Nazionalsocialismo tutto di tutto
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Il nazismo (contrazione di nazional-socialismo) è un'ideologia e il suo conseguente movimento politico di origine tedesca, collegato all'avvento al potere in Germania nel 1933 da parte del suo principale ideatore Adolf Hitler, e conclusosi con la fine della seconda guerra mondiale e la vittoria militare delle forze alleate contro la Germania nel 1945.
Il nazismo esprime una forma nazionalista e totalitaria di movimento d'estrema destra con iniziali mire operaiste (völkisch), opposta al socialismo internazionale di stampo marxista. Il termine nazional-socialismo reca in sé un'antitesi, dal momento che il nazionalismo è un movimento nazionale, mentre le correnti dominanti del socialismo sono orientate in senso internazionalista e universalista. Come per il fascismo, anche nel nazismo delle origini (e in particolare precedentemente al 1934, anno della purga contro l'ala sinistra del partito) è forte - anche se non egemone - una componente ideologica orientata più a sinistra, intesa in senso relativo al resto del partito ed è proprio la "ala sinistra" del partito nazista che attirerà consensi addirittura da parte di militanti del Partito Comunista Tedesco a partire dal 1933[1].
Il nazismo trae origine dal partito politico guidato dal suo ideologo principale Adolf Hitler, l'NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, "Partito operaio nazionalsocialista tedesco"), ed è basato su un programma politico indicato da questi nel libro Mein Kampf. Una volta raggiunto il potere tramite una regolare elezione politica, esso trasformò il sistema governativo in una spietata dittatura, con un programma sistematico di eliminazione anche fisica degli avversari politici e di persone appartenenti a categorie ritenute inferiori o dannose per la società, quali ebrei, slavi, nomadi, omosessuali, appartenenti a piccoli gruppi religiosi come i Testimoni di Geova, portatori di handicap fisico o mentale, i comunisti, i massoni - definiti nel complesso con l'aggettivo untermenschen, cioè "sub-umani". Nel suo Mein Kampf ("La mia battaglia"), Hitler spiega chiaramente i motivi per cui intende perseguitare queste categorie: "La sconfitta dell'esercito tedesco, invitto, al termine della prima guerra mondiale è scaturita da una pugnalata alle spalle inferta dal giudaismo internazionale con la complicità della massoneria, del bolscevismo internazionale, del nomadismo fomentatore di disordini e del pacifismo propugnato dagli omosessuali e da vasti settori religiosi, tutti quanti sotto l'egida del Papa a Roma".
La Germania di questo periodo storico viene generalmente indicata come Germania nazista, mentre il periodo tra il 1933 ed il 1945 è propriamente conosciuto con il termine di "Terzo Reich" (in tedesco: "Das Dritte Reich", traducibile in italiano con l'accezione de "Il Terzo Regno"), storicamente riconducibile ai due precedenti imperi tedeschi. Il Primo Reich fu fondato nel 925, dopo la dissoluzione dell'Impero Carolingio, da Ottone I, che fu incoronato da papa Giovanni XII e divenne il primo imperatore del Sacro Romano Impero germanico (962). Il Primo Reich continuò fino all'inizio del XIX secolo: dopo la pace di Presburgo (odierna Bratislava, capitale della Slovacchia, il 26 dicembre 1805, e la nascita della Confederazione del Reno (uno stato fantoccio controllato da Napoleone, luglio 1806), Francesco II d'Asburgo rifiutò la corona di imperatore (agosto 1806), mettendo fine così al Primo Reich. Il Secondo Reich corrisponde al nuovo stato unitario germanico dopo la vittoria sulla Francia (la Germania guglielmina degli Hohenzollern, 1871 - 1918) e venne fondato dal cancelliere prussiano Otto von Bismarck nella città di Versailles (1871). Il Secondo Reich aveva una struttura federale che venne mantenuta anche dopo la sua caduta, che coincise con la sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale e la creazione della Repubblica di Weimar (nota ugualmente come "Deutsche Reich", seppure repubblica; infatti, il primo articolo della costituzione della neonata repubblica - 1919 - testualmente così recitava: "Das Deutsche Reich ist eine Republik", ovvero "Il regno germanico è una repubblica")[2].
Nazismo e nazionalsocialismo (in tedesco Nationalsozialismus) erano utilizzati anche all'epoca come sinonimi anche dagli interessati, il primo diventando dominante ed acquisendo una connotazione dispregiativa con la fine della seconda guerra mondiale. Gli aderenti al nazismo erano detti nazisti.
Fonte : Wikipedia
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LA REPUBBLICA DI WEIMAR.
In Germania, finita la prima guerra mondiale, era stato cacciato il kaiser Guglielmo II (novembre 1918) ed era sorta una repubblica nella quale ampi poteri ebbero i consigli degli operai, sul modello dei soviet russi. Ma, come già sappiamo, la rivoluzione socialista in Germania fallì. I padroni di fabbrica già nello stesso mese stipularono accordi con i sindacati (riduzione ore di lavoro a 8 al giorno; aumenti salariali). In cambio i sindacati riconoscevano al padronato il diritto di proprietà privata delle fabbriche. Si affievoliva dunque la prospettiva rivoluzionaria. Nel frattempo si formavano, con la protezione del governo presieduto dal socialdemocratico Ebert, i corpi franchi, organizzazioni armate di estrema destra, ferocemente anticomuniste. Già sappiamo che nel gennaio 1919 i comunisti tedeschi (spartachisti), guidati da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, tentarono di insorgere. Il governo socialdemocratico, sostenuto dall’esercito e dai corpi franchi, sedò l’insurrezione. La Luxemburg e Liebknecht vennero assassinati.
Negli stessi giorni in cui veniva soffocata l’insurrezione degli spartachisti, i tedeschi elessero a suffragio universale maschile e femminile l’assemblea costituente che si riunì nella città di Weimar e preparò la costituzione della nuova repubblica (detta appunto ‘repubblica di Weimar’). Era il 1919.
La costituzione stabiliva che la Germania era una repubblica federale in cui i singoli stati, privati dei monarchi, diventavano Länder (regioni) dotate di ampie autonomie in materia di religione, istruzione etc. Il presidente della repubblica, eletto a suffragio universale, esercitava il potere esecutivo assieme al cancelliere (=primo ministro), capo del governo. Il governo centrale si riservò la direzione della politica estera e delle forze armate e delle finanze. La costituzione, poi, dava vita a un parlamento (=il Reichstag) anch’esso eletto a suffragio universale (con sistema proporzionale) ed esercitante il potere legislativo.
Durante gli anni della rep. di W., la Germania fu per molti aspetti un paese aperto alla libertà. Le donne godettero di piena emancipazione. La cultura si arricchì di figure straordinarie: Kandinsky (russo di nascita) e Klee (svizzero), che lavorarono in Germania e diedero vita alla pittura astratta ed espressionista; Bertolt Brecht, poeta e scrittore di teatro; Walter Gropius, fondatore del BAUHAUS, scuola di architettura e arti decorative; la scuola di Francoforte, nella quale filosofi come Adorno e Horkheimer svilupparono teorie marxiste con l’apporto della psicoanalisi, che veniva sempre più diffondendosi.
Ma questi artisti e intellettuali vissero isolati in una società che non li comprendeva e che continuava a credere negli ideali della patria, della disciplina e del militarismo. Non a caso nel 1925 venne eletto presidente della repubblica quel generale Hindenburg che durante la guerra aveva imposto al paese una specie di dittatura militare.
La repubblica di Weimar fallì nel suo intento fondamentale: quello di fare della Germania un paese pienamente democratico. La repubblica ebbe due nemici irriducibili: i movimenti di estrema destra e i comunisti (KPD: partito comunista tedesco). La gran parte della borghesia tedesca, grande e piccola, fu sempre ostile alla repubblica, che per loro si identificava con la sconfitta e con il diktat di Versailles. Giudici, insegnanti, ufficiali etc. odiavano la repubblica che dicevano di servire, e ne desideravano la fine. Per questi gruppi, la rep. di W. era il frutto della sconfitta, la creatura degli anglo-francesi e dei traditori interni, gli ebrei, che avevano cospirato contro il popolo tedesco. Non a caso essi chiamavano la rep. di W. la Judenrepublik (la repubblica degli ebrei, guidata e dominata dagli ebrei, che avevano venduto la Germania agli stranieri). La borghesia tedesca si spontò sempre più a destra e finì per votare i partiti di estrema destra o quei partiti tradizionali che si allearono poi con la estrema destra.
I comunisti vedevano nella rep. di W. il frutto del capitalismo liberale di tipo anglosassone, un frutto amaro, nato dall’assassinio di Rosa Luxemburg.
I partiti che sostennero la Repubblica di Weimar furono il partito socialdemocratico (SPD), il partito cattolico del CENTRO, i piccolo partico democratico (formato da pochi liberali progressisti). Questi tre partiti credettero sinceramente nella repubblica. Il Partito Tedesco Popolare, il partito di destra liberal-conservatrice (la destra moderata), non rifiutava apertamente la repubblica, ed era disposto a concederle un periodo di prova.
Le forze di estrema destra erano animate da un forte rancore nei confronti dei ‘traditori’ della Germania, dei comunisti e degli ebrei. L’estrema destra si ispirava agli scritti di autori di notevole valore letterario: Ernst Jünger, Ernst von Salomon, A. Moeller van del Bruck, sostenitori del culto della ‘comunità di sangue’, del Volk tedesco, dei culti pagani germanici. L’estrema destra era costituita dalle forze dell’esercito, dallo STAHLHELM (‘elmo d’acciaio’, il maggiore tra i ‘corpi franchi’) e dal piccolo (allora) Partito nazionalsocialista.
La storia della repubblica di W. si può dividere in una serie di periodi.
- La prima fase fu caratterizzata dai tentativi di insurrezione dei comunisti e dai tentativi di colpo di Stato da parte delle estreme destre, e da una fortissima inflazione. Già nel 1920 si ebbe il Putsch (tentativo di colpo di Stato) di Kapp e dei corpi franchi. Tentativo fallito. L’inflazione impoverì i ceti medi e gli operai. Nel 1923 la Germania, stremata, sospese i pagamenti dei debiti di guerra, e la Francia, per ritorsione, occupò il territorio della Ruhr. L’inflazione giunse all’apice, annullando il valore del marco: il pane, come abbiamo già detto, giunse a costare centinaia di miliardi di marchi al kg. In quell’anno di ebbe il Putsch di Monaco (il tentativo di colpo di stato a Monaco), capeggiato da Hitler. Anche questo tentativo fallì, e Hitler finì in galera.
- Seconda fase: 1923-1929. Sempre nel 1923, Gustav Stresemann, del Partito tedesco popolare, un intelligente conservatore, divenne cancelliere. Stresemann dominò la vita politica tedesca fino al 1929, prima come cancelliere, poi, dal 1926, come ministro degli esteri. Con Stresemann la situazione economica e politica tedesca cominciò a migliorare. Vennero ripresi i pagamenti dei debiti. Iniziarono ad arrivare consistenti investimenti economici statunitensi. L’economia si riprese. La Germania fu ammessa nella Società delle Nazioni e i rapporti con la Francia migliorarono. Iniziò una fase di distensione internazionale che culminò con il TRATTATO DI LOCARNO, firmato da Aristide Briand (ministro degli esteri francese) e Stresemann. Era il 1925. Il trattato impegnava Francia, Belgio e Germania a non violare le comuni frontiere. Mussolini si faceva garante, con l’Inghilterra, del trattato. Nasceva lo ‘spirito di Locarno’, un atteggiamento di distensione internazionale che alimentò le illusioni di una lunga pace in Europa; illusioni confermate nel 1928 dal patto Briand-Kellog (Kellog era il ‘segretario di Stato’ degli Usa, cioè il ministro degli esteri USA) che condannava il ricorso alla guerra per risolvere le controversie internazionali. Nel 1929 venne formulato il piano Young per ridurre le riparazioni di guerra a carico dei tedeschi. Fu proposta una rateazione dei debiti, in base alla quale la Germania avrebbe pagato aliquote dilazionate fino al 1988.
- Tuttavia, con l’arrivo della grande crisi del 1929 in Europa, lo ‘spirito di Locarno’, lo spirito della pace, andò rapidamente dissolvendosi. Tornarono ad aumentare le difficoltà economiche e politiche all’interno della Germania (e non solo della Germania); i rapporti internazionali tornarono a farsi tesi. Mentre all’interno della Germania le divergenze e le liti tra i partiti rendevano praticamente impossibile la formazione di solide maggioranze parlamentari e di governi stabili, la Francia dava inizio alla costruzione della LINEA MAGINOT, una serie di fortini militari sui confini del mondo tedesco. Era il segno che un’epoca si stava chiudendo. Iniziavano gli anni trenta; iniziava la folle corsa del mondo verso una nuova catastrofe: la seconda guerra mondiale.
IL NAZISMO.
LA FINE DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR: 1929-1932.
Si è già visto che la crisi del 29 aveva rafforzato le critiche alle democrazie parlamentari; peraltro già negli anni Venti si era instaurata la dittatura fascista in Italia. Ora negli anni Trenta si impose un altro regime totalitario, il nazismo
(e, con un fondamento ideologico opposto, lo stalinismo, che non è però collegabile alla crisi economica del 1929).
Come sappiamo, la Germania (la repubblica di Weimar) aveva riacquistato verso la metà degli anni Venti un ruolo di grande potenza grazie alla politica di Stresemann e agli aiuti della finanza statunitense. La grande crisi del 1929 e i dissesti economici seguiti al ritiro dei capitali stranieri rimisero in ginocchio l’economia tedesca, e il popolo alla fame. Nel 1932 la produzione industriale toccò il livello più basso, con milioni di disoccupati.
Fu in questa situazione che, mentre si susseguivano governi deboli e incapaci di fronteggiare la crisi, si radicalizzò la lotta politica, che lasciò spazio ai comunisti e ai nazionalsocialisti di Hitler.
Dal 1929 al 1932 le divergenze tra i tanti partiti resero impossibile qualunque solida maggioranza parlamentare. La repubblica di Weimar stava entrando in agonia. Da ricordare il governo di Heinrich Brüning, cattolico, che visse ‘alla giornata’. Brüning tentò di tagliare la spesa pubblica e di attuare una riforma agraria per spezzettare i latifondi della nobiltà, Ma nel 1932 il suo governo fu costretto a dimettersi per l’opposizione dei conservatori junker. Intanto, comunisti e socialdemocratici litigavano tra di loro e si indebolivano a vicenda. La conquista nazista del potere era ormai vicina.
I PRINCIPI DELL’IDEOLOGIA NAZISTA.
Hitler, di origine austriaca, pittore fallito in gioventù (Brecht lo avrebbe definito l’imbianchino) si era arruolato volontario durante la Grande Guerra nell’esercito tedesco. Nel 1920 organizzò il PARTITO NAZIONALSOCIALISTA DEI LAVORATORI TEDESCHI (NSDAP), che ben presto si dotò di formazioni paramilitari: le SA (‘squadre d’assalto’) nel 1921, e le più note SS (Squadre di protezione) nel 1925. Nel 1923, nel pieno della crisi economica, la destra radicale (nazisti e ex-combattenti), guidata dal generale Ludendorff e da Hitler, tentò di attuare un colpo di stato (=putsch) a Monaco di Baviera. Il tentativo fallì. 16 nazisti furono uccisi dalla polizia. Hitler rimase 9 mesi in carcere e lì iniziò a scrivere il MEIN KAMPF (“La mia battaglia”), la ‘bibbia’ del nazismo.
Nel programma del partito e nel Mein Kampf si trovano espresse le idee basilari di Hitler. Da ricordare che l’ideologia nazista fu, dall’inizio, l’ideologia dei ceti medi (Mittelstand) in crisi, proprio come avvenne in Italia con il fascismo. Le idee fondamentali erano:
- bisognava lavare l’onta di Versailles, da cui era nata la repubblica di Weimar, la repubblica dei ‘traditori’ del popolo tedesco; si doveva ricostruire una Grande Germania, con l’unione di tutti i tedeschi etnici, anche di quelli che, a seguito della pace imposta a Versailles, vivevano al di fuori dei confini dello Stato (come ad esempio i tedeschi dei Sudeti, regione inglobata nella Cecosclovacchia);
- bisognava procurare al popolo tedesco lo “spazio vitale” (il Lebensraum) verso Oriente, cioè verso il territorio occupato dagli slavi (polacchi e russi), popoli biologicamente inferiori. Qui pangermanesimo ed espansionismo imperialista si univano in un tutt’uno;
- l’imperialismo tedesco doveva avere una funzione antisovietica, antibolscevica, anticomunista. Il ‘socialismo’ predicato da Hitler sosteneva la necessità della protezione e unione di tutti i lavoratori tedeschi (operai e padroni), indipendentemente dal censo sociale e al di sopra delle divisioni di classe, in nome del comune sangue e della Volksgemeinschaft biologica di appartenenza. Era, insomma, un socialismo nazionalista, ‘tribale, che rifiutava il tema marxista-comunista della fratellanza internazionale degli operai, degli oppressi;
- al tempo stesso si doveva lottare contro il ‘capitalismo’ (cioè contro il sistema dell’egoismo e dell’individualismo liberale e liberista): da qui la denominazione “socialista” del partito. Si trattava di un anti-capitalismo reazionario, feudale e piccolo-borghese, romantico (cioè un anticapitalismo che recuperava quel culto della natura e del mondo agricolo proprio di tanto Romanticismo tedesco e non solo). Insomma, anche il nazismo cercava una terza via oltre l’egoismo borghese capitalista e oltre l’internazionalismo e l’odio di classe predicato dal comunismo. E tutto in nome del principio dell’unità razziale;
- la stirpe tedesca era una stirpe eletta, in quanto erede della razza ariana, la razza per eccellenza. I tedeschi erano un HERRENVOLK (=popolo di signori), depositari di un’etica superiore (onestà, laboriosità, creatività, dignità etc.), destinati, con poche altre nazioni privilegiate, a dominare il mondo, schiacciando le razze inferiori, soprattutto gli ebrei. Ecco il razzismo e l’antisemitismo razzista dei nazisti;
- ma per conseguire simili obiettivi era necessaria l’assoluta obbedienza ‘cadaverica’ al Führer (il capo, la guida della nazione-razza), le cui decisioni dovevano sostituire quelle del parlamento, inutile e corrotto. Era il cosiddetto Führerprinzip (principio del capo). Solo così, solo obbedendo al capo infallibile, il Volk biologico tedesco si sarebbe potuto imporre sugli UNTERMENSCHEN (i ‘sotto-uomini’, i sub-umani slavi, negri, ebrei).
Confluivano in queste posizioni il nazionalismo più esasperato; idee male assimilate tratte da Fichte, Hegel e Nietzsche; il delirio razzista basato su una distorta interpretazione della biologia di Darwin e sugli scritti demenziali del pangermanista antisemita Houston Stewart Chamberlain. Nasceva la concezione razzista, biologistica della nazione.
“Essendo la razza l’elemento essenziale della storia e della società, lo Stato veniva considerato da Hitler non come un fine ma come un mezzo, la condizione preliminare per creare una superiore civiltà umana” (Massimo Salvadori): era l’idea della Stato Razziale nazista, guidato dal Führer, il capo carismatico, infallibile, il salvatore del Volk; era l’idea dello Stato come strumento della nazione biologica, strumento della conservazione della ‘sostanza razziale’, non più strumento del diritto (eguale per tutti).
Hitler si considerava un rivoluzionario. Egli riprendeva dagli scritti di Moeller van den Bruck (IL TERZO REICH, 1922) l’idea della necessità di una ‘rivoluzione conservatrice’ tedesca, alternativa al capitalismo e al comunismo (la ‘terza via’), e la precisava come ‘rivoluzione razziale’: i nazisti dovevano cambiare tutto per conservare la razza ariana nei suoi valori e nella sua purezza, difendendola dagli attacchi degli ebrei, che congiuravano per conquistare il dominio sul mondo, servendosi del comunismo e del capitalismo (e di qualunque altra idea utile a minare la resistenza razziale dei tedeschi). Nasceva così la folle certezza di Hitler (e dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg) che esistesse una congiura, una cospirazione giudaico-comunista-capitalista, una idea che traeva alimento da falsi famosi come i DOCUMENTI DEI SAVI ANZIANI DI SION.
Gli ebrei, i senza patria, il ‘nemico interno’, erano responsabili di fenomeni internazionali quali capitalismo e bolscevismo, gli strumenti di cui essi si servono per dividere il popolo tedesco (predicando la lotta di classe) e indebolirlo biologicamente (con i fumi di scarico delle grandi città industriali etc.). Secondo i nazisti la storia non è determinata dalla lotta di classe, ma dalla lotta tra le razze. Costante è in Hitler il timore per i subdoli ebrei e per la minaccia costituita dai popoli asiatici e africani, che circondano l’Europa e rischiano di sommergerla “La Francia si sta negrizzando” –tuona Hitler nei Mein Kampf. Solo i tedeschi, gli ariani, avrebbero potuto salvare l’Europa dai popoli inferiori, privi di spiritualità, onore, cultura, senso del lavoro etc.
Secondo J. Fest, il nazismo elaborò una utopia razziale-medievale. “Il nazismo è stato una singolare mescolanza di medioevo e modernità” (IL SOGNO DISTRUTTO, 1991); è stato un tentativo impossibile di negare il tempo e la storia, di conquistare con la moderna tecnologia (cannoni e divisioni corazzate) le pianure dell’Est (Polonia, Russia etc.) e qui realizzare una società di sani contadini-guerrieri ariani. I sottouomini slavi avrebbero lavorato sotto il controllo dei signori ariani, in campagna, e avrebbero anche sostituito i lavoratori tedeschi nelle fabbriche. Utopia folle e impossibile, venata di ruralismo e anticapitalismo reazionario e razzista, che però spiega l’interesse che anche il nazismo mostrò verso le campagne, e il suo tentativo di frenare l’esodo verso le città e difendere il mondo degli junker (a cui fu addirittura riconosciuto il diritto di distribuire castighi corporali ai dipendenti).
LA STRATEGIA DI HITLER.
- Attraverso la propaganda antisemita (che del resto cadeva su un terreno fertile: il popolo tedesco era profondamente imbevuto di antisemitismo) Hitler riusciva a scaricare su un capro espiatorio (gli ebrei, appunto) le umiliazioni, le paure e il dissesto economico provocati dalla sconfitta e dalla grande crisi.
- Nonostante le conclamate posizioni anticapitaliste, Hitler (esattamente come Mussolini) cercò anche il consenso della grande borghesia, alla quale (seguendo la tattica di Mussolini) si presentò come il restauratore dell’ordine e il nemico giurato del comunismo. Hitler aveva compreso che senza l’appoggio della casta militare, della polizia e del grande capitale non poteva arrivare al potere. Ma Hitler -a differenza di Mussolini- credeva nella sua ideologia, e (secondo Fest e Hildebrand e altri illustri storici) la sua alleanza con il grande capitale doveva essere puramente tattica e momentanea. L’appoggio degli industriali era necessario, ma forse un giorno… Secondo Fest, nella sua biografia su HITLER, il führer non era disposto a scendere a compromessi sui suoi fini politici ultimi, e la sua connivenza con il mondo industriale era frutto di un opportunismo puramente tattico.
In ogni caso, è certo che molti grandi gruppi industriali (Thyssen, Krupp, il gruppo chimico della I. G. Farben etc.) “rimasero fedeli a Hitler” (Carocci), anche perché –come vedremo- il nazismo abolì gli scioperi e i sindacati operai della sinistra, mantenne bassi i salari, sostenne la produzione industriale con il sistema delle commesse pubbliche. In questo senso si può tranquillamente continuare a dire che il nazismo ha creato un regime totalitario di destra, sostenuto dal grande capitale, anche se autonomo nella sua formazione e nella sua ideologia.
HITLER CANCELLIERE.
- Alle elezioni del 1928 i nazisti ebbero appena 800.000 voti (il 2.3% dell’elettorato). Erano ancora un partito insignificante. Poi scoppiò la grande crisi del 1929, ed ecco cosa accadde: già alle elezioni del 1930 ebbero più di 6 milioni di voti (il 18,3%). Anche i comunisti avevano accresciuto la loro forza. Perdevano i partiti che sostenevano la Repubblica di Weimar.
- Nel 1932 fu rieletto presidente il vecchio maresciallo Hindenburg. Moriva il governo Brüning. In due successive elezioni, nello stesso anno, i nazisti stravinsero: 14 milioni di voti (40%)! Divennero il partito di maggioranza relativa.
- A questo punto i gruppi conservatori (le vecchie e tradizionali destre moderate, guidate da Hugenberg) e cattolici di von Papen, compirono lo stesso errore in cui erano caduti dieci anni prima Giolitti e i liberali: pensarono di ‘utilizzare’ i nazisti contro le sinistre, di costituzionalizarli e di controllarli, affidando loro incarichi secondari di governo. MA SI SBAGLIARONO. Nel gennaio del 1933 Hindenburg chiamò Hitler a formare un nuovo governo (proprio come il re aveva chiamato Mussolini). Hitler divenne cancelliere, alla guida di un governo di coalizione formato da nazisti, conservatori e cattolici (altra analogia con il fascismo).
DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E PARLAMENTARE, DUNQUE, NASCEVA UN REGIME CHE BEN PRESTO AVREBBE MOSTRATO UN VOLTO TOTALITARIO, DITTATORIALE, ANTILIBERALE , ANTIDEMOCRATICO, DEMAGOGICO E PLEBISCITARIO (MA NON CERTO DEMOCRATICO).
LA NASCITA DEL TOTALITARISMO NAZISTA. IL TERZO REICH.
Un fatto ancora oscuro –l’incendio del Reichstag, il parlamento tedesco nel febbraio 1933, quasi certamente opera di nazisti ma attribuito ai comunisti- diede al governo del neo-cancelliere Hitler l’occasione per mettere fuori legge il partito comunista e limitare le libertà civili. Nelle successive elezioni del marzo 1933, avvenute in un clima di intimidazioni e violenze, i nazisti ottennero il 43,9 % dei voti. Ciò consentì a Hitler di instaurare la sua dittatura: chiese al parlamento di conferire al governo pieni poteri, compresi il potere legislativo e il potere di modificare la costituzione. Il parlamento approvò la legge ‘suicida’: contrari solo i socialdemocratici. Ma il partito socialdemocratico (fino a poco prima il più forte partito operaio d’Europa) fu sciolto d’autorità in giugno, e il partito del Centro cattolico preferì autosciogliersi. Nel luglio del 1933 il governo emise una legge che riconosceva come legale il solo partito nazista, il passo decisivo in vista della nascita del regime totalitario (a partito unico). Nel frattempo venne creata la potente Gestapo (la polizia politica segreta, la Geheime Staatspolizei) e introdotta la pena di morte per reati politici. Sempre nel 1933 venne aperto il primo campo di concentramento: Dachau, che raccoglieva oppositori politici interni e criminali comuni (non ancora ebrei, se non per reati politici o comuni).
Nell’arco di pochi mesi, Hitler aveva dunque instaurato quel regime dittatoriale che Mussolini aveva edificato solo in circa quattro anni, tra il 1922 e il 1925-6.
Continuava tuttavia ad essere necessario a Hitler l’appoggio della casta militare e degli industriali: questi reclamavano la liquidazione dell’ala sinistra del partito nazista, che aveva numerosi sostenitori nelle SA ed era guidata da Röhm e dai fratelli Strasser. La sinistra nazista progettava una ‘seconda rivoluzione’ decisamente anticapitalista (a testimonianza che l’anticapitalismo del nazismo delle origini non era solo uno scherzo o uno slogan propagandistico): Röhm e compari volevano la nazionalizzazione delle fabbriche e la sottomissione dell’esercito regolare alle SA. Ma Hitler non poteva accontentare il loro radicalismo politico (almeno per il momento). Fu così che nel giugno del 1934 si ebbe la cosiddetta notte dei lunghi coltelli: Hitler fece massacrare dalle SS comandate dal fidato Himmler i capi della sinistra nazista (alcune centinaia di persone, compreso Röhm). In tal modo Adolfo vide confermato l’appoggio di industriali e capi dell’esercito.
Alla morte di Hindenburg, nell’agosto 1934, Hitler aggiunse alla carica di cancelliere anche quella di capo dello Stato e in seguito di capo supremo delle forze armate. La repubblica di Weimar era morta, e lasciava il posto al TERZO REICH (il primo era stato il Sacro romano impero germanico, fondato da Ottone I nel 962 d.C.; il secondo era stato quello formatosi nel 1871 grazie a Bismarck e a Guglielmo I), il ‘Reich millenario’: “Per i prossimi mille anni –dichiarò il führer- la forma della vita tedesca è ormai definitivamente fissata”. In realtà il Terzo Reich non durò mille anni, bensì poco più di dieci, fino al 1945, ma bastò a scatenare la più spaventosa guerra che l’umanità abbia vissuto.
IL REGIME NAZISTA.
Il regime nazista fu caratterizzato dal controllo nazista di tutti gli apparati dello Stato, dalla propaganda martellante (che peraltro incontrava facile ascolto presso larga parte di un popolo ben disposto ad affidarsi a un capo carismatico), dalla lotta spietata contro gli oppositori e dalla persecuzione degli ebrei.
Il terrore nazista, indubbiamente più feroce di quello fascista, si servì della Gestapo e delle SS di Himmler. Si arrivò all’internamento nei campi di concentramento (i lager) di quasi un milione di tedeschi, e alla eliminazione fisica di molti oppositori.
1) la Shoà (o SHOAH)
Si avviarono le persecuzioni contro gli ebrei, il ‘nemico interno’. Cominciate nel 1933 e aggravate dalle leggi di Norimberga (1935) che “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco” giunsero ad impedire i matrimoni tra ebrei e “cittadini di sangue tedesco”, a dichiarare nulli quelli già contratti, a vietare l’assunzione da parte di ebrei di personale femminile tedesco con meno di 45 anni, a dichiarare punibili per legge le relazioni sessuali tra ariani ed ebrei, le persecuzioni giunsero infine alle violenze aperte. Il punto di svolta fu costituito dalla notte dei cristalli (novembre 1938), in cui gli ebrei furono linciati a dozzine per le strade, e i loro uffici e le loro sinagoghe incendiate. Le devastazioni erano state organizzate dal dottor Goebbels e dal famigerato SS Heydrich.
Eppure, come scrive Leon Poliakov, “il giudaismo tedesco impiegò un certo tempo … per capire che l’espatrio era l’unica soluzione rimastagli. Nei primi anni del regime hitleriano l’emigrazione degli ebrei tedeschi fu irrilevante…questa indecisione generale [a partire] era in parte dovuta all’attaccamento alla madrepatria, in parte alle enormi difficoltà legate alla emigrazione”, in parte legate alla convinzione che la patria di Goethe, Beethoven e Kant non avrebbe mai acconsentito a che si giungesse a violenze sistematiche e generalizzate. Semplicemente, molti ebrei restarono (quando era ancora possibile fuggire) perché non credevano possibile che si arrivasse al peggio. Ricorda Poliakov che dei 525.000 ebrei tedeschi solo 175/200.000 se ne andarono prima dello scoppio della guerra e del loro successivo sterminio (dati presentati in IL NAZISMO E LO STERMINIO DEGLI EBREI, Poliakov, 1951, uno dei libri più importanti scritti sull’argomento).
Come è noto, nel corso della Seconda Guerra Mondiale circa sei milioni di ebrei furono uccisi dai nazisti.
Gli ebrei, ritenuti responsabili della sconfitta nella prima g. m., ritenuti capi del bolscevismo e anche crudelissimi capitalisti violentatori e corruttori del sangue ariano, dovevano essere eliminati. Ma la logica eliminazionista dei nazisti sembrò intendere dapprima la loro ‘eliminazione’ come semplice allontanamento dalla Germania (è noto che nel programma del partito e nel Mein Kampf non si parla di eliminazione ‘fisica’ degli ebrei). Secondo alcuni studiosi ( tra cui lo stesso Poliakov, Broszat, Browning) non vi sarebbe stata già sin dall'inizio una volontà precisa di sterminare gli ebrei. Tant'è che fino al 1941 e al momento dell’attacco alla Russia sovietica da parte dei tedeschi, gli uffici delle SS studiavano dei piani per attuare la emigrazione forzata degli ebrei. E’ noto il PIANO MADAGASCAR. Poi con le prime difficoltà militari i nazisti, che, penetrati in Polonia e in Russia, si trovarono di fronte a milioni di ebrei (moltissimi vivevano in Europa orientale), decisero per lo sterminio. E’ questa la tesi ‘funzionalista’. Secondo molti altri storici, invece, l’intenzione di massacrare gli ebrei sarebbe stata presente nella mente dei capi nazisti fin dall’inizio, anche se per ragioni di opportunità politica essa non fu mai espressa pubblicamente. E’, questa, la tesi ‘intenzionalista’ di Lucy Dawidowicz, Fleming, Nolte. Ancora si discute su questi argomenti. In ogni caso, né gli uni né gli altri mettono in dubbio la mostruosa realtà del genocidio.
In ogni caso, è certo che durante la guerra mondiale, a partire dal 1941, i nazisti passarono a sterminare gli ebrei d’Europa, ovunque li trovassero. Ora la logica eliminazionista del nazismo dava vita all’olocausto del popolo ebraico, alla shoà (=distruzione). A quanto è dato sapere (tutto si svolse nella massima segretezza possibile, e non sono stati trovati documenti firmati che contengano esplicitamente l’ordine di attuare il genocidio; tutti i documenti al riguardo sono ammantati di espressioni eufemistiche), la “SOLUZIONE FINALE” della questione ebraica (la Endlösung), intesa come genocidio, fu presa nel 1941, al momento dell’attacco all’Urss, e fu pianificata nel 1942, alla Conferenza di Wannsee (presso Berlino). Gli ebrei occidentali (non solo quelli tedeschi, ma quelli di tutti i Paesi nei quali giungessero le armate tedesche), già identificati e marchiati (con la stella di Davide), poi privati delle loro proprietà (che vennero ‘arianizzate’, cioè espropriate e vendute a basso costo a tedeschi), poi ghettizzati, furono infine deportati a est, lontano dagli occhi ‘pietosi’ e dalle coscienze ‘sensibili’ degli occidentali, e lì furono massacrati con tecniche industriali, ‘tayloriste’ e ‘fordiste’, nei grandi Vernichtungslager (=campi di sterminio, non semplici campi di concentramento, di lavoro o di transito) che si trovavano in Polonia (occupata dai tedeschi): Auschwitz, Sobibor, Chelmno, Maidanek, Treblinka, Belzec.
Bisogna ricordare che in prossimità dei ‘campi della morte’, molte industrie tedesche aprirono stabilimenti per sfruttare il lavoro degli ebrei ridotti in condizione di schiavitù e destinati a morire (di fame, fatica o nelle camere a gas). E Bisogna ricordare che la I.G. Farben fece affari con i nazisti vendendo il terribile Zyklon B, i cristalli di cianuro da cui si sprigionava il gas usato per liquidare gli ebrei. Nei campi furono poi eliminati fisicamente moltissimi zingari, testimoni di Geova, prigionieri russi..
Ma bisogna anche ricordare che già dal 1941, in Russia agivano le terribili Einsatzgruppen, unità speciali delle SS e della polizia che fucilarono centinaia di migliaia di ebrei, muovendosi subito dietro le prime linee dell’esercito tedesco avanzante. Fu, questa, la fase delle ‘eliminazioni selvagge, primitive’(come le chiama Poliakov), precedente quella più ‘scientifica’ delle eliminazioni nei lager.
Aggiunte. Hitler si proponeva di rendere l’Europa judenfrei (=libera dagli ebrei), e ci riuscì quasi completamente, anche perché nessun altro Stato (né Usa né Inghilterra etc.) spalancò le porte agli ebrei che decidevano di fuggire. Gli inglesi non volevano troppi ebrei in Palestina, per non avere noie con gli arabi; i politici statunitensi, per ragioni elettorali interne, sensibili al tema delle quote di immigrazione e alle preoccupazioni razziali degli WASP, non intendevano rischiare sconfitte politiche per aiutare gli ebrei; e la Francia, quanto antisemita era la patria di Dreyfus?.
La Shoà non fu l’unico né il primo genocidio del XX secolo. Già nel 1916-7, durante la Grande Guerra, il governo turco aveva massacrato gli armeni. L’unicità della Shoà deriva dai metodi scientifici e industriali con cui in buona parte fu attuata, oltre che per l'ideologia razzista che condannò a morte gli ebrei per il solo fatto di esser nati; ebrei equiparati dalla pseudobiologia, dalla fisiognomica e dalla frenologia, a topi, cimici, esseri sub-umani, meno-che-umani.
Vorrei concludere il punto ricordando che il razzismo antisemita deriva buona parte del suo fascini dall’essere una visione semplicistica e manichea del mondo che –come disse Proust- “avvicina il duca al suo cocchiere”, cioè risponde in modo mostruoso al bisogno di eguaglianza e di appartenenza diminuendo il sentimento della differenza di classe sociale, unificando in modo fittizio tutti i ceti in una unica razza e scagliando il male fuori di sé, nei portatori di un altro ‘sangue’. Esso è, come ha detto Hannah Arendt, “nazionalismo tribale”. E’ “il socialismo degli sciocchi” (Lenin).
- Organizzazione di massa e cultura.
I sindacati operai vennero sciolti, e i lavoratori inquadrati nel Fronte del Lavoro, organizzazione corporativa nazista. La gioventù venne organizzata nelle formazioni della Hitlerjugend (Gioventù hitleriana). Sfilate, adunate oceaniche che avevano il compito di instaurare un rapporto diretto tra le masse e il capo, parate militari, bandiere, musica, manifestazioni sportive (le Olimpiadi di Berlino, 1936) seguivano un preciso e coreografico rituale finalizzato a rinsaldare il senso della Volksgemeinschaft tedesca. A Norimberga fu costruito uno stadio per 240.000 persone! Cinema e radio cantavano le lodi del popolo tedesco e del suo führer. L’architettura monumentale di Albert Speer faceva lo stesso, e così le cerimonie neopagane ispirantesi ai miti scandinavi, al culto del sole e della svastica. Si formò un Ministero della propaganda affidato al dottor Goebbels. Il consenso di massa al nazismo fu indiscutibile, grazie anche al fatto che, puntando sul riarmo, l’industria bellica e le opere pubbliche, il nazismo eliminò in tempi brevi la disoccupazione.
La vita culturale venne sottoposta al controllo rigido dello ‘Stato delle SS’. Già nel 1933 si erano verificati i roghi di libri di autori ‘non graditi’: Voltaire, Marx, Freud, Einstein, Freud, Proust etc. Dalla Germania ci fu un esodo di intellettuali di primo piano: Thomas Mann e Albert Einstein tra gli altri.
3) Nazismo, chiese, industria e caste militari.
Il consenso di massa derivò anche dal fatto che le chiese luterana e cattolica attuarono deboli opposizioni al nazismo. Anche in Germania si giunse ad un concordato fra Hitler e il Vaticano: la chiesa accettava lo scioglimento dei sindacati cattolici e del partito del Centro per assicurarsi libertà di culto. Solo più tardi, nel 1937, Pio XI condannò il nazismo nell’enciclica CON COCENTE DOLORE. Ma il suo successore, Pio XII (1939-1958) attenuò l’atteggiamento anti-nazista e mantenne quello anti-comunista.
I rapporti tra i trust industriali, come quello dei Krupp e della Farben, e il nazismo si rafforzarono, che perché il regime proibì gli scioperi operai, favorì l’industria con le commesse pubbliche e il potenziamento della produzione bellica, nonché con la promessa di grandi bottini di guerra. Gli industriali, favoriti e protetti, si sottomisero di buon grado alla pianificazione economica statale (altro tratto tipico dei totalitarismi), che iniziò nel 1936 con il primo piano quadriennale (quinquennali quelli sovietici: ricordare).
Gli operai ebbero bassi salari, ma in compenso ottennero lavoro sicuro e stabile.
Nel 1938, dopo aver eliminato ogni opposizione interna al partito (vedi NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI), Hitler si sbarazzò –destituendoli- anche di quei generali dell’esercito (Blomberg, Fritsch) che si opponevano all’idea di una espansione militare tedesca in tempi brevi formulata dal capo nazista, idea giudicata troppo azzardata.
Hitler era diventato il signore assoluto della Germania. La guerra era vicina.
Ordine: leggere documento n. 1 (il programma del partito) e n.2 (pagine dal Mein Kampf) sul manuale, nonché la parte dedicata alle INTERPRETAZIONI DEL NAZISMO (e in particolare il brano tratto da Mosse).
Fonti principali: Carocci, L’ETA’ CONTEMPORANEA, Zanichelli, Bologna, 1990, capitoli 68-69;
Gavino Olivieri, STORIA CONTEMPORANEA, Ed. del Giglio, pp.246-8;
Gaeta, Villani, Petraccone, STORIA CONTEMPORANEA, Principato, Milano.
E qualche altra dozzina di libri.
Mario Gamba.
INTERPRETAZIONI DEL NAZISMO.
- Un primo nodo storiografico è capire se il nazismo sia l’ovvio punto d’arrivo di energie negative insite in Germania sin dai tempi di Lutero (noto antisemita) o se esso sia un fatto nuovo, una sorta di deviazione patologica dalla tradizione culturale tedesca, la forma tedesca di un fenomeno comunque europeo e non specificamente tedesco. Secondo lo storico tedesco conservatore Gerhard Ritter, il nazismo è solo una forma particolare della crisi generale dei valori liberal-democratici (tolleranza, ragionevolezza, moderazione, libertà, fiducia nel progresso storico etc.) che investì tutto l’Ocidente, e non deve essere pensato come un evento che ha radici unicamente nella storia tedesca passata. Secondo Ritter (che scriveva negli anni sessanta), non c’è alcuna continuità tra la Germania di Bismarck e Guglielmo I e la Germania di Hitler. Hitler aveva preso a modello Mussolini, non Bismarck. E in ogni caso l’esercito tedesco di vecchia tradizione prussiana non amava l’austriaco, cattolico, ‘meridionale’ e anti-tradizionalista Hitler.
- Ma questa prospettiva sembra essere in qualche modo costruita per de-responsabilizzare il mondo tedesco di ciò che è accaduto, e diminuire il suo senso di colpa. Secondo Enzo Collotti (LA GERMANIA NAZISTA, 1962), invece, il nazismo si colloca all’interno di una tradizione tipicamente tedesca, nazionalista, militarista, antisemita, che va da Lutero a Fichte, Hegel, Wagner, Nietzsche, il pangermanesimo etc.
- Altri studiosi, poi, tendono a pensare che gli orrori del nazismo sono il frutto della crisi morale europea, e in particolare della ebbrezza di potere della borghesia e dei militari tedeschi. Eppure, secondo costoro (tra i quali il grande professore liberale Meinecke, subito dopo la fine della 2° g. m .) tutti questi mali non avrebbero potuto portare ad una simile catastrofe senza la comparsa di una personalità eccezionale, di una ‘forza demoniaca’ come quella di Hitler, che stregò il popolo tedesco e lo pose in balìa di un “gruppo di filibustieri” animati solo dal tornaconto personale. Invece Collotti invita a respingere il tentativo di scaricare sulla sola figura di Hitler (e dei leader nazisti) ogni responsabilità, per non fornire un alibi ai tanti corresponsabili della sciagura. Hitler non avrebbe mai potuto scatenare la guerra e l’Olocausto senza l’aiuto degli industriali, delle classi politiche conservatrici, degli Junker e dei militari.
- I marxisti interpretano il nazismo come fanno con il fascismo italiano. E’ la vecchia tesi Dimitrov, secondo cui il nazismo sarebbe stato lo strumento usato dal grande capitale, dalla borghesia reazionaria per distruggere il movimento proletario-socialista. (sulla tesi Dimitrov v. Gaeta-Villani, p.264)
- La teoria marxista del nazismo come semplice agente del capitalismo è stata negata da autori come Fest e K. Hildebrand (IL TERZO REICH, 1979), che sottolineano l’autonomia politica del nazismo dal grande capitale e le intenzioni realmente anticapitaliste di Hitler e del nazismo (che volle essere –senza riuscirvi- una reale ‘terza via’). I nazisti avrebbero realmente voluto, dopo la auspicata vittoria nella guerra, sbarazzarsi dell’industrialismo capitalista. Protessero la grande industria solo perché di fatto ne avevano bisogno per vincere il conflitto. Poi però, finita la guerra…
- George Mosse (LE ORIGINI CULTURALI DEL TERZO REICH, 1968) ci offre invece una tesi più sottile: la tesi del nazismo come rivoluzione antiebraica. La ragione del successo di Hitler fu di avere dato un indirizzo concreto alla fumosa e indefinita volontà rivoluzionaria dei ceti medi. La “rivoluzione germanica”, la ricerca di una TERZA VIA alternativa a capitalismo e comunismo, divenne –con la predicazione di Hitler e Goebbels- rivoluzione antiebraica. Il gran colpo di genio di Hitler consisté nel distinguere tra capitalismo ebraico (responsabile dei mali dei ceti medi) e capitalismo tedesco (=ariano e ‘buono’). Il nemico non fu più il capitalismo in quanto tale, bensì il capitale ebraico (oltretutto, secondo Hitler, gli ebrei erano anche i capi del movimento bolscevico internazionale). L’antisemitismo nazista, del resto, non era semplice opportunismo, ma fede sincera. Deviando la rabbia dei ceti medi in crisi contro i capitalisti ebrei (e solo quelli) e la “cospirazione giudaico-marxista”, Hitler salvò il capitalismo tedesco dalla rovina e anzi lo rafforzò, schiacciando i movimenti di sinistra. La rabbia dei ceti medi (e anche di molti operai) fu distolta dalle cause reali dei loro problemi (il cattivo funzionamento del capitalismo) e scagliata contro gli ebrei (=capro espiatorio). Nel contempo, la proprietà privata ariana fu dichiarata inviolabile e le ricchezze degli ebrei furono spartite tra i ricchi tedeschi. Così gli industriali tedeschi sostennero la “rivoluzione razziale” di Hitler. ‘Capitalismo’, per i nazisti, era in realtà sinonimo di ‘industrialismo ebraico’. Quello di Krupp e della Farben non era, per i nazisti, ‘capitalismo’ in senso proprio; era, piuttosto, industrialismo ariano, al servizio del Volk. Così i nazisti salvarono il capitalismo ariano-tedesco. Un gioco di parole! ‘Capitalismo’ divenne sinonimo di egoismo ebraico, di liberismo, di ‘manchesterismo’ giudaico. Il sistema di fabbrica a profitto privato ma controllato dai piani quadriennali dello Stato e dunque al servizio del Volk, non era ‘capitalismo’!
- LA POLEMICA ATTUALE SUL REVISIONISMO STORIOGRAFICO.
In anni recenti, a partire dal 1986, si è sviluppata in Germania la HISTORIKERSTREIT (“polemica storiografica”) che ha appassionato l’opinione pubblica europea, e di cui i giornali hanno dato ampia notizia.
La polemica è stata aperta dagli scritti di Ernst Nolte (l’articolo “Il passato che non vuole passare”, del 1986; il libro NAZIONALSOCIALISMO E BOLSCEVISMO. La guerra civile europea 1917-1945, libro del 1987).
Nolte, storico tedesco conservatore, ha sostenuto una tesi da molti ritenuta inaccettabile perché tendente a diminuire le “colpe senza attenuanti” della Germania nazista, in qualche modo, a liberare il popolo tedesco dal senso di colpa per un “passato che non passa”.
A differenza di tanti cialtroni come Faurisson (che ha addirittura negato l’esistenza dei campi di sterminio e della volontà criminale di sterminare gli ebrei: è la posizione infame del NEGAZIONISMO storiografico), Nolte (accusato comunque di REVISIONISMO STORIOGRAFICO, cioè di voler ‘rivedere nel senso di ‘attenuare’ la portata dei crimini nazisti) ha affermato che il genocidio razziale fu certo una triste realtà, ma ebbe un ruolo e un significato secondario e subordinato rispetto al vero obiettivo della dittatura nazista: la lotta senza quartiere contro il comunismo. Il nazismo, secondo Nolte, volle essere essenzialmente un ANTICOMUNISMO. La tesi di Nolte è che il nazismo è stato solo la risposta preventiva alla minaccia di una invasione bolscevica. Le violenze politiche all’interno dei vari Stati europei tra il 1917 e il 1945 (lotte tra ‘fascisti’ e comunisti in Italia, Germania, Ungheria, Spagna etc.: la ‘guerra civile europea’) e poi la seconda guerra mondiale nascono a partire dalla rivoluzione d’Ottobre, la rivoluzione sovietica, comunista, bolscevica.
Il nazismo non ci sarebbe stato, senza la minaccia del bolscevismo. E i nazisti, nel costruire i loro lager hanno preso a modello il gulag sovietico: nella lotta contro i comunisti, hanno imitato i loro metodi. IL GULAG PRECEDE IL LAGER! [Come dire che hanno cominciato prima i rossi, e dunque…]. E’ la famosa tesi del NAZISMO COME RISPOSTA IMITATIVA AL BOLSCEVISMO
Il metodo dello sterminio fu analogo, anche se certo, il bolscevismo tentò di attuare lo sterminio di CLASSE (contro kulaki e borghesi), mentre il nazismo tentò di attuare lo sterminio BIOLOGICO contro gli ebrei e quei popoli colpevoli di non avere sangue ariano. Certo, dice Nolte, lo sterminio consumato dai nazisti fu PEGGIORE, MORALMENTE PIU’ RIPROVEVOLE di quello bolscevico. Ma, insomma, Nolte giunge anche a sostenere che il bolscevismo ha causato il nazismo, e che il nazismo ha rappresentato la risposta dell’Occidente alla sfida dell’Oriente sovietico.
Contro Nolte, filosofi come HABERMAS e storici come HOBSBAWM hanno fatto notare che la suddetta tesi è contraddetta da precisi fatti.
- In primo luogo, il razzismo amtisemita di Hitler è una componente fondamentale del programma nazista fin dall’inizio. Nel MEIN KAMPF le pagine dedicate alla polemica antisemita esplicita sono tre volte più numerose di quelle dedicate alle argomentazioni contro il comunismo (e in ogni caso lo stesso comunismo è visto solo come uno strumento di potere utilizzato dagli ebrei!)
- In ogni caso, senza la punitiva pace di Versailles, le mortificazioni territoriali subite dalla Germania e le crisi economiche derivanti dal sistema capitalistico occidentale (in particolare USA), l’avvento di Hitler al potere non sarebbe mai stato possibile. Tutto avrebbe inizio con la GRANDE GUERRA (1° g. mond.), che generò sia la rivoluzione sovietica sia quel malessere tedesco da cui sarebbe sorta la dittatura nazista. Insomma, il 1914 (e non il 1917) segna, dice Hobsbawm, l’inizio del terribile Novecento, il più sanguinoso secolo della storia umana. E la prima guerra mondiale fu effetto delle tensioni imperialistiche tra le potenze.
28/5/1997. Mario Gamba.
IL MONDO VERSO UNA NUOVA TRAGEDIA.
LE RELAZIONI INTERNAZIONALI NEGLI ANNI TRENTA.
Il mondo andava velocemente avvicinandosi alla seconda guerra mondiale, l’ultimo atto di quella che molti studiosi (a partire da Arno Mayer, ebreo statunitense di impostazione marxista, autore di opere famose come SOLUZIONE FINALE, 1990) chiamano la “guerra dei Trent’anni del ventesimo secolo”, o anche la “seconda guerra dei trent’anni”, un’epoca di crisi generale che ricopre il periodo 1914-1945. La Grande Guerra, le crisi economiche, la rivoluzione bolscevica, la dittatura fascista, il totalitarismo stalinista, le paure delle liberal-democrazie occidentali, la nascita del regime totalitario nazista… tutto concorse allo scoppio della più terrificante tragedia che l’umanità abbia conosciuto: la Seconda Guerra Mondiale.
In questa sede ci occupiamo delle relazioni politiche internazionali che condussero allo scoppio del conflitto.
Per comprendere quanto accadde, bisogna sempre tener presente quanto segue: le relazioni internazionali negli anni trenta furono una vera e propria ‘partita a tre’, tre campi politico-ideologici diffidenti l’uno dell’altro, e con diverse strategie politiche: le liberal-democrazie occidentali (USA, Inghilterra, Francia etc.), terra del capitalismo; il mondo sovietico stalinista; il blocco nazi-fascista (a cui si aggiunse, come vedremo, il Giappone), alla ricerca della ‘terza via’, anti-liberale e anti-comunista.
La Società delle Nazioni coltivava l’ideale della sicurezza collettiva, cioè di una intesa generale grazie alla quale i paesi membri che fossero stati aggrediti sarebbero stati difesi da tutti gli altri. L’ideale non si realizzò mai, dice il Carocci. Una serie di clamorose smentite (l’aggressione del Giappone alla Cina nel 1931, quando i nipponici strapparono la Manciuria ai cinesi; l’aggressione dell’Italia fascista all’Etiopia nel 1935) misero in crisi l’ideale della sicurezza collettiva. Del resto, come abbiamo già visto, a partire dal 1930 e con l’arrivo della grande crisi economica, anche lo spirito di Locarno, lo spirito europeo della distensione, andava dissolvendosi rapidamente.
Già nel 1933 il Giappone e la Germania nazista avevano lasciato la Soc. delle Naz. Nel 1937 la lasciò anche l’Italia fascista.
Gli avversari della sicurezza collettiva erano infatti il Giappone, l’Italia e la Germania, potenze fortemente popolate e alla ricerca di ‘spazio vitale’ e materie prime, disposte ad attuare politiche estere aggressive per procurarsi terre e risorse, contro quelle che la propaganda fascista chiamava le ‘plutocrazie’ liberali ricche di colonie e materie prime:Francia, Inghilterra e Usa (che non faceva comunque parte della S. d. N.
Nessuno era però disposto a far ricorso alla forza per far cessare una aggressione. La sicurezza collettiva era dunque paralizzata. Dopo la salita di Hitler al potere nel 1933, numerose potenze iniziarono a preoccuparsi: temevano il revascismo tedesco, temevano quell’Hitler che aveva ottenuto il consenso del popolo tedesco grazie alle costanti critiche nei confronti del trattato di Versailles, temevano il riarmo tedesco. Francia (nemica storica della Germania) e Urss (timorosa della propaganda anticomunista di Hitler) erano forse –dice Carocci- le due potenze più preoccupate, tanto che l’Urss nel 1934 entrò nella S.d.N. Ma la sicurezza collettiva era paralizzata non solo dalla paura che della Germania avevano molti paesi, ma anche dall’anticomunismo e dalla paura che dell’Urss avevano i conservatori in Francia e in Inghilterra. Man mano che le intenzioni di Hitler diventavano sempre più bellicose (come vedremo), i conservatori inglesi e francesi cercarono di rabbonirlo con una serie di concessioni territoriali a spese di Stati europei minori (ad esempio la Cecoslovacchia) e mirarono a indirizzare contro l’Urss l’aggressività nazista. Fu la cosiddetta politica dell’appeasement (= pacificazione mediante concessioni), che durò fino al 1939 e allo scoppio della guerra. In questa folle politica (che permise a Hitler di rafforzarsi sempre più quando ancora era possibile fermarlo, e che consentì ai nazisti di rivolgere le armi anche contro quelle stesse nazioni che avevano permesso il riarmo e l’ingrandimento territoriale del Terzo Reich) si distinsero Neville Chamberlain, primo ministro inglese dal 1937, e il suo collega francese Daladier. Ricordo a tal proposito che in Francia i conservatori amavano affermare “Meglio Hitler che Blum”, cioè meglio i nazisti che i socialisti come Leon Blum. I conservatori vedevano in Hitler (e Mussolini) un baluardo contro il bolscevismo. Ma la ‘teoria della diga’ (come anche era chiamata) fu un gravissimo errore di valutazione delle classi dirigenti delle democrazie borghesi, che non avevano compreso la natura ideologica del nazi-fascismo, come già nel 1938 avvertì Thomas Mann. Come ho detto, fu una partita a tre, dal tragico risultato. Nessuno si fidava completamente di nessuno, tutti miravano a prendere tempo o a scagliare un blocco contro l’altro, mantenendosi al di fuori della mischia. Alla fine, tutti furono coinvolti, e il risultato fu 60 milioni di morti!
Andiamo con ordine.
Nel 1933, al momento della ascesa di Hitler al potere, Mussolini tenne un atteggiamento amichevole verso il capo della Germania (che riconosceva pubblicamente nel Duce il suo maestro). Ma nel 1934, in seguito all’assassinio di Dollfuss (il cancelliere austriaco) commesso in Austria da elementi nazisti che volevano l’annessione dell’Austria alla Germania, i rapporti tra Italia e Germania peggiorarono bruscamente. Mussolini, preoccupato di una eventuale presenza tedesca sui confini italiani e desideroso di porre l’Austria nella sua zona di influenza, inviò due divisioni al Brennero con fare minaccioso. L’iniziativa hitleriana (il desiderio di annettere l’Austria) rientrò, e Mussolini si atteggiò a paladino della indipendenza austriaca, ottenendo il plauso delle altre potenze europee.
Nel 1935 (dieci anni dopo il trattato di Locarno) la Germania ripristinò il servizio militare obbligatorio e diede avvio a un poderoso riarmo. Allora, alla conferenza di Stresa (1935), Inghilterra, Francia e Italia si riunirono per condannare il riarmo tedesco e tornarono a offrire garanzie per l’indipendenza austriaca. Siamo ora in grado di capire perché nel 1935, al momento dell’aggressione italiana all’Etiopia, nessuno volle ricorrere alla forza per fermare Mussolini: perché nessuno voleva inimicarsi irrimediabilmente il Duce, vedendo in lui un uomo capace di tener testa a Hitler. Invece Mussolini, irritato per le sanzioni economiche (del resto ben poco efficaci) contro l’Italia, dopo la conquista dell’Etiopia si avvicinò sempre più alla Germania. Mussolini sperava che l’Italia avrebbe tratto grandi vantaggi da una eventuale futura guerra a fianco della Germania per strappare colonie e territori alle ‘plutocrazie’. Le ‘nazioni proletarie’ (come amava dire il Duce) dovevano trovare il loro ‘posto al sole’, il loro spazio vitale combattendo le nazioni plutocratiche.
Così, nel 1936 si giunse all’ASSE ROMA-BERLINO, il riavvicinamento formale dei due paesi. Nel 1939 l’Asse fu trasformato in una vera e propria alleanza militare: il PATTO D’ACCIAIO, un patto non-difensivo. Mancavano pochi mesi allo scoppio della guerra.
IL FRONTE POPOLARE IN FRANCIA.
Le preoccupazioni dei conservatori in Europa per il comunismo aumentarono nel 1936 quando in Francia e in Spagna si affermarono dei governi di sinistra, che si basavano (seguendo le nuove direttive di Stalin e delle Terza Internazionale) sulla politica dei fronti popolari, cioè sull’alleanza di social-democratici, comunisti, forze democratiche borghesi (e in Spagna anche moltissimi anarchici).
In Francia nel 1936 si formò il governo di Fronte Popolare guidato da Leon Blum, che suscitò una ondata di speranza in larghi strati della popolazione, e che fu subito seguito da un’ondata di scioperi e occupazioni di fabbriche da parte degli operai per ottenere più alti salari etc. Gli operai ottennero aumenti salariali, 15 giorni di ferie pagate, la riduzione delle ore di lavoro a 40 settimanali. Ma il governo di Blum non fu in grado di resistere, perché gli imprenditori francesi, che vedevano alle porte lo spettro del comunismo, iniziarono lo “sciopero del capitale” (invio di capitali all’estero, caduta degli investimenti etc.) I conservatori cominciavano a dire che forse era “Meglio Hitler che Blum”. Il governo Blum dovette dimettersi nel 1937, travolto dalle difficoltà.
LA GUERRA CIVILE IN SPAGNA
La Spagna era un paese ancora molto arretrato economicamente, dove le istituzioni liberali erano sempre state assai deboli. Il paese era dominato da una oligarchia chiusa, una specie di casta, costituita da aristocratici, grandi proprietari terrieri, qualche industriale, generali e alto clero. Circa un terzo del suolo coltivabile era nelle mani dello 0,12% dei proprietari! Un paese agricolo e davvero semifeudale. Attorno al 1920 ci furono forti agitazioni sociali promosse dai sindacati anarchici (molto forti) e socialisti. La Catalogna rinnovò le richieste di autonomia. Anche se non aveva partecipato alla Grande Guerra, insomma, la Spagna attraversò anch’essa un periodo molto difficile, che ebbe fine nel 1923 quando il generale Miguel de Rivera instaurò una dittatura, d’accordo con il re Alfonso. La dittatura finì nel 1930. Il re fu costretto ad abdicare un anno dopo. La Spagna era diventata una repubblica.
Nel 1936 le sinistre, riunite nel FRONTE POPOLARE, salirono al potere. Operai e contadini contavano sulla possibilità di dividere i latifondi tra i braccianti senza terra, di avere aumenti salariali, di dare autonomia alle regioni. Ma c’è da notare che non mancavano gli attriti tra anarchici e comunisti.
Anche le forze reazionarie erano forti: i proprietari terrieri, la Chiesa, gran parte dell’esercito, una organizzazione di tipo fascista, la FALANGE, fondata nel 1933 dal José de Rivera, il figlio del vecchio dittatore.
La rivolta contro il governo legittimo partì dal Marocco (colonia spagnola), guidata dal generale Francisco Franco, il CAUDILLO. Era il 1936. Era scoppiata la guerra civile spagnola, che fu lunga, sanguinosa e tragica, e che si concluse nel 1939 con la vittoria di Franco.
La guerra fece quasi un milione di morti e rovinò la già fragile economia nazionale.
Franco ebbe l’appoggio di Mussolini (che inviò circa 60.000 ‘volontari’) e Hitler (con l’invio massiccio di materiale bellico e gruppi di aviazione). La popolazione civile spagnola fu sottoposta a feroci bombardamenti (celebre quello di Guernica, il cui martirio ha ispirato il famoso quadro di Picasso).
Solo l’Urss inviò qualche aiuto di una certa consistenza al goversno di sinistra. Le democrazie occidentali (Francia e Inghilterra) si astennero dal sostenere il governo legittimo sia per non inimicarsi Mussolini e Hitler, sia per evitare che la Spagna, nel caso avesse visto il governo, cadesse sotto l’influenza dell’Urss e dei comunisti. A difendere la repubblica arrivarono da ogni dove migliaia di volontari antifascisti (italiani, inglesi, americani, tedeschi etc. Ricordiamo Hemingway, Orwell, Malraux), inquadrati nelle famose Brigate Internazionali. Molti gli italiani, tra cui i fratelli Carlo e Nello Rosselli, e Togliatti. Furono i Rosselli ad indicare che la lotta antifascista doveva estendersi quanto prima dalla Spagna all’Italia: “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Le Brigate Internazionali nel 1937 riuscirono a sconfiggere i fascisti nella battaglia di Guadalajara. Ma il loro impegno non bastò.
La guerra civile assunse indubbiamente, tra le destre, i toni ideologici della crociata anticomunista: le destre nazifasciste e le forze impegnate nella difesa dell’ordine e dei diritti del clero si unirono e vinsero.
Indubbiamente la guerra fu feroce: distruzione di chiese, massacri di piazza a danno di sacerdoti e possidenti, bombardamenti devastanti, stragi effettuate dai falangisti e dai franchisti. Né si può dimenticare che il governo legittimo fu indebolito ulteriormente da una specie di guerra interna tra comunisti, sostenuti dall’Urss, e anarchici (i due schieramenti arrivarono spesso a spararsi addosso!).
Nel 1939, Franco aveva vinto. Egli instaurò una feroce dittatura conclusasi solo con la sua morte nel 1975 e il ritorno della monarchia (Juan Carlos di Borbone) e della democrazia. La dittatura di Franco fu autoritaria e conservatrice, non certo totalitaria o ‘fascista’ in senso pieno: il popolo non fu integrato, ma sottomesso. Il potere tornò alle forze tradizionali: clero, militari, proprietari terrieri. Il divorzio e il matrimonio civile, introdotti dalla repubblica, furono aboliti. L’istruzione tornò in mano al clero.
LA GUERRA TRA CINA E GIAPPONE E IL PATTO ANTICOMINTERN.
Oltre che in Europa, c’era nel mondo un altro focolaio di guerra: l’estremo Oriente. Qui il Giappone manifestava una formidabile volontà espansiva e imperialistica.
Il Giappone, paese feudale ancora nel pieno dell’Ottocento, dominato da daimyo (nobili) e mikado (l’imperatore), densamente popolato e privo di materie prime, a partire dal 1867 (inizio dell’ERA MEIJI = del governo illuminato), abolì il regime feudale istituendo la uguaglianza giuridica e trasformando i contadini in proprietari. Il paese si aprì rapidamente alla tecnologia occidentale, ma mantenne intatta una mentalità ‘atavica’ (come avrebbe detto Schumpeter). La casta dei daimyo si trasformò in gruppi industriali che da una parte modernizzarono le strutture economiche della nazione, dall’altra inserirono all’interno del sistema di fabbrica quei rapporti di subordinazione assoluta dei lavoratori nei confronti degli imprenditori che avevano caratterizzato l’età feudale. Anche in Giappone medioevo e modernità si mescolavano e davano luogo a un sistema socio-politico unico nel suo genere. I gruppi di zaibatsu (grandi industriali e banchieri come i Mitsubishi, riuniti in cartelli e trusts) sostenevano la politica aggressiva dei militari che, guidati dall’imperatore (il mikado) auspicavano una espansione nipponica verso il continente asiatico, per conquistare colonie e materie prime. Nel 1894-5 il Giappone aveva sconfitto la Cina per il controllo della Corea, ponte naturale verso il continente. Nel 1904-5 i giapponesi avevano sconfitto i russi e occupato la Manciuria meridionale. Nel 1931, attaccando nuovamente la Cina, i giapponesi avevano occupato tutta la Manciuria, e vi avevano edificato uno Stato-fantoccio, il Manciukuo.
“Il regime dei militari –dice G. Carocci- presentava qualche analogia con il fascismo europeo, pur restando una cosa profondamente diversa perché il potere politico non cadeva in mano a uomini nuovi ma rimaneva in mano a una forza tradizionale come l’esercito. Tuttavia, anche il regime dei militari giapponese, come il nazi-fascismo europeo, era una dittatura che andava incontro alle aspirazioni popolari (in particolare dei contadini) a una esistenza migliore, e le incanalava nella direzione di una politica estera espansiva che si proponeva progetti grandiosi. Si trattava di creare in tutta l’Asia un “nuovo ordine” , di cacciare via i dominatori europei e creare un sistema imperiale guidato dal Giappone, che avrebbe finalmente avuto a disposizione abbondanza di materie prime e di territori dove inviare l’eccesso della sua popolazione (70 milioni nel 1936)” -da G. Carocci, L’ETA’ CONTEMPORANEA.
Nel 1936 il Giappone militarista strinse una alleanza anticomunista con la Germania di Hitler: il PATTO ANTICOMINTERN (=contro l’Internazionale Comunista), a cui aderirono in seguito l’Italia fascista e altri Stati minori. Nel 1937 i giapponesi aggredirono nuovamente la Cina. Così la guerra iniziò in Oriente due anni prima che in Europa: nel 1937 anziché nel 1939.
La Cina, repubblica dal 1911, era in quegli anni scossa da una terribile guerra civile tra le forze nazionaliste del Guomindang, guidate da Chiang-Kai-Shek e le forze comuniste (il partito comunista cinese era stato fondato nel 1921) guidate da MAO ZE-DONG. Nazionalisti e comunisti si accordarono tra di loro per fronteggiare il comune nemico nipponico. (Ricordo che finita la 2° g. m. con la sconfitta del Giappone, comunisti e nazionalisti ripresero a combattersi. Mao vinse e nel 1949 creò la Repubblica Popolare Cinese. Chiang si rifugiò nell’isola di Taiwan (Formosa).
Nel frattempo gli Usa di Roosevelt si mostravano sempre più preoccupati per l’avanzata nipponica in Oriente.
1937-1939: ARRIVA LA GUERRA!
Mentre il Giappone aggrediva la Cina, Hitler elaborava i suoi piani di espansione per conquistare il Lebesraum del popolo tedesco ariano. La prima direzione verso la quale Hitler si mosse fu l’Europa danubiana (dalla quale la Germania importava quantità crescenti di derrate agricole e materie prime).
- Nel marzo 1938 si verificò l’ANSCHLUSS (=annessione) dell’Austria. Hitler occupò l’Austria e la unì alla Germania. Questa volta, Mussolini non si mosse!
- Nel settembre 1938 Hitler progettò di aggredire la repubblica cecoslovacca. La Cecoslovacchia era decisa a resistere, ma ne fu impedita da Francia e Inghilterra, che puntavano tutto sull’APPEASEMENT con la Germania. Infatti nello stesso mese Hitler, Mussolini, Neville Chamberlain (1° ministro inglese) e Daladier (presidente del consiglio francese) si riunirono a Monaco di Baviera (IL PATTO DI MONACO) e imposero alla Cecoslovacchia di cedere alle richieste tedesche. La Germania si annesse i Sudeti (territorio ceco abitato da gruppi di origine tedesca, ben 3 milioni, e ricco di industrie meccaniche come la Skoda). Inglesi e francesi, seguendo le linne politiche dell’Appeasement, lasciavano fare, anzi, concedevano a Hitler ciò che egli voleva. E il Terzo Reich andava ingrandendosi sempre più!
- Pochi mesi dopo, nel marzo 1939, Hitler completò l’opera: la Cecoslovacchia fu divisa in due parti: Boemia e Moravia, che divennero protettorato tedesco; la Slovacchia, formalmente indipendente ma in realtà paese satellite della Germania.
- Un mese dopo, Mussolini, geloso delle iniziative del suo ‘discepolo’, occupò l’Albania (Ci mancavano le pietre, che diamine! Signori, quanto agli albanesi, ricordate… Chi è andato per primo a ‘rompere le scatole’ agli altri?)
Ma ormai le illusioni di inglesi e francesi erano finite! Non si poteva continuare così. La politica della intesa a ogni costo con la Germania stava soltanto ingrandendo e rafforzando il Reich. Hitler non pareva mai sazio. Ora Hitler si apprestava a togliere il ‘corridoio di Danzica alla Polonia. Inghilterra e Francia strinsero un patto con la Polonia: se questo paese fosse stato aggredito da Hitler, gli anglo-francesi sarebbero intervenuti in armi.
Attenzione ora a quel che succede.
Francia e Inghilterra cercarono l’alleanza dell’Urss: solo Stalin era in grado di dare tempestivo aiuto alla Polonia. Ma la Polonia, il cui governo era visceralmente anticomunista e anti-russo, era contraria ad allearsi con Stalin. E Stalin era pieno di diffidenze: se Hitler avesse aggredito la Polonia, forse la mossa successiva sarebbe stata diretta contro l’Urss. E inglesi e francesi, in fondo, non desideravano proprio questo? Ci si poteva fidare di Londra e Parigi, centri del capitalismo occidentali? In ogni caso, l’Urss non era ancora pronta a entrare in guerra contro la Germania. Stalin decise, con il suo realismo, che era più saggio cercare un accordo con la Germania per avere il tempo di prepararsi militarmente, rimandando così il momento dello scontro con i tedeschi, ritenuto comunque inevitabile, prima o poi..
Hitler, d’altro canto si rendeva conto che se l’Urss si fosse alleata con gli anglo-francesi, la Germania si sarebbe ritrovata a combattere su due fronti, proprio come durante la Grande Guerra. Meglio accordarsi con Stalin!
Avvenne dunque l’impensabile: nell’agosto del 1939 Germania nazista e Urss comunista si accordarono: fu il PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP (i due ministri degli esteri, il primo russo, il secondo tedesco, che firmarono il patto). Il patto colse tutti di sorpresa e sgomentò molti comunisti europei che, seguendo le direttive di Stalin, si erano battuti ovunque (e in Spagna erano anche morti) contro le forze nazi-fasciste. Fu un vero trauma per molti di essi. Qualcuno cominciò a diffidare di Mosca e della purezza delle sue intenzioni. I nemici di sempre, nazisti e comunisti, si erano accordati, in barba alla politica del fronte popolare predicata dalla Terza internazionale.
Le clausole del patto prevedevano la spartizione della Polonia tra tedeschi e russi, e la concessione ai russi degli Stati baltici: Lituania, Estonia, Lettonia.
Ora Hitler era libero di attaccare la Polonia. Il 1° settembre 1939, senza dichiarazione di guerra, l’esercito tedesco penetrava in questo paese. Due giorni dopo Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania. Era iniziata la seconda guerra mondiale.
Fonte: www.arcadiaclub.com
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FASCISMO, NAZIONALSOCIALISMO
Le radici
Il retroterra filosofico è l’irrazionalismo dell’Ottocento, espressione più di artisti e letterati che di filosofi e accademici (Schopenauer, Nietzsche, Bergson: ma Nietzsche è contro il nazionalismo e non antisemita). La natura è guidata da forza oscure e misteriose, impenetrabili alla scienza; la vita è troppo complessa e mutevole per essere compresa. L’intuito, l’istinto, la volontà e l’azione superiori all’intelligenza e alla riflessione.
La vita domina la ragione, non viceversa; le grandi imprese nella storia sono state compiute dalla volontà eroica, non dall’intelligenza; i popoli si salvano grazie ad un istinto razziale che vive nel sangue, non grazie al pensiero. Il desiderio di felicità è disprezzabile rispetto all’eroismo. Le dottrine rivali, in particolare liberalismo e marxismo, sono “arido intellettualismo”. La paziente valutazione della prova e la ricerca sistematica del fatto sono “borghesi”.
Romanticismo, che tiene assieme il culto del Volk, del popolo, e del singolo eroe. Il popolo è collettivamente portatore della civiltà, dal suo spirito emerge misticamente l’arte, la letteratura, la religione, la morale. Dall’anima del popolo emergono poche grandi personalità creative; adorazione dell’eroe (i romantici Carlyle, Nietzsche, Wagner, S. George); la reverenza per il popolo è paradossalmente combinata con il disprezzo per le masse e per l’ugualitarismo democratico. Disprezzo per l’agio e la felicità.
Valore mistico, non di calcolo razionale, della grandezza nazionale.
Rivoluzione conservatrice - Autori e correnti di pensiero tedeschi e austriaci operanti tra le due guerre: Spengler, E. Junger, Moeller van den Bruck, Hofmannsthal, Mohler, von Salomon, Baumler, i poeti S. George, Benn e F. Junger, il sociologo ed economista Sombart, O. Spann, H.K. Gunther, M. Scheler. Carattere asistemico della rivoluzione conservatrice, notevoli diversità interne. I caratteri principali sono: rifiuto dell’idea di decadenza, senso della modernità, ricreazione della tradizione, rigetto della concezione lineare e progressiva della storia, anti-egualitarismo, vitalismo, organicismo, primato del politico e del comunitario, mobilitazione totale delle masse, visione estetica e lirica della vita, elogio futuristico dell’acciaio. Non si tratta di restaurare il passato ma di ricollegarvisi. Sul piano ideologico e politico sintesi tra socialismo e nazionalismo.
