Normanni tutto di tutto

 

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I Normanni (da Northmen o Norsemen, ossia "uomini del Nord"), erano un misto di popolazioni della Scandinavia, insediati in Danimarca, in Norvegia e in Svezia. Erano di origine germanica, dotati di una propria cultura ed abituati a navigare nel mar Baltico e nel mare del Nord, anche se la maggior parte non erano navigatori ma contadini.
Sono chiamati anche vichinghi, nonostante tale termine indicasse le popolazioni normanne stanziate sulle coste - soprattutto al riparo dei fiordi e dedite alla pirateria.
Normanni è quindi il nome collettivo di varie popolazioni scandinave, che compirono imprese diverse tra il IX e il XII secolo.
I Danesi batterono soprattutto tra IX e X secolo la costa inglese del mare del Nord, mentre gli Svedesi erano dediti al commercio tra mar baltico e mar Nero attraverso la rete fluviale della futura Russia: i guerrieri-mercanti svedesi (i variaghi), misti alle popolazioni slave autoctone, contribuirono a quella che sarebbe poi diventata la civiltà russa; i Norvegesi infine si dedicarono all'esplorazione dell'Oceano Glaciale Artico, grazie forse a un aumento delle temperature che rese possibile la navigazione nelle acque già ghiacciate, toccando tra X e XI secolo Islanda, Groenlandia e anche le coste del Labrador nell'attuale Canada. Dal norvegese dei coloni in Islanda nacque il norreno, la lingua letteraria delle grandi saghe nordiche.
I normanni, soprattutto danesi, si dedicarono alle scorrerie a partire dall'inizio del IX secolo. Dotati di leggere navi senza ponte e senza remi (drakkar cioè "dragoni", dal serpente di mare intagliato sulla prua) batterono le coste della Francia, dell'Inghilterra, fino alla penisola Iberica, all'Italia (rimasero quasi leggendari i saccheggi di città come Luni e Fiesole) e alle isole del Mediterraneo occidentale, passando solo in secondo momento all'insediamento. Inizialmente pagani e dediti alla razzia, in seguito allo stanziamento in Francia si convertirono al Cristianesimo e si dedicarono anche all'agricoltura. Ottimi guerrieri, specializzati nel combattimento a cavallo, utilizzavano principalmente la spada, indossavano camicioni in maglia di ferro (l'"usbergo") che per la loro difesa era lo scudo, progressivamente scomparso con l'avvento dell'armatura a lamine, utilizzavano con uno scudo a mandorla. Venivano richiesti come mercenari, fino anche all'Impero bizantino.
La cultura normanna, come quella di molti altri popoli migratori, era particolarmente versatile e aperta al nuovo. Per un certo periodo, questa caratteristica li portò a occupare territori europei tra loro eterogenei. Dopo l'insediamento in Normandia (910), nell'XI secolo si riversarono in Inghilterra (1066), in Francia e nell'Italia meridionale, costituendo il ducato di Calabria con gli Altavilla e nel 1130 il regno di Sicilia.
I Normanni passarono così ad occupare l'odierna Normandia (regione della Francia settentrionale che da essi prese il nome) a partire dall'ultimo quarto del IX secolo. Nel 911, Carlo il Semplice, re di Francia, concesse agli invasori un piccola porzione di territorio lungo il basso corso del fiume Senna, che andò poi espandendosi, diventando il ducato di Normandia. Gli invasori erano guidati dal principe norvegese (che guidava però dei danesi) Hrolf, latinizzato in Rollone, che strinse un'alleanza con Carlo.
I Normanni divennero agricoltori, fondendosi con la popolazione locale della Neustria, adottarono la religione cristiana e la lingua galloromanza, dando così vita a una nuova identità culturale, diversa sia da quella degli scandinavi sia da quella dei franchi.
Geograficamente, la Normandia corrispondeva alla vecchia provincia ecclesiastica di Rouen o Neustria. Non aveva frontiere naturali e precedentemente fu una semplice unità amministrativa.
Dopo una o due generazioni, erano pressoché indistinguibili dai vicini francesi. Nell'XI secolo la posizione degli invasori in Normandia era ormai consolidata. Via via (sia in Normandia sia in Inghilterra) andarono adottando il sistema feudale francese.
La classe guerriera normanna era diversa dalla vecchia aristocrazia francese. Molte delle famiglie di quest'ultima si facevano risalire ai Carolingi, mentre i Normanni avrebbero raramente potuto vantare antenati antecedenti all'XI secolo. La maggior parte dei cavalieri rimasero poveri e senza terra e per questo molti di loro divennero guerrieri di professione e crociati, per procacciarsi ricchezze e terre.

 

 

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Dopo la morte di Carlo magno

Alla morte di Carlo Magno, l’Italia rimane associata al titolo imperiale, detenuto dal ramo imperiale della dinastia carolingia. Dopo l’887, con la deposizione di Carlo il Grosso, le corone italiane e imperiali divengono oggetto di contesa. Le lotte durarono per quasi un secolo (887-962) e provocarono grande instabilità. L’aristocrazia romana, poi, è in pratica padrona dell’elezione papale, mentre i grandi feudatari divengono un ostacolo ad ogni forma di governo centralizzato.

FRANCIA

La Francia si divide in signorie feudali: nel IX sec. Sono circa trenta, nel X sec. divengono cinquanta; si torna in altre parole alla frammentazione esistente prima dell’unificazione della Gallia da parte dei Franchi. Questa situazione continua fino a Ugo Capeto da cui ha origine la dinastia capetingia che regnerà per otto secoli e porterà la Francia a divenire una monarchia nazionale.

GERMANIA

In Germania la dinastia carolingia mantiene il potere  fino al 911 e anche in questo paese si verifica il fenomeno della frammentazione del potere in sei dinastie autonome (Sassonia, Svevia, Baviera, Franconia, Turingia e Lorena). In realtà i re di Germania riescono a mantenere un certo ascendente sugli altri  territori feudali, perché il re è eletto da un’assemblea di duchi e di vescovi tedeschi. Il primo che riesce a imporsi è il ducato di Sassonia da cui proviene Enrico I, promotore della tregua settennale con gli ungari.

OTTONE I (936-973)

Nel 936 ad Enrico I l’Uccellatore succede il figlio Ottone I, restauratore del Sacro Romano Impero Germanico. Ecco quali saranno i tre obiettivi principali della politica ottoniana:

  1. le relazioni tra potere imperiale laico e potere papale spirituale
  2. l’unificazione territoriale dell’Italia  con l’annessione della parte meridionale
  3. la difesa dei confini dagli attacchi  delle popolazioni slave e degli Ungari.

I rapporti tra Ottone I e il papato si inseriscono nel quadro generale della politica italiana del sovrano tedesco:
dopo aver deposto Berengario II nel 951, Ottone sposa la vedova di Lotario (avversario di Berengario) Adelaide che aveva chiesto il suo intervento e si fa incoronare re d’Italia a Pavia. Dieci anni dopo, nel 961 Ottone I ritorna in Italia ed è incoronato imperatore dal papa Giovanni XIII, l’incoronazione conferisce ad Ottone l’occasione per stilare  un documento il Privilegium Othonis, con cui l’imperatore si impegna a riconoscere tutte le donazioni elargite alla Chiesa e si erge a difensore della Cristianità.
Nel “Privilegium Othonis è, poi, affermata la dipendenza della Chiesa dall’imperatore che deve approvare l’elezione del papa e, quando necessario, anche eleggerlo.
Ottone I mette subito in pratica questi principi destituendo Giovanni XIII e sostituendolo con un suo segretario, che assume il nome di Leone VIII. Nel 961 rinasce l’antico Sacro Romano Impero che, a differenza di quello carolingia, ha il suo centro in Germania.
Ad Ottone I va anche attribuito il merito di importanti e vittoriose campagne militari contro gli Ungari e gli Slavi.

OTTONE II (973-983)

Alla morte di Ottone I, la corona imperiale passa ad Ottone II. Durante il suo regno (soli dieci anni di governo) l’imperatore affronta la ribellione dei duchi tedeschi, seda la rivolta della nobiltà romana e combatte contro gli arabi che a Stilo (in Calabria) annientarono l’esercito imperiale nel 982.

OTTONE III (983-1002)

Il successore di Ottone II è il figlio Ottone III che, finchè non raggiunge la maggior età, è quindi sottoposto alla tutela della madre Teofane (principessa bizantina) e della nonna (la duchessa Adelaide). Tutta la sua azione politica mira alla Renovatio Imperii: non a caso la capitale dell’impero è  spostata a Roma, dove c’è la possibilità di controllare più da vicino le vicende della Chiesa.
Ottone III sceglie come papa il suo maestro Gerberto d’Aurille con il nome di Silvestro II.
Ma i suoi sogni di restaurazione si infrangono contro l’opposizione dei tedeschi e degli stessi Italiani. Per i primi  il nuovo imperatore è troppo legato all’Italia per cui finisce col trascurare altri obiettivi primari come la lotta agli Slavi; per i secondi, soprattutto nell’ambito dell’aristocrazia romana, egli è pur sempre un barbaro.

ENRICO II (1002-1024)

Quest’ultimo eredita una situazione molto complessa. Proprio durante il regno di Enrico II iniziano a manifestarsi i primi sintomi del risveglio cittadino. Pavia e Roma si ribellano all’incoronazione del nuovo imperatore, che ha usurpato il potere di Andrino, marchese d’Ivrea, eletto re d’Italia dai feudatari nel 1002.
Bari insorge contro i Bizantini, mentre Pisa e Genova liberano la Sdegna dagli arabi. Nonostante la vittoria riportata contro Andreino, Enrico II rappresenta l’epigono di una dinastia che ha gettato i presupposti di una nuova società. 

 

I NORMANNI CONQUISTARONO L’ITALIA MERIDIONALE

ORIGINE DEI NORMANNI

Provenienti dalla penisola scandinava e per questo chiamati uomini del nord (normanni), sono detti anche Vichinghi o Vareghi.

VAREGHI

Tra il IV sec. e il IX sec. si suddividono in tre gruppi:
Danesi, Svedesi,e Norvegesi; Tra l’VII e il X sec. compiono una serie di scorrerie che terrorizza le popolazioni di mezza Europa.
I Normanni si spostano in gruppi e si avvalgono di imbarcazioni leggere, strette e lunghe azionate da remi e vele quadrate.
Le loro incursioni colpiscono dapprima l’Inghilterra e L’Irlanda e, successivamente le popolazioni della Spagna, della Francia, della Germania e le coste dell’Islanda e della Groenlandia. Tra il X e l’XI sec. si verificarono tre mutamenti che determinarono un’evoluzione nelle incursioni normanne:

  1. I Vichinghi abbandonarono l’originaria razzia fatta attraverso il saccheggio e iniziarono a stanziarsi in alcuni territori (Normandia, Francia e Inghilterra)
  2. Si danno un’organizzazione monarchica e feudale
  3. Oltre alle razzie, divenute meno violente, cominciano a praticare il commercio

Un gruppo di normanni, i Vareghi, nelIX sec. fonda i principati di Novgorod e di Kiev, da cui partono le direttrici commerciale verso il mar Nero e il Mar Caspio.
Nel 1009 i mercenari normanni giungono nell’Italia Meridionale e combattono contro l’esercito bizantino, a fianco delle truppe di Melo, un nobile longobardo che guida a Bari la rivolta contro l’Impero d’Oriente.
Una nuova occasione di penetrazione nel Meridione si presenta al normanno Rainulfo di Drengot nel 1027, egli interviene infatti nella lotta tra il ducato di Napoli e il principato longobardo di Capua, ottenendo, in cambio dei servigi offerti al duca di Napoli, la contea di Aversa.
Nel 1034 uno degli undici fratelli della famiglia normanna di Altavilla, Ottiene da Guaimario, signore di Salerno, come ricompensa per l’aiuto offerto contro Capua e Benevento, la contea di Melfi.
Ad un altro fratello degli Altavilla, Roberto il Guiscardo, detto l’Astuto, si deve la prima legittimazione della presenza normanna nell’Italia Meridionale.
Il papa Leone IX interviene per difendere Benevento, ma viene sconfitto a Civitate e fatto prigioniero nel 1053.
Roberto il Guiscardo, tuttavia, subito si riconcilia con il papa e nel 1059 stipula con il nuovo papa Niccolò II l’accordo di Melfi. L’accordo prevede:

  1. Il riconoscimento delle conquiste fatte dai Normanni nell’Italia Meridionale
  2. Il conferimento del titolo di duca di Calabria e di Puglia a Roberto il Guiscardo e la promessa di una nomina successiva di duca di Sicilia.
  3. La sottomissione dei Normanni all’autorità papale di cui divengono i difensori ufficiali.

A questo punto le ambizioni normanne si fanno concrete: Roberto il Guiscardo strappa ai Bizantini tutta la parte peninsulare dell’Italia Meridionale, mentre il fratello Ruggero I tra il 1061 e il 1091 porta a termine la conquista della Sicilia.
L’unificazione di tutti i territori sottratti ai Bizantini e agli Arabi avviene con Ruggero II che nel 1130 ottiene dal papa Onorio II il titolo di re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria.

GLI
ALTAVILLA
normanninormanni

 

LE CROCIATE

CONQUISTE DEI TURCHI

Nel corso dell’XI sec. una nuova andata di invasori si abbatte sull’Europa orientale. Si tratta dei Turchi Selgiuchidi, una popolazione di razza mongola proveniente dal Turkestan e così chiamati dal nome del loro capo Selgiuk.
Entrano in un primo momento pacificamente tanto da essere reclutati come mercenari dai califfi abassidi. Successivamente approfittando delle divisioni interne che dilaniavano il califfato occupano Baghdad nel 1055.
Comincia l’espansione turca verso l’Asia Minore, dove sconfiggono nel 1071 a Menzikert l’esercito bizantino e occupano l’Asia Minore la Siria e la Palestina. Nel 1070  Gerusalemme, il cuore del mondo Cristiano, cade nelle mani dei Turchi.
L’imperatore bizantino Alessio I Comneno, salito al trono nel 1081 rivolge un appello al papa, perché mobiliti il mondo cattolico con la liberazione di Gerusalemme e con la difesa dell’impero

MOTIVAZIONI DELLA I CROCIATA

Il papa Urbano II raccoglie l’invito e conferisce all’impresa il carattere di “Guerra Santa”.
Al di là del movente religioso ai “difensori del Santo Sepolcro” il papa addita anche ricompense materiali:

  1. In nome di Dio egli autorizza i Cristiani a impossessarsi delle terre conquistate, perché l’Europa è divenuta troppo angusta e insufficienti per le esigenze della popolazione
  2. La promessa di indulgenze plenarie, cioè della remissione completa dei peccati
  3. La moratoria  per debiti
  4. La dilazione dei procedimenti giudiziari pendenti a carico di chi partirà.

CROCIATA POPOLARE

Mentre si mette a punto l’organizzazione della prima crociata nel 1096, parte verso la Terra Santa un gruppo di nullatenenti guidati dal predicatore Pietro l’Eremita e da Gualtiero di Passy, ma non giungeranno mai a destinazione, superato il Bosforo procedono verso Nicea dove vengono sterminati dai Turchi.

I CROCIATA

Parte nel 1097, Costantinopoli è il centro di raccolta e qui giungono le truppe di piccoli e medi feudatari, cadetti e gente avida di prede, provenienti dalla Francia, dalle Fiandre, dalla Normandia e dall’Inghilterra.
I signori feudatari più importanti che guidano l’impresa sono:
Goffredo di Buglione, Baldovino di Fiandra, Boermando di Taranto (figlio di Roberto il Guiscardo) e Tancredi d’Altavilla (nipote di R. il Guiscardo), Raimondo di Tolosa.
Dopo aver attraversato il Bosforo, i crociati espugnano Nicea e, battuti i Turchi a Darileo, giungono ad Antiochia dove, dopo mesi di assedio espugnano la città.
La marcia verso Gerusalemme riprende nel 1099 (perché nel frattempo la fame e la peste aveva fermato l’esercito).
Fra il 13 e il 15 luglio 1099 Gerusalemme viene liberata.
I territori riconquistati non vengono tutti restituiti all’impero bizantino perché quelli posti a sud della penisola anatolica sono organizzati secondo il sistema feudale e sono affidati ai signori feudali, a Goffredo di Buglione in particolare spetta il Regno di Gerusalemme e il titolo di Avvocato del Sacro Sepolcro.
Nascono anche ordini monastico-cavallereschi per difendere questi territori:
Ordine dei Templari, Cavalieri di S. Giovanni, Ordine di Malta.

II CROCIATA

La liberazione di Gerusalemme non dura a lungo, i Turchi approfittano delle debolezze degli stati feudali e nel 1144 occupano Edessa. In seguito alle sollecitazioni religiose si effettua la seconda crociata, guidata da Corrado III, imperatore di Germania e da Luigi VII re di Francia. L’esito è fallimentare.
Nel 1187 Gerusalemme è sottratta agli occidentali perché conquistata dal Sultano d’Egitto Saladino.

III CROCIATA

Nel 1189 una terza spedizione si dirige verso Oriente. Parteciperanno l’imperatore di Germania Federico Barbarossa, il re di Francia Filippo II Augusto e il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone. Federico Barbarossa muore nel 1190 mentre attraversa il fiume di Selek. Gli altri due re riescono a liberare S. Giovanni d’Acri nel 1191.
Nel 1192 l’accordo tra i due sovrani si rompe, Riccardo Cuor di Leone stringe un patto con Saladino in base al quale i cristiani rinunciano a Gerusalemme e mantengono il possesso della zona costiera della Palestina.

LE CROCIATE SUCCESSIVE

La IV la V (a cui partecipa Federico II, il quale riesce ad ottenere per vie diplomatiche la liberazione del Sacro Sepolcro) la VI e la VII crociata di religioso non hanno neanche la motivazione, tanto che saranno dirette verso Oriente da motivazioni di tipo politico-economiche. In particolare diventa uno strumento per l’affermazione economica di Venezia.
Nel 1291 dopo la VII crociata anche S. Giovanni d’Acri, ultimo baluardo cristiano, cade.

 

fonte: www.galileicrema.it

 

 

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BREVE STORIA DELLA BASILICATA

 

di Palma Fuccella

 

 

I Normanni

 

 


Chi erano e da dove venivano questi "vagabondi" come amava definirli Guglielmo di Puglia nelle sue Gesta, uomini che "erravano di qua e di là, cambiando senza posa dimora"? . I nuovi guerrieri provenivano dal Ducato di Normandia dove nel 911 si erano insediati come vassalli del re di Francia; avevano incominciato a frequentare il Mezzogiorno di ritorno dai pellegrinaggi in Terra Santa, quando solevano fermarsi al Santuario di S. Michele sul Gargano. Pare che proprio dopo la sconfitta di Canne parte dei normanni superstiti decisero di stabilirsi al Sud, richiamando al seguito le proprie famiglie. In una situazione in cui erano tanti i fronti su cui battersi, i normanni non tardarono ad inserirsi adeguatamente nel gioco politico dei principi italiani e, quando i tumulti antibizantini incendiarono Bari, nel 1038 e nel 1040, provocando rivolte in tutto il Catepanato, essi si schierarono al fianco dei rivoltosi. Approfittando della scarsa resistenza imperiale, poiché gran parte delle truppe erano impegnate in Sicilia contro i saraceni, il contingente normanno guidato da Arduino, con l'appoggio e forse la cieca complicità delle forze locali, si impadroniva di Lavello, Ascoli Satriano e Melfi. Sospinti dall'appoggio incondizionato dei principi longobardi di Salerno e Benevento, che continuavano a considerarli alla stregua di abili soldati di ventura, i normanni si insediarono a Melfi, "la ricca città che li fece grandi". A questo punto i normanni cominciavano a gestire la loro forza ed il loro impegno militare con una nuova mentalità strategica e politica e, grazie ai territori della contea di Aversa e del ducato di Melfi, riconosciutigli dal Principe di Salerno, essi acquisivano una posizione autonoma di dominio nel Mezzogiorno. Guglielmo Braccio di Ferro, primogenito degli Altavilla, fu eletto capo a Melfi e la città, divisa fra i dodici conti, diveniva la capitale del nuovo stato e per questo rafforzata con un castello e cinta di mura. Da questo momento l'egemonia normanna cominciò a crescere parallelamente al declino delle aristocrazie longobarde e bizantine. Nel gennaio del 1043 Guaimario, principe longobardo di Salerno, velleitariamente e con autonoma designazione, appoggiato dai conti normanni, assumeva il titolo di dux apuliae e calabrie, tentando l'ennesimo vano sforzo unitario nel Mezzogiorno. A frenare le mire egemoniche di Guaimario, in un panorama di crescente degradazione sociale e politica, repentinamente giunse d'Oltralpe Enrico III che, restituito il Principato di Capua a Pandolfo IV, confermava i possedimenti normanni a Drogone d'Altavilla, erede del fratello Guglielmo, conferendogli testè l'investitura al pari dei principi longobardi. Da questo momento, sulla scorta dell'immunità imperiale, la spinta conquistatrice dei normanni diventò "legittima" ed irrefrenabile.
Roberto il Guiscardo, il più giovane degli Altavilla, si impossessò di importanti presidi, spingendosi fino alla valle del Crati, dopo che Drogone gli aveva aperto la strada attraverso Tricarico. Le conquiste normanne cominciavano a turbare il Papa, che avvertiva nei modi di questi guerrieri una preoccupante irriverenza nei confronti dell'autorità dei vescovi e dei possedimenti della Chiesa. Leone IX si diresse allora in Germania dove Enrico III, informato delle violazioni normanne promise la restaurazione dell'autorità della chiesa. Ma ciononostante, il 18 giugno del 1053, il Papa perdeva la sua guerra sul campo, poiché i normanni, guidati da Umfredo d'Altavilla, Roberto il Guiscardo e Riccardo Quarel, sgominarono la resistenza germanica e quella dell'esercito pontificio, duramente battuto ed umiliato. Negli anni a venire i rapporti fra la Santa Sede ed i normanni non saranno mai troppo tranquilli e questi, più volte scomunicati, riusciranno però sempre a riconquistare le grazie pontifice. E proprio per la necessità di una costante verifica dei rapporti fra le due parti, furono convocati numerosi Concilii nella capitale normanna di Melfi, dove ormai risiedeva il fulcro delle attività politiche ed amministrative. Il primo venne promulgato da Niccolò II fra il 3 e il 25 agosto del 1059 con lo scopo ufficiale di riaffermare l'osservanza del celibato in un'area in cui i preti facilmente prendevano moglie. In realtà però questo Concilio arrivava dopo lo scisma del 1054, in una situazione i cui i rapporti fra le "due Chiese" erano molto tesi e bisognosi di chiarimenti. La necessità di una protezione interna era per il Papa divenuta una emergenza tanto che la riconciliazione con i normanni avvenne proprio in quella sede; Roberto d'Altavilla, riconosciuto "Dei Gratia et Sancti Petri dux Apuliae Calabrie et utroque subveniente futurus Siciliae", giurò dunque fedeltà al Pontefice, garantendogli salvaguardia e protezione. I conti normanni, per la prima volta, si riconoscevano vassalli del proprio duca Roberto d'Altavilla.

Nel gennaio del 1072 l'egemonia normanna si era estesa fino alla Sicilia e nulla aveva potuto la reazione bizantina contro l'astuzia e l'abilità di Roberto d'Altavilla, proprio per questo detto il Guiscardo. Ma Gregorio VII non vedeva di buon occhio l'avanzata dei normanni, e quando questi conquistarono anche Capua, lanciò la scomunica contro gli Altavilla che, per tutta risposta, nel dicembre del 1076, presero Salerno.

Le trame ordite da Gragorio VII e dai conti infedeli cercavano invano di incitare alla rivolta le popolazioni locali, stremate da anni di conflitti, spesso incomprensibili, e dalla peste che, in particolare, aveva colpito la bassa valle del Bradano e Matera. Dopo aver domato l'ennesima congiura interna il Guiscardo conferma al nipote Roberto, conte di Montescaglioso, la contea di Matera, ma gli sottrae Santarcangelo, Roccanova, Castronuovo, Colobraro e Policoro, che assegna al duca di Andria già possessore di Banzi.
Il 31 maggio del 1081 Gregorio VII dovendo fronteggiare l'elezione dell'antipapa ritira la scomunica e riconosce la signoria degli Altavilla su Salerno e Amalfi, in cambio di fedeltà e protezione. Ad Acerenza intanto il vescovo Arnoldo dava inizio alla costruzione della nuova basilica e, mentre il duca Roberto, soprattutto in tempi di scomunica, concedeva beni e privilegi ai vescovi della sua zona, il conte di Chiaromonte faceva donazioni alla comunità monastica di rito greco di Carbone, sulla quale esercitava giurisdizione il vescovo di Tursi, di rito latino. La situazione religiosa era ancora molto confusa.
Il 17 luglio del 1085, a Cefalonia, un'epidemia malarica stroncava la vita di Roberto il Guiscardo che si era recato in Terra Santa. Ruggiero, figlio in seconde nozze di Roberto con Sicelgaita, venne riconosciuto Duca di Puglia, elezioni alle quali si oppose Boemondo, nato dal primo matrimonio con la ripudiata Alberada; dopo anni di lotte interne, nel 1089, i due si accordarono con la spartizione dei territori cosicché a Boemondo venne affidato un grande feudo che comprendeva, fra gli altri, Taranto, Matera, Montepeloso e Torre di Mare o Santa Trinità (l'antica Metaponto). Nel settembre del 1089 Urbano II convocava un nuovo Concilio a Melfi nel quale i baroni furono indotti a firmare la "tregua di Dio" per assicurare un pò di pace alle popolazioni locali stremate dalle guerre. Sei anni più tardi lo stesso Papa, nel Concilio di Clermont, bandiva la crociata in Terra Santa. Una moltitudine di fedeli partì allora, dalle coste pugliesi, per liberare il sepolocro di Cristo dalle mani dei turchi; salparono in settemila, secondo le cronache del tempo, e fra questi vi erano Boemondo d'Altavilla e quel Tancredi che, cantato dal Tasso nella Gerusalemme Liberata, pare fosse figlio di Ottobono Marchisio, signore di S. Chirico Raparo.

