Rivoluzione russa tutto di tutto
Rivoluzione russa
LA RIVOLUZIONE RUSSA
- L’IMPERO ZARISTA
- La Russia zarista fra arretratezza e modernizzazione:
Le cause che portarono la caduta dell’impero degli zar del 1917 vanno ricercate all’interno delle profonde trasformazioni che la società russa attraversò nei primi anni del 1900.
Nel 1861 si ebbe l’abolizione della schiavitù e l’affrancamento di milioni di contadini (85% della popolazione russa). Nonostante ciò, al’interno della società russa vi erano gravi disuguaglianze: la maggior parte dei contadini viveva i condizioni miserabili, mentre i grandi proprietari terrieri, insieme ai kulaki (contadini agiati), possedevano circa il 40% delle terre, il restante era diviso in piccoli appezzamenti tra milioni di contadini poveri. La classe operaia era ancora poco numerosa, e l’operaio in se veniva sottopagato e costretto a lavorare più ore del previsto. Le poche industrie presenti in Russia erano sorte grazie ai finanziamenti stranieri oppure erano sostenute dallo stato.
1.2 I partiti di opposizione e gli obbiettivi della lotta politica:
Per quanto riguarda il campo politico, si può dire che nella Russia dei primi del Novecento vi era un governo di tipo assolutistico, in cui il potere dello zar si pensava fosse legittimato da Dio, non vi era un parlamento e l’attività politica era comandata dalla polizia. Nonostante ciò, anche in Russia si formarono dei partiti politici di opposizione, quali:
- Il partito costituzionale democratico: conosciuto anche come partito dei cadetti, rappresentava tutta la borghesia, cioè la classe dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari diventati capitalisti. Essi miravano alla formazione di un parlamento elettivo sul modello occidentale.
- Il partito social rivoluzionario: rappresentava i piccoli proprietari, i contadini piccoli e medi, la piccola borghesia e gli strati di operai soggetti all'influenza della borghesia. Esso mirava ad una società fondata sulla valorizzazione delle tradizioni comunitarie del mondo contadino.
- Il partito operaio socialdemocratico russo (Posdr): era di orientamento marxista e riteneva che il processo rivoluzionario poteva compiersi solo in seguito ad uno sviluppo del capitalismo industriale. Dal 1903 il partito si divise in due parti:
- I bolschevichi, secondo i quali lo zarismo andrebbe capovolto attraverso un’azione rivoluzionata e sostituito con il socialismo
- I melschevichi, che mirano a una riforma in senso democratico dello stato zarista, alleandosi con la borghesia e altri partiti (socialrivoluzionari e cadetti).
Per i menscevichi in Russia non si può applicare la teoria di Marx (rivoluzione, instaurazione del socialismo attraverso l'azione della classe operaia) perché la Russia è un paese ancora prevalentemente contadino, quindi prima bisogna che anche in Russia si realizzi in pieno la rivoluzione industriale e borghese e solo poi si può pensare a una rivoluzione operaia e socialista. Per i bolscevichi invece, si può saltare questa fase e passare direttamente al socialismo realizzando una alleanza tra operai e contadini.
- La rivoluzione del 1905:
Nel 1905, a San Pietroburgo, ci fu un grande sciopero seguito da una manifestazione pacifista popolare in cui si chiedevano migliori condizioni lavorative (8 ore giornaliere e un minimo salario garantito) e la convocazione di un’assemblea costituente. La reazione delle truppe dello zar fu terribile: venne aperto il fuoco sulla folla, provocando un alto numero di vittime. Quest’episodio, ricordato come la “domenica di sangue”, fece sì che i partiti di opposizione si unissero per chiedere a gran voce la democratizzazione dello stato. Nel frattempo si formavano a San Pietroburgo i soviet dei lavoratori, che rappresentavano 250mila operai e i contadini occupavano le terre dei nobili.
Nel’ottobre dello stesso anno lo zar fu costretto a cedere l’istituzione di un parlamento (la Duma), dotato di poteri legislativi ed eletto da tutte le classi sociali. Ottenuto ciò che volevano, i liberali abbandonarono gli altri partiti oppositori, i quali chiedevano riforme più sostanziali.
La risposta dello zar fu prima di limitare i poteri della Duma, poi di scioglierla. Ma negli anni 1907 e 1912 la Duma fu rieletta a suffragio più ristretto in modo che venissero garantiti gli interessi dei grandi proprietari. L’elemento più significativo di questa rivoluzione fu la nascita dei soviet dei lavoratori, seppur ebbero vita breve, dal momento che il governo arrestò i suoi massimi esponenti, tra cui Lev Trockij.
- Le riforme di Stolypin e i rapporti sociali nelle campagne:
Il primo ministro Stolypin si rese conto che la repressione non avrebbe avuto senso se non fosse stata accompagnata da una politica riformatrice per quanto riguarda le terre. Così dal 1906-11 attuò una serie di riforme con lo scopo di favorire lo sviluppo di un ceto medio agrario in gradi di garantire una maggiore stabilità sociale. Fino ad allora le terre appartenevano ai grandi proprietari o ai mir (comunità di villaggio che retribuivano gli stessi contadini che lavoravano tali terre). Il programma di Stolypin mirava alla creazione di una libera proprietà contadina, che consentiva ai capofamiglia di poter possedere una parte di terra assegnata loro dalla comunità.
