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Copernico, Geocentrismo ed Eliocentrismo? Keplero, Galileo, Il cannocchiale, Newton, Herschel e tanti altri
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Copernico
Niccolò Copernico (1473-1543), elaborò una teoria alternativa al sistema tolemaico che vedeva la Terra girare intorno al Sole. Questo rovesciamento dell'esperienza comune, che vede il Sole sorgere e tramontare, fu considerata una vera e propria rivoluzione, molto difficile da accettare. Tuttavia i calcoli del moto dei corpi celesti, alla luce di questa teoria, risultavano notevolmente semplificati. Così, l'ipotesi venne presto accettata e utilizzata in certi ambienti scientifici, ma fu successivamente condannata dalla chiesa e dalla scienza ufficiale perché contraddiceva le sacre scritture. A quel tempo la scienza, basata prevalentemente sulle interpretazioni cristiane di Aristotele, era un tutt'uno con la teologia. Rivoluzionare le conclusioni della scienza e dei testi aristotelici veniva considerato un attacco alla religione. Quanto all'ipotesi eliocentrica, in un passo biblico era chiaramente scritto che Giosuè rallentò il tempo fermando il Sole ("fermati, o Sole..."). L'adesione alle teorie copernicane risultò presto pericolosa. Giordano Bruno, per esempio, che tra l'altro aveva aderito al copernicanesimo, finì sul rogo come eretico. Galileo fu costretto ad abiurare e fu condannato a trascorrere i suoi ultimi anni nella villa di Arcetri. Altri scienziati e filosofi adottarono le teorie copernicane senza esporsi, celandole o professandole come pure ipotesi matematiche. Geocentrismo ed Eliocentrismo?
Poiché dalla Terra sembra che il Sole e tutti gli astri ruotino attorno alla Terra, in passato si riteneva che il nostro pianeta fosse al centro dell'universo. Questa teoria, sostenuta tra gli altri da Aristotele e da Tolomeo, si chiama geocentrismo (dal greco Geos, Terra). Le teorie di Copernico e di Galileo, al contrario, mostrarono che è il Sole il centro attorno al quale ruotano tutti i pianeti, compresa la Terra. Uno dei primi uomini ad aver formulato un'ipotesi eliocentrica (dal greco Elios, Sole) fu Aristarco di Samo (310-213 a.C.).
Keplero
Johannes Kepler (1571-1630), era un astronomo e matematico tedesco che, osservando le posizioni di Marte, ha scoperto che le orbite dei pianeti non sono affatto circolari, come si riteneva, ma seguono una traiettoria ellittica. La velocità del loro moto, inoltre, non è costante ma subisce delle accelerazioni.
Queste osservazioni furono poi generalizzate attraverso le celebri leggi che dallo studioso prendono il nome: l'orbita dei pianeti è un'ellissi di cui il Sole occupa uno dei due fuochi; il raggio vettore di ogni pianeta - in altre parole la linea che unisce il centro del pianeta col centro del Sole - in tempi uguali descrive aree dell'ellisse uguali; il quadrato del periodo di ogni pianeta - e cioè il tempo impiegato a percorrere l'orbita - è proporzionale al cubo del semiasse maggiore della sua orbita.
Per spiegare il moto dei pianeti Keplero ha ipotizzato l'esistenza di una forza fisica, concepita sul modello delle forze magnetiche che in quel periodo aveva studiato Gilbert. Sarà Newton, successivamente, a individuare e descrivere precisamente questa forza, attraverso la teoria della gravitazione universale.Galileo
Galileo Galilei (1564-1642) ebbe il merito di essere il primo che utilizzò il cannocchiale per scrutare il cielo. Così, intorno al 1609, iniziò le sue osservazioni astronomiche che portavano a risultati completamente diversi da quanto veniva affermato dal sistema aristotelico-tolemaico. Scoprì che la Luna e il Sole non sono pianeti perfetti: la Luna non è liscia ma è piena di montagne e di irregolarità, e sul Sole si possono vedere delle macchie. Scoprì inoltre che ci sono quattro satelliti che ruotano intorno a Giove, e li chiamò pianeti medicei in onore di Cosimo II de' Medici. In questo modo concluse che Copernico aveva ragione e pubblicò i suoi risultati nel Sidereus Nuncius (1610). Quando, nel 1616, le teorie copernicane vennero condannate dalla chiesa, Galileo non si fermò e continuò a sostenere le sue ipotesi con nuovi argomenti suggerendo di reinterpretare la Bibbia, invece di negare i risultati delle proprie osservazioni. Dopo la pubblicazione del Dialogo sopra i massimi sistemi (1632), quello tolemaico e quello copernicano, fu condannato e costretto ad abiurare passando gli ultimi giorni della sua vita relegato nella villa di Arcetri. Il cannocchiale
Antico cannocchiale
Sin dal Medioevo gli artigiani occhialai utilizzarono delle lenti per correggere i difetti della vista, ma la scienza non era in gradi di spiegare come funzionassero. Alla fine del 1500, sia Giovanni Battista Della Porta che Keplero esaminarono questi fenomeni da un punto di vista scientifico anche se nessuno di loro costruì questo strumento. Sembra che a costruirlo, nel 1590, sia stato un artigiano italiano. Successivamente questi strumenti si ritrovarono in Olanda dove però non ebbero successo commerciale e furono considerati degli strumenti di divertimento e di meraviglia più che di qualche utilità pratica. Nel 1609, Galileo venne a saper di questo strumento, lo costruì e lo offrì alla Repubblica di Venezia come una sua invenzione. Egli ebbe però il merito di essere il primo ad utilizzare questo strumento per l'osservazione astronomica e per la scienza. Newton
Isaac Newton (1642-1727) matematico e fisico inglese, nella sua opera Philosophiae Naturalis Principia mathematica, tra le altre cose, poneva tre principi ancora oggi fondamentali: il principio di inerzia, per cui ogni corpo tende a mantenere il suo stato di quiete o di moto; quello dell'accelerazione, che si esprime con la relazione di proporzionalità tra forza e massa; e quello di azione e reazione per cui ogni azione determina una reazione uguale e contraria.
Partendo da questi assiomi Newton ha sviluppato un'astronomia fondata sulla matematica che spiega e descrive il moto degli astri attraverso le forze di inerzia, centrifuga, centripeta e di gravità.
La sua intuizione fu quella di comprendere che la forza che regola la gravità sul nostro pianeta è una proprietà della materia: la materia si attrae in funzione
della massa, e ciò vale per il più piccolo granello di sabbia come per il più grosso dei pianeti. E' questa la forza che regola il moto dell'universo, che fa sì che la Luna ruoti intorno alla Terra e che tutti i pianeti ruotino intorno al Sole.
In questo modo Newton introduceva nella scienza il concetto di forza a distanza, che suscitò molte resistenze all'epoca, perché era molto difficile da comprendere e da accettare e poteva apparire come un ritorno alle forze magiche e metafisiche. Ma questa formulazione non è un principio filosofico, trova un'espressione matematica nella celebre formula F=mg: la forza di gravità è direttamente proporzionale alla massa di un corpo e all'accelerazione di gravità.Herschel
Frederick William Herschel (1738-1822) era un astronomo tedesco che visse in Inghilterra e divenne il primo presidente della Reale Società Astronomica d'Inghilterra. Seguendo le leggi di Keplero e di Newton, elaborò la teoria degli universi-sole, e cioè che ogni stella è un possibile sole attorno al quale si muove un possibile sistema planetario. Scoprì che il nostro sistema solare non è fermo, ma sta viaggiando verso la costellazione di Ercole. Il Sole, perciò, non è al centro dell'universo. Ottimo osservatore del cielo, contribuì ad affermare l'astronomia come scienza esatta ampliando e consolidando la teoria newtoniana. Scoprì la nebulosa di Orione (1774), Urano e due dei suoi satelliti (1781), e calcolò il periodo di rivoluzione intorno al Sole di Saturno. Halley
Nel 1682 l'astronomo Edmund Halley assistette al passaggio di una cometa molto spettacolare che avrebbe successivamente preso il suo nome. Dopo averla osservata attentamente, si rese conto che stava seguendo un'orbita ellittica e che, perciò, non era, come si riteneva a quei tempi, un saltuario passaggio casuale. Intuì quindi che anche le comete seguono un'orbita intorno al Sole, anche se molto ampia, e che la loro apparizione nei nostri cieli è un fenomeno che si ripete ciclicamente.
Scartabellando le testimonianze degli antichi, scoprì due passaggi, nel 1531 e nel 1607 di una cometa molto simile a quella che aveva potuto osservare, concludendo che si doveva trattare dello stesso oggetto. Calcolò allora che il periodo di rivoluzione della "sua cometa" era di 76 anni e fece una previsione: nel 1758 sarebbe riapparsa. Morì 16 anni prima, ma la sua previsione era esatta. La cometa, apparsa l'ultima volta nel 1986, fu perciò battezzata con il suo nome.Laplace
P. S. Laplace (1749-1827) tentò di costruire un sistema cosmologico interamente basato sulle leggi della meccanica. Ciò gli permise di descrivere matematicamente i moti dei corpi celesti e di formulare la celebre ipotesi, detta di Kant e Laplace, sull'origine del sistema solare. Secondo lo scienziato la formazione del sistema solare è avvenuta per il raffreddamento di una nebulosa rotante, con la conseguente condensazione della materia intorno a un centro di rotazione che ha prodotto il Sole. Da quest'ultimo si sarebbero staccate porzioni di materia che hanno originato i pianeti. Questa teoria spiegava la nascita del nostro sistema solare senza bisogno di ricorrere all'ipotesi di Dio.
Grande sistematore della moderna teoria della probabilità, Laplace riteneva che in natura ogni evento avviene per ragione sufficiente. In altre parole ogni stato è determinato dagli eventi che lo precedono ed è a sua volta la causa degli eventi che seguiranno. Da ciò si ricava che ogni evento, in natura, è prevedibile con assoluta certezza, conoscendo le condizioni iniziali. Purtroppo la nostra ignoranza ci impedisce di conoscere esattamente tutte le condizioni iniziali e siamo perciò spesso costretti a ragionare per probabilità. Questo principio viene indicato come determinismo e ha largamente influenzato gli sviluppi della scienza successiva.Il pendolo di Foucault
Nel 1851 Foucault organizzò un esperimento che rappresenta la prima dimostrazione della rotazione della Terra. Alla cupola del Pantheon di Parigi fu appesa una grossa palla di 28 chilogrammi, attraverso a una fune lunga 67 metri. Le oscillazioni di questo gigantesco pendolo cambiavano direzione di poche frazioni di grado a ogni ciclo e dopo 24 ore coincidevano nuovamente con l'oscillazione di partenza. Il fenomeno si poteva spiegare solamente con la rotazione del nostro pianeta.
Hubble
L'astronomo americano Edwin Hubble, nel 1923, scoprì che esistono molteplici galassie e le classificò in tre tipi, secondo la loro forma: ellittiche, spirali e spirali-barrate. Alcuni anni dopo, osservando stelle e galassie lontane verificò che lo spettro dei loro raggi luminosi è spostato verso l'estremo rosso. Questo fenomeno, per l'effetto Doppler, dimostra che le galassie si stanno allontanando sempre più dalla Terra. Hubble si è reso conto che la velocità di allontanamento è proporzionale alla loro distanza dalla Terra: più sono lontane, più velocemente se ne allontanano. successivamente ha cercato di calcolare la velocità di espansione dell'universo e, attraverso la costante di Hubble o costante H, è stato possibile determinare quanto tempo è trascorso dall'istante del big-bang.
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Eric John Ernest Hobsbawm
Le cautele metodologiche dello storico della nazione
da Nazioni e nazionalismo dal 1780; Programmi, mito, realtà, Einaudi, 1991
(Nations and Nationalism since 1780 ; Programme, Myth, Reality, 1990)
Tipologia
Saggio storiografico
n Eric J.E. Hobsbawm nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1917. Studioso di formazione marxista, ha rivolto grande attenzione alla storia delle classi subalterne; in particolare ha svolto numerose ricerche sulla classe operaia inglese. Profondo conoscitore della storia europea, si è occupato specificamente della storia della società industriale capitalistica. Le sue opere più significative sono: Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, Il trionfo della borghesia (1975) e l’ampia sintesi di storia del Novecento Il secolo breve (1992). Alla tematica della nazione e del nazionalismo sono dedicati in particolare L’invenzione della tradizione (1984) e Nazioni e nazionalismo dal 1780 (1990)
n Nel suo scritto, Hobsbawm mette in guardia dalla tentazione così ricorrente, sia tra gli studiosi sia tra il pubblico, di dare una definizione a priori di che cosa sia la nazione. Tanto le definizioni basate su fattori “oggettivi” (suolo, etnia, lingua, religione) quanto quelle “soggettive” (la nazione come volontà di essere uniti) non possono costituire il punto di partenza del lavoro dello storico. Poiché per Hobsbawm la nazione è in buona parte un’"invenzione", egli ritiene più produttivo partire dal nazionalismo: un fatto storico, sociale e politico che può essere analizzato.
Insomma né la definizione di tipo oggettivo né quella di tipo soggettivo risultano soddisfacenti e, anzi, sono entrambe fuorvianti. Penso pertanto che, in linea generale, un certo agnosticismo costituisca il miglior punto di partenza per chi vuole esplorare questo campo d'indagine, sicché il presente libro non intende adottare una definizione di tipo aprioristico di ciò che costituirebbe una nazione. Come prima ipotesi di lavoro si considererà pertanto “nazione” un nucleo di popolazione sufficientemente ampio i cui appartenenti si ritengano membri della stessa. Tuttavia, se questo nucleo di popolazione si consideri effettivamente nazione, non lo si potrà determinare puramente e semplicemente sulla scorta dei pubblicisti o degli esponenti di organizzazioni politiche che si battono per il riconoscimento dello status di nazione. Il fatto che sorga un gruppo organizzato di sostenitori di qualche “idea nazionale” non è certo privo di significato, ma la parola nazione la si impiega oggi in maniera così generica e onnicomprensiva che il ricorso al lessico del nazionalismo non è di per sé molto significativo.
In ogni caso, per quanto riguarda l'approccio alla “questione nazionale”, «sembra più proficuo partire dal modo di concepire la "nazione" - cioè dal "nazionalismo" - che non dalla realtà che questa rappresenterebbe». E poiché «la "nazione" quale concepita dal nazionalismo la si può per così dire riconoscere in prospettiva, mentre la vera e propria la si può solo riconoscere a posteriori», questo costituirà l'approccio del presente libro, dedicando particolare attenzione ai cambiamenti e alle trasformazioni relative al concetto, in special modo attorno alla fine del secolo XIX. È appena ovvio che i concetti non appartengono a un discorso filosofico che volteggia liberamente nell'aere, ma sono invece socialmente, storicamente e spazialmente ben radicati, tanto da dover esser spiegati nei termini di queste realtà.
Fonte: www.pbmstoria.it/unita/
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Pozzo di Beccaria - Faraday
Descrizione
Cilindro d’ottone sostenuto da supporto isolante. Al centro del coperchio è inserita un’asta isolante che può scorrere (originariamente di vetro, ora ricostruita in plexiglas) portante ad un’estremità una sfera metallica.
Firmato Officine Galileo Firenze, risale al 1930.
Cenni storici
Giovanni Battista Beccaria (1716 – 1781) professore all’Università di Torino. Michael Faraday (1791 – 1867).
Le esperienze descritte, normalmente attribuite a Faraday, erano in realtà già state realizzate dall’italiano Beccaria.
Funzionamento
Introducendo la sferetta carica (ad es. positivamente) l’involucro esterno subirà il fenomeno dell’induzione elettrostatica quindi sulla superficie interna del cilindro si avranno cariche negative e su quella esterna cariche positive in modo che la somma algebrica delle cariche sia nulla. Se si tocca con un dito la superficie esterna le cariche positive saranno disperse a terra mentre rimarranno le cariche negative interne in ugual numero di quelle positive tuttora possedute dalla sferetta carica. Estraendo la sferetta le cariche negative non saranno più trattenute sulla superficie interna e si porteranno quindi istantaneamente sulla superficie esterna: tutta la carica della sferetta si è trasferita al “pozzo”e la sferetta è tuttora carica.
Rimettendosi nelle condizioni di partenza e facendo toccare la sferetta con la superficie interna del cilindro, la sola carica che rimane è quella distribuita sulla superficie esterna uguale in valore e segno a quella introdotta nel “pozzo”. Si può verificare che la sferetta ha perduto totalmente la carica estraendola e portandola a contatto con un elettroscopio.
Uso
Per mostrare il fenomeno della induzione totale e dello “schermo elettrostatico”.
Bibliografia
Edoardo Amaldi Fisica Generale parte II, Marves Roma 1963
www.liceoserpieri.it/museo
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- William Gilbert (1540-1603)
- Galileo Galilei (1564-1642): enuncia le leggi del moto terrestre
- Evangelista Torricelli (1608-1647): inventore del barometro
- Christian Huygens (1629-1695)
- Robert Hooke (1635-1703)
- Isaac Newton (1642-1727): elabora la meccanica che unifica moti terrestri e moti celesti
- Jean Baptiste Fourier (1706-1830)
- Charles A. Coulomb (1736-1806)
- Joseph-Louis Lagrange (1736-1813)
- Luigi Galvani (1737-1798): scopre l'elettricità animale
- Alessandro Volta (1745-1827): inventa la pila elettrica
- Carl F. Gauss (1770-1855)
- Andre-Marie Ampère (1775-1835)
- Augustin-Jean Fresnel (1788-1827)
- Sadi Carnot (1796-1832)
- Thomas J. Seebeck (1770-1831): il calore può produrre corrente elettrica
- Hans C. Oersted (1777-1851): la corrente elettrica produce fenomeni magnetici
- Amedeo Avogadro (1776-1856): definisce il rapporto tra volume, temperatura e pressione nei gas
- Jean Peltier (1785-1845): l'elettricita può raffreddare un corpo
- Michael Faraday (1791-1867): il magnetismo può produrre corrente elettrica
- Joseph Henry (1797-1878): importanti risultati nel campo dell'induzione magnetica
- William R. Hamilton (1805-1865)
- James P. Joule (1818-1889)
- Rudolf Clausius (1822-1888): enuncia il secondo principio della termodinamica
- James C. Maxwell (1835-1879): unifica i fenomeni luminosi elettrici e magnetici
- Ludwig Boltzmann (1844-1906): sviluppa la nozione di entropia
- Edourd Branly (1844-1940): scopre che alcuni ossidi di rame sono capaci di "rettificare" la corrente alternata
- Henry Bequerel (1852-1908): scopre la radioattività
- Heinrich Hertz (1857-1894)
- Maria Curie (1867-1934): scopre il radio
- Ernest Rutherford (1871-1937): propone il modello dell'atomo come sistema solare in miniatura
- Guglielmo Marconi (1874-1937): importanti realizzazioni nel campo delle telecomunicazioni
- Albert Einstein (1879-1955): elabora la teoria della relatività
- Otto Hahn (1879-1968): scopre la fissione nucleare
- James Chadwick (1891-1954): scopritore del neutrone (1932)
- Enrico Fermi (1901-1954): importanti realizzazioni nel campo della fisica atomica
- Beniamino Segré (1903-1977): scopritore dell'antiprotone
- Ilya Prigogine (1917-2003): studi sulla termodinamica dei processi irreversibili
- Julian Schwinger (1918-1994): propone l'unificazione tra interazione debole ed elettromagnetica
- Abraham Pais (1918-2000): importanti contributi alle "teorie di gauge"
- Chen Ning Yang (1922-vivente)
- Abdus Salam (1926-1996): importanti contributi alla teoria dell'interazione elettrodebole
- Donald Glaser (1926-vivente): inventore della "camera a bolle"
- Murray Gell-Mann (1929-vivente)
- Roger Penrose (1931-vivente)
- Carlo Rubbia (1931-vivente): scopre i bosoni W e Z, responsabili dell'interazione debole
- Steven Weinberg (1933- vivente): importanti contributi alla teoria dell'interazione elettrodebole
- Leonard Susskind (1940-vivente)
- David Gross (1941-vivente): scopre la "libertà asintotica" riguardante l'interazione forte
- Stephen Hawking (1942-vivente): importanti studi sui buchi neri e sulla cosmologia in generale
- Gabriele Veneziano (1942-vivente): pone le basi per la teoria delle stringhe
- Aristarco di Samo (310-230 a.C.): prima ipotesi dell'ipotesi eliocentrica
- Eratostene di Cirene (276-194 a.C.): misura la circonferenza dela Terra
- Apollonio di Perga (262-190 a.C): introduce gli epicicli e i deferenti per descrivere i moti planetari
- Ipparco di Nicea (190-120 a.C.)
- Claudio Tolomeo (100-178 d.C. circa): elabora il sistema geocentrico
- Hypatia (circa 370-415)
- Niccolò Copernico (1473-1543): propone la teoria eliocentrica
- Tycho Brahe (1546-1601)
- Galileo Galilei (1564-1642): scopre i satelliti di Giove e le macchie solari
- Giovanni Keplero (1571-1630): elabora le leggi dei moti planetari
- Pierre Gassendi (1592-1592)
- Isaac Newton (1642-1727)
- William Herschel (1738-1822): scopritore del pianeta Urano
- Pierre-Simon de Laplace (1749-1827)
- Friedrich W. Bessel (1784-1846)
- Karl Schwarzschild (1873-1916)
- Albert Einstein (1879-1955): elabora la teoria della relatività
- Arthur S. Eddington (1882-1944)
- Hermann Weyl (1885-1955)
- Edwin Hubble (1889-1953): propone l'ipotesi di un universo in espansione
- Alan Guth (1947-vivente): propone la teoria dell'universo inflazionario
- Saul Perlmutter (1959-vivente)
- Erwin F. Freundlich
- Thomas Young (1773-1829): esperimento delle due fenditure
- Max Planck (1858-1947): propone l'ipotesi dei "quanti"
- Paul Ehrenfest (1880-1933)
- Max Born (1882-1970)
- Hermann Weyl (1885-1955)
- Niels Bohr (1885-1962)
- Erwin Schrodinger (1887-1961)
- Louis De Broglie (1892-1987)
- Wolfgang Pauli (1900-1958)
- Werner Heisenberg (1901-1976): enuncia il "principio di indeterminazione"
- Pascual Jordan (1902-1980)
- Paul A. M. Dirac (1902-1984)
- Eugene Wigner (1902-1995)
- Hans A. Bethe (1906-2005)
- Hideki Yukawa (1907-1981)
- Lev Davidovich Landau (1908-1968)
- John A. Wheeler (1911-2008)
- David Bohm (1917-1992)
- Richard Feynman (1918-1988)
- Hiroomi Umezawa
- John S. Bell (1928-1990): noto per le sue ricerche sull'entanglement quantistico
- Abner Shimony (1928-vivente)
- David Gross (1941-vivente)
- Anton Zeilinger (1945-vivente)
- Alain Aspect (1947-vivente): importanti esperimenti sull'entanglement quantistico
- Yakir Ahanorow
- Robert Boyle (1627-1691)
- Antoine Lavoisier (1743-1794)
- Joseph-Louis Proust (1754-1826)
- Georg E. Stahl (1660-1734): avanza l'ipotesi del "flogisto"
- Friedrich Hoffman (1660-1742)
- Henry Cavendish (1731-1810)
- Joseph Priestley (1733-1804)
- John Dalton (1766-1844)
- Amedeo Avogadro (1776-1856)
- Joseph-Louis Gay Lussac (1778-1850)
- Jöns Berzelius (1779-1848)
- Friedrich Wöhler (1800-1882): sintetizza l'urea a partire da sostanze inorganiche
- Justus von Liebig (1803-1873): dimostra che le piante si nutrono di sostanze inorganiche
- Stanislao Cannizzaro (1826-1910)
- Friedrich A. Kekulé (1829-1896): scopre la struttura ad anello del benzene
- Dmitrij I. Mendeleev (1834-1907): elabora la tavola periodica degli elementi
- Boris Belusov (1893-1970)
- Linus Pauling (1901-1994): utilizza la meccanica quantistica per spiegare i legami molecolari
- Frederick Senger (1918-vivente): determina la struttura dell'insulina
- Anatol Zhabotinskij (1938-2008)
- Empedocle di Agrigento (492-430 a.C.)
- Francesco REdi (1626-1697)
- Robert Hook (1635-1703)
- Georg E. Stahl (1660-1734)
- Carlo Linneo (1707-1778)
- George-Louis Leclerc, conte di Buffon (1707-1788)
- Lazzaro Spallanzani (1729-1799)
- Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829)
- Charles Darwin (1809-1882)
- Rudolf Wirchow (1821-1902)
- Gregor Mendel (1822-1884)
- Louis Pasteur (1822-1895)
- Linus Pauling (1901-1994)
- Ernst Mayr (1904-2005)
- Jacques Monod (1910-1976)
- Francis Crick (1916-2004)
- James D. Watson (1928-
- Stephen Jay Gould (1941-2002)
- Galeno (129-216 d.C.)