Evola – Contro il Risorgimento, visto come la traduzione nazionale della rivoluzione francese, espressione di un liberalismo antitradizionale. Nel solco della tradizione reazionaria, senza il riferimento cattolico e cristiano che la sottende. Rivolta contro il mondo moderno (1931)
Fascismo
Mussolini mutua Sorel (Riflessioni sulla violenza): vitalismo e moralità della violenza, antiparlamentarismo, proletariato (ma il culto fascista dello Stato non ha niente a che vedere con Sorel); lo “slancio vitale” di Bergson diventa la pura violenza creatrice del proletariato. La filosofia sociale diventa un “mito”, cioè un insieme legato non da idee (come l’utopia) ma da immagini motrici capaci di evocare attraverso la sola intuizione un sentimento; non dunque una guida razionale all’azione. Questo punto viene acquisito dal fascismo: il mito è la nazione (Rocco). Allo stesso risultato arriva la parola Weltanschauung nel Mein Kampf; quella “concezione della vita”, basata sul “sangue” e sulla “terra”, non ammette un punto di vista opposto.
Hegelismo del fascismo: Gentile mutua la dottrina dello Stato di Hegel. Articolo di Mussolini sull’ “Enciclopedia italiana”: supremazia, santità e totalità dello Stato; lo Stato incarnazione di un’“idea etica”, creatore e rappresentante di una società spirituale, contro il materialismo del marxismo e dell’utilitarismo.
Nazionalsocialismo
Filosofi nazionalsocialisti: Rosenberg (Il Mito del XX secolo, 1930), Kriek.
Purezza della razza ariana (nordica): il primo è Gobineau (Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, 1853). A cavallo del ‘900 H. S. Chamberlain (Le basi del XIX secolo, 1899) e il musicista R. Wagner diffondono l’arianesimo in Germania. La dottrina della razza è elaborata da Rosenberg (1930): gli ariani da una zona del Nord si diffondono in Grecia, a Roma, in Egitto, in India, in Persia e lì creano tutte quelle antiche civiltà.
HITLER
Mein Kampf (La mia battaglia, 1926) - Il nazionalsocialismo invece trascura o avversa Hegel; la nazione più che lo Stato; a differenza del fascismo, lo Stato non è un fine in sé, ma uno strumento, in sé non è dotato di alcun prestigio speciale. Ciò che conta è il Volk, il popolo inteso come appartenenti alla stessa razza, uniti dai legami di sangue. L’obiettivo principale è conservare e migliorare la razza, in vista del dominio da parte di essa.
La natura impone un principio aristocratico, dunque è necessario che vi sia una gerarchia di superiori ed inferiori naturali, che si devono riflettere nelle istituzioni (élite e masse); al di sopra di tutti il capo, la più pura espressione della razza, che conduce le masse. Il capo non è un teorico, ma uno psicologo e un organizzatore.
La commistione di due razze porta alla decadenza di quella superiore. Vi sono tre tipi di razze: quella portatrice di cultura (la ariana); quelle che adattano la cultura altrui ma non ne creano una nuova; quella ebraica, distruttrice della cultura. La razza creatrice ha bisogno dei servizi delle razze inferiori; il senso del dovere e l’onore sono le qualità morali preminenti della razza ariana. Eugenetica.
Spazio vitale: l’altro elemento insieme al sangue è la “terra”; conquistare lo spazio necessario alla vita e alla dominazione naturale della razza. Espansione verso oriente, perché chi domina l’Europa orientale domina il cuore dei continenti (Mackinder).
Nazionalismo; i fini della nazione sono superiori a quelli degli individui che la compongono.
Socialismo: protezione di una sana classe media, cooperazione fra le classi, equa distribuzione del prodotto fra capitale e lavoro. Il lavoro è un dovere sociale. Nel fascismo stato corporativo, con corporazioni in cui si determinava la gestione in comune dei lavoratori e dei proprietari.
Contro il liberalismo, plutocratico, egoistico e antipatriottico. Antimarxismo.
Alla libertà, all’eguaglianza e alla felicità si contrappone il servizio, la gerarchia, la devozione, la disciplina come fini a se stessi. Bellicismo.
La democrazia parlamentare è debole, macchinosa, decadente.
Il totalitarismo - Lo Stato deve controllare ogni atto e ogni interesse (economico, morale, culturale) di ogni individuo o gruppo.
fonte: www.rothbard.it
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Nazionalsocialismo tutto di tutto
1 Il nazionalsocialismo alla conquista della Germania |
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La repubblica di Weimar sotto i colpi della crisi |
La rapida ascesa della destra nazionalista |
Ancora nel 1929 solo il 10% dei tedeschi va al referendum organizzato dalla destra nazionalista contro il piano Young (che cercava di risolvere il problema delle riparazioni di guerra tedesche). Nel 1933 Hitler ottiene invece alle elezioni la maggioranza relativa, e diviene cancelliere. Comincia così un nuovo anteguerra, prodotto dalle caratteristiche della Germania, ma anche dalla crisi del 1929. |
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Le conseguenze del '29 |
Già a causa dell'euforia della borsa USA negli anni venti erano diminuiti i capitali investiti in Germania. La crisi del '29 provoca il ritiro degli investimenti USA: senza quei soldi la bilancia dei pagamenti tedesca è in seria difficoltà, e il governo Bruning attua una rigorosa ma impopolare politica deflazionistica (più tasse, tagli a salari, stipendi e sussidi di disoccupazione, che invece sta crescendo vistosamente). |
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Il dissolvimento del centro |
Il crack del '29 incoraggia le forze ostili all'economia di mercato e alla democrazia. La depressione accelera la crisi di socialdemocratici e centro cattolico, mentre fa crescere il consenso a comunisti e nazionalsocialisti |
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Gli esordi politici di Hitler e lo sviluppo del partito nazionalsocialista |
Una propaganda incisiva |
Nella breve detenzione seguita al fallito putsch (=colpo di stato) del 1923, Hitler scrive il Mein Kampf (=La mia battaglia), che contiene le idee che diffonderà poi con personalità magnetica e oratoria seducente. Hitler vuole che i Tedeschi possano determinare il loro destino; inveisce contro democratici e socialisti, responsabili, per lui, della pugnalata alla schiena , che avrebbe prodotto la sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale; disprezza la debole repubblica di Weimar; odia gli ebrei, responsabili della propaganda marxista e detentori di un potere occulto che controlla l'alta finanza, la cultura, i giornali, le professioni liberali. |
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Un movimento di massa |
Hitler fa anche rivendicazioni sociali (nel 1920 chiede municipalizzazione dei grandi magazzini, riforma agraria, confisca dei profitti di guerra, rifiuto del diritto romano, che ritiene materialista). Hitler fa largo uso dei metodi delle grandi organizzazioni di massa (sfilate, parate militari, bandiere dai colori violenti: la svastica, antico simbolo solare indoeuropeo, su sfondo rosso) |
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Il mito del sangue. Dalla lotta di classe alla lotta di razza. |
Il mito della superiorità ariana |
Base ideologica nazista è il mito del sangue: solo la razza ariana può perpetuare la civiltà e ha il diritto di governare il mondo. Non sono tutte idee nuove. Il romanticismo aveva rivalutato il Volk (comunità nazionale e popolare). La filologia aveva mostrato, su basi linguistiche, un'origine comune indoeuropea dei popoli indiani ed europei. Il francese Gobineau aveva teorizzato la superiorità razziale dei bianchi, e sembrava dargli ragione il darwinismo sociale (=evoluzionismo darwiniano applicato alla storia umana, dove i popoli lottano tra loro per la sopravvivenza), che giustificava il colonialismo europeo. La diffusione del razzismo si ha in Germania, Francia, Inghilterra e USA (dove ispira le leggi contro l'immigrazione dalle aree mediterranee di inizio '900). |
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Un nuovo antisemitismo |
Il mito del sangue in Hitler diventa strumento di propaganda che usa la polemica antisemita. L'antisemitismo non lo inventa Hitler: c'è sin dal medioevo; ce n'è uno cattolico e uno protestante (ebreo=deicida); ce n'è uno illuminista (Voltaire detesta il tenace tradizionalismo ebraico); ce n'è uno socialista (ebreo=capitalista). In Hitler c'è un miscuglio, in cui l'ebreo è principio del male, agitatore bolscevico e simbolo del capitalismo. Alla lotta di classe si unisce la lotta di razza. |
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Le basi sociali del nazionalsocialismo |
Il consenso più immediato: la piccola borghesia. |
Alla fine degli anni venti i nazisti conquistano adesioni tra la piccola borghesia, ostile al grande capitalismo ed al movimento socialista. Grande è il seguito tra i piccoli proprietari di campagna, rovinati dai debiti dovuti alla crisi e sensibili alla denuncia della plutocrazia ebraica ed alla mistica del sangue e del suolo. |
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La propaganda presso i colpiti dalla grande crisi |
Anche nelle aree industrializzate la crisi aiuta la penetrazione nazista, sia dall'alto (quadri tecnici, aristocrazie operaie) sia dal basso (disoccupati). I valori nazisti della solidarietà e del cameratismo e l'inquadramento all'interno delle SA (=squadre d'assalto, formazione paramilitare nazista) attira i disoccupati, che si sentono invece abbandonati dallo Stato. Hitler ha capito che l'uomo, ridotto a individuo isolato, ha bisogno di sentirsi parte di una comunità, con miti, riti e simboli. |
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2 La Germania alla conquista di uno spazio vitale |
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L'ascesa al potere di Hitler e l'avvento del Terzo Reich |
Le elezioni del 1930: i successi delle estreme |
L'ascesa del nazismo è favorita dalla crisi ma anche dalla divisione fra comunisti e socialdemocratici (che i comunisti chiamano socialfascisti). Nel 1930 i nazisti passano da 1 a 6 milioni di voti. Crescono anche i comunisti, scendono invece i moderati. Segue un periodo di scontri tra varie formazioni paramilitari, e alla fine le naziste SA e SS dominano la piazza. Per normalizzare la situazione, cattolici e socialdemocratici accettano come presidente nel 1932 il maresciallo Hindemburg (famoso militare, gradito alla destra tradizionale), per fermare l'ascesa di Hitler. Ma dopo il breve governo del cattolico Von Papen, Hindemburg il 30/1/33 affida il governo a Hitler. |
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Dall'inizio della dittatura alla notte dei lunghi coltelli |
Hindemburg pensa di poter controllare Hitler, che invece in pochi mesi riesce a conquistare i pieni poteri, abolendo le garanzie della costituzione di Weimar dopo l'incendio del Reichstag (parlamento), di cui Hitler dà la colpa ai comunisti. Alle elezioni del '33 Hitler ha la maggioranza assoluta: scioglie allora tutti i partiti e instaura una dittatura personale, anche all'interno del partito (il 30/6/34 fa eliminare i dissidenti interni e i capi delle SA: è la notte dei lunghi coltelli). Hitler è ora il Führer del Terzo Reich. |
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La politica interna del regime nazionalsocialista tra terrore e ricerca del consenso |
Tra repressione degli oppositori e mobilitazione delle masse |
Per rendere la dittatura duratura e stabile il consenso Hitler reprime l'opposizione (arresti, campi di concentramento). Ma il terrore non basta ad assicurare la partecipazione attiva delle masse. Per formare il consenso, sotto la regia di Goebbels un ministero della propaganda controlla i media; la Hitlerjugend (=gioventù hitleriana) inquadra la gioventù; la stessa scuola è usata per propaganda. Adunate, parate, drammi teatrali servono alla nazionalizzazione delle masse, mentre la cultura è irregimentata (condanna dell'arte degenerata e della fisica di Einstein) |
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L'organizzazione degli intellettuali |
Molti intellettuali sono costretti all'esilio, ma molti aderiscono al regime; altri restano in Germania, con un atteggiamento di distacco nei confronti dell'hitlerismo. Le chiese riformate tedesche, poi, sono legate al principio luterano dell'obbedienza al potere politico, e sperano di convivere col nazismo, che pure mostra radici pagane. Anche la chiesa cattolica ci prova (concordato del 1933), anche se alcuni cattolici si oppongono. |
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I costi del consenso. successi economici e totalitarismo politico |
La programmazione economica |
Hitler ha il problema di riassorbire la disoccupazione (aveva promesso pane e lavoro). Due piani quadriennali varano un programma autarchico di riarmo e opere pubbliche. Un fronte del lavoro sostituisce i sindacati e dà ampi poteri agli imprenditori, a loro volta subordinati al governo. Col servizio del lavoro i giovani danno manodopera a basso costo per opere pubbliche e pubblica assistenza. L'istituzione del bene ereditario inalienabile (=non vendibile, neanche per debiti) protegge i piccoli proprietari contadini dalla rovina dovuta alla crisi. Lo sviluppo dell'industria chimica aiuta l'autarchia tedesca.. Un'abile politica di scambi compensati apre infine all'industria tedesca i mercati balcanici e sudamericani. Gli imprenditori che assumono manodopera pagano poi meno tasse. |
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La distruzione delle autonomie locali |
In pochi anni la disoccupazione è riassorbita e il tenore di vita torna quello del 1928: sulle molte autostrade circolano le prime utilitarie Volkswagen. Sulle autonomie dei länder (=regioni) prevale lo Stato accentratore, dominato dal partito unico nazista, che nel 1935 limita o annulla i diritti della minoranza ebraica. Un peso crescente assumono poi le SS e la polizia politica (GESTAPO). Nello stato totalitario nazista il Reich (impero) si dissolve nel Volk (=popolo-razza divinizzato). |
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La politica estera del nazionalsocialismo. Spazio vitale e pangermanesimo. |
Un programma aggressivo verso l'esterno |
Riprendendo teorie pangermaniste prebelliche, Hitler vuole per il Volk tedesco un nuovo Reich nell'Europa centro-orientale, come spazio vitale. Ne derivano rivendicazioni territoriali e la richiesta di Anschluss (=annessione) dell'Austria. I tedeschi, ostili al diktat della pace di Versailles, vedono con favore il tutto. C'è poi anche un circolo vizioso: per eliminare la disoccupazione, la Germania ha riarmato: il riarmo (premessa di politica aggressiva) è ormai necessario alla Germania (tiene alto il tenore di vita), ma è costoso, e può essere pagato solo coi proventi di conquiste militari. |
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La sfida a Versailles |
All'ìnizio Hitler sembra moderato: fa uscire la Germania dalla Società delle nazioni, ma nel '33 stringe un patto a quattro con Italia, Francia e Gran Bretagna per mantenere la pace. Il patto è bocciato dai parlamenti francese e inglese, e allora Hitler stipula un patto di non aggressione con la Polonia e avvia la collaborazione militare con l'URSS. Solo dopo la fallita annessione dell'Austria nel 1934, Hitler sfida apertamente l'assetto di Versailles: nel 1935 istituisce la leva militare obbligatoria, riannette la Saar con un plebiscito e denuncia il trattato distensivo franco tedesco di Locarno del 1925, rimilitarizzando la Renania. Le proteste internazionali restano senza seguito, per il rifiuto inglese di intervenire militarmente o con sanzioni economiche. |
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3 Fascismo e fascismi in Europa |
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Il male del secolo |
La suggestione di un nuovo ordine |
Negli anni '30 è diffusa in molti paesi la tendenza a considerare fascismo e nazismo modelli utili da imitare, una terza via alternativa sia al capitalismo che al comunismo. |
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La diffusione di uno stato d'animo |
C'è un diffuso stato d'animo fascista, e perfino molte democrazie tendono a usare metodi sbrigativi e autoritari. L'appello alla giovinezza e l'apologia dell'azione non sono una novità nella cultura europea, ma negli anni '30 hanno una diffusione senza precedenti, e incontrano molte simpatie anche in ambienti di sinistra. |
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Differenze e analogie tra fascismo e nazismo |
Fascismo e nazionalsocialismo non sono la stessa cosa. Col nazismo il totalitarismo è completo, mentre il fascismo resta un regime autoritario (che mantiene: spazi di autonomia nella vita civile e culturale; la monarchia; forze conservatrici tradizionali). Il fascismo vuole il predominio dello Stato, il nazismo quello del Volk (=popolo-razza). Anche la repressione poliziesca è decisamente più intensa nella Germania nazista. L'antisemitismo è poi una caratteristica del nazismo. Fascismo e nazismo hanno invece somiglianze formali (coreografie simili) e uno sforzo comune di fornire una risposta al disagio dell'uomo moderno, divinizzando i valori della nazione. |
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Il richiamo del fascismo in Austria e nel mondo balcanico |
Dolfuss e il corporativismo cristiano |
La crisi politica dell'Austria ex-asburgica culmina durante la crisi economica del '29, che produce tensioni sociali e fa fallire la maggiore banca nazionale. Dal '32 il cristiano filofascista Dolfuss governa in modo autoritario, sciogliendo sia il partito socialista che quello nazista (che vuole l'annessione dell'Austria alla Germania). Nel '34 Dolfuss è assassinato durante un putsch nazista, che però fallisce anche per la reazione di Mussolini. In Austria resta uno Stato corporativo cristiano, con sogni di restaurazione asburgica. |
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I Balcani: un'escalation di regimi autoritari e movimenti di estrema destra |
Con l'eccezione della fragile democrazia cecoslovacca, minacciata dal nazionalismo pangermanico (=per l'unione di tutti i tedeschi) nazista, l'Europa centro-orientale ha un'evoluzione politica conservatrice (l'ammiraglio Horty in Ungheria; re Carol in Romania; dittatura filofascista in Jugoslavia; generale Metaxas in Grecia). Sono tutti governi con forti opposizioni di estrema destra, che hanno nell'antisemitismo il denominatore comune. In Croazia, poi, c'è il fenomeno dell'autonomismo terroristico degli ustascia. |
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La Polonia e il mondo baltico e scandinavo |
In Polonia c'è una dittatura militare al tempo stesso anticomunista e antinazista; in Scandinavia c'è discreta penetrazione del mito ariano propagandato dai nazisti. |
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L'eccezione britannica |
La scarsa presa del modello fascista |
Anche in Gran Bretagna c'è una piccola British Union of Fascists , ma essa dopo un breve successo declina a metà degli anni '30: lo si deve alle tensioni anglo-italiane per l'Etiopia (con conseguente antipatia inglese per il fascismo italiano). Ma soprattutto è diversa la realtà inglese: il parlamento gode prestigio presso la borghesia piccola e media; il partito comunista è inconsistente; la politica deflazionistica dei governi produce stabilità dei prezzi, riducendo la proletarizzazione del ceto medio risparmiatore. |
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Declino economico e stabilità sociale |
Inoltre, il sistema elettorale inglese (collegio uninominale) rende possibili solide maggioranze di governo. Insomma, la vita politica inglese è pacifica, con conservatori disposti a compromessi, laburisti moderati e liberali come terza forza. Governi di unità nazionale possono fronteggiare la depressione col consenso popolare. Certo, l'industria inglese perde posizioni e la sterlina si svaluta, ma la crisi ha aspetti meno cupi che altrove e dura meno. Inoltre, a metà degli anni '30 un programma di assistenza sociale migliora la condizione operaia, stimola l'economia, favorisce la compattezza della società inglese. |
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4 La Terza Repubblica francese da Place de la Concorde al fronte popolare |
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Dal benessere alla recessione |
Lo sviluppo economico degli anni venti |
La recessione in Francia arriva più tardi, ma dura di più ed ha effetti più pesanti. Nel '29 l'economia francese si mostra solida e in espansione (produzione industriale: +48% dall'anteguerra; reddito nazionale: +30%). La politica deflazionistica di Poincaré ha rassicurato i ceti medi e gli operai guadagnano più che nell'anteguerra (+25%). C'è piena occupazione, e addirittura immigrazione dall'estero. |
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Crisi del '29 e politica deflazionistica |
Ma la crisi del '29 fa svalutare la sterlina, e questo ostacola le esportazioni francesi; peggio fa la svalutazione del dollaro USA. In 4 anni le esportazioni industriali francesi calano del 42%, mentre l'agricoltura è in piena crisi e l'occupazione cala (ma prima sono licenziati gli immigrati). Invece di svalutare il franco, il governo attua una politica deflazionistica, che anche se non riduce il potere d'acquisto di salari e stipendi, produce un clima di scontento. |
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Il risveglio della destra e il caso Stavisky |
Il centro del sistema: i radicali |
Le elezioni del '32 danno una maggioranza moderata, dove centrale è il ruolo del partito radicale, libertario e anticlericale, favorito dal sistema elettorale (collegio uninominale), che gli consente di vincere con alleanze ora di destra, ora di sinistra. Base sociale dei radicali è il ceto medio di piccoli possidenti (repubblicani, gelosi delle proprie posizioni economiche, diffidenti di socialisti, comunisti e dell'estrema destra) |
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Il nazionalismo antiparlamentare |
Negli anni '30 l'estrema destra francese è all'offensiva. Al movimento monarchico Action Française si affiancano movimenti repubblicani ma antiparlamentari, nazionalisti e filofascisti (jeunesse patriotes, Croci di fuoco ) |
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La battaglia di Place de la Concorde |
Nel 1934 il finanziere Stavisky, legato ad ambienti governativi, si suicida dopo una bancarotta fraudolenta che ha danneggiato migliaia di piccoli risparmiatori. L'estrema destra (ma anche i comunisti) cavalca lo sdegno generale e scende in piazza contro i ladri, ma anche contro il parlamento. Nel febbraio '34 a Place de la Concorde ci sono 16 morti e 665 feriti. Sembra l'inizio di un colpo di mano fascista, ma così non è: la Francia continua ad essere guidata da governi moderati di centro-destra. |
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La vittoria del fronte popolare. I giorni della grande paura e della grande speranza |
L'avvicinamento tra socialisti e comunisti |
L'ascesa di Hitler spinge il Komintern ad aprire la strategia dei fronti popolari. Se ne forma uno in Francia, appoggiato anche dai radicali, ostili allo sviluppo dell'estrema destra e alla politica estera filofascista del ministro Laval. Nel '36 il fronte popolare vince, e al governo va il socialista Léon Blum, che introduce le 40 ore lavorative, estende le ferie pagate agli operai (che con scioperi e occupazioni di fabbriche ottengono aumenti salariali del 20%). Le formazioni di estrema destra vengono sciolte. La borghesia ha paura, il proletariato spera. |
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Dal governo di Léon Blum alla rottura del fronte popolare |
Le paure restano, le speranze svaniscono. Col governo di sinistra c'è una fuga di capitali che deteriora la situazione economica ed obbliga a svalutare il franco, cosa che favorisce l'industria e le esportazioni, ma danneggia i ceti medi risparmiatori, insieme con l'inflazione, incoraggiata dall'aumento dei salari operai. Le 40 ore settimanali, poi, creano nuovi posti di lavoro, ma non dove si chiede manodopera specializzata (=difficile da sostituire): l'industria bellica ne risente. Infine, crescenti attriti tra i radicali e i socialcomunisti portano alle dimissioni di Blum nel '37 e alla rottura del fronte popolare nel '38. Si apre un periodo di governi moderati, che ridimensionano le conquiste operaie e tentano di fronteggiare il minaccioso espansionismo tedesco. |
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La depressione economica degli anni trenta |
Ma l'economia francese è in difficoltà (-2,1% all'anno), e non tiene il passo con quella tedesca (+2,8%). Le campagne si spopolano, la popolazione cala. La Francia svolge un ruolo internazionale ormai superiore alle sue forze. |
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5 L'evoluzione della penisola iberica e la guerra civile spagnola |
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Il Portogallo di Salazar e la dittatura di de Rivera |
Tra arretratezze e tensioni |
Nella penisola iberica uno scarso sviluppo industriale, la prevalenza della grande proprietà terriera e lo scarso peso del ceto medio accentuano lo scontro tra grandi proprietari e masse di braccianti, spesso di sentimenti anarchici ed anticlericali. |
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Il colpo di stato in Portogallo |
Contro le agitazioni in Portogallo avviene il colpo di stato militare del '26: ne nasce un regime autoritario guidato da Antonio Salazar, ispirato al corporativismo cattoloco. In Spagna invece la dittatura militare di Miguel Primo de Rivera, nata nel '23, finisce nel '30. Alle successive elezioni municipali del '31 vincono i repubblicani: il re Alfonso XII non abdica, ma va all'estero, mentre in Spagna viene proclamata la repubblica |
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La proclamazione della repubblica in Spagna |
La repubblica non porta però la pace: c'è un'esplosiva questione agraria, in cui 2 milioni di braccianti poveri e sensibili alla propaganda anarchica odiano latifondisti e la chiesa (che possiede molte terre). C'è poi una questione autonomistica (Paesi Baschi, Catalogna), e tutto ciò rende il clima incandescente. |
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Dal riflusso conservatore al fronte popolare |
Le tensioni si inaspriscono |
Il nuovo governo radicalsocialista tenta senza successo di controllare la situazione, con limitazioni ai privilegi del clero, con miglioramenti normativi e salariali per gli operai, con una riforma agraria. Tutto ciò però preoccupa i ceti abbienti e non basta alle masse. Così alle elezioni del '33 vince il CEDA (movimento politico di centro destra): le riforme vengono ora interrotte, mentre scoppiano rivolte anarchico-socialiste, represse dal governo (Madrid, Barcellona, minatori delle Asturie) |
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La Falange di José Antonio |
Nle '36 si va a nuove elezioni, e vincono le sinistre (con poco vantaggio). Ripartono le riforme, e la Catalogna ottiene l'autonomia. C'è però tra i socialisti chi pensa ad instaurare una dittatura del proletariato (Largo Caballero). Per reazione nascono formazioni di tipo fascista: famosa è la Falange di José Antonio de Rivera, che si pone come terza via tra socialismo e destra reazionaria. Ma la Falange è sciolta dal governo nel '36, e de Rivera progetta di guidare un'insurrezione antigovernativa. |
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Il colpo di stato dei militari |
È questo un desiderio dell'intera destra spagnola. Nel '36 un ufficiale della polizia repubblicana assassina il deputato di destra Carlo Sotelo: è la scintilla. Nel Marocco spagnolo l'esercito si ribella alla repubblica, e la Spagna è divisa in due. Il governo scioglie l'esercito (di cui non si fida) e distribuisce le armi alle milizie popolari. |
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La guerra civile e la vittoria di Franco |
Lo schieramento anticomunista e lo scoppio della guerra civile |
Guida i militari il generale Franco: non è un leader, ma un tipico militare di carriera, politico abile e pragmatico. Non ha concorrenti di rilievo. Franco mette sotto controllo la Falange ( di cui soddisfa l'anima sindacalista concedendo una carta del lavoro )e lancia una crociata contro i rossi. La decisione repubblicana di dare le armi alle milizie popolari ha aperto la via ad una sanguinosa rivoluzione dal basso, che non risparmia chiese e monasteri. E senza pietà compbattono anche i reparti franchisti. |
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L'egemonia comunista sul fronte repubblicano |
La situazione si regolarizza nel sett. '36, col governo socialista di Caballero (con alcuni ministri anarchici). Sono però i comunisti a controllare il governo e la repubblica, compiendo con la propria milizia massicce rappresaglie contro anarchici e trockisti (è una guerra civile nella guerra civile) |
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La guerra civile come scontro ideologico |
La preponderanza comunista è dovuta agli aiuti sovietici, che arrivano in un contesto di internazionalizzazione del conflitto spagnolo. Franco ha l'appoggio di Hitler e Mussolini (che spera anche di estendere l'influenza italiana nel mediterraneo). I governi democratici invece non osano intervenire a fianco della repubblica spagnola, temendo complicazioni. L'URSS fornisce aiuti tecnici, e il Komintern pesa molto nell'organizzazione delle Brigate internazionali , dove affluiscono volontari antifascisti di vari paesi. |
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L'imposizione di un regime autoritario |
Il rapporto di forze alla fine fa vincere Franco, che diviene caudillo (=guida) del regime autoritario, che si avvale dell'appoggio della Chiesa e ricorre a tribunali speciali che processano e condannanao migliaia di repubblicani. |
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6 Equilibri e squilibri internazionali alla fine degli anni trenta |
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Revisionismo fascista e revisionismo mondiale |
Il quadro internazionale in sommovimento |
Il quadro politico mondiale è profondamente compromesso: c'è un generale declino degli imperi coloniali (di quello inglese in particolare); Italia e Germania vogliono rivedere i trattati di Versailles (=revisionismo); in vaste aree mondiali c'è crescente insofferenza per il predominio di Gran Bretagna, Francia e USA. C'è poi un revisionismo nel nazionalismo arabo, un nazionalismo indiano sempre più forte e l'espansionismo giapponese. C'è la crescente penetrazione commerciale tedesca in Sudamerica, e infine l'espansionismo sovietico nell'Europa orientale. Sono tutte premesse del secondo conflitto mondiale. |
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Il mondo islamico |
Il nazionalismo arabo... |
Nel corso del primo conflitto mondiale Gran Bretagna e Francia avevano fatto leva sul nazionalismo arabo per logorare l'impero turco ottomano (con Lawrence d'Arabia), ma dopo la guerra si erano semplicemente spartite le ex colonie turche (ricche di petrolio) |
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...e sionismo |
Il nazionalismo arabo finirà per ritorcersi contro gli europei, soprattutto in presenza dei nuovi insediamenti ebraici in Palestina (Kibbutz), ispirati alle dottrine del nazionalismo ebraico (=sionismo), incoraggiato dalle dichiarazioni del ministro inglese Balfour nel 1917. Nasce allora una situazione di continua guerriglia terroristica. |
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Le simpatie filofasciste del mondo islamico |
Sullo scontento arabo fa leva chi vuole indebolire il predominio inglese nel medio oriente. Così fa Mussolini (inizialmente filosionista, ma dal '36 filoarabo). E il fascismo trova simpatie nel mondo arabo, sensibile anche all'antisemitismo nazista. Gran Bretagna e Francia devono fare alcune concessioni: limitazione dell'immigrazione ebraica (proprio negli anni del nazismo); indipendenza all'Arabia Saudita e all'Egitto (ma resta il controllo anglo-francese del canale di Suez). Sono però delle concessioni che non bastano, e nel mondo arabo il filofascismo lascerà tracce profonde. |
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Due dittature di sviluppo: Turchia e Persia |
Ataturk e la modernizzazione della Turchia |
Nel 1919 la Turchia diventa una dittatura nelle mani di Kemal Ataturk, che rovescia il governo ottomano, non accetta le condizioni di pace imposte alla Turchia sconfitta, resiste ad un attacco greco, modernizza ed europeizza la Turchia (laicizzando lo Stato e l'insegnamento, adottando l'alfabeto latino). È una dittatura di sviluppo. |
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La Persia degli Scià |
Qualcosa di simile è anche dal 1925 l'impero di Persia, guidato dallo scià (=imperatore) Reza Khan, che però deve usare grande cautela per non urtare il potentissimo clero musulmano sciita. |
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La crisi del colonialismo franco-britannico |
Lo sviluppo dei movimenti per l'indipendenza |
Il periodo tra le due guerre registra un primo sviluppo dei movimenti anticolonialisti. Caso di grande rilievo è quello dell'India, dove le autonomie amministrative concesse dalla Gran Bretagna nel 1919 non bastano a fermare gli indipendentisti. |
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Il mahatma Gandhi e l'opposizione antibritannica in India |
Li guida Gandhi, promotore di una rivolta spiritualista contro il dominio inglese e contro la civiltà industrializzata. Gandhi pratica una attiva non violenza e disobbedienza civile (= rifiuto di pagare le tasse e di comprare prodotti inglesi). Il suo Partito del Congresso ha consensi vastissimi, e obbliga la Gran Bretagna a ulteriori concessioni nel 1935 (Governement of India Act). Ma ancora non basta. |
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La Cina dall'anarchia militare all'invasione giapponese |
Le divisioni dello schieramento repubblicano |
Nel 1912 l'Impero cinese cede alla repubblica, guidata dal leader nazionalista e democratico Sun Yat-Sen, ma si apre un periodo di gravi contrasti tra borghesia liberale, da un lato, e latifondisti, ceti mercantili e capi militari, dall'altro. Il contrasto degenera in una guerra civile seguita da una fase di anarchia militare, dominata dai signori della guerra (=capi militari praticamente sovrani in determinate regioni della Cina). |
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La rottura tra nazionalisti e comunisti |
L'ascesa del nuovo leader nazionalista Chang Kai-Shek riesce a ridimensionare l'anarchia militare, anche con l'aiuto dell'URSS e dei comunisti cinesi; giunto al potere, però, Chang Kai-Shek attacca i comunisti, guidati da Mao Tse-Tung: è una nuova guerra civile: i comunisti proclamano una repubblica sovietica nella Cina occidentale, ma sono inizialmente sconfitti ed accerchiati. Solo una lunga marcia tra 1934 e 1935 consente loro di portare in salvo il grosso delle loro forze nella Cina del nord, dove formano un governo rivoluzionario provvisorio. L'invasione giapponese costringerà Chang Kai-Shek a venire a patti coi comunisti, e ciò li rimetterà in gioco. |
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L'espansionismo nipponico e l'aggressione alla Cina |
Un'altra risposta imperialista alla crisi |
La crisi del '29 colpisce anche l'economia giapponese: la chiusura dei mercati USA incoraggia tendenze autoritarie ed espansionistiche, con cui il Giappone cerca il suo spazio vitale. Tutto ciò è favorito dalla struttura fortemente tradizionalista e gerarchica della società giapponese, che si riflette anche nella struttura economica dei grandi monopoli nipponici (zaibatsu) C'è il culto dell'imperatore, e le forze armate godono di grande prestigio. |
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Il Giappone dittatura militare |
Nel '32 viene assassinato il premier Inukai Ki, e il potere passa ai militari, che reprimono l'opposizione ed accentuano l'imperialismo. |
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La parziale invasione della Cina |
Ne fa le spese la Cina: già nel '31 la Manciuria è occupata dai Giapponesi, che vi instaurano il regime fantoccio dell'ex ultimo imperatore cinese. Nel '37 comincia l'invasione della Cina, approfittando della guerra civile. Le forze governative e quelle comuniste oppongono tuttavia resistenza. Nelle zone occupate i Giapponesi avviano un proficuo sfruttamento economico. L'occidente reagisce: la Società delle Nazioni condanna il Giappone, e gli USA pongono l'embargo alle esportazioni strategiche per il Giappone (rottami di ferro, petrolio). |
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Il richiamo del fascismo nell'America latina e la rivalità commerciale tedesco-statunitense |
Espansione commerciale tedesca e resistenza USA |
Gli USA devono fronteggiare la penetrazione commerciale tedesca in Sudamerica: la Germania vende propri prodotti a prezzi concorrenziali, e compra prodotti sudamericani con marchi bloccati (= spendibili solo per comprare merci tedesche). Gran Bretagna e USA sono danneggiati, e iniziano una guerra sotterranea antitedesca. |
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Il nazionalismo in America latina |
Ciononostante si formano in sudamerica governi filofascisti, che tentano una soluzione populista e autoritaria all'arretratezza dei loro Paesi, ma mirano anche a liberarsi dall'egemonia USA. |
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7 Verso la guerra. La crisi della pax britannica e la politica delle principali potenze |
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Il passo doppio di Mussolini |
Indebolimento inglese |
La Gran Bretagna non può impedire l'egemonia in Europa d'una nazione troppo potente: è la crisi della pax britannica (=pace con ruolo preminente inglese), che sarà poi la fine della pace. Il prestigio inglese lo ha incrinato Mussolini, invadendo l'Etiopia e sfidando sia la flotta inglese nel Mediterraneo che le sanzioni. Cresce poi l'espansionismo tedesco, mentre le democrazie occidentali (Francia e Gran Bretagna) seguono una politica di appeasement (=conciliazione): del resto, hanno un'opinione pubblica pacifista, e la crisi le ha indebolite economicamente e militarmente (tagli alla spesa militare) |
Un'alternanza di realismo e imperialismo |
Mussolini si illude di poter fare da ago della bilancia tra Londra e Berlino (=politica del passo doppio): vuol fare così dell'Italia la prima potenza mediterranea. Londra però preferirà trattare direttamente con Berlino. |
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L'antifascismo internazionale e l'isolamento italiano |
La politica del passo doppio fallisce anche per la radicalizzazione dell'opinione pubblica antifascista internazionale, sempre meno disposta a compromessi |
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L'avvicinamento tra Italia e Germania |
C'è poi la crescente pressione tedesca, che toglie libertà di manovra alla diplomazia italiana e spinge Mussolini a stringere rapporti più stretti con la Germania: è l'Asse Roma-Berlino del 1936 (che poi unirà anche il Giappone). |
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Dall'Asse Roma-Berlino alla conferenza di Monaco |
L'annessione dell'Austria |
Dapprincipio l'Asse Roma-Berlino serve a trattare con la Gran Bretagna da posizioni di forza. Ma poi, mentre Mussolini sta cercando dalla Gran Bretagna il riconoscimento dell'Impero italiano, Hitler chiede e ottiene le dimissioni del premier austriaco Schushnigg, interviene militarmente in Austria e la annette, convalidando il tutto con un plebiscito (Anschluss del marzo '38). Nessuno Stato europeo sa o può reagire; né si muove Mussolini, consapevole della inferiorità militare italiana. Mussolini continua a cercare compensazioni nel Mediterraneo, e se non trova la collaborazione francese, arriva tuttavia a stringere un patto anglo-italiano, che riconosce l'Africa orientale italiana. |
La rivendicazione dei Sudeti |
Mussolini prova ancora a fare da ago della bilancia: quando nel sett. '38 Hitler chiede l'autodeterminazione per i tedeschi dei Sudeti, e il mondo pare sull'orlo della guerra (a causa dell'opposizione anglo-francese a Hitler), Mussolini riesce a portare ad un accordo, a Monaco, i rappresentanti di Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna (=Patto a Quattro). In forza degli accordi, la Cecoslovacchia viene smembrata, mentre Mussolini viene acclamato come salvatore della pace. |
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Dal passo doppio al passo dell'oca. Il Patto d'Acciaio e l'adozione dei provvedimenti antisemiti nell'Italia fascista |
Lo smembramento della Cecoslovacchia |
Dopo Monaco la pace è salva, ma non il prestigio delle democrazie occidentali. Mussolini è al culmine, ma ha sempre meno spazio di manovra: si sente ovunque che lo scontro è inevitabile, e ovunque comincia un massiccio riarmo. Roma è sempre più legata al passo dell'oca di Berlino. |
Il fascismo si allinea col nazismo |
L'allineamento del fascismo col nazismo, alla fine degli anni trenta, si ha anche in politica interna: nell'agosto '38 sono presi provvedimenti che limitano i diritti politici e civili degli ebrei. La difesa della razza in Italia si era alimentata del dibattito sui provvedimenti contro il meticciato, dopo la conquista dell'Etiopia; ma i provvedimenti antisemiti hanno un modesto riscontro nell'opinione pubblica italiana |
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Le misure antisemite |
Le misure antisemite si inseriscono in un nuovo orientamento del fascismo, decisamente più totalitario, mosso dall'emulazione e dal senso di inferiorità nei confronti del nazismo.Mussolini vuole forgiare un uomo nuovo, e avvia una polemica antiborghese (abolizione del lei, leggi contro il latifondo siciliano) |
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L'annessione italiana dell'Albania |
Nell'aprile '39 l'Italia annette l'Albania, e nel maggio l'Asse (patto politico) Roma-Berlino diventa Patto d'acciaio (patto militare), mentre Inghilterra e Turchia stringono un'alleanza antiitaliana e si rafforzano i legami fra Gran Bretagna, Francia e URSS in funzione antitedesca |
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Il patto russo-tedesco e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale |
Il patto Ribbentrop-Molotov |
Nell'agosto del '39 Hitler rivendica alla Germania il porto di Danzica. Francia e Gran Bretagna (dove ora è premier Winston Churchill) si mostrano intransigenti, ma Hitler ha appena stretto un patto con l'URSS (23 agosto), ufficialmente di non aggressione, ma con clausole segrete per la spartizione dell'Europa orientale. |
Le reazioni al patto |
Il patto suscita stupore e sgomento in entrambi gli schieramenti. Il Giappone prende le distanze da Hitler, mentre il movimento comunista abbandona la politica dei fronti popolari antifascisti (a causa dell'accordo Stalin-Hitler). Per Hitler la logica del patto è di coprirsi le spalle a est; per Stalin si tratta di spezzare l'isolamento dell'URSS (riprendendo l'espansione a ovest) e reagire all'atteggiamento inglese (che Stalin sospetta interessato a provocare uno scontro Hitler-Stalin) |
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L'aggressione alla Polonia |
Di fronte al patto russo-tedesco, Mussolini è tentato di rompere l'alleanza con Hitler, e propone alla Gran Bretagna un patto di non aggressione, che però gli inglesi lasciano cadere, convinti che si va ormai alla guerra e contando comunque su di un'iniziale non belligeranza italiana. Il 1 settembre 1939 la Germania attacca la Polonia, da poco alleata della Gran Bretagna. Il 3 settembre Francia e Gran Bretagna, dopo il rifiuto tedesco di un loro ultimatum, dichiarano guerra alla Germania. L'Italia è per ora non belligerante. È la Seconda Guerra Mondiale. |
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Fonte :gritti.provincia.venezia.it/
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Fine articolo Nazionalsocialismo tutto di tutto
Nazionalsocialismo tutto di tutto
Giovanni Widmann
2. BREVE STORIA DEL MOVIMENTO EUGENETICO
Una delle principali misure adottate a scopo eugenico è stata la sterilizzazione coattiva di particolari categorie di soggetti, malati mentali, criminali, portatori di gravi tare ereditarie. Il provvedimento pratico rispondeva ad un preciso assunto teorico, il quale leggeva la costituzione bio-psichica individuale in termini di ereditarietà dei caratteri fisici e mentali, riservando conseguentemente un ruolo determinante alla presunta trasmissione ereditaria anche dei caratteri patologici. Perciò inibire la capacità procreativa di queste categorie sociali attraverso la sterilizzazione rivestiva una funzione eugenica, poiché impediva la trasmissione alla discendenza dei caratteri sfavorevoli; quindi tale provvedimento si collocava tra le pratiche di eugenica negativa, tese ad impedire la riproduzione dei soggetti affetti da tare ereditarie. Va aggiunto che la sterilizzazione di fatto è stata storicamente la pratica eugenetica socialmente più efficace e praticabile, non tanto per la sua sostenibilità sociale, che anzi non vi fu mai, scatenando dibattici etici e giuridici e provocando immaginabili drammi privati, ma piuttosto perché essa dava risultati certi ed era tecnicamente di facile realizzazione, specie quella maschile, mentre alquanto utopico appariva fin dall’inizio il progetto di eugenetica positiva basato sull’accoppiamento di soggetti dotati di tratti desiderabili, data la scarsa praticabilità e accettabilità sociale di tale ipotesi, che avrebbe dovuto prevedere una rigida regolamentazione di unioni matrimoniali da sempre viste come il frutto di libere e condivise scelte affettive.
Le società di eugenica sociale sorte all’inizio del Novecento in vari Paesi europei e negli Stati Uniti, come la Britain’s Eugenics Society e l’American Eugenics Society, aderirono tutte a questo paradigma ereditarista, ulteriormente rafforzato dal contemporaneo diffondersi del mendelismo, e in coerenza con tale orientamento promossero l’istituzionalizzazione dell’eugenica come nuova dottrina sociale, il cui scopo era la conservazione e il miglioramento del patrimonio biologico della specie umana. La sterilizzazione tendeva dunque a realizzare questo obiettivo di prevenzione e igiene razziale, secondo un rigido determinismo genetico mirante a selezionare e limitare forzatamente la funzione procreativa di determinati gruppi sociali.
Brevi cenni storici sulla sterilizzazione eugenica nei vari Paesi
Già Galton agli inizi del Novecento si era espresso a favore della segregazione sessuale di particolari categorie di soggetti tarati, impedendo loro di procreare. Allo stesso modo, molti eugenisti dell’epoca ritenevano che il progresso sociale avesse compromesso l’azione della selezione naturale, permettendo la possibilità di riproduzione a soggetti mediocri e in questo modo inducendo un rischio di degenerazione della specie. Per questo urgeva intervenire con misure di selezione artificiale che scongiurassero tale rischio. Tale visione ispirò dunque varie misure di eugenica negativa, di cui la sterilizzazione chirurgica maschile fu una delle più diffuse.
Solitamente la memoria va alle aberranti pratiche nazionalsocialiste degli anni Trenta in Germania, senza sapere che l’origine e la pratica della sterilizzazione eugenetica è molto più antica. Uno dei primi paesi ad applicare la sterilizzazione forzata furono infatti gli Stati Uniti sul finire dell’Ottocento. Già nel 1898 lo Stato del Michigan esaminò la proposta di legge per la castrazione di malati mentali, epilettici e criminali recidivi. L’Indiana, nel 1907, promulgò la prima legge statunitense che prevedeva la sterilizzazione coatta di malati mentali, delinquenti recidivi e violentatori. Di lì a breve la legge dell’Indiana fu estesa ad altri 15 stati americani. Nel 1931 ben trenta stati avevano approvato leggi sulla sterilizzazione. Nel 1921 la Società Americana di Eugenetica propose la sterilizzazione selettiva del 10% della popolazione, giudicata composta da elementi inquinanti, al fine di evitare il “suicidio della razza bianca”. Una folta schiera di eugenisti propugnava la sterilizzazione forzata di “vite senza valore”, impedendo la procreazione dei soggetti più deboli, giudicati “non adatti” alla procreazione in quanto portatori di tratti ereditari indesiderabili. Tra il 1907 e il 1960 si stima che negli ospedali psichiatrici pubblici siano state eseguite oltre 60.000 sterilizzazioni chirurgiche obbligatorie. Oltre a criminali sessuali, ritardati mentali e portatori di tare ereditarie, molti stati approvarono leggi per la sterilizzazione eugenica mediante vasectomia anche di alcolizzati o appartenenti a gruppi etnici ritenuti pericolosi per la razza bianca.
A questo proposito va ricordata la progressiva campagna di chiusura verso gli immigrati dopo la prima guerra mondiale, culminata nella dura legge contro l’immigrazione approvata nel 1924, il “Johnson Act” (Immigration Restriction Act). La legge aveva lo scopo di regolamentare la composizione etnica e razziale degli Stati Uniti, sulla base dei principi sostenuti dal movimento eugenetico americano. In particolare la limitazione dei flussi d’immigrazione colpiva i popoli dell’area del Mediterraneo e dell’Europa dell’Est, intorno ai quali circolavano pregiudizi su una presunta inferiorità biologica. La filosofia eugenetica statunitense legittimava tali scelte con la necessità di preservare il sangue della stirpe americana dalla contaminazione biologica del meticciato. Negli Stati Uniti il movimento eugenetico finanziò ricerche sulla trasmissione ereditaria di tratti sociali, in particolare di quelli indesiderabili, e classificò individui, gruppi e razze collocandoli su una scala di valore umano. Quindi promosse soluzioni biologiche per problemi sociali come la criminalità, in base al rigido geneticismo che contraddistingueva la sua impostazione teorica. In particolare gli eugenisti americani sostenevano l’esistenza di una correlazione tra la frenastenia (idiozia ed imbecillità patologiche) e la condotta immorale o la tendenza al crimine. Tratti sociali come l’alcolismo, la prostituzione o la povertà, conseguente alla disoccupazione e alla malattia cronica, erano in sostanza imputabili ad una “degenerazione” ereditaria, a sua volta accertata attraverso la misurazione del QI, e perciò del presunto potenziale intellettivo. Era dunque “scientificamente” provata la connessione tra scarsa intelligenza e comportamento degenerato, e da ciò discendeva una biologizzazione delle differenze tra le classi sociali, per cui la diversa distribuzione di potere, funzioni e ricchezza tra le stesse era proporzionale al diverso livello di dotazione intellettiva ereditaria. La degenerazione tuttavia era attribuita anche a particolari razze e gruppi etnici, di cui si sosteneva l’inferiorità e perfino la tendenza criminale. I popoli dell’Europa meridionale e orientale, ebrei in particolare, erano considerati geneticamente inferiori e si osteggiavano i matrimoni misti, paventando il rischio di una contaminazione del sangue dei pionieri americani. I negri, poi, erano considerati in assoluto possessori del più basso potenziale intellettivo. Charles B. Davenport, fondatore del più importante centro americano per la ricerca e la diffusione della dottrina eugenetica, l’Eugenics Record Office, nel 1910 si fece promotore della sterilizzazione dei “non idonei” alla riproduzione, frenastenici e degenerati, considerando la propagazione delle tare ereditarie di costoro una minaccia per la società americana.
In quegli anni in Europa la sterilizzazione a scopo eugenetico alimentò molti dibattiti, ma la pratica non ebbe larga diffusione. I provvedimenti più significativi di sterilizzazione coatta furono quelli nazionalsocialisti degli anni Trenta, ispirati da una concezione biologica delle razze e dall’esigenza di preservare l’integrità e la purezza del sangue della razza ariana dal rischio di inquinamenti e contaminazioni. Questo programma di igiene razziale fu attuato dapprima attraverso la sterilizzazione su larga scala di intere categorie sociali di “indesiderabili” e più tardi con la loro sistematica soppressione fisica mediante eutanasia. L’“uccisione pietosa” di “vite indegne di essere vissute”, handicappati fisici e mentali, malati incurabili, anziani, sfociò quindi nello sterminio di massa di interi gruppi etnici e razziali ritenuti biologicamente inferiori e pericolosi per la purezza della razza nordica ariana, come gli zingari e gli ebrei.
La dottrina razziale ed eugenetica nazionalsocialista presupponeva una matrice biologica delle differenze razziali. Alcune razze, come la semitica e la negra, erano giudicate inferiori, mentre si proclamava l’esistenza di una pura razza ariana nordica detentrice dell’eccellenza biologica, la cui purezza andava preservata dai pericoli di degenerazione rappresentati dai suoi elementi interni inquinanti e dalla contaminazione con altri gruppi o razze giudicate aliene ed inferiori. In questo senso i nazionalsocialisti intendevano preservare “la purezza del sangue tedesco” e purificare il patrimonio genetico della nazione mettendo a punto un programma eugenetico radicale che doveva creare una società omogenea sotto il profilo razziale, fisicamente forte e mentalmente sana. Inoltre, in linea con i tradizionali assunti dell’eugenetica d’inizio secolo, l’ideologia razziale nazionalsocialista aderiva ad un marcato geneticismo, secondo cui determinati tratti fisici e psichici, specie patologici, erano ereditari. Allo stesso modo si riteneva che tratti sociali come la criminalità, l’alcolismo o l’asocialità avessero cause organiche, in particolare fossero associabili alla frenastenia, termine che indicava la condizione di “idiozia” o “imbecillità” congenita e patologica responsabile del comportamento deviante, e fossero caratteristici di specifici gruppi etnici o razziali, considerati perciò degenerati ed inferiori, come gli zingari, gli ebrei o i negri.
Tale biologizzazione delle differenze tra i vari gruppi etnici e razziali e della costituzione bio-psichica individuale, aveva i suoi propugnatori e sostenitori tra importanti scienziati ed accademici già prima dell’avvento del nazionalsocialismo. Conseguentemente a tale impostazione ereditarista, medici, psichiatri, antropologi e genetisti enfatizzavano la necessità di attuare una politica di rigenerazione della razza basata sull’ostracizzazione di determinate categorie sociali portatrici di caratteri “indesiderabili” e sulla salvaguardia della purezza del sangue ariano dal pericolo di contaminazione con razze giudicate inferiori. Il nazionalsocialismo piuttosto radicalizzò tali teorie e soprattutto promosse una graduale e progressiva politica di esclusione e discriminazione di questi gruppi alieni o “degenerati”, dapprima inibendo la funzione procreativa di coloro che a vario titolo erano giudicati pericolosi per l’integrità biologica della nazione, disabili fisici e psichici, quindi attuando una sistematica eliminazione di queste “vite senza valore”, e questo ben prima di pianificare la cosiddetta “soluzione finale” verso gli ebrei, la quale casomai fu il naturale sbocco di iniziative eugenetiche pensate e realizzate nel periodo antecedente l’Olocausto.
Fondamentalmente la scienza della razza nazionalsocialista contemplò provvedimenti di eugenetica negativa tendenti a impedire la capacità procreativa di individui a vario titolo giudicati portatori di tare ereditarie, ma vi furono anche iniziative ispirate agli assunti dell’eugenetica positiva, finalizzate a favorire la procreazione di individui ritenuti detentori dell’eccellenza biologica della pura razza ariana (i Lebensborn).
Nel corso del tempo la diffusione della pratica di sterilizzazione eugenica di determinate categorie sociali non ha conosciuto confini geografici ed ha interessato trasversalmente sistemi politici e giuridici profondamente diversi, comune tanto a organizzazioni statuali liberal-democratiche quanto a regimi totalitari. In particolare colpisce come tale pratica si sia protratta fino ad anni recenti, com’è il caso dei paesi scandinavi. In questi casi la decisione di sottoporre a sterilizzazione varie categorie sociali non era tanto ispirata da motivi razziali quanto piuttosto dall’intento di impedire la diffusione tra la popolazione di malattie genetiche ed ereditarie che avrebbero gravato sullo stato assistenziale, con un eccesso di spesa sanitaria. Qualche dato: in Svezia tra il 1935 e il 1996 –quando una coraggiosa campagna di stampa ha denunciato l’intensità del fenomeno-, sono stati sterilizzati circa 230.000 tra handicappati, malati mentali e asociali, ossia persone socialmente marginali. Anche delinquenti, minoranze etniche, indigeni di razza mista e prostitute furono sottoposti al trattamento, imputati di pesare sull’assistenza pubblica e di essere portatori di malattie e di stili di vita dagli alti costi sociali. La sterilizzazione coattiva è rimasta in vigore fino al 1976, anno in cui una nuova legge rendeva obbligatorio il consenso degli interessati. Oggi le autorità pubbliche tentano un risarcimento economico per chi ha subito tale menomazione. Lo stesso paradigma economicistico ed utilitaristico connotava la legislazione di stati come la Danimarca e la Norvegia, dove rispettivamente nel 1929 e nel 1934 furono varati provvedimenti di sterilizzazione miranti a migliorare la qualità genetica della popolazione attraverso l’inibizione dell’eredità patologica di particolari gruppi sociali. Anche la Finlandia consentiva la sterilizzazione forzata a scopo eugenetico. In Svizzera la sterilizzazione forzata venne approvata nel 1928 e rimase in vigore fino al 1970. In Francia, benché storicamente illustri eugenisti abbiano teorizzato misure di igiene razziale (Carrel, Richet), la sterilizzazione a scopo dichiaratamente eugenico non è mai stata praticata, come peraltro in Italia. Più recentemente, piuttosto, ha preso consistenza il fenomeno della sterilizzazione di donne affette da disturbi psichici, con motivazioni peraltro diverse da quelle propriamente eugenetiche, ascrivibili piuttosto a ragioni di ordine terapeutico o cautelativo. In Francia risultano sterilizzate presso manicomi circa 15.000 donne. Anche in Austria, pur in assenza di norme in materia, risulta che il 70% delle donne con handicap psichico viene normalmente sterilizzato. In Spagna la Corte Costituzionale nel 1994 ha ammesso la sterilizzazione coatta dei malati psichici. Anche in Australia si registrano un migliaio di casi. In Giappone, dove la sterilizzazione a scopo eugenico fu legalizzata nel 1948, la legge è stata revocata nel 1996. Più conosciute sono le pratiche di sterilizzazione attuate nel corso degli anni in Cina e in India. Nel 1995 la Cina ha promulgato una legge sulla salute materna e infantile che di fatto istituisce una forma di eugenetica di stato: è fatto obbligo alla coppia di sottoporsi ad esame prematrimoniale obbligatorio allo scopo di ricercare eventuali malattie genetiche, infettive o mentali. Se il nubendo è colpito da malattia mentale o infettiva il matrimonio è interdetto fino a nuovo ordine, mentre in caso di accertata presenza di malattia genetica grave l’autorizzazione a contrarre matrimonio è subordinata all’impegno da parte della coppia a sottoporsi a trattamento anticoncezionale di lungo periodo o, in alternativa, a farsi sterilizzare. In India nei decenni scorsi la sterilizzazione è stata attuata soprattutto come forma di controllo demografico, ma in forme spesso sottilmente coercitive o subdole. Va poi ricordato come in anni anche recenti ampi programmi di sterilizzazione femminile più o meno forzata siano stati realizzati in molti Paesi dell’America latina, dal Messico al Brasile, dal Perù alla Bolivia. Il fenomeno ha coinvolto soprattutto donne indigene e meticcie appartenenti agli strati più poveri della popolazione, con l’intento di limitare l’espansione demografica dei quei particolari gruppi etnici. Un curioso residuo della vecchia impostazione macro-eugenetica, addirittura ispirato alla Repubblica di Platone, fu il programma di pianificazione familiare proposto dal governo tecnocratico di Singapore nel 1984. La preoccupazione per il calo del tasso di fertilità tra le donne più acculturate del paese, insieme alle tesi sull’ereditarietà dell’intelligenza, indussero il governo a introdurre dei provvedimenti che frenassero il fenomeno. In concreto il programma prevedeva incentivi economici alle donne con basso livello di istruzione affinché si sottoponessero a sterilizzazione, in modo da limitare l’espansione della prole. Incentivi e premi di diversa natura erano invece previsti per quelle donne istruite che avevano una prole numerosa e per facilitare l’unione tra persone altamente acculturate.
Per quanto riguarda l’Italia, va detto che malgrado il dibattito acceso sul tema, coloro che agli inizi del ventesimo secolo proponevano misure di eugenica negativa come la sterilizzazione furono sempre una minoranza. Più tardi, poi, l’avvento del fascismo e la sua politica demografica pronatalista impedirono qualsiasi tipo di controllo della fecondità, qualificando come reato contro la “sanità e integrità della stirpe” la procurata impotenza alla procreazione, insieme all’aborto, alla contraccezione, al contagio venereo. Tale condanna della sterilizzazione, come di qualsiasi altra misura di controllo della fecondità ispirata ad un costume sessuale edonistico, ebbe ulteriore vigore dopo la stipula del Concordato con la Chiesa cattolica. In ogni caso in anni recenti anche l’Italia ha conosciuto il fenomeno della sterilizzazione di particolari categorie sociali, soprattutto giovani donne affette da handicap mentale, seppur con motivazioni diverse da quelle propriamente eugenetiche. Il professor Pinkus, coordinatore del gruppo di lavoro sulla sterilizzazione istituito dal Comitato Nazionale per la Bioetica, stima che dal 1985 al 1999 (anno di pubblicazione del documento del CNB) siano stati sterilizzati almeno 6.000 disabili psichici.
Giova ricordare che dagli anni Sessanta le pratiche sterilizzanti hanno in gran parte perso la loro valenza eugenica e rientrano piuttosto tra gli strumenti di regolazione delle nascite nelle politiche di family planning, quindi come misure contraccettive individuali o sociali finalizzate alla pianificazione demografica, spesso consigliate e favorite da organismi internazionali, i quali subordinano l’aiuto economico ai popoli in via di sviluppo all’attuazione di programmi statali di contenimento della natalità. Capitolo a parte riveste poi la sterilizzazione terapeutica, in quanto non pone i quesiti etici e giuridico-legali della sterilizzazione eugenica o contraccettiva.
fonte: people.lett.unitn.it
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Nazionalsocialismo tutto di tutto
Breve storia dello sterminio degli ebrei in Europa
(da georges bensoussan, L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?, Einaudi, Torino 2002, pp. 121-143)
Introduzione.
Tra il 1939 e il 1945la Germania nazista, con la complicità di molti, ha sterminato dai cinque ai sei milioni di ebrei, cioè oltre la metà delle comunità ebraiche del Vecchio Continente; un terzo degli ebrei sparsi nel mondo. Questo genocidio (in ebraico shoah, letteralmente: tempesta, catastrofe), deciso alla fine dell'estate o all'inizio dell'autunno 1941, è stato pianificato come un'operazione industriale. Lo sterminio di un intero popolo, portato via da tutti gli angoli del continente per essere condotto sui luoghi del massacro, non ha equivalenti nella Storia, almeno fino a oggi. Questa soppressione collettiva è il punto d'arrivo razionale e burocratico di un delirio ideologico che ha radici lontane nella Storia dell'Occidente.
Deciso nel 1941, organizzato nel gennaio 1942durante la riunione della di Wansee, il genocidio del popolo ebraico non è il risultato di un percorso lineare iniziato nel 1933e culminato nel 1941. E ancor meno di un passaggio diretto dall'antisemitismo cristiano all'antisemitismo nazista anche se, checché ne dica la dichiarazione pontificia sulla shoah pubblicata nel marzo 1998, l'antisemitismo cristiano, fautore, per secoli, di una cultura del disprezzo, ha finito per diventare lo sfondo intellettuale dell'Europa. E per fornire all'antisemitismo nazista il quadro di riferimento in materia di esclusione, almeno fino al 1941. Ma all'origine di questo disastro non c'è una causalità univoca e coerente, come del resto dimostra il semplice riassunto dei fatti.
1. I presupposti del disastro.
L'industrializzazione, il rapido processo di urbanizzazione e l'esodo dalle campagne nell'Europa occidentale durante il xix secolo mettono in discussione la struttura tradizionale della società. L'antisemitismo laico e biologico (la razza), che prende forma sul modello dell'antisemitismo cristiano, intende dare una risposta allo smarrimento dell'epoca. In questo senso, il razzismo europeo della fine del xix secolo, e piú ancora un antisemitismo assillato dall'ossessione del «complotto ebraico», sono l'espressione di una crisi europea della modernità. L'«ebreo», assimilato al potere, diventa il capro espiatorio del malcontento.
Ma, più in generale, la fine del xix secolo segna l'apogeo del contro-Illuminismo, con il suo miscuglio di darwinismo sociale e darwinismo razziale, rifiuto della democrazia e della modernità. Specialmente in Germania, ben prima del 1914, il pangermanesimo aveva ribadito con insistenza l'idea della nazione chiamata a uscire dai propri confini per dominare l'Europa, se non addirittura il mondo. In seguito alla disfatta del 1918 l'esercito tedesco, senza aver subito un vero disastro, firma l'armistizio dell'11 novembre in terra nemica. Priva di tradizione democratica, una parte della Germania identifica il regime di Weimar con la sconfitta e con il tradimento. Il rifiuto degli ebrei, a malapena sopito, si riacutizza al primo manifestarsi di una crisi politica, economica e sociale (1918-1923, poi 1930-1933). Inizialmente, il nazionalsocialismo (in breve, e in lingua tedesca, nazismo) non è che l'erede di una lunga tradizione germanica di razzismo biologico e di rifiuto della democrazia. Antidemocratico, antimarxista e pangermanista, esso cresce come ideologia del risentimento e della violenza. A partire dal 1930 è destinato a prosperare sul terreno di una crisi sociale senza precedenti. È Adolf Hitler, nel 1921, a trasformare il partito operaio tedesco, creato nel 1919, in partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (Nsdap); ben radicato in Baviera, anche in seguito al clima turbolento del dopoguerra, esso tenta di prendere il potere con la forza nel novembre 1923, a Monaco. È un fallimento. Incarcerato per un breve periodo nel 1924, Hitler esce di prigione convinto della necessità di una strategia più opportunista, in cui si associno legalismo e terrore.
Il Partito nazista riesce in qualche modo a sopravvivere fino al 1929. Alle elezioni del 1928 non ottiene che 12 deputati (su un totale di circa 500) al Reichstag. La crisi sociale gli fornisce il trampolino di lancio di cui aveva bisogno. Grazie alle sue qualità di oratore, Hitler catalizza tutto il malcontento di una Germania brutalmente colpita dal marasma economico. Egli fa suoi i temi ormai noti della rivoluzione conservatrice tedesca uniti a quelli, più moderni, del razzismo biologico. Le elezioni del 1930 sono un duro colpo per la fragile democrazia tedesca: il Nsdap vede i suoi deputati aumentare da 12 a 107 e continua a crescere fino all'estate 1932. Questo progresso è favorito dall'aggravarsi della crisi (tra il 1929 e il 1933 i disoccupati passano da uno a sei milioni), dalla convinzione dei politici di destra di poter integrare il nazionalsocialismo nel sistema e dalle divisioni della sinistra. Alle elezioni legislative del luglio 1932, il Nsdap ottiene il 37,4 per cento dei voti. Il 30 gennaio 1933, su consiglio del politico von Papen, il presidente della Repubblica, maresciallo Hindenburg, chiama Adolf Hitler al posto di cancelliere della Germania.
Diversamente dall'Italia, dove è quasi inesistente, l'antisemitismo costituisce un elemento centrale del fascismo tedesco. L'imperialismo tedesco e il pangermanesimo si basano sul concetto di nazione come emanazione della razza, del sangue e del suolo, esaltazione di una «lotta per la vita» che schiaccia le etnie più deboli. Queste tesi impregnano largamente la società tedesca e spiegano perché, già prima del 1914, il razzismo tedesco, che esaltava la forza, l'istinto e la selezione, abbia messo il «particolarismo ebraico» al centro delle proprie preoccupazioni.
2. L'esclusione legale.
In Germania, dal 1933al 1939, si susseguono misure di emarginazione, di espropriazione e di sfruttamento economico. Gli ebrei vengono progressivamente esclusi dalla nazione tedesca (leggi di Norimberga, 1935). Poi vengono marchiati: con il nome obbligatorio a partire dal 1938(nell'agosto di quell'anno i maschi ebrei sono costretti ad aggiungere al loro nome quello di Israél, e le femmine quello di Sara)e con la stella gialla, introdotta nel 1941. Queste misure, adottate nella maggior parte dei casi in tempo di pace, suscitano proteste e indignazione nel mondo, nonché inviti al boicottaggio commerciale (poco praticato fino al novembre 1938), ma niente di più. Hitler, vedendo gli ebrei abbandonati quasi da tutti al loro destino, si convince di poter andare più lontano. Prudentemente, aspetta il momento opportuno.
Dopo le vittorie tedesche dell'autunno 1939e della primavera 1940,la Germania nazista controlla una grossa fetta dell'ebraismo europeo. Essa passa allora alla fase successiva, quella della reclusione degli ebrei in ghetti, nell'Europa dell'Est, per poi condurvi una lenta opera di estinzione che, nell'estate del 1941, si trasforma in un vero e proprio progetto politico.
A partire dall'aprile 1933, i funzionari ebrei tedeschi vengono destituiti dai loro incarichi. Poi, dopo una messa in scena giuridica, viene praticato su vasta scala l'esproprio della comunità ebraica («arianizzazione»). Il 31 dicembre 1938, le imprese gestite dagli ebrei, nonché i lavoratori ebrei indipendenti, devono cessare ogni attività. Del resto, già dal 1933le professioni liberali (avvocato, medico, ecc.) erano state progressivamente vietate agli appartenenti alla religione ebraica. Il 3dicembre 1938, i proprietari ebrei devono vendere gli ultimi beni in loro possesso. Tra il 1933 e il 1945, per il solo territorio del Reich, il regime promulga circa duemila ordinanze e decreti contro gli ebrei.
Il decreto di Norimberga, detto «Legge per la protezione del sangue e dell'onore tedeschi», viene emanato il 15 settembre 1935 durante il congresso del Nsdap. L'«ebreo» viene definito tale a partire dalla sua ascendenza. Non appartenendo alla «razza ariana», non ha diritto di cittadinanza. I matrimoni e, più in generale, i rapporti sessuali tra ebrei e non ebrei sono vietati («crimine di profanazione razziale»). Non è l'appartenenza religiosa a preoccupare i seguaci dell'ideologia nazista, ma il principio razziale e ideologico, l'ossessione del sangue infangato.
Per trovare una soluzione al problema dei rifugiati tedeschi (e austriaci a partire dal marzo 1938), e per rispondere alla richiesta del presidente americano, una conferenza internazionale si riunisce a Evian, nel luglio 1938, dopo che la Svizzera, in un primo tempo interpellata, decide alla fine di tirarsi indietro. Non trovando un luogo d'asilo per i rifugiati ebrei, la conferenza dichiara che non intende contestare alla Germania il diritto di sovranità sui propri cittadini.
Il 17 novembre 1938, il consigliere dell'Ambasciata tedesca von Rath viene assassinato a Parigi da un giovane ebreo polacco. Il 9 novembre 1938, Hitler, dietro suggerimento di Goebbels, decide di lasciare « mano libera ai SA» i quali, presto raggiunti dalle SS e dalla Gioventù hitleriana, si lanciano all'assalto della comunità ebraica dalla sera del 9 novembre al pomeriggio del 10. Un centinaio di ebrei vengono assassinati, ventimila arrestati, aggrediti e umiliati, alcune donne violentate (malgrado il divieto razziale), case e negozi saccheggiati, sinagoghe incendiate. La comunità ebraica è condannata a pagare un multa di un miliardo di marchi che il regime preleva dai sette miliardi di beni confiscati a partire dall'aprile 1938. Il pogrom è condannato con fermezza dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti, che tuttavia si guardano bene dall'aprire le frontiere. Ma agli occhi dei nazisti, la Notte dei Cristalli è un fallimento. All'antisemitismo emotivo, il regime presto preferisce quello burocratico. Quattro anni più tardi, la «Soluzione finale» sarà appunto un processo legale e burocratico di distruzione, agli antipodi della logica del pogrom.
Appena iniziata la guerra, per gli ebrei del Reich viene programmata una meticolosa politica di razionamento del cibo. La stessa politica di esclusione viene applicata agli alloggi e ai trasporti. Nel marzo 1940, le tessere alimentari sono contrassegnate dalla lettera J (poi, in diagonale, dalla parola jude nel marzo 1942). Nel settembre 1941, il governo impone la stella gialla a tutti gli ebrei dai sei anni in su. Nell'ottobre 1941, viene impedita agli ebrei l'emigrazione fuori dall'Europa: è l'inizio di una nuova logica.
Dopo la vittoria sulla Polonia, nel 1939, la Germania controlla 3,3 milioni di ebrei polacchi. Nel novembre di quell'anno, Frank, governatore della Polonia occupata (Governo generale), ordina agli ebrei polacchi di età superiore ai dodici anni di portare un «braccialetto ebraico». Immediatamente, viene ridotta la libertà di movimento, viene imposto il coprifuoco, è vietato agli ebrei l'uso delle ferrovie.
Dalla fine del 1939, e senza un piano generale che preveda un'istituzione permanente, gli ebrei vengono riuniti e ammassati (da sei a sette abitanti per stanza) in un quartiere cittadino, presto recintato da alte mura, e sotto coprifuoco dalle sette della sera alle sette del mattino. Ufficialmente, si tratta di arginare il tifo e di eliminare il mercato nero ebraico. Ufficiosamente, lo scopo del ghetto è la «selezione naturale» attraverso la fame, lo sfinimento, le malattie.
Lódž è il primo grande ghetto (aprile 1940), presto seguito da Varsavia (novembre 1940); da Cracovia (marzo 1941), da Lublino (aprile 1941) e da Lwow (dicembre 1941). Alla fine del 1941, quasi tutti gli ebrei sotto il Governo generale sono ammucchiati nei ghetti, mentre già da sei mesi i tedeschi hanno iniziato la loro politica di sterminio nelle zone occupate dell'Unione Sovietica.
3. La prima fase del genocidio.
Nel 1940, Eichmann, responsabile della «questione ebraica» in seno al Rsha (Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale di sicurezza del Reich), elabora il progetto di emigrazione di quattro milioni di ebrei verso il Madagascar (una «riserva ebraica» sotto il controllo tedesco); l'idea era già stata presa in considerazione dalla Polonia nel 1937. Molto presto, però, affiorano diverse difficoltà, principalmente di ordine logistico, e il progetto malgascio viene ufficialmente abbandonato nel febbraio 1942.
Nel marzo 1941, Hitler precisa al suo stato maggiore che la guerra contro l’Urss sarà una guerra di sterminio (Vernichtungskrieg). Durante la primavera, vengono costituiti quattro commando speciali (Einsatzgruppen): tremila volontari in totale, tutti SS, sotto la direzione di ufficiali d'alto grado. Viene loro assegnata una missione che deve restare segreta: assassinare i commissari politici del regime e gli ebrei di sesso maschile in un territorio che di ebrei ne conta circa quattro milioni.
I massacri su vasta scala incominciano alla fine del giugno 1941. A partire dalla seconda metà dell'agosto dello stesso anno, tutta la popolazione ebraica, comprese donne e bambini, diventa oggetto della carneficina. Ovunque, sul territorio dell'Urss occupata e poi, nel 1942, nella Polonia ugualmente occupata, è in opera il medesimo processo. In ogni villaggio, in ogni borgata, in ogni città, coloro che non sono riusciti a scappare (si calcola che gli ebrei sfuggiti all'avanzata tedesca furono circa un milione e mezzo) vengono catturati dalle SS, cui prestano man forte ausiliari baltici e ucraini. Dopo averli costretti a scavare fosse gigantesche in luoghi isolati e lontani da possibili sguardi, gli ebrei vengono condotti sui luoghi del massacro in contingenti successivi. Spogliati, nudi davanti alle fosse, vengono fucilati dal fuoco di fila degli Einsatzgruppen. Il massacro si ripete di settimana in settimana, dall'estate 1941 all'autunno 1943. Fatto emblematico di questa carneficina è 1'uccisione, il 29 e 30 settembre 1941, di 33771 ebrei di Kiev, sterminati non lontano dalla città, nel vallone di Ba bi Yar.
Colonne di deportati vengono trasferite sul posto; brutalizzati dagli ucraini, messi in riga dagli Einsatzkommandos tedeschi, gli ebrei sono obbligati a spogliarsi e a consegnare i loro oggetti di valore. Una volta nudi, racconta dopo la guerra uno degli autisti tedeschi, Höfer, vengono condotti in una fossa lunga 150 metri, larga 30 e profonda 15: «Tutto avveniva molto in fretta. I corpi venivano messi uno sopra l’altro. Non appena un ebreo era sdraiato, arrivava un uomo della polizia con una pistola mitragliatrice e gli sparava un proiettile nella nuca. Quando arrivavano, sul bordo della fossa, gli ebrei rimanevano talmente terrificati da quello spettacolo spaventoso che sembravano perdere tutta la loro forza di volontà. […] Quando mi sono avvicinato alla fossa […] ho visto tre file di cadaveri ammucchiati gli uni sopra gli altri a una distanza di 6o metri. [...] Era quasi impossibile credere a quella visione di corpi ricoperti di sangue e ancora vibranti...». Massacri analoghi hanno luogo in Polonia nel 1942 e 1943.
Tra la fine del giugno 1941 e la fine del 1942, gli Einsatzgruppen avrebbero sterminato un milione e trecentomila ebrei. I testimoni sono numerosi, a cominciare dall'esercito regolare, che spesso dà man forte agli assassini. Inoltre, benché tenuti a mantenere il segreto, talvolta gli uccisori parlano. Secondo Himmler, che assiste a una di queste carneficine, a Minsk, intorno al 15 agosto 1941, bisogna rendere il processo più rapido, più discreto e meno demoralizzante. Nasce allora l'idea del camion a gas, già sperimentato in Serbia.
Probabilmente è nell'estate 1941, o all'inizio dell'autunno, che Hitler prende la decisione, rimasta evidentemente verbale, del genocidio. Il 13 luglio 1941, Göring, ministro dell'Interno, invia a Heydrich, capo del Rsha, il seguente dispaccio: «[...] Le affido l'incarico, con il presente dispaccio, di adottare tutte le necessarie misure preparatorie, dall'organizzazione, alla realizzazione, al reperimento dei mezzi materiali, per arrivare a una soluzione totale della questione ebraica nella zona di influenza tedesca in Europa. [...]»