Nel 1111 morirono sia il duca di Puglia Roberto che il fratello Boemondo cosicché, dopo la breve reggenza di Guglielmo, il duca di Sicilia Ruggiero veniva acclamato duca di Puglia. Ma nel fare domanda di legittimazione al pontefice questi non solo gliela negò ma, per presunte irregolarità commesse contro alcuni vescovi siciliani, lo scomunicò. La storia si ripeteva. Onorio II "a capo delle milizie raccozzate dei baroni a sè aderenti" si faceva incontro a Ruggiero verso il Bradano; questi, astutamente e per quaranta giorni, attese sulla sponda sinistra del fiume, un tempo infinito in cui, come previsto, si sgretolò l'esercito "raccozzato" del Papa che dovette infine trattare e riconoscrere a Ruggiero la legittimità del ducato di Puglia e Calabria in cambio della sua fedele protezione.
La difesa dei normanni era affidata ad un forte e numeroso esercito composto di vassalli armati e saraceni, i quali dimoravano ormai stabilmente nei territori del Regno; Castelsaraceno, del resto, era sorta già nel 1031. Le vicende dell'investitura di Ruggiero si intrecciarono con l'ennesimo scisma, la duplice elezione al soglio pontificio di Anacleto ed Innocenzo. Anacleto, l'antipapa, in cambio dell'appoggio normanno, nel dicembre del 1130 coronò Ruggiero sovrano di Sicilia, di Puglia e di Calabria. Questa mossa scatenò le ire di papa Innocenzo che nel 1137, accompagnato da Lotario III, varcò le Alpi dirigendosi verso il Sud. Sopraggiunti in Melfi, il papa e l'imperatore delegittimarono Ruggiero in favore di Rainulfo, ed a Lagopesole, dove ancora non vi era che un casale, Innocenzo concesse il perdono ai benedettini che avevano appoggiato l'antipapa. La fortuna però era dalla parte dell'impavido Ruggiero poiché "al novello anno, morto l'antipapa, morto l'imperatore al passaggio delle Alpi, morto Rainolfo il pretendente", sorpreso e fatto prigioniero Innocenzo II, otteneva in cambio la legittima corona di re di Puglia, Calabria e Sicilia. Il fulcro delle attività normanne si spostava così a Palermo e gli Altavilla potevano dirsi padroni del Mezzogiorno d'Italia.
Nella sua lunga reggenza Ruggiero ebbe il merito di dare un ordinamento ed una legislazione unitaria al Regno, opera poi completata da Guglielmo I con il Catalogus Baronum; egli prima trasformò i vecchi feudi in Camerariati e Giustizierati -nasceva così il Giustizierato di Basilicata- e successivamente istituì appositi registri (quaterni fiscales) per definire adeguatamente i confini dei feudi. In questo periodo se l'area del Vulture manteneva buoni rapporti economici e commerciali con la Puglia, nel resto del Giustizierato prevaleva una economia sostanzialmente chiusa, nonostante i nuovi contratti di locazione delle terre, introdotti da Ruggiero, consentissero una certa rivitalizzazione del settore agricolo. Ma la crisi che fomentava era causata dalla resistenza alle rigide regolamentazioni normanne opposta dall'aristocrazia feudale, sempre più subalterna sul piano politico e amministrativo. Le vicende delle successioni al trono, seguite alla morte di Ruggiero II, non toccarono da vicino i paesi e le terre di Basilicata poiché il cuore della politica normanna si era ormai spostato a Palermo, dove risiedevano anche gran parte dei conti. Melfi, Venosa, Potenza e Matera, nonostante città demaniali, non vivevano quel fermento che animava soprattutto al Nord le società dei Comuni, una emancipazione non facile sia per la politica poco incline alle autonomie locali praticata dai normanni e sia perché le città lucane erano tagliate fuori dei grandi scambi economici e commerciali. In fermento invece si presentava la situazione delle comunità monastiche che ebbero un discreto incremento soprattutto grazie all'opera dei benedettini. Particolare rilievo assunse la comunità di San Michele Arcangelo di Monticchio, mentre decadeva progressivamente la badia di Venosa e la chiesa della Trinità, lasciata incompiuta dagli Altavilla che dopo la morte del Guiscardo preferirono il sepolcro del duomo di Palermo. Fra il XII e il XIII sec. svolse un grande ruolo la diocesi di Marsico guidata dal vescovo Giovanni, benedettino di Cava, che si operò molto per la diffusione delle comunità e delle donazioni; in tale contesto terre e privilegi continuvano ad esser deputati alle Chiese ed alle comunità monastiche soggette all'archimandrita del monastero di Sant'Elia e di Sant'Anastasio di Carbone, fino a quando, nel 1174 un incendio devastò il vecchio monastero e i monaci che riuscirono a salvare dalle fiamme gran parte della biblioteca, ripararono sul monte Chiaro dove, presso la chiesa di S. Caterina, riedificarono il monastero. Sul finire del XII secolo grazie al matrimonio fra Costanza d' Altavilla, l'ultima figlia di Ruggero II, e l'erede al trono di Roma, Enrico di Svevia (figlio di Federico I Barbarossa), celebrato il 25 dicembre del 1194 malgrado le resistenze della Chiesa, il Sacro Romano Impero e il Regno dei normanni si univano sotto la stessa corona. Ma la morte prematura di Enrico IV di Svevia infuocò gli animi dei pretendenti che provarono in tutti i modi a delegittimare l'erede al trono, ancora minorenne e sotto la tutela di Costanza. Ottone di Brunswick, nonostante la scomunica di papa Innocenzo III, rivendicava i diritti sul Regno al punto da scendere in armi nel Mezzogiorno, fra il 1210 e il 1211, dove gran parte delle città e dei vescovi si schierarono dalla sua parte.
Nessuno in Germania voleva riconoscere i diritti del giovane Federico, ma la sorte era dalla sua parte: Filippo di Svevia, fratello di Enrico IV, moriva assassinato il 21 giugno del 1208, mentre Ottone di Brunswick veniva messo fuorigioco dalla scomunica emanata da Innocenzo III, custode di Federico dopo la morte di Costanza. Nel frattempo, per rispettare il volere del papa che poi rispecchiava le ultime volontà di Costanza d'Altavilla, il giovane Federico rinunciava alla corona di Sicilia in favore del figlio Enrico, affinché non si compisse mai l'assimilazione del Regno di Sicilia all'Impero. Così fatto, nell'autunno del 1220 Federico potè finalmente entrare in Italia per essere incoronato Imperatore da Onorio III, confermando fedeltà alla chiesa e promessa di crociata in Terra Santa.


Vedi, Salvatore Tramontana, La monarchia normanna e sveva, in Storia d'Italia diretta da Giuseppe Galasso, Torino, Utet, 1983, vol. III, pg.464.

Cfr. Giacomo Racioppi, op.cit., pg. 104.
Melfi era stata fondata dal Catapano Basilio Bojanna nel 1018 con obiettivi militari e difensivi, in una posizione consona al controllo della strada per Napoli.

"il conquistatore donava le acquistate terre a S. Pietro, e il successore di S. Pietro le concedeva in feudo al conquistatore: il quale dava giuramento di fedeltà al santo e al suo successore, e prometteva di pagarne un censo in perpetuo e aiutarli di soldati contro i loro nemici, Era il crisma della legittimità che la Chiesa impartiva al nuovo arrivato nella famiglia dei re: era la fonte della forza morale che invigoriva il nuovo Duca in faccia ai popoli soggetti", cfr. Giacomo Racioppi, op.cit, vol. II, pg.111.

Ivi, vol. II, pg. 119.

"Le due maggiori potestà della terra, sbalzate così da lungi su quel monte di Lucania (... ). Lagopesole, certamente, non aveva mai visto -nè mai più vedrebbe- uno spettacolo simigliante". Cfr. Giustino Fortunato, Il castello di Lagopesole, a c.d. Franco Sabia, Pianeta Libro Editori, 1995, pg.28/29.

Ivi, pg.33.

Non è possibile datare con documento certo la nascita di un Giustizierato di Basilicata come poi invece si presenta in epoca federiciana, è certo però che sin dagli anni successivi al 1133 è attestata la presenza di giustizieri a regolare le vicende amministrative del Regno. Sull'acquisizione del nome della regione cfr. Giacomo Racioppi, op.cit., vol. II, pg. 22 e ss.

Il contratto garantito dall'enfiteusi consentiva di pagare il censo solo dal momento in cui le coltivazioni introdotte cominciavano ad essere redditizie; il contratto di pastinato, molto utilizzato dalle comunità monastiche, consentiva, allo scadere del decimo anno, il riscatto di metà della quota con diritto di prelazione sull'altra.

 

Fonte: www.aptbasilicata.it/

 

 

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NORMANNI, UNGARI E SARACENI

  • Carlo Magno aveva costruito l’impero con l’appoggio del l’aristocrazia guerriera dei Franchi, ma alla sua morte (814) la fedeltà e l’unita dell’aristocrazia vennero meno.
  • Avrebbe voluto dividere il suo impero, che come tutti i re Franchi considerava sua proprietà, tra i suoi figli ma questi morirono tutti prima di lui eccetto Ludovico il Pio che ereditò tutto l’impero.
  • Ludovico il Pio dovette combattere contro i suoi 3 figli + grandi, Lotario, Pipino e Ludovico il Germanico. Infatti non volevano dividere l’impero con il fratello + piccolo ke era Carlo il Calvo e infatti si ribellarono contro il padre.
  • Ci fu una lunga guerra tra fratelli padre e tra figli.
  • Nell’843 con il trattato di Verdun, terminò il conflitto tra i Carolingi ( ke erano kiamati i discendenti di Carlo )
  • L’impero fu diviso in 3 parti tra i figli superstiti (superstiti = sopravvissuti).
  • A Carlo il Calvo andò il regno dei franchi occidentali cioè la Francia di adesso; A Ludovico il Germanico andò il regno dei franchi orientali, cioè la Germania di oggi; e invece Lotario alla fine divenne l’imperatore e Re d’ Italia. Il cosiddetto “ regno centrale”
  • Nel IX e nel X secolo si proseguì la divisione dell’impero tra i discendenti di Carlo Magno.
  • I Vassalli acquistavano sempre di + indipendenza e potere. I vassalli del re potevano concedere terre a vassalli minori detti “valvassori”.
  • I benefici ke erano detti anke “feudiinizialmente erano temporanei e il re se li poteva prendere dopo la morte del suo vassallo, ma le continue guerre costrinsero i Carolingi a considerarlo di fatto ereditari
  • Infatti i re avevano bisogno ke i vassalli rimassero fedeli e a partecipare alle guerre kon i loro soldati. Anke le carike di Conte Markese divennero ereditarie.
  • Fu  Carlo il Calvo cn il capitolare di Kiersy nell’877 a dikiarare ereditari i feudi + grandi. In questo modo fu riconosciuta la esistenza di signorie feudali (ducati,marchesati,contee) indipendenti ke potevano essere trasmessi in eredità ai figli.
  • Tra la seconda metà del IX secolo e la fine del X secolo gli abitanti dell’Europa occidentale subirono attakki di nuovi invasori
  • I primi furono i Normanni (uomini del nord ) detti anke Vichinghi ke provrenivano dalla Scandinavia, Danimarca, Norvegia e Svezia.
  • Navigavano sulle loro drakkar, navi veloce e leggere capaci di risalire il fiume.
  • Prima facevano rapide incursione, rubavano,uccidevano e ritoranvano in patria. Dp arrivarono numerosi, occuparono intere regioni e fondarono signorie ereditarie. Ciò venne in Inghilterra e in qll parte della francia setttentrionale ke si kiama ancora oggi Normandia.
  • Altri vichinghi occupavano l’Islanda altri raggiunsfero la Groenlandia e la Ucraina, fondando i principati di Novgorod e di Kiev e furono kiamati russi.
  • Il loro capo + famoso (Vladimir) sposo una principessa Bizantina e si converti al cristianesimo.
  • In quei stessi anni i Saraceni attraverso la Spagna attakkarono le coste Europee del Mediterraneo. Nell’831 conquistarono Palermo e anke Bari e Taranto. Sakkeggiarono, distrussero molti paesi, città e monasteri.
  • Da est arrivarono gli Ungari (kavalieri nomadi ke provenivano dalle rive del Danubio) e ke si erano stabilito in un territorio ke ankora oggi è kiamato Ungheria. Erano piccoli di statura e feroci abilissimi nelll’uso dell’arco sakkerggiarono la francia, la germania e l’italia settentrionale
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fonte: ipanema.altervista.org/SCUOLA

 

 

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I NORMANNI: ORIGINE, CARATTERISTICHE E SVILUPPO DELLA COLONIZZAZIONE NORMANNA IN EUROPA

 

Nel latino medievale con la voce Northmanni (=Normanni) si designavano delle precise popolazioni del Nord, che nell’Alto medioevo abitavano l’Europa settentrionale (Svezia, Norvegia, Danimarca). Più comunemente il termine indica quei norvegesi che nell’VIII sec. occuparono la regione francese che a loro deve il proprio nome: la Normandia. Di stirpe germanica, avevano un capo che diveniva tale per acclamazione, scelto tra i più forti e abili guerrieri, affiancato dal sacerdote, che non aveva lo stesso prestigio del primo; infatti la religione aveva poca importanza nella società normanna dei primordi. Solo il dio Thor aveva una certa rilevanza presso la comunità, poiché egli era il dio della forza. Si dedicavano all’agricoltura e alla pastorizia, ma ancor più alla preda, con agili flottiglie sotto il comando di un capo con pari diritti dei suoi compagni. Nel IX sec. con il nome finnico di Ros o di Vareghi si stanziarono  tra le tribù slave fondando i principati di Novgorod e di Kiev, giunsero lungo il Dnepr al mar Nero e nell’866 arrivarono a Costantinopoli. Questi Normanni, asserviti all’impero bizantino o assorbiti dalle popolazioni slave, perdettero ogni contatto con la terra d’origine. Nello stesso periodo altri norvegesi raggiunsero l’Irlanda, dove costruirono comodi porti, come quello di Dublino, Wexford, ecc; poi fu la volta dell’Islanda, della Groenlandia, del Labrador e verso nord-est, doppiando il capo nord, del Mar Bianco. Ancora vivente Carlo Magno, vi furono incursioni in territorio francese, che si intensificarono con i suoi successori attraverso le vie fluviali, tanto che tra l’845 e l’856 i Normanni raggiunsero Parigi. Carlo il Grosso nell’866 fu costretto a versare al capo normanno Sigfrido una grossa somma di danaro, accordandogli anche il saccheggio della Borgogna. Infine, nel 911 Carlo III il Semplice, sanzionando una situazione di fatto, concesse al capo normanno Rollone le terre occupate lungo il corso inferiore della Senna. In tal modo si costituì nella Neustria il ducato chiamato Normandia, ingranditosi via via col territorio di Bayeux, col Cotentin e con l’Avranchin. I Normanni introdussero il loro dialetto, localizzato nel nord-est della Francia, intorno a Caen e Rouen. Con la conquista dell’Inghilterra, nel 1066, l’anglo-normanno fiorì nell’isola per circa due secoli. Le caratteristiche principali del normanno antico, conservate parzialmente nell’anglo-normanno e nell’odierno dialetto normanno, sono: nella fonetica ei e più tardi e in luogo di oi ( es. rei, re per roi);  l’h delle parole germaniche persiste ancora oggi (es.hache, hèron); nella morfologia –om e –on in luogo di –ons nella I plur.= dissom per disons) ; ecc. Malgrado si fossero cristianizzati e avessero accettato con la terra le istituzioni feudali, non dimenticarono mai il loro spirito guerriero e la loro tendenza alla  lotta, all’avventura e alla conquista. Per quanto riguarda il territorio inglese, i Normanni avevano operato incursioni e atti di pirateria continui, che per breve tempo furono interrotte dal re di Danimarca Canuto, il quale aveva riunito sotto la sua corona i regni di Norvegia e Inghilterra. Tuttavia, alla morte senza legittimi eredi del re anglosassone Edoardo il Confessore (1066), il duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore, rivendicò la successione al trono inglese poiché il proprio padre, Roberto, era cugino del defunto re Edoardo. La conquista della Gran Bretagna fu conseguente e terribilmente cruenta. Si innestò sulla struttura preesistente, il sistema amministrativo e politico normanno, esteso subito alla Scozia, al Galles, alle isole Faeroer, all’Islanda, rafforzata dalla dinastia dei Plantageneti che salirono al trono inglese nel 1153 ed erano già signori della Normandia.
Come già era accaduto precedentemente, quando le schiere di Normanni era affluiti dalla Scandinavia per tutta l’Europa, sospinti dalla fame e dalle discordie intestine che dilaniavano la loro terra, così allo stesso modo venne presa di mira l’Italia meridionale proprio da quei Normanni che abitavano la Normandia, una regione sovrappopolata e discorde, attirati dalle sommosse e dalle guerre che si consumavano sul territorio italiano. Il primo ad ottenere una terra, quella di Anversa, fu Rainolfo Drengot, al soldo del principe di Capua, nel 1030. Dopo poco tempo furono i fratelli Altavilla (Hauteville), che si misero in vista ottenendo dei favori. Guglielmo Braccio di Ferro ebbe Melfi; Roberto il Guiscardo ottenne dal papa, per aver battuto i bizantini,  il ducato di Puglia, Calabria e Sicilia. La signoria dei normanni si estese presto su tutta l’Italia meridionale. Con Ruggero II, incoronato re nel 1139, si ebbe l’unificazione delle conquiste normanne nell’Italia meridionale. Il regno di suo figlio, Guglielmo I, già associato dal padre prima della sua morte alla conduzione del governo, fu tormentato  dalla ribellione dei feudatari che mal sopportavano la centralizzazione, sobillati dal papa Adriano IV, che si piegò al volere del re normanno, con un accordo siglato a Benevento. Più felice sorte ebbe il suo successore, Guglielmo II, perché vi fu un periodo di pace e di prosperità; ma morendo senza eredi, si accese la lotta per la successione tra Tancredi, conte di Lecce, e Costanza, moglie di Enrico VI, a sua volta figlio dell’imperatore Svevo Federico Barbarossa. Fu così che si ebbe il passaggio dalla dinastia normanna e quella sveva nell’Italia meridionale.

 

L’AMMINISTARZIONE NORMANNA NELL’ITALIA MERIDIONALE

 

Lo stato normanno fu una monarchia feudale in cui l’autorità del sovrano impedì il verificarsi di forze centrifughe che potevano danneggiarne l’unità e ciò si ottenne anche con l’amalgama delle diverse etnie presenti nel regno, come successivamente fecero anche gli Svevi. Infatti i Normanni, strappando le terre dell’Italia meridionale agli arabi e riportandole nell’area culturale latina, avevano creato una struttura politico-amministrativa che sarebbe sopravvissuta per secoli a venire. Essa teneva conto sia dell’esigenza di autonomia delle città e dei feudi, sia di quella accentratrice del sovrano, che era coadiuvato da una curia di fideles, incaricati dei più diversi compiti amministrativi e giudiziari; dal cancelliere preposto a un organismo burocratico efficiente, e dai giustizieri di corte, una nuova magistratura istituita da Ruggero II, che avevano compiti esclusivamente giurisdizionali. Infine, vi erano degli uffici finanziari sia per le terre demaniali  sia per quelle feudali, la dohana de secretis per la Sicilia e parte della Calabria, con competenze sulle concessioni e sulla riscossione dei tributi feudali,e la dohana baronum per le rimanenti regioni continentali. L’efficienza del controllo amministrativo poteva realizzarsi grazie ad una particolareggiata descrizione dei territori in registri ( defetari) che ne definivano i confini. Ruggero II riuscì ad eliminare le usurpazioni e gli abusi a danno del demanio regio, che i nobili appartenenti alle diverse etnie erano riusciti ad imporre per lungo tempo. La Sicilia aveva un’economia basata sulle attività commerciali, in mano ad una classe mercantile proveniente dall’esterno, operante per fini economici estranei a quelli isolani,  e da uno sviluppo delle attività produttive legate al mondo rurale. La legge De resignandis privilegiis, emanata da Ruggero II nel 1144, tendeva ad operare una revisione dei privilegi feudali concessi alla feudalità laica ed ecclesiastica, per conferirne o meno la legalità. La feudalità ancorata al vassallaggio era garante del principio di dominato regio, a cui era obbligata.  I feudatari usufruivano del diritto d’uso delle terre, del prelievo dei frutti e dei redditi delle classi subalterne, vincolate da clausole scritte o da obblighi e prestazioni pesanti, gratuiti (= corvees). Dal punto di vista giuridico, gli appartenenti ai ceti rurali, legati ai fondi che coltivavano, non godevano di piena libertà perché si trovavano in stato di dipendenza personale. Infatti, i feudatari esercitavano diritti di carattere pubblico su tutti gli abitanti compresi nel territorio che era stato loro assegnato. Il paesaggio agrario della Sicilia in epoca normanna non era caratterizzato dalla presenza di un ceto borghese dinamico, ma appariva segnata dai rapporti feudali di villanaggio e aveva pochi sbocchi commerciali. Le esperienze di aggregazione sociale nelle campagne, che tanto si stavano diffondendo nell’Italia comunale e nell’Europa centro-settentrionale, rimanevano assai deboli. Il contadino meridionale lavorava spezzoni di terre, spesso cambiandoli di anno in anno, e non poteva permettersi di costituire un’impresa a causa della precarietà della propria condizione di povertà, legata all’arbitrio altrui. La produzione agricola siciliana era quella della tradizione classica e fluttuava dai prodotti ortofrutticoli a quelli di olio, vino, frumento.  

 

 

 

 

 

L’ORDINAMEMNTO PROVINCIALE

 

L’ordinamento provinciale era composto da giustizieri e camerai, preposti a circoscrizioni territoriali più ampie; da baiuoli, che si occupavano dei distretti minori, e da funzionari cittadini. Tutti questi ufficiali avevano competenze che originariamente appartenevano alla iurisdictio dei feudi e dei comuni. In tal modo essa risultava limitata e perdeva molto della sua forza centrifuga, divenendo un momento dell’intera amministrazione statale.

 

L’INTERCULTURALITA’ DEI NORMANNI IN SICILIA:

 

Parlare di arte normanna o arabo-normanna è un abusare, perché all’arte romanica siciliana contribuirono non solo i Normanni, ma prima ancora i Bizantini e gli Arabi, ben più efficacemente e infatti la commistione di stili, ben visibile soprattutto nelle basiliche, testimonia come tale posizione sia presuntuosa e poco veritiera dal punto di vista storico-artistico. Si può affermare con sicurezza che i Normanni introdussero usi e costumi particolari e che li assorbirono dalle altre civiltà già presenti nell’isola; apprezzarono le opere di ingegneria idraulica, le innovazioni matematiche e astronomiche apportate dagli arabi, mentre nella gastronomia si deve proprio ai colonizzatori francesi l’utilizzo della carne suina, che ebrei e arabi non mangiavano, che venne follata, anche grazie al fatto che i maiali erano meno selvatici rispetto al passato. Sui Nebrodi vi è un paese, san Fratello, in cui si parla un dialetto di origine francofona e la tradizione delle chansons des gestes in langue d’oil, ci proviene dall’aria culturale normanna, mentre la scuola poetica siciliana, sorta sotto Federico II di Svevia, mostrò di prediligere la produzione occitanica e la superò con l’invenzione del sonetto. In agricoltura i Normanni erano dei bravi viticoltori, che seppero sfruttare il retaggio culturale latino. Pur costituendo un punto caldo dell’impero romano, i Germani, di cui i Normanni sono i discendenti, assorbirono la latinità per quel tanto che gli potesse tornar utile e seppero sfruttare al meglio le competenze acquisite. Quanto all’allevamento, vi è una razza equina, detta propriamente normanna, che discende dal tipo germanico, condotto in Normandia alla fine del secolo IX e al principio del sec.X, ed è indicata col nome di anglo- normanna; come anche una razza di bovini, considerata sempre come una varietà della razza germanica, propriamente detta cotentine, animali  a duplice attitudine (latte e carne); e infine una razza di conigli di media grandezza e di buona precocità, di color grigio lepre (il gigante normanno ha, a maturazione, un peso medio di 5 o 6 Kg)

CURIOSITA’:
La regina Adelasia

 

Adelasia era la terza moglie di Ruggero I. Sotto la sua reggenza la capitale fu trasferita da Mileto a Messina e poi a Palermo e fu caratterizzata da una crescente immigrazione di lombardi, piemontesi e liguri; i quali abbandonarono le campagne dell’Italia feudale, travagliata da una profonda crisi economico-sociale e  costituirono per la parte orientale e sud-orientale dell’isola uno dei fattori più cospicui del processo di latinizzazione in epoca normanna. Tuttavia, negli anni della reggenza molti funzionari vennero scelti tra le fila della componente bizantina e il clero greco ne beneficiò largamente con generose elargizioni. Nel 1112 Adelasia accettò di sposare Baldovino di Fiandra, conte di Edessa e re di Costantinopoli, purchè, in mancanza di figli, la Corona del regno passasse a Ruggero II. Come ci informano le cronache del tempo, Adelasia partì per il Levante con due triremi, su ognuna delle quali erano imbarcati 500 guerrieri, sette navi cariche d’oro, di argento, di porpora, pietre preziose, vesti magnifiche, armi, corazze, spade, scudi, ecc. Sul vascello della Signora prua, poppa e albero maestro erano rivestiti d’oro. Su una delle sette navi era imbarcata una compagnia di arcieri saraceni, destinati in regalo al re. Ad Agosto Adelasia sbarcò  a S. Giovanni d’Acri dove venne accolta da Baldovino con tutti gli onori, con estrema magnificenza; ma la felicità durò poco perché Arnoldo, il patriarca di Gerusalemme, obbligò Baldovino a far tornare indietro “la concubina” in Sicilia, dato che egli non aveva nemmeno richiesto l’annullamento del suo precedente matrimonio. Nessun cronista normanno parlò di ciò, del ripudio e dell’affronto subito da Adelasia, ma l’avvenimento ebbe delle profonde ripercussioni sulla mentalità e sulle scelte future di Ruggero II che, unico tra i sovrani dell’epoca, rifiutò sempre di organizzare e di condurre spedizioni in terra santa. Umiliata e delusa, con la consapevolezza d’essere stata usata da Baldovino per le sue ricchezze, Adelasia decise di ritirarsi nel monastero di san Bartolomeo in Patti dove morì, a meno di cinquant’anni, il 16 aprile del 1118, e venne seppellita nella cattedrale, dove ancora i suoi resti si trovano. L’epitaffio sulla tomba è successivo, come più tarda è la stessa cattedrale, poiché di quella normanna rimane solamente qualche traccia nell’abside.

 

RUGGERO II

 

Secondo le cronache del tempo, Ruggero II era particolarmente interessato alla cultura e in special modo a quella di carattere scientifico. Al di là delle amplificazioni della corte, si sa per certo ch’egli si interessò e promosse degli studi riguardanti lo stretto di Messina, tanto da mandar giù un palombaro per studiare il corso delle insidiose correnti marine che rendevano pericolosa la navigazione, affascinato e incuriosito dai progetti di Carlo Magno, il quale aveva intenzione di far costruire un ponte che collegasse l’isola al continente e dai racconti mitologici narranti di starne creature. Il re normanno realizzò nei pressi di Palermo una riserva per uccelli e altri animali selvatici, rifornendola di pesci provenienti da diverse e lontane località. Pare che avesse fatto costruire dal meccanico e astronomo arabo Abu Salt Omeia un orologio ad acqua, in cui una clessidra indicava l’ora per mezzo di dodici palline di bronzo, fatte cadere progressivamente in un sonante piatto di metallo da una statuetta rappresentante una fanciulla, che si affacciava da un finestrino allo scoccare di ogni ora. Ruggero II amava anche la geografia, dato che essa diventava politica, e lo studio della stessa era basato sulla concezione tolemaica dei sette climi. Il re affidò il compito di tracciare una carta geografica ad Edrisi, un musulmano di origine andalusa che era giunto a Palermo nel 1139, in cui dovevano essere segnati adeguatamente i confini, le distanze, i mari, i fiumi, i laghi i paesi e le città, con la descrizione dei luoghi, la precisazione dei traffici e delle produzioni. Naturalmente i luoghi meglio descritti erano quelli della penisola italica e delle coste africane. Tale carta era riprodotta su di un disco d’argento di 150 Kg e dal diametro di quasi 2 mt, ma esso è andato perduto. Nella II parte del trattato si precisava in apertura che la terra era una sfera e che le acque vi aderivano e si mantenevano a mezzo di un naturale equilibrio che non conosceva varianti. La metodologia del libro sorprende per la sua modernità; pare che alle riunioni della commissione partecipasse lo stesso Ruggero II e che venissero ascoltati degli esperti, più o meno noti, che giungevano a Palermo muniti obbligatoriamente di disegni accurati, confrontati attentamente, con tanto di righe, squadre compasso.  Il sovrano normanno sentiva l’esigenza di razionalizzare, perché la geografia era rimasta fin troppo legata al fantasioso, al meraviglioso. Nel Medioevo cominciava a precisarsi la differenza tra scienza e tecnica e molti attrezzi venivano costruiti o ricostruiti dopo i secoli bui seguenti la caduta dell’Impero romano, come l’aratro pesante, i mulini ad acqua o a vento, che sfruttavano le forze della natura.  Per quanto riguarda il ricordo delle passate culture, è ai poeti arabi che bisogna fare riferimento, soprattutto per la greca. Quelli di loro che preferirono andar via per non sottostare alle direttive normanne, ricordavano con nostalgia la patria perduta e soprattutto Palermo, dove dicevano che si trovava il sepolcro Socrate. La stessa nostalgia è espressa nelle opere degli artisti bizantini. Nell’arte figurativa e nell’architettura pare si raggiunga una certa coesistenza tra le diverse produzioni artistiche, pacificata dalla consapevolezza di costruire per perpetuare la bellezza e l’armonia delle forme, lasciando testimonianza di sé, a sfida dello scorrere del tempo.

