Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Riassunto - scheda libro :
Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal
BIOGRAFIA
Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867 nei dintorni di Girgenti (Agrigento), nella villa detta
"il Caos", da Stefano Pirandello, ex garibaldino, e da Caterina Ricci. Nel 1880 la famiglia si trasferisce a Palermo, dove Luigi terminerà gli studi classici; nel 1886 si iscrive, nella stessa città, alla Facoltà di Lettere, ma l'anno dopo si reca a Roma presso uno zio per frequentare l'università romana. Il 21 marzo 1891 si laurea presso l'università di Bonn discutendo, in tedesco, una tesi dal titolo "Suoni e sviluppi di suono nella parlata di Girgenti". Tornato in Italia, nel 1893 si stabilisce a Roma, dove ha i primi contatti con il mondo culturale romano: su consiglio di Luigi Capuana scrive il primo romanzo, L'esclusa. Nel 1894 sposa la figlia di un socio del padre, Maria Portulano, dalla quale avrà tre figli.
E' il 1903 quando la miniera di zolfo, nella quale erano stati investiti i capitali del padre e la dote della moglie, viene distrutta da una frana: la moglie ne riporta un grave shock e, costretta all'immobilità da una paresi alle gambe, manifesta i primi segni di paranoia. Assistendo la moglie scrive Il fu Mattia Pascal, nel 1904: grazie al successo del romanzo entra a far parte della casa editrice dei Fratelli Treves. Diviene titolare della cattedra di Lingua Italiana all'Istituto Superiore di Magistero di Roma. Inizia a collaborare con il Corriere della Sera e scrive il romanzo I vecchi e i giovani.
Nel 1915 la vita familiare è scossa dalla partenza per la guerra del figlio Stefano (rimarrà prigioniero per tre anni), dalla morte della madre e dall'aggravarsi della malattia della moglie, che diviene esageratamente gelosa nei suoi confronti. Nel 1916 scrive per il teatro, su suggerimento dell'amico Nino Martoglio: Così è (se vi pare), Il berretto a sonagli, Il giuoco delle parti, Sei personaggi in cerca d'autore, che cade a Roma per trionfare nello stesso anno al Manzoni di Milano. Dopo un tour europeo che arriva anche a New York, Pirandello torna in Italia per terminare il romanzo Uno, nessuno e centomila.
Nel settembre 1924, tre mesi dopo il delitto Matteotti, si iscrive al Partito Nazionale Fascista. Il 10 dicembre 1934 è a Stoccolma per ricevere il Premio Nobel per la letteratura; nel 1935 è in America, dove incontra Albert Einstein.
Durante le riprese cinematografiche de Il fu Mattia Pascal, che vengono effettuate a Roma, si ammala di polmonite e muore nella sua casa la malattia del 10 dicembre 1936.
Nelle sue ultime volontà aveva lasciato disposizioni per il funerale: "Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta". E così fu fatto.
RIASSUNTO
Mattia Pascal, bibliotecario in un paesino ligure di analfabeti chiamato Miragno, racconta come il destino poté mutargli la vita facendolo morire per ben due volte.
Suo padre era un navigante che riuscì ad arricchirsi giocando a carte con un capitano inglese; la fortuna accumulata fu subito investita in case e poderi, ma il padre non poté goderne perché morì all'età di trentott' anni.
La madre si sentì sperduta e non seppe badare né ai suoi figli, Mattia e Roberto, né ai possedimenti, che furono affidati in custodia al Malagna, un amministratore poco fidato. Ben presto la ricchezza dei Pascal è dissipata da questo personaggio, che però subisce la vendetta del destino. Egli non può avere figli né dalla sua prima moglie, che è accusata di sterilità e muore tristemente, né dalla seconda, la giovane Olivia, che tanto piace anche a Mattia, il quale le procura la gioia di un bambino.
Dal Malagna si trasferiscono anche la vedova Pescatore e sua figlia Romilda, nipote del padrone di casa; la giovane è oggetto del desiderio di Pomino, amico di Mattia: quest'ultimo si reca spesso in casa del Malagna, corteggia Romilda da parte dell'interessato e finisce per innamorarsene lui stesso.
Mattia intraprende una relazione con lei ed è costretto a sposarla, perché ben presto Romilda partorisce due gemelle. Con gli sposi convive la vedova Pescatore, che con i suoi discorsi e comportamenti ossessiona il povero (anche economicamente) Mattia; la casa si trasforma in un inferno, tra urla e litigi; muoiono la signora Pascal e entrambe le figlie di Mattia. Questi, dopo aver ottenuto il posto di bibliotecario, parte all'insaputa di tutti per Nizza e in seguito per Montecarlo, dove conosce il gioco d'azzardo: con numerose puntate fortunate, trasforma il piccolo gruzzolo iniziale in 82000 £, una ingente somma all'epoca.
Ma il destino beffardo, che gli si mostra favorevole, sta preparandogli nuove sciagure.
Sul treno di ritorno per Miragno, egli legge sul giornale l'annuncio del suo suicidio, avvenuto secondo i parenti presso il molino di una sua proprietà: in realtà essi, che non lo vedevano da qualche giorno, avevano riconosciuto il suo volto in quello di uno sventurato che si era tolto la vita in quei giorni.
Sbalordito nel leggere il proprio necrologio, Mattia immagina nella morte una liberazione dalle ossessioni domestiche; spensierato e ricco, pronto a iniziare una nuova vita, egli deve ribattezzarsi con un nome che anche stavolta viene deciso dal fato.
Adriano Meis si costruisce un finto ma credibile passato, cambia il suo aspetto lasciandosi crescere i capelli (ma di Mattia rimane un occhio sbircio dalla nascita) e inizia a viaggiare, visitando le più belle città europee; dopo un anno di libertà sconfinata, Adriano si stabilisce a Milano e poi a Roma.
I suoi rapporti con la gente lo vedono sempre costretto a mentire e a condurre una vita da spettatore; Adriano diventa un misantropo, non sa più chi è veramente e soprattutto è schiavo di quella che all'inizio pareva libertà.
A Roma il signor Meis si stabilisce in affitto presso Anselmo Paleari, che divide la casa con sua nipote Adriana e con la signora Caporale.
L'ospite appare schivo e riservato e solo dopo qualche mese si decide a conversare (ma sempre in maniera misteriosa) con le signore di casa; i racconti dei suoi viaggi entusiasmano la Caporale, che si innamora di lui, ma questi, a sua volta, prova sentimento verso Adriana.
Una sera a casa Paleari arriva il cognato di Adriana, Terenzio Papiani, che era partito per Napoli dopo la morte della moglie; questo losco personaggio, non volendo restituire la dote al Paleari, trama di sposarsi con Adriana.
Tra i due c'è di mezzo Adriano Meis, che ha compreso tutto e per di più è amato, anche se in modo platonico, dalla ragazza; l'intreccio è delicato, i rapporti tra i personaggi sono tesi e di cortesia, nascosti dietro a maschere sorridenti. Per scoprire qualcosa di più sul conto del suo rivale in amore, Papiano assolda un uomo che recita la parte del cugino di Adriano, ma a nulla vale questo tentativo.
Adriano si sottopone a un'operazione all'occhio, che dopo quaranta giorni è perfettamente guarito; nel buio della sua camera, dove trascorre il tempo necessario alla guarigione, si svolgono riflessioni filosofiche sulla vita, la morte e la religione, che tanto appassionano il Paleari; egli organizza persino le sedute spiritiche a cui partecipano numerosi invitati, ma soltanto Paleari crede davvero alle manifestazioni dello spirito Max; gli altri approfittano del buio per colpirsi a vicenda o per dare sfogo al sentimento, come fa Meis con Adriana.
Le sedute spiritiche somigliano sempre di più a sedute di spirito, poiché Papiano, con l'aiuto di un collaboratore, si prende gioco di Meis e ne approfitta per sottrargli del denaro. Adriano crede per un attimo che lo spirito del morto suicida lo ammonisca; lunghe e tormentate riflessioni lo conducono a diverse conclusioni: il rapporto con Adriana non può continuare, bisogna dirle la verità, ammettere che Adriano Meis non esiste e che Mattia Pascal è morto e ancora ammogliato, poiché il peso insopportabile della moglie grava ancora nella coscienza del morto.
Adriano si accorge del furto di 12000 £ e, nonostante Adriana lo esorti a denunciare Papiano, egli sa che non può farlo, perché la polizia indagherebbe anche sul suo conto, e scoprirebbe che il sig. Meis per la legge non esiste, è solo il frutto della fantasia di un "morto". Allora Mattia corrobora le proprie tragiche convinzioni, che lo dipingono come un morto che deve ancora perire, un uomo escluso dalla vita, l'ombra di un personaggio costretto a subire il supplizio di Tantalo.
Obbligato a scagionare Paleari, che è comunque colpito dal rimorso, Meis punisce involontariamente, con le sue menzogne, la povera Adriana.
Per non farla più soffrire, decide di farla ingelosire, di modo che lei smetta di amarlo. L'occasione buona arriva presto: i Paleari sono invitati da una potentissima famiglia spagnola che era stata molto influente all'epoca dei Borboni e ancora partecipava alla politica italiana. Ad accoglierli ci sono Pepita Pantogada, giovane e bella, la sua cagnolina e il fidanzato ufficiale, il pittore Bernaldez. Tutti e tre erano già conosciuti perché avevano preso parte alle celeberrime sedute spiritiche del Paleari.
Meis corteggia in modo plateale Pepita e arriva persino a offendere il pittore nel suo orgoglio; tra i due si prospetta un duello, fissato per il giorno seguente, e Adriano deve cercarsi due testimoni, come prevede il codice di comportamento. Paleari e Papiano rifiutano, così egli è costretto a rivolgersi a due ufficiali; i carabinieri si prendono gioco di lui, che si volge in fuga come un vigliacco, errando per la città.
Finché giunge ad un ponte e... dopo due anni, termina la vita di Adriano Meis. A morire non è un uomo, ma un vile bugiardo che non aveva potuto vivere davvero, impedito nel socializzare e nell'amare. Lasciando nel fiume alcuni oggetti di riconoscimento e un bigliettino, Mattia Pascal si libera di quell'ombra e, morendo per la seconda volta, decide di reincarnarsi.
Dopo una breve sosta a Pisa, dove riacquista il suo aspetto originario, Mattia parte per Oneglia, da suo fratello Roberto. E come in una scena dei varietà televisivi strappalacrime, i due stentano a riconoscersi e poi si abbracciano calorosamente. Roberto previene il fratello sul fatto che Romilda si è risposata con Pomino e da lui ha persino avuto un figlio; contrariato per il manchevole rispetto portato dalla moglie al lutto, Mattia si rallegra al pensiero di non dovere più condividere nulla con quella e con la ossessiva vedova Pescatore. Purtroppo però la legge, ancora una volta, gli è nemica: il secondo matrimonio si annulla se il primo coniuge si ripresenta al cospetto della moglie.
Come un Ulisse che torna ad Itaca, Mattia raggiunge Miragno, ma non c'è nessuno che lo riconosce; egli si reca a casa di Pomino e, bussando alla porta, può nuovamente dire "Sono Mattia Pascal".
L'arrivo del morto provoca scompiglio nella famiglia; Pomino si agita alla notizia che il matrimonio andrebbe annullato, Romilda sviene per la sorpresa, la Pescatore sbraita contro tutti i presenti, Mattia si indegna con loro per averlo confuso con un altro e per non aver portato rispetto alla sua anima. La scena drammatica ha fine quando Mattia si lascia andare a un'ilarità improvvisa e libera Pomino da tante preoccupazioni: Romilda fu la moglie di Mattia Pascal, formalmente morto, e questi non farà valere i suoi diritti; per lui sarà sufficiente passare il resto dei suoi giorni nel paese natale.
L'unico a riconoscere le sue sembianze è don Eligio, l'altro bibliotecario a cui tanto era affezionato; tutti i paesani vengono finalmente a sapere che Mattia è vivo e accorrono per rivederlo. Egli rincontra anche Olivia, che ha per mano il figlio di quello che fu Mattia Pascal: non c'è altro modo per denominare questo personaggio, che sfugge a ogni identificazione. Egli continua la sua attività nella biblioteca di Miragno, scrive la sua incredibile storia con l'aiuto di don Eligio e ogni tanto si reca alla sua tomba, a vedersi morto e sepolto laggiù...
SPAZIO
L'avventura di Mattia-Adriano si svolge principalmente a Miragno, paesino della Liguria vicino a Genova, e a Roma, dove egli affitta una stanza; il protagonista compie inoltre un lungo viaggio che lo porta a visitare Torino, Milano, Venezia, Firenze e poi Colonia, Worms, Magonza...
Nonostante il gran numero di luoghi citati, l'autore non si sofferma mai a descriverli, lasciando che sia il lettore a immaginarli.
Evidentemente per Pirandello gli scenari dove le sue marionette agiscono passano in secondo piano, né egli se ne serve per caratterizzare i personaggi, come invece fa la maggior parte degli scrittori.
TEMPO
Mancano del tutto riferimenti cronologici precisi ed espliciti; si può però dedurre, dalle notizie che Mattia legge su un giornale, che la vicenda si svolga tra la fine del secolo scorso e i primissimi anni del nostro:
-Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a mezzodì, l'ambasciata marocchina, e che al ricevimento aveva assistito il segretario di Stato, barone di Richtofen...
-Anche lo zar e la zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof una speciale missione tibetana che aveva presentato alle LL. MM. i doni del Lama.
Come per i luoghi, Pirandello non ha intenzione di esplicitare il tempo in cui si svolgono i fatti, perché questa vicenda può accadere in qualsiasi epoca e paese. Come lo stesso autore ribadisce in una nota alla fine del libro, anni dopo la stesura de Il fu Mattia Pascal un uomo, che era stato rinchiuso in carcere, quando fu liberato scoprì che per legge egli era morto, riconosciuto erroneamente nel cadavere di un suicida, e nel frattempo sua moglie si era risposata...
NARRAZIONE
La narrazione è condotta in prima persona; a raccontare è Mattia Pascal, che scrive, su invito di don Eligio, la sua biografia sotto forma di diario, rivolgendosi direttamente al lettore, dialogando persino con lui.
L'ordine cronologico è regressivo, cioé lo scrittore ricorda fatti avvenuti in precedenza e va a ritroso nel tempo, salvo tornare al presente alla fine del racconto. Oltre all'analessi, che riguarda tutto il libro, ci sono anche delle prolessi; questo è possibile perché l'io narrante è onniscente e può anticipare al lettore, anche solo con brevi cenni, ciò che sta per succedere.
-Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo./ Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole ), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda...sentirete.
-...giacché mio fratello ebbe la ventura di contrarre un matrimonio vantaggioso.
Il mio invece... -Bisonerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio matrimonio?
Arrampicato là, su la sua scala da lampionajo, don Eligio Pellegrinotto mi risponde:
-E come no? Sicuro. Pulitamente...
-Ma che pulitamente! Voi sapete bene che...
Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata con lui.
STILE
Ora capisco come Pirandello poté diventare Premio Nobel nel 1934 e restare così celebrato anche a tanti anni di distanza. Il suo stile di raccontare mi ha meravigliato, tenendomi incollato dalla prima all'ultima pagina come davanti a un film o, per meglio dire, a una commedia di teatro. Libero da ogni vincolo e ogni preconcetto, conduce la storia in tono colloquiale, arrivando al contatto diretto col lettore, creando in ogni periodo attesa per ciò che segue. Il suo stile molto originale, come mai avevo apprezzato finora, rende una storia che già di per sé è interessante ancora più stimolante per il lettore; accanto ai semplici fatti ci sono le battute di spirito, le riflessioni filosofiche e le caratterizzazioni di numerosissimi personaggi. Sempre tra il serio e il faceto, tra la realtà e la fantasia,quest'opera d'arte dipinge uno scenario reale in cui si muovono personaggi reali, che ciascuno di noi potrebbe interpretare: tutti potrebbero immedesimarsi in Mattia, perché non si sa mai che cosa la vita ci prospetterà, e l'abilità dell'autore sta proprio nell'eliminare ogni barriera tra Mattia e il lettore, facendone un unico personaggio.
PERSONAGGI
Si può dire che tante sono le stelle nel cielo, tanti sono i personaggi che Pirandello inventa, estrapolandoli dalla sua fantasia e collocandoli nella realtà (o viceversa?).
In questo libro ho contato circa trenta personaggi, ciascuno diverso dagli altri, ciascuno rispecchiante un modello diverso di vita; molti compaiono solo per una pagina, ma restano ugualmente negli occhi del lettore, perché sono descritti in un modo davvero originale e, il più delle volte, intervengono per ravvivare il racconto con battute di spirito e scene tragicomiche. Con le sue marionette, Pirandello intende rappresentare una piccola parte dell'umanità, che è estremamente eterogenea; bisogna guardarla in un caleidoscopio se si vuole comprendere veramente com'è, cioé estremamente variopinta.
Il protagonista è Mattia Pascal, uno di noi, uomo normale, né bello né ricco, che vive un caso eccezionale, morendo formalmente per due volte e scoprendo sulla sua pelle la nullità dell'uomo. La sua presentazione è diretta e molto originale; dopo aver detto il suo nome, per lui cosa non da poco, si descrive fisicamente:
-...m'afferrò per il mento, me lo strinse forte forte con le dita, dicendomi:
-Bellino! Bellino! Bellino!- e accostandomi, man mano che diceva, sempre più il volto al volto, con gli occhi negli occhi, finché emise una specie di grugnito e mi lasciò, ruggendo tra i denti: -Muso di cane!
Doveva essere la mia faccia placida e stizzosa e quei grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzarmi un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto suo, altrove. Erano per me, quegli occhiali, un vero martirio. A un certo punto li buttai via e lasciai libero l'occhio di guardare dove gli piacesse meglio. Tanto, se dritto, quest'occhio non m'avrebbe fatto bello. Ero pieno di salute, e mi bastava. A diciott'anni m'invase la faccia un barbone rossastro e ricciuto, a scapito del naso piuttosto piccolo, che si trovò come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave./io avrei cambiato il mio volentieri, e così anche gli occhi e tante altre parti della mia persona. Ma sapendo bene che non si può, rassegnato alle mie fattezze, non me ne curavo più che tanto.
A sconvolgere la sua monotona esistenza da bibliotecario arriva la sorte, che al Casinò di Montecarlo lo rende ricco e libero dalle preoccupazioni casalinghe.
All'improvviso Mattia si trova davanti a una vita tutta da ricominciare e da dedicare a se stesso, senza apparenti legami col passato; e mentre leggevo anch'io mi auguravo di trovarmi, un giorno, in una situazione simile, magari disperso su una barca nell'Oceano e naufrago in una terra lontana, pronto a vivere all'avventura e deciso a non sprecare un solo secondo della mia nuova esistenza...
Il prezzo che Mattia deve pagare è però altissimo: egli si trasforma in un uomo-invenzione, in una marionetta nelle mani degli altri, in un bugiardo che, costretto a portare sempre una maschera che dia una immagine diversa di lui, è vittima delle sue stesse menzogne.
-Or che cos'ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per sé, pur calata nella realtà./
La mia vera, diciamo così, "estraneità" era ben altra e la conoscevo io solo: non ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne quello di Miragno, ma come morto, con l'altro nome.
Adriano Meis è libero, ma per evitare di essere scoperto, evita rapporti durevoli e profondi con la gente che incontra e si ritrova inevitabilmente solo; in questo modo, priva di amicizia e amore, la sua vita non ha più senso ed egli ne è un impassibile spettatore.
-Ma la verità forse era questa: che nella mia libertà sconfinata, mi riusciva difficile continuare a vivere in qualche modo. Ma la vita, a considerarla così, da spettatore estraneo, mi pareva ora senza costrutto e senza scopo.
-E che uomo dunque? Un'ombra d'uomo!E che vita! Finché m'ero contentato di star chiuso in me e di vedere vivere gli altri, sì, avevo potuto bene o male salvare l'illusione ch'io stessi vivendo un'altra vita.../ M'è sembrata una fortuna l'esser creduto morto? Ebbene, e sono morto davvero. Morto? Peggio che morto; me l'ha ricordato il signor Anselmo: i morti non debbono più morire, e io sì: io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita.
Per porre fine a un'esistenza da ombra, non gli resta che uccidere Adriano; con lui muore la maschera di Mattia, che può tornare a essere se stesso.
Egli si paragona alla torre di Pisa, perché come essa è nell'incertezza e non sa da quale parte pendere; tutte le sue sicurezze di gioventù sono svanite, non sa più chi è, qual è la sua funzione nel mondo, quale posizione dovrà assumere nella società. In un amaro finale, Mattia va al cimitero per vedersi là, morto e sepolto; è finito il gioco delle parti, egli si è tolto la maschera per la rappresentazione:
-Quello che vorremmo o dovremmo essere; quello che agli altri pare che siamo; mentre quel che siamo, non lo sappiamo, fino a un certo punto, neanche noi stessi; ciascuno è la marionetta di se stesso, finché non giunge un calcio che manda all'aria la baracca.
CONSIDERAZIONI PERSONALI
Senza alcun dubbio o riserbo il libro mi è piaciuto, anzi mi ha entusiasmato e invogliato a leggere le altre opere dello stesso autore che mi era ancora sconosciuto (quale ignoranza!). Mi ha colpito lo stile dell'autore, capace di animare le sue marionette fino a renderle umane; molti personaggi possono apparire irreali agli occhi del lettore, ma certo non lo sono, perché Pirandello non fa che rappresentare la realtà nelle sue mille sfaccettature e stranezze: egli non inventa nulla, è la vita stessa che è imprevedibile. Così il caso di Mattia, che potrebbe sembrare verosimile, è vero semplicemente perché nella vita tutto può succedere: la storia di quello sventurato già citato in precedenza, nel 1921, conferma la tesi dello scrittore.
Pirandello è al tempo stesso comico e filosofo, mescola abilmente queste due arti che sembrano inconciliabili in un opera che risulta davvero unica; le riflessioni all'interno del libro sono numerose e riguardano l'uomo.
Nella prima premessa Pirandello afferma che Copernico dovrebbe essere maledetto, perché con le sue scoperte ha posto l'uomo di fronte ad un Universo di cui la Terra non è neanche al centro: gli uomini dunque si sentono sminuiti, si avviliscono perché capiscono di non contare nulla di fronte all'Universo. A volte si dimentica di essere atomi infinitesimali e si finisce per vanagloriarsi e ammirarsi a vicenda, salvo poi cpmbattere per lembi di terra o banali oggetti; è allora chiara la piccolezza dell'uomo, che lotta per delle piccolezze.
L'opera di Pirandello è una lunga favola, che attraverso le avventure di numerosi personaggi vuole lanciare un messaggio, una morale; l'autore intende evidenziare proprio l'insignificanza della figura umana e la sua impossibilità di lottare con la sorte: nessuno può essere artefice del proprio destino, né capace di interpretarlo, bensì siamo tutti delle marionette manovrate dal soprannaturale con delle maschere sul volto, per adattarci alle situazioni in ci ci troviamo coinvolti.
Mi sono immedesimato in Mattia, sognando anch'io di vivere la sua avventura, finché il triste finale che lo vede spettatore del suo corpo morto non mi ha scoraggiato. Non so che cosa il destino abbia in serbo per me, né mi piacerebbe conoscerlo, ma se dovessi vivere un'avventura simile a quella di Mattia, dovrei ringraziarlo per avermi aiutato a capire la mia situazione, e se non mi capitasse, dovrei ringraziarlo comunque per avermi divertito con i suoi burattini...
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
49 racconti
ANALISI DEL TESTO
LIBRO: 49 racconti AUTORE: Ernest Hemingway
RACCONTO: La breve vita felice di Francis Mancomber
Hemingway in questo racconto descrive la maturazione e la morte precoce del personaggio principale: Francis Mancomber.
Egli vive una triste vita: tradito dalla moglie che lui ama, giudicato un codardo da tutti quelli che lo conoscono e amato solo per il denaro da lui posseduto; ma, nonostante tutto ciò, egli riesce a maturare e a cambiare il proprio modo di fare, di pensare e di agire, da tutte queste considerazioni possiamo dedurre che il protagonista sia un personaggio dinamico. La moglie di Mancomber, Margaret, disprezza tutto ciò che riguarda suo marito e dopo l’infelice prima battuta di caccia il suo disprezzo aumenta in modo vertiginoso; è una donna bellissima, che rimane sposata a Francis solo per i possedimenti di quest’ultimo. In tutta la narrazione, il narratore fa notare, attraverso i pensieri di un personaggio, come lei cerchi di far notare i suoi sentimenti maligni al marito e come non si preoccupi, con macabra scaltrezza dei suoi numerosi tradimenti.
Il terzo personaggio rappresenta, in un certo senso, il pensiero del narratore; Hemingway, infatti, riporta molto di frequente i pensieri del cacciatore Robert Wilson. Anch’egli è un personaggio dinamico, cambia, infatti, il suo pensiero nei confronti del protagonista dall’inizio alla fine della narrazione: se, infatti, al principio non riusciva a sopportare il signor Mancomber fino al punto di voler rinunciare al suo lavoro, al termine provava ammirazione per il cambiamento di carattere dell’uomo.
Tutti e tre i personaggi vengono principalmente presentati secondo un punto di vista fisico, il narratore, però, con gli aggettivi sapientemente utilizzati in queste brevi descrizioni, fa capire al lettore il suo pensiero sul personaggio, possiamo notare tutto ciò, specialmente nella descrizione fisica che ci viene fatta del protagonista ERA UN UOMO BEN FATTO SE TI PIACEVANO QUELLE OSSA TROPPO LUNGHE, oppure, poche righe dopo, AVEVA APPENA DIMOSTRATO, DAVANTI A TUTTI DI ESSERE UN CODARDO... l’inciso dell’ultima osservazione ci fa capire che la cosa che ha dato più fastidio, specialmente alla moglie, è stato il fatto di avere fatto una brutta figura davanti a tutti. Anche questo racconto contiene le figure di Propp: la rottura dell'equilibrio iniziale, anche se dubito che in quella coppia ci fosse stato mai dell’equilibrio, si ha quando, proprio all’inizio, il protagonista sfugge alla vista di un leone, causando il disprezzo della moglie e la derisione da parte dei servi del terzetto; la prova che viene proposta al signor Mancomber dalla moglie è quella di trovare il coraggio di uccidere un animale feroce come aveva dimostrato di saper fare il cacciatore che li accompagnava, quando però il protagonista riesce nella sua impresa e riesce a far maturare anche il suo carattere, la moglie, spaventata da un possibile abbandono e quindi la perdita di tutti i privilegi di cui aveva potuto godere, si ribella uccidendo il marito, qui si ha naturalmente la drammatica conclusione.
Il racconto, che incomincia in medias res, tratta vari e importanti temi dell’epoca: il primo che si può notare è l’importanza che aveva il denaro in quel periodo, e credo sia anche il più visibile nel comportamento dell’anti-eroina della vicenda: Margaret Mancomber; è questa la definizione che si può dare a questo personaggio perché lei è l’unica a non avere risvolti positivi nel carattere che, anzi, va sempre peggiorando in malignità.
Il tema dell’amore per il denaro si può collegare anche al tema della scarsità di valori morali nella borghesia degli anni che Hemingway descrive.
Il testo presenta, dato il suo insolito inizio, alcuni excursus narrativi, come quando il narratore racconta la prima triste avventura di caccia del protagonista che, proprio in questa occasione, si rovina le ferie; si può quindi tranquillamente osservare che la fabula e l’intreccio di questo racconto non coincidono a causa dei flashback del narratore.
Il lessico utilizzato nella stesura del brano è estremamente semplice e, anche la costruzione dei periodi lo è, dato l’ampio uso di frasi coordinate.
Hemingway, nel brano fa largo uso di sequenze dialogate, che riducono al minimo l’intervento del narratore e fanno apparire il testo come scritto da se.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
1984
1) DATI EDITORIALI
AUTORE: George Orwell
TITOLO: 1984
LUOGO DI PUBBLICAZIONE: Milano
EDITORE: Classici Moderni – Oscar Mondadori
DATA DI EDIZIONE:
2) BREVE PRESENTAZIONE DELL’AUTORE
Il vero nome di George Orwell è Eric Arthur Blair. Nasce a Motihari, nel Bengala, nel 1903, perché suo padre era un modesto impiegato inglese al Dipartimento coloniale dell'oppio in India. Nel 1907 è mandato in Inghilterra a studiare all'esclusivo collegio St. Cyprian di Eastbourne. Nel 1917 ottiene una borsa di studio e riesce ad entrare a Eton, dove rimane fino al 1921. Ma paga a caro prezzo la permanenza nell'esclusivo collegio, a causa delle umiliazioni che gli infliggono gli altri studenti, ostili verso quanti appartengono a ceti inferiori. Questo opprimente complesso di inferiorità è raccontato nel saggio autobiografico "Such, such were the Joys" del 1947.
Un'altra amara esperienza è quella della Birmania dove, arruolatosi nella polizia coloniale (Indian Imperial Police di Mandalay) per seguire le orme paterne, trascorre cinque anni, dilaniato dal contrasto tra dovere e orrore per qualsiasi forma di colonialismo. Si dimetterà nel 1928. Questa traumatica esperienza ispirerà però il suo primo romanzo in ordine di composizione, ma esito solo nel 1934, "Giorni in Birmania". Lasciata la polizia coloniale parte per Parigi, dove sceglie di condividere la vita degli "ultimi tra gli ultimi", sopportando fame, promiscuità e sporcizia.
Tra il 1932 e il 1936 svolge anche il mestiere di insegnante e di commesso di libreria. Nel 1936 sposa Eileen O'Shaughnessy e, approdato al socialismo, in dicembre parte come volontario per la guerra di Spagna, nel corso della quale viene ferito. Deluso dai comportamenti della sinistra, si riappropria degli antichi ideali britannici: senso comune, parsimonia e decoro; però continua la sua collaborazione a giornali e riviste ("Partisan Review", "New Statesman and Nation", "Poetry London", "Horizon"), cura per la BBC una serie di trasmissioni propagandistiche dirette all'India, è redattore del settimanale socialista "Tribute", che gli affida una rubrica (As I please, A modo mio).
Nel 1945 muore la moglie e due anni dopo si stabilisce con il figlio adottivo a Jura, nelle isole Ebridi. Nel 1949 si risposa con Sonia Bronwell e muore il 22 gennaio 1950 in un sanatorio di Londra, a causa della tubercolosi.
Come narratore esordisce nel 1933 con "Senza un soldo a Parigi e Londra", incentrato sui diciotto mesi trascorsi tra gli emarginati delle due città. A questo fa seguito "Giorni in Birmania" (1934), un'amara condanna del colonialismo, primo romanzo in ordine di composizione. "La figlia del reverendo" (1935) e "Fiorirà l'aspidistra" (1936) riflettono le sue tristi esperienze di insegnante e di commesso di libreria. Nel primo si tratta il tema della perdita della fede; nel secondo l'autore di declassa volontariamente in opposizione al mito del denaro. "La strada di Wigan Pier" (1937) scaturisce da un'inchiesta sui minatori per il Partito socialista inglese ed è la seconda tappa dell'accostamento al socialismo. "Omaggio alla Catalogna" (1938) si ispira alla repressione contro chiunque dissentisse dalle idee di Stalin ed è la storia di una rivoluzione tradita.
Da allora in poi, come dirà nel saggio "Why I Write" (1946), ogni riga di Orwell sarà contro il totalitarismo. "Una boccata d'aria" (1939) è intriso di profetiche minacce.
Moltissimi sono i saggi, che spaziano da tantissimi temi. Questi vanno da argomenti letterari come ad argomenti. La produzione saggistica esamina anche la funzione sociale dello scrittore e rischi di un uso banalizzato ed ideologico del linguaggio. Tra tutti i suoi saggi sono da ricordare "Uccidendo un elefante" (1936), che parla della questione coloniale, "Le frontiere di arte e propaganda" (1941), "Perché scrivo" (1946), "Gli scrittori e il Leviathan" (1948) e "Riflessioni su Gandhi" (1948).
Il fine della sua scrittura è quello di saldare "proposito artistico" e "proposito politico" nell'unico intento di servire la verità. E' l'urgenza della sua forza morale che lo spinge a difendere cause impopolari e a combattere tutto ciò che offende la propria concezione del diritto, della giustizia, della coerenza intellettuale e morale.
Anche se uomo di sinistra, Orwell non si fa scrupolo, quando ritiene giusto, di smitizzare gli idoli e spesso sceglie di affiancarsi agli uomini di destra.
3) ESPOSIZIONE SINTETICA DELLA VICENDA
La scena, con cui si apre il romanzo, mostra il protagonista Winston Smith impegnato a compiere un'azione molto comune, come lo scrivere un diario nella tranquillità della sua stanza. Questo, che a noi appare come un gesto banale, nella società dominata dal Partito Unico e dal Grande Fratello, era invece un atto che comportava molti rischi: essere sorpresi a fare cose "vietate" significava l'arresto, la tortura e la sparizione fisica. Winston, come tutti i membri del partito, sapeva che la propaganda da esso diffusa era tutto un imbroglio; ma, a differenza di quasi tutti gli altri, non era disposto ad accettare la falsificazione della realtà. Per questo andava in cerca di informazioni diverse da quelle ufficiali.
Una sera, mentre stava passeggiando nel quartiere dei Prolet in cerca di notizie, si accorse di essere seguito da una ragazza, che egli conosceva solamente di vista. Julia aveva tutta l'apparenza di una fedelissima delle idee del Partito e questo gli fece pensare di essere stato spiato. Dopo alcuni giorni passati nel terrore di una denuncia alla Psicopolizia, la realtà mutò in suo favore, in quanto Julia, con un'abile mossa, gli passò un biglietto, su cui stava scritto semplicemente "Ti amo"; questo leva ogni dubbio sul fatto che lei fosse una spia. Nasce così una vera e propria storia d'amore, che viene obbligatoriamente vissuta in luoghi segreti: un bosco, un campanile abbandonato e infine la soffitta della bottega di un vecchietto di nome Charrington.
Dopo una fase felice inizia tutta una serie di avvenimenti tragici. Charrington non era un innocuo negoziante, ma un agente della polizia segreta, che li tradì consegnandoli al Ministero dell'Amore. Da qui uscirono entrambi privi della loro personalità, svuotati, rieducati secondo le idee del Partito.
Durante il felice periodo passato con Julia, Winston aveva preso contatti con O'Brien, un membro del Partito Interno, che egli ritiene essere un esponente dell'opposizione (Fratellanza). Quando il protagonista viene rinchiuso nelle celle di tortura, scopre chi era in verità O'Brien: non un oppositore, ma uno dei massimi dirigenti del regime. Fu proprio lui a dirigere i feroci e spietati maltrattamenti che hanno portato Winston alla "guarigione", cioè all'amore forzato verso il Grande Fratello.
4) PRESENTAZIONE E ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI
Winston Smith è un uomo di trentanove anni, molto magro con capelli di un biondo chiarissimo. Il colorito della sua faccia è lievemente sanguigno e la sua pelle è raschiata dalle ruvide saponette che il Partito offriva, dalle lamette, oggetto ormai introvabile, e dal freddo dell'inverno.
Lavora al Ministero della Verità (Miniver in neolingua), dove ci si occupa della stampa. Il suo era un impiego che poteva risultare monotono, ma esso comprendeva pure certi lavoretti di falsificazione difficili e complessi. Nello svolgimento di essi le uniche cose a far da guida erano la conoscenza dei principi sui quali si fondava il Partito e il calcolo approssimativo di quel che il Partito si sarebbe atteso. Winston riusciva veramente bene in queste cose. Ma in genere un lavoro di falsificazione molto delicato non veniva mai affidato ad una sola persona. Una volta che si fossero create varie versione del discorso del Grande Fratello, qualcuna delle menti dirigenti del Partito avrebbe scelto la versione più soddisfacente, l'avrebbe ristampata, e avrebbe messo in moto il complesso di verifiche e sostituzioni che si rendeva necessario. Alla fine la menzogna scelta sarebbe diventata la verità.
Non è il tipico eroe. E' pieno di incertezze e di paure, ma sa esattamente cosa vuole: egli odia il Partito, odia il Grande Fratello, crede nella Fratellanza (l'opposizione del Partito), nella memoria storica e nella positività dell'animo umano.
Attraverso il personaggio di Winston l'autore presenta il suo modo di vedere le cose, particolarmente la sua avversione per i sistemi totalitari, che annullano l'uomo e lo rendono schiavo del potere. Ma Winston è anche il tramite attraverso il quale si riesce a conoscere la società in cui egli vive. Attraverso le sue esperienze quotidiane e i suoi stati d'animo, si riesce a capire cosa dovesse significare vivere in quel mondo e, nello stesso tempo, lo si immagine e lo si capisce.
Julia è una ragazza dall'aria risoluta, con una grande capigliatura nera, la faccia lentigginosa, gli occhi scuri, le anche formose e i movimenti svelti e atletici. Ha ventisei anni e vive in un convitto assieme ad altre trenta ragazze
Lavora anch'ella al Ministero della Verità, ma in un reparto diverso da quello di Winston. Lavora infatti nel Reparto Amena e ha un incarico d'ordine tecnico in una delle macchine per redigere romanzi. Il suo impiego consiste nel far funzionare, e spesso nel riparare, un potente e complicato apparecchio a motore elettrico. Le piace lavorare di mano e si sente a suo agio nella meccanica. Non le interessa molto il prodotto finito: per lei i libri erano solo una cosa da produrre e basta.
Possiede un'incredibile sagacia, è sveglia, determinata, concreta, è sempre di buon umore ed è capace di una straordinaria penetrazione nei discorsi. Odia il Partito e lo dice con le parole più chiare e violente; ma non tenta di muovere contro di esso alcuna critica, finché questo non influisce sulla sua vita privata. Non crede nella Fratellanza e comunque è convinta che l'unica cosa da fare sia di violare le regole e godersela, e cercare di restare in vita lo stesso. Ciò nonostante, chi non la conoscesse bene, potrebbe credere che sia la ragazza tipo del Partito: è brava in ginnastica, fa del lavoro volontario, passa ore e ore a sentire conferenze, a distribuire volantini, a raccogliere fondi, ecc.. Ma Julia fa tutto questo perché è convinta che se si osservano le regole piccole e stupide del Partito, si possono violare quelle grandi e importanti, come ad esempio fare del sesso per seguire il puro istinto animale e per divertirsi, piuttosto che al semplice fine della riproduzione. Proprio riguardo a questo argomento, ella ha colto il significato del puritanesimo del Partito. C'è un rapporto diretto e intimo tra l'astinenza sessuale e l'ortodossia politica. Infatti l'astinenza sessuale produce l'isterismo; fenomeno da favorire, perché lo si può facilmente trasformare nell'infatuazione per la guerra e nell'adorazione dei capi.
O'Brien è un uomo grosso, tarchiato, con un collo largo e una faccia rozza e brutale. Nonostante il suo aspetto, definibile quasi da lottatore, ha maniere affabili e ben educate. Ha il vizio di sistemarsi di continuo gli occhiali sul naso. Sulla sua faccia si possono leggere una certa arguzia, ma soprattutto una sorprendente intelligenza. Ha l'aspetto di una di quelle persone con le quali ci si può aprire e ci si può confidare.
E' un membro del Partito Interno e in esso occupa un posto molto importante, considerato addirittura inarrivabile. Ma un qualcosa nel suo sguardo suggerisce un non so che di eterodossia politica. Infatti una volta Winston, durante i Due Minuti d'Odio, aveva incontrato il suo sguardo ed ha avuto l'impressione che anche O'Brien stesse pensando la stessa cosa che stava pensando lui. Winston è convinto che anche O'Brien odi il Partito e il Grande Fratello; anzi, lo crede addirittura un membro della Fratellanza.
Ma questo importante membro del Partito Interno non è altro che un doppiogiochista. Egli non fa parte dell'Opposizione al Partito, ma al contrario è uno dei massimi dirigenti del regime. O'Brien è una mente sottile, che conosce tutti i meccanismi ideologici che stanno alla base del sistema. Quando Winston viene rinchiuso nel Ministero dell'Amore per essere rieducato, è proprio lui a dirigere i feroci e spietati maltrattamenti che il protagonista del romanzo deve subire.
Si può considerare una sorta di portavoce: quando egli interroga Winston, non fa altro che svelare i meccanismi su cui si basa il Partito. Oltre a questo è anche l'autore del famoso libro segreto, creduto scritto da Goldstein, il capo della Fratellanza.
Charrington è il proprietario del negozio, dove Winston ha comprato il suo diario e dove i due amanti si incontrano. E' un uomo vedovo di sessantatré anni, dall'aspetto malaticcio, curvo, con un naso lungo e occhi dolci, leggermente deformati da un paio di grossissimi occhiali. I suoi capelli sono quasi bianchi, ma le sue sopracciglia sono ancora nere. Ha una voce dolce, quasi sommessa, e ha un accento cockney. Indossa spesso una vecchia giacchetta di velluto nero, che insieme agli occhiali e ai movimenti cortesi e complimentosi, gli dà un'aria da collezionista, più che da semplice negoziante.
E' un uomo rispettoso e discreto. Lo si può definire un uomo all'antica, uno di quegli uomini che si possono definire "per bene". Pare sempre assorto nei suoi pensieri, nel passato; sembra viva in un suo mondo, distante da quello reale.
Questo gentile e discreto vecchietto invece si è rivelato un agente della Psicopolizia. E' stato proprio lui a consegnare Winston e Julia al Ministero dell'Amore. Ora è cambiato anche fisicamente: è un uomo di circa trentacinque anni, dalla faccia fredda e attenta. I suoi capelli sono nerissimi e il suo corpo è come raddrizzato ed è più alto. Le rughe non ci sono più, il naso pare più corto: tutti i lineamenti della sua faccia sembrano diversi.
Tramite questo personaggio l'autore fa capire quanto è forte il Partito, che tutto e tutti può corrompere. Non ci si può fidare di nessuno, neanche del più innocuo e gentile vecchietto.
Ci sono poi una lunga serie di personaggi secondari. Tra di essi spicca Parson, un vicino di casa di Winston. E' un uomo piuttosto grasso, ma molto attivo. E' impiegato, come Winston, al Ministero della Verità, ma non svolge il suo stesso mestiere. Lo adoperano in qualche posto secondario, nel quale non è richiesta una grande intelligenza. Infatti la caratteristica che colpisce il lettore, oltre al fatto che è sempre accompagnato da una spossante puzza di sudore, è la sua stupefacente stupidità e il suo esagerato entusiasmo. Non si domanda mai nulla ed è proprio su uomini come lui che si fonda il Partito. Tutto ciò che dice il Partito è legge per lui, non ragiona, è orgoglioso dei suoi "pargoletti", che alla fine lo denunceranno alla Psicopolizia.
Altro personaggio secondario, importante per capire la vita sotto il regime del Partito, è Katharine, la moglie di Winston, che ora però non vive più con lui. E' una persona estremamente ortodossa, incapace anche soltanto di pensare qualcosa di male. Non ci avrebbe pensato due volte a denunciare il marito alla Psicopolizia, se non fosse stata troppo stupida per scoprire l'eterodossia delle sue opinioni. Non ha mai fatto sesso col marito, se non per "dovere verso il Partito". E' insomma l'esatto contrario di Julia: Julia fa del sesso per seguire il puro istinto animale e per divertirsi; Katharine lo fa al semplice fine della riproduzione.
5) ANALISI DELL’AMBIENTE E DEL TEMPO
Winston, impiegato del Partito Esterno, vive in un piccolo e misero appartamento, simile a molti altri destinati alle persone del suo stesso livello sociale. Si chiamano "appartamenti della Vittoria" e richiamano fin dal nome la vittoriosa presa del potere da parte del regime padrone di ogni cosa e unico distributore dei beni.
Non sono locali dotati di molti comforts, le tubature dell'acqua sono spesso rotte, l'elettricità è sospesa quasi ogni giorno e vi regna un permanente odore di cavoli bolliti e di tappeti invecchiati. L'arredo fisso è costituito dal teleschermo, una placca di metallo che trasmette i messaggi del Grande Fratello e che serve anche per tener d'occhio i membri del Partito, in qualunque luogo siano, nelle parole che dicono e perfino in ogni minima espressione di noia, di disgusto, di insoddisfazione, perché questo poteva nascondere un segreto odio verso le idee ufficiali del Socing (socialismo inglese), l'ideologia della classe dominante.
Solo gli appartenenti al Partito venivano spiati, mentre l'enorme massa dei Prolet, vivendo nella più completa ignoranza, non era ritenuta pericolosa. Mai le sarebbe venuto per la testa di mettersi a fare opposizione: non sapeva nemmeno cosa fosse.
I Prolet vivono in un quartiere assai degradato, fatto di vicoli angusti, privi di luce, su cui si affacciano misere case, in cui le persone conducono una misera vita. Queste devono conoscere bene l'arte di arrangiarsi, dato che i servizi forniti dal Partito sono assai precari. Il cibo è distribuito in quantità minime ed è di qualità molto scadente; ogni tanto il regime decide di ridurre ulteriormente le già scarse razioni di cibo, ma la notizia delle riduzioni viene data come se si trattasse invece di un accrescimento di offerta alimentare: sono i miracoli della falsificazione delle cifre.
La città in cui si svolge la vicenda è Londra, che è immaginata come una delle città più importanti dell'Oceania. L'Oceania non corrisponde al continente che attualmente si conosce, ma è intesa come il vasto territorio di una superpotenza, dominata dal Partito unico e dal Grande Fratello.
La finzione orwelliana ha diviso il mondo in tre grandi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. La prima comprende le Americhe, le isole dell'Atlantico (comprese le isole britanniche) e la parte meridionale dell'Africa. L'Eurasia comprende grossomodo la parte settentrionale dell'Europa e dell'Asia; l'Estasia, che è lo stato meno esteso, comprende Cina, Giappone e altri territori a sud di questi. I confini fra le tre aree sono piuttosto mutevoli e si trasformano a seconda delle vicende militari: i tre stati infatti sono in permanente guerra tra loro, ma lo scopo della guerra non è la ricerca di materie prime, come nei conflitti del passato. Ora si fa in modo di consumare nelle spese militari gran parte delle risorse che altrimenti servirebbero a rendere più ricca e intelligente la vita dei cittadini. Questo naturalmente non rientra negli scopi dei poteri assolutistici, che preferiscono dominare su masse ignoranti o adeguatamente "educate".
Nel corso della narrazione prevalgono i luoghi chiusi; infatti si vedono i personaggi del romanzo muoversi quasi sempre tra interni di appartamenti, stanze e corridoi di luoghi di lavoro e nelle ultime pagine si conosce una specie di carcere destinato alla tortura e all'eliminazione dei dissidenti. Sono tutti spazi che suggeriscono un'impressione di freddezza, di buio, di desolazione: spazi cupi e freddi, per un'esistenza altrettanto cupa e fredda.
Nella vita del protagonista un luogo di particolare interesse è la camera presa in affitto sopra il negozio di antiquariato: qui Winston trascorre i giorni più felici della sua vita, rallegrati dalla storia d'amore con Julia. Subito dopo questo, il racconto si sposta alle allucinanti celle del Ministero dell'Amore, in cui, a dispetto del nome, tutto si può sperimentare meno l'amore e la gentilezza, ma solo la tortura, la ferocia e l'annientamento della personalità.
Il titolo stesso del romanzo indica in quale tempo si svolgono le vicende narrate. ;L'autore si sposta avanti nel futuro, ma in un futuro non lontanissimo rispetto agli anni in cui egli scrive. I fatti principali vanno quindi collocati nel 1984: in tale anno si pone il tentativo di resistenza operato da Winston, che purtroppo è destinato a cadere nel più totale fallimento. Si assiste al suo ultimo anno di vita e si viene a sapere che egli veniva già spiato e controllato da ben sette anni.
Gli altri riferimenti temporali sono un po' più vaghi: sembra di capire che il Grande Fratello abbia preso il potere con una rivoluzione intorno alla metà del secolo XX, ma non viene mai detto in quale preciso momento. Si nominano qualche volta gli anni Cinquanta e Sessanta, come "gli anni dei grandi repulisti", quando cioè sono stati eliminati con la vaporizzazione moltissimi uomini e donne sospetti al regime; tra questi vi erano anche i genitori di Winston, scomparsi quando egli era ancora bambino.
In conseguenza di tali repulisti, sono ormai pochi gli uomini viventi nel 1984 che si ricordino con precisione cosa ci fosse prima della rivoluzione. Ma anche se esistessero, non potrebbero dare delle testimonianze valide sul passato, dato che la propaganda, così come è capace di alterare il presente, riesce anche a far credere circa il passato, tutto ciò che le piace. Così i dati sulle epoche precedenti, o vengono modificati a piacimento, oppure si preferisce cancellare completamente la memoria storica. Le persone non devono avere termini di confronto, in modo da credere di trovarsi nel migliore dei mondi possibili e che non ci sarà mai niente di diverso e di migliore.
6) TECNICHE NARRATIVE
Non è un racconto in prima persona: gli avvenimenti sono esposti da una voce narrante esterna, impersonale e oggettiva, che guida dall'alto lo svolgersi dell'azione. Si può parlare per questo di narratore omniscente, che conosce già l'ordine e la concatenazione dei fatti. L'autore non interviene mai in maniera diretta esprimendo valutazioni e giudizi, ma fa intuire il suo pensiero attraverso le cose stesse, attraverso i materiali narrativi. Per esempio, il finale pessimistico e tragico equivale ad una valutazione negativa sul regime del Grande Fratello e dei suoi valori; oppure il fatto che esistono continue falsificazioni, censure, che tutto sia diretto all'autorità, senza libertà per i singoli, non sono certo elementi evidenziati con simpatia e approvazione.
La fabula ha un andamento ordinato cronologicamente e non vi è un intreccio particolarmente complesso; i fatti che si verificano non sono numerosi e si possono ricondurre a quest'ordine: tentativo di opposizione - storia d'amore - tradimento da parte dei presunti amici - arresto - torture - vittoria del nemico.
Va però detto che l'attenzione del narratore scivola via spesso dal racconto principale e si diffonde su un gran numero di particolari, su fatti, persone e cose di ruolo secondario, e questo crea l'effetto di distrarre dalle cose essenziali. Esemplare in questo caso è la prima parte del romanzo, in cui veramente non accade nulla, o accade pochissimo; si è costretti a seguire l'autore dilungarsi su cose minime, senza afferrare ancora un chiaro disegno narrativo. Decisamente più interessanti sono le parti seconda e terza del testo, nelle quali il racconto si fa più vivace, le vicende scorrono, si conoscono personaggi di rilievo e si assiste a dei veri e propri colpi di scena.
Come si è già detto prima, l'autore esprime il suo punto di vista soprattutto attraverso i fatti stessi, ma anche il personaggio di Winston è un tramite attraverso cui Orwell presenta il suo modo di vedere le cose, particolarmente la sua avversione per i sistemi totalitari, che annullano l'uomo e lo rendono schiavo del potere.
In alcune pause sono raccontati i sogni e i ricordi del protagonista; i sogni di Winston sono dominati dalla figura della madre, morta, o meglio, fatta sparire dal regime quando il ragazzo era ancora piccolo. I ricordi sono anch'essi rivolti verso l'infanzia, segnata dalla povertà, dalla fame e dalle ristrettezze economiche; spesso i ricordi (particolare proustiano) sono suscitati da piccole realtà esterne, come il profumo del caffè o la vista di alcuni vecchi oggetti nella camera del signor Charrington.
7) STILE E SCELTE LINGUISTICHE
Il linguaggio di cui si fa uso nel romanzo non è molto vario: domina quasi sempre un tono linguistico medio, né troppo formale, né troppo colloquiale. Qualche eccezione si ha solo nei dialoghi tra Winston e Julia, nei quali è proprio la ragazza che ricorre ad espressioni molto libere, gergali e piuttosto efficaci.
Nello stile dell'autore non si rilevano caratteristiche fortemente personali: è un modo di scrivere, quello di Orwell, molto "normale", quasi piatto, senza pagine che emergano dal resto con particolare evidenza.
Un tono formale hanno le parti in corsivo, in cui si riportano alcuni capitoli del libro segreto della Fratellanza; qui si trova il linguaggio tipico dei trattati politici, ricco di argomentazioni, di riflessioni e di concetti.
Sparse qua e là nel testo compaiono delle strane parole in neolingua, come ad esempio socing, prolet, miniver, bispensiero, ecc. Sono esempi di quella lingua che il sistema sta perfezionando e che nel corso del tempo diventerà la lingua ufficiale per i sudditi del Grande Fratello. Si tratta di una lingua che tende all'essenziale, all'eliminazione di tutti i termini non strettamente necessari e che risponde ad un preciso progetto politico. Si vogliono cancellare dalla mente delle persone tutte le parole sgradite al regime: togliendo di mezzo le parole, si elimina anche il pensiero corrispondente, così che non sia più possibile concepire idee come la libertà, la verità, il passato, ecc.
8) SEGNALAZIONE DEI MOMENTI PIU’ SIGNIFICATIVI DELLA STORIA
- La prima delle tre parti in cui è diviso il romanzo, anche se non è narrativamente molto intensa, mostra però i principali aspetti della vita quotidiana nel regno del Grande Fratello. E' una realtà in cui manca sempre tutto, c'è poco cibo, non si trovano mai lamette per radersi o lacci per le scarpe, mentre il teleschermo sbraita ogni momento cifre ottimistiche su una produzione di beni sempre più abbondante e sempre in crescita. Si può, come Winston, lavorare al Ministero della Verità e passare tutto il giorno a falsificare dati e notizie. E soprattutto non si può mai stare da soli con sé stessi, poiché la sorveglianza raggiunge tutti ovunque, e dove non arriva il teleschermo, arriva l'azione delle spie.
- La relazione tra Winston e Julia rivela come debba vivere completamente nascosto chi voglia realizzare una storia d'amore. L'attività sessuale deve svolgersi solo nel matrimonio e solo al fine di procreare dei figli; non sono permessi altri modi di stare insieme tra uomo e donna. Si impedisce il sesso, perché con questo ciascuno può crearsi un suo mondo e può vivere una vita serena e senza odio. Si vuole invece incanalare le energie dell'uomo in modo che egli provi soprattutto odio e ostilità verso i nemici del Grande Fratello.
- Significative sono le pagine in cui si narra il duplice tradimento del falso negoziante Charrington e del falso oppositore O'Brien. In un primo tempo sembrano dei fedeli alleati di Winston nel suo progetto segreto. Si rivelano invece due pie ben addestrate simili a moltissime altre che agiscono in quell'infelice mondo, nel quale chiunque può denunciarti per la minima infrazione, per un sospiro, uno sguardo o una parola detta durante il sonno. Non c'è limite al tradimento ed anche i figli sono buoni cittadini se consegnano alla Psicopolizia i loro stessi genitori.
