Civiltà precolombiane tutto di tutto

 

Civiltà precolombiane

 

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Le civiltà precolombiane sono quelle civiltà o culture delle Americhe che sorsero prima della colonizzazione europea delle Americhe.
Queste civiltà avevano delle caratteristiche in comune: erano sedentarie, organizzate in città, praticavano l'agricoltura ed avevano un'organizzazione sociale gerarchica.
Molte di queste civiltà erano ormai decadute al momento dell'arrivo degli europei (fine XV secolo - inizio del XVI) e sono conosciute solo attraverso i resti archeologici. Altre, invece, erano ancora vitali e sono conosciute grazie ai racconti dell'epoca. Poche di esse (come, ad esempio, i Maya), avevano dei resoconti scritti della propria storia.
Dove ancora esistono, le società e le culture alla base di queste civiltà sono oggi sostanzialmente diverse da quelle originali. Tuttavia, molti di questi popoli e dei loro discendenti mantengono, tuttora, numerose tradizioni e pratiche che possono essere messe in relazione con quelle antiche, anche se sono spesso combinate con modifiche recenti.
Le civiltà precolombiane sorsero in Mesoamerica ed in Sudamerica. E' tuttora in corso un acceso dibattito sulla data in cui le Americhe vennero popolate dall'Uomo, data che era un tempo considerata non antecedente a circa il 12000 a.C. e che va invece sempre più spostandosi indietro nel tempo. In ogni caso, l'agricoltura stanziale nela valle del Messico centrale sembra iniziare attorno al 5000 a.C. e le prime terrecotte sono databili a circa il 2.000 a.C.La principale cultura messoamericana, considerata tuttora la "cultura madre" per le capacità architettoniche e urbanistiche fu la civiltà Olmeca che ebbe inizio intorno al 1500 a.C. fino al 200 a.C. circa.(fonte Misteri e scoperte dell' archeoastronomia- pagg. 164- Giulio Magli. 2006 Ed. Newton Compton.)( Soustelle-1996) Successivamente le principali furono: gli Aztechi, i Toltechi, i Maya, i Chibcha e gli Inca. Nel Nord America, invece, gli insediamenti umani non raggiunsero un livello culturale così elevato come le civiltà appena nominate, in parte, a causa della minore densità di popolazione ma, soprattutto, per le loro attività di seminomadismo.Nonsotante, alcune civiltà dell'America del Nord hanno lasciato importanti tracie archeologiche di costruzioni e urbanizzazione molto simile alle culture messico-andine. Il popolo degli Anasazi, antenati degli odierni Hopi e Zuni, vissuti intorno al 1.500 a.C. nella zona che oggi corrisponde agli Stati dell'Utah, Colorado, Arizona e Nuovo Messico. Erano agicoltori e costruttori di templi per uso astronomico-rituale come le piramidi di Sand Canyon (rif-Magli 2006.-) Era rilevante la presenza degli Indiani( nella moderna classificazione sia etnologica che storico-sociologica, la parola "indiani" riferita alle popolazione dell'America del Nord, è totalmente superata, trattandosi di un concetto che riporta l'errore noto di Cristoforo Colombo che credeva di essere arrivato alle Indie, nel suo viaggio del 1492(rif Magli-2006 ). Il termine oggi usato è "nativi americani" o "primi americani") che vivevano in pianure vicino laghi e fiumi.
Le civiltà precolombiane non utilizzarono mai la ruota per fini pratici. Avevano però il concetto di arco e di volta nell'architettura (che derivano da quello di ruota): per questo tutti i ponti erano sospesi, come si può ben vedere nelle profonde valli andine, in cui furono costruiti ponti, realizzati con materiali vegetali, che erano delle vere e proprie meraviglie architettoniche.
Inoltre, si può constatare lo scarso uso dei metalli per le guerre nonostante in altri ambiti il livello culturale fosse particolarmente elevato, come nell'osservazione degli astri, nella notazione del tempo (ad es. il calendario maya), nell'oreficeria e nell'artigianato.
Un altro elemento delle culture precolombiane, che raggiunse un alto grado di sviluppo, fu l'edificazione di templi e siti religiosi monumentali, come dimostrano le zone archeologiche di Cusco, Machu Picchu e Nazca nel territorio dell'Impero Inca, nelle Ande; e Teotihuacan, Templo Mayor a Città del Messico, El Tajín, Palenque, Tulum, Tikal, Chichen-Itza, Monte Albán in Mesoamerica.
Fonte: Wikipedia

 

 

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LE GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE ED I PRIMI IMPERI COLONIALI

1. Cause delle scoperte geografiche e nuove vie marittime per l’occidente
Le cause delle scoperte geografiche sono :
1. La caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi che provoca difficoltà nei commerci con l’Oriente
2. Il monopolio dei commerci con l’Oriente dei Veneziani che per queste difficoltà aumentano i prezzi.
Gli Stati europei , per superare queste difficoltà e per togliere il monopolio del commercio ai Veneziani, cercano allora nuove vie per giungere in Oriente senza passare per il Mar Mediterraneo.
Le nuove vie marittime per  arrivare in Oriente sono  :
1. Navigare verso Occidente intorno alla terra fino ad arrivare ad Oriente.
2. Circumnavigare l’Africa, cioè navigare intorno all’Africa.

2. Portoghesi e Spagnoli  -  Bartolomeo  Diaz
I primi due paesi che percorrono con le loro navi le nuove vie marittime   sono   il Portogallo e la Spagna.
Nel 1488 il portoghese Bartolomeo Diaz per arrivare nelle Indie, ricche di seta e di spezie, cerca di circumnavigare l’Africa passando per l’Oceano Atlantico. Arriva fino all’estremità meridionale dell’Africa, il  Capo di Buona Speranza, ma poi i forti venti contrari lo costringono a tornare indietro.

. 3. Motivi che spinsero Portoghesi  e Spagnoli a    cercare nuove vie per l’Oriente
I motivi che spinsero Portoghesi e Spagnoli a cercare nuove vie per l’Oriente furono quattro :
1. Desiderio di conoscere terre  mai  esplorate
2. Desiderio di ricchezze
3. Desiderio di eliminare il monopolio di Venezia
4. Desiderio di diffondere la religione cattolica

4. Cosa dice Toscanelli
Un geografo fiorentino Paolo Dal Pozzo Toscanelli  dice che, se si parte da un porto europeo sull’Atlantico e si naviga verso Occidente, si può arrivare in Oriente in breve tempo

5. Cristoforo Colombo ed Amerigo Vespucci
Cristoforo Colombo, un navigatore genovese, crede a quello che dice Toscanelli e, con l’aiuto della regina di Spagna Isabella di Castiglia, nel 1492 riesce ad organizzare una spedizione di tre caravelle per raggiungere le Indie. Parte da Palos in Spagna e naviga verso ovest nell’Oceano Atlantico.  Dopo due mesi arriva in un nuovo continente, ma crede di essere arrivato nelle Indie. Solo qualche anno più tardi Amerigo Vespucci ritorna negli stessi luoghi dove è arrivato Colombo,  capisce che quello è un nuovo continente e lo chiama  America.

6.  I vantaggi della scoperta dell’America
I maggiori vantaggi della scoperta dell’America vanno alla Spagna.
Gli Spagnoli Cortes  e Pizzarro (chiamati Conquistadores) conquistano le terre dei Maya, degli Aztechi e degli Incas nell’America Centrale e Meridionale, uccidono molti abitanti, distruggono le loro civiltà ( chiamate civiltà precolombiane = prima di Colombo ) e portano in Spagna grandi quantità di oro e di argento.  Anche i Portoghesi conquistano il Brasile, nell’America Meridionale.

7.  Vasca de Gama
Nel 1498 il Portoghese Vasco de Gama riesce a circumnavigare l’Africa e a raggiungere le Indie. Il Portogallo ottiene  così grandi ricchezze perché le sue navi ritornano dall’Asia cariche di spezie e di prodotti dell’Oriente sconosciuti in Europa.                         

8. Ferdinando Magellano
1519-1522  Lo spagnolo Ferdinando Magellano per la prima volta compie la circumnavigazione dell’intero globo terrestre e dimostra così che la terra ha la forma di una sfera.

9. Conseguenze delle scoperte geografiche
La scoperta dell’America porta grandi trasformazioni in Europa ed in Italia  ed ha importanti conseguenze  economiche, sociali, culturali e politiche :

 

a) CONSEGUENZE  ECONOMICHE

 

1. Il centro dei commerci per mare si sposta dal Mediterraneo all’Atlantico ed i paesi europei sull’Atlantico :  la Spagna, il Portogallo, poi la Francia e l’Inghilterra  diventano più ricchi, mentre quelli sul Mediterraneo come l’Italia diventano più poveri
2. Arrivano in Europa  piante sconosciute ( pomodori, patate, mais, tabacco )  e    molto  oro e argento

b) CONSEGUENZE SOCIALI
1. Aumenta l’importanza della borghesia che con i commerci diventa sempre più ricca
2. Diminuisce l’importanza della nobiltà che vive della rendita della terra
3. Iniziano ad  importare  in America schiavi negri dall’Africa per farli lavorare nelle miniere e poi  anche nelle piantagioni.
4. Vengono  distrutte  le  civiltà  precolombiane    ( Maya,  Aztechi,   Incas)   a   causa  delle  stragi   compiute  dai  conquistadores,   delle malattie portate dagli Europei,  del duro lavoro nelle miniere

c) CONSEGUENZE CULTURALI
1. Si sviluppano le scienze naturali,  le conoscenze geografiche,  la cartografia.

d) CONSEGUENZE POLITICHE
1. I paesi europei sull’Atlantico formano  grandi imperi coloniali e  ci sono lotte per la conquista di nuove colonie.
Tutti questi cambiamenti, avvenuti in Europa dopo la scoperta dell’ America, ci fanno capire perché gli storici hanno scelto il 1492 come  la data  della  FINE  del  MEDIOEVO  e   dell’ INIZIO  dell’ ETA’ MODERNA.

 

fonte: www.strarete.it

 

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Le popolazioni precolombiane, le conquiste, la colonizzazione e la spartizione del
      nuovo mondo.
a. Le popolazioni che vivevano in America prima dell’arrivo di Colombo
Maya
La civiltà Maya era organizzati in città-stato, considerate luogo di culto, dove risiedevano i sacerdoti. La popolazione viveva nelle campagne e si recava in città per il mercato e le cerimonie religiose. Capo della città era il sommo sacerdote, che deteneva anche i poteri politici e giudiziari. I contadini lavoravano la terra in comune. Avevano conoscenze astronomiche superiori a quelle occidentali. Non lavoravano i metalli ma la pietra.
Aztechi.
Erano caratterizzati da una monarchia elettiva molto forte. Il re aveva poteri assoluti, in qualità di capo dello Stato e dell’esercito, nonché sommo sacerdote. Egli era affiancato da un notevole apparato amministrativo. Le cariche civili e religiose erano riservate a una casta ereditaria. Alla base della piramide sociale stavano i servi e gli schiavi. Non conoscevano l’applicazione pratica della ruota né gli utensili di metallo, nonostante conoscessero oro e rame. Ritenevano che la vita di ogni uomo fosse rigorosamente predestinata, giorno dopo giorno, in ogni particolare. La loro capitale aveva 300.000 abitanti ed era tra le più grandi città del mondo.
Incas
Avevano l’impero più vasto (i territori coincidono all’incirca a quelli dell’odierno Perù). Non erano di natura bellicosa, infatti, non schiavizzavano i popoli vinti, ma li associavano, fornendo loro ciò di cui avevano bisogno. L’economia era soprattutto agricola. La proprietà individuale non esisteva. Si coltivavano in maniera intensiva: mais, patate, cereali. Conoscevano l’anestesia e una tecnica chirurgica molto avanzata. Praticavano concimazioni e irrigazioni artificiali, allevano i lama. Tessitura e ceramica erano molto sviluppate.

b. La conquista e la colonizzazione spagnola
La conquista e la colonizzazione
La conquista spagnola iniziata dalle isole dei Caribi poco dopo la scoperta, si sposta sul continente con la spedizione di Cortèz nel 1518. In soli tre anni il centro del potere dell’impero Azteco (coincidente all’incirca con l’attuale Messico) non esiste più. La conquista dell’America meridionale è opera di Pizarro, il quale partendo direttamente da Siviglia in soli due anni, tra il 1532 e il 1533, riesce a far cade l’impero e catturare l’imperatore degli Incas.
Subito dopo la conquista, i rapporti tra spagnoli e indigeni sono regolati da nuove istituzioni tra questi l’encomienda .
Una facile conquista
La facilità con cui gli spagnoli ebbero la meglio sui popoli indigeni si spiega con una serie di ragioni: 1)armamento superiore, 2)le popolazioni che erano sottomesse agli aztechi e ai maya passarano con gli spagnoli, 3)soprattutto ebbe grande forza la visione fatalistica della vita che li portò a considerare l’arrivo degli spagnoli come un segno del destino.
Le conseguenze della conquista e della colonizzazione sui popoli precolombiani
E’ difficile esagerare le conseguenze catastrofiche che la conquista e la colonizzazione ha sulle popolazioni americane. Da qualsiasi punto di vista, politico, culturale, economico e demografico, l’impatto con l’Europa risulta molto più disastroso per queste popolazioni di quanto non lo sia per le popolazioni asiatiche giunte a contatto coi portoghesi, e anche per le popolazioni africane, che pure sono fatte oggetto della tratta degli schiavi.
L’andamento demografico è forse quello che meglio può dare un’idea della portata della catastrofe. Nel complesso, il continente americano alla vigilia della conquista conta circa 80 milioni di abitanti, in gran parte concentrati nelle aree delle grandi civiltà azteca, maya e inca. Nel Seicento il continente americano ospita forse 15 milioni di abitanti nonostante l’immigrazione di coloni bianchi e di schiavi neri. Il crollo si consuma quasi interamente nei primissimi tempi della conquista.
Tuttavia il genocidio di intere popolazioni non è stato intenzionale: la conquista è certamente molto violenta ma la manodopera è troppo preziosa per volerla distruggere.
Le ragioni del crollo vanno quindi ricercate nella diffusione di epidemie di ogni tipo tra popolazioni che erano rimaste a lungo isolate dal resto del mondo. Agenti patogeni di scarsa pericolosità per gli europei morbillo e influenza - si rivelano micidiali per gli indigeni, senza contare altre malattie come ad esempio il vaiolo. Batteri e virus si rivelano i migliori alleati dei conquistadores e spesso li precedono. Molte popolazioni sono decimate dalle malattie europee prima di avere mai visto un bianco.
Accanto alle epidemie bisogna considerare naturalmente lo sfruttamento intenso cui sono sottoposti gli indigeni, che portò alla completa destrutturazione della loro civiltà.

c. La spartizione del nuovo mondo: il trattato di Tordesillas
I viaggi alla scoperta di terre nuove furono realizzati principalmente da Spagna e Portogallo, fra le quali ben presto esplose la rivalità, tanto che minacciarono di entrare in conflitto per i territori ancora da scoprire.
Così, nel 1494, dovette intervenire il papa Alessandro VI, che convinse spagnoli e portoghesi a sottoscrivere il trattato di Tordesillas. Con esso fu fissata una linea di demarcazione immaginaria (raya) corrispondente al 46° meridiano ovest, che delimitava la sfera di influenza dei due paesi; ai portoghesi sarebbe spettato tutto ciò che fosse stato scoperto ad Est della raya, agli spagnoli i territori ad Ovest della stessa. In seguito a questa decisione i portoghesi continuarono a battere la via della circumnavigazione dell'Africa, mentre gli spagnoli proseguirono sulla rotta aperta da Colombo. Ebbero così inizio i primi due imperi coloniali della storia, quelli di Spagna e Portogallo.


Consisteva nell’assegnazione ad un conquistadores o ad un colono spagnolo di una circoscrizione territoriale al cui interno, pur senza essere proprietari del suolo, essi avevano diritto di esigere tributi e prestazioni di lavoro dagli indigeni.

 

Di Marino Martignon fonte: www.insegnareitaliano.it

 

 

 

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Messico

Stato dell'America Latina, il Messico confina a Nord con gli Stati Uniti, a Sud con Belize e Guatemala; è bagnato ad Ovest e Sud-Ovest dall'Oceano Pacifico e si affaccia ad Est sul Golfo del Messico. Il suo territorio, esteso quasi sei volte e mezza quello dell'Italia, è caratterizzato da un'altitudine media elevata (1000 m) e dalla presenza di numerose catene montuose e di imponenti vulcani. Nonostante la vicinanza e l'influenza degli Stati Uniti, il Messico è un tipico Paese latino-americano. La dominazione spagnola ha lasciato un'impronta profonda, senza tuttavia cancellare la cultura degli Amerindi, derivata dalle civiltà precolombiane dei Maya, dei Toltechi e degli Aztechi, fiorite in questa regione. La popolazione, costituita prevalentemente da Meticci e da Amerindi, ha un tasso d'incremento naturale tra i più elevati dei Mondo così da essersi quintuplicata in poco più di cinquant'anni. Il processo di urbanizzazione molto intenso ha determinato una crescita rapida e disordinata delle maggiori città, come la capitale, che è un esempio di esplosione urbana. Paese tra i più importanti dell'America Latina, il Messico è riuscito, nel secondo dopoguerra, a rafforzare notevolmente le proprie strutture produttive e ad attuare, in parte, la riforma agraria e la nazionalizzazione di vari settori. Ciononostante presenta notevoli squilibri socio- economici e situazioni di grande arretratezza e povertà. Il processo di democratizzazione, ostacolato dal permanere di oligarchie economiche, procede tra notevoli difficoltà e frequenti sono gli scontri ed i disordini a sfondo socio- politico. Drammatica è la condizione di vita degli Indios in certe aree, come nello Stato del Chiapas, esteso come la Baviera e controllato da una trentina di famiglie di proprietari terrieri che hanno monopolizzato il potere. Contro la povertà, l'ingiustizia e lo sfruttamento si è scatenata la rivolta armata zapatista.
Il territorio dei Messico, compreso tra gli Stati Uniti a Nord, il Guatemala e il Belize a Sud-Est, è bagnato dalle acque dell'Oceano Pacifico e del Golfo del Messico ed è percorso, in senso Nord-Sud, da catene montuose, le sierre, che racchiudono l'Altopiano Centrale : la Sierra Madre Orientale, la Sierra Madre Occidentale e la Sierra Madre del Sud. La maggior parte del territorio (all'incirca i 4/5) ha un'altitudine superiore a 1000 m s.l.m. Tra il 19 e il 20 parallelo di latitudine Nord si innalza un poderoso apparato di vulcani, tutti di notevole altezza. I più elevati sono l'Orizaba (5700 m) e il Popocatépetl (5 452 m). Fanno parte del territorio messicano anche la Penisola di California, arida e semidesertica, e la Penisola dello Yucatan, una piatta ed arida distesa di suoli calcarei, che si protende tra il Golfo del Messico e il Mar Caribico. 1 fiumi sono piuttosto scarsi; i più importanti sono il Rio Bravo del Norte, che per lungo tratto segna il confine con gli Stati Uniti e sbocca con il Rio Panuco nel Golfo del Messico, e il Colorado, proveniente dall'altopiano omonimo, che si getta nel Golfo di California.
Benché buona parte dei territorio del Messico sia posta nella fascia tropicale, l'altitudine diversa determina una notevole varietà di situazioni climatiche; a tale fattore si aggiunge anche la disposizione del sistema montuoso, che impedisce l'afflusso dei venti umidi provenienti dall'Oceano negli altipiani interni. Steppa e vegetazione xerofila caratterizzano la costa del Pacifico, gli altipiani interni e la Penisola della California; il clima è molto caldo e le piogge raggiungono minimi di 50-60 mm all'anno. Il versante Est della Sierra Madre Orientale è scarso di vegetazione nel troncone settentrionale che presenta un clima di tipo tropicale, con temperature massime di 40 °C; quello meridionale è caratterizzato da forte umidità ed è ricco di rigogliose foreste d'essenze pregiate; qui la piovosità è assai elevata: si raggiungono anche i 3000 mm annui. L'Altopiano Centrale dei Messico, attraversato da Est ad Ovest dall'ampio tavolato della Meseta, ha un clima abbastanza umido (da 500 a 1000 mm di pioggia all'anno); le temperature e le colture variano in rapporto all'altitudine. Fino a 1 000 m di altezza, nelle cosiddette terras calientes (terre calde) si coltivano prodotti tropicali: manghi, canna da zucchero, cotone, caffè, banane. Nelle tierras tempiadas (terre temperate dai 1 000 ai 2 500 m) il clima temperato è favorevole ad una produzione agricola varia e agli insediamenti: è infatti la fascia in cui si addensa la popolazione. Nelle successive tierras frias (terre fredde), oltre i 2 500 m, si hanno temperature sempre più basse ed una vegetazione costituita da conifere e da praterie.
Non abbiamo prove di un’origine autoctona dell'uomo americano; secondo le teorie più accreditate, i primi esseri viventi sono giunti nel continente attraverso lo stretto di Bering, che in era glaciale, a causa dei ritiro delle acque, offriva come un ponte alle popolazioni asiatiche in cerca di nuove terre. La prospettiva di trovare un clima più mite e buona selvaggina avrebbe poi spinto tali gruppi sempre più a sud, fino all'attuale Messico e oltre. Notizie ancora incerte si riferiscono all'insediamento delle popolazioni Maya nel Guatemala e nell'Honduras, e alla conquista dello Yucatàn che divenne in seguito la loro terra di elezione. Notizie più definite riguardano invece gli Aztechi, ultimi arrivati nelle terre dell'altopiano dei Messico, che già aveva conosciuto le migrazioni dei Toltechi, dei Tepanechi e di altre tribù. Una delle più antiche popolazioni dei Messico fu quella degli Olmechi. La loro civiltà fiorì tra il 1200 e il 1000 a.C. sulla costa del Golfo del Messico. Gli Olmechi attribuivano grande importanza al culto dei giaguaro, rappresentato nelle più svariate forme. Intorno all'800 d.C. si insediarono in Messico i Toltechi che esercitarono una grande influenza politica e spirituale sulla civiltà messicana. Costruirono templi di forma piramidale, come il tempio di Kuculcan (chiamato ”Castillo” dagli Spagnoli), situato a Chichén ltzà. La civiltà tolteca tramontò intorno al 1200. Un'altra popolazione del Messico precolombiano erano gli Huastechi appartenenti al gruppo etnico maya che veneravano una dea della terra e un dio del vento e che solevano costruire alti templi a pianta circolare. Grandi rivali degli Aztechi furono gli Zapotechi. Sottoposti al pagamento di oppressivi tributi da parte degli Aztechi (che li avevano costretti a rifornirli di prigionieri da destinare ai loro sacrifici umani) gli Zapotechi accolsero i conquistatori spagnoli come liberatori e li sostennero nelle guerre contro i rivali. Gli Zapotechi furono anche i creatori del più antico calendario delle civiltà precolombiane. In base ad esso, l'anno risultava costituito da 260 giorni, divisi in quattro stagioni di 65 giorni ciascuna a loro volta composte da 5 parti di 13 giorni.
Verso il 2000 a.C. nel territorio dello Yucatan meridionale e nelle regioni degli odierni stati del Guatemala e dell’Honduras si stanziarono tribù nomadi provenienti dal settentrione: i Maya. Come tutte le popolazioni dell'America centrale, erano a uno stadio di civiltà assai primitiva e per secoli non ebbero storia. Fu verso il 300 a.C. che la civiltà maya cominciò a differenziarsi, iniziando un processo destinato a raggiungere vette altissime nell'espressione artistica e nell'organizzazione sociale e politica.

