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Riassunto - scheda libro :
IL NOME DELLA ROSA
1) DATI EDITORIALI
AUTORE: Umberto Eco
TITOLO: IL NOME DELLA ROSA
LUOGO DI PUBBLICAZIONE: Milano
EDITORE: Bompiani – I Grandi Tascabili”
DATA DI EDIZIONE: 1986
2) BREVE PRESENTAZIONE DELL’AUTORE
E’ nato ad Alessandria il 5 Gennaio 1932. Ha frequentato il liceo classico e l’università a Torino, laureandosi in filosofia a 22 anni, con una tesi sull’estetica in San Tommaso d’Aquino. E’ stato per alcuni anni funzionario della RAI, curando tra l’altro una rubrica pungente e firmandosi per questo con uno pseudonimo. E’ docente di estetica e semiotica all’università dal 1971 e collaboratore di svariati quotidiani e riviste, italiane e straniere.
Il suo esordio come romanziere è avvenuto nel 1980 con “Il nome della rosa”, che gli ha dato un grande e inatteso successo in Italia e non solo. In effetti fino ad allora Eco aveva pubblicato solo opere saggistiche, tra cui “Opera aperta” nel 1962, “Diario minimo” nel 1963, “Apocalittici ed integrati” nel 1964, “La struttura assente” nel 1968, “Trattato di semiotica generale” nel 1975, “Il superuomo di massa” nel 1976, “Lector in fabula” nel 1979, “Sette anni di desiderio” nel 1983. Negli anni ’90 ha scritto inoltre “La ricerca della lingua perfetta” e “Cant e la scimmia”.
Dopo “Il nome della rosa” ha scritto altri due romanzi: “Il pendolo di Foucalld” del 1988 e “L’isola del giorno prima” del 1995, che però non hanno avuto il grandioso successo della sua prima opera narrativa.
Gli argomenti a cui ha dedicato le sue ricerche riguardano la teoria della comunicazione e tutti i fenomeni legati alla civiltà di massa: televisione, giornali, radio, pubblicità, fumetti (ha scritto un saggio sulla lingua dei Puffi).
E’ un grande collezionista di libri, in particolare quelli rari e antichi; si calcola che ne abbia più di 40.000. Inoltre ama scrivere i suoi libri al computer: ne ha fatto molto uso nell’ideazione de “Il nome della rosa”.
3) ESPOSIZIONE SINTETICA DELLA VICENDA
Nel novembre del 1327 arriva in una ricca abbazia benedettina del Nord Italia (probabilmente in Liguria) un frate francescano di origine inglese, Guglielmo da Baskerville; è accompagnato dal giovane novizio Adso da Melk. Guglielmo deve svolgere un delicato incarico: favorire i contatti fra gli alti esponenti degli ordini religiosi per ricomporre la frattura fra papato e impero, sostenitore dei francescani.
Durante la sua settimana di permanenza, nell’abbazia avviene una serie di misteriosi delitti. La causa di queste morti viene chiarita solo nell’ultimo giorno, dopo laboriose e difficili indagini da parte del francescano. Ecco in sistesi ciò che è accaduto: Adelmo da Otranto, un monaco ancora giovane eppure già famoso come grande maestro miniatore, aveva avuto un rapporto sessuale con Berengario da Arundel, cioè l’aiuto bibliotecario. Berengario era innamorato di Adelmo e questi gli si concesse solo perché l’aiuto bibliotecario gli aveva promesso di mostrargli un libro particolare. Il giovane miniatore si era piegato ad un peccato della carne per accontentare una voglia dell’intelletto. Sentendo poi i sensi di colpa, si era suicidato, buttandosi da una finestra della biblioteca.
Nel frattempo Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall’arabo e devoto ad Aristotele era riuscito ad entrare nel Finis Africae, cioè nel luogo della ricchissima biblioteca dell’abbazia dove erano nascosti i libri ritenuti maledetti. Qui riesce a sottrarre un libro “strano” e comincia a leggerlo. Ma arrivato nelle cucine, che si trovano proprio sotto la biblioteca, muore. Qui lo trova Berengario; non sa cosa fare e si carica il corpo in spalla e lo butta in un orcio di sangue, pensando che tutti si convincessero che era annegato. Poi con il libro, che ormai ha incuriosito anche lui, va nell’ospedale per leggerlo. Dopo un po’, non si sente molto bene e va nei bagni per cercare di star meglio. Ma muore nella vasca, lasciando il libro incustodito. Severino da Sant’Emmerano, il padre erborista, che aveva cura dei balnea, dell’ospedale e degli orti, ritrova il libro. Viene ucciso nell’ospedale con un colpo alla testa da Malachia da Hildesheim, il bibliotecario per volere di Jorge da Burgos, un vecchio frate cieco che lo manipolava abilmente. Malachia però non resiste alla tentazione di aprire il libro e muore in chiesa davanti agli occhi di tutti i frati. L’ultimo assassinato è l’Abate, che si spegne lentamente soffocato in una stanza segreta della biblioteca.
Tutti questi omicidi a catena sono stati architettati da Jorge per motivi ideologici: impedire la lettura di una copia del secondo libro della Poetica di Aristotele, dove l’autore vede le disposizioni al riso come una forza buona. Secondo Jorge la conoscenza dell’arte comica avrebbe avuto effetti eversivi, in quanto il riso avrebbe distrutto il principio di autorità e sacralità del dogma.
Al centro di tutte queste morti c’è dunque un libro pericoloso, sia dal punto di vista ideale che materiale. Jorge, per evitare che questo testo potesse essere letto da chiunque, aveva cosparso le pagine della Poetica di Aristotele con un veleno particolare, sottratto all’erborista Severino. Quando un lettore sfogliava le pagine del libro, toccava inavvertitamente il veleno e, quando appoggiava il dito sulla lingua per girare il foglio, lo ingeriva e ovviamente moriva. Jorge non si considerava responsabile di tutti questi delitti e attribuiva la causa delle morti unicamente alla “vana curiosità” e alle colpe di ciascun frate.
Durante una lite notturna nel Finis Africae tra Guglielmo e Jorge, Adso fa cadere una candela accesa su una pergamena. Ciò dà origine ad un enorme e spettacolare incendio, che in pochi giorni distrugge l’intera abbazia. Dopo questi drammatici avvenimenti Adso e Guglielmo sono costretti a separarsi; Adso si ritira nel monastero di Melk e non ha più notizie di Guglielmo, fino a quando scopre che è morto durante la celebre Peste Nera.
4) PRESENTAZIONE E ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI
Guglielmo da Baskerville
Il protagonista è Guglielmo da Baskerville. La sua descrizione è posta nel prologo del libro: questo ad indicare che la voce narrante, Adso, lo ritiene un personaggio di fondamentale importanza. E’ un frate francescano di circa cinquant’anni, originario delle isole britanniche; la sua origine si coglie nei suoi tratti somatici di uomo magro alto, magro, con capelli biondi e lentiggini. Costui è “nordico” anche nella mentalità, è uno spirito pragmatico, molto attento alla realtà; il suo modo di pensare riflette le idee filosofiche di Ruggero Bacone e di Guglielmo di Occam.
Tale personaggio rimane in mente soprattutto per le sue caratteristiche intellettuali, quelle di un uomo esperto nei più vari campi del sapere (filosofia, teologia, politica, lingue, botanica, ecc.); ma anche perché è estremamente curioso. La curiosità nel Medio Evo non era una qualità adatta ad un bravo monaco, perché un monaco fedele aveva già la risposta a tutte le sue domande, perché conosceva la verità. Altra cosa che rimane molto impressa nella mente del lettore è la seguente: quest’uomo possiede la capacità di passare da momenti di grande attività, dove la sua energia vitale pare inesauribile, a momenti di totale inerzia, che passa sdraiato sul suo giaciglio in cella, pronunciando solo qualche piccola parola. Per questa particolarità il suo discepolo Adso è portato spesso a sospettare che fosse sotto l’effetto di qualche pianta capace di dare delle visioni.
E’ un uomo di intelligenza straordinaria, dotato di grandi conoscenze teoriche, ma interessato anche agli aspetti pratici e tecnici del sapere, in un’epoca in cui la tecnologia muoveva i suoi primissimi passi. Questi riteneva che il futuro si sarebbe orientato in questa direzione, producendo una serie di macchine e di strumenti meravigliosi. Fin dall’inizio appare come un personaggio molto sottile e acuto, al punto di riuscire ad individuare il nome e le fattezze di un cavallo fuggito dall’abbazia, senza averlo mai visto prima, basandosi solo su ipotesi ben fondate.
Queste sue doti si rivelano in pieno quando riuscirà a scoprire la causa per la quale muoiono in serie alcuni frati, sventando il progetto diabolico messo in atto da Jorge.
Un’ultima cosa. Non è un uomo freddo o insensibile: nutre una profonda amicizia e anche pietà verso Ubertino da Casale, un affetto quasi paterno per Adso da Melk, amore per la sua terra d’origine.
Jorge da Burgos
La figura dell’antagonista rispetto a Guglielmo è quella di Jorge, un monaco ormai anziano di origine spagnola. E’ piccolo, ha un corpo deforme e sgraziato, una deformità che incute quasi paura a vederlo; è rimasto inoltre cieco in età giovanile.
Jorge ha una grande autorità all’interno dell’abbazia ed è in realtà il vero bibliotecario, in quanto Malachia è totalmente sottomesso alla sua volontà. Costui ha una visione delle cosa molto tetra, ritiene che il mondo sia ormai decaduto, vecchio e vicinissimo al momento del Giudizio finale.
Si sente investito di una missione divina: conservare il più a lungo possibile le verità di fede così come erano state elaborate fino a quel momento. Non c’è più nulla da sapere, tutto è già stato rivelato dalla Scrittura e dai Padri della Chiesa; non è più possibile che il sapere proceda oltre e ogni cosa deve rimanere com’è, fissata in un ordine ritenuto divino.
E’ inoltre fermamente contrario al riso: secondo lui la conoscenza dell’arte comica avrebbe avuto effetti eversivi, in quanto il riso avrebbe distrutto il principio di autorità e sacralità del dogma.
Adso da Melk
Adso è un ragazzo che accompagna fedelmente Guglielmo, facendogli da segretario e scrivano. E’ un giovane novizio e rivela in sé le caratteristiche di ogni adolescente: una certa ingenuità, freschezza mentale, un grande entusiasmo in ogni cosa che fa, impulsività ed emotività, desiderio di vedere, di imparare e di fare esperienze nuove. Queste suo interessamento viene alla luce soprattutto quando chiede ad Ubertino da Casale delle informazioni sulle vicende della Chiesa e sul cammino di fede da seguire.
Ha coscienza di accompagnare un uomo non comune e cerca di apprendere da lui quanto più possibile. Nel rapporto tra Guglielmo e Adso si mette in evidenza da parte dell’autore il classico rapporto maestro-allievo, che in certi momenti sembra un rapporto tra padre e figlio, tra maturità e giovinezza, tra saggezza e inesperienza.
Adso è indirizzato alla vita monastica e non ha dubbi sulla sua vocazione, ma spesso ci appare più come un ragazzo comune che come un monaco convinto. Infatti non rifiuta nemmeno di aprirsi all’esperienza amorosa, seppure una sola volta. Incontra una ragazza che presta servizio all’abbazia e tra i due nasce una profonda attrazione. Questo incontro arricchirà l’esperienza umana del giovane monaco ed anche quella della ragazza, la quale può, in questo caso, darsi ad un amore da lei scelto e svincolato dalla prostituzione. La successiva condanna al rogo della giovane come strega, farà vivere ad Adso dei momenti di profondissima amarezza.
In confronto al sua maestro nutre una profonda ammirazione ed appare molto più chiuso, medievale, quasi dogmatico. Sempre nel prologo, quando descrive Guglielmo, fa notare che il suo precettore ha abitudini parche, non veglia mai oltre compieta (dopo le sei di sera), che ha sempre le mani sporche di qualche sostanza, che è interessato alle macchine, ecc. Si nota anche una punta di rimprovero nelle parole del ragazzo, che non riesce a capire l’interesse del maestro verso la tecnologia e l’attività manuale.
Bernardo Gui
Bernardo Gui è il capo della legazione pontificia che si incontra con i rappresentanti della parte imperiale. Durante la sua permanenza all’abbazia svolge la funzione di inquisitore e lo fa con una durezza ed una crudeltà implacabili.
Il suo obiettivo reale è la buona riuscita della sua funzione politica ed è disposto a rincorrerlo ad ogni mezzo pur di mettere in difficoltà i suoi avversari; tra i mezzi da lui impiegati vi sono anche i processi che condannano senza tanti scrupoli degli innocenti.
Ubertino da Casale
È un vegliardo, dai grandi occhi azzurri, calvo, con la bocca sottile e rossa, la pelle candida e i lineamenti dolcissimi. Nutre una profonda amicizia verso Guglielmo e, quando questi gli si presenta dinanzi quasi all’improvviso dopo molti anni di lontananza, è colto da tale sorpresa e commozione che non riesce a trattenere il pianto. E’ un uomo molto combattivo ed ardente ed ha avuto una vita dura e avventurosa.
Fu uno dei fondatori del movimento dei francescani “spirituali”, cioè quella parte di francescani convinta che un monaco del loro ordine non deve possedere nulla, né personalmente, né come convento, né come ordine. Affermava la povertà di Cristo e per questo condannava la ricchezza terrena della chiesa del tempo; per questo tale movimento fu accusato dal papato di eresia. Ubertino fu ricercato come eretico, ma riuscì a essere lasciato libero di abbandonare l’ordine e fu accolto dai benedettini.
Quando la spedizione papale di Bernardo Gui arriva nell’abbazia e in seguito scopre l’appartenenza di Remigio e Salvatore ai dolciniani, Ubertino, su consiglio di Michele da Cesena e di Guglielmo, scappa per non essere ucciso dai delegati del papa.
Morirà due anni più tardi ucciso misteriosamente.
Remigio da Varagine
E’ il cellario dell’abbazia. Non è una figura importante per il fine della storia, ma per capire la mentalità dell’epoca. Egli infatti da giovane era stato un dolciniano (vedi Analisi del tempo e dell’ambiente) e per questo motivo si era rifugiato nell’abbazia in questione insieme al suo compagno Salvatore. Questa sua appartenenza alla setta eretica gli costa molto quando viene processato da Bernardo Gui. Viene condannato alla tortura, seguita dalla morte.
Salvatore
E’ un monaco amico e compagno di Remigio, che incontrò nella setta eretica dei dolciniani. E’ un personaggio molto strano, che mi ricorda molto il Gurdulù de “Il cavaliere inesistente”. Gurdulù non aveva una precisa coscienza di sé e del mondo e tendeva ad identificarsi con tutto ciò che gli sta attorno; questo fatto risultava chiaro dalla molteplicità di nomi con cui veniva identificato.
Salvatore non parla latino, ma un insieme di dialetti europei, che aveva imparato vagabondando con i dolciniani e con Remigio. Quando viene inquisito da Bernardo Gui, per cercare di salvarsi tenta di metaforizzarsi, non proclama più la sua fede e non ha esitazioni nell’incriminare il suo compagno Remigio.
I monaci
Tra i personaggi vanno ricordati nel loro insieme anche i vari componenti della comunità monastica, al cui interno incontriamo i tipi umani più diversi, come ad esempio l’avido abate, i frati intellettuali e ambiziosi, i frati illetterati e umili, i frati trasgressori, eccetera.
Come in ogni gruppo di conviventi esistono tra loro diversi rapporti: amicizia, fraternità, accordo, a volte attrazione, ma anche invidie, gelosie e rivalità.
5) ANALISI DELL’AMBIENTE E DEL TEMPO
Ambiente
La storia si svolge nel Nord Italia, probabilmente in Liguria.
Le vicende si svolgono quasi per intero all’interno di una abbazia benedettina, ricostruita in tutte le sue tipiche strutture: chiesa, chiostro, scriptorium, biblioteca, ospedale, cucine e i vari ambienti in cui si svolgono i lavori manuali.
Prevalgono nella narrazione i luoghi chiusi e un ruolo particolare è svolto dalla biblioteca, posto su cui è puntata la maggiore attenzione. Essa è ospitata in un massiccio torrione di forma ottagonale ed ha nell’interno una disposizione complicatissima, in modo da costituire un vero e proprio labirinto. E’ quindi un luogo ideato più per conservare i libri che per leggerli accessibili, conformemente ad una idea un po’ chiusa del sapere posseduta dai chierici medievali.
L’abbazia nella varietà dei suoi ambienti può essere vista come una specie di microcosmo, di luogo in cui si riassume tutto lo spirito di un’epoca, nel nostro caso l’epoca medievale.
Tempo
“Il nome della rosa” è ricchissimo di eventi e di colpi di scena e questi accadono in un tempo piuttosto ristretto: nell’arco di una settimana. L’autore si è calato per intero nella vita dell’abbazia, facendo scandire gli avvenimenti di ogni giorno secondo il succedersi regolare delle ore canoniche della preghiera, che portano i suggestivi nomi di mattutino, laudi, prima, terza, sesta, nona, vespro e compieta.
I fatti vanno collocati all’inizio del Trecento (1327), un’epoca in cui prosegue la lunga contesa tra Papato e Impero sui rispettivi poteri. Tempo prima papa Clemente V aveva trasferito la sede papale ad Avignone. Nel 1314 a Francoforte viene eletto supremo reggitore dell’impero Ludovico di Baviera, mentre ad Avignone il papa elegge imperatore Federico d’Austria. Ci si trova così in una situazione particolare: c’erano due imperatori per una sola sede e un solo papa per due imperatore. Due anni dopo diventa papa Giovanni XXII, che non riconosce nessuno dei due imperatori e rimane il capo supremo della Chiesa. Nel 1322 Ludovico il Bavaro batte il rivale Federico e viene scomunicato da Giovanni XXII. Immediatamente l’imperatore denuncia il papa come eretico.
In Italia la potenza e la ricchezza del clero è evidente più che in ogni altro paese. Di qui la nascita di movimenti di uomini che vogliono una vita più povera e la conseguente polemica con i religiosi corrotti. In quegli anni in particolare l’ordine francescano è diviso in due correnti: i “conventuali” e gli “spirituali”, guidati da Michele da Cesena. Gli “spirituali” erano convinti che un monaco del loro ordine non deve possedere nulla, né personalmente, né come convento, né come ordine; affermano la povertà di Cristo e per questo condannano la ricchezza terrena della chiesa; i “conventuali” invece sostenevano che il singolo frate non deve possedere nulla, ma che l’ordine può.
L’imperatore trova dei naturali alleati negli spirituali, perché questa tesi indebolisce le pretese temporali dei papi: se Cristo era povero, anche la Chiesa dovrebbe esserlo, rinunciando alla sua influenza in campo politico, che spetterebbe di diritto all’imperatore.
Un altro strumento di cui la chiesa si serve per mostrare il suo potere è il tribunale dell’inquisizione, cioè quel tribunale che ha la competenza di stabilire dove finisce l’ortodossia e dove inizia l’eresia.
Le eresie sono un fenomeno molto comune in questo periodo storico. Di particolare importanza nel testo è la setta eretica di fra Dolcino. Fra Dolcino era un sacerdote che viveva nella diocesi di Novara; ma derubò il sacerdote che si occupava di lui e fuggì. A Trento cominciò la sua predicazione ereticale: diceva che egli solo era l’unico e vero apostolo di Dio, che ogni cosa doveva essere in comune nell’amore e che si poteva avere dei rapporti indifferentemente con tutte le donne. Inoltre lottava contro la proprietà privata in nome della povertà; per questo saccheggiava i villaggi e compiva delle scorrerie.
6) TECNICHE NARRATIVE
La voce narrante è quella di Adso che, in età ormai avanzata, racconta vicende accadute quando era un novizio, quindi ad un’età adolescenziale. Per questo si può dire che il romanzo è tutto un flash-back.
Costui riferisce, in prima persona, fatti ai quali ha assistito personalmente in compagnia del maestro Guglielmo. Il suo punto di vista è duplice; presenta infatti talvolta gli avvenimenti con gli occhi dell’uomo adulto e maturo, mentre altre lascia spazio al modo ingenuo e curioso di osservare i fatti che è tipico dei giovani.
Adso è il narratore dunque, ma ciò non significa che Eco si identifichi con lui; è facile rendersi conto che il portavoce dell’autore è Guglielmo. Quest’ultimo riflette nei suoi discorsi e nel suo pensiero una grande apertura intellettuale, tipica dell’uomo moderno.
Il narratore è onnisciente, perché conosce fin dall’inizio quale sarà il punto finale degli avvenimenti. Accade però che l’esito delle indagini non sia dichiarato se non alla fine, in modo tale che Adso possa rivivere momento per momento l’intricato svolgersi dei delitti, dimenticando quasi la sua condizione di onniscienza.
Da questo si deduce che gli avvenimenti sono presentati seguendo lo schema della fabula, cioè seguendo l’ordine cronologico dei fatti.
L’andamento narrativo non è uniforme, poiché a pagine in cui si ha tutto un susseguirsi quasi frenetico di azioni, si alternano molte altre parti che sospendono il ritmo e si dilungano in riflessioni e divagazioni di varia natura. Queste affrontano per esempio tematiche storiche, filosofiche, teologiche, scientifiche, tecnologiche… e sono usate da Eco come pretesto per sfoggiare la vastità della sua cultura.
Un’ultima puntualizzazione. All’inizio del romanzo si trovano alcune pagine in corsivo, che portano il titolo particolarmente ironico di “Naturalmente, un manoscritto”. In queste pagine l’autore afferma di aver trovato un antico documento scritto contenente la storia di Adso. Quella del manoscritto è chiaramente una finzione narrativa, molto usata specialmente dagli autori ottocenteschi come Manzoni e Walter Scott.
7) STILE E SCELTE LINGUISTICHE
Nel romanzo coesistono parti narrative che si alternano a delle lunghe digressioni, di tipo filosofico, teologico, storico eccetera, che non sfigurerebbero in un libro di saggistica. La compresenza di questi due aspetti è comprensibile in un autore come Eco, che non è solo romanziere, ma che è soprattutto un intellettuale e un teorico delle letteratura.
La narrazione è condotta quasi ovunque con una notevole chiarezza, con abbondanza di particolari e con uno stile leggibile e piuttosto invitante per il lettore. Non mancano però dei passi che sono di lettura molto meno agevole, in quanto l’autore si dilunga nella discussione sottile e dettagliata di difficili questioni teoriche.
Va aggiunto che “Il nome della rosa” è anche un libro alleggerito in diversi punti da un tono di sottile ironia, che creano un clima di intesa e complicità tra lo scrittore e il lettore.
Eco ha dichiarato paradossalmente che nessuna frase del suo romanzo è sua. Si tratta ovviamente di un’affermazione esagerata, ma che conferma un dato reale; cioè che nel testo sono frequentissime le citazioni e le parafrasi derivate da una grande quantità di autori: per esempio l’Apocalisse, i Vangeli, il Cantico dei Cantici, i Padri della Chiesa e diversi altri filosofi antichi e medievale. Eco è convinto infatti che i libri dialogano tra loro e ogni libro è figlio di tutti quelli che lo hanno preceduto.
8) SEGNALAZIONE DEI MOMENTI PIU’ SIGNIFICATIVI DELLA STORIA
- Avventura amorosa di Adso e della ragazza.
Attraverso questa esperienza si può intravedere quale fosse lo stato di miseria in cui vivevano gli strati inferiori della popolazione. Una giovane e bella ragazza del villaggio è costretta a prostituirsi con dei vecchi e a volte orridi frati, in cambio di poche frattaglie.
- I secoli nei quali avvengono le vicende sono caratterizzati dal diffondersi di numerosi gruppi ereticali, che si oppongono alla dottrina della Chiesa, a volte anche in modo violento (fra Dolcino). Questo è un segno del profondo malessere dei ceti svantaggiati nei confronti del potere e della ricchezza materiale della Chiesa. Con il pretesto della critica teologica si cercava in realtà di colpire la bramosia di ricchezze a cui si abbandonava il mondo ecclesiastico. Anche l’abbazia concede ospitalità ad alcuni esponenti di movimenti ereticali, come ad esempio Ubertino da Casale, il cellario e Salvatore.
- Al centro del romanzo si svolge un drammatico processo, condotto dall’inquisitore Bernardo Gui, contro alcune persone sospettate di eresia. Il sospetto non è sufficiente a salvare questi sventurati, perché nei processi inquisitori si era condannati anche senza prove. Questo dimostra il fanatismo religioso presente in molti uomini di Chiesa dell’epoca e la loro mania di vedere ovunque manifestazioni diaboliche. Davanti ad un uomo come Bernardo Gui anche la persona più innocente (per esempio la ragazza di Adso) è già condannata in partenza.
- Visitando l’abbazia, Guglielmo scopre che Nicola il fabbro ha in comune con lui l’interesse per gli esperimenti scientifici.
L’interesse per la scienza non era in quei tempi molto diffuso e solo pochi intellettuali si dedicavano a ricerche in questo campo; il pensiero invece che dominava molti altri era quello dell’attesa dell’imminente arrivo dell’Anticristo e della fine del mondo.
9) INDIVIDUAZIONE DELLA TEMATICA PRINCIPALE E DI ALTRE TEMATICHE AD ESSA COLLEGATE
Ciò che costituisce l’ossatura, il sostegno di tutta l’azione è l’indagine di un detective che deve scoprire un segreto. Quindi alla base di tutto vi è una ricerca di verità, un percorso conoscitivo realizzato con grande cura e con un metodo preciso: quello della decifrazione dei segni.
Eco, studioso di semiotica, considera il mondo come un libro aperto, che parla appunto mediante dei segni; essi non sono però immediatamente comprensibili e richiedono un paziente lavoro di svelamento. Questo concetto è espresso fin dall’inizio, con una suggestiva immagine: ora vediamo le cose “per speculum et in aenigmate”, cioè in maniera oscura ed è necessario quindi che sui dati si eserciti “l’umile preghiera della decifrazione”. Guglielmo porta al successo la sua esplorazione proprio affidandosi a tale metodo, componendo un puzzle senza trascurare nemmeno i minimi dettagli, facendo tesoro di tutte le informazioni disponibili.
Alla fine l’uomo non deve pretendere di raggiungere delle verità assolute, deve essere cosciente dei suoi limiti e accettarli serenamente; in fondo, difficilmente raggiungiamo le cose e conosciamo solo dei nudi nomi: “nomina nuda tenemus” è la constatazione che chiude il romanzo.
10) INTERPRETAZIONE DELLE INTENZIONI DELL’AUTORE
Credo che l’autore con il suo romanzo voglia suggerire un invito alla tolleranza e alla libertà di pensiero.
Gli uomini come Jorge sono molto pericolosi, poiché sono convinti che la loro verità sia l’unica esistente e non accettano la discussione e lo spirito critico. Egli pensa che un libro che tratta della commedia e del riso abbia un potere distruttivo; il riso per lui è fonte di dubbio, rende futile ciò che è serio, centrale ciò che è marginale, modesto ciò che è grande ed è quindi capace di sovvertire tutti i valori, facendo crollare anche l’edificio della fede e del dogma. Per porre rimedio a ciò Jorge fa di tutto per nascondere i libri “pericolosi”.
Tutto questo non serve, perché il pensiero umano ha bisogno, per procedere, di rivelare le idee, di metterle in luce e discuterle, anziché nasconderle. Eco rivela con questo una mentalità di tipo illuminista: i libri e le idee possono rendere migliore il mondo, se la loro conoscenza viene estesa il più possibile a tutti.
Se Jorge è timoroso del riso e delle sue conseguenze, Guglielmo afferma addirittura che di tutto si può ridere, anche della verità. Il riso diventa così l’atteggiamento migliore con cui accostarsi alla conoscenza: ciò significa procedere con salutare leggerezza e quasi con divertimento, senza prendersi troppo sul serio. Si evita allora di diventare presuntuosi e di avere la pretesa di poter creare delle verità immutabili. E’ difficile per noi uomini conoscere il senso generale del mondo; accontentiamoci delle piccole certezze che raggiungiamo volta per volta. “Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci della passione insana per la verità”
11) COMMENTO PERSONALE SUL LIBRO LETTO
“Il nome della rosa” è un romanzo insolito; è ricco di riflessioni anche impegnative, ma riesce allo stesso tempo ad essere leggibilissimo. La trama è costruita con grande abilità e, quando il lettore entra nei fatti, non riesce più a staccarsene, ha un forte desiderio di vedere come prosegue la storia e scoprire quali saranno le prossime mosse dell’”assassino” e quali saranno quelle del frate investigatore. Si è dunque in presenza di un giallo; ma “il nome della rosa” non è solo questo. E’ possibile infatti leggerlo su diversi piani, come romanzo gotico, romanzo storico, romanzo filosofico, romanzo-saggio ecc. ed ogni lettore può seguire la traccia che più lo interessa. Per quanto riguarda la lettura sul piano del giallo, “Il nome della rosa” non è esattamente un romanzo giallo. Infatti nel romanzo poliziesco, l’investigatore alla fine è un vincitore, che riesce anche ad anticipare le mosse dell’assassino. Nel romanzo di Eco, Guglielmo risolve sì il mistero, ma non riesce ad interrompere la serie di delitti di cui si occupa. Alla fine è quindi un perdente, nel senso che non riesce ad anticipare le mosse dell’avversario.
Mi sembra sorprendente la soluzione di aver costruito un giallo intorno ad un libro, anzi intorno ad un’idea, e di aver escogitato delle riflessioni così inattese intorno al ridere. Concordo con l’autore quando dice che è meglio che i dotti facciano a gara con le arguzie e l’umorismo, piuttosto che con i metodi degli inquisitori.
Un’altra cosa in cui mi trovo in disaccordo con Jorge è il fatto che costui si pensi in diritto di decidere per gli altri cosa è giusto e cosa è sbagliato. Penso che sia molto importante leggere il più possibile, siano questi testi educativi ed impegnativi oppure solo un modo per trascorrere piacevolmente il tempo. Ritengo giusto leggere di tutto; sta dopo alla singola persona decidere cosa apprendere e cosa invece è forse meglio “lasciar perdere”. Inoltre Jorge non accetta la discussione e lo spirito critico, poiché è convinto che la verità di cui si crede portatore sia l’unica esistente. Il confrontarsi con gli altri è per me invece essenziale per la formazione del carattere di una persona e non ritengo per nulla formativo l’apprendere, senza nemmeno domandarsi se ciò sia giusto oppure sbagliato.
A lettura ultimata, il personaggio che più mi è rimasto nella memoria è Guglielmo da Baskerville; con lui Eco ci ha dato una figura un po’ in anticipo sui tempi e che è interessante sia come intellettuale, sia per il suo carattere di uomo calmo, riflessivo e sempre imprevedibile.
CONFRONTO TRA GUGLIELMO DA BASKERVILLE E SHERLOCK HOLMES
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GUGLIELMO |
SHERLOCK |
D |
Aveva abitudini parche |
Aveva abitudini tranquille e regolari |
U |
Qualche volta passava tutta la giornata muovendosi per l’orto (…) e lo vidi aggirarsi per la cripta del tesoro (…). Altre volte stava un giorno intero nella sala grande della biblioteca (…). Un giorno lo trovai che passeggiava nel giardino senza alcun fine apparente. |
Qualche volta passava la giornata al laboratorio di chimica; altre volte, se ne stava dalla mattina alla sera in sala anatomica e , di quando in quando, faceva lunghissime passeggiate, specialmente nei quartieri più miserabili della città |
U |
La sua energia pareva inesauribile, quando lo coglieva un eccesso di attività. Ma di tanto in tanto (…) recedeva in momenti di inerzia e lo vidi stare per sul suo giaciglio in cella, pronunciando a malapena qualche monosillabo senza contrarre un solo muscolo del viso. In quelle occasioni appariva nei suoi occhi un’espressione vacua e assente, e avrei sospettato che fosse sotto l’impero di qualche sostanza vegetale capace di dare visioni, se la palese temperanza che regolava la sua vita non mi avessero indotto a respingere questo pensiero. |
La sua energia pareva inesauribile, quando lo coglieva un accesso di attività; ma, di tanto in tanto, (…) se ne stava sul divano del salotto, pronunciando a malapena qualche monosillabo senza contrarre un solo muscolo del viso, dal mattino alla sera. In quelle occasioni avevo notato un’espressione vuota e assente nei suoi occhi e avrei sospettato che facesse uso di qualche stupefacente, se la palese temperanza e l’igiene che regolavano la sua vita non m’avessero indotto a respingere una simile ipotesi |
U |
Era dunque l’apparenza fisica di frate Guglielmo tale da attirare l’attenzione dell’osservatore più distratto. La sua statura superava quella di un uomo normale ed era tanto magro che sembrava più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti; il naso affilato e un po’ adunco conferiva al suo volto l’espressione di uno che vigili, salvo nei momenti di torpore di cui dirò. Anche il mento denunciava in lui una salda volontà (…) |
Il suo fisico, di per se stesso, era tale da attirare l’attenzione dell’osservatore più superficiale. La statura di Holmes superava il metro e ottanta ed egli era tanto magro che sembrava più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti, salvo in quei periodi di torpore di cui ho fatto cenno; il naso, affilato e un po’ adunco, conferiva al viso un’espressione vigilante e decisiva. Anche il mento, quadrato e pronunciato, denotava in lui un salda volontà. |
U |
Durante il periodo che trascorremmo all’abbazia gli vidi sempre le mani coperte dalla polvere dei libri, dall’oro delle miniature, ancora fresche, da sostanze giallastro (…). Pareva non potesse pensare se non con le mani (…): ma anche quando le sue mani toccavano cose fragilissime (…), egli possedeva, mi parve, una straordinaria delicatezza di tatto, la stessa che egli usava nel toccare le sue macchine. |
Aveva le mani sempre macchiate d’inchiostro e di sostanze chimiche, eppure possedeva una straordinaria delicatezza di tatto, come avevo osservato vedendolo manipolare i suoi fragili strumenti. |
U |
E’ un personaggio molto sottile e acuto, al punto di riuscire ad individuare il nome e le fattezze di un cavallo fuggito dall’abbazia, senza averlo mai visto prima, basandosi solo su ipotesi ben fondate. |
… il suo sapere era talmente vasto e profondo che spesso egli mi sbalordiva con le sue osservazioni. |
D |
Non tralasciava nessun particolare, nemmeno il più piccolo |
E nessuno si rompe il cervello con minutissimi particolari, a meno che non abbia degli ottimi motivi per farlo |
D |
E’ un uomo esperto nei più vari campi del sapere (filosofia, teologia, politica, lingue, botanica, ecc.) e di intelligenza straordinaria, dotato di grandi conoscenze teoriche, ma interessato anche agli aspetti pratici e tecnici del sapere. |
La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla |
D |
Pensa che sia molto importante leggere il più possibile, siano questi testi educativi ed impegnativi oppure solo un modo per trascorrere piacevolmente il tempo. Ritiene giusto leggere di tutto; sta dopo alla singola persona decidere cosa apprendere e cosa invece è forse meglio “lasciar perdere”. |
“Ora che mi ha insegnato queste cose, farò del mio meglio per dimenticarle” |
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Riassunto - scheda libro :
Scheda libro di Picenni Michele
La chimera
di Sebastiano Vassalli
Einaudi TORINO , 1990
L’autore e le sue opere
Sebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941; laureato in lettere, ha insegnato per alcuni anni, poi si è dedicato completamente all’attività letteraria. Dal 1982 vive a Pisnengo, un piccolo paese in provincia di Novara. Ha esordito nell’ambito del Gruppo ‘63 con alcuni testi sperimentali di poesia (Disfaso, 1968) e di prosa (Narcisso, 1968; Tempo di màssacro, 1970) spesso satirici nei confronti dei luoghi comuni del linguaggio politico e letterario; l’interesse per tale filone ricompare in un’originale opera recente, il Neoitaliano (1989), dizionario ironico dei neologismi, sorta di «foto di gruppo per i posteri » dei « banali» anni Ottanta.
Nel 1976 pubblica L’arrivo della lozione, seguito nel 1980 da Abitare il vento e, nel 1982, da Mareblu: i tre romanzi, tutti dedicati alle contraddizioni e alle convulsioni ideologiche degli anni Settanta, formano un trittico d’opere sull’epoca attuale, cui si aggiunge Sangue e suolo (1985), inchiesta sulla difficile convivenza di popolazioni italiane e tedesche in Alto Adige.
Gli anni Ottanta vedono la nascita di un autore in parte nuovo rispetto al precedente. Ne La notte della cometa (1984) (lo straordinario romanzo-biografia di Dino Campana scritto « con accanimento, con scrupolo, con spirito di verità») Vassalli cerca, ripercorrendo le tormentate vincente di quello che egli definisce « l’ultimo dei poeti in Italia», di « parlare di ciò di cui altrimenti non si può parlare, cioè la poesia »; il romanzo successivo, L’oro del mondo (1985), indaga, attraverso un’autobiografia fantastica, sul recente passato dell’Italia appena uscita dalla guerra e dal fascismo, alla vigilia del « boom » economico. Negli ultimi anni la ricerca di Vassalli si è svolta con decisione ancora maggiore: « la fantasia inventiva si inoltra nelle epoche passate per denunciare con forza di stile lo smarrimento di valori e il disagio esistenziale che dominano la nostra civiltà»: « Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti d’essere raccontato. Il presente è rumore: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercano di sopraffarsi l’una con l’altra, la parola “io”. Io, io, io... Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore... » (La chimera, p. 6).
Nascono cosi due grandi romanzi « neostorici », La chimera (1990) e Marco e Mattio (1992), che hanno come protagonisti dei « Gesucristi », vittime sacrificali della crudeltà camuffata e di «buon senso»: «ma nel mondo governato dal buon senso, per nostra fortuna, di tanto in tanto affiorano degli uomini che ci passano vicino e che poi scompaiono portandosi appresso universi di domande, a cui sarebbe troppo facile, o troppo stupido, rispondere... » (Marco e Mattio, Einaudi, Torino 1992).
Genere letterario:
Romanzo storico.
Il recupero della dimensione storica non è in Vassalli il frutto di una nostalgia un po’ retorica e snob; è invece il tentativo di recuperare quello spazio d’immaginazione e di verità in cui dar nuova vita a ciò che è stato cancellato e dimenticato per favorire la nascita del nostro mondo. «Un episodio a suo tempo clamoroso era scivolato fuori dal cerchio di luce della storia e si sarebbe perso irreparabilmente se il disordine delle cose e del mondo non lo avesse salvato nel più banale dei modi, facendo finire fuori posto certe carte, che se fossero rimaste al loro posto ora sarebbero inaccessibili, o non ci sarebbero più... » (La Chimera, p.5). Grazie al recupero operato dal romanzo ciò che è finito in un angolo buio riemerge, ciò che era stato relegato ai margini della storia s’impone al centro della ricerca.
(introduzione p. VI, VII)
Linguaggio:
«L’attenzione dell’autore alla lingua come “luogo della parola” e, in prospettiva, del “senso” di un universo altrimenti insensato » trova ampia eco in questo romanzo. La lingua dell’opera, scorrevole ed elegante, è il frutto di un impasto molto complesso in cui sono inclusi un registro saggistico; uno ricco di echi letterari (spesso la «sfida» con il modello è volutamente palese, altre volte è affidata a più sottili citazioni stilistiche); ed altri ancora, che vanno dal dialetto al gergo, nei quali l’aspetto affettivo ed emotivo svolgono una parte rilevante. Ma non si avverte mai discontinuità tra l’uno e l’altro, perché lo scrittore dimostra di possedere una familiarità profonda con ogni forma di espressione usata: senza trovarsi mai a disagio, egli cambia registro con estrema naturalezza, a seconda della situazione narrativa. D’altra parte il plurilinguismo, per Vassalli, non è soltanto una scelta stilistica, ma nasce dall’ esigenza di trasmettere con chiarezza al lettore un importante messaggio: il rispetto per la differenza di linguaggi, di culture, di concezioni e di stili di vita, come unico mezzo per armonizzare e rendere vivibili esistenze destinate altrimenti a passare « nella gran confusione e nel frastuono».
La narrazione, se è ancorata al passato attraverso la capacità evocativa del linguaggio così strutturato, è invece collegata al presente tramite l’ironia, usata anch’essa con una grande flessibilità e varietà di registri stilistici. Non stupisca questa affermazione: basta leggere qualche pagina del romanzo per imbatterci ora in un’ironia lieve, gioiosa, dissacrante («Per quante scodelle Bescapè risciacquasse, e per quanti piatti lavasse, il Cappello non venne; arrivò invece la notizia della morte di Gregorio XIV e da quel momento, per il nostro santo lavapiatti, andò tutto di male in peggio»; p. 21); ora invece in un ironia venata di dolore e di sdegno («Antonia crebbe rapidamente, e, secondo quanto possiamo desumere dagli atti del suo stesso processo, crebbe bene: fin troppo, per la sua condizione e per i gusti dell’epoca»; p. 132). L’ironia diviene così un mezzo per tener vivo lo spirito critico del lettore, per non farlo acquietare nella consapevolezza di non appartenere a un’epoca crudele e di non possedere una mentalità tanto ristretta. Vassalli, per liberarci da un tale pericolo, teorizza inoltre l’esistenza di uno stretto legame tra il nostro presente e quel passato: « Cosi è nata l’Italia moderna, nel Seicento: ma può essere forse motivo di conforto, per noi, sapere che il malcostume ci è venuto da fuori, e che è più recente di quanto comunemente si creda »(p. 44).
Il risultato è una storia avvincente, benissimo raccontata: una storia preservatasi intatta, in tutta la sua emblematica ricchezza, contro l’omogeneizzazione e l’appiattimento della Storia.
(Introduzione pag. XII e XIII)
Punto di vista
Il narratore è onnisciente ed esterno alla vicenda ma spesso interviene nella narrazione con commenti e osservazioni che influenzano il lettore e lo portano ad una più attenta osservazione delle situazioni. La storia ci viene quindi presentata attraverso i pensieri di Vassalli che in alcune parti del romanzo riesce a penetrare nella vicenda diventando così guida e giudice nella lettura.
Periodo storico
Il romanzo è ambientato tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII. In quel periodo storico che vede cioè l’Europa tirare un sospiro di sollievo tra la fine delle Prime Guerre di Religione ed il lontano spauracchio della Guerra dei Trent’anni.
L’Italia, completamente assoggettata alla Corona Spagnola, vive un periodo di pace politica controbilanciato però da una strisciante inquietudine religiosa. La Chiesa muove i passi risolutivi verso il controllo totale sulla civiltà italiana mettendosi in aperto contrasto con qualsiasi forma di opposizione(Ex sono gli anni della messa al rogo di Giordano Bruno!).
Ma è anche l’epoca in cui proprio il dilagare del fanatismo segna l’inizio di quella battaglia delle idee e delle concezioni di vita, che con alterne vicende caratterizzerà l’Europa fino ai nostri giorni: è lo scontro che oppone gli assertori di verità assolute a coloro che intendono invece la verità come inesausta e difficile ricerca.
Problemi di fondo:
L’Inquisizioneera un’istituzione giudiziaria creata dal papato nel Medioevo al fine di scoprire, processare e condannare i colpevoli di eresia. Nella Chiesa delle origini la pena abituale per l'eresia era la scomunica. Quando gli imperatori romani fecero del cristianesimo la religione di stato, si cominciò a considerare gli eretici come nemici dello stato, specialmente quando la credenza ereticale comportava violenza e turbamento dell'ordine pubblico. Sant'Agostino approvò – seppure con riluttanza – l'azione dello stato nei confronti degli eretici, ma la Chiesa dei primi secoli generalmente disapprovò coercizione e punizioni corporali. L'Inquisizione propriamente detta è uno strumento giuridico la cui istituzione si può datare al 1231, quando papa Gregorio IX creò l'Inquisizione papale: temendo che l'imperatore Federico II potesse strumentalizzare la lotta all'eresia per i propri fini politici, ridusse l'autorità dei vescovi sull'ortodossia e collocò gli inquisitori sotto una speciale giurisdizione papale. L'incarico di inquisitore fu affidato quasi esclusivamente a francescani e domenicani per la loro preparazione teologica e per la presunta libertà da ambizioni mondane. La nuova istituzione, limitata dapprima al territorio dell'impero, alla Francia e all'Aragona, si estese presto alla Chiesa intera, benché in molte parti d'Europa fosse parzialmente o per nulla attiva.
Ogni tribunale era presieduto da due inquisitori (il nome rinvia alle procedure di tipo "inquisitorio", che consentivano di procedere d'ufficio anche in assenza d'accusa) con pari autorità, nominati direttamente dal papa, assistiti da coadiutori, notai, polizia e consiglieri insigniti del potere di scomunicare anche i principi. Nonostante alcuni di essi fossero stati accusati di crudeltà e abusi, gli inquisitori godettero tra i contemporanei fama di pietosa imparzialità.
Gli inquisitori invitavano i sospettati di eresia a presentarsi in una località eletta come sede di giudizio: l'inquisito veniva prima convocato dal suo vescovo e, in caso di rifiuto, interveniva la polizia. Agli accusati veniva offerto un quadro dei capi d'accusa e veniva concesso circa un mese di tregua per confessare spontaneamente, poi cominciavano i processi veri e propri. La parola di due testimoni era sufficiente quale prova di colpevolezza.
In genere una giuria, composta da rappresentanti del clero e da laici, assisteva gli inquisitori nella formulazione del verdetto; era consentito incarcerare sospetti ritenuti mentitori. Penitenze e condanne per i rei confessi o i colpevoli riconosciuti venivano pronunciate alla fine dei processi in una cerimonia pubblica detta sermo generalis o autodafé. A chi si era presentato spontaneamente a confessare; venivano inflitte pene inferiori, come pellegrinaggi, la pubblica fustigazione o il recare croci cucite sui vestiti; ai falsi accusatori veniva imposto di cucire sugli abiti due lingue di panno rosso. In casi gravi la pena era la confisca dei beni o il carcere, la più severa che gli inquisitori potessero comminare. Quando consegnavano un colpevole all'autorità civile significava che ne richiedevano la condanna a morte.
Ambienti descritti:
La bassa: L’agogna è un piccolo fiume dalle acque gelate e limpidissime, con lunghe alghe verdi che si muovevano sul fondo ghiaioso. […]La campagna circostante era ondulata e colorata con tinte a tratti vivacissime, dal giallo accecante del ravizzone, al blu celeste del lino, passando per tutte le varietà di verde[…]. Più avanti, dove la terra non era ancora stata mossa dall’aratro, erano i fiorellini del marrubio, che è una pianticella selvatica, a ravvivare la tavolozza primaverile formando grandi macchie irregolari d’un colore violetto che s’accendeva per contrasto attorno al giallo sulfureo dei tarassachi o alle chiazze dorate dei ranuncoli; mentre già i primi iris si specchiavano nelle pozzanghere e le delicate infiorescenze dei salici sembravano rabbrividire, sopra i fossi, non appena la brezza leggera arrivava a sfiorarle.
[…] Lungo la strada ad ogni incrocio c’erano edicole votive dedicate alla Madonna, a Sant’Anna, a San Martino, a San Rocco, al Sacro Cuore di Gesù; sul bivio di Gionzana, una cappella con un piccolo porticato serviva, in caso di necessità a offrire riparo al viaggiatore che fosse stato sorpreso nei paraggi dalla notte o da un acquazzone improvviso. La volta interna del portico, che un tempo doveva essere stata affrescata, era ormai tutta annerita dal fumo, così come erano nere di fuliggine alcune grosse pietre disposte per terra in modo da formare un rustico focolare.
[…] Era il paesaggio della risaia: una laguna abbagliante nel riverbero del sole, suddivisa in una serie innumerevole di scomparti di forma di quadrato, di triangolo, di trapezio, di rombo; un mosaico di specchi che però presentava, qua e là, delle zone opache: dove l’acqua si fermava e imputridiva diventando palude.
I personaggi del romanzo
Antonia. Figlia illegittima, appena nata viene deposta sul torno della Casa di Carità di San Michele fuori le mura a Novara. Antonia era una bambina dai capelli neri, così come scuri erano anche i suoi occhi. Alla Pia Casa le venne posto nome Antonia Renata Giuditta Spagnolini e in questa visse per alcuni anni, finché i coniugi Nidasio la scelsero e ottennero il suo affidamento. Da questo momento in poi Antonia vivrà a Zardino, un piccolo paese nei pressi di Novara, dove i coniugi Nidasio possiedono una piccola fattoria ed un appezzamento di terra. Accusata dalle invidiose comare del paesino di essere una strega, verrà condannata al rogo dal tribunale dell’Inquisizione di Novara.
Antonia è presentata sin dall’inizio, anche in virtù delle sue origini spagnole (capitolo 1 pag. 7), come una figura potenzialmente straniera, cioè non riconducibile del tutto al modello consueto. Essa presenta sin da bambina caratteristiche fisiche e psicologiche che la fanno emergere dal gruppo. Dopo l’arrivo a Zardino, Antonia, non si adegua alla mentalità del paese, ma continua a fare sfoggio di atteggiamenti che la pongono in contrasto con gli altri. Il suo spirito indipendente la portano a sfidare di continuo l’opinione pubblica su temi particolarmente delicati, rispetto ai quali ogni divergenza è sospetta, o meglio, vietata: per esempio quella della sessualità (capitolo 8 pag.174), o quello della religione(capitolo 19 pag. 186). Ciò rappresenta la sua dimensione visionaria e utopica, “chimerica”, che neppure il processo e la tortura sapranno spiegare. Questi, al contrario, stimoleranno in lei una sorta di lucida e disperata ribellione contro l’ingiustizia sofferta: “ma nelle risposte che poi diede, e che il cancelliere trascrisse, la sua rabbia e la sua disperazione diventano eroismo, volontà di vincere gli aguzzini nell’unico modo possibile, cioè dimostrandosi più forte di loro. Antonia ci mostra i suoi connotati più autentici e più vivi, d’ingenuità, di fierezza, di determinazione; diventa grande per se stessa e nel confronto con i giudici” (capitolo 26 pag. 251).
I coniugi Nidasio. Bartolo Nidasio era un uomo di circa cinquant’anni con la barba grigia, sorrideva in modo un poco goffo, come fanno i contadini quando sono in città. Francesca Nidasio era una donna dal viso rotondo, senza età, con due occhi azzurri che mettevano allegria solo a guardarli. Il suo corpo era invece enorme e sproporzionato, con un sedere così grosso che le ragazze della Pia Casa la chiamarono “la culona” non appena la videro. I coniugi Nidasio erano differenti dagli altri paesani: erano comprensivi, onesti, e meno soggetti alle credenze popolari e al potere occulto della chiesa. Bartolo ha una visione semplicistica della vita, infatti crede di risolvere favorevolmente il processo contro Antonia, cercando di corrompere l’inquisitore.
(pag.37)
Il vescovo Bascapè viene favorito dalla fortuna nella prima parte della sua vita, mentre nella seconda tutto cambia. Infatti con la morte di Gregorio XIV sale sul trono di San Pietro Ippolito Aldobrandini che in un batter d’occhi toglie a Bascapè tutto ciò che ha e lo spedisce ad istruire anime a Novara; vendicandosi così del vescovo che qualche tempo prima aveva osato contraddirlo davanti al Papa, su un discorso riguardante Carlo Borromeo. Isolato e umiliato, egli idealizza la propria sconfitta in una sorta di permanente esaltazione delle proprie motivazioni spirituali rifiutando la realtà. Morto nell’animo, Bascapè continua a combattere, non dà peso all’accaduto: anziché cambiare il mondo partendo da Roma come aveva previsto, lui lo avrebbe cambiato partendo da Novara.
Dell’inquisitore Manini ancora non s’è detto che fu uomo di persona alta e snella, di colorito pallido, d’aspetto gradevole; elegante nei gesti e anche nell’abito monacale bianco e nero, dal taglio attillato e dalla lana leggera che frusciava ad ogni suo movimento. Le sue mani, dalle dita affusolate, erano curatissime; l’eloquio, artificioso nella pronuncia e ricercato nella scelta dei vocaboli e delle figure, era quello stesso dei grandi predicatori di quell’epoca, in cui le chiese ancora erano teatri e ci si andava anche per piangere, per ridere, per stupirsi; per provare quelle emozioni forti, e quel piacere della scena, che dà il teatro quand’è applicato alla realtà, osi pensa che sia realtà. Manini stesso, del resto, aveva scoperto la sua vocazione cosi, sentendo predicare la Quaresima a Novara da un frate domenicano, a diciott’anni: aveva provato un impulso irresistibile di diventare predicatore. S’era fatto frate; era andato a Roma a studiare teologia e poi anche aveva seguito un corso speciale di retorica, e di arti oratorie; aveva sognato le grandi cattedrali, e i grandi pulpiti, e sotto i grandi pulpiti le grandi folle con i grandi della terra seduti nella penombra, in prima fila, e lui in alto che li teneva avvinti a sé, armato solo di parole: li confondeva, li atterriva, li annientava e poi li restituiva alla speranza, al pentimento, alla fiducia in Dio... Il destino, però, non aveva voluto favorire quei suoi sogni; o, per meglio dire, erano stati i suoi superiori a indirizzare la sua vita verso altri esiti, e a valorizzare di lui altre qualità, che ne facevano anche un buon inquisitore: prime fra tutte la prudenza, la cautela, la diplomazia; la capacità di trattare affari, anche importanti, senza commettere leggerezze. A soli quarant’anni, Manini era stato nominato inquisitore in una sede come Novara, considerata —non a torto — difficile; e da allora le grandi cattedrali erano definitivamente scomparse nei suoi sogni, per far posto alle grandi cattedre, dei Tribunali delle grandi città... Altre due cose che sappiamo di Manini sono: che non riteneva reale la realtà («La realtà, - diceva il nostro inquisitore muovendo le mani affusolate e spalancando gli occhi grigiazzurri in viso a chi lo stava ascoltando, - per se stessa non esiste, se non è ravvivata dal soffio della grazia di Dio; è soltanto un’illusione, una falsa percezione che la morte spazzerà via») e che era ossessionato dall’idea e dalla pratica della castità, cui attribuiva poteri quasi soprannaturali e a cui dedicò la sua unica opera che si conosca, rimasta inedita.
(pag. 222/223)
Gasparo Bosi era uno tra i più noti camminanti della bassa ed era conosciuto con il soprannome di Tosetto. Era di statura piuttosto bassa, biondiccio, con gli occhi grigi tra le fessure delle palpebre e una faccia rotonda da briccone senza barba ne baffi. Vestiva, come tutti camminanti dell’epoca con abiti appariscenti e volgari: con un farsetto giallo dalle grandi maniche “bracche ” aderentissime. Era stato un camminate dalla nascita; sua madre l’aveva tenuto con se fino a dieci anni per poi affidarlo al padre. Prima di essere abbandonato dal padre era stato educato al disprezzo del lavoro (“il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni”). Gasparo arrivò per la prima volta a Genova quando aveva diciotto anni e qui venne ingaggiato come rematore. Uccidendo poi il suo schiavista ritorna in Piemonte dove, sfruttando montanari e contadini, diventa un noto camminante. Quest’uomo abbordò per la prima volta Antonia alla fonte nel 1609 e da subito scoppiò la passione, per la quale Antonia perderà la vita.
(pag. 209)
Bernardo Sasso, ultimo erede di una rinomata famiglia di boia era un uomo d’età più che mezzana, con la testa e le guance accuratamente rasate e un viso che si sarebbe potuto giudicare del tutto ordinario se non vi avessero fatto spicco due vivacissimi occhi azzurri, che si fissavano in quelli dell’interlocutore e sembravano leggervi anche i pensieri più profondi e le tentazioni inconfessabili. Era un uomo di straordinaria saggezza e umanità, infatti allevierà la sofferenza di Antonia sul rogo somministrandole una pozione sedativa.
Don Teresio. In seguito alle riforme introdotte dal vescovo Bascapè alla diocesi di Novara arrivò a Zardino sostituendo il quistone don Michele. Il suo compito fu quello di riordinare la situazione corrotta e fatiscente della parrocchia di Zardino. Egli cerca di riportare l’autorità ecclesiastica in un luogo in cui la sua assenza aveva reso gli abitanti intolleranti verso le imposizioni della chiesa. Il nuovo cappellano poteva avere al massimo 25 anni, aveva occhiaie incavate, pelle chiara e guance lisce, come quelle delle donne, con un poco di barba mal rasata soltanto sul mento. Arriva a Zardino con la “pretesa” di scacciare il diavolo che riteneva essere presente in ogni persona.
(pag. 97 )
Don Michele era un ometto vispo e bene in carne, di un’età indefinibile, ma certamente superiore ai sesant’anni, capelli bianchi corti, guance rasate e occhi così chiari da sembrare quasi gialli. Michele Cerutti, don Michele, era un prete di un genere particolare, un prete mago. Sapeva a mala pena leggere e scrivere. Nella diocesi di Novara, i falsi preti come don Michele erano chiamati quistoni che all’epoca della nostra storia stavano scomparendo. Scacciato dal paese dal vescovo Bascapè andrà poi ad abitare e si sposerà nello stato dei Savoia. Farà la sua ultima comparsa ne venticinquesimo capitolo quando suggerirà a Bartolo di corrompere l’inquisitore, dimostrandosi sempre lo stesso, con le stesse idee e gli stessi atteggiamenti dalla sua comparsa alla sua uscita di scena.
(pag. 48)
Bertolino d’Oltrepò era un omaccione di statura più che media, robusto, con i capelli più bianchi che grigi. Era un pittore, ed che entra a far parte del romanzo in quanto dipinge la Madonna del Soccorso in un edicola nei pressi di Zardino, raffigurandola con le fattezza dell’allora quindicenne Antonia.
Biagio lo scemo era un ragazzo di dodici o tredici anni di corporatura robusta ma il suo cervello non era cresciuto di pari passo, anzi a dire il vero non era cresciuto per niente. Si faceva battere dalle gemelle Borghesini (vicine dei Nidasio, con i quali erano in perenne conflitto per un cumulo di letame, posto nel mezzo del cortile) dalle quali veniva considerato alla stregua di un oggetto, infatti l’avevano “ricevuto in dono” da alcuni loro parenti come aiuto nei campi. L’unica persona che proverà un briciolo di umanità nei suoi confronti sarà Antonia. Diverrà anche oggetto dell’ilarità di Zardino poiché innamoratosi di Antonia vagherà per i campi gridandone il nome, inasprendo i già difficili rapporti tra i Borghesini e i Nidasio, fornendo uno dei primi capi d accusa.
(pag. 48 e 80)
Sequenze Narrative
La prima sequenza va dal primo al terzo capitolo. In essa viene descritta la vita di Antonia all’interno della Pia casa.
La seconda sequenza parte dal quarto e arriva fino al tredicesimo capitolo. In questa parte del romanzo troviamo la descrizione della vita all’interno di Zardino nel periodo in cui Antonia vi trascorse la giovinezza.
La terza sequenza si estende tra il quattordicesimo e il diciottesimo capitolo, in cui sono contenute le accuse contro Antonia.
La quarta sequenza interessa i capitoli tra il diciannove ed il ventisette e descrive il processo.
La quinta sequenza, gli ultimi tre capitoli, descrive la morte di Antonia.
Riassunto
Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1590 una neonata viene deposta sul torno della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, presso Novara. La bambina, cui viene dato il nome di Antonia, entra nel cerchio delle esposte(trovatelle) della Pia Casa, che secondo un antico costume ancora diffuso all’epoca si incaricava della loro prima educazione.
All’età di dieci anni, Antonia viene adottata da una famiglia locale che ne ottiene la custodia, sollevando da tale compito il convento: trattasi dei coniugi Nidasio di Zardino, un paese della bassa novarese. Le origini oscure della fanciulla le valgono però la diffidenza del paesino di campagna, che matura negli anni in aperta gelosia delle comari verso questa creaturina graziosa divenuta ben presto una donna affascinante a scapito delle insignificanti garzoncelle locali.
Mentre Antonia vive il brusco impatto dei preconcetti contadini, la città di Novara viene toccata dai tempi di crisi che attraversano l’Italia della ControRiforma. Carlo Bascapè, resosi inviso a Roma per le sue istanze di epurazione e razionalizzazione del credo, viene inviato dal pontefice in un esilio poco mascherato nel lontano vescovado settentrionale. Il decrepito ecclesiastico comincia però a darsi da fare, facendo del novarese una palestra di sperimentazione delle sue istanze riformiste: la fede primitiva e scaramantica del contado viene duramente colpita in favore di un credo più sincero e sentito, mentre i parroci sospetti di corruzione e lussuria, ma soprattutto i quistoni (privi della corretta formazione seminariale e spesso anche dei voti veri e propri) vengono epurati e sostituiti da nuove leve più affidabili.
Questo processo interessa anche Zardino, dove il vecchio quistone Don Michele viene sostituito dal giovane ed ambizioso Don Teresio. Il nuovo sacerdote abitua i paesani a frequenti cerimonie ed offerte in denaro, che urtano sensibilmente la popolazione, abituata alle scarse richieste economiche di Michele, fornito di suoi mezzi di sussistenza.
Antonia, rea di aver danzato con dei Lanzi durante una loro visita al paesino, viene allontanata dalla comunità cattolica per connivenza con gli eretici luterani. La fanciulla inizia da quel momento un’aperta critica alla Chiesa di Roma, sia nelle sue dottrine(Paradiso ed Inferno vengono liquidati come favolette) che, fatto ancora più grave, della sua bramosia di denaro.
Parallelamente, la fanciulla, ormai in età da marito, rifiuta il matrimonio con i numerosi pretendenti, spesso anche economicamente onerosi, macchiandosi agli occhi del paese di peccaminosa Superbia: accusa che esplode in vero e proprio scandalo quando le belle fattezze di Antonia vengono ritratte da un pittore nelle vesti della Vergine in un edicola.
All’età di diciannove anni la ragazza vive la genesi della sua tragedia.
Antonia si innamora di Gasparo, un camminante(vagabondo nullafacente) che reclutava disperarti montanari prossimi alla morte per fame(risaroli) e ne rivendeva la manodopera nelle campagne della bassa. I due si incontrano segretamente di notte presso il "dosso dell’albera" (collina con un castagno dove si pensava che le streghe si incontrassero col diavolo), dove la fanciulla viene ingannata dalle grandi promesse del manigoldo.
Sulla via del ritorno Antonia veniva spesso sorpresa dai Fratelli Cristiani(pattuglie di zelanti cattolici incaricatisi di controllare lo stato morale della comunità… nonché del più lucrativo compito di stanare i risaroli in fuga), che la riportavano a casa con la forza.
Questi comportamenti sospetti della giovane, uniti alle continue malelingue delle comari ed all’aperta critica della comunità cristiana, portano ben presto a maturare un’infamante accusa nei suoi confronti: Antonia viene creduta dai suoi compaesani una Strega!
Don Teresio la denuncia al Tribunale Ecclesiastico di Novara; diretto in quegli anni dallo zelante Inquisitore Manini, deciso a riportarne in auge l’antico prestigio dell’ente dopo gli anni di umiliazioni vissuti sotto Bascapè(fautore di una rivalsa vescovile ai danni di qualsiasi organo di controllo papale… spec. Il Sant’Uffizio).
Mentre il vescovo è assente per una visita a Roma, l’Inquisizione muove i primi passi del Processo: vengono interrogati molti testimoni, che confermano la colpevolezza della Strega, mentre i famigliari e l’amica Teresina(poi spalleggiata anche dalla testimonianza del camparo Pietro Maffiolo) la discolpano, lasciando emergere la verità sugli incontri notturni di Antonia.
Lo spauracchio del sesso illecito muove però l’Inquisizione ad un passo più risoluto: la rea viene messa sotto tortura per confermare di essersi concessa al demonio! Stremata dal dolore, Antonia confessa una colpa mai perpetrata e sottoscrive una condanna per lei già pronta.