- La terza parte del libro è occupata per intero dalla "rieducazione" a cui è sottoposto Winston. Mentre subisce torture fisiche e psicologiche di inaudita crudeltà, l'efficiente O'Brien spiega i principali fondamenti su cui regge la "civiltà" del Grande Fratello. I dominatori cercano il potere solo per i propri fini; vogliono che ogni singolo individuo perda sé stesso e si immedesimi nei voleri del Partito: Non si richiede agli uomini solo obbedienza, ma si vuole infliggere loro sofferenza e mortificazione: si prospetta così un mondo fatto di paura, di sospetti, di gente che calpesta ed è calpestata, un mondo che diventerà sempre più spietato man mano si perfezionerà. Un simbolo di tutto questo è "uno stivale che calpesta un volto umano: per sempre". La cancellazione dell'uomo è totale: "Tu non sarai mai più - dice O'Brien a Winston - capace di sentimenti umani. Ogni cosa sarà morta dentro di te. Tu non sarai mai più capace di sentire amore, amicizia, gioia di vivere, di ridere, di sentire curiosità, onestà. Sarai vuoto. Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi." (pag 269)
9) INDIVIDUAZIONE DELLA TEMATICA PRINCIPALE E DI ALTRE TEMATICHE AD ESSA COLLEGATE
Orwell spostando la sua attenzione in avanti di circa trent'anni, ha immaginato un mondo futuro in cui non esiste più nulla di giusto, libero e umano. Egli immagina l'uomo reso schiavo, obbligato ad amare i suoi dominatori, privato del libero pensiero e ridotto ad un meccanismo soggiogato ed obbediente. Il Grande Fratello domina su tutto e tutti, e questo può già accadere nel 1984; non è una cosa che accadrà in un futuro lontanissimo.
C'è un po' di esagerazione in questo, ma vi è pure nel testo qualcosa che va tenuto ben presente. Esso mostra quale sia il potere opprimente di molti regimi, che nella storia sono realmente esistiti, come il nazismo, il fascismo e il comunismo sovietico.
La loro forza stava anche, e forse soprattutto, nella loro abilità nel farsi accettare, nel saper convincere che l'unica verità pensabile era quella che piaceva al dominatore di turno e che l'accettazione passiva dei voleri superiori era la massima virtù dell'uomo.
Si pensi solo allo slogan del fascismo: "credere, obbedire, combattere" o al famoso detto: "il duce ha sempre ragione". Si pensi ad Hitler, che opprimeva milioni di ebrei innocenti, portando la gente a credere che fossero esseri mostruosi, meritevoli di sterminio. Il Partito comunista sovietico scriveva la sua versione dei fatti su un unico giornale intitolato la "Pravda", cioè la "Verità"; era, naturalmente, una verità addomesticata, la verità a cui si doveva credere.
Queste sono cose reali, ma piuttosto vicine a quanto prospettato dal romanzo orwelliano, il quale ha ben colto che il punto di forza di tutti i totalitarismi sta nel possedere e nel manovrare i più opportuni strumenti di comunicazione, di propaganda e di convincimento.
Lo strumento preferito dal Grande Fratello è un teleschermo; questo non abbandona mai la vita dei sudditi, è collocato in ogni luogo e non si può mai spegnere. Viene usato come mezzo per sorvegliare le mosse di qualcuno e come un apparecchio che diffonde notizie, dati, cifre, e tutti quei messaggi che siano più adatti a plasmare la mente degli ascoltatori.
Anche in questo caso Orwell vede le cose in maniera dilatata, ma ha saputo pur cogliere qualche elemento di verità: anche nel mondo di oggi la televisione gioca un ruolo centrale nella nostra vita personale e collettiva ed essa non è affatto indipendente dai gruppi di potere, siano essi politici o economici. Anche nella realtà il televisore può diventare, se non si sta attenti, la guida, il suggeritore e il padrone dei cervelli di tutti. E' sotto gli occhi di tutti, quanto siano persuasivi i messaggi inviati dal teleschermo, che con la piacevolezza dei suoni e delle immagini, riesce a imprimere delle tracce importanti nella fantasia e nella mente.
Con questo mezzo ed altri simili, è possibile dunque controllare i pensieri della gente e chi controlla questi, come ben sa il Grande Fratello, ha nelle sue mani il potere più alto che si possa concepire. Non è allora mai inutile lo stare in guardia, il non credere con troppa facilità a tutti quei messaggi che invadono il nostro spazio vitale, e sono da coltivare l'indipendenza di giudizio e la capacità di fare delle scelte libere, anche se queste vanno controcorrente o possono essere scomode per qualcuno.
Credo sia importante ora fare un confronto tra 1984 e Il mondo nuovo di Aldous Huxley, dato che 1984 è un romanzo antiutopico, sulla scia dei romanzi Noi (1905) del russo E. I. Zamjatin e, appunto, di Il mondo nuovo (1932).
1) In entrambi i testi ci sono delle precise classi sociali:
- Nel Mondo Nuovo cinque sono le classi sociali previste, indicate come Alfa, Beta, Gamma, Delta ed Epsilon; procedendo dalla prima all'ultima si passa da ruoli sociali elevati e prestigiosi, fino ad arrivare, negli ultimi livelli (Gamma, Delta, Epsilon) ad un tipo di vita da povere larve, destinate solo alla fatica e ai lavori meno gratificanti.
- In 1984 in cima alla piramide sta il Grande Fratello, essere infallibile e onnipotente. Si può dire che il Grande Fratello è la forma con la quale il Partito ha deliberato di presentarsi al mondo. Appena sotto il Grande Fratello si trova il Partito Interno, che si può raffigurare come il cervello dello Stato. Al di sotto di questo si trova il Partito Esterno, che si può rassomigliare alle mani dello Stato. Al disotto del Partito Esterno si trovano le masse mute alle quali ci si riferisce con la parola Prolet. L'appartenenza o meno a uno di questi gruppi non è ereditaria. Infatti l'ammissione a una delle due categorie del Partito avviene in seguito a un esame cui ci si presenta all'età di sedici anni.
2) In entrambi i testi la gente non è libera di pensare ciò che vuole:
- Nel Mondo Nuovo, un pilastro del sistema educativo è la lezione di coscienza di classe, attraverso dei nastri fatti ascoltare per un numero infinito di volte durante il sonno (ipnopedia); si ottiene da ciascuno la presa di coscienza del suo livello sociale e dei comportamenti che ne conseguono.
- In 1984 c'è il teleschermo, che non abbandona mai la vita dei sudditi, è collocato in ogni luogo e non si può mai spegnere. Viene usato come mezzo per sorvegliare le mosse di qualcuno e come un apparecchio che diffonde notizie, dati, cifre, e tutti quei messaggi che siano più adatti a plasmare la mente degli ascoltatori.
3) In entrambi i testi c'è un personaggio, circondato dal mistero, che è il simbolo del potere
- Nel Mondo Nuovo c'è il culto per Ford. In suo onore vengono svolti degli incontri di adorazione
- In 1984 c'è il Grande Fratello. Nessuno lo ha mai visto, ma il suo faccione di un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli, è onnipresente. "Il Grande Fratello vi guarda" diceva la scritta appostavi sotto. Contro i suoi nemici vengono svolti periodicamente i "Due Minuti d'Odio"; inoltre tutti devono amare e adorare il Grande Fratello
4) In entrambi i testi non c'è la memoria storica:
- Gli uomini del Mondo Nuovo non devono sapere cosa c'è stato prima di loro. Tutte le realtà precedenti sono state opportunamente cancellate per lasciare spazio alla omologazione culturale: uno solo deve essere il modo di pensare, una sola deve essere la filosofia a cui sia permesso di esistere ne mondo futuro. Si tratta di una filosofia collettivistica, che vuole l’uomo come un essere sempre proiettato al di fuori di se stesso e che non deve impegnarsi mai in prima persona ma nella ricerca sul senso delle cose. La visione della realtà gli è trasmessa già pronta e confezionata dall’educazione e dai condizionamenti; vi è così, una completa e rigida pianificazione anche sul piano culturale.
- In 1984 si nominano qualche volta gli anni Cinquanta e Sessanta, come "gli anni dei grandi repulisti", quando cioè sono stati eliminati con la vaporizzazione moltissimi uomini e donne sospetti al regime; tra questi vi erano anche i genitori di Winston, scomparsi quando egli era ancora bambino. In conseguenza di tali repulisti, sono ormai pochi gli uomini viventi nel 1984 che si ricordino con precisione cosa ci fosse prima della rivoluzione. Ma anche se esistessero, non potrebbero dare delle testimonianze valide sul passato, dato che la propaganda, così come è capace di alterare il presente, riesce anche a far credere circa il passato, tutto ciò che le piace. Così i dati sulle epoche precedenti, o vengono modificati a piacimento, oppure si preferisce cancellare completamente la memoria storica. Le persone non devono avere termini di confronto, in modo da credere di trovarsi nel migliore dei mondi possibili e che non ci sarà mai niente di diverso e di migliore.
5) Nonostante in tutti e due i testi non ci sia libertà, la vita descritta in 1984 è più dura e il regime più crudele:
- Nel Mondo Nuovo gli infedeli o comunque gli uomini pericolosi vengono portati su delle isole, in isolamento totale
- In 1984 gli oppositori del Partito vengono uccisi, o meglio, fatti sparire. Ma prima essi vengono rieducati, svuotati e fatti sentire in colpa per ciò che hanno fatto.
6) Nei due testi si nasce in maniera differente:
- Nel Mondo Nuovo non esiste la famiglia. I futuri individui vengono fatti nascere, con sofisticate tecnologie, artificialmente. Si inizia con la fecondazione in provetta, condotta secondo il metodo "Bokanovsky", che mira ad ottenere "novantasei esseri umani dove prima ne nasceva solo uno". Spesso si creano degli individui gemelli, ma non a due per volta "come accadeva negli antichi tempi vivipari, ma a dozzine, a ventine per volta". Il vantaggio di tutto questo è ben evidente: si può creare con un solo colpo tutto il personale di un piccolo stabilimento, "novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche". Si mettono al mondo, dunque, uomini in massa, su scala industriale, da inviare là dove c'è richiesta in quel dato momento, come si trattasse di merce qualsiasi. I bambini vengono poi educati in collegi particolari.
- In 1984 si nasce in maniera naturale, tramite l'incontro di un uomo con una donna, e si vive in famiglia. Ma in questa famiglia non c'è un rapporto di affetto tra genitori e figli. Infatti i bambini vengono educati a denunciare i propri genitori, se questi assumono comportamenti non ammessi dal Partito. In pratica, sono delle vere e proprie spie.
7) Anche il sesso viene inteso in maniera diversa nei due testi:
- Nel Mondo Nuovo il sesso è visto per i bambini come il più normale dei giochi, ed essi sono liberi di praticarlo all'aria aperta in appositi giardini. Con queste premesse si inizia a condizionare anche la pratica sessuale che essi adotteranno da adulti, quando saranno spinti decisamente verso la poligamia, affinché evitino di dare vita a dei legami di tipo famigliare.
- In 1984 il sesso si deve fare al semplice fine della riproduzione, non per seguire il puro istinto animale, né per divertirsi, né per dimostrare il proprio amore verso il partner. Nel mondo del Grande Fratello c'è un rapporto diretto e intimo tra l'astinenza sessuale e l'ortodossia politica. Infatti l'astinenza sessuale produce l'isterismo; fenomeno da favorire, perché lo si può facilmente trasformare nell'infatuazione per la guerra e nell'adorazione dei capi.
8) Nei due testi sono descritte due diverse filosofie di vita:
- Nel Mondo Nuovo si deve essere forzatamente felici, bene inseriti nella vita sociale, contenti del ruolo che c’è stato fissato e ben disposti alla obbedienza. In caso di qualche malumore, ecco pronte le dosi “soma” , una droga che ci fa evadere nei paradisi artificiali per periodi anche lunghi e fa scordare, un volta tornati nel mondo, ogni problema. Ogni volta che si vuole qualcosa lo si deve avere subito e non è previsto un intervallo tra desiderio e sua realizzazione, perché ciò porterebbe a conoscere la malinconoia, la precarietà, l’incertezza e il dubbio. Guai se l’individuo si ponesse a riflettere su questi aspetti della realtà e cercasse magari delle soluzioni religiose al “male di vivere”.
- La società descritta in 1984 è fondata sull'odio, sui tradimenti, sulle torture, sulla crudeltà; non ci sono altri sentimenti se non la paura, il furore, il trionfo e l'automortificazione. E' un mondo che diventerà sempre più spietato man mano che si perfezionerà. Qui non esiste più il concetto di lealtà, se non la lealtà verso il Partito. Non ci sono più legami di affetto, né tra figli e genitori, né tra uomo e uomo, né tra uomo e donna; c'è solo l'amore per il Grande Fratello. Non si può più ridere, se non per il trionfo su un nemico sconfitto. C'è sempre e solo il brivido della vittoria, perché l'eretico è sempre sconfitto.
10) INTERPRETAZIONE DELLE INTENZIONI DELL’AUTORE
George Orwell ha tracciato con la sua fantasia le linee di una società che si presenta come il contrario di ciò che la ragione si aspetta quando pensa ad una civiltà ideale.
Nella letteratura inglese vi è un'opera che descrive una società perfetta e giusta: si tratta dell'Utopia di Thomas More. Mentre More, per polemizzare contro le ingiustizie del suo tempo, propone un modello verso cui tendere, Orwell, al contrario, pensa ad una realtà da cui è conveniente prendere le distanze: si può quindi parlare di antiutopia.
L'autore intende dimostrare a quali conseguenze disumane e assurde si giunge quando si vuole creare un mondo troppo pianificato, troppo uniforme e rigidamente controllato da un unico, fortissimo potere. Orwell presenta un mondo futuro, indicato con una data simbolica, il 1984; si tratta di un futuro a tinte molto nere, nel quale è ormai morta ogni forma di libertà e le menti umane sono tutte sottoposte alla più totale, ceca e crudele obbedienza alle direttive verso un misterioso personaggio e verso il partito che lo sostiene.
Orwell scrive il suo testo pochi anni dopo la seconda guerra mondiale, quando ormai l'Europa ha conosciuto due feroci sistemi dittatoriali: quello mussoliniamo e quello hitleriano, espressione di un potere politico concentrato nelle mani di pochissimi uomini, ma ben deciso a tenere sotto il suo pugno milioni di persone. In quegli anni esisteva poi un'altra zona governata in modo totalitario, cioè l'Unione Sovietica, sottomessa ad un solo partito e ad una sola ideologia, contrari al pluralismo e alle libertà.
L'autore guarda con preoccupazione verso questo tipo di organizzazione statale e conduce in alcune sue opere una vivace polemica politica; tra queste vi è anche 1984, che è una riflessione sul futuro, ma anche sul presente. Se nel momento in cui Orwell scrive ci sono ancora delle dittature, è probabile - egli sembra pensare - che ce ne saranno anche in futuro ed esse diventeranno probabilmente sempre più minacciose, più perfezionate e talmente forti da sopprimere ogni minimo tentativo di rivolta.
Ma perché ci sia una rivolta, occorrono uomini consapevoli, capaci di avere idee proprie e una intelligenza critica. Questo è il più grande pericolo per tutte le dittature, le quali cercano sempre di avere al loro servizio uomini ben manovrati a credere vero ciò che gli si dice che sia vero, anche se si tratta di menzogne e invenzioni.
L'intento dello scrittore è dunque quello di smascherare le falsità della propaganda e di tutti quei meccanismi che vogliono far credere che due più due non fa quattro, ma cinque o tre, a seconda di come conviene al governo, al Partito o al Grande Fratello.
11) COMMENTO PERSONALE SUL LIBRO LETTO
La lettura del romanzo 1984 è stata per me abbastanza ricca di interesse e mi ha per alcuni aspetti anche sorpreso.
Mi ha interessato il motivo della lotta del singolo contro un potere infinitamente più grande di lui; sembra una ripresa della simbolica lotta fra il piccolo Davide e il gigante, anche se nel nostro caso non vince la parte più debole, ma purtroppo quel mostro che si chiama stato totalitario.
Mi ha sorpreso leggere a quali estremi si spinge la concezione del potere presso i dirigenti della società del Grande Fratello. Essi fanno ogni cosa mossi da un solo fondamentale obiettivo: la ricerca del potere per il potere; di solito chi sale al governo, lo fa perché ha in mente un progetto di giustizia e spera di cambiare le cose in meglio. Invece al Grande Fratello e ai suoi uomini non importa nulla né di giustizia, né di eguaglianza, né di altre cose simili, ma si appagano solo quando hanno raggiunto il potere più esteso che si possa pensare: quello di possedere il cervello degli uomini.
Anche in passato sono esistiti sistemi che hanno fatto di tutto per entrare nella testa delle persone e piegarla a proprio vantaggio, ma nel momento in cui si condannavano gli oppositori, si permetteva loro almeno di morire conservando la loro idea, pur considerata irregolare ed eretica. Nel mondo ipotizzato da Orwell invece non c'è scampo e chi è condannato a morte deve prima subire un dolorosissimo trattamento, nel corso del quale egli viene privato della sua volontà e condotto a diventare diverso da sé stesso, cioè capace di amare insensatamente tutto ciò che prima odiava.
Questi sono i casi estremi, ma anche nella vita quotidiana i sudditi del Grande Fratello sono sempre controllati dall'onnipotente teleschermo, che diffonde la sua strana logica chiamata "bispensiero". Il bispensiero è la possibilità di ritenere vera un'affermazione e di considerare altrettanto vero anche il suo contrario; con questo mezzo è possibile alla propaganda far credere che il bianco è nero, che la pace è guerra, che una riduzione di cibo è un aumento di cibo, ecc. Viene insomma tolto ogni valore alla realtà esterna e diventa vero ciò che il Partito ritiene sia vero.
Ma al di là delle esagerazioni romanzesche, c'è qualcosa di molto attuale in 1984; l'anno 1984 è cronologicamente ormai passato e le cose, per fortuna, non sono andate come nel romanzo. Non ci si può dire però totalmente liberi da influenze esercitate su di noi con vari mezzi, e specialmente con la televisione. Essa non spia le mosse delle persone, come nel testo orwelliano, ma è presente per molte ore nella giornata di chiunque e in tal modo riesce spesso a sottrarre del tempo che si potrebbe impiegare più utilmente in altre cose. Ma non c'è solo questo: la televisione infatti è veicolo di messaggi continui, che non sono mai neutrali, ma intendono convincere di un'idea o di un'altra, oppure guardano al pubblico come a dei semplici consumatori. I messaggi più ripetuti sono quelli pubblicitari, i quali non fanno altro che introdurre nella gente un preciso modo di pensare e uno stile di vita segnato dal consumismo. Esso consiste nel mettere in primo posto tutta una serie di oggetti e di cose, in modo tale che il resto (cultura, valori, ecc.) diventi secondario. Si tenga poi anche conto del fatto che le televisioni sono sempre gestite da gruppi che detengono il potere politico o economico: per questo non bisogna dimenticare il necessario sguardo critico, che analizza ogni cosa senza passività o conformismo.
DOMANDE
- Che cos'è il bispensiero?
Il bispensiero è la possibilità di ritenere vera un'affermazione e di considerare altrettanto vero anche il suo contrario; con questo mezzo è possibile alla propaganda far credere che il bianco è nero, che la pace è guerra, che una riduzione di cibo è un aumento di cibo, ecc. Viene insomma tolto ogni valore alla realtà esterna e diventa vero ciò che il Partito ritiene sia vero.
Il procedimento deve essere conscio, altrimenti non sarebbe preciso, ma deve essere anche inconscio, perché altrimenti le persone potrebbero sentirsi in colpa, in quanto bispensiero è anche menzogna.
Il bispensiero sta alla base del Socing ed è stato grazie a questo che il Partito è stato capace di arrestare il corso della storia
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
ANALISI DEL TESTO
LIBRO: Racconti AUTORE: Oscar Wilde
RACCONTO: Il Principe Felice
Fabula: Intreccio:
- Descrizione della statua 1. Storia del rondinotto
- Arrivo del rondinotto 2.Storia del Principe Felice
- Incontro fra i due personaggi 3. Il rondinotto visita la città
- Prima prova da superare 4. Incontro con un professore da
- Seconda prova da superare parte del rondinotto
- Terza prova da superare 5. Il rondinotto vuole andare in
- I due personaggi si narrano l’un Egitto
l’altro le cose che avevano potuto 6. Superficialità degli uomini.
vedere
- La quarta prova viene risolta
- Morte dei due personaggi
- Conclusione.
Nonostante l’autore abbia scritto una favola, non è stata usata la tecnica del parallelismo totale, com’è di consuetudine per la risoluzione di racconti di questo genere, è invece preferita dall’autore la sfasatura tra fabula e intreccio, maggiormente utilizzata nei romanzi o nei racconti dove si cerca di creare una situazione di suspance.
L’intreccio di questo romanzo è costituito in buona parte da flashback: troviamo questa situazione quando entrambe i protagonisti raccontano la vita vissuta prima del loro incontro, qui, però, questa tecnica viene usata, molto probabilmente, per creare un momento di attesa nel lettore. In questa fiaba si può rintracciare la situazione iniziale nell’incontro fra il rondinotto e la statua del Principe Felice, infatti, è proprio in questo momento che la storia ha il suo inizio; non si può, invece, trovare la rottura dell’equilibrio iniziale dato che non viene imposto alcun divieto ai personaggi. Sono invece presenti in grande quantità le peripezie dell’eroe che compaiono quasi sempre nella narrazione e che sono l’anello più importante della storia perché sono loro che causano le reazioni degli uomini e quindi la conclusione. La situazione finale è tra le più inconsuete, si divide, infatti, in due parti: nella prima parte entrambi i protagonisti muoiono; nella seconda, con la comparsa di uno strano, nuovo personaggio, i due eroi tornano a vivere, in un mondo dove la loro bontà d’animo verrà premiata.
I personaggi principali di questo racconto sono due e sono entrambi importanti allo stesso modo, in questo caso possiamo parlare di coprotagonisti. Il primo personaggio che viene presentato è il Principe felice; la sua caratterizzazione ci viene data dai pareri dei vari cittadini che si fermavano sotto la statua ad esaltarne la bellezza, ma contemporaneamente anche dal narratore che lo descrive come una statua di un immenso splendore, con aggettivi legati alla sfera della lucentezza e del colore vivo e brillante, e ciò per dimostrare che si tratta di un personaggio positivo e anche per delineare un momento di felicità nel racconto.
Il secondo protagonista, invece, il Rondinotto, non viene presentato dal narratore, prima dell’entrata in scena, ma si può avere la sua caratterizzazione solo leggendo il racconto, infatti, il Rondinotto dimostra le sue qualità solo durante la narrazione. Gli antagonisti sono in questo caso gli uomini, ma, forse, più degli uomini, gli antagonisti sono i mali ed i difetti che vivono con e negli uomini. Si può considerare un’aiutante l’ultimo personaggio che entra in scena: Dio, lui, infatti, aiuta, in un certo senso i due protagonisti; ma, un altro aiutante è la bontà presente in entrambi i protagonisti. In questo caso i due protagonisti fungono uno da destinatore, l’altro da destinatario: il Principe Felice rappresenta la prima situazione, infatti, è lui che propone tutte le prove al suo amico, e, di conseguenza, il Rondinotto, è il destinatario che per amore del compagno portò a termine tutte le difficoltà impostegli dalla statua. L’unico personaggio dinamico del racconto è il Principe felice che solo dopo la morte capì che era aveva vissuto una vita materialistica, immerso nella bellezza e non aveva capito che fuori dalle mura del castello c’era qualcuno che soffriva, ma, appena se ne rese conto si sacrificò perché tutto questo non accadesse più; il Rondinotto, invece, è un tipo, cioè un personaggio piatto e statico, nonostante dia prova di una grande sensibilità.
Il narratore usa i luoghi attorno ai protagonisti anche per far capire il loro stato d’animo: si può notare ciò fin dall’inizio, quando cioè, ovunque regnava la felicità ed anche il sole splendeva alto nel cielo; si ha un cambiamento quando i personaggi si accorgono di tutti i mali che esistono nel mondo e se ne rattristano, da qui anche la situazione attorno a loro cambia e inizia ad arrivare l’inverno con il cattivo tempo; questo sta a significare che lo stato d’animo dei personaggi e il tempo atmosferico sono stati descritti in modo da coincidere perfettamente.
Il linguaggio usato in questo testo non è di difficile comprensione anche se a volte vengono usati termini ricercati, la costruzione dei periodi non è eccessivamente complessa ma, si può notare che le descrizioni vengono trattate con una certa cura e ricercatezza di termini; il testo si può dire scritto con la tecnica della paratassi, (per la maggior parte del testo).
Il narratore, quindi, in questo caso, ha scritto una favola con le stesse tecniche narrative, con cui solitamente si scrive un romanzo, ed è riuscito a trovare una conclusione alternativa, quando un qualsiasi altro scrittore non avrebbe pensato che a descrivere la banale morte dei personaggi principali.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
IL DESERTO DEI TARTARI D. BUZZATI LA GENESI DEL ROMANZO E LE VICENDE
Il deserto del Tartari fu pubblicato nel 1940 da Longanesi e riflette, a dire dello stesso autore, lo stato d’animo di noia e attesa del Buzzati cronista presso la redazione del Corriere della Sera: Era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo altri uomini alcuni della mia età altri molto più anziani i quali andavano, andavano, trasportati tutti dallo stesso lento fiume. Questa idea dell’attesa frustrata e del tempo che inesorabilmente si consuma sarebbe stata poi ambientata all’interno di una fortezza militare, a meglio evidenziare l’assunto ed anche per vocazione militare dell’autore: (i vantaggi dell’ambientazione militare erano due). Primo ,quello di esemplificare il tema della speranza e della vita, che passa inutilmente, con una maggiore evidenza, perché la disciplina e le regole militari erano assai più lineari, rigide e inesorabili di quelle instaurate in una redazione giornalistica. Pensavo, insomma, che in un ambiente militare, la mia storia avrebbe potuto acquistare perfino una forza di allegoria riguardante tutti gli uomini. Secondo motivo, il fatto che la vita militare corrispondeva alla mia natura.
Le vicende iniziano, in un tempo e uno spazio imprecisato, con la partenza dalla famiglia del giovane tenente Giovanni Drogo; la sua destinazione è la fortezza Bastiani, al confine con Lo Stato del Nord. L’imponente costruzione è collocata a chiusura di una gola montana di fronte a un deserto lastricato di pietre: il deserto dei Tartari appunto. Si tratta di una frontiera morta, da cui non si attende nessun attacco nemico, e per questo poco considerata dal Comando militare. Drogo prova subito una evidente avversione per la nuova destinazione ed è deciso ad ottenere al più presto il trasferimento ( capp. 1-2). Convinto dal maggiore Matti a restare 4 mesi, per poi ottenere un congedo per motivi di salute, vive oppresso dalla solitudine (cap. 4) e da un sentimento di estraneità nei confronti della rigida disciplina militare ( una vita disumanizzata e contrapposta alla vita della città ) simboleggiata dall’arido formalismo del sergente Tronk ( cap. 5).
Con questo stato d’animo dominato dall’inquietudine e dalla volontà di fuga, ma anche da una imprecisata attrazione per la fortezza ( cap. 3 p. 29; cap. 4 p. 35), Drogo viene a contatto con i suoi nuovi e strani compagni. Uno dei primi inquietanti incontri è con Il maresciallo Prosdocimo ( cap. 7), il sarto della fortezza che da 15 anni vive nella folle attesa, a tutti comune, di un evento eroico che non arriva mai. Nel dialogo con il vecchio fratello di Prosdocimo, Drogo viene a conoscenza di questa follia comune a tutti e se ne sente con sollievo spettatore incontaminato cap. 7 p. 56. Un’altra strana conoscenza è quella del tenente Angustina (cap. 8), un uomo colto e raffinato, dal corpo gracile e malato. Lo incontriamo alla festa d’addio del tenente Max Lagorio, un personaggio incolto e vitale, attaccato ai piaceri della città, che invano cerca di convincere Angustina a partire con lui e a abbandonare la fortezza.
Passano i 4 mesi concordati con il maggiore Matti e Drogo si reca dal medico militare, il dottor Ferdinando Rovina, per ottenere un certificato medico ed essere così trasferito (Cap. 9). Improvvisamente però la fortezza gli appare sotto un’altra luce, spazio positivo a contrasto con lo spazio negativo della città (cap. 9 p.p. 67-68), e decide di restare. A poco a poco si adegua al formalismo della vita militare e si sente invaso come tutti dalla speranza di eroici eventi (cap. 10). Sono passati 22 mesi e Drogo si rivede in sogno bambino, mentre assiste alla morte di Angustina rapito da strani spiriti fatati, una morte nobile e nello stesso tempo disumana per il distacco con cui è affrontata ( cap. 11). lI giorno seguente dalla ridotta nuova ( un fortino secondario separato dalla fortezza) i soldati avvistano una macchia nera che si muove. In tutti rinascono le speranze di un attacco dei Tartari. La macchia si rivela però essere un cavallo nero : forse un cavallo nemico, ma anche altre spiegazioni sono possibili (cap. 12). Nell’episodio del cavallo si inserisce la morte del soldato Giuseppe Lazzari: il Lazzari crede di riconoscere nell’animale avvistato il suo cavallo ed esce a riprenderlo. Al rientro rimane vittima dell’assurdo formalismo della fortezza: non conoscendo la parola d’ordine è ucciso dall’amico Moretto, sotto lo sguardo impassibile del sergente Tronk. ti corpo del soldato viene recuperato fra il disumano compiacimento del maggiore Matti, che loda la mira del Moretto, e la rabbia che la cosa suscita in Tronk ( cap.13).
All’alba, dalla ridotta, i soldati scorgono una striscia nera, questa volta sono uomini e le speranze di un attacco nemico si fanno realtà. Tutti sono in febbrile attesa, ad eccezione del Colonnello Filimore: troppe volte è stato illuso nelle sue speranze e si rifiuta di credere. La tensione si placa con la definitiva e generale disillusione: arriva infatti un messaggero che spiega il mistero. Gli uomini apparsi sono un contingente dello stato del Nord che vengono non per combattere, ma per stabilire la linea di confine fra i due Stati (cap. 14).
Il gigantesco capitano Monti e il malato tenente Angustina sono incaricati di delimitare i confini: la loro è una corsa contro il tempo, infatti i soldati del Nord sono già partiti e si teme che essi possano segnare i confini a loro vantaggio. Il materialistico Monti odia lo snob Angustina che si compiace dei dolori che-gli-eleganti-stivali-9h procurano durante la marcia. Angustina è stanchissimo tuttavia resiste e ,con dispetto del Monti, continua ad avanzare, I soldati del Nord sono già arrivati sulla sommità della vetta, il Monti si affretta nella salita e distacca Angustina. Alla fine però i due si ricongiungono, vicini alla vetta senza essere in grado di salirvi.Gli uomini del nord si prendono gioco dei soldati della fortezza e Angustina suggerisce al Monti di rispondere allo scherzo giocando a carte e mostrando così indifferenza. Il capitano acconsente ma poi infuriato interrompe il gioco. Rimane solo Angustina che nella tempesta finge di giocare a carte e muore per il freddo. La sua morte è accostata al sogno premonitore di Drogo ( cap. 11) e interi brani di quel sogno vengono ripetuti. Come già anticipato dal sogno, si tratta di una morte nobile, da eroe che innalza Angustina sopra la bassezza del Monti (cap. 15).
Sono passati 4 anni, il capitano Ortiz e Drogo parlano della morte di Angustina (cap. 16). Per Ortiz non c’è nessuna speranza di azioni gloriose alla fortezza e pertanto Drogo dovrebbe partire fin che è in tempo. In realtà Ortiz, come del resto ammette, continua a sperare e si considera l’unico degno di restare alla fortezza (Cap.16 p. 143.) Giunge la primavera, nei soldati rinasce il senso della vita e la fortezza sembra una prigione. Anche Drogo partecipa di questo desiderio di vita simboleggiato dalla città e abbandona la fortezza per una licenza ( cap. 17).
Tornato a casa, si sente straniero nella città e nella sua stessa famiglia. Subentra così il rimpianto della fortezza. (cap. 18). Deludente è anche l’incontro con Maria ,la sorella dell’amico Francesco Vescovi, sua promessa sposa di un tempo. L’amore è ormai finito e Drogo non riesce a riconoscere nella donna che vede la Maria di un tempo.(cap.19) Avendo passato 4 anni alla fortezza, ha diritto ad una nuova destinazione e, per ottenere un posto vicino alla sua città, si rivolge al generale di divisione. Il generale lo informa del nuovo regolamento che prevede una drastica riduzione dell’organico della fortezza. Il nuovo regolamento prevede anche la necessità di una domanda per il trasferimento. Drogo non è stato informato dai suoi compagni: la mancata domanda e alcuni rapporti disciplinari che gravano su di lui rendono vane le sue speranze. (cap, 20).
Ritorna disilluso alla fortezza (cap. 21). Ai suoi occhi essa ha perso ogni senso di gloria (p. 169), tuttavia rimane in lui un residuo di incanto ( Cap. 21 p. 170). Mentre iniziano le partenze degli ufficiali che hanno chiesto il trasferimento, Drogo chiede spiegazioni a Ortiz sul comportamento dei soldati della fortezza e il capitano spiega il loro autoinganno: le illusioni di gloria sono solo dei mezzi per vincere la noia (cap. 21 p.l74).
Mentre nella fortezza si respira un’aria di abbandono per i trasferimenti , il tenente Simeoni mostra a Drogo una macchia nera che si muove sulla pianura, secondo il tenente i nemici stanno preparando una strada per attaccare (cap. 22). Drogo è scettico, in lui sta avvenendo un cambiamento: adesso percepisce improvvisamente l’ansia per la fuga del tempo (cap. 22 p. 182) e si è completamente assuefatto alle abitudini militari della fortezza (cap. 22 p. 183). Tuttavia, nonostante le speranze dei soldati svaniscano, Drogo e con lui Simeoni sperano ancora. (cap. 22 pp. 184-5).
Il comando cerca di impedire le fantasie sugli attacchi nemici, ben presto Simeoni si adegua agli ordini dei Superiori ed evita Drogo che è ormai il solo a sperare (cap. 23). All’improvviso appare una luce o di nuovo l’attesa di tutti ricomincia ( cap. 24).
Sono passati 15 anni dal tempo in cui i nemici hanno iniziato a costruire la strada avvistata da Simeoni. La fortezza è sempre di più trascurata dal comando superiore. Molti sono andati in pensione: il tenente colonnello Nicolosi, il maggiore Monti, il tenente colonnello Matti. A comandare la forteza c’è adesso Ortiz. Drogo, ormai quarantenne e disilluso capitano, è di ritorno, in anticipo, da una licenza ( cap. 25). Sulla via che conduce alla fortezza incontra un nuovo tenente, il tenente Moro; si ripete così la situazione iniziale, a parti invertite, fra lui, giovane tenente, e il capitano Ortiz ( cap. 25 p. 201).
Terminata la strada, i nemici partono all’improvviso. Drogo invecchia e rivede se stesso nel tenente Moro, come un tempo Ortiz si era riconosciuto in lui. Quest’ultimo lascia la fortezza e i personaggi di un tempo e di un destino sempre uguale sì scambiano le immutabili parti:
Moro diventa Drogo e Drogo Ortiz. L’autoinganno però non muore mai e al momento della partenza, nel dialogo di Drogo e Ortiz, continuano a fondersi disillusioni e speranze ( cap. 26). Passa inesorabile e imprecisato il tempo; a comandare la fortezza c’è adesso Simeonì. Drogo, ormai cinquantaquattrenne, è informato dal sarto Prosdocimo dell’arrivo dei Tartari. L’evento da lui tanto atteso sembra avverarsi, ma, ironia della sorte, adesso è malato (cap. 27). lI nuovo comandante, Simeoni, gli consiglia, subdolamente, di partire: non è preoccupato per lui, vuole solo disporre di tutti gli alloggiamenti per i soldati che stanno arrivando nell’imminenza dell’attacco nemico (cap. 28).Dopo tanti anni Drogo abbandona così la fortezza, per morire solo e abbandonato da tutti in una locanda (cap. 29); la sua umile
—morte riscatta però le vane speranze della vita: comprende che morire nel dolore e nella solitudine è il solo atto eroico possibile, ben più grande di illusori eroismi ed anche più nobile della nobiltà, un tempo supposta, della morte di Angustina.
IL “DESERTO DEI TARTARI” E IL ROMANZO DEL 900: IL ROMANZO DELLA CRISI E DELLA INETTITUDINE
Scritto nel 40 il romanzo simboleggia una particolare condizione di crisi storica, riflettendo nell’angoscia delle vicende la drammatica condizione degli intellettuali e della società borghese italiana nell’apogeo della dittatura fascista, una condizione drammatica accresciuta anche dall’entrata in guerra dell’italia: il 10 giugno deI 40 Mussolini, infatti, certo della vittoria tedesca, dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. E’ allora evidente che i motivi centrali del romanzo, la frustrazione dell’agire umano e la costante attesa di eventi drammatici, trovino una spiegazione nel clima storico di quegli anni. Tuttavia il senso dì angoscia che emana dal racconto ha radici anche letterarie che possono ricondursi alla cultura di tutto il Novecento, il secolo della crisi. In questi senso “Il deserto dei Tartari” potrebbe definirsi un romanzo della inettitudine e il suo protagonista, Giovanni Drogo, un -inetto, stretto parente degli antieroi del romanzo di fine ottecento- inizio novecento: a partire dai personaggi di D’Annunzio, fino a quelli di Pirandello e Svevo.
Gli inetti del Novecento sono innanzi tutto vittime della nevrosi, intesa come incapacità di adattarsi al mondo e come estraneità rispetto al mondo, una condizione questa di cui è emblematico il titolo di un celebre romanzo di Camus: Lo straniero. Nevrosi dunque come estraneità e conseguentemente come incomunicabilità e solitudine: gli inetti sono, infatti, soli, incapaci di comunicare con gli altri e con la realtà che li circonda.
Anche Giovanni Drogo presenta i tratti della nevrosi e innanzi tutto il senso della diversità e della estraneità. Fin dal primo capitolo si sente diverso rispetto all’amico Vescovi e alla città che abbandona: Giovanni e Francesco erano vissuti insieme per lunghi anni con le stesse passioni le stesse amicizie...poi Vescovi si era fatto grasso, Drogo invece era diventato ufficiale e adesso sentiva come l’altro fosse ormai lontano. Tutta quella vita (della città) facile e elegante oramai non gli apparteneva più... p.5
La sua estraneità non riguarda solo la città ma anche la fortezza, un mondo percepito come lontano da sè. Di qui il senso di delusione e la volontà di fuga che lo accompagnano nella prima parte del racconto: Gli pareva la fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul sedo di poter appartenere, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita ... Oh tornare. Non varcare neppure la soglia della fortezza e non iscendere al piano, alla sua città, alle vecchie abitudini. p 19 Dunque fin dall’inizio Droga ci appare come un diverso rispetto a qualsiasi realtà, una condizione che rimarrà costante per tutto il romanzo, traducendosi in un rapporto di odio - amore sia nei confronti della città che nei confronti della fortezza e questo a sottolineare, come vedremo analizzando lo spazio, assoluta estraneità del protagonista rispetto al mondo. L’estraneità si associa alla solitudine e Drogo non diversamente dagli inetti del Novecento è spesso colto in situazioni di lacerante solitudine, Particolarmente intensa per l’atmosfera di drammatica solitudine è la scena della prima notte passata alla fortezza: Adesso sì capiva sul seno che cosa fosse solitudine...Nessuno per la durata dell’intera notte sarebbe entrato a salutarlo; nessuno in tutta la fortezza pensava a lui e non solo nella fortezza, probabilmente anche in tutto il mondo non c’era un’anima che pensasse a Droga; ciascuno ha le proprie occupazioni ciascuno basta appena a se stesso, persino la mamma, poteva dare persino lei in questo momento aveva in mente altre cose, di figlioli non c’era soltanto lui...
Tutti si sono dimenticati di Drogo, persino la mamma ; un accenno importante quest’ultimo non solo in riferimento alla solitudine, ma ,soprattutto, ad una sottile atmosfera edipica anche altrove( cap. 6) associabile alla figura della madre, l’unica a campeggiare nel romanzo in contrasto con la costante assenza della figura patema. Un altro tratto che accomuna Drago agli inetti del Novecento è dunque la tematica edipica, per cui ,con il Debenedetti, si possono citare i personaggi di Tozzi, Pirandello e Svevo, figli di madri prottettive e di padri castranti (padri, cioè, che si segnalano per la loro energia, spesso sessuale, a contrasto della inettitudine dei figli).
Tornando alla estranietà alienata dei personaggi novecenteschi, oltre alla solitudine, si dovrà ad essa associare il motivo della incomunicabilità, caratteristica costante nelle opere del Novecento per cui si può di nuovo citare, in area italiana, il nome di Pirandello ( Sei personaggi in cerca d’autore). Anche in questo caso Drago non si dissocia dalla matrice comune degli inetti e con lui tutti gli altri personaggi del Deserto dei Tartari, tanto che a risentirne e la stessa struttura dei dialoghi : tipico del romanzo è infatti il dialogo interrotto e il dialogo non partecipato o non compreso, in sostanza lo scacco della comunicazione e del linguaggio. Questa caratteristica si evidenzia fin dai primi capitoli e in particolare nel dialogo fra il capitano Ortiz e Drogo durante il primo viaggio alla fortezza (cap. 2). Qui significativa è la ricorrenza del motivo del silenzio che si insinua fra le battute con l’ossessiva ripetizione del verbo tacere: Tacquero... Tacquero..( p. 12); Tacquero ancora, ciascuno pareva pensare a cose diverse...(p. 13); Tacquero... Tacquero (p. 14); Giovanni non rispose..., Tacque Giovanni..., Drago taceva...( p. 16). Dunque un dialogo sempre minacciato dal silenzio e che si conclude con una Sostanziale incomprensione e incomunicabilità: Droga rise per compllmento. Non riusciva a capire se Ortiz fosse un cretino, nascondesse qualche cosa o tenesse quei discorsi così, senza il minimo impegno ( cap. 2p. 17). Ma discorsi senza il minimo impegno ( dialoghi non partecipati) sono anche quelli di Drago. Ad esempio con il maggiore Matti ( Ma Drago ascoltava appena le spiegazioni di Matti; attratto stranamente dal riquadro della finestra...cap. 3, p. 25) o con il medico Ferdinando Rovina (Drogo ascoltava senza interesse, intento com’era a guardare dalla finestra cap. 9, p. 66).
L’incomunicabilità sì manifesta anche nei dialoghi interrotti o non conclusi. Emblematico in questo senso è il dialogo di Angustina con l’amico Lagorio: “Che cosa c’è?” domandò ( Lagorio). “Volevi qualcosa?”. Ma Angustina abbassò la mano, riprendendo “Niente, niente” rispose. “perché ? . (cap. 8p. 63). Una propensione al non dire e al non comunicare che risalta nel momento della sua morte: Come il vento ebbe una pausa, Angustina rialzò di qualche centimetro il capo, mosse adagio la bocca per parlare, gli uscirono soltanto queste due parole: “Bisognerebbe domani...” e dopo più nulla. (cap. 15 p. 137). Il discorso privo di qualsiasi senso, per l’interlocutore( il capitano Monti), ma anche per 4 il lettore, sembra alludere all’impossibilità di ogni comunicazione umana, come suggerisce la voce del vento: Imprecando il Monti; gli risponde solo, dal precipizio nero, la voce del vento.
“Che cosa volevi dire, Angustina? Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un’assurda speranza, forse anche niente.” (cap. 15, p 138)
L’incomunicabilità coinvolge anche l’amore e segna, nel Novecento, la definitiva morte della fusione romantica. Alla mistica unione succede la scissione e l’incapacità della stessa comunicazione fra gli amanti. Ne Il deserto dei Tartari il motivo ha uno spazio limitato, circoscritta ad un solo capitolo, che comunque ben documenta la nuova concezione degli affetti. Intendiamo riferirci al capitolo 19, all’incontro con Maria, la sorella dell’amico Vescovi un tempo, promessa sposa di Drogo (cap. 19):
Lei lo guardò con un sorriso poco persuaso e cambiò discorso. “E adesso, dimmi; sei venuto per restare?”
Era una domanda che egli aveva previsto (“Dipende da te” aveva pensato di rispondere, o qualche cosa del genere). Egli però se l’era aspettata prima, all’atto dell’incontro, come sarebbe stato naturale, se a lei veramente premeva. Adesso invece gli era giunta quasi di sorpresa, ed era una cosa diversa, una domanda quasi di convenienza, senza sottintesi sentimentalf
Ci fu un attimo di silenzio, nel salotto in penombra, dove giungevano dal giardino canto di uccelli e da una stanza lontana accordi di pianoforte, lenti e meccanici; di qualcuno che studiava.
“Non so, per ora non so. Ho soltanto una licenza” disse Drogo.
“'Appena una licenza?” foce subito Maria e ci fu nella voce una vibrazione sottile che poteva essere caso, o delusione, o anche dolore. Ma qualche cosa si era messo veramente fra loro, un velo indefinibile e vago che non voleva dissolversi; forse esso era cresciuto lentamente, durante la lunga separazione, giorno per giorno, dividendoli; e nessuno dei due lo sapeva. “Due mesi. Poi forse devo tornare, forse vado in un altro posto, forse anche qui in città”
spiegò Drago. Il colloquio ormai gli diveniva penoso, un’indifferenza gli era entrata nell’animo, Entrambi tacquero...
(cap. 19, p. 156)
Il passo ben documenta il motivo della scissione e non ha bisogno di commento. Semmai è
interessante notare come anche il dialogo d’amore presenti tipiche strutture già rilevate:
quella, ad esempio, del dialogo non partecipato ( una domanda quasi di convenienza...;
-—----- colloquio ormai gli diventava penoso: un indifferenza gli era entrata nell’animo). continuamente interrotto dalle pause del silenzio ( Ci fu un attimo di silenzio...; Entrambi tacquero...).
Accanto ai tratti connessi al motivo dell’alienazione (l’estraneità, la solitudine l’incomunicabilità), Drogo e i personaggi del romanzo presentano un ulteriore affinità con gli inetti del Novecento. l’autoinganno, la_tendenza cioè a mentire agli altri e soprattutto a se stessi tipica dei personaggi sveviani.
Tutti i personaggi del deserto dei Tartari sono alla ricerca di una dimensione “altra” rispetto alla grigia realtà borghese rappresentata dal mondo della città e dal formalismo ripetitivo della fortezza. Oggetto della loro ricerca sono le imprese gloriose vanamente attese dal Nord, luogo misterioso e mitizzato su cui si appuntano le assurde speranze di tutti. Speranze assurde, dicevamo, perché tutti sanno che i Tartari non si sono mai visti (Drago domandò:
“Perché dei Tartari? C’erano i Tartari?” “Anticamente credo. Ma più che altro una leggenda .Nessuno deve essere passato di là, neppure nelle guerre passate.” - cap. 2, p. 15-) ,eppure tutti sperano inventando favole e mentendo ostinatamente a se stessi, con l’unico scopo di rendere vivibile la noia della vita. A rivelarlo a Droga è il maggiore Ortiz:
“Che vuole che le dica?” disse il maggiore. “Sono storie un po’ complicate ... Quassù è un po’ come in esilio, bisogna pure trovare una specie di sfogo, bisogna ben sperare in qualche cosa. Ha cominciato uno a mettersi in mente, si sono messi a parlare dei Tartari, chissà chi è stato il pnmo...”
“I Tartari..i Tartari.. Da principio sembra una stupidaggine, naturalmente poi si finisce a crederci lo stesso, almeno a molti è successo così, effettivamente.”
“Ma lei; signor maggiore, perdoni; lei ci...
“lo è un’altra cosa” disse Ortiz. “La mia è un’altra età. lo non ho più velleità di carriera, mi basta un posto tranquillo...Lei invece, tenente, lei ha tutta la vita davanti. Fra un anno, un anno e mezo al massimo, lei sarà trasferito...” ( cap. 21, p. 174)
L’autoinganno è generale ed anche chi, come Ortiz, sembra esserne consapevole in qualche modo ne è vittima : il maggiore, infatti, per un verso ammette di credere nelle speranze di tutti ( Da principio sembra una stupidaggine .. .poi si finisce a crederci lo stesso), per un altro lo nega ingannando Droga e se stessa (lo è un’altra cosa.. .mi basta un posto tranquillo...)
Del resto che Ortiz si autoinganni lo confermano altri passi, ad esempio il suo dialogo con Droga sulla morte di Angustina ( cap. 16). Anche in questa occasione egli ammette di essere vittima dell’illusione di tutti e allo stesso tempo cerca di nasconderlo agli altri e a se stesso dichiarando l’assurdità delle speranze: “Forse si; purtroppo “disse il maggiore. “Tutti piùo meno, ci ostiniamo a sperare. Ma è un assurdo, basta pensarci un poco (e faceva segno con una mano al nord). Da questa parte mai più potrà venire una guerra.( Cap. 16p. 142) lI suo autoinganno, anzi, è così forte che da un lato consiglia Drago di partire dalla fortezza e di mettere fine alle assurde speranze, dall’altra non presta fede alle sue stesse sagge parole attratto come tutti dagli eventi attesi dal nord: Ed ecco ancora là, il maggiore Ortiz, in piedi sulla terrazza della quarta ridotta, incredulo alle sagge parole. guardare una volta di più la landa del nord, come se lui solo avesse realmente il diritto di guardarla, lui solo il diritto di rimanere lassù, non importa a che scopo, e Drogo invece fosse un bravo ragazzo fuor di posto, che aveva sbagliato i calcoli e avrebbe fatto bene a tornare.( cap. 16, p. 143). Non ci stupisce allora che il vecchiaomaggiore Ortiz, al momento del suo congedo, abbandoni la fortezza rimpiangendo la gloria militare mai raggiunta e invidiando le residue possibilità di Drogo: Ortiz disse: “Tu sei ancora giovane! Sarebbe una stupidaggine, tu farai ancora in tempo!”
“In tempo a che cosa?”
“In tempo per la guerra. Vedrai non passeranno due anni 2 (così diceva ma in cuor suo sperava di no, in realtà egli si augurava che Drago se ne tornasse come lui; senza avere avuto la grande fortuna; gli sarebbe parsa una cosa ingiusta. E sì che per Droga aveva amicizia, e gli desiderava ogni bene). (cap. 26, p. 207).
Tutti , come abbiamo detto, subiscono lo stesso autoinganno. Casi il sarto Prosdocimo, che si dichiara provvisorio alla fortezza, mentre in realtà è vittima delle false speranze da 15 anni. A svelarlo a Drogo è il vecchio fratello del sarto che, come Ortiz, lo mette in guardia dalla follia generale di cui ,però, anch’egli è succube. (cap. 7 pp. 53-56) L’autoinganno è necessario perché, come ci ha chiarito il maggiore Ortiz ( cp. 21 , p. 174), occorre trovare una specie di sfogo alla noia e all’esilio della fortezza; dunque quello che i soldati vogliono non è il raggiungimento della speranza, ma la speranza in se stessa per abituarsi alla routine della vita: l’arrivo dei Tartari (la realizzazione cioè dette speranze di tutti) metterebbe fine all’autoinganno e conseguentemente svelerebbe l’unica realtà della fortezza, la noia dell’abitudine. Non è casuale allora che il colonnello Filimore con tutte le sue forze non accetti, nell’episodio dei confini, di credere all’arrivo dei Tartari: a impedirglielo sono sì le sue precedenti delusioni, ma anche, e soprattutto, il desiderio di continuare a sperare: ... Gli sarebbe toccato parlare degli stranieri apparsi nella pianura, non avrebbe potuto più rinviare la decisione, avrebbe dovuto definirli ufficialmente nemici; oppure scherzarci sopra, oppure tenere una via di mezzo, ordinare misure di sicurezza e nello stesso tempo mostrarsi scettico, come se non ci fosse da montarsi la testa. Ma una decisione bisognava pur prenderla, e ciò gli dispiaceva. Egli avrebbe preferito continuare l’attesa. rimanere assolutamente immobile, quasi a provocare il destino affinché si scatenasse davvero. (cap. 14, p. 115)
Un simile stata d’anima lo passiamo osservare anche in Drago, quando, nell’episodio del cavallo, accoglie con strana serenità la delusione circa il presunto arrivo dei Tartari: Nel frattempo il cielo si era schiarito e il sole illuminò il paesaggio riscaldando il cuore dei soldati. Anche Giovanni si sentì rinfrancare dalla chiara luce; le fantasie dei Tartari persero consistenza, tutto ritornava alle proporzioni normali; il cavallo era un semplice cavallo e alla sua presenza si poteva trovare una quantità di spiegazioni senza ricorrere a incursioni nemiche. Allora, dimenticando le paure notturne, egli si sentì improvvisamente disposto a qualsiasi avventura e Io riempiva di gioia il presentimento che il suo destino era alle porte, i una sorte felice che lo avrebbe messo al di sopra degli altri uomini. (cap. 12, p. 93) La delusione rafforza la speranza proprio perchè, come dicevamo, permette di prolungare all’infinito la speranza stessa e assuefarsi così alla noia e all’abitudine. La conferma ci viene dalla stesso narratore che così commenta la decisione di Droga di restare alla fortezza:
Drago ha deciso di rimanere, tenuto da un desiderio ma non solo da questo : l’eroico pensiero forse a tanto non sarebbe bastato. Per ora egli crede di aver fatto una cosa nobile e in buona fede se ne meraviglia, scoprendosi migliore di quanto avesse creduto. Solo molti mesi più tardi, guardandosi indietro, egli riconoscerà le misere cose che lo legano alla fortezza.
Avessero pur suonato le trombe, si fossero udite pure udite canzoni di guerra, dal nord fossero pure giunti inquietanti messaggi; se era solo questo Drago sarebbe ugualmente partito; ma c’era in lui il torpore delle abitudini; la vanità militare, l’amore domestico per le quotidiane mura. Al monotono ritmo del servizio, quattro mesi erano bastati per invischiarlo. (cap. 10, p. 70)
Drogo non è rimasto per le sue speranze (gli eroici pensieri), ma semplicemente perché come tutti si è assuefatto al tarpare delle abitudini. In sostanza gli eroici pensieri servono solo ad accettare l’abitudine e la noia, a autoingannarsi con fieri propositi militareschi. In questo senso è allora significativa la struttura testuale con cui prosegue la pagina citata: sei sequenze introdotte, in serie anaforica, dalla parola abitudine, a connotare l’alienata routine del personaggio, e concluse dall’insistenza sui suoi militareschi autoinganni : ma per adesso eccolo, spavaldo e spensierato...Drogo sentiva di avere quella notte una fiera e militaresca bellezza... (cap. 10, pp. 72-73).
Si riconferma così la stretta parentela con gli inetti novecenteschi: con essi Droga e i personaggi del romanzo condividono, altre all’autoinganno, l’atteggiamento inerte e sostanzialmente passivo di chi non agisce ma è agito, di chi vive nell’immobile tornare di un tempo sempre uguale, in cui presente e passato vengano annullati da una sarta di coazione a ripetere.
Proseguiamo la nostra analisi soffermandoci su due temi molta diffusi nel romanzo moderno:
la contrapposizione sani malati e la deformazione fisica dei personaggi (il motivo del brutto). 5 La contrapposizione sani-malati nel romanzo del Novecento ( tipica soprattutto in Svevo, ma presente anche in Pirandello, Tozzi ,Borgese, Moravia) si basa sul contrasto oppositivo di coppie di personaggi di cui una parte ha in sè i segni della “malattia” (la nevrosi, l’inadattabilità alla società borghese) e l’altro i segni dell’adattabilità al mondo (il successo economico, il prestigio sociale, il successo con le donne ecc.). Questa contrapposizione ( i cui precedenti passano farsi risalire all’uomo del sottosuolo di Dostovskij,in ambita letterario, e alla opposizione contemplatari lottatori di Shapenhauer in ambito filosofico) dà vita (in modo evidente in Svevo) ad un rovesciamento di valori, per cui il vero sano appare essere il malato è viceversa. L’inadattabiità del malato rappresenta, infatti, la sua sconfitta nel mondo, ma contemporaneamente segnala la sua superiorità: essere inadatti significa essere privi di ogni valore, ma anche rendersi conto della falsità e della inautenticità dei valori dél borghese, una consapevolezza che i sani, propria per la loro totale adesione ai valori borghesi, non hanno. Si deve poi ricordare che nella contrapposizione malati-sani ( presente anche nella poesia moderna: per cui si veda ad esempio le immagini dell’albatro. dei ciechi e del saltimbanco in Baudelaire) la superiorità dei malati è legata anche al privilegio poetico di questi ultimi. Solo i malati sembrano infatti raggiungere lo spazio più autentico dell’uomo: l’oltre, la profondità dell’inconscio in cui si realizza la moderna unione dell’uomo con la realtà: l’unione io-mondo ( Giaanola).