Le "città-stato"

La civiltà Maya, fiorita fra il IV ed il XV secolo d.C., si sviluppò nei territori corrispondenti agli odierni stati messicani dello Yucatàn, Campeche, Chiapas e Tabasco, oltre che in Guatemala, Honduras ed El Salvador. Il momento della massima espansione maya va dal 600 al 900 d.C. In questo periodo essi diedero vita a province autonome reggentesi come le città-stato dell'antica Grecia. Le più ricche di fama e di storia furono Tikal, Copan, Palenque, Uxmal, Chichen ltza. A capo di ogni città-stato vi era un re al quale venivano attribuiti poteri quasi divini. Il suo più alto titolo onorifico era “halach uinic” (il vero uomo) e il suo assolutismo era legge consapevolmente accettata. Egli si preparava fin da bambino al difficile compito dì rappresentare presso i suoi sudditi l'altissima dignità di cui sarebbe stato investito. Presso i Maya il titolo di re era tramandato di padre in figlio e rimaneva comunque nell'ambito della famiglia anche quando il re non aveva eredi diretti. Fin da bambino il futuro sovrano veniva sottoposto a cure ed attenzioni che oggi non esiteremmo a definire crudeli: gli veniva appiattito il cranio, rimodellato il naso, tatuato il viso, gli erano ornati di pietre preziose il naso e i lobi delle orecchie. Fin dai primi giorni della sua nascita, la testa era posta fra due assi di legno legate insieme, in modo che sotto la continua pressione il cranio si appiattisse e diventasse più largo. Secondo la religione Maya questo uso fu donato dagli dei per conferire un'aria più nobile e per rendere le teste più adatte a ricevere carichi da trasportare.

Un popolo religioso e pacifico
La religione, profondamente sentita, univa in una grande, sola comunità le popolazioni delle città-stato sparse su un così grande territorio. La massima divinità del loro culto era denominata “Hunahpu”, iddio supremo e inoperoso. Il dio del sole, adorato come datore di vita, si chiamava “Itzamna”, il "Serpente Piumato", Quelzacoatl era il dio buono che aveva proibito i sacrifici umani ed aveva istruito le prime tribù nella caccia, nella pesca e nelle varie arti. C'erano inoltre divinità della pioggia e del terremoto, dell'agricoltura e delle stelle. Secondo il racconto della creazione maya contenuto nel libro sacro intitolato "Popol Vuh", Hunahau (il signore del regno dei morti) insieme al "Serpente Piumato" fece sorgere la terra dal mare, facendone quindi scaturire ogni cosa necessaria alla vita; infine creò l'uomo servendosi della pannocchia di mais. I Maya raffiguravano il cosmo come un immenso albero che, innalzandosi dalla terra verso il cielo, protendeva i rami a formare le quattro parti del mondo; ciascuna di queste era governata da uno dei figli del dio supremo Hunahpu. Ognuno di questi dei regnava in particolare su un determinato colore, su uno dei quattro elementi (fuoco, terra, aria, acqua) e su una delle quattro parti di 65 giorni in cui si divideva l'anno sacro di 260 giorni. I Maya avevano perfezionato una sofisticata tecnica di misurazione del tempo. Essi distinguevano quattro tipi di calendari: - uno rituale di 260 giorni, contrassegnato da 13 numeri e 20 segni; - uno solare di 365 giorni, suddiviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più i cinque restanti; - uno di mezzo anno lunare di 177 giorni; - un calendario regolato sul pianeta Venere, suddiviso in 584 giorni. Il culto si differenziava da quello azteco soprattutto perché i sacrifici umani erano molto rari. Si offrivano invece animali domestici, fiori, frutta. L'aldilà era formato da una complessa architettura di 13 cieli e 9 inferni: i cieli stavano uno sopra l'altro e vi soggiornavano gli dei sotto il governo dei quattro figli di Hunahpu. li numero 4 si ritrovava anche nel mito delle quattro distruzioni catastrofiche che l'universo aveva subito dalla sua creazione. I Maya credevano di vivere nella quinta ricreazione, ma non se ne aspettavano la fine da un momento all'altro, con il cuore angosciato come gli Aztechi. I Maya erano un popolo pacifico, sapevano trasformarsi in guerrieri in caso di necessità, ma la loro occupazione primaria era coltivare la terra: mais, legumi, cotone e cacao. Non c'erano fiumi nella loro terra: l'acqua indispensabile ai campi veniva dal cielo. Si comprende, quindi, perché nei loro templi l'immagine del dio della pioggia( Chac )sia stata raffigurata con tanta insistenza.
La casa del contadino era una comune capanna a pianta quadrata impastata con fango e fascine, ma gli edifici pubblici erano costruzioni veramente imponenti. Dal pietrisco calcareo della penisola yucatana i Maya traevano le pietre da costruzione, pietre che venivano cementate con calcina. Il monumento centrale di ogni città era l'alta piramide tronca sulla cui sommità sorgevano i templi degli dei. Una ripida scala portava al tempio, talvolta le scale erano quattro, una per ogni lato. Le piramidi potevano raggiungere l'altezza di 60 metri, i gradini simboleggiavano le suddivisioni delle sfere celesti. Di fronte all'ampia e ripida scalinata centrale si trovavano delle stele rettangolari (alte fino a 4 metri), davanti alle quali erano posti gli altari in pietra, di forma piatta e rotonda. Il più grande e presumibilmente anche il più antico insediamento urbano dell'impero maya è Tikal con la piramide "Tempio 2" alta 70 metri. Chichén ltzà, centro cultuale e città del dio della pioggia Chac, era sede della fonte sacra Zenotes, situata nella zona nord della città e consacrata allo stesso dio della pioggia. Questa fonte aveva un diametro di 60 metri e una profondità di 40. Al vertice della gerarchia sociale era posta la casta sacerdotale: i sacerdoti di rango superiore si occupavano degli aspetti scientifici, dalla scrittura all'osservazione degli astri, dall'architettura sacra alle pratiche mediche. 1 sacerdoti di rango inferiore presiedevano invece ai sacrifici. Il gioco della “pelota” assumeva carattere sacro poiché si riteneva che potesse influenzare il corso del sole nel cielo. Durante le competizioni, che si svolgevano in luoghi sacri circondati da mura, la palla doveva passare attraverso anelli di pietra fissati alle pareti. Considerata la più importante fra le culture indie del continente americano, la cultura maya si distinse per le Cognizioni acquisite nel campo dell’astronomia, della matematica (particolarmente per l'uso dello zero), dell'urbanistica e della scrittura ideografica; quest'ultima è ancora oggi decifrabile solo in parte. Quando gli Spagnoli intrapresero la conquista dell'America Centrale, la civiltà maya era in declino e alcune delle bellissime città sacre dello Yucatàn giacevano già abbandonate. 1 Messicani di oggi sono in gran parte discendenti diretti degli Aztechi. Ma chi erano gli Aztechi e da dove erano venuti ? Una suggestiva leggenda circonda di mistero la storia di questo popolo bellicoso e fiero, narrata in poetico linguaggio nella "Cronica Mexicayotl" redatta dopo la conquista spagnola.

Una poetica leggenda

Le tribù degli Aztechi, in origine nomadi e cacciatori, nel corso del XIII secolo si stabilirono, assieme ad altre tribù Nahua alle quali appartenevano, sull'altopiano messicano, trasferendosi dalla mitica regione di Aztlán (da cui il nome della popolazione) situabile nel Messico nord-occidentale. Secondo la leggenda narrata in poetico linguaggio nella "Cronica Mexicayotl", gli Aztechi giunsero dalle fredde foreste del nord America in cerca della terra che l’oracolo di Uitzilopochtli aveva loro profetizzato. L'oracolo parlava di un fico d'India a tre rami germogliato su una roccia in mezzo all'acqua e di un'aquila reale posata sui rami che teneva un serpente prigioniero tra gli artigli. Giunti sull'altopiano centrale, si rallegrarono per alcuni segni premonitori della "terra promessa" e una notte il dio apparve in sogno al sacerdote Serpente-Aquila e lo incitò a proseguire nella ricerca della roccia sulla quale fioriva il cactus. Allora il popolo guidato dal sacerdote si mise nuovamente in cammino e trovò il grande lago che aveva sognato nel suo peregrinare e fondò la città cui diede nome Tenochtitlan ("cactus su una pietra"): era l'anno 1325. Tra il XIV e il XV secolo, gli Aztechi diedero vita a un potente regno con capitale Tenochtitlàn, fondata sulle isole del lago Texcoco (oggi prosciugato), là dove ora sorge Città del Messico. La terra nella quale si erano insediati gli Aztechi non era disabitata: molti popoli vi avevano già stabile dimora. Tra questi i più evoluti erano i Toltechi, fondatori della città di Tula. Il grande popolo nomade giunto dal nord seppe riconoscere la superiorità degli abitanti di Tula: dalla civiltà tolteca apprese elementi culturali e religiosi che dovevano divenire fondamentali nella storia della sua stessa civiltà.

Un vasto impero

I commercianti occupavano un posto importante nella società azteca anche perché raggiungendo le contrade più lontane essi assumevano il compito di osservatori politici e dovevano riferire, una volta tornati a Tenochtitlan, sull'organizzazione delle città vassalle che, appunto per la loro lontananza dalla capitale del regno, non potevano essere regolarmente controllate. E si trattava di un regno molto vasto: all'inizio del XVI secolo si estendeva dalle regioni dei Pacifico al Golfo del Messico e dall’altopiano di Anahuac alle foreste del Guatemala. Nella gerarchia sociale, articolata in sacerdoti, nobili, liberi, servi della gleba e schiavi, il vertice era costituito, oltre che dal re, dai due sacerdoti di maggiore dignità che si occupavano rispettivamente, del tempio di Huitzilopochtli e dei tempio di Tlaloc. Tra i sudditi la percentuale più alta era costituita dai “maceualli”, i contadini che vivevano in gruppi di famiglie legate fra loro da vincoli di parentela su ampi poderi loro assegnati dal re. Il mais era la coltivazione più diffusa: veniva seminato in marzo e raccolto in luglio, se le piogge erano arrivate puntuali. Tutti gli aspetti della vita quotidiana vennero dagli Aztechi raffigurati in opere d'arte e d'artigianato che oggi sono preziosa testimonianza di una civiltà tanto recente e tanto rapidamente annientata. Gli abitanti della città potevano dedicarsi a tutte le attività caratteristiche di una fiorente civiltà: potevano essere vasai, tessitori, orefici, scultori, commercianti, oppure potevano intraprendere la carriera militare. L'arte in cui eccellevano era la tessitura : la tela insieme con varie qualità di corda e con l'ossidiana, la dura roccia vulcanica abbondante sull'altopiano, era il principale prodotto di scambio che essi portavano nelle regioni del sud, barattandola con le penne degli uccelli tropicali che servivano ad abbellire i loro costumi coloratissimi, e soprattutto col cacao, il prezioso frutto da cui estraevano la bevanda nazionale che ancor oggi conserva il nome in lingua nahuatl : la cioccolata. Nel 1519 sbarcarono in Messico i conquistadores spagnoli, guidati da Hernàn Cortés, in cui gli Aztechi credettero di identificare il re divinizzato Quetzalcoatl ( il re-sacerdote tolteco Ca Acatl accolto poi nel pantheon azteco col nome di Quetzalcoatl, "serpente piumato verde" . Secondo la leggenda azteca il re Ca Acatl avrebbe lasciato la sua capitale Tollan per emigrare verso il paese dell'aurora. I popoli del Messico attesero per secoli il suo ritorno e gli Aztechi furono, inizialmente, vittime della tragica identificazione di Quetzalcoatl con Cortés). Gli uomini di Cortés ebbero facilmente ragione della resistenza degli Aztechi (che avevano deposto Montezuma, il re che era andato incontro a Cortés e gli aveva consegnato la città, ed avevano eletto suo fratello Cuitlahuac) grazie alle armi da fuoco. L'occupazione del Messico avvenne fra gli anni 1519 e 1522.

La religione

Come presso tutte le altre civiltà precolombiane, la divinità era essenzialmente simboleggiata dalle forze cosmiche; nella teologia azteca un posto preminente era occupato dagli dei solari, della pioggia e del vento. Huitzilopochtli era il dio del sole che proteggeva la tribù e la spingeva alla guerra per procurare vittime umane da sacrificare. Gli Aztechi erano convinti che questo dio li avesse assistiti nella loro migrazione verso il Messico: egli era perciò diventato il protettore del regno e nella consacrazione del suo tempio principale, nell'anno 1486, gli vennero sacrificati 70.000 prigionieri di guerra. Agli dei della pioggia apparteneva Tlaloc ("colui che fa germogliare") che era anche signore dell'aldilà e aveva per simbolo l'albero della vita. Secondo gli Aztechi il cielo era articolato in 13 parti, ognuna sede di una divinità, e gli inferi in 9. In base alla loro visione dei mondo, il cielo e gli inferi costituivano due enormi e altissime piramidi, i cui vertici erano agli antipodi, e in cui la superficie di contatto delle rispettive basi veniva a coincidere con la superficie terrestre, che altro non era se non un disco piatto, circondato dalle acque. Per quanto riguarda il mondo dell'aldilà gli Aztechi credevano nell'esistenza di tre differenti regni dei morti. Nel primo, dimoravano tutti coloro che venivano uccisi nei sacrifici, così come i caduti in battaglia e le donne morte di parto. Nel secondo, corrispondente al regno del dio della pioggia Tlaloc, trovavano riposo tutti gli annegati e coloro che erano stati colpiti da fulmini, nonché i lebbrosi e i paralitici. Nel terzo, finivano tutti gli altri morti. Tra i valori etici, gli Aztechi attribuivano un’importanza primaria all'amore per la verità, all'onestà, alla fedeltà nella monogamia e alla parità di diritti fra i due sessi. Gli Aztechi possedevano vari calendari. Ve n'era uno rituale, detto tonalpohalli, di 260 giorni, suddiviso in 13 mesi di 20 giorni ciascuno. Quello solare, detto Xiuitl, era di 365 giorni, suddiviso in 18 mesi di 20 giorni con in più 5 giorni intercalari. Esigeva che a ogni ventesimo giorno, e quindi 18 volte all'anno, venissero celebrate grandi festività, ma soprattutto richiedeva che, per assicurare il giro del sole nella sua orbita giornaliera, si offrisse durante tali cerimonie del sangue umano alle divinità solari. Senza questi sacrifici gli Aztechi ritenevano che la vita sulla terra si sarebbe estinta. Al sacrificio umano erano generalmente deputati i prigionieri di guerra e, di conseguenza, per procurarsi sempre nuove vittime, gli Aztechi intraprendevano continue campagne militari contro i loro vicini, imponendo loro regolari tributi umani. Le forme di sacrificio del corpo umano erano varie. In primo luogo figurava la cerimonia dell'offerta del cuore, che veniva strappato dal corpo vivo della vittima. Vi erano poi cerimonie di immolazione col fuoco, nonché sacrifici gladiatori. Infine vi erano pratiche di scorticamento, durante le quali alle vittime veniva levata la pelle, mentre erano ancora in vita. Tra i sacrifici incruenti erano molto apprezzate le offerte di fiori, di incenso o di frutti vari. Un valore rituale aveva anche il gioco della palla, ”ollama”, disputato nei pressi dei templi. Ad esso era attribuito un significato simbolico, in rapporto al moto del sole.

Cenni storici : dopo l’indipendenza

Tutta la storia del Messico si fonda su due parole: "terra e libertà; nessun candidato alle elezioni in questo Paese trascurerebbe questi due punti nel suo programma. Nonostante oggi il Messico sia una Nazione industrializzata, i suoi abitanti rimangono contadini, ed è nelle campagne che si devono cercare i protagonisti della lunga ricerca di terra e di libertà. Quando nel 1519 i primi conquistadores approdarono sulle coste del Messico, incontrarono una delle civiltà antiche più evolute, quella degli Aztechi, e calpestarono un territorio abitato da circa 15 milioni di Indios. Un secolo dopo solamente un milione di autoctoni era sopravvissuto. Nonostante, infatti, nel 1542 le leggi spagnole avessero formalmente abolito la schiavitù, le difficili condizioni di vita degli Indios non erano migliorate. Ancora per molti decenni gli abitanti locali continuarono a morire per le repressioni spagnole, le malattie, la malnutrizione. Questo sino al 1810, quando Indios e meticci insorsero e, dopo dieci anni di lotte, ottennero l'indipendenza dalla madrepatria Spagna. Raggiunta l'indipendenza, il Messico non conquistò tuttavia la stabilità politica. Per molti anni questa terra fu scossa da colpi di Stato, da movimenti rivoluzionari (uno dei più noti fu quello guidato da Emiliano Zapata e da Pancho Villa contro la dittatura del generale Porfirio Diaz, 1876-1911) e da massacri, essendo oggetto di contesa tra Francia e Stati Uniti. Solo nel 1938 nacque il Messico moderno, quando le terre vennero ridistribuite ai contadini e il petrolio nazionalizzato e tolto al controllo statunitense. Attualmente il Messico è una repubblica federale (31 Stati più il Distretto Federale di Città del Messico) di tipo presidenziale con capitale Città del Messico. Il Messico dà oggi facilmente asilo politico a profughi provenienti da altri Paesi americani ed europei, ha una moderna legislazione e si adopera efficacemente per mediare le crisi ricorrenti nella sfera latino-americana e per favorire l'instaurarsi di governi democratici. Purtroppo il Messico è anche uno dei Paesi più indebitati nel mondo e le "guerre" commerciali con gli Stati Uniti, alle quali solo recentemente ha posto fine l'accordo NAFTA (North American Free Trade Agreement), non aiutano certo la Nazione ad uscire da questa situazione. I problemi del Paese sono accentuati dall'inarrestabile esplosione demografica, che ha fatto di Città del Messico una delle città più popolose dei mondo e che ha alimentato e continua ad alimentare un'emigrazione clandestina verso gli USA.
A 117 km dalla città di Merida, capitale dello stato dello Yucatan, sorge quello che è universalmente riconosciuto come il più importante centro maya dell’età postclassica, anche se è evidente un influsso tolteco negli edifici della zona nord. Gli edifici riportati alla luce sono suddivisi in due zone da una strada trasversale: a nord l’area di influenza tolteca, a sud l’area più antica. L’area nord è dominata dal “Castillo”, o “Tempio di Kukulcan”, in stile maya-tolteco. La piramide fu chiamata così dagli spagnoli forse perché, sopra di essa, il conquistatore dello Yucatán, Francisco de Montejo, nel 1533 aveva installato il suo quartier generale. Anche a prima vista il monumento rivela l'impronta tolteca con le teste del Serpente Piumato poste alla base delle quattro rampe di scale che conducono alla sommità e con le colonne serpentiformi del tempio eretto sopra di essa. Colonne di cui la testa del rettile, con le fauci aperte raso terra, forma il piede, il corpo il fusto e la coda, con i crotali, il capitello della colonna. Non furono i Toltechi a scoprire il Serpente Piumato, che già sedeva al primo posto nel panteon di Teotihuacán (come dio della pioggia e della fertilità) quando essi arrivarono e nella loro lingua nahuatl lo chiamarono Quetzacoatl , ma certo furono essi che lo valorizzarono e lo diffusero in tutto il Messico e furono essi che lo portarono qui in mezzo ai Maya.
Il numero totale dei gradini delle quattro rampe, più quello del basamento del tempio è 365, corrispondente ai giorni dell’anno e sotto la piramide ve ne è un'altra più antica con un altro tempio alla sommità. In questo tempio fu trovato un Chac mol (scultura tipicamente tolteca) unitamente a un trono di pietra a forma di giaguaro, dipinto in rosso e con il pelame incrostato di madreperla e di giada, che è invece scultura di provenienza tipicamente maya. Il Chac mol sorregge con lo stomaco il piatto su cui il sacerdote poneva il cuore della vittima. Anche la duplice sala a volta e il fregio di questo tempio sotterraneo sono autenticamente maya, il che sta a dimostrare che, nella cronologia dei monumenti, questo, nascosto nel ventre del Castillo, risale a poco dopo l'arrivo dei Toltechi. L’influsso tolteco si denota a Chichen Itzà nella presenza ricorrente dei chac mol e dei serpenti.
Il Giuoco della palla di Chichén ltzá è il più imponente che si possa vedere in tutto il Messico (l'area di gioco misura m. 95x35) ma è solo uno dei sei che possedeva la città. La sua importanza è sottolineata dai due piccoli templi che sono collocati all'estremità dell'edificio e dal piccolo, ma egualmente maestoso, Tempio dei Giaguari, che si articola in due santuari: uno basso aperto verso l'esterno e uno alto aperto verso l'area di gioco e dominante tutto il muro est dell'edificio. Tutto il monumento è un inno alla concezione tolteca del mondo. Le terrazze degli spettatori che corrono lungo l'area di gioco, sotto i due anelli collocati al centro del muro di contenimento, sono bordate da un lunghissimo serpente piumato che sporge la sua testa fuori del muro alla estremità; l'architrave del Tempio dei Giaguari riposa sopra le solite colonne serpentiformi e una modanatura a forma di serpente circonda la base del tempio. Le teste del rettile si inarcano nel vuoto agli angoli. Ma se tutto questo non bastasse, è nelle figurazioni dei bassorilievi che corrono lungo la base della terrazza che si vede consacrata la quintessenza di tutto quanto è tolteco. Si tratta di alcune fasi del gioco. I sette giocatori di ogni squadra convergono verso uno stesso punto che è costituito da una palla decorata con un cranio umano. Dalla bocca del teschio esce la lingua bifida di un serpente. Al di sopra della palla si svolge una scena molto significativa. Il primo giocatore della squadra di sinistra tiene nella mano destra un coltello di selce e, nella sinistra, la testa dei primo giocatore della squadra avversaria. Il decapitato è in ginocchio e dal collo sanguinante guizzano fuori sette serpenti. Questo riferimento al numero sette sta a ricordare la dea Chicomecoatl che vuol dire, appunto, sette serpenti, e sette era la cifra simbolica del mais. In questo gioco della palla i giocatori non potevano servirsi né delle mani né dei piedi e dovevano riuscire a far passare la palla attraverso anelli collocati ad almeno cinque metri da terra.
Usciti dal Gioco della Palla ci attende un'altra emozione. Sul basamento di una lunga piattaforma, davanti al Tempio dei Giaguari, lunghe file di teschi scolpiti su un muro ci fissano con le loro occhiaie vuote. Si chiama lo Tzompantli, cioè il Muro dei crani. Qui sopra venivano esposti, infilati su pertiche, i crani dei prigionieri sacrificati. Consideriamo che, secondo quanto si sa, il numero dei prigionieri sacrificati ogni giorno, poteva arrivare a molte migliaia! Tra gli edifici della parte meridionale di Chichen Itzà (in stile maya) risalta per la curiosa forma a chiocciola l’osservatorio astronomico o “Caracol” che peraltro è stato fortemente rimaneggiato in periodo tolteco. La torre circolare munita di scala a chiocciola è l’unico monumento di tale forma esistente in terra maya.
Imbocchiamo un lungo viale che porta lontano, verso la giungla. Dopo circa trecento metri siamo sulla sponda del Cenote Sacro. Cenote significa pozzo . Sul fondo del cenote sono stati ritrovati numerosi oggetti votivi e scheletri di adulti e di bambini. Quest’orribile rito che consisteva nell’annegare nell’acqua torbida giovani donne e fanciulli, continuò anche durante il dominio spagnolo. Il rito doveva essere di origine tolteca.
Il Messico è una Repubblica federale presidenziale, composta da 29 Stati, ciascuno con un proprio governatore ed una propria Assemblea, da un Distretto federale e da 2 Territori, troppo scarsamente popolati per poter essere Stati federali. Il Congresso, articolato in due Camere, esercita il potere legislativo. Al Presidente della Repubblica, che è anche Capo del Governo, spetta il potere esecutivo. Nel 1993, insieme a Canada e Stati Uniti, il Messico ha dato vita al NAFTA, l'associazione per il libero commercio del Nordamerica.
La geografia umana del Messico ha le sue prime basi nell'organizzazione territoriale creata dagli antichi Atzechi. Questi avevano la loro capitale a Tenochtitlan, in quella che è oggi la capitale del paese; e così strade e centri che ruotano intorno alla capitale sì sono modellati sull'antico tessuto della civiltà precolombiana. Di elevata altitudine e quindi a clima temperato, questa regione è rimasta come in passato la parte più popolosa del paese. Ma profonde trasformazioni si sono avute con la conquista spagnola e ciò in funzione delle varie forme di sfruttamento. Tra queste s'impose subito l'allevamento del bestiame, in rapporto al quale sorsero le prime grandi haciendas su terre vastissime assegnate agli encomenderos, i latifondisti spagnoli. Ancora più determinante fu lo sfruttamento minerario che arricchì il paese in modo prodigioso, facendo nascere nuove e belle città. Già alla fine del secolo XVII esistevano in Messico 35 vivaci città cui facevano capo vari centri minori. Si ebbe nel contempo la formazione dell'uomo ispano-messicano, nato da un meticciamento sempre più profondo ed esteso, benché si conservassero ampie zone, specialmente nel nord, di intatta popolazione india. Nell'epoca coloniale, la prosperità economica contribuì a far aumentare soprattutto la popolazione bianca e meticcia, mentre gli indios si riducevano, sterminati dalle epidemie. Il Messico, grande circa 6 volte l'Italia ha oggi una popolazione di oltre 82 milioni di abitanti (42 abitanti/kmq). Questa popolazione è in rapido accrescimento a causa dell'elevata natalità specie nelle campagne. La sua distribuzione sul territorio è squilibrata: la densità è maggiore nella regione dell'Anáhuac (50 abitanti/kmq) a causa del forte urbanesimo e minore nel sud (5-10 abitanti/kmq) per la scarsa valorizzazione delle terre. Questa popolazione che fino a mezzo secolo fa era considerata in grandissima parte rurale, oggi è urbanizzata per circa il 67 per cento. I contadini vivono nei pueblos, villaggi che mantengono un aspetto pittoresco ma anche povero. Il resto della popolazione vive nelle città che si addensano soprattutto nell'Altopiano Centrale, grazie al clima temperato e alla maggiore concentrazione di attività produttive. Un particolare cenno merita la capitale, Città di Messico (il cui agglomerato urbano detiene il primato dell'America Latina), che ospita da sola circa un quinto dell'intera popolazione messicana. Sulla capitale vedi : “Città del Messico, la metropoli più popolosa del mondo”.
Guadalajara (2 245 000 abitanti) è la seconda città messicana per importanza economica. Il suo apparato industriale è assai diversificato. Particolare rilevanza hanno le distillerie di tequila, la bevanda nazionale.
Monterrey (1 917 000 abitanti), quasi ai confini con gli Stati Uniti, è importante centro siderurgico.
Puebla de Zaragoza (836 000 abitanti) è posta a 2 162 m di altitudine ed è celebre per la sua architettura di tipo coloniale.
Veracruz (306 000 abitanti) è il maggior porto dei Messico.
Di notevole interesse culturale sono Teotihuacan, Azcapotzalco, Chichén ltza, per i resti delle civiltà precolombiane.
Esercitano un forte richiamo turistico anche i centri balneari, come Acapulco o Cancun.
Nel cuore dell'altopiano messicano, al centro di un antico cratere vulcanico, giace caotico e assordante un «mostro» del nostro secolo: è Città del Messico, la città più grande del mondo. Al ritmo di crescita attuale nel 2000 la capitale messicana sarà la città più densamente popolata dell'intero pianeta, con oltre 30 milioni di abitanti, ammassati in uno spazio che costituisce soltanto lo 0,1% del territorio nazionale.
Assediata ogni giorno da migliaia di contadini che, sfuggendo alla povertà delle campagne accorrono qui in cerca di dimora e di lavoro, la città diventa sempre più povera e le possibilità di impiegare un'enorme massa di mano d'opera diventano giorno dopo giorno sempre più scarse; a ciò si aggiunge il fatto che ogni anno nascono qui 1 milione e mezzo di bambini che una volta adulti chiederanno altrettanti posti di lavoro. A un ritmo del genere risulterà impossibile soddisfare una simile richiesta. Gli immigrati dalle campagne comunque continuano a riversarsi nella grande metropoli, sistemandosi con fatalistica rassegnazione in povere borgate poste ai bordi della periferia. Qui per centinaia di metri si allineano, lungo strade prive di asfalto, caseggiati bassi e tutti uguali, costituiti generalmente da 2 vani, uno sul fronte ed uno sul retro, che funge da cucina. In questi locali di quattro metri per quattro vivono spesso nuclei familiari di 8-10 persone di tutte le età. Sono quartieri nei quali manca quasi completamente la presenza dell'amministrazione pubblica, che non è stata capace di adeguarsi al grande boom demografico degli ultimi 50 anni: mancano le strade, gli acquedotti, le fognature, la rete elettrica e telefonica.
I confort della modernità i nuovi venuti se li procurano da sé, collegandosi abusivamente ai fili delle linee elettriche, ed acquistando l'acqua dai venditori ambulanti; il lavoro scarseggia e la grande università della città sforna ogni anno migliaia di laureati che non hanno la possibilità di un impiego. La disoccupazione e la miseria dilagante hanno stimolato però la fantasia dei messicani: i più poveri infatti non chiedono più l'elemosina ai semafori, ma si travestono con parrucche colorate e volti dipinti intrattenendo per pochi pesos gli automobilisti imbottigliati nel terribile traffico che attanaglia la città. E di automobilisti ce ne sono tanti se si pensa che sono 3 milioni e mezzo i veicoli che circolano nella città. I veicoli insieme a centinaia di altre attività industriali, dai cementifici alle industrie chimiche, dalle industrie siderurgiche alle farmaceutiche scaricano nell'aria oltre 4 milioni e 350.000 tonnellate di gas inquinanti, rendendo l'atmosfera della città pressoché irrespirabile. Il grado di inquinamento di Città del Messico è almeno quattro volte superiore ai limiti stabiliti dall'organizzazione mondiale della sanità. In grande aumento infatti sono le malattie dell'apparato respiratorio, della pelle, del cuore. Questa grave situazione ha portato negli ultimi tempi a decisioni e proposte a loro modo inquietanti: l'amministrazione ha deciso di sospendere l'ora di ginnastica all'aria aperta per i bambini delle scuole, perché ritenuta dannosa anziché benefica per la loro salute; il governo degli USA ha stanziato un indennizzo in denaro per i cittadini statunitensi che si rechino a lavorare a Città del Messico, per risarcirli del danno fisico che potrebbero subire; provocatoria infine la proposta del movimento ecologista messicano, che intende installare in mezzo al traffico, speciali cabine all'ossigeno in cui è possibile respirare a pagamento! La causa principale del grave ristagno di veleni sulla città è la sua stessa posizione geografica: vista dall'alto essa appare come adagiata sul fondo di una grande tazza dove difficile è il ricambio dell'aria e dove ristagnano di conseguenza fumi e gas. Il governo messicano ha comunque stanziato negli ultimi anni grosse somme impegnandosi a risolvere questo problema. Altra grande spina nel fianco di questa smisurata città è quella della “vasura” cioè la spazzatura, che viene depositata in discariche a cielo aperto, in una infernale ”ciudad de la vasura” (città della spazzatura) che si trova nelle vicinanze dell'aeroporto. In attesa di una soluzione, assai difficile da trovare, migliaia di pepenadores, cercatori di spazzatura, vivono ogni giorno cercando in mezzo a queste masse di rifiuti qualcosa di utile da recuperare o da rivendere.