La fanciulla viene arsa con la legna dell’albero maledetto ove si incontrava con il suo amato, risparmiata però al dolore da un sedativo datole dal suo carnefice.
Commento
La storia di per sé abbastanza interessante, ma spesso il ritmo viene eccessivamente rallentato dall’intento didascalico di Vassalli.
Il paragone con i Promessi Sposi viene spontaneo, visto il combaciare del periodo storico, e porta ad una sostanziale osservazione: Manzoni operò una lunga descrizione dell’apparato ecclesiastico italiano di quel periodo, spaziando dalle corruzioni della Grande Chiesa alle opere di bene della Piccola Chiesa(Es. Priore Regionale dei Cappuccini & Fra Cristoforo); Vassalli invece si fissa su una critica decisa verso un solo aspetto della vita ecclesiastica contemporanea ad Antonia, il gusto cioè della Chiesa per la repressione delle dissidenze!
… Forse un’opera un po’ di parte?
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Riassunto - scheda libro :
IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello
LA VITA
Luigi Pirandello nasce ad Agrigento (l’antica colonia di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) in una tenuta paterna detta “il Caos”, da Stefano Pirandello, garibaldino durante la spedizione dei Mille, e da Caterina Ricci-Gramitto, sposata nel 1863, sorella di un suo compagno d’armi, di famiglia tradizionalmente antiborbonica (questo dato sarà importante durante la stesura del romanzo I vecchi e i giovani). Frequentata la scuola nella città natale fino al secondo anno presso l’Istituto Tecnico, dal 1880 lo troviamo a Palermo dove frequenta gli studi liceali e dove la famiglia si era trasferita dopo un dissesto finanziario.
Conseguita la licenza liceale s'iscrive contemporaneamente sia alla Facoltà di Legge sia a quella di Lettere dell’Università di Palermo e nel 1887 si trasferisce alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, dalla quale è costretto, dopo un diverbio con il preside della Facoltà e docente di Latino Onorato Occioni, ad allontanarsi. Si iscrive, allora, all’Università di Bonn dove si reca con una lettera di presentazione del Professore di filologia romanza Ernesto Monaci.
A Bonn all’inizio del mese di Gennaio 1890, conosce ad una festa da ballo in maschera Genny Schulz-Lander, alla quale dedica il suo secondo volume di poesie, dal titolo Pasqua di Gea, una ragazza (“una delle bellezze più luminose che io abbia mai visto”, scrive alla sorella Lina) di cui si innamora e che rivestirà una parte importante di un amore non realizzato, l’unico vero della sua giovinezza. Si laurea nel 1891 con una tesi su Suoni e sviluppi di un suono della parlata di Girgenti. Nello stesso anno rientra in Italia e si stabilisce a Roma con un assegno mensile ottenuto dal padre.
Nel 1894 sposa Maria Antonietta Portolano, figlia di un socio del padre, e l’anno seguente nasce il primo figlio, Stefano.
Dopo le prime opere di poesia, scritte in Germania, a Roma comincia a collaborare a giornali e riviste con articoli e brevi studi critici e nel 1897 accetta l’insegnamento presso l’Istituto superiore di magistero femminile di Roma. Nel 1897 e nel 1899 gli nascono i figli Rosalia (Lietta) e Fausto. Il 1893 è un anno particolarmente difficile, perché un allagamento nella miniera di zolfo del padre, nella quale aveva investito la dote patrimoniale della moglie, provoca il dissesto finanziario suo e del padre insieme ai primi segni della malattia mentale della moglie, che si aggraverà sempre di più fino ad essere ricoverata in ospedale. Nel 1901 pubblica il romanzo L’esclusa (scritto nel 1893) e nel 1902 Il turno; nel 1904 ottiene il primo vero successo con Il fu Mattia Pascal. Nel 1908 diventa ordinario dell’Istituto superiore di Magistero, risolvendo in parte i suoi problemi economici, e pubblica due importanti saggi: L’umorismo e Arte e Scienza, che scateneranno un contrasto molto vivace con Benedetto Croce che si protrarrà per molti anni. Nel 1909 pubblica il romanzo I vecchi e i giovani e l’anno seguente rappresenta i suoi primi lavori teatrali: La Morsa e Lumie di Sicilia. Nel frattempo continua a continua a scrivere e pubblicare novelle che assumeranno il titolo generale di Novelle per un anno.
L’OPERA
Scritto nei primi anni del Novecento, in uno dei periodi più tormentati della vita di Pirandello, il romanzo fu pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia tra il 16 aprile e il 16 giugno 1904. Fu riedito nel 1910 e 1918 presso Treves con tagli e puntualizzazioni che giovano ad una maggiore aderenza alla poetica dell’umorismo e nel 1921 presso Bemporad con l’aggiunta di un’Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, che avrebbe dovuto, secondo l’autore, rispondere alle critiche suscitate.
Mattia Pascal, timido e modesto uomo, si allontana da casa dopo aver litigato con la moglie. Per puro caso vince al gioco una gran somma di denaro e altrettanto casualmente legge su un giornale una notizia di cronaca che annunzia la sua morte (si tratta di un’errata identificazione del cadavere di un suicida). Mattia allora pensa di approfittare delle circostanze e di cominciare una nuova vita libera e autentica e, col nome di Adriano Meis, va a vivere a Roma in una pensione. Ma se all’inizio l’avventura lo entusiasma e lo diverte, ben presto si accorge che la finzione non gli restituisce una nuova identità, anzi, gli fa prendere ancora più coscienza di non possederne alcuna. Non gli resta che inscenare un suicidio e rientrare nella sua primitiva condizione, nella primitiva “forma”. Ma trova la moglie sposata con un altro e quindi, ancora una volta, la sua posizione è quella del rifiuto e dell’esclusione: non gli resta che essere il fu Mattia Pascal e recarsi di tanto in tanto a visitare la sua tomba.
La realtà appare a Pirandello estremamente complessa e relativa, impossibile a cogliersi in modo unitario e soprattutto dominata dal caso che governa e determina l’esistenza di tutti gli individui.
Il romanzo segna la nascita del “personaggio” pirandelliano, privo di un’identità definita, alla mercè della società contro la quale tenta una rivolta destinata inevitabilmente al fallimento. Tale personaggio “umoristico” nasce in parallelo con la prima compiuta definizione delle teorie estetiche pirandelliane, espresse nel fondamentale saggio su L’umorismo: egli afferma che la nuova arte “umoristica” deve scaturire dalla percezione dell’insanabile contrasto tra la realtà e le affettuose illusioni in cui gli uomini l’ammantano, nel “sentimento del contrario” che fa percepire tutta l’assurdità delle vicende umane: la realizzazione di questi concetti è evidente nel fu Mattia Pascal.
Per analizzare l'opera pirandelliana è innanzi tutto importante capire il concetto di umorismo, perché questo diventa lo strumento con cui rappresentare, nella narrativa o sulla scena teatrale vicende e personaggi. Per una maggiore chiarezza, serviamoci delle stesse parole che Pirandello usa nel Saggio sull'umorismo:
“ Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca (composizione di olii vari, ndr.), e poi tutta goffamente imbellettata e parata di abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi cosi come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s'inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico”.
L'umorismo è, quindi, un processo di rappresentazione della realtà, delle vicende e dei personaggi; durante la concezione e l'esecuzione dell'opera la riflessione non è un elemento secondario, ma assume un ruolo di notevole importanza, perché è solo attraverso di essa che possiamo capire la vicenda che si svolge sotto i nostri occhi. La riflessione è "come un demonietto che smonta il congegno delle immagini, del fantoccio messo su dal sentimento; lo smonta per vedere come è fatto; scarica la molla, e tutto il congegno ne stride convulso", come stridono i personaggi sotto l'occhio acuto dello scrittore; ed è sempre attraverso la riflessione che i vari elementi della struttura dell'opera vengono coordinati, accostati e composti, sfuggendo al caos delle sensazioni e dei sentimenti.
La riflessione, secondo Pirandello, non si nasconde mai, né potrebbe essere mascherata o eliminata del tutto dalla volontà o dalla coscienza di un personaggio, come potrebbe succedere con un sentimento; non è come lo specchio, davanti al quale l'uomo si rimira, ma si pone davanti a ciascuno come un giudice, analizzando vicende e personaggi, con obiettività e imparzialità, scomponendo l'immagine di tutte le cose, le vicende e i personaggi stesi nelle loro componenti: da questa scomposizione nasce quello che Pirandello chiama avvertimento del contrario.
Il compito dello scrittore umorista è quello di smascherare tutte le vanità che possono albergare nell'animo umano, la velleità d'aver scoperto i fondamenti della vita e il dramma del rendersi conto che quei fondamenti restano sconosciuti; anzi, ognuno se ne crea seguendo non la via della riflessione, ma quella del sentimento che viene provato da ciascuno a suo modo, lontano da qualsiasi realtà e da qualsiasi coscienza del vivere.
Con l'umorismo nasce una nuova visione della vita, senza che si crei un particolare contrasto tra l'ideale e la realtà, proprio per la particolare attività della riflessione, che "genera il sentimento del contrario, il non saper più da qual parte tenere, la perplessità, lo stato irresoluto della coscienza".
Il sentimento del contrario distingue lo scrittore umorista dal comico, dall'ironico, dal satirico, perché assume un atteggiamento diverso di fronte alla realtà:
· - nel comico manca la riflessione, per cui il riso, provocato dall'avvertimento del contrario, è genuino, ma sarebbe amaro in presenza della riflessione, perché questa toglierebbe il divertimento e porterebbe alla coscienza del dramma della condizione umana;
· - nell'ironico la contraddizione tra momento comico e momento drammatico è soltanto verbale: se fosse effettiva non ci sarebbe più ironia e la “battuta” perderebbe la sua naturalezza, che è quella di dire l'opposto di quel che si pensa e che si vuol far capire, ma facendo intuire comunque la verità;
· - nel satirico con la riflessione "cesserebbe lo sdegno o, comunque, l'avversione della realtà che è ragione di ogni satira"; la satira, infatti, mette in evidenza i difetti degli uomini, cogliendone gli aspetti più negativi e turpi, con l'intento di riportare gli uomini sulla retta via.
In questa nuova visione della realtà si verifica lo scontro tra l'illusione, che costruisce a suo modo, e la riflessione, che scompone una ad una quelle costruzioni; ma gli effetti sono diversi nei differenti approcci con la realtà.
Ciascuno vive la propria vicenda in una condizione di distacco dagli altri personaggi, come in un proprio mondo, tutti sottomessi alle medesime regole, ma ciascuno coi propri sentimenti e con la propria visione della vita, coi propri concetti di vero e di falso, di reale e di normale, di bello e di brutto, di giusto e di ingiusto: ciascuno con le proprie speranze e le proprie illusioni, e l'illusione più alta e profonda è che la propria realtà sia quella vera e la sola vera.
Per Pirandello le cause, nella vita, non sono mai così logiche come lo possono essere nell'opera narrativa o teatrale, in cui tutto è, in fondo, congegnato, combinato, ordinato ai fini che lo scrittore si è proposto, anche se sembra in alcuni casi che il procedimento sia libero e casuale. Perciò nell'umorismo non possiamo parlare di coerenza, perché in ogni personaggio ci sono tante anime in lotta fra loro, che cercano di afferrare la realtà: l'anima istintiva, l'anima morale, l'anima affettiva, l'anima sociale, e i nostri atti prendono una forma, i personaggi assumono una maschera, la nostra coscienza si atteggia a seconda che domini questa o quella, a seconda del momento; per questo ciascuno di noi ritiene valida una determinata interpretazione della realtà o dei nostri atti e mai può essere totalmente d'accordo con l'interpretazione degli altri, in quanto la realtà e il nostro essere interiore non si manifestano mai del tutto interi, ma ora in un modo ora in un altro, come volgono i casi della vita. Pirandello guarda dentro la vicenda e i personaggi, ed agisce come il bambino che rompe il giocattolo per vedere come è fatto dentro.
Nell'umorismo, quindi, distingue un aspetto comico che deriva dall'avvertimento del contrario e un aspetto umoristico o drammatico che deriva dal sentimento del contrario; il primo è esterno all'uomo e facilmente visibile, per cui ciascuno è capace di coglierlo; il secondo è invece interno all'uomo, ma non può essere colto se non attraverso la riflessione.
È da sottolineare, infine, che mentre tutti possono percepire l'aspetto comico in quanto ognuno può avvertire che una cosa avvenga o che un personaggio si comporti in modo contrario a ciò che tutti ritengono normale, il drammatico-umoristico viene capito e sentito solo da coloro che usano la riflessione, e comunque non dalla massa in quanto questa segue regole generali accettate supinamente e non i singoli individuali bisogni; per Pirandello ciascuno ha un proprio modo di attualizzare la riflessione, perché i bisogni personali sono assolutamente individuali.
Con questo romanzo Pirandello chiude definitivamente i conti con Naturalismo e Verismo. Infatti anche se in apparenza non si nota una grande differenza di tecniche di scrittura rispetto ai maestri veristi, tuttavia in Pirandello accade che i loro schemi siano utilizzati con un’ironia tagliente, che viene a ribaltarne la valenza: e alla fine risulta chiaramente l’impossibilità di analizzare e riprodurre la realtà in maniera oggettiva, e quindi la totale disintegrazione del protagonista. Mattia Pascal, l’uomo senza ombra, l’inetto a tutto, attore di una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare (come si legge nel quinto capitolo), narra la propria vita da un punto successivo alla sua perdita d’identità. Non più persona, ma “personaggio”, egli scopre l’impossibilità della libertà assoluta e il fallimento inevitabile della sua velleitaria rivolta contro la società. Eroe sdoppiato (anzi, triplicato), Mattia scrive un’autobiografia doppiamente evanescente, molteplice e sfuggente: partito dalla coscienza della propria identità (Una delle poche cose, anzi forse la sola che sapevo di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal), egli approda infine alla cancellazione del nome, cioè di ogni sua conoscenza.
La novità principale del romanzo risiede soprattutto nella rivoluzione strutturale operata attraverso lo smontaggio della dimensione cronologica che porta ad un corto circuito fra il tempo “oggettivo” della storia e quello “soggettivo” del personaggio, per il quale il passato è solo memoria frammentaria (o addirittura falsa, come nel caso di Adriano Meis, che è semplicemente un uomo inventato); e il presente stesso sfugge, in quanto non può essere vissuto in pienezza da un uomo privo d’identità personale; anche il futuro è quindi privo di sbocchi. Prevale invece nel romanzo un tempo circolare, per cui la vicenda torna infine all’inizio, sottolineando l’identità vuota di Mattia Pascal e Adriano Meis.
Anche dal punto di vista stilistico il romanzo risponde appieno alla poetica dell’umorismo, in quanto rifiuta la mediazione del narratore esterno e onnisciente, sostituito da un narratore dubbioso e autoironico, che frantuma continuamente la realtà autobiografica fino a renderla irriconoscibile. Na scaturisce una narrazione straniata, continuamente ammiccante al lettore, con il quale il dialogo è costante e coinvolgente. La struttura che ne risulta è a più piani intrecciati, dove si combinano il “viaggio in avanti” della peregrinazione, della fuga e dell’evasione, con quello “a ritroso” della ricerca di sé, dell’avventura esistenziale del protagonista.
IL COMMENTO
Tutto il libro è risultato per me interessante, forse proprio per quella filosofia dell’umorismo di cui ho precedentemente scritto che rende vivace la lettura, pur conoscendo il risvolto drammatico dell’ironia.
Per il resto non mi considero una grande amante della concezione pirandelliana in generale, ma ovviamente ho riconosciuto nella lettura del fu Mattia Pascal tutta la grandezza di un autore come Pirandello che ha segnato per sempre la storia della nostra letteratura.
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Riassunto - scheda libro :
Agostino
Analisi e comprensione del testo
- La Forma Del Testo
- Titolo: Agostino
- Autore: Alberto Moravia
- Casa editrice: Bompiani Editore
- Genere: Bildungsroman (Racconto di Formazione)
- Stile: Medio - Oggettivo
- Le Strutture Narrative
- Intreccio:
- Gite sul pattino di Agostino solo con la madre
- Gite sul pattino di Agostino, la madre e Renzo, il bel giovane
- Invidia palesata e successivo litigio con la madre
- Conoscenza di Berto
- Ingresso nel gruppo
- Sconvolgimento di Agostino
- Ritorno e piccola gita
- Proseguimento dell’estate
- Piccola avventura nella “casa” col Tortima
- Riflessioni
- Personaggi: Agostino, il protagonista, è un giovane ragazzo tredicenne, di famiglia ricca, che è stato ovattato e protetto dalla madre sin dall’infanzia. Ma quando anche per lui vi è l’incontro (o forse sarebbe meglio dire lo scontro) con la sessualità, in modo poi così brusco, egli è disorientato e confuso, ma cerca subito di apprendere, anche grazie ai suoi giovani amici, il più possibile sull’argomento, anche se alla fine non è che ne capisca realmente tanto… Egli è fondamentalmente buono, ma proprio quando viene “iniziato” all’ambito sessuale comincia ad avere una sorta di complesso edipico nei confronti della madre, che mentre prima vedeva solo come genitrice e quasi amica, oggetto per lui di una sorta di venerazione, ora comincia ad essere da lui vista come una donna a tutti gli effetti. Gli amici da lui conosciuti durante l’estate sono invece tutti figli di marinai, e quindi per questo conducono una vita più libera e “rotta” ad ogni esperienza, ed è normale che prendano in giro un ragazzino tanto ovattato come Agostino, che dal canto suo è affascinato dal loro mondo, visto in ambito della trasgressione.
Sistema degli attanti
Protagonista: Agostino
Antagonista: L’ignoranza di Agostino nei confronti dell’ambito della sessualità e più in generale verso gli aspetti del mondo per lui sconosciuti.
Adiuvanti del protagonista: Sia positivi che negativi sono gli amici del bagno Vespucci, che lo aprono ad un mondo ben differente da quello in cui era cresciuto.
Oggetto del desiderio: Per Agostino è l’entrare in contatto con l’appena scoperto mondo della sessualità; spia di questo suo desiderio è l’atteggiamento che lo porta addirittura a mentire con la madre per potere entrare in un casino; più implicitamente e psicologicamente la madre, e quindi con questo si riallaccia al complesso edipico.
Destinatario dell’azione del protagonista: La soddisfazione della propria curiosità.
- Punto di vista: Focalizzazione esterna (è Moravia stesso a narrarci i fatti che avvengono, e quindi in terza persona)
- Voce narrante: Narratore esterno, extradiegetico, onnisciente; (Il narratore sa tutto e palesa anche i contrastanti stati d’animo di Agostino).
- Spazio e tempo:
Luoghi: Il bagno Amerigo Vespucci; la spiaggia dove si recano lui e al madre
Arco di tempo trascorso: Un’estate intera
Tempo Discorso < Tempo Storia Passa una stagione, ma per leggere il libro non occorre tutto questo tempo. Il tempo della storia inizia con il racconto dell’arrivo del giovane e con la prima uscita, solo con la madre, col pattino.
- Il Rapporto Tra La Realtà e La Finzione
- Maschere narrative dell’autore: Penso che l’autore si impersoni in alcuni casi nella figura di Agostino, soprattutto nella sua difficoltà a socializzare ed a rapportarsi con realtà per lui nuove. Dico questo perché Moravia visse da solo la sua prima infanzia, essendo vittima della tubercolosi ossea.
- Mondo reale e mondo narrato: Questa è una storia probabilmente inventata, ma è sicuramente verisimile soprattutto se inserita nel suo contesto culturale.
- La Ricezione
- Modelli letterali dominanti: Realismo, (Verismo), Complesso edipico.
- Scelte dell’autore in rapporto al sistema letterario, al gusto e alle attese del pubblico: Egli (perlomeno a mio avviso) coglie e rappresenta bene i canoni del romanzo di formazione. Secondo me proprio grazie a queste scelte è stato apprezzato dalla critica e dai lettori.
- Produzione letteraria dell’autore: La mascherata; Agostino; La Romana; La disubbidienza; Gli indifferenti; L’amore coniugale; Il conformista; I racconti 1927-1951; Racconti romani; Il disprezzo; Racconti surrealistici e satirici; La Ciociara; Nuovi racconti romani; La noia; L’automa; Le ambizioni sbagliate; L’uomo come fine; L’attenzione; Io e lui; A quale tribù appartieni?; Boh; La bella vita; La vita interiore; 1934; L’inverno nucleare; L’uomo che guarda; La cosa; Viaggio a Roma; La villa del Venerdì; Passeggiate africane; La donna leopardo; Un’idea dell’India; Diario europeo; La cosa e altri racconti; Teatro; La cortegiana stanca e gli altri racconti; Vita di Moravia
- Eventuali trasposizioni cinematografiche: Mauro Bolognini con “Agostino e la perdita dell’innocenza”
Il contesto storico
- L’Autore
- Biografia ragionata dell’autore comprensiva di tempi e luoghi:
Alberto Pincherle nacque a Roma il 28 novembre 1907 a Roma; aveva due sorelle ed un fratello, ed il padre era architetto e pittore. Visse la sua prima infanzia normale sebbene solitaria, ed a nove anni si ammalò di tubercolosi ossea, malattia che si porterà dietro fino all’età di 16 anni. Nonostante avesse conseguito solamente la licenza ginnasiale, leggeva moltissimo e scriveva piccoli versi in svariate lingue per compensare la sua irregolarità di studi. Nell’autunno del 1925 cessa del tutto di comporre versi e inizia la stesura de “Gli indifferenti”, libro che cercherà ma non riuscirà a far pubblicare sulla rivista “900”. Riuscirà successivamente, grazie alla raccomandazione di Cesare Gardini ed al prestito del padre, a farlo pubblicare presso la casa editrice Alpes. Il libro ebbe molto successo, e al critica fu quasi unanimemente concorde nell’apprezzare quest’opera; di qui Moravia comincerà a collaborare presso varie riviste e la stenderà parallelamente alcune novelle quale “Cinque sogni”. A partire dal 1930 Moravia inizia a viaggiare e a scrivere articoli di viaggio prima per “La Stampa”, poi per la “Gazzetta del Popolo”. Viaggia in Francia, va negli Stati Uniti e poi in Cina, inoltre in Grecia, visto che andavano peggiorando i suoi rapporti con il fascismo romano, comprando continuamente libri. Una volta tornato in Italia si sposa nel 1941 con Elsa Morante. Nel 1943 verrà pubblicato in edizione limitata il libro “Agostino”. In questo periodo egli scrive anche, per potersi guadagnare da vivere, sceneggiature per film quali “Un colpo di pistola” e “Zazà”. Ma nel 1945, nell’immediato dopoguerra, gli verrà ripubblicato da Bompiani il libro “Agostino” che vincerà anche un premio letterario. Ricomincia inoltre la collaborazione con diversi giornali quali “Il mondo”, “Il corriere della sera”, “L’europeo”. Di qui Moravia, ormai scrittore affermato e firma richiesta, pubblicherà vari libri, scriverà altre sceneggiature di film e sue vecchie opere verranno rivalutate. Nel 1953 fonda a Roma con Alberto Carrocci la rivista “Nuovi Argomenti”, per la quale scriveranno notevoli autori quali Montale e Calvino. Tra vincite di premi letterari, collaborazioni autorevoli, scrittura di prefazioni per libri importanti, Moravia consoliderà la sua amicizia con Pier Paolo Pasolini con il quale scriverà per riviste autorevoli. Questa sua autorevolissima ascesa nel campo letterario culminerà con il suo rifiuto alla candidatura per il senato italiano, quando egli scriverà: “Ho sempre pensato che non bisogna mischiare la letteratura con la politica; lo scrittore mira all’assoluto, il politico al relativo, soltanto i dittatori mirano insieme al relativo e all’assoluto”. Quando però l’8 maggio 1984 accetterà la candidatura (e verrà poi eletto) per le elezioni europee come indipendente nelle liste del PCI scriverà: “Non c’è contraddizione. Ho detto che l’artista cerca l’assoluto. Ora il motivo per il quale pongo la mia candidatura non ha niente a che fare, almeno direttamente, con la politica e, appunto, comporta la ricerca dell’assoluto…” Morirà il 20 settembre 1990 nella sua casa romana rimanendo uno dei più importanti scrittori novecenteschi italiani.
- Il Testo
- Scrittura, pubblicazione, eventuali riscritture e riedizioni: Scritto nel 1942, viene pubblicato per la prima volta a Roma presso la casa editrice Documento, da un suo amico, Federico Valli, in un’edizione di 500 copie con due illustrazioni di Renato Gattuso; l’edizione era limitata perché l’autorizzazione alla pubblicazione era stata negata. Poi però, nell’immediato dopoguerra, l’editore Bompiani decise di pubblicarlo in tiratura maggiore: ebbe subito un gran successo e da qui comincerà la graduale ascesa di Moravia.
- Modi e luoghi di diffusione del testo: Tramite pubblicazione e nella sola Parigi all’inizio ma poi gradualmente (sicuramente dopo la sua morte) in tutt’Italia.
- Il Lettore
- Reazioni del pubblico e della critica al momento della comparsa dell’opera: Il libro venne molto apprezzato sia dal pubblico che dalla critica, tant’è che venne insignito del premio letterario “Corriere Lombardo”.
La capacità comunicativa del testo
- La Cultura Dell’Epoca
- Filoni: Verismo, Irrazionalismo, Decadentismo, Crepuscolarismo, Futurismo e Neoromanticismo, Realismo
- Temi e Problemi Aperti dal testo
- Tematiche: Passaggio dall’adolescenza all’età matura; Scontro con una nuova realtà, quella adulta; complesso edipico; scontro e diversità tra classi sociali.
- Problematiche: Si affronta il “problema” che molti ragazzi avevano con il primo approccio alla sessualità. Dico avevano perché secondo me questo è un problema oggi superato.
- Efficacia Del Testo Rispetto Alle Esigenze Culturali Del Passato e Del Presente
- Passato: Considerando il contesto in cui è stato pubblicato il libro di Moravia, ritengo che esso sia ben adatto alle esigenze culturali e rispecchi la cultura stessa dell’epoca.
- Presente: A mio avviso questo libro è abbastanza superato nelle tematiche e nei problemi trattati, in quanto noi ragazzi non abbiamo più problemi riguardanti l’ambito della non-conoscenza sessuale ma, se possibile, il contrario: i tempi sono cambiati, in quanto siamo giornalmente bombardati da espliciti riferimenti sessuali, e penso che la maggioranza dei ragazzi non abbia i problemi di Agostino.
- Effetti Prodotti Dall’Opera Nel Contesto Letterario Sia Nel Passato Che Nel Presente
- Passato: Fu apprezzato.
- Presente: Al giorno d’oggi questo libro è ancora apprezzato dai letterati.
Scheda di Gabriele Giammusso
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Darkness
Joseph Conrad
Per Joseph Conrad (1857/1924) il momento della verità giunge allorché l’uomo si trova di fronte ad una situazione morale in cui il normale codice di comportamento al quale egli si è finora affidato non è più applicabile, non ha più significato né valore; in momenti del genere l’uomo o trae vigore e salute dalla valutazione esatta delle proprie qualità e dalla propria solitudine, o s’avvia al naufragio nel “cuor della tenebra”. Il profondo pessimismo di Conrad tardò ad essere pienamente inteso a causa dei poco attendibili commenti scritti dal romanziere stesso sulle proprie opere. Talvolta lo scrittore sembra voler proporre come chiave della sua visione etica le oneste virtù dei marinai – la fedeltà, la lealtà, l’abnegazione; altre volte ricorre ad ampollose e vuote astrazioni. Il primo importante romanzo di Conrad è The nigger of the Narcissus, 1897: la vicenda è un’indagine sull’inevitabile corruzione inerente in ogni tipo di società umana. La società è necessaria, ma inevitabilmente corruttrice. Questo tema, che ricorre continuamente nell’opera di Conrad, è anche il motivo dominante di Nostromo. Qui egli dimostra come gli “interessi materiali” corrompano ogni relazione umana e come il tentativo di sottrarsi a essi, attraverso la solitudine, sfoci inesorabilmente nell’autodistruzione. Ogni alternativa a quelli che egli ci presenta come fattori di corruzione si risolve in un peggioramento. Conrad è conservatore in quanto convinto che non si possa sfuggire alla condizione umana, con tutto quello che implica, e che ogni tentativo di riforma politica sia pura follia. In Heart of Darkness lo scrittore rappresenta le piaghe del colonialismo africano dell’Ottocento con vivida evidenza, e tuttavia il Congo che egli descrive è un Congo dell’anima, un paesaggio spirituale. Anche l’idealismo è per Conrad una forza corruttrice, e la solitudine può condurre l’idealista a riconoscersi, con orrore, nel proprio opposto morale, nel “socio segreto”.
La società è necessaria, ma corruttrice; la solitudine è inevitabile, ma distruttiva. Non c’è quasi romanzo in Conrad dove non si ritrovi questo motivo, e se nelle prefazioni egli non ha mai ammesso fino in fondo il pessimismo da cui è permeata la sua visione del mondo, è stato perché ha tentato di nascondere ai lettori le vere implicazioni del proprio pensiero.
Heart of Darkness
“Heart of Darkness” fu iniziato a scrivere nel dicembre del 1898 e terminato nel febbraio del 1899. Il manoscritto è conservato presso la Yale University Library. Il racconto fu pubblicato per la prima volta con il titolo “The Heart of Darkness” nei numeri di febbraio, marzo e aprile 1899 del Blackwood’s Edinburgh Magazine. La editio princeps con il titolo definitivo fu pubblicata il 13 Novembre 1902in Inghilterra presso la stessa Blackwood.
“Heart of Darkness” è un romanzo breve emozionante e profondo, lucido e disorientante; compresso al massimo, pregnante e per struttura e per implicazioni; sfuggente con destrezza. Tocca problemi di politica e di psicologia, di etica e di religione, di ordine ed evoluzione sociale. “Heart of Darkness” può essere apparentato a una molteplicità di “tradizioni”, generiche e tecniche, tra cui la satira politica, il racconto di viaggio, l’odissea psicologica, la meditazione autobiografica e la favola dell’uomo isolato.
Impiegato della società belga del Congo nel 1890, Conrad è un osservatore sensibile delle menzogne, degli intrighi, delle brutalità circostanti; questa esperienza fornisce la materia prima del libro, che tuttavia non è solo frutto di una semplice esperienza, bensì di un’esperienza meditata profondamente.
Analisi tratta dal testo di O. Lagercrantz, “In Viaggio con Cuore di Tenebra”
Una iolla da crociera, la Nellie, è all’ancora nell’estuario del Tamigi. È una sera d’estate, cinque signori di mezz’età hanno in programma una gita, ma devono aspettare il riflusso. Il capitano Charles Marlow racconterà una storia destinata ad occupare tutto il libro. Ci troviamo a cielo aperto e questo dà un senso di libertà; sorge quasi un vago ricordo dei tempi antichi. Mentre Marlow racconta si fa buio.
Il prologo viene raccontato da uno dei gentiluomini presenti a bordo. Ci sono buoni motivi per credere che si tratti dello stesso Conrad. Tutt’intorno alla Nellie sono ancorate bettoline dalle vele rosse, ondeggianti nella marea che sta salendo. Qualcuno ha tirato fuori una scatola di domino, ma l’atmosfera è meditativa e del gioco non se ne fa nulla. Lo scopo di questo prologo è far sì che noi lettori ci sentiamo avvolti nell’abbraccio sicuro della realtà. La iolla può essere vista come un’immagine simbolica dell’Inghilterra stessa, ormeggiata nel mare del mondo, inaffondabile grazie alla costante attenzione di abili primi ministri e con una venerabile polena all’estremità prodiera, la regina Vittoria, dal 1876 anche Imperatrice delle Indie. L’Inghilterra si trova all’apice del potere. Ma il secolo si sta avviando al tramonto e non mancano segni inquietanti e grida d’allarme. La nube scura che incombe su Londra ha la sua funzione simbolica. Quella che attende i cinque gentiluomini è una gita di piacere, ma il viaggio cui il lettore viene invitato è assai diverso.
Tutti i presenti a bordo si sono in precedenza guadagnati da vivere in mare, ma quattro di loro hanno adesso occupazioni sulla terraferma. Soltanto Marlow è ancora attivo sul mare. Egli siede ora a poppa, appoggiato alla mezzanella con le gambe incrociate. Il suo volto è scavato, di un pallore giallastro. Marlow è una maschera che Conrad tiene davanti al proprio viso. Ma Marlow è anche un simbolo. Seduto così immobile, curiosamente incantato dalle proprie parole, è l’immagine dell’ispirazione, della concentrazione che accompagna il momento creativo.
Marlow racconta un’avventura successa qualche anno addietro. Una volta era diventato navigatore d’acqua dolce (freshwater sailor) e aveva assunto il ruolo di capitano su un vaporetto fluviale in Africa. Aveva viaggiato risalendo il corso del fiume, e quando era giunto al punto estremo oltre il quale la navigazione non era più possibile, aveva incontrato “il poveretto” (the poor chap). I quattro compagni della Nellie hanno già ascoltato i racconti di Marlow molte volte, e sanno che essi sono di solito sconclusionati (inconclusive) e non si stupiscono quando egli ripete per due volte che ciò che sperimentò laggiù fu qualcosa di nebuloso, oscuro, pietoso e comunque difficile da penetrare. Il racconto di Marlow è un reportage che descrive la caccia ad una preda scomparsa, e il capitano comincia narrando di come ricevette l’incarico e di come febbrilmente si preparò ad esso. Le sue esperienze africane somigliano molto da vicino a quelle dello stesso Conrad, e Cuore di Tenebra è perciò anche un’autobiografia ove non si sa mai con certezza che cosa sia autentico ricordo e che cosa sia stato invece inventato. Marlow motiva in modo piuttosto particolareggiato la propria assunzione in Africa, come se ne provasse vergogna. La scarsità di posti di comando nella flotta commerciale viene indicata come uno dei motivi di quella scelta. Un altro è che il capitano sin dalla fanciullezza aveva fantasticato sugli spazi bianchi delle carte geografiche del globo. Marlow era rimasto stregato dal fiume. Il viaggio di cui sta per narrare è un inghiottimento oltre un viaggio. Marlow è narratore lesto. Sintesi ardite e scavalcamenti a lunghi passi. Non sosta mai presso le proprie immagini. L’esperienza africana ha ribollito nella sua fantasia cento e più volte. Marlow racconta che, dopo aver ottenuto con la direzione della Grande Compagnia tramite una zia egli aveva attraversato la Manica per recarsi in una città del continente a firmare il contratto. È la capitale del Belgio, che nella vita di Conrad corrisponde al “sepolcro imbiancato” di Marlow. Nella città viveva per l’esattezza una donna, Marguerite Poradowska, moglie di un parente di Conrad. Era stata lei a mediare il contatto con la Compagnia. Bruxelles si chiamerà “la città-sepolcro” oppure “la città dei morti” per tutta la durata del racconto, il nome geografico è sostituito da un nome allegorico. Esistono alcuni nomi concreti in Cuore di tenebra – Marlow, Kurtz, il Tamigi. Ma in generale il nostro viaggio si svolge attraverso un’allegoria. Ci sono il Fiume, il Direttore, i Pellegrini, l’Arlecchino, il Manichino. La “città dei morti” è il nome che si suol dare a un cimitero. Ma in un disegno allegorico può anche essere il luogo ove dimorano i morti viventi. Le società moderne sono minacciate dall’interno contemporaneamente dal marciume dell’ipocrisia e dall’odio che prepara una nuova guerra. Marlow, quando fa visita alla zia che l’ha aiutato, la presenta come una vecchia sciocca, satura di vuote frasi tratte dal baule del vocabolario ufficiale del tempo.
All'inizio il racconto di Marlow è piuttosto disordinato, segnato da frequenti sbalzi temporali. Ma quando nella Città Sepolcrale si presenta negli uffici della Compagnia, egli si concentra. Conrad è pronto per il primo pezzo di bravura. L’ufficio non è difficile da trovare, poiché ha sede nell’edificio più importante della città. Marlow lo ritrova in una viuzza stretta, ove regna un silenzio mortale. Un gran numero di finestre è munito di persiane. Venetian blinds è il termine inglese, che richiama alla mente la cecità; questo, unitamente al silenzio, dice qualcosa sull’essenza della ricchezza. Attraverso la fessura di un grande doppio portone socchiuso, Marlow scivola all’interno del palazzo. Marlow sale per uno scalone nudo come il deserto, apre una porta e si trova davanti due donne vestite di nero, con cuffie bianche in testa. Esse siedono su sedie impagliate e sferruzzano con filo di lana nero. Una, la più anziana, è grassa, l’altra è snella e indossa un abito asessuato. È lei ad alzarsi per andare incontro a Marlow. Si muove come una sonnambula, Marlow è quasi sul punto di scansarla quando invece si accorge che la donna è proprio diretta verso di lui. Le due donne sono portiere. Dopo essere stato introdotto con l’aiuto della magra nel cuore del palazzo, dove incontra il capo, che fa una rapida apparizione nel racconto solo in forma di una “pinguedine in redingote”, e dopo aver firmato il contratto, Marlow ripassa davanti alle due donne. È come se la donna sapesse tutto dei visitatori. Nel momento in cui Marlow sente l’impulso di salutarle con le parole che i gladiatori romani solevano indirizzare nell’arena all’imperatore, esse si trasformano. Cuore di Tenebra s’intitola il romanzo. Ci stiamo dunque avviando. Mentre ancora si trova all’interno del grande edificio silenzioso, Marlow arriva a fare altre due osservazioni. L’impiegato che lo guida alla stanza ove avrà luogo la visita medica loda l’attività della Compagnia in Africa ma si ritrae davanti all’ipotesi di recarsi egli stesso laggiù. “Non sono così stupido come sembro, disse Platone ai suoi discepoli”, trapelano rischi misteriosi. Il medico non degna di grande attenzione lo stato di salute di Marlow, ma domanda di potergli misurare la testa e tira fuori un calibro. Egli è evidentemente un seguace di Lombroso. Quando Marlow gli chiede ironicamente se misura anche i crani di quelli che tornano indietro, il medico risponde precisando che non li rivede quasi mai.
Non è difficile percepire il brivido che corre attraverso la narrazione. Marlow dice che spesso, laggiù in Africa, gli capitò di ripensare alle due donne. Gli pareva che sferruzzassero un caldo drappo funebre – a warm pall. È un’immagine che stupisce. Sono dunque le due donne, nonostante tutto, divinità del destino che, senza nemmeno esserne consce, condannano le mire che la Compagnia rappresenta? Le parole “Morituri te salutant” erano state usate dal padre di Conrad, Apollo Korzeniowskij, come motto per una sua raccolta di poesie. Il viaggio – davanti alle due donne sferruzzanti ci diventa ormai chiaro – riguarda anche l’animo umano e le sue zone oscure.
Marlow s’imbarca su un piroscafo francese per raggiungere il suo posto di lavoro in Africa e arriva alla foce del grande fiume. Insieme con Marlow stiamo per affrontare il viaggio “nel” e “sul” fiume, e non avremo modo di evitare questa doppia prospettiva. Quando Marlow mette piede per la prima volta sul suolo africano, gli si offre subito un esempio di come agisce il colonialismo. Di tanto in tanto accade che uomini neri si avvicinino con i loro canotti al piroscafo lanciando grida, gli occhi lucenti e i corpi nudi, pieni di vitalità, e Marlow riflette che quegli uomini non hanno bisogno di scuse per trovarsi là. E comincia a comprendere che è lui ad averne invece bisogno. Cuore di Tenebra è una protesta impetuosa, ma anche un gioco illusorio. Già prima che Marlow prenda la parola a bordo della Nellie, Conrad riflette sulla storia e sulla potenza dell’impero britannico. Qui, dalla foce del Tamigi, sono partite le navi che hanno costruito l’impero mondiale. Di qui sono salpati impugnando la spada ma anche la fiaccola, conquistatori di ogni sorta. Sono stati avidi d’oro, di potere e di gloria, ma hanno anche sentito l’obbligo di diffondere la luce della civiltà, “una scintilla del sacro fuoco”, come Conrad scrive addirittura. Vittoria e disfatta sono messe a confronto. Una valutazione di ambivalenza di fronte alla maestà imperialistica. Ma anche la conferma che l’avidità che caratterizzava la Città sepolcrale non esisteva soltanto sul continente. Anche Marlow comincia il suo racconto con un ardito viaggio nel tempo. Il Tamigi che scorre sotto la chiglia della Nellie conduce i suoi pensieri Tevere e a Roma. Marlow muove all’indirizzo dell’impero romano un attacco violento, che ha i bagliori di una rabbia che compare ogniqualvolta in Conrad si venga a parlare dei soprusi di una grande potenza. Il paragone fra Roma e l’Inghilterra faceva parte dell’arsenale comune a tutti i critici dell’impero. Marlow/Conrad si premura comunque di sottrarre l’Inghilterra alla condanna, benché questa sia palesemente e intenzionalmente formulata in termini generali e riguardi la conquista del mondo nel complesso. Già nella città sepolcrale, nell’anticamera ove siedono le due donne sferruzzanti, Marlow studia una carta dell’Africa su cui sono segnate tutte le colonie dei paesi europei. Egli ribadisce che gli Inglesi si differenziano dagli altri colonizzatori per la loro efficienza. Per convincere gli ascoltatori della sua natura patriottica, conclude il suo sfogo affermando che l’unica cosa che può redimere un uomo onesto verso la conquista della terra è un’idea. Marlow riconosce dunque che una legittimazione del potere è necessaria perché chi partecipa alla marcia di conquista non si ritrovi in difficoltà con la propria coscienza. Dalla foce del fiume egli parte a bordo di un piccolo piroscafo alla volta della stazione commerciale che si chiama Stazione Inferiore e che rappresenta uno stadio preparatorio. Essa corrisponde, nel viaggio compiuto da Conrad, a Matadi, sede del governo dello stato libero del Congo. Il capitano del piroscafo è svedese ed esprime tutto il suo disprezzo per i funzionari della Compagnia. Alla fine, il capitano assicura che provvederà a far sbarcare i quattro colli di Marlow. Ragionevolmente si può immaginare che ora Marlow se ne stia sulla terraferma circondato da un consistente bagaglio e da portatori negri tutti indaffarati. Ma Marlow in Cuore di Tenebra è peculiarmente solo, come se il mondo si ritraesse e lasciasse in campo soltanto le immagini che ci condurranno avanti nel racconto. Marlow risale lungo la sponda del fiume e raggiunge presto un posto di lavoro che dà un’impressione di trascuratezza e disorganizzazione. Si sta costruendo una ferrovia. Il lettore associa l’immagine a quella di un animale colpito a morte. Un corno suona e immediatamente dopo esplode una detonazione nella roccia che però non viene intaccata. Salendo lungo il sentiero, Marlow ode dietro di sé un lieve tintinnio e vede sei negri che procedono in fila indiana lungo il pendio. Essi portano sul capo piccole ceste piene di terra e sono legati l’uno all’altro con collari di ferro e catene. Il contrasto fra questi negri e gli uomini liberi sui loro canotti non potrebbe essere più grande. Gli uomini hanno un aspetto deperito, le costole si distinguono una ad una. Le ginocchia somigliano a nodi fatti su una corda. I petti ansimano. Gli occhi hanno lo sguardo fisso, di un’indifferenza mortale.
Quando ora, a bordo della Nellie, racconta dei prigionieri negri, Marlow affila il tono ironico che ha impiegato fin dall’inizio. Quelli che vede sul sentiero sono “delinquenti” perché hanno trasgredito qualche disposizione di un contratto stipulato tra loro e la grande Compagnia. Dopo l’incontro sul sentiero, Marlow ha bisogno di calmare i suoi nervi e cerca un po’ d’ombra in un boschetto. Il boschetto è pieno di moribondi. Si tratta di lavoratori neri che certamente non hanno commesso alcun crimine, ma sono malati e quindi inabili al lavoro. Il boschetto rappresenta il servizio sanitario e sociale fornito dalle autorità. I lavoratori hanno il permesso di morire in libertà. Marlow rammenta che dentro a quel boschetto ombroso fu colpito dal rumore di una vicina cascata. È “l’immagine divina” che Marlow ha in sé a far nascere simili idee. Il sussurro cosmico solleva i lavoratori moribondi dal tempo e dallo spazio, e li ricongiunge a tutti i figli del dolore. Marlow osserva le figure emaciate e immobili, ridotte quasi a scheletri. Un giovane giace disteso con una spalla poggiata ad un albero e solleva palpebre pesanti per guardare il visitatore. Intorno al collo porta un filo di lana bianca. Il filo al collo del giovane è inspiegabile. Ma sta lì come segno. Marlow si era poco fa immaginato che le donne sferruzzanti nella città sepolcrale stessero lavorando a un drappo funebre. Il suo filo di lana è bianco come se la morte avesse perso colore. Marlow non fa commenti né sul moribondo né sul filo di lana, si sente soltanto impotente. La prima associazione di Marlow, quando scopre dove è capitato, riguarda l’inferno. Dopo aver esaminato più da presso gli abitanti di questo cerchio infernale, dirà che il tutto somigliava a un dipinto raffigurante un massacro o una pestilenza. Con il trasferimento dei prigionieri e il boschetto dei moribondi Marlow ha montato due pilastri di sofferenza stabile nel suo racconto. Capanne di fango e uomini senza protezione sono facilmente schiacciati da chi possiede le armi, ma questa violenza non è possibile senza il potere sulle parole. Le crudeltà succedono dietro falsi sipari di parole tipo terrorista, comunista, anarchico.
Marlow lascia il boschetto della morte e si avvia lungo il declivio per raggiungere gli edifici della Compagnia. Lungo il percorso incontra un bianco. Marlow lo chiama il Manichino (a hairdresser’s dummy). Dalle labbra del Manichino, Marlow sente pronunciare per la prima volta il nome di Kurtz. Kurtz è un agente che opera nell’alto corso del fiume, nell’autentica zona dell’avorio, e di là spedisce verso la costa più avorio di tutti gli altri agenti messi insieme. Egli ha il più profondo rispetto per l’abilità di Kurtz e lascia intendere che essa è fonte d’invidia e ostilità all’interno della Compagnia. Marlow dice che quando quell’uomo elegante gli apparve davanti egli lo scambiò inizialmente per “una visione”, tanto era lo splendore del suo abbigliamento. Raddoppiato, è facile capirlo, dal ricordo dei miserabili che Marlow ha appena lasciato. “Una visione” dice Marlow, e a ragione. Insieme al Manichino sorgono immagini della storia della civiltà. Egli tiene i conteggi della Compagnia nella stessa condizione esemplare in cui tiene i suoi abiti, e Marlow lo rispetta per questo. Ma il Manichino paga la sua perfezione con la freddezza d’animo. Gli abiti sono uno dei mezzi che utilizza per tenere a distanza il dolore. Egli prova odio verso i neri perché con il loro chiasso e la loro negligenza gli impediscono di registrare con precisione le sue cifre. Marlow ha lodato gli Inglesi per la loro efficienza. Il Manichino è senza dubbio efficiente ma non sfugge per questo alla condanna. La sua funzione simbolica sta nell’indicare che dietro le regole, gli abiti, le cifre elevate ad ideale, il corpo vivo muore e si trasforma in legno – in Manichino.
Marlow rimane dieci giorni presso il Manichino. Marlow si lamenta per quella perdita di tempo. Se ne riparte, poi, alla testa di una carovana di sessanta portatori stracarichi. Il suo piroscafo è in attesa trenta miglia più a monte del fiume, che a causa delle cascate non è navigabile nel suo corso inferiore. La natura ha messo un efficace lucchetto all’enorme e ricco entroterra, una barriera volta quasi a “fermare il progresso”. I neri venivano costretti a trasportare sulle spalle tutto quanto doveva arrivare nell’entroterra. Marlow passa abbastanza affrettatamente attraverso la descrizione della marcia insieme a portatori neri spesso cocciuti. Marlow fa sì che il paesaggio subisca qualcosa come un processo di scolorimento. Nessun uccello canta, nessun villaggio è popolato. Lui stesso non suda, né sente freddo. Tutto quello che non serve alla scopo della sua narrazione è tolto di mezzo.
Sotto il massacro degli esseri umani si colloca il massacro degli animali – elefanti marini, bufali, tartarughe giganti, foche, balene. Il prezzo di oli, profumi, pellicce, sostanze afrodisiache stabilisce quali animali dovranno morire. È il mercato libero che decide. L’uomo ha considerato e continua a considerare la terra come un articolo di consumo. Non era soltanto l’avorio ciò che i bianchi cercavano in Africa. C’erano molti altri prodotti – dagli esseri umani alla gomma – da prendere in considerazione. Ma Conrad sceglie come simbolo dominante in Cuore di Tenebra l’avorio, che ha il candore dell’innocenza. La prima informazione che riceviamo su Kurtz è che costui è, fra gli agenti della Compagnia, quello che riesce a procurare la più ingente quantità di avorio. Quando Marlow alla fine riesce a raggiungerlo, trova Kurtz in possesso di un incredibile numero di zanne. Ma Kurtz è stato trasformato in quello cui ha sempre dato la caccia. Quando Marlow lo vede la prima volta, osserva che la testa di Kurtz è calva, come lucidata. Il suo corpo è smunto. Egli somiglia, dice Marlow, a “un’animata immagine di morte, scolpita in vecchio avorio”, Kurtz è diventato cittadino a pieno titolo della Città sepolcrale. L’avidità l’ha consumato fino all’osso e ha lasciato soltanto lo scheletro.
La prima cosa che Marlow osserva quando raggiunge la Stazione Centrale, è un certo numero di uomini bianchi con lunghi bastoni in mano che si muovono , dice, languidly. È il caldo che fa questi effetti, ma Marlow tira via il sole e lascia soltanto l’apatia, la prova che i colonizzatori sono inefficienti e inetti. Marlow li ribattezza Pellegrini. Marlow presume che i bastoni che hanno in mano siano il simbolo della loro avidità e pensa che se li portino anche a letto. Quegli uomini sono falsi pellegrini, mentre Marlow è un pellegrino autentico. Marlow e il suo creatore amano il linguaggio ironico. Più Marlow è turbato da qualcosa, più pungente suona la sua ironia. Sui Pellegrini domina il Direttore, un uomo dagli occhi freddi. Con quello sguardo sapeva colpire in profondità come una scure, dice Marlow con una punta d’antipatia. Quando si trova per la prima volta davanti al Direttore, viene trattato con sfrontata indifferenza. L’uomo, dice Marlow, ha un’espressione curiosamente furtiva intorno alle labbra, qualcosa che somiglia a un sorriso eppure non lo è. Il Direttore trae la sua autorità dalla sua salute. In Africa, la gran parte dei bianchi viene colpita da malattie. Il Direttore è passato indenne e in piena salute attraverso tre periodi contrattuali, nove anni dunque. Egli è un essere umano trasformato in bestia, ma senza l’innocenza della bestia. Incute timore. Marlow e noi stessi percepiamo, quando ci troviamo di fronte al Direttore, che ci stiamo avvicinando alla tenebra più profonda, al male.
Il vaporetto risale il corso del fiume per andare alla ricerca di Kurtz. A bordo ci sono una trentina di uomini appartenenti a una tribù di cannibali, arruolati come taglialegna. Marlow sta di vedetta per avvistare legna secca. I taglialegna ricevono il salario sotto forma di filo d’ottone, valuta corrente all’interno del continente africano. L’intenzione è che si comperino del cibo con quel filo. I cannibali patiscono la fame. I taglialegna illustrano un lato del meccanismo di oppressione che viene raramente discusso – la violenza contro il tempo. I taglialegna non sono ancora pronti per l’economia basata sul filo d’ottone, ne sono confusi e deperiscono. Sono capaci e volenterosi, ma vengono inseriti in un sistema che li schiaccerà. Il fiume è ampio, pieno di banchi di sabbia con ippopotami e coccodrilli stesi nel sole, e di tronchi infilati insidiosamente nel fondo melmoso. Per Marlow il canale navigabile è anche la rappresentazione figurata di un avanzamento spirituale. Egli illustra la difficoltà a trovare la strada giusta con l’immagine di un uomo bendato che guida un furgone su una strada accidentata. Marlow è teso. Deve sorvegliare il fuochista, il timoniere, lo scandagliatore che sta a prua. E intanto osserva gli alberi secolari ammassati lungo le rive. Ora che Marlow se ne sta ritto sul ponte del vaporetto e osserva gli alberi enormi scivolargli davanti e ascolta il rumore della pesante ruota a poppa, gli torna alla mente il rimorchiatore di Bombay. Il suo piroscafo gli pare simile a uno scarabeo che striscia pigramente sul pavimento del portico formato dagli imponenti alberi che si innalzano lungo le rive.
Quando la spedizione si trova a una novantina di km dalla Stazione Interna, viene scoperta sulla riva del fiume una capanna di paglia abbandonata. C’è un’ordinata pila di legna su cui qualcuno ha scritto: “Legna per voi. Affrettatevi. Avvicinatevi con cautela”. C’è minaccia di pericolo presso il luogo ove dimora Kurtz. Presso la porta si trova un libro. L’esemplare è privo di copertina, consunto e sudicio, ma il proprietario doveva esserci affezionato, giacchè il dorso è ricucito con del filo bianco ancora pulito. Si tratta di un libro che parla della solidità di catene e funi a bordo. Marlow dichiara esplicitamente che il libro è noioso e i diagrammi illustrativi repellenti. La pila di legno viene imbarcata e il Direttore, insieme al suo seguito, chiama a gran voce Marlow perché si spicci. Controvoglia, Marlow si infila in tasca il libro.
Due giorni dopo l’episodio del libro, quando manca soltanto un miglio alla Stazione Interna, il vaporetto subisce un attacco. Una mattina di nebbia, intorno all’imbarcazione all’ancora in mezzo al fiume, sale un grido acuto proveniente dalla riva, e Marlow osserva che il cammino verso Kurtz è disseminato di cose terribili. Un paio d’ore dopo, l’aria si riempie d’improvviso di frecce. Marlow si comporta con la calma controllata che ci si aspetta dall’eroe bianco in viaggio d’avventura, ma in realtà la sua coscienza sta di nuovo scendendo verso gli inferi. Nel descrivere la battaglia, Marlow isola abilmente alcuni dettagli. Lo scandagliatore a prua, che si getta a terra ma non molla lo scandaglio immerso nella corrente! Il silenzio, prima che i Pellegrini si armino di fucile. Per mettersi al riparo, Marlow chiude il portello della cabina di manovra, ma in un attimo di distrazione il timoniere lo spalanca di nuovo. È la sua fine. Marlow con una mano tiene il timone e con l’altra suona la sirena, che terrorizza gli aggressori che scappano urlando. Dalla ferita del timoniere sgorga sangue e le scarpe di Marlow ne sono intrise. Marlow ordina a uno dei Pellegrini di prendere il timone e lui si strappa come un pazzo i lacci delle scarpe. Marlow ora è deluso perché è convinto che quella zona di terra sia in mano ai selvaggi e che quindi non ci sia più Kurtz. La figura di quest’ultimo si delinea lentamente. Le informazioni più importanti su di lui ci arrivano solo alla fine. La consapevolezza in Marlow che non potrà mai sentire la voce di Kurtz gli provoca una delusione così grande che lui stesso la giudica eccessiva. , gli pare come di aver perso il proprio scopo nella vita. Era un dolore paragonabile a quello manifestatosi nell’urlo dei selvaggi.
Siamo in viaggio verso Kurtz. Per Marlow si tratta di esorcizzare e vincere anche Kurtz. Non appena lo scorge, osserva quanto il suo aspetto sia vorace. Egli spalanca la bocca come se volesse inghiottire tutta l’aria, tutta la terra, tutta la folla che ha di fronte.
Esaminando la stazione attraverso il suo cannocchiale, Marlow vede un edificio cadente mezzo sepolto tra l’erba alta. Davanti alla costruzione strane costruzioni fatte con teschi umani, anche se Marlow se ne accorgerà solo più tardi. Sulla sponda del fiume c’è un uomo bianco con un cappello che fa segni col braccio. È un individuo di circa 25 anni, capelli biondi e occhi celesti, ciarliero. Indossa un abito accuratamente rappezzato con stoffe dai colori più diversi. È il legittimo proprietario del libro Tawson, e Marlow lo capisce subito. Quando gli dà il libro, il giovane è così contento che vorrebbe gettarsi fra le braccia di Marlow e baciarlo. Marlow battezza l’uomo l’Arlecchino. Arlecchino nella commedia dell’arte è colui che combina intrighi, il servo sfacciato, l’astuta canaglia. Ma è stata anche una figura connessa con la morte. Qui è il sosia di Marlow e di Conrad, è un esiliato dell’Europa orientale, come Conrad. Marlow lo tratta con tenerezza. L’Arlecchino non chiede alla vita nient’altro che l’avventura. I due sono come padre e figlio; il figlio protetto dalla sua giovinezza e innocenza, dove non è costretto ad assumersi responsabilità, e il padre – Marlow – alla ricerca di un significato della cui esistenza comunque dubita. Quest’ultimo decide di salvare l’Arlecchino dalla malvagità del Direttore; gli fornisce un paio di scarpe e il dono è anche simbolo dell’intimità che si è creata fra i due. Poco dopo Arlecchino viene inghiottito dalla jungla e in questo modo Marlow si libera dal culto dell’eroe e dall’idealismo della sua giovinezza; è diventato un uomo maturo. Prima di sparire, l’Arlecchino lo istruisce su Kurtz. Kurtz aveva iniziato come mercante pioniere nella giungla, scambiando avorio con le sue mercanzie. Quando la sua riserva di merci era finita, era passato a procurarsi l’avorio con la violenza. È arrivato ad assumere la carica di dio e capo per una tribù che lo idolatra e ubbidisce a ogni suo minimo gesto. È stato Kurtz a ordinare l’attacco contro al vaporetto perché vuole slegarsi dalla compagnia e dominare da solo. Nonostante l’acquisito ruolo di capo, Kurtz non è in buona salute.
Kurtz, su incarico della Società Internazionale per la Soppressione dei Costumi Selvaggi, ha redatto uno scritto che dovrebbe servire da guida per l’attività futura della Società. È questo a cui alludeva il fabbricante di mattoni, quando chiamava Kurtz un membro della nuova “cricca della virtù”. Egli ci informa che il padre di K. È per metà francese e sua madre per metà inglese; K. Stesso ha simpatie per l’impero britannico e che a dispetto del nome tedesco egli parla di preferenza l’inglese. Arlecchino fa anche un resoconto sullo scritto di K.; è dovere dei bianchi cristiani esportare i propri costumi più progrediti, la propria religione, le proprie istituzioni e il proprio sistema politico a tutti i popoli del mondo, per diffondere così la felicità e la pace. Improvvisamente compaiono il Direttore e i Pellegrini che stanno portando una barella su cui c’è K. Si ode un grido acuto: sono uomini nudi e armati di lance e frecce che si avvicinano alla barella per tentare di riappropriarsi di Kurtz. Questo li convince che è di sua volontà che se ne sta andando e i selvaggi tornano nella foresta. Il gruppo con la barella si avvicina al vaporetto; qualcuno sta portando le armi di K. Marlow guarda e capisce qual è la differenza tra gli uomini bianchi e i selvaggi: semplicemente armi migliori.
Kurtz viene portato a bordo. Al tramonto i sudditi di Kurtz scendono alla spiaggia. Tra loro c’è una donna ricoperta di gioielli che, alzando le braccia al cielo, invoca il ritorno di Kurtz, ma questi la tradisce, così come ha tradito se stesso. Kurtz, nel frattempo, è all’interno e sta litigando col Direttore per l’avorio; ma si sta anche consumando fra il desiderio di ritornare in Europa e la bramosia di rimanere. Quando scende la notte riesce a trascinarsi fuori dalla cabina. Strisciando si incammina per ricongiungersi ai neri. Ora dunque è lui a strisciare come facevano i capi tribù. Marlow si allontana da solo per riprendere il fuggitivo; lo raggiunge in prossimità dei fuochi. Kurtz gli si erge di fronte, è alto, muto e un po’ vacillante. Marlow si trova in una situazione straordinariamente pericolosa: sa che se Kurtz si ricongiunge ai selvaggi, lui e la spedizione di salvataggio saranno trucidati. Marlow è deciso ad impedire quel ricongiungimento. Kurtz, poi, durante il viaggio di ritorno sul fiume, affiderà il suo libello a Marlow perché non cada nelle mani del Direttore. Le notizie raccolte da Marlow su K. mostrano come l’uomo, in veste di capo della tribù selvaggia, si sia abbandonato pienamente a piaceri proibiti. Ora, in quest’attimo decisivo, la reazione di Marlow nei confronti di Kurtz è divisa in due. Egli crede che Kurtz sia tentato di ricongiungersi alla stirpe selvaggia perché brama di poter soddisfare ancora passioni innaturali. Marlow scopre che non si può appellare a lui in nome di qualche divinità celeste o altro, perché è completamente solo; gli dice semplicemente “Vi perderete” e aggiunge che il suo successo in Europa è assicurato. Sul piano superficiale Kurtz deve scegliere tra una carriera europea e una africana; sceglierà la prima. Ma dietro a questo, egli lotta per tenere insieme la propria anima. Si lascia convincere da Marlow a tornare indietro. Marlow non aveva soltanto lottato con Kurtz in una situazione pericolosa. Aveva anche guardato dentro se stesso. Anche Kurtz è un sosia di Marlow, e le tentazioni cui è stato esposto, Marlow stesso le ha sperimentate.
Comincia il viaggio di ritorno. Durante la notte, Marlow si confida con Kurtz, ma questi sta morendo e non ha molto da dire. Marlow lo chiama miserabile ciarlatano, ma lo vede anche come un demone disperato, prigioniero delle tenebre. Nell’attimo in cui Kurtz muore – alcuni minuti dopo aver pronunciato le sue ultime parole Orrore! Orrore! – nessuno è presente. La sua morte viene annunciata durante la cena dal servitore del Direttore. Il vaporetto sta scendendo rapidamente il fiume e l’avventura di Marlow si avvia alla conclusione.
Quando Kurtz muore il romanzo ritorna con un balzo in Europa. Quel che è successo è che Marlow si è ammalato ed è stato costretto a rescindere il proprio contratto. Lo stesso era accaduto a Conrad. In Cuore di Tenebra Marlow passa sotto silenzio la malattia e la dispensa dall’incarico. Trascorre più di un anno prima che Marlow faccia ritorno alla Città Sepolcrale, che ora, dopo l’esperienza africana, gli appare ancor più rispondente al paragone biblico. Nella Città sepolcrale, Marlow riceve la visita di un giornalista che chiama Kurtz “caro collega”. Si tratta di un tipo sgradevole, dalle sopracciglia dritte e setolose, i capelli tagliati a spazzola e il monocolo. Un tedesco, a giudicare dalle apparenze. L’uomo informa Marlow che Kurtz possedeva uno straordinario talento oratorio, che era capace di elettrizzare le folle, e che sarebbe stato un magnifico capo per un partito estremista.
La commissione più importante di Marlow nella Città sepolcrale riguarda la fidanzata di Kurtz. Marlow intende restituirle lettere e foto che fanno parte del materiale avuto da Kurtz. È al tramonto che Marlow compie la visita. Quando la fidanzata entra nella stanza, è tutta vestita di nero. Per lei Kurtz non è morto. Egli è il suo salvatore, colui che si sacrifica nella barbara jungla africana, l’esempio, il crociato.È la terza volta che Kurtz ci si presenta in forma di fantasma uscito dall’oltretomba. La prima volta, quando Marlow offrì in sacrificio la scarpa zuppa di sangue, la seconda quando raggiunse Kurtz in prossimità dei fuochi selvaggi. Ora, la sua ombra esce dal sepolcro di un cimitero, vegliata con amorevole dedizione. Il colloquio che segue tra Marlow e la Fidanzata è tragedia e farsa insieme. Marlow ha detto di odiare la menzogna perché gli sembra che abbia un sapore di morte. Ad un certo punto la donna costringe Marlow a dire le ultime parole dette da Kurtz. Marlow mostra di possedere volontà e presenza di spirito. E mente senza esitazione, dichiarando che l’ultima parola di Kurtz fu il nome di lei. La donna si lascia sfuggire un grido di incomprensibile trionfo e di dolore ineffabile. Il romanzo cominciava con la descrizione di una nube scura che sovrastava Londra verso occidente. Ora, quando si conclude, la foce del fiume appare sbarrata da un banco di nuvole e il tranquillo corso del Tamigi sembra condurre verso il cuore di una tenebra infinita. La Fidanzata è un grave caso di estraniamento. Ella è costretta a basare la propria vita sulla menzogna. Possiede una grande capacità di devozione e fedeltà.