- Ippocrate
- Teofrasto Paracelso (1493-1541)
- William Harvey (1578-1657)
- Marcello Malpighi (1628-1684)
- Lazzaro Spallanzani (1729-1799)
- Edward Jenner (1749-1823)
- Samuel Hahnemann (1755-1843): pone le basi della medicina omeopatica
- Ignac Semmelweis (1818-1865)
- Gregor Mendel (1822-1884): fonda la teoria dell'ereditarietà
- Jacob Moleschott (1822-1893)
- Louis Pasteur (1822-1895): confuta il principio della generazione spontanea
- Ludwig Büchner (1824-1899)
- August Weismann (1834-1918)
- Robert Koch (1843-1910): scopritore del bacillo della TBC
- Karl Landsteiner (1868-1943): scopritore dei gruppi sanguigni
- Alexander Fleming (1881-1955): scopritore della penicillina
- Christiaan Barnard (1922-2001): esegue il primo trapianto di cuore nella storia della medicina
- Paul Broca (1824-1880)
- Ivan Sechenov (1829-1905): tra i principali iniziatori della riflessologia russa
- Camillo Golgi (1843-1926)
- Ivan Pavlov (1849-1936)
- Vladimir Bechterev (1857-1927): importante figura della riflessologia russa
- Charles Sherrington (1857-1952)
- Karl Lashley (1890-1958)
- Wilder Penfield (1891-1976)
- Aleksander Lurija (1902-1977)
- Aleksej Leontjev (1903-1979)
- John Eccles (1903-1997)
- Donald Hebb (1904-1985)
- Rita Levi Montalcini (1909-vivente)
- Roger Sperry (1913-1994)
- Benjamin Libet (1916-2007)
- Karl Pribram (1919-vivente): le tracce della memoria come ologrammi
- James Olds (1922-1976)
- David H. Hubel (1926-vivente)
- Humberto Maturana (1928-vivente)
- Gerard Edelman (1929-vivente)
- Eric Kandel (1929-vivente): studi sulle basi neurobiologiche della memoria
- Jean-Pierre Changeux (1936-vivente)
- Antonio Damasio (1944-vivente): le basi emotive della razionalità e della decisione
- Michael Persinger (1945-vivente)
- Francisco Varela (1946-2001)
- Bernard Baars (1946-vivente)
- Joseph LeDoux (1949-vivente): studi sul rapporto tra emozioni e sistema limbico
- Vilayanur Ramachandran (1951-vivente)
- Giacomo Rizzolatti: contributi decisivi alla scoperta dei neuroni specchio
Fonte: www.ildiogene.it
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Il becco Bunsen
Quando si pensa ad un laboratorio di Chimica i primi oggetti che vengono in mente sono la provetta e il becco Bunsen. Quest’ultimo è un fornellino a gas costituito da un cannello verticale dove passa il gas, che si incendia grazie all’aria (all’ossigeno in essa contenuto) che trova all’uscita; grazie ad un foro regolabile dal basso, però, l’aria può entrare in quantità maggiore, determinando le varianti che ora andiamo a descrivere.
Ciò che accade quando il gas e l’ossigeno danno luogo alla fiamma è una reazione chimica perché le due sostanze ora citate sono coinvolte in una trasformazione con la produzione di altre sostanze.
Infatti la definizione di chimica si può così sintetizzare:
la scienza che studia le sostanze e le loro trasformazioni
Al becco Bunsen quindi, “accendendo il gas”, avviene una reazione chimica, anzi ne avvengono tre diverse a seconda della quantità di ossigeno che forniamo.
1^ posizione:
La prima reazione che avviene, in assenza di aria che sale dal basso cioè a foro chiuso, si può così rappresentare:
CH4 + O2 → C + 2H2O
La rappresentazione simbolica di una reazione chimica (reale) si chiama equazione chimica perché come nella matematica c’è una parte sinistra e una destra che si equivalgono, in questo caso nel numero di atomi totale di ogni elemento a sinistra e a destra della freccia.
Ognuna di queste formule (CH4, O2, C, H2O) è la rappresentazione simbolica di una sostanza (reale), la freccia è la rappresentazione simbolica della reazione, tutto insieme è l’equazione chimica.
La presenza del C (carbonio) prodotto si può facilmente rilevare ponendo una provetta sulla fiamma e verificando la deposizione di una sostanza nera (carbonio) su di essa.
La fiamma inoltre si presenta luminosa, giallognola, oscillante e poco rumorosa, segni quest’ultimi di una quantità di calore prodotta modesta, mentre la luminosità è attribuibile alle particelle di carbonio in essa disperse.
2^ posizione:
Aprendo leggermente l’aria dal basso fino a scomparsa della luminosità e formazione di una fiamma bluastra omogenea, più rigida e rumorosa, la reazione che avviene è diversa e si può così rappresentare:
CH4 + 3/2 O2 → CO + 2H2O
I reagenti come vediamo sono gli stessi di prima, metano(CH4) e ossigeno (O2), ma la quantità di ossigeno è aumentata del 50% (da 1 02 a 3/2 O2 ) e ciò provoca la formazione di prodotti in parte diversi (CO al posto di C). Ponendo la provetta sulla fiamma, infatti, questa non si annerisce più, segno palese che non si forma più il carbonio. Il CO, denominato monossido di carbonio, è un gas incolore, inodore e anche velenoso ( perché si lega all’emoglobina al posto dell’ossigeno e quindi nelle cellule non può avvenire la reazione di combustione del glucosio che fornisce l’energia per la sopravvivenza delle cellule stesse e quindi degli organismi animali ).
La fiamma è più rigida e calorica rispetto a quella della posizione precedente.
3^ posizione:
Forniamo ancora più aria fino al massimo possibile e vediamo che la fiamma si divide in due parti, un cono bluastro interno ed un mantello esterno leggermente violaceo, il rumore aumenta e quindi anche la quantità di calore, infatti la temperatura può giungere fino a circa 1200-1400°C.
L’equazione che rappresenta la nuova reazione è la seguente:
CH4 + 2O2 → CO2 + 2H2O
La stessa molecola di metano reagisce questa volta con 2O2, cioè il 100% in più rispetto alla prima reazione e la conseguenza è il formarsi di una molecola ancora diversa, la CO2, denominata bi-ossido di carbonio, o tradizionalmente anidride carbonica, un gas sempre incolore e inodore, ma non velenoso come il precedente, anche se una sua elevata concentrazione nell’atmosfera è causa del noto effetto serra.
Se poniamo una provetta su questa fiamma ovviamente non si annerisce, mentre se ci mettiamo quella già annerita, pian piano si schiarisce perché il carbonio su questa depositato reagisce con l’ossigeno trasformandosi in anidride carbonica: C + O2 → CO2
Nota storica:
Il becco Bunsen prende il nome da Robert Bunsen un chimico tedesco dell’ottocento (1811-
1899), il cui assistente di laboratorio Peter Desdega perfezionò un progetto precedente di Michael Faraday. Bunsen, applicando la fiamma al riscaldamento dei metalli e facendo scomporre la luce risultante con un prisma in un apparecchio chiamato spettroscopio, insieme al fisico tedesco Kirchhoff (1824-1887), si rese conto che ogni metallo produceva una serie di righe diverse variamente colorate, intervallate da righe nere, originali e specifiche.
Fu in questo modo che nel 1860 i due scoprirono un metallo nuovo che chiamarono cesio (da una parola latina che significa azzurro) a causa della colorazione della riga principale del suo spettro.
Nel 1861 scoprirono ancora un altro elemento e lo chiamarono rubidio (rosso) sempre per via della riga colorata principale che lo caratterizzava.
Lo spettroscopio fu poi adoperato per lo studio della luce che veniva dal sole e dalle stelle con risultati di formidabile rilevanza.
Fonte: www.itipedia.org
Scienziati
Il DOLORE nel TEMPO
GianCarlo Gianasi
Sfuggono persino le cose ovvie, se
si è convinti che non esistano
Anonimo
Dal punto di vista evoluzionistico, sarebbe interessante sapere quando la generica irritabilità della membrana di un’Ameba sia divenuta un’immagine d’allarme per l’integrità dell’intero individuo. Nel successivo svilupparsi delle forme viventi, le associazioni mnesiche, la coscienza razionale e la capacità ideativa hanno contribuito a separare i meccanismi neurologici dell’allerta dal configurarsi nella mente del concetto di danno, ed a catalogare che cosa temere.
I passaggi biologici per arrivare a fare prendere forma al dolore debbono essere stati molteplici e non sono necessariamente passati attraverso, né culminati nel plasmarsi della sofferenza nei primi ominidi. Infatti, da un lato, il crescere delle funzioni nel cervello non rispecchia l’affettività di una specie vivente e, dall’altro, la sofferenza, anche dopo essere stata volgarizzata in manifestazioni comunicabili, conserva un’intima, personale e nascosta essenza, che le varie forme espressive, si tratti di un linguaggio o dei più diversi comportamenti, non riescono a trasmettere completamente.
Sostenere che il dolore sia nato con l’uomo è antropocentrico, perché é il vivere in comunità aiuta ogni specie a coagulare in senso di sé, dando sostanza al bisogno di condividere con altri il proprio sentire. Il gruppo sociale uniforma i modi della comunicazione degli eventi fisici ed i termini convenzionali per rappresentare i concetti ideativi mediante gli stessi strumenti, con lo scopo di confezionare in un unico sistema quello che si spera di fare capire agli altri senza fraintendimenti, ma evitando, il più delle volte, di rivelare del tutto se stessi, se non involontariamente.
Dovendo rappresentare delle oggettività virtuali dense di spinte emozionali e viscerali, certe verità biologiche sembrano mutare di senso a seconda della capacità percettiva di chi le assorbe. Così, gli umani chiamano dolore un fenomeno, che potrebbe assumere significati diversi in animali non del tutto istintivi, ma strutturalmente e per ambiente di vita distanti sul piano psico-affettivo. E’ una falsa impressione, che l’umile cavia si ritragga dalle sevizie sperimentali meno di quanto faccia lo scimpanzé, perché è cerebralmente più evoluto. Infatti, anche quando le vie ed i centri nervosi sono anatomicamente gli stessi, nessun essere vivente non é mai identico ad un altro della medesima specie, poi, se inizia ad avere delle percezioni, le distanze aumentano velocemente. Se le sintesi mentali danno corpo alle esperienze come espressioni cognitive, che l’educazione rende più privilegiate di quelle affettivo-viscerali, le differenze tra i singoli individui fanno dell’autonomia mentale tutt’uno con l’integrità fisica ed il fenomeno dolore diviene tanto più personale, quanto maggiore è l’apporto soggettivo e contingente di coloriture emozionali.
Nelle diverse civiltà antiche, il graffito od il fonema per esprimere il dolore avrebbero potuto essere identici od assomigliare all’espressione usata per indicare un evento fisicamente disturbante od una causa di disagio psichico, oppure simboleggiare costrizione od un affronto, perché in ogni cultura l’idea di danno individuale ed il concetto collettivo di sofferenza sono differenti e, nell’arco di più generazioni, cambiano di contenuti per essere in linea con il dinamico mutare dei costumi, mentre il modo di manifestarle segue delle consuetudini tradizionali, che sono meno affinabili.
Di sicuro, i reperti paleografici ed archeologici non svelano la concezione del dolore nel contesto di una certa società ed in un determinato periodo, né si può tradurli per comodità nel significato che “sentir male” ha nell’attuale cultura occidentale. Allora, se non si può dire che grado di invalidità e/o di sofferenza comportasse una ferita, guaribile o mortale, od una malformazione da carie ossea, che si rilevano in una mummia, ogni stima del dolore nel tempo che fu è una pura illazione.
Dopo il presunto disastro della Torre di Babele, le maniere di manifestare il dolore saranno divenute sempre più estranee, non tanto per cause legate al linguaggio, quanto per il differenziarsi dei valori nelle differenti società, spesso sotto l’influsso dei riti tribali e della religione. Infatti, la maniera per dare forma immediata e concreta al pensiero non é la lingua parlata e scritta, ma il linguaggio del corpo, fatto di gesti, atteggiamenti, mimica e vocalizzi. La parola, che è la forma più elaborata del comunicare, impiega l’accostamento di singoli termini, i quali assumono valenze diverse con il cambiare della reciproca posizione in una frase, mentre è l’intonazione della voce, più delle parole, a colorire, ridurre od esasperare il sentire. La terminologia scientifica ed il vernacolo popolare alimentano la confusione nelle parole usate per manifestare un patimento, ma fanno presumere che, forse da sempre, il dolore sia stato concepito come una sensazione corporea, viscerale o somatica, ma comunque periferica, quindi separata nettamente dalla sofferenza, intesa come dolore psichico. In un remoto passato era convinzione diffusa, che una minorazione corporea fosse più importante di un lutto emozionale e con lui non identificabile, né forse equiparabile in termini di dolore, perché l’uomo era quello che faceva, creando la dicotomia tra i sessi, che ancora non è scomparsa.
Nella Bibbia è scritto “donna partorirai con dolore”, ma non dice se sia la sua punizione per aver mangiato la mela o la conseguenza, per tutti, della fine dell’edonia goduta nell’Eden. In aggiunta, ammesso che le colpe dei padri debbano ricadere sui figli, perché addossarle alle specie non umane? a meno che quello presente nel mondo animale sia un dolore diverso da quello degli uomini, così mandando a gambe all’aria le trasposizioni in clinica delle conclusioni del laboratorio sperimentale.
Uno stimolo in grado di avviare una risposta nervosa (soglia di eccitazione) ha una potenza diversa per ciascuna forma di sensibilità ed è specie-specifico. Il livello di veglia e di attenzione, attivati con l’avvertire un possibile danno biologico (soglia nocicettiva), è variabile da un soggetto all’altro, per cui essi non sono tra loro intercambiabili. La soglia neurale non modifica il proprio valore, mentre muta di continuo la capacità di rispondere a stimoli identici (soglia di tolleranza), perché risente di tutta una serie di fattori, variabili in uno stesso individuo e non solo diversi da persona a persona, che vanno dallo stato fisio-ormonale all’esperienza di vita, dall’affettività alla cultura ed al valore attribuito al raggiungimento di un fine, specie se ha a che fare con il ruolo sociale. “Sento male” e “mi fa male” sono espressioni, che hanno significati diversi da persona a persona, ma come espressioni convenzionali non sembrano aver peso nella comunicazione interpersonale, sebbene creino delle difficoltà persino nella traduzione da una lingua moderna ad un’altra.
Allora, dire che al dolore non si fa l’abitudine è una verità che, se riferita all’interpretazione delle reliquie di società scomparse, andrebbe letta secondo i costumi di quella civiltà. Se i suoi membri convenivano, che il far tacere i messaggi del corpo e l’ignorare quelli emotivi, fosse la via verso un’agognata crescita introspettiva, è difficile pensare che il dolore venisse sentito e rappresentato come s’usava presso una pusillanime società edonistica.
L’unica certezza che offra il frugare nel passato del dolore è che la sofferenza, aborrita o sublimata, è universalmente raffigurata come una compagna inseparabile dal cammino terreno, ma ciascuna civiltà ne ha fatto un utilizzo differente, sino ad ammetterla solo per l’umanità.
Spesso, la chiave di lettura dell’importanza data in passato al dolore può essere desunta dal come si delineava il sopportarlo da parte di un protagonista, le cui manifestazioni erano il traguardo cui tendere ed un comportamento da imitare. L’eroe arrivava a superare la soglia del regno dei morti con in tasca un biglietto di andata e ritorno (Gilgamesh, Ulisse) od era in attesa di una resurrezione (Osiride) con il conforto del culto e del salmodiare sacerdotale.
Certi miti sono similari in civiltà lontane, senza contaminazioni tra loro, ed il ricorrere al metodo del chiodo scaccia chiodo per lenire il dolore deve essere vecchio come il mondo. Tuttavia, in base alle fonti archeo-etnologiche è difficile arguire quali pratiche servissero ad espellere il demone del soffrire o quanto fossero diverse da quelle volte ad acquietare l’arcaica paura di eventi, ai quali non si sapesse attribuire una causa naturale. Le mutilazioni rituali erano lo scotto da pagare per salire i gradi della gerarchia tribale, come se i privilegi richiedessero un tributo da anticipare ad una comunità avida di sanguinolenti comportamenti, che esorcizzassero il dolore. Le storpiature (piedi, cranio, tatuaggi, ecc.) erano marchi di razza, sesso o ceto, così come degli sfregi rituali potevano essere distintivi di casta o taumaturgicamente purificatori, mentre superare iniziazioni intrise di dolore fisico era una garanzia della capacità di sopportazione individuale, mentre i riti adempivano alla funzione immunizzante dei sacrifici condotti su ritmi cultuali suggestionanti ed ipnotici.
Magia ed empirismo, sciamanesimo e religione hanno fatti propri i principi primigeni d’infliggere o sedare il dolore, che erano il fondamento arcaico dell’arte di guarire. La prima ha seguito la via degli incantesimi e, mostrando l’esistenza di potenzialità extrarazionali, focalizzavano su di loro l’attenzione e la volontà del malato. Il secondo poggiava sul concentrare la ragione su fatti naturali esemplari a pregnante carica emozionale, in modo da indurre comportamenti fortemente aversivi o suggestivamente imitativi. Il terzo spingeva a convincimenti, che alterassero il rapporto di causalità, convincendo il malato, che effetti sovrumani erano stati trasferiti nelle mani del propiziatore, il quale s’arrogava un ruolo demiurgico. L’ultima ha proclamato di essere la sola strada sicura per un sereno aldilà, dando ai sacerdoti il ruolo di tramite obbligato tra profani e divino e quel potere per impetrare la benevolenza degli dei, che li ha assurti da ministri dell’anima alla necessità storica di avere il controllo temporale della materia. Sin che hanno potuto, sciamani e stregoni, maghi e preti hanno difeso l’esclusiva facoltà di saper far piovere o scacciare le pestilenze ed ancora molti non s’accontentano di lanciare degli anatemi, invocare delle maledizioni o proclamare dei santi.
La credulità della gente è cambiata poco nei millenni e talismani, amuleti, segreti cartigli, scongiuri, reliquie, processioni, benedizioni, preghiere ed oboli sopravvivono e si frammischiano all’aumento esponenziale di cure razionali ed al ritorno di pratiche empiriche vecchie di millenni. Se, un tempo, illudere era spesso il massimo che si potesse fare per far emergere o potenziare le risorse inconsce del malato, ora è la società a negare l’obbligo di fornire ai sofferenti le provvidenze sicuramente lenitive, quasi che volesse favorire l’introduzione nelle cure razionali di una mania spiritualistica, forse per nascondere l’incapacità di far fronte ai naufragi sociali, di cui non vuol vedere le cause.
Nell’antichità, le società avanzate nel preservare la salute la collocavano nel corpo, affidandola a precetti dietetici ed a erbe e bacche con proprietà medicamentose, oppure ad abluzioni rituali od ai bagni termali cari alla romanità. Le prescrizioni andavano dal sangue d’ippopotamo allo sterco di pipistrello, dalle corna di cervo alla polvere di scarabeo od alle perle ed ai minerali, in un fantasioso avvicendarsi di misture e pozioni degno di un sabba infernale.
Nel passato non si parlava di effetto placebo, sebbene la parola latina avesse il significato attuale ed i suoi benefici venissero regolarmente utilizzati, perché ci s’accontentava di ottenere dei risultati pragmaticamente immediati, senza essere tanto schizzinosi sui modi per procurarli.
In sostanza, i manufatti ed i testi di tempi databili tramandano poco del modo soggettivo di sentire l’umana sofferenza ed il concetto di dolore è desumibile principalmente dai mezzi adottati per sedarlo, per cui la sua importanza nelle diverse culture ed epoche è una traccia indiretta. Nemmeno il sapere cosa si facesse per sedarlo ha un valore assoluto, perché l’atteggiamento di una società nei confronti del dolore non è tanto legata alle capacità diagnostiche ed agli analgesizzanti disponibili, quanto ad influenze culturali, premesse etiche ed arbitri religiosi e sociali.
La Bibbia, nella Genesi e nel Cantico dei Cantici, ed il papiro di Ebers (circa 1550 a.C.) citano come sedativo la mandragora. In altre culture ne erano noti gli effetti allucinogeni (India), antidepressivi (ippocratici) ed anestetici (Cina, Celti). I Druidi parlavano della pianta come di “elisir dell’oblio” ed a questo fine la raccomanda Alberto Magno, vescovo domenicano di Colonia (1206). Il principio attivo è una miscela di alcaloidi anti-colinergici, comuni nelle Solanacee (iosciamina, scopolamina, atropina ed altri), che danno credito all’azione afrodisiaca della puzzolente radice antropomorfa, mentre é inventato, che la pianta soffra nel venire colta e per vendetta renda pazzi gli incauti.
Erodoto accenna a popolazioni che, cibandosi di foglie di salice, ammalano meno di altre e Sumeri, Egizi ed Assiri usavano la sua corteccia come febbrifugo e, forse, come antalgico. Altre volte, si sfruttavano le proprietà allucinatorie e psichedeliche di sostanze vegetali o naturali a scopo cultuale, piuttosto che per le loro virtù curative, ma alle popolazioni euro-afro-asiatiche non erano sfuggite le proprietà sedative del succo di Papaver somniferum.
La tradizione cinese, zeppa di demoni che non impediscono all’uomo di tenere gli occhi rivolti al cielo ed i piedi ben piantati in terra, attribuisce la nascita della propria cultura medica a due mitici imperatori del terzo millennio avanti Cristo ed esplicitamente parla della psiche nella costituzione energetica dell’individuo e dell’effetto delle sue forme “perverse” sul dolore.
Per contaminazione, un migliaio d’anni dopo, in India, i Veda, sebbene il loro pantheon sia molto affollato, negano l’origine soprannaturale dell’arte di guarire, perché nell’Atherveda è scritto “… queste erbe…vengono da lontano…tre ere prima che nascessero gli dei…”.
L’affermarsi della lettura evangelica, che sublima la vita eterna, dirige l’attenzione all’oltretomba ed il conservare la salute dell’anima è l’unico obbiettivo del vivere, flagellando la debole carne, che è asservita ai sensi tentatori e destinata a perire nella “valle di lacrime” terrena, in attesa della sua resurrezione. Per il cristiano, assistere i bisognosi ed i malati non è un’arte, ma un atto dovuto di pietà ed il clero ha sempre guardato di traverso l’affidarsi del volgo ai sussidi della tradizione profana, anziché alla preghiera ed all’acqua benedetta, tanto che i medici potevano scegliere tra l’assoggettarsi ai canoni aristotelici ed il trovarsi con una condanna per eresia. Difatti, le opere considerate “in odore di zolfo” dalla Chiesa prendevano fuoco con facilità e, per quelle salvatesi, vanno ringraziati i solerti copisti benedettini. La ricerca “in corpore vili” rimase bandita sino al XVII secolo, al pari d’ogni attività speculativa ed a conclusioni scientifiche, che non profumassero d’incenso, come è accaduto alla tesi eliocentrica di Galileo. I mali fisici non guarivano con la mortificazione della carne ed i digiuni, ma i salassi e le fumigazioni erano per gli archiatri più salutari dei principi di Galeno, i cui rimedi conducevano al rogo le streghe pratiche d’erbe curative. Era unico il caso della Scuola Salernitana (IX secolo), la quale cercava d’innestare precetti pratici, comprensibili al volgo, in una Medicina ecclesiale priva di senso clinico, che rifiutava a priori come bestemmie “infedeli” le notizie e le nozioni, che i mercanti riportavano dai loro viaggi nel lontano oriente o diffusi per contiguità dalle vicine realtà araba ed ebraica.
Per più di un millennio, il popolino é vittima di medicastri, accademicamente paludati d’ignorante latino maccheronico, tanto pieni di astratte sentenze aristoteliche da disprezzare, lasciandole nelle mani dei cerusici e degli speziali, sia l’esercizio della chirurgia, sia la farmacopea. Perché si possa tacitamente sezionare cadaveri e vedere onorare l’anatomia bisogna attendere che abbia fine il Rinascimento, a meno di non disporre di una rara dispensa papale o di farlo segretamente. Fortuna che, nel chiuso dei conventi, s’affina la conoscenza delle piante medicinali (giardino dei semplici) e che la si affidi a preziosi “Thesaurus Sanitatis”, che la dedica a nobili committenti hanno preservato dalle biliose malevolenze dell’Inquisizione. La tendenza dell’arte farmaceutica a preparare anche i composti proibiti acuiva il bisogno di tenere segreti metodi e risultati, favorendo l’accoppiarsi dell’alchimia a fonti cabalistiche, per confluire nelle società segrete. Ancora ai tempi di Newton, adepti armati di storte e crogiuoli cercavano di produrre la pietra filosofale, che trasformi il piombo in oro, e nel cercare di penetrare il segreto dell’elisir di lunga vita”, creavano le basi della chimica. La scoperta del microscopio non basta per azzittire i fedeli sostenitori della canonica generazione spontanea delle malattie infettive e, per quanto riguarda la cura del dolore, in gran parte del XVIII secolo continua ad imperare la tradizione aristotelica, anche se spesso si riaffermano i trattamenti dell’empirismo romano e le magie di personaggi come Cagliostro.
Una visione nuova del come si produca il dolore era comparsa con il filosofo Renè Descartes (alla latina Cartesio), per il quale il bruciore di una fiamma sotto un piede si propaga al cervello grazie a delle “cordicelle”, le quali vi fanno tintinnare una campana, che attiva il dolore.
In mancanza di principi concettuali collegabili scientificamente alla pratica curativa, le notizie sul dolore nell’antichità si limitano ad una panoramica dei mezzi antalgici in uso, che é essenzialmente eurasiatica, perché le notizie sulle Americhe sono scarse, a causa della mancanza di una scrittura alfabetica, della smania iconoclasta dei preti per il profano ed alla predilezione dei Conquistadores per l’oro in lingotti, che hanno bruciato o fuso le conoscenze sul dolore di Maya, Aztechi ed Incas.
Nel Vecchio Mondo, già intorno al 3500, i Sumeri conoscevano il lattice bruno-piceo, che si può far uscire dalle capsule di papaveri comuni nell’Asia occidentale, ma non si sa come lo impiegassero, né se e quando gli preferissero impiastri d’erbe ed impacchi caldi e freddi. Nel Nei Ching”, un rifacimento del 762 a.C. (epoca Tsang) del mitico trattato di clinica, che l’Imperatore Giallo Huang Ti aveva dettato attorno al 2600, non vi sarebbero dati sull’oppio.
In una tavoletta d’argilla proveniente dalla città babilonese di Nippur, fatta risalire al 2250, si legge, che nell’eseguire un’otturazione dentaria sono stati usati i semi di embano o giusquiamo, pianta delle Solanacee contenente degli alcaloidi lenitivi il dolore.
