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Riassunto - scheda libro :

 

Il diario di Anna Frank

 

 

AUTORE: Anna Frank

 

TITOLO: Il diario di Anna Frank

 

EDITORE: Einaudi

 

LUOGO DI EDIZIONE: Nuova universale Einaudi

 

ANNO DI EDIZIONE: 1° edizione 1954 / ristampa 1972

 

NUMERO DELLE PAGINE: 273

 

ILLUSTRAZIONI: una foto in copertina della protagonista e autrice del libro: Anna Frank

 

GENERE DEL ROMANZO: romanzo-autobiografico

 

NOTIZIE SULL’AUTORE: Anna Frank è una ragazza tedesca di origine ebrea, nata a Francoforte nel 1929, che, prima di morire a soli 16 anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen, ci insegna il valore della bontà nonostante il mondo disumano in cui si trova a vivere. Perseguitati dai tedeschi, per la loro origine ebraica, lei, la sua famiglia e in seguito la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel, furono costretti a stare nascosti in un alloggio segreto, fino a quando furono scoperti dalle “SS”. Arrestati e portati nei campi di concentramento, la madre di Anna morì di consunzione, e un anno più tardi morirono Margot e Anna di tifo. Tre settimane dopo la loro morte (1954) gli inglesi liberarono Bergen Belsen. Il diario di Anna Frank, fu trovato nell’alloggio segreto e consegnato dopo la guerra al padre di Anna, unico superstite della famiglia. Fu pubblicato ad Amsterdam nel 1947, col titolo originale Het acherhuiscil (il retrocasa).

 

TRAMA: Anna è una ragazza di 13 anni, di origine ebrea. La sua è un’agiata famiglia e il padre esercitava la professione di banchiere.  Costretti a trasferirsi ad Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni (1942), dopo l’occupazione tedesca dell’Olanda, Anna e i suoi famigliari si sistemarono in un alloggio segreto che si trovava sopra una vecchia fabbrica di spezie. A loro si unirono la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel. La loro non fu una convivenza felice, poiché erano costretti a vivere nascosti e segregati in locali piccolissimi, scomodi e molto freddi. Fu un’esperienza molto dura soprattutto per i tre ragazzi: Anna, Margot sua sorella, e Peter figlio dei signori Van Daan. Erano troppo spesso tristi e desiderosi di libertà. Anna, nei due anni di segregazione, decide di scrivere un diario, in cui racconta le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Racconta fatti spesso banali: le discussioni sul cibo, sull’uso del bagno, le piccole insofferenze tra persone costrette a vivere troppo vicine. Lei scrive ogni lettera per un’amica immaginaria, che non esiste: Kitty; emerge un prepotente spirito libero, senza età: sembra di poter vedere un’anima matura in un corpo di bambina, fiduciosa nell’avvenire, nella bontà dell’uomo. Spesso parla di Peter, il ragazzo di cui pian piano si accorge di essersi innamorata. Non riesce quasi più a trovare un minimo di equilibrio in quell’ambiente: il padre sembra allontanarsi da lei, la madre solo un’amica e nulla riguardo all’affetto materno, la sorella disperata quanto lei, il sig. Van Daan noioso, la sig. Van Daan sempre pronta a criticare ad ogni pretesto… costretta a dividere la stanza col dottor Dussel, non aveva più uno spazio letteralmente suo, solo il diario, suo e di nessun altro. Studiava molto, le sue passioni si basavano sulla storia, sul francese e sulle materie letterarie, ma odiava la matematica. Per Anna in quel suo ambiente non vi era nulla di speciale, se non la sera, quando andava in soffitta da Peter, per il quale provava un sentimento d'amore da lui contraccambiato. A seguito di una segnalazione spionistica, il 4 agosto 1944 un tedesco e quattro olandesi, fecero irruzione all’alloggio segreto: tutti i rifugiati clandestini furono arrestati e l’alloggio fu saccheggiato e perquisito dalla GESTAPO. Qualche giorno dopo, il gruppo di rifugiati fu avviato a Westerbork, il più grande campo di concentramento in Olanda. Il 2 settembre 1944 i Frank furono condotti ad Auschwitz, dove il padre venne separato dalle figlie e dalla moglie, che da lì a poco, morì di consunzione. Nel febbraio 1945 Anna e Margot si ammalarono di tifo, e in marzo Anna morì, pochi giorni dopo sua sorella. Furono entrambe sepolte in una fossa comune. Tre settimane dopo le truppe inglesi liberarono Bergen Belesn.

 

DIVISIONE IN SEQUENZE:

  • Ad Anna gli è stato regalato il diario, in occasione del suo compleanno.
  • Inizia la persecuzione contro gli ebrei.
  • Anna e la sua famiglia si rifugiano all’alloggio segreto.
  • La famiglia Van Daan si uniscono alla famiglia Frank.
  • Nuove regole per tutti: spazi limitati, orari per i pasti ben precisi.
  • Arrivo del Dottor Dussel all’alloggio.
  • Nuove regole per Anna: deve dividere la sua stanza con il Dottor Dussel.
  • Breve descrizione di tutti i personaggi dell’alloggio.
  • Anna e Peter iniziano a fare amicizia
  • Anna e Peter si innamorano
  • All’alloggio c’è tanta confusione per insufficienza di cibo.
  • La paura cresce nei confronti delle “SS”.

 

TAPPE SEGUENTI DI RIFERIMENTO:

  • L’alloggio segreto viene scoperto: tutti vengono arrestati e portati ai campi di concentramento.
  • Anna, la madre e Margot vengono separate dal padre.
  • La madre di Anna muore
  • Muoiono Margot ed Anna, e vengono seppellite nelle fosse comuni.
  • Il padre di Anna, unico sopravvissuto, fa pubblicare il diario di Anna.

 

CAPITOLI PIU’ INTERESSANTI: LETTERA DELLA DOMENICA16 APRLILE 1944

Questa lettera parla del primo bacio che Anna ricevette da un ragazzo: Peter. Ogni sera Peter ed Anna, si recavano vicino alla finestra, dove parlavano di tutto ciò che in quei momenti gli passava per la testa. La sera del 15 aprile, Peter si fa più vicino ad Anna, con la scusa che seno’ picchiava la testa contro l’armadio. Ad Anna batteva forte il cuore. Non erano mai stati così vicine e stretti l’uno con l’altra. Peter l’abbraccia, le fa posare il capo sulla spalla. Rimangono immobili per cinque minuti. Sono gesti da ragazzi: lui le stringe il viso tra le mani e passa le mani tra i capelli; lei rimane immobile, tanto felice senza saperne spiegare il perché. È passata mezzora, Peter ed Anna si alzano. Peter mette le scarpe da ginnastica per non fare rumore, e prima di scendere le scale, le dà un bacio. Anna scende le scale senza nemmeno voltarsi, sentendosi tanto felice.

 

PERSONAGGI PIU’ IMPORTANTI: Anna, Margot, Petre, la madre di Anna, il padre di Anna, il signore e la signora Van Daan, il Dottor Dussel, Elli, Miep, Kraler, Koophuis.

  • Anna: è la protagonista e scrittrice del suo diario, regalatogli per il suo tredicesimo compleanno, dove descrive la vita dell’alloggio segreto.
  • Margot: è la sorella di Anna. E’ descritta da Anna come una ragazza diligente, studiosa e molto timida.
  • Peter: è il figlio del signore e della signora Van Daan. Molto amico di Margot è fortemente innamorato di Anna. E’ descritto come un ragazzo goffo, e molto timido soprattutto con le ragazze.
  • La madre di Anna: Anna, dato il suo comportamento strano nei suoi confronti, c’è la presenta più un’amica che una madre. Questo perché non riesce a darle nessun affetto che possa andare oltre l’amicizia di una semplice amica.
  • Il padre di Anna: al contrario della madre cerca di non far mancare nulla ad Anna, ed è per questo Anna lo considera un eccellente confidente.
  • Il signore e la signora Van Daan: sono i genitori di Peter, e non si presentano per niente simpatici; lui è un brontolone, e lei è sempre pronta per litigare.
  • Il Dottor Dussel: è il compagno di stanza di Anna. Non vanno tanto d’accordo, ma tra i due c’è della simpatia.
  • Elli, Miep, Kraler, Koophuis: sono amici della famiglia Frank, Van Daan, e del Dottor Dussel, e gli aiutano a nasconderli nell’alloggio segreto.

 

 

AMBIENTI: gli ambienti in cui si svolge la vicenda, sono sempre gli stessi, quelli riguardanti l’interno dell’alloggio segreto: camere, soffitta, bagno, cucina e il vecchio ufficio.

 

INFORMAZIONI NUOVE: II^ Guerra Mondiale; persecuzioni contro gli ebrei destinati ad essere arrestarti e portati ai campi di concentramento, morti e sepolti nelle fosse comuni.

 

PUNTI DI VISTA DELL’AUTORE: I punti di vista dell’autore sono concetti molto chiari ed evidenti: la paura per l’immancata morte che avverrà da quella tragica guerra, senza nemmeno avere una speranza che un giorno, quel male e quella paura, sarebbero cessati.

 

OPINIONI PERSONALI SULLA VALIDITA’ DELL’OPERA: Questo romanzo è molto bello e triste allo stesso tempo, perché la descrizione di Anna, ci fa capire veramente il senso della vita, affrontato da una ragazza di soli 13/16 anni. Triste perché tutti i desideri, tutte le idee che appartenevano ad Anna, sono state distrutte, buttate all’aria, per il semplice fatto che lei, ragazza innocente, era di origini ebree.

 

GIUDIZIO SUL LINGUAGGIO: Il linguaggio usato è molto semplice e scorrevole, caratteristico di una ragazza adolescente.

 

GIUDIZIO CRITICO CONCLUSIVO:In conclusione potrei dire che questo romanzo, essendo molto realistico, ha una fine non troppo bella. È una storia vera, mostrante tutti i suoi lati positivi e negativi dell’esistenza umana.

 

NE CONSIGLERESTI LA LETTURA AD ALTRI?: Si, perché questo romanzo riesce a raccontare, anche se in modo drammatico, la crudeltà cui l’uomo stesso sottopone i suoi simili, facendo però risaltare i desideri e le piccole gioie di quei ragazzi che, a loro tempo, sarebbero dovuti diventare uomini migliori, che si sarebbero schierati contro la crudeltà e l’ingiustizia, per costruire un mondo migliore. Anna col suo diario, dà al lettore di diventare una di queste persone: pacifica, comprensiva e solidale.

 

A CHI?: Alle persone che si ritengono superiori ad altre, per fargli capire che la bontà e la verità che hanno le loro radici nella vita quotidiana, basata sulla solidarietà e sulla comprensione reciproca, senza scontri, ne vincitori e ne vinti, per riuscire a capire che, a questo mondo, un vincitore vale quanto un vinto.

 

QUALE PAGINA LEGGERESTI AD UN TUO/A AMICO/A PER INVOGLIARLO ALLA LETTURA DI QUESTO ROMANZO?: La pagina n° 176 (lettera del 7 marzo 1944).

 

PERCHE’ PROPRIO QUELLA PAGINA?: La pagina 176 è un po’ un riepilogo di come, nella vita di Anna, siano avvenuti tanti cambiamenti. Prima si riconosce come tutte le sue compagne: una ragazza civettuola e divertente. Era sincera e generosa con tutti, e non avrebbe mai impedito ad un suo compagno di copiare il suo compito in classe. Adesso si sente una ragazza troppo cresciuta per la sua età. È per questo che leggerei questa pagina non a un mio amico, ma a una di quelle persone che non vedono l’ora di essere già grandi, e assumono comportamenti da adulti, per fargli capire che la vita va vissuta al suo tempo, e che al momento giusto saranno anche loro più grandi. Anna in questa sua lettera, esprime un senso di rammarico, per non aver appunto potuto vivere la sua adolescenza come tanti altri ragazzi della sua età, costretta a diventare subito adulta e padrona della sua vita.

 

QUESTIONARIO:

 

  • Quali suggerimenti si possono ricavare dal titolo dell’opera? Si può intuire facilmente che abbiamo a che fare con un diario, e quindi del diario di Anna Frank.
  • Le caratteristiche del protagonista emergono immediatamente o pergradi? Per gradi.
  • Attraverso caratteristiche fisiche o psicologiche? Psicologiche.
  • Quali elementi ti permettono di distinguere il protagonista dagli altripersonaggi? Il fatto che è Anna a scrivere il suo diario personale.
  • In quali ambienti si svolge la vicenda? All’interno dell’alloggio segreto.
  • In quale arco di tempo si svolge la vicenda? È indicato chiaramente?In due anni circa. Si, grazie al giorno, mese e anno che Anna riporta in modo costante all’inizio di una lettera.

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Relazione sul racconto di Franz Kafka La Metamorfosi

 

TRAMA

Una mattina svegliandosi Gregor Samsa si ritrova trasformato in un enorme scarafaggio. Dopo una sommaria osservazione del suo nuovo corpo, per niente allarmato, si preoccupa del suo lavoro: infatti è un commesso viaggiatore e sarebbe dovuto partire un’ora e mezzo prima con il treno delle 5, una delle sue solite levatacce che sin dal principio del racconto comincia a maledire; la sua riflessione va subito alla famiglia e al padre sommerso dai debiti che col solo suo lavoro Gregor si ripromette di ripagar entro cinque o sei anni. Non è ancora sceso dal letto che anche la famiglia comincia a preoccuparsi del suo ritardo ma, nonostante cerchi di tranquillizzare i genitori e la sorella sedicenne che cercano di parlargli attraverso le porte chiuse a chiave, la sua assenza provoca allarmismo che degenera in panico quando interviene il procuratore della sua azienda venuto a controllare il motivo dell’assenza del dipendente.

Il protagonista, con la calma che lo contraddistingue per tutta la durata del racconto, scende dal letto e apre faticosamente una porta, mostrandosi e cercando di parlare come prima, causando così solo terrore e disgusto da parte di tutti i presenti, in particolare del procuratore che scappa inorridito quando Gregor cerca di inseguirlo per convincerlo di non licenziarlo, ancora persuaso del fatto che fosse in grado di lavorare. Il padre allora lo respinge con nella sua camera con una violenta spinta che lo ferisce ad un fianco.

La seconda parte del racconto si apre col risveglio di Gregor che non riesce a bere il latte, bevanda a lui solitamente gradita, e che anzi lo disgusta; da qui comincia la sua nuova e monotona vita, infatti Grete, così si chiama la sorella, comincia ad occuparsi di lui proprio dal cibo: come ogni scarafaggio Gregor scopre di gradire cibi guasti e immangiabili da qualsiasi altro essere umano. Le sue scoperte non si limitano ai suoi nuovi gusti per quanto riguarda il cibo: scopre di essere in grado di attaccarsi alle pareti e al soffitto, di non gradire l’umidità, insomma, ciò che rimane in lui di umano è il pensare, occupazione che costituisce l’unica sua attività. Riflette molto su ciò che la sua inattività lavorativa implica: col suo solo lavoro manteneva tre persone, ora del tutto sprovviste di una copertura e, anzi, in debito. Origliando alle porte i loro discorsi apprende che a sua insaputa si è accumulato un piccolo capitale con quello che è avanzato dai suoi stipendi e la cosa lo rincuora dato che non è in grado di immaginare la madre asmatica, o l’anziano padre, o la giovane sorella impiegati in un qualsiasi lavoro.

Grete quindi si è assunta, dopo varie discussioni con i genitori perplessi, l’esclusivo compito di entrare nella stanza del fratello e prendersi cura di lui, ma più che di lui della stanza dato che ella non parla mai con lo scarafaggio, pur credendolo suo fratello. Dopo quel primo giorno Gregor ha ancora l’opportunità di vedere la madre, in occasione del trasloco dei mobili che Grete organizza pensando facilitare le nuove abitudini del fratello; questi, sentendo la madre un po’ perplessa in quanto i mobili erano una delle poche cose che legavano ancora Gregor alla sua umanità, se prima provava effettivamente gratitudine nei confronti della ragazza ora cerca di opporsi e tenta di salvare per lo meno un quadro attaccandocisi sopra. La madre, che prima non l’aveva visto perché nascosto come sempre sotto ad un divano, scorgendolo sviene e Gregor, seguendo i movimenti concitati della sorella per la casa nel soccorrere la madre si imbatte nel padre che sta tornando dal lavoro. Gregor si meraviglia del suo incredibile cambiamento: nota la divisa da fattorino di banca e l’ordine della sua tenuta, e ripensa al vecchio stanco e lento che era prima. Egli comincia ad inseguirlo prima e a bersagliarlo con piccole mele poi, un delle quali lo ferisce gravemente al dorso, conficcandosi nella corazza.

La terza e ultima parte del racconto comprende l’ultimo periodo di vita di Gregor, fortemente debilitato per via della ferita. Dopo l’ultimo episodio, la famiglia si sforza di trattarlo un po’ meglio, aprendogli la porta così da farlo guardare nella stanza da pranzo: così apprende che la sorella lavora da commessa e la madre cuce biancheria per un negozio. Le nuove occupazioni dei tre impediscono di prendersi cura di Gregor, che oramai vive in una stanza adibita a ripostiglio, dove si mettono oggetti inutilizzati; tre affittuari poi modificano le abitudini della famiglia con le loro esigenze e una nuova domestica che non prova ribrezzo alla vista dell’insetto si burla di lui ogni giorno. Un ultimo episodio è decisivo. Una sera, dopo cena, Grete suona il suo violino che attira l’attenzione dei tre uomini; anche Gregor incuriosito esce dalla sua stanza nella speranza di farsi notare dalla sorella, sollevando lo sgomento fra gli affittuari che disdicono il loro contratto. La ragazza perde la pazienza e denuncia il comportamento inopportuno dell’animale arrivando alla conclusione che non riesce a comprenderli e quindi non può più essere Gregor, perciò ne deriva la necessità di sbarazzarsene. Riflettendone Gregor arriva alla stessa conclusione quella notte e si lascia morire.

La mattina dopo i pensionati sono cacciati; la notizia della morte data dalla domestica non sconvolge più di tanto i familiari che appaiono invece sollevati e si prendono un giorno di vacanza dalle rispettive occupazioni, godendosi la ritrovata serenità.

 

SISTEMA DEI PERSONAGGI

I personaggi fondamentali del racconto sono pochi e costituiscono la famiglia Samsa. Gregor Samsa, il protagonista, è un giovane commesso viaggiatore alle dipendenze di una ditta molto severa. Il suo lavoro è stressante e tanto alienante da tagliarlo fuori da qualsiasi altro rapporto all’infuori della famiglia; lavora per mantenerla e per saldare i debiti del padre. Col passare degli anni quindi il lavoro assorbe completamente il tempo e gli interessi di Gregor, che si ritrova ad essere uno scarto, una vittima delle circostanze: da qui la metafora con lo scarafaggio, metafora che elimina la similitudine, infatti il protagonista non si scopre come uno scarafaggio, ma direttamente di essere uno scarafaggio, una scoperta che quindi non lo allarma come ci si potrebbe aspettare. La dipendenza dagli ordini paterni lo ha ridotto in questo stato, ma anche la sua inedia che gli impedisce di ribellarsi alla situazione; questa sua colpa lo spingerà a porvi rimedio con la morte, soluzione a tutti i problemi della famiglia. La metamorfosi riguarda quindi solo apparentemente Gregor, ma molto di più gli altri personaggi, a partire dal padre che manifesta ora più apertamente la sua indole, ad esempio quando tira le mele addosso all’insetto, o quando lo spinge con forza nella stanza, noncurante della ferita che gli provoca. Anche Grete opprime la coscienza del fratello: pretende d’essere la sola ad occuparsene (desiderio che Gregor attribuisce alla sua leggerezza infantile) non per una particolare dimostrazione d’affetto, infatti non lo accetterà mai nel suo corpo, ma cercando affermazione personale, finché Gregor non dipende completamente da lei ed è allora veramente un parassita. La madre conserva nei primi tempi il suo affetto per colui che è pur sempre suo figlio, cercando di entrare nella stanza, chiedendo notizie alla figlia; dopo lo svenimento però, come del resto la sorella, perde interesse sino a non occuparsene più.

La metamorfosi dei tre personaggi consiste nel manifestare quell’insofferenza nei confronti di Gregor fino a quel momento repressa ma ora evidente, essendosi palesata la natura del protagonista; Kafka rivela così la sua visione negativa dei rapporti interfamiliari.

Si potrebbe rilevare un parallelismo con la vita dello scrittore, anch’egli oppresso dal padre e dalle sorelle che gli impedirono il matrimonio con la sua fidanzata; ostacolo che Kafka avrebbe potuto evitare, ma non avendolo fatto era divenuto vittima e colpevole allo stesso tempo, proprio come il protagonista del racconto.

 

IO NARRANTE

Il narratore del racconto è esterno ed onnisciente. Due sono i punti di vista all’interno della narrazione: quello della famiglia e quello di Gregor che vive la metamorfosi in prima persona; quest’ultimo è privilegiato in quanto è presente in tutto il racconto. La tecnica narrativa prevalente è il discorso indiretto libero, con il quale sono riportati i pensieri di Gregor. La narrazione è concisa ed essenziale.

 

TEMA

Kafka in questo racconto sviluppa il tema dell’oppressione che la famiglia può creare nei suoi complessi rapporti, parallelamente a quello dell’assurdo e li unisce sapientemente per esprimere il suo disagio, comune a quello di molti altri che non è espresso a causa proprio dei complessi rapporti che legano ogni individuo ai suoi familiari.

 

VALUTAZIONE

Lo scrittore utilizza un mezzo molto efficace per esprimere i suoi giudizi sulla famiglia, infatti, se sussiste veramente il parallelismo con la sua vita privata, il racconto altro non è che una profonda analisi della situazione vissuta, portata alle sue estreme conseguenze. Il racconto porta alla riflessione personale, ed in particolare sui rapporti che intercorrono fra persona e persona e sulla loro reale consistenza.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Uno studio in rosso

 

Il romanzo che sto per analizzare e` stato scritto da Arthur Conan Doyle e venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1887.

Il libro e` diviso in tre parti: la prima sono i ricordi del dottor Watson, la seconda e` un grande flashback e la terza e` la conclusione della vicenda con il ritorno al tempo reale della narrazione.

La prima parte incomincia con la presentazione di Watson, un ex-ufficiale medico dell’esercito britannico che in seguito a delle ferite subite in battaglia, viene congedato per nove mesi nel tentativo di migliorare la sua precaria salute.

Arriva a Londra e vive per un periodo di tempo in un albergo a Londra, dando fondo al sussidio che gli fonisce il governo brittannico. Quindi decide di lasciare l’albergo per un alloggio meno costoso. Guarda caso quel giorno rincontra un giovane che era stato infermiere alle sue dipendenze, Stamford, che gli fa incontrare un suo conoscente che cerca qualcuno con cui dividere un bell’appartamento ammobiliato li` a Londra. I due si danno appuntamento per visitare L’alloggio. Le stanze sono tanto attraenti e il prezzo, diviso in due, era cosi` conveniente, che l’affare fu concluso e presero subito possesso della casa.

Sembrava proprio che la convivenza non fosse difficile. Holmes aveva abitudini tranquille e regolari. La sua energia sembrava inesauribile, quando lo coglieva un accesso di attivita; ma di tanto in tanto passava giorni e giorni sdraiato sul divano, senza muoversi, pronunciano a malapena qualche monosillabo. Col passare del tempo in Watson la curiosita` e l’ interesse sullo scopo degli studi di Holmes si approfondivano sempre di piu`. Fino a quando fu proprio lui a parlare spontaneamente dell’ argomento. Tutto nacque da una discussione su un articolo apparso sul giornale: “Il libro della vita”. Esso sosteneva che si poteva ricavare molto dall’ osservazione accurata e sistematica di quello che gli capitava sott’occhio. Watson sosteneva che l’articolo era assurdo, mentre Holmes che ne era l’autore gli prova che quelle sue teorie erano esatte. Infatti gli confida di essere un investigatore – consulente. Quando un investigatore della polizia o privato si trova disorientato, si rivolge a lui e gli espone tutti gli indizi. E cosi`, con l’aiuto delle sue cognizioni, riesce a chiarire la vicenda. Visto che l’ ex ufficiale e` scettico sulle affermazioni di Holmes, fanno una prova. Vedono un giovane che cammina per la strada. L’investigatore afferma che quello e` un ex sergente della marina. Poco dopo l’uomo scelto suona il campanello e sentono dei passi sulle scale. Il giovane consegna una busta a Sherlock Holmes. Watson coglie l’occasione per chiedere al fattorino che mestiere faceva prima. La risposta conferma l’affermazione di Homes.

Il messaggio e` da parte di Tobias Gregson, che insieme a Lestrade, sono i migliori elementi di Scotland Yard. Parla di un omicidio avvenuto in una casa disabitata e che ha molti lati oscuri. L’uomo assassinato si chiamava Enoch J. Drebber dell’Ohio, e non presenta ferite, mentre sul pavimento ci sono molte tracce di sangue. Il poliziotto lo invita per un sopralluogo, ma Sherlock non si vuole muovere da casa. Watson riese a convincerlo e cosi` si recano dove e` stato commesso il delitto.

L’investigatore osserva attentamente la zona circostante la casa prima di entrare. Saluta Lestrade e Gregson e poi si dedica ad un attento esame della scena del delitto. In questi momenti viene trovata un fede nuziale da donna e una scritta su muro: “Rache”. All’inizio I due poliziotti pensano a un nome femminile, ma Sherlock dice che quella parola in tedesco vuol dire vendetta.

A questo punto l’investigatore e il suo coinquilino vanno ad interrogare l’agente che ha trovato il cadavere. Holmes ha gia` svelato alcuni particolare sull’aggressore, lasciando sbalorditi tutti. Inoltre, secondo lui, la scritta serve solo per sviare le indagini su un complotto di spie. Inoltre l’uomo e` stato avvelenato.

L’agente riferisce ai due di aver visto un ubriaco in strada subito dopo aver rinvenuto il cadavere. Sherlock dice allora che quello era molto probabilmente l’assassino, che stava tornando nella casa, per recuperare qualcosa di importante che aveva perso: l’anello.

Cosi` nel pomeriggio mette un annuncio su un giornale, dicendo di aver rinvenuto una fede nuziale da donna. Una vecchia si presenta e chiede dell’anello, spiegando che lo ha perso sua figlia. Dopo esce e prende una carrozza, inseguita dall’investigatore. La signora scompare prima che la carrozza si fermi, quindi Holmes deduce che doveva essere un giovanotto travestito e particolarmente svelto, per essere riuscito a fuggire senza farsi notare.

Il giorno dopo Gregson si reca a casa di Sherlock. Tutto eccitato gli dice di aver risolto l’inghippo. Infatti, si era rivolto al negoziante che aveva fabbricato il cilindro dell’uomo assassinato e aveva scoperto che il capello era stato mandato ad un certo signor Drebber che alloggiava in una pensione. Si era recato subito la` e aveva trovato la proprietaria agitata e molto pallida. Cosi` l’aveva convinta a dire quello che sapeva. Suo figlio la sera prima, in seguito a una discussione con Drebber, l’aveva portato fuori per essere sicuro che si allontanasse. Gregson aveva aspettato il suo ritorno e l’aveva arrestato.

In quel momento arrivo` anche Lestrade, che dice di aver scoperto un altro delitto: era stato ammazzato il segretario di Drebber, con una pugnalata al cuore. Accanto al cadavere erano state rinvenute delle pillole, che secondo Holmes contengono veleno. Fanno una prova sul cane della padrona e dopo il primo tentativo fallito, il cane muore all’istante. Una pillola era innocua, mentre l’altra conteneva un veleno terribile.

L’investigatore dice che tra poco arrivera` l’assassino. Arriva una carrozza e mentre Sherlock si fa aiutare a chiudere una piccola valigia dal cocchiere, lo ammanetta. Quest’uomo cerca di liberarsi, ma inutilmente. Con la carrozza che guidava decidono di portarlo a Scotland Yard.

Qui inizia la seconda parte del romanzo, dove si parla di Lucy e del suo padre adottivo John Ferrier che sono stati salvati da una comitiva di mormoni alla cui successivamente si erano uniti, accettando il loro credo. Passa il tempo e Lucy diventa una bella ragazza e deve sposarsi con un uomo della stessa religione, e ci sono due corteggiatori giovani, ricchi e di buona fede: i figli di Drebber e Stangerson. Ma John non vuole che sua figlia sposi un mormone, ma l’uomo che ama: Jefferson. Mandano un messaggio di aiuto a quest’ultimo e lo aspettano con ansia, visto che hanno i giorni contati. Il giovane si presenta proprio all’ultimo giorno disponibile e li aiuta a fuggire sulle montagne. Purtroppo, mentre Jefferson e` a caccia, i fuggitivi vengono catturati e mentre John viene ucciso, Lucy viene condotta in paese e costretta a sposare Drebber. La ragazza mori` per il dolore dopo solo un mese. Jefferson andro` a dargli un ultimo saluto, si porto` via la vera nuziale e promise vendetta.

Aveva cosi` lavorato per molti anni e con i soldi risparmiati aveva seguito Drebber e Stengerson, che era diventato il suo segretario. Era riuscito a rintracciarli qui a Londra e aveva preso servizio come cocchiere, per avere piu` possibilita` di seguirli. Voleva che morissero capendo chi era e cosa avevano fatto, cosi` prima di ucciderli aveva mostrato loro l’anello. Era sicuro che la giustizia esisteva e cosi` a Drebber aveva proposto di scegliere tra una delle pillole, e era morto avvelenato. Con Stengerson fu impossibile fargli inghiottire la pillola, perche` aveva reagito e cosi` Jefferson era stato costretto a pugnalarlo.

Jefferson e` molto malato, ha un aneurisma aortico, e infatti muore prima del processo. I giornali sottolineano l’abilita` di Lestrade e Gregson, minimizzando la partecipazione al caso di Sherlock Holmes, come aveva anticipato all’inizio della vicenda lo stesso investigatore. Ma lui si accontenta della consapevolezza di aver vinto in questo caso che chiamera` “Lo studio in rosso”, perche` “nella matassa incolore della vita corre il filo rosso del delitto e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell’isolarlo, nell’esporne ogni pollice.”

Il genere di questo romanzo e` senza dubbio il giallo realistico, ambientato negli ultimi anni dell’ottocento, intorno 1880. L’epoca non e` esplicitamente definita, si hanno poche date, ma e` molto ben descritta, grazie ad alcune descrizioni della citta` londinese e dei modi di vita della gente. Le carrozze, ad esempio, sono una delle cose caratteristiche di quegli anni. La vicenda narrata copre all’incirca una settimana, ma c’e` un lungo flash back che copre un lungo periodo di tempo, da quando Jefferson conosce Lucy a quando ritrova Stengerson e Drebber. A parte questo, la fabula segue l’intreccio in modo coincidente.

 

Il Libro mi e` piaciuto molto, infatti e` un romanzo movimentato e pieno d’azione. L’unica parte che risulta un po’ noiosa e` la seconda parte, anche se e` comunque emozionante, perche` spiega l’odio di Jefferson e la sua sfortunata vicenda. Penso che questo romanzo sia adatto per tutti, perche` e` ricco di colpi di scena, e spiega nei particolari le motivazioni dei delitti, assolvendo per questo in parte il colpevole.

 

 

Interessato a questa proposta, il dottore si fa accompagnare da questa persona. Durante il viaggio Stemford gli anticipa che Sherlock Holmes e` un personaggio con delle idee un po` strane, fanatico per certi rami della scienza, ma comunque molto a modo.

Lo trovano nel laboratorio dell’ospedale, intento nei suoi esperimenti.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Cronaca di una morte annunciata

 

La storia

 

Nel libro, scritto sotto forma di intreccio, l'autore intervista dopo ventisette anni i suoi conoscenti sull'omicidio del cugino Santiago Nasar.

Questi apparteneva ad una famiglia benestante e viveva in un paesino dell'America centro meridionale agli inizi del novecento con la madre, Placida Linero, e le serve.

Un giorno giunse in paese uno straniero, un uomo sui trent'anni con gli occhi dorati e la pelle abbronzata, Bayardo San Roman, capitato lì senza alcuna ragione e di cui non si sapeva niente.

Egli vide passare una splendida ragazza, Angela Vicario, che camminava con la madre e se ne innamorò. Dopo poco tempo, nonostante ella non volesse, i due si sposarono.

Il matrimonio fu una grande festa in paese e, per l'occasione, giunsero anche i genitori dello sposo, il generale Petronio San Roman e la sua famiglia, in compagnia di persone illustrissime.

La prima notte di nozze, però, Bayardo rimandò la giovane a casa, poiché non era vergine.

La madre della ragazza, sentendosi offesa per quello che era accaduto, picchiò la figlia e la interrogò; questa, frastornata dalle percosse subite, pronunciò con voce incerta il nome "SANTIAGO NASAR".

I fratelli di Angela decisero, allora, di vendicare l'onore della famiglia uccidendo il fautore del misfatto. Fissarono il giorno ed il luogo in cui lo avrebbero ammazzato, misero a conoscenza delle loro intenzioni il maggior numero di persone ed eseguirono i preparativi per l'uccisione in pubblico, in modo che tutti li potessero vedere, come se volessero che qualcuno avvisasse Santiago o li fermasse.

Ciò, però, non avvenne: ormai tutti conoscevano le intenzioni dei gemelli, tranne la vittima, che continuava a camminare tranquilla per le strade del paese in occasione dell'arrivo del Vescovo, ignorando quello che sarebbe successo..

Una serie di coincidenze permisero che il delitto avvenisse. Placida Linero, credendo che Santiago fosse in casa, non aprì la porta quando sentì bussare, impedendo al figlio di entrare e di sfuggire ai coltelli affilati dei fratelli Vicario che ormai l'avevano raggiunto e lo stavano massacrando.

 

Commento

L'autore tratta l'importanza che l'onore aveva in quel tempo e di ciò che si era disposti a fare pur di conservarlo. Con questo romanzo Gabríel Garcia Marquez intende esporci come "si era costretti ad agire" nel caso venisse messa in dubbio la reputazione di una famiglia. Nella vicenda i fratelli Vicario, nonostante fossero consapevoli di ciò che avrebbero subito ed avessero paura, consumarono il delitto ugualmente, come fosse un loro dovere a cui non si potevano sottrarre.

Il decoro veniva visto, infatti, come l'aspetto più importante di una persona; si viveva in una società che oserei dire della vergogna, come quella greca, molto distante dall’ideale cristiano. Una persona valeva quanto gli altri la stimavano, creando quindi un’ossessione nelle persone “degne di rispetto”, che dovevano sempre misurare le loro azioni in pubblico e cercare di non far trapelare notizie sui loro segreti, se non ad amici fidati.

Il tema trattato non è nuovo, sostanzialmente è stato ripreso da opere precedenti e antiche; tuttavia conserva una certa freschezza, dato che fatti di questo genere avvengono tuttora in alcune regioni meridionali, dove c'è una mentalità che può essere definita "arretrata".

La tesi sostenuta dall'autore è quindi valida se viene calata in determinati contesti,  periodi storici dove questo comportamento era giustificato dalla mentalità del tempo, oppure oggi, in alcuni luoghi del sud del mondo, dove esiste ancora questo modo di pensare.

L'autore usa le testimonianze di varie persone riguardo all'omicidio di Santiago Nasar, che venne ucciso poiché aveva disonorato una famiglia.

Tratta lo stesso argomento anche Natalie Hawthorne nel libro "La lettera scarlatta", dove una donna che commise adulterio venne costretta a portare a ricordo della sua colpa una "A" cucita sul petto del vestito, che significava "adultera", in modo che tutti la potessero vedere; infatti coloro che portavano questo simbolo venivano disprezzati e costretti a vivere in luoghi lontani dal paese.

Il libro mi è piaciuto non solo per la vicenda, ma, soprattutto, perché mi ha fatto vedere una realtà diversa da quella in cui vivo. Ha riportato alla luce un tema sì antico (la timh greca) ma allo stesso tempo attuale, al quale spesso pochi fanno riferimento. L’onore è sempre stato prerogativa dell’uomo, del vero uomo, di qualunque ceto sociale. Sfortunatamente ora i soldi, la fama, la notorietà lo hanno soppiantato.

 

Il romanzo è scritto con un linguaggio assai semplice e anche abbastanza piano, permettendo quindi di essere fruito praticamente da tutti. Non si riscontra terminologia tecnica, anche se sono presenti parole in “gergo” cavalleresco, spesso in spagnolo, dato che sono intraducibili.

Forse proprio per questa sua caratteristica, di essere un libro che tratta una storia avvincente e coinvolgente con un linguaggio essenziale, a volte schietto, mi ha “catturato”.

 


Biografia

 

García Márquez, Gabriel (1928 - vivente), novelist colombiano e produttore di brevi romanzi, conosciuto come uno dei creatori del realismo fantastico, uno stile che tesse insieme il realismo alla fantasia.  Ha vinto il premio Nobel per letteratura nel 1982.

Iscritto all'università nazionale della Colombia, non si è mai laureato.  Diventò invece giornalista e poi editore, lavorando a Cartagine in 1946, a Barranquilla dal 1948 al 1952 ed in Bogotá nel 1952. 

Tra il 1959 e il 1961 ha lavorato per la “La cuban Prensa” ad Avana, Cuba e successivamente anche a New York City. 

García Márquez era di stampo liberale, il cui pensiero politico di sinistra non confaceva al dittatore  conservatore Laureano Gómez ed al suo successore, General Gustavo Rojas Pinilla.  Per evitare una vicina e sicura persecuzione, García Márquez ha passato gli anni 60 e gli anni 70 in esilio volontario nel Messico ed in Spagna.  All’inizio degli anni 80 è stato invitato formalmente di rientrare nuovamente in Colombia, in cui ha fatto da mediatore fra il governo ed i ribelli colombiani del movimento rivoluzionario.

 


Bibliografia

 

  • La hojarasca. Bogotá: Ed. S. L. B., 1955.
  • El coronel no tiene quien le escriba. Medellín: Auguirre Ed., 1961.
  • La mala hora. Madrid: Talleres de Gráficas "Luis Pérez", 1962 (ed. desautorizada por el autor); 2. ed.: Mexico: Ed. Era, 1966.
  • Los funerales de la Mamá Grande. Xalapa 1962.
  • Cien anos de soledad. Buenos Aires: Ed. Sudamericana, 1967
  • Monólogo de Isabel viendo llover en Macondo. 1969.
  • Relato de un náufrago. Barcelona: Tusquets Ed., 1970.
  • La increíble y triste historia de la cándida Eréndira y de su abuela desalmada. Barcelona: Barral Ed., 1972.
  • Chile, el golpe y los gringos. 1974.
  • Ojos de perro azul. Barcelona: Plaza y Janés, 1974.
  • Cuando era feliz e indocumentado. Barcelona: Plaza y Janes, 1975.
  • El otono del patriarca. Barcelona: Plaza y Janes, 1975.
  • Todos los cuentos. Barcelona: Ed. Bruguera, 1975.
  • Obra periodística. Vol. 1: Textos costenos. Barcelona: Ed. Bruguera, 1981.
  • Crónica de una muerte anunciada. Barcelona: Ed. Bruguera, 1981.
  • El rastro de tu sangre en la nieve: el verano feliz de la senora Forbes. Bogotá: W. Dampier Editores, 1982.
  • Viva Sandino. Managua: Nueva Nicaragua, 1982.
  • El secuestro (screenplay). Salamanca: Lóquez, 1982.
  • El asalto: el operativo con el FSLN se lanzo al mundo, Nueva Nicaragua, 1983.
  • Erendira (screenplay from his own novella), N.P., Les Films du Triangle, 1983.
  • El amor en los tiempos de cólera. Bogotá: Oveja Negra, 1985.
  • El general en su laberinto. Bogotá: Oveja Negra, 1989.
  • Doce cuentos peregrinos. Bogotá: Oveja Negra, 1992

 

 

Biografia e Bibliografia tratte dal sito ufficiale dell’autore

 

  

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Clown

Contenuto dell’opera

 

Il protagonista è Hans, un clown che da poco tempo si è dato all’alcool per sfuggire ad una fortissima delusione d’amore; questo incide in modo negativo sulla sua carriera finché una sera durante uno spettacolo, scivola in scena e si danneggia un ginocchio.

Dopo cinque anni di spostamenti da un albergo all’altro è così costretto a ritornare alla sua casa di Bonn, dove vive solo, con la prospettiva di dover star lontano dalle scene almeno per sei mesi.

E’ ridotto sul lastrico e tremendamente amareggiato dall’amore non corrisposto e dall’ambiente ipocrita che lo circonda; con grande malinconia, passa in rassegna col pensiero gli episodi e i personaggi della sua vita. E’ in questo modo che ci fa conoscere la sua storia e ci presenta le persone con cui ha avuto a che fare: la sua famiglia, l’amore, i conoscenti e gli amici, il tutto in modo piuttosto confuso e disordinato e alternando presente e passato in continuazione.

Hans racconta tutto ciò che gli passa per la mente e riferisce, oltre alle sue riflessioni le telefonate fatte in cerca di quell’aiuto che nessuno gli darà. Alla fine perduta Maria e perso il lavoro, si copre il viso con una maschera bianca che, secondo lui, corrisponde a come si sente: morto; prende la chitarra e va a mettersi fuori dalla stazione a cantare le litanie, di fianco a lui ha il cappello in cui aspetta che qualcuno butti qualche soldo e qualche sigaretta. La cosa più buffa ma amara è che si accorge che è carnevale per cui la gente non fa caso alla sua “stranezza”.

 

 

 

 

Analisi delle tematiche

 

AMICIZIA

 

L’autore presenta l’amicizia come un qualcosa di importante ma molto raro.

Amicizia è accettazione dell’altro: i veri amici di Hans (Edgar Wieneken in particolare) sono gli unici a trattarlo con naturalezza e semplicità: non gliene vogliono perché è ricco, né lo esaltano per questo; lo accettano così come è. Amicizia è sincerità: sapendo di poter contare sull’amicizia di Wieneken, Hans con lui esprime liberamente sé stesso, in tutti i suoi aspetti; non si fa riguardo e non ha mai paura di essere giudicato male; l’unica cosa di cui si preoccupa è di non ferirlo.

Amicizia è solidarietà: Wieneken è sempre pronto ad aiutare Hans, in qualsiasi momento, Senza chiedergli spiegazioni neppure quando forse potrebbe discuterne le scelte; se lo vede nel bisogno lo aiuta.

 

POLITICA

 

Viene vista come una “cosa sporca”.

Il più delle volte politica è ipocrisia; i politici del romanzo sono persone quasi sempre false che passano facilmente da una posizione all’altra seguendo le regole dell’opportunismo.

Nel romanzo ci vengono presentati personaggi connotati in senso estremamente negativo che hanno raggiunto onorificenze e cariche nel mondo politico.

Hans non si schiera apertamente per nessuna posizione politica; sicuramente preferisce i semplici e i popolani e sembrerebbe un uomo di sinistra, ma in realtà si definisce egli stesso un anarchico che rifiuta ogni “chiesa”.

Da piccolo non sopporta il fanatismo nazista e ne coglie sino da allora, la drammaticità; da adulto è molto attento a non cadere nei trabocchetti quotidiani della politica: è disposto a conoscere la “politica” che lo circonda, ma non scende mai a compromessi; il suo atteggiamento estremamente critico lo spinge, per esempio, a rifiutare di utilizzare i propri “pezzi” da clown per muovere la gente a criticare solo per imitazione (così accade durante una visita ai comunisti).

 

AMORE

 

Nel testo l’amore viene presentato come un sentimento fortissimo, irrazionale, difficile da controllare.

Amore è rinuncia. Chi ama come Maria abbandona tutto, anche gli studi, il padre, gli amici, la rispettabilità. La ragazza, per amore di Hans va al di là delle regole cattoliche, che le sono proprie, e della moralità del suo ambiente; sta bene però solo per un po’ di tempo, finché rimane chiusa in un mondo tutto suo e di Hans. Quando però ha contatti con il suo vecchio mondo, la sua personalità torna a galla e le provoca grandi crisi che l’amore per Hans non può risolvere.

Amore è scelta unica e definitiva. Hans dice di essere monogamo: è incapace di amare qualcun altro al di fuori di Maria e pensa che anche lei si dovrebbe sentire a disagio nella sua nuova condizione di moglie di un altro.

Amore è isolamento. Mentre si scoprono i propri sentimenti, ci si chiude in un mondo distaccato dal resto della realtà; si provano gioie grandissime, si vive l’uno per l’altro, il resto non c’è più.

Amore è gelosia. Per tutto ciò che Maria non dà più ad Hans ma a Zupfner, egli la considera una traditrice.

Amore è sofferenza. Maria soffre per le rinunce. Hans, che in realtà ha rinunciato a ben poco, soffre tremendamente per l’abbandono di Maria: la sua mente e il suo corpo non possono fare a meno di lei; questa sofferenza arriva al punto da rovinargli la carriera e persino la vita.

 

FAMIGLIA

 

La famiglia di Hans è una famiglia tipicamente borghese in cui non c’è nessun dialogo tra i genitori: ognuno si occupa delle sue cose e ignora l’altro. Particolarmente difficile è il rapporto genitori-figli: i genitori non si sforzano di capire i figli e si attirano rabbia e odio (Hans madre) o indifferenza e distacco (Hans padre). Migliore è il rapporto tra i fratelli legati fra loro (da bambini) da solidarietà ed affetto; in particolare è fortissimo il legame che lega Hans alla sorella maggiore Henriette: la rievoca in continuazione dopo la sua morte, come una vittima non tanto del nazismo quanto del fanatismo della madre.

 

 

 

 

 

RELIGIONE

 

Nel testo vengono evidenziate posizioni antitetiche delle due religioni: quella protestante (originaria della famiglia di Hans) e quella cattolica (tipica di Maria e dei suoi amici). Hans non sposa nessuna “chiesa”.

Come la politica, la religione ha un modo tutto suo per allineare le persone e togliere loro libertà.

La religione cattolica viene presentata come un mondo chiuso: Maria e Hans frequentano il circolo dei cattolici che si ritrovano solo tra di loro e fanno sempre i loro discorsi fumosi. Anche Leo, il fratello di Hans, alla fine è chiuso nel convitto con i suoi agi e le sue regole e non scavalca il muro neppure per aiutarlo.

 

Personaggi

 

HANS SCHNIER

 

E’ il protagonista assoluto del romanzo.

Manifesta, sin da ragazzo, uno spirito ribelle  e una personalità molto forte.

Pur essendo protestante, viene iscritto in una scuola cattolica. Trascorre l’infanzia a Bonn con i genitori, il fratello Leo e la sorella Heriette; la sua famiglia è ricchissima ma egli non gode mai della ricchezza. Studia al liceo, e a ventun anni si innamora perdutamente di Maria. Abbandono gli studi per fare il clown, seguito da Maria con la quale convive per cinque anni.

Coinvolto da lei, frequenta il Circolo dei cattolici ma in ogni ambiente esprime apertamente le sue idee senza mezzi termini e con molto sarcasmo.

Dice di sentirsi “un clown che fa raccolta di attimi”: della realtà coglie solo ciò che lo colpisce cioè i particolari più espressivi di ogni situazione per cui in effetti non risulta realista.

 

MARIA DERKUM

 

E’ una ragazza semplice, molto emotiva e simpatica, sensibile e generosissima. Del suo aspetto fisico si sa ben poco: ha i capelli scuri e la pelle chiara; Hans è colpito dalla sua bellezza e in modo particolare dalle sue mani.

Figlia del signor Derkum, Maria ha un tenore di vita molto basso; è arrivata con fatica alla soglia della maturità mantenendosi agli studi per mezzo del negozietto del padre.

