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    Riassunto libro :

 

Bellini Elisabetta, Pasotto Elena, Roselli Ada, Stucchi Giulia

 

 

 

SCHEDA DI LETTURA

 

 

 

 

Elio Vittorini, UOMINI E NO, Oscar Mondadori 1998

 

Elio Vittorini nasce nel 1908 a Siracusa. Il padre, autore di poesia e di drammi, fa il capostazione ed egli trascorre la sua infanzia “in piccole stazioni ferroviarie con reti metalliche alle finestre e il deserto intorno”. Elio ,ragazzo irrequieto e ribelle, a tredici anni fugge da casa “per vedere il mondo”. La sua giovinezza è segnata dalla smania di evasione: la scuola tecnica per ragionieri lo ha espulso per scarso rendimento ed è stato chiamato in questura per via della sua amicizia con Alfonso Failla, il quale fa parte di un gruppo di anarchici siracusani in lotta contro il dilagare dello squadrismo fascista. Si sposa con Rosa, sorella di Salvatore Quasimodo, e inizia a scrivere i primi articoli su <<La Stampa>>. Le sue principali letture sono Gide, Joyce e Kafka. Nel 1929 realizza il sogno di vivere a Firenze dove, la sera, si incontra con gli amici alle “Giubbe rosse”, punto di incontro di tutti i letterati e artisti non solo fiorentini. In questi anni nasce l’interesse di Vittorini per la narrativa americana e inizia a studiare l’inglese. Nel 1934 le sue critiche al Regime, apparse sul giornale fascista il “Bargello”, gli procurano una denuncia. Con Bilenchi e Pratolini, gli amici più cari di questi anni fiorentini, si accosta ai primi testi marxisti. Il 26 luglio 1943, durante una riunione clandestina per mettere a punto un’edizione speciale dell’ “Unità”, lo scrittore viene arrestato e rimarrà nel carcere di San Vittore fino a settembre. Tornato libero partecipa alla Resistenza, restando comunque nascosto nel Varesotto per via dell’ordine di Mussolini di sparargli a vista. Nel 1944 si reca a Firenze per organizzare uno sciopero generale. Identificato dalla polizia tedesca fugge precipitosamente e si ritira per un certo periodo in montagna. Qui, tra la primavera e l’autunno, scrive Uomini e no che pubblica nel 1945. Finita la guerra torna a Milano dove dirige e collabora al “Politecnico”, un giornale vissuto tra il ‘45 e il ’47, in cui si imbastisce un dibattito sui problemi dei rapporti tra politica e letteratura e sulla necessità per l’intellettuale di equilibrare il proprio impegno sociale senza intaccare la libertà creativa. Gli ultimi anni dell’attività culturale dello scrittore si svolgono intorno alla rivista “Il menabò”, sulla quale egli affronta i problemi dei rapporti tra letteratura e industria e polemizza con la mentalità cosiddetta “umanistica”. Nel 1963 si ammala gravemente; muore il 12 febbraio 1966.

 

 

 

QUALE FUNZIONE HANNO I CAPITOLI  O GLI  INSERTI IN CORSIVO ?

 

“Io a volte non so, quando quest’ uomo è solo - chiuso al buio in una stanza, steso su un letto, uomo al mondo lui solo - io quasi non so s’io non sono, invece del suo scrittore, lui stesso.” (cap 54)

I capitoli scritti in corsivo sono, in realtà, interventi dell’autore che riportano un immaginario dialogo tra l’autore stesso e il personaggio di Enne 2. La loro funzione è quella di contrapporre le due realtà in cui si viene a trovare l’uomo: l’età adulta e l’infanzia.

 La prima, segnata dall’atrocità della guerra e dalla conseguente lotta partigiana, è l’età della consapevolezza mentre con la seconda, al contrario di quello che ci aspettavamo, ovvero un’idealizzazione dell’età infantile, lo scrittore vuole rappresentare i pensieri e i desideri di Enne 2 adulto riportati nella sua condizione di bambino. Vediamo infatti come alla fine del cap. 58  l’autore inserisca l’immagine dei “ragazzi biondi” uccisi da Enne 2 bambino e i suoi fratelli. Il tema della morte è presente anche attraverso la figura di Berta che deve vegliare la sua compagna morta. Da questo intervento, come da tutti gli altri, emerge il desiderio di Enne 2 di cambiare la vita di Berta e quindi di proteggerla:<<Io voglio cambiartela (la vita) ...Voglio che non ti accada quello che ti è accaduto>>.

 

 

 

LA TECNICA DEL RALLENTAMENTO

 

Durante tutto il corso del racconto è usatissima la tecnica del rallentamento, ottenuta mediante frequenti ripetizioni. Con essa l’autore vuole rendere assoluti i personaggi, i dialoghi e le azioni collocandoli in un’atmosfera soprareale nella quale il tempo sembra fermarsi . Il capitolo 101 è un chiaro esempio dell’utilizzo di questa tecnica, infatti il dialogo tra Giulaj e il capitano procede tramite domande e risposte pressoché identiche tra loro. Anche le parti narrative risentono della tecnica del rallentamento come si vede fin dal primo capitolo  nel quale viene ripetuto più volte lo stesso concetto: “è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. . .dal 1908”, e ancora nel capitolo 43 dove si nota l’insistente presenza del pronome indefinito “niente”. Questa tecnica rende, a volte, la narrazione monotona rendendo la lettura noiosa.

 

 

 

 

NUMEROSE DOMANDE NON SONO SEGUITE DA RISPOSTA. AD ESSE DI FATTO C’E’ O NON C’E’ RISPOSTA?

 

Nel corso della narrazione i personaggi spesso rivolgono a se stessi o agli altri numerose domande che rimangono, però, senza risposta. Gracco, alle domande <<Perché, ora, lottavano? Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita? Perché dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano?>> che rivolge a se stesso , e in seguito, in modo diverso a Orazio, non sa trovare e non riceve una risposta. Di fatto non esiste una risposta generale, valida per tutti, in quanto questi interrogativi sono posti unicamente per far pensare i lettori, ognuno dei quali potrà rispondere in base alle proprie riflessioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

QUALE SPAZIO E QUALI RELAZIONI FRA ESSI HANNO I GRANDI TEMI DELLA LETTERATURA AMORE, MORTE E GUERRA?

 

I tre temi amore, morte e guerra hanno uno spazio rilevante all’interno del romanzo ed essi sono strettamente legati tra loro da rapporti di causa - effetto. La guerra fa da sfondo all’intera vicenda: essa inquadra il periodo storico, la seconda guerra mondiale e, in particolare, la lotta di Resistenza in Italia.

 Ad essa si legano gli altri due temi che fungono da conseguenza o da principio. L’amore, visto come fede nei principi ai quali i partigiani aderiscono e credono con tutti loro stessi, porta gli uomini ad accettare e intraprendere la lotta per la Liberazione, ma proprio la battaglia porterà alcuni valorosi combattenti, come il Foppa o Coriolano, a perdere la vita per il bene di tutta la popolazione. Ecco allora che la morte diventa la conseguenza, quasi inevitabile, della guerra. La morte è, però, conseguenza anche dell’amore impossibile di Enne 2 per Berta. L’uomo, turbato per la perdita dei compagni e per l’impossibilità di vedere realizzato il desiderio di vivere con la donna amata, decide di compiere un’ultima suicida missione.

 

 

 

L’UMANITA’ IN UOMINI E NO  E’ DIVISA IN DUE CATEGORIE COME AFFERMA IL TITOLO?

 

L’autore, con il suo romanzo, divide l’umanità in due categorie: la società dominata dal fascismo, che è il mondo negativo, il male e la resistenza a questo stato di cose fino al rischio della vita, che è il bene. Quelli che Vittorini nel titolo chiama “uomini” sono Enne 2 e i suoi compagni impegnati nella lotta partigiana al fine di liberare gli italiani dalla piaga del fascismo. Al contrario, i personaggi che nel libro rappresentano il mondo fascista, dominato dalla violenza, vengono definiti, già nel titolo, “non uomini”.

 

 

 

PERCHE’ ENNE 2, QUANDO DIVIENE DISPERATO, NON E’ GIUDICATO ADATTO ALLA LOTTA PARTIGIANA?

 

“Disse che bisognava toglierlo da una forma di lotta in cui poteva permettersi di essere disperato. Nessuno dei nostri doveva lottare con disperazione.” Secondo il nostro parere questa frase, pronunciata dal Gracco, mette in evidenza come il protagonista Enne 2, turbato dalla recente morte di alcuni compagni e dall’ennesimo rifiuto di Berta,  venga giudicato inadatto alla lotta partigiana. Questo perché un uomo preso dalla disperazione è portato a compiere azioni che mettono in pericolo oltre che la sua stessa vita, anche quella di altri valorosi combattenti. Un buon partigiano per poter adempiere nel migliore dei modi al suo lavoro deve, in primo luogo,  conoscere la felicità, infatti, come afferma la saggia Selva, “Che cosa può sapere di quello che occorre agli uomini se uno non è felice? Noi  per questo lottiamo. Perché gli uomini siano felici.”.

 

 

 

 

IL PERSONAGGIO DI BERTA

 

<< Berta chiese al vecchio che cosa intendesse dire, e il vecchio disse che intendeva dire quello per cui accadeva ogni cosa, e per cui si moriva, disse, anche se non si combatteva.

“La liberazione ?” disse Berta.

Il vecchio sembrava cercasse la risposta migliore, guardava davanti a sé con occhi lieti. “Di ognuno di noi,” rispose.

“Come, di ognuno ?”

“Di ognuno, nella sua vita.”

“E il nostro paese ? E il mondo?”

“Si capisce,” il vecchio rispose. “Che sia di ognuno, e sarà maggiore nel mondo.” (cap.68).

Il personaggio di Berta, all’interno del romanzo, assume un duplice ruolo che la fa apparire,  nella sfera del privato, strettamente legata al personaggio principale Enne 2  da un  forte legame affettivo e, nella sfera universale, un simbolo rappresentante la lotta per la liberazione con conseguente raggiungimento della felicità. Nel primo caso Enne 2 tenta, facendo leva sui sentimenti della donna, di allontanarla dall’altro uomo, di “liberarla” dal marito; la lotta assume quindi un senso individuale ed esistenziale. Nel passo del romanzo qui riportato si afferma invece che la lotta che si conduce ,ovvero la lotta di Resistenza, deve essere per la “liberazione” di tutti.

 

 

 

LA NOTA

 

Le prime due edizioni del romanzo erano accompagnate da una Nota dell’autore, soppressa nelle seguenti, dalla quale emerge il punto di vista di Vittorini sul rapporto realtà-invenzione narrativa. Uomini e no non è un libro di storia; in esso la storia e la vita tendono a farsi arte ed in questo è il suo interesse specifico, in questo è la sua capacità di farci partecipi oggi di ciò che accadde più di quarant’anni fa. Non si tratta neanche di vicende inventate, infatti anche se nomi e luoghi non sono quelli reali, anche se non avvennero precisamente quei fatti o non avvennero precisamente in quel modo, il libro è profondamente autobiografico e rispecchia, pur deformandole, delle precise realtà. Le azioni del protagonista sono da vedere come quelle dello scrittore nella storia “privata” ma non in quella pubblica, infatti Vittorini partecipò alla Resistenza ma non come combattente. Profondamente reale è il fatto centrale del libro: quello dei morti di Largo Augusto, anche se il luogo fu il Piazzale Loreto e anche se i morti furono quindici uomini, ostaggi prigionieri dei fascisti e non il vecchio, la donna, la bambina che Vittorini descrive. È reale perché così fu il sentimento della città davanti a quei morti: lo sdegno e la pietà, lo smarrimento di Berta e la fermezza della folla furono nella gente di allora. E sono reali i partigiani che l’autore ci presenta, per la loro semplicità umana, come degli uomini e non come degli eroi.

 

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    Riassunto libro :

 

Il diario di Anna Frank

 

 

AUTORE: Anna Frank

 

TITOLO: Il diario di Anna Frank

 

EDITORE: Einaudi

 

LUOGO DI EDIZIONE: Nuova universale Einaudi

 

ANNO DI EDIZIONE: 1° edizione 1954 / ristampa 1972

 

NUMERO DELLE PAGINE: 273

 

ILLUSTRAZIONI: una foto in copertina della protagonista e autrice del libro: Anna Frank

 

GENERE DEL ROMANZO: romanzo-autobiografico

 

NOTIZIE SULL’AUTORE: Anna Frank è una ragazza tedesca di origine ebrea, nata a Francoforte nel 1929, che, prima di morire a soli 16 anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen, ci insegna il valore della bontà nonostante il mondo disumano in cui si trova a vivere. Perseguitati dai tedeschi, per la loro origine ebraica, lei, la sua famiglia e in seguito la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel, furono costretti a stare nascosti in un alloggio segreto, fino a quando furono scoperti dalle “SS”. Arrestati e portati nei campi di concentramento, la madre di Anna morì di consunzione, e un anno più tardi morirono Margot e Anna di tifo. Tre settimane dopo la loro morte (1954) gli inglesi liberarono Bergen Belsen. Il diario di Anna Frank, fu trovato nell’alloggio segreto e consegnato dopo la guerra al padre di Anna, unico superstite della famiglia. Fu pubblicato ad Amsterdam nel 1947, col titolo originale Het acherhuiscil (il retrocasa).