 

LEZIONE FRONTALE-ANNO SCOLASTICO 2007/08
PROF. ROSA MARIA ARENA

 

Fonte: www.ipaacapodorlando.it

 

 

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 XII Secolo

     Nell’anno 1122 il trattato di Worms (Germania) tra il Papa Callisto II (morto nel 1124) e l’Imperatore del Sacro Romano Impero Enrico V (1081-1125), sancì la fine delle lotte per le   investiture.
Con il trattato l’investitura dei vescovi tornò ad essere prerogativa del Papa ed in cambio i possedimenti dell’abbazia di Farfa furono ceduti all’Imperatore, il quale s’impegnò ad essere “il difensore della chiesa”.
Così Collalto, nell’arco di un secolo, cambiò di nuovo      appartenenza; al ducato di Spoleto prima, a seguire all’Abbazia di Farfa e per finire al Sacro Romano Impero.
Nell’anno 1153 il Papa Anastasio IV (morto nel 1154) effettuò una visita pastorale presso tutte le chiese della zona  di Rieti.
Dopo questa visita il Pontefice emanò una Bolla “ In Eminenti” ove vi elencava tutte le chiese visitate, tra queste risultava la “Pieve” ( chiesa) di Collalto, dedicata a Santa Lucia definendola “Plebs” (parrocchia).
Inoltre fa menzione di un convento di suore dell’ordine delle Clarisse ubicato vicino la chiesa di Santa Lucia, di cui attualmente non rimangono tracce.
Questo   periodo   storico   collaltese   coincide  con l’avvento dei Normanni nell’Italia meridionale.
I Normanni, popolo guerriero di origini scandinave, erano dediti a scorrerie piratesche ed a guerre d’espansione. Essi si stabilirono nel IX secolo nel centro dell’Europa, esattamente nella zona oggi conosciuta come Normandia, da dove partivano per nuove conquiste.
Il Re dei Normanni, Roberto il Guiscardo, (1015-1085) conquistò il Regno di Sicilia dopo aver sconfitto  l’armata del Papa Leone IX (1002-1053) a Civitate sul Fertone nell’anno 1053, ed in seguito subirono la stessa sorte i Longobardi, i Bizantini, i Greci e i Saraceni (che governavano la Sicilia).
Nell’anno 1156 fu definita la frontiera  politica che divideva  il  territorio  dei   Normanni  dai  domini della chiesa,  con  l’accordo   stipulato tra   il   Re  di   Sicilia Guglielmo  il Malo  (1120-1166) ed  il Papa  Adriano  IV (1100-1159).
Il confine che divideva il Regno di Sicilia (governato dai Normanni) dallo Stato Pontificio nella nostra zona,  aveva un andamento tortuoso e si estendeva sull’intera Piana del Cavaliere fino al passo di Arsoli. Il confine terminava ai piedi dei monti Sabini, mantenendo territori della Chiesa: Riofreddo, Vallinfreda e Vivaro. All’imbocco della valle del Turano comprendeva Poggio Cinolfo, ma escludeva Collalto e Montagliano (o Montaliano); scavalcava quindi la dorsale collinare che separa le valli del Turano e del Salto. Di quest’ultima comprendeva, sul versante meridionale, Roccaberardi, Pescorocchiano, Macchiatimone e Varri, sul versante settentrionale e l’intero territorio fino a Capradosso.
Nel   XII   secolo  a   Collalto,   sempre   in  funzione    dell’aumento della popolazione del borgo, fu costruita una seconda cinta muraria più ampia verso la valle del Turano.
Ci sono testimonianze che parlano di “uomini di Collalto”, dei quali la storia ha tramandato i nomi: Gualtiero Oddone, Rodolfo Gandolfo, Pandolfo di Collalto, i quali si distinsero per il loro coraggio nelle diverse contese che opposero le varie famiglie baronali per il possesso dei feudi.
Per riconoscenza dei servigi ricevuti dai collaltesi, i principi normanni concessero a Collalto l’uso nello stemma, della rosa normanna a cinque foglie arrotondate e bottone d’oro.

 

 

fonte: www.sanlorenzodicollaltosabino.it/

 

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Hind Horn: probabilmente la ballata più antica dell’Inghilterra.

La ballata arriva in Gran Bretagna e poi in Irlanda grazie all’influenza della cultura normanna, di lingua francese, che a sua volta era stata educata a questo genere musicale, per quanto riguarda la metrica, dalla cultura occitana o provenzale che dir si voglia. Nelle varie corti e tra le popolazioni locali del sud della Francia dove si parlava la langue d’oc si sviluppò questo genere che all’inizio si basava su singoli episodi tratti dalle chansons de geste. Essendo singoli episodi la ballata (dall’occitano “balada” che significava racconto cantato) era molto più corta e con molti meno dettagli rispetto alle lunghissime chansons de geste. E’ un po’ come se noi cantassimo solo le arie più conosciute delle opere o facessimo riassunti approssimativi delle storie ivi cantate. Le “canzoni di gesta” erano, come dice il nome, dei racconti epici cantati spesso da un solo interprete, con o senza accompagnamento, in cui si esaltavano le gesta guerresche di un eroe.
La ballata che andremo ad analizzare, che deriva alla lontana da una chanson de geste,   e che potete ascoltare in mp3 nel sito www.celticworld.it sotto “Giordano Dall’Armellina”, ebbe una fortuna particolare. La storia originale ci viene dalla Danimarca dell’ottavo secolo a quell’epoca terra vichinga. Nel nono secolo i vichinghi invasero la parte occidentale della Gran Bretagna e misero piede anche in Irlanda fondando il primo nucleo di quella che diventerà Dublino. A quell’epoca in Gran Bretagna, dopo la ritirata dei romani, si erano affermati i regni degli Angli (da cui “England” terra degli Angli) e dei Sassoni. Come tutte le invasioni quella dei vichinghi non fu indolore ma, man mano, quelli che rimasero, si amalgamarono con le popolazioni locali. Il risultato, oltre ad un proficuo scambio di conoscenze, fu qualche immissione di nuove parole di origine scandinava nella lingua che si stava formando (parole che iniziano per sk come “sky” cielo o “skull” teschio) e la diffusione di racconti provenienti dall’area di cultura vichinga. Fra questi vi era “King Horn”. I vichinghi, come sappiamo, invasero anche la Normandia (terra dei Normanni, vale a dire degli uomini “man” del nord). Presto impararono il francese e la adottarono come loro lingua ufficiale e tradussero in quella lingua alcuni dei loro racconti. Fra questi vi era “King Horn” che divenne un “romance” ossia un racconto in versi che veniva letto nelle corti dei nobili ad alta voce. Il nostro romance constava di 825 coppie di versi a rima baciata.
Nel 1066 i normanni invasero la Gran Bretagna sconfiggendo gli anglo-sassoni nella leggendaria battaglia di Hastings. Questa volta i normanni parlavano francese e numerosissime sono tuttora le parole inglesi di derivazione francese. Con loro portarono un misto di cultura francese e vichinga. Fra i racconti vi era naturalmente “King Horn” che gli anglo-sassoni già conoscevano per tradizione orale ma che mai avevano scritto. Gli anglo-sassoni impararono dai normanni la nuova forma di raccontare, cioè il “romance” e “King Horn” divenne il primo racconto in quello che viene definito come “old English” cioè proto inglese. Ciò avvenne alla fine del tredicesimo secolo.
Quando si affermò il genere ballata, approssimatamente un secolo più tardi, i cantori scelsero le parti del romance che più ricordavano o che reputavano più interessanti. Il risultato fu una profusione di versioni che pur avendo origine dalla stessa fonte si differivano considerevolmente, D’altra parte quella di avere dozzine di versioni e’ una delle caratteristiche fondamentali della ballata europea.
Vediamo ora un riassunto del romance e compariamolo poi con una delle versioni della ballata, nel nostro caso una versione irlandese.

King Horn

Horn e’ figlio di Murry, re di Suddenne . E’ un giovane di straordinaria bellezza e ha dodici amici dei quali Athulf e Fikenhild sono i suoi favoriti. Un giorno, mentre Murry stava cavalcando, si imbatté in 15 navi di Saraceni che erano appena approdate. I pagani uccisero il re e per evitare una possibile vendetta in un futuro da parte di Horn, lo misero insieme ai suoi 12 compagni su una barca senza remi e senza timone e lo lasciarono al largo. Tuttavia le correnti portarono la barca sulle coste del regno di Westerness ad ovest di Suddenne. Il re Ailmar diede loro il benvenuto e li affidò ad Athelbrus, il suo consigliere perché provvedesse alla loro educazione. Rymenhild, la figlia del re, s’innamorò di Horn e dopo aver convinto non senza difficoltà Athelbrus a condurlo nel suo appartamento privato, si offrì a lui come moglie. Horn le rispose che sarebbe stato un matrimonio sconveniente essendo egli solo un servo e lei figlia di re. Questa risposta ferì Rymenhild grandemente e Horn fu così commosso dal suo dolore che le promise che avrebbe fatto tutto quello che lei avesse richiesto se lei avesse indotto suo padre a farlo diventare cavaliere. Il giorno seguente Horn divenne cavaliere e investì lui stesso i suoi dodici amici che divennero anch’essi cavalieri. Rhymenhild mandò a chiamare Horn per indurlo a sposarla. Horn tuttavia disse che doveva dimostrare che era un vero cavaliere. Se fosse tornato vivo, allora l’avrebbe sposata. Data questa risposta Rymenhild gli diede un anello impreziosito di pietre di tale potere che mai sarebbe stato ucciso se lui l’avesse guardato pensando a lei.  
Il giovane cavaliere ebbe la fortuna di imbattersi immediatamente con una nave piena di Saraceni e con l’aiuto dell’anello fu in grado di ucciderne un centinaio dei loro migliori. Il giorno seguente andò a far visita a Rymenhild e la trovò affranta a causa di un brutto sogno. Aveva buttato una rete in mare e un grosso pesce l’aveva rotta. Horn tentò di confortarla ma non riuscì a nascondere la sua apprensione che i guai sarebbero arrivati. Il pesce non era altri che Fikenhild, l’amico del cuore di Horn. Parlò al re Ailmar dell’intimità che si era venuta creando tra Horn e sua figlia e aggiunse che Horn aveva l’intenzione di uccidere il re e di sposare la principessa. Ailmar si arrabbiò molto e fu nello stesso tempo addolorato. Trovò il giovane nell’appartamento privato della figlia e gli ordinò di lasciare il suo reame immediatamente. Horn sellò il cavallo e si armò, poi tornò da Rymenhild e le disse che sarebbe andato per terre straniere per sette anni. Se non fosse tornato o non avesse inviato sue notizie lei avrebbe potuto scegliersi un altro marito.
Salpò verso ovest fino a giungere in Irlanda. Appena arrivato incontrò due principi che lo invitarono a prendere servizio presso il loro padre. Il re Thorston lo accolse benevolmente ed ebbe immediatamente l’occasione di servirsi di lui. A Natale venne alla corte un gigante con un messaggio da parte dei pagani appena giunti. Proposero che uno di loro combattesse contro tre cristiani e aggiunsero che se i cristiani avessero ucciso il loro campione avrebbero lasciato quella terra, ma se al contrario il loro campione avesse ucciso i tre cristiani si sarebbero impossessati del regno.
Horn rifiutò con scherno di combattere a quelle condizioni: lui solo avrebbe combattuto contro tre pagani. Così fece e nel corso del combattimento venne a sapere che quelli erano i saraceni che avevano ucciso suo padre. Horn guardò il suo anello e pensò a Rymenhild e si buttò sui suoi nemici. Questa volta tutto l’esercito prese parte alla battaglia. Nessuno scappò ma il re Thurston perse molti uomini fra i quali i suoi stessi figli. Non avendo eredi offerse a Horn la mano di sua figlia Reynild e la successione al trono. Horn rispose che non aveva ancora meritato una tale ricompensa e che avrebbe servito il re per altro tempo. Sperava poi che qualora lui richiedesse in sposa sua figlia in un futuro il re non rifiutasse la proposta.
Sette anni stette Horn con il re Thorston e da Rymenhild non andò mai nè scrisse mai. Fu un periodo molto triste per Rymenhild e come se non bastasse il re Modi di Reynis la chiesa in sposa e suo padre acconsentì. Il matrimonio si sarebbe celebrato da lì a pochi giorni. Rymenhild mandò messaggeri in ogni dove ma Horn non ne seppe nulla fino a quando un giorno mentre stava andando a caccia, incontrò uno di loro e venne a sapere come stavano le cose. Mandò un messaggio al suo amore dicendogli di non preoccuparsi: lui sarebbe arrivato prima del matrimonio. Ma sfortunatamente il messaggero affogò mentre tornava e Rhymenhild, mentre cercava a fatica con gli occhi un raggio di speranza fuori della porta, vide il suo corpo trascinato via dalle onde. Ora Horn fece ampia confessione a re Thorston e gli chiese aiuto. Questo fu generosamente accordato e Horn salpò in direzione di Westerness.
Arrivò non troppo presto nel giorno del matrimonio, lasciò i suoi uomini nel bosco e si diresse solo verso la corte di re Ailmar. Incontrò un pellegrino e gli chiese notizie. Il pellegrino era appena venuto dal matrimonio di Rymenhild e riferì che piangeva e non voleva sposarsi poiché aveva un marito che era lontano in altre terre.
Horn cambiò vestiti con il pellegrino, scurì la pelle e contorse le labbra. Così si presentò ai cancelli del re. L’uomo di guardia non ne voleva sapere di farlo entrare: Horn aprì il portone a calci, buttò il guardiano giù dal ponte e si diresse verso la hall; li si sedette nel settore riservato ai mendicanti. Rymenhild stava piangendo ma dopo aver mangiato carne, si alzò per dare da bere, per mezzo di un corno, a tutti i cavalieri e nobili. Così era l’usanza. Horn la chiamò, lei pose il corno e gli riempì una ciotola ma Horn non volle bere da quella . Poi disse misteriosamente: “Tu pensi che io sia un mendicante ma in realtà sono un pescatore venuto dal lontano oriente per pescare alla tua festa. La mia rete e’ qui a portata di mano ed ha sette anni. Sono venuto a vedere se ha preso qualche pesce.” .”Rymenhild lo guardò, le si gelò il cuore. Che cosa volesse dire con il suo pescare non lo riusciva a comprendere. Riempì il suo corno e bevve alla sua salute, lo porse al pellegrino e disse: “Bevi quello che ti spetta e dimmi se per caso hai visto Horn” Horn bevve e gettò l'anello dentro il corno. Quando la principessa andò nella sua stanza privata, trovò l'anello che aveva dato a Horn. Temeva che fosse morto e mandò a chiamare il pellegrino. Il pellegrino le disse che Horn era morto durante il suo viaggio verso Westerness e lo aveva pregato di andare da Rymenhild con l'anello. Rhymenhild non poté sopportare quello che aveva udito. Si gettò sul letto, dove aveva nascosto un coltello che voleva utilizzare per uccidere il re Modi e se stessa se Horn non fosse tornato, e puntò il coltello verso il suo cuore. A quel punto Horn la fermò e gridò: “Io sono Horn” Grande fu la sua gioia ma non era tempo di indulgere troppo. Horn andò a radunare i suoi uomini. Uccisero tutti quelli che erano nel castello eccetto il re Ailmar e i suoi vecchi amici tra i quali il suo il suo fedele amico Athulf. Horn risparmiò anche Fikenhild in cambio di un giuramento di fedeltà da lui e dal resto dei suoi amici. Poi si fece riconoscere da Ailmar, negò le accuse che gli erano state mosse e disse che non avrebbe sposato Rymenhild nemmeno adesso, almeno fino a quando non avesse riconquistato Sudenne. Si mise subito ad organizzarlo; ma mentre era impegnato a cacciare i Saraceni dalla sua terra e a ricostruire chiese, lo spergiuro Fikenhild comprò sia giovani sia vecchi per farli stare dalla sua parte. Costruì una fortezza, sposò Rymenhild e ve la portò e cominciò una festa.
Horn avvisato da un sogno, fece rotta di nuovo verso Westerness e s’imbatté nel nuovo castello di Fikenhild. Il cugino Athulf era sulla spiaggia per informarlo di cosa era successo.
Gli disse di come Fikenhild avesse sposato Rymenhild proprio quel giorno. Aveva ingannato Horn due volte. Horn si travestì e fece travestire i suoi cavalieri da arpisti e violinisti e grazie alla loro musica ebbero accesso al castello. Appena entrato guardò il suo anello e pensò a Rhymenhild. Fikenhild e i suoi uomini furono presto uccisi. Fece sposare Athulf con la figlia di re Thurston e fece diventare Rymenhild regina di Sudenne.

Fonte: www.dallarmellinagiordano.it

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che e’ nell’area germanica che si cantarono i primi canti eroici. Attraverso le invasioni dei Franchi, di stirpe germanica in quella che verra’ poi chiamata “Francia”, e dei Visigoti In Spagna vennero introdotte in quelle terre i modi di poetare e cantare che crearono le prime Chansons de Geste in Francia e la base dell’epopea nel famoso “Cantar del Mio Cid” in Spagna.

Curiosa l’evoluzione di questa parola medioevale che all’inizio denotava un racconto scritto in una lingua di origine latina, cioe’ proveniente da “Roma” e che in inglese moderno significa “storia d’amore” per il fatto che nei “romances” medioevali non mancava mai l’intreccio fra gesta eroiche e storie d’amore. Fra i “romance” piu’ famosi vanno annoverati quelli di “Lancillotto e Ginevra” e “Tristano e Isotta”.

Naturalmente il racconto originale vichingo differiva in molte parti rispetto a quello che venne scritto in Inghilterra piu’ di  quattro secoli dopo e ovviamente si svolgeva in Danimarca. Come tutti i canti eroici si basava piu’ sulle imprese guerresche dell’eroe che su storie d’amore, cosi’ come le chansons de geste e “El cantar del Mio Cid” in Spagna. 

Probabilmente l’attuale Surrey e Sussex nel sud dell’Inghilterra.

Fin dall’inizio si utilizza un numero simbolico, proprio della tradizione babilonese ed ebraica, che in questo caso evoca nell’auditore altre storie quali quelle di Gesu’ e i suoi dodici apostoli (anche Horn sara’ tradito da uno dei suoi amici), i dodici cavalieri della tavola rotonda e i dodici paladíni di Carlo Magno.

L’atto di dare un anello magico appartiene sia alla favolistica europea come a quella asiatica. Era una credenza comune nell’Europa medioevale che le pietre preziose avessero dei poteri magici.

Cosi’ venivano chiamati in Europa gli arabi in genere e i pirati in particolare. In realta’ i veri Saraceni erano una tribu’ nomade che avevano come territorio parte dell’attuale Giordania e che nemmeno i Romani riuscirono a sconfiggere. Da qui la loro nomea di combattenti temibili. Per estensione anche gli altri popoli limitrofi vennero chiamati “Saraceni”. Il richiamo ai Saraceni in questo tipo di racconto e’ funzionale per convincere uomini comuni e cavalieri ad unirsi per combatterli nelle crociate.

L’esagerazione e’ tipica dei racconti che vengono modificati man mano nella tradizione orale nella quale l’eroe compie gesta spropositate rispetto alle sue possibilita’ diventando quelli che oggi chiameremmo “Super Man”.

Il riferimento al numero sette non e’ casuale: e’ un altro numero mágico o simbolico proprio della cultura popolare giudaico-cristiana. E’ spesso legato alla morte o al cambiamento. Inoltre c’e’ da sottolineare che per molti paesi nel medioevo il servizio militare durava sette anni. Se un marito partiva per la guerra e non tornava entro i sette anni, la moglie poteva risposarsi. Ecco perche’ Horn poi dira’ a  Rymenhild che potra’  sposarsi se lui non dovesse tornare dopo sette anni.

Solo i  nobili potevano bere dal corno. Horn e’ un nobile e rifiuta di bere dalla ciotola che e’ riservata alla gente comune.

Stragi, massacri e delizie del genere erano all’ordine del giorno nelle guerre medioevali, Anche nella Chanson de Roland  e nel Cantar del Mio Cid gli eroi si macchiano di fatti orrendi che alle orecchie degli auditori apparivano del tutto normali.

 

 

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L’arte della Sicilia normanna.

Gli anni della conquista (1061-1091)

I Normanni portarono in Sicilia gli architetti-costruttori e le forme dell’architettura borgognona diffuse dai benedettini di Cluny in Normandia e successivamente in Calabria. Cluniacensi furono i primi vescovi insediati dai Normanni a Troina, Catania, Mazara, Agrigento. Le Cattedrali di Catania e di Mazara presentano ambedue il transetto raddoppiato proprio dell’Abbazia di Cluny. A Catania l’abside è caratterizzata all’esterno da archeggiature cieche ogivali; a Mazara, due torri, come nella chiesa di S.Etienne a Caen, caratterizzavano la facciata.
L’architettura araba di puri volumi e di tese superfici, senza ombre, luminosissime, esercita la sua suggestione su queste prime costruzioni normanne.
Nascono così alcune chiese dalla nitida stereometria, animate dai rincassi che orlano le archeggiature cieche.
A Palermo S. Giovanni dei Lebbrosi (1072-1085) è a pianta basilicale: tre navate divise da pilastri su cui insistono archi leggermente ogivali. Sul transetto s’alza una cupola su nicchie fiancheggiate da due volte a crociera. Nella zona del santuario sono presenti delle colonnine annicchiate una delle quali presenta un'iscrizione in caratteri cufici. Sembra che la chiesa sia stata costruita sui resti di un rabat arabo, del quale rimangono tracce della pavimentazione, forse il castel Jehan, una fortezza che proteggeva la città dal lato sud-orientale. Guglielmo I vi trasferì nel 1155 un lebbrosario dal quale la chiesa prende il nome. Nel XIII secolo la chiesa e l'ospedale furono concessi da Federico II all'Ordine Teutonico della Magione. Il campanile cupolato sulla facciata è una ricostruzione moderna dovuta al restauro integrativo effettuato dal Valenti tra il 1925 ed il 1930.

L’architettura del regno di Ruggero II (1130-1154).

Le suggestioni dell’oriente bizantino e musulmano prendono vigore a S. Giovanni degli Eremiti (pianta a croce commissa) e a Santa Maria dell’Ammiraglio (a croce greca prima delle trasformazioni cinquecentesche e seicentesche). Si ritrovano nuovamente (fuse con il tipico impianto della basilica a tre navate “occidentale”) nella Cappella Palatina. Influssi nordici attestano nel Duomo di Cefalù (1131-32) la persistente presenza dell’architettura cluniacense mentre la cattedrale di Messina appare orientata verso le chiese cassinesi e pugliesi. A Cefalù gli archetti che corrono all’esterno, sotto la cimasa; le torri della facciata, il transetto sporgente e l’interno variato dal claristorio, attestano la presenza di motivi latino-monastici, accanto ai mosaici bizantini e alle influenze orientali delle semicolonnine binate che s’alzano all’esterno delle absidi sulle lesene per reggere gli archetti. I mosaici dell’abside del Duomo di Cefalù risalgono al 1148. Si tratta di una officina greca venuta da Bisanzio, la cui intensità espressiva ricorda gli affreschi russi di Vladimir (XII sec.). Nell’abside cefaludese, sotto il Pantocrator, sta la Vergine tra quattro angeli e nelle due zone sottostanti si dispongono gli apostoli. Rispetto all’arte costantinopolitana le figure appaiono più piatte ma il movimento lineare si accentua lasciando al colore tutta la sua purezza. Nelle pareti del presbiterio di Cefalù stanno disposti in tre zone patriarchi biblici e re, profeti, patriarchi della Chiesa e Santi. Gli autori sono di diversa provenienza. La spezzettatura della linea richiama gli affreschi di Nerez in Macedonia (1164).
Tornando alla chiesa di S. Giovanni degli eremiti, nel VI secolo fu edificato un austero monastero Gregoriano dedicato a S. Ermete. Caduto in rovina, solo nel 1136, grazie a re Ruggero, fu riedificato, e il suo abate divenne una delle personalità più importanti alla corte del re Normanno.
La chiesa, costruita prima del 1148, presenta un paramento murario semplice, caratteristico del periodo Normanno; ciò che invece rende l'edificio particolarmente rilevante è il mirabile chiostro attiguo alla chiesa, risalente all'età Normanna, che fu costruito con l'intenzione di riproporre, sia pure in scala ridotta, la struttura architettonica e gli elementi scultorei del chiostro del Duomo di Monreale, uno dei più significativi esempi dell'architettura Normanna in Sicilia. La chiesa fu radicalmente restaurata nel 1882 dal Patricolo.
La Martorana o S. Maria dell'Ammiraglio, chiesa normanna fra le più interessanti, fu fondata nel 1143 da Giorgio di Antiochia, valoroso ammiraglio di Re Ruggero che la dedicò alla Vergine. Poco dopo la sua edificazione, fu visitata da un viaggiatore arabo, Ibn Gubayr. I secoli non hanno ancora scolorito la fresca e ammirata immagine che il visitatore orientale portò con sé lasciando l'isola per altri lidi. "Le pareti interne sono dorate con tavole di marmo a colori, che uguali non ne furono mai viste; tutte intarsiate con pezzi da mosaico d'oro; inghirlandate di fogliame con mosaici verdi; in alto poi s'apre un ordine di finestre di vetro color d'oro che accecano la vista col bagliore dei raggi e destano negli animi una sensazione di tranquillo appagamento. Si dice che il fondatore di questa chiesa, del quale essa ha preso il nome, vi spese dei quintali d'oro. Questa chiesa ha un campanile, sostenuto da colonne di marmo di vari colori e sormontato da una cupola che poggia sopra altre colonne: lo chiamavano il campanile dalle colonne". Il nome di Martorana venne alla chiesa da un contiguo monastero che era stato edificato da Eloisa Martorana (1193). I mosaici dell'interno (1146-1151) presentano il Pantocrator nella cupola con quattro arcangeli; otto profeti nel tamburo; gli evangelisti nelle nicchie. Nelle volte si dispongono gli apostoli nonché la Dormitio Virginis, la Natività e due arcangeli. Negli archi trasversali si hanno Annunciazione e Presentazione al tempio. La linea si astrae favorendo un silente prezioso, remoto, isolamento delle immagini. Fra i mosaici che si trovano nell'interno, interessante quello che raffigura Giorgio Antiocheno ai piedi di Maria di cui invoca la protezione per averle donata la chiesa, come si rileva dal cartello che è presso di lei. Solo la testa e le mani dell'Ammiraglio sono antiche. La Martorana subì una profonda trasformazione a partire dal 1558 quando furono prolungate le navate e costruita la facciata barocca eliminando l'esonartece preesistente.   Nelle volte del prolungamento occidentale sono affreschi del fiammingo Guglielmo Borremans, venuto a Palermo nel Settecento, capo di una famiglia di artisti che lasciarono impronte notevoli della loro arte nella città.
La Cappella Palatina fu, fin dall'origine posta al centro dell'intero complesso del palazzo dei Normanni, costituendone il fulcro. La costruzione fu iniziata subito dopo il 1130, anno della incoronazione di re Ruggero. Una iscrizione musiva nella cupola attesta che essa fu consacrata nel 1143.
La chiesa è di moderate proporzioni (m. 32 di lunghezza, m. 12,40 di altezza e m. 18 l'altezza della cupola) e fonde armoniosamente la pianta basilicale latina delle navate con quella centrica del santuario. Le pareti nella parte alta, le absidi e la cupola sono decorati da preziosi mosaici che si saldano cromaticamente ai soffitti lignei a muqarnas. Autori dei mosaici furono maestri bizantini, espressamente chiamati, con i quali collaborarono, ma solo marginalmente, artisti locali da loro istruiti. Nella Cappella Palatina i Mosaici si dispongono secondo tre assi: verticale, trasversale (Nord-Sud), longitudinale (Est-Ovest). Cristo è rappresentato tre volte nel Santuario: nella cupola, nel catino absidale e nell'abside del diaconicon con altissima e pura espressività. La quarta immagine del Redentore è nel trono occidentale ma appartiene ad epoca più tarda. Nella navata centrale sono illustrate scene bibliche; nelle navate laterali scene degli atti degli apostoli, in queste ultime monumentalità e intensità psicologica provocano un'evidente trasformazione dell’arte bizantina verso intensità espressive di impronta romanica e occidentale. Nel transetto sono scene evangeliche mentre nella cupola riguardano la Chiesa Celeste. Nel tetto della Palatina, unico esempio di pittura araba, sentendosi questi svincolati dai precetti della loro religione, abbiamo due cicli, uno di vita cortese, l’altro che presenta figurazioni allegoriche.
Riguardo ai mosaici della cosiddetta Stanza di re Ruggero nel Palazzo dei Normanni a Palermo, l’araldica disposizione degli animali e delle piante nelle lunette sull’alto zoccolo di marmo, mostra nell’età dei Guglielmi l’orientamento del gusto verso le simmetriche e preziose partizioni di superfici proprie dello spirito astratto dei musulmani. Nel soffitto invece la linearizzazione nervosa ci conduce ad un’epoca più tarda: fine del XIII sec. e forse oltre.

