Riassunto Friederich Nietzesche

 

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  • VITA E SCRITTI:

VITA: Il filosofo Friederich Nietzesche nacque a Rocken, vicino a Lipsia, il 15 ottobre 1844; suo padre , Karl Ludwing  era un pastore protestante e la madre Franziska Oehler, era anche essa la figlia di un pastore.  Un anno dopo la morte del padre (che era affetto da disturbi psichici) , la famiglia si trasferì a Naumburg, dove il filosofo  allora 12 enne riceve una buona educazione :incomincia a comporre poesie e musica ; entra con una borsa di studio nella nota scuola di Pforta , in cui ricevette un educazione molto rigida e si appassiona anche alla teologia; entrato nella scuola di Bonn abbandona la teologia per dedicarsi alla filologia classica; rimane profondamente colpito dal l’opera di Shopenauer intitolata “il mondo come volontà e rappresentazione”. Nel marzo del 1869 abbandona il servizio militare per una caduta da cavallo e ottiene la cattedra di lingua e letteratura greca presso l’università di Basilea. Stringe un rapporto d’amicizia con il teologo Franz Overbeck e con  il musicista Wagner. Il 1872 si rivela un anno molto importante per lui, poiché pubblicò la sua prima opera “la nascita della tragedia”, che riscosse una grande opposizione da parte dei filologi, mentre venne difeso dal suo amico musicista e da Rohde. Negli anni successivi compone altre opere come il libro del filosofo, la filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Su verità e menzogna in senso extramorale, che però rimasero inedite. Mentre nel 1873 vengono pubblicate le sue quattro considerazioni inattuali.

IL DISTACCO DA WAGNER: Nel 1876 incomincia a distaccarsi da Wagner, in quanto  lo considera il massimo rappresentante del romanticismo e vede nell’ultima fase della sua opera l’espressione della rassegnazione e di rinuncia e così stringe nuove amicizie soprattutto con Rèe e Koselitz . L’opera che segna questo distacco da Wagner fu “Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi”.

LA MALATTIA E L’ABBANDONO DELL’INSEGNAMENTO:  La salute del filosofo incomincia ad indebolirsi, a causa delle forti emicranie, attacchi di vomito, e disturbi alla vista. A causa della sua salute decise di abbandonare l’insegnamento, rinunciando alla cattedra. Da quel momento in poi la sua vita cambiò radicalmente, in quanto nervoso e inquietò compì numerosi viaggi da un paese all’altro (Italia, Svizzera, Francia), alla ricerca di novità, stimoli, di climi favorevoli e di miglioramenti che non arrivarono mai.

GLI SCRITTI DEL PERIODO INTERMEDIO: Durante questo periodo di solitudine e vagabondaggio scrisse numerose opere tra le quali: la seconda parte di “Umano, troppo umano”, costituito da “Opinioni e sentenze diverse” e “il viandante e la sua ombra”; “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali” e “la gaia scienza”.

L’INCONTRO CON LOU SALOMè E LA ROTTURA DEFINITIVA: Nel 1882, il filosofo conosce Lou Salomè una ragazza russa, dotata di un grande fascino e intelligenza; in essa Nietzesche pensò di aver trovato una discepola e una compagna, ma essa si rifiutò di sposarlo, in quanto fosse innamorata di  Reè. Dopo questa grande delusione il filosofo si sente perso e abbandonato, e rinuncia all’amicizia con Salomè e Rèe mantenendo semplicemente un rapporto formale e lavorativo (anche se successivamente ruppe il rapporto definitivamente, rinunciando anche alla collaborazione lavorativa).

COSI PARLO’ ZARATHUSTRA E LE OPERE DELL’ULTIMO PERIODO:

Nel 1883 pubblicò una delle sue opere più famose e  importanti, “Cosi parlò Zarathustra”, che era divisa in quattro parti. Non avendo trovato un editore che pubblicasse la quarta opera, dovette farlo a sue spese. Successivamente pubblicò “Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire”; Genealogia della morale. Uno scritto polemico; Il caso Wagner; Crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello; l’Anticristo ; Maledizione del cristianesimo, Ecce homo; Come si diventa ciò che si è, Nietzesche contra Wagner.

IL SOGGIORNO A TORINO: successivamente il filosofo si trasferì a Torino, dove disse di sentirsi a casa, anche se in quelli stessi anni incominciava a mostrare segni di instabilità mentale, dimostrati dalle lettere (spesso senza senso) che scriveva ai suoi amici, a uomini di stato e a Cosima Wagner. Il filosofo viene poi portato in clinica dal suo amico Overbeck dopo aver mostrato segni di pazzia e nervosismo.

LA MORTE: dopo la morte della madre, avvenuta nel 1897, la sorella si assume la responsabilità di prendere il fratello sotto la sua custodia; tra l’altro la stessa dopo il suicidio del marito aveva fondato a Weimar un archivio, allo scopo di gestire l’eredità letteraria del fratello.  Dopo attacchi di pazzia, follia e nervosismo, l’ormai conosciuto filosofo morì a Weimar il 25 agosto del 1900.

 

  • FILOSOFIA E MALATTIA:
  • La malattia e la pazzia di Nietzesche è una scusa che molti critici hanno impiegato per mettere in discussione e addirittura demolire il pensiero di Nietzesche.
  • Mentre altri critici, sostenevano che la sua filosofia fosse il risultato della sua malattia o viceversa, che la sua malattia fosse il risultato della sua filosofia.

In ogni caso,la sua malattia veniva considerata sempre come un qualche cosa di negativo, perché molti legati ai pregiudizi sostenevano che la filosofia creata da una mente malata, fosse necessariamente malata; al contrario se la filosofia era prodotta da una mente sana, sarebbe stata sana e non malata.

  • Ma in tempi più moderni la malattia è stata considerata un qualche cosa non di negativo, in quanto comunque ha favorito la creatività di Nietzesche. In quanto, la sua solitudine e la sua delusione lo portarono a riflettere in maniera critica e profonda sui problemi del mondo. Infatti, come scrisse lo stesso filosofo  colui che soffre tende ad esaminare con maggiore attenzione e profondità il mondo nei suoi piccoli dettagli.

 

  • NAZIFICAZIONE E DENAZIFICAZIONE:

INTERPRETAZIONI NAZIFASCISTE: Molti in passato hanno sostenuto che Nietzesche fosse un filosofo nazifascista, o addirittura come l’ispiratore stesso del nazismo, in quanto come ha argomentato di recente lo stesso Ernst Nolte, il nazismo senza alcuni pensieri e teorie del filosofo non sarebbe diventato ciò che è stato.  Anche la sorella del filosofo probabilmente contribuì a diffondere l’immagine del filosofo come un esaltato , tant’è che molti ritengono che Elizabeth ebbe una sua responsabilità nel processo di nazificazione del fratello. Un esempio è quello che racconta la visita di Hitler all’archivio Nietzesche, durante la quale Hitler ricevette da Elizabeth il bastone di Nietzesche . Tuttavia è sbagliato attribuire ad Elizabeth tutta la responsabilità e risulta anche non giusta la colpa che viene attribuita al filosofo di essere stato il padre del nazismo, anche se nei testi di Nietzesche compaiono degli atteggiamenti antidemocratici e razzisti.

DENAZIFICAZIONE:le interpretazioni nazifasciste sono state contestate nel dopoguerra tramite un processo di denazificazione. Infatti, molti tendono a vedere il filosofo più che un nazista, come un progressista; da ciò sono derivate delle esagerazioni, come quella che considererebbe il filosofo non come un seguace di Hitler, ma come un seguace o compagno di strada di Marx (insomma si passa da un eccesso ad un altro).

La situazione in questi ultimi anni è cambiata, in quanto la figura di Nietzesche non è associata ne a quella di un seguace nazista, ne a quella di un progressista, in quanto se da una parte mette  in evidenza sia gli elementi di novità sia gli elementi di rottura della sua filosofia, dall’altra parte riconosce gli elementi reazionari del pensiero di Nietzesche.

 

5. CARATTERISTICHE DEL PENSIERO E DELLA SCRITTURA DI NIETZESCHE:

PENSIERO:La filosofia di Nietzesche mise in discussione sia la civiltà con le sue tradizioni, sia la filosofia occidentale, annientando e distruggendo tutte le certezze, i pregiudizi e le tradizioni del passato. Lui stesso infatti, non si riteneva un uomo ma bensì una dinamite che avrebbe provocato una crisi o addirittura una distruzione mondiale della conoscenza. Nonostante ciò, la principale caratteristica del pensiero di nietzesche è che il suo scopo non è soltanto quello di demolire le teorie e concezioni tradizionali, ma il suo intento è anche quello di individuare un nuovo tipo di umanità, conosciuto come il “superuomo” p anche “oltreuomo”.

SCRITTURA: Il fatto di mettere in discussione e di contraddire tutto ciò che in passato era stato ritenuto indiscutibilmente vero e certo, porta il filosofo a ricercare nuove modalità espressive.  Il filosofo infatti, viene anche ricordato per via del suo stile in continua evoluzione; era un poligrafo, che utilizzava una grande varietà di stili e forme espressive differenti, che variavano da un periodo ad un altro. Ad esempio:

  1. Negli scritti giovanili è ancora legato alla tipologia del saggio e del trattato;
  2. In seguito alla pubblicazione di “umano, troppo umano”, rifiutando le costruzioni sistematiche del passato sceglie di utilizzare la forma breve dell’aforisma, che richiede una grande interpretazione, nonostante sia finalizzata a trasmettere un messaggio immediato. Però come dice lo stesso filosofo, non è sufficiente leggere un aforisma per capirlo, ma bisogna anche interpretarlo dopo un’attenta lettura.
  3. Così parlò Zarathustra” è l’opera che segna il suo passaggio alla poesia in prosa e all’annuncio profetico,che è caratterizzato da simboli, allegorie e parabole.
  4. Nelle sue ultime opere rimandano specialmente al genere autobiografico e al trattato polemico.

Un’altra caratteristica delle opere di Nietzesche e che sono asistematiche. Infatti, il filosofo era contro la sistematicità e l’organicità, poiché secondo lui costituivano un imposizione, una forma chiusa, senza libertà. Inoltre il suo discorso non può seguire un organizzazione (un sistema chiuso)poiché è ricco di significati e di direzioni.

 

6. FASI O PERIODI DEL FILOSOFARE NIETZSCHEANO:

L’opera del filosofo solitamente è divisa in fasi, che costituiscono semplicemente delle tappe di un pensiero che si evolve continuamente. Solitamente gli studiosi distinguono quattro diverse fasi:

  1. scritti giovanili del periodo in cui è influenzato dal musicista Wagner e da Schopenauer. Questi scritti comprendono La nascita della tragedia, le Considerazioni inattuali, la filosofia nell’epoca tragica dei Greci, su verità e menzogna in senso extramorale.
  2. scritti intermedi del periodo “illuministico” o “genealogico”come Umano, troppo umano e Aurora.
  3. scritti di Zarathustra che comprendono appunto Cosi parlò Zarathustra.
  4. scritti degli ultimi anni di cui fanno parte ad esempio Al di là del bene e del male, il caso Wagner, Crepuscolo degli Idoli, Ecce homo e l’Anticristo.

 

7. IL PERIODO GIOVANILE:

7.1 TRAGEDIA E FILOSOFIA:

  • Nascita e decadenza della tragedia:

L’opera di Nietzesche intitolata “La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Ovvero grecità e pessimismo contiene più discipline, come la filosofia, la filologia e l’estetica. Il tema centrale dell’opera è la distinzione tra apollineo e dionisiaco. Questa coppia è costituita da due opposti, che secondo Nietzesche rappresentano i due impulsi principali dello spirito e dell’arte greca.

    • L’apollineo rappresenta un atteggiamento di fuga davanti al divenire e trova la sua espressione nell’armonia delle forme della scultura e della poesia epica. E insomma l’elemento razionale.
    • Il dionisiaco rappresenta la vitalità e l’istinto e si esprime nell’esaltazione della musica. E’ quindi l’elemento irrazionale.

Il filosofo insistette sul carattere originariamente dionisiaco della sensibilità greca e sull’apollineo come tentativo di sublimare il caos nella forma. E individua tre diversi momenti in cui questi due impulsi si ritrovarono in opposizione o in armonia tra loro.

-Egli racconta che in un primo momento, nella Grecia presocratica i due impulsi convivevano  separatamente;

-mentre successivamente nel periodo di Sofocle e Eschilo, i due impulsi impararono a convivere in armonia tra loro, creando dei capolavori sublimi; infatti, la tragedia riunisce sia l’apollineo ( prendendo in considerazione la rappresentazione del mondo), sia il dionisiaco (furore orgiastico).

Nietzesche racconta anche l’origine della tragedia, raccontando che quest’ultima sarebbe nata dal coro tragico( coro dei seguaci di Dioniso) e dandole anche una nuova interpretazione collegata ai due impulsi, l’apollineo e il dionisiaco.

-Nel periodo successivo quest’armonia tra i due impulsi venne meno, in quanto incominciò a prevalere l’apollineo. Questo fenomeno e processo di decadenza trova espressione nella tragedia di Euripide, in cui si verifica “la morte” dell’istinto.

 

  • Spirito tragico e accettazione della vita. La “metafisica da artista”:

La sua celebrazione dello spirito tragico e dionisiaco coincide con una forma di celebrazione della vita, che non è ne ottimista ne pessimista ed è proprio da questo che derivano le differenze tra Nietzesche e Schopenauer.

Nietzesche non riprende tutta la filosofia di Schopenauer, cosi come non la critica interamente: egli infatti, riprende la tesi del carattere doloroso e raccapricciante dell’essere e rifiuta l’ascesi, in quanto alla noluntas contrappone un atteggiamento di entusiastica accettazione dell’essere nella globalità dei suoi aspetti.

La vita è solo dolore, tristezza, crudeltà, infelicità, lotta; non presenta ne un ordine ne uno scopo. Secondo il filosofo pertanto, davanti ad essa rimangono possibili solo due atteggiamenti:

  • un atteggiamento che deriva dalla morale cristiana e dalla spiritualità comune.
  • un atteggiamento che consiste nell’esaltazione della vita.

Quindi, il mondo è una sorta di gioco estetico e tragico, che solo l’arte riesce a comprendere veramente. Da ciò deriva la natura metafisica dell’arte e la sua funzione di organo della filosofia. Questo dà alla “nascita della tragedia” un carattere romantico, in cui il fenomeno dell’arte viene messo in primo piano, e con esso e a partire da esso viene spiegato il mondo. Questa esaltazione della tragedia sfocia nell’ideale di una rinascita della cultura tragica, incentrata sull’arte, in particolare sulla musica.

7.2 LE CONSIDERAZIONI INATTUALI: STORIA E VITA

Intorno al 1876, Nietzesche compose le quattro Considerazioni inattuali, che compie una critica della cultura contemporanea.

  • Nella prima considerazione inattuale, intitolata “David Strass, l’uomo di fede e lo scrittore”, il filosofo attacca l’opera di Strass, paragonandola al peggior Vangelo da birreria e criticando l’ottimismo da filisteo del suo autore.
  • Nella seconda considerazione inattuale intitolata “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”, il filosofo critica apertamente lo storicismo e lo storiografismo. Parlando più precisamente, egli non critica la storia ma l’assolutizzazione della storia che è compiuta nel XIX secolo da idealisti e soprattutto dai positivisti. Il filosofo ha una concezione pessimista della storia considerandola come un processo di decadenza che conduce al nichilismo (al crollo di tutti valori e alla negazione della vita), mentre i positivisti assolutizzano la storia come una totalità processuale necessaria e vedono lo sviluppo storico come un progresso inarrestabile. Poi, per il filosofo la storia può essere o utile o dannosa; è utile qndo è al "servizio della vita", cioè quando la conoscenza delle epoche passate viene usate per guidare la nostra azione presente e il nostro tentativo di costruire il futuro. E' invece dannosa, se a causa di una sua assolutizzazione, si vive con lo sguardo rivolto al passato e, in questo modo, non si vive il presente e non si costruisce il futuro. Inoltre egli individua tre tipi di storiografia, ciascuno dei quali possiede sia un lato positivo che un lato negativo. In tal senso distinguiamo:

-la storia monumentale, che è propria di coloro che si ispirano al passato, ovvero +prendono come modelli i personaggi delle epoche passate , partendo dal presupposto che se la “grandezza fu possibile una volta, può essere possibile anche un’altra volta”. In sostanza se i personaggi del passato hanno compiuto qualche cosa di grande, questa grandezza può essere imitata e raggiunta anche da personaggi moderni. L’aspetto negativo è che questo tipo di storia tende a rimuovere tutti gli avvenimento negativi, esaltando solo quelli grandi.

-la storia antiquaria è propria di quelli che venerano il passato e giustificano il presente sempre in funzione del passato. L’aspetto negativo è che questo tipo di storia rimanendo ancorata al passato ostacola ogni azione che porti delle innovazioni; in un certo senso paralizza l’agire.

-la storia critica è propria di quelli che non accettano il passato,considerandolo semplicemente un peso che ostacola la loro vita. Essi criticano il passato, esaminano i suoi aspetti negativi e cercano di rimuoverli per ricostruirsi una vita nuova. Chi sottopone a giudizio il passato è la vita stessa , anche se è sempre ingiusta perché non si lascia guidare dalla conoscenza, ma dalle passioni. Il lato negativo di questo tipo di storia è che pecca di presunzione, cercando di cancellare il passato e ogni collegamento con le generazioni passate.

  • Nella terza e nella quarta considerazione inattuale Nietzesche offre un omaggio ai filosofi che hanno accompagnato la sua giovinezza. Ad esempio, in “Schopenauer come educatore” egli elogia l’anticonformismo intellettuale e l’amore per la verità del filosofo. In Richard Wagnar a Bayreuth, il filosofo elogia il musicista come il redentore della cultura. Infatti in questi ultimi scritti, viene elogiato il Genio, che costituisce un tipo di umanità assai superiore.

 

8. IL PERIODO ILLUMINISTICO:

8.1 IL METODO GENEALOGICO E LA FILOSOFIA DEL MATTINO:

L’opera di Nietzesche intitolata “Umano, troppo umano” segna l’inizio del cosiddetto periodo illuministico del filosofo.

In tale periodo egli critica i maestri di un tempo, mettendo in discussione le teorie metafisiche propagandate da Schopenauer e le tendenze artistiche di Wagner, che verrà definito dallo stesso filosofo come una malattia che contagia tutto ciò che tocca. Ora, secondo il filosofo a prendere la guida e a costituire delle vie d’accesso all’essere non sono più la metafisica e l’arte, ma bensì la scienza, il metodo critico, che mettono a giudizio appunto la metafisica e l’arte.

  • L’arte ora viene considerata in maniera negativa, come un residuo e pertanto il genio non è più l’artista, ma il filosofo “illuminato”, che segue i canoni proposti dalla scienza. Quindi Nietzesche diventa illuminista e dedica la prima parte della sua opera a Voltaire

Nietzesche non è illuminista perché nutre una grande fiducia nella ragione come appunto gli illuministi, ma semplicemente perché mette in discussione la cultura attraverso la scienza.