 

TRAMA: Anna è una ragazza di 13 anni, di origine ebrea. La sua è un’agiata famiglia e il padre esercitava la professione di banchiere.  Costretti a trasferirsi ad Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni (1942), dopo l’occupazione tedesca dell’Olanda, Anna e i suoi famigliari si sistemarono in un alloggio segreto che si trovava sopra una vecchia fabbrica di spezie. A loro si unirono la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel. La loro non fu una convivenza felice, poiché erano costretti a vivere nascosti e segregati in locali piccolissimi, scomodi e molto freddi. Fu un’esperienza molto dura soprattutto per i tre ragazzi: Anna, Margot sua sorella, e Peter figlio dei signori Van Daan. Erano troppo spesso tristi e desiderosi di libertà. Anna, nei due anni di segregazione, decide di scrivere un diario, in cui racconta le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Racconta fatti spesso banali: le discussioni sul cibo, sull’uso del bagno, le piccole insofferenze tra persone costrette a vivere troppo vicine. Lei scrive ogni lettera per un’amica immaginaria, che non esiste: Kitty; emerge un prepotente spirito libero, senza età: sembra di poter vedere un’anima matura in un corpo di bambina, fiduciosa nell’avvenire, nella bontà dell’uomo. Spesso parla di Peter, il ragazzo di cui pian piano si accorge di essersi innamorata. Non riesce quasi più a trovare un minimo di equilibrio in quell’ambiente: il padre sembra allontanarsi da lei, la madre solo un’amica e nulla riguardo all’affetto materno, la sorella disperata quanto lei, il sig. Van Daan noioso, la sig. Van Daan sempre pronta a criticare ad ogni pretesto… costretta a dividere la stanza col dottor Dussel, non aveva più uno spazio letteralmente suo, solo il diario, suo e di nessun altro. Studiava molto, le sue passioni si basavano sulla storia, sul francese e sulle materie letterarie, ma odiava la matematica. Per Anna in quel suo ambiente non vi era nulla di speciale, se non la sera, quando andava in soffitta da Peter, per il quale provava un sentimento d'amore da lui contraccambiato. A seguito di una segnalazione spionistica, il 4 agosto 1944 un tedesco e quattro olandesi, fecero irruzione all’alloggio segreto: tutti i rifugiati clandestini furono arrestati e l’alloggio fu saccheggiato e perquisito dalla GESTAPO. Qualche giorno dopo, il gruppo di rifugiati fu avviato a Westerbork, il più grande campo di concentramento in Olanda. Il 2 settembre 1944 i Frank furono condotti ad Auschwitz, dove il padre venne separato dalle figlie e dalla moglie, che da lì a poco, morì di consunzione. Nel febbraio 1945 Anna e Margot si ammalarono di tifo, e in marzo Anna morì, pochi giorni dopo sua sorella. Furono entrambe sepolte in una fossa comune. Tre settimane dopo le truppe inglesi liberarono Bergen Belesn.

 

DIVISIONE IN SEQUENZE:

  • Ad Anna gli è stato regalato il diario, in occasione del suo compleanno.
  • Inizia la persecuzione contro gli ebrei.
  • Anna e la sua famiglia si rifugiano all’alloggio segreto.
  • La famiglia Van Daan si uniscono alla famiglia Frank.
  • Nuove regole per tutti: spazi limitati, orari per i pasti ben precisi.
  • Arrivo del Dottor Dussel all’alloggio.
  • Nuove regole per Anna: deve dividere la sua stanza con il Dottor Dussel.
  • Breve descrizione di tutti i personaggi dell’alloggio.
  • Anna e Peter iniziano a fare amicizia
  • Anna e Peter si innamorano
  • All’alloggio c’è tanta confusione per insufficienza di cibo.
  • La paura cresce nei confronti delle “SS”.

 

TAPPE SEGUENTI DI RIFERIMENTO:

  • L’alloggio segreto viene scoperto: tutti vengono arrestati e portati ai campi di concentramento.
  • Anna, la madre e Margot vengono separate dal padre.
  • La madre di Anna muore
  • Muoiono Margot ed Anna, e vengono seppellite nelle fosse comuni.
  • Il padre di Anna, unico sopravvissuto, fa pubblicare il diario di Anna.

 

CAPITOLI PIU’ INTERESSANTI: LETTERA DELLA DOMENICA16 APRLILE 1944

Questa lettera parla del primo bacio che Anna ricevette da un ragazzo: Peter. Ogni sera Peter ed Anna, si recavano vicino alla finestra, dove parlavano di tutto ciò che in quei momenti gli passava per la testa. La sera del 15 aprile, Peter si fa più vicino ad Anna, con la scusa che seno’ picchiava la testa contro l’armadio. Ad Anna batteva forte il cuore. Non erano mai stati così vicine e stretti l’uno con l’altra. Peter l’abbraccia, le fa posare il capo sulla spalla. Rimangono immobili per cinque minuti. Sono gesti da ragazzi: lui le stringe il viso tra le mani e passa le mani tra i capelli; lei rimane immobile, tanto felice senza saperne spiegare il perché. È passata mezzora, Peter ed Anna si alzano. Peter mette le scarpe da ginnastica per non fare rumore, e prima di scendere le scale, le dà un bacio. Anna scende le scale senza nemmeno voltarsi, sentendosi tanto felice.

 

PERSONAGGI PIU’ IMPORTANTI: Anna, Margot, Petre, la madre di Anna, il padre di Anna, il signore e la signora Van Daan, il Dottor Dussel, Elli, Miep, Kraler, Koophuis.

  • Anna: è la protagonista e scrittrice del suo diario, regalatogli per il suo tredicesimo compleanno, dove descrive la vita dell’alloggio segreto.
  • Margot: è la sorella di Anna. E’ descritta da Anna come una ragazza diligente, studiosa e molto timida.
  • Peter: è il figlio del signore e della signora Van Daan. Molto amico di Margot è fortemente innamorato di Anna. E’ descritto come un ragazzo goffo, e molto timido soprattutto con le ragazze.
  • La madre di Anna: Anna, dato il suo comportamento strano nei suoi confronti, c’è la presenta più un’amica che una madre. Questo perché non riesce a darle nessun affetto che possa andare oltre l’amicizia di una semplice amica.
  • Il padre di Anna: al contrario della madre cerca di non far mancare nulla ad Anna, ed è per questo Anna lo considera un eccellente confidente.
  • Il signore e la signora Van Daan: sono i genitori di Peter, e non si presentano per niente simpatici; lui è un brontolone, e lei è sempre pronta per litigare.
  • Il Dottor Dussel: è il compagno di stanza di Anna. Non vanno tanto d’accordo, ma tra i due c’è della simpatia.
  • Elli, Miep, Kraler, Koophuis: sono amici della famiglia Frank, Van Daan, e del Dottor Dussel, e gli aiutano a nasconderli nell’alloggio segreto.

 

 

AMBIENTI: gli ambienti in cui si svolge la vicenda, sono sempre gli stessi, quelli riguardanti l’interno dell’alloggio segreto: camere, soffitta, bagno, cucina e il vecchio ufficio.

 

INFORMAZIONI NUOVE: II^ Guerra Mondiale; persecuzioni contro gli ebrei destinati ad essere arrestarti e portati ai campi di concentramento, morti e sepolti nelle fosse comuni.

 

PUNTI DI VISTA DELL’AUTORE: I punti di vista dell’autore sono concetti molto chiari ed evidenti: la paura per l’immancata morte che avverrà da quella tragica guerra, senza nemmeno avere una speranza che un giorno, quel male e quella paura, sarebbero cessati.

 

OPINIONI PERSONALI SULLA VALIDITA’ DELL’OPERA: Questo romanzo è molto bello e triste allo stesso tempo, perché la descrizione di Anna, ci fa capire veramente il senso della vita, affrontato da una ragazza di soli 13/16 anni. Triste perché tutti i desideri, tutte le idee che appartenevano ad Anna, sono state distrutte, buttate all’aria, per il semplice fatto che lei, ragazza innocente, era di origini ebree.

 

GIUDIZIO SUL LINGUAGGIO: Il linguaggio usato è molto semplice e scorrevole, caratteristico di una ragazza adolescente.

 

GIUDIZIO CRITICO CONCLUSIVO:In conclusione potrei dire che questo romanzo, essendo molto realistico, ha una fine non troppo bella. È una storia vera, mostrante tutti i suoi lati positivi e negativi dell’esistenza umana.

 

NE CONSIGLERESTI LA LETTURA AD ALTRI?: Si, perché questo romanzo riesce a raccontare, anche se in modo drammatico, la crudeltà cui l’uomo stesso sottopone i suoi simili, facendo però risaltare i desideri e le piccole gioie di quei ragazzi che, a loro tempo, sarebbero dovuti diventare uomini migliori, che si sarebbero schierati contro la crudeltà e l’ingiustizia, per costruire un mondo migliore. Anna col suo diario, dà al lettore di diventare una di queste persone: pacifica, comprensiva e solidale.

 

A CHI?: Alle persone che si ritengono superiori ad altre, per fargli capire che la bontà e la verità che hanno le loro radici nella vita quotidiana, basata sulla solidarietà e sulla comprensione reciproca, senza scontri, ne vincitori e ne vinti, per riuscire a capire che, a questo mondo, un vincitore vale quanto un vinto.

 

QUALE PAGINA LEGGERESTI AD UN TUO/A AMICO/A PER INVOGLIARLO ALLA LETTURA DI QUESTO ROMANZO?: La pagina n° 176 (lettera del 7 marzo 1944).

 

PERCHE’ PROPRIO QUELLA PAGINA?: La pagina 176 è un po’ un riepilogo di come, nella vita di Anna, siano avvenuti tanti cambiamenti. Prima si riconosce come tutte le sue compagne: una ragazza civettuola e divertente. Era sincera e generosa con tutti, e non avrebbe mai impedito ad un suo compagno di copiare il suo compito in classe. Adesso si sente una ragazza troppo cresciuta per la sua età. È per questo che leggerei questa pagina non a un mio amico, ma a una di quelle persone che non vedono l’ora di essere già grandi, e assumono comportamenti da adulti, per fargli capire che la vita va vissuta al suo tempo, e che al momento giusto saranno anche loro più grandi. Anna in questa sua lettera, esprime un senso di rammarico, per non aver appunto potuto vivere la sua adolescenza come tanti altri ragazzi della sua età, costretta a diventare subito adulta e padrona della sua vita.

 

 

 

 

QUESTIONARIO:

 

  • Quali suggerimenti si possono ricavare dal titolo dell’opera? Si può intuire facilmente che abbiamo a che fare con un diario, e quindi del diario di Anna Frank.
  • Le caratteristiche del protagonista emergono immediatamente o pergradi? Per gradi.
  • Attraverso caratteristiche fisiche o psicologiche? Psicologiche.
  • Quali elementi ti permettono di distinguere il protagonista dagli altripersonaggi? Il fatto che è Anna a scrivere il suo diario personale.
  • In quali ambienti si svolge la vicenda? All’interno dell’alloggio segreto.
  • In quale arco di tempo si svolge la vicenda? È indicato chiaramente?In due anni circa. Si, grazie al giorno, mese e anno che Anna riporta in modo costante all’inizio di una lettera.

 

 

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    Riassunto libro :

 

HERNAN SOLIMA             

 

ANALISI TESTO NARRATIVO         SCHEDA 2

 

 

EVA  LUNA

Isabel Allende

1988

 

 

BIOGRAFIA

Isabel Allende è nata a Lima (Perù) nel 1942 ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa de los espiritus del 1982, si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Ha inoltre pubblicato: D'amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990) e Il piano infinito (1992); Paula (1995); Afrodita (1998).

 

 

RIASSUNTO

Eva Luna nasce da uno strano incontro tra un indiano dagli occhi gialli morso da un serpente e una trovatella cresciuta in una piccola oasi di missionari.

Le viene dato il nome Eva per amore alla vita e Luna in onore della tribù dei figli della Luna cui apparteneva il padre.

Cresce senza contatto con altri bambini e attratta dai racconti fantastici della mamma, nella casa di un professore che imbalsamava i cadaveri.

Qualche anno prima in Austria nasceva Rolf Carlè, figlio di un maestro autoritario e di una mamma che lo coccolava. Segretamente scriveva versi e fu contento quando il padre partì per la seconda guerra mondiale.

Dopo la guerra insieme al padre tornò il terrore nella famiglia e il piccolo Rolf si rifugiava spesso sotto il tavolo assieme a sua sorella.

Intanto in Sud America muore la mamma di Eva Luna e la bambina viene affidata alla madrina.

Morto anche il professore la bambina viene  mandata a fare servizio ed inizia a raccontare storie fantastiche come sua madre.

Nella nuovo lavoro finisce presto per litigare con la sua padrona, le strappa i capelli e scappa.

Per le strade della città conosce un girovago di nome Huberto Naranjo che assumerà un ruolo importante nel corso della sua vita.

Rolf Carlè, superata l’adolescenza, lascia il vecchio continente e si sposta dagli zii in Sud America, dove inizia un’insolita storia d’amore “a  tre” con le sue due cugine.

Allo stesso tempo la madrina di Eva partorisce e getta tra i rifiuti un bambino malformato con due teste che probabilmente era già morto al momento del parto.

Era gira per diverse case, ribellandosi ai padroni autoritari, finché rincontra Huberto che la accompagna da una signora che gestisce una casa “a luci rosse” pregandola di non fare entrare Eva nel giro e di considerarla come sua sorella.

Qui Eva conosce Mencio, una donna con il corpo da uomo, come lui stesso si definiva.

Con Menecio instaura una vera  amicizia e soffrì venne arrestato durante la “rivolta delle puttane”.

Eva cambia nuovamente vita, incontra il turco Riad Habalì che la porta nel piccolo villaggio di acqua santa.

Riad si sposa con una ragazza del suo paese che soffriva di forte depressione ed ebbe l’unico momento di gioia nella breve storia d’amore con Kamal, cugino di Riad Habalì il quale successivamente fugge.

La moglie di Riad Torna nel suo stato depressivo fino ad arrivare al suicidio sparandosi in bocca, Eva Luna che si trovava sola con la vittima fu accusata di omicidio, ma venne subito rilasciata.

Rimase ancora un breve periodo con Riad con il quale ha il suo primo rapporto d’amore.

Eva torna in città dove tra le sommosse trova Melecio, che nel frattempo era diventato Mimì.

Si consolida la loro amicizia e Mimì mette la sua dimora a disposizione di Eva Luna.

Eva cerca lavoro e Mimì le consiglia di sfruttare le sue capacità di raccontare storie e la indirizza verso la carriera di scrittrice.

Intanto la madrina tenta il suicidio e finisce in un manicomio.

Nella vita di Eva ricompare Huberto Naranjo con le sue visite imprevedibili, dovute al suo impegno in un gruppo di guerriglieri.

Questi movimenti di guerriglia richiamano Rolf Carlè che per lavoro viaggiava in tutto il mondo.

Intanto Huberto Naranjo era diventato il comandante Rogelio che guidava nuove leve di combattenti.

Rolf incontra Huberto e scopre che a breve distanza dalla città, dove la vita scorre apparentemente tranquilla c’era un fermento di guerra.