Iside si sarebbe servita di oppio per sedare il mal di testa del dio Ra e in Egitto dai tempi della XVIII Dinastia (1580 a.C. e dopo), ma anche in Asia Minore e tra gli Sciti della Russia meridionale era noto che, inalare i fumi prodotti nel bruciare canapa indiana (Cannabis sativa) riduce il dolore e concilia il sonno. Invece, non si sa se si conoscessero le proprietà euforizzanti delle infiorescenze delle piante femminili di canapa (marjhuana), mentre gli effetti della loro resina (hascish) sono certi in epoca maomettana. In Occidente, si deve attendere gli ultimi decenni del XX secolo, perché ci s’azzardi a parlare di usare, sperimentalmente, queste sostanze nella cura della spasticità, della sclerosi a placche, degli effetti emetizzanti della chemioterapia e per alleviare il dolore da cancro.
Asclepio (Esculapio per i romani), il figlio che Apollo fece istruire nell’arte medica dal centauro Chirone, impartiva oracoli e come analgesico ricorreva al nepente (ne = non, penthes = dolore), una bevanda di formula ignota , che valse al dio della Medicina una statua d’oro e argento ad Epidauro e, a Roma, sin dal 291 a.C., un tempio sull’Isola Tiberina.
Nell’Odissea (composta tra IX ed VIII secolo a.C.), Elena mescola nel vino del sofferente Ulisse dei corroboranti, rimasti sconosciuti, per ridargli forza e scacciare paura e dolore.
VI e V secolo a.C. videro una grande fioritura di Scuole filosofico-mediche, sia in India (Susruta), sia nelle isole greche e nell’italica Crotone (Eraclito, Empedocle ed altri). Intorno al 460 nasceva a Cos Ippocrate, allievo e successore del filosofo stagirita Aristotele, ritenuto il padre dell’arte medica occidentale, ma le informazioni sul suo pensiero sono indirette, perché non sono rimasti degli scritti autografi. Per un aristotelico, il cuore é la fonte del calore vitale, la sede dell’anima e di origine del dolore, e - come nella Medicina tradizionale cinese - ha tre e non quattro cavità, mentre al cervello spetta la funzione di raffreddare il sangue. Il medico e botanico Teofrasto di Ereso (morto nel 287 a.C.) estese il nome mekonion (in greco= papavero) allo scuro succo addensato della pianta .
Nei due-tre secoli successivi non si fecero progressi nella cura del dolore e la Scuola Alessandrina pare che si limitasse a raccogliere cose note, poi il centro della cultura passa a Roma, dove prima dell’inizio dell’Era Cristiana, Lucrezio e Plinio il Vecchio e dopo Strabone Largo scrivono memorie naturalistiche con curiose prescrizioni antalgiche, come il torpore causato dalle scariche elettriche dei pesci torpedine (in greco detti narke, da cui il termine narcosi) e le proprietà febbrifughe ed antiflogistiche della corteccia di pioppo. Nei primi secoli dopo Cristo, medici famosi a Roma, come il greco Dioscoride e Celso, si dice che usassero delle pillole antalgiche. Di sicuro, esalta l’oppio ed usa come antireumatico la corteccia del salice Claudio Galeno, nato a Pergamo nel 129/130 d.C., dei cui insegnamenti ippocratico restano 108 frammenti, tra greco, traduzione araba e rifacimento latino (“Methodus Medendi”).
Circa negli stessi anni, in Cina, il chirurgo Hua T’o usava come anestetico una mistura di canapa e vino forte, mentre il canone dell’agopuntura (Nei Jing) risale a più di un secolo prima, ma solo 500 anni più tardi diverrà il testo illustrato tutt’ora in uso.
Le civiltà pre-colombiane conoscevano gli alcaloidi delle Solanacee, perché si servivano di piante della famiglia Datura a fine antalgico, ma dei loro preparati si sa quasi solo i nomi, dal peruviano rya huasca alla polvere cohoba del bacino dell’Orinoco ed al centro-americano camotl,capace di causare apatia psicomotoria. I Pellirossa e, in Africa, gli Ottentotti impiegavano infusi di scorsa di salice. Le popolazioni andine masticano foglie di coca (Erythroxylon coca) per aumentare la resistenza fisica, che mischiano a cenere o calce per aiutano la lenta liberazione degli alcaloidi e, stando agli scritti del prelato Tòmas Ortiz (1499) e del segretario di Pizzarro, Arahuaco e Aymara facevano uso voluttuario di coca già cinque secoli prima che gli Incas diffondessero l’abitudine nel loro impero a partire dal 1300.
Nei tempi bui seguiti alla caduta dell’Impero Romano e per tutto il Medioevo, il dettato aristotelico regna sovrano nella prassi medica della cristianità e per il dolore non si va oltre le spugne soporifere di romana memoria e la triaca, che forse Nicandro conosceva tre secoli prima di Cristo e Mitridate (132-163 a.C.) usava come antidoto contro i veleni, sebbene la formula sia attribuita ad Andromaco (De theriaca, circa 60 d.C.), che la preparava a tale scopo per Nerone. I componenti della ricetta originale sono 56, ma il loro numero varia e si riduce a quattro (triaca diatesseron di Mesne). Per Galeno, essa é più potente, se lasciata invecchiare per 5-6 anni. A Bologna, nel XVI secolo, la preparazione era pubblica, nel cortile dell’Università (Archiginnasio), poi passa nelle mani degli Speziali e dentro la triaca finisce ogni avanzo di bottega, con il termine che diviene sinonimo d’intruglio buono soltanto per imbonitori e ciarlatani.
La Chiesa di Roma accomunava le sure del Corano (VII secolo) e gli ancor più vecchi versetti del Talmud ai trattati della colta Medicina araba, fiorita alla corte dei Califfi dall’800 a ben oltre il 1000, con il clinico Avicenna, che usa l’oppio come antidolorifico ed antidiarroico, ed il filosofo spagnolo Averroé, morto nel 1128, che detta i principi metodologici della clinica (“Kulliyyat al tibb”). Di conseguenza, in Europa, le innovazioni sono stroncate in partenza o tenute segrete, come il preparare nel XIII secolo, in una Spagna ancora intrisa di cultura araba ed ebraica, il vetriolo bianco (etere solforico) da parte di Raimondo Lullo, che ne descrive l’effetto sui polli. Nel XVI secolo, Teofrasto Bombasto di Hohenhein, grande alchimista e guaritore, noto con lo pseudonimo di Paracelso, riscoperto l’etere senza intuirne il potere anestetico, usa una tintura di oppio, che nel 1670 diviene il laudano di Sydenham, ma l’aggiunta di zafferano, chiodi di garofano e cannella, per mascherarne il sapore nauseabondo, ne sviliscono la potenza a quella dell’attuale spasmolitico addominale . Prima di allora, i sedativi chirurgici erano una cinghia stretta alla radice di un arto, le generose dosi di whisky o rum ed uno straccio od un bastone da stringere tra i denti, poi le navi da guerra britanniche adottavano una miscela sedativa, sonnifera e febbrifuga di oppio ed ipecacuana - che serve a far vomitare, se la si assume in eccesso -, che prende il nome dell’inventore (polvere di Dover). Tra il 1803 ed il 1806, il farmacista tedesco Seturner estrae la morfina dall’oppio, ma il nome, in onore del dio del sonno Morfeo, è del 1817, come la sua soluzione alcolica (miscela di Brompton), che supera l’ostacolo della scarsa solubilità in acqua dell’alcaloide.
L’Illuminismo settecentesco è l’era della Chimica, della Fisica e di un rinnovato impiego, a scopo curativo, del “magnetismo” animale (Franz Mesmer), con l’inventore della pila (1799) Alessandro Volta, che disputa con Luigi Galvani sulla trasmissione neuro-muscolare e Joffrey Wesley che, a metà ‘700, é tornato alla romana narcosi elettrica ed applica un elettroforo per i dolori reumatici ribelli. I fisici Newton, Boyle e Godfrey ripreparano l’etere, che il tedesco Frobenius impiega negli attacchi d’asma bronchiale. A Leeds, nel 1772, Joseph Priestley prepara il protossido di azoto, che Humphry Davy fa circolare nei salotti londinesi, dove ci si diletta del buon umore assicurato dal “gas esilarante”, che come anestetico chirurgico non ha fortuna nemmeno oltre oceano. Bisogna attendere che il fisico Michael Faraday riapra la questione dell’etere (1820), scrivendo che funziona bene quanto il protossido, perché al Massachusetts General Hospital di Boston William Morton esegua la prima anestesia eterea per la chirurgia generale (1846).
Altre invenzioni dell’800, fondamentali per un rapido progredire della Medicina, sono il trasformare le cannule, che da millenni s’usano per insufflare sostanze negli orifizi naturali del corpo, nell’ago da iniezione (Rynd, 1843) e nell’applicarvi la siringa (1853, Wood in America e Pravaz in Francia, quest’ultimo per somministrare analgesici sottocute). Mentre tra Gran Bretagna e Cina, per motivi commerciali, si combatte la “guerra dell’oppio” (1840-42), se ne estrae la codeina (“codeia” in greco significa testa del papavero), che ha 1/10 della potenza della morfina, ma é solubile in acqua e, quindi, assumibile per bocca. Le anticipazioni di Edward Stone (1757) favoriscono la sintesi del salicilato (Kolbe, 1860), che messo in commercio nel 1874 cambia la vita agli artrosici, nonostante il sapore repellente ed i danni a reni e stomaco, che Felix Hoffmann attenua, preparando per il padre l’acido acetilsalicilico (1893), che la Bayer brevetta come Aspirina.
Dopo che si é affermata l’anestesia generale per inalazione di vapori, all’etere presto s’affiancano il cloroformio, poi il ciclopropano, che è esplosivo, ed altre sostanze erogabili tramite erogatori (quello di John Snow è del 1858) con la proposta di nuovi anestetici volatili, che ancora continua.
Gli anni tra fine ‘800 e metà ‘900 sono pieni di entusiasmi chirurgici, resi possibili dalla narcosi, da una migliore asepsi e dall’avvento di farmaci iniettabili, ad azione locale sulle “vie del dolore”, per eseguire l’anestesia periferica. In precedenza, per ottenere la perdita di sensibilità in parti del corpo, si ricorreva al freddo od all’iniezione locale di veleni neurali ad azione non reversibile, come l’etanolo ed in seguito il fenolo ed il glicerolo, mentre dal 1856 il chirurgo napoleonico François Percy e, poco dopo, l’eclettico Paolo Mantegazza (autore del libro “Il Dolore”) sostenevano, che le foglie di coca avessero proprietà anestetiche e Neimann ne estraeva la cocaina, un alcaloide che 15 anni dopo Karl Köller usa come collirio in chirurgia oculare (1884), ma che, a contatto del midollo spinale, causa gravi neurolisi e viene abbandonata dal 1903.
L’anestesia periferica diventa praticabile con la comparsa del primo anestetico locale, la novocaina (Procaina Hoecht), sintetizzata da Einhorn (1905) durante studi sui coloranti derivati dall’acido benzoico, ed ha uno straordinario sviluppo negli anni del conflitto mondiale ’14 - ’18, quando le fiale divengono sterilizzabili. Accanto all’anestesia per infiltrazione dei tessuti e nei nervi, prende piede l’anestesia subaracnoidea, che determina una paresi segmentarla. Provata da Corning (1885) nel cane e trasferita da Quincke e Bier (1898) nell’uomo, diventa più maneggevole e sicura dal 1931, quando Achille Mario Dogliotti introduce l’anestesia perdurale. Passano vent’anni prima che John J. Bonica pubblichi la “bibbia” delle metodiche di anestesia e neurolisi locale a scopo antalgico. Sebbene, tra la sintesi della lidocaina (fine anni ’30) e la recente bupivacaina e simili, gli anestetici locali prolunghino la durata dell’effetto ad oltre sei ore ed il pericolo di sovraddosaggio, la narcosi endovenosa in ventilazione polmonare controllata prende il loro posto in gran parte delle sale operatorie, mentre restano sovrani in terapia del dolore per la difficoltà ad usare le miscele oppiacee per fleboclisi endovenose. Infatti, negli anni attorno al secondo conflitto mondiale entrano in commercio i tiobarbiturici endovenosi, i curari, gli oppiacei di sintesi idrosolubili (mefedina nel ’39, metadone nel ’48, sino al fentanyl, che è mille volte più potente della morfina) e molte specie di neuroplegici e neurolettici, che consentono di praticare “anestesie generali bilanciate”, tutt’ora in uso, nelle quali l’ipotermia entra con indicazioni ristrette (neuro- e cardio-chirurgia, …, terapia intensiva) ed il freddo ha scarso impiego anche nella cura del dolore (crioanalgesia).
Oppiacei ed oppioidi sono quasi d’uso tradizionale da circa tre secoli in Gran Bretagna ed in Nord America, perché i freni posologici indotti dal timore di creare una “dipendenza”, non servono come paravento ad un’eventuale scarsa disponibilità a correre dei rischi professionali per sedare il dolore grave. Da noi, un tempo, il medico portava nella borsa delle fiale di Cardiostenol (10 mg di morfina + 1 mg di atropina), magari per lenire l’angina cardiaca, ma decreti indifferenti al dolore cronico e con un occhio di riguardo ai drogati, hanno obbligato ad avere con sé solo oppiacei da usare su di sé, poi la legge no.12 del 2002 e le sue modifiche hanno cambiato le cose, ma nelle classifiche della WHO (OMS) l’Italia rimane in coda all’Europa per consumo di analgesici forti. Di certo, l’avere soppiantato la “medicina paternalistica” con una fittizia “disponibilità di se stessi in materia sanitaria”, non aiuta l’uso di oppioidi in terapia antalgica, perché l’oppio-fobia dei medici e l’ignoranza popolare riservano loro la veste di un viatico, che potrebbe accelerare la morte.
L’indifferenza al dolore degli altri e per le scoperte di neurofisiologia e neuro-farmacologia che, a partire dalla seconda metà degli anni ’60, fanno fare alle conoscenze sul dolore uno strepitoso balzo in avanti, hanno seguito due strade completamente diverse, ma non sono riuscite a migliorare nemmeno l’analgesia post-operatoria, che é ancora utopica all’inizio del terzo millennio. Da un lato, dopo l’elettroshock (Cerletti, 1936-’38) e qualche tentativo di narcosi elettrica, è l’elettronica che risveglia l’uso clinico dell’elettricità, grazie alla “gate theory” (Wall e Melzak, 1964), che rivela le modalità di passaggio degli stimoli nel midollo spinale, con Shealy che tre anni dopo conduce impulsi nelle corna posteriori a scopo antalgico, aprendo la via ai “pacemaker” neurali, che poi sono a radiofrequenze. La teoria da vigore alle tecniche di cura del dolore ed in particolare favorisce la termocoagulazione spinale selettiva, oltre ad attenuare l’ostilità per l’agopuntura cinese, che con l’anestesia da stimolazione elettrica continua degli aghi sembra fare meraviglie, mentre con la pubblicazione, in lingua inglese (1975), del manuale per i “medici scalzi”delle “comuni” l’avvicina alla pratica occidentale. Dall’altro lato, partiti dal sapere che una molecola, per poter agire, deve fissarsi in siti specifici (recettori), si cerca quelli degli oppioidi e li si trova nel maiale e nell’uomo, poi due anni dopo (1975) si estraggono gli “oppioidi endogeni” prodotti dall’organismo (endorfine ed enkefaline), che diventano una sessantina.
La seconda metà del XX secolo é tutta un successo per la terapia del dolore: teorie e classificazione delle cefalee sono profondamente rivedute; in Gran Bretagna si aprono gli Hospices per assistere (“cure palliative”) malati di cancro in fase avanzata; finalmente parla di dolore la WHO (1982), sia pure con una scala a tre gradini, come guida all’uso dei farmaci antalgici; nel 1988 compare sul mercato la prima morfina orale a lento rilascio, poi negli Stati Uniti un cerotto, che libera per tre giorni fentanyl, i quali affiancano le micro-pompe per infusioni sottocutanee o peri-midollari (“patient controlled analgesia”, PCA); nel 1996, WHO e Società di studio del dolore rivedono, sia le indicazioni degli oppioidi, consentendone l’uso nel “dolore benigno” e suscitando polemiche a non finire, sia l’impiego delle “cure alternative” (genericamente CAM). Nel frattempo, sono largamente entrati nell’uso gli elettrostimolatori transcutanei, i campi magnetici e le onde laser per vari tipi di algie con in testa i “dolori reumatici”. Infatti, ad un secolo dalla nascita dell’aspirina, gli antinfiammatori non steroidei (FANS o NSAID nella sigla internazionale) si sono moltiplicati a dismisura, perché il basso costo di produzione, l’acquisto senza prescrizione e le ampie modalità di somministrazione sono una manna per i produttori e la distribuzione al pubblico, complice la scarsa attenzione agli effetti collaterali, perché l’azione antalgica è modesta nelle patologie non flogistiche.
Così, ancora una volta, nella pluri-millenaria storia della cura del dolore emergono ottusità culturali e falsità ideologiche, in ogni caso a danno dei malati-vittime-pazienti, sebbene oggi non ci siano giustificazioni accettabili ad asserzioni del tipo “se non fa bene, almeno non fa male”, che mettono in luce il disinteresse per i costi della salute e la precarietà del contatto tra medico e cliente. Forse, si dovrebbe dare maggiore importanza all’atteggiamento verso il dolore delle istituzioni sanitarie, atenei compresi, che hanno preteso cattedre in questa materia e hanno l’esclusiva della preparazione universitaria del personale e della ricerca clinica in campo sanitario. Purtroppo, il conservatorismo accademico esercita un ostracismo preconcetto verso la Terapia del dolore, che arriva a colpire le iniziative, i presidi e le tecniche cresciute fuori dalla casta, com’è accaduto alla neuroadenolisi pituitaria. Prima di chiudere alle innovazioni, si dovrebbe stabilire con chiarezza se e quando sia legittimo fare delle fughe in avanti, come con gli insegnamenti di questa o quella CAM, mentre si tralascia il fine istituzionale di pretendere la conoscenza precisa della Metodologia clinica, in modo da frenare le dilaganti superficialità, incompetenza e negligenza, che portano l’etica professionale a colpevoli omissioni, tra le quali il dimenticare che il dolore limita la disponibilità di se stessi, rende schiavi degli azzeccagarbugli, lede la capacità lavorativa e, quindi, la socialità.
Dopo avere viaggiato nell’esaltazione della fisicità nella classicità, nella medievale mortificazione della carne e del libero pensare, e nella capacità di sacrificio del romanticismo ottocentesco, i primi anni del XXI secolo usano promesse, mai seguite dai fatti, per fare avvizzire una cultura del dolore, che aveva trovato nei cinquant’anni precedenti dei ben preparati sostenitori. Di conseguenza, dato che nemmeno le cure di sicura efficacia sono state capaci di superare gli ostacoli gestionali e quelli posti ai piedi del letto dei malati, le persone condannate al dolore cronico sono rimaste legioni, invece di ridursi a sparuti manipoli.
Allora, è doveroso chiedersi come questo sia possibile e perché continui ad accadere.
Le ragioni della stasi fallimentare delle strutture per la cura del dolore è molteplice, ma deve cercare in se stessa le proprie cause, innanzitutto il conformarsi alle prassi cliniche tradizionali.
E’ giusto chiamare in causa i gestori della salute, le accademie, … e la professionalità di chi non s’avvalga coscienziosamente dei mezzi disponibili, per attenersi al burocratismo prescrittivo, che confonde il prezzo delle cure con i costi della salute. E’ certo, che l’arroganza di chi ha il potere decisionale è incompatibile con la necessità di sintonizzarsi sui bisogni dei sofferenti, né si può credere, che nasca per caso l’umiltà d’insegnare, che quello che non si sa è molto più vasto di quanto si sbandiera come verità. Né va dimenticata la maniacale ansia di successo, che accredita anzitempo i risultati della ricerca, quando non li falsifica, allettando le attese dei profani. E’ vero, che il giuramento ippocratico (“divinum opus est sedare dolorem”) è un’esaltazione del potere dei sanitari ed un’imbarazzante farsa, se lascia passare un solo giorno in più senza che il soffrire sia adeguatamente sedato, perché si commette un duplice delitto: contro il singolo malato ed a danno della società. Né basta divulgare, che il dolore cronico ha nella depressione una compagna abituale, per celare gli interessi commerciali al suo seguito, anche se forse sono meno turpi della violenza insita in cure antalgiche, che sono già lesive nella loro inutilità (futility).
Non si possono conformare i fondamenti della terapia antalgica ad una società, tanto impregnata di virtuale da dire di non essere più disposta a tollerare il dolore, ma che subito si contraddice nei fatti, mostrando di avere perso il valore della solidarietà, sommersa dalla dilagante incapacità d’ascoltare e che vorrebbe delegare il fastidioso partecipare al soffrire ad una legge sull’eutanasia.
Lo studio e la cura del dolore possono trovare alimento e spazio non nel fermarsi a dimostrare degli effetti fisiopatologici od una metodica clinica, ma facendo capire al grande pubblico che, domate le sofferenze, cambiano in modo esponenziale la “qualità di vita” del singolo ed il bene sociale. Farsi scudo di cattive consuetudini, consentendo deroghe al perseguire l’interesse comune a ciascuno dei due contraenti un rapporto sanitario, toglie al malato la certezza di avere un alleato in una Medicina del Dolore, che per avere un futuro deve rivoluzionare i principi neurofisiologica tradizionali per appoggiarsi agli indirizzi della moderna Psicobiologia. D’altronde, le strette connessioni del dolore con lo stress ed i sistemi emozionale, viscerale ed immunitario sono il nucleo di un più generale problema etico e culturale, societario e clinico, perché non ci sarà progresso, se non si rimette al centro dell’interesse l’individuo come unità psico-fisica inscindibile dall’ambito socio-ambientale, che l’ha prodotto e che lo plasma.
La migliore testimonianza della volontà di progredire è nella ricerca di soluzioni su basi nuove.
I semi hanno bisogno di un terreno adatto per germogliare, che esiste fuori dai canoni, che mettono al centro dell’interesse sanitario le malattie, anziché ciascuna singola persona bisognosa, perché il patire non può essere guarito in assenza di una “alleanza terapeutica”, nella quale dei non-eguali (curante e malato, comunità e singole persone) giocano la partita con uguale impegno e fini identici. Invece, il significato della sofferenza si spegne nell’indifferenza egoistica per tutto quello che non colpisca direttamente, quasi che la possibilità di esserne vittima si riducesse, statisticamente, con il vedere aumentare il dolore ed ogni forma di violenza nelle masse votate al consumismo, per le quali il fare acquisti non indispensabili è cercare di eludere la mancanza di aspettative future.
Quando le droghe trovano accondiscendenza voluttuaria, ma non curativa, significa che nell’etica sociale si è perduto il senso del ruolo dell’uomo.
Il medico sa che, se una malattia ha troppe, differenti cure, vuol dire che non si sa esattamente come trattarla e che è tempo di vederla in un’ottica nuova, perché é una forma morbosa, di cui non si sa abbastanza o che non si sa affrontare nel modo corretto.
Nelle patologie societarie, ed il dolore ne è la forma più diffusa, le soluzioni inefficaci sono nocive quanto il non far nulla per cambiare dei preconcetti, che uccidono la cultura, così come le scuse a posteriori, spesso, sanno di ipocrita assenza della volontà di riparare alcunché.
Nephentes è il nome di liane carnivore indo-malesi, il cui succo è stato tentato come neurolitico nel XX secolo.
Oppio (in greco opos, in ebraico ophion) significa succo ed è il lattice, di odore dolciastro-penetrante e sapore deciso,
che esce incidendo le capsule immature di Papaver somniferum e P.album e subito si rapprende all’aria, il quale sino
dal 380 a.C. era conservato in pani di 2-3 etti, cosparsi di granuli di Rumex o Acetosa, per non farli appiccicare tra
loro, che venivano avvolti nelle foglie dello stesso papavero.
La tintura alcolica originale prevede 15 parti di oppio in 70 di alcool a 60°, ma la Farmacopea Ufficiale limita l’oppio
al 10% e la dose massima a XII gocce (circa ½ mg di morfina) ogni 6 ore, che é 1/30 della dose antalgica in un adulto.
La tintura canforata (oppio paregorico) è formata da oppio in polvere, olio di anice, canfora ed acido benzoico, sciolti
in alcool e glicerina, allo stesso tasso di morfina del laudano.
fonte: www.cerchinsieme.it
Scienziati
ORIGINE DEL CONCETTO DI CAMPO
Agli inizi del secolo XIX l’idea che la scienza potesse crescere solo su radici newtoniane e con un supporto sempre più esteso di metodi matematici era quanto mai condivisa e trovava solide conferme nei trionfi settecenteschi della Meccanica Analitica e dell’Astronomia.
Il consenso però non era unanime e, trovava una fonte costante di critiche soprattutto nella cultura di lingua tedesca, sia per motivi storico politici ( l’ostilità all’egemonia napoleonica si traduceva in un’opposizione all’egemonia culturale francese , di stampo prettamente illuminista) sia perché era ancora molto forte l’influenza e l’autorità del pensiero fiolosofico di Kant.