  • La scienza per Nietzesche costituisce un metodo di pensiero, che è in grado di distogliere gli uomini da determinati errori. Questo metodo critico secondo il filosofo è sia storico che genealogico. E’ critico perché compie un indagine, un esame; storico o genealogico in quanto non crede nell’esistenza di realtà immutabili e statiche, ma crede che ogni realtà sia l’esito di un processo che bisogna ricostruire. Questa filosofia illuminista di Nietzesche si basa su due concetti principali;: lo spirito libero e la filosofia del mattino.

-Lo spirito libero rappresenta il viandante, il vagabondo, cioè colui che servendosi della scienza riesce a distaccarsi dai pregiudizi e dalle concezioni del passato, evitando di commettere errori (legati soprattutto alla metafisica).

-La filosofia del mattino è appunto, è una filosofia basata sulla condizione transitoria della vita e sul libero esperimento, che ha origine dal distacco del viandante dal passato.

 

8.2 LA MORTE DI DIO E LA FINE DELLE ILLUSIONI METAFISICHE:

a) Realtà e menzogna:

Nietzesche attribuisce a Dio due principali definizioni:

  • Dio è un simbolo che pone il senso stesso dell’essere aldilà dell’essere, cioè in un mondo contrapposto a questo mondo. Tale punto è collegato al fatto che secondo Nietzesche Dio e l’oltremondo abbiano costituito dal punto di vista storico una via di fuga dalla vita e una sorta di ribellione contro il mondo stesso.
  • Dio è l’espressione delle certezze ultime del mondo, e quindi di tutte le concezioni metafisiche e religiose che sono state create nel corso del tempo allo scopo di dare un senso e un ordine alla vita. Questo secondo punto è collegato alla concezione metafisica del filosofo. Infatti, secondo Nietzesche non esiste un cosmo ordinato e benefico, in quanto questa è una visione che la nostra mente produce, allo scopo di alleviare l’infelicità e la durezza della vita. Per poter sopravvivere in un mondo disordinato, infelice e crudele, gli uomini hanno dovuto imbrogliarsi da soli,cercando di convincersi e di vedere il mondo come un qualche cosa di logico. Da questa continua volontà di coprire la vera natura del mondo, secondo Nietzesche derivano le religioni.  E Dio quindi non solo rappresenta la più antica delle bugie, ma anche l’essenza di tutte quelle convinzioni che gli uomini hanno creato per potere sopravvivere e sentire meno il peso dell’esistenza.

 L’ateismo per Nietzesche quindi è la realtà stessa; l’essenza malvagia del mondo, che mette in discussione l’idea di Dio.

 

    • Il grande annuncio:

La gaia scienza è una dei suoi lavori più importanti, in cui egli affronta con grande profondità il messaggio della morte di Dio, attraverso il racconto dell’uomo folle.

Egli racconta che un uomo “folle”dopo aver acceso una lanterna durante il mattino, andò al mercato gridando che egli stava cercando Dio; al mercato però trovo numerose persone che non credevano nell’esistenza di Dio, che gli risero in faccia e si presero gioco di lui, dando risposte sciocche. A questo punto egli, indignato disse loro che erano stati loro o meglio gli uomini ad uccidere Dio, e che quindi lui e tutti loro erano degli assassini. E uccidendo Dio, hanno provocato la loro stessa infelicità. Perché citando alcuni esempi, egli afferma che da quando Dio è morto si è fatto più freddo, la stessa luce del mattino si è affievolita e gli uomini sono condannati ad un continuo peregrinare, che non ha alcun senso. E dice che gli uomini hanno commesso l’errore più grande che qualcuno potesse compiere e che questo si rifletterà anche sulle generazioni successive. Dopo aver detto ciò l’uomo tacque, davanti agli sguardi stupiti e muti degli altri uomini, e gettò la lanterna a terra, rompendola. Come ultima cosa disse che non era ancora giunto il suo tempo e che probabilmente era arrivato troppo presto, in quanto gli uomini non possono ancora capire il loro errore, e che ci vuole tempo prima che lo capiscano. Inoltre spesso viene raccontato che il folle uomo dopo essere andato al mercato, abbia visitato numerose chiese, finendo con l’essere cacciato anche da qua. A questo comportamento egli rispose che le chiese avevano perso il loro ruolo diventando semplicemente “le fosse e i sepolcri di Dio”.

Ovviamente, questa storia di Nietzesche contiene numerosi simboli e soprattutto importanti messaggi .

  • L’uomo folle: rappresenta il filosofo profeta, mentre gli uomini che ridono alle sue parole e si prendono gioco di lui rappresentano l’ateismo superficiale dei filosofi ottocenteschi, che sembrano impassibili davanti al messaggio e agli effetti della morte di Dio.
  • Le difficoltà che gli uomini incontrano dopo la morte di Dio rappresentano il senso di smarrimento provocato dalla mancanza o dalla perdita di un punto di riferimento e di certezze.
  • Il fatto che l’uomo folle dica di essere giunto troppo presto rappresenta il fatto che gli uomini non sono ancora completamente consapevoli della morte di Dio, ma sicuramente lo diventeranno con il passare del tempo.
  • Le chiese che secondo l’uomo folle restano semplicemente le fosse o i sepolcri di Dio rappresentano la crisi della religione.

 

  • Morte di Dio e avvento del superuomo:

Come sappiamo, Nietzesche non credeva in Dio, però la descrizione che egli fa nella sua opera, riguardo allo smarrimento provocato dalla morte di Dio è cosi sentita e profonda, che sembra scritta da un fedele. In realtà, per Nietzesche la morte di Dio rappresenta un forte trauma, ma solo per un uomo che non è ancora superuomo e che grazie al superamento di tale trauma può diventarlo. Quindi, la morte di Dio coincide con la nascita del superuomo, cioè con il passaggio che porta l’uomo a diventare un superuomo.

Infatti, secondo il filosofo, l’uomo può diventare maturo, quindi un superuomo solo quando ha coraggio di affrontare la realtà e di prendere coscienza della perdita delle certezze. Questo superuomo lascia dietro di sé la perdita di Dio (quindi di un punto di riferimento) e il trauma da essa provocato, ma ha davanti a sé la libertà; nel senso che senza certezze e senza un punto di riferimento il superuomo può costruirsi da solo la propria vita. Nella sua opera il filosofo afferma che  La morte di Dio infatti, sebbene causi un crollo, un duro colpo all’inizio, meraviglia l’uomo , ma allo stesso tempo lo incita ad iniziare una nuova vita, in assoluta libertà (questo almeno per quanto riguarda la concezione dei filosofi e degli “spiriti liberi”). Il superuomo però, esiste solo alla morte di Dio(o delle divinità, prendendo in considerazione tutte le religioni), perché se Dio esiste, significa che il mondo non vive più nel caos, e quindi il superuomo non ha più senso.

Molti studiosi, tra cui Vattimo considerano questa concezione di Nietzesche , non solamente come un qualcosa di puramente teorico, ma come un qualche cosa che possiede delle fondamenta storiche e filosofiche. L’ateismo secondo Nietzesche non è solo un evento, ma è soprattutto un istinto filosofico; in quanto, a lui e a molti altri filosofi, piacciono le certezze e la verità e questo li porta a non accontentarsi di risposte vaghe e inconsistenti e addirittura grossolane. Infatti, per Nietzesche Dio è una risposta grossolana e inconsistente, che non soddisfa ne lui ne i pensatori, in generale. L’ateismo di Nietzesche è molto radicale, poiché non mette in discussione solo Dio, ma ogni sua immagine e ogni cosa che possa ricondurre ad esso, in quanto è consapevole del fatto che gli uomini non sapendo vivere senza alcun punto di riferimento, una volta che vengono demolite le loro antiche divinità tendono a crearne delle altre. Infatti, ad esempio racconta di uomini, che non potendo vivere senza un appoggio, finirono con il venerare un asino (che è un simbolo tramite il quale viene “colmato”il vuoto lasciato da Dio).

 

9. IL PERIODO DI ZARATHUSTRA:

9.1 La filosofia del meriggio:

Cosi parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno  è l’opera che segna l’inizio della terza fase della filosofia nietzscheana, che inizia dal punto in cui era finita la filosofia del mattino.

In seguito alla morte dell’uomo, si creano due possibilità, ovvero il superuomo e l’ultimo uomo. Che sono due tipi di uomini completamente opposti, infatti l’ultimo uomo è proprio l’opposto del superuomo. Incominciamo con il ricordare la figura di Zarathustra:  egli fu il terzo figlio di una famiglia nobile, gli Spitama, che ebbero cinque figli. Il padre sembra esser stato sacerdote di un clan di nobili allevatori che non avevano alcun tempio e quindi svolgevano i loro riti sacrificali all'aperto. Influenzato spiritualmente dalle tradizioni nomadi della sua tribù e dalla vita cittadina di Battria, fu destinato, ancora molto giovane, a seguire le orme del padre, diventando sacerdote.

Zarathustra quindi, non è il superuomo ma semplicemente il suo profeta; il messaggero del superuomo, che fu il primo a creare l’errore della morale, e il primo ad accorgersene . L’opera costituisce un poema in prosa, che presenta un tono profetico, caratterizzato da numerose immagini e simboli, che spesso risultano molto difficili da interpretare. L’opera parla di Zarathustra che a 30 (che corrisponde all’età in cui Gesù inizia ad insegnare), decide di ritirarsi per dieci anni in una montagna, vivendo in solitudine; una volta presa coscienza di tutte le cose, incomincia il viaggio di ritorno, in modo tale da insegnare anche agli altri uomini le cose da egli apprese in solitudine. Gli uomini però non sono ancora pronti a capire le sue rivelazioni, e dopo essere giunto un’altra volta tra loro per raccontargli altre cose, ha paura di raccontare il pensiero più profondo, ovvero il cosiddetto pensiero dell’Eterno Ritorno dell’Uguale. La quarta parte dell’opera racconta il tentativo di vita degli uomini superiori, cioè di coloro per cui la morte di Dio ha significato un trauma e uno smarrimento, ovvero i nichilisti.

I temi fondamentali dell’opera sono il superuomo, la volontà di potenza, più sviluppato negli ultimi scritti, e l’eterno ritorno.

9.2 Il superuomo:

Il superuomo è il tema più conosciuto del pensiero di Nietzesche  e rappresenta un concetto filosofico che viene utilizzato dal filosofo allo scopo di “creare” un tipo di uomo che possieda le caratteristiche espresse dal suo pensiero. Come abbiamo detto, secondo il filosofo il superuomo è colui che affronta la realtà e prende coscienza della morte di Dio e quindi della caduta di tutte le certezze e anche della durezza e tragicità dell’esistenza. E’ colui che va oltre la morale e gli insegnamenti del cristianesimo; è colui che procede oltre il nichilismo e si propone come volontà di potenza. E’ un uomo che sicuramente troverà spazio in un futuro, non tanto lontano, in quanto secondo il filosofo il superuomo non è riconducibile ad alcun modello del passato. Per questo per individuare la differenza tra superuomo e uomo si può parlare di oltreuomo, che è un tipo di uomo superiore,; un uomo che va oltre l’uomo comune, insomma un uomo diverso da quello che noi conosciamo.

Nel primo discorso il filosofo descrive la genesi e il senso del superuomo. Lo spirito passa attraverso tre metamorfosi:

1) cammello: l’uomo porta i pesi della tradizione e si piega di fronte a Dio e alla morale cristiana , all’insegna del “tu devi”;

2) leone: l’uomo si libera dai pesi metafisici ed etici, all’insegna dell’io voglio;

3) fanciullo: rappresenta l’oltreuomo, ovvero un essere che affronta la realtà e a voglia di viverla, incondizionatamente e senza obblighi.

Il suo superuomo possiede dei connotati antidemocratici e reazionari. Il desiderio di liberarsi dalle autorità sia umane che divine, non è sentito dall’intera umanità, ma solo da una parte di essa. Di questa, fanno parte tutti quelli individui che Nietzesche definisce appunto superiori. Però queta teoria del superuomo non costituisce alcun progetto o spinta politica, perché il filosofo era incline a qualsiasi autorità politica del suo tempo. (socialismo, nazionalismo militarista, democrazia parlamentare ecc) .Il suo è un messaggio di tipo filosofico più che politico.

9.3 L’eterno ritorno:

Tra le cose che il superuomo deve saper sopportare c’è quello che per il filosofo rappresenta il peso più grande, ovvero, l’eterno ritorno dell’uguale. La storia deve essere interpretata come un grande circolo in cui le vicende del mondo  si ripetono continuamente e poi ritornano. E’ il peso più grande e insopportabile perché è come se ci dicessero che siamo condannati a rivivere continuamente la nostra vita sempre uguale a se stessa.

Il filosofo non crede nella visione rettilinea del tempo ma si ricollega  alla concezione ciclica propria della cultura greca e indiana Greci. La concezione del filosofo è incentrata sull’esaltazione della realtà terrena dell’uomo: ciò significa che quindi l’uomo raggiunge la felicità solo se riesce a godersi e a vivere la vita nella sua pienezza e in ogni suo attimo.

Ciò che differenzia queste due concezioni del tempo è appunto la diversa prospettiva della felicità. Nella concezione lineare del tempo, il compimento del senso della vita è rimandato al futuro, all’aldilà; mentre nella concezione ciclica ogni attimo contiene in sé il proprio valore e il proprio fine. Dunque per lui il senso della storia coincide con l’uomo, attimo dopo attimo. Alla vita è restituita la sua dignità e perfezione, interpretandola nel suo godersela, momento dopo momento.Il secondo significato che può venire dall’eterno ritorno è una polemica contro lo storicismo, l’idealismo e il positivismo, che ritenevano che il cammino della civiltà fosse un fatto inarrestabile. Al contrario egli nega che con il tempo gli uomini migliorino, affermando completamente il contrario e cioè che gli uomini continuano a commettere sempre gli stessi errori, dimostrando di non capire i loro sbagli. Però, il superuomo non può che apprezzare l'eternità, l'eterno ritorno, perché è un rinnovarsi continuo della sua volontà di potenza e del suo dominio sul mondo: un dominio che dovrà ritornare all'infinito, per l'eternità: ed è questo l' "amor fati" che proclama Zarathustra, l'amore per l'eterno ritorno delle cose; egli continua a ripetere "ti amo eternità! una volta abbandonata definitivamente la città e il mercato , Zarathustra dialoga a riguardo della dottrina dell' eterno ritorno con i suoi stessi animali , che , a differenza del volgo , lo ascoltano entusiasti , quasi come a dire che essi sono superiori perchè in fondo l' uomo é il più crudele degli animali.

La teoria dell’eterno ritorno è: 1) forse una certezza cosmologica (siccome la quantità di energia dell’universo è finita e il tempo in cui essa si esprime è infinito, le manifestazioni di essa dovranno x forza ripetersi; 2) forse un ipotesi sull’essere che funge da schema etico, che prescrive di amare la vita e di agire come se tutto dovesse ritornare; 3) forse l’enunciazione metaforica di un modo di essere dell’essere che l’uomo può incarnare solo nella misura in cui è felice. Decidere l’eterno ritorno significa forse prendere atto di una struttura cosmica già data oppure istituirlo tramite una scelta.

Nel racconto del pastore e il serpente il filosofo ci fa capire come l’uomo (il pastore)  possa trasformarsi in creatura superiore e ridente (il superuomo) solo a patto di vincere la ripugnanza soffocante del pensiero dell’eterno ritorno (il serpente) tramite una decisione coraggiosa nei suoi confronti (il morso alla testa del serpente).

 

10. L’ULTIMO NIETZESCHE

Premessa: Nelle opere risalenti all’ultimo periodo, il filosofo rivolge un’aspra polemica verso il proprio tempo, proponendosi di demolire tutte le credenze dominanti, in modo tale da favorire la diffusione di un nuovo pensiero, che sarà quello del superuomo.

10.1 Il crepuscolo degli idoli etico-religiosi e la tra svalutazione dei valori:

Trattando il tema dell’accettazione della vita, conduce inevitabilmente una critica alla morale a al cristianesimo, poiché le considera due forme di conoscenza che hanno posto l’uomo in contrasto con la vita stessa; nel senso che non incitano l’uomo a vivere la propria vita, ma sembra quasi che lo incitino a rinunciarci.

La morale da sempre, costituisce un fatto che si impone all’uomo, per questo, come il filosofo afferma nella Genealogia della morale, è necessario confutare la morale stessa. A questo scopo Nietzesche compie un’analisi genealogica della morale, in modo tale da risalire alla sua origine. In questo progetto il filosofo si lascia guidare da un importante convinzione, secondo cui dove gli uomini comuni vedono cose ideali, lui vede cose fin troppo umane. Infatti, egli sostiene che la morale sia semplicemente il risultato di determinati comportamenti umani, che egli ha il compito di rivelare. Innanzitutto,  la voce della coscienza non è la voce di Dio, ma è semplicemente la voce delle autorità sociali da cui siamo stati educati e che continua a vivere in noi.

Inizialmente però, e soprattutto all’interno del mondo classico, la morale essendo l’espressione dell’           aristocrazia cavalleresca propagandava valori vitali (forza, coraggio, gioia ecc); successivamente con il cristianesimo la morale sembra propagandare più che altro dei valori anti-vitali (disinteresse verso ciò che circonda l’uomo, sacrificio di sé ecc). Nietzesche si interroga sul perché tra queste due morali (morale dei signori e morale degli schiavi) alla fine sia prevalsa una morale che si fa portatrice di valori anti-vitali. Egli da anche una risposta a questo dicendo che inizialmente la morale dei signori comprende non solo l’etica dei cavalieri (perseguono le virtù del corpo) ma anche quella dei sacerdoti (che perseguiscono le virtù dello spirito). I sacerdoti però, provano invidia e il desiderio di rivalsa verso i guerrieri, e cercano di affermare se stessi creando una tavola di valori, opposta a quella dei guerrieri. In tal senso al corpo sostituiscono lo spirito, all’orgoglio l’umiltà ecc … Secondo Nietzesche sono stati gli ebrei ad aver rovesciato tali valori. Il cristianesimo è dunque una religione frutto del risentimento dell’uomo debole, ed ha causato un uomo malato e represso, in preda a continui sensi di colpa e che nasconde in sé un’aggressività rabbiosa contro la vita ed uno spirito di vendetta contro gli altri.

Per questo motivo, il filosofo propone un inversione di valori, la cosiddetta trasvalutazione dei valori, che non deve essere considerata un semplice rifiuto dei valori antivitali, ma come un nuovo modo di rapportarsi ai valori, che diventano delle libere proiezioni dell’individuo. Inoltre, Nietzesche considera il filosofo come un dominatore e legislatore che stabilisca la meta dell’uomo; insomma una sorta di guida.