L’economia: agricoltura, allevamento, pesca

A partire dagli anni Cinquanta il Messico ha realizzato un notevole potenziamento delle proprie strutture produttive, collocandosi tra i primi Paesi in via di sviluppo dell'America Latina. La sua economia è di tipo misto, in quanto assai consistenti sono gli interventi e i controlli dello Stato. Grazie al forte impegno statale sono state realizzate importanti infrastrutture ed opere idrauliche, che hanno consentito il decollo industriale. Questo è stato possibile anche per il consistente contributo degli Stati Uniti, con i quali il Messico intrattiene intensi rapporti commerciali e dai quali continua a ricevere notevoli aiuti finanziari. Nonostante la crescita rilevante, il Messico presenta una situazione per molti aspetti " problematica, con tassi di disoccupazione e d'inflazione elevatissimi e forti squilibri sociali ed economici, in relazione sia alle regioni sia ai settori produttivi. Nelle campagne, ad esempio, il reddito rimane bassissimo, l'analfabetismo e la mortalità infantili sono notevolmente elevati.
L'agricoltura occupa ancora un posto di rilievo nell'economia messicana; assorbe infatti il 28% della popolazione attiva. La riforma agraria ha abolito il latifondismo, distribuendo circa la metà delle terre coltivabili alle comunità di villaggio (ejidos) e a piccoli proprietari; tuttavia le terre più fertili del Paese sono rimaste nelle mani di pochi grandi proprietari che, grazie ai loro capitali, possono utilizzare tecniche produttive più avanzate ma mantengono i contadini in una situazione di sfruttamento assoluto. Pagati spesso non in denaro, ma con buoni acquisto, sono obbligati a spenderli in spacci interni all'azienda, gestiti dagli stessi proprietari. L'agricoltura è in larga misura di pura sussistenza e dà redditi bassissimi. Colture prevalenti per il consumo interno sono quelle del mais, dei fagioli, del frumento, dell'orzo, dell' avena, del sorgo e del riso. Fra le piante industriali notevole peso hanno quelle delle fibre tessili (cotone e sisal, le agavi per la produzione di bevande (tequila e pulque). La canna da zucchero, il caffé, il cacao, i frutti tropicali e gli ortaggi sono in gran parte esportati. Il Messico dispone di un buon patrimonio boschivo (21,4% del territorio), da cui si ricava legname pregiato: mogano, ebano, sandalo, cedro, legno di rosa. La notevole estensione dei prati e dei pascoli (38% del territorio) consente un buon allevamento di bovini, ovini ed equini, praticato principalmente nelle «tierras frias». La pesca ha i centri principali sul Golfo della California. Il pescato (gamberi giganti, acciughe, sardine e tonni) è in buona parte esportato.

L’economia: risorse minerarie e industrie

Il Paese è tra i massimi produttori di argento, piombo, zinco e zolfo, ma possiede anche oro, rame, ferro, antimonio, molibdeno ecc. Oltre ai giacimenti di carbone, importanti sono quelli di petrolio e di gas naturale, il cui sfruttamento, insieme alla buona disponibilità di energia idroelettrica, ha consentito l'avvio dell'industrializzazione. Negli ultimi decenni, infatti, le fortune minerarie del Messico si sono rinnovate con la scoperta di vasti giacimenti di petrolio nella fascia atlantica, che fanno di questa nazione il maggior produttore dell’America Latina e il quinto nel mondo, originando una forte industria chimica.
L'esportazione di greggio, inoltre, ha dato al Paese mezzi per svincolarsi, almeno in parte, dall'ingerenza pesante del capitale straniero. Accanto all'industria estrattiva, particolarmente importante per il Messico, nel settore secondario si sono sviluppate le industrie a questa collegate e quelle di trasformazione dei prodotti agricoli. Notevole impulso hanno avuto anche i settori siderurgico, meccanico, petrolchimico, chimico, tessile ed alimentare. Le industrie hanno i loro maggiori centri a Città del Messico e nel triangolo Monterrey-Saltillo-Monclova, nel Nord-Est.
La presenza straniera particolarmente nei settori automobilistico («Volkswagen», «Renault», «Datsun»), elettromeccanico ed elettronico («Philips», «General Electric») si spiega con i bassi costi della manodopera. La percentuale di occupati nel settore terziario è alta, ma si tratta di occupazioni poco produttive. In grande espansione il turismo, per le meravigliose attrattive naturali, archeologiche, balneari. Il governo messicano ha svolto una febbrile attività per stipulare accordi di libero scambio nell'ambito del Gruppo dei Tre (Messico, Colombia, Venezuela), dell'America Centrale istmica, e del Nordamerica (NAFTA). Il NAFTA gioverà molto al Messico del Nord, dove già in molte fabbriche manifatturiere di proprietà americana, poste proprio sul confine, operai messicani montano pezzi prodotti in USA a un decimo del costo di un lavoratore statunitense. C'è timore che si allarghi la povertà del Sud, dove la popolazione india è prevalente ed è a contatto con i focolai di guerriglia dell'America Centrale. L’esasperazione degli indios, che si battono anche per vedere riconosciuta la loro identità culturale, esplode ogni tanto in rivolte come quelle dell’esercito zapatista (dal nome di Emiliano Zapata, eroe, assieme a Pancho Villa, della rivoluzione del 1910).

Le principali organizzazioni economiche delle Americhe

Alla fine del 1992, i governi di Canada, USA e Messico hanno firmato il NAFTA (North American Free Trade Agreement = Accordo Nordamericano per il Libero Commercio), programmando di abbassare le barriere doganali entro il 2000. Si forma così un mercato di oltre 370 milioni di abitanti, dal Polo Nord ai Caraibi tropicali, aperto sui traffici dei due oceani: l'Atlantico, in contatto con il mercato comune dell'Unione Europea, e il Pacifico, oltre il quale vi sono il Giappone e alcuni piccoli Stati ad alta produttività e l'immensa Cina in rapido sviluppo.
Un accordo coraggioso, perché unisce due Paesi con oltre 20.000 dollari di reddito annuo pro capite a un Paese i cui abitanti ne hanno solo 3.400 di media. Potrebbe essere il primo passo verso una Comunità dei paesi americani. Ma c'è chi teme che esso dia via libera alle multinazionali, crei disoccupazione negli USA (per l'afflusso di altri lavoratori messicani) e occupazione mal pagata nel Messico. Un effetto del NAFTA sarà probabilmente un’ accresciuta specializzazione di alcune produzioni e attività nei tre Stati: legname nel Canada, cereali e carne negli USA, frutta e ortaggi nel Messico. Gli USA spostano verso sud le attività a maggiore contenuto di manodopera e si concentrano nelle nuove tecnologie. Di fronte al NAFTA, il Sudamerica ha cominciato a formare unioni economiche di gruppi di Stati, che prendono sigle diverse: Mercosur (Mercato Comune del Cono Sud), Mercato Comune Centroamericano, Patto Andino, Comunità dei Caraibi… Il Gruppo dei Tre (Colombia, Venezuela, Messico) può fare da collegamento con il NAFTA.

I problemi del Paese

Da quanto finora si è detto emergono i vari problemi del Messico. L'obbiettivo più importante è quello di avere un governo più efficiente, la cui politica economica sia finalmente capace di tradurre in reddito per gli abitanti le immense potenzialità naturali dell'agricoltura e del sottosuolo. Un secondo problema è costituito dal pesante indebitamento con l'estero, che non potrà essere assorbito senza una politica che limiti in modo molto severo le importazioni e i consumi. Un terzo problema è l'elevata natalità, che ormai da molti anni spinge i messicani delle campagne a tentare le avventure, entrambe rischiose, del trasferimento nella grande metropoli o quella dell'emigrazione, spesso clandestina negli Stati Uniti. Problema a sé è l'espansione, al limite del mostruoso, di Città di Messico: una città che detiene molti primati, oltre a quello del numero di abitanti, per esempio l'affollamento dei mezzi pubblici, la lentezza del traffico nelle ore di punta, l'inquinamento atmosferico, il frastuono, ecc. In altre parole, il problema di fondo con cui si deve misurare questo paese è di passare dal ruolo di nazione sottosviluppata (sia pure tra le più avanzati) a quello di moderno paese industrializzato. Il più grosso ostacolo al raggiungimento di questo traguardo è la costante carenza di capitali.

 

fonte: www.studenti.it/

 

 

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    Civiltà precolombiane tutto di tutto

 

Citta’ del Messico

 

La località e le attività possibili

 

Capitale dello Stato e capoluogo del Distretto Federale, Città del Messico conta 8.489.007 abitanti e 16.674.000 abitanti l'agglomerato urbano. È situata a 2.300 m sull'altopiano centrale, a nord-ovest del vulcano Popocatépetl.

Fondata nel 1325, pare sulle rovine della più antica Tenochtitlán, divenne ben presto la capitale dell'impero azteco. Fu scelta come capitale della Repubblica nel 1824. Occupata dagli Statunitensi (1847-48) e dai Francesi (1863), cadde in mano dei liberali nel 1867. Le rovine dell'antico sito azteco sono state portate alla luce nella Plaza Major e nella Plaza de Las Tres Culturas (con esempi di architettura azteca, barocca e moderna).

Sede di vescovato (dal 1530) e di università (dal 1551), conserva numerosi edifici del periodo coloniale, tra cui la Cattedrale (secoli XVI-XVII), chiese, conventi e palazzi per lo più in stile churrigueresco, ai quali si sono recentemente affiancati grandiosi edifici moderni, quali i Palazzi delle Belle Arti (Palacio de Bellas Artes) e della Pubblica Istruzione, il Palacio Nacional (sede del governo e degli uffici statali), la città universitaria (con coloratissimi murales che raffigurano la battaglia d'indipendenza e la rivoluzione messicana). Vi sono poi il Museo Nacional de Antropologia (1964), che raccoglie più di 60.000 reperti delle antiche civi ltà precolombiane, il Museo de Arte Moderno e il Templo Mayor. Ricordiamo infine il famoso Mercado de La Merced, da 400 anni il più grande mercato di tutte le Americhe.

La città è un grande nodo di comunicazioni ferroviarie, stradali e aeree (ha uno dei maggiori aeroporti dell'America del Nord), è inoltre il principale centro economico, finanziario e culturale del Paese.
Le industrie principali sono quelle del tabacco, tessili, cartarie, siderurgiche, metallurgiche, meccaniche, alimentari, chimiche, farmaceutiche, della gomma, petrolchimiche, grafico-editoriali, dei materiali da costruzione, del cuoio, calzaturiere e del vetro.

Nelle vicinanze:

Teotihuacan

Teotihuacán è un sito archeologico che contiene i resti della più antica città dell'emisfero occidentale, Teotihuacán, fondata poco prima dell'inizio dell'era cristiana e abitata fino al 700 d.C. circa.
Si trovano importanti resti di civiltà precolombiane. Già capitale dei Toltechi (dai quali però non fu costruita, ma da un popolo sconosciuto della stirpe dei Totonachi), la città ebbe il nome di Teotihuacan (che significa luogo di dio) dagli Aztechi quando la sottomisero. Alcuni dei monumenti rimasti sono la Piramide del Sole, uno dei più grandi edifici mai realizzati dagli indigeni americani, la Piramide della Luna e il Viale dei Morti, un'ampia strada di transito affiancata dalle rovine dei palazzi.
Il centro cerimoniale comprende numerosi edifici allineati ai lati del cosiddetto Viale dei Morti, tra i quali le piramidi del Sole (il più antico e più grande monumento di Teotihuacan) e della Luna. Uno dei complessi architettonici più imponenti, situato nella parte bassa della città, è la Cittadella, costituita da un vasto quadrilatero che racchiude per mezzo di alte piattaforme un cortile con al centro la piramide di Quetzalcoatl, ornata da bellissime sculture in pietra, raffiguranti il dio della pioggia Tlaloc e il serpente piumato fuoriuscente da una corolla di fiori. Notevole l'arte fittile di Teotihuacan, specie le splendide figurine e i vasti tripodi con coperchio, spesso decorati "ad affresco" policromo su un fondo di stucco.
La Calzada de los Muertos fu così chiamata per i cumuli di terra che ricoprivano le costruzioni disposte lungo la via ritenute tombe di re e sacerdoti. È una grossa arteria che taglia ortogonalmente il centro cerimoniale. Con una larghezza media di 45 m, il viale è lungo ca. 2 km dalla piazza della piramide della Luna, a nord, alla Ciudadela , a sud, e si prolunga ancora per alcuni chilometri a sud.
La Ciudadela è uno dei più imponenti complessi cerimoniali della città, conosciuta con l'improprio nome attribuitole dagli Spagnoli, che la credettero una città fortificata. L'enorme struttura, di forma quadrata di circa 400 m per lato, è formata da quattro piattaforme sopraelevate, sormontate da piccole costruzioni piramidali, disposte intorno a una vasta spianata centrale. Sul lato est sorge il Templo de Quetzalcóatl e Tláloc , formato da quattro corpi scalati, con una facciata di una ricchezza ornamentale inusuale e insuperata a Teotihuacan. Le alfardas che fiancheggiano la scalinata sono ornate di enormi teste di Quetzalcóatl (Serpente piumato), mentre al centro sono Serpenti piumati alternati a teste della divinità Tláloc. Anche i muri a talud sono ornati di rilievi raffiguranti Serpenti piumati e conchiglie marine.
La Pirámide del Sol è la più antica e la più imponente costruzione del centro cerimoniale, scavata e restaurata da Leopoldo Batres nel 1905-10. La costruzione, a pianta quasi quadrata (base di m 222 x 225), si dispone su una vasta spianata di m 350 per lato delimitata a nord, a est e a sud da un'ampia piattaforma (a sud-ovest, resti della casa de los Sacerdotes). La struttura piramidale è formata da cinque basamenti scalati con muri a talud, che raggiungeva probabilmente i 75 m con il tempio della piattaforma superiore, altezza mai superata da edifici preispanici conosciuti.
La Piramide della Luna , all'estremità settentrionale della Calzada de los Muertos e con il Cerro Gordo alle spalle, è il più rilevante monumento del centro cerimoniale dopo la piramide del Sole. L'imponente costruzione (base di m 140 x 150 e altezza di ca. 45 m) è formata da quattro basamenti scalati con muri a talud e tablero. I primi tre basamenti sono interrotti al centro dalla scalinata monumentale, fiancheggiata da alfardas.
Al Palacio de Quetzalpapálotl si accede per una scalinata, ornata di una colossale testa di serpente, che termina in una sala porticata. Esso fu portato alla luce a partire dal 1962 e in parte ricostruito. L'edificio, probabilmente residenza di un importante sacerdote, deriva il nome dai bassorilievi di animali mitologici che decorano i pilastri di tre delle gallerie del patio centrale, intorno al quale si aprono diverse sale, mentre quelli della galleria ovest sono ornati da rilievi raffiguranti forse dei gufi.
A ovest del palazzo, si trova il Palacio de los Jaguares contenente pitture murali ben conservate, che danno il nome all'edificio, raffiguranti giaguari ornati di piume in atto di suonare uno strumento musicale.
Accessibile dal grande cortile del Palacio de los Jaguares , vi è il Templo de los Caracoles Emplumados , un piccolo tempio eretto su un semlice basamento a talud-tablero che deve il nome alla bella decorazione a rilievo di conchiglie ornate di piume, cui si aggiungono uccelli tropicali e, sui pilastri laterali, fiori a quattro petali.