Collaborando con Huberto riesce a girare l’unico cortometraggio sulla guerriglia che sia mai esistito.

Ma Rolf non era soddisfatto di aver ripreso solo una parte della realtà e si introduce nei centri operativi dell’esercito.

Eva è oggetto del desiderio di un colonnello di grande importanza, ma con il quale lei non ha nessun interesse di iniziare una storia.

Eva inizia ad interessarsi della situazione politica, incontra Rolf, ed elogia Huberto che non pensava a sé ma al popolo.

Huberto riesce a liberare un gruppo di guerriglieri imprigionati utilizzando Eva come esca per il colonnello.

Eva aiuta creare delle bombe-carta per i guerriglieri.

Rolf ed Eva cominciano a registrare le puntate di una telenovela sulla guerriglia.

Eva lottava per mostrare le cose come andavano realmente e non come voleva il potere.

Il colonnello dell’esercito intuisce i rapporti tra Eva e Huberto e cerca di utilizzarla per mediare la situazione, ma lei non tradisce i guerriglieri.

Dopo tanti cambiamenti e traversie scopre finalmente in Rolf Carlè l’uomo della sua vita e la coppia si sposa tra i festeggiamenti degli zii.

 

Non ho trovato parole sconosciute forse poiché derivava da un testo di origine spagnola.

 

LE SEQUENZE

Le tipologie di sequenze più usate sono le narrative-descrittive. Ciò dà al romanzo un ritmo molto veloce ma allo stesso tempo ricco di aggettivi.

Utilizza aggettivi che soddisfano tutti e cinque i sensi.

 

IL TEMPO

Le vicende si svolgono nel XX secolo, in particolare negli anni della rivoluzione cilena (‘60-‘70).

Il tempo del racconto non coincide con quello narrativo poiché le vicende durano circa 20-25 anni, ma viene rispettato con precisione l’ordine cronologico dei fatti, tanto che ci sembra di crescere insieme alla protagonista.

Nei primi capitoli la narratrice analizza in modo dettagliato i primi anni di vita di Eva e Rolf (analisi), ma successivamente le vicende si seguono sempre più velocemente (Sommario).

Il ritmo complessivamente è davvero veloce.

 

LO SPAZIO

Le vicende si svolgono in Sud America e in Austria. Gli spazi sono descritti in modo piuttosto dettagliato. L’ambientazione è reale, ma spesso Eva crede di essere in un mondo fantastico delle storie che racconta. Lo spazio risulta interno-aperto, infatti durante tutto il periodo infantile la ragazza non usciva mai dalle quattro mura dove lavorava, ma con la sua immaginazione faceva viaggi nei quali inventava diversi personaggi, la descrizione degli spazi risultava perciò soggettivo-emotiva.

 

 

 

I PERSONAGGI

I personaggi sono moltissimi, quasi tutti molto strani: Eva Luna, i suoi genitori, la madrina, Evelina,  Rolf Carlè e tutta la sua famiglia, Huberto Naranjo, Menecio e la Signora, Raid Habalì e sua moglie, la maestra Inès, il colonnello dell’esercito, il professore che imbalsamava i cadaveri e tutti gli altri padroni che ha avuto Eva nella sua infanzia da serva.

I Personaggi venivano presentati e conosciuti attraverso le descrizioni ed i giudizi della protagonista.

EVA LUNA

Eva era una ragazza bianca, figlia di una serva e di un indiano. Pur avendo un’infanzia difficile riesce, grazie alla sua personalità, a costruirsi una vita dignitosa.

E’ una ragazza dalla fantasia illimitata che fortunatamente impara a leggere a scrivere, ciò le permette di non essere più libera. Rifiuta con tutto il suo orgoglio la vita che sembrava appartenergli e diventa col tempo una scrittrice.

Vive in un mondo che non riesce a capire, ma nel momento della rivoluzione si schiera dalla parte dei guerriglieri.

Era un ragazza ribelle che non si lasciava sottomettere dai padroni autoritari, e non reprimeva i suoi sentimenti. Aveva una personalità forte che le permise di sopravvivere pur non avendo una famiglia. Era capace di ambientarsi facilmente.

 

LA NARRAZIONE

La narrazione è in prima persona, il narratore è la protagonista ed è quindi interno.

 

LO STILE

Il discorso è spesso diretto, tutto ci giunge dai pensieri e dai dialoghi della protagonista, il registro è di conseguenza soggettivo e informale anche pur non diventando mai volgare.

Le frasi sono piuttosto corto, sono infatti più frequenti i punti che le virgole. Il linguaggio è abbastanza immediato.

 

I TEMI

I temi principali sono l’amore e la ribellione. Vengono descritti con cura le storie d’amore e viene dimostrato costantemente lo spirito d’iniziativa della ragazza che per nessun omtivo era capace di arrendersi.

 

LA CRITICA

Un romanzo d'avventura, una grande storia d'amore, un quadro d'ambiente che mostra al lettore un mondo oppresso dalla dittatura e dall'ingiustizia. Su questo sfondo si delinea la figura di una bambina :Eva Luna che, nata nella miseria, saprà costruirsi con passione e spirito.

Il libro mi è piaciuto anche se la quantità di personaggi e di vicende rende la storia interessante ma allo stesso tempo difficile e impegnativa.

 

 

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    Riassunto libro :

 

Il mastino dei baskerville

 

Recensione di Chiara Coppetti

 

Sir Arthur Conan Doyle nacque a Edimburgo nel 1859. Il suo esordio come scrittore si ha con romanzi storici, ma ottenne successo scrivendo le avventure di Sherlock Holmes. Si tratta di romanzi gialli in cui, attraverso gli occhi di un amico –il dottor Watson –viene esaltata la capacità intuitiva dell’investigatore inglese. Doyle morì nel 1930.

 

 

Nella brughiera del Devonshire c’è un edificio chiamato Baskerville Hall. Questa è, da tempi antichissimi, la residenza della dinastia dei Baskerville, sulla quale pesa una strana maledizione legata ad un’antica leggenda. Si racconta, infatti, che un antenato, Hugo Baskerville, fu assassinato da un cane infernale per i crimini commessi e che –da allora –lo stesso cane demoniaco perseguiti i discendenti. Sir Charles, uno degli ultimi discendenti di Hugo, viveva solo a Baskerville Hall e, negli ultimi tempi, era terrorizzato dall’antica leggenda. Una notte, mentre attendeva qualcuno sulla porta della sua proprietà, fu trovato morto con il volto sfigurato da un misterioso terrore. Dalle rilevazioni del medico e amico James Mortimer sir Charles era rimasto per molto tempo ad attendere, fino a quando qualcosa non lo aveva spinto a correre, chiedendo disperatamente aiuto, fino al punto in cui era caduto morto. Poco distanti dal cadavere c’erano le impronte di un cane gigantesco. Il dottor Mortimer, essendo esecutore testamentario, avrebbe il compito di condurre l’erede sir Henry a Baskerville Hall. E’ però spaventato dai sospetti che la leggenda del cane sia fondata, quindi decide di recarsi da Sherlock Holmes, che gli consiglia di ritornare il giorno successivo con l’erede.

A sir Henry Baskerville, durante la sua permanenza a Londra, succedono due cose strane. Gli vengono rubati due stivali spaiati, uno nuovo ritrovato subito dopo e uno usato. Successivamente gli viene recapitata una lettera minatoria, scritta ritagliando le parole da un articolo di fondo del Times, in cui lo si avverte di restare lontano dalla brughiera. Il giorno stesso Watson e Holmes scoprono che Mortimer e sir Henry a Londra sono pedinati. A causa di un’avventatezza di Holmes, però, non riescono a scoprire l’identità dell’uomo che segue l’erede.

Considerata la situazione Holmes manda il dottor Watson a Baskerville Hall per vigilare sulla vita di sir Henry. Watson, Mortimer e sir Henry si recano, così, nella brughiera. Watson inizia ad indagare sulle persone che popolano la zona, scrivendo regolarmente a Londra. Una delle prime persone che Watson incontra nella brughiera sono il naturalista Stapleton e la sorella Beryl. L’uomo si dimostra subito molto cordiale e illustra al dottore le particolarità della brughiera. Una di queste è la palude di Grimpen, un grande acquitrino di sabbie mobili che solo lui, attraverso complicati passaggi, può attraversare senza cadere nel fango e annegarvi. Mentre i due stanno parlando, sopra la palude di Grimpen si alza un urlo disumano, come un lamento. Secondo i contadini della zona si tratta dell’urlo del mastino che chiama la sua preda, ma Stapleton pensa piuttosto che si tratti di scosse di assestamento del terreno franoso dell’acquitrino. Mentre l’uomo si lancia attraverso la palude rincorrendo una farfalla, sopraggiunge la sorella. Beryl, che appare molto turbata, dice a Watson di andarsene dalla brughiera, perché si tratta di un posto pericoloso per lui. Resasi conto dell’equivoco, ossia che la persona che ha di fronte non è l’erede di sir Charles, si scusa e prega Watson di dimenticare le sue parole.

Nella brughiera si aggira anche un evaso dalla prigione vicina. Si tratta di un assassino cui la polizia sta dando la caccia da tempo. Holmes scopre che è il cognato del maggiordomo di Baskerville Hall. Barrymore –il maggiordomo –gli lascia tutte le sere del cibo e dei vestiti di fronte al cancello della casa. Nel frattempo Watson scopre che nella brughiera si aggira anche un'altra persona, che vive in una capanna abbandonata. Una sera decide di andare a vedere e, dopo alcuni momenti di tensione, scopre che si tratta di Holmes. L’investigatore si era recato sul luogo per osservare non visto le persone che abitano la zona.

La notte Watson e Holmes sentono delle grida e dei latrati di cane. Quando si recano sul posto scoprono il cadavere di un uomo che indossa gli stessi vestiti di sir Henry. Si tratta di Selden, l’assassino evaso. Lì accanto trovano anche le impronte di un cane gigantesco. Mentre stanno trasportando il cadavere verso Baskerville Hall incontrano il naturalista Stapleton. Vistosi così scoperto, Sherlock Holmes si reca a Baskerville Hall. Durante la cena, osservando i ritratti di famiglia, Holmes si rende conto che Selden è molto somigliante al progenitore Hugo Baskerville. Dopo alcune indagini l’investigatore scopre così che Stapleton è un lontano parente dei Baskerville e che Beryl è, in realtà, sua moglie. Decidono così di tendere una trappola all’uomo, ritenendolo ormai l’assassino. Comunicano a sir Henry che il giorno dopo sarebbero andati a Londra, sapendolo invitato per cena a casa degli Stapleton. La notte, invece, si appostano fuori dalla casa del naturalista per aspettare sir Henry. Quando l’erede sopraggiunge, di corsa, è inseguito da un cane enorme che sembra sprizzare fiamme dagli occhi. La bestia viene uccisa da Holmes e scoprono così che era cosparsa da una mistura di fosforo che gli conferiva quell’aspetto demoniaco. Vanno di corsa a casa di Stapleton, ma l’uomo non c’è più. Trovano, legata in soffitta, la moglie Beryl. Questa racconta loro che il marito si sarebbe probabilmente rifugiato al centro della palude di Grimpen, dove aveva preparato un rifugio per sé e dove normalmente teneva il cane. Il mattino dopo, però, Holmes e Watson si rendono conto che l’assassino, considerata la notte di nebbia e le numerose tracce, non era riuscito ad orientarsi e doveva essere caduto nell’acquitrino.
Sherlock Holmes_ Eccentrico e, a tratti, velatamente insopportabile, fisicamente presenta una figura atletica. La sua mente adora dare sfoggio della sua abilità, spesso ai danni del prossimo, sfoggiando grandi capacità logiche e incredibile acutezza. Da buon inglese, volutamente stereotipato, Holmes beve tè ad ogni ora. Fuma la pipa e non è per niente mattiniero, ma si dimostra anche brillante uomo d’azione.

Il dottor Watson_ E’ la voce narrante del racconto. Ammira profondamente il suo amico investigatore e, a tratti, tenta di imitarne i metodi di investigazione. Ogni tanto lascia trasparire una certa frustrazione per non riuscire ad eguagliare Holmes, ma esterna in modo chiaro l’amicizia che lega i due.

Il dottor James Mortimer_ Esecutore testamentario del defunto sir Charles, si reca da Sherlock Holmes per chiedergli consiglio. E’ lui che confida all’investigatore la leggenda del cane infernale e i suoi sospetti sulla causa della morte dell’amico sir Charles. E’ sempre lui a condurre sir Henry Baskerville alla sua proprietà nella brughiera.

Sir Henry Baskerville_ Impetuoso e a volte iracondo, è il cliente principale di Sherlock Homes, che ha il compito di proteggerlo da colui che vuole spaventarlo con la leggenda del cane, o addirittura ucciderlo.

Jack Stapleton_ Naturalista stravagante, vive con la sorella Beryl in una casa nella brughiera. In realtà è lui l’ultimo lontano discendente della dinastia dei Baskerville e Beryl non è sua sorella, ma sua moglie. Al centro di un terreno acquitrinoso ha allevato un cane gigantesco, un incrocio tra un mastino e un bracco, che aveva utilizzato per far morire di paura sir Charles. L’ultima notte della vicenda Stapleton lancia il cane contro sir Henry, ma uditi gli spari di Holmes, era scappato. Nel tentativo di raggiungere la palude, in quella notte nebbiosa, era scivolato nell’acquitrino e annegato.

Beryl Stapleton_ Moglie dell’assassino, si innamora di Henry Baskerville. L’ultima notte viene legata in soffitta dal marito. Liberata da Holmes, aiuta l’investigatore a rincorrere il marito. Secondo me si potrebbe tranquillamente annoverare tra le vittime dell’assassino: «Sono la mia mente e la mia anima che ha torturato e rovinato. Io avrei potuto sopportare tutto, i maltrattamenti, la solitudine, una vita di inganni, tutto, finché avessi potuto aggrapparmi alla speranza di avere ancora il suo amore, ma adesso so che anche in questo sono stata ingannata e si è servito di me.»

Barrymore_ E’ il maggiordomo di Baskerville Hall. La moglie è la sorella dell’evaso nella brughiera. Di nascosto dal padrone lascia vestiti e cibo al cognato.