Da ragazza frequenta la casa della gioventù tedesca dove ha un buon rapporto di amicizia con Zupfner; da adulta frequenta il circolo dei cattolici di cui fa parte anche lui.

Quando ha modo di conoscere Hans, frequentatore assiduo di suo padre, lo apprezza subito e nel momento in cui questo le chiede di fare l’amore con lei, Maria, seppure combattuta per le sue regole cattoliche, si butta nelle sue braccia ed accetta il suo amore.

Così, dimenticando gli studi, il giorno dopo parte per Colonia dove Hans la raggiunge e dove trascorre con lui un certo periodo da vohemien.

Lo segue poi di città in città, ma quando ricomincia a frequentare i suoi amici cattolici ha una crisi di coscienza: vorrebbe che Hans la sposasse e firmasse l’impegno ad educare i figli secondo la religione cattolica; Hans all’inizio non è d’accordo ma pur di tenere Maria, si dichiara disposto anche a questo. La ragazza però sente che questa sarebbe una forzatura e una scelta ipocrita per Hans, per cui “fa quel che deve fare”: se ne torna a Bonn dove è accolta a braccia aperte dai suoi amici cattolici; poco più tardi sposerà Zupfner diventando la First Lady dei cattolici.

Il personaggio all’inizio ha una connotazione positiva, ma c’è un’evoluzione negativa.

 

 

 

HENRIETTE

 

Era la sorella di Hans; una bella ragazza: bionda, bravissima giocatrice di tennis. Hans ricorda di averla vista per l’ultima volta sull’autobus: lui aveva pensato che stesse andando ad una gita scolastica, ma dalla mamma aveva poi saputo che Henriette era partita per arruolarsi volontaria nella flak (1945).

Da quel momento non avevano più avuto sue notizie finché era arrivata la notizia della sua morte. Aveva 16 anni!!! Hans ne mantiene un ricordo bellissimo; in modo particolare ha presente il suo abbigliamento (su quell’autobus) e la sua voce straordinariamente profonda, limpida e chiara. Alla notizia della sua morte Hans ha avuto una reazione fortissima: ha incendiato tutto ciò che le apparteneva; ma la sua mancanza è viva nella carta del mazzo (il 7 di cuori) che Henriette aveva buttato nel fuoco in un momento di stizza.

E’ un personaggio connotato sempre in modo positivo.

 

LEO

 

E’ il fratello di un paio di anni più giovane di lui. I due condividono l’esperienza quotidiana della famiglia.

Di quando erano piccoli, Hans in particolare lo ricorda mentre seguiva le esercitazioni “militari” dei giovani nazisti, quando gli aveva detto che voleva diventare un “lupo mannaro”.

Da adulto è una persona priva di esigenze, non fuma, non beve, non dà alcuna importanza al denaro.

Anche quando sono più grandi, Hans considera Leo un confidente; gli confida subito la sua storia con Maria e la sua decisione di andarsene con lei a Colonia.

Da adulti i due vanno per strade differenti: Leo dapprima dice di voler seguir la carriera militare, ma poi sceglie quella ecclesiastica convertendosi al cattolicesimo.

Saltuariamente Hans e Leo si sentono; anche alla fine è Hans che lo cerca per chiedergli aiuto, ma Leo per non contravvenire alle regole del convitto, lo lascia solo.

 

LA MADRE

 

Hans dice che per lui è morta e che non sente di niente. Prova risentimento nei suoi confronti sin da quando era bambino. La ricorda infatti, ai tempi della sua infanzia, quando lei aveva accettato il fanatismo razzista e lo sosteneva: non ha impedito alla figlia di andare volontaria e partire, dicendo che ognuno “deve fare quel che può per difendere la nostra cara terra tedesca dagli ebrei” (gli Schnier però ci fanno i soldi con quella cara terra); ha concesso l’uso del parco per l’addestramento dei giovani nazisti.

Quando Hans venne accusato di essere un disfattista (a 11 anni), dopo essere stato rinchiuso, ha subito un vero e proprio processo alla presenza del comandante dei giovani nazisti, del direttore della scuola e dei suoi genitori; la madre non solo non lo ha difeso, ma ha affermato che non avrebbe più avuto la sua protezione se non fosse tornato sulla “giusta strada”. E’ stato quello il momento in cui Hans per primo ha preso le distanze da lei.

Hans la ricorda come una donna dura, acida, avara fino all’inverosimile; fa persino economia sul cibo in tavola (non fa niente se poi Hans la scopre una volta in cantina a mangiarsi una fetta di pane col prosciutto).

Nel dopoguerra rimane fanatica (di ciò che va di moda al momento) e avara. Accoglie in casa gli artisti più impensati e li mantiene, ma non accetta il figlio per quello che è e Hans, per scroccarle una manciata di mandorle o di sigarette, si mescola ai suoi ospiti del jour fixe (ricevimento).

Da lei di certo Hans non si aspetta nessun aiuto.

E’ un personaggio con connotazione negativa senza nessuna esitazione.

 

 

IL PADRE

 

E’ rievocato da Hans in due occasioni dell’infanzia: al momento del suo “processo” il padre gli teneva una mano sulla spalla in senso di protezione; in un altro momento si era schierato in difesa della madre di Wieneken e di un’altra donna ricercate dai nazisti.

Ora Alfons Scnhier è diventato dottore honoris causa: è un grande industriale di Bonn, padrone di un bel pacchetto di azioni del carbone; si occupa della borsa e degli affari e si concede momenti di relax con la sua amante (bella e simpatica, ma piuttosto stupida e forse imbrogliona).

E’ l’unico che va a trovare Hans quando questo è in difficoltà, ma i due fanno una gran fatica a dialogare: non l’hanno mai fatto prima! Quando Hans gli racconta che da ragazzo non aveva avuto abbastanza da mangiare, il padre sembra cadere dal mondo delle nuvole: non se ne è mai accorto /è come se lui non ci fosse stato in quella casa) e questa scoperta lo fa veramente soffrire.

Propone a Hans di ricominciare gli studi a sue spese, ma Hans riconferma la sua decisione.

Gli fa presente però che è sul lastrico e che per almeno sei mesi avrà bisogno di denaro. Il padre sembra capire, ma alla fine se ne va senza dargli l’aiuto di cui ha bisogno.

Hans prova nei suoi confronti un po’ di compassione e non riesce ad essere duro con lui.

Alfons ha una connotazione generalmente negativa (ha fede solo nel denaro); c’è qualche episodio sporadico che lo fa apparire più positivo ma alla fine l’evoluzione è negativa.

 

GLI AMICI DI MARIA

 

Sono i cattolici del Circo: il prelato Sommerwild, capo religioso della Germania cattolica; Kinkel, il capo laico del gruppo, considerato uno degli uomini più capaci in fatto di politica sociale; Blothert, il fanatico sostenitore della pena di morte; Freudebel, l’erede spirituale di Kinkel; le mogli e le fidanzate, perfettamente allineate ai loro compagni.

In passato Hans li ha conosciuti e frequentati con Maria, ma non li ha mai sopportati.

Ora li cerca minacciandoli, per farsi dire dove è Maria ma nessuno di loro glielo rivela, se non alla fine Sommerwild.

Questi personaggi hanno sempre una connotazione negativa senza alcuna evoluzione.

Un caso particolare è Monica Silvs, che non sa bene come possa far parte del Circolo; è una ragazza molto cara, piena di sentimento, ha una voce saggia e forte. Si preoccupa veramente per Hans ed è piena di attenzione nei suoi confronti; quando però alla fine egli le telefona chiedendole di raggiungerlo, lei cerca di aiutarlo per telefono, ma poi lo lascia solo.

Anche Monica , come gli altri del Circolo, perde la connotazione positiva che aveva e evolve negativamente.

                       

ZUPFNER

 

E’ un compagno d’infanzia di Maria. Hans lo aveva conosciuto da ragazzo: quando più di una volta Zupfner lo aveva invitato a giocare con la sua squadra di calcio, Hans aveva accettato volentieri, trovandolo anche simpatico; non aveva invece aderito agli inviti alle riunioni tra cattolici a cui Zupfner partecipava attivamente pur essendo giovanissimo.

Più avanti Hans ricorda di averlo visto in atteggiamento tenero con Maria; una volta, quando conviveva già con lui, Zupfner le aveva mandato dei fiori.

Ora è uno dei membri più importanti del circolo e Hans ne è tremendamente geloso perché gli ha portato via la sua Maria.

Inizialmente ha una connotazione positiva, con evoluzione negativa.

 

 

GLI AMICI DI HANS (naturalmente tutti personaggi con una connotazione positiva)

 

Il padre di Maria è il vecchio Derkum. Aspro e magro, molto più giovane di quanto sembri, con dei disturbi respiratori dovuti al fumo.

Viene considerato da tutti un fanatico politico, un comunista, ma, quando alla fine della guerra avrebbe potuto diventare borgomastro, viene ostacolato proprio dai comunisti.

Prima possedeva una tipografia, ora invece, a causa della sua personalità decisa e senza compromessi si è ridotto ad avere una semplice cartoleria dove vende persino dolciumi agli scolaretti.

Ha sempre avuto sempre molta simpatia verso Hans e lo ha aiutato molto a maturare e ad orientarsi verso scelte sempre coerenti.

 

EDGAR WIENEKEN

 

E’ l’unico compagno d’infanzia di Hans. In qualsiasi viene sempre visto come un “autentico figlio di operaio”.

Suo padre faceva il bagnino e poi il guardiano del campo che confinava con la casa degli Schnier. Hans al venerdì andava sempre a casa sua per la cena ed era sempre ben accolto.

Ora Edgar vive a Colonia ed è relatore culturale del partito socialista.

Anche da adulto rimane un personaggio semplice ed onesto, con un'unica fede, quella in alcune persone.

Quando Hans ha avuto bisogno, Edgar, l’ha sempre aiutato. Alla fine però non può intervenire,  perché è lontano dalla Germania in viaggio di studio.

 

Karl e Sabina Edmonds formano una coppia semplice, sempre indaffarata a far quadrare il bilancio per mantenere i 4 figli.

Nonostante le difficoltà sono disponibili a sostenere sempre il loro amico Hans, anche con un semplice piatto di minestra.   

 

 

Contestualizzazione

 

AMBIENTAZIONE

 

Il romanzo è ambientato in Germania (Renania); Hans si trova a Bonn nell’appartamento al quinto piano che gli ha regalato il nonno. Bonn appare come il fulcro del cattolicesimo tedesco.

Altra città in cui si svolgono i fatti rievocati è Colonia: è qui che Hans ricorda un periodo di vita con Maria, è qui che vive l’amico Wieneken.

Viene nominata anche la zona dell’eifel dove i politici sono impegnati nei comizi elettorali dei democratici cristiani tedeschi; è a Erfert che Hans incontra la commissione culturale del partito comunista.

 

Il periodo storico in questione è il dopoguerra; il testo evidenzia l’intensa attività politica e religiosa (strettamente collegate fra loro) di quegli anni. L’attenzione è puntata sullo stile di vita delle famiglie borghesi (gli Schnier) e di altre con tenori di vita più semplici e più difficili da sostenere (gli Edmonds).

L’autore sottolinea come in Germania in quei tempi era facile pentirsi dei grossi errori del passato e bastasse questo pentimento a mettere a posto le coscienze. Basta pensare che si diventava dottori honoris causa anche se si avevano precedenti non proprio meritevoli.

Herbert Kalick, il quattordicenne, cinico e fanatico comandante dei giovani nazisti che nel ’45 predicava inflessibile durezza per i disfattisti, nel dopoguerra riceve la Croce al merito federale, onorificenza ricevuta per meriti nella divulgazione del pensiero democratico tra la gioventù.

La madre di Hans, che durante il nazismo sosteneva forti teorie anti semitiche, nel dopoguerra è la presidente del comitato centrale per i contrasti razziali.

 

 

 

 

Problematizzazione

 

SCELTA DI VITA LIBERA O BORGHESE

 

Hans rifiuta la vita borghese per fare il clown; la sua è una scelta di libertà che all’inizio gli viene naturale, perché gli permette di fare e di dire sempre ciò che vuole.

Quando però è ridotto alla disperazione, si ferma a riflettere sulle prospettive future; le possibilità sono tre: 1 (gettarsi nel protestantesimo; si può mettere al servizio del padre lavorando nell’industria di carbone, in un ufficio anonimo, a preparare assegni; oppure può riappacificarsi con la madre e seguirne l’esempio cioè recitare perennemente la parte del giovane tedesco pentito); 2 (buttarsi nel mondo cattolico per restare vicino a Maria e sfruttare ogni occasione per rinfacciare la sua scelta e farla sentire colpevole); 3 (può prendere la sua chitarra ed andare a elemosinare mettendosi addosso la maschera che gli pare e piace.

Nei primi due casi diventerebbe borghese, schiavo del lavoro e del denaro, dell’ipocrisia e del perbenismo interessato. Hans opta per la terza ipotesi scegliendo ancora una volta la vita libera; questa volta è una scelta più sofferta e ragionata: infatti egli è consapevole delle rinunce che può comportare, ma pensando all'amico Wieneken prende la sua decisione.

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Di Federica Signoriello

Saggio breve sulla presentazione del romanzo “Il mondo nuovo” di A. Huxley; discussione dell’articolo “Pietà per la condizione umana” d’Ignacio Ramonet apparso su “Le monde diplomatique”nell’ottobre 2000; giudizio personale su personaggi, vicenda e significato del romanzo.

 

Ne “Il mondo nuovo”, romanzo dell’inglese Aldous Huxley pubblicato per la prima volta nel 1932, è narrata una vicenda ambientata in un mondo futuro dove l’essere umano è prodotto in serie e in base alla manipolazione che il suo embrione ha subito fa parte di una determinata classe sociale, o meglio casta, destinata a qualche particolare mansione all’interno dell’organizzazione della società. L’educazione, rigorosamente per caste, si basa sul metodo ipnopedico, che consiste nel bombardare il cervello di persone dormienti di frasi che esprimono i concetti che gli si vuole far apprendere, che comprendono soprattutto messaggi di tipo socialmente organizzativo; difatti non esistono rivalità fra le caste, perché ognuno è convinto di svolgere esattamente il ruolo predefinitogli. Inoltre l’educazione non prevede lo studio della storia o di qualsiasi cosa appartenuta al passato che non faccia parte di quella nuova era, della quale il capostipite è Ford, considerato quasi come un dio; tutti hanno una cultura comune diffusa di massa. La produzione in serie di esseri umani implica la totale inutilità della riproduzione, e quindi la sessualità è considerata un puro piacere, spesso associato all’assunzione di uno stupefacente, il “soma” grazie al quale la realtà svanisce progressivamente e del quale sembra non possa fare a meno nessuno. Il progresso tecnologico grazie al quale è possibile la produzione in serie di esseri umani, permette inoltre l’annullamento dell’invecchiamento o della degenerazione delle cellule, perciò un individuo appare sempre giovane e prestante nonostante l’età, senza evitarne però la morte.

Inizialmente la vicenda sembra incentrata sul rapporto amoroso fra due giovani di classe alfa che si recano in una riserva, nella quale è stato conservato un angolo di mondo antico. In questa terra desolata possono vedere uno squarcio di vita completamente diverso dal loro. Difatti dalla descrizione del villaggio dei “selvaggi” sembra di scorgere una cittadina agricola del centroamerica attuale. Il modo di vivere primitivo di questi li sconvolge ancora di più, tanto che gli indigeni svolgono ancora sacrifici alle divinità, e quindi non si potrebbero dire civilizzati nemmeno ai nostri tempi.  Quello che però li sconvolge ancora di più è il loro incontro con un selvaggio fisicamente del tutto simile a loro; precisamente, è figlio di una turista esattamente come loro venuta anni prima a visitare il villaggio e persasi nella foresta circostante, rimasta accidentalmente incinta del suo compagno, che scoprono fra l’altro essere il loro principale sul lavoro. Convinti del fatto che madre e figlio, per quanto ripugnante fosse questo loro rapporto di parentela perché ormai inconsueto nella parte “civilizzata” del mondo, avessero il diritto di ritornare da dove erano venuti, li riportano in quest’ultima.

Linda, la madre, che non può sopportare il fatto di essere una donna non più perfetta fisicamente e quindi diversa da ogni altra, continua ad assumere soma sino alla morte.

Quando John viene portato nella civiltà, John è inorridito dalla mancanza di libertà umana, dalla mancanza di amore e di individualità, di dignità da parte dell'umanità. Quelli che vivono all'interno della civiltà, al contrario, sono divertiti dai modi pittoreschi del selvaggio e perplessi dalla sua apparente incapacità ad apprezzare la stabilità e il conforto offerti dalla società e dal soma. John rapidamente si ritrova confuso dalla società: la sua nozione di amore romantico da un lato, appreso da un vecchio volume delle opere di Shakespeare che aveva trovato nella sua casa del villaggio, e l'insistenza della società sulla totale libertà sessuale dall'altro: "Ognuno appartiene a tutti gli altri". Allo stesso modo è per lui incomprensibile il trattamento casuale da parte della società della morte.

Quella della madre, totalmente estranea al mondo che lo circonda da un uso eccessivo di soma, lo sconvolge a tal punto da spingere un gruppo di lavoratori Delta a rinunciare al soma, idea del tutto impensabile per questi che si scatenano. John viene arrestato e portato di fronte a Mustapha Mond, uno dei dieci Controllori del Mondo, i capi della società. Questi intraprende una dettagliata difesa della civiltà fordiana. John sottolinea che non c'è nessun Dio nel Brave New World; la risposta di Mond è che "Dio non è compatibile con le macchine, con la medicina scientifica e con la felicità universale. Bisogna fare la propria scelta. La nostra civiltà ha scelto le macchine e la medicina e la felicità.". John ribatte che lui desidera la libertà di fare l'esperienza di Dio e di tutta l'infelicità che ne deriva.

Riesce comunque a fuggire nella solitudine, vivendo in un faro, procurandosi da solo il cibo e mantenendo uno stile di vita indipendente. In ogni modo non è capace di sopportare il suo isolamento e la sua opposizione: gli fanno visita dei curiosi dalla società e, nella disperazione per la sua incapacità di evitare di unirsi alla loro pazzia si uccide.

Ignacio Ramonet ha scritto un articolo a proposito di questo romanzo rilevando le corrispondenze fra questo e la realtà degli ultimi tempi. Domanda infatti se è il caso di rileggerlo a quasi settant’anni dalla sua pubblicazione dato che parla di un mondo futuro dopotutto immaginario, del quale non potremmo condividere vari aspetti che ne descrive, in quanto in un livello cronologico facciamo comunque parte del futuro descritto da Huxley. Ramonet descrive la vita dell’autore, riassume i cardini della società che Huxley ha voluto creare e trova le fonti delle quali si è servito. Primo fra tutti il famoso Ford è un chiaro riferimento a Henry Ford, l’inventore della standardizzazione delle componenti e del metodo di lavoro per la produzione in serie. Questa tecnica ai tempi della scrittura del romanzo era nuova e determinò immediatamente un radicale cambiamento della produzione di tutte le industrie del mondo, nonostante le violente critiche rivoltegli dagli intellettuali e nel mondo operaio e sindacale.

Ramonet cita ancora John Watson, fondatore della scienza dell’osservazione e del controllo del comportamento, dal quale Huxley avrebbe tratto l’ipnopedia.

Il titolo del romanzo infine cita Shakespeare dal dramma “La Tempesta”, e la sua traduzione letterale dall’inglese sarebbe “Meraviglioso mondo nuovo”, netta antifrasi in quanto il mondo descritto di meraviglioso non ha nulla.

Ramonet intervalla queste informazioni a sue considerazioni che rilevano il senso d’anticipazione dell’autore in materia di manipolazioni. Ritiene inoltre che questa visione ben più pessimistica del futuro rispetto ai nostri tempi ma pur sempre veritiera in un certo qual modo ci possa servire da avvertimento e ci incoraggi a sorvegliare quelle nuove tecniche riguardanti clonazione e manipolazione genetica.

Di sicuro ci può apparire raccapricciante il modo in cui si svolge la produzione di esseri umani, che altro non è che una clonazione, divenuta così discussa negli ultimi tempi per ovvie conseguenze etiche, così come la manipolazione che gli embrioni subiscono per produrre uomini in base alle quali caratteristiche fisiche e intellettuali avranno un certo incarico da adulti. L’attacco al progresso scientifico da parte di Huxley è palese, ed è reso ancor più tagliente da alcune alterazioni satiriche come le esclamazioni a Ford al posto di Lord, Dio, o la modifica del segno della croce con il segno della T. Ma la scienza in questa nuova civiltà trova spazio sufficiente solamente ad assicurare il benessere e la stabilità, esattamente come la cultura o la religione: viene infatti diffusa come le altre in piccole dosi bastanti a non far nascere dubbi di tipo etico o morale nella popolazione. La verità non è contemplata nella stabilità di questa civiltà. La ricerca di questa determinerebbe la crescita individuale, creando un potenziale virus che logorerebbe la società.

Una possibile personalità ci viene presentata all’inizio del romanzo nel personaggio di Bernard, il ragazzo che insieme a Lenina si reca nella riserva. Egli è leggermente più basso di tutti gli Alfa suoi coetanei e il suo isolamento lo spinge a riflettere sul comportamento altrui, guidato completamente dall’apparenza e dal piacere. Il fatto di essere il tutore del selvaggio gli da il rilievo sempre desiderato e lo distoglie dalle sue precedenti riflessioni: diventa quindi del tutto simile agli altri, e perde le sue particolarità. Lenina invece è la cittadina modello, è a disposizione degli altri sempre e comunque, si gode la vita che le è stata offerta senza porsi troppe domande, se non riguardano il proprio benessere.

Il vero protagonista, nonostante non appaia subito, è il selvaggio, John, nel quale ci si può immedesimare. Cambia repentinamente ambiente di vita, ma non cambia la sua situazione di disadattato in questo perché nella riserva era diverso e isolato dal resto del villaggio; una volta entrato nella civiltà non rinuncia, invece che a integrarsi in questa come tentava di fare precedentemente, a combattere la logica alla quale tutti sono asserviti; per questi motivi costituisce il principale elemento dinamico all’interno del romanzo. Nonostante ciò non riesce a modificare la situazione complessiva di partenza: solo la vita di Bernard, che progressivamente perde prestigio agli occhi degli altri, è cambiata in peggio. Non riesce nemmeno ad essere occasione di riflessione per alcuno, tranne ovviamente per il lettore.

Nel contesto storico in cui il romanzo è stato scritto, stupisce il fatto che sia antecedente al nazismo e al fascismo, che nei loro progetti di assolutismo potevano fornire ispirazione allo scrittore; la loro aspirazione alla conformazione delle masse tramite associazioni che esaltavano l’unità statale e l’eliminazione di quelle che potevano ostacolarla sono caratteristiche riscontrabili nella società fordiana. Si può scorgere però una sorta di logica atta ad innalzare chi naturalmente predisposto in modo migliore in alcune società antiche, ad esempio quella spartana.

Huxley quindi non mira ad arrivare ad una descrizione verosimile del futuro, ma piuttosto, portando ad estreme conseguenze lo sviluppo delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche dei suoi tempi, cerca di intravederne gli aspetti negativi, introducendo una politica che ne sfrutti i vantaggi a suo favore. Il suo messaggio quindi, oltre ad essere d’avvertimento nei riguardi della scienza come sostiene Ramonet è anche di tipo socio-morale: il prezzo che si dovrebbe pagare per ottenere la stabilità è troppo alto perché gli si possa far fronte.

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Giovanni Verga

 

Mastro-Don Gesualdo

 

 

L’AUTORE

 

 

Giovanni Carmelo Verga nasce il 31 agosto 1840 a Catania (la data e il luogo saranno fonte di incertezze alimentate in parte dallo stesso Verga), primogenito dei sei figli di Giovanni Battista Verga Catalano e di Caterina di Mauro. Originario di Vizzini, il padre, di tendenze liberali, discende dal ramo cadetto di una famiglia nobile. La madre appartiene invece alla borghesia catanese. Giovanni trascorre l’infanzia in condizioni di agio e di serenità fra Catania e Vizzini, dove la famiglia possiede delle proprietà. Compie i primi anni di studi con Carmelino Greco e Carmelo Platania.

Dal 1851 segue le lezioni di Antonio Abete, letterato e patriota catanese, la cui influenza culturale è assai larga nella Sicilia di questi anni: è da lui che il Verga riceve i primi incitamenti a scrivere. Alla sua scuola legge i classici, ma anche le opere di scrittori siciliani, come il mediocrissimo Domenico Castorina, di cui l’Abate è un deciso fautore. E’ alunno del canonico Mario Torrisi fra il 1853 e il 1857, anno in cui termina il suo primo romanzo, “Amore e Patria”, intrapreso a soli quindici anni sotto l’influenza dell’Abate, acceso repubblicano, e delle letture del Castorina: lo scenario è quello della Rivoluzione Americana. Su consiglio del canonico Torrisi non pubblica il lavoro.

Lasciati gli studi di legge per entrare, nel 1861, nella Guardia Nazionale, manifesta fin da giovane un grande interesse per la letteratura, pubblicando a soli 22 anni il romanzo storico "I carbonari della montagna". Già in quest'opera è visibile l'ardore patriottico dell'autore, e il suo impegno politico per l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia; questi si fanno più evidenti con il secondo romanzo, "Sulle lagune" (1863) e con la fondazione del giornale "Roma degli Italiani". Nel 1865 si trasferisce a Firenze, pubblicando i romanzi "Una peccatrice" (1866) e "Storia di una capinera" (1871), quest'ultimo di grande successo. Si sposta poi a Milano, dove entra in contatto con scrittori del calibro di Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Federico De Roberto; pubblica i romanzi "Eva" e "Tigre reale" (1874), "Eros" (1875) e la raccolta "Primavera e altri racconti"(1876). In una lettera del 1878 espone il suo progetto di un ciclo di romanzi, il cui comune denominatore sarebbe dovuto essere la teoria evoluzionistica darwiniana e il cui modello i romanzi di Zola, dal titolo "I vinti". Nel 1880 esce la raccolta di novelle "Vita dei campi"; l'anno successivo il primo romanzo del ciclo dei vinti e il suo capolavoro, "I Malavoglia"; nel 1882 il romanzo "Il marito di Elena"; nel 1883 le raccolte di novelle "Per le vie" e "Novelle rusticane". Nel 1884 ha la soddisfazione di veder rappresentata in teatro una sua novella contenuta in "Vita dei campi", la "Cavalleria rusticana", che Pietro Mascagni tramuterà in opera lirica nel 1890. Nel 1888 esce il secondo romanzo del ciclo dei vinti, il "Mastro don Gesualdo". Raggiunta l'agiatezza economica e la tranquillità sentimentale, dopo alcune relazioni anche adulterine, nel 1894 si ritira a Catania e pubblica ancora una raccolta di novelle, "Don Candeloro"; nel 1903 esce il dramma "Dal tuo al mio", nel 1911 inizia il terzo romanzo del ciclo, "La duchessa di Leyra", che però rimane fermo al primo capitolo. Nominato senatore nel 1920, muore nel 1922.

 

 

TRAMA DELL’OPERA

 

 

Pubblicato in una prima redazione, dal luglio al dicembre del 1888, nella “Nuova Antologia” e 

apparso in volume nel 1889, dopo un vasto rifacimento, questo ro­manzo, secondo (dopo “I

Malavoglia”) del ciclo dei “Vinti”, doveva, nel programma del Verga, rappresentare il momento in cui,

soddi­sfatti i bisogni materiali, la ricerca del meglio diviene “avidità di ricchezza”. In realtà, così

come essa si confi­gura nelle vicende del romanzo, nella dura vita e nel triste destino del

personaggio che ne domina l’azione e l’atmosfera, questa “avidità” va intesa in un senso più vasto e

anche più nobile di quel che l’espressione lasci intendere nel suo significato letterale: e cioè come

ricerca di un benessere eco­nomico che, conseguito attraverso fatiche, pene, rischi, sacrifici, diviene

desiderio di ele­vazione sociale, conquista materiale e morale, tutela della ric­chezza raggiunta con

tanto sudore e patimento. Mastro don Gesualdo, attorno al quale si muove tutto il piccolo mondo

di un centro siciliano (Vizzini) non è, in sostanza, un ingordo, un accaparratore dl beni, chiuso al

senso della socialità. Al contrario, in lui opera la religione del lavoro: del lavoro che è continuità di

volere, di sacrificio, ma nello stesso tempo legge di intelligenza e di prudenza, di saggezza e di

difesa. Quando l’azione del romanzo comincia, in una famosa notte di trambusto che riunisce

attorno alle fiamme di un incendio i personaggi principali della vicenda e li caratterizza già nei loro

tratti essenziali, Gesualdo Motta non è più il manovale che aveva iniziato la sua fortuna con le

mansioni più umili  e più pesanti. E’ già proprietario di case e di terre; attivo imprenditore di opere

pubbliche. Il suo processo di imborghesizzazione non è una frat­tura violenta e tanto meno (come lo

accusa Il padre) un tradimento verso le sue origini e le sue condizioni popolane. Egli resta, infatti, 

un lavo­ratore, un operaio tra i suoi operai; sempre in moto tutto il giorno, a dorso di mulo, tra le

sue pro­prietà e le sue imprese; sempre in allarrne contro gli uomini e le cose per difendere la “roba”;

instanca­bile, sempre, sotto la pioggia e i solleoni, a incitare, a dar l’esempio, a evitar guai. Ma,

com’è naturale, egli ha coscienza della sua forza e della sua personali­tà; sa di rappresentare un

valore.

Quel “don” ormai definitivamente premesso al suo nome e col quale ormai la società di civili e di

baroni” lo rico­nosce dei propri, in omaggio alla sua ricchezza e alla sua potenza, è in fondo la

sanzione di tale valore, anche se egli sa misurarne il metro e i sottinttesi ipocriti. E’ la sua stessa

ricchezza che insensibilmente lo costringe a uscire, non già dalla mentalità conservatrice e dalla

eticltà della propria classe, ma dalla immobilità delle sue con­suetudini e dai suoi atteggiamentI di

vita;  perché la ricchezza crea non soltanto desideri e ambizioni, ma anche necessità sociali. Il

giorno in cui Mastro don Gesualdo, amareggiato dalle angherie del suoi consanguinei, padre,

fratello, sorella, cognato, nipoti, che gli succhiano Il sangue, campano alle sue spalle e gli avvelenano

perfino il boccone della cena frugale, cede ai ragionamenti e alle pro­spettive di accorti mezzani e

sposa Bianca Trao, il triste e quasi evanescente fiore di una nobile famiglia in rovina, ancora

sostenuta dai vincoli della solidarietà di casta con la “elite” del luogo. Agisce indubbiamente in lui il

compiacimento del proletario arricchito che può offrire agi e benessere materiale a una

aristocratica decaduta e povera, la soddlsfazione dell’uomo di umili origini di potersi concedere

finalmente un oggetto di lusso, la speranza dell’uomo burbero, ma istintivamente buono e generoso,

di godere nella propria casa li conforto dl un affetto sicuro e di sentimenti delicati; ma In realtà

agisce altrettanto e forse più profondamente il senso dl questa necessità sociale, che dà alla

ricchezza una funzione. Purtroppo, nel momento stesso in cui, attraverso il matrlmonio che è al

centro della sua vita di lottatore, egli crede di celebrare urna vittoria sulla fortuna, è la fortuna che

gli gioca le tragica beffa. Entrato per un ingresso secondario nel ceto aristocratico, questo, non

potendo sfruttarlo, gli si coalizza contro con acredine maggiore. Non alleanze, dun­que, non

solidarietà sociale; ma ancora ostilità e lotte a rancori. Non amore, non attimi di piacere, come

come quelli datigli dalla silenziosa e devota serva Diodata, ma neppure serenità con una moglie che

è andata al matrimonio come a un sacrificio, per necessità, per riparare a un fallo commesso con

un “baronetto”cugino e che lan­guisce come una vittima rassegnata al proprio destino, triste,

desolata, ubbidiente, ma di una ubbidienza esangue a passiva, ammaIata nel­l’anima e nel corpo,

condannata alla disperazione, al deperimento, alle morte di consunzione.

Non il figlio, sognato erede del patrimonio e continuatore del nome e della creazione paterna; ma una figlia, Isabella, sola depositaria ormai delle ambizioni del povero deluso, che a un certo momento, per non farla vergognare con le aristocratiche compagne, le sacrifica fin il proprio nome, ma destinata anch’ella a esser fonte di nuovi dolori, anch’ella, come la madre, condannata più tardi a scontare un peccato di passione, con una vita grigia di lustro apparente e di interiore desolazione; e, quel che è peggio, anch’ella, più Trao che Motta, nemica del padre, per incompa­tibilità di sangue e di istinto. Un “cattivo affare”, insomma; di tutti il peggiore, perchè irrepa­rabile. Quella che sino allora era stata per Mastro don Gesuaido l’ostilità naturale degli uomini, ostilità nella quale egli aveva potuto cimentare e far trionfare la sua forza e la sua tenacia, diviene ormai avversità delle cose, incoercibile inimicizia delle leggi che regolano il sopravvenire e lo svol­gersi degli eventi. La sua febbre di azione e di costruzione si muta in ansia e in febbre di difesa: difesa di quella  “roba” che è stata il poema della sua vita, la sua creazione, il suo mondo morale, il solo possesso del suo cuore e del suo spirito. Costretto a dare un po’ a tutti: a parenti legittimi e a figli illegittimi, a ricattatori, al genero duca sopravvenuto a coprire dignitosamente del proprio blasone l’avventura di Isabella; il lottatore cede a poco a poco, sia pure coi denti stretti, alla inflessibile fatalità che lo piega. Roso dai dispiaceri e da uncancro, che è come la sintesi fisiologica di tutto il fiele che ha dovuto inghiottire, Mastro don Gesualdo chiude nella desolazione una vita trascorsa nella dura macerazione della fatica quotidiana. Abbandonato in una stanza appartata del palazzo della figlia duchessa, nella grande città, lontano dalla sua casa e dalla sua terra, dalle belle campagne, fio­renti di messi, dalle sudate tenute, fonti di tanta ricchezza. Sino all’ultimo istante ha implorato la figlia perché difenda la “roba”, perché si op­ponga alla alienazione delle proprietà; ma poi ha capito l’inutilità di ogni parola e di ogni speranza. E finisce così, solo nella morte, come solo era stato nella vita. Forse, nella desolata miseria di questa morte, un unico ricordo di bontà e di tenerezza devota, capace di rendergli meno vivo lo strazio: quello di Diodata, la serva fedele, la madre dei suoi figli illegittimi sacrificata alla “aristocrazia”, la sola disinteressata, venuta a dargli il “buon viaggio” al momento della sua non voluta par­tenza per Palermo. Sotto la pioggia, a capo sco­perto, umile come sempre e semplice, in atto dl accompagnare le scarse parole con  i cenni del capo.

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PERSONAGGI PRINCIPALI

 

 

Mastro-Don Gesualdo

 

Se mastro-don Gesualdo è il protagonista del romanzo omoni­mo, le quattro parti in cui si articola la narrazione descrivono le diverse fasi attraverso le quali si svolge l’intera e complessa parabola della sua esistenza. La prima parte infatti definisce le doti e le aspirazioni di mastro-don Gesualdo, l’ambiente entro cui egli si muove; la seconda ne esamina il difficile rapporto con Bianca, la moglie di origini aristocratiche (e dunque il falli­mento del matrimonio come stratagemma per facilitare i suoi affari con i ceti benestanti del paese); la terza il non meno pro­blematico rapporto con la figlia Isabella; la quarta infine il de­clino e l’inesorabile sconfitta segnata dalla morte.

Fin dalle battute iniziali del romanzo, il movente che sorregge l’azione di mastro-don Gesualdo è l’accumulo frenetico della “roba”. Nel­l’arco di una giornata Gesualdo compie una ricognizione totale dei suoi cantieri e delle sue proprietà: dal frantoio di Giolio in costruzione, ai lavori della strada, fino ai poderi della Canziria, dove finalmente l’occhio trova riposo e serenità nella prospera solidità della “roba”. Per accrescere la sua ricchezza Gesualdo controlla tutto ed esige una devozione al lavoro quasi religiosa, come la sua. Egli è infattipersonaggio che non si ritrae di fron­te alla fatica e alla sofferenza. A Giolio trova gli operai oziosi per colpa della pioggia e dunque li rimprovera, ma poi, pur di far procedere i lavori e di non accumulare ritardi, non esita a sottoporsi personalmente allo sforzo fisico e al rischio persona­le per sollevare la pesante macina del mulino e collocarla nella sua posizione. Gesualdo è ben consapevole del legame inscindi­bile fra ricchezza e rischio: come si dirà nel finale del romanzo, per fare “la pappa” egli non si è certo risparmiato; le sue mani di lavoratore ne sono la testimonianza più palese.

Gesualdo è una sorta di eroe: il suo riposo alla Canziria al ter­mine della giornata è il riposo del guerriero che finalmente può contemplare il meritato frutto di una dura battaglia. Nondime­no già il capitolo quarto sottolinea la problematicità e la fragilità della “roba”, la lotta continua per difenderla dalle aggressioni del caso e soprattutto dei dissipatori: insomma da quella sorta di “entropia” che sembra connaturata al concetto stesso di “roba”.

Sotto questo profilo, la famiglia è uno dei pricipali ostacoli sul cammino del protagonista: il cognato Burgio, il fratello Santo, suo padre stesso, mastro Nunzio sembrano solo preoccupati di mandare in rovina ciò che Gesualdo costruisce. Con la famiglia si innesca dunque una conflittualità che attraversa l’intero ro­manzo: dopo la morte del padre, Speranza intenterà una guerra spietata, subdola, per cercare di impadronirsi della “roba”. Ma è nel capitolo quinto della prima parte che i termini del conflitto sono enunciati in tutta evidenza.

Il crollo del ponte in costruzione a Fiumegrande è effetto del caso (le piogge torrenziali), ma anche dell’imperizia di mastro Nunzio che ha tolto i ponteggi anzitempo. Mastro Nunzio in­fatti vorrebbe imporsi ancora come pater familias autoritario, pur essendo incapace di amministrare saggiamente il patrimo­nio. Gesualdo, per converso, si sente espropriato di una ric­chezza che è frutto esclusivo della sua fatica. La lacerazione insanabile: da una parte i valori tradizionali, dall’altra la fame dirompente di “roba” che conduce ad infrangere ogni valore troppo vincolante.

Come si comprende meglio anche a partire dall’episodio dell’asta, Gesualdo è sempre più escluso dal suo ambiente originario (è ancora il conflitto con il padre a dimostrarlo). Ma d’altra parte la sua intraprendenza lo pone in un duro contrasto con le classi agiate e aristocratiche dei pro­prietari terrieri. Classi nei confronti delle quali il possesso della “roba” non è garanzia di sicuro successo, tantomeno di inte­grazione sociale. Di fronte al privilegio del sangue sul quale si fonda la consorteria aristocratica Gesualdo rimane sempre un ibrido, un “mastro-don”. A ben vedere una simile mancanza di identità sociale, saldata all’ossessione della ricchezza, è il punto debole del protagonista, ciò che lo renderà facile preda dei complessi e convergenti disegni della Sganci e del canonico Lu­pi per dare un marito non troppo pieno di pretese a Bianca, ri­masta incinta nella relazione con don Ninì Rubiera. Sapiente­mente allettato dal canonico Lupi, suo alleato negli affari, Ge­sualdo non sa rifiutare una proposta che, oltre ad essere la san­zione del suo nuovo status, sembra aprirgli la strada ad un più proficuo rapporto con i benestanti del paese. Ma quanto un calcolo del genere sia illusorio risulta subito evidente nel di­sprezzo che continua a circondare Gesualdo durante il ricevi­mento in casa Sganci, come nella totale assenza degli invitati il giorno della cerimonia delle nozze.

All’inizio della seconda parte Gesualdo, in nome del suo mirag­gio economico e sociale, ha compiuto delle scelte che sono co­munque drammatiche. Nel capitolo quarto della prima parte ha infatti rinunciato alla sola donna che lo ami veramente e che gli ha da­to due figli, Diodata in nome della “roba”, in nome dei modelli etici e sociali imposti dalle classi dominanti, ha ripudiato l’uni­ca traccia di un’autenticità di affetti e di sentimenti che circoli nell’universo ipocrita e mistificatore del Mastro-don Gesualdo. In cambio ha ottenuto una moglie che non lo ama e che per tut­ta la vita gli celerà il segreto sulla vera paternità della figlia e non è riuscito ad acquistare il favore dei grandi latifondisti: la sua sconfitta, si può dire, comincia da qui.

La sconfitta dei progetti di mastro-don Gesualdo è evidente nel momento in cui si apre la gara d’asta per l’appalto delle terre comunali ed egli si trova di fronte l’ostilità coalizzata degli Zac­co, dei Rubiera, dei Margarone, ecc., persino quella di suo pa­dre mastro Nunzio. E’ comunque vero che questa seconda parte non si configura completamente negativa per il protagonista. Attraverso la riunione segreta della Carboneria,egli getta comunque le basi per un’intesa economica col barone Zacco, il suo principale avversario, che rimarrà operante per circa un trentennio (dal ‘20 al ‘48). Non solo: sfruttando abil­mente le avventure sentimentali e le spese folli di don Ninì, in­vaghito dell’ambigua cantante Aglae, riesce a porre una seria ipoteca, attraverso un prestito molto oneroso, sul matrimonio dei Rubiera. Successi ai quali dovremmo aggiungere anche la nascita di Isabella, erede “legittima”, finalmente, di una fortu­na accumulata in tanti anni di fatiche e il suo battesimo, a cui partecipano tutti i parenti nobili.

Gesualdo sembra al culmine del suo successo: in realtà è soltan­to una pia illusione. Isabella, al di là della verità sul nome di suo padre, si rivela immediatamente una fonte di nuove conflit­tualità e una minaccia alla “roba”.

In primo luogo la presenza di Isabella acuisce il contrasto fra Gesualdo e Bianca. Gesualdo per dare un’educazione alla figlia vuole mandarla in collegio: Bianca, sia pure senza risultato, si oppone con ogni mezzo. E ancora: Gesualdo tenta in ogni mo­do di impedire l’amore tra Isabella e Corrado La Gurna, ma an­che in questo caso si trova di fronte una Bianca che difende la figlia con una violenza quasi ferma.

La delusione e lo scacco di Gesualdo sono dunque cocenti. Isa­bella, per essere accettata dalle compagne in collegio, non si fa chiamare Motta Trao, ma solo Trao: l’esile traccia della pater­nità di mastro-don Gesualdo se ne va dunque in fumo. Nè ciò soltanto è cagione di dramma, Gesualdo ha dei grandi progetti per la figlia: erede di una immensa fortuna, ella dovrà contrar­re un matrimonio che sia degno della sua nuova condizione. In questo Gesualdo proietta quel desiderio di avanzamento sociale che nella sua esistenza si è realizzato solo imperfettamente. Nondimeno anche questa prospettiva nella terza parte entra ra­pidamente in crisi.

Isabella si lascia circuire da Corrado La Gurna, grazie anche al­l’abile mediazione di donna Sarina Cirmena e cerca di ribellar­si in ogni maniera alla volontà del padre pur di sposarlo, finen­do persino per rimanerne incinta. Gesualdo, stretto dal precipi­tare della situazione, è costretto ad accettare il matrimonio con il duca di Leyra, disposto a tacitare qualsiasi scandalo, ma in cambio di una dote esosa: la “roba”, le terre accumulate con enorme sacrificio personale nel corso degli anni, cominciano da questo momento ad andare disperse. L’avidità del duca sarà senza fine: pur di mantenere in piedi il matrimo­nio Gesualdo dovrà sborsare cifre non indifferenti. Inizia così quel triste declino che avrà il suo epilogo nella quarta parte. Nella quarta parte i segni della fine incipiente si accumulano in modo vertiginoso: il dissidio fra Isabella e il marito, la malattia e poi la morte di Bianca, i moti del ‘48 che minacciano diretta­mente l’incolumità di Gesualdo, fonte di tutti i mali. Di fronte ad una simile congiura mastro-don Gesualdo appare sempre più debole, incapace di reagire: tanto che concretamente la de­bolezza prende corpo nel tumore allo stomaco che lo conduce in breve giro di tempo alla tomba. Il Personaggio coraggioso e sprezzante che abbiamo conosciuto nella prima parte del ro­manzo è definitivamente scomparso. AI suo posto non c’è che una pallida figura, interamente assorbita dall’avanzare della malattia, ormai incapace di controllare il corso dei suoi affari. Gesualdo, dopo la morte della moglie, è ormai completamente solo; anche Diodata, che pure nel momento del bisogno non ha esitato a riavvicinarsi a lui, è stata allontanata. Intorno al pro­tagonista ruotano soltanto le figure avide ed interessate del ba­rone Zacco, che vuole dargli in moglie una figlia e della sorella Speranza.

Gesualdo non ha più la forza di reagire a nulla, è preda dei me­dici che si alternano infausti al suo capezzale. La sua unica spe­ranza è il contatto diretto con la terra, con la “roba”: vuole es­sere condotto al podere di Mangalavite. Ma anche questo tenta­tivo si rivela inutile: il viaggio è una sofferenza senza fine. Ge­sualdo avverte ormai nettamente l’estraneità di tutte le cose che lo circondano; il vincolo che legava il padrone alle sue proprie­tà appare definitivamente spezzato. Come Mazzarò ne La ro­ba, Gesualdo tenta una inutile ribellione al suo destino di mor­te: in un raptusdi follia vorrebbe portare con sé, nella morte, anche quelle ricchezze che sono state l’unica ragione della sua vita. Tutto si rivela dunque vano, ogni risorsa cade e il tramon­to di Gesualdo non potrebbe essere più straziante.

Strappato al paese e chiuso nel palazzo dei Leyra egli attende la morte in una spaventosa solitudine. Il genero lo assedia con le continue richieste di una delega per l’amministrazione delle sue proprietà. La figlia non gli comunica mai i suoi veri senti­menti, è completamente rinchiusa in se stessa.

Ormai prossimo alla morte, Gesualdo sembra avvertire con pie­na lucidità la vastità della sua sconfitta. Una sconfitta in cui il dubbio sulla vera paternità di Isabella, tenuto lontano per anni, in questi momenti irrompe con una forza devastante. Gesualdo non conoscerà mai la verità(con Isabella non riuscirà a parlar­ne), ma, come Bianca, porterà con sé nella tomba, i suoi segreti e i suoi dubbi: testimonianza estrema della solitudine e dell’in­ganno in cui egli ha trascorso l’intera sua vita. Gesualdo, se mai ne occorreva la conferma, è stato tradito da tutti e in tutto.

 

 

Bianca

 

La vicenda di Bianca, nelle sue strutture essenziali, non si svol­ge dissimile da quella di molti altri paradigmi femminili ver­ghiani, verificabili soprattutto nella ricca trama delle novelle. In non pochi pezzi di Per le vie si assiste infatti alla storia di una giovane donna sedotta e poi abbandonata dall’amante: premessa questa ad un triste declino esaminato attraverso la lente spietata dello scrittore naturalista. Nel Mastro-don Gesua/do questo esile archetipo, che tuttavia resiste, si complica in una maniera tutt’affatto peculiare.