 

fonte: www.turismosolidale.it/

 

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    Civiltà precolombiane tutto di tutto

 

Scoperta dell’America-
Scoperta dell’Altro

 

 

 

 

 

 

La scoperta dell’America

La conquista

L’incontro con il selvaggio

La scoperta dell’altro

Evoluzione del termine “selvaggio”

La scoperta dell’America dal punto di vista di chi l’ha subita

 

 

Alcune precisazioni

 

 

La scoperta dell’Altro da parte dell’Io si esplica in molteplici diramazioni, infatti:

 

  1. I termini ALTRO ed IO possono interagire fino a momenti d’identificazione: posso scoprire un altro dentro di me nel momento in cui colgo nella mia interiorità elementi d’estraneità
  2. nel tentativo di circoscrivere la questione decidiamo di parlare degli altri in riferimento alla nozione di gruppo sociale-culturale di appartenenza. Entro questo ambito possiamo notare che l’esperienza dell’ALTRO diventa, per l’IO, occasione per una nuova esperienza della propria identità, secondo varie modalità che possono coesistere (messa in crisi-forte difesa- forte riconferma).
  3. L’ALTERITA’ indica ciò rispetto a cui si costituisce in modo concreto l’IDENTITA’: solo l’esperienza di un “fuori-di-me” mi consente di accedere pienamente alla concretezza.

 

    • La percezione che gli Iberici ebbero degli Indiani successivamente alle scoperte geografiche è una questione storico-culturale che ci dà modo di ampliare ed elaborare questo tipo di ricerca. Infatti, ciò che rende interessante, da questo punto di vista, la scoperta dell’America è il fatto che si tratta dell’incontro più straordinario della storia europea, un incontro le cui conseguenze hanno contribuito a saldare e connotare in modo forte quella condizione storica di modernità di cui siamo tutti discendenti.
    • Le civiltà del mondo esterne all’Europa non erano completamente sconosciute agli Europei; infatti, tra mondo antico e medievale gli Europei hanno avuto modo di entrare in contatto con popolazioni dell’India, della Cina….La novità delle scoperte tra XV e XVI secolo consiste nel fatto che tutti questi mondi cessano di essere universi separati ed entrano a far parte di un unico sistema mondiale.

 

    • L’esame storico della questione viene condotto a partire da un punto di vista preciso, e cioè quello dei vincitori, di coloro che hanno conquistato e dominato attraverso un atteggiamento aggressivo ed imperiale. Questa considerazione ci permette di ragionare, al di là della contingenza dei fatti di cui si sta parlando, intorno ad una questione generale della conoscenza storica, e cioè quella della cosiddetta “oggettività” dell’indagine intorno agli eventi ed alle problematiche.
    • Il primato nell’incontro con le popolazioni americane lo hanno i regni di Castiglia e di Portogallo: il dato non è irrilevante. Stiamo infatti parlando di paesi che hanno costruito la loro identità nazionale nello scontro con islamici ed ebrei collegando l’incontro con l’altro soprattutto allo spirito di crociata.

 

 

Alcune date segnano le tappe dell’apertura esterna degli Europei:

 

  • 1487   B.Diaz             Capo di Buona Speranza
  • 1492   C.Colombo      Americhe
  • 1919   F.Magellano     Circumn.del mondo

Si tenga presente che la potenze europee che per prime incontrano i nuovi popoli del continente americano sono le stesse che hanno costituito la propria identità culturale sullo scontro con islamici ed ebrei.
In particolare per Spagna e Portogallo lo scontro con il mondo islamico presenta modalità di vario genere: se da un lato è indubbiamente forte il fattore religioso-culturale, dall’altro è decisivo anche il fattore economico. Si avverte la mancanza dell’oro. E l’Africa, che fin dal mondo antico è fonte di approvvigionamento vede la pesante concorrenza dei paesi islamici . Inoltre la caduta di Bisanzio del 1453 segna l’inizio di un’epoca di forte espansione economico-territoriale dell’Impero Turco, con conseguenze negative, per gli occidentali, relativamente alla percorribilità delle vie commerciali tradizionali con il mondo asiatico.Il Portogallo è un paese piccolo, con scarse prospettive di sviluppo economico legato all’agricoltura ed alla pastorizia, deciso nella difesa della sua autonomia dalla Spagna e proiettato ad uno sviluppo sul mare. Centrale, a questo proposito, è l’azione politica della dinastia degli Avis. ed in particolare di Enrico il navigatore (I metà del ‘400) che lega la sua azione di governo allo sviluppo della marina. La spinta espansionistica è soprattutto centrata sulla ricerca della via per la circumnavigazione dell’Africa al fine di raggiungere agevolmente le Indie. Si tenga presente che l’Africa sub-sahariana era sconosciuta (cfr. narrazioni diffuse nel Medioevo relativamente al regno cristiano del Prete Gianni).
Si sviluppa un vero e proprio impero portoghese in India. Si tratta di un impero con basi commerciali fortificate , la cui edificazione avviene via via anche grazie alla legittimazione pontificia.
L’attività economica è fondata soprattutto sul traffico di schiavi, oro, avorio, spezie…Dal 1510 c. Goa diviene il centro di questo insediamento
Con la conquista di Ceuta (1415) comincia la penetrazione portoghese in Africa. A metà del secolo viene creato l’emporio di Arguin per l’organizzazione del traffico di oro e di schiavi. ( sviluppo della Costa degli schiavi nella zona delimitata dal Voga e dal delta del Niger)
Una bolla pontificia del 1454 consente la riduzione in schiavitù di genti pagane purché finalizzata alla loro educazione e conversione. Dalla fine del ‘500 gli schiavi vengono inviati nelle Americhe con un traffico regolato dal sistema dell’Asiento (monopolio dei traffici concesso dagli Spagnoli).

 

 

 

La Scoperta dell’America

 

civiltà precolombiane

 

 

 

Aprile 1492 - Capitolazioni di Santa Fe’ (autorizzazione a Colombo per la messa in atto del progetto di esplorazione ad occidente)
Le convinzioni di Colombo sulla fattibilità del viaggio si basano su di alcuni fattori:

  1. lettura del Milione di Marco Polo
  2. dissertazione del Cardinale D’Ailly sulla sfericità della Terra
  3. teoria di Toscanelli
  4. valutazione (errata) della circonferenza della terra intorno ai 30.000 km (e non 40.000)

San Salvador (arcip. Delle Bahamas) viene raggiunta il 12 Ott. 1492
Amerigo Vespucci compie un viaggio (1499-1502) nel corso del quale comprende la vera identità del nuovo continente, e nella lettera “Mundus Novus” del 1503, dà l’annuncio della sua scoperta. Per questo motivo il geografo tedesco Waldseemuller, in una carta del 1507, propone di denominare America le nuove terre scoperte.

Il viaggiare di Colombo è legato fortemente all’idea di redenzione religiosa dei popoli. Egli stesso, in qualche occasione, non manca di rilevare il carattere profetico del suo nome: Cristoforo, “Christum Ferens”. Da non dimenticare, inoltre, l’influenza della visione escatologica di Gioacchino da Fiore.

 

Le fasi dell’espansione europea:

  • esplorazione
  • invasione
  • conquista
  • colonizzazione

 

 

La conquista

  1. Conquista di Cortez dal 1519. La spedizione parte da Cuba e trova la sua realizzazione nella conquista e distruzione del potere degli Aztechi. Divenuto governatore del nuovo territorio, Cortez chiede l’invio di missionari per estirpare gli antichi culti.
  2. Pizarro dà il via alla conquista del Perù intorno al 1532. L’impero Incas , fondato intorno al 1000 da Manco Capaz, ha come capitale Cuzco, sede del Tempio del Sole. Dopo la distruzione dell’impero buona parte della popolazione indigena viene asservita nel lavoro coatto delle miniere. Tentativo di insurrezione indipendentistica , capeggiata da Tupac Amaro che viene catturato ed ucciso nel 1571.

 

E’ possibile parlare in modo semplice di scontro tra due culture? Si tenga presente che gli iberici non sono più di 10.000 a fronte di indigeni il cui numero si aggira tra i 50 ed i 100 milioni. Le forme della penetrazione presentano modalità diverse a seconda del tipo di organizzazione politico-militare della popolazione indigena. Gli iberici sono abili nel realizzare alleanze con gruppi contro altri e a far esplodere i contrasti, a loro favore. Si tenga poi presente che fino a metà del XVI secolo non si registra una sostanziale trasformazione dell’assetto sociale del mondo indigeno.
Si può parlare di passaggio dalla fase della semplice invasione alla vera e propria conquista e poi colonizzazione in occasione del crollo demografico delle popolazioni indios.( qualche cifra: da 21 milioni a 5 nella zona del Messico) e della costituzione di nuove forme di insediamenti urbani.
Già sul finire del ‘400 emerge la questione dei diritti di insediamento delle potenze iberiche nei nuovi territori. E’ del 1494 il Trattato di Tordesillas (Alessandro VI).A Siviglia nasce la Casa de Contractation che regola gli spostamenti e le attività commerciali con il nuovo mondo. Viene poi costituito un Consiglio delle Indie a cui sarà sottoposta la casa de Contractation. Per quanto concerne il controllo del centro sulla periferia ricordiamo    l’istituzione delle audiencias (organismi collegiali di controllo). A partire, poi, dal 1535 vengono nominati i vicerè che sono posti a capo di una fitta rete di esercizio del potere, su modello spagnolo.

 

L’incontro con il “selvaggio”

 

Potremmo dire , parafrasando una frase dello studioso Lévi-Strauss, che il “selvaggio” è innanzitutto l’uomo che crede nei “selvaggi”.
Fantasie popolari sugli “uomini nuovi” emergono fin dai tempi di Plinio il Vecchio (I sec. D.C.). Le idee che circolano parlano di uomini senza testa, con occhi e bocca sul petto, deambulanti sulle braccia..Si parla dell’esistenza del mondo degli Antipodi caratterizzato da un modo di vivere rovesciato.
All’atto della scoperta il continente americano è popolato da una moltitudine di popolazioni che hanno raggiunto un diverso livello di sviluppo per quanto riguarda i mezzi di sussistenza e l’organizzazione sociale. Anche se variegato e spesso segnato da forti contrasti si trattava comunque di un mondo per molti aspetti equilibrato, soprattutto per quanto concerne la relazione uomo-ambiente.
La distribuzione sul territorio può essere così esemplificata.:

  • Indiani del nord-ovest/ Caribi delle Antille (nomadismo- struttura organizzativa elementare- caccia e pesca)
  • Irochesi dei grandi laghi/ Arawak dell’Amazzonia (sedentari- agricoltura: mais e manioca)
  • Imperi Maya,Incas,Aztechi (sviluppo sociale, tecnologico avanzati)

L’invasione europea costituisce un vero e proprio collasso segnato dalla sterminio delle popolazioni e dalla distruzione di culture, tecniche, strutture organizzative, modelli produttivi ed alimentari.
Il disastro demografico che vede la scomparsa di milioni di persone nel giro di un secolo può essere ricollegato ad innumerevoli fattori (sui quali gli storici ancora dibattono):

  • La pratica del massacro
  • L’azione naturale dei microbi
  • La riduzione in schiavitù con il conseguente sconvolgimento di modelli di vita preesistente
  • I nuovi rapporti economici che annientano l’equilibrio tra bisogni e produzione

Scrive in proposito G.Gliozzi :” Alla vivace tendenza espansionistica del nascente capitalismo europeo….per affamare i loro oppressori.” (da “La scoperta dei selvaggi”)
Una volta descritto l’evento della distruzione delle civiltà precolombiane si tratta di domandarsi quale coscienza ebbero di tutto ciò i coloni, i missionari, gli uomini di cultura europei e , soprattutto, quale immagine si costruirono delle popolazioni che venivano da loro assoggettate e annientate.
Fin dai primi anni della conquista spagnola si profila un atteggiamento di rifiuto quasi completo e di misconoscimento della piena umanità nei confronti delle popolazioni indigene.
La scoperta stessa di Colombo introduce la nozione di selvaggio: infatti le osservazioni del navigatore e dei suoi collaboratori diventano presto oggetto di divulgazione e contribuiscono a generare convinzioni generali.
La coscienza degli Europei , impegnati in un’opera sempre più sistematica di rapina delle risorse del nuovo continente, viene tacitata dall’immagine dell’americano come essere bestiale, rozzo, incivile, che, come sostiene ad esempio il domenicano Domingo de Betanzos in una relazione destinata al Consiglio delle Indie (1528) meritano, per volere di Dio, una rapida estinzione.
Naturalmente accanto a posizioni di questo tipo troviamo anche un atteggiamento più prudente e possibilista, come quello del papa Paolo III che, nell’enciclica “Sublimis Deus” del 1537 dichiara che gli indios sono umani a tutti gli effetti e che , proprio per questo devono essere ammaestrati alla vera fede. Si tratta di un’opera di inclusione degli stessi entro un universo culturale e religioso ritenuto valido in sé: per questo motivo la posizione per così dire “moderata” può essere ancora collocata nell’ambito del rifiuto della differenza.
Gli indios americani vengono chiamati selvaggi dagli europei , in quanto “abitanti delle selve”, cioè vengono equiparati alla natura e non riconosciuti come portatori di cultura ( legati cioè al determinismo della natura piuttosto che alla libertà della storia e della civiltà). Quali considerazioni stavano alla base della presunta superiorità” degli europei?

  • Gli europei professano la vera fede
  • Gli europei possiedono navi , armi da fuoco e vestiti
  • Gli europei si fanno crescere la barba
  • Gli europei conoscono il valore dell’oro
  • Gli europei hanno lingue complete (mentre le lingue americane non conoscono alcuni suoni quale effe,erre,elle)

(queste considerazioni sono indicate nel testo “Historia de la Provincia de Sancta Cruz di Pedro Magalhaens de Gardavo)

 

La Scoperta dell’Altro

 

Lo studioso russo Tzvetan Todorov affronta il problema del viaggio di Colombo non tanto da un punto di vista storico, quanto antropologico. Egli esamina gli scritti del navigatore (diari, lettere, rapporti…) per comprendere le sue idee degli indiani, al momenti dei primi incontri. L’atteggiamento di Colombo, ciò che egli nota degli indigeni, il suo stesso modo di osservarli sono dati altrettanto indicativi di una esperienza della differenza ma anche del non riconoscimento.
“Colombo parla degli uomini che vede solo perché dopo tutto fanno parte anch’essi del paesaggio………..” (da Todorov- La scoperta dell’altro”)
In forza di queste convinzioni si fa strada la perplessità sull’effettiva umanità degli indios, una perplessità che produce dubbio sulla presenza in essi di sentimenti, capacità intellettive e morali simili a quelle degli europei.
Su questo tema nasce una polemica tra il domenicano Las Casas e l’umanista spagnolo Sepulveda, autori , rispettivamente, della Apologetica Historia (1550 c.) e del Democrates secundus de iustis belli causis (1547) .
La posizione di Las Casas consiste in un’appassionata difesa degli indios visti come genti dotate di virtù quali la semplicità, la purezza, la docilità, il candore, l’innata fiducia nel prossimo… Essi vengono in un certo senso visti come esempio di un’umanità originaria, non ancora corrotta dalle brutture della storia e per questo vicina a Dio. La posizione dell’antagonista, fondandosi sulla teoria aristotelica dell’esistenza di una gerarchia naturale tra gli esseri, consiste invece in una dura e violenta requisitoria che sottolinea le differenze profonde tra selvaggi ed europei, fino a definire i primi “homunculi” e giunge a giustificare le stragi compiute ai loro danni perché compiute in nome della fede e contro popoli non civilizzati.
Una prima valutazione della disputa potrebbe condurre alla contrapposizione tra un Sepulveda francamente razzista ed ostile a qualsiasi esperienza di alterità e un Las Casas collocabile su posizioni diverse. In realtà, come invita a fare Todorov nel suo scritto “La scoperta dell’Altro”, le due posizioni contengono un’indisponibilità di fondo all’accettazione dell’altro: in un certo senso questa indisponibilità si fa particolarmente forte, contro ogni aspettativa, proprio in Las Casas. Infatti mentre Sepulveda, pur con tutto il suo odio e la sua avversione per gli indios, dimostra per lo meno di percepire una loro diversità, Las Casas li accetta ma con un chiaro atteggiamento assimilazionista. Con la conseguente indisponibilità ad accoglierli nella loro libertà ed originalità culturale.
Possiamo dunque ritenere che entrambi gli autori siano rappresentativi di una indisponibilità ad accettare l’”altro” in quanto tale, senza porre gerarchie o demonizzazioni. In effetti questa indisponibilità si coniuga con quel sentimento di paura del demoniaco che già in Europa si sta sviluppando. Scrive Delumeau nella sua “Storia della paura in Occidente”:
“ I missionari e l’élite cattolica nella sua maggioranza aderiscono alla tesi espressa da Padre Acosta: dalla venuta di Cristo e l’espansione della vera religione nel Mondo Antico, Satana si è rifugiato nelle Indie…..in America , prima dell’arrivo degli Spagnoli, egli regnava come padrone assoluto”
I teologi fanno riferimento all’idolatria degli indios considerandola l’inizio e la fine di tutti i mali. Questa idolatria non viene interpretata (e dunque in parte assolta) come una forma di religione naturale, se non da pochi come Las Casas il quale la depenalizza fino a vederla come consustanziale all’uomo dallo stesso Montaigne che prende le difese delle civiltà precolombiane. Nell’epoca in cui trionfa il progetto di estirpazione radicale dell’idolatria diventa sospetto anche l’atteggiamento di chi assume una certa tolleranza nei confronti degli usi e costumi degli indios.
“In Perù Francesco da Toledo , viceré dal 1569 al 1581, si fa campione in quest’area del Nuovo Mondo della lotta contro l’idolatria. Egli stesso, gli uomini di legge e i teologi che lo circondano ritrovano e radunano tutti gli argomenti inventati dalla scoperta dell’America per giustificare la conquista di infedeli non assoggettati ed il saccheggio dei loro tesori: gli Incas hanno peccato contro il vero Dio obbligando le popolazioni ad adorare degli idoli, chiudendo loro così la strada della salvezza.”
Il rifiuto della diversità culturale degli indios si concretizza da un lato nella persecuzione condotta nei confronti di coloro che ostinatamente rimangono legati alle antiche tradizioni religiose, e dall’altro nella pianificata distruzione dei segni tangibili del culto precristiano.
“Fin dal 1525 il francescano Martin de la Coruna distrusse tutti i templi e gli idoli di Tzintzuntzan, la città santa del Michoacan. Un altro francescano , Pietro di Gand, dichiara nel 1529 che la sua grande occupazione con i suoi allievi consiste nell’abbattere gli edifici e gli oggetti religiosi indigeni. Nel Luglio 1531 Zumarraga, primo vescovo del Messico, calcola che dall’inizio della conquista sono stati distrutti nella Nuova Spagna più di 500 templi e di 20.000 idoli”
Notiamo dunque che la politica della tabula rasa costituisce fin dall’inizio la linea di condotta spagnola in America. E per rendere sempre efficace questo tipo di azione vengono istituiti a partire dal XVII sec. dei tribunali che per certi aspetti ricordano quelli dell’Inquisizione funzionanti in Europa. e delle case di pena per pagani impenitenti (es. la casa de Sancta Cruz a Lima)

La distruzione di un mondo storico e l’evoluzione dell’idea di “selvaggio”

 

Le civiltà precolombiane furono distrutte dalla conquista. Si tratta di una distruzione legata non solo all’esercizio diretto della violenza, ma anche all’indifferenza , quando non addirittura dall’avversione , verso forme diverse di civiltà o, più semplicemente, dall’ignoranza.
La disputa su selvaggi si gioca,dunque, tutta sull’alternativa :Buoni_Cattivi. Quindi si tratta di un giudizio che parte da un modello precostituito. Il primo ad accettare, invece,l’ottica del diverso è il filosofo francese Montaigne, il quale colloca il costume nella sfera della grande variabilità dei comportamenti umani: misurare i costumi altrui sulla base dai nostri significa ignorare questa elementare verità e ridurre a barbaro tutto ciò che non corrisponde al nostro modo di comportarci.
Dopo Montaigne la riflessione sul selvaggio assume un connotato di variabilità rispetto alla pura e semplice condanna dei primi decenni del XVI secolo. Si comincia a riconoscere una certa autonomia di soggetto indipendente anche se permangono prese di posizione come quella di Giuseppe Acosta che nella Historia naturale e morale delle Indie del 1589 utilizza una quantità di dati oscillanti tra lo storico ed il mitologico per dimostrare che gli uomini del Nuovo Mondo sono simili agli antichi greci e romani. Il selvaggio comincia ad essere collegato con l’umanità degli albori del mondo, mentre viene sempre più accettata la “teoria dei 4 stadi”. Man mano che si sviluppa la cultura illuminista il selvaggio viene equiparato agli albori della storia dell’umanità e viene visto come modello di purezza e semplicità che deve addirittura ispirare un processo di rinnovamento del mondo.

 

A questo proposito ricordiamo alcuni scritti:

Rousseau:     Discorso sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini
Voltaire   :   Conversazioni tra un selvaggio ed un baccelliere
Diderot    :   Supplemento al Viaggio di Bouganville

Il selvaggio in queste opere non è più l’uomo naturale, ferino, ma appartiene ad una società che è in equilibrio tra”la stupidità dei bruti e i lumi funesti dell’uomo civile”Da questo punto di vista il selvaggio, che vive in un mirabile equilibri di natura e cultura, viene utilizzato come espediente culturale per condurre una critica alla società presente e per fondare un progetto di rinnovamento della società.
Ma ancora una volta viene accantonato l’interesse per uno studio della specificità della sua dimensione culturale e storica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA "SCOPERTA" DELL'AMERICA, DAL PUNTO DI VISTA DI CHI L'HA SUBITA

LO SGUARDO DEGLI SPAGNOLI SULL'AMERICA
Il progetto di Colombo è assimilazionista, egli vuole ricondurre gli indigeni alla cultura spagnola, con le stesse usanze, le stesse tradizioni, convinto che questa sia per loro la cosa migliore.
Quando alla pace subentra la guerra, il suo atteggiamento passa rapidamente dall'assimilazionismo allo schiavismo, sottolineando l'inferiorità degli indigeni, e considerandoli come oggetti viventi di cui disporre a piacimento.
Il trattamento peggiore era riservato alle donne che venivano sfruttate dagli spagnoli e che subivano ogni genere di violenze e di umiliazioni.
Gli indigeni, nonostante fossero in numero assai maggiore degli spagnoli, vennero sconfitti da questi ultimi per cinque principali motivi motivi:

  1. Il comportamento ambiguo ed esitante di Moctezuma, capo degli aztechi, che non oppone resistenze, si lascia imprigionare, cede il potere per evitare spargimenti di sangue, addirittura si dichiara pronto a convertirsi al cristianesimo.
  2. L'arrendevolezza degli indios per la mancanza di comunicazione fra di loro al momento dell'arrivo degli stranieri.
  3. La strategia politica che porta Cortès a sfruttare i dissensi interni guadagnandosi l'appoggio dei popoli sottomessi agli aztechi.(ad esempio i Tlaxaltechi si alleano agli spagnoli per liberarsi dal giogo imposto loro dagli aztechi; ma in seguito Cortès non apparirà più come liberatore, ma come un tiranno ben più crudele di Moctezuma).
  4. La superiorità degli spagnoli data dalle armi da fuoco; inoltre gli aztechi non conoscevano la lavorazione dei metalli e non avevano a disposizione i cavalli.
  5. Le malattie mortali e sconosciute agli indigeni, portate dagli spagnoli.

Ciò che ha contribuito maggiormente a far sì che i conquistatori distruggessero le società messicane è stata la facilità con cui essi sono passati dal comprendere al prendere e dal prendere al distruggere. Questo non vuol dire che gli spagnoli detestassero gli aztechi, anzi lo stesso Cortès descrive nei suoi scritti con molta ammirazione le loro città e le loro usanze paragonandole a quelle spagnole (ciò nonostante, tutto è stato annientato).

