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RIASSUNTO DEL LIBRO
“Cent’anni di solitudine”
José Arcadio Buendia, con la moglie Ursula ed alcuni amici abbandonano il loro paese d’origine per fuggire dallo spettro di un uomo morto, e fondano un nuovo paese: Macondo. In questo paese si dispiegherà per cento anni la stirpe dei Buendia. Sarà proprio la capostipite Ursula, con la sua pluri centenaria esistenza, a ricongiungere tra di loro tutti i membri della famiglia. La stirpe dei Buendia è segnata da un destino di ciclicità, infatti in ogni generazione, nei componenti maschili, si ripropongono nomi e caratteri identici: i José Arcadio sono di corporatura massiccia, energici ed estroversi, ma comunque solitari; gli Aureliano sono di fisico esile e delicato, introversi, solitari, e chiaroveggenti. La vita della famiglia Buendia e di Macondo è scandita dalla guerra civile del generale Aureliano Buendia, e dallo sfruttamento economico della compagnia Bananiera del signor Brown. Il generale Aureliano Buendia, come tutti gli Aureliani, solitario e schivo, ebbe, in tutta la vita, un umico momento di felicità: quando prese in moglie la giovanissima Remedios, una bambina di 10 anni, che morì in seguito alle complicanze della gravidanza. Egli conduce la guerra civile, a capo dei liberali, ma in lunghissimi anni di violenza, non raggiunge mai una vittoria. Trasformato in un eroe nazionale finisce per morire solitario costruendo pesciolini d’oro. Accanto alla figura del colonnello spicca quella del fratello Arcadio, sanguigno e allegro. Questi, fuggito con la carovana degli zingari di Melquiàdes, lo zingaro che per 100 anni ha cambiato la vita della famiglia B., torna dopo molti anni e sposa la sorellastra Rebecca, adottata da bambina, che era già promessa all’italiano Pietro Crespi. E fu proprio il lungo fidanzamento tra Rebecca e Pietro Crespi a far nascere un profondo rancore in Amaranta, sorella di Rebeca, anch'essa innamorata del musicante italiano. Amaranta poi nel corso degli anni riverserà quel rancore sui suoi futuri pretendenti, prima lo stesso Pietro Crespi, che si ucciderà, poi il colonnello Gerinaldo Mar. La famiglia Buendia ritrova momentaneamente l’allegria con Aureliano Secondo, figlio di Santa Sofia de la Piedad, uomo felice, instancabile organizzatore di feste e insuperabile scialacquatore. Egli si sposerà con Fernanda del Carpio, ultima discendente di una famiglia aristocratica, molto bigotta e autoritaria, ma vivrà quasi sempre con la concubina Petra Cotes per 2 motivi:
- Può vivere più liberamente, senza restrizioni e lamenti;
- La vicinanza con l’amante rende fertili tutti i suoi animali che si moltiplicano a dismisura rendendolo esageratamente ricco.
Dalla moglie, Aureliano secondo, ebbe tre figli: José Arcadio, Renata Remedios e Amaranta Ursula
La compagnia bananiera che si stabilì a Macondo inizialmente portò ricchezza e benessere, ma come la guerra civile del generale Buendia, porterà alla fine allo sterminio di 3000 lavoratori.
Dopo questo evento, preceduto dalla clausura forzata di Renata e la nascita di Aureliano, suo figlio, ha inizio la lenta decadenza dei Buendia e di Macondo che si concluderà con la distruzione di entrambi. L’ultimo discendente della famiglia Buendia sarà un bambino con la coda di maiale, nato dal rapporto incestuoso di Aureliano e Amaranta Ursula, che morirà dopo pochi giorni dalla nascita divorato dalle formiche. Il racconto termina svelando cosa era scritto nelle indecifrabili pergamene dello zingaro Melquiàdes che avevano incuriosito tutti gli Aureliani. Lo zingaro nelle pergamene aveva predetto dettagliatamente tutte le vicende che avrebbero coinvolto tutti i Buendia, dal capostipite José Arcadio all’ultimo discendente. Proprio mentre Aureliano sta traducendo l’ultimo rigo delle pergamene, nel quale è predetta la distruzione di Macondo, un uragano distrugge Macondo e cancellava dalla memoria di tutti il ricordo della famiglia Buendia.
Antonio Parziale Atripalda (AV)
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RECENSIONE:
Gli Indifferenti
di Alberto Moravia
VIII edizione, 1995
Bompiani, Milano
n. pagine 285
Il romanzo “Gli indifferenti” è la prima opera dell’allora giovanissimo autore di successo, Alberto Moravia. Racconta la vita di una famiglia borghese, ormai in rovina, costituita da una madre di famiglia (vedova), Mariagrazia Ardengo, e dai suoi due figli poco più che ventenni, Michele e Carlotta (da tutti chiamata Carla). L’intera vicenda si svolge in un brevissimo lasso di tempo, poco meno di tre giornate, durante le quali gli avvenimenti non sono particolarmente rilevanti, mentre lo sono le vicende “mentali” di tutti i personaggi, le cui vite devono affrontare numerosi eventi, soprattutto dal punto di vista psicologico. Si tratta quindi di un romanzo di tipo psicologico, nel quale la maggiore importanza è conferita ai pensieri e alle sensazioni dei suoi personaggi. L’intera storia è narrata da un narratore esterno e occulto (poiché non rivela in nessun’occasione le sue opinioni) mentre la focalizzazione è prevalentemente interna, in altre parole il narratore riporta i punti di vista dei personaggi, consentendo di attuare un costante confronto tra ciò che essi pensano e ciò che dicono.
È ambientato nel febbraio del 1929, epoca di dittatura fascista. Si svolge soprattutto nella lussuosa villa di Mariagrazia. Si tratta di un’abitazione di gran valore, circondata da un ampio parco. La famiglia è però in una gravissima crisi economica (come emerge già dal primo capitolo) e sarà probabilmente costretta a consegnare la villa all’amante della madre, Leo, con cui ha da tempo grossi debiti e che rimane con la donna solo per poter entrare in possesso di una costruzione dal valore ben più alto di quello che lui si ostina a dichiarare.
Gli ambienti, durate tutto il corso della narrazione, sono descritti in modo minuzioso, preciso e dettagliato. Il narratore oltre alle descrizioni degli oggetti si sofferma su quelle delle luci e delle ombre nei diversi ambienti, così da dare al lettore tutti gli elementi per immaginare perfettamente le scene in cui i fatti si svolgono.
Il romanzo comincia la sera della vigilia del compleanno di Carla, con l’immagine della giovane e bella ragazza impegnata in una discussione con Leo (eccitato dalla fanciulla che ha di fronte), che le propone di andare a vivere da lui, lasciando così perdere la relazione con la madre (sempre troppo opprimente e gelosa). Carla rifiuta con decisione, ma in fondo pensa che quello di cominciare questa relazione sarebbe l’unico modo per cambiare la sua vita che lei vede così monotona, prevedibile, piatta e noiosa. Nulla è elemento di novità e di divertimento per lei. Tutto si svolge sempre nello stesso modo: le cene, le discussioni tra la gelosissima Mariagrazia e il suo amante, le liti tra quest’ultimo e Michele, i balli. Decide così che comincerà questa relazione.
Anche quella di Michele è una figura molto complessa. Egli attraverserà una forte crisi nella parte conclusiva del romanzo; prima di raggiungere l’abitazione di Lisa (una vecchia amica della madre ed ex amante di Merumeci) alla quale non sa se rivelare la sua totale mancanza di sentimenti, sia nei suoi confronti che in quelli di tutti gli altri avvenimenti della sua vita. Dopo aver rifiutato la donna, viene a sapere della relazione tra sua sorella e Leo. Al termine della visita, preso da uno scatto di ira, mirato solo a dimostrare a se stesso e agli altri che anch’egli può provare passioni e sentimenti, si dirige verso l’abitazione di Merumeci intenzionato ad ucciderlo. Una volta raggiunto l’appartamento, la scena si trasforma, come sempre, da tragica a patetica: la pistola di Michele è scarica. In questo modo comprende di non essere riuscito a compiere nulla di veramente importante nella sua esistenza. È, infatti, un ragazzo completamente demotivato, sfiduciato e soprattutto indifferente verso tutto e tutti. Niente e nessuno riescono a fargli provare qualcosa (non riesce ad amare Lisa, non riesce ad odiare veramente Leo). Il suo stato psico-fisico è il peggiore tra quelli degli altri personaggi: se Leo, Carla e sua madre, sono più o meno nelle sue stesse condizioni, egli è unico a rendersene conto e a stare male per questa situazione. Vorrebbe vivere una vita fatta di passione, di fede, anche lontano dalle ricchezze e dagli agi della sua classe di appartenenza. Non capisce perché la gente abbia costantemente bisogno di mentire. Inoltre egli non è disposto ad adattarsi al suo insignificante destino (che vorrebbe in qualche modo cambiare) come ha finito per fare sua sorella. Essa, infatti, si rivela essere scontenta della propria vita. È, appunto, nel tentativo di cambiarla che cede alle proposte dell’amante della madre, che il giorno del suo ventiquattresimo compleanno diventerà anche il suo. Al termine del romanzo si accorge però che nulla nella sua vita è veramente cambiato, che lei sta diventando esattamente come sua madre, ma decide di adattarsi (e addirittura di sposare Leo) in modo tale da essere in grado di vedere la vita come una cosa molto più semplice di ciò che fino a pochi giorni prima pensava.
Il personaggio della madre è invece descritto in modo più ridicolo. Essa è la tipica donna borghese, che dà rilevanza solo all’aspetto formale e materiale delle cose. L’apparenza è ciò che più conta per lei. L’unico motivo per cui continua ad accumulare debiti con l’amante è perché se andasse a vivere in una piccola abitazione, sarebbe mal vista dalle persone del suo “rango”. È in fondo una persona molto ingenua: non riesce a rendersi conto che Merumeci resta con lei solo per impossessarsi della villa. Inoltre non si accorge di commettere un grave errore nell’accusare Lisa di essere l’amante di Leo, quando la vera persona che dovrebbe temere è la figlia, cui invece confida i suoi pensieri e i suoi dispiaceri. È molto turbata dalla sua precaria condizione economica e riversa i suoi malesseri sull’amante, che accusa molto frequentemente di avere un’altra relazione, esasperando lui e chi gli sta intorno. Non ha reali valori in cui credere: anche l’amicizia è per lei solo qualcosa di formale, per esempio quello che prova nei confronti di Lisa non è affetto, ma odio, però questo deve tenerlo nascosto per salvaguardare in qualche modo la sua immagine. Lisa è il personaggio più goffo dell’intero romanzo. Sin dalla prima descrizione appare come una donna sfiorita e ridicola. La sua situazione non è migliore di quella di Mariagrazia: l’ex marito è scappato portando con sé tutti i suoi gioielli e lei è rimasta sola e squattrinata. All’apparenza potrebbe sembrare una persona ricca e ben curata (così come la sua casa, con la quale il narratore instaura un parallelismo) ma in realtà la sua ricchezza è solo un ricordo, così come la sua bellezza e la sua raffinatezza. La sera in cui la storia ha inizio si reca alla villa Ardengo, dove invita Michele a casa sua la mattina dopo con una scusa. In verità, la sua intenzione è quella di conquistare e di sedurre il ragazzo. Inizialmente sembra riuscirci, ma in realtà Michele non prova niente per la donna se non una totale indifferenza. Il giorno seguente egli le rivela la verità, rendendola quindi molto triste, delusa e amareggiata.
L’ultimo personaggio rilevante all’interno del romanzo è Leo Merumeci. È un uomo assolutamente falso, ipocrita e anch’egli privo di ogni valore. La sua ricchezza è solo materiale, non spirituale. Egli è però appagato da questo suo essere ricco e conquistatore, ha accettato la sua vita e perciò ne è soddisfatto, anche se non è molto migliore di quella di Michele.
In definitiva i temi principali, più volte riscontrabili nell’opera di Moravia, sono soprattutto la mancanza di ogni valore della classe alto-borghese, la sua decadenza e la sua crisi. Tali motivi sono chiari ed evidenti da subito: ne è l’emblema Mariagrazia, interessata solo ad apparire in un certo modo, senza considerare che la vita dovrebbe essere fatta anche di altri interessi. Anche Michele, attraverso una forte critica nei confronti dei borghesi, ne fa emergere la totale corruzione, l’ipocrisia, la falsità e la mancanza di ogni passione.
Anche il tema della maschera è ricorrente e ricollegabile a quello precedente. In questo caso la padrona di casa ne è l’esempio più lampante, per esempio nei confronti di Lisa o più in generale di tutta la sua classe sociale.
La mia impressione riguardo al romanzo non è del tutto positiva. Lo stile è certamente da ammirare, ma la quasi totale mancanza di trama rende la lettura lenta e talvolta noiosa. Molto interessanti sono state le vicende psicologiche dei personaggi, soprattutto quelle di Carla e Michele, ma le lunghissime descrizioni degli ambienti appesantiscono la scorrevolezza dello scritto enormemente. Solo nella parte finale il testo è risultato più coinvolgente.
Sgarzi Serena IID
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Recensione di Picenni Michele
I 12 abati di Challat
di Laura Mancinelli
Einaudi 1981, torino
Genere letterario:
Il romanzo non si può propriamente definire un romanzo storico. Tuttavia, come ha scritto l’autrice a proposito di un’altra opera, esso è proiettato «in un tempo storico definito, su uno sfondo storico». Prevale infatti, su quello storico, il gusto favolistico di un Medioevo filtrato attraverso i romanzi cortesi, visto nello splendore delle sue corti, nella vita dei castelli, allietata da banchetti, cavalcate, dolci, intrattenimenti ad opera di cantori, musici e giullari, con spesso al centro la splendida, colta, intelligente Signora che di questa vita è l'anima e la guida.
Linguaggio:
Alla base delle scelte stilistiche del romanzo c’è il desiderio di riprodurre i toni e le cadenze del XIII secolo, senza però riproporne la forma, ma lasciandone intuire la musicalità, per esempio posponendo il soggetto al predicato o il predicato al complemento oggetto. In sintonia con il suo scopo l’autrice fa largo uso di vocaboli risalenti al linguaggio duecentesco (Ex. alli, Vinegia, fue, ei strignere, desiata, noquizia, molicir ecc. ).
Altra caratteristica interessante è la duttilità del linguaggio: la capacità cioè di variare a seconda della classe sociale cui appartiene il momentaneo oratore(servo, mercante ecc.), per meglio renderne rango e cultura. Tale scelta permette anche una più immediata resa della mentalità di uno specifico personaggio.
Nelle descrizioni dei paesaggi e dei sentimenti sono presenti anche numerosi elementi lirici, è frequente l’uso di metafore e paragoni.
L’ironia è a mio avviso la caratteristica che delinea maggiormente il taglio stilistico dell’opera. Le descrizioni dei singoli personaggi e del loro epilogo (per quanto riguarda gli abati) sono propriamente ironiche e tendono quindi a mettere in ridicolo gli aspetti peculiari di ognuno di loro.
Punto di vista
La vicenda ci viene trasmessa attraverso il punto di vista del narratore onnisciente, anche se non mancano alcuni esempi di focalizzazione interna, addirittura multipla, come quando viene descritto il ritorno del trovatore al castello e si alternano il punto di vista del trovatore stesso e quello della marchesa che lo guarda dalla finestra.
Periodo storico:
L’ambientazione basso medioevale del romanzo e quasi immediatamente percepibile dalle nozioni storiche forniteci nel primo capitolo. Altro dato di rilievo fondamentale è la figura della Marchesa, attorno a cui ruota tutta la vita goliardica della corte, che soltanto nel periodo storico indicato avrebbe potuto godere di tale libertà d’azione.
Problemi di fondo:
In quest’opera sono presenti sostanzialmente due problemi di fondo:
- Controllo Ecclesiastico sulla Vita Laica.
- Repulsione della Chiesa verso la figura femminile.
Nella società antica, la femmina era colei che doveva provvedere ad accudire i figli e alla gestione della casa. Non le era permesso saper né leggere né scrivere (anche se, naturalmente, c’erano molte eccezioni), non faceva vita di società ed aveva pochissimi diritti.
L’affermazione della chiesa come “autorità vigilante” comportò una radicale modifica dei rapporti uomo – donna: la donna divenne nell’immaginario collettivo strumento delle tentazioni demoniache. Ritenute inferiori, non avevano il permesso di possedere alcun bene e, addirittura, un atteggiamento inammissibile era la sola cura del corpo.
Così la sensualità e gli atteggiamenti seduttori della bella Maravì (vedi capitolo “Amore e morte”) sarebbero stati considerati oltraggiosi e peccaminosi se non si fosse trovata in un castello del XIII secolo: con lo sviluppo, infatti, della vita cortese, la donna era “posta al centro dei desideri” degli uomini di corte. In questo modo la marchesa di Challant divenne “l’irraggiungibile incanto” del duca Franchino, dello stesso abate Mistral e del trovatore.
Questi, di fatto, fu un’altra figura che si sviluppò nel XIII secolo. Le sue origini risalgono agli istrioni romani o nientemeno che ai rapsodi greci; passando per “quegli uomini di dubbia moralità” che erano chiamati saltimbanchi, poi giullari, si arriva fino ai trovatori Provenzali del XII/XIII secolo.
- Controllo Ecclesiastico sulla Cultura.
La figura del filosofo, nel romanzo, diventa esempio lampante di una delle più commiserevoli abitudini ecclesiastiche del basso medioevo. La condanna cioè di tutto quello che veniva considerato forviante e pericolosamente innovativo come eretico, cioè legalmente punibile con tortura e messa a morte.
In questo caso, l’eresia commessa dal suddetto filosofo consiste nella sua adesione agli studi di Abelardo, filosofo eretico anch’esso, che aveva dimostrato la fondamentale fondatezza della dottrina di Maometto.
Tale attività di indagine, controllo, condanna e repressione era svolta per conto della Chiesa dal Tribunale della Santa Inquisizione: un vero e proprio organo socio-politico semi autonomo in seno alla chiesa.
- Genesi della nuova società Tardo Medioevale & Rinascimentale.
Le figure d’Enrico da Morrazzone e del Mercante di Venezia introducono nel romanzo l’importante tematica della Genesi di una nuova società in seno al vecchio mondo medioevale.
Tale società ruota intorno alla figura del mercante: una nuova classe sociale, colta per bisogno d’esserlo, che rischia la sua vita in avventate ma lucrose spedizioni commerciali od operazioni di cambio per migliorare tramite il denaro la sua condizione sociale. Una nuova figura che può emergere nella ribalta del XIII° sec. grazie alla ripresa commerciale dovuta non solo ad una pace relativa in territorio europeo, ma soprattutto all’impegno delle diverse nazioni nel rendere nuovamente sicure le lunghe rotte commerciali devastate dalle continue guerre ed invasioni dell’Alto Medioevo.
In Italia buon esempio di tale evoluzione furono le Repubbliche Marinare (Amalfi, Genova, Pisa, Venezia): veri e propri vivai di mercanti spalleggiati da una favorevole autorità cittadina, ad essi strettamente legata.
Ambienti descritti:
Tutta la narrazione del romanzo si svolge sullo sfondo di un castello: costruzione peculiare della “Età di mezzo”.
Le prime rocche sorsero tra il IX ed il X secolo d.C. in concomitanza con il crollo di potere nell’Impero Carolingio e l’inizio delle Razzie Ungare in Europa. Causa la vacanza di un potere centralizzatore ed il pericolo per i beni e le persone, nobili, alti ecclesiastici re signorotti locali si rifugiarono in rocche ben difendibili, circondati da piccoli o grandi eserciti privati.
Molto spesso queste rocche germinavano su precedenti siti celti o romani, in luoghi impervi come il territorio che li circondava. Con la mancanza di vetri che chiudessero le feritoie e con l’impossibilità di mantenere fuochi sempre accesi nelle stanze, in inverno erano pressoché invivibili.
Successivamente, verso la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, comparvero lastre sorrette da fili di rame a proteggere del freddo e, nelle stanze, furono edificati veri e propri camini. Ammettiamo che il romanzo si fosse ambientato solamente circa tre secoli prima: la marchesa, nell’affacciarsi alla finestra, tra la pioggia battente, per vedere la venuta del troviero, si sarebbe infradiciata (vedi capitolo “Il trovatore”); il filosofo, al suo arrivo, non si sarebbe sistemato tanto comodamente davanti al caminetto senza “affumicarsi” un po’ (vedi capitolo “Il filosofo”) e, parimenti, la marchesa non si sarebbe potuta concedere un bagno così caldo e profumato come descritto nel capitolo “le esequie”.
L’autore e le sue opere
Laura Mancinelli (1933) vive a Torino, dove ha insegnato letteratura alto-tedesca all'università.
Studiosa di letteratura tedesca medioevale ha intrapreso solo in un secondo tempo l'attività di narratrice, imponendosi però subito all'attenzione degli amanti della letteratura per l'originalità dei suoi romanzi. È scrittrice soprattutto d'atmosfere, in cui si risolvono i suoi paesaggi nordici, freddi, brumosi, per i quali ha un’accentuata propensione. La maggior parte dei suoi romanzi e racconti possono essere raggruppati in tre categorie: quelli a sfondo medioevale (I dodici abati di Challant, Einaudi 1981; Il miracolo di Santa Odilia, Einaudi, 1989; Gli occhi dell'Imperatore, Einaudi, 1993; I tre cavalieri del Graal, Il principe scalzo), quelli a carattere poliziesco, che ruotano intorno alla figura del capitano Flores (la trilogia composta da Il mistero della sedia a rotelle, Killer presunto, Persecuzione infernale) e quelli con al centro il fantasma del grande musicista, Mozart (Il fantasma di Mozart, Einaudi, 1986).
Come germanista ha tradotto in versi alcuni grandi romanzi medievali: I Nibelunghi e il Tristano di Gottfried von Strasburg, il Gregorio di Hartmann von Aue.
I personaggi del romanzo
La marchesa Isabella d’Aquitania, bellissima e spregiudicata segue le sue passioni fino ad oltrepassare i limiti imposti dall’amor cortese. In Passato si innamorò di S. Bernardo che ottenne la canonizzazione essendo riuscito a sfuggire alle attenzione della nobile donna. Ella ama circondarsi di gente di cultura impegnata nei più vari rami del sapere. Tiene in poca considerazione gli ammonimenti degli abati e si dimostra sempre molto coraggiosa. Per queste ragioni diventa l’oggetto del desiderio di gran parte dei castellani, creando così un intreccio di gelosie e avventure. Al termine della vicenda viene identificata dal più intransigente degli abati come la causa delle stragi avvenute nel castello. Ritorna quindi la figura della donna serva del demonio che usa la sua bellezza per distogliere gli uomini dalla via della fede.
Il duca di Franchino di Mantova avrebbe dovuto essere piuttosto un menestrello. E lo avrebbe anche voluto, forse. Infatti era biondo, esile, con gli occhi azzurri. Esattamente come dovrebbero essere tutti i menestrelli. E perpetuamente innamorato, anche se non sapeva amare. L’unica volta che aveva coronato il suo sogno d’amore, aveva sposato la marchesa Eleonora di Challant, ed era stato un disastro. La sua fragilità nervosa non aveva retto. Se non fosse morta prima la marchesa, sarebbe di certo morto lui. Ora si compiaceva della sua condizione di vedovo, perché il nero del lutto gli donava. E poi le donne si innamorano volentieri di un giovane vedovo, soprattutto d’un vedovo biondo. Firmando l’accettazione di un testamento si condanna però alla castità, in quanto essa era una delle clausole, e a essere sorvegliato a vista da dodici abati che la dovevano garantire.
Venafro. I suoi capelli erano neri e corti, i baffi neri, gli occhi pure incredibilmente neri. Nessuno sapeva nulla di lui, se non che la sua origine doveva avere qualcosa a che vedere con la bellissima e leggendaria Isabella d’Aquitania. Di dove venisse, nessuno lo sapeva. Il mistero, ed il raro sorriso sulle labbra, contrastavano con quella parentela illustre in cui la nobiltà della nascita gareggiava con l’impareggiabile libertà dei costumi.
Si dimostrerà sempre estremamente fedele alla Marchesa con la quale condivide l’interesse per la cultura. La sera si ritira sempre nella sua stanza, in cima alla torre, per compilare il suo erbario.
L’Abate Umidio, che a causa dell’età e delle fredde mura del castello soffriva di numerosi acciacchi, cercando di alleviare le sue sofferenze con delle erbe che, a gocce possono curare le tristi malattie, ma in dosi eccessive possono provocare la morte, perirà.
L’Abate Nevoso, giovane d’anni e assai robusto e corpacciuto, ma pigro e amante della comodità. Comodità che lo porterà a “schiantarsi” in fondo ad un fiume.
Enrico di Morrazzone, inventore, giunge al castello, su di un carro montato su una slitta e tirato da due cavalli, per vendere i suoi manufatti. Era un uomo alto e magro, vestito di una palandrana verde che gli scendeva dritta dalle spalle alle caviglie che, quando alzava le braccia, gli dava l’aspetto di un lungo rettangolo verde. Uno di questi, la slitta a molla, sarà causa della morte dell’abate Nevoso.
L’Abate Torchiato, verboso e zoppicante, non perde occasione per redarguire la marchesa sui suoi facili costumi. Morirà durante una festa al castello, per aver troppo mangiato e bevuto.
Il Filosofo, giunge al castello montato su di un ronzino, avvolto in un mantello su cui stava piantato, presuntuosamente, un cappellaccio a punta, di quelli che sogliono portare gli studenti, ornato di due penne lunghissime e ondeggianti: una verde-gialla di galletto, e una, candidissima, di cigno. Laureato alla Sorbona di Parigi, viene scacciato dalla città accusato d’eresia, poiché con il suo pensiero e con le basi d’Abelardo, filosofo eretico anch’esso, aveva, in un certo qual modo, dato come altresì valida la dottrina di Maometto.
L’Abate Cleorio, un vecchietto malato e freddo, perennemente alla ricerca del caldo del camino, morirà schiacciato dalla padella dei Challant che si trovava appesa vicino al camino della cucina.
La saggia pretessa, vestiva con una lunga cappa intessuta di piume,, che dal capo, cui si adattava con una specie di cappuccio, scendeva sino ai piedi avvolgendo nella sua ampiezza il robusto corpo della pretessa e nascondendone i capelli fulvi e crespi. Viene chiamata dai Challant per esorcizzare il camino della cucina.
Goffredo da Salerno, era un uomo di mezza età, dal volto bello, ricoperto in parte da una folta barba; lisci capelli castani ricoprivano parte della fronte. Studioso di medicina, era stato accusato d’eresia per aver voluto iniziare la pratica dei trapianti sull’uomo.
Madonna Maravì proveniva dalla corte angioina di Napoli; con i suoi “riccioli ramati” s’innamorò di messer Goffredo da Salerno. Per la sua lotta di conquista aveva deciso di vestirsi con un abito di raso rosso ciliegia, bordato allo scollo e alle maniche, il rosso del vestito “accentuava il rosso dei capelli e il candore del collo e del seno che generosamente appariva dall’ampia scollatura.” Portare un tal vestito nel mese di febbraio, però, avrebbe sicuramente danneggiato un organismo proveniente dal clima dell’Italia del sud. Difatti mal di capo e impulso di tossire non furono che l’inizio di un tremendo raffreddore o, “di un tremendo morbo dell’anima”. “Occhi rossi e un po’ gonfi, labbra screpolate e acconciatura trasandata”, sono i sintomi della “malattia dell’amore” in cui era incappata questa damigella ostinata. Impulsiva nelle reazioni, persa ormai la battaglia per messer Goffredo, solo confrontandosi con la marchesa riuscì ad apprendere una nuova filosofia d’amore.
L’Abate Foscolo viene ucciso da una torre degli scacchi, che madonna Maravì aveva scagliato dalla finestra, irata per aver perduto la battaglia per messer Goffredo.
Il Mercante di Venezia, un uomo colto, di buone maniere, capace di vendere con astuzia la propria merce (vedi capitolo “Il mercante veneziano)
L’Abate Mistral se n’andrà dal castello innamorato della marchesa
L’Abate Leonzio era noto al castello per la sua propensione per le donne.
Riassunto
Nei primi capitoli l’autrice ci introduce i quattro personaggi principali del castello di Challant, situato in provincia di Aosta, che saranno sempre presenti durante tutto il corso della vicenda. Questi sono Venafro, Il Duca di Mantova, la Marchesa Isabella d’Aquitania e i dodici abati.
La presenza di un così alto numero di religiosi nel castello, viene giustificata da una strana clausola nel testamento che affidò al Duca di Mantova dominio sul castello stesso: tale testamento prevedeva che l’erede del castello di Challant si mantenesse casto fino alla morte. I dodici Abati avevano l’incarico di controllare che le volontà del defunto predecessore venissero osservate!
Dopo questa breve introduzione l’autrice inizia a narrare le bizzarre vicende che portarono alla morte dei dodici Abati.
Il primo a morire fu l’Abate Umido, ucciso da una qualche bevanda velenosa.
Qualche giorno dopo fecero capolino al castello un inventore ed un filosofo. Enrico da Morazzone, così si chiamava l’inventore, era un esperto di molle e con esse era capace di costruire i più disparati arnesi. Le sue invenzioni lasciarono di stucco tutti i castellani e prima di andar via l’inventore riuscì a venderne una, una slitta a molla, a Venafro che la donò poi all’Abate Nevoso. Quest’ultimo decise di provarla subito, approfittando della neve caduta in abbondanza, ma perse il controllo del suo veicolo e finì per schiantarsi nel fiume.
Il filosofo giunse qualche giorno dopo: trattavasi di un esule parigino accusato di eresia. Si fermò al castello per alcuni giorni, passando il suo tempo a discutere con Venafro ed altri castellani interessati alla sua scienza(senza tralasciare le attenzioni muliebri della Marchesa!). Punto culminante del suo sistema filosofico era la capacità di mettere in crisi il principio di non contraddizione alla base dell’aristotelismo. Altro caposaldo delle sue riflessioni era l’Imprevedibilità dei fenomeni. Una sera predisse che anche il gancio più robusto avrebbe finito con lo spezzarsi ed il lasciar cadere la padella da lui sorretta. Caso volle che, quando tale gancio si ruppe, la padella fosse in traiettoria con il cranio dell’Abate Cleorio. L’urto spaccò la teste del religioso, uccidendolo.
I servi, superstiziosi, diedero la colpa di tale decesso a delle presunte presenze demoniache annidate nel camino. A causa di tale conclusione, cuochi e sguatteri iniziarono a lavorare con diffidenza e paura, sfornando piatti che urtarono il palato dei commensali. Per salvare la qualità delle proprie cene, il Marchese ordinò che il camino venisse esorcizzato, facendo così contenti i servi.
Carico dell’esorcismo lo prese una Saggia Pretessa, che in cambio del suo servigio chiese alla Marchesa ospitalità per due suoi protetti: tale Goffredo, medico di Salerno, ed un bambino di nome Cicco.
La morte tornò ben preso a visitare il castello, reclamando altri due Abati: Foscolo ed Ipocondrio.
Foscolo ebbe la sfortuna di trovarsi in mezzo ad una lite d’amore fra una donna del palazzo, Maravì, e Goffredo. Durante la lite la donna aveva lanciato un pezzo degli scacchi, più precisamente la torre, che volando fuori dalla finestra aveva centrato Foscolo, uccidendolo(NB si trattava di scacchi dalle dimensioni enormi!).
Ipocondrio morì cadendo dalle mura mentre rincorreva il piccolo Cicco, reo di suonare “musica profana” col suo flauto.
Pochi giorni dopo, comparve al castello un Trovatore che osò prevaricare i limite cavallereschi imposti dall’amor cortese con la Marchesa e per questo fu scacciato dal Duca, fortemente geloso della bella Isabella. Lo stesso giorno l’Abate Mistral, anch’egli innamorato della Marchesa, decise di andarsene dal castello di sua spontanea volontà avendo saputo dell’avventura fra il trovatore e la sua amata.
Il successivo visitatore del castello fu un Mercante Veneziano, carico di favolosi prodotti. L’uomo si era auto imposto un esilio dalla calda ed accogliente città natia per sfuggire l’epidemia di onfalotopia, che ivi era scoppiata(si trattava di una contagiosa malattia che provocava la caduta dell’ombellico).
La successiva serie di decessi si consumò durante la Primavera.
Il più singolare di questi fu quello dell’Abate Prudenzio che morì schiacciato da un marchingegno da lui stesso inventato a salvaguardia della propria virtù. Trattatasi di una grata che isolava completamente camera sua dal resto del castello. Mentre fuggiva da una libidinosa castellana, l’Abate calcolò male le distanze ed all’atto di tirate la leva, la grata lo schiacciò.
Il giorno seguente arrivò al castello un Astrologo che, in maniera molto poco ortodossa, predisse alla Marchesa che il suo bel castello sarebbe stato vittima di una disgrazia tra non molto tempo. L’Abate Santoro approfittò della presenza del luminare per chiedergli delucidazioni circa il suo proposito di convertire la viziosa Marchesa all’osservanza corretta del credo cattolico. L’Astrologo invitò l’Abate ad indirizzare gli occhi verso una certa stella, che gli avrebbe fornito tale risposta. Santoro prese a camminare scrutando il cielo con un binocolo e ben presto precipitò.
Qualche giorno più tardi l’Abate Malbrumo si ammalò ai lombi. La medicina del tempo, che associava ad ogni malessere fisico un malessere psicologico, individuò la cura di tale male in un corretto esercizio dei lombi nell’attività sessuale. L’Abate si sottopose di buon grado alla cura, ma non passo molto che finì per abusarne e quindi spirò serenamente nel suo letto.
Giunto a questo punto, l’unico Abate superstite, Ildebrando, arrivò alla sua drastica conclusione. Il castello era infestato dai demoni e per tale motivo doveva essere cancellato dalla faccia della terra tramite il fuoco purificatore. Il caso volle che nell’incendio da lui stesso appiccato, Ildebrando fu l’unico dei castellani a perire!
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Scheda Libro
La morte a Venezia
di Thomas Mann
Autore
Thomas Mann, scrittore premio Nobel 1929 per la letteratura; ha scritto romanzi e racconti, frutto di acuta osservazione psicologica, tra i più noti: I Buddenbrook (1901); Altezza reale (1909); La montagna incantata (1924); Tristano (1939); La morte a Venezia (1913) e altri ancora; autore anche di saggi e scritti politici.
Personaggi
Gustav von Aschenbach, il protagonista, è un uomo di bassa statura, grasso sulla cinquantina che però, pur avendo molta cura di se appare alla vista della gente di almeno dieci anni più vecchio.
Tadzio, il co-protagonista, è un ragazzino di quattordici anni circa di nazionalità polacca, il suo aspetto abbastanza femminile è la sua caratteristica principale.
Ambientazione
La prima parte della storia si ambienta a Monaco, dove il protagonista vive; poi la vicenda, come ci indica il titolo, si sposta definitivamente a Venezia, ed è lì che anche si conclude il lungo racconto.
Fabula
In un’afosa giornata di maggio di un anno agli inizi del Novecento, lo scrittore Gustav Aschenbach (von Aschenbach dopo che i suoi meriti letterari lo avevano elevato al rango nobiliare) mentre attende il tram davanti al cimitero del Nord, a Monaco, è colpito da un personaggio inconsueto, dall’aspetto uno straniero, che suscita in lui il desiderio di evadere dalla quotidianità. Decide di trascorrere un periodo di riposo in un’isola dell’Adriatico. Da qui, insoddisfatto, s’imbarca per Venezia su un sudicio battello italiano; a bordo conosce tipi inquietanti, un impiegato del pizzo, un viaggiatore che nasconde la sua decrepita vecchiaia sotto il trucco e gli abiti giovanili. A Venezia Gustav von Aschenbach viene trasportato al Lido, all’Hotel des Bains, da un gondoliere scorbutico e sgradevole. Tra gli ospiti dell’albergo si distingue per la sua bellezza femminea un ragazzo polacco di quattordici anni; Aschenbach, a poco, a poco, riesce a percepire dalle voci degli amici il nome del ragazzo: Tadzio. Le frequenti occasioni di vedere Tadzio generano nell’animo del protagonista tutto un insieme di sentimenti, dall’ammirazione estetica al disagio inconfessato, fino a quando l’afa di Venezia lo convince a ripartire all’improvviso, ma basta un imprevisto a far si che Aschenbach si trattenga ancora nel luogo dove è presente l’oggetto del suo amore.
Intanto si diffonde la voce che il colera, proveniente dall’Asia, ha mietuto le sue prime vittime, ma le autorità fanno di tutto per minimizzare il pericolo.
Aschenbach non ha paura della malattia, anzi, spera che possa rimanere da solo con il ragazzo sull’isola resa deserta dall’epidemia. Una serata trascorsa davanti allo spettacolo di un gruppo di suonatori ambulanti, gli rivela la presenza di un ambiguo chitarrista, che provoca una sinistra risata collettiva fra gli ultimi ospiti dell’albergo. Aschenbach, dopo aver sognato un’orgia scatenata che lo stanca nell’animo e nel corpo, si affida alle cure di un puntiglioso parrucchiere che lo sottopone ad un maquillage completo. Alla fine Aschenbach, ormai in preda alla malattia, seduto su una poltrona di fronte al mare, vede Tadzio che cammina sulla spiaggia: quando il ragazzo gli getta uno sguardo lo scrittore muore, e proprio in quell’attimo gli sembra che Tadzio e gli indichi un punto e lo preceda a volo « verso », citando i versi dell’autore « benefiche immensità »; dopo alcuni minuti qualcuno soccorre l’uomo accasciato sulla poltrona già morto.
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Scheda di lettura
TITOLO: IL FU MATTIA PASCAL
CASA EDITRICE: CLASSICI MODERNI OSCAR MONDADORI
AUTORE: Luigi Pirandello. scrittore e drammaturgo (Agrigento 1867-Roma 1936). Nel 1894 cominciò a dedicarsi alla narrativa con racconti e romanzi d'ambiente piccolo - borghese nei quali prevalgono ancora i canoni naturalistici (L'esclusa, 1901). Nel 1903, in seguito al dissesto economico dell'azienda paterna e alla malattia della moglie, fu costretto a intensificare il proprio lavoro, e scrisse il romanzo Il fu Mattia Pascal (1904), che segnò l'apparizione del primo personaggio pirandelliano concepito fuori d'ogni giustificazione veristica. Tra il 1910 e il 1915 portò a maturazione quello sconcertante dissolvimento del personaggio che culminerà in Uno, nessuno e centomila (1925-1926). Contemporaneamente, si aprì per Pirandello la grande avventura teatrale, che lo portò nel giro di pochi anni alla fama internazionale. Nelle novelle (poi raccolte con il titolo definitivo di Novelle per un anno, 1922-1937) sono già presenti i più notevoli temi del teatro pirandelliano: la dolente visione del mondo, il gioco tra finzione e realtà, il dramma dell'essere e dell'apparire. Dopo le commedie in dialetto (Liolà, 1916; Il berretto a sonagli, 1917; entrambe poi ritrascritte in italiano), l'autentica proiezione drammatica si rivela appieno nel 1917 con Così è (se vi pare) e con Il piacere dell'onestà. Seguirono, a ritmo serrato, Ma non è una cosa seria (1918), Il giuoco delle parti, L'uomo, la bestia e la virtù (1919), Tutto per bene (1920) e Come prima, meglio di prima (1920), che valse allo scrittore il primo successo di pubblico. Nel 1921, con Sei personaggi in cerca d'autore, e nel 1922, con Enrico IV, s'aprì la grande stagione pirandelliana, che proseguì con Vestire gl'ignudi (1922), L'uomo dal fiore in bocca (1923), La vita che ti diedi (1923), Ciascuno a suo modo (1924), Questa sera si recita a soggetto, Come tu mi vuoi (1930), Trovarsi (1932), I giganti della montagna (postumo, 1937). Nel 1929 fu chiamato a far parte dell'Accademia d'Italia e nel 1934 gli venne assegnato il premio Nobel per la letteratura. L'apparizione di Pirandello costituisce l'avvenimento capitale della storia del teatro italiano nel Novecento e uno degli avvenimenti chiave del teatro europeo contemporaneo. Il palcoscenico non è più la scatola magica per fornire un'illusione, ma il luogo dove la realtà stessa è messa in questione di fronte a un pubblico partecipe. Su questo nuovo palcoscenico, libero d'ogni orpello, Pirandello conduce il suo processo alla società contemporanea, alle sue ipocrisie, alle sue menzogne, alle sue violenze, alle sue assurdità. Tutta la sua opera è imperniata sul problema della identità profonda delle persone: l'uomo non è quasi mai quello che crede di essere né quello che gli altri credono che sia.
GENERE: ROMANZO.
ARGOMENTO: questo libro parla di un uomo di nome Mattia Pascal che , per un errore, viene riconosciuto dalla moglie nella persona che è morta, probabilmente suicida, in un suo podere: egli ricomincia una nuova vita con il nome di Adriano Meis, ma si accorge che, non essendo riconosciuto dalla legge, non può far praticamente niente.
Il fu Mattia Pascal
Mattia Pascal, dopo aver vissuto una storia alquanto strana, scrive la sua autobiografia, con l’aiuto di un certo Don Eligio Pellegrinotto: Mattia Pascal è il più giovane di due figli (suo fratello maggiore si chiama Roberto) e non ha mai conosciuto il padre in quanto morì di perniciosa a trentotto anni lasciando nell’agiatezza una moglie e due figli.
Il segno di riconoscimento era un occhio storto.
Mattia era molto ricco, ma gran parte delle sue ricchezze, a causa dell’inettitudine della madre che le affidò ad un amministratore (Batta Malagna) che era un “ladro”, erano destinate ad essere vendute per debiti. Mattia e Roberto erano cresciuti nell’agiatezza, non sono mai andati a scuola perché un maestro privato (Francesco o Giovanni del Cinque detto Pinzone) insegnava loro le cose essenziali. I due fratelli avevano anche un amico di nome Gerolamo Pomino e il padre di questo, era un pretendente alla mano della madre dei due. Mattia e Roberto avevano una zia di nome Scolastica che aiutava la loro madre dandole dei consigli.
Pomino, l’amico di Mattia, si era innamorato di una ragazza di nome Romilda, figlia di Marianna Dondi vedova Pescatore, ma non sapeva come dichiarare il suo amore per lei, allora Mattia decise di aiutarlo ma finì che la ragazza si innamorò della persona sbagliata (Mattia). Parallelamente a questo fatto, ne stava accadendo un altro in casa Malagna: questo ladro voleva avere un figlio e sposò una ragazza di nome Oliva (un’amica di Mattia); Mattia non voleva che quella ragazza sposasse quel ladro, ma ciò avvenne e, la poveretta, veniva sempre maltrattata da quell’uomo ed andava a sfogarsi a casa di Mattia. Intanto Romilda riuscì a sposare Mattia, ma accade che, per un incidente, Oliva rimanesse incinta a causa di Mattia e scoppiò uno scandalo tra il Malagna, Romilda, Mattia e la vedova Pescatore. A causa di questo scandalo e di liti successive tra Mattia (che assieme alla madre avevano cambiato casa), la moglie (che aveva avuto due figli dei quali uno morì dopo pochi giorni) e la vedova Pescatore, la zia Scolastica portò con le cattive la madre di Mattia a casa sua e litigò con la vedova. Intanto, Mattia, per vivere doveva trovarsi un lavoro che nessuno era disposto a dargli: ma, dopo alcune ricerche, riuscì a diventare bibliotecario del paese, anche se in biblioteca non ci andava nessuno.
Dopo poco tempo morirono la madre e l’altra figlia di Mattia. Dopo la morte di queste due persone che per Mattia significavano moltissimo, Mattia decise di scappare con cinquecento lire dategli da Roberto e di andarsene lontano: arrivò a Montecarlo (dove conobbe uno spagnolo che gli stava sempre appresso) e, per curiosità si fermò a giocare in un casinò: dopo una settimana di continue vincite, riuscì a racimolare un gruzzolo di ottantaduemila lire: decise di tornare a casa con quel gruzzolo per stupire moglie e suocera: ma quando stava per tornare a casa, lesse in un giornale che lui era morto suicida annegato in un suo podere: la Stìa. Dopo aver letto ciò, e dopo aversi riavuto dallo stupore, decise di non tornare a casa ma di cambiare treno. Una cosa che gli premette di fare fu quella di crearsi una nuova identità: ci volle moltissimo tempo prima che riuscisse a trovare un nome ed un cognome che gli andavano: decise di chiamarsi Adriano Meis. Egli, per inventarsi il suo passato, girò un po’ per tutta Italia: infine decise che lui era nato in Argentina e, tornato in Italia, scampò alla morte per causa di una broncopolmonite; il padre riscappò in America e, dopo poco, morì di febbre gialla; la madre morì quando Adriano aveva tre anni: Adriano, ormai, aveva solo il nonno al mondo e con lui ha girato l’Italia e anche un po’ la Francia.
Dopo aver girato un po’ per l’Italia, Adriano Meis decide di andare ad abitare a Roma: andò in una casa dove si affittavano delle stanze e, lì, conobbe Adriana, il sig. Paleari, Silvia Caporale e, in un secondo tempo, i fratelli Papiano. In poco tempo Adriano venne meno al patto che aveva fatto con sé stesso: non doveva legare con nessuno: cominciò col legare con il vecchio Paleari (padre di Adriana) facendo discorsi sulla morte e sull’aldilà, cose che doveva conoscere bene Mattia Pascal; poi legò anche con Adriana e, dopo non molto tempo, si innamorò di lei; in quella casa accaddero molte cose durante la permanenza di Mattia: Terenzio Papiano, cognato di Adriana, era tornato e voleva sposare Adriana perché non voleva restituire la dote della sua prima moglie che era morta al vecchio Paleari; Adriana non voleva né tantomeno Adriano; Meis ebbe paura di essere scoperto quando, per un puro caso, arrivò nella casa in cui abitava lo Spagnolo che aveva conosciuto a Nizza: Adriano aveva paura di essere riconosciuto da questi. Allora, per non farsi riconoscere, Meis tolse il segno più evidente che lui era Mattia Pascal: si fece raddrizzare l’occhio: dovette stare al buio per quaranta giorni; in uno di questi giorni, nella camera di Meis ci fu una seduta spiritica alla quale parteciparono il vecchio Paleari, la signorina Caporale (Paleari pensava che avesse poteri medianici), Terenzio Papiano (che doveva essere d’accordo con la Caporale per fare dei trucchi), Meis, a forza Adriana, il pittore e poi Pepita Pantogada (figlia adottiva del marchese), il marchese d’Auletta (il datore di lavoro di Papiano) e la governante del marchese. In questa seduta spiritica doveva fare la sua apparizione lo spirito di Max, un amico d’infanzia della Caporale: e così fu: ci credettero tutti tranne Meis ed Adriana: infatti tutto era stato architettato da Papiano: suo fratello doveva solamente battere dei colpi, ma questi era epilettico e, quando cadde a terra per causa di una crisi epilettica, Meis scoprì tutto. Nel buio, Meis decise di dimostrare i suoi sentimenti verso Adriana.
Passati i quaranta giorni di degenza Meis si accorse di un furto di dodicimila lire che, molto probabilmente, gli erano state rubate da Papiano che doveva darle al vecchio Paleari. Per non farsi scoprire, però, Meis decise di far finta di averle ritrovate deludendo Adriana, alla quale aveva promesso di denunciare Papiano: ma come poteva lui denunciare un uomo se per la legge non esisteva?
Il pomeriggio di quel giorno Meis e i suoi coinquilini, andarono a far visita a casa del marchese e Meis, per farsi odiare da Adriana, cominciò a fare la corte a Pepita litigando poi col pittore, che era innamorato della ragazza. Dopo questa lite Meis se ne andò e decise di morire per la seconda volta e di ritornare Mattia Pascal simulando un suicidio: mise su un ponte bastone e cappello con un biglietto con il suo nome (Adriano Meis) ed il suo indirizzo. Come se nulla fosse accaduto Mattia tornò al paese del fratello (dopo due anni e mezzo) ed andò a trovarlo: una commozione grandissima da parte di tutti e due, ma due notizie raggiunsero Mattia: una buona ed una cattiva: quella buona era che per fortuna Romilda si era risposata con Gerolamo Pomino (figlio), la cattiva era che a Mattia doveva riprendersi la moglie annullando così l’altro matrimonio; Mattia, nonostante tutto, decise di riprendersi la moglie e la suocera: andò a casa di Pomino e seminò lo scompiglio: ormai Pomino aveva un figlio da Romilda. Allora il fu Mattia Pascal non si riprese la moglie e andò ad abitare con la zia Scolastica; ogni tanto andava a visitare la sua tomba e riprese a lavorare con don Eligio in biblioteca. D’ora in poi Mattia Pascal, con la compagnia di una vecchia zia e di un prete che l’ha sostituito come bibliotecario, vivrà contemplando la vita degli altri e scrivendo le sue incredibili memorie. Gli accade qualche volta di recare fiori sulla tomba dello sconosciuto che scambiarono con lui, e se gli chiede chi sia, risponde: “Eh, caro mio… io sono il fu Mattia Pascal”.
Personaggi principali
e ruolo: Mattia Pascal – Adriano Meis: è il protagonista del romanzo ed è una persona molto decisa in quello che vuole fare, tanto che è disposto a lasciare la moglie, i suoi amici ed a dimenticare il suo passato per andare incontro ad una vita nuova; succederà anche il contrario: per ritornare in “vita” decide di morire per una seconda volta, abbandonando il suo amore: Adriana;
Roberto Pascal: è il fratello di Mattia;
Romilda: figlia di Marianna Dondi vedova Pescatore, è la sposa di Mattia Pascal anche se non gli vuole bene, è lei che riconosce il suo presunto cadavere; si sposerà con Pomino un anno dopo la morte di Mattia;
Marianna Dondi vedova Pescatore: madre di Romilda e quindi suocera di Mattia: tra i due non c’è un buon rapporto, anzi lei, perfida, fa di tutto per mandare via Mattia;
Gerolamo Pomino: amico d’infanzia dei fratelli Pascal e spasimante di Romilda, non esita a sposare quest’ultima dopo la morte di Mattia;
Il pittore spagnolo: Mattia, ignaro di essere morto, lo conosce a Montecarlo, in un casinò e lui è l’unico che lo può smascherare a Roma; egli è innamorato di una donna chiamata Pepita;
Il sig. Paleari: è il padrone di casa di Mattia quando va ad abitare a Roma: egli è fissato con la morte in generale, lo affascina l’oltretomba e ama le sedute spiritiche: con Mattia farà delle chiacchierate lunghe ore;
Adriana: è la figlia di Paleari ed ha una carattere molto timido ed appare agli occhi di Mattia come una donna fragile; lei poi si innamora di Mattia, ma questo, per non deluderla, la lascia e se ne va;
Silvia Caporale: maestra di pianoforte; Paleari dice che ha dei poteri paranormali; lei è sempre ubriaca; aiuta Adriana a rompere il ghiaccio con Mattia e convince Mattia a farsi raddrizzare l’occhio;
Terenzio Papiano: vedovo della sorella di Adriana, vuole a tutti i costi sposare Adriana per non dovere restituire la dote della sua defunta sposa al sig. Paleari; lavora al servizio del marchese Giglio d’Auletta; Terenzio cerca di fare innamorare Pepita e Mattia;
Scipione Papiano: fratello di Terenzio, è epilettico e Terenzio si approfitta di lui per compiere le sue malefatte;
Pepita: è la figlia adottiva del marchese ed è innamorata del pittore spagnolo;
Il marchese d’Auletta: è il datore di lavoro di Terenzio ed è un uomo nobile che aveva un senso della patria molto spiccato.
I luoghi in cui si svolge
la vicenda: i luoghi in cui si svolge la vicenda sono:
Miragno, dove Mattia nasce e vive fino alla sua partenza per Montecarlo e dove poi ritorna dopo la sua seconda morte;
Montecarlo dove vince molti soldi al casinò; Milano, Venezia, la Germania;
Roma, dove Adriano Meis va ad abitare e dove si svolgono le vicende principali del romanzo; Oneglia, dove vive Berto (il fratello di Mattia).
Commento personale: Questo romanzo per me è molto scorrevole e leggero da leggere anche se in certi punti esso si presenta un po’ pesante e noioso.Bisogna anche pensare però che è un romanzo scritto agli inizi del novecento e a quel tempo il modo d’interpretare la vita, e soprattutto il modo di parlare era assai diverso dal nostro. Se dovessi inoltre dare un giudizio a questo libro direi che è scorrevole, ironici e curioso.
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La Vita Nuova
Premessa
L'opera raccoglie molti testi scritti da Dante durante la sua giovinezza alternati a racconti in prosa. La vicenda riguarda l'amore di Dante per Beatrice e l'opera termina con il pensiero di Dante di scrivere in futuro una grande opera dedicata a Beatrice.
Datazione, struttura, genere
La datazione di quest'opera come in tutte le altre di Dante non è precisa, infatti sono presenti molti sonetti composti sia in gioventù che in vecchiaia; il più antico di questi risale al 1283 mentre il più recente dovrebbe risalire al 1293. Poco dopo (1295) l'opera era stata probabilmente riorganizzata e conclusa.
L'opera è composta di 42 capitoli e si ha la presenza del prosimetro, cioè l'alternarsi di parti in prosa e in versi. Questa si presenta con un fine esplicito, che è quello di Dante nel rimettere in ordine tutte le sue creazioni; e un fine implicito che è quello di trarre insegnamento dai fatti accaduti.
Di quest'opera è molto difficile definire il genere; infatti può essere definita come : una narrazione autobiografica, un romanzo, saggio mistico simbolico o addirittura saggio della teoria lirica. Proprio per questo viene associata alla Divina Commedia in cui si incontra questo problema. Perciò si può dire che nella Vita Nuova si cerchi una rappresentazione unitaria della realtà ponendo l'esempio di Dante come l'esperienza di una condizione universale dell'uomo.
La narrazione
La narrazione si basa su Beatrice. Gli episodi principali sono : L'incontro tra Lei e Dante in chiesa all'età di 9 anni, il saluto di Lei a Dante dopo 9 anni, l'episodio della donna schermo, il rifiuto del saluto con la nascita della poetica della lode, la morte di Beatrice, l'episodio della donna gentile con la visione conclusiva di Beatrice. L'opera non può essere considerata un'autobiografia poiché mancano molti elementi rappresentativi di questo genere, per esempio non viene mai nominata nemmeno una volta Firenze.
Fonti e Modelli
Dante è molto bravo poiché in quest'opera riesce a fondere insieme molti stili diversi per la loro valorizzazione reciproca. Quest'opra è anche la prima in Italia ad adottare il prosimetro. Dante trae spunto anche dall'opera. "Le confessioni di Sant'Agostino" che oltre che ad essere un romanza autobiografico è anche edificante per l'introspezione e l'autoanalisi. Con il santo si ricollega anche alla tradizione amorosa dettata dalla cultura cortese.
Una nuova poetica e un nuovo pubblico
Con questìopera si esemplifica il cambimento letterariodi Dante che passa dalla corrente siculo-toscana a quella stilnovistica sotto l'influenza di Guinizzelli (donna angelo, tema del saluto) e Cavalcanti (impegno filosofico con cui è affrontato il tema dell'amore). In questo modo costruisce una nuova poetica al cui centro è posta la rappresentazione della donna amata e le lodi da rivolgerle. Infatti in quest'opera Beatrice diventa il tramite per raggiungere la beatitudine
In cui è incarnata la verità trascendentee infatti Beatrice è posta allo stesso livello di Cristo. Questa opera, data la sua appartenenza alla nuova poetica è indirizzata ad un pubblico diverso, infatti questo dovrà avere una esperienza diretta in amore e la consapevolezza teorica del suo significato. Questo pubblico è incarnato nel pubblico borghese e colto.
Simbolismo e allegorismo
Il classico esempio del simbolismo utilizzato da Dante nell'opera è il ricorrente uso del numero 9 che è multiplo di 3 che sappiamo essere un numero molto legato alla teologia.
Nella rpima parte dell'operaBeatrice è ancora in vita il mondo terreno è ordinato secondo gli stessi criteri di tutto l'universo in cui ha una sua precisa collocazione come nel mondo delle idee di Platone (Se si esalta il valore del numero 9 si esalta anche il bisogno dell'uomo di avere simboli).,
Nella seconda parte Beatrice è morta Dante deve usare un altro metodo per comunicare poiché Beatrice era nel mondo del paradiso.
Caratteri e modelli della prosa
L'opera viene scritta in volgare, cioè in Italiano e unisce la narrativa alla continua ricerca di armonia e di musicalità. Il testo è molto ricercato, infatti sono presenti molti latinismi riferibili alla tradizione delle sacre scritture.
La base dell'intertestualità Dantesca
Le basi della Divina Commedia vengono gettate nella Vita Nuova, infatti si ha la mitizzazione di Beatrice, la rappresentazione di personaggi secondari e l'autorappresentazione del soggetto; e infatti molte volte nella Divina Commedia si fanno riferimenti riguardanti la vita nuova come se ne fosse data per scontata la lettura.
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RELAZIONE DI RONZONI SEM
PRESENTAZIONE DEL TESTO
AUTRICE: Rosetta Loy
TITOLO DELL’OPERA: La parola ebreo
GENERE DELL’OPERA: Memoria autobiografica
CASA EDITRICE: Einaudi
DATA PRIMA EDIZIONE: 1997
NUMERO DELLE PAGINE: 152
RIFERIMENTI ALL’AUTRICE
E’ una scrittrice contemporanea, nata nel 1931 a Roma dove vive tuttora; proviene da una famiglia cattolica, di ceto benestante.
Autrice di diversi romanzi tra cui: Le strade di polvere, La bicicletta, La porta dell’acqua, L’estate di Letuquè, All’insaputa della notte, Sogni d’inverno, Cioccolata da Hanselmann.
CONTENUTO DELL’OPERA
BREVE SINTESI DELL’OPERA:
I fatti autobiografici, relativi alla propria infanzia fino all’età di undici anni, vengono narrati intercalati ai fatti storici riguardanti il periodo fascista e il periodo della seconda guerra mondiale.
Al racconto dei momenti di vita serena e innocente della ragazzina, dei suoi familiari e dei suoi conoscenti, si alterna la documentazione dei fatti storici, in modo particolare di quelli riguardanti la follia razzista e il dramma della persecuzione degli ebrei.
Rosetta esprime le sue sensazioni e il suo modo di vedere la realtà da bambina, realtà racchiusa nella famiglia e, al massimo, dilatata nella scuola; ogni tanto inserisce le figure degli ebrei che frequentano il suo ambiente, ma rimane sempre inconsapevole della loro situazione. Solo da grande, nella stesura del libro, introduce tutte le tragiche informazioni di ciò che avviene al di là della sua famiglia: la campagna antisemita, la guerra, lo sterminio, l’atteggiamento indifferente della chiesa.
Nell’ultima parte del libro riflette sul destino dei personaggi ebrei che le erano passati vicini e che non aveva mai “visto” fino in fondo, personaggi che nessuno ha cercato di aiutare e mette in evidenza come ci si potesse preoccupare di loro in modo da evitare la catastrofe: da persone non particolarmente degne di attenzione, come erano all’inizio, diventano persone di rilievo di cui Rosetta si preoccupa di cercare notizie, storie e documentazioni.
PERSONAGGI
ROSETTA
Nata nell’anno IX dell’era fascista (1931) in via Flaminia 21 a Roma; battezzata in S.Pietro con il nome di Rosetta Pia (Pia in onore del Papa Pio XI).
E’ una bambina serena, dalla corporatura piuttosto delicata; ha interessi come quelli di tutti i bambini, interessi che, inevitabilmente, sono influenzati dalle situazioni del momento (es. le piace cantare le canzoni di stampo fascista solo perché le capita di sentirle spesso nell’aria, pur non comprendendone il vero significato).
Come i suoi fratelli viene seguita nella sua crescita da zelanti Fraulein o comunque da bambinaie straniere e frequenta scuole private.
Nelle scuole frequentate e nei luoghi di villeggiatura incontra insegnanti suore, compagne ed amiche snob e raffinate; solo nelle ultime villeggiature, frequenta compagnie più varie dalle quali fuoriusciranno quelli che un domani faranno le scelte più contrastanti.
Come si legge nell’ultima parte del libro, Rosetta da grande incontra nuovi personaggi che, attraverso le loro testimonianze, le permettono di prendere coscienza di tanti aspetti del passato per lei completamente sconosciuti.
LA SUA FAMIGLIA
Il padre è un ingegnere; ha studiato in un collegio di Lodi e poi al Politecnico di Torino. Ha simpatizzato per il Partito Popolare di Don Sturzo; durante la prima guerra mondiale si è dichiarato anti-interventista e fortunatamente è stato riformato per motivi di salute.