Discendente da un’antica stirpe aristocratica ormai in miseria, Bianca vive in una sorta di condizione carceraria entro le mura cadenti del palazzo avito, insieme ai due fratelli, Diego e Ferdinando, isolati in una dimensione in cui è difficile distinguere cieco orgoglio e follia, minacciati dall’incombere della malat­tia, la tisi. Entro simili coordinate per Bianca la relazione con il cugino Ninì Rubiera rappresenta dunque l’amore, l’evasione dall’angusto universo dei Trao. Evasione che però ha una dura­ta assai effimera e che comporta un amarissimo disinganno. La sera dell’incendio don Diego scopre infatti Ninì nascosto nella camera della sorella: da questo momento comincia il duro cal­vario di Bianca. Dapprima, alla festa in casa Sganci, ella si af­fanna per parlare con Ninì: è un vero fallimento. Di fronte alla sofferenza autentica della ragazza, Ninì non sa mettere in mo­stra che la sua facciata ipocrita e perbenista, preoccupato sol­tanto di non dare troppo scandalo fra i parenti.

Il destino di Bianca è comunque già deciso, nell’attimo in cui la baronessa Rubiera, madre di Ninì, ha respinto in nome della “roba” la proposta avanzata da don Diego delle nozze ripara­trici e la zia Sganci, con l’ausilio del canonico Lupi, ha avviato le complesse manovre per combinare il matrimonio con mastro-don Gesualdo. Ad una simile pressione, cui del resto contribuisce anche l’entrata in campo dello stesso Gesualdo, el­la non può che cedere, oltretutto consapevole di essere in attesa di un figlio. Non che nella sua scelta traspaia una scelta utilita­ristica: c’è solo l’obbedienza ad una necessità che non lascia al­ternative.

Con il matrimonio Bianca viene a trovarsi in una situazione psi­cologicamente contraddittoria e paradossale. Ripudiata dai suoi famigliari, subisce la vicinanza di un marito che non ama. Con il fratello Diego ella riesce a ristabilire un legame solo al­l’approssimarsi della morte di costui. Con l’altro fratello, Fer­dinando, cerca di essere continuamente prodiga di aiuti, ma senza mai superarne la diffidenza.

Più complesso, ovviamente, il rapporto con il marito. Fin dalla prima notte di nozze è chiara la repulsione di Bianca verso Ge­sualdo: ella chiaramente è ancora innamorata di Ninì Rubiera. Ella è piena di premure per il coniuge, col tempo si affeziona a lui che la ricambia, ma gli rimane fondamentalmente una estranea. Sul piano dei sentimenti e degli affetti Bianca non può comunicare con Gesualdo: il suo rapporto è solo fittizio, ipocrita. Bianca è nella più completa solitudine. E si compren­de bene quale inconfessabile tormento psicologico debba rap­presentare per lei il segreto sulla vera paternità della figlia, na­scosto per tutta l’esistenza, fino alla morte. Bianca vive dunque una perenne lacerazione interiore, una assoluta impossibilità di raggiungere un equilibrio con se stessa. In verità ella rinuncia a vivere per se stessa, il suo unico scopo diviene la figlia Isabella e il legame fortissimo che la unisce a lei. Quando Gesualdo de­cide di mandare la figlia in collegio per farle avere una buona educazione ella, già segnata dalla presenza devastante della tisi, cerca di opporsi in ogni modo ad una simile prospettiva. Chie­de persino aiuto ai parenti, ma infine è costretta a cedere. Per lei è come perdere la ragione della sua esistenza: da questo mo­mento è preda sempre più indifesa della malattia.

Rispetto a queste coordinate già piuttosto complesse, la figura di Bianca ha modo di precisarsi ulteriormente nelle pagine del romanzo.

L’episodio del soggiorno a Mangalavite durante il colera è a dir poco sintomatico. Di fronte all’amore che sembra sconvolgere in una profonda passione l’esistenza di Isabella e quella di Corradino La Gurna, ella non compie nessun gesto; anzi, davanti alle sfuriate irose deI marito e alle minacce, ella si rivolta in una accanita difesa della figlia: come se in lei difendesse la libertà,

il diritto all’amore che la vita le ha irreparabilmente negato. Una difesa questa che non ha ancora una volta successo: Bian­ca esce di nuovo sconfitta, perché, attraverso un complesso ma­neggio, saranno di nuovo le convenienze e la necessità a sanzio­nare il destino coniugale di Isabella. Ma la sconfitta di Bianca è ancor più totale e straziante, è la perdita definitiva della figlia, la sua assenza proprio nell’attimo irrevocabile della morte.

Sentendo approssimarsi la fine, Bianca vive nell’attesa spasmo­dica dell’arrivo di Isabella, che invece non arriva. Tradita an­che in questo affetto, ella sembra attaccarsi disperatamente a Gesualdo, l’unica presenza che resti accanto a lei. Diviene per­sino gelosa di Diodata, ne rifiuta l’aiuto, diviene sospettosa nei confronti degli Zacco che cercano di introdurre in casa del ma­rito la figlia Lavinia. E tuttavia anche in questo estremo mo­mento fra Bianca e il marito permane l’ostacolo di quel segreto inconfessabile che resta l’emblema sconsolato di una solitudine senza rimedio.

 

 

 

 

Isabella

 

La vicenda di Isabella non si sviluppa in modo molto dissimile da quella di sua madre Bianca, ed anzi converte anche nel ro­manzo il meccanismo iterativo che nella trama di non poche novelle sembra riprodurre un universo chiuso e immobile, nel quale si recita una commedia quotidiana sempre uguale a se stessa.

Anche Isabella, come la madre, vive in una perenne ambiguità: nel corso del Mastro-dan Gesualdo non sapremo mai se ella è a conoscenza della sua vera origine. Nel capitolo conclusivo in­fatti, di fronte allo sguardo interrogativo del padre che vorreb­be finalmente chiarire un dubbio così tormentoso, ella si ritrae, si richiude in se stessa come era solita fare sua madre: ancora l’incomunicabilità dunque, la solitudine, ma anche l’insincerità e la falsità sottese ad ogni legame.

Ad ogni modo, al di là di queste considerazioni generali, Isabel­la assolve un primo ruolo nel riproporre amplificato il disagio sociale, il senso di inappartenenza ad ogni classe, in cui vivono i suoi genitori. Ma se Gesualdo appare condannato, anche nel­l’appellativo di “mastro-don”, ad una perenne dissociazione, la figlia è alla disperata ricerca di una identità univoca.

Gli anni trascorsi in collegio, prima al paese e poi a Palermo, sotto questo profilo sono emblematici. Isabella per essere ac­cettata dalle altre compagne aristocratiche è costretta a ridurre il suo doppio cognome di Motta-Trao al solo Trao, l’unico ele­mento che le consenta di stare sullo stesso piano delle altre fan­ciulle nobili. Un fatto questo che sembrerebbe essere solo il ri­flesso delle sclerotiche convenzioni sociali del Mastro-dan Gesua/do, ma che in realtà coinvolge implicazioni più profonde. Optando per il cognome materno ella infatti finisce per incar­narne, almeno in parte, lo stesso destino. L’episodio del colera e quello successivo del matrimonio ne sono la limpida riprova. Nel momento in cui il colera comincia a diffondersi, Gesualdo fa uscire Isabella dal collegi e la riporta al paese. La ragazza è vissuta per anni vagheggiando le sue origini aristocratiche, creando un alone fantastico intorno ai suoi pochi ricordi d’in­fanzia: la realtà effettiva delle cose agirà invece come il mezzo di uno spaventoso disincanto. Come si recherà a far visita allo zio don Ferdinando scoprirà che il palazzo dei Trao non è che un edificio in rovina, lo zio gli si rivelerà come un demente; nè meno crudo sarà l’incontro con il “nonno” paterno Nunzio e con la “zia” Speranza nella povera casa dei Motta. Per non parlare della vista dei polverosi poderi di Mangalavite, che Isa­bella aveva sempre immaginato come i palermitani Giardini della Favorita.

Di fronte ad uno scenario così grigio e triste, l’incontro con il giovane Corradino La Gurna a Mangalavite rappresenta di nuovo la possibilità di evasione, di sogno. L’Isabella innamora­ta di Corradino sembra dunque mimare alla perfezione, quasi come una costante genetica, il trascorso amore di Bianca per don Ninì. Nè l’analogia si ferma a questo punto. Come per la madre, si tratta di un amore senza prospettiva: l’ostacolo è an­cora la “roba”. Isabella è infatti ricchissima mentre Corradino è uno spiantato. Anche per la ragazza comincia dunque un ter­ribile calvario. Il padre la riconduce in paese e la chiude di nuo­vo in collegio: di qui ella tenta un’ultima strada, la fuga con Corradino. Nondimeno anche questo è un vicolo cieco, perché anche Gesualdo, come aveva fatto la baronessa Rubiera, rifiuta l’ipotesi del matrimonio riparatore. Isabella rientra in collegio e cominciano le manovre per combinare in fretta un matrimo­nio vantaggioso (anche la ragazza è infatti incinta).

Inizia così un pressante assedio intorno alla giovane per convin­cerla che, mentre il legame con Corradino sarebbe pura follia (Gesualdo non darebbe niente per la dote), la proposta di nozze con il duca di Leyra le può aprire insperate prospettive di lusso e di vita mondana a Palermo. Artefice di questa lenta opera di persuasione (che in tutto ricorda l’episodio della monaca di Monza nei Promessi sposi è lo zio marchese Limòli. Isabella, dopo lunghe esitazioni, pianti, disperate ribellioni, finisce per sottomettersi alla dura necessità che non lascia alternative. Ma si condanna così ad un legame ancora peggiore di quello con­tratto dalla madre, giacché il duca la sposa solo per le ricchezze di cui è la sicura erede.

Dopo il matrimonio Isabella non è che una infelice, in perenne lite con il marito, in definitiva straziata da una solitudine senza rimedio. Sofferente a ammalata anch’essa, secondo le notizie che invia suo marito, apprende della morte della madre solo dopo che tutto si è ormai concluso.

Gesualdo, negli ultimi tempi della sua esistenza ospite della vil­la dei Leyra, coglierà perfettamente sotto le apparenze di armo­nia che regolano i rapporti fra il duca e la moglie, la profonda insoddisfazione della figlia, il suo dolore inesprimibile. Egli cercherà di parlare con lei, ma anche Isabella, al di là delle af­fettuose lacrime per il padre, non può veramente comunicare con lui: anche lei è in definitiva una Trao e come la madre, for­se, serba un suo inconfessabile segreto.

 

 

Diodata

 

Affine a certi protagonisti delle novelle di Vita dei campi, Diodata vive in una sorta di stadio presociale, di pura naturalità animale, in cui il meccanismo di mistificazione e ipocrisia, la stessa ossessione per la “roba”, che dominano le altre figure del Mastro-don Gesualdo, non sono ancora operanti. Nell’univer­so del romanzo ella è dunque un individuo eccezionale e ano­malo, estranea com’è ad ogni calcolo utilitaristico.

Non che il personaggio abbia una presenza molto distesa nel­le pagine dell’opera: ma certo negli episodi in cui compare, Diodata incarna con forza straordinaria un universo di valori e di purezza cui mastro-don Gesualdo ogni volta rinuncia in nome del suo sogno della “roba”.

Trovatella, come già il suo nome s’incarica di sottolineare, Diodata è raccolta e allevata da mastro-don Gesualdo. Con lui ella finisce per stabilire un solido rapporto sentimentale dal quale nasceranno anche due figli. Un rapporto però del tutto squili­brato. Se infatti per Diodata c’è una sorta di devozione, di fede cieca per l’amato, nel caso di Gesualdo il discorso suona molto più problematico. E’ sintomatico che fra i due, nonostante la presenza dei figli, non si sia stabilito un legame matrimoniale e che gli stessi figli siano stati affidati ad un onfanotrofio. Per Gesualdo, insomma, Diodata non è più che un’oasi di ristoro, esente da qualsiasi complicazione, nella quale trovare una sosta alle battaglie ingaggiate per il predominio nell’esistenza quoti­diana. Un’oasi che ha comunque uno spazio marginale, confi­nata com’è nel podere di Mangalavite, e che può anche essere condannata al sacrificio, nel caso prevalga il supremo interesse della “roba”.

La prima comparsa di Diodata è sulla fine del capitolo quarto della prima parte. Gesualdo ha già deciso che si sposenà con Bianca, ne parla come se fosse un fatto totalmente indifferente per Diodata, come forse lo è anche per lui. Di fronte ad una simile scelta la donna non tenta nemmeno di ribellarsi, la sua sottomissione a Gesualdo è totale, indiscutibile: Gesualdo è il padrone, spetta dunque a lui decidere. E se il padrone pensa di darla in sposa (per non avere scrupoli di coscienza) a Brasi Camauno o a Nanni l’Orbo, ella è ben contenta; come è contenta che il padrone le prometta di prov­vedere anche ai suoi figli illegittimi. Nondimeno il pianto sgorga irrefrenabile agli occhi di Diodata. Ella cerca di costringere il suo legame con Gesualdo sul piano di un freddo rapporto di lavoro, ma non ne è capace, tanta è la forza dei sentimenti.

Diodata in questo modo si rivela l’unico personaggio capace di vivere i propri sentimenti senza ipocrisie; l’unico personaggio che almeno non accetta compromessi. Il giorno del matrimonio di Gesualdo è ancora il suo pianto silenzioso a rinnovare la to­tale, disperata, offerta di sé al padrone e amante: ma questi la allontana timoroso. Diodata sposa Nanni l’Orbo, ma solo per devozione completa alla volontà di Gesualdo, non perché la so­stanza del suo amore sia mutata. Anzi, per tutto il romanzo Diodata rimane la testimonianza, muta e coraggiosa, di quei sentimenti autentici che Gesualdo ha deciso di rifiutare. Testi­monianza coraggiosa perché ella non si impaurisce mai di fronte allo scandalo pubblico che solleva la sua presenza o al disprezzo.

Nella sua irragionevole e quasi animale fedeltà Diodata è pron­ta a sopportare ogni offesa, persino al sacrificio di sé, pur di aiutare l’uomo che continua ad amare. per questo che ella ac­cetta di accudire Bianca, nonostante il rigetto, negli ultimi tem­pi della sua esistenza. E ancora, dopo averlo difeso persino dai suoi figli la sera del tumulto, è la sola persona che si prenda cu­ra di Gesualdo nell’avanzare inesorabile della malattia.

In ogni caso Diodata non agisce per calcolo o per interesse. Ella obbedisce ad un istinto tanto profondo quanto primordiale che la spinge quasi al sacrificio di se stessa. E’ una figura che dun­que ha ben altra tempra, ad esempio, rispetto a Speranza e a donna Lavinia Zacco, che pure saranno al servizio di Gesualdo ormai gravemente ammalato, ma solo in nome della “roba”. E’ indubbiamente altra tempra rispetto a Bianca che riesce a celare per tutta la sua esistenza il segreto di Isabella, succube della paura dello scandalo, e dunque ipocrita. Fedele a se stessa fino al termine, Diodata è l’unica persona (insieme a mastro Nardo) che sotto la pioggia si presenti, timida come sempre, a prendere congedo da Gesualdo allorché lascia per l’ultima volta il paese. A ben vedere anche Diodata, come gli altri, è una sconfitta, sia pure di un genere diverso. In lei la sconfitta non nasce dalla cie­ca sottomissione alla forza travolgente della “roba”, ma sem­mai proprio dall’aver rifiutato una simile logica. Ed è una scon­fitta, quella dei sentimenti, della verità, che finisce per rendere totalmente tragico e privo di speranza l’orizzonte cupo del Mastro-dan Gesualdo.

 

 

TEMI PRINCIPALI

 

L’universo della «roba»

 

Sul finire del romanzo (parte quarta, cap. IV) Gesualdo, vista l’inutilità del consulto medico, tenta l’estrema risorsa di farsi condurre a Mangalavite, ma il viaggio è solo una tappa ulterio­re, crudele, nell’approssimarsi della tragedia: la terra, i campi coltivati, i poderi si rivelano infatti ormai indifferenti al loro padrone, persino ostili («ogni cosa gli diceva: Che fai? che vuoi?»). Se l’intera esistenza di Gesualdo è stata una ricerca spasmodica dell’acquisizione della “roba”, fino alla completa identificazione in essa e all’alienazione di sé, la scoperta che la “roba” gli è finalmente estranea, che può fare a meno di lui, sembra mettere a fuoco l’assoluta mancanza di significato della sua vita. La disperazione di Gesualdo è epica e sconvolgente: come Mazzarò (La roba, in Novelle rusticane) egli vuol trasci­nare anche la “roba” nell’annullamento della morte, riaffer­mando così l’equazione fra questa e la vita.

La follia di Gesualdo è forse il documento limite di un attacca­mento morboso alla “roba”, che nell’opera verghiana si decifra come il movente primario intorno al quale si struttura ogni re­lazione umana.

Già in Nedda la necessità della “roba” esercita un ruolo non in­differente ai fini della costruzione del dramma. Un ruolo che va crescendo in alcuni pezzi di Vita dei campi (Jeli il pastore, Rosso Malpelo) per culminare nel cupo affresco delle Rusticane. Qui lo spettro della «roba» incombe su tutti gli aspetti della vicenda umana. Nei racconti più significativi i protagonisti pos­sono illudersi di dominare la logica ferrea del possesso, in cui trovano la loro unica ragione di vita, ma in realtà finiscono so­lo per essere inesorabilmente schiacciati dal perverso meccani­smo che si è impadronito di loro. Forza annientatrice della “ro­ba" e capovolgimento dei valori si coniugano d’altra parte ad un moralismo, ad un rispetto dell’onorabilità, che è solo la ma­schera dell’ipocrisia.

Sotto questo profilo il legame fra le Novelle rusticane e il Mastro-don Gesualdo appare persino genetico. Le Rusticane sono infatti il vasto cantiere dove si sbozzano i personaggi e le situazioni del romanzo. Mazzarò (La roba) e il Reverendo (Il reverendo, Don Licciu Papa) definiscono già il carattere del protagonista Gesualdo e di un personaggio tutt’altro che mar­ginale qual è il canonico Lupi; i rivoltosi di Libertà esemplificano a che cosa può spingere l’ossessione della “roba” quand’essa si trasferisca sul piano delle classi più umili e diseredate: l’a­nalisi della folla compiuta nel romanzo nasce senz’altro di qui. Certo è che nelle pagine del romanzo la vicenda della “roba” sfugge alla elementarità che ancora definisce lo scenario delle Rusticane: tutte le disperse tessere del mosaico sono adesso redistribuite in un complesso ed organico intreccio, in cui si av­verte la presenza di una molteplicità di coordinate sociali, poli­tiche ed economiche, anzitutto. Il cammino di mastro-don Ge­sualdo non è dunque più narrato con i toni favolosi e un po’ mitici che accompagnano il breve scorcio su Mazzarò: al con­trario egli è al centro di un difficile equilibrio di forze. L’amore per la “roba” lo pone infatti in conflitto con la sua famiglia (il padre gli rinfaccerà di frequente le sue speculazioni), il ceto da cui proviene, ma anche con le classi agiate del paese che vedono in questo arricchito una minaccia al loro benessere e ai loro guadagni.

Nella figura di mastro-don Gesualdo la “roba” prende corpo come una forza effettivamente minacciosa ed eversiva dell’or­dine tradizionale. Donde nel corso del romanzo il tentativo da parte dell’establishement economico e sociale del paese di con­trastare prima, di assimilare e neutralizzare poi, una simile spinta.

Tra i due fronti si colloca il personaggio fortemente ambiguo del canonico Lupi. Egli è l’erede diretto del Reverendo, se vogliamo, è ancora più abile di lui: pur di tutelare la sua “roba” egli non esita a far propria la causa dei rivoltosi sia nel ‘20 che nel ‘48, mettendo in pratica la limpida filosofia secondo la qua­le è indispensabile anzitutto «tenersi a galla» e, semmai, «ac­chiappare anche il mestolo un quarto d’ora». Fedele a questo principio, non esita ad allearsi con mastro-don Gesualdo nella prima parte del romanzo, allorché costui mette a segno le sue vittorie. Obbedendo alla logica del profitto, non si fa scrupolo di combinare il matrimonio fra Gesualdo e Bianca (cinicamente consapevole che costei è incinta) nell’intento di spianare la stra­da agli affari del socio e di conseguenza di accrescere la propria ricchezza. E tuttavia, applicando sempre una norma utilitaristi­ca, non ha dubbi ad abbandonare Gesualdo nel momento in cui comincia ad approssimarsi il suo declino, per rifar lega con gli antichi avversari. Il barone Zacco, a ben vedere, non si com­porta diversamente da lui: è sempre la logica economica della “roba” a muovere i suoi passi. Morta Bianca, egli, insieme con la moglie, si adopera in ogni modo perché Gesualdo sposi sua figlia Lavinia: ma, come fallisce il tentativo, non si fa scrupolo a rompere ogni relazione con costui.

L’ossessione della “roba” sclerotizza gli atteggiamenti dei diversi personaggi sul piano della falsità; catalizza intorno a Gesualdo interessate amicizie e malcelati rancori. A più riprese Speranza tenta di porre un’ipoteca sulle ricchezze del fratello: dapprima mostrandosi ostile al matrimonio con Bianca; quindi cercando di introdursi nella casa e nei possedimenti del fratello moribondo. In ogni caso ella sortirà sconfitta, ma non per questo la sorte del­la “roba” di Gesualdo sarà diversa: non sarà Burgio (il marito di Speranza) a dissiparla, ma il duca di Leyra, avido ed interessato coniuge di Isabella. Il risultato non muta: la “roba” appare come pervasa da una sorta di entropia che ne mira alla dissoluzione. Fatica di Sisifo, dunque, quella di mastro-don Gesualdo, che nel romanzo si riflette come in un sistema di specchi che ne moltipli­ca il carattere perverso e malefico. La vicenda della baronessa Rubiera presenta senza dubbio forti analogie con quella di Ge­sualdo. Dopo una vita trascorsa ad accumulare e a difendere le proprie ricchezze è condannata dalla paralisi (sorta di morta vi­vente) a vedere amministrare i suoi beni da un figlio di cui non si fida: il suo è uno strazio muto e senza fine. Ma si pensi anche alla storia più marginale di don Filippo Margarone, schiantato, fra l’altro, anche dall’avidità di denaro del genero.

La “roba” attraversa con una incredibile spinta disgregatrice anche i legami più forti, li sottopone al suo giogo. La storia d’amore di Bianca per don Ninì è mandata in frantumi proprio in funzione della “roba”. La stessa sorte toccherà all’amore di Isabella per Corradino La Gurna: nel capitolo quarto della terza parte la “saggezza” del marchese Limòli agiterà continuamente questo spettro per convincere la nipote a sposare il duca di Leyra. Lo stesso rapporto fra Gesualdo e Diodata si infrange sullo scoglio della “roba”: Gesualdo, una volta divenuto ricco, ha bisogno di un erede legittimo per lasciare i suoi beni. Ogni volta l’osses­sione della “roba” assurge a dispotica divinità al cui arbitrio so­no delegate tutte le vicende umane.

 

 

La scena politica: i moti del ‘20 e del ‘48

 

Nella estesa produzione verghiana il riferimento alla scena poli­tica acquista sempre una particolare pregnanza, configurando un articolato discorso critico sul nostro Risorgimento colto dal­la peculiare angolatura siciliana. Da I Malavoglia, alle Novelle rusticane, al Mastro-don Gesualdo, a Don Candeloro e C. i, una delle più tarde raccolte di racconti (‘93), i riferimenti sono sempre assai densi e circostanziati.

Nell’italia postunitaria de I Malavoglia, l’indifferenza con cui è accolta la notizia della sconfitta di Lissa (1866) è quasi l’emble­ma di un Risorgimento che è passato senza lasciare pressoché traccia nella coscienza collettiva (padron Cipolla è infatti ben convinto di non aver perso niente), senza mutare alcunché nella stasi della realtà siciliana. Un Risorgimento che anzi in una delle Rusticane, Libertà, risulta solo occasione per dar sfogo alla vio­lenza cieca e sanguinosa delle folle contadine, incapaci di prospettare una qualsiasi alternativa all’esistente, incapaci persino di spartirsi le terre. Dopo la strage i contadini torneranno a chie­dere ordini ai “galantuomini”, mentre i principali responsabili dell’eccidio seguiteranno ad interrogarsi in carcere sulle ragioni della loro condanna. Una vicenda amara e paradossale che sem­bra preparare il terreno alla riduzione ironica del ‘48 operata nel­la novella Papa Sisto (Von Candeloro e C.i). Privati di ogni riso­nanza risorgimentale, i moti non sono altro che il pretesto perché un abile mistificatore come Vito Scardo possa raggiungere il tra­guardo di essere eletto padre guardiano del convento.

A ben vedere il Mastro-don Gesualdo si colloca a metà strada fra la cupa tragedia di Libertà (non sfiorata dal romanzo) e il prevalere del grottesco di Papa Sisto.

Senza dubbio è la raffigurazione ironica a predominare nell’e­pisodio della congiura carbonara e nei moti del ‘20 descritti fra il capitolo primo e il secondo della seconda parte.

Di fronte alla minaccia della rivoluzione già esplosa a Palermo, della folla che invade anche le strade e la piazza del paese e spa­droneggia senza timore rivendicando il possesso delle terre co­munali, il canonico Lupi vede con grande chiarezza il pericolo che corre la classe dei possidenti, nel caso si abbandoni all’iner­zia: «Rivoluzione significa rivoltare il cesto, e quelli ch’erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti...». Per evitare tutto ciò è indispensabile dimenticare le discordie (l’asta delle terre del comune si è conclusa quasi in rissa da poche ore), far lega fra tutti i possidenti per «tenersi a galla» e magari «ac­chiappare anche il mestolo un quarto d’ora», improvvisandosi, giacché i tempi lo richiedono, rivoluzionari. Emerge così con lucidità nelle parole del canonico la strategia trasformista che alla lunga si rivelerà vincente nella società siciliana soffocando nella morsa della continuità ogni possibile rinnovamento. Una strategia “gattopardesca”, per dirla con Tomasi di Lampedusa, la cui conferma giunge immediata dalla riunione della Carbo­neria (cap. Il): dal notaro Neri al barone Zacco tutti in paese si sono convertiti al nuovo credo, pur di salvaguardare le loro posizioni di potere e di privilegio, in una parola lo status quo. Su di uno scenario così desolante non può che scattare l’ironia feroce del Verga: a far dileguare quest’accolta di intrepidi “ri­voluzionari" è infatti sufficiente l’arrivo in paese della «Com­pagnia d’Arte». La fuga senza sosta del barone Zacco diviene allora parodia sarcastica di un’epica tutta volta in ridicolo.

I moti del ‘48, rappresentati nel capitolo quarto della quarta parte, completano la pessimistica diagnosi verghiana delinean­do un quadro che amplia la ristretta prospettiva con l’irrompe­re tumultuoso delle folle sulla scena rivoluzionaria.

La situazione iniziale non si configura affatto dissimile da quel­la del ‘20. L’incontro fra il barone Zacco e don Ninì che chiude il capitolo terzo indica che il controllo degli avvenimenti è saldamente in mano ai benestanti: nonostante le torbide notizie in arrivo da Palermo, la rivoluzione è sapientemente incanalata verso una serata teatrale di festeggiamenti in onore di Pio IX. Tuttavia la tranquilla serata assume una piega del tutto imprevista e poten­zialmente eversiva. La folla accalcata in piazza perché non tro­va posto a teatro diviene la protagonista di una dimostrazione ben più minacciosa e incontrollabile. A dispetto degli sforzi di don Ninì, del barone Zacco e del canonico, la folla non si lascia ricondurre all’ordine e un imponente corteo si avvia per le stra­de, travolgendo ciecamente ogni cosa sul suo cammino. L’o­biettivo dapprima è recarsi alla chiesa per portare in corteo la statua del santo patrono, quindi affiora il proposito di saccheg­giare i magazzini di Gesualdo; si riesce a frenare questa furia devastatrice, ma non ad impedire che i rivoltosi mettano l’asse­dio all’abitazione di Gesualdo, individuato come il responsabi­le di tutti i soprusi. Nondimeno l’abile retorica del canonico Lupi, fatta di lusinghe e di vaghe promesse, vale ad allontanare la minaccia di ulteriori violenze. La folla, paga delle promesse, si disperde: nei giorni successivi saranno solo sporadici i tenta­tivi di esigere quanto promesso. Tutto, ancora una volta, si ri­chiude nell’alveo della quotidianità.

Non vi è dubbio che l’interpretazione verghiana della folla ri­propone consapevolmente l’episodio manzoniano dell’assalto al «Forno delle Grucce» e l’assedio al vicario di provvisione (funziona anche l’equazione parodistica fra il notaio Ferrer e il canonico). Quella che ne emerge è una visione forse anche più pessimistica e sconsolata. I moti del ‘20 e quelli del ‘48 sembra­no infatti bloccare la realtà siciliana in una morsa ferrea, in cui non si aprono spiragli di sorta. Di fronte al trasformismo con­servatore delle classi privilegiate si solleva infatti la ribellione cieca e inconsapevole di qualsivoglia obiettivo, facilmente ma­nipolabile, delle classi più umili. L’esito non può che essere la disperata rivolta, che non attinge la violenza sanguinaria di Li­bertà, ma che comunque rimane gesto inconsulto e in definitiva gratuito.

 

 

La sclerosi sociale del Mastro-don Gesualdo

 

Il Mastro-don Gesualdo si chiude con una serie di battute me­morabili che vale la pena di riproporre:

«Così, nel crocchio, [don Leopoldo, il cameriere] narrava le noie che gli aveva date quel cristiano - uno che faceva della not­te giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era contento

mai. - Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi... Basta, dei morti non si parla.

- Si vede com’era nato... - osservò gravemente il cocchiere mag­giore. - Guardate che mani!

- Già, son le mani che hanno fatto la pappa! ... Vedete cos’è na­scer fortunati... Intanto vi muore nella battista come un prin­cipe!...»

Di fronte al corpo inanimato di Gesualdo le parole dei domesti­ci tradiscono un’ambivalenza di giudizio sul defunto che, a ben vedere, è tipica dell’intero romanzo. Vi è l’ammirazione quasi reverenziale per un uomo che attraverso la “roba” è riuscito a morire «nella battista come un principe», per quelle mani gros­solane «che hanno fatto la pappa». Nondimeno proprio quelle mani sono la testimonianza di una sorta di marchio che nem­meno il possesso della «roba» può cancellare. Don Leopoldo lo dichiara apertamente, quasi con fastidio, in negativo: «Pazien­za servire quelli che realmente son nati meglio di noi...». Nella sua battuta c’è l’accettazione di uno status sociale rigido e ineli­minabile: i signori, «quelli che son nati meglio di noi» e tutti gli altri. Fra queste caste sembra esistere un rapporto di dipen­denza immodificabile. In questa prospettiva mastro-don Ge­sualdo è chi ha cercato di sovvertire le regole, illudendosi che il grimaldello fosse rintracciabile nella ricchezza. In realtà egli da questo azzardo esce pienamente sconfitto: non è che un “ibrido”,­ come rivela in modo perentorio il suo appellativo di “mastro-don”. Gesualdo è dunque un personaggio che si muove contravvenendo alle regole sociali. Tutto l’u­niverso che lo circonda sembra difendersi innanzitutto da que­sta spinta eversiva, piuttosto che dalla sua fame di “roba”.

Nel Mastro-don Gesualdo un’intera galleria di ritratti raffigura la rigidità e i pregiudizi della società siciliana. A suo modo è esemplare la figura di mastro Nunzio, il padre di Gesualdo. Il giorno dell’asta per le terre comunali egli è sorprendentemente chiaro con il barone Zacco che ostenta affetto e lo chiama “don”: «lo mi chiamo mastro Nunzio. Non ho i fumi di mio figlio.». Mastro Nunzio definisce dunque una rigida barriera fra le diverse classi, ma capovolge anche in atteggiamento di or­goglio la condizione di inferiorità. Egli non ha i “fumi” del fi­glio, non pretende di essere diverso da come è nato. Nei mo­menti cruciali in cui compare nel romanzo (dal matrimonio di Gesualdo e Bianca all’episodio del colera) Nunzio Motta non accetta mai di confondersi coi “signori”. Per lui Bianca resta sempre e comunque un corpo estraneo: così come Isabella. Quando la vede la prima volta, dopo l’uscita dal collegio (or­mai ragazza dunque), il suo unico apprezzamento finisce per sottolineare ancora come Gesualdo abbia derogato, persino nel nome della figlia, dai modelli di comportamento tradizionali:

«E una signorina, non c’è che dire! Gli hai messo anche un bel nome! Tua madre però si chiamava Rosaria! Lo sai?». Anche in questa nota minima, mastro Nunzio appare ben solido nelle sue convinzioni e conclude riaffermando il principio che lo sor­regge: «Ciascuno com’è nato».

Sull’altro fronte, i fratelli Trao, nella loro estrema povertà, in­carnano pienamente la coscienza aristocratica di una distinzio­ne che non si fonda sulla ricchezza: una posizione limite, non difesa così rigidamente dagli altri maggiorenti del Mastro-don Gesua/do. Per don Diego e don Ferdinando il matrimonio della sorella Bianca appare dapprima un evento inconcepibile; quin­di un vero tradimento. Anch’essi dunque interpretano la regola sociale con assoluta rigidità. Al pari di Nunzio Motta e di Spe­ranza, essi rifiutano ogni contatto con il “parente” Gesualdo: per don Ferdinando la vicinanza di costui sarà un evento scon­volgente (quasi un tabù violato) ancora durante l’agonia di Bianca.

Tra questi due estremi si articola tuttavia un panorama umano ben più fluido e variegato,. legato tuttavia dal comun denominatore della dissimulazione e dell’ipocrisia. E’ il mondo delle Sganci, delle Cirmene, delle Macrì, degli Zacco, dei Ninì Ru­biera: l’universo di quella casta dominante che, per ragioni sempre diverse, finge, o è costretta a fingere, una maggiore apertura e latitudine di pensiero. Ciò che irrompe nel romanzo da questo ricco campionario è una acuta, patologica, diffrazio­ne fra il sembrare e l’essere. La zia Sganci, che pure si adopera per combinare il matrimonio di Bianca con Gesualdo, è poi la prima a disertare la cerimonia delle nozze. C’è in lei, come in altri personaggi, una sfasatura che sembra imprimere una spin­ta isterica, quasi schizofrenica. Donna Sarina Cirmena, una delle figure più “democratiche” nei confronti di Gesualdo, tra­scorre dalla sua iniziale benevolenza ad una fase di profonda ostilità (nel momento in cui Gesualdo sventa il suo tentativo di legare Corrado La Gurna e Isabella), per poi tornare a farsi amichevole al momento della morte di Bianca.

Come par chiaro anche da questa analisi, la categoria che è in certa misura in grado di stabilire deroghe alla rigida struttura sociale è quella dell’utile. Sotto questo profilo il ruolo giocato dal barone Zacco risulta emblematico. In un primo mo­mento egli è uno degli avversari più accaniti e intransigenti di mastro-don Gesualdo. Durante l’asta delle terre comunali egli non esita a mostrare aristocratico dispregio per la ricchezza ostentata da Gesualdo con il “sacco di doppie”: «Signori miei!... guardate un po’!... a che siam giunti!». Nondimeno, pochi giorni dopo, alla riunione della Carboneria, il barone fa di tutto per gettare le basi di un’intesa con il suo avversario: in­tesa che va in porto. Il barone e Gesualdo divengono soci negli affari. Non solo. In nome dell’utile, il barone Zacco è disponi­bile a compromettersi con Gesualdo fino al punto di proporgli in moglie la figlia Lavinia, dopo la morte di Bianca. Ma ecco che l’acuta dissociazione in cui vivono i protagonisti del roman­zo torna a riemergere con violenza. Nel momento in cui Gesual­do rifiuta una simile prospettiva, il barone Zacco non si fa alcu­no scrupolo di abbandonarlo a se stesso dando sfogo ad una compressa malevolenza: «Vedete, signori miei, un barone Zac­co che gli lustra le scarpe e s’inimica coi parenti per lui!». A quest’altezza la folgorante ascesa di Gesualdo è terminata, la sua stella è ormai tramontata. L’obiettivo di assorbirne e neu­tralizzarne la forza eversiva di ogni ordine e di ogni regola non ha concretamente più senso: Gesualdo è un vinto anch’egli. L’i­nerzia e la paralisi sociale hanno avuto la meglio su di lui: il pe­ricolo è passato.

 

 

li   punto di vista oggettivo nella narrazione

 

Caposaldo del verismo verghiano, il nodo teorico del punto di vista oggettivo nella narrazione appare affrontato in maniera esauriente nella lettera di dedica a Salvatore Farina premessa a L ‘amante di Gramigna, una delle novelle programmatiche di Vita dei campi:

«Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mi­stero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia del­le sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessari, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembre­rà essersi fatta da sé[…] senza serbare alcun punto di contatto col suo autore […].»

Dalla posizione teorica enunciata ne L ‘amante di Gramigna di­scende una serie di corollari. L’intervento del narratore si eclis­sa di fronte all’oggetto della narrazione, il suo ruolo diviene perciò assimilabile a quello dello scienziato che osserva e descri­ve in modo imparziale i fenomeni della realtà, in questo caso rappresentata dal “guazzabuglio” del cuore umano, per dirla con Manzoni.

La vicenda assunta nel romanzo avrà dunque il carattere di “documento umano”, che l’autore si sforzerà di riproporre «così come l’ha raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco colle medesime parole pittoresche della narrazione popolare». Il lettore avrà la sensazione di trovarsi «faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, at­traverso la lente dello scrittore».

Un simile congegno ideologico e formale, mutuato dalle coeve esperienze del naturalismo francese (Zola), nei propositi di Ver­ga vuole essere lo strumento per affrontare l’analisi dei com­portamenti umani, in tutti gli strati della società: il progetto dell’intero ciclo romanzesco della Marea avrebbe dovuto inscri­versi sotto questo segno.

In effetti la scelta verista non dilata mai, se si eccettuano le no­velle milanesi di Per le vie, oltre l’orizzonte siciliano, tantome­no riuscirà a smontare gli ingranaggi psicologici e sociali dei ceti borghesi e aristocratici: il fallimento della Duchessa di Leyra ne è la riprova eloquente.

L’utilizzo di un punto di vista interno al racconto, che lascia ad un anonimo narratore popolare il compito di presentare e giu­dicare avvenimenti e personaggi, fa la sua prima comparsa in Vita dei campi. Ad una voce esterna si sostituisce sempre più un personaggio, o talvolta semplicemente una voce, che emerge dalla coralità dei parlanti, giudicando ed agendo secondo codi­ci espressivi e ideologici che non sono quelli dell’autore, ma che anzi sono esplicitamente lontani dalle sue convinzioni e trovano piena giustificazione solo all’interno dell’universo rappresen­tato.

Certo, in Vita dei campi la soluzione narrativa verista non risul­ta ancora perfettamente a regime. Lo sarà piuttosto in quella stagione compresa fra I Malavoglia, le Novelle rusticane e Mastro-don Gesualdo. Nei due romanzi come nella raccolta di novelle, il racconto filtra ormai attraverso parole e riflessioni dei personaggi coinvolti nella vicenda, immette il lettore in un incessante e diffuso chiacchiericcio che, come un caleidosco­pio, scompone e ricompone gli accadimenti attraverso una mol­teplicità, anche contraddittoria, di punti di vista.

Il compito dello scrittore si limita a registrare in presa diretta l’intreccio delle opinioni attraverso l’espediente del discorso li­bero indiretto. Le parole della miriade di interpreti sono ripor­tate senza alcuna mediazione grammaticale o sintattica, inserite nel flusso del discorso che si distende ininterrotto.

Riflesso non trascurabile di questa scelta espressiva è la mimesi dialettale che osserviamo sempre meglio fra Vita dei campi e Mastro-don Gesualdo e che sortisce i suoi risultati più persuasivi nelle pagine de I Malavoglia. Se la novella o il romanzo devo­no essere riproposti «colle medesime parole semplici e pittore­sche della narrazione popolare», non vi è infatti dubbio che l’u­so del dialetto sia una tappa obbligatoria.

Anche in questo caso la conquista nello stile verghiano non è immediata. In Nedda il dialetto è ancora un inserto ben in vista in un tessuto narrativo ancora fortemente caratterizzato dai re­sidui della tradizione letteraria (manzoniana, prima di tutto). A partire dalle novelle di Vita dei campi il cammino di Verga si delinea invece con più acuta consapevolezza. Il dialetto sicilia­no non è più un mero inserto, quasi un relitto etnografico, ben­si è la base grammaticale e sintattica che sovverte e ricompone l’italiano per riprodurre, sotto la veste illusoria della lingua na­zionale, il parlato regionale dei protagonisti.

Nondimeno la funzione che assolvono l’uso del discorso indi­retto liberoe la mimesi dialettale non ha un valore univoco nel­la produzione verghiana, soprattutto se il raffronto si instaura fra I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Ne I Malavoglia una simile risorsa espressiva è in perfetta sintonia con la scomparsa di un protagonista in grado di accentrare l’intera vicenda e l’ir­rompere al suo posto dell’intera comunità dei pescatori di Aci Trezza. Ne deriva quell’accento corale, di tragica epica collettiva che è il tratto inconfondibile del primo romanzo verghia­no. Nel Mastro-don Gesualdo l’inversione di rotta è invece radicale.

La forma che assume il nuovo romanzo è più tradizionale, affi­ne ai modelli francesi, in cui torna ad emergere il ruolo prima­rio del protagonista. In questa prospettiva la funzione del pun­to di vista interno, espressione della coralità dei parlanti sempre concentrata sulla figura di Gesualdo, acquista una straordina­ria spinta divaricante, giungendo a sottolineare, quasi come sotto la luce di un riflettore, la spietata condizione di solitudine e di incomunicabilità del protagonista.

 

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Riassunto - scheda libro :

 

           ANALISI DEL TESTO

 

LIBRO: Racconti              AUTORE: Oscar Wilde RACCONTO: Il delitto di Lord Arthur Savile

 

             

Fabula:                                                     Intreccio:

  1. Presentazione dei personaggi.                    1. Predizione del futuro della
  2. Entrata in scena di lord Arthur.               Duchessa.       

Presentazione tra Lord Savile                     2. Preoccupazione del protagonista.

     Al signor Podgers.                                           3. La disperazione di Lord Arthur.

4. Il segreto viene scoperto da               4. Preoccupazione per il delitto.

     Podgers ma non svelato.                               5. Ennesimo stato di depressione

  1. Lord Arthur scopre la verità.                             Per Lord Arthur.
  2. Lord Arthur si tranquillizza e                        6. La gioia di Lord Arthur.

 comincia a ragionare

     razionalmente.

  1. Lord Arthur decide sul da farsi.
  2. L’omicidio viene preparato.
  3. Il piano viene messo in atto.
  4. Avviene un imprevisto.
  5. Preparazione al 2° omicidio.
  6. Il 2° piano è pronto.
  7. Spiegazione del fallimento
  8. Lord Arthur si sfoga.
  9. Conclusione.

 

Il racconto IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE è molto diverso dagli altri racconti scritti da Wilde, prima, infatti, venivano raccontate delle favole o comunque racconti non legati alla realtà ora invece si può parlare di un genere quasi poliziesco per le sue tematiche, ma, a differenza di questo stile, Wilde usa una certa linearità tra fabula e intreccio che vengono comunque sfasati rendendo il racconto molto più complesso. Il narratore, nonostante cerchi di distaccarsi dalla favola continua ad usufruire della tecnica delle funzioni di Propp: può essere considerata come situazione iniziale, la riunione in casa della signora Windermere, dove avviene la presentazione al lettore di tutti i personaggi del racconto; quando Lord Arthur viene invece presentato al signor Podgers si ha l’esordio della vicenda, infatti, è proprio questo fatto che sconvolge tutta la vita del protagonista. Lord Arthur inizia qui a cercare di sfuggire al suo destino, ma, alla fine, prende la coraggiosa decisione di affrontare la realtà e, con svariate peripezie e processi di miglioramento e peggioramento, egli riesce a ricomporre un certo equilibrio e allo stesso tempo a concludere la vicenda, ma, con un finale stranamente, banale e scontato; i racconti di Wilde, infatti, sono generalmente caratterizzati da scene e da finali molto sottili, non grossolani e banali come si sarebbe potuto supporre dal genere di scritti da lui composti. Nella parte iniziale del racconto, vengono presentati tutti i personaggi, principali e secondari: lord Arthur è il protagonista della vicenda, è lui, infatti, che affronta il destino predettogli dal suo antagonista: Podgers. Lord Arthur è un personaggio dinamico, si può notare ciò dalle differenze tra il suo comportamento all’inizio del brano, molto timido e indeciso, e quello alla fine del racconto, molto sicuro; inoltre il narratore afferma, all’inizio della vicenda, che Lord Savile era dotato di straordinario buon senso, mentre ala fine, lo stesso protagonista dimostra una buona dose di pazzia. Questo personaggio viene presentato, sia da Lady Windermere, che dallo stesso narratore; essi ce lo presentano come un uomo di bell’aspetto, con un bellissimo carattere. Il chiromante Podgers viene descritto da Lady Windermere come un essere da un aspetto poco piacevole alla vista ma dall’espressione e dalla forma esteriore molto ironica e buffa.  

Lady Windermere; Sybil, la fidanzata del protagonista e la duchessa sono solo delle comparse in tutta la vicenda e non hanno quindi una caratterizzazione ben definita; herr Winckelkopf è un aiutante del protagonista anche se in realtà il suo aiuto è servito a ben poco nello svolgersi della vicenda.

Si può notare, nella narrazione, che ogni qualvolta si ha un momento di disperazione o di pazzia da parte del protagonista, lo spazio attorno a lui è buio, tetro, legato a colori scuri, e ad ombre, tutto ciò che vedeva e sentiva il pover’uomo in quei momenti era legato alla sfera della morte, del colore scuro e delle ombre vaghe.

Il narratore in questo racconto è estraneo alla vicenda e narra il tutto in terza persona, ma, usa una focalizzazione interna per coinvolgere di più il lettore nella storia.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

 

IL     GIOVANE       HOLDEN

 

AUTORE: J.D. Salinger

         

Ronzoni Sem

Contenuto dell’opera

 

Breve sintesi del racconto

Dopo la notizia dell’espulsione dalla scuola, il giovane Holden fugge dall’Istituto. Siccome non se la sente di affrontare la reazione dei genitori alla notizia, vaga per due giorni in ambienti diversi dove incontra le persone più disparate. Cerca più volte di comunicare e di mettersi in sintonia con qualcuno che lo capisca; l’unica con cui riesce a farlo è la sorellina Phoebe alla quale confida la propria decisione di abbandonare tutto e andarsene a vivere in un luogo dove nessuno la conosce, per ricominciare tutto daccapo, con un lavoro e una vita semplice.

L’atteggiamento risoluto della sorella, che si mostra deciso a seguirlo, gli apre gli occhi e gli fa capire come il suo progetto sia utopistico.

Si convince così ad affrontare la realtà: Phoebe ritorna la ragazzina che si diverte sulla giostra e Holden il fratello maturo che tornerà a casa, assumendosi le proprie responsabilità.

 

Ordine

Il racconto è l’autobiografia di un periodo decisivo della vita di Salinger.

Dopo un brevissimo esordio riguardante il momento della malattia, inizia il flashback che riporta ai tempi del college; al suo interno altri piccoli flashback che presentano i personaggi “chiave”.

 

Durata

Il ritmo è incalzante; tranne che in rarissimi casi (museo), non esistono pause di tipo descrittivo, moltissime invece quelle di tipo riflessivo ed espressivo.  

 

Luoghi:

Non vengono mai descritti a lungo e in modo approfondito, ma vengono riportati solo alcuni dettagli connotativi. Holden passa da uno all’altro senza darvi troppa importanza.