COME AVVIENE UN GENOCIDIO
In seguito ad alcune ricerche si è potuto affermare, anche se non con assoluta sicurezza, che la società indigena all'inizio della conquista contava circa ottanta milioni di persone, mentre cinquanta anni dopo ne rimanevano solo dieci milioni.
Le principali cause di questo genocidio sono da ricercare sia nell'uccisione diretta, tanto durante le guerre quanto in altri casi, sia nell'alta mortalità causata dalle malattie.
Ci sono molti racconti, fra i quali quelli di Las Casas, in cui si parla di bambini gettati in pasto ai cani e divorati di fronte alle madri; di operai maltrattati dai loro capomastri perché non raccoglievano abbastanza oro; di indigeni massacrati solo per provare se le spade erano abbastanza affilate; di donne mutilate e impiccate con appesi alle caviglie i propri figli.
Particolarmente dure erano le condizioni di lavoro imposte dai conquistadores, specialmente nelle miniere. Il loro desiderio di arricchirsi era tale che non si preoccupavano minimamente della salute degli operai. Per quanto riguarda le malattie queste fecero sicuramente più vittime tra gli indigeni perché non erano conosciute ed essi, privi di specifiche difese immunitarie, erano molto più vulnerabili, essendo deboli per il lavoro e stanchi della vita. Tutto questo provocò anche una diminuzione di natalità, non solo perché i neonati morivano subito, dato che le madri non avevano abbastanza latte, ma anche le stesse donne abortivano o li affogavano per la disperazione.
Tutta questa crudeltà può essere spiegata con il prepotente desiderio di arricchirsi che animava i conquistatori, ma rimane anche il fatto che gli spagnoli provavano quasi piacere nel dare la morte; inoltre il fatto di essere lontani dalla legislazione e dal potere centrale, aumentava la loro libertà d'azione.
LA DISCUSSIONE SULL'INFERIORITA' DEGLI INDIGENI
Alla base di tutto vi era comunque l'idea dell'inferiorità degli indigeni, e su questo punto si sviluppò all'epoca un ampio dibattito. Il giurista regio P.Rubios scrisse il "Requirimento" con il proposito di dare una base legale alla conquista ed esso doveva essere letto pubblicamente agli indigeni per spiegare loro che quella terra era stata data in dono dal papa agli spagnoli.
Peccato che questa lettura avvenisse in una lingua sconosciuta agli indigeni e che questi non potessero ribattere nulla.
Il dibattito tra i sostenitori dell'eguaglianza e dell'ineguaglianza raggiunse il suo apice nella controversia di Vallaloid nel 1550, dove si scontrarono Las Casas e Sepulveda. Quest'ultimo basa le sue affermazione sul fatto che la gerarchia sia lo stato naturale della società umana, e come il corpo deve essere sottomesso all'anima, la donna all'uomo, il figlio ai genitori, così anche la schiava al padrone.
Sepulveda aggiunge che gli indigeni sono inferiori per natura perché praticano il cannibalismo, i sacrifici umani e ignorano la religione cristiana, quindi gli spagnoli hanno il diritto, anzi il dovere, di imporre loro ciò che è bene, senza, preoccuparsi del loro punto di vista. Al contrario, Las Casas difende gli indigeni, dichiarando che il sacrificio umano è la forma più alta di devozione perché si dà alla divinità ciò che di più caro si possiede. Egli non si pronuncia mai né contro la sottomissione né contro la colonizzazione, ma dice che entrambe devono essere gestite diversamente, tramite un'azione pacifica, sostituendo i religiosi ai soldati.
Più volte Las Casas tentò anche di mettere in pratica questo suo progetto, ottenendo però scarsi risultati. Nonostante questa sua posizione favorevole alla causa indiana, egli rimase pur sempre soggetto all'ideologia del suo tempo. Un esempio è il diverso comportamento che assunse nei confronti dei neri non opponendosi alla loro schiavitù.
Un altro personaggio che giocò un ruolo importante nella causa a favore degli indigeni fu Sahagun. Egli nacque in Spagna nel 1499, entrò nell'ordine dei francescani e, trentenne, andò in Messico dove rimase fino alla morte. La sua attività fu quella di letterato, divisa tra insegnamento e scrittura. Imparò la lingua del posto, il nahuatl, cosa abbastanza insolita, e diventò professore di grammatica latina nel collegio francescano di Tlatelolco, destinato all'élite messicana, raggiungendo ottimi risultati.
SAHAUGUN E DURAN
Fu autore di numerosi scritti, essenzialmente di due tipi, che ci fanno capire il suo ruolo di mediatore tra le due culture: quelli che presentano agli indigeni la cultura cristiana, quelli che descrivono agli spagnoli la cultura nahutal. Spesso venne ostacolato in questa sua attività, o perché gli vietarono di scrivere, o perché gli sottrassero con l'inganno i suoi libri. La sua principale opera è Historia general de las cosas de la Nueva Espana nella quale, per facilitare l'espansione del cristianesimo, descrive in modo particolareggiato l'antica religione messicana.
In quest'opera, composta da dodici libri, si è servito di tre mezzi espressivi: il nahutal, lo spagnolo, il disegno. Infatti dapprima l'opera venne scritta in nahuatl, poi in spagnolo. Nel testo si limita alla semplice descrizione, utilizzando la tecnica letteraria del distanziamento, ma vi sono anche dei prologhi, delle avvertenze, delle digressioni che fungono da cornice, dove egli inserisce le proprie riflessioni con riferimento alla Bibbia.
Talvolta si allontana anche dal fine dichiarato dell'evangelizzazione, perdendosi in descrizioni di vicende naturali o leggende che non riguardano minimamente il cristianesimo.
Sahaugun ritenne che il risultato finale della conquista fosse negativo perché aveva calpestato e distrutto un'intera società; il suo sogno era infatti la creazione di uno stato cristiano e messicano allo stesso tempo, e per questo motivo egli venne condannato dalle autorità.
Va inoltre ricordata anche l'opera di Diego Duran che appartenne all'ordine dei domenicani e, nato in Spagna, da giovanissimo andò ad abitare in Messico. Formatosi internamente alla cultura indigena, ma senza abbandonare le idee cristiane.
Duran viene ad essere ambivalente. Egli è anche un evangelizzatore convinto, il quale crede che per imporre la religione cristiana sia necessario estirpare completamente il paganesimo; ma quest'ultimo può essere eliminato solo dopo averlo attentamente studiato. In base a questa convinzione egli critica il comportamento dei preti che generalmente si accontentano di conoscere superficialmente la lingua locale; se invece si comprende a fondo una lingua, si capisce meglio la cultura del popolo che la parla, e non si rischiano interpretazioni fallaci. Da questo deriva la condanna di coloro che hanno bruciato i libri indigeni perché, agendo in tal modo, hanno reso più difficile il lavoro di comprensione.
Gli indigeni, anche nel loro vivere quotidiano, seguono il loro rituale, e con il pretesto di onorare Dio e i santi, onorano le loro divinità e introducono nel nostro cerimoniale i loro riti.
Duran vede tali somiglianze tra gli europei e gli indigeni per usanze e costumi e in campo religioso, da ritenere che lo stesso San Tommaso, prima degli spagnoli, fosse giunto tra loro e li avesse evangelizzati.
Duran condivide il modo di vita del popolo indigeno, partecipa alle sue privazioni e alle sue difficoltà. Scrive la storia degli aztechi e della loro religione. Anche nel racconto Duran conserva la sua ambivalenza, mettendo quasi sullo stesso piano Dio e le divinità indiane.
Questa ambivalenza è il prezzo del missionario: per capire bisogna inserirsi in una civiltà fino quasi a diventare come uno dei suoi appartenenti.
GLI AZTECHI
Gli aztechi entrarono nella valle dell'Anahuac, corrispondente alla parte centrale dell'attuale Messico, durante il 1100. per circa due secoli, il loro dominio fu caratterizzato dalla formazione di varie città-stato come Tlacopan e Tenochtean. Con l'andare del tempo la struttura interna dell'impero venne ad assumere una più precisa fisionomia, nettamente differenziata dal tribalismo primitivo delle epoche precedenti. Infatti dopo numerose lotte intestine nacque una lega tra gli aztechi e le popolazioni limitrofe, con le quali stipularono un accordo in base al quale tutti si impegnavano ad appoggiarsi reciprocamente in caso di guerre.
Concordarono anche una divisione delle spoglie che andava a vantaggio degli aztechi.
Nessun altro popolo riuscì mai a tener testa alla forza riunita dei confederati. All'inizio del sedicesimo secolo, alle soglie dell'arrivo degli spagnoli, il dominio azteco si estendeva da un capo all'altro del continente, dall'Atlantico al Pacifico.
Lo stato era di tipo monarchico ed il sovrano era eletto tra gli appartenenti agli strati sociali più elevati.
Le leggi degli aztechi venivano trascritte sotto forma di pitture geroglifiche. Quasi tutte tutelano l'incolumità dell'individuo più che i diritti di proprietà. I grandi crimini contro la società incorrevano tutti nella pena capitale. Infatti il codice azteco è redatto con la severità e la crudeltà tipiche di un popolo rude, indurito dalla dimestichezza col sangue che credeva essenzialmente nel valore collettivo della purificazione corporale.
La società presentava un impianto di tipo verticale: all'apice stavano il re e le supreme gerarchie, alla base i plebei e gli schiavi, fra i due estremi i ceti che oggi sarebbero definiti medi.
Ogni uomo era catalogato per il mestiere che svolgeva.
Le donne, pur nello stato inferiore a quello degli uomini, godevano di molti diritti. All'istruzione si attribuiva grande valore; funzionavano due modelli di scuola: una aperta a tutti e una per diventare sacerdoti. Importantissima era la categoria dei pochtechi, ossia dei commercianti viaggiatori che, specie attraverso le esportazioni e le importazioni, alimentavano i rapporti con il mondo esterno.
Ogni città era divisa in distretti e ciascuno di questi disponeva della terra e degli altri mezzi necessari alla vita della propria collettività.
L'economia era basata prevalentemente sull'agricoltura e sull'artigianato; il commercio si svolgeva solo mediante baratto; infatti la moneta non era conosciuta come mezzo di scambio e il mercato assumeva perciò un ruolo fondamentale anche ai fini delle reciproche conoscenze.
Nella società azteca fu dominante il carattere rigido, militare. La tattica bellica perseguita era tipica di uno Stato che, pur avendo fatto della guerra un mestiere, non l'aveva elevato alla dignità di scienza. Gli aztechi avanzavano attaccando rapidamente, servendosi di imboscate, assalti di sorpresa e schermaglie da guerriglia. Eppure la disciplina era tale da meritare l'encomio dei conquistatori spagnoli.
Dopo Moctezuma (1481-1486) ebbe inizio il processo di decadenza dell'impero a causa dell'incapacità degli aztechi di trasformare la loro entità politico-territoriale in un regno unitario. Quando salì al trono Moctezuma II, il potere azteco era già minato dalle ribellioni dei vassalli e gli spagnoli, approdati in Messico nel 1519, comandati da Cortès, poterono sfruttare la situazione instabile ed ebbero perciò la conquista facilitata.
Per quanto riguarda la religione il tratto che più colpì gli spagnoli è, senza dubbio, il sacrificio umano. La pratica dei sacrifici umani entrò in uso presso gli Aztechi all'inizio del XVI secolo. Inizialmente sporadici divennero sempre più frequenti con l'accrescimento dell'impero, finchè alla fine quasi ogni festa era suggellata da questo rito.
A distanza di un anno dalla cerimonia sacrificale si sceglieva un prigioniero immune da qualsiasi difetto fisico, che rappresentasse la divinità. Costui conduceva una vita facile e lussuosa fino ad un mese dal sacrificio, ma alla fine il giorno fatale si avvicinava. Condotto al tempio, veniva ricevuto dai sacerdoti, che lo scortavano alla pila sacrificale, un enorme blocco di pietra dalla superficie leggermente convessa, dove lo facevano stendere.
Cinque sacerdoti gli legavano la testa e gli arti, mentre il sesto apriva il petto della vittima con un affilata lama di itztli, sostanza vulcanica e, ficcata la mano nella ferita, ne strappava il cuore ancora palpitante, sollevandolo verso il sole per poi gettarlo ai piedi del dio cui era dedicato il tempio.
Questo era il normale sacrificio umano azteco che colpì duramente gli europei man mano che si inoltravano in quel paese.
Questi rituali sanguinari non erano dettati da sadismo personale, ma erano rigorosamente prescritti dalla religione azteca.
La quantità di vittime immolate sugli altari raggiunse un numero molto elevato. Così, per gli aztechi, l'obiettivo principale della guerra, accanto all'estensione dei confini, era la cattura di vittime sacrificali. Di conseguenza il nemico non veniva mai ucciso in battaglia, se c'era modo di prenderlo vivo.
E' a questa circostanza che gli spagnoli spesso la loro salvezza. L'influenza di queste pratiche religiose fu disastrosa per gli Aztechi, infatti con queste loro istituzioni fornirono la principale giustificazione alla conquista, che si presentò come un intervento necessario per mettere fine alla barbarie.
Ultimi venuti sull'altopiano del Messico ed eredi di civiltà anteriori anche notevolmente sviluppate, gli Aztechi diedero opere originali sia alle lettere sia alle arti. La scrittura rappresentativa o figurativa degli Aztechi colpisce per il modo grottesco e caricaturale con il quale vengono raffigurati i soggetti. Gli Aztechi infatti delineavano con precisione solo le parti più importanti della figura e nei colori prediligevano gli sgargianti contrasti atti a produrre un'impressione violenta.
Gli aztechi inoltre usavano vari simboli per esprimere ciò che per sua natura sfuggiva alla rappresentazione diretta, come gli anni, i mesi e i giorni e una minima variante nella forma o nella posizione della figura implica un significato diverso. Si trovano infine i segni fonetici, usati essenzialmente per i nomi propri di persona e di luoghi che, essendo derivati da qualche particolare circostanza o caratteristica, possono inserirsi nel sistema geroglifico. Così il nome di città Cimatlan era composto da "cimate", una radice che nasceva in quella zona, e "than" che significa vicino. Benchè gli aztechi conoscessero tutti i vari tipi di pittura geroglifica, usavano di preferenza il metodo della rappresentazione diretta. La scrittura azteca servì anche a trascrivere leggi, liste dei tributi, la mitologia, i calendari, i rituali e gli annali politici. Per una corretta interpretazione della scrittura azteca è indispensabile porla in relazione con la tradizione orale, di cui era complementare.
Nei collegi dei sacerdoti, gli alunni apprendevano l'astronomia, la storia, la mitologia ecc., utilizzando i geroglifici come una raccolta di appunti. I brani scritti erano redatti su materiali diversi: tela di cotone e pelli ben conciate, che venivano raccolte in rotoli, chiuse, assumendo l'aspetto di un libro. All'epoca in cui giunsero gli spagnoli, nel paese si era accumulata una gran quantità di questi manoscritti. Sfortunatamente subentrò nei conquistatori il sospetto che quelle indecifrabili iscrizioni avessero a che fare con la magia. Il primo arcivescovo del Messico raccolse questi scritti da ogni parte del paese, li fece accatastare nella piazza del mercato e li ridusse in cenere. La soldatesca analfabeta non tardò a seguire l'esempio del prelato. Ogni volume caduto nelle sue mani fu selvaggiamente distrutto e quando in un'epoca posteriore gli studiosi cercarono ansiosamente di rintracciare almeno alcuni di questi memoriali della civiltà, quasi tutti erano andati perduti e i pochi scampati erano tenuti gelosamente nascosti dagli indigeni. Successivamente una considerevole raccolta fu finalmente depositata negli archivi del Messico, ma qui la trascuratezza fu tale che alcuni manoscritti furono saccheggiati, altri marcirono per l'umidità e la muffa e altri ancora furono usati come carta straccia. Soltanto pochi manoscritti messicani sono giunti in Europa e sono conservati nelle biblioteche pubbliche delle varie capitali. Il più importante è il codice Mendoza, scomparso misteriosamente per oltre un secolo e finalmente riapparso nella biblioteca bodleriana di Oxford. A circa 100 anni dalla conquista la conoscenza dei geroglifici era così esigua che uno scrittore messicano deplorava che nel paese fossero soltanto due le persone che ne avevano una certa conoscenza.
Nessuna composizione azteca è sopravvissuta ma un'idea del loro valore poetico è desumibile dalle odi provenienti dai popoli vicini. Tali opere comprendevano principalmente poemi religiosi e cosmogonici, espressione di un pensiero teologico evoluto, poemi epici in cui si fondevano dati storici e mitologia, poemi lirici di ogni genere, che cantavano l'amore, la bellezza della donna e della natura, i fiori, la guerra e la morte, spesso con eleganza ed originalità ammirevoli.
Gli indigeni e gli spagnoli praticavano la comunicazione in modo diverso, anche se sul piano linguistico e simbolico si tratta di codici comunicativi ugualmente evoluti. Grazie ai testi dell'epoca sappiamo che gli indigeni dedicavano gran parte del loro tempo all'interpretazione dei segni e le forme di tali interpretazioni sono legate principalmente a due specie di divinazione.
La prima era la divinazione ciclica. Gli aztechi possedevano un calendario religioso nel quale ogni giorno aveva il suo proprio carattere che si trasmetteva soprattutto alle persone nate in quel giorno. Sapere il giorno in cui era nato qualcuno significava conoscere il suo destino. A questa interpretazione prestabilita e sistematica si aggiungeva una seconda divinazione sotto forma di presagi. Ogni avvenimento che si discostasse anche di poco dall'ordinario veniva letto come il preannuncio di un altro futuro avvenimento in generale nefasto. Infatti tutta la storia degli aztechi, così com'è raccontata dai loro cronisti, non è che la realizzazione di profezie antecedenti. In molti casi la profezia veniva formulata solo retrospettivamente, dopo che l'evento si era già verificato. Il mondo quindi era posto fin dal principio come surdeterminato: gli uomini si adeguavano a ciò regolamentando nel modo più minuzioso la loro vita sociale. Era dunque la società, attraverso i sacerdoti, che decideva delle sorti dell'individuo, che era semplicemente un elemento costitutivo della collettività. La vita della persona non era un campo aperto e determinato modellabile dalla libera volontà individuale, ma la realizzazione di un ordine esistente da sempre. L'individuo non costruiva il proprio avvenire, ma questo, regolamentato dal passato collettivo, gli veniva rivelato. Accanto all'interazione tra individuo e individuo, vi era quella fra la persona e il suo gruppo sociale e fra la persona e il mondo naturale. Era quest'ultima a ricoprire il ruolo predominante nella vita dell'uomo azteco, il quale interpretava il divino attraverso gli indizi e i presagi con l'ausilio del sacerdote/indovino. Proprio la carenza di comunicazione interumana, provocava una paralisi che non solo indeboliva la raccolta di informazioni, ma era già un simbolo di disfatta: infatti la rinuncia al linguaggio, che si ritrova prima di tutto nel rifiuto di Moctezuma di comunicare con gli spagnoli è la confessione di una sconfitta in partenza. In modo del tutto coerente in Moctezuma si associano la paura dell'informazione ricevuta e la paura dell'informazione richiesta dagli altri. Anche quando l'informazione raggiunge Moctezuma, egli non la riceve come un messaggio che gli viene dal mondo o dagli uomini, ma la interpreta rivolgendosi a coloro che praticano lo scambio con gli dei.
La mentalità degli spagnoli è invece molto diversa: il loro comportamento è a tal punto imprevedibile che l'intero sistema di comunicazione ne risulta sconvolto a svantaggio degli aztechi. Infatti tutte le azioni degli spagnoli li colgono di sorpresa. L'arrivo dei conquistatori è sempre preceduto da presagi, la loro vittoria è sempre annunciata come certa ed è proprio questa la situazione che ha un effetto paralizzante sugli aztechi e che ne indebolisce la resistenza. Gli atztechi si costruiscono un'immagine deformata degli spagnoli nel corso dei primi contatti e in particolare l'idea che essi siano degli dei con la conseguenza di rendere se stessi ancor più vulnerabili. In questo mondo rivolto al passato, dominato dalla tradizione, sopraggiunge la conquista: un evento assolutamente imprevedibile, sorprendente, unico. Essa introduce un'altra concezione del tempo antitetica a quella degli aztechi; infatti per loro il tempo si ripete, la conoscenza del passato conduce a quella del futuro mentre con la conquista si afferma la concezione cristiana del tempo, che non è un eterno ritorno come per gli aztechi, ma una progressione infinita verso la vittoria finale dello spirito cristiano, Gli aztechi riescono assai meno bene nelle situazione che richiedono capacità di improvvisazione, ma proprio tale è la situazione della conquista.
Gli aztechi inoltre, già inefficaci nelle loro comunicazioni rivolte agli spagnoli non si rendono conto dell'importanza della forza delle parole non meno pericolose delle armi
Prima di vincere militarmente, gli spagnoli avevano già riportato un successo decisivo. Quello consistente nell'imporre il loro tipo di guerra. Il comportamento degli spagnoli resta incomprensibile per gli indigeni; è inevitabile quindi che tutta la struttura del potere spagnolo sfugga loro completamente.
L'incontro degli indigeni con gli spagnoli è prima di tutto un incontro umano e non vi è da stupirsi se gli specialisti della comunicazione umana riportano la vittoria.