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Fine articolo Riassunti libri - recensioni libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
David Bortolusso
SCHEDA LIBRO DI “Candido ovvero l’ottimismo”
Titolo del testo: Candido ovvero l’ottimismo
Nome dello scrittore: Francois-Marie Arouet (Voltaire)
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 1999 (prima pubblicazione 1759)
Genere letterario: Racconto
Tema centrale del libro: I viaggi e le avventure di Candido, fissato con le sue idee nonostante tutto ciò che gli accade lo smentisca sempre.
Protagonista e personaggi secondari:
Candido è un ragazzo che fin da bambino aveva vissuto nel castello del Barone di Thunder-ten-tronckh e per questo era diventato intelligente e dai costumi aristocratici. Ascolta le lezioni di Pangloss e crede nel maestro, facendo proprio l’ottimismo del precettore: pensa che le fortune più grandi al mondo siano di essere il figlio del Barone o il marito di sua figlia Cunegonda, di cui è innamorato, e di ascoltare le lezioni del suo insegnante, massimo filosofo della provincia, e quindi del mondo intero. Un giorno trova il coraggio di baciare la figlia del Barone il quale, vedendoli, allontana Candido dal castello a calci nel sedere. Si incammina senza una meta fino a quando viene notato da alcuni soldati bulgari, che lo fanno arruolare. Nell’esercito è il peggiore elemento, tanto che viene spesso fustigato, così, qualche tempo dopo, durante la guerra contro gli abari, fugge. Da questo momento incomincia a vagare per il mondo con il solo pensiero di ritrovare la sua amata Cunegonda. Nonostante venga a sapere della morte della ragazza non si dispera, convinto che prima o poi la potrà ritrovare. Infatti, la incontra di nuovo a Lisbona, ma non possono continuare a stare insieme perché Candido è ricercato dall’Inquisitore e deve abbandonarla al governatore di Buenos Aires. Continua a viaggiare con il suo ottimismo: è sempre sicuro di ritrovare l’amata, ed è sempre convinto delle idee di Pangloss, il suo maestro, che gli ha insegnato che il mondo in cui vive è il migliore dei mondi possibili, e che ogni causa produce sempre l’effetto migliore. Fino alla fine, quando finalmente può sposare Cunegonda e ritrova tutti gli amici perduti, il ragazzo rimane ottimista, anche se capisce che il proprio destino bisogna costruirlo con il lavoro.
Pangloss è il precettore del castello del Barone: ai ragazzi insegna la metafisico-teologo-cosmolostoltologia. Sostiene che il mondo in cui vivono i personaggi del racconto sia il migliore dei mondi possibili, e in esso ogni effetto, il migliore ipotizzabile, ha una sua causa precisa. Nonostante abbia contratto la sifilide, abbia perso un occhio e un orecchio, sia stato impiccato e sia stato costretto a remare in una galea rimane sempre convinto delle sue idee.
Madamigella Cunegonda, figlia del barone, è la ragazza di cui si innamora Candido. A 17 anni ha un colorito acceso ed era fresca, grassa ed appetitosa. Dopo la partenza di Candido, il castello viene conquistato e distrutto dai Bulgari: ella viene prima violentata da un soldato, poi presa come schiava da un capitano, che la vende tre mesi dopo ad un giudeo di Lisbona; quest’ultimo, però, dopo un breve periodo è costretto a dividersela con un Inquisitore per non rischiare la morte. Quando Candido la salva e la porta in Paraguay, lei preferisce seguire il consiglio della vecchia serva e abbandonare il suo amato, concedendosi al Governatore di Buenos Aires. Diventa schiava di un principe turco, dopo che Cacambo l’ha liberata dal Governatore. Quando finalmente Candido la ritrova è diventata molto brutta e il ragazzo preferirebbe non sposarla, ma alla fine egli rispetta la promessa fatta.
Il figlio del barone di Thunder-ten-tronckh già dalla tenera età sembra essere degno di succedere al padre. Creduto morto dopo l’invasione dei Bulgari, il suo corpo viene benedetto da un Gesuita prima della sepoltura, e la sua reazione all’Acqua Santa fa capire all’uomo che è ancora vivo. Diventa un Gesuita, e viene inviato in una colonia del Paraguay a cacciare gli spagnoli. Dopo il colpo infertogli da Candido, viene mandato a Roma, dove diventa ambasciatore per i Francesi a Costantinopoli; nella città turca viene accusato di aver fatto il bagno nudo con un musulmano, e costretto a remare nella galea dove ritrova Candido. E’ fermamente convinto delle sue idee: non intende far sposare la sorella Cunegonda con Candido, poiché questi non è abbastanza nobile, e non cambia idea neanche dopo una minaccia di morte, preferendo ritornare in schiavitù piuttosto di dare la sua benedizione al matrimonio.
La vecchia, serva di Cunegonda, è in realtà la figlia di Papa Urbano X e della Principessa di Palestrina. Destinata ad un Principe, che però venne ucciso da una sua rivale, all’età di 14 anni partì con la madre ma la loro nave fu conquistata dai pirati. Condotte in schiavitù in Marocco, subirono un attacco di una fazione avversaria dei corsari: muoiono tutti, esclusa la ragazza, che dopo lo scontro conosce un uomo che era stato servo di sua madre. Egli la convince a seguirlo con il proposito di riportarla in Italia, ma la vende al Dey di Algeri, di cui diventa la schiava più bella; in Africa contrae la peste, che fa morire gran parte della popolazione. Viene venduta molto spesso, e per questo è costretta a viaggiare molto; durante un periodo in cui era in Russia al servizio dei Giannizzeri, le viene mangiata una natica in segno di buon auspicio, ma i suoi padroni vengono tutti uccisi. Costretta ancora a viaggiare, attraversa gran parte dell’Europa, fino a quando giunge a Lisbona al servizio di Cunegonda. Per questi suoi continui spostamenti, la vecchia è diventata intelligente e furba, infatti consiglia bene la sua padrona quando arrivano in Paraguay, e riconosce gli errori delle idee di Candido, poiché sa che non esiste uomo che almeno una volta non abbia maledetto la propria vita.
Cacambo è il servo che dal Portogallo segue e aiuta Candido. Nonostante il suo livello sociale sa parlare tutte le lingue in uso in America Latina, e si dimostra furbo e fedele al suo padrone in molte occasioni: quando egli “uccide” il Barone in Paraguay lo aiuta a fuggire dalla fortezza e a liberarsi dalla tribù degli Orecchioni, inoltre quando gli vengono affidate molte ricchezze per riscattare Cunegonda egli compie il suo lavoro senza pensare all’interesse personale.
Martino è un uomo molto sfortunato, che Candido sceglie come compagno di viaggio per il ritorno in Europa. Si rivela molto intelligente e affezionato all’amico, che salva dagli approfittatori francesi e aiuta nei giorni in cui è malato, nonostante sia un manicheo e non consideri valide le idee di Pangloss, considerate esatte da Candido.
Tempo e luogo della narrazione: la narrazione si svolge nel 1700 in un periodo di circa un anno e mezzo. I luoghi descritti comprendono la Vestfalia, l’Olanda, il Portogallo, il Paraguay, la terra di Eldorado, la Francia, l’Inghilterra, Venezia e Costantinopoli.
Sintesi della trama: Candido è un ragazzo che vive nel castello del Barone di Thunder-ten-tronckh, uno dei più importanti nobili della Vestfalia. Ascolta con interesse le lezioni di Pangloss, il massimo filosofo della provincia, ed è innamorato di Cunegonda, la giovane figlia del Barone. Un giorno, dopo pranzo, i due ragazzi si baciano, ma il nobile li scopre e allontana il ragazzo dal castello. Candido si incammina senza una meta, fino a quando, il giorno dopo, giunge ad una città dove, triste e affamato, viene notato da due uomini dell’esercito prussiano, che ne fanno una recluta dopo avergli offerto il pranzo. In un giorno di primavera, però, si allontana dal reggimento e viene punito dai comandanti, che gli offrono due scelte: ricevere 12 palle di piombo sulla testa o essere fustigato 36 volte da tutto il reggimento; Candido, convinto delle lezioni impartitegli da Pangloss, reclama la sua libertà, ma alla fine preferisce le fustigate: l’esercito era formato da 2000 persone, e dopo due fustigate da parte di tutti egli chiede di essere ucciso, ma viene salvato dal re prussiano, che riconosce in lui un giovane che non conosce il mondo. Dopo tre settimane guarisce, ma intanto i prussiani combattono contro gli abari. Mentre c’è un attimo di pausa nella guerra, Candido decide di fuggire e raggiunge l’Olanda, attraversando paesi e terre distrutti dalla guerra. Rimasto senza soldi e provviste, chiede l’elemosina ad un predicatore protestante che aveva sentito parlare di carità, ma questi non gli dà niente perché Candido non pensa che il Papa sia l’Anticristo. Un anabattista, chiamato Giacomo, vedendo la crudeltà con cui è stato trattato, aiuta il ragazzo sfamandolo, lavandolo e dandogli dei soldi. Il giorno dopo, passeggiando, Candido incontra un pezzente ridotto molto male e decide di donargli i due fiorini che aveva ricevuto da Giacomo, ma il mendicante è Pangloss, il maestro del ragazzo: egli spiega che il castello del Barone era stato distrutto e tutti gli altri erano stati uccisi. Appena sentito che la sua amata Cunegonda era morta sviene; ripresa conoscenza, decide di far curare il suo precettore da Giacomo, che acconsente e fa operare Pangloss. Due mesi dopo l’anabattista deve partire per Lisbona, e si fa accompagnare dai due filosofi; durante il viaggio il maestro di Candido spiega che quello che è successo era necessario, perché secondo lui i mali particolari fanno il bene generale. Mentre ragionano su questa affermazione si scatena una tempesta spaventosa, che fa naufragare la nave e morire molti dei passeggeri, tra cui Giacomo. I due sopravvissuti raggiungono a piedi Lisbona, mentre le case vengono distrutte da un terremoto e saccheggiate dai ladri. Candido e Pangloss aiutano i feriti, ma quando la situazione si calma viene deciso di dare ai cittadini un atto di fede: vengono presi due ebrei, un uomo che aveva sposato la comare e i due filosofi, accusati di aver detto e ascoltato parole che andavano contro la religione; otto giorni dopo vengono preparati per l’esecuzione: Candido viene fustigato, Pangloss impiccato e gli altri bruciati, ma la sera stessa la terra ritorna a tremare. Il ragazzo vene soccorso da una vecchia, che lo porta in una casaccia dove può mangiare, bere e dormire; due giorni dopo, dopo non aver ottenuto alcuna informazione dalla donna, viene portato in un’altra casa, dove incontra Cunegonda, che, sopravvissuta alle violenze dei Bulgari, era stata venduta ad un giudeo, ed ora era contesa tra questo e un inquisitore, che se la dividevano equamente. Il giorno dopo giunge alla casa il giudeo che, lamentandosi di non voler dividere la ragazza con un altro uomo, vorrebbe uccidere Candido, ma viene ucciso dalla spada del filosofo. Cunegonda si spaventa di quello che potrebbe succedere se la giustizia scoprisse il cadavere di un uomo in casa sua; il giorno dopo, quando arriva l’inquisitore, il ragazzo capisce che se fosse uscito avrebbe potuto chiedere aiuto e farli scoprire, così decide di uccidere anche lui. Candido, Cunegonda e la vecchia intuiscono che è meglio partire, così sellano tre cavalli e si dirigono verso Cadice, portando con loro dei diamanti e delle pistole di valore che li avrebbero aiutati in caso di necessità. Durante il viaggio, però, vengono derubati da un reverendo, così sono costretti a vendere un cavallo per raggiungere la città. Qui si stava allestendo una flotta per andare in Paraguay a sottomettere una colonia di Gesuiti e Candido, mostrando gli esercizi che aveva imparato con i Bulgari, si fa nominare comandante di una compagnia: i tre si imbarcano così con i due cavalli e con due servi. Durante il viaggio, la vecchia racconta la sua storia, che è peggiore di quella patita da Cunegonda. Arrivati a Buenos Aires, vengono accolti dal governatore, che si innamora della ragazza, chiedendole di sposarlo; ella è indecisa, ma l’arrivo di un alcade che cercava gli assassini dell’Inquisitore la convince ad abbandonare Candido. Il ragazzo fugge con il servo Cacambo, che lo porta dai Gesuiti a cui dovevano fare guerra, per allearsi con loro. Vengono accolti dal comandante, che si rivela il figlio del Barone, sopravvissuto ai Bulgari a diventato il capitano dei Gesuiti. I due tedeschi rimangono molto a tavola, raccontandosi le loro storie. Alla notizia che Candido vuole sposare sua sorella, però, il Barone sguaina la spada, ma viene ucciso dall’arma del filosofo. Il ragazzo e il servo riescono a fuggire dalla fortezza, travestiti da Gesuiti. Salvano due ragazze da due scimmie, ma vengono catturati per questo da una tribù di Orecchioni, che odiano quel genere di religiosi: vengono preparati per essere mangiati, ma il servo riesce a convincere i selvaggi che loro non sono Gesuiti, così vengono liberati. Volendo tornare in Europa, i due si dirigono verso Caienna, colonia francese dove avrebbero trovato qualcuno che li potesse portare a casa: un mese dopo raggiungono un fiume, dove trovano una barchetta che li trasporta seguendo la corrente: dopo qualche giorno di navigazione giungono finalmente ad una città, che solo in seguito capiscono essere la mitica Eldorado. Questa è una città molto ricca di oro e pietre preziose, che però non vengono considerati un bene di lusso dai cittadini, in cui non ci sono templi e preti. Per Candido, in confronto all’Europa, quel paese è un paradiso terrestre, ma dopo un mese il ragazzo vuole tornare dalla sua amata Cunegonda; convincono il re a donargli dodici montoni carichi di oro e pietre preziose, che in quel paese non avevano alcun valore, ma che in Europa sarebbero stati la loro fortuna. Dopo un lungo viaggio e la morte di dieci montoni, arrivano alla città di Surinam, posseduta dagli Olandesi. I due si informano se c’è una nave che li può portare a Buenos Aires, ma dopo aver incontrato il capitano del vascello, che dice loro che Cunegonda è l’amante favorita del governatore, decidono di dividersi: Cacambo sarebbe andato nella città argentina a comprare la libertà della ragazza, mentre Candido sarebbe andato a Venezia ad aspettarli. Qualche giorno dopo il filosofo incontra il capitano Vanderdendur, padrone del vascello che lo avrebbe dovuto portare in Italia: questi, però, gli ruba i due montoni e fugge con le ricchezze di Candido. Il ragazzo, tornato a terra, si rivolge al giudice, che però non risolve nulla e si fa anche pagare. Qualche tempo dopo il filosofo compra una cabina su un vascello francese in partenza per l’Europa: Candido decide di farsi accompagnare da un uomo che fosse disgustato dalla sua vita, in modo da poter discorrere con lui durante il viaggio, così annuncia la sua decisione ai cittadini di Surinam: dopo aver esaminato tutti quelli che si erano fatti avanti, sceglie Martino, un dotto che aveva subito tante ingiustizie durante la sua vita. Durante la navigazione i due discutono molto, e Martino spiega al ragazzo che, secondo lui, questo non è il migliore dei mondi possibili, dato che Dio lo aveva abbandonato a qualche creatura malvagia, che faceva combattere tra loro città o famiglie, esclusa la mitica Eldorado. Mentre i due discutono si sentono rumori di artiglieria, e Candido riconosce nella nave affondata dagli spagnoli, quella del ladro che gli aveva rubato i suoi montoni; dopo lo scontro riesce a recuperare un animale, e per questo è più felice che non se avesse ritrovato i suoi tesori. Due settimane dopo raggiungono la Francia, e Martino decide di seguire l’amico fino in Italia. Fermandosi a Bordeaux, Candido si ammala e viene curato da dottori e amici che nessuno aveva chiamato: la malattia, inizialmente non grave, peggiora e il ragazzo rischia la vita per un breve periodo. Ristabilitosi, frequenta le persone aristocratiche della città, non trovando mai riscontro alle sue idee negli uomini di cultura che incontra; il ragazzo viene imbrogliato da un abate che aveva ascoltato la sua storia e aveva inscenato un ritorno di Cunegonda, che gli estorce tre diamanti per condurlo in Inghilterra su un vascello olandese. Assistendo all’uccisione di un ammiraglio, colpevole di non aver ucciso abbastanza persone durante la guerra, Candido non vuole nemmeno sbarcare e si fa portare a Venezia dal capitano della nave. Arrivato in città fa cercare il servo Cacambo in ogni luogo, ma senza risultato: Martino gli spiega che non può essersi fidato di un servo con tante ricchezze, di dimenticarsi la sua amata e si suoi soldi. Candido, reso ancora più triste dalle idee del dotto, incontra Pasquetta, la donna che aveva fatto ammalare Pangloss: risollevato da questo incontro, nonostante le tristi vicende accadute alla donna, si reca a casa del senatore Pococurante, credendolo un uomo che non abbia preoccupazioni; qui capisce che in questo mondo non c’è una persona felice, come sostiene Martino. Una sera i due cenano in una osteria, seduti al tavolo con altre sei persone: qui il filosofo rivede Cacambo, che serve uno dei signori, che si rivelano dei sovrani dalla sorte avversa, giunti a Venezia per assistere al carnevale o per altri motivi. Il servo ha convinto il padrone a condurre nella sua terra i due amici, che vengono imbarcati per il Mar di Marmara; durante il viaggio Cacambo spiega le vicende che gli sono capitate e della perdita della bellezza di Cunegonda: nonostante ciò Candido è sempre convinto di volerla sposare. Arrivati nel Mar Nero il filosofo riscatta il servo e dopo si reca con i due amici su una galea alla volta del luogo dove era prigioniera la sua amata: sulla nave incontrano Pangloss e il Barone, creduti morti, che sono costretti a remare; Candido li fa liberare e tutti insieme salgono su un’altra galea per andare in Turchia, da Cunegonda. Il ragazzo chiede scusa al Barone di averlo trafitto con la spada e poi si fa raccontare le storie dei due durante la navigazione. Giunti a destinazione, le prime persone che incontrano sono proprio Cunegonda e la vecchia, che Candido libera pagano al padrone un caro prezzo, comprando anche una fattoria nelle vicinanze per aspettare miglior fortuna. La ragazza ricorda al filosofo la sua promessa di matrimonio che il ragazzo intende rispettare, ma il Barone non è d’accordo; non avendo però alcun potere sulla sorella, viene riportato dal padrone della galea su cui era stato prigioniero. Il destino sembra favorevole a Candido, che però viene imbrogliato dagli Ebrei a cui vende i diamanti, per questo è costretto a rimanere solo con la fattoria e i suoi amici, con la convinzione che ovunque nel mondo si stava male. Raggiunti anche da Pasquetta, ritornata in povertà dopo il dono di Candido, i filosofi decidono di andare a parlare con il miglior saggio della Turchia, che dopo aver sentito le richieste degli uomini, sbatte loro l’uscio in faccia. Dialogando con un contadino, che non si interessa di altro che del suo campo, capiscono finalmente che l’unica cosa che può dare la felicità all’uomo è il lavoro, per cui avrebbero dovuto lavorare il loro campo per rendere sopportabile la vita.
Opinioni e giudizio personale: Il libro è piacevole e la lettura è semplice. Le vicende che accadono ai personaggi sono magari esagerate, ma le disavventure che capitano a Candido sono utili a comprendere la sua ostinazione nel credere nelle sue idee ottimistiche. Questo rende il libro quasi comico, facendo capire che molto spesso le persone comuni (vedi la vecchia o Martino) capiscono meglio com’è la vita ed hanno una mentalità aperta ad altre opinioni, in confronto ai ricchi o i dotti che invece si ostinano sulle proprie idee.
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Riassunto - scheda libro :
IL MONDO NUOVO
1) DATI EDITORIALI
AUTORE: Aldous Huxley
TITOLO: IL MONDO NUOVO
LUOGO DI PUBBLICAZIONE: Milano
EDITORE: Classici Moderni – Oscar Mondadori
DATA DI EDIZIONE: gennaio 1991
2) BREVE PRESENTAZIONE DELL’AUTORE
Aldous Huxley nasce a Goldalming (Gran Bretagna) il 26 luglio 1894.
La sua è una famiglia illustre e il bambino ha intenzione di diventare medico, ma una grave malattia alla cornea gli fa perdere quasi completamente la vista. Nonostante questo riesce a continuare gli studi, anche se è costretto ad abbandonare il campo scientifico. Si dedica così allo studio della letteratura inglese e della filologia. Si laurea nel 1915 al Balliol College di Oxford. Da questo momento comincia a pubblicare recensioni di vario genere sulla prestigiosa rivista “Athenaeum” e sulla “Westminster Gazette”, dove conosce D.H. Lawrence che diventerà presto suo amico. Con lui scopre di avere in comune la passione per l’Italia e qui vive dal 1923 al 1930. Huxley, dopo la morte dell’amico, curerà personalmente la prima raccolta delle lettere di Lawrence. Dopo il soggiorno italiano, lo scrittore si interessa molto di politica e nel 1939 pubblica il suo libro più noto: Il Mondo Nuovo. Dopo pochi anni trascorsi a New York riesce a curare in modo molto efficace la sua malattia agli occhi e ottiene un ricupero quasi totale della vista. Nel 1955 muore la prima moglie Maria Nys e un anno dopo Huxley si risposa con Laura Archea. Negli anni Cinquanta, lo scrittore abbandona la narrativa per dedicarsi sempre di più alla filosofia. Infatti approfondisce gli studi esoterici e tenta di far unire in un’unica esperienza la conoscenza scientifica e quella mistica. Nel 1960 scopre di avere un cancro alla lingua e un anno dopo un incendio distrugge tutti i suoi libri e le sue carte. In questa occasione Huxley confida ad una amico: “Vedi un uomo senza passato”. Due anni dopo muore a Hollywood, il 22 novembre.
Non è facile individuare un filo conduttore nella produzione di Huxley, perché egli si è sempre interessato al dibattito politico e culturale del suo tempo ed ha sempre seguito con entusiasmo le scoperte scientifiche. Nelle prime composizioni lo scrittore contempla la società inglese dopo la prima guerra mondiale. La sua prima opera è andata perduta Le altre opere sono: “La Giostra” (1920), “Giallo Cromo” (1921), “Passo Di Danza” (1923), “Foglie Secche” (1925)
. Durante il soggiorno italiano impara a conoscere l’Italia e scrive “Il Giovane Archimede” ambientato a Firenze e “Dopo I Fuochi D’Artificio” ambientato a Roma. Sempre durante il soggiorno in Italia scrive “Punto Contro Punto” (1928) che rappresenta il momento più significativo di questo periodo.
Dopo “Punto Contro Punto” Huxley opera un radicale cambiamento nelle sue convinzioni filosofiche. Nel 1930 scrisse “Le Catene Del Passato” e nel 1932 “Il Mondo Nuovo”, testo che non è un romanzo, bensì una raccolta di saggi in cui l’autore espone le proprie convinzioni politico sociali.
A partire dagli anni Quaranta Huxley abbandona la narrativa per dedicarsi agli studi storici e scientifici. Questo periodo è rappresentato da “I Diavoli Di Loudun” (1952).
Huxley fu anche e soprattutto un critico, un poeta, un drammaturgo e un saggista. Le sue opere più importanti “Filosofia Perenne”, “Le Porte Della Percezione”,(1954) e “Paradiso E Inferno” (1956). Il suo ultimo libro fu “L’Isola”, pubblicato nel 1962.
3) ESPOSIZIONE SINTETICA DELLA VICENDA
Bernardo Marx, un giovane di classe Alfa, è però scontento della sua vita e prova un certo disagio, non sentendosi bene integrato fra i suoi simili. Il direttore del reparto in cui lavora lo accusa di comportamenti asociali (rifiuto della poligamia e delle droghe) e minaccia di licenziarlo. Per distogliersi da questi problemi, egli chiede il permesso di fare un viaggio nel Nuovo Messico, dove esiste una riserva di selvaggi, cioè di uomini che vivono ancora secondo le consuetudini del “vecchio mondo”.
Visitando questo luogo, Bernardo conosce due strani personaggi: Linda e John. Linda è la moglie del Direttore degli Incubatori, che egli ha abbandonato laggiù dopo che si era persa nel corso di un'esplorazione. Da donna appartenente alla classe alla classe superiore del Mondo Nuovo, ella ha così dovuto adattarsi a vivere la disagiata vita dei selvaggi, fatta di sporcizia, povertà, superstizioni, malattie e vecchiaia. Il figlio John deve anch’egli vivere in queste condizioni, anche se, attraverso i racconti della madre, riesce a farsi un’idea dell’esistenza del mondo civilizzato.
Bernardo pensa di riportare con sé a Londra madre e figlio, per poter ricattare il Direttore ed evitare di essere spedito in Islanda. Una volta approdati nel Mondo Nuovo, Linda ci si riadatta con molta fatica e muore poco dopo tempo; diversa è la storia di John, che diventa il centro dell’attrazione generale. Egli suscita la curiosità di tutti, che lo guardano come se fosse un alieno e fanno a gara per farsi invitare a casa di Bernardo per poterlo conoscere. Di lui si innamora perdutamente Lenina, una bellissima donna, che viene però da lui respinta; John infatti è nutrito di letture shakesperiane e, conformemente alla idee dell’epoca, ritiene poco virtuosa una donna che si concede troppo presto.
Per una serie di circostanze il Selvaggio ha modo di incontrare il Governatore Mond e di avere con lui un colloquio molto importante, nel corso del quale apprende fino in fondo quali criteri stiano a guida del Mondo Nuovo. Qui non devono esistere sofferenze e i desideri di ognuno devono subito essere soddisfatti. Se corresse un intervallo tra il desiderio e la sua realizzazione, si darebbe spazio nell’individuo a stati d’animo di incertezza e di sofferenza, che potrebbero spingerlo a nuove riflessioni, e magari a sentire il bisogno di Dio. Ma la società è strutturata in modo da evitare tutto questo: il soggetto non deve porsi troppi problemi, in modo da rimanere una docile pedina manovrata dall’alto, da una struttura produttivistica e sfruttatrice.
Di fronte a tutto questo il Selvaggio preferisce ritirarsi a vivere in solitudine, per condurre una vita semplice a contatto con la natura. Il mondo “civile” però non lo lascia in pace nemmeno un istante e continua ad interrompere il corso tranquillo della sua vita. John serve in quanto motivo di attrazione per le masse e come fenomeno spettacolare. Alla fine John, esasperato, si toglie la vita e il racconto termina con l’immagine dei suoi piedi appesi, che ciondolano nel vuoto.
4) PRESENTAZIONE E ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI
Bernardo Marx è un giovane di classe Alfa, cioè della classe più elevata nella gerarchia sociale del Mondo Nuovo: ad essa appartengono gli intellettuali e coloro che svolgono i ruoli più prestigiosi. Bernardo è un individuo un po' anomalo rispetto ai suoi colleghi e su di lui circolano delle strane voci, secondo le quali sarebbero stati commessi degli errori durante la sua incubazione; in conseguenza di questo, per esempio nel fisico, egli è piccolo e meno robusto rispetto agli altri giovani, ben più sviluppati di lui. Egli inoltre, a differenza degli altri, non è del tutto contento dello stile di vita programmato dall'organizzazione e preferisce la solitudine al posto della socialità, e uscire con una sola ragazza, invece di avere rapporti sessualmente promiscui. I suoi comportamenti eccentrici attirano subito l'attenzione di chi lo circonda e servono al suo direttore per minacciare di licenziarlo. Un fatto ricco di conseguenze è il suo viaggio nella Riserva dei Selvaggi, che ci fa scoprire l'altro lato del mondo e porta in scena un nuovo personaggio, cioè John, detto il Selvaggio.
Ugualmente scontento della sua posizione è l'amico di Bernardo, Helmoltz Watson, che lavora nel settore del Condizionamento Sociale. Egli è molto dotato intellettualmente e molto sicuro di sé stesso, ma anche questa è una causa che fa di lui un uomo destinato all'isolamento e alla diversità, oltre ad essere causa di ansia e malinconia. Vorrebbe poi introdurre nel suo lavoro di addetto ai messaggi propagandistici alcune novità, ma ciò gli è impedito dai superiori, che vogliono da tutti conformismo e adeguamento. Helmoltz sarà alla fine destinato, così come Bernardo, all'esilio, per aver simpatizzato con un elemento "irregolare" come il Selvaggio.
Enrico Foster è invece l'uomo ben inserito nella realtà che lo circonda e perfettamente inquadrato in quei comportamenti scolpiti in lui dall'ipnopedia. E' molto orgoglioso del suo incarico nel laboratorio di Incubazione, conosce a memoria e con pignoleria tutti i particolari e tutti i dati numerici e si mostra servile nei riguardi del direttore, da cui si aspetta evidentemente favori e approvazione.
Nel romanzo non ci sono figure femminili di grande rilievo; ci vengono presentate due ragazze, Lenina Crown e Fanny Crown (i cognomi non sono molto variati nel Mondo Nuovo). Quest'ultima obbedisce senza difficoltà al condizionamento; anche Lenina ha le stesse caratteristiche, ma ad un certo punto inizia a sentirsi attratta da quell'uomo atipico che è Bernardo e prova un certo fastidio della vita poligamica, condotta senza problemi fino a quel momento. Alla fine però finirà per innamorarsi perdutamente del Selvaggio, il quale non è molto disposto ad accettarla.
John è indicato sempre come "il Selvaggio" ed occupa quasi per intero la seconda parte del romanzo, nella quale assume un ruolo da protagonista. Egli è il figlio del direttore degli Incubatori e della moglie Linda, ma è cresciuto fra i selvaggi dopo che questa si era dispersa. Il ragazzo dunque porta con sé qualcosa di entrambi i mondi e non si trova a suo agio tra i selvaggi, così come, per altri motivi, non si troverà bene tra i civilizzati. I primi lo vedono come diverso da loro e lo emarginano; quelli del Mondo Nuovo lo guardano anch'essi con meraviglia, come fosse uno strano fenomeno. Nessuno sospetta che egli sia in realtà una persona estremamente intelligente, che conosce alla perfezione le opere di Shakespeare e che sarà poi capace di sostenere una profonda discussione con uno dei governatori mondiali, da cui apprenderà molte cose. Anche il governatore conosce Shakespeare a altri poeti, la Bibbia e altri libri, ma li tiene ben nascosti e se ne guarda bene dal farli conoscere a quei docili manichini che sono i suoi sudditi. E' meglio che questi rimangano nelle tenebre e persino solo a godersi la vita, senza emozioni, paure, fragilità e desiderio di conoscenza. Non è un mondo attraente questo per John, che va in cerca di un po' di pace e di solitudine: desiderio impossibile nel Mondo Nuovo e che lo spinge a farla finita con il suicidio.
5) ANALISI DELL’AMBIENTE E DEL TEMPO
Ambiente
Il Mondo Nuovo è una costruzione completamente immaginaria e va collocata, di conseguenza, in luoghi di fantasia; va notato però, che tali luoghi portano dei nomi reali, riscontrabili nella geografia del nostro mondo. La città principale è Londra, anche se questo nome non corrisponde ovviamente alla Londra che noi conosciamo. Nel romanzo essa appare come il luogo di residenza e di lavoro, mentre i suoi dintorni sono i luoghi in cui ci si reca con mezzi volanti nei giorni di riposo per lo svago e lo sport (partite di tennis, golf elettromagnetico, ecc.).
Le città del Mondo Nuovo sono formate da edifici altissimi, con numerosi piani e l'entrata è posta sul tetto, perché lì atterrano i mezzi di trasporto (elicotteri, taxicopteri, aerei, ecc.). L'interno degli edifici è fatto di numerosi corridoi e stanze, organizzati con la massima funzionalità, regolarità e ordine. Sono evidentemente pianificati in modo tale da essere l'immagine visibile di quelle idee di progresso, di stabilità e di equilibrio che formano l'ideologia elaborata dei dirigenti e governatori del Mondo Nuovo.
Un esempio significativo è dato dalla descrizione dei laboratori di Incubazione e di Condizionatura, che l'autore ci presenta nei capitoli iniziali del romanzo. Tale laboratorio si trova in un edificio grigio e pensante, che porta all'esterno un'iscrizione con il motto del Mondo Nuovo: Comunità, Identità, Stabilità. L'interno è costituito da un labirinto di corridoi e di stanze delle più varie dimensioni, dominate in genere da una luce "gelida, morta e fantomatica". E' in un ambiente come questo che vengono fatti nascere, con sofisticate tecnologie, i futuri individui. Si inizia con la fecondazione in provetta, condotta secondo il metodo "Bokanovsky", che mira ad ottenere "novantasei esseri umani dove prima ne nasceva solo uno". Spesso si creano degli individui gemelli, ma non a due per volta "come accadeva negli antichi tempi vivipari, ma a dozzine, a ventine per volta". Il vantaggio di tutto questo è ben evidente: si può creare con un solo colpo tutto il personale di un piccolo stabilimento, "novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche". Si mettono al mondo, dunque, uomini di massa, su scala industriale, da inviare là dove c'è richiesta in quel dato momento, come si trattasse di merce qualsiasi.
Cinque sono le classi sociali previste, indicate come Alfa, Beta, Gamma, Delta ed Epsilon; procedendo dalla prima all'ultima si passa da ruoli sociali elevati e prestigiosi, fino ad arrivare, negli ultimi livelli (Gamma, Delta, Epsilon) ad un tipo di vita da povere larve, destinate solo alla fatica e ai lavori meno gratificanti. Più bassa è la casta a cui un soggetto dovrà appartenere, minore è la quantità di ossigeno che viene somministrato all'embrione.
Terminata la fase biologica, si passa alla costruzione psicologica e morale degli individui; i bambini iniziano prestissimo a ricevere dei condizionamenti e si fa in modo, per esempio, che i bambini Delta non siano presi dall'amore per i libri (dovranno infatti occuparsi di tutt'altro). Per evitare che nella loro vita futura essi perdano il tempo leggendo, vengono fatti avvicinare a dei libri illustrati, fatti però attraversare da forti scariche elettriche; la ripetizione frequente dell'esperimento terrà lontani per sempre questi infelici da ogni amore per la cultura.
Un pilastro del sistema educativo è la lezione di coscienza di classe, attraverso dei nastri fatti ascoltare per un numero infinito di volte durante il sonno (ipnopedia); si ottiene da ciascuno la presa di coscienza del suo livello sociale e dei comportamenti che ne conseguono. Per esempio: "I bambini Alfa lavorano molto, perché sono tanto intelligenti. Sono veramente contento di essere un Beta, perché non sono costretto a lavorare così duro; e poi noi siamo superiori ai Gamma e ai Delta. I Gamma sono stupidi; non voglio giocare con i Delta, e gli Epsilon sono ancora peggio".
Il sesso è visto per i bambini come il più normale dei giochi, ed essi sono liberi di praticarlo all'aria aperta in appositi giardini. Con queste premesse si inizia a condizionare anche la pratica sessuale che essi adotteranno da adulti, quando saranno spinti decisamente verso la poligamia, affinché evitino di dare vita a dei legami di tipo famigliare.
Diversa è la vita che si conduce nella Riserva dei Selvaggi, che è situata nel Nuovo Messico e diventa, per gli abitanti del Nuovo Mondo, un luogo in cui ci si reca per curiosità e per turismo. La Riserva è l'antitesi perfetta del mondo civilizzato e qui sopravvivono il matrimonio, la famiglia, l'allattamento dei figli, le lingue morte, le superstizioni, i culti ancestrali, le malattie contagiose. Vi è ovunque grande povertà, sporcizia, polvere, cani, mosche e animali feroci. Altro fatto caratterizzante è quello della vecchiaia. I selvaggi vedono, nel corso degli anni, deperire e sfigurarsi il loro corpo; gli abitanti del Nuovo Mondo invece hanno eliminato la piaga dell'invecchiamento e vivono per circa sessant'anni, conservando sempre un aspetto fresco e giovanile. Il problema della vecchiaia viene risolto almeno esteticamente, ed anche la morte è affrontata come un fatto non troppo drammatico, assistiti dai miraggi del "soma" e circondati dall'allegria dei bambini, che si aggirano fra i letti dei moribondi.
Tempo
Il tempo in cui si verificano gli eventi è completamente immaginario ed è da collocare in un’epoca futura, chiamata “epoca Fordiana” dotata di un suo particolare computo degli anni.
Si parla di un mondo futuro poiché spesso i cittadini del Mondo N. fanno dei riferimenti alle epoche che li hanno preceduti, esprimendosi in questo modo: “C’era una cosa chiamata Cristianesimo, c’era una cosa chiamata liberalismo, democrazia, libertà del soggetto , famiglia, monogamia”, ecc.. Tutte cose da loro eliminate durante la “guerra contro il Passato”, costituita da chiusura dei musei, dalla distruzione dei monumenti storici ed alla “ soppressione di tutti i libri pubblicitari prima del 150 di Ford”.
Viene ogni tanto nominata la guerra dei Nove anni, che ha per loro un valore di fondazione poiché vede l’introduzione definitiva delle regole della loro “ civiltà “.
Le vicende narrate accadono in un arco di tempo non troppo steso ma le indicazioni cronologiche fornite dal racconto non sono molto numerose.
6) TECNICHE NARRATIVE
Non è un racconto in prima persona; la narrazione condotta da una voce narrante impersonale e oggettiva a cui sono affidati fondamentalmente due ruoli: uno descrittivo ed uno più probabilmente narrativo .
Una buona parte del testo, infatti, riservata alla presentazione di tutti quei macchinari e quella tecnologia su cui è retto il Mondo nuovo e alle informazioni sul modo, in cui gli abitanti di esso vivono, lavorano, si spostano, si frequentano, ecc.
Per il resto la voce narrante disegna le strutture di fondo delle vicende e conduce avanti la trama; in mezzo a questa vi sono poi numerosi dialoghi, che sono la parte più viva e dinamica del romanzo. Il dialogo infatti rende tutto più interessante e più leggibile e ci fa comprendere più da vicino i sentimenti, i desideri, le mentalità che animano i personaggi . Molto illuminati sono, per esempio i dialoghi tra Fanny e Lenia Crowne sulla vita privata; tra Bernardo Marx e il suo amico Helmoltz Watson sull’insoddisfazione e il disagio, e quello finale tra il governatore Mustafà Mond e il selvaggio, in cui si discute sulla filosofia a cui è ispirata la vita di quel mondo immaginario.
L’autore non interviene mai in maniera diretta esprimendo valutazioni e giudizi, ma ci fa intuire il suo pensiero attraverso le cose stesse, attraverso i materiali narrativi. Per esempio il finale reso tragico da un suicidio equivale ad una valutazione negativa circa il mondo nuovo e i suoi valori; eppure il fatto che esistano delle censure, o che tutto sia progettato in partenza senza libertà per gli individui non sono evidenziati con simpatia e approvazione.
Dopo i capitoli iniziali che svolgono una funzione introduttiva, si entra nel vivo dell’azione con il personaggio di Bernardo e con il suo viaggio nella riserva dei Selvaggi. Questo viaggio è importante all’interno della fabula poiché avvia una serie di eventi significativi, ci descrive un mondo alternativo a quello civilizzato e fa emergere un personaggio chiave come John, detto il Selvaggio. E’ proprio lui, generato dai genitori civilizzati, ma cresciuto fra i “ primitivi “, che domina la seconda parte del romanzo e ci fa conoscere i segreti del Mondo nuovo e compi un’importante scelta di rifiutarlo; preferirà vivere in solitudine, ma il suo sogno non è destinato a realizzarsi.
Il ritmo della narrazione è piuttosto disuguale e vede dei momenti di grande lentezza e quasi del tutto spenti a cui si alternano fasi più accelerate, e ricche di avvenimenti che si succedono e suscitano a noi lettori attesa, curiosità e sorpresa.
Il linguaggio di cui si fa uso nel testo è piuttosto variato troviamo un lessico ricco di termini tecnici e scientifici quando si descrivono gli impianti di lavorazione, i laboratori e gli ambienti del Mondo nuovo; anche se nel modo di esprimersi degli abitanti abbonda una terminologia di questo tipo. Però essi non sempre parlano in tal modo, e la loro conversazione ricorre ad un linguaggio medio e discorsivo, con dei curiosi intercalari del tipo: “per amor di Ford“, “Ford sia lodato“, “solo Ford lo sa“ ecc.
Altre volte ripetono i messaggi a cui sono stati condizionati con l’ipnopedia, come ad esempio “in fede mia, sono contenta di essere una gamma“, oppure “persino gli epsilon (la categoria inferiore ) sono utili“ e così via.
Non privi di importanza sono inoltre i nomi di alcuni personaggi del romanzo, i quali evocano Marx, Lenin, Ford, cioè ispiratori o realizzatori di organizzazioni politiche ed economiche, che tendono a negare la libera affermazione del uomo, a vantaggi degli interessi delle collettività e del partito o della produzione economica.
8) SEGNALAZIONE DEI MOMENTI PIU’ SIGNIFICATIVI DELLA STORIA
- Io trovo che siano piuttosto importanti i capitoli iniziali del romanzo, in cui è rappresentato il metodo in base al quale nascono i cittadini del Mondo Nuovo. E' il caso di dire che essi vengono fabbricati senza amore, ma con un metodo freddo, meccanico e assolutamente disumano. Non meno spaventosa è l'educazione che essi ricevono, coercitiva, obbligante e che vede come "educatore" l'anonima voce di un nastro registrato.
- Ricca e variata è la struttura del terzo capitolo, nel quale si sovrappongono e si intrecciano vari piani narrativi; è un insieme di voci che da vari punti di vista fanno capire che cosa il Mondo Nuovo pensa di sé stesso. Ciò è rilevato dalle conversazioni dei personaggi e soprattutto dalle citazioni dei messaggi ipnopedici.
- Notevole è poi la descrizione del luogo in cui vivono i selvaggi, che rappresenta un po' l'altra faccia del mondo; qui le condizioni di vita sono assai precarie, non ci sono i comfort moderni, ci si ammala, si soffre nel corpo e nello spirito e si muore dopo aver conosciuto i tristi effetti dell'invecchiamento. Non siamo molto lontani da quell'umanità in cui anche noi siamo immersi.
- Grande rilievo hanno i capitoli XVII e XVIII, che si svolge un dialogo filosofico tra il Governatore e John; essi discutono sul problema che sta alla radice del nostro testo: se sia meglio una vita esteriormente felice, ma di una felicità imposta dal di fuori, o una vita difficile e incerta, ma libera.
- Il capitolo finale racconta la disperazione di John e vede la sconfitta dell'uomo che si è trovato a lottare da solo contro un mondo che non riconosce la soggettività e cancella ogni diritto di opposizione.
9) INDIVIDUAZIONE DELLA TEMATICA PRINCIPALE E DI ALTRE TEMATICHE AD ESSA COLLEGATE
Una società in cui tutto è già previsto e indirizzato, non viene creata senza dei precisi scopi e dei precisi interessi; tal interessi hanno come mira il potere politico ed economico. Non è un caso che nel nostro Mondo Nuovo il nome supremo sia quello di Ford, presentato come il fondatore di quel mondo, come sintesi di tutti i suoi valori e onorato come una specie di divinità .
Il nome “Ford” richiama, come è evidente, la grande industria ed è assunto dall’autore come simbolo del capitalismo domina le società occidentali ed è fondato su una ricerca ossessiva del guadagno e come il profitto al di sopra di ogni altra considerazione.
Quindi anche il mondo che Huxley vedeva intorno a se non era strutturato in funzione dell’uomo e non lo metteva al primo posto; ciò che era visto come importante era la produzione, il mercato, il vantaggi economico per piccoli gruppi elitari e lo sfruttamento dei ceti inferiori.
Sono realtà che possiamo vedere anche noi oggi e in forma anche più estesa che in passato. Oggi esistono imprese multinazionali che controllano il mercato mondiale, aprono e chiudono fabbriche in vari paesi secondo i loro interessi, impongono le mode le tendenze e spingono le persone ad un consumo illimitato dei beni.
Questo invito al consumo è compiuto quotidianamente mediante gli annunci pubblicitari che sono massicciamente presenti nelle televisioni, nelle radio sui giornali e sui muri delle città. Una pubblicità così diffusa, continua sofisticata e abile a persuadere è potente mezzo di condizionamento, di cui è quasi impossibile non risentirne.
Tutto questo avvicina in modo incredibile la realtà attuale a quanto descritto ne romanzo di Huxley, il quale già ai suoi tempi aveva intuito a quali conseguenze avrebbe portato una civiltà troppo legata all’ideologia della produzione e del consumo.
Anche gli abitanti del Mondo Nuovo ricevono fin dall’infanzia i messaggi continui e repentini che fanno di loro dei bravi consumatori; infatti vengono stampati nella loro mente dei consigli come questo: quando un bene non serve più non si deve buttare; le riparazioni non hanno senso e bisogna sempre correre all’acquisto di cose nuove.
Nel Mondo Nuovo gli individui sono totalmente allineati, cioè portati a vivere come il sistema ha deciso che essi debbano vivere: alienazione significa infatti “diventare qualcosa d’altro “, qualcosa di estraneo alla propria natura. Nel M. N. si è selezionati già prima di nascere, in base a dei puri calcoli economici, che faranno di noi un operatore della catene di montaggio.
Si deve poi essere forzatamente felici, bene inseriti nella vita sociale, contenti del ruolo che c’è stato fissato e ben disposti alla obbedienza. In caso di qualche malumore, ecco pronte le dosi “soma” , una droga che ci fa evadere nei paradisi artificiali per periodi anche lunghi e fa scordare, un volta tornati nel mondo, ogni problema.
Ogni volta che si vuole qualcosa lo si deve avere subito e non è previsto un intervallo tra desiderio e sua realizzazione, perché ciò potrebbe a conoscere la malinconoia, la precarietà, l’incertezza e il dubbio. Guai se l’individuo si ponesse a riflettere su questi aspetti della realtà e cercasse magari delle soluzioni religiose al “male di vivere”. Quando l’individuo è cosciente di sé ogni sistema totalitario è in pericolo, poiché le dittature vogliono uomini soddisfatti quanto hai bisogni più immediati ma ignorati, quanto ai bisogni più profondi.
Mai un regime totalitario potrebbe concedere all’uomo di essere se stesso fino infondo, di realizzare pienamente la sua umanità e per fare successo ricorre ad un altro mezzo molto efficace, cioè la cancellazione della storia passata e l’eliminazione della cultura.
Gli uomini del M. N. non devono sapere che prima di loro c’era qualcosa chiamato “cristianesimo”, “libertà del soggetto”, ecc.. Tutte realtà che sono state opportunamente cancellate per lasciare spazio alla omologazione culturale: uno solo deve essere il modo di pensare, una sola deve essere la filosofia a cui sia permesso di esistere ne mondo futuro. Si tratta di una filosofia collettivistica, che vuole l’uomo come un essere sempre proiettato al di fuori di se stesso e che non deve impegnarsi mai in prima persona ma nella ricerca sul senso delle cose. La visione della realtà gli è trasmessa già pronta e confezionata dall’educazione e dai condizionamenti; vi è così, una completa e rigida pianificazione anche sul piano culturale.
Non è necessario, nel M. N. che il singolo pensi, rifletta, cerchi faticosamente la verità o elabori delle idee proprie, frutto di studi liberamente scelti. Infatti un uomo colto diventerebbe capace di fare resistenza contro chi vuole decidere al posto suo. Ecco allora che i diligenti del M. N. selezionato rigidamente i libri leggibili dai loro sudditi e quelli pericolosi per la stabilità del sistema. Non sono consentiti per esempio la Bibbia e le opere di Shakespeare. La Bibbia perché il M. N. è un mondo completamente laicizzato che ha sostituito alla religione un nuovo tipo di culto basato sui valori opposti a quelli cristiani (il simbolo della croce è stato cancellato e sostituito con una figura a T). Inoltre la Bibbia è anche quel testo che riassume in se quasi per intero la civiltà che ha preceduto il M. N. e che esso vuole allontanare dalla memoria. L’adorazione della croce viene tollerata solo in quegli angoli sperduti di mondo in cui sopravvivono gli uomini del passato, poveri, tristi e un po’ fanatici.
Non si consente nemmeno Shakespeare; egli è uno scrittore che eredita la cultura rinascimentale e fa vivere nelle sue opere l’uomo totale, cioè padrone di sé, capace di decidere e dominatore della realtà; si vuole invece per il M. N. un uomo parziale, “dimezzato” e programmato per obbedire.
L’uomo di Shakespeare e della vecchia umanità conosce anche il dubbio; si veda per es.
l’ “Amleto”. Ma il dubbio è un lusso che gli abitanti del M. N. non possono permettersi, essendo delle semplici pedine, delle cose, dei meccanismi quasi automatici.
10) INTERPRETAZIONE DELLE INTENZIONI DELL’AUTORE
Aldous Huxley ha tracciato con la sua fantasia le linee di una società che si presenta come il contrario di ciò che la ragione si aspetta quando pensa ad una civiltà ideale.
Nella letteratura inglese vi è un'opera che descrive una città perfetta e giusta: è l'"UTOPIA" di Tommaso Moro (Thomas More). Mentre More, per polemizzare contro le ingiustizie del suo tempo propone un modello di civiltà verso cui tendere, Huxley, al contrario, pensa ad una realtà da cui è conveniente prendere le distanze; in questo senso si può parlare di "antiutopia".
L'autore intende dimostrare a quali conseguenze disumane e assurde si giunge quando si vuol creare un mondo troppo pianificato, troppo perfetto e troppo uniforme. Si parte dal sogno di riplasmare l'umanità, di renderla migliore, di abolire le cose che non vanno, di togliere ogni ansia e ogni sofferenza dall'animo umano.
Si vuole che gli individui abbiano ogni svago e ogni godimento possibile, che vedano film odorosi e siano circondati di musica, che vivano con ogni comodità, che lavorino senza sforzo, che abbiano una vita sociale molto intensa, che intrattengano varie relazioni sessuali, che possano viaggiare e che possano sognare tutti i paradisi possibili. Non devono poi sperimentare cosa siano le malattie, la depressione e l'invecchiamento, così da avere al momento della morte il corpo e le energie di un trentenne.
Sembra di essere di fronte ad una situazione auspicabile, sembra la realizzazione di sogni autenticamente umani. Ma tutto ciò è ottenuto con mezzi assai discutibili e pagando un caro prezzo, cioè la trasformazione degli uomini in cose, in automi guidati da una volontà a loro estranea e che li priva di una vera libertà. Che cosa rimane di un uomo se questo non è libero fino in fondo e non è messo in grado di decidere autonomamente?
Nel Mondo Nuovo il principale strumento impiegato per limitare la libertà dei singoli è quello della propaganda, a cui essi sono sottoposti fin dall'inizio della loro vita. Tale propaganda prende il nome, nel romanzo, di "ipnopedia", cioè una sorta di pedagogia svolta durante il sonno. Essa consiste nell'obbligare i bambini e poi i giovani ad ascoltare, mentre dormono, una precisa serie di insegnamenti predisposti allo scopo di plasmare il loro pensiero secondo i dettami del regime. Vi è un'educazione studiata appositamente per ogni livello sociale, così da creare nei soggetti una forte coscienza di classe.
Il condizionamento ipnopedico tende poi a far interiorizzare tutto ciò che riguarda i comportamenti da assumere sia in pubblico sia nella vita personale e privata. Il principio base è che nessuno vive per sé solo e che tutti appartengono a tutti; ne deriva la proibizione di vivere in solitudine e in maniera appartata per coltivare le proprie inclinazioni e per conoscere se stessi; si è obbligati a vivere sempre comunitariamente. Si incoraggiano per esempio i giovani ad uscire contemporaneamente con più partners e ad avere rapporti promiscui, dato che una relazione monogamica apparirebbe superata e patetica. Anche avere una famiglia è severamente vietato, poiché anch'essa sarebbe un ingombrante ricordo di un'epoca che si vuole cancellare; inoltre solo il fatto di pronunciare in presenza di altri i nomi di "padre", "madre" e "figlio" crea un enorme gelo, imbarazzo e sorrisetti ironici.
Si è partiti dunque con l'idea di costruire una società di uomini felici, e si è arrivati invece a creare soltanto dei robot, diretti dall'esterno, e a sopprimere l'interiorità, la libertà di scelta e di ricerca, la vita sentimentale e famigliare, cioè tutti quei fattori più tipicamente umanizzanti.
11) COMMENTO PERSONALE SUL LIBRO LETTO
“Il Nuovo Mondo “ disegna un futuro poco desiderabile, a cui ci si augura di non dover mai giungere. Esso dimostra a quali conseguenze potrebbero portare la ricerca di un mondo troppo perfetto, il culto esasperato per la scienza e la tecnologia, un’economia di sfruttamento e la pianificazione della vita umana in tutti i suoi aspetti.
Mi ha molto colpito ciò che l’autore ha rappresentato nel suo testo riguardo a quest’ultimo problema riguardante la pianificazione, il condizionamento degli individui. Capita spesso nella storia che gruppi ristretti cerchino di sottomettere masse enormi di uomini; e come riescono a realizzare questo perverso desiderio? Plasmando le persone come cera e piegandole ad una facile sottomissione, promettendo loro la felicità ed un avvenire radioso.
Le dittature sanno essere molto persuasive e fanno leva sul desiderio umano di una vita con pochi problemi in cui le cose non costino troppa fatica . “ Rinunciate a pensare con la vostra testa –sostengono- e accettate il programma di chi lavora per voi e vi guida verso un mondo rovinato, nel quale la rinuncia a voi stessi sarà ripagata da enormi vantaggi”.
Ma delegare agli altri (al potere) la fatica dipensare, togliere all’uomo ciò che egli possiede di più vero e più impagabile: la libertà, Huxley ha colto con molta efficacia, scrivendo agli inizi del secondo secolo, a quali orrori avrebbero dovuto assistere entro breve tempo l’Europa e il mondo, in presenza di minacciosi sistemi politici fortemente liberali. Il nostro tempo, pur così avanzato in molti campi, non ha saputo evitare tragedie come il nazismo, il fascismo, lo stalinismo e le altre dittature divario colore politico.
Privati della libertà e della consapevolezza, diventiamo delle semplici macchine, o comunque degli uomini molto limitati; è opportuno invece, per opporsi a questo rischio, far rivivere le migliori idee trasmesseci dalla cultura nel corso dei secoli.
Ricordiamo, per es. il messaggio socratico che invita a conoscere profondamente se stessi (“ gnoti seautòn”, cioè conosci te stesso è un po’ la sintesi del suo insegnamento); ricordiamo l’eredità cristiana fondata sul valore assoluto della persona; l’Umanesimo, che ipotizza un mondo a misura umana, in cui l’uomo stia al centro e sia visto come l’artefice del suo destino; ricordiamo infine l’Illuminismo, che va alla ricerca di un modo di vivere affidato alla ragione.
Da questo si deduce quanto sia importante conservare la memoria storica, che è una notevole fonte di libertà che non casualmente viene respinta da sistemi come quelli del Mondo Nuovo. E’ molto significativo a questo proposito quanto si dice ad un certo punto del racconto: “ voi tutti ricordate e suppongo, quel bellissimo e ispirato detto del nostro Ford: la storia è tutta una sciocchezza “.
E certamente sono delle vere sciocchezze tutte quelle realtà elencate poco oltre: Atene, Roma, Odisseo, Giobbe, Giove, Gotama, Gesù, Re Lear, i pensieri di Pascal, la passione, il requiem, la sinfonia….
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Fine articolo Riassunti libri - recensioni libri tutto di tutto
Riassunto - scheda libro :
“IL TIRANNO E IL SUO PUBBLICO”
Diego Lanza
INTRODUZIONE
Nell’Atene de V secolo, si identifica con tyrannos e tyrannis ogni forma di regime non fondato su un libero patto costituzionale tra cittadini. Nella specie, il tiranno viene visto come nato per corruzione, dal seno stesso della città, il frutto maligno che intossica e uccide la pianta che l’ha prodotto.
Nella polis, i modelli, le forme, le figure poetiche, non meno dei contenuti di pensiero, fanno parte di un sistema ideologico che ha un rapporto di funzionalità con la struttura sociale e le sue contraddizioni. Tutti i fenomeni della vita sociale sono mediati attraverso l’ideologia della città, ed è in questo ambito che deve muoversi la ricerca del critico. Questo aspetto ideologico ha spesso appiattito la figura dell’autore, riducendolo ad un propagandista. Egli, invece, ci offre un’autorappresentazione, distorta ma storicamente coerente, della città, che cerca di conciliare le contraddizioni interne, di trasformare il disordine in ordine. Proprio per questo, possiamo dire che il sistema ideologico non è perfettamente aderente e omologo alla struttura sociale.
Tutta la città è attraversata da un’ideologia anticapitalista, in cui la politica ed il politico giocano un ruolo fondamentale. La produzione culturale è omogenea allo scopo di creare e tutelare la sua stessa omogeneità, prescindendo dalla sua origine di luogo d’incontro. Possiamo perciò parlare di un teatro politico, ma non coincidente, innanzitutto storicamente, con la moderna rappresentazione di questi, cioè come il teatro di Piscator o Brecht: non è un teatro per il proletariato, ma è il teatro del proletariato.
La cultura greca è in movimento, in trasformazione, ma saldamente legata alla concezione di organicità della polis, alla politicità quale criterio di valutazione della vita morale e del sapere. Il tiranno è perciò la personificazione di quello che viene respinto e condannato dalla morale politica: “la città ha bisogno della controimmagine del tiranno per affermarsi essa stessa” (Berve). Le rappresentazioni di tiranni nel teatro greco non sono uguali, si assiste a variazioni seppur piccole, e ciò per evitare la trasformazione in un topos e per mantenere dunque l’aspetto ideologico.
UN TEATRO POLITICO
Nell’attualità (vedi il teatro proletario di Piscator) siamo in una situazione di contrapposizione tra arte e politica, ma non è così nel teatro ateniese: la porzione di queste due realtà è unitaria. Nella Grecia il pubblico è assicurato, ed è questa la prima differenza tra teatro moderno e teatro greco. Il teatro è, infatti, parte dell’organizzazione della città, e la politica è così direttamente inserita nel quadro degli avvenimenti pubblici. Inizialmente attori e autori non sono professionisti, ma ciò non assume nessuna importanza perché tutto, anche i loro errori, sono mediati, filtrati dall’ideologia della polis stessa. Attraverso la dinamica teatrale, il corpo sociale della città si organizza in un tutto armonico, al pari di una società tribale. Il teatro è il farmaco che tiene unita la polis, anche nei momenti di maggiore crisi. Il teatro di Atene è costituzionalmente politico: fa parte della politica, ne mutua l’ordinamento, le modalità contenutistiche, i comportamenti. Nell’epoca attuale, quando si parla di politica, si è sempre attenti che le parole abbiano un significato chiaro e univoco, mentre nella società, e quindi nel teatro, ateniese, la polisemia e l’ambiguità (chiamate significativamente ironia tragica) raggiungono livelli massimi. Il fulcro dell’azione tragica è l’uomo, che ordina e sistema la scena così come ordina e sistema la città, attraverso il suo scontro delle passioni. Ma l’uomo, elemento costitutivo in una recita drammatica di Atene, non è tale in quanto personaggio, ma quanto parte che svolge, cioè si può parlare di tipologia dei ruoli. Queste tipologie lasciano largo spazio alla politica, la quale impedisce che lo spettatore si stranei da se stesso e dimentichi la realtà, politica appunto, che lo circonda. E’ una necessità del pubblico greco, di essere istituzionalmente ammaestrato dal poeta.
Il tiranno si sviluppa grazie allo sviluppo tragico, e sfrutta tutto ciò che nel tragico è compreso, quindi sia il pathos sia la gnome. La figura del tiranno, come vedremo, è sempre, in ogni caso, avversa al pubblico.
POTENZA E MISERIA DEL TIRANNO
A partire da Erodoto, il quale aveva scritto: “Atene, che già prima era grande, allora, liberata dai tiranni, divenne ancora più grande” si sviluppano i caratteri propri del tiranno e della tirannia. La tirannide è infatti sempre rappresentata come un periodo, magari giusto, ma caratterizzato da una debolezza e precarietà di fondo. Secondo quest’ottica la libertà diventa la categoria interpretativa di un problema storico, cioè il rapido sviluppo di Atene nel V secolo. La libertà è simbolo, e suo perfetto contrario è la tirannide, ricalcando il rapporto tra questi opposti sul sistema Greci/Persiani. Il tiranno è inserito nel mito, nel senso che appartiene ad una dimensione mitica, lontana ma parte della tradizione della polis.
Successivamente, ma quasi immediatamente, la condanna della tirannide è motivo topico della celebrazione della democrazia. Curiosamente, più il potere è nelle mani di un singolo, ad esempio nell’età di Pericle, più si trovano nei testi critiche alla tirannide, tese però all’identificare quel singolo come salvatore della città, come garante del fatto che Atene non poteva ritornare in schiavitù.
Nella sua rappresentazione, la tirannide non è presentata come soluzione direttamente politica, ma ha una dimensione umana, in una caratterizzazione prima etica, psicologica poi.
Il tiranno è innanzitutto nemico della democrazia. E’ corrotto, vizioso, fatale alla città. L’elaborazione ideologica del tiranno si sviluppa in uno spazio autonomo, uno spazio politico fuori dalla lotta delle parti, come occasione di riunificazione festiva dell’intero corpo della città.
La presenza del tiranno sulla scena, alquanto consueta, presenta sempre un uomo non padrone del proprio equilibrio, non capace di raggiungere una propria identità. Si teme la sua potenza, ma si disprezza la sua miseria.
Sulla nascita di un tiranno esistono due diverse ipotesi interpretative:
- Il miglior uomo del mondo, se gli capita di diventare tiranno, si allontana dai propri comuni pensieri. La disponibilità di ogni genere di bene fa nascere l’hybris: come dice Solone “sazietà genera prepotenza”.
- Il tiranno è il punto d’arrivo di un’anima abbandonata all’eccesso, secondo Otane.
I tratti comuni tra i tiranni sono abbastanza chiari: disfrenatezza, irrispetto verso le tradizioni, i culti e verso la pietas, ricerca del guadagno. La vita di ogni tiranno è però legata indissolubilmente alla vicenda drammatica, è una figura che varia prevalentemente per il variare della concezione di libertà.
Secondo la prima ipotesi, l’uomo è corrotto perché ha potere illimitato, senza alcun controllo. Da questo nasce il contrasto tra aneuthymos (senza controllo, quindi tirannico) e hyreuthymos (soggetto a controllo, quindi della polis democratica). Il potere (kratos) assicura l’arbitrio sulle questioni, creando così un rapporto tiranno-cittadini pari a quello padrone-schiavi.
Si apre ora la miseria del tiranno, cioè la paura. E’ la paura dei cittadini, come dice Antigone:
“Anche costoro lo pensano, ma davanti a te gli si chiude la bocca”
(Sofocle, Antigone, v. 509)
Ma anche e soprattutto la paura che prova il tiranno:
“è in timore per la tirannide”
(Euripide, Supplici, v. 449)
Dice Creonte:
“Vi sono in questa città uomini che già da lungo tempo mi sopportando male e di nascosto tramano contro di me e scuotono la testa. Non piegano di buon grado il collo al giogo per compiacermi”
(Sofocle, Antigone, v. 289 e seg.)