«Far scomparire», come dice Himmler, undici milioni di persone pone dei problemi tecnici. Perciò il genocidio va pianificato: questo è l'oggetto della «conferenza» segreta svoltasi a Wannsee, un sobborgo di Berlino, il 20 gennaio 1942, e organizzata da Heydrich, alla presenza dei principali responsabili del genocidio (quindici persone in totale), tra cui Adolf Eichmann. Durante la breve riunione di Wannsee vengono discusse le modalità dello «sterminio». Non viene istituito nessun organismo burocratico supplementare né è previsto alcun budget specifico: l'amministrazione ordinaria, a cominciare dalle ferrovie tedesche, prende in mano un affare nel quale le comunità ebraiche, depredate e taglieggiate sono le prime a finanziare la loro stessa distruzione. Nel protocollo conclusivo di Wannsee, firmato da Heydrich, si legge: «L'emigrazione ha ormai lasciato il posto a un'altra possibile soluzione: l'evacuazione degli ebrei verso l'Est, con l'accordo del Führer. [...] La soluzione finale del problema ebraico in Europa dovrà essere applicata a circa undici milioni di persone. [...] Quelli che rimarranno [...] dovranno essere trattati in maniera adeguata. [...] Allo scopo di estendere concretamente la soluzione finale, sarà fatta piazza pulita in tutta Europa, da ovest a est. [...]»
Parallelamente, a Est, fin dal 1939, 1'istituzione dei ghetti ha lo scopo principale di raccogliere i prigionieri e di imporre loro condizioni di vita disumane. Così, circa cinquecentomila persone vengono ammassate, nell'estate del 1941, all'interno del ghetto di Varsavia, nella promiscuità, nella miseria e nella fame. La razione di pane, nel 1941, è di settecento grammi alla settimana. Per le strade si muore di inedia. All'inizio del 1942, la razione di base scende a cinquecento grammi. Quando, il 23 luglio 1942, i tedeschi iniziano la deportazione di circa duecentottantamila persone verso Treblinka per assassinarle, l'annientamento programmato ha già ucciso, in venti mesi, oltre ottantatremila persone.
4. L'ingranaggio dello sterminio.
4.1. Deportazioni.
Nell'Europa occidentale bisogna passare al «setaccio», come dicono i tedeschi, le popolazioni ebraiche. Innanzitutto viene fatto un censimento. Poi, forti di uno schedario che è diventato lo strumento essenziale del crimine di Stato, i tedeschi e i loro complici locali confiscano i beni degli ebrei, riducono la loro libertà di movimento, li marchiano (la stella gialla viene introdotta nell'Europa occidentale a partire dal giugno 1942), poi li incarcerano e li ammassano (Drancy in Francia, Westerbork nei Paesi Bassi, per non citare che due esempi), infine li deportano.
Con un piano minuzioso gli ebrei vengono espropriati e l'intero bottino spedito in Germania. In un primo tempo, i beni sono sequestrati, poi «arianizzati» (le imprese degli ebrei finiscono nelle mani di amministratori ariani) prima di essere «liquidati», vale a dire inoltrati verso il Reich. I conti bancari vengono bloccati, gli appartamenti e i mobili confiscati.
All'Est, il saccheggio delle comunità, numerose ma spesso molto povere, avveniva essenzialmente attraverso lo sfruttamento del lavoro servile, cioè il lavoro forzato.
Le deportazioni di massa incominciano nel 1942. I deportati vengono prima condotti in un campo di transito, poi il Rsha e il ministero dei Trasporti tedesco (per il quale lavorano solo funzionari civili) organizzano convogli che, fino al 1944, resteranno di primaria importanza. Gli ebrei vengono ammucchiati in cento, o addirittura in centoventi, dentro vagoni merci che al massimo potrebbero trasportare quaranta uomini, in spazi ermeticamente chiusi, quasi senz'aria, senz'acqua e senza cibo, gelidi d'inverno, soffocanti d'estate, quando i treni restano talvolta bloccati per ore sotto il sole e la temperatura interna può salire fino a sessanta gradi: l'operazione di sterminio è incominciata ben prima dell'arrivo in Polonia.
Dall'Europa occidentale (Belgio, Paesi Bassi, Francia), centrale (il Reich da dove partono i primi convogli, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, l'Ungheria in particolare), meridionale (Grecia): circa tre milioni di ebrei vengono condotti verso i campi di sterminio con «viaggi» che durano da due a, talvolta, dodici giorni. All'arrivo, i morti e i moribondi sono già numerosi.
4.2. Dalle fucilazioni di massa alla camera a gas.
Prima della shoah vera e propria (estate 1941), la Germania ha assassinato oltre settantamila malati di mente, malformati e handicappati. È il «programma T4» (dal nome della via, Tiergartenstrasse 4, a Berlino, dove aveva sede lo stato maggiore dell'operazione). Sospeso nell'agosto 1941 in seguito alle proteste, come comunemente si afferma, del vescovo di Munster, monsignor von Galen, ma in realtà perché l'obiettivo era già stato in grossa misura raggiunto, questo piano viene portato avanti nei territori occupati dell'Est (e, in maniera più discreta, all'interno dello stesso Reich) con il nome in codice 13F13. In totale, il «T4» avrebbe fatto dalle centomila alle centoventimila vittime. Sia sul piano pratico (con la camera à gas), sia su quello ideologico, attraverso la messa in opera di una teoria dello sterminio, è questa la matrice dell'assassinio di massa degli ebrei d'Europa.
Le «operazioni mobili di uccisione» perpetrate dagli Einsatzgruppen si rivelano troppo lente, troppo vistose, troppo faticose per gli assassini. Per di piú, sarà impossibile portarle avanti nell'Europa occidentale. Ispirandosi al veicolo «adattato» utilizzato per assassinare dei malati di mente in Prussia orientale nel dicembre 1940, e dei Serbi, in Jugoslavia, nel 1941, i tedeschi mettono in piedi a Chellmno, presso Lódž, nell'autunno 1941, un centro di annientamento con i «camion a gas». Questi vengono costruiti da ditte tedesche: Diamond, Opel-Blitz e soprattutto Saurer. Possono contenere fino a settanta vittime, ammassate, rinchiuse e asfissiate dal monossido di carbonio del motore Diesel, reintrodotto nel camion.
Il 17 dicembre 1941, gli ebrei polacchi sono le prime vittime dei camion a gas di Chelmno. «Gridavano, piangevano e tentavano di resistere, racconta un tedesco durante un processo del dopoguerra. [...] Imprigionati nella completa oscurità [...], in preda a un'angoscia orribile perché erano tutti ammucchiati e rinchiusi ermeticamente, urlavano e picchiavano disperatamente contro le pareti del veicolo». «Alcuni vomitavano, si svuotavano di escrementi e di urina», ma «certi restavano coscienti abbastanza a lungo per assistere all'agonia degli altri». Le vittime vengono gettate in una fossa precedentemente preparata da un «commando ebreo del lavoro». Ma gli assassini sono ancora incerti sul procedimento: all'inizio del 1942, la camera a gas fissa diventa il mezzo definitivo di sterminio messo a punto dalla Germania.
Sempre in quell'anno, nel mese di marzo, prende il via 1'«operazione Reinhardt» (Aktion Reinhardt), pianificata a Wannsee. È il nome in codice dell'assassinio di massa degli ebrei polacchi (oltre tre milioni di persone). L'operazione viene affidata al generale austriaco delle SS Odilo Globocknick, affiancato dal comandante SS Christian Wirth, ex responsabile del «programma T4».
«L'operazione Reinhardt» porta alla costruzione di tre «campi di sterminio», dove vengono assassinati nelle camere a gas quasi esclusivamente ebrei polacchi: Belzec, aperto nel marzo 1942, Sobibòr, aperto un mese dopo (entrambi situati nel distretto di Lublino), e Treblinka, situato nel distretto di Varsavia e aperto nel luglio 1942. In meno di diciotto mesi, dalla primavera all'autunno 1943, in questi luoghi vengono uccise un milione e mezzo di persone, circa la metà delle quali nel solo campo di Treblinka.
Il campo di Auschwitz, diretto fino al 1943 da Rudolf Höss, viene costruito nel 1940 vicino a Oswiecim, nell'alta Slesia polacca, in un sito facilmente accessibile perché poco distante dal nodo ferroviario di Katowice. A partire dal 1942, Auschwitz diventa il principale centro dell'assassinio di massa. Nel 1944, è l'ultimo luogo ancora funzionante della sistematica distruzione del popolo ebraico. È composto da tre campi: Auschwitz I, il campo originario, poi rimasto luogo concentrazionario; Auschwitz II (Birkenau), diventato a partire dal 1942, il luogo del genocidio ebraico; Auschwitz III (Monowitz), qualche chilometro piú in là, campo di lavoro forzato dove sono attive alcune grandi imprese tedesche con il loro personale civile.
Birkenau incomincia a essere costruito alla fine del 1941. Pensando a Treblinka, dove, a suo avviso, l'azione del monossido di carbonio «non è molto efficace», Höss decide di utilizzare l'acido cianidrico, che rientra nella composizione di un potente insetticida, lo Zyklon B. Alcune imprese tedesche costruiscono le camere a gas e i forni. Nel 1942vengono costituite quattro unità combinate; esse fanno di Auschwitz una fabbrica di uccisioni collettive destinata a industrializzare il processo di assassinio. Quest'ultimo, in poche ore, conduce le vittime dalla rampa di sbarco al crematorio (circa due terzi dei componenti di ogni convoglio vengono uccisi nelle ore che seguono il loro arrivo, dopo una «selezione» effettuata sulla rampa da medici tedeschi, spesso ex partecipanti al «programma T4»). Dopo l'asfissia, un «commando ebraico» apre le porte e procede all'estrazione dell'oro dentario. I cadaveri vengono in seguito inceneriti nei crematori. Nell'estate 1944vengono assassinate ogni giorno circa dodicimila persone.
Tra il febbraio 1942e il novembre 1944, circa un milione di ebrei europei sono stati assassinati ad Auschwitz.
Parallelamente a questi massacri organizzati, gli ebrei, gli Zigani, e anche i polacchi, sono sottoposti a esperimenti medici sulla «razza» e sulla gemellarità; vengono loro inoculati i batteri della tubercolosi e del tifo. L'asservimento e la selezione periodica sono un destino quotidiano, soprattutto per gli ebrei, situati al grado piú basso della gerarchia dei detenuti; verso la fine, soltanto loro saranno sottoposti alle «selezioni» che conducono all'uccisione dei piú deboli: i prigionieri, nudi, rinchiusi nelle baracche, aspettano di essere esaminati dai medici delle SS che, con un semplice sguardo, decidono se inviarli o meno alla camera a gas. Le imprese tedesche (Krupp, Siemens, IG Farben soprattutto) comprano i detenuti alle SS per una cifra che va dai quattro ai sei marchi al giorno. Trentacinquemila prigionieri sono passati per la Buna di IG Farben, ad Auschwitz-Monowitz, e venticinquemila vi sono morti.
Dal novembre del 1944, di fronte all'avanzata dell'Armata rossa, i tedeschi abbandonano diversi luoghi concentrazionari. In particolare Auschwitz, evacuato il 18e il 19novembre 1945. Cinquantottomila prigionieri (su sessantasettemila), lasciano il campo con un freddo glaciale. Iniziano allora, verso ovest, delle marce spaventose, a piedi o su piattaforme scoperte, senza cibo né acqua. Queste «marce della morte», nell'inverno 1944-1945, saranno fatali per una gran parte dei sopravvissuti di Auschwitz e degli altri campi dell'Est. Nel campo di Auschwitz, dove l'Armata rossa penetra il 27 gennaio 1945, i tedeschi, senza riuscirci completamente, tentano di far scomparire, tra il 19 e il 27, le tracce del crimine distruggendo un gran numero di installazioni.
4.3. Dissimulare.
Nel 1941e nel corso del primo semestre del 1942, ancora fiduciosi nella vittoria, i tedeschi hanno seppellito centinaia di migliaia di cadaveri in fosse comuni. Ma quando la prospettiva di vittoria si allontana, temendo che vengano scoperte le tracce del crimine, Himmler dà l'ordine, nel 1942, di istituire un commando speciale incaricato di riesumare e bruciare i corpi, poi di cancellare ogni indizio (ceneri, ossa frantumate...). Il «commando 1005», come viene chiamato in codice, è diretto dall'ex capo di Einsatzgruppe Paul Blobel, responsabile del massacro di Babi Yar. In un secondo tempo, i forni crematori costruiti dall'impresa Topf di Erfurt sostituiranno i bracieri.
Questa volontà di dissimulazione, che è anche una forma di autoprotezione psicologica, coinvolge in primo luogo il linguaggio. Si parla di «trattamento speciale» (uccisione con il gas), di «evacuazione» o di «reinstallazione a Est» per le grandi deportazioni verso l'assassinio. A partire dal 1943, si parlerà di «ghettizzare» le popolazioni.
Ma il genocidio ha fatto tutt'uno, con la maggior parte, volente o nolente, della società tedesca e delle società complici. La Reichbahn, che deportò tre milioni di ebrei, le industrie che fabbricarono i camion (Diamond, Opel-Biltz e Saurer), i costruttori di camere a gas e di crematori, i produttori di gas Zyklon (Deguesch, filiale di Degussa del gruppo IG Farben), la Reichbank, che fondeva in lingotti l'oro rubato alle vittime, le banche che chiusero i conti, i milioni di civili, infine, che approfittarono di questa gigantesca spoliazione, tutti, a vari livelli, hanno contribuito al crimine di massa.
5. Resistere?
Ci sono stati episodi di rivolta nel cuore stesso dell'operazione di sterminio. Nella fase finale dell'«operazione Reinhardt», il 2 agosto 1943, seicento detenuti ebrei di Treblinka si ribellano, seguiti da quelli di Sobibór, il 14ottobre dello stesso anno. Ad Auschwitz, i detenuti ebrei della «corvée speciale» del crematorio IV si rivoltano il 6 e 7 ottobre 1944. Il crematorio e la camera a gas vengono distrutti, ma la ribellione fallisce.
La resistenza ha la meglio quando svanisce la speranza. E quando l'informazione sulla distruzione radicale del popolo ebraico diventa non solo una certezza ma una consapevolezza. Cosí, solo nella fase piú pesante delle deportazioni verso Treblinka, alla fine del giugno 1942, viene istituita nel ghetto di Varsavia l'Organizzazione ebraica di combattimento, al prezzo di mille difficoltà e praticamente senza aiuto da parte della Resistenza polacca. Nell'aprile 1943, quando il ghetto viene liquidato, la Resistenza ebraica si lancia in un combattimento conclusivo, del quale ha sempre previsto l'esito senza sbocchi sul piano militare. Si tratta soltanto, dice il capo della rivolta Mordechai Anielewicz, di scegliere la propria morte. Per oltre tre settimane, meno di settecentocinquanta combattenti tengono testa a un nemico numericamente forte e armato fino ai denti che trasforma il ghetto in un braciere, affumica le fogne e riduce gli edifici a un ammasso di pietre sotto cui vengono sepolti vivi migliaia di clandestini del ghetto.
Sempre a Est, riuscirono a costituirsi alcune esigue formazioni ebraiche di combattenti. Prive di sostegno logistico e scarsamente armate, esse dovettero lottare non solo contro i tedeschi e i loro ausiliari lettoni o ucraini, ma anche contro la resistenza polacca che li braccava.
La «Soluzione finale» implicava discrezione e rapidità, e anche se nel 19421'essenziale avrebbe potuto esser noto (per lo meno a Est, non certo a Ovest), sapere è una cosa, interiorizzare la conoscenza è un'altra. Lo spirito rifiuta la prospettiva dell'assassinio. L'angoscia di morire porta alla serializzazione degli individui, e al loro isolamento. Essa induce, poi, la «teoria del domino»: ciascuno pensa che la tempesta si abbatterà sulla comunità vicina.
Inoltre, il terrore, la fame e lo sfinimento indeboliscono progressivamente le difese fisiche e psicologiche. Per di piú, il primo conflitto mondiale aveva insegnato a diffidare delle «frottole di guerra». E se la «notizia» del grande massacro fosse, appunto, una di queste ?
A Ovest, infine, piú della mentalità della diaspora, a spezzare la resistenza sarebbe stata l'emancipazione stessa. In che modo l'individuo, la cui appartenenza alla religione ebraica non è più, in realtà, che un fatto privato, avrebbe potuto difendersi dalla persecuzione condotta da uno Stato di diritto contro i suoi stessi cittadini? In effetti, le comunità ebraiche sparse in Europa, spesso con pieno diritto di cittadinanza, non formavano più un popolo inteso come nazione. È questo il motivo per cui la persecuzione fu cosí facile e la resistenza, invece, cosí difficile... Il contesto umano, cosí come le condizioni geografiche locali (montagne, foreste, ecc.), furono determinanti e permettono di capire perché a Ovest, e particolarmente in Francia, i problemi di sopravvivenza furono minori che nei Paesi Bassi, e piú ancora che a Est: in Polonia, in Ucraina e negli Stati baltici.
6. Il silenzio delle nazioni.
A partire dalla fine del 1941 numerose richieste di aiuto da parte delle comunità ebraiche giungono ai responsabili del Congresso ebraico mondiale in zona neutra, nello Yishouv, e ai responsabili ebrei americani.
Sempre alla fine di quell'anno, le informazioni sul genocidio arrivano in abbondanza agli Alleati. Gli inglesi, che hanno scoperto i codici tedeschi di comunicazione, dispongono dei messaggi emessi dagli Einsatzgruppen nell'autunno 1941. Tuttavia, salvo rare eccezioni, queste conoscenze vengono tenute segrete. Nell'agosto 1942, Gerhardt Riegner, rappresentante del Congresso ebraico mondiale in Svizzera, manda a Londra e a Washington un telegramma che conferma ciò che ai vertici è già risaputo. Egli stesso è stato informato il mese precedente da Edouard Schulte, un industriale tedesco. «Ricevuta notizia allarmante circa discussione ed esame, al Quartiere generale del Führer, di un piano secondo il quale, dopo deportazione e concentrazione nell'Est, tutti gli ebrei dei paesi occupati o controllati dalla Germania per un totale di tre milioni e mezzo-quattro milioni di persone devono essere sterminati per risolvere definitivamente la questione ebraica in Europa. Esecuzione prevista per l'autunno, si studiano i metodi, compreso l'acido cianidrico. Trasmettiamo informazione con riserva non potendo essere confermata la sua esattezza. Informatore considerato in stretti rapporti con le piú alte autorità tedesche e quindi in grado di comunicare notizie generalmente affidabili».
Alla fine del 1942, Jan Karski, corriere del governo polacco in esilio che ha visitato due volte il ghetto di Varsavia, riferisce le sue impressioni a Londra e a Washington. Il suo resoconto non ha seguito. Nell'agosto 1943, viene consegnato al governo americano un rapporto polacco su Auschwitz. Nel giugno 1944, due ebrei slovacchi, Vrba e Wetzler, evasi da Auschwitz due mesi prima, portano la loro testimonianza. A ciò si aggiungano le fotografie aeree prese a partire dal 4 aprile 1944. A più riprese, tuttavia, il governo americano rifiuta qualsiasi azione concreta, quale il bombardamento delle strade ferrate che conducono ad Auschwitz, mentre nello stesso momento, nel campo, tra il maggio e il novembre 1944, mezzo milione di ebrei, quattrocentoquarantamíla dei quali ungheresi, vengono assassinati. Dal canto loro, gli inglesi, in due occasioni, respingono trattative di salvataggio: nel marzo 1943, a proposito di sessantamila ebrei bulgari; nel giugno 1944, a proposito di un milione di ebrei ungheresi.
A parte il monito rivolto alla Germania il 17 dicembre 1942, i dirigenti anglosassoni reagirono poco. Temevano di dare adito alla tesi tedesca secondo cui la guerra degli Alleati era una «guerra ebraica»? Tennero in considerazione l'antisemitismo di fondo prevalente nell'opinione pubblica? Oppure intendevano lasciar chiuse le porte della Palestina e degli Stati Uniti?
I sovietici, primi testimoni oculari della catastrofe ebraica, rompono il loro silenzio solo due volte e sempre con un secondo fine (assicurarsi l'appoggio dell'ebraismo americano e degli Alleati). Quando fa riferimento alle nazionalità vittime dei massacri, il governo staliniano le cita tutte ma omette sempre quella ebraica (gli ebrei, in Urss, vengono considerati rappresentanti di una nazione).
Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) conosce l'essenziale nella primavera del 1942 e, nell'ottobre dello stesso anno, opta per un'«azione discreta». Essa non dà risultati degni di nota. L'organizzazione di Ginevra è stata forse incapace, malgrado le pesanti informazioni a sua disposizione, di rendersi conto delle esatte dimensioni del disastro in corso. Altri fattori hanno contribuito a questa prudenza, a cominciare dal ruolo economico essenziale della Svizzera nei confronti della Germania hitleriana. Ora, grazie ai suoi consoli, cosí come attraverso la testimonianza di uomini d'affari tedeschi, la Svizzera è al corrente dei fatti essenziali già a partire dalla fine del 1941, ma mantiene il silenzio e chiude le proprie frontiere in maniera ancora piú ermetica. Probabilmente, anche il Vaticano sapeva come stavano le cose fin dai primi grandi massacri del 1941. Ma Pio xii tace fino alla fine. Solo una volta, nel messaggio di Natale del 1942, allude alle centinaia di migliaia di vittime... «condannate a morte o a un lento deperimento [...] qualche volta solo per la loro nazionalità o per la loro razza». Si rifiutava di denunciare, diceva, «atrocità particolari» e non poteva parlare dei nazisti «senza citare nello stesso tempo i bolscevichi».
7. Il bilancio.
I massacri proseguono fino alla fine in modo caotico. È difficile fare un bilancio: la contabilità tedesca non è esauriente, e numerosi archivi sono stati distrutti, a cominciare dalla documentazione dell'ufficio di Eichmann. Procedendo per sottrazione, come fa lo storico Raul Hilberg, si arriva a un bilancio oscillante tra i cinque e i sei milioni di ebrei assassinati, due terzi dei quali originari della Polonia e dell'Urss, per un totale equivalente al 50% dell'ebraismo europeo e a circa il 40% di quello mondiale. Al di là delle cifre, il genocidio non è solo una successione di uccisioni individuali, è anche un etnocidio, è la distruzione di una civiltà, la cosiddetta Yiddishkeit.
Nel maggio 1945, restano in Europa un milione e duecentomila ebrei, molti dei quali in movimento attraverso il continente. Quattrocentomila ebrei polacchi lasciano l’Urss, e circa duecentomila si ritrovano « a casa loro». Ma il pogrom di Kielce, nel luglio 1946, determina la partenza verso occidente di oltre la metà di essi. Duecentocinquantamila ebrei finiscono in Germania o in Austria, in campi di «persone senza patria» (DP). Circa centocinquantamila raggiungeranno il futuro Stato d'Israele. Gli altri si recheranno in maggioranza negli Stati Uniti.
7.1. I processi.
Tra il 1942e il 1945, i giuristi dei paesi alleati, fra i quali, in prima fila, Raphael Lemkin, definiscono la nozione di «crimine contro l'umanità», a partire dalla quale viene elaborato il testo dell'8 agosto 1945, firmato dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Francia e dall'Urss. Su questa base, il 20 novembre 1945, davanti a un tribunale militare interalleato, si apre il processo di Norimberga, con il compito di giudicare i principali responsabili nazisti.
Il genocidio ebraico, molto presente nel processo, viene tuttavia «diluito» nella massa generale dei crimini nazisti. Durante i dieci mesi del processo, nessuno dei ventuno accusati presenti si dichiara colpevole. Il verdetto viene reso pubblico il primo ottobre 1946: undici condannati a morte, tre assoluzioni e pene detentive che variano dai dieci anni all'ergastolo. Nessuno degli altri dodici processi condotti dai tribunali militari interalleati, tra il 1946 e il 1948, riguarderà il genocidio.
Adolf Eichmann, capo della sezione iv A4b del Rsha (l'ufficio responsabile della «questione ebraica»), fu il primo esecutore della «Soluzione finale» in Europa. Aiutato dall'organizzazione segreta nazista Odessa, e da alcuni ecclesiastici, si imbarca nel 1950 per l'Argentina. Viene rapito nel maggio 1960, a Buenos Aires, da agenti israeliani del Mossad e spedito in Israele; il suo processo si apre a Gerusalemme 1'11 aprile 1961. A difenderlo sono due avvocati tedeschi scelti da lui e pagati dallo Stato di Israele. Il processo, trasmesso alla radio, viene seguito dall'intero paese. È una formidabile lezione di politica e di Storia, la cui misura è testimoniata dalla seguente dichiarazione del procuratore Hausner, fin dai primi giorni: «Giudici di Israele, nel momento in cui mi alzo davanti a voi per introdurre l'atto d'accusa non sono solo. Al mio fianco, in queste ore, adesso, in questo luogo, si alzano sei milioni di accusatori».
Condannato a morte il 15 dicembre 19 61, Eichmann viene giustiziato il 31 maggio 1962.
La guerra fredda è stata una fortuna per i criminali nazisti. Gli Stati Uniti per primi hanno chiuso gli occhi sui colpevoli e qualche volta li hanno perfino aiutati a risollevarsi, come nel caso dei medici sperimentatori... Sui cinquemila criminali di guerra censiti dagli Alleati nel 1945, solo 185 sono stati giudicati a partire dal 1946. Nel 1955, all'epoca della prima legge di amnistia, nelle prigioni della Repubblica Federale di Germania restavano ancora solo venti condannati per aver partecipato alla distruzione dell'ebraismo europeo.
La clemenza ha il sopravvento: i funzionari minori del crimine vengono colpiti più del personale di alto rango, gli esecutori materiali più degli assassini che non si sono sporcati le mani, quali i responsabili delle ferrovie, i costruttori dei campi, dei crematori e dei camion «speciali», i fornitori del gas Zyklon.
La maggior parte degli assassini sono rimasti impuniti. Molti sono fuggiti in Sudamerica, aiutati dalla Chiesa cattolica. Alcuni sono stati accolti da Stati arabi vicini a Israele. Certi hanno continuato a vivere in Germania mantenendo la loro vera identità. Coloro, poi, che sono caduti nelle mani della giustizia, responsabili degli Einsatzgruppen o assassini burocrati del ghetto di Varsavia, hanno subito pene ben poco severe. Imputati responsabili della morte di ventimila persone sono stati condannati a dieci anni di detenzione e poi liberati, vuoi per buona condotta, vuoi per ragioni di salute; oppure, dopo quattro o cinque anni, hanno semplicemente beneficiato dell'amnistia.
fonte: www.luzappy.eu
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Nazionalsocialismo tutto di tutto
LE LEGGI RAZZIALI IN ITALIA APPUNTI PER UNA RIFLESSIONE
Nel 1938 furono introdotte in Italia le leggi razziali discriminanti i cittadini di religione ebraica sulla base d’asserzioni razziali. Nel 1937 si era presentata una prima avvisaglia di carattere razzista: la legge puniva i matrimoni tra cittadini italiani e sudditi delle colonie dell’Africa orientale con la reclusione da uno a cinque anni.
Le leggi razziali fasciste non sono una pietra d’inciampo del popolo italiano, uno spiacevole incidente di percorso, ma il risultato di un lungo processo d’inculcamento di pregiudizi.
Nel 1848 un sovrano di casa Savoia, Carlo Alberto, sull’onda degli entusiasmi liberali, restituiva piena libertà di culto ad ebrei e valdesi del regno di Sardegna; novant’anni più tardi un altro sovrano di casa Savoia, Vittorio Emanuele III, avallava con la sua firma la discriminazione per legge.
Se agli inizi del secolo qualcuno avesse chiesto agli studiosi in quale nazione europea c’erano maggiori possibilità di manifestazione dell’antisemitismo, questi avrebbero risposto, con certezza, la Francia. Proprio nel paese transalpino si erano manifestate gravi forme d’intolleranza, culminate nel 1894-98 nel processo Dreyfus, mentre nella Russia zarista, dal 1881, i pogrom (violente sommosse popolari) erano stati utilizzati dal regime per scaricare le tensioni sociali. Non mancavano eloquenti e preoccupanti segnali provenienti da tutto il continente europeo.
Antisemitismo e razzismo, sia pur nella loro diversa origine storica, hanno trovato, tra il XIX e il XX secolo, una drammatica combinazione nelle ideologie totalitarie, culminata con la pianificazione nazista dello sterminio di massa.
PERCHÉ L’ANTISEMITISMO?
Potremmo affermare che è una posizione ideologica, su basi falsamente razziali, ostile alle popolazioni di religione ebraica. Ancora nella prima metà dell’Ottocento era definito come “antigiudaismo”.
L’antigiudaismo attraversa la storia dell’umanità fin da epoche precristiane ed ha coinvolto tanto l’islamismo, quanto altre culture in cui non vi è alcuna presenza d’ebrei.
Essenzialmente riflette un pregiudizio, fortemente radicato, nei confronti dell’ebraismo, quale entità culturale e religiosa, che non accetta l’integrazione entro le varie realtà in cui gli ebrei si sono venuti a trovare.
Si riscontrano due filoni d’antisemitismo:
Antisemitismo teologico
In conformità a fuorvianti enunciazioni, la Chiesa cristiana ha lanciato in passato due accuse, rimaste per diversi secoli inestinguibili: deicidio, in altre parole di aver ucciso Dio nella persona di Gesù, e d’essere associati al diavolo. Da S. Agostino in poi, l’antisemitismo teologico trovò forza nel concetto del “popolo testimone”, in altre parole la discriminazione degli ebrei come prova di un disegno divino per rendere testimonianza della verità del cristianesimo.
Ciò portò a giustificare lunghi secoli di discriminazione da parte degli Stati cristiani.
La prima crociata (1096) di papa Urbano II diede il via ad una lunga stagione di persecuzioni che sfociarono nelle successive lotte religiose, che coinvolsero tutto il continente europeo. Le dispute scatenate dalla Riforma luterana non favorirono la posizione degli ebrei europei: Lutero scatenò le sue invettive contro di quanti di religione ebraica non si erano convertiti e non avevano abbracciato il protestantesimo; i Gesuiti si dichiararono favorevoli ad una loro chiusura nel ghetto perché ritenevano il provvedimento utile alla propaganda cattolica.
Comprensibilmente in seno agli ebrei si affermò un atteggiamento d’autodifesa, di chiusura e diffidenza verso la società dei cristiani, e trovarono maggior comprensione e tolleranza tra i musulmani, coi quali condividevano pure alcune affinità culturali.
Le Crociate portarono ad un’intensificazione dei traffici nel bacino mediterraneo, che favorì lo sviluppo dell’intermediazione finanziaria da parte degli ebrei (attività interdetta ai cristiani). Ciò, nelle situazioni di crisi, divenne motivo per far scatenare l’antisemitismo economico e politico.
Antisemitismo economico e politico
L’antisemitismo economico deriva da quello teologico e neppure nel corso del XVIII secolo, nell’età dei Lumi, le nuove correnti filosofiche riuscirono a risolvere i motivi di discriminazione. Ad atti di grand’apertura e tolleranza fece seguito altri di chiusura; lo stesso Voltaire, gettando le basi dei princìpi della storia antiprovvidenzialistica, favorì, anche se indirettamente, ad alimentare le successive interpretazioni discriminatorie, ora non più sul piano religioso ma razziale. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, l’affermazione della teoria delle razze introdusse nuovi fattori di giustificazione dell’antisemitismo. Va precisato che l’antisemitismo su base razziale non implicava una discriminazione ma favoriva il pregiudizio per associazione d’idee.
Nel campo delle teorie politiche socialiste, l’equiparazione degli ebrei alla borghesia capitalista – sostenuta anche da Karl Marx – trovò un certo consenso e spesso fu utilizzata estensivamente in conseguenza della grave crisi economica di fine Ottocento. In Francia, Germania, Austria nacque partiti e movimenti d’opinione dichiaratamente antisemiti, pronti a sfruttare le tensioni del proletariato e le paure del ceto medio davanti ai grandi cambiamenti politici.
Nell’Europa orientale, le correnti antisemite si rifacevano invece ai motivi cristiano-medioevali dell’antigiudaismo, spesso orientati con abili campagne di propaganda. Il caso più clamoroso è offerto dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion (Russia, 1903 e Parigi 1905), un falso compilato dalla polizia segreta zarista per dimostrare presunti piani di dominio mondiale degli ebrei. Per quanto sia stata dimostrata la sua completa falsità, è stato più volte posto a fondamento delle campagne antisemite orchestrate da nazismo, fascismo e dai movimenti che si richiamano a queste ideologie.
La reazione a queste campagne persecutorie fu la nascita di un vivace movimento, diffuso soprattutto tra i giovani ebrei russo-polacchi, per un’emancipazione col ritorno alla Palestina. Nel 1897 Theodor Herzl convocò a Basilea il primo congresso mondiale del movimento Sionista, che si poneva l’obiettivo di raccogliere politicamente l’aspirazione religiosa degli ebrei di tornare nella “terra promessa”, dove nel frattempo si erano organizzati i primi nuclei d’insediamento. La proposta fu inizialmente criticata ed ostacolata tanto dagli ambienti ebrei più radicali, quanto da quelli riformati che tendevano ad una maggior integrazione negli Stati d’appartenenza.
La Rivoluzione d’ottobre offrì grandi attese e speranze agli ebrei russi, per una completa emancipazione, ma ben presto dovettero fare i conti con l’irrigidimento del regime e la costituzione dello stato sovietico che trovò nell’antisemitismo le giustificazioni per le repressioni di massa e le persecuzioni degli intellettuali.
Gravi forme d’intolleranza riguardarono l’Europa orientale del primo dopoguerra: la disgregazione degli imperi plurinazionali aveva favorito l’affermazione dei più esasperati nazionalismi, spesso fondati sul principio etnocentrico dei nuovi Stati e dei confini sorti dopo la prima guerra mondiale. Gli ebrei si trovarono coinvolti nei nuovi processi identificativi territorio-nazione-stato: non trovando una posizione coerente alla loro tradizione, segnati dall’improvvisa ed imposta diversità subirono forme crescenti di discriminazione. Prima ancora che nella Germania si diffondesse il nazismo, già in Polonia – per fare un esempio – l’intolleranza era un fenomeno che preoccupava. I flussi migratori verso la Palestina erano indicativi a segnalare lo stato delle cose. Più che antisemitismo, o vecchio antigiudaismo, si trattava di nuovo razzismo.
PERCHÉ IL RAZZISMO?
Bisogna precisare che il termine di “razza”, per la specie umana, è spesso usato in modo vago e confuso. Se è possibile prendere in considerazione in modo relativamente rigoroso singole caratteristiche biologiche, è arduo o impossibile applicare alla specie umana una classificazione per razze, ciascuna delle quali corrisponda ad un determinato e preciso modello o complesso di caratteristiche.
Le differenze biologiche sono, infatti, il prodotto della sovrapposizione dei meccanismi genetici di selezione nel corso del lento processo d’evoluzione. Queste caratteristiche (tratti somatici, frequenza dei gruppi sanguigni) sono il risultato di più fattori selettivi che hanno agito in epoche passate: questi fattori oggi tendono a perdere importanza sia per il continuo interscambio, sia per il ridursi degli habitat naturali, veri elementi importanti nella formazione delle caratteristiche biologiche.
La parola “razza” comparve probabilmente in Inghilterra nel XVI secolo per indicare l’origine dei primi stati nazionali europei, anche se già in antichità (Plinio il Vecchio, 23-79 d.C.) era stato posto il problema di classificare il genere umano: le differenze erano spiegate con l’influenza dei fattori climatici.
Alla fine del Settecento questa teoria perse d’importanza e si affermò la tesi poligenetica che il genere umano non discendeva da un unico progenitore: ciò ebbe rilevante conseguenza nel definire che le differenze, se originarie, erano immutabili. Da quel momento le enunciazioni sul concetto di “razza” assunsero la funzione di legittimare certi comportamenti sociali (colonialismo) e in particolare lo schiavismo. Però per consolidare il primato d’alcune razze (europee) su altre (non europee) gli scienziati fissarono delle scale gerarchiche con le quali definire i portatori di tali differenze. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento i maggiori filoni della sociologia e dell’antropologia positivistica furono impegnati a definire le ipotesi deterministiche che sostanziavano le differenze tra la “razze” in termini di capacità biologiche, morali ed intellettuali.
La falsa scientificità delle tesi razziste
Differenza biologica e gerarchia delle capacità divennero le basi del pensiero razziale del Novecento e della conseguente ideologia razzista: la divulgazione, per opera dei francesi J.A. de Gobinau e G. Vacher de Lapouge e dell’anglo-tedesco H. S. Chamberlain, delle teorie sulla “razza” introdusse nel pensiero europeo la convinzione della fondatezza scientifica dell’inferiorità razziale dei popoli non bianchi e non ariani.
L’affermazione del pensiero razzista portò alla legittimazione di certi comportamenti sociali, prima tra i quali la discriminazione degli uni sugli altri. Ora gli altri erano individuati in conformità a specifiche caratteristiche fisiche da cui si facevano discendere capacità culturali e doti morali, e ciascun individuo di quel gruppo era portatore esemplare di tali caratteristiche.
Superata l’esigenza strategica di legittimare lo schiavismo e il colonialismo, il razzismo s’intrecciò con i pregiudizi antisemiti, anzi trovarono nel primo i presunti fondamenti scientifici, fino alla giustificazione del genocidio nazista del popolo ebreo (soluzione finale).
PERCHÉ LA “SOLUZIONE FINALE”?
Il nazionalsocialismo s’impose come un movimento politico di tipo nuovo perché coniugava nel suo verbo l’ideologia razzista della superiorità germanica, un radicale nazionalismo e il progetto di una riduzione degli squilibri sociali. Dopo il fallimento della via rivoluzionaria (putsch di Monaco 1923), la grave crisi economica del 1929 favorì la sua ascesa parlamentare costantemente accompagnata dalla violenza politica e dal disprezzo dei diritti umani. Dopo la nomina d’Adolf Hitler a Cancelliere (1933), i fautori del compromesso con i ceti dominanti, liquidarono l’ala rivoluzionaria ed imposero in breve tempo un regime capace di controllare capillarmente ed organizzare ideologicamente la società tedesca.
Eliminata fisicamente l’opposizione (i campi di concentramento sorgono fin da subito - nell’autunno 1933 furono segnalati 45 campi di concentramento per 40 mila deportati), fu progettata una “nuova società” fondata su criteri razziali (le SS, oltre che corpo scelto, dovevano essere una riserva permanente di razza pura), senza distinzioni sociali, e garantita da prestazioni a favore della collettività.
Le tesi razziste del nazionalsocialismo
La fusione delle teorie razziste e dei pangermanisti tedeschi dell’Ottocento trovò piena realizzazione nella visione razzista del nazismo: l’unica “razza” portatrice di tutte le virtù umane sarebbe stata nel passato quell’ariana, creatrice delle antiche civiltà dell’India, Persia e Grecia; di essa sarebbero state continuatrici le genti germaniche, e fra queste, in particolare, il popolo tedesco, vissuto per secoli nell’Europa centrale, anche in nuclei isolati, senza subire assimilazioni dalle popolazioni vicine. Così le stirpi germaniche, più di tutte le altre genti ariane, avrebbero saputo sfuggire alle contaminazioni con “razze” inferiori ed avrebbero così difeso con la loro purezza l'originaria superiorità.
Sul terreno pratico, la mistica del razzismo implicava al nazionalsocialismo, del quale era un motivo fondamentale, la necessità di unire tutti i parlanti tedeschi nella Grande Germania (estesa nell’affermazione della superiorità delle genti germaniche anche ad olandesi, fiamminghi, danesi, norvegesi, svedesi), di limitare al massimo contatto tra i tedeschi ed individui di stirpe diversa (donde il divieto di matrimonio senza l’autorizzazione governativa), di evitare al massimo ogni contatto con gli ebrei, ritenuti popolo semitico estraneo alle tradizioni militari del germanesimo.
Massimo esponente teorico del razzismo nazionalsocialista era Alfred Rosenberg, tedesco-baltico di Reval, suddito russo rifugiato dopo la prima guerra mondiale in Germania. Egli aderì subito al partito di Hitler facendo una rapida carriera politica. Nel 1930 pubblicò il libro Il mito del XX secolo (messo all’indice dalla Chiesa nel 1934), in cui espose le teorie di un neopaganesimo, fondato sull’esaltazione delle virtù di una pura razza germanica non contaminata da rapporti con gli ebrei. Rosenberg considerava la massoneria e il bolscevismo prodotti dello spirito ebraico e ciò rappresentava uno degli elementi dominanti della sua predicazione fanatica. Per queste responsabilità e per aver governato i territori russi occupati, fu condannato a morte a Norimberga.
Tuttavia non era stato chiarito come avrebbe dovuto concretarsi il radicale antisemitismo che permeava l’ideologia nazista: era, però, facile intuirlo. Inizialmente il regime adottò una politica di discriminazione economica e giuridica, che tendeva a rendere difficile la vita agli ebrei tanto da indurli ad emigrare. Il 15 settembre 1935 furono emanate le “Leggi di Norimberga” che definirono chi poteva far parte del popolo tedesco e chi ne doveva essere escluso: fu definito lo stato d’inferiorità razziale degli ebrei e fu la legittimazione ad ogni futura violenza (la “notte dei cristalli” del 9 novembre 1938 ebbe a pretesto l’uccisione per mano di un ebreo-polacco di un diplomatico tedesco a Parigi).
Queste leggi autorizzarono l’estirpazione d’interi ceppi di popolazioni, dagli ebrei agli zingari, ai popoli slavi dell’Europa orientale. Tuttavia, il regime nazista aveva emanato, negli anni precedenti, dei provvedimenti sulle malattie ereditarie (luglio 1933), sul boicottaggio dei negozi degli ebrei (marzo 1933), sul pensionamento dei burocrati non ariani (aprile 1933); seguirono poi altre leggi contro i soggetti originati da matrimoni misti (novembre 1935) e sulla depredazione dei beni degli ebrei (aprile 1938). Con la guerra, davanti al gran numero d’ebrei abitanti nei territori occupati, il regime avviò le procedure per una soluzione radicale del problema attraverso la selezione, la deportazione, lo sfruttamento fisico, lo sterminio.
I piani furono elaborati da Mueller, Heydrich, Hoffmann, Eichmann, nel corso della “Conferenza di Grosser Wannsee” (20 gennaio 1942), ed è plausibile ritenere che Hitler li avesse approvati. Circa 700 mila ebrei furono eliminati in forme non pianificate durante l’avanzata tedesca in Unione sovietica. Gli altri nei ghetti russi e polacchi. A partire dall’estate 1942 entrarono in funzione i campi di sterminio, in cui gli ebrei, deportati da tutta l’Europa, vennero sterminati con le camere a gas. Moltissimi altri morirono, durante i rastrellamenti, i trasporti, nei campi di concentramento grandi e piccoli sparsi dalla Francia alla Lituania, da Trieste a Lubecca. Si calcola che la soluzione finale abbia provocato la morte di cinque-sei milioni d’ebrei.
IL FASCISMO AVEVA IN SÉ CARATTERI RAZZISTI E DISCRIMINATORI?
Anche se prevale l’opinione di un “volto umano”, di un carattere italianamente blando del fascismo, l’ideologia mussoliniana portava in sé molti aspetti propri delle teorie etnocentriche che si erano affermate a cavallo tra Ottocento e Novecento e che erano state il fondamento delle posizioni nazionaliste. Segno eloquente è la politica adottata nelle regioni di confine e nelle colonie. Nelle prime, giustificando la necessità di contrastare nazionalismi opposti e l’ardore dell’antifascismo militante, non esitò ad applicare metodi di snazionalizzazione fino al “genocidio culturale” contro le minoranze nazionali comprese all’interno dei confini dello Stato italiano. Nelle seconde adottò, in linea con la logica colonialista del tempo, la mano pesante per stroncare ogni movimento di ribellione.
Nazionalismo ed etnocentrismo della Venezia Giulia
Il fascismo giuliano, autodefinitosi già nel 1919 “di confine”, si presentò fin da subito con caratteristiche di aggressività, spesso ampiamente coperta dalle autorità militari e di polizia che tollerarono aggressioni e violenze, dall’incendio del “Narodni Dom” di Trieste agli omicidi politici. Una lunga scia di scontro che, in un certo senso, era il proseguo sotto forma di una “guerra speciale” della contesa nazionale con sloveni e croati sulla Venezia Giulia aperta alla fine dell’Ottocento e continuata durante la prima guerra mondiale.
Violenze e intimidazioni accompagnarono le elezioni politiche del 1921 e del 1924 e il consolidamento del fascismo in regime dopo il delitto Matteotti; con il pretesto di sedare sommosse contadine e gli scioperi operai si accentuarono le azioni contro sloveni e croati, ritenuti i primi responsabili delle tensioni.
I responsabili del fascismo locale cercarono di individuare e stroncare l’opposizione politica e quella delle minoranze, per avere le mani libere nella politica di espansionismo adriatico e balcanico alla quale il capitalismo italiano si dimostrava interessata e vedeva in Trieste, in particolare, il trampolino di lancio.
Gli oppositori vennero colpiti attraverso il Tribunale Speciale e nei riguardi delle minoranze (definite allogene, in altre parole appartenenti ad un’altra nazionalità) il fascismo adottò una politica gravemente equivoca, impedendo i diritti di libera espressione culturale ed economica, perseguendo le frange nazionaliste e cercando di attrarle nel sistema dello stato fascista attraverso forme d’affrancamento politico e d’emancipazione sociale, nella capziosa distinzione tra, appunto, soggetti allogeni e alloglotti, in altre parole con lingua diversa da quella della maggioranza dello Stato e quindi ritenuti più duttili nei riguardi dei disegni intrapresi. Inoltre, favorì la loro emigrazione e quindi una semplificazione etnica della regione. Ma non fece altro che scavare ulteriori solchi di profondo odio in un’area già difficile.
Il fascismo non fece mai mistero dei suoi progetti e nel 1927 la rivista Gerarchia, principale organo teorico del regime e diretta dallo stesso Mussolini, pubblicò un numero speciale alla Venezia Giulia, dove i gerarchi locali resero espliciti piani e prospettive future: nulla sarebbe stato tollerato come sovvertitore dell’ordine morale creato dal fascismo.
Negli anni successivi entrarono in vigore ulteriori provvedimenti che portarono alla riduzione nella forma italiana dei cognomi, nomi e della toponomastica regionale, alla chiusura di scuole, associazioni, biblioteche, alla soppressione della stampa, alla persecuzione dei sospetti di praticare il proprio sentimento nazionale.
Ci furono degli interventi presso la Chiesa per limitare e circoscrivere l’uso dello sloveno e del croato nella liturgia. Seguirono nuovi processi del Tribunale Speciale, giunto appositamente in regione, con condanne esemplari, fino alla pena di morte.
I cosiddetti allogeni furono discriminati all’interno delle forze armate e della pubblica amministrazione.
Quindi, anche se la regione non era pronta a comprendere le ragioni delle leggi antisemite, vista la consolidata presenza degli ebrei nei principali capoluoghi, spesso artefici delle fortune economiche degli ultimi cinquant’anni e perfettamente integrati nel sistema sociale e politico, era purtroppo preparata a sopportare gli strumenti e le logiche del razzismo e della discriminazione.
PERCHÉ LE LEGGI RAZZIALI IN ITALIA?
Una prima, immediata, risposta può essere trovata nella stipulazione dell’intesa tra l’Italia fascista e Germania nazista, nota come Asse Roma-Berlino. Patto d’amicizia siglato il 24 ottobre 1936 preparato dall’appoggio diplomatico tedesco alla guerra coloniale d’Etiopia e alla reazione alle sanzioni economiche per superare le divisioni provocate dalla questione austriaca. Le prime conseguenze dell’accordo furono la partecipazione alla guerra civile spagnola (1936-1939) e l’adesione italiana al Patto anticomintern (1937).
Mentre Mussolini era ancora incerto per un’alleanza militare, alcuni ambienti del fascismo già da tempo frequentavano i congressi del nazionalsocialismo e spingevano per adeguare il passo politico italiano a quel tedesco. Così dopo la costituzione dell’Asse, il razzismo trovò nuovi mentori in Giovanni Preziosi e Roberto Farinacci e fu introdotto col Manifesto della razza, compilato da un gruppo di liberi docenti universitari, (26 luglio 1938) e con la diffusione di una rivista propugnatrice La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi (5 agosto 1938).
Già nel successivo mese di settembre furono adottate le prime misure vessatorie: espulsione dal territorio italiano degli ebrei immigrativi dopo la guerra mondiale, anche se divenuti cittadini italiani; esclusione dei professori ebrei dalle scuole d’ogni ordine e grado; esclusione degli studenti ebrei da tutte le scuole con la sola eccezione degli universitari già iscritti anteriormente.
Il razzismo italiano, in quelle prime disposizioni, era solo una manifestazione ufficiale di antisemitismo. Ben presto questa ristretta posizione fu superata con la successiva Dichiarazione sulla razza dell’ottobre 1938, che fissava nuove misure restrittive e vessatorie (divieto di matrimonio con individui non ariani; necessità di consenso governativo per il matrimonio con stranieri; divieto agli impiegati statali di sposare individui di nazionalità straniera). Così s’intendeva inquadrare nella nuova politica razzista tutta l’attività fascista in materia demografica, assistenziale, educativa ed associativa.
Per attuare questa politica fu creata, presso il Ministero dell’Interno, un’apposita Direzione Generale; le anagrafi comunali furono obbligate alla registrazione dello stato civile su base razziale e tale menzione doveva comparire su tutti gli atti pubblici.
Particolarmente gravi risultarono le disposizioni di discriminazione, estese anche a quanti, non solo di genitore ebreo, appartenevano alla religione ebraica o avevano fatto manifestazione di ebraismo.
Eppure, in una contraddizione tutta italiana, non era considerato di “razza ebraica” chi poteva dimostrare che dal 1° ottobre 1938 apparteneva a una religione diversa da quell’ebraica, oppure risultava beneficato in virtù di particolari benemerenze militari e politiche (R.D.L. 17 novembre 1938, n.1728).Quest’ultimo aspetto fu esteso con l’introduzione della figura dell’arianizzazione: la possibilità di vedere dichiarata la non appartenenza alla “razza ebraica”, anche in difformità degli atti dello stato civile.
Nuove limitazioni furono promulgate nel febbraio 1939, in materia di proprietà immobiliare e quattro mesi più tardi, dopo la firma del Patto d’Acciaio (22 maggio), furono introdotte divieti all’esercizio delle libere professioni. Seguirono una miriade di disposizioni capillarmente adottate e rese vigenti ed una forte campagna di propaganda contro il «nemico d’Italia”.
Gli italiani davanti alle leggi razziali
Le leggi razziali erano anche la conseguenza della debolezza del regime nella strategia del consenso ma trovarono alimentazione in una campagna diffamatoria che era iniziata ben prima. Ancora nel 1935 il concetto di “razza” non era praticato dalla pubblicistica fascista che preferiva sottolineare, nella corsa al primato demografico, quelli di popolo e di nazione. Nel 1937 esce il pamphlet Gli ebrei in Italia di Paolo Orano, contenente le solite accuse tradizionali, ma con la preoccupazione di risolvere il rapporto fascismo-ebraismo: Orano offriva molte patenti di “buon fascista” per ottenere sconti e benefici nei provvedimenti razziali che sarebbero giunti.
La pubblicazione scatenò una forte polemica sul sionismo che riguardò principalmente il ceto intellettuale. I rappresentanti delle Comunità israelitiche chiesero spiegazioni al governo per il tenore di certi interventi comparsi sulla stampa e questi si preoccupò di rassicurarli che quelle opinioni erano isolate. Questo dualismo tra la posizione ufficiale e l’indirizzo di una certa stampa caratterizzò la fase precedente la promulgazione delle leggi razziali.
La popolazione italiana seguì con perplessa preoccupazione l’introduzione dei provvedimenti, anche perché, escluso un certo nazionalismo di maniera e qualche intemperanza creata in occasione delle sanzioni economiche, non intravedeva elementi tali da giustificare la discriminazione. Sopravviveva, invece, un vecchio antigiudaismo di estrazione medioevale-cattolica che comunque non era sufficiente per comprendere le posizioni estreme del fascismo razzista.
C’era il pregiudizio classico verso le diversità. Clima diverso, evidentemente, nelle zone di confine e nelle aree storiche di emigrazione, dove le limitazioni in materia di matrimoni con stranieri vennero accolte con maggior preoccupazione. Di fatto, mentre la maggioranza s’infatuò del mito nazionalistico del primato italiano, solo una minoranza ascoltò le sirene della propaganda razzista.
Mito razzista preso sul serio da mediocri intellettuali e studenti universitari in odore di carriera; nemmeno tutti i gerarchi cavalcarono l’idea-forza, consapevoli che l’esiguità numerica della comunità ebraica non rappresentava una minaccia, mentre la centralità di diversi suoi ragguardevoli rappresentanti, negli interessi economici nazionali, aveva indubbiamente favorito il regime e dello Stato.
Ciò non significa che gli italiani furono estranei alle persecuzioni oppure rimasero fuori del cono d’ombra della Shoah: certamente molti s’impegnarono, anche sul piano personale e consapevoli dei rischi, a rendere meno dura quella condizione, e salvarono tanti ebrei destinati alla deportazione, ma il popolo italiano non si sottrasse dalla responsabilità di non aver capito l’indirizzo originario del fascismo.
All’alba dell’ingresso in guerra, Mussolini lasciò intendere che desiderava che si preparassero dei campi di concentramento anche per gli ebrei.
Le leggi razziali nella Venezia Giulia
Per gli ebrei, che si erano fatti protagonisti dell’irredentismo e partecipi dell’Italia fascista, la legislazione razziale fu un vero e proprio trauma, anche perché la stampa locale, e in particolare “Il piccolo” di Trieste, con suo direttore Rino Alessi, aveva polemizzato con Africani in merito all’adeguamento della Romania ai princìpi del razzismo di stampo nazista. In verità lo scontro era all’interno della classe dirigente triestina: erano palesi le intenzioni di certi fascisti di liquidare l’ “ibrida zona dell’ebraismo massonico in camicia nera” per sostituirsi ai vertici della città.
Infatti l’indomani della pubblicazione del Manifesto della razza, Alessi si allineò alla posizioni dell’antisemitismo indiscriminato: qualche mese più tardi avrebbe potuto acquistare a prezzo irrisorio “Il piccolo” dal precedente proprietario, l’ebreo Teodoro Mayer.
Nella Venezia Giulia le prospettive apparivano più chiare, sia per il precedente acquisito nei confronti delle minoranze slave, sia per le notizie giunte dalla Germania. Infatti le reazioni non mancarono, soprattutto dopo l’annessione nazista dell’Austria, e non mancarono le intimidazioni verso la comunità israelitica da parte degli ambienti del fascismo universitario, fomentato dal quotidiano “Il popolo di Trieste” e sostenuto dal locale Consolato germanico: forse c’era chi ambiva a quei posti da professionista che si sarebbero resi disponibili con i provvedimenti razziali che comportarono, in breve tempo, alla decapitazione della classe dirigente triestina (banche, assicurazioni, compagnie di traffico e navigazione) ed alla spoliazione di non irrilevanti beni economici (imprese commerciali, aziende, industrie date in gestione) a vantaggio di veri e propri profittatori che se ne impossessarono a stralcio e dei soliti arrivisti pronti ad occupare le posizioni rimaste libere.
Tra il 1938 e il 1939 più di 115 aziende triestine furono, in qualche misura, “arianizzate”.
Il tessuto economico di tutta la Venezia Giulia ne usciva profondamente mutato e con questa la società tutta.
I ceti meno abbienti, più legati alle sorti degli imprenditori, anche se spesso in contrasto con questi per motivi di classe, manifestarono una spontanea solidarietà che divenne conforto per tanti dignitosamente rassegnati ma anche smarriti che cercarono nell’abiura una via di salvezza.
Tutto ciò che n’è seguito è conseguenza della follia razzista di quegli anni Trenta: l’atto preparatorio come preludio di una tragedia annunciata e puntualmente realizzata.
Le immagini che accompagnano questo testo, e tratte dal materiale espositivo dell’Associazione Deportati Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (Trieste), sono l’eloquente prova che l’umanità non può abbassare la guardia davanti alle ideologie farneticanti e non può concedersi il lusso di dimenticare.
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fonte: www.operavenir.com
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Fine articolo Nazionalsocialismo tutto di tutto
Nazionalsocialismo tutto di tutto
LE CONDIZIONI ECONOMICO- SOCIALI DELLE DONNE NELLA GERMANIA DEL SECONDO DOPOGUERRA
Il periodo dal 1933 al 1945
Una volta al potere, con le elezioni politiche del 1933, Hitler attuò la sua politica autoritaria e patriarcale. Hitler riteneva che alla donna dovesse essere assegnata solo la funzione procreativa, per svolgere il ruolo di lavoratrice solo nell’ ambito domestico. Questo pensiero aveva la sua realizzazione anche nel settore economico: la donna, anche se occupava posti di lavoro nella pubblica amministrazione, rappresentava anche un sostegno dell’ uomo.
Josef Goebbels, parlamentare, appoggiò il provvedimento che vietava la presenza di rappresentanti delle donne in parlamento; dichiarava che all’ uomo erano attribuite lo svolgimento delle funzioni politiche e del servizio militare per il bene del popolo.
Lo Stato nazionalsocialista si distingueva proprio grazie alla “naturale” divisione del lavoro dei sessi.
Nel periodo dal 1933 al 1945 tutte le associazioni, che si occupavano di questioni politiche, cercavano di incanalare la donna nel sistema di valori tradizionali, tipici del regime nazionalsocialista.
Al vecchio movimento femminista non restò che adeguarsi all’ ideologia dominante o cessare qualsiasi attività.
La Bund deutscher Frauenvereine (Associazione federale delle donne tedesche) si sciolse nella primavera del 1933 per sfuggire a questo livellamento.
La soluzione presa dalla BDF segnava la fine dell’ indipendenza del movimento femminista in Germania.
Altre associazioni, di contro, come la Deutschevangelistische Frauenbund
(Federazione delle donne evangeliste tedesche) e la Hause und Landfrauenvereine
(associazione delle casalinghe e delle contadine) aderirono al Nazionalsocialismo e si fusero per formare la Gesamtorganisation deutscher Frauen (organizzazione delle donne tedesche).
Rudolf Hess fondò la Deutsche Frauenwerk (lavoro tedesco delle donne), che fusa alla NS Frauenschaft, rappresentava la forma d’ organizzazione per eccellenza.
Il presidente del circondario Krummacher era Rudolf Hess, ma dal 1934 l’ incarico fu ceduto a Gertrud Sholtz Klink che ricoprì poi anche altre funzioni: presidente della NS Frauenschaft e della Frauenamtes der Deutsche Arbeitsfront (ufficio delle donne del fronte del lavoro tedesco).
Una rivista di quel periodo scriveva che la signora Scholtz- Klink era stata scelta da Hess perché ottima seguace, piuttosto che una militante del “periodo di combattimento” della NS Frauenschaftsfuhrerin: la sua entrata nel partito era dovuta al fatto che rappresentava l’esempio della perfetta casalinga.
Inoltre si scriveva che lei non avesse idee proprie riguardo al lavoro femminile all’ interno del partito, perché quello che scriveva e diceva era solo il discorso che le veniva dettato.
La Frauenschaftsfuhrerin impersonificava la perfetta madre tedesca (camicia accollata, pettinatura alta intrecciata ed avere tanti bambini erano le caratteristiche della madre e della donna tedesca).
Nonostante la critica politica che ricevette, ella mantenne gli incarichi che le erano stati affidati fino alla fine della seconda Guerra Mondiale.
Dopo il 1933 le donne persero il diritto di scegliere la propria professione: era vietato loro insegnare all’ università e nelle scuole superiori. In seguito venne vietato loro anche di esercitare le professioni di avvocato e di giudice.
Il principio dell’ uguaglianza salariale tra gli uomini e le donne perse valore ed importanza, nonostante il fatto che la Deutsche Arbeitsfront (Fronte del lavoro tedesco) si battesse per l’uguaglianza salariale.
Le operaie specializzate guadagnavano 1/3 dello stipendio dei loro colleghi e le generiche il 30% meno.
Le donne, per ottenere stima e rispettabilità dal governo nazionalsocialista, dovevano aspirare a diventare madri e casalinghe modello.
Lo Stato, sui principi nazionalsocialisti, aveva bisogno della donna esclusivamente per le sue funzioni biologiche. Questo pensiero veniva applicato nel settore politico- sociale; s’introdussero alcune leggi a favore del matrimonio, con lo scopo di incrementare il numero delle nascite: il 1 maggio del 1933 nacque il prestito erogato a favore delle coppie che contraevano matrimonio, finanziato dalla tassa sugli scapoli .
Il giorno della festa della mamma era festeggiato con sfarzo, veniva commemorato il Prestito per la croce al merito alle mamme: la maternità non solo aveva valore e facoltà d’agire nella sfera familiare, ma sosteneva anche gli uomini nello svolgere i rituali militari e le prestazioni obbligatorie per il benessere della comunità.
Negli anni ’20 si discusse per un provvedimento dell’ “Anno obbligatorio” che fu approvato nel 1938: la donna nubile, sotto i 25 anni, prima di avere il permesso di entrare nel mondo del lavoro, doveva lavorare un anno intero in campagna od in casa.
Anche le attività della Frauenwerk e della NS Frauenschaft si concentravano sempre più sulla sfera domestica: nacquero corsi di formazione per “Reichsbrauteschulen” (scuole di sposa del Reich), “Reichsmutterdienste” (posti di madri del Reich) e corsi di formazione per “Posti per l’ assistenza pubblica ai malati”.
Il prendersi cura della prole, l’educare, il custodire e possedere un animo nobile erano la base del carattere di una donna ed applicati, rispecchiavano le virtù femminili.
L’ambito della domesticità era riconosciuto pubblicamente, ma alle casalinghe era vietato di partecipare direttamente alla vita politica.
Dal 1933 al 1939 aumentò il numero delle nascite, in quanto si celebrarono più matrimoni. Nonostante ciò la propaganda in favore della maternità non riuscì a raggiungere l’ obiettivo prefissato: 4 nascituri per famiglia.
Fino al 1937 fu vietato il lavoro alle donne che avevano ricevuto il prestito per il matrimonio e solo durante la guerra il governo chiese loro collaborazione e sostegno in settori prima di monopolio maschile (esempio nell’ industria meccanica ed elettronica).
Nel giugno del 1941, due giorni prima che la Germania attaccasse la Russia, fu approvato un decreto che dichiarava che le donne sposate aventi diritto agli alimenti, con l’ inizio della guerra, avevano il dovere di abbandonare la loro attività domestica per essere impiegate nell’industria di produzione di armi per servire nel migliore dei modi la patria.
Tra maternità e professione: la posizione della donna nel periodo nazista
Nel nazionalsocialismo le donne erano esaltate nel loro ruolo di madri e al tempo stesso sfruttate come lavoratrici.
Già dal 1933 nei posti statali la presenza femminile era a ribasso.
Dal 1934 furono introdotte delle restrizioni nell’ambito del lavoro per le dottoresse sposate.
Le donne non potevano diventare né giudici né avvocati.
La legge sulla riduzione della disoccupazione riguardava le coppie sposate aventi diritto al prestito per il matrimonio, introdotto nel maggio del 1933, (tipico delle idee nazionalsocialiste) solo se la moglie rinunciava al suo lavoro. Negli anni tra il 1933 ed il 1937 erano stati concessi complessivamente 800.000 prestiti di circa 600 marchi per le donne del Reich.
Le misure particolari (come l’introduzione del numero chiuso nel 1933) colpivano le studentesse. Così l’ aliquota delle studentesse non raggiungeva cioè più del 10% degli studenti. Ogni ragazza, che voleva studiare, doveva svolgere un anno e mezzo di periodo di lavoro obbligatorio.
Nel 1934 fu introdotto l’ “anno di lavori domestici” (hauswirtschaftliches Jahr).
Nel 1937 ogni studentessa doveva sostenere un esame riguardo alle sue conoscenze delle faccende domestiche.
Nella sezione della politica del riarmo forzato, nonostante la forza lavoro insufficiente, fu adottato dopo il 1937 il lavoro femminile a basso costo che era considerato ancora come innaturale e disonorante, ma erano state prese delle misure, a favore della patria, per occupare le donne nell’industria.
Dal 1938 le donne nubili tra i diciassette ed i venticinque anni erano tenute a svolgere lavori agricoli e domestici.
Dopo l’inizio della guerra i prigionieri nei campi di concentramento erano sfruttati come forza lavoro nell’industria del riarmo. Tra questi centinaia di donne rinchiuse nei campi di Ravensbrueck e Bergen-Belsen: ebree, prigioniere politiche tedesche e donne che provenivano da territori occupati.
L’obiettivo della politica sociale del nazismo era combattere la diminuzione delle nascite, impedire la nascita di una generazione geneticamente malata, per contenere la razza pura. Con questo disegno si assicurava la selezione della razza e si emanarono più leggi al riguardo. Nel luglio del 1933 fu emanata la legge per la prevenzione delle malattie ereditarie con l’obiettivo di impedire il concepimento indesiderato di bambini non ariani ed ostacolare le famiglie “malate”. In questo modo, sulla scorta di nuove e molteplici diagnosi, si poté operare la sterilizzazione forzata sulle donne. Nell’ ottobre del 1935 si varò la legge sulla protezione del patrimonio biologico del popolo tedesco, quindi le coppie di sposi che non potevano avere figli erano viste quasi come nemici dello stato.
Dopo la legge per la protezione del sangue tedesco (zum Schutze des deutschen Blutes) e dell’onore tedesco dal settembre del 1935 i matrimoni con i non ariani erano perseguitati.
Matrimoni e relazioni amorose tra tedeschi ed ebrei erano vietati.
Queste leggi decidevano l’inferiorità razziale degli ebrei, dei Sinti e dei Rom.
Nel quadro della politica popolare del Nazionalsocialismo erano state create delle misure che dovevano assicurare “la nuova generazione ariana” come componente dell’ Europa germanizzata. Così venne fondata l’organizzazione “Lebensborn e.V”, sotto la guida del capo delle SS Himmler , un modello educativo per la creazione di bambini ariani.
La sterilizzazione forzata di “inferiori di razza” faceva parte della politica sociale del terzo Reich, come anche il divieto per le donne sane e di razza ariana di interrompere la gravidanza.
Un’ulteriore militarizzazione della società portò all’introduzione della legge sul servizio militare del 1935 che fissava l’impegno delle donne in guerra.
L’ideologia delle donne nazionalsocialiste vedeva le donne soprattutto sotto una prospettiva biologica e razziale. Goebbels, ministro della propaganda del Reich, sosteneva che la “donna ha il compito di mettere al mondo i bambini. Questo non è né grezzo né arcaico. Il tipo di donna modello si veste a festa per l’uomo e cova le uova per lui.”
Il modello della donna “angelo del focolare” valeva, per i nazisti, solo per le donne ariane ed era utile e economico.
Le promesse demagogiche, come la campagna contro il lavoro femminile per la rivalutazione della casalinga e madre e per uno svolgimento del lavoro si riferivano comunque a problemi reali. Le esperienze del sovraccarico e dello sfruttamento sul posto di lavoro facevano in modo che molte donne preferissero dedicarsi solo al ruolo di madre nella famiglia. Il periodo di lavoro obbligatorio appariva per qualcuna come una via d’uscita dalla disoccupazione.
Tali modelli servivano a coprire l’oppressione della donna ed ad allontanarla dalle professioni migliori.
Le organizzazioni delle donne nazionalsocialiste contribuivano ad affermare la politica e l’ideologia delle donne. Questi erano gli obiettivi della NS-Frauenschaft, che nell’ ottobre del 1931 era stata fondata dai membri delle organizzazioni dei diritti della Repubblica di Weimer, come il Deutscher Frauenorden (ordine delle donne tedesche) e il Deutscher Frauenkampfbund (lega di lotta delle donne tedesche): le NS-Frauenschaften erano impegnate contro le organizzazioni di donne che avevano idee politiche differenti.
Le organizzazioni delle donne fondate dalla NSDAP dovevano cogliere tutti gli ambiti quotidiani delle donne per l’obiettivo nazista. L’obiettivo della NS - Frauenschaft sotto la guida della Reichsfrauenfuehrerin Getrud Klink era l’affermazione delle donne ariane tedesche come sostenitrici della politica del nazionalsocialismo.
Mentre la NS – Frauenschaft si dichiarava l’elite dell’associazionismo che i membri della NSDAP sostenevano, nell’ottobre del 1933 fu fondato anche il Deutsche Frauenwerk (lavoro tedesco delle donne), che era “la patria comune” di tutte le donne tedesche. La sezione più importante del Deutsche Frauenwerk era la Reichmutterdienst, che organizzava corsi sui lavori domestici, sul mantenimento della salute e sullo studio delle razze.
Nel luglio del 1932 furono fondati anche il Bund deutscher Madchen (associazione delle ragazze tedesche) per le ragazzine dai 14 ai 17 anni ed il BDM- Werk Glaube und Schonheit per le donne tra i 17 ed i 21 anni.
L’obiettivo era educare le portatrici devote all’ideologia nazionalsocialista.
La nascita delle prime associazioni femminili nella Germania del secondo dopoguerra.
Nell’immediato dopoguerra le donne, in Germania, giocarono un ruolo fondamentale nella ricostruzione del Paese.
Questo fu uno dei motivi principali per cui le donne rivendicarono i loro diritti civici e politici.
Già nel 1945 nacquero, sia all’est che nell’ovest, associazioni femminili.
Nel 1947 la Deutsche Frauenarbeit e la Deutsche Frauenbund, nate nell’autunno del 1945, si fusero alla Demokratische Frauenbund Deutschland (associazione democratica delle donne della Germania), che presto entrò a far parte della Internationale Demokratische Frauenfoderation (confederazione democratica internazionalista delle donne).
Nelle tre zone occupate dell’ovest (dalla Francia, dall’Inghilterra e dagli USA) venne fondata, il 5 settembre del 1947, la Deutsche Frauenring (associazione tedesca delle donne) della Repubblica Federale, con l’intento di coordinare le associazioni femminili di carattere culturale e professionale.
La fondatrice (presidente fino al 1952) fu Theanolte Bahnisch, di Hannover.
L’associazione cercava di agire presso i partiti rappresentati alla Camera dei Deputati.
Le continue petizioni e risoluzioni indirizzate ai comuni ed al Parlamento federale non riguardavano solo il lavoro, ma anche altre questioni: sgravi fiscali per le madri lavoratrici, partecipazione delle donne agli organi decisionali in politica, economia e nelle pubbliche amministrazioni, l’uguaglianza salariale e la giustizia sociale.
L’Associazione Femminile Democratica Tedesca tentò, con l’intervento pubblico, di raggiungere gli obiettivi sopra elencati, creando contatti informali ed unioni personali con associazioni ed assemblee politiche. Dedicò particolare attenzione, sin dal principio, ai rapporti internazionali, in quanto aderente ad altre associazioni.
Nel 1951 venne fondato il “Servizio d’informazione per le richieste delle donne” e, nel 1958, il “servizio d’informazione e circolo di lavoro delle associazioni femminili e di gruppi femminili”, che si occupavano dei problemi di lavoro.
Le socie di ciascuna associazione erano in media 40.
Il consiglio femminile principale tedesco chiedeva: uguaglianza dei diritti ed opportunità per le donne, collaborazione nella famiglia per avere più tempo e possibilità di carriera nell’ambito lavorativo, portate avanti da diverse associazioni.
I membri delle associazioni e dei consigli provenivano da classi differenti, ma avevano tutti gli stessi obiettivi da raggiungere: discutevano delle misure legali a livello nazionale ed internazionale, tentavano di fare il loro ingresso in politica, prendendo parte a dibattiti e petizioni.
Le associazioni femminili puntavano a cambiamenti radicali in direzione dell’uguaglianza dei sessi, per raggiungere la parità giuridica ed utilizzarla a proprio vantaggio.
I membri dei Consigli delle diverse associazioni e le donne che abbracciavano la causa per la liberazione della donna dalla società patriarcale, contestavano il fatto che a causa della natura biologica alla donna fossero attribuiti solo i ruoli di partoriente e custode della famiglia.
Questo pregiudizio ostacolava l’emancipazione della donna in società (sia nella famiglia che in altri ambienti, valevano forti limitazioni, per lei naturali, in quanto dedita al sacrificio).
Con il risveglio della forza femminile, si doveva ribaltare questa situazione, per raggiungere la fondamentale parità dei diritti.
Tra gli obiettivi da raggiungere erano la rivisione della tradizionale divisione dei ruoli e l’annullamento dei privilegi maschili.
La politica delle donne nella Germania dell’est dopo il 1945
L’amministrazione militare sovietica in Germania (SMAD), diede alle donne l’ ambito amministrativo per svolgere compiti di informazioni culturale, politico- educativo, allo scopo di promuovere la partecipazione delle donne alla vita pubblica, diffondere la democrazia e sostenere le madri per l’educazione dei bambini nel “pensiero democratico”.
Tuttavia l’ambito d’azione delle donne rimaneva limitato, la partecipazione pubblica non liberava le donne dai compiti di madre e casalinga che, a causa del loro sesso, erano stati assegnati loro.
Molto presto s’introdussero le prime riforme nella zona sovietica fatte dal comando SMAD.
Le imprese erano obbligate a versare una retribuzione equa ai lavoratori, indipendentemente dall’età e dal sesso e fu deciso un decreto alla concessione di un mese retribuito per le donne che svolgevano lavori in casa e per le madri lavoratrici.
Al secondo consiglio di partito, nel 1947, la SED varò una risoluzione riguardo ai compiti da svolgere per l’uguaglianza politica ed economica delle donne in tutti i settori del quotidiano. Oltre a ciò assegnò alle donne il diritto alla partecipazione attiva per la costruzione del futuro.
Nel 1949 furono costituite la DDR e la BRD. Cosicché la Germania fu divisa in due stati per circa quaranta anni.
La politica delle donne della SED nella DDR aveva una costituzione che favoriva molto più le donne rispetto a quella della BRD, dove governava il cancelliere federale Adenauer (CDU).
Inizialmente, nel parlamento le donne erano più rappresentate rispetto a quello dell’ovest: alla prima camera dei deputati appartenevano sette donne e alla camera popolare c’era il 24%.
La DFD, l’organizzazione di massa per le donne nella DDR, aveva una propria frazione, ma era comunque un ente statale, che perseguiva gli interessi dei suoi membri.
Il diritto di eguaglianza formale dei sessi non significava la loro equiparazione di fatto.
I tre punti fondamentali della “politica dell’uguaglianza” della SED erano: la creazione dello stato di eguaglianza legale delle donne e degli uomini, la richiesta della professione femminile e soprattutto la protezione delle donne e dei loro bambini. Questi punti furono attuati: dal 1946 al 1970 con l’integrazione delle donne nell’ ambito lavorativo, nel loro perfezionamento e formazione.
La seconda fase, dal 1970 al 1989, per conciliare innanzitutto il lavoro e la famiglia.
Anche i padri potevano interessarsi e prendere parte all’educazione dei bambini, sebbene ciò avesse scarso significato.
La SED tentava con la sua strategia della cura patriarcale di ricoprire i ruoli della realtà dittatoriale, assegnando alle donne un preciso disegno di vita, cioè la maternità e l’attività lavorativa. Questa “Muttipolitik” (politica della mamma), portava a delle discussioni accese.
Concetti come il femminismo ed il patriarcato nella DDR erano ufficialmente dei tabù.
Siccome non era possibile avere pareri ed interessi differenti dall’opinione del partito, non si potevano svolgere dibattiti pubblici con richieste di carattere politico.
Nella DDR non c’era separazione dei poteri, bensì il potere legislativo, esecutivo e giudiziario erano in una sola mano, cosicché anche il diritto stesso aveva poco significato.