L’aspetto negativo di questa riforma andò a discapito dei contadini e a favore dei grandi proprietari terrieri, in quanto i primi, del tutto privi di qualsiasi mezzo per far fruttare la propria terra, furono costretti a cederla di nuovo ai contadini più ricchi o ai grandi proprietari terrieri, i quali, avendo ceduto in precedenza alcuni appezzamenti di terra ai contadini e vendo ricevuto un rimborso dallo stato, poterono riacquistare le stesse terre a prezzo più basso. I kulaki furono coloro che beneficiarono maggiormente della riforma; quasi 30.000 kulaki possedevano 80milioni di ettari. LA conseguenza inevitabile fu la disoccupazione; infatti i contadini, senza lavoro e senza di che vivere, si trasformarono in braccianti o cercarono lavoro in città. Ma purtroppo le poche industrie non erano in grado di poterli assumere. Così crebbero i conflitti sociali.
- LA CADUTA DELLO ZAR
2.1 Le ripercussioni della grande guerra:
In Russia, come in altri paesi, vi era una diffusa ostilità nei confronti della guerra. Erano ostili tutte le formazioni socialiste e poco convinti i soldati. Nei tre anni di guerra la Russia portò gravissime perdite; la causa di ciò va ricercata nel fatto che i comandanti militare, grandi incapaci, mandavano le truppe allo sbaraglio, senza una precisa strategia d’attacco, senza un’organizzazione logica e senza vere dei mezzi di trasporto adeguati per l’approvvigionamento e le forniture di materiale bellico. Per quanto riguarda la popolazione civile russa, anch’essi erano in una situazione disastrosa. Sembra evidente che lo stato zarista si trovò del tutto impreparato ad affrontare l’evento bellico, dal momento che avrebbe dovuto provvedere a razionalizzare la produzione in funzione del’emergenza bellica. Nel 1916 la Duma fu sciolta per non essersi allineata con la corte e più il tempo trascorreva più cresceva l’astio del popolo nei confronti dello zar e del governo.
2.2 La rivoluzione di febbraio: l’abdicazione dello zar:
Nell’8 marzo del 1917 ci fu, a Pietrogrado, una rivolta degli operai e dei soldati appoggiata dalle truppe della capitale che si rifiutarono di sparare contro i rivoltosi. Questo episodio ebbe una conseguenza del tutto inaspettata: lo zar Nicola abdicò. Altra importante conseguenza fu la divisione del potere tra governo provvisorio e del soviet di Pietrogrado:
- Il governo provvisorio era controllato dai liberali moderati, guidati dal principe L’vov e dal social rivoluzionario Kerenskij. Il suo programma mirava a presentarsi agli alleati dell’Impresa come l’unico posseditore del potere dopo la caduta dello zar. Per cui il suo scopo era quello di continuare la guerra e di proclamare un’Assemblea costituente;
- Il soviet di Pietrogrado, invece, era controllato dai socialisti delle diverse correnti (social rivoluzionari, menscevichi e bolscevichi). Il soviet rappresentava le classi lavoratrici e di gran parte dell0’esercito, composto da contadini poveri, e mirava alla pace immediata e alla distribuzione delle terre.
2.3 Il rientro di Lenin dall’esilio e le “Tesi di aprile”:
Durante la rivoluzione di febbraio, Lenin ed altri dirigenti bolscevichi erano in esilio in Svizzera, così l’egemonia del potere era nelle mani dei menscevichi. All’interno dei bolscevichi vi erano delle divergenze; infatti una minoranza “di sinistra” era intenzionata a creare subito un governo rivoluzionario provvisorio per attuare delle riforme sociali, mentre la maggioranza più moderata riuscì ad imporsi col passare delle settimane. Nella prima conferenza panrussa fu approvata la proposta di Stalin, che prevedeva di realizzare il governo provvisorio, in modo che esso provvedesse a soddisfare le esigenze degli operai e dei contadini rivoluzionari.
Il 3 aprile del 1917 Lenin fece ritorno dall’esilio. La sua posizione politica era più vicino alla minoranza di sinistra, infatti, il giorno seguente, in una riunione di partito, lesse il breve scritto delle “Tesi di aprile”, in cui era contenuto il suo pensiero. Lenin era convinto che il governo provvisorio dovesse cadere e che la guerra dovesse concludersi. Egli riteneva fosse giunto il momento di superare il dualismo di potere tra il governo provvisorio ed i soviet e così nella conferenza panrussa del partito, Lenin ottenne il favore dei delegati e fece approvare una mozione in cui la condanna del governo provvisorio coincideva con l’obbiettivo di un rapido passaggio di tutti i poteri ai soviet.
- LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE
- La crisi di luglio: disgregazione dell’esercito e delegittimazione del governo:
Il nuovo governo provvisorio guidato da Kerenskij (il quale era stato ritenuto l’uomo adatto per ricomporre il dualismo di potere) intraprese un’offensiva militare in Galizia, la quale si rivelò un disastro. L’esercitò si disfò e i contadini, convinti ormai che il governo non avrebbe più risolto la questione delle terre, attaccarono le proprietà dei signori.
Il governo era ormai privo di credibilità. Nel momento in cui ci fu un vuoto di potere (quando Lenin fu costretto a mettersi al sicuro in Finlandia) il comandante supremo dell’esercito Kornilov provò ad imporre una dittatura militare e a far fuori i soviet. Il suo tentativo fallì grazie all’aiuto dei soldati rivoluzionari di Pietrogrado.
Nel frattempo l’inflazione cresceva enormemente; la quantità di carta moneta in circolazione era raddoppiata ed i prezzi erano raddoppiati dodici volte tanto. La rivolta dell’esercito era un avvenimento che stava a significare la mancata legittimazione dei gruppi dirigenti che si erano sostituiti al potere zarista (ricordiamo la rivolta dei 20.000 marinai sul golfo di Finlandia).
Nelle elezioni di settembre per la Duma di Mosca, grazie alle parole d’ordine di Lenin, i bolscevichi ottennero la maggioranza. Le parole d’ordine che riassumevano la strategia del partito erano: il passaggio del potere ai soviet, la terra ai contadini, la liberazione delle nazionalità oppresse, la pace immediata senza annessioni e senza indennità.
- La scelta rivoluzionaria e la presa del Palazzo d’inverno:
Il giorno dopo il ritorno segreto di Lenin dalla Finlandia, il comitato centrale bolscevico si riunì e approvò la soluzione rivoluzionaria, che mirava a far fuori Kerenskij, impadronirsi del potere, riunirsi in un’Assemblea costituente. Venne eletto per la prima volta un politbjuro (ufficio politico) al quale erano assegnate le massime scelte politiche e operative. I soviet erano diventati ormai l’unico punto di riferimento politico, l’unica forza nella quale la popolazione si riconosceva.
I bolscevichi, a questo punto, nominarono un comitato militare rivoluzionario.
Il 7 novembre i rivoluzionari guidati da Trockij si impadronirono della città. Così, i rivoluzionari stabilirono il Consiglio dei commissari del popolo dopo aver sciolto il governo provvisorio e arrestato i suoi membri. Il nuovo governo rivoluzionario era condotto da Lenin, Trockij era commissario agli esteri e Stalin alle nazionalità. La parte pratica di questo nuovo governo emerse nel novembre 1917, quando furono emanati i primi decreti, che stabilivano di giungere al più presto ad una pace senza indennità e annessioni; di dare la terra ai contadini mediante i soviet di villaggio; di riconoscere l’uguaglianza di tutti i popoli della Russia e il loro diritti all’autodecisione e di tutelare gli operari e gli impiegati delle fabbriche.
- L’uscita dalla guerra: la pace di Brest-Litovsk:
Per quanto riguarda l’uscita dalla guerra della Russia la reazione delle forze alleate fu quella di schierarsi dalla parte dell’opposizione al nuovo governo, il quale si trovò davanti ad una scelta drammatica: affrontare un’estenua guerra contro l’esercito tedesco oppure concentrarsi sulla difesa dello stato sovietico, accettando le condizioni di pace dei tedeschi?
Continuare la guerra con i tedeschi avrebbe significato non solo andare contro il volere della maggioranza di operai, contadini e soldati (colo risultato che i bolscevichi sarebbero stati travolti), ma anche dover contemporaneamente sostenere una guerra contro i tedeschi e un'altra contro l'Armata bianca dei controrivoluzionari zaristi. La conseguenza sarebbe stata la sconfitta e il ritorno dello zarismo.
Quindi Lenin dovette accettare la pace di Brest-Litovsk, che avvenne il 3 marzo del 1918 con condizioni pesantissime per la Russia, la quale dovette riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina, cedere la Bielorussia ai tedeschi, rinunciare alla Polonia, ai paesi baltici e alla metà degli impianti industriali.
LA COSTRUZIONE DELL’UNIONE SOVIETICA
- IL PERIODO DEL COMUNISMO DI GUERRA
1.1 Lo scoppio della guerra civile e la vittoria bolscevica:
In questo periodo di tensioni che comprendeva l’intera Unione Sovietica, la repubblica dei soviet si trasformò in un governo dittatoriale, comandato dalla figura di Stalin. Inoltre, i bolscevichi si trovarono in una situazione molo difficoltosa sia interna che esterna; dovettero affrontare una guerra civile che durò dal 1918 al 1921 e che portò massacri da entrambe le parti, ma nonostante ciò i bolscevichi riuscirono a far prevalere il proprio programma e ad avere il controllo dello stato.