KANT
Immanuel Kant (1724 - 1804), profondo conoscitore di Newton, partendo da una critica generale della conoscenza ed in particolare dei principi del meccanicismo ,criticò i concetti di «forza d'inerzia », di « spazio assoluto », di « vuoto assoluto » e di «impenetrabilità della materia ». Secondo Kant quindi non vi possono essere atomi e non vi può essere vuoto: egli suppone che la materia sia composta da corpuscoli, che non sono solidi, che risultano indefinitamente divisibili e che si trovano immersi in una sostanza che riempie tutto lo spazio e che ha una densità di gran lunga più piccola di qualunque materia esistente (l'etere). Questa materia è soggetta all'azione di due forze (dinamismo): quella attrattiva (di tipo newtoniano) e quella repulsiva che è molto più intensa dell'altra. Queste due forze producono poi, sempre secondo Kant diverse altre forze come ad esempio:
« la forza calorica » che è alla base della concezione del calore e di tutti i fenomeni che derivano dal fuoco; « la forza luminosa » che è alla base della luce e di tutti i fenomeni dipendenti da essa; «la forza elettrica» che è la causa di tutti i fenomeni elettrici; « la forza magnetica che origina tutti i fenomeni magnetici .Per Kant non esistono quindi né fluidi elettrici, né calorici, né di altro tipo, ma forze di vario genere, intese tutte come modificazioni di quelle attrattive e repulsive, che agendo tra le particelle di materia, originano i fenomeni. La « critica generale della conoscenza » di Kant ebbe, nella seconda metà del XVIII secolo, una notevole influenza sulla scienza, influenza che durò per molti anni, almeno fino agli inizi del XX secolo. Così, a cavallo tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo mentre in Francia l'influsso del pensiero illuminista produce un ambiente scientifico tale da formare degli scienziati che domineranno con le loro scoperte l'Europa intera, in Germania le speculazioni di Kant daranno l'avvio al movimento della Naturphilosophie che, se da una parte rappresenterà un freno all'affermarsi e all'evolversi della scienza, dall'altra porrà i germi per un nuovo approccio alla ricerca scientifica
LA Naturphilosophie
Un aspetto di tale corrente era l’inclinazione a credere che le varie forze agenti nei fenomeni chimici, fisici e biologici fossero manifestazioni di un solo e unico agente , grazie al cui operato l’intera Natura si comportava come un organismo.
Un secondo aspetto , che nel Settecento era stato sottolineato da Ruggero Giuseppe Boscovich e che in buona parte risaliva alla filosofia di Leibniz, era centrato sul tentativo di eliminare ogni riferimento a entità materiali dotate di estensione spaziale, cioè agli atomi.
Figura simmetrica prodotta da una casuale macchia di inchiostro
con autografo di J. Kerner.
Da entrambi i punti di vista si giungeva a pensare che una rappresentazione unitaria del mondo fosse possibile solo a patto di ricollocare le interazioni , analizzate in forme sempre più specialistiche nelle varie discipline scientifiche, in un quadro concettuale non newtoniano, ammettendo che non esistesse una separazione netta tra le interazioni, ma che ciascuna di esse fosse , in un certo senso, parte di un continuo: così le attrazioni e repulsioni , tradizionalmente osservabili nei fenomeni elettrici e magnetici, e le azioni termiche o gravitazionali dovevano essere interpretate come effetti di un solo potere naturale.
GOETHE
Nel 1790 il poeta- scrittore- pensatore Johann Wolfgang von Goethe (1749 - 1832) aveva esemplificato alcuni di questi temi in uno scritto , “ Tentativo di spiegare la metamorfosi delle piante “ , dove le trasformazioni dei vegetali erano spiegate come sequenze ritmiche di contrazioni ed espansioni in cui prendeva forma l’agire di una regolarità profondissima dell’intera Natura. “Natura! Noi siamo da essa circondati e avvinti, senza poter da essa uscire e senza poter entrare in essa più profondamente. Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci attrae nel vortice, finché, stanchi, cadiamo nelle sue braccia. Essa crea eternamente nuove forze: ciò ch’è ora non era ancora, ciò che era non torna; tutto è nuovo, e nondimeno è sempre antico. Noi viviamo nel mezzo di essa, e le siamo estranei. Essa parla incessantemente con noi, e non ci palesa il suo segreto. Noi operiamo costantemente su di essa, e tuttavia non abbiamo su di essa nessun potere. Pare che la natura tutto abbia indirizzato verso l’individualità, eppure non sa che farsene degl’individui. Artista incomparabile, senza apparenza di sforzo passa dalle opere più grandi alle minuzie più esatte. [...] È intera, e nondimeno è sempre incompiuta., Non conosce passato e futuro; il presente è la sua eternità." Frammento sulla natura” 1792 o 1793
Schelling
Su basi concettuali di questo tipo Goethe esibiva il proprio rifiuto della scienza fisico- matematica nata con Galilei e Newton e contribuì all’espansione della Naturphilosophie in ambito filosofico.
Una tipica e influente figura fu il filosofo F.W.J. Schelling .
Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling
(1775-1854)
“..La natura deve essere lo spirito visibile,
lo spirito la natura invisibile. Qui dunque,
nell'assoluta unità dello spirito in noi
e della natura fuori di noi, si deve risolvere
il problema come una natura sia possibile fuori di noi
Il pensiero di Schelling si caratterizza per lo slancio verso l'unità ultima e indivisa del sapere e dell'essere e si presenta composto di "filosofia dello spirito" e "filosofia della natura" e per la critica al meccanicismo fisico. La concezione meccanicista di materia come un qualcosa di inerte fino a che su di essa non agiscono forze, entità diverse e separate dalla materia è, secondo Schelling, l'ammissione di una discontinuità tra materia e spirito (tra natura e uomo) che non corrisponde alla unità originaria di queste due entità, per esempio, nell'organismo vivente. Schelling sostiene che è lo spirito (le forze) che si organizza in materia e pone quindi le forze, agenti tra punti inestesi, con i loro "conflitti e trasformazioni" alla base dell'esistenza del mondo (dinamismo fisico). Non c'è più materia allora ma c'è una particolare modificazione di una determinata zona dello spazio dovuta appunto ai conflitti ed alle trasformazioni delle forze spirito) eterne e preesistenti
Lo studio della natura si deve concentrare su quei fenomeni grazie ai quali il magnetismo diventava elettricità e, poi, chimismo, così da approdare al galvanismo e riunificate in tal modo mondo vivente e mondo inorganico.
Il contrasto con la scienza ufficiale era radicale , sia perché l’opera del francese Coulomb aveva razionalizzato l’intero settore allora noto dei fenomeni elettrostatici e magnetici, sia perché l’italiano Alessandro Volta aveva spiegato senza artifici metafisici , le correlazioni tra l’elettricità e le contrazioni muscolari che erano state scoperte da Luigi Galvani .
Ciononostante i suggerimenti della Naturphilosophie avrebbero fatto emergere un fatto totalmente inatteso, la cui interpretazione aprì un nuovo e interessante campo di ricerca.
OERSTED
Nel 1820 il fisico danese H.C. Oersted , il quale condivideva alcune istanze della filosofia romantica, eseguì una serie di esperimenti con i quali provò come un conduttore rettilineo percorso da corrente fosse in grado di cambiare la posizione di equilibrio di un ago magnetizzato.
Già qualche anno prima egli aveva pubblicato un saggio in cui prevedeva un legame tra elettricità e magnetismo.
La tesi che egli sosteneva era particolarmente esplicita nei riguardi della <<grande somiglianza tra le attrazioni e repulsioni elettriche e magnetiche>> e della <<similarità delle loro leggi>>. Anziché , però, accontentarsi di indicare tali analogie, lo scienziato doveva, secondo Oersted, coglierne il senso, individuando il ruolo che veniva svolto dalle correnti elettriche. Ebbe pertanto il merito di richiamare l’attenzione sull’importanza dell’invenzione della pila voltaica che dava nuove possibilità all’indagine sulla natura delle interazioni elettriche e magnetiche. Infatti , se fino ad allora non era mai stata evidenziata un ‘interazione tra cariche e magneti, ciò era dovuto al fatto che si tentava di far interagire i magneti con cariche ferme .
Tale interazione è possibile invece solo se le cariche sono in movimento.
Hans Christian Oersted(1777- 1851) esegue il suo famoso esperimento
<<La forma dell'attività galvanica è mediana
tra la forma magnetica e la forma elettrica.
In essa le forze sono più latenti nell'elettricità
e meno latenti che nel magnetismo>>.
La scoperta di Oersted risultava quanto mai sorprendente in quanto la forza che essa evidenziava fuoriusciva in modo completo dal tipo di forze ( forze centrali) che stavano alla base della teoria gravitazionale newtoniana e che fino allora avevano spiegato con successo le attrazioni e le repulsioni elettriche e magnetiche.
Tali forze sono infatti caratterizzate da due proprietà:
- si manifestano tra enti fisici di uguale natura
- sono dirette lungo la retta congiungente i due corpi, supposti puntiformi.
Oersted riportò le sue osservazioni in un breve scritto intitolato “ Experimentacirca effectum conflictus electrici in acum magneticum”, nel quale affermava che la deviazione dell’ago era causata da un “conflitto elettrico” che si generava quando le cariche erano in moto, produceva un’attività vorticosa nello spazio circostante e e faceva variare la posizione dell’ago.
<<..scoprii in seguito , continuando le esperienze per qualche giorno , la legge fondamentale dell’elettromagnetismo, cioè che l’effetto magnetico della corrente elettrica ha un movimento circolare attorno a questa.>>
AMPERE André-Marie (1775 – 1836)
Quando il fisico francese Arago diede comunicazione della scoperta di Oesterd all’Académie des sciences, il grande Ampère , di formazione illuminista, ne restò molto impressionato , ma nello stesso tempo sentì l’esigenza di spiegare il fenomeno nell’ambito di uno schema newtoniano-coulombiano.
Verificò sperimentalmente l’esistenza di interazioni non solo tra correnti e magneti, ma anche tra correnti e correnti e dedusse che poteva essere ipotizzata un’equivalenza tra magneti e circuiti elettrici. Lo stesso magnetismo delle calamite naturali poteva essere spiegato come effetto macroscopico di correnti esistenti a livello microscopico. In tal modo tutte le interazioni, tra magneti e correnti o tra poli magnetici, si riducevano a interazioni tra correnti. Grazie alle sue solidissime basi matematiche Ampère riuscì infine a dedurre le leggi che regolano tali interazioni da una legge elementare tra <<molecole>> di correnti la cui espressione
presenta una forte analogia con la legge di Newton e la legge di Coulomb.
Restava ancora , comunque irrisolto il problema del<< come>> si propaga la forza magnetica e a quale causa ultima può essere attribuita.
Ampère assume in proposito un atteggiamento analogo a quello di Newton di fronte alla sua legge di gravitazione universale: <<..In verità non sono ancora riuscito a dedurre dai fenomeni la ragione di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi (hypotheses non fingo)>>.
Ampère afferma:<<Per stabilire le leggi di questi fenomeni ho consultato unicamente l’esperienza e ne ho dedotto la sola formula che può rappresentare le forze alle quali sono dovuti; non ho fatto alcuna ricerca sulle cause a cui attribuire tali forze..>>
In effetti egli , nelle note lette all’ Académie des sciences, aveva avanzato l’ipotesi che la corrente elettrica comunichi almeno in parte il suo movimento a un fluido neutro che circonderebbe ogni conduttore e che proprio tramite esso l’azione di una corrente
possa raggiungere un’altra corrente.
L’esigenza di individuare un “mediatore” delle forze che eviti il ricorso a misteriose azioni a distanza istantanee, era pertanto presente in tutti gli ambienti scientifici e le nuove tendenze filosofiche spostavano sempre più l’indagine dai corpi interagenti al mezzo circostante.
André-Marie Ampère (1775 - 1836
FARADAY Michael (1791-1867),
Ben diversa fu l'accoglienza che l'esperienza di Oersted ebbe in Gran Bretagna. Nel 1821 Richard Phillips, direttore degli Annals of Philosophy, chiese al giovane assistente di Davy e suo amico, Michael Faraday, di fare, per la rivista, una rassegna storica di tutti gli esperimenti e teorie dell'elettromagnetismo che erano apparsi dopo Oersted (è opportuno a questo punto ricordare che in accordo con il riduzionismo di Ampère - magnetismo prodotto da elettricità, anche a livello di struttura 'molecolare' della materia - nel continente entra in uso il termine 'elettrodinamica'; anche per sottolineare un approccio diverso al problema, in Gran Bretagna, gli stessi fenomeni sono designati con il termine 'elettromagnetismo').
Faraday, nel realizzare il suo lavoro, ebbe modo di ripetere molte delle esperienze che trovava descritte nella letteratura e la cui redazione non lo soddisfaceva; ebbe modo di valutare i pregi e le idee oscure di ogni singola teoria proposta; in particolare non lo convinceva la spiegazione teorica che Ampère dava dell'esperienza di Oersted. L’ energia con cui si applicò a ripetere l’esperienza di Oersted e a cercarne una interpretazione al di fuori del paradigma dell’azione a distanza, (in contrasto con Ampere e la fisica francese), è stata vista come un’ adesione dello stesso Faraday ad ambienti della Naturphilosophie, magari maturata nel suo viaggio in Europa attraverso la mediazione di Davy.
In effetti egli era profondamente convinto dell’unitarietà dei fenomeni fisici, ma , dotato di particolare intuito e non comuni capacità sperimentali, desiderava soprattutto trovare una spiegazione dei fenomeni indipendente dal formalismo matematico e che non confondesse l’ipotesi teorica con i fatti.
Approfondendo i fenomeni dal punto di vista sperimentale riuscì ad evidenziare la rotazione di poli magnetici attorno a un filo percorso da corrente e, viceversa, di un filo percorso da corrente attorno ad un polo. Questi risultati lo convinsero del fatto che le forze magnetiche si sviluppano secondo linee curve che rappresentano in direzione e verso le forze emanate. Introduce così il concetto di linee di forza, che inizialmente sono considerate solo pure descrizioni geometriche delle forze agenti tra poli e circuiti, ma in seguito acquistano un vero e proprio significato fisico.
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(Maxwell, 1873): "Con gli occhi della mente, Faraday vedeva linee di forza che attraversavano lo spazio nella sua totalità, laddove i matematici vedevano centri di forza che si attiravano a distanza; Faraday vedeva un 'campo' là dove gli altri non vedevano che la distanza"
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Nel suo lavoro “On some New Electro-magnetic Motions and on the Theory of Magnetism” Faraday illustra la brillante esperienza sopra menzionata.
Nello stesso lavoro afferma : “Ampère ragionando sulla scoperta di Oersted, fu condotto ad adottare una teoria secondo la quale le proprietà dei magneti andavano ricondotte all’esistenza di correnti concentriche di elettricità in essi,disposte secondo l’asse del magnete.” “Nei tentativi da me compiuti di spiegare alcuni movimenti elettromagnetici e di mostrare la relazione tra magneti prodotti dall’elettricità e magneti ordinari non ho voluto né adottare alcuna teoria sulla causa del magnetismo, né oppormi pregiudizialmente ad alcuna di esse” .
Risponde poi in questi termini ad una lettera di Ampere ( febbraio 1822): “Nella vostra lettera esponete l’opinione che il vostro esperimento(rotazione di un magnete) permetta di decidere se le correnti elettriche ipotizzate dalla vostra teoria circolino intorno all’esse del magnete o intorno a ciascuna particella;da ciò deduco che la vostra interpretazione di tale esperimento differisce da quella che io ho maturato a proposito, in quanto a me sembra che esso costituisca una variante dell’esperimento della rotazione di un filo intorno ad un polo.” “Non vedo come l’esperimento determini la posizione delle correnti se non per il fatto che esso mostra che ci si trova di fronte al moto tipico di un filo intorno a un polo: comunque è possibile che voi abbiate le stesse mie idee e io non sono in grado di capire in che modo le due spiegazioni coincidano. Purtroppo la mancanza di una adeguata preparazione matematica mi impedisce di approfondire questo punto. Sono per natura scettico nei confronti delle teorie e di conseguenza vi prego di non serbarmi rancore per il fatto che non accetto immediatamente la vostra. La sua semplicità e le sue applicazioni sono sorprendenti ed esatte, ma io non riesco a capire in che modo vengono prodotte le correnti e, in particolare, se si suppone che esse esistano intorno a ciascun atomo o a ciascuna particella, ancora desidererei prove ulteriori della loro esistenza prima di accettarla senza riserve.”(L.Pearce Williams, “TheSelected Corrispondence of M.Faraday”).
In questo dibattito è evidente, tra l’altro , da parte di Faraday il rifiuto di accettare una ipotesi atomica in via di formazione e quindi provvisoria, come dato su cui costruire una ipotesi interpretativa dei fatti.
Egli stessi aveva avuto modo di notare la validità del modello atomico-molecolare nell’ambito dei fenomeni chimici, ma si trattava appunto solo di un modello esplicativo.
D’altronde proprio le successive scoperte sui fenomeni elettrochimici ( ricordiamo che fu proprio Faraday ad enunciare le principali leggi dell’elettrolisi)
contribuirono sempre più a scegliere come protagonista dei fenomeni il mezzo in cui i fenomeni stessi si realizzano.
Come per i fenomeni elettrochimici è essenziale la presenza della soluzione elettrolitica, così per i fenomeni elettromagnetici è essenziale il mezzo circostante che non può essere mai spazio vuoto, tradizionalmente connesso al modello atomico, ma è un continuum di forze che hanno sì per loro centro gli atomi, ma che si espandono ovunque e possono compenetrarsi a vicenda.
Lo spazio, sede dei fenomeni , diventa campo di forze, le cui proprietà sono descritte dalle linee di forza o linee di campo, secondo un modello che sarà
poi formalizzato dal punto di vista matematico nella sintesi maxwelliana, concetto che si rivelerà estremamente fecondo nel suggerire e spiegare tutte le scoperte , successive ,dall’induzione elettromagnetica di Faraday alla propagazione delle onde elettromagnetiche ad opera di Maxwell e di Hertz.
I concetto di campo assume poi un ruolo fondamentale dal punto di vista epistemologico nel problema del rapporto tra spazio e fenomeni fisici,
problema che sale alla ribalta nel dibattito sulla crisi dei fondamenti nella scienza del primo Novecento.
fonte: sezioned.files.wordpress.com
Scienziati
Renato Musto
Fisica Teorica
Michael Faraday e la nascita della Teoria dei Campi
1.Mentre Ampère decomponeva attraverso l’analisi matematica l’effetto elettromagnetico di Oersted, fino a ritrovare nell’interazione tra gli elementi di corrente una descrizione newtoniana, un chimico inglese, Michael Faraday, iniziò a guardare quel fenomeno da un punto di vista nuovo, libero dalla tradizione e attento alle implicazioni concettuali di ogni aspetto dell’esperimento. Già Oersted aveva osservato come la forza esercita da un filo percorso da corrente su di un polo magnetico,
posto in un punto P, sia perpendicolare al filo ed alla normale al filo passante per P. L’attenzione di Faraday fu catturata da questa forza circolare che egli poteva seguire punto per punto intorno al filo semplicemente osservando l’ago di una bussola. Seguendola con attenzione, si rese conto che avrebbe potuto rendere sperimentalmente visibile l’andamento della forza magnetica che circola intorno al filo. Per questo sospese un magnete, imperniando uno dei suoi poli e lasciando l’altro libero di ruotare intorno al filo. Quando vi circolava corrente il polo libero ruotava intorno al filo seguendo le linee di forza magnetiche. Come osserva giustamente L. Pearce Williams “Faraday non usa qui il termine linea di forza, ma questo è il momento della sua nascita”. (The Origins of Field Theory, Random House, New York 1966, p.73. Rinviamo a questo prezioso volumetto per una acuta analisi del ruolo degli esperimenti e delle idee di Faraday nella nascita della teoria dei campi. Per maggiori dettagli si veda la fondamentale biografia dello stesso autore Michael Faraday Chapman and Hall Londra 1965). Il moto del polo magnetico libero rendeva visibili le linee di forza.
Ma c’è un altro aspetto importante di questo esperimento. Se Oersted aveva mostrato la convertibilità di fenomeni elettrici in fenomeni magnetici, ora Faraday mostrava la loro convertibilità in movimento, in vis viva. L’idea di conservazione dell’energia, di cui abbiamo parlato fin dalla prima lezione, non era ancora emersa con chiarezza. Ma, a questo punto, vediamo accumularsi fenomeni di conversione e trasformazione dei diversi poteri di natura(power, Kraft) che porteranno,, di lì a poco, alla formulazione, progressivamente sempre più precisa, di questo fondamentale concetto. Alle correnti elettriche erano già associati fenomeni chimici, termici e magnetici, con questo esperimento compaiono anche fenomeni meccanici. Faraday aveva messo in funzione un primo motore elettrico, per quanto embrionale. Ora non siamo in grado di spiegare da dove venga l’energia cinetica associata al moto del polo magnetico. Sarà la discussione dei successivi risultati ottenuti da Faraday, seguendo la sua innovativa linea di pensiero a permettere di chiarirlo.
2. Noi non seguiremo i molteplici esperimenti attraverso cui Faraday ha reso evidente la realtà delle linee di forza.
Per questo rinviamo ai volumi appena citati di L. Pearce Williams. Basti qui ricordare che non vi è stato aspetto dei fenomeni elettromagnetici che Faraday non abbia indagato, eseguendo esperimenti che mostravano come queste interazioni vengano trasmesse in qualche modo per contatto, da punto a punto, e non a distanza. Qui ci limitiamo ad introdurre solo alcuni dei suoi esperimenti che servono ad illustrare le leggi fondamentali dell’elettromagnetismo.
Dopo aver messo in evidenza la presenza di linee di forza circolari intorno ad un filo percorso da corrente Faraday inizia a sperimentare con una varietà di circuiti metallici, di fili, eliche e di solenoidi. Ma mentre Ampère aveva seguito le correnti con il suo galvanometro, Faraday segue con la stessa attenzione le linee di forza. Ad esempio nota come la somma delle linee di forza delle singole spire di un solenoide, ciascuna delle quali si avvolge intorno alla spira, dia luogo a linee di forza rettilinee all’interno del solenoide. Anche in questo caso un polo magnetico, se fosse possibile isolarlo, non verrebbe semplicemente attratto da una delle facce del solenoide, che si comporta come il polo di un magnete, ma continuerebbe a viaggiare fino ad emerge re dall’altra faccia, e così via in circolo.
In breve, per Faraday il fatto semplice da cui partire per la descrizione dei fenomeni elettromagnetici sono le linee di forza che circolano intorno alle correnti. Anche le forze di attrazione e repulsione tra fili rettilinei percorsi da corrente, scoperte da Ampère andavano analizzate in quei termini.
La contrapposizione tra i punti di vista dei due scienziati non poteva essere più completa e, per di più, la loro comunicazione era reso difficile dalla distanza nella formazione intellettuale.
E’ fin troppo facile oggi dire che i due punti di vista, malgrado la loro apparente opposizione, erano, fino a quel punto, equivalenti perché permettevano di spiegare gli stessi fatti sperimentali.
In realtà le due posizioni differivano profondamente, ben oltre che nella pura indicazione del fatto semplice da cui partire. La teoria di Ampère era una solida costruzione matematicamente formalizzata che seguiva i canoni più accreditati della ricerca scientifica dell’epoca. La posizione di Faraday era costituita da un insieme di intuizioni personali, non ancora completamente sviluppate, che si serviva della sua straordinaria abilità di ideare esperimenti e di variarne condizioni di esecuzione, capace di trasformare l’insime delle sue ricerche sperimentali in un serrato ragionamento sulla natura dei fenomeni. La teoria di Ampère era valida e inattaccabile, nel suo ambito di validità, l’analisi delle forze tra circuiti voltaici, circuiti percorsi da correnti che non variano nel tempo o, come si dice, stazionari. Il punto di vista di Faraday conteneva le idee guida che lo portarono alle sue fondamentali scoperte di elettromagnetismo ed alla costruzione di una visione del mondo alternativa a quella newtoniana, quella della teoria dei campi, valida in presenza di correnti variabili in modo arbitrario nel tempo.
Per Faraday le linee di forza del campo elettromagnetico costituivano una realtà fisica, che gli esperimenti rendevano visibili. Una analogia che lo guidava era quella delle tensioni e degli sforzi la cui azione si esercita e si trasmette da punto a punto in un mezzo elastico. Ma le leggi che ha scoperto per le sue linee di forza non nascono in alcun modo da questa analogia. Esse derivano interamente dalla nuova realtà creata in laboratorio, attraverso una continua e controllata variazione delle condizioni sperimentali che
ha permesso il rivelarsi di leggi insieme universalmente operante e segreto. Per noi il campo elettromagnetico è un innegabile presenza quotidiana. Diamo una rapida occhiata al nostro telefonino per controllare se c’ècampo, ci chiediamo in quale direzioni puntare le nostre antenne per ottimizzare il segnale, avvertiamo il campo del forno a microonde interferire con radio. Noi viviamo in questa realtà tecnologica, sviluppando fin dalla primissima infanzia le nostre percezioni più istintive e le nostre reazioni più immediate ad esso, come in al nostro mondo di natura. Gli oggetti di cui continuamente ci serviamo, per riscaldarci, per cucinare, per informarci, per sentire musica, per comunicare, ciascuno dei quali ci appare oggi indispensabile alla vita, sono stati, prima, strumenti dei laboratori con cui, da Faraday in poi, si sono compiuti esperimenti di elettromagnetismo. Osservando nelle vetrine i nostri beni di consumo, eleganti, miniaturizzati, firmati da noti designers non riconosceremo mai gli strumenti, poveri e severi, una volta usati in quei laboratori e che ora giacciono inoperosi sugli scaffali dei musei scientifici. Ristabilendo un collegamento tra gli oggetti potremo iniziare a percepire la dipendenza della attuale tecnologia dalla attività di ricerca scientifica, o a capire quanto l’enorme ricchezza che produciamo,
e quanto del potere di cui disponiamo dipenda ancora dall’attività di quegli scienziati che nei loro laboratori creavano nuove condizioni di natura. Ma questa nuova visione della natura che a poco a poco avrebbe plasmato il nostro mondo, non è uno sviluppo tutto interno alla scienza, e neppure un processo puramente intellettuale. Come abbiamo discusso nelle precedenti lezioni, si è trattato di una straordinaria trasformazione della sensibilità e della cultura in cu la scienza fisica ha avuto un ruolo non secondario. Certo influssi diretti della filosofia della natura, sviluppatasi in Germania, sono giunti a Faraday attraverso il grandi chimico inglese Humphry Davy, presso il cui laboratorio alla Royal Institution of Great Britain, Faraday aveva iniziato la sua attività con le più semplici incombenze.. E Davy, amico personale del poeta Colderige, entusiasta sostenitore delle idee della Naturphilosophie, non era insensibile a quelle convinzioni. Ma per Faraday si tratta certamente di un processo di formazione più complesso e profondo su cui torneremo, che ci aiuterà a meglio capire l’atmosfera culturale in cui è nata la visione elettromagnetica della natura.
