Crisi del 1929 e New Deal tutto di tutto

 

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La grande depressione, detta anche crisi del 1929, grande crisi o crollo di Wall Street, fu una drammatica crisi economica che sconvolse l'economia mondiale alla fine degli anni Venti, con gravi ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. La depressione ebbe alla propria origine contraddizioni simili a quelle che avevano portato alla crisi economica del 1873-1895. L'inizio della grande depressione è associato con la crisi del New York Stock Exchange (borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero), a cui fece seguito il definitivo crollo della borsa valori del 29 ottobre (martedì nero), dopo anni di boom azionario.

La depressione ebbe effetti devastanti sia nei paesi industrializzati, sia in quelli esportatori di materie prime. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente, così come i redditi delle persone fisiche, il gettito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull'industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite, a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d'impiego.

Con New Deal (nuovo patto) si intende il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d'America a partire dal 1929: il Big Crash.

 

Fonte Wikipedia

 

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La Grande Crisi del '29

Come tutti gli eventi storici (politici, militari ed economici) anche questo ha radici profonde lunghissime e rami altrettanto lunghi che arrivano fino al giorno d'oggi.

Le radici affondano nella Crisi del 1873/1895, crisi causata dalle barriere doganali sempre più elevate che avevano spinto i paesi a "chiudere" le economie a causa degli altissimi costi delle esportazioni.
Questo aveva permesso il mantenimento di alti prezzi remunerativi all'interno dei mercati "chiusi" dato che non subivano la concorrenza dei paesi meno cari, ma aveva causato il crollo o la stasi dei consumi dato che prezzi alti significavano meno compratori.
I mercati trovarono allora lo sfogo nelle guerre coloniali che tutti i Paesi Europei fecero in quel periodo per allargare i confini delle loro economie; Francia, Belgio, Spagna, Germania e Italia si spartirono l'Africa a colpi di cannone.

Le economie dei Paesi Colonialisti si svilupparono quindi entro i confini delle colonie. Per gli USA queste erano il Sud America.
Ma il commercio fra diversi stati restò sempre ad un livello molto basso per gli elevati dazi doganali.

La Prima Guerra Mondiale dette la spallata al sistema economico delle Colonie già in grave crisi, ma causò anche altri "danni" o effetti, alcuni benefici, altri no.
Tra quelli benefici una spinta definitiva alla industrializzazione dell'Europa, un passaggio da un panorama agricolo a uno industriale che continua tutt'oggi.
Questo significò progresso e benessere diffuso, società che diventavano meno chiuse, la nascita di una classe borghese e operaia.

La Guerra portò via dalle città, dalle officine e dai campi gli uomini, milioni di uomini, per 5 lunghi anni. Le donne allora si affacciarono al mondo del lavoro, dimostrando di essere capaci di prendere il posto di lavoro degli uomini.
A guerra finita, con gli uomini reduci che tornavano ai loro posti c'era quindi una eccedenza di mano d'opera perché le donn non volevano ritornare dietro ai fornelli.

E poi c'erano gli effetti della Guerra.

La Germania era stata sconfitta sui campi di battaglia della Somme e sulle montagne del Carso ma non aveva perso.
Era collassata, dopo 5 estenuanti anni di trincea, la sua macchina bellica, ma Il suo territorio era intatto, le sue industrie funzionavano a pieno ritmo, la popolazione civile era integra.
In compenso per sconfiggerla Gran Bretagna, Francia ed Italia si erano indebitati in modo inverosimile in beni e denaro con gli USA che avevano alimentato la macchina di guerra negli ultimi due anni in modo massiccio.
Avevano inoltre perso morti, mutilati o invalidati, milioni di uomini in età produttiva. Erano più in ginocchio della Germania!

Quindi la Germania venne costretta a pagare un inverosimile ed esorbitante Debito di Guerra ai paesi vincitori in modo da ripianare il debito e permettere alle loro economie di sopravvivere.

Gli USA invece erano usciti dalla guerra senza aver visto una bomba, con relativamente pochi morti e una industria che era cresciuta a dismisura.
Adesso i loro eccesso di produzione bellico era richiesto anche in tempo di pace e desiderato dai paesi usciti dalla Guerra vincitori ma duramente provati nell'economia: Francia, Italia e Gran Bretagna.

La Germania era troppo importante politicamente e strategicamente e doveva essere rimessa in pista, e gli USA erano in prima linea a indirizzare qui gli aiuti.

Si creò così un circolo molto particolare: Gli USA finanziavano la ripresa della Germania, i profitti della crescita industriale della Germania non rimanevano però in Germania ma venivano girati dalla Germania a pagamento del debito di Guerra a Francia, Gran Bretagna ed Italia, che spendevano a loro volta i soldi per comperare in USA i beni di consumo ed alimentari che non potevano o sapevano produrre.

Così in Germania il malcontento cresceva dato che si lavorava per gli altri e non si vedeva il becco di un quattrino, i nquesto malcontento il nazismo trovò terreno fertile per mettere le radici propagandando la "vittoria mancata" o la "pace ingiusta" e chiedendo la rivincita.

Negli USA questa elevata domanda di beni industriali era mantenuta alta con il blocco dei salari e dei prezzi.
Questo doppio blocco fa sì che i profitti crescano solo con il crescere del mercato ed incentivi quindi non gli investimenti ma la semplice crescita del numero dei beni prodotti.
Inoltre privilegia il mercato esterno, dato che a salario bloccato il mercato interno non cresce più di tanto.

Rende al contempo non conveniente investire in beni di consumo dato che i prezzi ed i salari sono stabili. Se le case non aumentano posso decidere di comperarla dopo se adesso non mi serve.
Ben diverso se il valore delle case aumentasse… allora verrebbero percepite come bene di investimento.
Quindi si investe in Borsa che invece cresce a dismisura perché le industrie lavorano a gonfie vele.
E tutto si gonfia fino al punto di esplodere.
In realtà questo giro di beni e di denaro non crea "vera ricchezza"  perché nessuno (a parte i numeri delle Banche e delle Borse che crescono) ne trae beneficio.
I Tedeschi lavorano come negri per pagare il debito a Francia, Gran Bretagna e Italia, ma i paesi non distribuiscono i soldi al popolo ma lo spendono per comperare beni in Usa dove però gli stipendi non crescono.
In realtà un dollaro partito dagli USA ritorna in USA come un dollaro… ma la Borsa aumenta il suo valore… come è possibile?
Infatti non è possibile… intanto le industrie crescevano la produzione senza freni (perché è il mercato che frena con l'andamento dei prezzi ma i prezzi erano fissi) e i magazzini si riempivano.
Il  24 ottobre 1929 all’apertura della Borsa a Wall Street qualcuno, meno ottimista degli altri, iniziò a vendere…. Il panico si sparse e prima di sera il 30% dei valore della Borsa era evaporato.
Ben 11 Banchieri e Agenti di Borsa si uccisero quel giorno!

Era iniziata la Grande Crisi.

L'effetto a ritroso fu' devastante… la media borghesia, che aveva investito in Borsa, si ritrovò di colpo povera in canna e tagliò i consumi. I suoi consumi erano quelli di beni durevoli (Auto, ristoranti, case, vacanze, gioielli ed abiti).
Questo fece crollare le industrie (Auto, ristoranti, sartorie, cantieri edilizi e falegnamerie) che li producevano e in cui lavoravano quelli della classe operaia più povera.
Questi trovandosi a loro volta disoccupati tagliarono i consumi, ma loro consumavano solo alimenti e così mangiarono di meno.
Questo fece crollare anche il mercato agricolo e così tutti finirono in miseria!

Crollò anche la politica e venne eletto un Presidente di cambiamento. Franklin Delano Roosevelt.
Il quale raccolse attorno a se fior di economisti e varò il "New Deal", una azione di intervento economico di dimensioni e portata mai vista prima.
L'azione del "New Deal" di Roosvelt fu' indirizzata a rimuovere le cause della Crisi e far ripartire la macchina economica ed industriale:

  • Venne svalutato il dollaro per abbassare il prezzo dei prodotti americani e far ripartire il commercio con l'estero
  • Gli agricoltori furono costretti a ridurre la produzione per far crescere il prezzo del grano e aumentare i loro redditi.
  • Venne limitato legalmente lo strapotere dei trust bancari ed economici
  • Venne ridotto l’orario di lavoro per obbligare le fabbriche ad assumere più operai ed aumentati contemporaneamente i salari.
  • Si diede il via a Grandi Opere Pubbliche dando lavoro a molti disoccupati
  • Vennero istituite le pensioni di vecchiaia per i lavoratori.

 

Gli effetti arrivano in Europa l'anno dopo, nel 1930, e devastarono Francia e Gran Bretagna.
La Crisi del '29 tocco il culmine nei primi anni '30, i minimi industriali vennero toccati nel 1933.
Se gli USA avevano 12 milioni di disoccupati, ce ne erano ben 6 in Germania e 3 in Gran Bretagna (con popolazioni molto minori in numero).
Nel 1931 la Gran Bretagna abbandono il Gold Standard e la Sterlina non fù più convertibile in oro.
Nel 1934 la Sterlina venne pesantemente svalutata e in fatti per la prima volta l'indice industriale superò il valore del 1929 per poi continuare a crescere.
Era finita la Grande Crisi.

Ma gli effetti politici in Europa furono enormi.
Dittature di destra o fasciste nacquero in Germania, Spagna e Portogallo e si rinforzarono in Italia. Crollò l'Impero Ottomano e Ataturk fondo una Repubblica Presidenziale che si ispirava al Fascismo Italiano. Molti paesi dei Balcani passarono anche loro a governi di destra.

Rimasero quasi indenni dalla Crisi del '29 il Giappone, i paesi del Nord Europa che vivevano di materie prime e non avevano strutture industriali, e l'URSS che aveva varato il suo Primo Piano Quinquennale e aveva sganciato l'economia Russa da quella Internazionale.

E si erano concretizzate le premesse per la Seconda Guerra Mondiale.

Sandro Degiani

fonte: www.fmboschetto.it

 

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1929: LA GRANDE CRISI  E LA FINE DEL SOGNO AMERICANO
Il crollo dell’economia mondiale tra le due guerre ebbe un effetto profondo sulla storia del Novecento. Sicuramente senza di esso Hitler non sarebbe salito al potere e quasi sicuramente non ci sarebbe stato nessun Roosevelt. In breve, il mondo nella seconda metà del ventesimo secolo risulta incomprensibile se non si capisce che impatto abbia avuto il tracollo economico.
Il mondo devastato dalla Prima guerra mondiale aveva imparato a produrre molto: l’economia americana era cambiata in modo rilevante negli anni Venti e una nuova etica del consumo aveva cominciato a diffondersi; la smania di efficienza era stata un elemento determinante dell’impulso progressista e stava rinforzando gli ingranaggi della produzione in serie e del consumo.
Negli Stati Uniti la diffusa fiducia nelle capacità di sviluppo dell’apparato produttivo e la disponibilità di capitali indussero ad una sorta di euforia speculativa: basti pensare che tra il 1927 e il 1929 il valore di alcuni titoli quotati alla borsa di New York quasi triplicò. Per tutti gli anni Venti aveva dominato la convinzione che il mondo degli affari avesse imboccato la strada della crescita permanente: fu questa idea ingenua a promuovere iniziative avventate che avrebbero fatto arricchire tutti e in fretta. Assai presto, però, venne in luce la fragilità di questa fase espansiva e, più in generale, dell’intero sistema capitalistico.
Giovedì 24 Ottobre 1929, “il Giovedì nero”, dopo una giornata di grande nervosismo e di ribasso di tutti i titoli, la borsa di New York crollò improvvisamente e nel giro di qualche giorno il valore dell’intero mercato finanziario americano si dimezzò.
Gli effetti di un’economia capitalista non sono mai morbidi e fluttuazioni di varia ampiezza sono parte integrante di questo sistema economico. Nel passato cicli e fluttuazioni a lungo, medio e breve termine, venivano accettati dagli uomini d’affari e dagli economisti quasi come i contadini accettavano le variazioni del clima. Ciò che invece rappresentò una novità nella crisi del ’29 fu che probabilmente per la prima volta nella storia del capitalismo le sue fluttuazioni parvero mettere in pericolo lo stesso sistema economico.
Non vi fu economista, storico o intellettuale che non si interrogò sulle cause vicine e lontane del crollo di Wall Street. Per alcuni si era trattato di un collasso essenzialmente borsistico-finanziario, legato all’eccesso di speculazione e allo scarso controllo sui flussi di investimento bancario e monetario. Per altri ci si era trovati immersi in una crisi più generale, che aveva investito l’intera economia americana evidenziando le debolezze di una crescita economica tanto importante e rapida quanto disordinata e squilibrata.

CAUSE INTERNE AL SISTEMA CAPITALISTICO
Le contraddizioni più evidenti nel boom economico e finanziario degli anni Venti sono da ricercarsi innanzi tutto in una crescita complessiva assai elevata accompagnata da una ineguale distribuzione dei redditi, concentrati perlopiù nelle mani di pochi privilegiati; in secondo luogo una frammentata e disordinata rete bancaria priva di qualsiasi efficace sistema di controllo centrale (si trattava di piccole banche relativamente deboli e per lo più a carattere locale).
A fronte dell’enorme crescita della produzione il livello dei salari era invece rimasto in molti casi stabile o era aumentato con un ritmo assai inferiore rispetto all’alto livello della produzione. Il mercato si era così via via saturato e la domanda aveva iniziato a scemare. Il pesante squilibrio tra produttività in crescita e potere d’acquisto in diminuzione determinò una crisi di sovrapproduzione, che portò ad una crisi di investimenti che a sua volta provocò il tracollo del mercato finanziario.
Le precedenti crisi del sistema capitalistico erano state superate cercando e trovando sempre nuovi mercati per l’esportazione. Negli anni Trenta, però, non esistevano più porzioni di mondo da colonizzare, in cui investire e vendere prodotti industriali; non era stato neppure possibile supplire alla carenza della domanda interna ricorrendo al mercato estero: i paesi europei, alle prese con gravi problemi di ricostruzione, di ristrutturazione e di indebitamento, avevano già da tempo contratto gli acquisti dei prodotti americani sia industriali che agricoli.
Accanto quindi a quelle che potremmo definire “cause interne al sistema capitalistico”, vi furono altre cause legate strettamente al momento storico in cui si verificò la Crisi. Durante la Prima Guerra Mondiale gli Stati Uniti e il Giappone si erano enormemente arricchiti, mentre l’Europa si era impoverita: i flussi commerciali e finanziari erano stati stravolti in modo tale che tutti i paesi europei, anche i vincitori, avessero perso risorse a vantaggio delle Americhe e dell’Estremo Oriente.
Nel dopoguerra, invece, questo trasferimento di ricchezza si invertì. Gli USA si videro costretti ad aiutare la Germania con massicce iniezioni di capitali, per metterla in condizioni di far fronte alle indennità imposte dal Trattato di Versailles: la bilancia estera degli Stati Uniti era dunque alterata da un carico eccessivo di prestiti e di investimenti.

CAUSE POLITICHE
A tutto ciò si aggiunga che la politica interna che per tutto il periodo che va dal 1920 al 1929 aveva visto susseguirsi tre amministrazioni conservatrici (con i presidenti W. Harding, C.Coolidge e H.Hoover) che, nell’intento di riportare la confusione postbellica ad una situazione di “normalcy” avevano messo in atto misure ispirate ad un industrialismo ad oltranza e del tutto inadeguate ad una crescita equilibrata. Tale politica conservatrice si adoperò a smantellare e neutralizzare le componenti sociali ed economiche del progressismo in favore del rigore morale e del conformismo tollerando se non addirittura incoraggiando atteggiamenti fondamentalisti e razzisti (Ku Klux Klan) e sostenendo il protezionismo. Fu promossa una politica di tagli alle spese pubbliche e riduzione fiscale (alla fascia più ricca per favorirne gli investimenti) e furono erette barriere tariffarie contro le importazioni. Fu una politica economica basata su un liberismo esasperato, sulla dottrina del “laissez faire” (criticamente analizzata dall’economista inglese J.M.Keynes), secondo cui lo stato dovrebbe limitarsi a “lasciar fare” senza interferire nel mercato; dottrina che si rivelò purtroppo un’astratta semplificazione della realtà, non adeguata a governarla.

MONDIALITA’ DELLA CRISI
Il crollo economico del ’29 vide gli USA come l’epicentro del più grande terremoto che la storia dell’economia ricordi e i suoi effetti si propagarono a livello mondiale perché la rete sempre più fitta dei flussi e degli scambi commerciali legavano ogni parte dell’economia mondiale al sistema globale. L’ondata di fallimenti delle banche americane si estese immediatamente alle banche e alle aziende tedesche e da qui investì sia i paesi industrializzati sia i paesi produttori di materie prime: la lana, il caffé, la seta, il riso rimasero invenduti sul mercato internazionale. Per la prima volta una crisi capitalistica trascinava anche l’agricoltura e le conseguenze furono gravissime: le piccole aziende agricole indebitate passarono in proprietà delle banche creditrici e i contadini diventarono affittuari delle terre che erano loro appartenute. In molti casi le piccole proprietà furono accorpate e i contadini espulsi dalla terra.