La Brughiera_ E’ un luogo tetro e oscuro la cui diabolicità ruota attorno a due fulcri:_ Baskerville Hall e la palude di Grimpen. Baskerville Hall è il punto di riferimento per sir Henry e Watson, Grimpen è quello che si potrebbe definire il centro dell’inferno. Lì Stapleton teneva rinchiuso il mastino –del quale si sentivano i lamenti –e sempre lì l’assassino tenta di rifugiarsi una volta vistosi scoperto.

Si possono riscontrare numerosi altri esempi letterari in cui la palude è un luogo infernale in cui dominano gli aspetti del diabolico o, comunque, su cui grava un’atmosfera di mistero e di morte. Per esempio si potrebbe fare un parallelismo con la Palude della Tristezza de “La Storia Infinita” di Ende, oppure in “Lo Scarabeo d’oro” di Edgard Allan Poe, che sfrutta l’atmosfera della palude per accrescere l’aura di mistero attorno ad un tesoro.

Londra_ A differenza di quasi tutti i libri che hanno Sherlock Holmes come protagonista, “Il mastino dei Baskerville” non è ambientato a Londra. Normalmente, infatti, l’investigatore non è un personaggio d’azione, ma di ragionamento e del quale viene messa in evidenza soprattutto l’intelligenza. In questo caso, invece, credo come diretta conseguenza dell’ambientazione in esterni, Holmes si dimostra anche pronto nel momento del pericolo. In questo racconto Watson desidera spesso di trovarsi a Londra e la città è dipinta agli occhi del baronetto come il luogo di salvezza. Si potrebbe quindi definire in netta contrapposizione con la diabolicità della brughiera.

 

Lo stile del libro è quello del racconto diretto –fatta eccezione per la parte epistolare dei resoconti di Watson a Holmes. Nonostante si tratti di un libro giallo in cui la componente spettrale ha un ruolo fondamentale, non si può certo definire un libro dell’orrore. Mi risulterebbe arduo, però, anche definirlo un libro giallo. Non mi sembra che il fine sia quello di scoprire un assassino –la cui identità è nota già molte pagine prima dell’epilogo –bensì quello di elogiare l’acume del protagonista. Non è il romanzo del mistero, ma il trionfo della razionalità.

Spesso sono inserite frasi che sembrano quasi delle morali: sempre Watson utilizza gli avvenimenti che sta raccontando come spunto di riflessioni. Alla morte di Selden la signora Barrymore piange a lungo. Quell’uomo era un assassino, ma, nonostante tutto, la sorella si dispera per la sua morte. «Veramente maledetto è l’uomo per il quale non ci sia una donna che pianga.»

 

Il linguaggio è molto semplice e diretto, a parte alcune parole oscure dovute allo stampo inglese del romanzo. Per esempio, mi è ancora sconosciuto quanto misuri una yarda.


Secondo me la parte meglio riuscita è l’ambientazione. Gli elementi della nebbia e della palude sono quelli di maggiore effetto e si fondono perfettamente con la spettrale presenza del cane diabolico.

Per quanto riguarda i personaggi, secondo me Holmes è un essere insopportabile. E’ un uomo pieno di sé che non sa minimamente apprezzare gli sforzi del suo amico. Trovo assolutamente intollerabile la sua mancanza di delicatezza: «…temo che le sue deduzioni fossero in gran parte errate. Occasionalmente io vengo indirizzato verso la verità rilevando i suoi errori.» Dopo settimane che Watson è nella brughiera –quel posto infame –e che scrive regolarmente all’amico a Londra riguardo agli sviluppi del caso, si scopre che Holmes era già da tempo nella brughiera. Appena arrivato gli basta uno sguardo ad un quadro di famiglia per risolvere il caso. Senza contare che, appena giunto nella brughiera, non si è minimamente preoccupato di informare Watson della sua presenza. E neppure gli ha dato una voce quando l’ha visto nascondersi nella capanna al suo arrivo. «Mi è arrivato di lontano il rumore distinto di una scarpa che urtava un sasso, poi un altro e un altro ancora, sempre più vicini. Io mi ero raggomitolato nell’angolo più buio e avevo armato il revolver che avevo in tasca, deciso a non rivelare la mia presenza prima di aver visto lo sconosciuto. C’è stata una lunga pausa…» Se fossi stata in Watson, dopo aver scoperto che quello che mi aveva causato un tale spavento era il mio amico, probabilmente gli avrei sparato lo stesso. In sintesi a Doyle va tutta la mia comprensione quando decise di uccidere il suo personaggio.

Credo che la morale del libro si possa riassumere in un concetto degno di Sherlock Holmes: la razionalità e la lucidità hanno sempre ragione sulla suggestione e sulla superstizione. Non si può negare, però, che anche l’investigatore sia stato abbastanza suggestionato dall’apparizione improvvisa del cane, perché quando sarebbe stato il momento di sparare contro la bestia, sia lui che Watson per un attimo sono rimasti, comprensibilmente, paralizzati.

 

Il mio voto a questo libro è positivo, anche se la conclusione più degna sarebbe stata quella in cui il cane sbrana Sherlock Holmes.

 

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    Riassunto libro :

 

David Bortolusso                   

 

 

 

SCHEDA LIBRO DI “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”

 

 

 

Titolo del testo: Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

Nome dello scrittore: Enrico Brizzi.

Casa editrice: Baldini & Castoldi.

Anno di pubblicazione: 1996.

Genere letterario: Racconto.

Tema centrale del libro: la vita di un ragazzo che è voluto “uscire dal gruppo”, distinguersi dagli altri: Alex vive molte esperienze che lo segnano, come la morte dell’amico Martino o l’amore e la partenza di una ragazza che ha conosciuto a scuola, ma non cerca di evitare queste vicende come farebbero gli altri ragazzi. Egli le vuole vivere completamente, cercando sempre il lato positivo delle situazioni in cui si ritrova e fissando nella memoria tutte le emozioni e le sensazioni che prova.

Protagonista e personaggi secondari: Alex D. è un ragazzo che frequenta la IV superiore al liceo Caimani di Bologna. E’ un ragazzo a cui piace molto andare in bicicletta, che ama la musica punk e che suona la chitarra, e per questo viene visto con un po’ di disprezzo dai coetanei e dai suoi genitori; ad aggravare la situazione c’è anche il suo rendimento scolastico e le persone che frequenta: era sempre stato il migliore della classe, ma aveva incominciato a non studiare più, preferendo andare a suonare o ad ubriacarsi con gli amici piuttosto di recarsi a scuola. Un giorno conosce Adelaide, una ragazza che frequenta la sua stessa scuola, e se ne innamora. Da quel momento tutto cambia nella sua vita: non gli importa più nulla della scuola, non ha più lo stesso rapporto con gli amici e si isola da essi… le uniche cose a cui pensa sono i momenti che passerà con Adelaide, quello di cui parleranno, ciò che faranno insieme… Ma pensa anche a quando lei non ci sarà più, e capisce di aver trovato finalmente ciò che è veramente importante per lui, e anche se lei sarà lontana, lui penserà sempre a lei fino a quando non potrà rivederla di nuovo.

Adelaide (Aidi) è la ragazza di cui si innamora il protagonista. E’ arrivata a Bologna dalla Sicilia e alla fine dell’anno scolastico a cui si fa riferimento nel testo partirà per la Pennsylvania, in America, dove starà a studiare per un anno. Conosce Alex quasi per caso: le viene presentato da un’amica comune e si ritrovano a parlare di poesie; un giorno lo chiama per portargli una raccolta riguardante il suo poeta preferito, e dal quel momento fa cambiare la vita del protagonista. Tra loro si forma un legame molto particolare: sono più che amici, ma non si sentono dei “fidanzati”. Infatti quando Alex le chiede se si vuole “mettere” con lui lei non risponde e fugge via, evitandolo per qualche giorno, ma lo chiama dopo un po’ per dirgli di aver sbagliato, di voler ritornare a fare quello che facevano prima, …

Martino è il miglior amico di Alex; è un ragazzo molto ricco ma con dei grossi problemi. I genitori divorziati non lo controllano molto e perciò la sua vita è molto libera: è molto spesso fuori casa, si ubriaca con gli amici e spende tutti i suoi soldi con le ragazze o per comprare videocassette, la sua passione; la sua agiatezza, il suo comportamento distaccato e il fatto che aveva abbandonato le attività che non lo interessavano, come lo studio, per dedicarsi solo a ciò che gli piaceva veramente, affascinano Alex, che però si considera molto spesso inferiore all’amico, anche se lui tenta di farlo sentire a suo agio. La polizia un giorno lo trova all’uscita di una discoteca dopo che si era drogato e per questo, dopo essere stato una notte in galera, deve essere processato; per evitare ciò si uccide, lasciando una lettera ad Alex, in cui gli spiega che non ce la faceva più a vivere, che non poteva più rimanere nel “gruppo”, dato che ora tutti lo avrebbero deriso e trattato male, e quindi l’unico modo che aveva per uscirne era di suicidarsi.

La famiglia di Alex (padre, madre e fratello minore) appare sempre unita, intenta a guardare la TV o a mangiare; i genitori pensano che il figlio sia diventato uno scansafatiche, e per questo Alex viene rimproverato spesso, ma riceve anche dei consigli da parte della madre, che però tiene poco in considerazione.

I compagni di scuola di Alex sono molto diversi tra loro e rispecchiano tutti i tipi di studenti che si possono trovare in qualsiasi classe, ma solo due gruppi sono messi in risalto nella storia: ci sono le “secchione”, che sono sempre attente e compiacenti verso i professori, ragazze che Alex non sopporta assolutamente e ci sono quelli come lui, che magari suonano nel suo gruppo, che sono sempre pronti a raggiungerlo nei bagni della scuola o a “saltare” le lezioni con lui.

Tempo e luogo della narrazione: Il racconto incomincia a febbraio, mentre Alex si ricorda quello che è successo l’anno prima: la narrazione è quindi un flash-back compreso in un periodo di circa 4-5 mesi. La storia è ambientata a Bologna e nella periferia della città, tra le colline e i campi che la circondano; il protagonista si reca anche a Londra, ma viene dato poco risalto a ciò che gli accade là.

Sintesi della trama: Febbraio è quasi finito e Alex D., che ormai da quasi due anni aveva perso ogni interesse per la scuola, si sente molto infelice: la “storia” e la felicità che ha avuto quasi un anno prima con Adelaide gli sembra non sia servita a nulla e gli è rimasto solo il dolore di non averla più vicino, anche se gli ha scritto molto spesso e una volta le ha anche telefonato.

Fino ai 16 anni Alex era un ragazzo bravo, diligente a scuola e molto passivo a tutto quello che gli veniva detto; ma dopo una lettura che gli aveva aperto gli occhi su come era in realtà il mondo aveva deciso di cambiare, e infatti a settembre lui e i suoi amici si erano seduti nei posti più imboscati della classe, dove potevano pensare ai fatti loro senza essere disturbati dai professori. La sua vita scorreva spensieratamente tra partite ai videogiochi e corse in bicicletta, ma un giorno di marzo essa era destinata a cambiare di nuovo: ritornato a casa, egli riceve una telefonata da una certa Adelaide, una ragazza che le aveva presentato una sua amica, e che con la scusa di prestargli un libro di un autore di cui gli aveva parlato chiede di vederlo. Così lui esce nuovamente, nonostante le lamentele dei familiari. Dopo aver parlato a lungo della loro vita, delle storie d’amore e dei loro problemi, i due si lasciano per ritornare a casa. Alex, già da quel primo incontro, si stupisce della incredibile sincerità della ragazza e capisce che sta per cominciare qualcosa di grande per lui, anche se non vorrebbe farsi coinvolgere troppo, poichè la ragazza sarebbe dovuta partire per l’America solo 5 mesi dopo. Ma tra i due si instaura subito un ottimo rapporto, con scambi di sorrisi, lettere, bigliettini, … Ma un giorno Alex le chiede se si vuole “mettere” con lui, e capisce dai suoi occhi di averla tradita, che non l’avrebbe più sentita. Infatti lei non lo chiama più, a scuola lo saluta ma non si ferma mai a parlare con lui, così Alex, infelice, decide di chiamare Martino, che lo invita a stare da lui il sabato successivo. Il giorno arriva e Alex è contento di potersi ubriacare e rientrare a casa senza che i suoi genitori gli dicano qualcosa, dato che la madre di Martino, quando fanno ritorno a casa del ragazzo, non li sente neppure. Il lunedì successivo, però, Alex è costretto a marinare la scuola, dato che non aveva studiato per il compito di Fisica, e convince due amici ad andarsene con lui. I tre si recano a casa di uno di loro, dove, dopo diversi alcoolici, Alex è costretto a raccontare le sue esperienze con le ragazze. Il ritorno a casa è però molto difficile: il ragazzo, ubriaco, sale su un bus molto affollato ed è costretto a subire le critiche e le lamentele di tutte le signore presenti. Passa ancora qualche giorno e Alex si sente molto triste, fino a quando, un martedì, Aidi lo chiama per scusarsi del suo comportamento e così, dopo le spiegazioni, i due riprendono il rapporto che avevano prima. Alex scopre che Aidi abita nella periferia di Bologna, su una collina, e Alex è molto felice di fare la dura salita che porta a casa della ragazza pur di vederla. Durante tutto il periodo trascorso con Aidi il ragazzo non ha più sentito Martino, che però gli telefona un lunedì di aprile: era stato fermato dalla polizia dopo che si era drogato, era stato in prigione per un giorno e sarebbe stato processato. Alex c’era di confortarlo, di proporgli qualcosa per distoglierlo, ma l’amico, triste e arrabbiato, stacca il telefono e non si fa più trovare. Qualche giorno dopo il protagonista riceve una lettera da Martino in cui gli spiega che la sua vita non gli piaceva più, che ormai era isolato dagli altri e l’unico modo che aveva per uscire dal gruppo e non finire male era quello di uccidersi. Alex, non riuscendo a sopportare da solo il dolore si confida con Aidi e insieme i due discutono di ciò che è accaduto, e anche Aidi si dispiace per Martino, anche se non lo aveva mai conosciuto. Anche a scuola si parlava del ragazzo, i professori dipingevano il ragazzo come uno sbandato e un drogato, e solo pochi ragazzi sapevano ciò che era veramente successo anche se ciò non importava molto, dato che al suo funerale si erano presentate solo una ventina di persone, di tutti gli amici che aveva Martino. Il rapporto tra i due ragazzi continua ad essere felice, nonostante la gita a Praga di Aidi o le ragazze che dichiarano ad Alex di essere innamorate di lui, fino a quando il ragazzo va a Londra per un viaggio di studio che faceva ogni anno a metà maggio: lui aveva avuto delle “storie” in Inghilterra, anche se non erano importanti, mentre un suo amico ci aveva addirittura “provato” con Adelaide. Al suo ritorno, dopo aver saputo ciò che era successo, Alex decide di parlargli e, nonostante ne provi lo stimolo, riesce a controllarsi e a non picchiarlo. Così, mentre i genitori del ragazzo partono per la montagna, il momento della partenza di Aidi si avvicina, facendo aumentare lo stress nel loro rapporto. La ragazza decide di dare una festa prima della partenza e Alex la aiuta a preparare i dolci e a pulire la casa; il ragazzo, che la vorrebbe tutta per sé durante quegli ultimi giorni, capisce che lei vuole salutare tutti quelli che conosce e vedere tutti i posti che dovrà abbandonare per un anno, così lui la accompagna sempre, svegliandosi anche molto presto la mattina per portarla ovunque lei voglia. Arrivato il momento di salutarsi, dopo aver ascoltato della musica a casa della ragazza, Alex prende la bicicletta e, senza mai voltarsi, ripercorre per l’ultima volta le vie che portano a casa di Aidi, con gli occhi lucidi per le lacrime.

