Giovanna d' Arco tutto di tutto
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Giovanna d' Arco
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Giovanna d'Arco, in francese Jeanne d'Arc, o Jehanne Darc nella versione più arcaica (Domrémy-la-Pucelle, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431), eroina nazionale francese, oggi conosciuta come la Pulzella d'Orléans. Riunificò il proprio Paese contribuendo a risollevarne le sorti durante la guerra dei cent'anni, guidando vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai Borgognoni davanti Compiègne, Giovanna fu venduta agli inglesi che la sottoposero ad un processo per eresia, al termine del quale, il 30 maggio 1431, fu condannata al rogo ed arsa viva. Nel 1456 papa Callisto III, al termine di una seconda inchiesta, dichiarò la nullità di tale processo. Beatificata nel 1909 da Papa Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV, Giovanna venne dichiarata patrona di Francia.
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Giovanna d' Arco
La guerra dei Cent’anni: la più sanguinosa e lunga battaglia del Medioevo.
Nel secondo decennio del secolo xiv l’egemonia dei re di Francia sul loro Regno è nuovamente minacciata dagli inglesi. Nel 1328 con la morte di Carlo IV, senza eredi, si estingue la dinastia dei capetingi. Per la successione si scontrano il re d’Inghilterra Edoardo III (1327-1377) che rec1ama il trono in quanto marito di una sorella del defunto re e Filippo VI di Valois (1328-350), cugino del re, unico possibile successore in via maschile (in Francia vige la legge salica che esclude le femmine dalla successione al trono). Ne deriva un conflitto militare che oppone per un secolo gli eserciti delle due nazioni. La guerra si svolge con fasi alterne: tra il 1337 e il 1360 gli inglesi, vincitori a Crecy (1346) e a Poitiers (1356), allargano il loro dominio a gran parte della Francia occidentale (pace di Brétigny, 1360); tra il 1360 e il 1380, sotto la guida di Carlo V, i francesi recuperano gran parte dei territori perduti; sconfitti dagli inglesi ad Azincourt (1415) essi stipulano la pace di Troyes (1420) che sancisce il predominio inglese in Aquitania e in tutta la Francia settentrionale. E nel 1429 che inizia la riscossa francese: grazie alla guida di Govanna d’Arco, Carlo VII compie vittorioso la “cavalcata sacra” che lo porta da Chinon a Reims, dove è incoronato re; di qui prosegue per Parigi e sconfigge ripetutamente gli inglesi cotringendoli a lasciare il continente, dove conservano la sola Calais (1453).
La Francia con il sovrano Carlo il Saggio, era riuscita a recuperare il territorio perduto, tranne Calais, concludendo nel 1375, con gli avversari l'armistizio di Bruges.
Nel 1453 finiva così la Guerra dei Cent'anni, senza un regolare trattato di pace. Militarmente, la guerra vide la nascita di nuove armi e nuove tattiche, le quali segnarono l'abbandono degli eserciti organizzati su base feudale e incentrati sulla forza d'urto della cavalleria pesante. Sui campi dell'Europa Occidentale videro la luce eserciti professionali, per la prima volta dai tempi dell'Impero Romano, rivalutando il ruolo della gleba.
La guerra ha una straordinaria importanza storica, per vari motivi: nonostante si trattasse soprattutto di un conflitto dinastico, esso fu la causa prima della nascita delle nazioni inglese e francese, e delle rivalità tra i due popoli. Il motivo occasionale della guerra fu certo di carattere dinastico-feudale. Infatti, nel 1328, alla morte del re Carlo IV, scoppiò in Francia una crisi dinastica: si contendevano il trono Edoardo III, re d’Inghilterra, legato per parte di madre alla dinastia dei Capetingi, e Filippo di Valois, appartenente ad un ramo collaterale della stirpe; fu quest’ultimo a prevalere, ma Edoardo tentò di sopraffarlo, determinando lo scoppio del conflitto.
Il problema consisteva, in effetti, nel sussistere del feudalesimo: il re d’Inghilterra, infatti, possedeva vastissimi feudi nei territori francesi ed era, a un tempo, sovrano inglese e vassallo del re di Francia, anche se non rispettava i suoi doveri feudali; l’Inghilterra controllava territori che, formalmente, cioè dal punto di vista geografico, erano francesi. Il controllo era, peraltro, di carattere economico; tale era anche, fondamentalmente, la base della Guerra dei Cent’anni. Infatti, la fiorente industria tessile delle Fiandre dipendeva dai rapporti economici con l’Inghilterra, produttrice ed esportatrice di lana grezza; quando Filippo di Valois tentò d’impadronirsi delle Fiandre, l'attuale Belgio, Edoardo III d’Inghilterra vietò ai produttori inglesi l’esportazione delle loro lane, mettendo in crisi le industrie e suscitando il malcontento della popolazione nei confronti del re di Francia.
Le posizioni degli storici.
Come afferma lo storico Kaser, la guerra dei Cent’anni, sorta come gara di avidità dinastiche, si trasformò sempre più in guerra di popoli, svegliando a nord e a sud della Manica il sentimento nazionale.
Il problema del feudalesimo va, infatti, al di là della questione puramente dinastica e coinvolge tutta la Francia, non solo la famiglia reale: di diverso avviso lo storico Seignobos, che sostiene che la Guerra dei Cent’anni fosse stata condotta tra due famiglie reali piuttosto che tra due nazioni che si opposero l’una all’altra per affermare la loro stessa identità. Va notato tuttavia, che fosse stato Edoardo a prevalere, sarebbe stata la fine non solo per il potere della dinastia francese, ma anche per l’identità nazionale della Francia, recisa in germoglio con l’inglobamento nei domini inglesi. Tale identità si fondava sul principio di territorialità, che prevedeva che un sovrano regnasse su un territorio caratterizzato da confini ben precisi e abitato da un popolo che avesse comuni radici storiche, culturali e linguistiche. Questo principio sta alla base del concetto di Stato nazionale moderno; infatti, mentre lo Stato è un’entità politica, la nazione è un’entità storico-culturale.
Se la Guerra dei Cent’anni fu una lotta contro il feudalesimo, allora è possibile affermare che fu uno scontro tra nazioni. Seignobos sostiene, però, che, più che di un sentimento nazionale, occorra parlare di patriottismo locale; a sua volta, Giovanna d’Arco sarebbe stata legata a Carlo VII non perché egli fosse re della nazione francese, ma in quanto era capo del partito degli Armagnac, cui lei apparteneva. I limiti di questa interpretazione risiedono nel fatto che, sebbene Giovanna d’Arco fosse stata legata – cosa innegabile – al partito del re, non mancò, da parte sua, un notevole impegno nel sostenere la causa di tutta la Francia, tanto che continuò a combattere contro gli Inglesi anche dopo che venne meno la sua intesa col re, che la privò di molte truppe.
Per quanto riguarda la questione patriottica, Michelet sottolinea l’importanza dello spirito nazionale, che coinvolgeva tutto il popolo con un senso di appartenenza alla stessa comunità e che, come sostiene anche Kaser, trovò la sua personificazione in Giovanna d’Arco: “Fino a quel momento, era stata una riunione di province, un vasto caotico agglomerato di feudi, un grande Paese, una vaga espressione geografica. Ma, da quel giorno, per la forza di un cuore, diviene una patria”. Infatti, Giovanna d’Arco seppe rinfocolare l’amor patrio di tutti i Francesi – non di pochi gruppetti a livello locale – e spingerli al contrattacco e alla riconquista, a tal punto che costoro combatterono con successo contro gli Inglesi anche dopo che questi ultimi cercarono di creare scompiglio tra i loro avversari, condannando al rogo la “pulzella d’Orléans” con l’accusa di stregoneria.
In effetti, sia il concetto politico di Stato che quello storico-culturale di nazione emersero in nuce con la Guerra dei Cent’anni, ma si svilupparono e si affermarono davvero solo al termine del conflitto. Infatti, nella storia della Francia, la formazione dello Stato ha contribuito in modo decisivo a cementare di fatto l’identità nazionale.
Per quanto riguarda l’evoluzione dello Stato in sé, è certo che l’entità statale trovò la sua più remota origine nella Guerra dei Cent’anni, ma solo grazie al re prese forma definitivamente uno Stato nazionale moderno: lo storico Perroy sottolinea la gradualità di questo processo. In virtù del suo potere assoluto, il re rilanciò la lotta contro i feudatari, eliminando così l’ultimo residuo di feudalesimo, stavolta interno, e non esterno alla Francia; inoltre, come afferma lo storico Chédeville, fu il sovrano ad istituzionalizzare la burocrazia, il sistema fiscale, le corti di giustizia ed un esercito permanente, cioè i caratteri fondamentali dello Stato moderno per definizione.
In definitiva, la Guerra dei Cent’anni, conflitto economico e politico ad un tempo, fu la radice prima dello Stato e della nazione francesi, che si fusero di fatto in un’unica realtà solo più tardi, con l’intervento della figura monarchica.
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Giovanna d' Arco
GUERRA DEI CENTO ANNI
La guerra dei 100 anni è un conflitto, che avviene tra Francia e Inghilterra. I limiti cronologici sono 1337-1453, non si svolge con un unico scontro, che dura 116 anni, ma ci furono vari trattati e battaglie. Le sue origini furono al contempo dinastiche e politiche. Alla morte di Filippo IV il Bello, dal 1314 al 1328 si succedettero sul trono di Francia i suoi tre figli Luigi X, Filippo V e Carlo IV, nessuno dei quali ebbe una discendenza maschile. Un'assemblea di baroni e vescovi conferì allora la corona a Filippo VI, figlio di Carlo di Valois, a sua volta fratello di Filippo il Bello, escludendo dalla successione tutte le figlie dei precedenti sovrani e in particolare Isabella, figlia di Filippo il Bello, moglie di Edoardo II d'Inghilterra e madre di Edoardo III. Il conflitto dinastico venne alla luce nel 1337 allorché, in risposta al tentativo di Filippo VI di sequestrare i feudi inglesi in Aquitania, Edoardo III si proclamò re di Francia. A tali motivazioni si aggiungeva l'appoggio dato dall'Inghilterra alle città della Fiandra in rivolta contro il conte e l'ingerenza inglese nella successione in Bretagna, regioni alle quali la monarchia francese intendeva imporre un più solido vincolo di vassallaggio.
La prima fase del conflitto fu favorevole agli inglesi. Le battaglie iniziarono a Crécy, 26 agosto 1346. Gli inglesi posero il loro accampamento in un’altura, decisione del tutto strategica, poiché da un lato c’era la foresta che li copriva e l’altura permetteva di tenere sotto controllo il nemico. Questa battaglia fu vinta dagli inglesi, che portarono una nuova arma a cui i francesi non erano pronti: l’arco lungo, long bow.
L’arco lungo è un’arma semplicissima da usare, è formata da un’asta di legno messa in tensione da una corda, e in grado di tirare 10-12 frecce al minuto. Per queste caratteristiche tutti riuscivano ad usarlo. Mentre gli inglese misero in campo l’arco lungo, i francesi usarono la balestra, costituita da un corpo in legno a cui era fissato un arco, che poteva essere di legno o di osso di animale. Sebbene fosse infinitamente più forte di un arco, la balestra richiedeva molto più tempo per la ricarica.
Gli inglesi non si fermarono con la marcia e occuparono Calais, 4 agosto 1347, e continuarono Poitiers, 19 settembre1356. Così la prima fase del combattimento si conclusa con la vincita degli inglese e con il trattato di Brétigny, 1369. In questo trattato si decideva che i britannici che Calais e Guienna era effettivamente loro senza nessun rapporto di vassallaggio, però in cambio il re Inglese doveva rinunciare alla corona francese, questo trattato durò per soli 9 anni.
Fu seguita da una crisi, che dal 1392 agitò il paese in seguito alla follia di Carlo VI e la guerra civile scoppiata nel 1407 fra le fazioni dei borgognoni (il duca di Borgogna, Giovanni il Buono) e degli armagnacchi (duca d’Orleans) aprirono la strada a una nuova invasione inglese. Nella seconda fase della guerra, fra il 1369 e il 1380, la Francia riuscì a riprendere quasi tutti i territori perduti. Questa parte iniziò con la battaglia di Anzicuort, 25 ottobre 1415. L’imperatore inglese, Enrico V, sbarcò in francia nella senna, appoggiato dai borgognoni. Questa volta lo scontro di svolge in una palude, rendendo così la difesa francese difficilissima, addirittura la prima fila dei cavalleria si arenò, bloccando anche la risposta dei balestrieri genovesi.
In seguito nel 1420 Enrico V d'Inghilterra impose il trattato di Troyes e nel 1422 suo figlio Enrico VI fu incoronato re di Francia. Ma quando tutto sembrava essere in mano inglese, la situazione cambiò con la comparsa di Giovanna d’Arco, contadina di 17 anni, che diceva di parlare con Dio, riportando vigore ai francesi. Benché pochi anni dopo fu catturata dal re d’Inghilterra e condannata al rogo per stregoneria il 30 maggio 1431 (senza che il re di Francia abbia mosso un dito per liberarla), i francesi riuscirono a rimpadronirsi di Parigi, 1436, l’Aquitania e Bordeaux, 1450, poi tutta la Francia esclusa Calais, unica città che rimase in mano inglese.
La pace formale seguì soltanto nel 1475. Attraverso le guerre civili che l'accompagnarono in Francia e la seguirono in Inghilterra, la guerra dei Cento anni ebbe l'effetto di indebolire i ceti nobiliari e di rafforzare le strutture statali, facendo inoltre prendere coscienza a entrambe le parti in lotta delle proprie peculiarità "nazionali".
BY Marina Gherazzu
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Giovanna d' Arco
Felice Accame
La furbizia di Giovanna d’Arco
Consapevolezza dell’operare mentale e subalternità
1.
Che un qualche genere di consapevolezza relativa all’operare mentale possa comportare vantaggi alla coppia correlativa di psicoterapeuta e paziente è probabilmente dato per assodato. In linea di massima – dette così genericamente le cose – sarebbe ben strano il contrario. Tuttavia, allorché si tenti di definire più approfonditamente i termini in gioco non tutto fila liscio. E man mano che l’analisi si raffina, ho l’impressione che nulla possa esser più dato per scontato.
2.
Ogni interazione comunicativa può essere considerata una sorta di scommessa molteplice. Innanzitutto, sul codice scelto per comunicare. Poi, sugli elementi costitutivi del codice che vengono selezionati. E poi, ancora, sui processi di metaforizzazione in atto – perché si sa, almeno fin dai tempi di Quintiliano, che la novità linguistica possiede un forte potere attrattivo (e perfino le analisi relative alla percezione pre-natale del linguaggio lo confermano). E’ soltanto dopo aver appurato la condivisione di questi elementi con l’interlocutore che ci si può legittimamente chiedere se la comunicazione è stata anche compresa o se, addirittura, ha persuaso.
3. Ai fini della mia argomentazione, qui, mi sarà sufficiente soffermarmi su una questione cruciale relativa agli elementi costitutivi di quel codice dallo statuto piuttosto incerto che è il linguaggio.
La classificazione di questi elementi costitutivi, infatti, da sempre ha messo in serio imbarazzo gli studiosi, perché la soluzione più nota – quella di porre in rapporto parole e cose – si è rivelata assolutamente impraticabile. Mi è facile fare il disegnino del cavallo a fianco della parola “cavallo”, ma, nel mio lessico, ahimé, c’è dovizia di parole che non riuscirei mai e poi mai ad associare ad alcun disegnino. Qualcuno ha provato e prova tuttora a cavarsela dicendo che alcune parole non significano nulla, ma che “servono a far significare le altre”, ma questa argomentazione rimediata è palesemente insufficiente: tutti abbiamo consapevolezza della differenza tra “amore” e “odio” o di quella fra una “e” ed una “o”. Alla faccia dei filosofi, significano eccome.
4.
Non è nel supermercato ontologico del “mondo” che possiamo trovare i corrispettivi delle parole. Piuttosto sarebbe ora di rivolgere l’attenzione a noi stessi – che qualcosa pur facciamo in concomitanza con l’espressione. Il fatto che questo qualcosa sia rigorosamente privato non implica – come qualcuno vorrebbe – che non venga fatto. Occorrerà trovare la strada giusta per avvicinarlo e per farsene un’idea.
Una delle tante strade possibili, nella seconda metà del secolo scorso, è stata percorsa da Silvio Ceccato e dalla Scuola Operativa Italiana. A loro si deve un modello dell’attività mentale e dei suoi rapporti con il linguaggio ed a loro si deve il fatto che, ad alcune parole – a quelle non associabili ad alcun disegnino – sia stato fatto corrispondere – almeno a livello di ipotesi – costrutti mentali.
5.
E’ in grazia di ciò se, oggi, nei confronti del nostro patrimonio linguistico possiamo assumere un atteggiamento classificatorio che si basa sull’individuazione di quello che Ceccato, contrapponendolo all’empirico, ha chiamato il “categoriale”. “Sedia” e “tavolo”, o “albero” e “scarpa” come “caldo” e “freddo”, voglio dire, designano operazioni mentali come tutte le altre parole – come la “e” e la “o” o l’”anche” e il “tuttavia” -, ma è presumibile che, a differenza delle altre, nella loro costituzione sia intervenuto un atto percettivo. Una “e” od una “o”, come un “bello” od un “giusto”, sembrano sconnesse da percetti particolari, liberi costrutti evolutisi nel tempo e tramite i quali organizzarsi un mondo evoluzionisticamente vantaggioso secondo specifici rapporti.
6.
Ora, mentre è possibile, ma veramente arduo, portare alla crisi un’interazione comunicativa basata sull’individuazione di sedie, tavoli e scarpe, è molto probabile trovarsi nei guai a proposito del giusto, del bello o della causa e dell’effetto. Sui criteri applicativi di certe categorie mentali, in teoria, ci sono ampi margini di libertà – in pratica, dipendono dai rapporti di forze in atto, nella società, nella famiglia, nelle relazioni. Chi non li condivide paga subendo stigmi ed esclusione.
7.
Dalla mancata consapevolezza in ordine all’origine ed all’applicazione del categoriale proviene sofferenza individuale e sofferenza sociale. Non si pensi soltanto alla norma estetica o alla norma etica, ma si pensi anche allo stessa concessione dello statuto di “reale” e di “vero”, o applicazione incontrollata della categoria di “niente”, “nulla”, “vuoto”, “zero”, “in-finito”, “inizio”, “fine”, etc. – tutte fonti di angosciose contraddizioni qualora ci si provi a ricondurle a qualcosa di fisico.
8.
Non dico che tutta la sofferenza derivi da lì, dico che da lì può derivarne sofferenza – come, purtroppo, da altre fonti. La storia della filosofia – e delle scienze che, consapevolmente o meno, ad una teoria della conoscenza fanno riferimento - è zeppa di spacciatori di mentale come fisico. La materia, l’energia, l’atomo, lo spazio, il tempo, la stessa causa e lo stesso effetto ne sanno qualcosa. Fatto è che si preferisce il “dato” al “costruito”, il “trascendente” all’”immanente”, perché l’Autorità non si regge tanto sul consenso quanto sull’esercizio del potere. E se il potere proviene da Dio, dalla Natura o dalla Storia è giustificato a prescindere dal modo in cui è esercitato.
9.
Questo stato di cose ha comportato e comporta vittime. Sofferenze da inconsapevolezza, indotte da una cultura del dato e del trascendente nei confronti del quale si può soltanto rassegnarsi a subire. Non solo ci viene imposto un mondo bello e fatto, ma anche il campionario dei valori da usare nei suoi confronti.
La fisicalizzazione del mentale ci priva di ogni libertà e, al contempo, di ogni responsabilità: al protagonista attivo, costruttore con gli altri di un suo mondo che comunque con quello degli altri deve misurarsi, si preferisce il consumatore passivo di un mondo uguale per tutti d’autorità.
10.
La matrice politica del marchingegno è evidente: chi sta dalla parte alta dell’asimmetria sociale gode di vantaggi nel momento in cui chi sta nella parte bassa attribuisce la propria condizione alle cose stesse, a come vanno e devono andare le cose al mondo, ad una regolamentazione trascendente dei rapporti umani. In quest’ultimo, poi, il senso di impotenza reitera la sottomissione.
11.
Tocca dunque allo psicoterapeuta liberare il paziente dal pesante fardello storico degli investimenti categoriali deviati. Dopo essersi liberato di quelli che concernono direttamente il suo apparato metodologico e la definizione della sua relazione con il paziente, ovviamente.
Facendosi poche illusioni, però, perché l’assegnazione di responsabilità a chicchessia e checchessia di esterno e di intangibile da noi è pur sempre la soluzione meno faticosa dal punto di vista della contrattazione sociale.
12. La Giovanna d’Arco nella versione di Bernard Shaw ce ne dà un’acuminata conferma. Nella Scena Prima del dramma, allorché il capitano Roberto di Baudricourt la interroga nel vano tentativo di capirla, Giovanna dice: “Sento delle voci che mi dicono cosa fare. Vengono da Dio”, e Roberto prova a stroncarla immediatamente – “Vengono dalla tua fantasia” -, lei replica, prontissima, “Certo. E’ così che ci arrivano i messaggi da Dio”.
Riferimenti bibliografici
S. Ceccato, Il maestro inverosimile, vol. 1 e 2, Bompiani, Milano 1970
S. Ceccato, Freud oggi: considerazioni di indole metodologica, in “Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria”, XXXI, fascicolo IV, Milano, luglio-agosto 1970, pp. 330-351.
S. Ceccato, La mente vista da un cibernetico, Eri, Torino 1972
G. Vaccarino, Scienza e semantica, Melquiades, Milano 2006
E. Von Glasersfeld, Il costruttivismo radicale, Società Stampa Sportiva, Roma 1998
E. Von Foerster e E. V Glasersfeld, Come ci si inventa, Odradek, Roma 2001
F. Accame, La funzione ideologica delle teorie della conoscenza, Spirali, Milano 2002
F. Accame, Le metafore della complementarità, Odradek, Roma 2006
B. Shaw, Santa Giovanna, Mondatori, Verona 1957
(Schema della relazione presentata al 1° Convegno di Psicologia Trasparente, “Misurare l’immateriale”, a Milano, il 17 febbraio 2006)
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Giovanna d' Arco
Elizabeth
The Golden Age
Un film di Shekhar Kapur. Con Cate Blanchett, Geoffrey Rush, Clive Owen, Rhys Ifans, Jordi Mollà, Abbie Cornish, Samantha Morton. Genere Drammatico, colore 114 minuti. - Produzione Gran Bretagna, Francia 2007. - Distribuzione Universal Pictures
Trama:
Filippo di Spagna insieme a Maria Stuart, cugina di Elisabetta d'Inghilterra, cospirano contro quest'ultima con l'intento di riportare oltre manica il cattolicesimo e far cadere la regina dal suo trono. Fortunatamente il fidato Sir Francis Walsingham, si fa in quattro per sventare qualsiasi tentativo di complotto.., ma non può far niente per proteggere la sua regina dalla fragilità che le pene d'amore le recano proprio mentre é impegnata nei preparativi di guerra... Il film é il secondo capitolo di una trilogia che il regista dedica alla sovrana britannica.
Recensioni:
Cate Blanchett è magnifica in Elizabeth-The Golden Age, film inglese diretto dal pakistano Shekar Kapur, in cui riprende il gran personaggio che la rese famosa nel 1998: Elisabetta I Tudor, Regina d'Inghilterra, figlia dichiarata illegittima di Enrico VIII e di Anna Bolena, regnante sul suo Paese per oltre 40 anni dal 1558 al 1603, amante di molti uomini, detta la Regina Vergine (non si sposò nè ebbe figli, e per quel soprannome sir Walter Raleigh, esploratore e pirata, battezzò Virginia una regione del Nuovo Mondo americano) e detta anche dai nemici Bastarda, raccontata in una ventina di film, impersonata dalle attrici migliori (Sarah Bernhardt, Bette Davis, Glenda Jackson, Judi Dench).
Truccata in viso con biacca candida, ornata di perle candide, paragonata alla candida Luna, montata su un cavallo bianco, Cate Blanchett è davvero magnifica anche in corazza d'argento e parrucca da guerra (lunghi capelli sciolti) mentre, come Enrico V-Laurence Olivier prima della battaglia di Azincourt, arringa i suoi soldati. Amanti a parte, la vita della regina fu rischiosa: erano tempi turbolenti, ardeva la guerra di religioni tra i cattolici spagnoli del re Filippo e i protestanti o «cattolici senza Papa» inglesi; dalla Scozia della regina Maria Stuarda (poi decapitata) si moltiplicavano complotti, attentati e congiure contro il regno di Elisabetta (e il film salta da un posto all'altro, provocando qualche confusione).
La regina che non voleva marito né erede doveva preservare con fatica la propria libertà; era possibile una vittoria degli spagnoli che «portano con sé l'Inquisizione; dobbiamo vincerli, o non ci sarà più libertà in Inghilterra». La Invincibile Armata navale spagnola issava bandiere rappresentanti Cristo seminudo alla tortura; la figlia bambina del re di Spagna giocava piantando spilloni nel corpo d'una bambola rappresentante la regina inglese. Elizabeth-The Golden Age è storicamente abbastanza preciso e ha, s'è detto, una protagonista di portamento e recitazione più che regali.
Solo raramente il film azzarda cadute sentimentali o episodi abusivi: all'inizio l'espansivo affetto della regina per la favorita dama d'onore Bess Throckmorton (Abbie Cornish) sembra effetto d'un innamoramento (non se ne seppe mai nulla); più tardi la regina chiede di darle un bacio a sir Walter Raleigh (Clive Owen mascherato da Errol Flynn, mentre la pittura d'epoca lo rappresenta come un vero dandy); Maria Stuarda (Samantha Morton), nota per la sua promiscuità con gli uomini, viene quasi sempre mostrata inginocchiata in preghiera; quando gli inglesi vincono la grande battaglia navale, sprofondano sott'acqua un Crocefisso e un cavallo nuotatore.
Gli spagnoli, re (Jordi Molla) compreso, sono tutti nero-lividi, di aspetto lugubre. Sono belli i costumi, semplificati rispetto a una realtà molto più adorna e carica di preziosi. E' insopportabile la tonante musica corale eroica. Polpettone? Un po', sì: ma si dovrà anche riflettere al fatto che, senza polpettoni anche più brutti, molti neppure saprebbero mai chi era Maria Antonietta regina di Francia.
Lietta Tornabuoni Da La Stampa, 20 ottobre 2007
Lo stesso dio, invocato da spagnoli e inglesi nel conflitto del 1588, non poteva accontentare entrambi. Per la marina ispanica fu la peggiore batosta della storia, come sottolinea nel finale il film, con la disfatta della Invincible Armada. Atto secondo della paventata trilogia sulla regina ad opera del regista Shekhar Kapur (che nove anni fa diresse il precedente), Elizabeth: the golden age privilegia - con spettacolare sfarzo - il mito e le romanzesche congetture private sulla vita a corte e sul complotto che portarono al trono Maria Stuarda. Con finalità altalenanti. Stigmatizza infatti la guerra di religione, colando esplicitamente a picco croci e calici per il bene del libero pensiero e della tolleranza, minacciati dall'oscurantismo inquisitorio. Ma serpeggia anche del nazionalismo nella grottesca personificazione di Filippo II e del suo ambasciatore, o nell'ironia riservata a chi parla uno stentato inglese (uno dei pretendenti sposi). L'opera è una celebrazione della vittoria nell'impari battaglia navale - ottenuta grazie ad abilità ed astuzia di Sir Drake - così come sembra soprattutto un curioso atto di devozione, da parte dei sudditi delle colonie britanniche (Kapur è anglo-indiano, gli attori Cate Blanchett, Geoffrey Rush, Abbey Cornish australiani), verso Elisabetta.
Federico Raponi Da Liberazione, 26 ottobre 2007
Nella scena più divertente di Elizabeth - The Golden Age, diretto come il primo dall'indiano Shekhar Kapur, Elisabetta I d'Inghilterra passa in rassegna con malcelata ironia i candidati a liberarla dal suo titolo di "regina vergine". Ogni pretendente è preceduto da un suo ritratto e da un colorito gruppetto di dignitari. Ma il re di Svezia è troppo matto, il granduca d'Austria troppo giovane, per Ivan il Terribile basta la parola... L'unico che potrebbe conciliare ragione di Stato e ragioni del cuore è il corsaro Walter Raleigh, che non regna sulla terraferma bensì sull'Oceano. E dalle sue scorrerie nel Nuovo Mondo ha riportato indigeni, patate, tabacco, pellirossa. Oltre a un nuovo Stato battezzato Virginia in suo onore..
Naturalmente non se ne farà nulla. […]
Questo però è solo il lato intimo, alla resa dei conti il migliore, di un fastoso filmone che fa di tutto per mantenersi in equilibrio fra pubblico e privato, ma non sa mai fino a che punto prendersi sul serio.
Come se stavolta Kapur, zavorrato da uno script (sceneggiatura, ndr) assai disinvolto ma attento alla grande Storia (e ai parallelismi col nostro cupo presente), faticasse a ritrovare quello stravagante esotismo a rovescia che faceva la bellezza del primo Elizabeth. Contentandosi di colorire il quadro con pennellate più o meno sapienti e di stendere sotto alle immagini, già potenti, un invadente tappeto musicale che anziché esaltarle finisce per annegare ogni cosa in un'appiccicosa salsa sonora.