 

 

10.2 La volontà di potenza:

               a) Vita e potenza:

Il filosofo definisce la volontà di potenza come “l’intima essenza dell’essere”, quindi come il carattere essenziale proprio di tutto ciò che esiste. La volontà di potenza coincide con la vita stessa, che viene concepita come una forza che spinge l’uomo ad affermarsi e a ricercare il piacere e la felicità. Infatti, non c’è volontà di vita, ma volontà di potenza. Quest’ultima è vita, legge naturale, morale, politica e scienza; si espande insomma ad ogni campo. Questa volontà di potenza e il suo espandersi, si esprime al meglio tramite la figura del superuomo, in quanto la sua essenza cerca continuamente di oltrepassare se stessa. Quindi, la vita è autocreazione, cioè libera produzione di sé medesima al di là di ogni piano stabilito in partenza.

     b) La volontà di potenza come arte:

Nietzesche fa alcune considerazioni, relazionando la volontà di potenza all’arte e rivalutando quest’ultima dal momento che durante il periodo illuminista aveva criticato i suoi limiti:

  • Dal momento che la vera essenza della vita e il suo stesso potenziamento, e dal momento che tale potenziamento corrisponde alla creazione che la vita fa di se stessa, allora l’arte non costituisce solamente una forma della vita, ma rappresenta la forma suprema della vita. Infatti, Nietzesche descrive il mondo come un’opera d’arte che crea se stessa.
  • Dal momento che la massima espressione della volontà di potenza è il superuomo, allora l’artista rappresenta la prima figura visibile dell’oltreuomo.
  • L’essenza creativa della volontà di potenza si esprime attraverso la produzione di valori, che non rappresentano le proprietà delle cose, ma direttamente proiezioni della vita e condizioni dell’esercizio di essa.
  • La volontà di potenza risulta collegata all’accettazione dell’eterno ritorno, cioè al momento in cui il superuomo riesce a staccarsi dal passato, liberandosi dal suo peso e incomincia a controllare la propria nuova vita.
  • La volontà di potenza però, è anche ostacolata dall’immodificabilità e irrevocabilità del passato , ragion per cui secondo Nietzesche nascono le dottrine animate da un forte spirito di vendetta.

La liberazione del tempo, coincide a sua volta con una celebrazione del divenire, ossia con l'atto tramite cui il divenire, in quanto eternizzato, riceve il sigillo dell'essere: "imprimere al divenire il carattere dell'essere - è questa la suprema volontà di potenza".

    • Potenza e dominio:

La volontà di potenza è anche sopraffazione e dominio. Nelle opere di Nietzesche appare evidente la sua posizione al riguardo:

  • la vita è soprafazione di ogni cosa,  oppressione, crudeltà, imposizione delle proprie idee e dei propri ideali
  • la società continua a compiere delle distinzioni tra i vari uomini, seguendo ancora una gerarchia “umana”
  • la lotta per l’uguaglianza rappresenta un sintomo di malattia.

Di fronte a tali constatazioni appare evidente che nel suo concetto di volontà di potenza vi sono aspetti antidemocratici e antiegualitari.

 

10.3 Il problema del nichilismo e del superamento:

                  Il nichilismo costituisce uno dei temi più importanti della filosofia di Nietzesche, che si definisce il primo perfetto nichilista d’Europa.

Tale tema è connesso al tema della morte di Dio e della fine della metafisica. Nietzesche attribuisce al nichilismo due connotazioni:

1) il nichilismo costituisce ogni atteggiamento di fuga e di disgusto nei confronti del mondo, incarnato soprattutto nel platonismo e nel cristianesimo;

2) il nichilismo costituisce la situazione dell’uomo moderno che, non credendo più in uno scopo metafisico delle cose e nei valori supremi, avverte un senso di smarrimento davanti al vuoto e al nulla.

Come detto in precedenza, il filosofo  si presenta come il primo perfetto nichilista d’Europa, che però ha già vissuto fino in fondo il nichilismo in se stesso e si sente sopra e dopo di esso. Molti critici hanno dibattuto sul perché Nietzesche si sente oltre lo stesso nichilismo, dal momento che sostiene di averlo attraversato.

Nelle sue opere, però appaino evidenti alcune tesi riguardanti questo tema: l’uomo, ad un certo punto della sua storia sostiene che l’esistenza non ha ne un senso ne uno scopo e che tutto è niente, poiché, in virtù delle metafisiche e delle religioni; questo perché egli,  inizialmente si è immaginato dei fini assoluti e delle realtà trascendenti (mondo vero) e in seguito ,vivendo,  ha scoperto che essi non esistono e che l’essere non è né uno, né vero, né buono, piombando nell’angoscia nichilistica.

Più l’uomo si è illuso, più è rimasto deluso, come ad esempio dimostra il caso dell’individuo post-cristiano: tale individuo avendo smesso di credere nell’aldilà, soffre un terribile senso di vuoto, che non percepirebbe così acutamente se non fosse cristiano e non gli fosse stata trasmessa dal cristianesimo l’idea o meglio l’illusione dell’aldilà.

  • L’equivoco del nichilismo consiste nel dire che il mondo, non avendo i significati forti che i metafisici gli attribuivano, non ha nessun senso. In realtà i significati pur non esistendo come strutture metafisiche date, esistono come prodotti della volontà di potenza, che affrontando il caos dell’essere impone ad esso i propri fini.

Nietzesche pur essendo un nichilista radicale (poiché nega la presenza di valori intrinseci alle cose) lo è in modo tale da superare il nichilismo stesso. Poiché patologica è la conclusione che non c’è nessun senso, il nichilismo appare al filosofo semplicemente come uno stadio intermedio, un no alla vita che prepara il si attraverso l’esercizio della volontà di potenza.

Nietzesche distingue due tipi di nichilismo:

  • nichilismo attivo che costituisce una forza violenta di distruzione delle vecchie fedi
  • un nichilismo passivo che è il segno di debolezza dello spirito.

La differenza sostanziale tra i due, è rappresentata dal fatto che se da un lato il nichilismo attivo può ancora essere un segno di forza non sufficiente per porsi ora nuovamente un fine, dall’altro lato può fungere (come in N.) da premessa per il superamento del nichilismo e per l’affermazione della volontà di potenza.

Secondo Nietzesche vivere senza certezze metafisiche assolute non significa distruggere ogni senso o norma, ma responsabilizzare l’uomo in quanto fonte di valori e di significati. Superare il nichilismo significa accettare il rischio e la fatica di dare un senso al caos del mondo dopo la morte delle vecchie fedi. La soluzione di Nietzesche contro il nichilismo si esprime filosoficamente nei tre concetti chiave dell’eterno ritorno, del superuomo e della volontà di potenza.

 

  • Fine articolo Riassunto Friederich Nietzesche

 