Opinioni e giudizio personale: il libro è di facile lettura e comprensione, anche se a volte l’autore fa uso di termini dialettali o del linguaggio dei giovani. La storia è originale e le vicende del protagonista e degli altri personaggi possono essere vissute anche dai ragazzi “reali”, per questo consiglierei la lettura di questo libro ai giovani della mia età, ma anche ai loro genitori, perché li potrebbe aiutare a capire i comportamenti a volte strani dei loro figli.

 

 

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    Riassunto libro :

 

 

Relazione Libro : I Promessi Sposi

 

Titolo:I promessi sposi

Autore:Alessandro Manzoni

Anno(prima edizione):1840

Tipologia dell’opera:romanzo

 

Spazio e Tempo

Non sempre sono detti i nomi dei paesi in cui si svolge la vicenda o i nomi dei paesi da cui provengono i vari personaggi, anzi, alcune volte viene detto che il narratore stesso si rifiuta di nominarli.Sappiamo comunque che la vicenda ha inizio la sera del giorno sette novembre 1628, quando due bravi fermano Don Abbondio intimandogli di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Il nome del paesello non viene detto,ma viene fornita una poetica e suggestiva descrizione del luogo in cui accade la vicenda: <<Quel ramo del lago di Como,che volge a Mezzogiorno,tra due catene non interrotte di monti,tutto a seni e a golfi,a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli>>;<<Il lembo estremo,tagliato dalle foci dei torrenti,è quasi tutto ghiaia e ciottolosi;il resto,campi e vigne,sparse di terre,ville,di casali;in qualche parte boschi,che si prolungano su per la montagna.>>

Viene descritta minuziosamente anche la valle su cui domina l’Innominato : <<Il castello dell’Innominato era a cavaliere di una valle angusta e uggiosa,sulla cima di un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti,ed è,non si saprebbe dire bene,se congiunto ad essa o separatone,da un mucchio di massi e di dirupi,e da un andirivieni di tane e precipizi.Quella che guarda a valle è la sola praticabile,un pendio piuttosto erto,ma uguale e continuato a prati in alto,nelle falde a campi,sparsi qua e là di cosucce.Il fondo è un letto di ghiaia e ciottoloni,dove scorre un rigagnolo o torrentaccio,secondo la stagione;il resto è schegge e macigni,erte e ripide,senza strada e nude,meno qualche cespuglio.>>

C’è anche una descrizione del lazzaretto (riportata <<se,per caso,questa storia capitasse nelle mani di qualcheduno che non lo conosce.>>),un luogo dove vennero radunati tutti gli accattoni,dove sarebbero stati mantenuti e curati a spese del pubblico,pur contro il parere della Sanità,la quale credeva che,unendo tutte le persone,sarebbe cresciuto il pericolo di un’epidemia,che loro cercavano di allontanare .Viene anche fatto notare che per metterlo in funzione non furono rispettate tutte le leggi sanitarie.Il suo aspetto è: <<un recinto quadrilatero e quasi quadrato,fuori dalla città,a sinistra della porta detta orientale.I due lati maggiori sono lunghi cinquecento passi;gli altri due forse quindici meno>>.Diviso in piccole stanze,se ne contano circa duecentottantotto.

   

Personaggi

  • La Monaca di Monza

Lucia e Agnese,dopo essere fuggite dal loro paese,si rifugiano nel convento della Monaca.Nel paese ella viene chiamata Signora,pur non essendo né la badessa,né la priora,ma una semplice monaca..Il barocciaio dice alle due donne che ella <<è della costola di Adamo,e i suoi del tempo antico erano gente grande,venuta di Spagna >> e che il nome deriva dal fatto che nel monastero non hanno mai avuto una persona simile.

Viene presentata come una vittima rassegnata,che non vuole accettare la propria condizione,ma che non sa o non vuole fare nulla per cambiarla.

Aspetto

Il suo aspetto dimostra circa venticinque anni,e fa a prima vista un’impressione di bellezza, definita <<sbattuta e sfiorita,quasi scomposta>>.Indossa un velo nero,sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa,discosto dal viso,sotto di esso una bianca benda di lino cinge una fronte altrettanto pallida,mentre un’altra benda a pieghe circonda il viso e termina sotto il mento,stendendosi sul petto a coprire lo scollo di un saio nero.

Le guance pallidissime scendono con un contorno delicato,ma alterato da una lenta estenuazione.Le labbra,appena tinte d’un roseo sbiadito,spiccano nel viso per i loro moti vivi,pieni di espressione e di mistero.La grandezza della persona compare sfigurata dalle mosse repentine,irregolari o troppo risolute della monaca.Nel vestire c’è qualcosa di studiato e di negletto,che annuncia la singolarità della persona,dalla benda esce una ciocca di capelli neri,che dimostra dimenticanza o disprezzo per la regola secondo cui i capelli devono essere portati corti.

Storia

Figlia di un principe,la cui abitudine era di destinare al chiostro tutti i cadetti per lasciare intatto al primogenito l’intero patrimonio,il suo destino era quindi già stato deciso prima ancora della sua nascita..Quando nacque il padre volle imporle un nome che richiamava l’idea del monastero,chiamandola perciò Gertrude. I primi regali che ricevette furono bambole vestite da monaca,e tutte le volte che volevano farle un complimento dicevano “Che madre badessa!”. Il destino che le sarebbe toccato era sottointeso,e nessuno mai le disse chiaramente “Tu devi farti monaca.”

A sei anni viene collocata al convento,dove,sentendo i discorsi delle compagne su nozze,pranzi, festini,vestiti e carrozze,comincia a pensare che nessuno poteva metterle il velo in capo senza il suo consenso,che anche lei avrebbe potuto sposarsi,abitare in un palazzo e godersi il mondo,se lo avesse voluto,e infatti lo voleva.

Era legge che una giovane non potesse diventare monaca prima che fosse accertato che lo divenisse per sua libera scelta.Al fine di indurla a scrivere quella supplica,le dissero che era solo una formalità,destinata a non avere efficacia.Con tutto ciò,la supplica venne scritta,ma Gertrude si penti di averlo fatto ancor prima che tale supplica giungesse al suo destino, pentendosi poi successivamente di essersi pentita.

Secondo un’altra legge secondo la quale la ragazza dovesse trascorrere almeno un mese fuori dal convento. Gertrude venne condotta nella casa paterna,dove cominciò a pensare come poter cambiare le decisioni prese.

In casa però i parenti erano seri,tristi e burberi con lei,senza dire il perché.Si vedeva soltanto che   la trattavano come una rea,come un’indegna.Ad ogni annuncio di visita doveva salire all’ultimo piano,per chiudersi con alcune vecchie donne di servizio.

Notò però un paggio,diverso dagli altri,che le portava rispetto e una mattina fu sorpresa da una cameriera mentre piegava alla sfuggita una lettera.Dopo un breve litigio,la carta rimase nelle mani della cameriera,e da quelle passò in quelle del padre.

Fu così obbligata a rimanere chiusa nella sua stanza,sotto la guardia della donna che aveva scoperto la lettera,mentre il paggio fu subito sfrattato e minacciato di non fiatare sulla faccenda.

Dopo quattro o cinque giorni di prigionia scrisse una lunga lettera al padre,implorando il perdono e mostrandosi pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi doveva accordarlo.

A leggere quella lettera,il padre vide la possibilità di realizzare i suoi progetti.Quando venne annunciato alla famiglia che aveva deciso di prendere il velo,madre e figlio esclamarono in coro

“Brava!Bene!”,abbracciandola uno dopo l’altra.

Per tutto il resto della giornate non ebbe più un attimo di pace,le occupazioni si succedevano l’una dopo l’altra.Durante la cena incontrò alcuni parenti pronti a congratularsi con lei per la scelta,mentre veniva trattato come una principessa e i complimenti fioccavano da tutte le parti.

Diventò così monaca.Uno dei privilegi che le vennero concessi fu di abitare in un quartiere a parte.Situato vicino alla casa di un giovane,Egidio <<scellerato di professione>> (della quale poi diventa succube e complice : incapace di rifiutare,lo aiuterà a rapire Lucia).Un giorno litigò furiosamente con una conversa,che le disse che sapevo della sua tresca con Egidio e che avrebbe parlato.Nei giorni seguenti la conversa scomparve,assassinata da Egidio in accordo con Gertrude,che cominciò ben presto a esserne ossessionata : <<Quante volte avrebbe voluto vedersela dinanzi viva e reale,piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero,piuttosto che dover trovarsi,giorno e notte,in compagnia di quella forma vana,terribile,impassibile!>>

Ruolo

Gertrude viene coinvolta nel rapimento di Lucia dal vicino di casa Egidio,uno dei maggiori compagni di scelleratezze dell’ Innominato.Ella finge di dover parlare urgentemente con una persona e prega Lucia di andarla a chiamare,siccome non vuole che si sappia che è lei a mandarlo a chiamare. Lucia obbedisce,ma appena uscita dal convento viene rapita dai bravi.

Alla fine Lucia scopre dalla vedova del lazzeretto che la Monaca,caduta in sospetto di aver commesso terribili fatti,era stata portata in un monastero di Milano,dove si era accusata,e che ora la sua vita era un supplizio volontario. 

  • Fra’ Cristoforo

Aspetto

E’ un uomo più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta.Ha il capo raso,salvo per la piccola corona di capelli che vi gira intorno,secondo il rito dei frati cappuccini,la barba lunga e bianca e due occhi incavati per lo più chianti a terra,ma capaci di folgorare le persone con vivacità repentina.

Storia

Il nome di battesimo era Lodovico ed era figlio di un mercante che ,negli  ultimi anni di vita, si era trovato assai ben fornito di beni e aveva rinunciato al traffico,aveva cominciato a vivere da signore.

Egli aveva contratto abitudini signorili che lo avevano abituato ad essere trattato con molto rispetto,ma quando volle mischiarsi con i principali della sua città,trovò un modo di fare molto diverso da quello a cui era abituato,e comprese che avrebbe dovuto fare affidamento sulla sua pazienza,la sua capacità di sottomettersi e di sopportare.Ma un comportamento del genere non si accordava né con la sua educazione,né con la sua natura.

La sua indole era insieme onesta e violenta,e sentiva un sincero orrore per le angherie e i soprusi.Prendeva spesso le parti di un debole sopraffatto,si intrometteva in litigi tirandosi così addosso molti problemi e così a poco a poco comincio a essere visto come un protettore dei più deboli.

Un giorno,camminando per le vie della città accompagnato da due bravi e da un tale Cristoforo,al quale dava spesso un salario per vivere e tirare su la numerosa famiglia,vide spuntare da lontano una persona,arrogante e soverchiatore di professione,seguito da quattro bravi.

Lodovico camminava con il fianco destro che strisciava contro il muro,cosa che secondo una consuetudine,gli dava diritto di non staccarsi dal detto muro per far passare qualcun’altro,ma l’altro pretendeva che questo diritto spettasse a lui.

Ne segue una lotta in cui Cristoforo perde la vita : Lodovico non aveva mai sparso sangue e l’impressione che ricevette dal vedere un uomo morto per lui gli mostrò sentimenti ancora sconosciuti.

Dopo avere chiesto perdono alla famiglia dell’uomo egli decide di diventare frate.Appena compiuta la cerimonia di vestizione,fu mandato a fare il suo noviziato a sessanta miglia lontano.

Ruolo  

Quando Fra Cristoforo viene a conoscenza di ciò che è successo a Renzo e Lucia,subito promette di aiutarli a risolvere i loro problemi.

Per prima cosa decide di recarsi al castello di Don Rodrigo per parlare con cui e cercare di dissuaderlo.Qui ha una accesa conversazione con il signorotto,al termine della quale viene cacciato dal castello (<<Escimi di tra i piedi,villano temerario,poltrone incappucciato!>>)

Mentre sta per uscire riceve una promessa di aiuto da un servitore di Don Rodrigo,grazie al quale scopre che egli ha deciso di far rapire Lucia.Informate le due donne,decide di far lasciare loro il paese e di mandarle in un posto più sicuro,al convento della monaca di Monza. 

Viene però fatto trasferire in un convento di Rimini dal potente conte Attilio,perente di Don Rodrigo.

Per tutto lo svolgimento della vicenda egli non si mosse da Rimini,ma quando la peste scoppiò egli pensò che era l’occasione per fare ciò che aveva sempre desiderato,ovvero dare la sua vita per il prossimo.Chiese così di essere mandato a Milano,e dato che vi era un gran bisogno di aiuto venne esaudito.Appena arrivato lì,cominciò a lavorare nel lazzeretto.Ed è proprio lì che Renzo lo ritrova,notando quanto era cambiato :il portamento curvo e stentato,il viso scarno e smorto,un carne rotta e cadente e la voce fioca e cupa.Egli lo aiuta e ritrovare Lucia e scioglie il voto che la giovane aveva fatto alla Madonna durante il rapimento.