E anche Edipo teme il complotto, come appare nel dialogo con Creonte:
“Hai tanta sfrontatezza da presentarti al mio palazzo, assassino riconosciuto di quest’uomo e predone manifesto del mio potere? Orsù, dimmi, per gli dei, che viltà o follia hai visto in me per ordirmi contro queste macchinazioni?”
(Sofocle, Edipo Re, vv. 532-37)
La paura del tiranno non è circoscritta agli avversari, ma investe tutti, compresi amici e parenti (vedi Edipo e Creonte), come dice lo Zeus del Prometeo:
“da questo morbo è afflitta la tirannide: non doversi fidare degli amici”
(Eschilo, Prometeo, vv. 224-25)
La paura genera diffidenza, e questa spiega molte delle azioni del tiranno, come quella di sopprimere i migliori della città in quanto potenziali usurpatori. Così, Eteocle, nelle Fenicie, invoca Eulabeia, la dea della Cautela, che diventa la dea giustificatrice delle sue azioni.
Quella del tiranno è una versione nuova di virtù, costituita non più da religiosità o pietas ma bensì dall’accortezza e dalla circospezione del politico. Ma il tiranno è circospetto perché è nella situazione di
“governare in mezzo alle paure”
(Sofocle, Edipo Re, v. 585)
La domanda è dunque se il potere sia felice o miserevole, se il tiranno è costretto a compiere i mali, o se egli può veramente fare ciò che vuole. Tra questi due termini si muove ogni rappresentazione del tiranno, senza una determinata cronologia: è un’oscillazione continua. Ma questo lascia libertà al personaggio di crearsi una propria identità.
I termini consueti del tiranno sono l’ira, la violenza e la lussuria, cioè la sua incontinenza (akrasia).
Gli ultimi due si compiono insieme, infatti spesso la violenza è si tipo sessuale sulle donne. Più complesso è il primo. Creonte dice alla guardia che l’informa del seppellimento di Polinice:
“Taci, prima di riempirmi d’ira con le tue parole”
(Sofocle, Antigone, v. 280)
e poi:
“Non ti rendi conto di parlare di nuovo in modo irritante?”
(Sofocle, Antigone, v.316)
L’irascibilità è connaturata alla figura del tiranno, così come appare nel dialogo tra Edipo e Tiresia (Sofocle, Edipo Re, vv. 343-46, 364). L’ira impedisce il discernimento, e nasce anch’essa dalla paura. Edipo è precipitoso perciò irascibile: non gli è concesso indugio. Il potere, in tal caso, è costrizione e non libertà.
L’intolleranza del tiranno nasce anch’essa dalla paura: egli vede tutti simili a sé e perciò non concepisce la possibilità che alcuno non voglia essere come lui.
Altro carattere del tiranno è l’avidità di guadagno. Creonte parla sempre di denaro, guadagno, oro. L’avidità fa nascere l’empietà e da quella scaturisce la blasfemia. Viene scalzato il comportamento etico:
“Non v’è uomo che abbia potere di contaminare gli dei”
(Sofocle, Antigone, v. 1044)
Per Creonte questa è la giustificazione del suo operato: il divario tra umano e divino.
Edipo è diverso. Attraversa tre fasi: buon re, tiranno sospettoso e violento, punitore di se stesso. Nella fase tirannica, egli è violento contro Tiresia, e rivendica la propria intelligenza staccata dal divino, disprezza la mantica.
L’empietà, l’ingiusto guadagno, l’ira hanno un protagonista comune, generato dalla prepotenza (hybris): il tiranno.
Questo suffraga Otane: dalla prepotenza germoglia il tiranno. Il tiranno è un fallito, generato dall’hybris e non dalla polis. Per questo non può essere identificato in un personaggio storico.
Il tiranno è sempre opposto alla democrazia, al buon sovrano (Edipo all’inizio dell’Edipo Re, Creonte finché segue Tiresia, Teseo nelle Supplici), ma ha anche altri due corrispondenti contrari: il libero (eleutheros) e il saggio (sophron).
IL LIBERO E IL SAGGIO
La prima, necessaria constatazione, è che il tiranno non può che continuare ad esserlo: l’uomo si fa schiavo per proprio volere, ma una volta divenuto tiranno non può più ritornare alla perduta dimensione. Il tiranno proietta attraverso i suoi gesti, le sue parole, la costrizione cui è soggetta la sua anima fuori di sé. Secondo l’analisi di Freud, violenza e lussuria sono in noi, pronte a risvegliarsi durante il sonno, ma in alcuni individui può sovvertirsi l’ordine naturale di sanità di mente (sophrosyne). Chi priva gli altri della propria libertà, priva sé della sua stessa. La città in cui il tiranno opprime i suoi sottoposti, e il tiranno stesso, la sua anima, nella quale il prevalere degli appetiti fa sparire la razionalità e sopprime ogni facoltà di scelta: è la schiavitù totale. Il contrario è perciò l’eleutheria, ma anche la sophrosyne, in quanto senza sophrosyne non può esserci eleutheria. Saggezza è quindi libertà.
Il termine eleutheros indica diverse situazioni:
- disporre della propria persona
- indipendenza di un popolo, di una città
- non soggetto al potere di uno o di una oligarchia
- libertà assoluta (falsa libertà: libertà non è paranomia ma sophrosyne)
Per acquistare libertà è comunque necessaria la legge (il nomos): la legge è padrona. Per gli Spartani ciò significava una istitualizzazione della polis, invece per gli Ateniesi questa sentenza dà vita a tale ragionamento: libertà = legge, legge = partecipare alla vita politica, libertà = partecipare alla vita politica. Quindi essere libero è sinonimo di comandare. Il tiranno è perciò colui che ha per sé tutto il potere, gode dell’assoluta libertà ed è padrone di ogni altro cittadino.
Esaminiamo ora cosa significa eleutheria per Euripide e Sofocle.
Euripide: la libertà è collegata con la morte. Libero è chi sa prendere una decisione, anzi, è già libero chi di buon grado (hekon) accetta ciò che altri hanno scelto per lui: non importa ciò che accade all’uomo, ma ciò che accade nell’uomo. Questo implica la necessità di una scelta morale che compone una diversa figura di sé. In questo si origina il conflitto del personaggio : il momento centrale della tragedia non è un agon ma un monologo.
Così è anche per Sofocle, nelle cui tragedie la città diventa modello conoscitivo. Creonte non sa decidere; chiede al corifeo, fino ad allora disprezzato e ignorato:
“Che cosa dunque occorre fare? Dimmelo, ed io ti obbedirò”
(Sofocle, Antigone, v. 1099)
Antigone invece è libera, al contrario di Creonte e di Ismene, alla quale rinfaccia:
“Tu non volesti farlo”
(Sofocle, Antigone)
Lo stesso Creonte avverte la differenza tra Antigone e gli atri personaggi. Al momento della condanna a morte, così la pronuncia:
“Tu che hai vissuto libera, scendi all’Ade”
(Sofocle, Antigone, v. 821)
Interessante è notare che in questo caso libera è la traduzione di autonomos, che sottolinea il fatto che Antigone non riconosce come nomos le leggi di Creonte.
Libero è perciò l’uomo in cui non prevale nessuna passione, che sa giungere a meditata decisione, così come è libera la città in cui tutte le forze possono scontrarsi e comporsi, unificandosi nella decisione.
Il significato del termine sophron è più chiaro, ma pone anch’esso dei problemi. Lo possiamo intendere come:
- sano di mente, che ha come correlato l’eusebeia e come opposto l’hybris (chi si ribella alla tradizione – e perciò è hybristes – non può essere sano di mente)
- assennato (nel senso di sapere evitare timore e dolore)
- saggio (anche nell’accezione di colui che accetta il proprio destino)
Analizziamo secondo Euripide e secondo Tucidide.
Euripide, nell’Ippolito, pone la sophrosyne come virtù sovrana. I principali attributi del sophron sono di saper resistere ad una passione/confusione presente nell’anima stessa. E nel caso, tale confusione può essere anche portata da una divinità, ad esempio Afrodite, che è emblema della passione e della sensualità.
Tucidide identifica la sophrosyne con un insieme di tranquillità (hisychia), rispetto (aidos), ponderatezza (bradytes), esercizio (askeisis); per lui i veri sophrones sono i Lacedemoni, mentre gli Ateniesi sono sophoi, cioè ricchi d’inventiva, audaci, amanti della novità. Nel Carmide, nella conversazione tra Carmide e Crizia, appaiono molte definizioni di sophrosyne, tra le quali appaiono come caratteri prevalenti il “badare ai fatti propri” e “conoscere se stessi”.
La saggezza acquista così il valore di virtù sociale: mantenersi nel proprio all’ordine stabilito e mantenere l’ordine nel proprio intimo, nella quale definizione appare la corrispondenza tra uomo e polis.
Il tiranno è la negazione del libero e del saggio: altera l’ordine stabilito dagli dei, appare come hybristes che si eleva oltre i limiti umani perché è intimamente disordinato e non può possedere una propria soggettività.
La figura del tiranno è comunque in trasformazione, così come la città. La sua è la parabola di trasformazione dell’etica: diventa il disvalore fondamentale del modello umano.
IL TIRANNO SULLA SCENA
- Teseo:
“ Nulla di più dannoso c’è che un tiranno per la città, dove al primo posto non ci sono leggi comuni, ma domina uno solo che si è appropriato lui personalmente della legge”
( Euripide, Supplici v. 402 e sg.).
In questo passo appare quale sia il rapporto tra tiranno e democrazia. La tirannide è una minaccia ed è per questo condannata (probabilmente vuole essere un avvertimento ad un qualche ateniese che meditava il colpo di stato). Nel passo delle Supplici l’araldo è tebano e ciò è importante in quanto a Tebe è presente il tiranno. Perché questo? Usare il termine tiranno è già troppo scottante per l’epoca. L’inserirlo così in una tragedia è uno strappo alla favola mitologica, secondo l’atteggiamento di inserire la politica nel teatro per solleticare l’identità del cittadino. Nello stesso brano Euripide utilizza la tecnica della sentenziosità. La tirannide è teorica mentre la democraticità è pratica. Notiamo anche che nelle Supplici tutti i personaggi dei Sette contro Tebe hanno caratteristiche assimilabili all’ideale di sophrosyne. Tutto è attraversato dalla gnome, spettacolo e gnome si intrecciano, lo spettacolo diventa veicolo di persuasione.
- Egisto è un tiranno caratterizzato dal phobos. Il phobos implica il rendere hybristes, identificando così dell’Elettra di Euripide con il tiranno più classico.
- Nelle Fenicie di Euripide appare il contrasto tirannide/uguaglianza attraverso il discorso religioso di per sé in contrasto col politico, secondo la sentenza che ci si debba trovare a decidere tra tiranno o polis.
- Edipo Re di Sofocle. Edipo attraversa tre trasformazioni:
- Buon sovrano
- Despota intollerante, blasfemo ed empio
- Punitore di sé.
Nella seconda fase si ribalta la situazione di buon sovrano, secondo la connotazione tipica del tiranno. E’ la totale negazione della pietas. Il tiranno Edipo si basa solo sulla gnome, seguendo un percorso degenerativo che lo priva della libertà. E’ un’implicita critica alle nuove scuole di pensiero, alle quali Tiresia, inusuale per un sacerdote, risponde sul piano politico. La figura di Edipo assume valore gnomico e drammatico.
Creonte parla dell’inopportunità della tirannide (pag.146). Edipo ha autonomia gnomica importante quanto quella drammatica, allargandosi dalla finzione scenica per coinvolgere il pubblico. La tirannide comincia nel momento in cui si ha il contrasto con Tiresia: secondo Sofocle la tirannide nasce dall’errore religioso. Anche questo simboleggia un’implicita critica: il contrasto Edipo-Delfi è assimilabile al contrasto Atene-Delfi, passando a identificare il rapporto Pericle-Delfi.
- Il Creonte, nell’Antigone di Sofocle, appare simile all’Edipo ma non ha comunicazione con gli altri personaggi. Pensa da tiranno perciò è tiranno. Tutti i discorsi di Creonte, però, non sono a favore della tirannide, tanto da identificarlo con un modello di cittadino paladino dei diritti della città che però li infrange. Creonte è estremamente confuso: assistiamo a un contrasto tra consanguineità e nomos, addirittura ad un contrasto tra ciò che dice e ciò che fa. Un’altra caratteristica di Creonte è quella di proiettare sui suoi antagonisti i suoi difetti. Come già detto la confusione è il tratto distintivo di Creonte. Non pratica la moderazione ma ne è convinto sostenitore; rifiuta il piacere come pericolo per la disciplina della città, identificando il male con l’indisciplina, il rifiuto dell’autorità (anarchia); condanna il desiderio di guadagno (kerdos) in Tiresia; tutti i discorsi di Creonte sono vestiti di gnome a favore della città. Ma Emone sottolinea:
“ Città non è quella che è di un uomo solo”
(Sofocle, Antigone, v.737)
Creonte è padrone e tutti gli obbediscono ma gli sfugge il significato degli avvenimenti, la decisione consapevole, l’attuazione di una razionalità progettuale. La sua inconsistenza è data nel non saper essere uomo consapevole delle proprie azioni.
La negazione della polis è negazione di se stessi in quanto personaggio razionalmente compiuto, in quanto micropolis che verifica nella propria coscienza la razionalità di un ordine pluralistico armonicamente connesso: la razionalità della polis.
LA PATRIA DEL TIRANNO
- Perché le riforme di Clistene hanno così tanto favore e frutti così duraturi?
- La diversità di Atene dipende dalla struttura politica o tale diversità è effetto di un’altra differenza strutturale più profonda? Lo spazio del teatro è l’Atene democratica di Clistene e di Pericle. Il tiranno nega l’ordine, l’ordine su cui si regge la polis, quello che si identifica con il possesso comune della città.
- Nell’Atene dell’epoca la figura del tiranno sembrava semplificatrice ed evasiva? Ricordiamo che il tiranno è una figura ideologica, il doppio rovescio del libero e del saggio. Non è traduzione storica, tanto che abbiamo da credere che il sospetto-disprezzo per la tirannide fu conseguenza e non anima della rappresentazione.
- Perché il tiranno non si istitualizza? La tirannide fu sempre la rottura del tessuto sociale della polis, una rottura dell’equilibrio dell’egualitarismo oligarchico dell’antica città aristocratica. Ed estraneo alla polis rimane: s’impone, si regge sul proprio prestigio individuale con mezzi economici e militari, si sovrappone all’istituzione, non la sostituisce.
- Perché non diventa re, non fonda una dinastia? Non poteva. Nella polis non c’era apparato statale, tutte le cariche erano temporanee e parte del dovere di un cittadino. Lo stesso carattere della tirannide greca presuppone l’inesistenza dello stato, almeno come stabile apparato cui si delega l’amministrazione del potere. Ma il potere nella città greca, è sentito come potere di qualcuno su qualcun altro. Atene mantiene un’organizzazione non dissimile a quella di un villaggio. E’ un’ideologia organicistica che si forma ed è garantita dal sentirsi la città come comunità anzi che stato. L’egualitarismo è un’eredità della polis gentilizia anziché una conquista del demos. L’uguaglianza è sulla proprietà pubblica ma il problema si pone poiché il pubblico è scinto dal privato. Questo problema dà vita a quello del non cittadino: gli stranieri non avevano diritto di cittadinanza, non potevano essere proprietari della cosa pubblica, nella quale si identificava persino la terra. La natura del tiranno è duplice: nasce dalla non statualità della polis, ma a questa deve il posto di usurpatore, deve la mancanza di istitualizzazione e quindi la sua scomparsa.
- Rapporto tra istituzione religiosa e organizzazione sociale. Le istituzioni religiose in Grecia hanno la loro esistenza fuori dalla città. Le uniche corporazioni religiose, diventate punto di riferimento, sono quelle sacerdotali. Solo a Delfi l’apparato religioso fa parte dell’apparato diplomatico e politico, ma si avvicina sempre più a quello politico, quale coordinatore della forza delle poleis, bilanciando le lotte internazionali tra democratici e aristocratici. Ma tutto ciò fa parte dell’implicità del santuario, mentre chiaro rimaneva ad Atene il giudizio etico morale sulla città. Delfi non è però una forza interna, e ciò dimostra che all’interno di Atene non esisteva una istituzione religiosa compiuta. Nella mancanza dell’organizzazione statale e dell’istituzione religiosa, è logico che l’ideologia trovi il suo alveo nella cultura. Sin dal tempo degli aedi – rapsodi la” letteratura” aveva carattere morale, ed ora ancor di più, soprattutto nella prosa, dove appare chiara l’egemonia aristocratica. Ciò è chiaro a Protagora, insegnante delle techne politikè, per il quale la polis è il punto di arrivo del processo di perfezionamento, iniziato sì dagli dei ma condotto dagli uomini. La socialità è una conquista, l’ultima, il necessario completamento e coronamento delle altre, è un sapere che comprende tutti gli altri saperi. E’ una corrente ottimistica che porta alla riedizione del mito di Prometeo (che non viene punito ma lodato, il mito in cui Zeus perfeziona i doni di Prometeo), ed alla rivalutazione di Solone, invocato come mediatore al pari dello Zeus che completa l’opera di Prometeo, identificato in Clistene.
- La politicità della vita sociale porta a questo giudizio: solo ciò che è politico è razionale. La razionalità trova nella politica la propria fondazione. Nell’animo dell’uomo ateniese è sempre presente la città e le sue parti, il loro conflitto, la riunificazione e la scoperta dell’identità nell’atto razionale e politico della decisione consapevole. Il criterio di ciò che è ragionevole segue i canoni di ciò che è politico: ciò che nella politica risulta estraneo viene censurato. E’ una repressione dell’istintuale, ma anche dell’economico, poiché l’economia come l’istintualità segue regole che prescindono dall’organizzazione politica. Sesso, istinto e sentimento sono limitati, così come la donna è repressa e segregata, lei che di ciò è considerata portatrice. La donna è temuta come elemento estraneo e di disturbo alla razionalità politica. La demonicità femminile percorre tutta la tragedia greca, dalle Eumenidi alle Baccanti.
Nella figura del tiranno confluiscono tutti gli aspetti che l’ideologia politica rifiuta, e vi confluiscono in segno negativo. La figura del tiranno vive e si sviluppa dalla necessità sociale di un capro espiatorio, di un idolo polemico atto a impersonare tutto quello che la polis rifiuta come ad essa estraneo. E infatti il tiranno è sempre di una città esterna, meglio se barbara. Il mito del tiranno ha vinto . Non soltanto è riuscito a consegnare alla tradizione un’immagine della polis pulita e sgombra di ogni torbidezza irrazionale, e soprattutto nel limitare rigorosamente ciò che dev’essere greco da ciò che greco non può essere, ed è quindi confuso, disordinato, impolitico.
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Riassunto - scheda libro :
Italo Svevo
La Coscienza di Zeno
L’AUTORE
Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz, nasce a Trieste nel 1861 da una famiglia ebrea della borghesia commerciale. La sua formazione culturale è fondamentalmente autodidatta (legge opere di Schiller, Heine, Goethe, Richter); frequenta la scuola israelita della sua città, quindi passa in un collegio in Baviera per proseguire gli studi commerciali che completerà in seguito a Trieste e per imparare il tedesco. In questo periodo comincia a scrivere testi teatrali.
In seguito al fallimento del padre, Svevo è costretto ad abbandonare gli studi per impiegarsi, nel 1880, alla Banca Union di Vienna, dove rimane per diciotto anni, anni descritti accuratamente nel romanzo “Una Vita”.
Più che soffermarsi sui grandi classici (Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini, De Sanctis, Carducci), Svevo si interessa ai contemporanei, ai naturalisti francesi, soprattutto a Zola. Particolare è soprattutto la sua apertura alla cultura mitteleuropea: da Darwin a Schopenhauer, dai grandi narratori russi fino a Freud. D’altra parte Svevo vive a Trieste, città dell’impero asburgico e quindi di cultura tedesca, ma nello stesso tempo aperta sia al mondo slavo che a quello latino. Ed è proprio questa moderna ricchezza culturale di Svevo a determinare l’incomprensione in Italia. Infatti solo nel 1925 Montale si accorge della novità dei suoi romanzi.
In questo periodo pubblica alcune commedie su modello francese (Courteline, Zola), due novelle, una delle quali (L’assassino di via Belpoggio) diventerà famosa e il suo primo romanzo, “Una vita”.
Il 4 ottobre 1895 muore alle ore 4 e 7 minuti la madre di Svevo; questi numeri ricorreranno in maniera ossessiva nelle sue opere, in quanto egli si sentirà sempre colpevole di aver sofferto poco per la scomparsa della madre (nella Coscienza di Zeno registra il proposito di smettere di fumare alle “4-7 pom.”).
Nel 1896 sposa la cugina Livia Veneziani e nel 1897 nasce la figlia Letizia.
Del 1898 è il suo secondo romanzo, “Senilità”, ma l’insuccesso di quest’opera lo induce a rinunciare per venticinque anni alla letteratura (il cosiddetto “silenzio di Svevo”), a dedicarsi allo studio del violino e dal 1899 inizia a lavorare nell’industria dei suoceri (produttrice di vernice per imbarcazioni). Non abbandona del tutto la letteratura, infatti inizia a scrivere alcune novelle, testi teatrali e appunti per la futura stesura de “La coscienza di Zeno”. Nel frattempo approfondisce lo studio della lingua inglese. A questo periodo risalgono l’amicizia fra Svevo e Joyce, dal quale prende lezioni d’inglese e la lettura di Freud che lo porta a interessarsi della psicanalisi, vista da Svevo come “una grande filosofia” che permette all’artista di rinnovarsi (da qui nascerà la teoria del fraintendimento).
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale turba profondamente Svevo: la famiglia si disperde, la fabbrica di vernici è costretta a chiudere. Solo nel primo dopoguerra ricomincia a scrivere e nel 1919 finisce la stesura de “La coscienza di Zeno”, pubblicato nel 1923, anche se fino al 1925 non otterrà successo. Da questo momento inizia una nuova e feconda stagione creativa con la pubblicazione di novelle e testi teatrali.
Svevo muore nel 1928 in seguito a un incidente d’auto.
Il Pensiero
Italo Svevo si colloca in un’atmosfera culturale ormai novecentesca e ben distinta da quella decadente di cui rifiuta l’estetismo, il simbolismo, il maledettismo e la fuga della realtà. In particolare Svevo è attratto da Schopenhauer, Darwin, Marx, Freud e, negli ultimi anni, da Einstein. Tuttavia egli pensa che l’artista debba essere libero di “fraintendere” i vari pensatori allo scopo di trovare nuove soluzioni inventive e stilistiche. Così Schopenhauer non è per Svevo l’esaltatore dello spirito contemplativo ma l’assertore del “carattere effimero e inconsistente della nostra volontà e dei nostri desideri”. Più evidente è il fraintendimento di Darwin; infatti, l’applicazione della legge della selezione naturale e della lotta per la vita è vista da Svevo in senso opposto a quello di Darwin. Per Svevo l’uomo incapace di adattarsi all’ambiente rappresenta la punta più alta dell’evoluzione, in quanto è spiritualmente più forte e libero, non deve sacrificare la sua creatività per adeguarsi all’ambiente.
Per quanto riguarda il pensiero marxista, Svevo lo elabora in contesto pessimistico, escludendo la possibilità di integrazione fra individuo e gruppo sociale.
Infine Svevo si avvicina alle teorie sull’inconscio freudiano riproponendo le tematiche dell’inettitudine e della malattia, convinto però dell’immodificabilità del carattere e quindi dell’inefficacia delle terapie psicoanalitiche; resta fondamentale per lui non tanto la guarigione, ma la speranza nella guarigione. Con l’accostamento a queste teorie Svevo importa in Italia il romanzo psicoanalitico, improntato a un inquieto e morboso psicologismo.
L’elabarazione di tutte queste teorie porta alla centralità della figura dell’inetto nell’opera di Svevo, figura i cui tratti si possono ritrovare in Dostoevskij, Schopenhauer e Bourget, interpreti della malattia della volontà, della crisi dell’unità della persona, del disadattamento sociale.
TRAMA DELL’OPERA
Zeno Cosini, appartenente ad una ricca famiglia triestina, ritenuto inetto negli affari, in cura da unopsicanalista -il medico S.- scrive su invito del medico stesso la storia della sua vita. A libro finito arriva però alla conclusione che è inutile guarire dalla malattia e interrompe la cura. E così il suo medico per vendetta pubblica la storia. Il libro inizia proprio con questa lettera del medico di presentazione del libro. La narrazione non segue il tradizionale criterio cronologico, ma è strutturato per capitoli tematici che affrontano di volta in volta un aspetto della vita del protagonista.
“Il fumo”, con gli inutili tentativi di liberarsene con continue e lapidarie affermazioni come “ultima sigaretta”, continuamente smentite.
“La morte di mio padre”, che perseguita continuamente il protagonista nel ricordo perché, morente, il padre ha alzato la mano su di lui come per schiaffeggiarlo e l’equivoco è anche un esempio di come i fatti vengono malamente interpretati e filtrati dall’inconscio.
“La storia del mio matrimonio”, avvenuto per errore e come mezzo di ripiego all’ultimo istante. quando, in una seduta spiritica, crede di confessare il suo amoread A da Malfenti e invece sbaglia persona e si rivolge ad Augusta, la sua sorella brutta e strabica che si rivela però, una moglie premurosa e gentile e comprensiva.
“La moglie e l’amante”: Carla diventa l’amante di Zeno attraverso il pretesto di lezioni musicali e canore. Egli non si decide a scegliere tra moglie e amante (ragazza giovane e spregiudicata), e riesce anche a giustificare razionalmente questa situazione come una compensazione al suo carattere di “inetto”.
“Storia di una associazione commerciale”, egli entra in società con Guido Speier, che aveva sposato la sua Ada, ma Guido tradisce la moglie con la segretaria ed Ada si rivolge anche a Zeno e sembra si ridetermini una fiamma d’amore tra i due in occasione del falso suicidio di Guido. Guido infine si suiciderà davvero ma, anche lì, si tratta forse di un tentativo ingannevole poi terminato tragicamente a causa di una serie di circostanze. La ditta è mezza fallita e Zeno cercherà di tirarla fuori dai guai per salvare i soldi di Ada, ma in realtà il vero scopo è di prendersi una rivincita agli occhi della stessa Ada. Così, giunto in ritardo ai funerali, proprio per raddrizzare le vicende economiche della società, non parteciperà al funerale di Guido (ne segue erroneamente un altro), tirandosi addosso le reprimende di tutti e della stessa Ada.
“Psicoanalisi” è il capitolo che sancisce l'interruzione della psicanalisi e narra che durante la guerra intraprende riusciti commerci, finchè giunge al punto che “non si deve nè comprare nè vendere” e quindi la vita che fa non gli dispiace. La conclusione di Zeno è che “la vita attuale è inquinata alle radici” e sarà un malato che farà esplodere il pianeta collocandovi un ordigno al centro.
Nel romanzo uno stesso periodo della vita di Zeno viene rivisto più volte sotto ottiche diverse, mentre avvenimenti contemporanei tra loro sono raccontati in capitoli diversi, si perde dunque l'unità temporale del racconto, seguendo in questo i meccanismi dell'inconscio, dove non
esiste un tessuto temporale.
ZENO COSINI
E’ il protagonista del romanzo, non solo, ma è anche “il personaggio che dice io”, la voce che narra, attraverso il cui punto di vista, attraverso i cui occhi e la cui memoria noi apprendiamo tutto quanto nel romanzo succede. Lo vediamo, anzitutto, alle prese col vizio del fumo (cap. 3), e già qui egli dimostra alcune sue non secondarie caratteristiche: diviso tra il proponimento di liberarsi del vizio e la fedeltà al vizio stesso, egli, in realtà, resta attaccato a questa divisione o dialettica psicologica, e non si nega nè la libertà di fumare nè la libertà di immaginare un meraviglioso futuro per un se stesso liberato del fumo (si noti di quanti paradossi verbali sul concetto di libertà sia ricco, non a caso, il romanzo). Come ammette egli stesso: “Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quando è l’ultima. Anche le altre hanno un gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano“. Il suo modo di vivere, insomma, è quello di una lata, comoda e tutta interiore disponibilità a più destini che non vuol tradursi mai in una scelta decisa e pragmatica, perché questo comporterebbe una riduzione ed un impoverimento di sé, la morte di tutto quanto è stato sacrificato alla sola via che si è concretamente ed energicamente intrapresa. Non è che Zeno non voglia guarire, ma non vuole “soltanto” guarire: la sua inettitudine e il suo continuo procrastinare la soluzione dei propri conflitti psicologici sono un modo per garantirsi di poter soddisfare, nel loro continuo alternarsi, i propri desideri contrastanti, nel momento in cui essi si manifestano. Della ricchezza e complessità della sua vita spirituale, così, egli può fare la sua vera “professione”, divenendo un raffinato analista e auscultatore di sé, muovendosi ad accompagnare il più da presso possibile il succedersi dei propri istinti e desideri. Ciò di cui Zeno ha soprattutto paura è la rinuncia definitiva, la fine assoluta. Quando, a vent’anni, ammalato, si sente imporre un’ “assoluta astensione dal fumo”, la parola “assoluta” lo ferisce profondamente, e viene colto da un' “inquietudine enorme”: “Un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto”. Poco dopo, però, va da un altro medico proprio nella speranza ch’egli gli imponga di smettere di fumare. In proposito, del resto, egli sa essere molto chiaro: “Per diminuirne l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: “mai più! “. Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna.”: il che è una consolante teoria a che tutto sia mantenuto in vita.
Un comportamento non dissimile Zeno mostra nella sua vita di eterno studente universitario (di cui sempre apprendiamo nel terzo capitolo), che passa con disinvoltura da legge a chimica per poi tornare alla legge, che a trent’anni non abbandona il progetto di “iniziare” a studiare: “M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio. Quest’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo. Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge”. Anche qui la “pazzia”, la “diversità” o l’inettitudine di Zeno significa soprattutto la non-disponibilità a sacrificare, per ragioni d’ordine esterno, pratico o professionale, i propri bisogni spirituali e intellettuali, che sono naturalmente vani ed eclettici, che sono naturalmente contrastanti e si manifestano con vita e tempi propri; la non-disponibilità, ancora, a ridursi volontariamente in una porzione minima del sapere, della vita, rinunciando così a tutto il resto. Com’egli cercherà di spiegare alle Malfenti: “era certo che quando ci si rinchiudeva in una facoltà, la parte maggiore dello scibile restava coperta dall’ignoranza”, e aggiunge: “Se ora su di me non incombesse la serietà della vita - e non dissi che tale serietà io la sentivo da poco tempo, dacché avevo risolto di sposarmi - io sarei passato di facoltà in facoltà”.
Da tale disposizione d’animo, però, Zeno non pare guarito neanche dopo sposato. li capitolo sesto, infatti, narra di com’egli passi in continua altalena dalla moglie all’amante, sentendo il bisogno, appena soddisfatto il desiderio di Carla, di correre da Augusta, per essere ripreso poi poco dopo, accanto ad Augusta, dal bruciante desiderio di Carla. E naturalmente, anche qui, Zeno formula a ogni pie’ sospinto i migliori propositi, di cui poi immancabilmente procrastina l’effettiva attuazione, non riuscendo mai a rinunciare ad alcuno degli “elementi necessari” che fanno la sua “malattia”. Quando, ad un certo punto, si fa avanti il maestro di canto Vittorio Lali a chiedere la mano di Carla, egli viene preso dapprima da una terribile paura di “perdere per sempre la sua amante”, cui fa dunque una grande e falsa scena d’amore; poi, quando ottiene da Carla la decisa assicurazione che a lei, del Lali, non importa nulla, sente subito il bisogno di difendere le parti del povero maestro di canto, non volendo allontanare “troppo” l’idea di un esito vittorioso dei suoi propositi, sbilanciando così l’equilibrio del sistema: “Il mio apparente fervore [profuso nella dichiarazione d’amore] invece che diminuire aumentò, solo per permettermi di dire qualche parola d’ammirazione pel povero Lali. Io non volevo mica perderlo, io volevo salvarlo, ma per il giorno dopo”.
Nel quinto capitolo, invece, apprendiamo di come Zeno sia arrivato a sposarsi con Augusta. Innamoratosi, con gesto volontario, di Ada, deciso a dichiararlesi, si dichiara invece, neI buio, ad Augusta; dall’amata viene, poi, decisamente respinto, essendogli preferito il bello, giovane e disinvolto Guido Speier; fa allora, subito dopo, la stessa proposta di matrimonio ad Alberta, e va incontro ad un secondo rifiuto; si rivolge, infine, ad Augusta, che è innamorata di lui, e mentre sta già pentendosi, naturalmente, della sua arrischiata risoluzione, viene condotto al fidanzamento dal deciso assenso della ragazza. li matrimonio, nato per caso, sarà felicissimo, mentre quello di Ada e Guido si rivelerà disastroso: alle rovine di questo si assiste nel capitolo settimo, ove si narra, del resto, dell’evoluzione davvero “originale” (un totale capovolgimento, in un certo senso) dei destini dei personaggi.
La Storia di un’associazione commercialeè il racconto delle intraprese affaristiche dello Speier: costui, partito con grandi e “serie” ambizioni, si rivela un assoluto incapace e fallisce miseramente; Zeno invece, considerato da tutta la famiglia come un assoluto inetto alla vita pratica, come un individuo che avrebbe fatto bene ad astenersi da qualsiasi affare, è il solo che si faccia avanti generosamente ad aiutare il cognato, ed è proprio colui, di più, che miracolosamente riesce a rimediare, grazie ad arrischiate operazioni di Borsa, alle disastrose perdite del fallito.
Nell’ultimo capitolo, infine, Zeno racconta di come abbia deciso di abbandonare la psicanalisi, in cui non riponeva più alcuna fiducia, ch’era diventata per lui una tortura, e che lo ha lasciato più malato di prima. Scoppia, poi, la guerra, ed egli si ritrova solo e deve badare in prima persona ai suoi affari. Dopo un primo momento di attonita inerzia, egli si lancia con decisione nel commercio, e fa lucrosissimi affari: dalla sua intensa attività e dal suo trionfo ricava la convinzione d’essere perfettamente “sano", e di ciò vuol dar notizia al dottor S., scrivendogli di non avere più alcun bisogno di psicanalisi.
In conclusione però, anche per mettere meglio in luce il senso della “fortuna” di Zeno, conviene riportare quello che è forse il più efficace ritratto che di lui sia stato steso, ad opera, dei resto, dei suo stesso creatore: “Zeno è evidentemente un fratello di Emilio e di Alfonso. Si distmgue da loro per la sua età più avanzata e anche perché è ricco. Potrebbe fare a meno della lotta per la vita e stare in riposo a contemplare la lotta degli altri. Ma si sente infeiicissimo di non poter parteciparvi. E’ forse ancora più abulico degli altri due. Passa continuamente dai propositi più eroici alle disfatte più sorpredenti. Sposa ed anche ama quando non vorrebbe. Passa la sua vita a fumare l’ultima sigaretta. Non lavora quando dovrebbe e lavora quando farebbe meglio ad astenersene. Adora il padre e gli fa la vita e la morte infelicissima. Rasenta una caricatura, questa rappresentazione; e infatti il Crémieux lo metteva accanto a Charlot, perché veramente Zeno inciampa nelle cose. Ma fu già riconosciuto che abbandonando Zeno dopo di averlo visto moversi, si ha l’impressione evidente del carattere effimero e inconsistente della nostra volontà e dei nostri desideri. Ed è il destino di tutti gli uomini d’ingannare se stessi sulla natura delle proprie preferenze per attenuare il dolore dei disinganni che la vita apporta a tutti. E scoprendo tanto imprecisa la nostra personalità piuttosto oscurata che chiarita dalle nostre intenzioni che non arrivano ad atteggiare la nlostra vita, finiamo coI ridere dell’attività umana in generale. Ma Zeno si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo. E il romanzo è la storia della sua vita e delle sue cure“.
TEMI PRINCIPALI
L’ INCOMPARABILE ORIGINALITÀ DELLA VITA
Quando Zeno e Guido, dopo la verifica del disastroso bilancio della loro “associazione commerciale”, compiono insieme una seconda passeggiata notturna, ricalcando esattamente gli itinerari della loro prima, ch’era seguita alla seduta spiritica, Guido, ad un certo punto, provato dalle sue disgrazie finanziarie e familiari, esclama: “La vita è ingiusta e dura!”. Ma Zeno replica, favorito, al principio, da un’ispirazione un po’ casuale: “La vita non è nè brutta nè bella, ma è originale!”. Pensandoci, poi, e cominciando a trovare nel ragionamento le prime infallibili conferme alla sua affermazione, ha presto il sentimento di “aver detta una cosa importante", d’essersi impossessato di una di quelle chiavi di interpretazione della vita che “funzionano”, grazie alle quali il reale può venir colto in una sua sistematica e puntuale coerenza. Tanto che, in pratica, i vari casi narrati nel romanzo possono essere invocati ad esempio ed, anzi, giustificare l’affermazione che del romanzo Zeno abbia qui riassunta e reso esplicita una delle idee fondamentali e più generalmente diffuse, messa in campo in episodi e particolari minimi quanto nelle vicende che coprono l’intero arco dell’opera. Zeno per primo, con quel suo muoversi da “caricatura” un po’ “charlottiana", è la prima incarnazione, la dimostrazione vivente dell’ ”incomparabile originalità della vita”, sempre fuori tempo e fuori posto com’è rispetto alle situazioni reali ed al loro svolgersi, toccato da eventi che sono sovente l’opposto di quanto attendeva o desiderava. Gli esempi sono molti e sono stati più volte elencati: si ricordi soltanto l’episodio paradossale delle azioni della fabbrica di zucchero, per cui Zeno, per clamorosa sbadataggine, dimentica per vari giorni di vendere, come ragionevolmente gli era stato consigliato da Giovanni; poi, costretto da un acquazzone, si rifugia al Tergesteo e qui, del tutto per caso, incontra il suo agente che gli comunica che il valore delle azioni, nel frattempo, è quasi raddoppiato. O altrimenti, ma nel segno opposto, lo schiaffo ch’egli riceve dal padre in punto di morte, proprio nel momento in cui più profondamente sente l’affetto che lo lega al babbo e più teneramente vorrebbe dimostrarlo.
Si potrebbe argomentare in proposito, come è stato fatto, che tutto ciò è specchio dell’incapacità di Zeno, della “tara” tipica dell’eroe sveviano: “Una tale inettitudine, agli occhi di chi ne è afflitto, o anche di chi ne controlli i drammatici risultati, si solidifica nella maschera di una fatalità esterna: come se la vita, il mondo, il terreno della pratica, per una misteriosa erosione, si sgretolassero e fuggissero sotto il piede che, cautamente o impulsivamente, ma pur sempre in una maniera che pareva rispettare le regole del giuoco, si era avanzato per calcarli e impossessarsene”. Ma è anche vero che lo Zeno che scrive, lo Zeno che riguarda con l’occhio della memoria le vicende sue ed altrui, non può non cogliere le tracce di questa “originalità” un po’ dappertutto, anche nei casi di altri che pur poco sanno della “malattia" di Alfonso, Emilio e dello stesso Zeno. Il protagonista che scrive dimostra un orecchio, ormai, panicolarmente sensibile ed allenato a cogliere i suoni di questa “melodia della dissonanza”: che possono emanare, anche, da un “personaggio” decisamente “minore” come il violino di Guido: prima romanticissimo Galeotto che conquista il cuore di Ada, simbolo e artefice dell’unione tra i due (è Ada che, prima dell’esecuzione, porge a Guido lo strumento “con un sorriso di ringraziamento”, per poi riceverlo ancora dalle mani del musicista e ridiventarne amorosa e gelosissima custode: “Guido, prima di seguire gli altri, aveva posto il suo prezioso violino nelle mani di Ada. Volete dare a me quel violino? Domandai io ad Ada vedendola esitante se seguire gli altri. Ella esitò, ma poi una sua ‘strana diffidenza ebbe il sopravvento. Trasse il violino ancor meglio a sé; poi, al contrario, simbolo e artefice della disunione e della distanza tra i coniugi, e strumento utile ai tradimenti del marito (“Non soltanto Guido la tradiva, ma quando era in casa suonava sempre il violino. Quel violino, che m’aveva fatto tanto soffrire, era una specie di lancia d’Achille per la varietà delle sue prestazioni. Appresi ch’era passato anche per il nostro ufficio ove aveva promossa la corte a Carmen con delle bellissime variazioni sul Barbiere. Poi era ripartito perché in ufficio non occorreva più ed era ritornato a casa ove risparmiava a Guido la noia di dover conversare con la moglie“); oggetto, da ultimo, di un odio tutto speciale proprio da parte di colei che l’aveva cullato con tanto amore: “C’era una cosa che Ada specialmente odiava: il violino di Guido. Essa sopportava i vagiti dei bambini, ma soffriva orrendamente per il suono del violino. Aveva detto ad Augusta: Mi sentirei di abbaiare come un cane contro quei suoni!”. Lo strumento, naturalmente, non è che il “segno” dell’originale evolversi delle situazioni dei personaggi che ad esso sono legati. Di fronte alla sorte di Ada, travolta dalla malattia, Zeno si arresta con un sentimento di sorpresa: “Povera Ada! M’era apparsa come la figurazione della salute e dell’equilibrio, tanto che per lungo tempo avevo pensato avesse scelto il marito con lo stesso animo freddo col quale suo padre sceglieva la sua merce ed ora era stata afferrata da una malattia che la trascinava a tutt’altro regime: Le perversioni psichiche!”. Né meno sorpreso il protagonista deve trovarsi quando, appena formulata la sua teoria, vede Guido sdraiato sullo stesso muretto ove si era poggiato tempo prima, in identica posizione, la notte del fidanzamento suo con Augusta, quand’egli aveva desiderato di ucciderlo: confrontando la situazione di allora con quella presente, misurando il grande “improbabile” mutamento, egli non può che apprezzare una conferma tanto adeguata. Pensandoci, Zeno vede la sua idea scaturire altrettanto bene da un’osservazione dal di fuori e da un’osservazione dal di dentro: “Se l’avessi raccontata [la vita] a qualcuno che non vi fosse stato abituato e fosse perciò privo del nostro senso comune, sarebbe rimasto senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo. Mi avrebbe domandato: “Ma come l’avete sopportata?”. E, inforrnatosi di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fine al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: “Molto originale!”. E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro. Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vità si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l’uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene “. Il senso dell’ “originalità della vita", allora, nasce dall’enorme mistero in cui essa, ai nostri occhi, è immersa, tanto da negarci la comprensione del suo scopo; e, che è poi lo stesso, dallo “scompenso” tra le nostre attese e “la curva che poi [essa] descrive, tra la nostra logica e la sua logica: un po’ come dice la umile storia della fantesca Maria, di cui Zeno ricorda: “Maria era una di quelle fantesche come non se ne trovano più. Era da noi da una quindicina d’anni. Metteva mensilmente alla Cassa di Risparmio una parte della sua paga per i suoi vecchi anni, risparmi che però non le servirono, perché morì in casa nostra poco dopo il mio matrimonio sempre lavorando... “.
L’IRONIA
E’ proprio assumendo su di sé, nei limiti del possibile, I’atteggiamento dei due osservatori sopra ricordati, quello esterno libero dalla cecità e dall’insensibilità ai fenomeni che vengono dall’abitudine ad essi, e quello interno, che non dimentica, di fronte ai risultati, le attese degli uomini, che Svevo-Zeno può sentire tutta la stranezza della vita, e renderne intero il senso nel suo racconto: l’ironia di tale racconto, allora, restituisce la stessa, intera ironia della sorte. Conformemente a ciò, il tono dominante della Coscienzanon sarà di pesante drammatizzazione degli eventi; c’è piuttosto, ed è fondamentale, il distacco di un osservatore analitico, di chi racconta cose già vissute ed organizzate nella memoria, e, un po’, ha già assimilato la lezione, pur sapendo ogni volta rinnovare in sé il “sentimento” dell’imponderabilità del reale.
In un momento profondamente drammatico, come quello che immediatamente prelude alla morte
deI padre, Zeno racconta deII’ “ispirazione religiosa”, del “sentimento di una propria altissima intelligenza” che pervade l’animo dell’anziano genitore; ma non dimentica di aggiungere che “quel sentimento era il primo sintomo dell’edema cerebrale". Il “mistico indugio”, come scrisse Montale, viene “corretto” dalla notazione rudemente realistica: il distacco di Svevo-Zeno fa sì che esploda la grandiosa ironia della vita, per cui l’ultimo, altissimo momento di intelligenza dell’uomo coincide esattamente col primo segno del disfacimento delle sue facoltà cerebrali.
Ma, c’è da aggiungere, il distacco analitico di Zeno (dello Zeno che scrive), il suo occhio attento e disincantato, è esso stesso fonte di un’ironia “attiva”, quasi costante, quella per esempio con cui vengono messi a nudo certi propri atteggiamenti. Ricorda tra l’altro Zeno di sé che, innamorato di Ada, saliva le scale che lo conducevano dai Malfenti: “contavo gli scalini che mi conducevano a quel primo piano dicendomi che se erano dispari ciò avrebbe provato ch’essa mi amava; ed erano sempre dispari essendovene quarantatre”; o altrimenti, quando cercava di trattenere a sé Carla decisa a sposare il Lali: “Era evidente che la mia donna correva via, sempre più lontano da me. Io le corsi dietro follemente, con certi salti simili a quelli di un cane cuivenga conteso un saporito pezzo di carne”. Ed è anche ovvio che la stessa ironia “attiva” (questa volta condivisa, spesso, anche dallo Zeno-personaggio), il protagonista metta in campo, col suo acuto e cinico spirito critico, per smontare le pantomime o le ridicole illusioni degli altri, per far crollare le loro sicurezze di carta, per evidenziare le loro più o meno gravi miserie. Già si è detto, per esempio, dell’ironia, pur via via sempre più ‘indulgente, con cui viene rivelata tutta la fragilità di Guido, la natura fanciullesca e comica di molti suoi atteggiamenti. E già si è detto, del pari, della talvolta feroce ironia da cui sono bersagliati i dottori, o dei presuntuosi come il Nilini. Sembra, allora, che l’ironia di Zeno sia un modo più saggio e avveduto di “stare dalla parte della vita“, adeguandosi nel profondo alla sua misteriosa complessità e “incomparabile originalità": l’atteggiamento più consono, insomma, di fronte all’enorme ironia del reale.
CONTEMPLAZIONE E LOTTA
A proposito dell’affermazione con cui Zeno proclama, alla fine del libro di essere “guarito”, c’è da notare che l’antinomia malattia-salute è poi solo un’ulteriore ipostasi del rapporto senilità-gioventù o contemplazione-lotta. Anche a Zeno, infatti, è toccata quella malattia che già era stata di Alfonso ed Emilio, di non sapere cioè (o non volere) partecipare alla lotta per la vita, di non essere un lottatore. Nel primo romanzo, “Una vita”, il protagonista Alfonso Nitti conosce un certo avvocato Macario, che ha eretto a propria filosofia i principi della struggle for life, che disprezza tutto quanto sia estraneo alla concreta e immediata competizione per il successo. Da lui ascolta, tra l’altro, una “lezione” che trae lo spunto dalla feroce rapidità con cui i gabbiani pescano il loro nutrimento: “Che cosa ci ha da fare il cervello? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono più. Chi non sa piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri”. Questa dura antitesi tra studio e caccia, tra pensiero e azione, tra contemplazione e lotta non è estranea, del resto, alla stessa vita di Svevo: la scomposizione, anzi, è tra due termini inconciliabili quando egli deve ammettere di non aver potuto dedicarsi alla propria vocazione letteraria, per un lungo periodo; per il timore di guastare la sua opera “attiva” di lavoratore esemplare: “Era una questione di onestà, perché poco ci voleva ad accorgersi che se scrivevo o leggevo una sola linea il mio lavoro era rovinato per una intera settimana". Altrettanto esplicite sono le parole da lui impiegate quando, nel dicembre 1902, pronuncia una sorta di atto di abbandono della letteratura: “Io, a quest’ora e definitivamente, ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura. L’abitudine mia e di tutti gli impotenti di non saper pensare che con la penna in mano (come se il pensiero non fosse più utile e necessario al momento dell’azione) mi obbliga a questo sacrificio. Dunque ancora una volta, grezzo e rigido strumento, la penna m’aiuterà ad arrivare al fondo tanto complesso del mio essere. Poi la getterò per sempre e voglio saper abituarmi a pensare nell’attitudine stessa dell’azione: in corsa, fuggendo da un nemico o perseguitandolo, il pugno alzato per colpire o per parare". L’antinomia, però, ci pare ancora ben operante al livello dello Zeno, ove, anzi, è la chiave essenziale su cui viene condotto il rapporto tra Zeno e Giovanni (che è un po’ la reviviscenza, pur assai diversamente evoluta, del confronto tra Alfonso e Macario). Il Malfenti è un commerciante di successo, “ignorante ed attivo”, che “dalla sua ignoranza” trae “forza e serenità”. Ha in testa solo poche idee che sono diventate tutt’uno con la sua attività e con il suo stesso corpo: non c’è in lui, insomma, un pensiero distinto dall’azione e dal corpo, egli è un organismo del tutto omogeneo e compatto, un blocco di competitività pura: “Il Malfenti aveva allora circa cinquant’anni, una salute ferrea, un corpo enorme alto e grosso del peso di un quintale e più. Le poche idee che gli si movevano nella grossa testa erano svolte da lui con tale chiarezza, sviscerate con tale assiduità, applicate evolvendole ai tanti nuovi affari di ogni giorno, da divenire sue parti, sue membra, suo carattere”. Per il Malfenti anche la lettura coincide perfettamente con la difesa del proprio interesse, è essa stessa attività e momento della lotta, mentre per Zeno è fonte di suggestioni che muovono il pensiero astratto, che distraggono e non si conciliano con l’attenzione al combattimento: “[Giovanni] pensava che tutti leggendo i giornali ricordino i propri interessi. Invece io, quando leggo un giornale, mi sento trasformato in opinione pubblica e vedendo la riduzione di un dazio ricordo Cobden e il liberismo. E’ un pensiero tanto importante che non resta altro posto per ricordare la mia merce”. Fino a Zeno, dunque, è giunta la malattia del contemplatore. Ma è proprio tutta la vicenda dello Zeno più chiaramente rispetto ai due precedenti romanzi, ad esprimere che, in fondo, da una tale “malattia" può anche non valer la pena di guarire: secondo ciò che scrisse lo stesso Svevo, in una lettera a Valerio Jahier del dicembre del ‘27: “E perché voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello ch’essa ha di meglio? Io credo sicuramente che il vero successo che mi ha dato la pace è consistito in questa convinzione. [...] Il primo che seppe di noi è anteriore al Nietzsche: Schopenauer, e considerò il contemplatore come un prodotto della natura, finito quanto il lottatore. Non c’è cura che valga. Se c’è sofferenza allora la cosa è differente: ma se questa può scomparire per un successo (per esempio la scoperta d’essere l’uomo più umano che sia stato creato) allora si tratta proprio di quel cigno della novella di Andersen che si credeva un’anitra male riuscita perché era stato covato da un’anitra. Che guarigione quando arrivò tra i cigni!”.
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Riassunto - scheda libro :
Gabriele d’Annunzio
Il piacere
L’AUTORE
Nato nel 1863 a Pescara da un’agiata famiglia borghese, frequentò una scuola aristocratica, il collegio Cicognini di Prato. A sedici anni scrisse un libretto di versi, Primo vere, che suscitò una benevola attenzione. Ottenuta la licenza liceale si trasferì a Roma per frequentare l’università ma abbandonò quasi subito gli studi, dedicandosi a salotti mondani e alle redazioni dei giornali. Acquistò subito notorietà, anche grazie ad alcuni articoli che fecero scandalo per i loro contenuti pornografici. Ebbe una vita altrettanto scandalosa fatta di continue avventure galanti, lusso, duelli. Si crea la maschera dell’esteta, dell’individuo superiore che rifugge inorridito dalla mediocrità borghese rifugiandosi in un mondo di pura arte e accettando come regola di vita solo il bello. D’Annunzio attraversa una fase di crisi negli anni 90: lo scrittore cercò nuove soluzioni e le trovò in un nuovo mito, quello del superuomo, rifacendosi in parte alla filosofia di Nietzsche, un mito non più solo di bellezza, ma d’energia eroica, attivistica. Il superuomo resta comunque un vagheggiamento fantastico. D’Annunzio puntava a creare un’immagine di una vita eccezionale, sottratta alle norme del vivere comune. Si creò attorno a lui un alone di mito, dovuto anche ai suoi amori, specie quello lungo e combattuto che lo legò all’attrice Eleonora Duse. Con le sue esibizioni clamorose e i suoi scandali voleva mettersi in primo piano nell’attenzione pubblica per vendere meglio la sua immagine e i suoi prodotti letterari. Il culto della bellezza e del vivere inimitabile erano finalizzati al loro contrario: il denaro. Non si accontentò più di un vivere puramente estetico: vagheggiò anche sogni d’attivismo politico. Nel 1897 diventò parlamentare, come deputato dell’estrema destra coerentemente con le idee affidate ai libri in cui esprimeva il suo disprezzo per i principi democratici e il suo sogno della restaurazione della grandezza di Roma e di una missione imperiale dell’Italia, del dominio di una nuova aristocrazia che ripristinasse il valore della bellezza. Passò dopo allo schieramento di sinistra. Cercando uno strumento con cui agire di più sulle folle, si dedicò al teatro, in grado di raggiungere un pubblico più vasto. Nel 1910, a causa di creditori inferociti, scappò in Francia e qui iniziò a scrivere per il teatro francese. L’occasione tanto attesa per l’azione eroica arrivò con lo scoppio della prima guerra mondiale. Allo scoppio del conflitto tornò in Italia e iniziò una intensa campagna interventistica che ebbe un peso notevole nello spingere l’Italia in guerra. Si arruolò volontario all’età di 52 anni e attirò ancora l’attenzione con imprese clamorose. Anche la sua guerra aveva un che di eccezionale: non la combatté nella polvere e nelle trincee, ma nell’aria, grazie agli aerei. Nel dopoguerra si fece interprete di rancori per la "vittoria mutilata" e instaurò un dominio personale sfidando lo stato italiano. Scacciato con le armi nel 1920 sperò di proporsi come duce di una rivoluzione reazionaria che riportasse ordine nel caos sociale del dopoguerra ma fu scalzato da un politico più abile, Benito Mussolini. Il fascismo lo esaltò come padre della patria ma lo guardò con diffidenza, relegandolo in una sontuosa villa, il "Vittoriale degli italiani". Qui pubblicò alcune opere di memoria e, ossessionato dalla decadenza fisica, morì nel 1938. Influenzò in numerose fasi la letteratura italiana con la sua produzione abbondante; esercitò un importante influsso anche sulla politica poiché elaborò ideologie, atteggiamenti e anche slogan che furono presi dal fascismo. Lasciò anche una importante impronta sul costume, originando il dannunzianesimo, che segnò il comportamento di intere generazioni borghesi; influenzò anche la nascente cultura di massa, come produzione letteraria di consumo. Il cinema, alla sua nascita negli anni dieci, fu profondamente dannunziano.
TRAMA DELL’OPERA
Libro primo
Il romanzo si apre al centro dell’azione narrata: Andrea Sperelli, il protagonista, è nelle sue stanze, in attesa dell‘ex amante, la duchessa di Scerni, Elena Muti, che ha accettato il suo appuntamento dopo una lunga separazione.
Mentre pregusta la gioia che la visita dell’amante gli procurerà, Andrea ripensa al “giorno del gran commiato”. Elena lo ha lasciato senza una spiegazione, durante una gita romantica “fuori della Porta Pia”, adducendo come unico motivo il fatto che deve partire. I gesti e le parole di entrambi dimostrano che il loro amore non è finito; essi si amano e si desiderano come nei momenti più alti del loro rapporto, eppure quella inebriante relazione deve concludersi. Né Andrea sa opporsi più di tanto alla risoluzione dell’amata, anticipando al lettore i tratti della propria sostanziale fragilità. Quando poi la sera, trovando in casa un oggetto dell’amante, il ricordo dell’abbandono e della sua infelicità divengono insostenibili, non sa fare di meglio che esasperare la sua pena con inutili pensieri.
L’attesa dell’incontro si prolunga, tra paure improvvise e ansie palpitanti; ma dentro di sé Andrea è sicuro che la messinscena predisposta avrà ragione di eventuali ritrosie di Elena: infatti tutto è costruito e sistemato senza nessuna casualità, ma al contrario la scelta degli oggetti e la loro collocazione è frutto di studio, di amore, di sensibilità. Ma il pensiero del protagonista torna subito all’amata: ella nel frattempo si è sposata con un Lord inglese, ponendo improvvisamente fine alla sua allegra vedovanza. Il pensiero dell’amante fra le braccia di un altro gli riesce insopportabile, ma finalmente il lieve, femminile rumore che proviene dalle scale pone fine alla lunga attesa. In quei luoghi, dov’è stata felice, Elena Muti subisce il fascino del ricordo e delle cose predisposte dall’amante; ma cerca disperatamente di resistervi. Ora è un’altra donna, che ha accettato l’invito solo in memoria dell’amore trascorso, per offrirsi ad Andrea non più come amante, ma come “sorella più cara, amica più dolce”. Ama ancora, ricorda con passione l’ebrezza che Andrea le ha donato e ne è attratta, ma è nello stesso tempo decisa a non riallacciare quella relazione. Andrea, invece, abbagliato dal suo splendore presente quanto dal ricordo di una sfrenata passione, è più che mai intenzionato a farla nuovamente sua. La commozione e l’ardore che prova gli suggeriscono parole infiammate, seppur menzognere, tali da accendere l’animo della donna, che tuttavia continua a resistergli. Tanto che, quando l’amante fa diventare più pressanti le sue avances, non esita a porre la “domanda crudele” per fermarlo: “soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo?”. Andrea non può non accusare il colpo; anzi, questo è tale che l’incontro tra i due praticamente si chiude su quella battuta, prima freddamente, poi con uno struggente saluto.
Con la fine del colloquio si conclude il primo dei cinque capitoli da cui è composto il libro primo: da lì inizia il viaggio a ritroso che ha per apertura la descrizione del protagonista: il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta. Rimasto signore di una discreta fortuna in giovane età per la morte del padre, è il nobiluomo alla ricerca del grande amore, educato “al culto della Bellezza”, attento cultore delle Muse. L’incontro con Elena Muti fa presagire il raggiungimento della meta. Il loro è un amore annunciato: entrambi giovani, belli, liberi da vincoli, amanti dei piaceri della vita e squisiti cultori del bello in tutte le sue forme, non possono che arrendersi, e volentieri, alle circostanze. Naturalmente la loro conoscenza, come lo sbocciare del loro amore, sono legati ad un esempio di ricevimenti del bel mondo, un pranzo raffinato offerto dalla cugina di Andrea, Francesca d’Ateleta. Ha poi particolare rilievo un’asta, che ha luogo il giorno successivo a quello della loro conoscenza: fra Lords e gioielli, cammei e pregevoli avori, l’estenuante duetto amoroso consuma un’altra tappa, quella che fa indovinare ad Andrea la sintonia spirituale e artistica con Elena e la loro consonanza di gusto.
Quando lo scenario cambia non perde in raffinatezza: Andrea sosta nella sua dimora romana, palazzo Zuccari, e si rende conto che la duchessa “amerà la sua casa”, con quell’artistico lusso. A questo punto si reca subito in casa Doria, dove i balli e i pettegolezzi si snodano tra busti dei Cesari e affreschi di Annibale Caracci. Là si reca anche Elena, pur se già sofferente per un’indisposizione, al fin di ascoltare le rinnovate profferte d’amore e per confessare: “Son venuta qui per voi soltanto”.
La malattia impedisce loro per qualche giorno di vedersi, ma l’impazienza di Andrea non conosce ostacoli, così si reca direttamente a casa della donna e viene ricevuto, a differenza dei precedenti visitatori, nella camera dell’inferma. Sarà lì che si consuma per la prima volta il loro amore, tra dolcezze estenuanti e tristezze già incombenti, con segnali non secondari della tendenza dannunziana ad una certa perversione: come la preparazione ed il finale dell’episodio, tristi e funerei a dispetto della centralità della scena d’amore, la citazione di un “soggolo monacale”, il possesso che avviene durante la malattia della donna.
La relazione prende quota e per un po’ sembra dimentica del mondo. Pur sempre in presenza di ombre, l’amore si esalta al punto di stimolare le aspirazioni artistiche dello Sperelli, che si diletta nell’incidere e nel versificare. Prende così corpo una forma di identificazione con l’autore che diventerà poi più evidente ed addirittura esplicita, fino a giungere all’autocitazione. Ma nel frattempo giunge l’addio di Elena, improvviso e immotivato, proprio quando l’amore è al culmine e la stagione primaverile, ingentilendo le cose, sembra preludere a una nuova fase del loro rapporto. Il colpo inatteso tramortisce Andrea, che ne resta sbigottito e che per reazione si lancia in una serie di avventure, agevolate dalla fama ormai acquisita di conquistatore. Naturalmente le “prede” sono tutte titolate e bellissime. “Ciascuno di questi amori portò a lui una degenerazione novella; ciascuno l’inebriò d’una cattiva ebrezza, senza appagarlo; ciascuno gli insegnò una qualche particolarità e sottilità del vizio a lui ancora ignota. Egli aveva in sé i germi di tutte le infezioni”. Gettatosi a capofitto nel “Piacere”, non riesce a stordirsi a sufficienza, non tanto almeno da dimenticare l’amata, delle cui seconde nozze gli giunge intanto notizia. Corteggia così impetuosamente Donna Ippolita Albonico, stimolato dal solo nome, dal capriccio di donarle il gioiello comprato all’asta sul quale era incisa la scritta: “Tibi, Hippolyta”. La conquista, non più difficile delle altre, trova però l’ostacolo della gelosia dell’amante della donna, tanto che i rivali giungono a sfifarsi a duello; prima però sono costretti dalle circostanze ad affrontarsi in una corsa a cavallo riservata ai gentiluomini, nella quale Andrea vince con facilità. Il duello, col suo rituale di medici, di secondi e di regole, ha luogo in un’ennesima villa, Villa Sciarra. Dall’alto della sua migliore impostazione tecnica Andrea domina facilmente l’avversario, toccandolo a più riprese con lucida freddezza; ma un colpo fortuito e rabbioso del rivale lo tramortisce. Impeccabile il referto: “Ferita toracica, al quarto spazio intercostale destro, penetrante in cavità, con lesione superficiale del polmone”.
Libro secondo
Dopo la ferita mortale Andrea rinasceva a poco a poco, quasi con un altro corpo e un altro spirito.