Nietzsche e “gli psicologi francesi”: Stendhal, Taine, Bourget Nel suo viaggio verso Cosmopolis, iniziato a Nizza durante l’inverno 1883 , a stretto contatto con la cultura francese contemporanea, Nietzsche incontra la nuova “psicologia” che ha in sé inedite possibilità di “pericolose conoscenze”: essa deve essere considerata sempre più «signora delle scienze, al servizio e alla preparazione della quale è destinata l’esistenza delle altre scienze. La psicologia infatti è ormai di nuovo la strada per i problemi fondamentali» (JGB, 23). Della “incantevole compagnia” di “Francesi recentissimi”, «psicologi così curiosi e insieme così delicati, come quelli che si trovano oggi a Parigi» (EH, Perché sono così accorto, 3), Nietzsche ritiene, a pieno titolo, di far parte: rispetto a loro sente di essere più radicale e conseguente e manifesta un atteggiamento critico nei confronti i residui metafisici e morali ancora presenti nelle loro posizioni. Nietzsche definisce se stesso, a più riprese, uno “psicologo senza pari”, il primo psicologo tra i filosofi (EH, Perché sono un destino 6), come può riconoscere un lettore attento capace di leggere «come i buoni filologi di una volta leggevano il loro Orazio» (EH, Perché scrivo libri così buoni, 5). Le ultime opere, a partire da JGB, vedono all’opera Nietzsche “psicologo”. Il termine è spesso presente in abbozzi di titoli (ad esempio per il Crepuscolo degli idoli, cfr. 22[6] 1888). Al di là del bene e del male è una “critica della modernità”, in cui “la psicologia viene maneggiata con dichiarata durezza e crudeltà”, la Genealogia della morale presenta “la psicologia del cristianesimo” (prima dissertazione), “la psicologia della coscienza” (seconda dissertazione), la psicologia dell’ideale ascetico e della décadence, «tre decisive dissertazioni preliminari di uno psicologo in vista di una trasvalutazione dei valori» (EH, GM,) L’Anticristo, contiene la psicologia del Cristo contro la grossolanità in psychologicis di Renan, Il caso Wagner la psicologia dell’artista della decadenza e del commediante, gli scritti raccolti in Nietzsche contra Wagner, sono, nel sottotitolo, i «Documenti processuali di uno psicologo» e contro il musicista «lo psicologo prende la parola». Il termine “psicologo” compare fortemente valorizzato in Nietzsche dopo la lettura – nell’inverno 1883 – degli Essais de psychologie contemporaine di Paul Bourget: la “psicologia” appare al filosofo espressione di una tradizione e di una pratica conoscitiva radicalmente alternative e incompatibili con lo spirito tedesco. Alla psicologia appartiene la “passione della conoscenza”, quella «disciplina critica, nonché ogni consuetudine che conduce alla purezza e al rigore nelle cose dello spirito», «un piacere nel dire di no e nello smembrare, nonché una certa accorta crudeltà che sa usare il coltello con sicurezza ed eleganza, anche quando il cuore sanguina» (JGB 210). Tutto questo è incompatibile con la bugiarderia idealistica e con la mistificazione metafisica che caratterizzano lo spirito tedesco. «Gli psicologi francesi – e dove mai se non in Francia esistono ancor oggi degli psicologi?» (JGB 218). «Ma dove sono oggi gli psicologi? In Francia, certo; forse in Russia: sicuramente non in Germania» (MA I, Prefaz. 8). Il riferimento implicito, per la Russia, va all’«eminente psicologo» Dostoevskij («per quanto riguarda l’acume nell’analisi, non ha nessuno che possa stargli al fianco neppure nella modernissima Parigi» – lettera a Emily Fynn, attorno al 4. marzo 1887). Nietzsche “scopre” lo scrittore russo in traduzioni francesi («tradotto in francese, per amor del cielo, non in tedesco!!» – lettera a Brandes del 20 ottobre 1888) e lo valorizza, seguendo la critica francese, nella direzione dell’ analisi psicologica del ressentiment e dell’ uomo del “sottosuolo” oltre che per delineare la figura del Cristo “idiota” (FP 15 [9], 1888). Nietzsche utilizza proprio Bourget, lo “psicologo” francese a cui si sente più vicino, contro lo spirito tedesco: in lui, con più nettezza, Nietzsche ha trovato i termini del confronto tra ‘l’eprit latin’ (di cui Descartes con il suo Discours de la méthode è l’esemplificazione costante e più forte) e “l’eprit germanique”(il ‘divenire’ romantico): da un lato, «il metodo ordinatore e deduttivo che usa di preferenza l’analisi, la semplificazione e la successione; dall’altro, è la stessa vista delle cose, complessa e sintetica, disordinata e divinatrice, che abbraccia insieme più oggetti». Racine, l’abate Prévost et Descartes sembrano considerare «la vita come una realtà definita, fissa e netta nelle sue linee, mentre invece allo sguardo di Shakespeare, di Goethe e di Carlyle, questa stessa vita appare qualcosa di mobile e di indeterminato, forse un sogno, sempre in atto di farsi e disfarsi. Il primo di questi due metodi si è sviluppato soprattutto presso i popoli di tradizione greco-latina che a lui devono la loro logica e bella chiarezza. Il secondo ha dato i suoi frutti migliori presso i Tedeschi e gli Inglesi, che a lui devono la loro suggestione e profondità» . La mescolanza di elementi provenienti dalle due tradizioni culturali la cui ‘metafisica’ procedeva da un fondo fisiologico, da “una causa iniziale e costitutiva”, poteva produrre i ‘casi’ più interessanti della décadence, nature ibride e complesse: da Baudelaire ad Amiel. Parigi – la “capitale del XIX secolo” – è il laboratorio sperimentale di nuovi valori e forme di vita in cui nascono quegli individui ibridi – lontani comunque dalla rabies nationalis – che preannunciano un nuovo europeo. Nietzsche accetta la caratterizzazione di Bourget dello spirito latino e germanico, rendendola più articolata e sfumata: in particolare il confronto tra la chiarezza che conquista una forma definita e l’oscurità caotica che si lega all’inquietudine del divenire. La sua ultima parola, in tale direzione, è affidata ad Ecce homo – l’autobiografia scritta per «distruggere alla radice ogni mito» (25[6] 1888-89) sulla propria persona – in cui l’antigermanesimo diventa lo sfondo preliminare alla necessaria “pulizia” del pensiero: i Tedeschi «non sono mai passati attraverso un diciassettesimo secolo di duro esame di se stessi, come i Francesi: un La Rochefoucauld, un Descartes sono cento volte superiori per rettitudine ai primi fra i Tedeschi, che finora non hanno avuto un solo psicologo» (EH, WA 3). L’ della biblioteca di Nietzsche [BN] dei Nouveaux Essais presenta molte tracce di lettura. Bourget (come altri francesi contemporanei che si sono occupati poi di Nietzsche: Faguet, De Roberty, Brunetiere, Fouillée, Bourdeau etc.), ignora di aver contribuito a costituire in maniera forte la trama del testo del filosofo e di essere per lui un punto di riferimento per la polemica contro lo spirito tedesco. Approdato ad un tradizionalismo e nazionalismo militante, Bourget conoscerà Nietzsche solo superficialmente a partire dal 1893, quando la signora Bourget farà al marito un riassunto assai sommario del suo pensiero (il filosofo tedesco, da parte sua, significativamente, aveva fatto spedire dal suo editore Al di là del bene e del male allo scrittore francese: si veda la lettera a Naumann, 2 agosto 1886). E’ singolare – ma emblematico – che, nell’ edizione definitiva degli Essais, pubblicata nel 1899 da Plon come primo volume delle Oeuvres complètes, Bourget (avendo probabilmente, da appassionato wagneriano, presente prevalentemente la metafisica dell’artista della Nascita della tragedia), inserisca Nietzsche, a pieno titolo, nella tradizione tedesca. Nella tradizione caratterizzata dai grossi sistemi (con il “gusto di pensare per larghi insiemi”) e ben lontana dallo spirito chiaro e distinto dell’analisi. Bourget aggiunge, infatti, in una frase identica presente nella prima edizione, il nome di Nietzsche a quelli di Schelling e Hartmann: «Ecco tratteggiati in poche linee molto significative il metodo comprensivo da cui sono sorti tanti sistemi, da quello di Schelling fino a quelli di Hartmann e Nietzsche, passando attraverso Hegel e Schopenhauer» . Certamente, prima di Bourget, Nietzsche aveva incontrato Stendhal, lo psicologo francese a lui più caro, verso cui manifesterà solo appassionata adesione, l’erede più conseguente di quella volontà di chiarezza (di spiegare “semplicemente, ragionevolmente, matematicamente”: De l’amour, prima prefazione, 1826) che spinge agli estremi la passione analitica. La stessa “passione della conoscenza” ha a suo modello, infatti, l’amour-passion delineato da Stendhal, in particolare in De l’amour ben conosciuto da Nietzsche . Ed anche questo “psicologo”–spirito libero, «va contro il gusto tedesco. “Pour être bon philosophe – dice questo ultimo grande psicologo – il faut être sec, clair, sans illusion. Un banquier, qui a fait fortune, a une partie du caractère requis pour faire des découvertes en philosophie, c'est-à-dire pour voir clair dans ce qui est”» . «E quando mi è capitato di esaltare Stendhal come profondo psicologo, trovandomi in compagnia di professori universitari tedeschi, ho dovuto compitare il suo nome…» (EH , WA 3). Al di là della ricostruzione autobiografica che parla – come per Schopenhauer e Dostoevskij – di un incontro del tutto fortuito, senza suggestioni esterne, con lo scrittore francese (“Stendhal, uno dei casi più belli della mia vita”; EH, Perché sono così accorto, 3), si deve osservare che Nietzsche, solo nel 1879, dopo aver letto la traduzione tedesca dell’Histoire de la Littérature anglaise di Taine, si interessa con passione a Stendhal al quale rimarrà fedele fino all’ultimo come a colui che “forse ha avuto — fra tutti i Francesi di questo secolo — gli occhi e gli orecchi più ricchi d’intelligenza” (FW, 95). La stessa lettura di Stendhal come psicologo è fortemente legata alla riscoperta di Taine e alla valorizzazione del Beylisme anche da parte di Paul Bourget. In Taine, Nietzsche trova, fin dalla prefazione, un entusiastico giudizio su Stendhal come psicologo capace d’ “analyse intime” e di “admirables divinations”: ancor oggi restava alla maggior parte dei lettori oscuro e paradossale per il suo talento originale e le “idee premature” («lo si è giudicato asciutto ed eccentrico, ed è rimasto isolato»). «Chiariva i più complicati meccanismi interni […] trattava i sentimenti come si deve trattarne, vale a dire come naturalista e come fisico, facendo classificazioni e valutando le forze». E concludendo con la metafora della filologia come attenta e paziente lettura: «Nessuno ha meglio insegnato ad aprire gli occhi e a guardare, a guardare gli uomini intorno e la vita presente, poi i documenti antichi e autentici, a leggere al di là del bianco e nero delle pagine, a vedere sotto la vecchia stampa, sotto l’abbozzo confuso di un testo il sentimento esatto, il movimento di idee, lo stato d’animo in cui lo si scriveva» .» Taine può definirsi il vero primo, entusiasta discepolo di Stendhal e come tale Nietzsche lo valuta: «Un altro allievo di Stendhal è Taine, oggi il primo storico vivente» (38[5], giugno-luglio 1885). In Paul Bourget esiste invece, fin dall’inizio, un’ ambiguità nella sua prassi di “psicologo” – e Nietzsche bene l’ha colta – che progressivamente si scioglie dalla impassibile analisi scientifica nella direzione del tradizionalismo: questo col passaggio del romanzo psicologico al romanzo moralistico e a tesi (Le Disciple del 1889 segna, clamorosamente, la svolta). In Bourget prevarrà la ricerca di rimedi alle ‘malattie morali’ della società che da psicologo aveva descritto. Scriverà in un articolo del 1896: «Dopo aver analizzato le malattie morali, il dovere dello scrittore e di indicarne i rimedi» («Gazette de France», 17 giugno 1896). In Nietzsche le nozioni di décadence e la fisiologia dell’arte trovano una loro definizione, lontano dalla valutazione moralistica, attraverso il confronto attivo con la “psicologia” francese. Nietzsche vedeva vivere nei seguaci di Stendhal (i “rougistes”), nella Parigi-Cosmopolis, la tradizione e l’energia degli “spiriti liberi” che si opponevano alla diffusa e fatale “malattia della volontà”. Si veda su questo la lettera dell’11 marzo 1885, indirizzata a Parigi, di Nietzsche a Resa von Schirnhofer in cui Nietzsche invita la signorina a mettersi in caccia dei “Rougistes”: «Dovrebbe esserci in Francia una sorta di entusiasti stendhaliani e, a quanto mi si dice, ve ne sono taluni che si fanno chiamare "Rougistes". La pregherei di mettersi un po’ sulle loro tracce: cercando ad esempio una nuova edizione di "Le rouge et le noir", con prefazione - se ho capito bene - di un certo signor Chapron. Dove ha deposto le sue uova questa chioccia raffinata (ormai non più in vita)? Libri suoi un po' più voluminosi non esistono. E cercate di fare la conoscenza dell'allievo più vitale di Stendhal, col Sig. Paul Bourget, e raccontatemi quali saggi ha scritto di recente (-qui a Nizza vi ho mostrato la raccolta dei suoi essays di psychologie contemporaine). A parer mio è davvero l’ allievo di quel genio che francesi hanno scoperto con quarant'anni di ritardo (tra i tedeschi sono il primo ad averlo scoperto e senza aver preso spunto dalla Francia). Gli altri famosi esponenti della letteratura di questo secolo, ad es. Sainte-Beuve e Renan, sono per me troppo dolciastri e ondulatori; ma tutto quanto è ironico, duro, sublimenente maligno, sul genere di Mérimée, - oh che delizioso sapore ha per il mio palato!» L’espressione “rougistes” risale appunto a Léon Chapron (amico di Bourget e curatore, prima di morire, di una nuova edizione del romanzo di Stendhal) che aveva il progetto di fondare «un dîner des “Rougistes”, - ou amateurs passionnés de Rouge et Noir» . Da questa recensione di Bourget - direttamente o indirettamente - Nietzsche ricava le notizie che trasmette alla studentessa Resa von Schirnhofer. Nietzsche individua nello Stendhal, psicologo e analista, quale veniva letto in quegli anni, il rappresentante più vivo di una linea forte che partiva dagli idéologues. Erede privilegiato di questa tradizione è Taine, “l’audacieux briseur des idoles de la métaphysique officielle” secondo il giudizio di Bourget, e l'immagine è significativa per Nietzsche. Per alcuni tratti del suo nichilismo scientifico, Taine appare capace di far fronte alla malattia europea della volontà incarnata dal dilettantismo voluttuoso di Renan (“ce mal de douter même de son doute”), ma anche dalla curiosità plebea e senza pudore del romantico Sainte-Beuve (appartiene anch’egli al “popolo dei deboli di volontà” e quindi avversa Stendhal: cfr. 26[379] 1884) da ogni cattivo gusto istrionico e demagogico, dall’ idealismo della debolezza . Indubbiamente l'immagine che Nietzsche ha di Taine deve molto al ritratto tracciato da Bourget: solida energia del carattere, invincibile rigore nella interna disciplina, ascetismo della scienza («la sincerité implacable de la pensée») ed, in ultimo, nichilismo radicale e coraggioso. Nella terza parte della Genealogia della morale Nietzsche pensa principalmente a Taine quando valorizza la “pulizia intellettuale” di «spiriti duri, severi, temperanti, eroici, che costituiscono l’onore della nostra età», i rappresentanti estremi dell’ultima maschera dell’ideale ascetico: la fede nella “verità” e nella scienza. «Taine, è l’uomo della verità, è la veracità in persona» – affermava lo stesso Renan a memoria di Brandes. Da Taine e da Bourget Nietzsche deriva la teoria psicologica — a cui più volte si riferisce a partire dal 1885 — dei “petits faits”, dei “petits faits vrais”. Ancora una volta si deve risalire a Stendhal: lo scrittore francese che vede il romanzo come una “psicologia vivente” (Taine), adopera l’espressione “petits faits vrais”. Taine, mostra, già nella prefazione a De l’intelligence, come “le moi” sia costituito da una serie di “piccoli fatti”. La psicologia diviene una scienza dei fatti,… des “petits faits” La dissoluzione del soggetto classico e dell’anima come “atomon” (“c’est à l’âme que la science va se prendre...”) è il tema centrale della nuova scienza psicologica. Bourget commenta queste frasi di Taine: «“È all’anima che essa si volge, munita di strumenti esatti e penetranti di cui trecento anni d’esperienza hanno provato la giustezza e misurato la portata. Essa porta con sé un’arte, una morale, una politica, una religione nuova, ed oggi è nostra preoccupazione cercarle!…” Con quale fiducia egli assegna il fine ideale di tutta la ricerca alla “scoperta dei piccoli fatti, ben scelti, importanti, significativi, ampiamente circostanziati e minuziosamente conosciuti!” . E si comprende che l’allora nuova generazione, di cui egli esprimeva la fede profonda con formule precise come un assioma di matematica e vibranti come le strofe di un inno, avesse riconosciuto in lui l’iniziatore, l’uomo che vedeva la terra promessa e ne raccontava in anticipo gli svecchiamenti, le misteriose delizie» . Nietzsche intravede la possibilità che la morte dell’anima-atomon – espressione di un bisogno metafisico – non significhi affatto il tramonto dell’ipotesi anima bensì l’apertura di una strada verso «nuove forme e raffinamenti» della sua ipotesi: «concetti come “anima mortale” e “anima come pluralità del soggetto” e “anima come struttura sociale degli istinti e delle passioni” vogliono avere, sin d’ora, diritto di cittadinanza nella scienza» (JGB 12). Qui il filosofo si muove coerente con le analisi di Bourget e della nuova psicologia francese per cui la distanza dalla psicologia “classica” e metafisica non significa affatto riduzione fisiologica-materialistica : «Ammettendo che i piccoli fatti che costituiscono l’io, possano essere studiati con le procedure del metodo sperimentale e, di conseguenza, che la fisiologia è una scienza, Taine si separa dalla scuola materialista, la quale riduce esattamente tutta lo studio dell’anima ad un capitolo di fisiologia. Taine ha visto molto bene che un fenomeno di coscienza, un’idea per esempio, è la causa di un’altra serie di fenomeni di coscienza, qualunque sia la modificazione fisiologica corrispondente. Pertanto, quand’anche noi facessimo dell’anima una semplice funzione del cervello, ne dovremmo tuttavia studiare la vita interiore come vita interiore e, dal punto di vista del pensiero, in quanto pensiero. […] Dal punto di vista di Taine, tutto nell’esistenza dell’uomo interessa lo psicologo ed è oggetto di documentazione. Dal modo di arredare una stanza e di preparare una tavola, sino alla maniera di pregare Dio e d’onorare i morti, non c’è niente che non meriti d’essere esaminato, commentato, interpretato, perché non c’è niente in cui l’uomo non abbia impegnato qualche cosa del suo intimo essere» Per Nietzsche “l’anima umana e i suoi confini”, la sua storia e le sue non esaurite possibilità, è la predestinata “zona di caccia” per lo psicologo (JGB 45). Bourget parla di un “atto di fede in questa realtà oscura e dolorosa, adorabile e inesplicabile, che è l’Anima umana» nella sua prefazione ai Nouveaux Essais e negli Essais: «L’opera dello psicologo … consiste nel mettere in risalto con qualche tratto incisivo il percorso di una malattia d’anima. Si può anche dire che nel profondo d’ogni bella opera letteraria si nasconde l’affermazione di una grande verità psicologica, come nel profondo di ogni bella opera di pittura o di scultura si nasconde quella di una grande verità anatomica» ”. La psicologia contemporanea francese (in particolare Ribot) studiava i delicati meccanismi che permettono la costruzione e il mantenimento della persona: il presupposto è un edificio complicato e fragile che poteva ogni volta, in parte, essere mandato in rovine. Le pietre distaccate sono il punto di partenza per la nuova costruzione che si eleva rapidamente al lato dell’antica. E Nietzsche: «Non si deve in genere presupporre che molti uomini siano “persone”. E poi alcuni sono anche più persone, i più non sono nessuna persona» (10[59] 1887) sottolineando più volte «la debolezza della volontà, l’insicurezza e fin la scissione dell’ ‘io’ in più ‘persone’» (14[113] 1888). La pratica diffusa dell’ipnotismo inteso come una sorta di “vivisezione morale” consente il recupero di un lato della vita psichica ignoto alla coscienza, le restituisce la ricchezza posta in ombra dall’affermazione della coscienza personale; fornisce allo psicologo lo strumento per strappare l’inconscio ai fisiologi senza farne un’entità misticamente oscura. L’indagine psicologica diviene un processo d’analisi che consente di affrontare il soggetto nel suo complesso, senza rinunciare all’osservazione né del suo lato organico né di quello psichico, e che permette di ricostruire o addirittura di seguire la storia dell’evoluzione della malattia e della guarigioni. Si tratta di una sorta di genealogia di una storia plurale: di qui anche la vicinanza e spesso l’interscambiabilità in Nietzsche dei termini genealogista, psicologo, fisiologo. La “vivisezione morale” cambia i tradizionali parametri di lettura con la dissoluzione del concetto stesso di individuo psicologico (individuum o molteplicità di individui), col superamento della monodimensionalità della vita psichica: ci troviamo di fronte a più storie, più organizzazioni, al conseguente carattere convenzionale/sociale delle valutazioni di salute e malattia . Il tema centrale è il disaccordo tra l’uomo e l’ambiente che la civilizzazione accentua. Questo è un aspetto del pessimismo di Taine che sogna epoche di forti energie, le sane “bestie da preda” del Rinascimento. Bourget analizza il disaccordo con l’ambiente o con il proprio ideale, come espressione della debolezza romantica e del disagio del mondo moderno. Flaubert, per lui, è il rappresentante di questa estrema impotenza a vivere il contrasto tra realtà e ideale, questo essere fisiologicamente “organizzati per l’infelicità” «L’effetto è crisi morale e tortura per il cuore. Ma la parola «malsano» è inesatta, se con essa s’intende opporre uno stato naturale e normale dell’anima, che sarebbe la salute, a uno stato corrotto e artificiale, che sarebbe la malattia. Non esistono propriamente parlando malattie del corpo, dicono i medici; esistono solo stati fisiologici, funesti o benefici, sempre normali, se si considera il corpo umano come l’apparato in cui si combina una certa quantità di materia in evoluzione. Ugualmente, non esiste né malattia né salute dell’anima, ci sono solo degli stati psicologici, dal punto di vista dell’osservatore non metafisico, che non vede nei nostri dolori e nelle nostre facoltà, nelle nostre virtù e vizi, nelle nostre volizioni e nelle nostre rinunce, nient’altro che combinazioni mutevoli, ma fatali e pertanto normali, sottomesse a leggi note dell’associazione delle idee» Nell’io non vi è nulla di reale “sauf la file de ses événements”, l’io altro non è che la composizione e la scomposizione di sensazioni, percezioni, impulsi, «un flusso e un fascio di vibrazioni nervose». “Le moi visible est incomparablement plus petit que le moi obscur” (H. Taine, De l’intelligence, p. 7). La realtà psicologica è molteplicità: la nostra personalità cosciente — o meglio: la coscienza che ciascuno di noi ha del suo stato attuale connesso a stati anteriori — non può mai essere che una debole porzione della nostra personalità rispetto a quella che resta affondata in noi: “nous sommes obscurs à nous-même, notre vraie personne s’agite, s’ingénie, s’accroît, dépérit en nous à notre insu” . E Nietzsche, più volte, e con particolare forza all’inizio della Genealogia: “Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi” . La teoria dei “petits faits vrais” – alla base di queste teorie psicologiche – si trova esplicitata in più lettere di Stendhal, citate da Bourget, Réflexions sur l’art du roman, cit. p. 266. Ricordiamo anche il titolo di un tardo romanzo di Bourget (Paris, Plon 1930): De petits faits vrais con richiamo specifico, fin dal motto e dalla prefazione, alla “table des Beylistes”. Nietzsche utilizza, talvolta con ironia, l’espressione di Stendhal raccontando aneddoti o fatti significativi, capaci di definire un carattere o una situazione. Lo stesso Taine rivela esplicitamente la sua fonte: «Le perfectionnement nouveau consiste à laisser là l’a priori, la philosophie pure et déductive, les méthodes mathématiques [...] C’est ce qui fait la littérature depuis Balzac et les observateurs du détail significatif; c’est la théorie du petit fait (Stendhal)» Bourget mostra come il pessimismo sia “l’ultima parola dell’intera opera” di Taine come di quella dei “naturalisti” che costruiscono i loro romanzi d’analisi e la loro letteratura di inchiesta, accumulando “documents significatifs” “documents humains”. L’impotenza contro “le forces trop écrasantes” è il risultato di un determinismo senza scampo. La stessa definizione della teoria tainiana inviluppa in sé «il germe del più cupo e inguaribile nichilismo» . Nietzsche reagisce a questo «fatalismo dei “petits faits” (“ce petit faitalisme”, lo chiamo io)»(GM III, 24) che caratterizza ogni positivismo che si inginocchia davanti ai “petits faits”: un’estrema forma di ascetismo, di fronte alla religione della scienza, che esprime sfiducia nell’avvenire e senso della decadenza: “A Parigi si soffre come per freddi venti autunnali, come per una gelata di grandi delusioni, come se venisse l’inverno, l’ultimo definitivo inverno...”(35[34] 1885 Si veda anche GD, Scorribande di un inattuale, 9) “«Il miglior frutto della scienza è la rassegnazione fredda, che, pacificando e preparando l’anima, riduce la sofferenza al dolore del corpo» – scriveva Bourget, citando Taine . La critica di Nietzsche è rivolta, soprattutto alla teoria tirannica del milieu e alla presunta “oggettività” di Taine che nasconde la sua preferenza per i “tipi forti ed espressivi”, per “coloro che godono, più che per i puritani” (26[348], 1884). Nietzsche certo trova elementi di consonanza con Taine: la perfetta salute come equilibrio di forze (Goethe come modello), la valorizzazione della cultura greca, l'ammirazione per i “mostri di forza”, dai “condottieri” del Rinascimento a Napoleone, ecc. Gli Essais di Bourget – che intervengono nei giudizi di Nietzsche su Stendhal e Taine – aprono al filosofo la possibilità di definire una serie di tematiche della crisi attraversando personaggi centrali e sintomatici: dal suo ‘viaggio a Cosmopolis’ – la cultura parigina espressa dallo psicologo alla moda – ricava numerosi spunti dei quali si serve per analizzare la crisi sociale e dei valori, valutando le tendenze letterarie come sintomi di un più generale stato di salute di una intera civiltà. Nell’analisi della “psicologia francese” assumono un ruolo importante i romanciers. Dalla lettura di romanzi e racconti, il filosofo ricava numerosi spunti dei quali si serve per analizzare il costume valutando le tendenze letterarie come sintomi di un più generale stato di salute di una intera civiltà. Ricava anche, in sintonia con le pagine dei critici con cui ha dimestichezza, le assonanze tra la multiforme décadence francese e il “caso” Wagner. Sono gli stessi anni in cui Nietzsche coniuga le intenzioni critiche della filologia, della fisiologia e della genealogia contro ogni interpretazione predeterminata, fissa, pre-giudiziale che rifiuti il lavoro paziente di decifrazione. Propone la lettura delle forze che attraversano il testo, che lo costituiscono: leggere bene, lentamente, con "la cautela, la pazienza, la finezza. Filologia come ephexis nell'interpretazione: si tratti di libri, di curiosità giornalistiche, di destini o di fatti metereologici" - scrive ne L'anticristo. Una 'volontà di sapere', di andare fino in fondo, mettendosi di fronte alle varie manifestazioni della complessità del reale, leggendo i segni di vitalità e di decadenza di una cultura, sciogliendone i geroglifici senza prevaricarne il senso. E’ la differenza tra la “psicologia” di Taine («i procedimenti d’anatomia psicologica di un ricercatore che vede nella letteratura un segno» afferma Bourget), e quella di chi raccoglie per raccogliere, per oziosa curiosità: la Colportage–Psychologie dei fratelli Goncourt, espressione di debolezza della volontà e impotenza (GD, Scorribande… 7). Il romanzo contemporaneo francese, persino quello dei "piccoli romanciers delle gazzette" e degli "occasionali boulevardiers de Paris", è strumento di quell'analisi psicologica dei Francesi migliori, quali eredi dell'"antica, multiforme cultura moralistica” e, per Nietzsche, segno dell'epoca. Nietzsche fa riferimento esplicito ai romanzi dei Goncourt (Charles Demailly; Renée Mauperin; Manette Salomon; La Faustin) e a quelli di Paul Bourget (in particolare: Un crime d'amour; André Cornelis) e le copie dei volumi conservati a Weimar portano numerosi segni di lettura. In particolare Paul Bourget è consapevole di "reprendre cette tradition du roman d'analyse" che risale ai moralisti francesi e che ha, ne La princesse de Clèves, di M.me Lafayette, in Adolphe di Benjamin Constant, in Volupté di Sainte-Beuve e Dominique di Fromentin, alcuni capolavori valorizzati anche da Nietzsche. «Qui i procedimenti artistici sono analizzati solo in quanto segni […] Non ho voluto né mettere in discussione dei talenti, né dipingere dei caratteri. La mia ambizione è stata: redigere qualche appunto utile allo storico della Vita Morale della seconda metà del XIX secolo francese» – scrive Bourget nell’introduzione ai suoi Essais (pp. V-VI). Bourget aveva iniziato significativamente, nel 1872, con un saggio su Spinoza in cui si intravede già il romancier interessato all’analisi delle passioni amorose, lo ‘psicologo’ che, richiamandosi a Taine e a Sainte-Beuve, vuol riportare le dottrine filosofiche ai sentimenti umani, personali: i “poèmes métaphysiques ne sont qu’une transformation suprême, comme l’efflorescence idéale de notre sensibilité” . Il suo interesse andava all'analisi "scientifica" delle passioni e al determinismo: "L'Ethique figure parmi les ouvrages qui doivent demeurer en psychologie" — scrive. Spinoza è, in una sua particolare lettura ‘positivistica’, presente nello 'psicologo' Taine e sarà ripudiato da Bourget solo nel Disciple in nome della ‘tradizione’ e della Morale: Adrien Sixte, il “maestro”, determinista si richiama a Spinoza, voleva “étudier les sentiments humains comme le mathématicien étudie ses figures de géometrie”. Ancora nella Physiologie de l’amour moderne Bourget civetterà con l’Etica sviluppando talvolta le argomentazioni “more geometrico” e richiamandosi, a proposito della gelosia, all’analisi del filosofo (Etica, III, prop. XXXV, scolio). Come romanziere, Bourget deriva il suo primo e forte impulso da Balzac: il romanzo è la diagnosi dei mali della società francese, è saggio di psicologia e sociologia. Parigi, la "vie parisienne", per Nietzsche e per Bourget, rappresentano il centro della décadence e il luogo privilegiato della sua analisi. E la stessa, estrema, volontà di critica (fino alla "vivisezione") è “une débauche comme une autre” (Cosmopolis), espressione di decadenza e di usura fisiologica: la realtà viene meno, la vita spontanea cede il posto alla riflessione, al pensiero astratto. C’è un rapporto diretto tra la “psicologia” di Bourget e le “fisiologie” di Balzac degli abitanti della metropoli volte a cogliere i sintomi di usura psicologica e fisiologica . Balzac “anatomiste”, abituato alle sale di dissezione, sa comunque dipingere come nessun altro, per Taine, “les monstres grandioses”, le nuove “bête de proie, petites ou grandes”. Taine, divenuto emulo di Balzac, nelle Notes sur Paris. Vie et opinions de M. Frédéric-Thomas Graindorge esercita l’ozio dello psicologo (“Pour moi, je vais dans le monde comme au théâtre, plus volontiers qu’au théâtre”) nell’analisi pessimista delle forme di vita della grande città e delle diverse maschere della società moderna. Queste immagini di usura fisiologica e decadenza della grande città, diventano presto un luogo comune nella letteratura e, in genere, nelle analisi della crescente “degenerazione” che Nietzsche analizza anche attraverso le suggestioni di Charles Feré, medico a Bicètre noto per i suoi contributi sul magnetismo animale (ipnotismo) e sulla suggestione, collaboratore della “Revue Philosophique” di Ribot . «Il parigino come estremo europeo»(24[25] 1883/84) popola, fino a diventare uno stereotipo, le letture di Nietzsche: dagli Essais di Bourget («L’uomo moderno, come noi lo vediamo andare avanti e indietro sui boulevards di Parigi porta nelle membra divenute più gracili, nella fisionomia troppo espressiva del suo viso, nello sguardo troppo acuto degli occhi, la traccia evidente di un sangue impoverito, di un’energia muscolare ridotta, di un nervosismo esagerato. Il moralista riconosce in questo l’opera del vizio. Ma spesso il vizio è il prodotto della sensazione combinata con il pensiero, da esso interpretato e amplificato sino ad assorbire nei pochi attimi di smarrimento tutta la sostanza della vita animale» ) alla descrizione fatta dai Goncourt in Renée Mauperin (cap. XXX). Denoisel, il parigino per antonomasia (“merveilleusement formé au grand art de vivre par la pratique de la vie parisienne, il était l’homme de cette vie: il en avait les instincts, les sens, le génie”, “rompu à toutes les expériences de Paris”) viene paragonato al selvaggio che “triomphe de la nature dans une forêt vierge”. Questa immagine ha la sua origine nella metafora di Balzac su Parigi “foresta vergine”. Nietzsche fa un riferimento esplicito a questo romanzo in un frammento postumo della primavera-autunno 1884 (25[112]). Parigi appare - la metafora torna più volte in Nietzsche - una “serra” dove si producono in condizioni artificiali piante umane diverse, fino a quelle tropicali. In Parigi, scriveva Taine, «chaque amour-propre devient colossal» «trop de travail et trop de plaisirs: Paris est une serre surchauffée, aromatique et empestée, au terreau âcre et concentreé, qui brûle ou durcit l’homme [...] Le public est blasé, il faut crier trop haut pour qu’il écoute. Chaque artiste est comme un charlatan que la concurrence trop âpre oblige à forcer sa voix» L’espressione torna anche nella Préface al romanzo di Edmond de Goncourt, La Faustin: “je veux faire un roman qui sera simplement une étude psychologique et physiologique de jeune fille, grandie et élevée dans la serre chaude d’une capitale, un roman bâti sur des documents humains”. Parigi, il grande laboratorio sperimentale dei valori, produce necessariamente materiale di scarto di grande interesse per lo “psicologo”: i decadenti, gli estremi prodotti di un’epoca di transizione, incapaci di signoreggiare e ordinare i molti istinti contraddittorii di cui sono costituiti come figli della modernità. Nietzsche analizza e combatte le multiformi espressioni di una décadence storicamente definita ed espressione comunque di un disagio e rifiuto dell’uomo “medio”: esotismo, cosmopolitismo, culto del primitivo e dell’innocente, religione della sofferenza, tolstoismo, wagnerismo come oppiaceo, buddismo etc. Molte di queste maschere della decadenza si trovano rappresentate nelle “figure” dell’uomo superiore nella IV parte dello “Zarathustra”. I temi qui accennati, al centro della riflessione dell’ultimo Nietzsche, vengono generalizzati dalla letteratura naturalista e decadente, che esibisce in romanzi alla moda, nei fortunati Essais di Bourget, casi clinici da grande città. Anime molteplici e plurali sono i protagonisti dei romanzi di Bourget: già l'Irréparable (1884) si presenta come uno studio sulla molteplicità dell'io: con un riferimento implicito a Ribot messo in scena come professore di psicologia (autore di un’opera “De la dissociation des idées, où il a étudié les maladies de la volonté”) che spiega a Bourget le teorie della complessità dell’ io come quella del corpo, nel loro legame con l’inconscio . In Bourget: la perdita di un centro, la mancanza di un istinto dominante capace di ordinare, la “malattia della volontà” come le mal du siècle, vengono letti negli intellettuali-guida della Francia, come il bilancio di una intera generazione. C'è il sentimento generale di vivere in un periodo di radicale crisi dei valori, in una società condannata a morte. In Nietzsche l’ambivalente atteggiamento verso la decadence significa la volontà di una “grande salute”: “ avere tutti i caratteri morbosi del secolo, ma equilibrarli in una straricca forza plastica, ripristinatrice”. “Questo destino incombe ormai sull’Europa, che proprio i suoi più forti figli giungano tardi e raramente alla loro primavera; che essi per lo più periscano già da giovani disgustati, assiderati, incupiti, proprio per aver bevuto, bevuto fino all’ultimo goccia, con tutta la passione della loro forza, il calice della delusione — ed esso è oggi il calice della conoscenza — né sarebbero i più forti se non fossero anche i più delusi!. Giacché è questa la prova della loro forza: possono venire alla loro salute solo passando per tutta la malattia dell’epoca. La tarda primavera è il loro contrassegno...” (Nietzsche.)

