettero alla successiva richiesta di Hitler per la restituzione del territorio di Danzica ceduto alla Polonia in base al Trattato di Versailles. Ma le potenze occidentali non furono in grado di giungere ad un accordo con l'Unione Sovietica per un'alleanza contro la Germania, e Hitler ne approfittò. Il 23 agosto 1939 concluse un patto di non-aggressione (il Patto Molotov-Ribbentrop) con Stalin, definendo anche i criteri per la spartizione del territorio polacco. Il 1° settembre la Germania invase la Polonia, Hitler era certo che Francia e Gran Bretagna non avrebbero onorato il loro impegno con i polacchi dichiarando guerra alla Germania, questo non accadde e la mattina del 3 settembre l'aiutante Schmidt entrò nello studio di Hitler consegnandogli la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra,

     

  • Seconda guerra mondiale: vittorie e sconfitte

    Nei tre anni seguenti Hitler conseguì una serie di successi militari. L'unico insuccesso di Hitler fu quello di non riuscire a piegare la Gran Bretagna con i bombardamenti, il 22 giugno 1941 ebbe inizio l'Operazione Barbarossa, per il luglio 1942 le truppe di Hitler erano sul Volga, qui vennero sconfitte nella Battaglia di Stalingrado, la prima grossa sconfitta tedesca. L'invasione dell'Unione Sovietica fu motivata dall'idea nazionalsocialista, già presente agli albori del movimento, di acquisizione di un Lebensraum («spazio vitale») ad Est a scapito delle popolazioni slave, considerate Untermenschen («inferiori»). Fu immediatamente dopo lo scoppio del conflitto ad Est che la persecuzione ebraica raggiunse la sua fase culminante con l'avvio dei massacri operati dalle Einsatzgruppen che seguivano le forze armate tedesche avanzanti. Per facilitare l'attuazione della Soluzione finale, si tenne a Wannsee, nei pressi di Berlino, una Conferenza il 20 gennaio del 1942, con la partecipazione di quindici ufficiali superiori del regime, guidati da Reinhard Heydrich e Adolf Eichmann.Le registrazioni della conferenza forniscono la migliore evidenza della pianificazione centrale dell'Olocausto. Tra il 1942 e il 1944 le SS, assistite dai governi collaborazionisti e da personale reclutato nelle nazioni occupate, uccisero in maniera sistematica circa 3,5 milioni di ebrei in sei campi di sterminio localizzati in Polonia: Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Majdanek, Sobibor e Treblinka. Altri vennero uccisi meno sistematicamente in altri luoghi e in altri modi, o morirono di fame e malattie mentre lavoravano come schiavi. Al tentativo di Genocidio degli ebrei europei ci si è generalmente riferiti nel dopoguerra con la parola Olocausto, ma più recentemente il termine ebraico Shoah, preferito dagli ebrei stessi, è stato adottato dalla comunità internazionale. Altri gruppi etnici, sociali e politici sono stati oggetto di persecuzione e in alcuni casi di sterminio durante la "Soluzione finale". Migliaia di socialisti tedeschi, comunisti e altri oppositori del regime morirono nei campi di concentramento, così come un numero alto ma sconosciuto di omosessuali. I Rom e gli zingari, ugualmente considerati razze inferiori, furono anch'essi internati o uccisi nei campi. Circa tre milioni di soldati sovietici, prigionieri di guerra, morirono nei lager, ridotti alla stregua di schiavi. Tutte le nazioni occupate soffrirono privazioni terribili ed esecuzioni di massa: fino a tre milioni di civili polacchi (non-ebrei) morirono durante l'occupazione. Non è stato ritrovato alcun documento nel quale sia stata pianificata la "Soluzione finale", ma ciò nonostante la stragrande maggioranza degli storici concorda nel ritenere che Hitler ne sia stato l'ideatore, ordinando a Himmler di portare avanti il piano. I primi trionfi persuasero Hitler di essere un genio della strategia militare, per questo motivo divenne sempre meno desideroso di ascoltare i consigli dei suoi generali o anche solo di udire cattive notizie. L'entrata in guerra degli Stati Uniti, il 7 dicembre 1941 portò a una incredibile coalizione delle principali potenze mondiali: il più grande impero mondiale (l'Impero Britannico), la principale potenza finanziaria e industriale (gli USA), e l'Unione Sovietica, che si era sobbarcata il peso più grande della seconda guerra mondiale in termini di vite umane e altre perdite. I realisti all'interno dell'esercito tedesco videro la sconfitta come inevitabile e complottarono per togliere Hitler dal potere. Nel luglio 1944 uno di loro, Claus von Stauffenberg piazzò una bomba nel quartier generale di Hitler (il cosiddetto Complotto del 20 luglio), ma Hitler scampò miracolosamente alla morte. Il 6 giugno 1944 (D-Day), le armate alleate sbarcarono nel nord della Francia, e per dicembre erano arrivate al Reno Le sue armate si disfecero e mentre i sovietici si aprivano la strada verso il centro di Berlino, Hitler si suicidò nel suo bunker il 30 aprile 1945, insieme alla storica amante Eva Braun che aveva sposato poche ore prima. Aveva 56 anni. Come parte delle sue ultime volontà, ordinò che il suo corpo venisse portato all'esterno e bruciato. L'8 maggio 1945, la Germania si arrese. Il "Reich millenario" di Hitler era durato poco più di 12 anni.

     

    Ideologia

    In base al Mein Kampf (La mia battaglia), Hitler sviluppò le sue teorie politiche, partendo dall'attenta osservazione delle politiche dell'Impero Austro-Ungarico. Egli nacque come cittadino dell'Impero, e credeva che questo fosse indebolito dalla diversità etnica e linguistica. Inoltre, vedeva la democrazia come una forza destabilizzante perché poneva il potere nelle mani delle minoranze etniche, che erano perciò incentivate a indebolire ulteriormente l'Impero. Secondo i nazisti, un ovvio errore di questo tipo è quello di permettere o incoraggiare il plurilinguismo all'interno di una nazione. Questo è il motivo per cui i nazisti erano così preoccupati di unificare i territori abitati da popolazioni di lingua tedesca. Il cuore dell'ideologia nazionalsocialista era il concetto di razza. La teoria nazista ipotizzò la superiorità della razza ariana come "razza dominante" su tutte le altre e in particolare sulla 'razza ebraica'. Il concetto di "razza" è l'essenza della dottrina pseudoscientifica nazista. Per il nazionalsocialismo una nazione è la più alta espressione della razza. Quindi una grande nazione è la creazione di una grande razza. La teoria dice che le grandi nazioni crescono con il potere militare, e ovviamente il potere militare si sviluppa da culture civilizzate e razionali. Queste culture naturalmente crescono da razze dotate di una naturale buona salute e con tratti di aggressività, intelligenza e coraggio. Le nazioni più deboli sono quelle la cui razza è impura: sono perciò divise e litigiose, e quindi producono una cultura debole. Le nazioni che non possono difendere i loro confini erano quindi definite come le creazioni di razze deboli o schiave. Le razze schiave erano ritenute meno meritevoli di esistere rispetto alle razze dominanti. In particolare, se una razza dominante necessitava di "spazio vitale", si riteneva avesse il diritto di prenderlo e di eliminare o ridurre in schiavitù le razze schiave indigene. Come conseguenza, le razze senza una patria venivano definite "razze parassite": più gli appartenenti a una razza parassitaria erano ricchi e più virulento era considerato il parassitismo. Una "razza dominante" poteva quindi, secondo la dottrina nazista, rafforzarsi facilmente eliminando le "razze parassitarie" dalla propria patria. Questa era la giustificazione teorica per l'oppressione e l'eliminazione fisica degli ebrei e degli slavi, un compito che anche molti nazisti trovavano personalmente ripugnante, ma che compivano giustificando le loro azioni in nome dell'obbedienza allo Stato nazista. L'uomo che riconosce queste "verità" era detto "capo naturale", quello che le negava era uno "schiavo naturale". Gli schiavi, soprattutto quelli intelligenti, si riteneva cercassero sempre di ostacolare i padroni promuovendo false religioni e dottrine politiche. Per iniziare a diffondere questo pensiero e farlo assimilare dalla popolazione venivano mostrati filmati di tedeschi deformi, fisicamente o mentalmente, fatti giungere adagio adagio da tutta la Germania in alcuni centri di raccolta, mettendo in evidenza i loro problemi fisici e mentali; furono questi i primi esseri umani bruciati nei forni dai nazisti. All'inizio queste operazioni di sterminio erano fatte di nascosto: solo gli abitanti del luogo si accorgevano che, dopo ogni arrivo, dai camini di questi centri di raccolta usciva una grossa quantità di ceneri e forti odori. Si usarono i mezzi di comunicazione dell'epoca, soprattutto le riprese cinematografiche, per far accettare alla gente queste pratiche come qualcosa di necessario per il bene comune. Vennero inoltre prese informazioni su molte persone per verificare se effettivamente erano originarie della Germania o avevano parentele non ariane. Venne sviluppato un ideale di persona ariana con determinate caratteristiche (colore degli occhi, dei capelli, ecc): molte donne tedesche che corrispondevano a tali caratteristiche erano costrette ad unirsi ad uomini tedeschi per generare figli di razza pura ariana. Tutto questo venne fatto in apposite strutture dove ogni bambino non aveva una madre o un padre, ma doveva essere allevato alle ideologie naziste fin da piccolissimo in modo da poter un giorno servire la patria dove meglio erano le sue attitudini. È comunque un fraintendimento pensare che il nazismo fosse incentrato "solo" sulla razza. Le radici ideologiche del nazismo sono molto più profonde e possono essere trovate nella tradizione romantica dell'Ottocento dove forza, passione, mancanza di ipocrisia, valori tradizionali della famiglia e devozione alla comunità erano considerati valori germanici e nazisti. Molto spesso il pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche è indicato come principio del nazismo, soprattutto nella descrizione del "Oltreuomo", anche "Superuomo" o Übermensch in tedesco (Hitler stesso si dichiarò tale); bisogna tuttavia ricordare che Nietzsche non solo era profondamente infastidito dagli antisemiti, ma che mai nei suoi libri pubblicati prima della morte aveva inteso in senso razziale il primato dell'Oltreuomo, da intendersi piuttosto come intellettuale ed esistenziale (il filosofo, oltretutto, era contrario alla concezione di superiorità dello stato; anzi, era ben convinto che l'individuo fosse oltre la nazione). Nonostante ciò non si può negare che molti motivi ripresi dal nazismo - l'esaltazione della volontà prevaricatrice, il disprezzo per i valori cristiani e la celebrazione della potenza dell'uomo come valore primario - siano effettivamente parte integrante del pensiero nietzscheano.

     

    Il nazismo e l'Impero britannico

    Adolf Hitler ammirava l'Impero britannico. Le teorie razziste erano state sviluppate da intellettuali britannici nel XIX secolo per controllare le popolazioni indiane e gli altri "selvaggi". Questi metodi vennero spesso copiati dai nazisti. Similarmente, nei primi anni, Hitler aveva grande ammirazione per gli Stati Uniti d'America. Nel Mein Kampf, lodava gli Stati Uniti per le loro leggi anti-immigrazione. Secondo Hitler, l'America era una nazione di successo perché si manteneva "pura" dalle "razze inferiori". Ad ogni modo, con l'avvicinarsi della guerra, la sua opinione sugli Stati Uniti divenne più negativa e credette che la Germania avrebbe avuto una facile vittoria sugli USA proprio perché, come rilevabile dalle sue ultime considerazioni, era diventata una nazione ibrida.

     

Nazismo e religione

La relazione tra nazismo e religione cristiana può essere descritta solo come complessa e controversa. Ufficialmente il Nazismo si proclamava al di sopra delle confessioni, ma Hitler e gli altri capi nazisti facevano uso del simbolismo e delle emozioni cristiane nel propagandarsi presso il pubblico tedesco (prevalentemente cristiano). Hitler sosteneva una forma di "cristianesimo positivo", nel quale Gesù Cristo era un ariano, i dogmi tradizionali erano respinti, si accusava la chiesa di avere manipolato il cristianesimo antico gnostico per fini di potere e, in modo simile agli antichi marcioniti si ripudiava l'Antico Testamento. Il suo atteggiamento personale è così descritto da un suo stretto collaboratore:

 

Adolf Hitler: l’ascesa al potere 1924-1933

 

Landsberg, Germania. Sette dicembre 1924. Adolf Hitler esce dal carcere per salire su un’auto sportiva di un amico. Nel novembre del 1923 era stato arrestato per lo sfortunato putsch della birreria, col quale aveva cercato di rovesciare la neonata repubblica di Weimar. Per quell’azione sconsiderata era stato condannato a cinque anni di reclusione ( poi diventati solo uno ) e il suo partito nazista dichiarato fuori legge. Ma Hitler non era il tipo che cedeva tanto facilmente. In prigione aveva scritto un libro, il Mein Kampf, dettato ad un compagno di cella, in cui riportava i suoi progetti per la Germania e per se stesso. Egli era ancora deciso a rovesciare il governo e ad instaurare un Reich forte ed aggressivo sotto il suo comando. Per cinque anni quindi, dal 1924 fino al 1929, attendendo il momento giusto per passare all’attacco, il futuro dittatore riorganizzerà e potenzierà il partito nazista reclutando nuovi seguaci e tenendo numerosi discorsi. Dopo il 1929 invece passò all’offensiva dimostrandosi un’abile oratore capace di dividere i propri avversari e di seminare zizzania sul loro conto. Obiettivo di Hitler era di concentrare su di se le due massime cariche politiche della Germania, cancelliere e presidente, e successivamente diventare il Fuhrer, unica guida di tutto il paese. Tutti questi progetti e molti altri erano ovviamente raccolti nel Mein Kampf dove c’era una sorta di elenco di tutto ciò che egli avversava: il marxismo, il capitalismo, la borghesia e gli intellettuali. Contro tutti questi mali esistevano solo due soluzioni: un’unica razza pura tedesca sotto il suo comando e la conquista di uno spazio vitale, da ottenere a spese dell’Unione Sovietica. Poche settimane dopo il suo rilascio Hitler si incontrò col primo ministro bavarese, Heinrich Held, ed ottenne la revoca del decreto che dichiarava il partito nazista e il suo giornale fuori legge. Fu l’inizio della riscossa per il Fuhrer. Il 26 febbraio 1925 tramite il suo giornale incitò gli ex membri del partito a dimenticare i vecchi rancori ed a riunirsi a lui nella lotta contro il Marxismo e gli ebrei. Tenne anche un primo discorso proprio nella birreria dove era fallito il putsch. Gli amici ed i suoi sostenitori notarono immediatamente che i mesi di prigionia lo avevano cambiato: era più forte e deciso. Ma soprattutto infondeva negli altri quella sicurezza e quel coraggio di cui era dotato. Tutti i cinquemila sostenitori del partito nazista accorsi per ascoltare le parole della loro guida furono entusiasmati e galvanizzati dal discorso di Hitler e pronti a seguirlo nella lotta contro la repubblica.

Ora Hitler doveva sbarazzarsi di due uomini, accolti come sue pari alla fondazione del partito, per poter diventare il solo leader incontrastato: Erich Ludendorff, un generale della prima guerra mondiale, e Ernst Rohm, comandante di un’organizzazione paramilitare. Il primo fu liquidato con la scusa degli scarsi risultati da lui ottenuti alle elezioni presidenziali del marzo 1925 (diverrà un acerrimo avversario dei nazisti), il secondo fu allontanato per le divergenze col futuro dittatore riguardo il controllo delle SA, l’organizzazione paramilitare nazista organizzata da Rohm. Quest’ultimo pretendeva che le SA, note anche come camicie brune, rimanessero sotto il suo totale controllo mentre Hitler pensava che esse dovessero per prima cosa servire il loro Fuhrer e il partito nazista. A causa di questa opinione contrastante Ernst dette le dimissioni e partì per la Bolivia.

Intanto, nel febbraio 1925, furono organizzate delle improvvise elezioni per la morte del presidente socialdemocratico Friedrich Ebert. Erano sette i candidati per il prestigioso posto fra cui spiccavano tre favoriti per la vittoria finale: Otto Braun, socialdemocratico, Wilhelm Marx, del centro, e Karl Jarres, del partito nazionalista. I nazisti erano rappresentati da Lunderdorff. Vinse Jarres seguito da Braun. Ma siccome nessuno dei due aveva ottenuto la maggioranza si dovette procedere ad una seconda votazione. Nel frattempo i Nazionalisti avevano scaricato Jarres preferendogli Paul von Hindenburg, un vecchio feldmaresciallo di settantotto anni considerato da tutti un eroe nazionale.

Fu una mossa astuta. Hindenburg vinse le elezioni con un vantaggio del 3,3 per cento sui socialdemocratici. Intanto nell’agosto dello stesso anno il ministro degli esteri Stresemann riuscì a negoziare con successo il ritiro delle truppe francesi dalla Ruhr, il cuore industriale della Germania.

Ritornando alle vicende del rinato partito nazista proprio nel 1925 si verificò un moto di ribellione che porterà alla creazione di due fazioni. Fautori e guide di questa opposizione furono Gregor Strasser, un piccolo farmacista bavarese incaricato da Hitler di coordinare le attività naziste nella Germania settentrionale, ed il suo segretario Joseph Goebbels. Essi si lamentavano del fatto che il programma politico del partito mancava di contenuti ideologici riassumibili per lo più nei concetti antisemiti e socialisti. Inoltre pensavano che il pensiero del partito fosse più importante del suo capo. I rivoltosi si riunirono ad Hannover ed approvarono quasi all’unanimità un nuovo programma ideato da Strasser. Fu l’inizio della ribellione. Hitler che non amava molto i progetti politici, venuto a conoscenza della situazione, montò su tutte le furie. Contestare un qualunque punto del programma equivaleva a rendersi colpevoli di tradimento verso il nazismo ed il suo capo assoluto. Deciso a ribadire la propria autorità, indisse una riunione a Bamberga con tutti i capi del partito per il 14 febbraio 1926. Parlò per quattro ore ribadendo le sue idee e respingendo quelle avversarie senza però mai nominare direttamente Strasser o Goebbels, come tutti si aspettavano. Tutto fu ristabilito e Gregor tornò fedele al Fuhrer. Goebbels invece fu conquistato dal discorso di Hitler e, dopo aver abbandonato il suo alleato bavarese, divenne uno dei suoi seguaci più fedeli.

Ristabilito l’ordine interno il gerarca nazista organizzò il 3 e 4 luglio a Weimar una manifestazione per festeggiare la Giornata del Partito. Il tre, 2000 nazisti marciarono per la città accompagnati da una banda musicale mentre il 4 dopo una serie di dibattiti si tenne il discorso di Hitler sulla politica e sulla perdita di prestigio della Germania in campo internazionale. L’oratoria era l’arma vincente del dittatore. Egli preparava i suoi discorsi fin nei minimi dettagli. Annotava su dei fogli i punti principali e studiava i gesti con i quali avrebbe accompagnato le parole. Adottava persino stili diversi a seconda delle persone che doveva intrattenere: con i suoi sostenitori era impetuoso e veemente mentre con la gente comune era controllato e pacato. Con l’eloquenza riusciva a catturare chiunque.

Intanto una figura assumeva sempre più potere all’interno del partito: quella di Joseph Goebbels. Abilissimo oratore come Hitler era laureato in letteratura ed aveva abbracciato la fede nazista nel 1924. Hitler ammise più tardi che solo Goebbels riusciva a catturare completamente la sua attenzione. Egli fu quindi scelto dal Fuhrer in persona per riorganizzare il distretto nazista a Berlino, diviso dalle fazioni e da lotte interne. Joseph si dette immediatamente da fare ed impose la sua autorità in meno di due settimane. Organizzò raduni di massa. Sguinzagliò le SA messe a sua disposizione da Hitler per dare la caccia ai comunisti. Fondò un giornale con cui attaccava gli avversari politici del partito. Nel giro di pochi mesi il distretto era diventato forte e compatto e le adesioni al partito aumentate vertiginosamente. Con questa abile mossa Hitler prese due piccioni con una fava. Riorganizzò un distretto allo sfascio e contrastò anche l’acerrimo rivale Strasser che non aveva abbandonato del tutto i suoi antichi progetti di rivolta.

In quello stesso anno al raduno di Weimar ne seguirono molti altri di cui il principale fu a Monaco. La coreografia era stata studiata come sempre nei minimi dettagli. L’arrivo del Fuhrer fu preceduto da una parata delle SA accompagnata dalla banda musicale del partito e dalla consegna di un programma ad ogni spettatore. Quando Hiler salì sul palco la folla, si zittì. Egli iniziò a parlare con veemenza e decisione gesticolando spesso con le mani. Il pubblico che lo ascoltava con interesse rimase affascinato dalle parole del dittatore che focalizzò il suo discorso sul problema dello spazio vitale e sulla creazione di una razza pura germanica, uniche soluzioni alla crisi in cui erano caduti i tedeschi. Hitler poté ritenersi soddisfatto del lavoro che lui ed i suoi collaboratori avevano eseguito nel 1927. Con la fine dei congressi, infatti, le adesioni al partito erano aumentate del cinquanta per cento portandosi così ad oltre 50.000. Inoltre la schiera dei suoi seguaci più stretti si era arricchita numericamente. Restava però ancora un grave problema da risolvere: i fondi con cui continuare a combattere la repubblica. Anche se efficaci i raduni che Hitler organizzava sempre più frequentemente erano molto costosi e gravavano sulle casse del partito. Per ovviare a questo problema il gerarca nazista faceva raccogliere offerte fra il pubblico durante le manifestazioni e vendeva stemmi del partito e bandierine rosse con la svastica. Anche gli ingressi erano a pagamento.

L’anno successivo si tennero delle nuove elezioni a maggio. Hitler, avendo rinunciato alla cittadinanza austriaca, era un apolide e non potè presentarsi. Al suo posto scelse Strasser, Goebbels e Goring. Quest’ultimo era stato un asso dell’aviazione durante la prima guerra mondiale ed era fuggito in Svezia dopo lo sfortunato putsch della birreria. Ritornato nel 1927 si era riaffiancato a Hitler dopo una breve parentesi come consulente della Lufthansa, la nuova compagnia aerea tedesca di stato. Ma l’esito delle elezioni si rivelò un’amara sconfitta per il Fuhrer. I nazisti ottennero solo 800000 voti ed appena dodici dei 491 seggi del Reichstag. Anche i nazionalisti persero terreno nei confronti dei socialdemocratici. Dopo questi sorprendenti risultati il panorama politico tedesco appariva sempre più caotico e confuso poiché i socialisti ed i comunisti non avevano ottenuto la maggioranza e la destra, che era rimasta al governo fino a quel momento, si era indebolita. Nonostante tutto però la Germania recuperava credito e prestigio in campo internazionale grazie al suo ministro degli esteri Stresemann. Con una serie di incredibili colpi diplomatici aveva fatto ritirare le truppe francesi dalla Ruhr, aveva permesso l’ingresso nella Società delle Nazioni, aveva ratificato il trattato di Berlino, che garantiva i confini fra Germania ed Unione Sovietica. Tutto questo non era visto di buon occhio dai nazisti che basavano la loro politica sul malcontento generale e sulla perdita di prestigio dei tedeschi a livello internazionale. Ma anche l’economia nazionale dava segni di ripresa. Grazie ai capitali stranieri le industrie avevano ripreso a marciare a ritmi elevati e la produzione aveva raggiunto livelli accettabili, superiori a quelli del 1914. Il tenore di vita era notevolmente migliorato ed i salari aumentati. La disoccupazione rimaneva però ancora molto preoccupante. L’automazione delle fabbriche sempre più diffusa aveva incrementato il milione di senza lavoro che nel 1932 diventeranno addirittura sei.

Dopo i risultati delle elezioni del 1928 furono in molti ad affermare che il nazismo era definitivamente crollato. Ma Hitler non la pensava allo stesso modo. Ormai aveva imposto la sua autorità assoluta su tutti i componenti del partito ed aveva riunito sotto il suo comando una schiera di persone fedelissime che avevano abbracciato unicamente la fede nazista e le sue idee. Ovviamente sicuro della vittoria il dittatore manteneva alto il morale dei suoi seguaci preparandosi all’attacco finale.

La scintilla che permise al Fuhrer di salire al potere è da ricercare negli accordi stabiliti fra gli Alleati e il ministro degli esteri tedesco Stresemann, ormai prossimo alla morte, durante la conferenza annuale della Societa delle Nazioni a Ginevra. Il nuovo patto chiamato Young dal nome del banchiere americano Owen D. Young prevedeva una riduzione delle riparazioni di guerra che la Germania doveva pagare ai vincitori del primo conflitto mondiale a “solo” 121 miliardi di marchi. Inoltre i francesi si sarebbero ritirati dalla Renania entro il giugno del 1930, con quattro anni di anticipo. Anche se rappresentava un grande passo avanti rispetto agli accordi precedentemente stipulati, il piano Young fu malvisto dai tedeschi. Ribadiva, infatti, che la responsabilità dello scoppio della prima guerra mondiale era da attribuire alla sola Germania ed obbligava a pagare ingenti risarcimenti in denaro fino al 1988. Ma cosa più grave ricordava l’odioso trattato di Versailles e rievocava negli animi vecchi risentimenti e rancori mai del tutto dimenticati.