Per fortuna c'è la sempre magnifica Cate Blanchett, che incarna con sorvegliata passione lo strazio della sovrana divisa fra i propri tormenti personali e i doveri della regnante in guerra su due fronti, facendoci perfino dimenticare di essere troppo più giovane e bella dell'originale (52enne nel 1585). Ma la libertà e la follia del primo film, che risale all'ormai remoto 1998 (tre anni prima dell'11 settembre con tutto ciò che è seguito) restano un traguardo irraggiungibile per questo sequel. […]
Fabio Ferzetti Da Il Messaggero, 20 ottobre 2007
[…] Questo film è diverso da tutti: il regista Shakar Kapur, 62 anni, indiano anglicizzato, ha un vero talento per la magnificenza dei cerimoniali del lusso e del potere, ricalcata sulla pittura d'epoca; e una certa banalità (derivante forse da estraneità e assunzione di luoghi comuni) nel racconto della Storia e dei personaggi. […]
Lietta Tornabuoni Da L’Espresso, 8 novembre 2007
[…] E' la golden age, il trionfo dell' impero che sconfigge i «cattivi», i cattolici spagnoli di Filippo II (equiparato dal regista a Bin Laden) e l' Invincibile Armada, nonché la pia rivale in catene Maria Stuarda. […] Riassuntino sontuoso, ma anche banale in cui, tra i corridoi della privacy di palazzo (scenografia degna della Scala anni ' 50) non fa capolino alcuna attualità morale ma solo uno spirito kolossal che finisce in battaglia navale e ci deposita nell' inconscio il malinconico e intrepido viso della Blanchett.
Maurizio Porro Da Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2007
[…] Elizabeth: The Golden Age si tinge tutto d'oro tra sontuose parrucche e sete fruscianti, morbidi velluti, preziosi broccati e lucenti armature capaci di trasformare la viscerale e vulnerabile Cate Blachett (al suo primo sequel) in una coraggiosa e fiera Giovanna d'Arco. Già candidata all'Oscar per Elizabeth (1998), l'attrice si prenota per una seconda nomination per lo stesso ruolo, mentre Clive Owen regala la necessaria sfacciataggine al suo affascinante pirata gentiluomo. Nel conflitto tra fondamentalismo e tolleranza, ragioni di Stato e ragioni del cuore, la figura di Elizabeth emerge in tutta la sua straordinaria attualità, capace di parlare alle donne del XXI secolo. […]
da Ciak, novembre 2007
La frase:
ELIZABETH: Non sarò lo zimbello del fato!
Nella scena più divertente di Elizabeth - The Golden Age, diretto come il primo dall'indiano Shekhar Kapur, Elisabetta I d'Inghilterra passa in rassegna con malcelata ironia i candidati a liberarla dal suo titolo di "regina vergine". Ogni pretendente è preceduto da un suo ritratto e da un colorito gruppetto di dignitari. Ma il re di Svezia è troppo matto, il granduca d'Austria troppo giovane, per Ivan il Terribile basta la parola... L'unico che potrebbe conciliare ragione di Stato e ragioni del cuore è il corsaro Walter Raleigh, che non regna sulla terraferma bensì sull'Oceano. E dalle sue scorrerie nel Nuovo Mondo ha riportato indigeni, patate, tabacco, pellirossa. Oltre a un nuovo Stato battezzato Virginia in suo onore..
Naturalmente non se ne farà nulla. Elizabeth ha troppi nemici per pensare a sé. La cugina cattolica Maria Stuarda trama nell'ombra. Il cattolicissimo Filippo II di Spagna si prepara a muoverle contro la sua "Invincible Armada". E anziché concedersi al piacente Raleigh (troppo piacente: malgrado il pizzetto alla Errol Flynn, il levigato Clive Owen non ha il luccichìo luciferino del ruolo), o almeno seguirlo nei suoi viaggi (altro spunto che il film sfrutta a metà), l'ascetica sovrana spingerà fra le sue braccia una cortigiana. Salvo infuriarsi in modo assai poco aristocratico quando la ragazza, incinta, lo sposerà di nascosto e cattolicamente per giunta.
Questo però è solo il lato intimo, alla resa dei conti il migliore, di un fastoso filmone che fa di tutto per mantenersi in equilibrio fra pubblico e privato, ma non sa mai fino a che punto prendersi sul serio.
Come se stavolta Kapur, zavorrato da uno script (sceneggiatura, ndr) assai disinvolto ma attento alla grande Storia (e ai parallelismi col nostro cupo presente), faticasse a ritrovare quello stravagante esotismo a rovescia che faceva la bellezza del primo Elizabeth. Contentandosi di colorire il quadro con pennellate più o meno sapienti e di stendere sotto alle immagini, già potenti, un invadente tappeto musicale che anziché esaltarle finisce per annegare ogni cosa in un'appiccicosa salsa sonora.
Per fortuna c'è la sempre magnifica Cate Blanchett, che incarna con sorvegliata passione lo strazio della sovrana divisa fra i propri tormenti personali e i doveri della regnante in guerra su due fronti, facendoci perfino dimenticare di essere troppo più giovane e bella dell'originale (52enne nel 1585). Ma la libertà e la follia del primo film, che risale all'ormai remoto 1998 (tre anni prima dell'11 settembre con tutto ciò che è seguito) restano un traguardo irraggiungibile per questo sequel. E in tanto rutilare di scene, costumi, parrucche, ci si sorprende a immaginare cosa avrebbe potuto fare di un copione simile, poniamo, Almodovar. Magari con un cast tutto en travesti...
Fabio Ferzetti Da Il Messaggero, 20 ottobre 2007
Escono nei cinema, alla svelta per fruire della pubblicità, i film appena visti e recensiti alla Festa del cinema di Roma: Un'altra giovinezza di Coppola, Giorni e nuvole di Soldini, Seta di Girard e lo splendente, fastoso Elizabeth: The Golden Age dell'indiano anglicizzato Shakar Kapur, 62 anni, già autore nel 1998 di Elizabeth. Il grande personaggio, Elisabetta I Tudor, sovrana d'Inghilterra dal 1558 al 1603, figlia dichiarata illegittima di Enrico VIII e di Anna Bolena, amante di molti uomini, detta la Regina Vergine (non si sposò né ebbe figli, e per quel soprannome sir Walter Raleigh, esploratore e pirata, battezzò Virginia una regione del Nuovo Mondo americano), detta anche dai nemici Bastarda, è stato raccontato in una ventina di film. Hanno impersonato la regina le attrici migliori, Sarah Bernhardt, Bette Davis, Glenda Jackson, Judi Dench, Helen Mirren: ma nessuna è stata adatta e magnifica quanto Cate Blanchett, che aveva già recitato la regina in Elizabeth.
Il film lussuoso e popolare, molto ben fatto, storicamente abbastanza preciso, racconta soprattutto la guerra di religioni tra cattolici spagnoli e «cattolici senza Papa» inglesi, e l'amicizia della regina per Raleigh.
Lietta Tornabuoni Da La Stampa, 26 ottobre 2007
Si poteva anche intitolarlo "Elizabeth 2", perché già nel 1988 lo stesso regista, con la stessa meravigliosa protagonista Cate Blanchett, avevano fatto un "Elisabeth" molto fortunato: ma il regno della grande sovrana d'Inghilterra fu così lungo (1558-1603), i suoi amanti furono così numerosi, che si potrebbe fare parecchi altri film (sinora sono una ventina, interpretati da attrici come Bette Davis, Glenda Jackson, Judi Dench, Helen Mirren). Questo film è diverso da tutti: il regista Shakar Kapur, 62 anni, indiano anglicizzato, ha un vero talento per la magnificenza dei cerimoniali del lusso e del potere, ricalcata sulla pittura d'epoca; e una certa banalità (derivante forse da estraneità e assunzione di luoghi comuni) nel racconto della Storia e dei personaggi. Elisabeth - The Golden Age si occupa soprattutto della guerra di religione tra cattolici spagnoli e protestanti inglesi; e dell'amicizia della sovrana per sir Walter Raleigh, navigatore, esploratore, pirata. Elizabeth I Tudor era la figlia dichiarata illegittima di Enrico VIII e di Anna Bolena; il regista è ovviamente dalla parte della sua protagonista, però è strano che gli spagnoli, compreso il re, siano rappresentati tutti come personaggi risentiti e lividi, nerovestiti sempre, con croci e rosari tra le dita, accaniti nel chiamare la nemica Bastarda, mentre la figlia bambina del re gioca piantando spilloni nel corpo di una bambola rappresentante la regina inglese. Nello stesso modo, è piuttosto abusivo immaginare Maria Stuarda, alla quale gli uomini piacevano molto, costantemente inginocchiata in preghiera; e Walter Raleigh, che era un dandy con l'orecchino di perla simbolo della regina, come un muscolare bruno con baffetti alla Douglas Fairbanks o alla Errol Flynn. Ma Elisabeth è magnifica di splendore, fasto, regalità, e Cate Blanchett la recita benissimo: è lei a rendere il film divertente, affascinante, a suo modo grandioso.
Lietta Tornabuoni Da L’Espresso, 8 novembre 2007
Lo stesso dio, invocato da spagnoli e inglesi nel conflitto del 1588, non poteva accontentare entrambi. Per la marina ispanica fu la peggiore batosta della storia, come sottolinea nel finale il film, con la disfatta della Invincible Armada. Atto secondo della paventata trilogia sulla regina ad opera del regista Shekhar Kapur (che nove anni fa diresse il precedente), Elizabeth: the golden age privilegia - con spettacolare sfarzo - il mito e le romanzesche congetture private sulla vita a corte e sul complotto che portarono al trono Maria Stuarda. Con finalità altalenanti. Stigmatizza infatti la guerra di religione, colando esplicitamente a picco croci e calici per il bene del libero pensiero e della tolleranza, minacciati dall'oscurantismo inquisitorio. Ma serpeggia anche del nazionalismo nella grottesca personificazione di Filippo II e del suo ambasciatore, o nell'ironia riservata a chi parla uno stentato inglese (uno dei pretendenti sposi). L'opera è una celebrazione della vittoria nell'impari battaglia navale - ottenuta grazie ad abilità ed astuzia di Sir Drake - così come sembra soprattutto un curioso atto di devozione, da parte dei sudditi delle colonie britanniche (Kapur è anglo-indiano, gli attori Cate Blanchett, Geoffrey Rush, Abbey Cornish australiani), verso Elisabetta. Da un lato, vergine guerriera - in armatura come Giovanna d'Arco - che con polso fermo consacra la propria esistenza al regno. Dall'altra, trasformata - con poca etichetta - in donna costretta dal proprio ruolo a resistere, a volte a stento e con reazioni isteriche, alle normali pulsioni emotive-sessuali. In entrambi i casi mettendo a disposizione il palcoscenico a Blanchett, protagonista assoluta.
Federico Raponi Da Liberazione, 26 ottobre 2007
Ancora Elisabetta I, la Regina vergine, insomma Bette Davis, oggi sostituita dalla camaleontica, istrionica, espressiva Cate Blanchett, per la seconda volta negli stessi sontuosi abiti regali sempre diretta dall' indiano Shekhar Kapur. E' la golden age, il trionfo dell' impero che sconfigge i «cattivi», i cattolici spagnoli di Filippo II (equiparato dal regista a Bin Laden) e l' Invincibile Armada, nonché la pia rivale in catene Maria Stuarda. Ma perde i sentimenti: una sua ancella, un'altra Elizabeth, le ruba sir Walter Raleigh (Clive Owen, a disagio nei costumi a sbuffo), così non le resta che l' amaro sapore del potere. Single. Riassuntino sontuoso, ma anche banale in cui, tra i corridoi della privacy di palazzo (scenografia degna della Scala anni ' 50) non fa capolino alcuna attualità morale ma solo uno spirito kolossal che finisce in battaglia navale e ci deposita nell' inconscio il malinconico e intrepido viso della Blanchett. VOTO: 6,5
Maurizio Porro Da Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2007
Mentre difende il trono d'inghilterra dai complotti della cugina Maria Stuarda e dagli intrighi di un megalomane Filippo Il re di Spagna, deciso a convertire il mondo intero al cattolicesimo, Elizabeth vacilla al cospetto di Walter Raleigh, avventuriero capace di turbare nel profondo la leggendaria vergine di ferro. Lei ha sempre sognato un uomo così, e per non rinunciare a lui lo affida alle cure della sua dama di corte preferita scoprendo tradimento e gelosia. La sovrana resterà senza un marito-padrone, madre di tutti gli inglesi, grata a Dio per la forza di sopportare tanta libertà. Secondo spettacolare capitolo della probabile trilogia dedicata da Shekhar Kapur alla regina che governò il suo popolo per 44 anni (il terzo dovrebbe raccontare la sua morte), Elizabeth: The Golden Age si tinge tutto d'oro tra sontuose parrucche e sete fruscianti, morbidi velluti, preziosi broccati e lucenti armature capaci di trasformare la viscerale e vulnerabile Cate Blachett (al suo primo sequel) in una coraggiosa e fiera Giovanna d'Arco. Già candidata all'Oscar per Elizabeth (1998), l'attrice si prenota per una seconda nomination per lo stesso ruolo, mentre Clive Owen regala la necessaria sfacciataggine al suo affascinante pirata gentiluomo. Nel conflitto tra fondamentalismo e tolleranza, ragioni di Stato e ragioni del cuore, la figura di Elizabeth emerge in tutta la sua straordinaria attualità, capace di parlare alle donne del XXI secolo. E conferma la grande passione del momento per una regina che anche in tv ha trovato popolarità grazie a Helen Mirren.
da Ciak, novembre 2007-
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Giovanna d' Arco
Storia
LA RIVOLTA DEI CIOMPI
La rivolta dei Ciompi avvenne a Firenze. Questa rivolta sociale scoppiò nel 1378 e fu detta rivolta dei Ciompi perché i Ciompi erano i cardatori della lana (il nome ciompo è dispregiativo) Questi facevano parte del popolo minuto che si contrapponeva al popolo grasso. Nonostante fossero di numero elevato, circa 10.000, non avevano un’arte cioè, una corporazione che poteva proteggerli come lavoratori. Nel 1378 il governo concesse ai Ciompi di diventare arte minore, ma essi (in un secondo tempo) non si accontentarono a la rivolta si allargò. Il governo per placare questa rivolta intervenne con la forza e tolse loro anche il diritto di far parte di un’arte minore. Tutto iniziò e finì nel 1378.
RIVOLTE IN INGHILTERRA
Le rivolte scoppiarono grazie a Wycliffe, il quale voleva far conoscere e mettere in atto le sue dottrine:
- la chiesa era troppo ricca: doveva seguire l’esempio di Gesù, che era povero. Questo punto delle sue teorie non andava bene alla chiesa ma i nobili erano dalla sua parte.
- secondo Wycliffe non ci dovevano essere distinzioni fra le classi sociali. Questo punto non andava bene ai nobili.
Queste dottrine erano ispirate alla Bibbia. Wycliffe non scendeva mai in piazza per esporre le sue teorie, ma un suo seguace il prete John Ball, scese in piazza per rendere ancor più pubbliche le sue idee e venne appoggiato dai Lollardi. Il nome Lollardo deriva da lollium che significa zizzania. I Lollardi erano detti i seminatori di zizzania. Nel 1381 i Lollardi guidarono delle rivolte contadine che vennero poi placate con la forza per l’intervento dei nobili sempre.
IL DECLINO DEI POTERI UNIVERSALI
Nascendo le monarchie nazionali, l’imperatore si limiterà ad avere sempre meno potere e a conservare una figura puramente simbolica. L’ imperatore che riuscirà a far valere la sua personalità sarà Carlo V. Il papato va in crisi perché nel 1302 subisce l’esilio avignonese e quando la sede pontificia tornò a Roma (1377) ci fu lo scisma (1378). In quel periodo si arrivò ad avere prima due e poi tre Papi. Il primo scisma si era avuto nel 1054: il cosiddetto scisma d’oriente, quando la chiesa ortodossa si separò da quella cattolica romana. Un altro scisma si ebbe nel 1517 quando Lutero pubblicò le 95 tesi contro la Chiesa ed infine nel 1534 con la separazione della chiesa anglicana. Lo scisma che si aprì dopo l’esilio avignonese 1378-1417 raggiunse il suo punto massimo nel 1409 con il concilio di Pisa al quale parteciparono i rappresentanti della curia avignonese e di quella romana. Si ebbe il punto massimo perché vennero eletti contemporaneamente tre papi. Visto che non si poteva più continuare con questo clima, l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo convocò il Concilio di Costanza nel 1414. L’imperatore voleva riappacificare le cose fra le tre curie (romana, avignonese, pisana) perché l’unità religiosa favoriva quella politica. Dopo alcuni anni di discussione i tre Papi vennero allontanati e venne eletto come papa Martino V con sede pontificia a Roma. Il primo concilio venne convocato dal successore di Gesù, Giacomo, a Gerusalemme nel 45-50, ma viene preso in considerazione come primo, il concilio di Nicea convocato da Costantino nel 325 contro l’Arianesimo. L’ultimo venne convocato nel 1962 dal Papa Giovanni XXIII e poi chiuso da Paolo VI nel 1965. Durante il concilio di Costanza emerse la supremazia dei vescovi sul papa. Questo potere in possesso dei vescovi (conciliarismo) era emerso nelle tesi dell’ideologo Marsilio da Padova. Il Papa Pio II nel 1459 scrisse una bolla con la quale condannava il conciliarismo. A Costanza oltre che a prendere in visione le tesi di Marsilio da Padova, si diede spazio ad un professore di teologia dell’università di Praga, Jan Hus, il quale, ispirato da Wycliffe volle presentare le sue idee:
- la chiesa doveva ritornare all’ essenzialità evangelica, cioè la chiesa doveva abbandonare il lusso;
- su ispirazione di Ball, prese le difese dei contadini disagiati e fece una petizione a loro favore;
- propose l’autonomia regionale della Boemia, che a quell’epoca era sotto il controllo del regno di Germania.
La prima tesi irritò i vescovi e la terza irritò l’imperatore cosi all’unanimità decisero di condannarlo a morte. Così fecero, lo imprigionarono e incatenato, lo trascinarono fino nella piazza di Praga dove venne bruciato vivo (in questa piazza ora c’è una statua in suo onore). A Hus si ispirarono due movimenti: quello dei Taboriti e quello degli Utraquisti. Taboriti deriva da Tabor, i monte dove Gesù si trasfigurò. Questo gruppo assunse questo nome perché seguendo Hus, credeva in una chiesa trasfigurata, cioè più spirituale. Utraquisti deriva da utraque che in latino significa entrambi cioè, l’uno e l’altro. Costoro adottarono questo nome perché durante l’eucaristia volevano che non solo il prete, ma anche i fedeli, in quanto battezzati, potessero ricevere sia il pane che il vino. Inoltre chiesero di introdurre come lingua principale nelle liturgie il volgare e non il latino.
LA BOLLA D’ORO
E’ una bolla emanata dall’imperatore Carlo IV nel 1356; è una bolla che stabilisce le norme di elezione dell’imperatore. Stabilisce che gli elettori siano sette e quindi di numero dispari: 3 elettori ecclesiastici (l’Arcivescovo di Magonza, di Colonia e di Treviri) e i 4 principi laici (il re bi Boemia, il duca di Brandeburgo, il duca di Sassonia e il conte del Palatinato).
LA GUERRA DEI CENT’ANNI
Cause della guerra:
- la causa principale è di motivo dinastico perché dopo la morte del re di Francia non si sapeva chi potesse essere il suo successore in quanto c’era in vigore la legge salica. Secondo questa legge il successore doveva essere maschio. Edoardo III volle rivendicare il suo diritto al trono essendo figlio di Isabella, ma dal senato francese venne eletto re Filippo VI e cosi Edoardo III non volendo “perdere l’occasione” iniziò la guerra.
Possiamo dividere questa guerra in 5 fasi:
1° fase: la guerra inizia nel 1328 quando muore Carlo IV anche se qualcuno dice che nel 1337 le truppe inglesi sbarcarono sulle coste francesi Di fatto le ostilità iniziarono nel 1346 con la battaglia di Crecy e la guerra terminò nel 1453 a Bordeaux. La prima fase è una fase tutta favorevole agli inglesi e vincono due importanti battaglie, a Crecy (1346) e a Poitiers (1356). Ebbero la meglio sui francesi perché avevano introdotto nuove armi, come l’arco con il quale potevano scoccare 8 frecce al minuto e la balestra. Questa prima fase si concluse con il trattato di Brétigny. Gli inglesi avevano preso come ostaggio Giovanni II e chiesero un enorme riscatto ai francesi. Giovanni promise di pagare il riscatto, ma il regno non aveva tutti quei soldi da pagare, così si riconsegnò come ostaggio e mori nel 1364 in esilio in Inghilterra.
2° fase: si nota un leggero tentativo di supremazia da parte degli inglesi. Carlo V riprese le ostilità per due motivi: a) perché si avvalse della collaborazione di un grande condottiero, Bertrand du Guesclin e b) perché aveva introdotto le nuove armi come il cannone e l’arco usato in precedenza dagli inglesi. I cannoni funzionavano con la polvere da sparo che venne inventata dai cinesi. È composta da nitrato di potassio, carbone e zolfo. I cinesi la usarono già nel X secolo.
3°fase: guerra civile francese; iniziò tutto nel momento in cui morì Carlo V e gli subentrò CarloVI ancora dodicenne ed essendo minorenne le famiglie imparentate volevano arrivare al potere. Le famiglie erano quella dei Borgognoni con a capo Giovanni senza paura e la famiglia degli Armagnacchi. Crescendo il re cominciò a dare segni di pazzia e i francesi schierandosi chi da una parte e chi dall’altra, diedero vita ad una guerra civile. Gli Armagnacchi erano più dalla parte della famiglia del re e volevano eleggere come re il fratello; i Borgognoni invece chiesero aiuto agli inglesi e nel 1407 Luigi d’Orleans.
4° fase: questa fase vede il ritorno degli inglesi sul suolo francese grazie alla richiesta di auto da parte dei Borgognoni. Gli inglesi erano guidati da Enrico V il quale nella battaglia di Azincourt nel 1415 sconfisse i francesi. Dopo una serie di battaglie, nel 1420 si arrivò al trattato di Troyes. In questo trattato Enrico V impose di sposare la figlia di Carlo VI, Caterina e candidò se stesso o il proprio figlio come successore del re di Francia. Ma nel 1422 quando morirono sia Enrico V che Carlo VI e il figlio di Enrico V, Enrico VI era troppo piccolo (un anno e mezzo) per cingere la corona inglese e francese.
5°fase: questa fase ha come protagonista Giovanna d’Arco; ella era di Orléans e sentendosi ispirata da Dio incoraggiò i francesi a prendere le armi e Carlo a diventare re di Francia. Così Carlo si recò nella cattedrale di Reims e si fece incoronare re, col nome di Carlo VII (1429). Nel 1431 Giovanna d’Arco venne catturata, processata e mandata al rogo con l’accusa di stregoneria. I francesi si sentirono più motivati e continuarono a combattere fino al 1453 quando conquistarono Bordeaux, l’ultima fortezza rimasta agli inglesi. Questi ultimi si ritirarono e tennero il controllo solamente su Calais. Così finì la guerra.
LA FRANCIA DOPO LA GUERRA DEI CENT’ANNI
All’indomani della guerra, il regno di Francia si trovò compatto attorno al suoi re, infatti bisogna dire che in quanto vincitore acquistò molta popolarità:la monarchia ha salvato la Francia. Si assiste invece all’indebolimento dell’aristocrazia francese, i nobili avevano partecipato alla guerra come condottieri e molte famiglie erano venute meno. La classe contadina doveva combattere con la difficile situazione delle campagne che erano state distrutte dalla guerra. Infatti dovettero riorganizzare le semine e i campi. Da ricordare Carlo VII e Luigi XI. Luigi XI si era schierato contro il padre Carlo VII e contestando la sua politica aveva causato dei problemi perché voleva maggiore autonomia giudiziaria. Durante questo periodo sorse il gallicanesimo. È una corrente religiosa che nasce dentro al cattolicesimo. Il re aveva interesse a sostenere il gallicanesimo, perché favoriva maggiore autonomia della chiesa francese dal controllo di Roma. Luigi XI:dovette fare i conti con una rivolta nobiliare, in particolare con il duca di Borgogna, Carlo il Temerario. Egli si era messo contro il re perché voleva l’indipendenza della Borgogna dalla Francia. Ci fu una guerra vinta dalla Francia che inglobò la Borgogna (anche per la morte prematura di Carlo il Temerario. Alla morte di Luigi XI il suo successore Carlo VIII trovò una Francia molto unita. Dopo di lui ci furono Luigi XII e poi Francesco I. Questi tre sovrani, Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I furono gli autori delle discese in Italia perché erano interessati a Milano, Napoli e Genova.
L’INGHILTERRA DOPO LA GUERRA DEI CENT’ANNI
Al termine della guerra dei cent’anni l’Inghilterra sconfitta, trovò la sua vera unità, mettendo ormai da parte il suo interesse sulla Francia. In Inghilterra si era creato un clima di illegalità, dalla Francia arrivarono cinque generazioni di uomini cresciuti con le armi che non sapevano fare altro che combattere. Questi, servendosi delle armi a loro disposizione formarono delle bande che disturbarono il clima sociale. Ed è in questo conteso che scoppiò la guerra delle due rose.
Venne nominata guerra delle due rose perchè le famiglie che si diedero battaglia avevano rappresentate sul loro stemma due rose: i Lancaster la rosa rossa, gli York la rosa bianca. Dopo questa guerra non sopravisse quasi nessuno di entrambe le famiglie ed ebbe la meglio Enrico VII Tudor.
GUERRA DELLE DUE ROSE
Nel 1461 Enrico VI venne destituito e condotto alla torre di Londra dove morì nel 1471; a lui era subentrato Edoardo IV di York. Il culmine della guerra si ebbe dopo due anni. Nel 1483 muore Edoardo IV e gli subentra Edoardo V ma dopo pochi mesi venne assassinato. Gli succedette lo zio Riccardo III che diede inizio ad una vera e propria carneficina. Queste vicende sono “celebrate” da Shakespeare. Temendo di essere assassinato, Riccardo III iniziò a far uccidere anche i suoi parenti. Dopo pochi anni venne ucciso (1485) e prese il potere Enrico VII Tudor (che morì nel 1509). Enrico VII aveva sposato Elisabetta di York ed era figlio della casata dei Lancaster. Dopo di lui il regno passò al figlio Enrico VIII.
MONARCHIE DELLA PENISOLA IBERICA
Il Portogallo, il regno di Leon, il regno di Castiglia, il regno di Navarra, il regno d’Aragona ed il regno di Granada che rimase in mano agli arabi fino al 1492.
Nel 1469 ci fu il matrimonio combinato fra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Questo matrimonio fu molto importante perché servì ad unificare i due regni e successivamente a unificare la Spagna. Il regno di Castiglia aveva inglobato il Leon e nel 1492 inglobò anche il regno di Granada.
Nel 1492 ci fu un editto contro gli ebrei e nel 1502 contro i musulmani chiamati mori. La cacciata degli ebrei impoverì la Spagna perché gli ebrei erano ricchi, ma questo tracollo fu risanato dalle entrate che provenivano dal “nuovo mondo”. Il termine marrano sta per maiale e indica gli ebrei che si erano convertiti solamente per non perdere i beni. Contro queste conversioni false, venne istituito un tribunale di inquisizione. Il più famoso inquisitore fu Tomàs de Torquemada. Gli ebrei erano chiamati anche sefarditi.
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Giovanna d' Arco
Marina Silvestri
VITTORIA COLONNA SIGNORA DI ISCHIA
Trieste - Casa della Musica, 13 novembre 2010
Vittoria Colonna nacque a Marino nel 1490. Appartenente alla nobile famiglia dei Colonna, era figlia di Fabrizio Colonna e di Agnese di Montefeltro, dei Duchi di Urbino, ebbe il titolo di marchesa di Pescara. I Colonna erano alleati della famiglia D’Avalos e, per ragioni di opportunità politica concordarono il matrimonio fra Vittoria e Ferdinando Francesco Ferrante d’Avalos quando Vittoria era ancora una bambina.
Vittoria e Ferrante si sposarono il 27 dicembre 1509 ad Ischia, nel Castello Aragonese.
Il padre di Vittoria, Fabrizio Colonna fu il generale della Lega Santa che combatté contro Luigi XII di Francia ed è il protagonista dell’Arte della guerra di Nicolò Machiavelli, il nipote Marcantonio Colonna comanderà la flotta pontificia contro i Turchi e si distinguerà nella battaglia di Lepanto; mentre il marito Ferrante d’Avalos sarà il capo dell’Armata imperiale di Carlo V in Italia: fatto prigioniero dai francesi nella battaglia di Ravenna nel 1512, morì nel 1925 a causa di gravi ferite riportate nella battaglia di Pavia. Le cronache narrano che Vittoria alla notizia che il marito era morente partì precipitosamente verso Milano a cavallo come una «valchiria in fuga». Fu colta dal lutto in prossimità di Viterbo, cadde da cavallo, svenne, e lì ebbe inizio la tragedia che trasfigurò in poesia.
Dopo la morte del marito, Vittoria visse lunghi anni di depressione, meditò anche il suicidio, poi trovò consolazione nella fede. Lascerà Ischia nel 1536 e si recherà a Roma, con l’intenzione di ritirarsi in convento, ma qui troverà invece nuovo slancio vitale da rapporti intellettuali e spirituali con eminenti personalità del mondo cattolico che chiedevano la riforma della Chiesa.
Intanto il nome di Ischia grazie alla presenza di Vittoria Colonna aveva raggiunto notorietà in tutte le corti europee. «Negli anni del soggiorno di Vittoria Colonna, Ischia diviene crocevia della politica, della religiosità, della cultura …» Prima di lei altre regine avevano valorizzato l’Isola, e Ischia le ricorda perché introdussero nel castello Aragonese la poesia, la letteratura e l’arte: Giovanna d'Aragona, pronipote di Alfonso I, nipote e cugina di Giovanna II regina di Napoli e cognata di Vittoria Colonna, Isabella d’Aragona vedova del duca di Milano Giangaleazzo Sforza, Maria d’Aragona e Costanza d’Avalos a cui va il merito di avere difeso l’isola dai Francesi conservandola al re di Spagna; figlia di Innico I d’Avalos si era ritirata ad Ischia nel 1503 e aveva chiamato alla sua corte molti letterati napoletani come Jacopo Sannazzaro che le dedicò degli scritti, ed anche artisti tra i quali Leonardo Da Vinci. Per alcuni critici è suo il volto della Gioconda, per altri appartiene ad una delle dame di compagnia di Costanza e Vittoria. Negli anni di Vittoria il castello ospitò Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto, Annibale Caro, l'Aretino.