La già marcata tendenza all'estetismo si fortifica così sul versante più propriamente mistico-spirituale; immerso nella contemplazione e nello studio, fra gli altri, dei libri sacri indiani, si purifica, rinnegando la vita precedente, il piacere, il desiderio. La sua vita gli pare però completamente inutile, perduta; Andrea si sente improvvisamente solo, senza legami certi, senza speranze. La vita vissuta è tutta una continua degradazione di cui il suo animo adesso si vergogna, ma è sufficiente una notte di profondo riposo per risorgere alla speranza, per ritrovare il senso del desiderio. La poesia, il verso, gli appaiono come il punto di arrivo, come lo stesso d'Annunzio, “un poeta contemporaneo”, aveva teorizzato. Così Sperelli-d’Annunzio, svelata la sua abitudine di iniziare i componimenti poetici prendendo spunto da “una intonazione musicale datagli da un altro poeta”, si getta nuovamente nella fatica-ebrezza della composizione. Questo è sufficiente per ricondurlo alla serenità, così che il racconto, tutto vissuto interiormente dopo il duello, può ritornare a una dimensione collettiva. Apprendiamo così che la convalescenza di Andrea sta trascorrendo nella campagna di Rovigliano, a villa Schifanoja, sotto le vigili cure di sua cugina, la marchesa Francesca d’Ateleta. Ormai chiusa quindi la fase di vera e propria convalescenza, dell’anima e del corpo, la narrazione si apre ad un nuovo personaggio, destinato a divenire centrale nel romanzo. Giunge infatti a Schifanoja un’amica di Francesca, Donna Maria Ferres, la moglie del ministro plenipotenziario di Guatemala. Non è ancora giunta che Andrea riscopre d’un tratto tutto il potere dell’”eterno feminio”: vederla e ascoltare la sua voce (che ricorda quella di Elena) fanno il resto. Riprende quindi la gara con se stesso e con la dama, tramite stavolta la passione musicale di lei, abile al pianoforte e dalla voce melodiosa. La sua cosa più bella sono i capelli, il suo amore più dolce è per la figlia, il suo aspetto è monacale, la sua ritrosia è assoluta: è insomma l’esatto contrario di tutte quelle donne che sono passate nel letto e nel cuore di Andrea e proprio per questo egli fortemente se ne invaghisce, pur se continua inconsciamente a pensare ad Elena. Il corteggiamento indiretto è attento e squisito, ma, non appena se ne presenta l’occasione, il conte si lascia andare a una controllatissima dichiarazione: il tramite è naturalmente fornito dalla sua poesia, che egli sfrutta abilmente per commuovere l’amata. La “finzione” di Andrea è naturale, non precostituita: le sue contraddizioni lo conducono a una sorta di sincerità interna alla finzione, per cui non solo risulta convincente per i diversi destinatari della propria eloquenza sentimentale, ma è del tutto convincente proprio in quanto egli stesso è trascinato dalla foga e dall’entusiasmo. Le sue parole sono assai calibrate: esplicite nel dichiarare l’amore, ma contenute nella forma e negli atteggiamenti; pronte per essere interpretate come irresistibile slancio passionale, ma contemporaneamente del tutto rispettose e testimoni della disposizione al sacrificio, alla rinuncia. L’ingenua e casta Maria è in grande affanno, travolta dagli eventi che la vedono in bilico tra una pruderie radicata fin nel midollo e il turbine di sensazioni nuove e sconvolgenti da cui non sa difendersi. L’alternata presenza della figlia può ancora toglierla d’impaccio, lasciando Andrea senza una risposta, senza un’indicazione certa dei suoi sentimenti. Tanto che d’Annunzio, pur avendo fatto ampiamente intuire il turbamento della donna e presagire il suo cedimento, ricorre a questo punto ad un espediente narrativo non strettamente indispensabile, inserendo nel testo pagine di diario della Ferres, che ripercorrono le stesse vicende, più alcune seguenti, fino alla partenza di tutti gli ospiti da villa Schifanoja. Nei primissimi giorni il conte non compare nel diario se non sporadicamente, come cugino dell’amica e ospite; ma è già presente nella donna un’evidente eccitazione, apparentemente immotivata, che le procura giornate deliziose. Subito il convalescente trova però ampio spazio grazie alla sua vena artistica, come autore di raffinate poesie e di pregevoli incisioni, come fine musicologo e brillante conversatore. Gli atteggiamenti dello Sperelli, quasi innavertitamente, ma con somma sapienza, stimolano di continuo la curiosità della donna, la provocano o la blandiscono, le danno talora la sensazione di rappresentare il centro dell’universo o la ignorano deliberatamente e misteriosamente. Così, dopo appena una settimana, tutto il lavoro preliminare dell’amore è già compiuto. Maria si illude che il rapporto con Andrea, da cui è fortemente tentata, possa avere un suo percorso silenzioso, del tutto platonico e neppure manifestato: una comunione di anime che escluda la comunione dei corpi. Rendendosi conto che il suo progetto è irrealizzabile, ella si convince che l’unica salvezza possibile è la totale rinuncia a quell’amore. Si rifugia allora nella fede religiosa e nell’amore verso la figlia, ma non sono rimedi sufficienti né idonei per guarire da una malattia che non ha ancora toccato il suo apice. Andrea incalza l’amata, non le dà tregua, rinnova le sue profferte d’amore trasformandole in moto passionale incontenibile: Maria confessa il suo amore e fugge piangendo. Quando ancora non si è ripresa dallo choc di avere dovuto rivelare il suo terribile segreto, un altro dolore la tormenta, altrettanto amaro e senza nessun risvolto di possibile sollievo: si rende conto infatti che Francesca, l'adorabile amica, soffre in silenzio per suo conto della situazione, essendo segretamente innamorata del cugino. Almeno questo dolore potrà essere alleviato dalla reciproca, tacita comprensione delle due amiche, che si sciolgono in pianto commiserandosi senza bisogno di formulare parola. L’amore di Francesca, esplicito solo in queste poche pagine e solo nelle supposizioni dell’amica, in realtà accompagna il protagonista fin dall’inizio. Ma in forma così discreta, non evidente, anzi abilmente sfumata, che era facile scambiarlo per una normale affezione fra consanguinei; poi all’improvviso, pur se non in maniera inattesa, in modo altrettanto placido ritorna ad essere patrimonio esclusivo della fiera marchesa, che lo custodisce senza perdere la capacità di scherzare col cugino perfino dei suoi amori. Diversamente accade per Maria Ferres, che vede nell’imminente partenza da Schifanoja una fuga salutare e opportuna: ma al tempo stesso la separazione dalla persona amata la sconcerta e l’addolora, così che le pagine del diario si chiudono con l’ulteriore conferma di un amore che ormai è disposto a tutto, almeno inconsciamente, pur di realizzarsi.
Libro terzo
L’attenzione dello Sperelli è ora rivolta a riconquistare la città: la vecchia vita, addormentata dalla lunga convalescenza, torna a sorridergli e a tentarlo. C’è subito l’opportunità di tuffarsi nel clima, un po’ goliardico un po’ ricercato, di Roma grazie alla visita di tre amici, compagni di avventure. Naturalmente la conversazione, superati facilmente i convenevoli, ha per oggetto le donne. Le lunghe e piccanti confidenze sono il prologo del rientro di Andrea in società; nel prepararsi a una cena con gli amici e a una notte con una vecchia fiamma, egli sente un po’ di rammarico, sfiorato dal ricordo della Ferres. Ma per il momento mette da parte ogni scrupolo e si getta nella vita di un tempo con un entusiasmo sforzato. Il ritorno in grande stile al Piacere non soddisfa più di tanto Andrea: donne, bella vita, Roma, Londra e Parigi, gli lasciano ora un senso di vuoto e di nausea; ciononostante non riesce a distaccarsene. E’ a questo punto che l’azione prende il giusto andamento cronologico; l’incontro con Elena Muti riporta infatti il livello narrativo al momento originario, all’indomani dell’incontro col quale si era aperto il romanzo. Elena è sempre rimasta presente nei pensieri di Andrea, che non è mai riuscito a capire il perché di un abbandono avvenuto quando il loro amore sembrava al culmine. Soltanto adesso scopre la verità, cioè che la donna, sull’orlo di una gravissima crisi finanziaria, ha potuto trarsi d’impaccio solo grazie a un matrimonio d’interesse con Lord Heathfield, un ricchissimo nobiluomo inglese. Andrea si sente offeso, ingannato e tradito; così, mentre il desiderio per la donna cresce, anche a condizione di doverla dividere col marito, una rabbia violenta e impotente lo attanaglia. Mentre cammina per le strade della città rivive disperatamente il recente colloquio, che conferma nel suo animo l’idea di un’Elena crudele e ingannatrice: quasi per contrasto, allora, ritorna l’immagine dolce di Maria Ferres e le due donne, come già è avvenuto, tendono a sovrapporsi nel suo animo. Ma l’idea della vecchia amante è ancora troppo forte, tanto che Andrea, tornato a casa, non trova riposo al pensiero di lei tra le braccia del marito. Giunge infine alla conclusione, per lui sorprendente, che “penetrando nell’animo della donna, egli penetrava nell’anima sua propria e ritrovava la propria falsità nella falsità di lei; tanta era l’affinità delle due nature”. Ne consegue che il loro rapporto non potrà più essere un rapporto completo, perché “ingannare sapendo d’essere ingannato è una sciocca e sterile pratica, è un giuoco noioso e inutile”. Si ripromette così di conquistarla nuovamente, senza affrettare i tempi e senza la pretesa di ritrovare un amore che, nella sua più completa accezione, è ormai perduto. Ma la passione per Elena continua a bruciare; nei giorni seguenti la incontra a teatro e, con un significativo distacco da parte della donna, Andrea riesce a ottenere un nuovo appuntamento. A palazzo Barberini egli trova la donna in compagnia del marito, entrambi intenti a disporre l’arredamento nella casa che intendono abitare: a contraggenio è costretto a fornire la sua consulenza di nobiluomo dai gusti raffinati, mentre cresce la sua rabbia contro la donna. Quasi per bilanciare la profonda delusione, la sera stessa viene a sapere, da un incontro occasionale col marito, che Maria Ferres è appena tornata a Roma. Intanto gli giunge anche notizia della prematura morte di Donna Ippolita, per la quale aveva rischiato la vita nel duello con Giannetto Rutolo.
Già dal giorno successivo Andrea si accerta dell’animo di Maria, per capire se la lontananza abbia indebolito il potere che ha cominciato ad esercitare su di lei: l’incontro conferma che niente è cambiato, anche se perdura nella senese una ferrea volontà di opporsi al suo desiderio. Ma Andrea ha ormai ben compreso quel carattere, per cui non corre il rischio di rovinare tutta la sua applicazione con mosse premature. Programma quindi innocenti incontri, come la presenza ad un concerto cui assiste casualmente anche Elena. Tale combinazione lo stimola, pur imbarazzandolo al quanto e fa comunque nascere più chiaramente l’idea della fusione di quei due amori fortemente voluti, anche grazie alla nascita di una punta di gelosia che gli sembra di scorgere in entrambe. La conferma della gelosia gli viene dall’insistenza di Maria nel sottolineare la bellezza della Muti, così come dall’invito di quella nella propria carrozza, dopo che Maria se né andata. E infatti, dopo tanto ritrosia e freddezza, Elena bacia appassionatamente Andrea, pur lasciandolo subito dopo un po’ spaesato ma felice. Seppur attratto dall’improvviso bacio di Elena, la preda più ambita continua ad essere la Ferres, nei confronti della quale Andrea prosegue l’opera iniziata senza alcuno scrupolo, senza preoccuparsi delle continue menzogne e della perdizione cui conduce se stesso e la donna. L’eccitazione della possibile conquista e il gusto della caccia lo spinge a privilegiare il corteggiamento assiduo della senese, che è sempre in bilico tra la radicata castità e un’attrazione che diviene, giorno dopo giorno, sempre più sensuale, da intellettuale che era. Intanto Elena lo invita un po’ misteriosamente per la notte davanti al suo palazzo: egli in quel momento “inchinava più verso la senese che verso l’altra”, ma l’invito è ugualmente troppo stimolante per non stuzzicarlo. Aspetta incuriosito in carrozza abbandonandosi ad arditi pensieri riguardo le due donne, ma poi egli si adira per l’inutilità di quell’appuntamento, resa evidente dal fatto che nel frattempo Elena ha fatto tranquillamente ritorno a casa, nella sua carrozza, senza poi recarsi da lui. Avendo ormai Andrea scelto in cuor suo, per quella notte, l’altra donna, la rabbia è dovuta più all’aver predisposto una scena d’amore inutilmente, che alla delusione che gli deriva dal mancato appagamento. Le rose bianche predisposte per l’amore, in perfetta sintonia con la nevicata notturna, andranno allora a rendere il doveroso omaggio altrove, gettate a fascio davanti alla porta della Ferres. La donna, quasi in attesa di un simile gesto in una notte come quella, sta spiando dai vetri la strada sottostante: vedere l’amato compiere un tale gesto la convince dell’inevitabilità di quel rapporto. Per questo i loro incontri si intensificano, permettendo ad Andrea di condurla sugli itinerari preferiti dal suo cuore, quegli stessi su cui aveva condotto per mano Elena, appena due anni prima, nei giorni del loro amore.
Libro quarto
Non bastano al conte le crescenti dimostrazioni d’affetto di Maria per dimenticare l’amante infedele. L’inutile attesa nella carrozza, se sul momento è stata assorbita dal pensiero dell’altra donna, ha tuttavia ancora di più esacerbato il suo desiderio. Così egli si trova a dovere sopportare le manie di raffinato collezionista del marchese suo consorte, pur di avere occasioni per starle vicino, per chiedere spiegazioni e riallacciare i contatti. Tali momenti sono per Andrea una vera tortura, perché gli atteggiamenti (e le collezioni) del marchese sono così sfacciatamente improntati alla perversione, ad una sensualità così sfrenata, che egli mal sopporta l’idea dei rapporti coniugali di lui con la divina Elena. La rabbia e il disgusto sono tali che non sorprende l’esasperazione del pensiero di uccidere lui, possedere lei e poi uccidere se stesso.
Nel frattempo Maria ha finalmente ceduto, però è gelosa, non solo di quello che ha da essere, del presente, ma perfino dell’immutabile passato: pertanto la sua situazione non è delle più serene, oppressa come si trova tra sensi di colpa, gelosie, pentimenti e grandi gioie che si alternano a grandi delusioni. Resta il fatto che il rapporto con Andrea le ha dischiuso nuovi orizzonti, è ancora in grado di fornirle stimoli e sensazioni sempre nuovi e rinnovati. La raffinatezza dell’amante è sempre all’altezza della fama che si è conquistato, per cui Maria continua a subire il fascino di quel superbo ingannatore. Infatti la mente di Andrea, ora che possiede il corpo di Maria, ritorna inevitabilmente e in modo ossessivo a quello di Elena. La Ferres diventa quindi soltanto un inconsapevole strumento per placare la sua smania, tanto che subisce la violenza dell’amante, reso quasi pazzo dal ricordo della Muti.
Continuando a frequentare il bel mondo, viene intanto a conoscenza del fatto che don Manuel Ferres, il marito di Maria, sta per essere travolto da un grave scandalo, essendo stato sorpreso mentre barava al gioco. Chi gli racconta il fatto è proprio il giovane gentiluomo che sta per prendere il suo posto come amante della Muti; egli riesce a scherzare sull’argomento con ben celata indifferenza, arrivando perfino a dare consigli al rivale; ma il tarlo di quel mancato possesso, in presenza di chi invece ne potrà godere, lo rode ancora più atrocemente. L’amore di Maria gli è ormai quasi indifferente, se non nella misura in cui approfitta del suo corpo per illudersi di possedere l’altra.
Intanto Maria deve affrontare la bufera dello scandalo legato al marito; il diplomatico si è nel frattempo dileguato, lasciando la moglie sola a combattere contro la rovina morale ed economica. Ella viene infatti perseguitata dai numerosi creditori del marito, rifiutata dalla società romana in cui ha vissuto gli ultimi tempi, ma non si perde d’animo e affronta tutto convinta di subire una giusta punizione per il suo comportamento. Rivelando un’insospettata forza d’animo e un’energia che la natura dolce non faceva presagire, si carica di tutte le responsabilità e vi fa fronte allontanando la figlia e rifiutando aiuti da tutti, perfino da Andrea. Ormai si trattiene a Roma solo il tempo necessario per ultimare la definizione delle pendenze del tracollo, in attesa di recarsi definitivamente a Siena per raggiungere la figlia e la madre. Ai molti debiti risponde con la messa all’asta dei suoi beni, mentre il cuore si concentra sempre più sull’amante, che è l’unico a non averla abbandonata a se stessa, seppur per motivi che lei neppure lontanamente sospetta. Cerca quindi di ricevere da quel rapporto tutte le dolcezze possibili prima di una separazione che sente come definitiva, nonostante le promesse di Andrea. Non mancano tra i due momenti di struggente tenerezza, anche se l’amante, preso dalla sua folle necessità di sovrapporre l’immagine delle due donne, la costringe spesso ad amplessi furibondi. Si scontrano quindi la perversa attrazione psico-fisica di Andrea e la legittima e sognante voglia di lei di un rapporto affettuoso, che risponda al desiderio di sentirsi protetta. Anche se Andrea, egoisticamente e brutalmente, giunge al punto di morsicarla con violenza durante l’amore per trattenere in gola il nome di Elena, Maria subisce trasognata, accontentandosi magari di una visita al cimitero inglese per rendere omaggio alla tomba di Shelley, il poeta che aveva tenuto a battesimo il loro amore.
Entrambi vivono dunque una specie di sogno, riponendo l’uno nell’altro desideri e aspettative che appartengono soltanto alla loro fantasia, ma di cui non sono più capaci di fare a meno. Andrea è talmente ossessionato che, ricevuta in confidenza la conferma che Elena ha ormai un nuovo amante, la segue mentre si reca all’appuntamento d’amore. Poi, con la morte nel cuore e l’immagine di lei nella mente, attende Maria per scaricare su di lei il suo impossibile sogno. Ma stavolta Sperelli è troppo fuori di sé, tanto che il nome così lungamente trattenuto gli sfugge di bocca. Maria, in un attimo, comprende tutto; piena di orrore e di pena, talmente sconvolta da apparire fuori di sé, come un automa se ne va, mentre Andrea disperandosi cerca inutilmente di trattenerla. E’ l’epilogo. Non resta infatti ormai niente altro che il tempo per compiangersi. Lo Sperelli lo fa visitando la casa ormai vuota di Maria, mentre rigattieri e usurai si contendono all’asta le sue cose. Ormai fuori poso ovunque, si aggira nelle sale sfuggendo agli sguardi degli amici di un tempo, quasi vergognoso e timoroso. Acquista alcuni oggetti della donna e poi fugge, consapevole del completo fallimento della sua vita, nonché della crisi irreversibile di quel mondo fatato in cui ha condotto l’esistenza.
COMMENTO
“Il piacere” (1889) è il primo romanzo dannunziano e il primo di una trilogia, “I romanzi della Rosa”, che comprende “L’innocente” (1892) e “Il trionfo della morte (1894).
L’importanza dell’opera trattata, non solo sul piano letterario, ma anche su quello del costume, consiste anzitutto nel fatto che con essa viene introdotto in Italia quel tipo di eroe decadente esemplificato già in Francia da Des Esseintes e, qualche anno dopo, in Inghilterra da Dorian Gray: raffinato e gelido, cultore solo di quel bello che, attraverso l’artificio sia riscattato dalla piatta dimensione naturale, aristocratico spregiatore del “grigio diluvio democratico odierno che tante belle cose e rare sommerge miseramente"” Ma il romanzo ha un altro motivo d'’nteresse: la carica vitalistica e sensuale delle prime raccolte di versi dell’autore si è complicata e corrotta: il sessualismo diventa lussuria, la disponibilità alle sollecitazioni sensoriali della natura diventa ricerca dell’artificio. Con Andrea Sperelli comunque D’Annunzio ha creato un mito umano perennemente ricorrente nella sua produzione, destinato da lì a qualche anno ad arrichirsi di altre caratteristiche: quelle derivanti dall’ideologia del superuomo.
D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche forzandoli entro un sistema di concezioni: il rifiuto del conformismo borghese, dei principi ugualitari che livellano la personalità; l’esaltazione dello spirito dionisiaco, cioè un vitalismo gioioso, libero dalla morale comune; il rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo che mascherano l’incapacità di godere la gioia dionisiaca del vivere; l’esaltazione della volontà di potenza, dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé; il mito del superuomo, un nuovo tipo di umanità liberata e gioiosa. Si scaglia contro la realtà borghese del nuovo stato unitario in cui lo spirito affaristico contamina il senso della bellezza, il gusto dell’azione eroica e del dominio che appartenevano alle passate élite dominanti. Vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia, che sappia tenere schiava la moltitudine degli esseri comuni ed elevarsi a superiori forme di vita attraverso il culto del bello e l’esercizio della vita attiva ed eroica. Il superuomo è interpretato nel diritto di pochi esseri eccezionali ad affermarsi sprezzando le leggi comuni del bene e del male. Il dominio di questi esseri privilegiati deve tendere ad una nuova politica aggressiva dello Stato italiano che strappi la nazione alla sua mediocrità e la avvii verso destini imperiali di dominio del mondo, come l’antica Roma. Il nuovo superuomo non nega la precedente immagine dell’esteta, ma la ingloba in sé, conferendole una diversa funzione. L’estetismo non sarà più rifiuto sdegnoso della realtà, ma strumento di una volontà di dominio sulla realtà. Non si accontenta più di vagheggiare la bellezza in una dimensione appartata, rifuggendo dalla vita sociale ma si adopera per imporre il dominio di un’élite violenta e raffinata su un mondo meschino e vile come quello borghese. È sempre un tentativo di reagire alle tendenze, in atto nella società capitalistica moderna, a emarginare e a degradare l’intellettuale; ma è un tentativo che va in direzione opposta rispetto a quella che proponeva il mito dell’esteta, poiché affida all’artista – superuomo una funzione di "vate", di guida in questa realtà, ed anche compiti più pratici, una missione politica, seppure alquanto vaga. Mentre la figura dell’esteta era in netta opposizione rispetto alla realtà dominante, la figura del superuomo, pur con la sua critica antiborghese, offre soluzioni che possono facilmente accordarsi con le tendenze profonde dell’età dell’imperialismo, del colonialismo. D’Annunzio non si piega ad accettare la sorte comune ma ambisce a rovesciarla, a ritrovare un ruolo sociale. Egli si autodelega a tale ruolo, attribuendosi il compito di profeta di un ordine nuovo: l’artista, proprio mediante la sua attività intellettuale, deve capire la strada del dominio delle nuove élite, che ponga fine al caos del liberalismo borghese, della democrazia, dell’egualitarismo, e di tali élite deve egli stesso entrare a far parte. Il risarcimento della declassazione attraverso la letteratura non è più solo immaginario come nella fase dell’estetismo, ma pretende di calarsi nella realtà e trasformarsi in azione.
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Riassunto - scheda libro :
CAPPELLINI ALESSIO
RELAZIONE DI ITALIANO
IL FU MATTIA PASCAL
Autore: Luigi Pirandello
Anno di pubblicazione:1904
Riassunto dell’opera:
L’intera vicenda ruota attorno al personaggio di Mattia Pascal,protagonista e narratore della storia.
Suo padre viaggiava e seppe arricchirsi giocando a carte con un capitano inglese di Liverpool.
Con la grande fortuna accumulata riuscì a comprare case,vigne e campi nel suo pasino ligure, Miragno. Purtroppo,a causa di una malattia,morì durante l’ennesimo viaggio,lasciando la moglie ed i suoi due figli,Mattia e Roberto,soli.L’amministrazione della grande ricchezza dei Pascal fu affidata dall’ingenua donna al Malagna,amico del marito.Purtroppo si rivela una scelta sbagliatissima:tale amministratore pensa solo al proprio interesse e col passare degli anni tutti gli averi e le proprietà dei Pascal finiscono in mano sua,complice la cecità della madre di Mattia.
Nonostante il lento declino della famiglia Mattia e Roberto crescono spensierati,liberi da ogni pensiero morale,religioso e scolastico.La loro educazione era stata affidata a Pinzone,un insegnante di poco conto che volentieri si lasciva coinvolgere dai due ragazzi e preferiva spassarsela e divertirsi con i suoi due “allievi” piuttosto che insegnar loro qualcosa di concreto.
Gli anni passano e Mattia cresce,maturando un carattere impulsivo,allegro e spensierato.
L’odiato Malagna non riesce ad avere figli dalla prima moglie malata e per questa situazione soffre moltissimo.Dopo la morte della consorte decide di mettere le mani sulla bella Oliva. Così facendo rovina la storia d’amore di Mattia con quella ragazza. Malagna si risposa ma il figlio che Oliva mette alla luce non è suo:è di Mattia.Decide di crescerlo ugualmente come se fosse stato suo,visto il suo grande desiderio di diventare padre ora realizzabile.
Da Malagna intanto si trasferiscono la vedova Pescatore e la bella figlia Romilda.La ragazza piace moltissimo a Pomino,amico di Mattia.Il giovane Pascal inizia a frequentarla per conto dell’amico ed involontariamente tra i due nasce un amore. Mattia è costretto a sposarsi,nonostante il parere contrario della vedova Pescatore ed una rovina finanziaria ormai troppo evidente.
Da questo momento la vita di Mattia diventa un inferno ed il ragazzo sembra perseguitato dalla sfortuna e dalle disgrazie.Si trasferisce in una casa umile perché ormai è senza ricchezze,la moglie non sembra più amarlo,perde la sua bellezza originaria ed i due figli che ella mette alla luce muoiono uno dopo l’altro,a causa della loro gracilità e mancanza di salute.In più la suocera lo odia moltissimo per il suo carattere e la sua povertà e con il suo carattere violento e bisbetico rovina la tranquillità della casa.La mamma di Mattia è vittima di questa donna e di lì a poco muore.Solo la zia Scolastica riesce a contrastare il suo caratteraccio.Per vivere Pascal è costretto a cercarsi per la prima volta in vita sua un lavoro ed ottiene il posto di bibliotecario,lavoro alquanto inutile in un paese di analfabeti senza il minimo interesse per la cultura.
Il lavoro troppo noioso,limitato alla caccia ai topi ed alla lettura per ingannare il tempo,l’inferno in casa e la morte quasi contemporanea dei due figli e della adorata madre mandano in crisi Mattia.
All’insaputa di tutti parte da solo per Montecarlo,attirato dal gioco d’azzardo.La fortuna,incredibile ma vero,stavolta è dalla sua parte ed in una decina di giorni,tra conoscenze singolari e molte puntate fortunate riesce a moltiplicare la misera cifra iniziale fino alla bellezza di 82.000 lire,una fortuna per quell’epoca e forse la fine di molti suoi problemi.
Ma il destino non ha ancora finito di giocare con Mattia e sta per presentargli una nuova e favorevole sorpresa.Mentre pensa a come utilizzare al meglio i soldi vinti al casinò,cercando magari di pagare qualche debito e riscattando così qualcuna delle vecchie proprietà perdute,legge distrattamente su un giornale una notizia sconvolgente,la notizia della propria morte.
Secondo quel giornale Mattia Pascal si è suicidato vicino al molino alla Stia,una sua vecchia proprietà,a causa di dissesti finanziari e lutti familiari.Moglie e suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere ritrovato nel fiume ed in via di decomposizione. E’ chiaro che lo sventurato suicida non può essere Mattia,in realtà la sua lunga lontananza senza alcun preavviso,una vaga somiglianza ed una nascosta speranza di vedere quell’odiato marito morto per davvero avranno spinto le due donne a riconoscere Mattia in un corpo estraneo.
Mattia,dopo la lettura di quella incredibile notizia,di quell’errore fortuito,vede apparire davanti a sé una nuova vita,fatta di libertà e la rottura di ogni legame con il passato.Mattia Pascal è ufficialmente creduto morto e solo lui sa che non è vero. Potrà vivere senza problemi e responsabilità come da giovane,anche grazie alla nuova ricchezza da non dividere con nessun creditore.Nella nuova vita inoltre non dovrà commettere gli errori fatti nella precedente e perciò da adesso in poi basta con i legami,fonte di problemi e responsabilità.Dopo vari accertamenti per essere completamente sicuro di quella svista incredibile,quasi impossibile,Mattia decide di diventare un altro e di non essere più Mattia Pascal,ormai morto assieme ai suoi problemi.
E’ necessario cambiare aspetto:via la fede e la folta barba appartenuta a Mattia,farsi crescere molto i capelli e usare occhiali colorati,necessari per nascondere l’occhio sbircio,caratteristica avuta fin dalla nascita. Mattia è morto,bisogna cambiare nome ed ancora una volta è il destino a suggerirgli come comportarsi:un dialogo tra due signori gli mette in testa il nome di Adriano Meis.Per evitare futuri problemi viene inventato anche un credibile passato,fatto di lutti e viaggi che gli avrebbe impedito di conoscere la sua famiglia,a parte un amabile nonnino che l’ha cresciuto ed educato.Da adesso in poi la vita di Mattia-Adriano è un continuo viaggiare per l’Italia e per la Germania,su un piroscafo,visitando le città più belle e famose,il tutto nella più completa solitudine e libertà.Ma una vita del genere,senza affetti,amicizie e legami stanca presto:Adriano si accorge che la sua libertà è solo il frutto di un errore,che l’ha reso un uomo sconosciuto ad tutti e dalla legge,inventato, misterioso,impossibilitato a qualsiasi operazione dove sia necessario dare le proprie generalità (non potrà quindi mai avere una proprietà e nemmeno una casa propria),geloso del proprio segreto.
Non potrà mai confidarsi con nessuno ed è condannato a vivere da forestiero.
A Milano inizia a riflettere seriamente sulla propria condizione di vita ed a scoprire a poco a poco tutti gli svantaggi non calcolati.Perfino l’acquisto di un cagnolino per la propria compagnia lo metterebbe in contraddizione:finirebbe con il legarsi a qualcosa e ciò non era assolutamente nei suoi progetti iniziali.Il dialogo con un uomo conosciuto in un locale lo porta a considerazioni sugli ideali intoccabili della vita,sull’importanza della famiglia e delle amicizie come sostegno e come morale.
Adriano decide quindi di cambiare,di trasferirsi nella bella Roma dove sistemarsi,magari in una camera affittata da qualche famiglia disponibile. Così Adriano entra in casa Paleari,dove conosce il singolare e buffo Anselmo padrone di casa,la nipote Adriana e la signorina Caporale.Grazie a questi personaggi Adriano potrà riflettere sulla sua condizione e cambiare ancora una volta.La riservatezza ed il carattere schivo di Adriano a poco a poco,col passare dei mesi,vanno sempre scomparendo:
Adriano la sera ama discutere con Adriana e la Caporale e scopre con sorpresa di essere amato da quest’ultima.Riscopre gli affetti,la soddisfazione di piacere e di essere importante per qualcuno:
dentro di lui trova una nuova serenità e torna alla ricerca di legami forti.Adesso è capace di innamorarsi di nuovo e lo fa di Adriana (Adriano ed Adriana,segno del destino?).Questo nuovo amore è diverso da tutti i precedenti ed è sicuramente più puro,fatto di sguardi e di intese,visto il carattere timido della ragazza.
L’equilibrio in casa Paleari viene interrotto dall’inaspettato ritorno di Terenzio Papiani,il cognato di Adriana,marito della sua defunta sorella.E’ un tipo losco che vuole sposarsi con la giovane ragazza per non dover restituire la dote ad Anselmo.Ma la ragazza è amata da Adriano che non può sopportare tale ingiustizia. Così decide di ostacolare Terenzio,che si rivela sempre più falso e spregevole.Intanto Adriano decide di migliorare il suo aspetto estetico e contemporaneamente eliminare l’ultima traccia in lui di Mattia Pascal:il difetto dell’occhio,sottoponendosi ad una sicura operazione. L’esito è positivo ma Mattia deve stare quaranta giorni a riposo nell’oscurità della sua stanza.Tutti gli abitanti della casa cercano di fargli compagnia in modi più o meno apprezzati.Viene addirittura organizzata una seduta spiritica da Terenzio,ma ha solo lo scopo di prendere in giro Anselmo (l’unico partecipante che amava le teorie sul post-morte) e distrarre Adriano mentre un complice gli ruba 12.000 lire.Ma il protagonista è con le spalle al muro ed entra in una nuova crisi:non può assolutamente denunciare il furto come tanto desidera Adriana,altrimenti la polizia avrebbe indagato anche sul suo conto e scoperto che è un uomo inventato,senza passato.
Non può nemmeno amare la ragazza,accorgendosi solo adesso di nuovi e tremendi svantaggi che la sua condizione “idillica” gli impongono.In fondo lui è sempre un uomo sposato e non può né risposarsi,perché non può utilizzare il nome di Adriano Melis,né chiedere alla ragazza amata,tanto semplice ed onesta,un compromesso,un amore senza matrimonio,magari dicendole la verità sul proprio conto.E’ un morto che deve sempre morire ed è destinato a farlo in solitudine,senza ideali.Solo adesso si accorge di non essersi mai interessato alla religione.Inoltre in lui nasce anche un rimorso,un pensiero per il povero disgraziato suicidatosi alla Stia e scambiato per Pascal.
Adriano finisce col rinunciare a denunciare Terenzio e così facendo offende Adriana,che a sua insaputa aveva detto tutto in casa ed adesso viene smentita ingiustamente.Decide anche di far soffrire la ragazza con la gelosia per poterla allontanare da sé:in questo modo non lo amerà più e risolverà,forse in maniera triste e sbagliata,il suo problema. L’occasione per ingelosire Adriana è data da una visita in casa di una importante famiglia spagnola coinvolta in politica da sempre.
Qui Adriano rincontra la bellissima Pepita ed il suo ragazzo,pittore,Bernaldez (già conosciuti durante la seduta spiritica - rapina).Approfittando di un piccolo litigio tra i due,inizia a fare la corte alla bella ragazza ed ad offendere il pittore spagnolo.La lite tra i due uomini può solo risolversi con un duello mortale ed ancora una volta Adriano scopre un suo limite.Non potrà mai avere testimoni e farà la fine del vigliacco non presentandosi al duello con lo spagnolo il giorno dopo.
Immerso nei suoi pensieri Adriano arriva a riflettere su un ponte e qui…decide di far morire,dopo solo due anni di vita,Adriano Melis per poter finalmente tornare Mattia Pascal.Lascia sul posto un bigliettino assieme ad alcuni indumenti ed ancora una volta leggerà su un quotidiano la notizia della propria morte,la seconda. Pascal è rinato,pronto a tornare alla sua vecchia vita. A Pisa ogni aspetto estetico di Adriano scompare.Con i capelli corti e la barba lunga rinasce i vecchio Mattia,stavolta con l’occhio di Adriano,segno inconfutabile della sua seconda vita.
Decide di andare trovare per primo il fratello Roberto.Naturalmente quest’ultimo rimane stupito dalla vista del fratello creduto morto da due anni,ma in poco tempo si calma e può riabbracciare Mattia.Da lui viene a sapere che Romilda si è risposata col vecchio e ricco amico Pomino e che se tornerà a Mirano tale matrimonio sarà annullato secondo la legge. Così Romilda tornerà,con o senza il suo consenso, sua moglie.Ma il ritorno a casa è obbligatorio e così Mattia torna a Miragno, affrontando il proprio destino.Nessuno sembra riconoscerlo e quando entra in casa di Pomino succede un macello:Romilda sviene,il suo nuovo marito si preoccupa per il matrimonio da annullare e la vecchia suocera reagisce alla sua maniera,urlando come una pazza.Ma davanti ad una famiglia felice,ad un figlio di Romilda finalmente sano,Mattia sa che non potrà intromettersi nella sua vita una seconda volta.Ormai è inutile fare valere i suoi diritti sul matrimonio:meglio vivere nel paese in disparte,lasciando le cose al loro equilibrio attuale e stabile. Così facendo Mattia ha sicuramente fatto la scelta giusta,abbandonando tutto ciò che non è più suo,perché stato del fu Mattia Pascal.
E mentre continua a lavorare come bibliotecario assieme a don Eligio potrà scrivere la sua incredibile storia ed andare ogni tanto a visitare la sua tomba,con la strana sensazione di sentirsi morto e sepolto laggiù,alla Stia,per un suicidio vicino al molino…
Spazio:
L’incredibile avventura di Mattia-Adriano si svolge principalmente in due località e cioè a Miragno, il paesino ligure dove nasce Mattia ed a Roma,dove Adriano affitta una stanza ad una famiglia. Queste due località possono essere considerate le patrie delle due vite del personaggio.Dopo la scelta della libertà assoluta e della seconda vita Mattia viaggia moltissimo,visitando l’Italia e la Germania.Vengono citati paesi come Torino,Milano,Venezia,Firenze e poi ancora Montecarlo, Colonia,Worms e Magonza.Nonostante la molteplicità dei luoghi citati mai Pirandello si sofferma a descriverli,forse perché sarebbe inutile ai fini della storia interamente concentrata sulla molteplicità dei personaggi,sull’analisi dei caratteri e sulla maturazione di Mattia.
Tempo (durata azione):
In tutta la vicenda mancano del tutto riferimenti cronologici precisi ed espliciti. Pirandello non ci dà date o altre precisazioni a riguardo.Dalle notizie che Mattia legge in treno su un giornale possiamo però capire che la vicenda si svolge tra la fine del ‘800 e gli inizi del ‘900.Sono riferimenti di fatti politici accaduti in Germania ed in Russia.Quindi per quanto riguarda la collocazione storica della vicenda vale quanto detto per i luoghi che si limitano a fare da semplice scenario:per Pirandello non sono fondamentali collocazioni spaziali e temporali precise, ciò che più conta sono i personaggi,i loro pensieri e le loro azioni. Così facendo la storia diventa assoluta perchè la lezione di vita di Mattia è valida in ogni tempo ed in ogni luogo.
Per quanto riguarda la durata dell’azione va considerato il tipo di narrazione utilizzato da Pirandello per la sua opera:è in prima persona attraverso il punto di vista di Mattia. L’intera vicenda è un enorme flash-back,visto che Mattia racconta i fatti attraverso un diario su invito di don Eligio.Sono presenti anticipazioni che preparano il lettore agli eventi successivi o che aumentano l’attesa dello svolgersi della vicenda.Perciò l’opera inizia con il Mattia maturo che ha già affrontato la vicenda ed in seguito viene ricordata tutto la sua vita:l’infanzia,il matrimonio,la fuga dal paese verso Montecarlo,il lungo viaggio lungo l’Italia e la Germania,il soggiorno a Roma ed il ritorno a Mirano. La fine della storia si collega all’inizio dell’opera.
Analisi fisica e psicologica dei personaggi:
L’opera pirandelliana è caratterizzata da una grande quantità di personaggi (almeno una trentina) tutti differenti tra loro e tutti con una diversa importanza nella vicenda.Se alcuni sono fondamentali, altri potrebbero essere considerati quasi superflui ma servono ugualmente a creare un piccolo e verosimile mondo,fatto di sfaccettature e di personaggi molto eterogenei tra loro,per rappresentare quanto più possibile il reale.Ogni personaggio viene presentato da Mattia in modi diversi ma la descrizione iniziale è minima,spesso senza un accenno di aspetto fisico.Il carattere del personaggio che entra in scena si presenta da sé,indirettamente,attraverso lo sviluppo della vicenda.Dalle sue azioni e dai dialoghi è possibile capire anche il suo modo di pensare.Infine si nota che alla fine della storia l’unico che veramente è cambiato e maturato rispetto alla condizione iniziale è il protagonista Mattia Pascal.Quindi tutti gli altri personaggi a parte lui hanno la funzione di cornice.
Mattia Pascal – Adriano Melis:
Il protagonista dell’opera,che attraverso un enorme flash back ci racconta la sua vita singolare,nella quale ha potuto morire formalmente per ben due volte.Di lui Pirandello offre una indiretta descrizione fisica,legata comunque al suo carattere .Non si preoccupa di essere un bell’uomo, accetta il naso piccolo,l’occhio sbircio (libero di vedere quello che vuole) e tutti gli altri suoi piccoli difetti.Si preoccupa del proprio aspetto solo durante la trasformazione Mattia-Adriano, per un fine preciso.Con l’operazione all’occhio capisce di amare di più sé stesso.
Ama e rispetta moltissimo la madre,nonostante il suo errore di fidarsi del Malagna. Romilda non sembra essere molto importante per lui e l’unico suo grande amore è sicuramente Adriana,che con la sua dolcezza ha saputo conquistarlo in un momento di trasformazione morale.
Mattia,assieme al fratello Roberto è cresciuto senza preoccupazioni ed anche nelle situazioni più difficili assume un atteggiamento tranquillo e sarcastico.Si preoccupa della sua libertà,di avere meno problemi possibile e di divertirsi.Almeno da giovane.Col matrimonio e la difficile condizione in casa inizia a sentirsi troppo legato alle cose materiali,ai soldi che non bastano mai e cerca una via di fuga,un ritorno alla vita semplice e divertente che ha potuto fare da piccolo.
Scappa all’insaputa di tutti a Montecarlo,per fuggire dai propri problemi e per stare da solo.
Alla roulette il destino e la fortuna gli offrono molti soldi che,assieme alla notizia incredibile della propria morte gli offrono l’occasione di abbandonare una propria vita fatta di problemi e di iniziarne una nuova,perfetta. Così diventa Adriano Melis,ma durante i suoi lunghi viaggi scopre quanto sia insignificante una vita senza legami,senza responsabilità ed affetti.Tutto questo lo spinge a tornare Mattia,ma ormai è troppo tardi.La sua scomparsa ha permesso alla famiglia ed alla moglie di sostituirlo,creando una nuova e sconosciuta armonia.Con la sua esperienza è maturato,cresciuto ed ha scoperto gli ideali a cui fare riferimento nella vita ma non può avere una seconda possibilità.Ad un uomo come lui,vittima del destino e della sua volontà di cambiarlo,non rimane altro da fare se non commiserarsi davanti alla propria tomba,la tomba del fu Mattia Pascal.
La mamma di Mattia:
E’ una donna debole ed ingenua.Questi difetti sono la causa della rovina della sua famiglia.
Non è capace di gestire da sola la grande ricchezza lasciata dal marito e lascia l’intera amministrazione dei suoi affari e delle sue proprietà al Malagna.Non accorgendosi degli imbrogli fatti alle sue spalle può solo facilitare la sua rovina.
Quando Mattia si sposa con Romilda non riesce a sopportare la vicinanza della violenta e bisbetica vedova Pescatore e finisce con il diventarne una vittima.Fugge di casa con la sorella ma la morte la colpisce dopo poco,a causa degli affanni e dei feroci litigi subiti in precedenza.
Zia Scolastica:
E completamente differente dalla sorella e Mattia se ne accorge fin da piccolo.Aveva molta più paura di lei che dei leggeri rimproveri della madre.Spesso apre gli occhi alla sorella su ciò che avviene attorno al lei ed è l’unica donna capace di vincere una lite contro la vedova Pescatore, perché ha un carattere ancora più forte e duro di lei e sicuramente più saggio.
Roberto Pascal:
E’ il fratello di Mattia e viene presentato inizialmente,quando il protagonista parla della sua infanzia.E’ il suo compagno di divertimenti,viene soprannominato Berto,ed assieme i due giocano,passano le giornate nelle loro proprietà e studiano.Ma con la crescita diventa sempre più differente da Mattia:esteticamente più bello,maggiore stile e gusto nel vestirsi,più maturità.
Da adolescente non combina tutti i guai sentimentali del fratello e lo ritroviamo verso la fine della vicenda un uomo maturo,serio ed abbastanza fortunato,capace di compensare il dissesto finanziario subito in gioventù grazie alla ricca dote della moglie.Si capisce quanto sia legato al fratello dalla gioia che prova nel rivederlo.
Pinzone:
E’ il mediocre insegnante di Mattia e Roberto,capace solo di insegnamenti noiosi ed inutili.Spesso è complice dei due vispi ragazzi e li fa divertire invece di eseguire il suo dovere in cambio di un po’ di vino.E’ un personaggio buffo e subisce anche gli scherzi dei due bambini se li tradisce raccontando alla loro mamma le loro birbanterie.
Malagna:
Il disonesto amministratore delle ricchezze della famiglia di Mattia.Approfittando della ingenuità e buona fede della moglie del defunto Pascal,riesce ed agire indisturbato ed a diventare a poco a poco un signore.Non ha rispetto per l’amico defunto e la sua famiglia,non si fa scrupoli a dirigere la sua attività in modo sbagliato,costringendo i Pascal a vendere una dopo l’altra tutte le loro proprietà,per poi acquistarle ad un prezzo stracciato e goderne i frutti. Mattia,cresciuto nella spensieratezza totale a causa della madre non se ne preoccupa e non si meraviglia una volta arrivata la povertà.
Questo personaggio sembra punito dal destino per le sue azioni disoneste:è continuamente afflitto perché non riesce ad avere un figlio.Anche in famiglia non si comporta in maniera corretta.La sua prima moglie era malata e non poteva bere vino a mangiare i cibi più gustosi.Ma lui non si cura di questo ed a tavola sembra provocarla,mangiando e bevendo con gusto ed in modo plateale ciò che per la moglie lì presente è veleno.
Si inserisce negativamente anche nella vita sentimentale di Mattia,come se averlo rovinato economicamente non fosse stato abbastanza.Una volta morta la prima moglie decide di sposarsi con la bella Oliva,rovinando il primo amore di Mattia.Infatti i due ragazzi si amavano e da lui Oliva aspettava un bambino.Ciò nonostante Malagna decide di accettare quel figlio di Mattia come suo. Così finalmente potrà diventare padre.Mattia su questo fatto ironizza arrivando a definire Malagna in un certo senso onesto.In fondo tutte le ricchezze accumulate da quell’amministratore a forza di rubare e truffare i Pascal sarebbero un giorno passate a suo figlio,così tutto sarebbe stato restituito. Mattia ama scherzare in questo modo sarcastico e pungente.
Romilda:
La moglie di Mattia.Il matrimonio tra i due viene imposto e nasce quasi per gioco.Infatti Mattia si era avvicinato a lei solo per conto dell’amico Pomino e per toglierla dalle grinfie del Malgna.
Soffre della condizione in casa Pascal,dei continui litigi e non può fare a meno di seguire le scelte della madre.E’ di carattere debole e tutto ciò si trasmette alla sua salute:perde la bellezza giovanile e i due figli che mette al mondo,essendo troppo gracili per sopravvivere,muoiono entrambi.
Alla fine della vicenda la troviamo risposata con Pomino.Alla vista di Mattia sviene per l’emozione.Sembra trovarsi davvero bene col nuovo e ricco marito:è tornata ad essere la bella Romilda di gioventù ed il figlio di Pomino è nato sano e sta benissimo.Tuttavia questo personaggio mi ha colpito in un punto preciso.Dopo la giusta sfuriata di Mattia la credevo un personaggio negativo,falso ed opportunista,che non aveva mai amato sinceramente il protagonista.
In effetti si era risposata subito dopo la sua morte e non sembrava averne sofferto molto.Ma quando offre il caffè al vecchio marito Mattia le scorge per un attimo uno sguardo pieno di amore,di complicità e gioia mentre gli domanda:”Per te senza zucchero,come sempre?”.
Vedova Pescatore:
L’insopportabile madre di Romilda.Non accetta la sua misera condizione di vita dovuta al matrimonio della figlia con Mattia,ormai poverissimo.Quindi fa di tutto per vendicarsi e,da brava suocera,è la causa principale dei litigi in casa Pascal,spesso troppo violenti.Il suo personaggio esprime sicuramente antipatia ed è divertente vedere il comportamento di Mattia nei suoi confronti,quanto poco venga considerata e rispettata.
Pomino:
E’ un personaggio di seconda importanza,con un carattere mediocre se paragonato a quello del protagonista.Amico di Mattia,appare per la prima volta nell’opera durante la gioventù del Pascal. Non ha problemi economici e nel paese ha diverse proprietà lasciate dal padre.Si innamora di Romilda e chiede al giovane Pascal di aiutarlo a conquistarla,vista la sua timidezza ed il carattere debole.Rimane deluso ed offeso quando capisce che l’amico,a forza di andare a trovare la ragazza se ne è innamorato,ma anche in seguito non dimostra mai apertamente il suo disprezzo. Anzi,è disposto ad aiutare Mattia quando cerca lavoro,gli offre del denaro ed è lui a trovargli il posto di bibliotecario.In fondo è di indole buona ma risulta vittima degli altri,incapace di reagire.
Quando Mattia è creduto morto da tutto il paese di Miragno si sposa con la vedova Pascal e questo atteggiamento è visto da Mattia quasi un tradimento,soprattutto della moglie “vendutasi” a lui perché ricco,anche se in gioventù l’aveva disprezzato.La critica di Mattia fa nascere il dubbio Che Pomino non sia amata da Romilda,ma solo sfruttato per ottenere una vita agiata.
Alla vista di Mattia non sa proprio come reagire,non riuscendo a trovare una soluzione per evitare l’annullamento del suo matrimonio.E’ sollevato quando capisce che Mattia non vuole intromettersi nella sua nuova famiglia ma la sua felicità e la stabilità della sua condizione non è dovuta alle sue azioni:è una conseguenza delle scelte coraggiose di Mattia.
Adriana:
Sicuramente è il personaggio femminile che più colpisce il lettore in tutta la vicenda e sicuramente il più grande e puro amore di Mattia.Quello che la rende così invidiabile non è il suo aspetto fisico (forse nemmeno accennato da Pirandello) ma il grande carattere.E’ una ragazza pura,gentile, educatissima,tenera e discreta ma allo stesso tempo è responsabile di sé stessa e di tutta la famiglia.
Adriano la definisce infatti con dolcezza “mammina di casa”.La sua candida figura è minacciata da Terenzio,che la vuole sposare solo per non dover rendere la dote ad Anselmo.
Non riesco a trovare in lei un solo difetto,forse la sua timidezza e riservatezza limita un po’ la sua libertà e le sue decisioni.Si innamora di Adriano ma per lei questo è un errore:ormai quest’uomo è in crisi,non potrebbe mai sposarla e non vuole coinvolgere una creatura amabile e pura come lei in una vita fatta falsa,senza radici ed ideali.
Anselmo Paleari:
Sicuramente il personaggio più singolare che incontra Adriano nella sua vicenda.Ormai non può più lavorare e tutta la sua vita è dedicata alla lettura,alla filosofia ed alle riflessioni sul suo tema preferito:il post-morte. I suoi lunghi discorsi con Adriano,il singolare tema del “lanternino”, mettono a dura prova la pazienza del protagonista ed anche quella del lettore.Nonostante questi difetti è di sicuro un personaggio buffo e simpatico.che fa sorridere nei comportamenti,colle sue teorie strampalate e nella sua singolare presentazione,seminudo e con la testa calva insaponata.
Lascia gli affari di casa quasi completamente in mano ad Adriana e non si accorge sempre di quello che avviene attorno a lui.Ne è una prova la seduta spiritica.Lui è l’unico che crede nella presenza dello spirito Max,mentre gli altri approfittano dell’oscurità per baciarsi,picchiarsi e fare confusione.
Terenzio Papiani:
Era il marito della defunta sorella di Adriana.Per lavoro viaggia spesso,soprattutto a Napoli e conosce molta gente anche influente in politica ma la sua indole non è positiva.Ha molti debiti e segreti,anche in casa.Si era appropriato di molti soldi della Caporale e,grazie ad un complice,rapina Adriano di ben 12.000 lire.Vuole sposare Adriana solo per fini economici e si rivela essere anche un falso ciarlatano.Sicuramente è il personaggio peggiore che incontra Adriano a Roma ed in fondo è una della cause che spingono Mattia a riflettere e tornare sé stesso,ad abbandonare la finzione.
La signorina Caporale:
Un personaggio minore,inquilina nella casa Paleari.E’ una donna brutta e zitella,che si consola con l’alcool della propria misera condizione.Ha avuto una volgare relazione con Terenzio ma è stata solo usata.E’ lei che suggerisce ad Adriano l’operazione all’occhio e nei suoi confronti diventa sempre più curiosa ed invadente. La compagnia e le chiacchierate con il curioso conquilino la fanno innamorare ma il suo sentimento non verrà mai contraccambiato.Ha una grande complicità con Adriana,ma spesso finisce solo con fare arrabbiare o mettere in imbarazzo la giovane ragazza.
Messaggio dell’autore:
Pirandello con la sua opera ha voluto cercare di ottenere qualcosa di assolutamente nuovo e di difficile realizzazione.In fondo,visti i dialoghi e le riflessioni presenti nell’opera,l’autore è sia un filosofo che un comico allo stesso tempo e da questa strana fusione nasce qualcosa di unico.
La voluta assenza di descrizioni temporali e spaziali permette di concentrare la visione del lettore proprio su una vicenda caratterizzata da un ritmo continuo,da prendere come esempio e lezione di vita.La storia di Mattia è completamente basata su un fatto incredibile,ma non impossibile.
E qui sta il succo della novità pirandelliana:gli eventi narrati possono sembrare addirittura eccezionali ed impossibili ma non lo sono.Fatti e personaggi non sono opera di invenzione basata sulla fantasia dell’autore ma rappresentano la realtà più strana ed inaspettata. Pirandello realizza un mondo non irreale e nemmeno reale,visto che in fondo è sempre una opera scritta.La sua vicenda,i fatti,i dialoghi ed i personaggi sono perciò verosimili,capaci di diventare una realtà.
Nella prima premessa alla vicenda Pirandello inserisce una critica contro Copernico,che con la sua scoperta ha sconvolto il modo di pensare dell’uomo.La terra non è al centro dell’universo e gli uomini solo una infinitesimale parte di esso.Perciò ogni gloria o sopravvalutazione risulta vana.
La storia di Mattia ha anche un importante e pessimistico retroscena:in soli due anni tutti gli abitanti di Miragno lo dimenticano,la famiglia non sembra disperarsi della sua morte e la moglie si risposa sostituendolo con uomo più ricco.Anche se la sua morte è stata una finta,Mattia ha perso tutto e non può sperare di riottenerlo.La nostra società dimentica presto,sostituisce e va avanti.
L’opera di Pirandello può essere considerata una lunga favola che attraverso una storia,una moltitudine di personaggi vuole trasmettere al lettore una morale. L’uomo non può lottare contro la propria sorte,anche se tristemente avversa e nemmeno crearsela con le proprie mani come fa Mattia Pascal diventando Adriano Melis.Siamo tutti delle marionette con una maschera,pronti ad adattarci alla varietà enorme di situazioni che ci coinvolgono.
Valutazione personale dell’opera letta:
Senza ombra di dubbio la lettura de “Il fu Mattia Pascal” mi ha affascinato.E’ stato un vero piacere leggere l’incredibile,ma verosimile,storia di Pascal,complice uno stile di narrazione impeccabile.La vicenda scorre benissimo e le interessantissime riflessioni del personaggio ci fanno capire la sua lenta ma inevitabile maturazione,la sua grande lezione di vita.La scelta di Pirandello di eliminare le lunghe descrizioni degli ambienti e degli aspetti de personaggi ha permesso di ottenere una vicenda senza punti morti ed una continua attesa durante la lettura di come si svilupperà l’imprevedibile trama.Forse qualche riflessione è un po’ complicata e leggermente fuori luogo,come le teorie strampalate di Anselmo riguardo al “lanternino”,alla vita dopo la morte ed alla luce nell’altro mondo.Tuttavia la storia affascina fin dall’inizio ed ho molto apprezzato quella carica di simpatia,di sarcasmo e di ironia che caratterizza il personaggio di Mattia.
Ma la storia di Pirandello in definitiva affascina soprattutto perché è troppo facile immedesimarsi in Mattia e di conseguenza interessarsi alla vicenda,almeno fino alla triste scena finale,con Mattia davanti alla propria tomba.Ognuno di noi potrebbe vivere una esperienza particolare,strana ma non impossibile e l’esempio di Mattia vale sempre,non importano luoghi o tempi.Sembra impossibile ma alla fine dell’opera è riportata una nota dell’autore che ci fa mettere a conoscenza che un fatto simile a quello inventato da Pirandello per la sua storia è avvenuto davvero e quindi non è stato autore di una storia strampalata.Anni dopo la stesura de “Il fu Mattia Pascal”,un carcerato,una volta liberato si accorse il suo corpo fu riconosciuto in quello di un suicida e che la moglie in seguito si era risposata…
Bibliografia consultata:
Titolo del libro: “Il fu Mattia Pascal”
Editore: Gulliver
Luogo di pubblicazione: Legatoria del Sud,Ariccia (Roma)
Data di stampa: Maggio 1995
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Riassunto - scheda libro :
SCHEDA LIBRO DI “IL CAVALIERE INESISTENTE”
Titolo del testo: “Il cavaliere inesistente”.
Nome dello scrittore: Italo Calvino.
Casa editrice: Arnoldo Mondadori Editore.
Anno di pubblicazione: 1998 (prima pubblicazione 1959).
Genere letterario: Romanzo storico-fantastico.
Tema centrale del libro: la vita perfetta del cavaliere Agilulfo.
Protagonista e personaggi secondari: Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez: è il cavaliere inesistente, che riesce ad “esistere” solo grazie alla sua forza di volontà. La sua armatura, completamente bianca e pulita, non contiene niente, e la sua voce sembra provenire dall’armatura stessa. La notte non può dormire, così s’impegna a contare ed ordinare le cose, per vincere il malessere che lo assale. E’ molto impegnato anche di giorno, dato che controlla tutto all’interno dell’esercito e segnala eventuali mancanze: per questo motivo è antipatico agli altri cavalieri. Prende sul serio tutto ciò che gli viene detto, soprattutto gli ordini imperiali: quando Carlo Magno gli affida Gurdulù, mentre gli altri cavalieri ridono egli cerca già d impartirgli i primi comandi. E’ puntiglioso, tanto che prepara in maniera perfetta anche le fosse per i caduti in battaglia. A tavola non mangia, ma pretende di essere servito come gli altri: spolpa la carne fino all’osso, taglia in fettine finissime, la ripone in un piatto con la salsa, e la fa portare via. Quando viene messo in dubbio il suo cavalierato egli si innervosisce, vorrebbe anche punire colui che ha fatto l’affermazione, ma decide di partire per dimostrare le sue ragioni, anche perché non saprebbe cosa potrebbe succedergli sapendo di non essere un cavaliere, sapendo che tutto ciò che aveva fatto non contava più nulla. Durante il suo viaggio aiuta una città, attraverso la quale non l’avevano fatto passare, da un brigante che la opprimeva e libera un castello assediato dagli orsi, anche se un mendicante lo aveva avvisato che era tutta una finzione per incastrare i cavalieri, come avevano fatto con lui. La signora del castello vorrebbe giacere con lui, ma lui, con i suoi discorsi avvincenti e colmi di passione, la dissuade dal suo intento e le fa passare una notte meravigliosa. Durante la navigazione verso il Marocco la sua barca viene affondata da una balena, ma egli, camminando sul fondo del mare, raggiunge la riva dove lo attende il suo scudiero. Liberata la principessa e portatala in Bretagna, corre dal re per avvertirlo, ma al ritorno trovano la donna con Torrismondo. Atterrito perché non poteva più dimostrare la verginità della donna, egli fugge e non bada ai richiami di Rambaldo, che lo avvisava che era ancora un cavaliere, che le sue azioni avevano ancora un senso. Dissolvendosi, decide di lasciare l’armatura al ragazzo.
Carlo Magno: il re dei Franchi è piuttosto invecchiato dall’ultima volta che i suoi cavalieri lo hanno visto. Guida sempre lui il suo esercito ed è l’unico che si stupisce per tutte le cose che incontra. Anche a lui sta antipatico Agilulfo, anche se lo ritiene un cavaliere dotato di coraggio e buona volontà: è soddisfatto quando viene messo in dubbio il suo cavalierato, ma quando il cavaliere si dissolve sembra quasi dispiaciuto per la sua dipartita
Rambaldo di Rossiglione: figlio del marchese Gherardo, decide di arruolarsi per vendicare la morte del padre, caduto in battaglia per mano dell’argalif Isoarre. Durante la sua prima battaglia, nonostante la paura per l'inesperienza, cerca l’argalif, trovando, dopo diversi malintesi con l’interprete, il suo porta-occhiali, che deve rifornire il suo padrone. Rambaldo glielo impedisce, così Isoarre muore trafitto da una lancia. Il giovane, soddisfatto per aver vendicato il padre, si getta nella battaglia, cercando uno scontro con i Saraceni, ma cade in un’imboscata. In suo soccorso accorre però un cavaliere misterioso, dalla guarnacca color pervinca, che lo aiuta a sconfiggere i due. Dopo, senza presentarsi o ricambiare il ringraziamento del giovane, egli scappa. Rambaldo vorrebbe inseguirlo, ma il suo cavallo è morto. Camminando, cercando di tornare all’accampamento, egli vede il destriero del cavaliere, e dopo una breve ricerca lo trova, ma scopre che è una donna, e se ne innamora. Vorrebbe confidarsi con Agilulfo, perché si fida di lui e gli dà sicurezza, anche se non riesce a spiegarsi perché prova questi sentimenti verso di lui. Trovato il cavaliere gli dice che vuole diventare come lui, ma dopo aver visto i compiti che spettavano ad Agilulfo si risente un po’ della sua decisione.
Quando Bradamante parte per seguire il cavaliere inesistente, egli la segue, ma non riesce a raggiungerla.
A lui è dato il compito di trovare Agilulfo, quando scappa credendo di non essere più un cavaliere, ma ritrova solo la sua armatura, con un biglietto che attestava che ora la corazza apparteneva a lui. Rambaldo si getta spesso nelle mischie, combattendo con coraggio, ma già dopo la prima battaglia l’armatura è rovinata, sporca, … Grazie a lei il ragazzo può giacere con Bradamante che però , scoperta la sua identità, fugge. Rambaldo continua a combattere, cercando sempre la ragazza, che finalmente trova in un convento, dove si era rifugiata per ripensare alla sua vita e aveva capito che si era innamorata di lui.
Gurdulù: è un matto che l’esercito di Carlo Magno incontra nel suo cammino; a seconda dei paesi in cui transitano ha nomi diversi (Omobò, Martinzùl); egli s’immedesima nelle cose e nelle persone: prende in mano delle pere e crede di essere un pero; quando il re lo rimprovera lo imita, poiché non si ricorda se lui è un uomo normale o se è Carlo Magno; quando gli danno da mangiare egli butta il rancio in un buco di un albero, perché crede sia la sua bocca, … Il re lo affida come scudiero ad Agilulfo. Arrivato in Marocco, viene preso in una rete di pescatori, che lo riconoscono come loro amico dato che lui, durante la guerra, passava dal campo franco a quello nemico e veniva accolto con benevolenza da tutti. Dissoltosi il suo padrone, egli lo cerca in ogni posto; non avendolo trovato, viene preso come scudiero da Torrismondo.
Suor Teodora: religiosa dell’ordine di San Colombano, è la narratrice della storia, che desume da vecchie carte e da chiacchiere. Il compito affidatole dalla badessa è quello di scrivere questa storia, al contrario delle sorelle che devono lavare i piatti o pulire il castello: è un compito gravoso, ma è molto coinvolta da quello che sta raccontando, anche perché, come rivela al termine del libro, lei è Bradamante. Inoltre, scrivendo il suo racconto, capisce che è innamorata di Rambaldo, e quando il giovane arriva per cercarla, ella lo raggiunge e decide di seguirlo.
Bradamante: è la cavallerizza di cui si innamora Rambaldo. Ella è però innamorata del cavaliere Agilulfo, di cui ammira la perfezione dei movimenti in battaglia, la facilità e l’impegno con cui tira all’arco, … Quando il cavaliere parte alla ricerca do Sofronia, ella lo segue, ma non riesce a raggiungerlo. Dopo diverso tempo rivede la sua armatura e, credendo che sia Agilulfo, si abbandona a lui. Scoperto che all’interno della corazza c’è Rambaldo, la donna fugge e si rifugia in un convento.
Sofronia: figlia dei reali di Scozia, è la ragazza che Agilulfo salva dai briganti, atto che gli permetterà di diventare cavaliere. Diventa suora ma viene rapita dai Saraceni e viene comprata come moglie da un sultano del Marocco. Viene tratta in salvo da Agilulfo e portata in Bretagna. Rimasta sola in una grotta aspettando il ritorno del cavaliere, giace con Torrismondo: si pensa ad un incesto, ma tra i due si scopre che non ci sono legami di sangue, cosicché si possono sposare e si trasferiscono in Curvaldia, obbligati però a vivere alla pari con i paesani.