Era un momento favorevole per instaurare nella popolazione le idee sovversive naziste e Hitler lo intuì prontamente. Si alleò con i nazionalisti di Hugenberg, anch’essi avversi alla repubblica e scontenti del piano Young, ricevendo così i fondi per incominciare una campagna politica a livello nazionale per la promulgazione della Legge contro l’Asservimento del Popolo Tedesco. Il progetto si rivelò però un insuccesso. I nazisti e i nazionalisti potevano contare soltanto su 85 seggi del Reichstag contro i 406 dei loro avversari e persero miseramente. Hitler allora propose alla popolazione un referendum: se la maggioranza avesse votato a favore la legge sarebbe stata approvata. Ma anche questo tentativo naufragò di fronte agli scarsi risultati raggiunti: appena il quattordici per cento dei tedeschi appoggiò infatti il Fuhrer che per salvare l’onore ed il prestigio agli occhi della gente abbandonò i nazionalisti.

Ma nonostante la dura sconfitta la popolarità del Fuhrer era aumentata notevolmente e le iscrizioni al partito diventavano sempre più numerose per l’aggravarsi della situazione economica. Un altro successo del 1929 fu l’elezione del nazista Wilhelm Frick a ministro degli Interni del gabinetto della Turingia. Hitler si concesse persino il lusso di acquistare una casa signorile a Monaco che arredò personalmente e ivi vi trasferì la sede del partito.

Nel 1930 continuava a tenere discorsi provocatori contro la repubblica. Non essendoci elezioni in vista gli altri partiti non davano peso alle parole del futuro dittatore che poteva parlare ai suoi sostenitori senza alcun intralcio. Per dare una scossa alla situazione e dimostrare la fragilità del governo sguinzagliò le SA per le strade contro ebrei, comunisti e avversari politici. Bisognava dimostrare alla popolazione che si stava combattendo e che se molti uomini erano disposti a morire per la causa nazista voleva dire che questa era giusta. Non fu comunque facile tenere a bada le camicie brune e frenare il loro slancio. Bisognava evitare che esse scatenassero una guerra civile più che una semplice pressione. Le SA pensavano, infatti, che la repubblica sarebbe stata rovesciata con l’uso delle armi ed in seguito esse si sarebbero sostituite all’esercito regolare. Hitler però non la pensava così. Nonostante questi atti di violenza era deciso ad arrivare al potere legalmente, senza troppi spargimenti di sangue. La situazione cominciò presto a degenerare e le autorità iniziarono a prendere severi provvedimenti contro l’esercito paramilitare nazista. In Baviera fu messo fuori legge mentre in Prussia fu vietato ad ogni funzionario statale di aderire al partito nazionalsocialista.

Con queste azioni “terroristiche” le SA dimostrarono la fragilità e l’inefficienza del governo di Weimar. Intanto il Fuhrer ristabiliva l’ordine fra i suoi collaboratori riconciliandosi con l’eterno rivale Gregor Strasser. Suo fratello Otto invece continuava ad essere una spina nel fianco poiché a Berlino controllava diversi giornali. Hitler, deciso a ribadire la propria autorità all’interno del partito, ordinò quindi a Goebbels di estromettere Strasser.

Intanto nel marzo del 1930 il governo tedesco subì un duro colpo: le dimissioni del cancelliere Hermann Muller. L’abile politico tedesco si lamentava del fatto che il Reichstag non appoggiava mai le sue proposte. Hindemburg che di norma non si intrometteva nelle vicende politiche fu costretto ad intervenire per evitare il peggio e dovette nominare un nuovo cancelliere. Nella scelta del successore di Muller i militari giocarono un ruolo fondamentale convincendo l’anziano presidente a rinunciare al sistema parlamentare e ad eleggere un cancelliere non legato ad una maggioranza. Il sistema politico tedesco dopo questa decisione mutò radicalmente: i cancellieri ora promulgavano tutte le leggi non attraverso il parlamento ma grazie a decreti straordinari concessi dal presidente. Il Reichstag poteva comunque vanificare i decreti presidenziali o richiedere la destituzione del cancelliere attraverso un voto di maggioranza. Per evitare simili possibilità Hindemburg poteva concedere un decreto di scioglimento del parlamento che avrebbe portato i partiti a dover affrontare nuove elezioni. La scelta del successore di Muller cadde su Heinrich Bruning, un parlamentare del Partito cattolico di centro. Per circa due anni riuscì a governare grazie al tacito consenso dei socialdemocratici che, seppur non partecipando direttamente al suo gabinetto, non promossero mai una mozione di sfiducia impauriti dalla possibilità che le nuove elezioni potessero portare ad un governo di destra. Questa decisione non favorì di certo i socialdemocratici a causa della politica economica di Bruning che aggravò ancora più drasticamente la situazione tedesca. Ciò gli alienò il favore delle masse che vedevano la disoccupazione dilagare a dismisura. Anche Hindenburg incominciò a pentirsi della sua scelta. Non tanto per gli insuccessi riportati in ambito politico quanto per la riluttanza di quest’ultimo ad allearsi con la destra. Sempre consigliato dalla sua cerchia di amici militari, ed in particolar modo dal generale Kurt von Schleicher, il presidente decise alla fine di maggio di destituire Bruning. Schleicher si era affermato in ambito militare nello stato maggiore tedesco durante la prima guerra mondiale occupandosi di logistica. Alla fine del conflitto si occupò dei rapporti fra l’esercito ed il governo presiedendo uno speciale ufficio sottoposto solo al ministero della Difesa. Grazie a questa rilevante posizione riuscì ad inserirsi nella ristretta cerchia di militari consiglieri di Hindenburg. Fu sempre lui ad influenzare la scelta del nuovo cancelliere: Franz von Papen, un aristocratico poco più che cinquantenne. Sicuramente la scelta di Schleicher fu molto opportunistica. Papen, un vecchio amico del generale, non aveva le conoscenze necessarie per guidare il governo e si sarebbe dovuto quindi affidare  ai suoi consigli per le questioni più complesse. Inoltre, per assicurarsi un ruolo attivo nel nuovo governo, Schleicher si riservò anche la carica di ministro della difesa dopo aver rinunciato al suo grado di generale per poter accedere al ministero. Il nuovo cancelliere si mise subito al lavoro per procurarsi una maggioranza parlamentare. Da un lato non gli era necessaria potendo contare sui decreti straordinari per promulgare le leggi. Dall’altro gli avrebbe però consentito di evitare il pericolo di un voto di sfiducia. Ma il centro cattolico si rifiutò categoricamente di appoggiarlo poiché lo riteneva coinvolto nell’estromissione dal governo del loro collega Bruning. Papen decise quindi di seguire la volontà del presidente schierandosi con la destra e quindi con i nazisti. Per ottenere l’appoggio dei nazionalsocialisti, Papen accettò le richieste di Hitler di togliere il bando alle sue camicie brune e di indire nuove elezioni nazionali. Ottenne rapidamente il consenso di Hindenburg e approfittò di alcune sommosse scoppiate in Prussia, il più vasto dei diciassette stati federali, per richiedere l’uso dei decreti straordinari del presidente ed il permesso di sciogliere il governo prussiano. Le nuove elezioni furono tenute a luglio e sancirono il successo della politica di Hitler ed il crollo dei partiti moderati di centro. Provati da anni di privazioni e di disoccupazione, i tedeschi si dimostrarono disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido cambiamento della situazione. Ciò permise ai nazisti ed ai comunisti di schiacciare in modo evidente le forze moderate che persero centinaia di migliaia di voti. Il partito di Hitler, assicurandosi il 37,4% dei consensi popolari e riuscendo ad occupare ben 230 seggi al Reichstag, divenne il più forte della Germania. Il Fuhrer tentò subito di sfruttare i successi elettorali appena ottenuti a suo vantaggio richiedendo la cancelleria in quanto leader del partito più forte tedesco. Papen non era disposto a perdere la carica appena ottenuta e cercò di addolcire Hitler offrendogli il posto di vice-cancelliere nel suo gabinetto e alcuni ministeri per i suoi collaboratori più stretti. Anche Hindenburg rifiutò la richiesta, nutrendo una profonda avversione per il capo nazista, e si dimostrò d’accordo con Papen sulle eventuali concessioni da elargire al posto della carica di cancelliere. Ma Hitler, conscio che accettando la proposta dell’anziano presidente non avrebbe

raggiunto nessuna carica di rilievo, rifiutò furibondo. Senza l’appoggio dei nazisti il governo si trovò in grave difficoltà. Papen poteva contare solo sul 10% dei consensi del Reichstag e si sarebbe trovato subito di fronte ad un voto di sfiducia non appena il parlamento si sarebbe riunito. Per evitare una simile eventualità, Hindenburg decise di concedere al cancelliere uno speciale decreto che gli avrebbe permesso di sciogliere il Reichstag quando più lo avrebbe ritenuto opportuno. Anche le elezioni che sarebbero dovute seguire alla mozione di sfiducia furono annullate. Pur di mantenere in carica Papen Hindenburg scelse di violare apertamente la costituzione concedendo al gabinetto il potere di governare in modo quasi assoluto, attraverso i suoi speciali decreti.

Fu comunque tutto inutile. Quando a settembre si riunì il parlamento i comunisti promossero un voto di sfiducia. Papen tentò di opporsi utilizzando il suo speciale decreto ma la votazione andò avanti. I risultati furono terrificanti: 512 voti contrari e solo 42 a favore dell’attuale gabinetto. Hindenburg tentò lo stesso di opporsi all’evidenza affermando che il parlamento era stato sciolto prima che la votazione fosse terminata. Ma Papen di fronte ad una simile opposizione non trovò il coraggio di violare la costituzione e furono immediatamente indette nuove elezioni per l’inizio di novembre. Hitler si poteva ritenere più che soddisfatto dell’andamento della situazione. Era riuscito a scalzare Papen dal potere e aveva la possibilità di incrementare la forza del suo partito grazie alle nuove elezioni. Ovviamente l’obiettivo era la cancelleria, come Hitler ammise ai suoi aiutanti più fidati. Ma le cose andarono ben diversamente e le speranze del Fuhrer si trasformarono ben presto in effimere illusioni. I nazisti persero molto terreno rispetto alle elezioni di luglio. Molti degli elettori che avevano appoggiato la causa nazista erano rimasti delusi dal fatto che Hitler non fosse riuscito ad occupare nessun rulo di prestigio. Anzi aveva anche rifiutato la carica di vice-cancelliere che agli occhi del popolo rimaneva comunque un ruolo importante e non privo di potere come invece appariva ad Hitler. Complessivamente i nazisti ottennero 196 dei 584 seggi del Reichstag, perdendone 34 rispetto alle elezioni precedenti. L’unico partito che seppe approfittare della situazione fu quello comunista che forte dei 100 seggi ottenuti divenne la terza forza politica della Germania.

In linea di massima la situazione al Reichstag rimaneva praticamente immutata. Solo i socialdemocratici persero effettivamente molti voti e i loro seggi scesero a 121. La situazione si fece precaria per Papen. Anche se il suo partito aveva incrementato la sua forza alle nuove elezioni, quasi il 90% della popolazione rimaneva contraria al suo gabinetto. Il cancelliere decise quindi di presentare le proprie dimissioni pur rimanendo in carica fino alla nomina del suo successore. Hindenburg cercò comunque di far cambiare idea a Papen cercando di formare una coalizione che potesse ottenere la maggioranza al Reichstag. Con molto ottimismo contattò Hitler su una sua possibile partecipazione al gabinetto Papen. Ovviamente non ci fu alcun accordo perché Hitler pretese, persistendo nella sua linea del tutto o niente, che la carica di cancelliere venisse affidata a lui. Assicurò anche al presidente che avrebbe pensato a cercare la collaborazione di altri partiti per appoggiare la sua candidatura. Hindenburg, offeso da simili richieste, rispose che gli avrebbe concesso tre giorni per cercare degli alleati che lo sostenessero in un governo parlamentare. In più si riservò il diritto di scegliere personalmente i ministri degli Esteri e della Difesa. Erano condizioni impossibili. I due ministeri su cui il presidente aveva messo il proprio veto erano fra i più importanti. Inoltre tre giorni non sarebbero mai bastati per riuscire a discutere qualsiasi genere di accordi con altri partiti. Hitler, temendo che Hindenburg mirasse a screditarlo davanti al popolo dandogli un’opportunità di arrivare al potere che lui non sarebbe mai riuscito a sfruttare, rifiutò. Papen si dimostrò quindi pronto ad accettare nuovamente l’incarico nonostante la sua popolarità fosse in continuo ribasso. Nei pochi mesi in cui era stato al potere non aveva certo contribuito a favorirsi il favore della massa. Anzi, le sue manovre economiche ebbero il risultato di aggravare la situazione disastrosa in cui milioni di tedeschi si trovavano, aumentando anche il numero dei disoccupati. La sua scarsa abilità politica era ormai chiara a tutti e il governo, che doveva poggiare sui continui decreti speciali di Hindenburg, appariva agli occhi di molti quasi come una dittatura. L’unico risultato di una nuova riunione della camera sarebbe stato un altro voto di sfiducia. Schleicher capì subito quanto stava succedendo. Uomo di intrighi, molto abile a muoversi nell’ombra per ottenere i suoi scopi, non era affatto soddisfatto del lavoro compiuto da Papen. Aveva appoggiato la sua nomina sperando di avvalersi di lui come uno strumento per i propri obiettivi ma una volta al potere Papen aveva dimostrato un’indipendenza notevole nei suoi confronti, acquistando sempre più fiducia in sé stesso. In più il cancelliere era anche diventato un buon amico del presidente ed era tenuto da quest’ultimo in grande considerazione. Schleicher decise di intervenire direttamente per cambiare il corso degli eventi. Intuì che lasciando Papen in carica le forze politiche del paese si sarebbero riunite contro il governo. Il rischio era la guerra civile e la Germania, attraversando un momento così critico, ne sarebbe uscita distrutta. Poco prima delle elezioni un accordo tra nazisti e comunisti riguardo a uno sciopero dei trasporti a Berlino era bastato a paralizzare la capitale.

Ora c’era il rischio di una paralisi totale i cui effetti si sarebbero fatti sentire subito sull’economia del paese. Scheleicher incominciò così a dissociarsi dalle scelte politiche di Papen per mettere in atto il suo piano. Dichiarò, forte di uno studio del suo ministero della difesa, che in caso di guerra civile l’esercito non sarebbe mai riuscito ad opporsi alle truppe paramilitari di nazisti e comunisti. Con questo stratagemma riuscì a togliere al cancelliere l’appoggio del gabinetto ingraziandosi nel frattempo Hindenburg riguardo ad una sua possibile candidatura alla cancelleria. Papen si dimostrò ancora debole di carattere ed esasperato dalla pressione che la situazione comportava presentò le sue dimissioni al presidente che, riluttante, le accettò. Il giorno seguente la carica di cancelliere passò nelle mani di Schleicher, l’ultimo a detenerla prima dell’avvento di Hitler.

Kurt von Schleicher era una figura nota nell’ambiente politico tedesco ma non aveva mai svolto ruoli di primo piano, se si esclude i pochi mesi di ministero sotto il governo Papen. Abile oratore riusciva facilmente durante un discorso ad influenzare le opinioni degli altri avvicinandole alle sue. Da molti veniva considerato un freddo opportunista disposto a tutto pur di migliorare la propria posizione. Queste tesi venivano avvalorate dai molti voltafaccia fatti da Schleicher, anche a persone che gli erano vicine, per non mettere in pericolo il proprio status. In realtà il nuovo cancelliere non era altro che un militare convinto. Non gli interessava una restaurazione della monarchia ma si adattò alla situazione esistente. Per lui l’esercito doveva servire da garante al governo per mantenere il controllo dello stato e la sicurezza tedesca nei confronti dei paesi confinanti.

Schleicher, appena conquistato il potere, si trovò di fronte al solito problema di ottenere una maggioranza in parlamento che evitasse un voto di sfiducia. La scelta del neo cancelliere ricadde sui nazisti. Con i loro 196 deputati erano la forza di maggior peso nel Reichstag ed ottenere il loro appoggio sarebbe stato un significativo passo in avanti verso un governo più stabile. Ben conscio che qualsiasi trattativa diretta con Hitler sarebbe risultata infruttuosa Schleicher rivolse la sua attenzione su Gregor Strasser. Secondo per importanza solo ad Hitler nel partito, veniva considerato da tutti un politico meno radicale e con un maggior senso pratico per gli affari, essendo stato un farmacista. Ma ciò che faceva di Strasser la pedina giusta per gli scopi di Schleicher era la sua grande capacità di valutare i fatti in modo molto realistico. Il numero due nazista non era per nulla soddisfatto della lina politica del tutto o niente di Hitler e capì subito dopo le elezioni di novembre che non sarebbero mai riusciti ad ottenere il potere attraverso una maggioranza diretta in parlamento. Dalle elezioni svoltesi a luglio era stato perso molto terreno e Strasser si rammaricava che Hitler continuasse a non accettare almeno una fetta di potere fintanto che i nazisti potevano contare su un appoggio delle masse ancora elevato. Ulteriori elezioni avrebbero avuto il solo effetto di peggiorare la situazione e di far crollare il morale tra le file naziste.

Schleicher e Strasser si incontrarono in segreto il 4 dicembre per discutere della situazione. Purtroppo la loro conversazione rimarrà un mistero perché nessuno dei due ha lasciato alcuna testimonianza. Nonostante le precauzioni prese, Hitler venne a sapere della trattativa e il giorno seguente durante un vertice dei leader nazisti all’Hotel Kaiserhof, sede berlinese del partito, Strasser espose i suoi timori al suo diretto superiore. Se il parlamento si fosse sciolto i nazisti non sarebbero stati in grado di reggere ad una ulteriore campagna elettore ed avrebbero subito altre pesanti perdite. Hitler stroncò senza mezzi termini le argomentazioni di Strasser, accusandolo di tradimento. Decise anche di ribadire la propria leadership nel partito tenendo un discorso ai suoi deputati. Davanti a quasi duecento persone ribadì che scendere a compromessi avrebbe significato tradire l’onore del loro movimento. Il potere sarebbe stato raggiunto senza nessuna alleanza e solo quando sarebbe stato lui stesso ad ottenere la carica di cancelliere. Alla fine dell’orazione i deputati si piegarono alla volontà di Hitler ed alla sua linea politica di assoluta opposizione. Il Fuhrer pensava di aver risolto ogni dissidio all’interno del suo partito quando l’otto dicembre ricevette una lettera che lo fece tremare. Strasser dava le sue dimissioni da capo dell’apparato organizzativo del partito. Le cause, scrisse, che lo portarono ad un simile gesto erano da ricercarsi nelle continue intromissioni di Hitler nel suo lavoro, che non gli avevano permesso di esercitare liberamente il proprio compito amministrativo sulle unità regionali naziste. In realtà il motivo di un simile distacco è molto più semplice: Strasser non era più disposto a seguire la linea politica del tutto o niente di Hitler che equivaleva ad una sfida contro il destino. La lettera veniva chiusa, nonostante tutto, con una frase rassicurante: “come sempre, tuo devoto”. Hitler rimase paralizzato dalla paura. Riusciva bene ad immaginare cosa avrebbe potuto scatenare un simile gesto. Temeva che durante l’incontro di pochi giorni prima Schleicher avesse offerto a Strasser la carica di vice-cancelliere nel suo gabinetto. Se il numero due nazista avesse accettato, il partito si sarebbe rotto in due parti spazzando quella unità che da sempre contraddistingueva i nazisti. Inoltre il suo ex luogotenente aveva anche una grande influenza nei Gau (distretti) del nord e molti deputati sarebbero stati disposti a seguirlo. Hitler passeggiò per ore per il proprio studio in preda al terrore che simili eventualità si potessero realizzare. Improvvisamente perse la fiducia in se stesso, la convinzione di essere l’uomo inviato dal destino per risollevare le sorti della Germania. “Se il partito dovesse sgretolarsi” disse a Joseph Goebbels” terrò fede alla mia promessa e mi finirò con un colpo di pistola”. Durante il lungo discorso ai suoi seguaci tenuto pochi giorni prima, aveva minacciato che in caso di disobbedienza di uno qualsiasi dei suoi collaboratori si sarebbe suicidato. Per fortuna di Hitler non ci furono altre defezioni. Per coprire l’assenza di Strasser, che nella sua lettera aveva annunciato di partire per una vacanza, Hitler dichiarò ai giornalisti di avergli concesso una licenza di qualche settimana per malattia. Anche se la crisi si era risolta nel migliore dei modi essa dimostrava che il partito nazista stava perdendo la sua compattezza. Il potere appariva sempre più lontano, sicuramente più di quanto non fosse pochi mesi prima quando il potere contrattuale di Hitler era ai massimi livelli. La fine dell’anno 1932 vedeva quindi il partito nazionalsocialista vacillare per colpa di una strategia politica errata dovuta al carattere del suo leader. La vera svolta che cambiò le sorti della Germania e del mondo intero non sarà merito di Hitler, della sua bravura in campo politico, della sua capacità di infiammare le folle sfruttando la situazione disperata in cui verteva la Germania. Il potere giungerà nelle mani del Fuhrer dopo un mese, quello del gennaio 1933, di intrighi e complotti in cui Hitler avrà solo un ruolo di secondo piano. Sarà il succedersi degli eventi, inaspettati per lo stesso leader nazista, a consegnarli la cancelleria su un piatto d’argento, proprio nel momento di maggior difficoltà per il suo partito.

Il 1932 terminava quindi lasciando la Germania in una situazione politica ancora confusa, non certo migliore di quella degli ultimi anni. L’unico aspetto positivo era la lenta ma pur sempre graduale ricrescita economica. Il valore di azioni ed obbligazioni erano in netto rialzo, quasi del 30%. La disoccupazione era leggermente diminuita anche se rimaneva ancora di diversi milioni di persone. Tutto ciò andava ovviamente a discapito della politica estremista nazista che puntava molto sulla sfiducia dei cittadini dovuta alla depressione economica. Agli inizi di gennaio 1933 Hitler rimaneva comunque la persona di maggior rilievo in ambito politico e il suo partito, nonostante i rovesci dell’anno precedente, contava il maggior numero di rappresentanti al Reichstag. La fiducia nelle sue capacità erano intatte nonostante il “tradimento” di Strasser ed egli si considerava ancora l’uomo inviato dal destino per creare una nuova Germania, forte e potente. La sua era una missione quasi “divina” e il potere assoluto stava alla base del suo progetto. Solo così avrebbe potuto trascinare la nazione verso una nuova alba di grandezza. La divisione del potere avrebbe solo creato degli intralci, dei rallentamenti al compimento dei suoi piani. La Germania si sarebbe riscattata ad est occupando, usando le stesse parole di Hitler, uno “spazio vitale” ai danni dell’Unione Sovietica, degli odiati bolscevichi. Il successo era garantito dalla convinzione della superiorità della razza ariana nei confronti delle altre. Il Fuhrer infatti credeva fermamente nella divisione dell’umanità in diverse etnie costantemente in lotta tra di loro. Il diritto alla sopravvivenza spettava solo al vincitore di questa lotta che agli occhi di Hitler erano ovviamente i tedeschi. I popoli non ariani andavano semplicemente distrutti senza pietà e al primo posto della lista c’erano gli ebrei che si erano amalgamati con il resto della società tedesca, occupando posizioni di rilievo e minando la sua solidità e compattezza. L’ultimo elemento contro cui il dittatore si scagliò durante tutta la sua carriera politica era il marxismo che divideva il popolo in diverse classi in lotta contro di loro. La Germania avrebbe potuto uscire dalla  grave crisi in cui era caduta solo risolvendo questi problemi sotto la sua guida. L’obiettivo era un Reich millenario libero dalle etnie impure che avrebbe dovuto dominare su tutta l’Europa. Lo sviluppo sarebbe stato garantito dalle inesauribili risorse sottratte all’Unione Sovietica, l’unico vero ostacolo che Hitler frapponeva tra sé ed il dominio totale. Questa ideologia, praticamente un credo, si poteva trovare nel “Mein Kampf”, quasi una Bibbia per i nazisti. Ma gli avversari politici sottovalutarono la portata delle mire di Hitler. Il dittatore evitava di trattare degli elementi più estremi della sua ideologia in pubblico. Sapeva moderare con incredibile abilità il contenuto dei suoi discorsi ed il suo lessico adattandoli alle esigenze dei suoi interlocutori. Con i suoi “fedeli” parlava apertamente dei suoi progetti per la Germania dopo la conquista del potere. Con il popolo manteneva un atteggiamento molto più moderato. Parlava certamente degli ebrei come razza inferiore colpevole delle disgrazie tedesche, condannava i comunisti ed i loro atteggiamenti ma non trattava mai dei suoi progetti di guerra totale che avrebbe attuato una volta ottenuto il potere assoluto. Gli altri politici lo consideravano per lo più un esagitato, che sarebbe crollato tanto velocemente come era nato. Molti lo considerarono uno strumento quasi inoffensivo per i propri fini. Pochi lo temettero davvero comprendendo la sconfinatezza dei suoi obiettivi. Quasi nessuno aveva letto il “Mein Kampf”, in pratica la confessione dei suoi ideali, considerando la lettura del libro una inutile perdita di tempo. Hitler, dopo il fallito tentativo di rovesciare la repubblica del 1923, aveva cambiato strategia decidendo di raggiungere il potere nel rispetto della costituzione e della democrazia. Evitò così di rendere noti alla popolazione i suoi ideali estremisti ed il suo acceso antisemitismo scagliandosi invece contro i repubblicani che avevano deciso l’armistizio nella guerra del 15-18 pugnalando così l’esercito tedesco alle spalle nonostante non fosse stato ancora del tutto sconfitto sul campo. Il trattato di Versailles rimaneva ancora una ferita aperta nell’orgoglio dei tedeschi, più che per le sanzioni economiche per il fatto che attribuiva l’intera responsabilità del conflitto alla Germania. Seguendo quindi una linea tutto sommato legale (pur con i molti interventi di stampo terroristico delle SA) Hitler era riuscito in circa otto anni a trasformare un minuscolo partito di destra nel più forte movimento politico tedesco. C’erano stati molti momenti difficili durante questo cammino ma Hitler non perse mai la fiducia in sé stesso, la concezione di essere l’uomo della provvidenza per una Germania ferita. Sarebbe riuscito a trasformare la realtà adattandola ai suoi ideali ed ai suoi progetti. La sua era quasi una visione messianica in cui non c’era spazio per una qualsiasi possibilità di insuccesso.