La produzione poetica di Vittoria Colonna si compone di due raccolte: le Rime amorose e le Rime spirituali. Contraria a far circolare le sue opere di cui non autorizzò mai la stampa, raggiunse la notorietà attraverso i manoscritti mandati agli amici, in particolare a Michelangelo Buonarroti, a Francesco della Torre e a Margherita di Navarra.
Le Rime amorose seguono il modello del canzoniere petrarchesco: il tema dominante è legato all'amore per il marito Ferrante e al dolore per la sua perdita. Nell'edizione del 1558 le sue rime sono suddivise "in vita" e "in morte" del marito.
Fra i temi affrontati oltre all’amore e alla trasfigurazione del coniuge in eroe troviamo il motivo della guerra e della mutevolezza del paesaggio ischitano che riflette il suo stato d’animo: prima la felicità, poi il dolore e la solitudine.
Ad esempio nella Pistola de la illustrissima signora Marchesa di Pescara ne la rotta di Ravenna”, dice: «Altri chiedeva guerra, io sempre pace/Dicendo: assai mi fia se il mio marchese / Meco quieto nel suo stato giace/Non nuoce a voi tentar le dubbie imprese;/Ma noi, dogliose, afflitte, che aspettando/ Semo da dubbio e da timor offese!
Dello scoglio di Ischia canterà: «Oh che tranquillo mar, che placide onde solcavo un tempo in ben spalmata barca ! Di bei presidi e d’util merce carca l’aer sereno avea, l’aure seconde…» ma anche: «L’aversa stella mia, l’empia fortuna scoverser poi l’irate inique fronti dal cui furor cruda procella insorge ; venti, piogge, saette il ciel aduna, mostri d’intorno a divorarmi pronti, ma l’alma ancor sua tramontana scorge. » Ed ancora: «D’arder sempre piangendo non mi doglio ; forse avrò di fedele il titol vero, caro a me sovr’ogn’altro eterno onore. /Non cangerò la fe’ né questo scoglio ch’al mio Sol piacque, ove fornire spero come le dolci già quest’amare ore. » E c’è anche l’aspetto mitologico, il richiamo al gigante ribelle Tifeo che Virgilio nel IX libro dell’Eneide racconta sia stato incatenato sotto all’isola:
«…ad un punto, il scoglio dove posa il corpo mio, che già lo spirto è teco, vidi coprir di nebbia tenebrosa, e l’aria tutta mi pareva un speco di caligine nera ; il mal bubone cantò in quel giorno tenebroso e cieco. Il lago a cui Tifeo le membra oppone boglieva tutto, oh spaventevol mostro! il dì di Pasca in la gentil stagione ; era coi venti Eulo al lito nostro, piangeano le sirene e li delfini, i pesci ancor ; il mar pareva inchiostro ; piangean intorno a quel i dei marini, sentend’ad Ischia dir: «Oggi, Vittoria, sei stata di disgrazia a li confini ».
La poesia di Vittoria Colonna era più spirituale, più intrisa di cultura umanista rispetto alle poetesse del Cinquecento, meno passionale di Gaspara Stampa, la Gasparina che afferma «Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto; / piangerò, arderò, canterò sempre / (fin che Morte o Fortuna o tempo stempre /a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto) / la bellezza, il valor e 'l senno a canto »; e, per tematiche e impostazione, dai componimenti della «cortigiana honesta» Veronica Franco; Vittoria non solo assorbì temi propri della cultura rinascimentale, espresse nei versi una ricerca di Dio e una fede temprata dalla lezione di predicatori che pur non abbracciando del tutto il pensiero protestante avevano preso le distanze dalla Chiesa di Roma.
Da ricordare che la donna allora stava emergendo sulla scena culturale e guadagnando lo spazio pubblico. Erano comparse alcune figure di rilievo: a metà del Trecento la scrittrice Christine de Pizan ne Le livre de la Citè des Dames aveva immaginato un città utopica costruita secondo le indicazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia, dove avevano valore di esempio le vite di sante, eroine, poetesse, scienziate, regine dei secoli passati; erano comparsa sulla scena della storia Giovanna d’Arco guerriera e mistica che unificò le armate di Francia contro gli Inglesi; Caterina da Siena che convinse il Papa a ritornare a Roma da Avignone e aveva incarnato un nuovo ruolo per la donna, quello della consigliera, della confidente. Ma sull’estromissione delle donne dalla vita pubblica e dalla cultura pesavano le parole dell’apostolo Paolo nelle Lettere ai Corinzi e agli Efesini in cui si affermava: «Le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea». Il Rinascimento rilesse le parole di Paolo che erano state usate dai suoi esegeti per asservire la donna ed esaltò invece le parti in cui l’apostolo parlava di parità fra uomo e donna. Ed è proprio una rilettura diversa di Paolo quella che fece scaturire in Lutero la dottrina della «giustificazione per fede» : nella teologia paolina infatti l'apostolo dice che colui che avrà fede sarà giustificato da Dio per i meriti di nostro signore Gesù.
Non è un caso che Vittoria Colonna nelle Rime spirituali si richiami alla «pura ardente fede», alla «sopra natural divina fede » alla «viva grazia che dissolve il ghiaccio duro/che sovente si gela n’torno al core» per « presentarlo sol di fede armato al cospetto di Cristo» il quale «non guarda i merto, né l’indegna natura e solo scorge/l’amor che a tanto ardir l’accende e sprona ». Le Rime spirituali divennero un libro di devozione e di preghiera. Come la poetessa poté elaborare questi concetti? Lasciata Ischia aveva incontrato a Napoli Juan de Valdés, un pensatore castigliano profondamente influenzato dal pensiero di Erasmo e dal movimento mistico degli Alumbrados che predicavano il legame intimo con Dio; segretario di Carlo V, cameriere segreto di papa Clemente VII, alla morte del pontefice Valdés si trasferì a Napoli dove era stato nominato archivista del Regno di Napoli e la sua casa di via Chiaia divenne un circolo letterario e religioso dove si discuteva della riforma spirituale della Chiesa, frequentato da Pietro Carnesecchi, Bernardino Ochino, Giulia Gonzaga, Nicola Maria Caracciolo che diventerà vescovo di Catania, Giovanni Morone, ed altri. Valdés era un convinto sostenitore della «giustificazione per sola fede». La Colonna sarà poi affascinata da Bernardino Ochino che abbandonerà i Minoriti Osservanti Francescani per entrare nel più rigoroso Ordine dei Cappuccini da poco fondato proprio grazie al sostegno di Vittoria Colonna e Caterina Cybo da Camerino. Troverà in lui un maestro di vita spirituale e lo seguirà a Ferrara, Bologna, Pisa, Lucca.
A Viterbo Vittoria Colonna incontrerà poi forse l’uomo più influente del tempo: il cardinale Reginald Pole che qui risiedeva quale legato del Patrimonio di San Pietro, in predicato per essere eletto Papa che, però, sospettato di eresia, fu costretto a lasciare il Concilio di Trento e l’Italia, e diventò Arcivescovo di Canterbury.L’entourage di Pole è conosciuto come l’Ecclesia Viterbensis: il cardinale inglese era protettore del circolo degli Spirituali frequentato da membri della Curia Romana in dissenso anche sul piano dottrinale con la tradizione ecclesiastica e che premevano per una radicale riforma della Chiesa; nel circolo ritroviamo gli stessi personaggi: il predicatore Pietro Carnesecchi, Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, Michelangelo Buonarroti, Juan de Valdés, il cardinale Giovanni Morone che era impegnato in un opera di mediazione nei confronti degli eretici, tanto che finì rinchiuso qualche anno a Castel Sant’Angelo per eresia, fu poi colui che chiuse il Concilio di Trento.
I rapporti epistolari più importante di Vittoria Colonna furono quelli con Margherita di Navarra, figlia di Carlo di Valois, conte di Angoulême, e di Luisa di Savoia, sorella del re di Francia Francesco I, divenuta protettrice di poeti, umanisti nonché del clero che chiedeva una riforma della Chiesa cattolica. Margherita di Navarra abbraccerà alla fine le dottrine Luterane.
L’amicizia che la legò invece a Michelangelo nacque durante il soggiorno romano dell’artista chiamato a dipingere la Cappella Sistina. L’influenza di Vittoria è stata messa in evidenza dalla storiografia e dalla critica soprattutto per alcuni soggetti di carattere religioso da lei ispirati. Michelangelo nel 1540 le inviò una Crocifissione di piccolo formato per la sua cappella privata; i bozzetti della Crocifissione sono attualmente conservati al British Museum di Londra e al Louvre di Parigi: quando nel 1547 Vittoria morì modificò il quadro raffigurando Vittoria come Maddalena; una copia si trova nella concattedrale di Santa Maria de La Redonda a Logroño. Inoltre sappiamo dal Vasari che dipinse per lei una Pietà la cui rappresentazione fu poi ripresa da numerosi artisti del tempo: Maria è raffigurata mentre tiene fra le braccia il figlio deposto dalla croce e alza gli occhi al cielo in segno di fede anche nel momento di massimo dolore. La Madonna addolorata, come la Madonna del Parto, e la Madonna del Latte che si diffondono in quegli anni sono un segno di avvicinamento della dottrina al ruolo e ai valori delle donne. Romeo De Maio, studioso del Rinascimento e di Vittoria Colonna, fa notare che nella Cappella Sistina, Eva non porge il frutto dell’albero della conoscenza ad Adamo, ma entrambi lo colgono, togliendo così alla donna il ruolo di responsabile del peccato originale che le era stato attribuito: la Donna scrive De Maio, rappresenta per l’Uomo la coscienza, la soggettività etica.
Quando Vittoria morì il 25 febbraio 1547 Michelangelo scrisse a Francesco Fattucci, «Vi mando qualcuna delle mie novelle che io iscrivevo alla Marchesa di Pescara, la quale mi voleva grandissimo bene, e io non manco allei. Morte mi tolse un grande amico. »
La poetessa è sepolta come altri nobili argonesi a Napoli nella Sala del Tesoro della Sacrestia della Chiesa di San Domenico Maggiore accanto al marito Ferrante d’Avalos. Romeo De Maio definisce Vittoria Colonna, l’Antigone cristiana perché come la protagonista delle tragedia di Sofocle che segue «le leggi incrollabili e sacre degli dei », si oppose alle leggi degli uomini. Seguì la voce della coscienza.
Nel 1542 venne istituita l’Inquisizione romana. La chiesa di Roma reagì alla Riforma irrigidendosi. Diventano più rigide e più verticistiche e verticali le gerarchie del clero, dal Vaticano alle Diocesi. Fu netta la separazione fra il clero e i laici, anche i lavori servili in parrocchia vennero affidati agli uomini. Le donne che desideravano seguire una vita religiosa poterono da allora scegliere solo il chiostro, preferibilmente la clausura. La Controriforma moltiplicò le raccomandazioni per evitare il contatto con le donne nelle chiese, anche il solo sguardo. La donna ritornò nel recinto: un recinto saranno le pareti di casa, un recinto il monastero. È opinione di molti che se non fosse mancata, Vittoria Colonna sarebbe incorsa nel tribunale dell’Inquisizione per eresia. La morte la salvò.
Fonti:
Romeo De Maio, Donna e Rinascimento, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1995
Vittoria Colonna, Rime, Ed. Il Tirso, Casamicciola 2001
L’uomo del Concilio, Ed. Temi, Trento 2009
Paolin Giovanna, Tonchia Teresa (a cura di), Donne e fedi. Quaderno 2009, Trieste, EUT, 2010
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Giovanna d' Arco
Alla morte di Filippo IV il Bello di Francia gli succedettero sul trono i figli Luigi X (1314-17), Filippo V (1317-22) e Carlo IV (1322-28) con il quale si estinse la linea diretta dei Capetingi. La corona passò allora a Filippo VI del ramo cadetto dei Valois (1328-1350), anche se il discendente più prossimo di Filippo il Bello (ma per linea femminile) era Edoardo III d'Inghilterra. La sua rivendicazione al trono di Francia scatenò una lunghissima guerra che si protrasse, con alcune interruzioni, per più di un secolo dal 1337 al 1457. Edoardo III sbarcò sul continente e si proclamò re di Francia a Gand; conseguì diverse vittorie. Il trattato di Brétigny (1360) pose fine alle pretese di Edoardo III sul trono di Francia ma egli ottenne in cambio l'Aquitania. Con la morte di Edoardo III (1377) la Guerra dei Cent'anni si interruppe, ma esplosero diversi conflitti all'interno dei due regni. Enrico V riprese la guerra ed anche il suo successore. Giovanna d'Arco ruppe l'assedio inglese di Orléans e riuscì a far incoronare a Reims Carlo VII (1429). Dopo un'altra tregua, l'ultima fase della guerra (1449-1457) vide la riconquista dell'Aquitania e della Normandia da parte di Carlo VII, mentre gli inglesi non riuscirono a tenere neppure Bordeaux. Non fu firmata alcuna pace, ma la Guerra dei Cent'anni era praticamente finita.
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Giovanna d' Arco
LA CRISI ECONOMICA E DEMOGRAFICA
1.L’arresto dello sviluppo
Dopo che nel 1300 la crescita demografica europea toccò il massimo, nei seguenti 40 anni, essa si bloccò completamente. Per esempio si fermò la nascita di nuovi villaggi. Ciò accadde a causa del raggiungimento della massima tecnologia agricola per il numero elevato di popolazione, infatti, sarebbe bastato un cattivo raccolto per mandare l’Europa in crisi, e fu ciò che successe. Il rapporto tra uomo e ambiente era affidato ad un delicato equilibrio fra terreni coltivati, boschi e pascoli. Per aumentare il raccolto si poteva quindi aumentare l’area coltivata ma in questo modo bisognava sfruttare il terreno utilizzato per le altre due attività, il disboscamento non poteva attuarsi poiché la civiltà del tempo era molto legata al legno, ma non si poteva togliere spazi al pascolo in quanto l’agricoltura aveva bisogno di fertilizzanti animali, per questi motivi la coltivazione si spostò in zone meno fertili. Questo momento di difficoltà dell’agricoltura coincise con un peggioramento climatico, clima che divenne freddo e umido. Tra il 1314 e 1318 una serie di carestie colpì l’Europa nord-occidentale, il successivo periodo di carestie si aprì nel 1339 fino al 1346 e toccò tutta l’Europa, alle carestie seguirono anche una serie di epidemie. Questa crisi non colpì solo i redditi dei contadini ma anche quelli dei ceti proprietari, in quanto non erano in grado di farsi pagare i loro affitti e le loro rendite. I proprietari continuarono a fare pressione sui contadini per ottenere i canoni in natura, ciò divenne insostenibile per i contadini i quali diminuirono la domanda di beni manifatturieri e mandarono i mercanti in crisi. Questa crisi colpi chiunque, perfino i grandi banchieri di Firenze in seguito a dei grandissimi prestiti chiesti dal re d’Inghilterra e di Sicilia a i Bardi e ai Peruzzi, soldi che appartenevano ai clienti. Il re d’Inghilterra utilizzò questi soldi per le spese della guerra dei cento anni, soldi che non poteva più rendere, la voce si sparse e tutti i clienti richiesero indietro i loro soldi dalla banca, soldi che i banchieri non possedevano più, e ciò mandò in fallimento le due compagnie.
2.La peste colpisce l’Europa (pag 98-101)
La peste che si divide in due tipi : bubbonica e polmonare. Il primo tipo di peste compare nei mesi caldi e colpisce alcuni roditori, agente del contagio è la pulce, provoca i caratteristici bubboni ascellari e inguinali, uccidendo il 60% degli individui colpiti, in Europa il roditore che diffuse la peste bubbonica è il piccolo topo nero presente ovunque. Il secondo invece si espande nel periodo invernale e si contagia via aeree, colpisce i polmoni, ed è mortale per la totalità degli individui colpiti .La peste Comparse in Asia centrale nel 1338, presso il lago Balhash, e si diffuse in occidente seguendo la via della seta. Nel 1341 raggiunse Samarcanda, in seguito Astrakan, sul mar Caspio, e nel 1347, durante un assedio penetro nella colonia genovese di Caffa. Da qui una nave partita nell’anno seguente seminò l’epidemia a Costantinopoli e Messina per raggiungere l’intera Europa. Le zone più colpite erano quelle con un’alta densità demografica a causa delle scarse condizioni igieniche. Per tutto il XV sec. La peste chiamata anche “peste nera o “morte nera” si diffuse per la prima volta tra il 1347 e il 1350, ma in seguito ce ne furono altre cinque. Il popolo era terrorizzato da questa epidemia in quanto, essendo immune alle medicine, la credeva una punizione divina, quindi chiedeva la misericordia di Dio dando prova della fede e cercando un capro espiatorio, gli Ebrei. Tra le manifestazioni di fanatismo più impressionanti c’è quella dei flagellanti, che girarono la Germania frustandosi con arnesi dotati di punte metalliche ogni qual volta arrivassero in nuove città. La peste provocò ulteriori carestie, e indusse i contadini a migrare verso le città attratti dai loro magazzini, affollando ulteriormente i centri urbani e esponendosi ancora alle epidemie. I prezzi dei beni durante le epidemie si moltiplicavano, per diminuire quando esse si placavano. Diversamente il prezzo dei cereali diminuì. La diminuzione della popolazione abbassò anche la quantità di forza lavoro, quindi i pochi contadini superstiti aumentarono la loro domanda di salario verso i proprietari terrieri, che entrarono in conflitto con i contadini, si poserò cosi le basi per i successivi conflitti sociali.
3.L’Europa dei villaggi abbandonati (pag 103-106)
La riduzione della popolazione portò alla diminuzione delle terre coltivate che furono abbandonate e molti villaggi scomparvero. Alla crisi delle coltivazioni cerealicole i proprietari terrieri risposero convertendo l’uso del suolo ad attività meno colpite dalla contrazione demografica. Quindi, dato che il prezzo di carne e latte erano diminuiti meno degli altri, si aumentò l’allevamento di bovini. Si scelse anche di coltivare luppolo, fibre tessili e piante usate nella tintoria dei tessuti. Inoltre diminuì il rapporto servile tra signori e massa, con l’avanzamento del lavoro salariato, giustificato dall’aumento della redditività. I contadini quindi iniziarono ad avere più poteri in quanto aumentavano continuamente la richiesta di salario, ma spesso i signori rispondevano con la violenza ma per i contadini era semplice fuggire e trovare un nuovo signore, dato che la mano d’opera era molto poca. Allora i signori iniziarono a coalizzarsi tra loro per impedire le fughe, dando vita alle rivolte contadine, che fecero intravedere la fine della servitù, il processo inverso avvenne invece nei paesi dell’Europa orientale. Un’altra risposta alla crisi agricola fu la diffusione dell’allevamento brado, diverso dall’allevamento dei bovini che comportava il loro mantenimento con pascoli artificiali e la produzione di foraggio. I vantaggi dell’allevamento brado, soprattutto della pecora, era il bisogno di poca mano d’opera, e inoltre ciò era fattibile in ogni luogo, questo tipo di allevamento si diffuse in grandi quantità in Inghilterra e in Spagna.I pastori della zona mediterranea sono però chiamati alla transumanza, che consiste nel trasferimento delle greggi dovute al clima, che, in estate, si spostano dalla pianura (essendo secca) alla montagna e la pratica opposta si ha in inverno. Una delle regioni italiane che reagì meglio alla crisi, fu la Lombardia. In quanto riprese l’opera di bonifica e di canalizzazione, aumentando l’estensione dei campi e dei pascoli.
La crisi interessò anche il settore dei tessuti, in tutte le città laniere le esportazioni diminuirono drasticamente. Inoltre la produzione di panni di buona qualità si spostò dai grandi centri ai piccoli villaggi agricoli, allora i centri tessili tradizionali passarono dalla produzione su vasta scala alle lavorazioni di lusso. Nei centri rurali si praticava l’industria a domicilio, con il quale la materia prima, in questo caso la lana, veniva portata a domicilio dai lavoratori da dei mercanti-imprenditori che poi ricompravano il lavoro finito,in questo modo i lavoratori rurali potevano continuare a guadagnare qualcosa anche nei periodi morti dell’anno e i mercanti-imprenditori possono scegliere liberamente il salario.
1.La guerra dei cento anni (pag 113-118)
Nel 1337 iniziò una guerra tra Inghilterra e Francia che tra varie interruzioni finì nel 1453, questa guerra venne chiamata, guerra dei cento anni. Al centro di questa guerra sta il conflitto tra i poteri feudali e il re di Francia, nato dal tentativo di quest’ultimo di cancellare ciò che rimaneva degli ordinamenti feudali. Gia in passato i re di Francia e europei avevano agito contro i loro vassalli. Il sovrano non concepiva più il regno come un mosaico di entità ( ducati, contee, feudi minori, signorie ecclesiastiche, città).Nel 1294 il monarca francese Filippo VI il Bello aveva tentato di far valere il suo potere su due degli ultimi grandi feudi francesi. Il primo era il ducato atlantico di Guienna, possesso feudale inglese dal 1152, il secondo era la contea di Fiandra, comandata da un conte legato al re di Francia, ma con città come Bruges, Gand e Ypres, che avevano rapporti fortissimi con l’Inghilterra. Un primo scontro tra le due monarchie si ebbe nel 1294 quando il re inglese si schierò, macchiandosi di fellonia, con la contea di Fiandra in quel momento in conflitto con il re di Francia, Filippo il Bello, che reagì sequestrando la Guienna, nacque allora una guerra che si concluse nel 1303, con un compromesso. Intanto nel 1302 le città fiamminghe si rivoltarono al conte cercando appoggio nel re inglese, mentre il conte chiese aiuto a Filippo il Bello, le tre città fiamminghe si scontrarono con i cavalieri francesi a Courtrai, in cui Filippo il Bello venne sconfitto e la fanteria delle tre città si impossessò dei loro speroni, da cui il nome della battaglia, “la battaglia degli speroni d’oro”. Ne i seguenti venti anni la ribellione delle tre città continuò, finchè nel 1328 venne bloccata dall’intervento francese. I successori di Filippo il bello furono i suoi tre figli, che morirono uno dopo l’altro lasciando solo figlio femmine e creando il primo vero problema dinastico in Francia, infatti qui la successione per vie femminili non era accettata, percui un congresso di giuristi si riunì per stabilire chi dovesse essere eletto, risulto Filippo VI di Valois (1328-50) figlio del fratello minore di Filippo il Bello, ma questa decisione escluse il re d’Inghilterra Edoardo III che poteva vantare una discendenza più diretta essendo il figlio nato da una delle figlie del vecchio re di Francia e dal precedente re inglese. Cosi quando nel 1337 Filippo VI dichiarò la requisizione del ducato di Guienna, Edoardo III rispose rivendicando i suoi diritti ereditari e si dichiarò re di Francia. La guerra effettiva iniziò nel 1339 ma la prima grande svolta si ebbe con lo sbarco in Normandia da parte di Edoardo III con 10000 arcieri gallesi e irlandesi al seguito, che si scontrò con i francesi, composti da cavalieri e balestrieri genovesi, a Crècy, infliggendoli una dura sconfitta. Questa sconfitta venne nonostante la superiorità numerica dei cavalieri francesi che però furono massacrati dagli arcieri inglesi in quanto si mossero allo sbaraglio. Con questa battaglia si constatò la superiorità dell’arco rispetto alla balestra. Edoardo continuò la sua campagna in Francia e nel 1347 conquisto Calais. Nel 1348 la peste colpì l’Europa e la guerra fu momentaneamente bloccata. La guerra iniziò con il figlio di Edoardo III alla guida dell’esercito inglese, Edoardo IV, chiamato il principe nero a causa delle sue insegne, che 1356 sbarco in Aquitania e si mosse verso la Loira dove il 19 Settembre si scontro con il nuovo re francese, Giovanni il Buono, questa battaglia sembrò l’esatta replica di quella di Crècy, e il principe Nero trionfò. Giovanni venne preso prigioniero e poi liberato in seguito ad un riscatto. In un successivo trattato di pace del 1360 Edoardo III rinunciava ad aspirare di diventare re di Francia in seguito a una serie di terre che gli vennero assegnate, quali Calais e la Guienna. La guerra riprese nel 1369col re francese Carlo V (1364-80) che rivendico la sua proprietà sull’Aquitania e in risposta Edoardo III riprese il titolo di re di Francia. I francesi avevano imparato dalle precedenti sconfitte militari e infatti con Carlo V riconquistarono tutte le terre perdute. Nel 1376 l’Inghilterra entro in una crisi dovuta i sollevamenti contadini e alcuni problemi dinastici, in quanto dopo la morte di Edoardo III e suo figlio, Riccardo II (1377-99) si ritrovò al trono all’età di 10 anni ma ebbe ancora più problemi quando divenne maggiorenne. La Francia sembrava apparentemente in vantaggio fino a che nel 1392 il re Carlo VI (1380-1422) incappò in una follia sempre più grave. Inoltre nacque una guerra civile nella nobilta francese e si crearono due fazioni, la prima comandata dal duca d’Orleans, fratello del re, e vennero chiamati “Armagnacchi” (dal nome di un alleato di Luigi d’Orleans), mentre a capo dei secondi c’era il duca di Borgogna, e vennero rinominati “borgognoni". Le radici di questa guerra arrivano al 1361 quando il ducato di Borgogna era stato affidato al re Giovanni il Buono che lo aveva reso ereditario, e passo prima a Filippo l’Ardito, e in seguito a Giovanni Senza Paura e a Filippo il buono che crearono uno stato composito, in seguito, nel 1407, Giovanni Senza Paura dopo aver fatto uccidere il duca d’Orleans venne ucciso a sua volta nel 1419. L’Inghilterra approfitto del caos in cui era caduta la monarchia francese e nel 1415, Enrico V invase la Normandia, ma questa parte della guerra si concluse nel 1420 col trattato do Troyes. Enrico V sposò una principessa francese e il duca di Borgogna spinse il re Folle a sottoscrivere un accordo per rendere il trono ereditario verso Enrico dopo la morte di Carlo VI , nel 1422 morirono sia Enrico V che Carlo il Folle, percui il figlio Enrico VI, che aveva swolo un anno venne nominato re di francia. L’Inghilterra ora puntava a creare una sola entità politica che comprendesse i due lati della manica, in quanto ancora non aveva conquistato i territori al disotto della Loira, dove risiedeva il figlio di Carlo il Folle, Carlo VII, che nel 1429 sconfessò la pace di Troyes spinto dai contadini e da una giovane donna Giovanna d’Arco, giovane ragazza che diceva essere stata spinta da voci celesti. Nel 1429 combatte personalmente e riconquistò Reims, dove Carlo VII potè organizzare il rito di consacrazione come re di Francia. In seguito Giovanna d’Arco venne catturata e messa al rogo dagli inglesi. Dopo che nel 1435 Carlo VII si riappacificò col duca di Borgogna Filippo il Buono, iniziò l’opera di riconquista delle terre francesi, agli inglesi rimase solo Calais, cosi finì la guerra dei cento anni.
2.I sollevamenti popolari (pag 119-123)
Tra il 1350 e il 1385 a causa delle varie crisi si scatenarono continui sollevamenti popolari. Il primo episodio avvenne quando Carlo V dovette trovare i soldi per la scarcerazione di Giovanni il Buono in seguito alla battaglia di Poitiers, e convocò gli stati generali formati da clero, nobiltà e la borghesia cittadina, durante il quale un componente della borghesia parigina, Etienne Marcel, mise sotto accusa la classe dirigente. Nel 1357 Carlo V, in seguito alla richiesta di Etienne Marcel, approvò la Grande Ordinanza che consegnava agli stati generali il controllo delle finanze pubbliche e dell’esercito, ma nei seguenti mesi l’azione di Ettiene Marcel assunse sempre più un carattere rivoluzionario, la pressione su Carlo aumentò tanto che fu spinto ad abbandonare Parigi e dichiarare illegale l’assemblea dominata dai borghesi. Nel 1358 si scatenò una rivolta contadina dovuta alla guerra e al giro di vite fiscale, che però non si unì ai moti parigini, la rivolta contadina venne rinominata Jacquerie, e fu bloccata dalle truppe della nobilta. In seguito venne ucciso Etienne Marcel, e Carlo tornò a Parigi. Nel 1378-82 scoppiarono varie rivolte in diverse parti dell’Europa , nel 1379 si rivoltarono i tessitori di Gand e furono fermati dall’intervento dell’esercito. Altre rivolte in città tedesche quali Danzica e Lubecca. Nel 1381 riapparve la rivolta dei contadini della Francia settentrionale, nello stesso anno i contadini inglesi assaltarono i castelli, anche le grandi città vennero colpite da questa fase di ribellioni certamente legate alla diffusione di idee religiose da parte di John Wycliffe (1320-84). Wycliffe infatti sosteneva la polemica contro la corruzione e la ricchezza del clero e portava avanti gli ideali di uguaglianza. La presa di Londra nel Giugno dello stesso anno fecce imporre al re l’abolizione della schiavitù, ordinanza che venne in seguito abolita. Fra le rivolte urbane, il caso più significativo è quello di Firenze nel 1378. Firenze era affidata a una signoria composta da otto priori e un gonfaloniere di giustizia e dominata dagli esponenti delle 7 arti maggiori (mercanti e finanzieri) mentre scarse era la rappresentanza per le altre 14 arti (artigiani e negozianti). Gli artigiani delle manifatturerie tessili erano esclusi in quanto non possedevano una propria organizzazione, stessa sorte toccava ai salariati impegnati nelle operazioni meno qualificate, erano chiamati “ciompi”. Intorno al 1375 Firenze viveva momenti difficili dato che era in guerra contro l’esercito papale, inoltre nel 1378 iniziò una guerra interna tra il vecchio ceto guelfo e le nuove famiglie (Medici, Alberti, Strozzi), che dopo aver ottenuto il favore dei ceti popolari fecero eleggere una nuova signoria. In seguito però le arti minori scontente del nuovo governo si allearono con i ciompi, e venne attuata una riforma istituzionale, le nove cariche furono divise tra arti maggiori, arti minori e le tre nuove arti (tintori , farsettai e ciompi).Ad agosto i ciompi si rivoltarono chiedendo un peso maggiore nella signoria, rimasero completamente isolati e furono sconfitti. Anche i ceti artigiani furono soppressi insieme alle due nuove arti e le altre arti minori, il potere torno ai mercanti e ai banchieri, la stessa situazione del 1378.