 

Ospedale

E’ il luogo in cui si trova Holden (malato di tubercolosi) mentre scrive il suo racconto; non se ne parla come ospedale, ma come luogo in cui ci si annoia, un “lurido buco” in cui ci si sente isolati.

 

Scuola

I fatti, ricordati nella prima parte del racconto, avvengono all’Istituto Pencey, in Pennsylvania, scuola ad alto livello, che ospita ragazzi di famiglie abbienti e che, secondo la pubblicità, forgia gioventù dalle idee chiare. In realtà Holden verifica falsità e carenze (bistecca al sabato prima dell’arrivo dei genitori, cavalli e giocatori di polo inesistenti…).

In particolare si accenna alla camera di Holden e di Stradlater, al bagno in comune con quella Ackley, nell’ala Ossenburger Memorial, riservata ai licenziandi e agli studenti dell’ultimo anno.

Come racconta a Sally il Pencey è simile a tutti i collegi maschili, snob e pieni di palloni gonfiati; tutto il giorno non vi si parla che di ragazze, liquori e sesso; tutti si danno da fare per far lega in cricche (cattolici, intellettuali, giocatori di bridge …); si studia tanto per imparare solo ad essere abbastanza furbi per arricchirsi.

 

Albergo Edmont

Arredato con cattivo gusto (atrio color vomito), frequentato da pervertiti e sudicioni, con stanze deprimenti e prospettive sconcertanti; dotato di un night club (la sala Lilla), frequentato da gentaglia, persone di una certa età, donne superficiali che hanno interesse solo per gli attori, prostitute.

Holden vi si rivela un ottimo ballerino.

 

Stazione

Holden vi si reca per depositare le valigie e precisamente viene nominata la tavola calda dove incontra due suore.

 

 

 

 

 

Parco

Si tratta del Central Park di New York.

Squallido e freddo, con un laghetto ghiacciato; Holden va alla ricerca di Phoebe, ma non la trova; incontra una ragazzina che la conosce e lo indirizza al museo. Il parco e i giochi dei bambini, in modo particolare i pattini, gli ricordano la sua infanzia.

 

Museo

Viene descritto in modo particolareggiato e costituisce un importante ricordo della sua infanzia.

 

Pista di pattinaggio-Radio City-Wicher Bar

Tutti luoghi sofisticati, inadeguati agli interessi di Holden che li frequenta solo per passare il tempo.

 

Cabine telefoniche

Luoghi simbolici che lo attirano quando si sente solo e sente l’esigenza di comunicare con qualcuno.

 

Casa di Holden

Condominio munito di liftman, appartamento di benestanti. Holden vi riconosce al buio l’odore di casa. In particolare viene sottolineata la dimensione della camera di Phoebe (di proprietà del fratello maggiore): il letto, la scrivania, tutto è sproporzionato rispetto alla piccola sorellina.

 

Casa di Antolini

Appartamento molto chic ma in disordine in seguito a un ricevimento.

 

 

 

Personaggi

 

Holden Cawlfield (protagonista)

E’ un ragazzo di diciassette anni, molto alto, cresciuto molto in fretta nell’ultimo anno; la corporatura magra e fragile, la scarsa alimentazione e il vizio del fumo favoriranno la sua futura malattia (TBC).

Porta i capelli tagliati a spazzola, si veste con eleganza grazie al suo status benestante, ma non dà importanza né a questo né all’aspetto fisico: indossa ciò che gli piace anche se gli sta male (berretto rosso), infischiandosi altamente del giudizio altrui.

Ama moltissimo leggere soprattutto gialli e libri di guerra, ma che siano anche un po’ comici.

E’ uno studente dell’Istituto Pencey, ma viene espulso per mancanza assoluta di impegno nello studio, cosa che del resto è già accaduta due volte in altri istituti.

Si definisce l’unico deficiente della famiglia, ma, in realtà, non s’impegna perché sta attraversando una profonda crisi che gli toglie ogni interesse per la scuola e per la vita che gli si prospetta.

E’ molto sensibile e attento al punto di vista altrui ed è proprio questo che lo rende generoso, spesso disponibile e tollerante anche nei confronti di coloro che non stima.

Sostiene di essere bugiardo: spesso pensa una cosa e ne dice un’altra, gli piace inventare cose assurde alle domande più banali; nei momenti difficili ricorre alla sua immaginazione per evadere.

E’ convinto di essere un vigliacco: non è violento, odia le guerre e le risse, preferisce sostenere le proprie ragioni con le parole, senza l’uso della forza. In situazioni critiche, piuttosto di prenderle, è un rinunciatario a meno che la motivazione sia molto forte.

E’ estremamente anticonformista e fatica ad accettare le regole dell’ambiente che lo circonda.

Detesta tutto ciò che è snob, superficiale, falso; non può soffrire gli adulatori e i “palloni gonfiati”.

Ciò che gli piace , come dirà alla sorellina, sono cose semplici: due simpatiche suore col cestino della questua, l’ex compagno che si è buttato dalla finestra piuttosto che ritrattare la propria opinione con ragazzi prepotenti, il fratello Allie (anche se morto), la vicinanza di Phoebe.

 

I FRATELLI

 

Phoebe

E’ la sorellina di dieci anni, una ragazzina magrissima, dai capelli rossi, ben vestita. Viene descritta come una persona piena di buon senso; fin da piccola fa sentire la sua presenza, ascolta tutti e dà consigli; è vivace e sveglia, sempre attiva e attenta a ciò che la circonda; è molto impegnata nello studio e le piace molto scrivere libri, recitare e ballare.

Ha un carattere risoluto e deciso, se s’infuria sa fare la sostenuta; in modo particolare parla a Holden come se fosse una sua coetanea o addirittura come una professoressa che lo sgrida e gli chiede spiegazioni del suo comportamento, o come una mamma che lo consola.

Mantiene comunque anche le caratteristiche dei ragazzi della sua età (le piace andare sulle giostre…).

Anche con la madre dialoga come un’adulta e le dà consigli.

E’ un personaggio molto significativo nel racconto perché compare spesso come esigenza nei momenti di solitudine di Holden; non solo, con il suo modo di fare riesce a scombinare i progetti evasivi del fratello riportandolo alla realtà.

E’ un importante punto di riferimento per Holden.

 

 

 

D.B.

E’ il fratello maggiore di Holden, scrittore affermato, intellettuale, ha raggiunto un’ottima posizione economica che gli permette certi lussi come una Jaguar. Vive e lavora a Hollywood; è affezionato ad Holden e lo va a trovare ogni fine settimana in ospedale.

Odia l’esercito che ha frequentato per quattro anni, impegnato anche nello sbarco in Normandia; non è mai stato ferito, e non ha mai sparato contro qualcuno; gli piacciono però i libri di guerra.

Holden lo stima molto, l’unica cosa che non approva è la sua decisione di andare a Hollywood.

 

Allie

Era il fratello minore di due anni di Holden, morto a tredici anni di leucemia; un ragazzo rosso di capelli sempre allegro, il più simpatico della famiglia, molto intelligente e portato per lo studio. Per le sue caratteristiche era amato da tutti. Il particolare che lo caratterizza è il guantone da baseball che riporta poesie scritte in inchiostro verde, da leggere nelle pause del gioco; è un oggetto quasi sacro per Holden che lo conserva con grande affetto.

Dopo la reazione drammatica di Holden per la sua perdita, questo rimane una figura molto importante per lui: spesso rivive con l’immaginazione alcuni momenti significativi della loro infanzia, lo “vede” e arriva al punto di parlare con lui.

 

I GENITORI

 

Vengono definiti “carini” ma suscettibili; sono di religione diversa.

Il padre è un benestante, avvocato aziendale; Holden non ne parla direttamente, ma si deduce che deve essere molto severo, perché Phoebe è ossessionata dall’idea che il padre lo possa ammazzare per l’espulsione dalla scuola.

Si può pensare che Holden non lo stimi: quando quest’ultimo ragiona riguardo al fatto di diventare un futuro avvocato, egli afferma che non gli andrebbe perchè gli avvocati dovrebbero salvare la gente, invece pensano solo ad accumulare solo soldi e si danno alla bella vita oppure salvano la gente ma solo per la propria fama.

La madre è una persona molto nervosa e fragile, specialmente dopo la morta di Allie. Holden la immagina mentre gli sta comprando un regalo (inadatto).

Egli prova tenerezza nei suoi confronti e l’unico motivo per cui gli dispiace per essere stato espulso è proprio la paura di ferirla.

 

 

 

I PROFESSORI

Spencer

E’ il vecchio e malandato professore di storia, sulla settantina; viene presentato su una grande poltrona di pelle, avvolto in una coperta Navajo, con una vecchissima vestaglia, circondata dall’odore dei medicinali. E’ protettivo, quasi paterno, nei confronti di Holden, ma gli fa notare con una certa durezza i suoi sbagli e gli anticipa le preoccupazioni future dicendo che cerca di aiutarlo.

Holden è infastidito dall’atteggiamento di Spencer, ma risponde con educazione e, per non ferire l’anziano professore, nasconde le proprie reazioni.

 

Antolini

E’ un amico di D.B., intellettuale e quasi suo coetaneo. E’ un tipo allegro con cui si può scherzare. Holden lo stima, perché si è dimostrato sensibile in occasione del suicidio.

Viva con la moglie, molto ricca e più anziana di lui, con la quale deve avere una relazione distaccata (sono sempre in camere diverse).

Fuma e beve in abbondanza e viene presentato in vestaglia, pantofole e cocktail in mano.

Si dimostra molto disponibile ad accogliere Holden, fa con lui riflessioni che colpiscono molto il ragazzo e gli dà validi consigli, ma alla fine ha un comportamento equivoco: nel dubbio di essere vittima di un approccio da omosessuale e pedofilo, fugge in fretta e furia, scombussolato e deluso.

 

I COMPAGNI

Ackley

E’ il ragazzo della camera accanto. E’ un gran ficcanaso ; inventa avventure per darsi importanza ; con finta noncuranza, cerca spesso la compagnia di Holden che lo accetta anche se di lui non gli vanno i modi da bifolco, l,invadenza , la scarsa cura della persona. Tutto ciò naturalmente lo rende piuttosto antipatico ai compagni che lo scansano.

Alto e ben messo, è più vecchio di holden che però lo chiama “pivello”. Holden in effetti compatisce Ackley e si sente superiore a lui.

 

Stradlater

E’ il compagno di stanza di Holden.

Tipico ragazzo alto e ben piantato,dai riccioli fatali,piace a sé stesso e cura in modo ossessivo la propria presenza per piacere agli altri soprattutto alle ragazze, con le quali è sempre in cerca di avventure.

Pare sempre a posto, ma ha una sua “sudiceria nascosta”.

E’ abbastanza cordiale, ma non si mette mai in vera comunicazione con gli altri: non vede, non ascolta, non prova nessun interesse per ciò che riguarda i compagni o le ragazze che frequenta. Semra che il suo unico interssse  sia ciò che riguarda il sesso di cui parla sempre con aria da maestro.

Pretende che gli altri siano sempre pronti a farglu dei faori (Si fa fare il tema da Holden, si fa prestare gli abiti ..),ma non ha la minima sensibilità nei loro confronti.

Holden tollera il suo comportamento e si presta a fargli dei favori fino al litigio furibondo  che lo spingerà poi alla fuga dal Pencey. Sradlater è uscito con Jane e Holden non può sopportare l’idea dell’atteggiamento volgare del compagno nei confronti della ragazza dolce e sensibile che lui , in passato, ha frequentato a lungo.

 

LE RAGAZZE

Jane

E’ una ragazza non particolarmente vistosa; Holden la definisce buffa ( bocca come un forno, sempre aperta). Ha avuto un’infanzia difficile:era figlia di genitori separati e la madre, con cui lei viveva, si era risposata con uno scrittore alcolizzato  di dubbia moralità.

All’inizio viene presentata come la ragazza di Sradlater, ma in realtà viene descritta come una vecchia conoscenza di Holden.

Qualche anno prima l’aveva conosciuta in seguito a un litigio tra i loro genitori. Erano diventati amici inseparabili, tra loro si era instaurata una profonda intimità, Holden non lo definisce amore, ma era comunque un sentimento molto forte.

Egli la ricorda come una ragazza dolce, amante della danza classica, della lettura e della poesia,

Il solo sentirla nominare lo manda in ebollizione e durante la sua fuga più di una volta sente il bisogno di chiamarla al telefono.

 

Sally

E’ una ragazza dall’aspetto fantastico, elegante, snob, chiacchierona e sbruffone.

E’ uscita con Holden ma è pronta ad uscire qualsiasi altro ragazzo purché sia ricco e bello.

Ama il teatro e sa tutto sulle commedie e sugli attori.

La sua superficialità non le permette di capire la grande crisi di Holden, ascolta il suo sfogo, ma non lo comprende e non sa assolutamente aiutarlo.

E’ una ragazza estremamente conformista e insensibile; Holden se ne allontana dopo averla volutamente ferita nell’orgoglio: se poco prima aveva affermato di essere pronto a darle l’anima, un momento dopo le diceva che in realtà non gli era mai piaciuta.

 

Personaggi secondari

In due giorni di fuga Holden passa da un ambiente all’altro incontrando tantissimi personaggi: la mamma di uno studente, ex compagni, amici di D.B., autisti di taxi, una prostituta e il suo protettore, due suore e personaggi vari.

Di ciascuno di loro l’autore puntualizza gli aspetti significativi che permettono di capire come si possano dividere in categorie: gli snob (superficiali ed egoisti), i semplici (onesti, generosi ed attenti al prossimo), i deviati e pervertiti.

Nei confronti degli altri Holden prova spesso “pena”.  

 

 

 

Analisi del messaggio

Si è maturi non quando si muore per i propri ideali ma quando si vive per i propri ideali. (Antolini)

Io penso che questa frase detta dal professor Antolini sia la trama essenziale del racconto, perché Holden per tutto il racconto cerca la fuga, pensando di rispettare i suoi ideali, ma non capisce che per rispettarli bisogna vivere e affrontare i problemi senza scappare; alla fine del racconto Holden è maturato, cresciuto e ha imparato ad affrontare i problemi.

 

 

Tematiche

ADOLESCENZA: momento di crisi, difficoltà di essere tollerati, difficoltà nel decidere e capire quello che realmente si vuole.

RAPPORTO: tra Holden e i suoi compagni esiste una forma di cameratismo, conle ragazze esiste amore e amicizia, con i genitori Holden i sente sotto le loro dipendenze e con i fratelli esiste un rapporto solidale, affettivo e fedele.

SOLITUDINE: la solitudine si presenta come difficoltà a comunicare.

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Relazione su

DISCOURS DE LA METHODE

di René Descartes Cartesio

 

 

  • Bibliografia
  • Biografia e Motivazioni che hanno portato

     l’autore a scrivere l’opera.

  • Quadro logico complessivo dell’opera
  • Personale (Aspetti interessanti / difficoltà)

 

 

  • Bibliografia per la relazione:

 

  • René Descartes, Discorso sul Metodo, Ed. Mondadori, Ottobre 1993, Traduzione e Note di Marcella Renzoni, Introduzione di Carlo Sini, Titolo originale dell’opera: Discours de la Méthode.
  • Enciclopedia Zanichelli Multimediale Interattiva, 1998, CD ROM, A-L.
  • Enciclopedia Omnia, 1997, De Agostini, CD ROM.
  • Enciclopedia Encarta, 1998, Microsoft, CD ROM.
  • Abbagnano – Fornero, Protagonisti e Testi di Filosofia, Ed. Paravia, 1998, Volume A.
  • Saggio di Gustavo Bontadini sul Discorso sul Metodo.
  • www.britannica.com
  • www.virgilio.it

 

2)

 

Renato Cartesio, nome italianizzato del francese René Descartes, nacque, il 31 marzo 1596, a La Haye, nella Turenna, da una famiglia nobile e facoltosa (il padre era consigliere al parlamento di Bretagna).

Da ragazzo frequentò una delle scuole più rinomate del tempo, il collegio gesuitico di La Fléche, dove ottenne una solida formazione filosofica e scientifica e dove fu avviato alla Scolastica, unica arma, secondo i suoi precettori, contro l’eresia.

Si iscrisse poi all’università di Poitiers e si laureò in diritto.

Abbandonati gli studi, prese parte alla guerra dei Trent’anni e durante una tregua ebbe l’ispirazione di una filosofia profondamente rinnovata. Nel 1629 Cartesio si rifugiò in Olanda per meglio attendere alle sue ricerche e per sfuggire all’Inquisizione.

In questi anni conobbe Isacco Beeckman che lo indirizzò alla Fisica, sulla quale scrisse il celebre “Trattato di Fisica” che tuttavia non pubblicò temendo di fare la stessa fine di Galileo.

Intrecciò, comunque, una fitta corrispondenza con i dotti di tutta Europa, attraverso la mediazione di M. Mersenne. Recatosi nel 1649 alla corte della regina Cristina di Svezia, per insegnarvi filosofia, vi morì l’anno seguente per un attacco di polmonite, causato dal clima nordico.

Fra le opere di Cartesio è doveroso ricordare anche: Meditationes de prima philosophia, Principia philosophiae, Regulae ad directionem ingenii, Le Monde, Les passions de l’âme.

Il Discorso sul Metodo, che costituisce, come si può facilmente intuire, l’autobiografia di uno scienziato fino all’età di 41 anni, nasce dalla necessità di un chiarimento: come dirò dopo, il buon senso è comune, secondo il filosofo, a tutti gli uomini che, tuttavia, sono caratterizzati da opinioni divergenti, determinate dalle loro diverse esperienze durante la vita quotidiana.

Il metodo proposto, è necessario per poter indirizzare il buon senso di tutti gli individui nella medesima direzione, verso la verità.

 

3)

Si suole attribuire a Cartesio il merito di aver dato inizio alla filosofia moderna, per il suo rifiuto dell’impostazione scolastica. Se ciò è indubbiamente vero, non appare tuttavia sufficiente per caratterizzare il molteplice significato della sua filosofia.

Cartesio è al tempo stesso iniziatore di una dottrina radicalmente nuova e continuatore del tentativo tradizionale di dare origine ad una filosofa cristiana. La comprensione del suo pensiero è possibile solo se si mantengono entrambi i termini.

Per la prima volta con Cartesio, un filosofo cristiano si trova di fronte ad una forma di ateismo esplicito: il libertinismo, che sottoponeva a radicale critica la credenza religiosa e dissolveva le teorie teologiche e metafisiche, spiegandole o come semplice residuo storico o come affermazioni di ordine psicologico.

Il Discorso sul metodo, che può essere considerato il manifesto di questa filosofia moderna, che si propone di fornire un percorso tramite cui giungere a verità palesi ed inconfutabili, è la risposta di un uomo alla condizione socio – intellettuale nella quale egli si trova a vivere.

L’anno della sua pubblicazione, il 1637, è diventato una ricorrenza storica tanto che, in occasione del suo terzo centenario, fu celebrato in tutto il mondo con degne manifestazioni: a Parigi, un congresso internazionale di filosofia fu dedicato a tale commemorazione; in Italia, soltanto l’Università Cattolica diede alle stampe un volume di 800 pagine, che raccoglieva decine di saggi dedicati al filosofo francese.

L’opera indubbiamente ebbe sin dall’inizio un netto carattere essoterico o divulgativo dal momento che lo stesso Cartesio ribadì di averla composta perché la potessero leggere anche le donne; in effetti la cura di non affaticare troppo la mente del lettore è evidente ovunque e si traduce in una prosa lineare, coerente e facilmente accessibile.

Forse sempre per mantenere questa semplicità, l’autore suddivise l’opera in sei sezioni che affrontano diversi temi collegati tuttavia tra loro secondo uno schema logico ed un’evidente evoluzione filosofica.

 

Il punto di partenza della speculazione di Cartesio è l’uguale presenza, in tutti gli uomini, del buon senso che di per sé non è assolutamente in grado di giustificare la grandissima varietà di opinioni che troviamo tra gli uomini stessi.

Quest’ultima può essere legittimata solamente dalle diverse esperienze che caratterizzano i singoli individui nel corso della loro vita: esperienze diverse degli uomini e del mondo portano a diversi giudizi sugli uomini e sul mondo.

Appare evidente proprio in questo momento la necessità di trovare e cogliere un metodo in grado di dirigere il buon senso di tutti gli individui nella medesima direzione ed è proprio questo il proposito dell’autore, il cercare, cioè, un criterio di indagine scientifico e razionale, in grado di elevare ed ampliare la propria mente.

In questa stessa sede, Cartesio, che aveva compiuto i suoi studi prima al collegio gesuitico di La Flèche e poi all’Università di Poitiers, imparandovi fruttuosamente <<tutto ciò che gli altri v’imparavano>>, pone una critica nei confronti dell’istruzione scolastica, ricca per la cultura dell’epoca di aspetti apprezzabilissimi ma caratterizzata da troppi difetti enumerati singolarmente per ogni disciplina.

Ed ecco quindi che emergono i ben poco lusinghieri giudizi sulla filosofia e sulla storia, la prima impiegata solo come mezzo per poter parlare con verosimiglianza di tutte le cose e per farsi ammirare dai meno dotti, l’altra accusata di essere fine a se stessa e di non garantire alcuna utilità per il tempo presente.

Importante, in questo ambito, è anche la concezione cartesiana della teologia, cui l’autore attribuisce un valore piuttosto pratico che teoretico e che egli esclude dal campo di quelle <<scienze>> nella quali – come ribadisce il lungo titolo dell’opera – il metodo vuole insegnare a cercare la verità.

Il suo atteggiamento dominante verso il contenuto teoretico della religione resta, pertanto, di rispettoso riserbo: la ragione di ciò, a parte il temperamento personale, risiede nella difficoltà di ridurre sistematicamente tale contenuto nella forma del metodo matematico e di portarlo a quel grado di chiarezza e di distinzione di cui esso gode.

Cartesio, quindi, certo dell’insufficienza della cultura tradizionale, sceglie di abbandonare i libri e inizia a viaggiare, risoluto di non cercare più altra scienza, fuori di quella che si potesse trovare in lui stesso ovvero nel grande libro del mondo e intraprende un arduo viaggio in se stesso alla ricerca delle vie per la verità e per la comprensione umana della natura.

 

Il primo passo di quest’analisi interiore fu la rinuncia a tutto ciò che l’autore aveva ricevuto dagli altri in passato, una privazione che gli avrebbe consentito di seguire solo la guida della propria ragione giacché, come egli dimostra nel testo con numerosissimi esempi inspirati alla vita quotidiana, le opere realizzate da un solo artefice sono sempre le più perfette.

Emerge proprio in questi passi il curiosissimo tentativo di Cartesio di gettare, con una lunga serie di motivazioni, un velo di modestia su quella che avrebbe potuto sembrare a un lettore dell’epoca una grandissima pretensione: rifare da capo il sapere umano.

Questo non è affatto l’intento del filosofo che desidera soltanto realizzare il proprio disegno di riforma su un fondamento tutto proprio, senza, peraltro, richiedere e pretendere l’approvazione degli altri.

            A tale scopo anche la matematica ela logica si rivelano dei modelli insufficienti; la prima,  cioè l’analisi geometrica degli antichi e l’algebra dei moderni perché era astrattissima e per questo stancava l’immaginazione ed imbarazzava la mente; l’altra, perché costituiva per Cartesio una disciplina pressoché sterile: egli, infatti, vedeva nella logica  aristotelico – scolastica, soltanto la sillogistica e per questo era portato a giudicarla scientificamente infruttuosa e importante solo da un punto di vista didattico.

            Il metodo trovato dall’autore è strutturato in quattro regole fondamentali, la prima delle quali asserisce: <<Non ammettere come vero nulla che non si sia riconosciuto con evidenza per tale: cioè evitare la precipitazione e la prevenzione>>.

L’evidenza implica chiarezza e distinzione, cioè la presenza di una percezione acuta e separante. I termini che intervengono nell’evidenza sono quindi l’esperienza nella sua trasparenza e la libertà intesa come capacità di distinguere la percezione da ogni altra.

Connesso con il criterio dell’evidenza sarà poi (capitolo 4°) l’esercizio metodico del dubbio, per il quale l’“io” decide di considerare come false tutte quelle verità che non siano state dimostrate senza ombra di dubbio cioè che non siano evidenti.

Il dubbio cartesiano infatti, contrariamente al dubbio scettico, è un modo di affermare attraverso un atto di volontà l’indipendenza del soggetto rispetto all’oggetto e una via quindi per superare ogni forma d’incertezza psicologica. Esso è perciò frutto di una scelta nella quale l’io rivendica la sua possibilità di giungere attraverso il dubbio ad una certezza.

 

“… Non che io imitassi per ciò gli scettici i quali non dubitano che per dubitare e si danno l’aria di esser sempre irresoluti: perché, invece, tutto il mio disegno non tendeva che ad assicurarmi, ed a smuovere la terra mobile e la sabbia per trovare la roccia o l’argilla…

 

Le altre regole del metodo consistono in: dividere ogni problema nella sue parti elementari cioè scioglierlo in problemi sempre più semplici fino ad ottenere quesiti la cui soluzione è evidente (analisi); disporre i problemi dal minore al maggiore, ricomponendo le nozioni semplici tramite connessioni di per sé certe (sintesi); rivedere ogni passaggio fino alla certezza di non aver omesso nulla (enumerazione).

Applicando alla Matematica questo nuovo metodo, Cartesio ottenne tali risultati che si ripromise di adottarlo anche per risolvere le difficoltà di tutte le altre scienze, compresa la filosofia.

Ed è proprio questo quello che molti studiosi ritengono l’errore cartesiano per eccellenza, ossia il negare l’appartenenza di questo stesso metodo ad una materia particolare, che, tuttavia, esiste e si identifica con la categoria della quantità.

Oggi, dopo l’ampio processo di critica della scienza che ha formato il tema centrale della filosofia degli ultimi due secoli, è giudizio comune dei competenti che quello matematico è un ragionamento sui generis, legato ad uno schematismo, che non conviene ad altre forme del sapere.

 

            Nella terza parte del Discorso sul Metodo, l’autore affronta un altro complesso problema.

Secondo Cartesio la morale dipende strettamente dalla metafisica che egli, tuttavia, deve ancora formulare, non accontentandosi di quella tradizionale.

Ed invece una morale deve necessariamente esserci, perché si vive e perciò è necessario comportarsi secondo qualche norma. Ogni uomo, anche se non lo crede e non ci riflette, vive secondo delle regole, come l’altruismo o l’egoismo, il sacrificio o il piacere; tocca alla ragione decidere quali tra queste norme debbono essere seguite.

La ragione, tuttavia, decide solo attraverso la filosofia, la quale richiede una lunga indagine: di qui la necessità di una <<morale provvisoria>> che non sarà assolutamente irrazionale e arbitraria ma fondata sui motivi che la ragione ha, in questo momento, a sua disposizione giacché la situazione dell’uomo che si propone l’indagine filosofica non è certo quella di dover passare dallo stato irragionevole a quello ragionevole, ma solo di perfezionarsi in quest’ultimo.

L’autore fissò allora tre massime che, non lasciandolo irresoluto nelle sue azioni, lo facessero vivere quanto più felicemente fosse possibile.

La prima massima fu quella di obbedire alle leggi ed ai costumi del proprio paese, di rispettare la religione di nascita, di vivere d’accordo con gli uomini più assennati; con la seconda si impose la fermezza e la risolutezza nelle azioni e nelle opinioni a cui si fosse determinato; la terza, infine, fu di vincere se stesso anziché la fortuna, e di cambiare i propri desideri anziché l’ordine del mondo; di capire cioè che si è padroni solo di se stessi e che non bisognava affannarsi troppo per le cose esterne.

Cartesio dedicò all’esercizio di questa morale provvisoria ben diciassette anni della propria vita: nove (1619-1628) in continui viaggi da spettatore intelligente di quello che facevano gli altri e otto nella solitudine dell’Olanda, tutto dedito ai suoi studi

 

            Diventato più maturo, l’autore poté affrontare il problema della metafisica, trattata qui nell’importantissimo capitolo quarto.

Per essere sicuro di non procedere contro le leggi dell’evidenza nel tentativo di trovare il fondamento certo e inoppugnabile della propria indagine, Cartesio volle considerare come falso tutto ciò su cui era possibile dubitare, attuando così una radicale critica su tutto il sapere con il proposito di pervenire ad un principio su cui il dubbio non fosse possibile, principio che sarebbe poi stato preso come presupposto di tutte le conoscenze che ne sarebbero scaturite.

Il primo dubbio del filosofo riguarda tutte le percezioni che ci sono trasmesse dai nostri apparati sensoriali.

Di per sé, i sensi non ci ingannano mai e questo è un punto fermo della gnoseologia cartesiana.

L’errore propriamente risiede nel giudizio con cui si pone che ciò che il senso ci presenta esiste in realtà, al di là della rappresentazione stessa. Così, esemplificando, non v’è nessun errore nell’asserire che “il sole ci appare grande come una grossa moneta”; errore è invece affermare che “il sole è grande così”.

In generale, non erra il senso ma il giudizio che afferma la realtà essere, in se stessa, come il senso la presenta. Si parla quindi per Cartesio di realismo gnoseologico dualistico, secondo cui si distingue la realtà in sé dalla sua apparenza sensibile.

Nelle sue Meditazioni, dove gli stessi argomenti del Metodo sono molto più sviluppati, il filosofo si rivolge poi a quelle conoscenze che sono reali sia nel sogno che nella veglia: le conoscenze matematiche. Per estendere il dubbio metodico anche a queste conoscenze, egli introduce l’ipotesi di un genio maligno e ingannatore che fa apparire all’uomo chiaro ed evidente ciò che in realtà è falso e assurdo. Con ciò il dubbio si estende ad ogni cosa, diventa universale e si trasforma nel cosiddetto dubbio iperbolico.

Ma è possibile lo stesso dubitare se non si ammette che il soggetto stesso dubitante è qualcosa?

Ecco quindi scaturire da questa semplice domanda – ossia dal dubbio stesso – il primo principio indubitabile della filosofia: io penso, dunque sono (dubito sed cogito, cogito ergo sum).

Vi fu però chi vide nel cogito ergo sum una conclusione sillogistica:

 

Chi pensa esiste

Io penso

Io esisto

 

Ma Cartesio stesso escluse il carattere discorsivo del suo enunciato e ne rivendicò il carattere intuitivo, cioè immediato o veramente primo. Egli, infatti, vede nel cogito una pura constatazione, una chiara intuizione della mente e non il frutto di un ragionamento della logica aristotelico – scolastica, che peraltro – come già detto sopra – egli rifiuta in quanto sterile ed infruttuosa.

            Affermare il sono non significa tuttavia in nessun modo affermare anche il corpo, perché l’individuo può fingere di non averne alcuno pur rimanendo ferma la realtà del suo pensiero; da ciò segue che l’io, ossia l’anima, è interamente distinto dal corpo, è più facile a conoscersi di quest’ultimo ed esiste anche in sua assenza.

Cartesio quindi pone qui il suo celebre dualismo di spirito e materia, anima e corpo.

Secondo la concezione aristotelico – scolastica, l’uomo è un composto che risulta da due comprincipi che si uniscono in un unico ente: l’anima fa da forma (ossia da principio unificatore e vitale) ed il corpo fa da materia (ossia da principio unificato e vivificato).

La concezione cartesiana, che riprende in questo senso la tradizione platonica, invece, vede nell’uomo due enti o sostanze che si uniscono nel modo più intimo possibile ma restando sempre due enti.

            Si giunge quindi al punto culminante del quarto capitolo, quando l’autore si accinge a presentare le tre famose dimostrazioni dell’esistenza di Dio.

La prima di esse muove dal fatto che l’idea di Dio sia innata in ognuno di noi.

Cartesio divide le idee in:

 

  • idee innate, che nascono con l’uomo.
  • idee avventizie, che provengono dall’esterno.
  • idee fattizie, costruite dall’individuo durante la vita quotidiana.

 

Le idee hanno quindi un valore anche come realtà oggettive, in quanto rimandano ognuna ad una cosa ben precisa e sicuramente, da questo punto di vista, un’idea che rimanda ad una sostanza contiene più realtà oggettiva di un’idea che rimanda ad un modo o ad un accidente dell’essere (per esempio: il concetto di “mela” è quindi più oggettivo di “rosso”).

Analogamente l’idea di Dio, in quanto sostanza eterna ed infinita, ha più realtà oggettiva dell’idea di una sostanza finita. A questo punto Cartesio introduce il principio secondo cui la causa deve contenere almeno tanta realtà quanto ne contiene l’effetto. Quindi se tutte le idee possono provenire dall’individuo, l’idea di Dio, sostanza infinita, non può provenire dall’individuo stesso, che è una sostanza finita e che quindi contiene meno realtà oggettiva rispetto all’idea di Dio.

Conclusione: Dio, dunque, esiste.

A questa prima prova se ne lega una seconda: se è vero che l’individuo, pur avendo l’idea di perfetto, non è perfetto, significa che costui non si è dato l’esistenza da solo, perché altrimenti si sarebbe dato un’esistenza perfetta, cioè conforme all’idea di perfezione ch’egli possiede; solo Dio, dunque, ossia l’Essere perfettissimo, può avere creato tale individuo avente l’idea del perfetto.

Le prime due dimostrazioni partono quindi dalla imperfezione intrinseca ed alla presenza in ogni uomo di qualcosa di perfetto per giungere all’esistenza di Dio, mentre la terza è una ripresa della prova “a priori” (ossia una prova che prescinde dall’esperienza sensibile) di Sant’Anselmo d’Aosta, contenuta nel Proslogium.

Dall’esistenza di Dio appena dimostrata consegue l’indubitabile certezza di tutti i nostri pensieri che ci si presentano col carattere della chiarezza e della distinzione: se così non fosse, Dio sarebbe ingannatore e quindi imperfetto, il che è contraddittorio.

Sembra tuttavia che Cartesio, in questi passi, cada in un circolo vizioso che gli fu rimproverato già dai suoi primi critici: egli ha dimostrato l’esistenza di Dio valendosi della regola della chiarezza e della distinzione ed ora dice che il valore di tale regola dipende da Dio. Esemplificando:

 

“Chi garantisce all’individuo l’esistenza di Dio?

Il pensiero.”

 

“Chi garantisce la validità del pensiero?

Dio.”

 

Non si sfugge.

            Riassumendo, è facilmente possibile schematizzare questi primi quattro capitoli del Discorso, forse i più importanti, che si uniscono l’uno all’altro tramite connessioni semplici e passaggi evidenti.

 

Il punto di arrivo di questo percorso, che, come già detto, non è nient’altro che la storia dell’evoluzione filosofico – intellettuale di Cartesio, sembra proprio programmato: è l’esistenza di Dio.

Gli argomenti che seguiranno nel testo, pur essendo molto rilevanti per una completa visione dell’autore, non sono nient’altro che dei corollari, se così possono essere definiti, del Metodo scoperto precedentemente e che ha portato alla più grande delle dimostrazioni di tutta l’opera.

Si parte perciò dalla messa in discussione di tutto per poi giungere attraverso questo stesso dubbio all’assioma che governa questa nuova e moderna filosofia: l’esistenza dell’individuo, come essere imperfetto in quanto dubitante, è sufficiente a determinare e a palesare l’esistenza di Dio, essere perfetto.

 

            La quinta parte del Metodo raccoglie una sorta di compendio sulla Fisica cartesiana, come riassunto del più completo lavoro “Il Mondo” o “Trattato della luce”.

Si parte dall’analisi dei corpi inanimati e delle piante, con particolare attenzione alla natura del fuoco, per poi passare all’esame degli animali e degli uomini.

Interessante è anche la spiegazione sul funzionamento del cuore, la cui diastole si spiega in funzione del calore ad esso interno che dilata il sangue che vi arriva dalle vene; e la sistole in  funzione del sangue che, raffreddandosi, lo fa sgonfiare.

Fisicamente uomini e animali altro non sono che organismi perfetti creati da un Artefice perfettissimo: l’uomo supera il proprio “automatismo” in quanto è anima.

Gli animali, viceversa, non sono dotati né di ragione (1° tesi) né di anima (2° tesi) ma sono semplici macchine come lo sarebbe il corpo umano preso singolarmente.

L’anima, dunque, spetta soltanto all’uomo e non deriva per nulla dalla materia; essa quindi non è soggetta a morire col corpo e, dato che non ci sono altre cause che la distruggono, è immortale.

 

E’ molto interessante notare, proprio in questa sede, gli sforzi compiuti da Cartesio per esplicare, il più scientificamente possibile, i misteri della natura, nel tentativo di applicare il proprio metodo alle difficoltà di tutte le scienze.

 

4)

 

Il Discorso sul Metodo offre al lettore molti aspetti interessanti.

Attraverso una prosa semplice, chiara e, quindi, anche piacevole, Cartesio affronta i temi cruciali dell’uomo: il problema dell’anima e del corpo, della natura che ci circonda e dell’esistenza di Dio.

L’elemento, tuttavia, che più di tutti è degno di nota, è il suo tentativo di dare una risposta a questi quesiti esistenziali attraverso un metodo di indagine nuovo, un criterio di analisi matematico.

Ma Cartesio stesso che alza la propria protesta personale contro la Scolastica – fatto molto interessante – cade qui subito in un errore indiscutibile, quando pretende di matematizzare tutto il sapere, ossia d’estendere le forme concettuali proprie della matematica – scienza che cominciava allora a celebrare i suoi grandi trionfi nello studio della natura – a tutte le discipline.

Come la decadente scolastica poteva considerarsi un metafisicismo, così il cartesianismo può chiamarsi un matematicismo.

La critica posteriore ha sanato entrambe le correnti: così, in particolare, ha restituito la metafisica classica alla purezza delle sue linee, sgravandola di tutte le incongrue responsabilità di cui la si era voluta caricare e restringendola al suo campo proprio che è quello dello studio dell’ente in quanto ente. Con ciò era sottratto alla sua competenza lo studio della realtà dell’esperienza, nel quale doveva invece affermarsi la scienza moderna col suo nuovo metodo detto appunto sperimentale (G. Bontadini).

Interessantissimi sono anche il concetto di realismo gnoseologico dualistico, espresso sopra, la ripresa in certi punti della tradizione platonica e la grande modestia di quest’uomo, il cui motto più caro recitava:

 

 

Bene vixit qui bene latuit

 

(Visse giustamente, colui che rimase sconosciuto)

 

 

 

  • Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto

Riassunto - scheda libro :

 

Ilaria Egitto

SCHEDA-LIBRO

 

Il visconte dimezzato

 

1)Riassunto:

 

Il racconto, narrato in prima persona da un ragazzo che sostiene di essere il nipote del protagonista, descrive le vicende di un giovane visconte che, essendosi recato nella pianura di Boemia come soldato cristiano nella battaglia contro i Turchi, durante la prima battaglia si getta contro una palla di cannone che, prendendolo in pieno, lo divide esattamente a metà.

Al seguito di quest’incidente la metà “sopravvissuta” del visconte fa ritorno a casa. Al suo rientro rifiuta le cure e ogni approccio o incontro con chiunque. Il padre, il vecchio visconte Aiolfo, che da tempo non si occupava d’altro che dei suoi uccelli, gli invia un’averla come mezzo di comunicazione  che gli viene restituita morta e mutilata in metà del corpo. A seguito di questo il vecchio visconte muore e Medardo (il giovane visconte) prende così il potere sui terreni di famiglia.

Da allora in poi si instaurerà nelle terre dei visconti di Terralba un clima di terrore dovuto alla crudeltà di Medardo verso sudditi e animali: uccise e mutilò decine di persone senza motivazione dimostrando una cattiveria ferocissima anche verso i membri della propria famiglia. Esiliò la propria balia tra i lebbrosi, tentò di uccidere il nipote, bruciò case e persone e, soprattutto, divise a metà (così com’era lui) tutti gli esseri viventi che lo circondavano.

Un giorno incontrò una pastorella di nome Pamela e decise che ella doveva essere sua. Tanto perseguitò la giovane che quella si nascose nel bosco per non essere trovata, dopo essere stata minacciata insieme ai suoi genitori.

In tutta questa prima parte del racconto sembra che, all’impatto con la palla di cannone, fosse sopravvissuta solo una delle due metà del corpo del visconte.

Ad un certo punto, il giovane narratore della vicenda, racconta di aver avuto un incontro con lo zio presso un fiume e descrive i modi gentili e affabili di quello, rimanendo incredulo e stupendosi anche del fatto di vedere la metà sinistra del visconte anziché la destra.

Da questo punto in poi si delineano due figure differenti: una di una crudeltà disumana, l’altra totalmente buona e sensibile. Da qui si scopre che, dopo l’incidente, anche l’altra metà del visconte venne riportata in vita da alcuni eremiti.

Il Buono stringe amicizia con Pamela, mentre il Gramo viene sempre più odiato. A seguito della richiesta di matrimonio da parte di ognuna delle due metà  a favore dell’altra, Pamela mette in atto uno stratagemma dicendo a entrambi che vorrebbe sposare proprio quello con cui parlava in quel momento. Entrambi accettano, ma a seguito di un contrattempo Pamela sposa il Buono facendo infuriare il Gramo. Per questo motivo i due si sfidano a duello e, nel corso del combattimento, si feriscono reciprocamente laddove erano presenti le cicatrici dell’intervento. Il dottor Trelawney, il medico del palazzo, riesce a ricongiungere le due metà riformando il visconte e dando a Pamela un marito normale e, soprattutto, né buono né cattivo, ma umano, così com’era prima della battaglia contro i Turchi.

 

 

 

                                                                                                                                 Ilaria Egitto

Può essere così schematizzato:

a)Un visconte va in guerra e viene dimezzato

b)Una parte torna a casa e si rivela cattiva

c)Dopo un po' torna un'altra parte esageratamente buona.

d)Le due parti si innamorano della stessa ragazza

e)Le due parti fanno un duello per la ragazza

f)Durante il duello le parti si feriscono sul punto di congiunzione

g)Le due parti vengono riattaccate

 

 

 

2)Collocazione spazio-temporale:

 

Non mi ricordo quando fu la guerra religiosa contro i Turchi. Sicuramente però la collocazione spazio-temporale è reale nonostante l’argomento trattato sia fantastico.

 

 

3)Analisi dei personaggi:

 

a)Il protagonista del racconto è certamente il visconte Medardo.

Di lui, nel corso del racconto, abbiamo, ovviamente, delle visioni differenti: al momento del suo arrivo in guerra ci appare come un comunissimo giovane uomo che, per la prima volta, si trova ad affrontare un’esperienza dolorosa e spaventosa come la guerra. In quel frangente Medardo cerca conforto nel suo devoto servo Curzio (la cui figura non può non riportare alla memoria quella dei servi nelle tragedie e commedie greche).

Immediatamente la vicenda è come se cambiasse protagonista. A seguito dell’incidente Medardo diventa tutt’altra persona e, come per preparare il lettore all’immediata mutazione, Calvino si sofferma sulla descrizione della mostruosità del visconte dimezzato.

Da qui in poi l’analisi di Medardo è, secondo me, tanto semplice quanto inutile.

Il visconte dimostra una crudeltà impensata e immotivata. Se, in un primo momento, poteva sembrare che Medardo fosse diventato malvagio a seguito del suo grande dolore, quindi come “vendetta” nei confronti del mondo, in un secondo tempo ci si accorge che non è così e che, semplicemente, il visconte sembra essere diventato il Male in persona: una persone che gode delle sofferenze altrui.

Quando appare la “seconda metà” del visconte ci si rende finalmente conto dell’accaduto.

La parte sinistra di Medardo è, a differenza dell’altra, di una bontà infinita.

La cosa interessante di questa descrizione, secondo me, consiste nel notare come, tanto viene odiata la metà cattiva quanto, alla lunga, sia altrettanto fastidiosa la metà buona.

Una cosa importante da sottolineare credo sia il sentimento nei confronti di Pamela. Fino ad allora il Gramo non mostra di avere nessun sentimento che sia vagamente riconducibile ad uno umano, mentre, dopo l’incontro con Pamela, l’”amore”, per quanto totalmente squilibrato, mostra una parte di umanità.

 

 

                                                                                                                                 Ilaria Egitto

 

b)

L’unico personaggio che, a mio parere, valga la pena di ricordare come personaggio principale è, appunto, la pastorella Pamela.

Pamela ci viene descritta come una comunissima paesana: modesta e tutt’altro che graziosa.

La caratteristica importante di Pamela consiste però nella sua furbizia.

Quando si rese conto del pericolo che correva a causa del visconte si rifugiò nel bosco con la sua capra e la sua anatra e riuscì a non farsi scoprire dal Gramo.

La vicenda trova una risoluzione anche e soprattutto grazie a lei.

Prima di imbattersi nella metà malvagia del visconte, Pamela appare come una normalissima pastorella, senza grossi pensieri o riflessioni, ma, quando si trova a dover affrontare un pericolo come quello della corte del Gramo, ella dimostra tutto il suo intuito.

Nonostante, in un primo momento, ella sembrasse solo terribilmente spaventata dall’insistenza del visconte, quando, in un secondo momento, nella sua vita entra il Buono, dimostra anche lei quella vanità tipicamente femminile restando “onorata” dalla corte dei “due” uomini fino a che non riesce a farsi sposare da quello voluto.

 

 

 

 

c)

•Visconte Aiolfo: padre di Medardo

•balia Sebastiana

•dottor Trelawney: medico di palazzo

•nipote di Medardo

•Curzio: servo di Medardo

•Ezechiele: capo degli ugonotti

•Galateo: lebbroso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                 Ilaria Egitto

4)Commento:

 

a)Per quanto riguarda lo stile di scrittura, penso che si possa fare lo stesso discorso già fatto per “Il barone rampante”.

In questo racconto Calvino non utilizza strutture complicate, né fa uso di metafore o figure retoriche.

Come nella precedente storia, fa un grande uso sia del discorso diretto che della descrizione esterna, ma, differentemente, si sofferma maggiormente nelle descrizioni fisiche. Non tutti i personaggi vantano una particolareggiata  descrizione, ma il protagonista e la Pamela sono lungamente definiti.

Come in tutti i libri di Calvino, mi sembra che egli dia molta importanza alla descrizione del paesaggio circostante, anche se, in questo caso, egli si sofferma soprattutto sulle azioni del protagonista.

In Calvino non noto un uso frequente di anticipazioni o retrospezioni: l’unico elemento sempre presente è la narrazione, da parte di un parente del protagonista, della vicenda quando già era stata compiuta. L’autore però, come sempre, non permette al lettore di immaginarsi la conclusione della storia se non a poche pagine dalla fine.

Calvino tenta di utilizzare un linguaggio accessibile a tutti, che, in questo racconto, a volte sfocia in descrizioni macabre e puntigliose.

                           

b) Questo racconto, credo che tratti il tema dell’eccesso.

Dico “credo” perché mi sono appena resa conto di non riuscire a cogliere mai, completamente, il messaggio di Calvino.

Io ritengo che l’obiettivo dell’autore fosse appunto questo: trattare il tema dell’eccesso e dell’estremismo, in qualunque forma esso si presenti.

Egli lo condanna, mostrandone i lati negativi e descrivendo i tragici risultati della loro messa in atto.

Questo è un tema decisamente attuale anche se, ritengo inutile questo commento in quanto, essendo Calvino un uomo del “nostro tempo” e preoccupato dei mali di quest’epoca, non può che proporre argomenti attuali e di carattere sociali. Egli li “alleggerisce” trattandoli nell’ambito di un racconto, quindi presentando un’allegoria, ma, in realtà, il suo intento è profondamente serio.

                  

                   c)Leggere questo racconto è stato, per me, una grandissima fatica.

Dal punto di vista stilistico e formale mi è sicuramente piaciuto di più che “Il barone rampante”, ma gli argomenti li ho vissuti con molta più fatica.