 

CONSEGUENZE ECONOMICHE
L’apice della Depressione fu raggiunto nell’estate del 1932: più di 9000 banche avevano chiuso i battenti, la produzione industriale era diminuita di circa il 40%; il fallimento di aziende industriali ammontava a circa 32.000; i prezzi dei prodotti agricoli erano crollati al livello più basso del secolo; il prodotto interno lordo si era ridotto della metà, mentre il commercio estero era sceso al livello più basso dal 1914.

CONSEGUENZE SOCIALI
La conseguenza forse più drammatica della crisi fu quella della disoccupazione che continuò a crescere in modo esponenziale: da 1,6 milioni nel 1929 a circa 13 milioni nel 1933: dal 3 al 25 per cento della popolazione attiva. Anche chi aveva mantenuto un lavoro spesso percepiva salari ridotti e il 60% delle famiglie americane aveva salari così bassi da vivere in condizioni di stentata sopravvivenza, se non addirittura di miseria. Vicino alle discariche delle città e lungo le linee ferroviarie i diseredati si ammucchiavano in tuguri di cartone incatramato e lamiere di ferro, in vecchi contenitori e in macchine abbandonate: squallidi luoghi chiamati hoovervilles, in sarcastico omaggio all’allora presidente Hoover.
Il disastro sociale prodotto dalla grande crisi aveva inoltre contribuito ad aumentare il potere di due forme di associazione criminale che erano arrivate a condizionare pesantemente la convivenza civile: il gangsterismo nel territorio urbano delle grandi metropoli ed il razzismo contro i neri, ma non solo, negli stati del Sud.
Nel 1919 un emendamento costituzionale aveva vietato la fabbricazione, la vendita e il trasporto di liquori nocivi, dando inizio così al periodo del “proibizionismo”: di colpo tutto il settore delle bevande alcoliche divenne illegale e quindi cadde in mano alla criminalità organizzata, che ben presto estese il suo controllo anche al gioco d’azzardo e alla prostituzione.
Le conseguenze drammatiche della depressione acuirono anche un altro fenomeno di degenerazione del pluralismo su cui si fondava la società americana: il razzismo, espresso dall’organizzazione estremista e violenta del Ku Klux Klan. Alla fine degli anni Venti il Klan arrivò a diffondersi in molti stati della Confederazione e in un certo senso la sua diffusione si può far corrispondere alla contemporanea crescita dei regimi totalitari in altri paesi in difficoltà: l’odio razziale contro le minoranze (neri, immigrati ed ebrei)è un fenomeno infatti che da sempre viene fomentato dalle difficoltà economiche.
Nonostante il gangsterismo ed il razzismo del KKK non possano certamente essere considerati come fenomeni direttamente conseguenti alla Grande Crisi (avevano infatti caratterizzato la società americana durante tutti gli anni Venti) tuttavia essi si riacutizzarono nel clima di totale sbandamento economico e sociale che ne seguì.

CONSEGUENZE PSICOLOGICHE
Gli effetti della grande crisi sull’opinione pubblica furono immediati e drammatici: la crisi aveva scosso dalle fondamenta non solo l’apparato produttivo e finanziario ma anche la coscienza della società americana e ben presto la depressione economica si tradusse in una sorta di “depressione morale”. La perdita delle certezze del cittadino comune, che vide “dissolversi l’antica fiducia nella classe degli uomini d’affari in quanto classe dirigente” contribuì a diffondere un clima di disorientamento, di rabbia e di sfiducia nelle capacità individuali e nelle istituzioni. Il crollo dei valori che avevano contraddistinto la civiltà liberale, la caduta delle speranze, il pessimismo diffuso, segnarono la sconfitta dell’”american dream”, della convinzione cioè che la società statunitense fosse una fucina, per chiunque, di illimitate opportunità di successo.

CONSEGUENZE SUL PIANO POLITICO INTERNAZIONALE
Forse più che le conseguenze  sul piano economico, sociale e politico a dimostrare sia la globalità della grande crisi, sia la profondità del suo impatto, furono gli sconvolgimenti politici pressoché generali che essa produsse in un arco di tempo assai breve (misurabile in pochi mesi o in un solo anno): a metà degli anni ’30 erano rimasti pochi gli stati che non avevano cambiato sostanzialmente indirizzo politico rispetto a quello seguito prima del crollo.
In Europa e in Giappone ci fu un impressionante spostamento a destra e l’insediamento quasi simultaneo di regimi nazionalisti, bellicisti e aggressivi in due grandi potenza militari come il Giappone (1931) e la Germania (1933) costituì la conseguenza più rilevante e politicamente più minacciosa della Grande Depressione: fu in questo momento che si aprirono le porte della seconda Guerra mondiale.
Il liberalismo tradizionale sembrava destinato alla rovina e tre erano allora le opzioni in campo, non solo per uscire dalla crisi, ma anche per conquistare l’egemonia culturale e politica.

  • Una era il comunismo marxista:le previsioni di Marx sembravano essersi avverate e,cosa ancora più impressionante,  l’URSS sembrava essere rimasta immune dalla catastrofe (sia per la pianificazione integrale che aveva messo in atto, sia per l’esclusione dal mercato mondiale).
  • La seconda opzione era il fascismo, che la crisi trasformò in un movimento mondiale e che nella versione tedesca (il nazionalsocialismo) si tradusse in una politica governativa spietata che voleva liberarsi a tutti i costi della disoccupazione, attraverso una politica del riarmo in chiaro sprezzo del trattato di Versailles. Con la sua ideologia violenta e razzista, con la sua capacità di inquadrare le masse e di pianificare l’economia, sembrava dare una soluzione ala crisi che i governi democratici non riuscivano a domare.
  • La terza opzione era quella di una democrazia di radici liberali, fondata su un “capitalismo riformato”: nel breve periodo questa opzione si espresse nella disponibilità a sperimentare nuove politiche sociali ed economiche, visto l’evidente fallimento del liberismo classico.

In quest’ottica si chiarisce il senso profondo del “New Deal” (Nuovo Corso) Rooseveltiano che propose una soluzione alla crisi attraverso la trasformazione della macchina statale in un grande soggetto economico, capace di creare occupazione e di rilanciare gli investimenti.

IL NEW DEAL
Il superamento del liberismo in favore di una forte ingerenza dello stato nella vita economica fu avviato con grande coraggio dagli Stati Uniti che nel 1932, in piena crisi economica, elessero alla presidenza del paese Franklin Delano Roosevelt (1882-1945). Il nuovo presidente si trovava di fronte ad una situazione di paralisi totale, resa ancora più disastrosa dalle precedenti amministrazioni repubblicane le cui scelte, come abbiamo visto, si erano rilevate del tutto inadeguate a risollevare il paese dalla crisi.
Forte del grande successo elettorale, Roosevelt intraprese una febbrile attività che lo portò a ottenere dal Congresso poteri speciali per l’emergenza; in soli tre mesi (i famosi “100 giorni”) venne inoltre approvato un gran numero di leggi e di misure che varavano concretamente il New Deal.
Il primo e più assillante problema fu quello della riorganizzazione dell’economia agricola: a parte i lavoratori neri, nessun altra categoria sociale era stata più duramente colpita  dalla depressione di quella degli agricoltori. Il programma stabilito dall’ A.A.A (Agricultural Adjustement Act) ebbe come direttive principali la limitazione della produzione, la stabilizzazione dei prezzi tramite prestiti governativi, il controllo del mercato, la facilitazione delle esportazioni: gradualmente i programmi federali giunsero a dominare l’economia agricola della nazione.
Per l’industria il corrispettivo dell’AAA fu il National Industrial Recovery Act (NIRA) la cui finalità era quella di ridare slancio all’economia bloccata (ricordiamo che gli investimenti privati nelle attività produttive erano calati del 90%) e quindi di fare in modo che domanda ed offerta ricominciassero a stimolarsi a vicenda. A questo scopo era necessario creare nuova occupazione e perciò fu varato un grande programma di investimenti federali finanziando opere pubbliche e promuovendo gli investimenti privati con nuove agevolazioni al credito.
Il governo di Roosevelt operò sia sul fronte della spesa pubblica sia su quello dell’intervento sul mercato del lavoro. Sul fronte delle opere pubbliche istituì l’ “Ente per la Valle del Tennesee” (Tennesee Valley Authority- TVA) che mise in cantiere una gigantesca risistemazione delle risorse idriche per gli stati del Sud: in questo modo si fornì lavoro direttamente agli operai impiegati nelle opere pubbliche e indirettamente a tutta l’economia degli stati meridionali, riforniti di acqua e di elettricità a basso costo.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro il governo intervenne su salari e prezzi: assicurò agli operai un salario minimo e un orario di lavoro massimo (40 ore settimanali), vietò il lavoro minorile per ragazzi di meno di 16 anni; inoltre impose alle industrie il rispetto della libertà sindacale, in aggiunta ad una serie di vincoli che frenavano la concorrenza e facevano quindi salire i prezzi. Mentre incentivava la ripresa della produzione, il New Deal fondava anche il moderno programma di difesa dei lavoratori e realizzava un ampio progetto assistenziale senza accedere a forme di sussidio diretto, ma impiegando la manodopera disponibile in imprese di utilità pubblica.
Tale programma di intervento statale massiccio oltre a costare caro da un punto di vista finanziario, colpiva interessi (quelli dei grandi imprenditori agricoli e industriali), suscitando una violenta opposizione; la stessa corte suprema fu indotta a schierarsi contro il governo, giudicando incostituzionali le leggi (del NIRA) che, intervenendo pesantemente nel mercato del lavoro, violavano la libertà tradizionale dei soggetti economici, un valore molto sentito dalla società americana.
Roosevelt dovette promuovere una mobilitazione politica e ideale di grande spessore per difendere il suo programma, che comunque manteneva intatta la struttura capitalistica di base, limitando però gli effetti del liberismo classico attraverso l’intervento dello stato.
Il New Deal tuttavia significò un cambiamento di rotta rispetto al riformismo di vecchio stampo, superando il concetto di uno stato “regolatore” e insistendo sul fatto che il potere del governo non avrebbe dovuto limitarsi a reagire alle crisi sociali, ma prendere misure positive per evitarle. I parametri minimi in tema di lavoro e di assistenza sociale erano divenuti una prassi universalmente accettata, e lo Stato, sempre più “mediatore” tra i principali gruppi di interesse (imprenditori, lavoratori, consumatori, …) operava per il raggiungimento di un equilibrio economico e sociale che avrebbe dovuto scongiurare crisi future.
Accrescendo il controllo federale, si cercò anche di fronteggiare il disastro sociale prodotto dalla grande crisi, disciplinando maggiormente il gioco delle componenti della società civile cioè quella pluralità su cui si fondava la società americana.
Abbiamo già analizzato due fenomeni che si può dire costituissero una degenerazione di questo pluralismo: il gangsterismo e il razzismo. Per combattere efficacemente la prima il governo pose fine, con un nuovo emendamento costituzionale del 1934, al proibizionismo e si impegnò attivamente contro la criminalità razzista, anche se l’odio razziale , radicato nel passato, si sarebbe rivelato duraturo e profondo, perciò difficile da estirpare. Del resto gli strumenti repressivi di cui uno stato democratico poteva disporre erano certamente meno potenti di quelli che contemporaneamente i sistemi totalitari mettevano a punto nella maggior parte dei Paesi europei e in Giappone.
Proprio rispettando la legalità e la pluralità delle componenti sociali, però, il New Deal riuscì a portare speranze di convivenza civile ed ebbe il merito di far uscire i cittadini dalla depressione economica e “morale” e di restituire loro, a poco a poco, la fiducia nel sogno americano.

CONSEGUENZE CULTURALI
Gli effetti disastrosi della crisi del 1929 colpirono naturalmente anche il mondo della cultura che si fece subito cassa di risonanza del diffuso e profondo malessere. Nuove tematiche, nuovi stimoli e urgenze caratterizzarono il mondo della letteratura e dell’arte. Il “naturalismo” o meglio il “realismo sociale” fu la tendenza di maggior rilievo nella produzione artistica: era quasi d’obbligo ormai accorgersi e trattare dei diseredati, e ciò significava acquisire una visione più completa ed esauriente della realtà e della società americana. Porre l’accento sulla relazione specifica e spesso sofferta dell’individuo con la società, significava aumentare la possibilità di comprensione di entrambi: le azioni dei singoli si proiettavano sul più ampio tessuto dei rapporti sociali che costituivano lo sfondo imprescindibile a cui esse si ancoravano e rispetto al quale acquistavano senso.
La letteratura degli anni ’30 fu dunque caratterizzata da una nuova consapevolezza, da un nuovo senso della realtà e da uno spirito di militanza e di presenza, di impegno civile e denuncia sociale, che segnava una svolta rispetto al disimpegno o all’irresponsabilità tipiche del decennio precedente.
Gli anni ’20 erano stati infatti anni scintillanti di benessere economico e di grande ottimismo, di veloce cambiamento e di frenesia del vivere:erano stati gli anni delle flappers e degli speakeasies del charleston e dei petting parties (descritti da Fitzgerald nel suo clamoroso “This side of Paradise” del 1920).
Sotto questo ottimismo di superficie però, serpeggiava però una tensione sotterranea:il caos e la violenza della Prima Guerra Mondiale erano rimasti profondamente dentro l’America e avevano lasciato un senso divaga insoddisfazione morale e spirituale, un sottile male di vivere, una profonda sensazione di disillusione, come se si fosse combattuto per niente.
L’inquietudine esistenziale si esprimeva in implicite rivolte contro una società chiusa e soffocante e contro la sua morale piccolo-borghese. L’antagonismo verso la mediocrità, però, e l’aspirazione a valori più elevati non si tradusse ancora, negli scrittori di questo periodo (come accadde invece in quelli del decennio successivo) in impegno militante di natura sociale o politica, ma in scelte di trasgressione, in modi di vivere esagerati e stravaganti quasi a compensare un profondo disagio  esistenziale. Furono questi gli scrittori della cosiddetta “lost generation” espressione con cui la scrittrice Gertrude Stein definì alcuni giovani narratori americani segnati dalla guerra ed “esuli” a Parigi (nei Caffè della Rive Gauche) o sulla Costa Azzurra come Hemingway o Fitzgerald.

IL GRANDE GATSBY
Ed è proprio Fitzgerald ad offrirci con il romanzo “Il Grande Gatsby” (1925) uno dei più grandi documenti letterari dei “ruggenti” anni ’20 (di cui egli stesso fu instancabile protagonista). Libro di culto per intere generazioni, manuale del gusto e del costume dell’”età del jazz” (come Fitzgerald stesso definì questo periodo), il Grande Gatsby è la lucida analisi di una società fondata sul denaro, la società dei ricchi newyorkesi che passano da una festa all’altra, in una sorta di perenne baldoria. Jay Gatsby è insieme uno degli artefici e la prima vittima di questo mondo: povero e senza prospettive ha lottato duramente con tutti i mezzi, leciti e illeciti, per arricchirsi e raggiungere un posto di prestigio nell’alta società, cercando così di riconquistare l’amore di Daisy, che tempo prima lo aveva respinto proprio per la sua povertà, preferendogli il ricco e cinico Tom Buchanan. L’io narrante, Nick Carraway, segue con preoccupazione e partecipazione la vicenda, dall’iniziale coinvolgimento di Daisy fino alla tragedia finale, in un crescendo di avvenimenti che sembrano preannunciarla: per salvare l’oggetto del suo amore Gatsby si assume la responsabilità della morte, in un incidente stradale, di Myrtle e verrà ucciso per questo dal marito di lei.
Sebbene il romanzo si svolga in un tempo limitato (pochi mesi durante l’estate del 1922) e in un ambito spaziale circoscritto (una zona nelle vicinanze di Long Island, New York), esso riesce a dare della ricca società del periodo un ritratto fedele ma allo stesso tempo acuto e penetrante, indagando la differenza, la relazione e lo scontro tra la vecchia aristocrazia terriera (Daisy e Tom), identificata geograficamente con l’East-Egg, e i nuovi ricchi (Gatsby) rappresentati del West-Egg.
Fitzgerald descrive i nuovi ricchi come volgari ostentatori privi di gusto mentre, in contrasto, la vecchia aristocrazia possiede grazia ed eleganza.
Ciò che appare sul piano esteriore e sociale, però, non ha un corrispettivo sul piano dei valori: Gatsby, la cui recente ricchezza deriva da attività illecite, dimostra amore e lealtà e ironicamente le sue buone qualità lo porteranno alla morte;per contro Daisy e Tom, grazie alla loro superficialità ed al loro cinismo riusciranno ad allontanarsi dalla tragedia, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente.
Come Nick, Fitzgerald scopre la desolazione morale, l’ipocrisia, il rampante materialismo e la ricerca spasmodica di piacere e denaro che si celano sotto la scintillante società americana dell’età del Jazz.