Questo motivo di cui stiamo discutendo è rinvenibile anche nel deserto dei Tartari con una differenza però significativa documentabile anche ( e forse in modo più evidente) ne Gli indifferenti di Moravia: l’assenza di ogni superiorità dei malati sui sani e il comune degrado cw’ che tutti coinvolge.
Nel romanzo di Buzzati il contrasto sani malati si sviluppa attorno alla figura del tenente Angustina, un personaggio centrale in quanto spesso presente nelle vicende ed in posizione rilevata rispetto all’intreccio: all’inizio ( capp. 8-11), al centro ( capp. 15-16) e alla fine ( cap 30). Angustina è il tipico inetto del Novecento con alcuni tratti che lo ricollegano al personaggio decadente di ascendenza dannunziana. Come tutti gli inetti è malato sia nel corpo che nello spirito e in lui la malattia fisica rappresenta una sorta di specchio della condizione di inettitudine (la nevrosi). il male è però ostentato con un aristocratico senso di superiorità che ricorda il compiacimento decadente della propria nevrosi: Ma egli tossiva con una sapiente misura, abbassando ogni volta la testa, quasi ad indicare che lui non poteva impedirlo, in fondo era una cosa non sua che per correttezza gli toccava subire. Così trasformava la tosse in una specie di vezzo capriccioso, degno di essere imitato. (cap. 8, p.
59).
AI personaggio decadente lo avvicina poi la sua raffinatezza,il suo aristocratico e annoiato distacco dagli altri: noia, perenne aria di distacco, snob sono le espressioni più ricorrenti a caratterizzarlo. ( capp. 8-11). Ad uno stesso referente culturale rimanda inoltre il suo disprezzo per il mondo borghese rappresentato dal lusso della città che egli rifiuta in nome della fortezza : “Ti immagini?” fece Lagorio , senza misericordia, ad Angustina. “Dopodomani sera, a quest’ora, io sarò magari da Consalvi. Gran mondo, musica, belle donne “diceva, ripetendo un’antica celia.
“Bel gusto” rispose con sprezzo Angustina. (cap. 8, p. 60)
Questa decadente inettitudine si connota ,come dicevamo, di echi dannunziani. Innanzi tutto per la nobiltà della morte che ricorda un eroismo da “vita inimitabile”: sia nel sogno premonitore di Drogo ( cap. 11) che nella morte in montagna , Angustina si segnala, infatti, per la sua eroica eleganza: Allora, al paragone di Angustina pur essendo ben più vigorosi e spavaldi; il capitano, il sergente e tuffi gli altri soldati sembrarono l’un l’altro rozzi bifolchf E nell’animo del Monti, per quanto fosse quasi inverosimile, nacque un invidioso stupore. (cap. 15, p. 137) In secondo luogo l’aristocratico tenente evidenzia una sorta di superoismo poetico nel suo rapporto privilegiata con il mistero della poesia, a questo sembra infatti alludere, nel sogno di Droga, l’esclusivo contatto con esseri fatati mai visti nel mondo reale Tra la finestra a cui era affacciato e il meraviglioso palazzo...avevano intanto cominciato a fluttuare fragili parvenze, simili a fate forse, che si trascinavano dietro strascichi di velo, rilucenti alla luna. Per la loro natura esse apparivano logiche pertinenze del palazzo, ma il fatto che non badassero affatto a Drogo, mai avvicinandosi alla sua casa, lo mortificava. Anche le fate dunque rifuggivano dai bambini comuni per badare soltanto alla gente fortunata che non le stava neppure a guardare ma dormiva indifferente sotto baldacchini di seta?( cap. 11 p. 79)
Su questo personaggio cosi concepito si sovrappone il tema del contrasto sani-malati con evidente insistenza. Angustina è infatti contrapposto a due sani: il tenente Lagario ( cap. 8) e il capitano Monti ( cap. 11). In entrambi i casi la rozza “salute” degli antagonisti( Lagorio e Monti) sembrerebbe esaltare la nobiltà del malato secondo l’ottica del rovesciamento di segno che abbiamo visto agire negli inetti del primo Novecento - Tuttavia la conclusione del romanzo rende improponibile questa ipotesi. Qui ai due contrasti precedenti ( con Lagorio e Monti) si aggiunge quello con Drogo, che sconfessa la nobiltà della morte di Angustina contrapponendole la nobiltà vera di una marte dolorosamente umana e per questo più eroica: Non c’era neanche più bisogno di invidiare Angustina. Si Angustina era morto in cima a una montagna nel cuore della tempesta, se ne era andato da par suo, davvero con molta eleganza. Ma assai più ambizioso era finire da prode nelle condizioni di Drogo, mangiato dal male, esiliata fra ignota gente. (cap. 30, p. 233). Nel finale la contrapposizione sani-malati pertanto si annulla e la nobiltà del malato Angustina si trasforma in un disumano velleitarismo di gran lunga inferiore alla misera morte di Drago: eroica è la consapevolezza di chi si rende conto che esiste sola la “malattia” della vita, sconfitta comune di tutti, sani e malati Nel che è forse da cogliersi un acuirsi della crisi del secondo Novecento è una dichiarazione poetica contro il simbolismo e il superomismo dannunziano.
Concludiamo il parallelismo fra Giovanni Drogo e gli inetti del Novecento soffermandoci sul motivo del brutta.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo novecentesco è “la calata dei brutti”, nella cui deformazione fisica Giacomo De benedetti individuava i segni della rivolta dell’”uomo nuovo” (‘l’altro”) contro “l’io normale”, l’io delle convenzioni borghesi. Di qui la deformazione e la bruttezzza dei personaggi di Toni, Pirandello e Moravia, che trova un riscontro, seppure come motivo secondario, ne Il deserto dei Tartari.
Un motivo secondario, dicevamo, ma solo quantitativamente nel senso che, sebbene non reiterata, è collocato all’inizio e alla fine del racconto,in una posizione strategica che ne sottolinea l’importanza.
Un prima accenna alla bruttezza lo troviamo subito nel primo capitolo, quando di fronte ad una specchio Drago scopre pirandellianamente di non piacersi: Così Drago fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso su/proprio volto, che invano aveva cercata dì amare. La situazione come abbiamo detto è pirandelliana per quell’esame di se stesso allo specchio che ricorda Mattia Pascal e il Moscarda di Uno, nessuno e centomila, ma soprattutto la condizione di stupore, Nei quaderni di Serafino Gubbio operatore, della Nestoroff, l’attrice che non riconosce l’immagine di se Messa sullo schermo: La Nestaroff è veramente disperata di ciò che le avviene; ripeto, senza volerlo e senza saperlo. Resta ella stessa sbalordita e atterrita delle apparizioni della propria immagine su lo schermo, così alterata e scomposta - Vede lì una, che è lei; ma che ella non conosce. Vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla.( Quaderno secondo, IV)
Dunque potremo dire che anche Droga come la Nestoroff nella bruttezza della propria immagine vede riemergere dell’uomo nuovo di quell’altro da sè di cui parla il Debenedetti. Una ripresa questa, per noi, operata consapevolmente da Buzzati, proprio per il valore che il tema del brutto assume nella conclusione del racconto.
Qui riemerge di nuovo la contrapposizione, già da noi segnalata, fra Drogo e Angustina, sovrapponendosi al contrasto nobiltà-miseria umana quello fra bellezza e bruttezza:
Si, Angustina era morto in cima a una montagna nel cuore della tempesta, se n’era andato da par suo, davvero con molta eleganza. Ma assai più ambizioso era finire da prode nelle condizioni di Drogo, mangiato dal male, esiliato fra ignota gente.
Solo gli dispiaceva di doversene andare di là con quel suo misero corpo, le ossa sporgenti; la pelle biancastra e flaccida. Angustina era morto intatto -pensava Giovanni- la sua immagine nonostante gli anni, si era mantenuta quella di un giovane alto e delicato, dal volto nobile e gradito alle donne questo il suo privilegio. Ma chissà che, passata la nera soglia, anche lui Droga non sarebbe potuto tornare come una volta, non bello (perchè bello non era mai stato) ma fresco di giovinezza. Che gioia, si diceva Droga al pensiero, come un bambino, poichè si sentiva stranamente libero e felice. (cap.30, p. 234)
Droga accetta la propria miseria umana liberandosi dalle false illusioni di un tempo ( rappresentate da Angustina) e contemporaneamente accetta la propria bruttezza contrapponendola alla bellezza di Angustina. Nel che ( ricordando il parallelo istituito fra Angustina e il personaggio decadente di tipo dannunzìano) è forse possibile individuare una’ sorta di dichiarazione poetica dell’autore: il rifiuto del personaggio dannunziano in nome del personaggio moderno di tipo pirandelliano. Un’analisi del romanzo su se stesso (la dimensione metaletteraria del “romanzo da farsi”, del romanzo che parla di se stesso, tipica del Novecento) che anticiperebbe l’interpretazione critica del Debenedetti. Ovviamente si tratta solo di un’ipotesi che pare comunque autorizzata da sicure affinità dannunziane rinvenibili nel personaggio di Angustina. Per la bellezza che piace alle donne si veda ad esempio questo ritratto di Andrea Sperelli colto, nell’attesa di Elena, davanti a uno specchio ben diverso da quelli pirandelliani: Poi anche si levò per vedere in uno specchio se il suo volto era pallido, se rispondeva alla circostanza. E il suo sguardo nello specchio, si fermò alle tempie. all’attaccatura dei capelli, dove Elena allora soleva mettere un bacio delicato. Aprì le labbra per mirare la perfetta lucentezza dei denti e la freschezza delle gengive. ricordando che un temno ad Elena piaceva in lui sopra tuffo la bocca. La sua vanità di giovine viziato ed effeminato non trascurava mai nell’amore alcun effetto di grata o di forma. Egli sapeva, nell’esercizio dell’amore trarre dalla sua bellezza il maggior possibile godimento. Questa felice attitudine del corpo e questa acuta ricerca del piacere appunto gli cattivava l’animo delle donne (il piacere, libro 1, 1 p. 86).
Quanto abbiamo definito come personaggio dannunziano necessita però di una spiegazione. La critica più recente (Rada, Baldi) ha infatti evidenziato nei personaggi di Dannunzio la presenza di elementi rapportabili all’inettitudine sottolineando (in opere come il trionfo della morte, Le vergini delle rocce) la moderna deformazione del personaggio e il motivo del brutto. La ripresa del personaggio dannunziano ne Il deserto dei Tartari andrebbe riferita pertanto alla fase del piacere (sottolineando come comunque anche in questo testo siano numerosi i tratti dell’inettitudine) o, meglio ancora, all’atteggiamento antidannunziano di tutto il Novecento letterario italiano, prima della recente riscoperta della critica.
UNA MODERNA DIMENSIONE DEL TEMPO: IL TEMPO DELLA COSCIENZA
Uno dei temi fondamentali con cui nel romanzo si caratterizza il motivo dell’alienazione e dell’inettitudine è la fuga del tempo. Accenni in proposito sono subito presenti nel testo ed in particolare al cap.6, una sorta di anticipaziane delle vicende e del destino del protagonista.
Droga durante la guardia si addormenta e il narratore ci informa che proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo (cap. 6, p. 46). Seguono due pagine in cui la voce narrante pone a contrasto l’età della giovinezza e l’età della vecchiaia. Nella giovinezza gli anni scorrono lenti e con passo lieve, non esiste competizione e tutti ci manifestano benevolenza ( non c’è proprio bisogno di affrettarsi nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta....Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna). La tensione verso le speranze è fiduciosa ( Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille ...).
Con l’età adulta il passato diventa irrecuperabile e la fuga del tempo si fa vorticosa:
Ma a un certo punto, quasi istintivamente , ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente,ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. (cap, 6, p. 47).
Drago, è sempre il narratore a spiegarcelo, al momento non è consapevole di tutto questo, ma un giomo si renderà conto drammaticamentre del brusco passaggio dalla giovinezza all’età adulta: Si guarderà attorno incredulo; vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui; che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. Le speranze rimarranno ancora vive, ma ,nell’angoscia di un tempo che apparirà sempre più veloce e breve, non saranno mai raggiunte: Dietro quel fiume dirà la gente ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi
Alla fine sopraggiungerà la morte un mare immobile, color di piombo: Fino a che Drago rimarrà completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, color di piombo.
Il destino di Droga è così già anticipato e le vicende che seguono non fanno che sviluppare questa tesi del narratore. Ecco allora il Drogo giovane che crede di avere a disposizione un tempo infinito e che non riesce a percepire la fuga del tempo ( cap. 10, p. 72; Cap. 11, p. 78; cap. 16, p. 139: cap. 18, pp.150-151; cap. 21 p. 168), ed ecco il Drogo più maturo che all’improvviso è attanagliato dall’ansia di non avere più tempo a disposizione (cap. 22, pp. 182, 183, 188; cap. 24, 195-196; cap. 25; cap. 26). Fino alla fine della giovinezza e alla morte quando il turbine del tempo si placa in un mare grigio e uniforme: Gli parve che la fugai del tempo si fosse fermata, come per rotto incanto. ll votice si era fatto negli ultimi tempi sempre più intenso, poi improvvisamente più nulla, il mondo ristagnava in una orizzontale apatia e gli orologi correvano inutilmente. La strada di Drogo era finita ; eccolo ora sulla solitaria riva di un mare grigio e uniforme, e attorno nè una casa nè un albero nè un uomo, tutto così da immemorabile tempo. (cap, 30, p. 230)
Così come lo abbiamo riassunto il tema del tempo sembra sviluppato nel romanzo in forme irrazionali di tipo ottocentesco e di vaga atmosfera leopardiana la percezione razionale del tempo in successione lineare passato-presente-futuro). La contrapposizione della giovinezza alla vecchiaia, l’irrecuperabilità del tempo della giovinezza In realtà il motivo del tempo è trattato in forme nuove sia dal punto di vista ideologico che narrativo. Innanzi tutto moderna e tipicamente novecentesca è la percezione non più oggettiva, ma soggettiva del tempo: il tempo delta coscienza contrapposto al tempo razionale della realtà. A ben vedere infatti nel romanzo il passaggio giovinezza- vecchiaia non è scandito dal numero oggettivo delle ore e degli anni ( quelli degli orologi e dei calendari per intenderci) ma dalla percezione soggettiva del loro passare: un tempo lento o vorticoso solo in relazione al soggetto Droga che, in diverse fasi della sua vita lo percepisce diversamente. Questa percezione soggettiva della durata del tempo (tipica del romanzo novecentesco, ad esempio dei romanzi di Svevo) è evidenziata da ll deserto dei Tartari attraverso le stesse strutture narrative ed in particolare attraverso il rapporto fra la durata del tempo della storia (o dell’avventura) e la durata del tempo del racconto.
Per durata della storia o dell’avventura si intende il tempo dei fatti narrati (le ore ,i giorni, gli anni in cui si svolgono gli avvenimenti narrati), per durata del racconto si intende il tempo necessario a raccontarli. Ovviamente quest’ultimo è un tempo convenzionale ( misurato in righe e pagine). Il rapporto fra queste due durate può generare situazioni di rallentamento ( quando il tempo dell’avventura scorre più lenta di quello del racconto -un esiguo periodo di tempo raccontato in poche pagine- fino al limite della pausa quando il tempo dell’avventura è fermo e il narratore commenta o descrive), di equilibrio ( nei dialoghi, ad esempio, in cui il tempo dell’avventura coincide con il tempo impiegato per raccontarla), di accelerazione ( quando il tempo dell’avventura scorre più velocemente di quello del racconto -molti anni raccontati in poche righe -fino al limite dell’ellissi in cui si salta il racconto di interi periodi del tempo dell’avventura).
Nel Romanzo di Buzzati il tempo in cui si svolge la storia è imprecisato (le vicende iniziano in un settembre di non si sa quale anno), diversamente la durata della storia è facilmente recuperabile da indicazioni abbastanza precise del narratore sull’età Drago. In particolare al capitolo 22 ( p. 183) siamo informati che il protagonista ha 25 anni, essendo passati quattro anni dalla sua permanenza nella fortezza ( cap.16 p. 139; cap. 20.,p. 162) dobbiamo supporre che vi faccia il suo primo ingresso a 21 anni. Al capitolo 25 veniamo a sapere che Droga ha 40 anni e al 21 che ha raggiunto il suo cinquantaquattresimo anno, l’anno della malattia e della mode. Dunque la durata della storia corrisponde a circa 33 anni e te proteste di Droga malato contro Simeoni, che vuole allontanarlo dalla fortezza, confermano i nostri calcoli : “E’ più di trent’anni che sono qui ad aspettare . . .ho lasciato andare molte occasioni. Trent’anni sono qualcosa, tutto per aspettare questi nemici. Non puoi pretendere adesso Non puoi pretendere adesso che me ne vada, non puoi pretendere, ho un certo diritto do rimanere, mi pare...”
Se adesso confrontiamo questa durata dell’avventura ( i 33 anni) con la durata convenzionale del racconto (il numero di pagine impiegate per raccontarli) notiamo una improvvisa accelerazione del racconto nell’ultima parte: dal capitolo 22 aI capitolo 30 (in soli 9 capitoli) vengono, infatti, raccontati 29 anni dei 33 compresi nella durata della storia ( l’autore è esplicito: al capitolo 25 ci dice che Droga ha 40 anni e che ci sono voluti 15 anni perchè i nemici completassero la strada avvistata da Simeoni nel cap. 22. All’inizio di questo capitolo Droga ha pertanto 25 anni e solo 4 anni della storia sono passati dal suo arrivo, a 21, nella fortezza).Si tratta di una situazione di estrema accelerazione rispetto ai primi 21 capitoli del romanzo che invece raccontano solo i primi 4 anni delle vicende. Dunque una asimmetria notevole ( 21 capitoli per 4 anni e 9 per 29) impensabile per un romanzo dell’ottocento e carica di significato per la comprensione del racconto. La scelta di questi due opposti rapporti fra la durata della storia e del racconto è infatti funzionale a sottolineare la moderna percezione del tempo: il tempo della coscienza per cui, come abbiamo visto, Drogo percepisce il tempo ora come immobile e ora come in vorticosa fuga. Non è casuale che l’acellerazione inizi proprio al capitolo 22, quello in cui Drago avverte per la prima volta
la fuga del tempo: Da qualche tempo infatti un’ansia, che lui non sapeva capire, lo inseguiva senza riposo: l’impressione di non fare in tempo, che qualche cosa di importante sarebbe successo e l’avrebbe colto di sorpresa.( cap. 22, p. 182) In sostanza le due diverse accelerazioni (che l’autore ha volutamente impresso nel rapporto della durata della storia e del racconto) riflettono la percezione diversa che Drogo ha del tempo nel corso delle vicende: il tempo rallentato della giovinezza, quando il protagonista ha la sensazione che il tempo sia immobile (i primi 4 anni raccontati in 21 capitoli a significare quella immobilità) e il tempo dell’età adulta, quando si accorge della fuga vorticosa degli anni ( i 29 anni raccontati
in 9 capitoli a significare quella vorticosa fuga). \,.~ rv
In realtà, come vedremo meglio analizzando il motivo dell’abitudine, Drogo e gli altri personaggi del romanzo non presentano una reale percezione del tempo, se non contraddittoria e ingannevole. Essi infatti vivono ripetendo gesti sempre uguali che li privano di ogni riferimento utile ad acquisire il senso del passare del tempo. Così dalla sensazione di un tempo immobile della giovinezza si passa alla sensazione di una fuga vorticosa del tempo mai acquisita consapevolmente perché allontanata dal ripetersi immobile dell’abitudine.
LA ROTTURA DELL’ORDINE LINEARE DEL TEMPO E IL TEMA DELL’ABITUDINE
Il romanzo del Novecento si caratterizza non solo per la percezione soggettiva del tempo (il tempo della coscienza), ma anche per la rottura dell’ordine lineare degli eventi. In altre parole alla percezione lineare dell’ottocento ( passato-presente-futuro) subentra la dimensione della durata o della compresenza: la compresenza di tutti gli eventi (passati e presenti) nella coscienza dell’individuo. Questa nuova dimensione, sviluppata da Bergson in filosofia e introdotta come centro della propria opera letteraria da Proust, trova applicazione in molte opere letterarie del Novecento in connessione con il predominio dell’analisi memoriale: i personaggi che si analizzano scoprono che le esperienze passate non sono completamente trascorse, ma si sono sedimentate nell’inconscio , da dove sovente, in modo volontario o in volontario riemergono per continuare a influire ativamente sulle scelte e sui comportamenti, senza che sia possibile, talora, distinguere on chiarezza ciò che è stato da ciò che è, ciò che è o è stato da ciò che viene soltanto immaginato. ( Grosser p. 221) Di qui, nei romanzi, la tendenza all’interferenza dei tempi a tutti i livelli del racconto, da quelli macrostrutturali (le grandi strutture del racconto) a quelli microstrutturati (la struttura della pagina): In queste opere l’interferenza dei tempi (dai presente dell’io narrante ai vari passati dell’io narrato, non sempre disponibili in un ordine cronologico preciso) e il senso della complessa stratificazione degli eventi nella coscienza dell’individuo, sono caratteristiche continue e si manifestano non solo attraverso affermazioni esplicite..., o tramite il confronto di fabula e intreccio relativamente al complesso dell’opera, ma quasi ad ogni pagina, a livello di contenuto, di discorso, nel continuo alternarsi dei tempi verbali ( Grosser p. p. 221-222) Questa tendenza all’annullamento della dimensione lineare del tempo è avvertibile, seppure con esiti completamente opposti, anche ne Il deserto dei Tartari. Nel romanzo,infatti, la comune matrice della dimensione temporale novecentesca (la durata e l’interferenza fra presente- passato- futuro) si manifesta nel motivo dell’abitudine e del sempre uguale (la coazione a ripetersi e a ripetere gesti identici), annullando così ogni distinzione presente passato, ma allo stesso tempo impedendo ogni recupero di un tempo assoluto come accade in Proust. L’abitudine che annulla il presente e il passato in una ripetizione sempre uguale si manifesta infatti come incapacità di percepire il tempo e conseguentemente come impossibilità di recuperano.
Ne Il deserto dei Tartari alla percezione soggettiva della durata (il tempo lento della giovinezza e il tempo vorticoso dell’età adulta), si contrappone il motivo dell’abitudine che annulla ogni distinzione fra giovinezza e età adulta nell’identica ripetizione del sempre uguale. La conclusione è che esiste un tempo esterno all’uomo che inesorabilmente passa travolgendolo senza che l’uomo ne afferri il senso e un tempo interno (il tempo della coscienza) contraddittorio e soggetto all’inganno dell’abitudine : è sempre l’abitudine della ripetizione che nella giovinezza dà il senso di una durata inesauribile e che nell’età adulta rende la percezione della vorticosa fuga del tempo istintiva più che consapevole.
Quando da giovane Drago si illude sulla durata inesauribile del tempo a trarlo in inganno è l’abitudine: Ieri e l’altro ieri erano uguali egli non avrebbe più saputo distinguerli; un fatto di tre giorni prima o di venti finiva per sembrargli ugualmente lontano. Così si svolgeva alla sua insaputa la fuga del tempo. ..L’esistenza di Drogo invece si era come fermata. La stessa giornata, con le identiche cose, si era ripetuta centinaia di volte senza fare un passo innanzi Il fiume del tempo passava sopra la fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso il cortile, polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciai/o nella sua fuga. (cap. 10, p. 72; cap. 11, p. 78) Ma anche quando l’assale l’angoscia della fuga del tempo l’abitudine del sempre uguale lo
Portava ad opporsi ad una consapevole percezione: Da qualche tempo infatti un’ansia, che lui non sapeva capire lo inseguiva senzà riposo: impressione di non fare in tempo e che qualche cosa di importante sarebbe successo e l’avrebbe colto di sorpresa... Giovani capiva pure di non poter restare tutta la vita fra le mura della Fortezza. Presto o tardi qualche cosa bisognava decidere. Poi le abitudini lo rendevano nel solito ritmo ...( cap. 22, pp. 182-183) Droga avverte ,infatti, la rovina del tempo ma la vita abitudinaria della fortezza non gli offre punti di riferimento per esserne realmente consapevole, gli anni così passano modificando gli uomini che ,però, immersi nella ripetizione dell’abitudine non se ne avvedono: Di giorno in giorno sentiva aumentare questa misteriosa rovina ( del tempo), e invano cercava di tra ottenerla. Nella vita uniforme della fortezza gli mancavano punti di riferimento e le ore gli sfuggivano di sotto prima che lui riuscisse a contai/e.... Quindici anni per le montagne sono stati meno che nulla e anche ai bastioni del forte non hanno fatto gran male. Ma per gli uomini sono stati un lungo cammino, sebbene non si capisca come siano passati tanto presto. Le facce sono sempre le stesse. pressappoco: le abitudini non sono mutate. Nè i turni di guardia. nè i discorsi che oli ufficiali si fanno ogni sera. (cap. 24, p. 195; cap. 25, p. 199)
Ed è proprio l’abitudine, non permettendo che la percezione della fuga del tempo diventi consapevole, a favorire l’autoinganno (l’attesa spasmodica di speranze che mai si realizzeranno) . Così Drogo ancora una volta risale la valle della fortezza ed ha quindici anni di vivere in meno. Purtroppo egli non si sente gran che cambiato. il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito a invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia sempre ogni giorno più grande. Droga si ostina nella illusione che l’importante sia ancora da cominciare. Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il temno awenire gli poteva sembrare un periodo immenso. una ricchezza inesauribile che non si rischia va niente a sperperare. ( cap. 25. p. 200)
Dunque l’abitudine annulla nell’individuo ogni consapevolezza e al tempo esterno che soffia inesorabile si contrappone il tempo interna dell’immobile inettitudine: Così la pianura rimase immobile, ferme le nebbie settentrionali ferma la vita regolamentare della fortezza, le sentinelle ripetevano sempre i medesimi passi da questo a quel punto del cammino di ronda, uguale il brodo della truppa, una giornata identica all’altra, ripetendosi all’infinito, come soldato che segni il passo. Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli nemmeno i bambini appena nati ancora sprovvisti di nome.( cap. 26, p. 204).
Il tempo è allora escluso dalla percezione dell’individuo: rimane solo una ripetitiva immobilità che annulla ogni distinzione fra presente e passato. In questo senso si può parlare della rottura novecentesca della dimensione lineare del tempo sottolineandone però, come abbiamo anticipato, gli esiti opposti rispetto alla durata proustiana: in Proust quella rottura permetteva l’acquisizione del tempo assoluto e vero della compresenza, in Buzzati sancisce invece l’impossibilità della consapevolezza del tempo e dunque del suo recupero: e non è un caso che il recupero memoriale tentato da Drago durante il breve ritorno a casa ( capp. 17-20) si risolva nello scacco più assoluto.
Concludendo si può allora affermare che la dimensione prevalente nel romanzo è la ripetizione del sempre uguale e in definitiva l’assenza del tempo,, ed è a questo che sostanzialmente alludono le strutture del racconto: la disposizione dell’intreccio innanzi tutto e la ricorrenza ossessiva di ripetizioni connesse al campo semantica dell”abitudine” e al ritmo ciclico delle stagioni.
Per quanto riguarda l’intreccio si dovrà notare che le due diverse accellerazioni della durata e le due corrispondenti parti che abbiamo sopra indicato ( capp. 1-21 / capp. 22-30) sono racchiuse all’interno di una comice strutturale che pone in risalto il motivo della ripetizione e dell’abitudine , quasi a sottolineare quanto dicevamo: il fallo cioè che le due diverse percezioni del tempo (il tempo lento della giovinezza e il tempo vorticoso dell’età adulta)
siano in pratica annullate e subordinate alla ripetizione dell’abitudine e dunque all’assenza di una vera percezione temporale da parte dell’uomo. Con l’espressione “cornice strutturale” intendiamo riferirci ai capitoli 2 e 25 in cui si ripete una stessa situazione: il dialogo tra il tenente Droga e il capitano Ortiz ( cap. 2) e il dialogo tra il tenente Moro e il capitano Drogo( cap. 25). A parti invertite si ripropone,infatti, uno stesso evento come si evince facilmente dalle strutture dei due capitoli e dal parallelo che Droga istituisce fra sè e il tenente Moro:
Drago assistette in quei tempi alle prime angustie del tenente Moro, come una fedele riproduzione della propria giovinezza... ( cap. 26. p. 205)
Il senso di tutto questo è allora evidente: la vita non è altro che immobile ripetizione, angoscia da cui non fugge nessuno. Neppure il narratore, così tradizionale nella sua onniscienza eppure così moderno nel tempo delta sua narrazione: una costante confusione di piani temporali in cui passato e presente si alternano indistinti, a riproporre forse l’indistinzione presente- passato che abbiamo visto caratterizzare il motivo dell’abitudine.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
I pilastri della terra: Ken Follett
L’AMBIENTE GEOGRAFICO.
L’ambientazione della vicenda è l’Inghilterra sudorientale. I luoghi che vengono citati sono le foreste della zona, le città di Kingsbridge e di Shiring. Il luogo principale è comunque la sede del priorato dove avvengono i fatti principali. Una buona descrizione si sofferma sui particolari della chiesa in costruzione e sul cantiere. L’unico cambiamento di scena è rappresentato dal viaggio di Jack in Spagna e in Francia, dove Jack assiste alle bellezze di paesi molto diversi dal suo come usi, abitudini e può apprendere le tecniche del nuovo stile architettonico. La descrizione dei luoghi della vicenda non è monotona e conserva una buona scorrevolezza.
IL PERIODO STORICO.
La narrazione si articola in un periodo di tempo comprendente alcuni anni. Nel prologo si ha un breve accenno al 1123, poi un salto al 1135 dove si ha lo sviluppo di alcuni anni, in seguito il narratore passa al 1142. Nelle seguenti sezioni l’autore è più discontinuo lasciando anni di silenzio ed espandendo solo alcuni periodi. Il sistema adottato da Follett è molto efficace e scorrevole, permette una narrazione libera da legami temporali capace di spaziare negli anni non annoiando così il lettore.
RIASSUNTO.
Prologo 1123. Il romanzo si apre con un impiccagione a cui assistono tutti e la maledizione scagliata dall’amante dell’impiccato che parlava il francese.
PARTE PRIMA 1135 –1136
Capitolo 1
I. Tom sta costruendo, insieme a due muratori e un manovale una casa, destinata al figlio di Percey Hamleight, William. Ma costui, essendo stato rifiutato dalla sua promessa sposa, Lady Aliena, e non avendo così più bisogno dell’abitazione, disdice la costruzione che era già a buon punto. Tom dopo una discussione riesce ad ottenere una liquidazione per sé e per i suoi aiutanti. Qui viene dunque presentato il personaggio di Tom, e la sua famiglia(Agnes, Martha, Alfred ), che anni prima aveva rifiutato un buonissimo posto di lavoro per seguire il sogno di costruire una cattedrale propria.
II. Mentre la famiglia ( Tom, Agnes, Martha, Alfred ) stava camminando nella foresta un bandito all’improvviso saltò fuori da un cespuglio e colpì alla testa la piccola Martha per poter rubare il maiale che stava portando con sé, e che costituiva metà delle ricchezze familiari. Tom e il figlio Alfred inseguirono il fuorilegge ma con scarsi esiti. Una volta tornati indietro trovarono una donna con un figlio molto strano dai capelli rossi che stava curando Martha. La donna, Ellen, raccontò a Tom la sua storia.
III. A Salisbury Tom cercò lavoro presso la cattedrale o il castello del vescovo ma non trovò nessuno disposto ad assumerlo con l’eccedenza di manodopera presente. Al mercato ritrovarono il proprio maiale ma non potevano sottrarlo ad un macellaio che l’aveva pagato regolarmente seppur ad un ladro. Cercarono così il fuorilegge per recuperare almeno il denaro, ma alla sera, dopo che Tom ebbe trovato il ladro e l’ebbe ucciso, non trovò un penny nelle sue tasche, li aveva probabilmente spesi in birra o ai dadi.
IV. La famiglia era ridotta alla fame, Agnes incinta di nove mesi una notte d’inverno partorì un maschio, ma nel darlo alla luce morì dissanguata, Tom la seppellì e decise di abbandonare i figlio sulla tomba. Durante la notte Tom intorpidito dal freddo e dallo shock incontro Ellen con cui passò la notte. Al mattino gli disse che il figlio era ancora vivo malgrado l’avesse abbandonato.
V. Ellen diede del cibo a Tom e ai suoi figli, in seguito i due amanti andarono al convento dove Tom vide che il neonato era vivo nelle mani di un monaco. Ellen gli suggerì di non denunciare la proprietà del figlio per poi farlo morire di fame, ma sarebbe tornato in futuro una volta trovato un lavoro. Tom chiese ad Ellen di sposarlo.
Capitolo 2
I. Philip e Francis erano due fratelli allevati in un convento da un priore di nome Peter che li aveva accolti dopo la morte dei genitori. Francis una volta ventenne lasciò il convento, Philip invece diventò dispensiere, ma era troppo importante e colto per non fare carriera, così fu trasferito a Kingsbridge dove il priore James lo impiegò come priore di un piccolo convento nella foresta. Philip trovò il priorato in condizioni disastrose come d'altronde anche il convento nella foresta. Il saggio Philip riuscì a risollevare il piccolo convento facendolo diventare attivo e devoto. Un giorno il fratello Francis venne al convento portando con sé un neonato che Philip battezzò Jonathan. Francis era venuto per riferire un’importante notizia: dopo la morte di re Enrico vi erano alcuni successori al trono (i tre figli della sorella, il vescovo Henry, Stefano, Theobald di Blois, la figlia Matilde sposata con Goffredo d’Angiò). I baroni avevano giurato fedeltà a Matilde ma Stefano, impadronitosi del tesoro della corona era stato incoronato grazie soprattutto all’aiuto del fratello Henry, che gli aveva fatto giurare fedeltà alla chiesa. Di lì a una settimana l’Inghilterra sudorientale sarebbe caduta nelle mani dei ribelli. Philip partì subito per andare a parlare con il vescovo.
II. Sulla strada Philip incontrò la famiglia di Tom, divise il suo cibo con loro e chiese se per caso avessero visto una donna nei paraggi poiché avevano trovato un bambino che era stato abbandonato e l’avevano battezzato Jonathan. Alla residenza del vescovo Philip trovò solo l’arcidiacono e dopo una breve esitazione riferì a lui le notizie del fratello camuffandole come una confessione sul letto di morte da parte di un cavaliere.
III. Philip si recò a Kingsbridge che trovò come sempre disastrata, scoprì che il priore era morto e fu persuaso da alcuni monaci a candidarsi come nuovo priore date le sue credenziali a St-James-in-the-forest. Remigius, l’altro candidato persuase il capitolo all’unanimità nei voti poiché in caso di discordanza il vescovo avrebbe imposto loro un priore esterno. La scelta ora tendeva per l’anziano ed inattivo Remigius più che per il giovane intraprendente Philip. Ma l’arcidiacono Waleran propose a Philip un patto: lui avrebbe fatto diventare Philip priore, in cambio Philip lo avrebbe aiutato a diventare vescovo a suo tempo. In realtà dopo pochi giorni Waleran annunciò la morte del vecchio vescovo che sapeva già da qualche tempo. Philip era stato in qualche modo ingannato.
Capitolo 3.
I. Nella chiesa di Kingsbridge William rivide Aliena, la donna che lo aveva rifiutato. Waleran conoscendo l’odio degli Hamleight verso Aliena e il padre riferì alla famiglia il progetto di ribellione del conte di Shiring. William per saperne di più si recò al castello di Bartolomew con la scusa di parlare con Aliena che lo rifiutò nuovamente. William notò che il castello era pieno di soldati e messaggeri; una volta uscito aspettò sulla strada uno di questi messaggeri e con l’aiuto dello scudiero lo catturò. Dopo la tortura Gilbert Catface parlò, smascherando il proprio padrone. Sulla strada verso casa William incontrò la famiglia di Tom a cui offrì una sterlina per l’amore di Ellen, che ovviamente rifiutò.
II. La famiglia di Tom, ridotta alla fame chiese lavoro al conte Bartolomew che accettò Tom come muratore in caso di guerra. Jack, il figlio di Ellen parlando con i figli del conte mostro la sua ignoranza nel non sapere come nascono i bambini; irritato corse dalla madre e le chiese perché non sapeva di avere un padre. Ellen gli spiegò tutto.
III. Gli Hamleight attaccarono Bartolomew e riuscirono nell’impresa grazie soprattutto all’aiuto di William che, entrato con pochi uomini nel castello, senza destare alcun sospetto, aveva sabotato ogni opera di difesa. Bartolomew fu costretto alla resa, i suoi figli rimasero nascosti nel castello con il maggiordomo effeminato, Tom si recò a Kingsbridge dove c’era un nuovo priore e dunque la possibilità della costruzione di una nuova cattedrale.
Capitolo 4.
I. Arrivati a Kingsbridge Tom chiese lavoro al priore che dispiaciuto rispose di non avere il denaro per una nuova cattedrale. Jack la notte pensò che se la cattedrale fosse bruciata Tom avrebbe avuto di certo il lavoro così di notte seguì i monaci in chiesa si nascose e alla loro uscita si diresse verso il tetto e gli diede fuoco. Nessuno lo vide eccetto Martha che promise di tacere.
II. Tutti si impegnarono per salvare l’abbazia ma la chiesa bruciò ugualmente; furono salvate solamente le reliquie di Sant’Adolfo, le ricchezze in oro e gli attestati dei terreni. Tom fu ingaggiato per i primi lavori, avrebbe vissuto con la famiglia nella foresteria all’intero del convento. Ma alcuni frati erano contrari che una donna giudicata in gioventù strega restasse in convento con pii monaci.
III. Jack e Alfred come molte volte era già accaduto litigarono e a rimetterci fu il piccolo Jack che riportò ferite e contusioni sul viso. Waleran Bigod si recò a Kingsbridge per parlare a Philip della nuova chiesa che avrebbero chiesto a re Stefano dato il debito che aveva con loro. Ellen poiché non sposata fu giudicata formicatrice e condannata all’umiliazione pubblica e ad un anno di castità. Così fu costretta a lasciare Tom per tornare nella foresta.
PARTE SECONDA 1136 - 1137
Capitolo 5.
I. Tom disegnò alcuni schizzi della chiesa che aveva in programma di costruire, li portò a Philip che li accettò con molto entusiasmo e gli affidò la ricostruzione della cattedrale.
II. Philip e Waleran si diedero appuntamento fra le mura del castello di Bartolomew, ma non erano i soli infatti c’erano anche Aliena e Richard con il maggiordomo effeminato. William veniva sempre a spiare Aliena e quella volta notò anche i due ecclesiastici e ascoltò i loro discorsi. I due avrebbero chiesto al re la contea per la chiesa, ma non per il priorato bensì per la diocesi. I piani di Waleran furono smascherati dagli Hamleight che riferirono a Philip che il vescovo avrebbe usato la contea non per la costruzione della cattedrale bensì per un castello di cui aveva già iniziato la realizzazione. Philip si accordò così con gli Hamleight: il re avrebbe conferito a Percey il titolo, l’esercito e le proprietà e al priorato alcuni terreni e l’uso illimitato della cava. Philip avrebbe preferito la proprietà ma aveva comunque vinto su Waleran che divenne suo acerrimo nemico per il futuro.
III. William si diresse con lo stalliere verso il castello di Shiring ormai suo e vi trovò Aliena e Richard con il maggiordomo effeminato Mattew. William lo uccise, tagliò il lobo dell’ orecchio a Richard e violentò Aliena.
Capitolo 6.
I. Aliena e Richard rubarono i cavalli a William e allo stalliere e fuggirono nella foresta dove incontrarono un guardaboschi che finse di aiutarli ma li rinchiuse nel granaio e prese loro i cavalli per venderli. Al mattino la moglie li liberò ma sulla strada verso la cittadina incontrarono due fuorilegge: uno di loro fu ferito da Aliena e definitivamente ucciso da Richard, L’altro fuggì impaurito.
II. Arrivati a Winchester fu detto ai due giovani che il re era assente; decisero così di andare a trovare il padre in prigione. La guardia voleva un penny ma siccome i due non avevano denaro decisero di trovare un lavoro, ma l’unico che fu offerto ad Aliena era la prostituta. Aliena rifiutò ma i due giovani riuscirono ugualmente ad andare a trovare il padre grazie all’aiuto di una mercantessa di lana che pagò per loro il penny richiesto. Il padre era in fin di vita, li consolò e disse loro di aver lasciato una borsa con cinquanta bisanti ad un prete: padre Ralph della chiesa di St Michael. Infine fece giurare loro che non avrebbero avuto pace finché non avessero riavuto la sua contea.
III. I due giovani si recarono a prendere i soldi che il padre aveva lasciato al prete; lo minacciarono ma alla fine padre Ralph diede loro solamente 10 bisanti, i rimanenti erano stati spesi da lui in birra e cibarie. Aliena e Richard si diressero verso il paese della zia ma una volta arrivati scoprirono che la sorella della madre era morta e lo zio si rifiutò di accettarli scacciandoli malamente. Con i soldi rimasti comprarono della lana che vendettero poi a Winchester, il mercante cercò di raggirarli ma grazie all’aiuto di Philip i due giovani riuscirono a fare un buon guadagno.
Capitolo 7.
I. Tom andò alla cava di pietra ma trovò al lavoro gli uomini di Percey che non volevano dividere la collina con lui e i cavatori di Philip. Il priore molto incollerito si recò personalmente alla cava e assunse i lavoratori degli Hamleight congedando le guardie del conte.
II. Waleran si recò dagli Hamleight e li convinse che una cattedrale a Kingsbridge sarebbe stata inutile poiché il territorio era povero e disabitato, si accordarono così di far trasferire il cantiere a Shiring. Avrebbero dovuto avere l’approvazione di Henry fratello del re; così lo invitarono a Kingsbridge per mostrargli la situazione arretrata del cantiere, ma Philip appena seppe della visita dell’arcivescovo sparse la notizia che avrebbe conferito indulgenze a tutti coloro che sarebbero venuti a lavorare la domenica al cantiere della cattedrale.
III. Il progetto di Philip riuscì, vennero 1000 e più persone a lavorare alla cattedrale e l’arcivescovo ne rimase stupefatto soprattutto in seguito all’inattività a cui era stato preparato. Ellen ritornò in città, parlò con Tom: si sarebbero sposati. Durante la messa gli Hamleight notarono con orrore Ellen; Jack vide Aliena, la trovò stupenda e alla fine della messa la inseguì, le parlò e si accorse di esserne innamorato ma lei sembrava non corrisponderlo.
PARTE TERZA 1140 – 1142.
Capitolo 8.
I. Il padre di William morì mentre lui era in guerra a combattere a fianco di re Stefano. William chiese il congedo per tornare a casa per controllare la situazione, il re colse l’occasione per parlargli della successione alla contea; aveva infatti notato un giovane cavaliere figlio del vecchio conte di Shiring. William siccome era per così dire in prova sarebbe dovuto tornare in guerra con un numeroso esercito. Poiché le casse della conte erano vuote William punì alcuni dei suoi affittuari uccidendone uno e stuprandone la moglie di un altro.
II. Kingsbridge continuava a crescere a danno di Shiring. Il priorato aveva istituito un mercato abusivo che danneggiava molto quello di Shiring pur essendone molto distante. Waleran consigliò a William di riprendere la cava concessa in uso al priorato.
III. La cava cadde in mano degli Hamleight ma il gruppo degli uomini di William subì numerose perdite.
Capitolo 9.
I. Philip partì per Lincon insieme a Richard che era stato nominato cavaliere e che era tornato a chiedere soldi ad Aliena per il suo armamento. Arrivati nella città dove si prevedeva una prossima battaglia campale Philip parlò con il re che non sembrava dargli molta importanza in aspettativa ad una guerra con Robert. All’improvviso giunse William con un grande esercito che sembrò far scomparire ogni speranza del priore.
II. La battaglia di re Stefano contro Robert di Glouchester e Ranulf scoppiò. La meglio fu dei nemici di Stefano che fecero molti prigionieri fra cui Philip che fu in seguito liberato dal segretario di Matilde, Francis.
III. William aveva tradito il re e si era schierato dalla parte di Matilde. All’udienza Matilde decise che la cava sarebbe andata in pieno possesso del conte e che Kingsbridge avrebbe avuto un mercato come Shiring. Entrambe le parti avrebbero pagato 100 sterline. Philip non sapeva come pagare una simile somma così fu aiutato da Aliena ormai mercantessa di lana. Siccome Kingsbridge aveva un mercato come Shiring anche il priorato avrebbe potuto organizzare un mercato annuale della lana.
Capitolo 10.
I. Tom mostrò a Jack i principi dell’architettura per costruire una cattedrale. Jack riuscì finalmente a parlare ad Aliena di cui era follemente innamorato.
II. Jack era sempre più innamorato di Aliena; strinsero amicizia ma lei non lo considerava più di un amico. Philip chiese a Tom di far entrare Jack nel monastero come novizio, data la sua intelligenza sarebbe stato un vero peccato non istruirlo a dovere. Jack rifiutò volendo diventare mastro costruttore. Alfred capì che a Kingsbridge sarebbe stata neccessa5ria un chiesa parrocchiale.
III. Il rapporto fra Jack e Aliena si fece sempre più intenso. La cattedrale procedeva di buon passo ma Francis annunciò al fratello che re Stefano era stato liberato dalla prigionia in cambio di Robert e perciò il mercato sarebbe stato nuovamente illegale e le cento sterline erano andate perdute. Aliena era preoccupata poiché la lana di quell’annata sarebbe stata sovrabbondante e per esaurirla sarebbe stato necessario follarla. La follatura era però un procedimento assai faticoso ma Jack, dopo una notte trascorsa nel mulino, ideò un meccanismo di mazze che si muovevano basandosi sullo stesso principio della macina. Aliena felicissima lo baciò ma quando entrò Alfred lei lo spinse frettolosamente dandogli uno schiaffo per averla indotta a quell’atto.
IV. Jack e Alfred si azzuffarono provocando numerosi danni al cantiere. Il priore decretò che uno dei due avrebbe dovuto essere allontanato; la loggia preferì espellere un apprendista piuttosto che un mastro artigiano così Jack fu allontanato. Arrivato a casa parlò alla madre e insieme andarono a supplicare Philip di non essere tanto crudele. Egli suggerì una soluzione: Jack sarebbe diventato novizio e sarebbe stato supervisore al progetto per conto di Philip.
V. Il mercato della lana era stato splendidamente organizzato e avrebbe reso moltissimi soldi ma nel bel mezzo della fiera William fece irruzione con il suo esercito. Il mercato fu bruciato insieme a tutta la lana, molti persero la vita fra cui Tom, che ricevette una zoccolata in fronte dal cavallo di William. Jack salvò dalle fiamme Aliena ma ella incollerita fuggì: tutto ciò che possedeva era stato investito nella lana che William aveva bruciato. Jack pensò a Tom: il costruttore lo aveva trattato meglio di un padre, aveva provveduto a lui per alcuni anni e gli aveva lasciato la cattedrale con tutti gli insegnamenti architettonici.
PARTE QUARTA 1142 – 1145.
Capitolo 11.
I. William ottenne il perdono per i peccati commessi nell’incendio di Kingsbridge dal vescovo Waleran. Philip cominciò a ricostruire la città e pian piano tornò al suo ritmo abituale. Aliena che aveva perso tutto dovette sentire i rimproveri del fratello Richard che aveva bisogno di denaro per andare in guerra; la indusse così a sposare Alfred che gli avrebbe dato i soldi necessari.
II. Jack, malgrado in convento, continuava ad amare Aliena e quando seppe del matrimonio volle andare a parlarle ma i monaci glielo impedirono e lo imprigionarono. La madre Ellen lo liberò e lui fuggì da Aliena con cui fece l’amore. Ella doveva però sposare Alfred e Jack scelse l’esilio volontario. Ellen maledisse in chiesa il matrimonio fra Alfred e Aliena. Alfred non riuscì mai a consumare il matrimonio.
Capitolo 12.
I. Philip pensò che se la chiesa fosse stata pronta per pentecoste sarebbe stato un vero traguardo così diede ordine ad Alfred, che era succeduto al padre, di aumentare il ritmo concedendo premi e ricompense. Aliena che era rimasta incinta di Jack fu pronta al parto per pentecoste e durante le celebrazione in chiesa partorì. Improvvisamente ci fu un gran boato, uno dei muri portanti si era incrinato, subito dopo cadde: ci furono 69 morti e innumerevoli feriti. Aliena partorì sotto le macerie, Alfred non volle più con sé una moglie che aveva dato alla luce il figlio del fratellastro.
II. Aliena partì con il figlio alla ricerca di Jack. Arrivò in Francia, poi procedette verso la Spagna a Santiago de Compostela, poi a Toledo, dove finalmente trovò notizie di Jack. Infatti aveva passato il Natale in quella città e aveva alloggiato presso un mercante arabo di pepe. Jack aveva rifiutato di sposarne la figlia Aysha. Aliena tornò dunque sui suoi passi verso Parigi dove sembravano condurre gli indizi. Nella chiesa di St. Denis i due si rincontrarono e si rimisero insieme. Durante la visita del re alla cattedrale la folla diede inizio ad una rissa che Jack riuscì a sedare solo grazie ad una statua della madonna piangente che lacrimava al freddo o di notte. I fedeli credendolo un miracolo si inginocchiavano e tiravano monete; Jack riprese il viaggio con la madonna che rendeva sempre più soldi. A Cherbourg notarono che la gente si girava facendosi il segno della croce credendolo il fantasma di Jacques Cherbourg il padre di Jack il cui nome era stato trasporto in inglese in Jack Sharembourg. Jack aveva così ritrovato i parenti del padre.
Capitolo 13.
I. Jack tornò a Kingsbridge con l’intenzione di costruire una cattedrale come quella di St. Denis. La miracolosa madonna aveva reso abbastanza e con la costruzione di una cattedrale a lei dedicata avrebbe reso ancora di più. L’accoglienza non fu delle migliori soprattutto da parte di Philip che credeva in un inganno. Dopo una lunga seduta in capitolo fu infine attribuito a Jack la carica di mastro costruttore a patto che lasciasse la moglie fino alla disdetta del primo matrimonio.
II. Kingsbridge iniziò la costruzione della nuova cattedrale danneggiando molto gli interessi di William e Waleran. Jack parlò alla madre dei parenti del padre in Francia e lei gli raccontò dopo tanti anni la verità: il padre era l’unico superstite della Whiteship che trasportava l’erede alla corona, era stato fatto tacere e in seguito giustiziato dal vecchio priore James, da Percey Hamleight e da Waleran Bigod. Jack andò a parlare con l’unico rimasto in vita dei tre: il vescovo. Waleran e William pensarono che un attacco a Kingsbridge sarebbe stata la soluzione giusta per distruggere sia la cattedrale sia Jack. Appena giunse la notizia al priorato furono costruite delle mura piuttosto deboli e provvisorie che servirono comunque ad allontanare William e il suo esercito.
III. Per vendetta Waleran e William fecero pressione affinché l’arcivescovo rifiutasse la richiesta di annullare il matrimonio fra Alfred e Aliena.
PARTE QUINTA 1152 – 1155
Capitolo 14
I. Il lavoro della cattedrale continuava splendidamente. Un giorno Alfred colpito dalla carestia venne a Kingsbridge a mendicare un lavoro, Jack lo accettò con i successivi rimproveri di Aliena. Jonathan era ormai diventato un giovane prete sedicenne. La domenica prima di pentecoste William si sposò con la figlia di Harold di Weymouth, Elizabeth. Due giorni dopo la pentecoste la madre di William morì. Egli rimase molto turbato e il vescovo Waleran, approfittando della sua debolezza, lo convinse che la maniera migliore per ricordare la madre era di costruire una chiesa come quella di Kingsbridge anche a Shiring. Durante un viaggio nella foresta Aliena incontrò la moglie di William, improvvisamente scoppiò un temporale e furono costretti a rifugiarsi in una robusta chiesa. Elizabeth le parlò del suo stato di sottomissione e Aliena le diede dei consigli per gestire meglio la vita di palazzo. Quel temporale distrusse il raccolto per quell’anno.
II. La carestia causata dal nubifragio incominciava a mietere le sue vittime. Il priorato stesso avrebbe dovuto diminuire le spese e rallentare il ritmo di costruzione. Jack scoprì che ciò che provocava le crepe nei muri della cattedrale non era il peso ma l’eccessivo vento nelle parti alte della chiesa. La loggia dei muratori non accettò le condizioni del priorato e proclamò così uno sciopero. Intanto il progetto di Waleran e di William continuava a proseguire con l’aiuto dell’arcidiacono Peter. Come mastro costruttore fu ingaggiato Alfred che promise di portare con sé la manodopera. I muratori lasciarono così Kingsbridge per Shiring.
Capitolo 15
I. Kingsbridge fu attaccata da una banda di un centinaio di fuorilegge ma il loro tentativo fallì miseramente, infatti non avevano né capo né organizzazione. Richard, sotto consiglio di Aliena, il giorno dopo sarebbe andato nel nascondiglio di costoro per presentarsi come un futuro loro capo. Philip ricevette una lettera del fratello in cui veniva richiesto un urgente colloquio in luogo isolato. Si incontrarono a St-James-in-the-forest dove Francis parlò del suo signore, figlio di Matilde, duca di Normandia, conte d’Angiò e duca d’Aquitania, che ora sembrava rivendicare i diritti della madre sull’Inghilterra.
II. William si recò a Cowford, sua proprietà dove il mugnaio Wulfric macinava sotto sua licenza trattenendo un sacco di farina su venti per sé e uno per William. Il conte supponendo di essere stato truffato gli diede una lezione violentando la giovane moglie. Ma in quel mentre la banda di fuorilegge che da tempo lo umiliava con improvvise scorrerie fece irruzione per rubare la farina. Alcuni del seguito di William furono uccisi e lui stesso fu battuto da Richard. A Natale Remigius riuscì ad ottenere dalla figlia di Aliena il nascondiglio dello zio e con questa importante notizia riuscì a farsi eleggere priore di Shiring. William partì con un esercito ma arrivato alla cava trovò Ellen, la strega, che gli riferì che Richard con l’esercito erano andati a combattere per Enrico.
III. Dopo alcuni scontri prolungati a lungo, Enrico e Stefano giunsero ad un accordo: Stefano sarebbe stato re fino alla morte ma gli sarebbe succeduto Enrico, tutti i possedimenti acquisiti sotto Stefano dovevano tornare ai legittimi proprietari del tempo del vecchio re Enrico. Aliena non voleva aspettare che morisse Stefano per impossessarsi del feudo e così organizzo un attacco ottenendo l’approvazione della moglie di William, Elizabeth. Richard divenne conte e Aliena aveva finalmente adempito al giuramento del padre.
Capitolo 16.