 

Fonte: digilander.libero.it/domani_ti_sego

 

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    Civiltà precolombiane tutto di tutto

 

LA RICERCA DI NUOVE ROTTE PER I COMMERCI E LA SCOPERTA DELL’AMERICA

Durante il Medioevo la Terra sulle carte geografiche veniva spesso raffigurata non come una sfera ma come un cerchio piatto: nonostante questo molti erano convinti che il nostro pianeta fosse sferico, e che fosse possibile fare il giro del mondo in nave. Questa idea esercitava un forte fascino su molti uomini, soprattutto perché poteva aprire nuove prospettive per i commerci. Nel Quattrocento, infatti, molte delle merci che arrivavano dall’Asia (seta, spezie) dovevano passare per le mani dei Turchi che poi le vendevano ai Veneziani, i quali a loro volta smerciavano questi preziosi prodotti nel resto d’Europa. Tedeschi, Portoghesi, Spagnoli e Francesi attendevano le merci a Venezia, comprandole ad un prezzo gravato dal costo delle dogane islamiche dei Turchi e delle dogane della Repubblica veneziana. La cosiddetta via terrestre della seta (che dopo un lungo cammino in terra asiatica avrebbe portato alla favolosa terra dove si produceva la seta) non poteva dunque essere percorsa dagli Europei, anche se ci fu un periodo in cui questo era possibile. Fu il periodo del grande Impero mongolo, durante il quale questa bellicosa popolazione – guidata da Gengis Khan - che aveva conquistato un territorio vastissimo tra Asia ed Europa, permise agli occidentali di di arrivare direttamente in Asia. Uno dei viaggi più celebri fu quello di Marco Polo, un mercante ed esploratore veneziano, che svolse numerosi incarichi per il Gran Khan (= imperatore mongolo) Kubilay e restò 17 anni in Cina. Il resoconto dei suoi viaggi venne raccolto nel celebre libro Il Milione, una ricchissima fonte di notizie (anche se in parte fantastiche ed inventate) sull’Oriente, che stimolò la fantasia di molti geografi, mercanti, uomini di chiesa, avventurieri e regnanti. I viaggi terrestri verso l’Oriente si moltiplicarono, ma quando i Turchi (una tribù mongola che si era connvertita all’Islam) conquistarono l’Asia Centrale (tra il 1300 e il 1400) e proibirono di nuovo agli occidentali di attraversare quei territori, molti cominciarono ad immaginare la possibilità di arrivare in India via mare, tentando cioè la rotta orientale per le indie grazie alla circumnavigazione dell’Africa. Il primo a concepire questo audace progetto fu il re portoghese Enrico il Navigatore (1394 – 1460), il quale possedeva una preziosa traduzione araba del libro intitolato Geografia di Claudio Tolomeo (un geografo greco del II sec. d. C), in cui  erano raccolte molte notizie sui viaggi compiuti in passato dai naviganti dell’Impero Romano. Gli umanisti della corte, studiando il libro, raccolsero numerose informazioni sul viaggio, anche se rimaneva l’incognita più grande: la lunghezza del tratto lungo le coste dell’Africa. Enrico, poi, poteva contare su un nuovo tipo di nave, la caravella, che aveva delle caratteristiche particolari: tre alberi con vele quadrate e vele latine (= vele triangolari che permettono di sfruttare anche il vento contrario) e una chiglia con poco pescaggio (cioè la parte inferiore della barca era poco profonda), che permetteva alla nave di entrare in una baia dal fondale sconosciuto, senza correre il rischio di arenarsi. Dal 1415 (anno in cui i Portoghesi raggiunsero e colonizzarono le isole Canarie) le spedizioni verso l’Africa si moltiplicarono, ma senza successo, perché dopo le Canarie le navi venivano sospinte verso l’oceano dai venti Alisei, senza potersi nemmeno avvicinare alle coste e naufragando miseramente. Solo nel 1475 la complessa manovra per affrontare i venti di questo tratto di mare fu compiuta, e fu così possibile raggiungere una costa africana piena di leoni (che i Portoghesi chiameranno Sierra Leone). In seguito altre caravelle risalirono il fiume Congo, e nel 1487 Bartolomeo Diaz raggiunse il Capo di Buona Speranza. Nel 1497, infine, l’ammiraglio portoghese Vasco de Gama riuscì a compiere il giro dell’Africa e a raggiungere Calicut in India: da quel momento molte caravelle portoghesi percorsero lo stesso tratto stabilendo una rotta commerciale con l’Asia che portò enorme ricchezza al Portogallo e gettò in crisi il monopolio dei commerci detenuto da Venezia. Nel frattempo i Turchi – nel 1453 - avevano assediato e conquistato la città di Costantinopoli (che essi ribattezzarono Istanbul facendone la capitale del loro regno), provocando così la caduta dell’Impero romano d’Oriente sostituito dall’Impero turco-ottomano. I Turchi, poi, conquistarono territori sempre più vasti spingendosi fino ai Balcani e diffondendo anche nell’Europa Orientale l’Islam.
Insieme alla rotta orientale - percorsa dai Portoghesi che circumnavigavano l’Africa – molti erano convinti della possibilità di percorrere la rotta occidentale attraverso l’inesplorato Oceano Atlantico, basandosi sull’idea della Terra sferica: tra questi vi era il navigatore genovese Cristoforo Colombo (1451 – 1506), il quale pensava che il tragitto oceanico verso le “Indie” fosse lungo soltanto 4000 km (mentre in realtà erano 16.000). Colombo propose di esplorare la nuova rotta prima al Portogallo, che si rifiutò di finanziare l’impresa, e poi alla Spagna. Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia (i due sovrani spagnoli che sposandosi, dopo aver sconfitto gli Arabi, determinarono l’unificazione di tutta la Spagna) concessero a Colombo tre navi (Nina, Pinta e Santa Maria) per la sua spedizione. La regina si convinse che Colombo avrebbe cercato i cristiani perduti di Atlantide (l’isola leggendaria su cui – secondo alcuni miti medievali – si sarebbero rifugiati molti santi cristiani all’epoca delle persecuzioni romane) e che avrebbe convertito le popolazioni pagane d’Oriente; il re, invece, fu persuaso dal bisogno di spezie indiane e dalla promessa fatta da Colombo di trovare grandi quantità d’oro durante il viaggio. La spedizione presentava rischi enormi: naufragi, sporcizia e malattie a bordo (per esempio lo scorbuto), pirati saraceni, uragani e altro ancora. Colombo, comunque, partì da Palos il 3 agosto 1492 e dopo una tappa alle Canarie si avviò verso l’oceano. Il viaggio fu durissimo e molto lungo ma alla fine, quando l’equipaggio sembrava aver perso tutte le speranze, a mezzogiorno del 12 ottobre 1492 Colombo sbarcò su un’isola che egli ribattezzò San Salvador. Qui Colombo incontrò per la prima volta gli abitanti del luogo, e li chiamò indios (o indiani), perché era convinto di essere sbarcato nelle Indie. In seguito, dopo aver esplorato Cuba e Haiti (dove la Santa Maria fece naufragio), Colombo tornò in Europa portando con sé – tra le altre cose - pesci esotici, semi di nuove piante e sei indigeni. I re spagnoli lo accolsero con calore e Colombo potè proseguire i suoi viaggi di esplorazione, ma non riuscì mai a trovare né le spezie, né tantomeno l’oro promesso alla Spagna. Colombo rimase fino alla morte ciecamente convinto di essere sbarcato nelle Indie, e fu soltanto nel 1498 che il navigatore italiano Amerigo Vespucci, in un libro con il resoconto dei suoi viaggi nelle terre appena scoperte, parlò di un Nuovo  Mondo: così in suo onore questo nuovo continente venne chiamato America. Le esplorazioni continuarono con i fratelli Caboto (che raggiunsero su navi inglesi il Nord America), e con Ferdinando Magellano, che nel 1519 compì il primo “giro del mondo”, arrivando nelle isole Molucche (vicine alle Filippine, dove Magellano stesso però fu ucciso dagli indigeni) dopo aver attraversato il Sud America e l’Oceano (che egli chiamò “Pacifico” per la calma dele sue acque): questa fu la prova defintiva della rotondità della Terra. Le Americhe (chiamate anche “Indie Orientali”) regalarono all’Europa piante importantissime come la patata, il mais, il cacao, il tabacco, il pomodoro, il peperone, il caucciù e animali come il tacchino e le cavie. Inoltre il “Nuovo Mondo” stava rivelando miniere d’oro e di altri metalli preziosi: fu per questo che, dopo gli esploratori, dall’Europa partirono i conquistadores (i “conquistatori”), che avevano il compito di colonizzare queste terre per conto di Spagna e Portogallo, con la violenza e la guerra, aiutati dalle armi da fuoco e dai cavalli. Insieme a loro partirono molti missionari, soprattutto francescani, decisi a convertire gli indios (che spesso vennero però considerati addirittura privi di anima). La conquista fu tragica e pose fine alle tre grandi (e antiche) civiltà precolombiane dei Maya, degli Aztechi e degli Incas. I Maya avevano conquistato la penisola dello Yucatan, dove costruirono grandi città e piramidi a gradoni, e avevano raggiunto un alto livello di sviluppo (come gli stessi Aztechi e Incas) quando il conquistador Fernando Cortés sbarcò con cannoni e cavalieri e li trasformò in schiavi degli Spagnoli. In seguito Cortés attaccò l’impero degli Aztechi (chiamati anche Mexica), una civilità dell’America centrale dedita a culti antichissimi che prevedevano scarifici umani e cannibalismo rituale. Cortés convinse l’imperatore azteco Montezuma che lui e i suoi soldati erano essi stessi divinità venute dal cielo. Gli spietati Spagnoli, in questo modo, occuparono la capitale azteca Tenochtitlàn per mesi, compiendo angherie e terribili soprusi. Dopo essere stato cacciato, Cortés aizzò le popolazioni indios nemiche degli Aztechi, grazie alle quali sconfisse questi ultimi nel 1521, uccidendo almeno 250.000 persone e impossessandosi di tutto l’oro azteco. Francisco Pizarro, un altro conquistador spagnolo, attaccò invece gli Incas, che avevano uno sterminato impero esteso nelle terre che oggi comprendono Ecuador, Perù e Cile. Gi Incas erano abilissimi orafi e bravi ingegneri, e la loro capitale si chiamava Cuzco, una città ricchissima di templi decorati con oro e gioielli. Nel 1532 Pizzarro penetrò nel territorio inca (che gli era stato indicato dagli indigeni come Eldorado, cioè terra dell’oro), e catturò l’imperatore Atahualpa in un’imboscata. Per i popoli precolombiani la cattura dell’imperatore voleva dire la paralisi, poiché questo era considerato una divinità senza la quale l’impero perdeva la sua guida. Pizarro, dopo aver ucciso Atahualpa, s’impadronì facilmente del territorio inca e s’impossessò delle immense ricchezze di questo impero. La Spagna (e i conquistadores stessi) diventarono ricchissimi poiché in Europa vennero portate enormi quantità di oro, rame, argento. Ma per ottenere tutto questo, gli Europei si resero colpevoli  di un vero e proprio sterminio della popolazione degli Indios, che portò alla morte di più di 20 milioni di persone. Il genocidio (= uccisione e distruzione di un intero popolo) fu provocato da tre cause fondamentali: 1) le epidemie di malattie portate dagli Europei che si rivelarono mortali per gli Indios (morbillo, vaiolo, influenza); 2) gli indios furono resi schiavi dai conquistadores e, sfruttati senza pietà, morivano letteralmente di fatica; 3) gli alcolici, introdotti dagli Europei, dei quali gli indios cominciarono presto ad abusare. Soltanto i missionari (anche se non tutti) si ribellarono contro questo orrore, senza però ottenere nessun risultato concreto in favore degli indigeni.

 

fonte: digilander.libero.it/umorizmo

 

 

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Le civiltà precolombiane

 

Prima dell’arrivo nel Nuovo Mondo degli esploratori europei, il continente americano è abitato, a nord come a sud, da popolazioni dedite alla caccia, alla pesca ed ad una agricoltura molto primitiva, alcune delle quali non conoscono ancora nè la ruota, né c’è il cavallo a favorire trasporti e commerci. Non tutti gli Amerindi sono però così arretrati all’arrivo degli Europei: si sono sviluppate anche alcune civiltà notevoli nel territorio che va dal Messico fino al Perù, passando attraverso l’America Centrale. Culla primitiva della civiltà Maya è l’odierno Guatemala, da dove si espande intorno al Il millennio a.C. I Maya sono grandi navigatori e grandi architetti, conoscono la scrittura ideografica e le scienze, in particolare l’astronomia e l’idraulica, e raggiungono il culmine della civiltà intorno all’anno 1000 d.C. Oltre che di grandiosi monumenti decorati da pregevoli pitture e sculture, abbelliscono le loro città-stato di strade lastricate e le campagne sono ricche di canali d’irrigazione. È sotto l’influsso dei bellicosi Toltechi che i Maya acquisiscono quegli usi e costumi religiosi e guerreschi per i quali sono oggi spesso ricordati, come i sacrifici umani con vittime propiziatorie ottenute mediante spedizioni militari; ma i Maya sono anche capaci di dare vita ad una civiltà urbana unitaria fino a che, nel XIV secolo, l’arrivo degli Aztechi da nord e le frequenti calamità naturali segnano il declino dei Maya, ormai ridotti a popolare la penisola dello Yucatan. Giunti in territorio messicano, gli Aztechi fondano un grande impero con capitale l’odierna Città del Messico. Abili agricoltori ed allevatori, gli Aztechi conoscono l’arte di lavorare i metalli, soprattutto oro e argento, ma ignorano il ferro e non conoscono l’uso della

ruota. La loro società è di tipo democratico-comunista ed è divisa in classi: i potentissimi sacerdoti, poi i mercanti, che fanno anche commercio di schiavi, e il popolo dei contadini e degli artigiani, che sono divisi in corporazioni. Come i Maya anche gli Aztechi compiono sacrifici umani in onore del loro dio della guerra, il signore del mondo; come i Maya costruiscono monumenti giganteschi a forma di piramide tronca, ai quali si accede percorrendo imponenti scalinate. La vita degli Aztechi si svolge tutta sotto il controllo della religione ed i loro miti sono in parte responsabili del loro rapido asservimento. Gli Aztechi, infatti, scambiano lo spagnolo Cortes per il barbuto dio bianco Quezalcoatl, tornato a governare i suoi devoti sudditi e tributano dunque grandi onori proprio a chi distruggerà loro e la loro civiltà. La terza grande civiltà precolombiana, e forse la più importante, si insedia in America del sud. Gli Incas sono Amerindi abitatori delle catene montuose che oggi, con termine già inca, si chiamano Ande. L’impero degli Incas, nato intorno alla vallata di Cuzco in Perù, raggiunge nel XIII secolo la sua massima espansione, proprio poco prima che le grandi scoperte geografiche aprano la strada ai conquistadores spagnoli (1533). Ben organizzato burocraticamente, secondo le regole di una rigida teocrazia familiare, l’impero è retto dal sovrano, colui che possiede la maggior parte delle ricchezze del paese e che comanda l’esercito permanente. L’esercito, ben organizzato ed efficiente, svolge un ruolo decisivo nell’espansionismo territoriale che l’impero Inca attua verso nord (Ecuador) e verso est (oltre le Ande). Nulla deve sfuggire al controllo statale, perciò il sovrano è informato di ogni particolare da appositi funzionari in divisa che percorrono instancabilmente le strade dell’impero. Anche gli Incas, come Maya ed Aztechi, sono abili architetti ed ingegneri civili: strade, ponti, terrazzamenti agricoli, templi e città

sono completati a tempo di record durante i 1000 anni circa del massimo splendore inca.

 

 

Tratto da STORIA DELLA CHIESA  II Di tiziano civiero

 

[fonti:   fonte: digilander.libero.it/storiadellachiesaarm e Atlante Storico Enciclopedico - Parsec s.r.l. 1997]

 

 

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GLI EFFETTI DEL COLONIALISMO IERI E DEL NEOCOLONIALISMO, OGGI, IN ORDINE AL LATIFONDO, MONOCULTURA, ESPROPRIAZIONE DELLA TERRA, SFRUTTAMENTO DELLA FORZA LAVORO INDIGENA.