E’ sempre stato piuttosto allergico al fascismo e scettico nella riuscita dei progetti pazzi di Mussolini o Hitler ; per necessità relative al lavoro, si è iscritto al partito fascista di cui porta il distintivo; quando indossa la camicia nera,necessaria per inaugurazioni di ponti e strade, Rosetta lo ricorda in atteggiamento sbeffeggiante davanti a lei e ai suoi fratelli.
La madre, più giovane del marito,si occupa in modo previdente della sua famiglia; frequenta e riceve tranquillamente persone ebree, come la signora Della Seta; si serve da negozianti e professionisti ebrei.
Rosetta ha due sorelle di poco maggiori e un fratello che ha quattro anni più di lei. Sarà questo l’unico personaggio che uscirà, o tenterà di uscire, dal “guscio” della famiglia; si lascerà coinvolgere nei problemi degli “altri”: a diciassette anni fuggirà da casa per unirsi all’Esercito di Liberazione Nazionale; resterà fuori un giorno solo e al suo ritorno la famiglia farà dell’ironia sul suo eroismo fallito; solamente quando sarà cresciuta e più matura, Rosetta capirà la grande importanza di quel gesto. Si renderà conto solo allora che anche i suoi genitori, pur non simpatizzando per il fascismo, non hanno fatto assolutamente niente per contrastarlo; frequentavano persino amici fascisti e… come dice il padre.. “bastava non parlare di politica”.
I CONOSCENTI EBREI
- La famiglia dell’appartamento di fronte alla casa di Rosetta: all’inizio una famiglia allegra, in festa per la circoncisione di un nuovo nato, con bimbi infiocchettati e donne ben vestite; poi completamente chiusa dietro la finestra.
- La signora Della Seta: vicina di casa che porta regali a Rosetta malata; ricompare nel momento del trasloco dei Loy, nella casa vuota , mentre offre loro un pesce cucinato per il viaggio; finisce la sua vita nella camera a gas di Auschwitz-Birkenau.
- I signori Levi: vivono al piano di sopra e sono una famiglia rumorosa; Giorgio è l’ amico del fratello di Rosetta, ha uno sguardo allegro e sicuro, suona il pianoforte e gli piace giocare a pallone; anch’egli finisce a Birkenau e viene adibito ai lavori forzati, dopo di che morirà in un luogo ignoto.
IL CLERO
- Papa Pio XI :sin dall’inizio prende una netta posizione contro il razzismo; promulga l’enciclica contro il neopaganesimo fascista; all’arrivo di Hitler a Roma non si fa trovare e mentre Roma è illuminata a festa il Vaticano è al buio; dichuiara che il Manifesto della razza è contrario alla legge di <Dio; afferma che per i cristiani non è possibile partecipare ad azioni antisemite. Arriva a dichiarare pubblicamente che la svastica è una croce nemica della croce di Cristo. Incarica un giovane sacerdote americano di preparare per lui l’Enciclica “Humani generis unitas”, enciclica che non arriverà mai nelle sue mani . Mussolini lo definisce “nefasto alle sorti della chiesa cattolica e, alla sua morte, “uomo dal collo rigido”.
- Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) : già da segretario di stato firma il Concordato fra la Chiesa e il III Reich, definito da Hitler utile alla lotta contro l’ebraismo; ammira le doti del popolo tedeso, ne ama la lingua e le abitudini (arredamento e quadri…); subito dopo la sua nomina, dà all’Osservatore Romano l’ordine di evitare commenti antitedeschi; si congratula con i tedeschi per i loro successi in guerra; non fa proteste ufficiali neppure per i preti cattolici uccisi nei campi di concentramento; conosce i progetti della Soluzione finale , ma neppure in questo caso esprime ufficialmente dissenso; lo stesso avviene quando le SS nel 43 fanno una terribile retata contro gli ebrei a Roma.
- Vescovi, cardinali , sacerdoti suore : chi fa sentire la sua voce, spesso isolata, per esprimere il proprio dissenso e per denunciare le infamie del nazismo; chi appoggia Hitler a spada tratta; chi vive con assoluta indifferenza ciò che riguarda gli ebrei; chi si da da fare per aiutarli a sfuggire allo sterminio ospitandoli nelle chiese e nei conventi.
I PERSONAGGI DELLA STORIA
Vengono nominati personaggi malamente famosi , nazisti accaniti. Sembra che Rosetta non li ritenga più importanti o più colpevoli di coloro che non hanno fatto niente per fermarli.
ANALISI DEL MESSAGGIO
L’autrice, secondo me, con questo libro vuole stimolarci alla riflessione e vuole lanciare messaggi precisi:
- E’ crudele e inconcepibile che da un momento all’altro gli ebrei, vissuti tranquillamente e pienamente integrati nelle varie società, si ritrovino considerati “diversi” e, in nome della salvaguardia e dei pregiudizi razziali, perseguitati e sterminati.
- Non è giusto che la Chiesa, in modo particolare un papa, come Pio XII, non prenda posizione e non denunci i crimini razziali.
- Sembra impossibile che i protagonisti non ebrei, i ragazzi, le famiglie, non si rendano conto della tragedia degli ebrei che li affiancano nella vita quotidiana; la loro vita scorre in modo sereno, o quasi, mentre gli “altri” vivono la loro tragedia. Questa indifferenza non può essere accettata, se non per i bambini, ancora incapaci di comprendere la cruda realtà.
ANALISI TEMATICA
DISCRIMINAZIONE RAZZIALE
E’ un problema che esiste da sempre, ma sicuramente il razzismo esaltato da Hitler costituisce uno degli esempi più drammatici, perché ha portato alla persecuzione e allo sterminio di massa di un numero incredibile di ebrei.
Nel libro Rosetta Loy mette in evidenza il terribile dramma puntualizzando i fatti storici più salienti:
- nel 1933 Proclama contro gli ebrei due mesi dopo la nomina di Hitler a cancelliere del Reich;
- propaganda antisemita attuata in tutti i campi (libri, università, scuole, associazioni giovanili, stampa);
- trasformazione dell’Ufficio Demografico Centrale in Direzione Generale per Democrazia e Razza = Demorazza;
- Manifesto degli scienziati razzisti, che spiega agli italiani l’esistenza delle razze e l’appartenenza alla razza ariana;
- Regi Decreti Legge del 1938 che stabiliscono i criteri di appartenenza alla razza ariana e i provvedimenti da prendere nei confronti degli ebrei;
- tribunale della razza del 1939, che stabilisce che gli ebrei non possono lasciare la residenza senza permesso;
- circolari sempre più restrittive che impediscono sempre più spesso agli ebrei di lavorare e quindi di procurarsi il necessario per sopravvivere;
- Judenrein (pulizia etnica dagli ebrei dalla vita);
- obbligo per gli ebrei di portare la stella di Davide per poter essere riconosciuti;
- campi di sterminio e Soluzione finale che prevede la morte di 11 milioni di ebrei.
In pratica le vittime vengono schedate, spogliate dei loro beni, limitate nei movimenti e alla fine deportate ed eliminate.
FATTI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
Vengono elencati i vari fatti della seconda guerra mondiale , quelli che portano delle conseguenze sugli ebrei italiani ed europei in genere; la maggiore potenza del nazismo (appoggiato in Italia dal Re e dal Duce, troppo spesso tollerato senza scusanti dalla chiesa) porta inevitabilmente a situazioni sempre più drammatiche per gli ebrei.
VITA DI UNA FAMIGLIA BENESTANTE DURANTE IL FASCISMO
La famiglia appare come un limbo protettivo in cui sono racchiusi problemi, interessi, valori… Sembra quasi essere un mondo completamente a sé dove ognuno ha il suo ruolo specifico: i bambini sono sereni e i genitori si preoccupano dei loro figli. Quella presentata da Rosetta Loy è una famiglia indipendente grazie anche agli agi; assiste quasi passivamente ai fatti che si succedono: non ci si preoccupa degli “altri” anche se sono vicini di casa. Il tempo passa e Rosetta cresce nella disinformazione più completa sui gravi fatti che accadono intorno; nel libro racconta i momenti di vacanza, i giochi, gli svaghi, le case, le scuole private… I personaggi e i fatti storici accompagnano la sua vita, ma sembra che procedano su una strada parallela alla sua; solo in alcuni frangenti c’è qualche piccola interferenza che obbliga la famiglia ad adattarsi alla nuova situazione.
E’ una famiglia in cui non c’è molto dialogo, è chiusa in se stessa, protettiva in un modo esagerato; i genitori pensano di aiutare i propri figli chiudendoli sotto una campana di vetro, ma in realtà ragionano da egoisti e tenendoli disinformati non li aiutano certo a maturare.
EBRAISMO
Il popolo ebreo, “ colpevole” di aver provocato la morte di Gesù, è condannato a vagare senza fine e non avrà mai una patria vera e propria; ecco perché sceglierà come sua patria l’oro e si dedicherà ad attività di commercio diventando ricco.
Nel libro “Gog” di Giovanni Papini compare “Benrubi”, segretario di Gog, che vuole rappresentare per gli ariani il prototipo dell’ebreo: basso, spalle curve, gote scavate, occhi rientranti, capelli imbiancati, carnagione verdiccia palude, espressione di un cane che teme di essere picchiato.
Questa immagine viene utilizzata per la propaganda antisemita.
Gli ebrei in Italia nel 1938 sono 58000 di cui 48000 italiani; la minoranza dell’uno per mille degli italiani è perfettamente integrata nelle grandi e piccole città, soprattutto del centro-nord, dedita al commercio e alle libere professioni. A Roma i primi insediamenti di ebrei risalgono addirittura all’epoca precristiana. In ogni caso molti ebrei italiani hanno combattuto nella prima guerra mondiale e si sono fatti stimare come funzionari della pubblica amministrazione; hanno partecipato alla vita politica; non hanno fatto proselitismo; pochi conoscono l’ebraico, solo per le letture religiose, e parlano i dialetti locali; tengono cerimonie discrete.
Secondo i razzisti ariani sono colpevoli perché non hanno voluto convertirsi e insudiciano i valori cristiani mettendo in dubbio le verità riconosciute, perciò meritano di essere puniti e addirittura eliminati sotto gli occhi spesso indifferenti di chi fino a ieri ha condiviso con loro la quotidianità.
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Il postino di Neruda
Autore, titolo, editore:
Antonio Skàrmeta; Postino di Neruda, Il; Garzanti-Gli Elefanti, 1985.
Periodo Storico:
“Nel giugno del 1969…” così ha inizio uno dei libri più affascinanti sul mondo dell’America Latina. Il postino è ambientato all'approssimarsi delle elezioni del 1970. Mentre i partiti di centrosinistra si unirono per formare una coalizione detta di Unidad popular (unità popolare), che nominò quale candidato Salvador Allende Gossens, con un programma politico che prevedeva la completa nazionalizzazione di tutte le industrie di base, delle banche e dei trasporti. Eletto presidente con un ristretto margine di voti e privo di una propria maggioranza nel Congresso, Allende iniziò subito a mettere in pratica le promesse fatte durante la campagna presidenziale, portando il paese verso posizioni socialiste. Fu istituito il controllo statale dell'economia in tutti i settori, venne accelerata la riforma agraria e si promosse una politica di ridistribuzione dei redditi. La reazione a questo programma, da parte delle opposizioni, fu molto dura sin dall'inizio, aggravando le già precarie condizioni economiche causate dal calo del prezzo del rame e dall'inflazione. La crisi si acutizzò inoltre a causa dell'atteggiamento degli Stati Uniti, che stavano tentando di screditare il regime di Allende. Nell'estate del 1973 le forze di destra scatenarono una campagna di scioperi e manifestazioni, preludio del colpo di stato messo a segno dai militari appoggiati dai servizi segreti americani (11 settembre).
Ambiente Geografico e Ambiente Sociale dei personaggi:
San Antonio, Cile. Un paese piccolo e certo non dalle avanzate tecnologie. Il Cile e i suoi odori, i suoi celi azzurri, i suoi rumori: le onde che si infrangono sugli scogli e il volo dei gabbiani. Così tranquillo e serafico. Il Cile e la sua gente, la povera gente di un'America troppo spesso dimenticata.
Il paesino, e in lui tanti piccoli mondi. Un universo, con i suoi pianeti ed il suo centro. Come i luoghi: le persone. I pianeti: indistintamente la casa di Mario Jimenez, la bicicletta, il mare e la sua riva che suggerisce così tante metafore da non riuscirne a trovare una che le esemplifichi tutte. Il sole: la casa di Pablo Neruda. Meta agognata del nostro postino, una così semplice costruzione costituisce il punto più solido e fermo nella vita di un uomo. Di quell’uomo cui noi facciamo riferimento mentre leggiamo Il postino di Neruda, mentre lo vediamo pedalare affannosamente e dedicare ogni più piccolo sospiro al suo maestro, Mario Jimenez.
Mario è un pescatore di umilissime origini, o meglio, tale doveva diventare. Ma così non fu. A causa della sua cagionevole salute (o per meglio dire della sua cagionevole voglia di abbandonare il letto per ore di estenuante lavoro), Mario trova lavoro in altro modo. Diventa postino, postino di un unico cliente. L’unico in grado di leggere.
Povero lo è sempre stato, e il suo ambiente era una piccola baracca di quella parte di mondo che preferiamo non ricordare quando scegliamo le mete delle nostre vacanze.
Pablo Neruda, poeta famoso e distaccato, né ricco né povero, diciamo benestante. Aveva trovato rifugio all’esilio in quel piccolo pese. E lì era rimasto fino al 1971 quando torna a casa per ricevere il premio Nobel per la letteratura.
Beatrice, è una semplice ristoratrice dalla particolare e accattivante bellezza. Anche lei povera, vive del suo lavoro, non trovo molto da dire del suo ambiente sociale. Il poeta non vi ci sofferma, come su nessun altro di quelli dei personaggi.
Contenuto
L'esilio ha portato Pablo Nerudain Italia, siamo nel '69 e il poeta viene ospitato in una piccola isola del Mediterraneo. Qui incontra Mario figlio di pescatori, che rifiuta ostinatamente anche solo di salire su una barca per sposare l'unica carriera che gli è possibile su quell'isola: il pescatore a vita. La sua sola alternativa è l'emigrazione, ma è più un sogno che gli permette di sopravvivere che un progetto concreto: l'arrivo di Neruda sull'isola è invece un evento che cambierà completamente la sua esistenza.
Mario Jimenez viene assunto come postino personale di Neruda, e da quel momento, giorno per giorno, tesse intorno al poeta una tela di curiosità, di attenzione, di devozione che porterà Neruda, inizialmente disinteressato e distratto, a parlargli, dedicarglisi e alla fine a volergli bene.
Il poeta gli fa conoscere la poesia, gli insegna a sentirla, ad amarla, e Mario, allievo zelante, farà di più, imparerà ad usarla e proverà anche a crearla. Anche se questi ultimi due aspetti del mondo poetico saranno inizialmente dei patetici tentativi; messi in opera al solo scopo di conquistare il cuore di , Beatrice una stupenda ragazza di cui si è innamorato.
Anche nella conquista di Beatrice il poeta e la sua poesia avranno un ruolo essenziale, anche se il poeta agirà suo malgrado, trascinato più dall'insistenza del postino che da una reale intenzione. Comunque alla fine Mario sposerà Beatrice anche grazie a Neruda, che coronerà la propria partecipazione a quell'amore facendo da testimone al matrimonio.
Il poeta non parla a Mario solo di poesia, il comunismo è la sua fede e la sua missione ed emerge spesso dai suoi discorsi. Quando il poeta sarà partito dall'isola nascerà in Mario la vocazione al comunismo, che non diventerà però una reale coscienza politica, ma rimarrà una fede nella persona e nel pensiero di Neruda, assimilato totalmente e passionalmente, più un amore che un'ideologia.
Il matrimonio di Mario e Beatrice è l'ultimo atto della bella commedia che la vita ha inscenato per Mario, poi Neruda riparte, torna in patria, e ricomincia la tragedia del vivere quotidiano.
Saluti teneri e la speranza, non si sà quando e come, di rincontrarsi. Sincera per entrambi, ma Neruda, immediatamente travolto dalla sua intensa attività di politico e uomo di cultura, non dà segni di vita per molto tempo.
Mario aspetta notizie mentre la sua vita è ritornata vuota e senza prospettive, e un faticoso lavoro di ristoratore non serve certo a dare un senso alla sua esistenza. Persino l'amore travolgente per Beatrice sembra essersi sopito e assorbito dal grigiore quotidiano. La melanconia lo pervade e nei rari momenti di riposo Mario ritorna come in pellegrinaggio a visitare la casa ormai deserta del poeta , il luogo che un tempo era stato per lui il centro del mondo. In casa ci sono ancora alcuni oggetti che il poeta ha lasciato: una poltrona, il suo registratore, alcuni libri. Mario dovrebbe spedirglieli, quelli erano gli accordi, ma dove? Neruda doveva dare notizie, e invece tace. Poi finalmente, un giorno, la lettera dal Cile. Averla tra le mani è per Mario una felicità, ma la felicità di un minuto: stracciata la busta la delusione è cocente. Non è scritta di proprio pugno dal poeta, ma è una semplice comunicazione, senza un saluto o un pensiero: con una formalità raggelante la segretaria comunica un indirizzo chiedendo di spedire registratore e oggetti vari. Per Mario è un colpo, la prova tangibile di essere stato dimenticato, ma ben lontano dal pensare male del poeta, dal crederlo un fedifrago o, come suggerisce qualcuno, un opportunista, fa una profonda autocritica: il poeta l'ha dimenticato perchè alla fine, si dice Mario, io non valgo niente. Non ho fatto mai nulla nella vita per cui io possa essere ricordato. La coscienza di ciò invece di abbattterlo gli dà allora la spinta per un gesto, forse inutile, ma finalmente sentito, fatto con amore ed entusiasmo, un gesto poetico: registra sulla bobina del magnetofono, ingegnosamente reso "portatile", tutti i suoni della sua isola. Quelli, almeno, risveglieranno la memoria al poeta. Facendo questo nasce in lui un nuovo sentimento nei confronti della sua terra e della vita e quel sentimento lo guiderà per mano fino a fargli nascere, per la prima volta, la voglia di scrivere una poesia. Non sapremo mai se davvero "poetica", ma sentita e voluta profondamente, e anche apprezzata da qualcuno, perchè alla fine Mario sarà invitato a leggere la sua poesia, intitolata "Canto a Pablo Neruda". ad una manifestazione di piazza a Napoli. In una giornata di lotta, felice e finalmente vivo, Mario sta per salire sul palco: dedicherà l'applauso della folla e la poesia stessa al poeta, perchè ha con sé, maneggiato da un fedele aiutante, il registratore. Dopo la manifestazione spedirà tutto all'indirizzo che la segretaria ha mandato e questa volta Neruda ricorderà. Ma un tranello del destino interrompe bruscamente il progetto: un tafferuglio, botte, polizia, uno sparo, forse più di uno e Mario non arriverà mai al palco a leggere il suo estremo atto d'amore e di dedizione al poeta. Neruda non riceverà mai il registratore e la bobina, ma un giorno, ripassando dall'Italia, gli verrà voglia di tornare a visitare il postino e la bella isola che lo ha ospitato: non troverà lui, ma un bambino di nome Pablito, nato poco dopo la morte di Mario, e ritroverà Beatrice che solo ora, col pianto in gola, gli consegnerà le registrazioni dei suoni dell'isola, gli stridii dei gabbiani, il canto delle campane, lo sciacquio del mare e poi, aIla fine quei colpi secchi di manganello, quegli spari e invece degli applausi, le voci spaventate della folla.
Analisi dei Personaggi:
Pablo Neruda,nato a Parral nel 1904 muore a Santiago nel 1973 Non posso che riportare qui di seguito una sua piccola biografia, uno dei miei scrittori preferiti. Dalle magiche note nostalgiche Neruda sembra come essere davvero in questo libro. Skarmeta lo riporta meravigliosamente, stando attento persino alle espressioni del viso che in differenti stati d’animo, avrebbero sicuramente caratterizzato il poeta. Colui che dapprima non presta attenzione alle parole del suo giovane e inesperto allievo, in seguito non può fare a meno della sua innocenza e dellà sua purezza. Cominciando a costruire, anche per sua volontà, un rapporto di amicizia e di conforto dei più intensi. Pablo Neruda pseudonimo di Ricardo Neftalí Reyes Basoalto, ritenuto tra le voci più significative del XX secolo. Figlio di un ferroviere, cominciò a comporre versi fin dall'adolescenza. Alla sua prima raccolta pubblicata in volume, Crepuscolario (1923), ancora legata alle forme estetizzanti del decadentismo, seguirono nel 1924 le Venti poesie d'amore e una canzone disperata, grazie alle quali Neruda si affermò come il più famoso giovane poeta dell'America latina. Nelle composizioni di Residenza sulla terra (1933), scritte dopo alcuni anni di servizio diplomatico in Estremo Oriente, il poeta diede vita a immagini cupe e disperate di un mondo distrutto dalla civiltà moderna. Se con quest'opera la sua poesia si orientò verso l'espressionismo e il surrealismo, in seguito la sua produzione sarebbe però approdata a uno stile realista, sobrio ed essenziale.
Trascorso un periodo in Spagna all'epoca della guerra civile, Neruda ritornò in Cile, si iscrisse al Partito comunista e fu eletto senatore, ma nel 1948 dovette riparare in esilio, a seguito di un processo politico intentatogli dal presidente del Consiglio Gonzales Videla. Il primo frutto di questi anni difficili fu Canto generale (1950), poema epico che celebra la storia e la natura dell'America latina dal presente al lontano passato precolombiano. In Italia tra il 1951 e il 1952, compose I versi del capitano (1952) e Le uve e il vento (1954), mentre dal 1952 al 1957, dopo esser tornato in Cile, compose le Odi elementari, in cui fece assurgere a dignità poetica gli oggetti più umili e gli aspetti più semplici del vivere quotidiano. Sostenitore di Salvador Allende, con l'avvento al potere dei socialisti ottenne la carica di ambasciatore del Cile in Francia. Tornato in patria nel 1972, dopo aver ricevuto, nel 1971, il premio Nobel per la letteratura e il premio Lenin per la pace, morì pochi giorni dopo il colpo di stato di Pinochet che segnò la fine del governo Allende e l'instaurazione della dittatura.
Mario Jimenez, è il nostro postino. Dall’animo combattuto. Forse tropo cosciente del suo nullo stato sociale, si addolora ogni volta quando scopre di non riuscire a capire le parole del poeta, ma allo stesso tempo si arrabbia terribilmente e fa di tutto per arrivarci. Non si fa, al contrario, nessuno scrupolo nel porre domande al poeta. Spera sempre di non sembrargli stupido o poco intelligente ma cerca per quello che può di imparare il più possibile
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Umberto Eco, Il nome della rosa
1. Notizie sull'autore
L'autore è Umberto Eco, (Alessandria,1932) saggista e narratore italiano. Docente universitario, ha svolto indagini in molteplici direzioni:sulla storia dell'estetica, sulle poetiche d'avanguardia, sulle comunicazioni di massa etc.. Pubblicista, noto per le sue brillanti inchieste sulla cultura di consumo, ha ottenuto un successo di risonanza mondiale appunto con "Il nome della rosa"(1980), thriller gotico di ambientazione medievale che sviluppa la fitta trama di un dibattito ideologico. Tra i suoi volumi di saggi vanno ricordati: "Il problema dell'estetica in Tommaso d'Aquino"(1956),"La definizione dell'arte"(1968), "Lector in fabula"(1979), "Semiotica e filosofia del linguaggio"(1983).
2.Titolo
Il titolo, che secondo Eco deve proporre necessariamente una sintesi, o quantomeno deve dare una precisa indicazione al lettore, ha creato qualche grattacapo all'autore. All'inizio era orientato per "L'abbazia del delitto": ma si trattava di un titolo che avrebbe attirato gli amanti del giallo poliziesco, senza però soddisfarne le attese. Pensò poi di usare un titolo , per così dire, neutrale, quale "Adso da Melk": ma i titoli riportanti nomi propri non venivano quasi mai usati dalla narrativa italiana e non avevano la fortuna, ad esempio, dei corrispettivi inglesi o americani. Con "Il nome della rosa", Eco sceglie un titolo che possa confondere le idee al lettore: la rosa è per lui una figura simbolica ricca di significati, quasi da non averne più nessuno: allo stesso modo l'abbazia di cui ci racconta è densa di mistero.
3. Composizione e pubblicazione dell'opera
L'autore afferma nella prefazione di "aver avuto fra le mani il 16 agosto 1968 un libro dovuto alla penna di un certo abate Vallet". Questo libro conteneva la storia, o meglio le memorie di un monaco tedesco, Adso da Melk. Spinto dalla curiosità di verificare l'attendibilità del manoscritto, Eco cominciò a cercare prove concrete di questo racconto nell'abbazia di Melk e in molte altre nella Francia meridionale e nell'Italia settentrionale ,non trovando pero' mai nulla di interessante. Riuscì poi a trovare, addirittura in Brasile, un testo che citava appunto il manoscritto di Adso da Melk. Facendo leva solo su questo, Eco pubblica, nella traduzione italiana, il manoscritto di Adso, peraltro già tradotto nel XIX secolo in francese dall'abate Vallet.
4. Fabula e intreccio
Fabula e intreccio non coincidono mai, dal momento che l'intero romanzo è un racconto a posteriori. Adso infatti scrive, da anziano, le sue memorie giovanili, quand'egli era ancora novizio.
5. Intreccio (trama)
-PRIMO GIORNO-
La narrazione ha inizio con l'arrivo nel monastero di Guglielmo, un esperto frate francescano e di Adso da Melk, un novizio benedettino, la cui cura era stata appunto affidata dal padre di quest'ultimo a Guglielmo. Egli dà subito prova del suo acume, quando,appena fuori dell'abbazia, incontra il cellario preoccupato dalla scomparsa di uno dei migliori cavalli della scuderia. Ma Guglielmo riesce non solo a descrivere perfettamente un cavallo mai visto prima dalle impronte che aveva lasciato sulla neve e da altri particolari apparentemente insignificanti, ma anche ne indica la direzione verso cui si sarebbe diretto: poi il cavallo si ritroverà proprio dove Guglielmo aveva indicato. Arrivati finalmente all'abbazia, Guglielmo consegna una lettera all'abate, nella quale venivano spiegati i motivi della visita:Guglielmo, infatti, godendo di un'ottima fama, era stato invitato dall'imperatore a fare da mediatore fra Papato, Impero e i vari ordini sacri (Francescani, Domenicani etc.). Quindi Guglielmo e Adso si recano negli alloggi che erano stati preparati per il loro arrivo. Durante l'ora terza l'abate entra nella loro stanza e comincia a parlare con Guglielmo, dicendo che da qualche tempo strani fatti stavano avvenendo nella sua famosa abbazia, e lo prega di far luce sulla morte di un giovane monaco, Adelmo. L'abate non escludeva nemmeno l'intervento del demonio ma Guglielmo, avendo spiegato che anche durante la sua carriera di inquisitore, non aveva mai badato alla possibile sovrannaturalità degli eventi, ma solo alle cause umane che li avrebbero provocati, prega di esporgli i particolari riguardanti la morte del monaco: il corpo esanime era stato fra l'altro ritrovato in un precipizio. Il fatto che fosse stato ritrovato proprio in quel determinato posto, doveva far pensare che il corpo si fosse gettato, o fosse stato gettato, dall'Edificio, il "cuore" dell'Abbazia. L'abate Abbone spiega che nessuno dei famigli poteva entrare nell'edificio dopo cena e pertanto solo un monaco avrebbe potuto commettere il fattaccio, appurato che di suicidio non si trattava, in quanto la finestra dalla quale egli si sarebbe dovuto gettare era stata trovata chiusa. L'abate dà libera facoltà ai due di girare per l'abbazia per investigare sulla morte: l'unico luogo a cui non si poteva avere accesso era la biblioteca. Conclusa la discussione Guglielmo volle rivedere il suo amico Ubertino da Casale e si recò in chiesa dove l'Abate aveva detto che Ubertino trascorreva gran parte del suo tempo. Ubertino faceva parte dell'ordine degli Spirituali, dichiarati eretici dalla Chiesa solo perchè la desideravano più vicina agli ideali di povertà evangelica. La curia per questo motivo aveva tentato di ucciderlo, e purtroppo aveva messo al rogo coloro che non si riuscirono a rifugiare da qualche parte come lui aveva fatto: tutto questo con l'assenso di Papa Giovanni XXII. Inoltre critica Guglielmo perchè aveva condannato l'amore mistico a cui invece era approdato Ubertino.
-SECONDO GIORNO-
Un altro sanguinoso evento apre il secondo giorno: la morte di Venanzio, un altro monaco. Fu ritrovato a testa in giù in un orcio pieno del sangue dei maiali che qui venivano uccisi. Da alcuni indizi Guglielmo capisce che anche in questo caso si poteva parlare di omicidio e che il corpo era stato trascinato fin lì da un altro luogo, precisamente dall'Edificio. Guglielmo scopre grazie alla rivelazione di Bencio da Upsala che Venanzio aveva spesso avuto contrasti con Jorge riguardo una questione sulla liceità del riso, e inoltre che l'aiuto bibliotecario Berengario era l'ultimo che quegli aveva visto scambiare parola sia con Adelmo che con Venanzio. Dopo aver assistito a una lite fra persone volgari, precisamente fra il cuciniere e Salvatore, un monaco dall'aspetto orripilante, Guglielmo e Adso si dirigono verso lo scriptorium dove trovano come al solito un numero cospicuo di monaci, fra cui lo strano Jorge. Si affronta quindi il problema sulla liceità del riso, che secondo Jorge è solo segno di stoltezza. Ma a Guglielmo per il momento non interessa tanto questo: il suo scopo è trovare qualcosa di interessante al tavolo che fu di Venanzio. Tuttavia viene avvicinato ancora da Bencio, che gli rivela un "segreto" di cui dovevano essere a conoscienza sia Adelmo che Berengario, i quali fra l'altro avevano avuto anche fra loro un rapporto carnale. Visto che anche Bencio stimola la curiosità di Guglielmo, egli decide che è giunto il momento di trovare un modo per entrare nell'impenetrabile biblioteca. Per farlo, decide di utilizzare una via che ha visto prendere anche al bibliotecario Malachia. Intanto però nasce un colloquio fra Guglielmo e Abbone: i due si mettono a parlare di eresie. Abbone le condanna fortemente, mentre il saggio Guglielmo assume una posizione ben più tollerante nei confronti degli eretici. Un'altra conoscienza di questo giorno è l'anziano monaco Alinardo, che nonostante usasse parole alquanto confuse, riesce a spiegare la precisa ubicazione del passaggio segreto che, attraversando l'ossario, finisce sino in biblioteca.Guglielmo e Adso, quindi, dopo cena, si recano all'ingresso dell'ossario per entrare segretamente nella biblioteca, quando ormai l'Edificio era stato chiuso da Malachia. Attraverso il lugubre ossario, giungono nello scriptorium:ai piedi del tavolo di Venanzio Guglielmo scopre un'interessante pergamena in greco con alcuni segni misteriosi, scritta con un inchiostro speciale che compare solamente se avvicinato a una fonte di calore. Ma i due non sono soli:infatti, approfittando di un loro attimo di distrazione, una terza presenza sottrae i preziosi occhiali di Guglielmo. Secondo lui, quegli strani segni avrebbero dovuto avere una qualche attinenza con il "Secrectum finis Africae" .I due poi si dirigono per la prima volta alla biblioteca e vengono subito colpiti dall'ambiente spettrale, favorito dal vento che provocava strani rumori e dall'aria stessa che si respirava, al punto stesso che Adso ha una visione e scambia un'illustrazione di un manoscritto arabo per un dragone di dieci teste. Dopo esserne fortunosamente usciti, visto che la biblioteca era un vero e proprio labirinto, i due vengono a sapere che anche Berengario era scomparso.
-TERZO GIORNO-
Anche il terzo giorno inizia con un sinistro evento: viene infatti trovato un panno sporco di sangue nella cella di Berengario. Adso ha dapprima un incontro con Salvatore, il quale gli racconta, nella sua lingua un po' latina e un po' volgare, i suoi vagabondaggi insieme a manigoldi di ogni risma; poi va in cerca di Guglielmo e lo trova intento alla ricerca di altri vetri adatti ai suoi occhiali, quindi ha con lui un colloquio riguardante le moltissime sette ereticali che a quei tempi proliferavano. Frattanto egli rivela al suo discepolo di essere riuscito a decifrare linguisticamente gli strani segni del manoscritto, ma che purtroppo aveva ottenuto un enunciato senza senso. I due vengono poi convocati dall'abate, il quale comunica loro l'arrivo di Bernardo Gui, un illustre inquisitore, e della delegazione papale: Guglielmo è quindi invitato a risolvere al più presto il preoccupante mistero che avvolgeva l'abbazia. Il problema dell'eresia torna quando Adso incontra Ubertino da Casale in chiesa e, avendo già diverse volte sentito parlare dei dolciniani, gli chiede notizie sull'iniziatore di questa setta, appunto fra Dolcino, che all'epoca aveva un nutrito numero di seguaci. Così apprende la triste storia di passione di fra Dolcino, morto sul rogo insieme a Margherita, la donna che aveva amato. Questo racconto suscita in Adso un'indicibile inquietitudine e decide di recarsi in biblioteca da solo per riflettere. Legge un libro sui dolciniani, le cui illustrazioni provocano in lui strani effetti, come immagini di donna, tanto che, sconvolto e nel pieno del suo turbamento, si precipita fuori dalla biblioteca. In cucina, guardacaso, incontra una misteriosa donna, che evidentemente si concedeva per fame a qualche monaco eretico. Adso, all'apice della sua crisi interiore, non riesce a frenare l'impeto delle sue passioni e, spinto anche dalla giovane donna, si unisce a lei. Quindi Adso si assopisce e lo risveglia Guglielmo che frattanto si era preoccupato per la sua assenza. Resosi conto del grave peccato carnale che aveva compiuto poco prima, esprime subito a Guglielmo la sua volontà di confessarsi. Egli lo ascolta con serietà, ma anche con un pizzico di indulgenza. Dopo aver discusso sulla figura della donna nel piano della creazione, si scopre il cadavere di Berengario nei balnea, apparentemente annegato.
-QUARTO GIORNO-
Si crede dapprima che il corpo di Berengario giaccia esanime per annegamento, ma la scoperta della lingua e dei polpastrelli, che erano stranamente di colore nero, fa intuire, giustamente, che il pover'uomo era morto avvelenato.Tanto più che l'occasione fa tornare in mente a Severino, l'erborista, il fatto che molto tempo prima gli era stato sottratto un veleno potentissimo. Un successivo incontro con Salvatore si rivela proficuo: egli infatti rivela di essere stato lui a portare in cucina la donna con cui Adso aveva giaciuto, ma che in realtà questa era destinata a Remigio, un ex dolciniano proprio come lui. Guglielmo induce quindi anche Remigio a confessare tutto, il quale rivela anche di aver trovato il corpo di Venanzio già morto in cucina durante la notte. Adso è intanto turbato dai suoi patimenti d'amore: il suo corpo aveva ormai dimenticato quella notte di amore e piacere intenso, ma la sua anima era pronta ogni attimo a ricordargli il terribile peccato che aveva compiuto. Guglielmo, ritrovando le sue lenti ed essendosene fatte comunque preparare un paio di riserva, riesce a decifrare meglio il manoscritto di Venanzio, senza però capire alla perfezione il significato delle espressioni usate dal monaco: comunque la causa dei delitti sembra essere un libro, nel quale dovrebbe essere contenuta tutta la verità. Mentre Adso va alla ricerca di tartufi, ecco giungere nell'abbazia la delegazione dei frati minori che avrebbe dovuto incontrare quella papale. Da un dialogo fra Guglielmo e i frati minori si evince la situazione politica dell'epoca, con una Chiesa in preda alla corruzione della corte papale. Adso, dopo cena, incontra nuovamente Salvatore, il quale stavolta gli parla di un rito macabro per propiziarsi le attenzioni delle donne: Adso lo manda via disgustato, ma tutto ciò ha come unico risultato quello di accentuare ancor di più il suo turbamento. Guglielmo e il suo discepolo si dirigono quindi alla misteriosa biblioteca, alla ricerca dell'ancor più misterioso libro di cui parla il manoscritto di Venanzio. Durante questa ricerca, Guglielmo si ferma ad ammirare e leggere manoscritti di vario genere, fino a quando non giungono ai "Leones", cioè a quella parte della biblioteca in cui si trovano i libri degli "infedeli": qui Guglielmo si accorge che non si può accedere alla stanza ottagonale del torrione se non tramite un passaggio segreto. Guglielmo capisce che Venanzio nel suo manoscritto parla di uno specchio, ma non sapendo che cosa fosse "il primo e il settimo dei quattro", non riesce ad entrare nel "finis Africae". All'uscita dalla biblioteca, li aspetta una terribile notizia: Bernardo Gui, capo della delegazione papale, si mette subito al lavoro e sorprende Salvatore in compagnia della donna con cui Adso aveva giaciuto. Per Salvatore, Bernardo preparerà un processo, accusandolo di essere un ex dolciniano; la donna invece, accusata di stregoneria, verrà messa al rogo.
-QUINTO GIORNO-
Il quinto giorno è dominato dalla disputa tra i sostenitori della regola francescana e gli oppositori a questa. I secondi accusano i primi di favorire in qualche modo le eresie, che portano alla radicalizzazione dell'ideale di povertà. I monaci delle delegazioni, oltre che scontrarsi verbalmente, lo fanno anche fisicamente, e nella confusione generale Severino invita Guglielmo a seguirlo, perchè voleva mostrargli un testo veramente interessante. Sentite queste parole, Jorge si dirige immediatamente verso l'Edificio. Purtroppo Guglielmo non può raggiungere subito Severino, in quanto viene invitato dalle delegazioni ad esprimere il suo parere in merito alla scottante questione politica del tempo. Egli auspica una netta separazione fra potere spirituale e temporale, e inoltre una assemblea generale affidata al popolo che si occupi del governo del territorio. Ma nessuna delle due fazioni sembra accogliere benevolmente le affermazioni di Guglielmo. L'accesa discussione viene interrotta da una sgradita notizia: anche Severino è stato ucciso. Le circostanze sembrano incolpare Remigio il cellario, che poco prima s'era allontanato anche lui dal convegno.Bernardo, l'inquisitore papale, non ci pensa due volte a istituire un pubblico tribunale contro Remigio, mentre Bencio rivela a Guglielmo che sicuramente Malachia al momento dell'omicidio si trovava nell'ospedale (qui e' stato ritrovato infatti il corpo di Severino).I due quindi si mettono alla ricerca del testo che Severino avrebbe voluto che Guglielmo leggesse. Ma a quest'ultimo non viene in mente che, secondo una consuetudine dell'epoca, i testi greci venivano inseriti in mezzo a quelli arabi, cosicchè Bencio può facilmente sottrarre a Guglielmo sotto i suoi occhi il volume della verità, senza che quest'ultimo se ne potesse accorgere. Bernardo frattanto ha la facoltà di ordinare la tortura per Remigio, sicchè quest'ultimo, pur di evitarla, si vede costretto a dichiararsi colpevole, sottoponendosi così al processo sommario di Bernardo. Guglielmo però sa bene che non è lui l'autore della serie di omicidi che sconvolgeva in quel periodo la vita dell'abbazia. Il giorno termina con una apocalittica discussione di Jorge sulla venuta dell'Anticristo.
-SESTO GIORNO-
Malachia è intanto tornato in possesso del libro miserioso e, entrato in chiesa, dove i monaci intonavano il "sederunt principes", preludio alla messa natalizia, diventa pallido in volto e cade a terra morto davanti agli occhi esterrefatti di tutti.Frattanto, Nicola viene nominato nuovo cellario, e Bencio nuovo aiuto bibliotecario: non viene però eletto alcun nuovo bibliotecario.Nicola, conducendo Guglielmo e Adso nella cripta per mostrare loro i tesori dell'abbazia, racconta delle elezioni di abbati e bibliotecarii avvenute in passato in cui eranto stati coinvolti Alinardo e Jorge, i due monaci più anziani dell'abbazia. Guglielmo chiede a Bencio di consultare il catalogo dei libri dell'abbazia e si accorge della scrittura di un misterioso bibliotecario che si sarebbe cronologicamente frapposto fra Malachia ed il suo antecedente ufficiale.Questa strana scrittura avrebbe registrato l'arrivo di un particolare volume, (proprio quello che stavano cercando) la cui ubicazione era proprio nel finis Africae. Guglielmo, ad un passo dalla risoluzione del mistero, chiede all'abate il permesso di recarsi nel finis Africae, ma l'abate si ostina a negarglielo, anzi invita i due ad andarsene la mattina seguente e a rinunciare di risolvere il mistero. Ma Guglielmo e Adso decidono nuovamente di entrare furtivamente nel labirinto della biblioteca e aspettano che Abbone, dopo aver chiuso le porte dell'Edificio dall'interno, esca dall'ossario. Frattanto Adso, inconsapevolmente, riesce a dare la soluzione dell'enigma del manoscritto di Venanzio: per aprire il passaggio che porta al finis Africae, è necessario premere la prima e la settima lettera della parola "quattuor" incisa sopra lo specchio. Purtroppo l'attesa risulta vana, e così decidono di entrare lo stesso.
-SETTIMO GIORNO-
Nel finis Africae li aspetta Jorge, che aveva intanto intrappolato Abbone grazie a un congegno in un cunicolo che l'avrebbe condotto nella stanza segreta. Non sarebbe stato possibile nemmeno tirarlo fuori perchè Jorge aveva rotto questo congegno: Abbone era dunque destinato a morire asfissiato. Jorge invita Guglielmo a leggere quel famoso libro, che si rivela essere il secondo libro della Poetica di Aristotele, ma prudentemente quest'ultimo indossa dei guanti per salvaguardarsi, dal momento che aveva ormai capito ogni particolare delle malefatte di Jorge. Jorge aveva portato quel libro dalla Spagna, e preoccupato che potesse essere scoperto, aveva sottratto del veleno a Severino e ne aveva cosparso il volume, in modo che chiunque l'avesse toccato sarebbe morto: Adelmo si era suicidato per rimorso, Venanzio aveva letto il libro e si era trascinato sotto l'effetto del veleno fino alla cucina in cerca d'aiuto; poi Berengario, trovato il suo cadavere, e preoccupato che l'inchiesta avrebbe potuto coinvolgerlo, l'aveva immerso a testa in giù nell'orcio. Intanto Berengario porta con sè il libro nell'ospedale e muore casualmente nei balnea. Severino scopre il volume, ma, sorpreso da Malachia, a sua volta istigato da Jorge, lo uccide, ma anche lui legge il libro e fa la stessa fine. In questo libro Aristotele giustificava il riso, considerata "una forza buona, che può anche avere valore conoscitivo", mentre questo non era ammesso da Jorge, secondo cui "la legge si impone attraverso la paura -il riso infatti distoglie l'uomo dalla paura- il cui nome vero è timor di Dio". Ormai smascherato, Jorge tenta di ingoiare alcune pagine del manoscritto e di fuggire, ma, nel parapiglia che fra i tre ne consegue, una lampada accesa va a finire in un mucchio di vecchi libri che subito prendono fuoco. Mentre Guglielmo e Adso tentano di spegnere, senza successo, le fiamme, Jorge getta il libro su di queste. Nonostante il tentativo di Adso di avvertire i monaci del grave pericolo e di porvi in qualche modo rimedio, l'incendio, dalla biblioteca, si estende all'Edificio, alla chiesa, alle stalle, praticamente a tutta l'abbazia, che "arse per tre giorni e per tre notti".
6. Sistema dei personaggi
I personaggi de "Il nome della rosa" appartengono più o meno tutti alla vita di una comune abbazia medievale:insieme ai monaci vivevano servi, famigli e artigiani. Occorre soffermarsi in particolare sulla figura di quattro personaggi.
-Adso da Melk
Adso è il narratore. All'epoca dei fatti è un giovane voglioso di apprendere dal suo illustre maestro Guglielmo. Da anziano, Adso ricorda quei terribili sette giorni come fondamentali per la sua crescita spirituale e intellettuale.Durante la permanenza nell'abbazia cade nel peccato carnale e viene sconvolto più volte dalle turbe d'amore: forse non riesce a trovare serenità per quell'avvenimento neppure da anziano, ed il ricordo del peccato è sempre vivo in lui.
-Guglielmo da Baskerville
Guglielmo è un dotto francescano,inviato in giro per le abbazie dall'Imperatore per fare da mediatore fra le due fazioni opposte dell'epoca: i sostenitori dell'Impero e quelli del Papato. Egli si mostra saggio a Adso non solo per il fascino della parola e dell'acume intellettuale,ma anche solamente per il suo aspetto esteriore, che al novizio ricorda la figura del padre ("la sua statura superava quella di un uomo normale ed era tanto magro che sembrava più alto; aveva gli occhi acuti e penetranti; il naso affilato e un po' adunco conferiva al volto l'espressione di uno che vigili [...];poteva avere cinquant'anni ed era già molto vecchio ma muoveva energicamente il suo corpo con tanta agilità da stupire.). Da un punto di vista culturale, Guglielmo è padrone, come tutti gli intellettuali dell'epoca, del resto, di un sapere enciclopedico, che gli permette di affrontare le situazioni con la giusta sagacia e prontezza nell'agire. Abbraccia i princìpi della filosofia cristiana e pagana (aristotelica,soprattutto),le teorie sulla conoscienza e sull'etica.
-Jorge da Burgos
Anche per Jorge, come per Guglielmo, la caratterizzazione fisiognomica è ben evidente nel testo ("era un monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, non solo il pelo, ma pure il viso e le pupille. La voce era maestosa e le membra possenti anche se il corpo era rattrappito per l'età"). Ma il tema che domina nelle discussioni di Jorge è sicuramente il riso e la sua importanza. Jorge disprezza gli esseri umani che ridono, perchè così si prendono beffe delle cose divine e si allontanano dalla realtà.Proprio per difendere l'inviolabilità del II libro della poetica di Aristotele, che giustifica e apprezza il riso, Jorge lo cosparge di veleno e provoca la morte di tutti coloro che hanno ardito di sfogliarlo. L'autore esprime anche un giudizio su Jorge, per bocca però di Guglielmo, verso la fine del romanzo ("d'altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte. In quel volto devastato dall'odio per la filosofia, ho visto il ritratto dell'Anticristo. Esso può nascere dalla stessa pietà o dall'eccessivo amore per la verità"). Un giudizio, quindi, estremamente negativo.
-Bernardo Gui
Come al solito, è rilevante, dapprima, la caratterizzazione fisiognomica ("era un domenicano di circa settant'anni, esile ma diritto nella figura; i suoi occhi sono particolari, grigi, freddi, capaci di fissare senza espressione, abile sia nel celare pensieri e passioni che nell'esprimerli a bella posta"). Si capisce dai suoi comportamenti, come Bernardo, inquisitore papale, desideri vedere gli imputati subito messi al rogo:infatti egli non ricerca la giustizia, il suo scopo è avere un capro espiatorio per rafforzare davanti al popolo la potenza della sua carica.
7. Narratore e focalizzazione
Il narratore, Adso da Melk, si può definire "onnisciente" in quanto, pur essendo presente nella storia come personaggio, ha già vissuto gli eventi che descrive dal momento che li ricorda alla ormai veneranda età di ottanta anni. Il narratore è inoltre di primo grado, poichè non lascerà mai a nessun altro personaggio il compito di narrare gli eventi. Di conseguenza, la focalizzazione è interna, in quanto il narratore è allo stesso tempo colui che parla e colui che vede, quindi tutti gli avvenimenti e le situazioni vengono analizzate secondo il punto di vista dell'Adso diciottenne. A tal proposito, è interessante rilevare lo sdoppiamento dell'io:in alcuni punti, infatti, si nota che l'Adso diciottenne non riesce a spiegarsi dei comportamenti e delle azioni che al contrario l'Adso ottantenne comprende.
8. Livello spaziale e temporale
L'intrigo abita in una abbazia dell'Italia settentrionale, di cui l'autore però tace sia il nome che la precisa ubicazione. Gli eventi accadono durante l'ultima settimana del novembre 1327: tempo della storia e tempo del racconto però non coincidono. Il tempo della storia si articola in sette giorni, e la narrazione di questi è suddivisa in varie ore secondo il giorno liturgico benedettino. Il tempo del racconto, invece, non è meglio precisato, dal momento che Adso scrive quando "giunto al finire della sua vita di peccatore, mentre canuto senesce" desidera lasciare testimonianza del suo passato.
9. Tecniche narrative
Tutto il romanzo si presenta come un grande "flashback", infatti Adso, monaco ottantenne ricorda le sue terrbibili esperienze di quand'era soltanto un novizio. Solo in qualche caso interviene l'io narrante con la tecnica del "flash-forward", anticipando avvenimenti che accadranno nel futuro. Il genere narrativo si può inquadrare fra il giallo poliziesco e la cronaca medievale e offre certamente diverse chiavi di lettura, come lo stesso Eco suggerisce quando afferma che "il romanzo è una macchina per generare interpretazioni".
10. Referente storico
Il contesto storico nel quale avvengono i fatti è il Medioevo. Aspetti e limiti di questa età sono ben descritti attraverso la, a volte pittoresca, rappresentazione dei personaggi. L'abbazia è poi il luogo ideale nel quale calare il romanzo in quanto nel Medioevo i luoghi sacri erano il fulcro della vita di allora. Nel Medioevo ognuno interpreta la fede a modo suo e inevitabilmente proliferano i movimenti eretici, la cui esistenza spesso si conclude in maniera tragica a causa della terribile realtà dell'Inquisizione. Si sente inoltre prossima la venuta dell'AntiCristo e quindi la distruzione del mondo.
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Senilità
“E’ il racconto dell’avventura amorosa che il trentenne Emilio Brentani si concede cogliendola di proposito sulle vie di Trieste. Emilio è un impiegatuccio che gode nei circoli cittadini di una piccola fama letteraria e si duole di aver sprecato ( e di non aver goduto ) tanta parte di vita. Vorrebbe vivere come fa lo scultore Balli , suo amico, che è indennizzato dall’insuccesso artistico da un grande successo personale, con le donne specialmente. Finora ad Emilio era sembrato di non aver saputo imitare l’amico, per le grandi responsabilità che su di lui incombevano, la sorte di una sorella, Amalia, che vive accanto a lui nella stessa inerzia, non più giovane e affatto bella. Subito la sorella è agitata vedendo che il fratello senza alcun ritegno si dedica al gioco pericoloso e proibito dell’amore, ma presto si convince in seguito all’esempio del fratello e alle teorie del Balli, ch’essa fu ingannata a che l’amore dovrebbe essere diritto di tutti. Per Emilio, intanto, la piccola avventura cui aveva voluto abbandonarsi si fa importante proprio in sproporzione al valore morale di Angiolina. Anzi ogni scoperta di una bassezza o di un tradimento di Angiolina non ha altro effetto che di legarlo meglio a lei. Egli sente il suo attaccamento e la sua soggezione a quella donna come un delitto. Non sapendo imitare il Balli ne invoca l’aiuto. L’intervento del Balli tra i due amanti e anche tra il fratello e la sorella ha degli effetti disastrosi. Tutt’e due le donne si innamorano di lui. Inutilmente Emilio tenta di allontanarlo da Angiolina, perché costei gli si attacca, ma con facilità l’allontana dalla sorella che ora dovrebbe ritornare alla sua inerzia e invece si procura l’oblio con l’etere profumato. Un giorno Emilio trova la sorella nel delirio della polmonite. Richiama il Balli e i due uomini assistono la moribonda con l’aiuto di una vicina. Ancora una volta per aver scoperto un nuovo tradimento di Angiolina, Emilio lascia sola la sorella, ma poi ritorna a lei e le resta accanto finché chiude gli occhi.” Così lo stesso Italo Svevo riassume la trama del suo secondo romanzo, Senilità, condensandone in poche righe l’essenza ed i temi. Il romanzo infatti non racconta di una vicenda esemplare, non tratta di personaggi che possano essere assunti come “tipi” umani, ma è la rappresentazione di un periodo di vita di quattro persone, che vivono secondo la propria individualità, pur determinata dal proprio posto all’interno della società. Emilio , un piccolo borghese, colto, si misura con Angiolina, bella “figlia del popolo”, proletaria ed incolta, che egli cerca di elevare, socialmente e culturalmente, dall’alto della sua “superiorità”. Tuttavia la vicenda si conclude con il rovesciamento della situazione iniziale, e la sconfitta totale del debole borghese di fronte alla forza spregiudicata della bella ed immorale Angiolina, che distrugge il suo innamorato quasi inconsapevolmente, senza la vera volontà e consapevolezza dei propri atti. L’annientamento di Emilio è infatti determinato proprio dalla sua essenza, dalla sua natura di giovane già invecchiato, ed il destino della sua storia con Angiolina si può già leggere nelle prime righe del romanzo, quando egli pone le basi per la sua storia d’amore: “Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: « T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo d’andare molto cauti»” parole che suonavano come “Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo” Da principio quindi Emilio, con patetico cinismo, crede di essere in grado di controllare e manipolare il suo rapporto con la donna a suo piacere, senza difficoltà, e proprio a causa di questa sua supposta sicurezza, che non possiede, entrerà in una crisi sempre più acuta quando vedrà allontanarsi la donna che lo aveva interessato e che aveva creduto di poter dire “sua”. Mentre cresce l’amore che egli porta per la sua Ange, questa perde il suo interesse per l’amante, e senza troppi scrupoli o indugi, si concede altre storie, pur tenendo a sé Emilio con continui inganni e bugie, con il naturale rovesciamento delle premesse della relazione tra i due: colei che doveva essere giocattolo diventa giocatore, colui che doveva godere e manipolare si ritrova a soffrire ed a essere quasi vittima do sé stesso e dei propri sogni. Mentre infatti Angiolina mette in atto le sue infinite e fantasiose bassezze, Emilio non si dà pace tentando di capire e sanare il tormentato sentimento che nutre per la ragazza, e finisce col rinchiudersi in un sogno, non essendo capace di rapportarsi in modo critico e consapevole con la vera realtà. Egli è un inetto, inerte ed incapace è tutto rivolto a costruire sé stesso, i propri rapporti umani, la propria vita di ricordo e sogno, in un impossibile rapporto cosciente con la realtà. La sua esistenza appare in attesa di occasioni che non si realizzano, perché è perduto dietro a desideri, sogni ed illusioni, ed egli diventa così il simbolo dell’incapacità di cogliere le contraddizioni della vita e della propria personalità. La sua inettitudine si concretizza poi anche nella vita familiare, ovvero nei rapporti con la sorella: Amalia “piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino”. Egli quasi si dimentica di Amalia dopo l’innamoramento, ma la donna non può rimanere indifferente all’esperienza del fratello e, convertitasi all’amore, cade anch’essa vittima del Balli. Anche per lei l’amore diventa malattia, e la sua malattia vuole curare Emilio, che ha scoperto l'innamoramento della sorella nelle frasi sconnesse e confuse dei suoi sogni e nel comportamento quasi ossessivo con cui ella attende le visite del pittore. Emilio, credendo di proteggere la fragile sorella, tronca le sue speranze e le sue illusioni invitando il Balli a non frequentarla più, ma l’effetto che ottiene è quello di un’ulteriore peggioramento delle condizioni psichiche e fisiche della povera Amalia che conclude la sua misera e disperata esistenza nella malattia, morendo di polmonite assistita moribonda dal fratello, dal Balli e da una vicina di casa. Amalia muore per amore, ma forse anche per la disattenzione del fratello che, ammalato a sua volta di Angiolina, non fa che ondeggiare tra l’amore rovinoso per l’una e l’amore premuroso di un fratello per l’altra donna, incapace di curare l’uno per dedicarsi in modo completo all’altro.
Emilio ed Amalia risultano quindi essere gli sconfitti, l’uno colpevole di eccesso di sicurezza e presunzione, l’altra di eccesso di illusioni, mentre la spregiudicata Angiolina e l’abile Balli si figurano come le cause della rovina dei due fratelli, cause però innocenti e per questo anche impunite.
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ANALISI DEL TESTO
LIBRO: Racconti AUTORE: Edgar Allan Poe
RACCONTO: Ligeia
Fabula: Intreccio:
- Presentazione e descrizione di 1. Descrizione della camera nuziale
Ligeia. 2. Segni di vita da parte della seconda
- Malattia e morte della donna defunta.
- Secondo matrimonio
- Malattia della seconda moglie
- Avvengono strane apparizioni
Nella dimora dei due sposi
6. Ritorno di Ligeia
Lo strano racconto di LIGEIA fa parte di un nuovo genere narrativo sperimentato da Poe: esso consiste nell’unire il fantastico al poliziesco, anche se in questo brano non è così evidente la presenza del secondo genere. Il narratore, onnisciente e di primo grado perché racconta la vicenda in prima persona, utilizza un lessico molto comprensibile e le frasi da lui abilmente composte sono semplici, ma allo stesso tempo complesse, data l’utilizzazione di una tecnica di scrittura quasi VECCHIA. Si può notare, inoltre, come in tutti i suoi brani, Poe, sottolinei le parole chiave con un carattere diverso come persona, riferendosi a Ligeia, oppure stranezza, sempre riferendosi alla defunta moglie.
Il narratore, che si identifica con il protagonista, non da ne una descrizione, ne una caratterizzazione del personaggio, che ci appare quindi dal suo modo di comportarsi come un grande e bizzarro amatore.
Poe descrive invece minuziosamente Ligeia, donna oltre che bellissima, anche molto dolce e straordinariamente intelligente, per definire la sua impressionante bellezza, il narratore arriva al punto di utilizzare epiteti omerici come GIACINTEA.
Qui avviene la rottura dell’equilibrio iniziale, la tanto amata Ligeia si ammala e dopo un’agonizzante malattia muore sotto gli occhi del marito. In questo punto si ha la massima somiglianza tra il narratore ed il protagonista, di cui non si ha neanche il nome proprio per favorire questa personificazione, si può notare, infatti, oltre che la sofferenza per la morte della moglie da entrambi provata, come, sul letto di morte, Ligeia chieda al marito di ripetere i versi da lei composti poco tempo prima, e analogamente Poe aveva esordito nel campo letterario come poeta.
Il protagonista, abbandonatosi al dolore, acquistò una vecchia abbazia da lui ristrutturata in modo alquanto grottesco. Si risposò, in seguito, con un’altra splendida ragazza, ma, il ricordo ed il suo amore furono sempre completamente dedicati alla moglie scomparsa. Anche quando la seconda moglie morì, lui rivisse gli attimi passati con Ligeia, ed ella tornò magicamente a vivere..
Questo finale, alquanto strano, può essere interpretato in vari modi: il risveglio di Ligeia potrebbe, infatti, essere legato alle frasi dette sul punto di morte: L’UOMO NON SI ARRENDE AGLI ANGELI, NE COMPLETAMENTE ALLA MORTE, SE NON ATTRAVERSO LA FRALEZZA DEL SUO VOLERE, e quindi ella, che amava suo marito più di ogni altra cosa, avrebbe lottato per tornare in vita fino ad ottenere la sua nuova libertà; oppure potrebbe essere il contrario, cioè, proprio il protagonista, come Poe nella realtà, si sarebbe abbandonato al dolore fino al punto di lasciarsi morire e poter quindi, tornare a vivere con la sua amata nell'aldilà.
Il secondo matrimonio è la prova posta al protagonista, Ligeia infatti, tornerà in vita solo qualora il marito le avesse dimostrato tutto il suo amore e la prova viene superata con straordinaria bravura, ed il tanto desiderato ricongiungimento ha quindi atto.
In questo racconto, come in molti altri scritti da Poe, si può notare come i protagonisti cerchino di sfuggire dalla morte, ma questa teoria non fu praticata dallo scrittore, che, invece, alla morte andò incontro a braccia aperte desideroso di scappare dal suo dolore.
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Cantù Roberto
LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE
Il signor Utterson era un avvocato dall’aspetto rude e dal carattere freddo, nonostante che era austero verso sé stesso era tollerante nei confronti degli altri. Per amici aveva i propri consanguinei e gli amici di vecchia data. Uno di questi era il signor Enfield, parente alla lontana, con cui aveva l’abitudine di effettuare delle passeggiate la domenica, durante le quali non scambiavano alcuna parola.
Durante una di queste passarono casualmente in un quartiere di Londra molto vivace e appariscente. Una porta discostava però totalmente dall’ambiente circostante: l’edificio che la ospitava aveva un aspetto truce e trascurato.