FURORE
Profondamente diverso nei temi e nei toni è il romanzo “Furore”, capolavoro indiscusso di J. Steimbeck (1902-1968), e forse la migliore espressione di quel “realismo sociale”che aveva caratterizzato la letteratura americana degli anni ’30 e che aveva portato al centro della scena i diseredati, i reietti, i disadattati e aveva dato loro una voce (ricordiamo anche “Of Mice and  Men”-1937- dello stesso autore).
Furore venne pubblicato nel1939, quando le rapide conquiste del New Deal rooseveltiano avevano già neutralizzato quasi del tutto l’incubo della Grande Depressione. Anche per questo, probabilmente, il successo fu enorme ed immediato: quell’incubo riaffiorava dalle pagine del libro in tutta la sua evidenza e drammaticità, ma anche, inevitabilmente, con i tratti consolatori dello “scampato pericolo”. Eppure di consolatorio nel romanzo c’è ben poco: vi si rappresenta il dramma della famiglia Joad all’interno del più vasto dramma collettivo degli “okies” (gli abitanti dell’Oklaoma) costretti a lasciare le loro case e le loro terre.
Nei primi anni ’30 (fra il 1932 e il 1935) una grave siccità aveva colpito gli stati del sud (Oklaoma, Arkansas, Texas, New Messico) e si erano scatenate violente tempeste di sabbia che evevano paralizzato l’agricoltura della zona.
Decine di migliaia di piccoli agricoltori rimasti senza terra, senza un centesimo e senza un lavoro furono costretti ad emigrare in carovane interminabili di camion sgangherati e vecchie auto sovraccariche, verso la lontanissima California, alla ricerca angosciosa di un lavoro, di un posto dove vivere e di un nuovo significato da dare all’esistenza.
Una volta arrivati alla fine della loro sfibrante odissea(che l’autore avvicina simbolicamente all’esodo biblico degli Ebrei) essi sarebbero però affogati in un mare di manodopera a buon mercato, osteggiati dai pregiudizi della popolazione locale, sfruttati dai grandi proprietari di frutteti, braccati dagli sceriffi, portandosi dietro la loro miseria quasi come un marchio d’infamia.
In questo romanzo Steinbeck descrive non solo al condizione dei lavoratori emigranti durante la depressione, ma offre anche un’acuta critica del sistema che ha provocato questa condizione: l’egoismo dell’”homo homini lupus” economico, che sembra aver tracciato una linea di demarcazione insormontabile tra privilegiati e poveri. In questa divisione l’autore individua la fonte primaria del male e delle sofferenze nel mondo.
In netto contrasto con la logica egoistica di violenta salvaguardia dei propri interessi(che spinge i grandi proprietari terrieri ad affondare nella miseria migliaia di famiglie) emerge il valore morale della solidarietà, che unisce i migranti: essi sono consapevoli che per sopravvivere devono superare le proprie individualità e rendersi conto di essere parte di una comunità più grande, con cui condividono memorie e sogni.
Infatti si può dire che “Furore” rappresenta la storia di due famiglie: i Joad e la collettività degli altri migranti. Nonostante i Joad siano uniti dal sangue, più che la genetica è la loro lealtà e l’impegno degli uni verso gli altri a stabilire la loro reale parentela. Le avversità dalla vita sulla strada, però, creano nuovi legami e stabiliscono nuove affinità: la famiglia biologica diventa una cosa del passato, e si evolve in una famiglia più grande, i cui componenti sono uniti sa un presente di tragedia, da un passato di perdite e da un futuro, incerto, in cui però essi continuano ostinatamente a credere. Ciò che li caratterizza è un senso di rabbia contro le ingiustizie, che potremmo definire “salutare”, poiché impedisce loro di piegarsi alle avversità ed essere sopraffatti dagli eventi. Essa costituisce la loro profonda forza morale perché consente di mantenere il senso della propria dignità ed il rispetto di se stessi, indispensabili per sopravvivere spiritualmente.
L’epico viaggio verso la nuova frontiera si conclude nel dramma e nella separazione : la sconfitta dei Joad e di Tom, il figlio più consapevole e coraggioso è una sconfitta senza riscatto che tuttavia lascia intravedere una traccia di una speranza, a testimoniare, pur nella tragedia, una ineliminabile possibilità di bene: è la responsabilità di ciascuno per il bene comune il valore più alto che l’umanità possa esprimere, perché dà all’individuo una dimensione etica e lo preserva dal diventare passivo strumento di un impersonale processo della natura.

ANALISI COMPARATA
Un confronto su più livelli dei due romanzi ci consente una comprensione più profonda dei due momenti storici che essi rappresentano e di cui ciascuno è, forse, la testimonianza letteraria più significativa e ci fa inoltre comprendere quanto la Grande Crisi abbia significato una profonda frattura tra il prima e il dopo nella storia dell’America.
Radicalmente diverso è il contesto sociale descritto: al “mondo artificiale che profuma di orchidee e di piacevole e lieto snobismo”, all’ambiente sofisticato dei ricchi newyorkesi, in cui il lusso e l’eccesso sono all’ordine del giorno, si contrappone la crudezza del mondo reale degli “okies” che lottano ogni giorno contro la miseria per ottenere almeno l’essenziale per una sopravvivenza dignitosa: del cibo, un lavoro, una casa.
Su sfondi così diversi si collocano i personaggi che nei due romanzi assumono ruoli e significati differenti. Nel Grande Gatsby la dimensione dell’analisi è quella individuale e interiore, anche se i personaggi non sono mai descritti staticamente attraverso un’evoluzione psicologica puramente mentale, ma attraverso le azioni e le scelte che essi compiono e che progressivamente ci rivelano le loro caratteristiche.
In Furore la drammaticità dello sfondo è così pregnante e significativa che solo rispetto ad essa i personaggi sembrano acquistare senso: essi emergono non nella loro individualità, ma come archetipi individualizzati, eroi epici. Anziché come strumenti di indagine della psiche umana Steinbeck li usa come emblemi degli ideali universali di lotta: non è l’individuo singolo, ma la coralità degli individui la vera protagonista della vicenda.
A scelte contenutistiche così differenti corrispondono stili narrativi molto diversi. Nel Grande Gatsby l’autore delinea i personaggi e gli eventi che li determinano con pochi tocchi essenziali, usando un linguaggio fatto più di simboli e di immagini che di descrizioni piatte ed esaustive ( di Gatsby non si ha mai un ritratto o una spiegazione completi). Poiché, come abbiamo visto, i personaggi vengono presentati “in azione” l’autore ci offre soltanto quello che, di essi o delle loro azioni è pertinente al tema della vicenda e l’”io narrante” (Nick Carraway) fa da filtro al racconto, offre un punto di vista limitato, consentendo quella “selettività”narrativa che dà al romanzo compattezza ed armonia strutturale e ne fa un tutto unitario scarno ed essenziale.
Ben diverso è lo stile narrativo di Furore in cui la snervante lentezza del viaggio degli esuli verso la California, sembra rispecchiarsi in un andamento narrativo spesso pesante, con forti toni di sentimentalismo che coinvolgono emotivamente il lettore. Alle fasi di questo viaggio corrisponde un doppio registro stilistico: i capitoli del romanzo vero e proprio sono inframmezzati dai capitoli-saggio in cui l’autore interviene direttamente ad indicare quale sia il senso ed il significato da dare agli avvenimenti. Nonostante le pause di riflessione etico sociale interrompano la fluidità dell’azione, il romanzo riesce comunque a dare un ritratto ampio ed intenso della condizione dei lavoratori durante la Depressione e lo stile realistico che caratterizza la prosa di Steinbeck è stato visto da alcuni critici come tipico esempio di progressivo avvicinamento fra la pagina dello scrittore e la macchina da presa.
Al di là delle differenze stilistiche però, entrambi i romanzi affrontano, pur in modo diverso, un tema comune: quello della fuga. L’”uomo in fuga” è una delle tipologie più frequenti del romanzo americano tra le due guerre e pur essendo una costante degli anni della Depressione, ha il suo epicentro nei narratori della “lost generation” che ebbe in Hemingway e Fitzgerald i protagonisti di maggior spicco. Nel romanzo di Fitzgerald il tema della fuga si evidenzia come fuga dal passato (Gatsby stesso), da un ambiente chiuso e soffocante (Nick si allontana dal Middle West che definisce “margine sfilacciato dell’universo”). In tutto il romanzo però, anche i vari personaggi si spostano, fuggono continuamente, senza una meta precisa o significativa in un costante e vuoto girovagare, quasi a esprimere una “mobilità esistenziale”priva di direzione o di scopo.
Mentre nel Grande Gatsby la fuga del personaggio ha una matrice psicologica individuale ed è riconducibile ad un disagio esistenziale, in Furore diventa preponderante la dimensione sociale: anche se la fuga incessante di Tom è l’aspetto di una deriva esistenziale (egli fugge del passato e dal presente verso un futuro incerto) essa è accompagnata da chiari segnali politici: la rabbia sociale e la consapevolezza delle ingiustizie di classe. Sentimenti questi che caratterizzano anche la più vasta comunità dei migranti e la loro è una fuga dalle miseria: a differenza dei personaggi del Grande Gatsby, essi hanno una meta precisa, densa di attese e il loro percorso non si sviluppa in un cerchio inconcludente(all’interno di un ambito geograficamente circoscritto), ma quasi lungo una interminabile linea retta (la Highway 66 che attraversa gli USA da Est e Ovest). L’epilogo del romanzo di Steinbeck è drammatico: la meta tanto agognata, la terra promessa brulica di poveri migranti anch’essi in cerca di lavoro. Il sogno di una vita migliore, di una possibilità di riscatto, si infrange contro la dura evidenza della realtà.
Nel suo romanzo Steibeck dà voce al disorientamento e alla sfiducia che segnarono profondamente la coscienza americana dopo la Crisi del ’29: era la fine dell’”american dream” ossia del mito fondante della società statunitense: l’ottimistica fiducia nel futuro, nell’opportunità per chiunque di raggiungere il benessere e la felicità. Il romanzo però, scritto nel pieno delle conquiste sociali dell’epoca del New Deal non lascia spazio alla disperazione o alla rassegnazione e l’autore indica, con toni di implicita propaganda, nella solidarietà e nella lotta per il bene comune l’unica via d’uscita.
Il tema della crisi del sogno americano emerge anche, quasi paradossalmente, nel Grande Gatsby, che pure non descrive il cupo periodo della Depressione, bensì lo scintillio degli anni ’20: Fitzgerald, che di quegli anni fu non solo il chronicer ,  ma anche il critico più acuto e sensibile, riesce a cogliere dietro la brillante apparenza, il vuoto di valori morali. Il sogno americano, che nei suoi personaggi diventa desiderio di piena e completa manifestazione dell’individuo, si corrompe e si sgretola in un’esistenza fatua e superficiale, dominata dell’ipocrisia e dall’indulgenza verso se stessi e il sogno di assolutezza di Gatsby si infrange contro la precarietà e l’inconsistenza dei rapporti personali. Di fronte a questa desolazione morale non sembra rimanere altra via di quella di un ritorno nella propria storia, quasi a recuperare un passato che, nella memoria diventa sempre più idilliaco: tutto ciò che Nick può fare è tornare indietro, nel Minnesota, dove i valori americani non si sono corrotti. E’ questa la via indicata nella bellissima chiusa del romanzo: ” così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

 

IL RUOLO DELL’ARTE
L’analisi delle due opere in modo particolare, ma anche uno sguardo più ampio al panorama culturale degli anni ’20 e ’30, ci offrono lo spunto per una riflessione sul ruolo dell’atre.
Mentre la narrativa degli anni ’20 rappresenta un’analisi lucida della realtà sociale, di cui fa emergere tensioni sotterranee e profonde contraddizioni, la letteratura degli anni ’30 si caratterizza generalmente come denuncia sociale: di fronte ad uno scenario così tragicamente mutato si fa vivo il dibattito sul rapporto tra arte e politica, su quale debba essere il ruolo e il compito dello scrittore di fronte alla crisi. La letteratura assume sempre più carattere militante e di impegno civile e non solo nelle numerose riviste politico culturali che animano il decennio, ma anche in opere di grande respiro ( Of Mice and Men- 1937 e The Grapes of Wrath- 1939- di J. Steinbeck) in cui è comunque sempre presente la ricerca di equilibrio tra la necessaria attenzione prestata all’urgenza della realtà e la preoccupazione della riuscita artistica.
Non va inoltre dimenticato che la Grande Depressone coincide con la diffusione di un nuovo genere di arte, del cinema sonoro,che potremmo definire ambigua perché, mentre da un alto svolge una funzione di replica dell’esistente, dall’altro crea un mondo artificiale che tuttavia, mantenendo i caratteri della verosimiglianza, riduce la differenza tra realtà e fantasia e offre l’illusione che il mondo sullo schermo sia sempre e comunque quello vero.
Forse per questo l’industria del cinema fu il settore  che risentì meno della crisi: i generi più diffusi  come la commedia brillante, il varietà o il genere sentimentale offrivano, a basso costo, evasione e spensieratezza, particolarmente gradita ai sostenitori del New Deal.
Accanto a questo generi, però, acquista sempre maggior successo nel cinema la figura del gangster, che nel caos sociale e morale della Depressione assurge al ruolo di eroe popolare, che contrappone virilmente ingiustizia a ingiustizia, violenza a violenza. L’ambiente in cui vive equipara socialmente il gangster al ricco borghese inducendo larga parte del pubblico, in anni di profonda frustrazione economica e psicologica, a intraprendere in modo distorto il successo degli “eroi” del crimine, nella convinzione che il “sogno americano” potesse essere realizzato solo con la truffa, l’inganno e il delitto.
Per cancellare questa immagine negativa dalla società americana nel 1934 venne promosso un intervento censorio, nei confronti del filone dei gangster, intervento che rivela la volontà di “moralizzare” il cinema, eliminando le immagini lesive del mito americano.
Il cinema degli anni del New Deal assume infatti connotazioni più fiduciose ed ottimistiche proponendo, anche attraverso la tecnica del “lieto fine”, una visione sostanzialmente positiva delle relazioni umane e sociali. Si sviluppa così in questo periodo il genere cinematografico dei film western, centrato sulla figura del cow boy, nuovo “eroe”positivo di cui vengono esaltati coraggio e lealtà.
Il successo di questo filone è da ricercarsi principalmente nelle sue caratteristiche strutturali: il realismo delle vicende, la semplicità del linguaggio e la tensione narrativa sono proprio ciò di cui lo spettatore americano ha bisogno negli anni dopo la Grande crisi.
I film western si rivelano così funzionali al processo di “ricostruzione morale e materiale “intrapresa dal New Deal, e si dimostrano un eccezionale veicolo di propaganda e di pressione sull’opinione pubblica evidenziando il ruolo sociale che l’arte può assumere.
La riflessione sul ruolo dell’arte della letteratura e sul rapporto con la realtà è indagato qui in una prospettiva storica ben precisa ,(quella appunto degli anni Venti e Trenta) consapevoli che, se il tema dell’autonomia dell’intellettuale e quello, contrapposto, della necessità di un suo coinvolgimento nell’analisi della società, sono temi da sempre dibattuti, tuttavia la loro rilevanza muta e si modula con il mutare della società.
Interrogarsi quindi su  quale sia il ruolo dell’arte nella società significa dunque seguire le sue tracce nel susseguirsi degli eventi storici e nelle varie trasformazioni da essi prodotte. In questo approfondimento, senza pretendere di esprimere giudizi assoluti si è voluto invece far luce su un periodo ben definito, ma altamente significativo della nostra storia recente.

 

Giorgia Cordioli fonte: digilander.libero.it

 

 

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    Crisi del 1929 , grande depressione, grande crisi, crollo di Wall Street, New Deal tutto di tutto

 

La crisi del ‘29

La crisi del 1929, detta anche grande crisi o crollo di Wall Street, fu una drammatica crisi economica che sconvolse l'economia mondiale alla fine degli anni venti, con gravi ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. L'inizio della grande depressione è associato con la crisi del New York Stock Exchange (borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero).
La depressione ebbe effetti devastanti sia nei paesi industrializzati, sia in quelli esportatori di materie prime. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente, così come i redditi delle persone fisiche, il gettito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull'industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite, a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d'impiego.

La crisi negli USA

Dopo la Grande Guerra, più precisamente dal 1921 al 1928 (i cosiddetti “anni ruggenti”) gli Stati Uniti conobbero un periodo di prosperità e progresso trainata soprattutto dal settore automobilistico (che a sua volta ha trascinato con sé altri settori come quello metallurgico, gomma, settore petrolifero, trasporti e edile), ma anche da molti altri nuovi simboli come il jazz, il charleston, il cinema di Hollywood e anche la Coca Cola che proprio in quegli anni cominciava ad essere conosciuta in tutto il mondo. Sembrava essersi innescato un circolo virtuoso: l'alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo favoriva quindi gli investimenti che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. Tuttavia agli investimenti ed al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d'acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d'interesse.
Una seconda contraddizione interna all'economia americana era rappresentata dal sistema finanziario. Non furono posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto per aumentare il proprio capitale. Si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli: all'aumento della domanda dei titoli si accompagnò quella delle quotazioni. L'aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispondeva ad un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il crollo della borsa.
La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole e soprattutto aveva investito i proprio risparmi in borsa. La loro uscita dal mercato indeboliva, quindi, proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole (come quello dell'auto). Queste industrie cessarono di commissionare materiali a quelle operanti negli stessi settori, le quali dovettero ridurre il personale e ridurre i salari, provocando una contrazione anche nei settori dei beni di consumo (come quello agricolo).
La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Il ritiro del denaro dal mercato provocò una crisi di liquidità di ampie dimensioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi. I licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono ad una elevata diminuzione delle domande di lavoro, bloccando quasi completamente l'economia americana. La produzione industriale scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.
L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato alcuni fattori di debolezza nell'economia americana responsabili della crisi:

  • cattiva distribuzione del reddito;
  • cattiva struttura delle aziende industriali e finanziarie;
  • cattiva struttura del sistema bancario;
  • eccesso di prestiti a carattere speculativo;
  • sovrapproduzione dei beni di consumo durevoli.