“Il 1933 sarà il nostro anno. Glielo posso mettere per iscritto” asserì Hitler alla festa di capodanno ad uno dei suoi maggiori sostenitori, Ernst Hanfstaengel. La lotta quindi continuava e il successo sarebbe presto arrivato. Bisognava comunque agire con prudenza perché il partito stava attraversando una fase difficile. Bisognava evitare che il governo Schleicher cadesse immediatamente perché le dissanguate risorse finanziare del partito non sarebbero riuscite a reggere ad un’altra estenuante campagna di propaganda per le elezioni. I deputati nazisti contribuirono quindi a bloccare un voto di sfiducia proposto da comunisti e socialdemocratici. La vera svolta che fece uscire Hitler da un vicolo cieco in cui lui stesso aveva voluto finire giunse il 4 gennaio. In gran segreto (anche  il suo autista personale Otto Dietrich era all’oscuro di tutto) il Fuhrer si incontrò con l’ex cancelliere Franz von Papen. L’obiettivo di quest’ultimo era chiaro: riprendere il suo posto al governo vendicandosi di Schleicher che prima gli aveva consegnato il potere e poi glielo aveva sottratto. Papen propose ad Hitler di formare un governo nuovo appoggiato da una coalizione tra nazisti e conservatori e che si sarebbe servito dell’appoggio di Hindenburg e dei suoi speciali decreti. La proposta era allettante, anche se la divisione del potere non rientrava nei piani di Hitler. Bisognava però arrivare alla cancelleria prima che fossero indette nuove elezioni per evitare ulteriori perdite alle urne. Questo il Fuhrer lo sapeva bene e la chance che Papen gli offriva, se ben sfruttata, avrebbe potuto condurre ad ottimi risultati. Sapeva bene comunque che l’anziano Hindenburg si era sempre opposto ad un suo gabinetto ma sperava di riuscire a sfruttare l’influenza di Papen sul presidente ai propri fini. Su questo importante fattore si basava la strategia del nuovo alleato di Hitler: l’avversione di Hindenburg verso il leader nazista gli avrebbe permesso di ritornare cancelliere contando sull’appoggio dei deputati nazisti. Papen promise che avrebbe nominato due nazisti ai ministeri degli interni e della difesa, due posizioni di rilievo che avrebbero dato al partito nazionalsocialista il controllo delle forze armate. Hitler non era comunque disposto a ricoprire un ruolo di secondo piano e reclamava per sé la cancelleria forte del grande appoggio popolare di cui godeva. Alla fine non si decise niente ma i due politici decisero di reincontrarsi per continuare le trattative. Il giorno seguente la notizia dell’incontro appariva già su molti giornali berlinesi, nonostante le forti precauzioni prese da Hitler. I nazisti cercarono di sminuire l’importanza di un simile avvenimento e i due politici tedeschi affermarono di essersi incontrati solo per discutere della possibilità di un ampio fronte nazionalista. Schleicher non dette peso alla notizia pensando che Papen non avesse il coraggio di muoversi contro di lui. Il generale considerava il proprio ex protetto poco più che un fantoccio, incapace di ordire cospirazioni e impacciato nel difficile mondo politico tedesco. Ma Papen stava attuando un piano ben preciso ed era deciso ad andare fino in fondo. Si incontrò con Hindenburg riferendogli che Hitler era disposto ad appoggiare un gabinetto di coalizione assieme alle forze conservatrici. Il presidente intuì che una simile opportunità implicava la caduta di Schleicher poiché i nazisti non lo avrebbero mai appoggiato. Sarebbe stato Papen a dover ricoprire l’ambita carica di cancelliere, forte dell’appoggio del presidente.

Rilanciato dagli avvenimenti degli ultimi giorni Hitler si immerse completamente nella campagna elettorale nel Lippe, uno dei più piccoli stati federali che contava solo 100000 abitanti. Era il momento ideale per rilanciare la credibilità del partito: le dimensioni ridotte del territorio rendevano possibile una intensa campagna elettorale che non avrebbe pesato troppo sulle risorse finanziarie naziste, ormai agli sgoccioli. Tra il 4 e il 15 gennaio, giorno delle elezioni, Hitler tenne quindici discorsi e altri importanti esponenti nazionalsocialisti completarono l’opera di propaganda con 23 comizi. Bisognava sfatare l’impressione ormai diffusa che il nazionalsocialismo fosse in declino e che presto sarebbe crollato. Un'altra sconfitta alle urne sarebbe stata fatale ma la sorte giocò  ancora una volta a favore dei nazisti. Il Lippe era l’ideale per rilanciare il partito e Hitler lo sapeva bene. Le dimensioni ridotte del territorio permettevano di sostenere una campagna di propaganda senza precedenti con discorsi giornalieri in tutto lo stato. La popolazione era costituita per lo più da protestanti, il 95% circa, che vivevano per lo più in campagna. Il partito nazista non aveva mai riscosso molti consensi nelle zone altamente industrializzate la cui popolazione votava solitamente o per i socialdemocratici o per i comunisti. Nel Lippe le fabbriche erano quasi inesistenti e le poche che c’erano erano piccole aziende che producevano mobili. I nazisti contribuirono a rendere più imponente la loro campagna elettorale facendo affluire nel minuscolo stato migliaia di SA dalle regioni circostanti. Ai discorsi le camicie brune contribuivano ad accrescere la spettacolarità con inni entusiastici e applausi scroscianti. I raduni erano di una pomposità quasi sconcertante, soprattutto se paragonati a quelli degli altri partiti. Hitler puntava molto sull’effetto scenografico per accendere gli animi dei suoi interlocutori. Le SA incominciavano ad intrattenere il pubblico circa un’ora prima del comizio suonando inni marziali e marciando per la città fino al luogo prestabilito per il raduno. Quindi si disponevano su due file creando tra di esse un corridoio in cui sarebbe passato l’oratore accolto con altre canzoni marziali che accrescevano l’importanza del suo arrivo. La strada verso il successo elettorale nel Lippe non era comunque tutta in discesa. L’ostacolo più grave era rappresentato dalle ormai esaurite casse del partito, provate dalle numerose elezioni dell’anno precedente (le due del Reichstag, le due presidenziali e le elezioni parlamentari per lo stato prussiano). Negli anni precedenti Hitler aveva potuto sempre contare su una grande disponibilità di denaro per finanziare la propaganda durante le elezioni. Nel periodo della scalata al potere, che aveva visto l’ascesa del partito nazista, le iscrizioni erano in rapido aumento e molti donavano anche più della quota prestabilita, sicuri che presto si sarebbe giunti al potere. I capovolgimenti degli ultimi mesi avevano invece fatto precipitare il numero delle iscrizioni. In molti smisero di pagare la propria quota presi dallo sconforto e dalla delusione per le ultime sconfitte. Anche i raduni, con il loro biglietto di ingresso più volte ridotto, non garantivano più una stabilità economica al partito. Hitler dovette finanziare  la campagna del Lippe anche attraverso le proprie entrate personali sui diritti del suo Mein Kampf.

Gli avversari politici di Hitler cercarono in tutti i modi di ostacolare i nazionalsocialisti screditandoli agli occhi della gente. In particolar modo puntavano il dito su una presunta “scissione” del partito ad opera di Gregor Strasser che secondo fonti bene informate stava tramando alle spalle del Fuhrer per entrare nel gabinetto Schleicher con il ruolo di vice cancelliere. Molti esponenti nazisti delusi dalla inconcludente strategia di Hitler simpatizzavano infatti per il suo ex luogotenente, considerato un politico più concreto e dinamico. I timori sembrarono concretizzarsi quando divenne pubblica la notizia dell’incontro tra Hindenburg e Strasser. Il 12 Goebbels scrisse nel suo diario: “Strasser sta complottando. È stato dal presidente.  … Questo è quello che io chiamo un traditore. L’ho sempre pensato e Hitler ne è molto scosso”. La situazione in effetti si stava facendo complicata e la tensione all’interno del partito si poteva tagliare con un coltello. Ad aggravare le cose lo stesso giorno apparve su un quotidiano regionale una lettera di un nazista dissidente che accusava il partito e i suoi più alti esponenti. Arrivare al potere passando per le urne era una strategia completamente sbagliata, scrisse con toni aspri e decisi. Ma soprattutto i funzionari del partito non erano in grado di adempiere ai loro compiti perché erano scelti non in base alle loro effettive qualità ma solo per la loro sottomissione ai massimi dirigenti. In pratica non erano altro che dei semplici esecutori di ordini. Goebbels si affrettò a sminuire la portata della denuncia affermando che si trattava di un caso isolato ma la compattezza nazista sembrava essersi sgretolata definitivamente.

I risultati premiarono comunque gli sforzi di Hitler, almeno in apparenza. Con il 39,5% dei voti era riuscito ad imporsi sugli altri partiti ed a conquistare la maggior parte dei 21 seggi dell’assemblea legislativa. Ma se non ci si ferma ad analizzare solo la superficie del risultato si può vedere come esso non sia stato poi così eccezionale. I nazisti non riuscirono a sconfiggere le forze di sinistra. Anzi, i socialdemocratici guadagnarono rispetto alle elezioni di novembre quasi del 3%. I voti in più che i nazisti ottennero furono sottratti al Partito nazionale tedesco che perse quasi il 4%. In definitiva il rapporto tra destra e sinistra rimaneva invariato ed in sostanziale equilibrio. L’aumento di consensi rispetto alle ultime elezioni per il Reichstag fu dovuto quasi esclusivamente alle incredibili risorse che Hitler profuse nella campagna elettorale. Un giornale cattolico scrisse: “Perché un simile incremento di voti? Perché nessun partito in Germania possiede o può impiegare a) così tanti soldi, b) così tanti oratori, c) così tante tende, auto e altoparlanti da eguagliare l’azione nazista nel Lippe in modo tale da sottoporre ogni circoscrizione elettorale alla stessa enorme pressione usata per assicurare un simile successo”. Ma i nazisti urlavano comunque alla vittoria come un segnale di ripresa del partito. Il risultato era un evidente indice di gradimento del popolo che si era riaffiancato al partito nazista nella lotta contro il sistema repubblicano e il marxismo.

Hitler approfittò immediatamente della situazione per chiudere una volta per tutte il caso Strasser e ridare così solidità al suo partito. Tenne un discorse di tre ore ai Gauleiter difendendo con toni aspri e decisi la sua strategia politica che aveva portato al successo nel Lippe. Poi attaccò direttamente Strasser accusandolo di tradimento e rendendolo responsabile degli scarsi risultati ottenuti alla fine del 1932. Chi si fosse schierato con il traditore sarebbe stato disonorato per sempre. Tutti furono conquistati e giurarono nuovamente fedeltà ad Hitler. Goebbels era entusiasta: “Il caso è chiuso … tutti hanno abbandonato Strasser”. In effetti il docile farmacista uscì definitivamente di scena.

Non si hanno prove che egli stesse realmente complottando contro il Fuhrer ed è difficile credere ad una simile ipotesi. A Strasser mancava infatti quello charme e quel carisma necessari per poter opporsi ad Hitler e vedeva ancora nel leader nazista l’unica figura nell’ambiente politico tedesco in grado di far risorgere la Germania. Decise quindi d’accordo con Goring di ritirarsi per due anni dalla vita politica ed accettò un modesto lavoro in una casa farmaceutica. Ciò non impedì che durante la famosa purga del giugno 1934, nota come “notte dei lunghi coltelli”, egli venisse assassinato da un commando di SS.

La situazione per il partito nazista a metà gennaio prospettava un futuro difficile che sarebbe stato caratterizzato da altri insuccessi. Si facevano sempre più insistenti le voci riguardo ad irregolarità finanziarie, dovute alle ristrettezze economiche. Molti giornali furono costretti a chiudere e pagare i giornalisti che lavoravano per quelli ancora esistenti diventava un problema. Le SA si dimostrarono sempre più insoddisfatte della politica di Hitler e premevano per una linea più rivoluzionaria per rovesciare l’attuale repubblica. La tensione sfociò in una violenta ribellione, guidata dal comandante delle SA della Franconia centrale, Wilhelm Stegmann. Quasi tutte le camicie brune sotto il suo comando, circa 6000, lo seguirono nella speranza di cambiare le cose. Ma Hitler reagì espellendo i dissidenti dal partito e denunciandoli come traditori agli occhi della gente. Le parole del Fuhrer non furono sufficienti e le diserzioni si estesero a macchia d’olio anche alle regioni circostanti. L’organizzazione paramilitare nazista si stava lentamente sgretolando e se Hitler non fosse riuscito ad ottenere la cancelleria il 30 gennaio, eliminando così dissidi e contrasti, sarebbe crollata definitivamente entro pochi mesi.

Intanto il leader nazista proseguiva per la sua strada, sorretto come sempre da una fede cieca nei suoi ideali. Il 18 gennaio si avvalse dell’aiuto di un produttore di champagne, Joachim von Ribbentrop, per incontrare nuovamente Papen. Hitler attaccò immediatamente pretendendo per sé la cancelleria, forte della vittoria ottenuta nel Lippe tre giorni prima. Le sue parole caddero però nel vuoto poiché il suo interlocutore continuava a premere per un gabinetto Papen appoggiato dai nazisti. Il colloquio terminò con un nulla di fatto e i due si lasciarono nuovamente senza un preciso appuntamento per proseguire le trattative.

Hitler era ben conscio che il destino suo e del suo partito non dipendevano ormai interamente dalle sue capacità. Un ruolo determinante lo avrebbe avuto Papen, lo strumento necessario per ingraziarsi Hindenburg, e Schleicher. Molto, adesso, sarebbe dipeso dalle loro decisioni, dettate spesso dal carattere e dalle ambizioni private. Era una situazione delicata e difficile e nello stesso tempo unica ed imperdibile. Se ben sfruttata avrebbe permesso di raggiungere il potere eliminando così tutti i dissidi interni del partito. Hitler sapeva bene che si sarebbe giocato tutto in pochi giorni ma piuttosto che assistere alla lenta disgregazione del suo movimento decise di rischiare, nonostante il successo dipendesse più dalle decisioni dei suoi nemici e alleati che dalle sue. D’altronde ai suoi occhi le possibilità erano solo due: o il pieno successo della sua missione o il fallimento più completo. Non esisteva una via di mezzo, un compresso accettabile. O tutto, o niente.

Gli occhi di entrambi i complottatori erano ora puntati su un solo uomo: Schleicher. Buona parte delle possibilità di successo dipendevano dalle sue reazioni. Se avesse subodorato qualcosa sicuramente avrebbe cercato di correre in qualche modo ai ripari. Ma il cancelliere guardava con indifferenza agli avvenimenti della prima metà di gennaio. Cercava di mantenere un atteggiamento moderato nei riguardi del Reichstag assicurando la nazione che il suo era solo un cancellierato di transizione e che si sarebbe impegnato a combattere la disoccupazione creando nuovi posti di lavoro. Ruppe sistematicamente con la linea politica del suo predecessore Papen cercando di favorire la ripresa economica in modo più diretto attraverso finanziamenti governativi e non con delle semplici agevolazioni alle imprese. Cercò anche di ingraziarsi le masse abolendo un provvedimento che diminuiva i benefici per i disoccupati ed un altro che dava il potere ai datori di lavoro di ridurre in alcuni casi i salari sotto il minimo fissato. In privato Schleicher non nascondeva, però, le sue preoccupazioni. Il Reichstag, con il suo spauracchio del voto di sfiducia, rimaneva ancora un problema. In più Hindenburg non sembrava intenzionato a concedergli lo speciale decreto di scioglimento che gli avrebbe permesso di coprirsi le spalle.

Bisognava trovare un modo per darsi lustro in campo politico e, soprattutto, di fronte agli occhi della gente. Una azione che gli avrebbe permesso di riscuotere il favore delle masse e quindi di guadagnare prestigio e magari anche l’appoggio del presidente. Il suo piano era semplice: sfruttare il diritto sulla parità di armamenti appena ottenuto per mettere fine alla impotenza militare della Germania. Sperava in sostanza di elevarsi al salvatore dell’orgoglio tedesco in campo internazionale dopo le miserie subite dalla sconfitta della prima guerra mondiale. L’esercito si sarebbe dovuto ricostituire passo dopo passo fino alla ripresa della leva universale. Il progetto era ambizioso ma la sua realizzazione poneva il cancelliere di fronte a molti problemi da risolvere, primo fra tutti le notevoli risorse economiche necessarie per attuare un programma di riarmo in un arco di tempo limitato (circa due anni). Inoltre sulla sua testa pendeva sempre, come una spada di Damocle, la minaccia di un voto si sfiducia, soprattutto perché Hindenburg, simpatizzando ancora per Papen, non sembrava intenzionato a concedergli il risolutorio decreto di scioglimento.

A Schleicher restava poco tempo per porre fine al suo isolamento politico poiché il Reichstag si sarebbe riunito già il 31 gennaio. Se la situazione fosse rimasta invariata un voto di sfiducia sarebbe stato pressoché inevitabile. Al suo gabinetto si sarebbero opposti sicuramente i Socialdemocratici, che accusavano Schleicher di aver caldeggiato Papen nella destituzione del gabinetto prussiano, e i comunisti, che puntavano a destituire il cancelliere per approfittare delle seguenti elezioni ed incrementare ancora il loro vantaggio a discapito dei nazisti. Da soli questi due partiti potevano contare su 221 deputati, quasi il 40% del totale. Senza tener conto che molte altre formazioni politiche di minor importanza si schieravano apertamente contro il governo e che i loro voti avrebbero sicuramente contribuito a promuovere un eventuale voto di sfiducia.

Schleicher capì subito che aveva bisogno di Hitler. Solo lui poteva garantire al suo governo una parvenza di stabilità e scongiurare quindi una prematura caduta. Sperava che i nazisti sarebbero scesi a compromessi con lui pur di evitare lo spettro di nuove elezioni che avrebbero causato al partito altre perdite alle urne. Era anche convinto di potersi servire con facilità di Hitler, distruggendo nello stesso tempo il mito dell’opposizione ad oltranza al governo che aveva fruttato fino a quel momento molti voti ai nazisti. Nei suoi obiettivi non rientrava comunque la distruzione del partito nazista: se ciò fosse avvenuto molti dei suoi esponenti sarebbero migrati verso l’ala comunista, considerata da Schleicher il pericolo numero uno per la Germania.

Il piano ad una prima analisi sembra ben congegnato. In effetti se il governo si fosse sciolto sicuramente i nazionalsocialisti avrebbero perso altro terreno, specialmente nei confronti dei loro avversari diretti: i comunisti. Schleicher sapeva che Hitler era ben conscio della situazione che il suo partito stava affrontando: difficoltà economiche e dissidi interni non ancora mitigati. Era convinto che Hitler avrebbe preso la sua proposta come una sorta di ancora della salvezza, per limitare i danni e guadagnare il tempo necessario per risollevare il partito. Sta proprio qui il fondamentale errore che farà naufragare i propositi di Schleicher. La sua sicurezza, il suo orgoglio, e il suo sottovalutare l’avversario lo avrebbero tradito entro pochi giorni. Hitler non era un politico comune e non sarebbe mai sceso a compromessi, sempre spinto dalla convinzione di essere l’uomo del destino, il salvatore della Germania. In più alle spalle del cancelliere stava complottando anche Papen. Schleicher lo sapeva bene ma non dette alcuna importanza alla cosa, disprezzando le capacità politiche del suo ex protetto. Hitler e Papen invece giocarono bene le loro carte ma buona parte del merito del loro successo deve essere attribuito a Schleicher stesso.

Anche la situazione interna fra i suoi collaboratori non era favorevole al cancelliere. Alla sua nomina invece di eleggere dei nuovi ministri a lui fedeli confermò tutti quelli già in carica, per la maggior parte dei tecnici conservatori che male si adattavano alla sua linea politica. I suoi modi bruschi e la sua arroganza gli alienarono la loro fiducia e questo non contribuì certamente all’immagine di un governo finalmente compatto che stava cercando di creare.

Intanto, mentre Schleicher restava convinto delle sue illusioni, Hitler si diede da fare per raggiungere al più presto i suoi scopi e ancora attraverso von Ribbentrop organizzò un incontro con Papen per il 22 gennaio. Entrambe le parti sapevano che il colloquio sarebbe stato decisivo, anche perché vi partecipavano il segretario presidenziale Otto Meissner e il figlio del presidente, Oskar. Entrambi avevano una grande influenza su Hindenburg e riuscire ad ingraziarseli fu una delle mosse vincenti di Papen. Mentre Goring si intratteneva con Meissner, Hitler si separò dal gruppo per conferire in privato con Oskar. Il dialogo tra i due non è ben chiaro perché entrambi non hanno lasciato testimonianze scritte di questo avvenimento. Sicuramente Hitler sfruttò appieno le sue qualità oratorie perché durante il viaggio di ritorno il giovane Hindenburg confidò al segretario del padre che l’ascesa di Hitler era ormai inevitabile. Anche Goring seppe farsi valere conquistando l’appoggio di Meissner. Quest’ultimo era un uomo molto astuto che badava soprattutto alla sua posizione sociale, più che ai doveri che la carica ricoperta gli addossava. Appena capì che Schleicher sarebbe presto finito in disgrazia cercò di assicurarsi l’appoggio dei più probabili candidati alla cancelleria e soprattutto il sostegno di Hitler.

Il Fuhrer poteva ritenersi più che soddisfatto del lavoro compiuto quella sera. Meissner ed Oskar erano le persone fra i consiglieri più fidati di Hindenburg e, partecipando alla maggior parte dei colloqui, potevano “ammorbidirlo” circa una sua eventuale candidatura alla cancelleria. Anche Papen ritenne che la parte maggior parte dei problemi fossero stati risolti dopo il colloquio del 22 e decise di conferire con il presidente già il giorno seguente. La sua proposta di destituire Schleicher trovò subito l’approvazione dell’anziano generale, che ormai non nutriva più alcuna stima nei confronti del cancelliere. Ma quando Papen, appoggiato da Meissner, propose la nomina di Hitler riservandosi solo la poltrona di vice cancelliere, Hindenburg rifiutò categoricamente.

Nel frattempo mentre i cospiratori si trovavano a colloquio dal presidente Schleicher apprese dell’incontro della sera precedente a casa di Ribbentrop. Fu un duro colpo scoprire che anche Meissner ed Oskar stavano ora tramando alle sue spalle. Il loro appoggio avrebbe dato a Papen un forte vantaggio nei suoi confronti presso Hindenburg. I suoi rapporti con il presidente erano già molto tesi e se anche i suoi due consiglieri più fidati si fossero schierati contro di lui presto la sua posizione sarebbe stata in pericolo. Non avrebbe infatti mai ottenuto dal presidente il decreto di scioglimento e sarebbe stato costretto a subire un voto di sfiducia dai risultati terrificanti. Per scongiurare una simile eventualità fissò un appuntamento con Hindenburg nel pomeriggio dello stesso giorno, poche ore dopo il colloquio del suo rivale. Schleicher voleva scoprire se poteva ancora contare sulla fiducia che gli era stata promessa al momento della sua elezione a cancelliere. Alla sua nomina infatti il presidente gli aveva accordato il suo appoggio completo, esattamente come era avvenuto per il suo predecessore. Kurt espose rapidamente a Hindenburg il motivo della sua visita: quando il Reichstag si sarebbe riunito il 31 gennaio nulla avrebbe potuto evitare un voto di sfiducia. Chiese quindi il decreto necessario per sciogliere la camera e il rinvio delle elezioni, da tenere entro due mesi, oltre il termine prestabilito dalla costituzione. Per appoggiare le sue richieste tentò di focalizzare l’attenzione del suo interlocutore sulla leggera ripresa economica in corso determinata dalle sue manovre economiche. Hindenburg lasciò cadere le richieste del cancelliere nel vuoto lasciando intendergli che prima voleva pensarci con calma e che poi ne avrebbero riparlato. Schleicher si trovava ora con le spalle al muro, senza alcuna possibilità concreta di reagire. A dir il vero una possibilità esisteva e gli era stata fornita dal “suo” ministero della difesa. Nella costituzione repubblica si trovava un errore poco evidente ma scoperto verso la fine del 1932 da alcuni esperti: al momento della sua stesura nessuno aveva pensato alla possibilità di una maggioranza negativa. In pratica i partiti che univano le loro forze per promuovere un voto di sfiducia non costituivano in seguito una maggioranza che potesse sostenere il governo dopo la sua caduta.  Appoggiandosi a questa lacuna, il gabinetto del Wurttemberg aveva rifiutato una mozione di sfiducia alla fine del 1932 ed era riuscito a restare in carica. Per suoi consiglieri militari questo era l’unico modo che il cancelliere avesse per rimanere in carica. In più offriva anche due fondamentali vantaggi: 1)non andava contro la costituzione (almeno apparentemente) e quindi non avrebbe attirato le ire dei repubblicani 2)non necessitava di un evidente appoggio da parte del presidente ma solo di un suo tacito consenso. Contro ogni aspettativa Schleicher non si aggrappò a questa ultima chance con ostinazione. Anzi, la rifiutò categoricamente senza però additare alcuna motivazione.