Enfield la fece notare a Utterson e gli raccontò di una strana storia collegata a quella porta. Una notte lo stesso Enfield tornava a casa, quando , per strada vide due figure: una era un uomo di bassa statura e l’altra era una bambina che correva nella direzione opposta: i due si scontrarono e senza alcun ritegno l’uomo calpestò la bambina e proseguì per la sua strada. Il signor Enfield lo raggiunse, lo fermò e lo portò dalla bambina, che era intanto stata raggiunta dai genitori e da un medico. L’uomo appariva odioso e ripugnante a prima vista. Minacciando di far esplodere uno scandalo costrinsero l’uomo a versare una discreta somma alla famiglia. L’uomo portò il padre della bambina e i testimoni davanti a quella porta, vi entrò e uscì con in mano un assegno firmato da un nome molto noto, che Enfield preferì non comunicare a Utterson. Gli rese noto però il nome della persona che aveva compiuto lo spregevole gesto: Hyde. Gli disse inoltre che il tale aveva uno strano aspetto, come di deformità, anche se non sapeva spiegare bene in cosa consistesse. Utterson disse all’amico che sapeva già della storia e che conosceva persino il nome di colui che firmò l’assegno.
Quella sera Utterson rincasò colto da forti dubbi, fomentati da uno strano testamento deposto presso di lui da un altro suo amico, il dottor Henry Jekyll. Nel testamento questi devolveva tutti i suoi averi, in caso di morte o sparizione al suo “amico” Edward Hyde. In preda a tali timori si recò a casa del dottor Canyon, amico di vecchia data suo e di Jekyll, convinto che egli potesse saperne di più riguardo a questa storia. Dopo uno scambio di cortesie, Utterson chiese a Lanyon di Jekyll, ed egli gli rispose, con uno scatto di collera, che dopo una divergenza di opinioni scientifiche i due non si vedevano quasi più, e non aveva quindi informazioni utili.
Ancora preoccupato per la sorte del suo amico Jekyll, decise di andare a conoscere personalmente il signor Hyde. Per far ciò prese a frequentare regolarmente i dintorni della famosa porticina dove Hyde era entrato secondo il racconto di Enfield.. La sua pazienza fu infine ricompensata ed una notte si trovò faccia a faccia con Hyde. Intraprese un breve discorso durante il quale Hyde si lasciò vedere in faccia da Utterson, su richiesta dello stesso, ma velocemente Hyde si introdusse nella porticina, lasciando Utterson scosso da un’inquietudine causata dalla vista dello strano uomo: era pallido e un po’ sbilenco, dava l’impressione della deformità senza alcuna imperfezione, il sorriso era sgradevole, e si era comportato con l’avvocato con un misto di timore e sfacciataggine. Tutto questo però non giustificava il senso di ripugnanza che causava a chi l’osservava.
Decise quindi, per il bene di Jekyll di andare a casa sua e parlare direttamente con lui, ma quando vi arrivò, Poole, il vecchio maggiordomo, gli disse che il signor Jekyll non era in casa, e che quelle assenze erano regolari, che il signor Hyde possedeva una chiave per entrare in quella porta e che tutta la servitù aveva l’ordine di obbedire a quest’ultimo.
A queste parole Utterson rincasò, tormentato più di prima dalle sventure che potevano essere capitate a Jekyll.
Alcuni giorni più tardi il dottor Jekyll invitò a pranzo alcuni dei suoi più cari amici, tra cui Utterson. Finito il pranzo questi si trattenne presso il dottore, così da poter parlare con lui riguardo quegli strani avvenimenti, nonché delle discordie con Canyon. Ne conseguì che il signor Utterson non ne sapesse molto più di prima, se non la richiesta di pendersi cura di Hyde in caso di scomparsa di Jekyll, in quanto riponeva in lui molto interesse.
Quasi un anno dopo Londra fu sconvolta dall’assassinio di un personaggio altolocato, Sir Danvers Carew. La scena dell’omicidio era stata scorta dalla cameriera di una casa vicina. La donna era nella propria camera ad osservare le stelle quando, casualmente, vide un signore anziano e un altro, molto piccolo, che riconobbe in un certo signor Hyde, che aveva reso visita al suo padrone. I due avanzavano in senso opposto, e quando si incontrarono l’anziano si rivolse all’altro. Dopo una breve conversazione il signor Hyde fu colto da un impeto d’ira e aggredì il vecchio, colpendolo con un massiccio bastone da passeggio, fino ad ucciderlo. All’arrivo della polizia furono trovati, oltre al corpo, solamente un pezzo del bastone e una lettera destinata all’avvocato Utterson.
Appena Utterson, convocato dalla polizia per il riconoscimento del cadavere, udì il nome di Hyde, portò i funzionari alla casa dello stesso, il cui indirizzo gli era stato fornito da Jekyll. Giunsero alla dimora di Hyde e quando chiesero di ispezionare la casa sul volto dell’anziana governante, che aveva aperto loro, apparve un lampo di gioia. L’interno della casa si presentava quasi completamente spoglio, a parte un paio di camere, ammobiliate con gusto. Dietro l’uscio di una di esse fu ritrovata una parte del bastone con il quale Hyde aveva ucciso Carew.
A pomeriggio inoltrato a Utterson poté finalmente recarsi a casa di Jekyll. Poole lo accompagnò attraverso quello che era stato il laboratorio di un famoso chirurgo, prima di essere acquistato da Jekyll e trasformato in un laboratorio chimico dallo stesso. Era la prima volta che l’avvocato si recava in quella parte della casa dell’amico e osservò con curiosità i tavoli pieni di strumenti per esperimenti. Ad una estremità una rampa di scale conduceva nello studio del dottore. Questa stanza era in comunicazione con la strada attraverso delle piccole finestre munite di sbarre. Vicino al camino acceso sedeva il dottor Jekyll, con l’aspetto di una persona malata. Dopo un breve scambio di cortesie, ed appena il maggiordomo se ne andò, Utterson arrivò al dunque, parlando a Jekyll della morte di Carew e delle prove contro Hyde, avvisandolo del pericolo di compromissione che correva. Jekyll assicurò al legale che era l’ultima volta che si sarebbe sentito parlare di Hyde. Oltre a questo gli consegnò una lettera che aveva appena ricevuto, firmata da Edward Hyde, che affermava che il dottor Jekyll, benefattore dello scrivente non doveva stare per lui in pena, in quanto aveva vie di scampo in caso di necessità. Utterson espresse anche i timori che aveva riguardo al testamento e al pericolo di vita che Jekyll correva a causa di Hyde. Nell’uscire scambiò qualche parola con Poole riguardo alla lettera, ma il maggiordomo disse che non era stata consegnata alcuna lettera. Questo fece rinascere in Utterson i timori che aveva avvertito i giorni precedenti.
Poco dopo si ritrovò nel suo studio, in compagnia del suo aiutante, il signor Guest, appassionato di grafologia e gli sottopose la lettera che Jekyll gli aveva consegnato poco prima. Guest la confrontò con un invito a cena firmato da Jekyll e con grande sorpresa affermò che le due firme provenivano dalla stessa persona. Questo fece sussultare Utterson e gli provocò dei dubbi sull’onestà di Jekyll.
Il tempo trascorse e nonostante la taglia per la cattura di Hyde, questi non era mai stato trovato. Allo stesso tempo Jekyll era tornato ad una vita normale, uscendo dall’isolamento e ricominciando a frequentare gli amici. Alcuni giorni dopo che Utterson e Canyon insieme ad alcuni amici si erano recati a cena da Jekyll, questi ripiombò nell’isolamento totale, rifiutandosi di ricevere Utterson per una lunga serie di giorni. A ciò Utterson decise di andare da Lanyon per vedere se questi sapeva ne qualcosa, ma quando lo vide restò turbato: Lanyon era in fin di vita, a causa, così disse, di un orrendo avvenimento a cui aveva assistito. Appena Utterson nominò Jekyll, Lanyon ebbe uno scatto d’ira, seppur mitigato dalla condizione in cui si trovava, e disse che non voleva più sentirne parlare.
Utterson tornò a casa e scrisse a Jekyll, lamentandosi del fatto di non venire ricevuto, e chiedendo informazioni riguardo al dissidio con Lanyon. Jekyll rispose il giorno dopo, dicendo che aveva deciso di compiere una vita segregata e che sarebbe quindi stato meglio che non si fossero più incontrati. Riguardo al dissidio con Lanyon disse che non aveva nulla contro di lui, ma che era dello stesso parere.
Presto Lanyon morì. La sera dopo il funerale Utterson riprese una lettera del defunto indirizzata a lui, la cui intestazione indicava di non aprirla fino alla morte o alla scomparsa di Jekyll, e che non avrebbe dovuto aprirla altri che Utterson stesso. Nonostante la curiosità che o attanagliava resistette all’impulso di aprire la busta, e provò quasi un sollievo quando, ripresentandosi a casa di Jekyll alcuni giorni dopo, non fu ricevuto.
Una domenica, durante una delle solite passeggiate di Utterson e Enfield, questi si ritrovarono di fronte alla famosa porticina. In una delle finestre sovrastanti videro Jekyll, e subito Utterson si fermò a parlare. Dopo pochi istanti però sul volto di Jekyll comparse un’espressione di terrore, tale da impaurire anche i due sulla strada, e subito la finestra di Jekyll fu richiusa. I due, ancora intimoriti, si allontanarono velocemente senza proferire parola sull’accaduto.
Una sera, dopo cena, Poole si presentò da Utterson, era molto spaventato e chiese a Utterson di recarsi a casa di Jekyll. Senza indugio Utterson vi si recò. Lì trovo che tutta la servitù era spaventata a causa di ciò che poteva essere accaduto a Jekyll e Poole andarono all’ingresso dello studio, e, appena Poole annunciò l’arrivo di Utterson una voce, diversa da quella di Jekyll, disse che non poteva riceverlo. Poole ribadì che non si trattava della voce di Jekyll. Raccontò inoltre che la voce che aveva risposto apparteneva a un persona che da diversi giorni si aggirava per il laboratorio, cercando di non farsi vedere. Lo stesso Poole lo aveva intravisto solamente una volta mentre prendeva delle sostanze chimiche lasciate dello stesso Poole, per ordine di Jekyll, fuori dal laboratorio. Per di più era già da diverso tempo che Jekyll lo incaricava di andare ad acquistare quantitativi di sostanze per i suoi esperimenti, lamentandosi ogni volta che la merce non era abbastanza pura. A ciò Utterson decise di penetrare nel laboratorio con la forza, ma appena abbatté la porta trovò Hyde riverso sul pavimento, morto. Tra le carte di Jekyll, sulla scrivania, trovò una lettera destinata proprio ad Utterson, che diceva di leggere i due documenti, quello di Lanyon e quello di Jekyll, per sapere la verità. Riluttante, ma bramoso di sapere, Utterson si diresse subito a casa per leggerli.
La prima relazione che lesse fu quella di Lanyon. Parlava di una lettera spedita da Jekyll, il quale, affidandosi all’amicizia sincera e duratura che vi era tra loro, gli chiedeva di recarsi a casa sua, nello studio, a costo di dover scassinare la porta, e prelevare un cassetto contenente delle polveri, una fiala e un quaderno. Più tardi, nella nottata, un uomo si sarebbe presentato a suo nome e Lanyon avrebbe dovuto consegnare il cassetto, con tutto il suo contenuto, ad egli. La lettera chiedeva inoltre di fare ciò immediatamente, perché era in gioco la vita e l’onore dello stesso Jekyll. Leggendo ciò Lanyon aveva preso Jekyll per pazzo, ma nel dubbio si affrettò ad eseguire le sue richieste: si recò nel laboratorio, prelevò il cassetto e tornò immediatamente a casa. Allo scoccare della mezzanotte uno strano personaggio, dall’aria deforme ed abbigliato in maniera curiosa, si recò presso Lanyon, a nome di Jekyll, e pretese di ricevere il cassetto. Chiese a Lanyon se voleva sapere una verità, scottante, che non lo avrebbe arricchito né fatto più saggio, ma che gli avrebbe dato la consapevolezza di aver aiutato un uomo. Lanyon accettò, e lo strano uomo, dopo aver mescolato il contenuto della provetta ai sali contenuti nel cassetto, bevve la pozione ottenuta. Lanyon fu preso dall’orrore mente lo stano personaggio, in presa agli spasmi, si deformava, per prendere poi l’aspetto dell’amico, il dotto Jekyll. Come Jekyll confessò poi, la creatura era conosciuta col nome di Hyde, ed aveva commesso abominevoli gesti di crudeltà, tra cui l’assassinio di Carew.
La seconda relazione era quella dello stesso Jekyll.. Egli si era sempre considerato di carattere docile, ma di forte temperamento. Ciò lo portò ad assumere una serietà fuori dal comune, per raggiungere i suoi obbiettivi, che erano molto elevati. Considerava però le mancanze che il suo atteggiamento comportava come una colpa, finché non si ritrovò con una personalità divisa in due, di cui lui riusciva ad esprimere una sola parte. Mentre rifletteva su ciò che essere diviso in una parte votata al male ed una votata al bene, capitò che i suoi studi scientifici riuscirono ad ottenere una sostanza che metteva più in luce la parte malvagia, che era normalmente in lui repressa. La sperimentò e si ritrovò diverso non solo nello spirito, ma anche nella forma, più giovane seppur con un’aria deforme. La seconda parte dell’esperimento lo portò a ritrasformarsi in Jekyll, e pure essa riuscì con successo. Ripeté l’esperimento più volte in giorni diversi, anche per soddisfare la parte del suo carattere repressa, ma più di una volta Hyde, la parte malvagia commise atti disonorevoli, che sfociarono nel mostruoso. Una grave pecca dell’esperimento era che, mentre Jekyll si interessava ad Hyde, a questi non importava assolutamente niente della controparte. Più di una volta, e per lunghi lassi di tempo, Jekyll decise di non trasformarsi più in Hyde, ma mai resistette definitivamente, ed ogni volta che queste astinenze avevano luogo, Hyde si mostrava più cruento della volta precedente. Ogni cosa ha però un limite e così alla fine, mentre Jekyll stava seduto tranquillamente in un parco, un brivido lo colse e si ritrovò tramutato in Hyde. Non potendo tornare a casa alla luce del giorno per pericolo di essere riconosciuto e arrestato, fu costretto a chiedere l’aiuto dell’amico Lanyon, che gli portò il materiale necessario alla trasformazione e vi assisté. Le trasformazioni non volute si ripeterono più volte, e tornare Jekyll era ogni volta più difficile. Dopo circa una settimana tutti i sali contenuti nella soluzione originale erano terminati, e quelli che inviava Poole ad acquistare non erano efficaci. Prima di trasformarsi definitivamente in Hyde lasciò lo scritto sulla scrivania, sperando che Hyde non lo distruggesse. Terminando queste righe diede fine alla vita del dottor Henry Jekyll, dichiarando che quello che sarebbe stato dopo non era più lui.
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RECENSIONE:
MADAME BOVARY
di Gustave Flaubert
traduzione di Oreste del Buono
VIII edizione, 1997
Garzanti, Milano
n. pagine 180
Il romanzo Madame Bovary è stato scritto dall’autore francese Gustave Flaubert, scrittore che aderì al movimento letterario ottocentesco del naturalismo.
L’opera si articola in tre parti, in ognuna delle quali la vita della protagonista cambia radicalmente. Il narratore è esterno e occulto (non fa cioè avvertire la sua presenza attraverso l’inserimento di opinioni personali) e la focalizzazione è interna multipla.
La vicenda è ambientata nella Francia di metà Ottocento. Tutto ha inizio con l’arrivo di un nuovo alunno, Charles Bovary (in quel momento quindicenne), nel collegio della città di Rouen. In seguito seguì gli studi di medicina (per tentare di seguire le orme del padre) e al secondo “tentativo” riuscì a laurearsi. Venne poi il tempo di trovargli una moglie. Sua madre se ne incaricò e gli fece conoscere una vedova, la signora Héloïse Dubuc, che lui accettò di sposare.
I due non andarono mai molto d’accordo: lui non la amava. Una svolta nella sua vita si determinò nel momento in cui fu chiamato a curare un contadino presso una fattoria non molto vicina al paese in cui risiedevano i coniugi Bovary, Tostes. L’agricoltore si era fratturato una gamba. Con l’uomo malato viveva anche la figlia Emma Rouault. La ragazza (dai grandi occhi e dai lunghi capelli neri), orfana di madre, aveva ricevuto una buona educazione in un convento e lì aveva conosciuto gli amori, le passioni attraverso la lettura di romanzi.
Intanto Héloïse, a causa di una malattia, morì e Charles cominciò a frequentare più assiduamente i Rouault e ad accorgersi di essersi innamorato di Emma. Finì per chiederle di sposarlo, la ragazza accettò.
Andarono ad abitare a Tostes, lui era molto felice, mentre lei ben presto si accorse di non aver trovato quel bell’amore, passione, felicità di cui aveva sempre letto. Si pentì anche di essersi sposata.
Suo marito era vuoto, piatto, non sapeva farle provare vere emozioni, perché credeva che Emma, come lui, si sentisse appagata dalla propria ordinaria esistenza. La loro era una vita di routine. Accadde poi, nella vita della signora Bovary qualcosa di straordinario: furono invitati presso un marchese che dava un ricevimento. Per Emma quella fu un’esperienza meravigliosa (con tanto sfarzo e ricchezza) ma purtroppo lontana dalla realtà in cui lei viveva. Da quel momento la sua vita cambiò: si viziava, stava sempre attenta alle mode del momento. Si accorse anche di disprezzare profondamente il marito, la annoiava. In seguito la sua esistenza mutò di nuovo: si trovò priva di ogni interesse e finì con l’ammalarsi di un malattia nervosa. Per questo motivo Charles decise di farle cambiare aria e i due andarono ad abitare a Yonville-l’Abbaye, nella Francia del Nord. Durante la loro prima serata in quella cittadina, Emma conobbe un giovane generalmente piuttosto timido, il praticante di notaio Leon Dupuis. I due andarono subito piuttosto d’accordo, scoprendo di avere in comune numerosi interessi: musica, letteratura, arte.
Da quel giorno si frequentarono spesso e Leon si innamorò della donna e lei di lui. La signora desiderava fuggire col suo amato, ma la presenza del marito glielo impediva, per questo lo odiava (nonostante fosse diventata più dolce anche con lui, e soprattutto apprezzata da tutti) e soffriva. Purtroppo Leon si stancò di quell’amore mai dimostrato e preferì allontanarsi da Yonville per andare a studiare legge e spassarsela a Parigi. Per Emma cominciò un periodo terribile di dolore sia fisico che psicologico. Qualche tempo dopo, si rivolse a suo marito un ricco proprietario di Yonville: Rodolphe Boulanger (scapolo e famoso per essere un gran rubacuori), il quale notò la bellezza di Emma e decise di sedurla. Per un po’ si frequentarono regolarmente, poi lui non si fece più vedere per sei mesi. Quando “riapparve”, le confessò di amarla e i due diventarono presto amanti: si incontravano regolarmente presso il giardino della abitazione della donna. L’amore per l’amante aumentava ogni giorno di più (mentre diminuiva quello per il marito, che nonostante tutto continuava ad adorarla), fino a che lei non gli propose di fuggire insieme per ricominciare una vita di felicità e passione. Tutto era ormai stabilito, ma il giorno prima della fuga d’amore, Rodolphe si pentì di ciò che aveva promesso di fare e scrisse una lettera nella quale comunicava alla donna del suo ripensamento (egli si accorse anche di non provare niente di particolare per Emma: era come tutte le sue donne precedenti). La signora dopo aver ricevuto quella triste notizia, tentò, ma invano, di suicidarsi, poi cadde in una grave malattia. Intanto per i Bovary vennero a crearsi anche una serie di problemi economici, a cui Charles tentò di rimediare prendendo in prestito una somma di denaro, con restituzione a lunga scadenza.
Il marito decise (sotto il consiglio del loro amico, il farmacista Homais) di portare la moglie a teatro in modo da farle passare quella depressione che l’affliggeva. Lo spettacolo che decisero di andare a vedere era a Rouen (una città non lontana da Yonville), lì i due coniugi rincontrarono Leon, che ora lavorava da un notaio del luogo. Da quel momento l’avvocato ed Emma divennero amanti. Lei, una volta la settimana, si recava in città con la scusa di dover prendere delle lezioni di piano e invece incontrava il suo ultimo amore. Si amavano moltissimo. Nel frattempo Emma aveva ottenuto la procura dal marito, potendogli così gestire tutti i beni; non fu però abile nel farlo, perché si riempì sempre di nuovi debiti e di nuove cambiali da pagare (nascondendo ogni cosa a Charles).
L’unico motivo di gioia era rimasto per lei Leon, anche se tra i due la passione non era quella di una volta, lui si sentiva soffocato dalla sua invadenza. Poi anche Emma finì per non amarlo più: tutto era divenuto per lei così monotono e piatto. Non sopportava più niente e nessuno. In aggiunta ai suoi problemi giunse un’intimazione del re di saldare tutti i suoi debiti (che ammontavano a ottomila franchi), che aveva accumulato col merciaio, nel giro di un giorno.
A quel punto, disperata, si rivolse a Leon, a Rodolphe e al notaio, ma nessuno dei tre la aiutò. Charles continuava a non sapere niente. Emma si sentì così incapace di reagire che scelse di suicidarsi (assumendo dell’arsenico) e di informare il marito dei fatti attraverso una lettera.
La donna morì dopo una dolorosa agonia. Il marito da quel momento non fu più lo stesso. Viveva in totale solitudine con l’unico pensiero di pagare i debiti della moglie. Distrutto, morì poco dopo e venne ritrovato dalla figlia Berthe che aveva avuto da Emma poco dopo il loro trasferimento a Yonville.
Attraverso all’analisi del romanzo di Flaubert possono emergere diverse tematiche che l’autore ha voluto evidenziare. In primo luogo credo che abbia voluto dare importanza alla continua ricerca di felicità dell’uomo che, generalmente, non si accontenta mai di ciò che ha e ambisce ad ottenere sempre qualcosa in più. Un qualcosa che talvolta è irrealizzabile e immaginario (come è per Emma la ricerca continua dei sentimenti, della passione e della felicità).
Inoltre ritengo che sia emersa la presenza di due opposte personalità nell’essere umano, una irrazionale e una invece più tranquilla, più ponderata, che difficilmemte riescono a conciliarsi tra loro
Da questo deriva la lotta continua tra questi due lati del carattere di una persona che porterà al predominio di uno dei due sull’altro, generalmente quello irrazionale.
In ultimo penso che si possa individuare lo scontro che esiste tra la scienza e la Chiesa, che nel caso del romanzo in questione è impersonificato dal farmacista Homais e dal parroco don Bournisien. I due sono frequentemente in contrasto rispetto a innumerevoli aspetti della vita.
Il mio giudizio personale dell’opera è sostanzialmente buono. Credo però che sia un romanzo di non facilissima lettura, in quanto l’autore si sofferma molto, forse troppo, sulla descrizione degli ambienti e dei minimi particolari che lo compongono.
Risultano invece interessanti le parti descrittive relative agli stati d’animo che si susseguono in Emma e conferiscono maggior credibilità alla vicenda.
I vari personaggi sono tutti molto ben descritti e con una caratterizzazione piuttosto chiara: Charles molto tranquillo, vuoto, privo di grande immaginazione e decisamente poco passionale, Homais, il farmacista, piuttosto saccente, senza dubbio presuntuoso e anche invadente, poi naturalmente Emma, sempre alla ricerca di nuove esperienze, di passione.
Insomma tutti, anche i personaggi secondari, hanno una caratterizzazione precisa e chiaramente ricavabile dalla lettura.
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TONETTO FABRIZIO
I VENTITRE’ GIORNI DELLA CITTA’ DI ALBA
Il primo giudizio dei critici marxisti alla raccolta di Beppe Fenoglio intitolata I ventitrè giorni della città di Alba non fu affatto lusinghiero: infatti dicevano che la problematica della Resistenza era stata trattata in maniera “qualunquista, tendenziosa, falsa e meschina” e presentava partigiani “tra la caricatura e il picaresco, senza un preciso retroterra politico-ideologico”. Com’è però possibile che Fenoglio, oppositore istintivo di un regime (quello fascista) che è la negazione dei valori etici, umani e culturali su cui egli aveva costruito la propria personalità, abbia potuto parlare in modo tanto negativo, o comunque non sufficientemente enfatico, di quella lotta che per eccellenza voleva la distruzione di quel regime? Perché la sua opera non è stata gradita alla cultura di sinistra, se ciò che egli scrive nasce dalla sua personale e diretta esperienza? E se la sua non è stata una testimonianza autentica e veritiera, perché avrebbe dovuto mentire su una cosa che faceva tanto onore a quell’ideologia politica di cui lui stesso era sostenitore? Val la pena conoscere meglio l’opera, considerandone la natura, i temi e lo stile.
I ventitre giorni della città di Alba è una raccolta di dodici racconti divisi in due gruppi: il primo rievoca episodi partigiani, il secondo, invece, riporta storie contadine che in parte hanno ben poco a che fare con il periodo della Resistenza e, a guardar bene, anche con il dopoguerra, nonostante Vittorini, primo editore del libro, abbia visto rappresentata in esso “l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra”: Quell’antica ragazza, infatti, non è che un componimento poetico, L’acqua verde un disperato, e purtroppo comunissimo, caso di suicidio, Nove lune una altrettanto comune storia di gravidanza indesiderata con le sue conseguenze, Pioggia e la sposa il ricordo, fatto da un bambino, di una gita verso un paese dallo strano nome sotto un gran temporale. Ettore va al lavoro, invece, è l’unico che propone l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra, tanto è comprensivo e rappresentativo di quel particolare periodo. In questo racconto la realtà contadina è presentata nella sua difficile condizione senza cedimenti all’illusione o al sentimento e coglie nel paesaggio naturale delle Langhe un paesaggio morale fatto di paura, dolore, violenza e crudeltà al quale lo scrittore fu sempre molto legato e che considerava luogo più autentico della società urbana e non un mito irripetibile e lontano da recuperare nella memoria, come in Pavese. Le Langhe sono l'unico mondo in cui si realizzano tutte le dimensioni della vita, anche la guerra in cui i rapporti umani nascono e vivono più difficilmente.
Tornando al primo gruppo, che come si è detto rievoca episodi partigiani, l'opposizione armata al fascismo è rappresentata nelle sue luci e nelle sue ombre: la drammaticità degli eventi, i dubbi di chi decide di farsi partigiano in un clima di sopraffazioni e di violenza, le contraddizioni della guerra civile, le sue implicazioni politiche. Una cosa però sembra mancare in questa realistica descrizione dei partigiani che appare assolutamente veritiera, priva di giudizi personali e fortemente coinvolgente per la spontaneità di contenuti e di stile e cioè l'insieme degli aspetti di carattere storico e morale che sono necessarie basi per la formazione del movimento antifascista e antinazista e senza i quali la guerra partigiana si riduce ad una semplice avventura, seppur drammatica, vissuta quasi senza senso. La pietosità quasi commovente che accompagna alcune scene, la lucidità con cui sono riportati alcuni significativi avvenimenti e le poche notizie su un codice militare dei partigiani o le strategie di battaglia, forse, non resero sufficientemente il carattere fortemente politico della Resistenza, così almeno agli occhi dei partiti politici di sinistra. Si potrebbe comunque capire questa scelta, se scelta è stata, considerando la molteplicità di motivi che hanno spinto alla lotta in alcuni casi, la totale assenza degli stessi in altri. Si coglie poi negli stessi racconti un sincero senso di sgomento e forse anche di riprovazione di fronte alla lotta partigiana: Fenoglio sembra infatti quasi rimproverarsi di avervi partecipato e sembra affermare che l’inquietudine del dopoguerra nasca proprio da quei giorni. Emblematiche in questo senso sono le parole che lo scrittore mette in bocca a Max, partigiano badogliano catturato dai fascisti: “se me la cavo… non mi intrigherò mai più di niente” oppure le sensazioni di Raoul, giovane borghese che decide di presentarsi in formazione, cui tutto si presenta inaspettatamente crudo, antipatico disgustoso.
Lo stile, aspetto forse più qualificante e contraddittorio dello scrittore, è costituito da più componenti e valorizzandone una piuttosto che un’altra si rischia di caratterizzare in modi diversi l’opera stessa. Esso risente molto dell'estraneità dell'autore ai circoli letterari che lo rese scrittore d’istinto, non condizionato da schemi rigidi e prefissati, come avrebbero voluto i politici di sinistra, ma anche dell'ammirazione per la cultura e la civiltà anglosassone che lo portò alla lettura dei grandi autori inglesi come Coleridge, Melville e Conrad. Essi influenzarono tra l'altro anche il suo lessico che risulta essenziale, diretto e spontaneo e contribuisce a riportare gli eventi con chiarezza e spontaneità senza cadere nella retorica e nell’enfasi. Vi sono punti, poi, in cui il tono si fa quasi ironico ed epico-burlesco, e questo per la schiettezza antieroica che caratterizza alcuni passi, quelli più fraintesi e criticati, come per esempio la descrizione dell’entrata dei partigiani nella città di Alba in cui i partigiani appaiono come usurpatori del territorio conquistato e i loro capi impreparati ad organizzarli ed incapaci di risolvere problemi di difesa, di vettovagliamento e di amministrazione civile in genere. Il tono risulta infine, a ragione, più drammatico quando i partigiani si trovano in difficoltà o vengono colti, come nella maggior parte dei casi, nel momento della loro morte; ma non mancano nelle pagine anche punte grottesche e umoristiche accanto a quelle pietose.
I racconti nascono evidentemente dallo sconvolgente contatto con la guerra attraverso cui si forma lo scrittore-Fenoglio, o meglio, scaturisce nell’uomo-Fenoglio, l’incapacità di comprendere come l’uomo possa risultare tanto spietato all’uomo. La risposta che Fenoglio si dà al termine della sua indagine, non è immediata, né tanto meno scontata: la violenza tra gli uomini non è diretta conseguenza della guerra, anche se in essa trova la sua massima espressione, ma è presente già nella vita quotidiana, inevitabilmente legata alla natura dell’uomo. Questa risposta, maturata solo in seguito agli episodi, alle sensazioni e alle parole nate nel dramma della Resistenza, di cui anche lui è partecipe, costituiranno il materiale che, a guerra conclusa, verrà da lui rielaborato ed organizzato nelle sue opere.
In ultima analisi Beppe Fenoglio non ha né enfatizzato né dissacrato la Resistenza: l’incondizionamento da schemi rigidi e prefissati gli offre maggiore libertà di trattare gli argomenti in un modo particolare e individuale tenendo conto che il contatto con la guerra e la crudeltà degli eventi provoca in ognuno reazioni personali e quindi non sempre uguali o prestabilite; la presentazione che l’autore fa della guerra partigiana nelle sue luci ed ombre non fa che avvalorare il suo intento di riportare fedelmente i fatti come lui li ha vissuti; infine, il fatto che non abbia considerato i motivi che hanno spinto i partigiani a combattere può essere un punto a suo sfavore, ma anche un modo per snellire il racconto, visto che già li conosciamo, o comunque possiamo immaginarceli.
L'opera di Fenoglio lascia necessariamente una grande impronta nella letteratura italiana e ci dà una visione autentica e veritiera della Resistenza. Del resto già nel 1965, due anni dopo la morte dello scrittore, essa veniva rivalutata positivamente anche dalla critica di sinistra che così si esprimeva attraverso le parole di Paolo Spriano: “a Fenoglio va il merito di averci dato partigiani e Resistenza per come erano, nella loro pienezza di vita e di contraddizioni”.
TITOLO: I ventitrè giorni della città di Alba
AUTORE: Beppe Fenoglio
ANNO: 1952
EDITORE: Einaudi
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SCHEDA D’ANALISI PER LA NARRATIVA
Autore: Goethe Johann Wolfgang
Notizie sull’autore: Goehte (1749-1832), scrittore tedesco proveniente da una famiglia dell’alta borghesia, iniziò a studiare giurisprudenza all’università di Lipsia, mentre cresceva il suo interesse per la letteratura.
Gli scritti di J. J. Winckelmann gli fecero conoscere l’antichità e l’arte classica.
A Strasburgo, dove si recò per finire gli studi (1770-71), strinse amicizia con J. G. Herder, dal quale imparò ad apprezzare il medioevo germanico, la poesia popolare, l’opera di Ossian e di Shakespeare, tutti elementi che confluiranno nella corrente letteraria dello “Sturm und Drang”, da G. iniziata. Conseguita la laurea, tornò a Francoforte e scrisse il suo primo dramma, “Gotz von Berlichingen”, romantica e appassionata storia d’amore e morte. Allo stesso periodo agitato e commosso appartengono raccolte di poesie ed inni, la prima redazione del “Faust” ed il romanzo “I dolori del giovane Werther”.
Nel 1775 si trasferì a Weimar, dove ricoprì diversi incarichi di corte, lasciando in ognuna delle attività intraprese l’impronta del suo spirito ricchissimo; in questo periodo mise mano ai drammi “Egmont”, “Torquato Tasso”, ed “Ifigenia in Tauride” nonché al romanzo “Gli anni di apprendistato di Wilhem Meister”
Molto importante per la sua vita fu il viaggio in Italia del 1786-88; qui placò il suo animo inquieto di fronte ai paesaggi e alla natura mediterranea, dedicandosi al disegno e allo studio dell’arte italiana. Tornato a Weimar compose le “Elegie romane” in stile catulliano. Grande importanza ebbe per lui l’intima e fraterna amicizia con il poeta F. Schiller; collaborò alla rivista “Almanacco delle Muse” assieme all’amico, terminò il “Wilhelm Meister” e compose il poemetto “Arminio e Dorotea”, che, sullo sfondo della situazione creata dalla Rivoluzione francese, si distende con omerica semplicità in festose immagini di vita borghese. La morte di Schiller, dell’amante C. Vulpius e del figlio Augusto segnarono la vecchiaia dello scrittore, che si ritirò a vita privata durante la quale terminò il “Faust”, l’autobiografia “Dalla mia vita. Poesia e verità” e le poesie raccolte in “Divano orientale-occidentale”.
Ricordiamo ancora “Le affinità elettive” e, tra gli scritti scientifici, la “Metamorfosi delle piante” e la “Teoria dei colori”.
Titolo del libro: I dolori del giovane Werther
Data di composizione: 1 febbraio 1774
Data di pubblicazione: Fu pubblicato per la prima volta nell’autunno del 1774; subì un secondo rimaneggiamento, che gli diede forma definitiva nel 1782
Narratore: Nel primo libro il narratore è il protagonista Werther. Egli è interno alla storia, con facoltà di giudizio; utilizza la prima persona.
Nel libro secondo il narratore diviene l’Editore e si parla di Werther in terza persona; vi sono inseriti, tuttavia, suoi scritti a Guglielmo e a Lotte, nonché le prose liriche composte per Lotte.
Ci sono alcuni elementi, che aiutano a tracciare un profilo del narratore Werther: egli, infatti, è intelligente, colto, dotato di profonda sensibilità artistica e di una grande umanità, che lo porterà ad interessarsi dei problemi di altre persone. Egli è privo di preoccupazioni economiche e, pur non essendo nobile, può vivere di rendita con un certo decoro, rifiutando impegni non adeguati alle sue capacità.
Si denota un amore, quasi viscerale: per la natura selvaggia, che spesso sarà fonte di pace; per le persone semplici e per i bambini.
Egli ama più della sua vita Lotte, che incarna il suo ideale di bellezza; tuttavia non fa nulla per sottrarla al fidanzato Albert.
Consapevole della sua impossibilità di averla, è torturato dall’infelicità e dalla difficoltà di stabilire rapporti con la società: la morte è per lui il gesto di un grande, che sceglie la libertà da un mondo meschino.
Elementi che denotano in personaggio: “La nostra tranquillità su certi punti della scienza è che una rassegnazione fatta di sogno, è come dipingere le pareti tra le quali siamo prigionieri di variopinte immagini e luminose vedute…: tutto questo, Guglielmo, mi fa ammutolire. Ma poi rientro in me stesso e trovo tutto un mondo; un mondo fatto più di presentimenti e oscure brame che di realtà e di vive forze.”; “…e il muschio che dalla rupe sa trarre il suo nutrimento, e la ginestra che cresce sull’arida collina sabbiosa mi svelavano l’intima ardente e sacra vita della natura: come il mio caldo cuore abbracciava ogni cosa, mi sentivo come indiato in quella dilagante pienezza, e le splendide figure dell’infinito universo si muovevano vivificanti nell’anima mia.”
Punto di vista: E’ a focalizzazione interna fissa e a focalizzazione zero.
Destinatario: E’ Guglielmo, l’amico, il confidente ed il riscontro prudente del protagonista; egli pubblicherà le lettere dell’amico aggiungendo quanto è necessario al lettore per comprenderne la storia. Implicitamente il destinatario può anche essere visto nell’uomo comune imprigionato nella società, nei sentimenti e nelle passioni, che a volte rendono infelici e portano a soluzioni estreme;
Referente: E’ lo sfondo borghese dell’epoca e la società, che rovina gli individui con l’imposizione di ingiuste regole, ancora circondata da pregiudizi religiosi, in conflitto con l’assolutismo e l’aristocrazia.
Goethe, tuttavia, dichiara di aver iniziato la stesura del libro, alla notizia del suicidio di un giovane, che aveva conosciuto a Lipsia e nuovamente incontrato a Wetzlar; il suo nome era Jerusalem, morto il 30 ottobre con una pistola a causa di traumi psicologici dovuti ad una more infelice ed un’aristocrazia fredda, che lo aveva respinto.
Ulteriori elementi autobiografici possono essere alcuni episodi della storia d’amore fra l’autore Goethe e la giovane Charlotte Buff, già fidanzata ad un altro, come la protagonista del suo libro.
La struttura del testo
Interventi diretti del narratore: Sono presenti interventi diretti del narratore lungo tutto il racconto; egli utilizza la prima persona.
- “Comincio ad ambientarmi abbastanza bene qui.”
- “Allora mi sento un po’ meglio. Un po’! e quando dalla stanchezza e dalla sete mi fermo per strada, talvolta a notte fonda, quando la luna piena è fissa su di me, mi siedo nel bosco disabitato su un albero ricurvo per accordare un po’ di sollievo ai piedi rigonfi e spossato mi lascio prendere da un sonno leggero che s’inoltra sino all’aurora.”
Apostrofi al lettore: Sono presenti in maniera rilevante all’interno del testo se come lettore si intende Guglielmo:
- “Che notte, Guglielmo! adesso posso sopportare tutto. …”
- “Ti ringrazio, Guglielmo, di aver raddrizzato il mio vacillante proposito…”
- “Guglielmo, cosa sarebbe mai per il nostro cuore un mondo senza amore?”
Se, invece, come lettore si intende colui che legge il libro ed è esterno alla storia si possono ricavare altri interventi fatti, generalmente, dall’editore:
- “E tu, anima buona, che come lui provi lo stesso tormento, che i suoi dolori siano di lenimento ai tuoi…”
- “Quanto devono averlo colpito queste parole, lo vediamo da un biglietto…”
Parti narrative:
- “Comincio ad ambientarmi abbastanza bene qui. La cosa migliore è che c’è abbastanza da fare; e poi tutta questa gente così disparata, questi nuovi personaggi costituiscono per me uno spettacolo cangiante. Ho conosciuto il conte C… un uomo che ammiro ogni giorno di più, proprio un cervello fino, e che non è altezzoso proprio perché di larghe vedute; la sua persona emana una grande sensibilità per l’amicizia e l’affetto.”
Parti descrittive:
- “Un bel pomeriggio, la prima volta che per caso arrivai sotto i tigli, la piazzetta era completamente deserta. Erano tutti nei campi; solo un ragazzino di circa quattro anni se ne stava seduto per terra e teneva in braccio un bambino di circa sei mesi, rannicchiato fra le sue gambe, e se lo stringeva al petto con entrambe le braccia, facendogli per così dire da sgabello e, malgrado la vivacità con cui ruotava gli occhioni neri, il marmocchietto se ne stava seduto tutto bello tranquillo. ”
- “Mentre la natura s’avvia verso l’autunno, anche in me e attorno a me si fa autunno. Le mie foglie ingialliscono, già sono cadute le foglie degli alberi vicini. ”
- “La città in sé è brutta, però con tutt’intorno l’indicibile bellezza della natura… Il giardino è semplice… ”
- “ Enormi montagne mi circondavano, strapiombi mi si aprivano davanti, e i torrenti montani precipitavano, i fiumi scorrevano sotto di me, e foreste e montagne eccheggiavano…”
Discorsi dei personaggi
Discorso diretto:
- “- Prestami le pistole per il mio viaggio- dissi. –Per me,- disse, -se ti prendi la briga di caricarle. Qui da me stanno appese solo per bellezza.-”
- “- Amico mio- esclamai, - l’uomo è uomo, e quel poco di intelligenza che uno può o non può avere, conta poco o niente quando la passione infuria e lui si trova spinto agli estremi della natura umana .-”
Discorso indiretto:
- “ Anzi, non lo lasciò nemmeno finire il nostro amico, lo contraddisse vivacemente e lo accusò di proteggere un assassino.”
Discorso indiretto libero:
- “E’ come tutti gli altri, pensai contrariato, e volevo andarmene, e tuttavia rimasi perché cercavo qualcosa per scusarla …”
Lungo tutto il racconto prevalgono i discorsi diretti.
Intreccio e fabula
Il rapporto fabula-intreccio coincide, infatti l’ordine temporale è cronologico, in quanto vengono narrati, nelle lettere, episodi avvenuti in un logico rapporto di successione.
La partizione operata dall’autore sul testo è in libri; vi è un’ulteriore divisione data dalla datazione delle lettere
Divisione in sequenze
- Il giovane Werther scrive all’amico Guglielmo una serie di lettere con le quali parla della sua vita a Waldheim, descrivendo anche le persone, che incontra.
- Egli è disoccupato, gira a cavallo ricercando particolari naturalistici, che lo possano ispirare nella realizzazione dei suoi quadri.
- Ad una festa conosce, per caso, la giovane Lotte e se ne innamora; lei, però, è già fidanzata con Albert.
- Werther conosce il ragazzo e lo frequenta ricevendone dimostrazione di amicizia; nota comunque una diversa predisposizione a capire determinati argomenti.
- Werther, rassegnatosi all’idea di poter amare liberamente Lotte, decide di lasciare il paese e di non rivederla mai più.
- Werther accontenta la madre ed accetta un incarico a corte; egli, però, è insoddisfatto.
- Il giovane diventa amico di un conte, ma, non essendo nobile, non può partecipare ai ricevimenti di questo.
- Un giorno, essendosi trattenuto per caso ad uno di questi incontri aristocratici, viene pregato di andarsene; Werther si licenzia e si stabilisce in casa di un altro nobile, che si rivela insopportabile.
- Torna al suo paese e, rivedendo Lotte, sente crescere in lui l’amore per la ragazza.
- Ella si è già sposata con Albert; grande è la disperazione di Werther.
- Il giovane continua a frequentare assiduamente la casa della ragazza, ricevendo anche da Albert amicizia e comprensione; il suo carattere, tuttavia, subisce una trasformazione: egli diviene cupo e pessimista.
- La sua presenza comincia ad infastidire Albert, che prega la moglie di non diradare le visite del giovane.
- Lotte suggerisce a Werther di non farsi spingere dalla passione e di cercare altre ragazze, ma in lui matura il desiderio di morire
- Non riuscendo a realizzare il suo sogno d’amore e non riuscendo ad inserirsi nella società sceglie con dignità la morte sparandosi con una pistola.
I personaggi
Sono presentati direttamente dal narratore attraverso alcuni tocchi descrittivi
Sono caratterizzati da elementi fisiognomici:
- “Nel vestibolo si accalcavano sei bambini fra gli undici e i due anni attorno a una fanciulla dal bel personale, di media statura, con indosso un semplice abito bianco con dei fiocchi rosso pallido alle braccia e al petto..”
- “Come mi sperdevo in quegli occhi neri durante la conversazione, come attiravano a sé tutta la mia anima quelle labbra tumide e quelle guance sbarazzine!.”
Sono caratterizzati da elementi psicologici:
- “Mi sforzavo di nascondere la mia commozione ascoltando queste parole.”
- “Nel frattempo Lotte si trovava in uno strano stato d’animo. Dopo l’ultima conversazione con Werther si era accorta di quanto le sarebbe costato staccarsi da lui, di quanto lui avrebbe sofferto se avesse dovuto allontanarsi da lei.”
Sono caratterizzati da elementi sociali:
- “Ed ecco che arriva un filisteo, uno che riveste una carica pubblica…”
- “ Il conte von C… mi vuole bene….”
Sono caratterizzati da elementi culturali:
- “…Sono sgusciato quatto quatto fuori dall’aristocratico ricevimento…”
Sono caratterizzati da elementi etici:
- “ Lo so benissimo che non siamo uguali né che possiamo esserlo, però sostengo che chi crede necessario stare alla larga dalla cosiddetta plebe per incutere il dovuto rispetto, è non meno biasimevole del vigliacco che si nasconde al nemico per paura di soccombere”
Sono caratterizzati da elementi ideologici:
- “ Se il giovanotto è ubbidiente, ecco che abbiamo un uomo umile, e io stesso sarei il primo a consigliare a ogni principe di metterlo in qualche commissione; solo che possiamo mettere una pietra sopra il suo amore e, se si tratta di un artista, sopra la sua arte.”
Personaggi principali: Werther (protagonista), Lotte (aiutante), Albert (antagonista), Guglielmo (aiutante).
Goethe non introduce nel suo libro nessun personaggio superiore e nessuna voce giudicante, per non gettare dell’inutile moralismo e del cinismo attorno alla vicenda e per non lasciare intendere al lettore un giudizio più esplicito o una prospettiva più ampia.
Indicazioni spazio-temporali
Le descrizioni spaziali sono molto ampie e particolareggiate nella prima parte; con ritmi più staccati nella seconda.
Particolarmente importante è la descrizione della natura, che Werther vede costantemente attorno a lui, relativamente alla sua vita sentimentale.
Le vicende si svolgono a Waldheim.
L’autore ci fornisce una data precisa sull’inizio della vicenda attraverso la datazione delle lettere: 4 maggio 1771.
I tempi non sono molto lenti; a volte il ritmo diviene incalzante per far sì che il lettore comprenda il susseguirsi di passioni e sentimenti.
Tema e concezione del mondo: Il tema principale è: l’amore appassionato ed infelice fra due giovani; la scoperta dell’io, non affatto in contraddizione con l’illuminismo e la critica ad una società corrotta dagli stessi valori etici e religiosi, ancora oppressa dagli elementi medievali.
Lingua e stile
Registro stilistico: Medio, fatto spesso di frasi spezzate e lasciate in sospeso (questo fu motivo di scandalo per il pubblico tedesco, abituato ad uno stile più rigoroso e classico). Sono, inoltre, presenti dei latinismi e dei francesismi lungo tutto il romanzo.
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Genere: Romanzo epistolare
Figure retoriche: Domanda retorica: “Mi perdoni, vero? ”; apostrofe: “ E invece, mio caro, loro, i nostri simili, sempre…”; iperbole: “…e i milioni di moscerini danzare impavidi nell’ultimo, rosso raggio di sole… ”; anafora: “…nessun futuro, nessun conforto, nessuna risposta! Perché lui l’ha lasciata, lui che era…”; metafora: “le gemme della vita sono solo apparenza!”; similitudine: “Vivo dei giorni felici come quelli che Dio riserva ai suoi santi…”
Testo e contesto
Nell’ambito della produzione dello stesso autore: Possiamo inserire il romanzo nell’ambito della produzione dello stesso autore, in quanto, anche in altre sue opere (Faust, Torquato Tasso, Le affinità elettive, ecc.), sarà sempre presente quel suo desiderio di ribellione sociale, nonché il dramma delle passioni.
Nell’ambito delle condizioni biografiche che l’hanno prodotto: Il romanzo di Goethe rientra anche in quest’ambito in quanto l’autore ha preso come punto di riferimento la società settecentesca, in cui vi era una crisi di valori ed uno scontro fra borghesia e assolutismo e, soprattutto, fra umanesimo e illuminismo.
Nell’ambito del sistema di produzione e diffusione dell’opera letteraria: Il romanzo è destinato ad un pubblico borghese, che conosce i problemi della società e le cause che determinano questi.
L’opera fu apprezzata dai contemporanei dell’autore, che avvertì quella liberazione dell’individuo che la rivoluzione europea avrebbe scritto sulle proprie bandiere; tuttavia, il romanzo fu interpretato successivamente come una denuncia del male del secolo; solo un secolo dopo si tornò a leggere Werther come un capolavoro positivo.
Nel contesto storico e culturale: Il Werther è scritto sullo sfondo della crisi europea dell’700 e si colloca nell’area culturale del pre-illuminismo.
All’epoca, il romanzo ha suscitato una vera moda: i giovani si vestivano come Werther, parlavano come lui e si sa, addirittura, di alcuni suicidi ispirati da questo racconto.
Nell’ambito di una precisa tradizione letteraria: E’ possibile evidenziare alcune fonti, che il protagonista utilizza nel corso della sua narrazione: Ossian, Omero. Il romanzo, inoltre, nel corso dei secoli ha influenzato parecchi letterati e musicisti del calibro di Foscolo e Messenet, che trassero ispirazione per le proprie creazioni. I topoi, che si rilevare sono: la natura, l’amore, la morte, ma anche la famiglia, il rapporto con Dio e con il lavoro.
FLAVIA DE FILIPPIS
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Hermann Hesse
Narciso e Boccadoro
4 Caratterizzazione dei personaggi
Abate Daniele: “Egli era generalmente amato e non aveva nemici; per lui tutto era bontà;egli poteva essere un santo, ma certo un dotto non era. Possedeva quella semplicità che è saggezza, ma il suo latino era modesto, e il greco non lo sapeva affatto”.
Padre di Boccadoro: “Era un signore maturo, dal volto preoccupato e un po’ contratto”. Voleva a tutti i costi che suo figlio, Boccadoro, entrasse nel convento.
Lisa: “Quella giovane donna con il vestito azzurro stinto, con il fazzoletto rosso legato intorno ai capelli neri, un viso abbronzato dal sole estivo.
Aveva la vita snella e le anche robuste”.
Con lei passò la prima notte d’amore.
Contadina (86-89): “Ella aveva labbra forti ed assetate, denti forti e brillanti, braccia forti, arrossate dal sole; ma sotto il collo e giù nella persona era bianca e tenera. Parole ne sapeva poche, ma in fondo alla sua gola cantava una musica dolce e allettatrice”.
Lidia: Ella aveva diciotto anni; con i suoi dolci capelli biondi, con la sua infantilità e con la sua tenerezza aveva incantato Boccadoro.
Si sarebbe concessa a lui soltanto dopo il matrimonio, ma Boccadoro, avendo uno spirito da ricercatore vagabondo, era contrario.
Giulia: “Ella aveva appena sedici anni; agli inizi si chiudeva tutta, fiera per timidezza”. Pio cominciò a interporsi tra la sorella, Lidia, e Boccadoro.
“Poteva mostrare una freddezza e un’avversione esagerata, ma nei momenti d’oblio poteva mostrare ammirazione e cupida curiosità”.
“Era provocante e perturbatrice la bella e capricciosa creatura che Boccadoro considerava più bella di Lidia”.
Gianni: “Quel ragazzo con quegli occhi azzurri chiari, con quel viso di buon ragazzo impacciato e con i denti brillanti, aveva un animo buono e gentile con tutti, ma non avrebbe mai ceduto il suo coltello”.
Vittore: “Era un perticone avventuroso, dall’aspetto fra il prete e il brigante. Si presentò come un goliardo vagante, quantunque l’età dello studente l’avesse passata da un pezzo.
Quest’uomo dalla barbetta guzza” ne fece passare di tutti i colori a Boccadoro; non ci si poteva fidare di lui; all’improvviso poteva cercare di ucciderti per una moneta d’oro.
Fu lui il primo ad essere assassinato da Boccadoro.
Nicola: “Quell’uomo che, nella testa severa e già un po’ incautina e nelle mani d’artefice, dure ma nobili e vive, possedeva così meravigliose forze magiche. Aveva uno sguardo scrutatore, inesorabilmente acuto.
Egli possedeva molta pazienza, molto studio e riflessione, molta modestia e conoscenza del dubbio valore d’ogni lavoro umano vi stavano scritti, ma anche fede nel proprio compito”. Di lui ti colpivano gli occhi azzurri chiari; Proprio lui diede a Boccadoro, naturalmente come apprendista e non come maestro artigiano, il suo primo lavoro.
Elisabetta: “Era una bellissima fanciulla bionda, coi capelli illuminati. Era una figura imponente, alta quasi come suo padre (il maestro Nicola), ma se ne stava tutta pudica e inaccessibile come in una campana di vetro e non rivolgeva mai una parola a nessuno.”
Roberto: “Uomo ancor giovane, in veste e cappello da pellegrino. Aveva la residenza sul lago di Costanza.
Voleva fare un pellegrinaggio a Roma. Colta l’occasione della morte del padre, egli partì spinto dalla voglia di girare il mondo. Sapeva un po’ di latino, ma non era la dottrina la meta delle sue aspirazioni, bensì la contemplazione e l’esaltazione all’ombra della volta di una chiesa. Ottimo compagno, ma uomo molto pauroso. Incontrata la peste e vista una compagna di viaggio (Lena) morire per essa, fuggì da tutti e da tutto”.
Lena: “Questa bella fanciulla aveva un volto luminoso e sorridente; Con i capelli color bruno, era una cara compagna timida e inesperta, ma tutt’amore. Molto previdente, aveva trovato in Boccadoro un ottimo compagno”.
Assieme a loro c’era Roberto, un ottimo falegname, ma una persona troppo paurosa. Ella morì di peste, dopo che un uomo nella foresta gli aveva fatto violenza.
Rebecca: “Era un pochino pazza questa giovane ebrea dai capelli neri e dagli occhi ardenti. Aveva dolci palpebre intelligenti, belle spalle, un collo bianco e un piccolo piede. Tutti quanti avevano dato la colpa della peste agli ebrei, aveva visto morire tutti i suoi cari, e per niente al mondo avrebbe fatto qualcosa di piacevole; Boccadoro s’attardò con ella due giorni”.
Maria: “Era una bimba di quindici anni, una creatura quieta e malaticcia con dei begli occhi, ma con un difetto all’articolazione del femore, che la faceva zoppicare”. Ella ospitò Boccadoro nella casa dei genitori, in svariate situazioni.
Agnese: “Era una donna alta e biondissima, con gli occhi azzurri curiosi e un po’ freddi, membra solide ed energiche e un viso florido, spirante di gioia di godimento e di potenza, sicurezza di se e curiosità dei sensi all’erta. Boccadoro la vide per la prima volta, mentre si ergeva sul cavallo bruno un po’ altera e imperiosa, abituata al comando ma non chiusa e in atteggiamento difensivo: sotto i suoi occhi un po’ freddi vibravano narici mobili, aperte a tutti i profumi del mondo, e la bocca grande e carnosa sembrava fata per prendere e per dare.
Era ricca di sensi e di anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e selvaggia, esperta di passioni per antica eredità di sangue”.
Fu l’ultima donna con cui Boccadoro stette veramente, e fu per lei che rischiò la vita.
Narciso: “Narciso era un fanciullo prodigio, un bel giovane dal greco elegante, dall’inappuntabile contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetrante di pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate.
Gli eruditi amavano in lui la straordinaria conoscenza del greco, quasi tutti la nobiltà e la finezza, molti ne erano innamorati per la sua taciturnità, il suo dominio sopra se stesso, le sue maniere eccessivamente compite urtavano taluni.
Questo giovane dagli occhi scuri aveva un particolare legame con l’abate Daniele.
Sentivano tra loro un’affinità e un’attrazione reciproca più forte che verso tutti gli altri ospiti del convento”.
Narciso trovò un ottimo compagno in Boccadoro, in lui scovò l’anima affine, benché sembrasse l’opposto in tutto.
Pensava a Boccadoro costantemente, desiderava farselo amico, avrebbe voluto attirarlo a se, guidarlo, illuminarlo, accrescerne le sue forze e portarlo alla fioritura.
Il loro rapporto fu sempre moto profondo; i loro animi erano in sintonia perfino quando Boccadoro vagabondava tra la peste e le donne.
Fu proprio Narciso che lo salvò dalla morte, fu proprio lui l’ultimo pensiero di Boccadoro mentre la sua vita si spegneva.
Boccadoro: Lo possiamo definire il personaggio principale dl romanzo di Herman Hesse.
“Quando entrò nel convento fu sorpreso da due persone: l’abate Daniele e Narciso. Il primo gli sembrava quasi un santo, ed avrebbe voluto offrirgli i sui servigi. Narciso era la sua fonte ispiratrice. Benché fossero gli opposti, quanto desiderò essergli amico.
Questo ragazzino dagli occhi azzurri non aveva né fratelli né sorelle, solo un padre e un vago ricordo della madre.
Quel vago ricordo si ingrandiva ogni volta che stava presso una donna. Ognuna di esse lo attraeva, lo appassionava, lo inteneriva, e in tutte loro ritrovava la madre.
Boccadoro incontrò anche compagni di viaggio: uno lo uccise, l’altro fuggì.
Nonostante avesse incontrato da vicino la morte, tramite la peste che lo circondò e la condanna a morte, egli morì felice nel convento di Mariabronn.
Il suo amico Narciso gli stette sempre vicino, se non con il corpo, con la mente e le preghiere.
Boccadoro sperimentò la vita e attraverso l’arte la sintetizzò. Aveva imparato a conoscere i volti dell’uomo, aveva compreso il mistero che stà dietro ciascuno di noi.
Voleva lasciare qualcosa che durasse più della sua vita, che cosa meglio di un opera d’arte , magari la madre del mondo, che magari avesse avuto le sembianze della sua defunta madre?
Abbellì il convento con le sue opere, diventò un maestro d’arte, ma morì con il suo più grande sogno.
Personaggi minori: Frate portinaio, Adolfo, Corrado, Everardo, le due ragazze della sua prima scappata, Padre Anselmo, madre di Boccadoro, Kuno, Dama, Francesca(2), Max, Betta, Eric, e Padre Antonio.
4 Riassunto
Tutta la storia ha inizio nel convento di Maribronn, quando, una mattina, un distinto signore, introduce il figlioletto alla carriera monastica.
Questi era Boccadoro, uno splendido ragazzino dagli occhi azzurri, molto gentile e affezionato.
Subito fu ammagliato da due persone: Narciso e l’abate Daniele. Divenne subito molto amico di tutti, ma specialmente di Narciso, il giovane insegnante che tanto lo intrigava.
Tutto sembrava facile, ma una notte, spinto da alcuni compagni, usci dal convento con essi per incontrarsi con delle ragazze. Da quella notte tutto cambiò. Mentre Narciso nei pensieri dell’amico, Boccadoro non prestava più attenzione a nulla, il suo animo era travagliato da enormi pensieri, tanto grandi che un giorno svenne.
Curato da padre Anselmo, un giorno ebbe da sbrigare un commissione nel bosco da parte di qust’ultimo; nella foresta incontro una giovane fanciulla (Lisa): da lì cominciò il suo futuro da vagabondo.
Tornato in convento salutò Narciso, e la notte stessa partì con la giovane Lisa. Passò una stupenda notte d’amore con lei, ma quando ella lo abbandonò, egli continuò a vagabondare da solo. Nella foresta cominciò a pensare a sua madre, a Narciso e a tutta la sua giovinezza. Approdato in un villaggio, fu ospite di una casa di contadini. Lì conobbe la moglie del padrone, che la notte gli dimostrò tutta la sua ospitalità. Il mattino seguente ripartì, e dopo lunghi giorni di viaggio, approdò in un castello.
Qui venne ben accolto, e per ricambiare l’ospitalità, aiutò il padrone con il latino.
Nel castello si innamorò di due giovani fanciulle: Lidia e Giulia.
La prima sembrava ricambiasse il suo amore, mentre la seconda era più timida. Boccadoro cercava di accattivarsele entrambe, ma la prima si sarebbe concessa a lui soltanto dopo il matrimonio, mentre la seconda lo respingeva con cattiveria.
Il padrone accortosi di questo gioco di seduzione, scacciò il vagabondo dal castello.
Ripreso il vagabondaggio, incontrò Vittore, quest’uomo non gli sembrava di animo gentile come voleva far credere di essere; infatti la notte tentò di uccidere il povero Boccadoro che nel difendersi lo uccise.
Impaurito e sconvolto approdò in una chiesa dove per la prima volta vide un opera del maestro Nicola; da quell’istante l’arte entrò in lui.
Andò alla ricerca di questo maestro d’arte. Trovato in una città non tanto lontana, subito chiese se poteva esser un suo apprendista.
Il maestro non accettò subito, bensì lo mise alla prova, che Boccadoro superò. Ricominciò a vagabondare in cerca di ispirazioni. Aveva in mente di realizzare la madre del mondo, Eva, con le sembianze della madre. Lungo il viaggio incontrò Roberto che a lungo gli fu compagno di viaggio.
Incontrarono la peste ed una compagna: Lena.