Roosevelt e il New Deal

Le conseguenze della crisi sul piano economico, sociale e politico furono immediatamente tangibili. Il prepotente aumento della disoccupazione costituì alle soglie del nuovo decennio una vasta piaga sociale. Il sistema venutosi a creare consisteva dunque in un circolo vizioso di progressivo aumento del numero di disoccupati e dunque una diminuzione della domanda, alla quale faceva fronte una successiva diminuzione del numero dei lavoratori.
La situazione apparve dunque disperata agli inizi del 1932, anno di campagna elettorale. Proprio in questo clima di profonda sfiducia però il democratico Roosevelt, facendo leva sui valori tradizionali dell'etica del lavoro e della capacità tutta americana di ripresa nei momenti più duri della propria storia, ottenne una robusta maggioranza. A quel punto il programma del neoeletto presidente focalizzò la propria attenzione sul tema della ripresa, affidandosi ad un brain trust (letteralmente "gruppo di fiducia di cervelli") che basò la propria strategia sulle teorie dell'economista britannico John Maynard Keynes che invitava i governi ad assumere in prima persona un ruolo guida nell’economia nazionale senza però ricorrere ad una soluzione autoritaria sul modello fascista, perché negli Stati Uniti esistevano i margini sufficienti per riequilibrare l’economia, garantire i profitti agli imprenditori e persino per aumentare i salari dei lavoratori, favorendo una più equa distribuzione dei redditi.

New Deal

Con New Deal si intende il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d'America a partire dal 1929.
Ecco alcuni punti fondamentali del vasto piano di Roosevelt:

  • impiego di 250.000 giovani disoccupati in lavori di bonifica e rimboschimento (Civilian conservation corps)
  • fondazione di un ente federale di assistenza per disoccupati
  • contributi ai proprietari di case impossibilitati a pagare i mutui contratti con le banche (Home owners’ loan act)
  • controllo sui titoli da quotare in borsa e su tutte le operazioni di credito e di investimento delle banche
  • finanziamento delle proprietà agricole mediante ipoteche (Emergency farm mortage act)
  • politica di inflazione controllata per ridurre i debiti degli agricoltori
  • aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, con la limitazione della produzione e indennità agli agricoltori (Agricultural adjustement act)
  • sviluppo della grande area depressa del fiume Tennessee (Tennessee valley authority) mediante un vasto piano di opere pubbliche per assorbire la disoccupazione
  • regolamentazione dell’intero sistema produttivo con codici di comportamento tra gli industriali per ridurre la concorrenza e con il riconoscimento delle organizzazioni sindacali in fabbrica (National industrial recovery administration)

Agli inizi del 1935, quando apparvero i primi segni di ripresa, i gruppi industriali cominciarono a fare pressione sull’amministrazione Roosevelt perché attenuasse i controlli dello Stato e limitasse la spesa pubblica. La stessa Corte suprema (vertice dello stato giudiziario) tentò di invalidare una parte della legislazione del New Deal e alcuni collaboratori di Roosevelt più progressisti furono costretti a dimettersi. Tuutavia nel luglio 1935 col Wagner act furono definitivamente legalizzate le organizzazioni sindacali, per cui i datori di lavoro dovevano attenersi a precise regole contrattuali e i lavoratori erano obbligati ad aderire al sindacato che stipulava gli accordi con gli imprenditori, se volevano vedersi riconosciuti i relativi vantaggi.
In verità a rilanciare definitivamente l’economia americana (come del resto quella degli altri paesi investiti dalla crisi) contribuirono in maniera determinante le committenze militari, che alla fine degli anni ’30 aumentarono ovunque con il crescere delle tensioni internazionali.

 

fonte: www.itaseinaudi.it

 

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GLI STATI UNITI E LA GRANDE CRISI DEL ‘29

(A. Polcri, M. Giappichelli, Storia e analisi storica, Giunti)

Il boom degli anni'20

Proprio al termine della Prima guerra mondiale, mentre l'Europa vive anni di gravi incertezze politiche, gli Stati Uniti si affermarono come la maggiore potenza economica del mondo disponendo di grandi risorse minerarie ed energetiche, di un'altissima produzione industriale, di una piena autonomia alimentare e favoriti dall'egemonia esercitata sull'America centrale e meridionale.  A questi elementi si aggiunse una intensa espansione commerciale sostenuta da sistemi di vendita che agevolavano la cosiddetta civiltà dei consumi, riversando sul mercato una enorme quantità di merci e stimolando gli acquisti con l'uso massiccio della pubblicità e della vendita a rate.  Ai successi dell'economia americana giovarono inoltre la diminuita conflittualità tra imprenditori e lavoratori, con l'imposizione della pace sociale ai sindacati, e la stessa crisi dell'Europa dissanguata dalla guerra.  L’imponente disponibilità di riserve finanziarie non compromesse dai pur enormi crediti concessi durante il conflitto ai paesi alleati (circa 10 miliardi di dollari), rese possibili ulteriori investimenti in Asia e in America latina, dove affluivano inoltre prodotti agricoli e industriali non assorbiti dal mercato interno.
Dal 1921 al 1928 (i cosiddetti anni ruggenti) fu raggiunto un benessere fino allora mai goduto, sebbene crescessero le divaricazioni sociali.  Le abitudini della popolazione si trasformarono velocemente e la vita delle città si popolò di simboli nuovi quali il jazz, il charleston, il cinema di Hollywood l'automobile e i grattacieli (come l'Empire state bulding, il più alto del mondo, terminato nel 1931).
La concentrazione industriale era elevatissima e le grandi imprese (cor­porations) estesero in modo smisurato il loro impero economico, control­lando la maggior parte della produzione americana, dal reperimento delle materie prime alla fabbricazione, alla vendita delle merci nei grandi ma­gazzini.  Nel settore dell'acciaio emergeva la Steel corporation, nella chimi­ca la Dupont, nelle gomma la Goodyear e la Firestone, nel petrolio la Standard Oil (Esso) e la Gulf, nella meccanica la General Motor e la Ford.
Sul piano politico fu il Partito repubblicano, tradizionalmente espres­sione dei ceti più ricchi, nazionalisti e razzisti, a dominare per oltre un decennio, favorendo le grandi concentrazioni con dazi protettivi e ridu­cendo i tributi per i redditi più alti.  Le lotte sociali furono annullate sul nascere con la repressione e persuadendo l'opinione pubblica che tutti gli americani avrebbero presto raggiunto un tenore di vita molto elevato.
Nei loro discorsi alla nazione i presidenti repubblicani erano soliti cele­brare quella che definivano la “nuova era della prosperità” e della “libera concorrenza fra i monopoli”.  “Oggi noi americani” disse il presidente Hoover nel marzo 1929 “siamo più vicini al trionfo finale sulla miseria, che sarà bandita da questo paese”.

il crollo della borsa (1929) e gli anni della grande depressione

Il sogno americano di una prosperità senza fine (che negli slogan propagandistici del tempo diceva 'una gallina in ogni pentola' e 'due auto i ogni garage' andò improvvisamente in frantumi.  Infatti, nell'ottobre del 1929, quando la borsa di New York (che aveva sede in Wall Street), nel giro di pochi giorni vide precipitare le quotazioni di alcuni titoli, gli azionisti, presi dal panico, cominciarono a vendere milioni di azioni per recuperare parte dei soldi investiti o nella speranza di riacquistarle a prezzi inferiori, provocando un vertiginoso abbassamento delle quotazioni.
In America, come in Europa, le banche erano diventate il cuore del ca­pitalismo, ma anche il suo punto più debole.  In esse si era riversata l'ec­cedente ricchezza della media e grossa borghesia che, attraverso la com­pravendita in borsa dei titoli azionari, si accaparrava in maniera parassitaria alti guadagni.
Al crollo (crack) della borsa di Wall Strect seguì pertanto la chiusura di migliaia di banche, prese d'assalto dai risparmiatori per ritirare il proprio denaro e in un rapido susseguirsi di eventi le aziende, alle quali gli istituti bancari dovettero negare i prestiti necessari per assolvere ai loro obblighi commerciali o per gli investimenti, furono trascinate nella catastrofe.
Nello stesso tempo per mancanza di acquirenti si contrassero ulterior­mente le vendite, si ridusse la produzione, migliaia di fabbriche e di imprese fallirono licenziando operai e impiegati.

Nei tre anni successivi gli Stati Uniti piombarono nella più profonda crisi economica e sociale della loro storia e il numero dei disoccupati rag­giunse nel 1933 i 13 milioni (circa il 30% dei lavoratori).  Le più colpite dalla crisi economica furono naturalmente le fasce deboli della società americana (la piccola borghesia e il proletariato industriale), mentre i su­per-milionari e le grandi corporations non soltanto ne uscirono indenni, ma continuarono a incrementare il loro potere assorbendo le industrie fallite e le terre abbandonate da migliaia di famiglie contadine.
Infatti anche nell'agricoltura la situazione era diventata improvvisa­mente drammatica.  Molti allevatori e contadini, non riuscendo a vendere i loro prodotti per l'improvviso restringimento del mercato, precipitarono nella miseria e si videro costretti a cedere terre e fattorie.  Nelle città le file per la tessera del pane, gli accampamenti di vagabondi nelle periferie, l'e­sercito di giovani vaganti alla ricerca disperata di lavoro divennero una realtà quotidiana.
Nella sola Chicago nell'inverno 1929-30 ogni giorno morivano per congelamento centinaia di persone che di notte cercavano riparo sotto i ponti, non avendo per coprirsi nient'altro che qualche giornale.

Roosevelt e il New deal (1933)
A questo punto la classe politica avvertì il pericolo della ripresa di agi­tazioni popolari e vasti settori del capitalismo americano si resero conto che la smisurata potenza di pochi trusts stava provocando squilibri incon­trollabili nell'economia, compromettendo la stabilità sociale dell'intero paese.  Occorreva dunque prendere in seria considerazione le teorie del­l'economista inglese John Maynard Keynes (1885-1946) secondo il quale ai governi spettava assumere un ruolo guida nell'economia nazionale (economia diretta), come del resto stava avvenendo pressoché ovunque.  Secondo Keynes, lo stato doveva apertamente intervenire nei momenti di crisi per coordinare la produzione capitalistica, per salvare i settori de­boli, per sviluppare i servizi sociali.  Non era necessario però adottare una soluzione autoritaria sul modello fascista, perché negli Usa esistevano i margini sufficienti per riequilibrare l'economia, garantire i profitti agli imprenditori e nello stesso tempo aumentare i salari ai ceti più poveri, determinando una più equa distribuzione dei redditi.
L’uomo politico americano che sembrò interpretare questa esigenza riformatrice fu Frankln Delano Roosevelt, del Partito democratico.
Egli riscuoteva la simpatia di un ampio schieramento popolare, ottenuta con i suoi accesi interventi contro la minoranza di imprese finanziarie che, come egli disse, aveva fallito 'per caparbietà e inettitudine', speculando sui mercati di borsa e portando il paese nel caos. Eletto presidente nel novem­bre 1932, Roosevelt chiese maggiori poteri per fronteggiare la situazione di emergenza “come se l'America fosse invasa dallo straniero” e, avvalendosi della collaborazione di tecnici e di professori universitari, i migliori 'cervel­li' (brain trust), mise a punto un nuovo corso di politica economica, il New deal (Nuovo patto), già preannunciato nella sua campagna elettorale.
Dette poi l'avvio a grandi opere pubbliche finanziate dallo stato (stra­de, ponti, dighe, canali, centrali elettriche), per assorbire la disoccupazio­ne e per non gettare nelle braccia del comunismo le migliaia di persone disperate, varando infine un ampio piano di riforme, con l'appoggio del­l'Afl (American federation of labor), la potente organizzazione sindacale a cui fu affidato un ruolo importante nella soluzione dei problemi del lavo­ro attraverso la contrattazione collettiva.
Inizialmente le simpatie del governo per il sindacato non furono con­divise dai monopoli dell'industria americana abituati ad avere nelle fab­briche piena libertà d'azione.  Tuttavia Roosevelt non cessò mai di tran­quillzzarli, riaffermando la sua fede “nel sistema dell'iniziativa privata, della proprietà e del profitto privato”.
E in effetti i principali interventi statali servirono a fornire crediti alle industrie e ai consumatori, rimettendo così in moto il meccanismo pro­duttivo, da cui trassero vantaggio i grandi trusts. Nonostante avesse “ri­portato a galla il capitalismo”, Roosevelt aveva definitivamente conqui­stato l'appoggio delle masse americane, alle quali si rivolgeva nei suoi pe­riodici discorsi radiofonici, esaltando il superamento della crisi e il benes­sere conseguito.  Perciò le organizzazioni sindacali continuarono a schie­rarsi dalla parte di Roosevelt approvando il suo programma e la sua can­didatura nelle successive elezioni, che lo confermarono alla presidenza nel 1936, nel 1940 e nel 1944.  In verità a rilanciare definitivamente l'e­conomia americana, come del resto quella di altri paesi investiti dalla cri­si, contribuirono in maniera determinante le committenze militari, che alla fine degli anni '30 aumentarono ovunque con il crescere delle ten­sioni internazionali.

 

Riflessi internazionali della crisi

Dagli Stati Uniti la crisi del 1929 era passata rapidamente negli altri paesi, soprattutto in quelli europei, legati all'economia americana dai de­biti di guerra, dai prestiti e dagli investimenti particolarmente consistenti effettuati in Gran Bretagna e in Germania.  La crisi infatti interruppe ogni rapporto commerciale e finanziario fra Europa e Usa per cui anche le banche europee subirono la pressione dei clienti intimoriti che ritiravano i loro depositi.  Le prime a fallire furono alcune grandi banche di Vienna e di Berlino, trascinandosi dietro le filiali, le imprese da loro dipendenti e altri istituti di credito.  In breve la disoccupazione raggiunse quote impres­sionanti in Gran Bretagna e in Germania.  In tutto il mondo furono calco­lati oltre 30 milioni di disoccupati, mentre la produzione cadeva del 50%.
La crisi del 1929, come quella dell'immediato dopoguerra, rappresentò un altro campanello d'allarme per il capitalismo internazionale e tutti gli stati furono costretti a trovare soluzioni adeguate per uscire dal marasma economico e ad assumere sempre più decise funzioni di intervento eco­nomico.  In tale direzione si mossero tutte le grandi potenze: la Gran Bre­tagna e la Francia, dove sopravvissero le istituzioni democratico-parla­mentari, la Germania, dove per garantire l'ordine interno e prevenire le agitazione sociali si impose il nazismo.

 

fonte: www.liceicarbonia.it

 

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    Crisi del 1929 , grande depressione, grande crisi, crollo di Wall Street, New Deal tutto di tutto

 

 

 

 

LA CRISI FINANZIARIA DEL 1929 E QUELLA DEL 2007

 

 

 

CAPITOLO 1: La crisi del 1929

  • Gli anni ruggenti: la prodigiosa crescita economica degli Stati Uniti

 

  • Le contraddizioni dell’American Way of life: affarismo, xenofobia e protezionismo
  • Il boom della borsa

 

  • Segnali di crisi
  • Il crollo di Wall Street: il giovedì nero e il crollo dell’economia

 

  • La crisi nel resto del mondo e la risposta dei vari stati europei
  • Il New Deal e i suoi risultati

 

CAPITOLO 2: La crisi del 2007

  • Da una crisi immobiliare ad una crisi finanziaria

 

  • Da una crisi finanziaria ad una crisi economica
  • Gli effetti della crisi economica

 

  • I rimedi contro la crisi
  • Il New Deal di Obama contro la crisi

 

  • Le basi del New Deal di Roosevelt e del piano economico di Obama

EPILOGO

La crisi del 1929 e la crisi del 2007: analogie e differenze

 

 

 

LA CRISI DEL 1929

 

  • GLI ANNI RUGGENTI: LA PRODIGIOSA CRESCITA ECONOMICA DEGLI STATI UNITI

 

crisi del 1929Tra coloro che si erano arricchiti durante la Prima guerra mondiale, il primato spettava agli Stati Uniti, i quali per quattro anni avevano fornito agli Alleati europei i prodotti necessari alla guerra. Nel dopoguerra il paese doveva solo riscuotere il denaro che gli dovevano i paesi debitori

Tra il 1922 e il 1929 gli Stati Uniti conobbero una crescita economica senza precedenti nella loro storia. La produzione industriale salì del 64%, una crescita favorita dal basso costo della manodopera e dalla produzione in serie organizzata secondo il metodo taylorista. Tuttavia non si trattò solo di un balzo in avanti a livello quantitativo ma anche di una trasformazione a livello qualitativo, e ciò significò una produzione di massa in tutti i settori.
Per assorbire questa produzione di massa furono creati dei consumatori di massa
L’impressione di consumi accessibili a tutti e la diffusione del benessere diffuse entusiasmo nella nazione. Gli Stati Uniti volevano dimenticare i sacrifici della guerra, volevano distrazione e divertimento. Questi anni passarono alla storia come «i ruggenti anni 20», inoltre l’American Way of Life, lo stile di vita americano cominciò a rappresentare il sogno di tutti i popoli dell’Occidente.