Qualunque cosa pensasse, ora Schleicher si trovava in una situazione precaria. Era completamente isolato politicamente e non era riuscito a farsi degli alleati ne fra i partiti di destra ne tra quelli di sinistra. L’ambasciatore francese Francois-Poncet scrisse a Parigi in quei giorni: “Preso nel vortice delle correnti che attraversano la Germania il generale non sa scegliere; l’impressione che dà è che prima di impegnarsi voglia osservare quale corrente vincerà”. E ancora: “ … al momento la Germania necessita di uomini che creino una corrente e non che ne seguano una”. Schleicher probabilmente si stava già rassegnando all’idea di dover abbandonare la sua carica dopo il mancato appoggio da parte di Hindenburg. È difficile spiegare i motivi di una simile rassegnazione per un uomo abituato all’intrigo ed al doppio gioco come lui. Sicuramente il tradimento da parte del presidente, che gli aveva promesso tutto il suo appoggio il giorno della nomina, doveva averlo molto scosso. Entrambi erano ufficiali prussiani che consideravano l’onore e la parola data dei fondamenti sacri su cui si basava il codice cavalleresco prussiano. Ormai si aspettava di perdere il potere a giorni e, per salvare la Germania da un terzo gabinetto Papen, era disposto a cedere la cancelleria ad Hitler.

La notizia della rottura tra Hindenburg e Schleicher incominciò ad apparire su molti giornali. Temendo che ciò portasse nuovamente alla nomina di Papen, il capo del comando dell’esercito Kurt von Hammerstein si incontrò con il presidente il giorno 27 per metterlo in guardia che un simile provvedimento avrebbe potuto portare alla guerra civile. Le sue parole non trovarono però alcuna risposta.

Il giorno seguente, il 28 gennaio, conscio che ormai non aveva nessuna altra alternativa, Schleicher decise di affrontare nuovamente Hindenburg. Sicuro che si sarebbe opposto alla richiesta di un decreto di scioglimento, avrebbe presentato le sue dimissioni. Al colloquio il cancelliere espose i suoi pensieri sulla situazione attuale della politica tedesca. Caldeggiò la permanenza al potere del suo gabinetto e si oppose strenuamente ad un reinsediamento di Papen, malvisto dal popolo. Ma ormai il vecchio presidente non lo ascoltava nemmeno. Lasciatolo “sfogare” gli negò il decreto e, ringraziandolo per i servigi resi alla patria, gli presentò una lettera di dimissione già compilata. Schleicher, come d’accordo, sarebbe rimasto in carica fino alla formazione del nuovo governo. Dopo una breve discussione sul testo i due si salutarono per l’ultima volta.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno Hindenburg ricevette anche la visita del suo protetto cui affidò il compito di sondare alcuni partiti riguardo la formazione di un nuovo governo. In realtà Papen si stava muovendo in quella direzione da almeno una settimana. Aveva avuto principalmente contatti con Hugenberg e Franz Seldte, leader dello Stahlelm, un’organizzazione paramilitare con oltre 300.000 membri. L’obiettivo era quello di creare una coalizione nazionalista con Hitler come cancelliere. Convincere Seldte non fu difficile. Il suo partito non era di grossa dimensione e l’opportunità che gli veniva offerta era un’occasione d’oro per occupare un posto di rilievo nel nuovo governo. Hugenberg si dimostrò invece meno malleabile. Di carattere chiuso ed egocentrico, era un uomo ancorato saldamente alle sue idee dalle quali non si discostava mai. Trattare con lui era molto difficile a causa della sua ristrettezza di vedute che non gli forniva mai una visione d’insieme degli argomenti su cui si stava trattando. Era raro sentirlo ammettere di aver sbagliato. Francois-Poncet lo definì “uno dei peggiori spiriti della Germania”. Papen doveva meditare attentamente il tipo d’approccio da avere nei suoi confronti se non voleva mandare a monte il suo piano.

La sera precedente, il 27 gennaio, ci fu un incontro tra Hitler, Frick, Goering e Hugenberg. La questione principale del loro incontro era il possesso dei due ministeri degli interni, quello nazionale e quello prussiano. I nazisti reclamavano il controllo di entrambi ma Hugenberg si dimostrò titubante a concedere a Hitler due cariche così importanti. Se da un lato infatti il ministero degli interni nazionale non aveva un grande valore, dall’altro quello prussiano permetteva il controllo della polizia nel più grande stato tedesco. Spaventato dalla possibilità che Hitler ottenesse il controllo sui quasi 50.000 uomini delle forze di polizia Hugenberg pretese che il ministero fosse affidato a un non nazista. Irato il leader nazista interruppe l’incontro e tornò al Kaiserhof Hotel, dove alloggiava. Fu necessario l’intervento di Papen il giorno seguente perché le trattative venissero riprese.

Mentre le trattative con Hugenberg erano in corso, Hitler e Papen ricevettero la visita di Fritz Schaffer, segretario dei popolari bavaresi ed “emissario” dei partiti cattolici di centro. Impauriti che le recenti voci di un possibile ritorno dell’ex cancelliere al potere diventassero realtà, i leader cattolici proposero di formare una nuova coalizione insieme con i nazisti ed nazionalisti in modo da formare una efficace maggioranza al Reichstag. In questo modo il nuovo gabinetto sarebbe stato di tipo parlamentare e non presidenziale. Una simile ipotesi incontrò però le resistenze di Hitler. Ritirando il loro appoggio, i cattolici avrebbero potuto far crollare il governo in qualsiasi momento. Il leader nazista aspirava invece a diventare cancelliere presidenziale, libero dai vincoli del parlamento. La proposta di Schaffer non si conciliava quindi con i piani di Hitler che rifiutò. Anche Papen si dimostro poco recettivo nei confronti del collega cattolico. Promise comunque a Schaffer che avrebbe riferito la sua proposta al presidente.

Ora i due ostacoli principali erano le residue reticenze di Hindenburg e le trattative ancora in corso con Hugenberg. Quest’ultimo fu infine convinto con la promessa di ricevere, in cambio delle concessioni fatte ad Hitler, alcuni ministeri fra cui quelli dell’agricoltura e del tesoro. Le resistenze del presidente furono infine vinte la sera del 28. Tutti i suoi consiglieri più fidati erano ormai a favore di un insediamento del leader nazista alla cancelleria e i continui rifiuti di Papen ad accettare di nuovo l’incarico non davano molte altre alternative ad Hindenburg. Papen cercò anche di rassicurarlo sminuendo le richieste dei nazisti. Affermò che la maggior parte dei ministri era disposta a restare in carica anche sotto un gabinetto Hitler. Gli unici due dicasteri su cui il presidente desiderava intervenire direttamente erano quelli degli esteri e della difesa. Fu quindi particolarmente contento che l’attuale ministro degli esteri, il barone Konstantin von Neaurath, avesse deciso di rimanere al suo posto anche dopo la caduta del governo. Il ministero della difesa, diretto da Schleicher, aveva invece bisogno di una nuova guida. Dopo alcune proposte di Papen respinte, Hindenburg decise di affidare la carica al generale Werner von Blomberg, l’inviato tedesco alla conferenza tedesca sul disarmo che si stava tenendo in Svizzera. Con questa scelta non si resero conto di fare un grosso favore ad Hitler. Da alcuni mesi, infatti, von Blomberg si stava avvicinando all’ideologia nazista e aveva espresso spesso il desiderio di vedere il leader nazista alla guida del governo, deluso dalla lenta rinascita militare di Schleicher.

Ormai i giochi sembravano fatti e Papen strappò a Hindenburg la promessa che il nuovo cancelliere, Hitler, avrebbe giurato la mattina seguente, il 30 gennaio. Il presidente dette anche la sua approvazione per la nomina dei nuovi ministri. Quattro di essi - Finanze, Affari Esteri, Poste e Comunicazioni – sarebbero rimasti gli stessi del governo attuale. A Hugenberg venivano affidati i dicasteri dell’Agricoltura e del Tesoro. Von Blomberg ottenne la carica di ministro della Difesa. Seldte avrebbe occupato il ministero del Lavoro. I nazisti invece, oltre ad Hitler alla cancelleria, occuparono le cariche di ministro degli Interni con Frick e quello dei Trasporti con Goering, che sarebbe anche diventato primo ministro prussiano. Papen invece si riservò la carica di vice-cancelliere. Come si può vedere dalla lista Hindenburg non si accorse di uno stratagemma adottato dal suo interlocutore. Sapendo infatti che il presidente avversava un gabinetto Hitler di tipo presidenziale, dato che avrebbe concesso al Fuhrer troppo potere, lasciò vacante il posto di ministro della Giustizia assicurando che esso era riservato ad un esponente del partito cattolico di centro. Le trattative, lasciò intendere Papen, erano ormai a buon punto e presto i cattolici avrebbero appoggiato il governo. Hindenburg fu così rassicurato e il piano dei cospiratori poteva considerarsi praticamente riuscito. In seguito sarebbe stato semplice fingere qualche intoppo nelle trattative. Il presidente, a questo punto, non avrebbe potuto far mancare il suo appoggio al cancelliere e gli avrebbe dovuto fornire gli speciali decreti che già aveva concesso a Schleicher e a Papen.

La mattina del giorno seguente von Blomberg arrivò alla stazione di Berlino dalla Svizzera. Sulla banchina si trovavano due uomini ad attenderlo: von Hammerstein, che doveva condurlo da Schleicher, e Oskar von Hindenburg, che lo doveva accompagnare alla cancelleria per prestare giuramento. Questo fu l’ultimo tentativo compiuto dall’ormai caduto cancelliere per opporsi a Papen. Anch’esso comunque fallì miseramente poiché von Blomberg decise di seguire il colonnello Oskar, in quanto rappresentante del comandante supremo delle forze armate. La notizia che Schleicher avesse tentato di entrare in contatto con il futuro ministro della difesa fece temere un tentativo di colpo di stato militare. Papen si preoccupò d’affrettare i suoi piani e il primo a prestare giuramento fu proprio von Blomberg, andando così contro la costituzione che prevedeva la destituzione di un ministro prima dell’elezione del suo successore (il ministro della difesa rimaneva Schleicher, al momento del giuramento). Subito dopo fu il turno di Hitler e, di seguito, di tutti gli altri ministri. Alle undici e mezzo circa era tutto finito ed il gabinetto Hitler era ormai una realtà.

Nonostante un simile avvenimento furono in pochi a rendersi conto della gravità di ciò che era appena successo. A parte i partiti politici che si schierarono per lo più contro la scelta di Hindenbug, furono i cittadini a dare poco peso all’insediamento di Hitler alla cancelleria. Un simile avvenimento non era certo una novità. I pochi che si accorsero della gravità di un simile gesto si appellarono ad Hindenburg perché ricordasse la sua promessa di non consegnare il potere nelle mani dell’ormai prossimo dittatore. Ma ormai il presidente aveva deciso e difficilmente sarebbe tornato indietro.

La sera i festeggiamenti dei nazisti per la nomina di Hitler si susseguirono tutta la notte nell’intera Germania. A Berlino Hitler rimase affacciato alla finestra del suo nuovo studio a salutare la gente piena di gioia per la vittoria appena ottenuto. Lungo la Wilhelmstrasse migliaia di persone assistettero alla parata di 25.000 SA, organizzata per celebrare degnamente l’evento. Una simile vittoria non faceva altro che rinforzare in Hitler la convinzione d’essere l’uomo della provvidenza. Ormai si sentiva invincibile, nulla lo poteva fermare. Era addirittura convinto che Dio fosse dalla sua parte, che non lo avrebbe mai abbandonato nel cammino che restava ancora da percorrere. Ora che aveva raggiunto il potere, promise a sé stesso che non lo avrebbe mai più lasciato. La tendenza a giocare sempre il tutto per tutto si era ormai radicata profondamente nel suo modo di fare e non lo avrebbe mai più lasciato. Presto gli avrebbe portato sfolgoranti vittorie, ma alla fine lo avrebbe tradito.

Anche Hindenburg quella sera osservava la felicità dei nazisti in una stanza dell’ala vecchia del Reichstag. Forse stava pensando a quello che sarebbe accaduto al suo Paese in pochi anni sotto la guida di Hitler. Papen e Hugenberg, invece, non si preoccuparono minimamente di ciò che avevano causato. Anzi, erano convinti di giostrare con il nuovo cancelliere per i loro scopi. “Nel giro di due mesi lo costringeremo in un angolo così fortemente che le sue ossa scricchioleranno” affermò un raggiante Papen, assistendo al compimento del suo piano.

Il giorno seguente Hindenburg ricevette un telegramma, quasi una visione del futuro della Germania, da parte del generale Erich Ludendorff, suo capo di stato maggiore durante la prima guerra mondiale: “Nominando Hitler cancelliere del Reich tu hai posto la nostra sacra madre patria nelle mani di uno dei più astuti demagoghi di tutti i tempi. Io prevedo che quest’uomo diabolico sprofonderà il nostro Reich nell’abisso e procurerà al nostro popolo immani sofferenze. Le generazioni future malediranno il tuo nome”.

 

CONCLUSIONE

 

Oggi, quasi 70 anni dopo l’ascesa del nazismo in Germania, molti sono convinti che nulla avrebbe potuto fermare Hitler nel suo cammino verso il potere assoluto. Generalmente si crede che il dittatore, operando in una repubblica, fosse stato eletto democraticamente e che godesse, al momento della sua elezione, dell’appoggio di quasi tutti i suoi concittadini. Altri, invece, pensano che il Fuhrer avesse raggiunto il controllo completo sulla sua nazione grazie ad un colpo di stato militare.

Queste convinzioni sono completamente errate. Non ci fu alcun putsch militare, nessuna elezione dai risultati strabilianti. Hitler sembrava invece destinato a tornare nell’ombra dopo un'ascesa fulminea che aveva trasformato il minuscolo partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi nella più importante realtà politica tedesca dei primi anni trenta. Il destino della Germania si giocò invece in un arco di tempo molto ristretto: i 31 giorni del gennaio 1933. Come spesso avviene furono poche persone a decidere le sorti di un intero popolo. Tra queste, nonostante le apparenze, non c’è Hitler. Il suo ruolo nelle vicende che lo portarono al potere fu solo marginale. Per lo più dovette limitarsi a guardare i suoi alleati ed avversari politici che, con le loro decisioni, avrebbero influenzato il futuro del partito. Questo non vuol dire che una parte del merito non spetti comunque al Fuhrer. Se non si possiedono determinati requisiti è impossibile arrivare ai vertici della politica in così poco tempo. L’abilità oratoria, il suo grande carisma che ne faceva un leader incontrastato, la cieca fiducia nella sua missione furono determinanti ai fini del successo. Più volte aveva rischiato di perdere tutto per poter andare avanti. Fu proprio questa caratteristica che faceva di Hitler un politico fuori del comune. I leader degli altri partiti non rischiarono mai quanto lui per raggiungere i loro obiettivi. Giocarsi in pochi giorni il lavoro di anni richiede una grande fiducia nelle proprie capacità, una fede incrollabile, quasi un cieco fanatismo. Solo lui possedeva tutto ciò. L’azzardo fu la sua arma vincente nei primi anni e la sua condanna all’oblio negli ultimi. Se c’era da fare una scelta, Hitler cercava sempre la soluzione più difficile, ma che, se tutto fosse andato secondo i piani, gli avrebbe permesso una vittoria schiacciante e definitiva. Tutta la sua vita politica fu caratterizzata da simili scelte. La rioccupazione militare della Renania del 7 marzo 1936, che avrebbe potuto scatenare violente reazioni da parte dei francesi, fu un successo. Così come l’attacco alla Francia attraverso le Ardenne ideato da Manstein o le fasi iniziali dell’Operazione Barbarossa. Tutte decisioni prese da Hitler dettate più dal suo “istinto” che dalla logica. Ma la cieca fiducia in sé stesso determinò anche alcune delle sconfitte che segnarono il suo destino, come l’assedio di Stalingrado o la fallimentare offensiva a Kursk nel 1943.

A decidere il futuro della Germania furono invece tre sole persone: Hindenburg, Papen e Schleicher. È inutile, oggi, a quasi settanta anni di distanza, cercare un colpevole per quegli avvenimenti. Giudicare adesso il loro operato, alla luce di ciò che divenne Hitler dopo la sua ascesa al potere, è troppo facile. Allora le cose erano meno evidenti di come appaiono ora. I tre politici tedeschi vanno invece accusati di aver cercato più il loro interesse che il bene della patria. Spesso si lasciarono guidare dai loro sentimenti e dal desiderio di vendetta nel prendere decisioni molto importanti. Papen ideò tutto il suo piano solo per vendicarsi di Schleicher. Hindenburg, che aveva in fin dei conti l’ultima parola in quanto presidente, si lasciò guidare solo dall’antipatia che provava per Schleicher. Quest’ultimo probabilmente fu l’unico che non perseguiva alcun interesse personale. Sembra quasi che fosse stato travolto dagli eventi di gennaio, senza che potesse far molto per cambiare la situazione. Tutti e tre compirono comunque un gravissimo errore: sottovalutare Hitler. Quando si decide di colpire un nemico, si deve studiarlo a fondo per capirne i punti di forza e le debolezze. Papen e Schleicher pensavano invece di poter giostrare con il leader nazista a loro piacimento. Lo consideravano un mezzo per attuare i loro fini. Hindenburg lo chiamava con disprezzo “il mio caporale”. Hitler, che a differenza dei suoi avversari non aveva neanche finito gli studi, approfittò magistralmente della situazione. Intuì cosa pensavano di lui i due politici tedeschi e ne approfittò. Lasciò credere a Papen di poterlo controllare ma quando alla fine raggiunse il potere si sbarazzò di lui senza alcun problema.

La nascita del Terzo Reich era quindi evitabile perché non dipendeva completamente da Hitler. Fu dettata da una serie di coincidenze che unite crearono la fortuna del leader nazista. Schleicher poteva tranquillamente continuare a detenere il potere, ma i suoi limiti in campo politico e i modi bruschi nei confronti del presidente spianarono la strada alla cospirazione che lo avrebbe destituito. Hindenburg si lasciò influenzare facilmente nelle sue scelte e fu quasi una marionetta nelle mani del suo protetto Franz. Papen avrebbe potuto mantenere la cancelleria, se lo avesse voluto, grazie all’amicizia che lo legava al presidente. Oltre a questi fattori la sorte sembrò schierarsi dalla parte di Hitler. Le elezioni nel Lippe giunsero proprio quando si rendeva necessario risollevare il morale fra le file del partito. Gregor Strasser gli rimase fedele nonostante l’espulsione dal partito e suo fratello Otto non rappresentò mai una minaccia. L’incontro a Colonia con Papen gli diede una possibilità concreta di giungere al potere proprio quando il suo partito stava perdendo forza.

Anche inglesi e francesi contribuirono, seppur molto indirettamente, all’iniziale ascesa di Hitler. Il trattato di Versailles era una ferita aperta nel cuore di ogni cittadino della Germania. Scaricava, infatti, la colpa per lo scoppio della guerra sul solo popolo tedesco. Aveva anche piegato economicamente la nazione portando una disoccupazione impressionante e una inflazione mai più eguagliata in tutta l’Europa. I debiti di guerra costringevano i tedeschi a consegnare parte della loro produzione industriale ed agricola ai paesi vincitori. Tutti questi fattori contribuirono a creare un malcontento generale verso il governo, incapace di far fronte ai problemi derivanti dalla crisi economica. La campagna politica di Hitler, che prometteva sostanziali miglioramenti, e la sua ideologia, che trovava negli ebrei e nel marxismo un capro espiatorio alle difficoltà in cui verteva la Germania, ebbe quindi molto successo. Tantissime persone provate dalle privazioni causate dal trattato votarono per i nazisti, agli inizi del 1930, contribuendo così alla loro ascesa. Il documento era così duro che gli Stati Uniti si rifiutarono di ratificarlo. Un membro della commissione americana commentò: “Questo non è un trattato di pace, vedo almeno una dozzina di guerre in esso”.

Decine d’anni di studi hanno confermato che l’ascesa di Hitler non era inevitabile. Essa deve farci riflettere ancora oggi sull’importanza di affidare il potere alla persona giusta. La storia ora potrebbe essere decisamente diversa se un pugno ristretto di uomini avesse lasciato da parte i desideri personali e avesse pensato solo al bene della nazione.

 

 

ADOLF HITLER

 


Anche se, al suo primo incontro con Mussolini nel 1934, Hitler era il nuovo arrivato, all'epoca milioni di tedeschi vedevano già in lui la personificazione della cultura germanica, malgrado il fatto che fosse austriaco di nascita. Nato nel 1889, crebbe vicino Linz in Austria. A tredici anni perse il padre (Alois Hitler), funzionario doganale dell'impero asburgico. Cresciuto solo, sotto le affettuose cure della madre (Klara Hitler), sviluppò un carattere solitario e ribelle. Non aveva molti interessi, solo il disegno lo affascinava, tanto che a diciotto anni cercò di entrare all'Accademia di Belle Arti a Vienna, senza peraltro riuscirvi. Morta la madre, finì con alloggiare in dormitori pubblici, dati i magri guadagni che riusciva a racimolare dipingendo insegne pubblicitarie e cartoline. Quelli erano anni infelici ma anche formativi. Pigro, lunatico, avverso al mondo intero, era consumato da una grande passione: parlare di politica.
Aveva una infinita ammirazione per la cultura tedesca poiché la Germania, nazione forte e giovane, offriva un futuro molto più brillante di quanto non potesse promettere l' Austria, indebolito com'era dalle tendenze nazionalistiche dei suoi popoli. In particolare aveva in antipatia gli ebrei viennesi, considerandoli una minaccia per il tessuto della cultura tedesca. Nella sua mente gretta e forte, stimolata dall'antisemitismo endemico della stampa scandalistica viennese, aveva elaborato una confusa spiegazione di quello che era il male - come lui lo definiva - che affliggeva il mondo moderno: qualsiasi vero ideale, qualsiasi buona forma di governo erano stati distrutti dalla cospirazione mondiale degli ebrei che agivano attraverso le democrazie sociali, il marxismo e il cristianesimo. Leggeva avidamente centinaia di libri, assorbendo quei concetti che confermavano i suoi giudizi. Persone che lo hanno conosciuto, lo ricordano come uomo tormentato, dallo sguardo allucinato, soggetto a umori terribili che sfociavano in violente, amare diatribe. Nel 1913 Hitler si trasferì a Monaco, città che amava, e quando scoppiò la Prima guerra mondiale si arruolò nella fanteria tedesca, servendo come portaordini nelle Fiandre dove rimase per quasi tutta la durata del conflitto. Non andò mai oltre il grado di caporale, ma essendosi dimostrato soldato coraggioso gli fu conferita la croce di ferro, di prima classe, decorazione concessa raramente a un combattente del suo grado. Vittima di un attacco aereo con gas tossici, nell’ottobre 1918 fu congedato per invalidità e rimpatriato in Germania.
Raggiunse Monaco attraverso un paese in rovine. Il governo repubblicano della Germania del dopoguerra, denominato di Weimar, dalla città dove si era riunita per la prima volta l’assemblea nazionale, era nello scompiglio. Da una parte l'ala sinistra sperava nella rivoluzione mentre milioni di altri - specialmente i reduci malcontenti come Hitler - non riuscivano ad accettare l'armistizio e affermavano che la Germania era stata pugnalata alla schiena dai suoi stessi politici repubblicani con la complicità di agitatori socialisti, degli ebrei e degli speculatori di guerra. Il trattato di pace firmato a Versailles nel 1919 era considerato un ulteriore tradimento, Solo un nuovo movimento, sostenuto dall'esercito, poteva ristabilire l'orgoglio nazionale tedesco.
La Baviera in particolare, il più grande degli stati tedeschi, era vicina alla rivolta. Indipendente fino al 1866, con un suo proprio monarca fino all'anno precedente, i cattolici della Baviera non amavano la Berlino protestante. Molti avrebbero preferito l'unione della Germania meridionale con la cattolica Austria che, dallo smantellamento dell'impero austro-ungarico, nel 1918 era diventata uno stato indipendente.
Hitler fu assunto nel dipartimento politico dell'esercito e incaricato di indagare su un esiguo gruppo dell'ala destra, il partito dei lavoratori tedeschi. La cosa lo interessava perché i membri di questo gruppo - poche dozzine di persone - dimostravano di essere ferventi patrioti che riflettevano le opinioni diffuse nella polizia e nell'esercito bavaresi e miravano a ottenere l'appoggio delle classi lavoratrici. Hitler accettò di far parte del comitato del partito e fu addetto alla propaganda.
Nel suo nuovo ruolo Hitler mostro due doti di eccezione; sapeva organizzare la gente e, come oratore, sapeva captare e tradurli in parole, i sentimenti delle platee. Ciò gli consentiva di esprimere le loro stesse speranze e timori e così personificare le loro più intime emozioni.
Ben presto fu lui a dominare il partito e, prendendo il nome di un piccolo gruppo austriaco, lo ricostruì ribattezzandolo partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori abbreviato in nazista. Sempre dalla stessa fonte prese come simbolo del partito un antico motivo a croce, la svastica. Volle che il saluto rituale fosse "Heil" che oltre a significare salve evoca anche concetti di integrità, salvezza e salute. Ma, cosa ancora più importante, formò un esercito privato, una banda d'assalto conosciuta come Sturmabteilung o SA che serviva a intimidire i suoi avversari politici. A capo aveva messo il capitano Ernst Röhm, ufficiale dell'esercito locale, un duro dalla faccia sfregiata. Questi convinse il suo ex comandante a prelevare somme dai fondi occulti dell'esercito per acquistare un giornale locale ferocemente razzista, il Völkischer Beobachter (L'osservatore nazionale). Sotto la direzione di Alfred Rosenberg questa pubblicazione divenne il mezzo di divulgazione delle vedute ultranazionaliste di Hitler.
Molto presto la situazione favorì lo sviluppo del partito. Il pagamento dei danni di guerra dovuti ai vincitori della Prima guerra mondiale erano un onere molto pesante, tale da determinare il crollo dell'economia tedesca. Per fare onorare questi pagamenti, nel gennaio 1923 la Francia occupò il cuore industriale della Germania, la Ruhr. In risposta, il governo appoggiò uno sciopero generale e lo finanziò stampando denaro. Così, la valuta non dava più fiducia e in pochi mesi sopravvenne una inflazione incontrollabile, la peggiore nella storia tedesca. In novembre il tasso di cambio raggiunse 4.000.000.000.000 di marchi per dollaro. I risparmi non valevano più nulla, le proprietà erano invendibili e il lavoro non dava frutti. Le fondamenta stesse dello stato stavano crollando.
In queste circostanze di caos, molti in Baviera erano pronti ad appoggiare una rivolta dell'esercito contro la repubblica. Hitler aveva già prospettato tale eventualità a molte persone, anche al generale Erich Ludendorff, eminente comandante nella Prima guerra mondiale che, a quell'epoca viveva da pensionato a Monaco. Tuttavia, capi militari simpatizzanti consigliavano ai cospiratori di attendere. Il tempo non era ancora maturo: il governo repubblicano dava segni di riuscire, dopo tutto, a superare la crisi. Ma Hitler non si lasciò dissuadere. Decise di prendere l'iniziativa, impadronendosi dei comando dell'esercito, della polizia e del governo e di usare la Baviera come trampolino al potere nazionale.