Per un po’ di tempo si stabilirono nella foresta, ma quando uno sconosciuto ferì Lena che morì di peste, Roberto fuggì e Boccadoro si ritrovò di nuovo solo.
Ritornò dal maestro Nicola, (durante il viaggio di ritorno era stato anche con Rebecca: una giovane ebrea sola) ma venne a sapere che anche lui era morto.
Si innamorò di Agnese, che era l’amante del padrone della città; una notte fu scoperto e condannato a morte, ma, a sorpresa, l’amico Narciso lo salvò.
Ritornò in convento dove morì stanco, ma felice.
4Commento
La storia, ambientata in Germania nell’alto medioevo, ha come protagonista una amicizia: quella tra Narciso e Boccadoro. Questa si svolge in una quarantina d’anni, da quando Boccadoro entra nel convento e fa della religione lo scopo della sua vita, a quando muore dopo aver vagabondato per anni passando di situazione in situazione.
Egli fu un gran seduttore, un uomo al servizio dell’arte, un eroe, ma anche un assassino.
Imparò, così, a conoscere l’arte muta dell’amore e della morte; la incontrò con la peste, nel castello vescovile e nel ruscello, ma nel suo destino c’era scritto che poteva morire solamente accanto all’amico Narciso.
Questo testo mi ha appassionato molto, le parole e le descrizioni non sono affatto pesanti, ogni cosa è descritta dentro e fuori, l’armonia tea gli elementi, è la caratteristica principale del romanzo.
Per me il racconto è una riflessione sulla vita, e l’esistenza dell’uomo, sui diversi modi di viverla, incarnati in due personaggi opposti, ma molto legati: Narciso e Boccadoro.
Il primo è un pensatore, un erudito, un uomo che ha scelto la vita monastica e lo studio; il secondo un “vagabondo d’onore”, uno che ha ricercato nel mondo l’immagine della madre dell’uomo, ma che ha trovato la disperazione di questo nell’essere legato ai vincoli dettati dalla società, la stessa che trovò negli ebrei un capro espiatorio contro la peste.
Fondamentalmente questo romanzo ci ha aperto gli occhi sulla VERITA’ dell’uomo, sul suo eterno ed inutile soffrire e godere delle proprie emozioni.
Curatola Michele I
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Scheda di analisi narratologica
Del romanzo: "Il Barone Rampante"
di: Italo Calvino (1923-1985)
- ELEMENTI DELLA STORIA
- AMBIENTAZIONE
Luoghi: le vicende si svolgono ad Ombrosa, una cittadina immaginaria nei pressi di Genova, sulla Riviera Ligure di ponente. Tuttavia il protagonista si sposta in diversi luoghi, quali ad esempio: la Spagna, Olivabassa (luogo immaginario) e la Francia.
Tempo: l'autore ci fornisce una data precisa sull'inizio della vicenda: 1767. La sua durata è di circa 55 anni.
- PERSONAGGI
Personaggi principali: Cosimo (protagonista), Biagio, il cane Ottimo Massimo, Viola, E.S. Carrega, famiglia di Cosimo.
Personaggi secondari: Ursula, Gian dei Brughi, l'abate, famiglia D'Ondariva, Battista, conte D'Estomac.
- VICENDE
Riassunto per punti:
- Cosimo litiga con i suoi genitori e si rifugia su un albero, dal quale giura di non scendere più.
- Nonostante i vari tentativi di farlo scendere, Cosimo si arrampica verso il giardino dei d'Ondariva.
- Là conosce una bambina di nome Viola, della quale si innamora, ma i genitori quando lo scoprono la mandano in collegio.
- Cosimo adotta un cane, Ottimo Massimo, e tra le sue tante avventure conosce un brigante e lo istruisce sui piaceri della lettura.
- Poi decide di andare in Francia e là conosce dei nobili spagnoli esiliati e quindi costretti a stare sugli alberi. Tra di essi c'è anche Ursula, il suo secondo amore. Ma la storia non dura molto perché, finito l'esilio, lei continua per la sua strada.
- Cosimo vive molte altre avventure e conosce addirittura Napoleone, ma ormai è vecchio e stanco.
- Passa una mongolfiera e Cosimo vi si attacca, da allora non si seppe più nulla di lui.
- Dopo la sua scomparsa, l'ambiente circostante cambia; anche il paesaggio sembra più monotono senza di lui.
Avvenimenti esterni:
Un avvenimento molto importante che influisce sulla vicenda è la Rivoluzione Francese, Cosimo conosce anche Napoleone e lo Zar di Russia.
- PROCEDIMENTI DEL DISCORSO
- RAPPORTO FABULA-INTRECCIO
L'autore ha deciso di far coincidere il rapporto fabula-intreccio, infatti l'ordine è cronologico.
- POSIZIONE DEL NARRATORE
Il narratore è Biagio, il fratello di Cosimo, perciò si può dire che è interno testimone.
- RAPPRESENTAZIONE DEL TEMPO
Ordine: cronologico, il rapporto fabula-intreccio coincide
Ritmo narrativo:
Possiamo fare una distinzione del racconto in tre parti: all'inizio il ritmo è molto lento per via delle numerose digressioni; nella seconda parte si velocizza leggermente per via delle scene espresse nei dialoghi, ma non mancano le digressioni; infine i sommari riassumono i vari eventi e velocizzano la vicenda. Non compare il tempo rallentato.
Complessivamente il ritmo narrativo è lento, anche per via delle poche ellissi.
- RAPPRESENTAZIONE DELLO SPAZIO
La rappresentazione dello spazio ha avuto molta importanza. Infatti le descrizioni sono ampie e dettagliate e occupano molto spazio nel testo, anche perché Cosimo era sempre in mezzo alla natura.
5) COSTRUZIONE DEI PERSONAGGI
Presentazione: diretta, poiché Calvino ci fornisce delle dettagliate digressioni dei personaggi.
Caratterizzazione: COSIMO
Fisionomica: è forte, agile e indossa due differenti cappelli: in estate uno di paglia e in inverno uno di gatto selvatico.
Psicologica: è molto testardo ed ha uno strano modo di superare le difficoltà: quello di nascondersi sugli alberi, è introverso, disubbidiente e talvolta bugiardo, ma sa portare a termine quello che incomincia con una grande forza di volontà.
Ideologica: ha degli ideali molto alti e li sa raggiungere grazie a una grande cultura e ad una personalità salda.
Sociale: è un barone, la cui unica occupazione è saltare da un albero all'altro e cacciare per procurarsi il cibo. La sua vita è quasi allo stato primitivo.
Culturale: è molto colto, legge, conosce molte lingue ed è intelligente.
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Scheda di analisi narratologica
Del romanzo: "Il giorno della civetta" (1961)
di: Leonardo Sciascia (1921-1989)
I. ELEMENTI DELLA STORIA
- AMBIENTAZIONE
Luoghi: le 3 principali città dove si svolge la vicenda sono Roma, Palermo e Parma. L’ autore nomina anche 3 paesi siciliani, ma solo le loro iniziali: B., C., S.. Altri luoghi nominati dall’ autore sono: p.za Garibaldi, Montecitorio, il commissariato di polizia, i luoghi degli interrogatori, la fermata del pullman.
Tempo: l’ autore non vuole precisare gli anni precisi in cui è ambientata la vicenda, ma si intuisce dopo il 1955, ci dice invece che incomincia il 16 gennaio alle 6.30 e finisce nel 1972. Quindi la durata è di circa 17 anni.
- PERSONAGGI
Personaggi principali: capitano Bellodi (protagonista), il confidente Parinieddu, i 3 fratelli Colasberna, Diego Marchica, Nicolosi, Don Arena, Pizzuco, Dibella.
Personaggi secondari: il bigliettaio, l’ autista, il maresciallo, il tabaccaio, Scarantino, la moglie di Nicolosi, ministro Pella, Nenni, Fanfani, Brescianella.
- VICENDE
Riassunto per punti:
- Un uomo, Salvatore Colasberna, viene ucciso su un autobus.
- La polizia interroga i testimoni ma nessuno sa niente.
- Alla centrale di polizia arrivano molte lettere anonime e il capitano Bellodi, durante l’ interrogatorio del confidente, riesce a scoprire i nomi di 2 mafiosi: Pizzuco e Don Arena.
- Un possibile testimone dell’ omicidio, Paolo Nicolosi, scompare. La moglie sostiene che lui aveva parlato di 2 spari e detto un soprannome: Zicchinetti. La polizia scopre che egli è Marchica, un ex carcerato con numerosi precedenti penali.
- Il confidente viene ucciso.
- Pizzuco, Marchica e don Arena vengono arrestati e interrogati. Presto però la polizia dovrà rilasciare Marchica perché ha un alibi.
- La polizia rilascia anche gli altri 2 sospetti e Bellodi decide di non occuparsi più del caso.
- Un giorno il capitano incontra un suo amico che voleva riaprire il caso per difendere la sua patri dalla mafia.
Avvenimenti esterni:
Non ci sono precisi fatti storici in questo romanzo, tranne forse la presenza della mafia.
- PROCEDIMENTI DEL DISCORSO
- RAPPORTO FABULA-INTRECCIO
L’ autore ha deciso di far coincidere il rapporto fabula-intreccio, infatti l’ ordine è cronologico, tuttavia in alcune parti troviamo dei flashback.
- POSIZIONE DEL NARRATORE
Il narratore è esterno onnisciente, difatti si intuisce che sa già come andrà a finire la vicenda. Lo possiamo dedurre dal fatto che non è uno dei personaggi del racconto e narra alla terza persona singolare.
- RAPPRESENTAZIONE DEL TEMPO
Ordine: cronologico.
Ritmo narrativo:
questo romanzo è caratterizzato dall’ avere alcuni sommari, durante i flashback, poche ellissi e molte digressioni (specie di paesaggi). La tecnica più usata è la scena, nei vari dialoghi e interrogatori. Da ciò possiamo dedurre che il ritmo è molto lento, anche se qualche volta viene velocizzata da sommari ed ellissi.
- RAPPRESENTAZIONE DELLO SPAZIO
L’ autore ha dato molta importanza alla descrizione dei luoghi. Le digressioni sono ampie , dettagliate e occupano parecchio spazio nel testo. Troviamo ad esempio descrizioni di Parma, del comando, dei vari viaggi di Bellodi, ecc…
5) COSTRUZIONE DEI PERSONAGGI
Presentazione: indiretta, in quanto l’ autore ci lascia intuire come sono i personaggi da quello che fanno o dicono.
Caratterizzazione: CAPITANO BELLODI
Fisionomica: uomo serio ed elegante, è giovane ed ha i capelli biondi ben tagliati, molto alto, ha una voce calma ma si mangia le "S".
Psicologica: intelligente, sensibile, buon osservatore, buono, astuto e ambizioso.
Ideologica: il suo ideale è quello di annientare la mafia e combattere contro le ingiustizie. Purtroppo è un compito duro che non riesce a svolgere.
Sociale: la sua famiglia è originaria di Parma e lui è il capitano dei carabinieri.
Culturale: l’autore non ci fornisce indicazioni specifiche su questo punto.
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Le avventure di Pinocchio di Collodi
Carlo Lorenzini, alias Carlo Collodi- dal nome del paese natale della madre, nacque a Firenze nel 1826. Combatté nelle campagne del ’48 e del ’60 e collaborò alla fondazione di quotidiani e pubblicazioni politiche. Fu anche scrittore di commedie, articoli letterari e numerosi romanzi per ragazzi tra cui Giannettino (1876), Minuzzolo (1878) e Storie Allegre (1887) che si possono definire una sorta di seguito del primo. La sua opera celeberrima, però, è Pinocchio, le avventure di un burattino, scritto nel 1880 per un giornale nel quale fu pubblicato a dispense. L’iconografia comune di Pinocchio fu ad opera del pittore Attilio Mussino che illustrò il romanzo nelle sue successive edizioni.
Nella bottega del falegname mastro Ciliegia c’era un pezzo di legno da catasta che, un giorno, l’artigiano decise di trasformare in una gamba da tavolino. Proprio mentre il falegname stava per modellarlo con l’ascia, il pezzo di legno incominciò a parlare all’uomo raccomandandosi per la sua sorte. Mastro Ciliegia non riuscì subito a capacitarsi del fatto che quello che aveva parlato era proprio quel comune pezzo di legno e rimase stordito dalla sorpresa.
Mentre il falegname cercava di riprendersi dallo shock, il suo amico Geppetto bussò alla porta. L’idea di Geppetto era di passare da Ciliegia per farsi dare un pezzo di legno da trasformare in un burattino, così il falegname regalò all’amico proprio quel tronchetto che gli aveva causato tante paure. Ignaro del bel regalo che l’amico gli aveva fatto, Geppetto tornò a casa con la materia per realizzare il suo sogno.
Le prime conseguenze della strana natura di quel pezzo di legno iniziarono a manifestarsi ancora durante la costruzione stessa del burattino. Per nulla grato al suo creatore il burattino, che Geppetto aveva chiamato Pinocchio, appena ultimato scappò dalla finestra in strada e iniziò a correre via senza che Geppetto potesse raggiungerlo. Grazie al tempestivo intervento di un carabiniere, Pinocchio ritornò tra le mani di Geppetto. Ma il burattino si impuntò per non tornare a casa, temendo una punizione, e la gente tanto mormorò contro l’ipotetica durezza di cuore di Geppetto che il carabiniere mise in libertà il burattino e incarcerò il pover’uomo.
Mentre Geppetto era condotto, innocente, in prigione, Pinocchio si mise a correre attraverso i campi fino a giungere alla casa deserta dove finalmente poté riposarsi. All’interno della casa Pinocchio incontrò il Grillo-parlante, abitante della casa, che prese a rimproverarlo per la sua condotta suscitando le ire del burattino che, tirandogli un martello, finì con l’uccidere il povero insetto saggio.
Nel frattempo si fece notte e Pinocchio iniziò ad avere fame, ma sfortunatamente Geppetto era povero e in casa non c’era nulla che potesse placare il languore del burattino. Guardando fuori dalla finestra, però, Pinocchio si accorse che in cima ad un cumulo di spazzatura c’era un uovo. La gioia del burattino era indescrivibile, ma durò poco, dato che l’uovo all’improvviso si aprì e ne uscì un uccellino che, ringraziando, volò dalla finestra lasciando il povero Pinocchio più affamato di prima. Nonostante fuori piovesse a catinelle, Pinocchio uscì di casa sperando di trovare qualcuno che gli facesse l’elemosina di un pezzo di pane, ma il burattino non ebbe fortuna in questa sua ricerca e tornò a casa, affamato e zuppo d’acqua. Per scaldarsi Pinocchio appoggiò i piedi su un braciere e lì si addormentò.
Fu svegliato solamente al mattino quando Geppetto, rilasciato, tornò a casa e trovò il burattino con i piedi carbonizzati. Nonostante non se lo fosse meritato, Geppetto rifece i piedi al burattino e poi, visto che Pinocchio aveva fame, gli diede le tre pere che aveva comperato per il proprio pranzo. Dopodiché l’uomo vendette la sua casacca e comprò a Pinocchio un abbecedario, siccome il burattino aveva promesso che sarebbe andato a scuola.
Il giorno successivo Pinocchio, lungo la strada per la scuola, si fermò ad osservare un teatro di burattini e gli piacque tanto da vendere il libro, nonostante tutti i buoni propositi, per comprare il biglietto per lo spettacolo. Appena entrato nel teatro i burattini riconobbero Pinocchio e iniziarono a fargli festa, ma questo irritò il burattinaio Mangiafuoco che decise di utilizzare il burattino come legna da ardere.
Alla sera, proprio quando Mangiafuoco aveva deciso di gettare nel fuoco Pinocchio, il burattino raccontò al burattinaio la sua storia e lo commosse al punto da indurlo a salvargli la vita.
Con cinque monete d’oro regalategli da Mangiafuoco, Pinocchio si mise sulla via del ritorno, ma disgrazia volle che egli incontrasse il Gatto e la Volpe che lo convinsero a seguirli. Il Gatto e la Volpe erano un finto cieco e una finta storpia che convinsero il burattino credulone a seguirli per seminare le monete in un campo allo scopo di raccoglierne il doppio il mattino successivo. Per la strada, il burattino si divise temporaneamente dai due e incontrò il fantasma del Grillo-Parlante che lo mise in guardia contro i briganti e gli assassini.
Non l’avesse mai detto, Pinocchio incontrò due assassini che lo inseguirono per i boschi. Pinocchio nella sua fuga giunse ad una piccola casa e bussò, nella speranza che qualcuno venisse ad aprirgli per offrirgli rifugio. Purtroppo si affacciò alla finestra una bambina con i capelli azzurri che gli rispose che in quella casa erano tutti morti, lei compresa, e che perciò non poteva farlo entrare. Proprio mentre il povero burattino pregava la bambina di farlo entrare, gli assassini lo raggiunsero e lo appesero ad una quercia per convincerlo a dargli le sue monete.
Da lontano la bambina, che in realtà era una fata, vide il burattino impiccato ad un ramo e mandò un falco a raccoglierlo e a portarlo nella sua casa. Nonostante la Fata gli avesse salvato la vita, Pinocchio continuò a mentirle e per punizione il suo naso si allungò a dismisura, segno che le bugie hanno le gambe corte o il naso lungo. Siccome, però, la fata è di buon cuore, allora chiamò dei picchi che beccarono il naso del burattino fino a ridurlo alle sue dimensioni normali. Dopodiché informò Pinocchio che Geppetto stava arrivando lì e il burattino impaziente uscì di casa per andargli incontro.
Appena uscito, purtroppo, il burattino rincontrò il Gatto e la Volpe- che in realtà la sera prima si erano travestiti da assassini per rubare a Pinocchio le monete- che lo convinsero ad andare a seminare le monete nel campo. Lo stolto burattino li seguì e seminò l’oro in un campo incolto. Quando si accorse che le monete non c’erano più e che i due lo avevano derubato, Pinocchio corse in paese a fare la denuncia, ma per punizione il giudice gli inflisse quattro mesi di carcere.
Dopo i quattro mesi Pinocchio si pose sulla via di casa, ma essendo affamato e in prossimità di un vigneto, tentò di rubare un grappolo d’uva e rimase preso alla tagliola. Il contadino, credendolo il responsabile di alcuni furti nel suo pollaio, prese il burattino e lo mise alla catena come un cane da guardia. Durante la notte Pinocchio si accorse di alcune faine che stavano rubando delle galline e chiamò il fattore che, in segno di gratitudine, gli rese la libertà.
Giunto in prossimità di dove in precedenza sorgeva la casa della fata Turchina, Pinocchio non ritrovò altro che una lapide con la scritta: “Qui giace la bambina dai capelli turchini, morta dal dolore per essere stata abbandonata dal suo fratellino Pinocchio”. Mentre Pinocchio si disperava, una colomba richiamata dai pianti si posò accanto a Pinocchio e da lei il burattino apprese che Geppetto si stava costruendo una barca per andare a cercarlo oltreoceano.
Dopo un lungo e faticoso viaggio in groppa alla colomba, Pinocchio giunse finalmente alla riva del mare dove Geppetto si era già calato in mare con la sua piccola barca. A forza di gesti Pinocchio riuscì a farsi notare dal padre che lo riconobbe, ma il mare era in tempesta e la barca dell’uomo fu rovesciata. Pinocchio, nel vano tentativo di salvare Geppetto, si gettò in mare pur senza riuscire a raggiungere il padre.
Le onde scaraventarono il burattino sull’isola delle “Api Industriose” dove, nel tentativo di trovare qualche cosa da mangiare, Pinocchio ritrovò la Fata, divenuta donna, che si propose di fargli da mamma, promettendo a Pinocchio che, se si dimostrerà diligente e ubbidiente, lo farà diventare un bambino come gli altri.
Da quel giorno in poi Pinocchio andò sempre a scuola e studiò diligentemente, fino al giorno in cui alcuni compagni di scuola lo convinsero a marinare la scuola per recarsi con loro in riva al mare per vedere il grosso pescecane che da giorni nuotava in quei mari. Giunto là, però, Pinocchio si rese conto che gli amici l’avevano ingannato per convincerlo a saltare la scuola e ne venne fuori una lite, nella quale uno dei ragazzi restò ferito ad una tempia. Invece di scappare come gli altri, Pinocchio si fermò assieme al suo compagno e, mentre tentava di soccorrerlo, due carabinieri lo arrestarono ritenendolo responsabile. Grazie alla sua velocità, però, Pinocchio riuscì a fuggire e i carabinieri gli misero alle calcagna il mastino Alidoro che, proprio mentre stava per raggiungerlo, cadde in acqua e sarebbe certamente annegato se Pinocchio non l’avesse salvato.
Nuotando Pinocchio giunse fino ad una grotta dove disgrazia volle abitasse un vecchio pescatore che decise di friggere il povero burattino come se fosse stato un pesce. Inutilmente Pinocchio iniziò ad urlare che non era un pesce e che non voleva essere fritto e il pescatore avrebbe certamente gettato il burattino nell’olio bollente se Alidoro, entrato nella grotta per cercare di ottenere qualche boccone di pesce, non l’avesse aiutato a scappare.
Ritornato libero Pinocchio si pose sulla via del ritorno, ma raggiunse la casa della Fata solo a notte inoltrata. La Fata dormiva e così venne ad aprire una lumaca che impiegò nove ore per arrivare alla porta e che per colazione gli portò cibi di gesso. Intesa la lezione Pinocchio chiese perdono alla Fata che da parte sua promise al burattino che il giorno successivo sarebbe diventato un ragazzo.
Pinocchio andò casa per casa ad invitare i suoi amici alla festa che la Fata avrebbe organizzato in occasione della rinascita di Pinocchio, ma disgraziatamente quando il burattino fu arrivato alla casa di Lucignolo egli lo convinse a partire di nascosto con lui per un luogo dove non esistono scuole, detto “Paese dei Balocchi”.
Con un carro trainato da asini Pinocchio e Lucignolo giunsero nel Paese dei Balocchi dove si divertirono per cinque mesi. Una brutta mattina, però, Pinocchio che non si sentiva bene si guardò allo specchio e si rese conto di essersi tramutato in un asino. Il traffico del proprietario del Paese dei Balocchi era proprio questo: conduceva i ragazzi nel paese dove non c’erano scuole per farli diventare degli asini e venderli al mercato. Così anche Pinocchio e Lucignolo furono venduti; il burattino andò al proprietario di un circo che lo addestrò a ballare. La sera dello spettacolo, vedendo la Fata tra gli spettatori, disgraziatamente Pinocchio si distrasse e cadde azzoppandosi. Divenuto inutile nel circo il proprietario lo vendette ad un uomo che voleva fare con la sua pelle un tamburo e che lo portò sulla riva del mare per farlo morire annegato. Quando l’uomo ritirò su Pinocchio, però, l’asino era tornato burattino grazie a dei pesci che gli avevano mangiato la pelle grigia e Pinocchio riuscì nuotando a fuggire.
Mentre però Pinocchio nuotava nel mare, venne a pelo d’acqua un grosso pescecane che lo inghiottì. Nella sua pancia Pinocchio incontrò un tonno e suo padre Geppetto con il quale decise di fuggire durante la notte. Portando sulla schiena suo padre troppo vecchio per nuotare, Pinocchio sarebbe certamente annegato di stanchezza se il Tonno incontrato nel ventre del pescecane non l’avesse aiutato a raggiungere la riva. Lungo la strada per tornare a casa Pinocchio e Geppetto incontrarono il Gatto e la Volpe ridotti dalla miseria a chiedere la carità, ma il burattino nega loro l’aiuto ritenendo ciò che gli è successo come una giusta punizione.
Camminando i due raggiunsero una capanna, dove viveva il Grillo Parlante che, nonostante il torto subito da Pinocchio, ospita il padre e il figlio a casa sua.
Dopodiché Pinocchio si recò da un ortolano per prendere un bicchiere di latte per Geppetto e, non avendo soldi, si ridusse a fare il lavoro dell’asino di Giangio (l’ortolano), che stava morendo. Pinocchio riconobbe nel moribondo il suo compagno Lucignolo che spirò per la fatica del lavoro tra le braccia del burattino.
Lavorando tutti i giorni Pinocchio riuscì a raccogliere abbastanza denaro da averne in più il necessario per comprarsi un vestito. Sulla via verso il paese, però, Pinocchio incontrò la Lumaca che era stata la cameriera della Fata, che gli raccontò che la padrona si era ammalata e giaceva povera in un letto di ospedale. Da quel giorno Pinocchio lavorò il doppio per mantenere il padre e la Fata Turchina, fino alla mattina in cui, dopo aver sognato la Fata, il burattino si svegliò e si accorse di essere diventato un ragazzo. La capanna era improvvisamente divenuta una bella casa, perché quando i ragazzi si comportano bene- dice Geppetto a Pinocchio- ridonano il sorriso alle loro famiglie.
Geppetto_ Geppetto crea Pinocchio principalmente per sopprimere la sua solitudine e la sua povertà. In qualche modo la figura del padre-creatore di Pinocchio è fisicamente poco presente nel libro, ma aleggia sempre nella mente di Pinocchio come fonte di rimorso e infelicità. L’unico momento della vita in cui Pinocchio non ricorda Geppetto è quello nel Paese dei Balocchi, in seguito al quale il burattino finisce col perdere ogni connotato umano. La redenzione di Pinocchio inizia, infatti, solo nel momento in cui rincontra il padre nella balena per poi continuare con il duro lavoro svolto per mantenere Geppetto malato.
La Fata_ Quando Pinocchio la incontra per la prima volta lei è una bambina con i capelli turchini, ma poi sull’isola delle Api Industriose sono passati tanti anni dal primo incontro che lei è già una donna. E’ una sorta di figura materna e l’autrice della trasformazione materiale di Pinocchio da burattino a ragazzo. In molte circostanze salva la vita al burattino: anzitutto lo salva dall’impiccagione ad opera del Gatto e la Volpe. Salva il burattino dalla fame nell’isola delle Api Industriose. Quando poi Pinocchio è gettato in acqua dal suo nuovo padrone che ne vuole fare un tamburo, è sempre lei che invia il branco di pesci che liberano Pinocchio dalla sua umiliante forma esteriore d’asino. Tenta poi di salvarlo dal pescecane, sotto forma di capretta azzurra, ma non lo fa perché sa che solo attraverso la permanenza nel pesce e la ricongiunzione con Geppetto Pinocchio potrà avviarsi verso una redenzione definitiva. Quando poi Pinocchio si risveglia ragazzo, solo Geppetto è con lui. La Fata si limita, come durante tutto il libro, a vigilare su di lui da lontano.
Il Grillo_ E’ la coscienza di Pinocchio e, come tale, cerca di infondere nel burattino giudizio e rimorso per le sue azioni. Pinocchio però odia essere contraddetto e uccide la sua coscienza con un martello, anche se così facendo non la cancella. Il Grillo riapparirà dopo l’incontro con il Gatto e la Volpe, infatti, e darà una casa a Geppetto e Pinocchio dopo l’avventura nella balena.
La Lumaca_ E’ uno strumento nelle mani della Fata che la utilizza per far capire a Pinocchio gli errori commessi.
Il mastino Alidoro e il Tonno_ Sono entrambi l’essenza della morale altruistica del libro. Entrambi credono profondamente nell’amicizia e nella riconoscenza e salvano Pinocchio in circostanze critiche. Comunque è sempre il burattino che, facendo il primo passo, si ingrazia entrambi senza peraltro programmare di ottenere un vantaggio da loro.
Lucignolo_ E’ l’amico tentatore di Pinocchio, colui che lo convince ad abbandonare la Fata per il Paese dei Balocchi. Quando Pinocchio ritrova Lucignolo morente presso l’ortolano non lo ritrova nelle vesti del ragazzo che aveva conosciuto, ma ancora sotto la forma dell’asino. Questa nota triste è segno che una volta imboccata la via sbagliata ci si può redimere, come Pinocchio, ma c’è anche la possibilità di non riuscire a riscattarsi dalla propria condizione.
Il Gatto e la Volpe_ Sono i due compari per eccellenza, i due complici che rubano a Pinocchio le monete d’oro, prima tentando di ucciderlo e poi con l’inganno. Sono il prototipo di quelle persone che, speculando sull’ignoranza e l’insoddisfazione altrui, ingannano i poveri e gli ignoranti. Alla fine del libro si trovano mendicanti a chiedere a Pinocchio un pezzo di pane, ma il burattino glielo rifiuta considerando il giusto castigo che li ha colpiti entrambi.
Mangiafuoco_ E’ il burattinaio che, apparentemente crudele, si commuove di fronte al racconto di Pinocchio e lo libera donandogli tre monete d’oro.
L’Omino di Burro_ E’ la personificazione dell’inganno, del male celato sotto la più pacifica delle forme.
La casa di Geppetto_ Il primo ambiente in cui Pinocchio si trova a muoversi è la povera casa di Geppetto. Ambiente spoglio e privo anche del più essenziale mobilio rende l’idea da subito del tipo di ambiente in cui si muove il libro, ossia quell’onesta miseria che caratterizza anche lo stesso padre di Pinocchio.
La casa della Fata_ Quando Pinocchio è inseguito dagli assassini nel bosco, vede in lontananza, come un miraggio, una casa tanto bianca da sembrare splendere: è la casa della bambina dai capelli turchini. Essa appare come un’oasi di salvezza dalla quale si affaccia la bambina, apparentemente morta, che lo salva dalla morte. La casa quindi, come la Fata, appare come un miraggio di salvezza. Nell’isola delle Api Industriose, poi, la casa della Fata diviene la casa dello stesso Pinocchio ma nel momento in cui il burattino perde la necessità di rifugiarvicisi egli la abbandona per il Paese dei Balocchi.
Il Paese dei Balocchi_ E’ il luogo di perdizione, il falso paradiso in cui Pinocchio e Lucignolo perdono ogni umanità trasformandosi in asini alla mercé dell’Omino di Burro.
Il Ventre della Balena_ Come in circostanze bibliche (Giona), è il luogo di meditazione, la prigione formativa in cui Pinocchio ritrova Geppetto e, con lui, il lato buono di se stesso. Lo stesso fatto di trovarsi intrappolato aguzza l’ingegno di Pinocchio che riesce a trovare una soluzione efficace entro breve tempo.
Lo scorrere del tempo all’interno del libro è molto rarefatto, perché il burattino Pinocchio non cresce. Risulta così scandito solo dalla Fata, lasciata bambina e ritrovata donna, che spiega a Pinocchio la sua condizione di burattino e infonde così in lui il desiderio di liberarsi dalla sua struttura che non gli permette di crescere. Pinocchio esprime così in questa sede per la prima volta il desiderio di diventare un ragazzo come gli altri.
Il Lavoro_ Il primo dei valori che Collodi vuole trasmettere è quello del lavoro. Alla svogliatezza di Pinocchio, infatti, sia Geppetto che la Fata rispondono che chi non lavora finisce sempre male. La dimostrazione pratica di questo concetto si materializza con l’incontro finale con il Gatto e la Volpe. Pinocchio, nelle risposte che dà ai due (la farina del diavolo va sempre in crusca, i quattrini rubati non danno mai frutto, chi ruba il mantello al prossimo muore senza camicia), dimostra di aver pienamente appreso la lezione.
L’Amicizia_ Un altro valore che si riscontra nel libro è quello dell’amicizia. Soprattutto Collodi vuole marcare la differenza tra le buone amicizie (Alidoro e il Tonno) e le cattive compagnie (Lucignolo, il Gatto e la Volpe). In più di un occasione è l’altruismo di Pinocchio che lo salva: Mangiafuoco lo libera perché resta impressionato dal suo eroismo nel voler salvare Arlecchino, Pinocchio non viene fritto dal pescatore grazie ad Alidoro e infine Geppetto e il burattino non annegano grazie al Tonno. Quando poi Pinocchio ritrova Lucignolo morente non può trattenere una lacrima di fronte alla misera sorte dell’amico.
L’Affetto Filiale_ Quello che permette a Pinocchio di realizzare il suo sogno trasformandosi in un ragazzo è l’affetto prima verso Geppetto e poi verso la Fata. Come detto in precedenza, nel momento in cui Pinocchio dimentica il padre e la “madre” perde ogni caratteristica umana e diventa la più umile delle bestie.
Come asserisce Geppetto “Quando i ragazzi, da cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie” ed è quindi questa, in qualche modo, la morale del libro che esalta i valori del lavoro e della diligenza.
Pinocchio è uno dei più chiari esempi di romanzo formativo, in cui il protagonista, attraverso avventure e disavventure raggiunge la maturità.
Il linguaggio usato nel libro è il dialetto toscano, ma non quello colto di Firenze utilizzato dai grandi letterati, bensì il parlato dei piccoli paesi di campagna. Anche questa scelta linguistica, oltre che derivare dalle origini fiorentine dell’autore, è un segno ulteriore dell’attenzione posta all’ambiente povero in cui si svolge la vicenda.
Premetto che questo libro non mi è per niente piaciuto. A mio parere è un libro sterile, sia nella forma che nei contenuti: è arido. I concetti sono espressi sempre con la stessa cadenzata ritmicità dei detti popolari, sia per gli episodi buffi che per quelli drammatici. Non è riuscito a strapparmi né un sorriso né, tantomeno, una lacrima, la morale è scontata come poche ed è incentrata ancora sui detti popolari e sulla loro “saggezza” sentenziosa. Il taglio netto tra personaggi positivi e negativi finisce con il creare un’atmosfera appiccicosa che ha la sua apoteosi nell’incontro finale con il Gatto e la Volpe che risultano puniti per la loro malvagità. Questo oltre ad essere irreale presenta anche delle incoerenze come la morte di Lucignolo che non fanno che aumentare l’amaro che resta in bocca dopo un finale che dovrebbe essere lieto, ma che in realtà è insipido come il resto del romanzo. Gli stessi valori trasmessi sono scontati e non portano a nulla, perché nessun bambino, leggendo Pinocchio, è mai stato invogliato ad andare a scuola o ad essere diligente. Secondo me Collodi, tentando di trasmettere alcuni valori, su di me ha ottenuto l’effetto contrario di far approvare dal lettore ogni fuga di Pinocchio, ad esempio dal Grillo Parlante, con le sue morali assolutamente non costruttive.
Tenendo conto del periodo in cui il romanzo è stato scritto ho potuto si nota come “Pinocchio” è, secondo me, un libro che, pur cogliendo i punti salienti di sempre della maturazione di un ragazzo, si dimostra assolutamente inadeguato al nostro tempo.
Una cosa che, invece, ho trovato interessante è stato il parallelismo con altri libri:
La Bibbia_ Oltre al valore dell’onestà, Collodi trae anche molte frasi dalla Bibbia (tornato sulla retta via, …). La cosa interessante è che l’autore si dichiarava non credente. Ogni rimando al Libro Sacro è, quindi, puramente rivolto al lettore o semplicemente simbolico. L’esempio più chiaro è quello del pescecane, animale che, come nel libro di Giona, simboleggia la preparazione ad una nuova nascita.
Peter Pan_ Le due figure di Pinocchio e Peter Pan sono esattamente l’opposto, ma rappresentano entrambi l’insoddisfazione. Pinocchio è insoddisfatto della sua condizione di burattino e si impegna per diventare un ragazzo. Peter invece è un ragazzo che sfugge dalla sua natura.
Chiara Coppetti
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SCHEDA DI LETTURA DE:
“SE QUESTO È UN UOMO”
DI: PRIMO LEVI
ED: ENAUDI
GENERE: DRAMMATICO – STORICO
N. PAG. 218
IL LIBRO
Scritta nel 1945, subito dopo il ritorno da Auschwitz, questa è l’opera in cui Levi racconta con più urgenza e drammaticità l’orrore della crudeltà e della morte nel Lager e i piccoli gesti di dignità e di solidarietà degli uomini calpestati.
LA TRAMA
La vicenda dell’autore inizia la notte del 13 dicembre 1943, quando Levi venne sorpreso sulle colline torinesi, insieme ai suoi compagni, da un reparto della milizia fascista. Dopo averci narrato in termini lapidari come venne catturato dai fascisti e condotto nel campo di concentramento di Fossoli, e dopo averci descritto, attraverso pagine altamente drammatiche, come gli ebrei internati nel campo accolsero l’annuncio della deportazione, Levi affronta la descrizione del viaggio che lo condurrà, in un convoglio composto da dodici carri, chiuso dall’esterno e in cui si affollavano uomini, donne e bambini, dalla piccola stazione di Carpi, in Italia, ad Auschwitz, nell’alta Alesia.
Giunti a destinazione, il meccanismo dell’annientamento si mette subito in moto: è il primo episodio di una lunga serie di eventi simili il cui unico scopo è quello di giungere, per gradi, alla totale eliminazione dei deportati. Coloro che sono in grado di essere utilizzati come mano d’opera fino allo sfruttamento completo di ogni risorsa umana, vengono condotti ai campi di lavoro; tutti gli altri, vecchi, inabili, bambini, invece avviati alle camere a gas. Gli “abili”, caricati su un carro, vengono trasportati nel campo di lavoro che è stato loro assegnato. Spogliati, rivestiti con casacche a righe, e zoccoli, tatuati sul braccio sinistro con il numero di matricola che d’ora in avanti sostituirà il loro nome, si trasformano da uomini in “Häftlinge”, cioè in prigionieri. Da questo momento il nome di Primo Levi sarà:174517.
La narrazione prosegue addentrandosi, e descrivendo le abitudini di quell’inferno, che è la vita in un Lager. Tutti gli internati vengono trasferiti ogni giorno presso una fabbrica di gomma, chiamata la Buna, e sotto la sorveglianza di un Kapò, svolgono un lavoro massacrante. Ben presto i più deboli soccombono alle malattie e alle privazioni.
Non è trascorso molto tempo dal suo arrivo nel campo quando Levi, trasportando un carico pesante, cade e si ferisce un piede. Quella stessa sera si presenta all’infermeria, la Ka-Be, dove resterà per una ventina di giorni. È proprio qui che l’autore assiste alla sbrigativa procedura con cui le SS, prescelgono coloro da inviare alle camere a gas.
Viene quindi destinato ad un altro Block, dove ha la fortuna di incontrare Alberto, il migliore amico che si è fatto al campo, con cui poi condividerà il privilegio di essere assegnato al Kommando chimico.
Poco tempo dopo dovrà sostenere un prova per poter essere ammesso al laboratorio di chimica del campo. Miracolosamente, nonostante la soggezione provocata dall’esaminatore il dottor Pannwitz, Levi riesce a superare l’esame. Rimarrà aggregato al Kommando chimico, ma passeranno diversi mesi, contrassegnati da sempre nuovi patimenti e da un’altra selezione, prima che entri a far parte, insieme ad altri due prigionieri, uno belga e l’altro rumeno, del laboratorio e possa cominciare a nutrire la speranza di superare il suo secondo inverno nel campo.
Nel frattempo hanno inizio i bombardamenti alleati sull’Alta Alesia, anche la fabbrica di gomma viene colpita, tutto fa presagire come prossima la catastrofe del Terzo Reich, ma non per questo il ritmo di lavoro dei prigionieri subisce un rallentamento o le loro sofferenze diminuiscono. Episodio significativo, nonostante sia assai drammatico, è l’impiccagione di un uomo accusato di aver organizzato un complotto per l’ammutinamento dei prigionieri del campo; gli Häftlinge vengono condotti sul luogo dell’esecuzione, dove il condannato prima di morire si rivolge ai compagni così: “Compagni, io sono l’ultimo!”.
Dopo questo episodio gli eventi precipitano, il fronte russo si sta avvicinando e il Lager viene evacuato. Nel campo rimangono solo circa ottocento ammalati, tra i quali anche l’autore poiché colpito dalla scarlattina, abbandonati a se stessi, senza cure, né acqua, né cibo, ad una temperatura di venti gradi sotto zero. Levi è tra i pochissimi che riesce a sopravvivere e le ultime pagine del libro, scritte sotto forma di diario, ci danno la cronaca di ciò che accade in questi terribili dieci giorni, dal 19 al 27 gennaio 1945 data della liberazione.
I PERSONAGGI
Innanzi tutto, nel campo esistevano tre categorie di prigionieri che si distinguono tra loro per il diverso contrassegno che portano sulla giacca: gli ebrei una stella rossa e gialla, i politici un triangolo rosso, i criminali un triangolo verde.
Levi divide inoltre i personaggi in due categorie: i salvati e i sommersi, dedica a questa distinzione un intero capitolo portando diversi esempi. Fra quelli della prima categoria: l’ebreo galiziano Schepschel che riesce a sopravvivere grazie ad espedienti di ogni genere e piccoli traffici; l’ingegnere Alfred L. che attraverso una laboriosa ostentazione di prosperità riesce a conquistarsi un posizione di rispetto; l’energumeno Elias Lindzin, che nonostante la sua statura, possiede una notevole forza fisica tanto da renderlo fisicamente indistruttibile; il giovane Henri, che avendo capito i tre metodi per sopravvivere ( sapersi organizzare, rubare, suscitare pietà), si guadagna la simpatia degli altri. Nella seconda categoria si riconosce Null-Achtzehn, cioè “Zero Diciotto”, talmente indifferente a tutto che non reagisce neppure più ai maltrattamenti e alle percosse, che mostra l’agghiacciante metamorfosi di un uomo sottoposto all’opera di annientamento messo in atto dal Lager.
Levi ci propone la descrizione di numerosi compagni ecco i più significativi:
ALBERTO: è il suo migliore amico, lo incontra all’uscita dall’infermeria e non si separerà più da lui fino alla sua partenza il 18 gennaio 1945, e da quel momento non si rivedranno mai più, poiché anche lui morirà durante un’interminabile marcia attraverso la Germania. “Non ha che ventidue anni, due meno di me, ma nessun italiano ha dimostrato capacità di adattamento simili alle sue…ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri…” La loro era sicuramente una grandissima amicizia “Era il mio indivisibile: noi eravamo “i due italiani”, e per lo più i compagni stranieri confondevano i nostri nomi. Da sei mesi dividevamo la cuccetta, e ogni grammo di cibo organizzato extra-razione …”
LORENZO: un operai civile italiano che lavorava alla fabbrica di gomma; che mosso dalla compassione per la sorte di Levi, senza pretendere alcun compenso, cercò di aiutarlo, sfamandolo per sei mesi. “Io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto ad di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancor puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi.”
CHARLES e ARTHUR: sono due compagni di stanza, che durante i dieci giorni precedenti la liberazione lo aiuteranno a sopravvivere. “I due francesi con la scarlattina erano simpatici. Erano due provinciali dei Vosgi, entrati in campo da pochi giorni… il più anziano si chiamava Arthur, era contadino, piccolo e magro. L’altro, suo compagno di cuccetta, si chiamava Charles, era maestro di scuola e aveva trentadue anni…”
SPAZIO&TEMPO
La vicenda si svolge a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in Alta Slesia: una regione abitata sia da tedeschi che da polacchi. Tutti i prigionieri lavoravano in una fabbrica di gomma chiamata Buna, per questo lo stesso campo si chiamava Buna.
Gli spazi aperti sicuramente l’autore non ha avuto la possibilità di vedere ciò che “stava fuori” visto che tutto il campo era recintato e potevano uscire solo quando si dirigevano al lavoro. “Si vedevano a mezzogiorno le montagne; a ponente, familiare e incongruente, il campanile di Auschwitz (qui, un campanile !) e tutto intorno i palloni frenati dello sbarramento. I fumi della Buna ristagnavano nell’aria fredda, e si vedeva anche una fila di colline basse, verdi di foreste…” Gli spazi chiusi, naturalmente il luogo in cui si svolge l’intera narrazione, o quasi, è il Lager “…è un quadrato di circa seicento metri di lato, circondato da due reticolati di filo spinato, il più interno dei quali è percorso da corrente ad alta tensione. È costituito da sessanta baracche in legno, che qui si chiamano Block, di cui una decina in costruzione…” ogni Block è adibito a determinati scopi, cucina, infermeria, fattoria sperimentale, dormitorio, questi ultimi si distinguono per il tipo di prigioniero “non vi sono che centoquarantotto cuccette a tre piani, disposte fittamente, come delle di lavare, in modo da utilizzare senza residui tutta la cubatura del vano, fino al tetto, e divise in tre corridoi; qui vivono i comuni Häftlinge, in numero di duecento duecentocinquanta per baracca, due quindi in buona parte delle cuccette…”. L’altro luogo “principale” è la fabbrica della Buna “la Buna è disperatamente ed essenzialmente opaca e grigia. Questo sterminato intrico di ferro, di cemento, di fango e di fumo è la negazione della bellezza. Le sua strade e i suoi edifici si chiamano come noi, con numeri o lettere, o con nomi disumani e sinistri. Dentro il suo recinto, non cresce un filo d’erba, e la terra è impregnata dei succhi velenosi del carbone e del petrolio, e nulla è vivo se non macchine e schiavi: e più quelle di questi.”
Il tempo della storia e della narrazione, sono ben determinati, infatti la vicenda inizia con l’arresto dell’autore il 13 gennaio 1943 e termina la mattina del 27 gennaio 1945 con la liberazione del Lager da parte dell’Armata Russa.
IL COMMENTO
La struttura del romanzo: si può notare che a seconda degli episodi narrati l’autore ha scelto un andamento diverso: quello del resoconto, in cui gli avvenimenti ci vengono esposti nella loro successione cronologica; quello più aperto e disteso che procede per associazioni di memoria, in cui l’autore ci presenta la vita nel campo attraverso una serie di quadri che includono personaggi e situazioni; quello infine di impianto diaristico, adottato nelle ultime pagine, che meglio riproduce il precipitare degli eventi e meglio si adegua alla concitazione che assume il racconto.
La lingua: il romanzo è scritto con un linguaggio semplice e vicino all’uso quotidiano; si nota l’uso di termini appartenenti a lingue straniere, in particolare il tedesco e il francese.
Levi in quest’opera, non si limita a dare una registrazione delle proprie esperienze, a offrire un documento umanissimo delle sofferenze, ma riesce anche ad esprimere un giudizio sull’atrocità di quelle stesse sofferenze, con il distacco che proviene dalla sua volontà di comprendere le leggi che regolano il comportamento degli uomini, per riuscire a capire il mostruoso fenomeno del Lager. “Ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga qualche memoria. A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui parliamo.”
L’autore ci vuole inoltre proporre lo spaccato di un mondo in cui la lotta per la vita, ridotta al suo meccanismo primitivo, si riconosce come uno spietato processo di selezione naturale, dove l’unico elemento di differenziazione tra gli uomini è determinato solo dalla loro capacità o incapacità di imporsi, di dominare al fine di sopravvivere. “Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce che suona: “a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto”. Nel Lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta a tutti”.
Levi fa notare che tutte le azioni compiute nel campo da parte dei tedeschi, hanno sempre un sottofondo di ilarità; come esempio si può portare l’insegna vivamente illuminata all’entrata del campo dove spiccano le parole: ARBEIT MACHR FREI (Il lavoro rende liberi). “la mia idea ormai è che tutto questo è una grande macchina per ridere di noi e vilipenderci, e poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è pazzo, vuol dire che ci è cascato, io no, io ho capito che presto sarà finita,…”
Ecco alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito:
“… nel Lager si perde l’abitudine di sperare, e anche la fiducia nella propria ragione. In Lager pensare è inutile, perché gli eventi si svolgono per lo più in modo imprevedibile; ed è dannoso, perché mantiene viva una sensibilità che è fonte di dolore, e che qualche provvida legge naturale ottunde quando le sofferenze sorpassano un certo limite.”
“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso divento premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena sta il Lager:”
“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.”
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Relazione del libro “Canone Inverso”.
Titolo: Canone Inverso.
Autore: Paolo Maurensig
Editore: Mondadori
Anno di edizione: 1996
Trama:
La storia è interamente costruita e sviluppata intorno ad un violino. Lo strumento viene acquistato ad un’asta d’arte da una persona che, solo nel finale, assume una certa rilevanza. Prima di poter apprezzare le doti di questo violino l’uomo riceve la visita di uno scrittore che inizia a narrargli una storia legata allo strumento.
Lo scrittore, amante dell'opera lirica, si era recato a Vienna per assistere ai Concerti Brandeburghesi . Una sera, girovagando per le strade della capitale austriaca, decise di sostare in una caratteristica osteria; lì incontrò un suonatore ambulante, Jeno Varga. "Era di età indefinibile, vestito come un cocchiere: stivali, mantello di cerata, e in testa una bombetta. Portava vistosi baffi grigi e spioventi, alla tartara, ma i capelli, in contrasto, erano ancora scuri, e lunghi al punto che li teneva raccolti sulla nuca, in un codino stretto da un elastico". Il musicante stupì tutti gli avventori del locale suonando, senza alcuna esitazione ed in maniera naturale e perfetta, la complicatissima Ciaccona di Bach. A questo punto, lo scrittore decise di indagare sul conto di quello strano individuo: perché, pur avendo tanto talento, si è ridotto a chiedere la carità nei locali? Quale mistero terribile si celava nel suo passato? Dopo numerose ricerche l’uomo riuscì ad incontrare di nuovo Jeno Varga che, dopo qualche insistenza, iniziò un lungo e dettagliato racconto della sua vita.
Fin da bambino, egli aveva mostrato una grande inclinazione per la musica. Giorno dopo giorno, prima con un semplice violino e poi, con lo strumento lasciatogli dal padre prima dell’abbandono, la sua abilità diventò sempre maggiore. Grazie alla sua bravura, Jeno Varga vinse una borsa di studio e riuscì ad entrare nel Collegium Musicum, il sogno di ogni giovane violinista. Non appena cominciò a frequentare le lezioni di questo Conservatorio, però, si rese conto delle umiliazioni e offese che esso imponeva agli studenti. Nella scuola vigeva un a ferrea disciplina, che non poteva essere ignorata da nessuno; le camere erano appena sufficienti a contenere un piccolo letto ed al posto delle finestre vi erano grate metalliche. I professori di questa pseudo- prigione non coltivavano nei novizi musicisti la spontaneità e l'improvvisazione, ma, da persone assolutamente mediocri, concentravano tutti i loro sforzi sulla fredda ed asettica tecnica. Nel Collegium le relazioni sociali erano soffocate dalla disciplina e dalla competitività, cosicché i ragazzi non avevano alcun rapporto di amicizia tra di loro. Tuttavia, Varga, uno dei migliori allievi del Conservatorio, riuscì a stringere una relazione culturale ed affettiva con Kuno Blau, ragazzo dotatissimo e molto abile nel suonare il violino. Il sodalizio si rivelò così forte che, terminati gli studi, i due giovani trascorsero l'estate nel castello in campagna dei Blau. La vita inizialmente trascorse oziosa e tranquilla, tra piccoli concerti, cene affollate; ben presto, però, cominciarono ad emergere le differenze tra Jeno e Kuno. Se a livello musicale il primo era superiore al secondo, non si poteva nascondere la bassa estrazione sociale di Varga, vissuto con la madre e il patrigno dopo l’abbandono del padre rispetto ai nobili Blau. Mentre Kuno continuava ad infervorarsi in vuote discussioni sull'immortalità, Jeno lo sentiva sempre più distaccato e freddo…Il loro rapporto si incrinò e, al termine della stagione estiva, cessò definitivamente di esistere. Verga, così, rimasto orfano in tenera età, fu costretto a trovare espedienti precari e saltuari per sopravvivere, trovandosi perennemente in una situazione di estrema miseria.
A questo punto il suonatore ambulante terminò il suo racconto, lasciando lo scrittore confuso e molto perplesso.
Il mistero, però, viene risolto da una lettera indirizzata allo zio di Kuno, il barone Gustav Blau, l’uomo che aveva comprato il violino all’asta d’arte, ritenuto morto a causa della sua improvvisa scomparsa. Al termine della lettura, dunque, si scopre che Jeno altro non è che un frutto della mente malata di Kuno Blau, un soggetto tipicamente schizoide che, nel corso della permanenza presso una clinica psichiatrica, aveva manifestato segni di sdoppiamento, fino a raggiungere uno stato pressoché costante di personalità alternata. Il violino sembrava comunque essere il punto in comune, il trait d'union delle due pur distinte personalità.
Analisi del titolo, dell’incipit, dell ’excipit e delle tecniche narrative.
L' espressione "canone inverso" si usa in musica, per indicare elementi contrastanti ed opposti. Questo libro, dunque, presenta uno sfondo prettamente musicale: a volte note e melodie si riducono ad un semplice sottofondo, in altri casi si innalzano a vere protagoniste della trama.
L’autore, nello scrivere l’incipit di questo libro , si è servito di un mito sulle origini della musica e dei primi strumenti a corda .Il mito narra di come la dea Parvati , sposa di Schiva, impietosa del destino degli uomini, avesse deciso di fare loro un dono, ma il marito, geloso di queste attenzioni, distrusse questo omaggio, i frammenti di questo caddero sulla terra, dando origine alla formazione dei diversi strumenti musicali.
L ’ excipit è il vero e proprio epilogo di tutta la storia, attraverso cui riusciamo a comprendere la complicata vicenda. Si tratta di una lettera che spiega come il protagonista soffrisse di uno sdoppiamento di personalità che gli permetteva di essere a volte Kuno Blau altre Jano Varga.
La più rilevante tecnica narrativa è quella del flash back. La storia è una narrazione a tre voci collegate tra loro dai flash back
Campionatura del Testo:
Lo stile narrativo di Maurensig è semplice e lineare, le descrizioni sono chiare e non eccessivamente lunghe. Risultano pesanti e noiosi i momenti di riflessione filosofica
sull’ immortalità e sulla vita dopo la morte.
Testo argomentativo:
Il personaggio che mi ha colpito in modo particolare e Gustav Blau, lo zio di Kuno.
Apparentemente un personaggio irrilevante , sembrerebbe infatti una semplice collezionista di violini, si rivela in fine una figura importante sia all’interno del romanzo sia nell’epilogo.
Durante la narrazione viene infatti raccontato il mistero che circonda la sua scomparsa, la sua morte, la profanazione della sua tomba e il racconto di un uomo che lo avrebbe incontrato. Nell’epilogo capiamo che in realtà il barone Blau non è affatto morto, ma che egli era scappato, allontanato dalla propria famiglia a causa dell’amore che egli provava per la moglie del fratello.
Il personaggio assume un ruolo ben definito e centrale solo alla fine dell’opera .
In verità, ho apprezzato lo stile di Paolo Maurensig solo in parte. Se da un lato ha saputo creare nel romanzo spettacolari colpi di scena e situazioni avvincenti, il suo modo di scrivere appare in un certo senso troppo elementare. La chiarezza e la linearità del testo facilitano la comprensione, ma il tema poteva essere trattato in maniera più ampia e complessa, con qualche dissertazione in più sulla musica e con qualche riferimento più colto. Imprescindibilmente, la musica è difficile da spiegare a parole: è un elemento intrinseco in ognuno di noi, un vero e proprio mezzo di espressione. Tuttavia, essendo l'elemento cardine del romanzo, l'autore poteva soffermarvisi in maniera più analitica.
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Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
Notizie sull'autore
Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1896 - Roma 1957),di famiglia aristocratica (quella dei principi di Lampedusa, duchi di Palma e Montechiaro) ,prese parte alle due guerre mondiali e compì lunghi viaggi in Europa. Appassionato lettore di libri storici e di romanzi stranieri, soprattutto francesi, si dedicò alla narrativa negli ultimi anni della sua vita. Il suo più famoso successo, "Il Gattopardo", pubblicato dopo la sua morte nel 1958 , costituì un <<caso letterario>>, sia per la personalità allora misteriosa dell'autore, sia per la sua ironica rappresentazione dei mutamenti storici-sociali del periodo risorgimentale. Altre opere postume, di minore importanza, sono : "Lighea", "Lezioni su Stendhal" , "Invito alle lettere francesi del Cinquecento".
Trama e personaggi
Don Fabrizio Salina è un ricco siciliano appartenente ad una nobile casata che da secoli gode del rispetto indiscusso degli abitanti dei propri feudi , nemmeno la notizia dello sbarco a Marsala di Garibaldi sembra intaccare la dura scorza del Principe, che è ben consapevole del carattere avverso a ogni mutamento dei siciliani. La vita sua e quella della sua numerosa famiglia scorre monotona e tranquilla : per i suoi familiari il Principe prova persino un lieve sentimento di disprezzo per la loro piattezza morale , con la sola eccezione di Tancredi, il nipote, preferito allo stesso primogenito Paolo per vivacità, imprevedibilità e prontezza di spirito : un vero, giovane Gattopardo, così com'era stato lui in passato. E' alla residenza dei Salina nel feudo di Donnafugata che si snodano gran parte delle vicende del romanzo : qui Don Fabrizio deve affrontare l'ascesa di Don Calogero Sedara, il sindaco, che in breve tempo aveva saputo raccogliere, grazie alla propria arguzia , un patrimonio tanto vasto da sfiorare quello del Principe. La affronta, a dire la verità, con un pizzico di sdegno per quell'omino tanto piccolo ma tanto intelligente, ma tant'è : di lì a poco , inoltre, Tancredi conoscerà Angelica, la figlia di Don Calogero, e se ne innamorerà follemente. Il Principe, che voleva bene a Tancredi e rispettava le sue scelte, non se la sente di impedire questo amore e a poco a poco comincia a scoprire nel rozzo Sedara delle qualità di amministrazione non comuni, oltre che a godere della bellezza della splendida Angelica.. Il sentimento di stima e rispetto è naturalmente reciproco anche da parte dei Sedara. D'altronde il matrimonio fra Tancredi e Angelica rappresenta il mutamento dei tempi, cioè l'unione di un nobile di stirpe e una popolana , tra l'altro - dato non trascurabile - " a dote invertita ": Tancredi è infatti squattrinato per la scellerata gestione del patrimonio del defunto padre ( cognato del Principe ), Angelica invece gode di una più prospera situazione economica . Tutto ciò sarebbe stato impensabile solo fino a qualche anno prima.
Una digressione è poi dedicata a Padre Pirrone, sacerdote di casa Salina. Prima del suo ritorno al paese natale di S.Cono, non si può dire certo che l'autore lo presenti in modo molto positivo : sembra infatti condurre una vita piuttosto sciatta, senza nerbo , passata a concedere assoluzioni al Principe per le sue scappatelle notturne. E invece, a sorpresa, la sua figura è di molto rivalutata a S.Cono, quando grazie alla sua proverbiale sagacia (o piuttosto grazie al caratteristico spirito di conciliazione tipico di un sacerdote ), riesce a dirimere un' intricata lite familiare fra popolani.
Don Fabrizio intanto sente a poco a poco affievolirsi il suo spirito vitale : probabilmente l'ultimo momento di apparente felicità è rappresentato dal ballo concessogli da Angelica, in cui, per l'ultima volta, si tuffa in un mondo, quello dei giovani, che non gli apparterrà più. Inizia dunque la parabola discendente del romanzo : il Principe, dopo delle brevi considerazioni sulla sua vita, in cui afferma di averne vissuta veramente poca, spira acciaccato dai malanni ma circondato dai parenti. La descrizione da anziane delle tre figlie del Principe, Concetta, Caterina e Carolina, rimaste signorine per via del loro carattere riservato , un tempo elogiato e ormai divenuto antiquato e scorbutico, ricorda al lettore il lento ma inesorabile trascorrere del tempo ; e infine, l'ordine da parte di Concetta di buttare la carcassa imbalsamata di Bendicò, cane dei Salina un tempo fedele e gioioso, facendola precipitare nel vuoto e riducendola a un mucchio di polvere, ricorda mestamente la triste natura dell'uomo, destinata alla scomparsa e all'oblio. Si chiude così il romanzo, in netta contrapposizione con come era iniziato, vale a dire con il farso e il lusso della residenza palermitana dei gloriosi Salina.
Fabula e intreccio
Fabula e intreccio nella maggior parte dei casi coincidono, fatta eccezione per alcuni momenti nel corso della narrazione, quando gli eventi preludono al ricordo di quanto avvenuto solo poco tempo prima (tecnica del flash-back). Nel capitolo I, ad esempio, accade che Don Fabrizio, trovandosi a contemplare la bellezza primaverile del suo giardino, rammenta che appena un mese prima lo spettacolo non era ugualmente apprezzabile, per via del ritrovamento nel medesimo luogo del cadavere di un giovane soldato.
Narratore e focalizzazione
Chi narra le vicende di casa Salina è un narratore onniscente, che conosce in partenza il reale svolgimento dei fatti. La focalizzazione è dunque di tipo "zero", caratteristica di un narratore esterno alla vicenda ( nel nostro caso identificabile con l'autore stesso), che si limita solo a raccontarla, non rimanendo però totalmente al di sopra dei personaggi: non è escluso infatti qualche intervento del narratore magari a sfondo comico-sensuale, come quando esso ci rivela un segreto dell'intimo di Don Fabrizio, vale a dire che anche al principe di Salina sarebbe piaciuto odorare il "profumo" delle lenzuola della bella Angelica, sollecitato a farlo da Don Ciccio Tumeo.