Tuttavia la DDR dava un significato maggiore a queste richieste rispetto alla Repubblica Federale Tedesca.
La SED varò già nel 1950 una legge che disponeva la fondazione delle istituzioni per la cura e l’assistenza dei bambini e per la sicurezza dei diritti al lavoro per le donne e per la qualificazione personale, il nuovo regolamento dei diritti della famiglia e delle coppie ed il miglioramento della prestazione e la protezione per il lavoro assicurato per le donne incinte e quelle con i bambini fino ad un anno.
Nel 1952 il Comitato Centrale (ZK) decretò la formazione di commissioni delle donne nelle imprese che dovevano affermare l’uguaglianza e le richieste delle donne.
Il Comitato Centrale era scelto dal Congresso del Partito come il più alto organo del Partito Marxista- Leninista, eseguiva risoluzioni del Congresso del Partito, era dipendente da esso e svolgeva le attività complessive del Partito.
Inizialmente le nuove riforme furono attuate: nel 1955 fu varata un’ordinanza per facilitare il divorzio. Nella Repubblica Federale questo cambiamento si affermò nel 1977: secondo il paragrafo 1566 del codice civile, nella Germania Occidentale, si dichiarava fallito un matrimonio se i partner vivevano separati da un anno ed erano consenzienti entrambi alla separazione, oppure se vivevano separati da tre anni con un solo dei coniugi consenziente. La vita da separati si poteva svolgere anche in una comune abitazione.
Dal 1956, nella DDR, le madri che allevavano i figli da sole ricevevano il salario continuato in caso d’assenza per la cura dei bambini malati fino a quattro settimane l’anno, dal 1958 ricevevano un contributo per il sostegno al parto. Il Nuovo Codice Civile del lavoro dal 1961 conteneva l’obbligo per il miglioramento della cura dei bambini, il sostegno materiale per le madri sole in caso di malattia e la possibilità di un anno di maternità gratuito.
Il Comitato Centrale mirava, in quello stesso anno, a creare “la donna, la pace ed il socialismo” per raggiungere la professione tecnica e le funzioni guida del piano delle donne.
Erano stati presi dei provvedimenti per richiedere l’associazionismo e conciliare lavoro e famiglia.
Nel 1963 il VI congresso di partito della SED varò un programma per l’ulteriore miglioramento della situazione delle donne facenti parte della forza lavoro attiva e garantì un congedo per la cura dei bambini ed altre prestazioni di servizio.
Il Codice Civile della famiglia (FGB) della DDR entrò in vigore nel 1966, per questo fu introdotta la proprietà e l’unione dei poteri dei coniugi come anche i diritti comuni ed i doveri per l’educazione ed il mantenimento dei figli.
La scelta di professione era influenzata dalle misure del sistema di educazione e formazione. Questo portava perciò a far si che fosse esercitato un grande legame tra le donne e la loro professione, tuttavia più di ¾ di queste svolgevano professioni con piccoli stipendi.
La ragione giaceva nel fatto che perdurava la divisione del lavoro in base al sesso: la “Muttipolitik” nella Germania est sosteneva il vecchio modello dei ruoli perché alle donne erano conferiti l’educazione dei figli, le cure in caso di malattia ed altri doveri dei genitori. Mentre il rapporto di formazione delle donne e degli uomini era ancora del 50/50, si trovavano solo poche donne ad occupare livelli alti della gerarchia sociale.
Nella DDR venne esteso il diritto allo studio: le iscrizioni alla scuola media superiore (EOS) crebbero, come anche la formazione della professione con licenza. Circa la metà degli studenti era di sesso femminile, ma nell’Ovest c’era una differenza notevole tra gli indirizzi di studio: la maggior parte delle donne studiava pedagogia, economia e lettere o anche medicina, e un numero ristretto di studentesse s’iscriveva alle facoltà tecniche e legislative.
Le donne nella SBZ, poi nella futura DDR, avevano ottenuto il diritto all’uguaglianza, ma rimanevano escluse dalle organizzazioni politiche.
Il principio socialista dell’uguaglianza conteneva il vecchio modello culturale dei maschi e delle femmine. La figura della donna era vista solo in quanto madre lavoratrice ed era subordinata sicuramente alla posizione di supremazia maschile.
Nella DDR il movimento femminista si identificava con le attività della DFD, che era esistita dal 1947 al 1989. La DFD svolgeva molteplici compiti sociali: impegno contro il fascismo ed il militarismo a favore della pace, unione delle due Germanie per la ricostruzione e per la creazione di un’intesa di tutte le donne, per la stima della Germania a livello mondiale e per la partecipazione delle donne alla vita politica. La DFD annunciò le sue posizioni per una vita familiare equilibrata.
Fino alla metà degli anni ’50 il comitato lavorava ancora in maniera autonoma, ma dal 1957 la SED decideva la politica della DFD, che era stata apartitica fino ad allora.
Dal 1958 nacquero centri culturali a livello nazionale sotto il nome di “Punto d’incontro della donna”.
La sfera d’azione della DFD si limitava negli anni sessanta sempre più a livello locale, si occupava della creazione degli asili nido. L’ottavo congresso federale della DFD era il primo congresso delle donne a Berlino: doveva migliorare la reputazione della DDR nella sfera mondiale, in cui la politica dell’uguaglianza era rilevante.
Nel 1972 erano state introdotte nuove misure per il miglioramento della situazione delle madri sole, tra cui la sovvenzione per le nascite.
Nel 1976 crebbe il tasso di nascita dopo che erano stati deliberati i miglioramenti per le madri lavoratrici nel nono congresso di partito della SED.
Dalla metà degli anni settanta la DFD si concentrò sul miglioramento del territorio abitativo, costruendo parchi gioco e rinnovando spazi scolastici e organizzò corsi per lavori domestici. Queste offerte di pubblica utilità non servivano però solo per il benessere generale, ma anche per contribuire a controllare il tempo libero delle donne e per allontanarle da altri problemi sociali.
La DFD si poneva tra le aspettative contraddittorie dei membri e la SED: da un lato doveva sostenere gli interessi delle donne, dall’altro estendeva la visione del mondo marxista - leninista. Delle sue richieste valeva ad esempio l’impostazione dell’impunità all’interruzione volontaria della gravidanza nelle prime dodici settimane.
Con la svolta del 1989-1990 la DFD si rinominò “Demokratischer Frauenbund”
(associazione democratica delle donne). Il contenuto e l’organizzazione si erano trasformati dopo che questa aveva raccolto un’aspra critica per via della sua collaborazione con la SED. Il numero dei membri era fortemente calato, tuttavia la DF era ancora una grande associazione: nel 1989 possedeva all’incirca un milione e mezzo di membri, nel 1992 ancora sessantamila e dal 1995 la quota dei membri raggiungeva circa le diecimila unità.
Nel frattempo si erano creati numerosi nuovi gruppi di associazioni femminili nell’Est tedesco.
Accanto alle attività statali nella politica delle donne, dagli anni ’80, nella DDR c’erano anche gruppi informali di donne che erano legate alla chiesa evangelista.
Solo poche di loro però si concentravano sulle attività tradizionali ecclesiastiche, la maggioranza utilizzava il tempo libero per il confronto al di fuori delle regioni con tematiche che non erano di discussione pubblica per lo stato: pace, educazione, femminismo ed omosessualità.
La partecipazione al gruppo femminile per la pace, che aveva protestato contro la legge sul servizio militare del 1982, aveva subito una dura repressione statale sia concernente l’ascolto e le convocazioni, che la perdita dei posti di lavoro e dei diritti alla formazione.
Nel 1989, nella Repubblica Federale, un matrimonio su tre finiva in divorzio, nella DDR i divorzi raggiungevano persino il 38%, un terzo di tutti i bambini nasceva al di fuori del matrimonio.
Nello stato socialista, la chiesa aveva perso un significato riconosciuto, ma la maternità continuava a coniare quella figura della donna che aveva dominato: il 92% delle donne aveva figli.
Mentre nella DDR, l’80% delle donne lavoratrici sotto i diciassette anni avevano un figlio nel 1989, nella BRD erano solo il 43%.
Dopo la caduta del muro, nel dicembre del 1989, si era formata la “Unabhangiger Frauenverband” (associazione delle donne indipendenti), un’associazione delle femministe della Germania est.
Almeno nei gruppi del movimento dei diritti borghesi, in cui Malerin Barbel Bohley (nata nel 1945), la politica Ulrike Poppe (nata nel1953) o Katja Havemann (nel 1947) avevano giocato un ruolo importante, le donne avevano lavorato insieme anche in precedenza: nella Lila Offensive (LILO), nella Sozialistische Fraueninitiative (SOFI), le quali avevano apportato cambiamenti nei gruppi di donne nati dopo il 1989.
Il capovolgimento della situazione dopo la fine della DDR dava anche la speranza al movimento femminista dell’Ovest per costruire la realizzazione di un mondo più giusto.
L’associazione indipendente delle donne riuniva diversi gruppi.
L’obiettivo principale era l’equiparazione dei sessi. La strategia si basava su tre parti: formare una cultura d’opposizione delle donne extraparlamentare, raggiungere l’equiparazione e far entrare le donne nel parlamento.
Nel 1990 ebbe luogo il primo Congresso delle Donne Tedesche a Berlino.
Tuttavia le difficoltà di comunicazione tra tedeschi e tedesche impedirono alla fine un movimento comune – la loro storia era troppo diversa: le donne non avevano mai posseduto, durante la dittatura della DDR, lo spazio pubblico dei movimenti femministi dell’Ovest.
La rivista femminile della DDR “Fűr Dich” aveva vissuto sotto il controllo del Comitato Centrale e temi quali l’omosessualità non erano quasi mai emersi.
Nella DDR, durante gli anni settanta ed ottanta, il problema della pattuizione della famiglia e del lavoro si era intensificato ed i risultati avevano portato allo sviluppo del lavoro part-time per le donne ed all’innalzamento del tasso di divorzi; il tasso delle nascite era sceso.
Nel 1975 era stato approvato un decreto in favore di chi aveva molti figli: cosicché dal terzo figlio la madre, e non il padre, aveva diritto ad un anno e mezzo in più di ferie pagate, a lunghi periodi di riposo ed a ulteriori assegni familiari per i bambini.
L’uguaglianza formale non aveva provocato alcuna equiparazione, bensì miglioramenti relativi all’assistenza dei bambini, alla protezione delle madri o anche al sostegno finanziario attraverso lo stato.
Nel 1970 l’aliquota delle donne occupate della DDR era complessivamente del 48%, e il 66% di tutte le donne aveva un’occupazione. Sei anni dopo l’82% di tutte le donne della DDR erano occupate o impegnate negli studi, il 50% aveva una formazione professionale.
Nella camera popolare, nel 1976, il numero delle delegate raggiungeva appena il 34%, nel parlamento federale repubblicano l’8%. Nel 1980, nella DDR, ancora il 73% di tutte le donne era abilitato alle professioni, erano studentesse e apprendiste per circa il 90%. Rispetto a ciò nel 1980, nella RFT, solo il 32% delle donne lavoravano. La DDR che aveva questo numero, raggiungeva la quota di guadagno delle donne nel mondo, attuava dei programmi pubblici per la cura dei bambini.
Nel 1986 fu varata una legge per l’inclusione del preventivo della pensione.
L’uguaglianza nel socialismo era così messa in pratica. Nel 1988, nella BRD, il 55% delle donne in età attiva lavoravano, il 22% di meno rispetto a quelle dell’ Est.
Dopo il cambiamento si diffuse lo slogan “le donne sono perdenti”.
Dalla riunificazione furono aboliti la cura pubblica per i bambini ed il diritto all’aborto senza conseguenze penali. La percentuale delle donne senza lavoro era considerevolmente salita: nel 1993 crebbe la percentuale delle donne disoccupate e raggiunse i 2/3, in qualche regione era persino più alta. Le donne lasciavano per lo più la loro professione e raramente ne trovavano una nuova.
Nel 2002 l’aliquota di disoccupazione delle donne raggiungeva il 47%, nell’Est riguardava addirittura il 52% dell’intera fetta dei disoccupati. Accanto a ciò si poteva notare il 43% della forza lavoro attiva. La massiccia disoccupazione che dominava nella RFT già dagli anni ’70, non era presente nella DDR. L’acquisizione dei diritti all’ Ovest aveva conseguenze soprattutto per le donne e le madri. I regolamenti speciali della DDR servivano a conciliare la professione ed i bambini – allo stesso tempo erano in vigore dei regolamenti per la protezione delle madri contro i licenziamenti, per la costruzione degli asili nido e per il versamento di sostegni monetari.
Politica delle donne nella Germania dell’ ovest dopo il 1945
Nelle zone di occupazione dell’Ovest nel 1948 si costituì il consiglio parlamentare, un organo di 65 persone per stabilire nuove leggi. Attraverso l’operato di Elisabeth Selbert (membro della SPD) e quello delle altre “madri delle leggi fondamentali”, Helene Weber (CDU), Helene Wessels (Centro) e Friederike Nadig (SPD) venne aggiunta nella costituzione, nel 1949, la norma dell’uguaglianza contro le contraddizioni degli uomini in parlamento. L’articolo 3, comma 2, della legge dichiarava del rapporto tra i sessi: “gli uomini e le donne sono uguali”. Con ciò si riconosceva già nel 1919 l’uguaglianza per l’ordine del diritto generale, almeno come principio.
Tuttavia l’ingiustizia sociale, la disuguaglianza dei sessi, venivano praticate attraverso l’esercizio del potere borghese quotidiano.
Fino al 1953 era riconosciuto il “Paragrafo dell’obbedienza”, comma 1354, del codice civile borghese, che spiegava che solo al marito spettava prendere decisioni fondamentali “negli ambiti della vita matrimoniale”. Al proposito contava molto anche il “dovere coniugale” nel rapporto tra i sessi, che rendeva più forte la coppia.
Dal 1957 venne apportata una riforma al codice civile borghese, che evidenziava il predominio maschile .
Agli inizi del 1976, sebbene fossero introdotte ulteriori riforme, la tradizionale divisione del lavoro dei partner rimase uguale e venne migliorata la “protezione nei confronti della maternità”.
Nel 1977 si trattò con maggiore intensità dei doveri domestici della donna e si diede meno importanza all’applicazione dei diritti d’uguaglianza tra i sessi. Le donne del “patriarcato” o “le donne oppresse” giustificavano questa ingiustizia sociale sostenendo che la posizione di vantaggio del predominio maschile non era una frase ideologica senza significato, ma un dato di fatto, che riguardava la vita degli uomini e ne traevano profitto.
Le femministe volevano abolire la figura della donna dedita al sacrificio, i valori borghesi e la gerarchizzazione della femminilità e della mascolinità. Gli uomini e le donne dovevano creare le possibilità per l’applicazione dell’uguaglianza e della parità dei sessi, o quanto meno demolire le barriere e costruire un grande spazio di gioco comune.
Il movimento femminista si formò dopo la fine della seconda guerra in tutte le zone dell’Ovest: a Stoccarda, nel 1945, la pacifista socialdemocratica e scrittrice Anna Haag (1888 – 1982) fondò la Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà.
Nel 1949 venne fondata l’Associazione tedesca delle donne (DFR) nel Bad Pyrmont, la prima grande associazione delle vecchie e nuove associazioni delle donne. La prima presidente fu Theanolte Banisch, la seconda Agnes von Zahn – Harnack, che dal 1931 al 1933, era stata l’ultima presidente della BDF, e nel 1945, aveva fondato l’Associazione delle donne berlinesi (BDF), e nel 1947, la Bund Deutscher Akademikerinnen (associazione delle laureate tedesche).
La DFR, dal 1951, seguiva le decisioni a livello federale, dal 1969 si chiamò la Dachorganisation Deutscher Frauenrat (organizzazione principale del consiglio tedesco delle donne). La apartitica Demokratische Frauenbund Deutschlands si fondò nel 1947 e si estese anche nella zona sovietica di Berlino, ma poi, nel 1948, la sua unione indipendente alla DFD, fu vietata nell’ovest e nella Repubblica Federale Tedesca nel 1950, in quanto rifiutava i principi costituzionali ed era vista come minaccia per lo stato.
La DFD collaborava con il movimento femminista per la libertà della Germania dell’ovest (WFFB) nella Repubblica Federale contro la partecipazione al riarmo, a favore dell’uguaglianza, democrazia e libertà.
Entrambi i movimenti si ritagliarono uno spazio pubblico notevole.
La politica del governo federale restaurò poi la figura della casalinga e della madre.
Nel 1939, all’inizio della seconda guerra mondiale, quando crebbe l’industria di guerra e sempre più soldati erano utilizzati come forza lavoro, quasi il 50% delle donne rispetto all’83% degli uomini lavoravano mentre negli anni ’50, nella Repubblica Federale, la percentuale delle lavoratrici era del 30% e nella DDR il 40%.
Nel 1952 fu emanata, nella Repubblica Federale Tedesca, la legge per la protezione della maternità, che includeva anche una clausola contro i licenziamenti ingiustificati.
Il ministro della famiglia, Franz –Joseph Wuermeling, dal 1953, promosse una campagna contro le donne lavoratrici: “La professione di madre è la più importante di ogni altra professione ed ha un valore inestimabile.”
Nel 1955 entrò in vigore la legge per incrementare le nascite (finanziamenti a famiglie con molti bambini), tuttavia dagli anni ’60 nacquero meno bambini e si alzò il numero di divorzi.
Negli anni ’60 meno di ¼ erano studentesse.
Nel 1961, Elisabeth Schwarzhaupt (CDU) fu la prima donna che ricoprì la carica come ministro federale nella sezione della sanità.
Nel 1964 ci fu la quinta conferenza federale delle donne del sindacato dei metalmeccanici, che trattò anche del fatto che circa il 90% delle donne lavoratrici era forza lavoro non qualificata e meno del 10% aveva una formazione qualificata.
A venti anni dall’unificazione, nelle organizzazioni – associazioni – gruppi femminili, ci sono molte divergenze, soprattutto tra quelle dell’ovest e quelle dell’est.
Ci si domanda spesso se, nella DDR, c’era un movimento femminista che non fosse statalista.
Il “cambiamento” significò per le donne dell’est una grande rottura riguardo alle condizioni di vita e richiese loro un grande adattamento; non fu così per le donne dell’ovest.
IL MOVIMENTO STUDENTESCO: PROGETTO PER LA RICOSTRUZIONE DELLA STRUTTURA SOCIALE
Continuità dopo il 1945
La prima azione che la SDS( Lega socialista degli studenti) svolse, ed in seguito alla quale ruppe definitivamente il periodo di “elaborazione teorica” che durava dalla scissione con la SPD nel 1961 , fu la manifestazione, organizzata con la partecipazione dell' APO (Opposizione Extraparlamentare, composta da studenti, intellettuali ed artisti) e dei loro colleghi studenti africani, contro la visita a Berlino del presidente del Congo Moisè Ciombè, che era stato il responsabile nel suo Paese di una dura repressione dell' opposizione e dell' assassinio del presidente progressista Lumumba.
La SDS basava il suo pensiero sull' approfondimento dell' analisi teorica delle idee e dei testi dei filosofi Francofortesi, quali Adorno ed Horkheimer, della Luxemburg e di Bakunin.
La “rivolta studentesca” nacque a Berlino per diversi motivi: il primo era che la città aveva uno statuto speciale per via della particolare situazione creatasi nel dopoguerra, che esonerava gli abitanti dal prestare il servizio militare e dava così alla città quel carattere internazionale che attirava, fino alla costruzione del muro, antimilitaristi (come Rudi Duschke, “ la guida” della SDS), anarchici, comunisti ricercati nella RFT e beat.
Berlino era anche la città più libera della Germania, in quanto usciva dai rigidi schemi della società tedesca e permetteva a molti di realizzarvisi.
Il secondo motivo era la presenza della Freie Universitaet, istituto di vedute democratiche - liberali, fondato dagli angloamericani nel secondo dopoguerra, che serviva da propaganda del capitalismo occidentale perchè l' altra università, la Humbolt, si trovava nella zona sovietica.
Questo dava al consiglio degli studenti maggiore libertà ed autodeterminazione, senza rinunciare ancora all'inizio degli anni '60 ad avere contatti e rapporti con i colleghi della Humbolt e con il socialismo.
Il quarto motivo era la particolare atmosfera che si respirava nella Germania ovest:
“Un misto di paura, minaccia, nepotismo, ottusa arroganza ed inibizione individuale” .
Anche politicamente Berlino assumeva il significato di una capitale: vi era eletto il presidente federale e c'erano alcuni organi federali, come la Corte Costituzionale federale.
La rivolta studentesca e la nascita dell' APO si svilupparono per creare una rottura definitiva col passato nazionalsocialista, in quanto nelle istituzioni continuavano a sedere coloro che avevano servito lo stato nazista. La stretta connessione col periodo nazista era evidente soprattutto nelle università: ciascun professore, che durante il nazionalsocialismo, aveva svolto in modo impeccabile il suo lavoro, non considerava ancora il nazismo come un' escrescenza maligna che aveva compromesso la salute generale dell' organismo . Gli studenti non riuscivano ad accettare che la maggioranza dei tedeschi, molti dei quali occupavano cariche di alto livello (dirigenti, impiegati, giudici, ufficiali ed opportunisti) che avevano abbracciato totalmente l' ideologia nazista, rimanessero impuniti.
Tutte le istituzioni, come la scuola, la famiglia, le amministrazioni, la chiesa mettevano in pratica i principi conservatori dell' era Adenauer.
Si era diffusa una rigida morale: gli scienziati affermavano che la masturbazione apportava conseguenze negative al midollo spinale ed al patrimonio genetico, gli adulti ed i professori cercavano di impartire alle ragazze un' educazione rigida e di preservare la verginità.
Nel 1966 un sondaggio rilevò che il 66% delle studentesse era ancora vergine.
Era insolito lasciare la casa dei genitori prima del matrimonio e molte studentesse vivevano ancora in famiglia.
La scelta extraparlamentare era maturata negli anni ' 60 ed aveva raccolto l' eredità del movimento “Ostermarsch” (marcia di pasqua) . La scelta di creare un' organizzazione extraparlamentare come l' APO si era sviluppata come “ percorso obbligato” nella “ democrazia protetta”, in cui apparivano, nel Bundestag, solo tre partiti (FDP, SPD, CDU/CSU) in quanto il KPD si era sciolto nel '50.
L' APO era “un concetto ombrello di un movimento a caratteristiche democratiche e decentralizzate. Non un' organizzazione, bensì un' etichetta che raccoglieva singole organizzazioni, campagne specifiche, comitati locali, impegnati tutti in un movimento comune per il perseguimento di alcuni obiettivi” .
Le adesioni all' APO crebbero quando, con la caduta del Governo Erhard, nell' autunno del 1966, si costituì la Grande Coalizione: molti studenti non credettero più nella scelta parlamentare perchè la FDP( il partito dei liberali), l' unica opposizione, era ormai ininfluente e lontana.
L' APO partecipò, insieme ad un più vasto movimento d' opinione, a tentare di bloccare il progetto in discussione nel nuovo governo Kiesinger sulle “Notstandsgesetz” (leggi d' emergenza) , che furono viste come una pericolosa involuzione della democrazia e possibile anticamera di un regime autoritario.
Il punto massimo dell' attività dell' APO fu raggiunto in coincidenza con le discussioni parlamentari che precedettero l' approvazione delle leggi, che avvenne il 30 maggio del '68. Il movimento extraparlamentare toccò anche altri settori, come i pacifisti che erano impegnati nelle marce contro il riarmo, comunisti e trotskisti che non avevano proprie organizzazioni, sindacalisti di sinistra ed intellettuali.
Già dagli inizi del 1966, l' APO partecipò alle mobilitazioni ed alle iniziative di protesta contro i bombardamenti indiscriminati degli USA in Vietnam, che erano documentati quotidianamente dalla televisione. Gli attacchi alle istituzioni statunitensi sotto lo slogan “Per la vittoria della rivoluzione vietnamita” fecero parlare molto del “ Semestre vietnamita”nelle università tedesche.
Il tema che fin dall' inizio impegnò di più gli studenti fu il problema del terzo mondo posto in relazione con l’occidente. Le prime esperienze d' impegno politico pratico per la generazione nata durante la guerra furono campagne per l' aiuto agli studenti algerini o sudafricani ed i contatti diretti coi paesi del terzo mondo.
Gli studenti fecero proprie le esperienze di liberazione del terzo mondo, abbandonando così definitivamente l' idea pacifista in favore di una lotta su due fronti: contro l' imperialismo mondiale e contro la sua proiezione locale, lo stato tedesco.
Il 2 giugno del 1967: l' inizio
Il 2 giugno lo Scià Reza Palahevi e la moglie si recarono in visita ufficiale a Berlino e nel municipio di Schoneberg furono registrati nel libro di visitatori della città.
In occasione di questo evento, studenti e coloro che avevano subito, in Iran, la repressione inflitta dal SAVAK, il servizio segreto iraniano, espressero il loro dissenso davanti al municipio.
Ben presto accorse la polizia che spinse la massa di dimostranti in un punto ben preciso della zona per poterli arrestare.
Uno studente di teologia di ventisei anni, Benno Ohnesorg, tentò di scappare ma fu ucciso da un colpo di pistola alla nuca. Il funzionario di polizia, K.H.Kurras, colpevole del delitto, successivamente fu assolto e trasferito al servizio interno.
L'agire brutale della polizia lasciò interdetti i testimoni oculari specialmente gli stranieri, che denunciarono le tattiche fasciste della polizia ed il monopolio dell' editore Springer .
Le dichiarazioni del borgomastro di Berlino Albertz (SPD) e della stampa, in maggioranza controllata da Springer, difesero la polizia, giustificandone l' operato.
Nelle settimane successive in tutta la Germania Ovest manifestarono migliaia di persone e più di 10 mila parteciparono al funerale dello studente ad Hannover.
Il 1 novembre del 1966 la SDS organizzò il Congresso “ Università e democrazia. Condizione ed organizzazione della resistenza” alla Freie Universität. Il punto centrale della discussione fu l' elaborazione di un nuovo concetto di “violazione delle regole”: per gli studenti l' opzione di opporre resistenza doveva essere presa seriamente in considerazione, in quanto le forme non violente e passive erano trattate allo stesso modo.
I filosofi della Scuola di Francoforte, contrari a questo modo di radicalizzare la protesta, si dissociarono e non diedero più il loro sostegno.
Nonostante ciò, gli studenti, guidati da Rudi Dutschke, si impegnarono, nei giorni successivi, ad impedire in massa la diffusione, tramite forme passive di resistenza, dei giornali davanti alle tipografie di Springer. Dopo i fatti del 2 giugno, l' APO si concentrò sull' analisi della stretta correlazione che esisteva tra il potere, la disponibilità alla violenza e la manipolazione dell' opinione pubblica per mezzo dei mass-media.
L' attentato a Rudi Dutschke
L' 11 aprile del 1968 il leader della SDS, Rudi Dutschke, fu ferito gravemente da un fanatico neo nazista nei pressi dello Zoo di Berlino. In un volantino della SDS si affermava:
“Si può ben dire che questo delitto è solo la conseguenza della sobillazione sistematica che Springer ed il Senato hanno esercitato sulle masse, scatenandole contro le forze democratiche.”
I filosofi della Scuola di Francoforte concordarono con questa tesi, sostenendo che i mass - media esercitavano un potere sempre maggiore sulla formazione culturale dell' individuo.
Anche il sociologo W. Mills affermava che il sapere sociale era fortemente condizionato dai mass - media e poco di quello che la persona realmente sapeva gli proveniva di prima mano, in quanto le immagini proiettate dai media erano accettate passivamente, senza essere messe in discussione.
Nonostante le idee simili a quelle degli studenti, i Francofortesi, come abbiamo detto, si erano dissociati da loro già a partire dall' estate del 1967, in seguito ai fatti del 2 giugno.
Il contrasto aumentò progressivamente fino a quando, nel gennaio del 1969, Adorno chiamò la polizia per far sgomberare la facoltà di filosofia di Francoforte (la technische Universitaet), occupata dagli studenti. Lo stesso giorno ci fu una riunione di protesta a cui presero parte duemila persone.
Nel suo discorso Bernd Rabhel disse chiaramente: “Il vero colpevole si chiama Springer e gli assassini si chiamano Neubauer e Schuetz” ( Neubauer era il capo della polizia berlinese e Schuetz il borgomastro succeduto al dimissionario Albertz) .
Alla manifestazione tenutasi davanti alla Springerhaus parteciparono cinquecento persone che spaccarono i vetri a sassate ed incendiarono anche le auto nel parcheggio privato con bottiglie molotov.
Nei giorni successivi si susseguirono numerose manifestazioni a Berlino ovest ed in tutta la Germania, che in parte, come a Monaco, degenerarono in scontri che portarono a morti.
Questo episodio fu secondo molti osservatori il punto di non ritorno sulla via della violenza.
All' indomani dell' attentato a Dutschke, il giornale underground 883 dichiarò: “I colpi sparati su Rudi hanno messo fine al sogno della non violenza.
Chi non si arma muore; chi non muore è sepolto vivo nelle prigioni, nelle case di rieducazione, nelle periferie delle città satelliti, nelle pietre sinistre dei palazzi, nei giardini d' infanzia e nelle scuole affollate, nelle cucine perfettamente attrezzate.”
Lo scopo principale delle manifestazioni organizzate era quello di danneggiare l' impero Springer, impedendo la distribuzione della Bild Zeitung .
La Kommune 1: liberazione sessuale, provocazione politica
La “Kommune 1”(Comune 1) nacque per sviluppare una linea di pensiero antiautoritaria nell' ambito dell' opposizione extraparlamentare. Alla creazione del programma avevano partecipato tutti i suoi membri (studenti, artisti ed intellettuali), lo scopo era rifiutare ogni forma di repressione e sviluppare una maggior solidarietà e lavoro teorico e pratico tra i suoi membri.
Rispetto ad altre metropoli europee, dove i movimenti di carattere culturale rimanevano relegati alla sfera privata, senza sfociare in quella pubblica, a Berlino la Comune tentò di creare un collegamento tra i due ambiti. Con questo scopo l' assemblea della Comune 1 annunciò:
“Ogni organizzazione che intende produrre mutamenti radicali nella società deve essa stessa esemplificare, nella maniera in cui funziona, le trasformazioni radicali che vuole produrre.
Questo significa che ogni gruppo che vuole ristrutturare la società in maniera che divenga antiautoritaria deve organizzarsi su delle basi antiautoritarie, egualitarie e comunitarie”.
Nei primi mesi del 1967 questo progetto fu realizzato quando otto persone si riunirono per fondare una comune, reputando di non poter continuare a chiamarsi rivoluzionari quando le loro esistenze riflettevano gli stessi valori borghesi contro i quali combattevano.
Tra le personalità più celebri di questa organizzazione vi furono Dieter Kunzelmann, Fritz Teufel e Reiner Langhans. I primi due avranno a che fare con la lotta armata tedesca.
La Comune 1 organizzò manifestazioni ed azioni dirette, oltre che a dibattiti ed altre forme di propaganda. I comunardi adottarono tecniche d' intervento basate sulla provocazione psicologica e su tecniche di comunicazione occasionalmente spettacolare, come quando prepararono un “attentato al Budino” in occasione della visita del vice presidente americano Humprey a Berlino o come quando, per protestare contro l' incarcerazione di un loro compagno, parteciparono ai funerali di stato dell' ex presidente del Reichstag Loebe vestiti con costumi freak.
Nel maggio del 1967, la Comune fu espulsa dalla SDS, con l' accusa di creare solo una rivolta esistenziale per il cambiamento dell' io e dei comportamenti personali.
La Comune si sciolse nel novembre del 1969, quando la maggioranza dei membri si trovava in carcere.
I Kinderladen: la marcia al di fuori delle istituzioni
I Kinderladen (asili nido antiautoritari) furono istituiti agli inizi degli anni '70 come conseguenza della diffusa militanza sociale. Essi rappresentarono una continuazione della politica al di fuori delle università come soggetti interessati, in quanto organizzarono battaglie ecologiste contro il nucleare ed altre contro le “ istituzioni legali” (prigioni, strutture psichiatriche, esercito).
L' idea di creare i Kinderladen venne dal movimento femminista, che considerava la soluzione del problema dell' allevamento dei figli la base fondamentale per la liberazione della donna.
Il “Comitato d' azione per la liberazione della donna” fondò il primo Kinderladen a Berlino Ovest.
I Kinderladen si diffusero ben presto a macchia d' olio (solo nel 1974 se ne contavano 200 a Berlino). In questi asili nido era impartita un tipo di educazione antiautoritaria che era stato apportato dalla psicoanalista rivoluzionaria Vera Schmidt . Questa fondò a Mosca nel 1921 un giardino d' infanzia antiautoritario, in cui si rifiutava la morale borghese e veniva spiegata l' educazione sessuale e collettiva.
I Kinderladen, che divennero in poco tempo un vero movimento sociale, non vollero mai sovvenzioni da parte dello Stato per mantenere la propria autonomia.
La fine del movimento studentesco
Dopo vari insuccessi, il movimento studentesco visse una fase di declino: la campagna “ Espropria Springer” non aveva raggiunto il successo sperato, in quanto la distribuzione dei giornali era stata ritardata solo di poche ore; il “Notstandgesetz” (leggi sullo stato d’emergenza), nonostante le manifestazioni e le mobilitazioni, era stato approvato dalla maggioranza qualificata a fine maggio e la guerra in Vietnam continuava con la stessa intensità.
Il motivo principale della crisi dell' APO e della SDS stava nella contraddizione tra lo sviluppo politico e militante nel campo extraparlamentare al di là delle università e la mancanza di una nuova organizzazione per dare forma e struttura alla spontaneità.
Nel 1969 l' ufficio nazionale della SDS dichiarò il proprio scioglimento perchè aveva perso la sua funzione di centro coordinatore ed unificatore.
Dal fallimento della SDS nacquero quattro correnti: la prima provò a diffondere le basi dell' opposizione alle masse tramite il lavoro di base, fondando cioè tanti gruppuscoli e partitini di stampo marxista – leninista - trotzkista, che avevano però pochi membri ed incentravano il loro lavoro nella propaganda delle fabbriche; la seconda corrente si ritirò dalla politica e dalla società per vivere una radicale alternativa di vita, all' interno della propria cerchia senza seguire la “ lunga marcia verso le istituzioni” teorizzata dai parlamentari tedeschi e resa impossibile dal “Berufsverbot”( interdizione dall' impiego) precedentemente, quando la SDS esisteva ancora; la terza corrente, la più moderata, raggiunse la SPD; l' ultima scelse la lotta armata e leggendo le analisi teoriche della RAF si poteva capire il motivo: “Dovere di ogni rivoluzionario è di cogliere nelle masse qualsiasi tentativo di resistenza collettiva, svilupparlo e portarlo alla vittoria, anche contrariamente alle aspettative.”
GLI SVILUPPI DEL NUOVO MOVIMENTO FEMMINISTA
Rudolf Hess( 1894-1987): influente uomo politico tedesco. Nel 1923, in carcere insieme a Hitler, lo aiutò a scrivere il Mein Kampf, (la mia battaglia), testo sacro del nazismo. Dal 1933 Hitler lo nomina suo vice, Reichsleiter, e gli assegna ampi poteri all’ interno del partito e nel governo.
Fu favorevole all’ aggressione alla Polonia. Paracadutatosi in Scozia, egli fu catturato ed arrestato dall’ esercito inglese.
Siccome prima dell’ inizio dell’olocausto si dichiarò pentito, evitò la condanna a morte al processo di Norimberga( gli fu assegnato solo l’ergastolo nel carcere di Spandau).
Gertrud Sholtz- Klink (1902- 1999): nata nel 1902 a Adelsheim e figlia di un alto funzionario, dopo gli studi insegnò e svolse la professione di giornalista. Nel 1920 sposò il capo di circoscrizione della NSDAP Friedrich Klink, dal quale sei figli. Nel 1929 entrò nella NSDAP, partecipa alla propaganda e, stimolata dal marito, svolse il lavoro sociale (Sozialarbeit) per la NSDAP. Inizia così la vera adesione al Nazionalsocialismo. Nel marzo del 1930, durante una manifestazione, il marito morì a causa di un attacco di cuore: la Klink intensificò la sua attività nel partito per istaurare rapporti duraturi e profondi. Nel 1932 la Klink sposò il dottore Gunther Scholtz. Dal 1933, con l’ascesa del Nazionalsocialismo, ottenne una personale protezione da Robert Wagner (1859-1946), alto sostenitore del Reich, che sostenne la sua carriera. Egli la nominò Referente per le richieste delle donne nel ministero degli interni del Baden.
La croce al merito della madre tedesca (Mutterkreuz) fu istituita dalla NSDAP come onorificenza/ premio di un ordine. Occupava una funzione, per le mamme, simile a quella della croce di ferro per i soldati ed esprimeva un posto di merito nella società. La madre con molti figli era premiata per il suo impegno “ventre e vita” per la nascita e l’ allevamento dei bambini. Adolf Hitler, che la conferiva in nome dell’ onore,definiva la maternità come “campo di battaglia” della donna. Solo poche donne rifiutavano l’assegnazione.
Come per l’ordine militare, anche la croce al merito aveva diversi livelli. Il valore era strutturato in base al numero dei figli: da 4 bambini era assegnata la croce di bronzo, da 6 quella d’argento e da 8 quella d’oro. Era un ciondolo a forma di cuore con la svastica nel mezzo che era rivestita con la scritta “la madre tedesca”. Le madri dovevano portare il premio negli eventi festivi con una fascia bianca e blu al collo o come mini croce al rovescio. Il carattere meraviglioso dimostrava l’onore ed era illegale mettere la croce nel quotidiano e sul vestito da lavoro. La croce al merito veniva assegnata solo alle madri del Reich tedesco che potevano dare prova di essere ariane e tenevano i bambini in buona salute.
Reichsbrauteschulen: scuole create apposta dal governo per “istituire” madri modello. Venivano date delle lezioni alle giovani spose su come tenere la casa (pulizia, ordine), prendersi cura del marito, essere ubbidiente e remissiva nei suoi confronti, appoggiare ogni sua scelta senza discutere.
Reichsmutterdienste: si svolgevano corsi pubblici su come svolgere il ruolo di madre. Occorreva avere una prole prosperosa e impartire ad essa un’ educazione basata sull’ ordine, la disciplina, l’onore e l’amor di patria. Solo le donne appartenenti alla razza ariana potevano svolgere questa funzione ed immolare i loro figli da grandi al servizio dell’ impero tedesco.
Himmler (1900-1945): Era nato a Monaco di Baviera e secondo di tre figli di Gebhard Himmler e Anna Maria Heyder. Nel 1923 s’iscrisse al partito nazionalsocialista, partecipò al fallito putsch di Monaco, però mentre Rohm ed Hitler furono arrestati, Himmler venne considerato un componente insignificante. Nella primavera del 1925 perse il suo lavoro e decise di entrare nella nuova formazione politica “Movimento di liberazione nazionalsocialista” di Erich Ludendorff. Dopo la ricostruzione della NSDAP nel 1925, Himmler scalò i vertici del partito: divenne funzionario del Gau della Bassa Baviera e s’impegnò a rivitalizzare le sezioni nazionalsocialiste della zona; dopo poco fu promosso vice Gauleiter della Bassa Baviera- Alto Palatinato e nel 1929 capo delle SS.
La Deutsche Frauenring (associazione tedesca delle donne) è (esiste ancora) la più grande associazione femminile tedesca. Si dichiara di essere di pubblica utilità, apartitica ed interconfessionale e, a livello nazionale, ha 100 associazioni locali ben coordinate. E’ parte integrante in tutti gli ambiti della vita pubblica per agire nell’interesse delle donne che fanno parte della forza lavoro attiva. Rappresenta gli interessi di queste attraverso petizioni, risposte, richieste, riscontri e la collaborazione con gli organi pubblici. Si batte per la parificazione e per il rapporto egualitario nell’ambito pubblico, professionale e privato tra gli uomini e le donne e per la tutela dell’ambiente. Offre massima collaborazione nell’ambito lavorativo- discorsivo inerente agli argomenti di politica femminile, un’ulteriore formazione attraverso seminari sul posto, nelle regioni e a livello nazionale, organizzazioni culturali con referenti, dibattiti con politici e studenti/esse, contatti con le istituzioni sociali e collegamenti con altri gruppi femminili. La DFR è membro del Consiglio delle donne tedesche, delle associazioni coordinate, del Servizio di informazione per la parità, dell’Alleanza internazionale delle donne (IAW) e del Concilio internazionale delle donne (ICW).
La dichiarazione di incompatibilità tra la SDS e la SPD fu il punto d' arrivo di una serie di atti politici: nel novembre del 1959 si tenne il congresso di Bad Godesberg, nello stesso periodo( giugno del 1960) ci fu il voltafaccia del governo socialdemocratico nei confronti del movimento e delle campagne contro il pericolo atomico. Nel dibattito interno del 1959 non riuscì l' espulsione della SDS, così, nel maggio del 1960, gli studenti socialdemocratici di destra crearono la lega socialdemocratica di destra( SHB). A seguito di questi fatti, nel novembre del 1961, gli intellettuali socialisti che sostenevano la lega studentesca furono espulsi.
Storia delle nuove sinistre in Europa, Bologna il Mulino 1976, pag 138.
La nascita dell' APO fu proclamata ufficialmente da Rudi Dutschke nel novembre del 1966 ad un' assemblea della SDS.
Da un sondaggio effettuato dall' istituto federale di statistica d' Allensbach nel 1961, risultò che il 64% degli uomini e il 74% delle donne intervistate si era pronunciato a favore della prescrizione dei crimini di guerra. Cfr Abosch op cit. pag. 206.
Due gruppi influenzarono l' APO: la “ Ostermarsch” che confluì nella campagna per la democrazia e contro il riarmo e la SDS.
Sul Notstandsgesetz J. Seifert, Der kampf um die Notstandsgesetze und die antiautoritaere Bewegung in 1968. 30 Jahre danach, V. Schubert, St. Ottilien 1999 pag 99-115.
Editore che possedeva l' 80% delle pubblicazioni a Berlino ed il 40% di quelle dell' intera Germania, con la “ Bild” prima per tiratura..
W.Mills(1916-1962): Nacque nel Texas in una famiglia medio -borghese e cattolica. Sotto la guida del padre, frequentò l’ accademia militare che lasciò dopo un anno perché ripudiò la vita della caserma e s’ iscrisse all’ Austin università. Qui si formò come sociologo e si dedicò ad analizzare il pragmatismo e l’ interazionismo simbolico. I suoi studi si orientarono in particolar modo verso la “finzione ufficiale”, cioè a tutto ciò che portava alla soppressione del libero pensiero e delle velleità spirituali in un uomo. I suoi continui attacchi alla società definita democratica, alle cariche costituzionali, alla politica ed al potere economico, lo emarginarono dal mondo accademico, perché considerato da molti filo- comunista. Per presentare il suo ideale di società, Mills si rifaceva al modello presente negli Stati Uniti del post- pionierismo, dove micro comunità sparse in aree isolate si reggevano su di un potere indebolito dalle competizioni fra le varie elites presenti sul territorio, decentrando così il potere stesso: così ognuno era coinvolto, indipendentemente dalla sua collocazione sociale, nel processo decisionale. Mills sposò lo stile di vita della generazione dei Beat degli anni’50.
Occorre considerare la situazione di Berlino Ovest in cui nei decenni passati, la condizione della città sul fronte della Guerra Fredda, aveva rappresentato un focolaio assai fecondo proprio per lo sviluppo della stampa di Springer e dove il problema dell’informazione era più presente che altrove. Sul “ Blocco di Springer” H.Grossmann, O. Negt( a cura di) Die Auferstehung der Gewalt. Springerblockade und politische Reaktion in der Bundesrepublik, Frankfurter am Main Europaeische Verlagsanstalt 1968.
Vera Schmidt: Collega ed amica di Sabina Spielrein, fondò , nel 1923, insieme a lei un asilo infantile a Mosca, chiamato “L’ asilo bianco”,perché i mobili e le pareti erano dipinte di bianco. L’ istituto era fondato su principi molto moderni per l’ epoca, si cercava di dar un’ educazione non conservatrice ai bambini e di farli crescere come persone libere. L’ asilo venne chiuso però tre anni dopo dalle autorità sovietiche, con l’ accusa di praticare principi educativi contrari alla dottrina del partito.
Spose della rivoluzione?
Il pomodoro volò il 13 settembre del 1968 e prese in pieno viso Hans Jurgen Krahl, il teorico della SDS (lega socialista degli studenti) . Chi compì quest’ azione fu Sigrid Ruger, studentessa di romanistica e delegata berlinese al congresso federale della SDS a Francoforte.
Sigrid, incinta, inizialmente non ne aveva l’intenzione, ma si innervosì quando i compagni, con una certa disinvoltura, volevano ignorare l’intervento di Helke Sander. Sigrid aggredì Hans Krahl, dandogli del controrivoluzionario e nemico della lotta di classe.
Il comportamento di Sigrid Ruger fu duramente criticato dalla maggior parte delle donne della SDS, che lo reputarono penoso. Nonostante ciò, proprio quel pomodoro “penoso”, divenne, per le intellettuali della SDS, il simbolo dell’inizio della liberazione della donna. Infatti, appena tornate nelle loro città, le donne crearono numerosi “Weiberrate” , gruppi di donne, nei quali era vietato l’accesso agli uomini. Qui le donne potevano parlare liberamente, senza essere sopraffatte da alcun compagno autoritario.
Al Bundeskongress (congresso federale) delle donne , che successivamente si tenne ad Hannover, si presentarono ben preparate e piene d’ orgoglio.
Il”Weiberrate” di Francoforte scrisse e diffuse il volantino con su scritto “Liberate le eminenze socialiste dai loro cazzi borghesi”.
Nel consiglio d’amministrazione del Weiberrate, Helke Sander, allora portavoce dei “consigli d’azione” di Berlino, iniziò il suo discorso piena di speranza e con molta calma:
“L’uomo ha effettivamente dei ruoli di vantaggio nel sistema, ma questi gli sono stati assegnati dalla società capitalista, che ha imposto una rigida divisione dei ruoli.
I gruppi che risultano facilmente politicizzati sono quelli delle donne con i bambini perché sono maggiormente penalizzati e ricevono scarsa attenzione anche dai compagni.
Le manifestazioni dei compagni risultano ormai insopportabili e noiose.”
La maggioranza delle attiviste politiche concordava con l’opinione di Helke Sander, diventata madre di un bambino di un anno.
Le intellettuali della SDS sostenevano che l’azione di Sigrid Ruger era dovuta dalla mancanza di ascolto e di considerazione da parte dei loro compagni.
Numerosi articoli di giornali, come lo Spiegel, lo Zeit e lo Stern, trattarono di quel famoso “scontro tra i sessi” che dava inizio ad un interessante fenomeno sociale.
A distanza di breve tempo, esattamente nel dicembre del 1968, Ulrike Meinhof scrisse un articolo intitolato “Frauen in der SDS” (donne nella SDS). Il messaggio era chiaro: non si doveva parlare del permanente fallimento del matrimonio, ma delle cause che portavano a questo fallimento.
L’ entrata in scena delle donne di Francoforte e delle donne di Amburgo significò non solo la creazione di tre o quattro Weiberrate, ma anche il cambiamento della struttura dei consigli d’azione già esistenti: adesso la maggioranza era composta da studentesse.
Queste soffrivano soprattutto a causa degli atteggiamenti conservatori dei compagni.
Per la prima volta furono rinfacciate pubblicamente ai compagni le nuove forme di sfruttamento sessuale (quelle che si riproponevano anche nel gruppo).
Karin Schrader-Klebert, una delegata della SDS, appena tornata da Francoforte, entrò a far parte del Weiberrate di Munster, la città dove insegnava pedagogia.
Tra gli anni ’60 e ’70 le donne aderenti ai Weiberrate, aumentò considerevolmente.
Le componenti di questi gruppi organizzavano azioni creative, dimostrazioni e strategie di sviluppo per difendere i diritti delle casalinghe e delle lavoratrici.
Purtroppo questa rivolta iniziale delle donne coinvolse solo gruppi dell’ambiente universitario: rimase un fenomeno strettamente collegato al movimento studentesco.
Tuttavia all’ inizio del 1969 si videro i frutti del lavoro dei Weiberrate. Karin Schrader-Kleberts fece pubblicare il suo noto libro “Die kulturelle Revolution der Frau” (la rivoluzione culturale della donna) . Questo libro analizzava il nuovo movimento femminista tedesco sotto il punto di vista femminista radicale.
Forme di protesta contro la legge 218
Al Bundesfrauenkongress (congresso federale delle donne), organizzato dal “Frankfurter Weiberrat”, dal “Die Frauenaktion70” e dal “Der sozialistische Frauenbund Westberlin”, tenutosi nell’ostello della gioventù di Francoforte sul Meno nel gennaio del 1971, parteciparono circa quattrocentocinquanta donne dei quaranta Weiberrate provenienti da tutta la Repubblica federale.
La frase che risvegliò gli animi delle donne fu:“I privilegiati, nella storia, non hanno mai abbandonato volontariamente i loro diritti.
Per questo noi esigiamo che le donne divengano un fattore di potere all’interno delle discussioni.
Devono organizzarsi da sé, perché solo così possono riconoscere i loro problemi personali ed imparare a rappresentare i loro interessi.”
Dopo una prima fase di successi delle rivolte del movimento studentesco sessantottino, all'inizio degli anni '70 sembrava che le donne fossero ridiventate passive ed immuni alle ingiustizie loro inflitte.
La critica a questa apparente staticità fu formulata in un articolo da una rivista americana dal titolo”Brigitte”, nella primavera del 1971. L'articolo diceva: “Le donne tedesche non bruciano alcun reggiseno, alcun vestito da sposa, non attaccano i concorsi di bellezza, né redazioni di giornali conservatori, non richiedono l’abolizione del matrimonio e nonscrivono alcun articolo sull’annullamento degli uomini.
Non c’è alcuna maga, non ci sono sorelle di Lilith, come in America, alcuna rivista di donne combattenti.
Non c’è rabbia.”
Invece la rabbia c’era, più di quanta “ Brigitte ” potesse immaginare.
La collera si rivolgeva non solo contro la legge 218, ma anche contro gli ordini imposti alle donne. L’elemento scatenante era stato il divieto di abortire, ma il retroscena consisteva nella crescente infamia e schizofrenia del nuovo ruolo della donna. Alla donna, in questo periodo, veniva assegnato un sovraccarico di funzioni: era una lavoratrice, al tempo stesso una perfetta casalinga, buona mamma ed ottima amante.
I gruppi femministi dell’APO (opposizione extraparlamentare) avevano scarsa autonomia intellettuale ed organizzativa a causa della dogmatizzazione di sinistra e dei processi di frazionamento. Un saggio delle “Roten Frauen” (donne rosse) , uno dei Weiberrate, quello di München spiegava questo pensiero: “Lo sviluppo tecnocratico della professione della donna è la base delle nostre analisi e del lavoro politico e non un'emancipazione diffusa della donna in quanto persona” .
Le “Roten Frauen” fondarono dei “sottogruppi” per trovare una soluzione ai problemi delle donne e si rifacevano ai gruppi di formazione di Engels, Reich e Mandel. Le donne, come i loro compagni, credevano che con l’abolizione del dominio del capitale, sarebbe stato spazzato via anche il patriarcato.
In questi mesi, le donne della maggior parte dei paesi occidentali (America, Olanda, Francia, Germania) si ribellavano apertamente contro le leggi sul divieto d'abortire.
Nell’aprile del 1971, 343 donne francesi dichiararono pubblicamente: “Noi abbiamo abortito e vogliamo che il diritto al libero aborto sia esteso a tutte le donne.”
Questa prima azione era stata compiuta dal movimento femminista parigino che pubblicò il proprio appello sulla rivista settimanale di sinistra “Le nouvel Observateur”.
Il caso giocò un ruolo fondamentale in quanto quest’azione raggiunse velocemente ed in maniera entusiasmante la Repubblica Federale tedesca. Infatti Alice Schwarzer, allora corrispondente del giornale a Parigi, divulgò l’idea alle “sorelle tedesche”. Lei si impegnò a mantenere intatto l’impeto dell’azione femminista e provò, da un lato, a far conoscere i diversi gruppi femministi e da un altro di trovare il modo di pubblicare i loro appelli nella Repubblica federale. La rivista “Stern”, che trovò quest’azione spettacolare, acconsentì alla pubblicazione, cosicché le donne ebbero il loro Forum e lo Stern il suo scoop.
L’aspetto importante era che le donne avrebbero potuto prendere parte in prima persona alle iniziative. Non c’era, comunque, alcun gruppo di donne che aveva potuto portare al cuore del governo un’azione come quella delle parigine. Alice Schwarzer si appellò a molti partiti, come all’SPD, DKP e perfino alle sindacaliste, ma senza ottenere alcun risultato.
Tuttavia, i tre gruppi più famosi di donne si erano già collocati e sviluppati in tre diverse città: a Francoforte la “Frauenaktion 70” (Azione delle donne del ’70), (che si era sviluppata dall’Unione umanista, era composta prevalentemente da donne lavoratrici che avevano già sfilato per le strade mostrando lo slogan “Il mio ventre appartiene a me”), a Berlino la SEW, che aveva un’organizzazione simile a quella del Aktionsrates (consiglio d’azione), la “Sozialistische Frauenbund Berlin” (lega socialista delle donne di Berlino) e a München la Roten Frauen.
I Weiberrate delle studentesse di Francoforte si sentirono offese, in quanto trovarono quest’azione apolitica e riformista. Il venerdì sera di maggio, in cui Alice Schwarzer e la Roten Frauen cercavano di ampliare i loro progetti, il gruppo si divise: una parte rimase salda alla formazione, l’altra intervenne e continuò a seguire la strada intrapresa (Ute: eravamo contente finalmente di poter agire).
Da quel momento iniziarono numerose febbrili attività per il diritto all'aborto: i tre gruppi di donne raccolsero insieme, in cinque settimane, la metà di circa 374 firme, mentre il resto arrivò attraverso il sistema palla di neve: amiche, colleghe e vicine di casa partecipavano con entusiasmo.
Il coraggio che dimostravano queste donne era enorme, perché l’aborto era un tabù e chi lo praticava non lo confessava a nessuno.
Tutte le donne avevano paura delle conseguenze a cui potevano andare incontro: conseguenze penali (finire in prigione), conseguenze di tipo sociale (perdita del posto di lavoro), paura dei possibili traumi delle persone care. La maggior parte delle 374 donne (365 con precisione) che rivendicavano il diritto all’aborto erano segretarie, casalinghe, studentesse, operaie e impiegate, mentre le rimanenti erano attrici. Il tipo d’azione era azzardato su ogni livello, infatti riguardava sia il lavoro che le femministe svolgevano con lo “Stern”, che il rischio personale a cui erano soggette le donne. Il rischio consisteva nel dare dimostrazioni di solidarietà. Il 6 giugno del 1971 le trecentosettantaquattro donne, alcune famose ed altre ignote, dichiararono, davanti alla sede dello ”Stern”: “Noi abbiamo abortito.
Non chiediamo la carità del legislatore, né la riforma ai consigli.
Chiediamo semplicemente l’abolizione della legge 218.”
Iniziava così l’esplosione: le donne di tutto il paese si unirono. Numerose firme furono raccolte negli uffici, fabbriche, università, in diversi punti delle città.
Le donne riuscivano finalmente ad ammettere le umiliazioni ed i danni psicologici che la legge 218 aveva prodotto nei loro confronti ed a ciò avevano dato il loro contributo anche i mariti, i preti, i dottori, i giudici ed i politici. Le gravidanze indesiderate erano state spesso interrotte, ma di nascosto, quindi illegalmente. Solo nel 1971, nella Repubblica federale, si contavano annualmente circa un milione di aborti.
La reazione dei media era chiara: a parte poche eccezioni, da destra a sinistra cercavano solo di minimizzare e screditare le donne: per la Suddeutsche Zeitung si trattava di puro esibizionismo, per la Frankfurter Rundschau di una mania di consumo e di omicidio.
Nonostante ciò le proteste delle donne non si arrestarono, anzi crebbero talmente che, alla fine, attirarono l’attenzione dei media gestiti dagli uomini. Questi provarono almeno a difendere l’idea del patriarcato, davano alla donna l’interdizione (incapacità momentanea di intendere e volere), in quanto erano dell'opinione che loro non si rendessero conto delle proprie azioni.
L’unica concessione che veniva fatta alla donna moderna era la possibilità di progettare la sua squallida vita, ma, in cambio, doveva pregare ulteriormente l’uomo per ottenere il suo permesso.
Subito dopo l’inizio della campagna contro la legge 218, si ridusse il numero delle giornaliste all’interno dei media: le donne non potevano fare informazione su determinati argomenti, perché coinvolte in prima persona e quindi non erano obiettive.
Nel mondo politico, dal 1969, una possibile riforma della legge 218 era inserita nel pacchetto di riforme della coalizione SPD-FDP (Freie Demokratische Partei), partito liberal - democratico : discutevano di un “eventuale sblocco dell’aborto fino al terzo mese di gravidanza”. Le donne della SPD chiesero la completa abrogazione della legge. Le associazioni giuriste chiesero la completa impunità.
Naturalmente la chiesa cattolica lanciò una dura campagna contro, così l’intento di riformare la legge fu cancellato: il ministro della giustizia della SPD, Jahn, dovette scrivere una lettera di scuse a tutti i fautori della legge 218. Il contenuto era molto chiaro:
“La riforma della disposizione penale sull’interruzione della gravidanza era solo un malinteso.
Il progetto di legge di questo tipo non è stato ancora presentato.
Nel ministero federale della giustizia la possibilità dell’interruzione della gravidanza fino al terzo mese non ha trovato pieno appoggio.
Si potrebbe parlare di una possibile interruzione della gravidanza in casi di stupro.
Ci troviamo in uno stadio di dibattiti profondi e forti, in cui soprattutto la chiesa è inclusa perché competente in materia” .
Tuttavia le donne, che avevano iniziato e portato avanti la Campagna contro la legge 218, non si arresero perché erano ben consapevoli che la riforma della legge avrebbe portato ad un discreto superamento del sovraccarico dei compiti assegnati alla donna.
La richiesta dell’abolizione della legge era davvero un elemento rivoluzionario perché permetteva alla donna di scegliere.
Anche se la domanda tecnico- giuridica per la riforma della legge era sempre più insistente, non venne evidenziato il senso di emancipazione della campagna. Questo valse sia per la parte della SPD che per la sinistra extraparlamentare e per i K-gruppi (piccoli gruppi di sinistra che si erano staccati dalla sinistra extraparlamentare in quanto avevano un programma diverso).
I compagni delle femministe parteciparono alla lotta per l’abrogazione della legge, cosicché in poco tempo la protesta delle donne si trasformò in un movimento di massa.
Nonostante ciò i comportamenti dei compagni erano facilmente criticabili, in quanto spesso, con il loro forte e presuntuoso tono di voce azzittivano le compagne: Margit Eschenbach del Weiberrat di Francoforte affermò che loro erano trattate come tutte le altre donne.
Questo non valeva per le donne all’interno della sinistra dogmatica: l’Associazione delle donne socialiste di Berlino ovest, ad esempio, partecipò sin dall’inizio alla Campagna contro la legge 218 più su una posizione di classe (le povere al tavolo della cucina, le ricche emigrano in Gran Bretagna ), che per sostenere i diritti delle donne.
Il lavoro rimaneva, per l’associazione femminile, soltanto una preparazione per entrare, successivamente in politica. L’ associazioni femminile scrisse nella sua rivista “Pelegea”:
“Noi ci organizziamo separatamente dalle altre donne per trovare nel lavoro teoretico il punto di partenza dell’agitazione specifica della donna. Vediamo in ciò la premessa per svolgere i nostri compiti nella lotta di classe sotto il comando del partito comunista.”
Le centinaia, migliaia di donne che, nell'estate del 1971, si battevano per l’abrogazione della legge 218, erano immuni da tale peso politico.
Questo da un lato era vantaggioso perché le nuove arrivate non si dovevano legittimare politicamente, potevano mostrare esplicitamente il loro turbamento ed indignazione come donne ed articolare la loro disperazione e l’odio nei confronti dell’uomo, ma dall’altro lato portava a grandi svantaggi perché il legame delle richieste di queste donne con altri problemi sociali non era per niente solido e difficile da instaurare.
Tuttavia le prime settimane e mesi dopo il 6 giugno erano, per quelle che si impegnavano a portare avanti la lotta, appassionanti ed emozionanti. Ute Geissler raccontava: “Quando firmai la mia auto-accusa avevo ancora tanta paura. Poi, quando un paio di settimane dopo, alle sei del mattino, si ebbero delle perquisizioni domiciliari, allora ci fu chiaro che non dovevamo più lasciarci intimidire.”
Le azioni notturne e nebbiose della polizia, come quelle a München, non indebolirono però le azioni contro la legge 218, ma le rafforzarono: il 20 novembre del 1971, in quasi tutti i Paesi del mondo occidentale sfilarono donne per le strade per il diritto all'aborto e per l'autodeterminazione della donna. I gruppi di donne tedesche che si mobilitarono per l’abrogazione della legge 218 convocarono il Congresso federale delle donne: l'11 marzo del 1972 arrivarono 450 donne da tutti i gruppi che incontrarono compagne con un grado elevato d'istruzione e di formazione, casalinghe, donne di partito e ministre radicali. Dopo due giorni di assemblea plenaria, si costituirono 4 gruppi: il primo gruppo di lavoro per l'auto-organizzazione delle donne, il secondo per la situazione delle donne lavoratrici, il terzo per la funzione della famiglia nella società ed il quarto per l'azione della legge 218. Il programma mostrava che, la richiesta del diritto d'aborto includeva l'emancipazione della donna.
A ciò si riallacciavano anche altri punti: le richieste delle donne non erano subordinate a quelle di classe e le donne dovevano prendere la propria causa nelle loro mani.
Il gruppo di lavoro sulla situazione della donna lavoratrice si orientava ad ottenere una professione per tutte le donne e si batteva contro la dissimulazione del sovraccarico delle mansioni, il gruppo per la famiglia si occupava delle funzioni repressive e di sfruttamento all’interno della famiglia, pretendendo il lavoro part - time per uomini e donne, uguaglianza salariale e sul lavoro, abolizione della divisione dei ruoli all’interno della famiglia e grandi appartamenti con affitti modici.
Infine, il gruppo di lavoro per l’azione 218 ricordò che ormai la maggioranza della popolazione era contro la legge 218 e criticò duramente l’acido atteggiamento dei partiti.
Come protesta contro l’udienza privata del governo federale sulla legge 218, il Congresso delle donne, il 14 maggio del 1972 a Colonia, annunciò un “Tribunale” contro la legge.
Anche se il movimento femminista, fin dal suo esordio, espresse la sua solidarietà nei confronti delle altre lotte politiche, mantenne intatta la sua autonomia. La dichiarazione ufficiale rilasciata alla stampa era la seguente:“Al Congresso abbiamo deciso di organizzarci in più gruppi per combattere e debellare qualsiasi tipo d’oppressione degli uomini nei confronti delle donne.
Convochiamo tutte le donne affinché si organizzino per perseguire i loro interessi.”
Nella primavera del 1972 il Congresso delle donne vide i suoi primi risultati: a Francoforte le donne fecero un ingresso tempestoso nel Duomo urlando che i nascituri erano protetti, mentre le persone erano sfruttate e che non avrebbero più ascoltato le chiacchiere dei pretacci perché sapevano cavarsela benissimo da sole; durante l’assemblea generale annuale delle associazioni dei dottori reagivano con impeto e determinazione e, durante le manifestazioni, lanciavano agli uomini farina ed assorbenti; ricoprivano la giuria con code e zampe di maiale.
A Colonia i gruppi contro la legge 218 allestirono un “tribunale” di due giorni contro tutti i fautori della legge.
A Berlino le artiste prepararono una mostra intitolata “Dalle donne - per le donne -con le donne” che irritò particolarmente gli uomini del Senato.
“Le assassine”, questo il nome dato loro dalla chiesa cattolica, combattendo per l’abolizione della legge 218, davano la forza e capacità di agire a tutte quelle donne che avevano paura ad esporsi.
Purtroppo le femministe non avevano nemmeno l’appoggio da parte della maggioranza dei medici, che dichiarò che non avrebbe praticato l’aborto nemmeno nel caso dell’abrogazione della legge.
Una sociologa francese, Andreè Michel dichiarò che, in questa fase del tardo capitalismo patriarcale, le donne erano sfruttate più di prima. Quest’ affermazione aveva il suo fondamento: nella Repubblica federale tedesca, nel 1968, ad esempio, le operaie guadagnavano in media all’ora 1,61 marco meno dei loro colleghi maschi- mentre nel 1973 erano già a 2,60 marchi meno.
La situazione delle casalinghe era ancora peggiore di quella delle lavoratrici, in quanto dovevano lavorare gratuitamente. Nel 1973 la “Società tedesca per la nutrizione” calcolò che, solo nella Repubblica federale, le casalinghe svolgevano annualmente un lavoro gratuito di 50 miliardi di ore.
Si costatava che l’intero lavoro sociale non retribuito era svolto quasi esclusivamente da donne e che, inoltre, svolgevano anche un terzo del lavoro professionale.
I politici, i mariti e gli imprenditori avevano, così, creato la figura della “nuova donna”: le donne non potevano solo essere lavoratrici; dovevano rimanere ai fornelli e badare ai bambini senza obiezione e, al tempo stesso, servivano come braccia di riserva negli uffici e nella catena di montaggio.
Col lavoro potevano intraprendere la strada dell’autonomia economica, ma dovevano anche tutelarsi, non accettare il sovraccarico delle mansioni e combattere per l’alleggerimento attraverso la società e la partecipazione degli uomini ai lavori domestici e la cura dei bambini.
Così, a Francoforte, donne provenienti da diversi Sponti - Gruppe della “Lotta rivoluzionaria” e le attiviste della “Azione della 218” fecero una serie di volantini, con su scritto “Le donne insieme sono una forza” e si impegnarono per debellare lo sfruttamento delle donne nelle aziende, in casa, contro i prezzi alti e boicottare le opinioni dei dottori.
Contemporaneamente, però, molte donne della sinistra extraparlamentare e della sinistra dogmatica, erano ancora legate alle organizzazioni di dominio maschile.
Il Siemens-Frauengruppe di München, che si ispirava al motto maoista cosa possiamo fare chiese un'assidua partecipazione dei compagni riguardo all'emancipazione femminile:
“Chiediamo ai compagni di informarsi sull'emancipazione delle donne. Sarebbe sufficiente che si emancipassero e che cercassero di riconoscere il nostro problema, che li riguarda.
La liberazione non è un atto di grazia.”
In questo periodo era importante, per il neonato movimento femminista, fissare una resa dei conti con la sinistra. I continui contatti con i compagni avevano fatto intendere alle donne che non potevano fare affidamento su di loro, perché erano comunque degli uomini.
A München, il paese dove tre anni prima Karin Schrader-Klebert aveva fondato un Weiberrat, le donne di questo gruppo scrissero e diffusero un volantino con su scritto:
“Jenny, arriviamo. Jenny di Westphalen- questa è la moglie di Marx.
O meglio: la sua donna delle pulizie, la cuoca, lavandaia, prostituta, macchina che sforna i bambini- e tutto ciò senza avere un regolamento del diritto lavorativo, senza sosta e senza salario.
Karl non ha alzato nemmeno un dito per le faccende di casa, eccetto quello di fare un bambino con la donna e poi ficcare ancora.
Ma poi siede alla scrivania e scrive un grosso mattone sulla liberazione dell'umanità...cazzate... noi siamo tutte Jenny. Viviamo in un sistema dominato dagli uomini.
A Berlino ci sono numerosi gruppi di donne, ad esempio il “Brot und Rosen”, che da febbraio fanno una mostra e diversi film e teatro di strada.
Il 10 febbraio, a München, c' è l' incontro dei Weiberrate. Poi c' è la marcia della stella per Bonn contro la legge 218. Chi vuole può darsi appuntamento con noi.”
Le femministe non erano più sole, anche dove loro non avevano ancora contatti diretti.
Anche in casa le “sorelle“ si ribellavano: scrivevano volantini, partecipavano agli incontri, diffondevano opuscoli e giornali, andavano ai congressi e rilasciavano dichiarazioni.
Il movimento femminista cominciò a diventare un fattore politico: riuscì a spezzare il piedistallo del patriarcato. Anche le donne nei partiti divennero irrequiete: soprattutto nella SPD, in cui l'applicazione dei diritti umani aveva perso la sua importanza.. L’intimidazione all’interno dei partiti impediva alle donne di ribellarsi con le proprie forze, ma l’incoraggiamento che veniva dall’esterno dava loro forza. La francofortese Dorothee Vorbeck della SPD dichiarò pubblicamente: “Da tutto il movimento femminista è stata proposta l’Azione 218” . Con questa frase voleva spiegare lo sviluppo dell’impulso femminista che aveva toccato anche il suo partito.
Nel 1970, alla conferenza federale delle donne della SPD a Norimberga c’erano circa 30 compagne che si posero la stessa domanda: “Che senso può avere il lavoro politico delle donne, se è proprio questo lavoro a limitarle?”
Poco dopo le compagne della SPD di Francoforte fecero un volantino che esprimeva il loro disprezzo nei confronti del “Giorno della mamma”, ma il consiglio d’amministrazione della SPD decise di censurarlo, sostenendo che sarebbe stato dannoso per l’opinione pubblica perché l’elettore non l’avrebbe capito.
Dorothee Vorbeck commentò così l’evento: “L’ambito riservato alle donne è molto ristretto all’interno del partito, perché ritenuto di natura non politica.
Questo nuoce molto al partito.
Il vero motivo sta nel fatto che gli uomini si sentono minacciati dall’emancipazione della donna perché non possono trarre più alcun vantaggio personale.”
Tuttavia, donne come Dorothee, erano e rimasero una minoranza all’interno del partito.
Loro cercavano soprattutto di operare all’interno del partito, creando contatti col movimento femminista che rimanevano però rari e sviluppavano solo interessi individuali.
Il movimento femminista, nella sua essenza, era anti-autoritario, anti-gerarchico e anarchico.
Il 10 e 11 febbraio del 1973 a München parteciparono 100 donne all' incontro delle donne , tenutosi nella Casa dell'Arte nel giardino inglese.
Nella primavera del 1972 si diffuse rapidamente il “Manuale delle donne”del gruppo berlinese “Brot und Rosen ”: le berlinesi, riguardo alla questione sull’aborto, rilasciarono un’ aspra critica nei confronti della pillola anticoncezionale, elencando tutte le controindicazioni, e proposero altri metodi contraccettivi. I medici attaccarono duramente le donne che portavano avanti questa tesi.
Le berlinesi del “Brot und Rosen” risposero dichiarando:
“La medicina è nelle mani degli uomini.
Noi donne dobbiamo abilitarci al riguardo e specializzarci.
Dobbiamo abbandonare le nostre paure davanti agli uomini e chiediamo, nel rispetto della scienza, di poter scegliere cos’è meglio per noi.
Dobbiamo avere il coraggio di porre domande e ottenere delle risposte, affinché gli uomini non possano sbarazzarsi più facilmente di noi, come prima.”
Due anni dopo nacquero a Berlino e nella Repubblica federale tedesca i primi gruppi di auto aiuto.
Nella primavera del 1973 numerose donne che avevano fatto o che progettavano volantini, si incontravano continuamente a Francoforte. Si formavano diverse correnti sempre più forti, che portarono ad una radicale posizione femminista.
Le donne decisero, così, di fondare un nuovo “Giornale delle donne”, la cui responsabilità di redazione doveva essere decentrata ed anti - gerarchica: di volta in volta, un altro gruppo in un’altra città doveva assumersi la responsabilità e rappresentare tutte le voci del movimento.
L’indice di questo giornale, dal titolo “Le donne insieme sono una forza”, che uscì nell’ottobre del 1973, racchiudeva le diverse tematiche ed interessi delle femministe in questo periodo: informazioni e domande sulla legge 218, informazioni su uno sciopero delle donne in una fabbrica di camicette a Cerizay, in Francia e su un “Congresso delle femministe negli USA”.
Il Congresso internazionale delle donne
Il primo invito per la partecipazione al Congresso delle donne di tutto il mondo venne pubblicato dalle donne di Parigi nel dicembre del 1975 sotto il motto “Le lotte delle donne, le lotte di classe” che si poteva designare come la “Corrente di lotta di classe all'interno del movimento di liberazione della donna.” L'obbiettivo del Congresso era quello di sviluppare una prospettiva comune nella lotta delle donne. Infatti, nonostante i progressi della lotta delle donne in numerosi ambiti, rimaneva la grossa difficoltà di creare una connessione di tipo politico tra il movimento delle donne autonome (cioè gruppi femministi, come quello delle donne dell'autonomia, le “Roten Frauen”) le lotte delle masse femminili, le lotte di classe ed il movimento dei sindacati.
Da un lato c' era, in diverse Nazioni, un forte eco unanime, mentre dall'altro c'erano molteplici opinioni differenti tra le donne che si preparavano a prendere parte all'incontro internazionale.
Il testo dell'appello venne cambiato e riscritto molte volte e, il motto finale del Congresso fu “Le donne lottano in tutte le Nazioni.”
Un' altra conseguenza delle diverse opinioni era che le olandesi avevano deciso di non partecipare al Congresso a Parigi, ma volevano, invece, organizzare un Congresso ad Amsterdam che durasse per un fine settimana.
Anche nella Repubblica Federale Tedesca c'erano state diverse discussioni sulla formulazione ed il contenuto dell'appello.
Alcune donne della RFT erano dell'opinione che si dovesse ancora sviluppare una consapevolezza femminista perchè il modo di pensare e di agire tradizionale, gerarchico e sessista era ancora radicato in ogni donna. Questo significava che, prima di creare un rapporto con il movimento dei lavoratori, era necessario mettere in discussione, dal punto di vista delle donne, le norme e le pratiche del movimento dei lavoratori.
Il Congresso internazionale delle donne fu tenuto a Parigi nell' ottobre del 1977.
Le donne, provenienti da diverse Nazioni, davanti all'università di Vincennes (il Convegno si svolgeva lì) avevano incontrato molte minacce e provocazioni da parte di molti uomini.
Siccome la maggior parte delle donne erano già cosciente di come sarebbero state accolte, si era formata, in precedenza, una “commissione” di sicurezza, che organizzava l'autodifesa delle donne attraverso le donne: davanti all'entrata dell'università erano state formate delle catene di donne che lasciavano entrare solo le partecipanti al Congresso.
Il Congresso si svolse nella sala plenaria dell'università che disponeva solo di ottocento posti (si creò una grande fila, in quanto arrivarono circa tremila donne).
Inizialmente c'era molta confusione e si doveva ancora formare quell' atmosfera che desse la possibilità ad ogni donna di prendere l'iniziativa e di pronunciarsi.
Una donna della Repubblica Federale Tedesca, Monika Rafalski , con una certa determinazione, prese la parola e propose di iniziare a discutere del tema “Le donne con i bambini”.
Nel programma del Congresso, quest' argomento era stato si, incluso, ma, secondo le femministe, doveva essere trattato alla fine. Nonostante ciò, la proposta accese gli animi della maggioranza delle donne, tanto che, fu aggiunto un ulteriore gruppo di lavoro per questo tema (esistevano più gruppi, ognuno con un proprio argomento).