Lo stile è vivace e spedito; l’autore non si dilunga in “inutili” descrizioni e le azioni si susseguono con ritmo avvincente. Questo, però, è l’unico elemento che sono riuscita ad apprezzare in questo racconto.

Per miei problemi e mie sensibilità personali non riesco a leggere o a vedere scene di violenza o uccisioni nei confronti di animali, descrizioni di cui questo libro è pieno. Ragionandoci sopra credo di aver intuito che l’intento di Calvino fosse proprio quello di schierarsi contro una tale crudeltà, ma, qualunque fosse il suo scopo, questi argomenti sono bastati a farmi “odiare” questo libro. Mi rendo conto che questa sia una grande limitazione per me, ma è una cosa contro cui non posso lottare.

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

RECENSIONE:

Il quartiere

di Vasco Pratolini

XXVIII ristampa 1998

Arnoldo Mondadori Editore, Taranto

n. pagine 201

 

Il romanzo “Il quartiere”, del noto scrittore italiano V. Pratolini, risale alla prima metà degli anni Quaranta. L’intera vicenda è ambientata circa dieci anni prima (dal 1932 al 1935) nel poverissimo quartiere di Santa Croce del centro di Firenze. Racconta della vita di un gruppo di amici adolescenti che si trovano ad affrontare le difficoltà che la vita di un ragazzo, che sta crescendo e maturando, porta. Narra dei loro amori, dei loro conflitti, delle loro disavventure e delle loro delusioni. A complicare ulteriormente l’esistenza di questi giovani contribuiscono la loro bassissima estrazione sociale e quindi le enormi difficoltà economiche. Siamo nell’epoca delle campagne di conquista italiane in Africa, durante la dittatura fascista, che non consente alcun tipo di opposizione e che nel corso del romanzo sarà fortemente criticata. La voce narrante appartiene ad uno dei ragazzi del quartiere, Valerio, che a distanza di una decina di anni rivive e fa rivivere, il difficile raggiungimento della maturità da parte sua e di tutti i suoi compagni. La focalizzazione è, di conseguenza, interna fissa, poiché il narratore riporta il suo punto di vista.

Il luogo di ambientazione è molto ben descritto: si tratta di una zona della città povera e malfamata dove tutti si conoscono. È ricco di piccole botteghe, ma anche di molti lavoratori, che vendono la loro merce per le strade. Altra sua caratteristica sono le cose “immonde”: la prostituzione (come tentativo di sopravvivere alla miseria), l’alcool (a cui la maggior parte delle persone si affida a fine giornata come unico sfogo e unica gioia in un’esistenza di difficoltà), le risse.

L’intera narrazione alterna, con una certa regolarità, le descrizioni della vita del quartiere, delle persone che lo animano, alle vicende accadute ai ragazzi. Valerio e tutti i suoi più grandi amici amano il loro quartiere, sono poveri e non hanno altro che quello. Non possono studiare e devono iniziare a lavorare giovanissimi. Sono cresciuti insieme e la loro aspirazione è quella di rimanere insieme anche col passare del tempo. Sono molto attaccati al loro gruppo, perché li fa sentire compresi e accettati. Sono quasi tutti coetanei, solo Olga, sorella di Carlo è di parecchi anni più giovane. Sono ragazzi dagli umili sogni per un avvenire che si presenta loro ricco di avversità. Comunque sperano, infatti la speranza è uno dei temi dominanti del romanzo.

Il racconto ha inizio poco prima del sedicesimo compleanno di Valerio, momento simbolicamente molto importante per la sua crescita: comincia a portare i pantaloni lunghi, è diventato un uomo.

Da quel momento, tra i ragazzi, cominciano a nascere una serie di storie d’amore (che non sempre si rivelano tali). I primi due giovani che si fidanzano sono Maria, sorella di Arrigo, e Giorgio. Quest’ultimo è l’ “oratore” del gruppo, con idee politiche piuttosto precise sin da molto giovane e convinto oppositore del regime e della guerra da esso voluta. Da sempre innamorato di Maria, trova l’occasione per dichiararsi, nel momento in cui la ragazza, dopo aver passato la notte con uno sconosciuto, si ammala. A quel punto, il futuro marito va a chiedere la mano di Maria ai genitori.

Valerio ha invece vicende sentimentali più complesse. Inizialmente ritiene di essere innamorato di Luciana (che successivamente si sposerà con Arrigo), che ricambia il suo sentimento, ma dopo aver accettato un appuntamento con Marisa, si fidanza con quest’ultima. La giovane fa però una scioccante rivelazione al suo ragazzo: quello che Valerio riteneva un grande amico, Carlo, aveva quasi tentato di violentarla e in seguito l’aveva a lungo minacciata. L’anormale comportamento di Carlo è però spiegabile e comprensibile: é cresciuto al fianco di una madre che si prostituiva in casa e quindi erano sorte in lui profonde angosce e turbamenti morbosi. Carlo (solo più tardi si viene a sapere), è sempre stato innamorato di Marisa. Dopo che lei e Valerio si lasciano, poiché scoprono di non amarsi veramente, la giovane e Carlo si fidanzano e si sposano via telegramma quando quest’ultimo è in procinto di morire a causa di una ferita di guerra. Carlo, infatti, si rivela essere, durante le frequenti discussioni con Giorgio, un grande sostenitore della guerra (che porterebbe miglioramenti di vita ai più poveri). Nonostante non venga arruolato, va a combattere come volontario. La realtà viene scoperta solo più tardi: egli è sì a favore delle campagne d’Africa, ma vuole parteciparvi solo per tentare di dimenticare la sua amata. Perciò, dopo il loro fidanzamento, si pente della scelta fatta.

In precedenza Valerio, ormai quasi ventenne, si era accorto di amare la giovane Olga, che dopo diversi mesi acconsente al fidanzamento. La storia però si conclude tristemente: Olga parte con sua madre, che si è sistemata e che le farà frequentare un buon collegio a Milano.

Il ragazzo la cui storia si conclude in modo assolutamente tragico è Gino: era l’unico convinto che uscire dal quartiere potesse garantire maggiori soddisfazioni e per questo poco apprezzato dagli altri (“tradisce il sentimento di Quartiere”) e il membro del gruppo che aveva sempre teso ad allontanarsi. Frequenta i luoghi più malfamati e biechi della città. La sua esistenza è caratterizzata da molta sofferenza e invidia verso tutti (come rivela in una lettera indirizzata a Giorgio). L’avvenimento che lo porta alla totale rovina è l’omicidio di un uomo, con il quale si prostituiva. In seguito al delitto fugge a Roma dopo aver regalato, per le nozze con Maria, un oggetto della refurtiva a Giorgio. Costui è, poi, ingiustamente accusato di furto, fino a quando non viene scoperto il “nascondiglio” del vero colpevole, che dopo un breve periodo di carcere muore.

Per Giorgio, quelli con la legge non sono gli unici problemi: agguerrito oppositore del regime, viene mandato in esilio cinque lunghi anni, insieme a sua moglie e ai suoi due figli.

Il romanzo si conclude con l’immagine del quartiere praticamente distrutto per il risanamento. Il quartiere è annientato, ma i suoi abitanti sono più che mai uniti e decisi nel non allontanarsi. Ciò significa che il quartiere non è costituito semplicemente dalle abitazioni, ma è soprattutto formato dalle persone che ne fanno parte e che sono legate tra loro da profondi vincoli.

Procedendo con la lettura del romanzo, ci si accorge del fatto che nessuno dei personaggi è protagonista, perché nessuna personalità prevale sulle altre, anche se magari può attirare di più l’attenzione. Ciò sta a significare che nessuno dei ragazzi è il personaggio principale del libro, nemmeno Valerio, nonostante narri l’andamento dei fatti. Il vero protagonista è il gruppo e tutto l’insieme degli avvenimenti che accadono ai suoi componenti.

Credo che uno degli aspetti maggiormente messi in luce all’interno di questo insieme di ragazzi sia l’importanza di avere un gruppo di appartenenza, nel quale ci si senta compresi e con il quale si possa crescere e si possano fare nuove esperienze. Soprattutto l’importanza dell’amicizia e della fedeltà agli amici. Tutti gli adolescenti ne hanno sempre avuto bisogno, negli anni Trenta come nel terzo millennio. Forse quello che più è cambiato è il rapporto con i genitori, che all’epoca di Giorgio e compagni era molto diverso, probabilmente più freddo o comunque meno cordiale, eccenzion fatta per il caso di Valerio.

Si potrebbe, inoltre, individuare una sorta di parallelismo tra il piccolo gruppo di amici e il quartiere. In fondo sono entrambi insiemi di persone molto legate tra di loro e che, almeno la maggior parte, non hanno nessuna intenzione di separarsi dagli altri e se qualcuno va via, è considerato dagli altri come un traditore.

Oltre a ciò, nel gruppo di ragazzi è individuabile il tema della complessa crescita di un adolescente che si trova a dover affrontare numerose nuove cose, che anche prima esistevano, ma di cui da bambino non si rendeva conto: il rapporto con l’altro sesso, la politica, la morte talvolta e, nel caso del gruppo analizzato, anche la povertà.

Altro elemento messo chiaramente in evidenza da Pratolini è la debolezza umana che, soprattutto in un ambiente così povero, è molto evidente. L’alcol, il sesso, il gioco, sono tutti modi per tentare di dimenticare la propria vita che non offre molto di positivo e su cui sperare per un eventuale miglioramento.

L’autore penso abbia voluto contestare fortemente il fascismo e le campagne africane da esso volute. Nel corso del romanzo non sono emerse solo opinioni contro il regime e la guerra (per esempio Carlo si è sempre detto d’accordo), ma alla fine chi ha avuto ragione è stato Giorgio, ovvero il più attivo politicamente, come del resto suo padre, e colui che ha sempre sostenuto che il conflitto in corso non avrebbe portato alcun vantaggio agli strati più bassi della popolazione, ma solo arricchito chi di denaro ne aveva già a sufficienza. Non si era sbagliato dicendo questo, come affermando che Gino, uscendo dal quartiere, avrebbe fatto una fine terribile. Spesso cercava di fargli capire che la loro borgata in qualche modo li proteggeva e che fuori non avrebbe trovato niente di meglio, ma l’amico non gli aveva dato ascolto.

La caratteristica più avvincente del romanzo credo siano, più che la storia in sé, le dettagliate descrizioni del quartiere che cambia insieme alle stagioni e alla persone, della gente comune che cammina, che lavora, che vive insomma.

 

 

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Luigi Pirandello

 

Il fu Mattia Pascal

 

 

L’AUTORE

 

Luigi Pirandello nasce ad Agrigento (l'antica colonia greca di Akragas, che si chiamerà Girgenti fino al 1927) in una tenuta paterna detta "il Caos", da Stefano Pirandello, garibaldino durante la spedizione dei Mille, e da Caterina Ricci-Gramitto, sposata nel 1863, sorella di un suo compagno d'armi, di famiglia tradizionalmente antiborbonica. Frequentata la scuola nella città natale fino al secondo anno presso l'Istituto Tecnico; dal 1880 lo troviamo a Palermo dove frequenta gli studi liceali e dove la famiglia si era trasferita dopo un dissesto finanziario.
Conseguita la licenza liceale si iscrive contemporaneamente sia alla Facoltà di Legge che a quella di Lettere dell'Università di Palermo e nel 1887 si trasferisce alla Facoltà di Lettere dell'Università di Roma, dalla quale è costretto, dopo un diverbio con il preside della Facoltà e docente di Latino Onorato Occioni, ad allontanarsi. Si iscrive, allora, all'Università di Bonn dove si reca con una lettera di presentazione del Professore di filologia romanza Ernesto Monaci.
A Bonn, all'inizio del mese di gennaio 1890, conosce a una festa da ballo in maschera Jenny Schulz-Lander, alla quale dedica il suo secondo volume di poesie, dal titolo Pasqua di Gea; si innamora di questa ragazza, che rivestirà una parte importante nella sua vita anche sul piano spirituale, in quanto gli rimarrà per sempre dentro l'amarezza di un amore non realizzato, l'unico vero della sua giovinezza. Si laurea nel 1891 con una tesi su “Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti”. Nello stesso anno rientra in Italia e si stabilisce a Roma con un assegno mensile ottenuto dal padre.
Nel 1894 sposa Maria Antonietta Portolano, figlia di un socio del padre, e l'anno seguente nasce il primo figlio, Stefano.

Dopo le prime opere di poesia, scritte in Germania, a Roma comincia a collaborare a giornali e riviste con articoli e brevi studi critici e nel 1897 accetta l'insegnamento presso l'Istituto Superiore di Magistero femminile di Roma. Nel 1897 e nel 1899 gli nascono i figli Rosalia (Lietta) e Fausto. Il 1893 è un anno particolarmente difficile, perché un allagamento nella miniera di zolfo del padre, nella quale aveva investito la dote patrimoniale della moglie, provoca il dissesto finanziario suo e del padre insieme ai primi segni della malattia mentale della moglie, che si aggraverà sempre di più fino al ricovero in ospedale. Nel 1901 pubblica il romanzo “L'esclusa” (scritto nel 1893) e nel 1902 “Il turno”; nel 1904 ottiene il primo vero successo con “Il fu Mattia Pascal”. Nel 1908 diventa ordinario dell'Istituto superiore di Magistero, risolvendo in parte i suoi problemi economici, e pubblica due importanti saggi: “L'umorismo” e “Arte e Scienza”, che scateneranno un contrasto molto vivace con Benedetto Croce che si protrarrà per molti anni. Nel 1909 pubblica il romanzo “I vecchi e i giovani” e l'anno seguente rappresenta i suoi primi lavori teatrali: “La morsa” e “Lumie di Sicilia”. Nel frattempo continua a scrivere e pubblicare novelle che assumeranno il titolo generale di “Novelle per un anno”.

Il 1915 è uno degli anni più tristi della vita di Pirandello, sia per l'entrata in guerra dell'Italia e

per il figlio Stefano che parte volontario per il fronte, dove abbastanza presto verrà fatto prigioniero, sia per la morte della madre, verso la quale nutriva un sentimento non solo di amore filiale, ma anche di partecipazione ai suoi intimi segreti dolori, causati da un carattere troppo “vivace” del marito.
Col 1916 comincia la vera stagione teatrale pirandelliana con “Pensaci, Giacomino!”, “Liolà” e “La ragione degli altri”, alle quali seguiranno “Così è, se vi pare” (1917), “Il berretto a sonagli”, “Il piacere dell'onestà”, “La patente”, “Il giuoco delle parti”, “Ma non è una cosa seria”, “Tutto per bene”, “La Signora Morli uno e due”, fino ai “Sei personaggi in cerca d'autore”, del 1921, opera rappresentata da Dario Niccodemi, scatenando violenti contrasti nel pubblico alla prima, ma altrettanti consensi già dalla seconda messa in scena; le opere seguenti sono “Enrico IV” del 1922, “Vestire gli ignudi” (1922), “Ciascuno a suo modo” (1924), ecc.
Nel 1926 pubblica l'ultimo romanzo, “Uno nessuno centomila” e fonda a Roma, insieme al figlio Stefano, Orio Vergani e Massimo Bontempelli il “Teatro d'arte”, nel quale debutterà Marta Abba, giovanissima interprete che diverrà musa ispiratrice di alcune commedie, scritte appositamente per lei, con la quale Pirandello stabilirà un rapporto d'affetti che durerà per tutta la vita. Nel 1934 riceve a Stoccolma il premio Nobel per la Letteratura. Muore nel 1936, il 10 dicembre e le sue ceneri verranno tumulate in una roccia nella tenuta del Caos, nella quale era nato 68 anni prima, con funerali strettamente privati, come richiesto nelle sue ultime volontà.

 

TRAMA DELL’OPERA

 

-Capitolo I  -  Il romanzo si apre con la prima delle due premesse previste dall’autore per presentare senza preamboli il protagonista, Mattia Pascal. Questi parla in prima persona fornendo alcune notizie sulla sua vita; inizia quindi a narrare la sua incredibile vicenda di uomo morto due volte. Bibliotecario senza speranze, Mattia Pascal, lavora tra i libri polverosi che un certo Monsignor Boccamazza aveva lasciato in eredità nel 1803 al comune di Miragno, un paesino ligure nato dalla fantasia dell’autore. Affida queste sue memorie a un manoscritto che lascia alla biblioteca con l’obbligo di renderlo pubblico solo a cinquant’anni dalla sua “terza, ultima e definitiva morte”.

 

-Capitolo II  -  Nella biblioteca Boccamazza lavora anche don Eligio Pellegrinotto, che consiglia a Mattia di fare della sua storia un romanzo. E’ questo l’inizio della seconda premessa definita dall’autore “filosofica”, in quanto destinata a chiarire la visione che Mattia della vita e della letteratura in genere. Don Eligio suggerisce di prendere spunto da uno dei tanti volumi polverosi accumulati dal Boccamazza e di inserirsi nei filoni della letteratura tradizionale. Mattia pensa invece ad un nuovo genere di romanzo, consapevole del fatto che i tempi sono cambiati e che l’uomo ha definitivamente perso quella certezza che lo rendeva sicura creatura superiore. Se la prende, tra gli altri, con  Copernico, che reputa responsabile di aver demolito la tesi della centralità della Terra, ridimensionando così l’importanza del nostro pianeta e quindi dell’uomo. Il romanzo di Mattia sarà quindi del tutto originale nella struttura e nel linguaggio, essenziale ed immediato; il protagonista si farà quindi anche voce narrante e personaggio.

 

-Capitolo III  -  Dopo le due premesse, inizia il racconto della storia di Mattia. Ricorda la figura del padre, che, grazie ad una fortunata vincita al gioco e a traffici di diversa natura, era riuscito ad accumulare denaro sufficiente per acquistare case e terreni. Si accenna anche alla maldicenza dei compaesani che avevano sempre attribuito la fortuna dei Pascal  ad un comportamento poco lecito del capofamiglia. Alla morte del padre inizia il lento, ma inesorabile, declino economico della famiglia, dovuto principalmente all’incapacità della madre di assumere la direzione degli affari, all’incuranza dei figli Mattia e Roberto e, soprattutto, alla voracità dell’amministratore Malagna, la “talpa” che “scavava soppiatto la fossa sotto i piedi”. A nulla valgono i richiami di Scolastica, l’energica sorella del padre. Inizia così una serie di brevi ma incisivi ritratti ai quali l’autore dedica la seconda parte del capitolo. Dopo aver introdotto il Malagna, la zia, la madre, compaiono anche Gerolamo Pomino, suo amico d’infanzia, il padre omonimo di questi, il fratello Roberto Pascal ed il precettore Pinzone. Gerolamo Pomino padre era stato designato da zia Scolastica come l’ideale secondo marito della signora Pascal, sebbene, in gioventù, avesse aspirato alla mano di Scolastica stessa. Ella però aveva sempre avuto scarsa fiducia negli uomini, visti tutti come potenziali traditori. Al precettore Pinzone era stata affidata l’educazione e l’istruzione di Mattia e Roberto, i quali però non prendevano sul serio la sua figura e il suo ruolo. Egli era fatto dai ragazzi oggetto di scherno; Pinzone talvolta sopportava con una certa complicità, ma poi ritornava nelle proprie mansioni  raccontando tutto a tradimento alla signora Pascal. Pinzone appare come un personaggio dotato di una cultura particolare, tutta sua: in grado di comporre versi poetici attingendo dalla tradizione popolare maccaronica e da “tutti i poeti perdigiorni”. Mattia poi descrive se stesso: “pieno di salute” ma non è bello, è “rassegnato alle sue fattezze”. Ha un viso “placido e stizzoso, grossi occhiali rotondi imposti per raddrizzare un occhio”. Il fratello Berto invece, più fortunato, è consapevole del proprio aspetto migliore ed è piuttosto vanitoso.

Intanto continua l’opera di Malagna che porta la famiglia in rovina facendo contrarre ai Pascal continui debiti.

 

-Capitolo IV  -  Mattia non sa darsi ragione della voracità di Batta Malagna. Non ritrova le caratteristiche fisiche dell’avidità nel suo aspetto placido e un po’ cadente, nella lentezza dei movimenti, nella voce faticosa “molle e miagolante”. L’unica spiegazione plausibile può essere individuata nella figura della moglie Guendalina, donna di livello sociale più alto che, insoddisfatta, non perdeva occasione per sottolineare tale differenza. Ella soffriva di una malattia che la obbligava ad una rigida dieta alimentare. Malagna avrebbe desiderato un figlio ma la moglie non era stata in grado di darglielo. Guendalina però muore e Malagna si risposa con Oliva, figlia di Pietro Salvoni, il fattore di Due Riviere, proprietà della famiglia Pascal. Le speranze di Batta di avere presto un figlio vanno deluse: dopo più di tre anni Oliva viene accusata dal marito di essere sterile e per questo picchiata. Intanto Gerolamo Pomino, detto Mino, confida a Mattia di essersi innamorato di Romilda, figlia di una cugina di Malagna, verso la quale il Malagna stesso sembra nutrire un certo interesse. Ciò non era sfuggito alla madre di Romilda, Marianna Dondi, vedova Pescatore, che alla morte di Guendalina aveva sperato che vi potesse essere un matrimonio tra i due, vantaggioso economicamente. Mattia, fingendosi interessato ad una cambiale in scadenza, si reca a casa Pescatore promettendo di tornare presto. La madre non accoglie con grande piacere questa prospettiva, mentre Romilda appare simpatica e cordiale. Col passare del tempo Mattia, mosso dall’interesse di boicottare i progetti del Malagna e di aiutare Mino, frequenta casa Pescatore con disinvoltura sempre maggiore. Romilda invece di interessarsi al giovane Mino, si innamora di Mattia, il quale ben presto la ricambia e comincia a preparare se stesso e la madre all’idea di un imminente matrimonio. Romilda lo scongiura di portarla via dalla sua casa e da sua madre. Ma gli eventi precipitano. Romilda, senza preavviso, chiede a Mattia di scordare la loro relazione; nel frattempo quest’ultima viene a sapere che Malagna ha lasciato Oliva per Romilda in attesa di un figlio che suppone suo. Mattia spiega ad Oliva che questo figlio in realtà non è di Malagna, ma suo. Ella in un primo momento decide di affrontare il marito, ma presto cambia idea su pressione di Mattia che comprende di essere stato strumentalizzato per provare la fecondità di Malagna. Anche Oliva resta incinta, e anche questa volta il responsabile è Mattia. Malagna capisce che il figlio di Romilda non è suo ed esige da Mattia una riparazione per aver disonorato la nipote; dice di aver pensato in un primo tempo di accogliere il nascituro come figlio proprio, ma ora che la moglie ne aspetta uno che crede suo, si sente esonerato dal dovere. Mattia è costretto così a sposare Romilda, cedendo anche alle insistenze della madre di lei che spera in questo modo di riscattare la famiglia.

 

-Capitolo V  -  A casa Pascal la situazione è piuttosto difficile. La vita matrimoniale, iniziata già senza le migliori premesse, è resa ancora più complicata dalla presenza della madre di Romilda che non perde occasione per fare allusioni su Mattia e Oliva. Romilda inoltre è molto invidiosa della situazione in cui a casa Malagna si prepara la nascita dell’erede ed è sempre più provata fisicamente. Il clima si inasprisce ulteriormente quando la madre di Mattia è costretta a trasferirsi dal figlio. Le finanze di casa Pascal non sono certo floride e su di esse incombe la bieca figura del Malagna che ancora una volta trae un proprio vantaggio: messosi d’accordo con gli strozzini, acquista di nascosto le case e il podere. Mattia cerca di far fronte ai bisogni più urgenti cercando un lavoro, ma invano, poiché, come lui stesso dice, è “inetto a tutto”. Teme inoltre che la suocera e la moglie possano mancare di rispetto nei confronti della madre e così chiede al fratello Roberto, che vive ad Oneglia, di ospitarla. Ciò di fatto non risulta possibile per le ristrettezze economiche in cui si trova a vivere. Durante la visita alla signora Pascal di due anziane domestiche, una di queste, Margherita, si offre di ospitare la sua vecchia padrona di casa. La signora Pascal non ritiene opportuno accettare e la sua decisione fa scoppiare una violenta lite con la vedova Pescatore. Due giorni dopo zia Scolastica si reca da Mattia per portare con sé la signora Pascal e si scatena una nuova lite. Mattia esce di casa e incontra il vecchio amico Pomino, che lo invita a proporsi in qualità di bibliotecario presso la biblioteca Boccamazza e viene assunto. Romilda partorisce in seguito due gemelle, una delle quali muore subito. L’altra sopravvive un anno e muore contemporaneamente alla madre di Mattia. Egli riceve dal fratello una somma di denaro per provvedere al funerale, al quale però aveva già provveduto zia Scolastica.

 

-Capitolo VI  -  Dopo una delle innumerevoli liti familiari, Mattia decide di lasciare tutto e di cercare fortuna altrove coi soldi che il fratello gli aveva mandato per il funerale della madre. L’intenzione è di recarsi a Marsiglia e di qui partire per l’America, ma a Nizza si imbatte in un negozio di roulette, nel quale sorge il sogno di tentare la fortuna al Casinò di Montecarlo. Qui incontra dapprima un robusto signore di Lugano “innamorato del numero 12”, ma decide di puntare una somma sul 25. La fortuna gli arride, anche se un tedesco intervenuto allo stesso tavolo cerca di sottrargli la vincita. Cambiando roulotte nota un giovane pallido che perde sempre. Mattia continua a tentare la sorte e vince ogni volta. A un certo punto viene avvicinato da una donna che gli offre una rosa e gli propone di giocare a suo fianco; il protagonista scopre che è stata inviata da un signore spagnolo con l’intento di conoscere il segreto della sua fortuna. Mattia intanto continua a vincere, raggiungendo una considerevole somma e, pago, decide di ritirarsi e partire per Nizza. Lo accompagna lo spagnolo che lo invita a cena, sempre allo scopo di interrogare Mattia sul segreto della vincita, ma egli non può soddisfare la curiosità di questo giocatore. Mattia si congeda frettolosamente ed esce dal ristorante in cerca di un albergo. In camera conta i soldi vinti: undicimila lire, una fortuna. A questo punto si chiede cosa fare del proprio futuro: tornare a casa con la vincita e risollevare la famiglia, partire per l’America, ritornare al tavolo da gioco? Opta per quest’ultima soluzione e per nove giorni continua a vincere. Poi, d’improvviso, la fortuna gli volta le spalle, ma non smette di giocare fin quando scorge sul viale del giardino della casa da gioco il corpo del giovane incontrato ai tavoli il primo giorno, morto suicida.

 

-Capitolo VII  -  Mattia è ora sul treno, diretto verso Miragno. Il pensiero corre ad immaginare il momento del ritorno, dopo tredici giorni di assenza e le conseguenti reazioni della moglie e della suocera. Alla prima stazione italiana acquista il giornale che riporta, tra le altre notizie, il suicidio di un uomo di Miragno, annegato nelle acque di un mulino e riconosciuto dalla moglie come il bibliotecario Mattia Pascal. Lo stupore di leggersi morto è grande; Mattia sente l’esigenza di verificare la notizia e compra una copia del “Foglietto” di Miragno, il giornale locale. In terza pagina trova il necrologio scritto dal “Lodoletta”, Miro Colzi, il direttore del giornale. Pensa immediatamente al fatto che qualcun altro fosse morto al suo posto, ma sgombra presto la mente dai sensi di colpa: quell’uomo si sarebbe ucciso comunque e i suoi parenti in questo modo potranno anzi continuare a sperarlo vivo.

 

-Capitolo VIII  -  Mattia sente l’esigenza di definire la sua nuova posizione. Gli viene offerta la grande opportunità di poter vivere finalmente in pieno rispetto dei propri sentimenti e bisogni, abbandonando l’identità di Mattia Pascal. Pensa a curare innanzitutto il proprio aspetto: si reca da un barbiere per accorciare la barba. Deve però pensare anche ad un nuovo nome e lo spunto gli viene fornito da due compagni di viaggio sul treno per Torino, che discutono animatamente di iconografia. Decide per “Adriano Meis”. Si libera in seguito della fede nuziale, ultimo legame con la vita precedente, e pensa di inventarsi un nuovo passato: figlio unico di Paolo Meis, nasce in America e, trasferitosi in Italia a pochi mesi dalla nascita, viene seguito e cresciuto dal nonno. La figura di quest’ultimo, un po’ bizzoso, amante dell’arte e precettore del nipote, assume quasi una consistenza reale nella mente di Adriano-Mattia. La trasformazione esteriore è nel frattempo terminata: non ha più barba, porta i capelli lunghi e un paio di occhiali azzurri. Cerca di mutare anche la grafia, riempiendo interi fogli con la propria nuova firma. Viaggia continuamente: dopo aver visitato l’Italia, varca i confini e segue il percorso del Reno. Comincia però ad avvertire la solitudine e a Milano, di ritorno dalla Germania, è tentato di comprarsi un cane, ma gli obblighi che tale impegno avrebbe comportato lo dissuadono. Quella grande libertà sconfinata, ma anche tiranna, non gli consentiva neppure di avere un cane.

 

-Capitolo IX  -  Dopo aver trascorso il primo inverno nella “spensierata giovinezza” che la nuova libertà gli aveva procurato, Mattia-Adriano si appresta a viverne un secondo. Stanco ormai dei viaggi senza fissa dimora, comincia ora a desiderare di fermarsi stabilmente in un luogo Le difficoltà che si prospettano però non sono poche: tasse, registri, situazioni problematiche per un uomo anagraficamente morto. Non ricorda certo con rimpianto l'atmosfera di casa sua, ma comincia ad avvertire il desiderio di allacciare qualche nuova amicizia. Incontra, nella trattoria che abitualmente frequenta, un uomo sui quarant’anni dal fisico piuttosto infelice, il cavalier Tito Lenzi, solo e con la stessa voglia di far conoscenza. Dopo iniziali discorsi piuttosto noiosi  che permettono di saggiare il latino di Tito Lenzi, il rapporto diventa confidenziale tanto da invogliare quest’ultimo a raccontare incredibili avventure amorose. Ben presto Mattia-Adriano si accorge che le avventure  del cavaliere sono tutte fandonie, ma pensa anche che questo suo mentire sia un modo per passare il tempo. Diversa è invece la sua vita costretta a essere vissuta nella menzogna: Mattia intuisce che la sua “sconfinata” libertà può solo procurargli dei limiti, può solo farlo vivere da “spettatore”. Così gira senza meta la città, infastidito anche dal traffico, dalle automobili, dalle macchine che regolano ormai la vita dell’uomo. Rientrando in albergo si avvicina alla gabbia del canarino col quale si intrattiene riflettendo sul destino umano e sulla natura indifferente alla sua sorte. Mattia si rende conto che deve prendere una decisione che gli permetta di uscire dalla situazione in cui si trova.

 

-Capitolo X  -  Trascorsi alcuni giorni, Adriano Meis si reca a Roma per cercare un alloggio, certo di trovare un clima di indifferenza nel quale vivere la propria condizione. Dopo una ricerca piuttosto faticosa riesce a stabilirsi in via Ripetta. Alla porta della pensione trova il proprietario, Anselmo Paleari, in mutande e ciabatte intento a farsi la barba. Egli chiama subito la figlia Adriana, una signorina piccola, bionda e pallida che lo accompagna alla camera. Accomodatosi si informa sugli altri eventuali ospiti. Oltre a Terenzio Papiano, marito della defunta sorella di Adriana al momento fuori Roma per lavoro, alloggia nella pensione la signorina Silvia Caporale, un’insegnante di pianoforte di circa quarant’anni. Anselmo Paleari, appassionato lettore di testi inerenti alla dottrina teosofica, aveva scoperto in lei inequivocabili capacità medianiche, di cui ella però non si dava cura, dedita com’era all’alcool, l’unico rimedio in grado di lenire la dolorosa insoddisfazione di se stessa. Silvia Caporale non paga vitto e alloggio, poiché due anni prima aveva affidato i propri risparmi a Terenzio Papiano per investirli in un affare che avrebbe dovuto essere lucroso, ma nel quale aveva perso tutto. Ora trascorre le sue serate tra l’alcool e le lacrime, consolata dalla figura dolce e premurosa di Adriana. Quest'ultima si rivela essere molto religiosa; Adriano Meis trova persino un’acquasantiera da lei deposta sul comodino, che sembra un portacenere e che lo induce a pensieri funerei e a meditare una sua possibile e reale seconda morte. Dopo il “suicidio” di Mattia Pascal, Adriano aveva davanti a sé la vita, ma ora, contagiato dalle discussioni del proprietario della pensione sulla natura del corpo e dell’anima, realizza che lo attende una fine definitiva.

 

-Capitolo XI  -  Adriano Meis si chiude spesso in meditazioni che lo portano a identificare sempre più precisamente i limiti della propria libertà. Alla sera, affacciato al balcone, vede Adriana che annaffia i fiori, incurante di lui e realizza di essere un estraneo in quella famiglia, poiché è ospite pagante e segno del triste stato economico dei Paleari. Talvolta, di sera, esce per passeggiare; una volta incontra un ubriaco che lo invita a ricercare l’allegria, ma Adriano sa di non poterla trovare in nessun luogo. La sera stessa interviene per difendere una donna aggredita e successivamente è costretto a liberarsi di due “zelanti questurini” che lo vorrebbero condurre in ufficio per fargli sporgere denuncia, operazione che non è certo possibile ad un uomo “morto”. Adriano trascorre sovente le serate parlando con Adriana Paleari e Silvia Caporale. Le due donne spesso gli rivolgono domande per cercare di conoscere il suo passato. Notano perfino la sua abitudine di toccarsi l’anulare come per far girare un anello (la fede) che lui non porta più. Con il passare del tempo la Caporale si innamora di Adriano, il quale però è interessato ad Adriana e lusingato quando comprende che quest’ultima potrebbe amarlo, nonostante il suo aspetto fisico. Nasce in lui la sensazione illusoria di poter vivere una relazione amorosa gratificante e decide di sottoporsi a un intervento chirurgico per correggere lo strabismo.

Qualche giorno assiste a una scena che lo turba. Sul terrazzino vicino, Adriano scorge casualmente Silvia Caporale parlare animatamente con uomo mai visto prima (che scoprirà essere Terenzio Papiano); il tono della conversazione è concitato, ma Adriano non riesce a distinguere bene il discorso, anche se comprende di essere lui stesso argomento di discussione. Ad un certo punto, quando la conversazione si fa più fitta e concitata, Adriano sente chiaramente pronunciare dallo sconosciuto il nome di Adriana, che la Caporale è costretta a svegliare affinchè venga, sia pure contro voglia, al cospetto del Papiano. Il tono fra i due parenti si fa più sostenuto e Adriano Meis capisce che è il caso di intervenire: spalanca le persiane della propria camera per farsi scorgere da Adriana, che lo invita così a raggiungere lei e il cognato sul terrazzo. Adriana fa le presentazioni: si tratta proprio di Terenzio Papiano, il marito della sorella defunta, appena tornato da Napoli, dove si era recato per questioni di lavoro. Intrattenutosi cordialmente col Papiano, Adriano si ritira nella propria stanza, dove si interroga a proposito del suo comportamento che ritiene sospetto.

 

-Capitolo XII  -  Terenzio Papiano è un uomo di circa quarant’anni, robusto e deciso. Ha intuito che il Meis nasconde qualcosa e lo tormenta con domande per farlo cadere in contraddizione. Adriano vorrebbe andarsene, ma è trattenuto, anche se non vuole ammetterlo, dal sentimento che lo lega ad Adriana. Una sera, volendo raggiungere Silvia Caporale pensierosa e piangente sul terrazzo, il Meis vede Scipione, il fratello epilettico di Terenzio giunto con lui da Napoli, appollaiato sopra un baule fuori dalla sua camera, quasi voglia controllarlo. La Caporale, in lacrime, gli spiega che Papiano vorrebbe sposare la signorina Adriana per impossessarsi della sua dote e cerca di avvalersi dell’aiuto di Silvia stessa per riuscire nell’impresa. Giunge poi alla pensione Francesco Meis, un uomo che sostiene di essere cugino di Adriano: quest’ultimo si rende conto che il “cugino” è in buona fede; egli aveva incontrato il Papiano all’ufficio postale ed era stato invitato alla pensione di via Ripetta dove era ospite un altro Meis. Adriano si tranquillizza dopo aver conosciuto il “cugino” Francesco, perché capisce che questi è solo un pover uomo convinto che tutti i Meis debbano essere per forza parenti, ma si rafforza in lui la convinzione che il Papiano voglia conoscere il suo passato. Le sorprese per Adriano Meis non sono ancora finite: dalla propria stanza ode qualcuno parlare e riconosce la voce dello spagnolo incontrato al Casinò di Montecarlo. Si sente perduto e teme che il Papiano abbia intuito la sua vera identità. In realtà quest’ultimo conosce da tempo lo spagnolo, che era stato un diplomatico presso l’ambasciata di Spagna in Vaticano e aveva sposato la figlia del Marchese Giglio d’Auletta. Aveva poi dovuto abbandonare Roma e la carriera diplomatica a causa della passione per il gioco d’azzardo e ora si trovava a Roma per tentare di scucire denaro al Marchese. Adriano teme che si possa creare l’occasione di un incontro con lo spagnolo don Antonio Pantogada e decide di contattare il dottor Ambrosini per farsi operare subito all’occhio, eliminando così lo strabismo, il difetto che caratterizzava la figura di Mattia Pascal.

 

-Capitolo XIII  -  L’operazione riesce bene, ma obbliga Adriano a una convalescenza di quaranta giorni, durante i quali deve stare al buio. Anselmo Paleari si reca spesso a fargli visita e a esporgli la sua concezione filosofica. Queste teorie annoiano sempre di più Adriano Meis. Adriana invece si reca raramente a trovarlo e mai da sola; però compare spesso il Papiano, che gli parla sempre della giovane Pepita, figlia dello spagnolo, sperando così che Meis si innamori di lei e si allontani da via Ripetta e dalle sue tresche matrimoniali. Una volta tornato alla pensione, viene organizzata l’ennesima seduta spiritica, alla quale sono invitate anche Adriana e Pepita, accompagnata dalla governante e dal pittore spagnolo Manuel Bernaldez; i partecipanti prendono posto e Anselmo Paleari approfitta per spiegare il linguaggio “tiptologico” con cui si evocano gli spiriti.

 

-Capitolo XIV  -  Ha inizio la seduta spiritica che deve portare la Caporale a mettersi in contatto con il defunto Max Oliz, suo compagno di Accademia. Ella riferisce che lo spirito vuole che i partecipanti cambino posto: Adriana è ora vicina al Meis, Pepita siede accanto al pittore Bernaldez. A luce spenta inizia la seduta, ma si sente subito un urlo: la Caporale ha ricevuto un pugno sulla bocca (probabilmente sferrato dal Papiano per punirla del cambiamento di posti). Adriano propone ad Anselmo di mettersi in contatto con Max e di chiedere allo spirito il motivo del violento attacco. Seguono diverse manifestazioni dello spirito che avvertono di volta in volta i vari intervenuti: colpi al tavolino, strofinii alla sedia, carezze al viso della governante di Pepita, un bacio a Pepita stessa. Approfittando dell’oscurità, anche Adriano riesce a dare il primo bacio ad Adriana. Responsabile di questi inconsueti fenomeni risulta essere Scipione, in realtà meno tonto di quanto lui stesso e il fratello Terenzio volessero far credere. Segue, improvviso, un momento di panico: il tavolino si alza da terra per poi ricadere pesantemente. Adriano, che si era spiegato fino ad allora i fenomeni come frutto di un accordo tra la Caporale e il Papiano, è ora allibito vedendo anche i visi sgomenti dei due. Si affollano allora nella sua mente le letture dei libri di Anselmo e gli si insinua il dubbio che sia lo spirito del suicida di Miragno a palesare la propria presenza.

 

-Capitolo XV  -  Allo scadere dei quaranta giorni di convalescenza, Adriano Meis ripensa agli avvenimenti accaduti, valutandoli sotto una luce diversa. Ripensa al bacio dato ad Adriana e alle possibili conseguenze di questo gesto; sa di aver osato troppo e di aver trasgredito al proposito di non stringere relazioni strette col prossimo. Anche questa è un’ulteriore conferma della sua libertà molto limitata. I suoi pensieri vengono interrotti da Adriana, che bussa alla porta per consegnargli la nota del dottor Ambrosini. A questo punto Meis è quasi tentato di svelare la sua vera identità alla ragazza, ma si trattiene dal farlo perché Mattia Pascal è ancora sposato e sa che questo causerebbe un dolore ad Adriana. Romilda, la moglie di Mattia Pascal, è invece libera. Adriano si appresta a pagare il conto del medico, ma si accorge che i suoi soldi sono spariti. Entrambi sospettano di Terenzio, per mano del fratello Scipione, che avrebbe agito con la complicità del buio della seduta spiritica. Adriana cerca di convincere Meis a denunciare il furto per liberarsi finalmente di Terenzio, ma egli sa che non può agire in questo modo. Promette alla giovane di sporgere denuncia dopo aver interpellato un avvocato. Adriano interpreta il furto in modo personale: aveva sottratto Adriana al Papiano, il quale, non potendo usufruire della dote di lei, si era appropriato della stessa somma di denaro, prendendola al Meis stesso. Solo sposando Adriana potrebbe recuperare i suoi soldi, ma non è legalmente possibile. Si precipita allora di corsa fuori dalla pensione, corre per la via Flaminia e arriva al Ponte Molle; si arresta d’un tratto e osserva la propria ombra: ma chi dei due è l’ombra? “Il simbolo, lo spettro della mia vita era quell’ombra”, cerca invano di farla schiacciare da un carro, ma essa lo segue ovunque. “Ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla Stia: la sua ombra per le vie di Roma”. In preda allo sconforto prende un tram per tornare in via Ripetta.

 

-Capitolo XVI  -  Al suo rientro Adriano trova la pensione in subbuglio, poiché si era già diffusa la notizia del furto. Egli però, con sorpresa di tutti, afferma di aver ritrovato il denaro e scagiona così Scipione, che era stato nel frattempo perquisito da Terenzio. Quest’ultimo poi annuncia la sua prossima partenza per Napoli, dove intende far ricoverare il fratello in una casa di cura. Meis è preoccupato dalla reazione di Adriana che, dopo la smentita del furto, era scoppiata a piangere e aveva lasciato la stanza: teme infatti che la ritrattazione possa essere stata interpretata da Adriana come un gesto di grande generosità col fine di evitare di coinvolgere la pensione in un processo. E’ di nuovo sul punto di confessare tutta la sua storia, quando la Caporale si presenta per chiedere spiegazioni al posto di Adriana che non crede al ritrovamento del denaro e teme svanisca l’opportunità di allontanare il Papiano. Meis pensa allora di cercare di risultare sgradevole agli occhi di Adriana, mostrandosi disponibile con Terenzio; finge inoltre interesse nei confronti di Pepita approfittando di un invito ricevuto dal Marchese d’Auletta. Giunto con Adriana e Terenzio al palazzo del Marchese, vengono accolti dalla nipote e dalla governante Candida. Sopraggiunge in seguito lo stesso Marchese, ormai anziano e curvo, che intrattiene gli ospiti raccontando alcuni episodi della sua vita. Adriano avvicina Pepita, che si mostra nervosa e impaziente per il ritardo del pittore Bernaldez; quando questi giunge, la ragazza gli volta le spalle e si rivolge ad Adriano con grande civetteria, cosa che infastidisce il pittore, che, perse le staffe, aggredisce Adriano stesso. Il marchese vorrebbe che venisse data una lezione a Bernaldez, poiché non ha rispettato la sua ospitalità; invita Adriano a trovare due testimoni per rivolgersi a un ufficiale del Regio Esercito. Egli sa di correre un grosso pericolo, ma, poiché non era riuscito a convincere il Papiano e il Paleari a testimonoiare, decide di proseguire da solo. Trova due ufficiali disposti a fare da testimoni, ma è costretto a rinunciare a battersi quando si rende conto di essere oggetto di scherno. Fugge da quel luogo, ma non sa dove andare. Si ritrova sul lungo Tevere a maledire coloro (Romilda e la suocera) che lo avevano gettato in questa assurda situazione; per uscirne non gli appare altra soluzione che un nuovo suicidio che avrebbe eliminato Adriano Meis, consentendo a Mattia Pascal di tornare. Basta lasciare sul parapetto di un ponte un cappello con un nome per far pensare ad un suicidio. Così egli fa, collocando il suo berretto con il nome e il bastone in un luogo poco illuminato sul ponte.

 

-Capitolo XVII  -  Mattia Pascal parte con il treno alla volta di Pisa, dove decide di sostare qualche giorno per non creare alcun legame tra la “morte” di Adriano Meis e la “resurrezione” di Mattia Pascal. Programma di recarsi in seguito ad Oneglia dal fratello Roberto. Sceso dal treno acquista un cappello come quelli che usava a portare a Miragno e si fa tagliare i capelli. Compera anche una valigia e affitta una camera all’Hotel Nettuno. La mattina seguente legge sui giornali la scarna notizia del suicidio di Adriano Meis e decide quindi di partire per Oneglia. Giunto alla villa, dove Roberto si era recato per la vendemmia, gli sembra di essere tornato da un altro mondo. Lo accoglie dapprima un servitore e poi incontra il fratello. Costui, pallidissimo, lo riconosce e lo abbraccia calorosamente. Gli racconta che Romilda si è sposata con Pomino, il suo amico d’infanzia. Mattia sogghigna alla notizia, anche perché ritiene così di essersi liberato della moglie. Roberto, confortato dal parere di un amico dottore in legge, lo disillude: dovrà riprendersi Romilda. Lo invita però a fermarsi a Oneglia per la notte; sarebbero andati insieme a Miragno l’indomani. Mattia invece decide di partire subito e da solo.

 

-Capitolo XVIII  -  Mattia sta per arrivare a Miragno. Sceso dal treno decide di raggiungere il luogo ove la moglie Romilda vive con il nuovo marito e la loro figlioletta. Si dirige verso la casa di Pomino e suona il campanello. Risponde la vecchia vedova Pescatore che, incredula e atterrita, non apre e chiama Gerolamo. Mattia è ora davanti a loro e a Romilda, che sopraggiunge con la bambina. La donna sviene e nel trambusto che ne segue Mattia si trova in braccio la piccina. Quando Romilda si riprende inizia un battibecco che ha come argomento il nuovo matrimonio: è ora da considerarsi nullo? Mattia decide alla fine di rinunciare ai propri diritti di marito, pur continuando a vivere a Miragno. Pomino è però preoccupato per questa decisione, perché teme che egli possa riprendersi Romilda. La notte trascorre comunque in un clima di relativa calma; Mattia vuole sapere le circostanze del matrimonio e chiede notizie di zia Scolastica. A questo punto lascia la casa di Pomino e si reca nelle strade del paese, dove nessuno però lo riconosce. Giunge allora alla Biblioteca Boccamazza, dove trova don Eligio Pellegrinotto, che, superato un primo momento di incertezza, lo abbraccia con calore. Con lui riprende a frequentare i luoghi del paese, la farmacia, il caffè, destando la curiosità di tutti. Rivede, all’uscita della messa, anche Oliva con il suo bel bambino per mano, figlio di Mattia stesso. Si stabilisce infine a casa di zia scolastica e riprende il suo lavoro di bibliotecario. Di tanto in tanto si reca a portare dei fiori sulla tomba che gli ricorda chi è: il fu Mattia Pascal.

 

I TEMI DELL’OPERA

 

1. Il FATTO dal Verismo al Decadentismo

 

Al centro, sia della concezione realistico-verista che di quella del Decadentismo, e quindi dell'umorismo pirandelliano, troviamo il fatto, ciò che è accaduto secondo la volontà o indipendentemente dalla volontà dei protagonisti.