Livello temporale e spaziale
Per buona parte dell'opera, l'autore fa cenno a eventi svoltisi in un lasso di tempo compreso tra il 1860 e il 1862, concentrando l'attenzione in modo particolare sugli avvenimenti di alcuni mesi. Solo nell'ultima parte del romanzo si nota un forte scarto temporale: dal 1862 si passa al 1883 e per finire si arriva addirittura al 1910 . Probabilmente è intenzione dell'autore chiudere in modo mesto il suo romanzo, rappresentando così proprio alla fine il lento e inesorabile scorrere del tempo e l'oblio a cui inevitabilmente le vicende narrate prima saranno soggette. Anche i luoghi dello svolgimento delle vicende sono molto significativi : spazi aperti e spazi chiusi si alternano creando notevole continuità, i primi rappresentati dalla selvaggia bellezza della Sicilia, i secondi dalle magnifiche residenze dei Salina, sia a Palermo che a Donnafugata. Le svolte narrative ( incontro fra Tancredi e Angelica, ad esempio )avvengono in prevalenza in questi ultimi , non limitando però,d'altro canto, la funzione della natura paesaggistica siciliana a quella di semplice "cartolina".
Referente storico
Il referente storico in questo romanzo è ben chiaro e definito : le vicende narrate si svolgono nel quadro di una Sicilia "immobile" e indifferente agli importanti mutamenti politici dell'epoca, quale ad esempio lo sbarco dei Mille di Garibaldi, che sancisce l'avvio del processo di unificazione dell'Italia. I cambiamenti sociali del periodo sono altrettanto evidenti : l'ascesa della borghesia e la corrispondente diminuizione di importanza dei nobili casati, a scapito appunto delle persone più intraprendenti e spregiudicate.
Conclusioni personali
Probabilmente il successo di questo libro sta tutto nella capacità di Tomasi nel creare una storia straordinariamente verosimile, calata nel contesto di un epoca che lo sfiora ma che non gli appartiene del tutto,abbellendola delle caratteristiche tipiche di un romanzo, quali ad esempio le liriche descrizioni dei paesaggi,le sfumature caratteriali di alcuni personaggi talvolta ironiche, la passione amorosa che non guasta mai. Tutti questi elementi, uniti alla varietà e all'imprevedibilità degli eventi, fanno sì che il lettore tenga viva la propria attenzione fino al termine della narrazione. Come se non bastassero già le implicazioni storiche e liriche a rendere grande questo romanzo, ecco che l'intera opera è permeata anche da un sottile ma sensibile velo di malinconia, che viene acuito proprio nel finale : dal Gattopardo si evince dunque anche una problematica di carattere esistenziale, tesa a dimostrare come nulla sia duraturo e tutto destinato all'oblio perpetuo.
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Lancillotto o il cavaliere di Carretta
Autore: Chrétien de Troyes (Seconda metà del XII secolo), poeta francese. Di lui sappiamo quel poco che si ricava dalle sue opere. I tratti linguistici inducono a considerarlo originario della Champagne. Sappiamo che svolse la sua attività alla corte di Troyes e che solo nell'ultima parte della sua vita si legò a Filippo d'Alsazia, conte di Fiandra, al quale dedicò il Perceval. Apparteneva al gruppo dei poeti lirici della Francia settentrionale che subirono l'influenza della poetica dell'amor cortese elaborata dai trovatori della Francia meridionale.
La produzione di Chrétien de Troyes, considerato il più grande scrittore medievale prima di Dante, comprende, oltre a due canzoni amorose (in cui compare l'impiego della rima baciata) di maniera trobadorica, cinque romanzi cavallereschi appartenenti per la materia narrata al ciclo bretone. Essi sono, in ordine cronologico, Erec ed Enide, Cligès, Lancillotto o il cavaliere della carretta, Ivano o il cavaliere dal leone, Perceval o il racconto del Graal. Due di questi romanzi non sono compiuti: la conclusione del Lancillotto venne affidata dall'autore a Geoffroy de Lagny, e il Perceval (poema in ottonari a rima baciata) rimase interrotto alla morte del poeta e continuato da più di un autore. Quanto alle altre opere, ne è indicato un elenco nel prologo del Cligès. Sono una versione dell'Ars amandi di Ovidio, tre testi narrativi e La metamorfosi dell'upupa, della rondine e dell'usignolo (l'unica pervenutaci), che sviluppa il mito greco, riproposto da Ovidio, di Tereo, Progne e Filomela. È invece di discussa paternità il romanzo in versi Guillaume d'Angleterre, che si ispira alla leggenda di sant'Eustachio. I due primi romanzi cavallereschi di sicura paternità, cioè Erec ed Enide e Cligès, sviluppano il tema del compiuto valore cavalleresco e del perfetto amore, inteso come amore coniugale, secondo un modello diverso da quello trobadorico (l'amore destinato a una donna che non è la propria). Alla concezione trobadorica dell'amore si avvicina invece il Lancillotto, che, come il Perceval, sviluppa una più complessa tematica attraverso enigmi e simboli tipici della cultura medievale, espressione di una spiritualità che lega direttamente, senza mediazioni, i valori cavallereschi alla più alta realtà spirituale.
Editore: Arnoldo Mondadori.
Data di Pubblicazione: Anni posteriori al 1160, periodo in cui l’autore iniziò a comporre le sue opere.
Periodo storico in cui si svolgono i fatti : Alto Medioevo. Il Medioevo è un periodo della storia europea successivo al declino dell'impero romano d'Occidente. Convenzionalmente se ne fa coincidere la fine con la "scoperta" dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; altrettanto convenzionalmente si fissa anche la sua data d'inizio nel 476, anno in cui venne deposto Romolo Augustolo, ultimo sovrano dell'impero romano d'Occidente.
Il termine indica un periodo compreso tra altri due: in questo caso l'età antica e quella moderna. Esso comparve per la prima volta nel titolo di un'opera del 1688 dello storico tedesco Christoph Keller (o Cristoforo Cellarius), ma, a quanto pare, era stato coniato dall'umanista Flavio Biondo nelle Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades, opera scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483, per indicare il periodo di barbarie, di stasi, di oscurantismo che, secondo l'autore, aveva fatto seguito agli splendori della classicità e al quale ora il movimento dell'Umanesimo poneva termine per dare avvio a una nuova era di alta civiltà.
Questa concezione del Medioevo come fase di oscurità è durata a lungo nella cultura moderna, ma nel XX secolo la storiografia più avvertita ne ha denunciato l'inconsistenza, non solo rivelando la ricchezza di innovazione e di elaborazione culturale che si è venuta sviluppando tra il V e il XV secolo, ma più in generale indicando, nella fase chiamata Medioevo, periodi molto diversi, talvolta più lunghi, talvolta molto più brevi, a seconda degli aspetti storici presi in considerazione. Una sola dimensione rende omogeneo tutto il periodo: in quel millennio è nata l'Europa così come noi la intendiamo. Occorse l'intero periodo per convertire tutte le popolazioni che l'abitavano al cristianesimo e perché esse, dall'Atlantico agli Urali e dal Mediterraneo al Circolo polare artico, dessero vita a espressioni culturali distinte a cui si attribuirono in seguito le identità nazionali.
Il nome convenzionale tuttavia viene ancora adottato per comodità terminologica, ma la sua genericità lo rende poco utile. Per questo il periodo così designato viene sempre più spesso suddiviso in almeno due grandi sottoperiodi: Alto Medioevo (V-X secolo) e Basso Medioevo (XI-XV secolo). Per praticità conviene inoltre distinguere nel Basso Medioevo tra i secoli XI-XIII e XIV-XV.
Ambiente geografico (descrizione) : La vicenda ha luogo in Bretagna, regione storica e amministrativa della Francia, corrispondente all'estesa penisola che costituisce l'estremità nordoccidentale del paese, compresa tra l'oceano Atlantico a sud e a ovest e il canale della Manica a nord. Nell'antichità la regione veniva chiamata Armorica e fu popolata, nel VI secolo a.C., da una confederazione di tribù celtiche. I romani, al comando di Giulio Cesare, la occuparono nel 56 a.C., annettendola in seguito alla provincia romana della Gallia Lugdunensis. Nei secoli V e VI, dopo la ritirata dei romani, alcuni gruppi di britanni (celti nativi della Britannia), in fuga dagli invasori angli e sassoni, si rifugiarono nella zona nordoccidentale dell'Armorica e diedero alla regione il nome di Bretagna. I britanni (chiamati in seguito bretoni) convertirono al cristianesimo i celti armoricani, una popolazione prevalentemente pagana.
Nei secoli VII e VIII in Bretagna si costituirono numerosi piccoli principati che, all'inizio del IX secolo, accettarono la sovranità di Carlo Magno. Nell'846 Nominoé, che aveva unificato il paese contro gli invasori, guidò i bretoni contro l'imperatore Carlo II il Calvo e conquistò l'indipendenza. Nella seconda metà del IX secolo i bretoni riconobbero la sovranità dei duchi normanni e nel 922 Goffredo, conte di Rennes, si proclamò duca di Bretagna. Nel 1171, grazie ad alleanze matrimoniali, il ducato passò a Goffredo Plantageneto, figlio di Enrico II d'Inghilterra. Ritornò a un ramo dei duchi francesi di Rennes all'inizio del secolo XIII. Nel 1491, allorché Anna di Bretagna ereditò il ducato e andò in sposa a Carlo VIII di Francia, la Bretagna fu temporaneamente unita alla Francia. L'unione fu ratificata da un trattato nel 1532, durante il regno di Francesco I.
Contenuto dell’opera (sintesi) : Mentre re Artù teneva un banchetto in onore dell’Ascensione, arrivò un perfido cavaliere che annunciò una terribile notizia: egli aveva fatto prigionieri molti paesani appartenenti al regno di Artù e per liberarli, la regina lo avrebbe dovuto seguire con un cavaliere. Se questi lo avesse sconfitto , allora tutti i villani e la regina sarebbero potuti tornare nella propria terra. Udito ciò, il siniscalco Keu rese noto al re che sarebbe andato via da Corte. La regina Ginevra, allora, lo supplicò di non commettere una simile sciocchezza ma egli replicò che avrebbe esaudito le preghiere della regina solo se il re gli avesse lasciato fare ciò che egli stesso avrebbe chiesto. Il re acconsentì, ma quando sentì la proposta dell’uomo ne fu molto rattristato: Keu voleva accompagnare la regina dal cavaliere sconosciuto. Nel rammarico generale, dopo essersi armato, il siniscalco partì. Successivamente, visto arrivare il suo cavallo con delle tracce di sangue, Artù e il nipote Galvano decisero di intraprendere il medesimo cammino. Strada facendo, Galvano incontrò un nuovo cavaliere che, poiché non poteva più usufruire del suo destriero, si era umiliato montando su di una “Carretta”, allora designata al trasporto dei malfattori. Galvano seguì il meschino mezzo di trasporto giungendo ad un castello dove una damigella offrì loro ospitalità. L’indomani, Galvano e il compagno decisero di partire poiché avevano visto una processione di persone (tra le quali era presente anche la regina) marciare davanti alla dimora dove avevano passato la notte. Incontrata una damigella durante il cammino, cercarono di farsi dire il paese in cui il cattivo cavaliere stava conducendo la sposa di Artù: ella indicò loro due strade, entrambe pericolose, che li avrebbero entrambe condotti alla loro meta. Decisero di separarsi: Galvano sarebbe passato dal pericoloso “Ponte Sommerso”, l’altro dal il “Ponte della Spada”. Dopo varie peripezie, il Cavaliere riesce a giungere al Ponte della Spada e ad attraversarlo, anche se con molto dolore e fatica. Entrato nel regno del buon re Baudemagu, egli si scontra con il figlio Meleagant per liberare la regina e quanti il perfido giovane teneva prigionieri. Il prode giovane vinse il malvagio avversario ma non lo uccise, dato che la regina aveva chiesto pietà, afflitta per l’animo di Baudemagu, che non voleva veder morire il figlio. Ginevra, in onore di quella superba vittoria, rese noto il nome del Cavaliere della Carretta, ovvero Lancillotto del Lago. Così tutti gli esiliati e la moglie di Artù (che una notte tradì il marito con Lancillotto) tornarono nella loro terra mentre Lancillotto andò in cerca di Galvano. Purtroppo il Cavaliere della Carretta venne fatto prigioniero da Meleagant mentre gli accompagnatori dello sventurato tornano in patria con Galvano, ignari di tutto. Durante la prigionia, promettendo alla sua custode di tornare, Lancillotto prese parte a un torneo organizzato da Artù in cui entrò in contatto con Ginevra e dove, ovviamente, vinse tutti. Passato molto tempo, una fanciulla si prese la briga di andare a cercarlo e riportarlo a Corte per vincere Meleagant, che reclamava vilmente uno scontro con lui. Trovatolo imprigionato in una torre, lo condusse nella propria dimora per rimetterlo in forze, così Lancillotto poté finalmente uccidere il nemico e tornare a servire il re e la regina, circondato dal bene e dalla gioia di tutti.
Ambiente sociale dei personaggi: Nel racconto, i personaggi che vengono presentati appartengono tutti a classi sociali elevate: ci sono re, regine e principi (Artù, Baudemagu, Ginevra, Meleagant…); cavalieri e vassalli (Lancillotto e gli altri personaggi che, nel corso della storia, sfida a duello); dame, baroni e siniscalchi. L’unico personaggio appartenente al racconto che non abbia un titolo nobiliare o che comunque non viva in una situazione agiata, è il monaco che Lancillotto incontra durante il suo cammino, quando il protagonista solleva il coperchio di un sarcofago che gli permetterà di liberare qualsiasi suo “connazionale” esiliato nel regno di Baudemagu.
Analisi dei personaggi:
- principali: Lancillotto, un cavaliere al servizio di re Artù; Meleagant, il perfido e meschino figlio di Baudemagu.
- i secondari più interessanti: Ginevra, moglie di Artù la quale, però, ama profondamente Lancillotto; Baudemagu, un buon re il cui figlio Meleagant aveva preso Ginevra come prigioniera; Keu, siniscalco ai servizi del re della tavola rotonda; Galvano valoroso cavaliere alla corte di Artù .
Tematica (gli argomenti e i problemi fondamentali trattati nel libro) : Il libro è interamente incentrato sulle peripezie che Lancillotto deve affrontare per salvare la sua amatissima regina. Per portare a termine la sua missione, sarà sottoposto a molte violenze e ad infinite prove che lo indurranno anche a salire sulla “Carretta”, mezzo di cui usufruivano solo i malfattori; l’Amore, infatti, oltrepassata la Ragione, induce Lancillotto a farne uso, così facendo, si copre di vergogna e di ridicolo, infrangendo persino il codice cavalleresco.
Visione del mondo, della vita ed ideali evidenziati nell’opera : Nell’opera sono evidenziati molti ideali, tutti quelli che spingono un uomo a compromettere la propria vita e la propria reputazione per amore. Coraggio, infinita devozione per l’amata, forza, passione sono le qualità che più spiccano nella personalità di Lancillotto. Molto importante è anche il senso di ospitalità che le persone avevano a quel tempo e l’importanza che per loro aveva rifiutare o accettare l’invito. Tutti, poi, erano molto più generosi e cordiali tra di loro: avremmo molto da imparare, noi uomini di oggi, dalle persone di quel tempo!…
Sintesi di un episodio particolarmente significativo e motivo per cui lo giudichi tale : Sicuramente, l’episodio più importante di tutto il racconto è il tratto in cui Lancillotto decide di salire sulla carretta. Questo gesto, così vile e, apparentemente, privo di senso, è scaturito da un’aspra “lotta” tra Amore e Ragione, nella quale il primo ha vinto la seconda. Infatti Lancillotto, il cui cavallo era morto, sapeva a cosa andava incontro salendo sulla carretta: tutti lo avrebbero deriso, disprezzato, avrebbe infranto il codice cavalleresco, ma la sua infinita passione per l’adorata regina Ginevra, ha scavalcato il buon senso del giovane e lo ha umiliato facendolo salire su quel mezzo di trasporto, che, per giunta, era molto lento.
Analisi dello stile dell’autore: Chrétien de Troyes, vissuto, come suddetto, qualche secolo fa, scrive in versi, adottando un linguaggio molto pomposo, ma abituale per l’epoca in cui sono ambientati i suoi racconti. Anche se la traduzione (il testo originale era scritto in francese) non è in versi, il lessico con cui l’autore ci narra la vicenda è senza dubbio abbastanza “pesante”: abituata a parlare in maniera molto diversa, mi trovo quasi smarrita davanti a questo genere di testo, benché sia totalmente comprensibile.
Interesse che il libro ha suscitato o meno in te, motivando la risposta : Per quanto mi riguarda, sento il dovere di dire che questo libro non ha suscitato in me un grande interesse! Infatti non amo molto questo genere di racconto storico: i personaggi sono sottoposti al compimento di grandi peripezie ed atti di generosità e coraggio ma, in generale, non sono raccontati in maniera tale da coinvolgere profondamente il lettore ( probabilmente ciò è causato dallo stile dell’autore che, poiché vissuto in tempi non recenti, scrive con parole non più di uso corrente). Inoltre gran parte del racconto è basato su duelli tra cavalieri il cui svolgimento segue sempre un certo modello (il buono vince sempre) che , secondo me, dopo un po’ stanca! Detto ciò, credo che consiglierei questo libro solo a coloro a cui piace veramente questo genere di lettura…
La concezione dell'amore cortese si diffuse nelle corti d'Europa alla fine del XII secolo e costituì il tema prediletto dei trovatori, i poeti-musici delle corti feudali francesi. L'amor cortese si contrapponeva alla consuetudine del matrimonio feudale, che molto spesso veniva celebrato per sancire accordi e vincoli economici.
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Luca Uliana
SCHEDA LIBRO
Titolo: il romanzo s’intitola “La luna e i falò”, che rivela la natura simbolica del romanzo. Il falò ha un valore pratico (di fecondità) e insieme religioso, richiama il culto della terra-madre; è un legame con il primitivo e il divino: questi sono rievocati durante la notte di San Giovanni e la sera della Madonna d’agosto quando illuminano le colline. La luna è una presenza a volte confortante a volte spettrale, di ciclica e cosmica continuità. A essa il contadino affida la riuscita di certe sue opere. Pavese dà alla luna diversi significati simbolici. Nel romanzo troviamo l’immagine della desolazione, della solitudine, dell’impossibilità dei rapporti umani.
Nel romanzo c’è un personaggio, Nuto, che afferma che la luna e i falò sono i simboli congiunti di un immancabile ritorno, di un’attrazione verso le radici e a volte perfino la miseria e il dolore sono invocati pur di recuperare il mito simboleggiato dall’inquietante falò visto sulle colline lontane.
Autore: Cesare Pavese nasce il 9 settembre a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo nel 1908, fu uno scrittore e poeta italiano, la cui narrativa unisce moduli di realismo storico-sociale (come il rapporto tra città e campagna) a un denso spessore simbolico, che configura dietro ogni vicenda il tempo immobile del mito e dell'inconscio.
Nato da una famiglia di origine contadina, studiò a Torino, dove si laureò con una tesi su Walt Whitman e divenne specialista di letteratura angloamericana. Nel capoluogo piemontese si legò al gruppo degli intellettuali vicini alla casa editrice Einaudi e collaborò alla rivista "La Cultura", intorno alla quale si erano radunati molti antifascisti. In quegli stessi anni cominciò anche un'intensa attività di traduttore di scrittori inglesi e americani classici e contemporanei, quali Daniel Defoe, Charles Dickens, Herman Melville, Sherwood Anderson, Gertrude Stein, John Steinbeck, Ernest Hemingway.
Nel 1935, quando "La Cultura" venne chiusa, fu condannato al confino a Brancaleone Calabro, dove cominciò a tenere un diario, che sarebbe stato pubblicato postumo con il titolo Il mestiere di vivere (1952). Nel 1936, tornato a Torino, riprese la sua attività di traduttore e saggista. Durante la guerra, dopo aver diretto per un breve periodo quello che rimaneva dell'Einaudi, si nascose (1943-1945) presso la sorella Maria, sulle colline del Monferrato. Da questa esperienza nacque uno dei libri migliori di Pavese, il romanzo La casa in collina (1948), incentrato sul dramma interiore e sull'isolamento dell'intellettuale che non trova il coraggio e la determinazione di partecipare direttamente all'esperienza della Resistenza partigiana.
Pavese aveva esordito con la raccolta poetica Lavorare stanca (1936), caratterizzata dall'originale soluzione metrico-stilistica del verso lungo, molto vicino al ritmo della prosa narrativa. A questo volume seguì il romanzo Paesi tuoi (1941), con cui lo scrittore, fortemente influenzato dai modelli di narrativa nordamericana, rappresentava, con crudo realismo spesso però trasfigurato in mito, un mondo contadino tormentato e violento incomprensibile agli occhi del protagonista-narratore, un proletario in fuga dalla città. Dall'esperienza del confino derivano i racconti lunghi e politicamente "impegnati" Il carcere (1938-39, poi pubblicato insieme a La casa in collina con il titolo comune Prima che il gallo canti, 1949) e La spiaggia (1941). A questi seguirono i racconti di Feria d'agosto (1946), il romanzo Il compagno (1947) e i racconti lunghi di La bella estate (1949), che comprendono, oltre al testo omonimo, anche Il diavolo sulle colline e Tra donne sole. I Dialoghi con Leucò (1947) sono un'originale rilettura psicoanalitica dei miti classici. La consacrazione critica definitiva di Pavese avvenne con La luna e i falò (1950), storia di un uomo che, dopo aver trascorso molti anni in America, torna al suo paese e alla difficile ricerca della propria identità culturale. Dopo aver ricevuto per questo romanzo il premio Strega, il 27 agosto 1950, a Torino in una camera dell’albergo “Roma”, Pavese si tolse la vita sotto il peso di una depressione a lungo combattuta negli anni, cedendo a quello che aveva chiamato il "vizio assurdo". Dopo la sua morte venne pubblicata un'altra raccolta poetica, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951).
Editore: il romanzo venne scritto da Pavese in poco meno di due mesi e venne terminato il 9 novembre 1949. L’editore è Einaudi.
Contesto storico del romanzo: il romanzo si svolge in tre periodi ben distinti: una parte durante i ricordi di Anguilla prima della guerra intorno agli anni trenta, la sua infanzia al Gaminella e alla Mora; la seconda durante i ricordi dell’esperienza in America nel periodo del proibizionismo durante la guerra; e l’ultima in periodo che possiamo definire post-Resistenza con il ritorno alle origini. Però questi periodi non sono disposti dall’autore in ordine cronologico, ma in un modo impreciso.
Contesto storico dell’autore: Pavese vive da piccolino il periodo della prima guerra mondiale; in seguito assiste in Piemonte all’avvento del fascismo fino allo scoppio della seconda guerra mondiale dove assiste all’attività partigiana senza però prenderne parte. Infine dopo la Liberazione del ’45, aderendo all’atmosfera di rinnovamento postbellico, s’iscrive al Partito Comunista. Ne segue il boom economico italiano.
Civetta: la luna e i falò condensa i temi principali dell’ultimo Pavese e s’impone come un autentico classico del Novecento italiano. Mediante una scrittura tramata di cadenze dialettali e organizzata essenzialmente e organizzata essenzialmente come ritmo, lo scrittore accompagna il lettore a una sorta di stupita riscoperta della realtà: non della realtà in quanto tale, ma del simbolo che essa sottintende, del mistero che dietro di essa si cela. Attraverso una storia di terra e di sangue, Pavese ci parla così dell’identico e dell’eterno che appartengono al mito.
Punti nodali: il romanzo è scandito in trentadue capitoli. Ma si possono individuare tre grandi punti focali:
- la prima parte va dall’inizio del romanzo al capitolo tredicesimo e segue il passaggio di Anguilla dall’infanzia all’adolescenza, dal mondo di Gaminella al mondo della Mora;
- la seconda parte dal quattordicesimo al venticinquesimo e segue l’esito tragico del rogo di Valino e poi in un secondo accorto, la non meno tragica e sgranata scomparsa dei personaggi che hanno segnato la seconda crescita;
- la terza dal ventiseiesimo alla fine e segue il racconto degli amori consumati da Silvia e da Irene fino all’epilogo del rogo di Santa.
Temi: uno dei temi che ricorrono più spesso in questo romanzo riguarda il rapporto città-campagna, cui l’immaginazione dell’autore è ricondotta. Ha carattere significativo e implica stati d’animo e modi d’essere ben definiti: “Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato il padrone, l’avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città, dove si affitta, si vive un giorno…” Per gran parte del romanzo il tema dominante è il viaggio, che ingloba gli altri temi della nostalgia e del ritorno; in seguito si mostra più frequente il tema della Natura e del suo inquietante mistero. Infine non da dimenticare i temi appartenenti al mondo contadino. L’isolamento e le dure necessità che consentivano rarissime occasioni di vedere il mondo esterno: una di queste, se non l’unica, era il servizio militare: “Non andrà neanche soldato e così non vedrà la città”; poi il fatto che sulle colline il tempo non passa: i ruoli, i mestieri, le stesse idee si trasmetto di padre in figlio.
Luoghi: il luogo principale del romanzo è sicuramente il paese di Anguilla e dello stesso Pavese, Santo Stefano Belbo, che viene nominato espressamente solo una volta, nel capitolo XXVIII: “Fatto sta che Matteo, quando lei nella bella stagione tornò, s’era già presa una donna, la figlia del carrettiere di Santo Stefano, e ci passava le notti”. In questo paese delle Langhe delimitato da città come Alba, Canelli e Barbaresco il protagonista vive l’infanzia: prima alla Gaminella, poi alla Mora (nomi di colline non distanti dal paese che danno il nome anche a questi poderi): “La Mora era come il mondo –dissi- era un’America, n porto di mare. Chi andava, chi veniva, si lavorava, si parlava…” Il panorama di queste colline lo possiamo immaginare attraverso una descrizione dello stesso Anguilla: “Guardando verso Canelli […] prendevo in un’occhiata sola la piana del Belbo, Gaminella di fronte il Salto di fianco, e la palazzina del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani, profilata sulla costa dell’estrema collina. Tante vigne, tante rive, tante coste bruciate…”. Fra gli altri luoghi c’è la città di Genova dove Anguilla sta un breve periodo per poi imbarcarsi quasi clandestinamente per l’America dove passa il periodo della guerra: “quando avevo mollato la squadra ferrovieri e di stazione in stazione ero arrivato in California e vedendo quelle lunghe colline sotto il sole avevo detto:” sono a casa”.[…] Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. LA sera traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco.”
Tempo: Le vicende del romanzo si svolgono in un tempo non esattamente definito: l’indeterminatezza degli “adesso”, “prima”, “l’altr’anno”, dà l’idea che i personaggi agiscono in un’atmosfera sostanzialmente statica e che la narrazione segue cadenze diverse da quelle dei fatti esterni. Sappiamo solo che l’io narrante ha quaranta anni ed è ritornato al suo paese durante la festa di Ferragosto per passarci quindici giorni. Possiamo capire l’anno della storia attraverso il ritrovamento di alcuni cadaveri: “Mi raccontò che nei giorni del ’45 […] Li abbiamo dissotterrati due anni fa”. Se sono morti nel ’45, si può presumere che la riesumazione sia avvenuta nel ’46 e che la narrazione sia collocabile nell’estate del ’48, dopo le elezioni che videro il trionfo delle forze moderate.
Personaggi: Il protagonista, di cui conosciamo solo il soprannome, Anguilla ha quarant’anni e torna per quindici giorni al suo paese nel periodo della Madonna d’agosto. Si è lasciato alle spalle un lungo soggiorno trascorso in America, dove è emigrato “per la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame”. In America ha fatto lo zappatore, il lattaio, il ristoratore e in tempo di proibizionismo ha spacciato liquori, ha conosciuto fame e miseria, e si è accompagnato a donne con cui ha vissuto in maniera randagia.
L’infanzia e l’adolescenza che Anguilla ha trascorso al casotto di Gaminella e poi alla Mora, sono state accompagnate dall’amicizia di un ragazzo di tre anni più grande, Nuto, il quale ha prima e dopo il ritorno una funzione quasi paterna di guida. Nuto vive al Salto e fa il falegname, ma anche lui alle spalle ha una vita diversamente randagia, perché a suo tempo ha suonato per dieci anni il clarino 2su tutte le feste, su tutte le feste, su tutti i balli della vallata”. Rispetto allo stato perplesso di Anguilla, Nuto rappresenta la maturazione avvenuta. E’ un uomo sposato, ha un bambino, lavora e dà lavoro. E’ saggio e arguto, conosce le storie precise della gente e ha le sue idee precise sul mondo, sulla guerra trascorsa, sulle differenze di classe. Secondo lui la gente nasce tutta uguale, e sono solamente gli altri che trattandoti male ti guastano il sangue e pensa che il mondo sia da rifare.
Tra gli altri personaggi bisogna ricordare i padroni della Gaminella tra cui Padrino e la piccola Giulia e poi i padroni della Mora, il sor Matteo e in particolare le due figlie Irene e Silvia viste da Anguilla come qualcosa di irraggiungibile; inoltre c’è la misera di famiglia di Valino tra cui il figlio zoppo Cinto nel quale Anguilla si identifica.
Messaggio dell’autore: Pavese ebbe chiari i limiti di ogni mitizzazione della campagna: il fatto che Anguilla si comporti in essa da cittadino, tende a sottolineare l’intimo dilemma dell’autore attratto da entrambe le realtà. Il tema del rapporto città-male/campagna-bene lo si legge con chiarezza in “La casa in colina” Inoltre l’autore ci avvertire la necessità e il bisogno di credere in qualcosa che appaghi l’ansia di chi, come Anguilla, gira il mondo, ma in definitiva cerca solo se stesso.
Commento personale: il romanzo mi è piaciuto in modo particolare perché conoscevo gran parte dei paesi nominati essendoci già stato di persona, quindi nella mente cercavo di rivedermi i luoghi.
L’uso frequente dei verbi all’indicativo imperfetto rende la narrazione colloquiale e umile, realisticamente coerente con il narratore-protagonista; come anche l’uso dei passati remoti in successione rapida, conferisce al narrato una definitiva autenticità.
Il linguaggio adattato è molto semplice, ma è frequente l’uso di termini dialettali piemontesi: lo scopo è di rendere più realistica la lettura.
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Franz Kafka , La metamorfosi
RACCONTO
Una mattina, al suo risveglio, Gregor Samsa destandosi si trova trasformato in un insetto.
Dopo aver osservato il suo nuovo e ripugnante corpo, egli si ricorda i suoi impegni di lavoro (è un commesso viaggiatore) e si accorge di essere in ritardo; non è ancora disceso dal letto che i genitori e la sorella Grete bussano alle porte delle stanze attigue alla sua per richiamarlo all'ordine. Le porte
sono chiuse a chiave, nessuno può entrare; tuttavia Gregor, anche se malvolentieri, è costretto a scendere e aprire quando a chiamarlo è il procuratore della sua azienda, accorso per assicurarsi che il suo dipendente abbia una scusa sufficiente.
Gregor ha ormai accettato la sua condizione e nella speranza che gli altri facciano la stessa cosa, spalanca faticosamente la porta, ma immediatamente tutti gli altri scappano alla sua vista; dopo lo sconcerto il padre impugna un bastone e con un fare minaccioso ricaccia lo scarafaggio gigante nella camera da letto; questo rimane incastrato tra gli stipiti della porta e riceve una violenta pedata che lo ferisce su un fianco, ma che lo conduce finalmente al sicuro.
Destatosi, Gregor trova del latte in una ciotola: subito si getta su quel cibo prelibato, ma resta deluso di non riuscire a berlo, disgustato.
Inizia così la lunga prigionia di Gregor, che chiuso in camera origlia i discorsi dei genitori ed ha solo il conforto di vedere la sorella Grete, l'unica a occuparsi di lui, portandogli del cibo e riordinando la sua stanza.
Presto l' intera famiglia deve trovare un lavoro per mantenersi, poiché è venuto meno l' apporto economico di Gregor, che prima era fondamentale .
La blatta si nasconde con un lenzuolo sotto il divano per non spaventare sua sorella ; questa ricambia la cortesia organizzando il trasloco dei mobili della camera, per permettere a Gregor di muoversi liberamente sui muri e sul soffitto.
Gregor si oppone però allo spostamento di un quadro che ritrae al sua fidanzata, appiccicandoCIsi sopra. La madre lo scorge e sviene; sopraggiunge il padre e punisce il parassita scagliandogli addosso con brutale violenza alcune mele; una di esse si conficca nel dorso di Gregor, che ferito gravemente si rifugia stordito nella sua tana.
La famiglia disgraziata conduce una vita sempre più faticosa e annoiante; ben presto la sorella perde la pazienza e nega le cure all'insetto, il quale da tempo non tocca più cibo.
Entrano in scena nuovi personaggi: una vecchia donna per le pulizie, che deride bonariamente lo scarafaggio, e tre affittuari, che sono molto esigenti nei confronti degli incerti padroni di casa.
Una sera essi cenano nel salotto attiguo alla camera di Gregor , che esce dalla porta e li spia incuriosito. Terminato il pasto, gli ospiti si fermano ad ascoltare Grete alle prese con il violino; lo scarafaggio è sempre più interessato alla musica e si espone, invece gli ospiti, che non gradiscono più lo spettacolo, restano solo per cortesia. All'improvviso notano la blatta che avanza: nello stupore generale, si rifugiano in camera e annunciano di disdire immediatamente il contratto affittuario. Gregor è immobile, parallizzato; sua sorella denuncia il suo comportamento deleterio per tutta la famiglia, accusandolo di essere la causa di tutti i guai.
Il padre concorda e si avvicina cupo verso quello che non considera più suo figlio; questi, sempre più debole, a fatica ritorna in camera e decide di liberare i suoi da tante sofferenze, lasciandosi morire di inedia. Il mattino seguente la donna di servizio lo trova disteso inerte per terra , e dà l'annuncio della sua morte ai familiari; essi accorrono e considerano il fatto come una liberazione.
I pensionanti vengono cacciati di casa, come pure la domestica; l' intera famiglia si congeda dal lavoro, per ritrovare la serenità e la prosperità che il parassita Gregor aveva tolto.
Riconquistata la pace, eliminato il problema , essi sono finalmente liberi.
TEMPO
Il racconto è stato scritto tra il novembre ed il dicembre del 1912, e presumibilmente la storia è ambientata nello stesso anno, ma tra l'inverno e la primavera; tuttavia mancano riferimenti cronologici precisi, né l'autore avrebbe ragione di farne, perché il racconto può essere adattato a qualsiasi epoca, rimanendo sempre valido nei suoi messaggi. Si sa solamente che esiste il treno, si usa ancora la luce a gas, la gente comune si sposta in carrozza.
SPAZIO
La vicenda è ambientata interamente in casa Samsa, in particolar modo nella stanza di Gregor e nel salotto ad essa attiguo.
Le descrizioni degli interni sono poche e brevi, per lasciare spazio al racconto e non distrarre il lettore, ma hanno la funzione di caratterizzare gli stati d'animo dei personaggi, in particolar modo quello di Gregor, che si riflette nella stanza col tempo sempre più buia e vuota.
Lo scarafaggio vive prigioniero nella sua camera da letto, e cerca un contatto con il mondo esterno affacciandosi alla finestra e restando per ore ad osservare la strada: nei suoi pensieri si scatena allora l' idea di evadere, ma ne è incapace perché troppo legato alla famiglia.
-Ma quell'alta e grande stanza nella quale era obbligato a giacere disteso sul pavimento gli dava angoscia, senza che però egli riuscisse a spiegarsene i motivi, dato che era la camera che occupava ormai da ben cinque anni.../ Oppure non rifuggiva dalla grossa fatica di respingere una poltrona fino alla finestra, e arrampicandosi sul davanzale vi si sporgeva puntellandosi contro la poltrona; era ovviamente per lui un modo di ricordare il senso di liberazione che prima gli aveva sempre dato il guardare fuori dalla finestra.
STILE
Lo stile di Kafka è conciso ed essenziale per lasciare spazio di riflessione ed immaginazione al lettore; egli elimina la similitudine per raccontare la propria esperienza, adottando una metafora che colpisce il lettore (non è come uno scarafaggio, bensì uno scarafaggio).
L' autore non ricorre a particolari tecniche narrative, ma la sua abilità è evidente nell'inventare i personaggi (prendendo comunque spunto dalla realtà) e nel descrivere alcune scene memorabili, che sembrano prese dai più recenti film d'azione:
-Era una mela, immediatamente seguita da una seconda; Gregor si fermò atterrito; era inutile proseguire la corsa, poiché il padre aveva deciso di bombardarlo. Si era riempito le tasche alla fruttiera sopra la credenza e adesso, senza mirare con precisione, gettava una mela dopo l'altra. Quelle piccole mele rosse rotolavano come elettrizzate sul pavimento urtandosi tra loro. Una di esse, lanciata con poca energia, sfiorò la schiena di Gregor, ma scivolò via senza fargli male. Un'altra, gettata subito dopo, gli penetrò letteralmente nella schiena; Gregor tentò di trascinarsi ancora un po', come se l'improvviso e incredibile dolore potesse svanire mutando luogo; si sentiva però come inchiodato al suolo e, nel totale sconvolgimento dei suoi sensi, si tese inarcandosi./ Poi la madre si precipitò dal padre; nell'attraversare la stanza le gonne slacciate scivolarono in terra, una dopo l'altra; e incespicando nelle vesti ella si precipitò dal padre e lo abbracciò, si strinse a lui (mentre la vista di Gregor si offuscava) e con le mani intorno alla sua nuca lo implorò di risparmiare la vita di Gregor.
NARRAZIONE
La narrazione è condotta in terza persona da un narratore omodiegetico che va identificato con Franz Kafka, il quale espone con semplicità e senza tanti artifici le avventure di se stesso, ma invece di farlo adottando "l'io" decide di trasportarle su una figura a lui parallela, frutto della sua fantasia: Gregor Samsa.
In questo modo la narrazione risulta originale e permette al lettore di trarre conclusioni personali , senza che ci sia un io narrante a guidarle.
Infine, la narrazione è lineare, senza regressioni né prolessi, per incentrare l'attenzione sul presente, sulla metamorfosi di Gregor.
PERSONAGGI
I personaggi del racconto sono pochi e costituiscono un unico nucleo familiare , ma i rapporti che li legano sono estremamente complessi da analizzare.
Gregor Samsa (la rappresentazione metaforica di Franz Kafka) è un commesso viaggiatore alle dipendenze di una ditta molto esigente.
Il suo lavoro è stressante ed alienante, ma egli vi si dedica con tutto il fervore possibile, tanto che da ben cinque anni non prende un giorno di ferie.
Gregor lavora per ripagare i debiti del padre e mantenere la sua famiglia; sulle sue spalle grava un fardello che è troppo pesante per una persona sola; Gregor però aumenta le sue privazioni e fatica il doppio pur di non desistere.
Ed ecco che col passare del tempo, il lavoro inghiotte tutto il tempo di Gregor, il quale non ha più né svaghi né solidi rapporti umani; il giovane diviene schiavo dell'azienda e della famiglia, prigioniero della sua camera, e senza svaghi egli perde anche la facoltà della parola; a questo punto Gregor non è più un essere umano, bensì un rifiuto prodotto dalla società, una vittima che incapace di reagire: svegliandosi un mattino, si ritrova scarafaggio, in un corpo che l'autore descrive poco per volta, come fosse una scoperta graduale:
-Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante...
-Sentendo la propria in risposta, Gregor fu preso dal terrore: era senza dubbio la sua voce di sempre, ma vi si mescolava un incontenibile e penoso pigolio che pareva salire dal basso e che lasciava uscir chiare le parole solo al primo momento, ma poi nella risonanza la distorceva talmente da lasciare l'impressione di non aver udito bene in chi le ascoltava.
-Purtroppo ebbe la sensazione nettissima di non avere veri e propri denti (con che cosa, allora, afferrare la chiave?); ma in compenso le mandibole erano sicuramente assai robuste; con il loro aiuto egli poté effettivamente smuovere la chiave, senza badare che, così facendo, indubbiamente si feriva, dato che un liquido bruno gli stava uscendo bocca.
Analizzando i comportamenti di Gregor e cercando di capire come un uomo possa diventare un insetto, si ottiene la chiave per comprendere la psiche dell'autore.
In primo luogo, risulta evidente il difficile rapporto che lega padre e figlio: Samsa si sente parassita, ma i veri parassiti sono i familiari, e persecutore, invece è una vittima, totalmente dipendente dagli ordini paterni.
Il signor Samsa è così tracotante che il figlio non osa neppure opporsi alla sua autorità, rimanendo sempre privo di qualsiasi forma di indipendenza.
Il legame che unisce Gregor alla famiglia è fortissimo, ma vissuto come una costante oppressione; il figlio è incapace di agire e di volere, perciò subisce la superiorità del padre che diventa una ossessione: il padre è superiore, perciò può urlare, insultare e picchiare avendo sempre ragione.
Gregor è vittima della figura paterna, ma al contempo è anche colpevole, perché incapace di reagire scappando di casa; consapevole di questa colpevolezza, non esiterà a porvi rimedio con la morte volontaria, espiazione di tutti i mali della famiglia Samsa.
Il padre esercita nei confronti del figlio una violenza non solo psicologica, ma anche fisica, che Kafka descrive in scene memorabili:
-Afferrò con la destra il bastone che il procuratore aveva lasciato su una seggiola insieme al cappello e al soprabito, agguantò con la sinistra un grosso giornale sulla tavola , pestando i piedi, si diede a ricacciare Gregor nella sua stanza brandendo bastone e giornale. Tutte le implorazioni di Gregor non valsero a nulla, e d'altronde esse non venivano comprese; per quanto umilmente egli volgesse il capo, suo padre pestava i piedi in maniera sempre più energica.
Kafka dunque visse il comportamento con il padre con un complesso di inferiorità che non riuscì mai ad eliminare; accusò l'oppressione subita nell'opera Lettera al padre nel 1919, concepita come atto di vendetta, ma non fu mai capace di consegnarla all'interessato.
Doveva lottare, ma non ne fu capace: per questo motivo preferì arrendersi e subire. Ma il padre non è l' unico ad opprimere la coscienza di Gregor; in maniera più sottile Grete desidera possedere suo fratello. Per questo motivo si occupa di lui fin dal primo giorno, ma, si badi bene, pretende di essere l'unica a farlo; non riversa sul fratello vero e proprio amore, tant'è vero che non lo accetta mai nel suo corpo, cercando l'affermazione personale. La donna decide per lui, lavora per lui, si occupa di lui finché questi non è diventato un vero parassita, incapace di vivere senza il suo aiuto.
Significativo è l'episodio del trasloco:
-Naturalmente a rafforzarla in tale proposito non erano soltanto l'ostinazione infantile e la fiducia in se stessa, inaspettatamente e faticosamente conquistata negli ultimi tempi; in effetti, essa aveva anche osservato che Gregor aveva bisogno di molto spazio per i suoi vagabondaggi, e che invece i mobili, almeno per quanto era dato di vedere, non gli erano minimamente utili. Ma forse entrava in gioco anche la mentalità capricciosa delle ragazze della sua età, in cerca di affermazioni in ogni occasione, che spingeva ora Grete a rendere anche più tragica la situazione di Gregor per potersi allora prodigare per lui ancor più che in passato.
-Gli stavano svuotando la camera; gli portavano via tutto ciò che gli era caro; avevano già portato via il cassettone dove stavano la sega da intaglio e gli altri arnesi; smuovevano la scrivania che era ormai come fissata nel pavimento e su cui egli aveva scritto tutti i suoi compiti da allievo delle commerciali, delle scuole medie e perfino delle elementari.
Gregor viene privato dei libri, che rappresentano la letteratura per Kafka, ma si oppone quando le due donne vogliono togliergli anche il quadro che raffigura la donna della sua vita già presentata all'inizio del racconto.
E' qui necessaria una spiegazione: Franz Kafka si era fidanzato per due volte con Felice Bauer, ma era stato osteggiato dalla sua famiglia; egli aveva visto nel matrimonio la giusta via di salvezza per
ottenere l'indipendenza dai parenti più stretti, ma era stato incapace di difendere la sua volontà
sino in fondo.
Così tra lui e la sorella più grande, Ottla, era nato un rapporto ignobile, un amore incestuoso che li vedeva entrambi complici.
Nel racconto il legame particolare tra i due è solamente accennato da alcune riflessioni che Gregor fa e dalle pedisseque cure che Grete apporta nei primi mesi all'insetto. Ma dopo che Gregor-Franz dimostra di voler abbandonare la famiglia per quella donna che va identificata con Felice Bauer, la sorella cambia totalmente atteggiamento nei suoi confronti.
Grete trascura Gregor, è negligente e gli nega anche il cibo; per lei, l'insetto schifoso non ha più alcun senso. Al contrario, Gregor degenera arrivando a desiderare fisicamente la sorella, come traspare dal racconto stesso:
-Era deciso a spingersi fino alla sorella, tirarla per la gonna e farle così intendere di andare con il violino nella sua stanza, perché nessuno lì la ripagava per la musica come lui intendeva fare. Lui non la avrebbe più lasciata uscire dalla sua camera, almeno finché fosse rimasto in vita.../ A quella confidenza, la sorella sarebbe scoppiata in lacrime di commozione, e Gregor si sarebbe sollevato sino alla spalla di lei baciandole il collo che lei, da quando andava in negozio, portava libero da nastri o colletti.
Gregor, con questo episodio, è arrivato al termine della sua metamorfosi: non è più un essere umano, bensì un animale che va eliminato.
Al culmine del rapporto incestuoso, durato anche troppo, Grete dà un taglio netto al passato e pone fine ad un' ignobile situazione, denunciando agli occhi del severo padre il fratello parassita.
Gregor è vissuto senza un vero amore, senza svaghi, senza libertà di parola, senza emozioni: che senso ha la sua vita?
Egli è ormai un insetto da eliminare, e solo con la morte la sua esistenza ottiene un significato:
l' intera famiglia viene liberata da una grande sventura e può finalmente ritrovare la pace e la prosperità: sua sorella inoltre, giovane e bella, potrà sposarsi, libera dal legame che la legava e Gregor.
CONSIDERAZIONI PERSONALI
La metamorfosi è stata scritta nel 1912, nel periodo in cui l' arte europea seguiva la corrente espressionista, e certamente l'opera di Kafka risente di questa in alcuni fattori; ad esempio, i messaggi sono nascosti dietro a descrizioni o brevi periodi, perciò vanno interpretati a fondo per essere compresi.
In sostanza, Kafka vuole esprimere la sua opposizione all' ordine oppressivo della famiglia borghese della sua epoca; attraverso un racconto che lo vede protagonista in terza persona rende noto tutto il suo disagio e la sua ostilità nei confronti di una figura paterna subordinante.
Ho apprezzato molto il suo stile nel raccontare, perché è conciso ma dà spazio ad ampie riflessioni, specie in merito ai personaggi ed ai loro atteggiamenti; è questo un libro che, come una favola, va interpretato su due diversi livelli e mi ha appassionato pagina dopo pagina.
Ogni riga di testo è importantissima per comprendere ed apprezzare ciò che Kafka desidera trasmettere; questo libro prevede una viva partecipazione del lettore, al quale spetta il faticoso compito di decifrare i messaggi dell'autore: probabilmente io non sono riuscito a farlo sino in fondo e con la cura necessaria, ma credo che questo sia un compito difficile anche per i critici letterari più esperti; sono comunque soddisfatto, perché il libro mi ha fornito spunti di riflessione, mi ha fatto immedesimare in Gregor e mi ha spronato a trascorrere nel modo giusto il mio tempo per non diventare un insetto insignificante.
Ho letto il libro due volte, per cogliere meglio alcuni particolari che alla prima lettura mi erano sfuggiti, e mi sono accorto di provare la stessa emozione, ma in maniera più consapevole; proverò a rileggerlo tra qualche anno, probabilmente con un nuovo spirito e nuove esperienze di vita e credo che anche allora La metamorfosi saprà entusiasmarmi come ora.
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L’ASSASSINIO DI ROGER ACKROYD
ORIENTARSI SU UN TESTO
A) Nota biografica e bibliografica
Agatha Christie nasce a Torquay in Inghilterra il 15 Settembre 1890, da padre americano e madre inglese. Nel 1906 Agatha si trasferisce a Parigi e intraprende gli studi di canto: la sua più grande
aspirazione è diventare una cantante lirica, ma ottenendo solo scarsi risultati torna in Inghilterra.
Nel 1914 Sposa Archibald Christie, giovane ufficiale dell'aeronautica dal quale ha una figlia di nome Rosalind. Durante la Prima Guerra Mondiale lavora come infermiera nel dispensario
dell’ospedale di Torquay.1920: scrive il suo primo giallo, “Poirot a Styles Court”, per vincere una scommessa fatta tempo prima con la sorella e due anni più tardi dà alle stampe “Avversario Segreto”, primo romanzo
con Tommy e Tuppence Beresford.Nel 1926 le muore la madre e Agatha divorzia da suo marito dopo essere scomparsa per alcuni giorni in stato d'amnesia. Scrive un nuovo romanzo, “L'assassinio di Roger Ackroyd”, uno dei suoi massimi romanzi, che crea diverse polemiche per la soluzione "poco ortodossa".
Durante un viaggio in Mesopotamia nel 1930, incontra l'archeologo Max Mallowan: i due si sposano poco tempo dopo. Scrive “La morte nel villaggio”, (Assassinio nel Vicariato), il primo romanzo con Miss Marple.Nel 1934 Scrive “Assassinio sull'Orient Express”, il più grande giallo della storia della letteratura inglese e tre anni dopo Viene pubblicato in Inghilterra “Dieci piccoli indiani”, il più
famoso libro di Agatha Christie.1952: va in scena “Trappola per Topi”, opera teatrale che Agatha ha scritto in onore della regina Mary, la nonna di Elisabetta: la commedia ha un così tale successo che viene replicata dal 1952 fino ai nostri giorni in un teatro di Londra; nel 1971 Agatha viene insignita del titolo di “Dame”
dell’Impero Britannico. È la scrittrice più letta del mondo.Il 12 Gennaio 1976 muore nella sua villa di campagna a Wallingford ed è sepolta nel cimitero del villaggio di Cholsey nel Berkshire. Secondo un rapporto dell'UNESCO, Agatha Christie in
vita guadagnò circa 20 milioni di sterline, cioè poco più di 46 miliardi di lire.
B) Titolo dell’opera; anno e luogo della prima pubblicazione
Il titolo del libro è “L’assassinio di Roger Ackroyd”, titolo originale “The murder of Roger Ackroyd”; è stato scritto e pubblicato per la prima volta nel 1926.
C) Genere letterario
Il libro è un romanzo giallo poiché sono presenti gli elementi caratteristici di questo genere:
omicidi misteriosi, indizi, prove e testimonianze di difficile interpretazione, la polizia che brancola nel buio, un investigatore che ricostruisce il modo in cui è avvenuto il delitto e lo smascheramento del colpevole.
ANALISI DEL TESTO
I personaggi
JAMES SHEPPARD → è il narratore del romanzo. È il medico di King’s Abbot, è un appassionato di libri gialli e della meccanica.
HERCULE POIROT → è un ometto belga dall’aspetto straordinario, è alto meno di 1,65 cm., ha una testa oblunga come un uovo, in parte ricoperta di capelli neri, con due baffi immensi e un paio di occhi scrutatori. È un investigatore privato che si è ritirato in quel piccolo paese dell’Inghilterra dopo aver risolto innumerevoli intrigatissimi casi criminali. Abita nella casa accanto a quella di Sheppard, nel Villino dei Larici.
CAROLINE SHEPPARD → è la sorella di James. Molto curiosa e pettegolissima, si può definire il “gazzettino” di King’s Abbot.
SIGNORA FERRARS → quantunque non giovanissima, era molto attraente, e vestiva con raffinata e sobria eleganza.
ROGER ACKROYD → sembra essere l’incarnazione del tradizionale signorotto di campagna ; è proprietario di una fabbrica di ruote per vagoni ferroviari. Ha circa cinquant’anni, faccia rubiconda e modi cordiali; è molto amico del vicario, elargisce somme considerevoli alla parrocchia, organizza incontri di cricket. È dunque la vita e l’anima di King’s Abbot.
SIGNORA ACKROYD → è la cognata di Roger.
RALPH PATON → è il figlio della prima moglie di Ackroyd, che ha sempre considerato come un vero figlio. Ha venticinque anni ed è un bellissimo giovane; alto circa 1,80 cm., di proporzioni perfette, ha la grazia spontanea di un atleta; è bruno come sua madre e la bocca è sempre pronta a sorridere; ha il volto abbronzato dal sole ed è estremamente simpatico a tutti.
FLORA ACKROYD → è la nipote del signor Ackroyd. Non è molto simpatica a tutti, ma non si può fare a meno di guardarla: capelli biondi caratteristici delle bellezze scandinave, occhi azzurri, carnagione che sembra di latte e di rose, spalle bellissime e anche sottili.
MAGGIORE HECTOR BLUNT → è conosciuto come “Blunt il grande cacciatore”: ha ucciso molti animali feroci, in luoghi impossibili. Ha circa cinque ani di meno di Roger Ackroyd, col quale è molto amico. È di statura media, di corporatura robusta, piuttosto tarchiata; ha gli occhi grigi e il volto di colore bruno-rossastro è privo di espressione; parla poco.
SIGNORINA ELIZABETH RUSSELL → è la governante di Villa Fernly; è una donna alta, ben fatta, ma scostante, con i capelli neri, le guance pallide, gli occhi grandi, neri e severi e le labbra sottili.
GEOFFREY RAYMOND → è il giovane e simpatico segretario di Roger Ackoyd.
JOHN PARKER → è il maggiordomo di Villa Fernly.
ISPETTORE DAVIS → è il capo della polizia di King’s Abbot; con l’aiuto di RAGLAN, ispettore di polizia di Cranchester, svolge le indagini ufficiali sul caso Ackroyd; usa metodi piuttosto tradizionali e considera con bonarietà i sistemi di Poirot, nei quali peraltro non crede.
HAMMOND → è l’avvocato di Roger Ackroyd, un ometto secco con un mento agressivo e un paio d’occhi grigi penetranti.
URSULA BOURNE → è la cameriera di Villa Fernly; è una delle numerose figlie di una nobile famiglia irlandese decaduta; è alta di statura, ha i capelli castani folti e ricci che le ricadono sul collo e occhi grigi molto seri. È la moglie segreta di Ralph Paton.
ELSIE DALE → è una ragazza bionda con una faccia gradevole ed è la governante di Villa Fernly da sei mesi; è brava, svelta nelle sue mansioni, ha buone referenze e una moralità ottima.
CHARLES KENT → figlio segreto della signorina Russell. È un giovanotto di non più di ventidue o ventitré anni; è alto, magro, capelli neri e occhi azzurri pieni d’astuzia. È un pregiudicato e un drogato; la notte del delitto si trovava a Fernly per incontrare segretamente sua madre.
SIGNORA FOLLIOT → è una donna alta con i capelli castani un po’ scarmigliati e un sorriso molto attraente. Abita a Marby (che dista circa una ventina di chilometri da King’s Abbot) nella Villa Marby.
Il ruolo principale è svolto sicuramente da Hercule Poirot, ma non meno importante è il ruolo di James Sheppard, Flora Ackroyd, Hector Blunt, Elizabeth Russell, John Parker e Geoffrey Raymond, seguiti via via dagli altri personaggi.
L’ambiente
Il racconto si svolge presumibilmente alla fine degli anni ‘20 in un piccolo paesino dell’Inghilterra, King’s Abbot, che dista circa dodici chilometri da Cranchester; ha una grande stazione ferroviaria, un piccolo ufficio postale e due empori che sono in perpetua rivalità fra loro. Le risorse e i passatempi intellettuali degli abitanti si possono sintetizzare in una sola parola: il pettegolezzo. In paese vi sono due case di una certa importanza: King’s Paddock, che la signora Ferrars ereditò dal defunto marito, e Villa Fernly, di proprietà del signor Roger Ackroyd.
- Analisi della struttura
1 macrosequenza: il dottor Sheppard e sua sorella parlano della morte della signora Ferrars.
2 macrosequenza: presentazione di King’s Abbot e dei suoi abitanti.
3 macrosequenza: nel Villino dei Larici, la casa accanto a quella di Sheppard, si trasferisce un uomo belga dall’aspetto straordinario: è Poirot.
4 macrosequenza: Sheppard va a cena da Ackroyd dove incontra parte dei residenti di Villa Fernly: Parker il maggiordomo, Raymond il segretario, Flora Ackroyd e il maggiore Blunt, rispettivamente nipote e amico di Roger. Finita la cena Sheppard e Ackroyd si ritirano nello studio: il ricco uomo è molto turbato.
5 macrosequenza: Sheppard riceve una telefonata che gli comunica l’assassinio di Roger Ackroyd: iniziano le prime indagini degli Ispettori Devis e Raglan.
6 macrosequenza: La polizia trova accanto al cadavere un pugnale tunisino.
7 macrosequenza: Sheppard dopo aver scoperto che il suo nuovo vicino è in verità Hercule Poirot, il famoso investigatore belga, lo invita a risolvere il caso del Signor Ackroyd.
8 macrosequenza: l’ispettore Raglan fa una prima ricostruzione dei fatti, ma è sbagliata; Sheppard e Poirot intanto trovano nel padiglione un pezzo di tela bianca inamidato e una penna d’oca.
9 macrosequenza: mentre passeggiano per il giardino della Villa, il dottore e Poirot assistono ad un colloquio tra Flora Ackroyd e Blunt; Poirot trova un altro indizio nello stagno: un anello con incisa la scritta “Da R., 13 marzo”.
10 macrosequenza: Poirot e Sheppard si fermano a colazione a Villa Fernly, dove è presente anche l’avvocato Hammond. Facendo un paio di domande ai presenti, si scopre che da un cassetto mancano 40 sterline: le sospettate sono le cameriere, Elsie Dale ma soprattutto Ursula Bourne, ex domestica della Signora Folliot, di Marby.
11 macrosequenza: Sheppard si reca a Marby , ma non scopre niente di utile; intanto Poirot è da Caroline Sheppard per avere delle informazioni sui pazienti che aveva visitato suo fratello la mattina del delitto.
12 macrosequenza: Durante la “riunione di famiglia” di Villa Fernly, Poirot cerca di avere qualche particolare in più su Ralph, senza però ricavarne niente: continuando a pregare inutilmente i presenti di dire la verità, alla fine s’infuria ed esclama che ognuno ha qualcosa da nascondere.
13 macrosequenza: Sheppard e Poirot fanno una prima ricostruzione dei fatti in base agli indizi trovati fino a quel momento: si presume che l’assassino sia Ralph Paton.
14 macrosequenza: la Signora Ackroyd si confida con Sheppard e Poirot affida a Caroline il compito di scoprire che colore sono gli stivali di Paton.
15 macrosequenza: Sheppard si reca da Poirot al quale racconta la confessione della Signora Ackroyd; mentre si trova lì, arriva Geoffrey Raymond che ha sua volta confessa di essere al verde; il più sospetto rimane dunque Parker: Poirot decide di andare a Fernly e di ricostruire i momenti che hanno preceduto la morte di Roger Ackroyd.
16 macrosequenza: alla sera la signorina Gannett e il colonnello Carter vanno dai fratelli Sheppard a giocare a mah-jong; il gioco però non riesce bene perché gli ospiti vogliono avere informazioni sul caso Ackroyd.
17 macrosequenza: Poirot convoca a casa sua Parker per fargli alcune domande; poi va da Hammond per sapere l’ammontare delle somme sborsate dalla signora Ferrars.
18 macrosequenza: Poirot, Raglan e Sheppard vanno a Liverpool ad incontrare Charles Kent, l’uomo sospetto pregiudicato e drogato.
19 macrosequenza: Flora Ackroyd confessa di aver preso le 40 sterline dal cassetto di suo zio.
20 macrosequenza: Poirot invita la signorina Russell nell’ambulatorio di Sheppard: si scopre che Charles Kent è suo figlio. Si erano incontrati nel padiglione della Villa di nascosto.
21 macroseqenza: Poirot e Sheppard vanno a Villa Fernly per invitare tutti i membri di casa Ackroyd: mentre il dottore è in casa per dare l’informazione, l’investigatore fa un giro per il parco. Poirot fa pubblicare sul giornale un falso articolo riguardante l’arresto di Paton a Liverpool, che suscita gran scalpore in tutti.
22 macrosequenza: quando i due ritornano a casa trovano davanti a loro Ursula Bourne, la quale racconta la sua storia e confessa di essere la moglie legittima di Ralph Paton, anche se Poirot lo aveva già capito.