 

Fine riassunto Nietzesche

 

Il Superuomo

 

Di Gavardi Erika

Il concetto di oltreuomo (tedesco: Übermensch) viene introdotto dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. In italiano è soprattutto noto con il termine superuomo; gli studiosi chiarificano, peraltro, la congettura per cui l'oltreuomo è un uomo potenziato, laddove egli rappresenta invece l'uomo che va oltre i propri limiti. È una figura ideale, capace di riconoscere i propri limiti, e che, attraverso l'uso della conoscenza e del pensiero filosofico, li trascende superando in questo modo sé stesso.

Esistono alcune concezioni diffuse, ma ritenute inesatte, su questa figura: in particolare che corrisponda all'ideale di razza pura del nazismo, oppure che sia affine ai supereroi dei fumetti. In realtà l'oltreuomo di Nietzsche è un ideale traguardo evolutivo della specie umana, senza particolari connotazioni biologiche, né soprannaturali. Il pensiero di Nietzsche mira alla creazione di valori liberamente scelti dall'uomo e non a un potere legato alla discriminazione razziale.

Il superomismo non è stata comunque una novità assoluta introdotta da Nietzsche. Per esempio, già Emerson, ispirandosi al culto degli eroi di Carlyle, parlava di una variegata serie di figure umane idealizzate come i "grandi uomini", gli "uomini rappresentativi", "il Poeta", il "Pensatore" il "semidio" ma anche l'uomo della potenza e della sovrabbondanza vitale, che Emerson chiamava plus man nel saggio Potenza. Probabilmente l'übermensch nietzschiano è stato mutuato da questa espressione.

Nella sua opera Così parlò Zarathustra Nietzsche spiega i tre passi che l'essere umano deve seguire per divenire superuomo :

  • possedere una volontà distruttiva, in grado di mettere in discussione gli ideali prestabiliti;
  • superare il nichilismo, attraverso la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;
  • perpetrare e promuovere eternamente il processo di creazione e rigenerazione dei valori sposando la nuova e disumana dimensione morale dell' "amor fati", che delinea un amore gioioso e salubre per l'eternità in ogni suo aspetto terribile, caotico e problematico.

 

 

Friedrich Nietzsche (1844 – 1900)

Friedrich Wilhelm Nietzsche ebbe un'influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. Il suo pensiero è considerato uno spartiacque della filosofia contemporanea ed è oggetto di divergenti interpretazioni.Friedrich Nietzsche

Nietzsche criticò i valori della società. Egli individua la storia come un lungo processo di decadenza dell’uomo, come una negazione della vita. La negazione della libertà è invece, secondo il filosofo, il destino dell’uomo.

Il destino dell’uomo dovrà essere perseguito attraverso l’esercizio della volontà di potenza che condurrà l’uomo alla condizione di OLTREUOMO, colui che impone i propri significati e la propria volontà.

L’oltreuomo di Nietzsche va inteso come il creatore di nuovi valori e non come mero distruttore; inoltre è colui che riesce a liberarsi dai pregiudizi e dai vecchi schemi, è uno spirito libero. Ma il concetto più importante di oltreuomo è che, chiunque poteva incarnarsi in esso e non solo poche persone. La realizzazione di questo uomo viene vista come una conquista intellettuale e individuale.

Purtroppo il concetto di oltreuomo fu frainteso dai nazisti. Infatti la concezione nazista gli attribuì la capacità di usare violenza al di là del bene e del male.

 

La storia della cultura occidentale è basata sul nichilismo, cioè sulla decadenza. Infatti, il nichilismo è il processo in cui i concetti principali capitali della metafisica si annullano e si rivelano infondati.

L’umanità occidentale è passata attraverso il cristianesimo. Questa ha la capacità di percepire il senso di vuoto dovuto alla “Morte di Dio”, cioè al venire a meno di ogni certezza metafisica, conosciuta meglio come nichilismo passivo.

E’ possibile uscire dal nichilismo riconoscendo che è l’uomo stesso la sorgente di tutti i valori e delle virtù della volontà di potenza, meglio conosciuta come nichilismo attivo.

 

Con la stesura de “ La nascita della tragedia”, in cui il filosofo analizza la cultura e la civiltà greca, si arriva ad analizzare i due valori dominanti quali: lo spirito dionisiaco e lo spirito apollineo.

Il primo ritrae la volontà di potenza che è l’elemento di affermazione della vita e della spontaneità dello spirito umano. E’ un impulso che esprime la forza vitale propria del superuomo, che è l’ ebrezza che scaturisce dall’accettazione della vita e che trova la sua manifestazione nella musica e nella danza. La sua innovazione sta nel ricondurre alla dimensione naturale ‘essere umano che abbandona ogni forma di costrizione e può liberarsi in un’estasi di natura e sensi.

A tutto ciò piano piano si sostituisce lo spirito apollineo che deriva da Apollo, Dio della serenità e dell’armonia delle cose.

Il secondo,invece, ritrae la razionalità che è l’impulso umano che sfugge davanti al caos. E’ l’impulso che è capace di comprendere l’essenza del mondo come ordine e che spinge l’uomo a produrre forme armoniose, rassicuranti e razionali che si ritrovano nell’uomo esteta decadentista.

 

La morte di Dio

 

Secondo Nietzsche i valori del cristianesimo sono solo ipocrisia. Nietzsche, infatti, afferma che i valori morali nascono anche dall’incapacità dell’uomo di vivere secondo quei valori terreni spontanei e vitali, di conseguenza i valori che vengono affermati sono quelli dei vinti, cioè di quelle persone che non sono capaci di vivere e si pongono, perciò, dei valori metafisici.

Nietzsche disse infatti :” Se Dio non esiste, tutto è permesso”. In poche parole, tolto Dio l’uomo ha come scopo della vita il nulla.

Perché l’uomo deve cercare pace e giustizia?

Questi due valori sono universali per tutti gli uomini, ma senza Dio hanno ancora un senso?

L’uomo diventa così uno strumento di misura. Così facendo si va incontro al rischio di scontro tra gli uomini perché ognuno crede di essere il portatore di qualcosa.

 

L’eterno ritorno

 

La dottrina dell'eterno ritorno è presentata in Così parlò Zarathustra, in cui uno Zarathustra immaginario è presentato come "maestro dell'eterno ritorno”. Ciò che ritorna non è qualcosa in particolare, ma il carattere della conflittualità, non solo della conflittualità empirica tra elementi materiali, ma anche tra Valori, Verità e Scopi. Inoltre "eterno" significa senza inizio e senza fine. "Ritorno" non può significare ripetizione : se così fosse, infatti, bisognerebbe pensare ad una temporalità finita. Ma in tal modo "ritorno" non potrebbe stare insieme ad "eterno" nel senso in cui "eterno" significa senza inizio e fine : senza inizio e fine, infatti, esclude la possibilità di pensare la forma della successione e, quindi, di usare "ritorno" come sinonimo di ripetizione. Pertanto "ritorno" va inteso come metafora del divenire, ma un divenire che è anche "abbandono" alla vita e all'istinto. Nietzsche vede il comportamento del superuomo come la pietra che si lascia levigare dall'acqua.

A questo punto è possibile sostituire la formula "eterno ritorno dell'uguale" con quella "incessante divenire della conflittualità". Va precisato che l' "eterno ritorno" non deve diventare oggetto o pretesto di una nuova religione, inoltre che il pensiero di esso non ha nulla a che fare con i modelli ciclici, come ad esempio quello stoico.

Le conseguenze dell'intendere e dell'esprimere l'eterno ritorno dell'uguale come incessante divenire della conflittualità sono rilevanti. In particolare, ne deriva la necessità di cogliere e vivere l'innocenza del divenire, di abbracciare il presente, l'attimo nella sua interezza, piacere e dolore, vita e morte, un dire di sì a tutto: se infatti il carattere del divenire è proprio non solo delle cose da valutare ma anche dei criteri di valutazione, non è possibile cadere nella presunzione di dare un giudizio definitivo ed assoluto su alcunché. Perciò Nietzsche potrà affermare che il divenire "è giustificato in ogni attimo".

Ma la comprensione e l'esperienza dell'innocenza del divenire portano a conseguenze altrettanto rilevanti; in primo luogo conducono all'emancipazione dal finalismo: se tutto diviene, divengono anche i fini, e nessuno di essi può legittimamente pretendere di porsi come Fine Ultimo. Non solo: liberarsi dal finalismo significa guarire anche dalle sue complicazioni più pericolose: dalla superficie dell'intenzionalità delle azioni; dalla credenza che la storia umana abbia un fine supremo; dall'ipotesi che la natura si sviluppi secondo qualche direzione. In secondo luogo, assumere pienamente l'innocenza del divenire significa liberarsi dall'illusione di poter intendere e definire ogni azione umana in modo netto e inequivocabile.

Ma v'è anche un'altra importante conseguenza a cui porta l'esperienza dell'eterno ritorno: la guarigione dal risentimento e dalla volontà di vendetta. Entrambe queste malattie dipendono infatti dal considerare il passato come uno stato di cose in cui è possibile individuare qualcuno responsabile di qualcosa; d'altra parte considerando in tal modo il passato, spesso si costruisce il futuro come risposta risentita, come progetto di rivalsa e come occasione di vendette. In ciò risiede l'elemento fatalistico del pensiero nietzschiano che per quanto rifiuti lo stoicismo, per i suoi elementi razionalisti e per quelli moralistici, lo riprende abbastanza dal punto di vista ontologico.

 

Dizionarietto dei termini filosofici

Dionisiaco (spirito)

Lo spirito dionisiaco è la parte irrazionale dell'individuo e dell'esistenza, la parte caotica e non rinchiudibile all'interno di una trattazione sistematica e ordinata, vera parte dominante della vita vista come ebbrezza, sensualità, esaltazione ed entusiasmo. Dopo Socrate, questa parte dell'uomo viene negata per far posto esclusivamente alla parte razionale

 

Apollineo (spirito)

Lo spirito apollineo è quel tentativo (propria soprattutto dell'Antica Grecia) di spiegare la realtà tramite costruzioni mentali ordinate, negando il caos che è proprio della realtà e non considerando l'essenziale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo, cioè, è la componente razionale e razionalizzante dell'individuo, contrapposta allo spirito dionisiaco, che rappresenta il suo contrario.

 

Volontà di potenza

La volontà di potenza è quella forza creativa e creatrice propria dell'uomo e di ogni forma di vita, tale da trascendere ogni formalizzazione, che rappresenta l'essenza autentica della vita umana. L'Oltreuomo è colui che è capace di assumere su di sé tutto il peso, e la leggerezza, della piena espressione della volontà di potenza.

 

 Riassunto Friederich Nietzesche

 

 

Le origini della tragedia e del tragico

 


Etimologia

  • τράγων  ᾠδή = cαnto dei capri,cioè canto di accompagnamento degli attori travestitida capri (Aristotele)
  • τράγου ᾠδή = canto per il capro, cioè canto per un capro dato in premio al poeta vincitore o, forse, canto di accompagnamento al sacrificio dell'animale (Eratostene)
  • festa della vendemmia nella quale i partecipanti si coprivano le gambe con pelli di capra (τράγος) e facevano aderire alle fronte corna di animali (Vico)

 

  • ᾠδή e trg(radice ie. presente in illirico) = canto del mercato di città (Pisani)
  • ᾠδή e una radice ie. presente nell’ittita tarhh = canto per il dio potente (Del Grande)
  • ᾠδή e τρύξ  feccia (perché gli attori si tingevano volto e petto con la feccia dell’uva)
  • τετραγωνῳδία (dalla posizione a quadrilatero assunta dal coro)
  • da τραγίζειν  = assumere una voce belante come i capretti, in riferimento agli attori (Winkler)
  • da τράγος = spelta, dalla cui fermentazione si otteneva la birra, bevanda dei ceti popolari, più antica del vino, bevanda dei ceti agiati (Jane Ellen Harrison).