  • LE CONTRADDIZIONI DELL’AMERICAN WAY OF LIFE: AFFARISMO, XENOFOBIA E PROTEZIONISMO

 

crisi del 1929Dopo la guerra gli Stati Uniti diventarono la prima potenza mondiale ad aver raggiunto livelli di ricchezza molto più alti dell’Europa e ciò fece crescere tra i cittadini americani il rifiuto di un intervento politico a favore del continente europeo e del resto del mondo. Ad abbracciare queste richieste fu il repubblicano Warren Harding che vinse le elezioni con un programma con cui il paese curava solo i propri interessi sia politici ma soprattutto economici, infatti il Partito repubblicano abbracciò in pieno la causa dell’affarismo e varò una serie di misure per favorire gli investimenti in cui: accentuò il liberismo in economia; abbassò le imposte dirette (che colpiscono i ricchi più dei poveri); alzò quelle indirette (che essendo applicate ai beni di consumo colpiscono nella stessa misura ricchi e poveri); ridusse le spese sociali rinunciando ad attivare programmi di assistenza a favore delle classi più povere; e abolì le leggi antitrust. In questo modo i ricchi si arricchirono sempre di più, mentre i poveri diventarono ancora più poveri e numerosi
La volontà di difendere il benessere raggiunto e l’ordine sociale fece crescere negli Statunitensi l’intolleranza nei confronti del diverso soprattutto nei confronti degli immigranti ma anche di coloro che non erano di religione protestante, per questo motivo le leggi sull’immigrazione furono irrigidite per impedire la contaminazione etnica e la diffusione delle idee sovversive provenienti dall’Europa. Emblematico fu il caso Sacco e Vanzetti i quali furono condannati a morte solo perché italiani e di idee anarchiche.
Di grande scalpore fu anche la crescita dei consensi a favore dei Ku Klux Klan le cui azioni contro la popolazione di colore si intensificarono e raggiunsero livelli preoccupanti.
In questo clima repressivo i repubblicani scatenarono anche la campagna proibizionista, che vietava di vendere e consumare alcolici. Questo provvedimento fu reso esecutivo nel 1921, ma questa legge si rivelò controproducente, infatti l’alcolismo non fu sconfitto, mentre prosperò il contrabbando, la corruzione e l’attività dei gangster (la più famosa fu quella di Al Capone)

 

 

 

  • IL BOOM DELLA BORSA

Nel corso degli anni Venti, il numero e il prezzo dei titoli trattati dagli Stati Uniti crebbero ad una velocità impressionante. Il miraggio di guadagni facili e rapidi fece diventare l’investimento in Borsa un fenomeno di massa. I piccoli risparmiatori agivano in base i principi speculativi: acquistavano le azioni per rivenderle poco dopo incassando la differenza e non erano interessati ad investimenti su tempi lunghi. Acquistare azioni era poco impegnativo, il compratore pagava solo una parte dei titoli e prendeva il resto a prestito, dando in garanzia le azioni stesse. Con il guadagno realizzato in breve tempo, contava di rendere il denaro riuscendo comunque a racimolare un discreto profitto.

  • SEGNALI DI CRISI

 

Se si fosse osservata con attenzione la situazione reale dell’economia, difficilmente si sarebbe caduti nell’illusione di una crescita infinita, questo perché nessuno si accorse che l’intero sistema produttivo statunitense soffriva di un grave squilibrio. Infatti mentre aumentava la quantità delle merci prodotte, i salari restavano fermi a livelli molto bassi, inoltre, le macchine introdotte nelle fabbriche richiedevano sempre meno operai e aumentava il numero dei disoccupati.
Un altro problema veniva dall’agricoltura. Durante la Prima guerra mondiale gli agricoltori americani avevano investito molto nel miglioramento del settore agricolo e avevano realizzato notevoli guadagni vendendo grano all’Europa che a causa della guerra non produceva più beni di prima necessità.
crisi del 1929
Nel dopoguerra, però, l’agricoltura europea si riprese e molte nazioni adottarono una politica protezionista, tassando le merci americane e comprando sempre meno da quest’ultimi. Quando i raccolti cominciarono ad ammuffire i produttori furono costretti ad abbassare il prezzo nel tentativo di smerciarli. Abbassare i prezzi però significò guadagnare molto meno del previsto e non avere denaro per pagare i debiti contratti, infatti nel 1927 una gran numero di agricoltori smise di pagare i debiti alle banche che avevano prestato loro denaro e molte di esse fallirono. Le grandi banche americane avevano le loro sedi principali a Wall Street la quale ospita anche la Borsa dove nel 1929 si contavano cifre da capogiro.

 

 

  • IL CROLLO DI WALL STREET: IL GIOVEDI NERO E IL CROLLO DELL’ECONOMIA

crisi del 1929La produzione industriale che in alcuni settori aveva subito una battuta d’arresto ebbe un rallentamento generale nell’estate del 1929 a causa di una sovrapproduzione. I titoli continuavano a salire anche se il loro valore non rispecchiava più il loro stato economico tanto che nell’autunno del 1929 temendo che le azioni diffuse sul mercato fossero destinate a un calo imminente gli operatori liquidarono i propri titoli. Il panico si diffuse sul mercato: il 24 ottobre, il “giovedì nero” furono cedute 13 milioni di azioni e il 29 oltre 16 milioni e il valore delle azioni crollò a vertici mai visti primi.
La crisi borsistica produsse una serie di effetti a catena. I risparmiatori che avevano acquistato a credito le azioni non poterono più far fronte agli impegni. Gli agenti di borsa che a loro volta si erano indebitati con le banche dovettero denunciare la loro insolvibilità. Gli effetti del crollo di Wall Street si trasmise dunque al sistema creditizio: molte banche dovettero chiudere scatenando panico fra i risparmiatori, inoltre i correntisti temendo l’azzeramento dei loro depositi si affrettarono a ritirarli riducendo ancora di più la liquidità. Il risultato fu una gigantesca diminuzione della liquidità con serie di gravi conseguenze sul piano dell’economia reale.
Le aziende, non potendo più accedere al credito per gli investimenti, riducevano la produzione, tagliavano i salari e licenziavano, tanta che in quel periodo il livello di disoccupazione fu pari al 25%.

  • LA CRISI NEL RESTO DEL MONDO E LA RISPOSTA DEI VARI STATI EUROPEI

 

La crisi del 1929 che si generò negli USA ebbe gravi ripercussioni non solo nel suo paese d’origine, ma anche nel resto del mondo tanto che i vari paesi soprattutto quelli europei furono costretti ad adottare dei metodi abbastanza drastici per non essere schiacciati da essa visto che gli USA si preoccuparono solo di difendere unicamente la loro economia.

  • crisi del 1929RISPOSTA INGLESE: la Gran Bretagna nel 1931 decise di svalutare la propria moneta per rendere le proprie merci nuovamente competitive e l’anno successivo decise di abbandonare il liberismo e creò un sistema di “preferenze imperiali” che favoriva i propri prodotti sul mercato coloniale

 

  • RISPOSTA FRANCESE: la Francia adottò una linea deflazionistica, che penalizzò le esportazioni francesi e ne ritardò la ripresa economica fino al 1937
  • RISPOSTA ITALIANA:  l’Italia fascista rispose alla crisi con un’ulteriore diminuzione dei salari che contenendo un risparmio sui costi di produzione favoriva le grandi imprese. La produzione industriale tuttavia non poteva essere assorbita completamente dal debole mercato interno e cui erano venute a mancare

 

 

anche le rimesse degli immigrati e quindi per far fronte a questa situazione Mussolini tentò di conquistare nuovi mercati e fu per questo che vi

furono nuove guerre coloniali italiane e l’entrata del Paese nella seconda guerra mondiale, tutto per motivi in gran parte di natura economica. In Italia la crisi segnò un accentuazione del protezionismo e dell’intervento dello Stato nell’economia accelerando così il passaggio alla politica autarchia.

  • RISPOSTA TEDESCA: la Germania non poteva reagire alla crisi, come aveva fatto la Gran Bretagna, con una svalutazione della moneta nazionale. Essa segui una politica deflazionistica fatta di un contenimento della spesa pubblica e di riduzione dei salari. In seguito a questa scelta la Germania si trovò indifesa di fronte alle aggressive politiche commerciali della comunità internazionale e subì un aggravamento della recessione. Inoltre gli Stati Uniti nell’infuriare della crisi avevano sospeso i crediti internazionali e la Germania si trovò strangolata nell’impossibilità di pagare i suoi debiti e dalla concorrenza degli altri paesi.

 

 

  • crisi del 1929IL NEW DEAL E I SUOI RISULTATI

Nel 1933 in America fu eletto il nuovo presidente americano: Franklin Delano Roosevelt, un democratico che promise di risollevare la nazione dalla grave depressione da cui era afflitta. Il nuovo presidente innanzitutto si circondò di un gruppo di specialisti con il compito di varare un piano economico adeguato. I punti da risolvere erano che le banche non concedevano più prestiti all’imprese e quindi non potevano investire e licenziavano; la popolazione senza lavoro e priva di credito riduceva i consumi e quindi i licenziamenti aumentavano.
Quindi in primo luogo era necessario rilanciare gli investimenti delle aziende e i consumi dei cittadini e quindi fu abbandonata la politica liberista e si scelse invece una politica di intervento da parte dello Stato e questa fu l’essenza del “New Deal” il nuovo corso che Roosevelt voleva realizzare.

 

Il New Deal di Roosevelt di divide in due fasi: la prima fase (1933-1935) furono varate una serie di riforme urgenti per arrestare il corso della crisi che furono:

  • Viene ristrutturato il sistema bancario
  • Svalutazione del dollaro per rendere per rendere competitive le merci americane sui mercati esteri e per avvantaggiare i debitori rispetto ai ceditori sul mercato interno
  • Viene limitata la produzione agricola per far crescere i prezzi e aumentare i redditi di agricoltori e allevatori
  • Viene creata la legge nazionale sulla ricostruzione industriale (controllo sulla concorrenza e sulla produzione)
  • Per combattere la disoccupazione viene avviata la costruzione di grandi opere pubbliche.

 

La seconda fase (1935-1939) furono varate una serie di leggi per garantire la sicurezza sociale dei cittadini che presero il nome di “Welfare state”:

  • Pensione per la vecchiaia
  • Assicurazione contro la disoccupazione
  • Tutela dei diritti e dei salari dei lavoratori; vennero inoltre favorite le attività sindacali
  • Riforma fiscale

 

Il New Deal ridiede fiducia agli Americani e ristabilì la giustizia sociale e grazie a esso anche se lentamente l’economia americana riuscì a riprendersi e l’America poté uscire dalla grande depressione che la crisi del 1929 aveva provocato.

 

 

LA CRISI DEL 2007

 

1) DA UNA CRISI IMMOBILIARE AD UNA CRISI FINANZIARIA

crisi del 1929La Grande depressione che nel 1929 mise in ginocchio l’America e poi l’intero Occidente, non fu certamente l’ultima crisi finanziaria che il sistema capitalistico dovette affrontare. Una è scoppiata proprio di recente ed ha avuto origine dalla cosiddetta “crisi dei mutui sub-prime” del 2007.
Tutto è iniziato in Gran Bretagna, dove vennero ideati i mutui sub-prime, che poi furono adottati per la prima volta dagli Stati Uniti.

I mutui sub-prime sono prestiti concessi dalle banche a soggetti che non si possono pagare tassi di interesse troppo alti poiché posseggono un reddito basso e/o instabile. Il primo errore fu proprio questo: concedere a soggetti senza alcuna garanzia ingenti capitali per finanziare l’acquisto di una casa, senza tener conto del rischio.
Lo facevano per aumentare il loro giro d’affari e tutta questa sicurezza era giustificata dall’andamento positivo del mercato immobiliare. Infatti, a partire dal 2000 fino a metà del 2006, il prezzo delle abitazioni crebbe, stimolando le banche a concedere più mutui a tassi di interesse bassi rassicurati dal fatto che se il cliente fosse stato insolvente, avrebbero potuto pignorare la casa e rivenderla ad un prezzo sicuramente più alto.

Il secondo errore venne fatto nel 2004, quando le banche decisero l’aumento dei tassi di interesse sui mutui sub-prime e i clienti si ritrovarono a pagare interessi troppo onerosi per il loro reddito, tanto che la maggior parte di loro risultarono insolventi. Le banche, per recuperare il denaro perduto, iniziarono a vendere le case dei clienti insolventi, creando così  una bolla immobiliare che nell’autunno del 2006 sfociò nel crollo dei prezzi delle abitazioni. Dunque, anche se le banche vendevano le abitazioni dei clienti, non riuscivano a recuperare il capitale perduto, poiché il prezzo delle case era notevolmente diminuito.

Il motivo per il quale la crisi si è estesa anche nel resto del mondo è da attribuirsi al fatto che prima della bolla immobiliare, le banche riuscivano a rivendere i mutui sub-prime grazie alle Società Veicolo, che compravano i mutui alle banche permettendo loro di recuperare liquidità e ricominciare a concedere mutui.

Le Società Veicolo, a loro volta, emettevano obbligazioni e si rivolgevano ai mercati finanziari chiedendo in prestito dei soldi con la garanzia di ripagare gli interessi con le rate dei mutui che avrebbe incassato in futuro. Le obbligazioni emesse dalle Società Veicolo intanto, favorite dal fenomeno della globalizzazione, raggiungevano tutti gli angoli del mondo.

Quando le banche iniziarono ad avere troppi clienti insolventi e non riuscirono più a coprire le perdite con la vendita degli immobili, le Società Veicolo non ricevettero più le rate che gli spettavano, le obbligazioni persero valore e tutti coloro che avevano acquistato quelle obbligazioni, persero i loro capitali. E’ così che si è passati da una crisi immobiliare ad una crisi finanziaria.

 

 

 

2) DA UNA CRISI FINANZIARIA AD UNA CRISI ECONOMICA

crisi del 1929Con le perdite sui titoli legati ai mutui sub-prime, nel mercato finanziario si è andato a creare un clima di sfiducia tra le banche, che hanno smesso di prestarsi soldi a vicenda, andando incontro ad una crisi di liquidità: non avendo più a disposizione denaro per pagare i propri creditori e non potendo più contare sull’appoggio delle altre banche per procurarsene dell’altro, da una crisi di liquidità si è passati ad una crisi di insolvenza. Per tener testa a questo nuovo problema, le banche hanno iniziato a vendere titoli per ottenere liquidità e a ridurre i prestiti alle famiglie e alle imprese. Ma questi provvedimenti hanno dato il via ad un circolo vizioso: la precipitosa liquidazione di titoli ha determinato il crollo delle borse, e famiglie e imprese si sono ritrovate da un giorno all’altro senza denaro e finanziamenti.

3) GLI EFFETTI DELLA CRISI ECONOMICA

La crisi economica ha avuto ripercussioni negative su tutti i fronti, decretando fallimenti di piccole-medie ma anche grandi imprese, alti tassi di disoccupazione e mettendo in difficoltà tutto il sistema bancario mondiale, chiaramente ciò ha portato ad una recessione economica che difficilmente riuscirà a riprendersi senza degli adeguati interventi.

4) I RIMEDI CONTRO LA CRISI

Intorno gli ultimi mesi del 2008 si  è sentito molto parlare di iniezioni di liquidità, ricapitalizzazione e salvataggio delle banche. Ebbene, i governi dei Paesi più profondamente colpiti, dopo aver provato ad arginare la crisi riducendo i tassi di interesse, facilitando l’accesso al credito e riducendo le imposte per favorire la domanda, nel settembre del 2008 sono intervenuti mettendo a disposizione agli istituti bancari ed assicurativi più in difficoltà ingenti somme di denaro. Queste liquidità hanno in parte garantito nuovi prestiti tra banche e hanno permesso ai mercati monetari di riavviarsi; l’altra parte è stata utilizzata per ricapitalizzare le banche, ossia lo Stato ha acquistato delle azioni emesse dalle banche, diventando cosi in parte proprietario di esse.

 

 

 

  • IL NEW DEAL DI OBAMA CONTRO LA CRISI

crisi del 1929Mentre nel 1933 fu Roosevelt a risolvere il problema della grande depressione che in quegli anni aveva schiacciato l’America, questa volta a risollevare l’economia america sarà un altro presidente  che dopo una lunga e combattuta campagna elettorale è riuscito a conquistare la fiducia del popolo americano. Il nome di quest’uomo è: Barack Obama.
Anche lui come Roosevelt si è trovato ad affrontare una grave crisi economica e prendendo spunto dal New Deal è riuscito a creare un piano economico che secondo gli esperti riuscirà a risollevare l’economia americana, proprio come Roosevelt aveva fatto negli anni della sua presidenza.
Il piano economico di Barack Obama si divide come il New Deal in due fasi: la prima fase prevede che lo Stato intervenga immediatamente stazionando 787 miliardi di dollari per arrestare la crisi prima che questi peggiori; mentre la seconda prevede che nel caso la crisi dovesse continuare, se non peggiorare, vi sarà un ulteriore stazionamento di 45 miliardi di dollari da parte dello Stato.