- Per quanto riguarda la situazione interna, essa era caratterizzata da numerose sommosse. I ceti avversi alla rivoluzione, oltre ai proprietari rivoluzionari, erano i kulaki, i quali non volevano né la nazionalizzazione delle terre, né alimentare le città con derrate imposte dal governo.
- Per quanto riguarda, invece, la situazione esterna, gli alleati che intendevano vendicarsi dell’uscita dalla guerra della Russia andarono in soccorso dell’Armata bianca, contrapposta all’armata rossa dell’esercito rivoluzionario.
Le armate bianche tentarono un’azione di accerchiamento su Mosca e Pietrogrado tra il 1918-19.
I contadini si trovarono costretti ad aderire al programma delle forze controrivoluzionarie per evitare di perdere i vantaggi sulle terre. Evento importantissimo di questo periodo fu la fucilazione dello zar e di tutta la sua famiglia, avvenuta il 17 luglio 1918. L’Armata rossa, guidata da Trockij, sconfisse pian piano le forza controrivoluzionarie; l’ultimo scontro fu quello con la Polonia (voleva approfittare della crisi russa per conquistare l’Ucraina) messo a tacere dal trattato di Riga (1921).
- Il “cordone sanitario” e la nascita del Komintern:
Per limitare il “contagio bolscevico”, o più semplicemente la diffusione del socialismo in Europa, le potenze europee costituirono un “cordone sanitario”. Infatti in molte parte d’Europa, e non solo, il movimento operaio si ispirò alle vicende russe, cosicché tutti volevano fare come in Russia.
Gli stessi bolscevichi si presentavano come propaganda di un movimento rivoluzionario che mirava alla sconfitta del capitalismo europeo e alla costruzione di una società socialista mondiale.
Ma come dimostrò il fallimento della rivoluzione in Occidente (1919-20), la rivoluzione socialista non aveva possibilità concrete per diffondersi in tutta l’Europa. Nonostante ciò, nel 1919 il Partito bolscevico (cambiò nome in Partito comunista per differenziarsi dai socialdemocratici) convocò la Terza internazionale (Komintern).
Fu in questi anni che vi erano i primi segnali evidenti di una società che andava verso il totalitarismo; il primo di questi è sicuramente l’accentramento del potere nelle mani dei leader del Partito bolscevico, oppure il soffocamento di ogni autonomia delle forze sociali per rimettere ordine all’interno della società.
- I primi passi del governo: accentramento del potere e questione agraria:
Il secondo segnale riguarda la questione agraria. Per sostenere l’approvvigionamento delle città costrette alla fame durante la guerra civile, il governo attuò dei provvedimenti economici (designati con l’espressione “comunismo di guerra”) che risultarono pesantissimi per i contadini poveri, i quali sarebbero dovuti essere tutelati. Tra questi ricordiamo la requisizione delle i prodotti agricoli, che non lasciò alle famiglie rurali neanche il giusto per sopravvivere.
Le conseguenze di questo provvedimento furono: a) il mercato nero; b) una netta contrapposizione tra città e campagna; c) una divaricazione tra operai e contadini.
Operai e bolscevichi andavano a staccarsi sempre più dai bolscevichi. Questa situazione portò un feroce malcontento tra i sostenitori della rivoluzione, causando ribellioni e tensioni.
1.4 Fine del “comunismo di guerra” e nascita dell’Urss:
Dal 1921 si poté respirare un po’ di aria tranquilla, traducibile con l’abbandono dell’economia di guerra. Il governo bolscevico attuò una nuova politica economica (Nep), nella qual si volevano far convivere i principi del socialismo con la crescita di libere forze economiche nelle campagne e nel commercio. Nel 1922 l’assetto istituzionale dello stato prese il nome di Urss (Unione delle repubbliche socialiste sovietiche).
- La terza internazionale e la nascita dei partiti comunisti:
Vi furono due tendenze all’interno delle formazioni che aderirono alla Terza internazionale:
- Una con sede ad Amsterdam, fedele al sindacalismo rivoluzionario e ad una concezione di democrazia popolare detta comunismo dei consigli;
- L’altra, con sede a Berlino, fedele alle posizioni di Lenin e Trockij.
Lenin, con un opuscolo (l’estremismo, malattia infantile del comunismo), divulgò la sua idea di voler superare l’estremismo sindacalista e di abbandonare il sindacalismo rivoluzionario.
Per aderire all’Internazionale vennero stabilite, al secondo congresso di Mosca, le 21 condizioni, che consistevano nella conformazione da parte dei partiti al modello bolscevico, puntando alla dittatura del proletariato. Essi dovevano accettare il “centralismo democratico”, ovvero dovevano garantire la solidarietà con l’Unione Sovietica e mirare alla rivoluzione, differenziandosi nettamente dai socialdemocratici (il che comportava mandar via dal partito tutte le correnti riformiste). Vi furono così rotture e scissioni nel movimento operaio europeo, che comportarono la nascita di Partiti comunisti:
- In Francia la maggioranza del Partito accettò le condizioni e si trasformò in Partito comunista al congresso di Tours (1920);
- In Italia il partito comunista nacque dalla separazione di una parte del partito socialista al congresso di Livorno (1921);
- In Germania il partito comunista si formò dall’unione della lega si Spartaco con i socialisti indipendenti.