23 macrosequenza: tutti i membri di casa Ackroyd si recano al Villino dei Larici per la riunione: Poirot espone chiaramente il susseguirsi dei fatti, ma tutti si chiedono dove sia finito il figliastro di Ackroyd: il belga con un gesto teatrale indica la porta ed ecco Ralph Paton.
24 macrosequenza: Paton racconta tutta la sua storia e Poirot rivela che l’assassino è lì presente.
25 macrosequenza: finita la riunione, Poirot invita Sheppard a restare: ripropone nuovamente la ricostruzione dell’assassinio e con gran sorpresa rivela il nome dell’omicida: il dottor James Sheppard.
26 macrosequenza: Sheppard cerca di difendersi, ma non inganna Poirot.
27 macrosequenza: il dottor Sheppard si abbandona all’evidenza, ormai criminale fallito di fronte al genio di Poirot, si compiace di sé come scrittore.
- La trama
Tutto si svolge in un piccolo paese, King’s Abbot, in cui tutti si conoscono e tutti sanno tutto di tutti; è insomma come una famiglia; King’s Abbot è un tipico paesino della campagna inglese dove non succede mai nulla di speciale; dista circa dodici chilometri da Cranchester, ha una grande stazione ferroviaria, un piccolo ufficio postale e due empori che sono in perpetua rivalità fra loro. In paese vi sono due case di una certa importanza: King’s Paddock, che la signora Ferrars ereditò dal defunto marito, e Villa Fernly, di proprietà del signor Roger Ackroyd.
Un giorno però qualcosa accade: l’uomo più ricco del paese, Roger Ackroyd, viene inspiegabilmente assassinato proprio quando stava per leggere una lettera che avrebbe fatto luce sulla misteriosa morte dalla signora Ferrars. Il delitto getta nello sgomento la piccola comunità, in particolare gli amici e i parenti della vittima. Non tutti però hanno da dolersi dell’accaduto, almeno così sembra credere un buffo straniero alto meno di 165 cm., con una testa oblunga come un uovo, in parte ricoperta di capelli neri, con due baffi immensi e un paio di occhi scrutatori, trasferitosi da poco nel villaggio per coltivare zucche, e in breve l’uomo, che non è altri che l’ineguagliabile Hercule Poirot, l’investigatore privato belga, riesce a scoprire che la realtà è ben diversa da quella che appariva e che tutti, anche le persone più insospettabili, hanno qualcosa da nascondere.
Dopo lo svolgimento delle indagini Poirot deduce che l’assassino è un individuo che il giorno della morte di Ackroyd era stato all’albergo “Tre Cinghiali”; un uomo che conosceva Ackroyd abbastanza bene da sapere che aveva comperato un dittafono; un individuo che aveva una certa pratica in meccanica, che aveva avuto modo di togliere il pugnale dal tavolo prima che la nipote del ricco signore, la signorina Flora, arrivasse; che portava con sé una valigetta nera per nascondere il dittafono e che poté rimanere solo nello studio per pochi minuti, dopo la scoperta del delitto, mentre Parker, il maggiordomo, telefonava alla polizia. In poche parole non può essere altri che il dottor James Sheppard, narratore del romanzo.
RICERCA DEI SIGNIFICATI SECONDARI
Il libro ci vuole dire che a volte le persone meno sospette o addirittura insospettabili, sono quelle colpevoli. Ognuno di noi, come dice Poirot, ha qualcosa da nascondere e come in tutti i libri gialli il delitto perfetto non esiste: il colpevole, cioè, commette un banale errore che lo porta ad essere smascherato.
COMMENTO PERSONALE
Personalmente ritengo il libro molto interessante e soprattutto molto realistico; non è difficile da leggere, ma richiede comunque molta attenzione nella lettura.
Mi è piaciuto moltissimo soprattutto per il finale a sorpresa: non avrei mai sospettato che l’assassino fosse il dottor Sheppard, prima di arrivare al dettaglio della valigetta nera alla fine del capitolo XXV. Mi è piaciuto anche perché c’è souspence, è avvincente e ha stimolato in me una sorta di sfida di intelligenza con l’autore.
Il mio personaggio preferito è Hercule Poirot: è eccezionale come osservatore sulla scena del delitto e se un particolare osservato non coincide con la ricostruzione logica, lo considera sospetto. Secondo la mia opinione, Poirot utilizza questa metodologia di lavoro:
1- seleziona i fatti ritenuti importanti ed elimina quelli inutili
2- concatena i fatti, mettendoli in relazione di causa/effetto
3- pone attenzione ai fatti, ai particolari, ai dettagli che non coincidono con gli altri
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CAPPELLINI ALESSIO
RELAZIONE DI ITALIANO
SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
Autore: Luigi Pirandello
Data e luogo di prima rappresentazione: 10 Maggio 1921 al Teatro Valle di Roma
Riassunto dell’opera:
La vicenda inizia in modo abbastanza singolare,in un teatro vuoto dove il macchinista esegue alcuni lavori manuali sul palcoscenico e si attende l’inizio delle prove del”Gioco delle parti”,una commedia di Pirandello.Dopo poco tempo arrivano tutti gli attori,compresa la prima attrice in ritardo ed il direttore capocomico.Le prove iniziano,con gli attori che studiano le parti recitando col copione in mano e con il capocomico che dà istruzioni al direttore di scena sugli scenari da applicare.Il loro lavoro viene interrotto da sei Personaggi,che irrompono in teatro e che hanno bisogno di essere ascoltati.Sono il Padre,la Madre,il Figlio,la Figliastra,il Giovinetto e la Bambina, Personaggi nati dalla fantasia di un autore,ognuno di essi con una storia ed un dramma alle spalle.Le loro storie sono legate tra loro.Il loro autore li ha creati uno ad uno,sulla sua scrivania nella luce del crepuscolo ma li ha in seguito abbandonati,impedendogli di “vivere”sulla scena il loro dramma,di compiere ciò per cui sono stati creati.Sono perciò arrivati in teatro,disturbando le prove, per cercare qualcuno disposto a rappresentare la loro storia,alla ricerca di un autore.
Tutti i presenti,ad ascoltare quelle parole,rimangono stupiti e confusi.Non mancano risate fragorose e prese in giro,soprattutto degli attori ed attrici lì presenti,che affliggono i Personaggi,disposti però a sopportarle ed ad andare avanti,a rendere tutti partecipi del proprio dramma doloroso.
Le iniziali proteste ed i rifiuti del capocomico vengono vinte poco a poco.I Personaggi accennano uno ad uno parti del loro dramma,in modo confuso ma incuriosendo sempre di più il direttore.
Inoltre gli propongono di rappresentare la loro storia,il loro dramma già fatto che aspetta solo di essere trascritto.In questo modo il capocomico vede la possibilità allettante di diventare senza troppa fatica un autore.E’ perciò disposto ad ascoltarli,sempre più interessato,nonostante il parere contrario degli attori lì presenti che vedono in tutto ciò una pagliacciata.
La storia dei sei Personaggi risulta però confusionaria,interrotta da critiche degli attori e da litigi tra loro stessi.Ognuno di essi infatti vorrebbe incentrare la storia sulla propria persona,sul proprio dramma,mettendo in secondo piano quello degli altri.Ad esprimersi sono soprattutto il Padre e la Figliastra.La madre,accanto al Giovinetto ed alla bambina,soffre dei racconti degli altri personaggi.Il Figlio è contrario a tutto ciò,non ama i suoi compagni,anzi li disprezza.Vorrebbe andarsene ma non può allontanarsi e scendere dal palcoscenico.Parla poco e quando lo fa offende gli altri Personaggi,esprime concetti negativi e preferisce starsene in disparte.Arriva a litigare con violenza col Padre,gettandolo a terra con lo stupore dei presenti.
La storia espressa dai Personaggi è la seguente:
Il Padre aveva sposato la Madre e dal loro matrimonio era nato il Figlio.Per farlo crescere in modo sano e robusto è stato portato da piccolo lontano dalla famiglia,al contatto con al terra,nei campi,affidato ad una persona estranea. L’effetto di questa decisione è negativo:il Figlio cresce senza affetto per la famiglia ed il suo carattere ne ha risentito.E’ scontroso e non accetta un legame sconosciuto.In più al suo ritorno nella casa del Padre la Madre non c’è più. Ella,sempre in soggezione davanti al marito, si era invaghita del suo segretario,facendo nascere tra i due un rapporto di complicità e di intese alla luce del sole.
A questo fatto il Padre reagì in modo particolare,favorendo l’unione dei due amanti rinunciando così alla moglie.La Madre si trasferisce fuori città col nuovo compagno e dà alla luce tre figli:la Figliastra,il Giovinetto e la Bambina.la morte del segretario mette in crisi la famiglia,che rimane senza risorse economiche.La Madre ed i tre figli sono perciò costretti a tornare in città ed a cercare un lavoro.La donna lo trova nella sartoria di Madama Pace,che si rivela essere una casa di appuntamenti.La Figliastra viene attirata dalla donna nel suo giro di affari,iniziando a prostituirsi nel suo bordello.
Il Padre,rimasto solo,cerca un modo di sfogare le sue voglie sessuali ed inizia a frequentare la casa di Madama Pace,dove incontra la Figliastra.La madre fortunatamente si accorge di ciò che sta accadendo in tempo e riesce ad evitare l’incesto.Il Padre,colmo di vergogna per il suo comportamento e venuto a conoscenza della condizione economica della Madre,la invita assieme ai tre figli in casa sua,per aiutarli.Il Figlio,col carattere chiuso e scontroso che ha maturato,non accetta in casa sua quegli estranei e quei figli illegittimi,che non potranno mai essere al suo livello,l’unico figlio legittimo del padre.Ma a questo punto si interrompe la narrazione.
Il capocomico adesso è affascinato da quella vicenda ed intuisce di poter ottenerne un grande dramma,perciò porta i Personaggi con sé nel suo camerino per discutere dei dettagli sulla messa in scena.
In seguito i Personaggi eseguono sul palco la loro storia,seguiti dall’interpretazione degli attori.
Il risultato è negativo:gli attori imitano i gesti ed i comportamenti,ripetono le frasi ascoltate ma non riescono a soddisfare i Personaggi. Quest’ultimi non si riconoscono in quelle interpretazioni per il semplice motivo che loro quel dramma lo “vivono”,lo sentono continuamente perché gli appartiene,mentre gli attori,per quanto bravi,si possono limitare solo a rappresentarlo.
La storia continua.Nella casa del Padre la Madre cerca inutilmente di convincere il Figlio ad essere meno ostile nei suoi confronti e in quelli degli altri figli illegittimi.Per evitare il dialogo il ragazzo esce di casa e nel giardino trova la Bambina annegata nella vasca.Alla sua tremenda morte aveva assistito,immobile e con occhi da pazzo,il Giovinetto.Per la disperazione il bambino estrae dalla tasca una pistola,si spara e muore.Il tremendo dramma è giunto al culmine ed ha colpito i più innocenti e deboli protagonisti.
Davanti a questo inaspettato e tremendo epilogo il capocomico non può che gridare: <<”Luce!Luce!Luce!”>> perdendo la pazienza. I Personaggi vengono licenziati e gli attori convocati per continuare le prove in serata,visto che ormai la giornata è persa.Tutti rimangono allibiti ed inchiodati sul palcoscenico,mentre la Figliastra fugge via con la sua risata beffarda.
Spazio:
“Sei Personaggi in cerca d’autore” è un’opera teatrale.Lo scenario della vicenda è uno solo e cioè una sala di un teatro chiuso al pubblico,dove gli attori,assieme al capocomico,si apprestano a provare le scene degli spettacoli,almeno fino all’arrivo dei sei Personaggi.Ma attraverso i racconti dei protagonisti ci immaginiamo diversi ambienti,anche all’aperto.Alcuni sono difficilmente rappresentabili in teatro,perché si tratta di una storia “vera”,vissuta in ogni momento da quei personaggi. Così la Figlia parla della sartoria di Madama Pace e delle strade che faceva per andare a scuola,mentre il Padre la seguiva con interesse.La tragica scena finale è ambientata nel giardino della casa del Padre.
Tempo (durata azione):
Nell’opera pirandalliana non sono presenti date che permettano di risalire direttamente al periodo storico in cui è collocata la vicenda.Però dai comportamenti dei personaggi e da alcune citazioni (il ballo “Prends garde ... Tchou-Thin-Tchou" di Dave Stamper ridotto a Fox-trot o One-Step lento da Francis Salabert) si capisce che la vicenda è ambientata attorno agli anni 20 del ‘900.
La vicenda ha un andamento veloce e serrato,con un ritmo d’azione spezzato qualche volta da descrizioni minuziose di personaggi.La storia si svolge nell’arco di una giornata.
Analisi fisica e psicologica dei personaggi:
Come in tutte le opere pirandelliane prendono parte alla vicenda una moltitudine di personaggi, anche se solo otto di essi hanno un’importanza fondamentale.Vengono descritti con cura ed attenzione appena arrivati sulla scena ed,attraverso le loro azioni e i dialoghi,possiamo intuire i loro caratteri e capire i loro perenni stati d’animo.Gli altri personaggi citati sono solo di contorno e si limitano ad esprimere giudizi ed a ridere delle azioni e dei racconti degli stranissimi Personaggi arrivati all’improvviso ad interrompere il loro lavoro.
I personaggi principali della vicenda sono i seguenti,con le citazioni delle loro descrizioni:
Il direttore capocomico:
Dirige il “Gioco delle parti” di Pirandello.Gli attori lo rispettano,vista la sua importanza ed il suo carattere,che risulta essere duro,forte e deciso.Di lui non viene fornita una descrizione fisica precisa.Pirandello si limita a definirlo un uomo “col cappello duro in capo, il bastone sotto il braccio e un grosso sigaro in bocca”.Vede nell’arrivo dei sei Personaggi e nella loro vicenda la possibilità di diventare autore senza fatica,trascrivendo il dramma interessante che vive in essi.
Il padre:
“Il Padre sarà sulla cinquantina: stempiato, ma non calvo, fulvo di pelo, con baffetti folti quasi acchiocciolati attorno alla bocca ancor fresca, aperta spesso a un sorriso incerto e vano. Pallido, segnatamente nell'ampia fronte; occhi azzurri ovati, lucidissimi e arguti; vestirà calzoni chiari e giacca scura: a volte sarà mellifluo, a volte avrà scatti aspri e duri”.Assieme alla Figliastra è forse il più loquace dei sei Personaggi.Esprime al capocomico concetti sull’arte e sul “verosimile” e critica il modo di recitare degli attori,limitato a mera interpretazione che mai sarà superiore,anche a livello artistico,al suo “vivere” la parte perché nato Personaggio e destinato ad esser personaggio in eterno.
La madre:
“La Madre sarà come atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e d'avvilimento. Velata da un fitto crespo vedovile, vestirà umilmente di nero, e quando solleverà il velo, mostrerà un viso non patito, ma come di cera, e terrà sempre gli occhi bassi”.Ha un carattere debole.Si limita ad assistere ai dialoghi degli altri Personaggi stando accanto al Giovinetto ed alla Bambina, esprimendosi di rado e brevemente.Poco dopo il suo arrivo in teatro sviene e,una volta ripresa,se ne sta sempre in un angolo.Da lì si muoverà solo per “vivere” la sua parte,correndo a separare il Padre dalla Figliastra per evitare l’incesto e per imprecare contro l’odiata ingannatrice Madama Pace.
Il figlio:
“Il Figlio, di ventidue anni, alto, quasi irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in un'accigliata indifferenza per la Madre, porterà un soprabito viola e una lunga fascia verde girata attorno al collo”.Come la Madre,non ama parlare e se ne sta in disparte fino al suo momento di narrare il suo dramma.Intuisce la vergogna subita dal padre e per questo disprezza particolarmente la Figliastra.Il suo orgoglio di figlio legittimo lo porta a sentirsi superiore ai tre figli illegittimi ed a disprezzarli apertamente.
La figliastra,il Giovinetto e la Bambina:
Questi tre personaggi vengono presentati assieme,in una unica descrizione perché la Figliastra prova particolari sentimenti per il fratellini e la sorellina.Inoltre hanno una caratteristica comune:loro sono figli del segretario del Padre,quindi non legittimi come il Figlio.Per questo da lui vengono disprezzati e non riescono ad averci un bel rapporto.
“La Figliastra, di diciotto anni, sarà spavalda, quasi impudente. Bellissima, vestirà a lutto anche lei, ma con vistosa eleganza. Mostrerà dispetto per l'aria timida, afflitta e quasi smarrita del fratellino, squallido Giovinetto di quattordici anni, vestito anch'egli di nero; e una vivace tenerezza, invece, per la sorellina, Bambina di circa quattro anni, vestita di bianco con una fascia di seta nera alla vita”.Di questi tre Personaggi parla solamente la Figliastra che,assieme al Padre,spiega al capocomico la loro condizione e la loro volontà di vivere il dramma.La ragazza è appariscente perché bellissima e colpisce gli attori più giovani.Ma ai complimenti dopo aver cantato e ballato non sembra reagire,assumendo un’aria distaccata ed indifferente.
Madama Pace:
“Megera d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color carota e una rosa fiammante da un lato, alla spagnola; tutta ritinta, vestita con goffa eleganza di seta rossa sgargiante, un ventaglio di piume in una mano e l'altra mano levata a sorreggere tra due dita la sigaretta accesa”.Questo Personaggio negativo appare nella sala in occasione della rappresentazione dell’incontro del Padre con la Figliastra nel bordello.Viene evocata dai Personaggi e da un ambiente a lei familiare ricostruito sul palcoscenico.Il suo arrivo,unito alla sua figura e personalità spaventa tutti i presenti,tranne i Personaggi e la Figliastra che addirittura corre da lei con umiltà e devozione,essendo nata dalla mente dell’autore come la sua umile e devota servitrice.La Madre non può sopportare la sua presenza e vorrebbe colpirla ma,trattenuta,si limita a imprecare contro di lei.
Pirandello,ipotizzando una traduzione scenica della sua commedia teatrale si è soffermato giustamente anche sull’effetto scenico che devono fare i sei Personaggi,differenziandosi nettamente dagli altri attori.Ecco riportata la sua nota a riguardo:
“La disposizione degli uni e degli altri, indicata nelle didascalie, allorché quelli saliranno sul palcoscenico, gioverà senza dubbio; come una diversa colorazione luminosa per mezzo di appositi riflettori. Ma il mezzo più efficace e idoneo, che qui si suggerisce, sarà l'uso di speciali maschere per i Personaggi: maschere espressamente costruite d'una materia che per il sudore non s'afflosci e non pertanto sia lieve agli Attori che dovranno portarle: lavorate e tagliate in modo che lascino liberi gli occhi, le narici e la bocca. S'interpreterà così anche il senso profondo della commedia. I Personaggi non dovranno infatti apparire come fantasmi, ma come realtà create, costruzioni della fantasia immutabili: e dunque più reali e consistenti della volubile naturalità degli Attori. Le maschere ajuteranno a dare l'impressione della figura costruita per arte e fissata ciascuna immutabilmente nell'espressione del proprio sentimento fondamentale, che è il rimorso per il Padre, la vendetta per la Figliastra, lo sdegno per il Figlio, il dolore per la Madre con fisse lagrime di cera nel livido delle occhiaje e lungo le gote, come si vedono nelle immagini scolpite e dipinte della Mater dolorosa nelle chiese. E sia anche il vestiario di stoffa e foggia speciale, senza stravaganze, con pieghe rigide e volume quasi statuario, e insomma di maniera che non dia l'idea che sia fatto d'una stoffa che si possa comperare in una qualsiasi bottega della città e tagliato e cucito in una qualsiasi sartoria”.
Prima che inizi la vicenda vengono elencati anche i protagonisti di seconda importanza:la prima attrice,il primo attore,la seconda donna,l'attrice giovane,l'attor giovane,attori e attrici di importanza minore,il direttore di scena,il suggeritore,il trovarobe,il macchinista,il segretario del capocomico,l'uscere del teatro,apparatori e servi di scena.
Tutti questi personaggi non hanno una funzione importante:servono solamente come cornice ai protagonisti principali.Vengono citati durante la vicenda per aumentare la sensazione di storia realistica ed improvvisata (come nel caso del macchinista,del trovarobe,dei servi di scena…) oppure per offrire ai Personaggi un pubblico iniziale per la loro vicenda,un pubblico critico e divertito,che si sente offeso dall’atteggiamento dei protagonisti (l’intera compagnia degli attori).
Ai discorsi difficili e complicati del Padre riguardo alla sua condizione,alla sua nascita,non possono fare a meno di ridergli in faccia,ma anche loro,come il capocomico sono sempre più interessati alla strana storia che gli viene proposta in modo così nuovo ed insolito.
Tra attori e Personaggi nascono ben presto attriti,perché quest’ultimi non si riconoscono per niente nell’interpretazione degli artisti,anche se bravissimi.Gli attori si sentono quasi umiliati e ne risultano offesi:i Personaggi con le loro idee criticano e distruggono il loro modo di fare teatro,secondo loro sbagliato nelle regole,nei modi di recitare e persino delle tradizioni intoccabili.
Nella schiera di questi personaggi minori si eleva la figura della prima attrice,superba,fiera ed orgogliosa.Si sente l’attrice più importante e si permette di arrivare in ritardo,fare i suoi comodi sul lavoro ed,assieme al primo attore,entra in acceso contrasto con i Personaggi,venendo criticata per la sua interpretazione falsa,ricca di finzione.Tutto il suo duro lavoro serve soltanto per dare al pubblico l’illusione della realtà,una interpretazione che non sarà mai vera.I Personaggi invece non hanno bisogno di saper recitare:sono reali,come la loro storia,che vive in essi.
Messaggio dell’autore:
Luigi Pirandello con questo dramma teatrale,suddiviso in tre parti,ha voluto creare un’opera di tipo completamente nuovo,alternativo e rivoluzionario.Il suo scopo era fare capire al pubblico la difficoltà di un autore moderno ad esprimere la sua arte vincolato da schemi e tradizioni ormai superate.La sua storia,basata su sui Personaggi abbandonati dal proprio autore era fuori dagli schemi ed andava esposta in modo completamente nuovo.
I Personaggi,con il loro arrivo ed il loro dramma sono una vera novità.Inoltre Pirandello li ha voluti rendere partecipi di una vicenda triste e drammatica,mettendoli in opposizione tra loro stessi.Il Figlio è un ragazzo chiuso ed orgoglioso.Non accetta la presenza di figli illegittimi del Padre in casa sua e li disprezza.Non ama né la Figliastra e nemmeno i due bambini.Non ha rispetto nei confronti della madre e si sente estraneo da un Padre che non l’ha voluto crescere.Diversamente dal Padre e dalla Figliastra non vuole collaborare a rappresentare il dramma che lo accompagna e trova evitando il dialogo,colla fuga dalla madre l’espressione del suo evidente rifiuto a collaborare. Anche i due figli più deboli,il Giovinetto e la Bambina si rifiutano di parlare,di esprimersi.Ma essi non hanno la stessa forza e carattere del Figlio legittimo e trovano come espressione del loro rifiuto e sofferenza della propria condizione solo una morte triste,insensata e per questo drammatica.Sono stati i più deboli ed innocenti a pagare gli errori di una famiglia disastrata e non unita.Quindi i Personaggi rappresentano una famiglia realistica,vera,con le sue pesanti contraddizioni e problemi dovuti ad una decadenza sociale e morale.Inoltre il Personaggio in sé stesso è una figura che deve fare riflettere:solo,abbandonato dal proprio creatore e bisognoso di rappresentare un dramma personale,nato con lui e che sempre lo accompagnerà,in eterno,perché un Personaggio potrà vivere per sempre.Il Personaggio è simbolo anche dell’uomo,come il palcoscenico lo è della vita.Quindi con la sua opera Pirandello ha voluto anche evidenziare il destino e la sua visione della figura umana.Anche il finale dell’opera deve fare riflettere.In effetti Pirandello crea nel lettore diversi dubbi,probabilmente senza risposta.La morte della Bambina ed il suicidio del Giovinetto,impotente e forse indifferente spettatore della morte della sorella nella vasca in giardino.Gli attori ed il capocomico vedono la pistola e sentono il suo sparo.Ma i Personaggi non sono destinati ad essere eterni come affermano loro stessi,a vivere per sempre con il proprio dramma?E come mai la Figliastra fugge da sola accompagnata dalla sua pazza risata,agghiacciante e beffarda?Non era stata proprio lei ad affermare al Figlio che loro sei sono indivisibili perché parte di un unico dramma?A queste domande non è possibile dare una risposta.Non si capisce se si ha a che fare con la realtà o la finzione ed anche questo è uno dei traguardi ottenuti da Pirandello con la sua opera.
Purtroppo il pubblico del tempo non ha capito il suo genio e la profondità delle sue teorie sul modo di fare arte.Non ha accettato l’intera impostazione dello spettacolo,a partire da un inizio giudicato scandaloso,quasi offensivo.Mai uno spettatore è entrato in sala trovando il sipario alzato,con un palcoscenico spoglio di scenari ed un macchinista impegnato a fissare chiodi a forza di rumorosi colpi di martello.Ma la vera novità per il pubblico era ciò che lo attendeva dopo:una vicenda assurda,surreale e piuttosto complicata.Con quest’opera Pirandello ha voluto criticare le più affermate regole sul modo di fare teatro,sconvolgendo le aspettative e le abitudini di un pubblico che non ha capito.
Nonostante Pirandello abbia toccato una elevatissima critica ed analisi morale,abbia abbattuto la barriera che separa la finzione dalla realtà creando un capolavoro artistico,non è stato apprezzato.
Durante la messa in scena di “Sei Personaggi in cerca d’autore” infatti i mormorii in sala andavano via via crescendo fino a sfociare in un coro di esclamazioni e di fischi di disapprovazione.
Valutazione personale dell’opera letta:
Non c’è niente da dire:la lettura di “Sei Personaggi in cerca d’autore” non può fare altro che affascinare.Il linguaggio utilizzato da Pirandello è un italiano moderno,che rende la lettura veloce e scorrevole. Contribuisce a questo risultato il grandissimo numero di dialoghi presenti,vista la natura teatrale dell’opera.Le lunghe e precise descrizioni interrompono per un attimo il ritmo ma sono indispensabili.
Un difetto di quest’opera può essere considerata la difficoltà dei concetti espressi e la grande confusione nei dialoghi dei Personaggi.Tutto ciò serve per esprimere le teorie di Pirandello e per rappresentare al meglio i rapporti d’odio e di supremazia che hanno i Personaggi tra loro.Devo anche ammettere che,pur avendo già letto l’inizio dell’opera qualche anno fa e conoscendone vagamente la trama,ho dovuto ricominciare la lettura tre volte,a causa di una lettura forse troppo distratta.Ma una volta capita la vicenda e conosciuti i personaggi non si può fare a meno di vedere come va a finire la storia,peraltro anche piuttosto breve.
Pirandello con essa ha voluto esprimere concetti nuovi e magari anche difficili.Sicuramente un lettore come me non rimarrà tanto stupito dall’impostazione della confusionaria vicenda,dall’inizio tanto particolare e dalla storia surreale perché abituato ad assistere a storie impostate in maniera simile.Io non sono uno spettatore dei primi anni del ‘900 e per questo posso non percepire completamente la novità presentata da Pirandello.Inoltre il suo meritato successo,tardato ad arrivare,ha permesso che nascesse un nuovo metodo di scrivere,che è arrivato fino ai miei tempi ed è per questo che forse non posso concepire completamente la novità pirandelliana.
Bibliografia consultata:
Titolo del libro: “Sei Personaggi in cerca d’autore”
Editore: Adelphi Edizioni S:P.A.
Luogo di pubblicazione: Milano
Data di stampa: Febbraio 1996
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Honorè de Balzac
Eugenie Grandet
Relazione
NOTIZIE RELATIVE ALL’EDIZIONE
Editore: Garzanti
Collana: I grandi libri
Edizione: 20 gennaio 2000
Ristampa n° XIX
Traduzione: Giorgio Brunacci
L’opera e l’autore
Honorè de Balzac (Tours 20/5/1799-Parigi 18/9/1850) scrisse “Eugenie Grandet”,ispirandosi come da lui affermato ad una storia vera, tra l’estate e l’autunno dell’anno 1833, con l’intento di rappresentare quella parte di Francia che a quei tempi (fine 1700 e inizio del 1800) a molti era sconosciuta. “Immortalò” una Francia che non era più fatta solo di grandi città, famiglie nobili e benestanti, cultura e mondanità, ma anche di ignoranza, di disparità sociali molto accentuate, dì patriarcato, di infelicità, di subordinazione famigliare, insomma la Francia delle campagne e delle province.
Questo libro fa parte di una raccolta di dodici volumi stampata dall’editore Bèchet chiamata “Etudes de mœurs au XIX siècle” ovvero “Studi di costumi del XIX secolo” che si prefissava l’obiettivo di rappresentare per la prima volta, per mano della penna di Honorè de Balzac, tanti e diversi ambienti di vita dai più ricchi ai più poveri, con un estremo realismo, senza alcun intervento esterno o fantasioso.
Egli getterà una delle prime basi per la nascita di una nuova corrente letteraria, il realismo, che cercherà di rendersi fedele nonché “cruda” riproduttrice e accusatrice della triste realtà e non più creatrice di racconti e opere quasi surreali. Infatti, con lo stile utilizzato dall’autore per scrivere “Eugenie Grandet”, ho notato un assoluto desiderio non solo di raccontare la realtà, ma di riprodurla meticolosamente, in ogni suo più piccolo ed insignificante dettaglio in modo da non lasciare spazio alla fantasia del lettore nell’immaginare i personaggi, gli ambienti, le atmosfere, ma di vederli con una chiarezza quasi fotografica. In questo modo, infatti, l’autore ha dedicato buona parte del racconto alle descrizioni di qualsiasi personaggio, ambiente e momento, rendendo molto lenta la narrazione.
“Eugenie Grandet” fa parte della sezione “Scènes de la vie de province”, una delle tre in cui era stata divisa l’opera. Balzac riesce a riprodurre con estrema fedeltà il clima della vita di provincia, poiché luogo in cui ha passato buona parte della sua infanzia.
Il racconto, anche se non breve (174 pp.), presenta una trama abbastanza semplice e quasi priva di colpi di scena. I protagonisti del racconto sono Eugenie Grandet e suo padre, il rinomato bottaio Fèlix (costui a mio parere ricoprente sia la funzione di antagonista che di protagonista).
La storia è incentrata sulla vita della famiglia Grandet e sull’amore che nascerà fra Eugenie ed il cugino Charles, continuamente tormentato dall’invadenza e dalle esigenze del padre-padrone Fèlix. Costui, infatti, continuamente circondato da una schiera di personaggi del paese allettati dalle sue possibilità economiche e dal desiderio di portare all’altare la graziosa figlia, sfrutterà molti di questi (talvolta sono solo comparse) traendone come sempre un buon profitto, con l’unica pecca di aver dimenticato la sensibilità e i bisogni della sua famiglia ed in particolar modo di Eugenie. Il suo mondo, per lui quasi perfetto, viene però sconvolto al momento del suicidio del fratello parigino che, a causa del fallimento della sua società, gli affida il figlio Charles e il futuro del nome Grandet. L’astuto bottaio riuscirà però ad uscire intatto dalla tragedia familiare senza gravi perdite materiali, ad esclusione del cuore della figlia Eugenie totalmente rapito dal cugino ospite Charles.
Da qui, inizieranno in casa Grandet diversi episodi nei quali più volte padre e figlia (quest’ultima aiutata dalla complicità materna) si scontreranno e nei quali verrà ostacolato l’amore dei due ragazzi che si rivelerà poi incompiuto a causa di Fèlix che inviterà Charles ad emigrare dalla Francia per costruirsi un nuovo capitale.
Nonostante i diversi anni in cui Eugenie e Charles non si vedranno essa non lo dimenticherà e, anzi, il suo sentimento per lui accrescerà, fino al momento in cui avrà di nuovo sue notizie per mezzo delle quali scoprirà che la persona che aveva amato e desiderato era diventata una copia del suo ormai defunto padre Fèlix.
L’ambientazione del racconto è a Saumur, un piccolo paesino della Francia, e la vicenda si svolge tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800.
I personaggi
Come detto i protagonisti principali del racconto sono Eugenie e Felix Grandet; l’autore nelle descrizioni si è dimostrato molto preciso e attento a moltissimi particolari, talvolta apparentemente inutili; fisicamente Fèlix viene così descritto dall’autore: «Fisicamente, Grandet era alto uno e sessantacinque, tozzo, quadrato, con dei polpacci di trentasei centimetri di circonferenza, rotule nodose e spalle larghe; la faccia era tonda, abbronzata, butterata; il mento era diritto, le labbra tutt’altro che marcate, i denti bianchi:; gli occhi avevano un’espressione immobile e di fuoco che il popolino attribuisce al basilisco; la fronte, solcata da rughe trasversali, non mancava di protuberanze significative;i capelli, giallastri e brizzolati, erano, […] bianchi e oro. Sul naso, grosso in punta, c’era una verruca gonfia di venuzze […]. Le scarpe robuste erano allacciate con stringhe di cuoio; in qualsiasi stagione portava calze di lana tessuta, pantaloni corti di pesante stoffa marrone con fibbie d’argento, un gilè di velluto a righe color giallo e pulce, abbottonato fino al collo, un’ampia giubba marrone a falde larghe, una cravatta nera e un cappello da quacchero.»
C’è inoltre da aggiungere, che a causa della lunga durata degli episodi (circa quindici anni), si assiste allo scorrere dell’età di Fèlix, fino al raggiungimento degli 80 anni, coincidenti con la sua morte.
Dal profilo psicologico di Fèlix, vediamo rappresentato un personaggio terribilmente astuto, opportunista, tirchio, talvolta malvagio, spinto a vivere in nome di ciò che per lui è sacro e inviolabile: il denaro. Nel racconto, infatti, si può osservare come l’unico motivo di fondo che spinge Grandet a compiere un’azione è il guadagno, la possibilità di possedere ancora senza averne alcun bisogno. Il suo non è un semplice attaccamento al denaro, ma una vera mania ossessiva e perversa che riscuote verso il suo desiderio di possesso e accumulo. È molto diffidente e chiuso nei confronti di coloro per i quali lui non prova interesse.
Come uomo, non è quindi difficile intendere che sia completamente vuoto d’animo, privo di sentimenti positivi anche per la sua povera e fedele moglie. È però importante notare come per Fèlix, la figlia Eugenie assuma una particolare importanza: ai suoi occhi rappresenta la continuazione dell’ “impero” Grandet, la garanzia che dopo la sua morte tutto il “ben di Dio” che ha futilmente accumulato nella sua vita non vada perso.
Infatti Grandet, anche nel momento estremo della sua morte, immobile, costretto in un letto, con la vita che si stava lentamente consumando in lui, riusciva ad essere attratto morbosamente dal crocefisso d’oro del parroco recatosi presso il suo giaciglio per l’estrema unzione.
Dal modo di atteggiarsi, di muoversi e di parlare, si possono inoltre cogliere questi ed altri aspetti del suo carattere. In passato egli fu un repubblicano e patriota e ricoprì più volte ruoli di prestigio nella sua città, guadagnandosi l’appellativo popolare di “Papà Grandet”. Conduceva una vita alquanto banale, terribilmente regolare e calcolata, molto diversa da quella degli altri borghesi come lui.
Sua figlia Eugenie, invece, era il suo esatto contrario; come ragazza era sognatrice, desiderosa d’amore, devota, pudica, buona d’animo, fedele, umile, sensibile e tutte queste sue caratteristiche sommate al suo aspetto esteriore candido, puro, quasi angelico davano di lei un’immagine complessiva quasi immacolata. E proprio per il suo aspetto fisico l’autore usa una descrizione degna di essere qui riportata: «Eugenie apparteneva, è vero, a quel tipo di ragazze ben piantate, come se ne trovano nella piccola borghesia, e le cui attrattive sembrano volgari; ma, se ella non rassomigliava alla Venere di Milo, le sue forme erano nobilitate da quel soave sentimento cristiano che purifica la donna e le dà una distinzione sconosciuta agli scultori antichi. Aveva la testa grande, la fronte mascolina, ma delicata, del Giove di Fidia, e gli occhi grigi ai quali la castità della vita, riversandovisi tutta intera, conferiva una particolare luminosità. I tratti del viso rotondo, un tempo fresco e rosa, erano stati appesantiti da un vaiolo abbastanza benigno da non lasciare tracce, ma che aveva distrutto il vellutato della pelle, rimasta tuttavia ancora così delicata e fine, che il tenero bacio della madre vi lasciava per un attimo il segno rosso. Il naso era un po’ troppo marcato, ma si accordava con la bocca color rosso di minio, le cui mille increspature erano piene d’amore e di bontà. Il collo era di una rotondità perfetta. Il seno pieno, accuratamente velato attirava lo sguardo e faceva sognare;[…] Eugenie, grande e forte, non aveva dunque quella bellezza che piace alle masse; ma era bella di quella bellezza così facile da riconoscere della quale si invaghiscono soltanto gli artisti.» Nel suo ruolo rappresenta secondo me anche una figura di vittima del padre.
Tecnicamente parlando il personaggio di Fèlix è a tutto tondo come quello di Eugenie, che sono stati ampiamente descritti sotto tutti i loro aspetti dal narratore; la presentazione è per entrambi (come per tutti gli altri personaggi) rigorosamente diretta anche se però, a mio parere soltanto Eugenie può essere definita un personaggio dinamico, poiché durante lo svolgersi dei fatti si denota una notevole maturazione e cambiamento nel modo di pensare e di essere, mentre Fèlix non modifica mai radicalmente il suo carattere o i suoi atteggiamenti se non per piccoli istanti, finalizzati comunque a rimarcare le caratteristiche precedentemente citate.
I personaggi secondari sono molti e perciò non potranno essere descritti con particolare precisione come è invece avvenuto per i protagonisti. I due principali aiutanti dei protagonisti sono Mme Grandet e la governante Nanon.
La prima fisicamente era magra, quasi rinsecchita, dal colorito giallastro, goffa, lenta, definita dall’autore «una di quelle donne fatte per essere tiranneggiate», con le ossa, il naso e gli occhi grandi,…(pg. 23).
La seconda invece viene definita come «la grande Nanon», sia per le sue dimensioni (altezza 1.84m !)che per il buon cuore e la fedeltà che possiede. Salvata dalla miseria da Fèlix in anni passati ella era sempre rimasta fedele e riconoscente ai Grandet.
Entrambi i personaggi sono statici e a tutto tondo.
L’oggetto del desiderio per Eugenie è senza dubbio il prestante cugino ventiduenne Charles, un giovane Parigino che la colpirà grazie al suo aspetto e al suo modo di essere totalmente diversi da quelli delle persone del luogo in cui aveva sempre vissuto facendola inevitabilmente innamorare. Egli viene descritto come un ragazzo abbastanza infantile, emotivo e di bell’aspetto.
Tra le figure di intermediari sono sicuramente presenti i membri delle due principali famiglie che “aspiravano” alle fortune di Fèlix Grandet: per i Cruchot v’erano C. de Bonfons, il notaio Cruchot e Padre Cruchot, mentre per i Des Grassins c’erano Adolphe des Grassins, Mme des Grassins e M des Grassins. Entrambi i membri delle famiglie mostrano dai loro comportamenti degli atteggiamenti falsi nei confronti di Grandet, finalizzati al solo scopo di accattivarsi le sue simpatie.
Gli spazi
La Francia ovviamente è il paese in cui si svolge la vicenda. L’autore ha prestato estrema attenzione a descrivere i luoghi in cui si svolge la vicenda, privilegiando la presenza di ambienti chiusi (casa Grandet) ma anche aperti come le campagne di Saumur.
La casa di Grandet viene descritta come un edificio slavato, freddo e silenzioso, situato in cima alla città e circondato dalle rovine dei bastioni, costruito in tufo bianco, simile ad un carcere, attempato e mal curato (pgg. 16,17,18). Vengono anche descritte tutte le stanze della casa, che comunque rispettano lo stile esteriore precedentemente descritto.
Grazie ai numerosi introiti dei Grandet (ritenuti da alcuni incalcolabili) essi facevano parte della classe borghese.
Analisi della vicenda
Indubbiamente l’inizio del racconto è di tipo DESCRITTIVO e si prolunga per molte pagine. Iniziano ad esserci i primi movimenti narrativi all’arrivo del cugino Charles, preceduto da alcune visite ai Grandet da parte dei Cruchot e dei des Grassins.
Il principale evento che modifica l’andamento della storia è l’arrivo di Charles con la notizia del suicidio del padre (da lui scoperta successivamente). Infatti tra i rarissimi momenti di relativa tensione del brano vi è quello in cui Fèlix deve annunciare la tragica scomparsa del padre al giovane Charles.
Il finale è difficile da classificare, poiché è sì tronco dal momento in cui il brano viene drasticamente interrotto, ma anche aperto, dato che la storia potrebbe essere facilmente continuata.
Fabula e intreccio non coincidono affatto, poiché sono presenti numerosissime analessi anche se sono invece praticamente inesistenti le prolessi. Di ellissi ve ne sono alcune, ma la più vistosa è sicuramente quella in cui si passa dalla partenza di Charles all’arrivo della sua prima lettera dopo diversi anni. Anche se in mezzo a questa ellissi vengono inserite delle analessi e dei sommari, non viene descritto alcunché, a parte lo stato d’animo complessivo di Eugenie, di dettagliato su cosa è successo anno per anno.
La narrazione procede con un’estrema lentezza, poiché “appesantita” da riflessioni, commenti, descrizioni, digressioni. Sono rari e parziali i sommari, poiché sono meno sintetici del dovuto.
La narrazione, per quanto rara, si rivela abbastanza mimetica poiché il narratore lascia la parola ai personaggi per far descrivere loro lo svolgersi delle vicende, anche se non mancano alcune parti prevalentemente diegetiche. È frequente un commento o una spiegazione dei pensieri dei dialoganti al termine dei loro discorsi.
Il tempo verbale usato dal narratore è il passato remoto. Il tempo del discorso è nettamente prevalente su quello della storia (basti pensare che la durata del racconto è di più di 10 anni).
Tecniche
Non dovrebbero esserci dubbi riguardo alla classifica delle presenze delle sequenze: prime fra tutte vi sono quelle DESCRITTIVE, numerose, onnipresenti e dettagliatissime tutte abbastanza soggettive; seconde sono le NARRATIVE di tipo dialogico; terze le RIFLESSIVE.
L’autore usa logicamente diverse citazioni dialogiche nelle sequenze narrative, ma non mancano nemmeno resoconti a discorso indiretto libero.
Il registro linguistico usato dall’autore è formale. Il lessico non presenta termini di particolare complessità, anche se non mancano alcune citazioni latine sparse per il racconto.
La costruzione dei periodi risulta raramente ipotattica e abbastanza difficile da capire (es. «Gli scoccò una di quelle occhiate da provinciale, in cui le donne per abitudine mettono tanta riservatezza e cautela da dare ai loro occhi la ghiotta concupiscenza tipica degli occhi degli ecclesiastici ai quali ogni piacere sembra un furto o una colpa» pg.38) e molte più volte paratattica e logicamente più comprensibile.
Tra le figure retoriche sintattiche, come già detto vi sono alcune ellissi. Tra le figure retoriche semantiche compaiono particolari espressioni come ad esempio «Questo linguaggio segreto forma in qualche modo la massoneria delle passioni» che classificherei tra le metafore.
Punto di vista, temi e messaggi dell’autore
Il narratore è rigorosamente esterno e sempre di primo grado, non ha funzione di destinatore e non influisce in alcun modo sullo svolgersi dei fatti. È a focalizzazione ZERO e quindi è onnisciente, conosce pensieri, sentimenti e tutte le principali caratteristiche di ogni personaggio. Inoltre conosce gli avvenimenti anticipatamente ai personaggi.
In questo libro l’autore ha rappresentato fedelmente una realtà sociale sua contemporanea, che in passato veniva raramente considerata nella letteratura. Con l’utilizzo di particolari tecniche narrative è riuscito a darci immagini nitide e chiare sulle abitudini e le vicende di vita dei luoghi provinciali della Francia trasmettendoci talvolta sensazioni talmente realistiche e forti da lasciare “amareggiati”.
Nello stesso momento si è potuta “vivere” una storia d’amore alla fine rovinata a causa dell’egoismo e dell’eccessivo potere del padre nella famiglia ottocentesca, elemento che a mio parere Balzac ha abbondantemente criticato tra le righe, offrendoci quindi un’ulteriore istantanea sulla vita famigliare a quei tempi. Non c’è dubbio che Balzac abbia scritto questo racconto, assieme agli altri appartenenti all’opera “Etudes de mœurs au XIX siècle” per sferrare pesanti critiche ad una società che voleva ignorare la sua parte “difettata” e che voleva apparire perfetta, nascondendo invece molti problemi sociali che affliggevano molte altre famiglie come i Grandet ed il loro mondo. Il modo in cui pone la sua critica è abbastanza chiaro: rappresenta la realtà tragica in ogni suo dettaglio, volendoci quasi offrire un ritratto di quel “brutto” che vuole invece essere nascosto da tutti.
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SCHEDATURA LIBRO
TITOLO:
Se questo è un uomo
CASA EDITRICE:
Giulio Enaudi
AUTORE:
Primo Levi
BIOGRAFIA DELL’ AUTORE:
Primo Levi è nato nel 1919 a Torino, fu deportato ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale. Direttore di una fabbrica di resine e “chimico militante” come ama autodefinirsi, è diventato scrittore dopo l’incubo dei lager, non per il piacere della vendetta ma per riaffermare la possibilità di un uso ragionevole della vita di un uomo. I suoi libri, ferocemente commemorativi, sono tuttavia percorsi da un tenace amore per la vita, da un'ironia sottile, una sorta d’allegria per questa vita che si può finalmente ricominciare a vivere.
Nel 1947 ha pubblicato il suo primo libro, SE QUESTO E’ UN UOMO, in cui narra le vicende della sua deportazione in Germania e della permanenza nei vari campi di concentramento nazisti.
Il secondo libro LA TREGUA (1963), che costituisce la naturale continuazione del primo, è la storia del ritorno a casa, della lenta riconquista della civiltà.
Nel 1967 ha vinto il premio Bagutta con un volume di racconti fantastici, STORIE NATURALI, che mettono sotto accusa la società contemporanea, un tema ripreso nel 1971 con VIZIO DI FORMA.
Nel 1975 con il sistema periodico ritorna ai temi autobiografici, nel 1979 vince il Premio Strega con LA CHIAVE A STELLA, e nel 1982 pubblica SE NON ORA QUANDO?, il suo primo romanzo.
AMBIENTAZIONE E PERIODO:
Il libro è ambientato in un campo di sterminio, quello d’Auschwitz, che si trova in Polonia, nel periodo della seconda guerra mondiale, precisamente dal febbraio 1944 al 27 gennaio 1945.
TRAMA:
Tutti gli ebrei vengono radunati in un campo, da dove nel febbraio del 1944 vengono trasferiti nel campo di concentramento di Auschwitz.
Durante il viaggio in treno nel suo vagone erano in 45, ed erano molto stretti. All’arrivo ad Auschwitz vennero divisi uomini e donne.
Poi vengono divisi in blocchi, e portati in una stanza in cui vengono fatti spogliare. Vengono a sapere che devono lavorare, e che sono meno di niente. Tutti dovevano lavorare a parte i malati.
Lavoravano tutto il giorno per tutte le ore di luce.
A sera tarda gli viene assegnato il suo blocco il numero 30, e la sua cuccetta, dove c’è già Diena, che pur essendo molto stanco lo accoglie amichevolmente. Non riesce a dormire, e continua a porre domande, a cui però anche Diena non sa dare risposta. Ad un certo punto gli viene ordinato il silenzio, e lui dorme, ma non è un sonno profondo, è sempre pronto a contransi per difesa, si sente minacciato, e gli sembra di dormire su di una strada o su un ponte.
Ecco la sveglia, in pochi minuti bisognava vestirsi, ed andare verso il lavatoio. Questo, è un ambiente poco invitante, l’acqua non è potabile ed a un odore disgustoso. Dopo una sola settimana si era già stancato da lavarsi, perché lo riteneva inutile, date le condizioni dell’acqua e dell’ambiente in cui lavoravano. Un giorno nel lavatoio incontra il sergente Steinlauf, che si stava lavando, lui gli chiede perché si lavasse anche se era inutile, ma lui gli risponde che non lo faceva per regolamento, ma solo per una questione di dignità, per rimanere vivi.
Durante il lavoro, si fece male e va in Ka-Be (infermeria), dove viene curato, e passa venti giorni, a riflettere tra i continui controlli.
Dopo essere stato per venti giorni in Ka-Be viene messo in uscita, ma non ritorna nello stesso block e nello stesso Kommando, gli viene assegnato un block qualsiasi e un Kommando qualsiasi, gli vengono dati dei vestiti nuovi, che però deve adattare al suo corpo.
Per sua fortuna, il block a cui viene assegnato è il 45, lo stesso di Alberto il suo migliore amico, con cui vorrebbe dividere la cuccetta, ma non può, ed è obbligato a stare con uno sconosciuto, di cui conosce solamente la schiena, e i piedi.
Si spengono le luci, e si coricano, ma il suo vicino, gli volta subito le spalle e cade in un sonno profondo, occupando una gran parte della cuccetta, perciò lui tenta di farsi spazio facendo pressione un po’ con le ginocchia un po’ con i reni sul suo vicino, senza avere risultati. A questo punto non gli resta che dormire così impossibilitato a muoversi, ma, tuttavia per la stanchezza cade anche lui nel sonno, ma non è un sonno profondo, perché gli sembra di dormire su delle rotaie, e sente una locomotiva arrivare sente il suo fischio, era la locomotiva da cui avevano scaricato i vagoni durante la giornata, la sente sempre più vicina ma non arriva mai, ad un certo punto si sveglia ma senza aprire gli occhi, perché non vuole perdere il sonno. Sente di nuovo il fischio ma capisce che non veniva dalla locomotiva sognata, ma era vero era il fischio della Decauville, che veniva dal cantiere notturno.
Dopo poco fa subito un altro sogno, in cui vede sua sorella, alcuni suoi amici e altra gente, lui incomincia a raccontare varie cose sul campo ma ad un certo punto si accorge che nessuno lo sta ad ascoltare, e sua sorella si alza e se ne va’.
A questo punto si sveglia e si rende conto di aver già fatto questo sogno, a di averlo già raccontato ad Alberto, il quale aveva fatto lo stesso sogno come tutti gli altri.
Ogni due o tre ore si dovevano alzare per smaltire la grossa quantità di acqua che avevano in corpo a causa della zuppa, perciò il secchio andava svuotato anche una ventina di volte durante la notte, e questo toccava all’ultima persona che ne usufruiva.
La notte finisce al momento di aufstehen (alzarsi), che pochissimi attendevano dormendo. A questo punto si rifà la cuccetta ci s’infilano le scarpe e si riaprono le piaghe dei piedi, incomincia una nuova giornata.
La mattina al lavoro è fortunato perché si trova a lavorare con Resnyk, che è un gran lavoratore e lo aiuta molto nel portare i pesi.
Al mattino si svegliano aspettano senza fine che l’appello finisca per andare al lavoro, a ogni giorno guardano il cielo sperando che l’inverno sia finito, così avranno un nemico in meno. I greci ballano e cantano senza fine. Quando spunta il sole si accorgono che tutto intorno è verde, tranne il lager dove c’è solo cemento, ed edifici che si chiamano come loro, con dei numeri. Per la prima volta tutti si vedono alla luce del sole. Il primo nemico è passato l’inverno, ma hanno fame, alcuni pensano a quando mangiavano a casa loro con i loro amici, Primo pensa al piatto di pasta che aveva avanzato prima di venire in lager, e si pente di non averlo finito.
La vera sorpresa della giornata oltre alla fine dell’inverno, era una padella da cinquanta litri di zuppa che si dovevano dividere in quindici, facendo a torni, Templer però che era l’organizzatore di tutto aveva diritto a cinque litri.
Alla fine della giornata per la prima volta vanno a dormire in un certo senso sazi.
All’interno del lager, nacque un sistema di scambio, chiamato borsa, con cui si scambiavano innumerevoli oggetti, tra cui il mahorca (fumo), tramite la borsa, potevano guadagnarsi da mangiare, e dei servizi migliori.
Nel lager esisto due categorie di uomini i salvati e i sommersi, nella categoria dei sommersi ci sono tutti quelli che, essendo piccoli, vecchi, malati, o comunque non in grado di lavorare vengono eliminati.
Per la categoria dei salvati si possono inserire quattro persone, Schepschel, Alfred, Elias e Henri.
Schepschel, che vive in lager da quattro anni, è riuscito a trovare un modo per sopravvivere, rubando o cantando, riesce a racimolare pane, che o scambia con scarpe e roba varia o mangia.
Alfred, era perfettamente disciplinato, non si lamentava mai, si lavava ogni quindici giorni, ed aveva molti privilegi, ma tutto questo lo aveva guadagnato pagando con il pane della sua razione, ma grazie alla sua perfetta disciplina quando fu cambiato il kommando lui lo diventò, e fu nominato anche capo del kommando chimico.
Elias era un nano, ma aveva un fisico perfetto con molti muscoli, grazie alla sua forza poteva fare il lavoro molto più velocemente e poteva farne molto di più degli altri, facendo una buona impressione sui capi. Un'altra cosa che lo ha fatto diventare “salvato” era la sua abilità di rubare, si perché nel lager era l’unico modo per sopravvivere.
Henri, per lui erano solo tre i modi per sopravvivere in lager: l’organizzazione, la pietà, e il furto.
Lui barattava di tutto, con cibo, in questo modo aveva di che sfamarsi per giorni, ma aveva anche scoperto che con la pietà, qualsiasi persona si commuove e gli ricambia con del cibo.
Grazie a queste sue due doti poche volte era costretto ad utilizzare la via del furto, che però sapeva applicare perfettamente.
Fu fondato il Kommando 98 di chimica, perciò i tedeschi dovettero fare dei test per decidere chi doveva farne parte, Primo non ebbe problemi quando fu chiamato dato che ha una laurea in chimica.
Mentre raschiavano in lamiera, arrivò il Pikolo del Kommando, che disse a Primo di andare con lui perché era diventato il suo vice. Il suo nuovo lavoro consisteva nel portare dei sacchi molto pesanti da un posto all’altro, però con il vantaggio che un giro era sempre senza peso.Pikolo conosceva una strada più lunga per compiere il giro, così potevano percorrere circa un’ora senza dover portare il peso e poterono parlare, ad un certo punto arrivò una vedetta che si fermò e disse che era stato in Italia e voleva imparare l’italiano, allora Primo cercò di insegnarlielo recitando il canto di Ulisse, ma non riusciva a ricordalo bene, comunque la vedetta che si chiamava Rudi riusciva a capirlo ed a tradurlo, ma l’ora di tempo era quasi passata, e la giornata quasi finita, perciò continuarono il giro fino alla fine dove li attendeva la zuppa.
Ci furono dei bombardamenti, e perciò i tedeschi vedendoli come una rivincita daparte degli schiavi, diventarono molto più crudeli nei loro confronti, facendoli anche lavorare inutilmente.
È’ ritornato l’inverno, e tutti penano perché essendo stati in lager anche l’inverno scorso sanno cosa significa, sanno che vuol dire che almeno sette di loro moriranno, sanno che dovranno dare pane per procurarsi dei guanti, sanno che per curare le ferite dovranno passare anche l’intera giornata fuori dalla porta al freddo nella neve.
L’inverno però vuol dire anche selezione, perché c’è un affollamento nelle baracche. Per la selezione tutti si preparano e si fanno controllare da gli altri, tutte le parti del corpo, ma nessuno al il coraggio di condannare qualcuno.
E’ domenica, ed è arrivato il giorno della selezione, il lavoro finiva prima perché bisognava andare in infermeria a fare il controllo e poi tutti chiusi in baracca per non sfuggire al verdetto e per non vedere chi andava in camera gas.
Quando arriva il Blockaltester bisogna andare tutti nudi in una camera piccolissima, dove si esce uno per volta si consegna la scheda al Blockaltester e si rientra dalla porta del dormitorio, in questo arco di tempo il Blockaltester decide se dobbiamo vivere o morire.
Sono in pieno inverno, quando il capo kommando comunica i tre prescelti per lavorare nel laboratorio di chimica, e sono 169 509 Brackier, 175 633 Kandel, 174 571 Levi.
Vengono subito portati nel laboratorio dove vengono assegnati i loro posti di lavoro. La temperatura del laboratorio è di 24°, e c’è la possibilità di rubare senza essere scoperti, perciò due problemi sono risolti: l’inverno e la fame. I tre si sentono molto fortunati a lavorare in laboratorio perché devono stare seduti tutto il tempo, e hanno una matita ed un foglio dove segnare gli appunti.
Nel laboratorio ci sono anche altre tre donne, e si sentono molto imbarazzati perché erano mesi che non ne vedevano una, e perché sanno di essere puzzolenti e sporchi, e con un fisico rovinato.
Natale è vicino.
Un giorno uno schiavo viene ucciso in pubblico, e prima di morire urla “compagni io sono l’ultimo” dopo di che furono ridotti al nulla.
I russi stanno per arrivare, e per questo tutti i sani devono evacuare il campo, per una marcia di circa 20 Km. Ma Primo era ancora in Ka-Be e perciò non potè partire, e quando il 18 gennaio 1945 tutti partirono, per dove non si sa, per primo iniziano dieci giorni fuori dal mondo e dal tempo.
Quando il campo fu completamente vuoto, rimasero solo alcune SS, di vedetta, ma verso le undici della sera iniziarono in bombardamenti, e il campo fu completamente distrutto. Rimase solo la Ka-Be con i malati dentro.
Decisero di procurarsi una stufa e del cibo, cosi andarono in giro per il campo e trovarono una stufa delle patate e altre cose varie. Con queste poche cose potevano sopravvivere nella Ka-Be.
Durante la giornata si aggirarono ancora per il campo e trovarono delle rape ancora patate e una batteria per autocarro ancora carica, così che la sera avevano la camera illuminata.
Passati questi dieci giorni, arrivarono finalmente i russi che li salvarono.
Ora Primo vive nella sua casa di Torino.
ANALISI DEI PERSONAGGI:
Primo Levi:
Autore e protagonista del racconto, da come si descrive non deve essere troppo robusto, e non molto alto. E’ molto pensieroso nel lager, ma non si da mai per vinto, pensa sempre che presto tutto finirà, anche se durante l’inverno aveva quasi perso le speranze.
Alberto:
Primo lo descrive come il suo migliore amico che ritrova quando dopo esssere stato in Ka-Be, gli viene asseniato un nuovo kommando. Non viene descritto molto nei particolari fisici, ma si presume che sia un po’ più robusto di lui, perché a volte lo aiutava con i sacchi più pesanti.
Non ci sono altri personaggi importanti, dato che sono tutti descritti in un capitolo ma poi non più ripresi.
TEMATICHE PRINCIPALI:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e i visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
La tematica più rilevante in questo racconto, è lo sterminio degli ebrei, e la loro condizione fisica e mentale nel lager di Auschwitz.
Questa tematica è espressa anche nella poesia “se questo è un uomo”, che ho elencato prima e che lo stesso Primo Levi ha scritto. Nella prima parte di questa poesia, Primo Levi dice a tutti quelli che ora vivono tranquilli di meditare su quello che è successo, e descrive in poche parole la condizione dell’uomo e della donna nel lager. Nella seconda parte manda un messaggio a tutti, quasi obbligandoli a non dimenticare tutto ciò che è successo, ed è anche per questo motivo che ha scritto questo libro. Un altro motivo per cui è stato scritto il libro, è il bisogno che nasce in un uomo quando sta nel lager, di rendere gli altri partecipi di ciò che gli sta successo.
Fisicamente un uomo nel lager è poco più che uno straccio, ed è trattato come esso. Per i tedeschi i prigionieri venivano addirittura dopo qualsiasi altra cosa, tanto che venivano trattati in un modo che non si può ritenere umano. Anche i prigionieri dopo questi trattamenti è molto difficile trovare in loro qualche cosa di umano, infatti il titolo del libro “se questo è un uomo”, sta proprio a significare questo. Anche io dopo aver letto questo libro sono di questa opinione, perché non riesco a concepire come alcuni possano essere sopravvissuti, a tutto questo, senza essersi suicidati prima.
Questi sopravissuti poi, come Primo Levi sono rimasti molto segnati da quello che gli è successo, e come lui ricordano perfettamente tutto, perché non è un ricordo che appartiene ad una persona umana, perché anche i sentimenti in lager sono diversi da quelli di una persona umana.
La mente di un uomo in lager viene piano piano modificata, da tutte le umiliazioni che vengono subite, dalla mancanza di qualcuno caro a cui appoggiarsi in momenti di tristezza o dolore, dalla mancanza di rapporti con una donna per molti mesi o anni. A causa di questo cambiamento che avviene nella mente di un uomo, i sui comportamenti e le sue espressioni non sono più come noi possiamo immaginare, ma sono come solo in un lager possono essere. I tedeschi fecero questi lager anche con lo scopo di rovinare proprio la dignità e l’essere uomo di una persona, prima di eliminarla.