3. Tornando quindi all’esposizione delle idee e delle scoperte di Faraday con la sensibilità attuale, partiremo dalla realtà fisica dei campi elettrici e magnetici ed useremo le linne di forza come una conveniente rappresentazione che ha il vantaggio di essere molto intuitiva e, al contempo, abbastanza formalizzata.
Il campo magnetico Bè semplicemente quella grandezza fisica che moltiplicata per il valore della carica magnetica p posta in un punto determina la forza su di esso:
F= p B. Si noti che Fe quindi Bsono grandezze dotate di direzione e verso,cioè grandezze vettoriali (e per ricordare questa proprietà sono state scritte in grassetto).
Naturalmente tanto F che Bdipendono dal punto dello spazio che si considera e, in generale, anche dal tempo.
Si potrebbe obiettare che, in ultima analisi, i poli magnetici sono dovuti a correnti microscopiche e, quindi, che la presentazione del campo magnetico è insoddisfacente. E’ certo insufficiente per una descrizione microscopica ma, per ora, ci possiamo contentare perché stiamo discutendo situazioni macroscopiche. In seguito ci preoccuperemo di migliorare la nostra definizione.
Analogamente il campo elettrico E è semplicemente quella grandezza fisica che moltiplicata per il valore della carica elettrica q posta ferma in un punto determina la forza su di esso: F= q E . La carica deve essere ferma perché, come sappiamo, sulle correnti, cioè su cariche in moto si esercita anche una forza magnetica. Anche E èuna grandezza vettoriale che, in generale, varia da punto a punto e nel tempo.
L’esempio più semplice è quello relativo alle forzr di attrazione colombiana tra cariche elettriche e (analogamente) tra cariche magnetiche, dirette in entrambi i casi lungo la loro congiungente, la cui intensità è data rispettivamente da
F= q qq’/4 p r2 F= p p’/4 p r2(11.1)
Il fattore 4 p è stato introdotto per comodità. Al solito se le cariche sono dello stesso segno la forza è concorde ad r, repulsiva, se di segno opposto la forza è opposta ad r, attrattiva. Si noti che, con la scelta fatta nelle (11.1) cariche elettriche e magnetiche sono misurate nelle stesse unità di misura (corrispondenti al prodotto di una lunghezza per la radice quadrata di una forza). Di conseguenza anche i campi elettrici e magnetici sono misurati nelle stesse unità di misura.
Quando si voglia usare il concetto di campo elettrico, il calcolo della forza tra due cariche si spezza in due parti. Per calcolare la forza che la carica q, posta in un punto O esercita sulla carica q, posta in un punto P, prima si introduce il campo elettrico generato dalla carica q in un P , che è diretto lungo OP ed ha intensità E = q/4p r2, dove r è la distanza OP. Poi si moltiplica l’espressione del campo per la carica q’ per ottenere la forza colombiana data dalla (11.1). Il campo elettrico così introdotto è. Per ora, un ausilio formale per il calcolo della forza. La sua esistenza come entità fisica indipendente emergerà solo in seguito. Un ragionamento analogo vale anche per il campo magnetico, corrispondente al caso di forza newtoniana tra poli magnetici. Ma tale espressione risulterebbe necessariamente approssimata, perché gli opposti poli magnetici non si possono mai separare, e noi non la scriveremo.
Una linea di forza del campo elettrico o magnetico
è una curva dello spazio tale che il campo in questione (elettrico o magnetico), considerato in ogni suo punto, è tangente ad essa. Per rendere utile questa rappresentazione conviene considerare una densità di linee di forza proporzionale all’intensità del campo.
Ad esempio in fig. ( 11.1 ) e (11.2) sono disegnate le linee di forza del campo magnetico per un filo percorso da corrente e le linee di forza del campo elettrico per una sferetta carica.


Fig. 11.1 Fig. 11.2
4. Nella sua esplorazione delle linee di forza magnetiche Faraday ha mostrato che si tratta di linee chiuse che si concatenano alle correnti elettriche (fig. 11.1 e 11.3).
Fig.11.3 
Si noti la regola sul verso del campo magnetico, esso si si avvita intorno al filo come una vite che procede nella direzione della corrente.
Questa proprietà delle linee di forza esprime nel linguaggio della teoria di campo l’ipotesi di Ampère che il magnetismo è generato da cariche in moto.
Consideriamo ora una superficie SO chiusa. E’ chiaro che le linee di forza del campo magnetico (linee chiuse) o non attraversano affatto SO o entrano ed escono un egual numero di volte (fig. 11.4). In altri termini Il flusso del campo magnetico FSO (B) attraverso una qualsiasi superficie chiusa è nullo.

Questa affermazione, molto intuitiva, è in realtà una precisa legge matematica. Questa proprietà corrisponde ad una delle quattro leggi fondamentali che Maxwell ha introdotto formalizzando la visione di Faraday del campo elettromagnetico. Scriveremo questa proprietà nella forma
FSO (B)=0 (11.2)
E’ utile contrapporre a questa proprietà del campo magnetico la corrispondente proprietà del campo elettrico: Il flusso del campo elettrico attraverso una qualsiasi superficie chiusa è uguale alla carica totale in essa contenuta.
FSO (E)=qTot (11.3)
Intuitivamente questa relazione risulta chiara dall’andamento delle linee di forza in fig.11.2 . Queste escono in egual numero da qualsiasi superficie che contiene la carica, mentre entrano ed escono in egual numero da ogni superficie che non la contiene dando un flusso nullo. Le affermazioni espresse dalle equazioni (11.2) e (11.3) ci dicono da proprietà fondamentali del campo elettrico, Ad esempio la seconda ha lo stesso contenuto della legge di Coulomb. Immaginando di non conoscere il campo elettrico generato da una carica potremmo ragionare in questo modo. Per una carica puntiforme ( o una sfera) il campo per simmetria deve essere radiale, inoltre, per la proprietà (11.3) il numero di linee di forza attraverso una superficie sferica, con centro nella carica, è indipendente dal raggio. Ma la superficie sferica cresce con il quadrato del raggio e quindi la densità di linee di forza, ovvero l’intensità del campo, decresce con il quadrato del raggio, come dice la legge di Cou;omb.
5. Torniamo ora alle proprietà delle linee di forza del campo magnetico. Come sappiamo il campo magnetico di un filo rettilineo è proporzionale alla corrente e inversamente proporzionale alla distanza da esso:
B= i/2p c r (11.5)
Aver scritto la costante di proporzionalità nella forma
1/ 2 p c corrisponde, come vedremom un’utile convenzione, ma la natura del fattore c è una questione di grande importanza. Ricordiamo che cariche elettriche e cariche magnetiche si misurano nelle stesse unità di misura. Il campo magnetico, come il campo elettrico, corrisponde ad una carica diviso una lunghezza al quadrato. Una corrente elettrica corrisponde alla quantità du di carica nell’unità di tempo. Quindi i/r corrisponde ad una carica diviso il prodotto di una lunghezza per un tempo. Il fattore c introdotto nella (1.5) serve quindi a trasformare una lunghezza per un tempo in una lunghezza al quadrato. C corrisponde quindi ad una lunghezza diviso un tempo, a una velocità. Chi è questa misteriosa velocitàche compare nella teoria elettromagnetica? Una prima risposta può essere ottenuta determinando il valore numerico di c. Tutte le altre grandezze presenti nella (11.5) sono indipendentemente misurabili e quindi il valore di c può essere ottenuto. Weber e Kohlrausch nel 1856 determinarono per c il valore di circa 30.000.000.000 (3 1010 ) cm/s) La velocità della luce! La speranza ci fa battere il cuore, le domande si affollano ansiosamente. Che connessione esiste tra luce ed elettromagnetismo? E` possibile spiegare il mistero della luce grazie alla teoria elettromagnetica? E` vera l’intuizione di Oersted per cui….
Manteniamo la calma. Potrebbe trattarsi di una pura coincidenza. Se nella 11.5) non avessimo introdotto un fattore c’ al denominatore del secondo membro, invece di 2 p c, la costante c’ risulterebbe uguale a 2 volte la velocità della luce, e se l’avessimo introdotto a numeratore avremmo ottenuto l’inverso di questa quantità. Una velocità interviene certamente nella teoria dell’elettromagnetismo, ma quale? Tutte le velocità sono proporzionali tra di loro. La scelta della costante di proporzionalità nella (11.5) potrebbe essere solo un caso fortunato.
Se la luce ha davvero qualcosa a che fare con l’elettromagnetismo dobbiamo convincerci che la scelta della normalizzazione nella (11.5) è, in qualche modo naturale. Ora Faraday ha mostrato che il campo magnetico trascina un polo magnetico lungo la linea di forza circolare. Il lavoro fatto dalla forza magnetica non è nullo e , in corrispondenza ad un polo magnetico unitario vale esattamente 2 p rB. Infatti, il campo magnetico è parallelo alla circonferenza e costante in grandezza lungo di essa:
L= SOBi D si// = 2 p r B
Sostituendo in questa espre ssione il valore di B dato dalla (11.5) si ottiene
cSOBi D si// = i (11.6)
Questa relazione mostra come la normalizzazione scelta per l’espressione del campo magnetico generato da un filo percorso da corrente nella (11.5) sia abbastanza naturale, rafforzando le attese di una relazione tra luce ed elettromagnetismo. In effetti la eq. (11.6) ha validità molto più generale di quella in cui l’abbiamo ottenuta. Innanzitutto è chiaro che vale qualunque sia il percorso chiuso lungo il quale si calcoli il lavoro, purché sia concatenato al filo. In fatti è possibile deformare la circonferenza in una curva arbitraria, senza variare il valore del lavoro, In realtà l’eq. (11.6) vale per un qualsiasi circuito chiuso e per qualsiasi corrente voltaica, e quindi stazionaria ad esso concatenata. L’espressione del lavoro calcolato lungo una curva chiusa viene detta circuitazionee quindi la (11.6) afferma che, nel caso di correnti stazionarie, la circuitazione del campo magnetico, moltiplicata per c, è uguale alla corrente totale ad essa concatenata:
c SOBi D si// = iiTot (11.7)
Naturalmente le correnti sono considerate positive se
seguono la regola della vite, rispetto al verso di percorrenza del circuito, negative nel caso opposto.
Si noti anche che la corrente iTotcorrisponde al flusso di cariche nell’unità di tempo attraverso una qualsiasi superficie che si appoggi alla linea usata per valutare la circuitazione. Infatti in una corrente stazionaria non vi sono accumuli di carica e l’intensità di corrente è costante lungo il filo. (Fig. 11.6)
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La circuitazione di B viene calcolata lungo la curva chiusa G che concatena le correnti i1 e i2 La prima va considerata positiva, concorde con la normale alla superficie S , con il verso scelto mediante la regola della vite, la seconda negativa, discorde con la normale. La corrente totale attraverso le superfici S e S’ che hanno per bordo la curva G è la stessa.la stessa |
6. Come abbiamo detto più volte, l’esperienza di Oersted, è stata la prima conferma dell’idea romantica di una profonda unità di tutte le forze di natura. Effetti galvanici danno luogo a effetti magnetici. Faraday, perseguendo questa idea, si pose il problema di otteneree effetti galvanici partendo da effetti magnetici. I primi tentativi furono infruttuosi. Nel 1825 mancò per un soffio la scoperta dell’induzi one magnetica. “Due fili di rame erano affiancati per la lunghezza di cinque piedi, alla distanza dello spessore di un foglio di carta, uno era connesso ad una batteria…l’altro a un galvanometro. Ma nessun effetto sull’ago di questo veniva osservato e, conseguentemente, nessuna prova visibile poteva venir percepita di un’induzione del filo in cui passava corrente su quello vicino” (Per dettagli e referenze Pearce Williams 1965, Cap 3. Faraday aveva chiuso il circuito in cui era inserito il galvanometro, quando nell’altro già passava corrente! Sei anni dopo non ripeté questo errore.
Nel 1831 le attese di Faraday si erano rafforzate e le sue idee chiarite. La teoria ondulatoria della luce, sviluppata da Fresnel, era stata pubblicata in Inghilterra, l’attenzione degli scienziati era catturata dalla analogia tra propagazione delle onde luminose e delle onde sonore, vi fu un’importante attività sperimentale, cui Faraday partecipò intensamente, sugli effetti indotti dalle onde acustiche. Ai suoi occhi si faceva sempre più evidente che l’eventuale effetto di un circuito percorso da corrente su di un altro si sarebbe dovuta trasmettere per via ondulatoria. Un ultimo fattore importante fu l’utilizzo delle proprietà degli elettromagneti. Introducendo un materiale ferromagnetico negli avvolgimenti di un solenoide, gli effetti magnetici erano straordinariamente intensificati e, in più, in opportune condizioni, come aveva mostrato il fisico olandese Moll, l’effetto magnetico seguiva rapidamente le variazioni del senso della corrente. Neell’agosto del 1831 Faraday annota il suo esperimento:“Ho fatto preparare un anello di ferro dolce di con uno spessore di 7/8 di pollice e un diametro esterno di 6 pollici.Avvolte molte spire di rame intorno a una metà, le spire separate da spago e tela di cotone- vi erano tre tratti di filo, ciascuno lungo 24 piedi che potevano essere connessi come un unico tratto o separatamente.
Sull’altro lato dell’anello era avvolto un filo con un galvanometro. Questa volta “connessi gli estremi di uno dei fili con la batteria, immediatamente un sensibile effetto sull’ago. Questo ha oscillato e si è fermato alla fine nella posizione originale. All’interruzione del contatto del lato A con la batteria, di nuovo un disturbo sull’ago”.
Fig. 11.7
Nei mesi successivi Faraday esegue uno straordinario numero di esperimenti, variando con cura tutte le condizioni sperimentali per arrivare al cuore del nuovo fenomeno. Finalmente nell’ottobre esegue l’esperimento in cui mostra con chiarezza che il fenomeno dell’induzione elettromagnetica è connesso ad una variazione
nel tempo: “O un cilindro vuoto, di carta, con 8 eliche di filo di rame avvolti nella stessa direzione… Esp. Con O. Gli 8 estremi delle eliche ad una estremità del cilindro sono puliti e collegati iinsieme. Lo stesso per gli altri 8 estremi.
I due terminali così composti sono collegati a un galvanometro…una barra magnetica, di ¾di pollici in diametro e8 ½ pollici in lunghezza aveva una delle estremità appena inserita alla fine del cilindro- quindi era inserita rapidamente per tutta la lunghezza e il galvanometro si muoveva- quindi era estratta e di nuovo l’ago si è mosso ma questa volta nella direzione opposta…”
Faraday è stato uno scienziato estremamente attento alla verifica empirica delle sue supposizioni. La sua straordinaria intuizione sulla realtà delle linee di forza dei campi elettrici e magnetici, che ha cambiato la nostra percezione della natura, si è sempre espressa attraverso serie di esperimenti, collegati tra loro come un serrato ragionamento. Ma sei mesi dopo la scoperta dell’elettromagnetismo Faraday sentì il bisogno di lasciare una chiara testimonianza delle idee, assolutamente personali che lo avevano condotto alla sua fondamentale scoperta e consegnò ad uno dei segretari della Royal Societies una nota sigillata, perché venisse custodita. Ecco il testo:
Certain of the results of the investigations which are embodied in the two papers entitled Experimental Researche. in Electricity, lately read to the Royal Society, and the views arising therefore, in connexion with other views and experiments, lead me to believe that magnetic action is progressive, and requires time; i.e. that when a magnet acts upon a distant magnet or piece of iron, the influencing cause which I may for the moment call magnetism) proceeds gradual from the magnetic bodies', and requires time for its transmission which will probably be found to be very sensible.
I think also that I see reason for supposing that electric induction (of tendon) is also performed in a similar progressive wave
I am inclined to compare the diffusion of magnetic forces from a magnetic pole, to the vibrations upon the surface of disturbed water. or those of air in the phenomena of sound; i.e.I am inclined to think the vibration theory will apply to these phenomena, as it does to sound, and most probably to light.
By analogy I think it may possibly apply to the phenomena of induction of electricity of tension also.
These views I wish to work out experimentally: but as much of my time is engaged in the duties of my office, and as the experiments wull therefore be prolonged, and may in their, course be subject to the observation of others: I wish, by deposing this paper in the case of the Royal Society, to take possession as it were of a certain date, and so have ri lit if 9 I they are confirmed by experiments, to claim credit for the views at that date: at which time as far as I know no one is conscious of or can claim these but myself.
7. Faraday, nelle sue estensive ricerche sperimentali ha chiarito le diverse situazioni incui si manifesta il fenomeno dell’induzione elettromagnetica. Le diverse situazioni sono presentate schematicamente in fig. (11.8).
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Esempi di fenomeni di induzione. Nei casi 1,2,3 si ha una corrente indotta nel circuito a dovuta ad un campo magnetico variabile, prodotta, rispettivamente, da una corrente variabile (1), da una corrente in moto (2), da un magnete in moto (3). Nel caso (4) il campo magnetico è costante, ma il flusso concatenato al circuito a causa del moto della sbarretta attraverso cui si chiude il circuito. |
Il numero di linee di forza concatenate con un circuito possono variare per ragioni molto diverse. Il campo magnetico stesso può variare perché le sue sorgenti si muovono o le correnti stesse che lo generano variano nel tempo.
O il campo magnetico è costante nel tempo, ma il numero di linee di forza varia perché il circuito, o parti di esso sono in moto. In ogni caso l’elemento essenziale
è la variazione nel tempo del numero di linee di forza del campo magnetico concatenate con il circuito o, in altri termini, è la variazione nel tempo del flusso del campo magnetico a determinare la corrente indotta.
Volendo giungere ad una descrizione più
precisa del fenomeno ci limiteremo per ora al caso di un circuito fermo in un campo magnetico variabile. Discuteremo in seguito il casoin cui un circuito o parti di esso siano in moto. Iniziamonotando che la variazione del flusso del campo magnetico e la corrente da essa indotta si trovano nella stessa relazione tra di loro di quella in cui stanno una corrente e le linee di forza del campo magnetico da questa generata. Come il campo magnetico generato da un filo percorso da corrente permette ad un polo magnetico di ruotare intorno al filo, così la variazione di flusso del campo magnetico permette
alle cariche elettriche di viaggiare lungo il circuito chiuso con essa concatenato. Quindi una variazione nel tempo del campo magnetico deve generare una forza su di una carica elettrica, cioè un campo elettrico. Inoltre questo campo elettrico non è conservativo, il lavoro compiuto lungo il circuito chiuso non può essere nullo, perché deve corrispondere all’energia fornita alle cariche in moto che costituiscono la corrente indotta. A differenza del campo elettrico colombiano, il lavoro di questo campo elettrico lungo il circuito chiuso è diverso da zero. La relazione tra questo lavoro e la variazione nel tempo del flusso del campo magnetico è, allora, del tutto analoga alla eq. (11.7) tra la circuitazione del campo magnetico e la corrente totale ad essa concatenata:
c SOE i D si// = -DF (B)/ Dt (11.8)
Questa è l’espressione quantitativa della legge di induzione . La circuitazione del campo elettrico lungo il circuito viene di solito chiamata forza elettromotrice. L’equazione (11.7) dice che la forza elettromotrice ha una relazione con la variazione di flusso mentrea corrente che passa nel circuito, invece, dipende anche dalla resistenza di questo. Si tratta naturalmente della legge di Ohm, per cui la corente è data dal rapporto della forza elettromotrice e della resistenza, pubblicata nel 1827, ma del tutto ignorata e che Faraday ha dovuto risicoprire pe giungere alla legge dell’induzione.
Guardiamo più da vicino questa legge. Ricordiamo innanzitutto che la variazione del flusso del campo magnetico può essere ottenuta dalla variazione del numero di linee di forza concatenate al circuito, che per convenzione è proporzionale all’intensità del campo magnetico. In altri termini, il flusso può essere calcolato attraverso una qualsiasi superfice che ha come contorna o il circuito, perché il numero di linee di forza che le attraversa è sempre lo stesso.
Che cosa dobbiamo intendere con il segno meno che compare nell’eq. (11.8)? Questo segno stabilisce la regola sul verso di percorrenza della corrente. Se la variazione di flusso è negativa il verso della corrente è determinato da quello di una vite che si avvita nella direzione del campo magnetico, se la variazione del flusso è positiva il verso è opposto a questo. In effetti la corrente indotta produce a sua volta un campo magnetico ed il suo verso di circolazione è tale da opporsi alla variazione che lo ha generato. Se il campo magnetico decresce (DF (B)<0)
la corrente indotta crea un campo magnetico che, a sua volta, ha un flusso positivo, negativonel caso opposto.
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Esempio schematico della legge di Lenz. Il campo magnetico crescente nel tempo induce una corrente nel circuito che circola nel verso tale da creare a sua volta un campo magnetico di verso opposto a quello che ha determinato il fenomeno di induzione. |
Il fenomeno dell’induzione tende quindi a riportare il sistema all’equilibrio rispetto alla variazione che lo ha provocato. Questa tendenza a riequilibrare il sistema è molto importante per la verifica della conservazione dell’energia. Consideriamo, ad esempioga, il moto di un polo magnetico sotto l’azione del campo magnetico generato da un filo percorso da corrente. Il fenomeno dell’induzione ci spiega ora da dove venga l’energia necessaria. Il polo in movimento crea un campo magnetico variabile che a generare per induzione una forza elettromotrice nel filo. Naturalmentequesta forza elettromotrice tende a ridurre la corrente nel filo, opponendosi al fenomeno che la ha generata. Per mantenere la corrente costante la tteria deve fornire una quantità extra di energia. Anche la corsa del polo magnetico non è gratis. Bisogna, come in tutte le cose di questo mondo, vedere chi paga.
Nell’ eq. (11.8) compare di nuovo la costante c, corrispondente alla velocità della luce, necessaria per ragioni dimensionali. Il campo elettrico ed il campo magnetico si misurano, con la nostra scelta, con le stesse unità di misura. Ma la circuitazione molt iplica il campo per un elemento di linea, il flusso per un elemento di superficie. Quindi il fattore c rende dimensionalmente omogenea i due membri dell’equazione.
8.Oltre le considerazioni precedenti c’è un osservazione meno tecnica, ma certo importante da fare. L’ eq. (11.7), che collega la circuitazione del campo magnetico alle correnti, esprime nel linguaggio della teoria dei campi l’ipotesi di Ampère che il campo magnetico sia generato dalle correnti. Quindi la eq. (11.8) esprime il fatto che un campo magnetico variabile nel tempo genera un campo elettrico non conservativo. La variazione di una forza genera um’altra forza! Il sogno romantico dell’unità di tutte le forze e della loro convertibilità ha una straordinaria conferma. Niente potrebbe essere più lontano dalla idea della tradizione newtoniana che considera solo forze che si esercitano lungo la congiungente tra due corpi materiali e fornisce una legge matematica che permette di calcolarne il moto. Oltre alle particelle di materia che si muovono sotto l’azione delle forze ci sono il campi di forza che vanno considerati grandezze fisiche in interazione fra di loro e con la materia.pq
Fonte: people.na.infn.it
Scienziati
L’equazione che cambiò il mondo
Introduzione
Questo nostro lavoro tenta di dare una risposta alla domanda più affascinante del ventesimo secolo: cosa significa E=mc2?Esso non ha, ovviamente, la presunzione di voler essere esaustivo dell’argomento, né può essere considerato rigoroso; piuttosto, abbiamo sperato di poter almeno in parte spiegare l’equivalenza tra massa ed energia attraverso il racconto della nascita e dell’evoluzione dell’equazione. Il percorso scelto è molto divulgativo, perché rivolto ad un pubblico, che per quanto maturo, ha l’attitudine a pensare alla fisica come ad una poesia da imparare a memoria. Naturalmente questa cosa ci sta un po’ stretta ed abbiamo provato a fare di necessità virtù:abbiamo,cioè, fatto leva sul fascino che la storia ha sui ragazzi, pensando di proporre il punto di vista matematico in maniera forse un po’ subdola e cioè solo nel cuore del lavoro, quando i ragazzi ormai appassionati, di rado fanno marcia indietro
L’equazione
Quando Einstein, incontrando Marie Curie ad una gita, la definì fredda e lamentosa probabilmente neanche sospettava che potesse essere malata di cancro! Ella fu una delle prime scienziate, nel 1898, ad occuparsi di uno strano fenomeno: molti minerali grezzi contenenti tracce di metalli portati dal Congo e dalla Cecoslovacchia emettevano fasci energetici di natura misteriosa. Nulla sarebbe apparso strano se si fosse assistito ad un fenomeno di combustione e cioè se i metalli si fossero consumati, ma ciò non era:le più precise misurazioni dell’epoca mostravano che i metalli non subivano cambiamenti; in realtà nessuno, nell’immediato, si accorse che tali metalli traevano la propria enorme energia annichilendo quantità infinitesime di materia: un pezzetto di questi materiali, grande quanto il palmo di una mano, era in grado di emettere molti miliardi di particelle alfa altamente energetiche ogni secondo e di continuare per ore settimane , mesi senza subire perdite di peso rilevabili. Ed era forse per questo che le minuscole tracce di polvere di radio che Marie Curie portava inconsapevolmente con sé, sulle proprie mani e sui propri vestiti non facevano altro che verificare l’equazione che avrebbe cambiato il mondo. La quantità di polvere con cui la ricercatrice era entrata in contatto poteva essere stimata nell’ordine del milionesimo di grammo, eppure, in accordo con l’equazione di Einstein essa era bastata a far sì che la radioattività riuscisse ad attaccare il DNA, procurandole la leucemia; non solo, quei residui risultavano ancora debolmente attivi decenni dopo la sua morte.
Ci piace pensare che la genialità sia propria dei grandi pensatori e che i sogni aiutino congruamente nello sviluppo di teorie rivoluzionarie e così ci piace ugualmente ricordare che ,nel giugno del 1905, Einstein, alla pubblicazione della prima stesura del suo saggio sulla relatività non aveva ancora menzionato la sua formula, mentre si trova una congrua aggiunta nella pubblicazione di settembre: dunque aveva dovuto pensarci tra luglio e settembre:solo qualche mese!!!