La fase iniziale prevede che 787 miliardi di dollari vengano così distribuiti:

  • Taglio delle tasse per i lavoratori e le loro famiglie
  • Costruzioni di nuove infrastrutture per dare lavoro ai disoccupati
  • Ristrutturare il sistema bancario
  • Aiutare lo stato e i governi locali
  • Aiutare  i disoccupati, i senza casa e le persone anziane
  • Trovare nuove fonti di energia e investire nella ricerca

 

La fase seguente se la crisi dovesse prolungarsi, prevede :

  • Un ulteriore riduzione delle tasse
  • Un ulteriore bonus alla persone anziane e a coloro che sono in difficoltà economica
  • Tutelare ulteriormente i lavoratori e i loro salari

 

LE BASI DEL NEW DEAL DI ROOSEVELT E DEL PIANO ECONOMICO DI OBAMA

 

Il New Deal di Roosevelt e il piano economico di Barack Obama ideati per far ripartire l’economia america, il primo contro la crisi del 1929 e il secondo contro la crisi attuale, si sono ispirati largamente alle teorie dell’economista inglese John Maynard Keynes.
Nel 1919 Keynes aveva conquistato le prime pagine dei giornali per essersi battuto con tale veemenza contro gli oneri insopportabili imposti alla Germania uscita sconfitta dalla Prima guerra mondiale. Egli sosteneva la necessità di alimentare rapidamente la ripresa delle nazioni uscite dalla guerra ridando fiducia al mercato e riteneva la Germania una tessera importantissima dell’economia e della stabilità politica mondiale. I tragici eventi degli anni trenta gli avrebbero poi dato ragione.
L’idea base di Keynes a cui poi si ispireranno Roosevelt e Obama è che non è il capitalismo che crea occupazione, anzi è la piena occupazione che crea il capitale e mantiene in piedi l’intero sistema capitalistico, perché essa crea domanda di consumi e quindi spinge le imprese a produrre e a non risparmiare. Ecco quindi che al liberismo “puro”, Keynes contrapponeva non il protezionismo, ma un’altra forma di intervento della Stato a favore dell’economia: lo Stato doveva abbassare i tassi d’interesse, concedere prestiti con rapidità e fiducia e investire a sua volta nelle grandi opere pubbliche creando così nuovi posti di lavoro anche a costo di indebitarsi a sua volta .

 

 

 

 

 

La sua “ricetta contro la crisi del capitalismo può essere riassunta nel seguente grafico:

  

 

 

 

INTERVENTO

 

 

 

 

 

 

DELLO STATO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Politica di grandi opere:

 

 

Distribuzione di sussidi ai disoccupati,

strade, dighe, ponti,ecc

 

 

agli imprenditori, alle famiglie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Deficit del bilancio

 

 

 

 

 

 

dello stato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aumento dei redditi delle

 

 

 

 

 

famiglie. Diminuzione della

 

 

 

 

 

disoccupazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aumento delle entrate

 

 

Incremento del consumo

 

 

fiscali dello Stato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incremento della produzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verso l'equilibrio del

 

 

Assunzioni

 

 

bilancio dello Stato

 

 

 

 

 

LA CRISI DEL 1929 E LA CRISI DEL 2007: ANALOGIE E DIFFERENZE

 

In molti affermano che quella che sta vivendo la nostra generazione sia riconducibile alla crisi del 29-33, ed effettivamente si tratta in entrambi i casi di una crisi causata da un’inadempienza improvvisa e dalla mancanza di liquidità; ma è anche vero che se una volta erano le imprese in fallimento i soggetti inadempienti, oggi lo sono le famiglie che non hanno risorse economiche sufficienti a pagare gli interessi sui mutui immobiliari. Inoltre l’instabilità delle potenze vincitrici e sconfitte della Grande Guerra le aveva rese vulnerabili alla crisi e messe in ginocchio al primo crollo del mercato borsistico; allo scoppiare dell’attuale crisi, invece, gli Stati europei erano economicamente più stabili e pronti ad affrontare il problema. Infine, l’introduzione dello Stato nell’economia suggerita da Keynes, ha saputo aiutare gli Stati Uniti ad uscire dalla Grande Depressione come sta aiutando oggi le banche a ricapitalizzarsi attraverso ingenti iniezioni di liquidità.

 

fonte: skuola.tiscali.it

 

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    Crisi del 1929 , grande depressione, grande crisi, crollo di Wall Street, New Deal tutto di tutto

 


La crisi del 1929


 

1 .Gli «anni ruggenti»

 La crescita della produzione e dei consumi
Tra il 1922 e il 1928 gli Stati Uniti conobbero una cre­scita economica senza precedenti nella loro storia. La produzione industriale salì del 64% (contro il 12% del decennio precedente).
Non si trattò, tuttavia solo di un balzo in avanti quanti­tativo, ma di una trasformazione qualitativa dovuta al diffondersi della seconda rivoluzione industriale: ciò si­gnificò produzione di massa in tutti i settori, da quello automobilistico a quello tessile, alimentare, ecc. Per assorbire questa produzione di massa occorreva creare dei consumatori di massa, ossia occorreva che tutti i cittadini acquistassero i beni prodotti. A dare un notevole impulso in questa direzione provvidero in par­ticolare tre elementi:

  1. la diffusione delle innovative tecniche pubblicitarie;
  2. 2)il successo delle nuove forme di distribuzione, tra cui soprattutto i grandi magazzini;

3) la possibilità di pagamenti rateali, che rendevano l'acquisto dei prodotti  accessibile anche alle famiglie meno abbienti.
Negli Stati Uniti, alla fine degli anni Venti, circolava un'automobile ogni 5 abitanti (mentre in Europa il rap­porto era di 1 a 85); la metà della popolazione america­na possedeva un ferro da stiro, il 15% la lavatrice, un tostapane, un ventilatore.
Sul mercato approdarono altri prodotti destinati a rivo­luzionare la vita quotidiana, come il cellofan, la gom­mapiuma. Di grande rilievo, anche per gli effetti cultu­rali, fu poi la diffusione della radio: negli Stati Uniti nel 1922 c'erano 400.000 ricevitori; nel 1928, 8 milioni. Anche l'elettrificazione del paese procedeva spedita, stimolata dalle esigenze delle industrie e dai consumi privati: nel 1929 il 63 % della popolazione usufruiva dell'energia elettrica.
L'impressione di consumi accessibili a tutti e di una dif­fusione del benessere apparentemente senza fine diffondeva entusiasmo nella nazione. Gli Stati Uniti de­sideravano dimenticare i sacrifici della guerra. Voleva­no distrazioni e divertimenti: non a caso trionfarono il jazz ed i night club. Questi anni sono passati alla storia come «i ruggenti anni Venti»
Dopo la guerra gli Stati Uniti erano diventati la prima potenza mondiale ed avevano raggiunto livelli di ric­chezza molto più alti dell'Europa. Crebbe così tra i cit­tadini, posti in questa situazione di privilegio, il rifiuto di un intervento politico a favore dell'Europa e dell'or­dine internazionale.
Un nuovo impegno americano avrebbe potuto portare altre guerre ed altri sacrifici, minacciando il benessere raggiunto dalla nazione.
Il repubblicano Warren Harding vinse le elezioni presi­denziali del 1920 con un programma che raccoglieva ed amplificava queste istanze.
Il Senato si era già rifiutato di ratificare il Trattato di Versailles, e gli Stati Uniti non erano entrati a far parte della Società delle Nazioni promossa da Wilson. Il presi- dente democratico aveva così visto fallire il suo progetto di una presenza costante ed influente degli Stati Uniti sulla scena politica mondiale. Con la vittoria repubblicana si affermò un orientamen­to isolazionista secondo cui il paese doveva badare  esclusivamente alle questioni di politica interna, o al massimo curare i propri interessi nell'area del Pacifico.

 

 La xenofobia

La volontà di difendere il benessere raggiunto e l'ordine sociale fece crescere negli Statunitensi l'intolleranza nei confronti del «diverso», soprattutto verso gli stranieri. È vero che tra gli immigrati numerosi erano i disperati pronti a compiere azioni criminose pur di arricchirsi in fretta. Ed è innegabile che tra gli europei sbarcati negli Stati Uniti erano molto diffuse idee rivoluzionarie o anche solo progressiste, ritenute comunque pericolose! Tuttavia, il pregiudizio condusse molti Americani ad identificare «europeo» con «sovversivo». Aumentò così l'ostilità nei confronti degli immigrati ; anche nei confronti di  chi non era di religione protestante (ebrei e cattolici abbondavano tra gli europei). Nel 1924 una legge stabilì che sarebbero stati ammessi nel paese soltanto 3800 Italiani, contro i 42000 dell'anno precedente. Emblematico fu poi il caso Sacco eVanzetti. I due, che erano anarchici ed Italiani, vennero condannati a morte nel 1921 per una rapina conclusasi con  un omicidio. Le prove dimostravano evidentemente la loro innocenza, e un'ampia parte dell'opinione pubblica si schierò per la loro assoluzione. Ciononostante, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati nel 1927.

Significativa è, anche la crescita di consensi del famige­rato Ku KluxKlan (una società segreta razzista), che ri­guardò tutti gli Stati Uniti: al contrario di quanto si può pensare, nel 1924 solo il 16% degli iscritti abitavano ne­gli Stati del Sud.

 

II proibizionismo

Risente in qualche modo di questi sentimenti di intolle­ranza nei confronti dello straniero anche la legge che aprì negli Stati Uniti la stagione del proibizionismo, cioè r il divieto di vendere e consumare alcolici. Grandi bevi­tori erano infatti gli Irlandesi (tra l'altro a stragrande maggioranza cattolica) e i Tedeschi, appena sconfitti nella prima guerra mondiale.
Il provvedimento, votato già nel 1919, fu poi reso esecu­tivo nel 1921 dai repubblicani.
La legge si rivelò controproducente. L'alcolismo, infatti, non fu sconfitto, mentre prosperò la criminalità organizzata, i cui capi, i gangster, accumulavano grandi profitti attraverso la produzione clandestina e il contrabbando degli alcolici, e illudevano i controlli corrompendo i funzionari pubblici.
Particolarmente fa­mosa, tra i gangster, divenne l'altro immigrato italiano Al Capone.
Nel 1933, visti i disastrosi risultati della campagna proi­bizionista, la legge fu abolita.

Gli Stati Uniti degli «anni ruggenti»


 

Conservazione del benessere diffuso e dell’ordine sociale

 

Ostilità contro tutto
ciò che li minaccia

 

crisi del 1929crisi del 1929crisi del 1929

 

 

2. Il «Big Crash»

 La politica dei repubblicani
I repubblicani conquistarono e mantennero lungo tutti gli anni Venti la presidenza degli Stati Uniti sulla base di un programma economico di stampo classicamente liberista: il potere politico doveva fare un passo indietro di fronte agli interessi privati. Per favorire gli investimenti:
• ridussero al minimo le imposte dirette (che colpiscono i redditi) ed aumentarono quelle indirette (che gra­vano sui consumi e toccano quindi tutti gli acquiren­ti, ricchi e poveri, allo stesso modo);
• diminuirono la spesa pubblica, rinunciando ad attivare programmi di assistenza per le classi più povere;
• mantennero basso il tasso di interesse: tale provvedi­mento rendeva più agevole per le aziende l'accesso al credito, ed aumentava la circolazione monetaria, ma alimentava anche la speranza di una crescita economica infinita;
• rinunciarono a qualsiasi forma di regolazione dell'econo­mia e in particolare al controllo sulle grandi concentrazioni finanziarie ed industriali nascenti. L'aumento della produttività aveva infatti indotto una crescita del­la concorrenza. Per reagire al calo dei profitti, le impre­se accelerarono il processo di concentrazione in cartel­li produttivi. Si trattava di monopoli ed oligopoli che consentivano alle grandi aziende di spartirsi le quote di mercato, fissare i prezzi e le quote di produzione, ed in generale di aggirare i rischi della libera concorrenza. Nel 1909, 200 società controllavano il 30% del capitale industriale e commerciale. Nel 1929 la quota era salita al 50%. Alla fine degli anni Venti, inoltre, l'l% della po­polazione americana disponeva del 30% della ricchezza nazionale.
 II boom della Borsa
II prezzo delle azioni delle società quotate in Borsa tendenzialmente cresce quanto più sono ottimistiche le previsioni dei profitti e quanto più basso è il tasso di interesse.
Nel corso degli anni Venti, il numero e il prezzo dei ti­toli trattati negli Stati Uniti crebbero ad una velocità impressionante.
Nel 1925 si trattavano alla Borsa di New York 500000 azioni, nel 1928 circa 757000, oltre 1100000 nei primi mesi del 1929. Contemporaneamente il valore medio dj questi titoli, fissato a 159 punti nel 1925, volò a 300 nel 1928, e a 381 nella prima metà dell'anno seguente: in sin-3 tesi tra il 1927 ed il 1929 il valore delle azioni raddoppiò.  
II miraggio di guadagni facili e rapidi fece diventare l'investimento in Borsa un fenomeno di massa. I piccoli risparmiatori agivano ormai in base a principi puramente speculativi: acquistavano le azioni per rivenderle poco dopo incassando la differenza, e non erano interessati ad investimenti su tempi lunghi. Acquistare le azioni, d'altronde, era assai poco impegnativo: il compratore pagava solo una parte dei titoli e prendeva il resto a prestito, dando in garanzia le azioni stesse. Con il guadagno realizzato in breve tem­po, contava di rendere il denaro riuscendo comunque a racimolare un discreto profitto.                      
Segnali di crisi
Se si fosse osservata con attenzione la situazione reale dell'economia, difficilmente si sarebbe caduti nell'illu­sione di una crescita infinita. È vero che un numero sempre più consistente di consumatori aveva accesso a beni che fino a poco tempo prima erano considerati di lusso. Ma continuavano ad esistere ampie fasce sociali in condizioni di povertà e sofferenza. Nell'agricoltura, per esempio, milioni di agricoltori dell'Est si dovevano | confrontare con un calo inarrestabile dei prezzi. Anche i salari degli operai erano cresciuti ad un ritmo molto più blando dei profitti e della produzione. D'altronde all'inizio degli anni Venti, il potere dei sindacati  era crollato. Nella volontà di difendere con intransigen za l'ordine, le agitazioni operaie furono represse duramente. L’American Federation of Labour (AFL) s'inde bolì e per molti operai venne meno la possibilità di essere tutelati nelle rivendicazioni salariali. Ampie fasce di consumatori americani, dunque, avevano visto calare il loro potere d'acquisto e non erano in grado di assorbire la crescente produzione dell’indu-| stria nazionale. Infine, i beni di consumo durevoli (come gli elettrodo mestici cui si è fatto riferimento), per loro natura, poco  si prestano ad un ricambio frequente. L'aumentata produttività portò quindi in breve ad una saturazione del  mercato.
Insomma, molti segnali avrebbero dovuto far temere una  crisi di sovrapproduzione per l'economia americana, ma nessuno se ne preoccupò.

 



La produzione industriale, che in alcuni settori aveva subito una battuta d'arresto già nel 1927, ebbe nell'estate del 1929 un rallentamento generalizzato. Eppure i titoli continuavano a salire. Il loro valore non rispecchiava più lo stato economico delle aziende: era solo il frutto di un intenso movimento speculativo. L’euforia speculativa della Borsa di New York si incrinò improvvisamente nell'autunno del 1929. Il timore che le quotazioni azionarie gonfiate fossero destinate ad un calo imminente spinse molti operatori a liquidare i propri titoli. Il panico si diffuse sul mercato: il 24 ottobre, il «giovedì nero», furono ceduti 13 milioni di azioni, il 29 oltre 16 milioni. Il valore delle azioni, di cui tutti ormai cercavano di liberarsi, crollò in breve tempo, con un ri­basso che pareva inarrestabile. Fatto 100 l'indice del valore del mercato azionario nel settembre 1929, esso profondò a 15 nel giugno 1932. Molte fortune vennero polverizzate nell'arco di pochi giorni, con conseguenze |catastrofiche sul piano individuale.

Il crollo dell'economia
crisi del 1929La crisi borsistica produsse una serie di effetti a catena. I sparmiatori che avevano acquistato a credito i pacchetti azionar!, confidando nelle opportunità offerte dal gioco speculativo, non poterono più far fronte agli impegni. Gli. agenti di borsa, a loro volta, si erano indebitati con le |banche, e dovettero denunciare la propria insolvibilità,  Gli effetti del crollo di Wall Street, dunque, si trasmisero al sistema creditizio. Molte banche dovettero chiudere scatenando il panico tra i risparmiatori. I correntisti, temendo l'azzeramento dei propri depositi, si affrettarono a ritirarli, riducendo così ancor più la li­quidità a disposizione degli istituti di credito. Questi d'altronde, in previsione di tempi difficili, tentavano di trattenere le proprie riserve e concedevano prestiti solo in casi eccezionali.