I prigionieri, si lavavano, si facevano la barba, anche se era inutile, proprio per cercare di non cambiare, e quindi di rimanere uomini.
RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI PERSONALI:
Penso che il libro abbia avuto su di me, l’effetto, che Primo Levi scrivendolo voleva trasmettere, cioè quello di rimanere colpiti da tutto quello che è descritto, e di non commettere lo stesso errore che è stato commesso. Penso che anche mettendoci tutto l’impegno possibile quando lo si legge, non si riuscirà mai a comprendere perfettamente come si sentivano in quel posto, perché secondo me è come se fosse un altro mondo, completamento diverso da quello normale dove viviamo, e molto più atroce, un mondo in cui per nome si ha un numero stampato sul braccio.
Penso che i tedeschi pur provando tutto l’odio possibile per le altre popolazioni, non si siano resi conto completamente della condizione in cui erano i prigionieri, perché se no secondo me non sarebbero stati uomini.
STILE DELL’AUTORE:
L’autore Primo Levi, descrive molti suoi pensieri personali, anche se la struttura del libro a molti difetti dato che ha incominciato a scriverlo già nel lager. I capitoli del libro non sono stati scritti in successione logica, ma per ordine d’urgenza.
In oltre ogni fatto che racconta è realmente accaduto.
NICK: Metalman
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FAHRENHEIT 451
1) DATI EDITORIALI
AUTORE: Ray Bradbury
TITOLO: FAHRENHEIT 451
LUOGO DI PUBBLICAZIONE: Milano
EDITORE: Classici Moderni - Oscar Mondadori
DATA DI EDIZIONE: 1997
2) BREVE PRESENTAZIONE DELL’AUTORE
.
3) ESPOSIZIONE SINTETICA DELLA VICENDA
Nel mondo ipotizzato da Ray Bradbury ci sono dei vigili che hanno il compito di distruggere con il fuoco ogni casa in cui siano stati trovati dei libri. A questo corpo di militi appartiene Guy Montag, il quale, se era inizialmente fiero di questo lavoro, lo svolge ora con molta riluttanza, cominciando a sentire il peso di un dovere così strano. E' vietato possedere libri, in quella realtà, e il possessore di una biblioteca può addirittura finire in manicomio.
Ma Montag comincia a pensare che forse nei libri c'è qualcosa di importante visto che si cono persone che si fanno bruciare insieme alla loro casa, piuttosto che vivere senza i propri libri. Così Montag si porta a casa dei testi e inizia a leggerli in gran segreto; tramite questi egli capisce che in passato c'era un mondo diverso, in cui c'era libertà di pensiero; prova disgusto del mondo in cui vive e vorrebbe cambiarlo.
Entra in contatto con un anziano professore, che vive in disparte e progetta con lui un piano che serva a far scomparire dal mondo i militi del fuoco (ad abbattere gli altri poteri ci penserà la guerra).
Il loro progetto no riesce e i militi, su denuncia della moglie di Montag, vengono a conoscere il suo segreto e gli incendiano la casa. Subito dopo organizzano contro di lui una spettacolare caccia all'uomo, ripresa in diretta dalla televisione e seguita da milioni di persone. Montag si rifugia inizialmente presso Faber, ma questi gli suggerisce un posto più sicuro: deve recarsi fuori città, in luoghi isolati e raggiungere un gruppo di persone "irregolari", costrette a vivere ai margini della società.
Mentre fugge, Montag riesce a intravedere dagli schermi delle case le immagini in diretta della sua stessa fuga. La polizia non lo trova, ma non può accettare il suo insuccesso, la brutta figura davanti ai numerosi telespettatori; prende allora una tragica decisione: cattura un povero pedone solitario, facendo credere a tutti che si tratti di Montag.
Egli inanto si è salvato e ha raggiunto quegli uomini che con il loro insolito impegno trasmetteranno al mondo futuro il meglio della cultura mondiale: sono gli uomini-libro.
4) PRESENTAZIONE E ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI
Guy Montag è il protagonista del romanzo; è un uomo di circa trent'anni, che lavora presso i militi del fuoco. La sua vita scorre normale, fino a quando incontra casualmente una strana ragazza, Clarisse, la quale gli trasmette un modo più libero di vedere le cose, gli parla della natura, del passato e della famiglia, fatta di persone anticonformiste. Un altro episodio che lo colpisce è quello di un'anziana donna che si fa bruciare insieme ai suoi libri. Questo fa sì che Montag abbia delle curiosità nuove, che cerchi di saperne di più sul mondo, al di là di quanto viene ripetuto dall'opinione comune. Egli è dunque un uomo non rigido, ma aperto alle novità, capace di rinnovare la sua vita e ben disposto a seguire l'esempio di persone significative, come Clarisse e il professor Faber. Mi sembra ammirevole che egli, dopo aver intravisto una verità diversa dietro le menzogne che circolano ovunque, abbia fatto del suo meglio per lottare contro tali falsità e per proporre a tutti una cultura autentica e libera. Egli sa dunque entrare nella lotta con tutto sé stesso, accetta di rompere ogni legame con la sua vita precedente, va incontro a gravi pericoli, ma non si lascia abbattere. Alla fine, unendosi a degli uomini altrettanto coraggiosi, porterà al successo il suo impegno e tutti gli sforzi da loro compiuti saranno la base du cui ricostruire una nuova civiltà. Quando Montag raggiunge gli uomini che vivono fuori dalla città, viene subito accolto nel loro gruppo e diventa anch'egli un uomo "contenitore" di un libro. A lui toccherà identificarsi con l'Ecclesiaste, un libro pieno di saggezza e di umanità.
Faber è un vecchio professore universitario di lettere che è stato costretto dal sistema a lasciare la sua attività. In un mondo autoritario e superficiale come quello di "Fahrenheit 451" non c'è posto per la cultura autentica, che è volta alla formazione di uomini liberi. E' molto indicativo che i professori di materie umanistiche, come appunto Faber, vengano costretti a lasciare il loro incarico, che risulta scomodo per il regime. Faber, nel corso del romanzo, assume il suolo di aiutante del protagonista: aiuta infatti Montag a capire le storture di quel mondo e gli trasmette dei nuovi valori. Faber, dopo il suo "licenziamento", si era ritrovato a vita privata, tanto che, quando Montag lo va a trovare ebbe l'impressione che lui e l'intonaco bianco delle pareti interne avevano la stessa cerca (pag 95); ma ora, vedendo l'entusiasmo del giovane Montag, decide anch'egli di ritornare attivo e di partecipare all'opposizione contro il potere. Dapprima aiuta Montag con un apparecchio tecnico, che si rivela però inefficace; molto più importante è invece il consiglio che egli dà al giovane di salvarsi raggiungendo quei particolari uomini che vivono in luoghi isolati, in attesa però di trasformare il mondo.
Clarisse McClennan è la nuova vicina di casa di Montag. E' una ragazza di diciassette anni, dalla carnagione bianca come il latte e dagli occhi neri, scintillanti e vivi. Lei stessa si definisce pazza; Montag la considera bizzarra ed esasperante; tutto questosemplicemente perché le piace sentire l'odore delle cose, guardare come sono fatte, le piace osservare la gente. In un mondo caratterizzato dalla presenza invadente dei televisori, lei raramente guarda la TV e preferisce chiacchierare con la sua famiglia sulla veranda di casa sua. In un mondo dominato dalle macchine superveloci, lei a volte resta alzata tutta la notte, a camminare. Clarisse è come se non vivesse nel mondo in cui effettivamente vive, è come un'appassionata spettatrice d'uno spettacolo di burattini, che prevede ogni batter di palpebre, ogni gesto della mano, ogni movimento d'un dito un istante prima che lo spettacolo cominci (pag 12). Essendo un'attenta osservatrice, ha una forte capacità d'identificazione; lei capisce che Montag non è felice e che non è come gli altri.
Mildred è la moglie di Montag, una persona estremamente ortodossa. Dorme con i due tubetti radioriceventi inseriti bene nelle orecchie
5) ANALISI DELL’AMBIENTE E DEL TEMPO
Luoghi
Le vicende del romanzo si svolgono quasi per intero in una città, della quale non è indicato il nome: in tal modo essa diventa la città-tipo del mondo futuro immaginato dall'autore.
In questa città ci si sposta o mediante la ferrovia sotterranea o in automobile; agli automobilisti si impone di guidare sempre a grande velocità e chi viene trovato a procedere lentamente può essere arrestato. I pedoni sono visti come dei soggetti irregolari, degli anticonformisti che è bene sopprimere. Tutto questo accade perché il sistema vuole solo gente sempre occupata, sempre di corsa, sempre in tensione, affinché non abbia il tempo per pensare e porsi delle domande.
I cittadini ignorano quasi tutti che poco fuori dalla città vi è un ambiente naturale, c'è un fiume, ci sono animali e c'è la possibilità di ritmi di vita diversi. Si preferisce però che gli uomini rimangano negli spazi urbani, dove sono meglio controllabili e dove tutto è già organizzato e previsto.
Gli spazi chiusi presenti nel testo sono la casa di Montag e della moglie Mildred e la sede dei vigili del fuoco. La casa dei due coniugi ha come luogo centrale il salotto, di cui tre pareti sono occupati dagli schermi della televisione: qui Mildred passa la maggior parte del suo tempo, occupata a "bere" tutto ciò che lo schermo propina. Allo stesso modo si comportano altri milioni di donne e uomini, disposti a prendere per vero tutto ciò che è teletrasmesso. Sia la casa, sia il posto di lavoro, sono luoghi in cui il protagonista vive molto a disagio e li sente come estranei.
Fuggendo da questi luoghi invivibili, Montag scoprirà un rifugio nella natura, presso uomini liberi, non allineati con la massa.
Tempo
Gli avvenimenti del romanzo sono immaginati accadere in un generico tempo futuro, sul quale però non si danno indicazioni precise; mancano, in effetti, nel tempo date e ogni tipo di indicazione cronologica.
"Fahrenheit 451" è un libro di pura invenzione, anche se, per tratteggiarlo, l'autore si ispira a cose e situazioni del mondo contemporaneo, come, ad esempio, la presenza invadente dei televisori, le automobili superveloci, la paura delle guerre in cui possano esplodere bombe capaci di enormi distruzioni.
Uno dei pochi elementi temporali presenti nel testo è il confronto, che alcuni personaggi compiono tra il presente e le epoche passate. Clarisse, ad esempio, sa che un tempo i pompieri spegnevano i fuochi invece di appiccarli, e che in passato le persone avevano maggiore libertà e indipendenza di pensiero. Il sistema politico però fa di tutto per persuadere i cittadini che il mondo è sempre stato così e che la forma di vita attuale è la migliore che sia possibile.
6) TECNICHE NARRATIVE
Il racconto è in terza persona ed è condotta da una voce narrante esterna ai fatti, che domina dall'alto il succedersi di questi. L'autore non interviene direttamente con i suoi giudizi sulle cose, ma lascia spazio alla narrazione ed a numerosi e vivaci dialoghi. Si può però conoscere il suo punto di vista attraverso le idee e il comportamento dei due personaggi emergenti: Guy Montag e il professor faber.
La trama si svolge secondo un ordine cronologicamente regolare e non vi è un intreccio particolarmente complesso. Tutta l'azione del romanzo è basata sulla trasformazione interna del protagonista, il quale, dopo essere stato un uomo ben integrato nel sistema, prende coscienza di ciò che non va in esso e diventa un ribelle, iniziando una lotta clandestina contro il potere. Da questa sua trasformazione derivano tutti i fatti e i colpi di scena che vivacizzano la trama: l'incendio della casa di Montag, il suo incontro con Faber, che si farà suo aiutante, la drammatica fuga dalla città, inseguito da elicotteri e dal Segugio meccanico, e la salvezza finale presso gli uomini-libro, accampati lungo il fiume.
La parte finale si caratterizza per il lieto fine; il sistema oppressivo salta in aria durante una guerra e il vecchio mondo finisce distrutto dalle bombe: sulle sue rovine nascerà una realtà nuova e migliore di quella precedente, grazie all'aiuto di quegli uomini che hanno conservato nella loro memoria le tracce più valide della cultura e del sapere umano.
7) STILE E SCELTE LINGUISTICHE
Ray Bradbury si è creato, nel romanzo, un linguaggio piuttosto insolito e molto personale. E' evidente, dal modo in cui scrive, che si tratta un autore di racconti fantascientifici: questi lo hanno portato ad elaborare una lingua molto immaginativa e fantasiosa.
Oltre a presentare degli avvenimenti e dei caratteri, lo scrittore ama soffermarsi su dei particolari, come ad esempio i suoni e i colori, oppure su delle similitudini e delle metafore che creano una grande atmosfera di irrealtà. Di similitudini e metafore strane se ne incontrano diverse; ecco alcuni esempi:
- "Le immagini si ischeletrirono, scomparvero come prosciugate, quasi che da un'immensa coppa di cristallo popolata di peschi isterici fosse fatta defluire l'acqua" (pag 111)
- "Sentiva il veleno salirgli lungo i polsi, entro i gomiti e le spalle, per poi saltare come da un trampolino da una scapola all'altra, come una favilla volante su un abisso" (pag 48)
- "E nelle orecchie le minuscole conchiglie, i due tubetti radioriceventi inseriti bene dentro, e un oceano elettronico di suoni, di musica e di parole, di musica e di parole, che veniva, veniva a battere sulla spiaggia della sua mente insonne" (pag 14)
- "I suoi polmoni erano come spazzole brucianti nel petto. La sua bocca era stata seccata, inaridita dall'ansito ardente della corsa. In gola aveva un sapore di ferro sanguinoso e ai piedi acciaio arrugginito" (pag 148)
- "E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tale quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra." (pag 194)
8) SEGNALAZIONE DEI MOMENTI PIU’ SIGNIFICATIVI DELLA STORIA
- C'è omologazione di idee Þ pag 36,69,72
- Montag ruba l'unica copia della Bibbia rimasta in circolazione Þ pag 44
- La vecchia donna preferisce morire, che perdere i suoi libri Þ pag 45-47
- Montag scopre il valore dei libri Þ pag 61, 86
- Il comandante Beatty racconta i motivi per cui è vietato avere libri Þ pag 64-74
- Non potendo possedere i libri, questi vengono imparati a memoria Þ pag 92, 178-179
9) INDIVIDUAZIONE DELLA TEMATICA PRINCIPALE E DI ALTRE TEMATICHE AD ESSA COLLEGATE
Il messaggio che l'autore trasmette ruota intorno alla questione della proibizione dei libri.
Il mondo da lui presentato è un mondo senza libri e pieno di televisione: ne esce una realtà piuttosto desolante, dato che gli uomini hanno perso tutto il loro passato e si trovano quasi completamente vuoti. E' molto importante che la cultura delle epoche precedenti non vada distrutta e quindi devono essere tenuti in massima considerazione quei particolari "oggetti" che trasmettono il sapere delle varie epoche, cioè i libri. E' da questi che si possono sentire ancora, a distanza di molti secoli, le voci più alte delle letteratura, del pensiero e della scienza. Se si fosse privi dei testi del passato, certo l'umanità ci perderebbe molto e sarebbe più povera senza Omero, Platone, la Bibbia, senza i poeti e gli scrittori più grandi.
E' un grande messaggio di libertà quello proposto da Bradbury e si oppone a tutte quelle realtà politiche in cui vengono messe a tacere le idee non gradite a chi si trova al potere. La Chiesa della Controriforma aveva un "Indice dei libri proibiti", che non dovevano essere stampati e circolare, perché ritenuti pericolosi. Durante il Fascismo c'era un'attenta censura per tutti i libri che parlassero di libertà e di democrazia; lo stesso vale per la Germania hitleriana. Anche il comunismo sovietico vietava tutti quei testi che non erano in linea con l'ideologia del partito dominante. Dove si proibiscono i libri dunque ci sono sicuramente poteri oppressivi o dittature, e ciò che l'autore ha descritto nella finzione letteraria rispecchia dei pericoli e dei fatti realmente accaduti nella storia.
Eliminando i libri, suggerisce poi l'autore, si rischia di creare un mondo piuttosto superficiale, dominato da vuoti spettacoli e da messaggi pubblicitari emanati in continuazione e in ogni luogo. Si pensi ad una scena del romanzo: Montag è riuscito a sottrarre ad un incendio l'unica copia della Bibbia che sia rimasta in circolazione; egli sa che il libro prima o poi finirà bruciato e decide così di impararlo a memoria, per poterlo salvare. Montag inizia questo suo sforzo di memorizzazione durante un viaggio in metropolitana e, mentre egli ripete tra sé versetti evangelici, gli risuonano continuamente negli orecchi gli slogan pubblicitari. Montag sta leggendo un passo in cui Cristo invita a non preoccuparsi con eccessiva ansia del cibo e del vestirsi, poiché ci sono cose più importanti di queste; la pubblicità, al contrario, pone i beni immediati esattamente al primo posto, ritenendo secondario tutto il resto. Qui Bradbury ha messo a confronto, con grande efficacia, due testi veramente stridenti fra loro: uno slogan consumistico e Matteo, capitolo sesto, cioè una parte del Discorso della Montagna.
10) INTERPRETAZIONE DELLE INTENZIONI DELL’AUTORE
"Fahrenheit 451" così come "Il mondo nuovo" di A. Huxley e "1984" di Orwell, rientra nel genere narrativo dell'utopia negativa: questo consente all'autore di indicare un tipo di società che è bene non prendere a modello.
Se un governo vieta ai suoi cittadini di leggere Platone, la Bibbia, Dante, Milton, eccetera, esso desidera avere a che fare con uomini non intelligenti e non consapevoli. Si ritiene opportuno, per dominarli meglio, che questi non sappiano pensare da soli, discutere le questioni importanti e capire ciò che li circonda. Bisogna distrarli da tutto ciò, riempendo la loro testa di sciocchezze, di slogan, di messaggi commerciali e altre cose simili, per messo di uno strumento di sicura presa: lo schermo televisivo. Grazie a questo si può far credere alla gente ciò che si vuole: si può star sicuri che tutto sarà accettato senza tante domande e tanti problemi, tale è la persuasività di ciò che appare in televisione.
In "Fahrenheit 451" c'è una netta separazione tra la città e il mondo naturale circostante; la città appare come il luogo in cui si conduce una vita puramente artificiale, con dei ritmi frenetici, in cui tutto viene fatto di fretta e con ansia, e non si ha mai modo di guardarsi attorno. Nessuno sa cosa significhi camminare lungo un fiume, vedere alberi o fiori, o sedersi su un terrazzo a parlare con calma o a leggere un libro. Tutto si fa, meno fermarsi e pensare. Non è forse quello che succede in continuazione anche oggi, anche intorno a noi?
Per questo io penso che uno dei motivi di fondo del testo sia la critica verso gli aspetti peggiori della società di massa, che priva gli uomini delle cose veramente autentiche, li disabitua a stare con sé stessi per ragionare e riflettere, e li trasforma in passivi telespettatori.
Se volete essere felici - sembra dire questa società - lasciate perdere i libri e il ragionamento, il desiderio di conoscere, che richiedono fatica e sforzo personale. Non è più facile guardare delle belle immagini in salotto, che si incaricano di dirvi cosa pensare, cosa ritenere importante, cosa fare per essere felici, cosa comprare, e che vi mostra il mondo come un continuo grande spettacolo?
11) COMMENTO PERSONALE SUL LIBRO LETTO
Ho trovato "Fahrenheit 451" un romanzo piuttosto bello e di piacevole lettura. E' un libro di pura invenzione fantastica, ma in esso si possono anche trovare dei riferimenti e delle riflessioni sulla realtà contemporanea.
Il mondo descritto nel racconto appare dominato da un potere che non ama troppo la libertà dei cittadini; intorno a tale potere e agli uomini che lo esercitano, l'autore non fornisce molti dettagli o una analisi lunga e precisa, come avviene invece in "1984" di G. Orwell. In "Fahrenheit 451" viene descritto soprattutto il modo in cui il condizionamento de l'autorità si calano nella vita quotidiana degli uomini. Questi devono essere sempre in movimento e sempre in attività frenetica, cosicché sia loro impossibile osservare il mondo, riflettere sulle cose e farsene un'idea personale. Si vogliono uomini, in sostanza, del tutto distolti da se stessi. Una ragazza come Clarisse, che ama la natura, che fa una vita libera e si pone domande sul passato, viene guardata con grande sospetto e disapprovazione.
Il modo di vita "consigliato" è quello di vivere come fanno tutti e di avere come riferimento centrale ciò che viene detto per televisione. Ci sono persone nel romanzo che passano quasi ogni istante della loro giornata incollate davanti al video: per loro finisce per diventare realtà ciò che è soltanto immagine, si dimenticano di sé stesse, delle persone che hanno vicino e rinunciano ad un contatto vero e diretto con il mondo. Comportamenti di questo genere si vedono anche nella nostra realtà sociale: in tal modo il testo di Bradbury si pone come una "fotografia" di grande attualità su nostro tempo.
Mi è piaciuta straordinariamente la parte del romanzo, nella quale si descrive la vita di alcuni individui, che si possono chiamare uomini-libro. Essendo in quel mondo vietato possedere libri, è accaduto che un gruppo di ex-professori, allontanati dalla loro attività da parte del regime, si siano incaricati di imparare a memoria ciascuno un testo di grande importanza. "Ti piacerebbe, Montag, uno di questi giorni, leggere la Repubblica di Platone? Sono io la Repubblica di Platone? Vuoi leggere Marc'Aurelio? Il professor Simmons è Marc'Aurelio". "Meglio tenersi tutto quanto in testa, dove nessuno può venire a vedere o sospettare nulla". "Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, il Mahamta Gandhi, Gautama Buddha, e Confucio, Thomas Love Peacok, Thomas Jefferson, Lindoln, se permetti. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni" (pag 179). Il potere vuole eliminare il passato, ma ciò non è possibile: se togli agli uomini i libri, certi uomini diventano libri diventi e aspettano con pazienza che la barbarie finisca, per poter di nuovo far circolare ciò che ora è custodito nella loro memoria.
Quale libro è toccato a Montag di imparare? E' il libro dell'Ecclesiaste, appartenente alla Bibbia, e un suo passo dice: "C'è un tempo per ogni cosa; un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per tacere e un tempo per parlare". Il romanzo termina proprio in questo modo, con il tempo della ricostruzione e della parola: finito il vecchio mondo, gli uomini-libro si dirigono verso la città, la quale verrà da loro fatta rinascere con l'aiuto della razionalità e della saggezza.
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Guerra e pace
“Guerra e pace” è un romanzo di Lev Tolstoi. Concepito inizialmente come un romanzo breve, ambientato al tempo della congiura dei decabristi, il racconto prese in seguito uno sviluppo molto più ampio. Sullo sfondo di grandi avvenimenti storici (battaglie di Austerlitz [1805] e di Borodino [1812], incendio di Mosca), ove campeggia la figura di Napoleone, quale idolo polemico dell'autore, si inseriscono le vicende delle famiglie Bolkonskij e Rostov, appartenenti all'alta società russa. Fra i numerosi personaggi del romanzo, tutti mirabilmente caratterizzati, emerge la figura del principe Andrej Bolkonskij, dalla ricca e complessa interiorità. Natura sensibile, intellettuale, riservata, incline ad aspirazioni altissime, è una di quelle figure su cui le vicende della vita hanno ripercussioni particolarmente intense: dolorosamente colpito dalla morte della moglie e poi dall'infatuazione per il brillante Anatolij Kuragin di Nataša (Natascia) Rostova, che egli aveva innalzato a ideale di purezza e di bellezza, Andrej, nel tentativo di realizzare i suoi sogni di gloria, ferito mortalmente sul campo di battaglia di Borodino, trova la «verità della vita» nell'amore di Dio. Nataša, uno dei più affascinanti personaggi tolstoiani, dopo gli smarrimenti e gli errori giovanili, raggiunge, attraverso il dolore, l'equilibrio interiore e si avvicina ai valori fondamentali della vita, riuscendo a trovare, con quella «chiaroveggenza di cuore» che la caratterizza, la serenità nell'amore per Pierre Bezuchov. Quest'ultimo, incapace di adattarsi alla facile esistenza che la sua immensa fortuna gli permetterebbe, al fine di dare un senso alla propria esistenza compie una serie di azioni sfortunate: credendosi destinato a salvare la libertà, fallisce nel tentativo di uccidere Napoleone; entrato nella massoneria per realizzare un ideale di perfezionamento morale, ne rimane profondamente deluso; e parimenti fallisce quando, animato da spirito filantropico, cerca di realizzare nei suoi possedimenti radicali riforme. Ma non è operando sul piano pratico che Pierre troverà la soluzione, bensì nella scoperta in se stesso della «fede nella vita» e nella conquista della propria umanità.
Rappresentati alla luce di un'acuta analisi psicologica, i personaggi rivelano la filosofia di Tolstoi e la sua simpatia per tutti coloro che — dal soldato Karataev ai generali Bagration e Kutuzov— sono pervenuti all'intima convinzione che solo le espressioni della buona volontà umana possono creare una realtà più positiva.
L'ampiezza del potente affresco storico-sociale, la struttura e la narrazione degli avvenimenti, che si concatenano con ineluttabile fatalità e ai quali si intrecciano gli eventi personali, fanno del romanzo un'epopea in cui tutti i personaggi hanno una propria inconfondibile individualità e dalla quale traspare la grandiosa immagine poetica e storica del popolo russo.
Anna Karenina
Anna Karenina è un romanzo di L. Tolstoi, in cui i Russi vedono una rappresentazione particolarmente fedele del loro paese e della società aristocratica del tempo. Nell'intrecciarsi delle varie vicende domina la figura di Anna Karenina, sposata senza amore a un alto funzionario, Alessio Karenin, e fatalmente attratta verso un giovane e brillante ufficiale, Vronskij. Il romanzo descrive la lotta di Anna per vincere la propria passione, l'abbandono del figlio per seguire l'amante all'estero, il tormento della gelosia, il timore di essere abbandonata da Vronskij e la consapevolezza del proprio fallimento, che la spingono infine al suicidio sotto le ruote di un treno. Ma la semplice storia di Anna prende le proporzioni di un grande quadro di vita contemporanea che ha sullo sfondo non soltanto i protagonisti della vicenda centrale, ma anche l'amore di Kitty e Levin, introdotto per mostrare, in un mondo di corruzione e di irresponsabilità, la possibilità di una vita fondata su princìpi sani e solidi. Altri panorami di vita familiare rendono vastissima l'indagine psicologica e morale del romanzo, ultima grande opera di Tolstoi prima della famosa «conversione».
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Cronache di poveri amanti
INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE:
Nome dell’autore: Vasco Pratolini
Titolo: Cronache di poveri amanti
Casa Editrice: Classici Mondatori
Data e pubblicazione: Aprile ’96 (ultima edizione)
’47 (prima edizione)
CENNI BIBLIOGRAFICI:
Vasco Pratolini (Firenze 1913 - Roma 1991), scrittore neorealista italiano. Gli autori neorealisti intendevano rappresentare la realtà contemporanea della guerra, della Resistenza e del dopoguerra, per dare una testimonianza artistica di un'epoca che segnò tragicamente la vita di tutto il popolo italiano. Proprio il bisogno di rappresentare direttamente storie di vita vissuta in prima persona, sia dagli scrittori sia dai lettori, comportò la scelta della prosa a scapito della poesia, l'adozione di un linguaggio tendenzialmente chiaro e comunicativo, il rifiuto della tradizione letteraria della pagina ben scritta di moda negli anni Venti e Trenta.
Di origini modeste, da ragazzo fece lavori umili, come l'operaio tipografo. "Autodidatta confusionario", secondo la sua definizione, coltivò presto interessi letterari orientati anche verso le letterature straniere, in particolare quella tedesca e russa. Collaborò a importanti riviste come "Il Bargello" e "Letteratura", dove pubblicò il racconto Prima vita di sapienza (1937). Dopo giovanili simpatie orientate verso il fascismo, con il nome di Rodolfo Casati partecipò alla Resistenza, e nel dopoguerra collaborò al "Politecnico".La sua produzione narrativa è ampia, e comprende romanzi che hanno ottenuto importanti riconoscimenti, come Cronache di poveri amanti (1947; premio Libera stampa) e Metello (1955), ma a essere premiata dall'Accademia dei Lincei con il riconoscimento Fondazione Feltrinelli è stata tutta la sua opera narrativa, molto tradotta all'estero, dalla quale vennero tratti numerosi film. Tra i romanzi più tipici della vena neorealista di Pratolini vanno ricordati Il quartiere (1944) e Le ragazze di San Frediano (1952), affreschi della vita popolare di Firenze.
Cronache di poveri amanti
Gabriele Tinti e Antonella Lualdi in una scena del film tratto dal romanzo omonimo di Vasco Pratolini; interpretato da Marcello Mastroianni, racconta gli amori e l’attività politica clandestina di un gruppo di giovani fiorentini nei primi anni del fascismo. Così come in questo film girato da Carlo Lizzani nel 1954, anche in tutti gli altri suoi lavori – tra cui!, Il processo di Verona, Banditi a Milano, Mussolini ultimo atto – il regista ha privilegiato soprattutto temi di contenuto storico-politico-sociale.
RIASSUNTO:
Racconta le vicende amorose e gli intrighi che hanno visto protagonisti quattro angeli e personaggi che hanno vissuto in via del Corno, una tipica via del quartiere fiorentino. Qui tutti si conoscevano e fra essi vi era anche chi, come la Signora, pur non uscendo mai di casa, era a conoscenza di tutto ciò che accadeva attorno a lei, mediante l’aiuto di alcune donne al suo servizio.
Viene inoltre narrata la dura lotta tra comunisti e fascisti dal quale è possibile dedurre che l’autore abbia preso in considerazione un contesto storico-sociale, aggiungendovi qualche nota autobiografica. Nella descrizione di alcuni personaggi come ad esempio Ugo e Maciste, viene messo in evidenza il loro spirito combattivo nei confronti dei fascisti, a causa dei quali solo in seguito verranno uccisi e feriti.
La narrazione del libro si conclude lasciando spazio ad una nuova generazione che abiterà poi in via del Corno.
STILE:
E’ un romanzo caratterizzato da frasi subordinate, in quanto sono presenti lunghi e complessi periodi. Prevale un discorso indiretto e un lessico popolare dove abbondano quindi espressioni gergali.
SPAZIO:
La vicenda si svolge in una strada del vecchio quartiere popolare di Firenze: via del Corno.
Essa e’ lunga 50 metri e ne è larga 5. Si presenta senza marciapiede e confina da una parte e dall’altra con via dei Leoni e via del Parlascio. Nei giorni di pioggia la strada è divisa in due parti da un piccolo torrentello , dove i bambini vi fanno gare di canottaggio con sugheri, bucce e barchette di carta quando torna il sereno. Possiamo quindi dedurre che l’ambiente esterno è quello che ricorre più frequentemente essendo appunto lo spazio dove si svolge l’intera vicenda. Nel loro complesso i luoghi non sono descritti dall’autore in maniera particolareggiata, non si dedica infatti molto spazio a questo tipo di descrizioni, ma presenta l’ambiente dove vivono i personaggi indicandone solamente la via e il numero civico.
TEMPO:
L’autore da molti giudizi su avvenimenti e tempi della vicenda e per questo è possibile dedurre che essa sia ambientata nei primi anni del fascismo e si conclude intorno al 1946, con la fine della seconda guerra mondiale.
PERSONAGGI:
Bianca Quagliotti: Si tratta di una ragazza diciottenne, figlia di un dolcere ambulante, gravemente malata fin da quando era molto piccola e per questo molto fragile. S’innamoro’ di Mario anche se la loro non divenne mai una storia seria e infatti, solo in un secondo tempo, lui la lascerà per un’altra ragazza.
Aurora Cecchi: E’ la figlia dello spazzino, una donna molto gracile che veniva spesso percossa dall’amante Nesi. Solo in seguito alla sua morte, la giovane donna decide di sposarsi con il figlio di quest’ultimo, pur non sapendo a quale lunga sofferenza andrà incontro.
Si presenta come un personaggio molto legato alla famiglia, nonostante sia stata costretta ad abbandonarla a soli 16 anni perché rimasta in cinta da Nesi.
Milena: Anch’essa diciottenne, è sposata con Alfredo che poco tempo dopo il matrimonio morirà. E’ la figlia di un’ufficiale ed e’ considerata la più bella fra gli angeli di via del Corno avendo occhi azzurri, biondi capelli e un carattere molto forte.
Corrado: Si tratta di un uomo di circa 30 anni, alto quasi 2 metri, di corporatura molto robusta, solida e per questo soprannominato maciste.E’ sposato con Margherita ed è un comunista che morirà per via dei fascisti.
Giulio: E’ un amico di Corrado che lo aiuta a fare delle commissioni perché quasi sempre disoccupato.
Beppino: E’ un ragazzo di 20 anni, un manovale delle ferrovie, sposato con Maria. E’ di corporatura robusta ma di mezza statura, i suoi occhi sono quasi a mandorla, la sua voce e’ molto forte e si presenta con un piccolo neo sulla guancia.
Clara: Anch’essa diciottenne, figlia di uno sterratore, e’ un angelo di via del Corno. E’ fidanzata con Bruno con il quale presto si sposerà, nonostante venga mantenuta un’altra relazione per circa 8 mesi.
Mario: Mediante Bianca, la sua ragazza, si stabilisce in via del Corno. E’ un amico di Maciste e di Ugo, è un ragazzo molto alto e un comunista.
Ugo: Abita presso la casa dei coniugi Carresi ed è un comunista. Durante la notte della Pocalisse viene infatti ferito dai fascisti e per questo si rifugia nella casa dei signori, dove incontra Gesuita e decide di sposarla.
Alfredo: Era un comunista e venne picchiato dai fascisti, perchè si rifiutò di mettere una firma per aderire ad un partito e in seguito a ciò finì in ospedale e perse la vita. Era sposato con Milena, la donna con la quale lavorava in negozio.
Otello: E’ il figlio di Nesi, che dopo la morte di suo padre si sposerà con Aurora e avrà una relazione con Liliana. Compirà i suoi 20 anni a giugno ed e’ un ragazzo molto alto e magro, che si presenta con il viso rigato di fuligine e con occhi molto simili a quelli di un gatto.
Nanni: Ha 40 anni e a causa di un furto finisce in galera.
Osvaldo: Si tratta di un fascista, amico di Carlino ed è rappresentante di commercio, che si è stabilito nell’appartamento, ma non è nato in via del Corno.
Carlino: E’ un fascista, uno squadrista residente in via del Corno al n°1
Luisa: Donna di 40 anni, onesta, semplice e molto generosa.
Nesi : E’ un carbonaio, uno strozzino, che muore per via di una malattia. E’ un uomo molto aggressivo amante di Aurora.
VALUTAZIONE:
La lettura di questo libro non mi ha particolarmente entusiasmato, perché è ambientato in un periodo storico per me poco interessante. Sono attratta da libri di genere completamente diverso e oltre a libri di avventura, mi piacciono le storie vere che vengo narrate e insomma tutti quei libri che ti portano ad una riflessione e aiutano a crescere dall’esperienza degli altri.
Mi piace confrontare le mie idee e i modi di pensare con quelle di grandi autori, studiosi, psicologi e imparare a valutare e a riflettere su ogni loro pensiero.
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Stefano Marongiu
L’AMICO RITROVATO
DI FRED UHLMAN
(Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Sipiel Milano, ottobre 1990)
NOTIZIE SULL’AUTORE : Uhlman Fred nacque a Stoccarda nel 1901. Nel 1933 fu costretto ad abbandonare la Germania per sfuggire al nazismo. Visse in Francia, Spagna e Inghilterra, lavorando come avvocato e affermandosi al tempo stesso con la sua attività di pittore. è morto a Londra nel 1985. Solo dopo la sua scomparsa sono stati apprezzati pienamente i suoi romanzi della Trilogia del ritorno: L’amico ritrovato, Un’anima non vile (1987), Niente resurrezioni per favore (1979). Ha ispirato il racconto di L’amico ritrovato ai luoghi e all’ambiente della sua adolescenza. sapeva che questo sarebbe rimasto il ‘‘suo’’ libro. Si può sopravvivere con un solo ‘‘libro’’, ha dichiarato poco prima di morire.
GENERE TESTUALE : Romanzo drammatico.
*GENERE DEL FILM : Dal libro é stato prodotto un film diretto da Jerry Schatzberg con Jason Robards, distribuito in Italia da Academy Pictures *
RIASSUNTO: Entrò nella sua vita nel febbraio del 1932, in un pomeriggio d’estate, due giorni dopo il suo compleanno. Era al Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda. Ricordava ogni particolare, anche il più difficile da memorizzare.
Chiudendo gli occhi, riusciva ancora a vedere le schiene dei suoi vecchi compagni, molti dei quali erano morti nelle steppe della Russia o nelle sabbie di Alamein. Risentiva ancora la voce stanca e disillusa di Herr Zimmermann, cinquantenne trattato e malmenato come un vecchio.
D’improvviso si udì un colpo alla porta e prima che Herr Zimmermann avesse potuto dire : “Herein”, entrò il professor Klett, il direttore.
Hans e il resto della scolaresca fissarono lo sconosciuto che lo seguiva. Esso, cosa che li colpiva notevolmente, era molto elegante.
Il professor Klett si diresse dritto verso Herr Zimmermann sussurrandogli qualcosa per poi allontanarsi.
Herr Zimmermann cercò un banco per far sedere il giovane scegliendo proprio quello davanti al protagonista, e indietreggiando gli chiese le generalità.
Esso rispose alzandosi in piedi : “Konradin, conte di Hohenfels, nato a Burg Hohenfels, nel Württemberg, il 19 gennaio 1916”. Poi si sedette.
2
Fissava lo strano ragazzo, che aveva esattamente la sua stessa età, come se fosse giunto da un altro mondo. Non dipendeva dal fatto che fosse conte, perché nella classe di Hans c’erano parecchi von, ma erano tutti uguali. Lui invece sembrava diverso.
Pensava a tutta la stirpe di sangue blu come quella dei Hohenfels perché davanti a lui sedeva proprio uno di quella grande famiglia. Così contemplava ogni suo gesto.
Si rilassava solo quando anche Konradin incominciava ad annoiarsi. Per quanto possa sembrare strano, non era l’unico a cui la sola idea di rivolgergli la parola provocasse un simile stato di agitazione.Anche gli altri lo evitavano, sembrava troppo diverso per parlargli. Inoltre nei compiti corretti di Konradin abbondavano le osservazioni e spiegazioni mentre invece negli altri “lavori”, Zimmermann si limitava a scrivere delle frasi molo brevi. Hohenfels, non sembrava soffrire di questi fatti anche perché si rivelava molto generoso con tutti, contrariamente ad Hans e al resto del gruppo, che lo temevano. Dopo una settimana, a turno incominciavano a parlargli, magari durante l’intervallo tra una lezione e l’altra.
3
Fino al giorno del suo arrivo il protagonista non conosceva il significato di amico e di amicizia; parlava un po’ con tutti ma provava forti antipatie verso quasi tutta la classe.
4
Hans sapeva soltanto che Konradin sarebbe diventato suo amico perché in lui non notava nulla che non gli piacesse.
Rimaneva il problema di attirarlo verso di se e pensava che cosa sarebbe potuto rivelarsi utile per questo scopo. Capiva che il metodo usato dagli aristocratici della classe e del “banda del Caviale” era completamente errato. Decise di farsi notare all’interno della classe partecipando pienamente alle lezioni e alle discussioni, invece che stare sul banco a sognare aspettando il suono liberatrice della campanella. Con questo nuovo atteggiamento tuttofare rimasero sorpresi non solo i suoi compagni e in particolar modo la “banda del Caviale”, ma soprattutto gli insegnanti ormai rinuncianti ad ogni speranza su tutto il lavoro da loro svolto per aiutarlo. I risultati sorpresero lo stesso Hans. In ginnastica dopo che il professor Max Loher (Max Muscolo) si mostrava nei suoi esercizi, lui cercava di fare lo stesso anche per dare nell’occhio a Konradin. Qualche giorno dopo, il protagonista, essendo un collezionista, portò a scuola delle antiche monete greche per mostrarle in giro e il nuovo allievo, incuriosito, gli chiese gentilmente il permesso di guardarle e toccarle. Lui acconsentì, ed era felice perché Konradin cadendo nel suo “trabocchetto” era finalmente riuscito a rivolgergli la parola facendo d’ora innanzi, il possibile perché non fosse l’ultima e l’unica volta.
5
Tre giorni dopo, il quindici marzo, egli stava tornando a casa da scuola quando incontrò Hohenfels che gli sorrise salutandolo timidamente, proprio come avrebbe sorriso e salutato lui stesso. Il protagonista capì che Konradin era bisognoso di amicizia proprio come lui. Quel giorno i due camminarono assieme per un’ora dopo di che si divisero e Hans corse gioioso a casa; e così, poco prima di addormentarsi, pensò a quella fantastica giornata.
6
Tutte le paure pensate dal protagonista nel giorno prima si rivelarono infondate e per una serie di circostanze quali il sedersi assieme nei banchi di scuola, aspettarsi la mattina o tornare a casa assieme i due divennero inseparabili.
Essi, il sabato, prendevano un accelerato, alloggiavano in delle locande, o si addentravano nella Foresta Nera oppure si recavano vicino ad una torre, dove visse un poeta, per recitare la loro poesia favorita.
7
Il tempo passava e niente turbava la loro amicizia, nemmeno certi avvenimenti politici, ma poi accadde qualcosa che li turbò entrambi, ed ebbe su Hans forti ripercussioni.
I suoi vicini, i signori Bauer, avevano tre figli, dei quali due ragazze, più giovani rispetto all’altro figlio.
Una sera i genitori e la cameriera erano usciti lasciando soli i tre figli in casa; essa in un momento si era trasformata in un grande incendio e purtroppo per quei bambini non ci fu nulla da fare.
Il protagonista sentiva parlare di terremoti, d’alluvioni, d’inondazioni, con milioni di persone morte. Lui però pensava che non si poteva soffrire per così tanti morti; quei tre bambini li aveva conosciuti e questo cambiava le cose di molto.
Hans parlava di questi fatti a Konradin, anche lui sconvolto dall’accaduto cercando delle spiegazioni; man mano che il nostro giovane accumulava notizie si convinceva che Dio non esistesse.
Un giorno Hans invitò Hohenfels a visitare la sua camera; lui, dopo un momento di esitazione, lo seguì all’interno della casa.
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La casa dei suoi genitori era modesta, costruita in pietra locale, si ergeva in un giardinetto pieno di ciliegi e di meli nella zona dove abitava la borghesia ricca o benestante di Stoccarda, una della città più belle e prospere della Germania. La città era circondata da colline e da vigneti, in una valle molto stretta.
9
La casa non era alla pari come quella dei più ricchi, ma secondo le ambizioni del padre lo sarebbe diventata molto presto.
La camera, al secondo piano, era stata arredata tenendo conto delle “manie” del ragazzo. Lì si sentiva totalmente sicuro e intanto ricordava una discussione tra suo padre e un sionista ebreo; in quella occasione venne nominato il nome di Hitler. Non vide mai suo padre così furioso quando discusse con l’ebreo.
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Hans voleva bene a suo padre, e lo capiva in ogni suo gesto e in altrettante conversazioni.
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Sua madre, donna che una volta alla settimana usciva per trovarsi con amiche di un certo rango per mangiare pasticcini o ber innumerevoli caffè oppure per spettegolare sulle servitù era quindi troppo occupata per leggere qualche libro e per preoccuparsi dei nazisti, dei comunisti o di altra gente di quella risma, contrariamente a suo marito.
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Per Hans, i suoi genitori erano delle persone fantastiche. Intanto in quei momenti guidava verso la sua camera Konradin, quando la sua mamma lo chiamò, il quale, dopo un momento di incertezza le presentò il suo nuovo amico. Poco dopo entrò anche il padre che salutò Hohenfels raccontandogli in seguito che aveva avuto il piacere di incontrare molti amici della famiglia Hohenfels anche se Hans non approvava tale discorso. Due giorni dopo Konradin tornò a trovare il suo amico e da quel momento si recava da lui con regolarità, tre o quattro volte la settimana.
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Dopo qualche settimana fu la volta di Hohenfels che inaspettatamente invitò il giovanotto (visibilmente emozionato) a visitare l’interno di quella maestosa casa. Tra le tante cose interessanti il ragazzo notò, nella camera dell’amico, alcune foto raffiguranti alcuni ufficiali, tra i quali sembrava spiccare la foto di Hitler. Comunque perché pensò di aver visto male.
Il tempo passava con una straordinaria rapidità e quando, due ore dopo, il protagonista se ne andava via, non provava alcun rimpianto nel fatto di non avere conosciuto i suoi genitori.
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Un paio di settimane dopo il ragazzo venne nuovamente invitato nella casa del conte e anche stavolta i genitori del ragazzo erano assenti. l’assenza dei genitori sembrava un po’ strana ma Hans non ci fece tanto caso, anche se si sentiva vagamente offeso.
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Per Hans venne il giorno dove non rimase più spazio a ogni dubbio. Sua madre aveva procurato dei biglietti per il Fidelio. Il figlio era già seduto nella poltrona quando vide entrare la famiglia Hohenfels che si fermò un attimo per farsi ammirare dal pubblico nella loro magnificenza, dopo di che, uno dopo l’altro, si andarono a sedere. Nel frattempo, Konradin che si era girato, vide l’amico ma non si degnò di salutarlo, e questo gesto colpì notevolmente Hans; decise, all’insaputa dei genitori, di tornare a casa e di ritirarsi in camera. Quella notte dormì malissimo e la mattina seguente, svegliato dai genitori durante un incubo, andò normalmente a scuola. Questa volta evitò di salutare e guardare Konradin finche, al termine della giornata scolastica, i due tornarono a casa assieme come se nulla fosse successo. Ad un certo punto incominciarono a discutere sul fatto della sera precedente fino a quando il ragazzo decise di spiegargli veramente come stavano le cose. Konradin iniziò il discorso affermando che sua madre apparteneva ad un’importante famiglia polacca d’origine reale e odiava gli ebrei a tal punto che se stava per morire e l’unica persona in grado di poterla salvare fosse un ebreo preferirebbe morire. Suo padre invece si disinteressa del problema anche se tendeva a preferire le decisioni della moglie; si sarebbe rivelato tutto inutile conoscere tali genitori.
Entrambi erano in procinto di scoppiare in lacrime ma prima di questo si salutarono come se nulla fosse successo.
Nei giorni seguenti, Konradin, meno frequentemente di prima, ricominciò a ritrovare l’amico nella sua casa.
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Hans, tornato a scuola dopo le vacanze estive trascorse in Svizzera, scoprì la dura e nuova realtà del suo liceo. All’esterno della scuola erano appesi sui muri manifesti con svastiche e simboli comunisti; all’interno invece, subentrò nella sua classe il nuovo professore di storia dalla politica nazista; le cose da quel giorno cambiarono vistosamente. Una mattina, arrivato nella scuola stava entrando nell’aula quando dall’altra parte del muro sentì discutere; ciò che riuscì a capire fu soltanto l’affermazione “gli ebrei” che venne ripetuta più volte. Entrò in classe e subito gli si avvicinarono due ragazzi; poche parole e iniziò il litigio fra Hans e l’altro compagno di classe; il primo evitò un pugno restituendolo al ragazzo che si mise a piangere proprio mentre entrava il professore di storia che calmò gli animi. Esso chiese al protagonista come mai questa aggressione nei confronti di Bollacher; lui rispose che l’aveva insultato affermando che doveva tornarsene in Palestina. Il prof. sorrise dicendo che si trattava di un consiglio e non di una minaccia. La sera aspettò inutilmente Konradin, probabilmente perché per lui avrebbe costituito un motivo di imbarazzo passeggiare con un ebreo. Da quella sera evitò totalmente Hohenfels perdendo così l’unico amico che aveva avuto.
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Una giornata di dicembre il padre di Hans convocò il figlio per annunciarli che, dalle decisioni prese da lui stesso e dalla madre, sarebbe partito in America finché la tempesta politica che coinvolgeva tutta la Germania non si sarebbe placata.
Si sarebbe trasferito a New York dai suoi parenti, in tal modo che lì avrebbe potuto tranquillamente continuare i suoi studi all’università. Inoltre sarebbe partito da solo perché i suoi genitori decisero di restare in patria. Tutto accadde e, come stabilito, il 19 gennaio, dopo circa un anno che conobbe Konradin lasciò tutto per dirigersi verso l’America. Prima della partenza ricevette due lettere: una totalmente stupida scritta da Bollacher e da Schulz, mentre l’altra era intestata a nome di Konradin Hohenfels. In tale lettera Konradin affermava che gli dispiaceva tantissimo la sua partenza per l’america trovandola però una decisione saggia. Scriveva inoltre che lui credeva in quell’uomo di nome Hitler perché si sarebbe rilevato una speranza per la Germania del futuro. Concluse menzionando l’idea che un giorno o l’altro, magari qualche anno avanti si sarebbero incontrati nuovamente. Hans si era rivelato come un modello per la vita di Hohenfels tale da non volerlo mai perderlo.
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Da ormai trent’anni Hans vive in America; ancora ragazzo decise di studiare legge e a venticinque anni divenne avvocato sposando in seguito una ragazza di Boston, da cui ebbe un figlio. Negli anni se la cavò molto bene, tanto da diventare, secondo molte persone, un uomo di successo con ogni lusso. Ma in quest’uomo batte un cuore di fallito perché non è riuscito a realizzare ciò che si era prefissato da ragazzo e cioè scrivere un buon libro e un’unica poesia.
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Ricordava degli episodi appartenuti alla Germania del passato quando gli arrivò una lettera. In essa era contenuta una richiesta di fondi da parte del Karl Alexander Gymnasium accompagnata da un libretto contenente una lista di nomi, per l’erezione di un monumento funebre alla memoria degli allievi caduti durante la seconda guerra mondiale. All’inizio Hans si arrabbiò perché dopo che aveva chiuso ogni sorta di contatto con quella gente da parecchi anni, ora gli chiedevano un contributo; voleva buttare quell’insulsa carta. Alla fine cambiò idea e lesse l’appello. Lì trovò tanti nomi appartenuti ai suoi vecchi compagni di classe tra i quali Adalbert Fritz, caduto in Russia nel 1942; seguiva Behrens Karl, disperso in Russia e presunto morto. Inoltre alla lista dei suoi compagni si aggiungevano i nomi di Frank Kurt, uno dei membri della banda del “Caviale”, Müller Hugo, caduto in Africa e Bollacher, morto e sepoltura ignota. Per Frank e Müller, Hans sembrava provare un po’ di dispiacere per la loro morte; di avviso diverso giudicava la fine di Bollacher, più che meritata.
Depose l’opuscolo e attese. Fece qualche telefonata, lavoricchiando un po’; il tempo passava inesorabilmente fino a quando si decise di distruggere quell’oggetto atroce ma poco prima di compiere quell’atto liberatorio si trattenne; Si fece forza, quasi tremando per riaprire l’opuscolo alla lettera H, quella che poco prima aveva volutamente saltato e lesse. “VON HOHENFELS, KONRADIN, implicato nel complotto per uccidere Hitler, Giustiziato”.
ANALISI DEI PERSONAGGI :
PERSONAGGI PRINCIPALI : Hans e Konradin.
PERSONAGGI SECONDARI : I genitori di Hans e quelli di Konradin.
PERSONAGGI DI SFONDO : I signori Bauer e i loro tre figli, Herr Pompetzki (il nuovo professore di storia).
COMPARSE : Il preside della scuola, “La banda del Caviale”, Herr Zimmermann, Bollacher, Schulz.
NOMI : Cameriera dei Bauer, Max Loher (Max Muscolo), Hitler, Adalbert Fritz, Frank Kurt, Behrens Karl, Müller Hugo.
HANS : è un ragazzo sedicenne proveniente da una famiglia benestante, che frequenta il liceo “Karl Alexander Gymnasium” di Stoccarda. È un ragazzo timido e riservato che non ha amici prima dell’arrivo di Konradin. Era abituato a stare con i compagni di classe, ma un po’ forzatamente. Con Konradin invece trova la sicurezza che aveva cercato perchè assieme possono parlare dei loro segreti, su argomenti che coinvolgono la vita di ogni giorno, dai più banali a quelli invece più spinti.
KONRADIN : anche lui ragazzo sedicenne figlio di importanti aristocratici, persona raffinata, elegante e timida. Come quanto scritto nel libro, Hans capì che Konradin era bisognoso di amicizia.
BAUER : i vicini di casa di Hans. Non notevolmente presenti all’interno della storia ma ad un certo punto per lo stato d’animo dei due inseparabili amici.
HERR POMPETZKI : il nuovo professore di storia della classe del protagonista di notevole importanza, perché con la sua politica nazista e non tollerante fu “la goccia che fa traboccare il vaso”. Da quella circostanza in poi Hans interruppe gradualmente ogni contatto con la Germania e “i suoi abitanti”.
GENITORI DI HANS : Il padre è un famoso medico di origine ebraiche, orgoglioso del suo sangue tedesco, convinto che il nazismo fosse una malattia passeggera. È dunque ottimo medico, ma nel corso degli anni si era fatto conoscere anche come un ottimo soldato (era un ufficiale e ricevette la Croce di Ferro e la spada da ufficiale).
Sua madre invece veniva da Norimberga, dove era nato anche suo padre, avvocato.
Una volta alla settimana si trovava con le amiche, per la maggior parte mogli di medici, avvocati e banchieri (persone importanti dunque), andava all’Opera e a teatro.
GENITORI DI KONRADIN : La madre era una donna che odiava gli ebrei ed evitava qualsiasi contatto con loro. Forse il suo odio era nato dal fatto che proveniva da una importante famiglia polacca di origine reale che da tempo disprezzava quella gente. L’unico desiderio di suo padre invece, era quello di sentire grande il nome della sua dinastia, quella degli Hohenfels perché per lui non era importante la gente che gli stava intorno, se era ebrea o tedesca, povera o benestante.
TECNICA USATA : prevalenza di parti dialogiche e riflessive. Prevalenza del presente e del passato nella costruzione delle frasi.
AMBIENTE (geografico e sociale in cui si muovono i personaggi) ED EPOCA : La storia é ambientata nella Germania degli anni trenta, dove vi furono grandi cambiamenti politici e precisamente a Stoccarda (per buona parte del racconto). La storia di amicizia dei due ragazzi si è sviluppata nell’arco di un anno, dal 1932 al 1933, anno in cui il loro legame viene spezzato.
Hans è figlio di un medico ebreo; sua madre invece veniva da Norimberga, dove era nato anche suo padre, avvocato. Faceva parte di una famiglia benestante.
La famiglia Hohenfels era una delle più importanti e famose della Germania in quel periodo, gente di aristocratici. Facendo un resoconto generale, tutte e due le famiglie stavano economicamente bene. Forse l’unica leggera differenza economica consisteva nel fatto che Konradin e la sua parentela appartenevano ad un rango alto della società tedesca mentre Hans e i suoi genitori erano posizionati in un rango medio alto della società.
TEMI GENERALI : I temi messi maggiormente in evidenza in quest’opera sono sicuramente l’amicizia dei due ragazzi e la lotta per difenderla dagli ideali dei genitori di Konradin; se vogliamo anche l’incomprensione (la sera del teatro), l’insostenibilità di conservare tale amicizia quando le politiche naziste contro gli ebrei invadevano lentamente ma inesorabilmente tutto il Paese e di conseguenza la vergogna (che Konradin ebbe quando negli ultimi giorni doveva stare vicino ad Hans) , la forte umiliazione che lo stesso Hans provò quando vide che Hans non era ad aspettarlo come solitamente faceva.
COMMENTO : È un libro seppur breve, molto intenso e molto bello che si dirama in un tempo relativamente breve, ma pieno di fatto che possono cambiare la vita di ognuno.
Due momenti mi hanno colpito maggiormente: il primo è stato l’episodio dei Bauer e dell’incredulità di Hans, perchè capisco la sofferenza di Hans nei confronti di quella povera famiglia, ormai rovinata per sempre del loro legame e su come affronta questa tragedia ipotizzando l’inesistenza di un dio buono e giusto.
Il secondo momento è quello del distacco dalle proprie origini per raggiungere la terra della speranza, e in quel caso è l’America. Li ho trovato saggia la decisione dei suoi genitori (quelli di Hans) che decisero di far partire il figlio per non rischiare guai peggiori con quella politica insulsa e infondata come quella del Nazismo. D’altronde Hans non sacrificava la propria esistenza perché aveva già chiuso ogni legame anche con quell’amico di nome Konradin, un’amicizia che doveva renderli inseparabili ma che così non lo è stato.
Lavoro svolto dal 19 febbraio 2000 al 1° marzo 2000
Relazione appartenente a Stefano Marongiu
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Manuel Belli
SCHEDA DI LETTURA DEL ROMANZO
LA FATTORIA DEGLI ANIMALI.
AUTORE : Erik Arthur Blair, che firmerà i suoi romanzi con George Orwell.
TITOLO ORIGINALE : Animal Farm
TITOLO DELLA TRADUZIONE ITALIANA : La Fattoria degli Animali
EDIZIONE ORIGINALE : Secker & Warburg, Londra, !944
EDIZIONE LETTA : Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996
FABULA E INTRECCIO
Sintesi dell’opera articolata in macrosequenze.
- Il vecchio Maggiore espone agli animali della fattoria il sogno che ha fatto, cioè le fattorie di tutta Inghilterra gestite dagli animali e non dagli uomini.
- Dopo poco tempo gli animali operano una rivoluzione, cacciano il padrone Jones e prendono il controllo della fattoria. Sotto la direzione, che appare giusta, dei maiali tutto va bene e le condizioni di vita degli animali migliorano.
- Napoleon ( un maiale ) caccia con la forza Palla di Neve ( un altro maiale, il quale ha autorità nella fattoria) e si pone a capo degli animali e ti tutti i beni, con l’aiuto di clarinetto ( altro maiale ) e dei cani. Napoleon si impone sempre di più, fa lavorare gli animali più intensamente, abbassa le razioni di cibo, migliorando invece il tenore di vita dei maiali.
- Conclusione : il romanzo termina con i maiali che diventano come gli uomini.
Caratteristiche della fabula
La fabula appare molto chiara e lo svolgimento logico e cronologico dei fatti lo si può ricostruire con chiarezza e semplicità. E’ mediamente estesa nel tempo occupando un periodo di alcuni anni. La fabula, in quanto nuda successione dei fatti, appare un elemento importante nel romanzo, in quanto esso narra l’evolversi di una situazione.
Caratteristiche dell’intreccio
La sfasatura tra la fabula e l’intreccio è parziale, ma molto vicina alla fabula. Troviamo alcune prolessi ( ad esempio quando non si trova Mollie e si dice che verrà poi ritrovata nascosta nel fieno ). Troviamo anche varie ellissi ( ad esempio quasi tutte le volte che il narratore da indicazioni temporali, egli opera una ellissi ). Quando si parla delle presunte bravate notturne di Palla di Neve vi sono anche delle prolessi. In generale l’intreccio è poco articolato e prevale la fabula.
NARRATORE
Il narratore occupa una posizione esterna e prevale una focalizzazione esterna. Ciò è molto importante per la riuscita artistica del romanzo. Infatti, con la scelta di un punto di vista principalmente esterno ( anche se a volte non mancano punti dove il narratore assuma una focalizzazione interna, per esempio quando ci parla delle massime di Gondrano ) aiuta il lettore ad entrare nei panni degli animali in modo libero e non influenzato dalla conoscenza dei piani dei maiali, ma allo stesso momento permette al narratario di farsi un giudizio personale su quest’ultimi.
PERSONAGGI
Prima di passare a una descrizione dei personaggi, è bene prendere in esame in modo sommario il sistema dei personaggi. Abbiamo sostanzialmente tre blocchi contrapposti : Jones, agente peggioratore, Gli animali, Pazienti influenzati e vittime, e i maiali, agenti influenzatori e peggioratori ( Palla di Neve assume il ruolo di agente miglioratore prima, ma poi di vittima ).
Ma vediamo ora di analizzare sinteticamente i personaggi principali :
Jones : è il primo personaggio che compare nella narrazione. Rappresenta, nella storia, un regime al quale si vuole porre fine. E’ un personaggio individuo, in quanto ha caratteristiche uniche, è statico principalmente, in quanto compare sempre in posti tranquilli o comunque poco dinamici ( a parte nella battaglia del Chiuso Delle Vacche ). E’ inserito nella narrazione in modo indiretto, senza nessun ritratto preliminare, ma si comprende l’uomo dalle sue azioni ( l’essere ubriaco, ad esempio ).