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Giovanna d' Arco
ALBERTO VARVARO
Tra François Villon e Charles d’Orléans
La lirica francese alla metà del Quattrocento
1. L’incontro di Charles d’Orléans e Villon.
Charles d’Orléans e François Villon, i due maggiori poeti lirici del Quattrocento francese, di cui ci occupiamo questo semestre, non potrebbero essere più diversi, come poeti e come uomini. Il primo era principe del sangue, tanto che suo figlio salirà più tardi al trono di Francia con il nome di Luigi XII; il secondo un borghese squattrinato, che visse tra bordelli e prigioni. Eppure è certo che i due hanno avuto anche rapporti personali.
Di Charles d’Orléans conserviamo ancora oggi il codice, in parte autografo, nel quale egli ebbe cura di riunire la propria produzione poetica: è il manoscritto fr. 25.458 della Bibliotèque nationale de France, Parigi. Qui, alla p. 125, è trascritta la ballata di Charles «Je meurs de soif en couste la fontaine» ‘Io muoi di sete accanto alla sorgente’, tutta costruita, come il primo verso, su contraddizioni. Alla p. 163 è scritta, di mano diversa da quelle principali del codice, la ballata «Je meurs de seuf auprès de la fontaine» ‘Io muoi di sete presso la sorgente’, che riprende il verso iniziale, appena modificato, ed il tema della ballata di Charles. Essa fa parte di una serie di liriche, copiate da mani differenti, che trattano tutte lo stesso tema: è quel gruppo che gli studiosi moderni hanno chiamato indebitamente le concours de Blois. I nomi degli autori doveva essere scritti in testa ad ogni composizione, ma il rilegatore li ha tagliati e ne rimane poco. In alto alla p. 163 c’è però scritto Villon. La stessa mano ha scritto ancora altre due poesie: a pp. 154-158, sotto l’epigrafe Iam nova progenies celo demittitur alto (da Virgilio, Bucoliche, IV, 4) il dit «O louee concepcïon» ‘O lodata concezione’, dedicato alla nascita di Marie d’Orléans, figlia di Charles, avvenuta il 19 dicembre 1457; a p. 163, dopo «Je meurs de seuf», la ballata, mista di francese e latino, «Parfont conseil, eximium» ‘Profondo parere, eccellente’, che riprende una ballata di Charles di bonaria satira per le nozze del suo segretario Fredet, che è invitato ad evitare gli eccessi sessuali.
Appare dunque logico pensare che queste tre composizioni siano tutte e tre di François Villon e che lo stesso autore, di cui non possediamo altri autografi, le abbia trascritte nel codice di Charles d’Orléans, durante un suo soggiorno nel castello di Blois, residenza preferita di Charles, attorno alla data della nascita di Marie.
I due poeti si sono dunque incontrati ed hanno posato gli occhi e la mano sullo stesso codice, che noi possiamo ancora avere davanti. Quando ciò sia avvenuto non è certo: è possibile che Villon sia stato a Blois più di una volta. Ma è certo che almeno una sua composizione è successiva, e non di molto, al dicembre 1457. Il suo soggiorno presso il duca deve essere avvenuto in quel torno di tempo. Le circostanze di questo straordinario incontro confermano la totale divergenza delle loro rispettive fortune. Alla fine del 1457 Villon era probabilmente ospite del duca di Orléans, il primo nobile di Francia dopo il re Carlo VII, del quale era cugino, in uno dei suoi numerosi castelli, quello di Blois. Villon profittava della generosità che in una casa principesca era doverosa in occasione della nascita di una figlia, la primogenita di Charles e Marie, nata dopo ben 17 anni di matrimonio. Quale che possa essere stata la condiscendenza mostrata dal duca a François, che oltretutto era di lui molto più giovane, il rapporto era quello tra un gran signore ed un povero diavolo. Forse i due potevano essere sullo stesso piano come poeti, ma nella condizione sociale erano agli antipodi. Perfino il fatto che il principe possedesse un codice dove raccoglieva o faceva raccogliere dai segretari le sue composizioni era del tutto al di fuori delle possibilità di Villon, che certo non si poteva permettere segretari e forse neanche una raccolta sistematica delle proprie poesie.
Un’ulteriore differenza tra i due è nella misura e nel tipo della rispettiva produzione. Di François Villon noi abbiamo ca. 3 300 versi. Si tratta di due poemetti in ottave (il Lais ‘lascito’, di 320 vv., ed il Testament ‘testamento’, di 2 023 vv.), di 16 poesie diverse (per lo più ballate, che si aggiungono a quelle incluse nel Testament) e di 6 ballate in gergo, la cui comprensibilità è problematica. Quanto a Charles abbiamo un poemetto in decime (La retenue d’Amours di 457 versi), 123 ballate, ciascuna di almeno 21 versi (ma con ripetizioni nei ritornelli), 89 canzoni, normalmente di 13 versi, 435 rondeaux (tra i quali però un certo numero non è suo), di misura varia e con molti versi ripetuti come ritornelli, per un totale di almeno 8 o 9 000 versi francesi, cui si deve aggiungere un numero non molto minore di versi in inglese.
2. Charles d’Orléans.
Charles d’Orléans era nato il 24 novembre del 1394 nel palazzo parigino di Saint-Pol, non lontano dall’attuale piazza della Bastiglia, dove risiedeva allora, di preferenza, il re di Francia, Carlo VI. Il neonato era infatti figlio dell’unico fratello vivente del re, il duca Luigi d’Orléans, e della lombarda Valentina Visconti. Valentina aveva generato prima di lui altri tre figli, ma Charles sarà il solo a sopravvivere, con un fratello minore, Jean duca di Angoulême. La sua gioventù si svolse accanto alla madre, che a lungo dovette essere allontanata da Parigi perché malvista dalla gente accanto ad un sovrano, Carlo VI, spesso e per mesi afflitto da crisi di follia. Nel giugno 1406, quando il giovane Charles aveva appena 11 anni, fu sposato con una figlia di Carlo VI, dunque una cugina, quella Isabella, di lui di poco maggiore (era nata nel 1389), che nel 1396 aveva sposato l’allora re d’Inghilterra Riccardo II e nel 1400, prima di aver consumato il matrimonio, ne era rimasta vedova, e per qualche tempo era restata sostanzialmente prigioniera in Inghilterra: una strana unione tra parenti prossimi che rimarrà senza effetto.
La vita del giovanissimo principe ha una svolta il 23 novembre del 1407, quando suo padre, Luigi d’Orléans, viene assassinato a Parigi per mandato del cugino Giovanni Senza Paura, duca di Borgogna. Charles e sua madre apprendono la notizia a Château-Thierry. Valentina si precipita a Parigi per cercare di tutelare i diritti suoi e dei figli, ma morirà di dolore appena un anno dopo, il 4 dicembre 1408. Charles diventa duca d’Orléans: un ragazzino di 14 anni si trova ad essere il capo di uno dei due grandi partiti in cui la Francia è divisa e deve vendicare la morte di suo padre.
Il 10 dicembre, pochi giorni dopo la morte di Valentina, il re emancipa il nipote, che ora si unisce effettivamente ad Isabella. Ma opporsi al duca di Borgogna, potente e senza scrupoli, non è possibile ad un ragazzo inesperto: meglio riconciliarsi con lui. Intanto Isabella resta incinta, ma muore di parto il 13 settembre 1409. Nell’aprile 1410 Charles sposa così Bona, figlia del connestabile di Francia Bernardo d’Armagnac, che è l’abile capo dei nemici del duca di Borgogna. La guerra civile divampa e nel 1414 Charles appare come il vincitore: Giovanni Senza Paura è alle corde.
Ma nel 1415 Enrico V d’Inghilterra sbarca in Francia. Nell’esercito francese che gli si oppone ad Azincourt il 25 ottobre di quell’anno ci sono Charles e suo fratello Jean, ma non Giovanni di Borgogna. Travolti dalla sconfitta francese, Charles e Jean sono fatti prigionieri. Portato in Inghilterra, Charles comincia un lungo pellegrinaggio tra sedi diverse, in condizioni diverse. I primi anni sono certo duri. Prima a Londra, poi a Windsor, poi (1417) a Pontefract, dove era morto Riccardo II e dove Charles è del tutto isolato, poi (1422) a Fotheringay, poi a Bolingbroke. La sua condizione migliora a partire dal 1424, prima a Londra, poi ad Amphtill, e diventa buona nel 1432 a Wingfield presso il conte di Suffolk, che ama e coltiva la poesia. In questi lunghi anni, infatti, Charles ha potuto avere qualche volta la compagnia di suo fratello Jean, anch’egli prigioniero, ed ha cominciato a comporre poesie, in inglese ed in francese. Né ha rinunciato a sognare di avere un possibile ruolo nella politica internazionale, anche se egli sa ben poco di quanto è accaduto in Francia dopo la sua cattura. Per dire una sola cosa, Charles rimane del tutto estraneo, senza saperlo, ad eventi decisivi, come quelli che si svolgono attorno a Giovanna d’Arco. Nel 1433 i suoi carcerieri lo portano fino a Dover, come se dovesse ritornare in Francia, ma la cosa non ha seguito. Né è rilasciato dopo il trattato di Arras del 1435, che sembrò chiudere la guerra dei Cento Anni. Nel 1439 egli è addirittura portato fino a Calais, ma la delusione è amara: lo riconducono in Inghilterra. C’è addirittura un partito, in questo paese, che pensa che egli non debba essere rilasciato mai più perché ormai conosce troppo bene l’Inghilterra. Malgrado tutto, prevale l’opinione opposta e finalmente nel 1440, dopo 25 anni, Charles è rimesso in libertà contro il pagamento di un forte riscatto.
La Francia in cui Charles torna è del tutto diversa da quella che ha lasciato un quarto di secolo prima. Carlo VI, Enrico V, Giovanni Senza Paura sono morti da tempo. Il re di Francia è Carlo VII, suo cugino, che aveva appena 12 anni quando Charles era stato fatto prigioniero. In Francia è tramontato il governo inglese prima di Enrico V, poi di suo fratello il duca di Bedford, a nome del bambino coronato insieme re di Francia e di Inghilterra e che adesso è il debole re d’Inghilterra Enrico VI. La Borgogna è governata da tempo dal figlio di Giovanni, Filippo II il Buono, forse il più abile e capace dei principi del tempo. Charles è da molti anni di nuovo vedovo: Bona di Armagnac è morta fin dal 1415, senza dargli figli. La fazione che faceva capo al padre di lei è spenta da tempo. Il duca d’Orléans, ormai anziano ed ancora senza erede, sposa ora (1440) una nipote di Filippo di Borgogna, Maria di Clèves, una donna fine e colta: questa volta sarà però un matrimonio lungo e felice.
Qualche tentativo del duca di rientrare nel gioco politico fallisce presto. Anche una prova più seria, il tentativo di recuperare con una spedizione in Italia (1447-1448) l’eredità materna di Asti, non si risolve in nulla. Sia a causa di questo insuccesso sia perché ormai il duca è cambiato, egli preferisce fare una vita ritirata, lontano dalla corte. Tra i suoi domini, la scelta cade sul castello di Blois, sulla Loira. Qui Charles raccolse una bella collezione di libri, che finì per essere il punto di partenza delle collezioni reali, dato che i libri raccolti al Louvre erano stati dispersi durante il dominio inglese. Qui il duca coltivava la poesia, in compagnia di segretari e di ospiti di vario genere.
Una sola volta il vecchio duca intervenne nella vita pubblica, quando nell’ottobre 1458 di recò a Vendôme a difendere davanti al re ed alla corte dei Pari di Francia il genero, duca di Alençon, accusato di tradimento. Charles si spense a 71 anni nella notte tra il 4 ed il 5 gennaio 1465 ad Amboise, mentre era in viaggio per tornare da Tours a Blois. Lasciava, avuti da Maria di Clèves, due figlie, Maria ed Anna, ed un figlio, Luigi, che aveva quattro anni e che nel 1498 salirà al trono di Francia come Luigi XII.
Quello che abbiamo dato è un riassunto estremamente sommario della biografia di Charles d’Orléans. Per quanto si tratti di una lunga vita pressoché priva di eventi rilevanti e per buona parte trascorsa in una prigionia che solo a tratti può dirsi dorata, essa è documentata minuziosamente, in quanto abbiamo a che fare con un principe del sangue.
3. François Villon.
Per quanto riguarda la biografia di Villon siamo in una situazione opposta a quella che abbiamo trovato con il duca d’Orléans. Abbiamo pochissime notizie esterne, le sole propriamente affidabili, che si concentrano nello spazio di meno di una decina di anni e provengono da un tipo di fonte, gli atti giudiziari, assai diversa da quelle che ci informano sul duca. Per contro il corpus poetico di Villon, per quanto limitato, è ricchissimo di riferimenti a fatti e persone del suo tempo, che devono però essere assunti con estrema cautela, perché non è affatto sicuro che l’io poetico coincida con quello biografico; peraltro è facile avvertire che il senso letterale di questi riferimenti non è, molto spesso, quello vero o comunque l’unico, sicché dobbiamo guardarci dal prendere ogni cosa alla lettera. Rimaniamo dunque ai fatti accertabili.
Nei registri della Nazione di Francia dell’Università di Parigi risulta che nel marzo del 1449 è accolto come baccelliere nella Facoltà delle Arti un «Franciscus de Moultcorbier Parisiensis». Tra il 4 maggio ed il 26 agosto del 1452, dunque dopo il previsto triennio, «Franciscus de Montcorbier de Parisius» risulta regolarmente licencié: egli ha dunque ricevuto il grado più alto e potrebbe iscriversi alle altre Facoltà. Che si tratti del nostro sarà chiaro tra poco.
Il nostro è senza dubbio il destinatario di due lettere di remissione emesse per lo stesso reato e sempre in nome del re Carlo VII, nel gennaio 1456, una direttamente dal sovrano a Saint-Pourçain, l’altra dai suoi funzionari a Parigi. Evidentemente Villon o i suoi protettori avevano presentato due suppliche, una al re, che passò tutto l’inverno nel Berry, e l’altra ai suoi rappresentanti nella capitale. Che le lettere si riferiscano allo stesso reato è evidente, anche se tra di loro ci sono lievi differenze; ma è singolare che nella prima lettera il supplicante è chiamato «maistre François des Loges, autrement dit de Villon, aagié de vingt six ans ou environ», mentre nella seconda lo si dice «Françoys de Monterbier, maistre es arts», senza indicazioni sull’età. Il secondo nome è giudicato da tutti come un errore di trascrizione per Montcorbier, anche se è strano un errore simile in un atto di questa importanza. Se ne è dunque dedotto che François de Montcorbier e François des Loges fossero una sola persona, che portava anche il soprannome di Villon. Una famiglia nobile di questo nome esisteva nel Bourbonnais, ma è improbabile che il nostro avesse nulla a che fare con essa. Esiste invece nella parte settentrionale del dipartimento dell’Yonne (Borgogna) un villaggio che si chiama Villon.
Che cosa aveva combinato François Villon? Il giorno del Corpus Domini dell’anno precedente, quindi il giovedì 5 giugno 1455, verso le 9 di sera, egli se ne stava seduto su un sedile sotto l’orologio della chiesa parigina di Saint-Benoît-le-Bétourné, nella rue Saint-Jacques, chiacchierando con un prete di nome Gilles e con una donna di nome Isabeau. Arriva un prete, Phelippe Chermoye (anche qui l’altra lettera dà un nome scritto in modo un po’ diverso: Sermoise), accompagnato da maistre Jehan le Mardi. Invitato gentilmente a sedersi, Phelippe dice con ira a François: «Finalmente vi ho trovato!», lo spinge violentemente indietro, mette mano alla daga che aveva sotto la veste e gli dà un colpo sul viso, facendolo sanguinare. Gli altri tre, vista la mala parata, se la squagliano. Anche François tira fuori la daga e colpisce Phelippe «en l’ayne ou environ, ne cuidant point lors l’avoir frappé» ‘all’inguine o nei pressi, senza accorgersi allora di averlo colpito’. La zuffa prosegue e François prende una pietra e colpisce Phelippe al volto, facendolo cadere. Poi corre a farsi medicare da un barbiere, tal Fouquet, al quale dichiara di chiamarsi Michel Mouton. Intanto Phelippe è soccorso, lo portano nel chiostro della chiesa e lo medicano. Qui, secondo la lettera di remissione parigina, lo interroga un inquirente dello Châtelet, al quale dichiara che, se fosse morto, avrebbe perdonato al suo feritore. In effetti, portato il giorno dopo in ospedale, Phelippe morì il sabato successivo.
Il re era figlio del re Carlo VI, mentre Charles era figlio del fratello cadetto di costui, Luigi duca d’Orléans.
Alla propria librarye, verosimilmente inesistente, Villon stesso accenna scherzosamente nel Testament, v. 857. Ben altra realtà, dimensione ed importanza aveva la raccolta messa insieme a Blois da Charles d’Orléans, su cui cf. P. Champion, La librairie de Charles d’Orléans, Paris, Champion, 1910; U. Baurmeister e M.-P. Laffitte, Des livres et des rois. La bibliothèque royale de Blois, Paris, Bibliothèque Nationale, 1992.
La determinazione non può essere più precisa perché non mancano i problemi di attribuzione delle poesie minori.
Nell’attuale castello di Blois, uno dei più visitati tra i castelli della Loira, rimane ben poco degli anni di Charles, a causa degli interventi dei sovrani del Cinquecento, che lo amarono come aveva fatto il duca.
Carlo VII aveva avuto un solo figlio, che gli succedette come Luigi XI; a lui succedette il figlio, Carlo VIII. Alla morte di Carlo VIII il ramo diretto dei Valois si estingue e succede quindi il ramo cadetto degli Orléans, appunto con Luigi XII. Costui muore senza discendenti nel 1515, sicché il trono passa con Francesco I ai discendenti del fratello di Charles d’Orléans, cioè di Jean de Angoulême.
La biografia di Charles è stata ricostruita minuziosamente da Pierre Champion, Vie de Charles d’Orléans, Paris, Champion, 1911.
La Facoltà delle Arti era una delle quattro da cui era costituita l’Università di Parigi; in essa si acquisiva la preparazione di base, che permetteva il successivo passaggio alle Facoltà di Teologia, di Diritto e di Medicina. Per accedere a queste, lo studente doveva avere ottenuto il grado di maestro in Arti (la maîtrise ès arts), che era preceduto da due altri gradi, il baccalaureato e la licenza.
Le lettere di remissione erano lettere patenti mediante le quali il re concedeva l’amnistia ad un colpevole non ancora giudicato (in genere latitante), su richiesta sua o di suoi amici. Uso l’edizione in appendice a P. Braun, «Les lettres de rémission accordées à François Villon», in J. Dérens, ed., Villon hier et aujourd’hui, Paris, Bibliothèque Historique de la Ville de Paris, 1993, pp. 53-72.
La data del documento è gennaio 1455, ma la cancelleria usava il cosiddetto ‘vecchio stile’, per il quale l’anno cominciava e finiva per Pasqua, sicché tutte le date dal 1 gennaio a Pasqua vanno assegnate all’anno seguente.
La chiesa si trovava sulla destra di chi saliva la rue Saint-Jacques dalla Senna, non lontano dal luogo dove attualmente si trova la Sorbona. La rue Saint-Jacques è oggi costeggiata da edifici molto più recenti, dovuti alla sistemazione urbanistica cominciata da Richelieu e proseguita fino all’Ottocento. Siamo comunque in pieno quartiere universitario, sulla riva sinistra.
Lo Châtelet (‘castelletto’) si trovava dov’è l’attuale Place du Châtelet, sulla riva destra accanto al principale ponte di collegamento con la Cité (e quindi con il Palais Royal e Notre-Dame). Vi risiedeva il prevosto di Parigi, che esercitava tutti i poteri di polizia, giustizia ed amministrazione sulla città, nella quale rappresentava il re come sovrano e come signore fondiario.
Perché i due litigassero non viene chiarito; si dice che Phelippe perdona «pour certaines causes qui a ce le mouvoient» ‘per determinate ragioni che lo spingevano a farlo’, senza specificare. Il racconto, che deve giustificare la remissione, è chiaramente parziale a favore di François. Non ci si domanda neppure perché egli avesse dato al barbiere un nome falso. François è lodato con formule di rito, «attendu que, en autres choses, il s’est bien et honnourablement gouverné, sans jamais avoir esté attaint, reprins, ne convaincu d’aucun autre villain cas, blasme ou reproche» ‘perché per il passato ha sempre tenuto buona e onorevole condotta, senza essere mai stato accusato, indiziato o imputato di altri reati, fatti biasimevoli o riprovevoli’. Era dunque, a quanto pare, come diremmo noi, incensurato.
Questa sua condizione non sarebbe durata a lungo. Attorno al Natale del 1456 dal Collegio di Navarra dell’Università, scomparvero circa 500 scudi d’oro. Il furto fu scoperto in ritardo e l’inchiesta cominciò il 9 marzo 1457. Il successivo 17 maggio un priore della diocesi di Chartres, tal Pierre Marchand, si presentò allo Châtelet e dichiarò che un tal maistre Guy Tabarie, che egli aveva conosciuto mentre indagava privatamente su un altro furto e fingeva di volere anch’egli entrare nel ramo, gli aveva raccontato che il furto al Collegio di Navarra era opera sua, di François Villon, di Colin de Cayeux, di un monaco piccardo chiamato Nicolas e di un tale chiamato Petit-Jehan. Guy Tabarie fu preso e confessò a poco a poco, aiutato anche dalla tortura. Il verbale finale delle sue confessioni, che riguardano anche altri reati, fu redatto il 22 luglio 1458.
Secondo Guy, attorno al Natale precedente egli aveva incontrato François Villon, Colin de Cayeux, che aveva visto prima una sola volta e sempre con Villon, e gli altri due, che non conosceva affatto. I cinque avevano cenato alla taverna della Mula, di fronte alla chiesa dei Mathurins. Poi erano andati nella casa di Robert de Saint-Simon e da qui, scavalcando un muro con una scala, gli altri erano entrati nel continuo Collegio di Navarra, mentre lui Guy ne custodiva i mantelli (in certo modo, faceva il palo). Entrati verso le 10 di notte, erano usciti verso mezzanotte con la refurtiva, di cui a lui, che non era entrato, sarebbero toccati appena 10 scudi d’oro. Egli aveva sentito dire che Colin de Cayeux e Petit-Jehan erano abili scassinatori; Villon gli avrebbe detto che le serrature del Collegio erano state aperte con grimaldelli (ecco perché nessuno si era accorto di nulla) e che ognuno dei compari aveva avuto 80 scudi.
A seguito della confessione i ladri furono catturati. Dal registro dei conti della Facoltà di Teologia dell’Università, tra il 2 ed il 7 novembre 1462, risulta che François Villon aveva confessato il furto e per essere rilasciato si era impegnato a pagare in tre anni alla Facoltà 120 scudi, che dovrebbe essere stata dunque la sua parte. A Colin de Cayeulx, come vedremo, era finita molto peggio.
Ma le cose andarono subito di male in peggio. Da una lettera di remissione emessa nel novembre 1463 dal nuovo re Luigi XI a favore di Robin Dogis apprendiamo che subito dopo il rilascio, una sera che Robin se ne stava a casa sua in rue de la Parcheminerie (siamo sempre nello stesso quartiere) François Villon era venuto a cenare da lui con Rogier Pichart e Hutin du Moustier. Dopo cena, verso le 7 o le 8, i quattro escono per recarsi nella stanza di François, probabilmente a Saint-Benoît. Passando per la rue Saint-Jacques Pichart si mette a deridere, sputando loro contro, gli scrivani del notaio François Ferrebouc, che lavorano nello studio. Scoppia una rissa e Dogis colpisce con la daga il notaio, poi insulta Pichart davanti alla solita chiesa di Saint-Benoît e se ne va a dormire. Ma, salvo Pinchart che si rifugia in una chiesa, i nostri vengono catturati e processati dal luogotenente criminale Pierre de la Dehors. Per i suoi precedenti Villon è condannato all’impiccagione. Fa però ricorso al Parlamento di Parigi ed il 5 gennaio 1463 la sentenza viene commutata in 10 anni di bando da Parigi.
Dopo questa data non abbiamo più notizia di François Villon. Dobbiamo però fare un passo indietro, per inserire tra questi fatti di cronaca nera due date cruciali per la poesia di Villon. Infatti le sue due opere maggiori sono esplicitamente firmate e datate. Nel Lais si legge proprio all’inizio:
L’an quatre cens cinquanta six,
Je, Françoys Villon, escollier…
(vv. 1-2)
La nostra meraviglia non potrebbe essere maggiore quando leggiamo nella str. II:
En ce temps que j’ay dit devant,
Sur le Noël, morte saison,
Que les loups se vivent du vent
Et qu’on se tient en sa maison,
Pour le frimas, pres du tyson,
Me ving ung vouloir de briser
La tres amoureuse prison
Qui faisoit mon cueur debriser.
(vv. 10-16)
Non possiamo infatti dimenticare che il furto al Collegio di Navarra ebbe luogo proprio attorno al Natale di quell’anno. La prigione da briser ‘spezzare’ era dunque ben altra che non quella amorosa fittiziamente cantata dai poeti lirici. Ma su ciò ritorneremo.
Per il Testament la dichiarazione è più complessa. All’inizio Villon dice:
En l’an de mon trentiesme aage…
(v. 1)
Sulla base delle lettere di remissione potremmo già ricavare la data dell’opera, ma più avanti Villon è ancora più esplicito:
Escript l’ay l’an soixante et ung,
Lors que le roy me delivra
De la dure prison de Mehun
Et que vie me recouvra.
(vv. 81-84)
Apprendiamo dunque che il Testament è del 1461 e che quindi l’autore era nato nel 1431 o giù di lì, per seguire la formula della lettera di remissione. Siamo coscienti che queste date non devono necessariamente avere un valore assoluto, in quanto la composizione di un’opera può essere durata un certo tempo. In ogni caso si tratta però delle date che il poeta assume come suo punto di vista cronologico: se l’opera è stata composta prima o dopo, in ogni caso essa assume come riferimento la data indicata, 1456 e 1461. Inoltre il Testament può avere al suo interno ballate composte prima ed indipendentemente da esso.
Questo significa che il Lais è più o meno contemporaneo al furto al Collegio di Navarra e che il Testament fu scritto tra la visita a Charles d’Orléans e la rissa del 1462 ed a seguito di un altro grave incidente giudiziario, del quale non abbiamo documentazione extra-poetica, ma che dobbiamo considerare realmente accaduto. Sarebbe infatti strano che risulti del tutto inventato ciò che il poeta dice nel Testament di un suo duro imprigionamento per un’estate a Meung-sur-Loire da parte del vescovo di Orléans Thibaut d’Aussigny.
Non sappiamo da che cosa questa prigionia sia stato provocata, ma quanto ne dice Villon fa credere che essa sia stato molto penosa. La liberazione di François fu dovuta, come ci dice egli stesso, al passaggio da Meung, il 2 ottobre 1461, del nuovo re Luigi XI, in onore del quale i prigionieri furono come d’uso liberati:
Escript l’ay [il Testament] l’an soixante et ung,
Lors que le roy me delivra
De la dure prison de Mehun
Et que vie me recouvra.
(Testament, vv. 81-84)
All’imprigionamento di Villon a Meung-sur-Loire si ritiene che rinviino pure le poesie disperse XII e XIII. Nella prima il poeta dice di giacere in una prigione («en fosse gist», v. 3) e chiede agli amici che lo liberino («Le lesserez la, le povre Villon?», v. !0, ritornello). Nella seconda il cuore gli dice di vederlo solitario come un povero cane «en reculet» ‘in un luogo isolato’, v. 5.
- Io letterario ed io biografico: François Villon.
Abbiamo già cominciato ad integrare la biografia di François Villon con informazioni tratte dalle sue opere. Ma prima di procedere dobbiamo porci un problema cruciale: quale è il rapporto, in lui e nel duca, tra l’identità biografica e quella letteraria, poetica? Le opinioni degli studiosi sono andate da un estremo all’altro. Se molti studiosi, specialmente tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, hanno dato una interpretazione confidentemente letterale delle poesie del tardo medioevo, costruendo nel caso di Villon vere e proprie biografie romanzate, in epoca più recente altri studiosi hanno ritenuto che l’io delle poesie non abbia nulla a che fare con la reale biografia dei poeti, che si sarebbero costruiti una identità fittizia mettendo in opera materiali tradizionali della poesia medievale.
Per fare un esempio estremo, lo stesso imprigionamento di Villon a Meung-sur-Loire potrebbe non avere nulla di vero. Volendo citare un solo parallelo, nella letteratura spagnola del Trecento troviamo la prigionia a Toledo di Juan Ruiz, arciprete di Hita, della quale pure si è discusso se fosse reale o piuttosto semplice metafora della condizione umana. E il tema della povertà e della fame ha precedenti numerosi, dai Carmina Burana a Cecco Angiolieri a Rutebeuf. Insomma, il rapporto tra vita e poesia non può essere considerato immediato, diretto: esso deve essere problematizzato.
Ho detto che il Lais è datato 1456 e quindi è più o meno contemporaneo al furto al Collegio di Navarra, che ebbe luogo verso Natale di quell’anno. Gli atti giudiziari ci forniscono il nome di quattro complici di Villon. Di due di loro, quelli che già dagli atti appaiono come più legati al poeta, ritroviamo il nome nel Testament. Verso la metà di quest’opera, infatti, François fa un legato affettuoso (così pare) a Guillaume de Villon:
Item, et a mon plus que pere,
Maistre Guillaume de Villon,
Qui esté m’a plus doulx que mere,
Enffant eslevé de maillon
-- Degecté m’a de maint bouyllon
Et de cestuy pas ne s’esjoye;
Sy lui requier a genoullon
Qu’il m’en lasse toute la joye --,
Je lui donne ma librarye
Et le roulant du Pet au Deable,
Le quel maistre Guy Tabarye
Grossa, qui est homs veritable.
Par cayeulx est soubz une table;
Combien qu’il soit rudement fait,
La matiere est si tres notable
Qu’elle admende tout le meffait.