All'interno del verismo il fatto viene rappresentato come l'accadimento in atto, anello di una catena interminabile di cause-effetti, nella quale ogni fatto è conseguenza di quello precedente e causa di quello seguente. Non se ne indagano le cause e non se ne cercano le conseguenze perché cause e conseguenze sono naturali e indipendenti dalla volontà` dell'individuo, che deve subirle senza ribellarsi, se non vuole cadere in una condizione sociale peggiore della precedente.

In Verga sono i fatti e la condizione sociale che determinano le caratteristiche del personaggio, imponendogli un certo modo di agire, spesso disumano e lontano da un qualche fondamento di ragionevolezza: sul piano del fatto ricchi e poveri sono sottomessi allo stesso destino, in quanto già alla nascita la loro condizione è segnata da limiti precisi ed invalicabili, contro i quali è inutile ribellarsi, limiti che ne determinano lo stato di vinti.

Pirandello prende coscienza, fin dai primi anni della sua produzione letteraria, che il fatto non poteva essere rigidamente costituito, ma doveva essere indagato e analizzato nelle sue cause e proposto soprattutto nelle sue conseguenze, perché sono queste che pesano come un macigno sull'esistenza degli uomini e quindi dei personaggi.

Nei primi anni della produzione pirandelliana, è il fatto in sé ad avere peso, come nel verismo, non le sue conseguenze, che vengono vissute direttamente e mai subite passivamente, come accade ai personaggi di Verga.

Pirandello prende poi coscienza fin dai primi anni della sua produzione letteraria che il fatto non poteva essere rigidamente costituito, ma doveva essere analizzato nelle sue cause e proposto soprattutto nelle sue conseguenze.

 

2. Concetto di Umorismo

 

Per analizzare l'opera pirandelliana è innanzitutto importante capire il concetto di umorismo, perché questo diventa lo strumento con cui rappresentare, nella narrativa o sulla scena teatrale vicende e personaggi.

L'umorismo è un processo di rappresentazione della realtà, delle vicende e dei personaggi; durante la concezione e l'esecuzione dell'opera la riflessione non è un elemento secondario, ma assume un ruolo di notevole importanza, perché è solo attraverso di essa che possiamo capire la vicenda che si svolge sotto i nostri occhi. La riflessione è "come un demonietto che smonta il congegno delle immagini, del fantoccio messo su dal sentimento; lo smonta per vedere come è fatto; scarica la molla, e tutto il congegno ne stride convulso", come stridono i personaggi sotto l'occhio acuto dello scrittore; ed è sempre attraverso la riflessione che i vari elementi della struttura dell'opera vengono coordinati, accostati e composti, sfuggendo al caos delle sensazioni e dei sentimenti.

La riflessione, secondo Pirandello, non si nasconde mai, né potrebbe essere mascherata o eliminata del tutto dalla volontà o dalla coscienza di un personaggio, come potrebbe succedere con un sentimento; non è come lo specchio, davanti al quale l'uomo si rimira, ma si pone davanti a ciascuno come un giudice, analizzando vicende e personaggi, con obiettività e imparzialità, scomponendo l'immagine di tutte le cose, le vicende e i personaggi stesi nelle loro componenti: da questa scomposizione nasce quello che Pirandello chiama avvertimento del contrario.

Il compito dello scrittore umorista è quello di smascherare tutte le vanità che possono albergare nell'animo umano, la velleità d'aver scoperto i fondamenti della vita e il dramma del rendersi conto che quei fondamenti restano sconosciuti; anzi, ognuno se ne crea seguendo non la via della riflessione, ma quella del sentimento che viene provato da ciascuno a suo modo, lontano da qualsiasi realtà e da qualsiasi coscienza del vivere.

Con l'umorismo nasce una nuova visione della vita, senza che si crei un particolare contrasto tra l'ideale e la realtà, proprio per la particolare attività della riflessione, che "genera il sentimento del contrario, il non saper più da qual parte tenere, la perplessità, lo stato irresoluto della coscienza".

Il sentimento del contrario distingue lo scrittore umorista dal comico, dall'ironico, dal satirico, perché assume un atteggiamento diverso di fronte alla realtà:

 - nel comico manca la riflessione, per cui il riso, provocato dall'avvertimento del contrario, è genuino, ma sarebbe amaro in presenza della riflessione, perché questa toglierebbe il divertimento e porterebbe alla coscienza del dramma della condizione umana;

 - nell'ironico la contraddizione tra momento comico e momento drammatico è soltanto verbale: se fosse effettiva non ci sarebbe più ironia e la 'battuta' perderebbe la sua naturalezza, che è quella di dire l'opposto di quel che si pensa e che si vuol far capire, ma facendo intuire comunque la verità;

 - nel satirico con la riflessione "cesserebbe lo sdegno o, comunque, l'avversione della realtà che è ragione di ogni satira"; la satira, infatti, mette in evidenza i difetti degli uomini, cogliendone gli aspetti più negativi e turpi, con l'intento di riportare gli uomini sulla retta via.

Con l'umorismo, e quindi con la riflessione, si entra più profondamente nella realtà.

Per Pirandello le cause, nella vita, non sono mai così logiche come lo possono essere nell'opera narrativa o teatrale, in cui tutto è, in fondo, congegnato, combinato, ordinato ai fini che lo scrittore si è proposto, anche se sembra in alcuni casi che il procedimento sia libero e casuale. Perciò nell'umorismo non possiamo parlare di coerenza, perché in ogni personaggio ci sono tante anime in lotta fra loro, che cercano di afferrare la realtà: l'anima istintiva, l'anima morale, l'anima affettiva, l'anima sociale, e i nostri atti prendono una forma, i personaggi assumono una maschera, la nostra coscienza si atteggia a seconda che domini questa o quella, a seconda del momento; per questo ciascuno di noi ritiene valida una determinata interpretazione della realtà o dei nostri atti e mai può essere totalmente d'accordo con l'interpretazione degli altri, in quanto la realtà e il nostro essere interiore non si manifestano mai del tutto interi, ma ora in un modo ora in un altro, come volgono i casi della vita. Pirandello guarda dentro la vicenda e i personaggi, ed agisce come il bambino che rompe il giocattolo per vedere come è fatto dentro. Nell'umorismo, quindi, distingue un aspetto comico che deriva dall'avvertimento del contrario e un aspetto umoristico o drammatico che deriva dal sentimento del contrario; il primo è esterno all'uomo e facilmente visibile, per cui ciascuno è capace di coglierlo; il secondo è invece interno all'uomo, ma non può essere colto se non attraverso la riflessione.

 

3. Normalità-Anormalità

 

Da quanto abbiamo detto a proposito dell'umorismo, appare chiaro che, attraverso la riflessione, giungiamo a cogliere l'aspetto normale o anormale della vita e degli atteggiamenti dei personaggi.

Generalmente, intendiamo per normalità, secondo la massa, tutto ciò che viene fatto e pensato in basi a leggi, norme e consuetudini che l'uomo ha creato per regolare la propria vita e soprattutto per perpetuare un determinato stato di cose, una determinata condizione sociale, economica, spirituale, materiale, ecc. È, quindi, anormale, sempre secondo la massa, tutto ciò che non segue le regole prescritte.

Secondo Pirandello, è normale non ciò che risponde alle norme, ma ciò che da ciascuno viene fatto seguendo i propri intimi bisogni, e sono questi bisogni che portano l'uomo sulla via del progresso. Il personaggio tende a ribellarsi quando si rende conto che l'osservanza delle norme gli impedisce di vivere una vita decorosa e di migliorare la propria condizione. L'anormalità per Pirandello, è il seguire ciecamente le norme anche quando queste impediscono all'uomo di vivere, permettendogli solo di esistere.

In generale il personaggio conduce una vita anormale quando risulta totalmente asservito alle regole, senza che nemmeno per un istante l'anima possa soddisfare almeno il suo bisogno fondamentale: quello di vivere senza essere sottomesso passivamente alle regole fino a perdere ogni dignità, fino a diventare un "vecchio somaro" che gira la stanga della nòria d'un vecchio mulino con tanto di paraocchi, senza sentire che un po' più in là c'è la vita. La reazione, scatenata da un accidente qualsiasi, come il fischio del treno, lo strappo di un filo d'erba, una frase ingenuamente pronunciata, l'inciampare contro un sassolino per strada, serve a portare l'individuo in una dimensione più umana, perché libera da condizionamenti esterni.

 

4. Realtà - Non realtà

 

Anche in questo caso abbiamo due distinte dimensioni, perché ciascuno vede la realtà secondo le proprie idee e i propri sentimenti, in un modo diverso da quello degli altri: a fronte della realtà esterna che si presenta una e immutabile, abbiamo le centomila realtà interne di ciascun personaggio, per cui la vera realtà è nessuna. I due aspetti sono:

1) la dimensione della realtà oggettuale, che è esterna agli individui e che apparentemente è uguale e valida per tutti, perché presenta per ognuno le stesse caratteristiche fisiche ed è la non-realtà inafferrabile e non riconoscibile: ciò che resta nell'anima dell'individuo è la sua disintegrazione in tante piccole parti quante sono le possibilità concrete dell'individuo di vederla;

2) la dimensione della realtà soggettuale, che è la particolare visione che ne ha il personaggio, dipendente dalle condizioni sia individuali che sociali, ed abbiamo tante dimensioni quanti sono gli individui e quanti sono i momenti della vita dell'individuo.

Della realtà oggettuale esterna, così fissa ed immutabile, noi non cogliamo che quegli aspetti che sono maggiormente confacenti a una delle nostre anime (vedi il concetto di umorismo), al particolare momento che stiamo vivendo, in base al quale riceviamo dalla realtà certe impressioni, certe sensazioni che sono assolutamente individuali e non possono essere provate da tutti gli altri individui.

Per i personaggi pirandelliani non esiste, quindi, una realtà oggettuale, ma una realtà soggettuale, che, a contatto con la realtà degli altri, si disintegra e si disumanizza.

 

5. Il concetto di realtà dal Verismo al Decadentismo

 

Il dramma rappresentato da Pirandello rimane sempre quello della realtà: erede di Capuana e Verga, egli parte dalle ragioni profonde del verismo e del naturalismo, nelle quali gli scrittori credevano di aver trovato una dimensione oggettuale assoluta del personaggio valida per tutti e indiscutibile.

Anche i personaggi pirandelliani sono tratti dalla quotidianità esistenziale e in una forma o nell'altra si realizzano come esseri viventi, o esistenti, ma essi non sono soltanto persone: sono personaggi che esprimono una profonda conflittualità morale e spirituale, oltre che sociale, nella quale scompaiono tutte le certezze che hanno caratterizzato i veristi e nella quale si dibattono lottando per cercare una soluzione a loro modo definitiva. Nel conflitto tra l'essere secondo i propri bisogni e l'esistere secondo la forma che viene data al personaggio dagli altri, il fenomeno della realtà oggettuale e concreta resta una chimera irraggiungibile e sfugge ad ogni presa: questo conflitto e la impossibilità di raggiungere la realtà è il fondamento del dramma dei personaggi nell'opera pirandelliana e dell'uomo del Novecento.

Per Pirandello la condizione umana è tutta contratta in un'atroce alternativa:

- o si è trascinati dagli avvenimenti dell'esistenza, inafferrabile, precipitosa, sorprendente e mutevole, che con moto perpetuo mira a disfare le forme dell'essere e a cancellare dai volti perfino l'impressione lasciata talvolta dal dolore,

- o si rimane bloccati nel circolo chiuso della propria coscienza, che vincola ciascuno ad un istante del tempo infinito, ad una passione, ad un evento fra i tanti possibili, confinandolo in una solitudine dalla quale è impossibile uscire.

Tutta l'esistenza si fonda sul dilemma: o la realtà ti disperde e disintegra, o ti vincola e ti incatena fino a soffocarti.

Ciascun personaggio può conoscere soltanto quella particella di realtà alla quale riesce a dare una forma, per cui ognuno potrà riconoscersi nella forma che si dà e mai nella forma che gli viene data:

L'unica realtà valida e possibile è quella che ciascun personaggio riesce a costruirsi, dando alle cose una forma che è valida solo per lui e che resterà in piedi fino a quando dureranno la perseveranza e la forza di volontà di continuare, oltre la costanza dei sentimenti: basta che queste caratteristiche vacillino un po', e subito le belle costruzioni cominciano a sgretolarsi.

 

6. Il personaggio pirandelliano

 

Occorre innanzitutto fare una distinzione fra persona e personaggio.

a) - La persona è l'individuo libero, non ancora sottoposto alle norme di qualsiasi provenienza esse siano; vede la realtà in maniera oggettiva e fonda la propria vita sulla convinzione, o perlomeno sull'opinione, che la realtà stessa venga vista e sentita allo stesso modo anche dagli altri. La persona, libera ed informe, può assumere una forma, costretta dall'esterno o spinta da un impellente bisogno interno. Una caduta da cavallo provocata da un rivale (costrizione esterna) fa assumere a una persona, senza nome nella realtà, la figura di Enrico IV, ch'essa stava accidentalmente rappresentando durante una festa carnevalesca in costume medievale; una volta guarita, rendendosi conto della realtà e del comportamento di coloro che aveva ritenuto amici e che avevano agito e tramato contro di lui, assume definitivamente e volontariamente la figura di Enrico IV (bisogno interno), non tanto per sfuggire alle norme e alla comune giustizia (dopo aver smascherato e ucciso Belcredi, suo rivale in amore ma anche amico di gioventù e di bagordi), quanto per vivere un'esistenza finalmente in linea con i bisogni del suo spirito, dopo il riconoscimento del fallimento e del tramonto stesso della sua esistenza.

b) - Il personaggio, invece, nella vita come nella fantasia creatrice dello scrittore, è l'individuo fissato in una forma, che compie sempre gli stessi gesti per l'eternità o finché non entra in un'altra forma. Il personaggio, sottoposto a norme fisse ed inderogabili, porta una tragica maschera, recita sempre le stesse battute, portando un mondo di sentimenti che gli altri non avranno mai la forza di penetrare e di rivelare: sono i personaggi vivi della fantasia creatrice.

La vera forma dell'esistenza è quella del personaggio, anche se nell'opera pirandelliana abbiamo un fluire continuo dalla persona al personaggio e viceversa. Tipico esempio è il dramma Sei personaggi in cerca d'autore, nel quale troviamo la netta distinzione tra i sei personaggi e gli attori, persone che non sono ancora entrati nella parte, che nulla rappresentano e che, soprattutto, non hanno alcuna forma. In generale possiamo affermare, anche se un po' schematicamente, che nell'opera pirandelliana a una prima parte in cui vediamo agire individui che sono ancora persone, corrisponde una seconda parte, in cui le persone assumono tutte le caratteristiche dei personaggi.

La fantasia creatrice dello scrittore domina sui personaggi, e non viceversa, come la natura domina sugli esseri umani e crea uomini e cose. Per questo molti critici hanno parlato di una ostilità di Pirandello nei confronti dei suoi personaggi, come se questi gli scatenassero dentro un senso di ripugnanza, perché visti nelle loro miserie e debolezze.

Il contrasto fra Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà dello scrittore di mettere a nudo l'anima dei personaggi, di scomporne l'apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi della vita e di capirne l'intima composizione per metterne in mostra la loro vera forma che si concretizzerà una volta per tutte. Ed è contro questo atteggiamento dell'artista che i personaggi tendono a ribellarsi, a mostrarsi insofferenti, per impedire la spietata analisi che inevitabilmente ne metterà a nudo miserie e grandezze, ma anche per essere descritti così come essi si sentono e sono veramente dentro.

 

7. Livello linguistico

 

L'impossibilità di trovare una parola che abbia per tutti il medesimo significato insieme a una realtà che sia valida e uguale per tutti, senza possibilità di incomprensioni presenti o future con il sopraggiungere della riflessione, crea una situazione di solitudine e di incomunicabilità per cui ogni personaggio è irrimediabilmente solo: la parola, come il gesto, diventa priva di significato universale, perché ognuno le dà il suo significato.

Di qui la necessità di trovare e di mettere in atto uno stile di cose, in cui le parole possano acquistare un più realistico ed oggettivo significato proprio attraverso oggetti, sentimenti, pensieri facilmente riconoscibili da parte di tutti.

Anche la creazione del personaggio, come l'analisi dei fatti, non sfugge a questa regola. Il comportamento dei personaggi, l'assurdità e il grottesco di certi avvenimenti, dipendono dall'interpretazione che i personaggi hanno della realtà delle cose.

 

Uno stile fatto di cose significa:

 

- rifiuto dei tradizionali modelli espressivi retorici,

- rifiuto del modello verista, secondo il quale dovevano essere i fatti a presentarsi da sé, utilizzando un linguaggio che doveva essere quello usato nella realtà dai protagonisti, a seconda della classe sociale cui appartenevano (anche con forme dialettali, proverbi, ecc.).

 

Attraverso la parola i personaggi cercano di uscire dal doloroso isolamento nel quale sono costretti dall'impossibilità di capire e capirsi. Per questo il dialogo diventa la forma espressiva più importante, ponendo in secondo piano la forma descrittiva e rappresentativa, anche se si svolge con molte difficoltà, sia perché, come abbiamo visto, alle parole ciascuno dà un suo significato, sia perché nel dialogo ognuno cerca di nascondere i moti più nascosti del proprio animo, le sensazioni che non si ha il coraggio di confessare nemmeno a se stessi.

Attraverso il dialogo i personaggi possono analizzare se stessi e capire gli altri, anche se questo porta a soluzioni non sempre accettabili e a capire situazioni intime che sarebbe stato meglio non capire.

In molte novelle prevale una sorta di monologo del personaggio, che espone le sue idee con un linguaggio discorsivo che monopolizza l'attenzione generale, cercando di coinvolgere anche il pubblico, e quindi i lettori, ai quali si rivolge direttamente, senza, però, aprire con essi un vero dialogo.

Per evitare che i personaggi cadano nel vicolo cieco dell'incomunicabilità, Pirandello inventa tecnicamente la figura del personaggio al di fuori dell'azione che introduce la riflessione e crea un contatto tra i personaggi e i lettori, tra gli attori e il pubblico spettatore, per far diventare tutti partecipi e protagonisti dello stesso dramma, in quanto tutti vivono la stessa situazione di solitudine.

La riflessione serve al personaggio-fuori-azione, che spesso è lo stesso Pirandello, a mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale vivono i protagonisti dell'azione e quella condizione di solitudine che è già dentro il mondo moderno, fatto di macchine, che porta a un vivere falsato nella sua naturalità e genera nell'uomo un senso d'angoscia irrisolvibile perché lo circoscrive nell'alienazione.

 

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Italo Svevo, La coscienza di Zeno

-PERIODO STORICO IN CUI SI SVOLGONO I FATTI:
L'opera è ambientata a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Il legame tra la fabula e il contasto storico non è mai particolarmente importante; al contrario, si evidenza nell'ultima parte, dove si fanno espliciti i riferimenti alla Prima Guerra Mondiale oppure nell'episodio della morte del padre, quando cioè viene espressa la data dell'evento.

-AMBIENTE GEOGRAFICO:
Il romanzo è ambientato nella città di Trieste, dove tra l'altro l'autore è nato e ha vissuto buona parte della sua esistenza. Le descrizioni del paesaggio sono assai rare e, della Trieste di inizio Novecento, vengono colti solo alcuni posti ben precisi: il porto, il mare, il parco e le aggrovigliate strade del centro. D'altra parte, nell'opera, sono gli ambienti interni a predominare: si passa dall'abitazione di Zeno a quella della famiglia di Ada e dal modesto appartamento di Carla all'ufficio di Guido.

-RIASSUNTO
1-prefazione
Il romanzo si apre con un breve scritto dello psicologo che curò Zeno: egli spiega di aver consigliato al suo anziano paziente di scrivere la propria autobiografia. In seguito, egli stesso ha finito col pubblicarla, per vendetta, e precisa anche che è disposto a dividere con Zeno quello che guadagnerà, a patto che quest'ultimo riprenda la sua consueta terapia.

2-preambolo
Adesso, è Zeno Cosini a scrivere: si domanda perchè debba farlo e come ciò lo possa far sentire meglio. Così, dopo aver pranzato, resta con un foglio di carta ed una matita in mano, provando a ripensare ai ricordi. Tuttavia, sembra non trovarne alcuno e, quindi, conclude con la frase: "Ritenterò domani".

3-il fumo
Il dottore aveva consigliato a Zeno di iniziare il suo diario parlando del fumo che non era mai riuscito ad eliminare dalla propria vita. Non che non ci avesse provato o che gli mancassero buoni propositi: semplicemente, ogni volta che fissava una data che segnasse un cambiamento così radicale nella propria vita, subito ne trovava una migliore e più importante, nella quale sarebbe dovuto avvenire il fatidico cambiamento. Così, di volta in volta, non faceva che rimandare, tanto che, mentre scrive, Zeno sta ancora fumando quella che pensa debba essere la sua ultima sigaretta, cosa che ha la proprietà di conferirle un gusto più intenso. A nulla servirono altri molteplici tentativi: Zeno si fece addirittura ricoverare in una casa di salute, di un certo dottor Muli. Tuttavia, ben presto anche questo tentativo si rivelò del tutto vano. Infatti, Zeno aveva portato con sè qualche sigaretta, perchè voleva smettere di fumare a mezzanotte precisa; dopo quelle, era riuscito però a procurarsene altre, grazie alla complicità di Giovanna, l'infermiera destinata alla sua sorveglianza. Anzi, dopo che i due si furono ubriacati con una bottiglia di cognac, la donna si dimenticò di chiudere a chiave la porta, che doveva impedire al paziante di uscire. Così, Zeno riuscì a scappare e, la mattina seguente, era già a casa. La sopresa della moglie non fu poi grandissima e Zeno ricominciò la sua vita normale, pensando che, in fin dei conti, avrebbe potuto smettere di fumare a casa propria, in tutta tranquillità.

4-la morte di mio padre
Zeno era uno studente universitaro trentenne che non sapeva se frequentare gli studi di chimica o legge quando, nel 1890, morì suo padre. Così, ritrova scritto su un libro di filosofia: "15-4-1890 ore 4 1/2. Muore mio padre. U.S.". Zeno tiene a precisare, che la sigla U.S. non sta ad indicare, come si potrebbe supporre, United States, bensì "ultima sigaretta". Non era forse un buon momento per smettere di fumare? Probabilmente sì, ma anche questa volta Zeno non vi riuscì.
Egli aveva già perso la madre, a soli quindici anni, ma la perdita del padre fu una grande catastrofe. Non aveva mai saputo voler bene a suo padre e soltanto dopo la sua scomparsa capì in realtà quanto fosse importante per lui. I due non andarono mai d'accordo, perchè erano troppo diversi. Quando Zeno, per l'ennesima volta, abbandonò gli studi di legge per dedicarsi a quelli di chimica, il padre gli disse che doveva essere pazzo. In tutta risposta, egli, per ripicca, andò dal medico a farsi fare un certificato che attestasse la sua perfetta salute mentale. Alla fine, quando il padre di Zeno fece testamento, lasciò i beni al figlio, a patto però che fossero sotto la tutela di un suo collega, quella canaglia dell'Olivi.
Una notte come tante altre, il padre di Zeno si sentì male e cominciò una lunga e lenta agonia. La domestica, Maria, preoccupatissima, andò a svegliare Zeno che trovò il padre con il viso paonazzo, il respiro lieve, incapace di parlare e di sentire. Si accasciò ai piedi del letto e pianse a lungo, fino a quando non arrivò il dottore. Quest'ultimo non lasciò un barlume di speranza: la situazione era molto grave ed il malato non poteva sopravvivere. Zeno scoppiò di nuovo in simghiozzi, pensando al tempo che non aveva trascorso con suo padre o a quello che non gli aveva detto. Il medico volle far imprigionare il padre agonizzante in una camicia di forza, perchè non si muovesse, e gli applicò anche delle mignatte, cosicchè riprendesse coscienza. A nulla valsero le preghiere di Zeno, che preferiva che il padre non si accorgesse di stare andando incontro alla morte. Anzi, proprio mentre cercava di tener fermo il genitore, questo si alzò, levò alto il braccio destro, colpì la guancia del figlio e ricadde, morto. Zeno non poteva dire se, nell'atto di schiaffeggiarlo, suo padre fosse cosciente o meno; tuttavia non dimenticò mai quella severa punizione e iniziò anche ad odiare il medico che l'aveva "soccorso".

5-storia del mio matrimonio
Zeno aveva incominciato ad interessarsi agli affari di borsa e, proprio in questo ambiente che tanto frequentava, conobbe il suoi futuro suocero, Giovanni Malfenti. Zeno non aveva mai pensato alle donne, tuttavia, quando seppe che Giovanni aveva quattro bellissime figlie, non ebbe altro chiodo fisso se non quello di sposarsi. Il signor Malfenti era poi un grande amico di Zeno e lo consigliava sul vendere o comprare azioni al momento giusto: egli compiva quasi sempre la scelta migliore, mentre, inutile dirlo, Zeno non appariva affatto tagliato per gli affari di borsa. Tuttavia, una volta, in seguito al calare delle azioni che i due possedevano il signor Malfenti vendette le proprie e consigliò a Zeno di fare altrettanto. Quest'ultimo fu del medesimo parere, ma, di giorno in giorno, si scordava di farlo. Quando, dopo una settimana, seppe che il valore di quelle azioni era raddoppiato, non poteva credere alle proprie orecchie: Giovanni si era sbagliato, mentre lui, grazie alla sua solita fortuna, aveva guadagnato moltissimo. Non fu tuttavia quest'episodio ad alterare il rapporto tra i due amici e, soprattutto, l'ammirazione che Zeno nutriva in Giovanni. Fu così che, in seguito ad un invito a casa di quest'ultimo, Zeno conobbe quelle quattro fanciulle, i cui nomi iniziavano tutti con la lettera A: Ada, Alberta, Augusta e Anna. Esse risero della storielle che il nuovo ospite raccontò loro, mentre Zeno le scrutava attentamente, perchè non riusciva a non pensare che doveva sposarne una. La prima ad essere esclusa fu Anna, che aveva solo otto anni, ma che con sincerità, non si stancava mai di dire a Zeno:"Tu sei veramente pazzo!". Dopo che, per questo suo comportamento, venne severamente punita dai suoi genitori, si risolse a sussurrare quella frase all'orecchio di Zeno. Tra le rimanenti figlie, egli preferiva Ada, che lo attraeva per la sua arie seria e severa. La giovane, tuttavia, sembrava non voler ne sapere del pretendente che iniziò a presentarsi quotidianamente a casa Malfenti. Infatti, fece dire dalle sue sorelle che non si trovava in casa perchè era andata a trovare questa o quella zia, mentre in realtà era chiusa nella propria stanza. Qualche tempo dopo, la madre pregò molto cortesemente Zeno che diradasse le sue vsite, perchè le appariva che, con il suo atteggiamento, egli compromettesse Augusta, quella che era la meno attraente delle sorelle. Zeno, in realtà, vedeva quest'ultima solo di rado e poi non gli piaceva affatto, ma comunque si impose di restare lontano qualche giorno da quella casa. Solo dopo sospettò che, mentre la bella Ada non provava niente nei suoi confronti, magari Augusta lo amava ed era per questo che i genitori speravano che potesse sposarla. Tuttavia, l'amore che egli provava per Ada era troppo forte e, qiundi, anche se solo dopo cinque giorni, decise di andarla a trovare. Quando stava percorrendo la strada, si imbattè proprio in Ada: le si avvicinò, ma, mentre egli stava ancora pensando cosa dirle, arrivò un certo Guido che sembrava ella conoscesse. Anzi, Ada ebbe molte più attenzoni per questo giovanotto che per Zeno che, subito, si sentì molto geloso. Alla fine, invitò entrambi a casa sua, quella sera. Zeno non sapeva se accettare o meno, perchè credeva si fosse trattato non di un invito di cuore, ma semplicemente di cortesia. Probabilmente, aveva ragone e potè verificarlo quando, quella sera, le attenzioni di Ada furono completamente rivolte a Giudo, che sapeva uonare il violino e faceva anche alcuni esperimenti con un tavolino a tre gambe, evocando gli spiriti. Quando Zeno entrò, tutto era buio proprio a causa di questo "rituale" e, per via dell'oscurità, egli pensò di essere seduto di fianco ad Ada. Così, a luci spente, decise di confidarle il proprio amore e, questa volta, Zeno ed ada. Rimasti soli, Zeno non potè fare a meno di parlarle e di confessarle il suo amore. Ada, dopo aver a lungo esitato, lo rfiutò e diresse l'attenzione di zeno verso Augusta, che ella sapeva innamorata di lui. Fu a questo punto che il giovane, alquanto amareggiato, pensò che, se non poteva sposare Ada, almeno sarebbe potuto diventare suo cognato. Allora, chiese la mano ad Alberta che, però, rifiutò perchè voleva diventare scrittrice e non aveva alcuna intenzione di pensare al matrimonio. Non potendo concepire l'idea di rimanere solo, Zeno fece la stessa proposta ad Augusta. Questa sapeva perfettamente che egli non l'amava e che probabilmente non sarebbe mai arrivato a farlo, tuttavia era anche certa che, se ci doveva essere una donna al fianco di Zeno, avrebbe voluto essere lei e, così, accettò.

6-la moglie e l'amante
Al contrario di quanto si è portati a pensare, il matrimonio fra Zeno ed Augusta si rivelò assai felice ed esente da litigi e dissapori. Ciò nonostante, Zeno iniziò a preoccuparsi per la vecchiaia che, credeva, presto sarebbe arrivata e gli avrebbe modificato la vita. Aveva il terrore di morire e quello che sua moglie potesse sposare un altro uomo (cosa difficile, poichè Augusta era strabica e nient'affatto bella); infine pensava di avere una grandissima quantità di malattie, tutte immaginarie. Conobbe, invece, quello che lui stesso definisce un malato reale, il signor Copler, un ex compagno di Università. Egli viveva all'estero, ma era dovuto precipitosamente rimpatriare per i suoi problemi di salute. Tornato a Trieste e non potendo continuare a trascorrere i suoi giorni senza fare nulla, aveva avviato alcune opere di beneficenza e di assistenza sociale. Per esempio, Zeno, proprio mediante il signor Copler, aiutava due donne, Carla e sua madre che, dopo la morte del marito di quest'ultima, erano rimaste sole e senza un soldo. Egli permetteva alla giovane di studiare canto, arte verso la quale sembrava avere una predisposizione, benchè in realtà da mesi non facesse alcun miglioramento. Il signor Copler insistette a lungo affinchè le due donne conoscessero il proprio benefattore e, alla fine, Zeno andò a trovarle. Dall'istante in cui vide Carla, capì che sarebbe potuta divenire sua amante e, così, qualche tempo dopo si ripresentò da lei. In questa occasione, le portò un libro che doveva aiutarla a fare progressi e a migliorarle la voce e si offerse di sfogliarlo insieme a lei. Con questo pretesto, fece ritorno una seconda volta e non esitò affatto a mettere in luce le sue vere intenzioni. Zeno raccontò a Carla di come e perchè aveva sposato sua moglie, pur amandone la sorella e di quanto fosse infelice, In realtà, le cose non stavano esattamente così, perchè egli voleva molto bene ad Augusta, tuttavia questo sfogo bastò per essere compatito e affinchè Carla si abbandonasse al proprio amore. Da quel momento in poi, Zeno si impose di dirle che il suo cuore era ormai di quella moglie a cui era estremamente affezionato, ma non trovò mai il coraggio di farlo e di abbandonare una così fragile creatura. In seguito, siccome ella non sopportava quel severo maestro di musica che quotidianamente le impartiva le lezioni, convinse Zeno a licenziarlo e a chiamarne uno nuovo. Il nuovo insegnante si chiamava Lali: era giovane, serio e disponibile. Ben presto, finì coll'innamorarsi di Carla e le chiese di sposarlo. Nonostante la vantaggiosa proposta, l'allieva rifiutò. Quando Zeno lo seppe, in un primo momento si sentì alquanto sollevato, ma poi gli dispiacque che la sua amante non avesse accettato: in fin dei conti, la loro relazione avrebbe potuto procedere ugualmente ed egli non sarebbe più tornato ogni sera ad Augusta pieno di rimorsi per averla tradita una volta di più. Aveva così deciso di spiegare a Carla che probabilmente quella offerta dal nuovo maestro sarebbe stata la via migliore, ma non riuscì a parlarne con lei. Zeno, infatti, non trovava la forza per interrompere la sua relazione con Carla e, ogni mattino, il suo proposit era il seguente: "Domani la pregherò di accetare la proposta del maestro, ma oggi glielo impedirò". Tuttavia, questo pensiero ricorreva ogni giorno e, come le ultime sigarette, non fu mai realizzato.
Nel frattempo, subito dopo il matrimonio fra Ada e Guido, Giovanni Malfenti era stato molto male e, alla fine, era morto. Anche sua moglie aveva avuto dei problemi di salute e, così, le sue figlie, per aiutala e farle compagnia, ogni giorno, aturno, le stavano accanto. Al mattino toccava ad Augusta e, poi, fino alle quattro del pomeriggio, era la volta di Ada. Già da lungo tempo Carla pregava Zeno per poterne vedere la moglie ed egli, pur senza riuscire a spiegarsi il perchè, le disse che sarebbe uscita alle qusttro dalla casa dei suoi genitori, in modo che Carla potesse vedere la bella Ada e non la brutta Augusta. Questa mossa, tuttavia, non ebbe un buon esito per Zeno: infatti Carla, rimasta talmente affascinata da Ada, gli disse che non avrebbe mai più fatto soffrire quella donna. Fu così che decise di sposare il maestro di musica e, con un ultimo bacio, abbandonò Zeno. Egli sperava che non tutto fosse finito e tornò a casa della giovane, dove però trovò solo la madre. Allora pensò di lasciare a quest'ultima qualche soldo per fornirle quell'aiuto economico che Carla aveva, dacchè si erano conosciuti, sempre rifiutato. Zeno credeva che, in questo modo, se Carla non avese voluto accettarli, glieli avrebbe dovuti riconsegnare personalmente e, nel caso in cui li avesse voluti tenere, l'avrebbe di certo ringraziato del dono: i due, quindi, si sarebbero comunque rivisti. Infatti, il giorno seguente Zeno ricevette una lettera dall'amante che lo invitava a presentarsi al parco, quello stesso pomeriggio. Carla, però, non fece altro che ricosegnare quel denaro e ribadire le proprie intenzioni: avrebbe sposato il maestro di musica ed essi non si sarebbero più dovuti rivedere. Si rivelò inutile ogni tentativo di Zeno di ricondurre a sè Carla, promettendole che, da quel giorno in poi, se ella avesse voluto, avrebgbero ahnche potuto passeggiare mano nella mano nelle strade della città, in modo che tutti li potessero vedere. Zeno non aveva mai proposto di tradire in modo così esplicito la moglie. Seguì, quindi, Carla fin sulla porta della sua casa, da dove si sentiva il suono del pianoforte che, naturalmente, Lali stava suonando. Si propose di entrare e di affrontarlo e furono soltanto le lacrime di Carla a dissuaderlo dal tentativo. Non per questo egli si rassegnò: non poteva stare senza la sua amante e, il giorno seguente, si risolse di scriverle una lettera, ricca di frasi tristi e di scusa. A questa, Carla rispose con un semplice biglietto con la frase: "Grazie! Sia anche lei felice con la consorte sua, tanto degna di ogni bene". Questo messaggo non seppe tuttavia mettere in pace l'animo di Zeno che, alla fine, decise di tornare per un'ultima volta a casa di Carla dove trovò nuovamente solo la madre. Le propose di mantenerla, se ella non fosse voluta andare a vivere con la figlia, ma la vecchia, pur apparendo assai lusingata, non potè accettare: era necessario, secondo il suo parere, stare accanto alla figlia. Dopo averla pregata di ricordare a Carla che egli, qualora si fosse trovata in difficoltà, sarebbe stato sempre disponibile, si allontanò per sempre da qulla casa.

7-storia di un'associazione commerciale
Guido, un giorno, propose a Zeno di entrare a far parte dell'associazione commerciale che egli già da tempo aveva intenzione di fondare. Zeno era a dir poco entusiasta. Stabilirono l'ufficio nel centro della città e, oltre a Guido e a Zeno, vi lavoravano anche due impiegati, Luciano e Carmen, senza contare il cane Argo, alla cui compagnia Guido non aveva saputo rinunciare. Luciano, di lì a qualche anno, sarebbe diventato un commerciante ricco e assai rispettato, mentre Carmen non conosceva nè la stenografia nè le lingue straniere. Probabilmente era stata assunta da Guido più per la sua notevole bellezza che per le sue capacità professionali, o almeno questo era quanto pensava Zeno.
Il primo cliente fu un certo signor Tacich, che proveniva dalla Dalmazia e che per pareccho tempo continuò a rivolgersi alla loro associazione perchè da subito si era innamorato di Carmen. Fu proprio Tacich a commissionare un affare importante, che riguardava l'acquisto di sessanta tonnellate di solfato di rame. Un giorno, però, arrivò da Londra una certa comunicazione che indicava che l'affare non aveva affatto avuto il tanto sperato esito positivo. Allora, il signor Tacich abbandonò Trieste, mentre Guido e Zeno rimasero coll'avere sessanta tonnellate di solfato di rame, che provocò loro perdite enormi. Per questo motivo, non c'è da stupirsi se, dopo un anno, il bilancio dell'associazione era estremamente negativo: era stata persa addirittura la metà del capitale di partenza.
Intanto, Guido appariva veramente innamorato della bella Carmen e, secondo Zeno, faceva di tutto per corteggiarla. Questo avveniva proprio in un delicato momento per Ada che, dopo essere rimasta incinta, aveva dato alla luce due gemelli. Il parto era ben r iuscito, ma ora la giovane donna appariva decisamente indebolita. Zeno fu il primo ad accorgersi che, in realtà, la sua stanchezza era dovuta a qualcosa di ben più serio e, difatti, il medico le diagnosticò il morbo di Basedow. Le fu così consigliato di recarsi a Bologna, in una casa di cura, ma Ada non voleva partire: era consapevole che il marito l'avrebbe tradita, voleva bene ai suoi figli e poi non aveva alcuna intenzione di lasciare Trieste. Tuttavia, dovette rimanere a Bologna per circa due mesi; in seguito fu considerata guarita e, quindi, ritornò a casa, proprio quando Augusta aveva messo al mondo Alfio, il suo secondo figlio. Nonostante la guarigione, la bellezza di Ada era per sempre scomparsa e la malattia aveva lasciato un segno indelebile sul suo volto. Tra gli affari a cattivo esito e le preoccupazioni, anche Guido, tuttavia, non stava bene, soprattutto da un punto di vista pscologico. Arrivò a chiedere alla moglie, in prestito, una forte somma di denaro, ma ella non gliela concesse: oltre a tradirla, il marito doveva sperperare i suoi risparmi? Fu così che, in preda alla disperazione, Guido tentò il suicidio, anche se, prima di assumere la morfina si era fatto astutamente scorgere dalla moglie. Di conseguenza, Ada aveva immediatamente chiamato aiuto e, presto, si potè considerare Guido fuori pericolo. In seguito, per risollevare la propria situazione economica, Giudo non trovò idea migliore che quella di giocare in borsa. Appena Zeno lo venne a sapere, non esitò a rimproverarlo aspramente, domandandogli se avesse intenzione di rovinare la propria famiglia. Tuttavia, ben presto dovette ricredersi: Guido, infatti, aveva vinto molto e quasi colmato quelle disastrose perdite che la fallita associazione gli aveva fatto registrare. Soltanto molto tempo più tardi Zenno venne a sapere che ancora una volta la sorte aveva cessato di sorridere al colega che, rapidamente, era caduto in rovina. Inizialmente Ada non sapeva nulla ed in seguito, non appena ne venne messa al corrente, rifiutò con decisione tutti quegli aiuti economici che Zeno aveva loro offerto. Al contrario, sperava che si potessero risollevare, ma anche per lei la situazione si era fatta assai difficile: era impegnata con i gemelli, stremata dalla malattia, tormentata dai sospetti di tradimento del marito con la bella Carmen e, adesso, anche ansiosa per quella tanto infelice condizione economica. Di certo non si immaginava che, di lì a poco tempo dopo, ai suoi dolori avrebbe dovuto aggiungere quello della morte di Guido. Egli, per la seconda volta, tentò di suicidarsi ed ingerì un'abbondante quantità di veronal. Zeno quando lo venne a sapere, si ricordò che, durante una gita in barca, Guido gli aveva fatto numerose domande sul sodio e sul veronal di sodio. Egli, che all'Università aveva studiato chimica, rispose che il, veronal puro era quasi innocuo, mentre il sodio poteva essere facilmente letale per l'organismo umano. Quando questo era successo, Zeno non era ancora stato informato delle notevoli perdite di Guido in borsa e, per questo, era ben lontano dall'immaginare un secondo tentativo di suicidio. Tentativo che, come dimostra questo episodio, secondo il piano di Guido non avrebbe dovuto farlo morire, ma semplicemente provocare un grande spavento a sua moglie. Tuttavia, quel veronal gli fu letale perchè, a causa della forte pioggia, il medico arrivò assai in ritardo, anzi, decisamente troppo tardi.
Zeno cercò di ripaare le perdite di Guido e vi riuscì, giocando in Borsa. Preso da questi suoi affari, tuttavia, finì col non presebtarsi ai funerali dell'amico e, probabilmente, Ada non seppe perdonarglielo mai. Ella rimproverava a se stessa di non aver voluto abbastanza bene a Guido e di non aver riposto in lui tutta la sua fiducia. Ricordò inoltre a Zeno che anche lui non aveva mai saputo amarlo. Per Zeno fu certamente un rimprovero ingiusto. Ada partì, con i suoi due figli, alla volta dell'Argentina, dove vivevano i genitori di Guido: come ella stessa confidò a Zeno, abbandonava il proprio Paese per allontanarsi dai propri rimorsi.

8-psicoanalisi
Il capitolo si apre con una data: "3 Maggio 1915". A parlare in prima persona è sempre Zeno, che dice di aver ricominciato a scrivere, dopo diverso tempo, per mettere nero su bianco la sua decisone di abbandonare per sempre la psico-analisi, cura alla quale egli si sottoponeva da addirittura sei mesi, ma che, invece di apportargli qualche beneficio, lo aveva fatto sentire sempre peggio. Trovava interminabili quelle sedute dal dottore, durante le queli un flusso di immagine del suo passato gli affioravano alla mente. Vedeva alcuni momenti della propria vita davanti agli occhi e, poi, improvvisamente, essi sparivano. Convintosi ormai dell'inutilità di questa cura, Zeno pensò di rivolgersi ad un suo amico medico, il dottor Paoli. Egli, dopo aver saputo dei suoi dolori, corporali e spirituali, gli fece delle analisi, che a Zeno ricordarono tutte quelle che anche lui aveva effettuato all'Università: finalmente si trattava di un metodo serio, di analisi vere e non di psico-analisi! Gli venne così diagnosticato di soffrire di diabete e Zeno ne fu molto contento: da quel giorno non sarebbe mai più restato solo, la sua malattia sarebbe sempre rimasta al suo fianco e, poi, finalmente era diventato un malato reale e non più solamente immaginario!

Sotto la data del 15 Maggio, Zeno scrisse di come cercò di tradire la moglie, come già aveva fatto con Carla. Egli, infatti, era stato molto colpito da Teresina, una semplice pastorella che viveva a Lucinico, un paese sulle rive dell'Isonzo dove lui e la sua famiglia si resavano a trasorrere le vacanze. La giovane, tuttavia, non sembrava degnarlo neanche di uno sguardo: ormai Zeno era vecchio, anche se, nonostante l'età, non si sentiva affatto mutato rispetto a vent'anni prima.

La data seguente è quella del 24 Marzo 1916. Zeno racconta la propria esperienza relativa alla guerra. Certo, ne aveva sentito parlare, ma non ne era mai venuto a contatto e, perciò, la considerava ancora come qualcosa di estraneo e di lontano dalla sua realtà. Questa sensazione, però, non era destinata a durare molto tempo. Infatti, durante una passeggiata in montagna, nei pressi di Lucinico, Zeno si imbattè in un gruppo di soldati che gli impartirono con aria severa e minacciosa alcuni ordini in tedesco. A zeno fu permesso di ritornare non a Lucinico, ma a Gorizia. In quel momento era in preda ad una grandissima angoscia: ora, tuttavia, si trova a Trieste, nel suo ufficio e ha riacquistato quasi totalmente la sua tipica calma, dal momento che adesso anche la sua famiglia si trova, sana e salva, lì con lui.
Sempre il 24 Marzo 1916, Zeno Cosini riprende tra le proprie mani questo manoscritto perchè il suo dottore, dalla Svizzera, lo pregava di madargli qunto aveva annotato. Egli, prima di farlo, si sente in dovere di precisare che, con o senza quella tanta odiata psico-analisi, adesso si sente completamente guarito. Il fatto che egli si sia rimesso è, secondo il suo parere, da riferirsi all'attività commerciale che, nel frattempo, aveva ripreso e che lo teneva molto impegnato.
Il romanzo, infine, si chiude con un'inquietante quanto terribile profezia: "Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie".

-AMBIENTE SOCIALE DEI PERSONAGGI:
I personaggi che si trovano nell'opera di Svevo appartengono alla classe borghese di inizio secolo: e, infatti, Zeno vive in una condizione di agiatezza, soprattutto grazie all'eredità lasciatagli dal padre, tanto da potersi permettere di non lavorare. Tuttavia, la classe borghese non è affatto presentata in modo positivo da Svevo: al contrario, la sua visione può essere facilmente accostata a quella di Flaubert in Madame Bovary. Il borghese modello viene infatti visto soprattutto nella sua piccolezza, è colto all'interno della sua piccola e ristretta realtà, dalla quale invano cerca di evadere per mezzo dei sogni.