Torrismondo: cadetto dei duchi di Cornovaglia, pensa che tutto ciò che lo circonda sia uno schifo, che l’unica cosa buona nel mondo sia l’Ordine del Santo Gral, di cui crede d’essere figlio. Durante un pranzo, egli rivela d’essere figlio dell’Ordine e di Sofronia, mettendo così in dubbio il cavalierato di Agilulfo. Partendo alla ricerca dei cavalieri, egli li trova e cerca di farvi parte, ma capisce che anche loro non sono perfetti come pensava. Aiuta gli abitanti della Curvaldia a scacciarli, ma poi fugge disperato. Giunto in Bretagna, si rifugia in una grotta, dove trova una donna di cui si innamora: è Sofronia, colei di cui crede d’essere il figlio; arriva sul posto Carlo Magno e gli rivela l’identità della donna: in un primo momento egli scappa pensando ad un incesto, ma facendo ritorno rivela che ella era ancora vergine e quindi tra loro non ci sono vincoli di sangue.
I Cavalieri del Santo Gral: sono un gruppo di cavalieri cristiani che dicono di essere guidati solamente dalla potenza del Santo Gral. Torrismondo pensa di essere figlio loro, ma dopo aver visto l’"indifferenza" con cui fanno tutto spera che ciò non sia vero. Il loro capo è un uomo muto e cieco, che non mangia né beve perché è in estasi per il Gral. I cavalieri sembrano perfetti (tutti i loro colpi vanno a segno, si confondono nella natura che li circonda, …) ma non si fermano dal chiedere tasse ai poveri della Curvaldia.
Tempo e luogo della narrazione: la storia si svolge nel Medioevo, ai tempi di Carlo Magno, in un periodo di qualche mese. Essa è ambientata tra le colline della Francia. Durante il suo viaggio il cavaliere attraversa la Scozia, raggiunge via mare il Marocco, ritorna in Bretagna. Torrismondo si aggira tra i boschi della Francia, in Curvaldia dove trova i Cavalieri del Gral e dove tornerà per vivere con Sofronia.
Sintesi della trama: la narrazione incomincia durante un’ispezione di Carlo Magno alle sue truppe. Passando in rassegna i cavalieri, chiede loro chi sono e fa battute sulla provenienza o sui nomi. Dopo diverse ore arriva in fondo al gruppo, dove un cavaliere dalla corazza bianca e molto pulita dice di essere Agilulfo… Alla richiesta del re di fargli vedere il suo volto, egli risponde che non esiste, che sta in piedi e combatte solo con la sua forza di volontà. Per confermare ciò che dice si toglie l’elmo e il re capisce che non stava mentendo. Ricevuto il permesso di andarsene, i cavalieri si radunano in piccoli gruppi e parlano tra loro, mentre Agilulfo, non sapendo con chi andare dato che stava antipatico a tutti, si allontana da solo. Arriva la sera e tutti vanno a dormire, tranne il cavaliere inesistente, che non essendoci non può neanche riposare: questi per lui sono i momenti peggiori, durante i quali vorrebbe addirittura dissolversi, ma trova rifugio in cose semplici ma che lo tengono impegnato, come contare le foglie, disporre dei rametti in forme particolari, … Durante la notte incontra Rambaldo, unitosi all’esercito per vendicare la morte del padre. Il giovane si confida con il cavaliere, che gli dice di rivolgersi alla Sovrintendenza che si occupava delle vendette. La mattina il ragazzo la raggiunge, ma gli dicono che ci sono dei problemi, ma che se voleva bastava che in battaglia andasse sempre dritto per incontrare chi doveva uccidere: durante gli scontri il ragazzo uccide diversi Saraceni, e grazie ad un interprete cerca l’argalif Isoarre. All’inizio sfida un maomettano, che però non è colui che cerca, che gli dice dove andare. Trovato un altro uomo, scopre che è il porta-occhiali dell’argalif, che sta richiedendo i suoi servigi mentre sta combattendo: Rambaldo rompe gli occhiali e Isoarre muore, ma il ragazzo non si sente soddisfatto, così cerca altri Saraceni da abbattere. Trovatone uno, lo segue ma cade in un’imboscata; in suo soccorso giunge un cavaliere misterioso dalla guarnacca color pervinca, che lo aiuta a sconfiggere i nemici, ma che scappa al termine dello scontro. Il giovane lo reputa come un affronto e lo insegue. Dopo un po’ ritrova il suo cavallo, e cercandolo scopre che è una ragazza e se ne innamora. Tornato al campo si confida ad Agilulfo e gli dice che vorrebbe diventare come lui, ma il cavaliere gli fa vedere quali altri compiti spettano ad uno come lui: controllare quanto cibo viene preparato, sotterrare i caduti, … Rambaldo si annoia e capisce che non è poi tanto bello essere un cavaliere. Giorni dopo Rambaldo ritrova Bradamante mentre si esercita con l’arco, e la sfida. Egli è bravo, ma la donna non fa mai apprezzamenti, dicendogli anzi che quello che fa lo fa sempre per caso. Rambaldo chiede spiegazioni, così la donna invita Agilulfo a tirare una freccia, elogiando ogni singolo gesto del cavaliere. Il ragazzo non capisce, e gli altri uomini lì intorno lo scherniscono dicendogli che lui è innamorato di Bradamante, ma lei pensa solo al cavaliere inesistente. Il ragazzo non sa più se disprezzare o se continuare ad ammirare Agilulfo, così, sconsolato, si confida con un giovane che passava di lì, Torrismondo, che gli dice che tutto è uno schifo, che l’unica cosa perfetta è l’Ordine del Gral, che se volesse potrebbe rovinare Agilulfo in poco tempo. Infatti, durante il pranzo, Torrismondo rivela d’essere figlio di Sofronia. Il cavalierato era stato dato al cavaliere perché quindici anni prima aveva salvato la verginità della ragazza, ma se era vero ciò che diceva il ragazzo il suo gesto meritava solamente una ricompensa, non che fosse fatto cavaliere. Agilulfo, indignato, vorrebbe punire Torrismondo, ma decide di partire alla ricerca di Sofronia per dimostrare ciò che era successo. La sera stessa il cavaliere parte con Gurdulù, e Bradamante lo segue, seguita a sua volta da Rambaldo. Agilulfo raggiunge una città, ma le guardie non lo lasciano passare perché temono sia un brigante che opprime la città. Il cavaliere, infuriato, batte i boschi lì intorno e trova l’uomo, lo consegna alle guardie che lo ringraziano e lo invitano a restare, ma lui continua il suo viaggio. Lungo il sentiero incontrano una donna dai vestiti rotti e sporchi, che chiede aiuto ad Agilulfo: il castello dove viveva con la sua padrona e le sue amiche è assediato dagli orsi, che non le lasciano né entrare né uscire. Il cavaliere, nonostante un mendicante lo avesse avvisato che era un trucco per incastrarlo, scaccia gli animali e viene ospitato dalla padrona del palazzo, Priscilla. Mentre Gurdulù trascorre la notte giocando con le ragazze, Agilulfo e la padrona discutono nelle stanze della donna. Ella vorrebbe dormire con il cavaliere, ma egli la dissuade con i suoi discorsi interessanti e colmi di passione, tanto che la donna si innamora di lui. All’alba i due ripartono, e dopo qualche tempo raggiungono la Scozia. Il convento dove Sofronia si era ritirata è stato saccheggiato dai Saraceni, che hanno portato le suore in Marocco, per venderle come schiave. Agilulfo e Gurdulù salpano a bordo di una nave, che viene però affondata da una balena. Lo scudiero raggiunge la riva al “galoppo” dell’animale, e viene tratto in salvo da pescatori che lo riconoscono come Gudi-Ussuf, l’uomo che veniva sfamato al loro campo durante la guerra. Il cavaliere, invece, cammina sul fondo dell’oceano fino alla terraferma. I pescatori gli chiedono aiuto per trovare delle perle da donare alla moglie che quella sera sarebbe stata visitata dal sultano, ma Agilulfo propone di portarle in dono la sua armatura. Introdotto nelle stanze di Sofronia, l’ultima moglie acquistata dal sultano, la porta in salvo e i tre salpano alla volta della Bretagna. Giunti a terra, la donna viene portata in una grotta, dove deve aspettare mentre il cavaliere raggiunge l’esercito per avvertire Carlo Magno del loro arrivo. Mentre Agilulfo era alla ricerca di Sofronia, Torrismondo batteva i boschi della Francia per trovare i Cavalieri del Sacro Ordine del Gral. Arrivato in Curvaldia, nel bosco vicino ad un paese vede un cavaliere che suona l’arpa, che lo indirizza verso il gruppo. Afferma d’essere loro figlio, ma poiché il portavoce dei cavalieri dice che loro sono guidati solo dal Gral, che non sono quindi consapevoli di quello che fanno, il ragazzo capisce che non l’Ordine non è tanto perfetto quanto se lo immaginava. Vorrebbe farvi parte, ma dopo non essere riuscito a superare le prove che gli venivano proposte, capisce di non essere come loro. Così, mentre i cavalieri vanno a riscuotere le tasse al paese vicino, Torrismondo si ribella ed aiuta i paesani a scacciarli. Affranto, dato che non poteva più dimostrare d’essere cavaliere, fugge verso la Bretagna. Rifugiatosi in una grotta, trova Sofronia, se ne innamora e giace con lei. Arrivati Carlo Magno ed Agilulfo, i due vengono trovati insieme e il ragazzo viene accusato di incesto. Agilulfo, non più cavaliere scappa come Torrismondo, che però poco dopo torna indietro dichiarando che la donna era ancora vergine, quindi tra loro non c’erano legami di sangue; perciò si sposano e vanno a vivere in Curvaldia, con il titolo di Conti. Rambaldo viene mandato alla ricerca di Agilulfo, che però si è dissolto e ha lasciato la sua armatura al ragazzo, che la indossa subito. Tornati al campo, Rambaldo si getta spesso nelle mischie più accese, uscendone sempre vincitore, anche se la corazza, che con Agilulfo era sempre pulita e perfetta, già dopo il primo scontro è sporca e ammaccata. Un giorno, sempre con indosso l’armatura, incontra Bradamante che, scambiandolo per Agilulfo, lo invita vicino a lei. Scopertosi il capo, però, viene ripudiato dalla donna che scappa e si rifugia in un convento. Rambaldo continua a combattere per i Franchi, ma senza la donna non è più la stessa cosa, così la cerca in ogni luogo che raggiunge, finché la trova: lei ha capito che si è innamorata di lui, e decide di seguirlo.
Opinioni e giudizio personale: il libro è piacevole e originale, anche perché Calvino ha deciso di far raccontare la sua storia da un personaggio interno ad essa; il romanzo è gradevole anche perché è di facile lettura e non impegnativo, tanto che lo si può leggere in poco tempo: il linguaggio è semplice, l’autore non fa uso di termini stranieri o propri del suo tempo, anche se il romanzo è stato scritto nel 1959, quindi non molti anni fa, e il linguaggio non è cambiato di molto rispetto ad oggi.
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Riassunto - scheda libro :
Il giovane Holden
LA TRAMA
L’eroe e il narratore del romanzo, “Il giovane Holden”, è un ragazzo di 16 anni che viene “sbattuto fuori” per scarso rendimento scolastico dall’istituto Pencey, una scuola di Agestown in Penslyvania. Prima di abbandonare il collegio, il ragazzo ci racconta gli avvenimenti di quella giornata: l’incontro con l’insegnante di storia, i suoi compagni di studi con le loro complicità, le loro opinioni e avventure condivise, le gelosie, le liti ecc.... . Si sente triste, solo e insoddisfatto, ricorda la morte del fratellino Allie, ed è pieno di rimorso per la delusione che darà ai suoi genitori dal momento che è stato mandato via da ben quattro scuole. Uscito di notte dall’Istituto, tra la neve e il gelo si avvia alla stazione per prendere un treno per New York e trattenersi lì un paio di giorni prima di tornare a casa. Arrivato in città, prende una camera in un albergo non troppo raccomandabile. Lì vive una brutta avventura con una prostituta e il suo protettore, da cui viene truffato e picchiato. Sempre più triste e solo, decide di telefonare ad un amica con cui aveva “filato” qualche tempo prima: Sallie. Con lei cerca di sfogarsi, esprimendole tutte le sue insoddisfazioni e confidandole tutte le sue aspirazioni, ma la ragazza non lo comprende per cui, dopo una lite, i due si lasciano ed Holden si trova nuovamente solo con i suoi dubbi e le sue paure. Successivamente incontra Carl Luce, un suo compagno di studi di Whooton con cui trascorre qualche ora e scambia qualche idea. Anche con lui non trova alcuna soddisfazione, in quanto l’amico lo tratta da immaturo e gli consiglia addirittura di farsi psicanalizzare. Ancora più depresso e “schifato” dalla vita si ubriaca, piange e teme addirittura di morire. Avverte però un dolore straziante al pensiero del dispiacere che proverebbe la madre, che ha già perso un figlio e alla disperazione della sorellina Phoebe. Decide quindi di vedere quest’ultima per cui, furtivo come un ladro, entra in casa sua e si dirige verso la camera della piccola. La sveglia e si confida con lei. Phoebe è l’umica che riesce a comprenderlo ed è proprio a lei che Holden confida il suo sogno, cioè di essere “l’acchiappatore nella segale”. come nella poesia che ha letto il protagonista desidera trovarsi in un grande campo di segale dove giocano numerosi fanciulli e lui, sul bordo di un dirupo “pazzesco” controlla i ragazzini prendendo al volo tutti quelli che stanno per cadere. All’arrivo dei genitori si nasconde e poi fugge. Trova quindi ospitalità nella casa del professore Antolini, ma anche con lui, dopo un primo momento positivo, vive una situazione imbarazzante, per cui abbandona anche questa casa e finisce di trascorrere la notte alla stazione centrale. Dopo aver scritto una lettera alla sorellina in cui le comunica la sua decisione di andar via di casa, la incontra al museo. E’ proprio lei che induce Holden alla ragione e lo persuade a rimanere. Nell’ultimo capitolo Holden ci parla da un sanatorio in cui è ricoverato per TBC e ci comunica che è aiutato da uno psicanalista e che in autunno tornerà a scuola.
COMMENTO
Ho letto con molto entusiasmo “Il giovane Holden” in quanto l’ho trovato, nonostante scritto negli anni cinquanta, molto attuale, probabilmente perché le problematiche che propone sono quelle della crisi dell’età adolescenziale, che toccano tutti i ragazzi di tutti i tempi. Nell’infanzia crediamo a tutto ciò che ci viene detto, adoriamo i genitori e i maestri senza mai metterli in discussione. Pensiamo che siano dei modelli perfetti in quanto ci insegnano tutti i valori della vita: l’onestà, la bontà.... Crescendo, pian piano cominciamo a vedere i loro difetti e tutte le brutture del mondo da cui ci avevano protetto. Allora ci sorgono dei dubbi, vacilliamo e spesso non riusciamo ad accettare la realtà. Ci rendiamo conto che nella vita bisogna spesso giungere a compromessi, anche se ciò non ci piace. Tutto ci sembra più brutto di come è, il senso della vita ci sfugge, alle volte pensiamo alla morte e ci poniamo delle domande sul significato della nostra esistenza e dell’umanità in generale. Purtroppo, a questi misteri non c’è spiegazione ne logica ne scientifica per cui i dubbi ci assalgono e quindi andiamo in crisi. Il giovane Holden, come molti adolescenti, è un puro e ha degli ideali e delle aspirazioni molto nobili. Egli sogna di “diventare il catturatore nella segale” perché vorrebbe proteggere i bambini, che egli ritiene innocenti, dai pericoli della vita, per cui nella sua fantasia immagina di trovarsi su un dirupo in un campo di segale dove giocano i fanciulli e lui li trattiene dal cadere giù. E’ proprio questa immagine simbolica il fulcro del libro, essa ci fa comprendere il sogno di Holden di proteggere i bambini, la loro innocenza e l’integrità del mondo, ma tale sogno inevitabilmente fallisce, perché si ricade in una società di adulti caratterizzata da autocoscienza e da compromessi. A tutti capita di avere tanta paura di se stessi da non avere il coraggio di guardarsi in faccia, ma purtroppo prima o poi bisogna farlo, perché non si possono eludere i nostri doveri. Che ci piaccia o no, bisogna affrontare le difficoltà della vita senza arrendersi e senza arrivare a punti di esasperazione. Sono proprio queste le cose che ci aiutano a crescere e a capire meglio noi stessi. Solo così potremo renderci conto di ciò che ci piace, di ciò che siamo e possiamo fare. Una giusta autocritica non può essere altro che positiva.
Anche lo stile del libro è molto attuale in quanto espresso in un linguaggio parlato non letterario. Leggero e scorrevole, a volte umoristico, a volte angoscioso e ricco di pathos, è un libro molto profondo che ti colpisce e del cui contenuto non ti puoi dimenticare facilmente.
LA LOCALIZZAZIONE SPAZIALE
Il libro “il giovane Holden” di Salinger si localizza nell’ambiente di New York negli anni cinquanta. Tramite la descrizione dei luoghi in cui si muove il ragazzo ci viene illustrata la società americana del dopoguerra. Inizialmente possiamo vedere il collegio, con le “squallide” camere, le “luride” docce ecc... . Successivamente entriamo nel cuore della città di New York con i suoi grattaceli, gli ascensori, gli alberghi, i bar, i ristoranti, i musei, lo zoo ecc.... . Tutto ciò sottolinea che la vita frenetica e l’indifferenza proprie della grande città acuiscono il senso di solitudine, ribellione e impotenza.
LA LOCALIZZAZIONE TEMPORALE
Il libro di Salinger è stato pubblicato nel 1951 e quindi possiamo localizzarlo nel periodo storico-culturale dell’America del dopoguerra. Culturalmente ha segnato una svolta nel modo di scrivere in quanto è espresso in un linguaggio parlato, non letterario grazie al quale ha trovato successo soprattutto tra i giovani. Storicamente esprime un periodo ben preciso, quello del dopoguerra Americano in cui ci si avvia alla crescita economica di tale paese. Dalla lettura del libro si comprende che c’è abbastanza lavoro e soprattutto che un titolo di studio è ancora una certezza.
HOLDEN
Holden è un ragazzo di sedici anni, alto un metro e ottantanove, magro come un “chiodo”, con i capelli grigi. E’ un gran fumatore, poco studioso, talvolta bugiardo e sognatore ma intelligente, appassionato alla lettura e molto sensibile. Come tutti gli adolescenti sta attraversando un periodo di profonda crisi esistenziale. Nel raccontare le sue disavventure accadute nei tre giorni trascorsi da solo nella città di New York egli mette a nudo tutta la sua anima. E’ un puro, un ragazzo di indole innocente che fa fatica ad integrarsi in un mondo pieno di brutture, meschinità, cattiverie e compromessi. Quindi spesso, per superare momenti di maggior depressione, si rifugia nell’immaginazione e nella bugia in quanto soltanto in questo modo può attutire il dolore che la dura realtà riesce a provocare in lui. La sua vita priva di certezze lo rende insicuro ed infelice. Come tutti i ragazzi della sua età i suoi comportamenti sono spesso contraddittori: alle volte agisce come un adulto e alle volte come un bambino, da una parte è poco studioso e dall’altra è amante della lettura e appassionato di Inglese. Tutti gli aspetti della vita lo mettono in crisi in quanto non è ancora in grado di guardare bene in se stesso. Ha un rapporto conflittuale con il sesso da cui, da una parte viene attratto, afferma infatti che “è un guaio che certe sconcezze siano proprio uno spasso” ma dall’altra ne ha una concezione molto casta, affermando che certe cose dovrebbero essere fatte solo con una persona con cui ci sia un’intesa non solo fisica ma anche intellettiva ed affettiva. Crede in Gesù ma non in tutto ciò che propone la religione cattolica, per cui anche se in alcuni momenti di estrema sfiducia sente il bisogno di pregare spesso non ci riesce. Insomma non riesce a trovare ne negli amici, ne negli studi, ne negli insegnanti ecc... nulla per cui valga la pena di vivere. L’unica persona in cui veramente crede è sua sorella Phoebe, che rappresenta quel mondo di purezza e d’innocenza a cui lui aspira. Il simbolo della figura del protagonista è in una frase in cui lui si definisce: “il catturatore nel campo di segale”. Egli immagina di trovarsi in un ampio campo di segale sulla cima di un dirupo nel quale giocano frotte di bambini e lui Holden, si trova sulla cima ed acchiappa e trattiene i ragazzini dal cadere giù. Attraverso questa immagine simbolica si capisce il sogno del protagonista di proteggere l’innocenza e l’integrità del mondo dell’infanzia dalle brutture della vita.
PHOEBE
Phoebe è la sorella di Holden. Ha circa dieci anni, è alta, magra, con un portamento elegante, degli stupendi capelli rossi che d’estate porta cortissimi, lasciando scoperte le piccole orecchie ben fatte e d’inverno lunghissimi, spesso raccolti in splendide trecce. Ha un carattere vivace, vispo e intelligente, scolasticamente è “molto in gamba”, è amante del cinema e della lettura. Sa stare con la gente e, nonostante la tenera età, è sensibile e piena di buon senso, una persona con la quale è sempre piacevole parlare in quanto capace di ascoltare e comprendere. In certi passi del libro Holden per questa sua saggezza la definisce “la vecchia Phoebe” ma in altri mette in evidenza la sua natura di bambina con le sue ripicche e i suoi giochi. E’ generosa, affettuosa e molto affezionata al fratello per il quale prova un amore profondo. Dopo Holden si può definire il personaggio più significativo del libro, perché la sua presenze riveste un ruolo di primaria importanza: è infatti grazie a lei che Holden decide di non fuggire e ritornare a casa. Per il fratello lei rappresenta la purezza, l’innocenza cioè tutto quello a cui lui aspira e non riesce a trovare in un mondo dove tutto appare superficiale, meschino e pieno di compromessi. Holden vede lei come uno di quei bambini nell’immenso campo di segale che devono essere acchiappati, cioè salvati, per evitare che cadano nel baratro della vita.
ALLIE
Fra i personaggi del libro ritengo giusto annoverare anche Allie, il fratello di Holden morto di leucemia a solo tredici anni. Anche se non compare fisicamente, dal momento che, come ho già detto è morto, io lo ritengo un personaggio di primaria importanza nella vita di Holden perché il giovane prova per lui un amore profondo e sincero. Continuamente pensa a lui, lo stima a tal punto da ritenerlo un genio e ne conserva due cose: una materiale, il guantone di baseball, su cui il bambino aveva scritto una poesia su ogni dito, e una fisica, la propria mano, rimasta inabile per essersela rotta, spaccando tutto ciò che aveva vicino, per la disperazione della sua morte. E’ difficilmente accettabile per tutti perdere una persona cara, ma soprattutto per un’adolescente come Holden non è semplice capire ciò. Il fatto che un ragazzino, simpatico, intelligente e pieno di vita possa essere stroncato da una malattia inguaribile in tenera età è un avvenimento talmente tragico che, oltre a distruggerti psicologicamente, ti fa sorgere mille dubbi sul senso della vita.
IL PROFESSOR SPENCER
Il professor Spencer ci viene descritto come un vecchio “bacucco” di circa settanta anni, malaticcio e fisicamente malridotto, di carattere onesto e molto sensibile. Non è un professore cattedratico e distaccato dagli alunni, ma una persona ricca di umanità e molto disponibile. Professionalmente severo e giusto, si preoccupa non solo della preparazione didattica del giovane Holden ma anche di ciò che pensa e di quello che sarà il suo futuro. Cerca infatti di comprendere le motivazioni dei suoi insuccessi scolastici e tenta, anche se invano, di aiutarlo, esortandolo a prendere in più seria considerazione i suoi studi al fine di non trovarsi in difficoltà e pieno di rimorsi nella sua vita da adulto.
IL PROFESSOR ANTOLINI
Il professor Antolini è il migliore insegnante che Holden ritiene di aver avuto. E’ un uomo giovane, brillante e sensibile sposato con una donna molto più anziana di lui. Aveva colpito Holden per il fatto di aver raccolto e ricoperto con la propria giacca un ragazzo, James Castle, che si era buttato dalla finestra. Nell’incontro con il protagonista ci appare una persona piuttosto profonda, capace di comprendere molto bene l’animo dei giovani. Si rende conto infatti del baratro in cui è caduto Holden e lo esorta a riflettere. Gli dice infatti di guardare bene in se stesso per capire ciò che gli piace e ciò che non li piace. Soltanto in questo modo potrà imparare a conoscere “le sue vere misure e a vestire la propria mente”. Holden ha del professore un giudizio ottimo, ma alla fine scopre in lui un lato poco piacevole, cioè che è un omosessuale. Ciò lo atterrisce, per cui sia allontana immediatamente dalla sua casa.
WARD STRADLATER
Ward Stradlater è il compagno di stanza di Holden nell’Istituto Pencey. E’ un ragazzo fisicamente molto attraente: alto, robusto, affascinante, sicuro di sé, donnaiolo. Consapevole del suo bell’aspetto, dedica molto tempo alla cura del suo corpo, impeccabile all’apparenza, è molto trascurato con i propri oggetti. Stradlater rappresenta il tipico ragazzo americano benestante degli anni cinquanta più preoccupato dell’apparire che dell’essere, che a volte si mostra borioso ed egoista, a volte generoso e pieno di slancio. E’ insensibile nei confronti di Holden in quanto non si sofferma ad aiutarlo e comprenderlo, ma fino all’ultimo tenta di sfruttarlo proponendo a lui, bocciato, di eseguirgli un tema d’inglese, l’unica materia per cui il compagno mostra attitudine.
ROBERT ACKLY
Ackly è il ragazzo che occupa la stanza vicino a quella di Holden nel collegio di Pencey. E’ un tipo molto lato con la “schiena rotonda”, certi denti da “farti venire il voltastomaco” ed il viso pieno di brufoli. Anche per quanto riguarda il carattere l’autore mette l’accento più sui suoi difetti che non sui suoi pregi. Appare infatti come un tipo incapace di stabilire dei legami molto confidenziali con i compagni in quanto non può soffrire quasi nessuno ed alle volte è anche un po’ maligno. Mostra antipatia ed invidia per Stradlater, probabilmente perché molto più estroverso e sicuro di sé. Holden prova per lui sentimenti contrastanti: a volte pena per tutti i suoi difetti e problemi, cioè la sinusite, i brufoli, i denti e le unghie sporche, l’alito cattivo, la voce lagnosa ed il carattere introverso, a volte stima per i suoi atteggiamenti saggi e da gentiluomo, definendolo addirittura un principe.
CARL LUCE
Carl Luce amico e compagno di studi di Holden nel collegio di Whooton a circa diciannove anni. E’ un ragazzo particolare, egocentrico, presuntuoso e molto “fissato con il sesso”. Ha una relazione con una scultrice cinese di circa quaranta anni. Nell’incontro con Holden dimostra di avere poco in comune con lui, infatti non lo capisce e addirittura lo consiglia di rivolgersi ad uno psicanalista per farsi aiutare ad “adattarsi” alla vita e a riconoscere i “propri schemi mentali”.
JANE
Jane è un’amica di Holden, una ragazza particolare che per il giovane rappresenta qualcosa di speciale. Pur non avendo dei lineamenti belli secondo i canoni estetici del tempo, è per lui molto affascinante. La ritiene infatti una persona fuori dell’ordinario: sensibile, seria, intelligente, colta, amante della lettura. Tra di loro si era stabilito un rapporto molto intenso, basato sull’affetto e l’amicizia. Trascorrevano infatti molto tempo insieme, discorrendo, passeggiando, andando al cinema, giocando al golf e a dama. Jane è una delle poche persone stimate da Holden in questo periodo di depressione e di crisi profonda, in quanto riesce a vederla in modo positivo. Appartiene a quel mondo di innocenza a cui lui aspira per cui non può sopportare l’idea che ella sia uscita con Stradlater e lui possa aver sciupato la sua purezza avendola fatta cadere nel baratro della vita.
SUNNY
Sunny è la prostituta con cui Holden viene in contato in un albergo di New York. E’ una ragazza giovane, probabilmente minorenne, magrolina e con una vocina così fievole che sembra un pigolio. Non ha l’aspetto di una prostituta ed è proprio questo, oltre il suo metodo di approccio frettoloso, con l’orologio alla mano, che scoraggia Holden e che lo rende più depresso che eccitato. Riesce a gelare il giovane proprio per il suo aspetto normale molto più che se fosse stata una di quelle vecchie prostitute, “cavallone”, truccate come maschere. Si rivela inoltre furba e disonesta in quanto tenta di estorcergli, pur non avendo eseguito il proprio lavoro, il doppio della cifra pattuita. Ella appartiene al mondo sudicio e meschino che Holden non riesce ad accettare e comprendere. Il ragazzo, fondamentalmente un puro, è del parere che il sesso, dovrebbe essere concepito soltanto in funzione dell’amore, basato su un’intesa non solo fisica, ma intellettiva ma, purtroppo la curiosità dell’età lo spinge a prendere contatto con lei anche se poi prevale la sua innocenza.
SALLY HAYES
Sally è un’amica di Holden. Egli ce la descrive come una ragazza molto carina, elegante, affascinante, intelligente, intellettuale, amante della commedia. Ha un flirt con il giovane, ma quando lui le propone di fuggire insieme per andare a vivere in un ambiente incontaminato a contatto con la natura, lei si rivela diversa. La vede quindi integrata in quel mondo che lui non riesce ad accettare, si rende conto che è un tipo tradizionale, amante della vita comoda, disposta ad accettare compromessi che la società le propone pur di avere una vita agiata. Tra lei ed Holden avviene quindi una discussione ed i due si lasciano in malo modo.
MAURICE
E’ l’addetto dell’ascensore dell’albergo in cui Holden passa le notti a New York. Una persona violenta e poco seria che ricatta e picchia il ragazzo per estorcergli il doppio della cifra pattuita per andare a letto con la prostituta. Sia il suo fisico (“era un pezzo di marcantonio”) che i suoi modi di fare intimoriscono Holden, anche se nonostante tutto si ribella e viene quindi picchiato. Anche questo personaggio rientra in quel tipo d’individui loschi e “schifosi” che un adolescente non inserito ancora nel sistema non può sopportare. Insieme a Sunny, rappresenta il mondo della prostituzione che, ieri come oggi, è fatto di squallore e violenza.
MARTY - LAVERNE - BERNICE
Marty, Laverne e Bernice sono tre ragazze sulla trentina che Holden incontra nella sala lilla dell’albergo Edmont di New York con cui si intrattiene e balla per tutta la serata. Ce le descrive piuttosto bruttine, poco intelligenti e non molto educate. Rappresentano la vacuità delle ragazze americane degli anni cinquanta, superficiali, in cerca di emozioni effimere e prive di spessore. Appartengono infatti a quel tipo di mondo che Holden disprezza.
DUE SUORE
Holden incontra in una tavola calda due suore, due insegnanti, una d’inglese e l’altra di storia e d’istituzioni americane. Sono due persone dimesse, gentili che piacciono molto ad Holden perché non appartengono a quel tipo di società meschina, cattiva ed approfittatrice che lui rifiuta.
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Riassunto - scheda libro :
Umberto Eco
Il nome della rosa
LETTURA STRUTTURALE
1 COORDINATE SPAZIALI TEMPORALI
Il racconto si svolge in un'abbazia benedettina di cui non è noto il nome, gli unici dati che conosciamo ci dicono che si trova sulla dorsale appenninica dell'Italia settentrionale non lontano dal mare.
I fatti narrati hanno inizio una mattina di fine novembre nell'anno 1327 e hanno la durata di sette giorni; ciascuna giornata è a sua volta suddivisa secondo le ore liturgiche.
Il tempo della vicenda è dichiarato esplicitamente dall'autore mentre riguardo al luogo la collocazione del monastero va dedotta da alcuni elementi presenti nel testo, che peraltro non ci forniscono l'esatta ubicazione di esso.
La maggior parte degli ambienti dell'abbazia viene descritta in modo preciso e dettagliato così come appare ad Adso, che riporta anche le diverse emozioni che essi suscitano in lui.
All'inizio del racconto troviamo una delle descrizioni più significative: quella dell'abbazia. Essa si trovava sopra un monte ed era circondata da una cinta di mura, l'unico varco era un portale da cui partiva un viale, alla sua sinistra si estendeva una vasta zona di orti e il giardino botanico, intorno ai balnea, all'ospedale e all'erboristeria. Sul fondo si ergeva l'Edificio, di forma quadrangolare con quattro torrioni eptagonali. Al centro si trovava la Chiesa alla cui destra si estendevano alcune costruzioni che le stavano a ridosso: la casa dell'abate, il dormitorio e la casa dei pellegrini. Sul lato destro, al di là di una vasta spianata c'erano una serie di quartieri colonici, stalle, mulini, frantoi, granai e cantine. L'intero complesso era orientato secondo precisi dettami architettonici.
Un ambiente interno descritto con precisione è lo scriptorium: questo occupava l'intero secondo piano dell'Edificio. Le volte, sostenute da robusti pilastri, racchiudevano uno spazio soffuso di bellissima luce che entrava da tre enormi finestre per ogni lato maggiore, venticinque minori e otto alte e strette che si aprivano sul pozzo interno. L'abbondanza di finestre faceva sì che ci fosse una luce continua e diffusa che attraverso vetrate non colorate manteneva la sua purezza. I posti più luminosi erano riservati agli antiquari, ai rubricatori e ai copisti. In tutto c'erano quaranta tavoli, ognuno con tutto l'occorrente per miniare e copiare: corni da inchiostro, penne fini, pietra pomice, regoli per tracciare linee e un leggio.
Un'altra descrizione importante è quella che riguarda lo scenario che appare ad Adso quando questi torna sul luogo dove sorgeva l'abbazia: delle grandi e magnifiche costruzioni che adornavano quel luogo erano rimaste sparse rovine. L'edera aveva ricoperto i brandelli di muro e le colonne; erbe selvatiche invadevano il terreno. Del portale della Chiesa erano rimaste solo poche vestigia corrose di muffa, il timpano era rotto a metà. L'Edificio sembrava stare ancora in piedi, ma al suo interno ogni cosa era distrutta, il tetto era aperto da grandi squarci. Tutto ciò che non era verde di muschio era ancora nero dal fumo di tanti anni prima.
2 PERSONAGGI
I protagonisti della vicenda sono Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, che vengono aiutati da Severino l'erborista, Nicola il fabbro e inizialmente Bencio da Upsala e Abbone. Questi sono opposti al vecchio Jorge, il cui aiutante è Malachia. L'oggetto del desiderio è rappresentato dal desiderio di scoprire chi è il responsabile della morte di vari monaci; questa indagine porta anche alla ricerca di un manoscritto protetto accuratamente, le cui pagine sono avvelenate; esso è un volume che raccoglie un testo arabo, uno siriano, una interpretazione o trascrizione della Coena Cypriani e l'unica copia del II libro della poetica di Aristotele, che trattava della liceità del riso.
La maggior parte dei personaggi viene inizialmente introdotta da una breve descrizione fisica; successivamente vengono caratterizzati meglio tramite il loro comportamento e le loro azioni. Ci troviamo quindi in presenza di una combinazione di tecniche narrative. Fa eccezione naturalmente Adso, di cui è presente solo una descrizione indiretta.
Guglielmo da Baskerville è un uomo alto e magro; ha occhi acuti e penetranti con sopracciglia folte e bionde, naso affilato e viso allungato e coperto di lentiggini. Ha circa cinquanta anni, ma nonostante questo si muove con inesauribile agilità Di tanto in tanto passa svariate ore disteso in cella con un’espressione assente negli occhi, tanto da sembrare sotto l'effetto di qualche droga. Egli appartiene all'ordine dei francescani e ,dopo essere stato per molti anni inquisitore è stato inviato dall'imperatore a fare da mediatore fra il Papato, l'Impero e l'ordine francescano. Come tutti gli intellettuali dell'epoca è in possesso di un sapere enciclopedico, è quindi dotto e sapiente e ciò gli conferisce la facoltà di affrontare ogni situazione con la giusta sagacità e prontezza nell'agire, a cui unisce un grande spirito d'osservazione e un eccellente acume intellettuale, come dimostra nel ricostruire il labirinto della biblioteca da fuori. Fra i personaggi dell'epoca ammira soprattutto Guglielmo d'Occam e Ruggero Bacone, da quest'ultimo trae un interessamento alla tecnologia e alle nuove scoperte che insieme a curiosità e desiderio di imparare sempre qualcosa di nuovo formano un carattere dinamico, insolito per la staticità mentale del Medioevo. Dal punto di vista simbolico Guglielmo rappresenta la voglia di conoscere e la razionalità.
Adso da Melk, di origini tedesche, è la voce narrante della storia. Durante gli avvenimenti è ancora un giovane ma li racconta quando ha ormai raggiunto un'età avanzata. Egli è un novizio benedettino ed è stato affidato a Guglielmo per avere un maestro che lo istruisca. È molto giovane e per questo ancora ingenuo e inesperto, ma allo stesso tempo voglioso di apprendere dal suo maestro che ammira profondamente e di cui si fida, tanto da farne il suo confessore. Nei sette giorni della vicenda egli matura molto e cresce sia dal punto di vista spirituale che intellettuale, chiarendosi le idee su molti dei fenomeni del tempo, fra cui le eresie e la corruzione della Chiesa. Ma la sua ingenuità lo porta a un momento di debolezza in cui cade nel peccato carnale con una ragazza, questo episodio lo tormenta a lungo e anche da anziano lo ricorda molto bene continuando a esserne sconvolto. Adso rappresenta l'inesperienza e attraverso le sue domande dà indicazioni ai lettori meno colti.
Jorge da Burgos, come già Guglielmo, è descritto con precisione nel testo; è il più vecchio dei monaci eccetto Alinardo, è cieco ma si muove e parla come se avesse il bene della vista. Il peso degli anni lo ha reso curvo e gli ha reso bianchi i capelli e il viso; tuttavia la sua voce è ancora maestosa. Spesso appare improvvisamente, come se vedesse bene; passa molto tempo nello scriptorium dispensando consigli ai monaci, i quali lo stimano molto e sovente si rivolgono a lui. Col passare degli anni ha acquisito influenza ed importanza nell'abbazia, fu lui a far eleggere Abbone come abate e Malachia come bibliotecario manovrandoli per quaranta anni. Jorge disprezza il riso e gli esseri umani che ridono perché' essi si prendono beffe della divinità e si allontanano dalla realtà. Per questo s'impone di tenere segreto il II libro della poetica di Aristotele che giustifica e apprezza il riso; egli causa molti dei delitti che sconvolgono l'abbazia, cospargendo le pagine di quel testo con un potente veleno. Di questo personaggio appare un giudizio estremamente negativo in quanto rappresenta una religiosità irrazionale e dogmatica.
Abbone è abate dell'ordine benedettino; si occupa di guidare sia spiritualmente sia materialmente la vita all'interno dell'abbazia ed è lui a concedere la possibilità di consultare i libri della biblioteca. Ma a volte non riesce a tenere in pugno la situazione tanto che chiede aiuto a Guglielmo per scoprire il motivo delle morti misteriose; per tanti anni segue la volontà di Jorge e quando tenta di ribellarsi viene ucciso da questo che lo rinchiude in un passaggio segreto. Abbone possiede una cultura molto ampia e prova piacere a darne sfoggio come risulta chiaro quando parla delle pietre preziose; apprezza le ricchezze materiali e aspira all'ammirazione di tutti verso la "sua" abbazia, è inoltre una persona conservatrice che non ama le novità. Abbone è simbolo dell'amore per i beni materiali.
Bernardo Gui è un frate domenicano impegnato come inquisitore. Ha circa sessanta anni, è esile ma diritto e ha due occhi grigi e freddi che colpiscono Adso. È una persona intelligente e acuta, ma non ricerca la vera giustizia bensì vuol trovare dei colpevoli per rafforzare la potenza della sua carica.
Malachia da Hildesheim è bibliotecario dell'abbazia, l'unico che ha accesso in queste stanze e conosce i vari passaggi segreti. È alto e magro, con membra grandi e sgraziate, ha occhi intensi e volto pallido e avvolto nelle vesti nere col cappuccio alzato incute inquietudine. Sembra melanconico, severo e pensoso ma in realtà è molto semplice; successivamente Adso capisce che è manovrato da Jorge, il quale involontariamente causa la sua morte.
Salvatore è un monaco ma assomiglia più a un vagabondo per la sua tonaca sporca e lacera. Ha la testa rasata e sopracciglia dense e incolte, gli occhi sono rotondi con piccole pupille e la bocca ampia e sgraziata contiene denti neri e aguzzi. È di origini semplici e ha un passato doloroso e irregolare, avendo girovagato per tutta l'Italia fino a unirsi alle bande di fra Dolcino. È quindi un uomo ignorante e rozzo senza un compito all'interno dell'abbazia, procura ragazze al cellario e per questo viene catturato da Bernardo Gui.
Remigio è il cellario dell'abbazia, cioè colui che si occupa dell'amministrazione e dell'approvvigionamento. È un uomo pingue e di aspetto volgare ma gioviale, canuto e piccolo ma ancora robusto e veloce. La sua religiosità non è molto forte, infatti aveva aderito a un movimento eretico e commette peccati di lussuria, per questo è processato e condannato da Gui.
Severino da Sant'Emmerano è il padre erborista, che si occupa dei balnea, dell'ospedale e degli orti. Ha raccolto molte erbe e piante medicinali e fornisce a Malachia sostanze che provocano visioni, la sua cultura nel campo dell’erboristeria è molto ampia. Cerca sempre di aiutare Guglielmo e infatti è l'unico che trovato il libro non lo apre immediatamente ma avverte i protagonisti.
Nicola da Morimondo è il maestro vetraio dell'abbazia e si occupa delle fucine, è molto utile a Guglielmo nel ricostruirgli le sue lenti, è una persona affidabile e infatti viene nominato cellario dopo la cattura di Remigio.
Alinardo da Grottaferrata è il più vecchio dei monaci. Trascorre gran parte delle sue giornate tra le piante e in Chiesa e viene considerato da tutti uno sciocco pazzo, ma in verità conserva un’ottima memoria ed è utile a Guglielmo per il ritrovamento del passaggio che porta alla biblioteca.
Ubertino da Casale era un frate francescano spirituale che si era trovato in contrasto col Papa riguardo a questioni sulla povertà del clero e per questo e stato accolto dai benedettini. All'arrivo della delegazione papale è costretto a fuggire. È un vecchio dal volto liscio, la testa senza capelli, grandi occhi celesti, pelle candida e bocca sottile tanto da sembrare un fanciulla avvizzita.
Bencio da Upsala è un giovane monaco scandinavo, studia retorica, in lui si agitano fremiti d'indipendenza e accetta con faticai vincoli riguardanti la biblioteca. Inizialmente aiuta Guglielmo nell'indagine rivelandogli la relazione tra Berengario e Adelmo ma successivamente, venendogli offerto il posto di aiuto bibliotecario, ha un atteggiamento di chiusura nei confronti del francescano.
Berengario da Arundel è l'aiuto bibliotecario, è giovane, dal volto pallido e dal corpo bianco e molle. Soffre di convulsioni e spesso la notte fa bagni tiepidi. Successivamente Guglielmo scopre che ha commesso un peccato carnale con Adelmo e ha usato la possibilità di accedere alla biblioteca per procurarsi merce di scambi, ciò gli costa la vita quando decide di leggere lui stesso il misterioso libro.
Venanzio da Selvemec è un traduttore dal greco e dall'arabo, che apprezza molto Aristotele. Viene trovato ucciso la mattina del secondo giorno in un orcio pieno di sangue suino.
Tutti i personaggi sono per lo più statici. Ognuno ha infatti una precisa funzione all'interno del romanzo e mantiene intatte le proprie idee senza introdurvi cambiamenti. Tutti infatti, da Jorge ad Abbone, sono convinti di possedere l'unica verità.
Fa eccezione Adso che si pone in un atteggiamento diverso, egli è infatti disponibile a imparare e a mettere in discussione le proprie idee; grazie a questo matura molto col passare dei giorni ricevendo insegnamenti e esaminando meglio argomenti religiosi (ad esempio le eresie), in generale impara a non fermarsi alle impressioni esteriori.
IL NARRATORE E IL NARRATARIO
Il narratore è interno alla storia ed è autodiegetico in quanto è uno dei protagonisti: si tratta infatti di Adso da Melk che, già vecchio, racconta un episodio della sua giovinezza.
Adso è l'unico narratore, è presente quasi sempre una focalizzazione interna in quanto gli avvenimenti vengono analizzai dal punto di vista dell'Adso diciottenne; solo a volte interviene l'Adso ottantenne per spiegare alcune situazioni.
Il narratario è esterno alla storia in quanto Adso si rivolge alle generazioni future ("lascio questi fogli a quelli che verranno").
Si può rilevare uno sdoppiamento nel narratore: l'Adso agens che vive l'esperienza e l'Adso scrittore che la trascrive: solo quest'ultimo è onnisciente in quanto conosce già l'esito dell'indagine e dell'incontro delle delegazioni e comprende comportamenti e azioni che l'Adso giovane non si spiegava.
Il narratore conosce più fatti e pensieri degli altri personaggi in quanto narra gli avvenimenti quando sono terminati.
Le tecniche utilizzate maggiormente sono il discorso raccontato per le descrizioni, quello diretto per i molti dialoghi riportati e il discorso indiretto per le situazione raccontate da Adso. A volte ci sono personaggi che riflettono o raccontano episodi, in questo caso è presente il monologo.
LA CATENA CRONOLOGICA
Gli avvenimenti non sono narrati nell'ordine fabula in quanto l'intera catena di omicidi è ricostruita solo al termine della vicenda così come nel corso del romanzo appaiono nuovi elementi sul passato di alcuni monaci (Jorge, Remigio, Salvatore...).
Tutto il romanzo si presenta come un grande flashback in quanto è il ricordo di un'esperienza vissuta in gioventù da Adso. All'interno di questa sono presenti altri flashback, alcuni sono necessari per spiegare la catena di omicidi, altri raccontano di avvenimenti esterni all'abbazia, come ad esempio il racconto di Salvatore e il ricordo della morte di frate Michele. Ogni tanto è presente anche qualche anticipazione come quella riguardante l'esito del viaggio in Francia di Michele da Cesena.
Il punto culminante della vicenda è individuabile nella sera del sesto giorno in cui Guglielmo è ad un passo dal risolvere il mistero; nonostante l'abate gli abbia tolto l'incarico di investigare, Guglielmo con Adso penetra in biblioteca e riesce a dare la soluzione dell'enigma che consente loro di entrare nel Finis Africae.
SITUAZIONE INIZIALE: Guglielmo e Adso arrivano all'abbazia inviati dall'imperatore per partecipare ad un incontro tra frati francescani e una delegazione papale. Al loro arrivo Abbone chiede a Guglielmo di far luce sulla morte del giovane monaco Adelmo, il cui corpo è stato ritrovato in un precipizio.
EVENTO COMPLICANTE: Accadono molti fatti strani nell'abbazia e vengono uccisi Venanzio, Berengario, Severino e Malachia.
SVILUPPO DELL'AZIONE: Guglielmo interroga molti monaci e penetra in biblioteca riuscendo ad intuire quasi per intero la verità. Intanto vengono arrestati e condannati Salvatore e Remigio e ha luogo l'incontro tra le due delegazioni che termina con esito negativo.
CONCLUSIONE: I due protagonisti riescono ad entrare nel Finis Africae e qui trovano Jorge e il libro misterioso. Finalmente si riesce a ricostruire la verità e a trovare il colpevole ma Jorge tenta di nascondere il libro e riesce a distruggerlo scatenando un incendio che presto si estende a tutta l'abbazia. Dopo vani tentativi di spegnere le fiamme tutti abbandonano il monastero che arde per tre giorni e tre notti.
Per quanto riguarda la durata spesso il tempo della storia e quello del racconto coincidono , ci sono quindi molte scene. Si possono trovare però anche alcune pause in cui interviene l'Adso ottantenne che spiega alcune cose, è il caso ad esempio del resoconto sulla lotta fra frati spirituali e curia papale che ci viene presentato quando appare Ubertino. Dal punto di vista dell'ordine invece spesso il discorso descrive fatti avvenuti in precedenza, ci sono quindi anacronie.
STILE
La varietà di linguaggio più usata è quella formale. Quando però il narratore riporta discorsi diretti è presente un linguaggio che cambia a seconda della cultura e del grado di istruzione di chi parla; esso va da quello colto di Abbone a quello gergale di Salvatore.
Il suono assume importanza nella scelta delle parole soprattutto in presenza di descrizioni, i suoni delle parole aiutano infatti a intuire l'effetto e l'atmosfera che i vari luoghi suscitano.
Nel testo sono presenti arcaismi, termini insoliti, frasi interamente in latino e anche nel dialetto tedesco parlato da Adso. Spesso c'è una forte presenza di aggettivazione. Sono presenti alcune parole chiave che ricorrono spesso nel testo : libro , riso , Finis Africae , eresie e biblioteca.
Spesso nel testo si trova il linguaggio figurato, soprattutto nelle descrizioni in cui di ogni elemento viene evidenziato il significato allegorico, ciò non stupisce in quanto nel Medioevo ogni cosa era costruita secondo significati religiosi e simbolici e ogni elemento aveva un diverso significato. L'intera narrazione dell'indagine può essere intesa come metafora della ricerca filosofica della verità.
L'autore adatta il tono al contenuto del romanzo e poiché vengono narrate morti, raggiri e lotte il tono predominante è drammatico e referenziale. Solo a volte esso diviene ironico quando sottolinea situazioni paradossali, ad esempio quando Guglielmo dice di aver visto il cranio di Giovanni Battista all'età di 12 anni.
LETTURA SOCIOLOGICA
1 IL TEMA O I TEMI
Il tema centrale dell'opera è rappresentato dallo svolgersi delle indagini di Guglielmo e Adso riguardanti una serie di omicidi di monaci che Hanno turbato la tranquillità dell'abbazia. Questa indagine allegoricamente simboleggia la ricerca di una verità assoluta a cui tende la filosofia , una ricerca condotta con razionalità e logica.
Sono presenti molti temi minori: uno tratta dei contrasti all'interno dei vari ordini religiosi sulla povertà del clero, esso è approfondito in una pausa iniziale e nel resoconto dell'incontro tra i rappresentati del papato e quelli dei francescani. Altro tema di una certa importanza è quello riguardante le eresie che in quegli anni nascevano numerose; è presente in alcune spiegazioni ricevute da Adso, nel ricordo di lui della condanna di un fraticello e nelle confessioni di Salvatore e Remigio. Ogni dotta conversazione fra i vari monaci ( ad esempio sul riso ) ci introduce un tema diverso.
I temi minori sono dichiarati esplicitamente dai personaggi della storia, i quali spesso esprimono anche le proprie opinioni.
L'opera è stata scritta tra il 1978 e il 1980.
Il romanzo può attirare diverse categorie di lettori: si può essere attratti dalla trama e dai colpi di scena, dalle discussioni e dai dibattiti filosofici o dalla fedele ambientazione nel medioevo.
Lo stesso Umberto Eco ha dichiarato di aver scritto questo libro " per semplice gusto fabulatorio " e " perché glie ne è venuta voglia " , quindi solo perché ama scrivere; afferma anche che è consolazione di uno scrittore il fatto che si possa scrivere per puro amore di scrittura .
Il libro ha avuto un grande successo internazionale, è stato tradotto in molte lingue ed è rimasto a lungo in testa alle classifiche di vendita italiane. Dalla storia è anche stato tratto un film
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Riassunto - scheda libro :
Comprensione di un libro
Fondazione e Terra
Di Isaac Asimov
Asimov Isaac è nato a Smolensk, in Russia, nel 1920, emigrando poi con i genitori negli stati uniti a soli tre anni. Ha iniziato a pubblicare fantascienza nel 1939, e la sua lunga e prolifica carruera di scrittore, ha prodotto ormai pi di duecento libri tra cui Preludio alla fondazione, Fondazione anno zero, Fondazione e Terra, Il vagabondo delle scienza, A perdita d’occhio…
Per capire meglio l’analisi sul libro, ho deciso di cominciare riassumendo lo stesso.
Tutto comincia in una riunione dove Trevize a malincuore aveva assegnato le sorti della galassia a Gaia. Gaia era un organismo planetario in cui l’uomo, la terra e il calamaro per esempio, sono in comunicazione diretta e ogni cosa apprende tutte le conoscenze dal resto di Gaia. I gaiani avevano anche il potere di modificare la mente. Per questo contatto continuo con qualsiasi informazione l’uomo (che comunque restava al comando di tutto) perdeva la sua individualità rispetto ad un altro uomo, o perlomeno, questo era quello che pensava Trevize.
Trevize si trovava su Gaia contro la sua volontà, infatti era stato l’organismo planetario a catturarlo e portarlo sul pianeta assieme alla sua ipertecnologica nave Far-star e il suo miglior amico Janov Pelorat che era un mitologo.
Trevize non era sicuro della sua scelta e lo era per la prima volta in vita sua, Infatti lui secondo Gaia è l’uomo che “ha il dono di capire cosa sia giusto”.
Questa volta però lui voleva la conferma a quello che aveva scelto, e sapeva che l’unico modo per scoprirlo era trovare la Terra il pianeta sul quale si sviluppo l’uomo. In questa ricerca questa lo accompagnavano Janov e la sua nuova fidanzata Bliss (non ben voluta da Trevize) che era una gaiana e aveva il compito di proteggere Trevize assieme a Gaia.
Trevize, per cercare qualche dato sull’esatta posizione della Terra, decise di fare rotta si Comporellen un pianeta che vantava un’età di colonizzazione che risaliva agli inizi del viaggio spaziale e che quindi avrebbe potuto fornire informazioni sul pianeta d’origine. Prima di atterrare sul pianeta si fermarono alla stazione d’ingresso dove un agente controllò l’identità delle persone della nave. Visto che gaia non faceva parte della Fondazione ( cioè non faceva parte della confederazione di tutti i pianeti abitabili) Bliss era sprovvista di documenti ma l’agente fece passare ugualmente la nave e i tre personaggi perché sapeva che appena scesi la polizia terrestre avrebbe sequestrato la nave che serviva allo stato viste le sue particolarità.
Appana scesi i tre vennero portati dinanzi al primo ministro. Dopo ore di discussione per la nave il primo ministro ( che era una donna ) fece andare via Janov e Bliss, per restare da sola con Trevize. Dopo essere andati nella casa del primo ministro, Trevize dovette soddisfare i piaceri della donna per riavere la nave. Il giorno dopo i tre erano già partiti da Camporrelen e grazie ad alcune scoperte che aveva fatto Janov sul pianeta si stavano dirigendo verso tre stelle dove si pensava vivessero gli Spaziali uomini che vivevano centinaia di anni.
Giunsero alla prima stella e vi trovarono un pianeta abitabile ma senza traccia di uomini. Vi scesero e mentre Bliss e Janov stavano esplorando delle antiche rovine Trevize fu attaccato da un branco di cani. Si arrampicò su un albero ma non riusci nemmeno con le sue due armi a scacciare il branco. Finalmente arrivarono i suoi due amici che fecero scappare i cani grazie alla mente di Bliss.
Al secondo pianeta, Solaria, i tre furono prudenti e fecero analizzare a bliss la superfice in cerca di forma intelligenti. Bliss trovò una forma di intelligenza un po’ anomala: i Robot. Furono accolti da prima dai robot e inseguito da un vero uomo: uno Spaziale. Li accolse nella sua immensa villa e dopo varie discussioni i tre capirono che lo Spaziale aveva intenzione di ucciderli perché non rivelassero ad altri la posizione di solaria. Bliss però riuscì ad ucciderlo con i suoi poteri. Per uscire dalla villa, però, bisognava avere una guida e ne trovarono una nel piccolo figlio del solariano. I quattro (Bliss non voleva abbandonare il bambino) lasciarono così il pianeta.
Mentre erano in rotta verso l’ultimo pianeta scoprirono che Fallom (il bambino) era ermafrodita cosa che Trevize non accetto mai.
L’ultimo pianeta era privo di areia ma c’erano molti resti di antiche città.Trevize e Janov esplorarono un di queste e dopo aver trovato la lista dei cinquanta mondi Spaziali con le loro esatte coordinate dovettoro scappare perché una minacia incombeva su di loro. Una specie di muschio che viveva solo con l’anidride carbonica aveva avvolto la Far-Star e ne impediva la partenza. Per cercare di non provocare danni alla astronave partirono di tutta fretta.
Sull’astronave, i quattro, riuscirono a stabilire con approssimazione l’ubicazione della Terra ma prima di approdarci fecero scalo su un piccolo pianeta nei dintorni del mondo d’origine.
Atterrarono su Alpha nell’unico punto di terra emersa, un isolotto che si chiamava nuova Terra. Vennero accolti con piacere ma solo dopo due giorni di soggiorno scoprirono che anche qua li volevano uccidere perche non rivelassero ad altri la posizione di Alpha.
Scapparono di tutta fretta e si diressero verso la Terra ma arrivati vicini scoprirono che era radioattiva. Sconsolati stavano per rinunciare quando Trevize decise di esplorare la luna e proprio qua venne accolto da il robot più avanzato della galassia anche se aveva ventimila anni. Qui scoprirono il perché di quel lunghissimo viaggio, capirono perché avevano preso con loro Fallom e Trevize fece la scelta definitiva, e scelse come futuro per l’umanità Gaia.
LIVELLO DELLA STORIA
L’intero libro ha un ordine cronologico, e quindi i fatti si susseguono uno dopo l’altro.
Visto che il libro è fantascientifico, prevalgono soprattutto le sequenze narrative che a volte lasciano spazio a quelle descrittive o più raramente riflessive.
Le vicende narrate sono ambientate in un futuro lontanissimo, quasi inimmaginabile, quando l’uomo avrà colonizzato migliaia di pianeti e diffuso la sua tecnologia in tutta la galassia. L’anno in cui accadono le vicende non è espresso e anche se lo fosse non servirebbe a niente visto che Asimov a inventato tutte le misure di tempo “se le distanze sono in anni luce, non sappiamo la lunghezza dell’anno usato”. A mio avviso, la vicenda dura poco più di un mese, ma l’autore narra solo quello che accade sui pianeti e i momenti salienti sulla nave. La maggior parte del tempo non descritto, quindi, è quello passato sulla nave viaggiando a velocità supersoniche nello spazio “Il mondo che stiamo vedendo deve essere per forza la Terra. L’abbiamo trovata Janov. L’abbiamo trovata!” “Era il secondo giorno di avvicinamento alla Terra.”
I protagonisti trascorrono la maggior parte del tempo nella Far Star anche se questa non viene descritta a fondo, al contrario degli otto mondi visitati “ Quando scesero, i primi raggi mattutini del sole splendevano attraverso uno squarcio tra le nubi, rivelando parte dell’isola… verdeggiante con l’interno segnato da una catena di colline basse e ondulate che si perdeva in lontananza in un alone color porpora”
Il racconto è senza ombra di dubbio fantastico anche se è possibile che tra milioni di anni accada quello che ha descritto Asimov, del resto VERNE aveva descritto il giro del mondo e il viaggio dell’uomo sulla luna cose che oggi ci sembrano “normali”.
All’inizio sono presenti tre protagonisti: la ragazza Bliss molto attraente e parte di un unico organismo planetario, il suo fidanzato e studioso di miti Pelorat Janov e Golan Trevize la cui decisione deciderà le sorti dell’umanità. Al gruppo, poi, si aggiunge Fallom un bambino Solariano molto particolare.
Il capo è Trevize un uomo molto robusto e molto abile sia con le armi che con la sua ipertecnologica nave. Non si fida di nessuno e ha molte discussioni con Bliss riguardo a Gaia e all’individualità personale. Trevize è anche un dongiovanni.
Bliss, come già detto, è molto attraente ed è forse il personaggio più strano del libro dopo Fallom. Questa ragazza, infatti fa parte di un unico organismo planetario Gaia nel quale ogni cosa animata e non è in contatto diretto con il resto del pianeta dal quale attinge tutte le informazioni. I gaiani possono anche modificare le menti a loro piacimento.
Janov è il miglior amico di Trevize ed è anche uno delle poche persone che conosce approfonditamente le leggende riguardanti la Terra. È un uomo molto mit e inesperto nell’uso delle armi.
Fallom entra a far parte del gruppo verso la fine del libro, è un solariano, cioè un’abitante di Solaria un pianeta che conta pochissime persone che vivono centinaia di anni. Non esistono contatti tra gli uomini e per garantire la sopravvivenza della specie, sono diventati ermafroditi e hanno sviluppato un’organo che gli permette di tenere sotto controllo le menti e di sollevare oggetti e di usarli senza l’utilizzo delle mani.
In questo racconto non esiste un vero e proprio antagonista, ma su ogni mondo sul quale i personaggi fanno scalo incontrano un pericolo: i cani, La mente dei solariani e addirittura il muschio.
LIVELLO DELLA NARRAZIONE
Il narratore del racconto è di primo grado ed è esterno alle vicende narrate, ed è omniscente.
Nel racconto i giudizi del narratore traspaiono in base ai pensieri, alle azioni e ai discorsi dei personaggi specialmente di Trevize.
La struttura del periodo è ipotattica “Fallom, dopo un’occhiata pensosa a Trevize, si girò e corse via, incoraggiata da una pacca affettuosa di Bliss”.
Il registro è realistico (fatta eccezione per i termini inventati) e colloquiale visto anche la presenza di molti discorsi diretti.
SCOPO, TEMA E MESSAGGIO
L’autore ha redatto il testo per emozionare il lettore anche se spesso l’emozione è interrotta a inviti alla riflessione come per esempio l’individualità delle persone che a avviso di Trevize Gaia ignora, la diversità di Fallom, il ruolo dell’uomo nell’universo.
INTERPRETAZIONE PERSONALE
Il libro mi è piaciuto moltissimo e le cose che più mi hanno emozionato sono stati gli incontri che hanno avuto i personaggi e le vicissitudini che hanno attraversato per trovare la TERRA.
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Riassunto - scheda libro :
Riassunto: "Il giro del mondo in ottanta giorni" di Jules Verne
Capitolo Primo
Londra, 1872: Phileas Fogg era uno dei membri del Reform Club; era un ricco gentleman non troppo in vista, sempre pronto ad offrire grosse somme di denaro per qualche nobile causa, con discrezione e nel più rigido anonimato. Di lui non si sapeva molto: parlava poco e conosceva bene ogni luogo della terra come se l'avesse percorsa in lungo e in largo. I suoi unici passatempi erano la lettura di giornali e il whist gioco a carte a cui vinceva spesso donando poi i proventi in beneficenza. Viveva da solo nella sua casa di Saville Row; gli bastava un maggiordomo dal quale esigeva regolarità e puntualità estreme. Non aveva mai alcun ospite e la sua giornata era scandita da orari rigorosamente determinati. Il 2 ottobre alle 11.30 Phileas Fogg stava per uscire per recarsi puntualissimo al suo club; quando qualcuno bussò alla porta del salottino. Era Jean Passepartout, che si presentava per ottenere un posto come maggiordomo. Accertate le referenze e stabilite le condizioni, il giovane fu assunto e Phileas Fogg uscì. Passepartout rimase così solo in casa.
Capitolo Secondo
Il neo maggiordomo si ritrovò a pensare al suo nuovo padrone: un uomo sui 40 anni, di figura nobile e bella, alto, slanciato, biondo di capelli e baffi, fronte liscia, colorito pallido, calmo, flemmatico, palpebra immobile, l'esattezza personificata.
Quanto a Jean, detto Passepartout, da cinque anni abitava in Inghilterra.
Era un bravo ragazzo dalla fisionomia gentile, le labbra un po' sporgenti, gli occhi blu, la corporatura robusta, una muscolatura vigorosa. Dopo una giovinezza movimentata, aspirava ad un po' di riposo, ad un lavoro tranquillo.