(vv. 849-864)
Apparentemente, dunque, si dice che Guy Tabarie ha scritto in bella copia (grossa) il romanzo del Pet-au-Diable ‘la pernacchia del Diavolo’, che Villon si attribuisce, una sorta di poema epico sulle imprese burlesche degli studenti di Parigi. Guy, colui che ha confessato il furto al Collegio di Navarra, è detto, senza dubbio in senso ironico, homs veritable ‘uomo veritiero, che dice la verità’.
Quanto a Colin de Cayeulx, di lui si legge più avanti:
Se vous alez a Montpipeau
Ou a Rüel, gardez la peau,
Car pour s’esbatre en ces deux lieux,
Cuidant que vaulsist le rappeau,
Le perdyt Colin de Cayeulx.
(vv. 1674-1675)
Questi versi sono stati interpretati come ‘Se voi andate a Montpipeau o a Rueil, badate alla vostra pelle, ché per essere andato a divertirsi in quei due luoghi, credendo che il ricorso alla giustizia ecclesiastica fosse ammesso, Colin de Cayeulx la perdette’. In effetti, quando il furto era stato scoperto, Colin aveva cercato di sottrarsi alla giustizia penale invocando la sua condizione di chierico, che gli avrebbe dato diritto di essere giudicato da un tribunale ecclesiastico, ma i giudici laici non avevano accolto il suo rappel ed egli era stato impiccato nell’autunno 1460.
Ancora un particolare. Dalla confessione di Guy apprendiamo che la sera del furto Villon aveva cenato con i suoi compari alla taverna della Mula, che si trovava nella rue Saint-Jacques. Orbene, uno dei ‘lasciti’ del poeta Villon è il seguente:
Item, je laisse a Sainct Amant
Le Cheval blanc avec la Mule
(Lais, vv. 89-90)
L’affidatario, Pierre de Saint-Amant, era un segretario del re e funzionario del tesoro. Anche se non afferriamo il nesso, il poeta gli affida una specie di pensione e la taverna da cui è partito per il furto
Ma torniamo a Guillaume de Villon. Costui è nel Lais, così come qui nel Testament, il primo destinatario di un lascito:
Je lasse, de par Dieu, mon bruyt
A maistre Guillaume Villon,
Qui en l’onneur de son nom bruyt,
Mes tentes et mon papillon.
(vv. 69-72)
François gli lascia qui la sua fama (bruyt), le sue tende ed il suo padiglione. Si ha l’impressione che le parole non vadano prese alla lettera, ma non s’intende se il lascito sia serio o no; soprattutto non si dice quale rapporto ci sia tra il poeta e Guillaume e perché costui sia il primo dei beneficiati. Nel Testament, invece, il rapporto è indicato nelle parole ‘più dolce di una madre’, ‘bambino a cui hanno tolto le fasce’, ‘mi ha salvato da molti frangenti e non se ne rallegra’.
Su questi elementi gli studiosi hanno dedotto che Guillaume de Villon avesse adottato François in età giovanissima e avesse cercato di seguirlo e proteggerlo. Di quest’uomo abbiamo documenti di archivio. Originario del paesello di Villon, nella Borgogna settentrionale, egli aveva studiato all’Università di Parigi ed era diventato maistre ès arts e poi bachelier en décret ‘in diritto ecclesiastico’, materia che aveva poi anche insegnato; era diventato cappellano della chiesa di Saint-Benoît-le-Bétourné, a noi ben nota dai documenti giudiziari; doveva essere nel 1456 all’incirca sessantenne; morì nel 1468, dopo una vita senza macchia.
Quale che sia qui, dunque, la parte della creazione letteraria, troppi particolari vengono a quadrare. Intanto il nome stesso del poeta. Appare evidente che negli atti giudiziari c’è il suo nome di origine, François de Montcorbier o des Loges, ma non c’è dubbio che egli abbia portato quello che gli danno non solo le rubriche dei manoscritti ma le sue dichiarazioni esplicite nel testo (aggiungo anche le occorrenze del solo nome di battesimo):
Je, Françoys Villon, escolier (L 2)
… par le bien renomméVillon (L 314)
… pour l’ame du povre Villon (T 1811)
… qui fut nommé Francoys Villon (T 1887)
… et finist du povre Villon (T 1997)
Vostre povre escolier Françoys (PD I, 132)
François Villon, que Travail a dompté (PD IV, v. 3 )
Par mon conseil prens tout en gre, Villon ! (PD X, 12, ritornello)
Le lesserez la, le povre Villon ? (PD XII, 10, ritornello)
Je suis François… (PD XIV, 1)
e negli acronimi del Testament , vv. 903-908 e 1621-26, e delle poesie diverse VII, vv. 25-30, IX, vv. 31-36, e XIII, vv. 41-46.
Da dove gli poteva venire questo nome se non dal padre adottivo? Infine va considerato che era tradizione dei monaci di Saint-Benoît di adottare e fare studiare giovani poveri. E che François bazzicasse e addirittura abitasse nel chiostro pare deducibile dagli atti giudiziari. Che vi abitasse sembra confermarlo anche Lais, vv. 273-278:
Finablement, en escripvant,
Ce soir, seulet, estant en bonne,
Dictant ces laiz et descripvant,
J’ouys la cloche de Serbonne,
Qui tous jours a neuf heures sonne
Le salut que l’ange predit.
In effetti la campana della Sorbonne era a poche decine di metri da Saint-Benoît.
Almeno in tre casi, dunque, per Guillaume de Villon, per Guy Tabarie e per Colin de Cayeulx, ritroviamo nella poesia personaggi della vita reale, familiare o amicale, del poeta. Se poi l’allusione a Guy appare moderatamente satirica, quale che potesse essere il risentimento verso chi aveva confessato il reato comune, quella a Colin è cinicamente sprezzante e quella a Guillaume oscura. Jean Rychner e Albert Henry intendono che François leghi al padre adottivo «il ricordo delle circostanze – i disordini del Pet-au-Diable, il furto al Collegio di Navarra – che avevano causato delle preoccupazioni a Guillaume e che forse erano anche alcuni dei bouillons da cui lo aveva aiutato a tirarsi fuori». Da qui, oltre al presunto titolo del romanzo, l’allusione alla affidabilità di Guy Tabarie e la parola cayeulx, che è sì ‘fascicoli’ (del presunto romanzo non rilegato) ma allude anche al nome del complice.
L’analisi di questi passi mostra dunque che l’io poetico di Villon non è privo di rapporti con il suo io biografico, ma anche che questi rapporti sono molto complessi. Trascrivere i versi come pezze d’appoggio documentarie di una biografia sarebbe una leggerezza imperdonabile, ma leggerli come invenzione puramente letteraria lo è altrettanto. Villon ha costruito la sua poesia con un largo ricorso alla tradizione letteraria e insieme alle sue esperienze esistenziali, anche le più drammatiche e turpi. Ma l’incrocio di questi due tracciati e la riscrittura fantastica di entrambi impone una lettura complessa. Il problema è in certo modo analogo a quello della Commedia dantesca, i cui personaggi provengono tutti dalla vita reale ed in buona parte dalla Firenze di Dante, ma nella dimensione ultraterrena hanno assunto funzioni e significati nuovi e diversi.
- La costruzione dell’io poetico.
Se è vero che nelle poesie di Villon abbiamo riscontrato allusioni ed indizi che sembrano convalidare una ragione autobiografica della sua lirica, ad altri propositi la personalità creata in sede letteraria appare poco congruente con quella reale. Ho già citato alcuni dei passi in cui il poeta si qualifica esplicitamente come escolier, povre escolier. Ad essere precisi, François a quelle altezze cronologiche (1461) non era più da tempo studente, ed in effetti in altri passi si presenta, sia pure ambiguamente, come un chierico in funzione: al v. 1307 del Testament egli affida ai suoi «poveri chierichetti» mes titres, che dovrebbero essere – diciamo così – i certificati di baccalaureato e licenza (se non maîtrise) ed al v. 1837 lascia in eredità ad un certo Chappellain, con un gioco di parole sul nome, «ma cappelle a simple tonsure» ‘il mio beneficio ecclesiastico con la semplice tonsura’. Con piena coerenza, François dichiara di essere familiare con il suo Aristotile (Lais, vv. 295-96) ed usa come termine di paragone i commenti di Averroé (Testament, vv. 95-96). Questi riferimenti non vanno sopravvalutati (la presunta citazione di Aristotile è risultata introvabile), ma sono coerenti con il quadro di qualcuno che vive attorno alla Sorbona. Il grande numero di riferimenti a personaggi ed episodi dell’antichità (quasi sempre imprecisi) riporta proprio alle persone di quella mezza cultura, approssimativa quanto presuntuosa, che era d’obbligo nel quartiere latino dell’epoca.
Non contraddice a ciò che al v. 811 del Testament François si faccia rinfacciare di non essere «en teologie maistre», quale infatti non era. Ma è del tutto fuori luogo, invece, che al v. 201-202 della stessa opera egli scriva:
Bien sçay, se j’eusse estudié
Ou temps de ma jeunesse folle…
È probabile che anche l’immagine, che ritorna altrove, del poeta come un uomo ormai lontano dalla giovinezza e dalle sue follie vada riportata alla sua identità letteraria, e non a quella biografica, ma è certo che solo della prima può fare parte il rimpianto per gli studi non fatti. Questo tema rimane comunque marginale, un tratto del tema più ampio dell’io povero e destituito di ogni bene di fortuna. Il caso più significativo per il nostro discorso è però un altro.
Almeno a partire dai trovatori provenzali (vale a dire da tre secoli) un poeta lirico si definiva in relazione all’amore. Ciò era ancor più vero alla metà del Quattrocento, quando il panorama letterario era dominato dall’immagine di la belle dame sans merci ‘la bella signora senza pietà’, che all’inizio del secolo era stata proposta con tratti divenuti classici da Alain Charter. Del resto Villon lo cita direttamente al v. 1805 del Testament in rapporto, naturalmente, agli amans enfermes ‘amanti ammalati’ (ma anche ‘languidi’). L’identità letteraria di ogni poeta lirico era dunque costruita attorno alla sua (presunta) esperienza di amante infelice, costretto a soffrire per la durezza della sua signora.
Questa identità si ritrova puntualmente in François Villon, quale che sia la sua scarsa verosimiglianza per chi conosca le sue burrascose esperienze biografiche. Già in apertura del Lais, François dichiara:
Au fort, je suys amant martir,
Du nombre des amoureux sains.
(vv. 47-48)
Sarà magari un caso, ma la formula si ritrova tra l’altro, meno assertivamente, proprio in una ballata giovanile di Charles d’Orléans:
Au fort, martir en me devra nommer,
Se Dieu d’Amours fait nulz amoureux saints.
(ballata X, vv. 13-14)
Ma Villon va molto più in là. La condizione di martire amoroso è la causa del suo desiderio di ‘spezzare la amorosissima prigione’ (Lais, vv. 14-15), del suo ardire di ‘domandare vendetta di lei a tutte le divinità veneree’ (vv. 21-23), di chiedere ‘sollievo dal dolore d’amore’ (v. 24). I ‘suoi dolci sguardi e bei sembianti’ (v. 26) lo hanno ingannato: al momento del bisogno lei è venuta meno. Egli non ha commesso nessuna mancanza, ma lei lo vuole morto, sicché ‘non vedo rimedio che fuggire’ (v. 38), ‘rompere il vivo legame’ (v. 39). Per ‘mettere ostacolo alle sue esigenze’ (v. 41)
mon mieulx est, ce croy, de partir.
A Dieu! Je m’en vois a Angers
(vv. 42-43),
anche se così ‘per lei muoio, pur avendo le membra sane’ (v. 46). Proprio perché egli affronta un viaggio il cui esito è incerto, François ‘stabilisce il presente lascito’ (v. 64), cioè affida in custodia ad altri i suoi beni.
Orbene, Guy Tabarie dichiara nel suo interrogatorio che, dopo il furto al Collegio di Navarra, maistre François Villon
estoit allé à Angers en une abbaye en laquelle il avoit ung sien oncle qui estoit religieux en ladite abbaye, et qu’il y estoit alé pour savoir l’estat d’ung ancien religieulx dudit lieu, le quel estoit renommé d’estre riche de V ou VIc escus et que, lui retourné, selon ce qu’il rapporteroit par deça aux aultres compaignons, ilz yroient tous par delà pour le desbourser et que, à quelque matin, ilz auroient tout le sien nettement ‘era andato ad Angers in una abbazia nella quale c’era un suo zio religioso di detta abbazia, e che vi era andato per sapere la situazione di un vecchio religioso del detto luogo, che aveva fama di essere ricco di 5 o 600 scudi e che, al suo ritorno, a seconda di ciò che relazionerebbe qua agli altri compari, essi sarebbero andati là per svaligiarlo e che, un giorno o l’altro, avrebbero avuto tutti i suoi beni, puliti puliti’.
Insomma, il viaggio ad Angers aveva uno scopo un po’ più concreto e pratico che il sottrarsi alle pene dell’amore non soddisfatto. Il nostro poeta si era sottratto alle indagini sul furto parigino ed era andato nel Val-de-Loire a studiare la possibilità di realizzare un altro furto altrettanto sostanzioso. Ad un livello poco sofisticato, possiamo dire che l’immagine topica del martire d’amore gli consente di parlare senza remore di questo viaggio, che non avrebbe potuto menzionare apertamente se lo avesse riferito ai suoi fini reali. Ma la questione è più complessa. La costruzione dell’identità letteraria permette il recupero delle esperienze dell’io biografico, ma a patto che siano tradotte nei termini che sono leciti all’io letterario.
Per buona parte della sua opera sembra che Villon abbia dimenticato l’immagine dell’amant martir, ma essa ritorna proprio nella ballata di chiusura del Testament, nella quale il poeta (che non la ha usato come motivazione della opportunità di testare) invita il pubblico a partecipare al proprio seppellimento indossando abiti di colore vermiglio:
Car en amours mourut martir.
(v. 2001)
anche se la serietà di questa affermazione è messa in discussione dalla successiva dichiarazione, oscena, ambigua e probabilmente apotropaica :
Ce jura il sur son coullon
Quant de ce monde voult partir.
(vv. 2002-2003)
Non stupisce dunque che non sapremmo dare troppo peso ai riferimenti amorosi, sempre ambigui, dei versi successivi. Ma è proprio questo palese gioco sarcastico con il tema della sofferenza amorosa, per nulla congruente con la maggior parte dei temi di queste poesie, a mettere in rilievo la sua valenza nell’ambito dell’identità letteraria. Proprio mentre osserviamo come il tema manchi dalle poesie sparse, che sarebbero state la sua sede più propria, dobbiamo riconoscere che l’importanza ad esso attribuita nelle due opere maggiori ne implica la natura di costituente non eludibile dell’identità letteraria. Questa infatti non può fare a meno di includere tutto il repertorio della tradizione, anche se lo rovescia o de-costruisce in ogni momento.
Questo accertamento deve essere tenuto presente anche quando leggiamo i non pochi passi in cui Villon sembra dare un ritratto fisico di se stesso. Si comincia da Lais, vv. 314-16:
Par le bien renommé Villon,
Qui ne mengue figue ne datte,
Sec et noir comme escouvillon.
I tratti fisici e morali sono più frequenti nel Testament:
Povre de sens et de savoir,
Triste, faille, plus noir que meure.
(vv. 178-79)
De tous suis le plus imparfait.
(v. 261)
Povre je suis de ma jeunesse,
De povre et de peticte extrasse,
(vv. 273-74)
Par moy, plus maigre que chimere.
(v. 828)
Les vers n’y [nel mio corpo] trouveront grant gresse,
Trop lui a fait faire dure guerre.
(vv. 843-44)
I tratti fisici si riconducono tutti al tema della povertà e della fame, quelli morali alla confessione di essere un peccatore. Ritornerò più avanti su entrambi i temi. Devo intanto aggiungere un’osservazione sull’accenno che Villon fa a sue pretese competenze linguistiche in Testament, vv. 1060-61: «Se je parle ung poy poictevin, / Ice m’ont deux dames apris» ‘se io parlo un po’ pittavano, me l’hanno insegnato due signore’. Ma parler poitevin significava allora ‘parlare in modo ambiguo ed ingannare’.
Esamineremo più avanti altri aspetti dell’identità letteraria di Villon, ma dovremo tenere bene a mente che si tratta sempre di una costruzione messa insieme con materiali tradizionali, quale che sia la qualità originale del risultato.
- Io letterario ed io biografico: Charles d’Orléans.
L’identità letteraria di Charles d’Orléans appare a prima vista assai meno complessa di quella di Villon. Il duca assume infatti senza esitazione, fin dalle sue prime composizioni, proprio quella figura dell’amante martire che in Villon appariva così in contrasto con la sua biografia. E dato che abbiamo a che fare con un uomo che per decenni è stato separato dalla moglie e tenuto più o meno rigidamente prigioniero, potremmo perfino pensare che questa volta la figura letteraria coincida con quella reale. Ma l’esperienza ci insegna ad essere prudenti.
In ogni caso, l’io letterario del duca è del tutto diverso da quello del maestro parigino. Ambedue i nostri poeti, anche quello a lungo segregato, sembrano aver sempre presente qualche interlocutore. Ma se in Villon una ricca serie di indizi rimanda ai compari delle serate al fresco sulle piazzette o nella rumorosa atmosfera delle taverne del Quartire Latino, il circolo cui si rivolge Charles è quello degli aristocratici amanti della poesia o dei loro segretari: happy few che non amano i riferimenti concreti e men che meno gli ambienti e le persone di dubbia reputazione. I numerosi beneficiari degli affidamenti o dei veri e propri lasciti di Villon, quando non sono ignari oggetti di satira, sono proprio i suoi compari, per cui la poesia è discorso a chiave ed occasione di sonore risate e sghignazzi; gli interlocutori del duca sono principi del sangue o collaboratori per i quali la poesia è un elegante gioco di società.
Basta sfogliare il codice di Charles nella sezione dei Rondeaux, quella più tarda, e rilevare i nomi di coloro con i quali egli dialoga. Si comincia con Nevers (Charles de Nevers, cugino di Filippo il Buono di Borgogna), poi troviamo Secile (René d’Anjou, pretendente al regno di Sicilia, il ‘buon re Renato’, poeta dignitoso), Fredet (segretario del duca), Le Gout (segretario del duca), Alençon (Jean duca d’Alençon, genero del duca), Caillau (medico del duca), Torsy (Jean d’Estouteville, della corte di Carlo VII), Clermont (Jean conte di Clermont, poi duca di Borbone), Olivier de La Marche (notevole poeta), George (Georges Chastellain, poeta e storico di Borgogna), Vaillant (Pierre Chastellain, detto Vaillant, poeta), Bouchicault (nipote del Bouchicaut che era stata maresciallo di Francia), Lorraine (Jean de Calabre, figlio del re René), Pot (Guyot Pot, ciambellano del duca), e così via. Il catalogo non potrebbe essere più dissimile da quello costituito da Guy Tabarie, Colin de Cayeulx e così via.
Tanto è cittadino il paesaggio in cui si colloca la poesia di Villon, tanto poco lo è quella di Charles. Parigi appare nell’ultimo rondel come un lontano ricordo di giovinezza: «Amoureus fus, or ne le suy ge mye, / Et en Paris menoye bonne vie» (R CCCCXXXV, vv. 11-12: ‘fui innamorato, ora non lo sono mica, e a Parigi facevo la bella vita’). Non c’è mai menzione di un quartiere o di un edificio, sacro o profano, della capitale.
L’Università di Parigi era allora organizzata per collegi, come ancora oggi le antiche università inglesi. Il Collegio di Navarra si trovava un po’ sotto la montagna Sainte-Geneviève, sede della Facoltà delle Arti, non lontano dalla chiesa di S. Benedetto di cui abbiamo parlato.
Veniva chiamato Pet-au-Diable un grosso sasso collocato nell’Ile de la Cité, al centro di Parigi. Nel 1451 gli studenti lo portarono sulla Montaigne Sainte Geneviève, ma poi la polizia lo riportò nel cortile del Palais della Cité, da dove gli studenti lo ripresero a forza, portandolo di nuovo sulla Montagne e dedicandogli una sorta di culto buffonesco. L’affaire durò fino al 1453. Cf. Testament, v. 858. Mademoiselle de Bruyeres, ricordata al v. 1508 del Testament, era Cathérine de Béthisy, vedova del proprietario dell’hôtel du Pet-au-Diable.
Sono insieme luoghi reali, il primo a 10 km da Meung-sur-Loire ed il secondo alla periferia di Parigi (vi è la casa più amata da Napoleone, la Malmaison), e giochi linguistici: aller à Montpipeau equivale a piper ‘truffare ai dadi’ e aller à Rueil a ruer ‘dare un colpo’.
Anche questa parola ha un doppio senso. Letteralmente significa ‘annullamento di una disposizione giuridica’ e sans rappel ‘irrevocabilmente’, ma è anche una sorta di ‘rilancio’ nel gioco d’azzardo. Colin ha dunque creduto di potersela cavare rilanciando.
Vi rientra anche la presa di posizione per l’Università e contro i Mendicanti, che si riscontra in Testament, vv. 1174-77.
Gli studiosi hanno sottilmente arguito che Villon usa il singolare in riferimento al broccardo «Testis unus, testis nullus» (‘un solo testimone non ha alcuna validità’), naturalmente giocando sul doppio senso di testis ‘testimone’ e ‘testicolo’. Aggiungerei però anche il valore apotropaico, di scongiuro, di un simile giuramento.
Dalla nota di Rychner e Henry, Commentare cit., p. 34, si deduce che noir ha senso morale: ‘sombre’.
Il codice del duca presenta una struttura complessa. Il fondo è costituito da quanto egli aveva scritto (e selezionato) al momento in cui il codice fu messo in cantiere; questa produzione è divisa per generi (ballate, canzoni, rondeaux), come accadeva di frequente nei canzonieri antologici medievali, e fu lasciato lo spazio nella parte alta delle pagine per inserirvi le rispettive musiche. Questa seconda operazione non fu eseguita, non sappiamo perché. Invece le pagine bianche furono riempite con altre composizioni, composte dopo, ed infine quelle ancor più recenti vennero ad occupare gli spazi lasciati per la musica.
La città più ricordata (ma solo quattro volte in tutto) è Blois, il rifugio dalla vita sociale nell’ultima fase della vita del duca:
En tirant d’Orleans a Blois,
L’autre jour par eaue venoye…
(B XCVIII, 1)
Envoyez nous un doulz regart,
Qui nous conduie jusqu’à Blois…
(R LXXVIII, vv. 1-2)
Pour ce qu’on joute a la quintaine
A Orleans, je tire a Blois…
(R LXXIX, vv. 1-2)
Je ne hanis pour autre avaine
Que de m’en retourner a Blois ;
Trouvé me suis, pour une fois,
Assez longuement en Touraine.
(R CCIX, vv. 1-4)
La vicina Tours è ancora menzionata per uno scherzoso controllo di una obbligazione amorosa di Vaillant (B CIIIa, v. 7) e perché nel 1444 vi furono concordate delle tregue tra Francia e Inghilterra (R XVI, 2) che il duca prende a modello per una sua tregua con Amore («avec Amours / J’ay prins abstinence de guerre»).
Nella produzione di Charles, semmai, le referenze al mondo esterno si rarefanno con il trascorrere del tempo. Nelle liriche più antiche non mancano accenni espliciti alla prigionia:
[Fortuna] T’a tenu moult longuement
Ou royaume d’Angleterre.
(B LXXXI, vv. 10-11)
La ballata LXXV prende spunto dal suo guardare nostalgico da Dover verso il continente, nel maggio 1433, quando fu tenuto un mese in quel porto e sperò di essere liberato:
En regardant vers le païs de France,
Un jour m’avint, a Dovre sur la mer,
Qu’il me souvint de la doulce plaisance
Que souloye oudit pays trouver…
(vv. 1-4)
La poesia prende un tono più legato alla realtà quando Charles vede vicina la sua liberazione e spera di rientrare nel gioco politico attivo. La ballata LXXXVII, indirizzata a Filippo di Borgogna a Saint-Omer (v. 26), sembra scritta a Calais e riferita alle trattative che il duca di Borgogna conduceva per la sua liberazione. Così anche la LXXXIX, sempre indirizzata a Filippo, dà espressamente nouvelles d’Albion e si data al 1439. La ballata CI, infine, celebra la riconquista francese della Guienna e della Normandia nel 1453.
Altrimenti Charles fa solo qualche riferimento, probabilmente non immediato, alla sua spedizione italiana del 1447. Nella canzone LXXXI il suo cuore si trova par deça le mont Senis (v. 6) ‘al di qua del Moncenisio’. Il riferimento alle nevi della Savoia della B CXXIII, v. 10, deve riferirsi allo stesso viaggio.
Fuori di questi casi, la geografia di Charles conosce qualche riferimento ad una realtà paesana e, ante litteram, breugheliana. Ma meglio sarebbe ricordare le scene invernali dei calendari di tanti Libri d’ore dell’epoca. Quando il duca sogna di ritornare a Blois, nel citato rondel CCIX, egli continua:
J’ay galé, a largisse plaine,
Mes grans poissons et vins des Grois.
(vv. 5-6)
E si veda il rondel CCCXXXVIII, che celebra appunto la pacifica e grassa vita delle campagne delle regioni del centro della Francia: Saulongnois sono gli abitanti della Sologne, Beausserons quelli della Beauce, Bourbonnois quelli del Borbonese, Bourguignons quelli della Borgogna; Savonnieres, nell’attuale dipartimento del Loir-et-Cher, nel Berry, era la residenza di campagna di Jean de Saveuse, governatore di Blois:
Puis que par deça demourons,
Nous, Saulongnois et Beausserons,
En la maison de Savonnieres,
4 Souhaidez nous des bonnes cheres
Des Bourbonnois et Bourguignons.
Aux champs, par hayes et buissons,
Perdriz et lyevres nous prendrons,
8 Et yrons pescher sur rivieres,
Puis que par deça demourons,
Nous, Saulongnois et Beausserons,
En la maison de Savonnieres.
12 Vivres, tabliers, cartes aurons
Ou souvent estudierons
Vins, mangers de plusieurs manieres ;
Galerons, sans faire prieres,
16 Et de dormir ne nous faindrons,
Puis que par deça demourons.
Quanto abbiamo constatato non significa affatto, come saremmo portati a credere, che la poesia di Charles non abbia una sua geografia ed i suoi interlocutori. Tutt’altro. Ma si tratta, questa volta, di un paesaggio dell’anima, popolato di decine di allegorie, che si atteggiano a personaggi reali, nella tradizione del Roman de la rose, ma con un timbro assai più intimo. Con essi dialoga Charles, ma soprattutto con il suo cuore, assunto ad interlocutore privilegiato. L’io letterario del poeta ingloba interamente quello biografico, alludendo alla solitudine ed alla malinconia del ritiro dalla vita politica e mondana e puntando sulla ricchezza della vita interiore.
L’impostazione strutturale/formale del Lais ricalca quella di un corrispondente atto con valore giuridico. Ecco perché esso si apre con la determinazione temporale («L’anno ‘456»), con l’identificazione di chi detta le proprie disposizioni («io, François Villon, scolaro», questa definizione è in verità inesatta, perché il poeta, come sappiamo, aveva ottenuto i gradi) e con una affermazione meno obbediente alla norma della propria condizione di possesso delle piene facoltà mentali («di senno fermo, il freno ai denti, libero nel collare», come un cavallo pronto a scattare). Anche la menzione di una auctoritas, qui Vegezio («saggio romano, gran consigliere», non importa se esattamente citato o no: vale il prestigio del nome), che esprime un principio generale («si deve riflettere bene su ciò che si fa»), è adeguata all’inizio di un atto solenne. Che poi risulta essere il lascito dei propri beni ad una serie di persone a causa della decisione del poeta di abbandonare Parigi per un certo tempo.
Qui si determina un forte anacoluto, perché la linea sintattica iniziale viene abbandonata per molte ottave, come se il poeta fosse distratto dalla descrizione delle circostanze in cui avviene la sua partenza: «Il quel tempo che ho detto prima, verso Natale, morta stagione, quando i lupi si nutrono di vento [non trovando nulla da mangiare], che ciascuno se ne sta a casa sua per il gelo, presso il tizzone, mi venne il desiderio di spezzare la prigione amorosissima che faceva andare a pezzi il mio cuore.»
Alla lettera, Villon si dichiara sofferente per un amore non ricambiato, nella linea del ben noto topos trovatorico e post-trovatorico dell’amante non corrisposto: la donna «consentiva al suo disfacimento, alla sua distruzione». Ovvia è dunque la sua sofferenza; meno ortodosso, ma certo non nuovo, il suo desiderio di vendetta; di nuovo tradizionale la descrizione del proprio dolore, ma di nuovo eterodosso il paragone con un cavallo dai piedi bianchi, che veniva considerato segno di natura traditrice; ambigua l’affermazione che gli «è necessario coltivare altre piantagioni e battere in un altro conio» (la metafora agricola è consueta in riferimento a rapporti sessuali, non meno di quella monetaria, tanto più che l’esito di cŭneu ‘conio’ è molto vicino a quello di cŭnnu ‘organo sessuale femminile’). Il luogo comune della belle dame sans merci ‘bella signora senza pietà’, codificato pochi decenni prima nel poema omonimo di Alain Charter, si intreccia con pulsioni meno elevate.
A dire il vero, i livelli di ambiguità sono più complessi di quanto sembra a prima vista. Oltre al doppio livello amore cortese – amore sessuale, c’è più nascosto, ma avvertibile probabilmente da una parte dei destinatari intenzionali del poema, un senso del tutto diverso. Se alla fine del 1456 Villon sentiva l’impellente bisogno di allontanarsi da Parigi non era tanto per sottrarsi alle pene d’amore, quanto per rendersi latitante dopo il furto al Collegio di Navarra. Il fuggire del v. 38, ripreso dal partire del v. 42, è dunque tutt’altro che metaforico: esso corrisponde piuttosto a una necessità che ad un desiderio. Chi lo minaccia non è tanto l’anonima belle dame quanto il prevosto di Parigi, il capo della polizia cittadina. Ecco chi «vuole rompere la viva saldatura» (v. 39), che non sarà quella che lega l’amante all’amata ma proprio l’osso del collo, spezzato dall’impiccagione. E l’ambiguità continua anche nelle frasi seguenti.