 

Teorie principali

1) la tragedia è legata al culto dionisiaco: la tragedia deriva dal ditirambo dionisiaco, nella nuova forma datagli da Arione

Fonti

a) Aristotele, Poetica, cap. IV 1449 a Γενομένη δ' οὖν  (ἡ τραγῳδία) ἀπ' ἀρχῆς αὐτοσχεδιαστικῆς--καὶ αὐτὴ καὶ ἡ κωμῳδία, καὶ ἡ μὲν ἀπὸ τῶν ἐξαρχόντων τὸν διθύραμβον, ἡ δὲ ἀπὸ τῶν τὰ φαλλικὰ ἃ ἔτι καὶ νῦν ἐν πολλαῖς τῶν πόλεων διαμένει νομιζόμενα--κατὰ μικρὸν ηὐξήθη … ἐκ μικρῶν μύθων καὶ λέξεως γελοίας διὰ τὸ ἐκ σατυρικοῦ μεταβαλεῖν ὀψὲ ἀπεσεμνύνθη, τό τε μέτρον ἐκ τετραμέτρου ἰαμβεῖον ἐγένετο.

b) Aristotele, Poetica, cap. VI 1449 b Ἔστιν οὖν τραγῳδία μίμησις πράξεως σπουδαίας καὶ τελείας μέγεθος ἐχούσης, ἡδυσμένῳ λόγῳ χωρὶς ἑκάστῳ τῶν εἰδῶν ἐν τοῖς μορίοις, δρώντων καὶ οὐ δι' ἀπαγγελίας, δι' ἐλέου καὶ φόβου περαίνουσα τὴν τῶν τοιούτων παθημάτων κάθαρσιν.

c) Erodoto, Storie, I, 23, 1  Λέγουσι Κορίνθιοι … θῶμα μέγιστον παραστῆναι, Ἀρίονα τὸν Μηθυμναῖον ἐπὶ δελφῖνος ἐξενειχθέντα ἐπὶ Ταίναρον, ἐόντα κιθαρῳδὸν τῶν τότε ἐόντων οὐδενὸς δεύτερον, καὶ διθύραμβον πρῶτον ἀνθρώπων τῶν ἡμεῖς ἴδμεν ποιήσαντά τε καὶ ὀνομάσαντα καὶ διδάξαντα ἐν Κορίνθῳ.

d) Lessico di Suda s.v. Ἀρίων: Ἀρίων λέγεται καὶ τραγικοῦ τρόπου εὐρετὴς γενέσθαι καὶ πρῶτος χορὸν στῆσαι καὶ διθύραμβον ᾆσαι καὶ ὀνομάσαι τὸ ἀδόμενον ὑπὸ τοῦ χοροῦ καὶ σατύρους εἰσενεγκεῖν ἔμμετρα λέγοντας

e) Giovanni Diacono Τῆς δὲ τραγῳδίας πρῶτον δρᾶμα Ἀρίων εἰσήγαγεν

2) la tragedia è legata al culto degli eroi

Fonti

f) Erodoto, Storie, V, 67, 4-5  (Κλεισθένης)θυσίας τε καὶ ὁρτὰς Ἀδρήστου ἀπελόμενος ἔδωκε τῷ Μελανίππῳ… τά τε δὴ ἄλλα οἱ Σικυώνιοι ἐτίμων τὸν Ἄδρηστον καὶ δὴ πρὸς τὰ πάθεα αὐτοῦ τραγικοῖσι χοροῖσι ἐγέραιρον, τὸν μὲν Διόνυσον οὐ τιμῶντες, τὸν δὲ Ἄδρηστον. Κλεισθένης δὲ χοροὺς μὲν τῷ Διονύσῳ ἀπέδωκε, τὴν δὲ ἄλλην θυσίην Μελανίππῳ.

g) Lessico di Suda s.v. Οὐδὲν πρὸς τὸν Διόνυσον· Ἐπιγένους τοῦ Σικυωνίου (ἐν Κορίνθῳ) τραγῳδίαν εἰς τὸν Διόνυσον ποιήσαντος, ἐπεφώνησάν τινες τοῦτο· ὅθεν ἡ παροιμία. Βέλτιον δὲ οὕτως. Τὸ πρόσθεν εἰς τὸν Διόνυσον γράφοντες τούτοις ἠγονίζοντο, ἅπερ καὶ σατυρικὰ ἐλέγετο· ὕστερον δὲ μεταβάντες εἰς τὸ τραγῳδιας γράφειν, κατὰ μικρὸν εἰς μύθους καὶ ἱστορίας ἐτράπησαν, μηκέτι τοῦ Διονύσου μνημονεύοντες· ὅθεν τοῦτο καὶ ἐπεφώνησαν.

 

Altre teorie

Il tentativo di superare il dissidio esistente fra le fonti antiche sull’origine della tragedia ha spinto molti studiosi moderni a formulare suggestive teorie di carattere filosofico, antropologico, psicanalitico.

 

La teoria di Nietzsche

 

Nel 1871 Friedrich Nietzsche pubblicò un’opera, La nascita della tragedia, in cui compariva per la prima volta il tentativo di chiarire un contrasto presente, secondo le convinzioni dell’autore, nello spirito ellenico: quello fra la componente «apollinea» e la componente «dionisiaca». Con la categoria dell’ «apollineo», Nietzsche intendeva sottolineare la tendenza alla misura, alla compostezza, all’equilibrio, che si espresse soprattutto nelle arti figurative del periodo classico, e che egli considerò attributo fondamentale dì Apollo, come divinità solare, il cui insegnamento è contenuto tutto nell’esortazione ad assumere come norma di vita la massima μηδὲν ἄγαν, «niente in eccesso», scolpita all’entrata del suo tempio a Delfi. Ma il tempio di Delfi era anche dominio di Dioniso, il nume ctonio e notturno, il cui culto si esprimeva nelle orge e nei misteri, rivelando l’aspetto opposto alla serenità apollinea. Nell’invasamento dionisiaco, Nietzsche scorgeva il manifestarsi dell’inconscio, provocato dalla musica e dalla danza, che ne sono, secondo lui, le massime espressioni. Egli scorgeva la miracolosa fusione di queste due opposte tendenze dello spirito greco nella tragedia; la componente dionisiaca era rappresentata dalle vicende dei protagonisti, luttuose, sanguinose, dominate da oscure pulsioni irrazionali, che però, a poco a poco, ritrovavano armonia attraverso il complesso evolversi delle peripezie, giungendo ad una soluzione equilibratrice, che si attuava attraverso una sintesi dei contrari e che ridonava al tormentato e contraddittorio mondo del divenire, la serena ed assoluta compostezza dell’essere.

 

La teoria di Freud

 

Lo studio della mitologia greca e soprattutto delle difficili vicende familiari di alcuni γένη, caratterizzati da drammatici rapporti fra consanguinei, fra coniugi, e fra genitori e figli, interessò moltissimo Sigmund Freud, che si servì spesso di denominazioni tratte dalla poesia tragica per indicare disagi di tipo psichico; basterebbe pensare al ben noto «complesso di Edipo», con cui il celebre psicanalista definì la conflittualità inconscia fra padre e figlio nei confronti della figura materna.

Ciò lo portò ad analizzare anche le origini della tragedia, con una particolare attenzione per l’aspetto collegato alle sofferenze dell’eroe protagonista. Nel corso di studi antropologici circa le usanze di alcune tribù primitive, Freud osservò che esisteva presso di loro una cerimonia annuale in cui i membri della tribù uccidevano il loro totem, cioè l’animale sacro da cui credevano di essere discesi, nutrendosi poi delle sue carni; ma in tutto il resto dell’anno, l’animale era considerato tabù ed ucciderlo e mangiarlo sarebbe stata la più grave delle colpe. Analizzando questo rituale in chiave psicanalitica, Freud vide simboleggiata in esso l’uccisione del Padre o Capostipite (il totem) da parte dei Figli (i componenti della tribù). Al delitto, provocato dal carattere tirannico del padre, padrone assoluto delle mogli e dei figli, faceva immediatamente seguito un terribile senso di colpa, che opprimeva tutti gli uccisori, costringendoli in qualche modo a riparare. Perciò essi identificavano il Padre con l’animale‑totem, che non si può né cacciare, né uccidere, né mangiare, se non in quell’unica occasione in cui il tabù viene infranto e l’antico delitto viene rievocato. Alla luce di questa teoria, enunciata nel libro Totem e tabù, la primitiva struttura della tragedia non sarebbe altro che una cerimonia di tipo totemico, in cui l’eroe è il Padre, che narra le sue luttuose vicende, mentre i componenti del coro incarnano i Figli omicidi. Secondo Freud, oltre che nell’origine della tragedia, il ricordo di questo dramma primordiale sarebbe statoidentificabile anche nel mito di Urano, Kronos e Zeus.

 

La teoria di Untersteiner

 

Uno dei tentativi più recenti di chiarire l’origine della tragedia, riallacciandosi alle teorie della scuola antropologica inglese (Murray, Frazer, Ridgeway), e cercando al tempo stesso di conciliare la tesi aristotelica con quella erodotea, è stato fatto da Mario Untersteiner, nel libro Le origini della tragedia e del tragico.

Gli antropologi inglesi erano partiti dalla constatazione che in numerose città dell’Ellade esistevano monumenti, o recinti sacri degli eroi, o addirittura i loro sepolcri, presso i quali, in certe particolari occasioni, si celebravano riti e si offrivano sacrifici per evocare lo spirito del defunto. Questo cerimoniale sarebbe stato un residuo dell’antichissimo culto del Re Sacro, frequente presso le comunità agricole primitive. Dalla persona del Re Sacro dipendevano la fertilità dei campi e la fecondità del bestiame e delle donne; ma poiché il suo potere si indeboliva con il passare del tempo, prima che esso scomparisse dei tutto, il Re Sacro veniva ucciso e sostituito con un altro. In certi casi l’uccisione rituale avveniva annualmente, nella convinzione che il Re fosse l’incarnazione dello Spirito del Grano: come il seme deve morire per poi risorgere sotto forma di spiga, così egli era ucciso ogni anno nel corso di una cerimonia sacrificale, e in primavera risorgeva per incarnarsi in un altro Re, destinato a sua volta a subire la stessa fine. Talvolta, il rito dell’uccisione sacrificale era seguito dallo smembramento del cadavere: la sanguinosa cerimonia (in seguito sostituita con l’uccisione di un φαρμακός o di un animale) si fondava sulla convinzione che la vittima sarebbe risorta.

Qualcosa di simile accadeva nel mito di Dioniso Zagreus diffuso presso le comunità orfiche: Dioniso veniva ucciso e smembrato dai Titani; Zeus inceneriva i Titani (dalle cui ceneri sarebbero nati gli uomini), recuperava il cuore di Dioniso e lo mangiava; unitosi a Semele – una delle antiche dee della terra  (cfr. lo slavo zemlija, «terra») degradata alla condizione di semplice donna mortale – procreava un nuovo Dioniso. In un’altra versione Dioniso era estratto dal corpo di Semele, incenerita da Zeus, e completava il suo sviluppo cucito dentro una coscia di Zeus: anche in questo caso, quindi, Dioniso “rinasceva”.

Il motivo della morte e rinascita dello Spirito del Grano era evidente anche nel culto di Adone, dio agreste venerato nelle varie zone del Mediterraneo con nomi diversi (Attis in Frigia, Tammuz a Babilonia, Osiride in Egitto). Queste divinità maschili erano sempre associate a dee dell’amore e della fecondità (Cìbele, Ishtar, Iside, Afrodite), ipostasi di un’unica antichissima divinità mediterranea, invocata con l’appellativo di Πότνια, «Signora», che rappresentava la Terra Madre o la Natura stessa come principio di vita. Le divinità maschili svolgevano nei suoi confronti il ruolo di Πάρεδρος, un «compagno» totalmente subordinato, il cui unico compito era quello di fecondare la dea e di morire subito dopo. Una traccia di questa remota religione traspariva ancora, in età storica, in molti miti greci, in cui la figura femminile predominava, mentre il paredro era degradato al ruolo di semplice mortale, spesso destinato ad una fine, tragica e cruenta, come negli amori di Artemide e Atteone, di Afrodite e Adone, di Eos e Cefalo, di Selene ed Endimione, di Cìbele ed Attis.

In base a queste considerazioni, M. Untersteiner ha elaborato la sua teoria sull’origine della tragedia. Lo studioso sostiene che le figure maschili degli eroi (Adrasto, Melanippo, ecc.) e quella di Dioniso, indipendentemente dai loro nomi e dai ruoli svolti nei miti a noi noti, altro non sarebbero che personificazioni diverse dei paredri della Potnia: Dioniso riceve i cori di Adrasto perché, in un certo senso, è il “doppio” di Adrasto, è anche lui un antico paredro della dea, e, come tale, muore e risorge; ai τράγοι, demoni della fecondità che cantano in metri lirici i πάθεα dell’eroe-paredro, si affiancano i σάτυροι, anch’essi demoni della fecondità, che rappresentano l’allegria delle feste agrarie della fecondità e della rinascita della natura.

 

La figura di Dioniso

L’ambiguità è uno dei principali caratteri di Dioniso (e degli altri dei della vegetazione), proprio perché in origine si trattava di culti che seguivano il ciclo annuale di morte e rinascita della natura.

Dioniso è simbolo di fecondità e di sfrenatezza sessuale ma è anche di sofferenza e morte, è raffigurato ora con sembianze decisamente maschili (Ἐνόρχης “il dio dai testicoli”), ora con molli tratti femminei (Ψευδάνωρ “falso maschio”), ora benevolo ora sanguinario (nel regno greco-battriano venne identificato con Shiva, il dio creatore e distruttore), scatena la follia (Βάκχος) ma può anche ridare la sanità mentale (Λύσιος), mostra il suo vero volto o lo cela con la maschera (Ἐρίκρυπτος “completamente nascosto”), appartiene al giorno e alla notte, alla luce celeste e alla tenebra ctonia. Col termine Βάκχος ci si  riferiva non solo al dio, ma anche alla vittima animale sottoposta a σπαραγμός  e ὡμοφαγία, e addirittura alla stessa baccante che compiva il sacrificio.

Attraverso Dioniso si manifesterebbe anche il violento dissidio fra l’antichissima religiosità mediterranea (legata al culto della Grande Madre, espressione di una comunità agricola e matriarcale) e la religione patriarcale degli invasori indoeuropei (allevatori e pastori nomadi, il cui dio supremo era un’entità maschile, il «Padre del Cielo Luminoso», Dyaus Pitar, Ζεὺς πατήρ, Iuppiter); fra la morte del Re Sacro e la sua resurrezione; fra l’allegria delle feste agrarie e la necessità del sacrificio cruento.

Dioniso offrirà perciò ai poeti tragici un perfetto paradigma delle molteplici contraddizioni della condizione umana, e del concetto stesso di tragicità.

 

L’idea del tragico

 

In realtà, l’idea del tragico è una categoria di pensiero presente in molti luoghi e tempi, attraverso cui l’uomo ha interpretato se stesso e il mondo. Secondo Goethe, “ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare”. Chi interpreta la realtà secondo questa struttura mentale, vede in essa soprattutto un insieme di conflitti (fra uomo e uomo, fra uomo e destino, e anche all’interno dell’uomo); anche la verità appare contraddittoria: essa non è mai una, certa, data una volta per tutte, ma molteplice e mutevole. Il rapporto dell’uomo con la conoscenza si rivela ambiguo, oscuro: un doppio volto emerge di continuo nelle cose.

 

Perché nel V secolo?

 

Ma perché la grande fioritura della tragedia si ebbe proprio nel V secolo?

Il Vernant sostiene che proprio allora la civiltà ateniese si trovò in bilico fra i valori tradizionali e il nuovo razionalismo, cercando di reinterpretare i primi attraverso il secondo, ma spesso mettendo in evidenza la loro netta opposizione. In altre età, non essendo i due elementi in equilibrio, era impossibile che si manifestassero le lacerazioni tipiche del pensiero tragico.

Prima prevalevano i valori tradizionali: sappiamo, p.es., che Solone abbandonò indignato una delle prime rappresentazioni tragiche

Poi prevalse il razionalismo: sappiamo, p.es., che il poeta tragico Agatone scrisse tragedie su trame interamente inventate, non tenendo più conto dei miti tradizionali.

 

Ecco alcuni esempi delle antinomie affrontate dalla tragedia attica:

 

 

valori eroici

(aristocratici)

valori della πόλις (democratici)

religiosità

razionalità

diritto divino (θέμις)

diritto umano (δίκη)

ἁμαρτία

ἀδικία

responsabilità collettiva

responsabilità individuale

volontà divina

volontà umana

destino

libertà

 

 

I primordi del dramma attico

 

Avvolta nella leggenda è la figura di Tespi, che avrebbe fatto rappresentare la prima tragedia nell’Olimpíade LXI (536‑533 a.C.), in occasione delle Grandi Dionisie. Nativo d’Icaria, borgo dell’Attica famoso per un culto di Dioniso, la sua venuta ad Atene e l’attività di tragediografo sono collegate, secondo alcune testimonianze, all’impulso dato da Pisistrato al culto dionisiaco.

Quasi contemporaneo di Tespi fu Cherilo di Atene, cui i grammatici alessandrini attribuivano ben 160 drammi e 13 vittorie negli agoni tragici.

Contorni più netti ha la figura di Frinico di Atene, nato intorno al 535 a.C. Nel 492 Temistocle, arconte eponimo e sostenitore della creazione di una grande flotta in funzione antipersiana, selezionò la sua Presa di Mileto, che appunto metteva in guardia i cittadini contro il pericolo persiano. La rappresentazione della Presa di Mileto costò all’autore la multa di mille dracme e il divieto di metterla ulteriormente in scena, a causa della violenta commozione che il dramma aveva suscitato presso il pubblico ateniese (ma forse per volontà dei nemici di Temistocle). Nel 476 a.C. Frinico rappresentò con successo le Fenicie, che erano ambientate alla corte persiana nell’anno della sconfitta di Salamina (480), e che offrirono certo lo spunto a Eschilo per i suoi Persiani del 472. Anche qui lo scopo politico è la glorificazione di Temistocle, che non a caso fu designato corego.

Soprattutto all’ “invenzione” del dramma satiresco è legato il nome di Pràtina di Fliunte, cui erano attribuite 18 tragedie; il numero dei drammi satireschi da lui composti, ben 32, fa però pensare che essi non fossero inseriti nelle tetralogie, ma rappresentati isolatamente. La sua ἀκμή è collocata agli inizi del V secolo a.C.

 

Riassunto Friederich Nietzesche

 

Dall’ateismo agli ingredienti del fenomeno religioso

VARIE  FORME  DI  ATEISMO MODERNO

Ateo significa “senza Dio”, che nega l’esistenza di Dio. Anche gli ebrei e i cristiani furono considerati atei perché negavano le numerose divinità romane o greche.

Quali sono le varie forme di ateismo moderno?

 

1 ATEISMO  psicologico

E’ l’antipatia (a volte fino all’odio viscerale) verso tutto quello che riguarda la religione.

Spesso è causato:

  • da esperienze negative con persone religiose o particolarmente vicine alla religione;
  • da gravi disgrazie che portano ad una ribellione contro Dio;
  • da una educazione familiare o da un percorso culturale ideologico nel quale la religione è sempre presentata in negativo come causa di tutti i mali sociali.

L’ateismo psicologico di solito non è sostenuto da particolari ragionamenti che dimostrano la non esistenza di Dio, ma semplicemente da una grande antipatia verso la religione: è un fondamentale disgusto psicologico verso la religione.

 

2 ATEISMO politico

  • E’ l’ateismo imposto politicamente da un sistema governativo come ad esempio in numerose dittature.

Un esempio fu il sistema politico “comunista” dell’ex Unione Sovietica dove la religione era perseguitata e proibita dalle leggi di stato.

 

3  L’ATEISMO nel capitalismo

Nel capitalismo esiste la libertà religiosa, tuttavia la società è continuamente “bombardata” con tutti i mezzi possibili da messaggi che vogliono far credere che il vero paradiso terrestre sia solo quello dei piaceri immediati della vita, ottenibili acquistando i beni di consumo.

La religione è considerata poco importante, da temere, perchè potrebbe limitare tali piaceri della vita e tale libertà.

Nel capitalismo, nonostante la libertà religiosa, si arriva a pensare che la vera felicità si raggiunga solo con i soldi e con i piaceri materiali.

Sembra che le persone valgano solo per quanti soldi hanno. I meno importanti sono i poveri.

Non c’è tempo per pensare ad un Dio che insegna a donarsi gratuitamente per gli altri.

  • Il capitalismo, soprattutto là dove predomina la cultura dell’interesse personale, della carriera, dell’individualismo egoistico, origina l’ateismo NICHILISTA.

Il nichilismo è l’atteggiamento di chi rifiuta i tradizionali valori sociali e religiosi.

E’ anche una dottrina filosofica che nega l'esistenza di qualsiasi verità assoluta.

L’atteggiamento nichilista tende ad essere quello individualista, sovversivo, anarchico di chi non crede in nulla.

AGNOSTICISMO

L’atteggiamento agnostico è quello di chi NON vuole conoscere la religione ritenendola inutile, superflua o negativa. Per lui c’è molto altro di più importante.

E’ il noncurante, l’indifferente verso l’esistenza di Dio.