I. William era caduto in disgrazia, ora viveva ad Hamleight, il suo villaggio natale che odiava con tutto se stesso. Waleran venne a fargli la proposta di diventare sceriffo, poiché quello vecchio era morto. Inoltre re Stefano sarebbe stato d’accordo con questa proposta. Richard, ormai conte, proibì al priorato l’uso della cava poiché era stata concessa da re Stefano. Aliena decise di lasciare Jack per condurre una vita più normale che con un finto marito non poteva condurre.
II. William fu fatto sceriffo, Philip rimase stupito, con Waleran, William e l’ingrato Richard, la giustizia di Kingsbridge era finita. Decise che avrebbe chiesto al re lo statuto di città fortificata. Il priore incontrò Remigius ormai ridotto in miseria e invece di lasciarlo morire di fame lo accolse facendolo salire sul proprio cavallo. Aveva conquistato l’anima di un uomo così superbo e arrogante.
III. Alfred colpito dalla carestia, si recò a casa di Aliena per chiederle dei soldi. Approfittando del fatto che tutti erano dall’altra parte del fiume cercò di violentare Aliena, ma in suo soccorso giunse Richard. Dopo un scontro il fratello ebbe la meglio e uccise Alfred. Lo sceriffo ne approfittò subito per arrestare il conte vantandosi di una autorizzazione reale; Richard fuggì in convento ma gli uomini dello sceriffo lo aspettavano fuori. Philip trovò una soluzione: Richard sarebbe partito per la Terrasanta per scontare il suo omicidio, il territorio sarebbe stato amministrato da Aliena.
IV. Jack ed Aliena riuscirono finalmente a sposarsi e Richard partì il giorno successivo. Come contessa Aliena riuscì a condurre il palazzo e il feudo come non lo era stato dai tempi del padre. Avrebbe costruito un’altra residenza più vicino a Kingsbridge di quanto fosse Earlcastle.
PARTE SESTA 1170 – 1174
Capitolo 17
Kingsbridge continuava a crescere: la cattedrale era stata ultimata, il mercato si ingrandiva sempre più, erano state costruite nuove mura di cinta. Aliena conduceva il feudo mirabilmente, Richard si era definitivamente trasferito in Terrasanta, Tommy si era sposato e non era diventato costruttore, Sally già ventiquattrenne non era ancora sposata ed era diventata artista nella lavorazione del vetro. Jonathan era stato da poco eletto vicepriore e Waleran, appena chiese l’origine del ragazzo accusò Philip di fornicazione e nepotismo nei confronti di colui che credeva il figlio. A presidio del processo c’era l’arcidiacono Peter antico nemico di Philip. Fortunatamente Jonathan riuscì a scoprire dopo tanto tempo l’identità del padre: era Tom il costruttore. Ellen, ormai sessantaduenne, venne a testimoniare in difesa di Philip, ma irritata da Waleran si decise finalmente ad accusare il vescovo di falsa testimonianza sotto giuramento: parlò del padre di Jack Jackson e dei tre uomini che lo avevano ingannato e fatto impiccare, Waleran, il defunto vescovo James e il padre di William, Percey Hamleight. L’udienza fu sospesa e Peter seguito da Waleran infuriato uscì dall’aula.
Capitolo 18
I. Waleran avrebbe voluto eleggere come vescovo di Kingsbridge l’arcidiacono Peter, confidando nell’appoggio reale. Philip cercò una soluzione e decise di partire per la Francia per chiedere l’appoggio di Thomas Becket l’arcivescovo di Canterbury. Egli lo accettò con una calda accoglienza e promise che avrebbe subito scritto al papa. Thomas gli parlò dei rapporti con il re, del suo esilio in Francia e di un trattato di pace scritto dal papa che il re accettava non dando però l’assicurazione del bacio della pace. Philip parlò con Francis e i due fratelli riuscirono a far incontrare il re con l’arcivescovo. I due parlarono per ore a alla fine appianarono le proprie controversie con un abbraccio.
II. Re Enrico era furibondo con l’arcivescovo poiché continuava a intromettersi nelle questioni politiche e dal suo ritorno in Inghilterra assumeva sempre più potere. I conti e baroni con alcuni ecclesiastici fra cui Waleran pensarono di giustiziare Thomas. Si recarono a Canterbury sotto la guida di William e lo uccisero in chiesa fracassandogli il cranio sotto gli occhi di tutti i religiosi fra cui Philip. Il priore, già eletto vescovo iniziò una crociata per quello che sarebbe diventato un santo per le vie delle città inglesi. Il papa, data la vastità del movimento religioso iniziato da Philip si occupò di nominare subito Thomas Becket, un santo.
III. Philip diventò vescovo, Jonathan priore di Kingsbridge, Richard morì durante un terremoto in Siria e non avendo figli il successore fu il nipote Tommy, figlio di Aliena e Jack, che ebbe buonissime capacità amministrative come la madre. Sally, ormai ventiseienne, continuava a lavorare il vetro e si era innamorata di un giovane onesto e sensibile muratore. William Hamleight fu impiccato per l’omicidio di un santo in chiesa. Waleran che ormai era stato privato di ogni carica cercò ospitalità a Kingsbridge dove si dedicò per il resto della vita alla preghiera e alla meditazione dei gravi peccati commessi. Waleran confessò a Jack il segreto che lo perseguitava da una vita: il motivo della morte del padre. I nobili inglesi, non sopportando l’eccessiva influenza del re nei feudi pensarono di modificare la successione a loro favore uccidendo il figlio primogenito del re durante un naufragio. I colpevoli riuscirono a fuggire su una barca e l’unico a sopravvivere fu il padre di Jack che probabilmente non sapeva molto ma che avrebbe causato dei problemi in futuro. Così i tre cospiranti ricevettero larghe ricompense in cambio della morte di Jacques; naturalmente il loro peccato li perseguitò tutta la vita: il priore James non ebbe più rispetto di se stesso, Percey morì e il figlio finì sulla forca e lui Waleran era stato interrotto drasticamente nella sua carriera ecclesiastica.
IV. Il re Enrico fu giudicato per essere la causa indiretta della morte di un santo e fu costretto all’umiliazione pubblica inginocchiandosi e ricevendo cinque frustate simboliche da ogni prete presente nella cattedrale. Quando Philip ricevette in mano la frusta era felice di essere sopravvissuto a quel giorno e capì che da allora il mondo non sarebbe stato più lo stesso.
PERSONAGGI:
Philip. Philip, il protagonista della vicenda è un uomo pio, convinto e radicato negli ideali della cristianità. Generoso e protettore dei deboli diventa priore non per modestia bensì per salvare il priorato caduto in disgrazia dopo la pessima condotta del priore James. Philip è un bravissimo organizzatore delle risorse e finanze del priorato e solo grazie a lui Kingsbridge torna alla lungimiranza di un tempo. Semplice e modesto conserva il suo orgoglio e con astuzia riesce a difendersi dagli attacchi di Waleran e William. Il carattere di Philip è anche conseguente al fatto di essere stato allevato in un convento di monaci e di averne dunque seguito le orme. Philip, data la sua posizione, deve occuparsi anche di politica che con la sua scaltrezza conduce in modo egregio.
Francis. E’ il fratello di Philip, come lui cresciuto in convento dopo l’assassinio dei genitori. Dopo il noviziato però invece di restare in convento cercò lavoro presso qualche signorotto locale. Fu assunto da Robert di Glouchester e in seguito da Matilde. Alla sua morte divenne consigliere di Enrico II che diventa re.
Tom il costruttore. Tom viene presentato come un muratore molto robusto e alto da incutere quasi paura per le sue dimensioni. E’ un ottimo padre di famiglia, fedele alla moglie e premuroso nei confronti dei figli. Può essere anche considerato timorato di Dio infatti in molte occasioni prova rimorso per i peccati commessi: l’abbandono del figlio, il mancato lutto alla moglie e alcuni altri. Il suo ideale principale è la costruzione di una cattedrale. Tom ignorante in moltissimi campi può essere considerato un buon costruttore di chiese di cui conosce qualsiasi aspetto sia architettonico che artistico. Sfortunatamente non riuscirà a realizzare il suo sogno a causa di una prematura morte a causa di William.
Martha. E’ la figlia di Tom, molto sensibile attenta e curiosa come Jack a cui è affezionata più che al fratello Alfred. Proprio per questo mantiene il segreto di Jack sull’incendio della cattedrale. Martha rimarrà poi zitella tutta la vita.
Jonathan. E’ il figlio che Tom abbandonò nel bosco poco dopo che la madre morì nel darlo alla luce. E’ trovato da Francis che lo porta a St-Jhon-in-the-forest. Philip lo accoglie come fosse suo figlio e al momento del trasferimento a Kingsbridge lo porta con sé. Solo adulto viene a conoscenza della verità: il padre naturale era Tom, proprio il mastro costruttore che era sempre stato così affettuoso nei suoi confronti, fino al momento della morte.
Ellen. E’ la moglie di Tom. Ellen come in seguito si verrà a sapere è la donna che compare nel prologo piangendo per l’esecuzione di un francese. Da quell’uomo ella ebbe un bambino, Jack. Ellen è una donna molto affascinante reputata in gioventù una strega; aveva da molti anni vissuto nella foresta fino all’incontro con Tom. La donna è molto sentimentale, innamoratissima di Tom ma radicata nelle sue convinzioni anticlericali.
Jack Jackson. Jack viene presentato all’inizio del romanzo come un bambino abbastanza strano, intelligente, istruito ma imbarazzato nei rapporti con le persone. La sua caratteristica principale è la curiosità. Anche da adulto conserva questa qualità insieme ai capelli molto rossi e ai lineamenti decisi. Jack, a contatto con Tom, si interessa subito all’architettura diventando prima apprendista poi sovrintendente ai lavori e infine dopo il viaggio nel continente mastro costruttore della cattedrale di Kingsbridge. Jack per tutta la vita è tormentato dal segreto sulla morte del padre che gli verrà rivelato solo alla fine del romanzo.
Aliena. E’ la figlia dell’ex conte di Shiring. Le sue sventure sono segnate tutte dal nome di William: la morte del padre, lo stupro in tenera età che la bloccherà nei rapporti con il sesso maschile, l’incendio di tutti i suoi averi da adulta, la vita nascosta che deve condurre con l’uomo che ama e padre dei suoi figli: Jack. Aliena è presentata come una donna fin da giovane molto affascinante, voluttuosa e attraente. Il suo carattere è molto responsabile, diligente e riflessivo.
Richard. E’ il fratello minore di Aliena. Alla morte del padre era stata la sorella a badare a lui a guidarlo, a finanziarlo nelle spedizioni militari e infine ad aiutarlo nella riconquista della contea. Perfetto guerriero, aveva acquistato il suo sangue freddo uccidendo un uomo all’età di otto anni sotto ordine della sorella. Una volta spodestato William non era riuscito a governare a dovere e aveva sottratto la cava al priorato. Per scontare la pena di un omicidio è poi costretto a partire per la Terrasanta dove vi si trasferisce definitivamente. Ironia della sorte non muore in campo di battaglia bensì in un terremoto in Siria.
Tommy. E’ il figlio di Aliena e Jack, che viene considerato illegittimo, cioè non di Alfred, dati i suoi capelli rossi. Una volta cresciuto i genitori avrebbero voluto per lui un futuro di costruttore ma le sue doti erano molto scarse. Come successore dello zio conte invece riuscì in maniera stupenda seguendo il lungimirante governo della madre.
Sally. E’ la secondogenita di Jack ed Aliena. Ragazza molto affascinante come la madre a ventisei anni è ancora zitella ma alla fine del romanzo si intravede un possibile matrimonio con un intelligente muratore. Sally eredita la vena artistica da padre diventando una mastro vetraia.
William Hamleight. William assume il ruolo dell’antagonista nella vicenda. E’ un uomo cattivo, spietato, privo di scrupoli, arrogante poco intelligente e pilotato dalla madre. Nonostante il suo sangue freddo nei numerosi assassini e stupri è spaventassimo dal pensiero dell’inferno e di una punizione ultraterrena.
Waleran Bigod. E’ il vescovo di della diocesi di Shiring e il secondo antagonista del romanzo. La sua personalità è orgogliosa, arrivista, pronta a sacrificare i principi della cristianità per raggiungere i suoi obbiettivi. Alla fine, persa la carica di Vescovo e con essa le sue ricchezze si ritira nel convento di Kingsbridge. Dopo una conversione decide di raccontare la verità e di pregare e riflettere sui peccati commessi da vescovo.
Alfred il costruttore. Alfred è il terzo antagonista all’interno della vicenda. Di corporatura molto simile al padre Tom, è invece orgoglioso, sbruffone, approfittatore e bugiardo. Molto grezzo e poco intelligente è il responsabile del crollo della chiesa del padre. Sempre in lotta con Jack, più intelligente, riesce a comprare la donna amata dal fratellastro e a sposarla. Non riesce però a consumare il matrimonio. Muore per mano di Richard mentre cercava di violentare Aliena dopo tanti anni di separazione.
Remigius. E’ un altro antagonista di Philip. Al momento dell’elezione al priorato Remigius era stato candidato e oppositore di Philip reputandolo troppo giovane ed inesperto. Per tutta la vita era stato la spia di Waleran all’interno del priorato e alla fine tradisce Philip schierandosi apertamente con il nemico. Ridotto alla povertà e alla fame chiede perdono venendo accettato in convento per seguire una vita di preghiera e riflessione.
AMBIENTE SOCIALE DEI PERSONAGGI.
Gli ambienti sociali evidenziati nel romanzo sono molto differenti. Si trova infatti la maggior parte dei personaggi appartenente ad una classe medio-povera che riesce in alcuni casi a risollevarsi a classe agiata come nel caso di Aliena che dalla povertà nera attraverso il commercio della lana consegue un così buon tenore di vita da fa invidia alla nobiltà. Ken Follett evidenzia alcune scene di miseria che scaturiscono in brigantaggio nelle foreste. L’autore si mostra piuttosto critico nei confronti della classe nobile o reale con eccessivi sfarzi e convenevoli inutili; a dispetto di questa classe Follett descrive re Stefano semplice contrario allo sfarzo inutile e molto pratico. Un’altra classe descritta dall’autore è quella ecclesiastica legata nel caso di Waleran ed Henry allo sfarzo e all’arrivismo, nel caso di Philip e dell’arcivescovo Thomas Becket a ideali puramente religiosi e pii.
VISIONE DEL MONDO E DELLA SOCIETÀ
Gli ideali avanzati nel romanzo sono piuttosto semplici ed ispirati nella maggior parte dei casi da una forte religiosità che interviene in moltissimi casi nella vita quotidiana della popolazione. Ellen è costretta a lasciare Tom proprio per ordine del priorato e Jack non può vivere con la madre dei suoi figli a causa di proibizioni ecclesiastiche. Nel romanzo interviene anche il tema della caccia alla strega molto ricorrente nel medioevo. Nella vita quotidiana si avverte la paura della repressione del conte o del signorotto locale sui villaggi e le abitazioni. La presenza di una guerra in corso aumenta il clima di terrore e di disordine data l’assenza di un re che tenga a freno le ingerenze della nobiltà.
TEMATICHE.
Le tematiche all’interno del romanzo sono molte ma una delle più ricorrenti è la religiosità sentita da tutti ma in particolar modo da Philip esempio di giustizia e comportamento. Un’altra tematica affrontata da Follett è quella del perdono questa volta affrontata non solo attraverso Philip ma anche grazie a Jack. Egli infatti perdona Waleran per la morte del padre e prova quasi pietà nei suoi confronti, l’ex vescovo si mostra stupito da un tale comportamento ma anche irritato per la compassione nei suoi confronti. Affrontata in due occasione è la tematica della conversione: sia nel caso di Waleran che di Remigius. Il frate è il primo, che dopo aver tradito il priore, viene riaccostato al convento da quest’ultimo. Philip si accorge di aver conquistato l’anima di un uomo e di e di averla avvicinata a Dio. Nel caso di Waleran invece la fede era solamente mal riposta e proiettata alla carriera.
STILE DELL’AUTORE.
Lo stile dell’autore è molto semplice e scorrevole. L’utilizzo dei vocaboli nella maggior parte dei casi scelti dal linguaggio comune rende la lettura agevole a tutti i lettori. Le parti descrittive sono agili e per nulla noiose. L’utilizzo di flash-back, colpi di scena e suspence rendono il romanzo più agevole e piacevole alla lettura. Anche la scelta del periodo storico e del luogo ha molta influenza sull’interesse dei lettori attratti dalla rievocazione di alcuni accadimenti del medioevo inglese.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
La tregua
Presentazione bibliografica: La tregua; Primo Levi; edito la prima volta nel 1963 da Einaudi; edizione letta: Einaudi tascabili del 1999.
Genere dell’opera: romanzo autobiografico.
Riassunto breve dell’intreccio: in questo romanzo Levi narra il lungo viaggio di ritorno in Italia dalla prigionia nel Lager (dal 27 gen. al 19 ott.). Dalla “Buna” viene portato dai Russi “liberatori” ad Auschwitz, non più campo di concentramento ma ritrovo di superstiti nonchè infermeria, per essere curato dalla scarlattina; qui conosce nuove persone, vive nuove esperienze, finché esausto ed annoiato da giornate trascorse a letto, decide di partire per una destinazione ignota con un convoglio russo di dieci persone. Approfondisce il rapporto con uno di questi passeggeri, Mordo Nahum, un greco dai saldi e contestabili principi morali (che lui stesso ad un certo punto definirà “il mio maestro greco”), per il fatto che entrambi sono mediterranei e con la consapevolezza che si è più forti ad essere in due. Raggiungono, dopo varie settimane di viaggio il campo di Katowice e Levi nel campo degli Italiani conosce Leonardo, il medico, e Marja, l’infermiera e dopo poco tempo viene “assunto” da questa grazie all’equivoco della parola “docktor” nella traduzione e al suo nome, Primo, che casualmente corrispondeva quasi al cognome di lei: Prima. Ritrova poi un un uomo che aveva conosciuto in Lager, Cesare, intraprendente e astuto, col quale stringerà una profonda e solida amicizia. Giunge poi l’attesa notizia della fine della guerra: è l’8 maggio e mentre i Russi festeggiano l’avvenimento per l’intera settimana, nei prigionieri risorgono le speranze nel ritorno. Proprio in quei giorni però Primo si ammala di pleurite (malattia polmonare) e viene guarito da Gottlieb, dottore che poi aiuterà Levi e gli altri nel viaggio verso Odessa, la prossima meta, con le “piccole difficoltà burocratiche”. Prima di giungere qui però, il treno viene bloccato a Zmerinka, dove gli Italiani si fermano per qualche giorno, prima di riuscire ad aggregarsi a un convoglio di Italiani funzionari della Legazione italiana di Bucarest. Dopo dieci giorni viene loro consigliato di recarsi, a piedi, al campo di Staryje Doroghi, "vecchie strade". Nella "casa rossa" chiamata così per il colore dei suoi muri, il cibo non è dei migliori e tutto sommato la vita del campo è monotona, oziosa, più adatta “a una vacanza che alla vita”. Gli unici avvenimenti che scuotono questa monotonia sono l’arrivo di un cinematografo che proietta tre film e la costruzione di un piccolo teatro. Finalmente, anche se con un po’ di dispiacere, il 15 sett. 1945 gli Italiani partono per tornare a casa. Il viaggio però si rivela molto lento. Raggiunta Iasi, in Romania, le famiglie rumene si staccano dal convoglio, mentre gli Italiani continuano il faticoso viaggio attraverso la Romania, l’Ungheria, la Slovacchia, l’Austria, con una piccola deviazione a Monaco, e, finalmente, il Brennero e l’Italia. A Pescatania Cesare e Primo si dividono e Levi raggiunge Torino il 19 ottobre, ritrovando tutto e tutti in buono stato.
Tematiche:
- La tematica principale è l’esilio–160-247- e la nostalgia che ne deriva –269-301
- Il segno indelebile lasciato da questa esperienza a la paura di non riuscire a ricominciare a vivere-325
- Il popolo russo e quello tedesco –195-196-219-245-299
- I codici morali dell’uomo –184-189- e l’etica del lavoro secondo il greco –185- e secondo Cesare –212.
- Incomprensione con i russi cap. 13
- Il dolore dopo la libertà –158 (sono liberati da puerili soldati…)
- Bisogna evitare di essere uno "qualunque" –198
- Guerra è sempre –189-191
- Sentimenti verso i tedeschi 247–322
- La debolezza dei tedeschi alla sconfitta del loro Fuhrer –176-322-323
Personaggi principali:
- Primo Levi: (protagonista) fisicamente è debole e si ammala due volte (di scarlattina e pleurite), , è dotato di una grande forza interiore, è intelligente e duttile, riesce a comunicare in varie lingue, è speranzioso, solidale, non vendicativo; è antinazista e antifascista, partigiano; si salva grazie alle sue abilità e all’amicizia con Cesare e il greco.
- Cesare: fedele compagno del protagonista, vivono molte vicende insieme e sembra che il protagonista tenga molto a questo legame. Ragazzo intraprendente, abile commerciante (anche se differentemente dal greco), cerca con ogni mezzo di portare gli avvenimenti a suo favore. Propone spesso idee utili per guadagnare e per vivere “meglio”
- Il greco: compagno di viaggio di Levi, il loro rapporto non è paritario: varia “da padrone-schiavo a titolare-salariato, a maestro-discepolo, a fratello maggiore-fratello minore” e comunque non sembra che il greco abbia grande considerazione del protagonista. Preferisce dargli consigli e modelli di vita piuttosto che chiedere.
- Presenti molti personaggi secondari, citati un’ unica volta o più spesso ma senza descriverne la storia. (Charles, suo compagno nel viaggio ad Auschwitz, Hurbinek e Henek (p. 166- 167)due ragazzi “diversi” che si intendevano alla perfezione, Hanka e Jadza , le due ragazze polacche che svolgevano la funzione di infermiere, Leonardo e Marja, dottore e infermiera a Katowice, Il moro di Verona, uomo poco socievole che vive per la figlia, il Trovati, Cravero). Credo che queste descrizioni brevi, vaghe, numerose vogliano darci l’idea della pazzia dell’idea di isolare “gruppi” di persone, ognuno è diverso.
Tempo: il periodo storico durante il quale si svolge il romanzo va dal 27 gennaio 1945 al 19 ottobre dello stesso anno, periodo coincidente con la fine della seconda guerra mondiale.
Spazio:
- La Buna –162- che Levi lascia nella fase del disgelo
- Il "campo grande" (Auschwitz) –163- (edifici in mattoni, abbandono, solitudine…)
- Il campo di Katowice, (…una dozzina di baracche… il filo spinato simbolico..) –194-195
- Il treno carico della speranza del rimpatrio –238-239- 299
- Il territorio russo da selvaggio a desolato –240-178-256-263-269-270
- Il campo di Sulzk –253-254
- La casa rossa (cresciuta senz’ordine)–264-265
- Il territorio rumeno –306
- La periferia di Vienna –316- il Danubio –317- il mercato –318.
Struttura narrativa: esordio: la liberazione da parte dei russi; scioglimento: il ritorno in patria; Spannung: Durante una rappresentazione teatrale viene annunciato : “domani si parte!” P. 297
Il rapporto fabula-intreccio è di parziale parallelismo; sia il narratore che il punto di vista sono interni; la durata narrativa è creata soprattutto attraverso sommari, con brevi pause descrittive e riflessive.
Stilemi: il lessico è efficace, incisivo ; sul piano sintattico prevale la paratassi, con periodi brevi e incisivi; il registro è quotidiano con sottocodice tipico delle descrizioni personali; il ritmo narrativo è lento nella prima parte, più veloce nella seconda parte del romanzo; vi sono presenti moltissimi vocaboli ed espressioni straniere per ottenere un effetto realistico, delle differenze tra i prigionieri. anche i nomi dei paesi e delle città attraversati sono ripotati, e i loro suoni quasi impronunciabili e sconosciuti sono il segno dello smarrimento.
Messaggio: un esempio concreto per non dimenticare…
Percorso di Primo:
dalla Buna ad Auschwitz, poi a Katowice, poi verso Odessa, apiedi verso Staryje doroghi, poi Iasi e infine l’Italia!
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
Littera Gabriele
Relazione del libro:
” Il Giardino dei Ciliegi”
di Anton Cechov
Titolo: “Il giardino dei ciliegi”
Autore: Anton Cechov
Casa editrice: Einaudi (serie: collezione di teatro)
Traduzione a cura di: Gerardo Guerrieri
Note sull’autore
Anton Cechov, nasce nel 1860 e muore nel 1904, scrisse in un periodo buio, di anni tormentati per la Russia, anni che segnarono il tramonto dello zarismo.
La grandezza di Cechov, fu in realtà compresa solo dopo il 1920, in particolare grazie al regista Stanislavskji, che scrivendo la sua biografia, dedicò numerose pagine a Cechov, esortando il lettore a leggere Cechov, per comprendere la sua particolarità ed originalità.
L’originalità di Cechov, è data dall’importanza che ha il silenzio nelle sue opere, e dal fatto che le scene più importanti sono tagliate, e sta al lettore immaginare ciò che è accaduto.
Infine, ciò che mi ha reso più curioso è che Cechov, pur essendo morto nel 1904, era riuscito a capire che qualcosa stava per cambiare, qualcosa di grosso, come nell’opera “le tre sorelle”, quando un personaggio dice: “L’ora è scoccata, si avvicina per noi qualcosa di nuovo, qualcosa di grosso; si prepara una violenta bufera che spazzerà via dalla nostra società la pigrizia e l’indifferenza”.
Trama dell’opera
Il giardino dei ciliegi, è una proprietà della signora Liubov Andreieievna, che a causa di enormi debiti si trova a decidere se lottizzare il suo immenso giardino e la sua tanto amata casa, come le consiglia Lopachin, un commerciante, o se mandarlo all’asta.
Infine opta per la lottizzazione, e a malincuore lascia il suo giardino dei ciliegi.
Il testo è diviso in quattro atti, le didascalie presenti sono prevalentemente descrittive. Nelle battute vi è la prevalenza del dialogo.
I Protagonisti:
Nel testo compaiono ben quindici personaggi, dei quali almeno dodici son da considerare protagonisti, per l’ampiezza delle loro battute.
- Liubov Andreieievna Ranievskaia: proprietaria del giardino dei ciliegi, donna anziana, con le mani bucate pur essendo a conoscenza dell’enorme quantità di debiti che ha. Non vi è una descrizione fisica né psicologica, come per tutti gli altri personaggi, ma è facile intuire che la vecchiaia incomincia a renderla più debole e vulnerabile.
- Ania: figlia di Liubov, appena diciassettenne, insieme alla madre è stata per lungo tempo in Francia.
- Varia: figlia adottiva di Liubov, ma strettamente legata ad Ania, anche lei piuttosto giovane, ha, infatti, ventiquattro anni.
- Leonid Andreieievic Gaiev: fratello di Liubov, grande amante del biliardo, molte volte parla fuori luogo, e in ogni suo discorso dice qualcosa sul biliardo, ha cinquantun’anni ma si sente già molto vecchio.
- Lopachin Iermolai Alexieievic: commerciante, che ha fatto la fortuna, e come dice lui è passato dalle stalle alle stelle, ma lui stesso ammette che dentro è solo un contadino, un ignorante ed un bifolco. Da ragazzo era stato accudito da Liubov, dopo che era stato picchiato dal padre, e per questo che la considera più d’una sorella.
- Trofimov Piotor Serghieievic: studente, l’eterno studente come gli è detto, mentalmente instabile, dice di portarsi sempre una pistola con se, poiché è ancora indeciso se vivere o morire.
- Simeonov Pis’cik Boris Borisovic: proprietario terriero, confinante con il giardino di Liubov.
- Charlotta Ivanovna: governante.
- Iepichodov Siemion Pantielieievic: contabile della famiglia, molto sbadato, ma dice di averci fatto il callo.
- Duniascia: cameriera, cui Iepichodov ha chiesto la mano.
- Firs: il vecchio cameriere, colui che ha visto nascere la padrona Liubov, cui è ancora molto legato, molto anziano, anche in lui la vecchiaia si fa sentire.
- Iascia: giovane cameriere.
Altri personaggi, meno importanti sono gli ospiti, la servitù ed i ladri.
L’ambiente
Il testo è ambientato in Russia, nella fine dell’ottocento, nella proprietà di Liubov, un giardino di mille ettari, le cui scene si svolgono all’interno della casa, nel salone e nella stanza dei bambini. Per il lettore è difficile mettere a fuoco l’immagine delle stanze, infatti, gli unici elementi descrittivi sono due finestre, un tavolino ed una libreria.
Il tempo
Il testo è appunto ambientato nella fine dell’ottocento, il clima è molto rigido, ma la stagione è la primavera, testimoniato anche dalla fioritura dei ciliegi, il testo dura complessivamente due giorni.
Lo stile
Nel testo, essendo un testo teatrale, è ricca la presenza di dialoghi, il registro è costantemente formale, solo a tratti informale, un sentimento dominante non c’è, infatti, in tutte le scene vi sono dei cambiamenti d’umore da parte dei personaggi, forse il più duraturo è la felicità quando, nel primo atto, i padroni tornano a casa.
Giudizio Personale
Avendo letto diverse volte questo brano, ho capito il reale significato, in altre parole, il giardino rappresenta la vecchia Russia, il sistema zarista, che va cambiato radicalmente, ed è quindi una gran metafora.
Questo appare chiaro durante il dialogo in cui Liubov piange perché il suo giardino sarà tagliato, e Trofimov le risponde: ”Guardi che il nostro giardino è tutta la Russia”.
Forse è proprio su Trofimov che Cechov ci fa capire il suo punto di vista.
Posso affermare che questo libro, il giardino dei ciliegi, mi ha impressionato positivamente, ma non tanto per il racconto in se, ma per lo stile dell’autore che con una gran metafora è riuscito a presentare per primo uno spettacolo che come protagonista aveva la Russia in procinto di un gran cambiamento.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
La storia infinita
Recensione di Chiara Coppetti
Bastiano Baldassarre Bucci irrompe nella biblioteca di Carlo Corrado Coriandoli. L’uomo sta leggendo un libro: “La Storia Infinita”. Irresistibilmente attratto da una forza misteriosa verso il volume e in un impeto istintivo inspiegabile, Bastiano approfitta di un momento di distrazione del signor Coriandoli e afferra il libro. Fuggendo più dal suo gesto che da Coriandoli, Bastiano si rifugia nella soffitta della scuola e inizia a leggere il libro con crescente interesse. Intanto pensa alla morte di sua madre e alla freddezza di suo padre derivata dal trauma emotivo. Bastiano è infelice sia in famiglia che a scuola dove tutti lo scherniscono a causa del suo aspetto basso e grasso.
Nel Bosco Frusciante si incontrano quattro messaggeri appartenenti a diversi popoli di Fantasia, il regno in cui si svolge la storia. Tutti devono recarsi alla Torre d’Avorio al cospetto dell’Infanta Imperatrice, regina e motore di tutta Fantasia. La loro ambasciata è di pericolo: in ogni parte del regno è in corso una misteriosa distruzione che inghiotte ogni cosa lasciando al suo posto nient’altro che il vuoto.
Giunti a destinazione, però, gli ambasciatori trovano due angoscianti notizie: il fenomeno sta dilagando ovunque e l’Infanta Imperatrice non può ricevere nessuno di loro perché è gravemente malata. Al suo capezzale sono accorsi tutti i più famosi medici di Fantasia che però non sanno spiegarsi il motivo della malattia, anche se è chiaro che vi è una connessione con il Nulla che distrugge il regno. Il centauro Cairone, il più famoso medico di Fantasia, riceve dalla sovrana il compito di cercare Atreiu tra il popolo dei Pelleverde per consegnargli Auryn, l’amuleto che dà a chi lo indossa il potere dell’Infanta Imperatrice. Con somma sorpresa di Cairone, Atreiu non è che un ragazzo, fiero cacciatore e cavaliere di un piccolo destriero di nome Atrax. Dopo il disappunto, però, lo sguardo coraggioso negli occhi di Atreiu fa comprendere al centauro di trovarsi di fronte ad una persona degna in intraprendere la Grande Ricerca di una medicina per l’Infanta Imperatrice e per Fantasia. Montato sul suo destriero, Atreiu si dirige verso le Paludi della Tristezza, dove abita la Vecchissima Morla, che forse potrà aiutare il ragazzo con un consiglio. Durante l’attraversamento di quel luogo incantato, il cavallo di Atreiu, cui non è concessa la protezione di Auryn, viene assalito dalla tristezza e dalla disillusione e si lascia morire nel fango. A piedi, Atreiu giunge alla montagna di corno di Morla, che però si dichiara troppo vecchia e stanca per voler salvare Fantasia o l’Infanta Imperatrice. Atreiu insiste, fa valere il suo potere e alla fine riceve l’indirizzo verso l’Oracolo Meridionale, all’estremo confine sud di Fantasia.
Atreiu riprende il cammino e giunge nelle Montagne Morte, presso il Profondo Abisso. Intanto, poco lontano, in Fantasia si era aperta una macchi8a nera che, rizzatosi su due zampe, aveva fiutato l’aria e si era lanciato all’inseguimento di Atreiu seguendone l’odore. Ad ogni passo i suoi contorni si delineavano in modo sempre più definito: era un lupo.
Ignaro di tutto ciò Atreiu continua il suo cammino costeggiando l’Abisso rammentando un antico canto dei Pelleverde che narra di un mostro: Ygramul, detto Le Molte. Ad un certo punto Ygramul si presenta di fronte ai suoi occhi ed egli capisce come mai è detto Le Molte: si tratta di uno sciame di insetti velenosi. In quel momento Ygramul ha intrappolato un Drago della Fortuna nella sua rete vischiosa e lo sta colpendo con il suo veleno. Coraggiosamente Atreiu si avvicina al mostro, tenendo in vista l’insegna dell'Infanta Imperatrice, e ordina a Le Molte di lasciare libero il drago affinché egli possa utilizzarlo come cavalcatura. E’ nel diritto di Ygramul, però, rifiutarsi di ubbidire, perché l’Infanta Imperatrice non governa comandando. Però lo sciame si offre lo stesso di aiutare l’eroe: il veleno di Ygramul, infatti, è mortale ma dà il potere di trasportarsi a volontà in qualsiasi luogo si desideri. Atreiu esita, ma deve pensare alla sua missione più che a se stesso e alla fine acconsente a farsi pungere da Le Molte. Atreiu si ritrova così in un deserto. Accanto a lui c’è Fucur, il Drago della Fortuna, che aveva udito il segreto del veleno e aveva deciso di seguire il ragazzo. I due però sono sotto l’effetto del veleno e svengono.
Atreiu si risveglia nella grotta dei Bisolitari, due gnomi che avevano curato dal veleno sia lui che Fucur. Enghivuc, uno dei bisolitari, illustra ad Atreiu le tre prove che egli deve superare prima di trovarsi di fronte all’Oracolo Meridionale. Si tratta di tre porte. La prima è quella del Grande Enigma guardata da due sfingi: se le sfingi chiudono gli occhi il pellegrino può passare, ma se egli si trova ad incrociare lo sguardo delle due creature vi resta intrappolato per sempre perché per liberarsi dovrebbe risolvere tutti gli enigmi dell’Universo che le Sfingi si trasmettono. La seconda porta appare solo una volta superata la prima ed è la Porta dello Specchio Magico. Non si tratta di una porta come le altre, ma è necessario passare attraverso uno specchio che riflette l’immagine interna di colui che vi si affaccia. E’ una prova molto difficile perché non tutti sono sopravvissuti alla vista del loro io interiore. La terza porta, a detta dello gnomo, è possibile da oltrepassare solo dimenticando di volerlo fare.
Atreiu tenta la sorte e passa ad occhi chiusi dalla porta delle Sfingi. Lo attraversa un senso di pesantezza e spossatezza ed è tentato di fermarsi, ma alla fine le Sfingi chiudono gli occhi e lasciano passare il ragazzo. Atreiu si trova così di fronte allo specchio incantano: vi guarda attentamente dentro, ma non vede altro che un bambino basso e grasso che legge un libro. Bastiano ha un fremito: la descrizione è identica a lui, ma nel libro egli non può essere menzionato. Continua così non senza turbamento la lettura.
Atreiu passa attraverso la misteriosa immagine senza difficoltà e una volta oltrepassato lo specchio non ricorda più nulla. La terza porta è così automaticamente aperta. Di fronte al ragazzo si apre la Selva delle Colonne, dentro la quale aleggia una misteriosa voce che gli si rivolge gentilmente parlando in versi. E’ Uyulala: l’Oracolo Meridionale. Parlandosi in versi Atreiu e Uyulala si interrogano sulla rispettiva identità e l’Oracolo risponde alla domanda di Atreiu. Occorre un essere umano che inventi un nuovo nome per l’Infanta Imperatrice, ma nessun essere di Fantasia può oltrepassare i confini del regno per portare un uomo dalla Regina. E’ necessario che un Figlio d’Adamo venga spontaneamente in Fantasia.
Fucur e Atreiu volano verso la Torre d’Avorio, ma si imbattono nei venti che, litigando, sbalzano il ragazzo dalla groppa del drago e fanno cadere Auryn in mare. Atreiu viene sbalzato su un’isola nella Terra della Mala Genia. Camminando giunge ad una città, la Città dei Fantasmi, e viene attratto dal Nulla che sta facendo scomparire la regione. Solo grazie alla sua forza di volontà, e benché non sia protetto da Auryn che ha perso, egli riesce a fuggire da quella potente forza distruttrice. Nella città dei Fantasmi incontra Mork, un lupo mannaro incatenato dalla principessa Maya con una catena magica. Mork non è un abitante di Fantasia e non è un Figlio d’Adamo, bensì uno strano misto di entrambe le componenti. La sua missione era di uccidere Atreiu, ma egli non sa che quello che gli sta di fronte era proprio la sua vittima predestinata. Parlando sempre ignorando la reciproca identità, il Lupo spiega ad Atreiu il legame che unisce il Mondo degli uomini a Fantasia. Ogni essere fantastico inghiottito dal Nulla diventa una Menzogna nel Paese dei Figli d’Adamo e gli uomini, tanto più si attaccano alle menzogne tanto più si allontanano da Fantasia. Si crea così un circolo vizioso che autoalimenta la distruzione di entrambi i Regni. Mork muore di fame- da tanto tempo ormai Maya l’aveva intrappolato- e, mentre Atreiu osserva da vicino la strana creature, l’odio che era radicato nell’animale esplode anche dopo la morte. Il Lupo serra le sue mascelle attorno alla gamba di Atreiu e invano egli cerca di staccare i denti di Mork. Atreiu non sa che la morsa è l’unica cosa che gli impedisce di essere risucchiato dal Nulla che avanza. Intanto Fucur sorvola le acque alla ricerca di Atreiu, quando scorge un luccichio sott’acqua. Si tuffa e riporta alla luce Auryn, l’insegna dell’Infanta Imperatrice. Quando il Drago trova Atreiu il Nulla si è ormai stretto attorno al luogo di prigionia di Mork: mentre Fucur tenta di liberare Atreiu, Auryn sfiora accidentalmente la fronte del cadavere del Lupo. Il potere dell’Infanta Imperatrice scioglie il potere malvagio di Mork e libera Atreiu. Il risucchio del Nulla è fortissimo e risucchia il ragazzo nel suo vortice schiarendo lentamente la sua pelle fino a farla diventare quasi trasparente. Solo la tempestività di Fucur salva il ragazzo. Lentamente i due raggiungono la Torre d’Avorio rimasta deserta e semidistrutta dal Nulla. L’Infanta Imperatrice è ancora nel Padiglione della Magnolia e aspetta Atreiu. Spossato dalla stanchezza Atreiu si trascina fino al Padiglione della Magnolia. Quando il ragazzo si trova al cospetto della Sovrana dei Desideri Bastiano ha come un flash nella mente in cui vede l’Imperatrice, avvolta dal suo malato pallore e subito immagina per lei un nome: Fiordiluna.
Atreiu è costernato: secondo lui non c’è nessuna speranza che un Figlio dell’Uomo possa venire a salvare Fantasia, ma l’Infanta Imperatrice lo smentisce dolcemente. Atreiu ha già coinvolto un essere umano con le sue avventure. Bastiano esita. L’Infanta Imperatrice dice che a costui basterebbe pronunciare ad alta voce il nome che ha già pensato e si avrebbe un nuovo inizio, una nuova rinascita. Bastiano tace: pensa che trovarsi di fronte alla regina con il suo misero aspetto sarebbe una cosa terribile. Immagina che il nome che aveva pensato poteva anche non essere quello giusto. La sovrana e Atreiu attendono invano: non accade nulla. L’Infanta Imperatrice si alza dal trono e dice ad Atreiu di riposare. Subito il ragazzo cade in un torpore profondo. La sovrana ha deciso di recarsi dal Vecchio della Montagna Vagante, colui che scrive ogni cosa che accade in Fantasia, perché solo così il predestinato Figlio d’Adamo sarà costretto ad intervenire per salvare Fantasia.
Occhi d’Oro (altro nome dell’Infanta Imperatrice) sale su una portantina mossa solo dal suo potere e inizia un lungo viaggio attraverso Fantasia devastata dal Nulla. Attraverso le Montagne del Destino giunge al luogo dove vive il Vecchio della Montagna vagante: un uovo di pietra. Mentre sale la scala che conduce all’uovo il Vecchio tenta in ogni modo di farla tornare indietro. Nel momento esatto in cui la regina entra nell’uovo esso si richiude pesantemente dietro di lei. I due iniziano a parlare mentre il vecchio scrive tutto ciò che accade. L’Infanta Imperatrice chiede al Vecchio di iniziare a raccontare la Storia Infinita dall’inizio. Egli tenta di convincerla che si tratta di una pazzia, perché riprendendo a raccontare la storia dall’inizio non esisterebbe più una fine e tutto si ripeterebbe all’infinito. Bastiano è invaso da un terribile torpore. Sente la voce del Vecchio della Montagna Vagante risuonare dentro le sue orecchie e anche smettendo di leggere questo stato non diminuisce, anzi: aumenta. In un impeto di disperazione urla “Fiordiluna, vengo!”
Bastiano si trova immerso nel buio e vagante nel vuoto. Chiama ancora l’Infanta Imperatrice con il suo nuovo nome e la sente ridere accanto a lui. La regina gli mette in mano un granello di sabbia- tutto ciò che è rimasto di Fantasia- e gli lascia Auryn. Bastiano è diventato bello come un principe orientale. Dietro all’insegna di Fiordiluna c’è una scritta: “Fà ciò che vuoi.” Ella è la Sovrana dei Desideri e, attraverso Auryn, esaudirà tutti quelli di Bastiano. Solo attraverso i suoi desideri può avvenire la completa ricostruzione di Fantasia.
Bastiano inizia ad esprimere i suoi sogni. Sorge così Perelun, il deserto notturno, che all’alba viene sostituito da Goab, il deserto colorato. Qui Bastiano incontra la Morte Multicolore, un leone gigantesco che lo ospita nel suo palazzo. I due diventano amici e il leone gli dona una spada magica, Sikanda, che ha la particolarità di decidere autonomamente quando uscire dal fodero. Graograman, la morte multicolore, consiglia Bastiano e lo indirizza verso il Tempio delle Mille Porte. Questo tempio è costituito da infinite stanze ed è possibile uscire solo una volta deciso quello che si vuole. Dopo un primo smarrimento Bastiano si rende conto che il suo desiderio più profondo è quello di trovare un amico: Atreiu. Oltrepassata una porta Bastiano si trova in una prateria dove incontra alcuni cavalieri diretti ad Amargantra, dov’è stato indetto un torneo. I vincitori partiranno alla ricerca del Salvatore di Fantasia che tempo addietro aveva dato all’Infanta Imperatrice il nuovo nome di Fiordiluna. Il ragazzo decide di non rivelare la sua identità, vince il torneo, ma non fa tempo a dire il suo nome, perché Atreiu, che presiede la giuria, l’ha riconosciuto. Attraverso le sue favole Bastiano continua a ricreare Fantasia, ma Atreiu e Fucur si rendono presto conto che ad ogni desiderio che esprime Bastiano perde un ricordo legato al Regno del Di Fuori. La potenza di Auryn ha reso Bastiano superbo e arrogante, così il ragazzo non ascolta i moniti degli amici e legge il loro interessamento come un tentativo di sottrargli l’amuleto. Con un lungo corteo di ammiratori Bastiano si sta dirigendo verso la Torre d’Avorio dove spera di incontrare l’Infanta Imperatrice, ma durante il viaggio la carovana viene aggredita da soldati corazzati che catturano Icrione, Isbaldo e Adorno, tre cavalieri compagni di Bastiano. Insieme ad Atreiu, il ragazzo si introduce nel palazzo denominato aMano che Vede, dove i cavalieri sono stati portati. Questo è il palazzo di una maga: Xayde. Bastiano sconfigge facilmente il suo esercito, ma Atreiu si rende conto che si tratta di una trappola: Xayde non mirava infatti a sconfiggerli, ma ad aggregarsi a loro. Bastiano non ascolta l’amico e perdona la maga ammettendola tra il suo corteo di seguaci. Procedendo nel viaggio si trovano a passare accanto al Monastero delle Stelle. Bastiano desidera essere considerato un saggio e si reca dai Tre Meditanti. I tre saggi vogliono sapere cos’è Fantasia e Bastiano spiega loro che si tratta di un libro posto nella soffitta di una scuola. Uscito poi all’aperto fa splendere Al’ Tsahir e, illuminando la volta celeste, tutti vedono il soffitto del solaio. L’anello si sgretola nelle mani di Bastiano, ma egli è soddisfatto perché ha potuto dimostrare a tutti la sua saggezza.
Nel frattempo Xayde sta insinuando il dubbio nella mente di Bastiano e lo sta mettendo contro Atreiu. Il convincimento è tale che il ragazzo allontana l’amico da sé. Giungono alla Torre d’Avorio, ma la trovano deserta. Bastiano decide così di nominarsi Imperatore, ma il giorno dell’incoronazione Bastiano e una schiera di maghi assaltano la Torre. Durante il sanguinoso combattimento Atreiu raggiunge Bastiano e gli intima di consegnargli Auryn. Sikanda non esce dal fodero, ma Bastiano è fortissimo e riesce ad estrarre ugualmente la spada. Ferisce Atreiu al petto e Fucur arriva giusto in tempo per portare via l’eroe. Bastiano si lancia all’inseguimento di quello che reputa un traditore. Xayde muore nel tentativo di impedire a Bastiano di allontanarsi dalla torre. Nel frattempo il ragazzo è giunto in una strana città dove tutti sembrano immersi in una sorta di meditazione. Argax, una scimmia che pare la custode di quella città, spiega a Bastiano che tutti coloro che hanno portato Auryn hanno prima o poi desiderato di diventare Imperatori. Una volta realizzato il loro desiderio, hanno perso ogni ricordo di se stessi e ora vagano in quella città: la Città degli Imperatori. Solo allora Bastiano si rende conto della sua sprovvedutezza e capisce perché Atreiu ha voluto interrompere l’incoronazione. Il ragazzo seppellisce Sikanda e decreta che mai più dovrà essere usata contro la sua volontà e per di più contro un amico. Poi procede e si trova nella Casa che Muta, dove Donna Aiuola lo fa tornare bambino. Attraverso questo periodo Bastiano capisce che ora il suo desiderio è quello di ritornare nel suo mondo, ma sta lentamente perdendo ogni ricordo. Proseguendo il cammino Bastiano si trova nella miniera delle immagini di Yor dove il minatore cieco estrae delle lastre di vetro dove sono impresse le immagini dei ricordi perduti. Bastiano cerca a lungo fino a quando trova una lastra con impressa l’immagine di un uomo. L’uomo è suo padre, ma egli ha perso ogni ricordo. Quella figura però gli smuove qualcosa e Yor gli dice di portarla nella Fonte della Vita. Solo il ricordo di una persona cara nel Regno del Di Fuori, infatti, può rendere possibile il passaggio. Durante il viaggio, però, Bastiano incontra gli Uzzolini, infelici per la loro attuale situazione, che gli chiedono di ritornare Acuirai. Infuriati dalla risposta negativa di Bastiano, che non ricorda neppure il suo nome, gli esseri con il loro chiasso rompono la lastra e Bastiano si ritrova solo e senza alcuna speranza di salvezza. Improvvisamente, però, si trova davanti Atreiu. La sua ferita è guarita e l’eroe guarda l’amico con un senso di dolce compassione. Fucur e Atreiu portano Bastiano alla Fonte senza Vita. La Fonte è racchiusa all’interno di due serpenti che si mordono la coda formando un anello: è il simbolo dell’Infanta Imperatrice. Purtroppo, però, non è possibile che Bastiano passi prima di aver completato tutte le storie che aveva lasciato in sospeso in Fantasia. Il ragazzo si lamenta: nessuno sarebbe mai capace di un’impresa simile, ma Atreiu lo interrompe. Lui e Fucur andranno per il regno a compiere l’impresa. Infinitamente grato all’amico Bastiano si immerge nella fonte e si ritrova ancora nella soffitta della scuola. A casa il padre è preoccupato, perché il figlio manca ormai da una settimana. Bastiano deve andare a fare una cosa, però: il libro del signor Coriandoli è sparito. Il ragazzo si reca nella biblioteca e racconta tutta la storia all’uomo che lo ascolta con estremo interesse; poi mostra a Bastiano “La Storia Infinita”. Poi spiega al ragazzo che anche lui, tempo addietro, era entrato in Fantasia e aveva dato un nuovo nome all’Infanta Imperatrice. Poi il ragazzo e il padre vanno via dalla biblioteca. Mentre si allontanano Coriandoli guarda Bastiano e dice che lui sarà uno di quelli che indicheranno a molti la strada per Fantasia.
Bastiano Baldassarre Bucci_ E’ il protagonista e spettatore del libro. La sua passione per la lettura si rivela anche dall'atteggiamento di concentrazione e al modo con cui si prepara alla lettura, come se si stesse predisponendo ad un rito. Nella prima sezione assiste alle avventure di Atreiu per poi entrare nel libro per salvare Fantasia incontrandosi poi con i protagonisti. Sognatore e impacciato nella prima sezione diventa poi anche troppo spigliato e sicuro di sé in Fantasia e questo rischia di portare al disastro. La perdita dei ricordi sta a significare che immergendosi in mondi fantastici si rischia di perdere ogni contatto con la realtà. Il nome Bastiano significa fortezza che salva, infatti Bastiano è il salvatore di Fantasia. Ancora in ambito Biblico Baldassarre significa colui che sottrae, infatti Bastiano, prima ruba “La Storia Infinita” e poi tenterà di impossessarsi del trono dell’Infanta Imperatrice.
Carlo Corrado Coriandoli_ E’ il proprietario della biblioteca in cui Bastiano trova “La Storia Infinita”. Anch’egli è stato in Fantasia un tempo per dare un nuovo nome all’Infanta Imperatrice.
Infanta Imperatrice_ Occhi d’Oro, Sovrana dei Desideri e poi Fiordiluna è la sovrana di Fantasia. Confida in Atreiu e in Bastiano per salvare il suo impero, ma non è propriamente una figura positiva perché poi abbandona il suo salvatore in una trappola che per poco non lo conduce alla pazzia della Città degli Imperatori. Infans in latino significa anche poco eloquente: nel romanzo l’Infanta Imperatrice non solo parla pochissimo, ma ha la particolarità di non spiegare mai le sue decisioni. Lo stesso Atreiu ad un certo punto si sente inutile di fronte alle sibilline e spiazzanti risposte della sovrana. Come per altri personaggi, l’aspetto inganna, perché benché bellissima non si rivela positiva come saremmo portati a pensare.
Padre di Bastiano_ E’ il personaggio per il quale Bastiano esce da Fantasia con l’acqua della vita. Solo dopo aver ritrovato il suo ricordo il figlio ha un motivo per tornare nella realtà. Il significato di ciò può essere che il senso di immaginare una storia può essere soltanto quello di raccontarla a qualcuno. In qualche modo questo concetto è ripreso anche da A. Baricco nel suo romanzo “Novecento” (« non sei mai veramente fregato se hai da parte una bella storia e qualcuno a cui raccontarla »)
Atreiu_ E’ l’eroe del popolo dei Pelleverde. Coraggioso, intrepido e intelligente ha il compito di condurre il Figlio dell’Uomo davanti all’Infanta Imperatrice. A volte è riflessivo, mentre altre agisce più d’impulso affidandosi alla guida di Auryn. Crede profondamente nell’amicizia tanto da voler salvare Bastiano anche contro il suo volere.
Cairone_ E’ il centauro cui l’Infanta Imperatrice malata dà il compito di portare Auryn ad Atreiu. Egli giudica il ragazzo dall’aspetto e cade nello sconforto trovandosi di fronte un bambino, ma poi sa indagare nel profondo scoprendovi un eroe.
Artax_ E’ la prima vittima della Grande Ricerca di Atreiu. Il suo cavallo infatti, non protetto dal potere di Auryn, muore nella Palude della Tristezza. Animale dotato della parola, è affezionato al suo padrone, ma anche orgoglioso. Infatti prega Atreiu di allontanarsi dal luogo che sarà la sua tomba per non far vedere al padrone la sua morte.
Morla_ Vive nella Montagna di Corno della Palude della Tristezza, o meglio è la Montagna di Corno. La solitudine l’ha resa eccentrica, parla solo rivolgendosi a se stessa, e aiuta Atreiu solo mossa dal suo desiderio di tranquillità. La morte dell’Infanta Imperatrice e di tutta Fantasia non la toccherebbe minimamente, perché essa rappresenta la solitudine e la stanchezza di vivere.
Ygramul_ Detto anche Le Molte è uno sciame di insetti velenosi che vive nelle Montagne Morte presso il Profondo Abisso. A modo suo aiuta Atreiu inchinandosi di fronte all’insegna dell’Infanta Imperatrice. Benché di aspetto terrificante, si può definire un personaggio abbastanza ben disposto verso Atreiu. In un certo senso può significare che a volte per ottenere il bene bisogna passare attraverso il male.
Fucur_ E’ il drago bianco della fortuna che Atreiu trova in balia del veleno di Ygramul e che seguirà l’eroe per il resto del libro. E’ ottimista e fedele ad Atreiu; particolare è il suo modo di volare ondulato e leggero e il suo canto. In latino fucus significa colore rosso e bellezza trasparente, due termini che ricordano da vicino l’aspetto del drago della fortuna.
I Bisolitari_ Sono due gnomi, Urgula e Enghivuc rispettivamente guaritrice e studioso dell’Oracolo Meridionale. Aiutano Atreiu guarendolo dal veleno delle Molte e indicandogli la via per l’Oracolo.
Uyulala_ L’Oracolo Meridionale parla ed ascolta esclusivamente in versi rimati. E’ costituita da sola voce e vive nella Selva delle Colonne dietro la Porta Senza Chiave. La sua parlata in rima crea un’aura magica che richiama in modo abbastanza esplicito personaggi della mitologia classica come la Sibilla Virgiliana.
Giganti del Vento_ Lirr (vento del Nord), Sirik (vento del Sud), Indo (vento dell’Est) e Maestril (vento dell’Ovest) sono volenterosi di aiutare Atreiu, ma anche talmente stupidi da non riuscire a smettere di litigare. Gli ultimi due hanno un nome che ricorda quello di venti esistenti (Indo e Maestrale).