Sarebbe stato quel domestico scrupoloso di cui Phileas Fogg aveva bisogno? La risposta sarebbe venuta solo dai fatti.
Capitolo Terzo
Phileas Fogg pranzò al Reform Club, in un imponente edificio in Pall Mall. Si dedicò alla lettura del Time e degli altri quotidiani e poi incontrò i compagni di whist.
Parlarono di un furto di 55.000 sterline avvenuto alla Banca di Inghilterra tre giorni prima. Mr Fogg sosteneva che il ladro avesse scarse possibilità di nascondersi: la Terra era infatti sempre più piccina, visto che ormai in pochi mesi se ne poteva fare il giro completo.
Lui stesso scommise che avrebbe fatto l'intero giro in 80 giorni: sarebbe partito la sera stessa.
Capitolo Quarto
Phileas Fogg, dopo aver vinto venti ghinee al whist, tornò a casa alle 7,50 e chiamò Passepartout per avvisarlo che avrebbero dovuto essere sul treno per Dover entro dieci minuti.
" Il signore si mette in viaggio? "
"Faremo il giro del mondo! "
"E i bagagli? "
"Nessun bagaglio, solo una valigia".
Alle 8.45 il fischietto del capotreno diede inizio all'avventura.
Capitolo Quinto
Lasciando Londra, il nostro gentleman non sospettava certo l'enorme effetto che la sua partenza avrebbe provocato: tutta l'opinione pubblica era sconvolta da questa faccenda del giro del mondo. Pochi si schierarono con Fogg, i più contro di lui.
Tra i quotidiani, solo il Daily Telegraph lo sostenne.
Si puntava su di lui come su un cavallo da corsa.
Sette giorni dopo la partenza, un incidente trasformò il gentleman Fogg in un ladro di banconote: l'identikit del ladro delle 25.000 sterline corrispondeva infatti a quello di Fogg, la cui partenza improvvisa appariva ora come il chiaro tentativo di depistare gli agenti di polizia inglesi. Egli, sul piroscafo Mongolia che lo trasportava dall'Italia a Suez , non si preoccupava di nulla, se non di rispettare la tabella di marcia.
Dal canto suo Passepartout, ripresosi dallo stupore per la partenza improvvisa, scese a Suez, dove non immaginò che l'agente Fix, agente inglese nei possedimenti britannic i, sospettasse il suo padrone di furto: lui era troppo preoccupato per lo strano comportamento del suo orologio, non più in accordo con l'ora locale, ma non volle spostarlo e neppure sentir parlare di fusi orari.
Capitolo Sesto
Lasciata Suez, il Mongolia stava navigando abbastanza tranquillo e veloce, per non arrivare in ritardo a Bombay. Sulla nave c'era un nuovo passeggero, l'agente Fix, che a nessun prezzo voleva lasciarsi sfuggire il presunto ladro, mister Fogg.
La traversata del Mar Rosso fu tranquilla.
Tra i viaggiatori figuravano funzionari civili ed ufficiali d'ogni grado e Mr Fogg, che si interessava poco al paesaggio, giocava a whist con alcuni di loro.
Il dieci ottobre Mr Fix incontrò Passepartout: all'ispettore di polizia, che viaggiava in incognito, interessava fare amicizia con il domestico di Fogg, perché poteva servirgli al momento opportuno per avere notizie sulle intenzioni del padrone.
Il viaggio fu tranquillo e il Mongolia , come previsto, si fermò ad Aden per fare rifornimento.
Capitolo Settimo
Attraverso l'Oceano Indiano , il Mongolia arrivò felicemente in India , a Bombay . Passepartout dopo avere comprato qualche camicia e qualche paio di calze, decise di passeggiare per le vie della città. Si trovò in mezzo a una folla di Europei, Persiani, Baniani,Musulmani , Sindhi, Armeni e perfino Parsi con la mitria nera. Quel giorno, c'era una festa con processioni e giochi e, trascinato dalla folla, Passepartout passò davanti ad una meravigliosa pagoda, chiamata Malabar Hill e decise di visitarla. Egli non sapeva a cosa andava incontro dato che indossava le scarpe e, nelle pagode indù era un gravissimo reato. Passepartout non aveva ancora finito di entrare che tre sacerdoti gli si precipitarono addosso strappandogli le scarpe e bastonandolo di santa ragione. Il Francese si rialzò vivacemente e con un pugno e un calcio riuscì a liberarsi degli avversari. Corse velocemente alla stazione dove, tutto trafelato, raccontò l'accaduto a mr Fogg che gli consigliò di non parlare a nessuno dell'episodio. Il francese non si era accorto però che Fix, quatto quatto, lo stava spiando.
Capitolo Ottavo
Phileas Fogg e Passepartout presero il treno per attraversare l'India e giungere a Calcutta, da dove avrebbero raggiunto Hong Kong.
Sul treno incontrarono Sir Francis Cromarty, un colonnello britannico, che li avvisò del fatto che la ferrovia da Bombay a Calcutta non era ancora terminata e bisognava percorrere un tratto a piedi. Fogg mantenne la calma che lo caratterizzava, pur sapendo che, se avesse continuato a piedi, non avrebbe raggiunto Calcutta in tempo e avrebbe perso tutte le coincidenze.
Quando il treno si fermò, Mr. Fogg, Passepartout e Sir Cromarty scesero e subito Fogg vide un , che cercò di affittare per proseguire il suo viaggio. Pagandolo una notevole somma di denaro, convinse il proprietario, un parsi , a vendergli l'animale e ad accompagnarli
Passepartout, Cromarty e Fogg si issarono in una portantina posta ai fianchi del pachiderma e così partirono. Passepartout cominciò ad apprezzare le meraviglie dell'oriente!
Capitolo Nono
Phileas Fogg, Passepartout ,Cromarty e la guida parsi dell'elefante si inoltrarono nella foresta per raggiungere Hallabad, dove avrebbero continuato la loro corsa sull'altro tratto di ferrovia..
Nel bel mezzo della foresta la guida parsi sentì delle voci; si allontanò per andare a vedere di cosa si trattava.
Tornò dicendo di aver visto una processione di bramini che dovevano sacrificare una giovane vedova, che sarebbe stata bruciata insieme al cadavere del marito. Sir Francis Cromarty tirò fuori la testa dalla sua cesta con aria impaurita.
Phileas Fogg e i suoi compagni si fermarono ad assistere alla processione nascosti tra gli alberi.
Fogg decise generosamente di salvare la giovane donna dalla furia dei parenti e dei sacerdoti della comunità, adoranti della dea Kalii , secondo la tradizione dell'Induismo. Intanto i bramini si dirigevano verso una strana costruzione indù, dove la donna avrebbe passato la lunga notte prima del sacrificio.
Capitolo Decimo
La sera Mr. Fogg, stava per compiere un gesto, quello di salvare un'anima e un cuore. Prima, però, Fogg voleva sapere tutte le informazioni della futura vittima: era un'indiana famosa per la sua bellezza, figlia di ricchi negozianti di Bombay. Si chiamava Auda e, per tradizione, doveva essere sacrificata sul rogo per la dea Kalì ,dove sarebbe stato bruciato il cadavere di suo marito. Per agire, Passepartout, Fogg e Sr Francis Cromarty dovevano aspettare la notte. La notte arrivò, il Parsi si fermò all'estremità di una radura. Alcune torce illuminavano il luogo dove sarebbe morta la donna. Passepartout si decise e, senza dir nulla al padrone, sgattaiolò sul rogo dove c'era la vittima. Fingendosi il fantasma del marito rajah , si pose la donna sulle spalle robuste e la portò via nella foresta, tra lo stupore e lo spavento di tutti. I quattro amici scapparono con l'elefante per raggiungere al più presto Calcutta.
Capitolo Undicesimo
L'audace rapimento era riuscito grazie alla idea di Passepartout. Mrs. Auda non era ancora rinvenuta e continuò il viaggio in elefantein una cesta avvolta in una coperta. Finalmente alle dieci del mattino Mr. Fogg e i suoi compagni giunsero alla stazione di Allahabad. Qui riprendeva la linea ferroviaria che andava da Bombay a Calcutta. In meno di un giorno e una notte tutti e quattro sarebbero finalmente arrivati a Calcutta. Mr. Fogg, Mrs. Auda e Mr. Cromarty si recarono alla stazione mentre Passepartout andò a fare compere, sotto ordine del suo padrone, per la giovane donna da lui salvata. Prima di partire Mr. Fogg si rivolse al parsi e gli pagò la somma prevista per il suo accompagnamento. Rimaneva la questione dell'elefante. Che cosa poteva farne? Phileas Fogg aveva già preso una decisione. L'avrebbe regalato al devoto parsi. Così, dopo aver risolto tutte le questioni in sospeso erano pronti per ripartire. Lungo il tragitto Mrs. Auda ritornò pienamente in se e si vestì con i suoi abiti nuovi .I suoi compagni le prodigarono ogni cura; poi il brigadiere generale le raccontò la storia del suo salvataggio. La donna li ringraziò in quanto Mr. Fogg le aveva promesso che l'avrebbe accompagnata a Hong Kong, portandola fuori da un paese per lei così pericoloso. Arrivati a mezzogiorno a Benares , Mr. Cromarty abbandonò i suoi compagni visto che doveva fermarsi qui.
Capitolo Dodicesimo
Appena Phileas Fogg, Passepartout e Mrs Auda scesero dal vagone alla stazione di Calcutta furono avvicinati da un poliziotto che li prese e li condusse in una camera ad inferriate.
Malgrado le loro proteste furono portati in tribunale e i tre sacerdoti del tempio apparirono per testimoniare contro Passepartout, mentre Fix stava in disparte nascosto in un angolino dell'aula. Dopo un po' il gentleman capì che non si discuteva del rapimento di Audà, ma dell'irruzione di Passepartout nella pagoda di Bombay. Il giudice con una parrucca bianca , fece vedere le scarpe a Passepartout e questo, riconoscendole, ammise di aver commesso un reato senza comprendere del tutto il significato. Sia Passepartout che Mr Fogg furono condannati a otto giorni di prigione. Il cuore di Fix gioiva di felicità: in otto giorni il mandato d'arresto per Fogg sarebbe sicuramente arrivato. Ma Fogg riuscì a evitare la galera pagando una cauzione di duemila sterline, e facendo di colpo cambiare umore a Fix.
Difatti, man mano che Fogg spendeva i soldi che Fix credeva rubati alla Banca d'Inghilterra la percentuale della somma recuperata destinata al detective, diminuiva. Fogg con Passepartout e Mrs Auda arrivò quindi al porto, dove era ancorato il Rangoon diretto a HongKong.
Capitolo Tredicesimo
Fix seguì Fogg e Passepartout nel viaggio da Calcutta ad Hong Kong, l'ultimo lembo di territorio inglese dove avrebbe potuto utilizzare il mandato di cattura che stava aspettando ansiosamente. Erano sul Rangoon, un piroscafo che costeggiava l'arcipelago delle Andamane e che, passando attraverso lo stretto di Malacca , entrò nei mari della Cina.
Fix, sempre convinto che Fogg fosse il ladro della banca e incuriosito dalla presenza di Mrs. Audà, cercò informazioni tramite Passepartout, e il bravo domestico non sopettò le reali intenzioni dell'ispettore.
Fogg, intanto, si occupava di Mrs. Audà con la massima cortesia, ma anche con apparente freddezza. La giovane, invece, cominciava ad apprezzare sempre di più il proprio salvatore e a provare per lui qualcosa di più della semplice riconoscenza.
Capitolo Quattordicesimo
Passepartout fu insospettito dalle coincidenze che univano lui e i suoi compagni con l'agente Fix.
Dopo lunga riflessione si convinse che l'ispettore fosse una spia del Reform Club, ma decise di non parlarne col suo padrone per non fargli avere altre preoccupazioni.
Prima dell'arrivo a Hong Kong il Rangoon fece scalo a Singapore per rifornirsi di carbone: contrariamente alle sue abitudini, Phileas Fogg scese a terra per accompagnare Mrs. Audà a visitare la città, sempre seguiti dal sospettoso Fix che si tenne nascosto. Il gentiluomo e la giovane indiana apprezzarono la vegetazione del luogo, lussureggiante: ananas , mango , spezie dal profumo penetrante, alte palme. Nelle foreste non mancavano le tigri, ma per fortuna non fecero brutti incontri.
Dopo la breve sosta il piroscafo ripartì con numerosi nuovi passeggeri. Passepartout si meravigliò molto che Fogg restasse insensibile a tutte le attenzioni che Mrs. Auda gli rivolgeva.
Capitolo Quindicesimo
Il Rangoon venne rallentato da una tempesta che fece esplodere di rabbia Passepartout, senza avere ripercussioni sul flemmatico Fogg.
Per colpa della burrasca il gruppo arrivò a Hong Kong con ventiquattro ore di ritardo e salvo un miracolo avrebbe perso il Carnatic, il piroscafo diretto a Yokohama. Invece, per un provvidenziale guasto, l'imbarcazione era ancora in porto.
Sceso a terra, il gruppo si divise: Passepartout fu mandato a comprare i biglietti per il Carnatic e Fogg andò alla ricerca dei parenti di Mrs. Audà. Scoprì però che non risiedevano più lì da due anni e decise di portare la donna in Europa, dove sarebbe stata al sicuro. Sistemato tutto per la partenza, Phileas Fogg e Mrs. Audà si concessero una notte di riposo all'Hotel du Club, in attesa della partenza, fissata per il mattino successivo.
Passepartout si diresse al porto e, arrivato alla biglietteria, trovò Fix che, con suo grande disappunto, non aveva ancora ricevuto il mandato di cattura per Fogg. Nell'acquistare i biglietti per Yokohama vennero a conoscenza di un cambiamento di programma: il Carnatic aveva terminato la riparazione alla caldaia e sarebbe ripartito la sera stessa e non l'indomani mattina. Passepartout, contento dell'anticipo, stava per avvertire il padrone, ma Fix, che cercava con ogni mezzo di trattenere Fogg a Hong Kong, invitò Passepartout a bere qualcosa con lui. Senza che se ne rendesse conto, il giovane fu condotto in una fumeria d'oppio, dove Fix lo mise a parte dei propri sospetti. Passepartout non gli credette affatto e rifiutò con decisione di tradire il proprio padrone: così Fix prima lo fece bere e poi lo drogò con l'oppio. Il bravo giovane perse i sensi.
Capitolo Sedicesimo
Il giorno seguente Phileas Fogg si diresse in città in cerca di Passepartout senza nessun riuscire a trovarlo, ma grazie al proprio carattere flemmatico non si preoccupò e, accompagnato da Mrs. Audà, si recò alla banchina del porto, per salire sul Carnatic, ma scoprì che questo era già partito la sera prima. Fogg, con la sua solita calma, si diresse in cerca di un'altra nave che lo potesse portare fino a Yokohama; al capitano sarebbe andata una grossa ricompensa. Dopo lunghe ricerche trovò una piccola imbarcazione: la Tankadère, capitanata da John Bunsby. Allettato dalla grossa ricompensa promessa da Fogg, il capitano accettò di prendere a bordo il gentiluomo, Mrs. Audà e l'agente Fix, che si aggregò al gruppo: non li avrebbe portati a Yokohama, ma a Shangai , in Cina, da cui sarebbe partito il piroscafo diretto negli Stati Uniti che poi avrebbe fatto scalo a Yokohama. La piccola nave salpò quasi subito.
Capitolo Diciassettesimo
IL viaggio che Mrs. Auda e Phileas Fogg dovevano compiere con quella goletta era piuttosto arrischiato, per le tempeste frequenti durante il solstizio , ma il capitano John Bunsby era un marinaio esperto. Mrs. Auda e Phileas Fogg speravano che Passepartout si fosse imbarcato sul Carnatic, così che si sarebbero potuti incontrare a Yokohama.
Gli uomini della Tankadere ce la mettevano tutta, ogni vela era rigorosamente tesa. Tutto procedeva per il meglio.
Il giorno dopo la goletta faticò molto per le onde e i risucchi causati dalle controcorrenti vicino all’isola di Formosa; verso sera il cielo s’incupì, il barometro scese e presto un tifone si abbatté sulla goletta con tanta violenza che John Busby propose a Phileas Fogg di fermarsi nel porto più vicino. Phileas Fogg disse con la sua impassibilità che il tifone arrivando da sud li avrebbe spinti nella giusta direzione; così continuarono fino a Shanghai, dove però videro il piroscafo in partenza per Yokohama già in mare. Per richiamare l’attenzione misero la bandiera a mezz’asta e spararono dei bengala per segnalare il pericolo, nella speranza che il piroscafo americano tornasse indietro cambiando rotta e dirigendosi verso la Tankadere.
Capitolo Diciottesimo
Passepartout, dopo essere uscito dalla fumeria, ancora sotto l’effetto dell’oppio si imbarcò sul Carnatic e, aiutato da alcuni marinai che lo portarono in una cabina, dormì fino alla mattina seguente. Svegliatosi cercò Mr. Fogg e Mrs. Auda, chiese loro notizie, ma scoprì che non si erano imbarcati su quella nave, e pensando a ciò che era successo, maledì Fix. Studiò la situazione: il viaggio e il vitto a bordo erano pagati in anticipo, così poiché Passepartout non aveva un soldo, durante la traversata mangiò e bevve in modo incredibile. La mattina del tredici, sceso a Yokohama, Passepartout bighellonò per le vie cercando il modo di sfamarsi, ma arrivò la notte senza che avesse trovato da mangiare, malgrado la città fosse affascinante.
Capitolo Diciannovesimo
Passepartout era a Yokohama, seconda città del Giappone e già sede dello Shogun, e doveva trovare un modo per racimolare un po' di denaro: prima di tutto in una bottega scambiò i suoi abiti con altri giapponesi, ottenendo anche alcune monete con l'effigie del Mikado, che spese subito in una ècasa da t, in cui si rifocillò. Poi si immerse nella folla variopinta e rumorosa: pensò che avrebbe potuto guadagnarsi da vivere come cantante girovago, ma la musica che conosceva lui era troppo diversa dalla musica orientale. Decise quindi di visitare i piroscafi in partenza per l’America, pensando che si sarebbe offerto come cuoco o come domestico in cambio del vitto e dell’alloggio; poi, arrivato a San Francisco, se la sarebbe sbrigata.
Mentre si avviava al porto, nelle strade che erano un brulichio di coolies >, persone in kimono , seguaci di Budda e di Confucio, scorse un uomo-sandwich che esponeva un enorme cartello che informava che ci sarebbe stata l’ultima rappresentazione, prima della partenza per gli Stati Uniti, dei " NASI LUNGHI". Passepartout colse al volo l’occasione, e si diresse dal proprietario del circo; fu assunto per sostituire un acrobata nell’esibizione dei " NASI LUNGHI", esercizio di abilità che consisteva nel formare una piramide umana poggiata su nasi, cioè su canne di bambù.. Tutto andò per il peggio, perché Passeparout fece crollare la piramide quando vide Fogg tra la folla e rovinò lo spettacolo; però ritrovò il suo padrone che era arrivato a Yokohama e per un sesto senso si era diretto al circo, dopo essersi rivolto agli agenti consolari francesi e inglesi e dopo aver percorso inutilmente le strade della città. Phileas Fogg dovette pagare i danni fatti da Passepartout al proprietario del circo e insieme salirono a bordo del piroscafo americano, nel momento in cui stava per partire.
Capitolo Ventesimo
Mrs. Auda raccontò a Passepartout quello che era successo in prossimità di Shanghai: i segnali della Tankadere erano stati scorti dal piroscafo per Yokohama , che li aveva soccorsi e li aveva presi a bordo, dopo che Fogg aveva versato a John Busby le 550 sterline pattuite. Arrivati al porto di Yokohama il 14 novembre, Fogg si era messo subito in cerca di Passepartout e un presentimento lo aveva condotto al circo Batulcar, dove aveva trovato il suo domestico che si esibiva come acrobata. Salirono sul General Grant, che li doveva portare a San Francisco la sera stessa. Dopo nove giorni di viaggio erano agli antipodi di Londra, al °180 meridiano; e Passepartout esultò perché il suo orologio segnava la stessa ora dei cronometri di bordo; questo perché , essendo dalla parte opposta del mondo, il suo orologio segnava le nove di sera mentre lì erano le nove del mattino. Passepartout non raccontò niente a Mr. Fogg di Fix, ma quando l’aveva visto salire sulla sua nave l’aveva assalito a pugni. Più tardi, dopo una chiacchierata, Fix disse che sarebbe diventato alleato di Passepartout, perché aveva interesse che Fogg ritornasse in territorio britannico per poterlo arrestare. Il 3 dicembre il General Grant arrivò a San Francisco: Mr. Fogg non aveva né guadagnato né perso un giorno, e facendo i calcoli pensava che ce l’avrebbe fatta ad arrivare in tempo a Londra.
Capitolo Ventunesimo
Erano le sette del mattino quando Phileas Fogg, Mrs. Auda e Passepartout posero piede sul continente americano, in California. Mr Fogg, appena sbarcato a San Francisco, si recò in carrozza all'albergo, dove si informò circa la partenza del primo treno per New York: le sei di sera. Aveva dunque tutta la giornata da passare nella capitale della California. Passepartout non lo accompagnò: era andato a procurarsi delle armi, temendo la violenza degli americani del West. Passeggiando per la città, Fogg, l'ormai inseparabile Fix e Mrs. Audà ammirarono soprattutto i tram , qui comunemente usati come mezzi di trasporto; ad un tratto un gran movimento agitò la folla come un mare improvvisamente scosso da un tornado: si trattava di un meeting per l’elezione di un giudice di pace. I nostri amici si trovarono coinvolti e Fogg rischiò un pugno formidabile senonchè Fix lo incassò al suo posto.
Alle grida di "Yankee!" e di "Englishman!" Phileas e il suo avversario (Colonnello Stamp Proctor) si ripromisero di ritrovarsi un giorno e di continuare la sfida.
Alle sei meno un quarto i viaggiatori raggiunsero la stazione e Passepartout guardò Fix con un occhio più benevolo.
Capitolo Ventiduesimo
Fogg e i suoi amici viaggiavano sulla Pacific Railroad. Erano partiti dalla stazione di Oakland alle sei di sera, una notte scura e con un cielo pieno di neve. A mezzanotte passarono per Sacramento, attraversarono la Sierra Nevada e alle sei del mattino giunsero a Cisco. Dal finestrino, gli occhi seguivano affascinati le variazioni del paesaggio: praterie con fluttuanti mandrie di bisonti, imponenti montagne, torrenti spumeggianti.
E fu proprio uina mandria di bisonti in pacifica migrazione a bloccare il treno. La sfilata durò tre ore ed erano le nove e mezzo quando il treno entrò nella regione dello Utah, nei pressi di Salt Lake City, strana patria dei mormoni.
Capitolo Ventitresimo
Il sei dicembre i viaggiatori vennero invitati dall’onorevole William Hitch , missionario mormone, ad una conferenza, in un vagone del treno, sulla dottrina dei mormoni. Declamando con voce stentorea e sottolineando le sue parole con gesti enfatici, l’anziano missionario illustrava la storia della sua setta partendo dai tempi biblici e provocando una sempre crescente diserzione del pubblico finchè Passepartout si trovò da solo a riflettere sui fondamenti di quella dottrina, che ammette la poligamia, per chi abbia il coraggio di praticarla. Intanto il treno giunse all’estremità nord-ovest di Salt Lake. I passeggeri scesero alla stazione di Ogden, Città dei Santi, dalla "lugubre tristezza degli angoli retti" , quasi deserta e piena di giardini.
Alle quattro del pomeriggio il treno ripartì.
Capitolo Ventiquatresimo
Il treno aveva percorso 900 miglia da San Francisco. Alla stazione di Green River, un fatto preoccupò Auda: riconobbe tra i passeggeri il colonnello Proctor, l’arrogante e violento individuo che si era scontrato con Fogg. Auda, sempre più legata a Phileas, temeva nuovi scontri e, per evitare che i due si incontrassero, organizzò una lunghissima partita di whist.
Era quasi terminata la traversata delle Montagne Rocciose: al passaggio della locomotiva gli uccelli fuggivano impauriti con grande strepito d’ali. Ad un tratto il treno si fermò: il ponte sospeso Medicine Bow era pericolante e non avrebbe retto il peso del convoglio. Si aprì il dibattito sulle possibili soluzioni fino a che trionfò una proposta: lanciare il convoglio alla massima velocità. Così fu: il treno prese "la rincorsa" e la velocità permise il passaggio. Non appena traversato il fiume, il ponte crollò con gran fragore.
Capitolo Venticinquesimo
Il treno viaggiava già da tre giorni e tre notti ed aveva superato la parte più alta del percorso e la diramazione per Denver. Nonostante i tentativi di tenere Fogg e Proctor lontani, i due si incontrarono e si sfidarono a duello nell’ultimo vagone del treno. Vennero però distratti da esplosioni di origine sconosciuta: un gruppo di Sioux stava attaccando il convoglio. L’attacco durava già da dieci minuti e diversi viaggiatori, raggiunti da colpi di mazza o da pallottole giacevano feriti gravemente. Solo fermando nei pressi di un vicino forte la corsa impazzita del treno c’era possibilità di scampo.
I duellanti si lanciarono per raggiungere la locomotiva e fermare il treno, ma Passepartout li precedette e, sospeso con una mano tra il bagagliaio e il carro di scorta della locomotiva riuscì a staccare i vagoni.
Ora la locomotiva fuggiva a doppia velocità mentre il treno rallentava la sua corsa fino ad arrestarsi davanti alla stazione di Fort Kearney.
I soldati dal forte accorsero e i Sioux se la diedero a gambe. L’attacco era stato respinto.
Capitolo Ventiseiesimo
Dopo l’assalto, all’appello mancavano tre uomini. Uno di questi era Passepartout. Mr Fogg pensò che fosse stato rapito dai Sioux e decise di andare a salvarlo, accompagnato da trenta soldati del forte.
Fix e Auda rimasero alla stazione di Kearney. Verso le due del pomeriggio, mentre la neve cadeva a larghe falde, si udirono lunghi fischi provenienti da est:
Un’ombra enorme avanzava lentamente: era una locomotiva che marciava a piccola velocità, la stessa locomotiva che era stata attaccata dai Sioux e che ritornava con macchinista e fuochista che, dopo un lungo svenimento, erano ritornati in sè. Ora intendevano ripartire immediatamente. Che fare, visto che Fogg non era ancora tornato?
Mrs Auda e l’ispettore Fix rimasero alla stazione del Forte dove tutta la notte trascorse in tristi presentimenti.
Alle sette del mattino non si vedeva anima viva fino a che si fecero udire distinti colpi d’arma da fuoco. Phileas Fogg marciava in testa ad una piccola compagnia che riportava al forte Passepartout.
Capitolo Ventisettesimo
Phileas Fogg era in ritardo di venti ore. Fix, sempre più indeciso su come considerare Fogg (astuto furfante o eroe generoso), gli propose di usare la slitta a vela di un americano di nome Mudge: era un curioso veicolo capace di ospitare cinque o sei persone e utile a viaggiare in inverno, sul ghiaccio quando anche i treni sono bloccati dalla neve.
L’affare fu concluso e alle otto la slitta partì per la stazione di Omaha, volando sull’immenso tappeto di neve. Il viaggio fu difficile, ma Mrs. Audà mostrò tutto il suo coraggio, anche quando il gruppo fu seguito da un branco di lupi.
All’una arrivarono alla stazione di Omaha, nel Nebraska, dove terminava la ferrovia del Pacifico. Un treno era pronto a partire e raggiungere Chicago alle dieci del giorno dopo. Saltando rapidamente da un convoglio all’altro, i nostri amici salirono sulla Pittsburg-Fort Wayne-Chicago Railroad e finalmente, l’11 dicembre, alle undici e un quarto di sera, il treno si fermava in stazione a New York.
Il piroscafo China, diretto a Liverpool, era però partito da quarantacinque minuti.
Capitolo Ventottesimo
Il China, partendo, sembrava aver portato con sè l’ultima speranza di Phileas Fogg. Passepartout era con il morale a terra e sapeva che la colpa di tutte le sventure del suo padrone era sua. Fogg, con un colpo d’occhio alla Guida Generale Bradshaw, capì che nessun bastimento o piroscafo avrebbe potuto essergli d’aiuto. Tuttavia non si perse d’animo.
L’indomani era il 12 dicembre; Fogg lasciò l’albergo di Broadway da solo. Ormeggiata davanti alla Batteria, una nave mercantile ad elica lanciava segnali di partenza imminente: era l’Henrietta il cui capitano, classico lupo di mare, dapprima deciso a non trasportare passeggeri, si lasciò convincere (con ottomila dollari) a dare un passaggio al gruppo di Fogg fino a Bordeaux, sua meta. Cinque minuti prima delle nove, i quattro passeggeri erano a bordo.
Capitolo Ventinovesimo
Il 13 dicembre, a mezzogiorno, un uomo salì sul ponte di comando dell’Henrietta: era Phileas Fogg. Il capitano Speedy si trovava invece chiuso a chiave nella sua cabina dalla quale lanciava urla selvagge. Era stato quello l’unico modo per fare rotta su Liverpool modificando l’itinerario che prevedeva lo scalo a Bordeaux.
Fogg governava la nave con maestria e Passepartout era sempre più in visibilio di fronte all’abilità del suo padrone. Fix non sapeva invece più cosa pensare. Il giorno 13 passò sulla coda del banco dell’isola di Terranova dove in inverno nebbie e raffiche di vento regnano incontrastati. I forti venti rallentavano la velocità e il 16 dicembre (il settantacinquesimo giorno dalla partenza da Londra) l’Henrietta era a metà della traversata e il ritardo non era ancora allarmante.
Due giorni più tardi, il 18 dicembre, il macchinista annunciò che il carbone sarebbe finito in giornata. Non restava che bruciare le strutture in legno della nave per avere combustibile. Fogg liberò il capitano Speedy e gli offrì una cifra enorme per comprargli la nave. Speedy, che in fondo ammirava Fogg, acconsentì. Cassero, cabine, castello, ponte, alberi, andarono ad alimentare le caldaie e il 21 dicembre la carcassa della nave approdava al porto di Queenstown. All’una e mezza del mattino presero il treno per Dublino per imbarcarsi poi sul vapore diretto a Liverpool che raggiunsero il giorno 21 prima di mezzogiorno. Lì giunti, Fix arrestò Phileas Fogg.
Capitolo Trentesimo
Phileas Fogg era in prigione. Aveva a disposizione nove ore e cinque minuti per presentarsi al Reform Club e gliene bastavano sei per raggiungere Londra. Mai la situazione era stata così drammatica. Fogg era apparentemente calmo, in attesa, ma dolorosamente immobile. Alle due e trentatrè minuti si udì un gran baccano: la porta si aprì e Mrs Auda, Passepartout e Fix si precipitarono verso di lui. Fix era stravolto e gli porse le sue scuse: il vero ladro, con cui Fogg aveva una leggera somiglianza, era stato arrestato.
Fogg, senza una parola e producendosi nell’unico movimento scattante della sua vita, colpì con entrambi i pugni il disgraziato ispettore che fu consapevole di aver avuto quel che meritava.
Si scaraventarono sul primo treno e, giunti alla stazione, suonavano le nove meno dieci di tutti gli orologi di Londra.
Mr Fogg , dopo un intero giro del mondo, arrivava in ritardo di cinque minuti. Aveva perso.
Capitolo Trentunesimo
L’indomani, la casa di Saville Row non rivelava segni di vita: porte chiuse, finestre sprangate. Tutto appariva uguale a quella famosa sera di mercoledì 3 ottobre, escluso un particolare: appena entrato in casa il buon Passepartout si era affrettato a spegnere il becco a gas della sua stanza.
Phileas Fogg era rovinato, dopo tante rocambolesche avventure, per uno stupido equivoco. Per tutta la mattina la casa continuò a sembrare disabitata e quando rintoccarono le undici e mezzo alla Torre del Parlamento, per la prima volta Fogg non si recò al club. Non v’era ragione di andarci. Un altro problema rimaneva da risolvere: chiese a Mrs Auda un incontro, le rivelò che, se fosse stato ancora ricco l'avrebbe chiesta in moglie e le propose di prendersi cura di lei per quanto gli consentivano le poche risorse rimastigli. Lei fu più audace: dichiarò di voler diventare sua moglie. Fogg chiuse gli occhi e la scommessa persa smise di essere importante. Erano le otto di sera e decisero di sposarsi l’indomani. Passepartout fu mandato a prendere accordi col pastore.
Capitolo Trentaduesimo
Nell’opinione pubblica di tutto il Regno Unito si era prodotto un incredibile mutamento. Tre giorni prima Fogg era un criminale, ora si conosceva il vero autore del furto alla Banca d’Inghilterra: un certo James Strand.
Il nome di Fogg tornò ad essere quotato in borsa. L’alone di mistero che circondava l’impresa del gentleman fece impennare le scommesse. Quel sabato sera c’era dunque una gran folla nei pressi del Reform Club.
Quando l’orologio del gran salone segnò le otto e venticinque mancavano venti minuti al termine convenuto. Le ipotesi si alternavano freneticamente e l’orologio calamitava gli sguardi. Al cinquantesimo secondo dopo le otto e quarantaquattro si udì da fuori come un enorme boato: applausi, grida di urrà. La porta del salone si spalancò lasciando apparire, avvolto dalla solita calma, Phileas Fogg.
Capitolo Trentatresimo
Ricordiamo che intorno alle otto e cinque Passepartout era stato incaricato di avvertire il reverendo Wilson perchè si preparasse a celebrare il matrimonio l’indomani. Ma quale sorpresa quando il reverendo dichiarò impossibile celebrare matrimoni la domenica!
Avevano sbagliato di un giorno! Erano arrivati con ventiquattr’ore di anticipo. Passepartout afferrò il suo padrone per il colletto e lo trascinò, letteralmente frastornato, al Reform Club.
Erano le otto e quarantacinque quando Fogg fece il suo ingresso nel salone. La scommessa era vinta. Ma come mai un uomo così meticoloso aveva creduto di essere arrivato a Londra la sera di sabato 21 dicembre mentre vi era giunto venerdì 20 dicembre, cioè 79 giorni dopo la sua partenza?
La ragione era semplice: procedendo verso est, erano andati incontro al sole ed avevano passato a loro favore la linea del cambiamento di data.
Fogg aveva guadagnato ventimila sterline, ne aveva seminate diciannovemila e volle dividere le rimanenti mille con l’onesto Passepartout e con lo sfortunato Fix.
Il matrimonio si celebrò quarantotto ore più tardi.
<http://www.rcbest.org/user6/80giorni4/approfondi/GOLETTA.htm> era piuttosto arrischiato, per le tempeste frequenti durante il solstizio <http://www.rcbest.org/user6/80giorni4/approfondi/equinozio.htm>, ma il capitano John Bunsby era un marinaio esperto. Mrs. Auda e Phileas Fogg speravano che Passepartout si fosse imbarcato sul Carnatic, così che si sarebbero potuti incontrare a Yokohama.
Gli uomini della Tankadere ce la mettevano tutta, ogni vela era rigorosamente tesa. Tutto procedeva per il meglio.
Il giorno dopo la goletta faticò molto per le onde e i risucchi causati dalle controcorrenti vicino all’isola di Formosa; verso sera il cielo s’incupì, il barometro <http://www.rcbest.org/user6/80giorni4/approfondi/barome.html> scese e presto un tifone <http://www.rcbest.org/user6/80giorni4/approfondi/tifone.htm> si abbatté sulla goletta con tanta violenza che John Busby propose a Phileas Fogg di fermarsi nel porto più vicino. Phileas Fogg disse con la sua impassibilità che il tifone arrivando da sud li avrebbe spinti nella giusta direzione; così continuarono fino a Shanghai, dove però videro il piroscafo in partenza per Yokohama già in mare. Per richiamare l’attenzione misero la bandiera a mezz’asta e spararono dei bengala <http://www.rcbest.org/user6/80giorni4/approfondi/fuochida.htm> per segnalare il pericolo, nella speranza che il piroscafo americano tornasse indietro cambiando rotta e dirigendosi verso la Tankadere.
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Riassunto - scheda libro :
Andrea Barlassina
ANNA KARENINA |
RIASSUNTO
La prima parte del romanzo è incentrata sulla coppia composta da Stepan, fratello di Anna, e Dolly, in crisi a causa dei continui tradimenti di lui, un essere superficiale e facile alle avventure. Facendo visita al fratello per tentare di pacificare la sua situazione familiare, Anna conosce Aleksej Vronskij bello e affascinante, tutto l’opposto del marito, alto funzionario statale propenso a trattare gli eventi della vita come pratiche burocratiche.
Ben presto tra Anna e Vronskij scoppia un’amore travolgente: dalla loro relazione, disapprovata dalla società del tempo di cui sono l’espressione e che li aveva eletti tra i suoi membri migliori, nasce una bambina cui viene imposto il nome di Anna; dopo il parto Anna rischia la morte a causa della febbre puerperale, cade in delirio e chiede il perdono del marito accorso al suo capezzale.
Karenin accetta la situazione fino a riconoscere una figlia non sua purchè vengano fatte salve le convenzioni sociali,vale a dire venga mantenuto il silenzio verso l’esterno. Con le burrascose vicende familiari, da un lato di Anna e dall’altro di suo fratello Stepan, si intreccia la storia di Kitty, sorella minore di Dolly, un tempo corteggiata da Vronskij e poi sposa di Konstantin Levin, vecchio amico di famiglia dotato di uno spirito estremamente sensibile, nel quale Tolstoj sembra trasferire se stesso e le inclinazioni della sua anima. Le coppie già unite o che vengono a formarsi conoscono destini diversi: Stepan e Dolly si riconciliano, ma nell’accettazione da parte della donna di un’unione familiare che non porta alcuna felicità, se non a quella indiretta di poter educare con tranquillità i figli; Anna, insofferente dell’ipocrisia in cui è costretta a vivere, abbandona il marito ( che non le concederà il divorzio e le impedirà per sempre di rivedere la figlia) e parte per l’estero con Vronskij.
ANALISI DELLA TECNICA NARRATIVA |
Tolstoj usa la più classica delle forme narrative: la terza persona; mentre racconta riduce a nulla la parte del narratore tendendo ad evitare qualsiasi commento: il lettore deve trarre le sue conclusioni dagli elementi narrativi che sono stati posti sotto il suo sguardo, senza l’ausilio dello scrittore. Qualsiasi mediazione viene abolita: il narratore è come un occhio che guarda le cose,le ordina e le segue nel loro divenire; egli vuole che abbiano la stessa veridicità che hanno nella realtà.Nessun tipo di tecnica narrativa deve farci rammentare che stiamo leggendo un romanzo.
Particolarmente interessante in Tolstoj è come egli tratta la questione del tempo: maestro nell’arte di rallentare l’azione egli riesce a dare al lettore la sensazione che interi mesi od anni siano trascorsi durante il breve tempo impiegato a leggere il libro.
Il passare delle stagioni viene sapientemente solo accennato, quasi di sfuggita, mediante alcuni piccoli particolari: che la cena in cui Levin si dichiara, corrisposto finalmente, a Kitty, si svolga d’inverno si capisce da questa frase quasi impercettibile detta da Levin: “ C’è molta gente? Chi?” domandò Levin, arrossendo involontariamente, mentre col guanto faceva cadere la neve dal cappello.
ANALISI DEI PRINCIPALI PERSONAGGI |
ANNA KARENINA
E’ il personaggio più amato dall’autore: viene descritta in modo mirabile già al suo apparire, quando scende dal treno e incontra per la prima volta l’uomo che segnerà il suo destino e per il quale si perderà, il conte Vronskij. Anna rappresenta a suo modo la ricerca dell’amore assoluto, ma viene punita perchè vuole soltanto il possesso esclusivo di un uomo bello, brillante che sia a sua totale disposizione.
Alla fine lei farà soltanto la propria infelicità , quella dell’amante,dei suoi figli e del marito: rendendendosi conto di questo non le rimane che una scelta drammatica, quella di togliersi di mezzo uscendo dalla vita che pur le aveva fatto balenare la possibilità di essere felice.
Coloro che infrangono la legge divina, come Anna Karenina, possono conoscere soltanto un’uva velenosa dai grappoli amarissimi.
Ma, come ci avverte l’epigrafe all’inizio del romanzo, nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare : non la società russa di Pietroburgo e di Mosca, non i lettori ma solamente Dio.
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KONSTANTIN LEVIN
E’ il “secondo” protagonista che costruisce con Kitty l’unica storia d’amore a lieto fine del romanzo : forte e timido,caparbio e dubbioso, con un’intelligenza ricca ma non pratica, Levin è in fondo convinto che le buone qualità per l’uomo siano possibili solo nella solitudine, come consente solo la vita di campagna, e che la vita di società renda pettegoli,sciocchi e falsi.Come Anna ,che ha cercato il significato della vita nell’amore disperato, anch’egli cerca di capirne l’essenza e rimane sconvolto al punto da cercare il suicidio: la vita gli appare come la malvagia irrisione di qualche demone.
L’unica cosa a salvare Levin dalla disperazione è l’esistenza che conduce anche se non risponde alle sue esigenze intellettuali.
STEPAN OBLONSKIJ
Il romanzo si apre proprio con l’apparizione di questo spumeggiante personaggio chiave, che è il punto d’incontro delle due vicende che vi si intrecciano: è il fratello di Anna e il cognato di Kitty, che Levin ama ardentemente.
Tolstoj si serve di questo personaggio, benpensante,aristocratico e inetto per farci passare dai fasti e dalle luci dell’aristocrazia e portarci verso le profondità più tragiche e più spiacevoli della vicenda amorosa di Anna.
ALEKSEJ VRONSKIJ
E’ l’amante di Anna che si sforza di renderla felice rinunciando anche alla sua carriera: subisce l’amore travolgente di lei e finisce per esserne annientato; è un uomo medio, equilibrato e ordinato che non conosce l’essenza drammatica della realtà.Quando Anna cade ammalata per disperazione cerca di togliersi la vita sparandosi al petto.
ALEKSEJ KARENIN
La sua figura di marito viene dipinta da Tolstoj in maniera singolare e contradditoria: dapprima ci appare come un aristocratico gestore della vita familiare in senso burocratico e poi improvvisamente come uomo dotato di grandi sentimenti e capace di un perdono quasi impossibile verso la moglie adultera.
Alla fine si comporterà come la società del tempo esige da lui non consentendo ad Anna il divorzio e la condannerà irrimediabilmente.
TEMA TRATTATO |
Il romanzo analizza, attraverso alcune vicende esemplari, di cui quella riguardante la protagonista è la più importante e passionale, la buona società moscovita contemporanea e il tema più vasto e universale dell’istituzione familiare, mezzo per raggiungere stabilità affettiva ma anche, in alcune condizioni, luogo di soffocamento delle aspirazioni più autentiche, destinate a naufragare di fronte alle convenzioni sociali.
Tolstoj vuole fustigare la società per il rifiuto freddo e crudele con cui punisce la colpa d’amore di una donna in fondo nobile e fiera,invece di lasciare a Dio l’eventuale vendetta.
COMMENTO PERSONALE |
E’senza dubbio uno dei più bei libri che io abbia mai letto: mi ha colpito particolarmente la capacità dell’Autore di descrivere i personaggi e le scene che si svolgono negli ambienti più diversi. Sono rimasto completamente affascinato dal ritratto di Anna che emerge dal romanzo come una cometa bellissima anche se avvolta da una tragica luce. Non si può fare a meno di amarla e di comprendere la tragedia che porta dentro di se: proprio come dice l’epigrafe nessuno ha il diritto di giudicare il comportamento degli altri.
Credo che questo sia il più bell’insegnamento che ci viene da Tolstoj.
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Relazione de: “Il visconte dimezzato”
Breve riassunto della vicenda
Il visconte di Terralba in guerra contro i Turchi, sulla terra di Boemia. Cavalcando pensoso con il suo scudiero, vede ad un tratto il campo di battaglia pieno di soldati morti e uccelli predatori. Medardo va all’assalto, ma viene colpito in pieno petto da una palla di cannone che lo taglia verticalmente in due, dando vita a due nuove personalità, una buona e l’altra cattiva. Gli rimane la parte destra del corpo (quella cattiva) e, tornato in patria tra la paura e la sorpresa di tutti, comanda di far uccidere parecchie persone senza una ragione fondata. D’improvviso una sorta di prodigio: torna l’altra metà. Quest’ultima, al contrario dell’altra, è buona, forse troppo, al punto che la sua bontà risulta fastidiosa. Le due parti si battono in duello, poiché entrambe erano innamorate di una pastorella, Pamela, e si feriscono verticalmente: un dottore riesce così a riattaccare le due parti. Il visconte è di nuovo un uomo, con i suoi vizi e le sue virtù, il suo coraggio e le sue debolezze, come tutti gli uomini.
Dunque, vengono messe in evidenza due personalità completamente opposte che, nonostante si scontrino a vicenda per far prevalere solamente un Medardo, tuttavia, hanno qualcosa in comune, cioè la loro origine.
Narratore e focalizzazione
Il narratore è interno e coincide con il personaggio del nipote del visconte. Egli mostra di conoscere già l’esito dei fatti. Ciò, infatti, è ben evidente nel primo capitolo (cfr. p. 8), in cui anticipa al lettore che la sorte che avrebbe atteso suo zio in battaglia sarebbe stata terribile. Egli, inoltre, sa tutto riguardo ai personaggi (pensieri, emozioni, ecc.). Ne abbiamo la dimostrazione nel secondo capitolo (cfr. p. 9 - Mio zio guardava lontano e pensava: “Ecco, quella nuvola…).
Pertanto, dal momento che il narratore racconta fatti già avvenuti, ne dà un giudizio più consapevole di quanto avrebbe potuto fare da giovane.
Il punto di vista prevalente è interno e coincide con quello del nipote del visconte. Questa scelta di adottare un punto di vista interno, ha delle conseguenze sulla narrazione: infatti, nel momento in cui s’inizia a parlare della parte buona del visconte, si fatica a riconoscerlo.
Spazio e tempo
La vicenda ha luogo, per quanto riguarda i primi due capitoli, nella pianura di Boemia (Europa Centrale) durante la guerra tra l’Austria e l’impero Ottomano.
Il resto del romanzo, (le vicende del visconte dimezzato), è ambientato a Terralba (la città natale del visconte) negli anni immediatamente successivi.
La vicenda è ambientata tra il 1600-1700, in una collocazione spaziale fantastica. Infatti la società è di tipo medievale, dove il visconte ha tutti i poteri.
Struttura del romanzo
La narrazione scorre facilmente, in quanto non vi sono digressioni o pause riflessive, l’intreccio tende ad essere vicino alla fabula e la struttura sintattica utilizzata dall’autore è molto semplice. Le tecniche narrative prevalentemente utilizzate sono il sommario, l’ellissi e il discorso diretto
La struttura principale del romanzo è costituita da tre parti: esordio, “spannung” e scioglimento. L’esordio è costituito dalla cannonata che divide in due parti il visconte, la “spannung” si ha nel momento del duello tra il “Gramo” (la parte cattiva del visconte) e la parte buona mentre il fatto che costituisce lo scioglimento è il ricongiungimento finale delle due parti del visconte.
Leggendo il romanzo, si possono individuare molti elementi che, a livello di contenuti, contribuiscono a dare al romanzo un andamento fiabesco.
La divisione in due parti del visconte, una buona e una cattiva, è l’elemento primario che contribuisce a dare al romanzo questo andamento. In seguito, compaiono anche altri elementi tipicamente fiabeschi come il nobile che s’innamora di una pastorella, i genitori egoisti, il bosco amico, gli animali che aiutano la pastorella e la piccola casa di questa che si oppone alla grandezza del castello del visconte.
Nonostante questo, vi sono alcuni passi che danno un risvolto drammatico al romanzo, cioè quelli riguardanti la guerra (primi due capitoli). All’inizio del romanzo, infatti, si assiste a fatti decisamente negativi: l’incendio della casa di Pamela, le condanne ingiuste del Gramo anche nei confronti di innocenti, con le conseguenti condanne a morte, la morte del padre di Medardo nella gabbia degli uccelli e, infine, l’episodio in cui la balia Sebastiana viene mandata, per crudeltà, nel villaggio dei lebbrosi.
Altri elementi che conferiscono un aspetto fiabesco al romanzo sono le due metà del visconte, il “Gramo” (quella cattiva) e il “Buono” (quella buona). Il “Gramo”, in quanto tale, è inverosimilmente crudele verso tutti, anche verso i suoi familiari, mentre il Buono è fin troppo generoso, benevolo e quindi anche ingenuo. Il primo genera nel lettore un sentimento di ribrezzo, mentre il secondo provoca un sentimento di compassione verso tanta ingenuità. Sono due personaggi incompleti e, quindi, anche inverosimili.
I personaggi
Tra i tanti personaggi presenti all’interno del romanzo, penso sia opportuno citarne alcuni, i più significativi o, per come presentati, i più “bizzarri”:
- Il dott. Trelawney, che svolge attività che hanno poco o, addirittura, nulla a che fare con la medicina;
- Mastro PietroChiodo che, nonostante sia d’animo buono, non sa opporsi alle prepotenze del Gramo e utilizza le sue capacità per creare macchine di tortura;
- Ezechiele, che molto sgarbatamente rimprovera sovente il figlio Esaù e incita al lavoro tutta la famiglia;
- Esaù, figlio di Ezechiele, che fuma, beve e ruba;
- I lebbrosi abitanti di Pratofungo, che chiedono l’elemosina ma passano il loro tempo tra baldorie e concerti;
- Aiolfo, il padre di Medardo, che vive in mezzo agli uccelli; egli si ammala e muore, poiché il figlio aveva ucciso l’averna (l’uccello prediletto).
Il significato del romanzo
Calvino, nel romanzo, vuole parlare della compresenza di una parte buona e di una cattiva in ognuno di noi, e lo fa narrando l’inverosimile divisione fisica del visconte, frutto della sua tendenza al fantastico.
Infatti Medardo, inizialmente, ancora intero, come ogni uomo ha l’illusione di essere integro; quando viene scisso nelle due parti, una buona e una cattiva, ciascuna di queste due parti si accorge che prima non era integro, e solo ora può cercare realmente un’immagine più completa, riconciliando le due parti. Quindi, secondo Calvino, gli uomini di questo secolo non sanno più chi sono, dove vanno, cosa vogliono; hanno perso l’unità, l’armonia e, tale perdita, provoca spesso uno stato di conflitto con il mondo esteriore.
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Riassunto - scheda libro :
LA CASA IN COLLINA
CENNI SULL’AUTORE
Cesare Pavese, scrittore e poeta, nacque a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, nel 1908; compì gli studi a Torino, dove morì suicida nel 1950.
Antifascista, venne condannato nel 1934 al confino per un anno a Brancaleone Calabro; qui iniziò a scrivere il diario Il mistero di vivere, che fu, pubblicato postumo nel 1952. Tornato a Torino, riprese la sua attività di traduttore di autori inglesi e americani. Nel 1936 pubblicò la prima raccolta di versi Lavorare stanca. Nel 1941 esordì come narratore con Paesi tuoi, romanzo prevalentemente autobiografico, cui seguì La spiaggia. Nel dopoguerra aderì al Partito comunista e pubblicò su L’Unità I dialoghi col compagno. Seguì un intenso periodo di lavoro letterario: le raccolte di racconti Prima che il gallo canti e La bella estate; il poemetto in prosa Dialoghi con Leucò e il romanzo La luna e i falò.
BREVE CONTENUTO DELL’OPERA
Il professor Corrado sfugge ai pericoli dei bombardamenti notturni di Torino tornando ogni sera alla villa in collina in cui ha affittato una stanza.
Amando la solitudine, fa frequenti passeggiate nei boschi e sui pendii della collina, con l’unica compagnia del cane Belbo, finché una sera viene attratto da voci e canti che provengono da un’osteria: Le Fontane.
Incuriosito, vi si avvicina e viene accolto simpaticamente da un gruppo di giovani (sovversivi) che egli continua poi a frequentare sempre più spesso.
Tra questi ritrova Cate, la sua ragazza dei tempi della scuola, che ora ha un figlio, Dino. Corrado ha il dubbio che il ragazzo sia il proprio figlio, ma la donna rivendica di essere l’unico genitore; mentre lui in qualche modo vorrebbe tornare al passato, lei mantiene la sua autonomia.
Passano i mesi; viene dichiarata la fine della guerra, ma ha inizio la fase della guerra civile e della Resistenza.
Gli amici delle Fontane, tranne uno, vengono arrestati e Corrado attraversa un periodo da incubo: ricercato dai tedeschi, cerca rifugio in un paese di Chieri dove vive, per un po’, come in clausura; poi, fuggendo tra difficoltà e terrore di essere scoperto, torna alla sua casa dell’infanzia, nelle Langhe.
ANALISI DELLE TEMATICHE
1) MEMORIA: Corrado, dopo la fuga da Torino e il ritorno alla casa dei suoi, rievoca l’anno tumultuoso trascorso; i continui flash back dentro i flash back ci fanno via via conoscere i fatti nei quali è stato coinvolto e le persone con cui ha avuto a che fare e che ora non ci sono più.
Sembra quasi che la memoria non gli dia tregua. In modo particolare non riesce a togliersi dalla mente i morti che ha visto e che ha dovuto scavalcare in occasione di un agguato partigiano ad un autocarro carico di soldati fascisti; erano morti sconosciuti, repubblichini, ma il loro ricordo è fortissimo. Corrado pensa: “Al posto del morto potrei esserci io; ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione, ma non si troverà mai una ragione e si sarà sempre in guerra con la propria memoria”.
2)LA SOLITUDINE: Corrado spesso dice di amare la collina, selvatica e sola come lui. Gli piace scorrazzare nei boschi con Belbo, cenare da solo nella stanza buia, stare solo e dimenticato ad ascoltare il tempo che passa; è contento di non avere affetti, legami (impacci). La guerra gli ha tolto l’estremo scrupolo di questa scelta di vita solitaria: rende infatti legittimo il fatto che lui si chiuda in sé stesso.
Corrado sceglie perciò la solitudine come proprio stile di vita.
Da studente viveva lontano dalla propria famiglia e ha fatto lo stesso anche quando ha iniziato la sua attività di insegnante. In quegli anni ha avuto un amico, Gallo. (che però poi ha perso) e una ragazza, Cate. Egli però non ha mai sopportato l’idea di legarsi a qualcuno e di dovere qualcosa agli altri; ciò lo ha spinto per esempio da giovane ad allontanare con villania Cate ( nel momento stesso in cui si era reso conto che la ragazza avrebbe potuto aspettarsi un suo coinvolgimento più forte, aveva fatto in modo che lei se ne andasse).
Anche con Annamaria non era riuscito ad avere un vero legame e con Elvira ha di nuovo un atteggiamento un atteggiamento scontroso e scostante e fa di tutto per demolire ogni sua illusione.
PERSONAGGI PRINCIPALI
1)CORRADO, il protagonista, è un insegnante sulla quarantina; di estrazione sociale molto semplice, ha studiato, e ciò gli ha permesso di farsi una posizione di privilegio.
Vive a Torino dove insegna in una tranquilla scuola superiore, ma ogni sera torna nelle stanze affittate in casa di Elvira e della madre di lei.
Seguendo la passione per le scienze naturali, vive in solitudine in collina.
Quando comincia a frequentare Le Fontane, riscopre una certa voglia di frequentare la gente: instaura uno stretto rapporto di amicizia con la sua ex ragazza, Cate; il gruppo dei “sovversivi”(come li definisce Elvira) gli piace ed anch’essi lo accettano così com’è, lo rispettano pur giudicandolo borghese (ricco e istruito), ne apprezzano le idee e sembra quasi che lo considerino del gruppo.
La persona che lo conosce più a fondo è Cate; quando lo rincontra, ella ne fa un quadro completo dicendogli che “è buono ma senza voglia, lascia sempre fare, non dà confidenza, non si arrabbia neppure, non vuole bene a nessuno, non mostra se stesso agli altri, ma ha paura e questo lo spinge ad essere cattivo con gli altri nel parlare”.
2)CATE. Quando l’aveva conosciuta e frequentata Corrado, era una ragazza “disoccupata e beffarda”, magra e un po’ goffa, vestita malamente; aveva una vita estremamente misera tanto che il regalo di un rossetto le poteva dare una contentezza grandissima. Corrado la ricorda scontenta e ignorante, con un gran contrasto tra la sua vita e i suoi desideri.Con lei era stato tutto molto semplice e dai giochi sui prati erano passati ad un rapporto veramente intimo.In realtà Cate gli si era molto legata anche affettivamente e il fatto di sentirgli affermare che la cercava solo per il sesso l’aveva spinta ad allontanarsi da lui.Da allora aveva fatto l’operaia, la cameriera in albergo, la sorvegliante in colonia.
Quando, dopo otto ann, Corrado la incontra alle Fontane, Cate è la stessa, ma sembra un’altra. Ora ha un figlio che ha dato uno scopo alla sua vita; lavora come inserviente in ospedale; è una donna schietta, decisa e padrona di sé stessa; non ha bisogno di nessuno, neppure di Corrado, anzi con il suo sorriso beffardo e il suo sarcasmo si dimostra superiore a lui. Ha idee politiche ben precise: parteggia per la Resistenza e partecipa attivamente al gruppo dei partigiani tanto che insieme a loro verrà arrestata e deportata dai Tedeschi.
3)DINO è il figlio di Cate (e forse di Corrado). Il suo vero nome è Corrado: Cate dice di averlo chiamato così, perché, quando era nato, lei era ancora affezionata a Corrado.
La prima volta che Corrado lo incontra, è un “bianco ragazzo vestito alla marinara, quasi comico”; ha paura di Belbo e si nasconde dietro le sottane della madre. Dopo un po’ che è rimasto in collina con la nonna di Cate, la padrona dell’osteria, diventa un magro monello con i capelli negli occhi e la maglietta rattoppata.
A scuola, secondo i parametri fascisti, gli avevano trasmesso la voglia di diventare soldato. Alle Fontane scopre invece altri interessi: dapprima la natura e le scienze, poi l’avventura, le idee politiche e la resistenza.
Quando sua madre viene arrestata, Dino viene accolto per un certo periodo di tempo in casa di Elvira; poi però viene mandato in collegio, a Chieri. Il ragazzino in questa occasione si dimostra più maturo della sua età ( per la sicurezza di Corrado finge di non conoscerlo) e sembra adattarsi alla sua nuova vita, ma, dentro di sé, cova il desiderio di raggiungere il suo amico Fonso sulle montagne.
Quando Corrado, per paura di essere scoperto, torna alla villa di Elvira, anche Dino se ne va dal collegio e se ne perdono le tracce; nonostante le ricerche di Elvira, Corrado non ne saprà più nulla.
4)FONSO E I COMPAGNI DELLA RESISTENZA. Fonso è un ragazzo (non arriva neppure a diciotto anni) e fa il fattorino in una ditta meccanica di Torino. Corrado lo definisce cinico, burlone, pronto ad infiammarsi; aveva frequentato le scuole serali e lì aveva preso passione per le statistiche e per i giornali. Avido di informazioni, aveva certamente colleghi che gli aprivano gli occhi.
In questo modo era diventato un personaggio dal carattere deciso, pronto a sostenere le proprie idee con l’azione.
E’ il fulcro del gruppo di partigiani delle Fontane ( Nando, Tono, Giulia, Cate…). Questi si ritrovano ogni sera nell’osteria: discutono sui fatti di quei giorni, ascoltano radio Londra e poi, quando la guerra finisce, organizzano la Resistenza utilizzando la cantina delle Fontane come deposito delle armi incettate e di altro materiale ottenuto svaligiando magazzini.
Quando Giulia viene arrestata in fabbrica, Fonso scappa sulle montagne ad organizzare le azioni partigiane di primavera; ha intenzione di mandare più tardi i suoi a ritirare i depositi delle Fontane; ma non fanno a tempo: i depositi vengono scoperti dai tedeschi e i suoi amici ( tranne Dino e Corrado) tutti arrestati e deportati.
5)ELVIRA. Insieme alla madre ospita Corrado nella sua casa.
Le due donne, che Corrado definisce “padrone sue e di Belbo”, hanno cura di lui, sono affabili, gli preparano la cena, ma vogliono qualcosa in cambio: chiacchiere e attenzioni.
In particolare si fa delle illusioni sul suo conto Elvira, zitella quarantenne; in cuor suo spera di sposarlo prima o poi. E’ protettiva nei suoi confronti, lo aspetta con ansia quando è in ritardo; sopporta con sofferta rassegnazione il suo caratteraccio e non si rende conto che Corrado non ama proprio queste attenzioni, perché immagina che prima o poi anche lei esprimerà diritti e pretese. In effetti Elvira viene via via presa da gelosia per i nuovi amici di Corrado: “I sovversivi”, così diversi da loro. Tuttavia, nonostante disapprovi la stima che Corrado esprime per loro, Elvira rimane sempre pronta a proteggerlo, lo aiuta a trovare un rifugio sicuro quando è ricercato, accoglie persino il piccolo Dino in casa, unico superstite della retata dei tedeschi e si dà da fare per farlo accogliere in collegio. Si tiene sempre a disposizione di Corrado, anche quando lui decide di tornare a casa dai suoi.
6)OTINO è il giovane disertore che Corrado incontra durante la sua fuga burrascosa da Torino verso le Langhe. Semplice e schietto, il ragazzo, senza neppure chiedergli il nome, il ragazzo gli offre aiuto, cibo e ospitalità, ma soprattutto consigli che gli permettono di raggiungere incolume la casa dei propri genitori.
CONTESTUALIZZAZIONE
LUOGHI
1)LA COLLINA
E’ un ambiente che Corrado ama e che in qualche modo gli assomiglia: selvatica e sola.
Ha un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato o al naturale, con la strada tra le siepi e il muretto, con le sue cascine, i burroni, i sentieri che si possono percorrere e che offrono bellissimi panorami e continue scoperte per coloro a cui piace la natura.
Una volta di sera, dall’alto della collina si vedeva la città: un lago di luce e un formicolio di gente; ora un gran buio copre ogni cosa con il suo peso e la collina è diventata il rifugio notturno di molti sfollati.
2)L’OSTERIA “LE FONTANE”
E’ il luogo degli incontri e delle cospirazioni; lì si tengono le riunioni del gruppo di partigiani a cui partecipa anche Corrado. E’ un ambiente dove si respira il cameratismo e si condividono grandi ideali in modo molto semplice, alla portata di tutti.
3)IL COLLEGIO DI CHIERI
Corrado lo vive come un rifugio sicuro, isolato, completamente fuori dal mondo. E’ un ambiente quasi irreale che garantisce immunità e protezione; lì dentro arriva solo l’eco attutita del dramma di quei tempi. (Gli ricorda la chiesa in cui era entrato una volta e in cui aveva quasi sperato che davvero bastasse pregare per trovare sicurezza e conforto.)
AMBIENTAZIONE
Il romanzo è ambientato a Torino nell’ultimo anno della seconda guerra mondiale.
Si parla dei bombardamenti notturni di Torino; della città viene fatta la descrizione dettagliata di una mattinata successiva ad un grosso bombardamento che ha provocato la morte di migliaia di persone, moltissimi incendi, la distruzione della stazione e di alcuni edifici.
Si raccontano: la reazione della gente alla notizia( divulgata alla radio) della fine della guerra, il fatto che Mussolini sia stato rovesciato, le incursioni aeree inglesi che riprendono, l’occupazione del Veneto da parte di una gran moltitudine di Tedeschi, la richiesta di pace dell’Italia; i cortei e le dimostrazioni dappertutto, i soldati in fuga, gli arresti, le imboscate partigiane, le rappresaglie sui civili, la borsa nera, la confusione generale, i banditi che si atteggiano tutori dell’ordine, gli sbandati, le incertezze, i facili entusiasmi, la guerra civile.