-ANALISI DEI PERSONAGGI:
Il personaggio che, nell'economia dell'opera, riveste l' indiscusso ruolo di protagonista è Zeno Cosini. Egli, infatti, è al centro di tutte le vicende narrate proprio perchè è lui stesso l'io narrante dell'intera opera. Svevo abbandona il modulo ottocentesco caratterizzato dal narratore rigorosamente esterno che soltanto talvolta assume una focalizzazione interna (come, per esempio, Flaubert in Madame Bovary), ma adotta nuove soluzioni. Di conseguenza, la Coscienza di Zeno è costituita da un memoriale e, in pratica, si tratta di una confessione autobiografica di Zeno stesso. Pertanto, ogni emozione e ciascun singolo giudizio sono in definitiva filtrati attraverso il punto di vista di Zeno e non possono sempre essere considerate pienamente attendibili. Questo fatto, inoltre, è anche denunciato dal dottor S. quando, nella prefazione, accenna alle "tante verità e bugie" accumulate nel memoriale.
La figura di Zeno, poi, è la personificazione delll'inetto, immancabile protagonista dei romanzi di Svevo. Così, come anche Alfonso Nitti in "Una vita" e al pari di Emilio Brentani in "Senilità", anche Zeno è un incapace a vivere, ma con le debite differenze. Prima tra tutte, non va dimenticato il fatto che, rispetto ai precedenti, si tratta di un inetto più consapevole che non pone affatto fine alla sua vita come Alfonso (destino a cui invece va incontro l'Antagonista Guido) e che non si rassegna neppure alla sua triste condizione di vita come Emilio; al contrario, Zeno, suo malgrado, riesce ad uscire vincitore. E' un esito che mai si sarebbe potuto prevedere, considerando l'inettitudine al vivere propria di Zeno contrapposta alla più completa realizzazione di Guido.
Quest'ultimo viene presentato come l'Antagonista e, in questo suo ruolo, può essere riaccostato alle figure di Macario in "Una vita" e a quella di Stefano Balli in "Senilità". Però, in un processo esattamente opposto a quello verificatosi nelle due precedenti opere, egli risulta sconfitto: dopo aver ottenuto ciò che Zeno mai era riuscito ad avere, e cioè l'amore della bella Ada e la stima del suocero, in seguito ad un investimento sbagliato inscena un primo tentativo di suicidio e, più tardi, un secondo, che però, suo malgrado, gli si rivela letale.
Altri due personaggi di una certa rilevanza sono il padre e Giovanni Malfenti: il primo risulta una figura cara a Zeno, nonostante quello schiaffo che ricevette in punto di morte. Si tratta certamente di due personaggi in netta antitesi: un inetto, giovane inoperoso ed indeciso tra una facoltà universitaria ed un'altra, ed un sano, impegnato in fevide e prolifiche attività commerciali che, dopo la sua morte, lascerà nelle mani del fido amministratore Olivi, affinchè tutto non vada a finire sotto il poco vigile ed affidabile controllo del figlio. In seguito alla colpevolizzante scomparsa del genitore, Zeno ricerca in Giovanni Malfenti una seconda figura paterna e, sposandone la figlia, lo accetta in qualche modo come padre adottivo.
I personaggi femminili, anche se posti in secondo piano rispetto agli altri, non sono affatto assenti: tra questi spicca soprattutto Augusta, moglie di Zeno. Quest'ultimo la sposa dopo aver ricevuto il rifiuto delle altre due più attraenti sorelle, ma la scelta si rivelerà poi completamentre azzeccata. Infatti Augusta, col suo modo razionale di vedere le cose, può essere considerata un perfetto campione di sanità borghese, opposto in tutto e per tutto a Zeno e, quindi, a lui complementare. Il matrimonio, quindi, è per Zeno uno dei principali motivi di successo, così come lo fu per lo stesso Italo Svevo nella vita reale.


-TEMATICA: GLI ARGOMENTI ED I PROBLEMI FONDAMENTALI
Come nei suoi due primi romanzi, "Una vita" e "Senilità", la tematica fondamentale dell'opera è il modo di vivere dell'inetto, figura caratterizzante e ricorrente nelle opere di Svevo, che, contrapposto al mondo dei sani, rappresenta colui che si rivela incapace a vivere. Zeno, tuttavia, suo malgrado, riesce a trarre un consistente vantaggio dalla sua condizione, anche se involontariamente: sarà infatti capace di sposare la persona giusta, di riuscire a vincere una consistente somma giocando in Borsa, pur non avendoci mai provato prima, di riconquistare la stima degli altri e, in primo luogo, di Ada. Tutto questo successo è determinato dal caso, ma certamente contribuisce a modificare l'esistenza dell'inetto che, ormai consapolvele della propria condizione, ha anche imparato a sfruttarne i lati positivi. In fin dei conti, mentre i sani, tutti impegnati ad affermarsi nella società provocano un notevole spreco di energia, gli inetti sanno sfruttare, anche se inconsapevolmente, la debolezza altrui per avere la meglio su di loro.

-VISIONE DEL MONDO, DELLA VITA ED IDEALI EVIDENZIATI:
La visione della vita di Svevo è quella di un continuo ed inevitabile confronto tra due concezioni totalmente diverse, quella degli inetti e dei sani. Egli riprende senz'altro questa differenziazione da Shopenhawer, che già aveva suddiviso gli individui in contemplativi e lottatori, pur senza definire così marcatamente la tipologia dell'uomo incapace, inetto a vivere, tipico di Svevo. E' così che egli cerca di sopperire alla crisi di inizio secolo, in maniera assai diversa, per non dire opposta, al superuomo di D'Annunzio.
Interessante è poi la definizione che Zeno stesso fornisce della vita che "non è nè brutta nè bella, ma è originale": egli, infatti, in quanto inetto è disponibile a sperimentare tutte le possibilità che la sua esistenza gli offre; i sani, al contrario, appaiono immutabilmente cristallizzati in una forma rigida, della quale non si possono liberare.

-ANALISI DELLO STILE DELL'AUTORE:
Con "La Coscienza di Zeno", Italo Svevo crea un libro totalmente diverso dai classici romanzi ottocenteschi non solo dal punto di vista ideologico, ma anche stilistico. Infatti, mancano coordinate spaziali e temporali, il romanzo appare totalmente "smontato" e colto nel suo divenire: ecco perchè si parla di romanzo in fieri. Si tratta di un vero e proprio flusso di coscienza di Zeno, di autobiografia scritta più o meno di getto, dove non esiste un preciso teatro degli avvenimenti narrati: la situazione si sposta da un luogo ad un altro, chiuso od aperto che sia, sempre secondo i pensieri dell'io narrante. In base allo stesso procedimento, anche il tempo non è ben definito: si tratta di tempo misto, in quanto gli eventi non sono presentati in base ad una successione logica e lineare. Infatti, l'opera è suddivisa in sei sezioni, che raggruppano gli avvenimenti della vita di Zeno secondo alcune tematiche portanti e non secondo una scansione cronologica. In pratica, passato e presente si intrecciano ogniqualvolta che i ricordi riaffiorano alla mente di Zeno e, perciò, elementi ed espressioni prolettiche ed analettiche sono assai frequenti. Inoltre, si possono ritrovare in differenti sezioni eventi tra loro contemporanei, qualora si riferiscano a nuclei tematici diversi.
Se a tutti questi motivi si aggiunge che Zeno non è di madrelingua italiana e che quindi non scrive bene di per sè, si può arrivare a comprendere per quali motivazioni la sua opera non riuscì ad avere un successo immediato.

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

I dolori del giovane Werther    di Johann Wolfgang Goethe

 

Scheda di analisi

 

Riferimenti ai seguenti temi:

 

  1. Passione, sentimento, ragione in Werther

 

Nell’animo di Werther la passione, il sentimento e la ragione coincidono e spesso si confondono tra loro. Nel corso di tutto il romanzo possiamo osservare come il giovane parta da una situazione governata dalla ragione (ragionevole ci appare la sua scelta di trasferirsi dal caotico ambiente della città all’idillico paesaggio rurale) e a causa di un sentimento amoroso molto forte e vissuto con intensa passione, egli si lasci sfuggire di mano ogni cosa, raggiungendo il vertice della pazzia e la tragica conclusione del suicidio.

Werther stesso si rende conto della passione che lo travolge, ma si sente impotente davanti a ciò, non ha nessun mezzo per fermarla. Ma forse allo stesso tempo non vuole, convinto di essere nel giusto, probabilmente perché non si capacita del destino che lo aspetta.

In questo modo vediamo come il personaggio compia un percorso discendente: se inizialmente lo vediamo come un uomo acculturato, dedito all’arte e alla letteratura classica di Omero, stimato da tutta la gente di campagna che lo circonda, successivamente diventa ossessionato dalla figura di Carlotta (“…già parecchie volte mi sono proposto di non vederla tanto spesso. Ma chi saprebbe resistere? Ogni giorno cedo alla tentazione, e mi prometto e giuro: domani almeno rimarrai lontano; ma quando poi giunge il nuovo mattino, trovo di nuovo motivo irrecusabile, e , prima ancora di avvedermene, sono da lei…”). Questa ossessione diventerà addirittura maniacale, tanto da fargli persino abbandonare un impiego a fianco di un ambasciatore presso una corte rinomata (anche se Werther giustificherà abbondantemente la sua scelta ).

Nel suo percorso, il giovane abbandona completamente la ragione, definendo, con aria di disprezzo, “benpensanti” tutti coloro che non comprendono il travolgimento delle passioni (ne è un esempio il dialogo con Alberto, che dichiara: “…un uomo travolto dalle passioni perde ogni governo di sé, e può essere considerato come un ubriaco o un pazzo…” E il giovane Werther replica: “… io mi sono ubriacato più di una volta, le mie passioni non sono mai state molto lontane dalla pazzia; eppure non mi pento né di questo né di quello…” ).

La ragione non ha più alcun peso nella sua mente: il giovane si lascia guidare dall’istinto e dal sentimento, anche se lo porteranno presto ad una tragica fine. Ad esempio si mette allo stesso livello di un contadino che ha compiuto un omicidio per gelosia: “… per te non vi è salvezza, sciagurato! Per noi non vi è salvezza…”.

Negli ultimi momenti della sua vita vediamo come la ragione lo abbia abbandonato per lasciare spazio alla pazzia, addirittura si convince di aver turbato il rapporto matrimoniale tra Carlotta e Alberto. E questo dolore, unito a quello grandissimo di non avere la fanciulla tutta per sé, lo porterà alla drammatica scelta del suicidio.

  

  1. Il senso della natura

 

Fin dalle prime pagine del romanzo, possiamo notare come per Werther la natura assuma quasi un ruolo catartico, di purificazione da quella vita cittadina che ormai non amava più: “…questa stagione di giovinezza scalda con tutta la sua esuberanza il mio cuore che spesso rabbrividiva…”.

Nel suo vagabondare senza meta per i boschi o per i paesaggi campestri (“Sì certo, io sono un viandante, un pellegrino sulla terra. E che siete di meglio voi?”), il giovane rimane colpito dalla semplicità che lo interessa nel profondo dall’anima e che addirittura lo sconvolge. Tra la sua anima e la natura si crea così un binomio inscindibile, a tal punto da portarlo a cambiare umore secondo le variazioni stagionali o addirittura soffrire terribilmente se qualche elemento naturale viene alterato o muore, come ad esempio i noci abbattuti: “…Abbattuti! Verrebbe da impazzire, da ammazzare quel cane che ha dato il primo il colpo. Io, che mi consumerei di malinconia se avessi un paio d’alberi così nel mio cortile e uno ne morisse per vecchiezza, io devo stare a vedere!”.

Ma l’osservazione della natura lo rende anche più sensibile, lo porta a compiere riflessioni ben più profonde e di carattere filosofico, riguardo la piccolezza dell’uomo nei confronti di tutto il Creato: “…Grandiosi monti mi circondavano, abissi mi stavano innanzi, e torrenti vi cadevano precipitosi; i fiumi scorrevano sotto di me e ne sonavano la selva e il monte; e io le vedevo, le misteriose Forze, operare e generare congiunte nelle profondità della terra; mentre sopra la terra e sotto il cielo brulicano le generazioni d’innumerevoli specie. Tutto, in ogni dove, è popolato d’innumerevoli forme, ma gli uomini si chiudono nelle loro casucce, vi si annidano, e si proclamano signori del creato. Illuso! tu che vedi tutto piccolo perché sei, tu, piccolo.” E le riflessioni diventano più cupe a seconda dell’animo del giovane, ad esempio quando Carlotta sta per convolare a nozze, la natura stessa viene dipinta a tinte fosche e persino una semplice passeggiata assume le caratteristiche della più nera crudeltà: “…La più innocente passeggiata costa la vita a mille poveri vermucci, e un passo del tuo piede basta a demolire le faticose costruzioni delle formiche e a schiacciare tutto un microcosmo in una misera tomba […] O Cielo, o Terra, o palpitanti forze intorno a me! Ormai non vedo nulla, tranne un Mostro che eternamente ingoia, eternamente rumina…”

Da tutto ciò possiamo osservare come l’ambiente non abbai soltanto il banale ruolo di balsamo rigenerante per l’animo di Werther, ma come sia diventato una cosa unica con la sua anima, grazie al quale può riflettere e comprendere meglio il senso della vita.

 

  1. La concezione dell’arte

 

Anche nell’ambito artistico la natura secondo Werther svolge un ruolo fondamentale: essa è la massima ispiratrice dell’arte, per non dire la forma più sublime di essa. Fin dalle prime lettere che il giovane invia all’amico Guglielmo, capiamo come non abbia nessuna intenzione di dedicarsi al disegno, non ne ha per nulla bisogno e si sente ugualmente un “grande pittore”. E anche in seguito, quando comincerà a ritrarre semplici scene campestri, il protagonista ricorda: “… mi ritrovai ad aver compiuto un disegno bene ordinato e molto interessante, senza averci messo nulla di mio. Ciò mi rafforzò nel mio proposito di attenermi in avvenire esclusivamente alla natura. Essa sola è infinitamente ricca, ed essa sola forma il grande artista…”.

Da questi esempi comprendiamo come a Werther interessi soltanto la sensazione di essere artista , che in ogni caso rimane impossibilitato a ritrarre la perfezione della natura che lo circonda, la quale con la sua stessa presenza basta a ispirarlo.

Come per le sue scelte di vita, il giovane non concepisce regole o schemi da seguire, ma si lascia guidare dall’istinto; infatti possiamo notare come giudichi in modo negativo il Principe della Corte presso cui ha ottenuto un impiego (“Il meglio che ho fatto qui è il disegno. Il principe sente l’arte, e la sentirebbe ancor di più se non fosse impastoiato dal brutto accademismo e dalla solita terminologia. Certe volte mi tocca stringere i denti, quand’io gli fo da guida con calda fantasia natura, nell’arte, e lui tutt’a un tratto crede di mettere ogni cosa proprio in ordine, e in vece piglia una cantonata con un termine scolastico bollato in tutta regola…”).

Infine con un paragone del tutto esaustivo, Werther crea una corrispondenza perfetta tra amore e d arte: se il primo si spegne e muore per l’unione con le cosiddette “regole della società” (ad esempio il lavoro), allo stesso modo un artista non è più in grado di operare se costretto a seguire regolamenti imposti dall’alto.   

 

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Giovanni Verga I Malavoglia

 

Articolo di Arianese Valentina                                                

 

Il romanzo narra le tristi vicende della famiglia Toscano detti "Malavoglia" e si apre con il racconto del naufragio della barca, la "Provvidenza". L'incidente in cui muore Bastianazzo, il figlio di padron 'Ntoni, il vecchio capofamiglia, segna anche la fine di un sogno di relativo benessere. Col naufragio, termina anche il commercio di lupini appena avviato dalla famiglia e da questo momento una serie di sventure s'abbatte su “I Malavoglia: i debiti li costringono a vendere la "casa del nespolo", l'amata abitazione di famiglia, mentre il mondo come un pesce vorace, inghiotte quattro dei cinque figli che Bastianazzo ha lasciato. 'Ntoni, il maggiore, finisce in un giro di contrabbando e conosce la galera; Lia, la sorella minore, per sfuggire alla chiacchiere che il paese ha messo in giro su una sua presunta relazione con il brigadiere Don Michele scappa da Aci Trezza e diventa una prostituta; Luca, il secondogenito, muore nella battaglia di Lissa; Mena a causa delle difficoltà economiche deve rinunciare al matrimonio con Brasi Cipolla.

Solo Alessi riesce, all'indomani della morte del vecchio 'Ntoni, a realizzare il sogno del nonno di riscattare la "casa del nespolo".

1Verifica quali sviluppi abbiamo avuto ne “I Malavoglia” i personaggi e i ruoli narrativi della novella “Fantastichere”.

  • Il vecchio al timone è padron ‘Ntoni.
  • Maruzza rimane vedova.
  • Luca muore a Lissa.
  • ‘Ntoni va a Pantelleria.
  • La mena rimane zitella.

2Individua un certo numero (10) di modi di dire proverbiali, similitudini proprie della città dei pescatori di Aci Trezza.

“Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro.”  Capitolo I

“Di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio”  Capitolo I

“Perché il motto degli antichi mai mentì” Capitolo I

“Senza pilota barca non cammina” Capitolo I

“Per far da papa bisogna saper  far da sacrestano” Capitolo I

“Fai il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai” Capitolo I

“Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se non altro no sarai un birbante” Capitolo I

“Aveva venduto la gatta nel sacco” Capitolo I

“Scirocco chiara e tramontana scura mettiti in mare senza paura!” capitolo I

“A donna alla finestra non far festa.” Capitolo II

“Il mare è amaro e il marinaio muore a mare” Capitolo II (La fine è nel capitolo V)

“Chi ha il cuor contento sempre canta” Capitolo II

“Ci sono i diavoli per aria” Capitolo III

“Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti” Capitolo III

“Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico la roba e l’ingegno!” Capitolo III

“Non è oro tutto quel che luccica” Capitolo IV

“Triste quella caso dove ci è la visita pel marito” Capitolo IV

“Ne vista di morte senza risa, ne sposalizio senza pianto” Capitolo IV

“A chi vuol bene, Dio manda pene” Capitolo IV

“Donne coi capelli lunghi e il cervello corto” Capitolo IV

“Chi non sa l’arte chiuda bottega e chi non sa nuotare che si anneghi” Capitolo IV

“L’arte è aprente” Capitolo IV

“Il galantuomo come impoverisce diventa birbante” Capitolo IV

“Uomo povero ha i giorni lunghi” Capitolo IV

“I vicini devono fare come le tegole del tetto a darsi l’acqua l’un l’altro” Capitolo IV

“Augura bene al tuo vicino che qualcosa te ne viene” Capitolo V

“Pari coi pari e stati coi stati” Capitolo VI

“Amore di soldato poco dura, a tocco di tamburo addio signora” Capitolo VI

“Un pesce fuori dell’acqua non sa starci, e chi è nato pesce il mar lo aspetta” Capitolo VI

“Carcere malattie e necessità si conosce l’amistà” Capitolo VI

“Allora la donna è fedele quando il turco si fa cristiano” Capitolo VI

“Amici con tutti, e fedeli con nessuno” (stesso discorso presente ne “I promessi sposi”)

“L’uomo per parola e il bue per le corna” Capitolo VIII

“I forestieri vanno frustati” Capitolo VIII

“Il riso con i guai vanno a vicenda” Capitolo VII

“Dove ci sono i cocci ci son feste” Capitolo IX

“San Giuseppe prima fece la sua barba e poi quella di tutti gli altri” Capitolo IX

“Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto” Capitolo IX

“Per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale” Capitolo IX

“Chi ha la bocca mangia, e chi non mangia se ne muore” Capitolo IX

“Né testa, né coda, ch’è meglio ventura” Capitolo XI

“Forza di giovane e consiglio di vecchio” Capitolo XII

“Cuocersi le corna al sole” Capitolo XII

“Per un pescatore si perde la barca” Capitolo XIII

“Degli uomini segnati guardatene” Capitolo XIII

“Bisogna rompere la pentola per aggiustarla” Capitolo XIII

“Fecero pace cani e gatti” Capitolo XIII

“Alla casa del popolo ognuno ha ragione” Capitolo XIV

“La forca è fatta pel disgraziato” Capitolo XIV

“Ad albero caduto, accetta , accetta! Capitolo XV

“Chi cade nell’acqua è forza che si bagni” Capitolo XV

“A cavallo magro, mosche” Capitolo XV

 

Metafora animalesca.

“Quindi a poco a poco si sbrancarono”

“……carne d’asino…..” Capitolo  XI

“……mulo da bindolo……..” Capitolo XI

“…peggio di un cane rognoso…..” Capitolo XIII

“….peggio di una gallina…..” Capitolo XV

 

Umanizzazione della barca

La Provvidenza l’avevano rimorchiata a riva tutta sconquassata, così come l’avevano trovata di la dal Campo dei Mulini, col naso fra gli scogli, e la schiena in aria.

 

Metafora animalesca.

“Quindi a poco a poco si sbrancarono”

“……carne d’asino…..” Capitolo  XI

“……mulo da bindolo……..” Capitolo XI

“…peggio di un cane rognoso…..” Capitolo XIII

“….peggio di una gallina…..” Capitolo XV

 

Discorso indiretto libero.

……..a mietere l’erba pel vitello……..       Capitolo I

……...che dovevano mangiarseli i vermi…….    Capitolo I

……..chi rompe il filo…….. Capitolo IV

……..e voleva pagar ……. Capitolo IV

……..Ei non sapeva nulla …….. Capitolo V

……..Campana di legno……..diventano serpi  Capitolo VIII

……...Ma bisogna guardarsi………muricciuoli. Capitolo XI

……..Chissà……Alfio? Capitolo XI

…….Quando uno ……….colle zampe in aria. Capitolo XII

…….per chiacchiera dell’ingiustizia ……. Ugualmente. Capitolo XIII

 

 

 

 

Metafora semplice.

…quella barca della casa del nespolo……           (contrapposizione di due metafore) Capitolo I

…il vento si era messo a fare il diavolo a quattro…….. Capitolo III

…da Erode a Pilato….. ( la metafora è rapportabile alla cultura religiosa popolare) Capitolo IX

 

Similitudini

….la Provvidenza si dondolava sulle onde rotte dai fariglioni come un’anitroccola…. Capitolo I

….abboccheranno un chiodo arrugginito…..    Capitolo I

….e rideva a crepapelle con degli ah! ah! ah! che sembrava un gallina…..don Silvestro fa le uova d’oro… Capitolo II

….i bambini stettero a sentire e poi si rimisero a pigolare…..  Capitolo II

….si udiva il mare che russava li vicino….e ogni tanto sbuffava, come uno che si volti e rivolti nel letto….. Capitolo II

….come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese a scuotere le imposte…….. Capitolo II

….che pareva la madonna addolorata…… Capitolo V

….al pari di un uccello del malaugurio…. Capitolo V

….Barbara coi suoi piedi, come una pera matura….. Capitolo X (ripetuta nel capitolo XII e nel VIII)

….Il cuore si stanca anche lui, vedi; e se ne va a pezzo a pezzo, come le robe vecchie si disfano dal bucato ..Capitolo XI

…….che la bettola è come un porto di mare…… Capitolo XIV

……ammanettato come un Cristo…… Capitolo XIV

 

Umanizzazione della barca

………La Provvidenza l’avevano rimorchiata a riva tutta sconquassata, così come l’avevano trovata di la dal Campo dei Mulini, col naso fra gli scogli, e la schiena in aria…………

 

Cha Floscio

…..non faceva altro mestiere, «che» per questo stava in piazza tutto il giorno…… Capitolo IV

 

3Analizza la durata e il trattamento del tempo nel romanzo verificando le coincidenze, le distanze tra tempo del racconto e della storia nello sviluppo della vicenda.

Il tempo del discorso coincide con il tempo della storia. Si assiste lungo tutta la durata del racconto ad una dilatazione del tempo della storia ed ad una concatenazione del tempo del discorso. Il trascorrere del tempo è misurabile dai cambiamenti fisici e morali dei personaggi. Aiutandoci con dei riferimenti temporali presenti lungo tutta la durata del romanzo possiamo approssimare a una decina di anni la durata della storia. Possiamo anche datarlo sempre grazie a date esplicite o riferimenti temporali presenti nella novella intorno alla seconda metà del secolo scorso (1800).

4Analizza la dimensione spaziale.

Aci Trezza : è un villaggio di pescatori sulla costa orientale della Sicilia a pochi chilometri da Catania. Non è descritto oggettivamente ma come appare ai personaggi. Viene menzionata Catania ma sono descrizioni quasi favolose come di una terra molto lontana. Agli occhi del povero pescatore, la città non è altro che un  paese; in cui si ingigantiscono non solo le dimensioni fisiche ma anche il senso di isolamento e di impotenza. Il mare non è descritto, fa da sfondo e partecipa anche come personaggio stesso.  Assume inoltre una grande importanza la figura del nespolo con la sua casa, che simboleggia l’unità della famiglia ed è presente in molti commenti della popolazione di Aci Trezza. All’ombra del nespolo si consumano gli eventi decisivi della famiglia: di fronte ad esso Luca si ferma qualche attimo prima di partir soldato; sotto di esso padron ‘Ntoni e padron Cipolla si fermano a discutere del futuro della Mena ecc. Al nespolo viene spesso affiancata “la casa del nespolo” che rappresenta il simbolo della fedeltà alla tradizione e dell’unità della famiglia di padron ‘Ntoni. Quasi tutti gli avvenimenti si svolgono all’aria aperta tra i commenti quasi corali dell’intera popolazione.

5Riporta qualche esempio di concatenazione.

  • Ma pure ci pensavano sempre.    Capitolo I
  • Il Peggio è che i lupini li avevano presi a credenza.    Capitolo IV
  • Si vedrà! Si vedrà! Un giorno o l’altro si vedrà se ne dite, di bugie.   (per concatenazione dovuta alla citazione del nome dello zio crocifisso)      Capitolo V
  • Luca , poveretto, non stava ne meglio ne peggio. (la concatenazione inizia nelle prime righe del capitolo VIII ricollegandosi alla fine del capitolo VII)   Capitolo VIII
  • S. Francesco misericordioso li udì. (frase legata per concatenazione al capoverso precedente mediante la ripresa del nome del santo)   Capitolo IX
  • ‘Ntoni andava a spasso sul mare. (l’inizio del capitolo riprende la fine del capitolo precedente) Capitolo IX
  • Andando girelloni. (riprende la conclusione del capitolo precedente)
  • Arriva a casa ubriaco. (si ricollega alla fine del capitolo precedente: ….se ne tornarono dall’osteria…)
  • Per dargli il resto. (riprende le parole conclusive del capitolo precedente) Capitolo XIV

La gente…..don Michele. (riprende il termine del capitolo precedente) Capitolo XV

6Come si può definire il punto di vista del romanzo?

L’Introduzione a I Malavoglia venne, infatti, considerata dai veristi loro manifesto programmatico. Due pagine in cui Verga illustra non solo il contenuto del proprio romanzo ma traccia le linee di una nuova metodologia. "Questo lavoro è lo studio sincero e spassionato…", scrive l'autore in apertura, e per spassionato intende letteralmente privo di passioni, cioè di coinvolgimento emotivo da parte dell'autore. Dopo tanto soggettivismo romantico l'ideale di metodo impersonale e oggettivo s'impone come bisogno nella letteratura. "Chi osserva questo spettacolo", specifica infine, "non ha il diritto di giudicarlo". Allo stesso tempo, però, si può interpretare questa frase di chiusura come un'indicazione per il lettore dell'epoca che, nel romanzo verista, si trovava a confrontarsi per la prima volta con un mondo violento, primitivo e sconosciuto.  E’ presente un procedimento caratteristico della tecnica narrativa verghiana consistente nell’identificarsi dell’autore in un “narratore interno alla vicende”, che esclude punti di riferimento esterni alla cultura del mondo rappresentato  tutto rapportato ad un ambiente delimitato sul piano spaziale  e favolosamente storico e ripetitivo sul piano temporale. Nonostante ciò a volte accade che intervenga il narratore commentando i fatti. Il Verga utilizza la correlazione uditiva: ciascuno vede tutto, ascolta tutto e giudica tutti. Spesso perciò il narratore popolare lascia il posto al narratore “onnisciente”. E’ ben visibile inoltre la coralità del racconto: una dura voce che ascolta ed un regista che narra. Utilizza spesso la tecnica della concatenazione, cioè ripete una stessa frase da una sequenza all’altra. Notiamo che tutti i personaggi hanno una loro ideologia. Vediamo come gli abitanti del villaggio sono contrapposti alla figura dell’intera famiglia de “I Malavoglia”, poiché è ben distinto come per “tutti gli altri” vale la legge del meccanismo economico mentre per “I Malavoglia” contano principalmente i valori considerati da loro estremamente importanti ed autentici. Viene addirittura definito un comportamento strambo quello di padron ‘Ntoni: la sua stranezza consiste nel comportarsi secondo un codice di valori non condiviso dalla collettività. Però è anche vero che l’ottica economista coinvolge “I Malavoglia” non meno degli altri membri della comunità.

Abitanti (cinici) N    ïComico

I Malavoglia (seri) S  ïTragico

Appare così, spesso, l’ottica del vicinato (tutto il paese) incapace di comprendere ed accettare le ragioni di umanità che suggeriscono il comportamento de “I Malavoglia”. Chiuso nel suo gretto mondo di interesse, il vicinato valuta e condanna tutto ciò che non riesce ad adeguarsi ai suoi stessi parametri, riuscendo a deturpare anche i gesti più nobili. Nell’ottica utilitaristica di Campana di legno, tutto ha un senso e un valore soltanto se rapportabile a un concreto ricavo, al contrario di quello che pensa padron ‘Ntoni per il quale prevale sull’utile la logica del sentimento.

In certi punti però l’autore si pone in un’ottica esterna, da narratore “onnisciente” informandoci sugli avvenimenti tragici della vicenda. Il Verga, inoltre, utilizza la tecnica dello “Straniamento”, molto particolare, che consiste nella differenza tra la veduta del narrante e quella personaggio; e nel rapportare ciò che è normale come se fosse strano e viceversa.

7Quali sono secondo te i protagonisti e perché?

I due personaggi principali sono i due omonimi ‘Ntoni: padron e nipote. Su padron ‘Ntoni, il capo famiglia, pesano tutte le responsabilità poiché per lui è importante mantenere unita la famiglia così come secondo l’ottica dell’ostrica. Ottica non condivisa dal nipote, il quale agisce rifiutando il codice di valori impartitogli dal nonno. L’autore si serve il personaggio  di questi due protagonisti per esprimere un messaggio, determinando così la loro importanza.

8Come viene trattato il tema dell’amore?

Il tema dell’amore ne “I Malavoglia” è di importanza secondaria. L’amore è assoggettato all’interesse economico. L’unico sentimento puro narrato e quello tra Mena e Alfio. Sentimento che non ha futuro per adeguarsi ad una visione materialistica.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Cuore d i Tenebra

 

Recensione di Manzolillo Francesco                                                                                                               

La vita dell’autore

 

Conrad, Joseph (pseud. di Józef Teodor Konrad Korzeniowski) (Berdixev 3.12.1857 - Bishopsbourne 3.8.1924) Scrittore britannico di origine polacca. Educato in Francia, precocemente attratto dalla vita di mare, nel 1878 entrò nella marina mercantile britannica, dove raggiunse il grado di capitano (1884) e trascorse 20 anni viaggiando, spec. in Malesia, Africa e Oceania. Stabilitosi in Inghilterra, riversò le sue esperienze di mare e di terre esotiche in numerosi romanzi e racconti, caratterizzati da una attenta ricerca formale, con la quale cercò anche di superare la difficoltà di esprimersi in una lingua appresa in età adulta. Nelle sue opere, sul gusto dell'avventura prevale l'indagine delle tormentate personalità dei protagonisti, segnati dalla solitudine, dalla sventura, da segreti sensi di colpa, condotta con la tecnica del racconto nel racconto, del ricordo, della confessione. OP: La follia di Almayer (1895); Un reietto delle isole (1896); Il negro del `Narciso' (1897); Lord Jim (1900); Cuore di tenebra (1902); Tifone (1903); Nostromo (1904); L'agente segreto (1907); Con gli occhi dell'occidente (1911); Racconti di mare e di costa (1912); Caso (1914); La linea d'ombra (1917); La liberazione (1920).

 

Notazioni bibliografiche

 

Titolo:Cuore di tenebra;

Titolo originale: Heart of Darkness;

Casa editrice: Garzanti;

Prima edizione:1902;

Traduttore: Luisa Saraval;

Lingua originale:inglese;

 

Argomento

 

Una sera, un marinaio di nome Marlow racconta a degli altri naviganti la sua esperienza in Congo, caratterizzata dal razzismo e dall’ingiustizia tipici del colonialismo occidentale.

 

Riassunto

 

Su una barca ormeggiata alla foce del Tamigi, Marlow, “marinaio d’acqua dolce”, racconta a un gruppo di viaggiatori il suo precedente viaggio in Congo. Egli, infatti, da bambino ha sempre sognato di recarsi nel paese africano e, tornato a Londra dopo sei anni passati nei mari dell’Estremo Oriente, riesce, tramite l’intercessione di una zia, a farsi affidare un battello a vapore destinato al commercio sull’omonimo fiume.

Il giorno seguente, si imbarca su una nave francese diretta verso il Congo e, se in principio sente solo un senso di disagio e di disonestà, ora, dopo aver visto una nave da guerra bombardare la boscaglia contro un villaggio di “nemici”, cioè di indigeni, sente crescere al suo interno un sentimento diffuso di vago e opprimente stupore.

         Passa poco più di un mese e finalmente Marlow arriva ad una stazione della Compagnia. Egli, però, dirigendosi verso la sua capanna, vede uno spettacolo infernale: infatti, nascosti nell’ombra di un bosco, ci sono degli uomini “dispersi nelle più varie e contorte pose di prostrazione e abbandono, come nei quadri di massacri o di peste”,  i quali stanno lentamente morendo a causa dei lavori forzati che gli sono stati imposti dai bianchi. Marlow, però, deve ripartire per recarsi alla sua stazione e, arrivatoci, scopre che la sua barca è stata distrutta. Egli, così, comincia, tra mille difficoltà, l’opera di ricostruzione del battello a vapore. Inoltre, egli sente parlare per la prima volta di Kurtz, l’uomo notevole dalla personalità enigmatica e inquietante.

         Alcuni mesi più tardi, il marinaio parte verso la Stazione Interna ma, dopo qualche miglio, si ferma in prossimità di una capanna. Egli carica sul battello del legname che era accatastato in questa e prende un libro di navigazione con degli appunti in russo.

Successivamente, l’uomo è vittima di un attacco da parte degli indigeni in cui muore il timoniere. Poi, finalmente, arriva alla stazione. Egli è accolto con trepidazione da un bianco di origine russa che afferma che gli indigeni l’hanno attaccato perché non volevano che Kurtz se ne andasse, in quanto lo scopo di questa spedizione è, oltre che trasportare l’avorio, portare l’uomo in un’altra stazione per curarlo.

Superata l’ostilità degli indigeni, Marlow accoglie nella sua nave i due bianchi e, durante il viaggio, consiglia al russo di scappare perché il direttore della stazione lo vuole impiccare.

Qualche giorno dopo, Kurtz consegna delle carte al marinaio e, successivamente, muore. Quest’ultimo, allora, ammalatosi, torna a Londra, dove è soggetto a pressioni da parte della Compagnia per avere quei documenti. Egli, però, va a porgere le sue condoglianze alla ex-compagna di Kurtz alla quale consegna le carte.

 

Caratteristiche fisiche e morali del protagonista

 

Il protagonista del romanzo è Charlie Marlow.

Egli è un marinaio di origine inglese che rappresenta in maniera atipica la sua categoria, in quanto è un vagabondo.

Fisicamente, ci vengono presentati solo il viso magro, consunto e svuotato, le guance incavate e la carnagione gialla.

Egli, nei confronti del colonialismo, ha in principio un parere positivo ma, dopo la sua esperienza, pensa che sia un orrore.

 

Caratteristiche fisiche e morali degli altri personaggi

 

Gli altri personaggi del libro sono: Kurtz, la zia di Marlow, l’ex-capitano Fresleven, il segretario della compagnia, il direttore della compagnia, l’impiegato della compagnia, il medico della compagnia, il capitano del piroscafo, il contabile della compagnia, il direttore della stazione, il capo operaio della stazione, lo zio del direttore, il fuochista, il timoniere, il fabbricante di mattoni della stazione, il russo, l’ex-compagna di Kurtz e i neri.

 

Mistah Kurtz: uomo di origine inglese, francese e tedesca. Egli è un agente di prima classe ed è destinato a diventare direttore della Compagnia. Secondo molti, però, l’uomo poteva anche essere con ottimo successo giornalista, pittore, politico o musicista (organista). Fisicamente, ci viene presentato come un uomo esile e calvo con un grande osso frontale. La sua voce profonda e vibrante, gli conferisce quasi una venerazione da parte del suo uditorio che, davanti ai suoi discorsi, rimane letteralmente a bocca aperta.

 

Zia di Marlow: è una tenera anima entusiasta che sfrutta le conoscenze importanti per far avere al nipote l’importante compito di pioniere.

 

Ex-capitano Fresleven: uomo di origine danese che uccide il capo di un villaggio africano per una lite e viene a sua volta ucciso da un nero.

 

Contabile della compagnia: è un bianco elegante, in quanto ha un alto colletto inamidato, polsini bianchi, una leggera giacca di alpaca, pantaloni candidi, una cravatta chiara e stivaletti di vernice. I capelli, divisi dalla riga, sono ben spazzolati e impomatati.

 

Direttore della stazione: è un uomo ordinario nell’aspetto, nei lineamenti, nei modi e nella voce. Di statura media e costituzione normale. Gli occhi, di un azzurro comune, sono freddi e c’è un’indefinibile, sfuggente espressione nelle sue labbra.

 

Capo operaio della stazione: è uno spilungone tutto ossa, con la carnagione gialla e due grandi occhi espressivi. È calvo ma ha una grande barba.

 

Fabbricante di mattoni della stazione: è un agente di prima classe, giovane, distinto, un po’ riservato, con una barbetta a due punte e il naso adunco. È, di fatto, la spia del direttore della stazione.

 

Russo: egli ha un volto imberbe, da ragazzo, molto chiaro, privo di tratti caratteristici, il naso spellato, occhietti azzurri. Era scappato da scuola, si era imbarcato su una nave russa, era scappato di nuovo, aveva servito per un po' su delle navi inglesi e poi si era riconciliato col padre. Ha venticinque anni.

 

Ex-compagna di Kurtz: non è tanto giovane, e dell’età matura ha la capacità di essere fedele, di credere, di soffrire. I suoi capelli biondi, il suo pallido viso, la sua fronte pura, sembrano circondati da un alone cinereo da cui spiccano due occhi scuri.

 

Neri: sui loro fianchi sono annodati degli stracci neri, le cui corte estremità si agitano dietro la schiena come delle code. Le loro costole si distinguono una a una, le giunture delle loro membra sembrano i nodi di una corda.

 

I luoghi del romanzo

 

I luoghi in cui si svolge il romanzo sono gli uffici della Compagnia, la sala d’aspetto, l’ufficio, la barca di Marlow, l’ufficio del contabile della stazione, la Stazione Centrale, la capanna col legno e la capanna di Kurtz.

 

Barca di Marlow: questo battello è fatto come una chiatta pontata. Sul ponte ci sono due cassette in legno di tek, con porte e finestre. La caldaia si trova a prua e le macchine a poppa. Il tutto è ricoperto da un tetto leggero, sostenuto da quattro puntali. Il fumaiolo sbuca dal tetto, e proprio davanti al fumaiolo una stretta cabina, costruita con assi sottili, funge da cabina di pilotaggio. Contiene una cuccetta, due seggiolini da campo, una Martini-Henry carica in un angolo, un minuscolo tavolino e la ruota del timone. Sul davanti un’ampia porta e due larghi portelli ai lati.

 

Capanna di Kurtz: il tetto sta crollando e il lungo muro di fango che fa capolino sopra l’erba ha tre buchi quadrati a guisa di finestre, non uno della stessa misura dell’altro. La capanna è circondata da dei pomi rotondi simbolici che sono dei teschi umani.

 

Il tempo del romanzo

 

Il racconto si svolge realmente in una sera ma il lungo flash-back si svolge per molti mesi.

Il tempo è indeterminato, anche se si durante il periodo del colonialismo o subito dopo.

 

Messaggio del libro

 

Con questo libro, Conrad accusa apertamente il colonialismo a lui contemporaneo. Egli, però, non si scaglia solo contro l’imperialismo belga in Congo, ma contro tutta l’Europa, e questo è manifestato dalla diversa nazionalità dei personaggi: infatti, Marlow è inglese, Fresleven è danese e Kurtz è tedesco ma “sua madre era per metà inglese e suo padre per metà francese”, ha ricevuto un’educazione inglese e lavora al servizio della Compagnia belga.

Conrad, però, denuncia anche l’ipocrisia degli occidentali. Infatti, agli inizi del ventesimo secolo questo movimento colonizzatore era spinto, almeno in apparenza, da motivi ideologico-sociali e di civilizzazione dei popoli africani (“distogliere quella massa di ignoranti dalle loro orribili usanze” dice la zia di Marlow). Al contrario, però, anche in passato ci sono stati dei colonizzatori, come i Romani o come Francis Drake e John Franklin, ma almeno questi non nascondevano le loro razzie con false intenzioni ideologiche.

Inoltre, il viaggio di Marlow rappresenta per l’uomo un percorso di formazione umana che lo porta a scoprire il vero volto del colonialismo europeo, il quale viene efficacemente definito da Kurtz un orrore.

La formazione del marinaio si compie quando mente all’ex-compagna del tedesco per alleviarne la sofferenza.

 

Giudizio personale

 

Il libro, scritto in uno stile fluido e mai noioso, ha due narratori: il primo è un anonimo ascoltatore di Marlow e il secondo è lo stesso marinaio.

Io penso che il titolo “Cuore di tenebra” abbia un duplice significato: il primo è che Marlow parte dall’Europa con l’idea di colonizzare il Congo che, in quel momento, è il cuore di tenebra. Nel viaggio di ritorno, invece, il marinaio torna in Europa che considera il vero cuore di tenebra del mondo.

Nel 1979, il regista Francis Ford Coppola ha tratto da questo libro il film-capolavoro Apocalypse Now che, però, è ambientato nei luoghi della guerra del Vietnam.

Per scrivere questo libro, che è considerato uno dei capolavori della letteratura europea, Conrad si è ispirato alla sua storia personale. Egli, infatti, era un marinaio e, nell’aprile del 1890, grazie alle conoscenze della zia Marguerite Poradowska, venne assunto dalla Société Anonyme Belge pour le Commerce du Haut-Congo. Dopo aver firmato il contratto a Bruxelles, Conrad salpa da Bordeaux su una nave francese che lo condurrà nella città di Boma, sulla foce del fiume Congo. Di lì, risalendo il fiume su un battello, raggiunge il villaggio di Matadi e poi, attraverso un estenuante percorso a piedi, Kinshasa. Al suo arrivo, il direttore della stazione, nei confronti del quale Conrad confessa di aver nutrito un’immediata avversione, gli comunica che il vaporetto che avrebbe dovuto comandare aveva subito un’avaria e lo fa imbarcare su un battello ai comandi di un capitano danese. Lo scopo del viaggio è quello di risalire il fiume e raggiungere la stazione più interna da dove un agente della società, di nome Klein, ammalatosi gravemente, doveva essere prelevato. Durante il ritorno Klein muore e anche Conrad viene colpito da febbri malariche e da altri gravi disturbi che mineranno per sempre il suo stato di salute.

L’esperienza in Congo di Conrad, venne raccolta in un diario che l’autore teneva giornalmente che venne pubblicato sotto il titolo di The Congo Diary.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

 

Treno di panna

Biografia dell’ autore

 

A. De Carlo nacque a Milano nel 1952, dove ancora oggi risiede.  La sua carriera come scrittore iniziò nel 1981 con il romanzo “Treno di Panna” che è stato seguito da altri  nove romanzi di successo.

Oltre alla carriera da scrittore De Carlo   svolse innumerevoli professioni sia in Italia sia all’ estero; 

si occupò di foto pubblicitarie con Oliviero Toscani, affiancò Federico Fellini nel film “ La nave va “, come assistente, e lavorò come aiuto regista di Michelangelo Antonioni.

De Carlo riscosse da subito enorme  successo sia dalla critica sia dai lettori.

Questi sono, infatti, i premi che gli sono stati attribuiti:

Commisso  1981

Dignes Haute Provence  1984

Lucca società dei lettori 1989

Castiglioncello 1992

Hemingway  1994

 

Questi, invece, i 10 romanzi finora scritti:

  • Treno di panna;  1981
  • Uccelli da gabbia e da voliera;  1982
  • Macno;  1984
  • Yucatan;  1986
  • Due di due; 1989
  • Tecniche di seduzione;  1991
  • Arcodamore; 1993
  • Uto;  1995
  • Di noi tre;  1997
  • Nel momento;  1999

 

 

Riassunto

 

Giovanni Maimeri è un Italiano che torna da un viaggio in Nuova Guinea e va a vivere a Los Angeles da due suoi vecchi amici, Ron e Tracy.  Dapprima cerca di sopravvivere con i risparmi accumulati fino a quel giorno, ma successivamente decide di doversi trovare un nuovo lavoro.

Viene assunto in un ristorante italiano, l’ Alfredo’s restaurant  , dove presto impara il mestiere e guadagna abbastanza denaro da poter pagare vitto e alloggio a Ron e Tracy.

Al ristorante dove lavora conosce la cameriera del posto, Jill, di cui si innamora e con cui va a vivere a Brentwood.  Qui conosce Marcus, un amico di Jill, che lo convince a lasciare il suo lavoro per tentare di sfondare nel campo che più gli interessava.  Allora  Giovanni si licenzia dal vecchio ristorante e fa diverse domande per diventare insegnante d’ Italiano, in alcune scuole di lingue straniere.

Viene contattato da una piccola scuola in cu è costretto ad insegnare poche parola base a turisti che devono passare poche settimane in Italia.

Successivamente, però viene assunto in una scuola più prestigiosa e pagato di più.

In questa scuola ha la possibilità di insegnare a persone di grande importanza come attrici e modelle.  La sua prima allieva, infatti, è una  attrice che lui aveva visto sempre e solo nei film, Marsha Mellows.  Inizialmente è molto imbarazzato ed impacciato con la donna, che le sembra troppo importante per lui, ma successivamente il loro rapporto si scioglie e i due diventano quasi amici al punto che le lezioni di italiano passano quasi in secondo piano.  Da Marsha, Giovanni conosce molte persone del mondo dello spettacolo e viene invitato ad alcune feste in cui conosce attori e registi di primo piano.

Riaffiora, così, in lui il sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo e farsi conoscere a Hollywood.     

 

 

 

Analisi dei personaggi.

 

Giovanni: è il protagonista del libro e il narratore. Non si caratterizza mai, né fisicamente né psicologicamente.  E’ un italiano che viene da Milano, che considera la città più brutta del mondo.

Parla inglese molto bene ed ama la fotografia.  Ha occhi azzurri.  Non è molto ricco, è anzi costretto a rubare le cose più costose a supermarket.

 

 Jill: è la cameriera del ristorane Alfredo’s e, per un po’ di tempo, la ragazza e convivente di Giovanni.  Non è magra, è, anzi, abbastanza robusta e soda, ha capelli non molto lunghi e biondi.

Porta solitamente vestiti lunghi sostenuti da una cintura a nastro.  Lavora come cassiera nell’ attesa di trovare un lavoro migliore.

Dopo qualche tempo caccia Giovanni dal suo appartamento ed i due si lasciano  per i continui litigi e per  la monotonia della loro vita.

 

Marsha Mellows: è una famosa attrice americana. Ha circa 36 anni, occhi azzurri , sopracciglia sottili, pelle liscia e chiara. Ha girato il film Treno di panna. E’ molto ricca e vive in una grande villa a Bel Air con il marito. Partecipa o organizza spesso a grandi feste a cui partecipano grandi divi  o registi del mondo del cinema. 

 

Arnold bocks: è uno dei personaggi secondari.  E’ alto, largo, sulla cinquantina, ha mani spesse e braccia grosse. Si sente molto sicuro di sé e dentro casa sua si comporta da vero padrone.

Lavora anche lui nel mondo del cinema con la moglie.

Tracy: è una dei due ragazzi che ospita Giovanni, appena egli torna dalla Nuova Guinea.  E’ una ragazza piuttosto robusta, priva di eleganza e poco sensibile.  Cerca di invogliare e creare occasioni di lavoro al marito, Ron.  Instaura con Giovanni un rapporto di rivalità e, alla fine, quasi d’odio.

 

Ron: è il marito di Tracy.  Ha capelli lunghi e biondi ed un accento newyorkese. Scrive un soggetto cinematografico, ma gli viene rifiutato per la sua poca commerciabilità. E’ abbastanza povero ed è costretto a rubare al supermarket per la mancanza di denaro.

 

 

Analisi dei luoghi

 

 

La vicenda si svolge nella città di Los Angeles, negli Stati Uniti d’ America. 