Più tardi Lucia viene a sapere dagli altri cappuccini che Fra’ Cristoforo è morto di peste.

  • Federigo Borromeo

Aspetto

Il suo portamento è naturalmente composto,quasi involontariamente maestoso,non incurvato né impigrito dagli anni,ha gli occhi gravi e vivaci,la fronte serena e pensierosa.Appare impeccabile nel suo aspetto <<sereno e rasserenante>>,testimonianza di una perfetta armonia interiore.

Storia

Nato nel 1564,fu uno di quegli uomini che sono rari sa trovare in qualunque epoca.La sua vita viene paragonata a <<un ruscello che,scaturito limpido dalla roccia,senza ristagnare né intorbidarsi mai,in un lungo corso per diversi terreni,va limpido a gettarsi nel fiume>>

Uomo dotto e intelligente,la sua vita è caratterizzata dal costante rifiuto degli agi e dei privilegi,al quale si affianca il desiderio di fare del bene agli altri.

Nel 1580 decise di prendere l’abito,e poco dopo entrò nel collegio di Pavia,fondato dal cugino Carlo,dove cominciò a insegnare la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del popolo e a visitare ,servire,consolare e soccorrere gli infermi.

Dopo aver a lungo indugiato decide di accettare la proposta di diventare Arcivescovo di Milano.

Tra le sue opere anche la fondazione della Biblioteca Ambrosiana.Per realizzare questo progetto mandò otto uomini,tra i più dotti e colti che aveva trovato,in giro per l’Italia,la Francia,la Spagna,la Germania,le Fiandre,la Grecia,il Libano e Gerusalemme,riuscendo così a radunare tremila libri stampati e quattordicimila manoscritti.

Ruolo

E’ colui che porta a compimento la conversione religiosa dell’Innominato e organizza la liberazione di Lucia dal castello del Signore.

Durante la peste Federigo dimostra che non vive soltanto di parole: aiuta infatti i bisognosi durante la carestia (usando tutti i suoi mezzi,rendendo più rigido il risparmio,usando fondi destinati ad altre iniziative);dando utili consigli al primo insorgere della peste (scrivendo ai parrochi dei paesi si ammonire il popolo dell’importanza di comunicare ogni possibile contagio e di consegnare ogni cosa che poteva essere infetta) e aiuta i bisognosi nel momento più critico della peste (visitava i lazzeretti,per dare consolazione agli infermi,per portare ogni possibile soccorso.) 

 

Episodi salienti (avvenimenti storici)

La guerra del Monferrato scoppia per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga.Alla sua morte era infatti chiamato in linea di successione Carlo Gonzaga,capo di un ramo cadetto trapiantato in Francia,dove possedeva i ducati di Nevers e di Rhétel e che era entrato in possesso di Mantova e del Monferrato.La corte di Madrid voleva ad ogni costo escludere da quei due feudi il nuovo principe,e per farlo aveva bisogno di una ragione,si dichiarò sostenitrice di quelli che pretendevano di avere su Mantova un altro Gonzaga, Ferrante,principe di Guastalla;sul Monferrato Carlo Emanuele I,duca di Savoia e Margherita Gonzaga,duchessa vedova di Lorena.Don Gonzalo aveva conclusa con il duca di Savoia un trattato di invasione e di divisione del Monferrato e ne aveva poi ottenuto la ratificazione del conte duca,facendogli credere molto agevole l’acquisto di Casale,il punto più difeso dal Re di Spagna.Protestava però,in nome di questo,di non voler occupare il paese,se non a titolo di deposito,fino alla sentenza dell’imperatore,il quale intanto aveva negato l’investitura al nuovo duca e gli aveva intimato di lasciare a lui in sequestro gi stati controversi,per decidere una volta sentite le parti chi fosse di dovere.Cosa alla quale il Nevers non si era voluto piegare.

Nel periodo in cui si svolge la vicenda,Milano era sotto il governo di don Gonzalo Fernandez de Cordova,che comandava l’assedio di Casale del Monferrato e aveva perciò lasciato il potere a Antonio Ferrer,pure lui spagnolo.Egli fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato giusto se si fosse venduto a trentatre lire il moggio,anche se ora si vendeva fino a ottanta,scatenando così l’ ira dei fornai..I decurioni informarono per lettera don Gonzalo,occupato nelle faccende della guerra,che nominò una giunta alla quale conferì il potere di stabilire il prezzo del pane.I deputati si radunarono e convinti che non ci fosse nulla altro da fare,rincararono il pane.I fornai respirarono,ma il popolo imbestialì.

La sera dopo il suo arrivo Renzo assiste infatti a una delle rivolte del popolo,che prendono d’assalto un forno in una strada chiamata la Corsia de’ Servi.

A causa dei raccolti scarsi che si erano avuti negli ultimi due anni,la città fu impoverita dalla carestia: a ogni passo botteghe chiuse,fabbriche in gran parte deserte,le strade un corso incessante di miserie,un soggiorno continuo di patimenti.Gli accattoni di mestiere sono ormai confusi in una nuova moltitudine,costretti a litigare per l’elemosina con persona da cui un giorno l’avevano ricevuta,garzoni e giovani di bottega licenziati,padroni  i quali  il cessare l’attività li aveva portati al fallimento e alla rovina,tutti <<smunti,spossati,rabbrividiti dal freddo e dalla fame nei panni logori e scarsi>>.

Viene deciso di sistemare tutti gli accattoni nel lazzeretto,per essere mantenuti e curati a spese del pubblico.Quando finalmente i campi cominciano a imbiondire,cessò la carestia: la mortalità.scemando di giorno in giorno,si trascinò fino alla fine dell’autunno.Era sul finire quando comparve un nuovo flagello:la peste,portata dai lanzichenecchi.

Il contagio dilaga rapidamente e non si trovano soluzioni.I decurioni decidono di chiedere al cardinale arcivescovo di fare una processione solenne,portando per la città il corpo di San Carlo.

Il prelato rifiuta,per molte ragioni.Gli dispiaceva la fiducia in quel mezzo arbitrario, temendone il fallimento e inoltre il radunarsi di tanta gente poteva aumentare lo spandersi del contagio.

Alla fine comunque la processione viene fatta :passa per tutti i quartieri della città e il giorno seguente le morti crescono.

Proprio il giorno in cui Renzo arriva al lazzeretto per cercare Lucia inizia a piovere :in pochi giorni l’ acqua porta via il contagio  

 

 

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    Riassunto libro :

 

CONTRAPPOSIZIONE SANI MALATI

 

Nel libro di Dino Buzzati, “Il Deserto dei Tartari”, emerge il contrasto tra personaggi sani fisicamente e psicologicamente e malati. In questo tipo di contrapposizione possiamo vedere l’atteggiamento di superiorità delle persone che sono in salute e la poca comprensione per quelle che vivono in disagio. Il malessere psicologico si rivela mediante l’alienazione che porta necessariamente all’incomunicabilità e quindi alla solitudine. Giovanni Drogo, persona priva di autonomia psicologica si mostra malato fin dalle prime pagine del libro in quanto manifesta  insoddisfazione per il suo aspetto fisico, cosa che sta a dimostrare la sua crisi interiore.

- pag. 1...”Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa da tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato...”.

- pag.2....”Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare...”.

La contrapposizione sani malati si fa chiaramente evidente con Angustina, malato e ormai estraneo alla vita e Max Lagorio, sano, attaccato al benessere e fremente di tornare in città per poter godere degli agi della borghesia.

- pagg. 63/64/65/66/67/68/69...”Angustina era pallido e sedeva con la sua perenne aria di distacco, come se non si interessasse affatto di loro, fosse lì per un puro

 

caso...In città staresti meglio, ecco. ....io sto benissimo, fece asciutto Angustina. Non ho bisogno di cure. Non ho detto che tu abbia bisogno di cure ho detto che ti farebbe bene...Angustina ebbe un piccolo colpo di tosse. Pareva strano che da un giovane così raffinato potesse uscire un suono tanto sgradevole. Ma egli tossiva con una sapiente misura, abbassando ogni volta la testa, quasi ad indicare che lui non poteva impedirlo, in fondo era una cosa non sua e per correttezza gli toccava subire....Angustina era pallido, ora non si lisciava più i baffetti, ma fissava dinanzi a se la penombra....ti immagini? fece Lagorio, senza misericordia, ad Angustina. Dopodomani sera, a quest’ora, io sarò magari da Consalvi. Gran mondo, musica, belle donne.....alle due il sergente ti sveglierà: ...ti sveglierà alle due, puoi giurarlo, e alla stessa identica ora, positivamente io sarò in letto con la Rosaria.....Erano le fatue inconsce crudeltà di Lagorio, a cui tutti erano abituati....tutto ora guardavano, senza farsi accorgere, la faccia di Angustina greve di stanchezza inconfessata; non erano lì, capivano, per festeggiare Lagorio in partenza, in verità essi salutavano Angustina perché lui solo sarebbe rimasto.....E perché Angustina, maledetto snob, adesso ancora sorride? Perché, malato com’è, non corre a fare i bagagli, non si prepara alla partenza? E invece fissa dinanzi a se la penombra?....Lagorio aveva una faccia contenta.....Lagorio se ne andava, scendeva alla loro città, alla vita facile e lieta. Lui invece restava, lui guardava con occhi impenetrabili il compagno che si affaccendava intorno alle bestie; e stentava a sorridere.....noi siamo proprio diversi, quello che tu

 

pensi, in fondo, io non l’ho mai capito....Erano due uomini diversi, che amavano diverse cose, distanti per intelligenza e cultura.....Pure erano amici; fra tutti quanti Lagorio era il solo che istintivamente lo capisse, solo lui sentiva pena per il compagno, quasi si vergognava di partire dinanzi a lui, come di una brutta ostentazione e non sapeva decidersi....”.

Il malessere psicologico di Drogo e la sua insicurezza sono evidenti in più punti del romanzo: nella sua indecisione, quando ha la possibilità di ritornate definitivamente in città, con uno stratagemma, egli si mostra titubante e decide di rimanere alla Fortezza. E’ chiaro, che quando una persona non sta bene con se stessa, non riesce a trovare gioia e conforto in nessun posto e questa è indubbiamente al malattia peggiore.

- pag. 70...”Occorreva ancora la formalità della visita medica...e poi sarebbe potuto andare. Egli continuava a ripetersi che questo era un avvenimento lieto, che in città lo aspettava una vita facile, divertente e forse felice, eppure non era contento...”.

- pag. 75...”Restare qui alla Fortezza? Non vuole più partire? Che cosa gli è successo? Io non so, disse Giovanni. Ma non posso partire....non scherzo no, fece Drogo che sentiva l’esaltazione tramutarsi in una strana pena, prossimo alla felicità. Medico, butti via quella carta...”.

Successivamente possiamo vedere ancora Angustina, malato, contrapposto ad un

 

 

altro sano: il Monti. La sua morte riscatta però la malattia in quanto essendo morto da eroe si può dire che da malato diventa “sano”.

- pagg. 145/146/147/149...”mentre Angustina, tutto incrostato di neve, adoperava con difficoltà la residua forza  per lisciarsi i baffi bagnati.....Dal riparo, il capitano Monti lo fissava stupefatto, si domandava che cosa Angustina stesse facendo.....Allora, al paragone di Angustina, pur essendo ben più vigorosi e spavaldi, il capitano, il sergente e tutti gli altri soldati sembrarono l’un l’altro rozzi bifolchi....E  nell’animo del Monti, per quanto fosse quasi inverosimile, nacque un invidioso stupore.......- Tenente! - provò ancora il Capitano Monti. - Tenente! Si decida! Venga qua sotto, se rimane lì non può resistere, finirà congelato. Venga qua sotto che Tony ha costruito una specie di muretto.- - Grazie, capitano - disse con fatica Angustina e riuscendogli troppo difficile parlare, alzo lievemente una mano, facendo un segno, come a dire che non importava....Come il vento ebbe una pausa, Angustina rialzò di qualche centimetro il capo, mosse adagio la bocca per parlare, gli uscirono soltanto queste due parole: - Bisognerebbe domani... - e dopo più nulla.....il capitano Monti, uscito finalmente dal suo riparo, scuote con forza per le spalle il tenente per fargli riprendere vita; ma non riesce che a scomporre le nobili pieghe del militaresco sudario.....Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un assurda speranza, forse anche niente. ...”

Ortiz incita Drogo a tornare in città dove potrà vivere meglio, ma quest’ultimo

 

insoddisfatto psicologicamente e abbagliato da una speranza di vita eroica, vuole rimanere.

- pagg. 50/51...”se ne vada finché è in tempo, torni giù alla città, si adatti alla guarnigione. ...non si è poi nati tutti per fare gli eroi. Drogo taceva.... pensi quanto più le sarebbe servito starsene in città....gli occhi fissi per terra, Giovanni ascoltava muto....tutti, più o meno, ci ostiniamo a sperare....”.

- pag. 152...”Ed eccolo là il maggiore Ortiz, in piedi sulla terrazza della quarta ridotta, incredulo delle proprie sagge parole, guardare una volta di più la landa del nord, come se lui solo avesse il diritto di guardarla, lui solo il diritto di rimanere lassù e Drogo invece fosse un bravo ragazzo fuori posto, che aveva sbagliato i calcoli e che avrebbe fatto bene a tornare...”.

Il disagio interiore di Drogo si può notare anche quando, tornato a casa per una  licenza si sente fuori luogo, incapace di reintegrarsi nella città, nelle amicizie, nella famiglia.

- pag. 159...”Era odore familiare ed amico, eppure dopo tanto tempo vi affiorava alcunché di meschino...gli ricordava si gli anni lontani, la dolcezza di certe domeniche....ma parlava anche di finestre chiuse, di compiti, di pulizia mattutina, di malattie.....”.

Drogo è sempre più “malato” nell’anima perché adesso, oltre a rifiutare la città e la vita borghese, si sente anche estraneo a questa e quindi la rifiuta più che mai, a tal

 

 

punto da non riuscire a starci l’intero periodo della licenza.