- Accumulazione o pianificazione: i contrasti sulla Nep:
Superata la fase del comunismo di guerra (centralizzazione dell’economia), si introdusse un’economia di mercato. Ad esempio, i contadini potevano vendere liberamente i loro prodotti dopo aver pagato un’imposta in natura; venne ripristinata parzialmente la proprietà privata e la moneta riprese a circolare normalmente. La borghesia industriale e commerciale poté riprendere il suo ruolo. Insomma, la Nep permise il risanamento finanziario e la fine dell’inflazione.
Il massimo teorico di questa organizzazione fu Nikolaj Bucharin, il quale era a favore dell’iniziativa privata. La sua era una politica che mirava al processo di accumulazione di risorse nelle campagne, tale da suscitare la domanda di prodotti industriali, in modo che un settore fosse legato all’altro e viceversa. La sua strategia era sintetizzata nello slogan “contadini arricchitevi”. Contro questa vi fu l’opposizione di sinistra, comandata da Trockij, il quale sosteneva che un processo di industrializzazione si potesse ottenere tramite la pianificazione economica centralizzata. Era inoltre contrario all’autonomia economica dei kulaki.
1.7 L’ascesa di Stalin e la ridefinizione degli equilibri nel partito:
La malattia e la morte di Lenin (1924) portarono il ridimensionamento dei ruoli all’interno del Partito. Stalin si trovò ai vertici del Partito proprio in questo momento. Questa ridefinizione assunse diverse forme: quella del dibattito politico, quella dell’eliminazione degli avversari e quella della lotta personale. I due contendenti principali furono Trockij e Stalin:
- Trockij godeva di una gran fama dal momento che aveva guidato l’Armata Rossa, ma nonostante ciò si trovò in minoranza. Nel 1925 diede le dimissioni, mantenendo solo le cariche di partito. La sua sconfitta coincise con la temporanea sconfitta del programma di pianificazione economica alternativo alla Nep. Egli sosteneva che la rivoluzione sovietica fosse sopravvissuta per merito della rivoluzione mondiale guidata dai partiti comunisti.
- Stalin, pur essendo meno popolare tra le masse, ricopriva la carica di segretario del comitato centrale del partito dal 1922. Per sconfiggere Trockij si alleò con Bucharin così il potere si concentrò nelle sue mani e in quelle di Zinov’ev e Kamenev. Stalin non credeva nella rivoluzione mondiale e sosteneva che il socialismo si potesse costruire in un solo paese.
1.8 Stalin padrone incontestato dello stato sovietico:
La lotta tra Stalin e Trockij stava arrivando agli sgoccioli.
Nel 1926 Zinov’ev e Kamenev passarono dalla parte di Trockij, cosicché Stalin poté accusarli tutti quanti di avventurismo, causando così la loro espulsione dal partito. Nel 1927 Trockij fu confinato ad Alma Ata e due anni dopo fu esiliato. Costretto alla fuga per via della condanna a morte, si stabilì a Città del Messico, dove verrà assassinato dai sicari di Stalin nel 1940.
Stalin rimase l’unico padrone incontrastato del partito e dell’intero paese.
1.9 Il primo piano quinquennale:
Dopo essersi liberato fisicamente di tutti i suoi oppositori, Stalin si concentrò sul problema dell’industrializzazione, dal momento che la Nep era entrata in crisi.
Stalin diede inizio al primo piano quinquennale (1928-32) volto a creare l’industrializzazione forzata del paese. Per far ciò occorreva estrarre dalle campagne tutte le risorse disponibili, creazione aziende collettive che controllassero la produzione agricola e che la mandassero agli edifici statali.
I kulaki vennero sterminati in quanto classe e vennero espropriati con la forza dei loro beni. Dato incredibile: con lo sterminio dei kulaki, 2600000 aziende private vennero raggruppate in 230000 aziende collettive; nelle prime (kolchoz) la terra e i prodotti erano di proprietà comune, nelle seconde (sovchoz) la terra era di proprietà statale.
Con questi provvedimenti la produzione triplicò (venivano fissati per ogni settore e azienda le quantità da produrre ogni anno), ma fin dall’inizio furono evidenti limiti e contraddizioni che avrebbero influenzato negativamente il sistema sovietico fino alla sua caduta. Fra questi troviamo: troppa importanza alla quantità anziché alla qualità, l’eccessiva rigidità del sistema, il disinteresse totale per i bisogni dei consumatori, compresi quelli che alleviassero i disagi quotidiani del consumatore.