L'8 novembre 1923 un gruppo di funzionari governativi, capi militari e impiegati dello stato si era riunito nella sala di una nota birreria di Monaco, la Bürgerbräukeller, dove un personaggio dello stato bavarese teneva una conferenza sulla giustificazione morale della dittatura. Dopo venti minuti dall'inizio, venticinque SA armati irruppero nel locale, era il segnale che Hitler attendeva, vicino a una colonna. Sparò un colpo al soffitto e gridò che quello era l'inizio della rivoluzione nazionale. Relegò i funzionari in una stanza nel retro e, tornando nei locali, dichiarò che avrebbe costituito un governo nazionale con l'aiuto di Ludendorff. Il generale non era affatto al corrente del complotto ma rapidamente informato acconsentì a dare il suo appoggio ai nazisti. Si recò alla birreria dove Hitler, dopo un breve discorso acceso che entusiasmò i suoi stessi ostaggi, liberò i funzionari.
Ma aveva sbagliato i suoi conti. La mattina dopo, quando con Ludendorff marciò a capo di duemila uomini nelle strade della città diretto al ministero della guerra bavarese, sicuro che la città gli si sarebbe arresa, trovò la strada sbarrata dalla polizia. Nello scontro sedici nazisti persero la vita, gli altri fuggirono ma furono poi arrestati. Ludendorff fu rilasciato, mentre Hitler e parecchi altri furono messi in prigione.
Hitler mise a buon frutto il suo anno di galera. Leggeva voracemente e dettava i suoi pensieri al suo camerata più intimo nonché compagno di cella, Rudolf Hess. Da questa collaborazione nacque il libro che fu poi considerato la Bibbia nazista, ovvero il Mein Kampf. In questa opera Hitler esponeva con parole enfatiche i pensieri, le mire e i metodi che furono poi l'anima del nazismo. Egli sosteneva che, nel passato, culture affermate, quali il mondo classico e l'Europa medievale, erano state indebolite dall'effeminata e distruttiva etica ebraico-cattolica che, aggravata da una opaca guida politica, aveva anche infiacchito l'Europa del dopo-guerra. La cultura che poteva vitalizzarla era quella germanica, o "ariana" come Hitler la definiva.
Hitler, combinazione straordinaria di politico, filosofo e stratega militare. Con alle spalle il partito nazista avrebbe riunito tutti i popoli di lingua tedesca in un impero che doveva dominare le razze inferiori, in particolare gli slavi, e avrebbe conquistato nuove terre all'est. In Russia, la Germania avrebbe trovato il Lebensraum (lo spazio vitale) di cui aveva bisogno. La Russia era la nemica naturale della Germania, ora più che mai, perché era in balia di un'ideologia rivale, il marxismo dietro il quale, secondo Hitler, era ovvia la presenza degli ebrei, l'incarnazione del male. La vera battaglia sarebbe stata contro la Russia e contro Stalin.
La Russia doveva essere completamente annientata, le sue città rase al suolo e il popolo assoggettato in schiavitù. In questo nuovo impero il «problema» ebraico avrebbe trovato la sua «soluzione finale» con l'estirpazione totale della cultura ebraica.
In confronto a questo grande piano di espansione all'est, la guerra con l'ovest, per quanto probabilmente inevitabile, era questione di poca importanza. Le democrazie liberali erano talmente debilitate che sarebbero crollate spontaneamente. La Francia sarebbe stata sconfitta e nell'impresa l’Italia sarebbe stata alleata. La Gran Bretagna, di fatto una nazione tedesca, non avrebbe opposto alcuna resistenza e sarebbe giunta a un accordo. Per realizzare queste ambizioni, Hitler intendeva guidare i tedeschi con il mezzo della propaganda. «Essere un capo», diceva, «vuol dire saper muovere le masse». Dato che per farlo non erano adatti mezzi razionali, occorreva usare la parola per creare emozioni d'intensità isterica. Un capo doveva saper restituire alla folla le emozioni della folla stessa, nutrirla dei propri sentimenti e rafforzare le emozioni con toni perentori e fermi. Non dovevano esistere esitazioni, debolezze o concessioni. Un capo doveva mentire, se ciò era utile al suo scopo, e le menzogne dovevano essere grosse «poiché nelle grosse menzogne c'è sempre una certa forza di credibilità».
Alla tecnica oratoria andavano aggiunti altri due elementi: apparato e rituale, perché bisognava imprimere la percezione di un potere e una forza superiori a quelli individuali, in modo da evitare che si facessero sentire voci avverse.
Era una visione barbara, e volutamente tale, perché Hitler era fermamente convinto che solo con la barbarie la dinamica e sana cultura nuova poteva rimpiazzare quella vecchia e degenerata. «Siamo barbari», proclamava con orgoglio. «Vogliamo essere barbari. È un titolo onorevole. Daremo al mondo nuovo vigore!». Questi piani avevano pochissime probabilità di attuazione poiché quando fu rilasciato, nel dicembre 1924, Hitler sembrava politicamente finito. Eppure, nel giro di nove anni, era pronto a riplasmare il suo paese e l'Europa secondo la sua tremenda immagine.

 

 

APPROFONDIMENTI

Adolf Hitler nasce a Braunau, cittadina dell'Austria settentrionale, il 20 aprile 1889, da Alois (doganiere austriaco) e Klara Poelzl. Ricevuta l'istruzione primaria a Linz, nel 1907 tenta senza successo l'esame di ammissione all'Accademia della arti figurative di Vienna; la frustrazione delle aspirazioni artistiche lascia un forte segno nella sua personalità, come testimonia l'autentica ossessione con cui egli insisterà, negli anni della dittatura, ad autoproclamarsi un grande artista. Rimasto orfano di entrambi i genitori si trasferisce, alla fine del 1908, nella capitale austriaca, mantenendosi con lavori giornalieri e saltuarie prestazioni come disegnatore e acquerellista. E' nella Vienna scossa dall'agonia dell'Impero asburgico che acquisisce, come egli stesso affermerà nelle pagine autobiografiche del "Mein kampf", le basi della propria formazione ideologica e politica: l'antisemitismo, l'odio antisocialista e il fanatismo nazionalista. Uomo politico e capo di governo tedesco; uno fra i più potenti dittatori del XX secolo, militarizzò completamente la Germania e scatenò la seconda guerra mondiale. Dopo aver fatto dell'antisemitismo l'elemento centrale della sua propaganda politica, trasformò il Partito nazista in un movimento di massa. Ordinò l'eccidio di milioni di ebrei e di altre popolazioni che considerava inferiori. Figlio di un doganiere austriaco, lavorò come decoratore fino allo scoppio della prima guerra mondiale (1914), quando si arruolò come volontario nell'esercito bavarese. Dopo la sconfitta della Germania, si iscrisse al Partito tedesco dei lavoratori, per partecipare alla ricostruzione del paese. Nell'aprile 1920 cominciò a lavorare a tempo pieno per il partito, ribattezzato Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, e l'anno successivo ne divenne il capo (Fuhrer) indiscusso. L' 8 novembre 1923, in un momento di confusione e debolezza del governo del paese, Hitler guidò un tentativo di colpo di stato in Baviera, il putsch di Monaco. L'esercito però non fu compatto nel sostenere l'operazione e il putsch fallì. Riconosciuto responsabile del complotto, Hitler venne condannato a cinque anni di reclusione, ridotti a otto mesi per un'amnistia generale. Durante la detenzione, dettò la sua autobiografia, Mein Kampf, nella quale espose i principi dell'ideologia nazista e della superiorità della razza ariana. Tornato in libertà, ricostruì il partito senza interferenze da parte del governo che pure aveva cercato di rovesciare. Quando ebbe inizio la grande depressione, nel 1929, molti tedeschi furono d'accordo con lui nell'attribuirne la responsabilità a un complotto ebreo-comunista. Con la promessa di creare una Germania forte, ricca e potente, Hitler attirò milioni di elettori. La sua capacità oratoria infiammava le masse: nelle elezioni del 1930 i seggi dei nazisti al Reichstag passarono dai dodici del 1928 a centosette. Durante i due anni seguenti il partito continuò a rafforzarsi, traendo vantaggio dalla crescente disoccupazione, dalla paura del comunismo, dalla risolutezza di Hitler e dalla debolezza dei suoi rivali politici. Ciononostante, quando Hitler fu nominato cancelliere (gennaio 1933), lo si riteneva ancora facilmente manovrabile. Giunto al potere, Hitler si trasformò rapidamente in un dittatore. Un parlamento sottomesso gli concesse pieni poteri ed egli fu in grado di asservire la burocrazia statale e il potere giudiziario alle esigenze del partito. I sindacati furono eliminati, migliaia di oppositori rinchiusi nei campi di concentramento e ogni minimo dissenso represso; l'organizzazione della polizia venne affidata a Himmler, il capo delle SS. Il 30 giugno 1934, nella "notte dei lunghi coltelli", Hitler si liberò in modo violento degli elementi più radicali anche all'interno del suo stesso partito. In breve tempo, l'economia, i mezzi di comunicazione e tutte le attività culturali vennero poste sotto l'autorità nazista attraverso il controllo della lealtà politica di ogni cittadino, esercitato dalla Gestapo, la famigerata polizia segreta. La corsa al riarmo risolse temporaneamente il problema della disoccupazione e portò alla ricostruzione della potenza tedesca. Il disegno di Hitler mirava a distruggere le clausole del trattato di Versailles e nel 1936 il Führer ritenne che i tempi fossero maturi per dare inizio alla sua politica d'espansione Lebensraum (spazio vitale) ,inviò truppe nella smilitarizzata Renania, annetté l'Austria e una parte di Cecoslovacchia (Sudeti), ponendo le basi di un nuovo conflitto mondiale. La seconda guerra mondiale scoppiò nel settembre 1939, quando Hitler invase la Polonia, che aveva stretto un'alleanza con l'Inghilterra. Nel 1940 l'esercito tedesco occupò Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia, e nel giugno 1941 ebbe inizio l'attacco all'Unione Sovietica. Nel luglio successivo, Hitler incaricò Heydrich di elaborare la "soluzione finale della questione ebraica": il drammatico genocidio che costò la vita a sei milioni di ebrei. A dicembre l'andamento della guerra cambiò direzione: la controffensiva russa respinse l'esercito tedesco, infliggendo gravissime perdite; Hitler rifiutò di autorizzare la ritirata. In quegli stessi giorni, gli Stati Uniti entrarono in guerra. Davanti all'avanzata degli eserciti nemici sia sui fronti europei che su quelli africani, Hitler - sopravvissuto a vari complotti orditi da ufficiali tedeschi che volevano porre fine ai combattimenti e all'annientamento della Germania - si suicidò il 30 aprile 1945. Con lui, nel bunker di Berlino, si tolse la vita Eva Braun, che Hitler aveva sposato il giorno precedente.

 

Adolf Hitler era un artista fallito, con scarsa istruzione ed emotivamente non equilibrato. Ma aveva il dono di essere un ottimo oratore che magnetizzava gli ascoltatori, e di nutrire un'assoluta fede nella propria visione del destino del popolo tedesco concepito come razza guida. Aveva anche un'abilità spietata nel dominare uomini e sentimenti, approfittando della spaventosa crisi economica tedesca, salì al potere nel 1933. I brutali eccessi del suo regime dittatoriale, quale la persecuzione degli Ebrei, rilevarono la barbarie in cui poteva ancora sprofondare l'uomo civilizzato. La caratteristica più persistente del nazismo fù la sua brutale irrazionalità. La democrazia era in fondo basata sulla ragione, sul compromesso, sulla tolleranza e sull'accettazione delle varie opinioni: ma questo linguaggio era incomprensibile per Hitler. Solo a pensare in termini di sangue, egli disse, sta la forza di una nazione. I legami della razza ebbero un ruolo primario nella visione del Fuhrer: uno dei suoi scopi era infatti quello di unire tutti i popoli di origine tedesca nel Reich. Egli era convinto che questo Reich fosse destinato ad ottenere lo spazio vitale, o a combattere per esso, sia con l'espansione in Europa, sia conquistando le colonie che la Germania aveva perso durante la Prima Guerra Mondiale. Disprezzando le democrazie per il loro decadimento, Hitler giocò sulle loro paure per raggiungere i propri fini. Nel 1933 la Germania era debole e disarmata, dopo pochi anni però aveva già costruito un esercito enorme e la più grande aviazione militare del mondo. La maggior parte dei statisti inglesi e francesi rifiutavano l'idea che la Germania fosse pronta a gettare il mondo in un'altra guerra. Per il timore dei rischi che avrebbe comportato una decisa opposizione alle aggressive richieste di Hitler venne intrapresa una politica di pace attraverso concessioni. Tale politica compromissoria raggiunse il culmine nel 1938 con la conferenza di monaco quando consenzienti la Gran Bretagna e la Francia, la Cecoslovacchia fu costretta a cedere alla Germania il territorio di lingua tedesca (Sudeti). Ma quando neppure tutte queste concessioni sembrarono soddisfare Hitler, si comprese sempre meglio l'entità della minaccia che il nazismo costituiva per tutti i valori della civiltà occidentale. Una simile minaccia sembrò aumentare ulteriormente allorchè Hitler fu cointeressato alla guerra civile spagnola (1936-1939), che opponeva il governo repubblicano, sostenuto dall'Unione Sovietica, a una giunta militare comandata dal generale Franco con l'appoggio della Germania e dell'Italia. L'intervento di potenze straniere trasformò quello che sarebbe stato un conflitto locale in un campo di battaglia ideologico di importanza mondiale. Quando la guerra terminò nel 1939 con la vittoria del generale Franco, nuovi e preoccupanti sviluppi attrassero l'attenzione del mondo sull'Europa centrale. In settembre Hitler ordinò l'attacco alla Polonia, dando così inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Hitler e la Germania nazista

 

 

I primi passi

Anche se, al suo primo incontro con Mussolini nel 1934, Hitler era il nuovo arrivato, all'epoca milioni di tedeschi vedevano già in lui la personificazione della cultura germanica, malgrado il fatto che non fosse tedesco di nascita. Nato nel 1889, crebbe vicino Linz in Austria. A tredici anni perse il padre, funzionario doganale dell'impero asburgico. Cresciuto solo, sotto le affettuose cure della madre, sviluppò un carattere solitario e ribelle. Non aveva molti interessi, solo il disegno lo affascinava, tanto che a diciotto anni si recò a Vienna per cercare di entrare all'accademia di belle arti, senza peraltro riuscirvi. Morta la madre, malata di cancro al seno, finì con alloggiare in dormitori pubblici, dati i magri guadagni che riusciva a racimolare dipingendo insegne pubblicitarie e cartoline. Quelli erano anni infelici ma anche formativi. Pigro, lunatico, avverso al mondo intero, era consumato da una grande passione: parlare di politica.
Aveva una infinita ammirazione per la cultura tedesca poiché la Germania, nazione forte e giovane, offriva un futuro molto più brillante di quanto non potesse promettere l'impero austro-ungarico, indebolito com'era dalle tendenze nazionalistiche dei suoi popoli. In particolare aveva in antipatia gli ebrei viennesi, considerandoli una minaccia per il tessuto della cultura tedesca. Nella sua mente gretta e forte, stimolata dall'antisemitismo endemico della stampa scandalistica viennese, aveva elaborato una confusa spiegazione di quello che era il male - come lui lo definiva - che affliggeva il mondo moderno: qualsiasi vero ideale, qualsiasi buona forma di governo erano stati distrutti dalla cospirazione mondiale degli ebrei che agivano attraverso le democrazie sociali, il marxismo e il cristianesimo. Leggeva avidamente centinaia di libri, assorbendo quei concetti che confermavano i suoi giudizi. Persone che lo hanno conosciuto, lo ricordano come uomo tormentato, dallo sguardo allucinato, soggetto a umori terribili che sfociavano in violente, amare diatribe. Nel 1913 Hitler si trasferì a Monaco, città che amava, e quando scoppiò la Prima guerra mondiale si arruolò nella fanteria tedesca, servendo come portaordini nelle Fiandre dove rimase per quasi tutta la durata del conflitto. Non andò mai oltre il grado di caporale, ma essendosi dimostrato soldato coraggioso gli fu conferita la croce di ferro, di prima classe, decorazione concessa raramente a un combattente del suo grado. Vittima di un attacco aereo con gas tossici, nell’ottobre 1918 fu congedato per invalidità e rimpatriato in Germania.
Raggiunse Monaco attraverso un paese in rovine. Il governo repubblicano della Germania del dopoguerra, denominato di Weimar, dalla città dove si era riunita per la prima volta l’assemblea nazionale, era nello scompiglio. Da una parte l'ala sinistra sperava nella rivoluzione mentre milioni di altri - specialmente i reduci malcontenti come Hitler - non riuscivano ad accettare l'armistizio e affermavano che la Germania era stata pugnalata alla schiena dai suoi stessi politici repubblicani con la complicità di agitatori socialisti, degli ebrei e degli speculatori di guerra. Il trattato di pace firmato a Versailles nel 1919 era considerato un ulteriore tradimento, Solo un nuovo movimento, sostenuto dall'esercito, poteva ristabilire l'orgoglio nazionale tedesco.
La Baviera in particolare, il più grande degli stati tedeschi, era vicina alla rivolta. Indipendente fino al 1866, con un suo proprio monarca fino all'anno precedente, i cattolici della Baviera non amavano la Berlino protestante. Molti avrebbero preferito l'unione della Germania meridionale con la cattolica Austria che, dallo smantellamento dell'impero austro-ungarico, nel 1918 era diventata uno stato indipendente.

 

Hitler fu assunto nel dipartimento politico dell'esercito e incaricato di indagare su un esiguo gruppo dell'ala destra, il partito dei lavoratori tedeschi. La cosa lo interessava perché i membri di questo gruppo - poche dozzine di persone - dimostravano di essere ferventi patrioti che riflettevano le opinioni diffuse nella polizia e nell'esercito bavaresi e miravano a ottenere l'appoggio delle classi lavoratrici. Hitler accettò di far parte del comitato del partito e fu addetto alla propaganda.
Nel suo nuovo ruolo Hitler mostro due doti di eccezione; sapeva organizzare la gente e, come oratore, sapeva captare e tradurli in parole, i sentimenti delle platee. Ciò gli consentiva di esprimere le loro stesse speranze e timori e così personificare le loro più intime emozioni.
Ben presto fu lui a dominare il partito e, prendendo il nome di un piccolo gruppo austriaco, lo ricostruì ribattezzandolo partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori abbreviato in nazista. Sempre dalla stessa fonte prese come simbolo del partito un antico motivo a croce, la svastica. Volle che il saluto rituale fosse "Heil" che oltre a significare salve evoca anche concetti di integrità, salvezza e salute. Ma, cosa ancora più importante, formò un esercito privato, una banda d'assalto conosciuta come Sturmabteilung o SA che serviva a intimidire i suoi avversari politici. A capo aveva messo il capitano Ernst Röhm, ufficiale dell'esercito locale, un duro dalla faccia sfregiata. Questi convinse il suo ex comandante a prelevare somme dai fondi occulti dell'esercito per acquistare un giornale locale ferocemente razzista, il Völkischer Beobachter (L'osservatore nazionale). Sotto la direzione di Alfred Rosenberg questa pubblicazione divenne il mezzo di divulgazione delle vedute ultranazionaliste di Hitler.
Molto presto la situazione favorì lo sviluppo del partito. Il pagamento dei danni di guerra dovuti ai vincitori della Prima guerra mondiale erano un onere molto pesante, tale da determinare il crollo dell'economia tedesca. Per fare onorare questi pagamenti, nel gennaio 1923 la Francia occupò il cuore industriale della Germania, la Ruhr. In risposta, il governo appoggiò uno sciopero generale e lo finanziò stampando denaro. Così, la valuta non dava più fiducia e in pochi mesi sopravvenne una inflazione incontrollabile, la peggiore nella storia tedesca. In novembre il tasso di cambio raggiunse 4.000.000.000.000 di marchi per dollaro. I risparmi non valevano più nulla, le proprietà erano invendibili e il lavoro non dava frutti. Le fondamenta stesse dello stato stavano crollando.
In queste circostanze di caos, molti in Baviera erano pronti ad appoggiare una rivolta dell'esercito contro la repubblica. Hitler aveva già prospettato tale eventualità a molte persone, anche al generale Erich Ludendorff, eminente comandante nella Prima guerra mondiale che, a quell'epoca viveva da pensionato a Monaco. Tuttavia, capi militari simpatizzanti consigliavano ai cospiratori di attendere. Il tempo non era ancora maturo: il governo repubblicano dava segni di riuscire, dopo tutto, a superare la crisi. Ma Hitler non si lasciò dissuadere. Decise di prendere l'iniziativa, impadronendosi dei comando dell'esercito, della polizia e del governo e di usare la Baviera come trampolino al potere nazionale.
L'8 novembre 1923 un gruppo di funzionari governativi, capi militari e impiegati dello stato si era riunito nella sala di una nota birreria di Monaco, la Bürgerbräukeller, dove un personaggio dello stato bavarese teneva una conferenza sulla giustificazione morale della dittatura. Dopo venti minuti dall'inizio, venticinque SA armati irruppero nel locale, era il segnale che Hitler attendeva, vicino a una colonna. Sparò un colpo al soffitto e gridò che quello era l'inizio della rivoluzione nazionale. Relegò i funzionari in una stanza nel retro e, tornando nei locali, dichiarò che avrebbe costituito un governo nazionale con l'aiuto di Ludendorff. Il generale non era affatto al corrente del complotto ma rapidamente informato acconsentì a dare il suo appoggio ai nazisti. Si recò alla birreria dove Hitler, dopo un breve discorso acceso che entusiasmò i suoi stessi ostaggi, liberò i funzionari.

 

Ma aveva sbagliato i suoi conti. La mattina dopo, quando con Ludendorff marciò a capo di duemila uomini nelle strade della città diretto al ministero della guerra bavarese, sicuro che la città gli si sarebbe arresa, trovò la strada sbarrata dalla polizia. Nello scontro sedici nazisti persero la vita, gli altri fuggirono ma furono poi arrestati. Ludendorff fu rilasciato, mentre Hitler e parecchi altri furono messi in prigione.
Hitler mise a buon frutto il suo anno di galera. Leggeva voracemente e dettava i suoi pensieri al suo camerata più intimo nonché compagno di cella, Rudolf Hess. Da questa collaborazione nacque il libro che fu poi considerato la Bibbia nazista, ovvero Mein Kampf: (La mia battaglia). In questa opera Hitler esponeva con parole enfatiche i pensieri, le mire e i metodi che furono poi l'anima del nazismo. Egli sosteneva che, nel passato, culture affermate, quali il mondo classico e l'Europa medievale, erano state indebolite dall'effeminata e distruttiva etica ebraico-cattolica che, aggravata da una opaca guida politica, aveva anche infiacchito l'Europa del dopo-guerra. La cultura che poteva vitalizzarla era quella germanica, o "ariana" come Hitler la definiva. Anche in tempi lontani, dopo la caduta di Roma, i tedeschi erano stati "portatori di cultura" e lo sarebbero stati di nuovo ma non sotto una qualsiasi democrazia smidollata bensì sotto la guida di una sola figura messianica forte di volontà ferrea. Un tale uomo poteva cambiare il corso stesso della storia e Mussolini quell'ineguagliabile uomo di stato con la sua "marcia su Roma" ne aveva dato dimostrazione.
Il nuovo messia, naturalmente, era lo stesso Hitler, combinazione straordinaria di politico, filosofo e stratega militare. Con alle spalle il partito nazista avrebbe riunito tutti i popoli di lingua tedesca in un impero che doveva dominare le razze inferiori, in particolare gli slavi, e avrebbe conquistato nuove terre all'est - così come avevano fatto i crociati tedeschi (cavalieri teutonici) nel XIII secolo. In Russia, la Germania avrebbe trovato il Lebensraum (lo spazio vitale) di cui aveva bisogno. La Russia era la nemica naturale della Germania, ora più che mai, perché era in balia di un'ideologia rivale, il marxismo dietro il quale, secondo Hitler, era ovvia la presenza degli ebrei, l'incarnazione del male. La vera battaglia sarebbe stata contro la Russia e contro Stalin, «metà uomo e metà bestia», lotta apocalittica che avrebbe deciso del destino dell'Europa per i secoli a venire.
La Russia doveva essere completamente annientata, le sue città rase al suolo e il popolo assoggettato in schiavitù. In questo nuovo impero il «problema» ebraico avrebbe trovato la sua «soluzione finale» con l'estirpazione totale della cultura ebraica.
In confronto a questo grande piano di espansione all'est, la guerra con l'ovest, per quanto probabilmente inevitabile, era questione di poca importanza. Le democrazie liberali erano talmente debilitate che sarebbero crollate spontaneamente. La Francia sarebbe stata sconfitta e nell'impresa l’Italia sarebbe stata alleata. La Gran Bretagna, di fatto una nazione tedesca, non avrebbe opposto alcuna resistenza e sarebbe giunta a un accordo. Per realizzare queste ambizioni, Hitler intendeva guidare i tedeschi con il mezzo della propaganda. «Essere un capo», diceva, «vuol dire saper muovere le masse». Dato che per farlo non erano adatti mezzi razionali, occorreva usare la parola per creare emozioni d'intensità isterica. Un capo doveva saper restituire alla folla le emozioni della folla stessa, nutrirla dei propri sentimenti e rafforzare le emozioni con toni perentori e fermi. Non dovevano esistere esitazioni, debolezze o concessioni. Un capo doveva mentire, se ciò era utile al suo scopo, e le menzogne dovevano essere grosse «poiché nelle grosse menzogne c'è sempre una certa forza di credibilità».
Alla tecnica oratoria andavano aggiunti altri due elementi: apparato e rituale, perché bisognava imprimere la percezione di un potere e una forza superiori a quelli individuali, in modo da evitare che si facessero sentire voci avverse.
Era una visione barbara, e volutamente tale, perché Hitler era fermamente convinto che solo con la barbarie la dinamica e sana cultura nuova poteva rimpiazzare quella vecchia e degenerata. «Siamo barbari», proclamava con orgoglio. «Vogliamo essere barbari. È un titolo onorevole. Daremo al mondo nuovo vigore!». Questi piani avevano pochissime probabilità di attuazione poiché quando fu rilasciato, nel dicembre 1924, Hitler sembrava politicamente finito. Eppure, nel giro di nove anni, era pronto a riplasmare il suo paese e l'Europa secondo la sua tremenda immagine.