- pag. 213...”la città gli è ormai diventata completamente estranea....ha avuto un mese di licenza e già dopo venti giorni se ne ritorna....”.

Alla fine del romanzo il nostro protagonista, già disagiato dal punto di vista psicologico, si ammala fisicamente. Ed è proprio qui che possiamo notare quanta poca solidarietà c’è nei confronti del malato: nessuno comprende l’esigenza di Drogo di partecipare, seppure gravemente ammalato, ad una fine eroica. Dai suoi commilitoni egli viene considerato un inutile peso di cui sbarazzarsi, per cui viene allontanato, nonostante il suo volere, dalla Fortezza.

- pag. 230...”Gli parve....che i subalterni lo salutassero con una certa disinvoltura, quasi egli non fosse più il loro diretto superiore.......Lo giudicavano già liquidato?...il Comando era già in moto, senza che nessuno avesse interpellato lui, comandante in seconda. Non l’avevano neppure avvertito, anzi. ....lo colse un’ira cocente ed ,amara, gli occhi gli si appannarono, dovette appoggiarsi al parapetto della terrazza, e lo fece controllandosi al massimo, perché gli altri non capissero in che stato egli era ridotto...”.

- pagg. 235/236/237/238...”oggi verrà una magnifica carrozza a prenderti. Guerra o non guerra....- una carrozza a prendermi? Perché a prendermi?...- dovevi chiedermelo, almeno - rispose con voce tremante dall’ira. - Io non mi muovo, io voglio stare qui, sono meno malato di quanto tu creda, io domani mi alzo....- Ma si che devi capire -

 

insistette Giovanni. - è più di trent’anni che sono qui ad aspettare.... ho lasciato andare molte occasioni. .... Non puoi pretendere adesso che me ne vada, non puoi pretendere, ho un certo diritto di rimanere, mi pare.... - ....- Credevo di farti un favore e tu mi rispondi in questo modo. Non valeva proprio la pena.... - Resta....ma non so dove metterò a dormire gli ufficiali che arrivano....A tanto arrivava dunque Simeoni? Voleva spedir via lui Drogo per avere una stanza libera?....Altro che premura e amicizia....in fondo anch’io, a tenerti qui malato, mi prendo una bella responsabilità, se poi succedesse una disgrazia.....Va là, Simeoni, lasciami tranquillo, forse ho poco tempo da vivere, lascia che io stia qui, sono più di trent’anni che dormo in questa stanza... - L’altro tacque un momento, fissò con disprezzo il collega ammalato....Adesso ti mando il tuo attendente che ti prepari le cose, per le due la carrozza  dovrebbe essere qui. Ci vediamo più tardi, allora...”.

Soltanto l’arrivo della morte riesce a rendere il povero Giovanni Drogo, almeno per un attimo, da ammalato, sano.

- pag. 250...”Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.”

 

 

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    Riassunto libro :

 

EXCALIBUR

 

Autore: Bernard Cornwell                            

Genere: romanzo

Periodo Storico: 480 d.C.

 

PREFAZIONE STORICA

 

La Britannia del quinto e del sesto secolo era un posto orribile. I Romani che l’avevano colonizzata e protetta la abbandonarono e i britanni romanizzati dovettero affrontare un gran numero di nemici. Da ovest venivano i pirati irlandesi. A nord c’erano incursioni distruttive da parte delle tribù scozzesi; i più temibili nemici erano gli odiati sassoni, che prima saccheggiarono, poi colonizzarono e assoggettarono la Britannia orientale e infine conquistarono il centro dell’isola e la chiamarono Inghilterra.

I britanni che affrontavano quei nemici erano tutt’altro che uniti. I loro re passavano più tempo a combattersi l’un l’altro che a respingere gli invasori, e senza dubbio c’erano tra loro anche divisioni religiose, infatti, nella Britannia postromana il cristianesimo era già forte, ma il paganesimo era ancora molto diffuso, soprattutto nelle campagne, e quando i romani se ne andarono lasciando allo sbando la popolazione, la gente si rivolse al sovrannaturale e alla superstizione.

 

RIASSUNTO (Vol. 1, 2, 3, 4, 5)

La storia di Excalibur, di Artù e dei suoi cavalieri è narrata da Derfel, un vecchio monaco ex guerriero di Artù. Derfel, pur essendo di razza sassone, era stato allevato da Merlino, druido dell’antica religione celtica, ed era cresciuto con Nimue, giovane sacerdotessa di Merlino, e Morgana, profetessa e sorella di Artù, nel castello dell’isola di Cristallo.

La vicenda ebbe inizio nell’anno 480 d.C., allorché i popoli di razza celtica della Britannia, dopo quattro secoli di dominio romano  divennero indipendenti. Con la libertà, però, la Britannia non ottenne la pace: i contrasti interni, infatti, erano forti e a questo si aggiunse l’invasione dei sassoni, tribù di origine germanica che si erano già impadronite della parte orientale dell’isola.

In passato, i sassoni erano stati sconfitti dal grande re Uther, ma il sovrano era vecchio e ormai prossimo alla morte, e il suo unico erede legittimo era Mordred un bambino di pochi mesi. Uther decise di lasciare temporaneamente il trono ad Artù, suo figlio illegittimo, finché Mordred non fosse abbastanza cresciuto da assumere il comando. Artù accettò di proteggere Mordred e di ristabilire la pace tra i regni della Britannia, ci sarebbe riuscito facilmente sposando Ceinwyn la principessa del Poyws, il regno nemico. Artù però si innamorò di Ginevra una principessa povera e, disdicendo il matrimonio tra i due regni ripresero le ostilità. 

 

 

 

Nel frattempo, il castello di Merlino venne distrutto da un’incursione di soldati nemici, Derfel fuggì con il piccolo Mordred portandolo in salvo, e in breve tempo diventò uno dei più fidati guerrieri al servizio di Artù.

Costretto a respingere l’assalto alla Dumnonia da parte dei sovrani confinanti, Artù incaricò Derfel di prendere il suo posto a fianco del re Ban, che stava difendendo il regno d’oltre mare dall’attacco dei Franchi. Derfel e i suoi uomini si batterono eroicamente, ma dopo una sofferta resistenza dovettero abbandonare Trebes, la capitale, e far ritorno in patria, insieme al figlio di Ban, Lancillotto.

La situazione in Dumnonia era sempre più grave e Artù, dopo aver negoziato una breve tregua con il re dei sassoni Aelle, decise di rischiare le forze residue in una disperata battaglia nella valle di Lugg.

La lunga e sanguinosa battaglia si concluse con il trionfo di Artù, che decise di coronare la nuova unione dei britanni con il matrimonio di Ceinwyn, principessa del Powys, e Lancillotto. Anche questa volta, il matrimonio non ebbe luogo: durante la cerimonia di fidanzamento, Ceinwyn abbandonò il promesso sposo e fugge con Derfel, di cui si era innamorata.

Dopo poco la coppia si unì a Merlino e alla sacerdotessa Nimue che, con alcuni uomini armati stavano partendo per l’isola di Mon. Scopo della spedizione era recuperare il più grande tesoro della Britannia:il calderone magico donato agli uomini dagli dei.La missione, in territorio occupato dagli irlandesi, si risolse in un successo. Trovato il prezioso simbolo, il gruppo sfuggì all’assedio dei nemici, protetto da una magica e fitta nebbia evocata da Merlino.

Al Loro ritorno, appresero che la torre del mago era stata distrutta e i tesori della Britannia, precedentemente recuperati erano andati perduti. Nel frattempo, Artù aveva sconfitto i sassoni di Aelle e accettato la pace concordata con l’altro sovrano sassone Cerdic. Può quindi dedicare tutto il suo impegno allo sviluppo pacifico della Britannia fino al giorno, ormai prossimo, dell’incoronazione di Mordred.

Il primo atto del nuovo re e però quello di tendere un’imboscata a Derfel e Artù che, furono spediti nel Powys per delle scorrerie fasulle e, attaccati da un’orda di eremiti cristiani inferociti. Durante la loro assenza, si sparse la voce che Mordred sia stato assassinato e Lancillotto approfittò del momento per impadronirsi del trono, la vendetta di Lancillotto comincia…………… a voi come ebbe fine.

 

PERSONAGGI

 

Derfel Cadarn:il narratore, sassone per nascita, allevato da Merlino e poi guerriero di Artù. Quando era ancora molto piccolo, c’era stata un’incursione dove sua madre, sassone, era tenuta in schiavitù. L’incursione era guidata da Gundleus,re di Siluria; mentre la madre veniva violentata, Derfel veniva tenuto buono per i festeggiamenti.

Lo destinarono al pozzo della morte, assieme ad un’altra dozzina prigionieri; il sacrificio per il dio Bel venne eseguito da Tanabrus il druido antagonista di Merlino, ma Derfel dopo essere stato gettato nel pozzo in fondo al quale era impiantata una lancia aguzza, sopravvisse e ne uscì senza un graffio. Quando Merlino lo seppe, proclamò Derfel figlio di Bel, padrone dell’anima di Tanabrus, e quindi libero di ucciderlo.

Derfel in seguito vive al castello di Merlino con Nimue, sua amica d’infanzia, e altri trovatelli figli degli dei; Intraprende la carriera delle armi, presto diventa un guerriero valoroso, saggio e astuto. Consce Artù, e gli diventa amico carissimo combattono fianco a fianco lui da terra e il compagno in sella alla propria giumenta. Derfel sposa Ceinwyn principessa del Poyws di una bellezza rara e, da lei ha tre bellissime figlie. Derfel è un personaggio “nuovo” che compare per la prima volta nelle narrazioni delle vicende di Artù, è di origine sassone, biondo, capelli lunghi e barba incolta, alto e di corporazione robusta da un’impressione terrificante guardandolo in battaglia,ma in realtà è dolce e affabile. E’ il comandante della truppa delle code di lupo con l’insegna della stella a cinque punte, i soldati che scortarono Merlino nel recuperare il calderone magico, donato dagli dei, nell’isola di Mon. Il suo carattere è estroverso, è coraggioso ma, le sue doti sono la dolcezza e il rispetto.

 

Artù: Il più grande guerriero della Britannia, condottiero terribile per chi lo affronta, con la sua cavalleria pesante è invincibile. Figliastro cadetto del grande re Uther, fratello di Morgana e protetto di Merlino, possessore di Caledfwylch (Excalibur) spada degli dei, forgiata dal dio fabbro, negli inferi e, donatagli dal Druido. Artù viene esiliato in Boroceilande (attuale Normandia) nella quale svolge studi di tattica militare e ben presto diventa uno stratega infallibile; viaggia raduna il proprio esercito per l’Europa e per l’Africa.

E’ richiamato in Britannia dal padre morente per reggere al trono finché il legittimo sovrano potrà prenderne possesso. E’ un uomo saggio, coraggioso, astuto e prudente; Alto, magro, i capelli raccolti, la barba intrecciata, un uomo dall’aspetto curato e dal portamento fiero è orgoglioso delle azioni che compie e dei giuramenti che fa.

E’ Artù che con il suo formidabile coraggio e la sua generosità, deve tenere alta la spada e con essa la Britannia.     

 

Merlino: druido più potente e uomo più saggio dell’intera Britannia, signore del feudo di Avalon. Merlino viaggia per anni alla ricerca d’antichi oggetti appartenuti all’antica religione degli alberi sacri visita le biblioteche di tutto il mondo (conosciuto allora) il suo scopo vitale è riportare lo sguardo degli dei verso la Britannia, annientare i cristiani, far risorgere l’antica religione dei boschi sacri della magia. Merlino era un uomo alto dal naso arcuato, dal viso rugoso; Il corpo magro ma vigoroso dai muscoli giovanili. Aveva ottant’anni in quella Britannia dove la vita media era di cinquanta.Il suo carattere era sarcastico nei confronti di tutti, degli uomini astiosi e sicuri di se sapeva di essere il più potente dell’isola, conosceva le arti della magia e della guarigione, prevedeva il futuro, interpretava i sogni. Il druido era diventato una cosa con la natura poteva attingere potere dalla terra e restituirlo qualora fosse necessario.

 

COMMENTO: Questi cinque volumi contengono il più bel romanzo da me letto fin ora. Narrano la vita di Artù, di Derfel, della Britannia. E’ un’excalibur diversa dal solito, non è la solita spada conficcata in masso a rendere speciale questo racconto, ma la lotta di un popolo contro un altro, la guerra civile che scoppia tra pagani e cristiani, la forza di un uomo che risolleva un regno, la forza di Artù.

E’ avvincente, intrigante, misterioso in ogni pagina ce una sorpresa, un tradimento, una battaglia o una storia d’amore.Le descrizioni sono molto curate ma non complicate, si capisce al volo lo spirito di un personaggio, e credo che questo sia una finezza dell’autore verso i più giovani ma, ciò non vuol dire che siano semplici o meccaniche. I periodi sono brevi e il racconto in terza persona non è pesante da leggere, il lessico è appropriato e non troppo specifico, riesce a catturare l’attenzione del lettore e ne diventa padrone.

Il racconto ti travolge mentre leggi e t’immedesimi immediatamente nei protagonisti, io personalmente mi rivedo in Gwydre il figlio di Artù e Ginevra, perché è impulsivo come la madre ma ha la tenacia e la testardaggine del padre questo rispecchia un po’il mio carattere e il mio modo di affrontare la vita; mi ha colpito subito questo personaggio, anche se non è uno dei principali visto che compare solo nel terzo volume.

 

PASSO PREFERITO:

 

Battaglia nella valle di Lugg: La Dumnonia è ormai perduta, l’esercito del Powys continua ad avanzare, solo un uomo può salvarla Artù. Il grande stratega, il feroce condottiero, studia il territorio e decide il campo di battaglia: la valle di Lugg, una valle stretta con i fianchi scoscesi. Artù espone il suo piano: bisogna incanalare il nemico nella valle, tenerlo a bada con un muro di scudi di fanteria mentre la cavalleria pesante di Artù coglie alle spalle la retroguardia nemica, aggirando la valle, la devasta fino ad arrivare al nucleo principale dell’esercito nemico e, chiuderlo in una morsa mortale. La Dumnonia trionfa contro un esercito più numeroso, e tutto per la tattica e l’ingegno d'Artù che era stato dichiarato pazzo dagli altri sovrani per un piano così folle da salvare un regno.