Il 1928 fu sì un anno di svolta rispetto al passato, ma creò una serie di conseguenze devastanti, quali: le inefficienze, i clientelismi e gli sprechi, tipiche caratteristiche del regime staliniano.
anki.altervista.org/appunti/riassunti/rivoluzione_russa_carla.doc
Rivoluzione russa
Rivoluzione russa
La rivoluzione russa
Da febbraio a ottobre
Fra tutti gli sconvolgimenti politici e sociali provocati dalla prima guerra mondiale, la rivoluzione russa fu non soltanto il più violento e traumatico, ma anche il più imprevisto, almeno nei suoi sviluppi. In realtà, già prima dello scoppio del conflitto, erano in molti a pensare che il regime assolutistico degli zar non potesse resistere a lungo e fosse destinato a essere sostituito da forme di governo più adeguate ai tempi. Pochissimo, però, immaginavano che la caduta della monarchia avrebbe dato luogo al più grande evento rivoluzionario mai verificatosi nel mondo dopo la rivoluzione francese. Quando nel marzo 1917, il regime zarista fu abbattuto dalla rivolta degli operai e dei soldati di Pietrogrado, la successione fu assunta da un governo provvisorio di orientamento liberale. Obiettivo dichiarato del governo era quello di continuare la guerra a fianco dell’Intesa e di promuovere nel contempo l’occidentalizzazione del paese sul piano delle strutture politiche e dello sviluppo economico. Condividevano questa prospettiva non solo i gruppi liberal-moderati che facevano capo al partito dei cadetti, ma anche i menscevichi che si ispiravano ai modelli della socialdemocrazia europea, e i socialisti rivoluzionari, che avevano solide radici nella società rurale russa e interpretavano le aspirazioni delle masse contadine a una radicale riforma agraria. Rappresentanti di tutti e tre i partiti entrarono, nel maggio ’17, nel governo provvisorio. Gli unici a rifiutare ogni partecipazione al potere furono i bolscevichi, ma anch’essi, colti di sorpresa dallo scoppio della rivoluzione, assunsero sulle prime una posizione di attesa. Il consenso o la neutralità, di tutte le forze politiche antizariste non furono tuttavia sufficienti per fondare su solide basi il potere del governo provvisorio e per evitare che alla caduta del vecchio regime seguisse lo sgretolamento dell’autorità centrale. Come già era accaduto nella rivoluzione del 1905, al potere legale del governo si era subito affiancato e sovrapposto il potere di fatto dei soviet: soprattutto di quello della capitale, che agiva come una specie di parlamento proletario, emanando ordini spesso in contrasto con le disposizioni governative. Quello che la rivoluzione aveva ormai messo in moto era un movimento di massa che respingeva l’idea di un’autorità centrale, era favorevole a un diffuso potere dal basso, e, soprattutto, voleva porre fine alla guerra. Questa era la situazione nell’aprile del ’17, quando Lenin, leader dei bolscevichi, rientrò in Russia dalla Svizzera dopo un avventuroso viaggio attraverso l’Europa in guerra. Non appena giunto a Pietrogrado, Lenin diffuse un documento in 10 punti, le cosiddette tesi di aprile, in cui poneva in termini immediati il problema della presa del potere, rovesciando la teoria marxista ortodossa, secondo cui la rivoluzione proletaria sarebbe scoppiata prima nei paesi più sviluppati. Per l’immediato l’obiettivo era quello di conquistare la maggioranza dei soviet (riconosciuti come unica legittima fonte del potere) e di lanciare le parole d’ordine della pace, della terra ai contadini poveri, del controllo della produzione da parte dei consigli operai. Questo programma, che rispecchiava uno stato d’animo diffuso fra le masse operaie e contadine, portò molti consensi al Partito bolscevico, ma lo allontanò ulteriormente dagli altri gruppi socialisti e dal governo provvisorio. Il primo episodio di esplicita ribellione al governo si ebbe a Pietrogrado a metà luglio, quando soldati e operai scesero in piazza per impedire la partenza per il fronte di alcuni reparti. Ma l’insurrezione fallì per l’intervento di truppe fedeli al governo. Alcuni leader bolscevichi furono arrestati, o come lo stesso Lenin costretti a fuggire. Per i moderati fu questo l’ultimo successo. A settembre, infatti, un tentativo di colpo di Stato militare fu represso dal governo presieduto dal socialrivoluzionario Kerenskij, che fece appello alle forze socialiste, ma a uscire rafforzati dalla vicenda furono soprattutto i bolscevichi, principali protagonisti della mobilitazione popolare che conquistarono la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e di Mosca.