La conclusione è netta: «Addio! Me ne vado ad Angers» (v. 43). Nella convenzione amorosa non sarebbe stato affatto necessario menzionare una località reale, come la città della Loira. Ma dalla posteriore testimonianza di Guy Tabarie apprendiamo che Villon aveva cercato di usare al meglio la necessità della latitanza, recandosi ad Angers per esplorare la possibilità di realizzare un altro colpo ai danni di un religioso del luogo. Può ben darsi che qualcuno dei suoi compari fosse in grado di intendere l’allusione.
Non dobbiamo infatti dimenticare che Villon è stato anche autore di poesie in gergo, per noi di fatto incomprensibili. Il gergo da lui usato è quello dei malviventi parigini del tempo, noti come la compagnia dei Coquillarts, perché usavano come travestimento l’abito tradizionale dei pellegrini al santuario di Santiago de Compostela, in Galizia, abito che era decorato da conchiglie. Il Lais, come le altre poesie che leggeremo, non è in gergo, ma include senza dubbio nel suo pubblico intenzionale anche i malviventi o comunque i compari che sapevano cosa realmente stesse facendo François.
Il che non gli impedisce affatto di dichiararsi al v. 47 «amante martire» e poi addirittura di iscriversi nel novero degli «amorosi santi». È che il nostro nella sua poesia, assume alternativamente ma anche cumulativamente, maschere diverse. Quella dell’amante martire è la più convenzionale, ed anche quella che assicura una indubbia accettabilità sociale.
Meno ovvio è che si insinui qua e là che i rigori della dama non siano dovuti alla sua invulnerabile castità ma più prosaicamente al fatto che lei abbia un altro: «altro che me» (v. 52). Né ci è chiaro il brusco passaggio all’aringa di Bretagna (v. 53), che probabilmente allude a qualcosa.
Ma i salti bruschi, omologhi formali della pluralità di maschere, sono costanti nel poema. Ora si passa al registro religioso, ed in tono apparentemente serissimo: «Dio voglia ascoltare il mio grido» (v. 56), il ritorno (da Angers?) non è certo, non tanto perché il mestiere del ladro è a rischio quanto perché «vivere è incerto per gli esseri umani e dopo la morte non c’è possibilità di remissione». Queste espressioni sono del resto analoghe a quelle che introducono nella realtà giuridica del tempo un lascito reale. Ma esse hanno anche un timbro di intimità che caratterizza i passi migliori della poesia di Villon, là dove il riferimento al proprio io («non sono uomo senza pecca», v. 59) si sviluppa senza sforzo in quello all’umanità intera, che tutti ci accomuna (v. 61). François «non è sicuro del ritorno», come non lo è nessuno. Il viaggio diventa metafora della vita e della condizione umana. Fare in tempo i conti con l’eterno è indispensabile a tutti. La differenza tra un lascito in ragione di un viaggio «in un paese lontano» ed un testamento in attesa della morte è secondaria.
Con il v. 65 comincia il lascito vero e proprio, annunziato nelle prime ottave e lasciato in sospeso. Esso comincia, secondo le usanze, nel nome della Trinità e della Vergine e mette al primo posto le persone più vicine a colui che fa il lascito. Non è dunque senza significato che il primo sia Guillaume de Villon, il padre adottivo del poeta, al quale egli lascia il suo bruit, la sua fama, la sua reputazione, nonché le sue tende ed il suo padiglione, come se fosse un nobile che va in guerra con la sua gente (suo il padiglione, del seguito le tende). L’interpretazione del lascito non è facile. Il piglio è da gran signore, qui come altrove; ma Villon non ha una gran fama da lasciare, semmai quella di uno scapestrato e ladro; né possiede padiglione o tende. Sembra dunque che egli prenda in giro il patrigno, ma altrove, come vedremo, il ricordo è commosso, e del resto qui l’ironia della storia ha fatto sì che proprio il bruit del poeta abbia reso famoso nei secoli il nome del patrigno, sicché il lascito si è rivelato, inopinatamente, valido.
La menzione che segue non è quella della madre, come ci attenderemmo, ma quella della signora senza pietà della convenzione, cui altrettanto convenzionalmente Villon lascia il suo cuore, l’organo che allora era ritenuto non solo la sede della passione amorosa, ma di tutte le funzioni intellettive. Anche il lascito successivo adotta la maschera convenzionale del gran signore, che lascia la sua spada di tagliente acciaio. Ma il seguente, a mastro Jehan le Cornu, torna immediatamente all’ambiguità, facendo riferimento a circostanze che ci sfuggono. Quando la satira scende al livello di allusioni specifiche, essa è decodificabile pienamente solo da parte di coloro che conoscono il contesto: come genere letterario la satira non è autosufficiente. Qui purtroppo non è possibile decifrare il messaggio. Possiamo solo dire che solz ‘soldi’ (v. 86) non è lo stesso che ‘denaro, soldi’, che sarebbe espresso da argent o monnaie; si tratta invece di una moneta specifica, secondo il sistema che risale a Costantino imperatore ed è rimasto in uso fino all’introduzione del sistema decimale.
L’ambiguità continua nell’ottava xii, anche se è chiaro che il lascito a Saint Amant riguarda due taverne, di cui si citano le insegne (il Cavallo bianco e la Mula); ma il diamante lasciato a Blaru potrebbe essere lo strumento usato dai ladri per tagliare i vetri, la zebra di nuovo una insegna. Cosa sia la «bolla carmelista» (v. 95), è chiaro: si tratta di una bolla di papa Niccolò V (1405) che dava ai Carmelitani, pur essendo questi frati e quindi non necessariamente sacerdoti, il diritto di confessare i fedeli, togliendone l’esclusività ai curati, che qui sono dunque ironicamente aizzati a fare rispettare la bolla contro i loro stessi diritti, sanciti da un decreto del concilio lateranense del 1215, di cui è citato l’incipit latino, che stabilisce l’obbligo della confessione almeno una volta l’anno.
Chiaro è invece il lascito successivo. La nomina che Villon ha avuto dall’Università, cioè il grado di licenziato in arti, è lasciato ai poveri chierici di Parigi, come a farli tutti maestri, perché escano dai guai. Il movente sarebbero Carità e Natura, a vederli poveri e nudi. La punta satirica è che Villon, pur essendo licenziato in arti, è altrettanto povero e nudo degli altri chierici di Parigi: il diploma non gli è servito ad uscire dai guai, non gli è servito a nulla. Il dono è altrettanto inutile di quello successivo che lascia al barbiere le spuntature dei capelli ed al rigattiere i suoi stracci. Mentre è del tutto satirico il lascito di cibi saporiti e ghiotti, capponi, pizze di pesce, galline e pani in abbondanza a chi, come i medicanti, le Figlie di Dio (un ordine religioso) e le Beghine (laiche che hanno adottato uno stile di vita estremamente austero), non possono o non vogliono farne uso; né del resto François possiede quanto lascia. Il rifiuto di fare un analogo lascito ai Carmelitani è giustificato da una ragione oscena: già se la godono abbastanza cavalcando (sessualmente) le donne del nostro vicinato.
Non seguiremo uno per uno i lasciti successivi, ma merita una parola l’ottava xl, l’ultima del poema, che riprende la formula di chiusura di un vero lascito, ricordandone la data e l’autore, qui definito «ben rinomato, noto», quasi a confermare il bruit lasciato a Guillaume de Villon e che si descrive come colui che «non mangia fico né dattero, secco e nero come uno scovolo». Più che l’io biografico, qui è descritto l’io letterario, quella personalità ambigua e contraddittoria che come un nobile «non ha tenda né padiglioni» che non abbia lasciato agli amici (si riprende la formula usata per il patrigno) e non ha spiccioli (billon) che non siano presto finiti.
8. François Villon: il Testament.
Il Lais è un’opera compatta, costituita da 40 ottave (e quindi da 320 versi). Diverso è il caso del Testament, per quanto la sua struttura sia sempre di ottave. Ma qui non solo le ottave sono molte di più, 186, ma al loro interno sono inserite in buon numero poesie di struttura diversa, in generale ballate, per un totale di 2023 versi. Può darsi che, tutte o in parte, queste poesie inserite fossero state composte anteriormente al Testament, che in tal caso fornirebbe una sorta di cornice alla produzione precedente di Villon e ne sarebbe dunque in parte condizionato nella scelta dei temi.
Che una composizione poetica ne includa altre non era certo una novità. Già in romanzi in versi di poco posteriori al 1200 appare il gusto della citazione di liriche che si suppongono cantate da uno dei personaggi e più tardi la pratica dell’incastro di una citazione sarà molto diffusa, fino a definire un genere poetico casigliano, la glosa. Nel caso di François Villon la tradizione manoscritta a volte trasmette isolate poesie che sono incluse nel Testament, così come ci conserva più di una dozzina di altre liriche a lui attribuite che non hanno nulla a che fare con il poema maggiore. L’attribuzione delle singole liriche al nostro è spesso garantita, oltre che dalle rubriche, dal fatto che il poeta si nomina nel testo oppure che ha avuto cura di inserirvi il suo nome sotto forma di acronimo (le iniziali di una sequenza di versi vengono a formare i nomi VILLON o FRANCOIS VILLON).
Già questa differenza strutturale mostra che il Testament è opera più complessa del Lais. Ora ci si sottrae assai più che nella più antica all’immediatezza dell’io ed alla dialogicità con un tu specifico. Villon approfondisce qui la tematica comune alla condizione umana, di tutti gli uomini. A mio parere si nota anche una forte maturazione poetica, pur se non si abbandonano procedure come l’anacoluto e la sospensione.
Anche questa volta il poema si apre come un atto giuridico con l’indicazione della data, ma questa volta attraverso l’indicazione della propria età, i trent’anni (la data assoluta, 1461, sarà data solo al v. 81), e senza dire il proprio nome; ma subito l’attenzione del poeta è distolta e deviata dalla menzione al v. 6 di Thibault d’Aucigny, vescovo di Orléans dal 1452 al 1473. Il deragliamento argomentativo nell’edizione è indicato tipograficamente dai puntini sospensivi.
Thibault lo ha fatto gettare, non sappiamo perché, nella tetra prigione vescovile di Meung-sur-Loire (proprio la patria di Jean de Meung, l’autore della seconda parte del Roman de la rose), dove egli ha sofferto terribilmente. Solo il passaggio da Meung, il venerdì 2 ottobre 1461, del nuovo re Luigi XI ha determinato la sua liberazione: era usanza che l’entrata di un nuovo sovrano fosse celebrato con la grazia per chi era prigioniero. Se dunque nel Lais la deviazione dall’intento (pseudo)giuridico era dichiarata come conseguente all’assunzione della maschera del martire d’amore, qui è un tema molto più personale, autobiografico, e molto più doloroso a portare il poeta lontano dal suo proposito.
Il poeta «ha bevuto tutto le sue onte», è sceso al livello più basso dell’umanità, e si confessa né del tutto folle né del tutto saggio, cosciente della propria colpevole debolezza. In certo modo, tutta l’esperienza e la sofferenza del giovane François, e tutta l’esperienza e la sofferenza di tutti gli uomini, si raggruma e catalizza nella prigionia di Meung. Il che equivale a dare all’avvenimento recente e personale il valore di simbolo della situazione permanente dell’uomo. L’odio feroce contro il suo persecutore riassume quello di tutti per i loro carnefici. Avevamo notato questa capacità di Villon di annullare la distanza tra il personale e l’universale: qui essa è la cifra costante della poesia.
La povertà del poeta, tema già ben noto, ritorna subito. Villon non è vassallo del vescovo, non tiene da lui alcuna terra (v. 10), non gli deve omaggio (v. 11). Egli chiede solo un contrapasso: che il vescovo riceva un trattamento analogo a quello che ha riservato a lui. Villon è un povero diavolo che non getta maledizioni, si riconosce peccatore ma come tale Dio non può volere la sua morte (vv. 105-108, che echeggiano due passi di Ezechiele, 28, 23 e 33, 11).
Ancor più, apparentemente, vicina al livello biografico è l’ottava xxvi, in cui il poeta si rammarica di aver perduto nell’ozio la sua folle gioventù. Egli non ha studiato e così oggi non gode delle comodità che assicura una condizione agiata che avrebbe potuto raggiungere. Noi sappiamo che Villon in realtà aveva terminato gli studi, anche se pare esatto che non ne avesse ottenuto nulla. Qui dunque l’io letterario si allontana da quello biografico e rimane fedele alla tematica del povero emarginato, che sciupa la sua vita in follie ed errori. Ma la disperazione per questo fallimento, sia esso reale o fantastico, è comunque espressa in modo commovente. Al poeta disperato si spezza il cuore nel momento in cui si confessa mauvaiz enffant ‘ragazzaccio’. La raffigurazione poetica dell’atto stesso della scrittura, tutt’altro che frequente allora, esprime il massimo di soggettività proprio nello stesso momento in cui siamo in contraddizione con l’autobiografia. Il fatto è che il rammarico per una giovinezza inutilmente dissipata è intrinseco alla condizione umana, ben al di là della esperienza individuale di François Villon. Abbiamo ancora una volta un cortocircuito tra soggettivo e generale.
Va anche notato che, a differenza di quanto accadeva cinque anni prima nel Lais, qui la sigla dell’esperienza umana non è più la maschera assai convenzionale dell’amante martire, ma più direttamente la vita reale di ciascuno di noi. Il tema della giovinezza sprecata porta alla memoria l’autorità di un generico ‘Saggio’, che si rivela essere il libro dell’Ecclesiaste, 11, 9, là dove dice: «Laetare ergo, juvenis, in adolescentia tua», ma il poeta ha abusato di questo principio. In realtà, subito dopo, lo stesso libro (Villon ricorda un testo diverso da quello della Vulgata o, più probabilmente, lo modifica) continua: «Adolescentia et voluptas vana sunt» (11, 10). Si ricorre qui ad un procedimento tipicamente scolastico, il sic et non, l’opposizione di due autorità contrastanti; ma non c’è una astratta discussione teorica, c’è l’esperienza viva delle contraddizioni dell’esistenza.
Villon sa bene, e ripete un’altra volta, di non essere «figlio di un angelo che porti diadema di stelle o d’altro astro» (vv. 298-299). Egli ha già confessato di essere un peccatore. La morte ha già portato via suo padre; egli è cosciente che morirà anche sua madre e che il figlio, cioè egli stesso, non rimarrà certo vivo. Così passiamo al tema della morte, che lo riguarda come individuo ma coinvolge anche tutti i viventi.
Bisogna ricordare che la sensibilità per la morte è profondamente radicata negli europei della fine del medioevo. Lo choc della peste nera, che dal 1348 ritornò più volte a colpire l’Europa, aveva lasciato il segno. Si consideri che nelle prime epidemie perdettero la vita circa la metà, ed a volte anche più, degli abitanti, specialmente delle città (dove le condizioni igieniche erano spaventose). La coscienza della propria fragilità e l’esperienza della morte altrui, spesso rapidissima, la tragica familiarità con i cadaveri, che in gran numero rimanevano nelle case e per le strade, la visione diretta della corruzione delle salme, tutto contribuiva a dare un senso diverso alla propria vita.
Il cambiamento di sensibilità è evidente nelle arti figurative. Basti ricordare l’apparizione e la diffusione del tema dell’incontro terribile e disgustoso dei tre vivi (tre giovani eleganti a cavallo) con i tre morti (tre cadaveri in putrefazione), rappresentato ad esempio nel Camposanto di Pisa, o la nuova consuetudine di figurare sulle tombe il defunto giacente non solo, come prima, vestito (o armato) e composto ma nudo o avvolto nel sudario, come cadavere in putrefazione o addirittura scheletrito. Si aggiunga il tema poetico e figurativo della Danza della Morte: lo scheletro con la falce, che viene ora a personificare la Morte, chiama alla sua danza, in successione, tutte le categorie umane, dal papa e dall’imperatore fino al più umile contadino, e tutte le travolge malgrado la loro resistenza.
Questa nuova sensibilità fa sistema con un diverso senso della fisicità, quale si riscontra anche nelle visioni dei mistici, che spesso comportano un rapporto diretto con il corpo di Cristo, non solo bambino ma anche deposto dalla Croce e quindi morto, cadavere come quelli degli uomini. Non per niente adesso anche la Morte assume un corpo, sia pure scheletrico.
Non può dunque sorprendere che Villon si faccia interprete di un analogo senso tragico della morte. Egli riprende dunque un tema di lunghissima tradizione, ma che proprio ora, non a caso, era diventato comunissimo, quello dell’«Ubi sunt?» (‘Dove sono?’): l’enumerazione di grandi del passato di cui resta appena il ricordo, grandi che sono morti come tutti gli altri, malgrado la loro grandezza. Nel Testament sono inserite due ballate su questo tema, una dedicata alle donne, il che è meno comune, l’altra agli uomini, la prima assai più riuscita e più famosa della seconda, specie in ragione del bellissimo ritornello: «Ma dove sono le nevi dell’anno passato?» Nessuno dei grandi personaggi elencati ha lasciato traccia reale del suo passaggio in terra, come niente è rimasto delle nevi dell’anno passato.
La distribuzione dei personaggi citati nella ballata delle signore del passato è abbastanza regolare. Quelle citate nella prima strofe appartengono all’antichità classica (Flora, Archipïadés, Thaÿs, Echo) , quelle della seconda al passato francese, vero o presunto tale, famoso nell’ambiente universitario (Esloÿs ‘Eloisa’, la regina Navarre) , quelle della terza per Villon alla storia francese (la regina Blanche, Berte, Bietrix, Aliz, Haramburgis, per finire con Giovanna d’Arco) . La bellezza delle prime come la fama delle seconde e il rilievo politico delle terze sono tutte doti effimere: tutto passa e nulla rimane.
Anche il Testament, come già il Lais, sembra avere dimenticato a lungo il tema di partenza. Alle disposizioni testamentarie, quindi al piano strettamente personale, qui si ritorna proprio attraverso la menzione dell’opera precedente. Al v. 753 ss. Villon ricorda di aver fatto cinque anni prima dei lasciti che alcuni vollero considerare come testamentari. In questo modo l’io letterario del Testament cita direttamente, come se fosse un episodio della propria biografia, il poemetto anteriore e ne discute perfino l’interpretazione (conteneva semplici affidamenti provvisori o era un testamento vero e proprio?). L’intrico tra io biografico ed io letterario è sempre più stretto e si dà l’impressione che il primo diventi un personaggio del secondo. In effetti il personaggio che dice io non ha alcuna intenzione di revocare i lasciti fatti anni prima, anzi nel caso del bastardo de la Barre (il Perrenet Merchant, sergente dello Châtelet, ricordato in Lais, v. 177) aggiunge ai tre mucchietti di fieno le sue vecchie coperte, che gli torneranno comode per la sua attività principale, il far sesso.
L’ironia è immediatamente evidente anche nell’enunciazione degli esecutori testamentari, coloro che dovranno mettere in atto le sue ultime volontà. Si tratta infatti dei suoi fornitori, il venditore di carne arrosto, il pasticciere, il macellaio, ai quali tutti egli in realtà deve soldi. Dal piano della condizione umana siamo dunque scesi a quello personale più umile, nella scena familiare del rione in cui Villon vive e si suppone che sia in punto di morte, anche se aveva detto di essere stato appena liberato dalla prigione nella valle della Loira.
Appare infatti al capezzale del presunto moribondo, inopinatamente, un nuovo personaggio. Non un destinatario di beni in eredità ma addirittura un improbabile segretario, il chierico Firmino, che dovrebbe redigere in buona forma quel testamento che intanto il moribondo, in quanto poeta, sta componendo in versi. Per coerenza con il panorama degradato in cui si colloca, peraltro, Firmino s’è forse addormentato, proprio quando dovrebbe avvicinarsi all’ammalato per cogliere dalle sue labbra la debole espressione del suo ultimo desiderio.
Così finalmente, ma solo al v. 793, si apre il testamento vero e proprio con la solenne invocazione della Trinità e la speranza della Resurrezione, sulle orme dei patriarchi e dei profeti che Cristo riportò dall’oltretomba, dove peraltro – a parere ironico di Villon – non avevano mai avuto un gran caldo alle natiche. Se dunque il poeta spera di lasciare la sua anima a Dio, il corpo rimarrà a «nostra gran madre la terra» (v. 842). Del resto esso è così magro per la fame che i vermi non troveranno nulla da mangiarvi.
Dopo aver disposto per la sua anima ed il suo corpo, Villon dà inizio ai lasciti, cominciando di nuovo da Guillaume de Villon che gli «è stato più dolce che madre», lo ha allevato dall’infanzia e lo ha tratto fuori da molti pasticci, senza avere da lui alcuna gioia. I versi ci convincerebbero della sincera affezione del poeta, non fosse che il lascito è ancora una volta discutibile: si tratta di un presunto romanzo del Pet-au-Diable, di cui Villon avrebbe lasciato sul tavolo i fascicoli copiati in bella da quell’uomo degno di fede che è Guy Tabarye (il compagno del furto al collegio di Navarre e poi delatore). Pare difficile credere che «la materia [del romanzo] è così degna di nota che essa fa ammenda di tutto il misfatto», se deve intendersi tutto il male che il figlio adottivo ha fatto a Guillaume o non piuttosto che l’importanza della materia fa perdonare i difetti dello stile.
Dal punto di vista metrico, il Lais, come poi il Testament, è costituito da ottave di versi ottosillabi rimanti ababbcbc (con qualche eccezione). In genere il limite di ottava è anche limite di frase, ma ci sono casi di enjambement tra due ottave contigue. Poiché anche la pausa dopo il 4° verso è di solito netta, un enjambement in quella sede risulta più forte che altrove. Cfr. il paragrafo finale di questi appunti.
Il sistema costantiniano è basato sul denaro; 12 denari fanno un soldo; 20 soldi (=240 denari) fanno una lira. In Gran Bretagna si è usato fino a pochi anni fa lo stesso sistema: 12 pences = 1 shilling, 20 shillings = 1 pound.
Vediamo qui che i Francesi del 1450, come quelli attuali, leggevano il latino mettendo l’accento delle parole non sulla sillaba che lo aveva portato in origine ma sull’ultima, in quanto l’accentazione ossitona prevaleva nella loro lingua e veniva estesa impropriamente anche al latino.
Come si vede, Villon non ha simpatia alcuna per i frati mendicanti, come i Carmelitani. Si tratta di un riflesso delle polemiche che fin dal Duecento opponevano, nell’ambiente universitario di Parigi, i professori secolari (chierici ma non frati) a quelli appartenenti ai nuovi (allora) ordini mendicanti. Gli studenti che non fossero essi stessi frati solevano schierarsi per i secolari e contro i regolari.
Si tratta dello spazzolone stretto e lungo che serve a pulire l’interno delle canne dei camini ed è dunque lurido e nero.
Può darsi che la menzione della biche ‘cervo femmina’ (v. 12) alluda a qualche relazione sodomitica tentata con lui dal vescovo o alla relazione di costui con una donna. Il termine, che stabilisce un gioco di parole con serf (‘servo’ in questa grafia, ma di pronuncia identica a cerf ‘cervo’), designa spesso un’amante.
La rima con ame : lame : femme assicura la pronuncia diadame invece di diademe. Si tratta di un tratto locale parigino che, assieme ad altri, caratterizza in senso locale la lingua di Villon.
Questa presunta bella donna dell’antichità non è altro che una storpiatura di Alcibiade ateniese, scambiata per donna già nel Roman de la rose.
Questa immaginaria regina di Francia sarebbe vissuta al tempo del filosofo Jean Buridan, vale a dire nella prima metà del sec. XIV, ed avrebbe scelto i suoi amanti tra gli studenti dell’Università di Parigi, che faceva poi gettare nella Senna dalla finestra del palazzo per tenere nascosta la sua lussuria. Buridano avrebbe però fatto preparare nel fiume una barca piena di fieno, cadendo sulla quale si sarebbe salvato.
Tra le tradizioni più coltivate della poesia anche medievale c’era l’antico motivo bucolico, nel ricordo del virgiliano «Felices agricolae». Il tema era stato ripreso non molti decenni prima in un poema di Philippe de Vitry, al cui protagonista era stato dato il nome di Franc Gontier ‘il libero Gontier’. Villon, poeta cittadino quanto altri mai, scrive qui le sue ‘obbiezioni’ (contreditz), senza toccare un altro interlocutore di queste dispute letterarie, il cardinale Pietro d’Ailly, che aveva contrapposto alla vita di Gontier quella del tiranno. François non vuole litigare con persone troppo potenti, secondo il consiglio dell’Ecclesiastico (8, 1-2). Invece egli e Gontier sono due poveri diavoli, ma il secondo ha lodato la propria povertà e celebrato i propri disagi; egli è di avviso opposto. Si discuta chi ha ragione.
La successiva ballata si apre infatti con il quadro del grasso canonico disteso su un morbido piumino, in una camera decorata da arazzi, con il braciere acceso, accanto a dama Sidoine, bianca, tenera, liscia e ingioiellata. I due, nudi, bevono, ridono, scherzano, si accarezzano e si baciano. Il poeta li ha visti spiando da un buco nel muro ed ha concluso che «per calmare il dolore non c’è tesoro che vivere a proprio agio».
Si osservi che la bella vita non è quella che Villon fa: egli si limita a osservarla da un buco, è il semplice guardone di una felicità che non possiede. In certo senso, la vita del canonico è una sorta di paese di Cuccagna, ambito ma non posseduto, il rovescio di una società di miserabili, il luogo irreale della mancanza della mancanza.
Questa è la filosofia opposta a quella di Gontier; ma se costui conoscesse la vita del canonico, certamente lascerebbe perdere le sue cipolle, che rendono puzzolente l’alito, ed il suo rozzo pane, il caglio e le bevande. È meglio coricarsi per terra sotto un rosaio o su un morbido letto? Villon invoca il parere del pubblico, ma è chiaro che lo considera scontato. Viva Gontier come vuole, giudichi il principe come crede. Il poeta l’ha sentito dire fin da piccolo: «Non c’è tesoro che vivere a proprio agio».
Si ritorna dal sogno di ricchezza e di agio alla mediocrità ironica dei lasciti testamentari. Madamoiselle de Bruyeres era Catherine de Béthisy, vedova del proprietario dell’ostello del Pet-au-Diable (e ci risiamo!). Non è chiaro quale fosse la Bibbia e quali fossero le sue discepole, ed è possibile che ci sia un’allusione poco onorevole (villotieres sono ‘donne di mala vita’), ma quel che preme a Villon è di celebrare le capacità linguistiche delle parigine che, come afferma l’allegra ballata che segue, sono superiori a quelle di tutte le donne di altri paesi: «Il n’est bon bec que de Paris» (v. 1522). Beninteso si tratta delle donne del popolo, quelle che siedono a crocchio per le strade ripiegando sotto di sé le lunghe gonne e che sputano sentenze meglio di Microbio. Qui non siamo dunque nel miraggio, come per il canonico: siamo nella realtà ben nota al poeta.
Aggiungiamo una parola sul carattere cittadino, e soprattutto parigino, della poesia di Villon. La caratteristica è notevole, perché sono pochi i poeti che prima di lui abbiano in Francia esaltato la vita della città, pur nelle sue molte miserie. Il suo pubblico include le donne, ma ancora una volta, come nel caso dei compagni di malavita, sono le donne della strada, delle taverne, se non proprio dei postriboli. Ma a questi andiamo senz’altro con il lascito e la ballata della Grosse Margot.
Costei deve essere un personaggio reale, come tutti gli altri destinatari di un lascito testamentario del nostro. A lei Villon dichiara la sua ammirazione («tres dolce face et pourtraic-ture» ‘dolcissimo volto e portamento’, «la dolce sade» ‘la dolce piacente’) e tutto il suo amore, peraltro ricambiato, brulare bigot, che sarebbe una storpiatura dell’inglese by our Lord, by God ‘per Nostro Signore, per Dio’, il che fa pensare ai bordelli frequentati fino a qualche decennio prima dalla soldataglia inglese che aveva a lungo occupato Parigi.
L’io della ballata, a dire il vero, assume una maschera che ancora non conoscevamo, tra le tante di Villon: quella del protettore di prostitute. Questo è propriamente il servizio che egli rende alla bella, malgrado i termini dei versi iniziali ricordino il servizio cortese: serve vino, acqua, formaggio, pane e frutta agli avventori e, se costoro pagano bene, approva con un solenne «Bene stat» ed invita a tornare quando vogliono «in questo bordello dove teniamo il nostro stato».
Il quadro cambia nella seconda strofe, perché Margot è furiosa per non avere guadagnato abbastanza e i due litigano e si colpiscono. Poi (terza strofe) fanno la pace, prevedibilmente, nella maniera più volgare: ne dà segno un grosso pernacchio della donna, che adesso lo colpisce per scherzo; i due si ubriacano e si addormentano; al risveglio lei lo monta e lo distrugge, ironicamente salvaguardando la sua presunta gravidanza. Anche questa volta la poesia chiede il giudizio del pubblico, anche se manca la richiesta al Prince. Io si confessa paillart ‘debosciato’ e paillarde è la donna; l’uno vale l’altro, «a cattivo ratto cattivo gatto»; entrambi amano la sozzura, fisica e morale, e la sozzura è con loro, fuggono onore ed onore li fugge. Anche la turpitudine ha la sua coerenza e dignità, comunque una lucida consapevolezza ed un vanto: ‘ho il mio pane cotto’, ho di che mangiare.
Il tono del poema sarà meno gioioso verso la fine, tanto più che questo è il luogo topico delle disposizioni sulla propria sepoltura. Villon chiede che la sua tomba sia a Sainte Avoye. La scelta è strana, perché si trattava di un monastero femminile e perché l’interpretazione popolare del nome della patrona ne faceva ‘colei che avvia’, cioè che rimette sulla stretta via le sviate. Può dunque darsi che Villon volesse intendere che preferiva rimanere tra le (antiche) compagne della Grosse Margot anche dopo la propria morte. Si dà inoltre il caso che la cappella di Sainte Avoie fosse soprelevata rispetto alla chiesa, il che rendeva impossibili le sepolture in fossa (si spiega dunque il v. 1875).