Le donne che avevano preso parte al Congresso erano soprattutto madri e persone che svolgevano professioni tipicamente femminili, che avevano cioè a che fare con i bambini. Ciò significava che la responsabilità da tenere nei confronti dei bambini non poteva più riguardare solo la sfera domestica delle mamme. C'era la necessità, quindi, di “trasformare” la responsabilità “privata” verso i bambini in una “pubblica”. La strada da fare era lunga: nei Frauenwohngemeinschaften, ad esempio, le donne con i bambini si sentivano sempre più sovraccaricate rispetto a quelle senza figli.
Inoltre, traspariva la volontà di abolire le pratiche ed il contenuto dominanti dell'educazione dei bambini, trovarne degli altri alternativi che portassero all' annullamento del clichè di ruoli sessista.
Tutte concordavano anche sul fatto che il movimento femminista doveva interessarsi ai problemi esistenti nella società che riguardavano le donne ed i bambini: esclusione delle donne madri dalla sfera pubblica, oppressione dei bambini nella società, che era strettamente collegata a quella delle loro madri. Nella Repubblica Federale Tedesca, le donne ed i bambini erano costretti a vivere in un'atmosfera di isolamento ed assoluta mancanza di rispetto verso i loro bisogni, in quanto c'era un'alta mortalità infantile, molti incidenti stradali di bambini e pochi parchi giochi .
Il sistema sociale attribuiva alla madre la singola responsabilità dello sviluppo dei figli (la maggioranza degli uomini tedeschi si considerava genitore solo nel tempo libero e, se i bambini durante lo sviluppo avevano problemi psichici, gli psicologi davano la colpa solo alle madri, infine, in caso di maltrattamento e trascuratezza dei figli, i giudici tedeschi punivano in modo molto più severo le madri rispetto ai padri).
Il punto di partenza per lo sviluppo delle prospettive doveva, quindi, essere la comprensione del fatto che la maternità era l’ elemento centrale nella vita di una donna. Siccome i problemi delle mamme e dei bambini, fino ad allora, erano stati tenuti fuori dalle discussioni politiche (anche il movimento dei lavoratori attribuiva a questi in genere scarsa importanza), era un dovere del movimento femminista dare, attraverso le esperienze delle donne, un carattere collettivo all'educazione dei bambini: anche gli uomini dovevano assumersi la responsabilità nei confronti dei figli, si dovevano creare enti e servizi auto-gestiti, in cui i bambini potessero essere assistiti e seguiti.
In questo modo si potevano creare le condizioni che dessero la possibilità alle donne di emanciparsi, insieme ai loro figli ed allontanare l'idea che solo attraverso la rinuncia di avere bambini si potesse raggiungere la piena emancipazione.
Un altro gruppo di lavoro, a cui fu dedicata molta attenzione e ricevette molti interventi positivi, fu quello delle donne lesbiche.
Risultò molto toccante un rapporto scritto di una donna di colore statunitense che parlava di come lei fosse discriminata dalla società in quanto donna, di colore e lesbica. Suscitò molto sconforto anche l'informazione che, in Austria, c'era ancora il divieto di riunione per le donne e uomini omosessuali. Cosicché l'appello della situazione delle donne lesbiche nel movimento femminista fu preso in considerazione tramite la presentazione di una risoluzione nella fase finale del congresso.
Nel gruppo di lavoro “Repressione” ricevette un' attenzione particolare la relazione scritta dalle donne spagnole sulla situazione disumana delle donne in Africa ed in America latina.
Altri gruppi, poi, trattarono in generale della violenza sessuale, della situazione aziendale e scioperi, della sessualità, dell'aborto e diritti delle madri, dei salari ed il lavoro della casalinga.
Dopo pochi giorni dalla conclusione del Congresso si videro i primi frutti: il 25 ottobre del '77 in molti Paesi ci furono azioni contro lo sfruttamento delle donne nella sfera privata e nell'ambito lavorativo e, dopo qualche mese, l' 8 marzo del ‘78 manifestazioni contro gli aborti manipolati ed il divieto all'uso di contraccettivi.
Le ragazze nel movimento femminista
L'accumulo dei conflitti e dei problemi all'interno delle “Autonomen Frauen ” e del “Lesbenbewegung ” portò a riflessioni riguardo al fatto che le donne nel movimento femminista mostravano si una maggiore sensibilità, ma anche in parte una radicata intolleranza. Ben presto queste capirono che le ragioni di ciò si collegavano alla loro infanzia, in quanto era stato insegnato loro fin da piccole, che solo l'eterosessualità era la giusta tendenza sessuale e che alla donna era assegnata la funzione riproduttiva.
L' alto numero di vendite dei libri sull'assegnazione di ruoli portava ad una accurata riflessione sulla loro infanzia, ma anche al bisogno di lavorare con la generazione delle ragazze degli anni '70 sotto l'auspicio femminista.
Fino ad allora nessuna poteva esattamente dire cos'era realmente un’ “educazione femminista”, dove e come si doveva fissare, ma non c'era stato ancora alcun “risultato” di tentativi espliciti.
Il movimento femminista riusciva ad offrire la ”ricetta universale”di una pura cultura delle donne (ad esempio il Frauen-Wohngemeinschaft ), cosi che le ragazze vivevano ancora sotto l' educazione materna, ed il resto delle problematiche si sarebbe, in seguito, risolto da sé.
Le ragazze sperimentavano le loro frustrazioni esistenziali in quanto donne proprio nel Wohngemeinschaft, dove le donne più grandi potevano offrire loro una cultura femminista.
I due Frauen-Wohngemeinschaften più grandi e con un efficiente organizzazione si trovavano uno a Berlino e l'altro a Francoforte, città in cui già da tempo esistevano Frauen-Wohngemeinschaften ed un grande movimento femminista autonomo.
Due donne, Birgit Daiber e Monika Savier che vivevano in questi Wohngemeinschaften svolsero un'attenta analisi sulle cause dei problemi e divergenze che caratterizzavano i rapporti tra le donne eterosessuali dell'autonomia, le lesbiche nel movimento femminista e le ragazze che provenivano dal movimento.
Rapporto madre-figlia
Nel campo visivo del movimento femminista, l'essere figlie era una bella cosa; svolgere il ruolo di madre, invece, non attraeva per niente.
La prima grande differenza che creava delle “divergenze” era che le lesbiche non avevano figli.
La donna che raccontava la sua storia, Birgit Daiber sottolineava innanzitutto questo dato di fatto .
Lei, nel periodo della sua forzata eterosessualità, aveva avuto una figlia.
Era consapevole del fatto che non solo l' essere madre era una diretta funzione dell'eterosessualità, ma anche dell'intera organizzazione sociale: vivere con i bambini/ne, subordinare i propri bisogni ai loro ed essere sempre disponibile, sia fisicamente che psicologicamente, per dare loro la possibilità di crescere bene.
Durante il periodo trascorso nel Frauen-Wohngemeinschaft lei tentò di instaurare un rapporto solidale, non basato su pregiudizi, tra la sua ragazza e le altre componenti del WG, per vivere, con il movimento, non solo un rapporto di tipo “funzionale”.
A suo parere un altra “mancanza” del movimento femminista era di non aver saputo creare, fino ad allora, un contesto sociale all'interno del quale i bambini potessero avere un proprio posto.
Lei era cosciente di vivere in un'enorme ambivalenza nei confronti di sua figlia: questo non aveva a che fare con la possibilità di essere indipendente, ma era dovuto al fatto che, pian piano, le madri militanti nubili nel movimento femminista, avevano sviluppato un unico prototipo della donna emancipata: la moglie/ mamma che doveva andare a lavorare per far soldi e per essere economicamente indipendente. Alla donna lesbica, così, non era assegnato alcun ruolo, né possibilità di emancipazione. Birgit Daiber, quando fu intervistata, dichiarò:
“Io non svolgo il ruolo della classica madre e moglie che lavora per emanciparsi, in quanto sono una lesbica.
Siccome vivo in questa situazione, non posso offrire possibilità di sviluppo a mia figlia.
Insieme abbiamo cominciato questa storia, anche se lei non ha scelto né di vivere in queste condizioni, né me.
Dobbiamo cercare, insieme, di imparare a comprenderci e a superare, insieme, le conseguenze di questa simbiosi forzata.
Abbiamo bisogno almeno di una struttura solida fatta di relazioni equilibrate all'interno della scena delle donne e delle figlie.
Non credo che tutto si risolva cosi facilmente, ma che in futuro, se noi andiamo in questa direzione, la lotta madre-figlia si possa superare definitivamente.
Finora, nella scena delle donne, quest'argomento è stato purtroppo tralasciato, perché noi, nel vivere insieme alle nostre figlie, siamo costrette a portare i nostri sogni, le nostre storie e l'intera vita ad un punto in cui, il vivere quotidiano, non è deciso attraverso i nostri sogni, ma attraverso la realtà esterna ed è espresso con continue piccole liti e diverbi .
Una madre deve preoccuparsi se la propria figlia va a scuola e se riceve una buona pagella.
Se la piccola non dà buoni risultati, la mamma è subito chiamata dagli insegnanti che l'accusano di non darle abbastanza affetto e di trascurarla perché va a lavorare.
Io provo a responsabilizzare mia figlia ma, non tiene conto di determinate direttive e mostra indifferenza, non vuole il mio aiuto , continua ad andare contro di me e per questa strada.
Un’ altra lotta sono le faccende di casa: so quanto sia importante per una figlia avere il suo spazio di riferimento a casa.
Questo significa, per me, dover svolgere non solo gli ordinari lavori di casa, ma farne degli ulteriori, cioè, ad esempio, dovermi preoccupare che le sue calze siano rammendate e che le matite per disegnare siano poste in ordine nell'astuccio.
Fino a che punto posso rifiutarmi di svolgere i lavori domestici e quanto lei sarebbe disposta ad aiutarmi?
È più importante l'educazione di una figlia o i lavori domestici?
In questo rapporto madre-figlia c'è un dislivello, in quanto ci sono, tra noi, interessi divergenti, che non riusciamo a risolvere, che ci portano ad affermare le nostre identità differenti. Tutto ciò, però, crea dolore ad entrambe.
Perché sono, come mamma, cosi poco emancipata?
Credo che sia dovuto al fatto che il movimento femminista, finora, abbia sviluppato e portato avanti una visione al quanto distorta della maternità.
Lo dimostra il fatto che, nel rapporto tra donne, che abbiamo creato, questo tema è trascurato e gli viene data scarsa importanza.
Il dover vivere con i bambini implica ancora, almeno dai quindici anni, di trovarsi in una continuità forzata, di pensare ed agire in modo differente rispetto a quello tenuto finora dal movimento.
Questo non significa che adesso possiamo creare un “Wohngemeinschaft sperimentale”, in cui le nostre opinioni e scelte divergono e si crei, cosi, un clima di tensioni, in cui manca l'aria.
Non è la direzione giusta da prendere perché ci porta ad una semi emancipazione, che dura solo un breve periodo.
Il vivere con i bambini deve essere progettato per tutta la vita.
Ciò significa anche poter vivere una relazione, con gli anni, non equilibrata con i propri figli, in cui i principi di autodeterminazione delle donne non coincidono con quelli dei bambini/ne: le figlie non sono piccole donne cresciute; considerarle solo cosi, sarebbe chiedere troppo a loro, anche se, già all'età di otto anni dimostrano di avere già una propria autonomia.
Loro non sono nemmeno dei deliziosi giocattoli, o continuità di noi stesse , in cui i sogni della nostra vita invivibile si realizzano.
Per questo ci dobbiamo- madri e figlie-difendere tanto dalle azioni pietose, quanto dagli occhi d'argo , che già oggi si orientano verso le nostre figlie e con i quali noi, come madri all'interno del movimento, siamo state paragonate.”
La vita delle ragazze all'interno dei Frauen-Wohngemeinschaften
Un elemento che caratterizzava, negli anni '70, i Frauen Wohngemeinschaften era la presenza di molti bambini. Infatti loro vivevano temporaneamente li con le loro giovani madri e le istituzioni, come la scuola e gli asili, non s' opponevano minimamente. Anche le adulte impararono, presto, a tollerare i bambini nei Wohngemeinschaften, a saper accettare una nuova morale sessuale ed il fatto che, ad ogni edicola c'erano da vendere libri e riviste “männerfeindliche” . I tempi cambiavano si velocemente, ma la tendenza ad isolare la donna dalla vita pubblica sembrava rimanere. Questo, però, provocava solo reazioni del movimento femminista.
Il Frauen-Wohngemeinschaft, come incarnazione dell'indipendenza dagli uomini e dalla sfera riproduttiva superflua, sollevava anche l'odio del vicinato. Le ragazze del Wohngemeinschaft impararono presto ad essere immuni verso le azioni aggressive maschili (ad esempio mostravano indifferenza di fronte alle scritte offensive lasciate sui muri).
Una ragazza del WG , cosi aveva la possibilità o di diventare la “rivoluzionaria del movimento femminista” (ragazze che sceglievano di propria volontà di non avere figli. In questo gruppo rientravano anche le lesbiche), o di svolgere una doppia funzione, cioè quella di madre e di padre insieme.
La scuola, come anche i mass-media, però impartiva un altro modello da seguire, cioè l'ideologia della famiglia, l'idillio che includeva la presenza del padre, madre, bambino e magari un cane.
Il padre che impersonificava la persona bella e forte, che, tornato dal lavoro sedeva davanti alla televisione o leggeva il giornale.
Tutto ciò significava che le ragazze del WG imparavano a leggere, a scrivere e contare tramite i testi e gli esempi che non combaciavano affatto con il loro stile di vita ed in cui non s’ identificavano. Le proteste delle ragazze nei confronti dei professori/resse non servirono a molto, in quanto loro mantenevano il rigido comportamento e ricollegavano la loro visione all'educazione sessuale.
Anche la televisione offriva un' immagine distorta di queste ragazze: dava una rappresentazione della realtà che, le donne più grandi, le femministe già formate, avevano paura che le ragazze potessero interiorizzare.
Nonostante ciò le ragazze si sentivano a loro agio solo nel WG, spesso cercavano, nei libri, personaggi di ragazze positive, nelle quali si identificavano. I litigi ed i rapporti difficili erano si, presenti nell'alloggio, ma rappresentavano, per le ragazze, dei semplici conflitti tra donne: gli uomini erano esclusi da tutto ciò.
Gli uomini che avevano contatti sporadici con il WG, tenevano sempre un comportamento riservato e formale.
Le donne non volevano vivere con gli uomini perché, durante la loro vita, avevano avuto solo brutte esperienze con loro.
Gli obbiettivi che le fautrici del WG cercavano di raggiungere erano chiari: creare nuovi contatti anche con ragazze che non vivevano ancora nell’ alloggio e con le amiche di quelle del WG per confrontarsi con loro e spiegare i lati positivi di un vivere insieme, senza gli uomini, per poter creare nuovi gruppi di ragazze, in cui loro si potessero sentire, insieme, più forti.
Le ragazze del WG erano confrontate, quindi, da un lato con il movimento femminista, mentre dall'altro il movimento femminista veniva confrontato con la “questione delle figlie”.
Come il gruppo può diventare una prigione.
Il bisogno di appartenere ad un gruppo di donne etero e/o di lesbiche era il frutto di una decisione politica, che portava a rifiutare, sia a livello materiale che emozionale, i gruppi maschili che tentavano di dominare e controllare quelli femminili. Le donne non volevano incontrarsi solo nel loro tempo libero o fissare raramente degli incontri di gruppo, ma creare un proprio spazio, dove poter manifestare liberamente le proprie emozioni, confrontarsi e non dover mostrarsi disponibili verso gli uomini. La forte identificazione col gruppo era necessaria perché dava alle donne un carattere ed un appoggio, che, attraverso i compiti dei ruoli stereotipati, erano stati persi.
Amanda Hippo , una delle componenti di un gruppo di donne del WG di Berlino, dichiarava: “All'interno della nostra casa, impariamo, gradualmente, a superare la paura di interagire e, se una donna piange, ci viene naturale prenderla tra le braccia o abbracciarla per farle sentire il calore della persona amica.
Non sentiamo più il bisogno, quando andiamo alla toilette, di chiudere la porta, perché nessun uomo può più entrare e magari fraintendere il nostro comportamento. Impariamo a conoscere noi stesse e ad accettare l'altro; questo implica anche il fatto che assumiamo un altro comportamento verso il nostro corpo, il nostro ciclo diviene regolare e non più tanto doloroso.
Il mondo dei bambini non ci spaventa affatto perché non siamo costrette a prendere la pillola, né a dover essere belle e sani per piacere agli uomini.
Tutte queste esperienze ed emozioni ci danno una sensazione di libertà.”
La formazione dell'identità di gruppo, però, portava anche conseguenze negative: tutto veniva fatto solo in funzione del gruppo. Era necessario che le donne ponessero al servizio del gruppo tutte le loro energie primarie.
Dare l'idea di collettivismo e compattezza si contrapponeva all'immagine della società odierna, in cui regnava lo pseudo - individualismo, cioè l'isolamento del singolo individuo dal resto della società.
Nel gruppo, composto in maggioranza da lesbiche, era ancora più evidente la divergenza nei confronti del sistema sociale, perché riguardava anche l'eterosessualità forzata: alle lesbiche non era assegnato alcun ruolo sociale. Anche le donne del movimento femminista non erano del tutto immuni al modo di pensare della società moderna: da un lato, infatti, riconoscevano i gusti sessuali differenti e ammiravano le lesbiche per il loro coraggio, dall'altro, però, consideravano le loro esigenze, improduttive e quasi prive di significato. La lesbica radicale era, comunque, vista nel senso positivo, in quanto la sua “Radicalità” rendeva possibile una certa armonia con le altre donne. Nonostante questa convivenza equilibrata, le lesbiche, per avere il “permesso” di essere riconosciute e di equiparare le loro richieste e bisogni a quelli delle altre donne, dovevano tenere sempre un comportamento radicale. Quindi tutti i meccanismi, come lo pseudo - individualismo, l'eterosessualità forzata ed il rifiuto all'isolamento “obbligato” minacciavano la compattezza del gruppo, che tentava di allontanarle.
Nel gruppo era comunque presente il principio della libera volontà: ogni donna voleva vivere per scelta nel gruppo e ciò significava che poteva decidere in qualsiasi momento di andarsene.
Anche se c'era questa elasticità, spesso era molto difficile metterla in pratica: era presente la paura della divisione dal gruppo, era come se le donne, che avevano dato la loro intera persona, fossero state divorate dal gruppo e non riuscivano più ad andar via.
Un altro problema, che non veniva mai trattato, era la reale incongruenza tra l'individuo ed il gruppo, tra la propria identità e quella di gruppo.
Infatti, le donne che vivevano da tanto tempo in un gruppo, conoscevano bene le condizioni che si creavano se andavano minimamente contro l'interesse del gruppo. Ogni donna, da un lato affermava l'identità di gruppo, ma dall'altro voleva anche che i suoi bisogni fossero rispettati.
Il carattere del gruppo sosteneva che se qualcuna, aveva opinioni e/o bisogni che non combaciavano con quelli del gruppo, doveva tener presente l' assoluta perdita della sua sicurezza emozionale all'interno di questo.
Cosi, se non si abbandonava il proprio stile di vita personale, che spesso era quello insegnato all'interno della famiglia patriarcale, a favore del gruppo, si perdevano le attenzioni, le cure e le basi solide che avevano costruito insieme le donne.
Le donne dell'autonomia- Gruppi capaci di agire
Uno dei primi gruppi che trattò il problema dell'incongruenza tra l'individuo ed il gruppo e dei meccanismi sociali che minacciavano l'integrità dei gruppi di donne (come l'isolazionismo sociale ed il modello della famiglia patriarcale), fu quello del “Le donne dell'autonomia” .
Questo gruppo sosteneva che non era sufficiente riconoscere i “nemici” che provenivano dall'esterno, ma bisognava, in più, imparare a convivere con le minacce presenti nel gruppo; ammettere e riconoscere ciò significava cosi allontanarsi dall'idea di sopravvalutazione del gruppo.
Il concetto di gruppo, quindi, prendeva una forma definita: un gruppo con una determinata facoltà di agire nel lungo periodo poteva essere formato solo da donne indipendenti ed autonome.
Questo significava che la concezione dei gruppi doveva essere costruita sulla base che ogni individuo aveva il proprio spazio e che l'area del gruppo e quella dell'individuo dovevano rimanere divise.
Solo cosi si poteva creare un certo equilibrio, che si esprimeva attraverso la solida comunicazione e lavoro.
Solo le donne che riuscivano a vivere anche sole, perché avevano raggiunto un certo grado di autonomia, potevano formare un gruppo in cui era possibile sviluppare un'autonoma identità femminista.
Le donne poi, si dedicarono anche al problema delle strutture di potere e di dominio all'interno del gruppo.
Fino ad allora erano state costrette ad accettare la forza ed il potere del sistema sociale che le avevano sempre oppresse.
Questa era la causa principale per cui la paura davanti all'autorità ed alla forza di una donna più grande poteva essere vista come una limitazione verso lo sviluppo del singolo individuo.
Il problema del non poter trattare della loro forza individuale, invece, consisteva nel fatto che loro percepivano già di essere piccole ragazze con un'indipendente personalità, ma ciò era stato riconosciuto ed approvato dalle madri solo in pochi ambiti ristretti (esempio in quello domestico).
Il rapporto nei confronti del potere e dell'autorità, cosi, era strettamente correlato al conflitto esistente tra le generazioni.
La rivolta delle figlie contro le madri (il cosiddetto weibliche Jugendbewegung ) era molto simile a quella dei figli contro i padri (ad esempio il movimento studentesco). Entrambi i movimenti arrivarono, ben presto, a rifiutare qualsiasi tipo di autorità.
Per raggiungere questo obbiettivo, dovevano instaurare nuovi tipi di rapporti positivi che sostituissero quello dell'autorità e del potere.
La fondazione di un gruppo di ragazze
Il primo Maedchengruppe (gruppo di ragazze) a Berlino ovest, situato esattamente a Mariannenplatz n.3 (quartiere di Kreuzberg), nacque da un progetto di tre donne, Christine Liebel, Marie-Claude Reverdin e Caroline Muhr (le prime due fotografi e l'altra insegnante, momentaneamente disoccupata).
L'idea era venuta loro una sera, mentre ricordavano e parlavano delle loro esperienze di dodicenni, fatte con giovani e uomini che cercarono di inculcare loro i ruoli tradizionali delle ragazze, ma non vi riuscirono.
L'attività era autofinanziata dalle tre donne, senza fondi statali.
Inizialmente il loro obbiettivo non era quello di svolgere un lavoro “femminista”, ma di ricevere una serie di informazioni dalle ragazze di età tra i dodici ed i quindici anni. Ad ogni incontro con le ragazze, una di loro registrava con un mangiacassette e faceva foto.
Il tutto doveva essere successivamente montato insieme per produrre degli effetti simili a quelli di un film.
Dopo pochi incontri le fautrici di questo progetto si resero conto che, attraverso le loro domande su precisi argomenti, volevano portare le ragazze a fare delle riflessioni sui loro problemi adolescenziali e sul lavoro che svolgevano assieme. Le ragazze provenivano da centri per il tempo libero dei giovani e dalle colonie per bambini. Questo suscitò diverse reazioni da parte di assistenti sociali ed educatori/trici che lavoravano in queste strutture. La maggior parte pensava che le donne di questo progetto, con la loro “offerta molto attraente”, volessero portar via le ragazze dai centri.
Un educatore, che lavorava in una colonia dei bambini nel quartiere di Wilmersdorf, accusò loro di usare le ragazze per il loro progetto, senza che queste ne traessero alcun profitto. Le fondatrici del progetto decisero, cosi, di lavorare in un collettivo di giovani lavoratori auto - gestito. Successivamente lavorarono su un gruppo di ragazze di un centro per il tempo libero giovanile, dove il loro lavoro era ben visto e approvato, nel quartiere di Neukölln.
Neukolln era un Quartiere comune di lavoratori con una realtà conosciuta alquanto difficile: alto tasso di disoccupazione, alta percentuale di immigrati, molti alcolisti ed una estesa criminalità giovanile.
Dopo che le donne avevano ottenuto un apposito spazio di lavoro all'interno del centro, iniziarono gli incontri con le ragazze.
Anche se quasi tutte le ragazze si conoscevano perchè si incontravano nel centro tre pomeriggi la settimana, sapevano ben poco riguardo ad i problemi reali e le difficoltà inerenti al ruolo di ragazza.
Dopo il primo incontro, che risultò alquanto caotico, le ragazze cominciarono a mostrarsi più elastiche.
Le fautrici del progetto molto presto però si accorsero che il comportamento delle ragazze era molto simile a quello dei giovani: parlavano difficilmente e quando erano ubriache rifiutavano qualsiasi tipo di sostegno e collaborazione.
Col passar del tempo le tre donne capirono che le ragazze più giovani erano, si, entusiaste di entrare a far parte del gruppo, ma mostravano poco coraggio nel parlare, perchè le loro esperienze e la capacità di adattamento erano molto differenti rispetto a quelle delle più grandi.
Da qui, nacque l'idea di formare dei piccoli gruppi, che a volte erano costituiti anche solo da due amiche.
In questa situazione ognuna riusciva a parlare apertamente di sé.
Non tutte le ragazze mostravano avversità nei confronti della scuola, ma spesso erano tenute lontano da quest' istituzione perchè molte volte, con l' esempio della madre, si ubriacavano e commettevano piccoli furti.
Col tempo le fautrici del progetto notarono che, durante il periodo adolescenziale, era molto importante avere “la migliore amica”. Quest' esigenza, però, scatenava all'interno del gruppo gelosie e voglia di possesso: tutte avevano paura che l' amica del cuore potesse essere portata via da un'altra. Per annullare la gelosia ed il desiderio di possesso, le donne spiegavano che solo l' amore delle donne era quello autentico e puro.
Nessuna ragazza all'interno del gruppo aveva ancora avuto rapporti sessuali: anche se ne sentivano già il bisogno, avevano anche tanta paura, perchè sapevano, frequentando i ragazzi del centro, che questi ultimi avevano un'altra idea del sesso e vivevano il rapporto di coppia con leggerezza.
Le ragazze, man mano, impararono ad ascoltarsi a vicenda; vedevano che, attraverso l'esperienza di gruppo autonomo, i loro problemi venivano presi sul serio , che i problemi di ogni singola ragazza erano anche quelli delle altre e che potevano sostenersi l'un l'altra.
Progetto femminista
Un elemento fondante della cultura femminista negli anni '70 era la realizzazione del “Progetto femminista”.
Il Progetto femminista consisteva nella fondazione di un'impresa economica (merce in cambio del denaro) gestita da due o più donne.
L'organizzazione del lavoro aveva un carattere collettivo, cioè il profitto dell'impresa era ripartito equamente tra tutte le lavoratrici, che svolgevano il loro lavoro con impegno e spirito di gruppo.
Queste imprese avevano tra gli obbiettivi più importanti quello di diffondere le idee del movimento femminista tra le donne comuni attraverso la letteratura delle donne (case editrici, riviste, tipografie e librerie), la comunicazione e l'interagire tra donne (birrerie e librerie) e tramite le strutture pubbliche e private (centri per la salute, scuole guida, ristoranti) con maniere informali.
L'obbiettivo principale era che le somme guadagnate, in maggior quantità proveniente dalla circolazione di denaro liquido, fossero impiegate a vantaggio delle altre donne, affinché queste potessero produrre ulteriormente altro denaro liquido in modo autonomo.
In questo modo, altre donne avevano poi la possibilità di lavorare nell'impresa, guadagnare soldi e svolgere un lavoro indipendente: solo cosi potevano raggiungere il potere economico.
Gli affari delle donne erano un mezzo per vivere ed ottenere una certa capacità di agire.
Emily Medvec, nella rivista americana “Quest”, dichiarava:
“La dipendenza economica condiziona si, il posto della donna nella società, ma anche l'atteggiamento del movimento femminista.
Da ciò deriva il rapporto tra il denaro ed il movimento, che diventa un fatto politico.
Senza soldi noi non possiamo creare le basi per un forte movimento di resistenza rivoluzionaria.
Noi dobbiamo indirizzare il nostro obbiettivo verso un nuovo ambito e costruire la nostra base economica e politica e cioè aprire banche ed unioni di credito, case editrici e fondi per lo sciopero per le lavoratrici, fondare imprese femministe, centri di sviluppo e di ricerca tecniche, un partito politico internazionale femminista, stazioni televisive, ospedali gestiti da donne ed università.
Le possibilità sono immense.
I limiti non sono certo il nostro talento, la nostra capacità di agire o la fantasia, ma sono i soldi e la nostra mancanza del dovere finanziario nei confronti delle donne e del movimento.
Quello che vorrei far notare è che credo che ogni forma di potere dovrebbe essere abolita e quindi dobbiamo creare i mezzi per raggiungere questo obbiettivo.
E' una grande contraddizione mettere insieme il “ Business” ed il “ Femminismo”.
Il Business è una creazione del sistema capitalistico, che si basa sulla gerarchia, il potere e la concorrenza; non può essere “utilizzato” dalle femministe per la loro causa.
Questo è il medesimo vecchio mito, a cui vogliamo credere, cioè che potremmo cambiare il sistema dall'esterno.
Il sistema politico-economico in cui siamo sottomesse non lascia fare alcun cambiamento.
Se noi usiamo il capitalismo, riceviamo il capitalismo.
Se noi non vogliamo il capitalismo, allora dobbiamo trovare un modo e maniere che ci aiutino a fare quello che vogliamo.
Quello che vogliamo è un sistema anarco - femminista, è una società anti-autoritaria e credo che possiamo raggiungere questo solo se iniziamo adesso a creare questa struttura.”
Fino ad allora, nella RFD, erano stati creati alcuni Progetti femministi, in particolar modo inerenti all'ambito dell'informazione.
Per “costruire” il potere economico, bisognava sfuggire definitivamente al controllo finanziario gestito dagli uomini: le scrittrici dovevano far si che i loro lavori fossero pubblicati solo dalle case editrici femministe , queste ultime, poi, avevano il dovere di stampare solo presso tipografie dirette da donne, le case editrici s' impegnavano a battersi contro l'emarginazione delle donne, i lavori delle scrittrici dovevano essere distribuiti solo nelle librerie delle donne, le librerie delle donne vendevano esclusivamente alle donne, in ogni città doveva esserci una libreria femminista ed un' adesione di tutte le donne ai progetti femministi per boicottare quelli maschilisti.
Era necessario, di seguito, creare imprese in diversi settori, come in quello dell'agricoltura ed in quello industriale (ad esempio la produzione di vestiti).
Siccome determinati beni di consumo e servizi dovevano essere per forza acquistati e prestati presso le “imprese maschili”, c'era la necessità di vendere i propri prodotti sul mercato per incassare velocemente soldi.
Per poter portare avanti il loro progetto, le “piccole imprenditrici” dovevano essere parte del “libero mercato” . Ciò significava che i progetti femministi erano, comunque sottomessi dai criteri del mercato capitalistico.
In ogni caso, il ricavato delle vendite era investito per le attività del movimento femminista e per la realizzazione di un importante progetto alternativo.
Ogni donna nel progetto femminista era una piccola imprenditrice, o almeno, doveva svolgere questo ruolo se voleva che gli affari andassero bene.
Le premesse comuni a tutte le imprese femministe erano, comunque, le seguenti: non creare concorrenza economica tra le aziende, le donne non dovevano far si che la loro esistenza dipendesse dal profitto, mostrare solidarietà nei confronti delle donne sottopagate, non utilizzare un'organizzazione di tipo gerarchico e non identificarsi mai con lo sviluppo economico delle altre aziende.
I “Progetti femministi” nacquero e si svilupparono a Berlino ovest, Francoforte, Bonn, Monaco, Amburgo ed Hannover.
LA FABBRICA E GLI IMPIEGHI: SFRUTTAMENTO E POCHE POSSIBILITA' DI CARRIERA.
Femminismo marxista e socialista: patriarcato, capitalismo e punto di vista femminile.
Prima di trattare dell’argomento centrale del capitolo, illustro brevemente le due teorie che, nate e sviluppatesi nella prima metà dell’ 800, contribuirono, in un certo senso, a fondare le basi del movimento femminista. In questo periodo, infatti, i modelli d’azione tradizionali furono superati e le vecchie idee lasciavano il posto a nuove teorie rivoluzionarie. Secondo Marx, la classe operaia era l’agente di liberazione per tutta l’umanità ed avrebbe portato tutte le classi oppresse verso l’emancipazione. Nonostante ciò, egli non studiò mai l’argomento specifico dell’oppressione della donna, ma si limitò solo ad esaminare la situazione della donna in generale, in quanto, secondo lui, spettava prendere parte alla rivoluzione più all’ operaio che alla donna. Tuttavia, sia Marx che Engels diedero, attraverso le loro opere, un contributo sufficiente allo studio specifico dell’oppressione femminile sia nella sfera privata che in quella pubblica, sostenendo che lo sfruttamento della donna sarebbe stato abolito solo nella società comunista.
Un altro fenomeno che s’interessò della “questione femminile” fu il movimento socialista europeo. In Germania Bebel aveva proposto, durante un Congresso socialista tenutosi nel 1875, di inserire nel loro programma la parità dei diritti per le donne, ma solo nel 1891, il partito tedesco accettò il principio dell’uguaglianza giuridica delle donne. Bebel sostenne nella sua opera “La donna ed il socialismo”, che la liberazione della donna era collegata a quella di tutti gli esseri umani oppressi e sfruttati. Bebel argomentava che spettava alle donne lottare per difendere i loro interessi in quanto l’uomo non aveva nessuna voglia di rinunciare a tenere nelle proprie mani il potere. Il femminismo marxista e quello socialista, fortemente presenti nel nuovo movimento femminista degli anni ‘70, avevano in comune il fatto che entrambi analizzavano il rapporto tra il sesso e la struttura delle classi.
Le femministe marxiste degli anni '60 si erano occupate principalmente del lavoro della casalinga, del mercato del lavoro e della riproduzione; avevano analizzato lo sviluppo storico del patriarcato ed il suo rapporto complesso con l'economia capitalista. Queste donne sottolineavano in particolar modo il valore del lavoro femminile, dando a quello domestico un senso politico - economico.
La focalizzazione marxista sul lavoro comprendeva anche la sessualità, la procreazione e la famiglia perchè queste erano strettamente correlate alle condizioni materiali della produzione capitalista: i rapporti sessuali, il controllo delle nascite e la famiglia erano la base della società. La famiglia era fortemente criticata, in quanto al suo interno la donna era oppressa e sfruttata.
Nonostante ciò, il femminismo marxista affermava che gli obbiettivi delle donne non erano in contrasto con quelli degli uomini e riconosceva anche lo sfruttamento dell'uomo nella società capitalista.
I diritti individuali contavano poco rispetto ai molteplici interessi collettivi, quali l'attività lavorativa a tempo pieno per le donne e la cura e l'assistenza dei bambini offerte dallo stato.
Anche il femminismo socialista, che lottava principalmente per ottenere l’uguaglianza economica, si occupò dello sfruttamento delle donne all'interno del capitalismo patriarcale. Esso metteva sullo stesso livello il rapporto di oppressione patriarcale e quella economica : siccome gli uomini avevano un interesse materiale specifico a mantenere la subordinazione della donna in tutti i campi, l'analisi critica faceva riferimento allo sfruttamento sia nell'ambito lavorativo che in quello sessuale ed emozionale.
Il femminismo socialista esigeva gli stessi diritti ed opportunità per tutte le donne e gli uomini. Le femministe socialiste lottavano particolarmente contro la divisione del lavoro sessista e discriminatoria, in quanto ogni persona aveva il diritto a vivere in modo soddisfacente.
Per analizzare il rapporto tra le strutture patriarcali e le istituzioni, come anche l'ideologia, Nancy Hartsock introdusse il punto di vista femminile come strumento teorico della conoscenza. Infatti solo una vera cultura femminista poteva realmente opporsi all'ideologia patriarcale. Il punto di vista femminista rappresentava le idee dei membri della società più oppressi o meno influenti rispetto ai gruppi dominanti.
La prospettiva maschile, secondo il punto di vista femminile, proveniva da norme astratte che erano totalmente differenti e divergevano dal modo di vedere delle donne.
La prospettiva d'analisi femminile era, di conseguenza, strutturata in maniera completamente differente rispetto a quella degli uomini: non prendeva in considerazione solo la legge maschile, ma anche il diverso stile di vita e le diverse esperienze fatte dalle donne.
La divisione del lavoro dei sessi faceva parte di una specifica esperienza femminile, in quanto le donne volevano avere un lavoro retribuito e continuavano a svolgere le faccende domestiche.
Il lavoro delle donne nell'industria
Negli anni '70 nella Repubblica Federale Tedesca c'erano 3, 4 milioni di lavoratrici; un terzo della forza lavoro era composto da donne. Ciò significava che, secondo l’analisi delle femministe, se, improvvisamente, il lavoro delle donne si fosse interrotto, l'economia avrebbe subito un crollo.
Le donne, sul posto di lavoro, erano quotidianamente più sfruttate rispetto agli uomini, costrette a fare continuamente dei compromessi e sentivano maggiormente l'alienazione del lavoro.
Il 70% di tutte le lavoratrici era privo di specializzazione e lavorava alla catena di montaggio e alle macchine.
Tra le operaie, a causa del lavoro massacrante, c'era un alto numero di aborti spontanei ed una precoce perdita della padronanza del proprio corpo.
Le donne lavoravano soprattutto nel settore industriale della produzione di beni di consumo (il 50% erano operaie), nell' industria di generi alimentari (36%) e nell'industria delle merci import-export (24%).
Particolarmente alta era la percentuale delle operaie nell' industria dell'abbigliamento ( 82%), nell' industria della manifattura del tabacco ( 68%) e nell'industria tessile (58%).
Le donne svolgevano il ruolo di montaggista, di perforatrice e di avvolgitrice nel settore metallurgico, di cucitrice nell'industria dell'abbigliamento e quello di imballatrice.
Tipici posti di lavoro femminili erano le attività manuali di montaggio, che risultavano estremamente scomposte e si basavano su una rigida divisione del lavoro.
Cosi il 70% delle operaie di fabbrica, giorno per giorno, eseguiva sempre le stesse azioni con mani e braccia, avendo a disposizione brevi e fugaci intervalli di tempo. Spesso erano riconosciuti alle operaie spazi di produzione talmente piccoli che loro riuscivano a percepire appena il senso di ogni singolo movimento.
In uno studio del consiglio d'amministrazione di razionalizzazione delle associazioni dell'economia tedesca fu constatato al riguardo: “Lo smembramento delle attività globali di produzione sembra essere, per gli impieghi delle donne nell'industria, completamente concluso.”
Il 90% di tutte le lavoratrici di molte industrie erano operaie non specializzate. Se la percentuale complessiva dei lavoratori industriali era inferiore al 56,2% della popolazione attiva , solo il 6,2% di tutte le operaie poteva dirsi forza lavoro specializzata. Proprio perchè le donne nell' industria svolgevano lavori “non qualificati”, risultavano più mobili rispetto ai loro colleghi maschi.
All’ interno dell’ organizzazione del lavoro, erano continuamente spostate, nei periodi di crisi venivano licenziate per prime ed avevano meno pretese dei loro colleghi riguardo alla stabilità del posto di lavoro.
L'alta “flessibilità” all'interno della produzione garantiva ai capitalisti grandi profitti e permetteva la creazione di ulteriori posti di lavoro di precisione e ripetitivi per le donne.
L'unico motivo che spingeva le donne a lavorare duramente in fabbrica era il salario.
Le operaie con un diploma avevano altri progetti da realizzare, ad esempio diventare parrucchiere, cucitrici o venditrici.
Fabbrica e salute
Per ottenere un salario migliore, le donne erano costrette a sopportare condizioni disumane sul posto di lavoro . Le fatiche fisiche e la forte tensione nervosa a cui erano sottoposte erano molto pesanti.
Ad ogni operaia, sia che lavorasse a cottimo che alla catena di montaggio, era richiesto un alto grado di concentrazione, di velocità, di abilità manuale e perseveranza. Anche gli studiosi affermarono, al riguardo, che la capacità di rendimento umana giornaliera in fabbrica era estremamente variabile e dipendeva dalla legislazione. Nonostante ciò, la produzione industriale capitalista non concedeva alle lavoratrici alcun diritto: non era la catena di montaggio che si doveva adattare alle esigenze delle persone, ma l'operaia a doversi adeguare al ritmo “vitale” della macchina (stanchezza, malessere e depressione, derivanti dal lavoro domestico non potevano essere manifestati sul posto di lavoro).
Non c'erano né regolamenti di tipo legale, né tariffe di validità generale.
Solamente nell'industria metallurgica, per la prima volta, le operaie avevano ottenuto, nel contratto collettivo di lavoro, otto minuti di pausa l'ora.
Accanto alla tensione nervosa, non era da sottovalutare nemmeno la lotta contro la fatica fisica. All'interno della fabbrica non c'era alcuna norma riguardo alla frequenza ed alla durata del carico da sopportare.
Cosi, dietro l'insegna dei “facili e puliti lavori d'imballaggio”, c'erano molte donne che, per otto ore al giorno, impacchettavano parecchie tonnellate di merce.
In un'inchiesta sulla situazione delle lavoratrici, venne accertato se ed in che modo le operaie , sul posto di lavoro, si sentivano sovraccaricate. I motivi principali erano: ritmo di lavoro troppo veloce, rumore, luce, sporcizia, doveri familiari, malessere fisico, lo stare continuamente in piedi e la monotonia del lavoro.
Uno studio, condotto dal sindacato e dagli studiosi riguardo alla relazione del lavoro in fabbrica e al peggioramento delle condizioni di salute delle donne, costatava che le operaie, rispetto ai loro colleghi maschi ed alle disoccupate, erano molto più cagionevoli e si ammalavano frequentemente.
Cosi, su un campione di 1000 persone con età compresa tra i 15 ed i 65 anni, “solo” il 2,6% dei lavoratori aveva problemi al metabolismo e malattie dovute all'alimentazione sbagliata, mentre la percentuale delle lavoratrici raggiungeva il 3% ; il 18% dei lavoratori soffriva di malattie all'apparato circolatorio, contro il 21, 5% delle operaie, infine, le malattie degli organi respiratori colpivano il 25,7% degli operai ed il 27,8% della forza lavoro femminile.
Le lavoratrici sposate avevano l'ulcera allo stomaco venti volte in più rispetto alle coniugate.
Da un lato, la postura tenuta a causa del lavoro monotono danneggiava l'apparato locomotore, mentre, dall' altro, l' essere costrette a restare sedute per diverse ore portava a frequenti mal di schiena, a disturbi digestivi ed a continui sfoghi di rabbia.
Nel 1969 furono concesse 156.390 pensioni a uomini incapaci di svolgere ulteriormente il loro lavoro, rispetto alle 153.390 pensioni ordinarie di vecchiaia; quelle per le donne raggiungevano il numero di 112.672, in confronto a quelle normali di 75.056. Infine, le lavoratrici morivano, in media all'età di 68, 5 anni; i loro colleghi arrivavano mediamente oltre i 75, 9 anni.
Per tener sotto controllo la forza lavoro femminile e nascondere il fatto che il lavoro delle donne nel capitalismo non era altro che un “saccheggio” senza pietà, gli ideologi borghesi ricorrevano a teorie ipocrite. Cosi, ad esempio, Helga Laege , esperta delle associazioni degli imprenditori, spiegava il perchè le donne erano addette alla catena di montaggio: “La donna, che possiede una cosciente gioia di vivere fisica, mostra, solitamente, una felicità particolare nei confronti dello svolgimento leggero delle sequenze di presa.
Il movimento fluido di una fase di un processo lavorativo le da di solito piacere estetico.”
I tentativi di giustificazione consistevano nel fatto che alla donna fosse attribuita una “innata deficienza mentale” e, dalla natura, aveva ricevuto sottili e tenere mani , cosi solo lei mostrava una certa dimestichezza nella lavorazione del materiale fine.
Nel “materiale di una conferenza delle informazioni basilari dell'istituto delle industrie” tedesche del febbraio del 1961 si leggeva: “Le donne hanno funzioni fisiologiche squilibrate, sono molto sentimentali ed indifferenti alla monotonia.” Inoltre, tutti gli ideologi capitalisti si rifacevano alla seguente teoria: “Le donne hanno una certa disposizione per la catena di montaggio, in quanto loro riescono a sentire meno la fatica rispetto ai loro colleghi maschi e ad alleggerire la monotonia del lavoro.”
Le donne devono imparare a tutelare i loro interessi da sole.
Le azioni e dimostrazioni fatte dalle donne contro il forte sfruttamento e l'oppressione nelle aziende erano ancora deboli e discontinue. Vigeva ancora il detto dei capitalisti per cui le donne erano dedite al sacrificio.
Il grado di organizzazione sindacale delle donne era ancora chiaramente inferiore rispetto a quello dei lavoratori maschi.
Nonostante ciò, sia il numero delle iscritte al sindacato, che quello delle donne che facevano parte di consigli di fabbrica per difendere i loro interessi e quelli delle loro colleghe, continuava a crescere notevolmente.
Nel consiglio di fabbrica della DGB (confederazione tedesca dei sindacati), il numero delle lavoratrici passò, dal 1959 al 1972, da 15.281 al 23.409: in quell’anno le donne erano il 13,5% del consiglio.
Le lavoratrici nel sindacato si battevano per i diritti fondamentali delle donne sul lavoro, per ottenere posti di lavoro dignitosi, per avere maggior considerazione del carico di lavoro delle donne e contro la discriminazione nei confronti delle donne sul posto di lavoro.
Le donne nelle Poste
Un altro settore, dove gli imprenditori avevano il pacchetto azionario di maggioranza, era quello della Posta (pubblico e privati lavoravano insieme). All'interno della Posta c' erano reparti in cui lavoravano quasi esclusivamente donne: ufficio informazioni, centralino, ufficio cassa di risparmio ed emissione di assegni postali, pulizia.
Molti uomini rifiutavano di svolgere tali lavori perchè, oltre alla paga misera, erano molto pesanti e snervanti.
Presso la Posta venivano assunti anche gli aiutanti che, in un terzo dell'orario lavorativo, guadagnavano più della metà delle impiegate con posto fisso.
Il lavoro monotono e logorante in questi ambiti richiedeva un grosso impegno sia a livello mentale che fisico.
Presso l’ufficio informazioni al pubblico, ad esempio, le donne sedevano in fila dietro ad un lungo tavolo, in fondo al quale c'era una persona di sorveglianza che le ascoltava e controllava ogni loro singolo movimento.
Accanto alla luce di penombra e con il continuo borbottio delle vicine, le donne dovevano vedere nei proiettori illuminati. Il lavoro consisteva nel dare le informazioni desiderate alle persone attraverso locuzioni brevi e già stabilite.
Se una lavoratrice voleva lasciare il suo posto di lavoro, doveva chiedere il permesso prima alla sorvegliante.
Le altre erano, a causa dell'orario di lavoro che veniva continuamente cambiato, sottoposte ad uno stress maggiore.
Il piano di servizio era fatto, per ogni singola persona, dai superiori: le impiegate non avevano il permesso di scambiarsi i turni tra loro, la decisione doveva essere presa dal capoufficio .
Molte donne avevano, tra l'altro, anche la famiglia a cui badare ed il continuo spostamento dell'orario lavorativo risultava ancora più pesante e stressante.
Le impiegate giovani che erano state assunte da poco avevano “scelto” di lavorare alla Posta, da un lato, perché affascinate dal fatto di avere la possibilità di poter far carriera nelle Poste federali e, dall'altro, perché, dopo la licenza di scuola superiore, venivano prese con facilità.
Molte di loro provenivano da villaggi e piccole città della bassa Sassonia e dello Schleswig-Holstein, dove erano offerte loro poche possibilità di lavorare in settori attinenti al loro diploma, così vedevano nella metropoli la possibilità di avere uno stipendio fisso e migliore.
Le assunte seguivano un corso di formazione della durata di tre mesi, che le vincolava o al lavoro nelle poste o presso in altre aziende con un contratto di formazione.
Le prospettive di lavoro di queste donne sembravano essere o svolgere questo lavoro per un lungo periodo di tempo indeterminato o diventare impiegate, che significava ricevere fino a 200 marchi in meno nella busta paga rispetto ad un comune impiegato.
Siccome la maggior parte di queste giovani colleghe doveva dare l'indirizzo della propria residenza, queste donne erano costrette a trasferirsi in appartamenti per ragazze di proprietà delle poste.
Qui dominavano ancora condizioni patriarcali, quali le regole esistenti nella casa dei genitori che limitavano la libertà di movimento (non era ammessa alcuna visita di uomini e rincasare ad un' ora stabilita).
Le condizioni contrattuali erano decise dalla Posta e dai genitori e accettate passivamente dalle giovani.
Le “gravi” trasgressioni dell'ordine imposto erano seguite da minacce, quali la disdetta del contratto e del posto di lavoro e spesso venivano anche messe in pratica.
Privilegierte haben in der Geschichte ihre Rechte noch nie freiwillig preisgegeben. Deshalb fordern wir: Frauen muessen ein Machtfaktor innerhalb der ausstehenden Auseiandersetzungen werden! Frauen muessen sich selbst organisieren, weil sie ihre urelgensten Probleme erkennen und lernen muessen, ihre Interessen zu vertreten. So fing es an, Alice Schwarzer, Roter Vertrag, Berlino 1983
Die technokratische Entwiklung der Berufstatigkeit der Frau ist Grundlage unserer Analysen und politischen Arbeit und nicht eine diffuse Emanzipation der”Frau als Wesen”. So fing es an, cit pag 60
Mostra di foto di manifestazioni e di disegni contro la 218 e che ridicolizzavano la posizione dei politici e della chiesa. So fing es an, Alice Schwarzer, cit. pag 144
Informazione data da una delle donne( Monika Rafalski) della Repubblica Federale Tedesca che partecipò al Congresso internazionale delle donne tenutosi a Parigi nel 1977. L'impressione della Rafalski sul programma del Congresso e sulle conclusioni è stata pubblicata “ Frauenjahrbuch '77”, Alice Schwarzer, Berlino 1977.
Monika Rafalski: la donna che espone le sue impressioni sullo svolgimento del Congresso. Frauenjahrbuch ’77, cit pag 130.
Informazioni che sono state prese da dati statistici dell'ufficio federale socio-culturale nel 1977 e pubblicate dalla Roter Verlag nel libro Frauenjahrbuch ‘77
Due donne che vivevano in due diversi Frauen-Wohngemeinschaften(Birgit Daiber, madre di due bambine, in quello di Francoforte, mentre Monika Savier, “ madre affidataria” di una bambina di 8 anni, nel WG di Berlino. Queste informazioni sono state prese dal libro Frauenjahrbuch '77 cit pag 170, che è composto da testi che sono quasi tutti scritti da donne che provengono da diversi gruppi di donne e che non sono scrittrici professioniste.
Birgit Daiber: Presidente della GFBM( gruppo che persegue l’ obbiettivo di integrare le persone nel mercato del lavoro) di Berlino per i progetti europei.
Con questa frase si vuol spiegare il fatto che le figlie non possono avere una personalità uguale a quella delle madri, sono differenti da loro e hanno progetti e aspettative diverse da quelle delle madri.
Occhi d'Argo: Argo Panoptes era un gigante che, secondo la mitologia greca, aveva cento occhi e dormiva chiudendone cinquanta per volta. Argo, figlio di Aristore, viene citato come modo di dire per definire una persona molto accorta ed astuta.
L'articolo è stato pubblicato nel 1977 sul libro Frauenjahrbuch'77. Il nome e l'indirizzo dell'autrice sono conosciuti solo dalla casa editrice.
Gruppo di donne di sinistra radicale nato nei primi anni '70 nella Repubblica Federale Tedesca. Era un gruppo separatista che rivendicava soprattutto il diritto all'indipendenza economica e sociale della donna ed era fortemente individualista. Questo gruppo aveva contatti con gli altri gruppi di donne del movimento e collaborava con essi. Frauenjahrbuch ’77 citpag 200
Nancy Hartsock(1943): filosofa americana femminista. E' conosciuta per il suo lavoro all'interno dell'epistemologia femminista e nella teoria dello stand point. La sua teoria deriva da quella marxista, che si richiama al fatto che il proletariato ha una prospettiva d' istinto delle relazioni sociali e che solo questa prospettiva rivela la verità.
Il lavoro delle donne nella Colgate
Dal 1972, con l'abolizione delle categorie salariali nominate “leggere”, in quanto svolgevano mansioni più semplici e meno faticose e per questi motivi percepivano un salario inferiore, presso la Colgate, i dirigenti decisero che potevano inserire le donne in qualsiasi reparto, senza più alcuna restrizione.
Così, in poco tempo, molte operaie furono mandate nei reparti di impacchettamento, dove la forza lavoro maschile scarseggiava, per impacchettare le casse con bottiglie.
Su questi posti di lavoro le donne erano costrette a sopportare condizioni per loro insostenibili: a causa del continuo sollevamento, il chinarsi per creare grandi cataste, la schiena e la muscolatura addominale erano particolarmente sottoposte ad un duro sforzo e sovraccaricate. Oltre a ciò, l'ambiente in cui dovevano lavorare era malsano, in quanto erano presenti correnti d'aria, forti rumori e cattivi odori.
Il consiglio di fabbrica in carica, nel 1974, propose, come possibilità legali, un intervento per esaminare le condizioni sul lavoro ed appurare se le norme legali erano violate. Infatti, un limite massimo di quanto una donna poteva sollevare e quanto poteva portare, era fissato per contratto, ma si sospettava che questo limite in azienda fosse enormemente superato.
Il consiglio di fabbrica interpellò il medico dell'azienda e l'ispettorato del lavoro, ma entrambi, dopo la loro ispezione sul posto di lavoro, non trovarono nulla di irregolare.
Solo il consiglio di fabbrica aveva il dovere, tramite le trattative con l'azienda, di esigere che il peso di ogni singola scatola o bottiglia non potesse essere in nessun caso determinato in base al giudizio dell'azienda. Decisive erano invece la massa che la donna, in piedi, durante l'orario di lavoro doveva sollevare ed ordinare e la velocità con la quale svolgeva il suo lavoro.
Si chiedeva, anche, che le donne che si offrivano a compiere questo tipo di lavoro, non dovessero essere ostacolate, ma in nessun caso poteva essere chiesto loro di svolgere le mansioni allo stesso modo delle altre donne.
I tipi di lavoro assegnati alle donne non dovevano, per motivi di salute, essere eccessivamente pesanti (tra le richieste c'erano una pausa lavoro superiore per le donne che soffrivano di disturbi cronici o che avessero subito da poco un' operazione o che avessero partorito da poco).
Infine le operaie chiedevano di non lavorare più nel reparto imballaggi.
Diritto all'eguaglianza salariale per lo stesso lavoro
Di fatto, il sotto-salario versato alle lavoratrici era incostituzionale, in quanto nella Costituzione del 1949 era stato scritto che nessun cittadino poteva essere discriminato in base al sesso.
Molteplici studi furono fatti al riguardo dai partiti, ma le informazioni che venivano raccolte, alla fine, non servivano mai a compiere dei seri passi per cambiare la situazione; erano utilizzate solo per le rilevazioni statistiche.
Numerosi esempi tratti da diverse fonti dichiaravano che:
- Un' operaia guadagnava, nel 1974, in media 6,80 marchi l'ora, mentre il suo collega 9,55 marchi (dal giornale “Hamburger Morgenpost”del 20 marzo '75).
- Le lavoratrici delle industrie della Renania settentrionale e Vestfalia ricevevano circa il 64% del salario dei loro colleghi (dall'ufficio nazionale delle statistiche).
- Solo il 7,8% delle donne percepiva, nel marzo del '74 un reddito netto di 1400 marchi, contro il 34,7% della forza lavoro maschile (da una statistica dell'ufficio federale).
- Il 66% delle lavoratrici portava a casa meno di 1000 marchi al mese a casa rispetto al 16% dei loro colleghi maschi.
- Dei 22 milioni degli operai ed impiegati, il 34% erano donne. La percentuale della spesa per le loro retribuzioni non raggiungeva però il 34%, ma solo il 24% del totale(statistica dell'ufficio federale).
- Gli operai in fabbrica avevano un guadagno medio lordo annuale di 21170 marchi, le operaie ricevevano solo 13848 marchi.
Questi erano i dati dei nuovi studi condotti sui salari. Il dato di fatto che rimaneva certo era che le lavoratrici ricevevano dal 60% allo 80% dei salari dei loro colleghi. Secondo i calcoli dell'ufficio federale del lavoro, le donne, in media, guadagnavano 6000 marchi l'anno in meno dei colleghi maschi.
Di certo, l'imprenditore non risparmiava soltanto su questa differenza salariale, che avrebbe dovuto versare sulla paga dell'operaio maschio, ma anche sulla tassa della cosiddetta percentuale lavorativa da versare.
Sulla base dei loro bassi salari, le donne ricevevano anche un “rendimento” inferiore nell'assicurazione sanitaria, nell'assicurazione pensionistica e sull'assicurazione di disoccupazione.
Su circa 10 milioni di forza lavoro femminile attiva nella Repubblica Federale Tedesca, gli imprenditori, grazie allo sfruttamento delle operaie sottopagate, s'intascavano 60 miliardi di marchi.
Già dal 1966 il governo della Repubblica Federale Tedesca era stato invitato dal Consiglio federale del lavoro a prendere dei provvedimenti, facendo ricorso all'articolo 19 del contratto della CEE.
In questo articolo, come nella Costituzione, il diritto all'eguaglianza salariale veniva garantito.
Tuttavia uno studio condotto dall' Organizzazione internazionale del lavoro, il 1975 era stato dichiarato dall’ONU “Anno della donna”, constatava che le lavoratrici di tutto il mondo non venivano remunerate con stipendi adeguati al loro lavoro e prendevano di meno dei colleghi.
Questa indagine comprendeva più di 100 Paesi, in cui le donne erano sfruttate e sottopagate.
Renger ed il suo programma
Alla fine del 1975 Annemarie Renger , deputata alla Camera, si propose di abolire i “gruppi di salario deboli” e lo sfruttamento della donna nell'ambito del lavoro.
Nel suo programma veniva evidenziato uno scopo preciso: dovevano essere fatti continui riferimenti a donne che sul posto di lavoro erano sfruttate e sottopagate.
La Renger ricevette numerose lettere di lavoratrici che sostenevano che erano continuamente sottoposte a condizioni stressanti e ricevevano un salario pari a 2/3 di quello dei loro colleghi (articolo del Morgenpost del 15/4/1976).
Con queste prove, la Renger poté diffondere la notizia che gli imprenditori erano i “fondatori” del sottopagamento: attraverso i cambiamenti manipolati nel ciclo di lavorazione, molte donne facevano un poco meno dei loro colleghi e ricevevano un salario molto più basso.
In poche settimane il numero delle lettere arrivò a 200, tra le quali anche una di un gruppo di donne iscritte al sindacato di una grande azienda, in cui gli uomini, che svolgevano lo stesso lavoro delle donne, ricevevano 1,37 marco in più (dal giornale Frankfurter Rundschau).
Purtroppo il progetto della Renger fallì in breve tempo, dopo che questa annunciò che oltre alle lettere, le donne dovevano presentarsi e denunciare pubblicamente i loro datori di lavoro. Nessuna lavoratrice si presentò per paura di perdere il posto di lavoro o per il timore davanti ai loro colleghi maschi.
Il commento della Renger nei confronti di questa reazione fu: „Das ist eine enttauschende Erfahrung, die ich gemacht habe, obwohl 1975 das Jahr der Frau war….. Schweigen um das gute Betriebsklima zu erhalten, ist Schwache…..”
La reazione della Lega tedesca dei sindacati e dei consigli di fabbrica socialdemocratici, invece, fu diversa: essi appoggiarono e condivisero il comportamento delle donne.
La situazione delle ragazze nella formazione professionale.
“La ragazza non è solo una bambina, ma sarà anche figlia e sorella, diventerà in futuro madre oppure troverà una tipica occupazione femminile che le permetterà di vivere.
Questi sono i motivi per cui lei si può formare grazie al suo talento femminile, la sua forza ed il suo senso del dovere” (criteri direttivi e progetti materiali per le scuole elementarinell'articolo “La scuola nella Renania settentrionale- Vestfalia” del 1975).
Questa non era solo un'idea del ministero della cultura prettamente maschilista, ma anche la realtà che le ragazze, nella loro formazione, vivevano: una gran parte delle ragazze dopo la scuola svolgeva attività disumane senza un'adeguata formazione con un salario misero, mentre le ragazze che trovavano un posto di apprendista ricevevano una formazione per professioni mal pagate e di bassa qualifica.
Sotto alcuni numeri che si rifacevano anche alla relazione della disoccupazione che colpiva le donne ed i pochi posti di apprendista:
- Degli studenti che lasciavano la scuola e non riprendevano in seguito gli studi, solo il 36% erano apprendiste donne e che ricevevano un contratto di apprendistato.
- La loro percentuale con la breve formazione alle professioni con breve periodo di addestramento oscillava tra l' 88% ed il 98%.
- Nelle professioni d'insegnante con un tempo di formazione di almeno tre anni e mezzo la percentuale delle apprendiste donne scendeva sotto il 5% (dati tratti dalla rivista femminile Frau del '75).
Questo significava che 4/5 delle donne erano costrette, a partire dai 14 anni a svolgere professioni “tipicamente femminili” (come ad esempio le educatrici, le infermiere).
Sul giornale “Abendblatt di Amburgo” del 28 ottobre del 1975 erano riportati i seguenti dati:
- Disegnatrice tecnica 25%.
- Progettatrice di costruzioni 20%.
- Ricercatrice nel settore della chimica 15%.
- Parrucchiera per signora 40%.
Inoltre, su 7700 studenti delle scuole professionali disoccupati, quasi il 60% erano ragazze (dalla statistica dell'ufficio nazionale delle statistiche del 27 dicembre del 1975).
Le ragazze disoccupate ricevevano un trattamento speciale: nel 1974 fu emanato il secondo decreto sull'attuazione delle leggi riguardanti “l'organizzazione scolastica professionale”, secondo cui la gioventù di sesso maschile, se lavorava come operaio nell’ edilizia, la materia d'insegnamento di questa professione doveva essere inserita nel piano di studi scolastico, mentre non veniva menzionata la condizione delle giovani donne senza contratto di formazione.
Repubblica Democratica Tedesca e Repubblica Federale Tedesca: due realtà a confronto.
La situazione riguardo alla formazione professionale delle donne nella Repubblica Democratica Tedesca era decisamente diversa e migliore rispetto a quella nella Repubblica Federale Tedesca .
Infatti c'erano per le donne diverse possibilità di scegliere più professioni ed anche la percentuale delle professioni “inadatte” alle donne era molto alta:
Una ricerca condotta dall’università di Amburgo nel 1974, indicava che tra le professioni in cui si richiedeva un periodo di apprendistato e di tirocinio c'erano:
- Lavoro specializzato per l'elaborazione dei dati- 81% degli apprendisti erano ragazze.
- Meccanici per le macchine per l'elaborazione dei dati e per le macchine da ufficio- 59%.
- Montaggista elettronico- 59%.
- Lavoratore specializzato elettronico- 44,4%.
- Macchinista- 45%.
- Lavoratore specializzato in chimica- 69%.
- Lavoratore specializzato in geografia- 56,6%.
Molto simile era la situazione delle studentesse: dal 1960 al 1974 la percentuale delle donne nelle università era salita dal 27% al 54%. Anche qui la scelta delle donne era fortemente diretta sulle facoltà tecniche e scientifiche.
Nel 1976 il 56% delle donne nella Repubblica Democratica Tedesca aveva una formazione professionale completa, di cui l' 11% di tipo universitario o un diploma di scuola superiore tecnico.
Le madri che lavoravano, in particolare quelle che lavoravano nel ciclo di produzione, ricevevano un ulteriore sostegno per un' ulteriore formazione, soprattutto attraverso l'esenzione dal lavoro nel periodo della formazione, l'ulteriore formazione e la garanzia del versamento dello stipendio durante la formazione.
Inoltre la parità dei diritti della donna nel lavoro era sostenuta, in quanto anche le donne sposate avevano la possibilità di esercitare una professione o di fare una formazione professionale (come un perfezionamento politico e sociale).
Nella Repubblica Democratica Tedesca c'erano le leggi che tutelavano le madri lavoratrici: una volta al mese il lavoro della casalinga era remunerato e l'esenzione dal lavoro, per le donne sposate, se i loro bambini erano malati, fino a 4 settimane, mentre per quelle nubili fino a 6 settimane.
Nella Repubblica Federale Tedesca, invece, le donne avevano solo 5 giorni pagati l'anno se i loro bambini si ammalavano, quindi, di conseguenza, per le madri della RFT, era più difficile l’ingresso nel mondo del lavoro.
In generale, le misure che erano state prese nella Repubblica Democratica Tedesca, non esistevano ancora nella Repubblica Federale Tedesca e le donne dovevano lottare ulteriormente per non essere, per la produzione, soltanto forza lavoro a basso costo.
Le donne nel pubblico impiego nella Repubblica Federale Tedesca.
Il numero degli impiegati nella Repubblica Federale Tedesca in 25 anni crebbe notevolmente: nel 1950 erano il 25% della popolazione attiva, mentre già nel 1975 erano il 52% (rilevazione statistica tratta dal giornale “Wirtschaft und Wissen”, economia e sapere).
Un' incremento particolare si registrò grazie alla presenza delle donne: nel 1971, dei 7597000 delle lavoratrici dipendenti, 4010000 erano impiegate statali (cioè circa 53% di tutte le impiegate), mentre nel 1950 erano solo il 31%.
Nonostante ciò negli impieghi pubblici con mansioni tecniche la percentuale delle donne era molto bassa ed in casi sporadici superò il 10%.
L'opinione pubblica e soprattutto i lavoratori delle fabbriche consideravano il lavoro nel pubblico impiego una professione leggera e sicura, che non richiedeva particolari sforzi né fisici né intellettivi: lo stare seduti tutto il giorno, scrivere solamente e telefonare e poi bere il caffé era ritenuto un lavoro improduttivo.
La stampa borghese e la televisione nella trasmissione di reportage sull’attività negli uffici alimentavano questo modo di vedere con pubblicità ed articoli che mostravano e descrivevano le segretarie che, durante l'orario di lavoro, facevano spesso la pausa - caffé.
Tuttavia il lavoro intellettuale degli impiegati veniva pagato di più.
I capitalisti erano ben consapevoli dell'esistenza di questa spaccatura, in quanto il posto di lavoro degli impiegati , rispetto a quello in fabbrica, includeva anche clausole contrattuali migliori: gli impiegati ricevevano uno stipendio e non un salario in base alle ore lavorative, il preavviso in caso di licenziamento era di 6 settimane prima della fine del semestre, mentre, in fabbrica, solo per gli operai che lavoravano da più di 15 anni, il termine di licenziamento era di sei settimane.
Nonostante che gli impiegati fossero soggetti a continui controlli sul posto di lavoro e che fosse richiesta loro dai dirigenti una rigida puntualità, gli operai li consideravano dei privilegiati e nemici. I lavoratori salariati non capivano che per i “colletti bianchi” in realtà, non c'era alcun tipo di vantaggio, ma che spesso nel loro “tempo libero”si organizzavano per sbrigare il lavoro rimanente.
L'ondata di razionalizzazione nel settore impiegatizio.
Nel settore impiegatizio, dagli inizi degli anni '60 (più precisamente dalla fine del 1963), si ebbe un processo di razionalizzazione.
La razionalizzazione apportò numerosi cambiamenti nella divisione del lavoro ed aumentò il numero dei contratti a cottimo. Il lavoro svolto da ogni singolo dipendente era valutato attraverso un sistema di punti, furono introdotti il sistema della gestione del personale, dell'elaborazione dati elettronico e costruzione di uffici open space e sale per scrivere.
Le possibilità di risparmio negli uffici ebbero sugli impiegati ripercussioni devastanti:
l'Ente federale per il lavoro calcolò che un terzo dei disoccupati erano impiegati. Inoltre il declino del lavoro d'ufficio portò ad un continuo licenziamento delle donne rispetto agli uomini .
Il “Rationalisierungskuratorium der Deutschen Wirtschaft” affermò che il rendimento degli impiegati era cresciuto in media dal 55 fino al 65% .
Nonostante ciò questa realtà, non fu ritenuta dagli impiegati pericolosa: dopo un sondaggio dell' Infas, nel 1974, ancora il 40% degli impiegati intervistati era del parere che, il progresso tecnologico e l'automazione burocratica avevano avuto conseguenze positive (dalla rivista Ebenda).
Lo svolgimento del lavoro negli uffici open space .
Gli uffici open space furono costruiti in misura maggiore dalla metà degli anni '60.
Il modello che fu preso come esempio fu il palazzo dell'amministrazione del Connecticut General Life Insurance degli Stati Uniti.
Gli effetti basilari della razionalizzazione dovevano essere:
- Flusso d' informazioni ottimale.
- Rafforzamento rigoroso del materiale informativo- fino al 60% dei documenti scritti a mano era superfluo.
- Cambiamenti veloci e razionali attraverso la formazione di spazi pubblici per i dipendenti che avevano però compiti differenti ed una propria scrivania .
Nella Repubblica Federale Tedesca già all'inizi dell' 1976 il 20% di tutti gli impiegati lavorava in uffici open space che accoglievano più di 50 persone che lavoravano insieme.
La costruzione degli uffici open space fu realizzata per rendere possibile l'ulteriore divisione del lavoro, per l'automazione burocratica e per la standardizzazione dell'attività degli impiegati.
Questo riguardava particolarmente la gestione del personale, come ad esempio, il reparto contabilità, e dei dattilografi.
Come per i lavoratori a cottimo che lavoravano alla catena di montaggio, anche i dipendenti eseguivano le loro mansioni in modo meccanico ed era richiesta loro una certa rapidità.
Questo tipo di attività aveva come conseguenza il fatto che la qualifica di ogni singolo individuo tendeva a calare e risultava facilmente scambiabile. Il lavoro divenne cosi monotono.
Riguardo alle conseguenze che il lavoro negli uffici open space aveva sugli impiegati, furono fatti pochi, ma buoni studi: da un primo programma di ricerca risultava che il dipendenti, innanzitutto, accusavano un certo affaticamento al sistema nervoso. Questo si ripercuoteva di conseguenza anche sul fisico, che era costretto a stare in un ambiente con forti rumori (dalla rivista “Wirtschaft und Wissen”).
In un giornale d'informazione della DGB (confederazione tedesca dei sindacati), fu pubblicata la critica da parte dei sindacati sui risultati della razionalizzazione dei capitalisti.
Il commento conclusivo era il seguente: “Critichiamo fortemente e denunciamo questo tipo di razionalizzazione.
Vorremmo l'accatastamento delle macchine, che non è solo nell'interesse del dipendente.
Quello che noi chiediamo ed esigiamo è l'umanizzazione del mondo del lavoro.”
Le copisterie centrali.
Le razionalizzazioni nel settore impiegatizio e gli accordi sul lavoro hanno apportato un notevole svantaggio in queste professioni soprattutto alle donne.
Professioni come la dattilografa, la perforatrice e l'aiutante negli uffici non furono più necessarie e richieste. In alcuni casi, le donne erano assunte, dopo un apprendistato della durata di due anni, come aiutanti d'ufficio con uno stipendio misero.
Le impiegate e gli impiegati erano suddivisi in categorie di stipendi. Di solito esistevano cinque gruppi di lavoro:
- Impiegati/e con impiego direttivo di controllo e potere decisionale.
- impiegati/e in attività di piena responsabilità, ma con un potere decisionale limitato.
- Impiegati/e che svolgevano in modo autonomo compiti di tipo generale, ma non avevano alcuna responsabilità nei confronti delle attività svolte dagli altri colleghi.
- Impiegati/e senza un proprio potere decisionale nelle attività semplici, ed erano necessarie solo esperienza lavorativa o una formazione professionale.
- Impiegati/e che svolgevano attività semplici, schematiche e meccaniche.
Da dati statistici dell'ufficio federale del lavoro della ricerca “La donna in famiglia, professione e società” del 1975, si specificava che: “il 50% delle impiegate era collocata nel quarto gruppo di lavoro ed il rimanente nel quinto.
Anche se le donne avevano la stessa qualifica degli uomini, ricevevano uno stipendio nettamente inferiore: nel 1973 l'utile mensile lordo medio degli impiegati maschi era di 1931 marchi, quello delle impiegate di marchi 1270.”
I capitalisti raggiunsero i risultati della razionalizzazione attraverso la costruzione delle copisterie centrali. Un'analisi della società per azioni Blohm und Voss mostrò chiaramente come non si potesse minimamente paragonare il lavoro dei segretari con quello dei dattilografi.
Il pagamento dei dattilografi risultava, in molti casi, dopo il calcolo preventivo dello stipendio base già decisamente superiore, ed i loro colleghi erano costretti ad accettare queste condizioni.
Un' azienda di Dusseldorf fissava sulla base di 35000 preventivi al giorno che chi rendeva di più, riceveva un premio di produttività (dalla rivista Wirtschaft und Wissen n.1 del 1976).
Lo sviluppo delle copisterie crebbe ulteriormente: la nuova parola magica dei fautori della razionalizzazione era l'elaborazione dei testi. Le compilazioni ricorrenti inerenti ad esempio alle offerte o alle descrizioni erano sempre standardizzate e, dai dattilografi attraverso macchine per scrivere, registrate su nastro magnetico o su carta. I colleghi dei dattilografi inserivano ancora soltanto in posti precisi singole parole o numeri, non più cose collegate tra loro: questo lavoro ormai lo svolgeva la macchina.
Gli “esperti dell' industria” credevano che se loro riuscivano a risparmiare circa 200000 dattilografi e fare investimenti di 2,5 miliardi di marchi potevano risparmiare 4 miliardi di marchi dei costi del personale (dalla rivista “Wirtschaft und Wissen”).
Con i fogli perforate delle macchine per scrivere quattro dattilografi facevano una corrispondenza, mentre col lavoro di tipo tradizionale servivano 25 dattilografi (dal fascicolo IGM Impiegati).
Un nuovo accordo lavorativo nel settore impiegatizio fu l'introduzione dell'elaborazione dati elettronica e la figura della perforatrice. Questo lavoro era quasi completamente svolto da donne (73%). Questa professione era ancora più monotona ed uniforme di quella del “normale” dattilografo, perché riguardava quasi solo esclusivamente i numeri ed il pagamento avveniva spesso dopo i calcoli preventivi.
Accanto allo sforzo fisico e psichico a causa di questo lavoro, le perforatrici soffrivano anche di continui mal di testa, bruciore agli occhi, peggioramento della vista, in quanto costrette a trascorrere molte ore davanti ad uno schermo.
La professione di segretaria.
Dagli inizi degli anni '60 i mass-media ed altri mezzi d'informazione pubblicizzarono il lavoro della segretaria in modo positivo e lo dipinsero non come un vero lavoro, ma quasi come uno svago e divertimento della donna.
Nel 1976 la segretaria Rosemarie Niemeier del Cancelliere Federale Schmidt dichiarò al riguardo: “La segretaria è una professione tipicamente femminile.
A noi donne è dimostrato come, in questa professione, troviamo la nostra piena soddisfazione.
Io metto il mio posto di lavoro in cima alla scala gerarchica della carriera di una donna” .
La rivista femminile “ Freundin” scrisse: “I ruoli di genere che sono assegnati alle donne nella vita reale valgono anche nello svolgimento delle mansioni d'ufficio.
Una donna di “compagnia” attraente e seducente è equiparabile ad una moglie elegante.