La rivoluzione d’ottobre
La decisione di rovesciare con la forza il governo Kerenskij fu presa dai bolscevichi in ottobre. Organizzatore e ente militare dell’insurrezione fu Lev Davidovic Bronstein, noto con lo pseudonimo Trotzkij, proveniente dalla sinistra menscevica, eletto in settembre presidente del soviet di Pietrogrado. La mattina del 7 novembre soldati rivoluzionari e guardie rosse (milizie operaie), circondarono il Palazzo d’Inverno, già residenza dello zar e ora sede del governo provvisorio, e se ne impadronirono la stessa sera, incontrando scarsa resistenza. L’attacco al palazzo d’inverno, destinata ad assurgere a episodio-simbolo della rivoluzione, come era stata la presa della Pastiglia del 1789- fu praticamente incruento: pochissime furono le vittime nei confusi che ebbero luogo nei corridoi e nei saloni dell’antica reggia. Nel momento stesso in cui cadeva l’ultima resistenza del governo provvisorio, si riuniva a Pietroburgo il Congresso panrusso dei soviet, cioè l’assemblea dei delegati dei soviet di tutte le provincie dell’ex Impero russo. Come suo primo atto il congresso approvò due decreti proposti personalmente da Lenin. Il primo faceva appello a tutti i popoli dei paesi belligeranti <<per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità>>. Il secondo stabiliva in forma lapidaria che la grande proprietà terriera era <<abolita immediatamente e senza alcun indennizzo>>. Il nuovo potere tendeva così a garantirsi l’appoggio, o almeno la neutralità, delle masse contadine, accontentate nelle loro aspirazioni più elementari e immediate. Veniva frattanto costituito un nuovo governo rivoluzionario, composto esclusivamente da bolscevichi e di cui Lenin era presidente, che fu chiamato Consiglio dei commissari del popolo. La fulminea presa del potere da parte dei bolscevichi lasciò disorientate tutte le altre forze politiche. I menscevichi, i cadetti, e la maggioranza dei socialrivoluzionari protestarono vivacemente contro l’atto di forza, ma non organizzarono manifestazioni di aperto sabotaggio contro il governo rivoluzionario e preferirono puntare le loro carte sulla convocazione dell’Assemblea costituente, le cui elezioni erano state fissate per la fine di novembre. I risultati delle urne costituirono una gravissima delusione per i bolscevichi. Con circa nove milioni di voti, ottenuti per lo più nei grandi centri, essi ebbero infatti meno di un quarto dei seggi (175 su 707). Quasi scomparsi dalla scena i menscevichi e i cadetti, i veri trionfatori delle elezioni furono i socilarivoluzionari che si assicurarono la maggioranza assoluta con oltre 400 seggi, grazie al massiccio sostegno dell’elettorato rurale. Ma i bolscevichi non avevano nessuna intenzione di rinunciare al potere appena conquistato. Riunitasi per la prima volta in gennaio, la Costituente fu immediatamente sciolta grazie all’intervento dei militari bolscevichi, che ubbidivano a un ordine del Congresso dei soviet. Questo nuovo atto di forza era coerente con le idee espresse più volte da Lenin, che non credeva alle regole della <democrazia borghese> e riconosceva al solo proletariato il diritto di guidare il processo rivoluzionario, attraverso le sue repressioni dirette (soviet) e la sua avanguardia organizzata (il partito). Certo è che, con lo scioglimento della Costituente, il potere bolscevico rompeva definitivamente con le altre componenti del movimento socialista e con tutta la tradizione democratica occidentale, ponendo le premesse per l’instaurazione di una dittatura di partito.
Dittatura e guerra civile
Se era stato relativamente facile per i bolscevichi impadronirsi del potere centrale, molto più difficile (per un partito che contava nel novembre ’17 circa 70000 iscritti su una popolazione di oltre 150 milioni di abitanti) si presentava il compito di gestire questo potere, di amministrare un paese immenso, di governare una società tanto complessa quanto arretrata, di affrontare i tremendi problemi ereditati dal vecchio regime, primo fra tutti quello della guerra. Convinti di poter conquistare in tempi brevi l’appoggio compatto delle masse popolari, i leader bolscevichi speravano di poter procedere rapidamente alla costruzione di un nuovo Stato proletario ispirato all’esperienza della Comune di Parigi, secondo il modello delineato da Lenin in una delle sue opere più famose, Stato e rivoluzione. In questo saggio, scritto alla vigilia della rivoluzione d’ottobre, Lenin prevedeva che, una volta abbattuto il dominio borghese, lo Stato stesso si sarebbe avviato verso una rapida estinzione e le masse si sarebbero autogovernate secondo i principi di democrazia diretta sperimentati nei soviet. Per quanto riguardava la guerra, l’ipotesi su cui puntavano i bolscevichi era quella di una sollevazione generale dei popoli europei, da cui sarebbe scaturita una pace equa, <senza annessioni e senza indennità>. Ma questa ipotesi non si realizzò. E i capi rivoluzionari si trovarono a trattare in condizioni di grave inferiorità con una potenza che già occupava vaste zone dell’ex impero russo. La pace separata con la Germania, che fu conclusa il 3 marzo 1918 con la firma del durissimo trattato di Brest-Litovsk, era dunque per i bolscevichi una scelta realistica. Per