Potrebbe trattarsi di una ironia: un poveraccio chiede una sepoltura non in fossa ma soprelevata, come se la facevano i grandi nobili (come i duchi di Borgogna a Digione), che dovrebbe recare in alto la statua giacente del defunto. Anche Villon vuole essere ben visibile e chiede per sé un ritratto in piedi ad inchiostro, materiale povero, in considerazione della sua scarsa disponibilità di mezzi. Viene così sottolineata l’esigenza di individuabilità anche dopo la morte, che sarebbe cancellata o almeno ridotta da un seppellimento sotterraneo. Non a caso, il poeta aggiunge anche la propria iscrizione funebre, anche se ne prescrive una esecuzione modesta. Il ricordo dovrà sottolineare la sua natura di allegro compagnone, ma anche quella di amante martire. Il rondeau finale riprende comunque, nelle forme del Requiem aeternam, l’immagine del povero sventurato, ma ancora una volta il riferimento individuale sfuma e si confonde con quello universale: dinanzi alla morte tutti sono uguali.
La ballata conclusiva anticipa le proprie esequie previste come quelle dell’amante morto per amore, nella richiesta ai compagni a venire vestiti di rosso, che è appunto il colore del cuore. Ma è immediato, ancora un’ultima volta, lo sghignazzo: il giuramento sulla causa della morte è fatto su un testicolo e la fuga fino a Rossiglione è piuttosto quella del ricercato che quella dell’amante. L’invio, dopo l’invocazione al principe, preso in giro in quanto comparato ad un pesce come lo smeriglio, contiene l’ultima beffa: il presunto martire è morto ubriacandosi.
9. Villon: le poesie sparse.
Abbiamo già detto che nei manoscritti e nelle stampe del Quattrocento, oltre alle poesie in gergo, rimangono sedici liriche attribuite con sicurezza o con qualche verosimiglianza a François Villon.
Cominciamo dalla fulminante quartina che si suppone scritta nel carcere di Parigi, prima che al poeta giungesse notizia che il suo appello era stato accolto. Villon attende la morte ma si concede un’ultimo sghignazzo. La poesia è esplicitamente personale, soggettiva. Dopo essersi nominato, dopo avere scherzato sul fatto che Parigi è detta vicina al paesello di Pontoise, invece che al contrario, Villon traduce l’attesa del mistero della morte, del passaggio ad un’altra o a nessuna realtà, in un quesito da mercato: la forca diventa come una stadera, il suo collo, attraverso la corda, saprà quanto pesa il suo culo. Conviene non escludere che la poesia non dipenda direttamente da una precisa occasione, non sia tanto personale come vuol far credere. Resta il fatto che il poeta assume la maschera del malfattore che affronta il capestro spavaldamente, senza un rimorso e senza indulgere alla tragicità del momento.
La più celebre tra le poesie sparse è però la Ballata degli impiccati, che a differenza dalle quartina abbandona ogni sarcasmo e riprende il tema, comune alle iscrizioni funerarie, del morto che si rivolge al vivo e lo invita a tener conto della sua esperienza. Va premesso che nelle città medievali uno spettacolo come quello postulato da questi versi era abbastanza normale. L’impiccagione era la pena di solito riservata ai colpevoli di reati gravi e i giustiziati venivano lasciati appesi alla forca in modo da servire da ammonizione ai vivi. È anche frequente che nelle iscrizioni in cui il defunto si rivolge al vivo venga sottolineata la somiglianza dei destini di tutti.
Qui però la situazione non è quella comune alle iscrizioni funerarie. Questi defunti sono tali perché giustiziati, quindi colpevoli. Né essi rivendicano una loro innocenza: la morte ha infatti cancellato anche questo. Tutti siamo fratelli, tutti dobbiamo pietà a tutti, se vogliamo avere la pietà di Dio, di cui tutti abbiamo bisogno. La condizione dei corpi può essere diversa; gli impiccati lasciati alle intemperie ormai non sono che ossa, prossimi a diventare cenere e polvere. Ma la sorte dei ‘fratelli umani’ è comune: nessuno può né deve ridere della morte di un altro; tutti dobbiamo unirci nella preghiera.
‘Tutti’ non sono ovviamente soltanto gli impiccati, ma i vivi ed i morti, noi e loro. L’orizzonte della morte annulla ogni differenza tra gli uomini: ogni differenza sociale e fisica, ma anche ogni differenza di meriti e colpe. Tutti siamo peccatori, noi non siamo migliori degli impiccati. Tutti abbiamo bisogno del perdono del Figlio di Maria. La pioggia e il sole hanno disseccato i cadaveri, gli uccelli li hanno straziati; il vento non dà loro riposo. Ma quello che conta è la salvezza dell’anima: ecco perché la preghiera è necessaria, di tutti e per tutti.
L’invio mantiene la convenzione del vocativo al principe, ma questa volta si tratta di Gesù, il Salvatore. Qui non c’è nulla da scherzare. La poesia abbandona ogni sarcasmo e si alza come una preghiera degli impiccati e dei loro fratelli umani, dai corpi straziati e corrotti alla gloria dei cieli. Poco importa che Villon si possa considerare vicino agli impiccati per le proprie vicende criminali e giudiziarie. Egli prega con gli impiccati come dobbiamo fare tutti noi.
Si noti che il tema della salvezza eterna appare in Villon due sole volte: qua e nella preghiera di sua madre alla Vergine, che sono i momenti più alti della sua religiosità. Non c’è però nessuna contraddizione tra questi brani e quelli di compiacimento nel turpe, come quelli della Grosse Margot o del grasso canonico. Si tratta delle due faccia della stessa realtà umana, che in Villon acquista una complessità a tutto tondo che non aveva nella poesia cortese.
10. La poesia di Charles d’Orléans.
Sappiamo già che Charles aveva prodotto durante la prigionia inglese un vasto corpus di liriche nella lingua dei suoi carcerieri. Una parte di questa produzione trova riscontro in poesie francesi, senza che si possa determinare con certezza quale sia la prima redazione e quale la seconda. Parlare di traduzione, anzi di auto-traduzione, non sarebbe preciso, perché i testi rispettivi si corrispondono con libertà, anche in ragione delle sensibili differenze di lingua e di consuetudini metriche che correvano e corrono tra francese e inglese. A me pare tutt’altro che improbabile che il duca abbia voluto recuperare nella propria lingua una parte delle poesie che aveva originariamente composto in inglese. In ogni caso la sua produzione inglese è per ricchezza e qualità la più importante corpus di lirica medievale in quella lingua, in quanto la letteratura inglese nel medioevo preferì altri generi letterari.
Diamo come esempio di questa situazione, non comune ma significativa, la canzone III, che in inglese ha invece la forma di rondeau. Si osservi che le parole inglesi sono in media più brevi delle corrispondenti francesi, sicché in un verso di analoga misura ci sono più parole nella prima lingua che nella seconda. Questa differenza è gestita con molta abilità. Con altrettanta abilità le rime sono uguali nei due testi, pur essendo diverse le parole in rima. Il significato complessivo resta in fondo lo stesso, ma non mancano le variazioni.
Sarebbe interessante sapere se per il duca questa fosse una traduzione oppure un rifacimento. Si consideri che Charles, nella sua vasta produzione francese, spesso ritorna sullo stesso tema modificandolo, saggiando soluzioni differenti: egli realizza quelle che per un musicista sarebbero variazioni, ma non sceglie tra di esse, le copia tutte nel suo codice. Può darsi dunque che considerasse alla stessa stregua le sue composizioni inglesi?
Venendo ora al corpus poetico, a prima vista la produzione lirica di Charles d’Orléans è del tutto diversa da quella del suo più giovane contemporaneo. Per saggiare la differenza di timbro basterà una rapida lettura della ballata XLIII. Fin dal primo verso è chiaro che il suo mondo è sì animato da personaggi che si muovono accanto a Io, ma che per lo più non si tratta di individui reali come i compagni di sgavazzamenti e di malavita del poeta parigino. Qui il cuore del duca, che andrebbe scritto Cuore, si è fatto eremita nell’eremitaggio di pensiero, che pure andrebbe scritto Pensiero ed è concetto che rimanda non all’intelletto logico ma alla riflessione malinconica. Causa di questo ritiro dal mondo è l’azione di Fortuna, personaggio allegorico di lunga tradizione, ma che qui opera come un bellicoso avversario che, in alleanza con Tristezza, ha cacciato Cuore fuori di Gioia (che è immaginata come un luogo, da cui Cuore è stato bandito).
All’esule non rimane rifugio che nella foresta di Malinconia. La foresta è qui, come sempre in quest’epoca, il luogo dell’emarginazione sociale e della mancanza di ogni agio; qui per di più si tratta della foresta di Malinconia, che è appunto l’opposto di Gioia, come la foresta è l’opposto dell’habitat civilizzato.
A completare questa vicenda totalmente astratta viene poi la sorpresa di scoprire che Io, cioè verosimilmente il principe, ha sconsigliato a Cuore un estraniamento così radicale. Il fatto è che Cuore, come tutti i signori, ha il suo consiglio e qui Abbattimento ricopre il ruolo negativo del cattivo consigliere, di colui che non fa l’interesse vero del signore. Come tutti i cattivi consiglieri, anche questo rimane sempre alle costole di colui che vuol perdere, che resta così preda costante di Noia. Ad Io rimane dunque una sola possibilità: farsi intermediario tra Cuore e la Bella, perché solo una lettera di mano di lei o una sua parola impegnativa potrebbero indurre Cuore a rinunciare ai suoi voti.
La ballata presenta dunque una situazione non immobile ma dinamica. C’è un’azione negativa, folle (il ritiro in eremitaggio di Cuore, che consegue alla guerra che gli ha fatto Fortuna e ai cattivi consigli di Abbattimento), ed il tentativo del soggetto poetico di annullarla mediante l’intervento pietoso della Donna. Il tema è amoroso, ma il rapporto tra un uomo ed una donna è sostanzialmente esterno al testo, ad esso antecedente: non riguarda Io ma Cuore; la Bella appare solo alla fine e non si dice esplicitamente che lo abbia respinto, ma solo che potrebbe salvarlo con una sua parola. L’amore, concesso o negato, è dunque solo una premessa, la condizione che rende significativo il discorso poetico, che però riguarda un livello altro, quello in cui si muovono, agiscono, si scontrano o si evitano i personaggi allegorici. La realtà esterna è assente, ma solo per dar luogo ad una drammatizzazione pseudo-realistica dell’interiorità.
Ci si può chiedere fino a che punto questo mondo interiore sia quello del duca piuttosto che del tipo letterario dell’amante non ricambiato. La risposta è complessa. Senza dubbio la poesia di Charles è altrettanto poco direttamente autobiografica quanto quella di François, ma come l’altra prende l’avvio da, ed in certo modo ricalca, la situazione del poeta. Quanto in Villon premono le esigenze vitali, il sesso, il vitto, la povertà, la fuga dal pericolo, tanto in Charles esse non esistono proprio, perché la vita di un principe di Francia non è toccata da queste misere contingenze. Ma come non è vero che là il poeta ritragga in versi la sua vita reale nei vicoli di Parigi, così non è vero che qui il duca abbandoni ogni riferimento al proprio mondo reale. Abbiamo osservato come Io e Cuore siano personaggi allo stesso titolo e si muovano in un mondo di allegorie. Accade però che accanto a questo tipo di personaggi figurino membri della famiglia e della corte, che accanto a luoghi allegorici appaiano Blois e Orléans o le amate acque della Loira. Diremo allora che, in modo del tutto diverso da Villon ma con procedura analoga, Charles ha costruito un mondo poetico che non nega o contraddice, ma trasvaluta, il suo mondo quotidiano.
Per osservare il rapporto tra la poesia di Charles e la realtà leggiamo il rondeau CCCXXXVIII. Alla rarefazione di ogni concretezza qui corrisponde un quadro realistico di felicità rustica, perfettamente determinata nello spazio. Qui il soggetto è noi, ma non si tratta di un pronome che includa tutta l’umanità, come in Villon, siamo «noi, abitanti [o originari] della Sologne e della Beauce» (due eegioni della Francia centrale), tra i quali il duca evidentemente si include; il luogo di riferimento è indicato ancora più precisamente: è la «casa di Savonnières», la casa di campagna, nell’attuale dipartimento Loir-et-Cher, di Jean de Saveuses, governatore di Blois. Il duca è dunque in visita presso il domicilio di campagna di un suo funzionario e prospetta un programma di lieta vacanza in qualche modo analogo a quello di Franc Gontier, che i Borbonesi ed i Borgognoni sono invitati ad augurargli per la sua gioia.
Solo che qui non si celebra in tono bucolico la vita presuntamene felice dei contadini, il loro lavoro ed i frutti dei campi, bensì la caccia a lepri e pernici, la pesca lungo i fiumi, i banchetti e le bevute, le dormite saporose. Insomma la vita del nobile per cui la campagna non è un lavoro ma uno svago. Uno svago molto concreto. Appare chiaro che non le bucoliche ma le colorite miniature di nobili intenti a cacciare ed a pescare sono gli anelli della tradizione cui va ricondotta questa elegante poesia d’occasione.
Per il rapporto-contrasto con Villon va segnalato che l’ideale di vita comoda, realizzata, che costui dipinge nel Contreditz ha forse un realismo pressoché analogo ma rimane legato alla città, alla taverna, mentre qui circola l’aria della campagna, scorrono le acque dei fiumi, si mangia e si beve dopo una giornata all’aperto. Abbiamo osservato più volte che la poesia di Villon è poesia della città e dei cittadini; in quella di Charles la città non esiste. Blois o Orléans sono i nomi delle sue residenze, non dei centri abitati che le circondano. Esiste invece la campagna (abbiamo già incontrato la foresta), che è assente in Villon. Né va dimenticato che per Villon questa vita era un miraggio lontano, per Orléans era la realtà.
Nel rondeau CCCXXXVIII possiamo osservare chiaramente che Charles d’Orléans non fugge nell’allegoria per sottrarsi alla realtà, ma costruisce un mondo allegorico a partire, per astrazione a-logica, dalla realtà. Il rondeau XIX ci mostra un altro aspetto, quello di fine ironia, della poesia di corte del duca (di corte in quanto rivolta a familiari, a membri del suo circolo). Mastro (‘dottore’) Stefano Le Gout (segretario del duca dal 1447) ha tentato di consumare un adulterio, ma la sua avventura è finita male. Il duca lo prende in giro utilizzando una vecchia consuetudine scolastica, il gioco sui termini grammaticali. L’intento boccaccesco dell’uomo diventa così «si è voluto fare copulativo», il pagamento dato anticipatamente alla donna «ha messo sei ducati in dativo», la disponibilità conseguente da parte di lei è «per meglio avere la sua amica vocativa», il marito furioso diventa «accusativo», «del suo vestito l’ha fatto ablativo» vuol dire che gli ha preso i vestiti costringendolo a fuggire nudo da una finestra «molto superlativa», dopo aver preso un sacco di legnate «al passivo».
Per questa via la disavventura sessuale, particolarmente greve, si trasforma in un gioco leggero ed elegante. La poesia rende però necessaria, perché sia bene intesa, la conoscenza di un codice, quello appunto grammaticale. Rimane dunque legata ad un gruppo, quello di chi ha studiato la grammatica, mentre la storia che le dà lo spunto appartiene al più generale patrimonio delle vicende salaci, raccontate da tutti a tutti. Per quanto facile da decifrare, la nostra è pur sempre una poesia a chiave.
Qui siamo appunto all’aneddoto, ma esso scopre i meccanismi di un sistema. L’anello che congiunge in Charles la realtà referenziale con l’allegoria sentimentale è evidente in una deliziosa ballata, la XCVII, che prende lo spunto da un trasferimento da Orléans a Blois navigando sulla Loira. Il duca discende dunque il fiume (Orléans è a monte di Blois), a remi o abbandonandosi alla corrente, e intanto incrocia numerose imbarcazioni che lo risalgono a vela senza difficoltà perché hanno il vento a favore.
Nulla potrebbe corrispondere meglio ad un viaggio reale, quale il duca avrà fatto molte volte. Ma sulla nave di Charles ci sono ad osservare lo spettacolo tre personaggi, Cuore, Pensiero ed Io, sicché passiamo senza scatti dal livello della realtà a quello dell’allegoria, o meglio dobbiamo ammettere che i due livelli coincidano, si integrino perfettamente. Cuore fa una riflessione a bassa voce, tra sé e sé: alzerebbe volentieri la vela, se avesse il vento a favore, ma evidentemente non l’ha. Infatti l’acqua di Fortuna gli è sempre contraria quando egli va nel battello del Mondo e solo i remi di Speranza gli evitano di rimanere in una triste bonaccia. Da un livello così astrattamente allegorico si ritorna però immediatamente a quello del fiume reale: le navi lo risalgono, Io lo discende, ma ha contro le onde di Tormento (il vento che soffia a favore delle navi che risalgono la Loira è contrario a quella che la discende) e non può alzare la vela di Conforto. Non resta che sperare che Dio cambi la direzione del vento.
C’è appena bisogno di ricordare che l’immagine della nave avversata dal vento e dalle onde come metafora della vita umana è antica e diffusa. Di solito però si tratta di un mare tempestoso e non di un fiume e la burrasca travolge tutti, non fa contrasto immediato con il felice viaggio di altre imbarcazioni. Al di là della innovazione di una immagine di antica tradizione, la ballata rivela una assoluta integrazione tra realtà ed allegoria, che non sono qui due aspetti distinguibili e contrastanti; la scena di genere e la riflessione sulla propria vita si integrano perfettamente. A differenza di quanto accade al protagonista del Roman de la rose, il duca non sogna l’allegoria, la vive nel quotidiano, ne viene accompagnato in ogni suo movimento: essa è la sua modalità di vita.
Il duca raccoglie spesso temi della tradizione letteraria ma anche motivi ricorrenti della vita quotidiana. Tra questi, ce ne sono in particolare due, la festa di San Valentino (14 febbraio) ed il maggio. Il rondeau III è un esempio del primo tema, al quale sono dedicati vari rondeaux, in cadenza annuale. Il componimento è dunque apparentemente collocato con esattezza nel tempo: il 14 febbraio. Ma la data è solo uno spunto per constatare una mancanza: il duca rimarrà dunque non per ‘non pari, non accoppiato, senza compagna’? Il giorno consacrato all’Amore è dunque il momento per constatarne, come problema, l’assenza, una mancanza, un fallimento, la non partecipazione alla divisione del bottino d’Amore. La sofferenza è però una malattia lieve; il medico Nonchaloir ‘Indifferenza’ è venuto a visitare l’ammalato al risveglio e gli ha consigliato di rimanere a letto e di riposare. La mancanza si cura con l’oblio.
La festa delle calende di maggio (il 1 maggio) era allora un’altra festa degli innamorati, che si recavano in campagna in occasione della prima fioritura della rosa canina. Il poeta, dal suo letto, ha udito il tamburino che chiama gli innamorati al maggio, ma ha deciso di non sollevare neppure il capo dal cuscino: lascia ai giovani di festeggiare e di spartirsi il bottino d’Amore, si contenta della compagnia di Indifferenza. Ritornano i temi già noti: il letto, il risveglio, il richiamo d’amore e della gioventù, la rinuncia ad uno sforzo inutile, il rifugio nell’Indifferenza. Diventa però qui più esplicito l’avanzare della vecchiaia, la fine non solo delle illusioni ma del futuro stesso. Non si giunge però mai al dramma, non si oltrepassa la malinconia, un dolore costante ma dolce.
Se il percorso della vita è un declino inarrestabile, il ciclo della natura conosce invece la consolazione di perenni ritorni. Il rondeau XXX è dedicato ad un altro tema ricorrente nel nostro poeta, il ritorno dell’estate. Solo che qui la realtà naturale diventa il quadroni se stessa, la descrizione è quella dell’allegoria della realtà. La natura è mediata e come causata dall’intervento umano. Sono i furieri di Estate, i funzionari di questo signore, che sono venuti a preparare i suoi nuovi alloggiamenti, distendendo sui prati i suoi arazzi colmi di fiori e verdura, stendendo tappeti di velluto dai colori dell’erba. La natura reale è surrogata dall’arte, l’allegoria non nasce dalla realtà ma la crea. L’effetto è comunque lo stesso: la negatività dell’inverno è scacciata, tutti gioiscono della positività dell’estate.
Il successivo rondeau XXXI rappresenta una variazione su questo tema. Qui però il giungere della bella stagione non è figurato dall’opera dei furieri d’Estate, ma come un cambio d’abito del tempo, che si toglie il mantello di vento, freddo e pioggia e si riveste di ricami di sole lucente. Il cambiamento di ogni situazione naturale è, in modo parallelo, un mutamento d’abito: «ognuno si riveste a nuovo». Ed è un cambiamento gioioso. Ancora una volta non è la realtà a creare l’immagine metaforica ma la metafora a creare la realtà.
Questo ci conferma, ed in certo modo spiega, quanto sia secondario il mondo esterno per Charles, che si concentra su sé stesso. In una poesia apparentemente immobile come quella del duca c’è però l’espressione di un cambiamento, di una rottura con una fase precedente e finita, legata alla giovinezza ormai lontana. Il rondeau CXII ne è espressione chiara: il poeta respinge l’accusa di ipocrisia o addirittura di apostasia, ma conferma che adesso «negli ultimi giorni della sua vita» ha cambiato il suo stato (v. 3; estat è per il tardo medioevo francese, come si è detto, la posizione sociale dell’individuo, in rapporto alla quale si vive). Un tempo, in quella giovinezza che appare lontana e perduta, il poeta ha osservato la regola dell’ordine di Amore (concepito appunto come un ordine religioso), ma ora Vecchiaia lo ha espulso e trasferito in un altro ordine, quello sofferente dei certosini di Malinconia. Essi sono eremiti, solitari, privi di spassi. Lo ‘stato’ da mantenere è praticamente vuoto, passivo: è l’attesa del trascorrere del tempo, della morte.
Ma, prima di giungere al tema della vecchiaia, se è lecito accettare una diacronia per la poesia del duca, leggiamo il rondeau XXXIII, che si apre con l’immagine del Cuore che è sorpreso dal poeta a scrivere nel suo Libro di Pensiero, che tendiamo ad identificare, probabilmente a torto, con il codice stesso in cui Charles raccoglieva le sue poesie. Poiché la storia vera che Cuore scrive è storia di dolore, essa è miniata (enluminee) di lacrime, che cancellano l’amatissima immagine di piacente dolore. Una prima immagine di dolore lieto è ora cancellata da una immagine di dolore doloroso. La prima era in verità nascosta, rimossa: dove l’avrà trovata Cuore? La fatica del copista è grande, egli soffre nello scrivere notte e giorno nel Libro di Pensiero.
La poesia rappresenta dunque, en abîme, l’atto del poetare, che è però attribuito a Cuore e concepito come sofferenza per rappresentare un dolore. Dicevo è l’identificazione del Libro di Pensiero con il codice reale del duca è probabilmente errata. In primo luogo non si parla di libro di Pensieri, ma di Pensiero, figura allegorica singolare tanto quanto Cuore. Quindi non il libro di Io, ma quello di un altro personaggio allegorico. In ogni caso, però, la produzione letteraria si identifica con la storia di un sentimento e si realizza sotto forma di libro, secondo una tradizione antica ma non del tutto ovvia in un’età, come quella di Charles, in cui il libro non è ancora un oggetto comune. Inoltre va sottolineata l’immagine del fare poesia come sofferenza, «pena e sudore». E quella della storia poetica come cancellazione della storia di un dolore gioioso: si nega così tutta la tradizione cortese.
La canzone LXXI può servire da esempio dell’estremo raffinamento della domanda amorosa prima di estinguersi. Il quadro è ridotto al minimo. C’è un io ed un voi, e che il rapporto tra i due sia amoroso è implicato soprattutto dalla menzione dei gelosi (v. 9); ma a dire il vero è già chiaro dalla domanda iniziale, che pure è spoglia di qualsiasi riferimento preciso. Né la poesia offre nulla di concreto. Lo spazio e il tempo non esistono, la fede (v. 10) dell’amante sarà eterna. Il mondoal di là dei due è appena alluso, ma per rimanere escluso: il poeta parla a bassa voce, affinché nessuno l’oda. Non c’è neppure la donna: ma joye (v. 11) è sì lei, ma insieme e soprattutto la felicità che gli darà o darebbe. Quel che rimane è l’amante che si arrende, preso o consegnato, e l’accordo sperato.
Il rondeau CCCXXXVII («Puis ça, puis la») senbra appartenere ad un tipo di poesia molto diversa da quella allegorica, ma in realtà ne rappresenta l’estremo raffinamento nel quale si brucia perfino la stessa modalità allegorica. Il soggetto non è più un io ma un noi, che riassume tutte le categorie sociali, grandi e piccoli (che è la normale indicazione medievale dei due ceti, i ricchi ed i poveri), dunque la totalità del genere umano. Esso si trova fuori dallo spazio, malgrado la determinazione iniziale di qua e là, di su e giù, ma non fuori del tempo, dato che si oppongono i vecchi tempi ai nuovi che sono venuti, e che senza dubbio costituiscono un peggioramento (secondo la generale convinzione medievale che la storia umana è una costante decadenza). In questo quadro avviene una sola cosa: un vano ed insensato movimento «ora qui, ora lì», «tutto viene e va». L’infinita vanità del tutto, come dirà un poeta molto più moderno, è espressa in una forma limpidissima, non concettuale, quasi lieta nella sua malinconia.
Resta l’egoismo, o meglio l’egotismo, come ci mostra il rondeau CLI. Il mondo va di male in peggio; pensa a te (il poeta parla a sé stesso, non a noi). La solitudine, la rinuncia ad intervenire sulla realtà, la chiusura dall’ambito amoroso si estende alla vita tutta. L’eremitaggio diventa metafora della condizione umana di rinuncia alla partecipazione, non tanto scelta egoistica quanto rinuncia ad uno sforzo inutile.
Il rondeau CCCXCVII è una delle ultime poesie che il duca aggiunse al suo codice, probabilmente non molto anteriore alla sua morte e certamente il sommario di una vita di sentimento e di poesia. Questa volta l’io è senza’altro il duca, un individuo intero dal quale non si separano né Cuore né Pensiero; individuo che passa gli ultimi giorni della sua vita come un ragazzo, studente di Malinconia, battuto dalle verghe di Pena come un qualsiasi ragazzino pigro nell’apprendere. Pietà preghi per lui, che non sa a cosa votarsi: ha perduto e perde il suo tempo, come se fosse diventato sciocco e folle. L’inutilità di una vita si esprime in immagini di estrema eleganza ma anche di delusa nostalgia.
11. Conclusioni.
A prima vista, François Villon e Charles d’Orléans sembrano due poeti del tutto diversi, se non addirittura opposti. Diversa, e non a caso, è stata infatti la loro fortuna. Il primo ha avuto un larghissimo successo soprattutto a partire dal Romanticismo, che lo ha letto come il prototipo del poeta maledetto e ne ha dato una interpretazione totalmente e drammaticamente autobiografica. Il secondo è rimasto nell’ombra, come esempio tipico di un manierismo raffinato che poteva essere accettato solo in alcuni ambienti dell’avanguardia del Novecento, ma non è stato mai popolare. La nostra lettura ha cercato di mostrare che le cose stanno in modo molto diverso e più complicato.
Villon e Orléans si somigliano assai più di quanto non sembri in superficie. Ambedue attingono largamente alla tradizione, anche se si tratta di tradizioni alquanto diverse: tipica dell’ambiente universitario parigino per il primo, caratteristica dell’aristocrazia educata alle forme cortesi per il secondo. Nessuno dei due pretende all’originalità ma entrambi la raggiungono a partire dal consueto e dall’ovvio. In entrambi la costruzione della poesia a partire dal dato reale è un processo complesso e delicato, che non rompe o cancella i legami con la persona del poeta e con il suo ambiente (sia esso taverna parigina o corte principesca) ma li traduce in termini diversi: come purificati, scarniti, resi essenziali in Charles, complessi, saporosi o grevi in François. Ambedue partono dall’immagine convenzionale del martire d’amore ma la ribaltano. Per François essa è una delle tante maschere, assunta come principale ma infinite volte abbandonata e contraddetta; per Charles è un ricordo del passato, il segno della giovinezza finita o mai vissuta. Il poeta più melanconico ed introverso, senza dubbio Charles, è invece alieno dai toni di profonda religiosità che vibrano in François. Ambedue giungono a conclusioni diversamente disperate, uno perché rischia il collo ed è comunque cosciente della tragica conclusione di ogni vicenda umana, l’altro perché ha visto svanire da tempo ogni illusione. Difficile dire quale sia il poeta più grande, né è necessario stabilire gerarchie: ambedue ci hanno dato liriche che non si dimenticano.
12. Le forme metriche.
La ballata
Le ballate di Charles d’Orléans e di François Villon adottano una tipologia analoga, ma non identica. Quelle del secondo sono tutte formate da tre strofe seguite da un invio pari alla metà della strofe; la misura della strofe è variabile: in genere si tratta di ottave di versi ottosillabi (ad esempio Dame du temps jadis e Femmes de Paris: schema ababbcbC con invio bcbC) o decasillabi (con schema identico), ma è possibile anche che si tratti di decasillabi rimanti ababbbccdcD con vari tipi di invio (Franc Gontier lo ha cdcd, Pour prier Notre Dame e Grosse Margot invece cccdccd). L’ultimo verso di ogni strofe e dell’invio è sempre il ritornello.
Più varia è la ballata di Charles d’Orléans, che è anch’essa caratterizzata da tre strofe, ma spesso manca di invio. Le strofe sono di lunghezza molto diversa ed i versi altrettanto variabili, anche se predomina l’ottosillabo. Anche qui, naturalmente, l’ultimo verso di ogni strofe è il ritornello.