Per colonizzazione si intende il trasferimento di un nucleo di cittadini di uno stato in un’altra regione, allo scopo di fondare una nuova città oppure di creare una nuova base commerciale; si intende anche la conquista di una regione straniera da parte di uno stato, allo scopo di trovare territori da sfruttare e mercati in cui vendere i propri prodotti.
Nell’indagare i diversi aspetti e problemi della realtà coloniale si è cercato innanzitutto di definire il concetto di colonia, chiarendo in particolare il rapporto colonia–stato.
La conclusione più diffusa è quella che considera la colonia una parte ben distinta dello stato, connessa alla madrepatria e dotata di un ordinamento giuridico ed economico ispirato alla stessa.
Gli orientamenti e le direttive della politica coloniale delle singole potenze sono stati diversi nel corso dei secoli e nei confronti dei vari territori, in relazione alle condizioni naturali e soprattutto in base al carattere e al livello di civiltà della popolazione nativa.
La giustificazione dell’espansione coloniale trova risposta in alcuni motivi religiosi o umanitari ma il vero motivo è solo l’interesse nell’arricchire la madrepatria sfruttando i territori e la manodopera delle popolazioni sottomesse.
L’assegnazione di territori molto vasti era stata una pratica abbastanza frequente nei primi tempi della conquista: i capi come Pizarro e Cortés, che avevano organizzato a loro spese le spedizioni, erano stati compensati con la concessione di intere regioni. In seguito però questi privilegi vennero revocati. Nonostante queste precauzioni non si poté impedire la formazione del latifondo (dal latino: latus – largo, fundua – terreno) cioè il possesso di vasti territori nelle mani di una sola persona.
I re di Spagna non volevano lasciare grossi appezzamenti nelle mani di poche persone per paura della concentrazione del potere. Per legge, nelle colonie, tutta la terra apparteneva al sovrano; i coloni potevano entrarne in possesso solo per concessione regia. Ad essi veniva garantita la proprietà di piccoli appezzamenti e della casa che dovevano costruirvi sopra; era vietato recintare e, salvo una piccola porzione, i terreni dovevano restare aperti al pascolo.
I proprietari non avrebbero potuto vendere i terreni assegnati; in realtà la compravendita era frequente anche se clandestina. Anche le usurpazioni erano comunissime: i coloni più potenti acquisivano appezzamenti più vasti ai danni di quelli più deboli e dei nativi; il territorio risultava più vasto di quello assegnato; il pagamento di una multa sanava l’usurpazione.
Per mancanza di denaro liquido l’erario spagnolo di fatto accettava questa consuetudine illegale.
Altra causa del costituirsi del latifondo fu l’introduzione del maggiorascato per cui, dietro il pagamento di una speciale tassa, le proprietà terriere potevano essere trasmesse in eredità al solo primogenito.
Anche la Chiesa si insediò con le sue strutture istituzionali (vescovadi, arcivescavadi, ordini religiosi, inquisizione ecc.), inoltre i proprietari spagnoli donarono parte dei propri terreni ad essa.
La Chiesa cattolica obbligò gli indios ad abbandonare le proprie credenze religiose e li convertì al credo evangelico; chi non lo accettava spesso veniva torturato. Tuttavia la potenza ecclesiastica fu l’unica istituzione che mitigò il peso della colonizzazione. Nel diciassettesimo secolo, i Gesuiti tentarono di sottrarre gli Indios agli abusi degli sfruttatori creando riserve per le popolazioni autoctone destinate a zone di apostolato dove i coloni non potevano entrare.
È da notare peraltro, che a quel tempo un terzo di tutti i beni immobili apparteneva agli ordini religiosi.
Una volta finito il grande saccheggio iniziale, gli Spagnoli ebbero bisogno di manodopera per sfruttare e recuperare i metalli preziosi dalle miniere e per il lavoro dei campi. Nel sedicesimo secolo furono introdotte una serie di ordinamenti tendenti a istituire il lavoro forzato degli Indios, uno di questi fu lencamienda o repartimento che consisteva nell’assegnazione di un certo numero di indigeni (dai 40 ai 150) ad un padrone spagnolo. I nativi, in questo caso, non erano schiavi (nel 1549 fu abolita la schiavitù) ma non potevano allontanarsi dal luogo dove risiedevano, come accadeva in Europa per i servi della gleba nel sistema feudale. Lencomienda prevedeva alcune regalie tese a salvaguardare gli indios: doveva essere dato cibo sufficiente rispetto al lavoro prestato, l’orario di lavoro doveva essere regolato, doveva essere previsto il riposo domenicale e la costruzione di una chiesa dove santificare il giorno di festa.
Nel 1536 vi fu la trasformazione dell’encomienda dovuta ad un decreto reale: ai conquistadores e ai coloni non vennero più assegnati dei lavoratori indigeni; ma dei tributi che gli indios erano tenuti a pagare. Questa nuova forma di tributo fu abolita da Carlo V che, a seguito delle denunce del domenicano Las Casas, ne decretò la soppressione nell’arco di un cinquantennio. Tuttavia la nuova forma dell’encomienda si protrasse fino al 1720. Di fatto i nativi continuarono a lavorare nelle proprietà bianche perché le tasse implicavano il proprio indebitamento nei confronti dei coloni.
Il lavoro imposto dagli spagnoli si svolse anche in altri modi: i naborias, domestici trattati come schiavi e la mita, prestazione obbligatoria da svolgersi nelle miniere per un anno.
I terreni erano sfruttati in modo estensivo e a bassissimo livello tecnico fino ad arrivare all’esaurimento dei suoli. Si produceva quasi esclusivamente per il commercio con la madrepatria e la produzione sottostava a ciò che veniva richiesto dalla Spagna.
Se un prodotto americano faceva concorrenza ad uno spagnolo esso veniva soppresso: i giacimenti di ferro delle colonie non venivano sfruttati per non danneggiare le miniere della madrepatria. All’inizio del ‘700, la produzione vinicola americana crebbe a tal punto da rendere superflua l’importazione di vino dalla Spagna: si decretò di eliminare gran parte delle vigne delle colonie.
La produzione agricola americana ebbe andamenti ciclici monoproduttivi orientandosi verso i prodotti richiesti dagli europei. Ciò significa che in una regione per un dato periodo, si praticava la produzione di un solo genere agricolo; quando questa si esauriva o non era più conveniente se ne cominciava un’altra. Caratteristica di questo modo di produrre era l’estrema rapidità con cui poteva essere iniziata una coltivazione ma anche la velocità con cui veniva abbandonata. La monocoltura di: mais, patate, pomodori, cacao, tabacco, vaniglia, canna da zucchero, caffè, frumento, vite, ulivo, canapa, lino..., era una forma di specializzazione produttiva che giovava agli interessi della madrepatria. Essa infatti poteva rifornirsi nelle varie colonie di tutte le materie prime che le erano necessarie e a costi bassissimi; in cambio poteva vendere a prezzi altissimi i manufatti e le merci che le colonie, a causa della specializzazione non potevano produrre.
Anche lo sfruttamento forestale fu condotto con criteri monoproduttivi orientandosi verso le piante richieste dagli europei, come le tinte per tessuti.
L’allevamento si sviluppò tardi perché, in un primo tempo, gli animali domestici europei (buoi, pecore, capre) venivano lasciati liberi e cacciati come selvaggina. Poi, a causa di un’indiscriminata uccisione del bestiame si instaurò l’allevamento ad uso interno.
In Europa il latifondo era nato nel corso del Medioevo in relazione alla particolare funzione politica, militare e sociale del signore feudale (difesa del territorio e delle frontiere). I grandi possedimenti feudali europei erano unità economiche che producevano innanzitutto per l’autoconsumo; vi si ricavava cioè una grande varietà di prodotti che servivano alla sussistenza dei contadini impegnati nel feudo. Solo una piccola parte della produzione globale era destinata al commercio.
In America Latina, invece, il latifondo costituiva un’unità economica che produceva essenzialmente per il commercio. Solo una piccola parte della produzione era destinata al consumo degli indios asserviti, mentre tutto il resto era venduto all’estero ed esportato: il destino commerciale della produzione esigeva una specializzazione produttiva piegata alle esigenze del mercato europeo.
In Europa il potere feudale e la funzione del latifondo fu distrutto dai mercanti e dai commercianti cittadini, mentre in America Latina il latifondo fu creato da queste nuove classi emergenti che lo piegarono ai propri fini di mercato.
L’America Latina poté salvarsi dal collasso politico ed economico solo adattandosi a nuove forme di dipendenza esterna. Una svolta in questa direzione andò delineandosi verso la metà del diciannovesimo secolo quando la Gran Bretagna, in relazione alla febbre dell’oro californiana e sull’onda della favorevole situazione economica mondiale, intraprese una massiccia penetrazione finanziaria nell’America Latina, destinata a risanarne l’economia e a reinserirla nel commercio mondiale.
In una prima fase tale intervento produsse nell’America Latina tutta una serie di stimoli positivi, favorendo, con l’ascesa dei ceti mercantili urbani, maggior disponibilità di capitali. Contemporaneamente, in conseguenza alla specializzazione delle produzioni latino-americane (frumento in Cile, lana in Argentina, grano e zucchero in Perù, caffè in Brasile, Venezuela, Colombia e America Centrale) il settore primario conobbe un periodo di rapida espansione.
In relazione sia allo slancio agricolo (sempre dominato dal sistema della piantagione), sia alla corsa ai beni immobiliari, riprese il movimento di colonizzazione interna e l’espropriazione delle terre indie, e soprattutto l’immigrazione europea, prevalentemente diretta verso le più floride regioni del litorale Atlantico e destinata, con l’accrescimento demografico e i nuovi sistemi di coltura importati, a introdurre nuove forme di conduzione rurale.
Ben diversi furono gli effetti del nuovo patto coloniale sul lungo periodo, quando, con il rallentamento della fase espansiva, si manifestarono i primi sintomi di una crisi regressiva: sovrapproduzione commerciale legata ai cicli monocolturali, rovina dell’artigianato locale in seguito alla concorrenza manifatturiera, perdita di controllo dei singoli stati sulle fondamentali leve economiche, accentuato indebitamento pubblico verso i capitali esteri.
Le conseguenze di tale situazione divennero evidenti nell’ultimo decennio del secolo con il declino della potenza britannica nella regione e la contemporanea ascesa di quella statunitense, più dinamica e aggressiva.
Durante gran parte del secolo diciannovesimo gli Stati Uniti infatti avevano esercitato una limitata influenza sul subcontinente e solo dopo la guerra di secessione (1861-65) vennero elaborando una loro strategia continentale. Ne fu un elemento portante un’egemonia insieme economica, politica e militare.
Tale sistema fu perfezionato con la creazione nel 1910, con la conferenza di Buenos Aires, dell’Unione panamericana, che istituzionalizzò in pratica i nuovi rapporti di forza stabilitisi nel continente.
Di pari passo con il crescere dell’influenza politica, accentuatasi nel primo dopoguerra col definitivo tramonto della potenza britannica, gli Stati Uniti accrebbero la loro preponderanza economica in America Latina, imponendovi una sempre più spinta specializzazione monocolturale legata agli interessi della metropoli (caffè in Brasile, Colombia, Venezuela, El Salvador; banane in Guatemala ed Ecuador; zucchero a Cuba; lana, carne e frumento in Argentina e Uruguay, caucciù in Amazzonia) assicurandosi il monopolio diretto delle produzioni (United Fruit Company) o dei mezzi di produzione e di stoccaggio (impianti di trasformazione, silos, refrigeratori).
Ancor più decisiva fu l’influenza statunitense nel settore minerario, riconvertito selettivamente in funzione delle esigenze metropolitane (salnitro, stagno e rame della regione andina, quest’ultimo controllato dalla Cerro de Pasco Cooper Corporation) e nel nascente settore petrolifero per il cui controllo Stati Uniti e Gran Bretagna non esitarono a scatenare la sanguinosa quanto inutile, guerra del Chaco.
L’economia del Guatemala è, nel complesso, piuttosto arretrata per la pesante eredità del passato coloniale e per la più recente ma non meno rilevante invadenza delle grandi compagnie straniere.
L’ingerenza spagnola ebbe subito inizio con Pedro de Alvarado, il quale organizzò l’estrazione dell’oro, utilizzando il lavoro forzato degli indigeni, e distribuì le terre migliori agli ufficiali del suo esercito, creando così quell’aristocrazia creola che fino ad epoca recente ha basato il suo potere sulla proprietà fondiaria.
Agli indios venne anche interdetta l’attività commerciale, che fu assunta dai coloni successivamente immigrati dalla Spagna. Dopo l’indipendenza, un tentativo di riforma agraria si ebbe con la confisca delle grandi proprietà ecclesiastiche; ma alla fine del secolo diciannovesimo si cominciò a manifestare l’influenza statunitense, soprattutto con le ampie concessioni alla United Fruit Company e solo la rivoluzione del 1944 portò ad una certa democratizzazione delle strutture produttive, con la formazione delle prime cooperative agricole.
Oggi il Guatemala è un piccolo paese centroamericano di poco più di sette milioni di abitanti, in cui da trentanni si susseguono dittature repressive e sanguinarie fino ai genocidio. Il suo passato è una storia di oppressione coloniale e imperialista, di sfruttamento economico e di tirannia, con una caratteristica che la rende specifica: la metà della sua popolazione è india e l’altra metà è formata in gran parte da meticci.
Ventidue diverse etnie, ventidue lingue diverse che sopravvivono testardamente in un paese governato da un’esigua minoranza creola; un mosaico di etnie e di lingue in un paese fornito dalla natura di ogni risorsa, padrone di antiche sapienze artigianali e culturali.
Negli ultimi decenni si è verificato in Guatemala un fenomeno del tutto inedito, che getta le premesse per l’identità nazionale di un paese i cui frammenti della propria realtà non erano mai riusciti a fondersi in una feconda sintesi culturale.
L’America Latina, nel suo insieme, è un paese meticcio, un paese di convivenze eterogenee che, nel bene e nel male, si presenta con queste singolari e ormai insite caratteristiche. Il Guatemala, proprio per la raffinata tradizione delle sue culture precolombiane, è uno di quei paesi in cui si presenta più lenta e difficile l’integrazione delle diverse componenti.
L’antico colonizzatore spagnolo è stato ormai declassato dall’insorgere di un nuovo sfruttatore: l’imperialismo. Anche il ladino (termine con cui tradizionalmente in Guatemala si indica chiunque non abbia avuto o conservato tradizioni indigene, a prescindere dalla sua appartenenza razziale) non è più oggetto di orgoglioso disprezzo ma funge da mezzo per rendere possibile la trasmissione linguistica e culturale.
Per gli indigeni la lingua spagnola è ancora un codice resistente, addirittura nemico, di cui bisogna impossessarsi e che è necessario adottare, ricorrendo anche a operazioni ardite. Sono infatti necessarie modificazioni e adattamenti difficili data la secolare tradizione di analfabetismo, la compresenza di numerose lingue indigene e la forte resistenza storica che le popolazioni precolombiane hanno sempre opposto alla lingua spagnola, elevata a simbolo dell’oppressione.
La lingua degli antichi colonizzatori spagnoli acquista oggi il valore di strumento di opposizione e di lotte contro l’invadenza dell’inglese e, contemporaneamente, perde la sua prerogativa di lingua esclusiva della classe dirigente, nel momento in cui viene adottata non solo dai creoli e ladinos ma anche da una parte sempre più numerosa di indios.
Tutto ciò è un grande passo avanti per il paese, ma ci sono ancora cose, situazioni, realtà di vita quotidiana nel Terzo mondo che le persone dei paesi sviluppati non conoscono, o che ignorano volontariamente per non avere rimorsi di coscienza o sentirsi anch’essi responsabili. Stiamo parlando di sfruttamento delle popolazioni indigene di espropriazione delle terre, di sfruttamento della forza lavoro che viene sottopagata.
Spesso sono proprio molte donne e bambini, dai cinque anni in su, che vengono costretti a lavorare in condizioni inumane, per molte ore al giorno e pagate meno del salario minimo stabilito dalla legge.
È proprio in Guatemala che si ambienta il libro scritto da Elizabeth Burgos “Mi chiamo Rigoberta Menchù”, Premio Nobel per la pace 1992, in cui questo fenomeno viene affrontato mettendo in evidenza la vera realtà del neo-colonialismo ancora esistente ai giorni nostri.
Negli anni settanta e ottanta, gli anni della feroce repressione, i vari dittatori militari che si sono succeduti alla presidenza hanno organizzato una capillare e ferocissima repressione che ha messo in ginocchio la lotta armata di resistenza.
L’esercito ha isolato le popolazioni indie delle zone più turbolente avvalendosi di strumenti non dissimili da quelli usati secoli fa dai conquistatori spagnoli e dai missionari che consistono nella creazione di “villaggi modello” e di “poli di sviluppo” vigilati da pattuglie di autodifesa civile”.
Come nella riduzione in schiavitù dei primi anni della colonizzazione, agli indios agricoltori è stata imposta una produzione forzata, mentre viene impedito il disboscamento e viene controllata la ripartizione delle terre.
Infatti gli indios vengono privati di gran parte delle loro terre e costretti a lavorare un piccolo appezzamento di terreno, pagato a peso d’oro, che consente loro appena di soddisfare le esigenze alimentari della propria famiglia.
A volte invece, si privano di parte del raccolto e lo vendono al mercato ricavandone però ben poco, perché si devono detrarre le spese per il trasporto e fare i conti con l’Istituto Nazionale di Trasformazione Agraria.
Molte volte per guadagnare qualche cosa, non riuscendo a coltivare nulla a causa della scarsa fertilità del terreno di montagna, vendono il vimine che raccolgono nei boschi.
Dopo un lungo, stressante e nauseante viaggio su un camion coperto, gli indios arrivano nelle fincas con i loro animali e quelle poche cose che gli serviranno durante la permanenza in questi campi di lavoro.
Queste fincas sono aree monocolturali dove si coltiva soprattutto caffè, cotone, banane, mais o canna da zucchero; è proprio questo l’errore perché a lungo andare il terreno si impoverisce e diventa improduttivo.
In futuro si dovranno riconvertire le coltivazioni; questo richiederà molto tempo durante il quale le popolazioni e l’intera economia del paese rischieranno di andare in rovina.
Nelle fincas arrivano molti indigeni, soprattutto donne e bambini, che lavorano molte ore al giorno, sempre sotto lo stretto controllo dei caporali che sono pronti a insultare, deridere e punire chi commette uno sbaglio o si ferma durante la sua raccolta.
I bambini lavorano sin da piccoli ma solo per aiutare i propri genitori, perché non ricevono nessun compenso fino a quando non compiono otto anni (la metà di quelli che dovrebbero avere se le leggi fossero rispettate) e lavorano come un adulto, cioè riescono a ottenere una produzione giornaliera pari a quella di un adulto.
Gli orari di lavoro sono molto rigidi. Si inizia dalle prime ore dell’alba e si continua fino a ora di pranzo, poi si ricomincia fino all’ora di cena; se non si fa in tempo a finire la propria produzione giornaliera, bisogna lavorare anche nei momenti liberi.
Se per un motivo qualunque i lavoratori saltano un giorno di lavoro, per esempio la visita del proprietario terriero, si dovranno trattenere per la raccolta il primo giorno del mese successivo.
Oltre al massacrante lavoro, già mal retribuito, ci sono tutta una serie di detrazioni dal salario alle quali gli indios devono sottostare.
Quelle più evidenti sono le detrazioni per i danni causati alle piante: bisogna fare molta attenzione a non danneggiare o rompere qualche ramo, soprattutto se sono di piante giovani perché hanno più valore.
Ci sono poi delle botteghe, all’interno della fincas, che vendono liquori o dolcetti per i bambini dove poi gli acquisti vengono segnati e detratti dal salario a fine mese. Purtroppo, anche se la condizione economica di una famiglia è molto disagiata, non si può negare un dolce a un bambino che passa tutta la sua infanzia a lavorare come un adulto.
Alla fine gli uomini finiscono per ubriacarsi per non pensare più a come sono costretti a vivere, così a fine mese non solo sono indebitati con la bottega per tutto quello che hanno consumato ma pagano qualche cosa in più che i ladinos hanno aggiunto approfittandosi del fatto che loro non sanno tenere i conti.
Quando bisogna quantificare il raccolto e gli addetti al controllo segnano il peso in libbre attuano dei trucchi perché la quantità risulti minore di quello che realmente è, mettendo da parte molti più soldi per loro.
TransFair lnternational è un’associazione fondata nel 1992 per creare un marchio che identificasse i prodotti del mercato equo, cioè quei prodotti che vengono importati dal Sud del Mondo, ai quali viene garantito dall’Associazione un pagamento equo e quindi un reddito dignitoso non altrimenti raggiungibile.
TransPair International è il legame tra i consumatori attenti alla trasparenza dei loro acquisti e i produttori del Sud del Mondo; non commercializza direttamente i prodotti, ma si limita a stabilire i criteri del mercato equo, a fissare i prezzi da pagare ai produttori, a tenere un registro dei produttori stessi e a concedere il suo marchio a garanzia del rispetto delle condizioni di pagamento da parte degli importatori e distributori.
I lavoratori del Sud del Mondo sono spesso costretti a vendere le loro merci senza riuscire a coprire nemmeno i costi di produzione e finiscono vittime di intermediari che si arricchiscono sulle loro fatiche. Queste associazioni, invece, lavorano per annullare l’emarginazione e restituire un’etica al commercio: uno scambio in cui nessuno venga defraudato.
Tutti i prodotti del commercio equo e solidale si possono trovare nelle “Botteghe Terzo Mondo” oppure si possono acquistare prodotti di marche famose che però non danneggino gli interessi dei lavoratori.
Per sapere quali prodotti è meglio acquistare si può consultare un elenco realizzato dal “Centro Nuovo Modello di Sviluppo” e pubblicato dalla EMI, dove i prodotti hanno un voto da uno a dieci a seconda della loro coerenza e correttezza nei confronti dei paesi produttori.
Ci sono altre iniziative come il progetto di boicottaggio nei confronti di alcune multinazionali, che sfruttano fino all’inverosimile la forza lavoro e calpestano i diritti e la dignità degli uomini.

BIBLIOGRAFIA

  • AA.VV., Io e gli altri voi. 3 Le civiltà,  Il Nuovo Editoriale, Milano 1980
  • AA.VV., Grande dizionario enciclopedico vol. X, UTET, Torino, 1988
  • AA.VV., I propilei vol. VI, Mondadori, Milano, 1980
  • Hubert Herring, Storia dell'America Latina, Rizzoli, Milano, 1972
  • John Hemming, La fine degli Incas, Rizzoli, Milano, 1979
  • Elisabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchù, Giunti, Firenze, 1992
  • Grande Atlante Geografico e Storico, Garzanti, Milano,1993
  •  
fonte: www.pianetascuola.it/risorse/media

 

 

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Nazca, i misteri delle linee
"Erano cammini sacri"

In Perù quasi 2000 anni fa gli indigeni tracciarono strade a forma d'animali. E le teorie sugli extraterrestri...
di SARA FICOCELLI

OAS_RICH('Left'); <b>Nazca, i misteri delle linee<br/>'Erano cammini sacri'</b>
ROMA - È il mistero più dibattuto della civiltà precolombiana: le linee di Nazca, nel Perù meridionale, si estendono per 400 chilometri quadrati. Ma per ammirarle bisogna salire su un piccolo aereo o su una mongolfiera. E per capirle va fatto un salto nel tempo di oltre 2000 anni. L'archeologo Tomasz Gorka, dell'università di Monaco, come riferisce la rivista New Scientist, è arrivato a una conclusione: il colibrì, la scimmia, il ragno, il condor e tutte le altre figure erano il tracciato di cammini sacri. Vanno in archivio, fino a prova contraria, le teorie sull'arrivo di extraterrestri o creature sconosciute. Anche se il dubbio resta: enormi disegni visibili solo dall'alto, nessuna montagna nelle vicinanze. Uno spettacolo affascinante che attira migliaia di turisti ogni anno.

LE IMMAGINI DI NAZCA

"Le linee di Nazca erano dei sentieri rituali, questo è già stato segnalato in passato - spiega Giuseppe Orefici, direttore del Centro Italiano Studi e Ricerche Precolombiane - la simbologia raffigurata è infatti la stessa che troviamo sugli oggetti di terracotta. Si tratta di immagini che invocano la divinità, realizzate con un sistema molto semplice, cioè rimuovendo le pietre contenenti ossidi di ferro dalla superficie del deserto".

Gorka ha analizzato cinque geoglifi, concentrandosi sulle figure trapezoidali e misurando le anomalie del campo magnetico terrestre provocate da alcuni cambiamenti della densità del suolo a varie profondità. Lui e la sua équipe hanno percorso l'intero sito archeologico palmo su palmo con rilevatori terrestri manuali. "Abbiamo trovato molte altre linee - ha spiegato - all'interno delle figure trapezoidali, che non è possibile vedere neppure dall'alto. I geoglifi che osserviamo oggi sono l'ultimo stadio di un lungo processo di costruzione durante il quale l'intero complesso di disegni è stato costantemente modificato, rimodellato, cancellato e stravolto da un utilizzo progressivo".


In pratica i Nazca celebravano l'orca marina, il felino e tutte le altre divinità legate al culto dell'acqua e della fertilità camminando. Per chilometri e chilometri. Del resto, a questa antica civiltà peruviana fiorita fra il 300 a. C. e il 700 d. C. piaceva organizzare le cose in grande. Durante le feste religiose, per raccogliere i fedeli distribuiti su un territorio largo 1000 chilometri e altrettanto lungo si usava il gigantesco centro cerimoniale di Cahuachi, che però venne distrutto da un'alluvione nel 450 d. C. A quel punto i Nazca decisero di celebrare le divinità utilizzando solo i cammini sacri, oggi definiti "linee di Nazca", per gli indigeni "il deserto che parla". Le linee sono state realizzare con un tracciato unico, ad un'unica entrata e un'unica uscita, e ogni disegno finisce così come comincia. Questo è stato uno dei primi indizi che hanno portato alla teoria dei percorsi calpestabili. Tutto è stato realizzato rimuovendo le pietre dalla superficie del deserto e creando un contrasto con il pietrisco sottostante, più chiaro. La pianura di Nazca è ventosa, ma le rocce della superficie assorbono bene il calore e permettono all'aria di alzarsi, proteggendo il suolo. Grazie a questo sistema i disegni giganti sono rimasti intatti per migliaia di anni.

Il primo ad avvistarli fu l'aviatore Toribio Mija nel 1927, durante uno dei primi voli di linea sull'area. A lui sembrarono subito strade, ma gli studiosi impiegarono anni prima di cominciare a capirci qualcosa. Nel 1939 l'archeologo americano Paul Kosok studiò le linee trapezoidali ma solamente dal 1946, grazie alla tedesca Maria Reiche, si fecero ricerche approfondite sul loro significato. Secondo l'astrologa dietro linee e disegni ci sarebbe un calendario astronomico, e c'è addirittura chi pensa si tratti di piste d'atterraggio per extraterrestri. Come se non fosse abbastanza incredibile la teoria di un popolo che disegna se stesso per parlare con Dio.

Fonte: www.luciopesce.net/

 

 

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    Civiltà precolombiane tutto di tutto

 

Le civiltà  precolombiane

Le civiltà più evolute si svilupparono nell'America centrale e lungo la catena delle Ande nell'America meridionale (Perù, Bolivia, Cile). Esse presentavano:

  • forme di organizzazione politica, economica alquanto evolute,
  • una cultura raffinata,
  • un intenso sviluppo urbano.
  1. GLI AZTECHI

 

Verso il 1000 d.C. gli aztechi erano un popolo nomade che si spinse verso l'altopiano del Messico. Qui fondarono (1325 o 1344) la capitale Tenochtitlan-Mexico. Poi dal 1428 conquistarono e sottomisero le comunità della regione.

Aspetto politico:
- l'impero azteco era organizzato da una decina di "distretti" con un forte potere centrale, impersonato dall'imperatore;
- l’imperatore era affiancato da un apparato amministrativo  e da un consiglio supremo che aveva funzioni amministrative e giudiziarie.

Aspetto sociale:

  • IMPERATORE
  • NOBILTA': aveva le cariche religiose e politiche, possedeva la terra,
  • MERCANTI/ARTIGIANI: trasmettevano il lavoro da padre in figlio,
  • CONTADINI: ricevevano la terra in usufrutto,
  • SERVI/SCHIAVI: prigionieri di guerra o colpevoli di delitti gravi.

 

Aspetto culturale:

- non conoscevano la ruota e gli utensili di metallo;
- ARCHITETTURA: ordine dell'impianto, cura ed eleganza dei palazzi, splendide piramidi
- SCULTURA
- MUSICA/DANZA: eseguite durante le cerimonie da una casta di specialisti.

 

Aspetto religioso:
La religione, che permeava la vita privata e collettiva di quel popolo, si basava sulla concezione della precarietà dell'ordine cosmico (umanità già perita quattro volte), continuamente minacciato da catastrofi naturali e dalla collera delle divinità, in particolare il dio del Sole, signore della Terra, che tutti i giorni doveva combattere contro le forze avverse e doveva perciò essere alimentato con l'offerta di sangue umano (sacrifici umani).
Inoltre la vita di ogni uomo era rigorosamente predestinata, giorno dopo giorno, in ogni particolare. Essa era scritta nel Libro dei Destini, un calendario che veniva letto e interpretato da un indovino.

2. I MAYA

L'impero dei Maya si estendeva nella penisola dello Yucatan, nelle terre del Guatemala e dell'Honduras. I primi insediamenti risalgano al II millennio a.C.
Aspetto sociale e politico:
-   i Maya sono organizzati in "città-stato" che non sono dei veri e propri centri urbani, ma luoghi culturali, dove avevano sede i templi e le abitazioni del clero;
- la popolazione viveva nelle campagne e vi si recava in occasione di cerimonie religiose e per il mercato;
-   il capo della città era il SOMMO SACERDOTE (poteri politici e giudiziari);
-   CLERO e CETO NOBILIARE (avevano la proprietà privata);
-   POPOLAZIONE: coltivava la terra in comune, obbligata a prestare lavoro per la costruzione e la manutenzione degli edifici urbani.

Aspetto economico:
- AGRICOLTURA: praticata secondo il sistema del taglio-fuoco =>  vaste zone di foresta venivano bruciate, dissodate e poi coltivate.

Aspetto religioso:                                          
-   visione pessimistica della storia cosmica;                                             
-   storia del mondo: era una successione di generazioni:   - uomini di creta
- uomini di legno
- uomini di mais                  
- uomini attuali (diluvio)
-   differenti concezioni:  - terra poggiava su un rettile che nuotava nell'oceano
- sotto la terra ci sono 9 sfere infernali                                                    
- sopra la terra ci sono 13 sfere celesti
-   Dio solare: divinità suprema con altre divinità minori (luna, pioggia....).

Scrittura:

  • ci sono pervenute delle iscrizioni e 3 codici geroglifici (gli altri sono stati bruciati dagli spagnoli).

Tempo:            
- uso di calendari (anno solare di 365 giorni)                        
- conoscenze astronomiche.                                       

3. GLI INCAS

Questa popolazione della regione di Cuzco (Perù) fondò, tra il 1450 e il 1532 uno degli imperi più vasti: l'impero si estendeva per 4000 chilometri dall'Ecuador, al Perù, alla Bolivia, al Cile.

Aspetto politico e sociale                       .
-   il territorio era controllato per mezzo di un esercito agguerrito, di una struttura amministrativa efficiente, di una rete stradale ben organizzata,
-   l'impero era diviso in "circoscrizioni" rette da "governatori";
-   i   re   delle   popolazioni   sottomesse   rimanevano   con   compiti   amministrativi,   ma   erano subordinati ai governatori e si recavano periodicamente a Cuzco per prestare giuramento di fedeltà;
- il capo supremo era l’imperatore, che:

  •  aveva poteri religiosi, politici, militari;
  • era aiutato da 4 alti funzionari e dall’aristocrazia inca.
  • gli ispettori imperiali effettuavano controlli.

Aspetto economico:
1) AGRICOLTURA
- di tipo 'consumistico': la proprietà individuale non esIsteva e la terra era divisa in 3 categorie:

  • la terra del SOVRANO (che serviva per mantenere i nobili, i funzionali),
  • la terra dei SACERDOTI (per mantenere il clero),
  • la terra della COMUNITÀ (per il sostentamento dei contadini, che prestavano lavoro per la costruzione di edifici, strade e di sistemi di irrigazione);
  • di carattere 'intensivo': si coltivava mais, patate, cereali....

2) ARTIGIANATO
- sviluppato era nel campo della tessitura e dei suppellettili,
- insediamenti urbani = città bellissime su montagne scoscese e su terrazze tagliate nella roccia.

Aspetto religioso:
- INTI: era una divinità solare
- in onore di questo dio e delle altre divinità venivano sacrificati animali e uomini
- divinazione effettuata da sacerdoti. .