L’ascesa al potere

Per un po' le circostanze non favorirono Hitler. Intanto perché era ancora in libertà provvisoria e gli era proibito di parlare in pubblico. Poi, perché l'economia si stava riprendendo. Passati gli orrori dell'inflazione del 1923 e grazie a una nuova valuta la stabilità andava rinsaldandosi. I pagamenti per i danni di guerra erano diminuiti e la Francia si era ritirata dalla Ruhr. Inoltre, il mondo esterno mostrava fiducia in quanto a presidente era stato eletto il feld maresciallo Paul von Hindenburg, l'ultimo capo dello stato maggiore generale che con Ludendorff aveva efficacemente controllato la politica militare e civile durante gli ultimi due anni di guerra. Dall'America affluivano ingenti prestiti in dollari.
Tutto quello che Hitler riuscì a raggiungere in quegli anni fu un lento incremento numerico dei membri del partito, i quali nel 1929 erano arrivati a essere 178.000, e la costituzione di una organizzazione nazionale. Nel 1928 i nazisti guadagnarono i loro primi seggi nel Reichstag (parlamento) a Berlino; tra i dodici candidati eletti figuravano Hermann Göring, spavaldo ex pilota della Luftwaffe, i cui contatti con gli industriali furono di grande aiuto alle finanze naziste, e il brillante propagandista Joseph Goebbels.
Solo nel 1929 le sorti cambiarono a favore di Hitler. Quando il mercato azionario americano subì il crollo, le banche degli Stati Uniti chiesero il rimborso dei loro prestiti. Pertanto, le file per il sussidio di disoccupazione si fecero sempre più lunghe, le imprese chiusero i battenti e le opere pubbliche furono interrotte. I pagamenti per i danni di guerra furono riprogrammati in conformità a un secondo piano, a più basso livello ma per un periodo proibitivo di 60 anni.
Alle elezioni del 1930 i nazisti sfondarono, guadagnando 10 seggi e sei milioni di voti, secondi solo ai socialdemocratici. Essendo il capo del partito ormai una figura nazionale, l'afflusso nel partito aumentò e gli iscritti raggiunsero il numero di ottocentomila. Le elezioni successive, nel 1932, erano per la presidenza e Hitler si candidò sfidando il venerabile Hindenburg, all'epoca ottantaquattrenne. Perse, ma la fortuna volle che, per uno scarto dello 0,4 per cento Hindenburg non riuscisse a ottenere la maggioranza assoluta prevista dalla legge. Seguì una seconda campagna che permise a Goebbels di orchestrare iniziative elettorali senza precedenti: Hitler traversò il paese, in aereo, e in una settimana tenne discorsi in venti città. Hindenburg vinse di nuovo ma Hitler ottenne più voti che nelle elezioni precedenti, cosa che lo mise in una posizione di forza per le vicine elezioni parlamentari.

 

La notte dei lunghi coltelli

Le camicie brune furono organizzate dal capitano Ernst Röhm con gli uomini più aggressivi del NSDAP, coi diseredati della classe media, di carattere impetuoso e spirito battagliero. Ben presto la SA fu un vero esercito. Siccome doveva ugualmente servire per dominare la piazza col terrore e come efficace strumento propagandistico, fu lo stesso Hitler che ne ideò l'uniforme, come ideò la bandiera e tutti i distintivi nazisti. Dapprima le comandò lo stesso Röhm; poi, quando questi si staccò dal partito ed andò ad istruire le truppe boliviane, le comandò il terribile capitano Pfeffer von Salomon che, in più di un'occasione, si volle sollevare contro Hitler. Da ultimo, riconciliatisi Röhm ed Hitler, questi gli affidò nuovamente, nel 1930, il comando, riservando per sé il titolo di OSAF (iniziali di "capo supremo dei reparti d'assalto"). La SA contò anche fra i suoi principali capi Hermann Göring che ebbe una parte non secondaria nella fortuna della formazione.
In realtà, la SA fu un esercito che riunì due milioni di uomini sotto le sue bandiere. Ufficialmente mancava di armi e, quel che è anche più deplorevole, mancava di una organizzazione disciplinare che fosse degna di tal nome; ragion per cui i suoi elementi, non sempre controllati, potevano commettere ogni sorta di soprusi, protetti dalla forza del numero, senza che avessero mai la debita sanzione. L'unità minore era la squadra costituita da un numero imprecisato di uomini, inferiore però a dodici. Tali squadre portavano il nome del loro fondatore. Ogni membro della SA poteva costituire una squadra coi suoi amici, presentarne l'elenco e dichiararsi responsabile di essi al suo superiore immediato che lo confermava nel comando, in virtù del decreto di Hitler per il quale poteva essere capo di una squadra soltanto chi la formasse. Alla squadra seguiva la compagnia, formata da varie squadre in numero inferiore a venti. Seguiva poi il distaccamento, quindi lo squadrone ed in ultimo il raggruppamento, con un numero d'uomini che variava da mille a tremila.

Questo distintivo qualificava il possessore come membro del partito nazionale socialista dei lavoratori tedeschi, detto partito nazista. Il simbolo del partito, poi adottato quale emblema nazionale del Terzo Reich, era la svastica, o Hakenkreuz, croce uncinata. Antico simbolo augurale di culture asiatiche, la svastica era stata usata dai primi cristiani come forma mascherata della croce atta a nascondere la loro fede religiosa. Hitler la copiò, come pure copiò il nome del partito, da quello di una piccola formazione nazionalista austriaca alla quale era associato dopo la prima guerra mondiale.

La SS costituì da principio una parte della SA. Fu creata dopo la seconda riorganizzazione del partito nel 1925, quando Hitler uscì di prigione. Siccome la SA fu l'esercito del partito, la SS venne ad essere, una volta ch'ebbe struttura propria sotto il comando di Himmler, la guardia di Hitler, vestita di nero, con berretto invece di chepì, gradi d'argento e un teschio per distintivo. La guardia o SS fu una élite di uomini accuratamente selezionati. Col tempo venne a rappresentare la nobiltà del partito. La sua disciplina fu rigorosissima. Non si permetteva ai suoi uomini né di fumare né di abbandonare una cerimonia prima del suo termine; non potevano neppure contrarre matrimonio senza permesso dei loro superiori; e per ottenere tale permesso dovevano sottomettersi, con le loro fidanzate, ad una visita medica per accertare la loro idoneità alla procreazione dal punto di vista razziale.
La SS aveva tra i suoi compiti la protezione dei suoi capi, il servizio d'informazione e di spionaggio sulle organizzazioni nemiche, la repressione della SA quando si rendeva necessaria e soprattutto la custodia dei campi di concentramento. Konrad Heiden distinse la SS dalla SA dicendo che mentre la seconda rappresentava il principio rivoluzionario, la prima rappresentava invece il principio conservatore. E così era, infatti, perché mentre la SA fu di enorme utilità a Hitler fin che ebbe da lottare per la conquista del potere, quando lo ebbe conseguito divenne piuttosto un ingombro per le sue stesse esigenze rivoluzionarie che, a ben vedere, non erano altro che una legittima richiesta del compimento delle promesse fatte da Hitler dall'opposizione. La SS invece si dimostrò un’organizzazione efficacissima per la conservazione del potere.
Quantunque il nazismo si fosse messo subito a cantar vittoria in tutti i campi, come se effettivamente avesse risolto, o fosse in via di risolvere, i problemi e le mille difficoltà che pesavano sul cittadino tedesco che gli aveva dato il voto, la situazione interna era un vero disastro. Molte feste, molto chiasso, molti "Heil!", ma il nazismo non mantenne nessuna delle sue promesse. Aveva promesso di ridurre le imposte e le aumentò. Aveva promesso di diminuire il costo della vita e i prezzi salirono nella proporzione del 50 per cento la carne, il burro e le verdure, del 100 per cento il latte e le patate, del 40 le uova, senza che ciò significasse neppure un beneficio per i commercianti, perché ad un maggior numero di affari corrispose un maggior aggravio fiscale. Aveva promesso di favorire i piccoli commercianti e favorì invece i grandi magazzini. Aveva promesso di aiutare i contadini ed aiutò invece i grandi proprietari. Invece di ripartire le terre dei latifondisti (due terzi della terra tedesca era nelle mani dei Junker, un tre per cento nelle mani di grandi agricoltori ed il resto ripartito fra cinque milioni di famiglie o fittavoli con meno di cinque ettari), uscirono le nuove leggi sull'eredità della terra e sulla selezione dei contadini.
Se un contadino tedesco possedeva un prato, un orto quattro vacche ed una vigna, col pretesto che perdeva troppo tempo per andare da un luogo all'altro e che non avrebbe quindi potuto specializzarsi, lo si obbligò a disfarsi delle sue proprietà dedicandosi ad una sola con maggior profitto. La nuova legge ereditaria che stabilì il diritto della primogenitura nelle proprietà che avessero più di sette ettari, fece abbandonare i campi ai figli più giovani. In una parola, tutto in favore delle grandi proprietà e niente in favore del contadino. La classe media rurale, che in Germania era immensa, perché costituiva quasi la metà della popolazione tedesca, risentì ben presto gli effetti dell'inganno. Ed era proprio questa classe media rurale che con l'altra classe media cittadina aveva dato i voti al nazismo, quella che sperava dall’"ordine nuovo" la sua fortuna o almeno il suo benessere. Il nazismo defraudò l'una e l'altra. Come nelle città tutto andò a beneficio dei grandi commerci, ai cui posti direttivi vennero messi i benemeriti del movimento, nelle campagne tutto andò a beneficio dei grandi proprietari; si mirava anzi a creare una nuova casta di nobili rurali, quadro eccellente per premiare gli uomini della SS. I contadini spogliati delle loro terre e i loro figli passarono ad ingrossare le file dei disoccupati della città.
Non si capiva davvero a che cosa mirasse il nazismo con questo strano sistema di caste aristocratiche e sub-aristocratiche che aggravava il problema della disoccupazione, cavallo di battaglia della propaganda di Hitler fin che rimase all'opposizione. Il 15 maggio 1934 uscì poi una legge che aboliva il diritto di ogni cittadino di cercar lavoro fuori del suo distretto, di modo che praticamente non poteva più esser libero di muoversi dentro il proprio Paese. Non si comprendeva proprio che cosa si perseguisse, quando cominciò l'assunzione di tutti i disoccupati della nazione, maschi e femmine. La deportazione poi dei disoccupati, senza tener conto di circostanze familiari o personali, in altre regioni agricole, gettò luce finalmente sui propositi del nazismo. Tutto apparve chiaro. Prima si procedette ad aumentare l'elemento "umano-volante", poi, senz'alcuna considerazione, si cominciarono le migrazioni. Tutti coloro che si erano iscritti nei registri dei disoccupati, in attesa che il magnifico regime di Hitler offrisse loro un posto, si videro obbligati a partire, in fretta e furia, in quei lunghi treni di greggi umane, per i Junker. Tutt'insieme: operai, dattilografe, maestre, impiegati... Il comando dell'esercito di schiavi non badava a dettagli di attitudine, disposizione e tanto meno di volontà. Più di due milioni di uomini e donne - compresi quelli che dopo la loro iscrizione fra i disoccupati avevano trovato un posto - furono mobilitati come schiavi; e da quel momento cessarono di appartenere alla comunità cittadina, perché, una volta compiuto il servizio di sei mesi, restavano iscritti come operai dell'agricoltura e, come tali, senza neppure il diritto al sussidio di disoccupazione. In tal modo, col brutale procedimento di Göring, ideatore del piano, si aumentò la popolazione agricola della Germania e «si trovò una buona soluzione al problema della disoccupazione». Quelle dattilografe e quegli impiegati che in abito cittadino vennero trasportati in regioni agricole, non solo ricevettero un'alimentazione insufficiente, ma anche, per tutta ricompensa - e nei casi più favorevoli - meno di 20 marchi al mese. Il mantenimento di un carcerato costava di più. Ci furono regioni in cui i grandi agricoltori furono autorizzati a scegliere il loro personale dopo un esame fisico come nei mercati di schiavi. Non si ebbe nessuna considerazione né di geografia né di clima, né di sesso né di attitudini, né di resistenza fisica... Il servizio del lavoro non riconobbe impedimento alcuno nell'attuazione del piano di Göring. Secondo tale piano, i disoccupati costituivano un settore superfluo della popolazione. Meglio sfruttare che ammazzare, si diceva. La mano d'opera per sollevare l'agricoltura tedesca "al servizio dell'autarchia" fu ottenuta ad un prezzo irrisorio. Il lavoro era dall'alba al tramonto, l'alimentazione pessima e il salario inferiore a quello dei braccianti polacchi.
Il curioso è che queste colonne volanti di schiavi strappati dalla città - che in seguito servirono non solo per lavori rurali ma anche per qualsiasi altro genere di lavoro, costruzione di autostrade, fortificazioni, ecc. - erano costituite dai primi votanti per il regime nazista, da quei disperati che avevano cercato la loro salvezza e la loro fortuna al calore della parola del Führer, così larga di promesse. Disturbavano il nazismo appunto per la loro fede nel nazismo. Costituivano l'elemento ideale per le colonne volanti del lavoro forzato. Offrivano mano d'opera gratuita. Si erano confessati inetti nella lotta per la vita perché non avevano saputo accaparrarsi i posti che altri più furbi, erano riusciti a conquistarsi. Erano classe media, ma si aveva bisogno di essi come classe, non già proletaria, ma schiava. L'autentica classe proletaria seppe resistere. La classe media no. Quelle ragazze con calze di seta piene di rammendi e quei giovanotti coi pantaloni lucidi non conoscevano la lotta, credevano nel nazismo e nel suo Führer, e andarono dove li portarono politicamente e fisicamente. Molti, è vero, cercarono di disertare, ma la repressione era assai severa. D'altra parte, non potevano più lavorare neppure nel proprio distretto. No, in questo senso il nazismo sapeva far le cose bene. Quando si proponeva una cosa, andava fino in fondo.
Intanto, il mondo restava stupefatto dalla genialità di Hitler che «liquidava il problema della disoccupazione», rialzava l'agricoltura tedesca e mobilitava la sua gente da un capo all'altro del Paese solo muovendo un dito.
Fu però un colpo cosi tremendo per la classe media, che il suo esercito, la SA, cominciò ad agitarsi. Nelle caserme si avvertivano segni di malcontento; tutti dicevano che quella non era più la "loro rivoluzione", anzi, tutto il contrario della cuccagna ch'era stata loro promessa. I grandi magazzini, i latifondi, i trusts, l'aristocrazia erano i veri beneficiari della rivoluzione. I militi della SA ricevevano lettere dai loro parenti nelle quali si rifletteva più disperazione che entusiasmo. Aspettavano che si mantenessero le promesse, raccontavano le loro sventure, si lamentavano...
La milizia bruna, con Röhm alla testa, era di circa due milioni d'uomini. Era l'esercito del partito o, che è lo stesso, l'esercito della classe media. La sua rivoluzione consisteva almeno nella spartizione dei grandi magazzini a favore dei piccoli commercianti, nella spartizione dei latifondi, nella divisione di tutto. Non alla maniera comunista, ma col più assoluto rispetto della piccola proprietà. Volevano uno stato della classe media. E volevano la loro incorporazione nell'esercito coi gradi che avevano conquistato in piazza nelle battaglie per portare Hitler al potere. Per dieci anni avevano aspettato la "loro ora", credevano quindi di meritare almeno tre giorni di assoluta libertà per fare la loro rivoluzione, come capitasse: si sentivano tutti generali. Avevano sconfitta la classe operaia e chiedevano il loro premio.
Tutto però dava a vedere che nella "loro" rivoluzione stavano per essere giocati. Cominciarono quindi a mostrarsi inquieti e ad inquietare anche gli altri. Il loro capo, il capitano Röhm, la cui antica rivalità con Hitler non cessò mai completamente, chiese il Ministero della guerra. Niente di più, ma niente di meno. Aspirava a fondere la Reichswehr e la SA in un solo organismo gigantesco, che lo avrebbe messo in condizione di essere da più di Hitler.
In Germania non si parlava d'altro in quelle giornate intense. Nessuno poteva ancora precisare i due bandi; e neppure da che parte fosse Hitler. Goebbels a momenti pareva stare con la SA ed a momenti contro. Göring era contro. Ma era evidente che la Reichswehr, i capi dell'esercito, si sarebbero opposti alla richiesta di Röhm. Questo fatto decise Hitler.
Quando decretò il congedo degli uomini della SA, che a sentir lui avevano bisogno di riposo, si vide chiaramente che si disponeva a fare qualche cosa di straordinario. Le arringhe di Röhm, i suoi messaggi ad Hitler, le sue bravate, riscaldarono anche di più quell'ambiente nel quale si sentiva già odor di polvere.
Il 30 giugno 1934 fu una tragedia grottesca la cui origine nessuno è ancora riuscito a capire con esattezza. Sembra che il maggior intrigante sia stato Göring, perché Göring denunciò ad Hitler un falso complotto di Röhm e dei suoi capitani per conquistare il potere. Von Papen, da parte sua, intrigò in modo così strano che ancora oggi non si capisce come si sia poi salvato. Goebbels si comportò in modo non meno strano. Fatto sta, come tutto il mondo ricorda, che il 30 giugno morì anche il suggeritore, come si disse allora, perché mentre Hitler con una dozzina di SS sorprendeva il malcapitato Röhm, che certo non se l'aspettava, e i suoi capitani a Monaco, Göring «per sicurezza di Hitler e in difesa del nazismo in pericolo» si buttò contro tutti coloro che riteneva suoi nemici personali, che potevano fargli ombra e che conoscevano i suoi delitti. Si salvò Goebbels perché fu tanto intelligente che non si allontanò neppure un istante dal suo Führer, disposto a dar la vita in sua difesa.
Cadde l'ala rivoluzionaria del partito, cadde Röhm, capo di due milioni di uomini, leader militare, rivoluzionario passionale e uomo di talento, ma vizioso e senza scrupoli. In realtà l'unica figura del nazismo che poteva parlare con Hitler da pari a pari. Caddero Heyner, Heidebreck, Gerd, Ernst Killinger, Hayn, Schueidehuber, Detten... - la vecchia guardia in pieno - senza resistenza da parte di nessuno di essi e senza difesa da parte dei loro uomini. Una giornata vergognosa per il nazismo. "La classe media" ha detto Ernst Henri, è condannata a perdere i suoi capi per esecuzione o per tradimento. Niente di più vero. L'esercito della classe media tedesca si rivelò vile. Non una voce si levò in favore dei caduti. Non ci fu un tumulto, non una protesta, non una domanda di spiegazione. Si accettò quel poco che la propaganda nazista lasciò dire: «Hitler aveva salvato il Paese dalla sua rivoluzione nazionalsocialista». Semplicemente grottesco. Si parlò di cospirazione con fondi misteriosi, si parlò di tradimento della patria perché si disse che i cospiratori erano in relazione con delle potenze straniere. La giustificazione pubblica, brevissima, fu altrettanto balorda. Göring aveva assassinato Grefor Strasser, il generale Bredow, capo dello spionaggio militare tedesco, il generale Schleicher (ed anche sua moglie, della quale si disse che fu l'unica donna che si comportò come un uomo), von Kahr e molte figure del centro cattolico. Si disse che il dr. Brüning si salvò grazie alla protezione che gli offerse l'Ambasciata inglese. Morì anche il prete che aveva corretto ‘La mia battaglia’, perché mentre Hitler si liberava dei suoi presunti insubordinati e nemici dentro il partito e Göring si liberava dei suoi con ferocia vendicativa, Himmler si dedicò a cancellare tutte le tracce del volgare passato del caporale Hitler, con una diligenza ammirevole.
Nessuno ha spiegato meglio di Henri, nel suo libro ‘Hitler sopra la Russia’ - nel capitolo intitolato "La notte dei lunghi coltelli e lo splendore del fascismo" - quelle giornate di brutale drammaticità. Henri ha detto bene che la classe media è vile, incapace di lottare apertamente senza l'appoggio della legge. Mette soprattutto in evidenza che i due milioni di uomini che erano agli ordini di Röhm, e vedevano in lui e negli altri loro capitani i caudillos che dovevano condurli alla vera rivoluzione nazista, non mossero un dito. L'epurazione fu compiuta senza che si trovasse il minimo ostacolo. Proprio mentre dormivano, sorpresi alla cieca. È vero che vivevano nell'orgia e nel vizio più abbietto, ma, a parte il fatto che Hitler non ignorò mai queste loro "debolezze", «erano gli autentici capi del movimento nazista». Nessuno disse niente. Morirono con l’"Heil Hitler!" sulle labbra, senza ben comprendere quel che succedeva. E in tutta la Germania non si ebbe altro tentativo di protesta che quello degli studenti di Heidelberg. Nessuno si difese e nessuno li difese. I titani del nazismo soccombettero come donne che implorano grazia. Gli stessi che avevano terrorizzato il Paese. Gli stessi che aspiravano a costituire il grosso dell'esercito nazionale.
Da quel momento apparvero ben chiare le direttive di Hitler. Niente rivoluzione. Ci sarebbe stato soltanto lui, con la sua intuizione per guida e la sua liberissima volontà per legge. Li doveva conoscere molto bene i suoi valorosi compagni, quando si presentò nel quartiere generale di Röhm accompagnato soltanto da una dozzina di SS.
La notizia si sparse in un baleno. Quanto poi fosse arbitrario il castigo apparve subito dalla enorme contraddizione dei primi rumori. Siccome si sapeva che c'erano stati dei morti a Monaco ed a Berlino, a carico di Hitler e di Göring, si sentiva ugualmente dire che avevano ammazzato tutti i capi nazisti, o i cattolici o i generali. Ogni tedesco si toccava la testa contento di sentirsela ancora sulle spalle. E quando arrivò la propaganda di Goebbels con la buona novella che erano periti tutti "i malvagi" e si erano salvati "i buoni", perché Hitler potesse condurre a termine senza inciampi la grande impresa che la Provvidenza gli aveva indicato per la felicità del suo popolo, nessuno osò metterlo in dubbio. Per elementare ottimismo conveniva credere così. Certo che se erano tanto malvagi, ed era stato sulle loro spalle che Hitler poté raggiungere il potere, lo stesso Führer usciva un po' male dalla losca faccenda. Ad ogni modo s'incaricò Goebbels di trar partito dal macabro fattaccio in favore di Hitler che mostrava tanta energia da poter purificare le file del suo stesso movimento. Gli scomparsi si addossarono la colpa di tutte le atrocità naziste. «Hitler, che non ci aveva mai creduto, quando si convinse della loro malvagità, li liquidò.» Punto e a capo. Adesso senza la collaborazione ingombrante degli uomini malvagi che avevano screditato il movimento, si doveva riprendere la marcia trionfale fino alla vittoria.
Scomparso Röhm, crebbe tanto il potere di Göring, che d'allora in avanti fu conosciuto come "l'imperatrice del Terzo Reich". La deificazione del Führer raggiunse limiti pazzeschi. Dopo una lezione così brutale, dopo aver mostrato di qual tempra era, poteva lasciare ai suoi uomini intera libertà di azione perché senza più guardar a nulla facessero del Paese un alveare nazista. Da quel giorno la Germania fu creata dalle mani degli uomini di Hitler. Il Führer aveva insegnato loro la tecnica del mestiere e non precisamente con parabole.
Il sangue si è rivelato il miglior lubrificante per certe macchine. Il nazismo scivolò come su rotaie a partire da quel momento. E Hitler, ormai senza pensieri, poté dedicarsi interamente alle sue enormi ambizioni geopolitiche.