imporla Lenin dovette tuttavia superare le perplessità di alcuni fra i suoi stessi compagni di partito e la violenta opposizione dei socialrivoluzionari. Le potenze dell’Intesa, da parte loro, considerarono la pace come un tradimento, per cui non solo appoggiarono le forze antibolsceviche, che si erano andate organizzando nel paese, ma inviarono contingenti militari al fine di alimentare la guerra civile. La prima minaccia venne dall’Est, dove l’ammiraglio zarista Kolciak assunse il controllo di vasti territori della Siberia: fu in questa circostanza che lo zar e tutta la sua famiglia furono giustiziati, nell’estate ’18, nel timore che fossero liberati dai controrivoluzionari. Altri focolai di ribellione si andavano frattanto sviluppando nel nord della Russia, dove più forte era la presenza di truppe dell’Intesa, e soprattutto nella regione del Don dove, oltre alle truppe dei monarchico-conservatori, i cosiddetti bianchi, era attivo un movimento di guerriglia guidato dai socialrivoluzionari. Per far fronte a tutte queste minacce, il regime rivoluzionario fu indotto ad accentuare i suoi tratti autoritari, lasciando da parte le utopie antimilitariste e i progetti di autogoverno popolare. Si era cominciato, già nel dicembre ’17 con la creazione di una polizia politica, la Ceka. Nello stesso periodo era stato istituito un Tribunale rivoluzionario centrale, col compito di processare chiunque disubbidisse al <governo operaio e contadino>. Nel giugno 1918 tutti i partiti d’opposizione vennero messi fuori legge e fu reintrodotta la pena di morte che era stata abolita subito dopo la rivoluzione d’ottobre. Si procedeva frattanto alla riorganizzazione dell’esercito, ricostituito ufficialmente nel febbraio ’18 col nuovo nome di Armata rossa degli operai e dei contadini. Artefice principale dell’operazione fu Trotzkij che , servendosi anche di ufficiali del vecchio esercito zarista, fece di quella che avrebbe dovuto essere una milizia popolare una potente macchina da guerra, fondata su una ferrea disciplina. La creazione di un esercito efficiente consentì alla Russia bolscevica di sopravvivere allo scontro con i suoi numerosi nemici. Nella primavera del’20, a parte qualche residua sacca di resistenza, le armate bianche erano sconfitte e la fase più acuta della guerra civile poteva considerarsi esaurita. Ma proprio nel momento in cui trionfava sui suoi nemici interni, il regime bolscevico dovette subire un inatteso attacco esterno. A sferrarlo, nell’aprile del 1920, fu la nuova Repubblica di Polonia, soddisfatta dei confini definiti da Versasilles. La reazione dei bolscevichi fu rapida ed efficace tanto che l’Armata rossa giunse fino alle porte di Versailles. Ma, a fine agosto, una controffensiva polacca costrinse i russi a una precipitosa ritirata. Si giunse infine (dicembre 1920) alla conclusione di un armistizio e quindi alla pace, nel marzo 1921. La Polonia vide in parte accontentate le sue aspirazioni territoriali, incorporando ampie zone della Biellorussia e dell’Ucraina. La guerra contro l’aggressione straniera comunque accresciuto in Russia il senso di coesione nazionale, riavvicinando molti oppositori al regime sovietico, ormai identificato con una nuova <patria socialista>.
La Terza Internazionale
l’inattesa vittoria dei bolscevichi russi nella guerra civile rese possibile l’attuazione di un progetto che Lenin aveva concepito fin dall’inizio della guerra mondiale: sostituire alla vecchia internazionale socialista una nuova Internazionale <comunista>, che coordinasse gli sforzi dei partiti rivoluzionari di tutto il modo e rappresentasse, anche nel nome, una rottura definitiva con la socialdemocrazia europea, colpevole di aver tradito gli ideali internazionalisti. Già nel 1918, del resto, i bolscevichi avevano abbandonato l’antica denominazione di Partito socialdemocratico, a lungo contesa con i menscevichi, per quella di Partito comunista (bolscevico) di Russia. La riunione costitutiva dell’Internazionale comunista, o Terza Internazionale, come venne subito chiamata, ebbe luogo a mosca ai primi di marzo del 1919. La struttura e i compiti dell’Internazionale comunista furono fissati soltanto nel II congresso, che si tenne, sempre a Mosca, nel luglio del 1920. Il problema centrale fu rappresentato dalle condizioni cui i singoli partiti avrebbero dovuto sottostare per essere ammessi a far parte dell’Internazionale. Fu lo stesso Lenin a fissare le condizioni in un documento in ventun punti. Vi si affermava fra l’altro che i partiti aderenti al Comintern avrebbero dovuto ispirarsi al modello bolscevico, cambiando il proprio nome in quello di Partito comunista, difendere on tutte le sedi possibili la causa della Russia sovietica, rompere con le correnti riformiste espellendo i principali esponenti. Condizioni così pesanti e ultimative suscitarono in seno al movimento operaio europeo accesi dibattiti e gravi lacerazioni con conseguenti scissioni. Fra la fine del ’20 e l’inizio del ’21 fu comunque raggiunto quello che era stato lo scopo principale del secondo congresso: creare in tutto il mondo una rete di partiti ricalcati al modello bolscevico e fedeli alle direttive del partito-guida.
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