 

 

 

 

Alla conquista del Nuovo Mondo

 

Queste civiltà, prima conobbero gli esploratori e poi i conquistatori. Infatti nei primi 25 anni dopo la scoperta di Colombo, la presenza europea nel Nuovo Mondo si limitò alle Isole Caraibiche e puntò sulla ricerca dell'oro (sfruttamento della popolazione indigena).
Solo nel 1517 ebbe inizio l'esplorazione della Terraferma. Famose le 2 spedizioni di Hernan Cortés e di Francisco Pizarro, i più famosi fra i conquistadores.
Chi erano i conquistadores?
Erano soldati spagnoli che, di origine spesso nobile ma poveri, ispirati dai romanzi cavallereschi e infiammati dal miraggio dell'oro e della gloria, attraversarono l'oceano, muovendo alla conquista dei grandi regni americani.

1. Hernan Cortés e la fine dell’impero azteco

Nel 1519 Hernan Cortés partì dall'isola di Cuba e sbarcò sulle coste del Messico con 400 soldati e un piccolo numero di cavalli e cannoni.
Procedette verso l'interno senza incontrare resistenza, giunto alla capitale Tenochtitlan fu ben accolto dal sovrano Montezuma, ma Cortés lo fece prigioniero.
Poco dopo gli spagnoli furono costretti a ritirarsi in seguito ad una rivolta dove morì Montezuma.
Ottenuto l'appoggio di altre tribù ostili agli aztechi, Cortés ritornò nella capitale nel 1521, la occupò e la distrusse, massacrando la popolazione. Sulle rovine della città venne eretta una nuova città Mexico (attuale Città del Messico). Il resto dell'impero azteco venne rapidamente conquistato e il 15 ottobre 1552 Carlo V nominava Cortés governatore e capitano supremo della Nuova Spagna.

2. Francisco Pizarro e la conquista del Perù

Nel 1529 due avventurieri spagnoli, Diego de Almagro e Francisco Pizarro investirono tutti i loro beni in una spedizione e ottennero dalle autorità spagnole, in cambio del 50% dei guadagni derivanti dallo sfruttamento dei territori, il grado di capitano e l'autorizzazione ad attaccare l'impero degli incas (Perù).
Essi conquistarono diverse città, ma la spedizione fu un susseguirsi di stragi, devastazioni, massacri. Approfittando della lotta dinastica degli incas (crisi interna), gli spagnoli si scontrarono con gli incas, fecero prigioniero l'imperatore Atahualpa per il quale venne pagato un ingente riscatto, ma venne comunque ucciso. Poco dopo nel 1533 conquistarono la capitale Cuzco, la saccheggiarono: l'impero inca era caduto e nasceva al suo posto il Vicereame Spagnolo del Perù (1544) la cui capitale fu Lima.

3. I mezzi della conquista      

La straordinaria facilità con cui furono abbattuti i due più importanti Imperi precolombiani ha posto e pone anche oggi numerosi interrogativi.
Diversi fattori sono stati considerati per spiegare la conquista di questi imperi (cioè la sottomissione degli indigeni e la conquista di terre così estese) da parte di poche migliaia di uomini.
Le ipotesi di spiega­zione più significative sono:
1) la superiorità militare.
Gli indios non conoscevano le armi da fuoco e furono atterri­ti dagli uomini a cavallo (il cavallo era sconosciuto in America), che apparvero loro come creature fantastiche.
Inoltre gli Europei utilizzavano le balestre, le spade e spaventavano gli indios con i cani feroci.
Gli indios avevano una concezione della guerra diversa da quella degli europei:
- affrontavano la guerra sulla scorta di una costante preoccupazione religiosa, che li spingeva a cercare presagi favorevoli alla vigilia di ogni battaglia;
- vedevano la guerra come cattura di prigionieri e non come massacro degli avversari (rif. alla furia omicida degli Europei).
2) la fragilità politica dei regni indigeni.
Nel caso degli aztechi il governo centrale si era consolidato reprimendo violentemente i popoli sottomessi, per cui fu facile per Cortés ottenere alleanze con loro => contrasti etnici.
L'Impero incas, all'arrivo degli spagnoli, era invece reduce da una lacerante guerra civile => contrasti dinastici.
3) le ansie religiose e l'idea del tempo ciclico.
L'atteggiamento degli indios nei confron­ti dei nuovi venuti fu in un primo tempo di straordinaria disponibilità e acco­glienza.
Nel caso degli aztechi, le leggende che raccontavano del ritorno del dio Quetzalcoatl in un periodo cosmico casualmente coincidente con la venuta degli spagnoli, avevano fatto credere che essi potessero essere emissari del dio.
La sco­perta della tragica verità gettò gli indios in un traumatico sconforto religioso e psicologico, determinato dalla sensazione di essere stati abbandonati dagli dei.
4) la straordinaria determinazione degli europei.
In contrasto con la fragilità psicolo­gica degli indios, gli europei dimostravano invece un entusiasmo fanatico, sia sul piano religioso che militare.
Il desiderio di ricchezza e l'esaltazione conseguente alle prime facili vittorie produssero un atteggiamento di straordinaria determi­nazione.
5) l'idea della superiorità razziale e religiosa degli europei.
Fin da Colombo, l'idea della necessaria cristianizzazione degli indios era conseguenza del tipico atteggia­mento di superiorità di chi si ritiene depositario della vera fede.
A questo si deve aggiungere la convinzione della superiorità razziale, giustificata mettendo a con­fronto la superiorità tecnica della civiltà occidentale con l'apparente arretratezza di quella indigena.
6) la decimazione derivante dalle epidemie. (da 25 milioni a 2 milioni).
L'incontro con gli europei fu devastante per il Nuovo Mondo dal punto di vista epidemiologico.
Gli europei portarono malattie (il morbillo, il vaiolo, l’influenza) verso cui gli indios non erano immunizzati e che produs­sero stragi devastanti nella popolazione locale. Oggi gli storici tendono a dare un peso quasi maggiore a questo fattore rispetto a quello della distruzione militare.
Il calo demografico fu determinato anche da altri fattori:
- il pesante sfruttamento degli indios nelle miniere e in regioni malsane;
- lo spostamento delle popolazioni da luoghi caldi a luoghi freddi o viceversa;
-  il trauma determinato dalla sensazione di essere stati abbandonati dagli dei causò molti suicidi.

L’organizzazione della conquista e l’attività economica

Dal punto di vista dei conquistatori, il problema era il controllo e lo sfruttamento dei nuovi domini: essi vi trasferirono forme di organizzazione politica e sociale che avevano molto in comune con il sistema feudale.

Possedimenti portoghesi

Nel 1533 il re del Portogallo divise il Brasile in 12 "capitanie" affidate a dei responsabili chiamati donatarius con il compito di:
- amministrare e difendere il proprio territorio,
- favorire la colonizzazione di nuove terre,

  • proteggere l'attività dei missionari.

In Oriente il Portogallo non procedette all’annesione di enormi territori, ma costruì un imponente sistema di fortezze e di basi navali, che avrebbe consentito una via commerciale diretta da Lisbona al Giappone, passando attraverso l’Africa, l’India, Canton e Macao
Possedimenti spagnoli                                                                                                                   '•>
Uno strumento di colonizzazione spagnola fu l'encomienda cioè un'istituzione spagnola, dove molte terre venivano assegnate in commenda (godimento) ai membri degli ordini militari come ricompensa dei servizi resi nella lotta contro gli infedeli.
Nel Nuovo Mondo essa consisteva nell'assegnazione a un conquistadores o a un colono spagnolo di una circoscrizione territoriale (di solito un villaggio indigeno) al cui interno, pur senza essere proprietari del suolo, essi avevano il diritto di esigere determinati tributi e prestazioni di lavoro dagli indigeni, in cambio gli encomenderos erano tenuti a proteggere questi loro vassalli e a convenirli alla fede cristiana.
Nel Nuovo Mondo rimase per secoli un'economia naturale: non monetaria. Perciò i conquistadores per non perdere il loro status sociale, dato dal possesso di terre che non erano convertibili in denaro, erano costretti a rimanervi.
Per le attività economiche bisogna distinguere in base alle zone:
- Isole Caraibiche: quando le riserve d'oro furono esaurite si iniziò la coltivazione della canna da zucchero;
-   continente:  dopo il  saccheggio dei tesori degli aztechi e degli incas si diede impulso all'agricoltura (frumento, ulivo, vite....);
-   Messico:   si   scoprirono   delle  miniere  d'argento


La scoperta dei selvaggi

L'atteggiamento degli europei nei confronti delle popolazioni americane fu caratterizzato, fin dall'inizio, da un totale rifiuto.                                                                                                               .
Ho considerato tre testimonianze/valutazioni:
1) Il frate domenicano Tommaso Ortiz manifestò in questi termini, nel 1524, la sua convinzione che gli indigeni americani dovessero essere ridotti tutti in schiavitù:

“Gli uomini di terra ferma delle Indie mangiano car­ne umana [...] più di qualunque altra popolazione. Tra di loro non esiste alcuna giustizia, vanno in gi­ro nudi, non provano né amore né vergogna, son co­me asini, stupidi, dementi, insensati; non gli impor­ta nulla di uccidere o di essere uccisi; non osserva­no la verità se non quando è a loro vantaggio; sono incostanti, non sanno cosa sia una decisione; sono molto ingrati e amici delle novità; amano ubriacar­si, ed hanno vini di diverse erbe, frutta, radici, gra­no; sono bestiali nei vizi; i giovani non hanno alcuna obbedienza o riguardo verso i vecchi, né i figli verso i padri; sono incapa­ci di apprendimento e di correzione; sono traditori, crudeli, vendicativi al punto da non perdonare mai; ostilissimi alla religione, pigri, ladri, bugiardi, gret­ti e limitati nel giudizio, non osservano né fede né ordine; i mariti non serbano fedeltà alle mogli né le mogli ai mariti; sono stregoni, indovini, negroman­ti; sono codardi come lepri, osceni come porci.”

2) Fernando de Oviedo(1487-1557), uomo di corte al servizio della monarchia spagnola, in un suo rac­conto  afferma:

“L'ammiraglio Colombo quando scoprì quest'isola Hispaniola vi trovò un milione di indiani e di india­ne [...] di tutti i quali, e di quelli che sono nati do­po, io credo che non ve ne siano affatto viventi, nel presente anno 1535, cinquecento persone sia pic­coli che grandi, che siano naturali, legittimi e della razza dei primi indiani. [...] Taluni fecero lavorare gli indiani in modo eccessivo; gli altri non diedero loro da mangiare così bene come conveniva. E, per di più, gli uomini di questo paese sono per natura così oziosi, viziosi, di poco lavoro, melanconici, co­dardi, sudici, di cattiva condizione, mentitori, di nessuna costanza e fermezza. [...] Molti di loro, per proprio piacere e passatempo, si fecero morire di veleno, per non lavorare affatto. Altri s'impiccarono con le proprie mani. E agli altri sopravvennero ma­lattie tali che in breve tempo gli indiani morirono. [...] Da parte mia, io credo piuttosto che nostro Si­gnore ha permesso, per i grandi, enormi, abomine­voli peccati di queste genti selvagge, rustiche e be­stiali, che essi fossero gettati via e banditi dalla su­perficie della terra.

Queste valutazioni offrivano così una giustificazione alle guerre dì rapina, alle deportazioni, al genocidio: la loro distruzione rientrava in un piano provvidenziale.

 

Non mancano tuttavia dei pareri discordi:
3) Bartolomé de Las Casas, figlio di un compagno di viaggio di Cristoforo Colombo, nel 1502 egli si recò nei Caraibi per prendere possesso delle piantagioni lasciategli dal padre. Qui, a contat­to con le atrocità della dominazione spagnola, egli decise di farsi frate e di dedicare la propria vita alla causa degli indios. Nella sua lunga at­tività Las Casas non risparmiò le denunce e le accuse contro i metodi dei con­quistadores:

Tutta questa gente di ogni genere fu creata da Dio senza malvagità e senza doppiezze, obbedientissima ai suoi signori naturali e ai cristiani, ai quali presta­no servizio; la gente più umile, più paziente, più pa­cifica e quieta che ci sia al mondo, senza alterchi né tumulti, senza risse, lamentazioni, rancori, odi, pro­getti di vendetta. Sono nello stesso tempo la gente più delicata, fiacca, debole di costituzione, che meno può sopportare le fatiche e che più facilmente muore di qualunque malattia [...]. Sono anche gente pove­rissima, e che non possiede, né vuole possedere, be­ni temporali; e per questo non è superba, né ambizio­sa, né cupida. Il loro cibo è tale che quello dei santi padri nel deserto non pare essere stato più misero, né più spiacevole e povero [...]. Tra queste pecore man­suete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati”.

Il recupero degli indigeni e l’evangelizzazione

II problema del re­cuperodelle popolazioni americane e della loro conversione al cristianesimo fu avvertito molto presto dalla Chiesa cattolica. All'inizio i missio­nari dovettero affrontare innumerevoli difficoltà:

“Il popolo era costituito da persone simili ad animali privi di ragione. Non po­tevamo portarli nel recinto o nella congregazione della Chiesa, né nelle classi di dottrina, né alle pre­diche, senza che fuggissero come il diavolo fugge dalla croce. Per più di tre anni scapparono davanti ai preti come animali selvaggi”.

La religione catto­lica era diversissima dai culti locali a ca­rattere prevalentemente magico-animistico, e non era facile tradurre la teologia cristiana nel lessico e negli schemi concettuali degli indios.
I rimedi fu­rono drastici:
- vennero distrutti molti templi e idoli e le pietre dei templi vennero utilizzate per edificare nuove chiese;

  • migliaia di in­dios furono battezzati a forza sotto la mi­naccia della prigione o della tortura; in moltissi­mi casi si procedette a condanne a morte.

In que­sta secolare opera di evangelizzazione vanno tut­tavia distinte due fasi:
1) nella prima, caratterizza­ta dall'attività degli ordini francescano e dome­nicano, emerse la preoccupazione di collegare in qualche modo l'emancipazione spirituale delle masse indigene alla tutela delle loro condizioni materiali;
2) nella seconda, contrassegnata dall'at­tività del clero secolare, venne in luce un'avidità e una crudeltà che non avevano nulla da invi­diare a quelle degli stessi conquistatori.
In queste condizio­ni si comprende bene come la cristianizzazione degli indios sia rimasta a lungo superficiale; i vec­chi culti sopravvissero identificandosi nei nuovi:
- le divinità solari furono assimilate al Cristo,
- le dee-madri, come la divinità peruviana della Ter­ra, furono assimilate alla Vergine.

 

ECONOMIA E SOCIETÀ NEL '500

1. La crescita demografica e la “rivoluzione dei prezzi”
II '500 fu un secolo di grandi trasformazioni: il quadro politico, i modi di pensare, la fede religiosa, la vita materiale, tutto, alla fine del ‘500, appariva diverso rispetto al suo inizio.
L'aspetto più significativo per quanto riguarda la storia economica e sociale è l'aumento della popolazione che unendosi ha un forte movimento migratorio dalle campagne (80% popolazione risiedeva in campagna) portò a un incremento degli abitanti delle città.
Tuttavia la durata della vita restava a livelli bassissimi, a causa della elevata mortalità infantile (età media era di 23 anni). La brevità della vita e l'alto numero di figli per famiglia ci lasciano intravedere un Europa popolata da giovani e da bambini.            Le cause dell'aumento della popolazione sono ancora oscure ma l'effetto più evidente è l'aumento del costo della vita.
I prezzi dei generi di largo consumo (cereali) aumentarono costantemente e questo fenomeno è stato definito dagli storici come una rivoluzione dei prezzi.
Diverse le spiegazioni:
1) Jean Bodin (1530-1596) => il giurista e scrittore politico francese collega l'aumento dei prezzi al grande afflusso dei metalli preziosi provenienti dalle Americhe.
2)  storici dell'economia =>  i prezzi cominciarono a salire diversi decenni prima dell'afflusso dei metalli dall'America.
3)  Oggi => la rivoluzione dei prezzi va spiegata con l'aumento della popolazione.

2. La produzione agricola
La crescita della popolazione provocò l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità Questo aumento stimolò a sua volta quello della produzione agricola perché la produzione dei generi alimentari non teneva il passo con l'aumento della popolazione        (=> aumento dei prezzi). L'aumento della produzione si ottenne:
1)  estendendo gli spazi coltivati (=> coltivazione di nuove terre);
2)  cercando di ridurre attraverso cicli di rotazione pluriennali (di sei anni) e attraverso l'impiego della concimazione la quantità di suolo destinata al maggese (lasciato di riposo);
3) bonificando e irrigando.
L'aumento della richiesta di generi alimentari determinò:

  • un aumento dei profitti derivanti dalla agricoltura,
  • un aumento degli investimenti agricoli da parte dei detentori dei capitali (speculatori e affaristi che investivano nella terra).

3. Il problema dei redditi
Ricapitolando, le conseguenze dell’aumento della popolazione furono:
1)         aumento del prezzo dei cereali,
2)         accresciuta produzione agricola,
3)         diminuzione del potere d'acquisto dei lavoratori.
I salari medi dei lavoratori aumentarono (due volte) ma i prezzi aumentarono più dei salari (quindici volte). Di conseguenza la qualità dei consumi alimentari peggiorò e le calorie di origine animale, più costose, furono sostituite dalle calorie vegetali.
La diminuzione del consumo di carne aveva diverse cause:
1) riduzione delle foreste dove venivano allevati i suini (per dare spazio all’agricoltura);
2) bonifica di vasti territori incolti (prima destinati all'allevamento);
3) la diminuzione del potere d'acquisto della popolazione. (rif. ai salari)
L'aumento dei prezzi mise in difficoltà quei proprietari che avevano dato in affitto le loro terre a canoni fissi o che ricevevano dai loro contadini prestazioni in denaro.
I nobili fronteggiarono questa situazione:
- o diventando amministratori diretti delle proprie tenute, cercando di sfruttare le terre per trarre vantaggio dall’aumento dei prezzi,
- o aumentando gli affitti (per mezzo della violenza perché gli aumenti erano illegali).
Ma l'interesse dei grandi proprietari per la terra costrinse i piccoli coltivatori indipendenti che non disponevano di risorse economiche per migliorare la loro produzione: - o a vendere le loro terre, o a cadere preda degli usurai.

4. Le miniere
Nel corso del '500 si assistette ad un'accresciuta richiesta di carbone minerale utilizzato soprattutto nel riscaldamento domestico.
Ciò provocò: - non solo lo sfruttamento di vene più profonde,
- ma anche il perfezionamento delle tecniche estrattive (trivelle più potenti, sistemi di ventilazione e di pompaggio, nastri trasportatori azionati da cavalli, sistemi per puntellare le gallerie).
Altri minerali estratti in misura rilevante furono:
- ferro (in Spagna), rame (in Svezia) per monete di meno valore, argento (poi soppiantato da quello americano, più abbondante e a buon mercato), allume, usato per la concia di pellami, per la lavorazione di alcuni vetri, per l'industria tessile.
Di conseguenza l'intensificata attività estrattiva portò ad una espansione delle fonderie e degli altiforni => la conseguenza è il disboscamento perché serviva legna per alimentare questo forno interamente murato in cui il minerale veniva deposto su strati di carbone di legna acceso e alimentato da mantici. Con la fusione si otteneva la ghisa che veniva lavorata nelle fonderie (lingotti, sbarre di ferro).

5. Gli scambi internazionali
Se l'aumento dei prezzi da un lato danneggiò i salariati e tutte le categorie a reddito fisso, dall'altro favorì le categorie che erano nel campo nel campo economico. Infatti nel '500 si affermano i mercanti-banchieri-industriali che unirono le speculazioni finanziare alle attività commerciali e industriali. Tra questi primeggiano i banchieri tedeschi: WELSER, HÒCHSTAETTER e FUGGER.
L’ascesa dei Fugger si deve a JAKOB detto Il Ricco che finanziò principi e sovrani in cambio della concessione di monopoli. Es. ottenne dal principe del Tirolo il diritto di sfruttamento delle miniere d'argento e lo stesso fece con le miniere di rame in Ungheria => con la vendita di questi minerali i Fugger costruirono una grande fortuna, basata su diverse attività:

  • finanziarono il commercio portoghese delle spezie,
  • gestivano il denaro inviato agli ecclesiastici della curia romana.

I mercanti-banchieri-industriali ebbero così un ruolo importante nell'investimento di forti capitali in attività produttive (in campo agricolo, industriale) e alle loro circolazioni internazionale.
Anche i governi furono coinvolti nei grandi traffici internazionali e in particolare i regni impegnati nella conquista coloniale (Spagna, Portogallo) organizzarono un forte controllo sul commercio oceanico.
In Spagna lo strumento di questo controllo fu La Casa de la contratación, creata nel 1503, con sede a Siviglia, che:

  • deteneva il monopolio commerciale con le Americhe,
  • percepiva i diritti doganali,  3) rilasciava licenze d’imbarco.

La corona portoghese scelse come centro dei traffici e degli scambi la città di Lisbona, capitale mondiale del pepe e delle spezie. Gli incaricati di tre istituzioni, la Casa de India, la Casa de Guinea, la Casa da Mina:
1) riscuotevano i diritti doganali, 2) armavano le flotte,
3) finanziavano a nome del re i contratti con i commercianti e gli esploratori,
4) controllavano il carico e lo scarico delle merci, tenevano il registro degli equipaggi e dei passeggeri.
Anversa fu il centro finanziario e commerciale più importante. Favorita dalla sua posizione geografica e dall'unione dei Paesi Bassi con la Spagna, questa città diventò il crocevia della finanza:

  • c'erano le agenzie di diversi banchieri tedeschi e italiani,
  • i prodotti stranieri (es. spezie portoghesi, vini spagnoli e francesi, zucchero americano, tessuti inglesi…) venivano smistati.

Un segno della dimensione internazionale degli scambi è la diffusione della borsa che era il luogo di incontro di banchieri, mercanti, agenti di cambio e altri individui coinvolti nel mondo degli affari. Il nome deriva dall’Hotel des Bourses (così chiamato dal nome della nobile famiglia van der Bourse) della città di Bruges presso il quale si tenevano stabilmente riunioni di affari.

6. Le industrie
L’accresciuta produzione di ferro consentì l’impianto e lo sviluppo di numerose industrie metallurgiche di trasformazione, a cominciare da quelle di carattere bellico.
La più grande industria dell’epoca era sempre l’industria tessile: sviluppata soprattutto in Italia e in Fiandra non solo è la più grande dell'epoca ma conta la manodopera più numerosa (cardatori, follatori, tessitori, filatrici, setai, drappieri e tintori) impiegata negli opifici (= manifattura) o nel lavoro a domicilio (=>gli imprenditori consegnavano la materia prima presso il domicilio dei lavoratori e passavano a ritirare il prodotto semilavorato e finito).
Mentre nell'Italia primeggia l'industria laniera ed era all'avanguardia anche la produzione di seta, nei Paesi Bassi si assiste ad una trasformazione dell'industria tessile e un ruolo importante è rivestito da Anversa dove:
1) una nuova organizzazione di tipo capitalistico fu impiantata nelle campagne e nelle piccole città sostituendo le corporazioni (=> regolamenti),
2) la nuova produzione non si basava più su tessuti di alta qualità e quindi costosi ma su tessuti leggeri e a buon mercato, destinati a un pubblico vasto.


II termine deriva dall'equivoco di fondo delle prime spedizioni colombiane, che identificarono con le Indie orientali  le terre scoperte. La parola indios, infatti, sta a indicare gli abitanti indigeni del Centro e Sud America che subirono le conseguenze dell'arrivo dei conquistadores. Questo termine sopravvisse tuttavia.anche quando fu raggiunta la consape­volezza che le terre scoperte non faceva­no parte dell'Asia ma di un nuovo conti­nente.

 

 

fonte: www.istitutoturoldo.it

 

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