Nel marzo 1933 Hitler saluta con deferenza il presidente Paul von Hindenburg alla cerimonia che ebbe luogo a Potsdam in occasione dell'apertura del parlamento. A Hitler era stata conferita la carica di cancelliere due mesi prima, dopo che, senza successo, aveva sfidato il popolare Hindenburg nell'elezione presidenziale. Secondo la costituzione, l'ottantacinquenne ex feldmaresciallo aveva diritto di veto sulla legislazione nazista. Ma Hitler riuscì a far passare il suo programma per decreto, con il pretesto del pericolo di sovversione comunista (dopo l'incendio della Reichstag). Quando Hindenburg morì nell'agosto del 1934, Hitler ne assunse la carica.

Cinque settimane dopo la "notte dei lunghi coltelli", il già sofferente Hindenburg morì e, con una mossa predisposta con i capi dell'esercito, che gli dovevano gratitudine, Hitler fuse il cancellierato con la presidenza che comportava anche il comando delle forze armate. Nominandosi Führer (guida) del popolo tedesco, Hitler volle che tutti gli ufficiali e gli uomini in generale giurassero «ubbidienza incondizionata» non allo stato né alle istituzioni ma alla sua persona. Per ultimo indisse un plebiscito per convalidare le sue azioni: il 90 per cento della popolazione dette il suo assenso.
Nulla più ostacolava Hitler dal mettere in atto il suo piano per la creazione di una Germania più grande sotto il suo esclusivo dominio. Un processo di «coordinamento» legalizzò i suoi sforzi portando ogni forma di vita organizzata sotto il controllo del partito nazista. A capo dei parlamenti, delle amministrazioni e delle forze di polizia furono messi capi nazisti. Tutti i partiti politici, tranne quello nazista, furono dichiarati fuorilegge. Un nuovo tribunale del popolo eseguiva processi per tradimento, reato che veniva stabilito dal tribunale stesso. Le bande delle SA erano immuni da procedimenti giudiziari. Un nuovo "fronte del lavoro" prese il posto dei sindacati. Sorsero i primi campi di concentramento. Nel 1935, in ottemperanza alle infamanti leggi di Norimberga, gli ebrei furono esclusi dagli affari e dalle professioni e furono loro proibiti matrimoni con "nazionali" tedeschi. La chiesa protestante fu posta sotto il controllo dello stato mentre ai preti cattolici, per accordo con il Vaticano, furono proibite le attività politiche. Gli insegnanti furono costretti ad aderire alla lega nazista degli insegnanti e, fin dall'età di sei anni, i bambini erano cooptati nella "gioventù hitleriana".

Gioventù hitleriana



È un aspetto che apparteneva interamente al settore della propaganda nazista. Perché non mancò di accorgersi, un maestro di propaganda com'era Hitler, della enorme importanza che la formazione nazista dei giovani doveva avere per il suo regime di ambizioni millenarie. Il sequestro della gioventù nazista per parte del nazismo fu rapido e totale, sotto la personale vigilanza del Führer. Non si trascurò nulla. Il sequestro cominciava nella scuola, anzi, nel giardino d'infanzia. I quaderni dei bambini mandavano un forte odore d'hitlerismo. Le ingenue parole dei nostri abecedari furono sostituite con vocaboli meno inoffensivi e gl'infantili disegni con stampe di cattivo gusto e di studiata intenzione. Dove prima si leggeva "cavallo", ora si leggeva "Can-no-ne" e dove prima si vedevano figure del regno animale, ora si vedevano sfilate di SA.
La scuola fu nazista. Dal saluto al modo di spiegare le materie. Una revisione dei testi ed un implacabile allontanamento dei professori recalcitranti diedero ben presto il frutto desiderato. D'altra parte, non era tanto nella scuola quanto fuori di essa dove l'infanzia e la gioventù del Reich furono sottoposte ad una cura diabolica di esaltazione patriottica: esaltazione della disciplina ed esaltazione del Führer. Il peggio succedeva al margine della scuola, nei quadri della "Hitlerjungend", dove si tenevano le pericolose concioni naziste a poveri ragazzi organizzati come minuscoli eserciti.
I genitori perdevano il controllo dei loro figli; quasi non c'era giorno che bambini e ragazzi non fossero di "servizio". Imparavano a marciare, ad aver coraggio, ad obbedire, a comandare, a credere ciecamente nella infallibilità del Führer. Si distruggevano gli affetti familiari - che secondo il nazismo dovevano essere sostituiti da quelli del cameratismo - considerati fiacchi sentimentalismi e s'inoculava nei ragazzi il senso del coraggio, della vita rude, la venerazione per la forza fisica, l'ambizione del comando; e tutto senza tanti riguardi, alla militaresca.
Non si liberavano neanche le bambine. Nelle interminabili sfilate delle solennità hitleriane sfilavano con le loro gambette indurite dal costante esercizio, né più né meno che i maschi.


Ragazzi della "Hitlerjungend" con sguardo d'acciaio e portamento fiero come conviene a futuri soldati. Hitler era deciso a creare una generazione di giovani dotati di coraggio marziale e di dedizione al capo, eroico salvatore del popolo. La controparte dell'altro sesso doveva essere modello di femminilità, ideali impliciti sull'abbigliamento e nel contegno delle appartenenti alla lega delle giovani tedesche. Per legge escluse da alte cariche del partito, dalla docenza universitaria e dalla magistratura, le donne non erano incoraggiate ad altro ruolo che a quello di madri. «Per ogni bambino che una donna dà alla nazione», dichiarava Hitler, «essa combatte la sua battaglia nell’interesse della nazione».


La devozione della gioventù per il Führer passò ogni limite. La sua presenza, o soltanto la sua voce, ipnotizzava i ragazzi come una scarica elettrica. Genitori, sacerdoti e pastori protestanti si vedevano ormai incapaci di arrestare il fenomeno hitleriano in quei teneri cuori. Se li sentivano sfuggir di mano, consacrati alla maggior gloria di Hitler. Il fatto che la propaganda nazista identificasse la patria col Führer ebbe conseguenze decisive nel mondo dei giovani. I figli si credevano ormai quasi obbligati ad insegnare il patriottismo ai loro genitori. E quando si levava qualche voce a criticare il nazismo in seno a qualche famiglia, il più che potevano ammettere i giovani era che «effettivamente, c'erano dei capi nazisti poco scrupolosi che un giorno avrebbero ricevuto il giusto castigo dal Führer, il quale per il momento non aveva tempo di occuparsi di simili miserie». Il Führer non si sbagliava mai; il Führer era puro, bisognava aver fede cieca nel Führer salvatore della Germania.
Baldur von Shirach, comandante della gioventù hitleriana, protetto da Hitler e fedele a Hitler al di sopra di ogni scrupolo, seppe tessere, ispirato dal suo capo, la rete nazista che come una enorme ragnatela imprigionò i giovani cuori del Reich. Con feste pagane, marce militari, bivacchi nei boschi, escursioni, conferenze e regime di rigorosa disciplina, poté mettere ai piedi del Führer, «perché questi ne disponesse come credeva» le giovani generazioni tedesche dalle quali dovevano uscire i futuri capi nazisti fatti per comandare e i futuri schiavi fatti per obbedire. «Heil Hitler!», gridavano in atto di sfida agli uomini maturi ed agli stranieri.

La propaganda

Fu il forte di Adolf Hitler. Un vero maestro; e in questo fu sempre coerente. I suoi aforismi, cinici ma magistrali, rimarranno per sempre in tutte le scuole di propaganda, fin che la propaganda continui ad essere quel che è. Ecco ciò che scrisse nel Mein Kampf (La mia battaglia):
«Quando entrai nel partito mi assunsi tosto la direzione della propaganda. La propaganda deve precedere di molto l’organizzazione e guadagnare a questa il materiale umano da elaborare.
Ogni propaganda dev'essere necessariamente popolare e adattarsi al livello intellettuale e alla capacità recettiva del più limitato di coloro ai quali è destinata. Il suo grado nettamente intellettuale dovrà quindi orientarsi tanto più in basso quanto più grande sia la massa umana cui si rivolge. Ma quando si tratta di attrarre nel raggio d'influenza della propaganda tutta una nazione, come esigono le circostanze nel caso di una guerra, non si sarà mai abbastanza prudenti nel cercare che le forme intellettuali della propaganda siano quanto più è possibile semplici.
La capacità delle grandi masse popolari è estremamente limitata e altrettanto limitata è la sua facoltà di comprensione; per contro è enorme la sua mancanza di memoria. Tenendo in conto questi fatti, ogni propaganda efficace deve concretarsi in pochissimi punti e saperli sfruttare come apoftegmi affinché anche l'ultimo figlio del popolo possa formarsi un'idea di quel che si vuole.
La finalità della propaganda non consiste nell'andar contro i diritti degli altri, ma nel mettere esclusivamente in evidenza i propri. Errore capitale fu quello di discutere la questione della colpa della guerra, e di considerare che soltanto la Germania era responsabile dello scoppio della catastrofe. Molto meglio si sarebbe agito attribuendo tutta la colpa al nemico, anche se non era vero.
Le masse sono incapaci di distinguere dove termina l'ingiustizia altrui e dove comincia la propria. La gran maggioranza del popolo è, per natura, così femminile che il suo modo di pensare e di agire dipende più dalla sensibilità che dalla riflessione. Questa sensibilità non è affatto complicata, ma semplice e schietta. Non esistono molte differenziazioni, ma soltanto un estremo positivo ed un altro negativo: amore e odio, giustizia e ingiustizia, verità o menzogna; mai stati intermedi.
Il successo di ogni propaganda, tanto nel campo commerciale quanto in quello politico, suppone un'azione perseverante e la costante uniformità dell'applicazione.»

Il rigore con cui Hitler si mantenne fedele a queste e ad altre norme propagandistiche fece veri miracoli. Non solo esponeva delle norme, ma le seguiva con una meticolosità che quasi non si comprende in un uomo come lui. Goebbels, il suo unico e miglior discepolo, che gli era vicino più di ogni altro collaboratore, aumentò straordinariamente le prescrizioni propagandistiche del Führer. Hitler ne era proprio orgoglioso e lodava soprattutto la sua abilità nell'insistere su qualche motivo accuratamente scelto.
Aveva detto una volta che «la propaganda non era che un mezzo», ma in realtà finì per essere un fine a se stesso. Il nazismo non si ridusse che a propaganda e metodo. Propaganda per rendere possibile il metodo, metodo per assicurare la propaganda.
Il metodo consisteva in norme categoriche per impedire la propaganda avversaria e facilitare la propria. Tutto ciò che tendeva a questo doppio fine, ostacolare gli avversari e facilitare il proprio cammino, fu messo in pratica. Fin che non raggiunse il potere, il metodo doveva essere il più possibile clamoroso per prevalere e non lasciar udire nessun altro. Una volta poi al potere, il metodo servì la propaganda per mezzo di una feroce repressione poliziesca.
"Un impero, un capo, un popolo! Sangue e terra! Rendiamo grazie al nostro Führer!" erano certamente frasi vuote, ma, a forza di essere ripetute, rimasero come denominatore comune, invisibile, ma sempre presente, di tutto il fermento nazionale. Si stabilì in tal modo la premessa fatale che il Führer era poco meno che un invito da Dio per la felicità dei tedeschi. Frasi come queste, semplici ed enfatiche, martellate con una costanza ed un'abbondanza di mezzi, bandiere a profusione, sfilate quotidiane, altoparlanti in tutti gli angoli delle vie, cartelloni lungo tutti i marciapiedi, che facevano della strada una sfacciata vetrina nazista, ripetevano costantemente, hitlerianamente, mezza dozzina di frasi fino a saturare completamente i pori di ogni cittadino. Il Reich era come un'esposizione permanente di hitlerismo, e quando per qualche speciale avvenimento conveniva riscaldare anche di più l'ambiente, le vetrine esibivano tra ghirlande di fiori migliaia di ritratti del Führer e tutto ciò che si vedeva e udiva non era altro che un riflesso della presenza nazista.
Invece di abusare di grandi ritratti da portare in giro, come si faceva in Russia con le effigi di Lenin e di Stalin, la tecnica nazista si servì di cartelli con scritte a caratteri cubitali che, effettivamente, rendono di più. Da Mussolini prese il saluto romano e la teatralità. Dalla Russia la deificazione del capo del movimento, le feste del lavoro, i cori d'uomini che pronunciavano all'unisono frasi tremende... Tutto migliorato e perfezionato scientificamente. Si capisce che il popolo tedesco doveva soccombere, come altri popoli soccombono ogni giorno vittime della propaganda commerciale poco scrupolosa, disprezzando il meglio per il peggio. Come la donna di casa, il passante, il lavorante, che, non sapendo niente di farmacia, si lasciano convincere dalla pubblicità di un rimedio per i propri dolori, così il popolo tedesco, materialmente schiacciato dal peso di una propaganda che lo perseguitava in ogni angolo di strada, in ogni giornale, in ogni a altoparlante, finì per cedere. Non si riesce mai a capire per qual fenomeno il nazismo, nonostante quanto si è detto, non abbia mai avuto la maggioranza in elezioni libere. Fin che si poté udire la voce degli antinazisti, sempre più fiacca e svogliata, la maggioranza non cedette.
Metodo e propaganda, propaganda e metodo, Himmler e Goebbels, Goebbels e Himmler, mani del Führer, resero possibile questo fenomeno hitleriano che a chiunque se ne stia tranquillo nella propria casa sembra impossibile ma in realtà avrebbe potuto verificarsi in qualunque altro Paese. Anche nelle pacifiche dimore democratiche, perché è appunto la strada della democrazia, sfruttata fino all'assurdo, quella che meglio conduce a tali abissi, quando se ne impadroniscono i malefici geni della propaganda.

L’annessione dell’Austria

Per un certo periodo sembrò che la rivoluzione nazista stesse dando ciò che aveva promesso. Hitler nulla sapeva di economia ma sapeva ciò che volevano i tedeschi: lavoro e orgoglio nazionale. In alcune zone le misure naziste ebbero in realtà un benefico effetto sull'economia. Furono vietati gli scioperi e, grazie ai piani di lavoro - particolarmente nelle industrie belliche, agricole ed edili - nel 1935 la disoccupazione era scesa da sei milioni di persone a 1,7 milioni. In generale, però, il recupero dell'economia tedesca fu dovuto più all'opera intelligente degli amministratori finanziari che non alle iniziative naziste. Sotto la guida di Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank e ministro dell'economia furono nuovamente ripianati i debiti con l'estero, concessi sussidi per l'esportazione al fine di incrementare il commercio estero e raggiunti accordi di scambio per ottenere le materie prime d'importanza vitale. Di conseguenza, la produzione pro capite aumentò del 64 per cento nei primi sei anni di governo hitleriano e, alla fine degli anni '30, la produzione nazionale di petrolio, materie plastiche, fibre e gomma sintetiche era duplicata.
I risultati del benessere economico tedesco furono per la maggior parte impiegati nella ricostruzione della potenza militare nazionale. Hitler aveva espresso chiaramente, già qualche settimana dopo. la nomina a cancelliere, le sue priorità. «Qualsiasi progetto pubblico atto a produrre occupazione deve essere valutato con un solo criterio: è, o no, indispensabile alla restaurazione delle capacità belliche della nazione tedesca?». Le condizioni del trattato di Versailles stabilivano che l'esercito tedesco non doveva superare le centomila unità, che la marina doveva essere simbolica e l'aeronautica inesistente. Hitler aveva sempre ritenuto queste limitazioni inique. Pertanto ora pretendeva uno stato di parità. Forse, propose, altre nazioni dovrebbero livellare il loro disarmo a quello tedesco ma la proposta non fu accolta. Pertanto, si ritirò dalla Società delle Nazioni, l'organizzazione internazionale costituita dal trattato di Versailles a salvaguardia della pace mondiale. Hitler mise a punto, agli inizi segretamente poi apertamente, un massiccio piano di riarmo con lo scopo di creare per la Germania le condizioni idonee a muovere una guerra offensiva entro il 1940. Nel 1936 annunciò la sua intenzione di sestuplicare gli stanziamenti bellici che, da quasi sei miliardi di marchi, avrebbero, nel 1939, dovuto superare i trentadue miliardi. lì 5 novembre 1937, nel corso di una conferenza riservata con i suoi capi militari Hitler li mise al corrente delle sue mire a lungo termine in Europa. Il Lebensraum era necessità assoluta e pertanto era di importanza basilare che nell'arco di tempo tra il 1938 e il 1943 la Germania si aggregasse l'Austria e la Cecoslovacchia, occupasse la Polonia e per ultimo invadesse e conquistasse la Russia.

Al momento del suo incontro con Mussolini nel 1934 Hitler aveva già in mente la sua prima avventura all'estero, l'annessione dell'Austria. Da quando era salito al potere, il partito nazista viennese aveva dimostrato grande interesse a che la Germania saldasse un'unione indissolubile - Anschluss - con il paese che gli aveva dato i natali. Nel luglio 1934 alcuni membri del partito, vestiti da soldati austriaci, uccisero, sparandogli, il cancelliere austriaco, Engelbert Dollfuss, un dittatore che odiava alla stessa stregua nazisti e comunisti. Ai cospiratori, però, non fu dato appoggio né dall'esercito né dal governo austriaco. Essi infatti vennero arrestati mentre Mussolini, che era garante dell'indipendenza austriaca, inviò cinquantamila soldati al confine del Brennero. Hitler ne fu colpito: gli era sembrato che, quando si erano incontrati a Venezia il mese prima, il duce gli avesse dato la sua approvazione. Per il momento desistette da ogni ulteriore azione, rinnegando un suo qualsiasi collegamento con l'assassinio, ma cercò di distogliere , Mussolini dal suo impegno con l’Austria.
I due anni successivi furono deludenti per Hitler. Fu solo nel 1936, quando il suo esercito era cresciuto a più di mezzo milione, che gli riuscì il suo primo colpo in politica estera. Il 7 marzo, colonne di soldati di fanteria marciarono al passo dell'oca su Colonia e altre città importanti tra il Reno e il confine francese. A termini del trattato di Versailles, la Renania era zona smilitarizzata. In pratica Hitler aveva violato il trattato. Un'immensa folla di tedeschi lo acclamò entusiasticamente e con un plebiscito, pratica ormai radicata per far mostra di popolarità, il popolo delle Renania approvò la sua azione con uno schiacciante 93,8 per cento di voti.
La Francia e la Gran Bretagna protestarono ma non agirono: nessuno era disposto a credere che Hitler stesse attivamente preparando la guerra. La maggior parte degli statisti preferì pensare che cercava semplicemente di cancellare le umiliazioni che molti avevano comunque giudicate ingiuste. Se la Francia avesse mandato le sue truppe, i simbolici reparti militari di Hitler si sarebbero dovuti ritirare, ma nessuno se la sentiva di fare guerra a Hitler per la sua marcia in territorio tedesco. Come poi si espresse il Times di Londra, in fondo Hitler era solo andato nel giardino di casa sua.

Nel frattempo Mussolini aveva volto il suo sguardo verso lidi lontani. Poiché negli anni '30 l'economia italiana non era molto stabile, cercò di estendere i possedimenti in Africa, dove le colonie italiane - Eritrea, Somalia e Libia - erano, a suo dire, solo le «briciole avanzate da sontuosi bottini altrui». La Somalia confinava con una possibile vittima, l'Etiopia, che egli asseriva essere una cassaforte di oro, platino, petrolio, carbone e beni agricoli. Nell'ottobre 1935, truppe italiane, trecentomila uomini con artiglieria, bombardieri e gas invasero l'Etiopia. I loro avversari, in stracci e malamente armati, furono facile preda. Il figlio di Mussolini, Vittorio, che combatteva come pilota, scrisse che sarebbe stato bene per tutti i giovani italiani fare prima o poi l'esperienza della guerra perché fra tutti gli sport quello era il più inebriante. Il 5 maggio 1936 i carri armati italiani entrarono in Addis Abeba, senza incontrare resistenza. L'imperatore Hailé Selassié, con la famiglia e centinaia di sostenitori, si rifugiò in esilio in Gran Bretagna.

Soldati etiopi, a piedi nudi, in marcia per combattere l'esercito italiano che aveva invaso il loro paese nel 1936. Date le miserevoli condizioni delle forze armate etiopi, Mussolini era convinto che «la più grande guerra coloniale della storia», come la chiamava, sarebbe stata «una guerra senza lacrime». Invece, per quanto gli etiopi non avessero obiettivamente possibilità di difesa contro le colonne motorizzate, i bombardieri e i gas del duce, gli italiani impiegarono otto mesi prima di riuscire a entrare nella capitale, Addis Abeba. Nel corso della guerra l’Italia perse cinquemila soldati; per la maggior parte appartenevano alle truppe coloniali africane; Mussolini commentò che avrebbe preferito maggiori perdite italiane, avrebbero conferito alla guerra un carattere di maggior gravità.

Gli altri paesi espressero la loro indignazione ma non intervennero. La Società delle Nazioni si mostrò penosamente inadeguata nei procedimenti internazionali che impose. Stigmatizzò Mussolini come aggressore e impose sanzioni economiche che fin dagli inizi rimasero lettera morta. Nessuno voleva spingere Mussolini a una guerra in Europa, né da solo né - molto peggio - in alleanza con la Germania, altra minaccia alla pace internazionale. Conseguentemente, sin dall'inizio le sanzioni non intendevano essere punitive. Non includevano prodotti di prima necessità quali carbone, acciaio e petrolio né includevano alcuna proibizione all’Italia di usare il Canale di Suez, passaggio principale per le importazioni italiane d'oltremare.
Comunque sia, le sanzioni ebbero un risultato nettamente opposto a quello desiderato. In collera con la Francia e la Gran Bretagna, che fin allora avevano intrattenuto rapporti abbastanza amichevoli con l’Italia, Mussolini espresse parole amare contro i governi europei, accusandoli di preferire «un'orda di negri bastardi» alla «madre della civiltà». Inoltre, cominciò a vedere in Hitler un possibile alleato. Verso la fine del 1936, quando ambedue i paesi avevano mandato aiuti militari ai nazionalisti nella guerra civile spagnola, duro conflitto tra i repubblicani appoggiati dai comunisti e le forze della destra del generale Francisco Franco, Mussolini per la prima volta fece accenno all'«Asse» Roma-Berlino. L'anno seguente si recò, in visita di stato, in Germania. Per l'occasione Hitler organizzò una parata di SS, manovre militari e un'adunata di un milione di persone a Berlino. Ovunque risuonavano osanna per i due capi. Grazie a questa accoglienza i dubbi di Mussolini sul conto di Hitler si dissiparono, così come svanì anche il suo impegno a proteggere l'indipendenza dell'Austria.
Finalmente Hitler era libero di risolvere la faccenda rimasta in sospeso con il suo paese di nascita. Il 12 febbraio 1938 invitò il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg al suo rifugio di montagna di Berchtsgaden, a sud-est di Monaco. Lì lo sottopose ad una diatriba di due ore, avanzando le sue pretese che nel governo austriaco venisse incluso un gruppo di nazisti e che tutti i nazisti fossero rilasciati. Poi presentò un ultimatum: Schuschnigg doveva firmare un accordo, che era già stato redatto, con il quale si accettavano le richieste di Hitler. Se non avesse firmato, la questione sarebbe stata risolta con la forza. «Rifletteteci, Herr Schuschnigg, rifletteteci bene, Aspetterò solo fino a oggi pomeriggio. E farete meglio a prendere le mie parole per buone. Non ho l'abitudine di bluffare e il mio passato lo dimostra». Dopo averci riflettuto, l'intimidito Schuschnigg firmò. Tuttavia, tornato a Vienna. il suo coraggio si risvegliò e indisse un plebiscito popolare per stabilire se, o meno, l'Austria dovesse restare indipendente. Fuori di sé, Hitler gli intimò di revocare il plebiscito, pena l’invasione. Schuschnigg capitolò, poi si dimise. il suo successore provvisorio il ministro degli interni Arthur Seyss-Inquart, informatore nazista alle dipendenze di Berlino, prontamente sollecitò l'invasione tedesca per «ripristinare l'ordine». Prima di agire, però, Hitler si preoccupò di chiarire la sua decisione con Mussolini che nulla eccepì.
Le truppe tedesche attraversarono i confini il 12 marzo ed ebbero un'accoglienza tumultuosa.
Hitler seguì due giorni dopo: fu un ritorno trionfante alla città dove tanto tempo prima moriva di fame nell'ombra. Un mese dopo, con plebiscito, il 99,75 per cento degli austriaci approvarono l'Anschluss. I socialisti, i comunisti e gli ebrei furono umiliati pubblicamente. Schuschnigg fu mandato in un campo di concentramento.
Anche questa volta nessun paese si mosse. Così come aveva fatto per la Renania, Hitler, mentre pubblicamente affermava il suo impegno per la pace, fidando sulla riluttanza degli altri paesi ad arrivare alla violenza, prese quello che voleva. Il primo sulla lista dei suoi tanti obiettivi era stato conseguito senza che fosse stato sparato un solo colpo. Ora cominciò a dedicarsi al suo prossimo obiettivo. Durante il volo di ritorno da Vienna, Hitler mostrò al suo capo di stato maggiore Wilhelm Keitel un ritaglio di giornale. Era una carta muta delle nuove frontiere del Reich, che circondavano la Cecoslovacchia su tre lati. Poggiò la mano sinistra sulla carta, posando l'indice e il pollice sulle frontiere cecoslovacche. Fece l'occhietto a Keitel e strinse le due dita.

 

Il dottor Joseph Goebbels, organizzatore delle campagne elettorali di Hitler negli anni '20, guarda la macchina fotografica con occhio bieco in occasione della sua visita, nel 1933, alla sede della Società delle Nazioni a Ginevra. Docente, poi giornalista, Goebbels orchestrò a Berlino il consenso al nazismo con mezzi che per sua stessa ammissione comprendevano «agitazione diffamatoria e tutte le più spregevoli astuzie della stampa scandalistica». Fu lui che contribuì a creare il mito dell’infallibilità di Hitler e, per ricompensa, nel 1935 fu posto a capo del ministero dell’informazione e della propaganda. In tale veste esercitava un rigido controllo su stampa, radio, cinema, teatro e letteratura.