Vecchio Maggiore : appare poco nella narrazione, eppure è uno dei personaggi principali, in quanto è con il suo sogno che fa iniziare la storia. Come attributi esterni il narratore ci dice che era un bel maiale, come attributi interni ci viene detto che è saggio e ricco di benevolenza. Dal punto di vista sociale, egli è molto rispettato dagli altri animali. E’ un personaggio a tutto tondo, poiché ha una impronta unica. E’ inserito con un brevissimo ritratto preliminare.
Gondrano : rappresenta la classe dei lavoratori accaniti. La sua Weltanshauung e questa : lavorare per risolvere tutti i problermi e chi comanda ha sempre ragione. Ma proprio chi comanda lo rovinerà. Esternamente ci viene descritto come possente e forte. Internamente ci viene descritto come un essere dalla volontà molto forte e come un accanito lavoratore. Desidererebbe comunque un po’ di tranquillità, e lo dice alla fine della sua vita. E’ chiaramente un personaggio a tutto tondo.
Le capre : esse non godono di grandi spazi nella narrazione, ma basta ciò che dice il narratore per capire che sono animali molto stupidi, infatti parlano a vanvera e ripetono, senza motivo, frasi che gli sono state fatte imparare. Sono inserite nella narrazione in modo indiretto, ma le loro azioni la dicono lunga. Sono personaggi individuo.
Pollame : anch’esso gode di spazi ristretti nella narrazione, ma lo giudico importante, in quanto è l’unica specie animale che ha tentato di opporsi al regime. A causa della loro stupidità ( che traspare dalle loro azioni ) non riescono a portare a termine il loro tentativo ( vicenda delle uova da consegnare ).
Benjamin : rappresenta una classe di persone sagge, ma di una saggezza che vuole tenersi per se e molto materiale. La sua Weltanshauung è la seguente : non cambierà nulla. E’ un personaggio individuo e statico sia esternamente che internamente. E’ inserito in modo diretto e immediato nella narrazione tramite un breve ritratto preliminare.
Palla di Neve : rappresenta colui che crede nella rivoluzione e si adopera per essa ( è un po’ come se fosse il rappresentante del primo periodo del partito bolscevico russo ) . E’ inserito con un breve ritratto preliminare nella narrazione, che ci da informazioni circa i suoi attributi esterni ( era un bel maiale ) e quelli interni ( è intelligente, abile nel parlare e di una inventiva accesa, solo che non ha una grande forza di carattere. E’ anche esternamente statico, ma internamente molto attivo e ingegnoso.
Napoleon : rappresenta la figura del dittatore. E’ inserito nella narrazione mediante breve ritratto preliminare che lo descrive come un essere di una grande forza di carattere. E’ un personaggio statico ( lo si vede poco nella narrazione) e a tutto tondo.
Cani : vengono descritti, in un breve ritratto preliminare, come animali feroci e crudeli. Rappresentano l’esercito.
Clarinetto : egli sta con chi gli fa comodo. Gode di un brevissimo ritratto preliminare, interamente è un eloquente oratore, è un personaggio abbastanza dinamico e a tutto tondo.
Sistema dei personaggi
SPAZIO
La narrazione si svolge quasi esclusivamente in una fattoria inglese ( naturalmente lo spazio è fittizio ) anche se non mancano brevi cenni a fattorie vicine e ad altri ambienti ( ad esempio la fattoria dove il signor Jones). L’ambiente principale è descritto in modo abbastanza dettagliato lungo tutto il romanzo. Prima d tutto è un ambiente ampio. Al suo interno vi è una serie di costruzioni ( un fienile, una selleria, un granaio, la casa colonica e varie baracche ). Al centro vi è un giardinetto. C’è anche una piccola collinetta da cui è possibile vedere tutto. E’ interessante anche la milieu : lo spazio sociale di questo romanzo è una società statale umana stereotipata. Il narratore si avvale di uno scenario ricorrente ( la fattoria ) richiamandolo con brevi cenni allo spazio della fattoria preso in quel momento in considerazione. Crea anche contrapposizioni tra ambienti ( casa colonica - stalle ad esempio ). Come condizioni atmosferiche il narratore accenna approssimativamente a qualche cosa ( caldo, freddo... ). Utilizza poco, ma in modo significativo, la tecnica delle percezioni sensoriali, caratterizzando situazioni allegre o tristi. Il paesaggio, se pur descritto nella storia non contiene in se grandi simbologie, se non la rappresentanza di un territorio nazionale.
TEMPO
I piani del tempo interno non sono esplicitati chiaramente nella storia, mancando informazioni di regia. Il piano del narrato è collocabile comunque attorno al 1925 dura circa 5 anni. Ho scelto questa data, approssimata, perché è la data della rivoluzione russa. Il piano del narratore è sicuramente collocabile dopo la storia in quanto il narratore fa uso del passato e, a volte, del presente storico. Il piano del narratario non è definito, ma credo che questo sia molto interessante, poiché il narratore voglia utilizzare la sua opera come monito per tutti quelli che leggeranno. Tra i piani del tempo interno vi è una divergenza. Possono tuttavia coincidere il piano del narratore e quello del narratario. Penso che questa scelta del narratore dipenda dal fatto che la storia è un esempio negativo di società ed egli vuole creare una distanza tra il narratario e il narrato, appunto perché esso legga, ma senta staccati i fatti narrati da se. Il ritmo di scorrimento del tempo è quasi sempre uguale nei vari capitoli ; abbiamo sommari più o meno lunghi che riassumono fasce di tempo generalmente non molto lunghi, alcuni pezzi di scena e ampie o più brevi pause. Vi sono anche alcune ellissi generalmente tra un capitolo e l’altro. In quasi tutti i capitoli abbiamo un miscelarsi di tutte le tecniche di narrazione circa lo scorrimento del tempo. Il tempo esterno dello scrittore è il 1943 - 1944, il tempo esterno del narratario è il 1997.
STILE
Dal punto di vista lessicale prevale un registro standard, ma diviene solenne nei discorsi dei maiali. Questo credo che sia da ricercare nel fatto che il romanzo possa divenire accessibile a tutti.
WELTANSCHAUUNG DELL’AUTORE
Erik Arthur Blair, vero nome di George Orwell, nasce il 25 giugno del 1903, in Birmania, allora colonia Inglese. La sua prima opera risale al 1928, intitolata I Giorni in Birmania ed è una critica al regime inglese nelle colonie. Già si vede la sua vocazione a trattare temi di natura politica e sociale. Va per un certo periodo di tempo a Parigi e poi a Londra scrivendo, ma lavorando come sguattero, conoscendo quindi il mondo dei poveri. Grazie ad un lavoro come insegnante e ad alcune pubblicazioni si solleva dalla sua situazione, ma non scorderà mai più , anche nelle sue opere il mondo dei poveri. Rimane inoltre interessato alle idee comuniste, che non critica, ma ne denuncia apertamente i limiti. I suoi presentimenti vengono confermati in U,R.S.S. Ecco allora questo libro di critica ai regimi totalitari. In generale egli difende sempre le persone meno potenti in tutte le sue opere.
CONTESTUALIZZAZIONE
Come detto prima il romanzo è una evidente critica al regime in URSS Orwell entra in contatto con gli ambienti socialisti. Egli, in quanto difensore del popolo, approva queste idee, ma vede nel regime totalitario un modo che oltraggia la democrazia e le poche libertà politiche degli uomini. Come correnti culturali Orwell non aderisce a nessuna corrente particolare.
GIUDIZIO FINALE
Il romanza è molto scorrevole e la lettura ne risulta semplificata. Comunque il romanzo non mi è piaciuto molto, non tanto per gli elementi artistici e narrativi ( presenti in modo ottimo ), ma per personale inclinazione. L’argomento di fondo lo giudico pesante e troppo serio. Inoltre mi sembra che in alcuni punti si scada un po’ nella banalità, ripetendo situazioni che divengono prevedibile. Infine, per gusti miei, il romanzo mi sembra troppo statico e pochissimo dinamico e avvincente.
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Il fu Mattia Pascal
AUTORE: Pirandello Luigi
TITOLO: Il fu Mattia Pascal
EDITORE: Arnoldo Mondadori
ALUNNO: Francesco Randazzo
CLASSE: I A Liceo
NOTIZIE SULL’AUTORE: Drammaturgo e narratore italiano (Agrigento 1867-Roma 1936). Laureatosi a Bonn nel 1891 con una tesi di fonetica e morfologia, relativa al dialetto agrigentino, si diede all'insegnamento, occupando dal 1897 al 1922 la cattedra di stilistica, e poi di letteratura italiana, presso l'Istituto Superiore di Magistero di Roma. In questo primo periodo della sua vita fu colpito da penose vicende familiari (contrasti d'interesse tra il padre, ex garibaldino, e il suocero, gravi rovesci finanziari del primo, smarrimento della ragione da parte della moglie, dominata da una forma ossessiva di gelosia), le quali concorsero a determinare la concezione pessimistica dell'esistenza che informò l'opera dello scrittore. I primi interessi di Pirandello furono di natura critica e lirica. Tra i suoi saggi merita particolare ricordo, come enunciazione di una poetica personale, L'umorismo (1908), orientamento artistico che trae origine, secondo Pirandello, dal «sentimento del contrario», da un «vedere - e vedersi - vivere», con formulazione di un distaccato giudizio. L'opera poetica, concentrata nei primi decenni dell'attività pirandelliana, occupa un posto marginale e rivela influenze varie (Carducci, Graf), insieme con accenti originali (Mal giocondo, 1889; Pasqua di Gea, 1891; Elegie renane, 1895; traduzione delle Elegie romane di Goethe, 1896; Fuori di chiave, 1912; ecc.). Il passaggio alla narrativa sembra sia avvenuto su suggerimento di L. Capuana. Nel gruppo dei romanzi fa spicco Il fu Mattia Pascal (1904), dove Pirandello dimostra di avere superato i limiti veristici degli esordi (L'esclusa, 1901). Ampia e ambiziosa è la struttura de I vecchi e i giovani (1909), romanzo ambientato in Sicilia e a Roma all'epoca delle lotte dei Fasci siciliani e dello scandalo della Banca Romana che, caratterizzato da un profondo pessimismo storico, pone in luce il contrasto tra ideale e realtà postrisorgimentale, nel confronto delle generazioni. Da ricordare inoltre Si gira (1915; riedito nel 1925 col titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore), ambientato nel mondo del cinema, e Uno, nessuno e centomila (1925-26), opera rappresentativa in senso ideologico (il tema è l'assoluta relatività della personalità umana, che non è una, ma tante quante al singolo individuo ne vengono attribuite dagli «altri»). La misura narrativa congeniale a Pirandello fu comunque quella della novella, spesso breve, talvolta ampia. E nel monumentale corpus delle Novelle per un anno (raccolte in 15 vol., sotto questo titolo, a iniziare dal 1922, ma la cui stesura e pubblicazione ebbe inizio fin dal 1894 e venne interrotta soltanto dalla morte dello scrittore) si rintracciano le matrici di quasi tutte le sue opere teatrali. Al di là del giudizio di chi antepone Pirandelo novelliere a Pirandello drammaturgo, rimangono la straordinaria ricchezza e varietà di questa immensa galleria di tipi e di casi umani, in massima parte ambientati o in Sicilia o a Roma, non senza aperture sul mondo popolare, paesano, di contadini, di minatori, ma con una prevalenza di quadri del mondo borghese, da cui Pirandello proveniva e in mezzo al quale viveva dopo il trasferimento nella capitale: un mondo di impiegati, di professori, ecc. Accomunati dalla «pena di vivere così» e descritti con minuziosa e icastica felicità espressiva, in chiave ora umoristica ora sarcastica, ora accorata ora tragica, ma sempre coerente con la concezione del mondo propria dello scrittore. Citare titoli, scegliendo entro una produzione così vasta, sia pur diseguale di valore, è fatalmente arbitrario: si pensi comunque a Prima notte, a Ciàula scopre la luna, a La giara, da cui Pirandello ricavò l'omonimo atto unico (1917), tanto per ricordare novelle di accento diverso (ma tutte e tre di ambiente siciliano). L'arco produttivo delle Novelle per un anno consente di seguire l'evoluzione dell'arte pirandelliana dal verismo degli esordi all'inquietante libertà fantastica delle ultime novelle, incluse nel volume postumo Una giornata (1937). Al teatro Pirandello si dedicò continuativamente quando era ormai cinquantenne, trovando in esso il mezzo congeniale per esprimere la sua inesauribile vena dialettica, la quale può apparire intellettualistica solo nelle opere meno felici, reggentisi su un'astratta impalcatura logica, mentre nelle opere vitali, che sono la maggioranza, lascia prorompere - con quella caratteristica frantumazione dell'eloquio - una sofferta angoscia e un'umana pietà, già evidenti nelle novelle. Tra le varie interpretazioni del teatro pirandelliano, cui l'autore diede l'intitolazione complessiva di «Maschere nude», fa spicco quella basata sul contrasto tra la Vita e la Forma (Tilgher), che venne fatta propria da Pirandello (egli tuttavia ebbe successivamente a dolersi degli schemi applicati alla sua opera, rivendicandone la spontaneità). La realtà è costituita da un perenne flusso dualistico, in cui la Vita tende da un lato a fissarsi in una Forma, dall'altro a infrangere di continuo ogni immobilistica costruzione e costrizione formale. Secondo B. Crémieux, P. «ha sentito il dramma della conoscenza fino all'angoscia... La coscienza che accompagna l'uomo dalla nascita alla morte e rende il suo destino diverso da quello dell'animale o della pianta, ecco l'unica sorgente del tragico pirandelliano». Il teatro di Pirandello costituisce il momento più alto e rivoluzionario della messa in crisi del teatro borghese e naturalistico, avvenuta nei primi decenni del secolo e rispecchiante la crisi di una società, la crisi di identità dell'uomo contemporaneo. Dal teatro borghese P. prende le mosse (con l'eccezione fulgida e quasi isolata di Liolà, 1916, commedia agreste e salace, dominata da un solare paganesimo) ma per ribaltarne convenzioni, per denunciarne ipocrisie, sul filo di una logica paradossale: come in Pensaci Giacomino (1916), Il berretto a sonagli (1917, scritta originariamente in dialetto al pari di Liolà), Il piacere dell'onestà (1917), Il giuoco delle parti (1918), ecc. Ma già la «parabola» Così è (se vi pare), del 1917, raggiunge una portentosa originalità di concezione e costruzione, un mirabile equilibrio tra elemento dialettico ed elemento umano, contrapponendo alle voci doloranti dei due protagonisti il meschino coro dei borghesi «rispettabili», con una figura di raisonneur portavoce dell'autore quale elemento equilibratore. Sei personaggi in cerca d'autore (1921) segna una data nella storia del teatro contemporaneo, come opera di concezione affatto nuova, primo momento della trilogia del «teatro nel teatro», la quale oppone i personaggi, rivendicanti la loro autonoma esistenza, agli attori. Seguiranno Ciascuno a suo modo (1924), che oppone personaggi della vita a personaggi della finzione scenica su di essi ricalcati, coinvolgendo nella rappresentazione pubblico e critica, e Questa sera si recita a soggetto (1930), dove il conflitto si produce tra il regista - demiurgo e dittatore sovrapponentesi all'autore - e gli attori che vogliono «vivere» i propri personaggi. Tra i capolavori di Pirandello va annoverato Enrico IV (1922), tragedia potente, dove la follia simulata, scelta come rifugio dal protagonista, che gli «altri» hanno escluso dal banchetto della vita, diventa una necessità definitiva, dopo il delitto che egli avrà commesso cedendo al richiamo della vita medesima. Se tra le opere di questo periodo meritano ancora rilievo Vestire gli ignudi (1922) e l'atto unico L'uomo dal fiore in bocca (1923); tra quelle più tarde si ricordano Come tu mi vuoi (1930), Trovarsi (1932), Quando si è qualcuno (1933), interessante per quanto contiene di autobiografico in senso lato, Non si sa come (1934), lucidissimo dramma dell'inconscio. E, inoltre, l'incompiuto I Giganti della Montagna (postumo, 1937), ultimo e più elevato dramma di un trittico di moderni «miti», dedicato all'Arte, nato faticosamente, giudicato variamente, ma sostenuto da una prodiga fantasia, ormai ben lontana dalle matrici borghesi. Il premio Nobel consacrò nel 1934 una fama ormai diffusa in ogni parte del mondo. L'influenza esercitata dal teatro pirandelliano è stata grande, a ogni livello, e durevole, in Europa come oltre oceano. Accanto all'opera di P. drammaturgo va ricordata quella da lui svolta quale direttore di compagnie e inscenatore di spettacoli: dalla fondazione a Roma del Teatro d'Arte (1925) alla compagnia Pirandello (1926-28), alla compagnia di M. Abba (1929-34), attrice che era stata già al centro delle precedenti formazioni e che ispirò a Pirandello buona parte dei drammi dell'ultimo periodo. Va anche aggiunto che le compagnie dirette da Pirandello accolsero con larghezza e coraggio, accanto alle sue opere, quelle di altri autori italiani giovani degni di essere valorizzati.
LA TRAMA: La storia di Mattia Pascal è il viaggio di un uomo che attraverso le peripezie che il Destino gli riserva riesce a trovare il vero valore della libertà e a capire finalmente chi è; o meglio, chi fu da vivo. (Situazione iniziale) Mattia Pascal è il custode di una sperduta biblioteca dimenticata da tutti tranne che dai topi nel comune di Miragno, costretto a lavorare per la prima volta in vita sua, dopo aver trascorso una gioventù agiata e spensierata grazie alle proprietà del padre. Infatti dalla morte del padre tutte le ricchezze della famiglia sono andate a finire nelle avide tasche del Malagna, il perfido amministratore dei loro beni, che senza il minimo scrupolo approfitta dell'ingenuità della signora Pascal per ingannarla. Ma la situazione finanziaria di Mattia è nulla in confronto alla tristezza della vita che è costretto a sopportare in famiglia: egli infatti si trova a dover sposare una donna che lo odia e ad ospitare in casa una suocera che lo disprezza, a dover patire la morte di sua figlia mentre il suo unico figlio ancora in vita gli è viene tolto dallo stesso Malagna e a perdere anche la sua amata madre che lo lascia definitivamente solo. (Rottura dell'equilibrio iniziale) Ma un giorno, dopo una delle solite sfuriate con la suocera Pescatore, "non sapendo più resistere alla noia e allo schifo di vivere in quel modo", si ritrova per caso a Montecarlo con in tasca le 500 £ della lapide della madre e grazie ad una straordinaria quanto irreale fortuna riesce a vincere al tavolo verde la bellezza di 82.000 £, con la quale sogna una nuova vita. Mai però si sarebbe aspettato che il Destino si fosse divertito a giocare talmente tanto con la sua vita da preparargli una cerimonia funebre per il suo ritorno a casa. Infatti, proprio mentre torna a casa, legge stupito su un giornale la notizia della sua morte, o meglio della morte di un pover'uomo che era abbastanza somigliante affinché la suocera e la moglie riuscissero a sbarazzarsi dello scomodo Pascal. In questo modo, però, non sanno che fanno proprio il gioco di Mattia, che, ora più vivo che mai, cambia binario per crearsi una seconda vita con la fortuna che ha in tasca. (Evoluzione delle vicende) Viaggia così da un posto all'altro, senza fermarsi troppo per non rischiare di rimanere di nuovo invischiato dal mondo che lo circonda e dalla vita; ritrova da morto quella gioia, quella felicità e quella spensieratezza che gli erano state tolte da vivo. Pian Piano che questo suo errare senza una meta continua, però, Mattia si accorge di essere solo più che mai e che se prima l'essere completamente sciolto da ogni catena lo faceva sentire padrone del proprio futuro, ora si avvede che proprio la mancanza di questi legami lo relega fuori dall'esistenza, emarginato dalla società per la quale egli è morto suicida nella stia. Così matura la decisione di fermarsi finalmente in una nuova casa a Roma per ricostruirsi una nuova vita. Lì incontra il signor Paleari un singolare individuo che lo intrattiene, spesso fino alla noia, con discorsi sulla morte e su cosa ci si deva aspettare dopo di essa. Sempre nella stessa casa riscopre persino l'amore di una donna, Adriana, che con la sua semplicità e al sua purezza d'animo riescono a farlo innamorare di nuovo. Ancora una volta, però, è costretto a fuggire dalla sua vita, ma questa volta perché la sua condizione di morto non gli permette di legarsi con quelle corde che tanto odiava prima, ma che ora riconosce come necessarie e desiderabili per sentirsi veramente vivi. CosÏ inscena l'ennesimo suicidio, e fugge sconfitto ancora una volta, verso l'unica strada che adesso gli si presenta per riscattare la sua esistenza vuota. (Ricomposizione dell'equilibrio) Torna a Miragno, dove nel frattempo la moglie si è risposata con un vecchio compagno benestante, ma nessuno lo riconosce finché egli non rivela la propria identità. (Situazione finale) A questo punto, però, si rende conto che sarebbe inutile riacquistare una legalità che riuscirebbe solo a spezzare una nuova famiglia di cui lui ora non fa più parte. Ormai è troppo tardi per riconquistare quello che ha perduto: non gli resta altro che contemplare la sua lapide, la lapide del fu Mattia Pascal.
I PERSONAGGI:Tutti i personaggi vengono introdotti da una presentazione di Mattia, che di solito ci riporta più le sue sensazioni piuttosto che una caratterizzazione fisica vera e propria; in seguito i caratteri di ogni individuo ci vengono rivelati indirettamente attraverso le loro azioni, le loro decisioni e le loro parole dei discorsi. Infine, mentre tutti gli altri rimango statici, più cornice che tela da dipingere, l'unico personaggio che subisce una trasformazione nel corso della storia è Mattia; negativa per quanto riguarda la sua condizione sociale ed economica, ma sicuramente positiva per quanto riguarda la sua crescita ideologica e morale, nella quale capisce, anche se troppo tardi ormai, la grande importanza della vita e i principi della vera libertà.
Mattia Pascal: è lui il personaggio principale, un uomo come tanti senza eccessi senza segni particolari. Si sente oppresso e schiacciato dalla vita, che ogni giorno lo mette a dura prova, e l'unica cosa che desidera è quella di trovare una via di fuga, che gli permetta di essere di nuovo libero come da ragazzo, quando trascorreva le giornate tra il suo podere e la stia col mulino e non aveva altre preoccupazioni che un modo di divertirsi (ma chi è che non fa mai questo splendido sogno?). Detto, fatto: il Destino decide di dargli questa opportunità e lo rende completamente indipendente, gli offre del denaro cosÏ che non si debba preoccupare del pane e del letto, lo libera da ogni legame con il suo passato, gli permette di far quel che vuole senza dover rendere conto a nessuna, unica controindicazione: per tutti egli non esiste più, non ha più passato e non può avere un futuro. Alla fine vivrà sulla propria pelle le conseguenze della sua scelta.
Adriana: forse il vero amore di Mattia, forse no. Fatto sta che è la figura femminile che con il suo splendore colpisce di più in tutto il libro. Pura, timida, gentile, educata, tenera come il pane ma allo stesso tempo dura come la roccia regge da sola le sorti di un'intera famiglia, e si oppone accanitamente alle sue nozze forzate: lo stesso Mattia la chiama la "mammina di casa". Amabile in tutti i sensi, non si riesce a trovargli un solo difetto, se non quello di essersi innamorata dell'uomo sbagliato. In una parola lei è la vita.
Paleari: è il personaggio più singolare dell'intera vicenda, con la sua filosofia spicciola, le sue sedute mistiche, i sui discorsi insensati, la sua "lanterninosofia". Grande seguace di Epicureo, dimentica forse la sua più importante lezione, e spende ogni sua riflessione sul tema della morte. Formula teorie strampalate sul postmortem, cercando nei falsi fantasmi una speranza vana, e alla fine risulta essere tanto noioso da mettere alla dura prova anche la pazienza del lettore più attento, oltre che suscitare grande irritazione per il suo modo di vivere completamente votato alla morte. Rimane sempre al di fuori dell'azione e interferisce minimamente con lo svolgimento della storia. Nonostante questi alti e bassi, però, risulta essere anche uno dei personaggi più simpatici, perché gli occhi di Mattia lo dipingono come una marionetta e perché la sua ingenuità disarmante lo fa diventare buffo e ridicolo.
IL LUOGO: La maggior parte della vicenda si svolge tra Miragno e Roma, le patrie delle due vite di Mattia; ma durante il suo errare vagabondo vengono visitate anche Torino, Milano, Venezia, Firenze, Colonia, Worms e Magonza. Tutti i luoghi vengono però tralasciati da Pirandello, che li lascia senza la minima descrizione, forse per lasciare più spazio all'immaginazione al lettore o più probabilmente perché non influiscono usi personaggi e sulla storia.
IL TEMPO: Manca in tutto il libro qualsiasi tipo di data o di riferimento storico dal quale è possibile risalire al tempo della storia. Ma questo non è un caso ne un a mancanza dell'autore; allo stesso modo del luogo, il tempo, che rimane indefinito, serve per rendere la più assoluta possibile la vicenda, che in questo modo non è solo un'esperienza personale del personaggio, ma diventa una lezione di vita valida in ogni tempo e in ogni luogo per ogni uomo.
NARRATORE: La narrazione è condotta in prima persona attraverso il punto di vista interno di Mattia Pascal con focalizzazione 0 (zero/onnisciente). Questo è possibile perché il personaggio non vive direttamente le sue esperienze, ma attraverso un enorme flash-back le racconta a posteriori quando la storia è finita, strutturando tutto il libro come un diario-biografia. In questo modo il narratore si può permettere di inserire nel testo delle anticipazioni agli avvenimenti che hanno il duplice scopo di preparare lo spirito del lettore a cosa lo aspetta e nello stesso tempo a vivacizzare la lettura stimolando la curiosità.
LE SEQUENZE:Per quanto riguarda le sequenze quelle narrative la fanno sicuramente da padrone in tutto il libro, anche se sono fondamentali e consistenti anche quelle dialogate e riflessive, che a volte si fondono tra loro dando vita a dei veri e propri discorsi filosofici. Al contrario la presenza delle sequenze descrittive è ridotta al minimo, probabilmente perché l'autore le ritiene meno funzionali al messaggio che vuole trasmettere al lettore. Nell'ambito delle parti dialogate le tecniche espressive preferite dall'autore sono sicuramente il discorso diretto libero e il discorso indiretto, anche se sono presenti molti monologhi interiori da parte dello stesso Mattia.
RITMO: Proprio la grande presenza di sequenze narrative e dialogate, insieme ad uno stile chiaro, semplice e molto scorrevole rendono il ritmo della storia veloce e sempre incalzante
PARERE PERSONALE: Secondo il mio parere di studentello di I liceo questo è uno dei migliori libri che io abbia mai letto; sia per la forma sempre appropriata e incalzante e che invoglia il lettore a continuare a leggere sia per il contenuto; (però secondo i miei gusti troppo, pessimista) che tratta una delle più spinose questioni dell’uomo: l’essere e l’apparire. La differenza tra queste due parole, se si pensa bene è molto sottile poiché tu sei, ma con tutto il resto del mondo tu appari nel modo in cui ti vedono e in base alle situazioni ognuno indossa una maschera differente. Basti pensare a noi stessi, quante maschere abbiamo? Una per i genitori, una per gli amici, una per il capo, una per la ragazza ed un'altra ancora per i professori, e potrei andare avanti ancora per molto ma credo di aver reso abbastanza l’idea. Questa è la realtà noi non siamo, appariamo e basta, punto. Nel mondo moderno più che mai l’apparenza è tutto, chi comprerebbe un calendario di una vecchia sdentata, anche se è la persona più buona del mondo? Invece tutti compriamo calendari di top model anche se chi lo fa è la persona più egoista e maligna del mondo; che importa tanto è l’apparenza ciò che conta. In conclusione come diceva Shakespare: “La vita è un enorme palcoscenico” e ognuno di noi recita la parte assegnatagli. Consiglierei questo a libro chiunque , ma in particolare a chi crede nel destino e per chi cerca chi è veramente.
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Analisi di: “Siddharta” di H. Hesse
Narratore
Il narratore presente nella vicenda è esterno onnisciente in quanto scrive in terza persona e conosce sia i pensieri sia i sogni dei personaggi. Egli si dimostra esterno alla vicenda, in quanto non sono presenti interventi di regia.
Punto di vista
La focalizzazione prevalente è interna; ciò è deducibile dai numerosi verbi percezione presenti nella vicenda, come “vide”, “parve”, “sentì”, che, talvolta, esprimono lo stato d’ansia e di dubbio nel quale si trova Siddharta (cfr. “… La vita gli pareva piena di dolore… “). Il personaggio, del quale il narratore adotta maggiormente il punto di vista, è Siddharta (cfr. cap. 1 “… Il mondo celeste… gli pareva vicino…” – cap.3 “ Lo sentì gelare nel petto…”).
Spazio e tempo
La vicenda si svolge durante il VI secolo a. C. in India; ciò e deducibile dai numerosi elementi riguardanti i testi sacri di questo paese (inni dei Veda, commenti dei Brahmana e Upanishad) e dai numerosi accenni alla privilegiata casta dei Brahmini, sacerdoti esclusivi depositari della sapienza divina, considerati gli unici intermediari tra l’uomo e Dio, attraverso il rituale dei sacrifici. I luoghi che vengono menzionati all’interno della vicenda, esclusa l’India (stato reale), sono tutti immaginari (es. bosco di Sal, città di Savathi) e sono prevalentemente boschi e foreste (quindi esterni) (bosco di Sal, boschetto Jetavana). I luoghi interni, anch’essi inventati, sono la casa di Siddharta, situata ne bosco di Sal, la casa di Kamala, la celebre cortigiana e la capanna del barcaiolo, presso il fiume. Questo fiume rappresenta un luogo molto importante per il protagonista; esso, infatti, rappresenta un sopporto, una sorta si sostegno che aiuta il protagonista nel suo risveglio e nella sua liberazione da quell’ ”Io” che, incessante, che lo assillava. Questo passo viene compiuto soprattutto grazie all’aiuto del barcaiolo, colui che traghetta Siddharta da una sponda all’altra del fiume, ascolta i suoi pensieri e lo ospita nella sua capanna. Confronto con “I promessi sposi” e “Alla sera”; il barcaiolo traghetta Renzo da una sponda all’altra del fiume; Renzo, grazie all’Adda, si purifica ed inizia una nuova vita. Inizialmente, Siddharta, analogamente a Foscolo, crede di poter trovare pace da quell’ansia e quel disprezzo che ha nel cuore solo attraverso la morte e, pertanto, questo si dimostra il suo unico desiderio.
La vicenda dura circa tutto l’arco della vita di Siddharta, dalla fanciullezza sino alla vecchiaia. Non vi sono indicatori storici precisi ma, nel corso della storia, si capisce ch’egli compie il suo lungo pellegrinaggio durante tutto il suo arco vitale.
Fabula e intreccio - analessi e prolessi (Pagg. 35 – 169).
Personaggi - Siddharta e Govinda. Siddharta dà gioia agli altri, ma non è di gioia a sé stesso; second. Kamala, barcaiolo.
Messaggio: il messaggio è di amare il prossimo e se stessi, senza la necessità di andare a “scavare“ nel proprio “Io”, suscitando così dentro se stessi momenti d’ansia e di preoccupazione. Inoltre, è opportuno separare la mente e lo spirito dalle sensazioni corporali.
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Il nome della Rosa
L’autore del libro “Il nome della rosa” è Umberto Eco.
Egli nacque ad Alessandria nel 1932. Docente universitario, studioso di estetica, interessato all’arte di avanguardia e alle forme della cultura di massa, pubblicista, si è rivelato dapprima come brillante teorico del Gruppo ’63, poi come semiologo e scrittore . E’, infatti, ordinario di Semiotica e presidente della scuola superiore di Scienze Umanistiche presso l’Università di Bologna .
Opere: 1980 - Il nome della rosa / 1988 - Il pendolo di Foucault / 1994 - L’isola del giorno prima / 1962 - Opera aperta / 1963 - Diario minimo / 1968 - La struttura assente / 1979 - Lector in fabula / 1993 - La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea .
La casa editrice è Bompiani e l’edizione “ I Grandi Tascabili “ del novembre 1999 .
L’illustrazione sulla copertina riproduce un castello che suppongo del periodo feudale in cui all’interno vi sono uomini e donne con i vestiti tipici di quel tempo.
Alcuni sono abbracciati, altri hanno il volto rivolto verso l’alto, altri cercano di fuggire perché dall’alto vengono scagliati grandi massi che stanno distruggendo tutto il castello . Dal cielo posso anche scorgere un angelo che sorvola la fortificazione ed ha un dito alzato come in segno di comando e punizione . Questo penso che sia collegato con la trama del libro e forse si tratta della punizione divina per coloro che peccano, o forse, più precisamente per coloro che si divertono e si dedicano al riso, un atteggiamento dell’uomo tanto disprezzato dal vecchio ceco Jorge nel testo .
Questa illustrazione sta quindi a significare la punizione divina per coloro che peccano, che si dedicano al divertimento, come forse stava avvenendo proprio in quel castello .
L’immagine può quindi fornirci un suggerimento sul contenuto del romanzo .
Nella retrocopertina ci sono dei commenti di persone o giornali famosi sul contenuto del libro . E’ presente un prologo di circa otto pagine .
Il volume è composto da 533 pagine complessivamente. La storia è suddivisa in sette giorni, che a loro volta sono suddivisi in Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro ,Compieta . Questa suddivisione segue la scissione della giornata nell’abbazia .
Ogni giorno ha pressappoco la lunghezza di ottanta pagine, a parte il terzo giorno che è il più breve e comprende una trentina di pagine . Ad ogni suddivisione interna del giorno vi è una breve didascalia che raccoglie il contenuto del “capitoletto” .
Posso dividere il racconto in sette macrosequenze, corrispondenti ai sette giorni della visita di Guglielmo ed Adso all’abbazia .
La storia è ambientata nel novembre 1327, presso una imprecisata ma ricca abbazia benedettina dell’Italia Settentrionale: l’unico dato certo è una zona comprea tra Pomposa e conques, sulla dorsale appenninica tra Piemonte, Liguria e Francia .
In ogni caso l’abbazia presenta la struttura ordinaria di analoghi reali edifici, un anbito chiuso, non diverso dalla curtis medievale con una netta distinzione tra la pars dominica ( chiesa, chiostro, scriptorium e biblioteca ) e la pars massaricia , destinata cioè agli addetti ai lavori manuali come le stalle, stabbi e fucine .
Nell’introduzione l’autore afferma di aver ricevuto ( e subito tradotto durante la lettura ) la versione francese, del 1842, di un manoscritto del 14° secolo , opera di un monaco benedettino, don Adso da Melk, che, vecchio, ricorda importanti vicende della sua vita di novizio.
E tuttavia, come il manoscritto, anche la versione francese, accidentalmente sottratta, scompare nel nulla e solo le casuali testimonianze confermano l’esistenza di ciò che è stato letto e trascritto .
Nel prologo, Adso, il narratore, si presenta, dà informazioni sul periodo storico della sua giovinezza, e infine descrive la figura di Guglielmo da Baskerville ( il dotto francescano inglese al cui servizio era stato posto), impegnato in una difficile missione : ricomporre i contrasti che oppongono i francescani minorati –il nome della povertà della chiesa- ai fedeli del papa Giovanni 22°, in un periodo in cui dilagano i movimenti ereticali . Ai piedi della roccia su cui sorge l’abbazia( dove appunto avverranno gli incontri tra le due delegazioni religiose ) , Guglielmo già dà prova della sua capacità di osservazione : fa ritrovare infatti il cavallo dell’abate, sfuggito ai monaci, limitandosi a decifrare i segni lasciati nella fuga .
Nell’abbazia , Adso e Guglielmo visitano i luoghi più significativi, e in particolare lo scriptorium ( dove vengono copiati e illustrati i manoscritti antichi ) ,e la biblioteca ( dalla struttura labirintica , accessibile al solo bibliotecario ) , e fanno la conoscenza con quelli che saranno i protagonisti delle imminenti vicende : L’Abate, Ubertino da Casale ( condannato per eresia ) , l ‘erborista Severino, il bibliotecario Malacchia, alcuni giovani traduttori e scribi, e il cellario Remigio, addetto alle provviste, il servo Salvatore, e infine un vecchio monaco cieco, Jorge da Burgos ( ex – bibliotecario ) , che si presenta polemizzando sul “ riso “ e la “ giocondità “ e annunciando l’Anticristo.
Ma soprattutto vengono a sapere della recentissima e misteriosa morte del giovane Adelmo da Otranto, espertissimo minatore; Guglielmo è incaricato di indagare le cause. Il secondo giorno si apre con un efferato delitto : dall’orcio dove è raccolto il sangue dei maiali spunta un cadavere, presto identificato per quello di Venanzio , sapiente di “cose greche” .
Guglielmo indaga anche sulla nuova morte e , interrogando Bencio da Upsala e Berengario, viene a sapere delle accese discussioni nello scriptorium a proposito di libri ( in particolare nel secondo libro della poetica di Aristotele, perduto fin dall’antichità ) e dei comportamenti peccaminosi dei giovani monaci .
Si scoprirà infatti che la morte di Adelmo era in realtà un suicidio, in quanto aveva peccato carnalmente con un altro monaco, Berengario, e, quando era andato a confessare le sue pene dal vecchio Jorge, questo probabilmente l’aveva talmente ammonito ed impaurito sulle conseguenze del suo gesto che, questo, aveva preferito uccidersi che restare in vita con questo peso .
L’attenzione di Guglielmo si rivolge sempre più alla biblioteca e alla sua struttura ; saputo di un passaggio segreto vi accede la notte stessa .
Entrati nel labirinto i due rischiano però di perdersi, attratti da visioni fantastiche .
Il terzo giorno si apre con la scomparsa di Berengario. Mentre lo si cerca inutilmente, Adso ha modo di conoscere “il grande fiume ereticale” e da Ubertino apprende la storia di fra Dolcino, il capo carismatico dell’eresia .
Entrato da solo in Biblioteca il novizio ne fugge spaventato, ma per incontrare nella grande cucina dell’abbazia una splendida fanciulla, una ragazza del villaggio, che lo conquista ed insieme fanno l’amore. Adso confessa il suo peccato ma gli eventi sovrastano : proprio una sola parola spinge Guglielmo ai palnea, dove scopre, in una vasca piena d’acqua il corpo di Berengario .
Il quarto giorno è dominato dall’orrore per l’annegato, ma Guglielmo, dopo un attento esame del cadavere, propende, con l’erborista Severino, per un avvelenamento .
Mentre si scoprono i legami con gli eretici di Remigio e Salvatore ( che verranno condotti dall’inquisitore Bernardo Gui ad Avignone ), arrivano all’abbazia i rappresentanti dei minorati e del papa . Guglielmo non rinuncia a tornare nel labirinto, ma ancora una volta il segreto è impenetrabile .
Intanto Salvatore è sorpreso ad armeggiare davanti alla cucina, con la ragazza amata da Adso, subito imprigionata come strega .
L’attenzione del quinto giorno sembra essere soprattutto polarizzata dalle due legazioni e dalle loro dotte disquisizioni sulla povertà di Gesù e sul potere temporale della Chiesa ; ma di nuovo un delitto riporta ogni interesse ai misteri dell’abbazia .
Dopo aver parlato con Guglielmo di uno strano libro, Severino viene scoperto con la testa spaccata. Trovato al suo fianco, il cellario è accusato dell’assassinio, nonostante la sua protestata innocenza ; la giustizia nell’abbazia è ormai amministrata dai legati del papa, e, mentre Ubertino da Casale preferisce la fuga, un sermone di Jorge ammonisce tutti sulla prossima venuta dell’Anticristo .
Al mattino del terzo giorno stramazza al suolo il bibliotecario Malachia : è la quinta morte misteriosa . Guglielmo si accorge che, come la lingua di Berengario, anche i polpastrelli delle prime tre dita della mano destra di Malachia sono scuri : è il segno del veleno . Decide dunque di non desistere dalla ricerche e di allargare le indagini al passato dell’abbazia e soprattutto agli ex bibliotecari .
Scopre infine il segreto per entrare nella parte più nascosta del labirinto, là dove i misteri possono sciogliersi .
Nella notte tra il sesto ed il settimo giorno Guglielmo ed Adso ritornano nella biblioteca . Mentre vi arrivano sentono una persona agitarsi moribonda in un chiuso budello dentro la parete, ormai in preda a soffocamento ( il sesto morto si rivelerà poi essere proprio l’abate ) .
Nel punto più interno della biblioteca trovano invece il vecchio Jorge . Il mistero si svela : in biblioteca è conservato il secondo libro della poetica di Aristotele, ma Jorge lo ha sempre tenuto nascosto, impedendone assolutamente la lettura .
Il libro, infatti, dedicato al 2riso” avrebbe potuto insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza .
Per questo il vecchio ne aveva cosparso le pagine di un potente veleno . Jorge è ora sconfitto, ma non si dà per vinto . Tenta di distruggere il prezioso volume inghiottendone le pagine avvelenate ( sarà il settimo morto ) e così appicca il fuoco alla biblioteca : così va perduto definitivamente il secondo libro della poetica .
Il romanzo si conclude con un Ultimo Folio : informa che l’intera abbazia , cui le fiamme si sono estese, arse tre giorni e tre notti . Ma Adso e Guglielmo hanno già ripreso la loro strada, e presto si separeranno per mai più rivedersi .
I personaggi : voce narrante è Adso da Melk, che all’epoca della vicenda è un giovane novizio francescano affidato alle cure di Guglielmo da Baskerville .
E’ Guglielmo il vero protagonista, anche se bisogna notare come tutta la vicenda ruoti intotno alla biblioteca., labirinto simbolo della pericolosità di una cultura staccata dalla fede e dall’eccessiva curiosità ( nel cuore della biblioteca sono custoditi alcuni testi considerati pericolosi ) . Guglielmo è un frate francescano che gode di una certa fama per quanto riguarda la sua abilità nel risolvere misteri e svelare quesiti incredibilmente complessi . Egli verrà incaricato dall’abate di risolvere il mistero sulla morte di alcuni frati dell’abbazia e alla fine riuscirà nel suo intento .
Poi c’è Jorge, un vecchio saggio cieco, ex bibliotecario e confessore di tutti i frati dell’abbazia . Sarà lui a cospargere la pagine del libro di Aristotele di veleno : è quindi lui l’assassino .
Troviamo poi Remigio da Varagine, cellario del monastero ed ex eretico dolciniano , Salvatore che si può considerare relativamente umano e che desta subito i sospetti dei Guglielmo per il suo strano modo di parlare una lingua che non esiste, ma che è un concentrato di tutte le lingue parlate nella cristianità .
Adelmo, il giovane miniaturista che si uccide vinto dal rimorso di un peccato consumato con Berengario, vice bibliotecario che a sua volta verrà trovato cadavere .
Poi c’è Venanzio, il traduttore greco trovato morto nella giara che conteneva il sangue dei maiali uccisi, Malachia, bibliotecario e gran confidente di Jorge, Ubertino da Casale, venerato come un santo dai francescani e condannato come eretico dal Papa . Quindi Bernardo Gui, inquisitore, espressione di un modo ormai superato di intendere la fede, sostenitore di un intollerante e prepotente azione di soffocamento del libero dialogo, ben lontano dall’apertura illuministica di Guglielmo .
Tutta la storia può essere considerata un flashback, in quanto Adso racconta questa vicenda durante la sua vecchiaia .
Egli è anche il narratore, che è quindi interno perché uno dei personaggi . Prevale quindi una focalizzazione interna .
I temi principali affrontati nel romanzo sono senza dubbio la corruzione dei monaci e gli orrori dell’Inquisizione .
L’ Inquisizione viene presentata come un tribunale ideologico, inteso a reprimere ogni possibile discussione con una serie di tesi razionalmente insostenibili, che potevano essere imposte solo con la forza delle armi e dei roghi, seminando il terrore .
Spicca quindi l’elemento di supporto della trama , cioè il desiderio della chiesa di occultare un volume che avrebbe pericolosamente legittimato , insieme con la commedia, l’umorismo, nemico della fede perché può liberare dalla paura su cui la religione si fonda .
L’opera ha chiaramente un valore simbolico ed allegorico, ambiti cari ad Eco che del resto è titolare della cattedra di semiotica ( scienza dei segni ) dell’Università di Bologna : la biblioteca, per esempio, è simbolo da un lato del fascino della cultura, dall’altro dell’enorme pericolosità a causa del peccato d’intelletto, tratto tipico della mentalità medievale .
Il libro si è rivelato noioso, non per colpa della trama, che in sé poteva essere anche interessante e ben articolata , ma per colpa dell’autore che ha dilungato molte parti , come ad esempio la descrizione di alcune parti dell’abbazia , la storia dei vari ordini religiosi e la situazione presente in Italia .
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I VIAGGI DI GULLIVER
NOTE BIOGRAFICHE SULL'AUTORE
L'autore de "I viaggi di Gulliver", era Jonathan Swift. Naque nel 1667, in Inghilterra dove fece il pastore per lungo tempo; in seguito divenne scrittore umorista e satirico. Partecipò alla vita politica e scrisse contro gli avversari molti libelli ferocemente aggressivi, usando le "armi" del ridicolo e del grottesco; e rimase una figura di primo piano fino al 1714.
Si ritirò in Irlanda, compiendo brevi viaggi a Londra.
Scrisse "I viaggi di Gulliver" (1726), un capolavoro celebre in tutto il mondo; del quale la forma è usata come mezzo per svolgere una satira spietata delle istituzioni politiche e sociali inglesi, della religione, della scienza, e della filosofia del tempo. Scrisse poi anche anche altre opere. Tra i saggi, troviamo: "Lettere del drappiere" (1724), e "Modesta proposta" (1729); tra le opere satiriche: "La battaglia dei libri" (1704), ed "Il racconto della botte" (1704); mentre tra le opere in versi troviamo: "Cadeno e Vanessa" (1726) ed "Il giorno del giudizio" (1731).
RIASSUNTO DELLA TRAMA
-Primo Viaggio: Lilliput
Il Dottor Gulliver, il protagonista, era un uomo che amava l'avventura, e desiderava tanto solcare i mari. Così si laureò in chirurgia e venne ingaggiato come medico di bordo su diverse navi, e girò il mondo.
Il 4 Maggio 1699 si imbarcò a Bristol, sul bastimento "Antilope", diretto verso i Mari del Sud. Ma quando stava per raggiungere la costa, si imbatterono in una tempesta, e per l'Antilope fu la fine. Gulliver, disperso nel mare, nuotava senza una precisa direzione, finchè le correnti lo spinsero verso una meta sconosciuta. Si addormentò di colpo, e quando si svegliò, si ritrovò legato al terreno, circondato da piccolissimi uomini. Gli portarono del cibo, e dopo che fu sazio, venne trasportato nella città, dentro una grande muraglia a forma circolare.
Il re di Lilliput (questo era il nome di quella città), andò a visitare il gigante, e vedendo che non era cattivo, decise di insegnargli la loro lingua, per parlare con lui. Così, ebbe un colloquio con Gulliver, nel quale espose tutte le reggi dei Lillipuziani, e gli impose delle regole; lui non avrebbe dovuto danneggiare la città, e uscirne al di fuori dei confini, poi avrebbe dovuto aiutare gli operai nei lavori, e sarebbe dovuto essere loro alleato, contro gli altri villaggi. Gulliver accettò.
Così, qualche mese dopo scoppiò una guerra con il villaggio dei Blefuscudiani, e lui fu costretto ad aiutare gli abitanti di Lilliput; così catturò la flotta nemica e la consegnò al re. Ma quando gli venne dato l'ordine di imprigionare tutti i Blefuscudiani, si rifiutò e gli venne data la pena capitale. Così Gulliver fuggì nel villaggio di Blefuscu, dove venne accoltò con grande gioia. Qui gli abitanti lo aiutarono a costruirsi un vascello, e si imbarcò verso casa. Dopo ore ed ore di navigazione, vide una nave. Era la nave dei suoi compagni, che lo fecero salire immediatamente; Gulliver raccontò loro la sua storia, anche se non furono in molti a credergli.
-Secondo Viaggio: Brobdingnag
Gulliver, decise di partire per un secondo viaggio, ed il 20 Giugno 1702 si imbarcò a bordo del veliero mercantile "Avventura", diretto verso le isole dell'Oceania. Ma una grande tempesta li trascinò per 500 leghe verso Oriente, e quando il vento si calmò, Gulliver ed i suoi compagni non sapevano più dove si trovavano.
Ma un bel giorno avvistarono una terra sconosciuta. Quando sbarcarono, Gulliver andò a fare un giro di ispezione, ma ad un tratto vide un gigante; i suoi compagni scapparono, ma lui cercò un nascondiglio in mezzo al grano, che era enorme. Si rese conto di essere capitato in un paese di giganti. Venne portato a casa di un contadino, e divenne il giocattolo di sua figlia: Glumdal; ma il contadino pensò di esporlo alla fiera come fenomeno da baraccone, e guadagnò parecchi soldi. Ma Gulliver soffriva ed era stanchissimo, ed il contadino decise di venderlo al re, che lo comprò per 1000 scudi d'oro. Così, da quel giorno, Gulliver diventò il "cocco" della regina, rimpiazzando il giullare di corte, che era molto geloso, e nutriva un odio profondo verso di lui.
La piccola Glumdal, lavorava al castello del re, e si prendeva cura di Gulliver, che venne chiamato Grildrig (nano). Venne persino costruito un mini-appartamento tutto suo, dove viveva.
Intanto Sgregk, che era molto arrabbiato con il nano, tentò parecchie volte di eliminarlo, ma invano, e venne cacciato dalla reggia; ma lui non si dava per vinto, ed il re assunse un ragazzo: Pich, per proteggere Gulliver.
Questi, con Glumdal e Pich a fianco, si sentiva sicuro, ma un brutto giorno Sgregk riuscì a catturarlo e minacciò il re e la regina di ucciderlo, ma venne fermato da Pich, ed imprigionato.
Ma pur senza Sgregk, i problemi continuavano per Gulliver, perchè il re e la regina lo "schiavizzarono", infatti venne obbligato dal re ad imparare tutte le leggi del suo paese, mentre la regina, che voleva conoscere la musica inglese, lo obbligò a suonare un pianoforte gigante, e a diventare il suo damerino di corte.
Ma Gulliver dimagriva sempre di più ed era molto stanco. Così Pich lo mise dentro una scatola, e lo buttò in mare. Venne ritrovato dai compagni dopo parecchi giorni, e riuscì a tornare a casa sano e salvo.
ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI
Lemuel Gulliver> Gulliver è il protagonista, un medico chirurgo; amava il mare e soprattutto
viaggiare. Era un uomo molto avventuroso, e dotato di grande coraggio. Era alto, e
magro, con i capelli biondi, ed era un uomo di media età.
Lillipuziani > I Lillipuziani, erano gnomi alti circa sei pollici, ma avevano tutte caratteristiche umane.
Erano molto attivi, coraggiosi, astuti, ma soprattutto perfidi.
Blefuscudiani > I Blefuscudiani erano un'altra razza di gnomi, avevano le stesse caratteristiche dei
Lillipuziani, anche se erano molto più gentili ed ospitali.
Il re e la regina > Erano dei giganti, anche essi avevano caratteristiche umane; erano persone di
mezza età, molto gentili, intelligenti ed ospitali.
Glumdal e Pich > Erano due piccoli giganti di 10 anni, che proteggevano Gulliver; erano molto
protettivi, e generosi.
Sgregk > Era il giullare. Un nano, che però era almeno dieci volte più grosso di Gulliver; era
molto malvagio e prepotente e nutriva un odio profondo verso Gulliver.
COMMENTO PERSONALE
Ho trovato questo racconto molto divertente ed interessante. Non è un libro affatto noioso, ed è scritto in modo tale da stimolare la curiosità del lettore. Penso che con questo racconto, l'autore, volesse dire che sarebbe bene che ognuno di noi, quando si sente molto forte come un gigante, dovrebbe pensare anche a chi si sente debole, come un moscerino. Gulliver, pensava di essere un gigante, ma poi ha capito che c'è sempre qualcuno più grande di lui. Penso che l'autore abbia ragione.
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RECENSIONE:
La luna e i falò
di Cesare Pavese
IV edizione maggio 1964
Arnoldo Mondadori Editore, Milano
n. pagine 140
L’opera conclusiva dello scrittore italiano Cesare Pavese, “La luna e i falò”, narra la vicenda di un uomo, che parla in prima persona, perciò il narratore è interno. Dopo aver fatto fortuna in America, ritorna al suo paese di origine e ricorda gli eventi di una vita di povertà, molto lontana dalla sua attuale situazione. La focalizzazione è interna fissa, poiché è riportato il punto di vista del protagonista di cui durante la lettura non si riesce a scoprire il vero nome, ma solo un soprannome, Anguilla, che gli è stato messo da ragazzo, quando faceva il contadino presso un vasto podere.
I fatti sono riportati dal narratore senza alcun ordine logico o cronologico, ma nella sequenza in cui li vive o gli tornano alla mente. Infatti, gli avvenimenti riportati non sono solo quelli della sua vita di adolescente, ma anche quelli che vive nel momento in cui racconta. È evidente che la ricostruzione della fabula, estremamente diversa dall’intreccio, è complessa.
Anguilla è un cosiddetto “bastardo”, ovvero un bambino di cui non si conoscono i genitori che, alla nascita, lo hanno abbandonato. Era prassi di quell’epoca affidare tali bambini a delle famiglie che mensilmente, in cambio della loro ospitalità, ricevevano una somma di denaro. Lo ospitò una famiglia composta dai genitori, Virgilia e Padrino, e due figlie, Angiolina e Giulia. Vissero diversi anni nel casotto di Gaminella dove il protagonista passò l’infanzia, di cui ha molti ricordi. Rammenta soprattutto i luoghi: le rive del fiume Belbo, i noccioli lì accanto, le colline attorno alla sua casa e le vigne. Ma Gaminella non era il suo paese, non aveva un luogo di provenienza, ne’ un’origine certa e spesso ne soffriva e la desiderava. Lì era vissuto fino a quando il Padrino non aveva più avuto i soldi per abitarci e insieme alla sua famiglia si era trasferito a Cossano. Il protagonista, che da allora non rivide più la famiglia adottiva, era stato portato presso un grande podere, la Mora, vicino al paese di Canelli, a fare il contadino. Il padrone di tutto era il sor Matteo che aveva tre figlie: due già grandi, la bella e bionda Irene e la bruna e trasgressiva Silvia e una terza, Santa, avuta dalla seconda moglie Elvira. Anguilla (questo soprannome glielo aveva dato una domestica della Mora) vivendo lì aveva conosciuto il suo migliore amico, Nuto. Era più grande di lui di qualche anno, perciò lo vedeva come un maestro esperto e vissuto. Suonava il clarino, ma crescendo aveva preferito un lavoro più stabile e faceva il falegname. Durante gli ultimi anni della permanenza al podere del narratore, alle figlie maggiori erano accadute varie peripezie. Irene, dopo essersi fidanzata con diversi ragazzi, si era ammalata di tifo e dopo tale malattia si era sposata con Arturo, figlio del medico del paese. Silvia era scapestrata, perché aveva avuto molte relazioni, rimasta incinta, aveva abortito illegalmente ed a causa di ciò era morta dissanguata. Intanto anche Anguilla era cresciuto, era più rispettato dai suoi padroni e si era anche trovato una ragazza. Nonostante ciò, era consapevole del fatto che un giorno, non lontano, avrebbe lasciato la Mora per non continuare a dipendere da qualcuno. Infatti, se fosse rimasto lì, non avrebbe avuto nessuna opportunità di miglioramento. In seguito andò a Genova per il servizio militare, dove conobbe un’altra ragazza. La giovane lo aiutò a fuggire in America, nel momento in cui, i suoi amici comunisti vennero catturati dai fascisti.
Nel Nuovo Continente aveva viaggiato a lungo, conosciuto molte persone ed aveva fatto fortuna. Era certo che un giorno sarebbe ritornato al paese dove aveva trascorso la sua infanzia.
Ritornò in Italia ed andò a vivere a Genova. Dal 1948 ogni estate si recava a Gaminella, per rivedere i luoghi dove aveva vissuto e per incontrare il suo grande amico Nuto. Insieme parlavano dei vecchi tempi e spesso tornavano nei luoghi dove avevano trascorso la loro giovinezza. Uno di quelli in cui il protagonista si recava più frequentemente era il casotto di Gaminella, dove aveva conosciuto un ragazzino, Cinto, nel quale rivedeva sé stesso. Ognuno parlava della propria vita a Gaminella ed Anguilla si accorse che, nonostante gli anni fossero passati, in un così piccolo paese di montagna, non molto era cambiato.
Il padre del ragazzo, durante un’estate, preso da un attacco di ira, sterminò la sua famiglia, ad eccezione di Cinto (che riuscì a fuggire), bruciò la casa e poi si impiccò. Anguilla, a cui stava molto a cuore la sorte del giovane, lo affidò al suo fidato amico Nuto.
La narrazione termina con Nuto che racconta della tragica fine della bella Santa che fu uccisa dai comunisti perché era una spia delle brigate nere.
Nel protagonista, è chiaro fin dalle prime righe il risentimento per la sua esistenza, priva di veri legami che lo possano unire (psicologicamente) a dei luoghi. È evidente il tema della ricerca di un’identità chiara e precisa di cui ogni individuo ha bisogno per vivere serenamente. Comunque, lui non troverà mai questa identità, anche se si accorgerà di essere molto legato alle zone collinari nelle quali ha trascorso l’adolescenza. Per accorgersi di tutto ciò ha però dovuto viaggiare a lungo e allontanarsi enormemente da quei luoghi. Anguilla è cambiato molto e la sua situazione si è capovolta: da povero ragazzo alle dipendenze di altri si trova ad essere maturato e soprattutto ricco e abbastanza conosciuto. Lui è molto diverso, ma a differenza di lui, i luoghi sono sempre i medesimi, la cultura contadina è rimasta la stessa con le sue credenze (per esempio quella sulla luna e sui falò), le persone sono altre, ma hanno tutte qualcosa in comune con le generazioni passate.
A mio parere, le parti più belle del romanzo sono quelle in cui Cinto e il protagonista parlano. Senza dubbio, il secondo ha molto a cuore il primo, perché ne capisce le sofferenze, in quanto anche lui le ha vissute a suo tempo. Per esempio, Cinto rimane senza una casa e una famiglia e questo Anguilla l’ha vissuto. Il ragazzino è emarginato e tenuto a distanza per la sua malformazione fisica e anche questo, indirettamente, li accomuna, poiché l’uomo era canzonato per il suo essere “bastardo”. Hanno in comune anche la povertà (per il protagonista rimane solo un ricordo) e un probabile futuro come servitori. Proprio per questo, Cinto viene affidato a Nuto, che avrà il compito di insegnargli bene un lavoro, in modo che un giorno possa trasferirsi a Genova e tentare di fare fortuna.
Un tema molto ricorrente nell’opera di Pavese é quello della morte. Tutte le persone, escluso Nuto, che in quei luoghi rappresentavano il passato del protagonista, erano morte. Anche Irene, che sembrava dovesse diventare un angelo, era morta in modo violento ed era stata una traditrice. L’ingenuo Anguilla, da giovane non avrebbe mai immaginato molte delle cose che sarebbero poi accadute e di questo si accorse solo ripensandoci e riflettendoci, una volta adulto e maturato.
È presente anche il tema del mito americano, che nel dopoguerra era molto forte tra la maggior parte della popolazione.
Infine, credo che l’autore volesse rappresentare la cultura degli ambienti di campagna. Tutto, anche la semina e la raccolta, è legato a credenze e tradizioni popolari.
Oltre a ciò, mi sembra di poter cogliere una generale critica alla guerra, che ha causato avvenimenti tragici e tristi, ma che ha cambiato le cose soltanto in minima parte.
In sostanza, l’opera di Pavese mi è piaciuta abbastanza, anche se non è riuscita a coinvolgermi particolarmente: non presenta una vera e propria trama. Gli avvenimenti riportati dal narratore non erano veramente importanti, almeno non per chi non li ha vissuti, e quindi spesso la narrazione mi ha annoiato, perché la trovo un po’ ripetitiva. Mi ha invece colpito molto il modo in cui il protagonista ricorda, con un pizzico di nostalgia, gli ambienti nei quali ha trascorso l’infanzia e il fatto che vedesse il suo piccolo paese come l’intero universo e che il posto in cui da giovane sognava di andare non fosse, per esempio l’America, bensì Canelli o i posti ad esso vicini.
La cosa più complicata comunque della lettura, è stata la ricostruzione della vita di Anguilla, poiché molti degli elementi indispensabili per comprendere i fatti, vengono riportati molto dopo che è stato fatto riferimento ad essi.
Sgarzi Serena II D
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