Il risultato fu una gigantesca diminuzione della liquidità con una serie di gravi conseguenze sul piano dell'economia reale.
Le aziende, non potendo più accedere al credito per gli investimenti, riducevano la produzione, tagliavano i sa­lari e licenziavano. Nel 1932 la produzione industriale scese di 10 punti percentuali rispetto a 5 anni prima, mentre il numero dei disoccupati giunse alla cifra esorbi­tante di quasi 14 milioni. La disponibilità finanziaria delle famiglie americane subì dunque una caduta verticale, aggravata dall'impossibilità di accedere ai mutui edilizi e di realizzare acquisti a rate.
Il crollo della domanda complessiva che ne conseguì determinò un'ulteriore contrazione della produzione industriale.
 Le scelte degli Stati Uniti rispetto al sistema internazionale
Gli studiosi concordano ormai nel segnalare le incer­tezze della politica finanziaria americana tra le cause del prolungarsi della crisi. La Federal Reserve Bank (l'equivalente statunitense della Banca Centrale Europea) avrebbe dovuto abbas­sare drasticamente il tasso di interesse. In alternativa, le autorità monetarie avrebbero potuto suggerire di abbandonare la parità con l'oro, lasciando così che il dollaro si svalutasse. In questo modo si sarebbero raggiunti due risultati:
• diminuendo il valore del denaro, si sarebbe favori­to l'aumento della circolazione monetaria, e dun­que il rilancio dei crediti, degli investimenti e del­l'economia in generale;
• il calo del dollaro, aumentando il potere d'acquisto delle valute estere, avrebbe avvantaggiato le espor­tazioni americane. Si sarebbe così ridato ossigeno ad un mercato strozzato dal progressivo ribasso del­la domanda.
II presidente repubblicano Herbert Hoover rifiutò di sganciare il dollaro dalla parità con l'oro, per timore di un'impennata inflattiva e di un aumento del deficit statale. Contemporaneamente, il governo approvò (1930) un provvedimento rigidamente protezionista, lo Smoot-Hawley tariff act, nonostante l'opposizione di molti economisti statunitensi.
Gli Stati Uniti rinunciarono così a qualsiasi ruolo di re­golazione del sistema economico internazionale, preoccupandosi unicamente di difendere la loro eco­nomia. Tale politica sul medio periodo si rivelò miope.
• Gran Bretagna, Francia e Italia
Nel settembre 1931, la Gran Bretagna decise di abban­donare il gold standard, cioè il rapporto di convertibi­lità diretta fra la sterlina e l'oro, e di svalutare la pro­pria moneta per rendere le proprie merci nuovamen­te competitive.
L'anno successivo, inoltre, abbandonando la secola­re tradizione legata al liberismo, la Gran Bretagna creò un sistema di «preferenze imperiali» che favori­va i prodotti inglesi sui mercati coloniali del Com­monwealth.
La Francia, invece, scelse di difendere la convertibilità della valuta nazionale in oro, essenzialmente per que­stioni di prestigio. Fu adottata dunque una linea deci­samente deflazionistica, che penalizzerà le esportazio­ni francesi e ritarderà la ripresa economica fino al 1937.
In Italia la crisi del 1929 segnò un'accentuazione del protezionismo e dell'intervento dello Stato nell'econo­mia: nella sostanza accelerò il passaggio alla politica autarchica che il fascismo varò nel 1934.

 

 La Germania di fronte alla crisi
La Germania non poteva reagire alla crisi, come ave­va fatto la Gran Bretagna, con una svalutazione della moneta nazionale. Troppo recente e bruciante era il ricordo della terribile inflazione che aveva prostrato il Paese tra il 1923 e il 1924. Il cancelliere Heinrich Brii-ning, anzi, perseguì una politica deflazionistica, fatta di contenimento della spesa pubblica e di compressione dei salari. In seguito a queste scelte la Germania si trovò indifesa di fronte alle aggressive politiche com­merciali della comunità internazionale e subì un ag­gravamento della recessione.
Gli Stati Uniti, d'altronde, nell’infuriare della crisi avevano sospeso i crediti internazionali. Nel luglio del 1931 così fallirono alcune grandi banche tedesche (Darmstàdter Bank e National Bank). La Germania era dunque strangolata dall'impossibilità di reggere la concorrenza straniera e dall'interruzione dei flussi creditizi dagli Stati Uniti. Nel 1932 la Conferenza di Losanna ratificò l'impossibilità da parte tedesca di fare fronte alle onerosissime riparazioni di guerra.
L'agguerrita politica estera di Hoover, dunque, non procurò vantaggi agli Stati Uniti sul piano commercia­le e contemporaneamente causò la perdita dei crediti che il paese vantava nei confronti della Germania.

 

3. Roosevelt e il  «NewDeal»

 L'elezione di Roosevelt
 Nel 1932, alla vigilia delle elezioni presidenziali, il pre-siderite repubblicano Hoover era considerato troppo le-_gato ai grandi esponenti dell'imprenditoria e della fi- nanza che venivano additati come i principali responsabili del crollo di Wall Street. Il candidato democratico, Franklin Delano Roosevelt, im­postò la propria campagna su un'immagine seccamente alternativa a quella di Hoover. Roosevelt promise una politica meno supina agli interessi dei ceti più abbienti e più attenta alle esigenze ed alle speranze della gente comune. Inoltre, invitò gli Americani a  mobilitarsi e ad avere fiducia nel futuro e nelle prospettive del paese. Egli stesso, colpito a quasi quarant'anni da un grave at­tacco di poliomielite agli arti inferiori, ne aveva recupeàrato l'uso parziale e sembrava incarnare, con la sua for­za di volontà, lo spirito combattivo che intendeva infondere nei propri elettori. La vittoria di Roosevelt, nel novembre del 1932, fu net­tissima: a lui andarono infatti 22,8 milioni di voti contro i 15,7 di Hoover. Mai nessun presidente democratico cfera stato eletto con un divario così ampio di suffragi.
 II «New Deal»
11 nuovo presidente costituì innanzitutto un brain trust («consorzio di cervelli»), un gruppo di ricercatori e specialisti con il compito di approntare un programma po­litico e sociale utile a far uscire il paese dalla crisi. I termini della questione erano chiari. Le banche, dissestate dalla crisi, non concedevano più prestiti alle im­prese, che non potevano investire e licenziavano. La popolazione, senza lavoro o privata della possibilità di accedere al credito, riduceva i consumi e spingeva le imprese a diminuire ulteriormente il personale. In primo luogo, dunque, era necessario rilanciare gli in­vestimenti delle aziende e i consumi dei cittadini. Alcuni collaboratori del presidente ritenevano che si dovesse adottare una politica di spesa pubblica a favore di im­prese e consumatori, anche a costo di un aumento del­l'inflazione e del deficit statale. Altri proponevano una strada più prudente, attenta alla stabilità monetaria. Roosevelt  seguì una linea politica di grande pragmatismo: di volta in volta vennero privilegiate le soluzioni che parevano più indicate in relazione ai diversi pro­blemi.
In ogni caso, venne abbandonato il dogma liberista se­condo cui il mercato ha la capacità di riequilibrare spontaneamente, senza interventi esterni, le situazioni di crisi. Si scelse invece una politica di intervento da parte dello Stato, mirata ad innalzare il reddito prò ca­pite, a rafforzare la domanda e a ridurre le sperequa­zioni sociali. Era questa l'essenza del «New» Deal», il nuovo corso che Roosevelt voleva realizzare.
 Gli interventi indiretti
Nei primi «cento giorni» di febbrile impegno, il governo Roosevelt varò una serie di provvedimenti che miglio­ravano, direttamente e indirettamente, le condizioni delle attività produttive e quindi delle famiglie america­ne. Furono questi i principali interventi indiretti.
• La riforma del sistema creditizio e lo sganciamento del dollaro dalla parità con l'oro: la moneta ameri­cana, non più legata ad un rapporto fisso con le ri­serve auree, poteva essere svalutata. In questo mo­do venivano favorite le esportazioni, e si utilizzava il mercato estero come sbocco per la sovrapprodu­zione statunitense.
• L'emanazione di una legge, L'Agricultural Adjustement Act (AAA), che concedeva premi in denaro a quei coltivatori che avessero limitato i propri raccolti. Con questo provvedimento si intendeva contrastare la sovrapproduzione che, nel settore agricolo, de­terminava ormai dai primi anni Venti un crollo dei prezzi.
Il National Industriai Recovery Act-(NIRA), decreto con cui Roosevelt imponeva alle aziende un codice di disciplina produttiva. In particolare, sottoponeva gli imprenditori ad una serie di accordi vincolanti, allo scopo di limitare la produzione e di porre dun­que un freno alla caduta dei prezzi; contemporanea­mente, tale legge imponeva alle imprese la rinuncia al lavoro infantile e al lavoro nero, l'accettazione di minimi salariali e la definizione di un orario di lavo­ro comune.
Il varo di una riforma fiscale che prevedeva criteri di tassazione progressivi, quindi aliquote più elevate per i redditi più alti. La promulgazione del Vagner Act, che sanciva il diritto all'organizzazione sindacale, il diritto di sciopero e soprattutto il principio della contratta­zione collettiva.
 Gli interventi diretti
Ma lo Stato svolse anche un ruolo diretto nel rilancio nell'economia. Non solo creò le condizioni per una ri-ripresa produttiva, ma fornì esso stesso lavoro a milioni di disoccupati americani, con una serie di importanti iniziative.
Venne istituita la Tennessee Valley Authority (TVA), agenzia con il compito di sfruttare al meglio, tra­mite una serie di opere (tra cui la costruzione di imponenti dighe) le risorse idroelettriche del baci­no del Tennessee.
i Più tardi fu creata la Works Progress Administration (WPA), agenzia che impiegò 8 milioni di persone, impegnate presso gli enormi cantieri che sorgeva­no ovunque, nei grandi bacini idroelettrici del Colorado come nel parco di Yellowstone. In generale, poi, si perseguiva un progetto di sistemazione del territorio tramite un vasto programma di opere pubbliche (ponti, strade...). Diversi furono i van­taggi di queste misure: trovarono lavoro 2,5 milio­ni di disoccupati e l'agricoltura e l'industria pote­rono disporre di energia elettrica a prezzi bassi.  Altro provvedimento particolarmente innovativo fu il Social Security Act. Con esso, Roosevelt impone­va la creazione di un moderno sistema pensionisti­co e assistenziale, che prevedeva sussidi di disoccu­pazione ed in generale una protezione sociale di cui i lavoratori americani erano stati fino ad allora sprovvisti. Il sistema era finanziato in parte dal Te­soro, ma soprattutto dai prelievi sui profitti degli imprenditori e sui salari degli operai.

 

Le elezioni dei 1936

L'uscita dalla crisi fu lenta: nel 1934 i disoccupati erano ancora 11 milioni. Inoltre i benefici dei provvedimenti sociali non ricaddero con uniformità su tutti i gruppi so­ciali: ne rimanevano esclusi, per esempio, i neri e le don­ne. Per questo il successo ottenuto dal «New Deal» presso l'opinione pubblica americana non può essere compreso a fondo se non si tiene conto del grande carisma di Roo­sevelt. Fin dalla campagna elettorale egli aveva puntato molto sull'instaurazione di un rapporto diretto, di fiducia, con i cittadini statunitensi. Durante il mandato Roosevelt accentuò la propria immagine di leader forte e rassicu­rante, capace di stabilire con le masse un contatto fami­liare e di infondere coraggio e speranza nella popolazio­ne. Famose divennero le «chiacchierate al caminetto», conversazioni radiofoniche con cui il presidente illustra­va settimanalmente ai cittadini lo stato dell'Unione. Alle elezioni presidenziali del 1936 il successo della li­nea politica di Roosevelt fu schiacciante: il presidente ottenne il 60,2% dei voti contro il 36,5 del candidato re­pubblicano Alfred Landon.
L'opposizione dell'America conservatrice
II programma rooseveltiano trovò naturalmente anche molti oppositori. L'ingerenza dello Stato nell'economia aveva subito determinato l'insofferenza dell'elite im­prenditoriale e finanziaria. Le grandi lobby erano net­tamente contrarie ad una politica pubblica di controllo economico (dei cambi, dei prezzi, delle banche) o di creazione diretta di posti di lavoro. Le imprese, infatti, sfruttavano la disponibilità di un'ampia riserva di di­soccupati per tenere bassi i salari e per imporre una ri­gida disciplina ai lavoratori.
Toccò alla Corte suprema diventare il riferimento di tut­ti coloro che si opponevano alla politica rooseveltiana. La Corte, massimo organo giudiziario americano, era dotata del potere di valutare la costituzionalità delle leggi approvate dal Congresso.
Sede tradizionale degli interessi dei conservatori, la Corte respinse i decreti più sfavorevoli ai potentati eco- nomici, giudicandoli contrari ai dettami della Costituzione. Le leggi volute da Roosevelt, secondo i giudici,
crisi del 1929limitavano la libera iniziativa in campo economico e prefiguravano un'eccessiva intromissione dello Stato nella vita dei cittadini. Roosvelt, forte del successo elettorale ottenuto nel 1936, si appellò al popolo indicando nella Corte suprema l'organo rappresentante dei ceti più abbienti, che si opponevano ad un programma di redistribuzione della ricchezza. II contrasto fu accesissimo e si concluse solo nel 1937, quando Roosevelt riuscì a sostituire alcuni giudici con elementi più favorevoli alle proposte della sua amministrazione.

I risultati generali del «New Deal»
II «New Deal» modificò significativamente il rapporto tra Stato e società, tra politica ed economia. A partire dagli anni Trenta, negli USA si gettarono le basi del cosiddetto welfare state (o «stato del benes­sere»), un sistema in cui lo Stato assicurava dei diritti primari ai cittadini, come quello all'assistenza per  chi si trovava in condizioni di povertà o quello ad una vecchiaia dignitosa garantita da una pensione. In precedenza, negli Stati Uniti, decisioni in materia di assistenza e previdenza sociale erano affidate alla discrezionalità dei singoli Stati e delle singole città.
La crescita del welfare e la nascita delle agenzie statali Addette alla creazione di posti di lavoro de­terminarono un fenomeno fino ad allora scono-nosciuto agli Americani: l'espansione dell'amministrazione pubblica e della burocrazia. Mutò il rapporto tra lo Stato e l'economia. Nonostante le affermazioni dei liberisti più accaniti, l'intervento statale sotto il «New Deal» non aveva nessuna intenzione di sostituire l'iniziativa privata. Con le sue misure, tuttavia, il potere pubblico si proponeva come elemento di regolazione del siste­ma economico, destinato altrimenti a creare forti tensioni sociali.
• Si modificò radicalmente la concezione del ruolo dei sindacati: Roosevelt non li considerò pericolosi anta­gonisti del capitalismo, da combattere ed eliminare. Prese atto che i sindacati rappresentavano ampie fa­sce sociali e ne fece dei legittimi e significativi inter­locutori politici: in questo modo potevano essere uti­li per canalizzare in forme istituzionali il conflitto sociale che Roosevelt riteneva inevitabile. I sindaca­ti, inoltre, costituivano uno strumento di redistribu­zione del reddito, e quindi erano funzionali al pro­gramma presidenziale di sostegno alla domanda.
 Un bilancio economico
I mutamenti introdotti dal «New Deal» nella società americana suscitarono giudizi discordi. I risultati stret­tamente economici, invece, non furono entusiasmanti. I disoccupati, stimati nel 1932 intorno a 12,5 milioni, scesero a 7,5 nel 1937, per risalire nel 1938, a 10. Nel 1940 erano ancora 8 milioni, e la quota dei senzalavoro sarà riassorbita in misura decisiva solo durante la se­conda guerra mondiale, con l'industria bellica a pieno regime. Tuttavia gli Americani - ma anche gli osserva­tori del resto del mondo - percepirono l'età rooseveltia come un periodo caratterizzato da grande speranza e ottimismo, e come una fase in cui la politica aveva saputo dare risposte efficaci alla crisi economica e alle difficoltà dei cittadini.
Fonte: www.orioli.org/

 

 

  • Fine articolo Crisi del 1929 , grande depressione, grande crisi, crollo di Wall Street, New Deal

 

    Crisi del 1929 , grande depressione, grande crisi, crollo di Wall Street, New Deal tutto di tutto

 

THE “BIG CRASH”. La grande crisi economica del 1929: crisi di sovrapproduzione.
                                                               Super-sintesi.

Finita la Grande guerra, l’inflazione (aumento dei prezzi, diminuzione del valore d’acquisto della moneta) si fece intensissima un po’ ovunque, e soprattutto nei paesi usciti sconfitti dal conflitto. Le industrie dovevano riconvertirsi: avevano prodotto per la guerra; ora dovevano tornare a produrre per una economia di pace. Ma ci voleva tempo e denaro. E le distruzioni materiali e umane erano state immense.
In più, in Germania, le riparazioni imposte dai paesi vincitori a Versailles  (i miliardi di marchi che dovevano essere pagati come risarcimento per aver causato lo scoppio della guerra) strozzavano l’economia già fragile. In questo  paese l’inflazione finì per annullare il valore del marco: nel 1923 il pane giunse a costare 428 miliardi di marchi al chilo, e il burro 5.6000 miliardi (sempre al kg.) [dati Gaeta, Villani]. Che ci crediate o meno, in alcune zone si tornò al baratto naturale, essendo del tutto ridicolo ormai servirsi del denaro.
Tuttavia, pian piano, dal 1924, anche l’economia europea riuscì a rimettersi in moto. E questo soprattutto grazie alla iniezione di grandi quantità di denaro proveniente dagli U.S.A.
Gli U.S.A avevano una economia in fortissima espansione, e furono gli artefici primi della ripresa economica mondiale, che durò fino al 1929.

Ma, al di sotto della floridezza economica e dell’ottimismo produttivo, esistevano alcuni motivi di squilibrio che rendevano precario il boom economico.