L’agnostico di solito non afferma di essere ATEO, ma semplicemente uno che non è interessato alla religione. L’agnosticismo è anche una corrente filosofica di pensiero nella quale si ritiene che Dio NON si possa conoscere quindi sono inutili le religioni.

 

4 L’ATEISMO  nella filosofia

Il 1700

E’ ricordato come il secolo dell’illuminismo dal lume della ragione (la ratio).

In filosofia si sviluppa il RAZIONALISMO. Nella mentalità razionalista si afferma che è VERO solo quello che si può spiegare con la ragione umana.

Le religioni si rifanno a fenomeni che non sempre sono spiegabili con la ragione umana e di conseguenza sono considerate tutte false.

E’ possibile dimostrare solo con i ragionamenti umani che DIO c’è?

Alcuni filosofi dell’epoca affermarono di sì. Altri di no!

Nascono due correnti di pensiero:

  • I filosofi teisti o deisti i quali, pur rifiutando le religioni, affermano che con i ragionamenti umani è possibile dimostrare l’esistenza di Dio
  • I filosofi ateisti affermano l’impossibilità con i ragionamenti umani di dimostrare l’esistenza di Dio

Il dibattito si apre.

I deisti sostenevano che la necessità di credere nell'esistenza di un Dio creatore e ordinatore dell'universo, denominata “religione naturale”, era dentro all'individuo e poteva essere dimostrata con la ragione, al pari dell'immortalità dell'anima.

Tuttavia, pur ammettendo l'esistenza di Dio, essi negavano la validità di tutte le “religioni positive”, ossia quelle fondate sulla rivelazione da parte di qualcuno delle caratteristiche di Dio o sull'insegnamento specifico di qualche Chiesa.

Quali potrebbero essere i ragionamenti che dimostrano l’esistenza  di una entità sovrumana, superiore all’universo che decide sulle leggi della natura?

 

1)  Dio  pensato come il Principio Ordinante

Gli atei affermano che tutto esiste per caso.

Nonostante alcune recenti scoperte scientifiche sugli studi genetici che considerano la teoria evoluzionistica di Darwin sempre più improponibile, molti continuano a credere che siamo il prodotto di una evoluzione casuale fatta solamente di errori genetici.

Va però ricordato che nella natura gli errori vengono eliminati.

  • ATTENZIONE

Il caso, per definizione, è un avvenimento del tutto non prevedibile!

Quando parliamo di leggi della natura intendiamo, al contrario, la ripetizione costante di un fenomeno. La somma di tanti casualità crea il disordine, NON le leggi della natura.

Se il cosmo (dal greco “ordine”) è ben stabilito da tante leggi della natura, chi ha stabilito tali leggi in quel modo?

I deisti chiamarono tale entità al di sopra delle leggi della natura “Il principio ordinante” ossia colui che liberamente decise tutto in un certo ordine ben definito fatto di tante leggi della natura.

Chi ritiene che tutto esiste per caso dovrebbe essere il primo a credere nei miracoli ….

Il MIRACOLO è, per definizione, un fenomeno straordinario che avviene al di fuori delle normali leggi della natura, il caso per eccellenza proprio per questo non spiegabile con l’ordine delle leggi della natura..

- I credenti, se sono certi dell’esistenza di un ordine fatto di tante leggi della natura, dovrebbero essere i primi a non credere nei miracoli?

RISPOSTA:

- Il principio superiore che stabilisce l’ordine delle leggi, può anche decidere, ogni tanto, il caso (miracolo).

2) Dio pensato come il motore immobile

Tutto l’universo è in continuo movimento: va sempre in avanti.

Perché possa esistere il movimento è necessario un principio che, da solo, liberamente, abbia deciso di mandare avanti tutto. Dio è pensato come il Principio che liberamente muove il tutto.

3) la capacità di pensare sta al di sopra della materia

Se il nostro corpo fosse fatto solo di materia dipenderemmo solo dalle leggi della natura.

La capacità di pensare liberamente (le idee) sta al di sopra della materia ed è in grado di decidere, liberamente  e indipendentemente dalla materia.

Per la religione, le idee, la coscienza fanno parte del mondo dello “spirito” e dell’anima.

 

Nell’ambito dell’ateismo filosofico si ricordano i cosiddetti maestri del sospetto, ossia coloro che con i loro percorsi di studio hanno presentato Dio e la religione come contrari all’uomo.

1)  Per Karl Marx (filosofo ed economista 1818 – 1883) la religione è considerata l'“oppio dei popoli”, una specie di “droga” che serve per consolare i poveri, i sofferenti e gli insoddisfatti. Per Marx la religione distoglie l'uomo dalla lotta per cambiare le strutture economiche ingiuste, promettendo il paradiso in un'altra vita.

 

2)  Friedrich Nietzsche (filosofo tedesco 1844 – 1900) esalta il concetto di 'superuomo' capace, con la propria “volontà di potenza”, di farsi misura delle cose, di creare da sé i propri valori superando la morale religiosa. Il suo pensiero fu riletto da alcuni come ispiratore dell’ideologia del nazionalsocialismo (nazismo).

 

3) Da Sigmund Freud (medico neurologo austriaco fondatore della psicanalisi  1856 - 1939) la religione è considerata come “nevrosi (una malattia nervosa) ossessiva collettiva (comune a tutti gli uomini)”. Per Freud la religione è legata al bisogno di protezione dell'uomo di fronte alle forze della natura e alle difficoltà della vita, è un atteggiamento infantile che proietta sul padre-Dio il bisogno di protezione.

 

4)  Jean-Paul Sartre (filosofo francese 1905 – 1980) rifiutò il concetto di un Dio onnipotente in quanto nega ogni forma di libertà dell'uomo. Anche se Dio esistesse, l'uomo si definirebbe solo a partire da se stesso: “l'uomo deve essere libero, dunque Dio non esiste”.

 

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Il materialismo marxista

Marx (1818 - 1883) ritiene che la realtà sia sola materia che origina ogni cosa.

L'idea (la capacità di pensare nell’uomo), secondo Marx, non è altro che il solo mondo materiale “trasportato” e interpretato nel cervello umano (colto criticamente dalla ragione dell’uomo).

Il materialismo filosofico pone come verità indiscutibili due “dogmi”:

  • la sola realtà esistente alla quale anche noi apparteniamo è la materia percettibile attraverso i sensi;
  • la materia è eterna e il suo modo di esistere non è mediante una creazione.

Che cosa pensano gli scienziati di queste due affermazioni che non dovrebbero mai essere messe in discussione?

I fisici attuali cercano di determinare l'età del cosmo partendo dal presupposto che esista un inizio temporale, il quale interviene nell'evoluzione del nostro universo.

I differenti metodi impiegati a questo fine conducono sempre allo stesso risultato, e cioè che il mondo si è formato miliardi di anni fa.

  • I filosofi marxisti furono avversi davanti a certe teorie o scoperte scientifiche che possono mettere in dubbio il loro “atto di fede” nell'eternità del mondo, per esempio i calcoli dell'astrofisica, la teoria dell'universo in espansione, le indicazioni della radioattività delle rocce, o il dodicesimo teorema della termodinamica.

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Termodinamica.

Schematicamente le considerazioni della termodinamica si possono così riassumere nei seguenti punti.

  • Il procedere dell’universo non è circolare giacché il calore passa soltanto dai corpi più caldi a quelli meno caldi (impossibilità del mito greco dell’eterno ritorno).
  • Tutta l’energia si va trasformando in calore (degradazione dell’energia).
  • Le temperature dell’Universo vanno uguagliandosi.
  • Uguagliandosi le temperature diminuisce la capacità di produrre lavoro.
  • Quando i corpi dell’Universo avranno tutti la medesima temperatura, non sarà più possibile ottenere lavoro.
  • Fisicamente l’Universo va in modo naturale verso la fine, ossia va verso lo stato di entropia massima (morte termica dell’Universo).
  • Nel microcosmo (atomi, molecole ecc.) esiste una legge, tuttora a noi sconosciuta, che conferisce alla natura un modo di procedere solo in una determinata direzione.
  • Se l’Universo va verso la sua fine (entropia massima), non può essere eterno; quindi dovette avere un inizio. Sorgono le domande circa il come e il quando di codesto inizio. .

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  • Secondo Hegel (1778 - 1831) l'evoluzione delle idee e quindi della realtà, avviene in tre tempi:
  • - una detta tesi;
  • - poi la sua antitesi (anti - tesi o tesi opposta);
  • - poi la sintesi (fusione della tesi e dell’antitesi).
  • Questo modo hegeliano di intendere la realtà è chiamato “dialettica”.
  • Marx condivide con Hegel la nozione di dialettica, ma respinge la teoria che la realtà sia fatta di idee e la pensa nella sola materia percepibile dall'uomo. Lenin scriverà che la dialettica è lo studio delle contraddizioni delle cose.

Fin qui i filosofi hanno solo cercato di interpretare il mondo e la sua evoluzione; ora si tratta di trasformarlo.

Come si arriverà a questa trasformazione?

Con un “dialogo” (dialettica) attivo dell'uomo nei confronti della natura. L’uomo e la natura sono fatti l'uno per l'altro. La natura deve “oggettivare” l'uomo (renderlo sempre più autonomo) e l'uomo deve soggettivare la natura (renderla alle dipendenze dell'uomo); ad esempio, il lavoratore domina la terra, la natura è umanizzata dal lavoratore. Questo pensiero viene denominato: “dialettica dell'uomo con la natura”.

 

  • Il Marxismo è un materialismo dialettico e storico

Per il socialista tutta la storia mondiale è stata creata solo dall'uomo mediante il suo lavoro. Ma l'uomo non si realizza nel solo dialogo con la natura, bisogna che operi con gli altri uomini.

I rapporti sociali sono interamente legati alle forze produttive, e il marxismo diventa, a poco a poco, più che una filosofia di idee, una visione economica della storia. L'uomo è il prodotto di certe circostanze, che a sua volta utilizzerà per crearne delle nuove, secondo il senso della “dialettica storica”.

Le circostanze fanno gli uomini e gli uomini fanno le circostanze.

Secondo Marx, la storia umana è la storia delle classi. Nella sua “dialettica storica” Marx ha visto queste diverse fasi:

  • - alla schiavitù feudale seguono i Comuni del Medio Evo;
  • - poi l'avvento della borghesia;
  • - infine il capitalismo industriale del XIX sec. che, secondo Marx, sarà distrutto dalla rivoluzione proletaria, la quale preparerà l'avvento del comunismo.

 

  • Il Marxismo vuole sopprimere le alienazioni

Per Marx i proletari, cioè la maggior parte del genere umano, sono degli schiavi, “degli alienati”, non sono liberi!

L’alienato è assente con lo spirito e coi sensi; soffre dello smarrimento di sé, della perdita di ciò che è proprio dell'uomo in quanto uomo.

Fra le diverse alienazioni Marx considera quella religiosa; afferma che la religione è solo dipendenza illusoria che impedisce l’uomo di realizzare se stesso.

Inoltre scopre e accusa, nella sua Germania, la “segreta intesa” tra lo Stato e i protestanti luterani per giustificare “religiosamente” la dominazione borghese.

Secondo Marx, la religione è un freno al progresso economico e sociale; è un'illusione di felicità, il trasferimento, lo “specchio” di speranze e di energie umane proiettate in un “al di là” fantasioso, la proiezione dei valori dell'uomo in un Dio immaginario.

Marx arriverà a scrivere che la religione è l'oppio dei popoli.

 

L’ordine del mondo e l’origine della religione 

Fin dall’antichità l’uomo ha osservato come i fenomeni della natura si ripetano allo stesso modo, in un ordine ben preciso, regolamentato da tante leggi che oggi noi distinguiamo in fisiche, chimiche e biologiche.

Tutti gli uomini, di qualsiasi cultura, osservano il movimento delle stelle, del Sole e della Luna, l’alternarsi delle stagioni e delle maree, l’acqua dei fiumi scorrere nella stessa direzione verso il mare.

Sembra che tutto si muova e si ripeta all’infinito.

Aristotele stabilì il principio secondo cui ciò che si muove è sempre mosso da altro. Da cosa sono mosse le leggi della natura? Tale semplice principio è stato utilizzato da Tommaso come la prima delle cinque vie, per dimostrare l’esistenza di Dio. Secondo Aristotele e Tommaso è necessaria una forza per continuare il movimento delle leggi della natura. Gli scienziati moderni sono convinti che esistano tante leggi della natura, ben regolate da un preciso ordine, contro il quale non si può andare. La scienza moderna parte da questa idea fondamentale: tutto è regolato e stabilito da leggi fisiche. Lo scienziato ha il compito di scoprirle.

Il noto scienziato Zichichi scrive:

“La scienza ha permesso all’uomo di capire che il Creato non si regge sul caso, ma su precise Leggi Fondamentali. Lo scienziato ama il libro della Natura: più lo legge e più ne rimane affascinato”.

Come possono esistere, per caso, le leggi della natura senza un legislatore?

Come può esistere un ordine, senza una misteriosa intelligenza ordinatrice?

L’uomo, con la sua semplice capacità di ragionare e osservare la natura, ha ritenuto di chiamare Dio la “mente” che ordina e muove il cosmo.

Cosmo deriva dal greco kósmos (ordine). L’universo è inteso come un insieme ordinato e armonico. Il termine sembra apparire per la prima volta negli scritti pitagorici.

Seneca, il filosofo latino consigliere dell’imperatore Nerone (4 a.C - 65 d.C.), pensò che a dirigere l’ordine del mondo fosse una misteriosa intelligenza superiore.

Tommaso d’Aquino, uno dei massimi filosofi e teologi italiani (n. 1.221 - m. 1.274) accolse questo “semplice” ragionamento nella quinta delle cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio, e quindi la nascita del fenomeno religioso.

Il vecchio Tom (Tommaso d’Aquino per gli studenti simpatizzanti) fu rispettato anche dal filosofo tedesco illuminista Kant (n. 1.724 - m. 1.804), il quale definisce il suo pensiero “una dimostrazione fisico-teologica”.

Nell’opera più famosa di Kant “Critica della ragion pura” si ricorda che la prova dell’esistenza di Dio, prova che fa leva sull’ordine della natura, merita d’essere sempre ricordata con rispetto. Essa è la più antica, la più chiara e la più adatta alla comune ragione umana.

Quando l’uomo crede che a governare le leggi della natura sia una sola mente ordinatrice, si forma la religione monoteista: la fede in un unico Dio.

Il politeismo è la convinzione umana dell’esistenza di tante menti ordinatrici (divinità), una per ogni forza della natura. Spesso anche nel politeismo si crede nell’esistenza di una divinità superiore che coordina le altre. Esempio: la divinità Manitù degli Indiani del Nord America, che accompagna e protegge il guerriero nella sua vita, è anche l’Essere Supremo, la forza ultraterrena del bene e del male.

Vengono poi chiamate religioni naturali quelle che nascono dallo spontaneo ragionamento umano. Fanno parte di queste religioni anche quelle filosofiche sorte nel periodo dell’illuminismo (sec. XVIII es. il deismo).

La religione rivelata si forma quando è insegnata (appunto rivelata!) da qualche straordinaria persona.

 

§ 28  Le cinque vie di Tommaso

Tommaso elabora delle dimostrazioni sull’esistenza di Dio.

Nella sua famosa Summa theologiae elenca cinque vie:

  • Analizza il divenire dell’universo percepito dall’uomo e, da esso, risale a Dio considerato come il motore immobile (colui che origina i movimenti, ma che non è mosso).
  • Dio è la causa efficiente incausata (il Creatore non creato).
  • Dio è l’essere necessario (distingue ciò che è possibile e ciò che è necessario come Dio).
  • Dio è l’essere perfettissimo.
  • Dio è il Supremo ordinatore dell’universo.
  • Nella Bibbia il libro dell’Esodo definisce Dio (Yahwèh) “Qui sum” = Io sono.
  • Nella filosofia l’idea di Dio è quella di un essere sussistente (autodeterminato) e si riconduce alle qualità proprie di Dio, già individuate nelle filosofie greca e araba (semplicità, attualità, infinità) o manifestate dalla rivelazione cristiana (Trinità, provvidenza, amore...).

 

5 ATEISMO  nella Scienza

Il 1800

È segnato da un periodo detto POSITIVISMO ossia da quel modo di pensare che pone la SCIENZA come l'unica VERA conoscenza della REALTA’ fino a diffondere, nell’opinione comune, l’idea che la scienza sia più credibile della religione.

Fondatore del positivismo è stato Auguste Comte, (1798-1857).

 

Attenzione

Che cosa è la REALTA’ ? E’ soltanto tutto quello che si vede e si può toccare?

Il fenomeno è tutto ciò che si può vedere, toccare sentire e può essere studiato mediante i sensi (la vista, l’udito, il tatto, ecc)

Il noumeno è tutto quello che si può solo pensare senza però vedere, toccare, sentire ecc.

Niccolò Copernico (1473 – 1543) ipotizzò la teoria eliocentrica (contrariamente all’apparenza, il sole è fermo al centro del sistema solare e la terra gira attorno ad esso) e Galileo Galilei (1564 – 1642) lo dimostrò con il nuovo metodo scientifico induttivo

Prima di Galileo Galilei vi era il metodo scientifico deduttivo: ossia partendo dalle considerazioni – teorie-  universali si cercava di spiegare ogni fenomeno particolare.

 

Galileo iniziò il metodo induttivo: dall’esperimento particolare si può elaborare una considerazione -teoria- universale.

Galileo, mediante il suo nuovo metodo scientifico, ha dimostrato che non sempre la realtà corrisponde con quello che si vede: esiste anche quello che non si può vedere, toccare sentire.

Mediante la chimica si inizia a studiare quello che esiste senza poterlo vedere e toccare, ma solo interpretare mediante esperimenti particolari. Gli elettroni, i quark, fotoni e neutrini sono tutti elementi dell’atomo che non si possono mai vedere ma solo immaginare – interpretare- mediante esperimenti particolari.

La scienza, in tale ambito del sapere umano, può solo usare il metodo conoscitivo dell’interpretare quello che non si può vedere: il noumeno.

Nella scienza degli atomi il metodo conoscitivo è quello delle ipotesi noumenologiche induttive. Anche nella religione (teologia) si usa spesso il metodo conoscitivo della riflessione su esperienze particolari.

Dal punto di vista del metodo conoscitivo, scienza e religione (teologia) usano metodi simili.

INFINE ricordiamo due considerazioni molto importanti:

  • 1 - la scienza si occupa di conoscere, il COME avviene un fenomeno (il divenire di un fenomeno), ma NON  il  PERCHE’  esistenziale (es. perché tutto è stabilito così? Che senso ha la vita, la sofferenza ecc?.
  • 2 - Per quanto riguarda la creazione, le scoperte scientifiche non possono essere considerate in contrasto con la Bibbia: Adamo ed Eva non sono argomenti storici o scientifici sulla creazione, ma miti che servono per spiegare con linguaggi simbolici il senso religioso della vita e NON COME è avvenuta la creazione! Inoltre non esiste in quel mito il verbo creare ma il verbo plasmare, piantare un giardino ecc. ecc. Anche la descrizione, nel primo capitolo del libro Genesi, dei “sei giorni” della creazione non ci descrive come questa è avvenuta, ma risponde a degli interrogativi religiosi dell’epoca.