L’architettura sotto i Guglielmi (1154-1166 e 1172-1189).

Tra le realizzazioni normanne sotto i Guglielmi la chiesa di S. Cataldo a Palermo (1160) riprende nella cimasa di coronamento nelle arcate cieche sui prospetti e nelle tre cupole di uguale altezza dipinte in rosso motivi orientali. L'interno, dalla pianta mista, centralizzante e longitudinale insieme, è di una nudità ieratica. Il pavimento è quello originario.
Abbiamo un dato certo della sua antichità: era già costruita nel 1161 a quanto si rileva dalla iscrizione del sepolcro di Matilde, figlia del conte Silvestro di Marsico. Il prospetto di S. Cataldo, che volge verso la via Maqueda, ora è perfettamente in vista, dopo le demolizioni degli edifici che lo nascondevano (1881) e la sistemazione dell'arioso Largo dei Cavalieri del S. Sepolcro seguito dai restauri compiuti tra il 1882 e il 1885 dall'architetto Patricolo che hanno ravvivato le sue linee architettoniche originarie.
In conseguenza di tali demolizioni è comparsa una completa pagina di storia palermitana, rappresentata da avanzi murali di vari tempi, ch'erano chiusi nel terrapieno. Piloni e muri del seicento, muri normanni e arabi, ruderi modesti ma preziosi di strutture antiche.
Il grande parco che circondava Palermo, allora proiettata verso il mare lungo l’asse del cassaro, si arricchisce di ville fantastiche e sontuose. Ruggero II aveva ripristinato il giardino arabo di delizie della Favara, a sud della Città oltre che il palazzo reale del Parco (Altofonte) e lo Scibene. Guglielmo I inizia a costruire la Zisa (1165).
Il palazzo, esposto a levante verso la città e il mare, sorgeva in una zona elevata in mezzo al parco del Genoard (in arabo paradiso della terra), in prossimità di un antico acquedotto romano e di un impianto termale.
L'edificio, al quale era collegata anche una cappella, la chiesetta della SS. Trinità, fu progettato in un unico contesto con la sistemazione del giardino circostante che comprendeva anche una vasca, la cosiddetta peschiera in asse all'ingresso.
Ha pianta rettangolare (36,36x19,60 ml) con due torrette sporgenti al centro dei lati corti. L'impianto planimetrico ricorda quello del Palazzo degli Ziridi di Ashir (Algeria) costruito nel 947 ma anche la sala cruciforme (a quattro diwan) del Dar al Bahr o palazzo del lago e la struttura esterna ad avancorpi del Dar al Manar di Qal'a (Tunisia). E' caratterizzato da una rigida simmetria secondo l'asse Est-Ovest e alla sua costruzione parteciparono probabilmente artisti e maestranze sfuggiti proprio alla distruzione della città di Qal'a (1152-63) ed emigrati in Sicilia.
Il piano terreno si apre verso il giardino antistante, allietato dalla peschiera, con un alto vestibolo che corre lungo tutta la facciata e al quale si accede da tre fornici. Quello centrale si innalza fino al primo piano marcandone la divisione in due zone simmetriche che comprendono ciascuna due finestre poste entro archeggiature cieche. Una cornice marcapiano continua separa il primo piano dal secondo che presenta una serie di aperture poste anch'esse entro archi ciechi e che si conclude in alto con una cimasa interrotta ritmicamente a formare dei merli.
Il vestibolo si apre su un salone cruciforme a doppia altezza con una grande fontana addossata alla parete di fondo, destinato originariamente a feste, ricevimenti e banchetti, caratterizzato da tre nicchioni a pianta rettangolare (con schema simile a quello della Cuba, dello Scibene e della Casa Martorana) terminati in alto da mouquarnas. Questa sala aperta verso l'esterno aveva, nell'intenzione del progettista, il compito di creare un rapporto diretto tra il palazzo e la peschiera antistante, permettendo a chi stava al suo interno, nei giorni d'estate, di vivere in un ambiente fresco e ventilato aperto in modo panoramico verso gli splendidi giardini del Genoard che facevano da quinta alla linea del mare. La fontana marmorea costituisce una eccezionale testimonianza dell'arte fatimita nel XII secolo. Al centro una lastra inclinata (sadirwan o sciadirvàn) scolpita con rilievi (chevrons) esaltava le increspature dell'acqua che, scivolando su di essa, produceva un suono suggestivo riversandosi poi e fluendo in una canaletta a pavimento che attraversata la sala, congiungendo due vaschette, ne raggiungeva un'altra posta nel vestibolo per poi riversarsi nella peschiera.
Sopra la fontana è un riquadro di stile islamico-fatimita (stelle ad otto punte) che racchiude girali di stile bizantino con figure di pavoni e biondi arcieri normanni. Tale commistione è indicativa del sincretismo culturale presente alla corte di Palermo nel XII secolo. La presenza, sopra la fontana, dell'aquila simbolo degli Hohenstaufen è un segno della probabile permanenza di Federico II nel palazzo. Ambienti simili alla sala descritta erano denominati dagli arabi Salsabil (di origine iranica, simboleggiava una delle sorgenti del paradiso coranico); in essa l'acqua sgorgando con un getto e stabulando nelle vasche contribuiva a raffrescare le correnti d'aria prodotte dal sistema di ventilazione dell'edificio dove era assicurata una climatizzazione ottimale di tutti gli ambienti per mezzo di canne di ventilazione poste al centro dei due lati corti dell'edificio.
A destra e a sinistra del salone della fontana si trovavano ambienti destinati al soggiorno diurno di dignitari, cortigiani e armigeri. Due scale, simmetricamente disposte, comprese entro vani quadrangolari e con brevi rampe sviluppate ad angolo retto attorno ad un'anima centrale adducevano ai piani superiori. La zona centrale del primo piano era costituita dal vuoto sulla sala della fontana mentre in ciascuna delle due ali si sviluppavano ambienti per l'abitazione collegati da un corridoio corrente sul fronte occidentale. Il secondo piano si sviluppava attorno ad un grande atrio scoperto sovrastante il salone della fontana, composto da quattro logge formate da altrettanti archi e colonne le cui basi sono ancora visibili, protette da parallelepipedi in vetro, ai quattro angoli.
Gli ambienti d'abitazione del secondo piano erano collegati, oltre che dal corridoio occidentale anche da un altro ambiente; la sala belvedere sovrastante il vestibolo e affacciata sul prospetto principale. Gli ambienti interni, dei quali alcuni ammezzati, si aprivano anche su due chiostrine simmetriche attigue all'atrio. Atrio e chiostrine erano riservati alle donne. La copertura era praticabile per esigenze di manutenzione, ma il grande atrio centrale del secondo piano, con le sue loggette agli angoli rappresentava già un confortevole luogo per il soggiorno estivo che non rendeva necessaria la fruizione della assolata terrazza di copertura. Lo scarico delle acque piovane avveniva, con opportune pendenze nella terrazza di copertura attraverso doccioni sporgenti sotto il coronamento e per gli spazi interni scoperti con impluvi e canalizzazioni. Le acque nere erano raccolte in due piccoli locali destinati a servizi igienici, con pianta a elle, provvisti di scarichi attraverso i quali erano convogliate verso canalizzazioni esterne. Le volte che coprono i tre piani dell'edificio, realizzate in conci di arenaria sono a crociera negli ambienti a pianta quadrata e a botte lunettata negli ambienti rettangolari. I rinfianchi delle volte erano riempiti, secondo un uso di origine romana con sabbia e materiali fittili di scarto come è ancora possibile vedere attraverso una apertura praticata in una volta tra primo e secondo piano. Gli architravi dei vani interni ed esterni erano costituiti da tronchi di castagno. I pavimenti erano in mattoni di argilla cotta posti a spina pesce mentre quelli della sala della fontana erano in marmo. Le soglie erano in legno di rovere. Le murature esterne sono molto spesse al piano terra e si riducono ai piani superiori, presentano una maggiore ampiezza al piano terra che va oltre le necessità statiche e riflette soltanto esigenze di difesa e di monumentalità oltre che di coibenza termica. Sia le murature esterne che quelle interne sono costituite da una doppia fodera di pietra da taglio con l'inclusione di pietrame informe posto a secco o legato con malta. Le murature esterne erano in origine intonacate con stucco prevalentemente bianco e rosso steso sulla pietra viva e decorato con disegni policromi.    
La Zisa (dall'arabo 'al-aziz = nobile, splendente) fu eretta sotto il regno di Guglielmo I (1154-1166) ma fu completata da Guglielmo II (1166-1189) nel 1175. Danneggiata nel corso delle lotte tra Angioini e Aragonesi fu concessa nel 1393 dal re Martino I e dalla regina Maria a frate Giovanni de Thaus e nel 1399 al siniscalco Guglielmo di Ventimiglia. Probabilmente in questo periodo fu tagliata la preziosa cimasa continua danneggiando l'iscrizione araba in caratteri cufici per realizzare una merlatura più consona al nuovo ruolo di palazzo fortificato assunto dall'edificio. Nel 1440 Alfonso il Magnanimo concesse il palazzo ad Antonio Beccadelli, detto il Panormita. Successivamente passò a Giovanni de Vio, segretario del viceré Fernando de Acuña, poi al nobile Pietro de Faraone e infine alla famiglia Alliata. Iniziò un periodo di decadenza tanto che in occasione della epidemia di peste del 1575 l'edificio fu adibito a deposito di oggetti posti in quarantena. Nel 1593 il Tribunale del Santo Uffizio tolse la Zisa agli Alliata per assegnarla prima a Nicolò Spatafora e successivamente a Giovanni Ventimiglia Marchese di Geraci Nel 1634 il palazzo versava in condizioni di degrado tali che l'asta per la vendita dello stesso andò deserta e solo nel 1635 fu acquistato da Giovanni di Sandoval, cugino del Viceré Marchese di Villena. Fu in quella occasione che il palazzo subì profonde trasformazioni che ne alterarono profondamente l'aspetto originario. In particolare fu realizzato un fastoso scalone che indebolì le strutture murarie, furono inseriti balconi e allargate finestre, fu inserito un arco ribassato tra il vestibolo e il salone della fontana riutilizzando le quattro colonne tolte dal quadriportico del secondo piano, ammezzando il vestibolo e tompagnando l'arcone centrale. In quella occasione fu pure coperto lo spazio centrale del secondo livello e realizzata una sovrastruttura ancora oggi presente. Fu pure creato un corpo di fabbrica che mise in connessione l'ala nord del palazzo con la cappella della SS. Trinità (che alterata da sovrastrutture sarebbe stata inglobata all'inizio dell'Ottocento nella chiesa di Gesù, Maria e S. Stefano). Nel Settecento la Zisa costituì nonostante i rimaneggiamenti apportati dai Sandoval, ancora oggetto di ammirazione da parte di studiosi e artisti europei. Nel 1806 estintasi la famiglia Sandoval, la proprietà passò a Francesco Paolo Notarbartolo e ai discendenti che ne mantennero il possesso fino al 1955 anno che vide l'esproprio per conto della Regione Siciliana. Nell'Ottocento (col rifiorire di studi medievalistici e di teorie del restauro architettonico) il palazzo era stato oggetto di studi, di rilievi e di progetti di ripristino da parte di studiosi stranieri e italiani (Viollet Le Duc, Gally Knight, De Prangey, Goldscmidt, Palazzotto, Valenti ed altri). I progetti di restauro ottocenteschi riproponevano le bifore, che certamente dovevano caratterizzare l'immagine originaria dell'edificio: una scelta datata, non proponibile dalle odierne teorie del restauro, data la mancanza di reperti o documenti ai quali fare riferimento per una ricostruzione non arbitraria.
Dopo l'esproprio cominciarono i lavori di restauro consistenti nel ripristino del vestibolo, dell'arcata nella facciata principale e in sporadici interventi all'interno, trascurando il consolidamento delle strutture che davano evidenti segni di fatiscenza. Già nel 1940 era crollata l'ala di collegamento tra il palazzo e la cappella della SS. Trinità così che non destò sorprese il crollo del 13 Ottobre 1971 che coinvolse una vasta zona dell'ala Nord. Di fronte alla gravità dei danni ci si trovò a dover scegliere tra la "reintegrazione" e rifunzionalizzazione e il "restauro archeologico" (che presupponeva cioè la non ricostruzione della parte crollata e il solo consolidamento, a livello di rudere della parte restante). Prevalse la scelta della ricostruzione della zona crollata, la reintegrazione delle scale nei vani originari, il consolidamento statico e il restauro architettonico degli esterni e degli interni con la conservazione di alcune significative aggiunte seicentesche. Per la ricostruzione delle zone crollate fu utilizzato calcestruzzo armato (per le volte) e mattoni pressati (per le murature), materiali che lasciati a vista, oltre che assicurare stabilità, avrebbero consentito una chiara lettura delle parti di ricostruzione. Tutte le fondazioni, le volte e le murature furono rinforzate con barre d'acciaio, resine epossidiche e iniezioni di cemento. I lavori di restauro, terminarono nel settembre del 1990 e dal giugno 1991 il palazzo fu restituito alla città e destinato a Museo della Civiltà Islamica di Sicilia.
Ancora immersi negli aranceti, residuo di quella che era la “conca d’oro”, dominata dal Monte Caputo o Monreale, sono visibili i resti della Cuba Soprana, inglobati nella villa Napoli, e della Cubula dove la volumetria araba si arricchisce del plastico bugnato che orla l’arco.
Il palazzo della Cuba voluto da Guglielmo II, un tempo circondato da acque azzurre e dal verde dei giardini fu costruito nel 1180, come dice la fascia epigrafica che fa da cimasa all'edificio. Doveva essere noto in tutta Italia tanto che Boccaccio vi ambientò la sesta novella della quinta giornata del Decamerone.
L'ingresso originario dell'edificio era quello orientato verso Monreale, collegato alla terraferma tramite una passerella. L'ingresso odierno serviva invece come accesso dopo l'attracco delle imbarcazioni provenienti dalla peschiera. Dall'ingresso originario ci si immetteva in una sala coperta utilizzata dal re per riposare. La parte centrale dell'edificio era caratterizzata da un grande atrio forse scoperto, o coperto da una cupola, circondato da un quadriportico formato da quattro arcate ogivali sorrette da quattro colonne ai quattro angoli e coperto da volte a botte. Al centro si trovava un impluvium stellare. L'ultima sala, aperta verso la città e il mare collegava la sala centrale e la peschiera; era un vano cubico, coperto da una volta a crociera, con tre nicchie sui tre lati. Il paramento murario, rimaneggiato nei restauri del 1921 e 1936 (F. Valenti) è animato da alte arcate cieche a doppia ghiera che contengono monofore, bifore o nicchiette sormontate da conchiglie. Attorno all'edificio fu impiantato un campo sanitario durante la peste del 1575 e presto cadde in rovina. Nel 1860 divenne proprietà dello stato italiano.   
Un gusto chiaroscurale, caratterizza altri capolavori del periodo dei Guglielmi: la chiesa di S. Spirito (la chiesa dei Vespri) e sempre a Palermo il campanile della Martorana (1180-1185). Qui, nella torre, il gioco delle colonne di marmo (completato pare da quattro colonnine che reggevano una rossa cupoletta) si inserisce nella pietra scura mossa da plastiche evidenze.
La cattedrale, mirabile esempio di sovrapposizione di stili, è sicuramente tra le architetture più rappresentative della città di Palermo.
Il piano, già cimitero, che si trova nello spazio antistante, presenta una transenna marmorea realizzata in alcune parti dallo scultore Vincenzo Gagini (1574-75).
Tra il 1655 e il 1673 furono realizzate delle statue che ancora oggi ornano la recinzione; il corpo di fabbrica dell'attuale cattedrale è il prodotto di una serie di interventi che, in epoche differenti, hanno contribuito ad arricchirlo e a renderlo unico ed irripetibile.
Prima basilica cristiana, fu in epoca musulmana (827-1072) trasformata in moschea, la Moschea Giami, questa, formata da più edifici doveva estendersi in un area comprendente anche l'attuale cappella di S. Maria l'Incoronata. La vecchia moschea fu demolita e la nuova Cattedrale di Palermo sorse (1184-85) ad opera di Gualtiero Offamilio, l'inglese Walter of the Mill fattosi proclamare arcivescovo di Palermo, in funzione antagonistica di quella di Monreale. I lavori di costruzione durarono meno di un anno, grazie al riuso di colonne ed elementi strutturali della Moschea preesistente. Una delle testimonianze superstiti é una pagina del Corano scolpita sul fusto della prima colonna del portico meridionale.
I quattro campanili furono soprelevati oltre il livello delle coperture nel XIV secolo, dando maggiore slancio alla struttura originaria che si presentava come una chiesa-fortezza collegata alla grande torre attraverso due arconi ogivali.
Nel 1510 Antonello Gagini inizia la costruzione della grande tribuna marmorea posta nell'abside principale. Il portale principale, quello laterale e la sacrestia risalgono al secolo XIV. Nella seconda metà del XV secolo furono realizzati il portico meridionale ed il nuovo Palazzo Arcivescovile.
Tra il 1781 e il 1801, l'intervento progettato dall'architetto Ferdinando Fuga e portato a termine dal Marvuglia, modificò fortemente l'impianto, realizzando l'attuale transetto e modificandone sia l'interno (rimozione del retablo gaginesco, modifica dei sostegni e degli archi) sia la cupola, stravolgendo irrimediabilmente i canoni linguistici della struttura originale. Nel 1805 fu completata "in stile" la torre campanaria secondo il progetto di E. Palazzotto. Ancora oggi, in ogni modo, nonostante le manomissioni, la cattedrale di Palermo presenta come stile predominante quello fatimita, orientaleggiante, che la rende unica tra le architetture dell'occidente cristiano.
L’ampia spazialità del Duomo di Monreale si apre alle influenze latino-cassinensi, ma le fonde con richiami arabeggianti (le colonne nicchiate del presbiterio) e bizantineggianti nelle archeggiature intrecciate delle absidi all’esterno, pur animate dal plasticismo di candide colonnine marmoree.
Il duomo di Monreale fondato nell’anno 1174 per volere di Guglielmo II, l’ultimo dei re normanni di Sicilia, dedicato alla Madonna dal quale prende il nome "Santa Maria Nuova" rappresenta oggi senza dubbio un vero e proprio capolavoro dell’architettura arabo-normanna in Sicilia.
L’interno dell’edificio presenta una pianta a croce latina suddivisa in tre navate concluse da transetto e da tre absidi.
E’ la "Via Sacra" che si svolge da occidente ad oriente e precisamente: dal portico serrato da due torri in pietra concia fino all’altare. Le tre navate sono divise da 18 colonne di maggior diametro nella parte centrale della navata per creare un piacevole effetto prospettico, sormontate da capitelli in stile corinzio finemente decorati, rimontati con una distribuzione spaziale a coppie, appartenenti probabilmente a templi romani del nord-Africa come ci dimostra la raffigurazione del volto di Cerere in un capitello. Tutte le colonne sono di granito, tranne una di marmo verde, come a Cefalù, simboleggiante la fede, colonna-sostegno della chiesa, che nel 1837 l’architetto Arcangelo Sanzia fece rimuovere dal suo posto, seconda a destra, scambiandola con la prima in modo che si vedesse meno entrando dalla "Porta del Paradiso". I mosaici del Duomo di Monreale (1180-1194 ca.) si dispongono su tre assi come alla Palatina, distribuendosi su vaste superfici, sfolgorando sull’alta zoccolatura marmorea solcata e compenetrata da decorazioni musive.
A Monreale la linea si frammenta e il senso cromatico smorza verdi e blu accentuando la preferenza verso il grigio e il marrone. Gli sfondi delle scene appaiono spesso costruiti prospetticamente. La resa degli edifici è puntuale e intesa a tradurre sul piano forme e volumi. I corpi vengono rivelati dalla linea. Si è pensato ad una immissione di artisti veneziani nel XIII sec. Kitzinger riporta i mosaici al 1180 cioè all’epoca degli imperatori Commeni ed a maestranze bizantine, secondo altri sarebbero opera di maestranze locali educate dai Greci.
Le 102 scene con iscrizioni greche e latine raffigurano scene del Vecchio e Nuovo Testamento estendendosi per ben 6436 mq e le figure sono tutte immerse in un fondo d’oro.
E' la seconda chiesa al mondo, dopo S. Sofia a Costantinopoli e prima di S. Marco a Venezia ad avere una così vasta raffigurazione musiva che si svolge in unità spaziale ben definita: nelle pareti della navata centrale è raffigurato il grandioso ciclo del Vecchio testamento; su quelle delle navatelle laterali i miracoli di Cristo, come ad esempio la guarigione dell’idrofobo e la moltiplicazione dei pani; nel transetto le scene cristologiche dall’annunzio a Zaccaria alla trasfigurazione; le storie di Pietro nell’ambiente che precede l’abside meridionale; quelle di Paolo nell’analogo spazio a settentrione; ed infine gli episodi relativi il Martirio dei Santi Casto e Cassio ed i Miracoli di San Castrenze risultano incastonati accanto e sotto le scene del vecchio testamento precisamente nel registro inferiore della controfacciata.
Centro di convergenza del Vecchio e del Nuovo Testamento e di tutte le concezioni architettoniche e decorative della Basilica, è la grandiosa e possente immagine del Cristo Pantocratore” (Dominatore Universale) che ammiriamo nel catino dell’abside centrale.
La figura umana e divina al contempo, tiene nella mano sinistra un libro aperto nel quale si possono leggere in latino e in greco le testuali parole: “Io sono la luce del mondo chi segue me non cammina nelle tenebre” e con la mano destra invita tutti quanti al silenzio.
Posta sotto Cristo é la solenne immagine della Madonna in trono con il bambino benedicente circondata da Arcangeli e Apostoli e nella fascia inferiore della parete absidale, le figure di 14 Sante e Santi. Due Papi posti nella parte più interna e dai lati della finestra, per meglio esprimere il riconoscimento dell’importanza del papato e della devozione ad esso voluta; oppure le figure di Tommaso di Canterbury e Pietro d'Alessandria entrambi primati delle rispettive chiese ed ambedue martiri e propagatori dei diritti della chiesa. All'ingresso sulla parete occidentale interna ammiriamo nella lunetta sul portale un’altra immagine della Madonna sotto la denominazione dell’Odigitria cioè di Maria che indica la via per il Bambino Gesù nelle sue braccia. E’ come già detto la Via Sacra che si svolge fra l’immagine di Maria all’ingresso e quella di Maria sul trono nell’abside maggiore del presbiterio destinato alle funzioni liturgiche; l’unica zona, pare, ad essere dotata di un pavimento a mosaico a lastre di marmo e di porfido fino al 1561, anno in cui il Farnese fa eseguire dal maestro Baldassarre il pavimento della navata centrale in marmo rosso siciliano, nero ligure e bianco toscano.
Solamente 30 anni dopo saranno completati i pavimenti delle navatelle per volere dell’Arcivescovo Ludovico II Torres, il quale donò alla Cattedrale un bronzo raffigurante S. Giovanni Battista, di fattura cinquecentesca, che fece collocare entro una nicchia della navata destra, e si fece carico di dare una degna sepoltura al corpo di Guglielmo II che fino allora giaceva sotto il pavimento del Duomo nei pressi dell’altare maggiore, facendogli costruire un sarcofago di marmo bianco, posto accanto a quello del padre. Nel 1811, un devastante incendio propagatosi, da un ripostiglio sotto l’organo, distrusse gran parte del tetto del presbiterio e delle cappelle laterali che fu ricostruito seguendo il modello precedente con qualche variante nei colori, forse troppo accesi.
Anche la copertura esterna del presbiterio fu ricostruita, ma solo sette anni dopo l’incendio, per opera dell’architetto Luigi Speranza che modificò l’andamento delle falde, la morfologia dei timpani e dei merli.
L’intero complesso è inoltre suggellato dalle due porte bronzee del XII sec. che chiudono gli unici vani d’accesso alla costruzione. La porta maggiore detta anche "Porta del Paradiso" ubicata sul lato occidentale della cattedrale chiusa all’esterno da un elegante portico, ricostruito dopo il crollo avvenuto la notte di Natale del 1770, con tre archi a tutto sesto, fu realizzata dallo scultore romanico Bonanno Pisano. Incorniciata da un ricco portale formato da stipiti reggenti un arco a sesto acuto a sua volta circondato da una cornice di forma pentagonale decorata da foglie d’acanto, essa rappresenta il più grande monumento bronzeo dell’età romanica, misurando, infatti, 780 cm. d’altezza e 370 cm di larghezza. Le 40 formelle di larghezza uniforme (41 cm di alt. e 34 cm di larg.) riproducono il tema biblico della storia dei rapporti tra l’uomo e Dio, come in tutta quanta la raffigurazione musiva.
La narrazione procede dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra: quelle raffiguranti il Vecchio Testamento sono collocate sopra lo zoccolo formato da doppi pannelli che ritroviamo alle sommità delle due ante.
Nei primi sono raffigurati grifoni e leoni interpretabili come custodi-guardiani del tempio; nei secondi, quelli posti in alto, sono raffigurate invece scene relative l’Assunzione di Maria e la Gloria di Cristo.
Quanto alla porta minore 423 cm per 215 cm, ubicata sotto il portico settentrionale, è opera dello scultore Barisano da Trani che s’ispirò a modelli bizantini.
Essa reca 28 formelle di bronzo incorniciate da un ricco motivo decorativo a circonferenze intrecciate e da un'ornamentazione formata da girali, raffiguranti varie immagini come quelle di Cristo in maestà entro la mandorla ripetute sulle due ante, della Madonna dell’Odigitria, dei dodici apostoli o quelle di due Santi cavalieri (Giorgio ed Eustachio) che alludono alla lotta tra il bene e il male.
Tutta la porta a sua volta è incorniciata da una fascia in mosaico decorato con motivi geometrizzanti.
Successive alla costruzione della Cattedrale sono le due cappelle del SS. Crocifisso, principale testimonianza del Barocco Siciliano a Monreale e di San Benedetto.
Nel Duomo oltre la sfarzosa cappella del Crocifisso vennero inseriti armonicamente con i marmi mischi (caratteristica del barocco siciliano) gli altari del Sacramento e della Madonna del Popolo assai venerata, che sarebbe stata scolpita dal tronco di carrubo del famoso sogno di Guglielmo e l’elegante altare della navata maggiore realizzato nella seconda metà del 700 dall’orafo romano Luigi Valadier in argento e rame dorato.
Tutte queste innovazioni, non turbarono le linee architettoniche e la decorazione musiva del Duomo che costituisce il più gran libro del Vecchio e Nuovo testamento mai realizzato "ciò che si può vedere di più completo di più ricco e più impressionante per quanto concerne la decorazione a mosaico su sfondo dorato" come fu definito dallo scrittore francese Gaj de Manpassant dopo avere ammirato questo tempio.
La chiesa della Magione (1191) fonde i vari motivi fin qui individuati in una sintesi magistrale e compatta. La nitida volumetria dell’esterno con facciata a capanna, sigla e chiude lo slancio, all’interno, delle strutture con la tipica successione di colonne nicchiate sovrapposte. La spinta delle membrature non si ripercuote però nelle volte.
Il doppio transetto, i rincassi, la solenne spazialità ci dicono delle componenti culturali di una alta e fermissima fantasia architettonica.
L’incontro fra Oriente e Occidente conduce in Sicilia ad una limpida e serena scansione di elementi architettonici.
La massa qui è volume, distesa superficie chiaramente sentita. Il fondo classico che imprime al romanico fiorentino la lineare eleganza delle sue partizioni, in Sicilia ha puntuale riscontro nel gusto arabo della volumetria e tutto questo concorre a superare in puri rapporti di volumi e di forme la tensione e il contrasto delle forze, propri del romanico europeo.
Riguardo ai mosaici in epoca normanna, conviene ricordare alcuni concetti base per intendere l’arte bizantina e la rappresentazione musiva in particolare:
- l’arte bizantina tende non a commuovere ma a placare, inducendo nell’animo del contemplante una condizione psicologica che prefiguri l’eterna pace. In Sicilia a siffatto intento estetico e mistico si accompagnano il senso dello splendore e della magnificenza per l’esaltazione della gloria del regno normanno quale mezzo e veicolo dell’affermazione della fede.
- il principio compositivo tende non all’equilibrio ma alla subordinazione dei temi e delle figure. La chiesa celeste predomina anche figurativamente sulla Chiesa storica; Cristo è più grande degli apostoli.
- la prospettiva è di frequente inversa. Sicché le immagini più grandi, invece di stare in primo piano, come in un disegno prospettico dove le grandezze si dispongono in scala decrescente, arretrano verso lo sfondo. Ne deriva un senso per così dire trascinante dell’immagine che assorbe il contemplatore.
- la plasticità è annullata dalle lumeggiature: reticoli di oro o colore che annullano le forme, abolendo il chiaroscuro e quindi ogni possibilità di modellato.
- i corpi nudi o gli animali sono resi mediante stampigliature anatomiche: cerchi concentrici che annullano i volumi.