Mork_ Lupo Mannaro che dà la caccia ad Atreiu e che l’eroe trova incatenato nella Città dei Fantasmi del Paese della Mala Genia. Appartiene sia al Regno del di Fuori, sia a Fantasia, ma allo stesso modo non è abitante di nessuno dei due. Ha l’incarico di lasciar compiere la distruzione di Fantasia con il conseguente sgretolamento del mondo degli uomini, quindi è avverso ad entrambe le realtà.
Maya_ E’ la Principessa delle Tenebre che salva Atreiu pur senza conoscerlo incatenando Mork con una catena magica. Si getta nel Nulla con tutta la sua corte perché sa che in ogni caso sarà costretta dal suo potere distruttore a gettarvisi successivamente. E’ quindi un personaggio disilluso che affronta passivamente la sua sorte senza avere fiducia in una possibilità di salvezza.
Vecchio della Montagna Vagante_ E’ il redattore della Storia Infinita. Vive in un uovo su cui, però, solo un Figlio dell’Uomo ha il potere. Cerca di dissuadere l’Infanta Imperatrice dall’incontrarlo perché sa che il loro incontro, senza un intervento esterno, provocherebbe la Morte Infinita, l’eterna ripetizione ciclica del libro. Come dire che l’incontro con i personaggi di un libro può avvenire per tutti tranne che per l’autore. Non è fiducioso verso un Figlio d’Adamo come l’Infanta Imperatrice e quindi non vorrebbe entrare in quel circolo che provoca l’Eterna Ripetizione.
Graograman_ E’ il primo dei personaggi della nuova Fantasia. E’ chiamato anche la Morte Multicolore perché vive, o meglio è, un deserto colorato. Ha l’aspetto di un leone gigantesco e vive in un palazzo. Ogni notte si trasforma in pietra, perché il suo deserto viene inghiottito da Perelun, il bosco notturno. Dona a Bastiano la spada magica Silkanda e gli insegna la strada per il Tempio delle Mille Porte.
L’Eroe Inrico_ E’ uno dei cavalieri che si recano al torneo di Amarganta. Il suo scopo non è tanto quello di cercare e proteggere il misterioso salvatore di Fantasia, ma quello di conquistare il cuore della principessa Oglamar. Sconfitto da Bastiano, si lancerà al salvataggio della Principessa che Bastiano fa rapire da un misterioso drago di sua creazione.
Oglamar_ Principessa figlia del re di Linn, è altezzosa ed esigente. Dopo essere stata liberata da Inrico verrà rifiutata da lui.
Smarg_ E’ il drago che viene creato da Bastiano allo scopo di dare a Inrico un modo per riscattarsi dalla sconfitta nel torneo.
Querquobad_ Il Vegliardo d’Argento è colui che indice il torneo di Amarganta.
Icrione, Isbaldo, Idorno_ Sono tre dei cavalieri che partecipano al torneo di Amarganta e che poi seguiranno Bastiano e Atreiu verso la Torre d’Avorio.
Iaia_ Mula che farà da cavalcatura per molto tempo a Bastiano, fino a quando, indotto da Xayde, Bastiano la indirizzerà verso un luogo dove troverà un compagno.
Achirai_ Sono vermi che intrecciano filigrane d’argento durante la notte e che piangono il loro aspetto esteriore. Bastiano li tramuta negli Uzzolini, i Sempre Ridenti. Essi però non saranno contenti della loro trasformazione e vorranno ritornare i brutti ed infelici vermi quando ormai Bastiano avrà perso poteri ed identità. Rappresentano la sciocca insoddisfazione.
Xayde_ E’ la maga della Mano che Vede. Tenta di utilizzare Bastiano per prendere il potere in Fantasia, ma il suo piano fallirà a causa di Atreiu. Sarà uccisa dai suoi stessi soldati su cui aveva perso ogni potere.
Illuan_ Ginn azzurro che diventa la guardia del corpo di Bastiano e che cade sul campo durante la Battaglia della Torre d’Avorio nel tentativo di salvare dall’incendio la Catena magica Ghemmal.
I Meditanti_ Sono Ushtu (madre dell’intuizione), Scirkri (padre della visione) e Ysipu (figlio dell’intelligenza) e vivono nel Monastero delle Stelle. Desiderano conoscere da Bastiano l’essenza di Fantasia.
Argax_ E’ la scimmia che controlla la Città degli Imperatori e che apre gli occhi a Bastano sulla sorte che gli sarebbe toccata se non fosse stato per Atreiu.
Donna Aiuola_ E’ la donna-pianta che opera la trasformazione di Bastiano in una persona più buona di quella che era diventata a causa di Xayde.
Yor_ Minatore cieco di immagini su lastre di sottilissimo vetro. Il suo lavoro è disseppellire i ricordi perduti.
Biblioteca_ E’ la libreria di Coriandoli in cui Bastiano, capitato lì per caso, vede “La Storia Infinita” e decide di rubare il libro.
Soffitta della scuola_ Dopo aver rubato il libro Bastiano vi ci si rifugia e inizia a leggere. E’ un luogo in cui Bastiano si chiude lasciando il mondo alle sue spalle e, quindi, sfuggendo alla realtà attraverso la lettura.
Bosco Frusciante_ E’ il luogo in cui si apre la scena in Fantasia. Lì si incontrano alcuni messaggeri che stanno viaggiando verso la Torre d’Avorio. Si chiama così perché si può ascoltare la crescita delle piante come se fosse una melodia.
Torre d’Avorio_ E’ il palazzo dell’Infanta Imperatrice attorno al quale ruota, non solo moralmente ma proprio fisicamente, l’intera Fantasia. E’ teatro di sofferenza, attesa e battaglia: lì non viene vissuto nessun momento positivo e questo si allinea con la figura ambigua dell’Infanta Imperatrice.
Padiglione della Magnolia_ E’ la parte sommitale della Torre d’Avorio nella quale l’Infanta Imperatrice risiede come in un trono. Durante le notti di luna la magnolia Katsura si apre e al suo interno Fiordiluna osserva impassibile il suo regno.
Mare Erboso_ E’ la patria di Atreiu nel quale vive il popolo del Pelleverde. L’eroe sogna spesso i bisonti che lì cacciava, ma non tornerà più tra la sua gente. I ricorrenti sogni del ragazzo denotano la sua nostalgia e la sofferenza che gli provoca la lontananza dalla sua terra. Cairone, al contrario, sarà ammaliato dall’ospitalità dei Pelleverde e vi si tratterrà per sempre.
Montagne d’Argento_ Rappresentano semplicemente ciò che separava Atreiu dalla sua missione. Oltrepassate queste inizia la Grande Ricerca.
Terra degli Alberi Cantanti_ Così come il Tempio di Muamat, è un luogo in cui Atreiu non trova risposte. Qui la sua ricerca si dimostra vana.
Paludi della Tristezza_ E’ il luogo dove Artax, il cavallo di Atreiu, viene vinto più che dal territorio dall’alone mesto che circonda la palude. Auryn protegge l’eroe e gli impedisce di lasciarsi andare e affondare nel fango. Qui trova la Vecchissima Morla che, pur a controvoglia, indirizza Atreiu verso l’Oracolo Meridionale.
Montagne della Morte e Profondo Abisso_ Sono la dimora di Ygramul e il luogo in cui Atreiu incontra Fucur.
Deserto di Pietra_ E’ il luogo in cui risiede Uyulala. Qui ci sono le tre porte che costituiscono le prove per poter parlare con l’oracolo. La Porta del Grande Enigma è quella alla guardia del quale ci sono le due sfingi che, guardandosi negli occhi, si comunicano tutti i misteri della realtà. Solo la clemenza delle Sfingi permette ad Atreiu di oltrepassare la porta invece di rimanervi intrappolato e schiavo dei misteri che i due esseri si trasmettono. Questa parte è di stampo mitologico, perché rimanda al mito greco di Edipo e la Sfinge. Nella Porta dello Specchio Magico ciascuno vede il profondo di se stesso. Il fatto che Atreiu vi veda riflesso Bastiano indica come la loro futura amicizia sia già predestinata e come i due siano complementari. Si tratta quindi di un presagio. La Porta Senza Chiave si supera senza difficoltà: essa si apre solamente se non si desidera oltrepassarla, ma passando attraverso lo specchio magico Atreiu dimentica lo scopo della sua visita. Dietro la terza porta c’è la dimora dell’Oracolo: la Selva delle Colonne dove la voce di Uyulala rimbomba e si sposta con il suo canto sommesso.
Paese della Mala Genia_ E’ significativo come nel Paese della Mala Genia Atreiu trovi Mork, l’essere deciso ad ucciderlo.
Montagne del Destino_ Sono montagne ghiacciate che l’Infanta Imperatrice attraversa per recarsi dal Vecchio della Montagna Vagante. Qui vivono degli esseri che sono convinti di essere i soli viventi esistenti. Come dire non solo che il destino è freddo, ma che chi si affida completamente ad esso perde ogni contatto con la realtà.
Perelun_ E’ un bosco che cresce di notte per poi essere inghiottito dal deserto al sorgere del Sole. E’ creato dal primo desiderio di Bastiano.
Goab_ Il deserto colorato è quello che al mattino prende il posto di Perelun. Qui risiede Graograman, la Morte Multicolore.
Tempio delle Mille Porte_ Per orientarsi all’interno del tempio Bastiano si deve rendere conto di ciò che veramente desidera: un amico, ossia Atreiu. Senza la consapevolezza dei propri desideri il risultato è solo lo smarrimento.
Amarganta_ Città costruita in filigrana d’argento e si trova in riva a Muru, il lago delle lacrime le cui acque dissolvono tutto con cui vengono a contatto. Qui Atreiu presiede il torneo che dovrebbe scegliere le guardie del corpo di Bastiano.
Biblioteca di Amarganta_ E’ un luogo creato da un racconto di Bastiano in cui sono raccolti tutti i suoi racconti. A chiudere la porta della biblioteca c’è l’anello Al’ Tashir, che diviene di proprietà di Bastiano.
Horok_ Detto anche la Mano che Vede, è il palazzo di Xayde nel quale vengono tenuti prigionieri Isbaldo, Icrione e Idorno allo scopo di creare un’esca per Bastiano. Il palazzo è circondato dal Giardino di Oglais, formato da orchidee carnivore.
Monastero delle Stelle di Ghigam_ E’ il monastero in cui Bastiano, facendo splendere Al’ Tashir, mostra ai tre meditanti il mondo del di fuori, ossia la soffitta della scuola.
Città degli Imperatori_ Tutti coloro che hanno portato Auryn hanno desiderato di diventare imperatori e hanno perso la loro identità e i loro desideri. Vivono perciò nella follia in questa città. Bastiano vi giunge tentando di inseguire Atreiu e vi trova la redenzione e la consapevolezza del suo errore.
Mare delle Nebbie_ Attraversandolo Bastiano si lascia alle spalle i suoi sogni di grandezza.
Casa che Muta_ In questa casa con Donna-Aiuola Bastiano ritorna bambino per poter capire veramente qual è il suo desiderio più profondo, ossia quello di ritornare nel Regno Esterno.
Miniera delle Immagini_ Qui, in silenzio, Bastiano cerca nell’oscurità della miniera tra tutti i ricordi perduti quello che gli potrà permettere di bere l’acqua della vita: suo padre. L’idea dello scavo e della discesa nel cuore della terra per ritrovare il padre ha radici Virgiliane: nell’Eneide infatti Enea discende negli inferi per rivedere il padre Anchise.
Fonte dell’Acqua della Vita_ Racchiusa nel simbolo di Auryn, è la Fonte dell’acqua che permette a Bastiano di ricordare il suo passato e di compiere il viaggio verso il Mondo del di Fuori. Questo aspetto dell’acqua come portatrice di vita ha radici chiaramente Cristiane, in cui il Battesimo inizia ad una nuova vita. Nell’antichità il Battesimo avveniva con le stesse modalità con cui Bastiano si immerge nella fonte: con l’entrata da un lato e l’uscita da quello opposto.
Il Nulla_ Più che un luogo è un non-luogo. E’ un’entità che avanza distruggendo sia la materia che il ricordo di Fantasia. Quando Atreiu torna dall’Oracolo Meridionale trova le due Sfingi distrutte e ricoperte da uno strato di muschio, come se non fossero mai esistite (ne cancella, quindi, anche il ricordo). Esteticamente il Nulla non ha aspetto: chi tenta di guardarlo ha l’impressione di essere diventato cieco. Esercita una potente forza di attrazione cui solo una ferrea volontà come quella di Atreiu può contrastare. Il vuoto non solo rende ciechi cancellando ogni ricordo, ma si allarga a macchia d’olio fino a distruggere ogni cosa.
Similmente nella seconda parte del romanzo Bastiano aveva salvato l’Infanta Imperatrice dal Nulla, ma lei tenta di distruggerlo con la stessa arma. In preda al potere di Auryn egli rischia di perdere ogni suo ricordo, da quelli meno importanti a quello di se stesso e ogni memoria è come se non fosse mai esistita.
Il libro “La Storia Infinita”_ Presenta l’insegna dell’Infanta Imperatrice, quindi è uno strumento del suo potere, ed è di proprietà del signor Coriandoli. Appena Bastiano lo vede sente qualcosa, come un’attrazione, che lo spinge a fare una cosa che mai aveva fatto prima: rubare il volume.
Auryn_ Detto anche Lo Splendore, Il Gioiello o Pantakel è l’insegna dell’Infanta Imperatrice che conferisce potere a chiunque lo indossa. Esercita protezione sia sugli abitanti di Fantasia che su Bastiano, ma su quest’ultimo ha un effetto distruttore che gli strappa i ricordi ad ogni desiderio. Il nome deriva dal latino Auri=splendore. Il nesso tra l’Infanta Imperatrice (Occhi d’Oro) e Auryn (amuleto d’oro) è lampante.
Sikanda_ E’ la spada magica che la Morte Multicolore regala a Bastiano. La lama di Sikanda può fare a pezzi qualsiasi materiale, anche il più coriaceo. Decide da sola quando Bastiano la può usare e nel momento in cui egli la estrae dal fodero contro la sua volontà la usa contro l’amico Atreiu. Nella sua fuga dalla Torre d’Avorio Bastiano la sotterra decretando che mai più dovrà essere usata contro un amico.
Al’ Tsahir_ E’ l’anello che sigilla l’entrata della Biblioteca di Amarganta. Diventa di proprietà di Bastiano nel momento in cui egli lo chiama per nome, ma poi lo sprecherà per mostrare ai tre Meditanti il luogo in cui si trova il libro. Se non fosse stato così stupido e orgoglioso l’anello gli sarebbe tornato utile nella Miniera delle Immagini sempre immersa nel buio.
Cintura Ghemmal_ E’ un dono di Xayde per Bastiano e ha il potere di rendere invisibili. Illuan muore per salvarla dalle fiamme, ma poi Bastiano la perderà tentando di inseguire Atreiu.
La frase ricorrente in “La Storia Infinita” è: « Ma questa è un’altra Storia e dovrà essere raccontata un’altra Volta. » Quando Bastiano arriva alla Fonte dell’Acqua della Vita, i due serpenti guardiano gli chiedono se ha portato a compimento tutte le storie che ha iniziato in Fantasia ed egli replica che sarebbe un’impresa impossibile ricordarle e completarle tutte. Ogni storia genera spunti per altre, a patto che ci sia qualcuno con la facoltà creatrice, altrimenti è il regno del Nulla.
E’ significativa anche l’ultima frase di Carlo Corrado Coriandoli, che afferma che Bastiano è uno di coloro che indicheranno a molti la strada per Fantasia. In un certo senso ha sul lettore la stessa funzione che Atreiu aveva su di lui: seguendo le sue avventure si giunge dritti in Fantasia.
I personaggi connessi a Fantasia in maniera significativa hanno una particolarità curiosa: Bastiano Baldassarre Bucci, Carlo Corrado Coriandoli, l’Infanta Imperatrice, gli eroi Inrico, Isbaldo, Icrione e Idorno, ecc. Le lettere iniziali dei nomi sono uguali.
Il libro è suddiviso in ventisei capitoli e all’inizio di tutti i capitoli lettere in ordine alfabetico: le stesse con cui comincia la frase di apertura del libro.
L’Amicizia di Atreiu si contrappone al cieco orgoglio di Bastiano e alla freddezza dell’Infanta Imperatrice. E’ solo questo, assieme all’amore verso il padre, che salva Bastiano dal Nulla interiore instillatogli da Auryn. Nonostante le disavventure Bastiano esce trasformato da “La storia infinita” e il bambino impacciato che vi era entrato diventa una persona responsabile e desiderosa di affrontare i problemi. A suo modo, quindi, anche questo è un Romanzo di Formazione.
Per quanto riguarda le figure retoriche, per rendere ancora più fantastici i luoghi l’autore ricorre all’utilizzo dell’Iperbole esagerandone i particolari. Ad esempio descrive le Sfingi come alte fino alla luna.
Ogni descrizione di luoghi o di stati d’animo è sviluppata utilizzando uno stile soggettivo. La realtà, però, non è vista con gli occhi di Bastiano, ma con quelli di Atreiu sia nella prima che nella seconda parte. I sottili atteggiamenti di Xayde che ne manifestano velatamente la malvagità sono descritti precisando che di ciò Bastiano non si accorge mai, mentre è Bastiano che tenta di sottrarre l’amico dalla perversa influenza della maga.
Secondo me è “La Storia Infinita” è un libro molto bello perché presenta due livelli di lettura ben arcati. Il primo è quello di una semplice favola fantastica, ben scritta e originale, l’altro è molto più profondo. Una chiave di lettura può essere quella del Bene e del Male. L’eroe prettamente buono è senza dubbio Atreiu, ma non si può da chi sia impersonato il Male. Senza dubbio la maga Xayde è un personaggio negativo, ma non è solo lei la causa del Male che si impadronisce di Bastiano. La matrice originaria è l’Infanta Imperatrice che abbandona il suo salvatore in una trappola senza fare niente per impedirne la rovina. Mentre Auryn protegge Atreiu, lo stesso distrugge Bastiano. Un’altra personificazione di malvagità è Mork, essere proveniente dal mondo degli uomini che lotta contro Fantasia e perde. Anche qui non è l’Infanta Imperatrice che salva Atreiu, ma la principessa di una città di Fantasmi. La sovrana di Fantasia non è un capo o una guida, ma Fantasia stessa, quindi la sua impassibile e crudele freddezza può significare che la fantasia non è né positiva né negativa.
Un altro aspetto del Male è quello inconsapevole. Bastiano usa il potere di Auryn per riscattare gli Achirai dalla loro condizione trasformandoli in Uzzolini. Alla fine del romanzo, però, si accorge di aver provocato un’ulteriore insoddisfazione delle creature. La volontà di fare il bene non è sufficiente per raggiungerlo.
Un altro aspetto interessante che emerge è l’Onnipotenza Umana su Fantasia: Bastiano comincia a leggere “La Storia Infinita” solo con una sua volontaria azione, perché- come dice Uyulala- nessun essere di Fantasia può oltrepassare i confini del suo mondo. In altre parole non sono i libri che vengono a cercare i lettori, bensì è l’uomo che deve mettersi in comunicazione con Fantasia. In un certo senso, però, una volta iniziata la lettura Bastiano è quasi obbligato dall’Infanta Imperatrice e dal Vecchio della Montagna Vagante ad intervenire nella sorte di Fantasia.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
Il signore degli anelli
Tre anelli al re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai principi dei Nani nelle lor rocche di pietra,
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende.
Trama
La scena si apre nella Contea, una terra di pace in cui vivono gli hobbit, i mezzouomini, il giorno del compleanno di Bilbo e Frodo Baggins. Bilbo, di cui Frodo è il nipote adottivo, prepara una festa grandiosa con l’aiuto di un vecchio amico stregone, Gandalf, e, sempre con l’aiuto dell’amico, scompare e parte. Dietro al mistero della sua improvvisa scomparsa c’è la vicenda di un anello, trovato molti anni prima, che ha il potere di rendere invisibili. A fatica lo stregone convince Bilbo a lasciare a Frodo l’eredità del prezioso gioiello, poi entrambi partono per destinazioni diverse. Lo straordinario attaccamento del vecchio hobbit verso il gioiello, mette in allarme Gandalf che comincia ad indagare e scopre che in realtà Frodo e la Contea sono in pericolo come il resto dei territori: l’anello è stato forgiato da Sauron, sovrano rovesciato del Male, ed è proprio quello leggendario che conferisce potere all’Oscuro Sire. Non solo Sauron è alla ricerca del suo tesoro perduto, ma l’Anello stesso potrebbe essere un pericolo per Frodo a causa dell’irresistibile tentazione che esercita e del fatto che, se indossato a lungo, divora mente e corpo del Portatore, fino a tramutarlo in un’ombra al servizio del Male. Gandalf, in possesso di queste preziose informazioni, torna nella Contea e convince Frodo a partire, con una scusa, accompagnato da tre suoi amici: Sam, Pipino e Merry, cui però non dovrà dire il vero scopo della sua missione. Il viaggio, camuffato da visita di cortesia ad una lontana parente, potrebbe avere come destinazione il Monte Fato –nel cuore della terra di Sauron –per gettare nel fuoco del vulcano l’Anello.

Al momento di partire, Gandalf non è ancora tornato e così Frodo e i suoi tre accompagnatori decidono di partire ugualmente. Poco dopo la loro partenza da Casa Baggins, si presenta loro un misterioso e inquietante cavaliere alla ricerca di Frodo. Questa figura li insegue per tutta la Contea, fino alla falsa destinazione di Frodo. Una volta giunti al luogo dove solo Sam e Baggins dovrebbero proseguire, si scopre che in realtà anche gli altri due amici sono a conoscenza della vicenda dell’Anello e si offrono di accompagnare Frodo fino alla sua remota destinazione. I quattro sono ora diretti a Gran Burrone, residenza degli Elfi più saggi e punto di incontro con Gandalf, dove il destino dell’Anello dovrà essere discusso.
La compagnia si inoltra nella Vecchia Foresta, lungo il corso del Sinuosalice, dove vengono aggrediti dalle forze della natura e salvati da Tom Bombardil, stravagante signore di quei luoghi che vive insieme a Dama Baccador. Sono accompagnati dalla loro protezione fino oltre Tumulilande, dove il valore di Frodo non sarebbe bastato a salvare se e i suoi compagni dallo spettro dei tumuli.
Giunti nella Terra di Brea, i quattro alloggiano alla locanda del Puledro Impennato di Smorzo Cactaceo, uomo non intelligentissimo, ma al servizio di Gandalf che li mette in guardia contro una figura sinistra che frequenta il locale: Grampasso. La sua descrizione corrisponde in modo quasi perfetto all’idea che i quattro si erano fatti dei loro inseguitori misteriosi, ma lo strano individuo, nonostante la riluttanza di Pipino, ispira una strana fiducia a Frodo, che lo accetta come guida al loro viaggio. Anche Grampasso si rivela essere amico di Gandalf e una guida che il vecchio stregone ha mandato ai quattro hobbit, anche se in realtà si scoprirà in seguito che il misterioso individuo è ben altro che un semplice conoscitore dei luoghi. I cinque scappano durante la notte, poco prima che quattro cavalieri neri al servizio di Sauron (è questa la natura dei misteriosi inseguitori) facciano irruzione all’interno dei loro alloggi per prenderli a tradimento. Vengono, però, sorpresi in una radura ed accerchiati. Nel momento in cui Frodo viene sopraffatto dal desiderio di infilarsi l’anello, un cavaliere lo pugnala alla spalla ed egli rimane, nonostante l’intervento di Grampasso, agonizzante per la ferita micidiale inferta dal nemico. Raggiunti di nuovo dai cavalieri, Frodo e i suoi vengono dalvati e curati dagli Elfi di Gran Burrone. Qui Frodo, al suo risveglio, ritrova Gandalf e apprende che Grampasso, il cui nome elfico è Aragorn, è l’ultimo discendente dei re dell’Ovest, quindi il legittimo sovrano della Gente Alta. A Gran Burrone si trova anche il vecchio Bilbo, macerato nei ricordi ed immerso nella redazione delle sue vecchie avventure sotto forma di racconto.
Durante il consiglio in cui si dovrebbe decidere della sorte dell’Anello, Gandalf racconta il motivo del suo ritardo nella Contea: il suo vecchio maestro, capo del consiglio degli stregoni, si è volto al male ed è diventato servitore di Sauron. Saruman il bianco, questo il nome del traditore, aveva imprigionato Gandalf, ma egli era riuscito a fuggire con l’aiuto del re delle aquile. Il Consiglio, di fronte a questo nuovo ed inaspettato pericolo, raduna in fretta una compagnia di nove persone per raggiungere e portare aiuto agli uomini nella loro terra e per accompagnare il portatore dell’anello al Monte Fato dove distruggere il pericoloso emblema del potere oscuro. La compagnia è così formata da Frodo Baggins, portatore dell’anello, con i suoi tre amici Samvise, Peregrino e Meriadoc. Lo stregone Gandalf il Grigio farà loro da guida, affiancato da Aragorn; della stirpe degli uomini ci sarà Boromir di Gondor (che tante gioie darà poi alla compagnia), dei nani Gimli e degli Elfi Legolas. Questi ultimi due, iniziano il viaggio in un’atmosfera di ostilità reciproca a causa di una vecchia rivalità che sussiste da tre due stirpi. Le avversità riusciranno a mutare il loro animo e a piegare il loro orgoglio. Quando ad Aragorn, alias Grampasso, è senza dubbio il più saggio dopo Gandalf, cui si rimette quasi completamente riconoscendone la saggezza e l’esperienza. All’ordine della discussione è anche un piccolo essere subdolo, Gollum, la cui etnia è incerta. Bilbo aveva in passato sottratto l’anello a questo malvagio abitatore del sottosuolo ed ora egli, divorato dal potere dell’Anello e inconsciamente assoggettato al volere di Sauron, insegue Frodo Baggins per impossessarsi del suo tesoro perduto. Aragorn assicura al consiglio che Gollum si trova in prigione sorvegliato da Elfi, ma Gandalf sembra sapere che in realtà quello che è un vecchio hobbit reso irriconoscibile dal male avrà un ruolo importante nell’epilogo della vicenda, in bene o in male. Sempre nei racconti del consiglio, fa la sua comparsa la nuova cavalcatura di Gandalf, il cavallo Ombromanto, la cui velocità sarà di importanza fondamentale nelle vicende successive.
La decisione finale, comunque, è quella già profilata da Gandalf: la distruzione dell’anello a Monte Fato passando per Moria, un complesso di gallerie estremamente infido ed infestato da Orchetti. Prima di inoltrarsi nelle profonde gallerie, Bilbo lascia Frodo con due regali: la sua cotta di maglia, che poi si rivela preziosissima, e la sua vecchia spada elica, in grado di illuminarsi per rivelare la presenza dei Nemici. All’interno della rete di grotte, Gandalf mette in atto il suo potere di stregone e, illuminando la punta del suo bastone, guida la compagnia attraverso le gallerie di Moria fino quasi all’uscita. In una delle ultime sale, già quasi illuminata dalla luce del sole, la compagnia rinviene tombe di elfi ed un libro. La consultazione di questo rivela di chi sia la tomba: il nano Balin, vecchia conoscenza dei lettori di “Lo Hobbit”. Lui e la sua gente erano stati sconfitti in una dura battaglia contro gli Orchetti ed erano rimasti intrappolati all’interno della galleria. Come se si trattasse di una profezia per loro, mentre stanno leggendo il libro i nove vengono assaliti da Orchetti. Riescono a fuggire combattendo valorosamente, ma all’ultimo la strada viene loro sbarrata da una figura malefica dai forti poteri magici: un Barlog. La lotta tra lo stregone Grigio e la potenza maligna è violentissima e, alla fine, Gandalf viene trascinato in un burrone infuocato dal suo nemico agonizzante. Spaventati e pieni di tristezza, gli otto membri superstiti della compagnia sono costretti a proseguire sotto la guida di Aragorn. Riescono a fuggire fino alla terra elica di Lothorien, dove si sentono più al sicuro.
Lothorien è il regno di Dama Galadriel e di suo marito Celeborn, dove tutti tranne Gimli vengono accolti con grande onore. Superate le ostilità iniziali, però, sia Gimli che Galadriel si trattano con rispetto e, alla fine, il nano riesce perfino a dichiarare la dama la più bella creatura esistente.
La compagnia, attraverso uno specchio magico della dama, vede riflessi di futuro e tentazioni del proprio animo: Sam vede la Contea brulla e distrutta e i suoi amici maltrattati, un avvenimento che in realtà non si è ancora verificato ma che i quattro hobbit troveranno al loro ritorno. La Dama gli chiede se, dopo quello che ha visto, vuole ritornare nella sua terra, ma Sam resiste alla tentazione di Galadriel. Più o meno accade così anche per gli altri membri della compagnia, dei quali solo Aragorn riesce a sostenere lo sguardo indagatore della Dama senza abbassare gli occhi. Per Frodo è diverso: Galadriel gli mostra nello specchio l’immagine di Gandalf, che l’hobbit scambia per Saruman, e l’Occhio del Nemico. Prima di lasciarli partire, il re e la regina degli elfi donano loro spade, cotte di maglia, corde magiche e manti di ombra, che li rendono quasi invisibili agli occhi del nemico.
La compagnia riparte seguendo con delle barche eliche il corso del Grande Fiume, sempre più vicini alle terre del nemico. Vengono attaccati da Orchetti e, senza capire cosa sia, Legolas abbatte un Nazgul –i cavalieri dell’aria al servizio di Sauron. La notte successiva, la compagnia si rende conto di essere seguita da un’altra piccola imbarcazione, o da un essere che si muove a nuoto dietro di loro. Sembrano non esserci più dubbi sul fatto che Gollum è scappato dalle prigioni elfiche ed ora insegue Frodo, attratto dal potere dell’Anello.
Dopo essere attraccati sulle rive del Grande Fiume, la compagnia viene attaccata da Orchetti e Boromir rimane ucciso. Nessuno sa, però, che aveva tentato di sottrarre l’anello a Frodo, che era fuggito con Sam in direzione della terra di Mordor. La compagnia si scioglie, così, e quindi i superstiti si lanciano all’inseguimento della schiera di Orchetti che hanno fatto prigionieri Merry e Pipino.
Durante l’inseguimento, Aragorn, Gimli e Legolas incontrano i cavalieri di Rohan che li conducono a Minas Ithil.
Nel frattempo, durante una battaglia tra cavalieri e Orchetti, Merry e Pipino sono riusciti a fuggire. Durante la fuga, vengono aiutati da un’altra strana creatura, simile a Tom Bombardil come temperamento: Barbalbero. Fa parte di un’antica specie di giganti, gli Ent, distrutti dai servi di Saruman, cui hanno giurato vendetta. Barbalbero dà da bere e da mangiare agli hobbit, e la bevanda degli Ent ha su di loro uno strano effetto a causa del quale torneranno a casa un palmo più alti del normale.
Lontano dalla casa di Barbalbero, Gimli, Legolas e Aragorn sono seguiti da un misterioso cavaliere vestito di bianco. Quando egli si mostra ancora, lo attaccano convinti che sia Saruman, ma si rendono conto che si tratta di Gandalf. Scampato dalla morte, lo stregone è divenuto molto più potente ed ora indossa le insegne che furono di Saruman, ora volto al male.
I quattro si dirigono verso la città di Isengard, dove Gandalf non è visto di buon occhio, ma dove è necessario convincere Théoden, il re, a scendere in battaglia contro l’esercito di Saruman. Vermilinguo –il consigliere di Théoden –il cui nome è molto più di una garanzia, tenta di convincere il re a scacciare Gandalf e i suoi, ma lo stregone smaschera il traditore ed apre gli occhi al re: il suo consigliere non è altro che un servo di Saruman. Aiutato dalla figlia Eowyn, il re decide di uscire dal suo palazzo e di accompagnare Gandalf e i suoi in guerra. Nonostante ella lo desideri tanto, il re non permette ad Eowyn di accompagnarli, benché lei sia molto abile in guerra.
La battaglia contro le forze di Saruman è vinta grazie al valore dei combattenti, più che al numero, e la compagnia si reca alla torre dove si è rifugiato Saruman. Gandalf offre allo stregone la libertà e la salvezza, ma egli rifiuta, temendo di passare per traditore agli occhi di Sauron. Così Gandalf spezza il bastone di Saruman e lo espelle dal consiglio, privandolo così dei suoi poteri. Vermilinguo, dalla cima della torre, tenta di uccidere Gandalf lanciando una grossa sfera, ma lo manca e priva inconsapevolmente Saruman dell’unico mezzo che avrebbe per spiegare la situazione a Sauron: la sfera di vetro è, infatti, un mezzo per mettersi in contatto con la mente del Nemico. Gandalf, prima di partire su Ombromanto con, in sella, Pipino, la affida ad Aragorn. Più tardi il re guarderà nella sfera e sfiderà Sauron, compiendo un gesto che solo una persona con la sua forza d’animo avrebbe potuto portare a termine.
Nel frattempo Frodo e Sam, durante la scalata ad una parete di roccia, incontrano e catturano Gollum e lo costringono a fargli da guida strappandogli un giuramento. Per il momento, l’amina del vecchio hobbit corrotto dal male, sembra volgersi a scopi più limpidi, tanto che riaffiora a tratti, nel suo modo di parlare, il segno di un passato senno ora perduto. Con questa strana guida, i due hobbit attraversano le paludi dei morti, piene degli spiriti di antichi e valorosi guerrieri caduti combattendo contro l’Oscuro Sire. Giunti al Cancello Nero, però, lo trovano chiuso e sorvegliato, per cui sono costretti a seguire Gollum su un sentiero alternativo e forse meno sorvegliato che li conduca all’interno della terra di Mordor. I tre incontrano dei cavalieri che raccontano loro la fine di Boromir, che Frodo ancora ignorava. Poi, intuendo la loro missione, li lasciano partire e gli hobbit giungono alle gallerie di Shelob. Shelob è un essere mostruoso simile ad un ragno che morde Frodo e lo lascia come morto. Sam si vendica pugnalando il mostro, ma è disperato per la morte di Frodo. Gli toglie l’anello e se lo mette al collo, prima di ricomporre il padrone e lasciarlo lì. Inseguito da alcuni Orchetti, Sam si nasconde e riesce a sentire che in realtà il suo padrone non è affatto morto, ma paralizzato dall’effetto temporaneo del veleno di Shelob. Sam si lancia all’interno del covo di Orchetti e libera il suo padrone, gli restituisce l’anello, e lo riporta fuori.
Intanto, a Minas Tirith, la compagnia è raggiunta da altri doni di Dama Galadriel, tra cui anche uno stendardo per Aragorn. L’assedio di Gondor, città di re Théoden, viene messa in atto da uno sconfinato esercito di Orchetti, capitanati dal capo degli Spettri dell’Anello. Gli abitanti all’interno della città, attendono invano l’arrivo di Faramir, figlio del re, con i rinforzi. Proprio quando tutti stanno per perdere le speranze, si sentono in lontananza dei corni che annunciano l’arrivo dei Rohirrim, cavalieri di Rohan, la cui carica disperde gli assedianti. Re Théoden, però, muore in battaglia e sua figlia Eowyn è rimasta gravemente ferita per aver colpito, e ucciso, il capo dei Servi dell’Anello con l’aiuto di Merry. Chiunque colpisce il Nemico, infatti, viene colto da una febbre misteriosa che lo porta alla morte. Solo il Re d?occidente ha il potere di guarire queste ferite, ma al momento la dinastia è spodestata e nessuno, tranne Gandalf, sa chi sia l’erede. Naturalmente lo stregone interpella Aragorn che, con erbe e chiamando i malati per nome, risveglia dalle tenebre Merry ed Eowyn.
A Gondor, però, re Denethor dispera della vittoria. Ha guardato in una delle sfere che mettono in contatto con il Nemico ed egli gli ha fatto credere di essere spacciato, mostrandogli immensi eserciti pronti a muoversi contro di lui. Denethor vorrebbe bruciarsi con il figlio Faramir, ferito a morte dal Nemico, ma Gandalf riesce a salvare il moribondo. Purtroppo, il Re, accecato dalla follia e dalla paura, appicca le fiamme e muore nel rogo. La malattia di faramir è curata a fatica da Aragorn, ma il nuovo re di Gondor deve restare nelle Case di Guarigione, dove si trova anche Eowyn. La vicinanza tra i due farà nascere una profonda amicizia che si concluderà con il matrimonio.
Aragorn, Gimli, Legolas e Gandalf, nel frattempo, escogitano un trucco per attirare fuori da Mordor le forze di Sauron, distrarre la sua mente e permettere a Frodo di compiere la sua missione. Con un potente esercito, muovono guerra direttamente al Cancello Oscuro, ben sapendo di non poter vincere, e sperano di far credere al Nemico che uno di loro possiede l’Anello e lo vuole utilizzare per sconfiggerlo. Mentre si svolgono i preparativi di questa battaglia diversiva, eppure decisiva, la scena si sposta sui due hobbit, tre con Gollum che li segue da lontano. La loro fuga dalla torre di Cirith Ungol è riuscita, nonostante abbiano gli Orchetti alle calcagna. Grazie ad un colpo di genio di Sam, i due si travestono da nemici e si mischiano alle loro schiere, riuscendo così ad oltrepassare il Cancello e ad entrare nel Reame di Sauron. Attraverso la Terra d’Ombra, lungo un percorso sempre più difficile per Frodo, io due giungono fino alle pendici del Monte Fato. Mano a mano che il Portatore dell’Anello si avvicina al luogo dove il suo fardello è stato creato, il potere dell’Unico cresce e rende faticoso ogni passo, tormentando Frodo con l’idea di arrogarsi il potere dell’Anello. Giunti a Monte Fato, però, Frodo cede e si infila l’Anello, arrogandoselo. In quel momento Sauron capisce i trucchi dei nemici e lancia i suoi Nazgul in una corsa disperata per salvare l’Anello dall’unico fuoco che potrebbe distruggerlo: quello del Monte Fato. Mentre Frodo è scomparso agli occhi di Sam, Gollum segue la traccia emotiva dell’Anello e si lancia sul suo invisibile portatore, tranciandone il dito. Nel giubilo per il Tesoro finalmente riconquistato, Gollum però mette un piede in fallo e precipita, con l’Anello, nell’Inestinguibile fuoco del Monte Fato. In un modo o nell’altro, la missione di Frodo è stata pèorytata a termine e le forze di Sauron ne sono sconvolte. Lui stesso appare come un’ombra portata via dal vento e le schiere del Re Aragorn capiscono che il Nemico è stato privato del suo potere. Prima che le esplosioni del Monte Fato uccidano i due Hobbit, il re delle aquile, mandato da Gandalf, li salva e li porta a Gondor.
Lì, Frodo e Sam si svegliano giorni dopo e ritrovano Gandalf, che credevano morto dai tempi di Moria. Scoprono che Grampasso è in realtà il Re Aragorn e, dopo sontuosi festeggiamenti, tornano alla Contea con Pipino, Merry e Gandalf. I cinque, che per abitudine ormai cavalcano armati, sono accolti con sospetto e timore dagli abitanti di Brea. Omorzo Cactaceo accoglie i cinque con molta gioia, ma spiega loro che da tempo la situazione nella Contea non è più quella di un tempo. Prima di entrare nella Contea, Gandalf li lascia e procede verso Tom Bombardil, vecchio amico che non vedeva da tempo. I quattro hobbit trovano la loro casa usurpata da avidi guardiani al servizio di Sharkey. Chi sia questo hobbit, i quattro non lo sanno, ma procedono spediti verso Casa Baggins e, con l’aiuto della gente e della loro acquisita abilità militare, scacciano tutti i guardiani. Giunti alla porta, scoprono che Sharkey è in realtà ancora Saruman, con il suo maltrattato servo Vermilinguo. Scacciato di nuovo, lo stregone decaduto viene ucciso dal suo servo, stanco dei maltrattamenti. Prima che Frodo possa dire qualcosa, gli hobbit uccidono Vermilinguo.
La pace è ristabilita, Sam si sposa ed ha una figlia e la Contea è rinverdita dalla sua abilità di giardiniere, aggiunta ad un dono di Dama Galadriel: una polvere per rendere fertile una terra improduttiva. Nonostante ciò, però, Frodo non si sente soddisfatto e riparte per andare oltre il mare con Bilbo e, all’ultimo momento, anche Gandalf si unisce a loro. In questo frangente si scopre che lo stregone era in realtà sin dall’inizio il Portatore del terzo anello degli Elfi, che si credeva perduto.
Commento
L’Unico Anello è il simbolo del potere in tutta la sua manifesta diabolicità: nel momento in cui lo si possiede, si finisce schiavi della propria stessa posizione fino a non potervi più rinunciare in alcun modo. Chi si veste di questo potere, diventa invisibile –irraggiungibile –anche agli occhi degli amici più affezionati e la diffidenza, sempre innata in chi teme di essere derubato da qualcosa di molto prezioso, si trasforma in violenza capace di distruggere qualsiasi relazione umana.
L’Unico Anello del Potere, non a caso, è stato forgiato dal Male, Sauron, e necessita di una grande forza mentale per essere utilizzato; anche la mente più retta, però, rischia di esserne consumata perché il Potere, una volta creato, si autogestisce e sceglie autonomamente di passare da un portatore all’altro, tentando e usando le menti a suo piacimento. Gli altri anelli dipendono in parte dal potere centrale e ne sono completamente assoggettati, finché l’Unico si trova al dito di un individuo in grado di sfruttarne a pieno lo straordinario potere. Una volta distrutto l’anello più potente, gli altri diventano in parte meno prestigiosi, ma sicuramente più liberi. La rinuncia al male, quindi, senza dubbio toglie una parte di potenziale potere, ma conferisce la capacità di dominare quello che si ha, senza esserne soggiogati.
Personaggi
La scelta di rendere portatore dell’Anello Fodro, un hobbit, consente, seguendo la filosofia manzoniana, di coinvolgere gli “umili” nelle vicende dei potenti non come vittime, ma come personaggi di importanza capitale che, tramite la rinuncia del male, possono arrivare a modificare il corso della storia ribaltando i maligni disegni dei potenti. Si può vedere questo concetto anche alla base di molti romanzi sulla resistenza popolare, non ultimo “La luna è tramontata” di Steinbeck, in cui la lotta senza eclatanti atti di eroismo si rivela arma vincente anche contro i nemici più potenti.
Altro elemento interessante è Gollum, hobbit divorato dal potere dell’anello e dilaniato tra il bene, di cui pure resta traccia nel suo animo, e il male che va sempre più impossessandosi di lui. Questo spasmo interiore si manifesta attraverso le sue parole, pervase da uno spiccato dualismo (Gollum/Smeagol, singolare/plurale). La scelta di farlo redimere sarebbe stata non fuori luogo, ma sicuramente banale. L’antagonista che, all’ultimo momento, si riscatta dalla sua malvagità è un topos letterario e cinematografico fin troppo usato, così Tolkien decide di prendere un’altra strada: il male che si ritorce contro se stesso ed è causa della propria rovina. Il tentativo di redenzione di Gollum fallisce e ciò lo porta alla morte.
Saruman, invece, è una figura psicologicamente più complessa. Il suo desiderio di potere è intriso di paura per il Nemico, che lo porta a diventare suo servo. La sua saggezza di stregone è indiscussa (sa di non potersi impossessare dell’anello e quindi desidera solo una parte del potere che da esso si può sprigionare), ma chiaramente si volge al male utilizzando nel modo sbagliato la sua abilità e la sua intelligenza. La disfatta di Saruman, però, è dovuta solo all’errore di aver sottovalutato Gandalf che lo priva del suo potere di stregone e lo lascia come un traditore agli occhi di tutti (Sauron compreso). La sua morte è misera, per un uomo del genere, ed è derivata dalla convinzione errata di poter esercitare il suo potere anche dopo averlo perso.
Tra i personaggi positivi si possono riscontrare due caratteristiche comuni: il coraggio e la certezza di combattere contro un nemico troppo potente per essere battuto in uno scontro diretto.
Bilbo Baggins è un vecchio hobbit pieno di ricordi la cui vecchiaia provoca un po’ di malinconia a chi ne ha letto le avventure nel romanzo di Tolkien che costituisce l’antefatto di “Il Signore degli Anelli”: “Lo Hobbit”. E’ fortemente tentato dal potere dell’anello, ma non ne è schiavo grazie all’influenza dell’amico Gandalf.
Frodo, nipote adottivo di Bilbo, è astuto e coraggioso, ma si espone per troppo tempo al potere dell’anello per poterne rimanere immune e ne cade in parte vittima, soprattutto a causa della mancanza di una guida quale avrebbe potuto essere Gandalf. I nomi dei suoi servitori Peregrino Tuc, Meriadoc e Samvise sono sostituiti da famigliari diminutivi soprattutto per renderli figure semplici e affettuose, un po’ distanti dalle altre figure epiche e più vicini al nostro mondo.
Sam è un altro portatore dell’Anello, ma si sottrae, anche se a fatica, dalla tentazione del potere, soprattutto spinto dal grande affetto verso il suo padrone.
Pipino e Merry sono ugualmente caratterizzati dalla fedeltà di servitori, ma non più con Frodo, dal quale si sono dovuti separare. Il loro eroismo in battaglia li distingue soprattutto perché il loro aspetto di Mezzouomini cela la loro grandezza d’animo.
Figure simili ma diverse sono Gimli il Nano e Legolas l’Elfo. L’amicizia tra i due spezza un antico odio che affonda le sue radici in tempi molto anteriori rispetto a “Il Signore degli Anelli” . La forza d’animo (e la testardaggine) che accomuna i due, li rende talmente simili da far scordare il fatto che appartengano a due specie diverse. La gentilezza di Gimli nei confronti della bella Dama Galadriel (regina degli Elfi) rende completo l’armistizio. Si tratta di una lezione di pace che non può non richiamare alla mente per contrapposizione la vicenda dei capponi di Renzo. Contro un potente nemico comune bisogna dimenticare le proprie rivalità e non assecondare il concetto di “Divide et impera”, noto fin dal tempo dei Romani. Nemici in lotta tra loro sono vinti in partenza.
Dama Galadriel è una donna che detiene un grande potere e a cui piace esercitarlo. Sonda la mente dei suoi alleati alla ricerca di tentazioni e debolezze, ma ha anche una forza di volontà tanto grande da rifiutare la tentazione di Frodo, che le offre l’Anello. Al suo dito ce n’è un altro (uno dei tre ai re degli elfi) e lei sa che, con la distruzione dell’Unico, anche lei perderà parte del suo potere. Ciononostante, comprende quale sia la scelta giusta e la accetta. Suo marito, re degli Elfi, risulta in questo romanzo come una figura minore quale lui non è. Al suo dito c’è il secondo anello degli Elfi, quello con la pietra azzurra. Il terzo, rosso, sarà al dito di Gandalf alla fine del romanzo.
Tom Bombardil è una strana potenza della natura che sembra non curarsi di ciò che normalmente viene considerato importante. Aiuta gli Hobbit solo finché si trovano nel suo territorio ma, a detta di Gandalf, non potrebbe in alcun modo essere coinvolto nella guerra in quanto non sente alcun interesse per ciò che accade al di fuori dei suoi domini. Fosse anche una lotta contro il Male.
Aragorn è forse la figura politicamente più potente nella guerra, perché è proprio il Re d’Occidente cui Sauron vorrebbe usurpare sul trono. E’ in grado di mascherare il suo aspetto in modo tale da non far trapelare nulla della sua innata e regale maestà. E’ amico di Gandalf e cerca gli Hobbit per aiutarli e ottenere aiuto. La sua investitura è accettata semplicemente perché lui solo è in grado di curare le ferite inferte dal Nemico, capacità che una profezia attribuisce solo al legittimo sovrano. Ha una forza d’animo non comune, tanto da giungere a sfidare apertamente Sauron guardando all’interno della sfera che mette in contatto con la mente del nemico.
In tutto il romanzo, gli Uomini non fanno un’impressione egregia e si dimostrano esseri fragili, soggetti più di altri alla tentazione del male. Tra di loro, comunque, non mancano individui di grande valore. L’ambiguità dell’uomo si manifesta nella sua grande complessità attraverso personaggi incarnanti il bene e altri chiaramente corrotti al male.
Anche gli Hobbit sono molto soggetti alla corruzione del male, così come sono capaci di atti di eroismo e grande coraggio. Per questo motivo le due specie (uomini e mezzouomini) sono quelle che più si avvicinano alla realtà e alla nostra natura.
Gandalf è il personaggio più potente, a parte il Nemico, e incarna il bene più puro del romanzo. Sfiora la morte e ne esce talmente potente da spodestare il suo maestro volto al male, Saruman. Acquista la carica più alta del consiglio assieme al titolo di “bianco” (emblematico) e si rende protagonista di un “salto di qualità” come stregone e come guerriero. Senza la sua guida (dopo Moria), la compagnia diventa più debole, ma non certo indifesa. La sua presenza è soprattutto motivo di conforto morale e spirituale.
Luoghi
I luoghi in cui si svolge “Il Signore degli Anelli” si possono concettualmente dividere in tre fasce.
La prima è la Contea: un eden in cui Frodo (come Bilbo in “Lo Hobbit”) si trova bene e che non vorrebbe mai lasciare. L’intervento di Gandalf e la pressione di un male lontano che diventa sempre più potente lo costringono a lasciare la sua terra per un viaggio dalla destinazione ignota. Quando, finalmente, gli hobbit riusciranno a fare ritorno, si troveranno, come Ulisse, in un luogo da cui sono stati come spodestati e in cui imperversa la violenza. Anche dopo aver riportato la pace, Frodo non si sentirà più a suo agio e sentirà il bisogno di partire ancora. Sotto questo aspetto, “Il Signore degli Anelli” può essere considerato un «romanzo senza idillio», allo stesso modo di “I Promessi Sposi”.
La seconda categoria di luoghi è classificabile come Terra di Transizione. Si tratta di paesi in cui si trovano in ugual misura insidie e aiuti, malvagità e personaggi positivi. Vi aleggia un’atmosfera di incertezza, più che di paura, e i personaggi sono portati a diffidare di tutti. Sono inseguiti dalle spie del Nemico, che però è ancora lontano dal centro del suo potere, ma incontrano anche Aragorn, travestito da viaggiatore sotto il nome di Grampasso. Anche Gandalf, in questo luoghi, è chiamato con un altro nome e anche questo non fa che intorbidare la situazione.
L’ultimo luogo in cui si svolge la vicenda è la Terra di Mordor in cui è palpabile la paura. Frodo e Sam si trovano soli a fronteggiare il Nemico nella sua stessa terra, con l’infido Gollum come unica guida. I due hobbit devono aver paura dei servi del nemico (Orchetti e Nazgul), dei luoghi (paludi, pareti rocciose) e della loro stessa guida, nonché della loro anima soggetta sempre più alla tentazione dell’Anello.
”Croce e Delizia” dei Nomi
La difficoltà maggiore che si incontra leggendo Tolkien, viene sicuramente dai nomi. Lo stesso personaggio può essere chiamato in modi diversi a seconda del popolo in cui si trova e questo vale anche per i luoghi che hanno nomi elfici, nella lingua di Morgoth, e così via. Ad esempio, Saruman è chiamato anche Curunir –tra gli uomini –e Sharkey a Isengard. Lo stesso Gandalf, tra gli elfi viene chiamato Mithrandir e, anticamente, portava il nome di Olonir, ma almeno lui ha la gentilezza di avvisarci preventivamente. Anche le città possono cambiare improvvisamente nome e così Minas Ithil («Torre della Luna», città di Isildur) diventa Minas Morgul e Minas Anor («Torre del Sole», città di Anarion) cambia nome in Minas Tirith («Torre di Guardia»). Ciascuno dei personaggi principali appartiene ad una specie differente e così utilizza nomi diversi, oppure chiama in modi diversi la stessa cosa, il che non fa altro che confondere le idee al lettore. Tutto ciò raggiunge lo scopo di rendere la Terza Età ancora più confusa e tetra: un’antica Babilonia in cui coesistono specie diverse a volte in lotta tra di loro (elfi e nani, per esempio), una terra dilaniata da conflitti a volte non evidenti sin dall’inizio, ma che finiscono con lo sfociare in quelle che appunto sono le guerre della Terza Età.
L’universo dei nomi di Tolkien ha una propria etimologia ben precisa che, secondo il narratore, ha radici nelle antiche ere governate dagli Istari (maghi) e dagli antichi re degli elfi e dei nani. Così la presenza ricorrente di alcune parole può denotare realtà collegate tra di loro, oppure semplicemente confondere le idee ancora di più. Minas, per esempio, significa chiaramente “torre” ed è un nome che precede quello delle due città principali M. Morgul e M. Tirith. Nella seconda parte dell’ultimo libro, però, quest’ultima viene anche chiamata Gondor senza un apparente motivo logico e –a meno che non si tratti di un errore dovuto alla mia distrazione –nessuno ha la cortesia di dirlo. In realtà il groviglio di nomi in “Il Signore degli Anelli” è nulla in confronto ad altri libri di Tolkien, “Il Silmarillion” in testa. La confusione, in realtà, è solo nelle parti meno degne di nota: se si tratta di personaggi importanti, Tolkien si preoccupa più volte di farne comprendere l’identità. Esempio: Aragorn e Grampasso sono la stessa persona in modo evidente e sottolineato più volte dagli altri personaggi.
Confrontando molti nomi, emergono particolari interessanti che sembrano lasciati da Tolkien come regalo al lettore particolarmente attento (o allo studioso fanatico). Mithrandir –nome elfico di Gandalf- è composto da tre parti: mith, grigio; ran, errare e dir, suffisso che rende sostantivo un verbo. Letteralmente randir sarebbe colui che erra e quindi Mithrandir è il “grigio pellegrino”.
Il nome del re degli elfi Celeborn deriva da quello di un antico albero magico e contiene due sostantivi: celeb, argento e orn, albero.
Il Monte Fato viene chiamato anche Amon Amarth (amon, monte come in egizio e amarth, sorte). Siccome in questo caso il significato del nome è troppo importante, viene anche tradotto.
Il prefisso Ar, posto davanti ad un nome proprio, significa elevato, nobile, regale . Esempio: Aragorn.
Barad, invece, significa “torre” nella lingua di Mordor e quindi le città come Barad-dur sono in realtà della stessa origine di quelle con il prefisso Minas.
Dor, invece, significa presumibilmente “terra”, perché si trova in nomi di regioni come Condor, Doriate, Eriador, Mordor. Quest’ultima è anche detta la “terra d’Ombra” e infatti mor significa Ombra. Siccome gul significa “stregoneria”, Minas Morgul significa letteralmente “torre della stregoneria d’Ombra”, il che, devo dire, rende l’idea dell’atmosfera che Frodo e Sam vi hanno trovato al loro arrivo. Sempre seguendo il filo della parola mor, si trova che Moria significa “Abisso scuro” (ia vuol dire vuoto, abisso).
Cambiando luoghi, il non sapere che loth significa nulla più di “fiore” causa qualche difficoltà a comprendere il fatto che Lorien e Lothlorien sono nomi diversi per il regno di Celeborn e Galadriel. Lo stesso accade con il nome del Nemico. Solo leggendo altri libri di Tolkien, ambientati prima della Terza Età, ho scoperto che Sauron anticamente era il luogotenente di un altro Sire Oscuro: Melkor , successivamente rinominato Morgoth dopo il furto di tre preziosi gioielli. In seguito alla caduta di questo antico Nemico, Sauron prese il posto di Melkor, ma in “Il Signore degli Anelli” Gandalf fa spesso riferimento a quei tempi passati, senza specificare nulla di quanto sopra. Si finisce così col credere che Morgoth sia un altro nome di Sauron, cadendo in equivoco.