La canzone
Anche la canzone di Charles è di norma formata da tre strofe, ma senza invio e con la terza strofe più lunga di un verso rispetto alle precedenti. I versi sono di misura varia: spesso ottosillabi, ma anche più brevi, fino al quadrisillabo. La struttura delle rime è spesso ABba(a) nella prima strofe, ma cambia in abAB nella seconda, dove gli ultimi due versi sono uguali ai primi due della prima, ed in abbaA nella terza, dove solo l’ultimo verso è uguale al primo della prima strofe.
L’ottava
Essa, formata da otto versi ottosillabi, costituisce in Villon la strofe narrativa con cui sono costruiti sia il Lais che il Testament.
Il rondeau
Il rondel o rondeau (plurale rondeaux) è in origine, come la ballata, una poesia per danza, precisamente per un ballo tondo (da cui il nome). Esso è caratterizzato dal ritorno del primo o dei primi versi alla fine delle strofe successive, con perfetta integrazione nella sequenza sintattica e semantica In Charles d’Orléans, che ne ha scritte varie centinaia, possiamo considerare di base una forma di dodici versi rimanti Abba abA abbaA, dove la lettera maiuscola indica i versi che si ripetono come ritornello. Una variante sempre di 12 vv. è quella rimata Abbc cbA cbbaA. Ci sono forme più lunghe per l’ampliamento della seconda strofe a quattro versi, con la ripresa dei primi due versi della prima strofe (Abba abAB abbaA) o senza alcuna ripresa (Abba cdcd abbaA). Forme più lunghe, come Aabba aabAAB aabbaA, sono ottenute ampliando le strofe sia con versi aggiunti che con la ripresa di un maggior numero di versi della strofe iniziale. La misura del verso è preferibilmente l’ottosillabo, ma possiamo avere anche versi più brevi, soprattutto il quadrisillabo, o, più raramente, più lunghi.
fonte : www.filmod.unina.it/varvaro/corsi
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Giovanna d' Arco tutto di tutto
Giuseppe Guidotti
APPUNTI dalle lezioni di Storia
GIOVANNA D'ARCO
La vita e l'attività di Giovanna D'Arco (1412 - 1431) sono racchiuse nell'ultima fase della guerra che vide opposte la Francia e l'Inghilterra (convenzionalmente considerata la guerra dei Cento Anni), le cui cause furono fondamentalmente dinastiche.
La storiografia ha dato enorme rilievo a questa guerra che si intreccia con episodi storici che caratterizzano "la crisi del Trecento" destinata a perpetuarsi nel secolo successivo: la diffusione della peste nera (1348), la guerriglia contadina in Francia (jacquerie), il millenarismo - apocalittico rivoluzionario dei contadini inglesi, sostenuti dal predicatore John Ball, la lotta tra armagnacchi e borgognoni, la cattività avignonese (1308 - 1378) e lo Scisma d'Occidente (1378 - 1417).
L'Aquitania, regione della Francia, era stata data in feudo dai francesi agli inglesi, ma Filippo VI, rivolendola tra i suoi possedimenti, provocò le ire di Edoardo III, re d'Inghilterra, detto il Principe nero, che mirando ad espandere i suoi territori in Francia, non accettò la richiesta di Filippo VI e dichiarò guerra dicendo di essere lui il vero re d'Inghilterra e Francia, essendo figlio di una sorella di Filippo il Bello. Alla morte del re, quale erede al trono, venne designato Filippo di Valois cugino del defunto re Carlo VI.
L'esito della battaglia anglo-francese, che doveva essere veloce e in favore della Francia, che era la nazione più forte d'Europa, finì con la vittoria degli inglesi e diede origine alla decadenza della Francia.
26 agosto 1346
Gli eserciti inglese e francese si scontrano nella "battaglia di Crecy": l'esercito inglese sbarca in Normandia guidato da Edoardo III, con un'armata di circa 20000 uomini e la popolazione della città e di quelle vicine, è costretta a scappare.
Nel frattempo Filippo VI, emana un bando nel quale si richiede a tutti gli uomini abili alle armi, di unirsi all'esercito francese dando inizio così alla spedizione contro gli inglesi. Quando l'esercito francese, che supera numericamente quello inglese, arriva davanti al nemico, essendo troppo stanco per iniziare a combattere, rimanda lo scontro all'indomani. Inaspettatamente, però, i cavalieri francesi, bramosi di gloria, si lanciano verso il nemico, e finiscono decimati a causa della posizione privilegiata inglese, e delle nuove armi in loro possesso.
4 agosto 1347
gli inglesi conquistano anche la città di Calais.
1349
l'Europa viene investita a decimata dalla peste.
1350
Muore il re di Francia Filippo VI e ad agosto gli succede il figlio Giovanni II "Il Buono".
1355
L'esercito inglese, tornato a Calais, inizia a minacciare altre città francesi. La loro permanenza in territorio francese dura solo dieci giorni poiché i francesi decidono di bruciare tutti i raccolti dei contadini e gli inglesi trovandosi senza provviste sono costretti a tornare in patria.
1356
"Battaglia di Poitiers": gli inglesi sconfiggono i francesi e fanno prigioniero Giovanni il Buono.
1360
Inghilterra e Francia firmano un trattato di pace con il quale l'Inghilterra, rinunciando ad espandersi, acquisisce la parte sud-occidentale della Francia.
1365
muore il re di Francia Giovanni II il Buono al quale succede il figlio Carlo V, il Saggio.
1369
Dopo la tregua del trattato di nove anni prima, riniziano le guerriglie tra i francesi e gli inglesi.
1380
muore re Carlo V e gli succede il figlio Carlo VI “il folle”, mentre vi sono lotte interne tra i conti di Berry, di Borgogna, di Borbone e d'Angiò.
1392
A causa della pazzia di Re Carlo VI, si scatenano una serie di scontri interni per la successione tra Filippo di Borgogna e Luigi d'Orleans e tra tutti coloro che sono a favore dell'uno o dell'altro pretendente al trono.
1410
Non avendo risolto la questione della successione e non essendoci nessuno al potere, ha inizio una guerra tra i Borgognoni, guidati da Giovanni Senza Paura, e gli Armagnacchi, guidati da Bernardo e Carlo d'Orleans, per il controllo della Francia.
6 gennaio 1412
Jeanne d'Arc o Jehanne Darc, nella versione più arcaica, nasce nella casa di Jacques d’Arc e della moglie Isabelle Romèe, nel villaggio di Domrèmy (oggi Domremy la Pucelle) nei Vosgi, nella contea di Bar, sulla riva sinistra della Mosa. Viene al mondo dopo tre maschi, i fratelli maggiori, Jacques, Jean e Pierre.
Da circa cinquant'anni la Francia è un paese sempre in subbuglio, con i feudatari continuamente miranti a superare in potenza il sovrano, sobillati dalla monarchia inglese che mira a conquistarla.
Nel mondo frazionato di allora anche un piccolo villaggio come Domrémy era diviso in due: metà apparteneva al duca Renato D'Angiò e metà al re francese. Borgognoni erano gli abitanti del vicino paese di Maxey, mentre dall'altra parte del fiume abitavano i "fideles" del duca di Lorena, vassallo dell'imperatore romano- germanico Come per gli altri villaggi francesi, Domrémy era preda delle scorrerie e delle devastazioni di truppe mercenarie che saccheggiavano i raccolti dei contadini. Tutto contribuiva a rendere precaria la vita di quel tempo, compresi i frequenti tradimenti di masnadieri come quello di Robert de Laarbrück, che nel 1424 passava dalla parte dei Borgognoni (alleati degli Inglesi), seminando il terrore nella regione della Lorena.
1413
A Parigi inizia una rivolta guidata da Caboche e strumentalizzata dal duca di Borgogna, Giovanni Senza Paura, contro i borghesi ed i nobili. Dopo una breve vittoria, i nobili riescono a sopprimere la rivolta ed a cacciare Giovanni di Borgogna quale traditore.
Sempre nel 1413, muore Enrico IV e gli succefe il figlio Enrico V.
25 ottobre 1415
Enrico V, con la battaglia di Azincourt, prende possesso della Normandia.
1418
I Borgognoni di Giovanni Senza Paura, aiutati dagli inglesi, riconquistano Parigi e Carlo Il Pazzo è costretto a fuggire e a rifugiarsi dentro la Bastiglia.
1419
Giovanni Senza Paura viene assassinato a Montereau da sicari inviati da Carlo VII di Francia. Gli succede il figlio Filippo III il Buono.
21 maggio 1420
Carlo VI firma il "Trattato di Troyes" con il quale, dando in sposa sua figlia Catherine al re d'Inghilterra Enrico V, lo fa divenire suo erede al trono di Francia, togliendo la legittimità al figlio Charles VII.
In più di mezzo secolo, la Francia, che ha visto ad una ad una perse tutte le sue città, vede allontanare sempre più anche la speranza di vittoria del proprio esercito e vede la dinastia dei Valois, non avere più futuro.
31 agosto 1422
Muore Enrico V, lasciando in eredità il trono d'Inghilterra e di Francia, al figlio Enrico VI che è ancora un bambino.
21 ottobre 1422
Muore anche re Carlo VI. Il figlio Charles VII, benchè non sia l'erede designato al trono di Francia, viene riconosciuto re dai suoi fedeli soldati, re di quelle poche terre che ancora gli rimangono.
Le sorti della guerra dei Cent’Anni hanno diviso la Francia in tre blocchi (le tre France). Il Nord e l'Ovest del paese sono in mano inglese e governati dal reggente duca di Bedford, zio del piccolo Enrico VI. Ad Est il ducato di Borgogna governato da Filippo "il Buono", alleato degli Inglesi. A Sud della Loira il dominio del delfino Carlo.
Giovanna D'Arco ha dieci anni e la sua vita si snoda nelle forme usuali delle ragazze di campagna di quel tempo: i lavori casalinghi (filare, cucire) si alternano a quelli più impegnativi, come sorvegliare il gregge e custodire la mandria comunale. All'educazione religiosa provvede la madre Isabella, la quale, con molto fervore, riesce, attraverso anche "esempi" edificanti, come il racconto delle storie di S. Margherita di Antiochia e S. Caterina di Alessandria (tra le sante più venerate a quell'epoca), a legare nell'animo di Giovanna il sentimento religioso con i valori civili.
La ragazza, dimostrando un precoce interesse verso gli eventi politici di allora, li leggeva in chiave religiosa, come espressione dell'eterna lotta tra bene e male: il re, sottoposto come Cristo ad un ingiusto calvario, gli Inglesi e i loro alleati borgognoni con le sembianze del diavolo.
1425
All’età di 13 anni comincia a sentire delle voci da lei attribuite a S. Margherita, a S. Caterina e all'arcangelo Michele, il cui santuario di Mont -Saint Michel, tra Bretagna e Normandia era un territorio fedele al delfino in piena regione controllata dagli Inglesi, e appariva il grande protettore del regno di Francia, avversario del guerriero celeste S. Giorgio, patrono dell'Inghilterra.
1428
Le “Voci” continuano a perseguitare Giovanna ripetendo sempre lo stesso messaggio: “Il regno di Francia è in pericolo e può essere salvato soltanto da un tuo intervento”.
In Francia le animosità reciproche tra francesi e inglesi non hanno mai fine. La contesa per il trono non è cessata. Re CARLO VII regna solo per volontà di una parte di francesi, e sono quelli che non riconoscono la successione al re d'Inghilterra.
Carlo VII era un tipo infantile, demotivato, rassegnato e povero, che non ha nessuna intenzione di entrare in conflitto con Inglesi e Borgognoni per reclamare ciò che gli appartiene.
12 febbraio 1429
Un'armata inglese guidata da Falstaff scorta 300 carri contenenti aringhe verso la città di Orleans, poiché non vi sono più scorte di cibo nella città assediata. Il conte di Clermont ed i suoi uomini, devono raggiungere le truppe di La Hire e di John Stuart per effettuare un attacco a sorpresa agli inglesi dopo aver fatto un patto secondo il quale dovevano attendere il suo arrivo prima di sferrare l'attacco. Gli inglesi, accortisi della loro presenza, cercano di anticipare la controffensiva costituendosi un riparo con i loro 300 carri messi a forma di un grande quadrato al cui interno si rifugiano i soldati stessi insieme ai viveri e, all'esterno, pongono dei picchetti per far ferire i cavalli e i soldati francesi. Vista la situazione, gli scozzesi iniziano l’attacco e i francesi li seguono, senza aspettare l'arrivo di Clermont e dei suoi uomini. Gli inglesi fanno una carneficina, e il loro attacco è talmente forte che, quando arriva Clermont, capisce la situazione e non impegna i suoi in quell'inutile battaglia alla quale venne dato il nome di "Battaglia delle aringhe".
Gli inglesi per nulla intimoriti, riattraversano la Manica, si organizzano nella loro base in Normandia appena riconquistata nel '422, e sferrano l' attacco alla Francia.
La battaglia conclusiva si svolge ad Orleans, i francesi sono sconfitti dagli arcieri di FALSTAFF; e mentre i borgognoni assediano diverse città, per gli inglesi la marcia verso la conquista di Parigi diventa una passeggiata.
Autunno 1428
La città di Orlèans è in grave pericolo: l’armata inglese del duca di Bedford sta per circondarla.
12 ottobre 1428
Thomas de Montacute, conte di Salysbury in Inghilterra e conte di Pèrche in Francia, ha assunto il comando delle operazioni militari contro Orlèans. Per gli abitanti della città la situazione è molto critica.
17 ottobre 1428
Le artiglierie inglesi bombardano duramente il centro abitato di Orlèans.
12 febbraio 1429
Giovanna, in abito maschile e coi capelli tagliati corti alla maniera dei ragazzi, si presenta al comandante francese di Vaucouleurs, sulla Mosa a pochi chilometri a nord di Domremy, e lo prega di inviarla al cospetto del Delfino di Francia, Carlo VII, perché gli possa riferire gli “ordini” ricevuti dalle “Voci”: liberare Orlèans con una grande vittoria militare e incoronare il Delfino a Reims.
Riesce a suggestionare il comandante della fortezza, il capitano di Robert de Bandicourt, annunciando la sua missione divina. Le viene assegnata tre uomini di scorta in compagnia dei quali Giovanna deve raggiungere, percorrendo all'incirca cento chilometri a cavallo, Chinon, sulla riva sinistra della Loira, dove risiede il delfino.
23 febbraio 1429
Giovanna e la sua scorta arrivano nei pressi del castello reale di Chinon: gli uomini di guardia ne annunciano l’arrivo imminente.
Marzo 1429
Per ordine di Carlo VII, Giovanna è accolta nel castello dove le si concede una camera.
Carlo VII, malgrado sia turbato dalla personalità di Giovanna, incerto e sospettoso, la sottopone all'esame dei teologi dell'università di Poitiers. Questi ultimi si convincono che la risolutezza di Giovanna, "... in nome di Dio, gli uomini d'arme si batteranno e Dio darà loro la vittoria ." è un segno del favore divino a lei concesso. Da allora Giovanna D'Arco viene chiamata dai suoi seguaci "Pucelle" (la Pulzella, la Vergine).
Aprile 1429
Giovanna, sotto la protezione del duca di Alencon, si stabilisce a Tours, dove incomincia a formare il gruppo di persone fidate e di armati che l’avrebbero scortata verso Orlèans.
27 aprile 1429
L’armata di soccorso, composta da circa 7.000 uomini, condotta da grandi capitani come Armagnac, La Hire, Gaucourt e dalla stessa Giovanna, inizia finalmente la marcia verso Orlèans. Era abbastanza difficile per quell’epoca vedere una donna marciare alla testa di un’armata.
28-29 aprile 1429
Nella notte Giovanna con il comandante La Hire e duecento lancieri, attraversa il fiume che costeggia Orlèans all’altezza di Reully, mentre il grosso dell’armata rimane dalla parte opposta del fiume, ed eludendo gli inglesi riesce ad entrare in Orlèans.
La Pulzella fece il suo ingresso avanzando su un grande cavallo bianco, chiusa in una risplendente armatura, seguita dal Bastardo d'Orléans (figlio illegittimo del fratello di Carlo VI, Luigi d'Orléans) e da un leggendario capo militare, il guascone Etienne de Vignolles.
4 maggio 1429
Giovanna, preoccupata per le sorti dell’armata di cui non si hanno più notizie, decide di uscire dalla città con cinquecento uomini per cercare “i suoi soldati dispersi e abbandonati”. Senza essere ostacolata dagli inglesi, all’alba riesce a ricongiungersi con i suoi uomini.
6 maggio 1429
Dopo un ennesimo consiglio di guerra, la Pulzella ha deciso di attaccare le fortificazioni inglesi di Augustins e delle Tourelles.
7 maggio 1429
Le forze francesi, con l’aiuto della milizia dei volontari, attaccano e distruggono le fortificazioni inglesi.
8 maggio 1429
All’alba i reparti inglesi cominciano a ritirarsi, abbandonando le ultime roccaforti nelle loro mani. Conducono con loro i prigionieri, ma lasciano il materiale, viveri, munizioni, artiglieria.
9 maggio 1429
All’alba tutta Orlèans è sveglia: i cittadini vogliono impedire alla Pulzella di partire. Invece la loro liberatrice deve lasciarli perché la sua missione non è terminata. Attraverso Blois raggiungerà Tours, dove in onore suo, di Carlo VII e della sua corte si preparano grandiosi festeggiamenti.
10 maggio 1429
La notizia della liberazione di Orlèans, giunta a Parigi (in mano inglese), è accolta con costernazione dai simpatizzanti dei borgognoni e degli occupanti e con gioia segreta da coloro che attendono la liberazione e il ritorno del re Carlo VII.
18 giugno 1429
L’armata francese, comandata da Giovanni II duca d’Alencon e con in testa la Pulzella, affronta la potente armata inglese presso Patay, qualche miglio a nord-ovest d’Orlèans. La vittoria fu esaltante e totale: gli inglesi, sbaragliati, lasciarono circa diecimila caduti sul terreno, mentre le perdite francesi furono irrisorie.
22 giugno 1429
Carlo VII lascia Sully per Chateauneuf-sur-Loire, dove ha deciso di tenere un gran consiglio della corona per prendere tutte le decisioni sulle prossime mosse da compiere. Giovanna, invece, è dell’avviso che si debba partire subito per Reims, la città della consacrazione e dell’incoronazione. Durante un colloquio con il re, questi la invita a prendersi un periodo di riposo.
27 giugno 1429
Finalmente il corteo reale, protetto da dodicimila uomini tra fanti, arcieri e cavalieri si muove verso Reims, preceduto da un’avanguardia dove cavalca la Pulzella.
10 luglio 1429
Tra due ali di arcieri che Giovanna ha fatto schierare lungo le strade principali, il re fa il suo ingresso in Troyes seguito dalla corte ancora incredula, dopo che la guarnigione inglese ha lasciato la città senza danni.
13 luglio 1429
Carlo VII pone il campo a Bussy-Lettrè nei pressi di Chalons-sur-Marne. Gli abitanti della città avevano promesso ai loro vicini di Reims di resistere alla Pulzella e al re molto più a lungo degli abitanti di Troyes, ma all’apparire del corteo reale e dell’armata, aprono le loro porte senza sparare un solo colpo: Reims è ormai a un giorno di marcia.
17 luglio 1429
Finalmente il giorno tanto atteso è arrivato. Nella cattedrale di Reims l’arcivescovo Regnault, incorona solennemente Carlo VII quale re di Francia. Giovanna è proprio dietro al suo re.
22 luglio 1429
Carlo VII di Francia si rimette in cammino con la sua armata per la riconquista delle città ancora in mano inglese e per arrivare a Parigi.
16 agosto 1429
L’armata francese conquista la fortezza di Creil, il nodo militare più importante per la difesa di Parigi, da nord.
26 agosto 1429
La Pulzella e il duca d’Alencon, con una forte avanguardia, raggiungono Parigi e si accampano davanti alla basilica di Saint-Denis, il leggendario luogo delle sepolture reali.
5 settembre 1429
Giovanna d’Arco, alla testa della sua avanguardia, si impadronisce del sobborgo parigino di La Chapelle.
13 settembre 1429
Prima di lasciare Saint-Denis, per rientrare nell’Orleanese con tutta l’armata di Carlo VII, la pulzella porta nella basilica, come ex-voto, l’armatura e la spada che in combattimento ha strappato dalle mani di un inglese.
Ottobre 1429
L’armata francese pone l’assedio a Saint-Pierre-le-Moutier, e sotto la spinta della Pulzella i reparti francesi si gettano all’assalto delle mura con un coraggio incredibile. La città è occupata in poche ore.
Le truppe che hanno subìto la maggior sconfitta sono gli alleati degli inglesi, i Borgognoni; le visione mistiche e le voci celesti che GIOVANNA riceveva e gli suggerivano a chi dovevano essere indirizzati gli attacchi dei francesi, fa nascere nelle loro file la nomina di strega, con un unico scopo quella di stimolare chiunque a catturarla e quindi far finire le "disgrazie" dei Borgognoni.
4 aprile 1430
Il duca Filippo di Borgogna, alleato degli inglesi, è entrato nella cittadina di Pèronne e minaccia le città francesi da poco rioccupate nella Champagne e nell’Ile-de-France.
Maggio 1430
La guerra si sta mettendo male per i francesi: le forze anglo-borgognone assediano Compiègne e invadono il territorio limitrofo, mentre il giovane re Enrico d’Inghilterra sbarca a Calais con una forte armata
CARLO da alcuni mesi aveva mutato atteggiamento. All'insaputa di Giovanna nonostante le vittorie, o forse proprio per queste che gli davano più forza, aveva iniziato delle trattative segrete con gli inglesi.
La popolazione dopo i successi, trascorso l'inverno, era convinta di una ripresa dell'offensiva vittoriosa, soprattutto quella che doveva essere condotta su Parigi; invece Carlo all'inizio dell'anno aveva già sciolto l'esercito, deciso a proseguire le trattative di pace con accordi bilaterali.
23 maggio 1430
Giovanna, guarita da una brutta ferita alla gamba, si riorganizza con un manipolo di suoi seguaci, poi, guidata dalle solite voci celesti, senza alcun appoggio militare, attacca le truppe borgognone che stavano assediando Compeigne, nella quale riesce ad entrare senza colpo ferire. Poi, verso sera, esce dalla città alla testa di 600 uomini e si dirige verso Margny, dove la guarnigione borgognona si dà alla fuga. Nella pianura di Margny, la Pulzella è attaccata da sinistra da un reparto borgognone e da destra gli piomba addosso un reparto inglese. Nonostante l’accanita resistenza Giovanna d’Arco viene fatta prigioniera il 24 maggio.
24 maggio 1430
La Pulzella è chiusa con il fedele Jean D’Aulon e il fratello Pierre nei sotterranei del castello Beaulieu, non lontano da Compiègne.
25 maggio 1430
I dottori dell’Università di Parigi reclamano a gran voce un processo per eresia nei confronti di Giovanna.
13 novembre 1430
La vecchia contessa di Ligny muore e Giovanna perde la sua ultima protettrice terrena.
21 novembre 1430
La Pulzella è venduta agli Inglesi per la somma di diecimila ducati d’oro e finisce segregata in un castello di Rouen.
29 novembre 1430
Dietro la richiesta dei dottori universitari di Parigi, Giovanna viene consegnata ad alcuni ufficiali borgognoni, i quali la conducono ad Arras, poi nel castello di Drugy e infine nella cittadella fortificata di Crotoy, quasi sulla Manica.
9 gennaio 1431
Il vescovo di Beauvais, Pierre Cauchon, in virtù del potere che gli è stato conferito, dà l’incarico di procuratore generale al processo al canonico Jean d’Estivet.
13 gennaio 1431
Il vescovo Cauchon, che sta abilmente manovrando le testimonianze a carico della Pulzella, fa venire presso l’abate della Trinità di Fècamp, un prete inglese, William Haiton, Jean de La Fontaine, Nicolas de Venderes e Nicolas Loiseleur, canonico di Rouen, per esporre loro i fatti della prima seduta preliminare, dando loro lettura di una serie di informazioni raccolte nel paese originario di Giovanna.
21 febbraio 1431
Verso le 8 del mattino, davanti al tribunale ecclesiastico, radunato nella cappella reale del castello di Rouen, in prima seduta, presenti i giudici e una quarantina di dottori in teologia e in diritto, su ordine del conte-vescovo Pierre Cauchon, viene condotta la Pulzella, accusata di stregoneria. Alle accuse d'eresie, incantesimi e possessione del diavolo, Giovanna si difende sostenendo sempre che le sue azioni erano ispirate dal cielo, da un ordine divino. Il vescovo CAUCHON è invece implacabile. Riconferma le sue accuse di stregoneria e aggiunge che ostinandosi la Pulzella a portare abili maschili nonostante i divieti ecclesiastici.
22 febbraio 1431
Condotta dall’usciere Massieu, Giovanna si presenta ai giudici per la seconda udienza.
24 febbraio 1431
Quando inizia il terzo interrogatorio pubblico, sotto gli occhi del vescovo Cauchon e della Pulzella sono seduti oltre sessanta fra dottori e teologi. Per la terza volta Cauchon cerca di imporre a Giovanna la sua formula di giuramento e per la terza volta lei si oppone.
27 febbraio 1431
Si apre di nuovo il dibattito. Il più preoccupato e nervoso è il vescovo Cauchon, gran burattinaio di questo processo, perché finora il dibattito ha seguito la strada voluta dalla Pulzella e non quella voluta da lui. Dopo tre interrogatori, malgrado tutti gli sforzi, né lui, né Jean Beaupère sono riusciti a costringere Giovanna a fare un passo falso, a confondersi, non hanno potuto obbligarla a pronunciare una frase imprudente con cui comprometterla.
1° marzo 1431
Si apre la quinta udienza e il vescovo di Beauvais obbliga la Pulzella a pronunciare un nuovo giuramento senza riserve.
10 marzo 1431
Primo interrogatorio segreto, a porte chiuse.La vita della prigioniera muta radicalmente; per nessuna ragione le è permesso di uscire dalla cella perché abbia contati solo con i giudici e gli inquisitori.
12 marzo 1431
Il secondo interrogatorio dura tutta la giornata, praticamente senza intervallo. Le vengono ancora poste delle domande su San Michele, Santa Caterina e Santa Margherita, sulla frequenza delle apparizioni.
15 marzo 1431
L’interrogatorio si apre con una intimazione di Pierre Cauchon a Giovanna, nella quale il vescovo chiede alla Pulzella di affidarsi alla chiesa facendo la precisa distinzione tra la Chiesa dei preti e dei fedeli e quella dei beati. Giovanna rifiuta di rispondere a questa domanda capziosa.
27 marzo 1431
Giovanna è condotta nella “camera dei paramenti”, un locale dove ha trovato sede provvisoria il tribunale. E’ un’udienza pubblica in cui l’accusata sarà messa a confronto con il promotore inquisitoriale D’Estivet.
12 aprile 1431
Nella cappella del palazzo arcivescovile di Rouen, di cui Cauchon si crede ormai padrone assoluto, si riunisce una commissione di teologi sotto la presidenza di un certo “maestro Ermengard”, che dopo un lungo consulto emette alcune osservazioni sulle parole e sui fatti della Pulzella. Giovanna d’Arco è colpevole di superstizione, di blasfemia, idolatria, e, secondo i teologi, non merita indulgenza.
18 aprile 1431
L’imperturbabile Pierre Cauchon, con alcuni assistenti, va a visitare Giovanna nella cella del castello. Essa è ammalata: ha una febbre molto alta.
23 maggio 1431
Giovanna è condotta davanti ai giudici: il canonico Pierre Maurice le espone per l’ultima volta la serie dei suoi errori poi la invita a “tornare in seno alla Chiesa e alla verità”. Giovanna afferma di non poter fare altro che sostenere ciò che è stato detto durante il processo, e cioè, che “Dio è davanti a tutti”.
24 maggio 1431
Pierre Cauchon ha organizzato per la sentenza pubblica e la condanna di Giovanna una messa in scena grandiosa: sarà il momento culminante del suo “capolavoro”.
30 maggio 1431
Giovanna viene condotta al rogo sulla piazza del Vieux Marchè di Rouen. E’ un mercoledì. Il frate domenicano Martin Ladvenu l’aveva confessata e Cauchon permise che si comunicasse. Avvolta dalle fiamme Giovanna d’Arco, Pulzella d’Orlèans, gridò più volte ad altissima voce il nome di Gesù.
L'alta cifra pagata e la solennità con cui Giovanna d'Arco fu sottoposta a processo e quindi giustiziata, indicano bene che non si trattava di una stupida contadinella nè tale era ritenuta dalle personalità politiche del tempo. Prima di ucciderla infatti, forse temendo di scatenare l'indignazione della folla, vollero strapparle quell'alone di santità che ella aveva acquistato e per questo venne organizzato un grandioso processo ecclesiastico sotto l'egida della più grande università del tempo, quella di Parigi, la quale era chiaramente connivente con l'Inghilterra. Si radunarono i maggiori prelati i quali discussero il "caso". Tutta la sapienza teologica dell'epoca venne mobilitata per dichiararla eretica.
I borgognoni che l'avevano catturata e consegnata agli inglesi non si sentirono minimamente colpevoli. Dissero che nella sua breve vita terrena, in questo modo così sfortunato, si era conquistata il Paradiso che desiderava, e che loro avevano solo contribuito a mandarcela!
1441
Carlo VII conquista uno dei territori più preziosi della Francia: la Champagne.
1449
La città di Rouen viene riconquistata dai francesi e CARLO VII (che non aveva fatto nulla per salvare la Pulzella) ordina la revisione di questo famoso processo. Ne seguirà poi un altro nel 1456, finchè il 7 LUGLIO, Giovanna verrà riabilitata. Nacque così il mito dell'eroina trasformata poi in un simbolo nazionale. Fu poi beatificata nel 1909; canonizzata nel 1920 dal pontefice Benedetto XV, e nello stesso anno il governo francese decise di consacrare al suo ricordo una festa nazionale.
Il suo grido di battaglia “Chi mi ama, mi segua” è entrato ormai nell’uso comune in molte lingue.
1453
con la Battaglia di Castillon, che liberava la città di Bordeaux, si ha l'inizio di una Francia totalmente riconquistata che porta alla fine della "Guerra dei Cent'Anni".
Fonte: www.itchiavari.it
Giovanna d' Arco tutto di tutto
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