Bibliografia:

F. Maurici - Breve Storia degli Arabi in Sicilia - Flaccovio Editore - Palermo 1995
U. Scerrato - Grandi Monumenti ISLAM - Arnoldo Mondadori Editore - Milano 1972
G. Caronia - La Zisa di Palermo - Editori Laterza - Bari 1982
G. Bellafiore - La Cattedrale di Palermo - Flaccovio Editore - Palermo 1976
C. De Seta L. Di Mauro - Le città nella storia d'Italia  PALERMO- Editori Laterza - Bari 1981

Liceo Classico Statale “G. Garibaldi”Palermo Corso di Storia dell’Arte-Sezioni A-C-E-N prof. IgnazioFrancescoCiappa
Fonte: files.splinder.com

 

 

 

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Normanni
Con i Normanni Aidone acquista dignità di entità territoriale autonoma, strategicamente importante e politicamente rilevante, allorché schiere di genti lombarde apportarono un vistoso incremento demografico e un vigoroso impulso vitale al sonnolento agglomerato saraceno.  Nei secoli successivi Aidone, come tutta la Sicilia, passa da un dominio ad un altro.
A quel periodo risale uno dei monumenti aidonesi più antichi, la chiesa di Santa Maria la Cava, o del Piano, sorta per volontà della nipote di Ruggero, Adelicia. Assoggettata dalla fondatrice alla Cattedrale di Catania, conserva immutata, dell’originaria struttura, la zona absidale, giacché la poderosa torre campanaria, la facciata e l’interno hanno invece subito diversi interventi che hanno stravolto l’antico assetto. Risalente ai Normanni è anche la chiesa di S. Antonio Abate, affiancata da un robusto campanile restaurato nel ‘700, quando se ne completò la cima con una copertura conica rivestita di mattoni disposti a giri concentrici. L’edificio era stato adibito a moschea dai Saraceni, qui presenti un tempo. I resti di un grazioso portale nella facciata meridionale, denunciano l’antica origine e le manomissioni sopravvenute, mentre il portale principale in pietra calcarea giallo–rosata, rivela l’influsso di abili maestranze musulmane.

Svevi, Angioini e Aragonesi
La floridezza dei tempi Normanni andò scemando con gli Svevi di Rubeo Rosso, gli Agioini e gli Aragonesi perché Aidone è coinvolta in avvenimenti tumultuosi che la depauperano di abitanti e risorse. Vittima di assedi, vessazioni e distruzioni. Dei tempi turbolenti dei re d’Aragona restano labili segni nei ruderi del castello, testimoni dell’inarrestabile declino del fortilizio arabo che, da austera dimora nobiliare, era diventato tetro carcere per ridursi infine ad avanzo di mura, denominato Castellaccio. 
Nel 1282 la città fu protagonista dei Vespri Siciliani (ribellione contro gli Angioini) e successivamente venne controllata, per circa due secoli (1282-1516), dagli Aragonesi e dai Casigliani.
In quel momento la cittadina si andava estendendo dal quartiere settentrionale, fitto di stradine e cortili d’impianto e cultura islamici, verso il sud, dove il tessuto urbano si va strutturando più regolarmente tra strade e slarghi ombreggiati da palazzotti e chiese.
Durante il regno di Guglielmo II, Aidone pagava 200 onze per lo ius marinari et lignamine curie, ossia pagava per evitare di inviare dei propri soldati alla marina normanna.
Nel 1220 Federico II ridusse la tassa dello ius marinari da 200 a 30 onze. In quest'epoca probabilmente Aidone faceva parte dei possessi diretti del re.
Dopo la morte di Federico II, Aidone si dichiarò nel 1255 libero comune. Riuscì a resistere all'assalto di Pietro Ruffo, conte di Catanzaro, che agiva in nome per conto di Manfredi, ma nel 1257 fu presa e saccheggiata dall'esercito svevo, guidato da Federico Lancia. Per la resistenza che era stata opposta agli Svevi nel 1276 il re Carlo I d’Angiò ridusse la tassa dello ius marinari a 25 onze.
Nel 1299 il capitano Giovenco degli Uberti aprì le porte del castello agli Angioini, ma questo venne riconquistato nel 1301 dal Federico III di Aragona.
Il terremoto del 1693, che aveva sconvolto tutta la Val di Noto, seminò morte e distruzione nella cittadina, e si dovette porre mano alla ricostruzione degli edifici civili e religiosi danneggiati dal sisma.

 

fonte: www.provincia.enna.it

 

 

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           Lo Stato e la rappresentazione storiografica “ufficiale”

Le Due Sicilie erano lo stato italiano preunitario più esteso territorialmente e comprendevano tutto il Sud continentale d’Italia, l’Abruzzo, il Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia, nel 1860 vi erano poco più di nove milioni d’abitanti (poco più di un terzo di tutta la Penisola); era diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia: Napoli e la sua provincia; Abruzzo Citeriore con capoluogo Chieti; Primo Abruzzo Ulteriore con capoluogo Teramo; Secondo Abruzzo Ulteriore con capoluogo L’Aquila; Basilicata con capoluogo Potenza; Calabria Citeriore con capoluogo Cosenza; prima Calabria Ulteriore con capoluogo Reggio; Seconda Calabria Ulteriore con capoluogo Catanzaro; Molise con capoluogo Campobasso; Principato Citeriore con capoluogo Salerno; Principato Ulteriore con capoluogo Avellino; Capitanata con capoluogo Foggia; Terra di Bari con capoluogo Bari; Terra d’Otranto con capoluogo Lecce; Terra di Lavoro con capoluogo Capua e poi Caserta; in Sicilia i capoluoghi di provincia erano: Palermo, Trapani, Girgenti (Agrigento), Caltanisetta, Messina, Catania, Noto.
La storia delle Due Sicilie era cominciata nel lontano 1130 con i Normanni e il loro sovrano Ruggero II, il regno durò 730 anni e i suoi confini rimasero in pratica invariati comprendendo comuni che avevano spesso origine greca : “Correva l’anno 1072 quando Roberto e Ruggero d’Altavilla irrompevano nella città di Palermo ponendo fine al dominio arabo in Sicilia e avviando un processo che avrebbe portato l’isola a divenire il regno più ricco dell’Occidente cristiano. I Normanni, oltre ad esaltare al massimo le potenzialità economiche e culturali della Sicilia riuscirono a dimostrare, in un tempo in cui l’intolleranza era la regola, come fosse possibile la convivenza con civiltà diverse…..per oltre un secolo la Sicilia fu un riferimento cui gli altri sovrani guardarono con grande rispetto e che la Chiesa cerco’ di blandire fino a insignire, nel 1130, il gran conte Ruggero II della ambita dignità regia. La corte del primo re di Sicilia divenne la piu’ brillante dell’Europa medievale” .
Scrive Benedetto Croce:”L’unita’ territoriale non fu il solo retaggio che i principi normanni lasciarono all’Italia meridionale, perche’ con essa le trasmisero l’unità monarchica, nel senso di uno stato governato dal centro, con eguali istituzioni e leggi, magistrati e funzionari; e questa forma vi sro’ sempree, nonche’ mutarla nel fatto, non  se ne concepira’ altra nemmeno in idea” Le dinastie che si susseguirono ebbero origini straniere e questo avvenne per l'oggettiva incapacità di generarne una propria ma occorre rilevare che i loro sovrani divennero in breve dei Meridionali a tutti gli effetti, assumendone la lingua e le usanze perché Il Regno del Sud “era diventato nei secoli, indipendentemente da chi lo governava, un vitalissimo organismo geopolitico. Sotto l’avvicendarsi dei padroni di turno, il Sud disponeva ormai di una autonomia sostanziale, di una identità forte, fatta di popolazioni amalgamate, di un’economia agricola e marinara, di un vernacolo che era una lingua mediterranea, di tradizioni e costumi in cui erano rcnonoscibili elementi arabi e greci assunti e digeriti in un contesto prevalentemente latino-cristiano, di un ambiente climatico e antropico tipicamente mediterraneo. Di una concezione di vita. Per non dire di alcune tipicità bioantropologiche (tratti fisionomici…gruppo sanguigno prevalente)” .
Ai Normanni (1130-1194), seguirono gli Svevi (1194-1266), gli Angioini (1266-1442) e gli Aragona (1442-1503); a loro subentrarono gli Spagnoli (1503-1707) e poi gli austriaci per solo ventisette anni (1707-1734); i più importanti sovrani delle varie casate furono considerati ai vertici assoluti dell’aristocrazia europea: ricordiamo per tutti Federico II di Svevia, detto “Stupor Mundi”, artefice di ordinamenti statali e riforme che lo fanno considerare uno dei piu’ grandi statisti di tutti i tempi. Nel 1734 la Spagna rioccupò il Regno strappandolo agli Asburgo e iniziò l’era borbonica con i suoi re: Carlo (1734-1759), Ferdinando I (1759-1825), Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859) e Francesco II (1859-1861).                                                                                        
Carlo, figlio di Filippo V, re di Spagna e di Elisabetta Farnese, entrò in Napoli il 10 maggio 1734, sconfisse il 25 maggio gli Austriaci nella battaglia di Bitonto e mise la Nazione sotto uno scettro “che unisce ai gigli d’oro della Casa di Francia ed ai sei d’azzurro di Casa Farnese le armi tradizionali delle Due Sicilie: il cavallo sfrenato, vecchia assise di Napoli e la Trinacria per la Sicilia ; l’incoronazione di Carlo si celebrò, l’anno successivo, nel duomo normanno di Palermo, a testimoniare la continuità della monarchia meridionale nata nello stesso luogo nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II. Nella successiva guerra contro l’Austria, del 1744, Carlo fu vittorioso a Velletri, e si confermò    nuovo interprete e simbolo della secolare Nazione: il Sud d’Italia non aveva più a capo un semplice vicerè ma un sovrano tutto suo: “Amico, cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe. Interessianci [interessiamoci] all’onore della nazione. I forestieri conoscono, e il dicono chiaro, quanto potremmo noi fare se avessimo miglior teste. Il nostro augusto sovrano fa quanto può per destarne ; successivamente, con la Prammatica del 6 ottobre 1759, re Carlo stabilì la definitiva separazione tra la corona spagnola e quella delle Due Sicilie. restituendole la piena indipendenza.
La dinastia borbonica durò 126 anni, con essa il Sud, non solo riaffermò la propria indipendenza, ma ebbe un indiscutibile progresso nel campo economico, culturale, istituzionale; purtroppo “La storiografia ufficiale continua ancora oggi a sostenere che, al momento dell’unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d’Italia e il resto dell’Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato. Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario ma gli studi in proposito, già pubblicati all’inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati, dai difensori della storiografia ufficiale: faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili . In realtà, all’epoca dell’ultimo re meridionale, Francesco II, l’emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse, come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo, l’economia in crescita, la percentuale dei poveri  era pari al 1.34% (come si ricava dal censimento ufficiale del 1861) in linea con quella degli altri stati preunitari. La popolazione dai tempi del primo re della dinastia borbonica Carlo III (1734) a quelli di Francesco II si era triplicata e questo indicatore, a quei tempi, era un indice di aumentato benessere (è chiaro che si parla di livelli di vita relativi a quei tempi quando il reddito pro capite in Italia era meno di un quarantesimo di quello di oggi e molte delle comodità attuali erano inesistenti), la parte attiva era poco meno del 48%.
Contrariamente a quanto affermato dalla storiografia ufficiale, la politica dei sovrani borbonici fu improntata a diversificare le attività produttive del Sud favorendo lo sviluppo dell’artigianato, del commercio e della prima industrializzazione degli stati preunitari italiani, superando, in questo modo, i confini di un’economia basata quasi esclusivamente sull’agricoltura, che, in realtà, rappresentava l’attività prevalente anche nel resto d’Italia e di gran parte d’Europa. All’inizio, fu necessario, per permettere alle giovani fabbriche meridionali di raggiungere un livello competitivo, un sistema di protezioni doganali, analogo a quello esistente in altri Stati ; il “protezionismo” fu poi gradualmente mitigato dal 1846, l’obiettivo, in quel momento, era di inserire l’industria, ormai matura, nel meccanismo del commercio europeo: si abbassarono i dazi d’importazione, che precedentemente potevano arrivare anche al 20%, si strinsero numerosi trattati commerciali compresa la lontana India dove, dal 1852, era attivo un console delle Due Sicilie e dove arrivò, primo tra gli italiani, un bastimento meridionale.


1739 comuni nel Mezzogiorno continentale e 361 in Sicilia

Pasquale Hamel su FMR n.162, pag.88, febbraio-marzo 2004.

Riportato da Giuseppe Campolieti “Breve storia del Sud”, Mondandori, 2006, pag. 155

ibidem pag. 156

a ricordo dell’evento fu innalzato un obelisco, tuttora esistente.

A. Insogna, Francesco II Re di Napoli, Napoli 1898

A.Genovesi, Lettera a Giuseppe De Sanctis, 3 agosto 1754

“che l’ordine di successione da me prescritto non mai possa portare l’unione della Monarchia di Spagna, colla Sovranità, e [dei] Dominj Italiani”.

Ricordiamo, oltre a Pedio, autore di questa affermazione (da “Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento” , Capone Editore, 1999, modif.), alcuni nomi degli storici controcorrente: Rispoli, Nitti, Salvemini, Coniglio, Bianchini, Luzzato, Lepre, Villani, Demarco, Petrocchi, Mangone, Vocino, Capecelatro e Carlo.

provvedimenti legislativi del ministro Medici datati 15 dicembre 1823 e 20 novembre 1824

Gennaro de Crescenzo, Le industrie del Regno di Napoli, Grimaldi, 2002, pag. 23

 

fonte: www.scuolamendolavaccaro.it/

 

  • Fine articolo Normanni tutto di tutto

 

 

    Normanni tutto di tutto

 

Breve cronologia della Storia d’Italia

395 – 1491 d. C.

 

1. Creazione dell’Impero d’Oriente e d’Occidente. Le invasioni barbariche. Eresie. Monachesimo

395:  Alla morte di Teodosio l’Impero Romano viene diviso tra i figli Onorio (Occidente) e Arcadio (Oriente).
402:     Onorio trasferisce la sede dell’Impero da Milano a Ravenna.
406-440:         Invasioni di svevi, vandali (invadono l’Africa e la Sicilia) e visigoti (assediano Roma poi si stanziano in Spagna dove fondano un regno).
431:   Concilio di Efeso condanna del nestorianesimo (in un’unica persona convivono Cristo, che ha solo natura umana, e Dio, che ha solo natura divina).
438:  a Costantinopoli Teodosio II provvede alla compilazione del Codice Teodosiano, che entra in vigore anche nell’Impero d’Occidente.
440:  viene consacrato papa Leone I Magno, instauratore del primato assoluto del vescovo di Roma.
451-452:          avanzata degli unni e loro sconfitta (Attila muore nel 453). Concilio di Calcedonia (451): condana del monofisismo (secondo la cui dottrina Cristo ha solo natura divina).
476:  Odoacre, comandante delle milize erule, depone Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’Impero Romano d’Occidente.

 

2. Italia gotica e bizantina. La nascita del potere temporale della Chiesa. Monachesimo

489Teodorico, a capo degli ostrogoti, entra in Italia.
493:  Ravenna si arrende agli ostrogoti; il governo di Teodorico è riconosciuto da Costantinopoli (497).
502:  Il concilio di Roma stabilisce l’esclusione dei laici dall’elezione papale e l’inalienabilità dei beni della Chiesa.
524-525:         Teodorico fa imprigionare il filosofo Severino Boezio (che era stato suo collaboratore), il quale scrive la De consolatione Philosophiae. Viene promulgato l’Edictum Theodorici Regis (Storia d’Italia testo 2.) Teodorico a favore dell’arianesimo a Costantinopoli. Boezio e Simmaco vengono giustiziati da Teodorico.
526:  Muore Teodorico, gli succede il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre Atalasunta. Alla guida dei goti succedono poi Teodato (534-536) e Vitige (536-540).
527Giustiniano sale sul trono di Costantinopoli (Procopio biografo di Giustiniano).
528:  A Costantinopoli si comincia a compilare e a pubblicare la raccolta di leggi del Corpus iuris civilis(Storia d’Italia testo 3.): Codex Iustinianus (529), Digesta e Institutiones (533) e Novellae (535-565).
529: Benedetto da Norcia fonda il monastero di Montecassino.
535:  Giustiniano decide di intervenire contro i goti in Italia: invia il generale Belisario che comincia la conquista delle terre in Sicilia. Con Vitige i goti resistono all’avanzata bizantina.
541-552:          Totila nuovo re dei goti. Guerra gotica (tra goti e bizantini), che si conclude con l’uccisione di Totila da parte del generale bizantino Narsete (battaglia di Gualdo Tadino).
547:  Benedetto muore a Montecassino. La Regola di S. Benedetto (Storia d’Italia testo 1.) alla base della nascita del monachesimo occidentale.
565:  muore Giustiniano.

 

3. Italia longobarda e bizantina. Discese dei franchi. Nascita del Patrimonio di S. Pietro

568   i longobardi (popolazione di origine scandinava) guidati da Alboino invadono l’Italia e conquistano tutto il settentrione.
572:  Alboino conquista Pavia, che diviene capitale del regno longobardo.
572-603:         guerre tra longobardi e bizantini. La pace è siglata nel 603; nello stesso anno Agilulfo (suo lungo regno dal 591 al 616) fa battezzare il figlio Adaloaldo. Alla fine della guerra l’Italia è così divisa: Romània (italia bizantina): Corsica, Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia, Napoli, Lazio, Liguria (fino al 643), litorale veneto, Ravenna (e il suo territorio chiamato Esarcato), Pentàpoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona), parte dell’Umbria; Longobardía (italia longobarda, da cui deriva poi il nome Lombardia): tutta l’Italia settentrionale, Toscana, ducati di Spoleto e Benevento.
587:  comincia l’evangelizzazione della Spagna.
590-604:         papa Gregorio I (cioè S. Gregorio Magno). Compila il Liber regulae pastoralis.
595-596:         comincia l’evangelizzazione dell’Inghilterra.
612-613:          Maometto inizia la predicazione agli arabi (muore a Medina nel 632).
631:   Rotari, re dei longobardi, conquista Liguria e Lunigiana
643:  Rotari emana il suo editto (Editto di Rotari; Storia d’Italia testo 4.), prima legislazione organica longobarda.
653:  sotto il re Ariperto inizia la conversione al cattolicesmo dei longobardi.
711:   gli arabi sbarcano in Spagna e abbattono il regno visigoto (loro conquiste a partire dal 636: Siria, Impero Persiano, Cartagine, parte dell’India).
712:   Liutprando re dei longobardi.
719:   Carlo Martello impone il suo potere su tutto il Regno franco, nel 732 ferma l’avanzata degli arabi a Poitiers.
726-735:         Leone III isaurico e Costantino V, imperatori d’Oriente, promulgano l’editto contro le immagini, rifiutato e condannato da papa Gregorio II. Liutprando occupa le terre dell’Esarcato e Pentàpoli.
739:  Liutprando e Ildeprando invadono Roma.
742:  pace tra Liutprando e il papa: il re longobardo restituisce al papa Zaccaria i territori romani occupati.
751:   Astolfo re dei longobardi (dal 749): si impadronisce di Ravenna. Nel Regno franco Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello pone fine alla dinastia merovingia. Ottiene l’approvazione del papa.
752:  pace tra il papa Stefano III e i longobardi, non rispettata però da Astolfo. Il papa a St. Denis consacra re Pipino. Discesa di Pipino in Italia. Pipino sconfigge Astolfo.
755-756:         i territori bizantini liberati da Pipino (Esarcato e Pentàpoli) vengono donati al papa: nascita del Patrimonio di S. Pietro (territori posseduti dal papa).
768:  Muore Pipino: Carlo e Carlomano re dei franchi.

 

 

4. Italia franca

771:   Carlo (Carlomagno)si fa proclamare unico re dei Franchi.
772-795:         Carlo: prima campagna contro i sàssoni (772); chiamato da papa Adriano scende in Italia e conquista Pavia (774), Adriano re dei longobardi si ritira in un monastero; impone il battesimo a tutti i sassoni (776); fonda la Schola palatina ad Aquisgrana (Aachen), dove è attivo Alcuino (781), annette la Baviera e inizia le guerre contro gli slavi; vittoria sugli àvari (795).
800:  papa Leone III incorona imperatore Carlomagno nella basilica di San Pietro: nasce il Sacro Romano Impero.
812:   Bisanzio riconosce l’Impero di Carlomagno. Sempre maggiori incursioni arabe nel Tirreno.
814:   Carlomagno muore ad Aquisgrana, il successore, Ludovico il Pio viene incoronato imperatore a Reims da papa Stefano IV. Ludovico emana l’Ordinatio Imperii (817 divisione dell’Impero tra i figli), assegna a Lotario il Regno d’Italia (822).
827:  con la presa di Siracusa ha inizio la conquista araba in Sicilia.
829-849:         vichingi e danesi (cioè normanni) attaccano la Francia, l’Irlanda e Londra. Ludovico muore (840).
842i saraceni (cioè arabi musulmani) si impadroniscono di Bari.
843:  termina la guerra tra i figli di Ludovico: l’Impero è diviso in tre regni. A Costantinopoli un sinodo proclama la restaurazione del culto delle immagini.
846:  i saraceni saccheggiano Roma, l’anno seguente papa Leone IV fa costruire le mura intorno al Vaticano (“mura leonine”).
855:  Lotario muore e divide i domini carolingi fra i suoi tre figli: Ludovico II “imperatore e
re d’Italia”.
877:  il capitolare di Quierzy (Storia d’Italia testo 5.), emanato dall’imperatore Carlo il Calvo, riconosce l’ereditarietà dei feudi.
881:   colonia saracena sul Garigliano (fino al 915).
888:  Berengario re del Friuli sale sul trono d’Italia: cominciano aspre guerre in cui ha parte anche il papa.
896:  gli ungheresi si stabiliscono nella pianura del Danubio, da qui iniziano incursioni in tutta l’Europa Occidentale.

 

5. Conquiste arabe in Italia. L’età ottoniana

902:  i saraceni completano l’occupazione della Sicilia con la presa di Taormina.
910:   Guglielmo di Aquitania fonda il monastero di Cluny.
919:   Enrico I di Sassonia è imperatore e pacifica la Germania. Ugo di Provenza è re d’Italia (fino al 947).
936:     Ottone I succede al padre Enrico I.
950-951:          Ottone I si fa proclamare re d’Italia e cede a Berengario II la cura del regno.
955:     Ottone I sconfigge gli ungheresi a Lechfeld.
960:     prime attestazione scritte della lingua italiana (Carta capuana).
962:  Ottone I è incoronato imperatore a Roma da Giovanni XII. Viene emanato il Privilegio ottoniano: il Sacro romano Impero di nazione germanica resterà in vita fino al 1806.
973:     muore Ottone I, gli succede il figlio Ottone II (sposa la principessa bizantina Teofane).
982:     Ottone II è sconfitto dai musulmani a Stilo (Calabria).
983-998:         muore Ottone II ad Aquisgrana, gli succede il figlio Ottone III (i vichinghi raggiungono la Groenlandia). In Francia nasce la dinastia capetingia con l’incoronazione a re di Ugo Capeto. Ottone III è incoronato imperatore a Roma da Gregorio V (996). Gerberto d’Aurillac, maestro di Ottone III, diventa papa col nome di Silvestro II (998; sarà lui a incoronare Stefano re d’Ungheria, nel 1001).
992:  primo trattato commerciale tra Venezia e Bisanzio.
1002:   muore Ottone III, diventa imperatore Enrico II.

 

6. I Normanni. Le città marinare. La lotta per le investiture

1004:   Venezia sconfigge i pirati illirici e diventa padrona dell’Adriatico.
1005:   Pisa sconfigge gli arabi a Reggio Calabria.
1014: Enrico II è incoronato imperatore a Roma. I pisani liberano la Corsica e la Sardegna dai saraceni.
1024: muore Enrico II, gli succede Corrado II (il Salico), fondatore della dinastia di Franconia, è incoronato a Roma da papa Giovanni XIX (1026).
1037: Corrado II emana la Constitutio de feudis e fa arrestare il vescovo di Milano, ma la città insorge in sua difesa.
1039: muore Corrado II, a Milano il „popolo” in rivolta contro il vescovo Ariberto e i grandi feudatari, costretti a lasciare la città (si riconciliano nel 1045).
1049: è eletto papa Leone IX che tenterà di riformare la Chiesa e di respingere l’espansione normana nel meridione d’Italia.
1054: il continuo contrasto tra Roma e Costantinopoli sfocia nello scisma d’Oriente.
1059: il concilio di Roma stabilisce che l’elezione del papa spetta solo ai cardinali. Il normanno Roberto il Guiscardo ottiene da papa Niccolò II il titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia.
1061: Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, conquista la Calabria e inizia l’invasione della Sicilia. Occupa Bari, espellendo i bizantini (1071); conquista Palermo (1072).
1073: sale al soglio pontificio Ildebrando di Soana, riformatore della Chiesa, col nome di Gregorio VII. Emana i Dictatus papae (1075; Storia d’Italia testo 6.).
1076: Enrico IV, nella dieta di Worms dichiara deposto il papa che risponde con la scomunica: inizia la „lotta per le investiture”.
1077: Enrico IV è assolto dal papa a Canossa.
1080: seconda scomunica inflitta a Enrico IV (Storia d’Italia testo 7.).
1084: Enrico IV assedia Roma, Gregorio VII si rifugia in Castel S. Angelo ed è poi liberato dai normanni, che saccheggiano la città.
1087: Pisa e Genova si spartiscono le conquiste: alla prima la Sardegna, alla seconda la Corsica.
1091: i Normanni terminano la conquista della Sicilia.
1095: Urbano II indice la prima crociata.
1100: viene compilato il Regimen Sanitatis, compendio di precetti della scuola medica salernitana.
1101:  in Sicilia muore Ruggero d’Altavilla, gli succede il figlio Ruggero II.
1106: muore Enrico IV, gli succede sul trono di Germania il figlio Enrico V.
1110: Enrico V proclama un’antipapa. Con il concordato di Worms tra enrico V e papa Callisto II termina la „lotta per le investiture” (1122); (Storia d’Italia testo 9.).
1125: alla morte di Enrico V si accende in Germania la lotta tra le case di Baviera e Hohenstaufen, da cui trarrà origine la divisione tra Guelfi e Ghibellini.
1131:  Amalfi è conquistata dai normanni, poi saccheggiata dai pisani (1137).
1139: con la conquista di Napoli, il dominio normanno sull’Italia meridionale è completo.
1145: in Francia compaiono i primi gruppi ereticali dei càtari.
1148: viene portato a termine il Decretum Gratiani, raccolta di tutte le fonti canonistiche in uso.