Il suffisso elfico -(n)dil, denota un personaggio particolarmente positivo e significa dedizione, amore disinteressato . Esempio: Elendil.
Il suffisso ril, invece, significa lucentezza e si trova in “Il Silmarillion” per indicare le tre gemme Silmaril, nonché in “Il Signore degli Anelli” per indicare molte armi tra cui anche la spada di Aragorn, Anduril. Anche mithril, l’Argento di Moria di cui è fatta la cotta di Frodo che fu di Bilbo porta questo suffisso, ad indicare qualche cosa di particolarmente prezioso. Lo stesso significato ha il prefisso sil. (il Silmaril è quindi due volte risplendente).
Sul vuol dire vento e, durante la narrazione, si mette al posto del più comprensibile Colle Vento. (Aragorn chiama il Colle con il nome elfico di Amon Sul confondendo abbastanza le idee). Anche in questo caso, come per il Monte Fato, si è forniti di traduzione per una comprensione più rapida del significato del nome.
Si potrebbe continuare a lungo e sono stati scritti alcuni libri sull’origine dei nomi nei romanzi di Tolkien, ma la piccola dimostrazione che precede voleva semplicemente essere un esempio della complessità della letteratura di Tolkien. La sua strategia porta a trattare nomi del tutto inventati come reali testimonianze di un’antica realtà che va ben oltre i miseri fatti raccontati. E, visto anche il fatto che anch’io mi sono documentata per ciò che precede, direi che la sua tecnica raggiunge pienamente il suo scopo.
Mentre un temerario regista su appresta a girare una trilogia di film da “Il Signore degli Anelli”, si è portati a pensare alla difficoltà nel mettere in scena un’opera così monumentale e complessa. Oltre alla difficoltà dei nomi, si rischia di guastare ciò che più piace dei romanzi di Tolkien: lo stimolo alla fantasia. Non viene quasi mai fornita una descrizione delle creature che vi compaiono e così, probabilmente, ciascuno si è creato una propria idea su come sia fatto, per esempio, un Orchetto. La capacità di Tolkien di far sognare è tale da renderlo qualcosa di più di un moderno autore di fiabe e nonostante la morale principale sia molto semplice (la lotta tra il bene e il male), libri come “Il Signore degli Anelli” sono in grado di far pensare, riflettere e, a volte, trasformano il lettore in studioso appassionato di antiche lingue eliche. Questo è l’effetto della straordinaria capacità di Tolkien di creare un universo infinito oltre le parole (magari tante, ma numero finito) dei suoi romanzi.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
Il gattopardo
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, scrittore italiano nato a Palermo nel 1896 e morto a Roma nel 1957. Di famiglia aristocratica, trascorse la fanciullezza in Sicilia, compiendo, in seguito, numerosi viaggi all'estero. Combatté nella prima e nella seconda guerra mondiale. Dopodiché, studioso di letteratura straniera e di libri storici, si dedicò alla narrativa negli ultimi suoi anni di vita.
La fama arrivò dopo la morte con la pubblicazione de "Il Gattopardo" (1958) che suscitò subito notevole interesse. Anche se si lega alla visione pessimistica dell'immobilità della società siciliana narrata dai veristi, Tomasi di Lampedusa si dimostra uno scrittore maggiormente proiettato verso il Novecento e il decadentismo. Il romanzo è stato poi trasposto nel cinema da Visconti nel 1963. Dopo sono state anche pubblicate altre opere che testimoniano il suo impegno creativo e culturale: "Racconti" (1961), "Lezioni su Stendhal" (1971), "Invito alle lettere francesi del Cinquecento" (1979).
Principe Salina
Il Principe Salina viene presentato come un uomo grande e forte; nel testo l'autore dice di lui che poteva tranquillamente stritolare le monete con le sue stesse mani, che però potevano anche essere delicatissime per maneggiare i suoi delicatissimi telescopi.
Nel Principe si nota l'origine Tedesca della madre dalla sua carnagione chiara e dal colore biondo dei suoi capelli.
Dell'aspetto caratteriale si può dire che il suo è molto diverso da quello dei suoi parenti e amici, infatti con il suo atteggiamento duro e autoritario, vedeva la Sicilia come un ambiente troppo calmo e molliccio che andava alla deriva.
Tancredi
Tancredi, il nipote pupillo del principe Salina è un giovane baldanzoso e anche abbastanza indisciplinato, tanto da arrivare ad unirsi alle forze partigiane che in quel momento stavano combattendo contro le forze reali, nonostante che lui appartenesse all'aristocrazia.
Egli ha molta stima dello zio e lo considera come un padre poiché, morti i suoi genitori quando era piccolo, Don Fabrizio lo aveva subito accolto nella sua famiglia ed era stato suo tutore.
Angelica
Angelica è la figlia Don Calogero Sedara e compare la prima volta alla corte dei Salina creando uno stupore generale per la sua straordinaria bellezza, che colpisce in particolar modo Tancredi che subito se ne innamora. Ella in seguito ha il modo di esprimere anche la sua intelligenza, che aveva sviluppato in un collegio a Firenze dove aveva appreso una lingua pura, le maniere e gli atteggiamenti da usare in ambienti come la corte dei Salina.
Don Calogero Sedara
E' il padre di Angelica e il sindaco di Donnafugata. Nel libro lui rappresenta la classe borghese che sta prendendo il sopravvento e nel suo carattere e viene presentato come un uomo molto avaro e attaccato al denaro. Comunque, nonostante che sia un uomo molto ricco, non può nascondere le sue origini povere che si manifestano nei suoi atteggiamenti abbastanza rozzi e inadatti all'ambiente regale in cui viene posto nel romanzo
Concetta
E’ la primogenita di Don Fabrizio, essa nel romanzo viene usata soprattutto per 'supportare' la figura di Tancredi facendolo apparire come un uomo anormale e destinato a compiere grandi gesti.
Padre Pirrone
Padre Pirrone è l’uomo di chiesa di Salina e il precettore dei figli di Don Fabrizio.
Questo libro dal punto di vista storico è un capolavoro poiché ci permette di definire un quadro preciso della situazione politica e sociale di un'epoca a noi non molto lontana, esponendo le vicende che portarono alla formazione della prima repubblica e quindi del primo parlamento italiano. Esso si incentra su personaggi profondamente diversi sia per età che per classe sociale che per ideologia. Infatti è rappresentato il conflitto di quel tempo tra la borghesia e 'aristocrazia rispettivamente rappresentate da Don Calogero e da Don Fabrizio. Tancredi invece è l'esempio dell'uomo che si è formato dall'unione delle due classi sociali, egli infatti pur essendo aristocratico partecipa ai moti Garibaldini durante i quali viene anche ferito.
Ho trovato questo libro molto interessante dal punto di vista dei fatti storici, poiché essi hanno contribuito a creare il mondo politico e sociale in cui adesso ci troviamo.
Comunque penso che sia stata una lettura abbastanza pesante e noiosa, forse perché avevo già letto il romanzo quando frequentavo la scuola media.
Adesso credo però di aver capito più approfonditamente la situazione creatasi a metà del XIX secolo.
- Rosario e presentazione del caratteriale e fisica del Principe;
- Descrizione del giardino e ricordo del fatto del soldato morto;
- Udienze Reali e discorso con il Re;
- Cena a casa Salina;
- Viaggio verso Palermo e incontro con Mariannina;
- Il ritorno a San Lorenzo;
- Conversazione politica con Tancredi;
- Lavoro in amministrazione con discorso sui feudi e ragionamenti politici;
- Riposo in osservatorio con Padre Pirrone;
- Momento rilassante al pranzo;
- Don Fabrizio parla con i contadini;
- Don Fabrizio discute con il figli Paolo;
- Notizia dello Sbarco dei mille e rosario finale.
- Viaggio verso Donnafugata;
- Tappa con Pick-Nick e completamento del viaggio;
- Arrivo a Donnafugata;
- Incontro con Don Onofrio Rotolo;
- Conversazione nel bagno;
- Il pranzo e le varie reazioni;
- Don Fabrizio contempla le stelle;
- Visita al monastero .
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
-
Riassunto - scheda libro :
Freccia nera
Prologo:
Nella città di Tunstall arriva notizia di una imminente guerra. Richard Shelton e Bennet Hatch sono in cerca di uomini per conto di Sir Daniel. I due uomini ordinano agli abitanti di andare al castello e di armarsi, nel frattempo loro si recano a chiedere a un ex soldato di nome Appleyard di andare al comando di una guarnigione ma l' uomo viene improvvisamente ucciso da una freccia nera.
Mentre vengono contati i soldati che sono riusciti a procurarsi viene visto un uomo fuggire e nonostante venga seguito non viene catturato.
Sulla porta della chiesa viene trovato un biglietto, probabilmente lasciato dall' uomo appena fuggito, in cui viene minacciata la vita di Sir Daniel (tutore di Dick), Sir Oliver (il parroco) e Bennet Hatch.
LIBRO PRIMO
Capitolo 1:
Sir Daniel e i suoi uomini sono accampati nella città di Kettley. Il cavaliere cercava nonostante tutto di guadagnare dei soldi e così, accusando un vecchio di usura riesce con le minacce a farsi pagare 40 sterline.
Insieme a Sir Daniel sta un giovane che viene inizialmente descritto come un ragazzo, ma come si comprende dal discorso che i due fanno è in realtà una ragazza promessa in sposa a Richard Shelton. Proprio il ragazzo si presenta poco dopo con Bennet portando una lettera del parroco e la notizia della sconfitta dei Risingham di cui il cavaliere è alleato. Mentre Sir Daniel risponde alla lettera del parroco la ragazza con cui aveva parlato il cavaliere chiede la strada per Holywood a Dick, che la scambia per un ragazzo, e poi scompare. Quando Sir Daniel si accorge della mancanza della ragazza la manda a cercare da alcuni dei suoi uomini.
Capitolo 2:
Mentre Dick si dirige a Tunstall passando per la palude trova il cavallo ormai in fin di vita con cui era scappata la ragazza la sera precedente , lo uccide e, poco dopo incontra anche lei, senza però rendersi ancora conto che non si tratta di un ragazzo.
La ragazza chiede aiuto a Dick per raggiungere Holywood e questi fa salire per un po' lei a cavallo mentre lui le corre accanto e intanto iniziano a parlare. Ad un tratto sentono il suono di una tromba e la ragazza, per paura di essere presa dagli uomini di Sir Daniel chiede di nuovo aiuto a Dick e lui, dopo aver promesso di aiutarla le dice di far correre più velocemente il cavallo.
Capitolo 3:
I due ragazzi arrivano alla capanna del barcaiolo vicina al fiume Till e qui Dick chiede al traghettatore di portarli fino alla strada per il castello di Sir Daniel. L' uomo li avverte che un certo John della Palude cerca di uccidere tutti gli amici del cavaliere, e per aiutare Dick a evitarlo consiglia di fermarsi a monte del sentiero. Improvvisamente i ragazzi e il traghettatore odono un grido e mentre la ragazza riesce saltando a raggiungere la terra, Dick cade nel fango con il cavallo che viene dopo poco ucciso da John della Palude. Dibattendosi l' animale capovolge la barca facendo cadere in acqua il barcaiolo e Dick, ma quest' ultimo viene salvato grazie all' intervento di Matcham(falso nome sotto cui si nasconde la ragazza).
I due ragazzi iniziano a correre, ma ben presto il compagno di Dick è costretto a fermarsi per la sete e la fame, e così, mentre uno beve da una piccola sorgente e mangia del pane, l' altro prosegue per esplorare la zona e scopre degli uomini armati che si spostano sul sentiero.
Capitolo 4:
I due giovani cominciano a salire verso le alture della foresta di Tunstall ma Dick si accorge appena in tempo di un uomo su un albero che sta scrutando l' orizzonte e, evitandolo, raggiungono un sentiero battuto. Continuando a camminare arrivano a delle macerie di una casa che Dick riconosce come una proprietà che fu distrutta dal suo tutore. Un uomo dall' altra parte dei ruderi inizia a cantare e per vedere chi fosse Matcham e Dick si arrampicano e si nascondono in una nicchia.
Dall' altra parte dei ruderi vedono qualcuno che prepara da mangiare e un uomo che sta dormendo ma dopo alcuni minuti al richiamo del "cuoco" arrivano molti altri uomini affamati.
Una freccia arriva dall' alto del bosco e, a questo segnale, tutti gli uomini si preparano per un agguato a alcuni soldati di Sir Daniel che stavano attraversando la foresta.
Capitolo 5:
Dick esce allo scoperto e decide di andare ad aiutare i soldati in pericolo ma Matcham cerca di impedirglielo tenendosi l' uncino della balestra e dicendo che il padrone di quegli uomini, Sir Daniel, aveva ucciso suo padre ripetendo quello che aveva sentito dire da uno dei fuorilegge; Dick però non si lascia convincere e saltando addosso al ragazzo si riprende l' uncino e corre per raggiungere i soldati, seguito nonostante tutto da Matcham.
Gli uomini di Sir Daniel vengono uccisi uno dopo l' altro e uno solo di loro viene lasciato in vita, solo per essere torturato però, infatti alcune frecce vengono lanciate ma lo feriscono soltanto. L' uomo a questo punto con un colpo di balestra uccide uno degli assalitori e scappa verso il luogo in cui sono nascosti i ragazzi, ma poco prima di raggiungerli viene ucciso da una freccia.
Dick viene visto e il capo della banda della foresta che da ordine agli uomini di catturarlo vivo.
Capitolo 6:
I ragazzi in fuga vengono raggiunti da uno degli inseguitori che , trattenuto dell' ordine di lasciare in vita il ragazzo viene facilmente ucciso da questo, dopodiché riprendono la fuga. Arrivati alla strada che da Risingham va a Shoreby i due giovani. vedono passare dei cavalieri del conte di Risingham in fuga e questo mette allerta Dick infatti questo significa che i Lancaster per cui combatteva anche Sir Daniel erano stati sconfitti, quindi il ragazzo deve cambiare i piani e riprende la via del bosco ma prima di proseguire inizia una discussione con Matcham riguardo al suo tentativo di fermare il suo aiuto ai soldati e minaccia di frustarlo, senza però riuscirci. I ragazzi decidono di separarsi, ma Dick vuole prima portare il suo compagno almeno su un sentiero prima di lasciarlo e così si rimettono insieme in cammino. Dopo mezz' ora per la stanchezza si fermano a dormire in una buca vicina a un ruscello.
Capitolo 7:
Al loro risveglio Dick e Matcham sentono il suono di una campanella portata da qualcuno che si stava rapidamente avvicinando a loro. Avvicinandosi all' orlo della buca il ragazzo vede la strada per il castello ma vede anche che l' uomo con la campanella era un lebbroso e questo lo mette in allarme.
I giovani osservano preoccupati il lebbroso aspettando che questi se ne vada ma anzi, quando provando ad allontanarsi l' uomo li segue. Poco dopo il lebbroso si rivela essere in realtà Sir Daniel che stava cercando di raggiungere il castello senza essere scoperto dagli uomini della Freccia Nera.
Dick rivela al cavaliere quello che è accaduto ai suoi soldati dopodiché i tre uomini si dirigono al castello.
LIBRO SECONDO
Capitolo 1:
Arrivati al castello Matcham scompare e non viene più visto da Dick.
Sir Daniel manda uno dei suoi uomini a portare una lettera a Wensleyadle per chiedere aiuto per difendersi dagli uomini della Freccia Nera che si trovano nella foresta vicina.
Dick incuriosito da quello che gli aveva detto Matcham e ciò che aveva sentito dai fuorilegge chiede ,prima a Bennet, poi a un soldato in fin di vita, come era morto suo padre ma nessuno dei due vuole dargli una risposta accentuando così i suoi sospetti su Sir Daniel e Sir Oliver.
Dick cerca notizie anche del suo amico Matcham, ma anche in questo caso gli viene solo detto che non lo rivedrà più.
Il ragazzo viene convocato da Sir Daniel che è venuto a sapere dei sospetti su di lui per la morte del padre di Richard.
Capitolo 2:
Sir Daniel cerca di discolparsi e di annullare tutti i sospetti di Dick e per farlo è costretto a un falso giuramento che poi viene chiesto anche a Sir Oliver, ma improvvisamente una freccia entra dalla finestra nella stanza.
Una volta che il prete e il cavaliere sono rimasti soli, Sir Daniel obbliga Sir Oliver a effettuare al più presto il giuramento davanti a Dick perché non vuole perdere la fiducia di quest ultimo e vuole vendere il suo matrimonio.
Sir Daniel decide di mandare Dick nella stanza sopra la cappella ma prima che questo vi venga portato, il prete fa il giuramento come aveva promesso.
Capitolo 3:
Mentre Dick si trova nella sua nuova stanza Matcham gli chiede di farlo entrare e una volta richiusa la porta, avverte Dick che hanno intenzione di ucciderlo molto presto. Mentre stanno parlando un soldato, passando attraverso un passaggio segreto entra nella stanza da una botola ma sentendo delle urla in lontananza, torna indietro.
Sir Daniel cerca la ragazza nel castello, e lei impaurita rivela senza volerlo la sua identità a Dick e, quando i soldati chiedono al ragazzo di farli entrare i due fuggono nel passaggio segreto da cui poco prima era passato il soldato.
Capitolo 4:
Scappando nei corridoi del passaggio segreto i due ragazzi arrivano ad una uscita bloccata e ormai senza speranza di poter andare oltre si fermano, e qui Joanna racconta la sua storia e come era finita nelle mani di Sir Daniel. La discussione è interrotta da un rumore di passi e Dick si prepara a uccidere chiunque stesse arrivando. In fondo al passaggio compare Bennet che, nonostante gli ordini avuti dice ai ragazzi come aprire il passaggio e torna indietro per avvertire Sir Daniel della loro posizione. Intanto Dick e Joanna uscendo dal passaggio si ritrovano in una stanza a volte controllata da tre soldati.
Capitolo 5:
I ragazzi salgono gli scalini lungo il corridoio e arrivano a la finestra da cui era sceso il messaggero usando una corda che era ancora lì. I due però vengono scoperti e Dick si cala rapidamente con la corda senza riuscire a portare con se Joanna, nella fuga però rimane ferito.
Vagando per la foresta il ragazzo vede il messaggero di Sir Daniel impiccato ad un albero e gli trova addosso la lettera del cavaliere che probabilmente non era stata vista dai fuorilegge.
Dick sviene a causa delle ferite e viene portato nel covo della Freccia Nera, dove decide di allearsi con loro per riprendersi Joanna e vendicare suo padre.
Il capo della banda decide di allontanarsi dalla foresta per far si che Sir Daniel esca allo scoperto, ma prima Dick lascia un messaggio con una minaccia.
LIBRO TERZO
Capitolo 1:
Dick e i suoi nuovi compagni sono nella cittadina di Shoreby-on-the-Till dove si trovano molti nobili dei Lancaster, tra cui Sir Daniel, il conte di Risingham e Lord Shoreby.
Il ragazzo segue con alcuni uomini Sir Daniel che, con un piccolo gruppetto di soldati si era recato a un appuntamento con Lord Shoreby dopodiché i due entrano in una casa sulla spiaggia, mentre Dick rimane fuori ad osservare, ma dopo poco, aiutato da uno dei suoi uomini, scavalca il muro della casa e vede una sola finestra illuminata. Osservando l' interno della stanza vede che vi si trova anche Joanna.
Allarmato dai compagni che lo avvertono che la casa è sorvegliata Dick si allontana con loro dalla spiaggia per non essere scoperto, ma prima manda qualcuno a chiedere rinforzi.
Capitolo 2:
Arrivano i rinforzi e Dick decide di attaccare gli uomini che si trovano intorno alla casa. Nel combattimento il ragazzo sconfigge il capo di quel gruppo, che ordina ai suoi uomini di fermare il combattimento e anche Dick da lo stesso ordine ai suoi uomini.
Richard scopre che coloro contro cui avevano combattuto erano in realtà come loro nemici di Sir Daniel e, proprio a lui stavano preparando un imboscata. Entrambi i gruppi decidono di allontanarsi dalla casa prima di essere scoperti e Dick e il capo dei soldati che erano stati attaccati si danno appuntamento all' alba alla croce di Saint Bride.
Capitolo 3:
Dick si reca all' appuntamento con l' uomo che aveva sconfitto il giorno prima, e lui gli rivela che il suo nome è Lord Foxham. Il ragazzo capisce da quello che gli aveva raccontato Joanna che costui era il tutore della ragazza prima che fosse rapita da Sir Daniel.
Lord Foxham promette a Dick il suo aiuto per liberare la ragazza dalla casa sulla spiaggia.
Capitolo 4:
Dick pensa di attaccare la casa dal mare e per questo chiede a Senzalegge di aiutarlo a rubare un battello. Dopo aver individuato una buona barca Senzalegge chiede notizie riguardo al proprietario e poi va da questo fingendo di conoscerlo e offrendogli della birra. Mentre il fuorilegge tiene occupato il marinaio, Dick mette alcuni uomini sul battello e poi va e spiegare il suo piano a Lord Foxham.
Il ragazzo dopo aver messo fuori combattimento il proprietario, porta sulla barca Senzalegge e quest ultimo la guida, nonostante il mare in tempesta, ad ormeggiare a dei massi vicini alla casa.
Capitolo 5:
Gli uomini vengono fatti scendere a terra, ma dopo poco vengono scoperti dalle guardie di Sir Daniel e, attaccati, iniziano a fuggire tornando sul battello nel panico più completo, tanto che alcuni si feriscono tra loro. Nell' attacco a sorpresa viene ferito anche Lord Foxham.
Senzalegge si mette al comando della nave ma viene accusato di essere un traditore perché si dirige verso il mare. Nonostante tutto riesce a riprendere il controllo della situazione, anche se Dick non fidandosi del tutto mette tre uomini ad aiutarlo, dopodiché scende nella cabina di Lord Foxham.
Capitolo 6:
Lord Foxham affida a Dick il compito di portare un messaggio a Richard di Gloucester la domenica, un ora prima di mezzogiorno alla croce di Saint Bride, e gli dà il suo sigillo perché possa farsi riconoscere.
Dick esce dalla cabina dopo aver accettato il compito e in quel momento la nave arriva su un banco di sabbia; a questo punto non resta altro da fare che aspettare che la marea si abbassi per tornare a terra.
Dopo un ora possono finalmente scendere sulla terraferma, dove vengono scambiati da alcuni uomini per raziatori francesi, ma una volta che si sono allontanti anche gli uomini se ne vanno.
LIBRO QUARTO
Capitolo 1:
Lord Foxham e Dick si separano, poi il ragazzo paga gli uomini che lo hanno aiutato e questi se ne vanno mentre lui segue Senzalegge fino al suo rifugio.
I due uomini decidono di entrare in casa di Sir Daniel per liberare Joanna vestiti da preti e truccati, ma prima provano a ingannare alcuni loro ex compagni e, visto che non vengono riconosciuti si recano alla casa.
Capitolo 2:
Mentre Senzalegge parla con le altre persone presenti nella casa, Dick si guarda intorno finche non vede passare delle guardie con Joanna e decide di seguirle. Quando le guardie si allontanano una ragazza lo vede e chiede cosa sta facendo. Dick risponde che sta cercando Joanna e la ragazza lo conduce da lei, che gli rivela che per il giorno seguente è previsto il suo matrimonio con Lord Shoreby.
Dick decide di nascondersi mentre la sua nuova amica e Joanna vanno a cena, ma dopo poco arriva Senzalegge ubriaco e una spia li scopre, ma viene uccisa senza problemi.
Capitolo 3:
Dick trova addosso alla spia una lettera di Lord Shoreby per Lord Wensleyadle, che prova che Lord Shoreby è in corrispondenza con casa York. Dick lascia sul corpo del morto un biglietto di avvertimento e una freccia nera dopodiché manda via Senzalegge e torna al suo nascondiglio.
Sir Daniel trova il morto e fa bloccare tutte le uscite per non far fuggire il colpevole.
Richard cerca di uscire dalla casa sfruttando ancora il travestimento e dicendo che sarebbe andato a pregare per il morto, ma viene portato da Sir Oliver a cui rivela la sua identità.
Il prete ordina a delle guardie di controllarlo fino al momento del matrimonio del giorno successivo.
Capitolo 4:
Mentre Dick è nella chiesa a pregare, Senzalegge entra, si avvicina al suo capo e lo avverte che Ellis Duckworth è tornato e presto verrà ad aiutarli.
Iniziano i preparativi per il matrimonio ma Shoreby viene ucciso dagli uomini di Ellis che poi riescono a fuggire.
Sir Daniel cattura Dick e lo minaccia ma il ragazzo si affida al conte di Risingham e, dopo aver tentato di difendersi e essere stato difeso da Joanna e la sua amica (nipote del conte) viene portato via insieme a Senzalegge.
Capitolo 5:
Dick viene convocato dal conte a cui consegna la lettera trovata addosso alla spia che aveva ucciso e si dichiara colpevole proprio dell' assassinio. Il ragazzo da al conte la lettera trovata addosso al messaggero di Sir Daniel in cui il cavaliere offriva le proprietà dei Risingham in cambio di aiuto e questo fa arrabbiare molto il conte, che in cambio del servizio avuto lascia liberi Dick e Senzalegge.
Capitolo 6:
Dick e Senzalegge la notte vanno al porto dove trovano il proprietario della nave che avevano rubato e il fuorilegge pensando di farcela scappa ma il ragazzo viene preso e viene riconosciuto e quindi legato.
Dick riesce con una falsa storia a convincere il capitano e i suoi amici a slegargli i piedi e ad andare in una taverna. Il ragazzo raccontando di grandi ricchezze che vorrebbe recuperare riesce a far bere i marinai fino a farli ubriacare. A questo punto Dick scappa ma viene inseguito da quasi tutti i marinai del porto finché non riesce a seminali. Ormai stanco va a dormire in una locanda dove rimane fino al mattino successivo.
LIBRO QUINTO
Capitolo 1:
Dick si reca al luogo dell' appuntamento come gli aveva raccomandato Lord Foxham portando con se i documenti che gli erano stati dati. Improvvisamente sente uno squillo di tromba e si affretta nel luogo di provenienza del suono, dove un uomo solo sta combattendo contro sette assalitori, e cerca di aiutarlo. L' uomo suona nuovamente la tromba e i suoi soldati arrivano e impiccano gli assalitori.
Colui che Dick ha aiutato si rivela essere Richard di Gloucester a cui il ragazzo consegna le note di Lord Foxham, e consiglia di attaccare subito Shoreby approfittando del fatto che le sentinelle non sono ancora pronte. Il cavaliere accetta il consiglio e manda a chiamare le altre armate mentre si dirige verso la città.
Capitolo 2:
Il duca di Gloucester si impadronisce di un quartiere della città che comprende cinque vicoli che fa tenere sotto controllo da cento uomini per ciascuno; a capo di uno di questi squadroni mette Dick.
Comincia la battaglia e in ogni vicolo viene eretta una barricata, che avvantaggia gli uomini del duca.
Le barricate vengono però distrutte, ma Dick ne fa costruire un altra usando i corpi degli uomini morti e dei cavalli riuscendo così a resistere agli attacchi.
Il duca, in cambio dei servizi avuti fino a quel momento, nomina Dick cavaliere.
Capitolo 3:
L' esercito dei Lancaster attacca di sorpresa passando dalle case ai lati delle viuzze e mette in difficoltà gli uomini del duca, ma gli attaccanti si ritirano quando arrivano i rinforzi al seguito del duca stesso e quest ultimo uccide il conte di Risingham mentre i suoi soldati massacrano i superstiti dell' esercito dei Lancaster.
Capitolo 4:
Quando la vittoria è ormai certa Dick cerca Joanna nella casa dove l' aveva vista l' ultima volta ma gli viene detto che non era stata trovata nessuna donna e che Sir Daniel era riuscito a fuggire con alcuni lancieri. Allora Dick va sulla torre campanaria da cui osserva la città e vede gli uomini di Sir Daniel che, diretti verso Holywood, si allontanano velocemente e decide di seguirli.
Dick chiede al duca di Gloucester cinquanta uomini per inseguire il cavaliere di Tunstall, prima di partire però chiede anche al duca di liberare il marinaio cui aveva rubato la barca per farsi perdonare da lui ma si rende conto che le conseguenze di ciò che ha fatto sono state molto più gravi di quanto immaginasse.
Nell' inseguimento trova e porta con se la nipote del conte di Risingham.
Capitolo 5:
Dopo aver consultato i suoi uomini Dick decide di seguire le tracce lasciate dai cavalli dei fuggitivi, ma quando le tracce si separano Richard è costretto a fermarsi per aspettare che faccia giorno. Una volta sistemate delle sentinelle Dick porta da mangiare ad Alicia che però lo accusa di aver ucciso il conte di Risingham e con lei inizia un dialogo, alla fine del quale lei chiede a Dick di sposarla dopo che lui ha promesso di fare qualsiasi cosa per farsi perdonare. Ma a questa richiesta il ragazzo risponde di voler sposare Joanna.
Capitolo 6:
Richard vede in lontananza un fuoco acceso e con quaranta uomini si muove nella direzione del punto luminoso. Al campo trova Bennet con alcuni uomini a cui ordina di arrendersi, ma al contrario, questi si preparano a resistere. Joanna raggiunge Dick e questi da ordine agli uomini di attaccare, ma dei cavalieri arrivano all' improvviso e facilmente hanno la meglio sugli uomini di Richard mentre quest ultimo è costretto a fuggire con Joanna e Alicia, fino a raggiungere Holywood, dove sono ancora accampati gli uomini di Lord Foxham. Al campo trova anche il duca di Gloucester a cui racconta l' accaduto; poi decide il suo matrimonio con Joanna per il giorno successivo.
Capitolo 7:
La mattina del giorno dopo passeggiando per la campagna Richard incontra Sir Daniel che sta cercando di raggiungere Holywood ma Dick e deciso a impedirglielo, ma promette di lasciarlo in vita se decidesse di andarsene. Mentre Sir Daniel si allontana però viene colpito da una freccia nera scoccata da Ellis e muore.
Duckworth annuncia che la banda della Freccia Nera è sciolta e quindi lascerà in vita Sir Oliver, poi saluta per l' ultima volta Dick.
Capitolo 8:
Alle nove del mattino viene celebrato il matrimonio tra Dick e Joanna, e viene anche deciso il matrimonio tra Alicia e colui che inizialmente avrebbe dovuto sposare la neomoglie di Richard.
La storia si conclude con la descrizione di ciò che è poi accaduto a due uomini: Arblaster, il capitano della nave rubata continua a piangere fino al giorno della sua morte, per il suo amico defunto nella battaglia di Shoreby, mentre Senzalegge muore frate come durante la storia disse a Dick di voler morire.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
-
-
Riassunto - scheda libro :
ANALISI DEL TESTO
LIBRO: Racconti AUTORE: Oscar Wilde
RACCONTO: L’usignolo e la rosa
Fabula: Intreccio:
- Presentazione dei personaggi 1. Disperazione del giovane.
- Viene proposta una prova all’usignolo. 2. La ricerca della rosa.
- Il sacrificio dell’usignolo 3. Gli amici danno l’addio all’ani
- Il materialismo della giovane male.
- La scelta dello studente.
Nel racconto L’USIGNOLO E LA ROSA, l’autore svela un suo lato romantico, parzialmente dimostrato negli altri brani da lui redatti. Spesso, e in particolar modo negli attimi di maggior tensione, il narratore esprime, attraverso le parole dell’Usignolo, quanto sia bello ed appassionante l’amore tra due persone, tanto forte da spingere un essere ad uccidersi pur di farne nascere uno nuovo.
Il racconto, molto carico di sentimenti, è, rispetto ad altri, molto breve, ma contemporaneamente anche molto coinvolgente.
La storia incomincia in Medias Res, non vi è, infatti, un preambolo che ci introduca lentamente all’interno della vicenda, ma, in seguito, il narratore utilizza il flashback per rendere nota, al lettore, la causa della disperazione dello studente.
Il protagonista, e martire, della storia è l’Usignolo, un dolce volatile che, colpito dalla forza dell’amore che affliggeva il giovane studente, sacrificò la sua vita. L’usignolo viene presentato dai suoi amici vegetali e animali che decantano le sue lodi al momento della tragica scelta.
Questo personaggio è l’immagine speculare del narratore, infatti, in lui vengono riassunte tutte le caratteristiche proprie di Oscar Wilde: il romanticismo, dimostrato nelle sue azioni e l’intelligenza, espressa con i suoi discorsi. Molto probabilmente il narratore ha scelto proprio questo animale, non solo per il suo romantico e melodioso canto, ma anche perché è abitudine dell’Usignolo cantare le sue storie dal tramonto fino al calare del sole, proprio come venne chiesto all’Usignolo del brano in questione. Un altro personaggio del racconto è lo studente, è per lui che l’Usignolo ha sacrificato invano la sua vita. Entrambi sono personaggi positivi, entrambi traditi da un sentimento strano come quello dell’amore; possiamo capire la positività dei due da un particolare, molto importante per il narratore, che è l’intelligenza, dimostrata in tutti i discorsi e le descrizioni dell’Usignolo e dello studente.
Parlando di loro, o attraverso loro, Wilde trasforma il suo stile da tradizionale ad aulico, e tutto il testo viene arricchito da aggettivi molto ricercati ed estremamente adatti alla situazione, tutti legati alla sfera della brillantezza, lucentezza e colore, ma sempre in modo molto delicato e raffinato.
La ragazza che rifiuta l’invito del giovane studente e denigra la sua professione, momentaneamente non retribuibile, serve a valorizzare il punto di vista del narratore che la fa, in questo modo, apparire come un personaggio negativo e spregevole, che non riesce ad apprezzare un gesto dolce come il dono di una rosa rossa, simbolo dell’amore provato dallo studente. L’amore, che è anche uno dei temi principali della narrazione accanto al sacrificio; sul finale viene ritenuto una cosa spregevole con la decisione drastica, piena di delusione, presa dallo studente.
In questo brano non sono rintracciabili le funzioni di Propp, forse a causa della sfasatura che il narratore crea tra fabula e intreccio. Il personaggio del giovane studente ha una caratterizzazione culturale, infatti, il narratore non ci descrive il suo aspetto fisico, bensì la sua intelligenza, sia dal modo con cui lo chiama, che dal tono aulico che utilizza nelle sue discussioni e dalla profondità dei pensieri da lui espressi. Il narratore è chiaramente onnisciente, dato che conosce bene tutti i pensieri dei personaggi della vicenda.
La conclusione del racconto è, come in quasi tutte le opere di Wilde, estremamente rivoluzionaria, e allo stesso tempo crea quasi una disillusione nel lettore che sia spetta il classico colpo di scena, dove l’amore ha il sopravvento e vince su tutto il denaro del mondo; ma non è così per Wilde che dimostra, anche in questa occasione, di saper trovare sempre idee originali per concludere i suoi racconti.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
Manuel Belli
Relazione in seguito alla lettura di “Le Confessioni” di s. Agostino sul tema:
S. Agostino e
l’incontro con la Scrittura
Rispetto a tutti i filosofi che abbiamo incontrato finora, sant’Agostino ha potuto disporre di uno strumento in più. La sua ricerca della sapienza non è stata una seconda navigazione platonica per cui, con immane fatica della sua intelligenza, egli è giunto a scoprire ciò che dà senso a tutte le cose. Agostino, sebbene con travagli e con fatica, si è semplicemente arreso ad una Sapienza nascosta fin dai tempi più antichi e rivelata pienamente nella persona e nelle parole di Gesù, chiamato il Cristo. Ovviamente Agostino, quale grande dottore della Chiesa, ci ha aiutato molto a riflettere su Dio, sulla natura divina e sull’uomo, ma tutto partendo da uno strumento (ecco il famoso strumento in più) che molti hanno stimato e stimano spazzatura, e cioè le Sacre Scritture. Secondo i cristiani l’amore per la sapienza (filosofia) non può che essere amore verso i Sacri Testi, mezzo con il quale Dio, Sapienza infinita, ha scelto di rivelarsi. In questo brano cercheremo allora di raccontare l’incontro di sant’Agostino con la Bibbia, così come egli stesso ce lo descrive nel suo capolavoro “Le confessioni”.
Gesù Cristo, in una delle parabole più famose, ha paragonato la sua Parola ad un seme . Un seme possiede in sé la forza per germogliare ed è quindi qualcosa di vivo e capace di donare vita. Nel leggere “Le confessioni”, tentando di considerarle sotto il profilo dell’incontro dell’autore con la Sacra Scrittura, mi sono accorto di come per lui si è veramente realizzata questa vitalità della Parola che è capace di conquistare ogni uomo, anche colui che gli oppone grande resistenza.
Sebbene non sia detto esplicitamente, possiamo intuire che fin da piccolo Agostino avesse avuto contatto con la Parola. Leggiamo infatti nel capitolo undici del primo libro delle Confessioni “Avevo udito parlare sin da fanciullo della vita eterna, che ci fu promessa mediante l’umiltà del Signor Dio nostro, sceso fino alla nostra superbia…” e più avanti “Dunque allora io credevo, come mia madre e tutta la casa, eccettuato soltanto mio padre”. Dalla narrazione che il santo fa della sua fanciullezza apprendiamo che egli conduceva una vita simile a tanti normali fanciulli, immerso in una famiglia “quasi credente” (il padre non lo era) con tutte le svogliatezze e i desideri che la maggior parte dei bambini ha.
L’adolescenza agostiniana, presa da tanti curati di oratorio nei loro ritiri come emblema di uno stile di vita comune a tanti adolescenti, è caratterizzata da un distacco dalla fede e di conseguenza dalla Parola. Agostino cercava ciò che dà senso all’esistenza, ma nell’intemperanza caratteristica dell’età giovanile trovò la felicità nei piaceri carnali e nella ricerca delle glorie umane. Eppure Dio guardava e pazientava (come il nostro autore stesso commenta) e, si sa, le sue strade sono infinite. Tanto infinite da affidare a Cicerone e al suo trattato “Ortensio” il compito di svegliare Agostino dal suo torpore morale, spirituale ed intellettuale. Questo non significa che subito egli incontrò la Parola, se ne innamorò e divenne credente, ma l’”Ortensio” svegliò in lui il desiderio e l’amore verso la sapienza e Agostino stesso dice che “amore della sapienza ha un nome in greco: filosofia”. Non era ancora arrivato a conoscere Dio per mezzo della sua Sapienza rivelata nei Sacri Testi, ma, per mezzo della filosofia, ha cominciato ad alzarsi per tornare nella casa del Padre, che con amorevole occhio continuava a scrutarlo nella sua prodigalità.
Dopo la lettura dell’”Ortensio”, Agostino “si propose di rivolgere la sua attenzione alle Sacre Scritture, per vedere come fossero”. Il suo primo incontro con la Parola non è stato sicuramente gratificante. Sentiamolo raccontato dalle sue parole: ”Ebbi l’impressione di un’opera non degna della maestà tulliana ”. E non possiamo dare torto al “povero” Agostino se consideriamo la sua formazione: era un grammatico ed un retore finissimo, mentre la Bibbia, ad una prima lettura, può sembrare una storiella per bambini. Sicuramente uno che cerca la sapienza non vuole sentirsi parlare di Adamo ed Eva che mangiano una mela e vengono cacciati dal paradiso terrestre. I Vangeli stessi, per la loro semplicità, fanno gioire gli studenti di greco quando devono tradurre qualche passo. Eppure è piaciuto a Dio salvare l’uomo con la stoltezza della predicazione e a noi non è chiesto di arrossire a causa della debolezza del Vangelo: esso infatti è la potenza di Dio che salva chiunque l’accoglie . Agostino non ha capito subito che ciò che è debolezza per gli uomini è potenza di Dio , ma lo avrebbe capito, tanto da diventare lui stesso maestro di sapienza divina e nostro padre nella fede.
Il primo deludente incontro con la Parola lo portò tra “uomini orgogliosi e farneticanti, carnali e ciarlieri all’eccesso”, ovvero i manichei . I manichei non solo rifiutavano totalmente l’Antico Testamento (secondo la teoria della sostituzione, secondo la quale il Nuovo Testamento cancellerebbe e sostituirebbe l’Antico Testamento), ma davano un’interpretazione distorta dei Vangeli e delle lettere di Paolo, tanto che Mani (il fondatore del manicheismo) si definiva “Apostolo di Cristo” e “ il paraclito che doveva venire”. Personalmente ho cercato di documentarmi un po’ circa la dottrina manichea, e, se dimentico di essere cristiano cattolico, posso persino affermare che è affascinante il loro modo menzognero di accostarsi alla Scrittura e al mistero di Cristo, ma ancora una volta bisogna ricordare che a Dio è piaciuto rivelare ai piccoli la sua verità, non hai falsi sapienti di questo mondo . E questo è anche il giudizio di Agostino dopo la sua conversione. Nel quinto libro infatti il grande dottore della Chiesa, in occasione del ricordo del suo incontro con il vescovo manicheo Fausto, espone le sue critiche al sistema manicheo.
La Provvidenza condusse Agostino fino a Milano, città in cui incontrò il grande vescovo Ambrogio. Agostino iniziò a frequentare i sermoni domenicali del vescovo, dapprima attratto dalla loro forma estetica, e poi dal contenuto. E fu proprio grazie a sant’Ambrogio che Agostino ebbe un altro significativo incontro con la Parola di Dio. Il Vescovo milanese infatti guidò Agostino in una lettura spirituale (e non letterale) dei passi dell’Antico Testamento, così che quest’ultimo poté convincersi della verità nascosta dietro i testi della Legge e dei Profeti, incominciando a detestare coloro che deridevano gli autori sacri dell’antica alleanza, cioè i manichei. L’incontro con il Nuovo Testamento e con la rivelazione di Gesù Cristo non può che passare per l’Antico Testamento, poiché Cristo non è venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a dare loro compimento. L’incontro con l’Antico Testamento ha condotto Agostino ad accettare di entrare nella Santa Chiesa Cattolica come catecumeno.
Era però ancora lontano dal conoscere la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità del mistero di Gesù Cristo , ma ancora una volta Dio guardava e pazientava, e volle che l’incontro con il Nuovo Testamento fosse mediato, per Agostino, dalla lettura dei testi neoplatonici , i quali effettivamente possono essere di grande aiuto ad aprire la mente verso la rivelazione cristiana.
Finalmente Agostino decise di gettarsi sui testi del Nuovo Testamento, e in primo luogo sulle lettere paoline. Grazie alle letture anticotestamentali mediate dalla sapienza di Ambrogio, scomparvero dalla sua mente i dubbi di incompatibilità e di contrasto tra la Legge e i Profeti nei confronti dei Vangeli e delle epistole neotestamentali. In questo modo poté apprendere la semplicità e assieme la sublimità del messaggio di Cristo. La Parola è apparsa a sant’Agostino semplice, cosicché chi la scolta non può vantarsi di averla compresa, ma può solo arrendersi alla sua debolezza, che poi è potenza di Dio.
Ormai Agostino aveva ricevuto il seme della parola e della rivelazione, gli mancava di metterla in pratica, abbandonando tutti i desideri secondo la carne per darsi alle opere dello Spirito . Ma, lo sappiamo bene tutti, questo non è semplice.
Fu così che un giorno, sconsolato a causa della sua accidia, mentre stava piangendo, dalla casa vicina udì una voce che diceva: “Prendi e leggi”. Egli interpretò come provvidenziale questo nuovo invito a scontrarsi con la Parola di Dio. Si gettò così sui testi di san Paolo e, aprendo a caso il libro, i suoi occhi caddero sul versetto tredici del tredicesimo capitolo della lettera ai Romani che dice :”Non nelle crapule e nell’ebbrezza, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”. L’incontro con la Parola rischiarò i suoi dubbi. Questo versetto non lo lesse solo con gli occhi e con “la testa”, ma anche con “il cuore” e con i sentimenti, e questo provocò in lui “grande letizia e serenità”. Agostino è una dimostrazione vivente che quando la mente, l’anima e il cuore incontrano la Parola, questa è veramente più tagliente di una spada .
Nel libro IX Agostino narra di come si è liberato di tutto ciò che poteva separarlo da quel Dio misericordioso che lo aveva guidato. E viene anche raccontato del suo incontro con il libro dei salmi. Infatti la Parola, dopo essere stata ascoltata, vissuta e capita, non può che diventare preghiera. Agostino descrive così il desiderio di rivolgersi a Dio mediante il libro dei salmi: “Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento di orgoglio! (…) Ardevo dal desiderio di recitarli.”
In questo libro nono Agostino si impegna in una meditazione sul salmo quattro, nel quale egli, con una sensibilità biblica sorprendente, rilegge la sua storia di fede e loda il Signore per la sorte beata che gli ha concesso, rattristandosi per colo invece che erano lontani dalla luce di Cristo, cioè i manichei e tutti gli eretici.
Sant’Agostino ricevette così il Battesimo per le mani del vescovo Ambrogio nella notte di Pasqua del 387.
Ma la Parola, per quanto sia immutabile e stabile per sempre, e resterà anche quando il cielo e la terra passeranno, non permette una conoscenza perfetta, e accende in noi il desiderio di vedere apertamente, faccia a faccia Dio. Del resto lo dice anche l’Apostolo: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia” . E Agostino si accorge di questo. Ma, per dono della Grazia di Dio, assieme a sua madre, ricevette il dono della contemplazione, cioè per un breve istante ha potuto cogliere l’eterna Sapienza, così come la vedremo il giorno ultimo. Sono interessanti le affinità e le differenze tra la contemplazione agostiniana e quella neoplatonica di Plotino .
Gli ultimi tre libri delle “Confessioni” sono dedicati alla questione della memoria, alla questione del tempo e ad una meditazione filosofica sui primi due versetti della Genesi, in cui Agostino mostra tutta la profondità del suo amore per la Sacra Scrittura.
E si conclude così il nostro itinerario con cui Agostino è passato dal rifiuto all’amore profondo nei confronti della Parola. Spero di non avere annoiato troppo il mio lettore se mi sono lasciato andare a qualche riga di “predica” in alcuni punti, ma assicuro che erano tutte indirizzate a me stesso. Se poi chi legge ha potuto trarne qualche beneficio, mi rallegro con lui.
Il manicheismo era un sistema religioso che prese il nome dal fondatore, Mani. La visione del mondo manichea è radicalmente dualista, i cui poli sono il bene (incarnato da Dio) e il male (rappresentato dalla materia). Secondo una complessa dottrina della creazione, nell’uomo e in tutta la natura ci sarebbero delle particelle divine. L’uomo può sperare di liberare la sua parte divina solo attraverso una severa pratica ascetica. Gesù Cristo, giudicherà se l’uomo, alla fine della vita, è riuscito a liberare il principio divino che risiede in lui. I manichei si organizzarono anche gerarchicamente e crearono una propria liturgia, tramandataci come molto suggestiva.
Con il nome di “Neoplatonismo” intendiamo un insieme di correnti filosofiche e teologiche diffuse nel mondo occidentale fra il III e il VI sec.. Queste correnti hanno una forte impronta mistica e religiosa, nata dal ripensamento del pensiero platonico integrato in vario modo con temi del giudaismo, del neopitagorismo e di alcune sette cristiane. Nei testi neoplatonici troviamo somiglianze singolari con il prologo del Vangelo di Giovanni, ad esempio si parla di una sapienza che in principio era presso Dio e faceva parte della sostanza divina stessa, e troviamo anche che questa sapienza non è stata creata da volontà umana, ma è nata da Dio.
Plotino è il maggior esponente della corrente neoplatonica, e il suo pensiero ontologico, nel quale si inserisce il suo concetto di estasi e contemplazione, è molto complesso. In sostanza la contemplazione plotiniana è l’atto creatore mediante il quale un’intelligenza universale, dalla visione del massimo principio della realtà, cioè l’Uno, crea tutte le cose. Mediante l’imitazione di tale contemplazione, l’uomo può arrivare alla conoscenza dell’Uno. La contemplazione Agostiniana riprende come modalità quella plotiniana (Plotino infatti afferma che è necessario mettere a tacere nell’anima tutte le realtà terrestri per giungere alla contemplazione dell’Uno), ma con un’accezione profondamente diversa: Plotino sostiene che la contemplazione è un movimento dell’uomo verso il divino, mentre Agostino afferma che la contemplazione è dono della grazia di Dio.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
Laura Mancinelli
I DODICI ABATI DI CHALLANT
IPOTESI DI LAVORO
Sulla lettura storico-sociologica
a) Quali mezzi si utilizzano nel romanzo per parlare della storia del Medioevo? Quali sono gli aspetti su cui si sofferma maggiormente l’autrice?
La storia di San Bernardo da Chiaravalle e di un’immaginaria Isabella d’Aquitania, sua seduttrice, servono all’autrice per mettere in luce uno dei punti chiave del Medioevo: la repulsione della chiesa per le donne. Questo scontro, che si ripeterà tra la marchesa di Challant e gli abati, non fa altro che confermare anche un altro aspetto caratteristico dei secoli presi in considerazione: lo scontro tra nobiltà e clero.
Nel romanzo compaiono personaggi come il filosofo, accusato d’eresia, poiché con il suo pensiero e con le basi d’Abelardo, filosofo eretico anch’esso, aveva, in un certo qual modo, dato come altresì valida la dottrina di Maometto. La cosa fu alquanto grave ed incriminante nel periodo in cui la religione cristiana doveva essere osservata ciecamente.
Attraverso queste figure di “ertici”, la letterata analizza la posizione di quella che è stata una delle protagoniste dei secoli presi in esame: l’autorità ecclesiastica.
La chiesa, tramite il suo “tribunale della Santa Inquisizione”, influenzò, sebbene in modo negativo, gli avvenimenti dell’età di mezzo.
L’autrice si sofferma particolarmente su tutto questo: il clima conflittuale che persisteva tra laici ed ecclesiastici, tra nuovi e vecchi, intransigenti, pensatori; insomma tra lo scontro di mentalità diverse che realizzò la storia del Medioevo.
Tramite la figura d’Enrico di Morrazzone e del mercante di Venezia, s’intravede, oltre che la nascita delle potenti repubbliche marinare: Amalfi, Genova, Pisa, Venezia, anche la figura del mercante: uomo che tra il VI e il IX secolo, sia a causa delle difficoltà nei trasporti e della povertà generale, sia a causa di un rifiuto della chiesa nei suoi confronti, era tenuto ai margini della società; ma che tra il XIV e il XV secolo è riconosciuto come una delle figura di spicco della comunità: persona di ragguardevole cultura, di vitale importanza per il commercio e quindi per il benessere generale della popolazione.
Attraverso il personaggio del trovatore, inoltre, viene enunciato l’ideale cortese, simbolo di una società colta e raffinata; gli ideali dei cavalieri medioevali: coraggio, onore, lealtà, sono affiancati dall’amore cavalleresco e sopraggiungono alle regge tramite una lirica dotta e ingentilita.
Tutta la narrazione del romanzo si svolge sullo sfondo di un castello: costruzione peculiare della “Età di mezzo”.
b) Elenca gli elementi che nel testo testimoniano l’evoluzione sociale e culturale nel secolo XIII
Per prima cosa un elemento che pone l’accento sull’evoluzione sociale è proprio il castello.
Sorsero le prime rocche con le invasioni barbariche verso la fine del IX secolo e gli inizi del X. Costruiti sopra un promontorio su antiche fondamenta celtiche o romane, questi erano in molti casi luoghi impervi come il territorio che li circondava. Con la mancanza di vetri che chiudessero le feritoie e con l’impossibilità di mantenere fuochi sempre accesi nelle stanze, in inverno erano pressoché invivibili.
Successivamente, verso la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, comparvero lastre sorrette da fili di rame a proteggere del freddo e, nelle stanze, furono edificati veri e propri camini. Ammettiamo che il romanzo si fosse ambientato solamente circa tre secoli prima, la marchesa, nell’affacciarsi alla finestra, tra la pioggia battente, per vedere la venuta del troviero, si sarebbe infradiciata (vedi capitolo “Il trovatore”); il filosofo, al suo arrivo, non si sarebbe sistemato tanto comodamente davanti al caminetto senza “affumicarsi” un po’ (vedi capitolo “Il filosofo”) e, parimenti, la marchesa non si sarebbe potuta concedere un bagno così caldo e profumato come descritto nel capitolo “le esequie”.
Nei castelli, inoltre, si veniva a creare una vera e propria “vita di classe” dove la donna era posta in primo piano.
Nella società antica, la femmina era colei che doveva provvedere all’allevamento dei figli e all’andamento della casa. Non le era permesso saper né leggere né scrivere (anche se, naturalmente, c’erano molte eccezioni), non faceva vita di società e aveva pochissimi diritti.
Successivamente, con l’affermazione della chiesa come “autorità vigilante”, la donna era considerata uno strumento di Satana. Ritenute inferiori, non avevano il permesso di possedere alcun bene e, addirittura, un atteggiamento inammissibile era la sola cura del corpo. Così la sensualità e gli atteggiamenti seduttori della bella Maravì (vedi capitolo “Amore e morte”) sarebbero stati considerati oltraggiosi e peccaminosi se non si fosse trovata in un castello del XIII secolo: con lo sviluppo, infatti, della vita cortese, la donna era “adagiata al centro dei desideri” degli uomini di corte. In questo modo la marchesa di Challant divenne “l’irraggiungibile incanto” del duca Franchino, dello stesso abate Mistral e del trovatore.
Questi, di fatto, fu un’altra figura che si sviluppò nel XIII secolo. Le sue origini risalgono agli istrioni romani o nientemeno che ai rapsodi greci; passando per “quegli uomini di dubbia moralità” che erano chiamati saltimbanchi, poi giullari, si arriva fino ai trovatori Provenzali del XII/XIII secolo.
Costoro, accompagnati da uno strumento musicale come la viella, il liuto o l’arpa, componevano liriche d’amore, di fatti o desideri personali, di gesta d’altri o accompagnavano semplicemente le danze.
Ecco, dunque, che in questi secoli si sviluppano balli spensierati e gioiosi come la ronda, il branle, la ballata e il saltarello. Tutto questo in contrapposizione con le primitive danze a sfondo erotico o con significato magico, poi bandite dalla chiesa.
Il trovatore, difatti, nella narrazione, si propone come un abile musico, intrattenitore e romantico seduttore (vedi capitolo “Il trovatore”).
Non meno importante è l’evoluzione della scuola, quindi della medicina e dell’astrologia.
Nei secoli precedenti a quello preso in esame, la scuola aveva sede nei monasteri e l’istruzione era vincolata alla carriera ecclesiastica; successivamente, con l’inizio d’alcune ribellioni contro la chiesa, sorsero le prime università; si ricorda in particolare quella di Napoli. Successivamente furono istituite cattedre d’anatomia, come quella dell’università di Salerno da cui proveniva il personaggio di Goffredo. Va ricordato, però, che lo studio dell’anatomia era una pratica riprovevole per la chiesa; non bisogna, quindi, stupirsi se Goffredo da Salerno era stato accusato d’eresia per aver voluto iniziare la pratica dei trapianti sull’uomo (vedi capitolo “Amore e morte”).
Infine l’evoluzione che caratterizzò la fine del medioevo fu proprio la rinascita delle città e quindi dei commerci. Ecco dunque che con la figura del mercante di Venezia, troviamo un uomo colto, di buone maniere, capace di vendere con astuzia la propria merce (vedi capitolo “Il mercante veneziano); nel XIII/XIV secolo, con la figura del mercante ricco e benvoluto, in contrapposizione all’antico trafficante povero e reietto, si ha la definitiva evoluzione verso la società borghese.
c) Una delle tematiche costanti nel testo è lo scontro tra la mentalità ecclesiastica e quella laica. Rintraccia gli episodi e i dialoghi in cui il contrasto ti sembra più evidente.