In particolare viene messo in luce il fenomeno della resistenza attraverso i personaggi che animano l’osteria delle fontane; personaggi semplici, poco acculturati, ma resi forti dai loro ideali, coraggiosi, pronti a rischiare tutto ed estremamente solidali tra di loro.
PROBLEMATIZZAZIONE
EGOISMO, IMPEGNO CIVILE E STORICO
Corrado è molto combattuto tra il suo carattere solitario ed egoistico e l’impegno civile e storico. Egli preferisce vivere tranquillo, al riparo dalle emozioni e dai pericoli; ha il terrore di ciò che può richiedergli un coinvolgimento personale e non dimostra coraggio, anzi, nelle situazioni pericolose, si lascia spesso prendere dal panico e fugge richiudendosi nel suo egoismo.
Nello stesso tempo, però, è incuriosito e attratto dalle persone avventurose e ardite come i partigiani.
Quando partecipa alle loro riunioni si dimostra in grado di leggere e interpretare i fatti della storia del momento, sa fare previsioni su come andranno le cose e spesso dà consigli addirittura rivoluzionari ed azzardati, ma riconosce la sua incapacità all’azione concreta che delega agli altri. Da quando li ha conosciuti infatti ha spesso spronato i “sovversivi” a ribellarsi, ma quando arriva il momento dell’azione concreta non li segue nel loro impegno nella Resistenza; ritorna a rifugiarsi nel passato, nel mondo della sua infanzia.
PERCHE’ LA GUERRA? PERCHE’ LA MORTE O LA VITA AL POSTO DI UN ALTRO?
Nel momento in cui Corrado ha assistito per caso da lontano alla cattura dei suoi amici e si è reso conto lui stesso di essere in pericolo, ha sentito “un sapore i morte in bocca” e quando è in salvo, sulle colline dei suoi genitori, lontano Dalle Fontane e da Torino, lo tormenta la domanda “Perché la salvezza è toccata a lui e non agli altri”, egli si sente vivo per caso e ciò lo fa star male.
Inoltre egli afferma che, una volta finita la guerra civile, tutti dovrebbero chiedersi : “E dei caduti che ne facciamo? Perché sono morti?” . Egli non sa trovare una risposta a questo problema e pensa che nessuno lo sappia, forse solo i morti e per questo “soltanto per loro la guerra è finita”. Gli altri continueranno a provare tormento e a vivere con questo problema impossibile da risolvere.
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Riassunto - scheda libro :
Hernan Solima
SCHEDA DI ANALISI DEL TESTO NARRATIVO
Gabriel Garcìa Màrquez
“Cronaca di una morte annunciata”
traduzione di Dario Puccini
Gabriel Garcìa Marquez è nato ad Aracataca, in Colombia, il 6 marzo 1928. E' cresciuto in una grande casa, educato dai suoi nonni. L'infanzia trascorsa in questo luogo di formazione, fantastico e primario, verrà rievocato nella costruzione letteraria della magione dei Buendìa, la famiglia protagonista di Cent'anni di solitudine.
Marquez, sin da giovane, ha coltivato la propria propensione all'impegno civile, oltre che la passione per la letteratura. Si è formato alle migliori scuole di giornalismo del Sudamerica, e ha condotto inchieste in prima linea.
Ha pubblicato il suo primo libro, Foglie morte e altri racconti, nel 1955. Il suo capolavoro, Cent'anni di solitudine, è uscito nel 1967. Nei dodici anni intercorsi tra il primo titolo e quest'ultimo, Marquez ha studiato a Parigi, ha viaggiato per mezzo mondo, maturando una sfera di interessi (dal cinema al teatro alla critica letteraria) che gli hanno permesso di esaltare le doti stilistiche e immaginifiche di cui era naturalmente dotato.
Questo corredo gli consente di elaborare una categoria letteraria decisiva per il Novecento, quella del Realismo Magico. E' GGM stesso a darne una definizione: "Si tratta di estendere le potenzialità del realismo, fino a permettere alla realtà di includere il magico, il misterioso, il fantastico che è in seno alla Natura. E' qualcosa che la letteratura europea si è da sempre preclusa".
Applicazioni del realismo magico sono riscontrabili già all'esordio letterario di Marquez, per esempio nel racconto Un uomo vecchissimo dalle ali enormi, in cui, in un cortile di una casa popolare piomba, caduto non si sa come dal cielo, un decrepito gigante con due ali da angelo, raccolto da una coppia che (qui scatta la geniale trovata stilistica) non mette mai in questione l'esistenza stessa della presenza angelica.
Ma il capolavoro del realismo magico è proprio Cent'anni di solitudine. Inizialmente progettato per essere intitolato La casa, è una sorta di intreccio caleidoscopico del patrimonio onirico di cui è dotata l'intera umanità, dove miti presenti in ogni luogo del mondo si incrociano con la saggezza popolare caraibica e a ogni pagina si assiste a un colpo di scena o a una formidabile accelerazione verso il meraviglioso. Al centro della saga che copre un intero secolo, è la famiglia Buendìa e il paese di Macondo, una sorta di villaggio dell'utopia, dove la collettività e il sogno di una natura armonizzata con l'uomo vengono stravolti dalla tragedia grottesca di un Tempo divoratore e da uno Spazio assoluto.
Con Cent'anni di solitudine, Marquez apre la strada all'intera letteratura sudamericana, istituendo un precedente clamoroso nella storia della narrativa novecentesca. Per questi motivi, a Gabriel Garcìa Marquez, nel 1982, è stato attribuito il Nobel per la letteratura.
Le implicazioni critiche della rivoluzione attuata dal realismo magico sono, al tempo stesso, sterminate e profondissime, irriducibili a ogni scuola occidentale ma imparentate con il postmoderno di Gaddis e Pynchon (non a caso, Marquez si è ispirato alla fantastica Contea dei cicli di Faulkner per creare Macondo). Per un profilo dettagliato ed esauriente della figura di GGM, conviene consultare l'ottimo lavoro di Labyrinth.
Riassunto
Il giorno che venne ammazzato, Santiago Nasar si era svegliato alle 5.30, quasi tutti in paese sapevano cosa stava per accadere, ma non lui. Si stava recando ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. I gemelli Vicario lo aspettavano, lui doveva tornare per cambiarsi l’abito, ma nessuno riuscì ad avvisarlo in tempo: era già stato massacrato.
Bayardo San Romàn, era giunto in paese l’anno precedente, era un uomo elegante e affascinante, nessuno sapevano cosa fosse venuto a fare in paese ma tutti si accorsero della sua ricchezza.
Decise di sposare Angela Vicario, ragazza di classe media. Lei non era per nulla attratta da lui, ma le venne obbligata dalla famiglia di non perdere quest’occasione.
Bayardo San Romàn chiese ad Angela Vicario quale fosse la casa in paese che più ammirava, lei rispose che era quella del vedovo di Xius. Lui riuscì ad acquistarla offrendo al proprietario (che non aveva la minima intenzione di venderla) 10.000 Pesos in contanti.
Il doppio di soldi spese per la festa di matrimonio, celebrato appena quattro mesi dopo.
La festa era diventata praticamente pubblica, tutto il paese aveva almeno in parte partecipato, la chiesa ed il paese era adornati in modo maniacale.
Santiago Nasar era rimasto impressionato dalla quantità di soldi spesi dallo sposo per organizzare il festeggiamento, tanto da cercare di calcolare quale fosse la somma spesa.
Finite le feste i due sposi andarono nella nuova casa. Durante la notte Pura Vicario, mamma di Angela, sentì bussare alla porta: era Bayardo San Romàn che respingeva Angela Vicario per non aver dimostrato la verginità. La ragazza era in uno stato pietoso, la famiglia le chiese il colpevole e lei rispose: “Santiago Nasar”.
I gemelli Pedro e Pablo Vicario in difesa dell’onore della sorella impugnarono due coltelli da macellaio e andarono in cerca di Santiago Nasar per ucciderlo.
Non nascosero a nessuno ciò che stavano per fare, anzi diffusero la notizia, forse cercavano qualcuno che impedisse loro di commettere l’omicidio.
Affilarono i loro coltelli, poi attesero nel negozio di Clotilde Armenta l’arrivo di Santiago Nasar, dicendo esplicitamente a tutti che intendevano ucciderlo, nessuno li prese pienamente sul serio.
Santiago Nasar scoprì dal padre della sua fidanzata cosa le stava per accadere ma, mentre tornava a casa tra le urla della gente che le diceva di scappare, venne sorpreso dai gemelli Vicario che lo pugnalarono ripetutamente davanti alla porta di casa sua.
Trent'anni dopo Bayardo San Romàn e Angela Vicario tornarono a vivere insieme, ma nessuno fu mai completamente sicuro che Santiago Nasar avesse mai avuto una relazione con Angela Vicario.
Parole di cui non conoscevo il significato
idìllico = lieto, sereno.
abbaìno = s. m., apertura per uscire sopra i tetti, o per dar luce a soffitte e camere interne che stanno a tetto.
zàgara = s. f., il fiore bianco e profumato degli agrumi, specialmente dell'arancio.
iattànza= s. f., l'atteggiamento di chi si vanta in modo troppo aperto e con fare quasi provocante.
scimitàrra = s. f., caratteristica sciabola a lama larga e ricurva, con la punta rivolta verso la parte della costola; è stata in uso presso i popoli orientali e soprattutto presso i Turchi.
blenorragìa = (pl. -gìe), s. f., la malattia venerea che colpisce soprattutto la mucosa uretrale; è dovuta al gonococco di Neisser e si contrae per lo più nel rapporto sessuale; è detta pop. "scolo".
bòria= s. f., ostentazione vana, gonfia, insolente di ciò che uno ha o attribuisce a proprio merito.
diàfano= agg. l di corpo (p.e. l'alabastro) che presenta una certa trasparenza l fig. pallido, delicato.
1. Le sequenze
Il tipo di sequenza più frequente è narrativo/descrittivo.
2. Il tempo
2.1. La vicenda si svolge in epoca contemporanea, ciò si può notare dalla presenza dell’automobile e altri oggetti di recente invenzione.
2.2. Il tempo della storia è di circa 30 anni dall’anno in cui Santiago Nasar viene assassinato a trent’anni dopo quando Angela Vicario e Bayardo San Romàn si rincontrano.
2.3. L’ordine cronologico non è rispettato l’intero racconto è una analessi poiché il narratore ci racconta la storia al passato, molti anni dopo averla vissuta.
2.4. I movimenti narrativi di maggior rilevanza sono le pause descrittive e le analisi.
2.5. L’uso di questi movimenti conferisce un ritmo narrativo piuttosto lento, poiché il narratore descrive in modo particolare pensieri, azioni, sensazioni, ecc.
3. Lo spazio
3.1. La vicenda si svolge in un paese costiero della Colombia.
3.2. La storia è ambientata principalmente nelle strade del paese. La descrizione del paese è piuttosto sommaria e occasionale.
3.3. Lo spazio è reale poiché si svolge in un paese che potrebbe esistere davvero; è esterno (si svolge all’aperto) ma chiuso (la vicenda si svolge principalmente di notte).
3.4. La descrizione degli spazi è soggettiva ed emotiva (…la cucina enorme pareva respirare col fiato sospeso…) ed è ordinata in modo irregolare e discontinuo.
3.5. Lo spazio non ha un particolare valore simbolico, l’autore dà più importanza ai fatti e non al luogo in cui accadono.
4. I personaggi
4.1. I personaggi vengono presentati dal narratore in modo indiretto, il loro ruolo e le loro caratteristiche si possono intuire durante la narrazione.
4.2. I personaggi principali sono almeno tre: Santiago Nasar, Bayardo San Ràmon e Angela Vicario.
4.3. I gemelli sono dei personaggi importanti poiché opposti a Santiago Nasar (dichiarano di averlo ucciso e di esserne fieri). La maggior parte degli altri personaggi non ha fondamentale rilevanza poiché non vogliono o non riescono a fare nulla per evitare la morte di Santiago Nasar.
4.4. Santiago Nasar: ragazzo giovane dalle palpebre arabe e dai capelli ricci, agile e pallido, allegro e pacifico, piuttosto socievole e donnaiolo, di classe benestante. Amava i cavalli e le armi, era coraggioso e prudente come suo padre. Si occupava dell’azienda familiare.
Bayardo San Romàn: strano, esageratamente ricco e affascinante, sicuro di sé, capace di fare ogni cosa e bene.
Angela Vicario: figlia minore di una famiglia di scarse risorse, era la più bella delle quattro sorelle, istruita per essere una perfetta moglie e donna di casa. Qualche anno dopo la morte di Nasar sembra essere impazzita, poiché scrive più di 2000 lettere a Bayardo San Romàn senza essere mai corrisposta.
5. La narrazione
5.1. La narrazione è in terza persona. Il narratore è interno ma è solamente testimone della vicenda
5.2. Il narratore è onnisciente poiché racconta la vicenda dopo aver chiesto informazioni a tutti i personaggi e anche perché conosce già l’esito della storia.
6 Lo stile
6.1. Il narratore utilizza molto il discorso diretto riportando tutte le così come le erano state fornite dai personaggi.
6.2. Il registro linguistico scelto dall’autore è informale (sono presenti parole volgari) e soggettivo commenta le azioni e i modi di essere dei personaggi.
7. I temi
7.1. I temi presenti sono la vita, la morte, l’onore, l’amore e la fatalità
7.2. Il tema dominante è la fatalità della vita, una serie di coincidenze tanto strane da sembrare “cercate” porta all’assassinio di Santiago Nasar e alla tragedia di un piccolo paese.
7.3. Il libro è una specie di allegoria tra l’amore e l’onore.
7.4.Nel testo emerge una visione del mondo piuttosto drammatica e negativa poiché nessuno dei protagonisti sembra essere felice né del proprio comportamento né di come va la vita.
8. La critica
8.1. Può essere considerato per le sue caratteristiche un lungo racconto o un breve romanzo.
La definizione di cronaca è esatta poiché è un documento che ci rimanda alla grande abilità giornalistica dell’autore
8.2. Il romanzo che ho letto appartiene ad una tipologia narrativa sociale poiché esamina i rapporti tra gli abitanti di un piccolo paese.
8.3. Ciò che più mi ha interessato è stato il fatto che è quasi totalmente assente la distinzione tra il “bravo” ed il “cattivo”, tutti i personaggi sono almeno in parte peccatori, così come accade poi nella realtà.
Mi ha colpito il fatto che tutti i personaggi venivano citati continuamente con nome e cognome.
8.4. La precisione nella descrizione della scena del massacro “… si buttò a camminare in uno stato di allucinazione, reggendosi con le mani le viscere penzolanti…” dava una sensazione ripugnante e nauseante. Il finale, che corrisponde alle ultime parole di Santiago Nasar è commovente
8.5. Inizialmente mi stavo creando un giudizio negativo sul libro che mi sembrava di ritmo lento ma quando ho cominciato ha conoscere i personaggi sono stato coinvolto dal linguaggio e dalla descrizioni particolareggiate dei movimenti che rendevano facile l’immaginazione della scena.
8.6. «Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo...»
Come nella migliore tradizione dei thriller, García Márquez annuncia fin dalle prime righe chi sarà la vittima, per poi tenere il lettore legato alla narrazione delle indagini intorno alle circostanze, e alle ragioni, dell'assassinio.
Ma perché i fratelli Vicario vogliono ucciderlo e perché nessuno, in paese, cercherà di fermarli?
Il libro è un intrigante storia in cui la gente assiste senza far nulla ad un omicidio, una serie di coincidenze in cui tutti sanno ma nessuno si sbilancia. Una vicenda strana quanto coinvolgente.
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Riassunto - scheda libro :
Madame Bovary
Madame Bovary di Gustave Flaubert
Gustave Flaubert compose Madame Bovary in cinque anni, dal 1851 al '56 e lo pubblicò dapprima a puntate su la "Revue de Paris", poi in volume nel 1857. L'intreccio del romanzo ruota tutto intorno alla figura della protagonista, Emma Rouault, figlia di un agiato proprietario terriero andata sposa ad un mediocre medico di campagna, Charles Bovary appena rimasto vedovo di un'anziana donna che egli non aveva amato. Emma, giovane e graziosa è tuttavia inquieta, insoddisfatta aspirando a qualcosa di molto diverso che lei stessa non riesce ad immaginare. Il suo deperimento spinge il marito a trasferirsi da Tostes a Yonville, dove Emma mette al mondo una figlia, Berthe; qui ha una relazione platonica ma emotivamente intensa col giovane Léon, che si allontana però senza dichiararle il suo amore. Emma, ormai pronta per l'adulterio si innamora di un play-boy di provincia, Rodolphe, con il quale intraprende una tempestosa relazione; abbandonata da Rodolphe, spaventato dalla insana passione di Emma, essa incontra casualmente a Rouen Léon, ma anche il rapporto con lui termina drammaticamente. Sommersa dai debiti che ha contratto sempre più numerosi per riempire il vuoto profondo che ha dentro, avviata ad un progressivo degrado fisico e morale sotto gli occhi impotenti ed inconsapevoli del marito, Emma, dopo aver chiesto inutilmente aiuto ai suoi ex amanti, si uccide con il veleno. Cerchiamo adesso di analizzare più attentamente questo romanzo; la sua struttura consta di tre parti: la prima è di nove capitoli; la seconda, la più lunga, di quindici; la terza infine, quella conclusiva, di dieci. Flaubert nel libro usa la poetica della impersonalità. Mentre i narratori dell'Ottocento di tipo romantico, come Manzoni, Stendhal e Balzac erano onnipresenti sulla scena intervenendo continuamente nell'azione con commenti e giudizi, stabilendo un rapporto continuo e diretto con il lettore, Flaubert invece, anticipando in questo gli autori del naturalismo e del verismo, esce di scena, rinuncia ad intervenire nei fatti narrati commentando o giudicando, costruisce una rappresentazione oggettiva ed impersonale della realtà. Lo stesso Flaubert in una lettera alla sua amica Louise Colet del 1852, nell'affermare il principio della assoluta oggettività ed imparzialità della narrazione scriveva: "L'autore, nell'opera sua, deve essere come Dio nell'universo, presente dappertutto e visibile in nessun luogo. Essendo l'arte una seconda natura, il creatore deve agire con procedimenti analoghi. Che una impassibilità nascosta ed infinita s'avverta in tutti gli atomi, da tutti gli aspetti. L'effetto, per lo spettatore dev'essere una sorta di sbalordimento." Passiamo ora ad esaminare la prima parte del romanzo i cui primi otto capitoli possono essere così riassunti: 1) infanzia ed adolescenza di Charles; 2) incontro con Emma e 3) dichiarazione d'amore; 4) il matrimonio 5) la casa Bovary a Tostes; 6) l'educazione di Emma; 7) la vita quotidiana e la routine matrimoniale; 8) il ballo al castello di Vaubyessard su invito del marchese di Andervilliers; il 9), che conclude la prima parte, raccoglie le fila dei capitoli precedenti e prepara la seconda parte del romanzo che comincia con l'arrivo dei Bovary a Yonville. Incontriamo dunque la nostra eroina per la prima volta nella casa del padre in campagna. Quando Charles Bovary alza gli occhi su di lei Emma gli appare con un sorriso gentile sulle labbra mentre indossa un vestito azzurro guarnito di tre balze: l'azzurro, il cilestrino, il blu accompagnano spesso le descrizioni della bellezza di Emma: sebbene i suoi occhi siano neri, qualcosa di celeste l'avvolge sempre: é l'indizio per Flaubert della sua ambigua personalità, della sua nascosta sensualità. Emma dunque al capezzale del padre, richiesta di cucire delle bende, si punge le dita che "porta alla bocca per succhiarne il sangue" proprio come la bella addormentata nel bosco, a cui Malefica aveva annunciato che si sarebbe punta e sarebbe caduta in un sonno mortale da cui l'avrebbe risvegliata solo il bacio di un principe azzurro; ecco invece Emma entrare con quella puntura nel letargo del matrimonio finché non verrà a svegliarla il bacio dell'adulterio. Flaubert inoltre ci mostra che Emma ama recitare: essa non conosce la sincerità né lo spirito critico; la prima recita con cui si presenta ai lettori é proprio quella della giovane ingenua e pudica, brava e obbediente, in cerca di un marito. Inoltre l'autore fa in modo che lo sguardo di Charles sia colpito, dopo l'azzurro del vestito, dalla bianchezza delle unghie di Emma: "erano brillanti, fini in cima, più lisce dell'avorio di Dieppe e tagliate a mandorla", e dagli occhi giudicati belli e che si volgevano verso il dottore appena conosciuto con un "candido ardimento". Flaubert manovra i suoi personaggi in modo che tanto Charles che il vecchio papà Rouault siano convinti che Emma é un fiore troppo prezioso per vivere in campagna: pelle bianchissima, mani delicate, piedini da parigina, vestiti azzurri ed eleganti, la pettinatura raffinata, tutto porta alla costruzione di un ritratto femminile di ragazza dolce e remissiva, ma un particolare contraddice la visione iniziale: " Ella portava, come un uomo, trattenuto da due bottoni del corsetto, un occhialetto di tartaruga". Questo occhialetto da uomo é una delle prime spie con cui Flaubert ci mette sull'avviso: Emma è una donna dalla personalità fortemente contraddiottoria. Nel terzo capitolo della prima parte, assistiamo ad una scena di seduzione, rappresentata con ampiezza di dettagli visivi: da una parte Emma è intenta a cucire, da brava ragazza, dall'altra con la scena del liquore si mostra una esperta seduttrice. Tuttavia Flaubert spiana la strada alla sua eroina: Charles resta improvvisamente vedovo. Torniamo al racconto dell'infanzia di Emma che é tra le pagine del romanzo più illuminanti per capire la psicologia di questo personaggio. La sua infanzia é trascorsa in un convento di Orsoline dove oltre al ricamo, la danza
ed il disegno ha sempre letto molto: leggeva di nascosto libri d'amore in cui si parlava di amanti lontani, "di turbamenti di cuore, di giuramenti, di singhiozzi, di lacrime e baci, di navicelle al chiaro di luna, di usignoli nei boschi, di signori coraggiosi come leoni, dolci come agnelli". A quindici anni Emma aveva letto moltissimi libri: Walter Scott l'aveva iniziata al romanzo storico; poi Flaubert puntigliosamente ci informa sui gusti letterari del suo personaggio: Emma già da adolescente inseguiva il peggio della letteratura dell'epoca. Essa combatte a suo modo una disperata battaglia "culturale": più avanti nel romanzo Emma sarà coinvolta in un delirio meschino che é il frutto della cultura che il suo tempo le metteva a disposizione: il peggior Kitsch di libri, spettacoli, personaggi investono Emma( quasi come oggi le moderne telespettatrici sono investite e travolte dai "Beautiful" e dai "Dynasty" che la televisione ci offre quotidianamente in dosi sempre più massicce, di cui oggettivamente non ne possiamo più) . Oltre alla lettura il convento le propone la vocazione religiosa: ma Emma non é interessata al rapporto con Dio: essa amava il misticismo, il languore che viene da una religiosità devozionistica e rituale. Il suo rapporto con la fede é solo estetico e sensuale: le piaceva pensare a Cristo come al "fidanzato, lo sposo, l'amante celeste" e ciò suscitava nella sua anima delle "dolcezze inattese". Morta la madre, la recita del convento non regge più ed Emma viene rispedita a casa. Dopo il matrimonio con Charles la vita coniugale prende il suo ritmo fatto di rituali ripetitivi che annoiano rapidamente la giovane sposa. Le parole "felicità" "amore" "ebbrezza" su cui aveva sospirato e che le erano apparse belle nei romanzi letti in convento le appaiono ora"ingannevoli e prive di senso": " la noia filava come un ragno la sua rete nell'ombra" ci spiega Flaubert. Un fatto inatteso spezza la nebbia del menage coniugale: l'invito ad un ballo da parte delmarchese d'Andervilliers. Nelle poche ore trascorse nell'ambiente ricco e raffinato del castello Emma respira l'aria a lei più congeniale: tutto é splendido ai suoi occhi, solo la figura del marito ne esce ancora più ridimensionata. La visita alla Vaubyessard ha lasciato "un buco nella sua vita, alla maniera di quei crepacci che, in una sola notte, scava qualche volta la tempesta nelle montagne." Tornata dal grande evento del ballo, Emma tenta di costruirsi una vita fittizia di lussi e di divertimenti: compra una carta topografica di Parigi e inventa delle passeggiate da compiervi, si abbona a riviste femminili, segue da lontano le serate all'Opera, l'apertura di un nuovo negozio parigino, una riunione mondana. Così essa tenta di vincere la noia: Emma aspetta un avvenimento, qualcosa che la distragga dalla monotonia insopportabile del matrimonio; non suona più il pianoforte, diventa capricciosa, non mangia quasi più, beve aceto, si inonda di colonia, deperisce. Il buon dottor Bovary, malgrado la cosa gli procuri un danno economico decide di trasfrerirsi a Yonville, sicuro che il cambiamento d'aria gioverà ad Emma che é incinta. Pochi giorni prima della partenza, Emma mettendo ordine in un cassetto, si punge le dita (è la seconda puntura delle sue dita) con il filo di ferro del suo bouquet da sposa; Emma lo scaglia nel fuoco e lo vede consumarsi: questa immagine metaforica della distruzione del suo matrimonio è quella con cui Flaubert conclude la prima parte del romanzo. Nella seconda parte del romanzo, in attesa di sistemarsi nella nuova casa i Bovary alloggiano in una locanda dove incontrano il giovane Léon, praticante notaio, con il quale entriamo nel vivo del tema centrale del libro: l'adulterio. Al capitolo terzo vi è il racconto della nascita della figlia di Emma: questa non la guarda neppure, "voltò la testa e svenne". La bambina chiamata Berthe come una cameriera che Emma aveva incontrato al ballo, viene mandata a balia in una casa povera fuori Yonville.
Nel visitare la figlia, Emma si imbatte un giorno in Leon che chiede di accompagnarla; questa è più interessata al casto corteggiamento del bel giovane che dalla presenza della neonata che la infastidisce. Emma si innamora di Léon ma non osa confessarlo neppure a se stessa. Più si accorge di amarlo e più respinge questo amore: è trattenuta dalla pigrizia e dalla paura, non certo dalla lealtà nei confronti del marito. Indispettita dal fatto che Charles non si accorge del supplizio a cui si sottopone nel non contraccambiare l'amore di Leon, comincia a recitare la parte della moglie virtuosa, atteggiandosi a martire rassegnata. Un ultimo tentativo di Emma di resistere alle lusinghe dell'adulterio é la ricerca di colloquio con l'abate Bournisien: in questo dialogo quasi teatrale si scontrano due mentalità opposte: il paganesimo, la presunzione borghese, il ritualismo conformista di lei e l'umiltà contadina, il buon senso, il cristianesimo sincero di lui. Emma torna a casa sconvolta e l'autore ci fa assistere ad uno degli episodi pìiù penosi del romanzo: Emma rifiuta il tentativo della piccola Berthe di abbracciare la madre che la respinge brutalmente causandone la ferita ad una guancia. Flaubert ci mostra che malgrado la recita nel cuore di Emma non vi é amore ma solo insofferenza ed odio. Emma dunque non si concede a Lèon, detesta il marito e la figlia, per consolarsi indulge in acquisti che soddisfano la sua vanità ed il gusto per l'esotico che era lo stesso di cui si era nutrita in gioventù attraverso le letture: compra limoni per pulirsi le unghie, un inginocchiatoio gotico, vestaglie di seta, un vestito di cachemire blu, sciarpe orientali; cambia anche pettinatura prendendo ad arrotolarsi i capelli come un uomo, userà anche oggetti da uomo: pantaloncini alla turca, corsetto da cacciatore, cappello con la piuma, a simboleggiare una profonda mancanza di ordine interiore nella vita della protagonista. Léon frattanto é partito; Emma deperisce, sviene, sputa sangue, passa le giornate stesa a letto a guardare la vita dalla finestra dalla quale un giorno appare finalmente la novità. Un bel giovanotto, vestito di velluto verde, attira l'attenzione di Emma. Rodolphe, trentenne brutale e disinvolto con le donne adocchia la sua preda; riesce a convincere Charles a mandarla a cavallo con lui per farla distrarre: ed ecco Emma, con un cappello da uomo in testa fermato da un velo azzurro cavalcare al fianco del bel Rodolphe verso la perdizione. Le parole dell'uomo sono false e di cattivo gusto (voi siete nella mia anima come una madonna sul piedistallo) ma Emma non si accorge della loro falsità: é come se cadesse dentro uno dei romanzi d'amore di cui ha sognato di essere la protagonista. Nelle parole dell'uomo riconosce il linguaggio della sua cultura e cade nella trappola. "Elle s'abbandonna" ci dice Flaubert in uno dei rari momenti in cui i personaggi sono lasciati soli senza la presenza critica dell'autore. Finalmente Emma ha coronato il suo sogno identificandosi in una delle donne fatali che aveva tanto invidiato. La relazione tra i due va avanti; lei é sentimentale, ossessiva, indiscreta, impudica. Lui volgare, annoiato, freddo, vendicativo. Lei gli impone la fuga. Lui prende tempo, finge di accettare ma pensa invece alle noie, alle spese, e le invia un cesto di albicocche con un messaggio nascosto, nello stile più ipocrita: "Coraggio; Emma, coraggio! Io non posso provocare la rovina della vostra esistenza...", Emma nel leggere la lettera sviene. Lo svenimento faceva parte del linguaggio delle donne di allora, era l'unico modo, autolesionistico quanto si vuole, di esprimere il proprio dissenso o il rifiuto di una situazione. Il suo delirio dura quarantatrè giorni. Poi presa da una crisi mistica Emma si avvia verso la guarigione. A Bovary, per il bene della moglie, viene consigliato di farla svagare: i due decidono di andare a Rouen, a vedere la Lucia di Lammermoor. Nel capitolo XV, con cui si conclude la seconda parte del romanzo, vediamo i due Bovary al teatro: Emma ama il melodramma soprattutto per quello che vi è in esso di fumettistico, di sentimentale, cioé quello che più le somiglia. Qui avviene l'incontro fatale con Léon. I due si ritrovano e proprio Charles mette la moglie nelle condizioni di tradirlo. Egli torna a Yonville lasciando Emma a Rouen con Léon. I due si vedono in chiesa, lei é decisa a dirgli addio, ma nel consegnargli la lettera rimane sconvolta dalle parole giuste che lui sa usare per far breccia nel suo cuore: anche Léon sa usare lo sile del romanzo d'amore. Ancora una volta, Emma cade nella trappola del romanzo d'appendice. Ad Emma lui appare bellissimo "Egli abbassava le ciglia lunghe e fini che si piegavano. La guancia dalla pelle soave arrossiva, pensava lei, per il desiderio della sua persona e sentiva una invincibile voglia di posarci le labbra." Léon, per una volta deciso, chiama una carrozza dicendo che a Parigi si usa così. E' per Emma la parola magica, il prezzo che paga al suo provincialismo. Qui abbiamo il celebre episodio della carrozza : la corsa insensata della carrozza che discende la rue Grand Pont, attraverso piazza Des Artes, il quai Napoleon e il Pont Neuf per arrestarsi dinnanzi alla statua di Corneille, simbolicamente ci mostra uno sberleffo ai grandi miti del tempo (l'arte, il nuovo, Napoleone) per fermarsi solo di fronte al padre delle lettere francesi, il grande Corneille. Dall'interno della carrozza non sentiamo null'altro che la voce che dice di continuare ogni qualvolta il vetturino, esausto, tenta di fermarsi. Quello che avviene fra i due, le loro effusioni, niente ci rivela Flaubert, solo quella voce soffocata che ad ogni fermata ordina: "Marchez, donc". Flaubert mentre non ci dice niente del rapporto intimo fra i due, ci riferisce il commento dei "borghesi che spalancavano gli occhi davanti a questa cosa così straordinaria in provincia: una vettura a tendine chiuse che appariva e riappariva continuamente, più chiusa di una bara e sballottata come una navicella". Del congiungimento di Emma e Léon a noi viene riservata solo la parte più sgradevole, che rimanda a connotazioni di morte: l'alcova di Emma é in realtà solo una bara ambulante. Il romanzo si avvia ormai verso l'epilogo tragico. Tutta la sensualità repressa di Emma esce allo scoperto e Léon ne é prima attratto, poi spaventato: "Vedendola così sfrenata in amore, Léon si dice che la signora Bovary deve essere passata attraverso chissà quali prove di sofferenza e di piacere. Ma quello che al principio lo incantava, adesso un po' lo spaventa". In questa ultima parte del romanzo, l'identificazione fra Flaubert e la sua creatura più amata, Emma, sembra toccare il punto più elevato, quello che fece pronunciare all'autore la famosa affermazione 'Madame Bovary c'est moi". La relazione con Lèon va avanti, dapprima in modo piano, poi la mancanza di soldi, il continuo firmare cambiali la rendono sempre più nevrotica e infelice. Casa Bovary ormai é una casa piena di debiti, la piccola Berthe gira con le calze bucate ma Emma, inguaribilmente, continua procurarsi oggetti di lusso, sogna ancora amori principeschi, vende oggetti di famiglia con noncuranza; Léon, come a suo tempo Rodolphe, cerca ormai di liberarsi di lei, che, come dice Flaubert, è arrivata al fondo della sua depravazione, che non è solo l'adulterio, ma la scoperta compiaciuta del piacere e della libertà di procurarselo. Emma, malgrado il suo autore, è l'archetipo della rivendicazione femminile della libertà: in un mondo che prescrive la sottomissione, Emma tenta una grossolana politica di liberazione dalla schiavitù del ruolo femminile: questo è certamente uno dei motivi per cui il libro ebbe tanto successo presso le lettrici del secolo scorso. Il romanzo é ormai alle ultime battute. Emma di fronte alla richiesta ultima di saldare l'enorme debito che ha contratto con il mercante strozzino Lheureux, si abbassa fino a proporsi a lui; non ottenendo nulla, ricorrerà a tutti i suoi ex: Léon, Rodolphe, finanche il notaio Guillaumin dal quale si reca come ultima sponda: di fronte alle viscide proposte amorose di lui, ella ha uno scatto di teatrale falsità che sembra riabilitarla agli occhi dei lettori: "Io sono da compiangere, signore, non da comprare": le forme sono salve. Emma esauriti i tentativi di trovare soldi si procura del veleno per topi immergendo le dita nel vaso di arsenico e ingurgitandolo rapidamente. Crede di morire subito, invece la sua agonia sarà lunghissima e terribile. Flaubert realisticamente si sofferma su ogni fase del supplizio della sua eroina; dal punto di vista del narratore realista questo è nelle regole, ma c'è qualcosa in più: Flaubert ci appare qui il giustiziere della sua protagonista. Al capezzale della moribonda giunge il prete che unge con l'olio santo le parti del corpo di Emma che più avevano colluso con il peccato: la bocca, le mani, le narici, i piedi. I censori del libro accusarono l'autore di blasfemia per questa scena dove sacro e profano venivano mischiati in modo morboso: si tratta invece della condanna finale dello scrittore nei confronti della sua eroina. La conclusione è raccapricciante: "Una convulsione la ributtò sul materasso. Tutti si avvicinarono. Non esisteva più." Emma viene vestita da sposa, con le scarpine indossate al celebre ballo e una coroncina di fiori in testa: gli oggetti-feticcio saranno sepolti con lei. Ma la perfidia di Flaubert non accenna a finire: il corpo di Emma sarà oltraggiato e descritto in modo orrido e grottesco, con le tempie ferite dalle forbici, gli occhi coperti da una tela di ragno bianchiccia. Infine gli ultimi due capitoli riguardano gli avvenimenti succeduti alla morte della protagonista. Concludo riportando una citazione di Henry James, nel saggio D'Annunzio e Flaubert scrive: "La cosa di cui ci lamentiamo è che Emma Bovary, nonostante la natura della sua coscienza e sebbene essa rifletta tanto quella del suo creatore, sia veramente qualcuno di troppo limitato:perché Flaubert scelse come veicoli della vita che si proponeva di dipingere degli esemplari umani così inferiori?".
L' AUTORE : Gustave Flaubert
Gustave Flaubert nacque a Rouen nel 1821, secondo dei tre figli del chirurgo primario della cittadina natale. Sin dall'adolescenza dimostrò una spiccata propensione per la letteratura, cominciando a scrivere molto presto. Nel 1836 si innamorò, sulla spiaggia di Trouville, di una donna sposata, Elise Foucault; la vicenda gli ispirò in seguito L'educazione sentimentale (1843-45). Nel 1840 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza di Parigi ma si dedicò poco agli studi, preferendo frequentare gli ambienti artistici e letterari della città fino a che i sintomi di una grave malattia nervosa lo costrinsero a tornare a Rouen. Nel 1846, morti il padre e la sorella, si stabilì con la madre e la nipote nella villa di campagna che la famiglia possedeva a Croisset e che rimase la sua residenza definitiva ad eccezione di brevi soggiorni invernali a Parigi e alcuni viaggi all'estero. Nello stesso 1846 conobbe la scrittrice Louise Colet con cui strinse una relazione sentimentale
che durò fino al 1855 e di cui ci è rimasta una intensa corrispondenza. Nel 1848 fu a Parigi, durante la Rivoluzione; tra il 1849 e il 1851 viaggiò con un amico in Medio Oriente, Grecia e Italia. Al ritorno da questo lungo viaggio, tra il 1851 e il 1856 scrisse il romanzo che è considerato il suo capolavoro, Madame Bovary, pubblicato a puntate su la «Revue de Paris». Il testo segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l'orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti apre la strada al prossimo naturalismo. Madame Bovary fu messo all'indice e Flaubert fu accusato di oltraggio alla morale e alla religione l'anno successivo alla pubblicazione (1857) e fortunatamente assolto dalla corte al processo. Nel 1862 pubblicò Salambô, ambientato nell'antica Cartagine; in seguito si dedicò alla riscrittura dell'Educazione sentimentale, lavoro che lo tenne impegnato dal 1863 al 1869. La guerra franco-prussiana lo costrinse a lasciare per qualche tempo Croisset con gravi conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso. Nel 1875, per salvare dal fallimento il marito della nipote, vendette tutto il suo patrimonio, continuando a vivere con le scarse entrate della sua attività di scrittore e con una piccola pensione governativa che gli venne assegnata negli ultimi anni di vita. Morì a Croisset nel 1880. Il suo ultimo romanzo Bouvard e Pecuchet, capolavoro dell'umorismo nero, uscì postumo e incompiuto nel 1881.
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Riassunto - scheda libro :
BARBARA LAFACE
1°SCHEDA LIBRO
TITOLO
“Menzogna e sortilegio”
AUTORE
Elsa Morante
TRATTO DA
“Morante Opere”, c.ed. Bruno Mondadori anno ed. Novembre 1988
GENERE
Romanzo familiare
ARGOMENTO
“Menzogna e sortilegio” è una lunga analessi in cui Elisa, la voce narrante, scava nell’intricata trama dei propri ricordi per ricostruire la storia della propria famiglia.
TRAMA
E’ costituita dagli avvenimenti raccontati da Elisa
1° parte:
- Matrimonio d’interesse tra Cesira e Teodoro da cui nasce Anna cap 2 pag54-55-67
- Primo incontro occasionale tra Anna e il cugino Edoardo, ancora entrambi piccoli cap 3 pag79-80
- Incontri tra Teodoro e Nicola Monaco, amministratore delle finanze della famiglia Cerentano a cui appartiene Edoardo, che verrà licenziato cap 4-5 pag135
- Morte di Teodoro cap 6 pag138
- Prima visita di Cesira alla cognata, Concetta Cerentano, madre di Edoardo, per richiesta di aiuti economici cap 7 pag152-153
2° parte:
- Incontro al mercato tra Anna ed Edoardo ed inizio della loro storia d’amore e dono dell’anello da parte di Edoardo ad Anna cap 1 pag161 e segg. Cap2 pag191
- Esecuzione della cicatrice sul labbro di Anna come pegno d’amore per Edoardo che deve partire cap 4 pag237-238
- Abbandono di Anna da parte di Edoardo che s’ammala gravemente cap 5 pag272-273
3° parte:
- Conoscenza tra Francesco il Butterato, amante di una prostituta, Rosaria, ed Edoardo cap 1 pag277 cap 2 pag315
- Conoscenza tra Edoardo e Rosaria cap 4 pag350-351
- Conoscenza tra Francesco e Anna e inizio dell’amore provato dal primo per la donna cap5 pag375
- Cacciata dalla città di Rosaria da parte di Edoardo cap5 pag400
- Partenza di Francesco per il paese d’origine a causa della malattia del padre, il quale però, al suo arrivo è già morto cap 5 pag415
4° parte:
- Ritorno in città di Francesco e tentativo di incontrare Edoardo cap4 pag529-530
- Matrimonio d’interesse tra Francesco e Anna e nascita di Elisa cap5 pag537
5° parte
- Morte di Cesira cap 1 pag583
- Incontro tra Elisa, Francesco con Rosaria cap2 pag607
- Frequentazione da parte di Elisa e di Francesco della bottega di Don Gesualdo cap4 pag681
6° parte:
- Incontri di Anna ed Elisa con Concetta Cerentano e inizio della finta corrispondenza tra Anna ed Edoardo che è morto cap1-2
- Sacrificio di Anna in onore del cugino Edoardo morto: come pegno d’amore Anna taglia le sue lunghe trecce cap5
- Reclusione di Anna: Francesco sospetta di tradimento la moglie e la sua casa diventa il luogo della sua prigionia cap6 pag833
- Incontro tra Elisa e Rosaria e annuncio dell’incidente accaduto a Francesco mentre lavora cap8 pag890-891 e segg.
- Incontro tra Rosaria e Anna, che ormai folle per l’amore provato verso il cugino morto riceve di nuovo l’anello che Edoardo le aveva donato e, ammalatasi gravemente muore cap9 pag912 e seguenti.
- Trasferimento di Anna e Elisa a Roma: Elisa, dopo una malattia si reca al seguito di Rosaria a Roma dove riceve in dono dalla donna un gatto.
STRUTTURA DELL’OPERA
La struttura dell’opera è circolare dal punto di vista della narratrice, perché si apre con Elisa che parla del libro, presentandolo, e si conclude con Elisa che continua a parlare dell’opera appena conclusa; tuttavia la storia raccontata ha una struttura lineare.
All’interno della lunga analessi, attraverso la quale la narratrice racconta la storia della propria famiglia sono presenti ulteriori analessi e alcune prolessi.
Analessi più significative:
pag395 Racconto della scenata di gelosia di Francesco per Rosaria: “Poche ore prima Francesco era entrato tempestosamente nella stanza...”
pag423 Vita di Nicola Monaco: “Circa ventidue anni prima dell’epoca a cui siamo giunti, Nicola Monaco...”
pag495 Morte di Damiano, padre di Francesco: “Damiano era caduto per n malore mentre saliva la scaletta del frantoio...”
pag530 Malore di Edoardo: “Un paio di giorni dopo la partenza di Francesco dalla città, Edoardo era stato colto da malore...”
pag601 e segg. Morte di Edoardo. “Già da due mesi Edoardo languiva, dopo l’ultima ricaduta del suo male...”
pag725 Incontro e amore tra Anna ed Edoardo: “Io conobbi l’angelo, il principe del Paradiso...mio cugino, il mio fratello carnale, il mio amante, Edoardo...”
pag752 Edoardo da piccolo: “Sa che cosa m’ha detto...,lui mi spettina i capelli...prende a sollecitarmi la gola con la ano...”
pag892 Incidente accaduto a Francesco mentre lavora: “L’infortunio era avvenuto a circa novanta chilometri dalla nostra città...”
pag901-907 colpe commesse da Rosaria nei confronti di Francesco: “risaliva a due mesi innanzi...Rosaria aveva preso mio padre a schiaffi...” “...aveva venduto l’amore di mio padre per dei gioielli...”
pag937 Ultimi momenti di lavoro di Francesco
Prolessi più significative:
pag135 Fine di Nicola Monaco: “...la sua parte nella storia non finisce qui...”
pag222 Partenza di Edoardo: “Edoardo cominciò a parlare del loro non lontano necessario addio...”
pag253 Promessa di Edoardo ad Anna: “...Ti spoglierò con le mie mani, e ti ripettinerò, e poi ti rivestirò....”
pag679Elisa riparlerà del collega di lavoro del padre: “:::Non lo incontrai mai più in vita,...ma vedremo ritornare nella mia storia il fantastico spettro del cavaliere occhialuto...”
pag834 Vendetta di Francesco su Anna: “...Tu non ne uscirai che morta...”
TEMPO
Nel libro non è citata alcuna data e non è precisata l’epoca in cui si svolge la vicenda, tuttavia c’è un elemento che può fornire un’informazione temporale: la grande importanza che ha ancora la proprietà feudale e l’autorità dei baroni può essere riferibile al periodo degli inizi del Novecento.
La durata della vicenda è di circa un trentennio e le connotazioni temporali relative al trascorrere del tempo sono date dalla citazione delle stagioni e dei mesi in cui si svolgono i fatti narrati.
LUOGO
Non è esplicitato il luogo in cui si svolge tutta la vicenda: è solo detto che si tratta di una città, sicuramente del meridione perché si parla più volte del Mezzogiorno, forse Palermo come si può dedurre dalla canzone cantata da Edoardo in partenza (“Amici amici che a Palermo iti mi salutati la bedda cittati...”). Ci viene fornita un’importante descrizione della città di cui si dice che “giace in mezzo ad una pianura interrotta da scarse colline, sterposa, e povera d’acque”
C’è un importante spostamento di luogo, quello di Francesco che dalla città si reca al villaggio d’origine. Un altro spostamenti significativo è quello di Elisa con Rosaria dalla città in cui si svolgono tutte le vicende narrate a Roma: è molto importante questo trasferimento anche perché, anche se solo idealmente, potrebbe voler dire per la fanciulla lasciare alla spalle la storia della propria famiglia; in realtà non e’ così dal momento che dopo qualche anno, Elisa decide di raccontare la storia dei suoi familiari.
I luoghi più significativi sono tre, il mercato in cui si incontrano per la prima volta Edoardo e la cugina Anna perché, proprio in seguito a questo incontro, nascerà l’amore tra i due che si consumerà quasi esclusivamente all’interno della casa della donna(“Uno dei luoghi più rischiosi da attraversarsi era un viale alberato che da un mercato assai noto scendeva verso il centro della città...”pag415).
Altro luogo fondamentale è la casa in cui abita anna dopo il matrimonio, perché la casa nuziale si trasforma per la donna in una prigione(pag570 “...stretta anticamera, che conteneva per tutto mobilio una cassapanca, due sgabelli intagliati e un’ombrelliera...”): è importante soprattutto la stanza della nonna di Elisa, Cesira, in cui Anna dà inizio alla finta corrispondenza col cugino Edoardo.
PROTAGONISTA
La vicenda è narrata da Elisa, l’io-recitante, tuttavia la protagonista è, come la stessa narratrice afferma, la madre Anna, perché attorno ad essa si costruisce tutta la storia d’amore con il cugino Edoardo, storia che mette in rapporto, il più delle volte in modo conflittuale, la donna con gli altri personaggi: Anna è infatti l’antagonista di Concetta, madre di Edoardo, che vede in lei colei che le allontana il figlio; tuttavia questo rapporto si modifica dopo la morte del figlio perché le due donne diventano aiutanti, sostenendosi a vicenda per affrontare il dolore provocato dalla perdita dell’amato, anche se in alcuni momenti, Concetta mantiene la stessa opinione negativa che aveva di lei quando il figlio era in vita.
Francesco è il primo antagonista di Anna, perché le impedisce di amare, anche se solo idealmente, il cugino Edoardo. Elisa è vista dalla madre come un’oppositrice, e proprio da ciò deriva l’atteggiamento di indifferenza e talvolta anche di disprezzo che ha nei suoi confronti: in realtà, però, è la principale aiutante di Anna e ciò dipende dal grande amore e dalla grande ammirazione che prova per lei. Inoltre Rosaria, la donna che si occuperà di Elisa dopo la morte della madre, è vista come un’oppositrice dalla donna perché è la causa del suo abbandono da parte di Edoardo.
Viene fornita una descrizione sia psicologica che fisica di Anna: quando è piccola è molto bella e molto affezionata al padre Teodoro con cui trascorre molto tempo e resta al suo capezzale fino al momento della sua morte.
La sua bellezza fiorisce durante la relazione con Edoardo e anche i suoi modi diventano più raffinati; però, dopo l’abbandono da parte del cugino e in seguito al matrimonio per interesse sfiorisce nuovamente a causa dell’infelicità, ma quando comincia la corrispondenza immaginaria con Edoardo torna ad essere una bella donna, vanitosa, schiva nei confronti degli ammiratori che incontra per strada: non rimane più indifferente e infastidita dai loro sguardi, ma ne è anzi lusingata e addirittura è più dolce anche con il tanto disprezzato marito.
Il suo atteggiamento però è mutevole e il disprezzo per tutti emerge di nuovo, enfatizzato dall’odio per il proprio corpo che è un impedimento per il suo congiungimento con Edoardo: arriva dunque a disprezzare la propria vita per amore e a ripudiare definitivamente il marito. Proprio a causa dell’amore per lo spettro del cugino si ammala gravemente e muore.
ISTITUZIONI POLITICHE E SOCIALI
Non sono molte le istituzioni politiche e sociali citate nel testo: risulta ancora importante nell’età in cui si svolge la vicenda, la gerarchia feudale ai cui vertici sono i baroni che hanno una funzione governativa e il loro potere deriva dalla ricchezza ricavata dai latifondi da loro posseduti. Altra importante istituzione sociale è quella degli ecclesiastici, in particolare delle suore di clausura: nella società dell’epoca prendere il velo è considerato un modo per espiare i propri peccati o per ringraziare Dio per aver concesso una grazia e non tanto invece per non avere propria vocazione; un esempio di ciò ci è dato da Augusta, sorella di Edoardo, che dopo la sua morte si rinchiude in convento.
LINGUA E STILE
I registri linguistici si alternano: quando le vicende narrate sono relative a personaggi di un ceto sociale elevato, come Edoardo o Concetta Cerentano, è usato un registro linguistico più alto, probabilmente per sottolineare che essendo persone nobile sono anche colte; mentre nel caso in cui i personaggi appartengano ad una classe inferiore, come Anna, Rosaria o Francesco il linguaggio è più basso e popolare per sottolineare la loro ignoranza.
Numerose sono le similitudine e le metafore:
SIMILITUDINI PIU’ IMPORTANTI
pag13 “...Or il mio cuor potrebbe rassomigliarsi a quegli antichi Principati...”
pag20 “...io lo seguii come un piccolo pertinace accattone...”
pag216 “...immergendovi le mani e le labbra col piacere impetuoso di chi si getta fra l’erba alta...”
pag423 “...si comportava alla guisa di un celeste fantasma cui si sottopongano questioni terrestri...”
pag646 “...alla sua passione è negato di sbrigliarsi come un’impaziente bambina che corre a giocare per i frutteti...”
pag812 “...parve ad un tratto, come le piante dei climi aridi, attingere nell’aridità la propria esuberanza, la propria forma irregolare e fantastica....”
pag927 “...l’amata camera materna...fuggì per sempre dai miei sguardi come una nave straniera
METAFORE PIU’ IMPORTANTI
pag215 “...sorge e si innalza il tenebroso castello della mia protagonista...così un sottile e rauco ruscello si trasmuta in torrente...un andante severo e arcano...”
pag222 “...bellissima cagna lupa, feroce belva con tutti e agnella con lui solo...”
pag927 “...fui succhiata da una gelida acqua senza lumi...”
Inoltre ci sono alcuni riferimenti ai personaggi classici e della religione.
Es.:
pag73 “...di tanto in tanto, si fermava davanti alle vetrine come Eva davanti ai cancelli chiusi del paradiso terrestre....”
pag213 “...il paragone degli abitatori dell’Olimpo, i quali usavano, sì, invaghirsi d’una mortale, e scendere fino a lei ma non sollevarla alla propria sede celeste...”pag526 “...soffre di più la Madonna ai piedi della croce che il figlio crocifisso...”
pag526 “...Soffre di più la Madonna ai piedi della croce che il Figlio Crocifisso....”
GIUDIZIO PERSONALE
Il Romanzo “Menzogna e sortilegio”, che narra la complessa storia della decadenza di una famiglia del sud, tratta vari temi: la passione di Anna per Edoardo, anche dopo che questi è morto, è ciò che genera la sua follia, che la porta al disprezzo della vita; si tratta però di un amore egoista da parte del cugino che non permette alla donna di avere una vita sociale e sottolinea dunque la condizione di sottomissione della donna in una società con la mentalità ancora molto chiusa, per cui le donne devono rimanere in casa e non devono essere troppo libertine per non essere mal giudicate. Inoltre, poiché Edoardo appartiene ad una classe sociale superiore a quella di Anna, la madre del giovane non accetta il legame con una donna di un ceto inferiore.
E’ interessante riflettere sul significato del titolo dell’opera “Menzogna e sortilegio”: Elisa, l’io-recitante, cerca di darne una spiegazione nelle prime pagine, affermando che le vicende che vuole raccontare, sono tutte caratterizzate dalle menzogne, dai sotterfugi per nascondere passioni segrete e, pur criticando il continuo rifugiarsi nelle bugie, dichiara di costruire spesso nella propria mente delle menzogne per sfuggire alla realtà dei fatti, che è spesso drammatica.
Altro tema che emerge è la povertà di alcuni personaggi che li spinge, per superare la drammatica situazione, a ricorrere a matrimoni di interesse come quelli di Teodoro e Cesira e di Francesco e Anna, matrimoni però non voluti per amore, che quindi generano solo sofferenze e infelicità, fino a portare, come nel caso di Anna, alla follia, non solo al disprezzo per il marito, mai amato, ma anche per la figlia, che comunque è sempre stata molto trascurata.
E’ un libro con un’analisi psicologica dei personaggi molto approfondita per cui, in alcuni casi, anche difficile da comprendere. Inoltre, anche se mi è piaciuto molto lo stile con cui scrive Elsa Morante, ho trovato alcune parti del libro un po’ troppo prolisse e forse, anche se lo sono secondo il punto di vista della narratrice, poco significative.
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Riassunto - scheda libro :
Relazione di "Storia di una capinera" - Verga
Titolo Storia di una capinera
Autore Giovanni Verga
Editore Acquarelli
Pagine 138
Genere Romanzo passionale
Ambiente***** Il racconto si svolge all'inizio in un convento a Mascalucia, dopo in un piccolo paesino in provincia di Catania e infine, di nuovo nel convento di Mascalucia.
Personaggi***** Maria è decisamente la protagonista per eccellenza, ella scrive le lettere dalle quali ricostruiamo la vera storia. Ella è una giovane suora che vive nel convento di Mascalucia, è molto dolce, gentile, timida. Il vero, il più importante tratto della sua vita si svolge però in un paesello in provincia di Catania, dove incontra l'unico parente rimastole, il padre, ma soprattutto incontra il giovane Nino. Da quel momento la sua vita cambia in modo radicale, ed impara ad amare veramente, il suo pensiero è sempre rivolto verso il suo amato. Ella soffre di continuo, convinta dell'indifferenza di Nino nei suoi confronti, ma non cede, cerca di resistere alla tentazione, come dice il Signore, e l'unica via di scampo che le rimane è la morte, dovuta anche ad una grave malattia.Marianna è la migliore ed unica vera amica di Maria. A lei confida ogni segreto, ogni sentimento provato. Non è possibile descrivere dettagliamene questo personaggio poiché non viene mai interpella!
to e non entra mai nella vicenda.Infine Nino, ovvero Antonio, è il ragazzo del quale la giovane suora si innamora pazzamente, ma egli capisce che l'amore fra loro non potrà mai esserci poiché ella è una suora di clausura. Lui è un giovane contadino, figlio primogenito della famiglia Valentini. Maria, nelle sue lettere ne parla ovviamente molto bene e lo fa assomigliare ad un principe, non per l'aspetto fisico, ma per quello interiore.
Argomento***** "Storia di una capinera" è un romanzo scritto da Giovanni Verga, famoso autore che scrisse parecchi libri, molti dei quali conosciuti. Secondo il mio parere egli scrive questo racconto con molta tristezza, nonostante questo sia un romanzo passionale.Il libro comincia con una breve introduzione che ci fa comprendere il motivo per il quale il Verga da questo strano titolo al romanzo: la storia di una gabbianella in gabbia che muore senza essere "capita". Questa e la biografia di una suora, Maria, ragazza decisamente giovane, molto dolce, ma sola, senza amici, senza madre; le uniche persone delle quali si può fidare sono il padre e la fedelissima amica del cuore Marianna. Il romanzo si svolge tramite uno scambio di lettere tra Maria e Marianna: si può definire quindi un epistolario.La giovane suora è costretta dopo anni di convento, a trasferirsi in una casetta di campagna insieme al padre, in seguito alla diffusione del colera, una malattia definibile comune per quel tempo. Da allora Maria cambia notevolmente il proprio comportamento, da suora a peccatrice, da donna innamorata di Dio a donna innamorata di un uomo, da suora felice a suora triste. Il suo atteggiamento cambia così radicalmente che anche lei stessa fa fatica a credere in se stessa, e quindi le sue giornate non saranno certamente più le stesse, ma dovrà imparare a vivere in modo decisamente diverso, in un mondo pieno di percoli e tentazioni, ciò che sicuramente non può accadere in convento. Le sue prime lettere danno decisamente una sensazione di gioia nella ragazza, ma facendo attenzione ad ogni tratto del discorso si capisce che sotto la gioia si nasconde la tristezza, il dolore, il timore, la paura. Ella ringrazia continuamente il signore per avergli dato la possibilità trasferirsi a Catania, ma man mano che il racconto prosegue ci si accorge che, in certe occasioni, ella preferirebbe stare in convento, con le altre suore, lontana dal peccato.Vicino alla casa di Maria abita la famiglia Valentini, della quale fa parte Nino, l'unico figlio maschio. Ella si innamora pazzamente di lui, in lui vede l'uomo ideale, pur essendo lei suora; in lui rispecchia il vero senso della vita, dai suoi occhi usce un vento di passione che arriva direttamente al cuore, una sensazione da lei mai provata prima, un amore eterno che la affligge e la fa soffrire.Tempo dopo però la ragazza è costretta, terminata l'epidemia di colera, a tornare nel convento di Mascalucia e a non rivedere mai più l'amato Nino; anche egli, innamorato non può far altro che soffrire ma di sicuro non come Maria che in seguito ad una grave malattia, muore lentamente in un letto di ospedale, dopo aver scritto le sue ultime lettere confuse e senza senso.Lascia in eredità alla sola amica Marianna un crocifisso, una ciocca di capelli e un petalo di rosa.
Linguaggio e stile***** Il Verga, l'autore, scrive in modo decisamente accessibile a tutti, e usa molto la punteggiatura inserendo punti esclamativi ovunque. In questo caso, secondo la mia opinione, il suo modo di scrivere, certamente unico, non invita il destinatario ad una avvincente lettura e si dedica soprattutto ad un pubblico femminile, poiché il tema trattato riguarda soprattutto la vita di donne e non di uomini.
Giudizio e messaggio*** Credo che questo libro sia una polemica-contestazione sulla condizione femminile verso la metà dell'800, ed è grazie a questo messaggio che "Storia di una Capinera" mi è parso interessante, comunicativo e allo stesso modo semplice alla lettura; caratteristiche che non sempre possono coesistere senza contraddirsi. Non posso però affermare, secondo la mia opinione, che sia un libro avvincente, infatti devo ammettere che spesso mi ha annoiato e costretto a interrompere la lettura, ma, nonostante ciò, lo giudico gradevole poiché tratta una storia molto particolare che ci aiuta a comprendere usi e costumi ormai scomparsi.Ritengo questo libro, oltre ad essere un documento storico di circa un secolo fa, un romanzo d'amore e di passione, sentimenti che portano la protagonista alla follia e infine alla morte.Sembrerà strano ma anche al giorno d'oggi si presentano, anche se rare, situazioni passionali simili a quelle di Maria, nonostante io tempo trascorso e l'emancipazione femminile, che ha portato le donne a non considerare più l'amore come l'unico obiettivo della propria vita. Una volta molte ragazze erano costrette per vari motivi, soprattutto famigliari, a vivere in convento; invece ai nostri giorni ciò non accade più, infatti le ragazze che vogliono dedicare la propria intera vita al signore, lo fanno per scelta personale; anche per questo motivo il numero delle suore si è notevolmente ridotto col passare degli anni.
CONFRONTO
FRA AUTORI
Manzoni Verga
Romanzo di protesta verso una situazione politica instabile. Scrive un romanzo riguardante la storia della donna di quell'epoca.
Ha scritto solo un capolavoro. Vive in una società di latifondisti.
Influenza dell'Illuminismo e del calvinismo. Nel suo libro denuncia la posizione sociale della donna.
Il primo matrimonio e un matrimonio d'amore. Non era sposato ma conviveva prima con una, poi con un'altra donna.
Il male non si può sconfiggere. Cresce i figli del fratello morto.
Il peccato è il vero peccato: nel romanzo e la scoperta di un sentimento incontrollabile. Ha schemi ripidi, non vi è la sensazione, il senso del peccato vero e proprio.
FRA PERSONAGGI
Lucia Maria*****
Giovane donna di 20 anni(la vicenda si svolge in 2 anni). Giovane donna(la vicenda si svolge in 1 anno).
Vive attorno ad un evento storico: la carestia. Vive attorno ad un evento storico: la peste
La donna del Manzoni è preda di pericoli. La donna del Verga è preda di pericoli.
Importante l'addio di Lucia, il suo è un vero addio. Importante il ritorno in convento di Maria per trovare la pace; la sua non è una vera fuga.
Addio di Lucia Addio di Maria
Amore per Renzo. Tristezza dell'abbandono.
Sofferenza. Senso della felicità perduta.
Speranza rafforzata dalla fede. Certezza del non ritorno.
I PAESAGGI E LA NATURA*****
I promessi sposi Storia di una capinera
La natura ha un aspetto famigliare. Il paesaggio è indice di libertà.
Le ultime immagini che Lucia vede sono la chiesa e la casa. Per Verga l'amore di Maria non è vero amore.
I suoi ideali: la fede e l'amore. Manca il personaggio centrale dell'intera vicenda.
La provvidenza ha un'importanza notevole nel romanzo. Nel libro il conforto e la pace si raggiungono solo con la morte.
Lucia non è una vinta. Maria è una vinta.
Si può notare che, nel confronto tra personaggi, le differenze sostanziali non sono poi così evidenti come ci si aspettava. Per esempio, Lucia è una giovane donna come Maria, vive attorno ad un evento storico come Maria, sono entrambe prede di pericoli. Solo esaminando il confronto tra l'addio di Maria e quello di Lucia si può comprendere realmente la loro mentalità e il diverso mondo in cui vivono. Infatti nell'addio di Lucia troviamo l'amore per Renzo, la sofferenza, la speranza nella fede. Mentre in quello di Maria troviamo la tristezza dell'abbandono, il senso della felicità perduta e la certezza del non ritorno.
Esaminando invece il confronto tra autori possiamo notare un notevole scontro culturale che ci permette di comprendere la palese differenza fra questi colossi di sapienza: Manzoni scrive una romanzo di protesta verso una situazione politica instabile, mentre Verga scrive un romanzo riguardante la situazione sociale della donna a quell'epoca, ovvero verso la metà dell'800. Secondo Alessandro il male non può essere sconfitto in nessun modo, il peccato è il vero peccato mentre Giovanni non la pensa così: secondo lui infatti il male può essere sconfitto ed è possibile fare una netta distinzione fra bene e male. Da tutto ciò possiamo notare che le loro idee combaciano solo in miseri tratti mentre la loro mentalità è completamente diversa, ciò anche perché essi vissero in due epoche separate.-
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