Einstein non aveva elaborato la sua teoria mettendo insieme con pazienza una grande mole di nuovi risultati( di più: all’inizio la sua teoria non fu ben accetta proprio perché troppo “teorica”- non dimentichiamo che all’inizio del ventesimo secolo la scienza era quasi tutta protesa allo sviluppo della tecnologia): al contrario egli dedicò molto tempo a considerazioni sulla luce, sulla sua velocità e su tutto ciò che nel nostro universo era possibile.
Cresciuti nella convinzione che ci muovessimo in un mondo in cui gli oggetti conservano la loro massa anche quando sono in movimento, in cui il tempo scorreva uniformemente, Einstein ci sconvolse con la sua nuova visione: per citare, anche se non a memoria uno storico della matematica, era come se Dio ci avesse confinato in un box facendoci credere che ciò che accadeva lì dentro fosse l’unica verità : eppure se ci fossimo sporti anche solo un po’ ci saremmo accorti che così non era: allora perché abbiamo dovuto aspettare il 1900 e soprattutto Einstein per renderci conto che la realtà che vivevamo non era l’unica possibile?! Poincarè, sebbene in aperta competizione con lo scienziato di Berna, pensò ad una tale ipotesi,ma sporgersi dal balcone delle proprie certezze creava dei rischi … Einstein era ebreo ed anche se la sua famiglia non era osservante era abituata ad un rispetto delle regole , della famiglia e delle istituzioni molto diversa da quella in voga nella società tedesca e svizzera dell’epoca; nella famiglia di Einstein ciò che contava era spingersi oltre il limite stesso dello scibile, per comprendere i pensieri più reconditi di Dio: c’era una casella vuota che aspettava di essere occupata; un tempo i fenomeni che non riuscivamo a spigare erano affidati ai dogmi della religione; era giunta l’ora che questa casella fosse occupata dalla scienza. Einstein credeva fermamente che le risposte non attendessero altro che di venire alla luce. Di più: il giovane Einstein doveva lottare con il senso di fallimento professionale che aveva dovuto subire, allorché all’età di venticinque anni si trovò isolato dagli altri studiosi del tempo, mentre i suoi compagni erano già in carriera.
Ed è proprio a questo punto che comincia la storia di
E=mc2
Proviamo con un esempio: supponiamo di trovarci in un prato per un pic-nic e di poggiare sull’erba uno stereo; alle persone che, camminando, si allontaneranno, il volume dello stereo apparirà variabile: in particolare più basso quanto più ci si sposterà dalla fonte: eppure provate a spiegare ad una formichina che cammina tra l’erba e che impiegherebbe anni ad arrivare lontano come quelle persone, la variabilità del volume dello stereo! Tutto questo è quasi impossibile da accettare, ed anche Michele Besso,ingegnere, amico di Einstein trovò questa teoria pressoché improponibile, ma la spiegazione di tale fenomeno risiede probabilmente nel fatto che noi non ci muoviamo a velocità paragonabili a quelle della luce, allora proviamo a spiegarci meglio: abbassiamo la velocità a circa 50 Km/h. Quello che di seguito proponiamo è un esempio tratto dalla serie che narra delle vicende di Mr.Tompkins, di Gorge Gamow: “ le auto avrebbero il loro peso normale durante la sosta al semaforo, ma una volta scattato il verde la loro massa aumenterebbe al crescere della velocità. La stessa cosa accadrebbe ai pedoni; una bambina del peso di 45 Kg mentre è ferma con la sua bici ad un incrocio, pedalando fino a raggiungere una velocità di 43,5 Km/h, arriverebbe a pesare 104,5 kg. Se poi fosse particolarmente veloce, o se incontrasse una discesa che la aiutasse a sfiorare i 48,221 Km/h, presto raggiungerebbe una massa di oltre 900 Kg e la massa della sua bici crescerebbe in egual misura. Se poi smettessero di pedalare sia lei sia la bicicletta di colpo ritornerebbero al loro peso originario. Al tempo stesso le auto ed i pedoni subirebbero un altro cambiamento. A seconda della posizione assunta dall’osservatore una macchina lunga 3,65 m subirebbe deformazioni tali da farne sembrare alcune parti più piccole mentre viaggia verso di noi. Ad una velocità di 48,109 Km/h alcune sue parti sarebbero minuscole. Il guidatore ed i passeggeri apparirebbero ugualmente rimpiccioliti , ma di nuovo riacquisterebbero il loro aspetto normale una volta fermi. Osservando le auto che passano, non vedremmo soltanto aumentare le masse e cambiare le loro dimensioni, ma avremo anche la sensazione che il tempo al loro interno rallenti.
In questa rappresentazione dell’universo non esisteva una prospettiva “vera”, in virtù della quale fosse possibile affermare che, mentre le auto subiscono strane trasformazioni, le persone che restano ferme non subiscono alcun cambiamento e rimangono “normali”. Ovviamente di tutte queste trasformazioni le persone coinvolte nel fenomeno neanche ne avrebbero sentore. Questi effetti sono così riassunti dalla teoria della relatività: quando qualcuno osserva un oggetto allontanarsi da lui, lo vedrà subire una dilatazione della massa e del tempo ed un cambiamento delle dimensioni.
Sebbene questa teoria apparisse incredibile, gli scienziati dell’epoca cominciarono a dar credito ad Einstein e a parlare dell’equazione ed è proprio a questo punto della nostra storia che avviene un cambiamento importante. Il primo sviluppo teorico dell’equazione era terminato e con esso anche il contributo personale di Einstein. Acclarato, però, il fatto che la massa potesse trasformarsi, almeno in parte, in una forma, peraltro molto intensa, di energia, rimaneva un problema: come era possibile ottenere un risultato del genere. In realtà, in alcuni laboratori si cominciò ad osservare che alcuni metalli molto densi, quali radio ed uranio erano in grado di cedere energia settimana dopo settimana, per tempi lunghissimi,senza essere alimentati da alcuna sorgente presente al loro interno. Ma l’osservazione non bastava: non ci si poteva più fermare alla superficie delle cose; cosa si sarebbe trovato se ci si fosse addentrati negli strati più profondi della materia?
La soluzione del mistero arrivò solo nel 1938, grazie all’acume di un’anziana scienziata austriaca. Lise Meitner conobbe il celeberrimo Otto Hahn a Berlino intorno al 1910;in seguito alla sua partenza dalla Germania; rimasta in contatto con il suo amico chimico, la Meitner suggerì di prestare attenzione alle variazioni di concentrazioni del radio che poteva essere prodotto durante il lungo processo di bombardamento avviato sull’uranio. Il radio è un metallo il cui nucleo ha una massa quasi uguale a quella dell’uranio:entrambi, fittissimi di neutroni, emettono regolarmente radiazioni: quella che appariva una semplice intuizione finì, invece, con il rivelare l’immensa portata di E=mc2. In un laboratorio di Berlino,infatti, accadde qualcosa che cambiò per sempre la fisionomia della Terra: si utilizzava del bario come collante per tenere insieme frammenti di radio ricchi di neutroni; assolto al proprio compito,il bario veniva,poi, sciacquato via. Quel giorno Hahn non riuscì a separare il bario dal resto del materiale: una parte di esso mostrava sempre un debole comportamento radioattivo; fu così che fu chiamata in aiuto Lise: le dimensioni del nucleo di bario sono circa la metà di quelle del nucleo di uranio, e se il bario radioattivo fosse stato solo una delle metà in cui si spezzava il nucleo di uranio? All’inizio una simile conclusione appariva impossibile, in quanto il nucleo di uranio era denso di particella e la possibilità di poterlo spezzare tramite un unico neutrone sembrava se non altro avveniristica. Ma pur ammettendo una simile ipotesi da dove scaturiva, poi, tutta l’energia che ne permetteva la scissione? A questo punto è utile ricordare l’ipotesi di Bohr: egli supponeva che il nucleo si comportasse come una goccia di liquido: il mutamento delle sue dimensioni è imputabile al rapporto tra il raggio della sfera ed il suo peso; cioè, oltre un certo peso critico la goccia si apre. Ebbene, cosa sarebbe successo se il nucleo dell’uranio fosse stato così grande e così ricco di particelle da risultare instabile già prima che si spingessero al suo interno altri neutroni? Il singolo neutrone extra che si aggiungeva avrebbe provocato una strozzatura a metà del nucleo, proprio come in un palloncino; le due estremità cominciano a presentare un rigonfiamento. A mano a mano che si aumenta la torsione e quando avremo separato il palloncino in due parti nette, lasciamolo andare, finché dopo qualche oscillazione il palloncino non assume di nuovo la forma originaria. Ripetiamo l’operazione più volte avendo cura di torcere il palloncino in versi opposti: prima o poi scoppierà: questo era ciò che accadeva nel nucleo dell’uranio. Ora: si sapeva che l’elettricità dei protoni interni al nucleo era sufficiente a far schizzare via piccole parti di nucleo stesso; espressa in unità di misura tale energia era pari a circa 200MeV: l’equazione di Einstein avrebbe provato che era proprio la quantità sufficiente per ottenere una scissione dell’atomo? Le masse dei due nuclei derivanti dalla separazione dell uranio sommate insieme sarebbero state più leggere dell’originale, di un valore pari ad un quinto della massa del protone: quando scompare della massa si produce energia in accordo con la formula di Einstein. Si trovò che un quinto della massa di un protone era proprio uguale a 200MeV. Ecco la fonte di quell’energia: tutto quadrava!
Si giunse così, al grande risultato che non si sarebbe dovuta fornire un’energia enorme per far esplodere un atomo di uranio: bastava introdurre un numero sufficiente di neutroni; il nucleo avrebbe cominciato a compier oscillazioni sempre più ampie e ad un certo punto le forze che lo tenevano insieme sarebbero state vinte e l’elettricità statica interna avrebbe fatto volare via le varie parti. Questa esplosione si alimentava da sola.
Lise Meitner e suo nipote Fritz, convinti che la loro scoperta non avesse nessuna connotazione politica, pubblicarono quanto accertato. Ma nel 1939 il mondo era coinvolto nel più grande conflitto di tutti i tempi: iniziava, in quel momento, la gara tra le nazioni per stabilire chi per primo sarebbe riuscito a sfruttare quell’immensa potenza e così…
Ore 8.16, 6 agosto 1945; cieli del Giappone:la prima opera di E=mc2 sulla Terra era compiuta!!!
De Rosa Giugliano La Mura
Fonte: people.na.infn.it
Scienziati
Marie Sklodowska Curie
(Varsavia 1867-Sallanches, Savoia, 1934)
Marie Sklodowska nacque a Varsavia da genitori nobili, entrambi insegnanti. Fu una studentessa brillante, ma le prospettive di fare carriera, nella Polonia sotto la dominazione russa nella quale alle donne era preclusa l’iscrizione all’Università, erano assai scarse. Frequentò insieme alla sorella Bronia i corsi dell’Université volante, una istituzione clandestina di ispirazione positivista e nel 1891 raggiunse a Parigi la sorella, che in quella città si era recata per studiare medicina, e si iscrisse alla Sorbona. Nel 1895, conseguito un diploma di matematica (Marie conseguì la laurea in fisica nel 1904), sposò il fisico francese Pierre Curie. Oltre che il compagno della sua vita, Marie trovò in Pierre un collega prezioso che le procurò le conoscenze necessarie per intraprendere la strada della ricerca e le facilitò i contatti con la comunità scientifica parigina. I due coniugi dedicarono tutto il loro tempo unicamente alla scienza e alla famiglia e le loro ricerche sulle radiazioni emesse dal minerale pechblenda li condussero alla scoperta del radio e del polonio, scoperta per la quale ricevettero, insieme a H.Becquerel, il premio Nobel per la Fisica nel 1903. Pierre morì prematuramente nel 1906, investito da una carrozza, e Marie gli succedette, prima donna nella storia dell’Università parigina, nella cattedra alla Sorbona e continuò gli studi sulla radioattività, con la collaborazione della figlia Irene e del genero Frederic Joliot. Nel 1911, per la scoperta del radio metallico, ricevette il suo secondo premio Nobel, per la chimica. Grazie a Marie Curie, il suo”Istituto del Radio”, a Parigi, divenne sede per ricerche avanzate. Gli effetti della radioattività sulle cellule umane, che avevano condotto a morte prematura H.Becquerel, colpirono anche M.Curie, che morì di leucemia. Il suo ingegno, la sua tenacia, le sue doti sperimentali le procurarono un prestigio e una notorietà senza precedenti, tanto più rimarchevoli in quanto conseguiti in un’epoca in cui la presenza delle donne nel campo scientifico veniva considerato “anomalo”.
Bibliografia:
Les Conseils Solvay et les débuts de la Physique moderne, Università Libera di Bruxelles, 1995
Eve Curie Madame Curie, Gallimard, 1938.
Fonte: www.scienzasocietascienza.eu
Scienziati
L’ ATOMO
La materia è composta da molecole, le quali sono composte da particelle infinitamente piccole: gli atomi. In natura esistono 92 tipi di atomi.
Al centro dell’atomo vi è un nucleo formato da neutroni e protoni, attorno ai quali ruotano gli elettroni. I protoni hanno una carica elettrica positiva, gli elettroni negativa mentre i neutroni sono elettricamente neutri.
Il numero atomico di un elemento è il numero degli elettroni, che corrisponde anche a quello dei protoni.
Il peso atomico di un elemento è la somma del numero di protoni con il numero di neutroni presenti nell’atomo.
L’isotopo di un elemento è un atomo che ha lo stesso numero atomico di quello elemento, ma peso atomico diverso.
Il termine radiazione indica un insieme di fenomeni determinati dal trasporto di energia nello spazio.
Le sostanze radioattive sono caratterizzate dal fatto che i loro nuclei, emettendo radiazioni, si disintegrano, diventando nuclei di una sostanza di diverso tipo.
LA FISSIONE NUCLEARE
La reazione nucleare è la fissione nucleare, ovvero bombardando l’atomo di U235 con neutroni, il nucleo si rompe in due parti distinte, causando la perdita di alcuni neutroni dell’atomo colpito. È la reazione nucleare più facile da ottenere, ed è comunemente utilizzata nei reattori nucleari e nei tipi più semplici di bombe atomiche.
LA FUSIONE NUCLEARE
La fusione nucleare consiste nell'unione di due nuclei leggeri in un nucleo più pesante. La fusione di due nuclei di idrogeno è la principale reazione che viene sfruttata nelle bombe all'idrogeno.
Qualsiasi coppia di nuclei può essere forzata a fondere. Quando questo avviene il nucleo risultante ha solitamente troppi neutroni per essere stabile ed i neutroni in eccesso sono espulsi con notevole energia. I nuclei più leggeri, fondendo, producono più energia di quanta non sia servita per innescare la fusione rendendo la reazione esotermica e permettendole di auto-alimentarsi.
LE RADIAZONI
Le radiazioni sono l’emissione e la diffusione di energia sotto forma di onde elettromagnetiche e di particelle elementari. Le radiazioni in grado di caricare elettricamente gli atomi che incontrano, cioè la ionizzazione, sono definite radiazioni ionizzanti; se penetrano nei tessuti dell'organismo alterano l'equilibrio delle cellule e le danneggiano gravemente.
Le radiazioni di interesse medico sono le radiazioni X (raggi X), gamma, alfa, beta.
I raggi X sono usati in medicina perché sono maggiormente assorbiti dalle ossa e consentono di ottenere immagini ben definite.
IL DECADIMENTO RADIOATTIVO
Il decadimento radioattivo è un processo nel quale i nuclei degli atomi di sostanze radioattive si disintegrano e rilasciano radiazioni .
Ci sono tre tipi principali di decadimento che rilasciano altrettanti tipi di radioattività:
- Particelle α (sono le radiazioni meno penetranti)
- Particelle b
- Particelle g
- Nel decadimento α viene emanata una radiazione composta da 2 protoni e 2 neutroni che fuoriescono dal nucleo di un atomo.
- Nel decadimento b viene sprigionata una radiazione che fuoriesce da un nucleo dove si è formata a seguito della trasformazione di un neutrone in un protone.
- Nel decadimento g La radiazione è un'onda elettromagnetica simile alla luce, la quale esce dal nucleo di un atomo mentre sta cedendo parte della sua energia.
LA IONIZZAZIONE
Le radiazioni più pericolose sono quelle che producono il fenomeno della ionizzazione.
La ionizzazione è un fenomeno determinato dall’energia che una radiazione nucleare cede agli atomi della materia, nel momento in cui la attraversa, provocando in essa, tra l’altro, il distacco di alcuni elettroni, dando così luogo alla formazione di coppie di ioni (atomi carichi di elettricità).
La radioattività non è stata inventata dall'uomo, anzi, al contrario, l'uomo è esposto alla radioattività fin dal momento della sua apparizione sulla Terra. La radioattività è antica quanto l’Universo ed è presente ovunque: nelle Stelle, nella Terra e nei nostri stessi corpi.
L'unità di misura della radioattività è il becquerel (Bq). 1 Bq corrisponde a 1 disintegrazione al secondo.
Alcuni isotopi naturali, e quasi tutti gli isotopi artificiali, presentano nuclei instabili, a causa di un eccesso di protoni e/o di neutroni. Tale instabilità provoca la trasformazione in altri isotopi, e questa trasformazione si accompagna con l'emissione di particelle. Questi isotopi sono detti isotopi radioattivi, o anche radioisotopi.
Le radiazioni prodotte dai radioisotopi interagiscono con la materia con cui vengono a contatto, trasferendovi energia.
GLI EFFETTI SULL’UOMO
Gli effetti immediati sono tipici di condizioni di irradiazione forte e breve.
- Cute. Se la cute è colpita dalle radiazioni e riceve una dose elevata, si arrossa (eritema).
- Capelli, barba, peli. Con dosi relativamente basse si ha la caduta temporanea di queste formazione cutanee. I peli cutanei cadono dopo 15 - 20 giorni dall'irradiazione . La caduta della barba è causata da una dose molto elevata di radiazioni.
- Sangue. Se il corpo intero viene irradiato con radiazioni penetranti compare la riduzione dei globuli bianchi e dei globuli rossi circolanti nel sangue.
- Testicoli e ovaie. Già con poche radiazioni ricevute in una sola volta si può osservare una riduzione del numero di spermatozoi nelle settimane seguenti alla irradiazione. Una dose più elevata può produrre sterilità temporanea nell'uomo e nella donna per uno o due anni, fino ad arrivare alla sterilità definitiva.
MARIE CURIE
La scoperta della radioattività avvenne alla fine dell’800 ad opera di Henry Bequerel e dei coniugi Pierre e Marie Curie, che ricevettero il Premio Nobel per la Fisica per le loro ricerche. Essi scoprirono che alcuni minerali, contenenti uranio e radio,avevano la proprietà di influenzare delle lastre fotografiche poste nelle loro vicinanze. Le lastre fotografiche, una volta sviluppate, presentavano delle macchie scure.
Per questa loro proprietà, elementi come l’uranio, il radio e il polonio (gli ultimi due scoperti proprio da Pierre e Marie Curie) vennero denominati “attivi” e il fenomeno di emissione di particelle venne detto radioattività.
L’URANIO IMPOVERITO
L’Uranio è un metallo pesante che si trova in piccole quantità in rocce, suolo, aria, acqua e cibi. Nella sua forma naturale, l’uranio è costituito da 3 isotopi, con una netta prevalenza dell’isotopo 238. Tutti gli isotopi dell’uranio sono radioattivi.
A causa della sua grande vita media, il 238U ha una attività molto bassa. Per utilizzarlo nei reattori nucleari, o nelle armi nucleari, è necessario arricchirlo con gli isotopi 235U e 234U. Il materiale che ne deriva è noto come uranio arricchito.
Il materiale di scarto di questo processo è noto come uranio impoverito.(DU). Il DU è meno radioattivo dell’uranio naturale.
L'uranio impoverito, che emette particelle alfa e beta, è classificato nella fascia più bassa di rischio fra gli isotopi radioattivi.
Inoltre, l’uranio è piroforico, ovvero le piccole particelle prendono spontaneamente fuoco a contatto con l'aria.
LA GUERRA IN KOSOVO
Il 24 marzo 1999 per il duro governo diretto della regione con la presenza massiccia di polizia ed esercito per il controllo della provincia del Kosovo, autonoma fin dal 1974, scoppiò la "guerra del Kosovo".
Le forze della NATO, specialmente gli USA, hanno utilizzato anche in questa guerra molta tecnologia. Vennero utilizzati gli elicotteri "apache", dotati di proiettili all'uranio impoverito.
La NATO ha dichiarato di aver sparato circa 31.000 proiettili all'uranio impoverito per un totale di circa 10 tonnellate di DU sparse in Kosovo. Oggi gruppi speciali precedono con la bonificazione della zona, controllando la presenza di radioattività.
Fonte: www.irrelombardia.it
Scienziati
PERCORSO
LA DONNA TRA ‘800 E ‘900
INTRODUZIONE:
Il percorso che ho scelto di presentare è connesso ad un argomento che ritengo fortemente importante e che mi sta molto a cuore, riguarda il ruolo assunto dalla donna nel contesto storico-sociale che si estende dall’800 sino all’età contemporanea.
I motivi che mi hanno condotto alla scelta e quindi all’analisi di tale argomento sono molteplici ma i più importanti sono:
1) la sua attualità;
2)la mia personale volontà di evidenziare il processo discriminatorio a cui la donna è stata sottoposta nel corso dei secoli, e credo di non sbagliare nel ritenere che ancora oggi, anche se in misura inferiore, ne sia soggetta.
La mia è una critica, anche se velata, nei confronti di una società che da sempre ci considera inferiori, che ha più volte, nel corso della storia, ghettizzato le donne dimenticando il ruolo chiave che le stesse hanno assunto e tutt’oggi assumono all’interno di essa, nei suoi molteplici settori.
Per questo evidenzierò:
- in ambito STORICO la nascita, lo sviluppo del movimento femminista e il ruolo che questo movimento e quindi le sue rappresentanti hanno assunto nella società;
- in ambito FILOSOFICO mi ricollegherò al femminismo del novecento analizzando la figura di Hannah Arendt e il ruolo da lei assunto in tale contesto;
- in ambito LINGUISTICO analizzerò la descrizione della donna per due importanti autori dell’Ottocento – Novecento, Huxley & Orwell, ed inoltre l’influenza che una figlia può subire dall’educazione di una madre femminista (Mary Shelley);
- in ambito LETTERARIO analogamente al precedente il ruolo assunto dalla donna (come Femme Fatale) in D’annunzio e in Verga;
- in ambito SCIENTIFICO analizzerò il ruolo di Marie Curie nella definizione della radioattività e nella scoperta dei radioisotopi ma, soprattutto, la sua importanza nell’affermazione dell’uso degli apparecchi radiografici (spiegherò la struttura di un apparecchio radiografico digitale che sfrutta un elaboratore e un convertitore A\D). inoltre mi soffermerò su una problematica che oggi è ampiamente connessa alla donna ovvero la fecondazione assistita e infine analizzerò gli effetti negativi della radioattività.
STORIA
La corsa alla conquista dei diritti femminili, a cui l’illuminismo aveva dato ampio contributo, venne violentemente arrestata, nel 1804, dall’emanazione del codice di Napoleone che diede vita all’idea della donne come proprietà dell’uomo il cui compito primario era quello di restare relegata in casa. Sarà solo con l’emanazione della legge del 17 luglio 1919 che verrà fatta cadere tale teoria.
Il movimento per l’emancipazione femminile fu una delle più importanti manifestazioni della spinte verso la democrazia; tale movimento si affermò per la prima volta in Europa nel tardo 18° secolo, il suo impegno e la sua riflessione si basarono sempre su tre direttrici di fondo:
1)la ricerca della solidarietà;
2)la presa di coscienza dell’identità di genere, in modo da consolidare le sue posizioni politiche e sociali;
3)le campagne di sensibilizzazione a favore dell’aborto, dell’uguaglianza economica, contro la violenza domestica, dell’uguaglianza nell’amministrazione dei figlio.
Le donne parteciparono alla Rivoluzione francese sia attivamente (con una loro diretta partecipazione a manifestazioni di protesta) sia intellettualmente (quest’ ultimo caso interessò prevalentemente le donne borghesi che si preoccuparono di creare giornali, di scrivere libri sulla rivoluzione ecc…); tra quest’ultime vi furono ad esempio Madame de Stael, Olympe de Gouges che scrisse la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina il cui intento era quello di rendere le donne consapevoli dei diritti che possedevano e che venivano loro negati. Nel 1792 Olympe attaccò pubblicamente Robespierre e si presentò come difensore del re, accusata di alto tradimento fu arrestata e ghigliottinata nel 1793 insieme a Maria Antonietta.
In Francia, quindi, il tentativo delle femministe (duramente ostacolate) era quello di affermare senza distinzione di sesso i diritti di libertà uguaglianza e fraternità.
Durante la Rivoluzione Industriale il passaggio dal lavoro artigianale alla produzione di massa fece si che le donne entrassero in fabbrica come salariate, un ulteriore passo verso la conquista di una maggiore autonomia; nell’ambito della fabbrica, infatti, le donne lottarono per ottenere la parità di salario con gli uomini, migliori condizioni di lavoro, riduzione dell’orario di lavoro che si combinarono con la richiesta del suffraggio alle donne appartenenti alla classe media e alta.
La condizione della donna in epoca industriale fu un argomento fortemente analizzato da un’importante storica americana Joan Wallach Scott la quale nel suo saggio intitolato “la donna lavoratrice nel XIX secolo” analizza come causa prima del processo discriminatorio nei confronti della donna il passaggio della produzione dal nucleo domestico alla fabbrica nel quale il lavoro femminile era valutato in misura inferiore rispetto a quello maschile; ma la scrittrice pone inoltre in evidenza, riportando alcune parole che Marx espresse nel Manifesto, che nel momento in cui la donna entrava a lavorare nella fabbrica era perché il datore di lavoro aveva deciso di risparmiare sul capitale variabile, secondo convinzioni dell’epoca l’industria si sviluppava in misura maggiore tanto più il lavoro maschile era soppiantato da quello della donna e dei fanciulli.