Lo scontro tra queste due mentalità, cioè tra quella ecclesiastica e quella laica, si ripete molto spesso tra la marchesa di Challant e gli abati su varie tematiche. Per prima cosa, se ricordiamo che per i chierici la cura eccessiva del corpo era peccato, mentre nelle corti si affermava sempre di più il culto del lusso e dell’eleganza, dobbiamo notare come l’abate Torchiato, nel capitolo “Le esequie”, riprenda la marchesa dopo il suo bagno…
“Quando entrò nella stanza il profumo dell’acqua di rose si mescolò al profumo dolce del vino e un vapore caldo si sparse nella sala. [...] Poi subito dal gruppo si staccò il grosso abate Torchiato, verboso e zoppicante, e con molte parole prese a rimproverare la marchesa per il suo abbigliamento, pei i capelli sciolti, per il profumo e infine: - Un bagno, - disse, - e a quest’ora!
Tutti volsero gli occhi a lui. La marchesa lo lasciò parlare quanto volle. Quando l’abate rosso e ansimante, poi che d’eccesso di sangue soffriva, si tacque, la marchesa lo guardò sorridendo, alzò un poco verso di lui la sua coppa e disse:
- Non dovreste mai dimenticare, messere, che su di me non avete alcun potere.
Torchiato ammutolì, si guardò intorno cercando lo sguardo dei suoi confratelli; capì il suo errore e si sedette mortificato. Mortificato soprattutto da quel “messere”, umiliante, detto a bell’apposta, in presenza di tutti.”
…Non bisogna, però, stupirsi se le provocazioni partissero anche dalle file laicali. La marchesa rimprovera ai religiosi, nel capitolo “La saggia pretessa”, la prassi di formarsi una famiglia, anche se costretti, dall’obbligo della castità, al contrario. Naturalmente, l’abate Foscolo, smentisce categoricamente...
“Non so perché la chiamano pretessa, forse è la vedova di un prete.
- Come dite? La vedova di un prete? Ma i preti non hanno mai vedove, - intervenne vivacemente l’abate Foscolo. E aggiunse severamente: - state attenta, madonna, certe cosa non si dicono neppure per scherzo -. La marchesa, che l’aveva detto seriamente, lo guardò sollevando le sopracciglia, e tacque.”
…La concertazione su questo argomento continua anche nel capitolo “Amore e Morte”, quando l’arrivo di un bambino d’oscure origini, fa allarmare l’abate Foscolo…
“L’unico che ebbe a ridire sulla presenza di Cicco fu l’abate Foscolo, prete saccente e autoritario che vedeva nel bambino un figlio del peccato.
- Marchesa, - disse un giorno affrontando l’argomento, - non potete tenere in casa vostra uno che non sapete chi sia.
- Perché? - chiese madonna Bianca.
- Perché non sapete chi sia.
- A maggior ragione lo tengo, - rispose la marchesa, - pensate che potrebbe essere un principe, anzi dev’essere un principe di sicuro; oppure il figlio del papa, oppure il figlio di qualche santo importante -. L’abate Foscolo interruppe questo discorso da cui capiva di non poter ricavare molto. Si limitò a guardare il bambino con occhi malevoli, ma lui non se ne accorse perché non aveva nessun motivo di guardare l’abate Foscolo.”
Ora il battibecco si sposta su “campo artistico”. L’abate Ipocondrio sostiene che…
“- Quel fanciullo non dovrebbe possedere un flauto. […]
- Nessun fanciullo dovrebbe possedere un flauto, - ribadì l’abate.”
A lui, questa volta, si contrappone Venafro…
“ - Perché? - chiese Venafro, e intanto pensava che tutti i bambini dovrebbero possedere un flauto, o un piffero, o un’ocarina.
- Il flauto non dovrebbe nemmeno esistere, - ampliò il suo pensiero l’abate avanzando nella sala; - e non solo il flauto, ma la viola, il liuto, i tamburelli e tutti i maledetti istrumenti seduttori.[…]
- Mille volte dannato sia, chi inventa uno strumento da far musica, poiché anime perdute sono quelle che amano suonare e cantare. Anche il canto conduce a perdizione.”
Anche la marchesa, intende prendere parte alla discussione, intenta a difendere le proprie convinzioni…
“- Ahimè, monsignore, il grande Gregorio non pensava come voi”
L’abate ipocondrio, tuttavia, continua ad attaccare, in tono quasi apocalittico, la musica e il canto profano…
“ - Il grande Gregorio fece canto da farsi in chiesa. In chiesa può farsi canto ed anche musica, signora, ma fuori dei luoghi consacrati è bene che siano banditi l’uno e l’altra, perché son arti del demonio. E’ il demonio stesso che insegna a modulare i toni, che suggerisce i suoni sensuali e seduttori che si traggon dagli istrumenti e che la perversa razza dei poeti lega alle canzoni stolte e licenziose sì che ogni suono, ogni nota, ogni parola, diventa veicolo di lussuria. E il diavolo si desta, e s’accosta non visto a suonatori ed a cantanti, e presta il suo potere diabolico alla lor arte, accende i cuori di chi fa musica e di chi ascolta, e impure fiamme serpeggiano nel sangue e accendono desideri innominabili che trascinano uomini e donne nell’abisso del peccato.
Tutti ascoltavano in silenzio, tranne la marchesa che domandò:
- Quei desideri innominabili, monsignore, sarebbero forse desideri d’amore?
- Madonna non fatemi dire parole impure. Ricordate che il demonio è sempre pronto alle nostre spalle. E ricordate che suoni e parole sono i veicoli che lo lasciano entrare in noi. Per questo tutti i suoni e certe parole si possono fare e dire solo nei luoghi consacrati, dove il demonio non può entrare, ma resta confinato sulla soglia a divorarsi di rabbia. Allora suoni e canti diventano veicoli di emozioni pure, linguaggio per parlare con Dio. Ma guai a chi li porta fuori delle chiese, guai a chi con essi offre al demonio il mezzo per sedurre gli altri. Non oso pensare che cosa può essere un flauto nelle mani di un ignaro fanciullo, o d’una donna, che di saggezza è pari ad un fanciullo. Non oso pensare che cosa diventerebbe il mondo se un giorno ogni uomo, donna o fanciullo potesse maneggiare uno strumento da far musica, per cantare e per danzare e fare tutte quelle cose stolte e sconce che dal canto sono alimentate e dalla musica. La seduzione correrebbe per le strade, la lussuria scivolerebbe per ogni vena e all’uomo pio non resterebbe che esser cieco e sordo per sfuggire alle tentazioni e salvare l’anima sua”.
Certo, non si possono biasimare le obbiezioni di Ipocondrio, se si considera a che cosa dà luogo, nel capitolo “Autodafè”, l’abate Ildebrando!
Quest’ultima parte non è che l’esempio più lampante delle ideologie cattoliche: il rogo è l’unico mezzo per purificare l’uomo dai peccati…
“-Tutti, tutti, - disse, - siete in peccato mortale poi che avete appreso ad amare il piacere e fuggire la sofferenza, e tutti gemerete nella fiamme dell’inferno! Ma prima – e qui il suo sguardo ebbe lampi di follia – prima io distruggerò la Babilonia infernale, e purgherò il mondo da questa Sodoma e Gomorra, sì che anche voi perirete nel fuoco e tra le fiamme sconterete i vostri peccati: pregate Iddio misericordioso che si tenga soddisfatto del fuoco terreno che distruggerà i vostri corpi sì che voglia risparmiare le vostre anime. Siate grati, che vi do l’ultima speranza di sfuggire alle fiamme dell’inferno – […] – Castello maledetto! – Gridava la figura avvolta nella nera tonaca svolazzante, - perirai con tutti i tuoi abitanti! E io, io avrò fatto giustizia di tanti peccatori! –“
Tutte le cose, pur essendo giuste in partenza, portate all’estremo, sono quasi sempre sbagliate.
La vera (e giusta) filosofia di vita, che aprirà le porte ai nuovi secoli, è quella proposta da Venafro…
“…Nulla è più saggio nella vita che cercarvi la gioia che vi si può trovare. La penitenza fa l’uomo triste, e l’uomo triste ama che anche gli altri sian tristi. […]
…Io credo che l’unico peccato al mondo è il male che si cagiona a se stessi e agli altri. I piaceri della tavola diventano peccato quando si porta via il cibo agli altri, i piaceri del corpo quando si costringe altri a subirli contro la sua volontà. Ma è più grande peccato avvelenarli col mostro dell’inferno, è più gran peccato indur tristezza, angoscia e disperazione nell’animo altrui che molcir le membra di carezze. E più gran peccato minacciar trombe del giudizio che suonar viole, flauti e mandolini.[…]
- A noi resta la scelta tra l’esser giusti o ingiusti, […] e anche il più umile servo può divenire tiranno, poi che troverà sempre una creatura più debole di lui, che possa opprimere per sentirsi forte. Ma se non cerca e non desidera questo, neppure un re è un tiranno.”
d) Le opinioni sull’amore e sulla sessualità sono, nel nostro romanzo, piuttosto moderne che medioevali. Rileggi le pp. 55-56, 87, 90-91, 110 e indica in che cosa consiste questa modernità.
Nel colloquio tra la marchesa e il filosofo, come in quello che costei intrattiene con il trovatore, bisogna notare come la padrona del castello si accosti ai suoi pretendenti. Occorre ricordare che la dama, nella società cortese, era posta al centro delle attenzioni e dei desideri. La sua immagine era quasi venerata ed il suo corpo era inarrivabile. L’unico metodo che il cortigiano aveva di avvicinarsi a lei, era quello di amarla, di corteggiarla e di trattarla come una regina. Difficilmente una marchesa medioevale si sarebbe concessa al suo spasimante senza prima averlo fatto soffrire di pene d’amore, quasi fino a farlo impazzire.
Nel capitolo “Il trovatore”, quindi, si sarebbe limitata a farsi baciare i piedi e sarebbe rimasta un po’ più distaccata da lui.
Nel capitolo ”L’abate Mistral”, le parole di questi: “ - […]E se pure non si dovessero asciugare, sappi, che è meglio piangere perché si ama, che non piangere perché il cuore è vuoto.”, sono più tipiche di un prete moderno piuttosto che di un chierico del XII/XIII secolo.
Nel periodo preso in considerazione, sarebbe stato poco probabile un ragionamento del genere da parte di un prete, giacché per la chiesa l’amore era un male da fuggire con tutti i mezzi e tutte le forze. Contraddicono, infatti, i pensieri di Mistral, lo stratagemma inventato dall’abate Prudenzio e la stessa cronaca d’apertura del romanzo sulla storia tra San. Bernardo da Chiaravalle e Isabella d’Aquitania.
Parole romantiche s’incontrano nel capitolo “Ottobre”, quando il filosofo avrebbe voluto dipingere la marchesa nuda e ricolma d’oro “Là dove nasce la vita e muore la morte, dov’è il centro dell’universo e il baricentro della gioia”.
La modernità di questa considerazione, sta nel fatto che dipingere una donna, nel medioevo, che non fosse la Vergine Maria, per di più nuda e ricolma d’oro, sarebbe stato come dipingere l’immagine di Satana trionfante.
e) Quale visione della donna hanno gli abati e qual è l’immagine che propone la marchesa?
Pur essendo tutti esponenti della chiesa, i vari abati hanno una visone della donna alquanto soggettiva, ovverosia questa cambia a seconda d’ognuno di loro.
Vanno, però, esclusi gli abati Umido, Nevoso, Cleorio e Santoro che scompaiono dal romanzo senza lasciare considerazioni personali sulla donna, ognuno inseguendo i propri interessi: Umido, ricercando il benessere fisico con le erbe che, con dose eccessiva, lo guideranno alla morte; Nevoso, la comodità che lo condurrà in fondo ad un fiume; Cleorio, il caldo del camino della cucina che lo porterà a morire sotto la padella dei Challant, infine Santoro, inseguendo la stella della santità.
Si notino, invece, le divergenti reazioni degli abati restanti: Mistral se n’andrà dal castello innamorato della marchesa; Leonzio, rincorrendo le proprie passioni, finirà ucciso dal suo stesso impeto di voluttà per Pilar; Malbruno, sebbene dubitando, gode del rimedio contro il mal di lombi prescrittogli da Goffredo da Salerno “adoprandosi in amar donne leggiadre”; mentre Prudenzio finisce ucciso nello sfuggir dalle grinfie d’Iledgonda. Si osservino, soprattutto, gli abati: Torchiato, Foscolo, Ipocondrio e Ildebrando. Questi ultimi hanno una considerazione della donna, tipica dei canoni chiesastici del medioevo: considerano, infatti, la femmina come una forza demoniaca in combutta con Satana; avrebbero voluto che le dame del castello non si vestissero elegantemente, che non curassero il proprio corpo, insomma che si comportassero da schiave.
La marchesa, al contrario, si propone come una nobile seducente, capace di suscitare desideri nascosti anche negli abati.
Possiamo ricordare come, l’entrata nella sala da pranzo dopo il rilassante bagno caldo (vedi capitolo “Le esequie”), abbia acceso i desideri del duca Franchino e dell’abate Mistral. Ricordiamo, per questo, l’uscita dell’abate Torchiato volta a ricordare alla marchesa quali dovrebbero essere i costumi femminili: la cura del corpo è un godimento immorale, perché accende la concupiscenza e induce alla tentazione. Questa, a sua volta, ricorda all’abate che su di lei, bella e nobile, la chiesa non ha alcun potere.
L’immagine femminile, difatti, che è proposta dalla marchesa è forse il contrario dell’immagine muliebre voluta dagli ecclesiastici: la prima si comporta quasi come una donna contemporanea, cura, infatti, il proprio corpo, è inserita nella società, è colta, intelligente, padrona di sé e cosciente delle proprie scelte; la seconda è lo spettro dei tempi passati, vale a dire, trasandata, ignorante, dipendente da un tutore maschile, reietta dalla società virile e, quasi, priva d’ogni sorta di diritto.
Sulla lettura narratologica
a) La descrizione dello spazio è spesso filtrata attraverso il punto di vista di un personaggio. Nel capitolo “Il trovatore”, la visione di paesaggi bellissimi si carica di tristezza, mentre “la natura aspra del nord” e la pioggia rendono felice il viaggiatore. Spiegane i motivi e individua a quale corrente letteraria appartiene questo modo di rappresentare lo spazio.
Il viaggio del trovatore è descritto con caratteristiche di fine romanticismo/realismo. La descrizione dell’itinerario del troviero, ricorda il modo di scrivere tipico del realismo. In questo movimento, gli artisti adottarono, infatti, strumenti d’analisi imparziali ed obiettivi, come per esempio la fotografia, che si può dedurre dal taglio fotografico di numerosi luoghi (vedi, per esempio, la descrizione dei paesaggi d’Avignone o della Camargue). La partecipazione, però, del narratore all’analisi dei territori e delle circostanze, non permette di classificare la descrizione come realista, il ciò sembra più una sfumatura di fine romanticismo. Ecco perché, a mio avviso, la descrizione dovrebbe essere considerata tra fine romanico e realista.
Ricordando che non è il viaggio in sé, ma è l’attesa di questo che ci da gioia, il trovatore, non vedendo l’ora di contemplare “l’azzurro crogiuolo di limpidi cristalli”, lasciò il suo castello quando ancora le bianche nevi circondavano il paesaggio; affrontò la solitudine della foresta, ma con l’allegria nel cuore: l’attesa lo rendeva felice. A mano a mano che stava per raggiungere il proprio traguardo, però, il suo cuore non era raggiante come prima. In ultimo, al contatto con il mare, la gaiezza si tramutò in tristezza e quella bella primavera fu, per lui, solo un cupo autunno.
Come i migliori uomini che non si accontentano di se stessi e, raggiunto il traguardo, sono di nuovo infelici e di nuovo volenterosi d’altre sfide, così il trovatore decise di ripartire.
Come per Adamo che, colmo di cose e d’occupazioni, rivolto solo all’avere, si ritrova ancora scontento e l’apparire della donna sopprime ogni solitudine, le beatitudini, i mali, le preoccupazioni, i problemi dell’uomo si trasfondono nell’animo di un’altra creatura, “aiuto a lui corrispondente” (Vedi Genesi 2, 21/24), così egli, resosi conto d’essere solo, infelice e di esserlo nell’avvenenza, decise di ripartire per “la natura aspra del nord”. Più il paesaggio si faceva impervio, più lui si rese conto di essere veramente appagato. Ogni metro oltrepassato era un metro in meno che mancava alla letizia, raggiunta al massimo grado ai piedi della marchesa: come la vita c’insegna ogni giorno, la vera felicità si assapora solo quando si è insieme con un nostro simile. Non avrebbero senso la natura “e tutto il creato”, se non ci fossero gli uomini a goderne. Così quella pioggia battente che, forse, prima sarebbe stata considerata fastidiosa, ora scendeva come lacrime di gioia e rallegrava l’animo del trovatore a tu per tu con la padrona del castello di Challant.
Per lui, anonimo forestiero, non aveva senso godere dei fiori che sbocciano tra la gioia dei paesani, non v’era alcun piacere nel compiacersi della natura (come della vita stessa) nella solitudine. Così le ciliegie erano (e sono!) più buone se mangiate con amici, così la vita in compagnia, anche in luoghi ostili, era (ed è!) migliore che in luoghi ameni.
b) Nel testo la rappresentazione dello spazio è spesso connessa alla stagione. Ricerca quali caratteristiche si attribuiscono all’autunno, all’inverno e alla primavera. Indica quali sentimenti suscitano le diverse stagioni.
Il racconto si apre quando “i colchici (fiori indaco-rosati, che nascono da un piccolo bulbo biancastro profondamente infisso nel terreno) cominciavano a fiorire nei pascoli annunciando i primi freddi autunnali”. Le ultime passioni estive si andavano spegnendo, mentre “le mura, la valle, gli alberi, tutto era sparito avvolto nella nebbia che a fitte ondate saliva e fluttuava, e un silenzio immenso gravava sulla terra. Sembrava che la vita fosse fuggita da quei luoghi.” A mano a mano che la stagione avanzava, venne autunno inoltrato, quando “la nebbia scendeva nei boschi, condensata in neve larga e molle che impastava i sentieri e li rendeva scivolosi”. Ormai nei cuori si andava estinguendo quel lieve tepore, per far spazio al gelido inverno che, quando arrivò, portò con sé “giorni cupi, di scarso sole velato, di silenziose nevicate, poveri di luce, e lunghe notti”. Tra la nebbia e la neve tutto il paesaggio poteva dirsi scomparso. “Furono tristi aurore tarde, giorni pallidi e stanchi, crepuscoli precoci e sere interminabili di noia”. Il castello e i suoi abitanti si erano chiusi in se stessi, e di questo n’è un esempio lapalissiano la figura del duca Franchino che... “Se ne stava interi giorni rannicchiato nel suo scanno, avvolto in pellicce, a mormorare contro la sua sorte che l’aveva sbattuto in quel mostruoso angolo della terra, dove arrivava la primavera quando altrove è estate, e giunge l’autunno prima che l’estate sia cominciata”.
Venne, poi, il “Favonio (vento caldo di ponente) che spezzava il ghiaccio atroce in un giocoso alternarsi di vento e primavera. Nebbia e gelo scomparivano, le grondaie del castello sgocciolavano allegramente la vecchia neve dei tetti, la corte divenne un impasto di fango e neve fondente. Il cielo era di un tenero azzurro solcato di strisce bianche.” Esso segnava la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Di questo periodo ricordiamo la tristezza di Cicco, poiché il suo piccolo amico Mirò, con l’avvicinarsi della stagione degli amori, era andato in cerca di una compagna; “anche molti uomini e donne erano tristi e nervosi, mentre il bosco sembrava scuotersi baldanzoso e dispettoso nella precoce primavera. E i larici già si riempivano di pennacchi rosati”.
In aprile arrivò la primavera con la sua “pioggia calda e sciroccosa che inturgidiva i rami degli alberi e gonfiava i semi nella terra”. Tutti diventarono briosi, nel castello si fecero canti e balli. C’era chi partiva, come l’abate Mistral, in cerca di fortuna, e chi arrivava, come il trovatore, sicuro di trovare la fortuna stessa ai piedi della marchesa. Questi portò nel castello una primavera travolgente, fatta di sentimenti, passioni, proveniente da Avignone, da Chamargue e da Bourget.
Assente la rappresentazione dell’estate, il romanzo si chiude, di nuovo, in autunno.
c) Tra i personaggi minori compaiono nel romanzo diverse donne: fai il ritratto di una di esse e confrontalo con quello della marchesa.
Madonna Maravì proveniva dalla corte angioina di Napoli; con i suoi “riccioli ramati” s’innamorò di messer Goffredo da Salerno. Per la sua lotta di conquista aveva deciso di vestirsi con un abito di raso rosso ciliegia, bordato allo scollo e alle maniche, il rosso del vestito “accentuava il rosso dei capelli e il candore del collo e del seno che generosamente appariva dall’ampia scollatura.” Portare un tal vestito nel mese di febbraio, però, avrebbe sicuramente danneggiato un organismo proveniente dal clima dell’Italia del sud. Difatti mal di capo e impulso di tossire non furono che l’inizio di un tremendo raffreddore o, per una considerazione Aristotelica della malattia, di un tremendo morbo dell’anima. “Occhi rossi e un po’ gonfi, labbra screpolate e acconciatura trasandata”, sono i sintomi della “malattia dell’amore” in cui era incappata questa damigella ostinata. Impulsiva nelle reazioni, persa ormai la battaglia per messer Goffredo, solo confrontandosi con la marchesa riuscì ad apprendere una nuova filosofia d’amore.
Quest’ultima, anch’essa seducente, aveva un carattere più pacato e “cogitativo”. La marchesa di Challant, soleva andare a cavallo la sera prima del tramonto; “possedeva due splendidi cavalli uno bianco e superbo, dal trotto lento e solenne, dal lungo collo robusto e dolcemente flessuoso.” Quando cavalcava su di esso si vestiva tutta di bianco. “L’altro cavallo era nero come la notte, agile, nervoso e scattante, col corpo sottile come un puledro, il collo lunghissimo, e lunghissima criniera.” Mal rispondeva alle briglie e al morso. Quando lo cavalcava si vestiva tutta di nero. Tutto ciò indica, come per Maravì, una grand’eleganza nel vestirsi e un carattere deciso. La marchesa era, come la damigella partenopea, molto bella e il suo aspetto ricordava più una donna mediterranea che una femmina nordica.
La padrona, oltre che nel paragone con la damigella, spicca, tra i personaggi, per un elevato carisma e un’elevata saggezza nei confronti degli affari di tutti i giorni. E’ dotata anche di una mente molto aperta alle innovazioni; ed è proprio lei che “aprirà le porte del suo castello in fiamme” al nuovo periodo borghese.
Sulla lettura stilistico-linguistica
a) La lingua e lo stile adottati nel romanzo variano a seconda dei personaggi. Prova a confrontare la lingua usata dalla marchesa, dal filosofo e dal trovatore e spiega le ragioni delle differenze.
Essendo una donna pratica o, come diremmo oggigiorno, “di mondo”, la marchesa ha una parlata molto chiara e concisa. In pensieri molto profondi, le frasi sono ugualmente semplici e immediate, vale a dire, senza tanti giri di parole.
“-Non potete costringere una persona ad amare. […] O ama, o non ama. E’ come il sole: o c’è o non c’è ed è nuvolo.” (Vedi capitolo “Amore e Morte”)
“La primavera non porta fortuna a questo castello, Mistral. Tu hai visto l’amore nei miei occhi, Mistal, ma non ti sei accorto che c’era anche del pianto.” (Vedi capitolo”L’abate Mistral”).
Contrariamente ad essa, i periodi del filosofo sono, per lo più, complessi con posticipazione del verbo per ricreare una maggiore sonorità e solennità nelle sue spiegazioni.
“E tutto il sapere antico andai indagando per cercare sostegni alla mia fede”; “[…] più i dubbi si facevano profondi, come ferite vive nel pensiero”; “[…]che non nell’esperienza umana poggiasse le sue basi”; “ […] ma mi sfuggì di mano come un pugno di sabbia su cui passi l’onda del mare.” (Vedi capitolo “il filosofo”).
Similmente alla sua, anche quella del trovatore è complessa e ricca di poetica. Differentemente, però, le frasi sono più lineari e sono presenti molte più metafore. Sono inoltre inseriti molti, poetici, attributi e/o apposizioni.
“io ero felice come un re. E felice discesi giù per la bella Provenza di castello in castello, come guerriero alla conquista del mondo: e la primavera si faceva ogni giorno più viva e più calda.” ; “Giunto al mare […] guardavo la mia immagine riflessa nell’acqua che era limpida e quieta come quella di un lago.” ( Vedi capitolo “Il trovatore”).
Ogni parlata ha, però, un suo senso insito nella vita e nella funzione stessa del personaggio. Il compito del trovatore, per esempio, era quello di intrattenere e appassionare la gente con la sua musica, i suoi racconti. Il suo linguaggio, “per garantirgli la sopravivenza”, doveva essere arricchito di molte figure retoriche per aumentarne la poeticità, ma al tempo stesso non doveva essere contorto per favorirne l’orecchiabilità. Cosa di cui, certamente, non aveva bisogno il filosofo. I suoi discorsi sono peculiari a trattati filosofici di cui “si nutre”.
Diversa da entrambi i precedenti stili, è la lingua usata dalla marchesa: lei non ha bisogno né di intrattenere né emulare trattati di saggistica. Il suo compito è di amministrare il castello e di badare al buon andamento della vita di corte; deve essere, quindi, semplice ed esplicita.
b) Le scelte linguistiche del romanzo, soprattutto in certi brani, riproducono la lingua del Duecento. Rileggi per esempio l’avventura dell’abate Leonzio a pp. 99-100 e individuane le differenze linguistiche e sintattiche rispetto alla nostra lingua.
Nella narrazione della vicissitudine dell’abate Leonzio, è utilizzata lo stile duecentesco; in esso si usano latinismi e termini arcaici. Andiamo, però, ad analizzare varie righe…
“Non passò gran tempo che, come Iddio volle, non potendo più reggere l’abate di solo vedere i nove volti di Pilar, anco colle mani volesse alcuna cosa strignere et abbracciare, e più volte alla desidiata forma la man tendesse, ma pur mai quella vera cogliesse, sibben vana parvenza e inconsistente. Et allora correr si diè in diverse parti, dietro le immagini che cangiavano continuamente e alcuna volta scomparivano poi che la bella Pilar, per gusto di giocare, dietro ad un cespo di rose si celava e in altra parte riappariva da quella ov’era prima. ”
Come si può facilmente notare, sono numerose le espressioni oggi desuete:
- gran tempo: molto tempo
- di solo: solamente
- anco colle: anche con le
- et: e
- strignere: stringere
- desidiata: desiderata
- sibben: sebbene
- si diè: si diede
- cangiavano: cambiavano
- ov’era: dov’era
Per aumentare la poeticità è, talvolta, ripresa la rima: “la man tendesse […] quella vera cogliesse”. Molte sono la parole tronche per incrementare la scorrevolezza e dare solennità al componimento (man, sibben, correr, ov’era…), oltre che frasi con verbi omessi (sibben vana parvenza e inconsistente); altrettante sono le inversioni, inconsuete nella lingua orale dei giorni nostri:
- Iddio volle: volle Iddio
- più reggere: reggere più
- di solo vedere: vedere di solo / di vedere solo
- alcuna cosa strignere et abbracciare: stignere et abbracciare alcuna cosa
Senza contare frasi che, dopo un segno di punteggiatura forte, iniziano con una congiunzione, cosa che, al tempo contemporaneo, è tipica della lingua parlata, ma sconsigliabile nei testi.
Curatola Michele
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
AMLETO
AUTORE: William Shakespeare (1564-1616)
La gioventù
William Shakespeare nacque nell'aprile del 1564 a Stratford sull'Avon.
Era il terzo figlio, e il primo maschio, di John Shakespeare e Mary Arden.
Suo padre era uno dei cittadini più benestanti della città e per un certo tempo ricoprì anche la carica di sindaco.
Sua madre era di origini nobili ed ereditò estesi possedimenti terrieri.Nel dicembre del 1582 Shakespeare sposò Anne Hathaway, figlia di un agricoltore di Shottery, una città non lontana da Stratford; la loro prima figlia, Susanna, venne battezzata il 6 Maggio del 1583 e due gemelli, Hamnet e Judith, il 22 Febbraio del 1585.
Significativo è che uno dei due bambini porti con una lieve variante il nome di quello che sarebbe stato il protagonista del dramma più famoso del poeta, "Hamlet".Non si sa molto degli anni giovanili dello scrittore, ma è improbabile che trascorresse tutto il suo tempo nella tranquilla Stratford, che pure viene descritta dai contemporanei come una cittadina linda e gradevole.
Una leggenda vuole che egli abbandonasse la sua città natale in seguito all'accusa di aver rubato un daino; altri sostengono che fu per un certo tempo preside di una scuola.A Londra
Dal 1592 in poi le notizie si fanno più precise.
Nel marzo 1592 la compagnia di Lord Strange inscenò al "Rose Theatre" un nuovo dramma dal titolo "Harry the Sixth", che ebbe molto successo e che probabilmente era "The first part of Henry VI".La prima critica
Nell'autunno del 1592 Robert Green, nell'epilogo di un libello scritto nello scorcio dell'estate 1592, si rivolgeva ai colleghi mettendoli in guardia contro l'ingratitudine degli attori in generale, ed in particolare contro colui che definisce:
"Un villan rifatto di corvo abbellito delle nostre penne, che con il suo Cuor di tigre rivestito della pelle d'un attore crede d'esser buono a dar fiato a versi sciolti come il migliore fra voi, e non essendo nient'altro che un Johannes fac totum, s'immagina di essere l'unico scuoti-scena (Shake-scene) di tutt'il paese".
Questo è il primo riferimento a Shakespeare e il contesto fa pensare che egli fosse diventato improvvisamente molto famoso come scrittore per il teatro.
E' in quest'epoca che venne in contatto con Edward Alleyn, il grande attore tragico, e con Cristopher Marlowe .
L'attore interpretava con successo i ruoli di Tamburlaine, dell'Ebreo di Malta e del Dottor Faustus come pure quello di Hieronimo, protagonista della Spanish Tragedy, il più famoso dramma elisabettiano.Il poeta
Nell'aprile del 1593 Shakespeare pubblicava il suo poema "Venus and Adonis", dedicato al giovane Conte di Southampton: fu un successo duraturo, ristampato nove volte in pochi anni.
Nel maggio del 1594 appariva il suo secondo poema "The rape of Lucrece", anche questo dedicato al Conte di Southampton.I teatri restarono inattivi nel 1593, quando si ebbe una terribile epidemia di peste, ma nell'autunno del 1594, quando l'epidemia cessò, le compagnie teatrali si riorganizzarono e Shakespeare divenne socio e azionista della compagnia di Lord Chamberlain, guidata dall'attore Richard Burbage, che inscenava le sue rappresentazioni nel teatro di Shoreditch.
Nel frattempo erano morti Marlowe e Thomas Kid e Shakespeare restò per qualche tempo senza antagonisti.
Il drammaturgo
Nel 1594 Shakespeare aveva già scritto le tre parti di "Henry VI", "Richard III", "Titus Andronicus", "The two Gentlemen of Verona", "Love's Labour Lost", "The Comedy of Errors" e "The taming of the Shrew".
Nel periodo immediatamente successivo scrisse i primi grandi drammi: "Romeo and Juliet", "A Midsummer's Night's Dream", "Richard II", "The Merchant of Venice". Le due parti dell' "Henry IV", in cui introduceva il personaggio di Falstaff- il più noto ed amato dei suoi caratteri comici- vennero scritte fra il 1597 ed il 1598.
La Compagnia lasciò il teatro a Shoreditch nel 1597 per problemi connessi al pagamento della cessione del terreno e si spostò al "Curtain", nello stesso circondario.
Le dispute legali continuarono durante tutto il 1598 ed a Natale gli attori presero una risoluzione definitiva demolendo il vecchio teatro e ricostruendone uno nuovo sulla riva sud del Tamigi, vicino alla Cattedrale di Southwark.
Questo auditorio venne chiamato "Globe".Le spese per la sua costruzione vennero condivise da tutti i soci fondatori della Compagnia, incluso Shakespeare, che ormai era un uomo ricco di mezzi.
Nell'estate del 1598 era già considerato il maggior drammaturgo inglese. I librai stampavano i suoi drammi più famosi, spesso anche in edizioni pirata, i cosiddetti "bad-quartos".
Un giovane scrittore, Francis Meres, gli riservò un grande tributo letterario nel suo libro "Palladis Tamia", in cui, in un lungo catalogo degli scrittori inglesi, gli riservò il primo posto.Al Globe
Subito prima che il "Globe" venisse inaugurato, Shakespeare aveva completato il ciclo di drammi relativi alla Guerra delle Due Rose con l'"Henry V".
A questo fecero seguito "As you like it", e "Julius Caesar", la prima delle tragedie più mature.Nei tre anni successivi scrisse "Troylus and Cressida", "The Merry Wives of Windsor", "Hamlet" e "Twelfth Night".
Il 24 marzo del 1603 moriva la regina Elisabetta. La Compagnia aveva spesso inscenato rappresentazioni per lei , ma il successore al trono fu, se possibile, un sostenitore anche più entusiasta del teatro.
Uno dei primi provvedimenti presi da re Giacomo fu infatti quello di rilevare la Compagnia e di promuoverne gli attori al rango di suoi dipendenti personali, cosicchè da allora presero il nome di King's Men.La fase maggiore
D'ora in poi i King's Men rappresentarono molto spesso a corte e naturalmente ebbero un periodo di grande prosperità.
Nei primi anni di regno di re Giacomo Shakespeare scrisse qualche altra commedia (le cosidette "dark comedies"): "All's Well that Ends Well", "Measure for Measure", seguite dai drammi "Othello", "Macbeth", e "King Lear" che mostrano l'altezza della sua creatività.
Già dal 1601 il poeta aveva cominciato a scrivere con meno frequenza.Si andavano intanto affermando nuovi drammaturghi, che proponevano nuovi tipi di dramma , come Ben Jonson (il suo "Every man in his Humour" venne rappresentato dalla Compagnia di Shakespeare nel 1598).
L'ultima fase
Nel 1608 i King's Men acquistarono un nuovo teatro, uno spazio scenico privato al chiuso nell'elegante quartiere di Blackfriars. (Nei teatri privati i drammi venivano rappresentati al coperto e quindi i prezzi dei biglietti erano più elevati.)
E' questo il momento in cui sembra che Shakespeare si sia ritirato dalle scene: il suo nome non figura in nessuna lista di attori dopo il 1607.Prese a vivere per la maggior parte del tempo a Stratford, dove era onorato come uno dei cittadini di maggior riguardo.
Scrisse ancora qualche dramma e si cimentò in un nuovo tipo di tragicommedia, un dramma con eventi tragici, ma con un lieto fine. Ne scrisse quattro: "Pericles", "Cymbeline", "The Winter's Tale", "The Tempest".Per gli ultimi quattro anni della vita visse lontano dalla vita pubblica.
Morì a Stratford il 23 Aprile 1616.RAPPRESENTATO PER LA PRIMA VOLTA NEL: 1601
PERSONAGGI:
AMLETO, Principe di Danimarca
CLAUDIO, Re di Danimarca, zio di Amleto
IL FANTASMA del re morto, padre di Amleto
GERTRUDE, la Regina, madre di Amento, ora moglie di Claudio
POLONIO, consigliere di stato
LAERTE, figlio di Polonio
OFELIA, figlia di Polonio
ORAZIO, amico e uomo di fiducia di Amleto
ROSENCRANTZ cortigiani, già compagni di scuola di Amleto
GUILDENSTERN
FORTEBRACCIO, Principe di Norvegia
VOLTEMAND consiglieri danesi, ambasciatori in Norvegia
CORNELIO
MARCELLO
BERNARDO guardie del Re
FRANCISCO
OSRIC, cortigiano lezioso
REYNALDO, servo di Polonio
Attori.
Un gentiluomo della corte.
Un prete.
Un becchino.
Il compagno del becchino.
Un capitano dell’esercito di Fortebraccio.
Ambasciatori inglesi.
Gentiluomini, gentildonne, soldati, marinai, messaggeri e gente del seguito
SCENA: Elsinore: la Corte e i suoi paraggi
RIASSUNTO
ATTO PRIMO
Scena prima
- Bernardo, Francisco, Orazio e Marcello vedono il fantasma del re. Decidono di avvisare Amleto perché pensano che, mentre con loro lo spirito è muto, con il principe parlerà.
- Orazio racconta che Amleto aveva ucciso Fortebraccio di Norvegia che, assieme alla vita, perse anche molte terre di conquista; il figlio del defunto, Fortebraccio, stava cercando con la guerra di riprendere le terre perdute dal padre.
Scena seconda
- Il re invia Cornelio e Voltemand dal re di Norvegia, zio del giovane Fortebraccio, per avvisarlo dei progetti dle nipote.
- Laerte chiede il permesso di tornare in Francia
- Il re e la regina pregano Amleto di non andare a Wittemberg a studiare, e di restare in Danimarca. Il principe acconsente.
- Orazio dice ad Amleto di aver visto il fantasma del re morto, e decidono di incontrarsi sul luogo dell’avvistamento tra le undici e le dodici.
Scena terza
- Laerte sta per partire, e mette in guardia la sorella sull’amore che Amleto prova per lei.
- Polonio chiede alla figlia la verità sul rapporto che c’è tra lei e Amleto, e le ordina d non cedere alle sue lusinghe
Scena quarta
- Amleto, Orazio e Marcello vedono il fantasma.
- Amleto e il fantasma si allontanano dagli altri.
Scena quinta
- Il fantasma dice ad Amleto che è stato ucciso mentre dormiva nel giardino dal nuovo re, che ha versato nelle sue orecchie del succo di giusquiamo.
- Lo prega di non agre contro la madre, ma solo contro lo zio.
- Amleto e il fantasma fanno giurare Orazio e Marcello di non dire nulla su quanto hanno visto quella notte.
ATTO SECONDO
Scena prima
- Polonio invia Reynaldo a Parigi, dal figlio
- Ofelia dice al padre che Amleto è entrato nella sua stanza con un atteggiamento da pazzo, e il padre pensa che la causa sia l’amore del giovane verso la figlia.
Scena seconda
- Il re e la regina chiedono a Guildenstern e a Rosencrantz di controllare il comportamento di Amleto.
- Voltemand e Cornelio portano notizie dalla Norvegia: il vecchio re è riuscito a bloccare Fortebraccio, ma chiede un transito pacifico delle truppe del nipote perché possa scendere in campo contro i polacchi
- Polonio parla al re e alla regina dell’amore sfrenato che Amleto prova nei confronti di Ofelia
- Polonio, Guildenstern e Rosencrantz parlano con Amleto per appurarne la pazzia
- Amleto ascolta un attore, e decide di far recitare alla compagnia teatrale un dramma che rappresentasse qualcosa di simile al massacro del padre
ATTO TERZO
Scena prima*
- Il re e Polonio si nascondono, mentre Ofelia incontra Amleto
- Amleto dice ad Ofelia che non l’ha mai amata, e le dice di chiudersi in convento perché è impudica.
- Il re è spaventato dalla pazzia di Amleto, perché ha capito che la causa non è l’amore, e decide di farlo partire per l’Inghilterra.
Scena seconda
- Amleto spiega agli attori come vuole che venga recitata il dramma
- Amleto dice ad Orazio di osservare il comportamento del re quando viene rappresentato il dramma
- Comincia la rappresentazione teatrale, e durante al recita il re si sente male e se ne va
Scena terza
- Il re è preoccupato
- Amleto vuole ucciderlo, ma ci ripensa
Scena quarta
- Amleto rimprovera duramente la madre del fatto che ha sposato il fratello del re morto
- Polonio era nascosto dietro un arazzo e ascoltava tutto, ma ad un certo punto si muove, Amleto crede che sia un topo e lo uccide
- La madre è sconvolta dalle parole del figlio; entra il fantasma e prega Amleto di smetterla
- La regina, vedendo il figlio parlare con qualcun che li non vedeva, si convince sempre di più della pazzia del principe
ATTO QUARTOScena prima
- La regina informa il marito dell’omicidio d Polonio,e insieme decidono di imbarcare definitivamente Amleto
Scena seconda
- Rosencrantz e Guildenstern chiedono ad Amleto dove sia il cadavere di Polonio, e il principe risponde con parole senza senso
Scena terza
- Il re avvisa Amleto della sua imminente partenza per l’Inghilterra.
Scena quarta
- Fortebraccio sta per attraversare la Danimarca
- Il capitano norvegese sta andando ad avvisare il re danese del loro arrivo, e incontra Amleto
Scena quinta
- La regina cerca di consolare Ofelia, che è impazzita per la morte del padre
- Laerte irrompe violentemente nella reggia, e vuole sapere come è morto il padre
- Laerte vede la sorella impazzita
Scena sesta
- Orazio riceve una lettera da Amleto che dice di essere stato catturato da dei corsari buonissimi, e chiedeva al’amico di andarlo a prenderlo
Scena settima
- Anche il re riceve la lettera di Amleto sul suo ritorno
- Il re dice a Laerte di uccidere Amleto per vendicare al morte del padre
- Progettano un duello in cui Laerte combatterà con la spada avvelenata
- Entra al regina e dice cjhe Ofelia è annegata
ATTO QUINTO
Scena prima
- Amleto e Ofelia assistono al funerale di Ofelia
- Amleto si fa scoprire, elitra con Laerte
Scena seconda
- Osric dice ad Amleto che il re ha scommesso su di lui in un duello contro Laerte
- Amleto decide di battersi subito con Laerte
- Il re mette del veleno nella coppa di Amleto, per essere sicuro di ucciderlo
- Combattono, e la regina beve dalla coppa avvelenata,
- Laerte ferisce Amento con la spada avvelenata, poi nel copro a corpo si scambiano le spade, e Amleto ferisce Laerte
- La regina muore, Amleto uccide il re e poi muore assieme a Laerte
- Fortebraccio e gli ambasciatori inglesi entrano in scena e scoprono il massacro
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
CAPPELLINI ALESSIO
RELAZIONE DI ITALIANO
SENILITA\
AUTORE
Autore: Italo Svevo
Cenni biografici:
Ettore Schmitz nasce il 19 dicembre del 1861 a Trieste, in una bella e grande casa in via dello Acquedotto 10 (oggi via XX settembre 16).I suoi genitori,Francesco Schmitz ed Allegra, avranno altri 15 figli,ma solo otto di questi sopravviveranno. Francesco è un padre affettuoso ma che sa essere anche severo. Israelita, ha origini ungheresi ed anche se in casa Schmitz si parla e si vive italiano,lui si fida solo delle scuole tedesche. Così Ettore nel 1874 finisce nel collegio di Segnitz in Baviera e ci resta per tre anni. Lì si appassiona alla lettura.Legge di tutto:Schiller,Hauff,Korner, Heine,Shakespeare,J.P. Richter e Turgenev;ma trova anche il tempo di innamorarsi della bella Anna Herz,la nipote del direttore.Fino al matrimonio Ettore non sarà mai insensibile al fascino femminile.
Quando torna a Trieste è imbevuto di letteratura ed ha solo voglia di mettersi a scrivere.Di darsi al commercio non si sente proprio.Ma niente da fare,il padre non è d’accordo e lui si rassegna a continuare gli studi a Trieste.
Nel 1880 il padre ha un rovescio finanziario ed Ettore è costretto ad impiegarsi nella filiale triestina della banca Union di Vienna come corrispondente di lingue straniere.Nei ritagli di tempo legge, scrive,e fuma.Il fratello Elio con Ettore è in buoni rapporti ed in un diario annota i suoi primi passi da scrittore.Ma il 29 settembre del 1886 Elio muore di nefrite,troppo presto per leggere le opere del fratello.La sua morte getta Ettore nel più profondo sconforto.Per sua fortuna in quello stesso anno Ettore conosce il pittore Umberto Veruna che colmerà,con la sua ricchezza interiore di artista e la sua amicizia,il vuoto di quella triste perdita.
Tra il 1887 ed il 1891 Ettore comincia la stesura di “Una vita”.Intanto collabora a “L’Indipendente” con racconti che escono a puntate.
Nel 1892 muore il padre Francesco.Ai suoi funerali Ettore conosce Livia Veneziani,una sua cugina di 2° grado e con lei instaura un rapporto che durerà per tutta la sua vita. Nell’autunno dello stesso anno pubblica “Una vita” con lo pseudomino di Italo Svevo,che esprime la sua doppia cittadinanza culturale.Tra il 1893 ed il 1895 Ettore scrive testi teatrali. Nell’autunno muore sua madre.In dicembre chiede a Livia di sposarlo.
Nel 1896 Si sposa.Il suo matrimonio incontra subito grandi ostilità nella famiglia di Livia,per la differenza di religione (lui è ebreo mentre lei è cattolica),di età (lui è più vecchio di 13 anni) e di ricchezza (il padre di Livia è l’inventore della formula chimica per vernici sottomarine e la sua azienda,diretta dalla moglie,è molto florida).
Nel 1897 nasce Letizia,la sua unica figlia.Oltre al lavoro in banca Ettore si impegna dando lezioni serali di corrispondenza tedesca e francese all’Istituto commerciale “Rivoltella” e diventando redattore notturno al “Piccolo”.Irredentista convinto,mal sopporta il giogo austriaco sulla sua città.Per gli Schmitz,come per altri ebrei,Vienna era colpevole di tollerare,se non addirittura incoraggiare,l’antisemitismo nelle regioni tedesche dell’Impero.Questa volta aveva portato la ricca ed influente minoranza ebrea triestina su posizioni filo-italiane.
Nel 1898 le autorità lo tengono d’occhio,ma questo non impedisce allo scrittore di condurre una vita piena e di scrivere “Senilità”.Ma,come era accaduto con “Una vita” il romanzo esce nell’indifferenza generale.
Nel 1899 abbandona il lavoro in banca ed intraprende un impiego nell’azienda di vernici offertogli dal suocero.
Visto che nessuno apprezza le sue opere,dichiara che non scriverà mai più ma è una bugia:in quei 20 anni di falso silenzio continuerà a scrivere fiabe e racconti ed ad abbozzare commedie.
Nel 1906 muore il suo grande amico Veruna ed incontra lo scrittore irlandese James Joyce,il futuro autore dell’”Ulisse”.Tra il 1818 ed il 1819 comincia a tradurre l’opera di Freud sul sogno ed a scrivere “La coscienza di Zeno”.
Nel 1923 pubblica “La coscienza di Zeno” e sente che questa volta arriverà il successo sognato. Invece le cose non vanno come spera lo scrittore,che si consola con la famiglia.
Ma nel 1924 il suo nome e le sue opere iniziano a circolare per l’Europa ed il successo arriva tutto insieme nel 1925,grazie anche a Joyce e Montale.Forse troppo tardi perché Svevo possa gustarlo appieno.Infatti morì il 13 settembre 1928,a causa di un incidente stradale.
Formazione culturale:
La formazione culturale di Svevo è fortemente influenzata da Trieste,la città dove vive e che fa da sfondo a molte sue opere,coinvolta direttamente nella crisi del passaggio dei due secoli.
Fino al 1918,alla fine della Grande Guerra,appartiene all’Impero asburgico e ciò la rende aperta alla cultura europea,rendendola importante,al livello di città come Parigi.Dopo la guerra Trieste è libera e rappresenta bene la molteplicità etnica e culturale della società del tempo.Popolata da una maggioranza di italiani,controllata da minoranze asburgiche nei settori amministrativi ed
alto-borghesi,influenzata negli ideali,nella lingua e nella cultura da una presenza slava ed ebraica (di cui fa parte lo stesso padre di Svevo),Trieste non può fare a meno di rappresentare un crocevia di popoli,lingue e culture.La grande attività borghese,bancaria e mercantile che si sta sviluppando influenza la mentalità di chi vive a Trieste. L’altra parte della città è influenzata dalle iniziative culturali,mondane ed artistiche,dagli ideali che vanno diffondendosi. Svevo vive direttamente queste due realtà della città,impegnandosi sia in campo economico,passando da impiegato ad imprenditore affrontando la scalata del successo,sia in campo culturale,scrivendo opere teatrali ed in prosa.
Una città così moderna,ricca ed importante non può che vivere anche tutti i problemi,le contraddizioni e la decadenza di quegli anni.Si vanno sviluppando gli ideali nazionalistici, soprattutto italiano e slavo,che si scontrano con l’apparato asburgico-tedesco.Iniziano i conflitti di classe e le nuove organizzazioni di tipo socialista minacciano proprio quella borghesia che controlla l’intera città.Contemporaneamente la grande depressione economica di fine secolo mette in discussione il ruolo del capitalismo e della borghesia,la fiducia stessa nel progresso.
In questo scenario vive Italo Svevo,autodidatta che scrive negli avanzi di tempo,per passione, inserito nel mondo nel lavoro ed educato con un’istruzione di tipo tecnico-commerciale.
Svevo non è l’intellettuale umanista,professionista della cultura,non è nemmeno l’artista maledetto,superuomo,esteta o veggente che si muove in un mondo decadente.E’ solo un onesto lavoratore che ha la passione della scrittura e della riflessione.
Svevo,fin da ragazzo,dopo il lavoro ama frequentare la biblioteca civica e leggere,da autodidatta le grandi opere francesi.E’ il momento del Naturalismo,fatto di una letteratura realistica.
Ben presto entra a contatto con le teorie filosofiche di Schopenhauer,che pongono le idee naturalistiche in secondo piano rispetto all’analisi di quello che sarà definito più avanti “inconscio”. Dalle teorie del filosofo tedesco sulla volontà che agisce nel profondo del soggetto,Svevo sviluppa l’idea che dietro ai comportamenti apparentemente razionali degli uomini agiscano spinte inconsapevoli di cui non si conosce la forza.Ormai siamo lontani dalle teorie naturalistiche e Svevo si spinge verso l’analisi dell’interiorità.Nelle sue opere sono presenti personaggi che vincono ed altri che si fermano a contemplare e che rinunciano.Si va delineando la figura dell’inetto.
I due romanzi,pubblicati a proprie spese,”Una vita” e Senilità” non ottengono il successo sperato e Svevo decide di abbandonare di conseguenza la letteratura,ma non la lettura.
L’autore entra a contatto con le nuove teorie darwinistiche sull’evoluzione (dove nascono le figure degli “adatti” che permetteranno alla specie di svilupparsi ed i “non adatti” ai quali la natura stessa non permetterà di vivere e riprodursi) e le rielabora in funzione del sistema sociale,dove vede riportati gli stessi meccanismi.Gli adatti sono gli uomini inseriti nella società,i lavoratori che con il loro impegno mandano avanti il sistema.Accanto ad essi esistono uomini contemplativi,senza una specializzazione precisa,che non vivono la vita ma la subiscono,la pensano ed,a volte,la scrivono.
I non adatti non sono completamente negativi,non vincono e non lottano ma non sono un semplice peso.Se la società dovesse cambiare (analogia alla mutazione dell’ambiente) magari sarebbero proprio loro,i non adatti a trovarsi meglio nella nuova realtà.
Quindi,attraverso il paragone con le idee di Darwin, la figura dell’inetto si sviluppa ancora.
Attorno al 1906 Svevo ha la fortuna di diventare amico di Joyce e tra loro nasce un rapporto decisivo che porterà l’autore su una nuova strada ed al successo. I due autori si scambiano idee e la lettura reciproca dei loro romanzi li porterà su strade nuove e differenti rispetto all’idea di romanzo moderno.Infatti tra “La coscienza di Zeno” e l’ ”Ulisse” esistono grandi differenze.
L’incontro con Joyce fa rinascere in Svevo la voglia di narrare,ostacolata dall’impegno lavorativo.
Subito dopo l’autore scopre le teorie del medico viennese Freud.Ne rimane affascinato,ma non condivide la funzione di quelle idee,da applicare cioè come cura e terapia.Per lui l’uomo non può essere cambiato,curato.Di Freud accetta la scienza,più utile alla letteratura che alla medicina.
Sono gli anni della prima guerra mondiale e Svevo li vive intensamente,vedendosi la propria fabbrica requisita ed il proprio nome nella lista dei sospetti irredentisti.
Contemporaneamente alla lettura di Freud Svevo analizza nuovi testi inglesi di Sterne e Swift.
“La coscienza di Zeno” è il frutto di tutti questi contatti culturali,dell’analisi interiore,di una nuova concezione della figura di inetto.Il romanzo viene pubblicato ma in Italia è ancora insuccesso.
Ma l’amico Joyce permette a Svevo di essere conosciuto all’estero ed arriva la gloria.
L’autore,dopo aver frequentato gli ambienti culturali europei,torna in Italia e con le sue nuove opere raggiunga anche in patria il successo:”Corto viaggio sentimentale”,”Una burla riuscita”,”Vino generoso”,”La novella del buon vecchio e della bella fanciulla”.
Visione dell’uomo e del mondo:
L’autodidatta Svevo costruisce a poco a poco una propria visione del mondo.Nei suoi primi testi (per esempio “La Tribù”,influenzata dalle teorie socialiste dove l’autore si confronta col Marxismo) emerge da una parte un’utopia filantropica ed umanitaria,dall’altra,e soprattutto,una profonda sfiducia verso il progresso.La sua visione del mondo è dominata da uno scetticismo nei confronti dell’umanità.Non trova alternative ai problemi del vivere con l’analisi del Marxismo.Semmai si spinge ad approfondire l’analisi dell’uomo borghese su cui grava il tema dell’inettitudine.
La visione dell’uomo in Svevo matura col passare degli anni,opera dopo opera.La figura dell’inetto è presente con chiarezza per la prima volta nel romanzo “Una vita” e sarà il tema di fondo della narrativa sveviana.Il protagonista del testo è Alfonso Nitti,un provinciale con ambizioni letterarie che,giunto nella grande città,è costretto ad un modesto impiego.Sognando la gloria legge e scrive da autodidatta ma i suoi sono solo sogni.In esso è nascosta l’inettitudine,l’incapacità di lottare nella vita per realizzare le proprie ambizioni. A causa di questa capacità rifiuta un matrimonio con la figlia del direttore della banca in cui lavora e passerà il resto della sua vita con il rimorso,tra volontà e rinuncia.Trova una via di fuga nella morte,convinto di fare un gesto eroico.Ma il mondo nel suo folle gesto vedrà solo l’ulteriore conferma della sua inettitudine.
Svevo utilizza la sua scrittura quasi come forma di terapia.Nei suoi personaggi vede sé stesso e gli analizza per non ripetere nella vita i loro errori.Si oppone al protagonista de “La vita” sposandosi ed affrontando ogni giorno il lavoro come impiegato e collaboratore di riviste con impegno e serietà.
Con la pubblicazione di “Senilità” Svevo matura la figura dell’inetto,sviluppando il protagonista del romanzo precedente. Emilio Brentani è riuscito a pubblicare una sua opera e ciò gli ha dato una piccola notorietà provinciale. Ma,una volta soddisfatta l’ambizione letteraria per lui si apre la percezione di una vita vuota,senza contenuti esistenziali.Trova con l’amore di una ragazza il gusto di vivere una esistenza attiva,da protagonista,ma scopre di non essere adatto alla vita.
Emilio è afflitto da una senilità,una vecchiaia non fisica ma dell’anima.Per lui non resta che mettersi da parte,osservare la vita degli altri e rimpiangere la propria gioventù,mai realmente vissuta. A nulla gli è servito pubblicare la sua opera.