 

Le grandi religioni nel mondo  

Il mistero dell’infinito

Che cosa è la religione?

A tale riguardo ricordo di aver letto due antichi detti indiani. Uno afferma che la religione è l’amicizia dell’uomo con il Cielo. L’altro che la religione è il dito che indica la Luna.

Entrambi sottintendono che la religione è un mezzo, uno strumento che indica l’inizio di un cammino da percorrere, non un fine o un punto di arrivo. Ogni religione è un sentiero per incontrare l’infinito, il sovrumano, l’immenso, in una parola: Dio.

Ogni popolo ha percorso in maniera diversa questo sentiero e questo è un motivo per cui esistono tante religioni differenti. Da sempre, in tutto il mondo, gli uomini cercano un Dio, si rivolgono a lui, gli chiedono: Chi sei tu? Fatti conoscere! Guidaci nel nostro cammino! Vogliono trovare un senso alla vita e alla morte. Per rispondere a questi interrogativi l’uomo utilizza il linguaggio dei simboli e dei miti. Nascono in questo modo le diverse dottrine di Dio, della vita dell’uomo. L’uomo non è soddisfatto, sente il bisogno di liberarsi da questa vita non sempre felice, fatta di sacrifici, dolori fisici e morali, ingiustizie.

Il problema centrale di ogni religione è come liberarsi di tutto quanto ci rende difficile la vita; con una parola familiare alla nostra cultura occidentale è la questione della salvezza.

La religione non è la liberazione o la salvezza già raggiunta, ma un mezzo o un sentiero per raggiungerla.

 

L’origine della religione

Nell'ambito del pensiero filosofico si distinguono intorno a questo problema tre tendenze:

  • - origine divina della religione, che trova la sua massima espansione nella dottrina della rivelazione;
  • - origine politica della religione, che la riduce alla sua strumentalizzazione politica. La prima formulazione di questo tipo è attribuita a Crizia (460 a.C.), secondo il quale gli antichi legislatori “inventarono” la divinità per indurre i propri concittadini a rispettare le loro leggi.
  • - origine umana della religione; nell’ambito del pensiero moderno va ricordato Feuerbach, secondo il quale la religione non è che lo “specchio” dei sentimenti non soddisfatti dell'uomo, è alienazione umana (idea che sarà poi ripresa da K. Marx).

Ma perchè l'uomo è religioso? Come nasce una religione?

Una prima intuizione è data dalla precisa coscienza che “se esiste il creato, esiste anche il creatore”.

E' il ragionamento più semplice che si trova sia presso i popoli da noi considerati primitivi perchè senza scrittura, sia presso i popoli più evoluti. Fra le preghiere dei popoli illetterati si trovano numerose espressioni che si richiamano intensamente a questa profonda realtà.

Perchè il mondo è ordinato in ben precise leggi cosmiche e non in altre? Chi ha stabilito che il creato deve essere solo così e non diversamente? Aristotele risponde che c’è un Dio, e lo considera come il “Motore Immobile” (Atto puro).

 

Classificazione delle religioni

Le religioni si possono classificare in tre modi:

  • Le religioni “primitive”(o indigene o tradizionali),in cui le comunità di fedeli vivono “allo stato di natura” senza sacre scritture; pertanto la dottrina viene tramandata di generazione in generazione a memoria, soprattutto mediante canti, danze simboliche, miti e racconti. Sono materia di studio in sociologia, in etnologia e in antropologia delle religioni. (vedi: § n. 453)
  • Le religioni naturali, che nascono con il semplice uso della ragione (ad esempio il deismo filosofico); anche le religioni primitive nascono spesso con il semplice uso della ragione.
  • Le religioni soprannaturali, o rivelate, in cui l'uomo è convinto che la divinità si faccia conoscere (si riveli) attraverso i profeti (es. Maometto o i profeti biblici), i sacerdoti, o mediante un'avatara (es. il mitico Krisna) ed altre forme di mediazione tra Dio e gli uomini. Dette religioni vengono studiate in teologia.

 

Lo studio del fenomeno religioso

La storia delle religioni si occupa di conoscere le religioni negli avvenimenti storici; cerca di comprendere la loro reale origine, come si sono sviluppate.

La Teologia è invece lo studio di Dio, come si manifesta, cosa egli è, cosa desidera dall'uomo, come l'uomo deve corrispondere a Dio. In poche parole è la riflessione su Dio e sul suo legame con l’uomo.

I primi studi sulle religioni e il tentativo di comprendere la loro origine nell'uomo si pongono già nella Grecia classica. L'affermarsi di tali studi si ha solo nel XVIII sec., in seguito all'ampliarsi degli scambi commerciali e alla maggiore conoscenza delle culture extraeuropee. Il primo confronto (comparazione) tra le religioni dei popoli “primitivi” d'America e quelle dell'antichità classica, sembra essere l’opera del missionario J.-F. Lafitau (1723), che svolse il suo apostolato tra gli indiani d'America.

Ch. de Brosses (1757) esaminò le religioni primitive dell'Africa, confrontandole a quelle dell'antico Egitto.

G. B. Vico (1668-1744) affermò l'origine unica delle religioni; studiò l'origine dei miti e inserì la religione fra gli elementi fondamentali che costituiscono una civiltà. Sempre nel XVIII sec. si impose, specie con Hume (1711-1776), la teoria evoluzionistica della religione: il graduale sviluppo delle religioni da una forma primitiva semplice a quella più complessa.

Hume mise il politeismo prima del monoteismo, riconoscendo a quest'ultimo il titolo di forma culturale più progredita. Nel 1800 lo studio delle religioni si arricchì con l'inserimento di altre scienze (archeologia, storiografia, filologia, cioè lo studio della corretta interpretazione dei documenti e delle culture sociali) e della teoria evoluzionistica la quale venne sempre più riconosciuta valida anche da A. Comte (1798-1857 filosofo positivista), che distingue tre fasi di sviluppo del fenomeno religioso:

  • - feticismo, ossia la religiosità primitiva fondata sul culto di oggetti materiali denominati feticci.
  • - politeismo, la religiosità caratterizzata da più divinità, aventi caratteristiche prevalentemente simili a quelle dell'uomo;
  • - monoteismo, le religioni che riconoscono un unico Dio esistente; esempio il giudaismo; il cristianesimo; l'islamismo.
  • A. F. Max Muller, elaborò nella seconda metà del sec. XIX la prima teoria a carattere scientifico del protoindoeuropeo, secondo la quale tutte le religioni dei popoli indoeuropei avrebbero un'origine comune. Tale teoria non mancò di notevoli obiezioni.
  • E. B. Tylor (1832-1917) affermò che il modo di progredire dei popoli è per tutti uguale e che a tutti i popoli da noi considerati primitivi è comune l'animismo (convinzione che tutte le cose e i fenomeni naturali siano animate da spiriti malefici o benefici superiori all'uomo), al quale sarebbe seguito il politeismo e, molto più avanti, al vertice della scala evolutiva, sarebbe stato imposto il monoteismo. Tale “scuola antropologica” considerava la religione dei primitivi (l’animismo) il gradino culturale più basso.
  • A. Lang (1844-1912) fu il primo a porre dubbi sulla teoria evoluzionistica delle religioni affermando che anche nei popoli “primitivi” è presente il concetto di un Essere Supremo.
  • B. Malinowski (1884-1942) è uno dei maggiori esponenti del funzionalismo religioso (si valutano le religioni in funzione dei problemi culturali o politici); rifiuta ogni schema interpretativo delle religioni e considera la religione non separabile dalla cultura di un popolo.

Tuttavia il funzionalismo non spiega come lo stesso fenomeno religioso sia presente in culture differenti tra loro; a questa lacuna cercò di porre rimedio la fenomenologia religiosa di G. V. Leeuw e di M. Eliade. La necessità di approfondire la conoscenza delle religioni adoperando strumenti di ricerca propri di altre scienze (archeologia, storiografia, etnologia, filologia) ha portato ad un abbandono degli studi comparati (mediante il confronto con le altre religioni), limitando la ricerca a singole religioni.

 

Considerazioni sulle religioni “primitive”

Tutti i popoli di ogni tempo, cultura e luogo, hanno qualche forma di vita religiosa. Le più evolute hanno un testo sacro, quelle invece che si basano solo sulla tradizione orale, sui miti e sui riti, sono da noi considerate “primitive”.

Sottolineiamo per il nostro lettore che la qualifica “primitivo” alle popolazioni, spesso politeiste, è del tutto superata. Non significa che tali persone siano prive di intelligenza e inferiori all’uomo industrializzato, come presuntuosamente e “razzisticamente” pensavano gli occidentali fino al secolo scorso.

Si definisce impropriamente popolo “primitivo” quello senza scrittura, senza uno sviluppo di cultura scientifico - tecnologica, ma non inferiore per le doti d’intelligenza. Tali popolazioni presentano spesso una rilevante organizzazione di vita comunitaria, notevoli doti di intelligenza, non solo spirituale, e sanno vivere in armonia con la natura.

L’uomo occidentale, tali doti deve ancora acquisirle. Spesso tali culture “preletterate”, presentano potenzialità umane non sempre spiegabili dalla scienza.

Come si possono studiare le religioni quando sono senza scrittura?

Se sono antiche, occorre l’archeologia; se sono tuttora esistenti come ad esempio quelle presenti in Africa, in Australia o in Brasile, occorre l’attenta osservazione vivendo in mezzo alle tribù per diversi anni. E' da ricordare che molti studiosi (filosofi, sociologi...) anziché analizzare il fatto religioso in se stesso, hanno spesso preferito interpretarlo secondo le proprie ideologie.

Nelle religioni da noi considerate primitive, l'ordine della natura è attribuito alle divinità.

Dal punto di vista fenomenologico, la religione è una esperienza definita come “sentimento e gusto dell'infinito”,  “sentimento dell'infinita dipendenza dell'uomo”  da una realtà che è al di fuori di lui: il trascendente (Dio; il totalmente altro).

Anche le regole del comportamento umano (la condotta morale ), sono spesso stabilite da un presunto intervento divino.

Non si deve dimenticare che anche nelle religioni senza scrittura la sapienza della divinità (l’onniscienza) è spesso orientata verso la creatura più importante: l’uomo.

Violare le regole di vita tribale può provocare la “collera” di una divinità. Il suo castigo si può manifestare mediante lo scatenamento delle sue forze nella natura (alluvioni, siccità, tempesta, ecc). Nascono in questo modo i vari tabù.

 

Il cattolicesimo e le religioni senza scrittura

Il Concilio Ecumenico Vaticano II si è espresso in questo modo riguardo le religioni politeiste senza scrittura:

“Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre. Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano la vita in un intimo senso religioso.

Quanto alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato.” (Nostra Aetate n. 2).

L’importante documento del Concilio, spesso ignorato nelle parrocchie, termina con alcune riflessioni che aprono il dialogo con tutte le religioni del mondo in tale modo:

“Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio.

L'atteggiamento dell'uomo verso Dio Padre e quello dell'uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi (strettamente collegati) che la Scrittura dice:

« Chi non ama, non conosce Dio » (1 Gv 4,8).

Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi (procedura) che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano (effondono). In conseguenza la Chiesa esecra (detesta, ripudia), come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione (differenza) tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, « mantenendo tra le genti una condotta impeccabile » (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli.” (Nostra Aetate n. 5).

 

Gli “ingredienti” delle religioni

§ 458 Elementi  del  fenomeno  religioso

LA COMUNITÀ.

Una caratteristica della religione è la sua funzione socializzante; essa forma una comunità in cui tutti i fedeli si sentono uniti, “fratelli” o “figli” della stessa divinità.

La religione non considera le persone tutte uguali come nella cultura marxista o comunista, ma ogni persona, pur nella sua diversità, è estremamente importante perchè è figlia dello stesso Creatore. Ripetiamo, la religione considera le persone della stessa importanza, perché figli dello stesso Dio, ma non uguali.

 

I RITI.

I riti sono i diversi modi di esprimere la fede religiosa, servono anche per educare o ricordare la dottrina religiosa. I modi per conservare il contenuto di una religione possono essere diversi. Esempio, il canto in cui si impara a memoria un racconto, la danza e la musica che aiutano la persona a predisporsi meglio sia nei sentimenti che nel corpo verso la divinità. Di fronte alla divinità, l'uomo riconosce la sua inferiorità e pertanto prova verso di essa sentimenti di timore (vedi: tabù § n. 217) o di devozione (amore).

 

IL SACERDOTE

Nelle religioni è colui che si pone come intermediario tra la divinità e gli uomini. La sua funzione è quella di comunicare a Dio i desideri degli uomini e, mediante lui, la divinità comunica i suoi desideri agli uomini. Il sacerdote è colui che favorisce il dialogo e l'intima comunione tra Dio e gli uomini.

Nel cristianesimo cattolico, l'unico vero sacerdote è Cristo Gesù.

I vescovi sono il prolungamento del suo sacerdozio nel tempo della Chiesa. Una caratteristica della religione è proprio quella dell'uomo che cerca di dialogare con Dio e di comprendere la sua volontà nella vita.

 

IL  MITO E’ un racconto simbolico - figurato che ha la funzione di spiegare i grandi perchè dell'uomo e di educare l’uomo a quei comportamenti di vita ritenuti migliori per vivere felice e libero .

 

IL  SACRO Il sacro è tutto ciò che appartiene a Dio o a una divinità e può essere:

  • - venerato (semplicemente rispettato)
  • - adorato (onorato fino al coinvolgimento dei propri sentimenti e fino a riconoscere la propria inferiorità perchè vi è la presenza della divinità o la sua diretta influenza).

 

IL SACRIFICIO

E’ detto anche olocausto ed è una azione sacra per pacificare la “collera” di Dio, per ringraziarlo o glorificarlo. Spesso, nelle religioni, il sacrificio consiste nel sottrarre un animale o qualcosa dal mondo profano per renderlo sacro (appartenente a Dio) donandolo o dedicandolo a una divinità.

 

Il sacrificio può essere:

- cruento con spargimento di sangue;

- incruento senza spargimento di sangue;

- umano in cui la vittima è una persona;

- espiatorio per liberare l'uomo o un’intera comunità (assemblea o “tribù”) dal male o dal peccato;

- ecatombe nella religione greca era il sacrificio di 100 buoi; correntemente si usa questo termine per indicare una strage o uno sterminio umano.

 

Il cannibalismo

Anche se è severamente vietato dalla legge, in realtà è ancora presente in certe tribù da noi considerate primitive. Il cannibalismo è l'uso di mangiare la carne umana; è anche detto antropofagia.

Spesso si presenta come una pratica rituale e non va certamente inteso come un modo di cibarsi che non faccia alcuna distinzione tra carne umana e carne di animali.

L'idea magico-religiosa che sta alla base dei riti cannibalistici è che la carne umana è ritenuta provvista di qualità superiori, delle quali ci si può appropriare mangiandola. E’ il desiderio di acquisire quelle qualità che nessun animale possiede, all'infuori dell'uomo.

Talvolta queste qualità essenziali o “spirituali” vengono concentrate su una parte del corpo umano e allora l’oggetto della pratica antropofaga è soltanto quella parte che si presume contenere l'essenza umana.

 

Il sacrificio umano nel cristianesimo

Nella dottrina cattolica, il sacrificio è la S. Messa (consacrazione eucaristica) nella quale si continua a ripetere in modo incruento (senza visibile spargimento di sangue), mediante il pane e il vino, quel sacrificio umano che fu violento cruento ed espiatorio (liberatorio) di Gesù Cristo.

Nell’eucaristia viene coinvolta anche la fede nella resurrezione.

Nella Bibbia va ricordato che Abramo fu il primo a sostituire il sacrificio umano di suo figlio Isacco con quello di un ariete.

Qualche antropologo ha voluto vedere nel sacrificio umano di Gesù delle lontane analogie con la simbologia ancestrale del cannibalismo e del suo ruolo di “capro” espiatorio.

 

IL TABÙ.E’ una parola polinesiana che deriva da “proibito” e indica l'interdizione sacrale per tutto quanto viene proibito e temuto perchè appartenente a una  divinità. Se violato, potrebbe “irritare o far arrabbiare” la divinità e, poiché essa appartiene all'aldilà, al regno dei morti, vi è il terribile timore che possa scatenare delle conseguenze negative sia naturali che soprannaturali contro l’uomo. Correntemente si usa per indicare una generica paura di compiere qualche azione.

 

IL TOTEM. Deriva da ototeman (“egli è della mia parentela”).

Presso molte popolazioni “primitive” è un oggetto, vegetale o animale ritenuto protettore di una tribù, o che la tribù riconosce come proprio capostipite. Qualche sociologo ha ravvisato nel totem delle lontane analogie con la venerazione dei Santi Patroni o delle loro reliquie nelle parrocchie.

 

IL SENSO DI COLPA. Nasce nei confronti di chi amiamo e rispettiamo, in seguito a nostre azioni offensive. Questo avviene anche nei confronti di Dio (vedi: Caino, il volto tenuto in basso § n. 158 e s). Non avremo mai il senso di colpa quando consideriamo importante solo noi stessi.

 

LA VERGOGNA.La vergogna è un sentimento di colpa che nasce dopo aver compiuto una cattiva azione e deriva dalla paura di essere giudicati dagli altri, di essere disonorati o di non sentirsi più importanti come prima. E' la paura di far scoprire agli altri i nostri difetti o le nostre fragilità.

 

 

Differenza  tra  MAGIA  e  RELIGIONE

 

La Magia è la convinzione dell’uomo di possedere dei poteri particolari che gli permettono di controllare, o comandare, le forze della natura.

  • Magia Bianca quando è utilizzata a scopo benefico (es. sciamani e guaritori)
  • Magia Nera quando è utilizzata a scopo malefico per colpire il nemico (es. Stregoni, ecc.)

 

La Religione è la convinzione dell’uomo che a dominare le forze della natura possa essere solo colui che le ha create, ossia Dio o una divinità. Nelle religioni apparentemente “politeiste” spesso le forze della natura vengono chiamate con il nome delle divinità figlie di un Dio Superiore.

cfr. Enrique Lòpez Dorriga L’Universo di Newton e di Einstein ed. Paoline p. 111.

Per il filosofo Hegel, Dio è l’Assoluto che autonomamente si pone come Idea, storicizzandosi dialetticalmente: l’Assoluto monistico ed immanente. E’ l'idea assoluta che conduce il mondo, al di fuori della quale c'è il nulla.

I. Kant, Critica della ragion pura, trad. it. ed. Laterza, Roma - Bari 1972 p. 489. Enrique Lòpez Dorriga L’Universo di Newton e di Einstein: introduzione alla filosofia della natura ed. Paoline p.103.

Religione. La stessa parola religione deriva dal latino religio e significa legare, unire... Cicerone nel De natura deorum (II,28) la fa derivare dal culto che lega l’uomo al divino.

Morale. Da mos moris, costume. Morale vuol dire legge, norma che è stata posta da eroi o da dei.

Tuttavia alcuni autori sono convinti che esiste nella creatura umana una certa inclinazione verso ciò che è il sentimento del buono, del giusto, di ciò che ci dà gioia e tristezza (l'amore e l’odio).

 

 

 

 

Riassunto Friederich Nietzesche

 

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