In questo periodo la Chiesa si oppose duramente al femminismo ritenendo che distruggesse la famiglia patriarcale per cui il movimento femminista si diffuse maggiormente e con minori difficoltà nei paesi di religione protestante. A capo di tale movimento si posero donne qualificate della classe media tra cui: Lucrezia Mott (che tenne pubblicamente la prima assemblea sui diritti delle donne), Elisabeth Stanton e Emmeline Pankhurst (che insieme ad un gruppo di donne dell’Indipendent Labour Party fondò nel 1903 il Women’s social and political union, Wspu).
Le femministe inglesi si riunirono per la prima volta nel 1855 per ottenere pari diritti di proprietà.
In Gran Bretagna la pubblicazione dell’opera del filosofo J.S.Mill intitolata “Schiavitù delle donne” richiamò l’attenzione sulla questione femminile e condusse alla concessione, nel 1870, dei diritti di proprietà alle donne sposate, successivamente furono introdotte le leggi sul divorzio, sul mantenimento e sostegno economico dei figli ecc…..
Ruolo determinante nell’affermazione dell’uguaglianza fu assunto dalle “Suffraggette” che fiorì dal 1860 al 1930 riunendo donne di diversa classe sociale, di diversa istruzione attorno ad un comune obbiettivo la conquista del diritto al voto. Era particolarmente attivo in Inghilterra e negli Usa dove organizzava vere e proprie manifestazioni di protesta che divennero via, via sempre più violente fino alla cosiddetta “guerra delle vetrine” in cui presero di mira le proprietà rompendo a sassate le vetrine dei negozi.
Le caratteristiche di tale movimento furono evidenziate da Sheila Rowbotham che nel 1974 pubblico il libro “Esclusa dalla storia”, all’interno di tale opera la scrittrice evidenzia le caratteristiche del ciclo completo del Wspu, e il ruolo delle sue principali attiviste. Inizialmente, come evidenzia la scrittrice e studiosa inglese, il Wspu si costituì come movimento radicale che attraverso proteste e tentativi di riforma riuscì a spaccare in due il parlamento inglese composto dal Labour party e dal Liberal Party cercando, semplicemente, di strappare il diritto al voto ai partiti sopra elencati; successivamente si trasformò in una mera organizzazione illegale il cui centro operativo risiedeva a Parigi e le cui attiviste operavano clandestinamente effettuando vere e proprie azioni dimostrative (atti incendiari ecc…) contro obbiettivi di carattere simbolico e con lo scopo di dividere la classe maschile dominante.
Tale movimento ebbe nel 1913 la sua martire Emily Davison che si lanciò sotto la carrozza del sovrano durante un affollato derby rimanendone uccisa.
Tale agitazione fu più efficace quando il movimento si legò ai sindacati operai e al partito socialista; questo legame fu evidente soprattutto in Italia.
Nel nostro paese il movimento femminista si fece avanti dopo l’Unità (1861) e si sviluppò per opera di due importanti personalità: Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff (quest’ultima proveniente dalla russia, laureata in medicina e di cultura marxista, fu arrestata e poi rilasciata per i tumulti di Milano del 1898, proseguì la sua milizia nel partito socialista che contribuì a fondare insieme a Turati con il quale era legata da una relazione sentimentale), ma divenne formalmente un’oganizzazione solo nel 1908 durante il congresso delle donne tenutosi in quell’anno a Roma. Le due inizialmente amiche videro divergere i loro obbiettivi nel momento in cui la Mozzoni decise di non entrare a far parte del partito ritenendo (questo viene espresso in una lettera che la stessa invia al direttore della rivista l’Avanti), che quest’ultimo poco si interessava alla questione delle donne cercando inoltre di rintanarla nel focolare domestico per farla così morire di fame; tali affermazioni furono duramente contestate dalla Kuliscioff nell’articolo “In nome della libertà della donna. Laissez faire, laissez passer!” nel quale dichiarava che il partito socialista cercava di risolvere la problematica connessa alla questione femminile tendendo a rendere libera quest’ultima a partire dal miglioramento delle condizioni del suo lavoro in fabbrica, riportando alla mente della sua “amica”la legge che venne fatta approvare dallo stesso partito nel 1902 e che tutelava la donna nell’ambito lavorativo introducendo:
l’orario di lavoro a 12 ore con 2 ore di riposo;
due mesi di congedo dopo il parto;
il divieto di lavoro notturno per le ragazze di età inferiore ai 17 anni.
Una proposta di allargare il diritto di voto alle donne, presentata in Italia nel 1919, fu travolta insieme alle istituzioni liberali dall’avvento del fascismo; anche le riviste femminili dopo il 1925 persero ogni autonomia lasciandosi così assorbire nelle strutture del regime.
La politica fascista assunse verso la donna un duplice atteggiamento: da una parte accentuò la ghettizzazione della donna perché influenzata da un’ideologia misogina, dall’altra la invitò alla partecipazione perché capì l’importanza che l’appoggio delle donne poteva avere sull’affermazione del fascismo; mirò quindi all’affermazione di “UNA DONNA FASCISTA PER L’ITALIA FASCISTA” trasformando il tradizionale ruolo della donna in una missione patriottica. A differenza dello stato liberale il fascismo assunse una politica basata sull’educazione della donna (fu istruita su tematiche quali: economia domestica, educazione dell’infanzia ma furono inoltre introdotti sport femminili..). La propaganda fascista descrive una donna diversa dalle femministe ma anche dalla donna bambola, è una donna energica e creatrice di figli – soldati.
Nel 1935 la guerra in Etiopia segnò la svolta verso un nazionalismo sempre più razzista ed antifemminista, furono sciolte le maggiori associazioni femministe . Solo con la caduta del fascismo e con la resistenza (alla quale le donne contribuirono attivamente), vi fu il superamento di tali condizioni che limitavano la partecipazione della donna alla vita pubblica.
La costituzione della Repubblica, alla cui redazione nel 1948 parteciparono anche 4 donne, sanciva la piena uguaglianza dei diritti civili e politici tra uomo e donna. In Italia le donne parteciparono al voto solo nel 1946, in Svizzera nel 1971, ancora oggi le donne dei paesi islamici sono escluse dal voto. La società araba e quella giapponese sono tutt’oggi fortemente organizzate su un impianto antifemminista o di discriminazione verso le donne.
Durante gli anni sessanta i profondi mutamenti politici, economici, sociali ecc.. portarono ad una riaffermazione dei movimenti femministi il quale in questi anni mise in discussione le istituzioni sociali, e non solo, fondando le proprie critiche su studi (women’s study) che dimostravano l’origine culturale e non biologica delle supposte differenze tra uomo e donna. Il primo documento di questo genere di femminismo lo si ebbe il 1° dicembre 1966 ovvero il Manifesto programmatico del gruppo DEMAU (= Demistificazione dell’Autoritarismo Patriarcale), il cui tema centrale era : “il maschile come valore dominante è la contraddizione tra donna e società” il cui obbiettivo era “l’integrazione della donna nella società attuale” in cui l’unica alternativa era mascolinizzarsi o ritornare nuovamente ad assumere il ruolo tradizionale. Si fondo un movimento di liberazione della donna che si basava su organizzazioni composte di sole donne che discutevano tra loro degli argomenti più disparati come : la critica delle gerarchie generalmente maschili ecc…il tutto condusse appunto ad una forma di separatismo femminile.
Tra gli anni Ottanta – Novanta il femminismo assume la sua più ampia radicalità soffermandosi ad analizzare studi sull’identità e soggettività femminile.
Tra le più importanti femministe del Novecento abbiamo: Simone Weil, Hannah Arendt ecc…..
FILOSOFIA:
dalle fotocopie.
ITALIANO:
La letteratura italiana si caratterizza per una forte presenza maschile infatti, solo nel 1800 vediamo il concretizzarsi del rapporto tra donna e letteratura.
In tale ambito alla donna tradizionale tende a contrapporsi la donna demoniaca o prostituta che si caratterizza per la sua sessualità oppressiva, perché perversa, mascolina e sopraffattrice.
In molti romanzi la donna diviene la protagonista della passione amorosa, l’eroina che rappresenta la parte repressa della società.
Le figure femminili della letteratura ottocentesca si allontanano dal modello shakesperiano di Ofelia assumendo un atteggiamento di ribellione nei confronti della morale e della società (Madame Bovary di Flaubert).
La donna come madre, serva, bambola è affiancata dall’esatto contrario ovvero la “femme fatale” che è abnegazione femminile.
Il Verismo, corrente di pensiero che si sviluppa in tale periodo, evidenzia la separazione tra desiderio fisico e spiritualità romantica descrivendo l’amore come un istinto cieco che parte dai sensi e arriva, pur di affermarsi, alla violenza e all’omicidio.
La donna diviene la sintesi dell’orrido, pura follia e incarnazione del male (la lupa).
La femme fatale è una donna seducente ma anche strumento di perversione; è un modello negativo di donna che si contrappone a quello positivo della visione tradizionalista. Ma è proprio lo sdoppiamento della donna e l’affermazione della femme fatale che cattura l’uomo.
Verga, una delle figure chiave del naturalismo – europeo e fondatore in Italia del verismo, nato nel 1840 e morto nel 1922 descrive all’interno delle sue opere figure femminili di grande impatto sul lettore. Una di queste figure femminili sulle quali ho deciso di basarmi è la Lupa, protagonista della novella omonima (appartenente alla composizione “Vita dei Campi” del 1880). La lupa rappresenta una donna sensuale, mascolina, affascinante che conduce gli uomini al peccato. Lei obbedisce alla forza della propria passione come se fosse l’incarnazione del demonio; nella sua stessa descrizione vi sono elementi che ci conducono a tale affermazione: è alta, magra, nonostante la sua non più giovane età seduce ancora gli uomini del villaggio che pur volendo non riescono a respingerla. Anche la scelta del nome non è casuale, così come in Dante, la lupa è rappresentazione simbolica della lussuria.
Nella Lupa è incarnato il male perché portatrice di un peccato che non inganna solo l’uomo comune ma anche quello religioso come Padre Angelino.
Nella novella la Lupa viene posta da Verga a confronto con la figlia usata dalla medesima come merce di scambio o strumento per giungere ad un preciso obbiettivo l’uomo, da lei desiderato, ma non amato, perché inaccessibile.
La Lupa sintetizza in se la passione distruttiva (esercitata nei confronti degli uomini) e quella autodistruttiva ( nei suoi confronti, alla fine verrà uccisa). Alla Lupa Verga contrappone l’immagine femminile nella società contadina e borghese, caratterizzata da un ritorno alla famiglia racchiusa nella novella de “I Malavoglia”. Qui le donne sono accomunate da una stessa sorte la rinuncia del vero amore a favore di un matrimonio di interesse con un estraneo, vittime di un destino che le sacrifica per un unico interesse: la roba.
Tra gli autori più importanti nell’inserimento della figura della femme fatale nella letteratura italiana vi è G. D’Annunzio che descrive nelle sue opere la donna come adultera, portatrice di ambiguità e di misteri, dietro la cui raffinata sensualità si cela la sua vera natura di ingannatrice e seduttrice di uomini. E’ una donna che gestisce ampiamente tutte le situazioni, disorientando l’uomo con la sua ambiguità. L’opera che mi è sembrata più idonea per porre in evidenza tale sdoppiamento e ambiguità della figura femminile è “Il piacere” (primo romanzo pubblicato da D’Annunzio nel 1889 e che suscitò ampio scalpore registrando un largo successo), il protagonista è il nobile Andrea Sperelli che si trova combattuto tra due figure femminili tra loro contrapposte: Elena Muti simbolo della passione carnale, Maria Ferres simbolo della pura spiritualità.
Elena è uno spirito privo di equilibrio, avida di piacere e profondamente egoista, nasconde dietro un’apparenza illusoria la sua vera natura di seduttrice che porta alla rovina, in questo caso morale, e quindi al peccato Andrea S. La negatività della figura di Elena risiede nella sua artificiosità e quindi nella sua capacità di fingere ingannando l’uomo ma anche se stessa che crede di amare Andrea e poi in realtà lo abbandona per sposare un ricco nobile. Elena è l’immagine della passione carnale veste infatti in rosso ed è contrapposta a Maria immagine di pura spiritualità che veste di bianco e che intraprende un’ amore meramente platonico con Andrea, essa detiene in se qualcosa di miracoloso. D’Annunzio con la conclusione del romanzo dimostra come l’uomo masochisticamente preferisca la passione e l’ambiguità della femme fatale alla spiritualità e purezza della donna tradizionale.
L’immagine della donna presentata da Verga e da D’annunzio viene superata da Montale in cui la donna diviene una creatura inafferrabile portatrice di un messaggio di salvezza dall’inferno della vita quotidiana.
FISICA:
Il rapporto fra le donne e l’impresa scientifica del Novecento è stato sicuramente più intenso che nei secoli precedenti, simbolo per eccellenza di tale legame è Marie Curie (prima di sposarsi Marie Sklodowska). Nacque nel novembre del 1867 a Varsavia in Polonia e poi si trasferì a Parigi dove sposò nel 1895, il fisico Pierre Curie incontrato nell’università parigina, la Curie fu la prima donna ad insegnare una materia scientifica presso un istituto.
I due coniugi nel corso degli esperimenti riguardanti lo studio della radioattività scoprono e isolano due nuovi elementi radioattivi: il polonio e il radio, scoperta che valse loro, insieme ad Henri Bequerel, il premio nobel alla fisica nel 1903.
Durante questi studi essi compresero che la radioattività è un fenomeno atomico demolendo la convinzione della fisica classica circa il fatto che l’atomo fosse la più piccola particella della materia.
Marie Curie fu anche importante perché riuscì ad affermare l’uso degli apparecchi radiografici nel corso della prima guerra mondiale, introdotti all’interno delle Petit Curie automobili con attrezzature a raggi X. Morì nel 1934 a causa dell’eccessiva esposizione ai raggi radioattivi.
Gli esperimenti sulla diffusione delle particelle α da parte della materia condussero Rutherford a ipotizzare l’esistenza del nucleo; intorno al 1903 lo stesso Rutherford dimostrò come l’emissione di raggi α o β comportava la trasformazione di un atomo instabile in una specie atomica diversa, tale processo fu definito trasmutazione.
La radioattività è la disintegrazione spontanea di nuclei atomici, con emissione di particelle subatomiche e di onde elettromagnetiche legata al comportamento dei nuclei atomici.
Il nucleo è composto dai nuclidi, ovvero l’insieme dei protoni e degli elettroni che compongono il nucleo di un atomo, quando tali nuclidi assumono valori che li pongono al di fuori della fascia di stabilità sono radioattivi e per tale ragione sono anche detti radionuclidi. Essi si trasmutano spontaneamente in altri più stabili, dando luogo ai differenti tipi di emissione radioattiva. L’insieme dei fenomeni che permettono a un nucleo di raggiungere maggiore stabilità viene denominato decadimento radioattivo. I decadimenti sono in tutto cinque:
- il decadimento α coinvolge i nuclidi più pesanti, comporta l’emissione di una particella alfa ovvero di un nucleo di elio caratterizzato dalla presenza di due neutroni e di due protoni. Il nucleone che si origina ha un numero atomico inferiore di due unità rispetto a quello di partenza e il numero di massa è inferiore di quattro unità; (dall’urani al torio)
- il decadimento β¯ interessa i nuclidi che presentano un eccesso di neutroni; il neutrone diventa protone e viene emesso un elettrone (beta- meno) accompagnato da un antineutrino elettronico. Il nuclide che si forma è maggiore di una unità mentre il numero di massa rimane invariato; (potassio - calcio)
- il decadimento β+ interessa i nuclidi che presentano un numero di neutroni più basso rispetto a quello necessario per assicurare la stabilità. Durante questo processo viene emesso un positrone, in seguito alla trasformazione di un protone in un neutrone, accompagnato da un neutrino elettronico. Il nucleo che si forma è inferiore di una unità;(ossigeno - azoto)
- il decadimento CE (cattura elettronica) si basa sulla capacità di alcuni nuclei di rubare un elettrone dal primo orbitale comportando la formazione di un neutrone e la scomparsa di un protone. La scomparsa dell’elettrone dall’orbitale 1s provoca la migrazione in esso dell’elettrone appartenente al livello energetico più alto. Tale elettrone si sposterà nel sottolivello emettendo energia sotto forma di un fotone con frequenza elevata (raggi X); (gallio - zinco)
- l’emissione γ che coinvolge i nuclei che hanno appena subito uno dei precedenti decadimenti i quali si trovano in uno stato eccitato e ritornano al loro stato fondamentale attraverso l’emissione di un fotone di energia. Tra i livelli energetici nucleari vi sono delle differenze di energia notevolmente più elevate di quelle tra i livelli atomici per cui il fotone liberato ha un’energia elevatissima (i raggi γ).
Le reazioni nucleari portano dunque alla formazione di un nucleo la cui massa è sempre inferiore rispetto alla somma delle masse delle sue componenti; la massa mancante è indice della differenza di massa o meglio detta difetto di massa, esso equivale alla quantità di energia che è stata fornita al sistema per attivare la reazione nucleare ed è calcolabile con l’equazione di Einstei (E = m * c2). Tale difetto di massa è particolarmente importante nella fissione e fusione nucleare.
La fissione nucleare consiste nella scissione di un nucleo atomico pesante in due o più nuclei con liberazione di grandi quantità di energia. I primi studi sulla fissione furono portati avanti da Enrico Fermi e i “ragazzi di via palisperna” i quali si resero conto che il bombardamento più interessante era quello dell’uranio. Nella fissione il primo neutrone che ha prodotto l’iniziale scissione innesca una reazione a catena che in breve coinvolge tutta la quantità di uranio disponibile. La prima applicazione pratica di tale processo la si ebbe all’interno della bomba atomica sganciata nell’agosto del 1945 ad Hiroshima e Nagasaki.
La fusione nucleare consiste nell’unione di due nuclei leggeri per la formazione di un nucleo più pesante, tale processo comporta emissione di elevate quantità di energia.
CHIMICA:
Allacciandomi all’argomento trattato in ambito fisico e fortemente correlato a tale ambito analizzerò i radioisotopi o isotopi radioattivi.
Gli isotopi radioattivi artificiali o radioisotopi furono creati per la prima volta nel 1933 dai fisici francesi Irene e Frederic Curie, vengono prodotti bombardando, all’interno di reattori nucleari, nuclei stabili con neutroni, particelle cariche pesanti quali protoni, deutoni, particelle alfa e inoltre fotoni di alta energia. Tale bombardamento dà luogo alla reazione nucleare ovvero al fenomeno nel quale, a seguito della penetrazione di una particella nel nucleo di un atomo si viene a formare un nuovo tipo di nucleo con l’emissione di uno o più particelle o frammenti nucleari.
La separazione degli isotopi di un elemento è estremamente difficile da realizzare. Impiegando dei metodi chimici è assolutamente improbabile ottenere una separazione completa, dal momento che le caratteristiche chimiche degli isotopi sono pressoché identiche, si ricorre generalmente a metodi di tipo fisico che sfruttano leggere differenze nelle proprietà chimico – fisiche risiedenti nel diverso numero di massa.
Un’altra possibilità per poter separare gli isotopi consiste nello sfruttare la separazione elettrolitica che dipende da altre proprietà degli stessi isotopi.
I primi isotopi a essere separati furono quelli dell’idrogeno: il deuterio (l’idrogeno 2) e l’idrogeno 1, come risultato dell’esperimento portato avanti dallo statunitense Harold Urey universalmente considerato lo scopritore del deuterio.
Nel periodo precedente al 1940 furono scoperte e introdotte nuove tecniche di separazione degli isotopi degli elementi, sufficienti per produrre piccole quantità di isotopi indispensabili per la ricerca. Tra i metodi più diffusi vi sono:
- Il metodo della centrifugazione sfrutta la piccola differenza di massa tra i vari isotopi. Il materiale iniziale viene inserito in una sorta di cilindro rotante, che ha l'effetto di aumentare la concentrazione dell'isotopo più pesante nella regione più esterna del cilindro.
- Il metodo della distillazione frazionata consiste nel distillare una miscela contenente vari isotopi; le molecole con punto di ebollizione più basso (gli isotopi più leggeri) si concentrano nel flusso di vapore e possono quindi essere raccolte.
- Il metodo della diffusione termica sfrutta la tendenza delle molecole più leggere di un liquido o di un gas a concentrarsi nelle zone più calde. Un semplice sistema per la diffusione termica consta di un alto tubo verticale, lungo il cui asse centrale è posto un filo riscaldato elettricamente alla temperatura di 500 °C; questo filo produce un gradiente di temperatura tra il centro e le pareti del tubo. Gli isotopi più pesanti tendono allora a concentrarsi nelle zone più esterne del tubo, quelli più leggeri verso il centro. Inoltre, il gas o il liquido vicino al filo tende a salire, mentre quello più esterno tende a scendere. L'effetto finale è quello di raccogliere gli isotopi più pesanti sul fondo del tubo e quelli più leggeri alla sua sommità.
- La separazione elettrolitica fu il primo metodo utilizzato per ottenere deuterio puro: riveste dunque notevole importanza storica e, ancora oggigiorno, pratica. Esso si basa sul fatto che, quando l'acqua subisce elettrolisi, l'isotopo dell'idrogeno più leggero viene prodotto per primo: è possibile quindi ottenere un arricchimento di D2O dell'acqua residua dell'ordine del 99,8%.
- La diffusione gassosa fu il primo metodo, insieme al metodo elettromagnetico, usato su vasta scala per ottenere la separazione degli isotopi di uranio. Nel corso del progetto per la fabbricazione della bomba atomica, questi due metodi furono sfruttati per produrre circa 1 kg di uranio 235 al giorno, che veniva impiegato nelle ricerche sulle armi nucleari. Il metodo della diffusione gassosa si basa sulla diversa velocità di diffusione delle molecole con pesi molecolari diversi. La velocità di diffusione di un gas infatti è inversamente proporzionale alla radice quadrata della sua massa; così gli atomi leggeri diffondono attraverso una parete porosa più velocemente degli atomi pesanti. Nella separazione degli isotopi di uranio, l'unico composto gassoso di uranio, l'esafluoruro, UF6, viene spinto continuamente attraverso una barriera porosa. La differenza in peso fra l'uranio 235 e l'uranio 238 è di poco maggiore dell'1%, mentre quella fra i due fluoruri è leggermente minore dell'1%. Il fattore di arricchimento, che dipende dal quadrato di questa differenza, è teoricamente dello 0,43% per un processo istantaneo e dello 0,30 per un processo continuo, tuttavia in pratica si raggiunge solo un fattore di arricchimento di 0,14 a ogni passaggio. Con questo metodo, per produrre uranio 235 puro al 99% da uranio naturale – che ne contiene solo circa lo 0,7% – sono necessari circa 4000 passaggi. Il processo richiede l'uso di attrezzature e macchinari enormi, e di complessi metodi di controllo.
La manipolazione dei radioisotopi presenta notevoli rischi e richiede quindi attente precauzioni.
Sono contemporaneamente degl’ importanti strumenti per la ricerca chimica, biologica, farmaceutica e medica e per la diagnostica clinica e la terapia di alcune patologie.
Infatti il comportamento biochimico di un radioisotopo consente la sua introduzione all’interno di un organismo e la sua conseguente individuazione all’interno dello stesso mediante l’uso della radiazione da esso emessa…questo porta ad evidenziare la sua distribuzione nell’organismo considerato. Tale elemento viene detto tracciante o marcatore ed è usato in ambito medico per rilevare il funzionamento di un organo vitale, la sua morfologia ecc… lo iodio- 131 ad esempio viene impiegato per l’autoradiografia della tiroide che esso raggiunge una volta iniettato nel circolo sanguigno. Nella terapia medica è usato soprattutto nella distruzione delle cellule tumorali.
BIOLOGIA:
La produzione di isotopi radioattivi o in generale i processi che si trovano alla base del fenomeno radioattivo possono produrre degli effetti che sono fortemente negativi per l’ambiente ma anche e soprattutto per la salute dell’uomo.
Questo pericolo fu posto in evidenza dal cosiddetto “fallout radioattivo” che consiste nella ricaduta al suolo di particelle radioattive prima immerse in atmosfera mediante esplosioni atomiche o fuoriuscite nucleari.
Lo iodio – 131, pur avendo un tempo di dimezzamento fortemente ridotto, è uno degli isotopi radioattivi più pericolosi; infatti la ricaduta dello iodio – 131 nell’erba comporta che tale sostanza venga ingerita da ovini e bovini e quindi vada a concentrarsi nel latte, il quale viene consumato in un arco di tempo ridotto che porta con il suo ingerimento alla concentrazione dello stesso nella tiroide provocando così gravi tumori a tale organo vitale.
Altri radioisotopi che entrano nella catena alimentare sono: il cesio -137 espulso nel giro di pochi mesi, il carbonio – 14 ecc….è impossibile ritenere tali radioisotopi innocui per la nostra salute poiché questi penetrando nel nostro organismo producono variazioni biologiche delle cellule somatiche ma anche di quelle della linea germinale, in generale gli effetti vengono avvertiti dopo un tempo abbastanza lungo sotto forma di leucemie, carcinomi e possono anche comportare delle vere e proprie mutazioni genetiche. Tali mutazioni sono cambiamenti ereditari del genotipo dovute alla duplicazione, delezione, sostituzione ecc.. di una parte della molecola del DNA. La velocità delle mutazioni così come le variazioni dovute ai radioisotopi dipendono da fattori di carattere ambientale ma anche dalla quantità di radiazioni a cui ci si è sottoposti ecc…..