Giovanni vive quotidianamente in diversi luoghi:

 

La casa di ron e tracy: la loro casa era praticamente sotto la freeway, le macchine passavano pochi metri più in là e più in alto. Ogni notte si sentivano i muri vibrare e non permettevano una civile vivibilità.  Il pavimento era ricoperto di moquette rossa, c’ era un divano rifoderato contro il muro, uno sgabello e un tavolo con due sedie.

 

La casa di jill: è un appartamento condiviso con un’ inquilina nel quartiere di Brentwood.

Al centro del salotto c’era un grande televisore che sembrava il centro della stanza e al quale tutti gli altri oggetti della stanza sembravano subordinati.  Nel salotto, inoltre, c’ erano riviste sparse, dischi e borse di ogni genere.

 

La casa di marsha: è una grande villa nel quartiere di Bel Air, con un grande cancello e due cani che fanno la guardia. La casa è grande e bianca ed ha una veranda a colonnine. Il giardino è molto grande e dentro a questo si trovano palme ed eucalipti disposti simmetricamente.

 

 

Analisi temporale

 

 

La vicenda si svolge in un arco di tempo di tempo di un mese circa. La vicenda è ambientata negli anni ’70 ( ‘77/’79 ).  Non vi sono riferimenti temporali, tranne nelle lettere che vengono riportate.

La fabula e l’ intreccio coincidono, non ci sono, infatti, analessi e prolessi.

Vi sono diversi sommari, quasi per ogni giorno del racconto.

 

 

Narratore

 

 

Il narratore coincide con il protagonista; egli infatti narra in prima persona tutti gli avvenimenti e i dubbi accadutigli. 

Il narratore è interno.  La focalizzazione è interna e fissa ( tranne nelle lettere che sono scritte da altri personaggi ).

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

AUTORE                               Giorgio Bassani  

TITOLO DELL’OPERA        Il giardino dei Finzi-Contini

GENERE DELL’OPERA             Testo autobiografico

CASA EDITRICE                  Oscar Mondadori

DATA PRIMA EDIZIONE   Maggio 1963

NUMERO DELLE PAGINE  241

 

 

AUTORE

 

Giuseppe Bassani, poeta e scrittore italiano nacque a Bologna il 4 marzo 1916 in una famiglia ebraica. Ha conseguito la laurea in lettere nel 1939 dopo aver frequentato il liceo classico.

I luoghi da cui Bassani prende spunto per le sue opere sono nella città di Ferrara, dove lo scrittore si era trasferito da giovane. Nel 1943 fu incarcerato a causa della sua appartenenza ad una banda antifascista clandestina. Tutte le opere di Bassani sono  basate sul fascismo, la guerra, le persecuzioni razziali e la resistenza partigiana. Il suo romanzo più famoso è IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI (1963) in cui si ritrovano i suoi temi narrativi principali : la memoria, la solitudine umana, la violenza della storia; Vittorio De Sica vi si ispirò per un film del 1970.

Altre opere famose sono: CINQUE STORIE FERRARESI (1956), GLI OCCHIALI D’ORO (1958) e L’AIRONE (1968), IN RIMA E SENZA (1982), LE PAROLE PREPARATE E ALTRI SCRITTI DI LETTERATURA 81966) ,DI Là DAL CUORE (1984).

 

CONTENUTO DELL’OPERA

Giorgio Bassani racconta nel prologo di come nel’57, durante una gita alla necropoli etrusca di Tarquinia, abbia deciso di scrivere un romanzo in cui ricordare un momento importante della sua vita.

Parte dalla descrizione della cappella funeraria dell’aristocratica famiglia ebrea dei Finzi-Contini per rievocare le prime occasioni d’incontro con i due ragazzini, Micol e Alberto.

All’inizio Micol e l’autore si tengono d’occhio da lontano, attratti comunque da una certa curiosità reciproca.

E’ in occasione di una delusione scolastica che l’autore ha modo di conoscere più da vicino Micol; lo invita ad entrare nel suo giardino; a causa però di un domestico che richiama la ragazza in casa, il tentativo d’approccio finisce lì.

Dopo un’ellissi di ben 16 ani, ci si ritrova nel periodo di emanazione delle leggi razziali, al tempo del fascismo.

I ragazzi Finzi-Contini aprono il loro campo da tennis e la loro casa ad altri ragazzi, tra i quali c’è anche l’autore. Egli ha finalmente l’occasione di conoscere meglio Micol; da subito s’innamora di lei, ma non si rende immediatamente conto del proprio sentimento che tuttavia continua a diventare sempre più profondo. I due trascorrono insieme momenti di amicizia molto significativi: trascorrono ore e ore esplorando le parti più belle del giardino.

Micol sta bene con l’autore e gli dà una confidenza sempre più grande, considerando il loro rapporto come un rapporto di amicizia.

Quando si rende conto che la cosa per l’autore ha un significato d’amore, lei si allontana e va a Venezia per preparare la tesi di laurea.

I due continuano a scriversi, fino a quando la ragazza torna a casa e l’autore passa con lei dei bellissimi momenti pieni di sentimento.

Quando però l’autore esprime la sua folle passione, perde del tutto Micol, che ne rifiuta anche l’amicizia.

Solo dopo molto tempo, grazie ai consigli di suo padre (che ormai è diventato un vecchio malandato e reso insonne dalle delusioni della vita), l’autore si rassegna a rinunciare a quell’amore; così taglia i ponti con i Finzi-Contini, riprende lo studio e prosegue la vita per la sua strada.

 

 

 

PERSONAGGI

L’IO NARRANTE

Nel romanzo non descrive il proprio aspetto fisico, ma racconta di essere uno studente, iscritto a lettere. Quello che però mette in evidenza  è soprattutto la difficoltà a capire i propri sentimenti e a saperli esprimere in modo corretto, specialmente nel caso dell’amore per Micol; della propria famiglia nomina il fratello Ernest, più giovane di lui di quattro anni; dà maggior rilievo a suo padre, “laureato in medicina e libero pensatore, volontario di guerra, fascista con tessera del ’19, appassionato di sport, ebreo moderno, insofferente di fronte a qualsiasi smaccata esibizione di fede”, sprezzante nei confronti degli ebrei “aristocratici” come i Finzi-Contini; come tutti verrà espulso dal partito e dal circolo negozianti; avrà comunque un ruolo importante per l’autore: sarà colui che lo aiuterà a ritrovare sé stesso.

 

I FINZI-CONTINI

Si tratta di un’aristocratica famiglia ebrea caratterizzata da una “superbia ereditaria”: Regina Herrera (la nonna), il professor Ermanno e la signora Olga, genitori di Micol e Alberto; gli zii, dottor e ingegner Herrera.

Dopo la morte del primogenito Guido, il professor Ermanno e la signora Olga vivono in un “assurdo isolamento”, per paura di essere in qualche modo contagiati dai comuni mortali. Così Micol e Alberto non frequentano le scuole pubbliche; hanno in comune con gli altri ragazzi un paio di professori (che danno loro ripetizioni private) e l’occasione degli esami a fine anno. Rivedono poi i ragazzi ebrei (in particolare la famiglia dell’autore) durante le funzioni alla sinagoga; c’è però un ulteriore allontanamento quando i Finzi-Contini cominciano a frequentare anche le loro funzioni in un ambiente privato.

La situazione cambia quando ospitano i coetanei; con gli ospiti dei ragazzi, i Finzi-Contini e gli Herrera si dimostrano sempre gentili, ma molto distanti. Solo il professor Ermanno prenderà più avanti interesse e simpatia per l’autore e, per i suoi studi, gli metterà a disposizione i tesori della biblioteca di famiglia.

 

MICOL FINZI-CONTINI

Oltre a quella dell’io narrante, è la figura che è sempre presente in tutto il romanzo attraverso l’importanza che le viene data dall’autore. E’ una ragazza allegra, piena di vita, dinamica e sportiva. Nonostante la sua famiglia ne ostacoli la socializzazione, Micol mostra sempre una certa curiosità nei confronti della realtà esterna; in modo particolare mostra interesse per l’autore.

Finirà deportata dalle SS in un lager (come i suoi parenti) e se ne perderanno le tracce.

 

ALBERTO FINZI-CONTINI

E’ il fratello di Micol. E’ un personaggio molto fine che ama comunque vestire in modo sportivo.

E’ sempre molto gentile nei confronti dei suoi ospiti e fa di tutto per metterli a loro agio. Rimane sempre però molto distaccato dagli altri, è piuttosto schivo e introverso.

Non fa mai, neppure per un attimo, la parte del protagonista; ascolta i pareri di tutti e non ha mai niente da obbiettare.

Verso la fine del romanzo, l’autore esprime i suoi sospetti sul fatto che Alberto sia ammalato, deducendolo dall’aspetto sempre più esile e debole; in effetti Alberto morirà ben presto a causa del linfogranuloma che lo sta debilitando da anni.

 

GIANPIERO MALNATE

Tra i ragazzi che frequentano la casa dei Finzi-Contini, Malnate è il più vecchio ed è quello che rimane più a lungo, diventando frequentatore quotidiano di Alberto. Nello studio di questi trascorre ore e ore a chiacchierare anche con l’autore. Quando l’io narrante si allontana dalla casa dei Finzi-Contini, Malnate esce spesso con lui che in questo modo si illude di tenere un legame, seppur sottile, con la famiglia e con Micol; in realtà poi sospetta che molto probabilmente Malnate, di notte, dopo aver lasciato lui, senza alcuno scrupolo va da Micol.

Malnate appartiene ad un ambiente completamente diverso da quello degli aristocratici Finzi-Contini. Lavora in fabbrica ed ha idee comuniste; parla spesso di politica ed è l’unico personaggio del romanzo a prendere posizione precise al riguardo degli avvenimenti di quegli anni.

Verrà mandato in guerra proprio sul fronte russo a combattere i comunisti e morirà.

 

 

AMBIENTI

 

Nel prologo l’autore si trova in gita nella NEROPOLI ETRUSCA di Tarquinia.

Da qui ritorna quel pensiero al CIMITERO EBRAICO di Ferrara e, in particolare, alla TOMBA DI FAMIGLIA dei Finzi-Contini. Si tratta di un monumento isolato dagli altri costruito con mania di grandezza, ma con discutibile buon gusto.

LA CASA DEI FINZI-CONTINI

Ci viene presentata da subito come una “dimora gentilizia”, che si trova in una zona aristocratica, in una delle vie più famose di Ferrara.

LA SINAGOGA ITALIANA

E’ l’ambiente che permette a Micol e l’autore, bambini, di scrutarsi da lontano.

IL MURO DI CINTA

E’ quello che l’autore dovrebbe scavalcare quando viene invitato da Micol ad entrare di nascosto nel giardino. Al ragazzo sembra insormontabile, ma lei gli dà una dimostrazione pratica. Alla fine del romanzo, anche all’autore il muro sembra accessibile.

IL PERTUGIO

Si apre in una specie di “montanozzo etrusco” con una camera sotterranea vastissima; si trova lungo il muro di cinta e Micol suggerisce all’autore bambino di entrarvi per nascondere la bicicletta. E’ lì, nel lungo cunicolo, che il ragazzo si rende conto che potrebbe succedere “qualcosa” (come un bacio) tra lui e Micol e ne ha quasi paura.

IL GIARDINO

Il ragazzo lo esplorerà in ogni angolo, dopo molti anni insieme a Micol che lo conosce in tutti i dettagli e lo ama. E’ un parco sterminato, ricchissimo di alberi esotici, alberi da frutta, alberi secolari di tutti i tipi; è persino munito di un imbarcadero sul canale Panfilio e di una casa colonica in cui abita il giardiniere con i suoi familiari, tutti domestici dei Finzi-Contini.

 

 

 

IL CAMPO DA TENNIS

E’ l’ambiente in cui Micol e Alberto ospitano i loro coetanei trascorrendo con loro tutti i pomeriggi. Non è bellissimo, ma va bene per sostituire quello del circolo che i ragazzi non possono più frequentare in quanto ebrei.

LA RIMESSA

E’ lì che si rifugiano Micol e l’autore quando, durante una delle loro scorribande nel parco, vengono sorpresi da un acquazzone. La rimessa viene descritta con molta precisione e, in particolare, l’attenzione viene puntata sulla vecchia carrozza (ora usata ben poco e sostituita da un’auto moderna); l’autore ricorda di averla ammirata da bambino quando i ragazzi Finzi-Contini venivano alla sua scuola per gli esami.

Tuttora è tenuta in perfetto ordine dal domestico che, secondo Micol, non vuole lasciarla invecchiare e morire, come invece sarebbe più giusto che succedesse.

LA CAMERA DI MICOL

All’inizio Micol, in una telefonata all’amico, gli descrive il panorama che può vedere dalle finestre. Dice di non volergli descrivere la camera vera e propria, ma poi pian piano, gliene svela i particolari. Quando, più avanti, il giovane vi entrerà, la troverà proprio come se l’era immaginata.

Anche la BIBLIOTECA del professor Ermanno e lo STUDIO di Alberto sono descritti in modo dettagliato dall’autore che vi trascorre molto tempo.

 

 

 

 

CONTESTUALIZZAZIONE

 

I fatti si svolgono negli anni cupi del fascismo (1920) e delle leggi razziali (1938). In particolare viene evidenziato come la storia di quegli anni influì sulle famiglie ebree benestanti o addirittura aristocratiche. Anche ai giovani ebrei ricchi fu tolta la possibilità di iscriversi alle scuole pubbliche; gli studenti universitari ebbero grosse difficoltà per arrivare alla discussione della tesi; più tardi per iscriversi all’università era addirittura necessario emigrare, come accadde al fratello dell’autore. Le biblioteche divennero privilegio di chi non era ebreo; l’autore approfittò della biblioteca del professor Ermanno, ma erano pochi gli studenti ebrei che avevano opportunità come questa. Anche il mondo dei divertimenti era precluso agli ebrei: il circolo del tennis, per esempio, aveva escluso anche ragazzi veramente in gamba solo per motivi di razza.

Nel romanzo potrebbe sembrare che questi giovani ricchi non risentissero più di tanto di questa emarginazione se non si fosse letto il prologo. Infatti è per mezzo delle prime pagine che da subito l’autore ci fa conoscere il tragico destino che aspetta Micol, gli altri personaggi e gli ambienti stessi che verranno travolti inesorabilmente dal nazismo e dalla guerra.

Il prologo è ambientato negli anni ’50 e vi si legge la rovina che accomuna i Finzi-Contini a tutti gli altri.

Micol e i Finzi-Contini sono morti come in un certo senso lo sono anche i loro ambienti.

  • La bellissima casa si presenta molto diversa: danneggiata da un bombardamento del ’44, è abitata da una cinquantina di famiglie di sfollati, “plebaglia malandata”.
  • IL giardino non esiste più: gli alberi durante la guerra sono stati abbattuti per farne legna da ardere.
  • Persino la tomba nel cimitero ebraico appare trascurata, abbandonata da tutti, privata anche della sua funzione: quasi tutta la famiglia è sepolta chissà dove, dopo lo sterminio nei lager nazisti.

 

 

 

TEMATICHE

L’amore non corrisposto

Fin da quando è bambino, l’autore si accorge che Micol manifesta curiosità nei suoi confronti; egli ne è attratto sempre più e soffre tremendamente perché non trova la forza di dichiararsi. Poi, quando si dichiara soffre ancora di più, perché viene rifiutato.

Per illudersi di rimanere legato alla ragazza, continua a frequentare la sua casa anche quando lei non c’è; frequenta suo fratello, i suoi amici, suo padre, ma è tutto inutile.

E’ solo tornando alla propria famiglia confidandosi con il proprio padre, che ritrova le proprie origini e quindi se stesso e va finalmente per una strada tutta sua.

La memoria

Quando Micol verrà uccisa in un campo di sterminio, dopo molti anni dall’ultima volta che si sono visti, l’autore decide di scrivere di lei, di farla in qualche modo rivivere nella memoria. Tutto il romanzo in effetti la fa vivere per come lui l’ha vissuta in quegli anni. E’ il prologo che ci dice subito che tutto ciò che viene raccontato nel romanzo è storia vera, un ricordo lontano che l’autore vuole rievocare: la ragazza, i sentimenti, le emozioni, gli ambienti, tutto sarebbe perso se non ci fosse memoria.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

David Bortolusso

 

 

 

SCHEDA LIBRO DI “IL GIOVANE HOLDEN”

 

 

 

Titolo del testo: “Il giovane Holden” (titolo originale inglese “The Catcher in the Rye”).

Nome dello scrittore: J.D. Salinger.

Casa editrice: Einaudi.

Anno di pubblicazione: 1999, prima pubblicazione 1951.

Genere letterario: Racconto.

Tema centrale del libro: il ritorno a casa di Holden Cauldfield, dopo essere stato mandato via dalla scuola, e gli incontri che fa durante il viaggio, che gli fanno pensare alle esperienze passate e alla sua visione molto negativa della vita.

Protagonista e personaggi secondari: Holden Cauldfield è un ragazzo di 16 anni, è alto 1.89 e ha i capelli grigi. Si dimostra più vecchio della sua età, anche se ogni tanto si comporta come un bambino. E’ un giovane apatico, che odia i film e ama molto ballare e leggere; ha pochi amici, anche perché ha già cambiato quattro scuole; viene bocciato anche all’Istituto Pencey, dove su 5 materie viene promosso solo in Inglese, l’unica materia che gli piace. E’ il manager della squadra di scherma, ma prima di una gara a New York perde l’attrezzatura e così attira su di sé il rancore dei compagni. E’ molto geloso, infatti fa scoppiare una rossa dopo che Stradlater è uscito con la sua vecchia amica Jane, ed è anche un perfetto bugiardo: molto spesso, quando non sa cosa dire, si ritrova a raccontare menzogne che però sono sempre molto realistiche. E’ un vigliacco, infatti piuttosto di battersi preferisce subire gli abusi degli altri, come viene ad esempio con il lift e la prostituta. Non gli piace nulla della sua vita, non ha ricordi belli, e per questo vorrebbe scappare ed incominciare a stare da solo.  

D.B. è il fratello maggiore di Holden. Si è trasferito a Hollywood dove si è arricchito scrivendo racconti.

Il signor Spencer, professore di storia di Holden, lo invita a casa sua per poterlo salutare prima della sua partenza. Influenzato, lo accoglie in pigiama e il suo comportamento non piace a Holden: è dispiaciuto di aver bocciato il ragazzo, ma con lui è molto sarcastico e gli rinfaccia spesso di non aver mai studiato la sua materia.

Ward Stradlater è il compagno di stanza di Holden; è alto e forte, ma molto presuntuoso: crede di essere il ragazzo più bello del mondo, e per questo pensa che chiunque sia sempre disposto ad aiutarlo. Al protagonista piace il suo senso dell’umorismo, ma incomincia ad odiarlo quando scopre che ha un appuntamento con Jane Gallagher, una sua vecchia amica.

Robert Ackley è un vicino di stanza di Holden; è un ragazzo speciale, ficcanaso e bifolco ma molto religioso. Ha 18 anni e il brutto vizio di toccare tutto ciò che trova nella stanza del protagonista, che lo prende in giro chiamandolo “pivello”: in questo modo si arrabbia e smette fare l’invadente e non perde l’occasione di ricordargli che lui è il più grande dei due.

Jane Gallagher è la ragazza con cui esce Stradlater. E’ una vecchia amica di Holden, che di lei ricorda soprattutto il modo particolare di giocare a dama. Il ragazzo l’aveva conosciuta molto bene: era una ragazza non molto bella, ma a cui piaceva leggere e che si entusiasmava facilmente, comportamento che piaceva molto al protagonista.

Allie Cauldfield è il fratello minore di Holden, morto di leucemia quando la sua famiglia stava ancora nel Maine. Più piccolo del protagonista di due anni, era molto intelligente e simpatico. Il giorno della sua morte Holden spacca tutte le finestre del garage, rompendosi la mano, e dorme nell’autorimessa.

Phoebe Cauldfield è la sorella minore di Holden. Ha 10 anni, ha i capelli rossi, è carina ed intelligente, ma anche molto emotiva. Le piace molto scrivere racconti, come il fratello maggiore D.B. . Vuole molto bene al protagonista, tanto che vorrebbe scappare da casa con lui, e si arrabbia quando lui le dice che non la vuole con sé, assicurando che sarebbe rimasto lì con lei.

Le tre ragazze che Holden incontra nel Night Club sono piuttosto brutte e stupide, ma il protagonista le convince a ballare nonostante loro siano lì solo per cercare personaggi famosi.

Sally Hayes è una vecchia amica di Holden, che il ragazzo invita a teatro. Sapendo che lei è un’appassionata di quel genere di spettacoli, e soprattutto ama il gruppo che recita in una commedia, egli la porta a vedere proprio quella rappresentazione. Secondo il protagonista ella è molto bella e può sembrare intelligente, anche se il suo unico interesse è il teatro.

Carl Luce è un vecchio compagno di stanza di Holden: più vecchio di lui di tre anni, il protagonista lo ha sempre ritenuto un ragazzo molto intelligente, anche se la sua compagnia non lo aiuta a superare i suoi problemi.

Il professor Antolini è un insegnante di Holden, poco più vecchio di D.B., con cui il ragazzo aveva sempre mantenuto un contatto e che lo aveva sempre aiutato nei momenti di difficoltà; lo accoglie a casa sua e cerca di consigliarlo, dicendogli di aspettarsi una scelta difficile da fare, invitandolo a rimanere lì per la notte. Mentre il ragazzo è addormentato egli gli accarezza la testa, confondendo e spaventando il ragazzo, che per questo scappa.

Tempo e luogo della narrazione: la vicenda si svolge principalmente a New York, anche se inizialmente la storia è ambientata nell’Istituto Pencey, che si dovrebbe trovare vicino alla città. La narrazione comprende un periodo di qualche giorno, durante il dicembre di un anno tra il 1947 e il 1948. La storia è un lungo flash-back, perché il protagonista racconta ciò che gli è successo un anno prima.

Sintesi della trama: Holden si trova sulla collina vicina allo stadio della sua scuola, dove si stava giocando una partita di football che tutti ritenevano la più importante dell’anno. Lui non si trova con gli altri del pubblico perché non ne ha voglia e perché è appena ritornato da New York. Partito con la squadra di scherma, di cui è il manager, aveva perso l’attrezzatura sulla metropolitana e così avevano fatto ritorno prima del previsto. Ad un tratto si ricorda che il professor Spencer lo aveva invitato a casa sua per poterlo salutare prima della partenza, così si reca da lui correndo giù dalla collina. Entrato in casa del professore, che è ancora influenzato, viene fatto accomodare su un letto molto scomodo ed è costretto a subire, oltre all’odore di medicine che riempiva la stanza, i rimproveri del professore: era stato bocciato in quattro materie e così doveva ritornare a casa. Congedatosi con una scusa inventata, Holden ritorna alla scuola e, entrato in camera, incomincia a leggere un libro che aveva già iniziato; dopo poco è costretto a terminare la lettura, perché lo ha raggiunto Robert Ackley, un suo vicino di stanza, che aveva incominciato a curiosare in camera sua: il protagonista cerca di farlo andare via, ma il ragazzo se ne va solo quando rientra anche Ward Stradlater, il compagno di stanza di Holden, perché non gli è molto simpatico. Egli è ritornato prima della fine della partita perché deve uscire con una ragazza: il protagonista, curioso, cerca di scoprire chi è la fortunata che sarebbe uscita con il suo amico, ma quando viene a sapere che si tratta si Jane Gallagher, una ragazza che aveva conosciuto due anni prima e a cui voleva molto bene, incomincia ad odiare il suo compagno, perché si immagina cosa le avrebbe potuto fare. Così decide di aspettare il suo ritorno e, dopo una breve discussione, prova a dargli un pugno ma invano, ricevendone invece uno in pieno volto; cerca conforto discutendo con Ackley, ma capisce che avrebbe fatto meglio ad andarsene subito, senza aspettare che passasse qualche giorno, così prepara le valigie e prende il primo treno per New York, dove abita la sua famiglia. Dato che ha ancora un po’ di soldi, decide di non recarsi subito a casa, preferendo che i suoi genitori ricevano la notizia della sua bocciatura e si calmino. Si fa accompagnare così in un hotel e, a tarda sera, raggiunge il night club presente al piano terra dell’albergo; qui incontra tre ragazze piuttosto brutte e stupide, che erano arrivate a New York solo per vedere personaggi famosi, e le convince a ballare, anche se solo una di esse era veramente brava. Dopo che le donne se ne sono andate Holden, che non è ancora stanco, decide di andare da Ernie, un locale molto importante che frequentava qualche tempo prima. Dopo aver bevuto qualche bicchiere di soda ed aver incontrato un’amica di suo fratello D.B., ritorna a piedi al suo hotel. Sull’ascensore che prende per raggiungere la sua stanza, incontra Maurice, il lift, che gli propone un incontro con una prostituta. Holden accetta ma, quando la ragazza arriva nella sua camera, egli non si sente in vena e così la manda via, pagandola lo stesso. Qualche tempo dopo, però, Maurice e la donna ritornano da lui, pretendendo altri soldi: il ragazzo si rifiuta, ma alla fine i due prendono i soldi e il lift lo colpisce con un pugno al ventre.

Il giorno dopo decide di chiamare Sally Hayes, una ragazza di New York che aveva conosciuto qualche anno prima, per invitarla a teatro. Per trascorrere il tempo che mancava al suo appuntamento, Holden si reca alla stazione, dove incontra due suore giunte in città per insegnare, e con loro si intrattiene a discutere delle opere di letteratura che avevano trattato durante le lezioni di Inglese. Sally arriva al punto prestabilito con qualche minuto di ritardo, così i due devono sbrigarsi per arrivare al teatro prima dell’inizio della commedia che avevano deciso di andare a vedere. A Holden non piace andare a vedere quel genere di rappresentazioni e soprattutto non sopporta le persone che durante gli intervalli ostentano le loro conoscenze teatrali. Sally incontra, nel corso di una pausa, un vecchio amico che non vedeva da tempo e con lui si ferma a parlare di tutti i posti che avevano visto insieme, della persone che conoscevano… Anche questo comportamento non piace molto al protagonista, che però cerca di non farlo capire alla ragazza. Ella, alla fine dello spettacolo, lo convince ad andare a pattinare, ma dopo aver capito di essere troppo scarsi per continuare, si fermano al bar lì vicino: qui Holden esprime tutti i suoi sentimenti alla ragazza, chiedendole di scappare con lui; ricevendo una risposta negativa il ragazzo le dice che la odia, e così è costretto ad andarsene da solo. Invita un suo vecchio amico, Carl Luce, a bere qualcosa, per poter sfogarsi con qualcuno, ma non trova il conforto che cercava, così decide di tornare a casa. Entra in casa cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliare i genitori, e si dirige verso la stanza di D.B., dove sa di trovare sua sorella Phoebe. Svegliata la bambina, le racconta quello che è successo e quello che vuole fare, scatenando l’ira della piccola. Holden telefona al professor Antolini, che gli dice di andare a casa sua, dove il ragazzo si reca subito dopo il ritorno dei suoi genitori. Anche al professore spiega ciò che gli è accaduto, e l’uomo gli dà dei consigli. Invitandolo a rimanere lì per la notte. Holden si addormenta subito dopo aver preparato il divano dove avrebbe dormito, ma viene svegliato dalla mano del professore che gli accarezzava la testa. Confuso e spaventato, il ragazzo scappa da quella casa e raggiunge la stazione, dove pensa di dormire il più possibile.

La mattina seguente, convinto di partire, lascia un biglietto per sua sorella alla scuola. La bambina lo raggiunge come stabilito all’ora di pranzo, ma con sé porta una valigia, intenzionata a partire con il fratello. Questo fatto convince il ragazzo a rimanere a casa con la sorella.

Alla fine del suo racconto Holden spiega che è stato da uno psicanalista e che, assieme a lui, tutti continuano a fargli continuamente delle domande; non è contento di aver raccontato la sua storia, perché ora sente la mancanza di tutte le persone che ha nominato, ma la sua vita continuerà ed ha settembre dovrà ritornare a scuola.

Opinioni e giudizio personale: il libro mi è piaciuto molto, perché la storia è originale e il linguaggio semplice invoglia il lettore a continuare la lettura. Il racconto può piacere a tutti i ragazzi della mia età perché ciò che accade al giovane Holden, negli anni ’50, potrebbe succedere anche a loro, ai giorni nostri.

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

IL GIORNO DELLA CIVETTA

 

(DATA DI PUBBLICAZIONE): 1961

 

AUTORE: Leonardo Sciascia

 

TRAMA:

Nella prima pagina del libro viene descritto l'omicidio di Salvatore Colasberna e nella decima viene svelato come é stato ucciso e perché; tutto il libro é dedicato alla ricerca delle prove giuridiche che possano incriminare i veri colpevoli, prove che non saranno trovate costringendo le forze dell'ordine a desistere e a dichiararsi sconfitte. Il racconto prende spunto da due fatti realmente avvenuti: l'omicidio del sindacalista socialista Miraglia avvenuto nell'immediato dopoguerra, e la presenza in Sicilia di un ufficiale dei carabinieri, Renato Candida divenuto poi molto amico di Sciascia.

 

Salvatore Colasberna, piccolo impresario edile, onesto titolare di una ditta che riesce ad ottenere modesti appalti per la costruzione di opere pubbliche, viene ucciso alle 6,30 di mattina sull'autobus che congiunge il piccolo centro con Palermo da due colpi di arma da fuoco; subito dopo è descritto l'arrivo dei carabinieri che tentano di capire dagli astanti cosa è successo ma cozzano contro un muro di silenzio. Sciascia ci pone subito di fronte al problema della omertà generalizzata e al distacco fra cittadini e rappresentanti dello Stato che caratterizzano la società che egli si accinge a descrivere. Nella scena seguente i parenti del morto vengono chiamati in caserma per l'interrogatorio: i due fratelli Colasberna bruciano di vergogna per il luogo in cui si trovano, non per la tragica morte del fratello, ci avverte Sciascia: lo scontro fra "cittadini" e carabinieri diviene ancora più esplicito all'arrivo del protagonista del racconto, il capitano Bellodi, giovane ufficiale dei carabinieri, democratico ed ex partigiano: ".... dalle prime parole che disse i soci della Santa Fara pensarono continentale con sollievo e disprezzo insieme; i continentali sono gentili ma non capiscono niente". Tuttavia, contrariamente alle loro convinzioni, i fratelli del morto si trovano di fronte ad un continentale molto intelligente, già penetrato fino in fondo ai segreti della Sicilia, capace di ricostruire con chiarezza e lucidità il meccanismo del delitto e le sue motivazioni. In questa ricostruzione Sciascia descrive attraverso Bellodi gli interessi della Mafia in ambito edilizio ed i meccanismi con cui esercitava e manteneva il potere. Le vicende del capitano Bellodi in Sicilia si alternano nella narrazione a quelle del Palazzo, a Roma, dove parlamentari e ministri vengono informati sul troppo zelante ufficiale che cerca di inchiodare alle loro responsabilità quadri intermedi e boss mafiosi. Nel dialogo fra un imprenditore siciliano e un parlamentare riguardo alle coperture politiche su un problema relativo alle zolfare Sciascia denuncia amaramente la cattiva gestione dello Stato e la collusione manifesta fra Mafia e politica. Nelle pagine successive compare un nuovo personaggio, un confidente, che darà la possibilità al capitano di provare giuridicamente le sue supposizioni. Parrinieddu, questo il soprannome del confidente, è il personaggio più ambiguo del romanzo: egli vive assediato dalla paura: egli é costretto dalle circostanze a convivere con la Mafia e con lo Stato, cercando di cavarsela tra queste due realtà inevitabili; tuttavia il confidente nel momento in cui incontra il capitano Bellodi capisce che la sua speranza di trarre profitto dalla sua posizione di informatere é conclusa e che é destinato a rimanere schiacciato da quella stessa ambiguità. subito entra in scena un altro personaggio, il potatore Paolo Nicolosi, scomparso dalla mattina del delitto, secondo la dichiarazione della moglie. Il capitano Bellodi intuisce che tra i due fatti c'é una relazione. Conduece così un interrogatorio complesso con grande rispetto per la donna, moglie di Nicolosi, che finalmente confessa l'ingiuria , cioè il soprannome con cui è conosciuto in paese l'uomo che suo marito ha incontrato pochi istanti dopo il delitto divenendone uno scomodo testimone: Zicchinetta. Dunque Zicchinetta - Diego Marchica - viene arrestato e subito il confidente capisce di essere un uomo morto. Spedisce dunque al capitano Bellodi una lettera con due nomi e poi, come temeva, qualche ora dopo viene ucciso; la lettera con la sua delazione arriva sul tavolo di Bellodi dopo la sua morte e subito il capitano può fare arrestare i due personaggi denunciati: il Pizzuco, ma soprattutto il mandante dei delitti, il noto capomafia, il protettissimo Don Mariano Arena. Malgrado il grande rispetto per Bellodi Don Mariano ha amici potenti in Parlamento e nel Governo che userà per far cadere come un castello di carta tutta la corretta impalcatura logica costruita dall'ufficiale. Persone degnissime, incensurate, forniranno alibi inoppugnabili ai rei confessi; dopo la loro scarcerazione le indagini proseguiranno ma su altre strade. Il capitano Bellodi saprà che la vedova Nicolosi e il suo amante sono fortemente sospettati per quei delitti: si preferisce orientare le indagini verso il motivo passionale, più facile e tranquillizzante per tutti. Il capitano Bellodi è stato sconfitto, il maresciallo Ferlisi trasferito. Nelle ultime pagine del libro lo scenario cambia, siamo a Parma dove Bellodi incontrandosi con i suoi vecchi amici discute della Sicilia. La conversazione prosegue, tutti commentano, citano, rabbrividiscono; poi Bellodi,sconfitto dalla Mafia, umiliato dai superiori, confuso, tornando a casa lucidamente si rende conto di amare la Sicilia e di volervi tornare. Questa conclusione ottimista, dopo tante sconfitte e tanto pessimismo che Sciascia ha disseminato nel romanzo, mi fa pensare che la lezione che l'autore ha voluto darci, nel lontano 1961, é una lezione di

impegno civile e di alta moralità.

 

NARRATORE: il narratore è un narratore onniscente.

 

PERSONAGGI:

(per l’elenco dei personaggi e la loro descrizione vedi trama).

I personaggi sono descritti mediamente per le loro caratteristiche esteriori, per il loro ruolo nel romanzo e le sensazioni, la psicologia, degli stessi viene fuori poco a poco, con il susseguirsi di avvenimenti e di dialoghi (metodo più eloquente a mio parere, per comunicare senzazioni in questi tipi di letture).

 

AMBIENTE: prevale l’ambiente sociale.

 

LINGUA: sciascia adopera un lignuaggio abbastanza

 

CONTESTO:

sono praticamente sicura che il pensiero che stò per esprime su questo romanzo di sciscia sia condiviso da molti; penso, infatti, che con questo romanzo Sciascia esponga le sue critiche alla corruzione mafiosa, alla situazione di degradazione morale della sicilia e dell’italia in generale, che è andata sempre peggiorando; Nella lettura del "Giorno della civetta" i temi fondamentali restano tre: lo Stato, la Legge, la Mafia. I rappresentanti dello Stato (giudici, ufficiali, questori, appuntati) dovrebbero garantire la legge; ma quello stesso Stato permette il trasferimento o l'allontanamento di uomini che fanno troppo il loro dovere. Per il siciliano, spesso ancora suddito, la Mafia si presenta come il potere più forte, quello a cui affidarsi…reputo quindi questo testo particolarmente interessante dal punto di vista della costruzione linguistica, dell’intreccio e della fattura generale del romanzo, ma di interesse sociale dal punto di vista del messaggio…riterrei utile apporfondire, con la lettura di altri testi dello stesso o di altri autori, il tema mafia e omertà.

 

 

Recensione Di Margherita Bigonzi

 

 

 

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Riassunto - scheda libro :

 

Il Castello d’Otranto

NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE

 

 

Horace Walpole nacque a Londra il 24 Settembre del 1717, ultimo dei figli di Sir Robert Walpole.

Visse in un ambiente aristocratico; fra il 1735 e il 1739 studiò al Trinity College di Cambridge e proprio qui contrasse una serie di amicizie che durarono poi tutta la vita. Horace viaggiava molto e fu’ con uno di questi suoi cari amici, Thomas Gray, che intraprese un “grand tour” in Francia e in Italia. Fu’anche uno dei più raffinati e colti collezionisti del 18° secolo.

Nel 1751 divenne membro del parlamento, ruolo attraverso il quale tentò di riabilitare il nome paterno.

Nel 1765 pubblicò il suo unico romanzo, The castle of Otranto, il quale ottenne un gran successo.

Il 2 Marzo 1797 Horace Walpole muore a Londra, in Berkeley Square, fedele fino all’ultimo al suo motto: “Il mondo è una commedia per coloro che pensano, una tragedia per coloro che sentono.”

 

 

 

TITOLO: “Il Castello d’Otranto”

 

TITOLO ORIGINALE: “The Castle of Otranto”

 

TRADUTTORE: Oreste Del Buono

 

CASA EDITRICE: S.p.A.

 

LUOGO E DATA

DI PUBBLICAZIONE: Milano, 1996

 

CASA EDITRICE, LUOGO E

 DATA DELLA PRIMA PUBBLICAZIONE: Thomas Lowds, Londra, 24 Dicembre 1764

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DIVISIONE IN MACROSEQUENZE

 

 

 

  1. 1° SEQ. pagg. 47-48: introduzione su Manfredo e la sua famiglia.
  2. 2° SEQ. pagg. 48-54: morte del figlio Corrado e successiva collera del padre verso un contadino.
  3. 3° SEQ. pagg. 54-58: dialogo tra Manfredo e Isabella.
  4. 4° SEQ. pagg. 59-73: fuga di Isabella nei sotterranei del castello dove viene aiutata da un contadino.
  5. 5° SEQ. pagg. 74-84: dialogo tra Matilda e il contadino. In Questa macrosequenza compare anche Bianca, la cameriera di Isabella.
  6. 6° SEQ. pagg. 85-99: il giovane contadino viene messo a morte da Manfredo ma suo padre Girolamo lo salva.
  7. 7° SEQ. pagg. 100-114: i tre cavalieri di Federico, marchese di Vicenza, che vogliono indietro la principessa Isabella.
  8. 8° SEQ. pagg. 115-124: Matilda salva Teodoro dalla torre e lo fa fuggire in una foresta; lì il contadino incontra Isabella e vuole assolutamente salvarla da Manfredo, ma colpisce con la spada Federico, il padre della principessa.
  9. 9° SEQ. pagg. 125-128: breve racconto di Federico sul suo lungo pellegrinaggio.
  10. 10° SEQ. pagg. 129-133: Teodoro racconta la sua vita.
  11. 11° SEQ. pagg. 134-142: Ippolita decide di dare Matilda in sposa a Federico.
  12. 12° SEQ. pagg. 142-147: Ippolita informa padre Girolamo della sua intenzione di ritirarsi in monastero; in seguito il frate accusa Manfredo di essere un principe indegno.
  13. 13° SEQ. pagg. 148-155: Bianca spaventata racconta a Manfredo e Federico ciò che ha visto con i suoi occhi: un gigante.
  14. 14° SEQ. pagg. 156-167: Matilda viene uccisa dal padre, il quale addolorato decide di rinunciare al principato d’Otranto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STRUTTURA DEL TESTO NARRATIVO

 

 

 

 

 

La struttura narrativa di questo romanzo Gotico è molto lineare e semplice: l’intera vicenda si svolge attorno a un’unica struttura.

Compaiono infatti solo un’esposizione, una serie di peripezie e uno scioglimento. L’esposizione ha inizio con il primo capitolo del libro, quando c’è la descrizione del principato d’Otranto, di Manfredo, della moglie e dei figli. Con la morte di Corrado iniziano le varie peripezie: la fuga di Isabella, l’aiuto del contadino Teodoro, padre Girolamo, il marchese Federico e tutti le visioni soprannaturali che ci sono nel castello. Io, personalmente, penso che non esista un esordio, cioè una vicenda più importante di altre, perché quasi tutto il romanzo è caratterizzato da una serie di mutamenti tutti ugualmente importanti. Alla fine del libro c’è un momento di massima tensione, Spannung, ovvero la morte di Matilda cui poi segue lo scioglimento: Manfredo rinuncia al suo principato, ed è così che si conclude il romanzo.    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TEMPO E SPAZIO DEL ROMANZO

 

 

 

 

Il romanzo di Horace è ambientato presumibilmente nel Medioevo, ciò possiamo dedurlo da molti aspetti che in un romanzo più moderno non comparerebbero. I romanzi ambientati in questo periodo, infatti, hanno una trama spesso simile: castelli pieni di passaggi segreti e prigioni, fanciulle perseguitate, fatti di sangue, profezie o matrimoni mancati, storie d’amore…

Anche la storia di Horace è densa di questi particolari che rendono il suo romanzo interessante, una storia in cui il lettore e’ sempre in cerca della fine che non arriva mai.

 La storia de “Il castello d’Otranto” è narrata in un arco di tempo molto breve, circa due giorni. E’, però, caratterizzata da parecchi flash-back, cioè brevi storie che ci aiutano a comprendere meglio ciò che succede nel romanzo. Ad esempio quando Teodoro racconta di come mai Girolamo fosse suo padre, infatti, qui inizia un breve racconto sulla sua vita.

In questo romanzo ci sono parecchi dialoghi, con ciò deduciamo che il tempo della storia sia spesso uguale a quello del racconto. Infatti, non compaiono troppe accelerazioni della storia, è per questo che la durata del romanzo è solo di due giorni.

Riguardo allo spazio non c’è molto da dire, infatti, Horace non si sofferma a descrivere attentamente i luoghi in cui si svolgono le vicende; penso che preferisca che sia il lettore a farsi un immagine personale su tutto, in modo che sia lui a costruirsi nella mente un film proprio. Poche informazioni abbiamo riguardo allo spazio del romanzo; a parte un castello, un monastero e poi il tipico paesaggio di foresta che sta attorno al castello e che compare spesso durante inseguimenti o combattimenti. Da ciò si può dedurre come lo spazio abbia solo ed esclusivamente un significato simbolico e quasi mai realistico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I PERSONAGGI PIÙ’ IMPORTANTI DEL ROMANZO E I LORO RUOLI

 

 

 

-  Manfredo: è il personaggio principale del romanzo, quello che compare più sovente. E’ un uomo di mezza età’, padre di famiglia e principe amato dal popolo. Anche se all’inizio può sembrare un uomo buono, il parere che mi sono fatta io è tutt’altro che positivo. Secondo me è un uomo meschino ed egoista, e ciò lo dimostra il fatto che alla morte di suo figlio non si preoccupa tanto per lui ma per il suo successore, decide così di sposare lui Isabella (che è la moglie di suo figlio) per dare alla luce un bambino maschio, senza pensare a sua moglie Ippolita (donna splendida e pia). E’ un uomo molto loquace e con le sue parole riesce a persuadere molta gente; ad esempio quando parla con padre Girolamo e gli dice: “…io rendo onore alle virtù di Ippolita: la considero una santa, e vorrei che servisse alla salvezza della mia anima stringere ancor più il nodo che ci unisce; ma, ahimè, padre, voi non conoscete la mia più amara pena…da qualche tempo ormai nutro veri e propri dubbi sulla legalità della nostra unione...”. Con questo discorso si può capire benissimo come Manfredo sapesse convincere bene la gente, anche con delle storie assurde (..legalità della nostra unione…).

Manfredo ha un carattere molto irascibile, è una persona impaziente e irragionevole, non sa cos’è la modestia. E’ sicuramente il protagonista del libro, attorno a lui gira tutta la storia.

-  Ippolita: è la moglie di Manfredo,  una donna sensibile, molto bella e pia. Si preoccupa spesso per suo marito e pur non essendo trattata molto bene da lui, gli è sempre devota. Non compare spesso nel romanzo, ma da quelle poche volte che c’è  si può notare che donna generosa e altruista sia. Ha un grande amore per sua figlia Matilda.

  1. Matilda: è la figlia di Manfredo e Ippolita, una splendida fanciulla anche lei molto pia e devota alla religione. Per sua sfortuna (dico sfortuna perché a causa di ciò verrà poi uccisa) s’innamora di un giovane, il contadino Teodoro. E’ una principessa molto ubbidiente al padre e anche lei, come la madre, non ha un ruolo ben preciso nel romanzo; non si può’ definire un’antagonista né un’aiutante (pur obbedendo sempre a suo padre,  non vuol dire che era sempre d’accordo con lui).
  2. Isabella: è la “vedova” di Corrado (vedova non con un significato legale, infatti non si erano sposati) una donna molto bella, però anche meno pia di Matilda e Ippolita; infatti non era assolutamente d’accordo sulla decisione di Matilda di ritirarsi in un convento. Isabella può’ essere considerata l’oggetto del romanzo, è infatti il personaggio desiderato (era desiderata da Manfredo) che mette in moto l’azione.
  3. Teodoro: è il contadino che aiuta sempre Isabella (si può’ considerare un aiutante, ma anche un avversario) a fuggire da Manfredo; s’innamora di Matilda e rischia molte volte di essere messo a morte dal principe a causa della sua troppa audacia . E’ un giovane molto bello, coraggioso e sincero, anche se a causa di questa dote rischia troppo spesso la vita. Viene spesso notata la sua somiglianza con un antenato della famiglia: Alfonso.

 

Questi che ho appena descritto erano i personaggi principali del libro. Non bisogna pero’dimenticare padre Girolamo (un frate  spesso contrario alle assurde decisioni di  Manfredo; ama molto Ippolita e quando può la difende), la cameriera Bianca (donna pettegola e loquace; viene licenziata da Manfredo per aver detto troppe cose al marchese Federico), il marchese Federico (che compare solo alla fine; è il padre di Isabella e  vuole portarsi via sua figlia).

La tecnica di presentazione dei personaggi usata da Horace è poco concentrata sulla descrizione; sono, infatti, caratterizzati tramite indizi con cui il lettore deve  riuscire a farsi un’idea di loro.

 

 

 

 

GIUDIZIO PERSONALE SULL’OPERA

 

 

 

Il mio giudizio personale su questo romanzo è assolutamente positivo anche se in genere non mi hanno mai fatto impazzire i romanzi ambientati nel Medioevo, con storie fantastiche e spesso troppo irreali. Pur essendo anche questo un romanzo irreale, immaginario, con una storia molto simile ad altre; mi è piaciuto veramente tanto. Horace ha un modo di scrivere particolare, non va troppo nei particolari e questo permette al lettore di ricrearsi nella mente una storia propria, “personalizzata”. Molti scrittori hanno un modo di scrivere che va fin troppo nei particolari, descrivono troppo i personaggi, i luoghi, gli avvenimenti e spesso inconsciamente ti danno anche dei loro pareri. Ciò non penso sia sbagliato ma per far si che un lettore s’immedesimi pienamente nel romanzo non ci dovrebbero essere giudizi, descrizioni troppo precise che potrebbero in qualche modo disturbare la mente del lettore: esso, infatti, non si sentirebbe più “a suo agio con il libro” (nel senso che non riuscirebbe a farsi trasportare liberamente).

Un’altra cosa che mi ha particolarmente colpito di questo romanzo e’ il tempo del racconto: il fatto che un romanzo di centosettanta pagine abbia una storia che duri due giorni circa, mi ha colpito. All’inizio pensavo di non aver capito la storia ma arrivata alla fine avevo le idee più chiare. Anche questo modo di scrivere mi è piaciuto perché, con questa sua “lentezza”, Horace  dà la possibilità al lettore di andare a fondo  nella storia e quindi di apprezzarla di più.

 

 

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