Ma anche questo romanzo,come il precedente non riesce a sfondare e passa inosservato.
Svevo capisce che anche Emilio è un esempio da non seguire.Quindi non deve compiere il suo stesso errore.Entrare con la letteratura nella realtà è come sostituirla.Il risultato è sentirsi vecchi senza nemmeno aver vissuto. Così l’autore decide di rinunciare alla letteratura,ma non fu così.
La sua visione dell’uomo continua a maturare,grazie alle influenze di Joyce,dell’opera freudiana ed inglese. Svevo vede la pratica psicanalitica come contributo alla scienza e letteratura,non come nuova fonte di medicina. L’uomo non può essere curato.Un inetto non può cambiare la propria condizione.Ma qualcosa sta cambiando nel suo pensiero. Svevo si convince che l’inettitudine,la malattia e la nevrosi che bloccano l’agire umano non siano più il fatto negativo che caratterizza i primi romanzi,la quasi la fonte di una possibile,ironica,disincantata saggezza.
Nel 1922,in seguito a queste riflessioni,esce ”La coscienza di Zeno”.Il protagonista è l’erede di Nitti e Brentani,concludendo l’evoluzione di un personaggio che in definitiva rappresenta la visione dell’autore dell’uomo. Così Zeno nasce da Brentani,come esso era l’evoluzione di Nitti.
Zeno non si ritira passivamente dalla vita,ma fa della sua inettitudine quasi una forma di saggezza,che gli permette di osservare con occhio ironico e disincantato sia sé stesso che il mondo.
Premotivazioni che lo spingono a scrivere:
Svevo non scrive per un mera aspirazione artistica e non dedica tutta la sua vita alla cultura.
Lo avrebbe fatto da giovane,ma il padre non glielo ha permesso. Così prima di tutto pensa al lavoro,come sicurezza economica e mantenimento della famiglia.Negli avanzi di tempo scrive e lo fa per passione.Le sue opere sono pubblicate a sue spese e per lui sono un duro colpo i fallimenti editoriali,l’insuccesso riscontrato nel pubblico.
E’ un uomo che ama riflettere e le sue scelte,le sue teorie e di conseguenza la sua produzione letteraria sono influenzate delle nuove idee e dalle analisi sull’interiore di Schopenhauer, Freud,e Darwin che vanno diffondendosi in tutta Europa. Svevo ama tenersi informato sui nuovi pensieri e di conseguenza analizza anche le teorie socialiste.
La funzione dello scrittore ed il suo messaggio:
Per Svevo la funzione dello scrittore e della letteratura va posta in secondo piano.
Prima di tutto,complice la mentalità borghese,l’uomo è un lavoratore responsabile della famiglia e della propria esistenza.
L’arte è una passione,che deve vivere e svilupparsi parallelamente al lavoro.Con le sue opere Svevo vuole far conoscere al pubblico le proprie teorie,creare delle storie con personaggi studiati.
Con essi bisogna cercare il confronto,vanno analizzati e capiti.Tali personaggi sono il frutto delle riflessioni dell’autore sulle nuove teorie nate e diffuse in Europa,conosciute attraverso un’attenta lettura e un interesse per la cultura moderna.
OPERA
Anno di pubblicazione: 1898
Riassunto dell’opera:
Appena iniziata la lettura ci troviamo subito immersi nella vicenda principale.Il primo capitolo dell’opera infatti si apre con un dialogo tra due innamorati,Emilio ed Angiolina,durante una passeggiata notturna. I due si conoscono appena ed Emilio pensa di poter sfruttare fino in fondo quella ragazza,divertirsi con lei,educarla alla malizia e poi lasciarla.Non ha la minima intenzione di sposarla e sembra molto soddisfatto e divertito delle sue idee.
Ma Angiolina non è sensibile e controllabile come sembra:in realtà è una ragazza sveglia che ama divertirsi e trarre piacere da ogni persona. Così continua a frequentare Emilio ma allo stesso tempo cerca altri uomini ed una sistemazione.In questo modo ottiene una promessa di matrimonio dal Volpini.Lei non ama tale individuo ma lui è ricco e per Angiolina ciò rappresenta la sicurezza ed il benessere che la famiglia non ha potuto darle. Emilio diventerà il suo amante,così lei sarà ricca e soddisfatta in amore allo stesso tempo.
In questo modo la relazione con Angiolina per Emilio prende una piega imprevista e non desiderata:Emilio è molto più sensibile di quello che crede di essere e ben presto è sopraffatto dalla gelosia e disgustato dal compromesso.Ma non sa agire con discrezione ed indifferenza e dei suoi problemi si accorgono la sorella Amalia e Stefano Balli,il suo migliore amico.Ma ogni loro consiglio è inutile:Angiolina ormai è una ossessione.Le visite a casa sua si moltiplicano,così come gli appuntamenti. Emilio è un tipo impulsivo ed in piena crisi riesce a lasciarla.Ma non l’ ha ferita come voleva,non ha ottenuto la minima soddisfazione.Non vuole uscire da quella storia da perdente e,mosso dall’orgoglio, dall’amore e da un desiderio di possessione ricomincia ad uscire con lei.
Ma il loro rapporto adesso è differente:Emilio vuole vederla più spesso e la sua rabbia unita alla continua gelosia si sfogano in un volgare possesso della donna.
Emilio fino alla fine non riesce a capire cosa pensa Angiolina ed entra in una nuova crisi. A nulla servono i consigli esperti del Balli,anzi,i due amici si allontanano.Solo la malattia della sorella Amalia lo fa smuovere.Il suo egoismo lo porta a lasciarela moribonda alle cure di Elena,una signora amabile che ispira fiducia,ma pur sempre estranea.Lui deve andare da Angiolina.Deve lasciarla e cercare di farlo nel modo peggiore possibile:con violenza,con gravi offese e rabbia.
Ormai quella storia per Emilio è finita.Può pensare alla sorella,assistere alla sua morte e riflettere sul suo egoismo.Come aveva fatto lui,il fratello,a non accorgersi di quanto Amalia fosse sacrificata e di quanto soffrisse in silenzio…
Col passare del tempo il dolore per la morte di Amalia inizia a passare assieme al ricordo di Angiolina.Ma Emilio è un sognatore ed ama cambiare i fatti con la sua fantasia:in lui vivrà il bel ricordo di Ange,una ragazza bella e piena di vita come Angiolina ma con un carattere completamente differente,fantastico.
Spazio:
L’intera vicenda si svolge a Trieste,città natale di Italo Svevo.Durante la narrazione vengono riportati fedelmente i nomi delle vie delle piazze dei luoghi caratteristici della città che fanno da scenario alle tormentate vicende amorose di Emilio. Svevo descrive paesaggi ed ambienti con molta attenzione ai particolari:negli spazi aperti cerca di cogliere ogni sfumatura,in quelli chiusi il minimo elemento viene riportato.Ogni stanza viene descritta,assieme all’arredamento,i suoi colori e le caratteristiche curiose.La descrizione delle stanze e degli mobili è un mezzo che lo scrittore usa per farci capire la ricchezza dei personaggi a cui appartengono.
Tempo (durata dell’azione):
L’opera è ambientata negli anni dello scrittore ,quindi tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.Ciò non è mai esplicitamente riferito da Svevo ma si può dedurre nella lettura.Infatti lo scrittore in tutta la vicenda non ci comunica mai una data che possa essere usata come riferimento.
La vicenda dura parecchi mesi e lo si capisce da indiretti riferimenti agli abbigliamenti dei protagonisti (vestiti più o meno pesanti con l’avvicinarsi dell’inverno),ai colori ed alle descrizioni dei luoghi e dei paesaggi. Emilio ed Angiolina iniziano a frequentarsi in autunno.In seguito,col proseguire della storia,si fanno riferimenti al lungo Carnevale triestino,ai veglioni ed al freddo pungente che colpisce la città.Le vicende si svolgono spesso di sera (gli appuntamenti di Emilio con Angiolina),di mattina (le passeggiate di Emilio e Stefano prima del lavoro in ufficio) e difficilmente di pomeriggio, solo qualche giorno di festa.
Analisi fisica e psicologica dei personaggi:
L’opera di Svevo non è caratterizzata da una moltitudine di personaggi.
I personaggi principali sono cinque e di essi difficilmente si hanno descrizioni fisiche:l’autore preferisce analizzarli psicologicamente attraverso i dialoghi ed i loro pensieri.
Emilio Brentani:
Può essere considerato il protagonista dell’opera. Svevo non ci dà mai una descrizione fisica di lui e quindi non si può direttamente definire il suo aspetto,il suo volto,la sua corporatura.Tuttavia possiamo ugualmente farci un’idea di questo personaggio.E’ un piccolo borghese,un impiegato sui 35 anni ed,a giudicare dalla conquista di Angiolina,ci immaginiamo un bell’uomo.Vive da molto tempo con la propria sorella e non ha la minima intenzione di sistemarsi.La sua condizione economica è regolare,ma senza eccessi:Emilio è un risparmiatore e sta attento alle spese.Oltre al lavoro d’ufficio ha la passione della scrittura ma difficilmente scrive,per mancanza di ispirazione.Tuttavia è orgoglioso di un suo libro pubblicato anni prima ed accolto abbastanza bene dal pubblico.
Analizzando più attentamente il personaggio ci accorgiamo dei suoi innumerevoli difetti e di quanto il suo carattere sia mediocre:vorrebbe divertirsi con le donne,sfruttarle al massimo facendo loro sfoggio di grande carattere ed esperienza.Ma questi sono solo suoi desideri:nella realtà non è assolutamente dotato di tanta personalità,non ha il carattere adatto (si affeziona facilmente,pensa troppo e soffre terribilmente di gelosia).Non ha esperienza con le donne come l’amico-esempio Stefano e perciò subisce le conseguenze delle sue azioni troppo azzardate.
Vorrebbe controllare Angiolina come se fosse un giocattolo ma finisce con l’esserne sopraffatto.Non riesce a rendersi conto immediatamente della ragazza con cui ha a che fare e purtroppo lo capisce quando ormai è troppo tardi.Non si accorge di essere preso continuamente in giro e dei ripetuti tradimenti subiti con chissà quante persone,una dopo l’altra.Non è in grado di sistemare le cose,di seguire i preziosi consigli di Stefano e perciò non riesce a lasciare la ragazza come vorrebbe lui.Non riesce a farla soffrire ed a vincerla completamente in uno scontro a parole.
Alla fine Emilio è roso dalla gelosia e si sfoga possedendo la ragazza,cadendo nella volgarità e nel compromesso.Addirittura la loro storia arriva a diventare solo passionale,limitata ad appuntamenti in una brutta e squallida casa dove poter passare la notte in una “stanzaccia”.
Emilio è un personaggio assorbito nei suoi pensieri.Anche Angiolina viene modificata nella sua mente:non è più la sua amante passionale ma Ange:una ragazza bella ed attraente come l’amata-odiata Angiolina ma con un carattere migliore,più maturo,fedele e spirituale.
E’ una persona presuntuosa:crede di vedere e di prevedere tutto perciò analizza sempre tutto ciò che ha intorno,ogni movimento o parola delle persone attorno a lui.Questa fatica è inutile,infatti per quanto possa osservare e riflettere Emilio si muove inesorabilmente verso un destino di frustrazione e di dolore,intervallato da qualche felicità materiale.Non ha le qualità e l’aspirazione necessarie a pretendere di più.
Amalia Brentani:
E’ la sorella del protagonista. Svevo la descrive come una figura esile,grigia e piccola.
Sicuramente non è una bella ragazza,infatti anche Stefano non ha il minimo interesse nei suoi confronti.E’ più giovane del fratello ma solo di età:di carattere è più vecchia,matura,chiusa.
Vive da molti anni con Emilio ed il suo compito è badare alla casa.Si preoccupa solo di lavare,cucire,cucinare,mettere in ordine e pensare al fratello.Non ha un lavoro e difficilmente esce di casa.E’ Emilio che porta i soldi in casa,lei deve occuparsi di tutto il resto.
L’avventura amorosa di Emilio per Amalia è una grande novità ma allo stesso tempo ne ha paura:potrebbe allontanare da lei l’unica persona con la quale ha un minimo dialogo,rendendola ancora più sola. L’unico modo che ha per sfogarsi sono i sogni.
Non è fatta per conoscere l’amore:è un personaggio mediocre legato alla casa.Non conosce bene il mondo esterno ed il suo amore per Stefano la fa solo soffrire.Ma non è come il fratello:quando soffre non sente il bisogno di sfogarsi con qualcuno,di uscire,di aprirsi.Preferisce tenere tutto dentro,dando l’impressione esterna che stia bene.Infatti Emilio si accorge delle sue sofferenze e dei suoi desideri solo ascoltandola parlare nel sonno.
Alla fine della vicenda Amalia muore,gravemente ammalata e perde la ragione.La sua malattia scoppia all’improvviso,prendendo di sorpresa Emilio.Nemmeno lui,il fratello si era accorto di nulla nei giorni precedenti.Forse il suo egoismo l’aveva portato a pensare solo ad Angiolina e di questo ne soffre.La morte inaspettata di Amalia ci fa capire quanto questo personaggio vivesse nell’indifferenza.
Angiolina:
E’ l’amore di Emilio.Non viene descritta direttamente dall’autore ma si capisce che è una ragazza bellissima,snella,alta,con i capelli biondissimi e accesa di un colorito rosa segno di salute.Non è una persona ricca e soffre della sua condizione.Suo padre è malato fisicamente e psicologicamente mentre i suoi fratelli sono in continuo litigio.Per questo è in cerca della ricchezza e del piacere.
All’inizio Angiolina sembra una ragazza semplice,ingenua e domabile.Ma col passare del tempo si capisce che per lei Emilio è un gioco e non viceversa.Frequenta altri uomini mentre esce con Emilio e non ne è per niente pentita.Sembra godere delle difficoltà altrui perché mettono in evidenza i suoi vantaggi e le sue fortune.
Si promette sposa ad un ricco commerciante,tale Volpini,e senza problemi propone ad Emilio di essere il suo amante.Questo compromesso fa capire quanto sia esperta della vita e come sia difficile metterle i piedi in testa.
Ama essere osservata,ammirata e mentre cammina fissa negli occhi qualsiasi uomo,come tentazione.E’ una provocatrice e sembra non avere rispetto per il cuore altrui.
Tuttavia Angiolina,nonostante possa apparire una strega agli occhi di Emilio non lo considero un personaggio completamente negativo,anzi.E’ in cerca del suo bene personale,difende i suoi interessi e mira a migliorare la sua bassa condizione economica e sociale.E’ decisa ad ottenere il massimo dalla vita:qualsiasi piacere e miglioramenti sociali ed economici.
Stefano Balli:
E’ il migliore amico di Emilio da moltissimi anni.Di professione fa lo scultore anche se non è dotato di grandi capacità artistiche.Ha un carattere egoista come quello dell’amico ma rispetto a lui ha qualcosa in più:la fortuna,la personalità ed il forte senso pratico lo fanno apparire sicuramente come un personaggio positivo.Sa cogliere le occasioni al volo,ottenere rispetto da chi lo circonda e cogliere i doni della fortuna.Diversamente da Emilio sa come trattare le donne e vive di amori brevi ma intensi,consumati in fretta e che non lasciano tracce.Ne è un esempio Margherita,una ragazza con cui ha una breve relazione ma che poi lascia per orgoglio.
Vuole dare una lezione di vita all’amico in difficoltà e decide di mostrargli dal vivo la sua abilità.
Convince perciò Emilio a uscire con lui una sera in compagnia di Angiolina e Margherita,per sfoggiare la sua esperienza.Infatti riesce ad essere sempre al centro dell’attenzione:le due donne pendono dalle sue labbra mentre Emilio lo guarda stupefatto ed arrabbiato.Può fare qualsiasi cosa:non è mai troppo volgare.
Nelle presentazioni si impone subito:appena conosciuta Angiolina non la adula (si metterebbe in secondo piano),al contrario la prende immediatamente in giro criticando il suo naso e mettendola in difficoltà.Capisce subito di che pasta è fatta quella ragazza.Per lui non dovrebbe chiamarsi Angiolina,figuriamoci Ange:Angiolona,anzi Giolona.Con queste parole fa capire il basso livello della ragazza.Capisce che con lei il massimo che si può ottenere è una storia passionale e carnale.
Stefano sa prendere le distanze dalle donne pericolose.
Nonostante voglia stare sempre al centro dell’attenzione il Balli rispetta moltissimo Emilio:lo considera il suo migliore amico,l’unico col quale possa parlare allo stesso livello.Vorrebbe in tutti modi farlo allontanare da Angiolina,ma ogni suo consiglio è inutile.
In definitiva Stefano è un personaggio forse troppo rude ed egoista,ma sa come vivere ed il suo forte senso pratico gli permette di ottenere piacere dalla vita.
Elena Deluigi:
E’ un personaggio sicuramente di minore importanza rispetto a quelli precedentemente descritti. Appare solo nella parte finale della vicenda e la sua importanza è sminuita dalla malattia improvvisa di Amalia e dalla decisione di Emilio di abbandonare Angiolina.
E’ una donna che,nonostante la personalità amorevole e piena di affetto,si è ritrovata sola.I suoi figli adottivi non l’ hanno mai amata,anzi è sempre stata disprezzata senza un motivo preciso.Adesso vive assieme ad una giovane serva che tratta con rispetto ed affetto,quasi come se fosse sua figlia.
Emilio non la conosce ma appena la vede sente che può fidarsi di lei.Sua sorella ha iniziato a delirare ed a sentirsi male e lui deve uscire di casa a cercare un dottore.Però prima ha bisogno di qualcuno che assista la sorella in sua assenza.Sente che Elena è la persona giusta e la sua sensazione si rivela esatta:Elena assista Amalia fino all’ultimo,facendo tutto il possibile per alleviare le sofferenza della sfortunata ammalata ed aspettando assieme ad Emilio ed a Stefano la sua morte.
Oltre a questi personaggi nel testo ne vengono citati altri,che hanno la funzione di contorno.Servono per fare capire che i personaggi principali conoscono la città ed i suoi abitanti,che hanno delle reputazioni.Per Emilio rappresentano solo rivali in amore passati o magari presenti.Vengono citati il Leandri,il Merighi,il Volpini,il Soandri,e la famiglia Deluigi,inventata da Angiolina.E’ uno stile particolare chiamare i propri personaggi per cognome preceduto dall’articolo.Ciò viene fatto anche in molti dialoghi,segno di rispetto ma anche di estraneità,di volontario allontanamento.
Messaggio dell’autore:
Svevo con questa opera non ha voluto narrare una semplice storia d’amore finita in modo triste.
Se questo fosse stato il suo scopo iniziale non avrebbe arricchito la vicenda con personaggi fondamentali come Amalia e Stefano,non avrebbe inserito tutte le riflessioni di Emilio su Angiolina e la sua condizione.Tutto ciò ai fini di una storia d’amore risulterebbe quasi inutile e superfluo. Svevo ha voluto spingere il lettore a riflettere sulla condizione decadente della società borghese del tempo ed il personaggio principale,Emilio,è il frutto delle sue teorie riguardo l’uomo e la sua condizione.Le lunghe e contorte riflessioni del protagonista servono a far capire il suo mondo fantastico fatto di autoinganni che lo rendono un personaggio inetto.
Emilio è perciò l’inetto del romanzo,il personaggio sul quale riflettere e confrontarsi.Tutta la vicenda ruota attorno a lui,ai suoi pensieri,alla sua “senilità”.
Emilio è un modesto impiegato,che a differenza di Nitti (il protagonista de “Una vita”,il romanzo precedente di Svevo) ha saputo pubblicare il suo libro ed a essere stato apprezzato dal pubblico.
Ma così facendo non evita di essere un inetto:il suo sogno si è avverato,la sua vena letteraria presto esaurita e perciò ha perso tutta la sua carica vitale,non desiderando più nulla e sentendosi già vecchio,già vissuto (da qui la sua condizione di senilità).
Anche la sorella Amalia è un personaggio inetto,essendo una donna mai stata giovane e vitale.
Emilio sa della condizione che lo caratterizza,del vuoto esistenziale che lo circonda e cerca di compensare la vita mancata attraverso una trasfigurazione letteraria.E’ un autoinganno.
Angiolina è una popolana dotata di grande vitalità e vive con grande naturalezza.Si concede, tradisce,inganna secondo i suoi capricci non avendo regole morali e dimostrando grande volgarità.
Emilio la può affrontare solo attraversando diverse fasi.Prima fa il don Giovanni diventando poco serio e cinico,poi trasforma la donna in donna angelo (Angiolina diventa Ange) in modo quasi stilnovista.In seguito si sente assorbito dalla donna fatale e decadente,per poi analizzarla freddamente come se fosse un caso scientifico.Alla fine vorrebbe rieducarla piano piano per poterla salvare,giungendo anche a considerare un mondo dove tutti saranno migliori,come se fosse un socialista utopista.
Angiolina rappresenta un pericolo per Emilio,che ne è attratto ugualmente. All’uomo inetto non resta che crearsi delle barriere,delle difese fatte di autoinganni intellettuali.
Ma è tutto inutile e non gli resta che fuggire dalla donna,dimostrandosi debole anche nell’abbandono e tornando alla condizione di senilità iniziale.
La condizione di chi fugge dalla realtà in modo non eclatante per chiudersi nel sogno del che è stato,del che non sarebbe potuto essere e che mai sarà.Ed è proprio la condizione finale del protagonista che,vissuta un’esperienza accesa e vitale grazie ad Angiolina,si esclude nuovamente dalla vita attiva chiudendosi a sognare su quello che è stato e non su quello che la vita potrebbe ancora offrirgli.Attraverso il proprio autoinganno idealizza una vita,una gioventù che non ha mai potuto e voluto vivere.
Valutazione personale sull’opera letta:
“Senilità” è stata una lettura veloce e scorrevole.La vicenda è sintetica e Svevo utilizza una narrazione priva di lunghi tempi morti. L’azione dei personaggi difficilmente si ferma e ciò contribuisce a mantenere vivo l’interesse e la concentrazione durante la lettura.Spesso sono presenti riflessioni di Emilio ma sono strettamente legate alla vicenda e fanno capire meglio il personaggio,il suo modo di pensare e la sua visione degli altri personaggi.
Sicuramente,col proseguire della vicenda,è diminuita sempre di più l’immedesimazione.Se all’inizio cercavo di capire il protagonista Emilio per potermi immedesimare in lui,ben presto mi sono reso conto di quanto tale personaggio fosse mediocre e così la lettura è diventata sempre più indiretta ed “esterna” alla vicenda.
Nel complesso la lettura mi ha soddisfatto ed ho trovato interessante la vicenda ed il tema trattato.In molte occasioni Svevo è riuscito a farmi riflettere ed in diversi momenti cercavo di intuire le azioni dei personaggi.Sicuramente sono rimasto molto deluso dal finale:non mi aspettavo la morte di Amalia e pensavo ad una maggiore “vendetta” di Emilio:invece Angiolina parte dalla città in compagnia di un’altra “vittima” ed Emilio rimane completamente solo a commiserarsi ed a fantasticare inutilmente sulla vicenda di cui è stato protagonista.
Bibliografia consultata:
Per la lettura dell’opera:
Titolo del libro: “Senilità”
Editore: Mondadori
Luogo di pubblicazione: Legatoria del Sud,Ariccia (Roma)
Data di stampa: 23 Dicembre 1994
Per l’analisi dell’autore e dell’opera:
Titolo del libro: “Mondi letterari” Volume 3°
Autori: Rocco Verna – Paola Papa – Mariacarla Vian – Cecilia Verna
Editore: Paravia
Luogo di pubblicazione: Torino
Data di stampa: 1999
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
DIECI PICCOLI INDIANI
(di Agatha Cristie)
CAPITOLO I
In un angolo dello scompartimento fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in pensione diede un’occhiata all’orologio, mancavano ancora due ore di viaggio. Ripensò allora a tutte le vicende raccontate su Nigger Island dopo di che tirò fuori una lettera dalla tasca contenente l’invito di raggiungere proprio quel luogo.
Vera Claythorne, in terza classe, inutilmente aveva cercato un lavoro per le vacanze sino a quando arrivò quella lettera; una certa signora Owen l’aveva assunta come segretaria a Nigger Island.
Davanti a lei era seduto Philip Lombard; guardando la ragazza la giudicò molto carina, (forse una maestra di scuola). A Lombard era stato affidato il compito di sorvegliare un,isola la stessa dove era diretta Vera Claythorne, durante la permanenza del suo cliente e di altre persone, probabilmente degli invitati; ricompensa cento sterline per una settimana di lavoro.
Nello stesso tempo, in uno scompartimento dove era vietato fumare, sedeva rigida Emily Brent, sessanta cinque anni già compiuti, molto pensierosa su chi fosse quell’U.N.O., l‘autore di quella lettera.
Il treno stava arrivando a Exter quando il generale Macarthur ripensò a quell’invito “alcuni suoi vecchi amici verranno...saranno contenti di rievocare con lei il passato”.
Il dottor Armstrong guidava la Morris sulla piana di Salisbury. Stanchissimo, non vedeva l’ora di trascorrere qualche giorno fuori dalla vita quotidiana.
Improvvisamente una Dalmin Super Sport lo sorpassò; al suo interno guidava un certo Tony Marston. Quando si fermò un attimo per rifocillarsi molte ragazze lo fissarono: alto, ben proporzionato, con i capelli ricciuti, il volto abbronzato e gli occhi celesti continuò la sua marcia trionfale.
Il signor Blore viaggiava in un accelerato proveniente da Clymouth. Con lui nello scompartimento c’era solo un signore anziano. Blore incominciò a scrivere: “Eccoli qui tutti” si disse “Emily Brent, Vera Claythorne, il dottor Armstrong, Anthony Marston, il giudice Wargrave, Philip Lombard, il generale Macarthur, poi il maggiordomo Rogers e sua moglie”.
Subito dopo il vecchio si svegliò mormorando al giovanotto che il giorno del giudizio era molto vicino. Quel vecchio marinaio aveva pienamente ragione.
CAPITOLO II
Arrivarono due tassì su uno dei quali salirono la signorina Brent e il giudice Wargrave mentre il capitano Lombard e la signorina Vera aspettarono con l’altro tassì le altre persone. Quando tutti furono riuniti partirono con un battello guidato da Fred Narracott. Dopo un po’ la barca girò intorno alle rocce fino a quando apparve la casa; Era bassa, quadrata, modernissima e con grandi finestre che lasciavano penetrare molta luce. Finalmente la barca si fermò e pian piano la comitiva arrivò in casa accolti dai Rogers.
Tutti quanti entrarono nella casa, chi incantato e chi spaventato. Il maggiordomo interruppe la conversazione dicendo che il signor Owen e sua moglie erano in ritardo; inoltre si cenava alle otto. Nemmeno i Rogers quindi conobbero i loro padroni di casa.
Intanto Vera seguì la moglie del maggiordomo nel piano superiore ed entrò in una delle tante camere. Essa penso: “Otto invitati, dieci persone in tutto compresi i padroni di casa e appena un maggiordomo e una governante per servirli. Di colpo fu attratta da un’altra cosa. Al di sopra del caminetto, in una cornice, vide inserita una grande pergamena con una poesia. Vera la lesse; Si trattava di una delle tante filastrocche per bambini che ricordava fino dall’infanzia.
Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar.
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
se ne vanno a mangiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di loro s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.
Sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
uno lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
Tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso ne abbrancò,
e due soli ne restar
I due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera,
e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s’impicco,
e nessuno ne restò.
Armstrong arrivò a Nigger Island proprio mentre il sole affondava nelle onde. Il giudice Wargrave pensò : “Armstrong “. Se lo ricordava sul banco dei testimoni.
Anthony Marston, nel bagno si godeva l’acqua calda.
Il signor Blore si annodava la cravatta. Non era una sua specialità, quella.
Il generale Macarthur sembrava accigliato.
Al primo rintocco del gong, Philip Lombard uscì dalla sua camera e si diresse verso le scale.
Nella camera da letto, Emily Brent, vestita di seta nera per la cena, leggeva la Bibbia. Strinse le labbra sottili. Chiuse la Bibbia. Alzandosi, si appuntò al colletto una spilla di quarzo giallo e scese per la cena.
CAPITOLO III
La cena stava per terminare e tutti erano allegri anche per il buon cibo servito.
Marston girando gli occhi vide in mezzo a una tavola rotonda dieci statuine di porcellana che assomigliavano a dieci negretti. Molto graziose, senza alcun dubbio.
Improvvisamente quando Rogers servì il caffè bollente si udì una voce estranea.
“Signore e signori! Prego, silenzio!”.
“Siete imputati delle seguenti colpe!”.
“Edward George Armstrong, il 14 marzo 1925 ha provocato la morte di Louisa Mary Clees.
Emily Caroline Brent, il 5 novembre 1931 é stata responsabile della morte di Beatrice Taylor.
William Henry Blore, il 10 ottobre 1928 ha causato la morte di James Stephen Landor.
Vera Elizabeth Claythorne, l’11 agosto 1935 ha ucciso Cyril Ogilvie Hamilton.
Philip Lombard, un giorno del febbraio 1932 si é reso colpevole della morte di ventun uomini appartenenti a una tribù dell’Africa Orientale.
John Gordon Macarthur, il 4 gennaio 1917 ha deliberatamente mandato a morte sicura l’amante di sua moglie, Arthur Richmond.
Anthony James Marston, il 14 novembre scorso si è reso colpevole dell’assassinio di John e Lucy Combes.
Thomas Rogers e Ethel Rogers, il 6 maggio 1929 hanno provocato la morte di Jennifer Brady.
Lawrence John Wargrave, il 10 giugno 1930 é stato responsabile dell’assassinio di Edward Seton.
Imputati alle sbarre, che cosa avete da dire in vostra difesa?”.
Ci fu un attimo di silenzio e poi solo fracasso.
Tutti rimasero sorpresi e spaventati; la più scioccata fu la signora Rogers che cadde a terra svenuta.
Pronti Lombard e Marston sollevarono la donna e la portarono nel salotto adagiandola su un divano. Armstrong la vide e disse a Rogers, bianco in viso e con le mani tremanti, di portare del cognac. I presenti ancora increduli e impauriti incominciarono a indagare; trovarono un grammofono con un disco dove era incisa quella voce. Rogers disse innocente che il disco l’aveva messo lui e sua moglie l’aveva fatto girare pur non conoscendo il contenuto; tutto seguendo le indicazioni di questo signor Owen.
Il salotto si trasformò in un tribunale sotto la direzione di Wargrave. Esso volle sapere da ognuno esattamente com’era stato invitato; tutti parlarono sotto la continua e costante osservazione degli altri presenti. Alla fine dell’inchiesta capirono che Ulick Norman Owen e Una Nancy Owen non erano nient’altro che la stessa persona o U. N. OWEN o meglio con un po’di fantasia UNKNOWN = sconosciuto. Pensarono allora a qualche maniaco omicida.
CAPITOLO IV
Il giudice spiegò ai presenti alcune coincidenze; tutto lasciava pensare che questo Owen fosse un pazzo.
In seguito Wargrave incominciò a parlare della storia di Edward Seton. Nel giugno del 1930 lui esercitava ancora la sua professione di giudice e fra i tanti casi gli arrivò questo Seton; era ben difeso e la sua testimonianza fece buona impressione alla giuria. Doveva rispondere all’assassinio di una vecchia.
Le prove dimostrarono che era colpevole e Wargrave emise un verdetto di colpevolezza; Edward Seton venne giustiziato. Dopo di lui tutti raccontarono la loro storia riguardo le accuse lanciate da quella voce impressa nel grammofono.
Vi fu un momento di silenzio nel guardare Emily Brent.
L’anziana signora capì cosa vollero gli altri ma lei ugualmente rispose che non aveva niente da dichiarare.
Alla fine decisero di lasciare l’isola la mattina seguente non appena arrivasse il battello di Narracott.
Ci fu un coro di approvazioni.
Anthony Marston parlò per un attimo e poi bevve un bicchiere, forse troppo in fretta, perché il liquido gli andò di traverso. Il viso si contorse e divenne paonazzo. Marston annaspò per riprendere fiato...poi scivolò dalla sedia, lasciandosi sfuggire il bicchiere di mano.
CAPITOLO V
La cosa fu improvvisa e inaspettata. Quando Marston si calmò, Armstrong si avvicinò al suo corpo dichiarando agli altri che era morto. Vera sussurrò che nel Whisky c’era qualcosa; Armstrong annuì dicendo probabilmente che si trattava di cianuro di potassio, veleno che agisce all’istante.
Armstrong e anche gli altri pensarono che si trattava di suicidio.
Dopo la mezzanotte Emily Brent propose di andare a letto. Tutti approvarono, ma esitarono un po’.
Armstrong chiese al maggiordomo le condizioni di sua moglie; lui rispose che dormiva tranquillamente.
Tutti andarono a dormire tranne Rogers che sistemò la sala da pranzo. Esso notò anche uno strano particolare. Le statuine di porcellana erano nove e non più dieci.
Tutti nei loro letti pensarono a qualche cosa e chi prima e chi dopo si misero a dormire.
CAPITOLO VI
Armstrong svegliatosi la mattina seguente da un incubo vide Rogers che lo stava scuotendo impaurito. Quest’ultimo gli disse che non riusciva a svegliare sua moglie. Il dottore si precipitò nella camera dove giaceva immobile la signora e subito accertò che era morta.
Il gong suonò per la colazione delle nove; quando quest’ultima fu terminata Armstrong diede la notizia agli altri sei invitati della morte nel sonno della governante.
“Già due morti nell’isola” commentarono i presenti.
Emily disse che l’accusa fatta ai coniugi Rogers era vera.
Armstrong scosse il capo, dubbioso e Blore si sentì turbato dalle affermazioni della signorina. La discussione andò avanti fino a quando non apparve Rogers, che li guardò uno per uno.
Il generale Macarthur parlò all’improvviso, con veemenza : ”Siamo addolorati per sua moglie, Rogers. Il dottore ci ha dato la notizia proprio ora” e lui chinò il capo ringraziandolo.
Philip Lombard e Blore uscirono nel terrazzo con la convinzione che quel maledetto battello che li avrebbe portati a casa non sarebbe mai arrivato.
In quei momenti di riflessione Rogers chiamò nuovamente Armstrong dicendogli di una cosa molto strana. La sera prima aveva notato che le statuine di porcellana erano solamente nove mentre adesso che aveva sparecchiato ce n’erano solo otto.
CAPITOLO VII
Dopo la colazione, Emily Brent aveva proposto a Vera Claythorne di fare una passeggiata aspettando il battello; naturalmente Vera aveva accettato. Incominciarono a parlare di queste vicende sinora accadute.
Nello stesso istante Armstrong uscì dalla sala da pranzo e tornò sul terrazzo nell’intento di parlare con qualcuno; tra Wargrave e Lombard, il dottore, alla fine, obbiettò per quest’ultimo. Assieme, i due lasciarono il terrazzo per dirigersi sulla spiaggia; commentarono le storie dei vari Rogers, Blore e Wargrave fino a quando, ritornando al discorso delle statuine Armstrong recitò le prime due strofe di quella poesia. Capirono che le morti non si trattavano di sole coincidenze. Successivamente cercarono Blore per raccontare i loro risvolti, tralasciando da parte tutti gli altri credendosi i soli in grado di occuparsi di questo caso molto complicato.
CAPITOLO VIII
Blore si convinse della loro ipotesi e iniziò a collaborare. Parlando improvvisamente egli chiese poco convinto, se qualcuno possedeva una rivoltella ma Lombard lo contraddì dicendogli che la portava sempre con se. Dopo di che decisero di controllare tutta l’isola. L’impresa si rivelò molto semplice e alla fine non trovarono niente di inquietante, solo il generale, seduto, mirante a guardare il mare, come quasi fosse rassegnato della propria fine.
Vera, era stata irrequieta tutta la mattina; aveva evitato Emily Brent provando una specie di repulsione per lei.
La signorina Brent aveva portato una sedia dietro la casa, per ripararsi dal vento; lì iniziò a lavorare a maglia.
Sul grande terrazzo, il giudice Wargrave era sprofondato in una sedia a sdraio.
Dopo un po’ Vera s’incammino lentamente verso il mare fino a quando incontrò il generale sempre intento a guardare il mare. Le sue parole avevano molto turbato quella donna.
Prima, il dottore, Blore e Lombard si erano messi d’accordo nell’accertarsi la presenza di qualche cavità e proprio in quell’istante Blore tornò con un rotolo di carta appeso al braccio. Iniziarono la “delicata” operazione che si risolse senza trovare nulla di interessante.
Ipotizzarono che l’uomo fosse nascosto in casa, ma l’ispezione non diede alcun frutto.
Capirono che non c’era nessuno sull’isola, a parte loro otto.
CAPITOLO IX
I presenti non capirono più nulla di questa faccenda, troppo complicata e altrettanto misteriosa.
Lombard intuì invece che quelle cento sterline di ricompensa non erano altro che il pezzetto di formaggio offerto dal signor Owen per attirarlo nella trappola.
Intanto al pianterreno, il gong chiamò tutti quanti per il pranzo. Stava iniziando una violenta tempesta e Blore improvvisamente si ricordò di quel vecchio che nel treno gli aveva preannunciato una burrasca.
Armstrong andò a recuperare Macarthur. Improvvisamente Rogers e le cinque persone sedute a tavola udirono qualcuno che stava correndo e fissarono la porta. Apparve il dottor Armstrong, senza fiato. “Il generale Macarthur...” cominciò.
“Morto!”. La parola era sfuggita a Vera, di colpo.
“Sì, è morto...”.
Ci fu una pausa. I sette presenti si guardarono l’un l’altro, senza parole.
La tempesta scoppiò proprio mentre stavano portando in casa il corpo del vecchio generale; quest’ultimo era stato colpito alla nuca con un corpo contundente.
Wargrave decise di prendere il comando delle indagini riflettendo sulle morti e sulle probabilità di colpevolezza di ognuno.
Ormai era tutto molto chiaro e disse:
“Il signor Owen è uno di noi...”.
Il giudice continuò seriamente le indagini fino a che, disse a tutti gli altri sei che da allora dovevano stare in guardia e sospettare di tutti. “Questo è tutto”, e così concluse.
Philip Lombard mormorò: “L’udienza è sospesa”.
CAPITOLO X
Tutti erano ancora più sconvolti; le paure ormai avevano preso posto un po’ in tutti quanti. Cercarono di entrare nella mente dell’assassino o di sapere qualsiasi informazione utile alle indagini e contemporaneamente anche alla loro vita.
Vera cercò di convincere Philip Lombard dicendogli che Armstrong poteva benissimo aver causato tutte queste morti.
Proprio lui poco dopo irruppe con veemenza: “Dobbiamo andarcene di qui! Dobbiamo, dobbiamo! A tutti i costi”.
La tempesta aumentò di violenza e Rogers entrò con il vassoio del tè, tutti sobbalzarono.
Esso, un po’ incredulo, disse che la tenda della stanza da bagno era scomparsa, non c’era più. Tutti si fissarono l’un l’altro. Arrivo l’ora della cena e il pasto fu consumato velocemente. Tutti andarono a letto, per ultimo Rogers, che aveva chiuso a chiave la porta della dispensa dove si trovavano anche le statuine. Chiuse tutto e per ultimo si avviò verso la sua nuova camera da letto.
CAPITOLO XI
La mattina seguente tutti si svegliarono, Philip Lombard per primo perché abituato ad alzarsi all’alba.
Dopo i vari saluti le sei persone non vedendo Rogers, un po’si allarmarono e in coro decisero di chiamarlo. Non rispose; ispezionarono la sua camera e capirono che si era alzato ma poco dopo Vera gridò : “I negretti! Guardate!”. Al centro della tavola c’erano soltanto sei statuine. Lo trovarono poco dopo intento a tagliare la legna, con una profonda ferita al cranio e con l’accetta ancora in mano.
Vera affettava la pancetta e Brent aveva preparato il fornello. Gli uomini si riunirono, per l’ennesima volta, a discutere, in questo caso della morte del signor Rogers.
Sei persone, che si comportavano in modo perfettamente normale.
CAPITOLO XII
Terminata la colazione, gli uomini si sarebbero riuniti in salotto; Vera cominciò a raccogliere le stoviglie. Blore, tipo casalingo aiutò la signorina Vera Claythorne a sparecchiare la tavola.
Dopo un po’ la signorina Brent rimase da sola in sala da pranzo. Vide entrare un’ape e improvvisamente sentì qualcuno che si avvicinava e mentre l’ape ronzava avvertì la puntura.
“L’ape” l’aveva punta sul collo...
Nel salotto tutti aspettavano Emily Brent e quando l’andarono a cercare videro il viso soffuso di sangue, le labbra bluastre e gli occhi fissi. Ere morta.
Con voce tranquilla, il giudice Wargrave disse: “Un altro di noi assolto...troppo tardi”.
Armstrong che la vide capì all’istante che si trattava di cianuro. Lo stesso uomo volle andare a verificare una cosa: la siringa ipodermica della sua valigia non c’era più, ma questo non provò agli altri che Armstrong era colpevole. Infatti, assieme alla siringa sparì anche la revolver di Lombard.
Le persone si spogliarono nella speranza di trovare la revolver, ma la prova non diede alcun esito positivo.
CAPITOLO XIII
Cinque persone terrorizzate.
Come una vecchia tartaruga circospetta il giudice Wargrave sedeva rannicchiato.
L’ex ispettore Blore sembrava ancora più rozzo e goffo.
I sensi di Lombard sembravano acuti, piuttosto che indeboliti.
Vera Claythorne era molto silenziosa.
Armstrong era in uno stato davvero pietoso.
Il tempo passava e tutti si fissavano impauriti.
Il giudice mormorò: “Dobbiamo essere guardinghi”.
Poco dopo Vera andò in camera sua; non poteva più resistere li seduta, ma quando arrivò, qualcosa le toccò la gola e lei urlò. Gli altri accorsero nella stanza e videro una lunga alga pendere dal soffitto. Lo spavento era passato e così aiutarono Vera a rimettersi in forza.
Quando finirono il lavoro si accorsero che mancava Wargrave all’appello e Armstrong lo chiamò. Lo trovarono morto, con una piccola macchia rossa al centro della fronte calva. Era lì, seduto in fondo alla stanza, nel salotto. Vestito come un giudice aveva in testa la tenda del bagno scomparsa. Sembrava una parrucca, di quelle che indossano i giudici. Ecco a che cosa serviva.
CAPITOLO XIV
Wargrave venne portato nella sua stanza dopo di che andarono tutti quanti a mangiare. A quel punto capirono che quell’alga era un falso allarme nel quale l’assassino ha potuto tranquillamente ammazzare Wargrave. Più tardi salirono le scale per andare a letto e tutti quanti tirarono un sospiro di sollievo quando si chiusero a chiave nelle loro camere.
Blore disteso nel letto sentì dei leggerissimi passi e quando questi ultimi superarono la sua stanza si gettò fuori per inseguire l’uomo senza riuscirci; capì ugualmente che in una delle stanze mancava Armstrong. Lombard e Blore continuarono a cercare, ma non trovarono nessuno, videro solo un vetro della finestra rotto e solamente tre negretti sulla tavola.
CAPITOLO XV
Tre persone sedevano in cucina per la colazione dopo di che uscirono all’aperto. Intanto Lombard ritrovò nel cassetto la sua pistola e Blore non era molto convinto di tutta questa storia.
Lombard e Vera, non avendo fame, rimasero sul posto contrariamente a Blore che non ancora sazio tornò nella casa. Improvvisamente si sentì un tonfo. Philip s’incamminò verso quel luogo; Vera lo seguì impaurita.
Trovarono uno spettacolo agghiacciante. Videro Blore sul lato orientale della terrazza, disteso a terra, con le braccia allargate e il capo fracassato da un blocco di marmo bianco, con vicino un orologio a forma di orso.
Philip decise di andare a ricercare Armstrong, convinto della sua colpevolezza, ma poco dopo, lungo gli scogli, lui e Vera videro dei vestiti e il corpo di un uomo.
Lombard mormorò: “É Armstrong”.
CAPITOLO XVI
Rimasero solo due persone. Vera disse a Philip di togliere il cadavere di Armstrong dal mare e quando lo fece capì che era un trucco. Vera gli aveva sottratto la sua pistola dalla tasca che ora era puntata contro di lui. Lombard rimase un po’ a pensare ma, alla fine, spiccò un salto per sorprendere Vera. Essa però ebbe giusto il tempo di premere il grilletto che bastò per far cadere a terra Lombard, morto, colpito al cuore.
Vera si era rasserenata ma era ormai anche distrutta psicologicamente.
Il sole tramontava quando Vera si mosse. Entrò in casa e frantumò a terra due delle tre statuine ancora intatte, dirigendosi verso la camera da letto. Ad un certo punto gli cadde la pistola dalla mano, come pure l’unica statuina. Aprì la porta ed entrò in camera. Dal gancio del soffitto pendeva una corda con accanto una sedia. Tutto era ormai chiaro e Vera seguendo l’ultima strofa di quella dannata filastrocca s’impicco respingendo la sedia con un calcio.
EPILOGO
Sir Thomas, vicecapo di Scotland Yard e l’ispettore Maine cercarono di capire questo intricato mistero. Stabilirono la successioni delle morti con l’aiuto dei diari scritti da alcune delle persone uccise.
Dieci persone morte e nessuno in più che possa essere accusato di dieci omicidi. Maine sospirò, scuotendo la testa; “In questo caso...chi gli ha uccisi”.
DOCUMENTO MANOSCRITTO MANDATO A SCOTLAND YARD
DAL CAPITANO DEL PESCHERECCIO “EMMA JANE”
Ricordo che sono sempre stato uno con l’immaginazione romantica, col piacere sadico nel vedere o nel causare la morte. Il delitto e il suo castigo mi hanno sempre affascinato. Godo fama di giudice spietato, da forca ma non la merito. Dovevo commettere un assassinio, ma non uno normale, volevo qualche cosa di teatrale e fantastico. Mi raccontarono che esistevano delitti che la legge non aveva il potere di punire.
Sentii la storia dei Rogers e da lì partii per il mio piano; mi servivano dieci persone che la giustizia umana non era in grado di giudicare, dieci come i negretti della filastrocca. Cercai quindi di conoscere qualcosa fondamentale per indurli a soggiornare qua nell’isola incastrandoli. Il mio piano riuscì. Però erano solo nove persone escluso me e quindi avevo bisogno di una decima vittima. La trovai in un uomo di nome Morris, spacciatore di stupefacenti e responsabile della morte della figlia di un mio amico, ragazza che si uccise a ventun anni. Lui lo ammazzai per primo uccidendo uno dopo l’altro tutti gli invitati, maggiordomo e governante compresi.
All’inizio e cioè per le prime due morti mi fu facile perché nessuno ancora sospettava di niente. Ma poi dovetti agire con molta cautela.
Come avevo immaginato fu ispezionata l’isola e si scoprì che non c’era nessuno. Sempre secondo i miei piani, ad un certo punto avevo bisogno di un alleato e scelsi Armstrong, un tipo ingenuo. Lo convinsi dicendo che avremmo simulato la mia morte perché così io potevo indagare la notte senza che nessuno mi scoprisse.
Lo scherzetto dell’ape era piuttosto puerile, ma in un certo modo me ne compiacevo.
Avevo appuntamento con Armstrong, fuori di casa, alle due meno un quarto. Lo portai con me sul bordo della scogliera; gli diedi una spinta per fargli perdere l’equilibrio e precipitò giù fra le onde. Devono essere stati i miei passi quelli che Blore udì. Passarono alcuni minuti prima che mi inseguissero.
E così, venne il momento di Blore; quando si avvicinò avevo già pronto il blocco di marmo. E Blore uscì di scena.
Dalla mia finestra vidi Vera sparare a Lombard, una ragazza piena di risorse.
E così preparai la scena di Vera, che come da me previsto s’impiccò.
Io adesso imbucherò questo resoconto in una bottiglia e la lascerò viaggiare nel mare aperto. Dubito quindi che si risolverà questo caso. Io adesso mi suiciderò sparandomi nello stesso punto dove gli altri videro il sangue.
Un giorno qualcuno allarmato raggiungerà quest’isola e troverà dieci cadaveri immersi in un mistero che è quello di Nigger Island.
Lavrance Wargrave
Relazione di Marongiu Stefano.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
IVANHOE
I° DATA DI PUBBLICAZIONE: 1979
AUTORE: Walter Scott
GENERE: romanzo storico
TRAMA:
1194, il regno d’Inghilterra prostrato dalle lotte interne tra i vinti Sassoni e i crudeli dominatori normanni, è assoggettato dal principe Giovanni, pusillanime ed ipocrita ambizioso che vuol profittare della forzata assenza del fratello Riccardo cuor di leone per cingere la corona d’Inghilterra, creando asti fra i cavalieri ed i vassalli. Premesso questo passo a delineare i fatti:
i primi personaggi a presentarsi sono Wamba e Gurth, rispettivamente buffone e guarda-porci di Cedric il Sassone, incontrano per strada il priore Aymer e Brian de Bois-Guilborg, cavaliere templare di ritorno dalla Palestina, ai quali indicano la strada per la dimora del loro padrone. Cedric non e` molto contento d'ospitarli, poiche' considera con astio tutti i normanni. Durante il banchetto Bryan e` colpito dalla bellezza di lady Rowena. Nel castello sono ospiti anche un crociato ed un ebreo. La notte stessa il crociato salva la vita all'ebreo, Isaac di York, avvertendolo d'un complotto ordito da Brian per assassinarlo, e l'accompagna fuori dal castello; l'ebreo lo ricompensa rifornendolo di cavallo ed armatura con cui potrà` partecipare al torneo indetto dal principe Giovanni, fratello di Riccardo. Al torneo sono presenti i nomi più` prestigiosi della cavalleria e le donne piu` belle: a sorpresa il torneo viene vinto dal Cavaliere Diseredato. La sera il fidato Gurth si reca a York a saldare il debito con l'ebreo; sulla via del ritorno viene assalito da una banda di ladroni, il cui capitano, saputo che Gurth serve il Cavaliere Diseredato, lo rimette in liberta`. Al termine del torneo, il Cavaliere Diseredato (che ha vinto grazie anche all'aiuto d'un misterioso Cavaliere Nero) si rivela per Ivanhoe. La giornata termina con la gara degli arcieri, vinta dall'insolente Locksley. Intanto, Rebecca ed Isaac trasportano fuori del campo Ivanhoe, gravemente ferito, che ha bisogno di cure, ma, abbandonati dai loro servi, devono, unirsi al seguito di Cedric; la compagnia viene assalita dagli uomini di Front de Boeuf travestiti da banditi: riescono a fuggire soltanto Gurth e Wamba, che incontrano Locksley e lo seguono nel covo dei veri banditi, scoprendo cosi` che lui ne e` il capo. Locksley chiama a raccolta i suoi uomini e friar Tuck; anche il Cavaliere Nero ha trovato ospitalità`, dopo essersi perduto nella foresta, nella cappella di Tuck. La cattura di Cedric fa parte d'un piano avente come mira Rowena, contesa dall'amato Ivanhoe, dall'apatico Athalstane e da de Bracy. I prigionieri vengono presi in consegna dai rispettivi persecutori. Cedric viene liberato da Wamba; prima d'uscire dal castello quest'ultimo e` stato scoperto dalla vecchia Urfried, che vive nella cella in cui e` stata condotta Rebecca, e che si rivela come la figlia del nobile sassone Torquil. Durante il vano assalto, Front de Boeuf viene ferito mortalmente, mentre Cedric, il Cavaliere Nero, Locksley e gli altri sconfiggono gli assediati: de Bracy e` catturato, Bois-Guilbert fugge portando con se' Rebecca; il Cavaliere Nero libera Ivanhoe, e, convinto del pentimento di de Bracy gli rende la liberta`; Tuck arriva all'accampamento con Isaac; un altro prigioniero, il ricco priore Aymer, viene usato quale intermediario per il riscatto di Rebecca, dopo aver, ovviamente, stabiliti i riscatti per i due prigionieri. De Bracy torna dal principe John a comunicargli la vera identita` del Cavaliere Nero; John non esita ad ordire un'imboscata affidandone l'esecuzione a Waldemar Fitzurse. Il Cavaliere Nero, che viaggia in compagnia di Wamba, viene salvato dagli uomini di Locksley e rivela di essere Richard Cuor di Leone, e Locksley d'essere Robin Hood. Raggiunto da Ivanhoe e dopo aver promesso un'amnistia a Robin Hood, Richard parte alla volta del castello di Cedric. Ivanhoe, però, deve correre in aiuto di Rebecca, seguito immediatamente da re Richard. Brian de Bois-Guibert ha portato l'ebrea nella casa dei Templari, e ha invano tentato di farne la sua amante; Beaumanoir, il gran signore dell'Ordine, scopre che Isaac sta cercando di riscattare la figlia, ma, invece di prendersela con il coraggioso Brian, accusa Rebecca d'essere una strega e, dopo un processo sommario, la condanna a morte. Rebecca s'appella al giudizio delle armi ed elegge a suo difensore proprio Ivanhoe, mentre l'Ordine dev'essere difeso da Brian, che ha cercato sino all'ultimo di convincerla a fuggire con lui: nel combattimento Ivanhoe ha la meglio ed uccide Brian. Giunge notizia che i fedeli di John sono in fuga: Richard e` clemente con il proprio fratello e lo rispedisce semplicemente dalla madre; Ivanhoe sposa Rowena e Rebecca parte con il padre per la Spagna, dove sperano di trovare meno ostilità` verso la loro razza.
NARRATORE: il narratore è esterno alle vicende dei personaggi, ma è comunque ha conoscenza di tutti gli eventi (onnisciente);
PERSONAGGI: Walter Scott evita di descrivere esplicitamente la fisionomia dei personaggi, preferendo che il carattere consegua dalla meticolosa descrizione operata dall’osservatore interno. Tuttavia, i personaggi, in gran parte, scaturiscono dalla dimensione illustrativa del paesaggio naturale.
AMBIENTE: prevale la dimensione storica (non a caso si sta trattando un romanzo storico), ma sono anche evidenziabili quelle paesaggistiche e umane.
LINGUA: nel romanzo si adopera un linguaggio chiaro e comprensibile, non fosse altro per la costante presenza di discorsi diretti; un linguaggio informale ma altrettanto curato nei termini.
CONTESTO:
ho notato nella lettura di questo libro la grande perizia di Scott nel tessere le avventure, facendo in modo d'averne sempre due parallele per avere un buon metro per interromperne una e lasciare il lettore con il fiato sospeso. La Storia non intralcia troppo: la ribellione a Richard, i riferimenti alla situazione di caos al tempo delle Crociate, la perversione del clero, il brigantaggio degli onesti costretti all’illegalità` dalla miseria e dai soprusi, l'astio di tutto il popolo verso gli ebrei, la lotta tra sassoni e normanni contribuiscono, anzi, a ben definire il ritratto realistico delle varie scene, oltre ad essere le molle naturali della vicenda.
Dal romanzo si ricava un squarcio di Storia medioevale ed un buon racconto d'avventura; invece mancano completamente la descrizione della vita medioevale (quella minuta d'ogni giorno, sia dei nobili sia dei poveri) ed il messaggio dello scrittore. Scott pare voglia soltanto raccontare qualcosa ad un pubblico, senza provare alcuna sensazione personale riguardo la materia del racconto e senza tendere ad una morale.
-
Fine articolo Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Riassunti libri - schede libri tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.