 

7. I Comuni italiani. Federico Barbarossa. Lega lombarda. Innocenzo III. Le crociate.
Le eresie. S. Francesco. S. Domenico

1152: muore l’imperatore Corrado III, gli succede il nipote Federico Barbarossa (deciso assertore dell’assoluta prevalenza della potestà imperiale su ogni altro centro di potere).
1155: guerra tra normanni e bizantini per il possesso dell’Italia meridionale.
1158: Barbarossa concede immunità e privilegi all’Università di Bologna, centro dei giuristi filo-imperiali, nella dièta (cioè assemblea del Sacro romano Impero) di Roncaglia emana la Constitutio de regalibus e la Constitutio pacis (Storia d’Italia testo 8.).
1172: a Venezia viene fondato il Maggior Consiglio, assemblea cittadina formata da 480 membri dell’aristocrazia.
1176: i comuni lombardi uniti nella Lega Lombarda sconfiggono Federico Barbarossa a Legnano.
1179: III Concilio ecumenico Laterano, che stabilisce precise regole per l’elezione del papa e condanna l’eresia càtara.
1183: pace a Costanza (Svizzera) tra Federico Barbarossa e le città lombarde, che vedono riconosciute le loro autonomie.
1186: Enrico, figlio del Barbarossa, è incoronato re d’Italia.
1187: Gerusalemme cade in mano ai turchi ottomani.
1190: nel corso della terza crociata muore Federico Barbarossa.
1202: papa Innocenzo III promuove la quarta crociata: i veneziani si inseriscono nelle lotte dinastiche bizantine.
1204: Gerusalemme viene presa e saccheggiata dai crociati: nasce un effimero Impero latino d’Oriente.
1206: Francesco d’Assisi rinuncia ai beni terreni e si dedica interamente a Dio.
1208: Innocenzo III predica la crociata contro gli albigesi (seguaci dell’eresia càtara).
1209: Innocenzo III favorisce la candidatura di Federico II di Svevia a re di Sicilia.
1210: Francesco d’Assisi ottiene dal papa l’approvazione verbale della prima Regola dei Frati Minori.
1215: il quarto Concilio ecumenico Laterano depone l’imperatore Ottone e bandisce un’altra crociata contro le eresie.
1216: Innocenzo III riconosce l’Ordine dei Predicatori (poi domenicani), fondato negli anni precedenti da Domenico di Guzman.

 

8. Federico II. Angioini. Guelfi e Ghibellini

1220: Onorio III incorona imperatore Federico II di Svevia., re di sicilia e di Germania.
1223: Onorio III approva la Regola francescana (Storia d’Italia testo 10.)
1224: Federico II fonda l’Università di Napoli.
1227: Gregorio IX scomunica Federico II riluttante ad intraprendere una nuova crociata.
1230: fine del conflitto tra Federico II e il papa, che ritira la scomunica.
1231-1232:       Federico II getta in Sicilia le basi di uno Stato accentrato nel Liber Constitutionum Regni Siciliae, detto poi Liber Augustalis (Storia d’Italia testo 11.); Gregorio IX affida l’Inquisizione agli ordini mendicanti.
1235: Federico II sconfigge Enrico e pacifica la Germania.
1237: vittoria di Cortenuova sulla Lega lombarda: Federico II impone la sua egemonia sull’Italia centrosettentrionale.
1245: al concilio di Lione Innocenzo IV scomunica Federico II e aizza contro di lui i principi tedeschi.
1248: la Lega lombarda sconfigge Federico II a Parma, i bolognesi catturano a Fossalta suo figlio Enzo, re di Sardegna.
1250: muore Federico II.
1258: Manfredi, figlio naturale di Federico II, è incoronato re di Sicilia.
1260: nella lotta tra guelfi (sostenitori delle vedute teocratiche del Papa) e ghibellini (partito favorevole all’Imperatore), questi ultimi ottengono una vittoria sui fiorentini guelfi a Montaperti.
1259-1266: in seguito alla morte di Federico II erano nate le prime signorìe in Italia: Ezzelino IV da Romano, già alleato fedele di Federico, conquista quasi tutto il Veneto, ma viene alla fine sconfitto (1259); Oberto II Pelavicino, ghibellino alleato di Manfredi, conquista quasi tutta la Lombardia, ma sarà sconfitto dalla reazione guelfa (1266).
1261: Caduta dell’Impero latino d’Oriente.
1262: Urbano VI offre la corona di Sicilia a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, Luigi IX.
1266: Carlo d’Angiò è incoronato re di Sicilia a Roma; poche settimane dopo Manfredi viene sconfitto e ucciso a Benevento. Riscossa delle parti guelfe in tutta Italia.
1267-1268: effimera ripresa del partito ghibellino.
1274: Rodolfo I d’Absburgo, imperatore, cede al Papa l’Esarcato, la marca d’Ancona e il ducato di Spoleto.
1282: rivolta del Vespro di Sicilia contro il dominio angioino: Pietro d’Aragona è a capo degli insorti, comincia la guerra del Vespro.
1284: Pisa è sconfitta da Genova nello scontro navale della Meloria ed è costretta a cedere il controllo della Corsica e della Sardegna ai genovesi.

 

9. Bonifacio VIII. Dante.Sede papale ad Avignone. Petrarca. Comuni e signorìe italiane. La sede papale torna a Roma. Lo scisma d’Occidente

1294: è eletto papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani).
1302: con la bolla Unam Sanctam (Storia d’Italia testo 12.) Bonifacio VIII riafferma la supremazia del papato sul potere temporale, Filippo IV il Bello re di Francia la fa bruciare. Fine della „guerra del Vespro”: la Sicilia passa agli Aragonesi.
1303: Filippo il Bello cattura ad Anagni il pontefice, che muore poco tempo dopo.
1305: sale al soglio pontificio il francese Bertrand de Got col nome di Clemente V: la sede pontificia viene trasferita da Roma ad Avignone (1309).
1307: intorno a questa data Dante inizia a comporre la Comedìa (detta poi Divina Commedia).
1310: Enrico VII di Lussemburgo, re di Germania, scende in Italia: ripresa del partito ghibellino; viene incoronato imperatore a Roma (1312) e si prepara alla guerra contro il regno di Napoli (angioini), ma muore. I guelfi, sostenuti da Roberto d’Angiò re di Napoli, si rafforzano in tutti i comuni italiani.
1311:  a Milano si instaura la dinastia dei Visconti.
1324: Marsilio da Padova termina il Defensor pacis.
1327-1329: Ludovico il bavaro è eletto imperatore a Roma da un movimento antiangioino, ma poi abbandona l’Italia.
1335: Petrarca inizia la raccolta dei Rerum vulgarium fragmenta (Canzoniere).
1343: muore Roberto d’Angiò, segue una crisi dinastica nel Regno di Napoli. Gli succede Giovanna I (moglie di Andrea, fratello di Luigi il Grande re d’Ungheria).
1347: a Roma Cola di Rienzo instaura un governo democratico: nel 1354 muore durante una sommossa popolare.
1348: la più grande epidemia di peste del secolo si diffonde in tutta Europa con un tasso di mortalità altissimo e una conseguente pesantissima crisi economica.
1345: il mancato pagamento dei debiti da parte del re d’Inghilterra Edoardo III porta alla bancarotta le famiglie fiorentine Bardi e Peruzzi.
1350: Boccaccio comincia la composizione del Decameron.
1351-1355:       prima guerra tra Genova e Venezia.
1352: guerra tra Luigi il Grande d’Ungheria e Giovanna I per la successione al regno di Napoli: la guerra si conclude in un nulla di fatto.
1354: i turchi ottomani invadono la penisola balcanica.
1356: Carlo IV di Lussemburgo promulga a Metz la „Bolla d’oro”, che regola l’elezione imperiale, e la „Bolla Carolina” (1359) che promette protezione imperiale al clero.
1357: il cardinale Egidio di Albornoz emana le „costituzioni egidiane”, con le quali consolida il governo unitario dei territori della Santa Sede (Patrimonio di S. Pietro).
1367: papa Urbano V rientra a Roma (grazie anche alle pressioni di Petrarca), ma dopo tre anni, su pressione dei cardinali francesi, ritorna ad Avignone.
1376: guerra tra Firenze (cui si alleano numerosi comuni del Patrimonio di S. Pietro) e la Chiesa (Gregorio XI). Firenze riceve la scomunica.
1377  Gregorio XI riporta la sede papale definitivamente a Roma (in questa scelta ebbero un ruolo anche le preghiere rivoltegli da Caterina da Siena). L’esercito mercenario dei Bretoni compie la strage di Cesena.
1378: Inizia la Scisma d’Occidente: al papa Urbano VI, i cardinali francesi oppongono Clemente VII (antipapa). Lo scisma si concluderà nel 1417 con l’elezione di Martino V. Tumulto dei Ciompi a Firenze (Storia d’Italia testo 13.): la città è retta da un governo popolare fino al 1382.
1378-1381: seconda guerra tra Genova e Venezia (guerra di Chioggia): preoccupati dell’espansione marittima veneziana, si alleano con Genova il re d’Ungheria, il duca d’Austria, e Padova. Con la pace di Torino, Venezia rinuncia all’ulteriore espansione marittima.
1381: Carlo III d’Angiò Durazzo si impradonisce del Regno di Napoli e fa uccidere Giovanna I. Carlo III regna fino al 1386 (per un anno, nel 1385, è anche re d’Ungheria).
1386:   muore Carlo III e il regno di Napoli passa a Ladislao d’Angiò (fino al 1414).
1390-1392:      prima guerra tra Milano (Gian Galeazzo Visconti) e Firenze: alleati di Milano sono Mantova (Gonzaga), Ferrara (Este), Siena; alleata di Firenze è Bologna.
1395: Gian Galeazzo Visconti ottiene il titolo di duca di Milano dall’Imperatore Venceslao di Lussemburgo.
1396: il comune di Firenze, su iniziativa di Coluccio Salutati, chiama il bizantino Emanuele Crisolora a insegnare il greco a Firenze: è il ritorno dello studio del greco in Occidente.
1402: massima espansione del Ducato di Milano: in Lombardia (Lodi, Cremona, Bergamo, Pavia, Como), Piemonte (Vercelli, Novara Alessandria), Emilia (Parma, Piacenza, Bologna), Toscana (Lucca, Pisa, Siena) e Umbria (Perugia, Spoleto, Assisi).
1398-1402:      seconda guerra tra Milano (Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano) e Firenze: dopo aver conquistato quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, Gian Galeazzo muore alle porte di Firenze assediata (1402): crollo del dominio visconteo.

Governi delle principali città dell’Italia centro-settentrionale nel XIV secolo.
Signorìe: Visconti a Milano; Della Scala (scàligeri) a Verona (dal 1387 ai Visconti); Gonzaga a Mantova; da Carrara (carraresi) a Padova (dal 1405 alla Repubblica di Venezia); Este (estensi) a Ferrara; da Polenta a Ravenna; Malatesti (o Malatesta) a Rimini, Cesena e Pesaro; Montefeltro a Urbino; Gambacorti e un Consiglio di Anziani a Pisa (nel 1406 è conquistata da Firenze).
Dogati (governo di un doge e di un consiglio/senato): Genova, Repubblica di Venezia.
Comune e Popolo: Ancona (repubblica libera sotto protezione del papa), Bologna, Firenze, Lucca (fino al 1400, poi signorìa di Paolo Guinigi), Perugia (1370-1375 e 1392-1393 sotto il governo dei papi; dal 1393 signorìa di Biordo Michelotti), Siena.

 

 

10. Conflitti e successioni nel Regno di Napoli. Concili della Chiesa. Umanesimo. La pace di Lodi

1405: Venezia comincia a espandersi sulla terraferma e conquista Padova e Verona; seguiranno Brescia (1425) e Bergamo (1428).
1410: Sigismondo di Lussemburgo, re d’Ungheria (fratello di Venceslao), è eletto imperatore (re di Germania e re dei romani; incoronato a Roma nel 1433). Nel 1413 muove guerra ai veneziani; nel 1414 compie una spedizione infelice in Lombardia.
1414: Giovanni XXIII convoca il Concilio di Costanza (durerà fino al 1418).
1414: muore Ladislao, Giovanna II è regina di Napoli (fino al 1435).
1431-1443:       Papa Eugenio IV apre (a Basilea) il Concilio di Ferrara-Firenze.
1434: a Firenze Cosimo de’ Medici si impadronisce del potere.
1435: muore Giovanna II senza discendenti: si apre la crisi nel regno di Napoli.
1442: dopo la crisi succeduta alla morte di Giovanna II regina di Napoli (1435), Alfonso d’Aragona (detto il Magnanimo), re di Aragona e di Sicilia, sconfigge Renato d’Angiò ed è il nuovo re (con l’aiuto di Firenze, Venezia e di Filippo Maria Visconti, duca di Milano).
1453: Costantinopoli è presa dai turchi ottomani: fine dell’Impero romano d’Oriente.
1454: La Pace di Lodi mette fine a mezzo secolo di lotte per l’egemonia in Italia, inaugurando una fase di equilibrio. La Storia d’Italia di Francesco Guicciardini (Storia d’Italia testo 15.)

1375-1450:      sviluppo dell’Umanesimo a partire dagli insegnamenti di Francesco Petrarca (principali protagonisti: Coluccio Salutati, Leonardo Bruni, Pietro Paolo Vergerio, Francesco Barbaro, Poggio Bracciolini, Guarino Veronese, Giannozzo Manetti, Francesco Filelfo, Lorenzo Valla, Leon Battista Alberti: Storia d’Italia testo 14.)

 

11. Un periodo di stabilitá. I turchi ottomani alle porte d’Italia

1456: i Turchi ottomani conquistano Costantinopoli e invadono la Grecia.
1458: muore papa Callisto III e viene eletto Enea Silvio Piccolomini (Pio II). Muore Alfonso d’Aragona, gli succedono il figlio Ferdinando (Napoli) e Giovanni II (Sardegna e Aragona).
1463: Pio II bandisce una crociata contro i Turchi, cui aderisce soltanto Venezia. Muore a Firenze Cosimo de’ Medici.
1464: muore Pio II, è eletto Pietro Barbo col nome di Paolo II.
1466: muore a Milano Francesco Sforza, gli succede Galeazzo Maria (iniziano i lavori di costruzione del Castello Sforzesco).
1469: Trieste passa sotto il dominio dell’Austria. A Firenze muore Cosimo de’ Medici, gli succedono Giulio e Lorenzo de’ Medici.
1471: muore Paolo II, è eletto Francesco della Rovere col nome di Sisto IV (Cappella Sistina e Museo Capitolino).
1476: Galeazzo Maria Sforza è assassinato (congiura di Olgiati, Lampugnani e Visconti). Gian Galeazzo Sforza è il successore sotto reggenza di Bona di Savoia. Ludovico il Moro rientra a Milano.
1477: si susseguono le incursioni dei Turchi nel Friuli.
1478: congiura dei Pazzi a Firenze: viene ucciso Giulio de’ Medici.
1480-1481        : Guerra d’Otranto: i Turchi conquistano Otranto e compiono scorrerie sulla costa pugliese, vengono poi sconfitti da Ferrante d’Aragona.
1484: muore papa Sisto IV, gli succede Innocenzo VIII.
1485-1487:      a Napoli “Congiura dei baroni” (ciioè delle grandi famiglie feudali) contro re Ferrante d’Aragona.
1489:   Innocenzo VIII scomunica Ferdinando e lo dichiara decaduto da re di Napoli.
1491:    Ludovico il Moro si allea con il re di Francia.

* La conoscenza dei nomi, dei concetti o dei fatti sottolineati è ritenuta indispensabile ai fini dell’esame. I testi in grassetto sono quelli contenuti in Storia d’Italia. Fonti e documenti. Antologia di documenti storici, a cura di Maria Bruna Romito e Gábor Hajnoczi, Piliscsaba, 2001.

 

Pázmány Péter Katolikus Egyetem
Olasz tanszék

Storia d’Italia I.

Armando Nuzzo

Fonte: olasz.btk.ppke.hu/

 

 

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    Normanni tutto di tutto

 

Eboli e il suo territorio
Eboli rappresenta un importante centro della Campania meridionale. La città, in provincia di Salerno, con un'estensione di circa 138 kmq e con una popolazione di circa 35.000 abitanti, è posta a 145 mt sul livello del mare. È collocata in un felice contesto territoriale, precisamente ai piedi dei Monti Picentini, con la costa, bagnata dalle acque del Tirreno, e l'entroterra nella Piana del Sele.
E' caratterizzata da due zone: la prima, per lo più pianeggiante, ha favorito lo sviluppo della città nuova che si è estesa per la maggior parte del territorio fino alla costa tirrenica. Nella seconda, in collina, si impone il centro storico, dove si trovano i luoghi di maggiore interesse, costituito da un nucleo medievale ricco di tesori d'arte, monumenti e chiese tra cui spiccano il Castello Colonna e la chiesa di San Pietro alli Marmi, basilica normanna annessa al convento dei Cappuccini.
Il clima perennemente mite, le dolci colline ricche di storia, una natura incontaminata e suggestivi corsi d'acqua, nonché una pianura ricca e fertile in cui si producono pregiati prodotti alimentari (mozzarelle di bufala, carciofi, fragole, etc.), ne hanno fatto da sempre un luogo di richiamo per le popolazioni limitrofe.
Per la sua particolare posizione geografica, l'accesso a Eboli è favorito dalla presenza dello svincolo autostradale con uscita Eboli sulla A3 (SA-RC), dalla stazione ferroviaria e dalla SS. 19 che la attraversa in tutta la sua lunghezza. Inoltre, da essa sono facilmente raggiungibili altre zone di interesse turistico come: il Parco di Vallo di Diano e del Cilento, Paestum, etc.
Al nome della città è legata una celebre opera della letteratura italiana, il romanzo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, famoso in tutto il mondo.
Le Origini
Risulta difficile stabilire con precisione l'epoca della fondazione dell'antica Ebura o Eburi, dato che non esistono fonti storiche a riguardo. Quel che è certo è che la città è antichissima e che la sua fondazione, come quella di altre città antiche, rimane avvolta nella leggenda.
Un'origine relativamente recente di Eboli è, del resto, smentita dagli stessi scavi archeologici effettuati nella zona e dal continuo affiorare nel suo territorio di tombe appartenenti al periodo greco o con caratteristiche etrusche e lucane.
Più di un mito la fa risalire all'età eroica greca. Altri, invece, la fanno risalire a Ebalo, figlio di Telone, re di Capri, e della ninfa Sebetide, che avrebbe esteso i confini del suo regno fino al fiume Sele e fondato la città di Eboli, dandole il suo nome.
Secondo alcuni scrittori, furono invece gli Etruschi a fondare la città, quando invasero le terre della Campania. Altri ne danno la paternità ai Greci, fondatori di innumerevoli colonie nell'Italia meridionale. Altri ancora ritengono che il primo nucleo abitato di Eboli fosse costituito da popoli appartenenti al sostrato mediterraneo presente nella zona prima della colonizzazione greca, in particolare, la dicono edificata dai Pelasgi, o dagli Eburini, o dai Picentini.
Uno dei due popoli, etrusco o greco, fu quasi certamente il fondatore di Eboli, forse a partire da un ridotto nucleo abitato costituito da genti autoctone.
Più importante che cercare di scoprire, attraverso i miti e le ipotesi contraddittorie che inevitabilmente si scontrano con la mancanza di dati storici, quale sia stato il momento esatto della fondazione di Eboli, sarà forse tentare di seguire quelle che possono essere state la sua evoluzione e le sue vicende, basandoci su quanto di certo, o presumibilmente tale, la storia ci offre.
Gli albori della storia
Sporadici ritrovamenti nel territorio stanno ad attestare arcaiche frequentazioni umane in periodi largamente anteriori al 3000 a.C.
La prima presenza umana documentata sul territorio risale al periodo eneolitico o calcolitico (o età del rame), testimoniata dal ritrovamento di tombe collettive della cosiddetta civiltà del Gaudo (2500 – 1800 a.C.) in località Madonna della Catena, nei pressi dell'attuale cimitero.
Tracce di un primo insediamento stanziale risalgono al 1200 a.C. circa, con l'occupazione della collina oggi detta di San Giuseppe o Montedoro, dove gli scavi hanno messo in luce frammenti di ceramica che documentano l'esistenza di rapporti col mondo greco, probabilmente attraverso l'approdo fluviale alla foce del Sele.
Le similitudini culturali riscontrate con popolazioni Egeo-Anatoliche, ha fatto pensare a un loro approdo nelle nostre aree. È storicamente accertato, infatti, che verso la fine dell'VIII secolo a.C. i Greci si fermarono stabilmente sulle coste della Campania, e pertanto nella zona. Erano mercanti in cerca di nuovi sbocchi commerciali e contadini desiderosi di raggiungere terre fertili. Anche le lotte politiche in Grecia contribuirono all'esodo delle popolazioni greche, in cerca di asilo, verso la penisola. Nel nuovo territorio esse trovarono pacifiche popolazioni ivi insediate in epoche remote, le quali non si opposero ai nuovi venuti, ma anzi si fusero con queste.
Quali fossero, in realtà, tali popolazioni autoctone è difficile da stabilire. Probabilmente si trattava di popoli appartenenti al sostrato mediterraneo, indicato dagli storici, di volta in volta, in maniera contraddicente, ora nei Pelasgi, ora negli Osci o Opici, negli Eburini, o nei Picentini. La fondazione di Eboli, pertanto si potrebbe far risalire a tali popoli primitivi. A prova di ciò si rinvennero iscrizioni di carattere Osci sulla collina di Montedoro, ma è anche vero che non mancano testimonianze di sepolcri greci sotto quelli di epoca pre-romana. Infatti, sebbene alcuni storici propendano per un'origine etrusca della città, il carattere prevalentemente greco delle tombe scoperte nel territorio fa piuttosto pensare che siano stati proprio costoro a edificarla. Oltre che discreto centro commerciale, l'antica Eburi sarebbe stata anche un fortilizio, atto a proteggere i confini della Magna Grecia dall'avanzata etrusca verso il Sud della penisola.
Quasi contemporaneamente ai Greci, gli Etruschi, nella loro avanzata verso il Sud d'Italia, s'insediarono nella penisola protesa sul mare tra il golfo di Napoli e quello di Salerno. Lentamente essi estesero la loro conquista ad altre terre e giunsero presso la sponda destra del fiume Sele. Durante la loro avanzata nella Piana avrebbero anche dato il nome al fiume Tusciano.
Nel corso del VII secolo a.C. tutta la regione compresa tra il Vesuvio e il Sele era sotto il dominio etrusco, mentre quella che si estendeva a Sud del Sele rimaneva sotto il dominio greco.
La presenza degli Etruschi nella nostra pianura, ora denominata Eboli o Pesto, si protrasse per ben quattro secoli, dando vita ad un'intensa vita di traffici, favorita com'era dallo sbocco verso il mare. Fu proprio in questa pianura che, con lo scambio dei commerci, si incontrarono le due civiltà.
La ricchezza della Piana del Sele e la sua fertilità ben presto attirarono l'attenzione del popolo che abitava l'entroterra: i Lucani. Pastori per elezione, i Lucani ben presto sentirono il bisogno di possedere i pascoli di pianura per nutrire le loro greggi durante i periodi invernali. Agli inizi del IV secolo a.C. scesero dai monti. Il baluardo che i Greci avevano presumibilmente costituito ad Ebora non dovette reggere all'urto e i Lucani, nonostante la resistenza dei Greci, potettero insediarsi nella pianura del Sele. Presumibilmente la città mantenne il suo carattere di centro commerciale e fortificazione, espandendosi con i suoi nuovi abitanti. Tuttavia, il dominio dei Lucani sarà relativamente breve in quanto l'inarrestabile avanzata di Roma si volgerà ben presto verso la Campania e finirà col fare di Eboli una città romana.
Eburum Eboli

Tra il IV e il III secolo a.C., un antico popolo italico di origine composita che viveva nell'Appennino meridionale, precisamente i Sanniti, intraprese una serie di guerre contro Roma – le cosiddette guerre sannitiche (343 – 290 a.C.) – per il controllo del territorio campano e ciò diede il via alla penetrazione dei Romani nel Meridione d'Italia, con il consolidarsi del loro dominio all'indomani della sconfitta dei Sanniti.
Nulla si sa di certo  delle relazioni tra la nostra città e Roma durante i primi secoli di dominazione romana, ma tutto fa credere che tra esse sia esistito un vincolo ininterrotto di amicizia ed alleanza. Ad attestare la presenza dei Romani presso Eboli, la scoperta di alcune tombe risalenti al III e II secolo a.C.. Con il loro avvento e la costruzione della via Popilia, che congiungeva Capua a Regium (Reggio Calabria), proseguendo la via Appia, Eboli diventa un fiorente centro artigiano-commerciale a cui viene riconosciuto il titolo di 'Municipium'. Esiste ancora il piedistallo di una statua equestre (la cosiddetta 'Lapide Eburina'), risalente all'impero di Commodo (183 d.C.), dedicata al Console Tito Flavio Silvano della Tribù Fabia, recante un'iscrizione attestante le buone relazioni esistenti tra Roma e quella che con l'avvento dei Romani era stata chiamata non più Eburi o Ebura, ma Eburum.
Con i Romani, l'abitato scende dalla collina di Montedoro, sede dell'antico insediamento, e si stabilisce sulle colline dei SS. Cosma e Damiano, di S. Antonio e, forse, sul sito del centro storico medievale dov'è stato scoperto un tratto di strada e un intero quartiere artigianale romano con due fornaci molto ben conservate, ancora attive in età imperiale.