Un’altra tematica questa volta connessa al rapporto donna – scienza che ho voluto analizzare riguarda la fecondazione assistita problematica oggi fortemente presente, soggetto di numerose discussioni e anche del referendum che la scorsa estate ci ha portato a votare in favore o meno della stessa. L’inseminazione artificiale rappresenta la prima tecnica di riproduzione assistita, messa a punto per effettuare la fecondazione in modo controllato, ed è stata applicata inizialmente nella zootecnia. Essa consiste nella raccolta dello sperma del maschio e nella sua successiva deposizione nelle vie genitali feminili. Negli allevamenti, tale pratica permette di controllare la paternità dei piccoli e, quindi, di garantire le caratteristiche dell’allevamento stesso.
Nel caso della specie umana, l’inseminazione artificiale permette di superare ostacoli alla fecondazione come l’impotenza, nel caso che l’uomo sia in grado di produrre spermatozoi fertili ma non riesca a portare a termine l’atto sessuale, o disturbi dell’apparato riproduttore femminile che, pur producendo normalmente le cellule uovo, impediscono la risalita degli spermatozoi fino alle tube di Falloppio, in cui avviene la fecondazione. Disturbi di questo tipo possono comprendere il vaginismo (malattia che comporta contrazioni spastiche della vagina e, quindi, contrasta la risalita dello sperma) e la mancanza di secrezione di muco cervicale (che permette il movimento del flusso di spermatozoi).
Gli spermatozoi impiegati per l’inseminazione artificiale possono eventualmente provenire da un donatore anonimo, cioè essere prelevati da una banca del seme: ciò si rende necessario nei casi in cui l’uomo sia sterile. L’inseminazione artificiale deve essere operata nei giorni dell’ovulazione, ossia nel momento in cui la cellula uovo matura viene rilasciata dalle ovaie e si localizza in una tuba di Falloppio. Con gli spermatozoi congelati si ottiene una gravidanza in circa il 60% dei casi, mentre lo sperma appena raccolto ha un tasso di successo molto più alto, di circa il 90%. Finora non risulta che questi metodi aumentino il rischio di anomalie congenite nel feto.
Altro tipo di riproduzione artificiale è la fecondazione in vitro (o FIV).
La fecondazione in vitro, o FIV, è una tecnica di riproduzione assistita che consiste nella fecondazione di uno o più ovuli al di fuori del corpo femminile, e nel successivo impianto di un embrione nell’utero della donna. Tale tecnica è stata impiegata per decenni nelle ricerche sullo sviluppo animale; dal 1978 è stata applicata con successo alla riproduzione umana. Viene utilizzata quando le tube di Falloppio della donna sono occluse e, pertanto, gli spermatozoi non possono raggiungere l'ovulo.
Per l’esecuzione della riproduzione in vitro, è possibile impiegare un ovulo maturo aspirato dalle tube di Falloppio della donna, sotto controllo ecografico; si possono anche prelevare cellule uovo non completamente mature dalle ovaie e stimolarne la crescita in vitro, mediante iniezioni di ormoni. In tal caso, il prelievo si esegue con una laparoscopia, praticando una piccola incisione nell’addome.
Una volta recuperati gli ovuli, questi vengono posti in uno speciale liquido ricco di nutrienti; quindi, a essi viene unito per circa 18 ore dello sperma (proveniente dal partner o da un donatore anonimo) lavato e incubato. Gli ovuli vengono, quindi, posti in un apposito mezzo di coltura ed esaminati dopo circa 40 ore. Se gli ovuli sono stati fecondati, si verifica la formazione di embrioni che, allo stadio di 2-4 cellule, vengono trasferiti nell’utero della madre. Per aumentare le probabilità di gravidanza, in genere vengono trasferiti parecchi embrioni. Se gli embrioni vitali sono più di quattro, la donna può scegliere di conservare alcuni embrioni congelati, per utilizzarli eventualmente in seguito, qualora il primo tentativo in corso fallisse. In questo modo vengono ridotti i rischi di gravidanze multiple, che si possono verificare quando vengono contemporaneamente impiantati nell’utero più di quattro embrioni. Dopo il trasferimento degli embrioni, alla donna vengono in genere praticate iniezioni quotidiane di progesterone. La probabilità di gravidanza è di circa il 20% per ciclo di fecondazione in vitro.
Primi tentativi di fecondare un ovulo al di fuori del corpo femminile furono compiuti nel 1944 dal ginecologo americano John Rock, che aveva in precedenza partecipato alle ricerche di Gregory Pincus sui farmaci anticoncezionali. Nel 1961 un medico italiano, D. Petrucci, riuscì a fare sopravvivere embrioni ottenuti in vitro per diversi giorni; effettuò anche un impianto nell’utero di una paziente, ma la gravidanza che ne conseguì terminò in modo spontaneo, accompagnata da numerose polemiche. Nel 1976, il fisiologo inglese R. Edwards e i suoi collaboratori ottennero embrioni vitali mediante fecondazione in vitro, ed effettuarono un primo esperimento di impianto in una donna inglese, che ebbe esito negativo; nel 1978 ottennero invece la prima gravidanza a termine: nacque dunque al General Hospital di Oldham, nei dintorni di Manchester, la prima bambina “in provetta”, come fu chiamata dall’opinione pubblica, Mary Louise Brown. In Italia, la prima nascita avvenuta grazie alla FIV avvenne nel 1982, in una clinica di Napoli.
INFORMATICA:
Ricollegandomi all’importanza di Marie Curie nell’affermazione dell’uso degli apparecchi radiografici nel corso della prima guerra mondiale ho deciso di analizzare le funzionalità di tali apparecchi.
Nell’ambito radiologico esistono alcuni dispositivi che caratterizzano la cosiddetta radiologia digitale che sfruttano un elaboratore di tipo elettronico e un convertitore analogico – digitale per visualizzare l’immagine radiografica appunto denominata immagine digitale.
Tali dispositivi sono conosciuti con il nome di PACS caratterizzati da una rete di computer interfacciati con le apparecchiature digitali in un sistema che ha lo scopo di acquisire, trasmettere, memorizzare, visualizzare ed elaborare immagini digitali.
Il convertitore A\D, nei PACS, viene impiegato per consentire che i dati inviati dal dispositivo radiografico possano essere acquisiti anche dall’elaboratore che accetta i dati solo sotto forma di codice binario, dunque il convertitore ha la capacità di trasformare un segnale analogico in un codice binario.
Il convertitore A\D assolve a due funzioni o operazioni essenziali:
- quantizzazione: durante la quale sostituisce un’ampiezza analogica in una quantizzata ovvero in una che può assumere solo una determinata serie discreta di valori che sono numeri finiti e limitati;
- codifica: nel corso della quale associa un valore numerico ad un codice binario composto da n bit.
I dati digitali vengono trasmessi dal convertitore ad un elaboratore in via parallela o seriale, tale elaboratore si preoccupa di inviare l’immagine digitale agli utilizzatori.
L’acquisizione delle immagini mediche viene ottenuta con due modalità:
- acquisizione diretta attraverso un interfacciamento con tecniche diagnostiche d’immagine digitale (Risonanza magnetica, ecografia ecc..)
- acquisizione indiretta mediante la digitalizzazione delle immagini analogiche;
le immagini e i dati clinici sono poi archiviati in base:
- all’ampiezza di memoria del dispositivo impiegato;
- alla rapidità di accesso alle informazioni fornita dallo stesso dispositivo.
I dati una volta archiviati possono essere trasmessi secondo una rete Lan o attraverso l’uso di reti a lunga distanza nei vari reparti, sale operatorie ecc….
(VEDI IMMAGINE)
INGLESE:
One of the most important femminist writer in the English literature was Mary Wollstoncraft she was the mother of another important writer, that we have studied, Mary Shelley.
Mary Shelley was born in 1797 and grew – up among the most important personality of her periods, she felt the influences of this personality but mainly by her mother’s ideas. Mary Shelley is the author of Frankenstein or the Modern Prometheus a story about a doctor that try to create the human being through a chemistry experiment and in a way that put him to interferes with the natural evolutionary process of the human being’s creation.
The book was published anonymously by Mary Shelley because she knew that a book created by a woman had not, in her society, the same success of another book published by a man, even if the first was best then the second.
Into this book M.Shelley underline the women’s discrimination made by her society through the role that she gave to the female characters into the text; all the women into the book died through a men’s actions.
I have also analyse the role that the female character have into Huxley & Orwell’s books. In this case the women expresses the same massages: fight all the political or social organization that try to contaminate the female’s figure with their principles.
Orwell was one of the most important dystopian writer he published in the 1948 an important book called “1984”, in this book he tried to criticize all the totalitarian system that annihilated people, create inhumanity individual and also a society based on the injustice. The role of the female character is very important to understand the corruption that this totalitarian society generated.
In 1984 the main female character is Julia that Orwell introduces by the first chapter. She is a bold – looking – 26 – years – old, with thick, dark hair, a freckled face and athletic movements. She wear a scarlet sash to make herself more sexually attractive. Under pretence of conformity, she is a promiscuous disbeliever in the Party’s morale code. She works in the Fiction Department. She is a highly practical person, skilfully organising love affairs and her admirers give her luxury goods. When she met Winston he thought that she was a spy for her relationship with the Thought Police in fact she was a member of that organizations, uses by the Party to control the people’s mind.
Julia not regard the revolution against the system as a realistic option but when she fell in love with Winton she supports him in his attempts. But her cynicism permit her to know the reality in a best way then Winston consciousness.
We can consider Julia a sort of male fantasy figure that Orwell introduced to help Winston to create an alternative life for himself; in fact the Winston’s rebellion against the system is connected with the moment in which he fell in love with Julia.
Into Huxley’s Brave New World the main female character is Lenina Crowne, also Huxley describes what are the consequence that a society dominated by science and technology ‘ s totalitarian system have into the traditional women’s role.
She is a beautiful girl that Huxley defined “uncommonly pretty”, for her beauty she is desire by many men and even by Bernard and John, both considering Lenina a girl different by the other girls.
Lenina is a model citizen of the future. She dose not question society consciously and her relationship have been so shallow that she cannot remember who want took her for a weekend to New York.
But at the same time she have a particular and atypical behaviour in fact:
Felt curiosity for the Savage, she showing monogamous feelings towars Henry Foster etc….
The figure of Lenina is compare with Linda, she is Savage’s mother and a citizen of Beta’s classes, she went with the Director into the Reserve and here the man lost Linda and return to the city because thought that the same was death. Linda stayed in the Reserve didn’t accept the savages and for this was considerate a prostitute by the women and was isolated. When she return into the 1984’s society even here for her aspect was isolated and death in an hallucinogens state, created by the use of the soma.
FILOSOFIA
Hannah Arendt nacque nel 1906 ad Hannover da una famiglia benestante appartenente alla borghesia ebraica; conseguito il diploma decide di iscriversi all’università dove incontra un giovane destinato a diventare una delle più celebri menti filosofiche del nuovo secolo: Martin Heidegger, con il quale intratterrà un rapporto personale che la coinvolgerà per l’intero arco della sua vita. Si trasferisce a Friburgo per seguire le lezioni del fondatore della filosofia fenomenologica: Husserl. Sotto la guida di Karl Jaspers prepara e porta a termine nel 1929 la ricerca di dottorato: “il concetto di amore in Sant’Agostino”, nello stesso anno si trasferisce a Berlino e sposa Stern un filosofo conosciuto anni prima.
Dopo l’avvento del nazionalsocialismo e l’inizio delle persecuzioni contro la razza ebraica è costretta ad abbandonare la Germania, nel 1933, e si trasferisce a Parigi dove conosce e frequenta scrittori e filosofi dell’ambiente culturale francese. Nel 1951 le viene concessa la cittadinanza statunitense. Nel 1940 si sposa per la seconda volta. Viene internata nel campo di Gurs dal governo Vichy in quanto “Straniera Sospetta”, poi rilasciata riesce a salpare dal porto di Lisbona per New York che raggiunge insieme al coniuge nel 1941. Il periodo americano fu inizialmente difficile a causa della nuova lingua ma non solo, diventa famosa come intellettuale e pensatrice politica.
Le sue opere rappresentano un esempio importante del possibile legame tra pensiero e parola, tradizione e innovazione.
Poco incline alle posizioni conservatrici.
Nel 1951 pubblica “Le origini del totalitarismo” opera che la renderà celebre in tutto il mondo, all’interno della quale evidenzia come caratteristica saliente del totalitarismo: l’esistenza dei campi di concentramento; secondo la Arendt nessun governo totalitario può sussistere senza terrore, che viene edificato e sostenuto proprio da tali campi nei quali gli individui sono ridotti a entità superflue.
Su questo aspetto si fondano secondo la Arendt le analogie tra nazismo e stalinismo.
Unica alternativa al totalitarismo è il sistema di Consigli o associazioni spontanee che nascono senza organizzazione, in nome della libertà, nel corso dei moti rivoluzionari.
Nello scritto “Sulla Rivoluzione” la Arendt evidenzia come conflitto dell’epoca moderna non la lotta tra diversi sistemi economici, sociali ecc… ma bensì la lotta essenziale tra LIBERTA’ & AUTORITARISMO.
Altra opera fondamentale scritta dalla Arendt è “La condizione umana” nota anche come “Victa Activa”, nata dagli studi sul tema dell’equilibrio delle attività umane derivato dagli studi su Marx.
All’interno di questa opera la pensatrice sottolinea come causa dell’affermazione di un regime totalitario la mancata partecipazione degl’individui alla vita pubblica e quindi alle vicende politiche del proprio paese, nominando altre personalità che possano, al posto loro, occuparsene.
Dunque secondo H.A. causa del totalitarismo è la perdita dell’agire della vita attiva, questa viene suddivisa dalla stessa in tre componenti di fondo:
- attività lavorativa (o lavoro) che rende l’uomo animal laborans ovvero colui che provvede al mantenimento della propria vita senza che ciò comporti la fabbricazione di oggetti duraturi. Il lavoro assicura la sopravvivenza non solo di se stessi ma dell’intera specie umana ed è un qualcosa che dura finché dura la vita. (schiavi)
- l’operare (o fabbricare o produzione di oggetti) esso produce un mondo sulla terra, determina cioè un mondo “artificiale” di cose in cui l’uomo vive in una dimensione non – naturale divenendo homo faber ovvero uomo tecnologico che produce oggetti duraturi che esulano le nostre primarie necessità;
- agire (o l’azione) in cui l’uomo entra in rapporto con gl’altri. Infatti mentre le prime due non considerano l’uomo in relazione con altri uomini e non determinano la costituzione di qualità specificatamente umane, l’azione è specificatamente umana e presuppone, per la sua stessa esistenza, le relazioni tra una pluralità di individui (che è la condizione di una vita politica). Tale azione riconosce il linguaggio come mezzo essenziale per relazionare tra loro i vari individui. Ciò conduce alla distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. La sfera privata è il regno della necessità, del lavoro e dell’operare caratterizzato dalle produzioni necessarie per sopravvivere; la sfera pubblica o politica è il regno della libertà e del nuovo.
Nel mondo moderno invece il lavoro ha assunto una posizione primaria rispetto all’agire portando ad un indebolimento di tale distinzione tra pubblico e privato e quindi ad una ridotta partecipazione alla vita pubblica e dunque al totalitarismo.
Le origini del totalitarismo sulle fotocopie di filosofia.
Fonte: skuola.tiscali.it/tesine
Scienziati
IL PANTHEON
siamo qui davanti al Pantheon di Parigi, nel cuore del quartiere latino, alla cima del
colle di Santa-Genoveffa. Fu all’inizio construitocome una chiesa per accogliere la bara di Santa Genoveffa, ma oggi quest’edificio ha la vocazione di onorare dei personaggi e ricordare eventi che hanno segnato la storia della Francia
Cominciamo ad interessarci alla sua creazione
Dopo la sua conversione al Cristianesimo nel 507, il primo re dei Franchi, Clodoevo decide di fondare una prima basilica destinata ad acogliere la sua sepoltura e quella di moglie Clotilde.
La pia Genoveffa, che aveva protetto Parigi da Attila e dai barbari, vi è inumata nel 512. La cura delle reliquie della santa patrona da Parigi viene presto affidata ad un capitolo di canonici regolari, i genoveffani.
Qualche secolo dopo, Luigi XV (quindicesimo), che guarisce nel 1744 di una grave malattia, pensa che la sua guarigione fu ottenuta dall’invocazione di Santa Genoveffa. Fa dunque voto di sostituire la chiesa dell’abbazia di Santa Genoveffa, che cade in rovina,con un magnifico e prestigioso edificio. E anche per il re un mezzo di ristabilire il prestigio di una Chiesa divisa in quell’epoca.
Il progetto di questa nuova basilica è affidato nel 1755 all’architetto Soufflot. Lui è molto influenzato dall’architettura antica greco-romana, dunque ha voluto riunire nella sua opera la leggerezza gotica con la magnificienza e la purezza dell’architettura greca. Ma ha sopratutto l’ambizione di competere con la basilica di San Pietro a Roma.
Cominciata nel 1758, la chiesa conosce qualche difficoltà di finanziamento e di costruzione, ma è terminata nel 1790 da Rondelet, perché Soufflot muore nel 1780.
Allora, come lo avete forse notato, questa chiesa dalla pianta originale a croce greca, è immensa : lunga circa 110 metri, larga 84 metri, e culmina con la lanterna del suo duomo a 83 metri di altezza.
Ci si penetra da un ampio portico all’antica, costituito da 22 colonne corinzie scanalate, che sostengono un frontone triangolare.
Questo frontone è scolpito da David D’Angers tra 1831 e 1837.
Rappresenta “La patria che distribuisce delle corone ai grandi uomini” e porta la menzione “Ai grandi uomini, la Patria riconoscente”
Avviciniamoci un poco per vedere meglio i personaggi rappresentati. Avete al centro la Patria che distribuisce le corone che gli dà la Libertà, seduta alla sua destra. La Storia, seduta alla sua sinistra, iscrive sulle mensole i nomi dei grandi uomini degni della riconoscenza nazionale. A sinistra vedete in prima fila Malherbes, Mirabeau, Monge, e Fenelon, in seconda fila ci sono Lazare Carnot, Bertholet e Laplace, in terza fila ci sono Louis-David Cuvier e Lafayette (nascosto nello sfondo). Poi, seduti, avete Voltaire et Rousseau, i loro sguardi totalmente opposti perchè erano nemici. A destra avete Bonaparte che dirige un esercito di soldati anonimi.
Perché questo tema e questa dedica su quest’edificio ?
E perché, benché abbia sempre una croce alla cima del suo duomo, la chiesa non è una chiesa.
Infatti, nel 1791, durante il periodo rivoluzionario, l’Assemblea Costituente decide di utilizzare l’edificio che è appena terminato e non ancora consacrato come chiesa, di utilizzarlo dunque come necropoli dedicata ai personaggi eccezionali che contribuirono alla grandezza della Francia.
« Che il tempio della regione diventi il tempio della Patria, che la tomba di un grande uomo diventi l’altare della libertà »
Quest’edificio è dunque chiamato Pantheon francese, perché Pantheon nell’antichità significava tempio dedicato a tutti gli dei. Qui, è dedicato a tutti i grandi uomini, ed è dunque modificato in questo senso.
Sotto il frontone, è messa l’iscrizione « Ai grandi uomini, la Patria riconoscente » Ed il frontone, che all’inizio, rappresentava delle scene religiose, è sostituito da questa rappresentazione della Patri ache ringrazia i suoi grandi uomini.
Mirabeau, Marat, Voltaire e Rousseau sono i primi grandi uomini ad essere inumati nel Pantheon. Ma i primi due ne saranno eslusii, gli altri due vi sono ancora. Perché i grandi uomini entrano o escono dal Pantheon in funzione delle mutazioni politiche e religiose.
Per quanto riguarda la storia del Pantheon, è complessa e sopratutto movimentata. Infatti, è di volta in volta chiesa o necropoli.
Sotto il primo Impero di Napoleone Bonaparte (on prononce en francais ?Buonaparte), l’edificio è nello stesso tempo il luogo dell’inumazione dei grandi uomini della Patria ma anche un luogo di culto. La cripta accoglie dunque le tombe di grandi servitori dello Stato, alloeché nella parte superiore, nel tempio, si svolgono le ceremonie religiose, specialmente quelle legate alle commemorazioni imperiali.
Ma tra il 1821 e il 1830, l’edificio ridiviene esclusivamente una chiesa consecrata a Santa Genoveffa, sotto i regni di Luigi diciottesimo e Carlo decimo. Nonostante, le tombe non vi saranno ritirate.
D’altronde c’è una piccola storia su questo.
I « courtisans » (cortigiani è un aggettivo) di Luigi diciottesimoglichiedono un giorno se è opportuno lasciare la spoglia dell’ anticlericale Voltaire in questo luogo reso alla sua funzione religiosa. Il re risponde allora « Lasciatelo, è abbastanza punito di avere ad ascoltare la messa ognio». Infatti, durante tutta la sua vita Voltaire è contro questi rituali tradizionali e raccomanda piuttosto una religione naturale, senza riti.
Ecco per la piccola storia, riprendiamo la Grande storia del Pantheon.
Dicevo che sotto Luigi il diciottesimo, il Pantheon è una chiesa.
Diviene necropoli con il nome di Tempio della gloria sotto Luigi-Filippo Primo. E’ in quell’epoca che David d’Angers scolpisce il frontone che vedete oggi
Diviene poi il Tempio dell’Umanità sotto la Seconda Repubblica, poi Napoleone Terzo fa dell’edificio una chiesa e fa scomparire l’iscrizione.
Il quartiere è dopo il quartiere generale degli insurti della Commune di Parigi nel 1871.
In fine dei conti, il Pantheon diviene definitivamente tempio laico nel 1885, quando riceve le ceneri di Victor Hugo.
Oggigiorno, una sessantina di grandi uomini riposa nella cripta, tra cui Emile Zola, André Malraux, Jean Moulin…e ci sono solo due donne dunque è da notare ! La prima ammessa nel Pantheon è Sofia Berthelot, non al titolo personale ma per non separla da suo marito il chimico Marcel Berthelot. E la seconda, e senza dubbio la più conosciuta, è Maria Sklodowska, conosciuta meglio come Marie Curie, che fu insignita del premio Nobel per la fisica nel 1903 e nel 1911 del premio Nobel per la chimica per i suoi lavori sul radio.
Per concludere sulla storia di questo magnifico edificio e prima di della sua tipica architettura, avete seguito l’attualità queste ultime settimane?
Da novembre, sappiamo che il presidente della Repubblica spera di fare entrare nel Pantheon Albert Camus, il famoso scrittore francese, chef fu insigneto del Premio Nobel di Letteratura nel 1957 per l’insieme della sua opera che mette in luce i problemi che si ponevano alla coscienza degli uomini alla sua epoca.
Nicolas Sarkozy spera di organizzare il trasferimento della tomba di Camus all’occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte in un incidente stradale il 4 gennaio 1960.
Secondo lui, sarebbe un simbolo straordinario, un progetto che gli sta veramente a cuore. I bambini dello scrittore non sarrebero d’accordo con questo trasferimento.
presto se il famoso scrittore raggiungerà o no gli altri 68 personaggi che ospita oggi il Pantheon nella sua cripta.
Allora prima di continuare con qualche detaglio architettonico, avete domande ?
Perché all’inizio quest’edificio deveva essere una chiesa, l’entrata si fa dall’ovest.
Il Pantheon si apre con un peristilio monumentale, ispirato dal Pantheon di Agrippa a Roma, con sei colonne in facciata, ma ventidue colonne al totale.
Quest’edificio è in realtà emblematico di un rinnovamento architettonico e di una ricerca sperimentale nello spirito del secolo dei Lumi.
Soufflot crea con il Pantheon una sintesi stilistica, perché possiamo vedere che dall’architettura greca, trae il vocabolario ornementale con il frontone triangolare che abbiamo visto, l’ordine corinzo delle colonne che portano la trabeazione (l’entablement in francese), allorché l’uso all’epoca è piuttosto i pilastri quadrati che portano delle arcate.
Dall’architettura gotica, anche se non lo vediamo all’esterno, posso dirvi che l’architetto sfrutta il sistema delle volte, degli archi di spinta e la legerezza della struttura interna come testimonia la sua volontà di allegerire al massimo pilastri triangolari della crociera del transetto.
Finalmente, il duomo, che s’ispira ai grandi esempi rinascimentali. Forse vi fa pensare al tempietto di Bonaparte, con il suo peristilio esterno.
Un elemento essenziale alla costruzione resta invisibile per noi e per gli altri visitatori.
Quando guardiamo il duomo, possiamo pensare che solo una cupola sostiene la lanterna e la croce alla sua cima, ma in realtà, tre cupole sono incastrate le une nelle altre.
Prendete lo schema e le fotografie.
Il duomo esterno che vediamo, è fatto di pietra, coperta di stricie di piombo.
Al l’interno del Pantheon, possiamo vedere una cupola a cassettoni, aperta al centro da un oculus, un’aperta rotonda. Questa cupola bassa si appoggia sulla parte bassa del tamburo, al livello del peristilio esterno che controbilancia la spinta dell’insieme.
E, tra queste due cupole esterna e interna, è costruita una terza cupola più tecnica, dalla forma di una metà di un uovo, che sostiene la lanterna di pietra, quella che pesa più di 5 tonnellate.
E’ sulla faccia interna di questa seconda cupola che è dipinta la famosa « Apoteosi di Santa Genoveffa », da Antonio Gros, che possiamo ammirare attraverso l’occulus della cupola interna. Questa terza cupola tra le altre, due non è costituita di un manto di pietra continuo come il duomo esterno : è infatti trasforata da quattro archi che permettono di fare scendere i carichi della lanterna verso i pilastri della crociera del transetto.
E’ un metodo ben pensato per la circolazione della luce.
Vedete le più alte finestre che vediamo sul duomo ? Sono qui sulla fotografia dell’interno. Siccome la cupola che si trove tra le altre due nnon è piena, ma riposa su quattro archi, la luce che passa dalle più alte finestre puo traversare la cupola sugli archi per illuminare l’Apoteosi di Santa Genoveffa.
Ecco per la parte più importante dell’architettura del Pantheon.
Fonte : s2.e-monsite.com
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