L'uomo è consapevole del fatto che avere una donna accanto a cui poter dettare ogni cosa e da poter dominare sia molto soddisfacente” .
L' ente federale per il lavoro espresse un proprio giudizio sulla professione della segretaria:
“La segretaria si occupa di importanti funzioni di tipo commerciale, amministrativo e di mediazione con molta pazienza” .
Il rapporto scritto sulle segretarie della rivista “ Freundin” affermava: “La segretaria ha la capacità di stabilire i rapporti, ha una buona memoria, una condotta richiesta, talento organizzativo, è attendibile, ha molta pazienza e umorismo.
Inoltre deve avere senso del dovere, talento diplomatico e puntualità.
Grazie a questa professione le donne possono incontrare uomini “interessanti”, che non avrebbero mai incontrato.
È consigliabile farsi assumere solo da aziende di alto livello o da uomini prestigiosi e potenti” .
Si poteva dedurre che la professione della segretaria era intesa come un divertimento e che lo straordinario, non remunerato, faceva parte solo del ruolo subordinato.
La fatica intellettiva non era mai menzionata ed il carico di lavoro semplicemente ignorato.
Professioni socialmente utili
Le professioni “socialmente utili” e particolarmente adatte alle donne, come l'infermiera, l' educatrice, la puericultrice, l' assistente del dottore erano considerate, per tradizione, lavori tipicamente femminili.
Infatti, dopo la scuola superiore, le ragazze “sceglievano” spesso una di queste professioni, piuttosto che diventare perforatrici o dattilografe.
Le donne non avevano molte scelte. Da un prospetto informativo, del 1976, dell' ufficio d'igiene emergeva: “L' infermiera è una collaboratrice molto richiesta, stimata e preparata.
Questa è una professione femminile perché solo la donna, col suo comportamento etico e morale, può svolgere mansioni del genere con impegno e passione.”
In realtà le donne non erano per niente soddisfatte di questo lavoro, in quanto era richiesta loro una certa velocità ed il disbrigo di molte mansioni contemporaneamente.
Inoltre la politica del risparmio aveva, nella sanità pubblica, fatto molta economia e razionalizzazioni a danno della forza lavoro attiva e dei pazienti:
- La riduzione della degenza media dei pazienti da 16,5 a 14 giorni portava ad un grande aumento dell'intensità del lavoro, in quanto più pazienti dovevano essere accuditi contemporaneamente.
- I posti di lavoro vacanti non venivano rioccupati.
- Le allieve infermiere e gli inservienti svolgevano il medesimo lavoro con una retribuzione più bassa.
- L'inserimento di nuovi metodi di cura necessitava del lavoro straordinario del personale di cura.
- L'assistenza ai malati e alle donne incinte era saltuaria.
- Il cronometraggio scoperto e rinforzato fu introdotto come mezzo della razionalizzazione.
Lo scopo era di controllare l'organigramma ed il pagamento di pronto intervento.
- Il servizio di sorveglianza notturno per i malati gravi e per le persone operate da poco era spesso risparmiato.
I licenziamenti di massa nella sanità.
Il taglio netto dei costi nella sanità pubblica riguardava particolarmente il personale di cura, perché indicato come il fattore più costoso.
La legge sui finanziamenti agli ospedali del 1972 prevedeva la presentazione dei piani di fabbisogno degli ospedali: gli ospedali potevano essere favoriti dallo Stato solo nei piani di necessità . Gli ospedali con meno di cento posti letto furono chiusi ed il numero di posti letto, negli ospedali rimasti, fu ridotto notevolmente .
Fino al 1985 dovevano essere eliminati circa 4000 posti letto. La riduzione dei posti letto in tutti i reparti non portò però alcun tipo di alleggerimento delle fatiche del personale: “Anche se ci sono pochi posti letto, il ricovero dei pazienti deve rimanere. Il periodo di degenza è stato drasticamente ridotto. La percentuale dei pazienti gravi sale in tutti i reparti. Alcuni reparti avevano già una percentuale dell' 80% di malati gravi” (dalla broschure delle misure di risparmio nel settore della sanità).
In tali circostanze non rimaneva tempo a sufficienza per l'assistenza dei pazienti.
Le lavoratrici nel settore educativo non godevano di migliore trattamento : nei ricreatori urbani per i giovani 106 posti in organico furono eliminati, molti asili nido vennero chiusi, i collegi di educazione progettati non costruiti, le educatrici erano continuamente spostate ed i posti in organico vacanti non rioccupati.
Dal 1975 i direttori di asili nido non ricevevano più soldi da investire in giocattoli e attrezzi per il tempo libero, come accadeva negli anni precedenti.
Il ricevere meno denaro, l'eliminazione di molti posti di lavoro e le continue iscrizioni dei bambini agli asili nido significava per le educatrici dover essere sempre a disposizione, ubbidire ad un regolamento rigido e dover essere molto disciplinati.
Infine, lo straordinario nelle “professioni socialmente utili”era considerato quasi un' usanza: in un documento interno dell'ufficio d'igiene del 1974 si dichiarava:
“Il numero delle ore di straordinario è stato ridotto per primo.
Tuttavia questo costituisce, complessivamente ancora l'orario di lavoro annuale di 148 lavoratori che svolgono, quindi, la loro professione a tempo pieno.
Questo significa che, solo per il 1974, le 262396 ore di straordinario in più non vengono prese in considerazione dalle statistiche perché non remunerate” (notizia presa dal servizio d' informazioni della sanità pubblica n.5).
L' 86% degli educatori negli istituti di educazione statali di Amburgo erano donne, e con il “personale gratuito” (persone di chiesa che svolgevano il volontariato e di associazioni onlus) la percentuale saliva al 97% (fonte tratta da un rapporto del Senato sui giovani). Nel settore delle puericultrici, il 99% erano donne che ricevevano lo stipendio ed il 100% volontariato cattolico e protestante.
Altre figure professionali qualificate, come l'assistente pedagogico e l' assistente sociale, erano composte per solo il 39% da uomini che lavoravano in enti pubblici.
La politica del risparmio colpiva in particolar modo le donne: l'irregolare servizio di turno nei reparti costituiva già un carico considerevole, ma era particolarmente pesante per le donne con famiglia. Il risparmio del personale e la fretta con cui doveva svolgere le funzioni, portò a fissare il piano dei turni spesso solo una volta la settimana.
Se una collega si ammalava doveva essere subito sostituita: il tempo libero e la vita privata non potevano più essere programmati.
Solo ad Amburgo, ad esempio, il 50% di tutti i posti delle scuole materne e degli ospedali statali della Repubblica Federale erano stati cancellati.
In più le donne erano costrette ad accettare pessime durate del turno di lavoro, se no venivano licenziate.
Un efficace intervento organizzato delle donne per difendere i loro interessi era fortemente limitato dallo Stato e dalla Chiesa: delle 6000 assistenti di studio medico ad Amburgo, solo 60 erano iscritte al sindacato del pubblico impiego; nella fusione degli asili nido dei 3000 dipendenti, solo 700 erano iscritte ad un sindacato.
Lo Stato e la chiesa approfittavano, senza alcuno scrupolo, dell'operato caritatevole di molti lavoratori e lavoratrici, dicendo loro di essere i soli responsabili per il bene dei pazienti: questo era anche il fondamento su cui si basava il rapporto di sfruttamento medievale nelle opere di carità della chiesa. Cosi, molte educatrici, infermiere, puericultrici, assistenti sociali, anche se ammalate, lavoravano comunque in quanto nessuno poteva sostituirle. Lottare contro queste condizioni lavorative disumane era per il “volere del cielo”soprattutto abominevole e l' appartenere ad un sindacato era considerato come una contraddizione verso l'impegno sociale, che richiamava lo spirito di sacrificio ed il rifiuto a tutelare gli interessi del lavoratore.
La donna era meno tutelata dell'uomo in quanto era idea diffusa che lei riuscisse ad adattarsi nell'essere sottomessa e sfruttata ed, attraverso il doppio lavoro (famiglia e professione) era predestinata al sacrificio.
Le infermiere nella Croce Rossa Tedesca.
Emblematica la situazione delle infermiere della DRK , che, dal primo giorno di lavoro, avevano già un'idea chiara riguardo al concetto di sacrificio: “La persona malata è il soggetto principale per le infermiere.
Con quest' osservazione si spiega già il significato della nostra professione.
La preziosa creazione di dio, la vita umana, ci viene consegnata e noi possiamo dare il nostro contributo per mantenerla integra.
Siccome ci viene assegnata una granderesponsabilità, dobbiamo essere consapevoli che , per ogni malato, la portiamo fino alla fine davanti a dio.
Solo se noi svolgiamo il nostro lavoro con la massima serietà, possiamo ricevere un comportamento giusto dalle persone che si fidano di noi.
Noi soddisfiamo i loro bisogni primari con dedizione, giorno per giorno, con una parola detta al momento giusto, con lo svolgimento di mansioni precise, ma soprattutto attraverso la testimonianza che loro continuino a vivere dignitosamente e che non muoiano interiormente.”
In realtà le allieve tirocinanti a Gottinga, dove risiedeva la sede principale della Croce Rossa tedesca, non potevano decidere di rifiutare la totale sottomissione, in quanto la Croce Rossa deteneva il monopolio per la formazione. Durante la formazione le infermiere caposala portavano con se il libro che trattava il comportamento che dovevano tenere le allieve infermiere e lo svolgimento delle loro mansioni. Alle infermiere della Croce Rossa era vietata l'iscrizione al sindacato.
Inoltre, da un giudizio principale del Tribunale del lavoro federale venne costatato che le infermiere della Croce Rossa avevano meno diritti dei diritti costituzionali delle aziende ospedaliere:
“Le infermiere che fanno parte della Croce Rossa o che lavorano negli ospedali della Croce Rossa tedesca, non sono viste come vere lavoratrici.
Loro svolgono un “lavoro” di tipo caritativo e per questo non godono di alcun tipo di diritto costituzionale.”
Le allieve infermiere avevano solo “diritto” a 12 settimane di assenza se si ammalavano, mentre la loro formazione durava 3 anni.
Alle tirocinanti in gravidanza che volevano avere i bambini non era permesso di finire il tirocinio se non si sbarazzavano successivamente dei loro bambini .
Annemarie Renger(07/10/1919-03/03/2008): era un politico donna, tedesca aderente alla SPD. Dal 1972 al 1976 era membro della Camera dei deputati tedesca e dal 1976 al 1990 ne fu vicepresidente.
Questa è un’ esperienza deludente che ho fatto, nonostante che il 1975 sia stato l’ anno della donna….ho ricevuto un grande silenzio da parte di tutte le donne…Frauenarbeit, Grazyna Buchheim, Amburgo 1976 cit. pag 70
Ricerca universitaria della facoltà di sociologia sulla situazione lavorativa delle donne nella Repubblica Democratica Tedesca, Amburgo 1974
LE LOTTE SINDACALI CONTRO LA SOTTOOCCUPAZIONE FEMMINILE.
“Uomini e donne hanno gli stessi diritti”
La frase“Gli uomini e le donne hanno gli stessi diritti”(Articolo 3, paragrafo II, comma 1) fu inserita nella Costituzione dopo una vivace discussione .
Nella Commissione principale del Consiglio parlamentare fu proposta, inizialmente, dalla maggioranza la seguente espressione: “Uomini e donne hanno gli stessi diritti e doveri civici.”Questa frase era conforme alla situazione giuridica della Costituzione della Repubblica di Weimer. La deputata Frieda Nadig della SPD dichiarò di non essere d' accordo, in quanto, secondo quanto lei sosteneva, non solo gli uomini e le donne dovevano avere gli stessi diritti e doveri civici, ma l'obbiettivo della parità tra i sessi si doveva realizzare anche nel diritto di famiglia ed in tutti gli altri settori del diritto; dopo l'intervento della Nadig, nella Commissione si discusse la questione se il Codice Civile poteva essere incostituzionale o meno: con questa incertezza nelle fondamenta del diritto, la proposta del gruppo della SPD fu respinta anche nel comitato direttivo.
La deputata Elizabeth Selbert riteneva che fosse un dovere del Consiglio Parlamentare rivedere la decisone presa.
Dopo l'insuccesso della votazione, le organizzazioni di donne iniziarono, dal dicembre del 1948, con azioni extraparlamentari in tutta la Germania, a mobilitarsi a favore della stesura della proposta della SPD “Gli uomini e le donne hanno gli stessi diritti”.
Elizabeth Selbert parlò di una “grande ondata di entusiasmo dell' opinione pubblica che scaturì dalla votazione della lettura di questo articolo nel Comitato direttivo” ,mentre un deputato dell' FDP ed, in seguito, il presidente federale Theodor Heuss , cercarono di minimizzare la protesta, definendola una “ piccola onda di movimento” .
In ogni modo, l'effetto sui deputati del Consiglio parlamentare fu cosi grande che l'articolo sull'eguaglianza, dopo poco, fu approvato da una netta maggioranza.
Dall’ inizio degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’80, la Corte Costituzionale federale evidenziò sempre di più l’uguaglianza giuridica tra l’ uomo e donna.
Quest’ azione dipendeva particolarmente dal fatto che il nuovo movimento femminista era cresciuto ed era appoggiato da donne di tutti i ceti e classi.
La distribuzione delle parti non giustificava più la “naturale differenza” degli uomini e delle donne . Nel 1975 la Corte Costituzionale decise di introdurre la pensione per le vedove, perché il senso del ruolo della donna nel matrimonio e nella famiglia doveva cambiare: le donne non accettavano più di dover essere trattate, nel matrimonio, come donne delle pulizie.
Fino alla fine degli anni ’80 vennero ridotte notevolmente le discriminazioni nei confronti delle donne nell’ordinamento giuridico: importanti decisioni della Corte costituzionale riguardarono le discriminazioni nel diritto di cittadinanza ed il riconoscimento ed il mantenimento dei figli illegittimi.
Su un altro lato la Corte Costituzionale si organizzò per abbattere i “privilegi patriarcali” nei confronti delle donne rimasti ben consolidati nelle famiglie.
Infatti, continuamente, gli uomini facevano dei ricorsi costituzionali contro le numerose richieste delle mogli per avere, una volta vedove, la pensione e per un giorno libero retribuito per i lavori di casa dallo Stato.
Un altro problema da risolvere era l’età pensionabile: gli uomini andavano in pensione a 65 anni, mentre le donne a 60 .
Gerarchie e discriminazioni nel mercato del lavoro.
Le variabili, che differenziavano le situazioni e le condizioni di vita di diverse donne, erano la razza, l’ appartenenza di classe, le condizioni di salute e l’età .
Infatti, soprattutto le donne immigrate e le portatrici di handicap, trovavano ulteriori difficoltà per un’adeguata formazione professionale e spesso erano escluse molto più facilmente dal mercato del lavoro rispetto alle comuni tedesche.
Le differenze sessuali nella partecipazione dell’ambito lavorativo erano molto più grandi nelle popolazioni straniere rispetto a quelle situate nella popolazione della Repubblica Federale tedesca : alle immigrate erano, quindi, assegnati più spesso lavori precari o prestazioni di servizio privati ed informali, come la donna delle pulizie, la badante o lo svolgere prestazioni sessuali.
L’articolo 21 del Codice Civile stabiliva, già alla fine degli anni ’70 (dal 1978):
“il datore di lavoro non può pattuire somme inferiori a causa del sesso per l’equivalente del lavoro svolto.” Il rispetto delle norme di tutela di entrambi i sessi, non giustificava, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo II, il sottopagamento. Nell’ articolo 141, paragrafo II del Codice Commerciale c’era scritto (tutt’ ora c’è) : “La paga base ed il salario minimo, di solito, devono essere versati al lavoratore/trice o in forma liquida o attraverso una prestazione in natura.”
La discriminazione sessuale, per l’azienda, si poteva riconoscere solo nei casi in cui la donna, che svolgeva lo stesso lavoro del suo collega, riceveva il 70% del salario del lavoratore.
Già nel 1961 la BAG,Bundesarbeitsgericht, (tribunale federale del lavoro) aveva dichiarato nullo il motivo per cui, nei contratti collettivi di lavoro, le donne, che svolgevano lo stesso lavoro dei loro colleghi ricevevano un salario inferiore in base alle ore svolte: le lavoratrici sposate potevano vivere col “salario di mantenimento familiare” del marito; inoltre loro costituivano un alto costo sociale per l’azienda.
Accanto a quelli retribuiti, le donne svolgevano un altro tipo di lavoro che è stato sempre tenuto fuori dalla sfera pubblica e visto come un dovere nella sfera privata: le cure materne e lo svolgimento delle mansioni domestiche.
Nel XIX secolo la divisione del lavoro tra il lavoro retribuito e quello domestico era già stato fissato per iscritto nel Codice Civile tedesco e regolava, almeno in passato, un “chiaro rapporto tra i sessi”.
Questo modello non era stato fissato solo nel diritto di famiglia, ma anche in quello del lavoro e nei diritti sociali. Nel 1963 la Corte Costituzionale federale dichiarò:
“La professione domestica rimane della donna.
Grazie allo svolgimento delle mansioni domestiche, lei ha il sussidio di sostentamento dal marito che riceve benefici fiscali sullo stipendio per ogni persona a carico.
Questa situazione porta il marito ad essere l’unico sostentatore e, siccome i suoi benefici fiscali hanno lo stesso valore del lavoro domestico svolto dalla donna, si crea un rapporto di dipendenza economica dal marito”.
L’assegnazione dei ruoli tradizionali alla donna e all’uomo nel diritto fu abbattuta gradualmente: vennero introdotte riforme per la parificazione dei sessi.
Il distacco ufficiale dal modello tradizionale si ebbe con l’ introduzione della legge sul divorzio del 1976, che entrò in vigore il 1 luglio del 1977.
Prima di questa legge i ruoli all’interno del matrimonio erano già prestabiliti e la donna aveva il permesso di svolgere un altro lavoro solo se questo era conciliabile “con i doveri nel matrimonio e nella famiglia”.
Nonostante l’emanazione di questa legge, la situazione delle “nuove” lavoratrici coniugate e nubili non migliorò molto: alcune sociologhe, come Arlie Hochschild ed Elizabeth Beck- Gernsheim studiarono questo fenomeno. La Hochschild dichiarò che il lavoro non retribuito all’interno della sfera domestica era svolto ancora prevalentemente dalle donne . I risultati dei suoi studi mostravano che nell’ambito dei lavori non remunerati, la maggior parte dei compiti erano svolti da donne, indipendentemente dal fatto se loro avevano una professione o meno. Erano ancora le donne che si occupavano principalmente dell’educazione e della cura dei loro figli; la conseguenza era la difficile conciliazione tra il lavoro e la famiglia.
La sociologa Elizabeth Beck- Gernsheim , nel 1970, sostenne che le esigenze di professioni nuove e gli orari di lavoro richiedevano la disponibilità di una seconda forza lavoro per il lavoro non retribuito .
Gli obbiettivi sindacali.
Il diverso atteggiamento verso il lavoro svolto dalla donna aveva apportato miglioramenti nell’ ambito della legislazione sociale e del lavoro, ma aveva lasciato, come già accennato nel paragrafo precedente, molti problemi irrisolti.
L’attività sindacale femminile intesa come parte integrante dell’attività politico-sindacale del DGB (confederazione tedesca dei sindacati), mirò ad analizzare i problemi inerenti all’ attività lavorativa della donna ed al ruolo di quest’ ultima nella famiglia, nell’ ambito lavorativo e nella società per trovare delle possibili soluzioni. L’ obbiettivo principale delle sindacaliste era di cambiare e migliorare la situazione della donna - in particolar modo della lavoratrice- e di battersi per realizzare il principio della parità dei diritti dell’uomo e della donna nel campo sociale ed in quello economico.
Questo scopo era strettamente collegato con la capacità di una grande apertura mentale e con un alto senso di responsabilità sociale per porre domande che riguardavano l’attività lavorativa delle donne .
Dai primi studi condotti dalla Confederazione Tedesca dei sindacati riguardo alla situazione lavorativa della donna, era chiaro che le donne erano ben consapevoli del fatto che il loro ruolo professionale cominciava ad acquistare un significato importante : il 67% delle operaie e l’81% delle impiegate concordava sul fatto che valeva la pena iscrivere le loro figlie a scuole private e dar loro una buona formazione professionale. Questa dichiarazione si poteva confrontare con le risposte date dalle operaie e dalle impiegate ad un questionario, fatto nel 1971 a Bonn, al termine di un tirocinio di breve periodo per salire di livello: il 57% delle operaie giovani (fascia compresa tra i 25 e i 34 anni) portava a termine il tirocinio, mentre la percentuale delle operaie adulte era solo il 39% (35-44).
Anche nel settore impiegatizio l’85% (25-34) delle impiegate più giovani finiva il tirocinio in confronto al 73% (35-44) di quelle adulte.
Una grossa percentuale delle operaie (62%) e delle impiegate (65%) desiderava far carriera soprattutto nella politica o nell’ambito dell’economia.
Il 47% delle donne era dell’opinione che la carriera professionale della donna non richiedeva necessariamente la rinuncia dei bambini.
Dal programma della Confederazione Tedesca dei sindacati emerse chiaramente che, sia per l’economia politica che per la società, il lavoro delle donne era diventato indispensabile. Da ciò si poteva dedurre che con il miglioramento della situazione della donna lavoratrice, si dava la possibilità alla donna di conciliare la sua professione con le esigenze della propria famiglia.
Le richieste del DGB erano le seguenti:
1Verifica dell’applicazione delle norme giuridiche: numerosi divieti e limitazioni imposti alle donne di svolgere le tipiche occupazioni “maschili” erano stati aboliti già da 10 anni ma continuavano ad essere applicati. Le norme giuridiche di protezione si limitavano spesso a tutelare solo le donne con un' alta formazione professionale, alle quali era vietato svolgere determinate professioni e attività. A causa del progresso tecnico era cambiato il mondo del lavoro e, con i risultati delle nuove ricerche mediche e con l’attuale ruolo della donna nelle professioni, le limitazioni nei confronti delle donne erano considerate ormai ingiustificate ed incostituzionali.
2 Applicazione della norma sulla retribuzione equiparata al valore del lavoro svolto. Questa legge non era rispettata né nelle fabbriche né nel settore impiegatizio: le donne ricevevano complessivamente ¼ della paga lorda .
Il DGB chiedeva inoltre che, nella valutazione del lavoro, fossero fatte continue verifiche riguardo al sovraccarico di lavoro e allo sforzo fisico ed intellettivo, al grado di responsabilità, all’ambiente, all’abilità ed alla destrezza manuale.
La nuova legge costituzionale sulle aziende entrata in vigore nel gennaio del 1972, allargava il diritto di cogestione del consiglio di fabbrica riguardo alla questione dell’organizzazione salariale per eliminare definitivamente il trattamento discriminatorio nei confronti delle donne nelle fasce retributive. Ne risultò che sempre più donne divennero parte integrante dei consigli di fabbrica e delle commissioni salariali dei sindacati.
La pubblica relazione sindacale evidenziò che la maggioranza della popolazione era ben consapevole che la parità salariale nei sessi non era ancora stata raggiunta. Il risultato dell’ inchiesta del DGB del 1976 mostrava:
“L’84% degli uomini e l’82% delle donne sono dell’ opinione che il principio sulla retribuzione equiparata al valore del lavoro svolto non sia ancora stato pienamente applicato.
Per il 40% delle donne intervistate il pagamento che spetta loro di diritto per la prestazione svolta non è avvertibile direttamente.
Loro dichiarano che l' equità retributiva non riguarda il loro lavoro. L’87% delle donne è dell’idea che la propria attività lavorativa può essere svolta anche da un uomo, ma solo il 35% di loro crede che quest’ uomo possa accettare la paga inferiore che viene data alla donna”.
3 Pari opportunità nella formazione professionale:nelle leggi politiche della piattaforma programmatica del DGB era scritto: “Ogni bambino, in base alla sua capacità intellettiva ed al suo talento, dovrebbe avere possibilità di ricevere una cultura ed una formazione professionale, indipendentemente dalla situazione economica e sociale dei suoi genitori.”
Le premesse per le pari opportunità erano dare le stesse possibilità di formazione ed alte disposizioni sia ai ragazzi che alle ragazze. Le pari opportunità si potevano realizzare soprattutto attraverso l’introduzione della scuola elementare obbligatoria, la costruzione di scuole a tempo pieno, il passaggio al sistema della scuola integrata, realizzazione della co - educazione in tutte le scuole, allungamento della scuola dell’obbligo almeno fino a 10 anni e piani di studi uguali per entrambi i sessi , con gli stessi prospetti delle ore.
Nonostante ciò nella regolamentazione per la formazione professionale c’era ancora una grande differenza tra giovani e ragazze.
La statistica dei diplomati/te del 1969/70 dava le seguenti informazioni :
Titolo di studi |
Numero complessivo dei maschi. |
Numero in percentuale. |
Numero complessivo delle femmine. |
Numero in percentuale. |
Iscrizione alla scuola superiore |
237074 |
63,9% |
219170 |
63 |
Senza aver concluso la formazione del corso di studi. |
14620 |
3,9% |
11220 |
3,3 |
Con la formazione del corso di studi terminata. |
68100 |
18,3% |
77128 |
22,6 |
Titolo di maturità. |
51752 |
13,9% |
34494 |
10,1 |
Numero complessivo. |
371546 |
100% |
342.012 |
100.0 |
“Nell’ Anno accademico 1970/71 appena un terzo degli studenti iscritti alle università scientifiche erano donne, mentre la percentuale delle donne iscritte alle facoltà di scienze della formazione era del 63% , quasi più del doppio rispetto a quella degli studenti maschi.
Le studentesse s’ iscrivevano alle facoltà scientifiche per l’insegnamento, di farmacia e medicina, di scienze politiche e di scienze sociali.” Orientamenti simili, come la partecipazione a scuole ed università di cultura generale- che davano una formazione appena sufficiente e di breve durata che riguardava poche materie- erano presenti tra ragazze che avevano ricevuto una formazione di tipo commerciale nelle scuole. Nella relazione del Governo federale sulle misure da adottare per migliorare la situazione della donna era scritto al riguardo: “Mentre la percentuale delle ragazze iscritte alle scuole di qualificazione professionale - istituti professionali ed alle scuole tecniche e scuole di assistenza sanitaria ha raggiunto il 72% nel 1970, nella formazione professionale pratica si registra una situazione sfavorevole nei confronti delle apprendiste femminili.
La percentuale delle ragazze apprendiste è salita dal 37%, nel 1969, al 39% nel 1970, ma questo sviluppo tocca soltanto la percentuale delle ragazze che imparano una formazione professionale riconosciuta, mentre la percentuale delle diplomate è nettamente inferiore.
La relazione sulla formazione professionale mostra che sempre più ragazze, rispetto ai ragazzi, svolgono un’attività lavorativa senza aver portato a termine la formazione oppure “scelgono” un percorso formativo di breve durata che non porta ad alcuna conclusione di formazione riconosciuta.”
Da ciò emersero ulteriori richieste per l’attuazione di misure speciali per le ragazze:
- Maggior informazione e dibattiti per l’ampliamento delle possibilità di scelta per incoraggiare le ragazze a continuare ad andare a scuola e seguire percorsi formativi.
- Spiegare ai genitori l’importanza di una buona formazione scolastica e professionale per le ragazze.
- Misure per risvegliare, nelle ragazze, il desiderio di formarsi in ambiti tecnico- scientifico ed economici.
- Miglioramento della sicurezza sociale e la creazione di un’ indipendenza economica e della pensione della donna nei confronti del marito: La legge sull’assicurazione pensionistica vigente era imperfetta ed incompleta sia per le lavoratrici che avevano un’ assicurazione obbligatoria che per le donne sposate senza una professione. Il DGB, durante il suo Congresso federale tenuto nel 1972, presentò proposte da sviluppare ed applicare per eliminare le carenze e le difficoltà presenti nella legge:
A)La disuguaglianza salariale si ripercuote in maniera negativa sulle pensioni da decenni.
Le differenze che si accumulano sugli importi delle pensioni sono incostituzionali, in quanto la Costituzione vieta ogni tipo di discriminazione tra sessi. Noi ci battiamo per eliminare la disparità salariale e per garantire anche una pensione di importo uguale. Attraverso la riforma delle pensioni del settembre del 1972 alcune donne hanno avuto un lieve miglioramento economico.
B) Col cambiamento della terza riforma dell'assicurazione pensionistica si sono date le possibilità per il rimborso dell'importo e questo risulta nettamente vantaggioso, ma non può essere utilizzato dalla maggioranza delle operaie, perché l'importo resta nell' aliquota dell'assicurazione dell'imprenditore. Le aliquote dei datori di lavoro sono la parte integrante del salario che le donne hanno guadagnato. Il rifiuto della reintegrazione è ingiusto, quindi noi chiediamo il diritto ad un ulteriore pagamento che può essere ricevuto attraverso l'indennizzo del matrimonio.
C) Anche dopo le riforme dell'assicurazione pensionistica, le donne sono ritenute ancora esseri inferiori rispetto agli uomini. Questo concetto sull' appartenenza dei sessi non è compatibile con l'articolo 3 della Costituzione e deve essere abolito.
D ) L' educazione dei figli è un importante compito sociale. Da questo compito non può dipendere il diritto ad avere una pensione o meno. Siccome lo Stato accetta di versare i contributi agli uomini che svolgono il servizio militare, deve anche versare somme di denaro per il tempo che viene impiegato per educare i figli.
E) Nelle discussioni degli ultimi mesi è palese che la sicurezza sociale delle donne sposate è incompleta. Sempre più spesso ci rendiamo conto che il sistema vigente è ingiusto in quanto non tutela per niente le mogli ed è in contraddizione con i principi della giustizia. Le mogli che lavorano non sono sufficientemente assicurate e non ricevono alcun contributo nel caso di invalidità precoce. In caso di divorzio non hanno alcun diritto a ricevere la pensione vedovile dell'ex marito. Inoltre la pensione vedovile è piuttosto bassa per le donne e loro riescono a coprire appena i costi per il vivere quotidiano.
Un cambiamento di questa situazione può essere raggiunto solo con la creazione del diritto di un' indipendente assicurazione pensionistica della donna. Di regola, prima del matrimonio è istituita l'assicurazione attraverso l'attività lavorativa, compresa la formazione professionale; questo deve protrarsi anche durante il matrimonio. Dall' inizio del matrimonio entrambi i coniugi devono essere considerati, nel diritto alla pensione, come un' unità, vale a dire che il diritto alla pensione vale per entrambi i partner. Questo significa che la pensione deve essere ripartita in parti uguali. Durante il periodo dell'educazione dei figli, i premi di assicurazione sono introdotti con mezzi pubblici nell'ambito dei risarcimenti per danni e perdite familiari; i premi ed il calcolo dei contributi devono essere posti almeno al 75% , o meglio ancora al 100% del reddito medio. La persona che educa il bambino, mentre svolge anche un altro lavoro, deve ricevere un compenso, che corrisponde ad una piccola percentuale. Il coniuge che non ha lavoro e che si occupa dell'educazione di almeno un figlio fino alla maggior età ha il diritto all'assicurazione per la vecchiaia, che deve essere versata dal consorte.
- Aiuto nell' ambito familiare ed i quello del lavoro: Dopo la piattaforma programmatica prendiamo in seria considerazione gli interessi economici, sociali e culturali del lavoratori/ trici e delle loro famiglie. Su questa base vengono proposti dalla Commissione federale delle donne del DGB, durante il Congresso federale del DGB, gli aiuti per le famiglie dei lavoratori. Per principio devono essere offerte ai bambini dei lavoratori le stesse opportunità di formazione degli altri bambini per un buon sviluppo, dare sostegno finanziario alle famiglie svantaggiate ed applicati gli stessi diritti per entrambi i coniugi. Per questi motivi si chiede soprattutto: Le condizioni economiche devono essere assicurate tramite il nuovo regolamento del risarcimento per perdite familiari (ad esempio nel caso di incidente sul posto di lavoro). Il compito di educare i figli deve essere diffuso: deve essere concessa, alla madre o al padre, nei primi 18 mesi dopo la nascita di un figlio, una licenza straordinaria col pagamento di un' indennizzo pattuito. Un ulteriore educazione deve essere data ai bambini dai 3 anni in su negli asili. Oltre a ciò si debbono costruire nuovi asili nido pubblici. Deve essere fatto un nuovo regolamento degli orari di lavoro che tenga conto delle molteplici mansioni dei coniugi nella famiglia e nella professione.
Il 1972- l'anno della lavoratrice.
Il DGB proclamò il 1972 l'anno della lavoratrice e sostenne l'idea che la sua situazione poteva essere migliorata solo se sia gli uomini che le donne avessero collaborato insieme per risolvere il problema su tutti i livelli: nella famiglia, nella professione e nella società. Nella famiglia, con la disponibilità ed il sostegno da parte del marito, la donna, se lo desiderava, poteva realizzare il suo diritto al lavoro e ricevere una propria assicurazione sociale in caso di malattia e per la vecchia.
Nell' ambito del lavoro si doveva esprimere solidarietà nei confronti delle donne discriminate ed applicare la parità dei diritti e di trattamento.
La tutela degli interessi (nei Consigli di fabbrica e nel Consiglio del personale) delle donne doveva riguardare anche gli uomini: ad esempio lottare per eliminare la discriminazione salariale delle donne.
Nella società era diritto delle donne avere pari opportunità di partecipare in tutti gli ambiti della sfera pubblica, abolendo i vantaggi degli uomini nell'ingresso del settore politico e sociale.
Il DGB aveva raggiunto molti risultati riguardo alla legislazione a livello federale e regionale attraverso il suo intenso lavoro ed il peso della grande rappresentanza d'interessi, ma c'erano problemi rimasti irrisolti su tutti i livelli.
Nell' anno della lavoratrice, tra gli obbiettivi principali, c'erano:
- La preparazione e l'attuazione delle scelte dei Consigli di fabbrica nel primo semestre per ottenere la rappresentanza di interessi nell'azienda di molte donne ed, in particolar modo, appoggiare le decisioni prese dalle rappresentanti delle lavoratrici. Il risultato era l’ iscrizione di molte donne nei Consigli di fabbrica e l’elezione di altre come presidenti del Consiglio di fabbrica. Cosi le lavoratrici, attraverso le loro rappresentanti, potevano tutelare i loro interessi e risolvere specifici problemi delle donne nelle fabbriche, come l'organizzazione del posto di lavoro, la valutazione del posto di lavoro, la retribuzione equiparata al valore del lavoro svolto ed il miglioramento delle possibilità dell'avanzamento di carriera.
- Diritto all'informazione tramite la consultazione “Arbeitsnehmerinnen 1972” del DGB: gli enti pubblici e tutti coloro che contribuivano alla formazione dell'opinione pubblica dovevano rispondere alle domande degli uomini e donne riguardo alla situazione attuale delle lavoratrici. Dai risultati delle interviste risultava che, per apportare ulteriori miglioramenti alle condizioni delle lavoratrici e delle loro famiglie, bisognava che il Governo federale collaborasse con le istituzioni e con i sindacati.
- Pubblicità delle rappresentazioni sindacali per il miglioramento della situazione delle donne tramite un annuncio in forma di questionario sui giornali e sulle riviste. Quando il DGB aveva raccolto almeno 9000 risposte, le richieste sindacali sarebbero poi state esaminate ed appoggiate dagli enti pubblici.
Un' altra forma di pubblicità e attività di informazione e chiarimento, svolta nel secondo semestre, consisteva nell'organizzare grandi manifestazioni, tavole rotonde e stand d'informazione per le strade e nelle piazze, mostre che trattavano dei particolari problemi della donna lavoratrice, come, ad esempio, lo sviluppo ed il significato delle attività lavorative delle donne, le opportunità di lavoro per le donne, la loro situazione formativa, la realizzazione del principio della retribuzione equiparata al valore del lavoro svolto, miglioramento e costruzione dell'assicurazione delle donne ed aiuti economici per le loro famiglie e dei doveri familiari delle donne che dovevano essere svolti anche con la collaborazione degli uomini.
Licenziamenti politici nella Pierburg
Nonostante l’attuazione, nel 1972, della piattaforma programmatica del DGB, continuavano a verificarsi, nella RFT, situazioni di discriminazione salariale e di licenziamenti di natura politica che colpivano in particolar modo le donne.
Un caso che suscitò una particolare attenzione dell’opinione pubblica e dei mass-media fu quello dell’industria automobilistica Pierburg nella città di Neuss .
Infatti, in questa fabbrica, dal 13 fino al 17 agosto del 1973, l’intera produzione, che era portata avanti quasi esclusivamente da operaie straniere , fu bloccata da uno sciopero generale. Malgrado l’ intervento della polizia, le vessazioni, le minacce ed i tentativi di corruzione da parte dell’amministrazione aziendale, l’azienda non riuscì a spaccare e distruggere la resistenza degli scioperanti: il numero di questi ultimi, in 2 giorni, aumentò da 800 a 2000 (parteciparono allo sciopero uomini e donne, che, fino all’ultimo giorno, rifiutarono “ i primi risultati delle trattative” e continuarono a scioperare). Le richieste degli scioperanti erano le seguenti:
1) Abolizione del “gruppo salariale semplice” di secondo livello per il lavoro svolto dalle operaie dell’industria. In questo gruppo salariale c’erano 500 operaie che svolgevano lo stesso tipo di lavoro di quelle appartenenti al “ gruppo salariale” di terzo livello. Le 500 operaie dovevano essere inserite in quello di terzo livello e ricevere quindi dodici centesimi in più l’ora.
Successivamente miravano ad ottenere un’ aumento salariale di 30 centesimi l’ora per tutti i lavoratori membri del Consiglio di fabbrica.
2) A questi miglioramenti dovevano essere aggiunti ulteriori 200 marchi che erano stati promessi una settimana prima dello sciopero come indennità di caro vita.
3) Quattro dei cinque giorni di sciopero dovevano essere retribuiti.
Lo sciopero degli operai/ie della Pierburg, in cui le donne svolsero un ruolo determinante, mise le basi del giovane movimento sul territorio.
I giornali moderati e di destra commentarono l’ondata di scioperi , sostenendo che gli “elementi radicali” non erano nati all’interno delle fabbriche, ma dalle brevi e deboli lotte esterne dei lavoratori.
L’obbiettivo dei mezzi d’informazione filo moderati era quello di screditare le azioni e le forme di protesta degli scioperanti, affinché situazioni del genere non si presentassero ancora: gli operai e le operaie della Pierburg avevano agito in maniera autonoma e questo comportamento creava disagio a molte aziende.
La forma di protesta era stata voluta anche dai dipendenti dell’azienda che erano ormai stanchi delle condizioni sempre più insopportabili all’interno del ciclo produttivo e solidarizzarono con la rabbia dei lavoratori che, soprattutto negli ultimi mesi, sentivano maggiormente il rialzo dei prezzi.
Qualche giorno prima delle azioni di protesta spontanee, l’amministrazione di fabbrica cercò, attraverso “iniziative” proprie di placare il malcontento: il primo di agosto fu versata dalla fabbrica un’indennità di caro vita di 200 marchi (non era stata inserita, però nel contratto collettivo di lavoro), mentre, da giugno, erano in corso trattative con i rappresentanti del sindacato dell’industria metallurgica e metalmeccanica per il “miglioramento dell’organizzazione salariale”, per l’abolizione dei “gruppi salariali semplici”e la promessa di adeguarsi alla serie di accordi riguardanti la situazione del rendimento e retributiva. Dopo due mesi la fabbrica non aveva raggiunto ancora risultati concreti.
Nel pomeriggio del quinto giorno di sciopero arrivò la prima “offerta” dalla sede della direzione: dodici centesimi in più nella busta paga ed eliminazione del gruppo salariale di secondo livello.
La maggioranza degli scioperanti rifiutò questa proposta, chiedendo più soldi e di mostrare solidarietà nei loro confronti. Il pomeriggio dello stesso giorno fu offerta loro una proposta migliore che accettarono.
La lotta sindacale nella seconda metà degli anni ’70 e primi anni ‘80
Da uno studio dell’Istituto dell’economia tedesca, dopo le elezioni dei Consigli di fabbrica del 1975, emerse, purtroppo, che la presenza delle donne era nettamente inferiore a quello degli uomini: le donne sotto i 30 anni (30%) avevano poca esperienza in materia (solo il 3% possedeva un grado sufficiente di formazione), mentre solo il 36,8% era stato eletto per la prima volta in una seria campagna elettorale.
Effettivamente il grado di organizzazione dei membri femminili e maschili dei due principali Consigli di fabbrica era estremamente differente: l’87,2% dei membri dei Consigli di fabbrica organizzati nel DGB erano uomini rispetto al 12,2% delle donne, mentre il Consiglio di fabbrica del DAG era composto per il 74% da uomini ed il 25,2% da donne.
Il numero ristretto delle donne, che stavano all’apice degli organi di rappresentanza sindacale, rispecchiava la loro situazione generale riguardo alla condizione di socio in un’organizzazione. Infatti solo il 17% di tutti i membri del DGB erano donne e le rappresentanti delle lavoratrici che si presentarono al Congresso del DGB, tenutosi ad Amburgo nel 1972, raggiungevano solo il 6,9% di tutti i delegati: le presidenti delle Commissioni federali di donne dichiararono che, durante il Congresso, le lavoratrici erano chiaramente sottorappresentate.
Queste cifre dimostravano che c’era ancora un evidente disinteresse da parte del sindacato di prendere in seria considerazione la questione delle donne e soprattutto delle lavoratrici. La direzione sindacale sosteneva al riguardo che la colpa era da attribuire esclusivamente alle donne perché mostravano poca attenzione e disinteresse verso le attività sindacali.
La Commissione federale delle donne del sindacato industriale dell’ industria chimica presentò il seguente appello per l’ elezione delle persone di fiducia : “Una forte rappresentanza e collaborazione dei membri femminili presso le persone di fiducia del sindacato è la base per occuparci delle loro richieste specifiche. La Commissione federale delle donne si aspetta, quindi, che tutte le colleghe riconoscano il grande significato delle elezioni della gente di fiducia…..”. Le donne volevano che i loro interessi fossero tutelati, ma ogni lavoratrice era ben consapevole del fatto che, nei cosiddetti “organi di rappresentanza”, come il Consiglio di fabbrica e l’organo delle persone di fiducia, i loro problemi non venivano affrontati seriamente: ogni singolo sindacato aveva introdotto al suo interno la commissione delle donne, ma era solo un alibi, in quanto la commissione era composta quasi esclusivamente da donne conservatrici ed antiquate. Le donne, dopo venti anni di esperienza con la politica della direzione aziendale delle donne, avevano avuto solo conseguenze negative, senza aspettarsi alcun tipo d’aiuto.
Cosicché, in tutti i sindacati del DGB, non c’era nessun organo composto da donne che fosse autorizzato a decidere sui problemi e sulle richieste delle donne perché un alto organo, composto essenzialmente da uomini, poteva censurare tutto.
Dopo venti anni di trattative, i sindacati del DGB non avevano ancora risolto il problema del sottopagamento delle donne e queste potevano sperare di percepire una completa retribuzione, forse solo agli inizi degli anni ’80.
Non erano cambiati essenzialmente né le norme di tutela del lavoro, né i regolamenti per le madri con bambini piccoli: la donna, se voleva curare il suo bambino malato, doveva prendere o i giorni di ferie o quelli per malattia, in tutto erano cinque giorni.
Questi erano i motivi per cui le donne non trovavano alcun motivo particolare per organizzarsi nel sindacato.
Se le donne, poi, osavano esprimere le loro richieste, andando solo minimamente contro la linea del sindacato, dovevano tener conto delle misure rigide del regolamento.
Tuttavia, le donne che non si lasciavano scoraggiare da tutto ciò e volevano partecipare attivamente nell’azienda e nel sindacato, dovevano tener conto delle difficoltà a cui andavano in contro, come ad esempio le battute maschiliste da parte dei funzionari del sindacato verso i consiglieri di fabbrica donna (numerose testimonianze di donne della Beiersdorf e della Colgate) e nella Commissione del sindacato.
Poco prima delle elezioni dei Consigli di fabbrica del 1975, la direzione sindacale aveva anche escluso donne dal sindacato perché ritenute troppo radicali.
Due esempi: i consiglieri donna della lista “alternativa” della Beiersdorf e quelli della lista “donne” della Colgate furono costretti, in maniera molto cordiale, a non partecipare al lavoro aziendale e sindacale.
DIE ROTE ZORA: GRUPPO FEMMINISTA DELLA LOTTA ARMATA TEDESCA
Storia delle cellule rivoluzionarie e della Rote Zora
Dopo il declino del movimento studentesco, una parte dei suoi militanti decise di collaborare con le istituzioni, mentre un’altra si organizzò in gruppi di lotta armata, quali le Rote Armee Fraktion (Frazione dell' armata rossa) , Bewegung 2. Juni (Movimento del 2 giugno), Revolutionaeren Zellen (Cellule rivoluzionarie) e la Rote Zora (Zora la rossa).
Tuttavia, anche se le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora, combatterono per gli stessi ideali in periodi differenti (la Rote Zora si scisse dalle Revolutionaeren Zellen nel 1975), difesero posizioni ed ali politiche diverse.
Il concetto di guerriglia urbana “Lotta nel cuore della bestia” (Che Guevara) fu colto come necessità strategica dalla sinistra radicale delle metropoli: con le teorie internazionaliste, antimperialiste e rivoluzionarie si sviluppò l'idea che il cambiamento dell'assetto sociale potesse essere raggiunto solo con la forza rivoluzionaria.
Le prime azioni delle Revolutionaeren Zellen furono svolte il 16 novembre del 1973 a Berlino ed il 17 a Norimberga, contro una multinazionale statunitense che aveva preso parte, insieme alla CIA, al colpo di Stato di Pinochet l' 11 settembre del 1973 contro il Governo Allende in Cile. Il colpo di Stato in Cile sviluppò una grande solidarietà all'interno della sinistra tedesca: fu fondato il comitato del Cile, che pubblicizzava la situazione in Cile e tentava di far entrare i rifugiati politici nella Repubblica Federale Tedesca.
Anche se la concezione organizzativa delle Revolutionaeren Zellen era quella di creare molte cellule rivoluzionarie autonome che si basavano su un “contro potere in piccoli nuclei”, tutti i gruppi armati collaborarono anche con la parte radicale della sinistra legale.
Le donne delle Revolutionaeren Zellen e della Rote Zora
Nel 1970 la SDS si sciolse e poco dopo si formarono molti gruppi di donne che combattevano insieme per l’abolizione della legge 218.
Il 26 aprile del 1974 la maggioranza di Governo decise il Fristenlosung (tempo concesso alla donna per interrompere la gravidanza, a partire dal concepimento del bambino) , che fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale il 25 febbraio del 1975.
Il 4 marzo del 1975 le donne delle Revolutionaeren Zellen parteciparono alla lotta contro la 218 dando fuoco al duomo di Bamberga ed alla sede della Corte Costituzionale situata a Karlsruhe.
La prima azione della Rote Zora fu l’attentato fatto all’ordine federale dei medici, denominato il
“Vertreter der Vergewaltiger in weissen Kitteln” (il rappresentante del violentatore in camice bianco).
Fino al 1984 la Rote Zora ebbe contatti e collaborò con le Revolutionaeren Zellen, svolgendo insieme con loro anche azioni e discussioni di carattere politico e strategico.
Da un’ intervista del giugno del 1984 alla Rote Zora :
“…La ragione principale è innanzitutto che questa politica delle Revoluzionaren Zellen viene sviluppata e noi la troviamo tutt’ora giusta.
Noi abbiamo stabilito, nel nostro sviluppo, un nostro argomento e contenuto - perciò ci siamo organizzate autonomamente - ma ci rifacciamo alle esperienze delle Revolutionaeren Zellen.
Inoltre una collaborazione tra i gruppi radicali può solo rafforzare, complessivamente, la resistenza militante.
Ci sono state delle collaborazioni produttive, come le azioni alla visita di Reagan o il documento di discussione inerente al movimento pacifista.
Ci sono anche ancora forti discussioni da fare.
Poi, gli uomini che del resto trasformano la loro rottura radicale con questo sistema in una conseguente prassi, sono spesso spaventosamente lontani dal capire cosa sia la lotta antisessista e quale significato abbia per una prospettiva rivoluzionaria.
Noi non ci limitiamo solo direttamente alla struttura, cioè sappiamo che l’oppressione verso le donne è evidente.
Come donne siamo comunque, in generale, più colpite rispetto agli uomini dai rapporti di potere sociali, sia che si tratti della distruzione dell’ambiente e delle città, che delle forme di produzione organizzate del capitalismo.
Noi non vogliamo nessuna divisione del lavoro di sinistra col seguente motto: le donne per la questione femminile, gli uomini per i temi di natura politica generale.
La responsabilità per il cambiamento del nostro quotidiano non ce la facciamo togliere!”
Alla domanda di quanto fosse importante la relazione dello sfruttamento e dell’oppressione delle donne del Primo Mondo con lo sfruttamento di quelle del Terzo Mondo , la Rote Zora rispose :
“Noi non combattiamo per le donne nei paesi delle Periferie, ma con loro, contro lo sfruttamento delle donne come merce.
Il moderno commercio di schiave ha il suo corrispettivo nelle condizioni di possesso nel matrimonio.
Le forme di oppressione sono certamente diverse, ma hanno radici comuni.
La frattura tra gli uomini e le donne trova la sua origine nella scissione tra la popolazione del primo mondo e quella del terzo mondo.
Noi stesse approfittiamo della divisione del lavoro internazionale.
Noi vogliamo rompere il nostro legame con questo sistema ed estendere la nostra comunità alle donne degli altri paesi.”
La Rote Zora s’ interessò anche della questione della genetica umana e della tecnologia di produzione:
“Nella lotta contro la tecnologia di produzione e l’ingegneria genetica applichiamo, come punto di partenza, la nostra resistenza contro questo sistema, contro ogni tipo di oppressione, per sviluppare la liberazione mondiale delle donne.
Il motivo delle nostre azioni e di questa pubblicazione consiste nel fatto che la genetica umana è la base fondamentale nella questione pubblica sulla tecnologia di riproduzione e sull’ ingegneria genetica.
La discussione sulla genetica umana riflette di nuovo una mancanza di prospettive nel movimento femminista.
Dove sono rimaste le richieste ed i principi che vogliono rompere definitivamente col potere e col disegno dei mostri imperialisti?
Dove rivendichiamo ancora le nostre utopie femministe?
I disabili a Berlino hanno chiesto la chiusura dei consultori di genetica umana.
Queste istituzioni sono i “posti di comando” per raggruppare molte persone sane, per la selezione di figli desideratiequelli indesiderati, la diffusione delle idee di tutti i problemi sociali- alcolismo, criminalità e disabilità - sia di natura biologica, che medica.
Di fronte alla richiesta dei disabili, si solleva una forte protesta tra le donne: dovrebbe essere concesso ad ogni donna di poter decidere se vuole o no un bambino disabile, ogni donna dovrebbe prendere questa decisione in modo autonomo e la richiesta per l’interruzione di gravidanza costruisce un tabù.
La propaganda dei genetisti, della politica demografica e la nostra stessa paura pongono il problema nella nostra testa; uno scandalo dei rifiuti tossici, un incidente nucleare sono la causa per cui la genetica umana si vanta e la politica dominante si rivolge contro le vittime.
Loro dicono che le donne devono essere aiutate.
Queste ricevono informazioni alla mano, che devono portare alla decisione autonoma riguardo all’aborto/ sterilizzazione.
Nell’economia del sistema capitalistico- patriarcale le donne sono sempre “massa da manovrare” nella riproduzione e sul mercato del lavoro e questo determina oggettivamente un ’abbassamento dei costi salariali.
Anche in questa logica le donne devono essere produttive, cioè fare dei figli sani, che devono essere convenienti per lo Stato, per l’uomo e per il capitale.
Coloro che si oppongono a questo piano, sono minacciati da una serie di sanzioni: riduzione delle possibilità finanziarie, se i parenti dei disabili non possono più contare sulle collaborazioni di solidarietà come, ad esempio la cassa mutua o le case di cura per anziani; riduzione delle possibilità individuali, se le donne sono le sole responsabili per il mantenimento dei bambini disabili, isolamento sociale o emarginazione- sterilizzazione forzata.
Con l’obbligo degli esami, il genetista riesce a creare insicurezze e paure nelle donne.
L’obiettivo principale è quello di raccogliere il materiale dei dati delle analisi che è molto vasto.
In questo modo vengono tutelati esclusivamente gli interessi dei dottori della produzione, dell’ingegneria genetica e della prevenzione.
Anche il movimento femminista, con la sua Campagna contro la 218, è stato influenzato dalla propaganda della selezione delle persone sane: la paura di avere un bambino disabile, di sostenere costi elevati per le cure e la malattia vista come colpa e problema hanno sviluppato l’individualismo.”
Nell’ultima parte dell’intervista, il gruppo militante raccontò dell’attentato all’istituto di genetica umana a Muenster e degli obiettivi prestabiliti:
“Quando abbiamo visitato l’ istituto di genetica umana a Muenster nell’agosto dell’anno scorso, siamo riuscite a distruggere l’archivio; la Stampa ha scritto di questo nei giorni seguenti.
Era l’opera di tutta una vita del dottor Lenz, che aveva costruito nel corso della sua attività nell’istituto di genetica umana a Muenster.
In questo archivio c’ erano comunicati internazionali.
Abbiamo portato via qualcosa durante la notte, mentre il resto l’abbiamo bruciato. Noi volevamo fondamentalmente distruggere il potere che i dottori prendono da tali archivi.
Alla verifica dei fatti, non abbiamo scoperto alcuna porcheria spettacolare.
Questo non significa tuttavia che non è successo niente.
L’importante per noi è di eliminare questi scandali: loro appartengono a questo sistema e come tali meritano di essere denunciati.
Abbiamo messo insieme un po’ di materiale preso dall’archivio.
La parte principale proviene dall’attività di consulenza di Lenz e qualcosa risale agli inizi degli anni ’60 e ’70.
Il materiale descrive le attività di ricerca come genetista sociale già dal 1970.
Gli atti documentavano l’originale del ciclo di conferenze con brevi relazioni del periodo 1939- 1944.
Abbiamo messo le nostre osservazioni e le conclusioni allegate a questi documenti.
Non viene quasi mai consigliato l’aborto o la mancanza di figli.
Dal materiale salta fuori che le analisi, oggi, non vengono fatte per impedire la disabilità , ma per diffondere l’idea di selezione.
Da questo materiale si può formulare una tesi basilare: il “Genpool” è fatto per le cosiddette malattie, deformità e malformazioni.
Abbiamo, infine, trovato alcuni documenti storici di un ciclo di conferenze del periodo 1939-1944 e preso informazioni sull’amministrazione centrale dei manicomi e delle case di cura, dove veniva eseguita anche la sterilizzazione forzata, a Berlino nel 1939.”
Critica delle Revolutionaeren Zellen e della Rote Zora nei confronti del movimento pacifista.
Il più grande movimento di protesta extraparlamentare della Repubblica Federale Tedesca nacque e si sviluppò dal 1979 contro la decisione di riarmo della Nato, secondo la quale i missili a medio raggio atomici dovevano essere dislocati nell’Europa dell’ovest.
Il movimento pacifista era composto da diversi “spettri sociali” che volevano bloccare l’ apocalisse atomica. La libertà d’ espressione si manifestava col motto “Facciamo la pace senza le armi”. Durante una dimostrazione, tenutasi a Bonn nell’ ottobre del 1981, fu tolta la parola al rappresentante di uno dei movimenti di liberazione combattenti armati della Tricontinentale - le parole che non poteva pronunciare furono: “La pace nei nostri Paesi non significa solo non fare nessuna guerra.
La pace consiste, per noi, nella nostra indipendenza nazionale, nella giustizia sociale e nell’identità culturale.
La pace significa per noi la fine della violenza quotidiana, delle strutture ingiuste, dell’infelicità, delle carestie e del terrore del controllo”.
“Uno dei motivi centrali del movimento pacifista è la paura davanti alla distruzione atomica della Repubblica Federale Tedesca come campo di battaglia, dove gli USA e l’Unione Sovietica esercitano il loro super potere.
Da questa situazione non risulta solo il fatto che la popolazione tedesca è considerata come un ostaggio degli USA, ma si evidenzia anche il nostro rifiuto degli interessi politici internazionali che anche il nostro governo riconosce e sostiene”.
“La leggenda dell' ostaggio Europa e della parola della Repubblica Federale Tedesca occupata, che il potere degli USA e dell' Unione Sovietica minaccia di distruggere, non servono solo a minimizzare ed a annullare l'imperialismo della Germania dell'ovest e dell'Europaoccidentale, masono utilizzate dalla strategia politica dei verdi e dei socialdemocratici per fondare le basi di una sovrana politica europea e tedesca.”
In contrapposizione a questa realtà nacque e si sviluppò inoltre il movimento antiguerra, che fu portato avanti in maniera determinante dalla sinistra radicale autonoma ed antimperialista.
Il movimento nacque nel 1980 a seguito dei contrasti militanti per il giuramento delle reclute pubblico a Brema ed a Hannover ed i blocchi contro le manovre della Nato. Negli anni successivi questo movimento eseguì molteplici azioni militanti e dimostrazioni.
Dai rappresentanti del “movimento pacifista ufficiale” fu condotta l'emarginazione della sinistra radicale mediante la questione della violenza.
Nonostante ciò il movimento antiguerra tentò di reintrodurre il suo contenuto nel movimento pacifista.
“La speranza della protesta si è radicalizzata ed è aumentata gradualmente confrontandoci con questo sistema, in cui l' autonomia della resistenza sociale ed antimperialista, che è strettamente orientata alle forme ed ai contenuti del movimento pacifista organizzato, però non si è mantenuta”.
La critica delle Revolutionaeren Zellen e della Rote Zora verso il movimento pacifista venne percepita anche al di fuori della scena della sinistra radicale e fu pubblicata anche sul TAZ .
Uno dei punti critici principali al movimento pacifista era la sua limitazione nazionalista sotto la dissolvenza di ogni rapporto d' oppressione:
“Mentre il capitale e lo Stato impongono la loro strategia di crisi ed in altre regioni si preparano a farlo all' intero popolo, nelle metropoli il pericolo della guerra è diventato il tema dominante.
Né la politica mirata dell' impoverimento e né la guerra reale, che l'imperialismo trama su diversi fronti del terzo mondo, ma una minaccia di distruzione astratta mobilita centinaia di persone nei centri delle città.
Si diffonde non la lotta di classe rivoluzionaria, ma una cultura catastrofica che è alimentata dai potenti.
La paura legittima dell' impoverimento sociale, della distruzione dell'ambiente e le possibili conseguenze dell' alto armamento atomico è presentata come un tramonto di tutto ciò che ci circonda che conosce solo vittime e nessun colpevole....Dove si diffonde l' “Endzeitstimmung” (umore apocalittico), non c' è più spazio per l' utopia sociale, come ad esempio, la battaglia che, in passato, gli ecologi facevano per tutelare la natura”(rivista Ebenda pag. 467).
Inoltre sembrava che gli USA avessero diversi problemi da risolvere per procedere al dislocamento dei missili.
Questo dato di fatto venne commentato così dalle Revolutionaeren Zellen e dalla Rote Zora:
“Il blocco orientale è ricattato tramite i missili Cruise e Pershing ed anche attraverso la neutralità della politica mondiale.
Perciò gli USA possono agire liberamente nelle guerre convenzionali in Medio Oriente ed in America latina.
Infine è stata introdotta la libera concorrenza atomica nelle proprie zone occupate
(Ebenda pag.471)”
Mentre il movimento pacifista considerava la Repubblica Federale Tedesca come un ostaggio degli USA, le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora analizzarono il ruolo della RFD nel modo seguente:
“La Repubblica Federale Tedesca non è un ostaggio, ma si aggiudica il secondo posto all'interno di questa struttura dei poteri occidentali.
È un pilastro della Nato e basa il suo potere su questa.
Ogni parte del movimento pacifista sostiene la leggenda dell' ostaggio Europa e fantoccio RFT e minimizza, in prima linea, l' imperialismo tedesco occidentale.
Sembra cosi che queste vecchie forme della preparazione post-coloniale e dello sfruttamento del terzo mondo non si sviluppino più in eguale maniera con l' utilizzazione del capitale.
L' Unione Sovietica dovrebbe impedire l' indebitamento e l' enorme stanziamento per il riarmo e sviluppare le tecnologie per l' utilizzo delle sue risorse naturali.
L' Unione Sovietica deve sciogliere la sua Confederazione di Stati che vengono distrutti dalle condizioni di sfruttamento e di cambiare il suo sistema.
Noi non siamo le vittime e dobbiamo mettere in ginocchio gli interessi del “libero occidente”.
Al movimento antiguerra attribuiamo di denunciare ogni tentativo di atmosfera catastrofica, di cui lo Stato si serve per tutelare il libero mercato ed apportare un cambiamento al progetto imperialista e di denunciare ogni tentativo per stimolare l' umore apocalittico propagandistico per ficcare in testa all' individuo sociale la sua debolezza e la sua impotenza.
La nostra critica nei confronti del movimento pacifista è piuttosto chiara: noi dobbiamo uscire dalla fatale dipendenza del patto di pace e creare dei propri fronti.
Solo nella prospettiva di un movimento contrastante autonomo, che è libero dai limiti di contenuto e dai piani del movimento pacifista, possono esserci le possibilità di polarizzare il patto e di creare un contrappeso che contrasti con la trasformazione del movimento pacifista in un “nuovo” nazionalismo di liberazione ( Ebenda pag. 499).”
La Rote Zora e la lotta di classe.
Già dagli inizi del 1972 le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora, come anche diversi gruppi di sinistra, fecero della classe lavoratrice il soggetto rivoluzionario nelle fabbriche. Un imput scaturì dall' ondata di scioperi selvaggi del 1969/73, quando centinaia di lavoratori e lavoratrici si batterono sotto la direzione sindacale per l' aumento salariale ed il miglioramento delle condizioni di lavoro.
Nel 1978/1980 fu organizzato lo sciopero nell' industria siderurgica sotto la guida dei sindacati per l'introduzione di 35 ore lavorative settimanali. Nonostante la grande partecipazione e la motivazione dei dipendenti, nel nuovo contratto collettivo di lavoro vennero fissate 40 ore di lavoro settimanali per cinque anni.
Negli anni '80 in molti Stati dell' Europa occidentale iniziò un profondo cambiamento nella struttura economica: l' industria mineraria e quella siderurgica furono demolite.
Inoltre i vecchi grossi reparti riguardanti la ristrutturazione tecnologica (la produzione automatizzata, la robotizzazione) e la transnazionalizzazione forzata furono scomposte.
L' ondata di licenziamenti aumentò il numero dei disoccupati in modo determinante, in quanto tra il 1980 ed il 1983, salì da 850000 a 2,2 milioni.
Nella RFT, la regione più colpita fu il Bacino della Ruhr. Le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora riguardo agli scioperi dichiararono:
“La prospettiva della regione di scrollarsi la crisi si collega con il labile controllo della classe attraverso cui la direzione sindacale aveva potuto decidere di associare nuovamente da un lato un grosso sciopero dei dipendenti al sindacato e dall' altro di garantire un clima di pace e rassegnazione per gli anni futuri, cioè proteggere il suo apparato.
I sindacati hanno condiviso totalmente le conseguenze della ristrutturazione e le sue basi di forza che sono state dislocate.
Così, solo il sindacato dell' industria metallurgica ha perso, dal 1980, più di 100000 membri ed il numero continua a salire.”
Dopo che, nel 1982, il partito di governo SPD di Bonn passò all' opposizione parlamentare, cambiò anche il ruolo dei sindacati. I due gruppi armati commentarono l' evento politico come segue: “ Il periodo dell' evidente “ collaborazione” con la politica ufficiale di Bonner è passato.
L' integrazione è annunciata perchè l' “esplosività sociale” diagnosticata deve essere disinnescata.
Il tentativo della DGB nell' inverno del 1982 è stato il primo passo, mentre il secondo passo fu la grande entrata della SPD e della DGB nel movimento pacifista.
Questa funzione integrativa della socialdemocrazia non è solo una strategia per tutelare la sicurezza del sistema capitalistico.
È anche la corrente per cui i socialdemocratici possono presentarsi come elite politica dominante.”
Le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora considerarono la lotta per il lavoro nell' industria metallurgica dal 1973 un' abile mossa del sindacato dell' industria metallurgica, in quanto il numero dei suoi membri doveva stabilizzarsi. Per questo motivo entrambi i gruppi non vollero essere coinvolti in questa campagna e dichiararono: “La lotta contro questa pesante aggressione verso le nostre condizioni di vita quotidiana e la nostra esistenza può essere fatta solo al di fuori ed indipendentemente dagli apparati agevolati e dalle istituzioni...il nostro vero ed unico rappresentante di interessi siamo noi e nessun' altro.”
Una breve parentesi conclusiva: la presenza delle donne nei gruppi di lotta armata
Sin dall' inizio la presenza delle donne nei gruppi di lotta armata è stata nettamente superiore a quella degli uomini : la maggior parte dei dodici componenti di gruppi di lotta armata ricercati dalla polizia erano donne, quasi tutte appartenenti alla RAF (Susanne Albrecht, Adelheid Schulz, Silke Maier- Witt, Angelika Speitel, Elizabeth van Dyck, Monika Helbing, Friederike Krabbe, Inge Viett, Juliane Planbeck e Sigrid Sternebeck).
Per spiegare questa presenza maggioritaria furono avanzate diverse tesi, sia da parte di alcuni direttori degli uffici di polizia criminale regionali, come il direttore dell' ufficio di polizia di Duesseldorf Werner Hamacher, da parte della criminologa Helga Einsele e di sociologi famosi, come Erwin Scheuch di Colonia .
Il direttore di polizia Werner Hamacher dichiarò:
“Una volta che le donne hanno dato il fuoco e si sono ficcate in testa una cosa, allora si può dire che loro, di regola, sono molto più radicali degli uomini.”
L' analisi conclusiva sul ruolo delle donne nella lotta armata della criminologa Helga Einsele era molto simile all' idea di Werner Hamacher:
“ Le donne si impegnano in maniera estrema e sono loro stesse delle estremiste.
Le donne si dimenticano tutti gli attacchi e le restrizioni che hanno avuto.
Le donne non si comportano diversamente dagli uomini, forse solo in modo più estremo perchè non avevano ancora attribuito al ruolo politico ulteriormente un particolare ruolo della donna e vogliono dimostrare di essere capaci di adempiere determinate azioni.”
Diversa era l' opinione del sociologo Erwin Scheuch, in quanto egli attribuì alle donne, all'interno dell' ambiente della lotta armata, un ruolo di carattere ed intellettuale. Egli sosteneva che, per le militanti, anche compiere azioni impugnando le armi significasse emanciparsi: “solo con l' arma, il classico simbolo della maschilità, e solo con una particolare durezza, i membri femminili dei gruppi armati hanno potuto realizzare completamente la rappresentazione delle donne emancipate.”
LA FINE DEL MOVIMENTO FEMMINISTA E DI ROTE ZORA
La partecipazione delle donne nel movimento alternativo di massa e nei Verdi
Dagli inizi degli anni '70 le donne del movimento femminista hanno contribuito in maniera decisiva alla nascita ed allo sviluppo del movimento alternativo di massa.
In questo periodo in diverse città industrializzate dell' occidente si formarono molti gruppi composti in maggioranza da giovani che mostrarono un forte scetticismo nei confronti della moderna società industriale fino ad arrivare a rifiutare definitivamente il suo modello e cercarono di sviluppare forme alternative di organizzazione economica, politica e sociale.
Questi gruppi criticavano fortemente la società industriale contemporanea in quanto sostenevano che le condizioni di vita erano divenute insopportabili:
“tutto è organizzato su vasta scala, la società è controllata da una grande burocrazia statale, da grandi partiti, da grandi confederazioni e da forti organizzazioni sindacali.
L' economia è nelle mani di grandi gruppi industriali che producono potenti tecnologie.
L' economia capitalista distrugge sempre più le condizioni di vita naturali e trasforma le persone in schiavi della produzione e dei consumi” .
All' interno del movimento alternativo di massa era presente una profonda sfiducia verso i metodi del potere decisionale all' interno del sistema parlamentare, che era dominato dai partiti. L' idea di non riuscire a cambiare questi caratteri della società dal suo interno, portò una parte della società a creare forme alternative di vivere.
Il movimento alternativo di massa nella Repubblica Federale Tedesca ebbe origine dalle iniziative civiche, dai gruppi di protesta (come ad esempio il movimento degli occupanti di case), dal movimento femminista e dalle iniziative dei disoccupati.
Nella sfera politica il movimento aveva stretti rapporti soprattutto con il partito dei Verdi e con il movimento pacifista.
Oltre ai progetti nell' ambito socio-culturale, il movimento alternativo di massa sviluppò anche numerosi progetti economici, che si manifestarono per lo più in forme di lavoro cooperativo: costruzione di aziende artigiane, di stamperie, case editrici di giornali, singole aziende commerciali, librerie alternative, locande ed aziende agricole ecologiche. Tali progetti vennero realizzati non solo grazie al contributo finanziario delle associazioni createsi all' interno del movimento, come la Netzwerk Selbsthilfe (Rete di auto-aiuto), ma anche attraverso mezzi pubblici.
Nel 1980 nacque, grazie soprattutto alle iniziative civiche del movimento ecologista ed alla partecipazione di gruppi di donne, il partito Die Grunen (I Verdi) che rivendicava la tutela ambientale, i valori sociali, democratici e pacifisti.
L' argomento di importanza prioritaria nelle discussioni politiche era la tutela dell’ambiente e lo sviluppo di una coscienza ecologica nelle persone. I Verdi, più delle altre forze politiche, proponevano una crescita economica, anche se non costante, compatibile alle esigenze dell’ambiente e della società.
Le idee pacifiste spinsero il partito a cooperare in maniera attiva all' interno del movimento pacifista: il partito rifiutò i blocchi militari e si battè per l' uscita della RFT dalla NATO.
Nonostante ciò alle elezioni parlamentari del 1980 i Verdi presero solo il 1,5% dei voti e dovettero aspettare le elezioni del 1983 per superare la clausola del 5% con il 5 ,6% dei voti. Nel 1987 raggiunsero il 8,3% dei voti, ma persero alle elezioni politiche della Germania riunificata nel dicembre del 1990.
All' interno del partito c' erano due schieramenti opposti: i cosiddetti Fundamentalisten (fondamentalisti), con un' alta presenza di donne , che rifiutarono di prendere parte a qualsiasi tipo di responsabilità governativa ed i Realpolitikern (politici della realpolitik) che volevano invece coalizzarsi con la SPD per ottenere il potere e governare il Paese.
L' aspra e lunga battaglia tra queste due parti portò alla scissione ed al momentaneo blocco dell’ attività del partito.
Nella successiva fase di graduale ricompattamento, poi i Verdi riuscirono ad entrare nelle diete regionali ed in molte coalizioni di governo. La prima esperienza fu con la SPD ad Hessen nel 1983 e si chiuse nel 1987.
Nei primi anni '90 i Verdi divennero un partito “stabile”che fu e lo è tuttora rappresentato nei singoli governi regionali: dal 1990 fino all' 1994 nella Bassa Sassonia e nel Brandeburgo, dal 1991 fino al 1995 a Brema, dal 1994 nell' intera Sassonia, dal 1995 nella Renania settentrionale e dal 1996 nello Schleswig- Holstein.
La ragione principale che indusse le donne ad aderire al partito “I Verdi” ed organizzare con entusiasmo numerose iniziative fu la possibilità di entrare nel mondo della politica ed, attraverso una fissa quota di partecipazione, a rappresentare ed esercitare il potere politico e sociale con un' ampia e forte libertà di azione.
Purtroppo queste aspettative non si realizzarono e nel 1987, dopo che le trattative di coalizione tra i Verdi e la SPD ad Hessen fallirono, Gisela Wulffing dichiarò:
“La coalizione di governo aveva istituito una soluzione di compromesso, cioè un ente amministrativo delle donne con competenze a livello regionale.
Noi sappiamo anche che questa “autorizzazione del governo regionale per le pari opportunità delle donne” è sostenuta dal governo CDU/FDP; le rivendicazioni e le misure per le donne che esigono una formazione completa vengono prese con massima attenzione.
Si pone l' accento della nuova politica delle donne oggi proprio sulle donne benestanti, con grandi capacità “intellettive” , che guadagnano una protezione, mentre quelle che nel vero senso della parola sono le meno abbienti vivono una situazione di penalizzazione, in quanto prive di mezzi.
Ma qui non deve essere fatta alcuna ulteriore analisi sulla politica liberal -conservatrice delle donne.
La questione riguardante la strada ed il successo della politica femminista in Parlamento è tuttavia, ora come prima, avvincente e priva di risposte.
Non siamo riuscite ad intervenire nella politica attuale ed a lavorare nell' interesse per la promulgazione delle donne, ad applicare il programma di sostegno e non c'è stato un sostegno statale per finanziare i progetti delle donne autonome.
I soldi liquidi provengono dalle aziende modello, dirette dalle femministe.
Ancora niente è cambiato nella politica delle donne istituzionalizzata e si dice di continuo:
“le donne sono povere per questo e perciò....”
Le carenze sono prettamente visibili non solo per la politica delle donne, ma anche nel lavoro dell' ente amministrativo per le donne, creato dai Verdi/SPD.
Nonostante siamo consapevoli della modernità della possibilità di formazione per le donne tramite l' ufficio che ci delega a svolgere funzioni anche in altri ministeri, restano molte situazioni in cui molte lavoratrici devono essere subordinate ed adattarsi alle circostanze e vengono tagliate spesso fuori dalla scena politica.
Noi possiamo affermare che l' apparente neutralità nella vita sociale non è altro che una regola politica maschile.
Quello che ci manca fino ad oggi è “ un comune mondo delle donne”.
Al contrario di noi, gli uomini non hanno alcun grosso problema ad affermarsi ed a realizzarsi.
Perchè ci è così difficile accordarci tra noi? Ci manca sicuramente un modo di comportarsi indipendente nella sfera pubblica attraverso cui possiamo creare noi le regole.
Certo, il discorso con gli uffici ministeriali o la decisione di una promulgazione scritta offrono poi magari, in caso di dubbi, più sicurezza rispetto ad un dibattito interno tra donne, dove manca il complesso della formalità.
Sicuramente, qualcosa in più dello stoicismo e della routine verso le regole apparentemente indistruttibili e la prassi ministeriale, sarebbe lottare per la parità di trattamento nei testi legislativi, per l' incremento delle donne nel servizio pubblico, per la costruzione di appartamenti che prenda in considerazione i bisogni delle donne, contro la violenza maschile e per il riconoscimento della scienza femminista.
L' estraneità di inserirsi nell' ambito politico resta tuttavia una quota di partecipazione.
Qui le donne “verdi” possono (nuovamente) essere le prime a fare importanti esperienze storiche: attraverso la sicurezza numerica viene data loro l' opportunità di scoprire che le convenzionali regole del gioco della politica sono inette e false poiché questo non durerà a lungo ed i posti riservati alle donne nella città, nella regione e nella Federazione rimarranno vuoti.
Come possiamo farci ostacolare dalla noia radicata nei Verdi, dove la funzione delle donne è quella di “ dama di compagnia”.
La quotazione le autorizza certo alla partecipazione e dà loro un beneficio dubbioso che prende forma in una realtà sociale artificiale.
Non siamo riuscite a sviluppare la “femminilità” come contrapposizione alla cultura politica maschilista ed a mantenerla.”