L’età medievale
Nebuloso e pieno di incertezze è il periodo che segue la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, nel V secolo d.C.. In quell'epoca, la città subì gravi danni ad opera delle orde barbariche, che andavano distruggendo e saccheggiando l'Italia nella loro travolgente avanzata. Tuttavia, ben più ingenti distruzioni subì Eboli in seguito alle scorribande dei Saraceni nel IX e X secolo. La crisi economica che ne seguì si accompagnò ad un forte calo demografico e la piana bassa del Sele non più curata, s'impaludò.
Col tempo la popolazione reagì alla crisi tendendo a concentrarsi in un luogo appartato rispetto alle vie di comunicazione, infatti rimase per tutto l'alto medioevo un locus Ebuli in località Santa Tecchia, che entrò a far parte del territorio dei Longobardi (popolazione germanica che dominò la penisola italiana dalla metà del VI alla fine dell'VIII secolo), precisamente del Principato Longobardo di Benevento.
I principi longobardi per vivere al sicuro da ogni attacco e insidia, stabilirono la loro sede su alture a volte inaccessibili, fortificandole. Sorsero così i primi castelli medioevali e si andò formando la potenza feudale dell'Italia Meridionale. Fra i castelli più muniti del Salernitano è da annoverare quello di Eboli, sorto tra il VIII e il IX secolo.
Attorno al fortilizio, probabilmente, si insediò a poco a poco la popolazione. Si formò così il primo nucleo dell'Eboli medioevale. Il primo signore di Eboli, di stirpe longobarda, di cui si conosca il nome è una donna: Urania. Successivamente, Eboli passò sotto il dominio normanno.
I Normanni o Vichinghi, erano popoli scandinavi protagonisti di ripetute scorrerie e di ampi movimenti migratori tra il IX e il XII secolo. Alcuni condottieri normanni, si posero al servizio dei duchi longobardi di Napoli e principi di Capua, dai quali ebbero per i loro servigi dei feudi, e dal papa, con intraprendenza e astuzia, i ducati di Puglia e Calabria e il regno di Sicilia, unificando l'Italia meridionale.
Probabilmente, proprio sul luogo dove sorgeva il fortilizio longobardo, i Normanni costruirono un castello, che divenne la residenza del Signore di Eboli.
Sotto questa denominazione la cittadina conobbe un periodo di prosperità che condusse, tra l'XI e il XII secolo, ad un notevole sviluppo urbano: il piccolo borgo si trasformò in prospera città. I Normanni finirono per mescolarsi alla popolazione locale, lasciandovi un'impronta profonda sia nell'organizzazione sociale sia nella cultura.
Successivamente, Eboli acquistò notevole importanza politica specie nelle lotte dinastiche fra Svevi e Normanni. Fino a quando, sotto il regno dello svevo-normanno Federico II (1194-1250, re di Germania, imperatore del Sacro romano impero, re di Sicilia), Eboli venne inserita nel Regio Demanio. Il sovrano svevo predilesse la cittadina, avendo riservato per sé alcune difese della vasta Piana di Eboli ricche di ogni specie di selvaggina. Si sa che spesso si portava in tale difese per la caccia imperiale e non è da escludere che durante tali battute di caccia abbia soggiornato nel castello della città.
Eboli intanto cresceva d'estensione e d'importanza, come pure diversi Ebolitani emersero nelle scienze, nelle cariche pubbliche e nelle arti, tra cui Pietro da Eboli (XII secolo), il cantore della Casa Sveva, e Marino da Eboli (XIII secolo), arcivescovo di Capua.
L’età moderna - contemporanea
Durante la successiva dominazione Angioina (XIII-XV secolo) e Aragonese (XV-XVIII secolo) la cittadina visse un periodo di grande splendore, infatti il centro abitato si arricchì con case e palazzi di pregevole fattura e il clero con la piccola nobiltà favorirono un ulteriore espansione dell'edilizia sacra e di opere d'arte.
Agli inizi del XVI secolo, ebbe inizio la dominazione spagnola e la situazione civile ed economica del regno di Napoli precipitò ulteriormente. Anche per Eboli questa dominazione è stata apportatrice di lutti e di gravi danni economici. Fra l'altro nella prima metà del XVI secolo ebbero inizio le dispendiose lotte legali sostenute dal comune contro feudatari e privati cittadini che miravano a impadronirsi con la frode delle vaste terre demaniali. Questa lotta durò per ben tre secoli!
Altra fonte di preoccupazione del comune erano le frequenti incursioni dei pirati lungo le coste del Napoletano. Proprio nel corso del XVI secolo il viceré di Napoli ordinò la costruzione delle torri marittime per l'avvistamento delle navi nemiche. La torre destinata a segnalare alla nostra città eventuali arrivi di navi pirate prese il nome di 'torre al Tusciano', per essere stata costruita nei pressi dell'omonimo fiume, a cui se ne affiancarono delle altre.
Il feudo, durante la dominazione spagnola, venne assegnato da Filippo II (1527-1598), re di Spagna, come sede di principato da assegnare al suo segretario di Stato Ruy Gomes de Silva (1517-1573), che prese il titolo di principe di Eboli. Questo episodio, che può sembrare marginale proietta Eboli in una dimensione internazionale, attraverso la moglie di Ruy Gomez, Anna Mendoza y de la Cerda (1540-1592) che, nota come la principessa di Eboli, passa alla storia per una serie di eventi che ancora oggi trovano eco nei dibattiti storiografici e nella produzione letteraria.
Il lungo periodo spagnolo, segnato da crisi demografiche ed economiche causate dalla peste e dal banditismo e sfociato nella rivolta antispagnola guidata a Napoli da Masaniello (1620-1647), ebbe a Eboli delle conseguenze, a tal proposito è da menzionare l'eccidio dei 13 nobili, particolarmente odiati dal popolo ebolitano, nel luogo oggi noto come 'Arco dei tredici'(1647).
Terminata la dominazione spagnola nel corso del XVIII secolo, durante la quale il regno di Napoli si era immiserito, ebbe inizio un periodo di prosperità.
A primi dell'800 Eboli, comune di prima classe, contava circa 4.000 abitanti e si presentava come una ridente cittadella fortificata con 5 porte.
Con l'invasione delle armate francesi del regno di Napoli (1806-1815), ebbe fine l'istituto della 'feudalità', e Marcantonio Doria, ultimo Signore di Eboli, perse con tale eversione il titolo feudatario. Tuttavia, il potere baronale sostituitosi a quello feudale, causò un blocco dello sviluppo economico della città in quanto il disinteresse mostrato dal governo borbonico fece sì che molte terre del territorio costiero non fossero più coltivate con conseguente avanzamento dell'acquitrino malarico.
Solo con l'unità d'Italia (1861) si affrontarono seriamente i problemi più gravi che l'eredità del regime borbonico aveva lasciato, cercando di far rifiorire l'agricoltura e il commercio. A tale scopo si fondò ad Eboli una scuola pratica di agricoltura che contribuì notevolmente al miglioramento della produzione agricola locale. Una sostanziale ripresa economica fu raggiunta all'inizio del nostro secolo grazie ai lavori di bonifica.
Gli eventi bellici, ed in particolare i bombardamenti del 1943, causarono distruzioni per l'80% del centro abitato. Il difficile momento postbellico fu superato dagli ebolitani con la ricostruzione del paese e con la riforma agraria; furono poste le premesse per un rinnovamento sociale ed economico che avrebbe determinato il rifiorire delle attività agricole di Eboli e di tutta la piana del Sele.
Con il sisma del 1980, il centro storico è stato nuovamente provato e, quindi, in parte abbandonato dagli abitanti. Lo sviluppo della cittadina si è così evoluto verso valle con l'incremento delle zone limitrofe.
Il 15 giugno 1999 Eboli è stata elevata a città.

 

Fonte: www.poliscomuneamico.net/

 

 

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Breve storia di Napoli e presenza normanna a Napoli

Partenope

Le opinioni degli studiosi sulla storia di Napoli sono varie e si perdono nella notte dei tempi. Fonti antiche sono Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.), Lutazio Catulo (150-87 a.C.) e Strabone (62 a.C. – 19 d.C.), i primi due latini, il terzo greco. A dare attendibilità agli antichi racconti circa la nascita della città, sono stati i più recenti scavi archeologici che hanno consentito di ricostruire, con una certa approssimazione, le fasi salienti di fondazione del primo nucleo abitativo della futura Napoli.
Prima della nascita della vera città sul territorio attualmente occupato da Napoli vivevano popolazioni primitive. La prima popolazione che espresse un principio di civiltà furono gli Opici, che non costruirono altro che dei villaggi rurali.
Intanto i Calcidesi dell’isola di Eubea e gli abitanti di Eretria si insediavano nell’isola di Pithecusa (Ischia) intorno al 750 a.C.. Siamo nell’ambito di qual vasto flusso migratorio greco, noto come Seconda Colonizzazione, che ebbe come meta anche le coste dell’Italia meridionale.
Qualche anno più tardi un gruppo di Calcidesi fondò la città di Cuma, non distante dalla potente città etrusca di Capua. La politica espansionistica portò i Cumani ad approdare ai piedi del promontorio di monte Echia (attuale Pizzofalcone) sul quale sarà costruita Partenope (VII sec. a.C.), la prima delle due città greche fondate sull’attuale territorio dell’odierna città. Non è da escludere uno scontro coi Teleboi, una popolazione greca proveniente dalla Tessaglia precedentemente insediatasi nell’isolotto di Megaride, sul quale attualmente sorge il Castel dell’Ovo. Il nome del primo insediamento urbano è quello di una sirena che, secondo una leggenda, sarebbe sepolta sulla piccola isola. Partenope ebbe il suo massimo sviluppo nel secolo compreso tra il 650 e il 550 a.C.. Dopo, un misterioso declino di cui ancora non si conoscono le cause precise. Un’ipotesi abbastanza attendibile sarebbe quella che vorrebbe l’antica città vittima delle rivalità tra Etruschi e Cumani. Solo quando, nel 474 a.C., questi ultimi sconfissero gli storici avversari, poterono finalmente dedicarsi alla fondazione di una nuova e più fiorente città: Neapolis.
Il promontorio di monte Echia, sul quale sorgeva l’antica Partenope, era circondato per tre parti dal mare e dunque in una posizione strategica ai fini della difesa. Ad Ovest c’era una vasta spiaggia (l’attuale riviera di Chiaia); ad Est un vallone (attuale via Chiaia) oltre il quale, su un altura, sorgeva la necropoli (attuale via Nicotera); a Sud si apriva un’ampia insenatura, oggi occupata dall’odierna piazza Plebiscito. 

Neapolis

 

La fondazione di Neapolis ad opera dei Cumani avvenne nel 470 a.C.. Il suo nome significa appunto “città nuova” e serve a distinguerla dalla più antica Palaepolis (città vecchia), cioè la primitiva Partenope.
La sconfitta etrusca del 474 a.C. aveva reso i Cumani padroni incontrastati dell’area. Alleati della potente città di Siracusa che, negli stessi anni aveva occupato l’isola di Pithecusa (Ischia), essi iniziarono una vasta espansione commerciale nel Mediterraneo affidata ad una fiorente flotta mercantile. I Cumani di Neapolis ebbero scambi con le principali colonie greche dell’Italia meridionale (Magna Grecia): Pithecusa, Siracusa, Velia, Taranto. I ritrovamenti archeologici di ceramiche e monete provenienti dall’Attica dimostrano che la città commerciò con la stessa Atene, all’epoca (V sec. a.C., l’età di Pericle) la più fiorente e sviluppata delle città greche. La sua potenza ebbe risvolti espansionistici, se è vero che, nel corso del secolo, riuscì a strappare ai Siracusani le isole di Capri e Ischia. Non di minore importanza furono i rapporti commerciali con le popolazioni dell’entroterra campano, Oschi e Sanniti, dalle quali essa acquistava i prodotti agricoli.
Su questo versante il V secolo segna l’ascesa dei Sanniti che, approfittando del declino etrusco, guadagnano terreno nella pianura campana, spostandosi a piccoli gruppi dall’Appennino. Essi ben si prestavano, in un primo momento, a fornire manodopera agricola ai signori di Capua o soldati mercenari al tiranno di Cuma. Sullo scorcio del secolo si impadronirono di Capua, Nola, Dicearchia (l’odierna Pozzuoli), Cuma, Nocera inferiore e Pompei. Neapolis, povera di terreni coltivabili e di pascoli e dunque poco appetibile, era completamente circondata da popolazioni sannitiche. Non poté fare altro che aprire loro le porte. La lenta penetrazione sannitica modificò la composizione etnica della città. I rozzi Sanniti si fusero ben presto con gli originari Cumani, ma non ne alterarono gli usi e i costumi. Si trattò dunque di un assorbimento più che di una colonizzazione. Ecco perché la città continuò a mantenere il suo volto greco, quello che conobbero i Romani che la sottomisero nel 326 a.C..
L’identità greca è riconoscibile dall’impianto urbanistico. Sorta in una zona più interna dell’antica Partenope, era limitata, ad Occidente, dalle colline del Vomero e di Capodimonte. Dalle due alture muovevano verso la pianura piccoli corsi d’acqua a carattere torrentizio i cui alvei corrispondono alle attuali strade del Petraio, di S. Teresa di Salvator Rosa e del Cavone. Questi torrenti confluivano nei valloni oggi ricoperti da Via Pessina e Via Costantinopoli. Le acque provenienti dagli alvei dei Vergini e della Stella confluivano nel vallone di Via Foria; di qui trovavano la via del mare lungo Via Cirillo e Corso Garibildi.
Alcune fonti vorrebbero la città situata tra due fiumi, il Rubeolo ad Est e il Sebeto ad Ovest. In altre fonti la dislocazione dei due fiumi appare invertita. Le antiche paludi presenti nell’area orientale della città sarebbero state originate dallo straripamento frequente del Sebeto e di torrenti affluenti. Al Corso Arnaldo Lucci attualmente sorge la chiesa di S. Anna alle Paludi, da cui prende il nome l’intero insediamento urbano di epoca recente. La chiesa e il quartiere portano nel nome la memoria degli antichi acquitrini.
L’impianto urbanistico di Neapolis ricalca quello di altre città greche: l’acropoli, l’agorà, il reticolo ortogonale del tracciato viario. Nella fattispecie Neapolis era incassata tra due vie parallele (i decumani) orientate in direzione nord-sud. Quella più a monte coincide con i tracciati delle attuali Vie Sapienza, Pisanelli, Anticaglia e SS. Apostoli. A sud, verso il mare, era il secondo decumano, quello coincidente con le attuali vie S. Biagio dei Librai e Vicaria Vecchia. Questo secondo tracciato è oggi noto come “Spaccanapoli”. Il decumano maggiore, quello centrale, è ancora riconoscibile nel rettilineo dell’attuale Via Tribunale. Le tre arterie erano ortogonali a vie più stette dette “cardini”.  Questi, chiamati “vici” durante il Medioevo, sono gli attuali vicoli del centro storico. Decumani e cardini delimitavano le “insulae”, complessi di costruzioni destinate ad uso pubblico o civile.
L’acropoli sorgeva nella zona nord-occidentale, in quell’area oggi conosciuta come S. Aniello a Caponapoli. L’agorà era nell’area oggi occupata da Piazza S. Gaetano.

Napoli romana

L’espansione romana del IV secolo a.C. trova in Campania un tenace avversario: il popolo dei Sanniti, parte dei quali da tempo penetrato, sia pure pacificamente, in città. Le cosiddette guerre sannitiche (343-295 a.C.) ebbero come posta in gioco anche Neapolis. La data del conflitto è il 326 a.C., ma già nei decenni precedenti era stata avanzata, da Roma, una proposta di alleanza in funzione antisannitica. L’etnia greca era favorevole all’intesa, ma ad opporsi con decisione era quella sannita, ormai parte attiva nella vita politica della polis. Nel decidere per lo scontro armato fu decisiva la volontà di questi ultimi che, forti di un contingente di 6.000 uomini, aspettarono inutilmente aiuti da Siracusa. La superiorità numerica (20.000 soldati) e tattica dell’esercito romano erano tali che, in meno di un mese, non solo Neapolis ma l’intera Campania furono assoggettate.
Il trattato di pace che seguì (foedus neapolitanum), non fu tuttavia svantaggioso. La città ebbe la condizione giuridica di “alleata”, mantenne cioè un’amministrazione autonoma e proprie magistrature. La federazione comportava forniture navali e militari in caso di guerra, una condizione accettabile che l’antica polis condivideva con altre alle quali veniva imposto il medesimo status. Ne derivarono, anzi, vantaggi per le attività produttive, soprattutto per quelle legate all’industria armatoriale, nella quale Roma non aveva alcuna esperienza.
Ciò spiega perché Neapolis rimase fedele a Roma quando, nel 90 a.C., scoppiò la “guerra sociale”. Ne derivò l’immediato riconoscimento del diritto di cittadinanza (lex Julia), che inseriva definitivamente la città nell’ordinamento politico romano. Da questo momento la storia di Napoli coincide con quella dell’Impero, divenendone uno dei tanti tasselli, anche se con l’originaria identità greca (nella lingua, negli usi, nei costumi) che i romani vollero ben preservare, se è vero che essi, segnatamente negli ambienti intellettuali, provarono sempre ammirazione e rispetto per la cultura greca. Napoli sarà completamente romanizzata solo in età volgare e non per deliberata volontà politica dei dominatori, ma per l’opera di proselitismo dei cristiani che, adoperando il latino come lingua di divulgazione della dottrina, ne favorirono di fatto la diffusione, a scapito dell’originario idioma greco.
In età imperiale la città perse molte delle sue attività produttive, a vantaggio di altri centri della Campania: Pozzuoli, Misero (dove fu dislocata la flotta) Ischia. La produzione agricola vide fiorire i centri dell’area vesuviana.   
L’area urbana conobbe invece lo sviluppo di quei settori che oggi potremmo definire terziari, a motivo della sua posizione geografica che la rese meta privilegiata di “villeggiatura” dei ricchi possidenti romani. Furono apprezzati le sue terme, i suoi teatri, il suo stadio, il suo ipoodromo, la sua chiassosa ma pacifica allegria, il suo clima, il suo mare. Di qui lo sviluppo di un’edilizia civile lussuosa costituita dalle ville (quelle di Lucullo, Pollio Felice, Vedio Pollione) prevalentemente edificate fuori della cerchia muraria, nella fascia costiera tra monte Echia e Posillipo.
Napoli fu dotata di un moderno acquedotto alimentato dal Serino. Tracce di questo antico acquedotto sono visibili ai cosiddetti “Ponti Rossi”, alle falde della collina di Capodimonte.

Napoli paleocristiana

La diffusione del Cristianesimo in città risale al II secolo d.C.. Esso vi fu presumibilmente introdotto da un gruppo di mercanti orientali.
La radicata presenza della filosofia greca dovette ostacolare non poco l’opera di proselitismo della nuova religione; tuttavia ben presto i napoletani accettarono la dottrina della Chiesa di Roma, anzi abbandonarono lentamente lingua, usi e costumi greci per assimilare definitivamente quelli latini.
A partire dal IV secolo la Chiesa cominciò ad ereditare beni immobiliari che, col passare del tempo, le avrebbero consentito l’edificazione di conventi e luoghi di culto. Le catacombe, nelle quali i primi cristiani celebravano i riti religiosi, risalgono a questo periodo. Si tratta di cunicoli sotterranei generati dall’estrazione delle pietre di tufo da costruzione. Alcuni di questi cunicoli erano già stati utilizzati come necropoli pagane.
Le catacombe di S. Gennaro erano luogo di culto fin dal I-II secolo; l’omonima basilica che vi sorse accanto è del V secolo. Se ne possono vedere i resti nel cortile dell’ospedale S. Gennaro. Del V secolo sono anche le catacombe di S. Gaudioso, visibili sotto la chiesa di S. Maria della Sanità.
La prima basilica cristiana è S. Restituta, edificata nel V secolo. Oggi questa basilica risulta inglobata nel Duomo di Napoli, di cui costituisce una delle cappelle laterali. La basilica della Stefania che le sorgeva vicino fu fatta edificare, alla fine del V secolo, dal vescovo Stefano I. Sembra che fosse riservata al culto di rito orientale. Fu abbattuta per far posto all’attuale Duomo.
Inglobato nella cappella di S. Restituta è anche il Battistero (S. Giovanni in Fonte) risalente al IV-V secolo.
Dello stesso periodo è la chiesa di S. Giorgio Maggiore in via Duomo. Dell’originario impianto resta l’abside. Dopo un incendio del 1640 fu rifatta in stile barocco da Cosimo Fanzago.
L’attuale chiesa di S. Pietro ad Aram al Corso Umberto accoglie una piccola basilica paleocristiana venuta alla luce nel 1930 in seguito ai lavori di restauro.  La basilica sorgeva a ridosso di un cimitero pagano, poi utilizzato dai cristiani, ancora visibile nella cripta della chiesa.
I recenti scavi sotto l’attuale S. Lorenzo Maggiore (piazza S. Gaetano) hanno portato alla luce il pavimento musivo di una basilica paleocristiana.
La decadenza di Napoli comincia, come per altre città italiane, con le invasioni barbariche. Le lussuose residenze della collina di Posillipo vengono abbandonate, così come molte terre del contado. La città conosce il primo consistente calo demografico dall’epoca della fondazione.

Napoli ducale

 

Caduta sotto la dominazione dei Goti nel V secolo, Napoli fu teatro di scontri tra questi e i Bizantini in quella che è passata alla storia come guerra greco-gotica (535-553), il conflitto voluto dall’imperatore Giustiniano (482-565) nell’ambito del suo vasto disegno di ricostruzione politica e spirituale dell’Impero romano. La guerra, violenta e sanguinosa, ebbe alterne vicende e si concluse nel 553 con la battaglia dei Monti Lattari che sancì la riconquista dell’Italia da parte dei Bizantini. Teia, successore di Totila e ultimo re ostrogoto d’Italia, vi trovò la morte. La città di Napoli finì nell’orbita di Costantinopoli.
Il dominio imperiale non fu mai diretto, ma esercitato sempre attraverso magistrati dipendenti, prima dall’”esarca” di Ravenna, poi dallo “stratega” di Sicilia. Napoli, almeno negli atti ufficiali e nei riti religiosi, ridivenne bilingue: greco e latino vi ebbero pari dignità.
Circondata dai domini longobardi (Benevento, Salerno) e costantemente minacciata da incursioni saracene, la città si dotò di una milizia propria per far fronte ai frequenti scontri coi bellicosi vicini e coi pirati.
A partire dal 661 il Duca, governatore militare di nomina imperiale, conquistò un’autonomia sempre maggiore, fino a trasformarsi in un vero sovrano.
Il Ducato di Napoli ebbe lunga vita e concluse la sua vicenda solo con l’avvento dei Normanni. Dal 661 al 1137 governarono la città 37 Duchi.
Lo spazio urbano fu ampliato, le strutture portuali, con ben due bacini, furono rimodernate e sviluppate. Nelle adiacenze dei due porti, il “Vulpulum” (Piazza Municipio) e il “de Arcina” (Immacolatella vecchia), sorse un fiorente artigianato nella falegnameria, nella concia delle pelli, nella cantieristica navale, nella fabbricazione di armi (spade), nell’industria del lino (quella dei celebri “fusari”). I nomi che le strade di quell’area ancora oggi conservano ricordano proprio l’industria napoletana di età ducale.
La città vantava due centri, uno politico-amministrativo, uno religioso. Il primo era sull’altura del Monterone (attuale S. Marcellino) ove aveva sede il Palazzo Ducale o “Pretorio”; il secondo aveva come riferimento la cattedrale, composta dalle due chiese di S. Restituta e della Stefania.
Nell’architettura sono rimaste ben poche testimonianze di quel periodo a motivo degli sventramenti operati, prima dai viceré spagnoli nel XVII secolo, poi dal Risanamento nel XIX secolo. Restano ben conservati la cappella S. Aspreno, oggi inglobata nel palazzo della Borsa (Piazza Bovio), e il campanile della Pietrasanta (Via Tribunali), unico esempio di architettura romanica a Napoli.

Il regno normanno

La presenza normanna a Napoli è legata alle ultime vicende del Ducato. Nel 1030 Sergio IV, duca di Napoli, concesse al condottiero normanno Rainolfo Drainot la signoria di Aversa, a cui si aggiunse, in seguito, quella di Gaeta. Si trattava della ricompensa pattuita per l’aiuto ottenuto nella guerra contro il principe longobardo Pandolfo IV, signore di Capua.
Aversa divenne ben presto un polo di attrazione per altri guerrieri normanni. Da qui partì la famiglia degli Altavilla (Hauteville) per conquistare l’Italia meridionale e fondare un regno destinato a sfidare i secoli.
Il capostipite era Tancredi, un condottiero che recava al seguito ben dieci figli, tutti addestrati alle armi. Uno di questi, Roberto, detto il “Giuscardo” (il furbo), conquistò Puglia e Calabria. Suo fratello Ruggero nel 1090 strappò la Sicilia agli Arabi. Nel 1130 il figlio di questi, Ruggero II, ricevette da papa Innocenzo II l’investitura del Regno di Sicilia. Il nuovo regno comprendeva Sicilia, Calabria, Puglia, Capitanata, Lucania, Campania e, dal 1140, Abruzzo. Napoli resistette agli assalti normanni fino al 1137, quando l’ultimo duca della città, Sergio VII, dovette cedere il posto a Ruggero II.
Con la capitale posta a Palermo, Napoli ebbe un ruolo marginale nelle vicende del regno normanno. Subì le conseguenze dell’accentramento amministrativo e burocratico voluto dai primi due sovrani, Ruggero II e Guglielmo I “il malo”. Maggiore autonomia le fu concessa dagli ultimi due re normanni, Guglielmo II “il buono” e Tancredi.
Nel 1186 Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, convolò a nozze con Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II e ultima discendente della casa normanna. Di qui le pretese sveve sul Regno di Sicilia. Quando nel 1194 a Tancredi successe un fanciullo di appena sette anni, Guglielmo III, Enrico VI, già imperatore di Germania e re dell’Italia settentrionale, sferrò l’ultimo attacco vittorioso al Regno di Sicilia. Anche per Napoli ebbe inizio il periodo svevo.
Negli anni che vanno dal 1137 al 1194 la struttura urbana della città rimase pressoché inalterata. Oltre al restauro delle mura, risalgono al periodo normanno l’ampliamento di una preesistente fortezza sull’isolotto del Salvatore (antica Megaride) e la costruzione di Castel Capuano, il nuovo centro amministrativo della città. Di età normanna è la chiesa di S. Giovanni a Mare nell’attuale zona del Mercato.
I normanni introdussero nel Regno il sistema feudale che, in controcorrente con lo sviluppo comunale dell’Italia centrale, concedeva ampi privilegi all’aristocrazia terriera, un ceto potente col quale avrebbero dovuto fare i conti tutti i sovrani di Napoli. Per altro verso fu favorito l’ingresso in città di folti gruppi di commercianti e artigiani stranieri, che aprirono fondaci e botteghe nei quartieri più vicini al porto. L’immissione nel tessuto cittadino di Amalfitani, Catalani, Pisani, Genovesi, Fiorentini è ricordata dall’attuale toponomastica.

Gli Svevi
(1194-1266)

Enrico VI di Svevia (1165-1197), figlio del Barabarossa, sposando nel 1186 Costanza d’Altavilla, si arrogò il diritto alla successione sul trono normanno di Sicilia e Puglia.