Con la disoccupazione che coinvolgeva circa sei milioni di persone, le vedute estremiste di Hitler e le sue soluzioni semplicistiche erano molto apprezzate in quasi tutti i settori della società tedesca. Egli girò di nuovo il paese in aereo toccando, nella seconda metà di luglio, cinquanta città. In ognuna, le SA marciarono nelle strade, sciogliendo con la forza convegni rivali e malmenando quanti si opponessero. Questa volta i nazisti guadagnarono la maggioranza dei seggi, 230 su 608 non ancora una maggioranza assoluta, ma sufficiente per rendere Hitler la figura più forte della politica tedesca. lì cancelliere, l'aristocratico Franz von Papen, gli offri il vicecancellierato.
Però, come Mussolini nel 1922, Hitler decise di azzardare una posta più alta e con sdegno respinse l'offerta di von Papen pretendendo la carica di cancelliere. Von Papen e Hindenburg gli opposero un netto rifiuto. Fortunatamente per lui nei mesi seguenti la situazione politica ebbe un momento di stallo e Hindenburg, temendo alla fine una guerra civile, fece marcia indietro e offri a Hitler la carica che pretendeva. A certe condizioni, tuttavia: Hitler doveva accettare von Papen come vicecancelIiere e non doveva designare più di tre nazisti al gabinetto.
Uno di questi fu Göring, il quale, come ministro prussiano dell'interno, cominciò subito a effettuare epurazioni nell'amministrazione prussiana, rimpiazzò centinaia di funzionari con nazisti e costituì una polizia ausiliaria nazista di cinquantamila elementi, la Gestapo.
Non ancora soddisfatto, Hitler pretese altre elezioni. Gli eventi volgevano ormai drammaticamente a suo favore. Il 27 febbraio 1933, mentre Hitler era a cena con Goebbels, si ebbe notizia che il Reichstag era in fiamme. Un giovane comunista olandese, Marinus van der Lubbe, fu arrestato poco prima che Göring - per coincidenza apparente - arrivasse sulla scena. Hitler colse l'occasione che gli si offriva. Dispose l'entrata in vigore di un decreto di emergenza con sospensione dei diritti civili, asserendo che l'incendio rappresentava un segnale di rivolta da parte della sinistra. La Gestapo di Göring arrestò quattromila comunisti. Van der Lubbe fu sottoposto a processo, dichiarato colpevole e giustiziato.
Alle elezioni successive, ai primi di marzo, i nazisti arrivarono a 288 seggi con voti pari al 43,9 per cento; malgrado godessero quasi del monopolio della propaganda e malgrado la tattica intimidatoria delle SA, non avevano ancora la maggioranza. Tuttavia ciò aveva poca importanza. Hitler sollecitò il diritto a governare per decreto per quattro anni. Alla camera, dominata da una enorme svastica e da schiere di SA, i deputati, impauriti, a grande maggioranza gli conferirono poteri dittatoriali (la paura era giustificata: dei 94 dissenzienti, 24 vennero poi assassinati).

Discorso di Hitler al Reichstag. La scenografia era parte integrante della mitologia nazista. Nel Mein Kampf (La mia battaglia) Hitler scrisse: "Le manifestazioni di massa non solo rafforzano il singolo ma lo avvicinano e contribuiscono a creare lo spirito di corpo. L'uomo che, quale primo rappresentante di una nuova dottrina, è esposto nella sua azienda o nella sua officina, a gravi imbarazzi, ha bisogno di essere rafforzato nella sua convinzione di essere membro e campione di una vasta comunità... Se egli, uscendo dalla piccola azienda o dal grande stabilimento dove si sente così piccolo, entra per la prima volta in un'assemblea di massa e vede attorno a sé migliaia e migliaia di persone pensanti come lui, se è travolto dal suggestivo entusiasmo di altri tre o quattromila uomini quando ancora cerca la sua strada, se l'evidente successo e il consenso di migliaia di individui gli confermano che la nuova dottrina è giusta e gl'insinuano il dubbio sulle opinioni finora professate, - allora egli stesso soggiace al fascino di quella che noi chiamiamo «suggestione di massa»".

Ormai la rivoluzione nazista era in atto ma vi era ancora qualcosa che poteva essere motivo di opposizione: le rissose squadre d'assalto che con i randelli avevano costretto gli avversari di Hitler al silenzio. I due milioni di SA di gran lunga superavano per numero l'esercito e il loro capo, Ernst Röhm, grossolano personaggio dai modi spicci, mirava a prenderne il controllo assoluto. Ma Hitler era già proteso verso conquiste fuori della Germania e pertanto più che una banda di teppisti sadici gli serviva un esercito regolare. Lasciò il compito di occuparsi di Röhm alla sua nuova guardia del corpo, la Schutzstaffel (squadra di sicurezza), ovvero SS, piccola schiera poi trasformatasi in un vero e proprio esercito.

L’annessione dell’Austria

Per un certo periodo sembrò che la rivoluzione nazista stesse dando ciò che aveva promesso. Hitler nulla sapeva di economia ma sapeva ciò che volevano i tedeschi: lavoro e orgoglio nazionale. In alcune zone le misure naziste ebbero in realtà un benefico effetto sull'economia. Furono vietati gli scioperi e, grazie ai piani di lavoro - particolarmente nelle industrie belliche, agricole ed edili - nel 1935 la disoccupazione era scesa da sei milioni di persone a 1,7 milioni. In generale, però, il recupero dell'economia tedesca fu dovuto più all'opera intelligente degli amministratori finanziari che non alle iniziative naziste. Sotto la guida di Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank e ministro dell'economia furono nuovamente ripianati i debiti con l'estero, concessi sussidi per l'esportazione al fine di incrementare il commercio estero e raggiunti accordi di scambio per ottenere le materie prime d'importanza vitale. Di conseguenza, la produzione pro capite aumentò del 64 per cento nei primi sei anni di governo hitleriano e, alla fine degli anni '30, la produzione nazionale di petrolio, materie plastiche, fibre e gomma sintetiche era duplicata.
I risultati del benessere economico tedesco furono per la maggior parte impiegati nella ricostruzione della potenza militare nazionale. Hitler aveva espresso chiaramente, già qualche settimana dopo. la nomina a cancelliere, le sue priorità. «Qualsiasi progetto pubblico atto a produrre occupazione deve essere valutato con un solo criterio: è, o no, indispensabile alla restaurazione delle capacità belliche della nazione tedesca?». Le condizioni del trattato di Versailles stabilivano che l'esercito tedesco non doveva superare le centomila unità, che la marina doveva essere simbolica e l'aeronautica inesistente. Hitler aveva sempre ritenuto queste limitazioni inique. Pertanto ora pretendeva uno stato di parità. Forse, propose, altre nazioni dovrebbero livellare il loro disarmo a quello tedesco ma la proposta non fu accolta. Pertanto, si ritirò dalla Società delle Nazioni, l'organizzazione internazionale costituita dal trattato di Versailles a salvaguardia della pace mondiale. Hitler mise a punto, agli inizi segretamente poi apertamente, un massiccio piano di riarmo con lo scopo di creare per la Germania le condizioni idonee a muovere una guerra offensiva entro il 1940. Nel 1936 annunciò la sua intenzione di sestuplicare gli stanziamenti bellici che, da quasi sei miliardi di marchi, avrebbero, nel 1939, dovuto superare i trentadue miliardi. lì 5 novembre 1937, nel corso di una conferenza riservata con i suoi capi militari Hitler li mise al corrente delle sue mire a lungo termine in Europa. Il Lebensraum era necessità assoluta e pertanto era di importanza basilare che nell'arco di tempo tra il 1938 e il 1943 la Germania si aggregasse l'Austria e la Cecoslovacchia, occupasse la Polonia e per ultimo invadesse e conquistasse la Russia.

Al momento del suo incontro con Mussolini nel 1934 Hitler aveva già in mente la sua prima avventura all'estero, l'annessione dell'Austria. Da quando era salito al potere, il partito nazista viennese aveva dimostrato grande interesse a che la Germania saldasse un'unione indissolubile - Anschluss - con il paese che gli aveva dato i natali. Nel luglio 1934 alcuni membri del partito, vestiti da soldati austriaci, uccisero, sparandogli, il cancelliere austriaco, Engelbert Dollfuss, un dittatore che odiava alla stessa stregua nazisti e comunisti. Ai cospiratori, però, non fu dato appoggio né dall'esercito né dal governo austriaco. Essi infatti vennero arrestati mentre Mussolini, che era garante dell'indipendenza austriaca, inviò cinquantamila soldati al confine del Brennero. Hitler ne fu colpito: gli era sembrato che, quando si erano incontrati a Venezia il mese prima, il duce gli avesse dato la sua approvazione. Per il momento desistette da ogni ulteriore azione, rinnegando un suo qualsiasi collegamento con l'assassinio, ma cercò di distogliere , Mussolini dal suo impegno con l’Austria.
I due anni successivi furono deludenti per Hitler. Fu solo nel 1936, quando il suo esercito era cresciuto a più di mezzo milione, che gli riuscì il suo primo colpo in politica estera. Il 7 marzo, colonne di soldati di fanteria marciarono al passo dell'oca su Colonia e altre città importanti tra il Reno e il confine francese. A termini del trattato di Versailles, la Renania era zona smilitarizzata. In pratica Hitler aveva violato il trattato. Un'immensa folla di tedeschi lo acclamò entusiasticamente e con un plebiscito, pratica ormai radicata per far mostra di popolarità, il popolo delle Renania approvò la sua azione con uno schiacciante 93,8 per cento di voti.
La Francia e la Gran Bretagna protestarono ma non agirono: nessuno era disposto a credere che Hitler stesse attivamente preparando la guerra. La maggior parte degli statisti preferì pensare che cercava semplicemente di cancellare le umiliazioni che molti avevano comunque giudicate ingiuste. Se la Francia avesse mandato le sue truppe, i simbolici reparti militari di Hitler si sarebbero dovuti ritirare, ma nessuno se la sentiva di fare guerra a Hitler per la sua marcia in territorio tedesco. Come poi si espresse il Times di Londra, in fondo Hitler era solo andato nel giardino di casa sua.

Nel frattempo Mussolini aveva volto il suo sguardo verso lidi lontani. Poiché negli anni '30 l'economia italiana non era molto stabile, cercò di estendere i possedimenti in Africa, dove le colonie italiane - Eritrea, Somalia e Libia - erano, a suo dire, solo le «briciole avanzate da sontuosi bottini altrui». La Somalia confinava con una possibile vittima, l'Etiopia, che egli asseriva essere una cassaforte di oro, platino, petrolio, carbone e beni agricoli. Nell'ottobre 1935, truppe italiane, trecentomila uomini con artiglieria, bombardieri e gas invasero l'Etiopia. I loro avversari, in stracci e malamente armati, furono facile preda. Il figlio di Mussolini, Vittorio, che combatteva come pilota, scrisse che sarebbe stato bene per tutti i giovani italiani fare prima o poi l'esperienza della guerra perché fra tutti gli sport quello era il più inebriante. Il 5 maggio 1936 i carri armati italiani entrarono in Addis Abeba, senza incontrare resistenza. L'imperatore Hailé Selassié, con la famiglia e centinaia di sostenitori, si rifugiò in esilio in Gran Bretagna.

Soldati etiopi, a piedi nudi, in marcia per combattere l'esercito italiano che aveva invaso il loro paese nel 1936. Date le miserevoli condizioni delle forze armate etiopi, Mussolini era convinto che «la più grande guerra coloniale della storia», come la chiamava, sarebbe stata «una guerra senza lacrime». Invece, per quanto gli etiopi non avessero obiettivamente possibilità di difesa contro le colonne motorizzate, i bombardieri e i gas del duce, gli italiani impiegarono otto mesi prima di riuscire a entrare nella capitale, Addis Abeba. Nel corso della guerra l’Italia perse cinquemila soldati; per la maggior parte appartenevano alle truppe coloniali africane; Mussolini commentò che avrebbe preferito maggiori perdite italiane, avrebbero conferito alla guerra un carattere di maggior gravità.

Gli altri paesi espressero la loro indignazione ma non intervennero. La Società delle Nazioni si mostrò penosamente inadeguata nei procedimenti internazionali che impose. Stigmatizzò Mussolini come aggressore e impose sanzioni economiche che fin dagli inizi rimasero lettera morta. Nessuno voleva spingere Mussolini a una guerra in Europa, né da solo né - molto peggio - in alleanza con la Germania, altra minaccia alla pace internazionale. Conseguentemente, sin dall'inizio le sanzioni non intendevano essere punitive. Non includevano prodotti di prima necessità quali carbone, acciaio e petrolio né includevano alcuna proibizione all’Italia di usare il Canale di Suez, passaggio principale per le importazioni italiane d'oltremare.
Comunque sia, le sanzioni ebbero un risultato nettamente opposto a quello desiderato. In collera con la Francia e la Gran Bretagna, che fin allora avevano intrattenuto rapporti abbastanza amichevoli con l’Italia, Mussolini espresse parole amare contro i governi europei, accusandoli di preferire «un'orda di negri bastardi» alla «madre della civiltà». Inoltre, cominciò a vedere in Hitler un possibile alleato. Verso la fine del 1936, quando ambedue i paesi avevano mandato aiuti militari ai nazionalisti nella guerra civile spagnola, duro conflitto tra i repubblicani appoggiati dai comunisti e le forze della destra del generale Francisco Franco, Mussolini per la prima volta fece accenno all'«Asse» Roma-Berlino. L'anno seguente si recò, in visita di stato, in Germania. Per l'occasione Hitler organizzò una parata di SS, manovre militari e un'adunata di un milione di persone a Berlino. Ovunque risuonavano osanna per i due capi. Grazie a questa accoglienza i dubbi di Mussolini sul conto di Hitler si dissiparono, così come svanì anche il suo impegno a proteggere l'indipendenza dell'Austria.
Finalmente Hitler era libero di risolvere la faccenda rimasta in sospeso con il suo paese di nascita. Il 12 febbraio 1938 invitò il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg al suo rifugio di montagna di Berchtsgaden, a sud-est di Monaco. Lì lo sottopose ad una diatriba di due ore, avanzando le sue pretese che nel governo austriaco venisse incluso un gruppo di nazisti e che tutti i nazisti fossero rilasciati. Poi presentò un ultimatum: Schuschnigg doveva firmare un accordo, che era già stato redatto, con il quale si accettavano le richieste di Hitler. Se non avesse firmato, la questione sarebbe stata risolta con la forza. «Rifletteteci, Herr Schuschnigg, rifletteteci bene, Aspetterò solo fino a oggi pomeriggio. E farete meglio a prendere le mie parole per buone. Non ho l'abitudine di bluffare e il mio passato lo dimostra». Dopo averci riflettuto, l'intimidito Schuschnigg firmò. Tuttavia, tornato a Vienna. il suo coraggio si risvegliò e indisse un plebiscito popolare per stabilire se, o meno, l'Austria dovesse restare indipendente. Fuori di sé, Hitler gli intimò di revocare il plebiscito, pena l’invasione. Schuschnigg capitolò, poi si dimise. il suo successore provvisorio il ministro degli interni Arthur Seyss-Inquart, informatore nazista alle dipendenze di Berlino, prontamente sollecitò l'invasione tedesca per «ripristinare l'ordine». Prima di agire, però, Hitler si preoccupò di chiarire la sua decisione con Mussolini che nulla eccepì.
Le truppe tedesche attraversarono i confini il 12 marzo ed ebbero un'accoglienza tumultuosa.
Hitler seguì due giorni dopo: fu un ritorno trionfante alla città dove tanto tempo prima moriva di fame nell'ombra. Un mese dopo, con plebiscito, il 99,75 per cento degli austriaci approvarono l'Anschluss. I socialisti, i comunisti e gli ebrei furono umiliati pubblicamente. Schuschnigg fu mandato in un campo di concentramento.
Anche questa volta nessun paese si mosse. Così come aveva fatto per la Renania, Hitler, mentre pubblicamente affermava il suo impegno per la pace, fidando sulla riluttanza degli altri paesi ad arrivare alla violenza, prese quello che voleva. Il primo sulla lista dei suoi tanti obiettivi era stato conseguito senza che fosse stato sparato un solo colpo. Ora cominciò a dedicarsi al suo prossimo obiettivo. Durante il volo di ritorno da Vienna, Hitler mostrò al suo capo di stato maggiore Wilhelm Keitel un ritaglio di giornale. Era una carta muta delle nuove frontiere del Reich, che circondavano la Cecoslovacchia su tre lati. Poggiò la mano sinistra sulla carta, posando l'indice e il pollice sulle frontiere cecoslovacche. Fece l'occhietto a Keitel e strinse le due dita.

 

 

Hitler:la storia dalla nascita alla sconfitta

 

La formazione politica

Uomo politico tedesco  (Braunau am Inn 1889-Berlino 1945). Austriaco di nascita, figlio di un doganiere, trascorse la giovinezza a Linz dove il padre lo aveva iscritto alla Realschule (1900). Morto il padre (1903) e ammalatosi (un principio di tubercolosi), H. due anni dopo lasciò gli studi, che seguiva malvolentieri del resto, e incominciò delle letture disordinate. Trasferitosi a Vienna sperò nell'ammissione all'Accademia di Belle Arti, ma fu bocciato per due volte (1907 e 1908) e in preda allo scoraggiamento, anche per la morte della madre, visse dei modesti guadagni di decoratore e di pittore dilettante. Frustrato, divenne facile preda di molte suggestioni: dall'antisemitismo di K. Lueger, al pangermanismo di Schönerer, alla teoria del superuomo di Nietzsche. Alla fine del 1912 o all'inizio del 1913 si trasferì a Monaco, forse per evitare il servizio militare. Lavorò, stancamente, come sempre del resto poco attratto dal lavoro, come muratore. Accolse lo scoppio della guerra con la speranza che ne sarebbe sorta una grande Germania. Si arruolò volontario nel reggimento List: divenne caporale, fu ferito nel 1916 presso Bapaume, rimase offeso dai gas a Ypres nel 1918, ottenne due croci di guerra. La disfatta significò per lui delusione e rancore verso i socialdemocratici e i comunisti, coloro che furono poi da lui indicati come gli autori della "pugnalata nella schiena" e come i soli responsabili della disfatta. Tornò a Monaco verso la fine di gennaio del 1919, dopo aver frequentato un corso di istruzione politica per conto dell'esercito, ed ebbe l'incarico di svolgere indagini sul Partito dei lavoratori tedeschi, vicino agli ambienti militari. H. vi si iscrisse, lo organizzò e potenziò. In sei mesi ne divenne il capo. Vi associò altri movimenti nazionalsocialisti e nell'aprile del 1920 quella modesta alleanza assunse la denominazione di National-sozialistische deutsche Arbeiterpartei (N.S.D.A.P.; Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). H. lasciava allora l'esercito, venendone tuttavia finanziato. Abile nel circondarsi di collaboratori efficienti e fanatici (lo dimostrerà associandosi col tempo i vari G. Feder, A. Rosenberg, R. Hess, K. H. Frank, G. Strasser, D. Eckart, J. Streicher, J. Goebbels, H. Goering), trovò in Ernst Röhm, capo delle famigerate SA ( Sturmabteilungen, reparti d'assalto), il punto di forza per fare della violenza l'arma dell'intimidazione sotto il pretesto di voler ripristinare l'ordine minacciato dai comunisti.

 

L'ascesa del partito hitleriano

 Il partito hitleriano assunse come programma la dottrina revanscista e riarmista, razzista (antisemitismo) e sciovinista, antidemocratica e nebulosamente socialistica. La crisi del dopoguerra, con la disoccupazione sempre più vasta, l'inflazione inarrestabile, la debolezza e gli errori della Repubblica di Weimar spinsero H., sostenuto dall'ascendente e dal prestigio del generale Ludendorff, a tentare di impadronirsi del  Land bavarese. Il fautore della grande Germania giocava la sua prima, importante carta politica con un'azione separatista. Ma il  putsch di Monaco (8-9 novembre 1923) fu un fiasco clamoroso . Condannato a cinque anni, H. in realtà scontò solo pochi mesi di prigione a Landsberg e ne uscì alla fine del 1924, dopo aver scritto la prima parte del  Mein Kampf(subito pubblicata, mentre la seconda venne conclusa alla fine del 1926 e pubblicata nel 1928). L'ideologia nazista, seppure nel disordine dell'esposizione, vi appariva inequivocabile. La tesi della superiorità della razza ariana (echi di Gobineau, H. S. Chamberlain e di Rosenberg, che scrisse poi col  Mito del secolo XX il catechismo del movimento nazionalsocialista), già apparsa nel  Völkischer Beobachter(L'osservatore nazionale), vi era ribadita. L'antisemitismo era inteso come una crociata. Seppure in libertà vigilata, H. ricostituì il partito, che nel 1925 riprese risolutamente l'offensiva col presupposto di conquistare il potere dall'interno, poiché ogni rivolta diventava un'avventura. H. dovette lottare contro l'ala pseudorivoluzionaria capeggiata dai fratelli G. e O. Strasser, contraria alla "via ministeriale", e anche se le elezioni del 1928 gli furono contrarie H. seppe tuttavia tenere a bada le SA vogliose di creare disordini e di passare all'azione. Si alleò con i nazionalisti monarchici di A. Hugenberg e grazie agli aiuti finanziari di parte dell'aristocrazia agraria, dell'alta finanza e della grande industria, soprattutto di Thyssen, terrorizzate dall'idea di una possibile affermazione comunista (la dilagante crisi del 1929 aveva colpito anche la Germania dopo alcuni anni di ripresa dovuta anche agli aiuti anglo-americani) in un momento di smarrimento generale, grazie alla sua grandissima abilità oratoria, al suo talento propagandistico e a tutti i mezzi leciti e illeciti cui ricorse con risolutezza somma, nel 1930 H. e il suo partito ottennero oltre 6 milioni di voti, che significarono 107 seggi al Reichstag. Il N.S.D.A.P. divenne il secondo partito dopo la socialdemocrazia, con un'ossatura paramilitare: le SA di Röhm, cui si erano aggiunti nel 1929 le SS ( Schutz-Staffeln, squadre di difesa) di Himmler e un efficientissimo ufficio di propaganda diretto da Goebbels affiancatosi a H. nel 1925. Nelle elezioni del 1932 H., nonostante l'avanzata del partito, non riuscì dapprima a ottenere il cancellierato, ma con l'appoggio dell'esercito (assicuratogli dal generale Blomberg, ministro della Guerra), della destra di Hugenberg e di von Papen, e del presidente Hindenburg, sempre riluttante verso il disprezzato "caporale bavarese", fu infine accettato nel quadro di un governo nazionale.

 

Hitler dittatore assoluto

Il 30 gennaio 1933 H. venne investito ufficialmente della carica. Da questo evento all'instaurazione della dittatura il passo fu breve e fu facilitato dal mito del  Führer(capo supremo dotato di uno speciale potere carismatico). Alla morte di Hindenburg (1934) H. divenne anche capo dello Stato, col titolo ufficiale di  Führer und Reichskanzler.Due mesi prima, soffocata ogni esitazione, nella notte del 30 giugno, passata alla storia come "la notte dei lunghi coltelli ", H. aveva liquidato Röhm e i maggiori esponenti delle SA, invise agli alti comandi militari. Più tardi H. si sbarazzò anche di altri collaboratori a tutti i livelli, dai finanzieri come Schacht, ai ministri come von Neurath, ai generali come Blomberg e Fritsch, colpevoli di scetticismo verso i piani di conquista nazisti. Affidando la gestione interna ai suoi principali collaboratori (Himmler, Goebbels, Goering, ecc.), che si crearono dei veri e propri imperi personali, senza tuttavia mettere in pericolo la preminenza del Führer, H. si occupò soprattutto della politica estera (dove von Ribbentrop fu soltanto un semplice esecutore). Dittatore assoluto, sempre fermamente legato all'idea della grande Germania, H. si adoperò per far cadere tutte le clausole del Trattato di Versailles. Convinto di essere uno stratega eccelso, si sovrappose ai generali e, una volta scatenata la II guerra mondiale (1939), assunse il comando delle operazioni. Nel 1941 si autonominò comandante supremo, suscitando rancore in tutti i comandi, non mitigato da alcune sue geniali intuizioni che diedero alla Germania la supremazia fino alla decisione di invadere l'U.R.S.S. Il blocco quasi contemporaneo davanti a Stalingrado e la controffensiva inglese in Africa (1942) aumentarono i dissensi all'interno della Wehrmacht. I generali si rendevano conto ormai che H. stava portando la Germania allo sbaraglio. Più volte vennero orditi complotti per uccidere H., il più noto dei quali resta quello del 20 luglio 1944 attuato dal colonnello von Stauffenberg, cui avevano dato il loro appoggio e la loro adesione H. W. Canaris, Witzleben, L. Beck, E. Hoeppner, F. W. von der Schulenburg (tutti catturati e giustiziati per ordine di H. miracolosamente scampato nel suo ufficio devastato da una bomba). Sordo a ogni sollecitazione che invocava la fine dell'ormai inutile guerra, di cui la politica nazista era la principale responsabile, così come si era resa responsabile del massacro scientemente pianificato di milioni di Ebrei e di ogni avversario politico, H. assistette al crollo della Germania, come a un grandioso tragico avvenimento wagneriano, e si uccise (30 aprile) nel  bunker della Cancelleria di Berlino, dopo aver sposato  in extremis Eva Braun, sua compagna da molti anni, mentre i soldati sovietici erano ormai a pochi passi dalla Cancelleria.

 

 

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