La partecipazione delle donne nel movimento pacifista
Agli inizi degli anni '80, quasi in contemporanea con l' istituzione del partito dei Verdi, si sviluppò, nella Repubblica Federale Tedesca, il movimento pacifista in risposta alla doppia risoluzione della NATO, che prevedeva, in caso del fallimento degli accordi con l' Unione Sovietica, il dislocamento dei missili americani a medio raggio soprattutto nella Repubblica Federale.
Il movimento pacifista era composto da diversi gruppi di differente orientamento politico e sociale: gruppi religiosi e sindacali, iniziative di scienziati, medici, giuristi, partiti come i Verdi, il DKP (partito comunista tedesco) ed una parte della SPD.
Tuttavia, chi pose le basi del movimento pacifista furono il movimento ambientalista e quello femminista.
Le principali dimostrazioni furono quella del 10 ottobre nel 1981 a Bonn con 250000 partecipanti (più della metà erano donne) e l' altra del 10 giugno del 1982 che contò 350000 persone (con circa 200000 donne). Un' altra prova della solidità del movimento fu l'azione dimostrativa, della durata di una settimana, che si svolse nell' ottobre dell' 1983 in tutto il territorio federale a cui presero parte circa 3 milioni di persone che si riunirono ed, in chiusura, formarono una catena di persone da Stoccarda diretta a Nuova- Ulma.
Ciò che rendeva il movimento resistente e duraturo erano anche la paura di una catastrofe atomica: le dichiarazioni di molti scienziati sulle conseguenze di un conflitto atomico e dei dottori riguardo alla loro impotenza in una catastrofe nucleare creavano molto sgomento, angoscia e rabbia all' interno della popolazione. Inoltre l'idea che, qualora Mosca e Washington avrebbero deciso di scatenare un conflitto atomico, entrambi gli Stati tedeschi sarebbero stati colpiti molto più duramente di altri, alimentava maggiormente la protesta contro l'armamento.
Anche se il movimento pacifista non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi (rottura delle trattative di Ginevra e dislocamento dei missili a medio raggio americani nel novembre del 1983), gli effetti politici che produsse furono notevoli: fino alla fine della Guerra Fredda i partiti in Parlamento che rappresentavano il movimento di massa, discussero delle misure riguardanti la politica di sicurezza.
Declino del movimento femminista: la separazione dalla logica classica di emancipazione
Nonostante l' entrata di molte donne nel partito de “ I Verdi” ed il fondamentale contributo di queste nello sviluppo del movimento pacifista, il movimento femminista, già agli inizi degli anni '80 attraversò la profonda crisi che dopo poco portò al suo tramonto.
Dagli Slogan come “nuova maternità”, “diritto alla differenza” o “relazione della donna e la natura” il movimento femminista aveva sviluppato, dalla metà degli anni '60, discussioni e proposte per eliminare definitivamente ogni tipo di discriminazione tra i sessi ed affermare la completa eguaglianza tra i sessi in tutti gli ambiti.
Tuttavia si manifestava, dalla fine degli anni '70, un graduale processo di cambiamento profondo: il progressivo distacco dalla logica emancipatoria. Infatti, sebbene donne come Veronika Bennholdt- Thomsen , Angelika Birk e Irene Stoehr continuavano a sostenere che il femminismo doveva liberarsi da tutte le sopravvivenze patriarcali perché si potesse ottenere l’emancipazione femminile, molte donne al di fuori del movimento femminista guardavano lo sviluppo del femminismo con preoccupazione e diffidenza, evidenziando i tratti in cui il movimento aveva fallito.
Gli elementi principali del discorso sull' emancipazione che portarono ad un' acuta diffidenza tra le donne, si potevano riassumere così:
- La base dell' idea di emancipazione, che denunciava l' indifferenza del sesso maschile nei confronti dello sfruttamento di quello femminile in quanto l' uomo sosteneva di essere il solo soggetto agevolato nella società e qualsiasi tipo di critica verso questo modo di vedere era inutile.
- La critica che, nella logica di emancipazione, il concetto di libertà era visto come un qualcosa di materiale ed egoista, che non faceva riferimento al contesto.
- Il rifiuto delle donne di far carriera dentro la struttura patriarcale sotto il manto della lotta femminista. Infatti queste carriere rimanevano solo un atto individuale, di cui solo poche donne privilegiate ne usufruivano.
- Il rifiuto della concezione secondo la quale la liberazione della donna poteva essere raggiunta solo attraverso la sua entrata nel processo di produzione (era evidente che il rifiuto non era solo riferito alle specifiche componenti borghesi dell' idea di emancipazione, ma riguardava anche gli ulteriori sviluppi e l' enfasi che aveva ereditato dalla teoria marxista, perchè la necessità di includere le donne nel processo di produzione sociale era parte integrante del programma di emancipazione, mentre la variante borghese si basava soprattutto sull' equiparazione legale della donna).
Il raggiungimento dell' equiparazione e dell'uguaglianza politico-sociale tra uomo e donna.
La sfiducia di molte donne verso il movimento femminista era dettata, naturalmente dal fatto che molti punti inerenti la parità di trattamento e l' equiparazione politico- sociale erano rimasti irrisolti. Le delusioni provenivano proprio dal fatto di come il principio di uguaglianza era stato applicato: era evidente che la vita professionale delle donne aveva contribuito poco ad affermare il loro riconoscimento nella società e la loro indipendenza personale. Deludente, nonostante le premure e le buone promesse, risultava anche il fatto che il potere politico e sociale continuasse ad essere ripartito in maniera diseguale: le donne erano ancora escluse dai “corridoi” del potere e spesso occupavano solo posti di segretaria, come in passato.
Nel 1986 Gisela Erler dichiarò a riguardo: “Il potere, davanti alle donne, si è ritirato come una gomma da masticare attaccata alla parete. Anche gli uffici di gabinetto sono divisi in potere ed impotenza, come gli uffici, le scuole ed i centri commerciali.”
Inoltre, attraverso la progressiva perdita della relazione tra il movimento femminista e la ricerca femminista, una parte dell' analisi femminista istituzionalizzata era stata spoliticizzata. Infatti, ad esempio, il femminismo universitario cambiava spesso il dibattito sui gender, riducendolo ad una discussione sugli omosessuali, che escludeva le donne e l' unico grado di conoscenza si esauriva nella ricostruzione dell' attribuzione del sesso, soprattutto del sesso biologico. Le discussioni e i dibattiti sul patriarcato si tenevano solo all’ interno dell’ università e spesso erano prive di riferimento pratico e molto esoteriche.
I punti cruciali del patriarcato si erano sicuramente spezzati, ma un cambiamento strutturale in direzione dell' uguaglianza del rapporto tra i sessi non era ancora avvenuto.
Certo, qualche risultato era stato ottenuto, come la lotta contro la legge 218 (legge di regolamentazione dell’aborto), la legge che puniva chi commetteva atti di violenza contro le donne all’ interno del matrimonio e della famiglia, lo stupro inteso come atto di potere e violenza e la creazione di strutture di contropotere autonome.
Tuttavia le vie legali non furono sufficienti ad eliminare la violenza, l’ oppressione e lo sfruttamento contro le donne, ma servirono solo a creare la coscienza all’ interno della società che le donne fossero oppresse.
Crisi e declino delle Revolutionaeren Zellen e della Rote Zora
Negli anni ’80 le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora erano ancora forti e collaboravano insieme in diverse azioni (tra le più famose l’azione sulla visita di Reagan, il documento sul movimento per la Pax (movimento internazionale per la pace), gli attacchi contro i commercianti di donne e quello all’ ambasciata filippina).
Entrambi i gruppi, nella questione israelo - palestinese, abbracciarono la causa palestinese, dichiarando:
“Noi prendiamo la lotta di liberazione palestinese come nostra ed eliminiamo la presa di posizione senza riserva della nostra storia.
Non vediamo più Israele dalla prospettiva del programma di sterminio nazista, ma solo dal lato della sua storia d’ insediamento: Israele è per noi l’ agente e l’ avamposto dell’ imperialismo occidentale situato nel mezzo del mondo arabo e non il posto di asilo per i superstiti ed i sopravvissuti, che dovrebbe essere una necessità per cui nessun altro possa avere la possibilità di attuare ulteriori stermini di massa.
La nostra critica nei confronti della politica d’ occupazione israeliana è giusta e necessaria a causa del terrore e delle atrocità che provoca il regime israeliano e contro il quale devono essere adottati parametri socio-rivoluzionari.”
Nonostante ciò, agli inizi degli anni ’90, a causa della mutata situazione geo - politica (la sconfitta del socialismo e con la Riunificazione della Germania) e del fallimento della politica dei profughi dei gruppi di sinistra radicale, le Revolutionaeren Zellen e la Rote Zora s’ indebolirono e dopo poco si sciolsero.
Nel 1992, con un volantino intitolato “Das Ende unserer Politik” (la fine della nostra politica), le Revolutionaeren Zellen dichiararono il loro scioglimento.
Il contenuto era il seguente:
“Le nostre proprie azioni degli ultimi anni si sono smarrite in spazi senz’ aria, non erano più la componente principale di un’ estesa prassi sociale.
Il nostro sistema di coordinate: opposizione armata- mediazione- ancoraggio- rilievo non è più certo, il nostro quadro di riferimento si è spostato, le relazioni disintegrate.
Verso la fine della campagna dei profughi, dopo il 18 dicembre 1987 e con la caduta del muro nel 1989 eravamo consapevoli di essere isolati.
L’ ancoraggio mancato nel nostro ambiente politico non lascia rivestire, nella scena politica, una larga adesione.”
Fino al 1994 però sia le Revolutionaeren Zellen che la Rote Zora continuarono ad intervenire nell’ ambito antirazzista con mezzi armati.
Pur attuando numerosi attacchi, la Rote Zora fu sempre attento a prendere le dovute precauzioni per non colpire nessun individuo.
Questo gruppo non rilasciò alcun volantino riguardante il proprio scioglimento; l’ ultima sua azione fu compiuta il 24 luglio del 1995 a Lurssen, contro un’ impresa che consegnava armi al governo turco ed in solidarietà con le lotte delle donne kurde contro lo Stato turco.
Fonte: www.ebooks4free.net
Vedi Frauenbewegung in der Bundesrepublik, Von Marie – Loiuse Berg, Alina Ketting, Hildegard Proft, Berlino Bonn 1976.
Frieda Nadig(1897-1970): era un politico della SPD ed una delle quattro “ madri” della Costituzione. Dopo la prima Guerra Mondiale frequenta la “Soziale Frauenschule” che è fondata a Berlino nel 1908 da Alice Salomon. La Nadig, nel 1922, supera l'esame di uscita per diventare assistente sociale e svolge dopo poco questa professione. Dopo l'ascesa del Nazionalsocialismo le viene vietato di continuare a svolgere la sua professione, perché socialista. Le è impossibile anche esercitare una professione di tipo politico. Nel 1936 trova un posto come igienista a Ahrweiler. Dopo la fine della seconda Guerra mondiale diventa amministratrice della nuova organizzazione di assistenza sociale dei lavoratori nella zona della Vestfalia est. Nel 1961 è premiata con una gran croce della croce federale al merito per aver detto:”Consolidamento delle idee democratiche soprattutto verso le cittadine”.Dopo il 1945 prese parte alla rifondazione del SPD. Nel 1947 è membro del Consiglio regionale della Vestfalia del nord, fino al 1950. Nel 1948 entra nel Consiglio parlamentare e partecipa alla stesura della Costituzione.
Elizabeth Selbert( 1896-1986):Seconda di quattro figlie di una famiglia cristiana, la famiglia non riusciva a pagare la retta per il ginnasio femminile, cosi, nel 1912 frequentò la scuola commerciale dell'associazione per la formazione delle donne. Il suo obbiettivo era di diventare insegnante, ma anche questo progetto fallì a causa dei mezzi finanziari. Selbert diventò, in seguito, una corrispondente dall'estero di un'azienda di import-export. Nel 1914, perse il suo posto e lavorò come impiegata alle poste nel servizio telegrafico della posta del Reich. Nel 1918 conobbe il suo futuro marito, Adam Selbert, tipografo e presidente del Consiglio dei lavoratori e dei soldati a Niederzwehren presso Kassel. Adam Selbert incoraggiò Elizabeth a prendere parte a manifestazioni politiche. Alla fine del 1918 entra nella SPD. Dopo la nascita della Repubblica di Weimar, Elizabeth Selber scrisse molti articoli e tenne discorsi nelle numerose manifestazioni sul dovere delle donne di impegnarsi e informarsi politicamente. Nel 1933 Elizabeth Selbert si candidò alle elezioni parlamentari. L'entrata in parlamento fallì a causa dell' ascesa del Nazionalsocialismo. Nel secondo dopoguerra, nel 1946, Elizabeth Selbert fu eletta nel Consiglio costituzionale come membro della SPD e, nel 1948, entrò nel Consiglio parlamentare col compito di partecipare alla stesura della Costituzione della Repubblica Federale Tedesca.
Theodor Heuss(1884-1963): Studiò Economia della Nazione e Scienze politiche all’ Università di Munch e di Berlino. Dopo i suoi studi divenne, nel 1905, redattore politico: dal 1905 al 1912 diresse la rivista “ Die Hilfe” per Friederich Naumann a Berlino. Nel 1903 Heuss aderì all’associazione “ Freisinnigen Vereinigung”di sinistra liberale, che nel 1909 si ribattezzò col nome “Fortschnittlichen Volkspartei”. Nel 1918 divenne membro del neonato “Deutschen Demokratischen Partei”(DDP). Nel 1930 il partito DDP si fuse con altri piccoli partiti e si chiamò “Deutschen Staatspartei”. Dal 1924 al 1928 e dal 1930 al 1933 fu deputato del Parlamento tedesco. Nel luglio del 1933 il titolo di deputato gli venne privato perché era stato eletto alla presentazione dei candidati del Reich della SPD. Heuss diede per tre anni ancora il suo contributo alla rivista “ Die Hilfe”, ma nel 1936 ricevette un divieto di pubblicazione e perse il suo posto di insegnante a Berlino.Nel 941 Heuss divenne un fisso collaboratore del giornale liberale
“Frankfurter Zeitung” per il quale scriveva soprattutto articoli storici e politico-sociali. Nel 1942 i nazionalsocialisti vietarono, su ordine di Hitler, a tutti i giornali tedeschi di pubblicare gli articoli di Heuss. Egli però continuò a scrivere sotto lo pseudonimo di Thomas Brackheim e scrisse molti articoli autobiografici per quotidiani, come il Potsdamer Tageszeitung. Dopo la Seconda Guerra mondiale, Heuss fu nominato ministro della cultura nel Bades Wurttenberg dal governo militare statunitense. Heuss entrò col suo amico di partito Reinhold Maier nel gabinetto di tutti i partiti che erano al governo(DVP, CDU, SPD, KPD). Dal 1946 al 1949 fu deputato del partito liberale DVP
Demokratischen Volkspartei). Egli si impegnò per l’unione di tutti i partiti liberali della zona di occupazione dell’ovest. Nel 1948 fu membro del Consiglio parlamentare e partecipò alla stesura della Costituzione.
Tra il 1951 ed il 1986 ci fu solo un giudice donna nella Corte Costituzionale federale, che prima faceva parte del Senato. Tra il 1986 ed il 1994 , dei 16 giudici, solo due erano donne. Dal 1994 il numero dei giudici donna sale a quattro all’interno della Corte Costituzionale federale e dopo poco a cinque. Dati tratti dal libro “ Streit” di Renate Jaeger.
Con la riforma delle pensioni dell’ 1989 fu deciso che i limiti d’età per le donne sarebbero stati, dal 2001, adattati gradualmente a quelli degli uomini; con la riforma delle pensioni del 1999 l’inizio del processo di conformazione fu anticipato all’ anno 2000.
La percentuale delle lavoratrici straniere era del 17% più bassa rispetto alle donne con la cittadinanza tedesca. Dati presi dalla statistica del 1975 dell’ufficio federale del lavoro.
Articoli della Costituzione pubblicati sul libro Erwerbsarbeit- abhangige Beschaftigung in der ausserhauslichen Sphare. Le prestazioni in natura consistevano nel ricevere assegni, aumenti, gratificazioni, premi, ma anche nel diventare parte integrante dell’azienda e ricevere contributi straordinari.
Sociologa americana, nata a Boston nel 1940. Si è laureata a Berkeley, dove, alcuni anni dopo ha insegnato. All’interno della sociologia è nota come la fondatrice della sociologia delle emozioni e per aver dato il suo contributo sulle questioni sociali attuali.
Elizabeth Beck-Gernshein: nata a Friburgo nel 1946, oggi insegna all’università di Erlangen- Numberg. Lei si interessa particolarmente delle trasformazioni sociali e dei ruoli cambiati all’interno della famiglia.
Das halbierte Leben- Mannerwelt Beruf, Frauenwelt Familie, Elizabeth Beck- Gernsheim, Roter Verlag, Bonn 1975.
Parte tratta dal rapporto VI “ La donna lavoratrice nel mondo cambiato” della Conferenza del lavoro internazionale del 1963.
Programma del DGB per le lavoratrici, dal titolo “ Principi e richieste”, aggiornato al l’ ottobre del 1969.
Vedi Aspetti quantitativi del lavoro delle donne nell’economia politica, Rosen Marien Merz , Roter Verlag, Berlino 1971.
Risultati di un’intervista del DGB. Vedi Grundlagentexte zur Emanzipation der Frau, Jutta Menshik, Roter Verlag, Berlino 1976. Nel libro non c’è scritta la data in cui quest’intervista è stata fatta.
Parte della piattaforma programmatica del DGB, che fu discussa durante il Congresso federale straordinario del 21/ 22 novembre del 1963 ed inserita nel programma subito dopo la conclusione del Congresso.
Risultati della statistica sull’orientamento professionale nella Repubblica Federale Tedesca nel 1969/1970.
Informazioni prese dal rapporto del Governo federale sulle misure da adottare per migliorare la situazione della donna. Il rapporto è stato scritto a Bonn nel 1971.
Vedi Grundlagentexte zur Emanzipation der Frau, cit pag 130. Il Congresso federale del DGB fu tenuto a Berlino nel 1972. Durante il Congresso venne deciso che la sezione del dipartimento di formazione professionale, assegnata alle donne durante il Congresso federale del DGB del 1956 ad Amburgo, fosse unita al dipartimento di “politica culturale” per lavorare in modo autonomo e diventare un dipartimento indipendente.
Sintesi della riforma pensionistica del 1972. Grundlagentexte zur Emanzipazion der Frau:
1) Principio di equivalenza indebolito: dai 25 anni assicurativi e meno del 75% della retribuzione media = base imponibile fissa a persona del 75%. Offerti, successivamente, salari e stipendi bassi. Misure per abbattere la distribuzione dei salari ingiusta. Soprattutto le donne ne trassero vantaggio.
La Pierburg era un’ industria automobilistica con sede a Neuss, città del Nord Reno-Westfalia, sulla riva occidentale del Reno.
Neuss: Città della Nord Reno – Westfalia in Germania. E’ situata sulla riva occidentale del Reno, opposta alla città di Dusseldorf. Il successo demografico e commerciale di questa città è dovuto alla sua posizione geografica strategica (crocevia commerciale). La città conta 152.000 abitanti.
Il numero complessivo dei lavoratori era 3070 di cui 2248 stranieri. Le donne straniere erano 1856 (800 greche, 600 turche, 350 jugoslave e altre italiane e spagnole).
Congresso del DGB del 1972 ad Amburgo, dove l’ IGM ( Sindacato delle industrie metallurgiche e metallmeccaniche) costituì un terzo di tutti i delegati.
Introduzione del volume Die Fruchte des Zorns( I frutti della rabbia), pubblicato su internet www.senzacensura.org, Rote Zora, marzo 1984.
Opuscolo Schafft viele Revolutionaeren Zellen (creare molte cellule rivoluzionarie), Roter Verlag, Amburgo 2000.
La visita del presidente degli Stati Uniti nella Repubblica Federale Tedesca a Bonn nel maggio del 1984 insieme a quella degli altri Capi di Stato dei paesi occidentali industrializzati.
“Rote Zora” in cui ci sono dichiarazioni su diversi argomenti e lettere scritte dalla Rote Zora alle altre cellule rivoluzionarie ed ai giornali. Gennaio dell’87.
Conferenza dell’Organizzazione di Solidarietà dei Popoli d’Africa, Asia e America Latina, tenutasi all’Avana nel 1966. Per la prima volta, i tre Continenti del sud del mondo si riunirono nel nome di interessi comuni e di una comune posizione difensiva rispetto all’Occidente. La Tricontinentale s’incentrò esclusivamente sulle lotte antimperialiste ed anticolonialiste in tutto il mondo e dette l’avvio ad un quadro di riferimento generale per la lotta globalizzata, resistenza mondiale che anticipò di diversi anni i movimenti antiglobalizzazione.
Krieg - Krise- Friedensbewegung ( Guerra- crisi- movimento pacifista) dal volume Die Fruchte des Zorns, scritto dalla Rote Zora e pubblicato nel dicembre del 1983.
Erwin Scheuch( 9/6/1928- 12/10/2003) era un sociologo tedesco. Inizialmente di sinistra liberale, ma dopo gli attacchi verbali da parte del movimento studentesco, rovesciò le sue idee politiche e divenne un conservatore. Nel 1969 fu uno dei mebri che fondarono il centro d' informazioni di sociologia di Bonn. Nel 1970 fondò l' Associazione conservatrice della scienza.
1949-1999 50 Jahre Deutsche Geschichte( 50 anni di storia tedesca); Helmut Mueller e Grazyna Buchheim, Lipsia 1999.
Gisela Wulffing: attuale direttrice dell' ufficio centrale della politica delle donne nel ministero della famiglia di Hessen.
Schlusseltexte der Neuen Frauenbewegung seit 1968 (testi conclusivi del nuovo movimento femminista dal 1968), Gisela Wulffing. Francoforte a Main 1988.
Veronika Bennholdt-Thomsen( 1944 a Seefeld, nel Tirolo): etnologa e sociologa, dal 1966 abita in Messico prima per ragioni di studio e poi per la ricerca. Sin dall' inizio aderì al movimento femminista e fu una delle artefici della ricerca tedesca delle donne. Molti suoi libri ed articoli trattano dei movimenti sociali dei contadini e delle donne, della teoria sociale femminista, di teorie scentifiche alternative e della ricerca del matriarcato.
Ha insegnato all' Università per le Civiltà primitive a Vienna ed alla Humboldt a Berlino per la ricerca rurale delle donne.
Angelika Birk( 2 maggio 1955 a Krefeld): è un politico tedesca( Bundnis 90/Gruenen). Dal 2006 è vicepresidente della frazione dei Verdi nella dieta regionale e dal 1996 fino al 2000 è stata ministro delle donne della regione Schleswig-Holstein.
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Fine articolo Nazionalsocialismo tutto di tutto
Nazionalsocialismo tutto di tutto
Antisemitismo: Materiali storici
Da M. Matteini-R. Barducci, Storia, G. D’Anna, vol. III, Didascalica
23. Il programma nazionalsocialista nel 1920
Da: Partito dei lavoratori tedeschi, in W. Hofer, Il nazionalsocialismo, Feltrinelli, Milano, 1964
Il nazionalsocialismo come movimento politico organizzato ebbe inizio con la fondazione, nel 1919, del partito tedesco dei lavoratori, trasformato, da Adolf Hitler nel 1920, in partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi. Già in queste prime fasi appaiono chiaramente delineati le caratteristiche e gli obiettivi fondamentali, che diventeranno tipici della dottrina e del regime nazista. Nel programma del febbraio 1920, che qui riportiamo, appare infatti esplicita la rivendicazione dell’unione di tutti i tedeschi «per la formazione di una Grande Germania»; essa è significativamente seguita dalla richiesta di soppressione dei trattati di pace; pangermanesimo ed aspirazioni espansionistiche sono accompagnate dal razzismo e dall’antisemitismo. Sono presenti anche richieste di tipo populistico, confusamente anticapitalistiche, come l’eliminazione della schiavitú all’interesse, la statalizzazione dei monopoli e la riforma fondiaria, che però scompariranno verso la fine degli anni Venti, quando si profilerà un’alleanza tra nazionalsocialismo e grandi potentati economici.
Il programma del partito tedesco dei lavoratori è un programma limitato alla situazione attuale. I dirigenti del partito si rifiutano di stabilire delle nuove mete, una volta che quelle indicate nel programma siano state raggiunte, al solo scopo di assicurare un’esistenza continua del partito con l’accrescere artificiosamente lo scontento delle masse.
1. Noi chiediamo l’unione di tutti i tedeschi, in base al diritto all’autodecisione dei popoli, per la formazione di una Grande Germania.
2. Noi chiediamo che il popolo tedesco abbia gli stessi diritti degli altri popoli e che vengano soppressi i Trattati di Pace di Versailles e di St.-Germain.
3. Noi chiediamo campi e terre (colonie) per l’alimentazione del nostro popolo e l’insediamento del nostro eccesso di popolazione.
4. Cittadino dello stato (Staatsbürger) può essere solo chi appartiene alla comunità popolare (Volksgenosse). Volksgenosse può essere solo chi è di sangue tedesco, senz’alcun riguardo alla confessione religiosa. Nessun ebreo quindi può essere Volksgenosse.
5. Chi non è cittadino dello stato deve poter vivere in Germania solo in qualità di ospite e deve sottostare alla legislazione per gli stranieri.
6. Solo al cittadino dello stato può venir concesso il diritto di decidere sulla guida e sulle leggi dello stato. Quindi chiediamo che ogni incarico pubblico di qualsiasi tipo, nel Reich o nelle regioni o nei comuni, sia ricoperto soltanto da cittadini dello stato.
Noi combattiamo la corruzione del mercato parlamentare, indirizzato ad occupare i posti solo per ragioni di partito senza alcuna considerazione del carattere e delle capacità.
7. Noi chiediamo che lo stato s’impegni in primo luogo a procurare al cittadino dello stato la possibilità di vivere e di guadagnare col lavoro. Se non è possibile procurare a tutta la popolazione dello stato gli alimenti necessari, gli appartenenti a nazioni straniere (che non sono cittadini dello stato) debbono venir espulsi dal Reich.
8. Ogni ulteriore immigrazione di non-tedeschi deve esser impedita. Noi chiediamo che tutti i non-tedeschi, i quali siano immigrati in Germania dopo il 2 agosto 1914, vengano costretti a lasciare immediatamente il paese.
9. Tutti i cittadini dello stato debbono avere gli stessi diritti e gli stessi doveri.
10. Il primo dovere di ogni cittadino deve essere quello di creare con le membra o con lo spirito. L’attività di ogni singolo non deve urtare gli interessi della comunità, ma deve esercitarsi nell’ambito dell’attività generale ed essere utile a tutti. Di conseguenza chiediamo:
11. Eliminazione dei guadagni ottenuti senza lavoro e senza fatica, eliminazione della schiavitú all’interesse.
12. In considerazione degli enormi sacrifici di beni e di sangue, che ogni guerra richiede dal popolo, l’arricchimento individuale mediante la guerra deve venir considerato totale confisca di tutti i profitti di guerra.
13. Noi chiediamo la statalizzazione di tutte le imprese di carattere monopolistico (trust).
14. Noi chiediamo la partecipazione ai profitti delle grandi imprese.
15. Noi chiediamo un vasto ridimensionamento dell’assistenza alla vecchiaia.
16. Noi chiediamo la creazione di un ceto medio sano e la sua conservazione; comunalizzazione immediata dei grandi magazzini, dati in affitto a prezzi convenienti ai piccoli negozianti e controllo rigorosissimo di tutte le forniture allo stato, alle regioni ed ai comuni da parte dei piccoli negozianti.
17. Noi chiediamo una riforma fondiaria conforme ai nostri bisogni nazionali, la creazione di una legge per l’esproprio senza risarcimento di terreni da adibire a fini utili per la comunità. Eliminazione dei fitti fondiari e proibizione della speculazione fondiaria.
18. Noi chiediamo lotta incondizionata contro coloro che con la loro attività arrecano danno all’interesse comune. Delinquenti comuni, usurai, incettatori ecc. debbono essere puniti con la condanna a morte, senza alcun riguardo alla loro appartenenza ad una certa confessione o ad una razza.
19. Noi chiediamo la sostituzione del diritto romano che è al servizio di un ordinamento materialistico del mondo, con un diritto comunitario (Gemeinrecht) tedesco.
20. Per permettere ad ogni tedesco capace e diligente di raggiungere un’istruzione piú elevata in modo da metterlo in grado di assumere mansioni direttive, lo stato deve preoccuparsi di una sostanziale riforma di tutto il nostro sistema d’istruzione popolare. I piani di studio di ogni istituto educativo debbono adattarsi alle esigenze della vita pratica. Sin dal momento in cui l’individuo è in grado di intendere, la scuola deve portarlo a comprendere l’idea dello stato (dottrina civile). Noi chiediamo che i figli di genitori poveri, particolarmente dotati, vengano istruiti a spese dello stato senz’alcun riguardo al loro ceto o alla professione dei padri.
21. Lo stato deve preoccuparsi di elevare la salute fisica del popolo proteggendo la madre ed il bambino, proibendo il lavoro infantile, promuovendo l’irrobustimento fisico mediante l’obbligo, stabilito per legge, di curare la ginnastica e lo sport e dando il massimo appoggio a tutte le associazioni che s’interessano della educazione fisica dei giovani.
22. Noi chiediamo l’eliminazione della truppa mercenaria e la formazione di un esercito popolare.
23. Noi chiediamo la battaglia legale contro la consapevole menzogna politica e la sua diffusione tramite la stampa tedesca, chiediamo che:
a) Tutti i direttori responsabili ed i collaboratori di giornali in lingua tedesca, debbono essere Volksgenossen.
b) I giornali non tedeschi, per poter uscire, abbiano bisogno dell’espressa autorizzazione da parte dello stato. Essi non debbono venir stampati in lingua tedesca.
c) Venga proibita per legge ogni partecipazione finanziaria o ogni intervento o influenza ideologica di non-tedeschi nei giornali tedeschi e chiediamo che la violazione di questa norma venga punita con la chiusura di tali imprese giornalistiche e l’immediata espulsione dal Reich di quei non-tedeschi che vi sono implicati. Giornali che vanno contro il bene comune debbono venir soppressi. Noi chiediamo che vengano combattute con delle leggi quelle correnti artistiche e letterarie che esercitano una influenza disgregatrice in seno alla nostra vita popolare e siano impedite quelle manifestazioni artistiche che urtano contro le suddette istanze.
24. Noi chiediamo la libertà di tutte le confessioni religiose nello stato, ove non mettano in pericolo la sua esistenza o urtino i sentimenti di moralità della razza germanica.
Il partito come tale sostiene l’orientamento di un cristianesimo positivo, senza essere vincolato confessionalmente ad una determinata confessione. Esso combatte lo spirito giudeo-materialistico dentro e fuori di noi ed è convinto che un durevole risanamento del nostro popolo può avverarsi solo dall’interno secondo il principio:
«l’utilità comune prima dell’utilità individuale».
25. Per la realizzazione di tutto ciò noi chiediamo: la creazione di una forte autorità centrale nel Reich. Autorità incondizionata del parlamento politico centrale su tutto il Reich e le sue organizzazioni in generale.
La formazione di camere di categoria e di professione per l’attuazione nei singoli stati federali delle leggi-quadro emanate dal Reich. I dirigenti del partito promettono di adoperarsi generosamente affinché i punti del programma riportati qui sopra trovino la loro attuazione, se necessario anche con il sacrificio della loro vita.
56. La necessità di eliminare il «veleno marxista»
Da: A. Hitler, La mia battaglia, Bompiani, Milano, 1934
Nei sei mesi trascorsi in carcere nel corso del 1923, dopo il fallito tentativo di colpo di stato dell’anno precedente, Hitler iniziò la stesura del libro Mein Kampf (La mia battaglia), contenente il programma politico che avrebbe cercato di realizzare negli anni successivi. Per raggiungere il fine ultimo, ossia la rinascita della nazione tedesca, Hiltler riteneva che fosse necessario dar vita ad uno stato forte, basato sulla potenza militare e sulla purezza della razza; il popolo tedesco, in quanto erede della superiore razza ariana, avrebbe quindi dovuto imporre la propria supremazia agli altri popoli. I principali ostacoli da eliminare per portare a compimento tale progetto erano considerati il sistema politico liberale e democratico, il comunismo e soprattutto gli ebrei. Significativo è il breve passo qui riportato, nel quale l’attacco contro gli ebrei, il «veleno marxista» e i partiti borghesi è accompagnato dalla ammirazione per Mussolini, che, «pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell’Italia ma volle annientarlo con ogni mezzo».
Se all’inizio e durante la guerra [il primo conflitto mondiale] si fossero tenuti sotto i gas velenosi dodici o quindici migliaia di quegli ebraici corruttori del popolo come dovettero restare sotto i gas, in campo, centinaia di migliaia dei migliori lavoratori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i mestieri, non invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime. Eliminando in tempo dodicimila furfanti si sarebbe salvata la vita a un milione di Tedeschi, preziosi per l’avvenire. Ma fu degno della «politica» borghese l’abbandonare, senza batter ciglio, milioni di creature a una morte sanguinosa sul campo di battaglia e considerare sacre dieci o dodici migliaia di traditori del popolo, imbroglioni, usurai e impostori, proclamandoli intangibili. Quale è maggiore, nel mondo borghese: la debolezza, la codardia, o l’abbietta mentalità? In verità, è sacra al tramonto una classe che, purtroppo, trascina con sé nell’abisso un popolo intiero.
Nel 1923, la situazione era la stessa che nel 1918. A qualunque genere di resistenza ci si appigliasse, occorreva anzitutto eliminare dal corpo della nostra nazione il veleno marxista. E, a mio parere, era allora primo compito d’un governo realmente nazionale cercare e trovare forze risolute a dichiarare guerra a morte al marxismo, e poi lasciare via libera a queste forze. [...]
Io mi resi ben conto che la borghesia tedesca era al termine della sua missione e non era piú in grado di assolvere nessun compito. Allora riconobbi che i partiti borghesi litigavano col marxismo per pura invidia, per solo spirito di concorrenza, senza nessuna seria volontà di distruggerlo; in fondo s’erano da tempo acconciati all’annientamento della patria ed erano mossi solo dalla grande preoccupazione di poter partecipare al convito funebre. Solo per questo «combattevano» ancora. Fu quello il tempo in cui – lo confesso apertamente – concepii profonda ammirazione per il grand’uomo a sud delle Alpi che, pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell’Italia ma volle annientarlo con ogni mezzo. Ciò che farà annoverare Mussolini fra i grandi di questa Terra è la decisione di non spartirsi l’Italia col marxismo ma di salvare dal marxismo, distruggendolo, la sua patria.
62. La «liturgia nazista»
Da: G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania, 1815-1933, Il Mulino, Bologna, 1996
Nel seguente passo, tratto da un testo fondamentale per la comprensione del fenomeno nazista, vengono analizzate le origini e le caratteristiche della «liturgia nazista». L’uso di questo termine non è casuale: con esso lo storico statunitense George Lachmann Mosse, nato in Germania da famiglia israeliana, si riferisce a quell’insieme di cerimonie rituali attraverso le quali il regime nazista celebrava se stesso e cercava di promuovere l’adesione di massa alla propria ideologia come ad una religione.
La liturgia nazista si basava sull’organizzazione totale della vita: ogni tedesco era obbligato ad appartenere a uno degli innumerevoli gruppi controllati dal partito, i quali costituivano l’ossatura necessaria per dirigere ogni attività, non esclusa la vita sociale. Naturalmente le Weihestunden (le ore della venerazione) rientravano nei programmi di questi gruppi, specie di quelli che si occupavano della gioventú. Ma erano altri tipi di attività quelli che dominavano. Quando Hitler parlava della realizzazione della sua visione del mondo, intendeva riferirsi non solo al cerimoniale o alle riunioni, ma anche all’organizzazione dell’«uomo totale», sotto la guida del partito. Questo completamento fu possibile solo quando i nazisti andarono al potere, ma già negli anni della lotta per il potere era stata realizzata nei confronti degli iscritti al partito.
Fu un’azione di sostegno che si dimostrò essenziale nel momento in cui i nazisti da rivoluzionari divennero essi stessi ordine costituito, e si trovarono a dovere affrontare problemi simili a quelli del secondo Reich, forse anche piú pressanti per un movimento che dipendeva unicamente dalla sua dinamicità. [...]
Organizzazione e liturgia divennero parte di quel ritmo stagionale, che scandiva l’intero anno. Hitler promulgò una legge sulle feste che fissava le date della loro celebrazione; si mirava a sostituire il calendario nazista all’anno cristiano, anche se si continuò a osservare il ritmo delle festività cristiane. Tuttavia la festa commemorativa degli eroi caduti, il solstizio d’estate, il giorno del lavoro e altri anniversari continuarono a essere mescolati, in alcuni calendari nazisti, con le tradizionali festività cristiane della Pentecoste e dell’assunzione della Vergine. In complesso però l’anno nazista ebbe un ritmo proprio, al quale tutti dovevano partecipare, assistendo alle ore di venerazione o esponendo le bandiere alle finestre. Il cronista della città di Herne, durante il regime nazionalsocialista, ci ha bene illustrato questo calendario: si trattava di un ciclo di festività che doveva essere sempre ripetuto. Gli esperti razzisti del partito parlavano con riverenza di un rinnovamento del mito: le feste tradizionali dovevano essere tenute in secondo piano e cosí il Natale fu trasformato nella festa del solstizio d’inverno e la gioventú hitleriana non canto piú gli inni natalizi, ma Notte fonda dal cielo chiaro.
Fu fatto anche un tentativo, specie nelle scuole e nelle organizzazioni di partito, di inserire le cerimonie nella routine di tutti i giorni, per esempio l’alzabandiera e atti di devozione la mattina e la sera. In una scuola superiore di Düsseldorf, nell’anno 1935-36, i corsi furono interrotti diciannove volte per le feste e le cerimonie naziste. In questo modo si riuscí ad inserire le feste, in quanto riti culturali, nella vita delle organizzazioni e in quella di tutti i giorni. Nel pensiero di Hitler non vi era alcuna chiara distinzione tra le necessità pratiche dell’organizzazione e i riti del culto; il culto nazionale si era fatto strada nella mente come una necessità politica utile per ridare unità al mondo. [...]
Il culto del nazionalismo aveva trovato un sostenitore convinto. La liturgia nazista ricopiò in sostanza tutte le diverse manifestazioni di cui abbiamo parlato: processioni simili a quelle tipiche delle feste di associazioni come i cori maschili, per esempio quella che sfilò con i suoi carri alla presenza di Hitler per l’inaugurazione della Casa dell’arte; Aufmärschen [sfilate], cori recitativi, marce silenziose, professioni di fede, cori di movimento. La mise-en-scène [messa in scena] restò quella ormai familiare: lo spazio sacro e gli edifici che lo circondavano, gli effetti di luce, le bandiere e, naturalmente, le fiamme. Il motto «niente spettatori solo attori» ebbe realizzazione pratica creando un’atmosfera di venerazione, comune a tutti i presenti, e stimolando la partecipazione attiva. A volte questo clima di adorazione ricordava l’eccitazione popolare del cristianesimo medievale: nel 1933, per esempio, la città di Düsseldorf creò un vero e proprio culto intorno alle reliquie di Albert Leo Schlageter, ucciso dai francesi per supposto sabotaggio durante l’occupazione del bacino della Ruhr. Fu ricostruito il letto in cui aveva dormito e fu offerto a Hitler un reliquiario d’argento contenente il proiettile che si diceva avesse perforato il suo cuore. Ma la venerazione per le reliquie non ebbe lunga vita, perché l’onnipresente «bandiera dei martiri» costituí un simbolo piú accettabile.
Tuttavia persino le «ore di venerazione» si fecero sempre piú elaborate nel loro simbolismo, sino a raggiungere una forma di esaltazione molto vicina al culto per le reliquie. Il corrispettivo nazista del battesimo, la «consacrazione del nome», avveniva in una stanza speciale, al cui centro era posto un altare sul quale all’immagine di Cristo era sostituito il ritratto di Hitler dietro il quale stavano tre uomini delle SS, per simboleggiare con la loro presenza reale il nuovo tipo di uomo che il regime voleva creare. L’altare aveva ai lati dei recipienti nei quali ardeva il fuoco e «alberi della vita». Questa cerimonia riassumeva gran parte di quel simbolismo di cui abbiamo tracciato l’evoluzione: il tipo ideale della bellezza cosí come era realizzato nella forma umana, la sacra fiamma e il simbolo dell’albero. Il ritratto di Hitler faceva parte integrante di questo simbolismo, proprio come durante tutto il terzo Reich avvenne per la sua persona. A completamento dell’analogia tra religione cristiana e religione laica mancava solo un reliquiario. Un culto come questo dimostra quanta strada il partito aveva percorso dai primi anni quando, in alcune riunioni, una semplice banda che suonava marce era bastata per suscitare nella folla lo stato d’animo adatto.
63. Il nazismo e la precedente storia della Germania
Da: E. Collotti, La Germania nazista. Dalla Repubblica di Weimar al crollo del Reich hitleriano, Einaudi, Torino, 1962
Il dibattito sul nazismo è stato fin dall’inizio condizionato da fattori politici; particolarmente determinante è risultata la divisione della Germania in due parti, una sotto l’influsso occidentale, l’altra sottoposta al controllo dell’Unione Sovietica. La questione che ha sollevato le polemiche piú accese è stata quella del rapporto tra l’origine del nazismo e la precedente storia della Germania.
Gli storici tedeschi di orientamento liberal-democratico hanno considerato il nazismo come un fenomeno degenerativo della storia tedesca: Friedrich Meinecke, nel suo saggio La catastrofe della Germania, pur individuando correlazioni dello hitlerismo con «l’ebbrezza di potere dell’alta borghesia dell’età bismarckiana» e con «le ristrettezze di mente e gli irrigidimenti del militarismo prussiano-tedesco», sostiene che l’avvento del nazismo fu essenzialmente opera di un «gruppo di delinquenti», guidati dalla personalità «demoniaca» di Hitler.
Gerhard Ritter, analogamente ad altri storici liberal-conservatori, inserisce il nazismo nel quadro piú generale della crisi del liberalismo europeo, definendolo, nel saggio Le origini storiche del nazionalismo (in Questioni di storia contemporanea, III, Marzorati, Milano, 1953), «la forma specificatamente tedesca, assunta da un fenomeno che ha fatto la sua comparsa in tutta l’Europa con il sistema degli stati a partito unico».
Alcuni storici di orientamento democratico, come gli americani Peter Viereck, George Lachmann Mosse e William Lawrence Shirer e il francese Edmond Vermeil, hanno individuato le origini del nazismo nella storia e nella cultura tedesche, da Lutero a Hegel, da Fichte a Nietzsche, dal militarismo prussiano al pangermanesimo guglielmino.
Altri studiosi hanno messo in evidenza i fattori economici; la storiografia marxista in particolare ha posto l’accento sul collegamento tra nazismo e capitalismo. Franz Neumann, uno dei maggiori storici del nazismo, parla espressamente di alleanza tra totalitarismo nazista e capitalismo monopolistico.
Interessanti contributi allo studio del fenomeno nazista sono presenti in opere di psicanalisti che hanno affrontato la questione sotto l’aspetto psicologico e sociologico, come Psicologia di massa del fascismo dell’austriaco Wilhelm Reich e Fuga dalla libertà del tedesco Erich Fromm.
Di queste diverse interpretazioni parla Enzo Collotti nel passo qui riportato, sottolineando la necessità di collegare il nazionalsocialismo agli «sviluppi della società, della politica e della cultura tedesche negli ultimi centocinquant’anni».
La catastrofe del 1945, proponendo un profondo ripensamento delle radici storiche e culturali della Germania moderna, ha posto alla storiografia tedesca la necessità di approfondire, come nodo centrale, il problema dei rapporti tra il nazionalsocialismo e la storia tedesca. In sostanza, ai quesiti impliciti in questa stessa enunciazione problematica si può dare una risposta valida soltanto nella misura in cui si riconosca nel nazionalsocialismo non già il fatale punto di arrivo di una evoluzione rettilinea deterministicamente necessitata, che presupporrebbe la sistematica supremazia nel corso della moderna storia tedesca di energie deteriori e di tutte quelle forze alle quali siamo soliti ricollegare il nazionalsocialismo, ma il risultato naturale, seppure affatto necessario, degli sviluppi della società, della politica e della cultura tedesche negli ultimi centocinquant’anni. Un’impostazione estremista e troppo poco articolata è pertanto quella contenuta nella tesi suggestiva della «Germania eterna», da Lutero a Hitler, cara soprattutto alla storiografia francese tradizionale, alla quale non si sottraggono neppure i suoi migliori esponenti, quali il Vermeil, che ne è il massimo rappresentante. All’opposto della tesi della «Germania eterna», uno storico conservatore tedesco, Gerhard Ritter, ha ritenuto di poter respingere la ricerca delle origini del nazionalsocialismo nella recente storia della Germania, dissolvendo il fenomeno del nazionalsocialismo nella piú generale crisi della moderna società occidentale e riconoscendo in esso nulla piú che la forma tedesca di un fenomeno europeo, ossia la versione tedesca della piú generale tendenza alla negazione della democrazia e allo sviluppo dello Stato totalitario. In tal modo tuttavia il Ritter sottovaluta nettamente gli elementi e gli apporti specificamente tedeschi, in virtú dei quali il nazionalsocialismo poté assumere gli aspetti drastici che gli furono caratteristici, e dimentica che in Germania esso poté allignare su un terreno particolarmente predisposto a favorirne l’affermazione; l’opera compiuta dal Ritter di revisione del giudizio storico sul militarismo tedesco-prussiano non è che il complemento di questo sforzo di rivalutare la tradizione tedesca e di presentare il nazismo come un fatto nuovo del tutto avulso dalle migliori tradizioni nazionali.
Pur senza incorrere nella deformazione di voler attribuire a Fichte, a Nietzsche o a Wagner, al pangermanesimo guglielmino o al militarismo prussiano le responsabilità delle azioni dei loro posteri, non vi è dubbio, viceversa, che è nella traiettoria storico-culturale segnata da questi nomi e da queste forze che va collocata la matrice del nazionalsocialismo. Sebbene sia stata espressa con le piú diverse sfumature e con diverse accentuazioni polemiche, soprattutto all’indirizzo del militarismo prussiano, che non è qui il luogo di esaminare, l’accettazione di questo principio rappresenta il momento piú valido del giudizio della storiografia liberale, da F. Meinecke a W. Roepke, da F. C. Sell a W. Hofer, a H. Kohn. Con approssimazione tanto polemica quanto sintetica, ma già con visione piú concretamente storicistica, uno scrittore comunista, Alexander Abusch, afferma che «indubbiamente il nazismo fu l’erede rapace di tutto quanto vi era stato di tenebroso nel passato tedesco; ma soprattutto fu la continuazione piú larga e bestiale della politica di conquista dell’imperialismo pangermanista»; con maggiore rigore critico un altro studioso marxista, Jürgen Kuczynski proietta il nazionalsocialismo come specifica forma tedesca nella piú generale fase monopolistica e imperialistica del capitalismo mondiale.
Ciascuna di queste interpretazioni contiene validi elementi per arrivare alla formulazione di un giudizio generale sul nazionalsocialismo che, se potrà essere univoco dal punto di vista della condanna morale, sotto il profilo storico non potrà non essere un giudizio estremamente complesso.
Dal punto di vista strettamente storico si potrebbe anche prescindere dal menzionare le interpretazioni del nazismo fornite in sede sociologica, psicologica e finanche psicanalitica: generalmente infatti non si tratta di ricerche specifiche sul nazionalsocialismo come tale, ma di indagini sul comportamento di determinati gruppi sociali, o piú spesso ancora, di analisi complessive sulle tendenze autoritarie nello Stato e nella società contemporanei, in cui taluni fenomeni collettivi (in primo luogo: lo sviluppo della propaganda di massa e delle tecniche di condizionamento dell’opinione pubblica) prestano terreno particolarmente favorevole a questi metodi di indagine. La validità delle analisi sulla psicologia totalitaria (citiamo per tutti le ricerche di Fromm e Adorno) consiste nell’avere sottolineato il nuovo rapporto che si determina in una società di massa tra l’individuo e la collettività, donde l’indubbia influenza di fattori di suggestione e di condizionamento psicologico collettivo nella manifestazione della volontà politica del singolo e della massa, anche se evidentemente non può essere accettata la troppo facile e meccanica trasposizione della teoria psicanalitica nel campo delle indagini sociali.
Entro questi limiti e con queste necessarie avvertenze, le tecniche della sociologia e della psicologia sociale offrono strumenti di indagine utilizzabili sussidiariamente anche ai fini della ricerca storica (e dimostratisi singolarmente validi in casi particolari come nello studio dell’antisemitismo). Ma il tentativo di spiegare il nazismo come una nuova tecnica di utilizzazione del mito politico (Cassirer) o di rivalutazione dei simboli o di nuovi miti religiosi, riducendo il problema del potere alla formazione di un nuovo tipo di élite (Mannheim), coglie soltanto gli aspetti esterni, e diremmo rituali, del fenomeno nazismo, non ne penetra le radici sociali né la sostanza storica. E spesso in realtà queste interpretazioni, piú che analisi del nazionalsocialismo, sono esse stesse testimonianze del clima culturale, largamente compenetrato di intellettualismo irrazionalistico, e della crisi della società dai quali sono scaturiti il fascismo e il nazionalsocialismo come forme della reazione imperialista.
Ciò che comunque va decisamente respinto è qualsiasi tipo di interpretazione, cosí frequente specialmente nella letteratura tedesca sul nazionalsocialismo posteriore al 1945, tendente a trasferire il giudizio sul nazionalsocialismo dal concreto terreno storico-politico-sociale alla sfera delle astrazioni metafisiche o metapolitiche, quali il richiamo ad elementi satanici e demoniaci o verso elementi puramente esterni di caratterizzazione di talune forme di Stato moderno (il totalitarismo in astratto). Va respinto infine anche il tentativo di spostare l’equilibrio del giudizio dal movimento e dal regime nazionalsocialista nel loro complesso alla persona e alla personalità isolate di Adolf Hitler, tentativo che raggiunge soltanto l’obiettivo di scaricare sulla figura del Führer ogni responsabilità per l’instaurazione del regime nazista e tradisce in tal modo l’intento politico (di assoluzione o di alibi a favore dei corresponsabili) che spesso è all’origine di siffatte interpretazioni. È questa infatti la sostanza di tutta la memorialistica prodotta dagli ex esponenti del governo e del regime nazista, di parte della letteratura neonazista e anche di buona parte della storiografia conservatrice. Contro questa deformazione occorre ribadire con energia che una analisi reale delle origini e della natura del nazionalsocialismo va portata sul terreno diretto delle strutture politiche ed economiche della Germania moderna e in particolare del Terzo Reich.
64. Antisemitismo nazista e nazionalpatriottismo
Da: G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano, 1968
L’antisemitismo era già diffuso nella cultura tedesca, Hitler gli fece assumere nuove dimensioni, utilizzandolo come potente ed efficace strumento politico. Questo sostiene nel seguente passo lo storico statunitense George Lachmann Mosse, nato in Germania da famiglia israeliana, che chiarisce come Hitler arrivò a sostenere la necessità di eliminare la «minaccia giudaica» per promuovere la rinascita nazionale, e come tale idea venisse usata prima quale cemento «emozionale ed ideologico» del partito nazionalsocialista, e poi come mezzo per l’acquisizione del consenso presso un’ampia fascia sociale, dal disoccupato, all’industriale e al banchiere. Facendo convergere antimarxismo e anticapitalismo nell’antisemitismo, Hitler trasformò dunque la «rivoluzione tedesca» in rivoluzione antigiudaica, assicurandosi una solida base sociale per la conquista e il consolidamento del potere.
Se i rivoluzionari tedeschi dovettero cedere il campo a Hitler, ciò accadde non soltanto a causa di una loro deficienza, ma anche perché Hitler non aveva piú bisogno, per realizzare l’alternativa della «terza via», di fondarsi su una base ristretta: alla fine degli anni Venti, poteva ormai contare sull’appoggio non solo delle masse, ma anche dell’alta finanza e della grossa borghesia. E tuttavia, anche Hitler abbracciò l’ideale della rivoluzione tedesca, anch’egli perseguí una «terza via»; ma ciò che era stato finora implicito in tutti i programmi dei «socialisti tedeschi», divenne esplicito, e con Hitler ognuno ebbe il suo contentino: la rivoluzione che tanti tedeschi desideravano, tale però da non turbare i rapporti sociali ed economici. Una rivoluzione spirituale: e tutte le classi, senza angosce e tremori, potevano appoggiarla. In effetti, in quanto accentuava le istanze spirituali a scapito delle realtà economiche e sociali, era questa la rivoluzione ideale per coloro che avrebbero avuto tutto da perdere con un movimento rivoluzionario di tipo tradizionale.
Hitler seppe cogliere l’occasione – tutta la storia del movimento nazionalpatriottico non aveva forse mirato a questo? – e sfruttarla a fondo; seppe trarne tutte le logiche conseguenze, in quanto le impartí un indirizzo concreto. [...] La rivoluzione germanica divenne la rivoluzione antiebraica; l’entusiasmo delle masse, infiammato da piú di mezzo secolo di agitazione nazionalpatriottica e che, se non sfogato, avrebbe potuto diventare esplosivo e pericoloso per i suoi stessi promotori, fu distolto dalla concreta problematica sociale ed economica e indirizzato verso l’antisemitismo. Si fece in modo che fosse l’ebreo a sopportarne il peso, e Hitler rese cosí effettivo quello che pure era stato uno dei principi del movimento nazionalpatriottico.
È questa la ragione del successo di Hitler: la sua capacità di trasformare le aspirazioni rivoluzionarie e le lagnanze di un vasto settore della popolazione in rivoluzione antiebraica. Ad assurgere a incarnazione del nemico, non fu il grosso capitalista, non fu l’operatore economico, bensí il giudeo. Con la sua abile, ingegnosa distinzione tra capitalismo ebraico e capitalismo tedesco, Hitler salvò la struttura capitalistica della Germania da sicura rovina, anzi la rafforzò. In pari tempo, gli Ebrei furono liquidati come forza economica, lasciando ad altri i loro capitali, gli inventari, le ricchezze. Cosí, gli Ebrei fecero distogliere l’attenzione dai veri motivi della crisi tedesca: il cattivo funzionamento della struttura capitalistica germanica, la guerra perduta, le frustrazioni del XIX secolo. Ciò non equivale affatto a dire che l’antisemitismo di Hitler fosse semplicemente un espediente opportunistico per la conquista e il mantenimento del potere; al contrario, fu proprio perché si trattava di una fede sinceramente nutrita, il cui dinamismo era sufficiente a trascinare la nazione, che Hitler poté guidare il proprio partito alla vittoria.
La rivoluzione tedesca era quell’«idealismo delle azioni» che i teorici del Volk [studiosi fautori di un ritorno alle tradizioni originarie del popolo tedesco, che cosí avrebbe potuto acquistare la purezza e la forza necessarie per imporsi sugli altri popoli] sempre avevano propugnato. Innegabilmente, anche in altre nazioni si agitavano idee affini. [...] Ma soltanto in Germania l’ideologia nazionalpatriottica era riuscita a fornire uno specifico contenuto al misticismo in questione, mettendo cosí Hitler in grado di dare evidenza drammatica e un’impronta personale alla propria rivoluzione. Lo slogan «gli Ebrei sono la nostra disgrazia» riassumeva l’intera ideologia di cui ci siamo occupati, e l’importanza cruciale che in essa aveva l’ebreo preparò la strada all’avvento di Hitler. [...]
La rivoluzione di Hitler non si proponeva affatto la distruzione dei legami tradizionali, esattamente come non contemplava il rovesciamento della struttura economica capitalistica.
Nel 1934, i nazisti avevano ormai eliminato gli elementi estremisti in seno al movimento nazionalpatriottico e nelle loro proprie file. Tutto ciò che suonava come offesa all’etica borghese, era stato spazzato dall’ambito del partito: si era soffocata la licenziosità sessuale di certi raggruppamenti nazionalpatriottici e dei primi nazionalsocialisti; il nudismo introdotto dal Movimento giovanile, che aveva raggiunto una certa popolarità quale riaffermazione di naturalità e genuinità, offendeva la sensibilità borghese, e Göring [Hermann Göring, uno dei massimi esponenti dell’apparato politico e militare nazista], poco dopo la conquista nazista del potere, in Prussia, lo fece bandire. Allo stesso modo, i Bünde [le associazioni], contro i cui principi dell’Eros e dell’attrazione maschile Hitler si era scagliato già all’inizio della sua carriera nelle file del Partito nazionalsocialista, furono sciolti, e si può ben dire che, sia dal punto di vista del nazionalpatriottismo, sia da quello di un nazionalsocialismo radicale, il partito di Hitler avesse adeguato l’ideologia neogermanica ai metri di misura borghesi.
A partire dal momento in cui l’ebreo venne designato quale nemico del partito e del Volk, la borghesia poté dirsi salva da una rivoluzione sociale ed economica, e di fatto anzi fu attivamente cointeressata alla trasformazione della nazione. Il borghese poteva sentirsi orgoglioso di far sue le parole di Hitler che, nel 1933, aveva esaltato la «massima rivoluzione razziale germanica nella storia del mondo». Era infatti la borghesia che Hitler esortava a dar prova di maggior coraggio, a trascendere le proprie limitazioni, a partecipare alla lotta contro la plutocrazia giudaica e il comunismo ebraico. La rivoluzione era antiborghese, in quanto diretta contro l’ebreo; ed era anticomunista, in quanto aveva come mete del suo attacco sia gli Ebrei sia i marxisti tedeschi, da essa gettati nello stesso calderone della cospirazione giudaico-marxista. Nella sua lotta contro il comunismo, essa aveva il sostegno della classe media con i suoi odi e le sue paure; in pari tempo, il suo «antiborghesismo» era tale da introdurre un doppio metro di misura, da operare cioè una distinzione tra borghesia indigena e borghesia ebraica.
A illustrare tale duplicità, grazie alla quale la classe media divenne la realizzatrice della rivoluzione, basterà un unico esempio: Rudolf Höss [ufficiale delle SS], comandante del campo di concentramento di Auschwitz, fu indubbiamente il maggiore assassino di massa che la storia conosca; eppure dalla sua autobiografia si ricava l’immagine di un’esistenza borghese perfettamente normale, anzi «terra terra». Nelle stesse pagine in cui riconosce di essere un carnefice professionista, Höss fornisce la descrizione di una vita familiare come tante altre, parla del suo amore per i bambini e gli animali. In un passo di questo suo testo, i detenuti ebrei vanno alla morte in una bella giornata di primavera, tra i meli in fiore; ed ecco Höss abbandonarsi alle emozioni, non di pietà per i condannati, ma per la sorte della propria famiglia. Ed era questo appunto il nocciolo: la rivoluzione era stata «deviata» contro gli Ebrei, e quindi poteva servire a proteggere e potenziare i valori borghesi. Lo stesso duplice metro di misura che agiva in Höss era anche operante, sia pure in maniera assai meno evidente, nella borghesia in generale, la quale, fedele al principio dell’inviolabilità della proprietà privata quando attentare a questa sarebbe andato a scapito dei suoi stessi interessi, con altrettanto rigore ignorava tale norma allorché si trattava degli Ebrei. Gli incendi dolosi erano puniti dalla legge, ma se a essere data alle fiamme era una sinagoga, nessuno perseguitava i colpevoli, quando questi non venivano addirittura encomiati. Cosí i nazionalsocialisti attuarono la loro promessa di por fine al dominio della borghesia: solo però per quanto attiene agli Ebrei!
Alla fine, Hitler ebbe la sua rivoluzione tedesca. Già molto tempo prima, nel 1920, egli aveva specificato che specie di rivoluzione questa doveva essere: non politica (il 1918 aveva comprovato che cosa ciò poteva significare per la Germania), non economica (Hitler aveva sott’occhio il terribile esempio della Russia), bensí una «rivoluzione di atteggiamenti e sentimenti» (Revolution der Gesinnung). In tal modo l’ebreo assurse a perno dell’ideologia, esattamente come lo era stato per la maggioranza dei precedenti ideologi del Volk; e benché certi obiettivi nazisti possano essere stati inconciliabili con quelli propugnati da individui e gruppi in seno al movimento nazionalpatriottico, le componenti dell’antisemitismo di marca völkisch [nazional-popolare] erano in grandissima parte una componente fondamentale del programma nazionalsocialista. In effetti, molti di coloro i quali avevano aspirato a mete di pura impronta nazionalpatriottica, videro nel nazionalsocialismo lo strumento piú adatto per il loro raggiungimento, e accadde cosí che molti membri del Movimento giovanile dei Bünde abbandonassero il precedente atteggiamento di opposizione e ostilità, per marciare fianco a fianco con le camicie brune seguaci di Hitler, il quale, agli occhi di costoro, alla stregua dei loro metri di misura nazionalpatriottici, non era uno straniero né un innovatore, bensí un adeguatore, un plasmatore, uno che conferiva alle correnti dottrine völkisch nuova forza, nuova enfasi e nuovo dinamismo, sufficienti però a trascinare l’intero movimento nazionalpatriottico nella scia del Partito nazista. La rivoluzione di Hitler dunque trovò larghi settori della popolazione tedesca pronti ad accoglierne il messaggio; e, per quanto tale messaggio possa sembrarci bizzarro, piú che altro degno di studio da parte di psicologi, non era questa l’idea che le folle adoranti si facevano del loro Führer, né è in questa luce che oggi gli storici devono indagare sul nazionalsocialismo.
65. Le responsabilità collettive
Da: J. Habermas, Storiografia e coscienza storica, in Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Einaudi, Torino, 1987
Vivaci polemiche ha suscitato la tesi cosiddetta «revisionista», elaborata da storici tedeschi, secondo i quali i crimini del terzo Reich andrebbero considerati in stretta correlazione con quelli commessi nell’Unione Sovietica staliniana. Il piú noto sostenitore di questa interpretazione è Ernst Nolte, il quale, nel saggio Nazionalismo e bolscevismo pubblicato nel 1986, afferma che il genocidio compiuto dai nazisti altro non era che la reazione allo «sterminio di classe» attuato dai bolscevichi («L’arcipelago Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo sterminio di classe dei bolscevichi l’antecedente logico e fattuale dello sterminio di razza dei nazionalsocialisti?»). Una prima dura risposta a tale tesi è venuta dal filosofo tedesco Jürgen Habermas, il quale accusa Nolte di manipolare la storia per rimuovere precise responsabilità collettive, alle quali nessuno, neppure le generazioni successive a quelle vissute ai tempi del nazismo, può e deve sottrarsi.
La nostra vita è connessa non da circostanze puramente contingenti, bensí intimamente, a quel contesto di vita che rese possibile Auschwitz. La nostra forma di vita è legata a quella dei nostri genitori e dei nostri nonni da un intreccio quasi inestricabile di tradizioni familiari, locali, politiche e anche intellettuali; insomma da un ambiente storico che ci ha resi quel che oggi siamo. Nessuno di noi può sottrarsi a questo ambiente, perché la nostra identità, sia individuale sia di tedeschi, vi è indissolubilmente intrecciata: dalla mimica e dalla gestualità del corpo fino al linguaggio e alle ramificazioni piú capillari dell’abito intellettuale. Come se io, per esempio, insegnando in un’università straniera, potessi forse negare la mentalità in cui sono incise le tracce del movimento filosofico, tutto tedesco, che va da Kant a Marx e a Max Weber. Dobbiamo dunque mantener fede alla nostra tradizione se non vogliamo rinnegare noi stessi. Ma cosa deriva da questo legame esistenziale con tradizioni e forme di vita che sono state avvelenate da crimini indicibili? Per tali crimini ha potuto un giorno essere imputata un’intera popolazione civile, orgogliosa dello Stato di diritto e della cultura umanistica [...]. Forse che una parte di questa responsabilità si trasferisce sulla generazione successiva e su quella seguente? Credo che ci siano due ragioni per cui dobbiamo rispondere affermativamente.
Innanzitutto abbiamo il dovere, in Germania, anche se nessun altro piú lo facesse, di mantenere vivo, non in modo simulato e non solo cerebralmente, il ricordo delle sofferenze di coloro che sono morti per mano tedesca. Questi morti possono fare appello soltanto alla debole forza anamnestica di una solidarietà che i posteri possono esercitare ormai solo mediante un ricordo che continua a rinnovarsi, spesso disperato, comunque sconvolgente. Se non teniamo conto di questa eredità tramandataci da Benjamin [Walter Benjamin, 1892-1940, filosofo tedesco di origine ebraica], i nostri concittadini ebrei, i figli e i nipoti della gente assassinata, non potranno piú respirare nel nostro paese. Tutto ciò ha anche implicazioni politiche. In ogni caso io non vedo come, per esempio, si potrebbe «normalizzare», in un prossimo futuro, il rapporto della Repubblica federale con Israele. [...]
La disputa attuale non avviene però tanto sulla memoria dovuta, quanto sulla questione, piuttosto narcisistica, di come noi, per amore di noi stessi, ci poniamo nei confronti della nostra tradizione. Se avviene in modo illusorio, anche la memoria delle vittime diverrà una farsa. Nell’autocomprensione che la Repubblica federale manifesta ufficialmente c’è stata finora una risposta chiara e semplice. [...] Dopo Auschwitz possiamo crearci una coscienza nazionale solo attingendo alle tradizioni migliori della nostra storia, non accettandola passivamente ma acquisendola criticamente. Possiamo perfezionare un contesto di vita nazionale, che un giorno ha consentito un’offesa senza eguali alla sostanza stessa del senso di appartenenza al genere umano, soltanto alla luce di quelle tradizioni che hanno retto a uno sguardo diffidente, istruito dalla catastrofe morale. In caso contrario non potremo avere stima di noi stessi né aspettarcene dagli altri. [...]
L’era nazista sarà tanto meno un ostacolo insormontabile, quanto piú pacatamente riusciremo a vederla come il filtro attraverso il quale deve passare una sostanza culturale adottata con deliberazione e consapevolezza.
71. L’antisemitismo in Italia: i provvedimenti in difesa della razza
Da: Gran consiglio del fascismo e leggi fasciste, in U. Caffaz, Discriminazione e persecuzione degli ebrei nell’Italia fascista, Consiglio regionale della Toscana, Firenze, 1988
L’antisemitismo, già manifestatosi all’interno del fascismo specialmente fra i giovani, cominciò a diffondersi ufficialmente con la guerra d’Etiopia. Il primo atto pubblico fu il «manifesto della razza», redatto nel luglio del 1938 da un gruppo di studiosi fascisti, nel quale si legge, fra l’altro, che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana». Il primo provvedimento discriminatorio fu la legge del 5 settembre del 1938, con la quale vennero espulsi gli ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado. Il 7 ottobre dello stesso anno il Gran consiglio del fascismo pubblicò una «carta della razza», con la quale chiariva chi doveva essere considerato ebreo. Seguí l’adozione di altre disposizioni: vennero integrate le norme per l’espulsione degli ebrei dalle scuole; furono dichiarati fuori legge i matrimoni misti; gli ebrei vennero allontanati dalle forze armate, dalle industrie, dalle attività commerciali e professionali. Riportiamo qui i passi piú significativi di alcuni di quei provvedimenti.
LA CARTA DELLA RAZZA
Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti.
Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.
Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero.
[...]
Ebrei di cittadinanza italiana.
Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:
a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;
d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI [1938].
PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA NELLA SCUOLA FASCISTA
(R.D.L. 5 settembre 1938-XVI, n. 1390)
Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia, Imperatore d’Etiopia,
visto l’art. 3 n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100;
ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana
[...]
Art. 1 – All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; né potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2 – Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
INTEGRAZIONE E COORDINAMENTO IN UNICO TESTO DELLE NORME GIÀ EMANATE PER LA DIFESA DELLA RAZZA NELLA SCUOLA ITALIANA
(R.D.L. 15 novembre 1938-XVII, n. 1779)
Art. 1 – A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie, di concorsi anteriormente al presente decreto; né possono essere ammesse al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Agli uffici ed impieghi anzidetti sono equiparati quelli relativi agli istituti di educazione, pubblici e privati, per alunni italiani, e quelli per la vigilanza nelle scuole elementari.
Art. 2 – Delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti non possono far parte persone di razza ebraica.
Art. 3 – Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica.
È tuttavia consentita l’iscrizione degli alunni di razza ebraica che professino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità ecclesiastiche.
Art. 4 – Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica.
Il divieto si estende ai libri che siano frutto della collaborazione di piú autori, uno dei quali sia di razza ebraica; nonché alle opere che siano commentate o rivedute da persone di razza ebraica.
PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA ITALIANA
(R.D.L. 17 novembre 1938-XVII, n. 1728)
CAPO I
PROVVEDIMENTI RELATIVI AI MATRIMONI
Art. 1 – Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito.
Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.
[...]
CAPO II
DEGLI APPARTENENTI ALLA RAZZA EBRAICA
Art. l0 – I cittadini di razza ebraica non possono:
a) prestare servizio militare in pace e in guerra;
b) esercitare l’ufficio di tutore o curatore di minori od incapaci non appartenenti alla razza ebraica;
c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’art. l del R. decreto-legge 18 novembre 1929-VIII, n. 2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o piú persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi comunque, l’ufficio di amministratore o di sindaco;
d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila;
e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R. decreto-legge 5 ottobre 1936-XIV, n. 1743.
Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le finanze, di concerto coi Ministri per l’interno, per la grazia e giustizia, per le corporazioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l’attuazione delle disposizioni di cui alle lettere c), d), e).
Art. 11 – Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengano a religione diversa da quella ebraica, qualora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non rispondente ai loro principi religiosi o ai fini nazionali.
Art. 12 – Non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica:
a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato;
b) il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni che ne dipendono o che ne sono controllate;
c) le Amministrazioni delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e degli Enti, Istituti ed Aziende, comprese quelle di trasporti in gestione diretta, amministrate o mantenute col concorso delle Provincie, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza o dei loro Consorzi;
d) le Amministrazioni delle aziende municipalizzate;
e) le Amministrazioni degli Enti parastatali, comunque costituiti e denominati, delle Opere nazionali, delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali e, in genere, di tutti gli Enti ed Istituti di diritto pubblico, anche con ordinamento autonomo, sottoposti a vigilanza o a tutela dello Stato, o al cui mantenimento lo Stato concorra con contributi di carattere continuativo;
f) le Amministrazioni delle Aziende annesse o direttamente dipendenti dagli Enti di cui alla precedente lettera e) o che attingono ad essi, in modo prevalente, i mezzi necessari per il raggiungimento dei propri fini, nonché delle società, il cui capitale sia costituito, almeno per metà del suo importo, con la partecipazione dello Stato;
g) le Amministrazioni delle banche di interesse nazionale;
h) le Amministrazioni delle imprese private di assicurazione.
M. Matteini-R. Barducci, Storia, G. D’Anna, vol. III, cap. Otto, Antologia di critica e documenti storici
72. Atto di fede dei fascisti rumeni
Da: C. Z. Codreanu, Pentru Legionari, Bucarest, 1936, in Gli eredi degli Asburgo, allegato a «Storia e dossier», aprile 1989
Nel corso degli anni Trenta, in molti paesi dell’Europa orientale, la grave crisi economica e le forti tensioni politico-sociali favorirono l’ascesa di movimenti di tipo fascista. Uno dei piú forti fu quello fondato in Romania da Corneliu Zelea Codreanu, denominato «Legione dell’Arcangelo Michele» o «Guardia di ferro». Come traspare anche dalla prima denominazione, questo movimento si distingueva per due aspetti fondamentali: la militanza para-militare e il richiamo alla sfera religiosa. Il capitalismo, che si riteneva fosse stato introdotto dagli ebrei in Romania, e il comunismo, che ne era considerato una conseguenza, erano visti come forze del male da combattere per la salvezza dell’individuo e della nazione. Il fine principale di Codreanu era non tanto la realizzazione di un nuovo ordine politico, quanto il cambiamento dell’essenza stessa degli uomini; utopia sociale, richiami religiosi e incitamento alla violenza si mescolavano confusamente nel suo programma, come dimostra il documento qui riprodotto. Responsabile di una impressionante serie di violenze in tutto il paese, la «Guardia di ferro» fu oggetto di dura repressione, fino a quando il sovrano Carol II, nel 1938, fatta promulgare una costituzione che gli attribuiva pieni poteri, fece imprigionare ed uccidere Codreanu.
Io credo in uno stato rumeno indivisibile, dal Nistro al Tisa [dal Dnestr al Tibisco, i fiumi che segnavano rispettivamente i confini orientale e occidentale della «grande Romania» formatasi in seguito ai trattati di pace postbellici], che comprenda tutti i rumeni e solo i rumeni onesti, timorati di Dio e lavoratori, sempre preoccupati di difendere il territorio e il proprio popolo.
Datore di eguali diritti, civili e politici, a uomini e donne. Protettore della famiglia e che paga gli impiegati e i lavoratori secondo il numero dei loro figli e l’entità del lavoro svolto, di cui tiene in considerazione sia la qualità che la quantità.
E credo in uno stato creatore di armonia sociale per mezzo di un contenimento delle divisioni di classe; uno stato che, al di sopra dei salari, socializzi l’industria, proprietà di tutti i lavoratori, e la terra, da redistribuire fra tutti i coltivatori.
Credo nella ripartizione dei profitti fra imprenditori (stato e privati) e lavoratori. Gli imprenditori privati ricevendo, oltre al pagamento del lavoro svolto, una percentuale decrescente in proporzione alle dimensioni del capitale.
E credo in uno stato che assicuri i lavoratori per mezzo di un «fondo rischi». Fondatore di negozi di alimentari e d’abbigliamento riservati a operai e impiegati i quali, organizzati in sindacati nazionali, saranno rappresentati all’interno di comitati amministrati per le differenti istituzioni industriali, agricole e finanziarie.
E credo in un grande e potente «padre dei lavoratori» e re dei contadini, Ferdinando I, il quale ha sacrificato tutto per il bene della Romania...
Professo l’elezione dei ministri da parte della camera, la soppressione del senato, l’organizzazione di una polizia rurale, di una tassa progressiva sul reddito, l’istituzione in tutti i villaggi di scuole professionali per l’agricoltura e il commercio...
Mi aspetto la rinascita della coscienza nazionale fino all’ultimo pastore e la discesa dell’Illuminato in mezzo al popolo sfiduciato per fortificarlo e aiutarlo in reale fratellanza, speranza per la Romania di domani.
94. «L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi ... è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio»
Da: E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 1993
Se con le varie misure persecutorie attuate contro gli ebrei i nazisti si proponevano non solo l’annientamento fisico ma anche quello psichico delle loro vittime, con Etty Hillesum fallirono completamente. Etty, una giovane donna di Amsterdam appartenente alla borghesia intellettuale ebraica, visse le tragiche esperienze degli anni 1941-1943, dalle prime discriminazioni attuate dai nazisti che occupavano il suo paese alla deportazione ad Auschwitz – dove morí nel novembre del 1943 –, con grande dignità e senza perdere mai la sua straordinaria disponibilità ad amare; questa anzi risulta consolidata da una fede che si fa progressivamente piú profonda. «Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose»; «Secondo la radio inglese, dall’aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita»; «L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio». Queste sono alcune delle riflessioni piú significative di Etty, tratte dal suo diario, del quale qui riproduciamo alcuni passi.