L’aristocrazia napoletana non accettò di sottomettersi al nuovo sovrano, ben conoscendo la tradizionale politica autocratica degli Hohenstaufen. La città fu presa con la forza delle armi, la resistenza punita, la cinta muraria in parte distrutta.
Napoli continuò a mantenere un ruolo subalterno all’interno del Regno, essendone Palermo la capitale.
Quando Enrico morì, il suo successore, Federico, aveva appena tre anni, cosicché dal 1197 al 1220 la città piombò in una sorta di anarchia feudale. Nella lotta tra fazioni e bande armate si inserì l’imperatore di Germania Ottone IV di Brunswich, nuovo pretendente al trono di Sicilia.
Questi, deposto dalla Dieta di Noribmerga nel 1212, si trovò di fronte l’esercito di Federico di Svevia, nuovo imperatore per volontà della stessa Dieta. Battuto Ottone e i suoi sostenitori Federico si trovò ad essere contemporaneamente imperatore e re di Sicilia, nonostante avesse giurato al Papa Innocenzo III di non riunire mai le due corone.
Solo nel 1220 tornò ad occuparsi del Regno, anzi vi diede lustro e splendore, pur relegando Napoli ad un ruolo marginale. Fece riedificare le mura cittadine, ma lasciò intatto l’impianto urbanistico, tanto che riesce difficile ritrovare in città le tracce peculiari della dominazione sveva.
Napoli, come le altre terre del Regno, fece parte di quello stato assoluto e laico previsto dalle “Costituzioni Melfitane” emanate da Federico II nel 1231. L’accentramento politico e amministrativo ridusse le autonomie locali ed i privilegi feudali. L’amministrazione della giustizia, sottratta agli arbitri di ecclesiastici e feudatari, fu unificata su tutto il territorio del Regno. Per Napoli la sede del tribunale fu Capua, dove risiedeva il “giustiziere”, cioè il magistrato di nomina regia incaricato di amministrare la giustizia. A capo dell’amministrazione cittadina fu posto un “compalazzo” assistito da otto notai e cinque giudici. Funzionari e magistrati dipendevano tutti direttamente dalla Corona.
In linea di principio quello di Federico II fu uno stato modernamente organizzato, ma i tempi non erano maturi per la sua affermazione. I Comuni dell’Italia centro-settentrionale e la potente aristocrazia feudale del Meridione, entrambi sostenuti dal Papato, avversarono in tutti i modi la politica del Sovrano.
Quando questi morì nel 1250, suo figlio Corrado IV fu completamente assorbito dalle lotte dei feudatari tedeschi. A curare gli interessi italiani degli Svevi fu Manfredi, un figlio naturale di Federico. Egli divenne il capo riconosciuto dei Ghibellini in Italia e dovette battersi contro l’esercito francese di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia e, per volontà del Papa Clemente IV, capo dei Guelfi italiani.
La sconfitto di Manfredi a Benevento nel 1266 pose fine di fatto alla dominazione Sveva nell’Italia meridionale e tolse ogni ruolo politico ai Ghibellini. Tardivo e fallimentare fu l’estremo tentativo di Corradino, figlio sedicenne dell’estinto Corrado IV, di stappare agli Angioini il Regno di Sicilia. Egli fu sconfitto a Tagliacozzo (Abruzzo) nel 1268 e, fatto prigioniero, decapitato a piazza Mercato a Napoli. Qui, nella chiesa del Carmine, ancora riposano le sue spoglie.
Agli Svevi resta legata la fondazione della prima università statale in Europa. Fu Federico a volerla nel 1224 ed ebbe sede proprio a Napoli. Lo “Studio Napoletano” fu sede di un dibattito culturale modernamente inteso, svincolato dall’ipoteca teologica e dalla cultura ecclesiastica. Gli studi giuridici ivi condotti contesero il primato alla città Guelfa di Bologna.
Ancora oggi la prima Università di Napoli reca il nome prestigioso di Federico II.

Gli Angioini
(1266-1435)

Il Medioevo napoletano potrebbe farsi coincidere con la dominazione angioina, sia per la teologizzazione della cultura, sia per il nuovo assetto urbanistico della città che, cancellando in gran parte l’antico impianto greco-romano, assunse il volto mercantile dei grandi centri commerciali d’Europa.
Le vicende dinastiche sono complesse. Eccole sintetizzate nei nomi dei sovrani che governarono il Regno:
- Carlo I (1266-1285), fratello di Luigi IX, re di Francia. Chiamato dal Papa Clemente IV a difendere gli interessi della Chiesa in Italia, divenne il capo riconosciuto del partito guelfo. Fu lui che, sconfiggendo Manfredi, si impossessò del Regno di Sicilia. Tuttavia la Sicilia passò ben presto agli Aragonesi, in occasione della rivolta dei “Vespri” del 1283. Il Regno, ridotto ai soli territori continentali, assunse in seguito la denominazione di “Regno di Napoli”.
Divenne, per volontà del sovrano, in base agli accordi stipulati con Clemente IV, vassallo della Chiesa. Il vassallaggio implicò sostanziosi contributi in denaro e concessioni di privilegi, dei quali l’invio annuale a Roma di un cavallo bianco divenne l’atto formale di riconoscimento.
- Carlo II (1285-1309), figlio di Carlo I. Chiuse la guerra dei Vespri con la pace di Cartabellotta del 1302. È il capostipite di ben quattro rami della dinastia angioina: d’Ungheria, di Napoli, di Taranto, di Durazzo. Le vicende dinastiche del Regno nel XIV secolo saranno segnate dalle pretese, variamente motivate, di queste quattro casate sul trono di Napoli.
- Roberto il Saggio (1309-1343), terzogenito di Carlo II. Nel 1328 perse il suo unico figlio ed erede, Carlo. Questi aveva lasciato due figlie in tenera età, Giovanna e Maria, alla prima delle quali Roberto volle conferire i diritti ereditari.
- Giovanna I (1343-1382), sposa di Andrea d’Ungheria per espressa volontà del nonno. Vittima di un attentato nel 1345, Andrea diede a Giovanna un unico figlio, Carlo Martello. Sottratto alla madre da Luigi d’Ungheria negli anni in cui le mosse guerra (1348-49), il bimbo morì nella terra che fu di suo padre. Giovanna ebbe fama di donna di facili costumi, sia per i numerosi amanti, sia per i suoi quattro mariti (Andrea d’Ungheria, Luigi di Taranto, Giacomo di Maiorca, Ottone di Brunswich). In realtà fu spesso vittima degli intrighi di corte e dovete fronteggiare non poche emergenze per il regno, dagli assalti ungheresi, al terremoto, alla peste, allo scisma religioso. La regina morì nel 1382, a Muro Lucano, nelle prigioni del nuovo re invasore, suo nipote Carlo di Durazzo.
Il ramo durazzesco degli Angioini governò Napoli dal 1382 al 1435, con i seguenti re:
- Carlo (1382-1386). Ebbe tre figli, Giovanna, Ladislao e Maria. Divenuto re d’Ungheria, fu vittima di un attentato ordito da Elisabetta, vedova di Luigi il Grande. Intanto a Napoli sua moglie Margherita, reggente per il giovanissimo figlio Ladislao, dovette fronteggiare l’anarchia in cui era piombato il Regno a causa delle mai sopite pretese francesi su Napoli. La facevano da padroni i vari feudatari, sostenendo ora i Durazzeschi, ora gli Angioini di Francia.
- Ladislao (1386-1414), secondogenito di Carlo, fu sotto la tutela materna fino al compimento del sedicesimo anno di età. Dovette combattere contro Luigi II d’Angiò, prima di poter divenire di fatto re di Napoli (1399). Condusse la vita a guerreggiare contro i nemici che intendevano detronizzarlo. Morì nel 1414, di ritorno da una delle sue numerose spedizioni militari. I suoi resti ancora riposano nella chiesa di San Giovanni a Carbonara.
- Giovanna II (1414-1435), primogenita di Carlo di Durazzo. Attorniata da amanti e cortigiani ambiziosi, ai quali spesso delegava gli affari del Regno, si fece molti nemici, sia interni che esterni. Per questo nel 1420 si pose sotto la protezione di Alfonso V d’Aragona, al quale promise l’adozione e il diritto di successione sul trono di Napoli. Ristabilita la calma, Alfonso esautorò la regina nell’esercizio del potere regio. Fu allora che Giovanna lo diseredò a vantaggio di Renato d’Angiò. Quando la regina morì, nel 1435, questi prese effettivamente possesso del Regno, ma dovette fronteggiare una guerra estenuante e cruenta contro Alfonso V. La vittoria arrise a quest’ultimo che, il 2 giugno 1442, si impossessò della città, ponendo in fuga Renato e la sua corte.
Al di là della cronaca tumultuosa, la città cambiò volto, a partire dalla struttura urbanistica sempre più adeguata alle esigenze del commercio e dell’industria cittadina. Il nuovo impianto semicircolare vedeva tre grandi arterie afferire direttamente al porto. Colonie di mercanti e banchieri catalani, marsigliesi, pisani, genovesi, fiorentini popolavano interi quartieri. Nelle loro mani era l’attività economica, mentre la plebe cittadina viveva al soldo di questo o quell’altro imprenditore. Lo stato di sudditanza alla Chiesa diede il via al proliferare di chiese e conventi, i cui edifici ancora restano a testimoniare l’età angioina: S. Maria del Carmine, S. Domenico Maggiore, S. Pietro a Majella, S. Maria La Nova, il nuovo Duomo sul sito dell’abbattuta Stefania, S. Lorenzo Maggiore, S. Chiara, Donnaregina Vecchia, S. Agostino alla Zecca, S. Maria dell’Incoronata, S. Eligio, S. Martino non sono che alcune delle chiese più famose di epoca angioina, alcune di nuova edificazione, altre allargamento di precedenti costruzioni.
Castelnuovo resta il più celebre monumento angioino che, benché grandemente trasformato nei secoli successivi, resta per i napoletani il “Maschio Angioino”. Sempre d’epoca angioina il primo nucleo di Castel S. Elmo, sulla collina di S. Martino.
Gli angioini riformarono e regolamentarono i primi istituti elettivi, i Seggi o Sedili che, espressione prevalente della feudalità, ebbero il compito di eleggere le prime amministrazioni civili. Fu istituito il Seggio del Popolo, il cui vessillo diventerà lo stemma dell’odierno Comune di Napoli.

Gli Aragonesi
(1442-1501)

Il Rinascimento napoletano coincise in gran parte con la dominazione aragonese, non solo per una questione di cronologia, ma anche e soprattutto perché i sovrani aragonesi furono dei veri e propri principi mecenati, protettori delle lettere e delle arti, promotori del dibattito culturale di stampo umanistico che, a partire dall’Italia, investì l’intera Europa. Gli umanisti Giovanni Pontano (1429-1503) e Jacopo Sannazzaro (1455-1530) legarono le loro sorti e la loro fama alla casata aragonese.
Per altro verso tutti i sovrani di questa dinastia dovettero difendere con le armi il loro trono, sia nei confronti di coalizioni nemiche, sia nei confronti di una feudalità recalcitrante e poco disposta a rinunciare alle franchigie e ai privilegi, segnatamente di natura fiscale, di cui godeva con gli Angioini. La politica dei sovrani, tesa a dare ordine e compattezza al Regno ed a sottrarlo allo stato di vassallaggio nei confronti della Chiesa di Roma, trovò spesso opposizione sia nel Papato, sia nei feudatari suoi alleati. In questo confronto di forze avverse si inserirono le altre potenze italiane e straniere variamente aspiranti al controllo o al governo del Regno di Napoli. Anche in questo caso i problemi legati alla successione furono pretesto di guerre e aggressioni. La vicenda dinastica può riassumersi come segue:

  • Alfonso I di Napoli e V d’Aragona (1442-1458), vittorioso su Renato d’Angiò, a prezzo d’un lungo e distruttivo assedio della città, governò su Aragona, Sardegna, Sicilia e Napoli. Questi ultimi due regni, al di qua e al di là del faro (sullo stretto di Messina), assunsero la denominazione di “Regno delle due Sicilie”, ripreso molto più tardi dai Borboni. Alfonso si rivelò un principe illuminato, desideroso di consolidare il suo trono e di lanciare i suoi domini sulla scena europea attraverso un’accorta politica di rappresentanza. Desideroso di svincolarsi dal protettorato di Roma, favorì il processo di laicizzazione della cultura, dando il via anche nella città partenopea ai fermenti di novità che vanno sotto il nome di “Rinascimento”. La sua politca neo-ghibellina gli alienò le simpatie dei baroni. Il figlio naturale Ferrante, oltre al trono, ereditò l’odio dei feudatari per la dinastia. Questi ottenne il solo Regno di Napoli, gli altri domini essendo ereditati dallo zio Giovanni.
  • Ferrante (1458-1494), si rivelò un eccellente statista e stratega. Dovette fronteggiare nemici interni ed esterni, in questo aiutato dalla diplomazia medicea di Lorenzo il Magnifico. La questione più spinosa per lui fu l’infedeltà dei baroni. La risolse drasticamente facendo imprigionare o condannare a morte i capi più in vista dell’insubordinazione. Celebre l’episodio della cosiddetta “congiura dei baroni” nei confronti della quale il sovrano agì con tempestività e decisione: il 13 agosto del 1486 li riunì, fingendo propositi di riconciliazione, nella Grande Sala di Castelnuovo. Qui ne ordinò l’immediato arresto, al quale seguirono processi e sentenze capitali. La sala reca ancora oggi il nome di “Sala dei Baroni” ed è quella in cui si riunisce il Consiglio Comunale di Napoli. Intanto aveva fronteggiato un’altra grave sciagura per il Regno: l’attacco turco alla penisola salentina. Vittime della ferocia dell’aggressore furono 800 cittadini di Otranto che si erano rifiutati di abiurare la fede cristiana. A liberare la città dai Turchi fu, il 10 settembre 1480, il duca di Calabria ed erede al trono, Alfonso. Questi portò a Napoli 240 teschi dei martiri, che furono custoditi, un secolo più tardi, nella chiesa di S. Caterina a Formiello, dove ancora oggi sono venerati dai fedeli. Un brutto dipinto ed una strada del quartiere S. Lorenzo ancora ricordano i “Martiri d’Otranto”.
  • Alfonso II (1494-1495), odiato dall’aristocrazia, vittima dell’aggressione di Carlo VIII, il re di Francia che vantava diritti ereditari sul trono di Napoli, abdicò, dopo un solo anno di regno, a favore del figlio Ferrante, meglio noto come “Ferrandino”.
  • Ferrante II (1495-1496), dovette subire l’invasione di Carlo VIII (21 febbraio 1495), senza riuscire a difendere la città dai saccheggi francesi. Rientrò a Napoli solo dopo che i Francesi, minacciati da una potente coalizione europea, l’abbandonarono al suo destino (7 luglio 1495). Morì l’anno seguente, all’età di trent’anni, senza lasciare eredi diretti.
  • Federico (1496-1501), prozio e cognato di Ferrandino per essere il fratello della sua vedova, Giovanna d’Aragona. Fu vittima degli accordi segreti tra Luigi XII di Francia e Ferdinando d’Aragona (il Cattolico) tesi alla spartizione del regno di Napoli. Gli eserciti francese e spagnolo effettivamente invasero il Regno, rispettivamente da Nord e da Sud. Il sovrano, messo alle strette, fu costretto a consegnare la capitale ai Francesi, ottenendone in cambio la protezione e un piccolo feudo in terra d’Angiò. Lì finì i suoi giorni nel 1504.

Gli Aragonesi lasciarono una città, se non ingrandita, almeno abbellita soprattutto nell’edilizia civile. Risanarono alcune zone paludose per favorire nuovi insediamenti abitativi (il numero di abitanti crebbe fino a raggiungere il numero di 100.000 unità), allargarono la cinta muraria con la costruzione di nuove porte in pretto stile rinascimentale, favorirono le arti ed i mestieri, consentendo così il formarsi di quel ceto medio borghese che avrà un ruolo decisivo nelle vicende storiche successive.

Il Viceregno spagnolo
(1504-1707)

Francesi e Spagnoli entrarono ben presto in conflitto. La vittoria arrise agli Spagnoli. Il trattato di Lione del 1504 segna l’inizio della dominazione spagnola sul Regno di Napoli. Da questa data e per i due secoli successivi Napoli diventa un Viceregno dipendente direttamente dalla corona di Spagna. È governata da un viceré, un esponente dell’aristocrazia castigliana che rappresenta la corona spagnola e solo a questa deve dar conto.
I viceré, a Napoli, diventarono col tempo sempre più potenti, anche se non tutti sono degni di menzione per l’operato svolto. La città ricorda nella toponomastica don Pedro di Toledo, che fu viceré dal 1532 al 1553, un ventennio durante il quale l’impianto urbanistico della capitale conobbe sostanziali trasformazioni che, se risolsero alcuni problemi contingenti, ne crearono, in prospettiva, altri, quale il soffocamento del territorio entro anguste planimetrie che, col tempo, avrebbero fatto di Napoli una delle città più asfittiche d’Europa. Le esigenze di difesa e di controllo del territorio furono soddisfatte nel XVI secolo, ma nei secoli avvenire costrinsero la crescente popolazione a vivere tutti i disagi connessi al sovraffollamento e all’alta densità: carenza di alloggi, condizioni igieniche precarie, mancanza di infrastrutture e servizi.
L’incremento demografico di Napoli durante i secoli del Viceregno è più connesso ai flussi migratori dalla campagna e dalla provincia verso la città che non a movimenti naturali della popolazione. Il fatto è che Napoli, anche con gli Spagnoli, continuò a godere di un particolare regime fiscale, per cui era esentata da numerose imposte. Agricoltura estensiva e latifondo spingevano le masse contadine verso la capitale, dove, se non altro, avrebbero potuto sbarcare il lunario alla men peggio. Intere famiglie aristocratiche erano incentivate a stabilirsi in città, in virtù di una politica tesa a controllarne le insubordinazioni. All’ombra del lusso sfrenato dell’aristocrazia viveva una numerosa plebe senza né arte né parte, disposta a qualsiasi attività pur racimolare il necessario per la sopravvivenza.
L’economia cittadina si sviluppa nell’ottica di soddisfare il lusso della corte vicereale e delle famiglie aristocratiche. Manca una vera e propria borghesia locale; quella delle arti, dei mestieri e delle professioni tende a diventare aristocrazia togata che, sommandosi a quella di origine feudale, costituisce il grosso del mercato dei prodotti di lusso e della manodopera qualificata. Mode, modi e abitudini provenienti dalla Spagna alimentano, da un lato, un’economia di mero consumo dei prodotti di lusso, dall’altro una speculazione edilizia senza precedenti. I nuovi palazzi nobiliari vengono edificati nelle poche aree disponibili all’interno delle mura cittadine, spesso abbattendo vecchi edifici o erodendo orti, chiostri e cortili.
L’edilizia pubblica riguarda l’ampliamento delle mura in direzione sud-sud-est; vengono così a trovarsi dentro la cinta l’antico Castelcapuano e la via S. Giovanni a Carbonara. La Porta Capuana e la Porta Nolana ancora testimoniano quell’ampliamento. È aperta una grossa arteria che da Port’Alba conduce al largo di Palazzo (Piazza Plebiscito), dove cominciano i lavori dell’attuale Palazzo Reale. La futura via Toledo insiste, a occidente, sulle pendici di Monte Sant’Elmo. È qui che sorge, fin dall’epoca di don Pedro de Toledo, l’acquartieramento militare spagnolo: un reticolo di strade a scacchiera lunghe le quali vengono costruiti gli alloggi militari. Il nuovo insediamento non tardò ad attirare, con nuove costruzioni ad uso civile, le speculazioni edilizie oggi ancora visibili nell’assiepamento degli edifici lungo un reticolo fittissimo di strade e stradine.
Sulla sommità del rilievo la preesistente fortificazione venne ampliata ed elevata, in relazione ai nuovi sistemi difensivi. Dai potenti bastioni di Castel sant’Elmo si poteva controllare l’intera città e salvaguardarsi da eventuali attacchi dal mare.
Contestualmente all’edilizia cittadina, pubblica o privata, andò sviluppandosi un’edilizia residenziale nei borghi, piccoli insediamenti immediatamente a ridosso delle mura destinati a divenire, col tempo, le direttrici di espansione della città. Qui, in realtà, v’era divieto tassativo di edificare, ma la speculazione immobiliare sapeva ben aggirare gli ostacoli di un decreto, le “Prammatiche sanzioni” (in vigore fino al 1718), che nessuno sapeva o voleva far rispettare, data l’endemica carenza di alloggi. I borghi di Chiaia, di Posillipo, di Loreto, di Sant’Antonio Abate, dei Vergini, della Sanità ed i villaggi di Arenella e Antignano oggi sono altrettanti quartieri cittadini.
La città fu abbellita con opere di rappresentanza più che con edifici di pubblica utilità; venne disseminata di belle fontane, le facciate delle chiese e degli edifici nobiliari vennero ristrutturate secondo i gusti per la decorazione dell’età del barocco, molte strade furono allargate ai fini del passaggio delle sfarzose carrozze signorili.
A fronte della magnificenza delle architetture tuttora visibili, v’eraro i tuguri in cui viveva la plebe. Né la corte di Madrid né i viceré vollero mai occuparsi seriamente della miseria dei Napoletani, abbastanza poveri per esplodere sovente in atti di estrema ribellione, troppo ignoranti per dare a quelle ribellioni una prospettiva politica. Resta leggendaria la rivolta di Masaniello (1647), un umile pescatore di Amalfi che guidò una sommossa tesa a combattere l’ennesima gabella posta dagli Spagnoli sui generi di prima necessità. Masaniello fu protagonista della vita cittadina per alcuni giorni, trattò di persona con le autorità, si inorgoglì, impazzì. Fu presto incarcerato e ucciso dagli stessi compagni di lotta. Pare che il vero regista della ribellione fosse un avvocato napoletano, Giulio Genoino, un personaggio ambiguo ora ideologo della lotta contro i privilegi della nobiltà, ora prono ai voleri delle autorità spagnole.
Solo la crisi dinastica degli Asburgo di Spagna aprì al Regno di Napoli nuove prospettive. Siamo agli albori del XVIII secolo.   

Il viceregno austriaco
(1707-1734)

La guerra di successione (1702-1713) comportò lo smembramento dei domini spagnoli. Le paci di Utrecht (1713) e Rastadt (1714) riconobbero i diritti austriaci sul viceregno di Napoli, occupato dalle truppe asburgiche fin dal 1707. L’abbattimento della statua equestre di Filippo V di Spagna, nella centralissima Piazza del Gesù, rappresentò l’atto formale della fine di un epoca, quella spagnola appunto, durante la quale le speranze e le aspettative dei napoletani erano state ampiamente deluse.
Ma i 27 anni di dominazione austriaca non comportarono grandi cambiamenti, anzi fecero maturare una sostanziale ostilità verso la nuova dinastia da parte di tutti i ceti sociali, compreso il mondo della cultura. D’altra parte era ben difficile gestire la pesante eredità lasciata dagli Spagnoli senza un impegno diretto del nuovo imperatore, Carlo VI d’Asburgo (1711-1740), che, invece, preferì affidare il governo dei suoi possedimenti nella penisola a dei viceré, i quali, per imperizia, per negligenza o per avidità personali, ben poche riforme seppero o vollero operare. Ben undici se ne susseguirono al governo, sicché il viceregno non conobbe mai un’amministrazione coerente e duratura, tale da incidere in maniera efficace sull’antica struttura feudale o sulla tradizionale ingerenza della Chiesa negli affari di Stato.
Una timida politica anticuriale, in verità, fu intrapresa e si incentrò, da un lato, sul tentativo di arginare la fuoruscita delle rendite ecclesiastiche, dall’altro sui limiti posti all’enorme espansione della proprietà immobiliare di chiese e conventi. L’edilizia sacra, infatti, con gli annessi edifici, chiostri, orti e giardini aveva non poche responsabilità nell’annosa carenza di alloggi di cui soffriva Napoli. Limitarne l’espansione era un rimedio parziale, ma pur sempre un rimedio.
L’anticurialismo asburgico fu ben presto lasciato cadere, così come della tradizionale sperequazione fiscale continuarono a giovarsi aristocrazia e clero, né le denunce di gruppi di intellettuali valsero a limitare i danni della politica dell’acquiscenza e del quieto vivere.
Agli Austriaci va tuttavia ascritta l’abolizione delle Prammatiche spagnole (1718) che avevano bloccato lo sviluppo dell’edilizia civile e limitato l’espansione della città. Il provvedimento, nato dalla necessità impellente di dare una soluzione alla carenza di alloggi, finì col legalizzare l’abusivismo e col causare lo sviluppo caotico dei borghi, ove sorsero numerosi i nuovi edifici, ma senza che la collettività si accollasse l’onere di portarvi infrastrutture e servizi, in mancanza dei quali la crescente popolazione continuò a gravare sul centro storico.
L’apertura di due nuove strade (della Marinella e di Loreto) agevolò il collegamento coi territori vesuviani. Per quanto positiva, l’iniziativa, in prospettiva, avrebbe favorito l’espansione urbana proprio in direzione delle falde del Vesuvio, un territorio oggi tra i più densamente popolati d’Europa, nonostante l’alto rischio di sismicità legato alla presenza del Vulcano.
Le alchimie dinastiche del XVIII secolo posero fine al breve periodo della dominazione austriaca. La pace di Vienna con cui si concluse la guerra di successione polacca (1733-1938) ridisegnò la carte geopolitica d’Europa. Il Napoletano e la Sicilia furono affidati a don Carlos di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese. Comincia la vita autonoma del Regno di Napoli.  

I Borbone
(1734-1860)

A conclusione della guerra di successione polacca in seguito alla pace di Vienna, divenne ufficialmente re di Napoli Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese. Egli, il settimo re di Napoli con questo nome, diede inizio all’ultima dinastia del regno, prima che questo confluisse nel Regno dell’Italia unita. Ecco la dinastia:

  • Carlo VII (1734-1759). Nel 1759 successe al padre sul trono di Spagna col titolo di Carlo III.
  • Ferdinando IV (1759-1799; 1799-1806; 1815-1816). Fu III re di Sicilia (1859-1816) e I re delle Due Sicilie (1816-1825). La discontinuità delle date trascritte è legata alle convulse vicende storiche che, interessando l’Europa tra Sette e Ottocento, non mancarono di influenzare la storia dell’Italia meridionale. La brusca interruzione del 1799 è legata alla cosiddetta “Rivoluzione Partenopea”, mentre l’occupazione francese del 1806-15 lo tenne lontano dal trono di Napoli. Il Congresso di Vienna gli riconobbe il titolo di Re delle Due Sicilie, che egli trasmise agli eredi.
  • Francesco I (1825-1830).
  • Ferdinando II (1830-1859).
  • Francesco II (1859-1860).

Sulla scia del riformismo illuminato che investì le corti europee nei decenni centrali del XVIII secolo, Carlo VII avviò a Napoli un programma di riforme che videro nel suo ministro Bernardo Tanucci uno dei più solerti coadiutori.
Tanucci fu ancora per qualche tempo ministro di Ferdinando IV, successo al padre quando questi assunse la corona spagnola. Quando Ferdinando, nel 1768, sposò Maria Carolina d’Asburgo, le relazioni del regno con l’Austria si fecero sempre più strette, fino a far dipendere la corona di Napoli dal sostegno militare austriaco.
Sul finire del secolo l’onda della Rivoluzione Francese giunse anche a Napoli, dove un gruppo di intellettuali diede vita alla Repubblica Partenopea (1799). Ferdinando, rifugiatosi in Sicilia, rientrò a Napoli pochi mesi dopo, rimesso sul trono dalla flotta inglese dell’ammiraglio Horatio Nelson, giurato avversario della Francia napoleonica.
Spietata fu la repressione dei repubblicani voluta dal sovrano: si susseguirono processi sommari e sentenze capitali che portarono al patibolo il fior fiore dell’intellettualità napoletana.
Quando Napoleone, all’apogeo della sua fulminea carriera politica, mise sul trono di Napoli prima il fratello Giuseppe (1806-1808), poi Gioacchino Murat (1808-1814), Ferdinando fu di nuovo costretto alla fuga in Sicilia. La definitiva sconfitta napoleonica a Waterloo e il successivo Congresso di Vienna gli restituirono il trono napoletano. I moti liberali del 1820 lo costrinsero a concedere la costituzione. Con il soccorso armato dell’Austria riuscì ad abrogarla poco dopo, avviando una repressione non meno spietata di quella del ’99.
Continuatore della politica repressiva del padre fu Francesco I, la cui precoce morte diede accesso al trono al figlio Ferdinando II. Questi, agli iniziali propositi di riforma, sostituì ben preso una dura repressone del movimento liberale. La costituzione che concesse nel 1848 fu un cedimento forzato agli avvenimenti che sconvolsero l’Italia e l’Europa in quell’anno. Il fallimento dei moti liberali e mazziniani lo ricondusse al tradizionale assolutismo oscurantista. Si guadagnò l’appellativo di “Re Bomba” per la disinvoltura con cui fece bombardare la città di Messina insorta. L’apertura della ferrovia Napoli-Portici nel 1839, la prima in Italia, più che un’apertura alla modernità, fu un giocattolo della Corona.
Suo figlio, Francesco II, noto ai napoletani con l’ironico nome di Franceschiello, governò pochi mesi, incalzato dalla spedizione garibaldina del 1860. Incapace di difendere Napoli, l’abbandonò al suo destino italiano e visse in esilio il resto dei suoi giorni.

 

VII ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE

Progetto Socrates-Comenius 1
“La cittadinanza europea nella coscienza giovanile”

(Estratto dall’ipertesto “Napoli città europea” in fase di realizzazione)

Fonte: gold.bdp.it/datafiles

 

 

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