  1. Le banche americane disponevano di enormi quantità di denaro che ristagnava improduttivo nelle loro casse, a bassissimo tasso di interesse per i risparmiatori. Per questo esse avevano dato vita a un flusso enorme di investimenti e prestiti nelle industrie europee (soprattutto –ma non solo- in Germania). Questi investimenti e prestiti avevano consentito la ripresa dell’economia europea, provata dalla guerra. Tuttavia i rapporti finanziari legavano ormai strettamente il mercato mondiale, vecchio e nuovo continente (Europa e U.S.A. e America latina etc.), in un unico sistema ‘a vasi comunicanti’: una eventuale crisi economica in uno dei continenti avrebbe travolto anche il resto dei paesi collegati. Proprio questo successe nel 1929, quando la crisi statunitense travolse anche l’Europa.
  2. Altro motivo di squilibrio consisteva nel fatto che gli U.S.A, benchè fossero diventati un grande paese creditore, continuavano a proteggere con alti dazi doganali le loro industrie, e impedivano così ai paesi debitori di pagare i loro debiti vendendo in America i loro prodotti finiti. Per ritorsione, i paesi debitori protessero con i dazi doganali la loro agricoltura (soprattutto)  dalla concorrenza statunitense. Ma in questo modo i farmers (contadini) statunitensi –che producevano soprattutto per esportare-  avevano maggiori difficoltà a vendere il loro prodotto, e avevano sempre meno denaro per acquistare i prodotti industriali del mercato interno U.S.A. La crisi si stava avvicinando. Ricordo che la crisi del 1929 partì proprio dal settore agricolo statunitense.
  3. L’ultimo motivo di squilibrio era nel fatto che verso il 1921 gli U.S.A. avevano introdotto le quote di immigrazione, limitando fortemente l’immigrazione europea. Il blocco rese ancor più povera l’Europa, afflitta da una eccedenza di popolazione.

La crisi economica del 1929 che, scoppiata negli U.S.A., si diffuse in quasi tutto il mondo, è stata la più grave fra tutte le crisi subite dal sistema capitalistico: una catastrofe enorme che ha prodotto traumi enormi. Essa ha 1) contribuito –nell’era “delle catastrofi”- a modificare la mentalità comune spazzando via ogni residuo ottimismo (già messo a dura prova dalla Grande Guerra e dalle rivoluzioni);
2) imposto nuove politiche economiche ai governi (vedremo più avanti il New Deal di F.D. Roosevelt)
3) favorito l’affermazione del nazismo (insignificante fino a prima del 1929)
4) e dunque contribuito a spingere il mondo verso un nuovo conflitto mondiale (quello scatenato dai nazisti).

L’epicentro della crisi: gli U.S.A. – La produzione di massa aveva creato una mentalità orientata verso l’industria: in U.S.A. il risparmiatore (anche operai, impiegati etc.) ottimista riguardo alla solidità del sistema industriale, investiva i suoi risparmi in azioni industriali, ben più che in titoli di Stato. Le borse diventavano il luogo in cui le industrie, attraverso le commissioni bancarie, rastrellavano il denaro della gente comune per poter aumentare la produzione. La Borsa di Wall Street, a New York, era diventata il cuore dell’economia mondiale.
Ma i farmers americani, indebitati con le banche e sempre meno capaci di esportare all’estero,  stavano cominciando a limitare i loro acquisti di beni industriali statunitensi. Insomma, il mercato interno americano manifestava sintomi di sovrapproduzione (over-production). Il valore dei titoli azionari (le azioni ) industriali erano sempre più alti, mentre la povertà dei contadini cresceva.
La crisi venne improvvisa e catastrofica. Il “giovedì nero” (24 ottobre 1929) le azioni a Wall Street persero gran parte del loro valore. D’un tratto, ci si rese conto che il mercato non era più in grado di assorbire la produzione dell’industria (e dell’agricoltura ): era arrivata la crisi di sovrapproduzione. C’era ormai un eccesso di prodotto rispetto alle capacità di assorbimento del mercato. Colti dal panico, all’udire che alcuni grandi detentori di titoli azionari avevano precauzionalmente iniziato a vendere, i risparmiatori statunitensi si riversarono nelle banche dando ordine di vendere le loro azioni. In poco tempo, a Wall Street le azioni (i titoli industriali quotati in borsa) si ridussero a carta-straccia o poco più. Nell’arco di pochi giorni o settimane, i risparmi di milioni di famiglie sfumarono nel nulla. Il valore dei titoli, dopo il primo fortissimo scossone, continuò a scendere fino al 1932.
Esempio: nell’arco di poco tempo, il valore di ogni singola azione della Chrysler automobili scese da 135 dollari a 5 dollari. Significava la povertà.
Molti furono in quei giorni i suicidi.

Da Wall Street la crisi si diffuse ovunque. I risparmiatori, rovinati, non potevano più comprare, e la situazione di sovrapproduzione si aggravava sempre più. L’arresto delle vendite fece crollare i prezzi, ma il denarto in circolazione per comprare era ormai pochissimo.
Il Crash economico travolse anche l’Europa: le banche americane cercarono di rimediare alla scarsezza di denaro ritirando i prestiti fatti negli anni precedenti in Europa. Ma questo provvedimento mise in crisi l’economia europea, che si ritrovò anch’essa priva di capitali.

  1. Il crollo travolse i piccoli produttori e i contadini indebitati (che vennero spesso espropriati dalle banche: si veda il film FURORE, di J. Ford, e si legga –soprattutto il libro di J. Steinbeck da cui il film prende spunto).
  2. I grandi produttori cercarono di frenare il crollo dei prezzi distruggendo o lasciando marcire i raccolti (in Brasile il caffè usato come combustibile per le locomotive), abbattendo il bestiame (Argentina, olanda, Danimarca etc.), distruggendo migliaia di automobili nuove di zecca per recuperare materie prime e non pagare costi di stoccaggio troppo alti (U.S.A.), diminuendo o bloccando la produzione (assurdo produrre in una situazione di sovrapproduzione) e licenziando gli operai.
  3.  Nel 1932 la produzione industriale mondiale era scesa di circa il 40% rispetto al 1929!
  4. 13 milioni di disoccupati in U.S.A.; 6 in Germania, 1 in Italia.
  5. La crisi fu terribile negli U.S.A. (dove la gente comune faceva la fila per un piatto di minestra alle mense pubbliche e nascevano ovunque ‘bidonvilles’, e si diffondevano forme di vagabondaggio di gruppo, e si faceva la fame mentre enormi quantità di beni venivano distrutti per frenare la caduta dei prezzi) e in Germania. In Germania Adolf Hitler, facendo leva sul malcontento dei ceti medi rovinati, salì al potere e instaurò il criminale regime nazista.
  6.  L’Inghilterra se la cavò disponendo di un vasto impero con il quale essa aveva rapporti economici privilegiati; l’U.R.S.S. se la cavò meglio ancora, visto il relativo stato di isolamento politico ed economico.

Altre conseguenze della crisi del 1929.

  1. Il malessere provocato dalla crisi fu cancellato del tutto solo dopo la 2° guerra mondiale. Il culmine della crisi fu raggiunto nel 1932-33. A partire dal 1935 le cose cominciarono a migliorare lentamente ovunque. Nella Germania (ormai nazista) del 1935 la disoccupazione era ormai scomparsa (assieme alla democrazia e alle libertà civili): il regime nazi aveva puntato sul riarmo e la produzione industriale bellica, e nessuno fece nulla per impedirlo. Negli U.S.A. la crisi fu definitivamente superata solo molto più tardi, ma almeno si fece di tutto per salvaguardare le istituzioni liberali e democratiche.
  2. La crisi fece definitivamente scomparire ogni traccia di euforia e ottimismo, e portò in primo piano quel senso di angoscia e precarietà evidente nelle nuove filosofie dell’esistenzialismo (Camus, Sartre, Heidegger –per certi aspetti). Cessarono i divertimenti fragorosi e la moda divenne più severa.
  3. Cambiarono pure le teorie economiche, e le politiche economiche dei governi.

Nella vecchia concezione liberista ottocentesca, l’economia doveva essere regolata solo dalle leggi del mercato, e gli interventi dei governi erano giudicati nocivi. Certo, durante la 1° g. mondiale i governi avevano diretto le economie nazionali, ma solo per causa di forza maggiore, e come fatto eccezionale.  Ora invece si cambiò modo di pensare. E’ stato grande merito di John Maynard Keynes (economista inglese) aver compreso che, dopo la crisi del 1929, il capitalismo non poteva più funzionare senza sistematici e organici interventi dei governi, interventi statali capaci di garantire il full employment (pieno impiego= lavoro per tutti), i problema centrale delle moderne società occidentali. Lo Stato –secondo Keynes- doveva promuovere lavori pubblici e favorire investimenti, insomma STIMOLARE il mercato, senza però PIANIFICARLO e negare la libera iniziativa –come invece in Unione Sovietica e nella Germania nazista) per diminuire la disoccupazione.  Keynes aveva scritto nel 1936 “Teoria generale dell’impiego”, e la sua opera divenne realmente influente solo a partire dal 1940, quando divenne consulente economico del governo inglese.
E’ vero però che numerosi governi, dopo il 1932, imboccarono una politica economica simile a quella teorizzata dal Keynes, e centrata sull’intervento dello Stato. Ci soffermeremo solo sul New Deal di Roosevelt.

IL NEW DEAL (= IL NUOVO CORSO, IL ‘NUOVO METODO’).
 Nel 1932 Franklin Delano Roosevelt , del partito democratico, divenne presidente degli Stati Uniti d’America (e rimase in carica fino al 1945 !!! –morì poco prima della fine della 2° g. mondiale). Grandissima personalità democratica e liberale, egli seppe –con la sua politica economica (detta “the New Deal”)- risollevare il paese dalla crisi economica, creando un nuovo clima di fiducia nell’opinione pubblica nei riguardi del governo federale. Roosevelt affrontò con un “nuovo metodo” la crisi.
Egli prese provvedimenti per:

  1. ridurre le ore lavorative (massimo 36 ore settimanali per gli operai): se si lavora tutti  un po’ di meno, ci sarà più gente che potrà avere un posto di lavoro e guadagnare qualcosa!
  2. porre sotto il controllo federale tutte le banche;
  3. eseguire con soldi dello Stato grandi lavori pubblici (per diminuire la disoccupazione e creare infrastrutture –ponti, dighe, canali etc.- utili allo sviluppo economico): ricordo la costruzione di una enorme centrale idroelettrica nella valle del Tennessee;
  4. fornire sussidi pubblici ai disoccupati e sovvenzioni ai contadini.

 Fu così creato un sistema di pensioni per la vecchiaia e di assicurazioni contro la disoccupazione: insomma, un principio di Stato sociale-assistenziale. Idee che non piacquero ai conservatori americani, che accusarono il presidente di simpatie ‘comuniste’! Assurdo!
Tuttavia solo le spese per la 2à g. mondiale fecero scomparire del tutto la disoccupazione.
Il NEW DEAL resta comunque il più grande tentativo fatto per riformare il capitalismo consolidando insieme la democrazia!
In Germania –ho già detto- si fece molto prima, ma… al costo della libertà e della democrazia.

 

Fonti: Carocci, M. Revelli, Gaeta,/Villani/ Petraccone.

www.arcadiaclub.com

Mario Gamba.

 

 

  • Fine articolo Crisi del 1929 , grande depressione, grande crisi, crollo di Wall Street, New Deal

 

La crisi del 1929

 

QUESITI A RISPOSTA MULTIPLA

 

          

1.            Gli anni Venti negli Stati Uniti d’America furono chiamati «anni ruggenti» perché
 a) erano molto frequenti i conflitti fra bande rivali della criminalità organizzata
 b) l’eccezionale diffusione del benessere propagava entusiasmo e voglia di divertirsi
 c) l’eccezionale diffusione della povertà frenava la produzione e i consumi
 d) in quel periodo la vita in molte città era caratterizzata da una vera e propria lotta per la sopravvivenza

2.            Con la vittoria del Partito Repubblicano nel 1920, si affermò negli USA un orientamento
 a) isolazionista, secondo cui occorreva isolarsi dall’Europa e badare solo alle questioni interne
b) aperto verso i problemi internazionali e impegnato politicamente e economicamente a favore dell’Europa
 c) favorevole all’adesione alla Società delle Nazioni, promossa dall’ex presidente Wilson
 d) aperto alla cooperazione commerciale con i paesi dell’Europa e dell’Asia

3.            Il proibizionismo fu adottato negli USA al fine di
 a) combattere gli appartenenti alle organizzazioni criminali, i gangsters
 b) combattere lo spaccio e l’uso delle droghe, assai diffuse fra gli immigrati asiatici e africani
 c) debellare l’alcolismo, molto diffuso fra gli immigrati irlandesi e tedeschi
 d) contrastare la produzione clandestina e il contrabbando delle sigarette

4.            Nel corso degli anni Venti molti risparmiatori americani investirono il loro denaro in Borsa
 a) facendo diminuire il prezzo delle azioni, che si dimezzò fra il 1925 e il 1927
 b) facendo crescere rapidamente il prezzo delle azioni, che raddoppiò fra il 1927 e il 1929
 c) essendo interessati a investimenti che garantissero un buon profitto in tempi lunghi
 d) ritenendo che lo Stato garantisse il loro capitale

5.            Il cosiddetto «giovedì nero» di Wall Street avvenne il
 a) 28 ottobre 1922
 b) 24 novembre 1927
 c) 6 novembre 1928
 d) 24 ottobre 1929

6.            Il crollo della Borsa di Wall Street causò
 a) la crisi del sistema bancario e il blocco dei prestiti alle aziende e alle persone
 b) il miglioramento dei conti delle banche, alle quali non erano più richiesti molti prestiti
 c) l’incremento del denaro liquido circolante, derivante dalla massiccia vendita di azioni
 d) una maggiore disponibilità finanziaria per le famiglie che non avevano comprato azioni

7.            La crisi del 1929 si aggravò perché il presidente americano Hoover
 a) abbassò drasticamente il tasso d’interesse, favorendo un eccesso di circolazione monetaria
 b) decise di abbandonare la parità con l’oro, lasciando così che il dollaro si svalutasse
 c) rifiutò di sganciare il dollaro dalla parità con l’oro e adottò una politica protezionistica
 d) trascurò gli affari interni per quelli internazionali

8.            In seguito alla crisi economica internazionale, nel 1931 la Gran Bretagna
 a) rivalutò la sterlina in modo da far aumentare il prezzo delle merci esportate
 b) abbandonò il gold standard, cioè il rapporto fisso della sterlina con l’oro
 c) adottò una forte politica protezionistica
 d) proseguì nella tradizione liberoscambista

9.            Le elezioni presidenziali americane del 1932 furono vinte da
 a) H. Hoover
 b) W. Harding
 c) A. Landon
 d) F. D. Roosevelt

10.          In uno Stato si verifica una crisi di sovrapproduzione quando
 a) si produce più di quanto i consumatori siano in grado di acquistare
 b) l’offerta di beni di consumo è inferiore alla domanda
 c) aumenta rapidamente la capacità di spesa delle famiglie
 d) si diffondono beni di consumo con tempi di ricambio brevissimi

11.          La politica del New Deal mirava a
 a) limitare i consumi dei cittadini e gli investimenti delle piccole e medie aziende
 b) ridurre le sperequazioni sociali, innalzare il reddito pro-capite e rafforzare la domanda
 c) contenere la domanda troppo alta di beni di consumo, per evitare spinte inflazionistiche
 d) permettere al libero mercato di riequilibrare spontaneamente la situazione di crisi

12.          Fra i principali provvedimenti del nuovo corso economico (New Deal) rientrò
 a) la svalutazione del dollaro per favorire le esportazioni come sbocco per la sovrapproduzione
 b) l'emanazione di una legge che premiava gli agricoltori capaci di raddoppiare i propri raccolti
 c) la legge che consentiva il lavoro infantile
 d) l’abolizione delle organizzazioni sindacali

13.          La riforma fiscale di Roosevelt prevedeva
 a) un’aliquota identica per tutti i contribuenti, indipendentemente dal reddito
 b) criteri di tassazione decrescenti, quindi più pesanti per i redditi bassi
 c) criteri di tassazione progressivi, quindi più pesanti per i redditi alti
 d) l’inasprimento delle imposte indirette

14.          Il programma economico rooseveltiano incontrò forti resistenze fra
 a) i lavoratori più sindacalizzati
 b) l’élite imprenditoriale e finanziaria, appoggiata da una Corte suprema molto conservatrice
 c) i milioni di farmers dell’Est che dovevano fronteggiare il forte calo della produzione agricola
 d) i governatori degli Stati del Nord degli USA

15.          Negli anni Trenta si affermò negli USA il welfare state, un sistema in cui lo Stato
 a) si sostituiva completamente all’iniziativa privata in ogni settore dell’economia
 b) affidava completamente all’iniziativa privata le funzioni assistenziali e pensionistiche
 c) affidava alle regioni e ai comuni il compito di tutelare i diritti primari dei cittadini
 d) si assumeva il compito di tutelare i diritti primari dei cittadini (salute, assistenza, istruzione)

 

               QUESITI A RISPOSTA BREVE

                Rispondi alle seguenti domande utilizzando lo spazio che ti sarà indicato dall’insegnante.

  1. Quale politica adottò il Partito Repubblicano negli Stati Uniti d’America degli anni Venti?
  2. Quali furono le principali cause del crollo della Borsa statunitense nell’ottobre 1929?
  3. Quali erano i punti fondamentali del programma riformista varato dal presidente Roosevelt?

 

 

SOLUZIONI:
1, b; 2, a; 3, c; 4, b; 5, d; 6, a; 7, c; 8, b; 9, d; 10, a; 11, b; 12, a; 13, c; 14, b; 15, d

 

 

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