Venerdí [12 giugno 1942]. E ora sembra che gli ebrei non potranno piú entrare nei negozi di frutta e verdura, che dovranno consegnare le loro biciclette, che non potranno piú salire sui tram né uscir di casa dopo le otto di sera.
Se mi sento depressa per queste disposizioni – come stamattina, quando per un momento le ho avvertite come una minaccia plumbea che cercava di soffocarmi – non è, però, per le disposizioni in sé. Mi sento semplicemente molto triste, e allora questa tristezza cerca conferme.
Cosí, una lezione poco piacevole che devo dare m’ispira altrettanta paura e angoscia che le piú pesanti misure adottate dalle forze di occupazione. Non sono mai le circostanze esteriori, è sempre il sentimento interiore – depressione, insicurezza, o altro – che dà a queste circostanze un’apparenza triste o minacciosa. Nel mio caso funziona sempre dall’interno verso l’esterno, mai viceversa. Di solito le disposizioni piú minacciose – e ce ne sono parecchie, attualmente – vanno a schiantarsi contro la mia sicurezza e fiducia interiori, e una volta risolte dentro di me, perdono molto della loro carica paurosa.
Sabato sera, mezzanotte e mezzo [20 giugno 1942]. Per umiliare qualcuno si dev’essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia cosí. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita e difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E cosí potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.
Lunedí mattina, le dieci [29 giugno 1942]. Dio non è responsabile verso di noi, siamo noi a esserlo verso di lui. So quel che ci può ancora succedere. Adesso io sono separata dai miei genitori e non li posso raggiungere, anche se si trovano a due ore di viaggio da qui: ma so esattamente in che casa abitano, so che non patiscono la fame e che sono circondati da molte persone ben disposte verso di loro. E anche loro sanno dove sto io. Ma potrà venire un tempo in cui non saprò piú niente, e i miei genitori saranno deportati e moriranno miseramente, chissà dove: so che può succedere. Le ultime notizie dicono che tutti gli ebrei saranno deportati dall’Olanda in Polonia, passando per il Drenthe. E secondo la radio inglese, dall’aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo piú per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto.
3 luglio 1942, venerdí sera, le otto e mezzo. Sono sempre seduta alla medesima scrivania, ma a questo punto dovrei tirare una riga e proseguire su un tono diverso. Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo piú farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere. [...]
Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò piú fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi piú il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.
Preghiera della domenica mattina [12 luglio 1942]. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre piú evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sí, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, piú tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ piú tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.
Westerbork, 18 agosto [1943]. Mi hai resa cosí ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo piú profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa piú importante che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho piú bisogno di dire quelle altre cose. E la mia forza creativa si traduce in colloqui interiori con te, e le ondate del mio cuore sono diventate qui piú lunghe, mosse e insieme tranquille, e mi sembra che la mia ricchezza interiore cresca ancora.
Etty
96. La selezione
Da: P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1963
Riproduciamo qui un passo tratto dal libro di Primo Levi Se questo è un uomo, una delle piú toccanti testimonianze della vita nei campi di concentramento nazisti. Il momento descritto è uno dei piú drammatici: quello della selezione, ossia della scelta degli internati da mandare alle camere a gas. Il criterio di selezione era quello delle condizioni fisiche, ma poteva essere anche il caso: l’importante era rendere «speditamente liberi posti in una percentuale prestabilita» per i «nuovi arrivi». Primo Levi ci offre in queste pagine una impressionante testimonianza del sadismo, della violenza fisica e morale dei carnefici e, allo stesso tempo, dell’abbrutimento delle vittime.
Oggi è domenica lavorativa, Arbeitssonntag: si lavora fino alle tredici, poi si ritorna in campo per la doccia, la rasatura e il controllo generale della scabbia e dei pidocchi, e in cantiere, misteriosamente, tutti abbiamo saputo che la selezione sarà oggi.
La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contraddittori e sospetti: stamattina stessa c’è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen. I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. Saranno esclusi i piccoli numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
Regolarmente, a partire dalle tredici in punto, il cantiere si svuota e la schiera grigia interminabile sfila per due ore davanti alle due stazioni di controllo, dove come ogni giorno veniamo contati e ricontati, e davanti all’orchestra che, per due ore senza interruzione, suona come ogni giorno le marce sulle quali dobbiamo, all’entrata e all’uscita, sincronizzare i nostri passi.
Sembra che tutto vada come ogni giorno, il camino delle cucine fuma come di consueto, già si comincia la distribuzione della zuppa. Ma poi si è udita la campana, e allora si è capito che ci siamo.
Perché questa campana suona sempre all’alba, e allora è la sveglia, ma quando suona a metà giornata vuoi dire Blocksperre, clausura in baracca, e questo avviene quando c’è selezione, perché nessuno vi si sottragga, e quando i selezionati partono per il gas, perché nessuno li veda partire.
Il nostro Blockältester conosce il suo mestiere. Si è accertato che tutti siano rientrati, ha fatto chiudere la porta a chiave, ha distribuito a ciascuno la scheda che porta la matricola, il nome, la professione, l’età e la nazionalità, e ha dato ordine che ognuno si spogli completamente, conservando solo le scarpe. In questo modo, nudi e con la scheda in mano, attenderemo che la commissione arrivi alla nostra baracca. Noi siamo la baracca 48, ma non si può prevedere se si comincerà dalla baracca 1 o dalla 60. In ogni modo, per almeno un’ora possiamo stare tranquilli, e non c’è ragione che non ci mettiamo sotto le coperte delle cuccette per riscaldarci.
Già molti sonnecchiano, quando uno scatenarsi di comandi, di bestemmie e di colpi indica che la commissione è in arrivo. Il Blockältester e i suoi aiutanti, a pugni e a urli, a partire dal fondo del dormitorio, si cacciano davanti la turba dei nudi spaventati, e li stipano dentro il Tagesraum, che è la direzione-fureria. Il Tagesraum è una cameretta di sette metri per quattro: quando la caccia è finita, dentro il Tagesraum è compressa una compagine umana calda e compatta, che invade e riempie perfettamente tutti gli angoli ed esercita sulle pareti di legno una pressione tale da farle scricchiolare.
Ora siamo tutti nel Tagesraum, e, oltre che non esserci tempo, non c’è neppure posto per avere paura. La sensazione della carne calda che preme tutto intorno è singolare e non spiacevole. Bisogna aver cura di tener alto il naso per trovare aria, e di non spiegazzare o perdere la scheda che teniamo in mano.
Il Blockältester ha chiuso la porta Tagesraum-dormitorio e ha aperto le altre due che dal Tagesraum e dal dormitorio dànno all’esterno. Qui, davanti alle due porte, sta l’arbitro del nostro destino, che è un sottufficiale delle SS. Ha a destra il Blockältester, a sinistra il furiere della baracca. Ognuno di noi, che esce nudo dal Tagesraum nel freddo dell’aria di ottobre, deve fare di corsa i pochi passi fra le due porte davanti ai tre, consegnare la scheda alla SS e rientrare per la porta del dormitorio. La SS, nella frazione di secondo fra due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all’uomo alla sua destra o all’uomo alla sua sinistra, e questo è la vita o la morte di ciascuno di noi. In tre o quattro minuti una baracca di duecento uomini è «fatta», e nel pomeriggio l’intero campo di dodicimila uomini.
Io confitto nel carnaio del Tagesraum ho sentito gradualmente allentarsi la pressione umana intorno a me, e in breve è stata la mia volta. Come tutti, sono passato con passo energico ed elastico, cercando di tenere la testa alta, il petto in fuori e i muscoli contratti e rilevati. Con la coda dell’occhio ho cercato di vedere alle mie spalle, e mi è parso che la mia scheda sia finita a destra.
A mano a mano che rientriamo nel dormitorio, possiamo rivestirci. Nessuno conosce ancora con sicurezza il proprio destino, bisogna anzitutto stabilire se le schede condannate sono quelle passate a destra o a sinistra. Ormai non è piú il caso di risparmiarsi l’un l’altro e di avere scrupoli superstiziosi. Tutti si accalcano intorno ai piú vecchi, ai piú denutriti, ai piú «mussulmani»; se le loro schede sono andate a sinistra, la sinistra è certamente il lato dei condannati.
Prima ancora che la selezione sia terminata, tutti già sanno che la sinistra è stata effettivamente la schlechte Seite, il lato infausto. Ci sono naturalmente delle irregolarità: René per esempio, cosí giovane e robusto, è finito a sinistra: forse perché ha gli occhiali, forse perché cammina un po’ curvo come i miopi, ma piú probabilmente per una semplice svista: René è passato davanti alla commissione immediatamente prima di me, e potrebbe essere avvenuto uno scambio di schede. Ci ripenso, ne parlo con Alberto, e conveniamo che l’ipotesi è verosimile: non so cosa ne penserò domani e poi; oggi essa non desta in me alcuna emozione precisa.
Parimenti di un errore deve essersi trattato per Sattler, un massiccio contadino transilvano che venti giorni fa era ancora a casa sua; Sattler non capisce il tedesco, non ha compreso nulla di quel che è successo e sta in un angolo a rattopparsi la camicia. Devo andargli a dire che non gli servirà piú la camicia?
Non c’è da stupirsi di queste sviste: l’esame è molto rapido e sommario, e d’altronde, per l’amministrazione del Lager, l’importante non è tanto che vengano eliminati proprio i piú inutili, quanto che si rendano speditamente liberi posti in una certa percentuale prestabilita.
Nella nostra baracca la selezione è ormai finita, però continua nelle altre, per cui siamo ancora sotto clausura. Ma poiché frattanto i bidoni della zuppa sono arrivati, il Blockältester decide di procedere senz’altro alla distribuzione. Ai selezionati verrà distribuita doppia razione. Non ho mai saputo se questa fosse un’iniziativa assurdamente pietosa dei Blockälteste od un’esplicita disposizione delle SS, ma di fatto, nell’intervallo di due o tre giorni (talora anche molto piú lungo) fra la selezione e la partenza, le vittime a Monowitz-Auschwitz godevano di questo privilegio.
Ziegler presenta la gamella, riscuote la normale razione, poi resta lí in attesa. – Che vuoi ancora? – chiede il Blockältester: non gli risulta che a Ziegler spetti il supplemento, lo caccia via con una spinta, ma Ziegler ritorna e insiste umilmente: è stato proprio messo a sinistra, tutti l’hanno visto, vada il Blockältester a consultare le schede: ha diritto alla doppia razione. Quando l’ha ottenuta, se ne va quieto in cuccetta a mangiare.
Adesso ciascuno sta grattando attentamente col cucchiaio il fondo della gamella per ricavarne le ultime briciole di zuppa, e ne nasce un tramestio metallico sonoro il quale vuol dire che la giornata è finita. A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto.
Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare piú niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai piú?
Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.
97. Il comandante di Auschwitz «confortato» dalla possibilità di impiegare il gas per lo sterminio degli ebrei
Da: R. Höss, Comandante ad Auschwitz, Einuadi, Torino, 1960
Rudolf Höss, già comandante dei campi di Dachau e di Sachsenhausen, dal 1940 al 1943 diresse il campo di Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Ascoltato a Norimberga nel corso dei processi intentati contro i criminali nazisti al termine della guerra, riferí con agghiacciante lucidità tutti i particolari tecnici dello sterminio di massa. Analogo atteggiamento caratterizza il seguente passo, nel quale il comandante di Auschwitz ricorda il «conforto» provato al pensiero di poter usare il gas Cyclon B, precedentemente sperimentato per l’eliminazione dei prigionieri russi, anche per lo sterminio degli ebrei. Da alcune affermazioni sembrerebbe quasi trasparire qualche barlume di pietà, ma ciò di cui Höss si preoccupa è solo che l’eliminazione di quelle masse di uomini, donne e bambini, che per lui sono semplicemente «trasporti», avvenga nel modo piú ordinato possibile.
Prima ancora che cominciasse lo sterminio in massa degli ebrei, in quasi tutti i campi di concentramento, negli anni 1941 e 1942, furono liquidati i politruks russi e i commissari politici [prigionieri di guerra e funzionari politici russi]. Secondo una disposizione segreta del Führer, in tutti i campi di prigionieri di guerra unità speciali della Gestapo trascelsero i politruks russi ed i commissari politici, che vennero inviati al piú vicino campo di concentramento per essere liquidati. Questa misura venne motivata dicendo che i russi ammazzavano immediatamente ogni soldato tedesco che fosse membro del partito o appartenesse a qualche organizzazione del partito, in particolare poi le SS, e che i funzionari politici dell’armata rossa avevano l’incarico, nel caso che cadessero prigionieri, di creare disordini nei campi di prigionia e nei luoghi di lavoro, comunque fosse possibile, e di sabotare il lavoro stesso.
Anche ad Auschwitz giunsero questi funzionari politici dell’armata rossa, destinati alla liquidazione. I primi gruppi meno numerosi vennero uccisi dai plotoni d’esecuzione.
Ma, durante una mia assenza il mio sostituto [...] Fritsch adoperò a questo scopo un gas, e precisamente un preparato di acido prussico, Cyclon B, che veniva correntemente usato al campo per la disinfestazione dei parassiti, e che vi si trovava in grosse quantità. Al mio ritorno, Fritsch mi riferí quanto aveva fatto ed il gas venne impiegato anche per il trasporto successivo.
La gassazione venne effettuata nelle celle di detenzione del block II. Io stesso, proteggendomi il viso con una maschera antigas, assistetti all’uccisione. La morte sopravveniva nelle celle stipate, subito dopo l’immissione del gas. Un breve grido, subito soffocato, e tutto era finito. Durante la prima esperienza di gassazione cui assistetti, non riuscii a realizzare appieno ciò che accadeva, forse perché troppo impressionato dall’insieme delle operazioni. Ricordo invece piú nitidamente la gassazione, immediatamente successiva, di 900 russi nel vecchio forno crematorio, dacché l’utilizzazione del block II comportava troppe difficoltà. Mentre ancora durava lo sbarco dal treno, nella copertura di terra e cemento armato della camera mortuaria vennero praticate delle aperture. I russi vennero obbligati a spogliarsi nell’anticamera, e poi entrarono tutti tranquillamente nella camera mortuaria, dove era stato detto loro che sarebbero stati spidocchiati. Lo spazio conteneva giusto l’intero trasporto. La porta venne sbarrata e dalle aperture venne fatto entrare il gas. Non so quanto sia durata questa uccisione, ma per un certo tempo si intese come un ronzio. Al momento dell’immissione, alcuni urlarono «gas!» e si levò come un ruggito, mentre gli uomini cercavano di forzare le porte, che tuttavia non cedettero. Parecchie ore dopo, le porte vennero aperte e fu fatta entrare l’aria. Allora per la prima volta vidi in grande quantità i cadaveri di individui gassati, e ciò provocò in me un malessere, un brivido, benché mi fossi figurata peggiore la morte col gas. Avevo sempre immaginato un orribile soffocamento, mentre invece i cadaveri non mostravano affatto tracce di contrazioni o di spasimi. Come mi spiegarono poi i medici, l’acido prussico agiva sui polmoni con un effetto paralizzante, ma talmente repentino e violento da non provocare fenomeni di vero soffocamento, come avviene per il gas illuminante, o in generale, per l’assenza di ossigeno nell’aria.
Sull’uccisione dei prigionieri di guerra russi, non formulavo, a quel tempo, alcun giudizio: era un ordine, e dovevo eseguirlo. Ma devo dire apertamente che la loro gassazione mi recò un grande conforto, perché entro un termine prevedibile avrebbe dovuto cominciare lo sterminio in massa degli ebrei, e né Eichmann [Adolph Eichman, membro delle SS, uno dei principali responsabili dell’organizzazione per lo sterminio degli ebrei; fuggito in Argentina alla fine della guerra, fu catturato da agenti israeliani nel 1960 e portato in Israele, dove venne processato, condannato a morte e giustiziato nel 1962], né io, sapevamo ancora bene in qual modo vi avremmo provveduto. Evidentemente, avremmo dovuto servirci di un gas, ma di quale? Ma ora avevamo scoperto il gas e il modo di usarlo.
Le fucilazioni mi atterrivano, soprattutto pensando alle masse, alle donne e ai bambini. Ne avevo abbastanza, ormai, delle esecuzioni di ostaggi, delle fucilazioni in gruppo ordinate da Himmler o dall’Alto Comando della polizia del Reich. Ma ora ero tranquillo perché bagni di sangue sarebbero stati evitati, e perché le vittime avrebbero potuto essere risparmiate fino all’ultimo momento. Era proprio questo che mi turbava di piú, quando pensavo alle descrizioni che Eichmann ci aveva fatto dello sterminio di ebrei, mediante mitragliatrici e mitra, compiuto dalle squadre speciali. Pare che vi si svolgessero scene spaventose: i tentativi di fuga da parte dei condannati, l’uccisione dei feriti, soprattutto delle donne e dei bambini. I frequenti suicidi nelle file delle squadre speciali, da parte di coloro che non erano piú in grado di sopportare quei bagni di sangue. Alcuni sono impazziti. La maggioranza dei membri di queste squadre hanno cercato di dimenticare il loro triste lavoro annegando nell’alcool. [...]
Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Paltzsch e altri Blockführer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti piú innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque cosí un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Per i trasporti successivi, si provvide in tempo a individuare gli elementi piú irrequieti, per poterli tenere d’occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell’occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinché gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del comando speciale e il suo contegno tranquillizzante serví a calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor piú induceva alla tranquillità il fatto che alcuni uomini del comando speciale entrassero coi deportati nelle sale e rimanessero con loro fino all’ultimo momento; anche un milite SS restava fino all’ultimo sulla porta.
Era della massima importanza che tutta l’operazione dell’arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fossero grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spogliarsi, altri che già l’avevano fatto, oppure quelli del comando speciale, dovevano intervenire per aiutarli. Anche i piú ostinati venivano cosí persuasi e spogliati, con le buone maniere. I prigionieri del comando speciale badavano anche a che l’operazione procedesse con grande rapidità, affinché le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto.
In generale, lo zelo con cui costoro provvedevano a far spogliare i deportati e a condurli dentro era assai singolare. Non ho mai saputo né visto che dicessero una mezza parola ai deportati sulla sorte che li attendeva. Al contrario, facevano di tutto per ingannarli, e soprattutto per calmare i sospettosi. Anche se non credevano ai militi delle SS, costoro dovevano pur credere con piena fiducia ai loro compagni di razza (infatti i comandi speciali, appunto per infondere fiducia e tranquillità, erano composti sempre di ebrei provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso volta per volta le deportazioni). Si facevano raccontare della vita nel campo, e per lo piú, si informavano delle condizioni di conoscenti o di familiari giunti con trasporti precedenti. Ed erano interessanti la capacità di mentire da parte degli uomini del comando speciale e la loro forza di persuasione, i gesti con cui sottolineavano le proprie parole. Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini del comando speciale vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfezione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo piú piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del comando speciale, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro o tenendo in mano dei giocattoli. Ho notato spesso che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amorevolmente. [...]
Molte furono le scene commoventi, e colpivano tutti i presenti. Nella primavera del 1942 centinaia di uomini e donne nel fiore degli anni andarono cosí alla morte tra i frutteti in fiore della fattoria, nella camera a gas, senza per lo piú intuire nulla. Questa immagine di vita e di morte rivive ancor oggi nitidamente ai miei occhi.
Da: E. Collotti, Introduzione a L’occupazione nazista in Europa, Editori Riuniti, Roma, 1964
La Germania nazista sottopose i territori occupati ad un massiccio sfruttamento delle risorse umane e naturali; questo rientrava in un programma piú vasto, volto ad instaurare un «nuovo ordine», fondato sul dominio assoluto della «razza ariana». Alla schiavitú economica si accompagnò quindi la disgregazione dell’unità nazionale delle popolazioni sottomesse e la persecuzione delle razze considerate inferiori. Tutto ciò fu reso possibile, ricorda nel seguente passo lo storico italiano Enzo Collotti, anche dal collaborazionismo, senza il quale «i tedeschi non avrebbero potuto operare una penetrazione cosí capillare nel tessuto politico e sociale dei paesi occupati». Altro aspetto della dominazione nazista sull’Europa fu il saccheggio del patrimonio artistico e culturale; esso non fu solo una rapina di ingenti valori economici, ma un’operazione con la quale i popoli vinti e sottomessi venivano privati delle loro radici culturali, della loro individualità nazionale, condannati «alla degradazione spirituale e culturale per meglio asservirli al Terzo Reich».
All’apice delle sue fortune militari, la Germania nazista arrivò a controllare direttamente un complesso di oltre 250 milioni di uomini nell’Europa occupata. La carta d’Europa subí modifiche profonde. La Germania [...] cercava il suo terreno d’espansione soprattutto verso oriente: la Polonia scomparve come Stato, il suo nome fu radicalmente bandito dai testi e dalle carte geografiche; l’anonima definizione di governatorato generale o di Nebenland, territorio limitrofo al Reich, che le fu imposta, stava a significare la piú radicale volontà di distruggere definitivamente l’individualità nazionale, sino alla degradazione e all’estirpazione fisica della sua popolazione. Frantumata in territori direttamente annessi al Reich e in un governatorato al rango di colonia, la Polonia subí la perdita fisica del 20 per cento della sua popolazione: lo sterminio in massa degli ebrei non fu che l’anticipazione di una sorte destinata in realtà a colpire gran parte della nazione polacca.
Ma, già dopo la capitolazione delle democrazie occidentali a Monaco, una sorte poco dissimile era stata riservata alla Cecoslovacchia, spezzettata e smembrata tra il territorio dei Sudeti direttamente annesso al Reich, il protettorato di Boemia e Moravia ugualmente in balia del Reich, lo Stato fantoccio di monsignor Tiso in Slovacchia [in Slovacchia si formò un governo collaborazionista guidato da Józef Tiso] e i brandelli di confine accaparrati dall’Ungheria di Horthy [Miklós Horthy, che nel 1932, aveva instaurato un regime dittatoriale] e dalla Polonia del colonnello Beck [Józef Beck, ministro degli esteri polacco, che, nel 1938, approfittando del patto di Monaco, sottrasse territorio alla Cecoslovacchia]. Dopo l’aggressione nazista e fascista alla Jugoslavia il «Nuovo Ordine» europeo dilagò anche nei Balcani, smembrando lo Stato jugoslavo, attizzando e inasprendo odi e scontri nazionali e religiosi, rinvigorendo i particolarismi locali. Sulle spoglie della Jugoslavia disfatta e divisa tra una Croazia vassalla piú della Germania che dell’Italia, ad onta dei legami di parata con la corona italiana, e una Serbia nemica della Croazia, infuriò il terrorismo dell’italianizzazione, della bulgarizzazione, della magiarizzazione, della germanizzazione delle regioni di confine, divenute altrettanti epicentri del processo centrifugo di dissoluzione del paese. La disgregazione totale dell’unità nazionale era la condizione per imporre alla Jugoslavia la legge del «Nuovo Ordine», per consentire alla Germania nazista di attribuirsi in una cosí caotica situazione la funzione di «pacificatrice» e di arbitra degli odi scatenati. Ma ad onta delle forti correnti del locale collaborazionismo fascista, la Jugoslavia fu l’unico paese dell’Europa invasa nel quale doveva sorgere un nuovo potere popolare nel corso stesso della lotta armata contro gli oppressori nazifascisti e i loro collaboratori: alla fine del 1943 gli eserciti popolari di liberazione controllavano una superficie di oltre 160 mila chilometri quadrati.
Non dissimile fu la politica praticata dai tedeschi nei territori invasi dell’Unione Sovietica. Anche qui la mira dei tedeschi era la disintegrazione dell’unità statale, la distruzione delle strutture economico-sociali dello Stato socialista, sfruttando vecchi particolarismi locali, facendo leva sull’insoddisfazione di minoranze nazionali, tentando di rovesciare gli stessi rapporti sociali e di risuscitare una forza sociale contraria al regime sovietico dando l’attacco alla collettivizzazione soprattutto nel settore dell’agricoltura, per coprire con un falso messaggio politico l’enorme saccheggio perpetrato ai danni delle popolazioni e dell’economia sovietica. E quando apparve evidente che il sogno del Terzo Reich [...], che prevedeva la germanizzazione nel giro di trent’anni di estesi territori della Polonia e dell’Unione Sovietica previa espulsione delle popolazioni locali, non era destinato ad avverarsi, ai tedeschi non rimase altra soddisfazione che quella di procedere alla politica della terra bruciata, alla distruzione fine a se stessa delle fonti di produzione e di sussistenza dei popoli dell’Unione Sovietica. «Un quarto di secolo: ecco il tempo che occorrerà alla Russia per ricostruire ciò che noi abbiamo distrutto», come ebbe a scrivere a Hitler il gen. Stülpnagel, con una espressione che fornisce l’esatto termine di confronto per misurare la solidità delle realizzazioni hitleriane.
Poco diverso è il quadro che ci è offerto dai paesi occupati in Scandinavia e nell’Europa occidentale: la Francia, quella che Hitler aveva chiamato sin dal Mein Kampf «il nemico mortale» della Germania, sottomessa e fascistizzata, ridotta alla schiavitú economica, al pari del Belgio e dell’Olanda, della Danimarca e della Norvegia; annessi al Reich le regioni dell’Alsazia e Lorena e il Lussemburgo; dopo 1’8 settembre 1943 anche l’Italia fu inclusa nel novero dei territori occupati e l’industria e l’agricoltura dell’Italia settentrionale furono integralmente acquisite all’arsenale bellico del Reich, che dall’Italia si riprometteva anche di reclutare un milione e mezzo di lavoratori per la sua economia di guerra. Da tutti i territori occupati, dall’estremo nord alla Grecia, affluivano al Reich materie prime, prodotti agricoli, armi e prodotti industriali, manodopera. [...]
In tutti i paesi occupati furono organizzate le persecuzioni in grande stile degli ebrei, le razzie di lavoratori soprattutto dell’Europa orientale e feroci azioni di rappresaglia contro il sabotaggio e la resistenza aperta delle popolazioni: secondo il noto principio di gerarchizzazione razziale, la vita di un tedesco poteva valere quella di cento russi, di dieci o cinquanta francesi, di cinquanta o dieci italiani. Ma la resistenza delle popolazioni oppresse non si volse solo contro i tedeschi, non fu meno intransigente contro il collaborazionismo, uno degli strumenti utilizzati dai tedeschi per spezzare l’unità del fronte compatto di ostilità e di resistenza passiva nei paesi invasi. E il collaborazionismo rappresentò un problema effettivo; fu in molti casi prodotto estemporaneo e contingente dell’occupazione, ma fu anche la riprova di quanto radicata fosse ormai la pianta del fascismo in buona parte d’Europa. [...] Senza il collaborazionismo, un fenomeno che merita ancora di essere studiato in tutti i suoi riflessi e in tutte le sue radici politiche e sociali, i tedeschi non avrebbero potuto operare una penetrazione cosí capillare nel tessuto politico e sociale dei paesi occupati, non avrebbero potuto realizzare la delega ai regimi e agli organismi dei collaborazionisti di importanti funzioni amministrative, organizzative e di polizia, che contribuí pur sempre ad alleggerire l’oneroso compito dei tedeschi di mantenere su un’area cosí estesa il loro ordine di sistematico sfruttamento sino al terrore estremo. [...]
Ma nella storia della dominazione nazista sull’Europa c’è anche un altro aspetto [...]. Intendiamo alludere al saccheggio del patrimonio artistico e culturale che accompagnò le armate tedesche lungo tutte le tappe del loro cammino; non si tratta soltanto, come si fa il piú delle volte, di denunciare la rapina di ingenti valori economici e l’enorme truffa imbastita sul patrimonio artistico e culturale confiscato agli ebrei o ai nemici del Reich. L’operazione di saccheggio intrapresa in questo settore dal Terzo Reich, con la pretesa di impadronirsi o di acquisire unicamente alla cultura tedesca, con un vero e proprio processo di annessione culturale, la paternità spirituale delle grandi opere dell’arte e della cultura europea dal Beato Angelico a Hyeronimus Bosch, aveva un significato piú profondo e piú sottile: quello di privare i popoli vinti e sottomessi delle radici di una cultura nazionale, di una loro individualità nazionale, di condannarli alla degradazione spirituale e culturale per meglio asservirli al Terzo Reich.
105. La soluzione finale: cosa sapevano i contemporanei?
Da: G. Wellers, Le camere a gas, verità storica al di là dell’immaginabile, in La deportazione nei campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze, Franco Angeli, Milano, 1992
Cosa sapevano i contemporanei dei campi di sterminio nazisti? Come è possibile che milioni di ebrei siano stati sterminati, senza che nessuno si accorgesse di niente, senza che trapelasse neanche una minima notizia? E, se qualche notizia riuscí a filtrare, quali furono le reazioni? Oggi che conosciamo gli orrori della «soluzione finale» non possiamo non porci queste domande. Ad esse cerca di rispondere nel seguente passo George Wellers, ebreo russo catturato dai nazisti in Francia, dove si era trasferito, e deportato prima ad Auschwitz e poi a Buchenwald. Le prime notizie sull’impiego delle camere a gas per lo sterminio degli ebrei cominciarono a circolare nel 1942; parziali e contraddittorie, esse suscitarono reazioni diverse: qualcuno le ritenne credibili, ma molti pensarono che fossero gonfiate a scopo propagandistico, esagerate, se non addirittura infondate. Nel corso del 1943 fonti vaticane attestano che non c’erano piú dubbi né su cosa fosse la «soluzione finale», né sull’uso delle camere a gas, grazie anche alle notizie fornite da deportati che erano riusciti a fuggire dai campi di concentramento; ciò nonostante ancora si stentava a crederci. Quali erano i motivi di tale incredulità?
Le informazioni relative alla «soluzione finale» della questione ebrea, divenuta una realtà fin dalla seconda metà del 1941, hanno incominciato a circolare abbastanza rapidamente in Germania e nei paesi neutrali e belligeranti. Ci volle ancora un anno perché comparissero le prime notizie relative all’impiego delle camere a gas come strumento di realizzazione della «soluzione finale».
Come furono accolte tali notizie? [...]
Per esempio durante la guerra c’era in Svizzera una censura che aveva il compito di impedire alla stampa di questo paese neutrale di mettersi al servizio della propaganda di uno dei belligeranti. Fu cosí che nel novembre 1942 l’organo della comunità ebraica svizzera fu avvertito che «la loro abile scelta delle citazioni concernenti la persecuzione degli ebrei aveva aspetti di propaganda ed era di conseguenza inammissibile... occorreva che la discussione sulla persecuzione degli ebrei fosse condotta in modo pacato e obbiettivo». Altre informazioni sono state definite «storie di atrocità della peggior specie» e dato che provenivano dalla stampa inglese, erano qualificate come «propaganda a favore di uno dei belligeranti». Il 16 settembre ’42 la «Tribuna di Ginevra» scriveva: «Dove vanno tutti questi infelici? Non lo sanno, però lo immaginano». Analogamente, la «Schaffhauser Zeitung» dello stesso giorno parlava di «voci tra le piú orribili» riguardo ai convogli dei deportati. Bisognerà attendere fino al 18 dicembre 1942, all’indomani della solenne dichiarazione dei 12 paesi alleati che denunciò apertamente «lo sterminio delle minoranze ebraiche in Europa», per leggere sul «Basler Nationalzeitung»:
«Le autorità tedesche non si accontentano di privare gli ebrei dei diritti fondamentali dell’uomo. Ora mettono in atto la minaccia che hanno spesso fatto, di eliminare la razza ebraica in Europa. Gli ebrei di tutti i territori occupati vengono deportati in condizioni terribili. In Polonia sono sistematicamente sterminati. Nessuno di quelli che sono stati deportati ha mai piú dato notizie di sé».
In Inghilterra, prima del mese di giugno 1942, alcuni giornali pubblicavano informazioni parziali e spesso contraddittorie in merito allo sterminio degli ebrei nell’Europa orientale: 120.000 ebrei romeni, secondo il «Sunday Times» dell’aprile ’42; 40.000 a Vilnius, secondo il «Bollettino dell’Agenzia telegrafica ebrea» del 15-16 maggio ’42, e 60.000 secondo l’«Evening Standard» di Londra del 17 maggio. Il 9 giugno ’42 il generale Sikorsky [Wladislaw Sikorsky, primo ministro del governo polacco in esilio a Londra] dichiarò alla BBC: «La popolazione ebrea di Polonia è condannata all’annientamento secondo il principio che “Bisogna uccidere tutti gli ebrei indipendentemente dall’esito della guerra”. Quest’anno decine di migliaia di ebrei sono stati massacrati a Lublino, Vilnius, Lvov, Stanislavov, Rzeszow e Miechov».
«Decine di migliaia»? Due settimane dopo, il 25 giugno, il «Daily Telegraph» di Londra pubblicò un articolo basato sulle informazioni ricevute a Londra da un’organizzazione ebraica polacca, trasmesse al membro del Consiglio nazionale polacco in esilio Zygielbojm in cui si diceva che «piú di 700.000 ebrei polacchi sono stati uccisi dai tedeschi nel corso dei piú grandi massacri della storia mondiale». Dunque, «decine di migliaia» o «piú di 700.000»? Il 30 giugno lo stesso giornale inglese pubblicò un secondo articolo in cui si parlava di «piú di un milione di ebrei uccisi in Europa». Infine, sul «Jewish Chronicle» di Londra del 29 giugno, un altro membro ebreo del Consiglio nazionale polacco, Schwarzbart, scriveva, a proposito dell’articolo del «Daily Telegraph»: «ogni gonfiatura delle cifre non solo è inutile, ma è anche nociva e impulsiva». Ciò non impedí che il giorno stesso Schwarzbart e Silverman (deputato laburista al parlamento) parlassero, in occasione di una conferenza-stampa riportata negli articoli apparsi il giorno seguente sul «Times», l’«Evening Standard» e il «New Chronicle», di un milione di ebrei uccisi e di un «grande mattatoio di ebrei». Gli articoli del «Daily Telegraph» ebbero una notevole risonanza. Vennero ripresi dal «New York Times» del 30 giugno, e il 2 luglio furono utilizzati da Arthur Greenwood, capo del partito laburista al parlamento, dal cardinale Hinsley e dal ministro d’Olanda, nelle loro dichiarazioni alla radio. Ciò non impedí al «Manchester Guardian» del 31 agosto ’42 di scrivere che «la deportazione degli ebrei in Polonia significa che i tedeschi hanno bisogno di muscoli ebrei per il loro sforzo bellico» e, come scrisse W. Laqueur: «Il presidente Roosevelt diceva esattamente la stessa cosa. E i giornali britannici e statunitensi non erano i soli a non capire. I giornali ebrei di Palestina erano ugualmente scontenti delle “voci infondate ed esagerate” e ritenevano che le agenzie di stampa e i corrispondenti facessero a gara nel trasmettere i dettagli piú orribili sulle atrocità».
Erano le reazioni dei «ragionevoli», degli scettici, dei «lucidi», che non si lasciavano trascinare dagli «eccitati», da quelli in preda al panico, verso la follia, verso i giudizi irriflessivi, irresponsabili. Ma saranno i loro ultimi soprassalti; quattro mesi piú tardi, questi «lucidi» sottoscriveranno infine la dichiarazione dei 12 paesi di denuncia dello sterminio degli ebrei... con un ritardo di un anno e mezzo.
Come è noto, questa dichiarazione non riportava il minimo accenno all’impiego delle camere a gas, di cui certe notizie già parlavano. Questo perché tali notizie venivano accolte con una decisa diffidenza. Infatti il telegramma di Riegner [Gerhardt Riegner, membro del congresso ebraico mondiale, che, grazie ad un informatore tedesco, era in grado di conoscere le decisioni prese dai vertici nazisti a proposito degli ebrei e che, nel luglio del 1942, aveva inviato un telegramma agli Stati Uniti e all’Inghilterra in cui si comunicava l’intenzione di Hitler di sterminare gli ebrei, usando, fra l’altro, l’acido prussico, ossia le camere a gas], che parlava di questo argomento, venne accolto con le piú ampie riserve, poiché secondo l’ambasciatore Harrison, che lo trasmise al Foreign Office e al Dipartimento di stato, «questa faccenda non era che una cosa ingiustificata ispirata dalle paure che assillano gli ebrei». Al Foreign Office, a cui il telegramma giunse il 10 agosto, Frank Roberts del Dipartimento centrale, trasmettendolo ad altri funzionari, scrisse: «Naturalmente noi non abbiamo, da parte nostra, informazioni che possano confermare questa storia». Il suo collega Allen osservò che si trattava di una «storia inaudita». In generale la posizione britannica era di scetticismo e di attesa di «conferme». Al Dipartimento di stato erano ancora piú diffidenti: Paul Calbertson, vicedirettore degli Affari europei, si oppose all’idea di comunicare il telegramma a Stephen Wise, e Eldridge Durbrow ritenne le informazioni ivi contenute «fantastiche». Il 28 agosto Stephen Wise ricevette il testo del telegramma attraverso il Foreign Office, ne parlò a Sumner Wells, sottosegretario di stato, che fu dell’avviso di attendere ulteriori conferme. Le informazioni erano abbastanza spesso contraddittorie.
Nel settembre 1942 il deputato liberale al parlamento G. Mander chiese al segretario di stato che cosa si dovesse pensare delle informazioni relative all’impiego di gas tossici da parte del governo tedesco per uccidere moltissimi ebrei polacchi, come avevano affermato i tre ebrei fuggiti da Chelmno [si tratta di tre internati nel campo di concentramento di Chelmno, in Polonia, che, riusciti a fuggire, avevano dato notizia, nel luglio del 1942, dell’impiego di gas asfissianti per l’eliminazione degli ebrei]. Un membro dell’ambasciata di Gran Bretagna presso il governo polacco in esilio, che conosceva bene la Polonia e parlava polacco, F. Savery, fu incaricato di preparare la risposta del governo britannico a tale domanda. Il suo interlocutore polacco si era mostrato «molto scettico quanto alla veridicità della faccenda, confessando di non essere in grado di verificarne l’autenticità», il che spinse Savery a concludere che l’informazione era probabilmente «attribuibile alle pressioni esercitate dai gruppi di interessi ebrei sul consiglio nazionale polacco». Infine, previa consultazione con Cecil Dormer, ambasciatore di Gran Bretagna presso il governo polacco, fu deciso di chiedere a Mander di ritirare la sua domanda, poiché il governo non poteva dare che «una risposta con molte riserve», il che rischiava di essere interpretato come una smentita.
Il 3 dicembre Savery inviò a Frank Roberts la traduzione di un rapporto ricevuto da Mikolajczyk, ministro dell’interno del governo polacco in esilio, in cui si trovavano notizie concernenti la «grande azione» di liquidazione del ghetto di Varsavia, sferrata il 22 luglio 1942 e anche informazioni sui campi di Belzec, Treblinka e Sobibor. Savery concluse: «nell’insieme, io credo che sia molto probabile che almeno i nove decimi degli ebrei deportati da Varsavia abbiano trovato la morte in questi campi», ma fu colpito dal fatto che nel rapporto si diceva che a Belzec le vittime erano «uccise elettricamente» e non asfissiate col gas (ciò che effettivamente era un errore), di modo che egli ritenne che le prove relative al procedimento di soppressione delle vittime non erano assolutamente convincenti.
Piú tardi, nel ’43, il Vaticano era evidentemente molto meglio informato di quanto non lo fosse nell’ottobre ’42: infatti se nel ’42 monsignor Maglione si era detto incapace di confermare lo sterminio degli ebrei in Polonia, nel maggio ’43 lo stesso cardinale scrisse su un appunto di lavoro:
«Ebrei, situazione spaventosa. In Polonia prima della guerra erano 4 milioni e mezzo... Compresi tutti quelli che provengono da altri paesi occupati, non ne rimangono che 100.000. A Varsavia era stato creato un ghetto che ne conteneva circa 650.000; ne rimarrebbero oggi da 20 a 25.000... Campi speciali della morte... Si narra che sono rinchiusi a centinaia in camere dove morirebbero sotto l’azione dei gas... ».
Questa nota riporta cifre esagerate quanto alla popolazione ebrea in Polonia e nel ghetto di Varsavia, e troppo basse quanto a quella ancora in vita nel ghetto. Però dimostra chiaramente che nel mese di maggio ’43 non vi erano piú dubbi in Vaticano su ciò che era la «soluzione finale», e pochi sull’impiego delle camere a gas per realizzarla.
Nella primavera del 1943 giunsero a Nizza, nella zona di occupazione italiana, due ebrei deportati dalla Francia nel ’42, che erano fuggiti da Auschwitz. Essi si rivolsero al «Comitato di via Dubouchage», molto attivo all’epoca nell’aiuto ai perseguitati. Entrambi raccontarono ciò che avevano vissuto ad Auschwitz e parlarono delle camere a gas di Birkenau. Queste informazioni non vennero diffuse, poiché chi le ascoltò non vi credette.
I due ebrei fuggiti da Auschwitz nella primavera del ’44, Vrba e Wetzler, una volta arrivati in Slovacchia, fecero una descrizione dettagliata e molto precisa del campo di Birkenau e delle sue camere a gas ad alcuni dirigenti locali della «Agenzia ebraica» che li ascoltarono a lungo, increduli e scettici. Finalmente il loro rapporto venne trasmesso al nunzio apostolico a Bratislava, che volle interrogarli di persona e li ascoltò per 6 ore prima di lasciarsi convincere della realtà di Auschwitz. Allora trasmise il rapporto a Ginevra alla Croce Rossa Internazionale, e di lí fu inviato negli Stati Uniti ed infine pubblicato.
Fu pubblicato cinque mesi prima della resa totale della Wehrmacht, quando la Francia era già liberata, come anche vasti territori in Russia e in Polonia e quando la popolazione ebrea in Polonia, Grecia, Ungheria, Germania, Austria e Olanda era stata praticamente annientata, ed era stata decimata in Francia, Belgio, Italia, Norvegia, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Romania...
Fu un buon profeta e un buon psicologo l’autore (molto probabilmente Heinrich Lohse) che da Riga, il 18 giugno 1943, scrisse a Berlino al «Ministro del Reich per i territori occupati dell’Est» (Alfred Rosenberg):
«La nostra politica di trattamento speciale da applicare agli ebrei non deve essere discussa. Però, ciò che accade durante questi trattamenti speciali... è incredibile... Supponiamo per un attimo che i nostri nemici abbiano sentore di queste pratiche e se ne servano per la loro propaganda! Ciò non darebbe senza dubbio alcun risultato, per il buon motivo che il pubblico si rifiuterebbe di crederci».
Gli ebrei stessi, hanno capito, hanno creduto che la «soluzione finale» voleva dire lo sterminio sistematico e immediato nelle camere a gas per la grande maggioranza, e di poco differito per la minoranza composta da coloro che inizialmente avrebbero dovuto essere sfruttati come lavoratori-schiavi?
Ho dedicato uno studio a questo problema, analizzando 25 testimonianze di deportati dalla Francia redatte poco dopo la fine della guerra, da cui risulta che in Francia gli ebrei diedero prova di totale incredulità, di un ottimismo e di una ignoranza che appaiono oggi incredibili. [...]
Senza alcun dubbio, questa ignoranza era propria anche ai deportati ebrei di altri paesi, tranne che agli ebrei polacchi, a partire dall’autunno del ’42. [...]
Quali erano i motivi di questa incredulità generalizzata e, per cosí dire, universale? Senza dubbio, il motivo principale era il carattere inconcepibile della «soluzione finale». Infatti, come si poteva seriamente credere che nel XX secolo, in Europa, si potesse concepire freddamente il massacro di milioni di esseri umani inermi, dispersi, compresi bambini, vecchi, invalidi; che si potesse trovare una folta schiera zelante di freddi assassini che avevano l’apparenza di persone per bene e dicevano di agire in nome di un popolo dalla storia spesso gloriosa e di incarnare le sue migliori tradizioni. In tutta la storia dell’umanità, del resto piena di massacri, di spargimenti di sangue, non si erano mai ideati né realizzati massacri su scala simile a quella della «soluzione finale». Era assolutamente inimmaginabile, impensabile, incredibile che si costruissero in Europa dei mattatoi per esseri umani su progetto di architetti, con ordinazione dei materiali necessari ad aziende industriali, con linee ferroviarie per consentire ai convogli di deportati di raggiungere piú facilmente le camere a gas, il tutto secondo lo schema dei famosi mattatoi di Chicago dove si ammazzavano maiali e montoni a catena, a migliaia e decine di migliaia al giorno, e di cui si diceva che si mette un maiale vivo ad un capo della catena e si trova all’altro capo una cassa di salumi. Ad Auschwitz, si mettevano ad un capo della catena uomini, donne e bambini vivi e si raccoglievano all’altro capo i loro denti d’oro o i loro eventuali gioielli, a profitto del tesoro tedesco; i capelli delle donne erano destinati ad uso industriale e i loro vestiti, le loro scarpe, la loro biancheria, i loro orologi, occhiali, protesi, andavano a profitto del popolo tedesco.
Il progetto appariva, infatti, inconcepibile, impensabile, inimmaginabile a qualunque individuo che non fosse anch’egli preda della follia, della demenza o della perversione. Gli ebrei si sono mostrati incapaci di credere seriamente alla realtà di una follia simile, pur avendo una lunga esperienza di pogroms [dal russo pogrom, devastazione; violente sommosse antiebraiche che si verificarono nell’impero zarista nell’Ottocento e nel primo Novecento, tollerate e talvolta incoraggiate dalle autorità, e che causarono la morte di molti ebrei e la distruzione delle loro proprietà].
Il secondo motivo fu l’inganno organizzato con astuzia da uomini perfidi e furbi, traditori d’istinto che non si tradivano mai e si proclamavano modelli di dirittura morale e di onestà, pronti a tutto pur di agire sempre con onore. Senza vergognarsi, senza turbarsi, conducevano le vittime verso le camere a gas giurando «sull’onore di un ufficiale tedesco» che non sarebbe successo loro nulla di male, che sarebbero stati trattati umanamente e che avrebbero lavorato secondo le loro capacità e conoscenze professionali.
Infine, in una Europa in guerra, dove la Wehrmacht compiva sforzi giganteschi su un fronte smisurato, in cui la Germania cercava di procurarsi manodopera straniera per poter inquadrare militarmente gli operai tedeschi, era assurdo pensare che migliaia e decine di migliaia di ebrei, tra i quali molti erano in grado di lavorare e alcuni addirittura specialisti ricercati, potessero essere trasportati all’altro capo dell’Europa semplicemente per essere uccisi, stornando dai suoi normali compiti il prezioso materiale di trasporto ferroviario e il lavoro di parecchio personale. Piú si era lucidi, piú si era razionali e raziocinanti, meno si potevano prendere sul serio le voci assurde che parlavano di uccisioni sistematiche e soprattutto di camere a gas.
132. La proclamazione dello stato di Israele
Da: D. Ben Gurion, in Readings in World History, Boston, 1962, in M. Bendiscioli-A. Gallia, Documenti di storia contemporanea, Mursia, Milano, 1971
David Ben Gurion (1886-1973), immigrato dalla Polonia in Palestina, si era distinto per la sua attività in campo sindacale e politico e quindi come esponente piú autorevole del sionismo internazionale, il movimento fautore della formazione di uno stato ebraico in Palestina. Già nel 1947, parlando alle Nazioni Unite a nome dell’Agenzia ebraica, l’organizzazione sionista che si occupava dell’immigrazione di ebrei in Palestina, aveva detto: «Ci sono ebrei e comunità ebraiche in molti paesi, ma in Palestina si manifesta un fenomeno unico, una nazione ebraica, con tutti gli attributi e tutte le aspirazioni dell’essere nazione». E fu proprio Ben Gurion a proclamare, il 14 maggio del 1948, la nascita di quella «nazione ebraica», ossia dello stato di Israele, con un discorso del quale qui riportiamo alcuni passi.
La terra di Israele fu la culla del popolo ebraico. Qui fu formata la sua entità spirituale, religiosa e nazionale. Qui esso conquistò l’indipendenza e creò una civiltà di significato nazionale ed universale. Qui esso scrisse e dette la Bibbia al mondo.
Esiliato dalla Palestina, il popolo giudaico rimase ad essa fedele in tutti i paesi della sua dispersione, non cessando mai di pregare e di sperare per il ritorno e per la restaurazione della propria libertà nazionale. Spinti da questa storica associazione, gli Ebrei lungo tutti i secoli si sforzarono di tornare alla terra dei loro padri e di ricuperare la dignità di Stato. In decenni recenti sono ritornati in massa. Essi hanno bonificato il deserto, fatto rivivere la loro lingua, costruito città e villaggi e stabilito una comunità vigorosa ed in continua espansione, con una propria vita economica e culturale. Cercarono pace, ma erano preparati a difendersi. Recarono la benedizione del progresso a tutti gli abitanti del paese.
Nell’anno 1897 il primo Congresso Sionista, ispirato dall’intuizione di Theodor Herzl [scrittore ebreo originario dell’impero austro-ungarico, vissuto dal 1860 al 1904, fondatore del movimento sionista] di uno Stato ebraico, proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale nella loro terra. Il diritto fu riconosciuto dalla «Dichiarazione Balfour» del 2 novembre 1917 [dal nome del ministro degli esteri britannico Arthur James Balfour] e riaffermato dal Mandato della Società delle Nazioni, che dette esplicito riconoscimento internazionale allo storico legame del popolo ebraico con la Palestina ed al suo diritto di mantenere la sua «sede nazionale». L’olocausto nazista che inghiottí milioni di Ebrei in Europa, dimostrò di nuovo l’urgenza del ristabilimento dello Stato ebraico, che risolverebbe il problema della mancanza di patria per gli Ebrei, aprendo le porte a tutti gli Ebrei ed innalzando il popolo ebraico al livello degli altri popoli nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti alla catastrofe europea, come pure gli Ebrei provenienti da altre terre, proclamando il loro diritto ad una vita di dignità, libertà e lavoro, e non impediti da pericoli, avversità e ostacoli, hanno tentato incessantemente di entrare in Palestina. Nella seconda guerra mondiale il popolo ebraico in Palestina offrí la sua totale cooperazione alla lotta delle nazioni amanti della libertà contro il male nazista. I sacrifici dei loro soldati e le fatiche dei loro lavoratori meritarono loro il diritto di esser collocati insieme coi popoli che hanno operato per la nascita delle Nazioni Unite.
Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una decisione a favore della fondazione di uno Stato Ebreo indipendente in Palestina ed invitato gli abitanti del paese a prendere le misure richieste da parte loro per attuare il piano. Questo riconoscimento, da parte delle Nazioni Unite, del diritto del popolo ebraico di stabilire un proprio Stato indipendente non può essere annullato.
È d’altronde evidente diritto del popolo ebraico quello di essere una nazione come tutte le altre nazioni, nel suo proprio Stato sovrano. Di conseguenza, noi, membri del Consiglio Nazionale, rappresentando il popolo ebraico in Palestina e il movimento sionista mondiale [...], con questo mezzo proclamiamo la fondazione dello Stato Ebraico in Palestina con il nome di Medinat Yisrael.
fonte: www.liceoquadri.it
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Fine articolo Nazionalsocialismo tutto di tutto
Nazionalsocialismo tutto di tutto
Il nazismo e noi
di Roberto Esposito
1. 1933‑2003. E giusto ritornare sulla questione del nazismo a settant'anni dalla sua presa del potere? lo credo che la risposta a questa domanda non possa che essere affermativa: non soltanto perché ogni vuoto di memoria nei suoi confronti costituirebbe un affronto insopportabile per le sue vittime, ma anche perché, nonostante una letteratura sempre crescente, resta nell'ombra qualcosa di esso che ci concerne da vicino. Di cosa si tratta? Cosa ci lega invisibilmente a ciò che pure identifichiamo come la più tragica catastrofe politica del nostro tempo - e forse addirittura di ogni tempo? La mia sensazione è che questo elemento, insieme inquietante e sfuggente, resti coperto, nascosto, dalle pieghe del concetto di totalitarismo. Naturalmente sappiamo tutti quanto quest'ultimo soprattutto nella formulazione di Hannah Arendt - abbia giovato alla conoscenza della svolta radicale che intorno agli anni Venti del Novecento è intervenuta rispetto agli assetti istituzionali, politici, etici della stagione precedente (cfr. S. Forti, 2001). Eppure proprio il concetto di totalitarismo finisce per elidere, o quanto meno sfumare, la specificità dell'evento nazista rispetto ad altre esperienze collocate all'interno della medesima categoria - innanzitutto il comunismo sovietico. Evidentemente ciò non vuol dire che non vi sia nulla che colleghi trasversalmente i due fenomeni la società di massa, la violenza costruttivistica, il terrore generalizzato ed altro ancora. Ma questo nesso, fin troppo palese, non tocca la falda ultima che fa del nazismo qualcosa di inassimilabile ad ogni altra vicenda del passato prossimo o remoto.
Da questo punto di vista anche il rapporto con quella che chiamiamo modernità rivela una profonda differenza tra i due «totalitarismi»: mentre quello comunista, pur con la sua tipicità, scaturisce dal suo ventre - dalle sue logiche, dalle sue dinamiche, dalle sue derive - quello nazista segna un drastico mutamento di rotta. Non nasce dalla estremizzazione, ma dalla decomposizione, della forma moderna. E ciò non perché non ne contenga in sé elementi. frammenti, schegge, ma perché li riconduce, o traduce, in un linguaggio concettuale assolutamente nuovo, del tutto irriducibile ai parametri politici, sociali, antropologici del lessico precedente. Se per il comunismo si può sempre affermare che esso «realizzi» in qualche modo, sia pure in forma esasperata ed estrema, una tradizione filosofica della modernità, ciò non può dirsi in alcun modo per il nazismo. E’ - perciò - prima di altre, più contingenti incompatibilità - che l'incontro con la filosofia di Heidegger si rivelò ben presto un terribile equivoco per entrambi. Ma proprio perché del tutto al di fuori del linguaggio moderno, perché situato decisamente dopo di esso, il nazismo lambisce, in maniera imbarazzante una dimensione che fa parte della nostra esperienza di postmoderni. Contrariamente a quanto proclama la vulgata neoliberale, noi non siamo, non siamo più, nel rovescio del comunismo, ma in quello del nazismo. E’ esso la nostra questione, il mostro che ci insegue non solo alle spalle, ma anche dal nostro futuro.
2. In che senso? Abbiamo detto che il nazismo non è una filosofia realizzata - come invece il comunismo. Ma questa non è che una mezza verità, che va completata come segue: esso è piuttosto una biologia realizzata. Se il comunismo ha come trascendentale la storia, come soggetto la classe e come lessico l'economia, il nazismo ha come trascendentale la vita, come soggetto la razza e come lessico la biologia. Certo, anche i comunisti ritenevano di agire in base ad una precisa visione scientifica, ma solo i nazisti identificarono quella scienza nella biologia comparata delle razze umane. Da questo lato bisogna prendere assolutamente per buone le dichiarazioni di Rudolph Hess, secondo cui «il nazionalsocialismo non è altro che biologia applicata» (cfr. RJ. Lifton, 1988, p. 51). In realtà l'espressione era stata usata per la prima volta dal genetista Fritz Lenz nel fortunatissimo manuale di Rassenhygiene scritto con Erwin Baur ed Eugen Fischer, in un contesto in cui Hitler veniva definito «il grande medico tedesco» capace di muovere «il passo finale nella sconfitta dello storicismo e nel riconoscimento di valori puramente biologici» (E. Baur, E. Fischer, E Lenz, 1931, pp. 417-418). E del resto, lo stesso Hitler aveva dichiarato in Mein Kampf che quando un popolo non ha più «la forza per lottare per la propria salute, cessa il diritto di vivere in questo mondo di lotta» (A. Hitler, 1941, p. 35). In un altro influente manuale di medicina Rudolph Ramm aveva nel frattempo indicato nel «medico del Volk» tedesco «un soldato della biologia» al servizio della «grande idea della struttura biologica di Stato del nazionalsocialismo» (R. Ramm, 1943, p. 178). Potere medico e potere militare rimandano l'uno all'altro - aggiungeva Kurt Blome (poi vice di Leonardo Conti al vertice della sanità pubblica) nel saggio del '42 intitolato programmaticamente Artz im Kampf (Medico in lotta) - perché entrambi impegnati nella battaglia finale per la Vita del Reich (K. Blome, 1942).
Bisogna stare attenti a non perdere la qualità specifica dì questa semantica biologica, e medica in particolare, adoperata dai nazisti. Interpretare la politica in termini biomedici e, inversamente, attribuire alla biomedicina una pregnanza politica, voleva dire porsi in un orizzonte radicalmente diverso da quello dell'intera tradizione moderna perché - sono ancora parole di Ramm - «il nazionalsocialismo, a differenza di qualsiasi altra filosofia politica o di qualsiasi altro, programma di partito, è in accordo con la storia naturale e con la biologia dell'uomo» (R. Ramm, 1943, p. 156). E vero che da sempre il lessico politico usa ed incorpora metafore biologiche - a partire da quella, di lungo corso, dello Stato-corpo. Ed è vero, come ha messo in luce Foucault, che a partire dal XVIII secolo la questione della vita si è andata progressivamente intersecando con la sfera dell'agire politico. La stessa idea di National-Biologie, o di biologiche Politik, affonda nella cultura guglielmina e weimariana (cfr. P. Weindling, 1989, pp. 220 ss.). Ma qui siamo di fronte ad un fenomeno assai diverso per entità e significato. La metafora diviene in qualche modo reale: non nel senso che il potere politico passa direttamente a medici e biologi - anche se in più di un caso accadde anche questo - ma in quello, ancora più rilevante, che i politici assunsero un criterio medico-biologico come criterio guida delle loro azioni. In questo senso non si può nemmeno parlare di una semplice strumentalizzazione: non è che la politica nazista si sia limitata ad adoperare a scopo legittimante la ricerca biomedica del tempo. Essa pretese di identificarsi direttamente con essa (G. Agamben, 1995, p. 164). Quando Hans Reiter, parlando a nome del Reich nella Parigi occupata, dichiarava che «questo modo di pensare sotto l'aspetto biologico deve a poco a poco diventare quello di tutto il popolo» perché in esso è in gioco la «sostanza» dello stesso «corpo della nazione» (H. Reiter, 1942, p. 51), era ben consapevole di parlare a nome di qualcosa che non ha mai fatto parte della lingua concettuale moderna - e che, proprio per questo, alla fine della modernità, ci chiama direttamente in causa.
3. Solo così si spiega l'intreccio che in quei terribili dodici anni si verificò tra politica, diritto e medicina in una stretta il cui esito finale fu il genocidio. Certo, la partecipazione del ceto medico a forme di tanatopolitica non fu solo del nazismo. E’ noto il ruolo degli psichiatri nell'applicazione della diagnosi di malattia mentale ai dissidenti nell'Unione Sovietica del Gulag o quello dei medici giapponesi che nel Pacifico vivisezionavano i prigionieri americani. Eppure in Germania si trattò di altro. Anche di altro. Non parlo solo degli esperimenti sulle «cavie umane» o delle collezioni di crani ebrei fornite agli istituti di antropologia direttamente dai campi. Si conoscono i graziosi regali anatomici inviati da Mengele al suo maestro Otmar von Verschuer, considerato ancora adesso uno dei fondatori della genetica contemporanea. Su tutto questo c'è già stato il giudizio di un tribunale e anche un codice (di Norimberga) promulgato a conclusione del processo ai medici ritenuti direttamente colpevoli di assassinio (cfr. R. De Franco, 2001). Ma l'esiguità stessa delle condanne rispetto all'enormità della cosa sta a testimoniare che il problema non fosse tanto quello dell'accertamento - pure inevitabile della responsabilità individuale di singoli medici, quanto quello del ruolo complessivo che la medicina giocò nell'ideologia e nella pratica nazista. Perché quella medica fu la professione che dette di gran lunga più delle altre un'adesione incondizionata al regime? E perché il regime conferì ai medici un potere di vita e di morte tanto esteso? Perché sembrò consegnare proprio al medico lo scettro del sovrano e, prima ancora, il libro del sacerdote?
Quando Gerhard Wagner, Fűhrer dei medici tedeschi prima di Leonardo Conti, disse che il medico «tornerà ad essere ciò che sono stati i medici del passato, ritornerà ad essere sacerdote; sarà il medico sacerdote» (cfr. B. Műller-Hill, 1989, p. 107), non farà altro che affermare che a lui, e solo a lui, compete in ultima istanza il giudizio su chi è da tenere in vita e chi va respinto nella morte. Che è egli, ed egli solo, a possedere la definizione di vita valida, provvista di valore, e dunque a poter fissare i limiti al di là dei quali essa può essere legittimamente spenta.
I medici - almeno i molti che si riconobbero nel regime - non ebbero esitazione ad accettare il mandato e ad eseguirlo con alacre efficienza: dalla individuazione dei bambini e poi degli adulti destinati alla «morte misericordiosa» del programma T4 all'estensione di ciò che continuò a definirsi «eutanasia» ai prigionieri di guerra (codice 14f13), fino alla grande Therapia magna auschwitzciense: selezione sulla rampa d'ingresso del campo, avvio del processo di gassificazione, dichiarazione di decesso, estrazione dei denti d'oro dai cadaveri, sorveglianza delle procedure di cremazione. Nessuna fase della produzione della morte in serie sfuggì al loro controllo. Secondo una precisa disposizione di Viktor Brack, capo del Dipartimento Il «Eutanasia» della Cancelleria del Reich, solo essi avevano il diritto di iniettare fenolo nel cuore dei «degenerati» o di aprire il rubinetto del gas per la «doccia» finale. Se il potere ultimo calzava gli stivali da SS, l'auctoritas vestiva il camice bianco del medico. Anche le vetture che trasportavano lo Zyklon-B a Birkenau avevano il segno della croce rossa e l'iscrizione che campeggiava all'entrata di Mauthausen era «Pulizia e salute».
Nella terra di nessuno di questa nuova teo-bio-politica i medici erano davvero tornati i grandi sacerdoti di Baal - che dopo qualche millennio si ritrovava di fronte i suoi antichi nemici ebrei e poteva divorarli a piacimento. Si è ben detto che Auschwitz-Birkenau è stato il più grande laboratorio di genetica del mondo (E. Klee, 1997).
4. Come è noto, il Reich seppe ben ricompensare i suoi medici. Non solo con cattedre ed onorificenze, ma anche con qualcosa dì più concreto. Se Conti passò alle dirette dipendenze di HimmIer, il chirurgo Karl Brandt, già incaricato dell'operazione «Euthanasia», divenne uno degli uomini più potenti del regime, sottoposto, nel suo ambito - quello, illimitato, della vita e della morte di ciascuno - soltanto all'autorità suprema del Fűhrer. Per non parlare di Irmfried Eberl, «promosso» a trentadue anni comandante del campo di Treblinka. Questo vuol dire che tutti i medici tedeschi, o anche soltanto quelli che aderirono al nazismo, vendettero consapevolmente l'anima al diavolo? Che furono dei semplici macellai in camice bianco? In realtà, anche se sarebbe più comodo pensarlo, le cose non stanno affatto così. Non soltanto la ricerca medica tedesca era una delle più avanzate, se non la più avanzata, del mondo - al punto che Wilhelm Hueper, padre della carcinogenesi professionale americana, chiese al ministro nazista della Cultura Bernhard Rust di ritornare a lavorare nella «nuova Germania». Ma i nazisti lanciarono la più poderosa campagna del periodo contro il cancro restringendo l'uso dell'asbesto, del tabacco, di pesticidi e coloranti, incoraggiando la diffusione del cibo integrale e la cucina vegetariana, mettendo in guardia sui potenziali effetti cancerogeni dei raggi X (cui nel frattempo sottoponevano a scopo di sterilizzazione le donne che non valevano neanche il costo di una salpingectomia). A Dachau, mentre il camino fumava, si produceva miele biologico. Lo stesso Hitler, del resto, detestava il fumo, era vegetariano e animalista, oltreché scrupolosamente attento a questioni di igiene (cfr. R.N. Proctor, 2000)
Che significa tutto ciò? Questa attenzione addirittura ossessiva per la sanità pubblica, che ottenne peraltro effetti non irrilevanti sulla mortalità per tumore nella Germania del tempo? La tesi che si affaccia è che tra questa attitudine terapeutica e il quadro tanatologico entro cui essa sì inscrisse non vi fosse solo contraddizione, ma connessione profonda: proprio in quanto ossessivamente preoccupati della salute del corpo tedesco, i medici operavano, nel senso specificamente chirurgico dell'espressione, l'incisione mortifera nella sua carne. Benché ciò risulti tragicamente paradossale, insomma, è per eseguire la propria missione terapeutica che essi sì fecero carnefici di coloro che reputavano o inessenziali o nocivi all’incremento della salute pubblica. Da questo punto di vista, per quanto costi farlo, si deve sostenere che il genocidio è stato il risultato non dell'assenza, ma della presenza, di un'etica medica pervertita nel suo contrario. Dire che nella visione biomedica del nazismo sia saltato il confine tra guarigione ed assassinio è ancora poco. Bisogna arrivare a concepirli come due versanti di uno stesso progetto che faceva dell'uno la condizione necessaria dell'altra: solo assassinando quanto più persone possibile, si potevano risanare coloro che rappresentavano la vera Germania. Da questo angolo di visuale appare persino plausibile la circostanza che almeno alcuni dei medici nazisti avessero veramente creduto di rispettare nella sostanza, se non nella forma, il giuramento di Ippocrate di non nuocere in alcun modo al malato. Solamente che identificavano il malato, anziché nel singolo individuo, nel popolo tedesco nel suo complesso: era precisamente la sua cura a richiedere, la morte di massa di tutti coloro che ne minacciavano la salute con la loro stessa esistenza. In questo senso siamo costretti a difendere l'ipotesi, prima affacciata, che il trascendentale del nazismo sia la vita piuttosto che la morte. Anche se poi, paradossalmente, la morte veniva considerata la sola medicina atta a conservare la vita: «Il messaggio dei nazisti - alle vittime, ai possibili osservatori e soprattutto a se stessi - fu: tutte le nostre uccisioni sono uccisioni mediche, dettate da ragioni mediche ed eseguite da medici» (RJ. Lifton, 1988, p. 191). Nel telegramma 71 inviato dal bunker di Berlino, con cui Hitler comandava di distruggere le condizioni di sussistenza del popolo tedesco dimostratosi troppo debole, fu improvvisamente chiaro il punto limite dell'antinomia nazista: la vita di alcuni, e infine di uno, è consentita soltanto dalla morte di tutti.
5. Si sa che Michel Foucault ha interpretato questa dialettica tanatologica in termini di biopolitica: nel momento in cui il potere assume la vita stessa ad oggetto dei suoi calcoli e a strumento dei suoi fini, è possibile, quantomeno in presenza di determinate condizioni, che decida di sacrificarne una parte a beneficio dell'altra (M. Foucault, 1998, pp. 206-227). Senza nulla togliere alla pregnanza di tale prospettiva, credo, però, che essa non basti a spiegare tutto. Perché il nazismo - a differenza di tutte le altre forme di potere passate e presenti - ha spinto tale possibilità omicida alla sua più compiuta realizzazione? Perché esso, e solo esso, ha rovesciato la proporzione tra vita e morte a favore della seconda fino al punto di progettare la propria autodistruzione? La tesi che proverei ad avanzare a questo proposito è che la categoria di biopolitica vada integrata con quella di immunizzazione. Perché solamente quest'ultima mette chiaramente a nudo il nodo mortifero che stringe la protezione della vita alla sua potenziale negazione. Non solo: ma identifica nella figura della malattia autoimmune la soglia al di là della quale l'apparato protettivo si rivolge contro lo stesso corpo che dovrebbe proteggere portandolo all'esplosione (cfr. R. Esposito, 2002).
Che sia questa la chiave interpretativa più adeguata a cogliere la specificità del nazismo è, d'altra parte, provato dalla particolarità del male da cui esso ha inteso difendere il popolo tedesco. Non si tratta di una malattia qualunque, ma di una malattia infettiva. Ciò che si voleva ad ogni costo evitare era il contagio da esseri inferiori ad esseri superiori. La lotta a morte costruita e diffusa dalla propaganda del regime è quella che oppone il corpo e il sangue originariamente sani della nazione tedesca ai germi invasori penetrati al suo interno con l'intento di minarne l'unità e la stessa vita. Si conosce il repertorio che gli ideologi del Reich hanno adoperato per raffigurare i loro pretesi nemici e innanzitutto gli ebrei: essi sono, di volta in volta e contemporaneamente, «bacilli», «batteri», «virus», «parassiti», «microbi». Andrzej Kaminski ricorda che anche gli internati sovietici furono a volte definiti negli stessi termini (A.J. Kaminski, 1997, pp. 84-85). E, del resto, la caratterizzazione parassitaria degli ebrei fa parte della storia secolare dell'antigiudaismo tedesco e non solo tedesco. Eppure nel vocabolario nazista tale definizione acquista una diversa valenza. E’ come se quella che fino ad un certo momento restava una pesante metafora prendesse realmente corpo. Ciò è l'effetto della integrale biologizzazione del lessico di cui si diceva: gli ebrei non somigliano ai parassiti, non si comportano come batteri - lo sono. E. come tali vanno trattati. Perciò il termine giusto per il loro massacro tutt'altro che il sacrale «olocausto» - è «sterminio»: esattamente quello che si usa per gli insetti, i ratti o i pidocchi. In questo senso bisogna attribuire un significato assolutamente letterale alle parole di Himmler rivolte alle SS arrivate a Char'kov secondo cui «con l'antisemitismo è come con la disinfestazione. Allontanare i pidocchi non è una questione ideologica, è una questione di pulizia» (cfr. A.J. Kaminski, 1997, p. 94). E del resto lo stesso Hitler usava una terminologia immunologica ancora più precisa: «La scoperta del virus ebraico è una delle più grandi rivoluzioni di questo mondo. La battaglia in cui siamo oggigiorno impegnati è uguale a quella combattuta nel secolo scorso da Pasteur e Koch. Riacquisteremo la nostra salute solo eliminando gli ebrei» (A. Hitler, 1952, vol. 1, p. 321).
Non bisogna sfumare la differenza tra tale approccio specificamente batteriologico e quello semplicemente razziale. Tutta la sfida finale contro gli ebrei ha questa caratterizzazione biologico-immunitaria: anche il gas dei campi passava per i tubi di docce destinate alla disinfestazione. Solo che disinfestare degli ebrei risultava impossibile dal momento che erano precisamente essi i batteri di cui ci si doveva liberare. L’identificazione tra uomini e germi patogeni arrivò al punto che il ghetto di Varsavia fu intenzionalmente costruito in una zona già contaminata. In questo modo, secondo le modalità della profezia realizzata, gli ebrei caddero vittima della stessa malattia che aveva giustificato la ghettizzazione: finalmente esi erano diventati realmente infetti e dunque agenti di infezione (Ch.R. Browning, 1998,p.153). Perciò i medici avevano ben ragione di sterminarli. Naturalmente questa rappresentazione era in patente contrasto con la teoria mendeliana del carattere genetico - e dunque non contagioso - della determinazione razziale. Ma proprio per questo l'unico modo di fermare l'impossibile contagio sembrò quello di eliminare tutti i suoi possibili portatori. Non solo, ma anche tutti i tedeschì che potevano essere stati già contagiati. E anche quelli che sarebbero potuti esserlo in futuro. A guerra persa e con i russi a qualche chilometro dal bunker, semplicemente tutti. Qui il paradigma immunitario della biopolitica nazista tocca l'apice della sua furia autogenocidiaria. Come nella più devastante malattia autoimmune, il potenziale difensivo del sistema immunitario cresce al punto di ritorcersi contro sé stesso. L’unico esito possibile è la distruzione generalizzata.
6. E noi? I sessant'anni che ci separano dalla fine di quella tragica vicenda costituiscono una barriera che sembra difficile infrangere per chiunque. Ritenere che essa possa riprodursi, quantomeno nello spazio sempre più esteso di ciò che ancora chiamiamo Occidente, è davvero arduo. Non saremmo i teorici della categoria di immunizzazione se pensassimo che i dodici anni dell'esperienza nazista non abbiano prodotto anticorpi sufficienti a proteggerci dal suo ritorno. E tuttavia, queste considerazioni di senso comune sono ben lontane dal chiudere il discorso - che, da altro punto di vista, come già si diceva, resta ancora il nostro. Direi anzi qualcosa di più. Non soltanto il problema - lo squarcio orrido - aperto dal nazismo è tutt'altro che definitivamente risolto. Ma, per certi versi, sembra riapprossimarsi alla nostra condizione quanto più questa varca i confini della modernità. Il crollo definitivo del comunismo sovietico segna forse il punto a partire dal quale possiamo meglio misurare la persistenza, non certo del nazismo, ma del fondo, o dello sfondamento, da cui esso è sorto. E ciò non a caso: è la definitiva consumazione della filosofia della storia comunista - con quanto si portava ancora dentro della tradizione moderna - a favorire la riemergenza di quella questione della vita che comunque è stata al centro della semantica nazista. Mai come oggi il bíos - se non la zoé - si rivela al crocevia di tutti i percorsi, all'incrocio di tutte le pratiche: politiche, sociali, economiche, tecnologiche, culturali. E’ per questo che - esaurito il lessico concettuale (anche se non l'esigenza) del comunismo - vanno riaperti i conti con quello del nazismo, prima di ritrovarceli improvvisamente stampati sulla fronte.
Chi si fosse illuso, alla fine della guerra, o addirittura anche del dopoguerra, di poter riattivare le vecchie categorie delle democrazie uscite formalmente vincitrici dallo scontro, si è sbagliato di grosso. Ritenere che la complessità del mondo globalizzato - con i suoi lancinanti squilibri di danaro, di potenza, di densità demografica - possa essere governata con gli strumenti ineffettuali del diritto internazionale o con quelli, in rottamazione, dei tradizionali poteri sovrani, è pura utopia. Significa non cogliere che siamo prossimi ad una soglia altrettanto drammatica di quella situata sul crinale degli anni Venti-Trenta del Novecento. Come allora - anche se in modo diverso - l'incontro, la saldatura, tra politica e vita mette fuori gioco tutte le tradizionali mediazioni teoriche e istituzionali, a partire da quella della rappresentanza. Uno sguardo al panorama con cui si inaugura il XXI secolo basta a darcene un riscontro impressionante: dall'esplodere del terrorismo biologico - a bombe umane - alla guerra preventiva che intende rispondergli sullo stesso terreno; dai massacri etnici, cioè ancora di tipo biologico, alle migrazioni di massa che travolgono le barriere predisposte a contenerle; dalle tecnologie che investono non solo il corpo degli individui, ma anche i caratteri della specie, alla psicofarmacologia che modifica i nostri comportamenti vitali - dalla politica dell'ambiente all'esplodere di nuove epidemie; dalla riapertura di campi di concentramento in diverse zone del mondo all'appannamento della distinzione giuridica tra norma ed eccezione. Il tutto mentre dovunque riesplode in maniera incontenibile una nuova, e potenzialmente devastante, sindrome immunitaria. Lo si è detto: nulla di tutto ciò replica quanto è accaduto dal 1933 al 1945. Ma nulla è del tutto esterno alle questioni - di vita e di morte - che allora si posero. Dire che siamo, oggi più che mai, nel rovescio del nazismo significa che non è possibile sbarazzarsene limitandosi ad allontanare lo sguardo. Che per rovesciarlo davvero - per rigettarlo nell'inferno da cui è uscito - bisogna riattraversare consapevolmente quelle tenebre, rispondere, naturalmente in maniera opposta a quanto allora fu fatto, alle domande che da esse si levano.
fonte: www.liceoumberto.eu
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Nazionalsocialismo tutto di tutto
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