Questo brano per me è il punto più bello del romanzo, infatti è il primo passo che Artù compie verso il potere, verso la Dumnonia e lo fa dimostrando pienamente il proprio valore a tutta la Britannia.

La battaglia è descritta con passione, come una leggenda tramandata di padre in figlio; tutto il romanzo si sviluppa dopo questo passo, tutti i personaggi fanno la loro entrata in scena qui. Da qui tutto ha inizio.        

                      

     

 

 

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    Riassunto libro :

 

La parola Ebreo

L’autrice

Rosetta Loy è nata a Roma da padre piemontese e madre romana. Dopo il suo esordio con La bicicletta (1974, Premio Viareggio Opera Prima), ha scritto vari romanzi, il più noto dei quali è Le strade di polvere, pubblicato nel 1988, con cui ha vinto il Premio Campiello, il Premio Viareggio e il Premio Catanzaro.Altre opere sono La porta dell’acqua, L’estate di Letuqué, All’insaputa della notte, Sogni d’inverno, Cioccolata da Hanselmann. Come ha scritto Cesare Garboli, la Loy è "... rapida, essenziale, concreta; ma, come certi scrittori dell'Ottocento, si esalta in quegli argomenti sui quali finiamo sempre col misurare, per abitudine, il talento dei romanzieri: l'amore, la guerra, i bambini, la morte".

 

 

Il libro

LA STORIA

 A metà tra un saggio e un racconto di eventi realmente accaduti, ”La parola ebreo” è una memoria autobiografica ricca di particolari quotidiani, di citazioni e di documenti che permettono un ottimo inquadramento della situazione italiana degli anni fra il '32 e il '43. Quella della Loy non è una famiglia ebrea, il padre non è neppure fascista ma molti sono i loro conoscenti di religione ebraica . Pescando tra i suoi ricordi, la Loy ha ben presente le prime misure antisemite di cui, allora bambina, non coglieva il pieno significato. L'intento della Loy è più in generale quello di testimoniare e far comprendere situazioni e comportamenti utilizzando pure piccoli episodi della sua vita. Perciò non dimentica le urla della portinaia contro il ragazzo ebreo che abita nel loro stesso condominio, il medico di famiglia a cui viene proibita la professione e quindi viene sostituito, i vicini di casa che perdono il lavoro perché ebrei. Con l'introduzione poi delle leggi razziali nel 1938, la discriminazione diventa perfettamente legale e sistematica. I forti interventi di censura soprattutto sulla stampa che appare pericolosa, ammorbano il clima sociale. La Loy stessa ricorda quando la governante di famiglia si presenta a casa senza "L'Osservatore Romano" che non è stranamente in edicola. Con la morte di Papa Pio XI , che aveva espresso contrarietà alle discriminazioni che stavano avvenendo, aprendo una certa ostilità con Mussolini, , pure L'Osservatore Romano si mette in riga, grazie anche alla volontà di Eugenio Pacelli, il futuro pontefice che pare aver accondisceso o comunque non essere intervenuto nella questione antisemita. Eventi gravi e carichi di significato, nonché storici, sono il Concordato fra la Chiesa e il Terzo Reich del 1933, con la conseguente adesione al nazismo da parte di molti vescovi, mentre inascoltate restano le denunce di alcuni uomini di chiesa, ad esempio il vescovo di Monaco, che chiedono una presa di coscienza di ciò che sta avvenendo. Nell'estate del '37 i genitori della Loy compiono un viaggio in Germania e al loro ritorno raccontano delle meravigliose autostrade fatte costruire da Hitler , dell'ordine, della disciplina e della pulizia del popolo tedesco. I racconti omettono le croci uncinate e le scritte antisemite.

 La Loy non dimentica, sembra anzi voler evidenziare questo aspetto, come era facile adattarsi alle novità, alle regole, alle leggi razziali del '38 quando le discriminazioni non riguardavano la propria razza. Bisognava adattarsi per non aver problemi. Bastava adattarsi. E poi non si era a conoscenza di quello che stava accadendo, soprattutto in Germania, e chi era al corrente dei fatti probabilmente era cattolico e infondo la chiesa non sembrava essere contraria, non aveva una posizione decisa al riguardo. Forse una dichiarazione dell'alto clero, avrebbe cambiato qualcosa se è vero che i cattolici in Europa erano allora circa centomilioni .

Certo finchè le dichiarazioni della chiesa tedesca erano "… Noi riconosciamo con gioia che il partito nazionalsocialista ha fatto e fa ancora una eminente azione nel campo della costruzione nazionale e economica e nel campo della politica sociale per il Reich e la nazione tedesca e specialmente per gli strati indigenti della popolazione. Noi siamo ugualmente convinti che il partito nazionalsocialista ha allontanato il pericolo del bolscevismo ateo e distruttore. I vescovi accompagnano questa attività per l'avvenire con le migliori benedizioni e istruiranno i fedeli in questo senso. Il giorno del plebiscito , non c'è bisogno di dirlo che è per noi un dovere nazionale, in quanto tedeschi , di dichiararci per il Reich tedesco , e ci aspettiamo lo stesso da tutti i cristiani credenti che sapranno quello che essi devono alla nazione".Queste le incredibili affermazioni del clero tedesco, ma ancor più incredibile l'accondiscendenza del Papa Pio XII che, in più occasioni, espresse la sua simpatia per la Germania e la sua ammirazione per le grandi qualità del Führer.

I PERSONAGGI

 " Seduta su una seggiolina azzurra nella camera dei bambini...."; sono queste le parole che danno inizio al romanzo, che vede come protagonista la bambina Rosetta Loy che narra di sè e osserva dalla sua particolare angolazione la storia. Ricorda l'infanzia innocente da cui emergono i volti e le figure dei numerosi personaggi considerati diversi e per questo perseguitati ed uccisi.

IL TEMPO E LO SPAZIO

            La vicenda ha inizio nel 1938 ed è ambientata a Roma e nella casa di montagna dove Rosetta era solita trascorrere le vacanze      

Lo Stile

E’ un racconto autobiografico, quindi narrato in prima persona da Rosetta Loy e mira a rendere l’idea di ciò che succedeva durante la guerra. Si svolge nell’arco di nove anni, a Roma per quanto riguarda la vicenda di Rosetta, mentre in tutta Europa per quanto riguarda il conflitto. E’ scritto in un linguaggio semplice, ma la quantità di avvenimenti storici lo rende difficile da comprendere in tutte le sue parti. Non è diviso in capitoli, quindi anche per questo può presentare qualche difficoltà nella comprensione. E’ basato sul continuo passaggio dalla narrazione di ciò che avviene a Roma, intorno a Rosetta, alla ricostruzione di quello che contemporaneamente succede in Europa. Tra gli eventi storici che il libro affronta, in modo persino più ampio e approfondito della vicenda privata che fa da filo conduttore, spiccano l’analisi della questione ebraica e del comportamento del Vaticano rispetto ad essa. L’autrice appartiene ad una famiglia cattolica e, nel contempo, ha avuto modo di conoscere degli ebrei stabilendo con essi normali rapporti; forse questi motivi l’hanno spinta a documentarsi sui fatti in modo così minuzioso. Dovendo classificare il libro all’interno di un genere letterario, si può considerare allo stesso tempo un’autobiografia e un saggio storico.

Razzismo ed antisemitismo

 

Il razzismo è la valorizzazione generalizzata e definitiva di differenze reali o immaginarie a favore dell'accusatore e a danno della vittima, al fine di giustificare i propri privilegi o la propria aggressione".(Albert Memmi)

 

Il razzismo è uno di quei mali dell'umanità' che ha trovato sfogo maggiore nel ventesimo secolo. E' da considerare forma di razzismo il nazionalismo aggressivo, l'antisemitismo, le piaghe dell'apartheid e della ghettizzazione, cosi come il rifiuto dello straniero e le recenti guerre di pulizia etnica.

 L'antisemitismo è la forma di razzismo contro gli ebrei. Ha origini storiche antiche e la discriminazione è basata sulla lingua, sulla religione, su determinate tradizioni oltre al fatto che gran parte degli ebrei appartiene ad una classe sociale medio-alta. Figlio dell'antisemitismo è un altro fenomeno: l'antisionismo.

Il termine antisionismo indica una ferma opposizione al movimento politico sionista secondo cui è necessaria la fondazione di uno stato ebraico in terra di Palestina. 

Il Sionismo si diffuse alla fine dell'800 come reazione all'antisemitismo; è l'attesa ebraica del ritorno nella "terra dei padri", di cui è simbolo Sion, la collina sovrastante Gerusalemme. Si trasformo' poi da orientamento religioso in un movimento con un preciso programma politico che puntava decisamente alla costituzione di uno stato ebraico. Nel 1917 la Gran Bretagna, che aveva ricevuto il mandato della società' delle nazioni e che aveva l'amministrazione sul territorio palestinese, creò un "focolare internazionale ebraico". Con il massiccio arrivo soprattutto tra il '33 e il '35 degli ebrei che sfuggivano al nazismo, vennero espulsi molti braccianti e questo suscito' malcontento fra i palestinesi. Chiesero perciò' agli inglesi la fine dell'immigrazione che venne bloccata nel '39 quando ormai molti ebrei si erano trasferiti in Palestina. Il senso di colpa internazionale, spinse l'ONU, nel 1947, ad approvare la spartizione del paese in due stati, mentre Gerusalemme veniva dichiarata zona internazionale. La comminuta' araba respinse la decisione dell'ONU e seguirono nel '48 oltre ai massacri una guerra che vide vincitrice Israele. Agli arabi palestinesi non resto' che emigrare nei paesi confinanti dove alimentarono lo spirito di rivalsa contro Israele. Si susseguirono poi una serie di attentati e massacri fra le organizzazioni estremiste di entrambe le parti tanto che ancora oggi la questione e' irrisolta.

Le leggi razziali

Le prime misure antiebraiche vengono adottate nel 1933 nella Germania nazista con il boicottaggio dei negozi gestiti da ebrei. A partire dal 1934 aumentano le persecuzioni contro di loro; nello stesso anno Hitler assume tutti i poteri dello stato. Il progetto politico del Führer si perfeziona nel 1935 con la promulgazione delle "Leggi razziali" di Norimberga, con le quali si stabilisce che gli ebrei non sono cittadini di razza tedesca. Nel 1938 le limitazioni imposte da tali leggi si accentuano. Viene ad esempio vietata qualsiasi attività economica e vengono ripristinati i ghetti che vengono regolati con norme molti più rigide rispetto alle precedenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il "problema ebreo" abbisogna di una soluzione veloce (soluzione finale), per questo iniziano le deportazioni nei lager. Prima della tragica soluzione le leggi razziali vengono adottate in tutti i paesi annessi al III Reich. In particolare, in Italia, le leggi razziali vengono recepite nel 1938 con i Regi decreti legge approvati dal Gran Consiglio del Fascismo. Le leggi razziali portano immediate conseguenze di tipo giuridico-economico, come ad esempio la confisca dei beni, la perdita della cittadinanza, del lavoro e del diritto allo studio. Le conseguenze umane e psicologiche sono incalcolabili. Molti, vedendosi tolto anche lo status di persone, non trovano altra via se non quella del suicidio. Questo è il caso dell’editore modenese Formiggini a cui venne sottratta la casa editrice e che preferisce togliersi la vita buttandosi dalla torre Ghirlandina di Modena piuttosto che adeguarsi alla nuova situazione. Le leggi razziali, oltre ad impedire l’attività economica, impediscono anche l’attività intellettuale. Così insegnanti, scienziati, politici sono costretti ad interrompere la loro attività presso impieghi pubblici e università. Possono lavorare solo presso scuole e istituti ebrei. Per poter quindi esprimere le proprie idee sono costretti ad emigrare dando vita al fenomeno che successivamente sarà indicato come "fuoriuscitismo". Fra i più clamorosi casi di censura razziale possiamo indicare il Premio Nobel Levi Montalcini, la quale, appartenendo ad una famiglia ebrea, dopo essersi laureata in medicina nel 1936, è costretta ad abbandonare l’università presso cui è ricercatrice. Lavorerà poi per molti anni negli Stati Uniti. Gli intellettuali scomodi che decidono di non emigrare continuano a produrre libri, i quali, però, non vengono pubblicati in Italia. Saranno conosciuti solo nel secondo dopoguerra.

 Shoah

L'antisemitismo più feroce ed estremo ha prodotto uno degli avvenimenti più conosciuti e tristi della storia: l'olocausto. Letteralmente è la forma solenne di sacrificio alla divinità, propria della religione greca ed ebraica antica, in cui la vittima o le vittime offerte venivano completamente bruciate. Storicamente la tragedia del popolo ebraico ha culmine durante la seconda guerra mondiale, quando ogni giorno convogli provenienti da tutta Europa carichi di ebrei raggiungono i lager, i campi di concentramento nazisti. I primi lager erano stati fatti costruire da Hitler già' dal 1933 per rinchiudervi gli oppositori e i dissidenti politici; ma, quando nel 1936 i campi passano direttamente sotto il controllo delle SS, si trasformano in efficientissimi luoghi di reclusione e di lavoro e in una delle più' orrende macchine di morte mai create dall'uomo. Dachau, Buchenwald, Ravensbruck, Mauthausen, Auschwitz: l'intero impero tedesco (il Reich) è costellato di campi di concentramento. La perfetta organizzazione dei campi basata sulla più feroce disciplina divide i prigionieri, dal momento del loro arrivo nel lager, in due categorie: abili o inabili al lavoro. I vecchi, i bambini, i malati sono subito inviati alla morte nelle camere a gas. "in meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei vecchi, dei bambini noi non potemmo stabilire né allora né dopo; la notte li inghiottì." (da: p. Levi, se questo è un uomo). Tutti coloro che sopravvivono a questa prima selezione, sono destinati a subire ogni tipo di violenza da parte dei guardiani del campo e sono sottoposti a torture e punizioni brutali, costretti a soffrire la fame, la sete, il freddo e a lavorare oltre i limiti della sopportazione umana. Quando, nel 1944, le sorti della guerra volgono al peggio per al Germania, Hitler si pone il problema della "soluzione finale", in altre parole dell'eliminazione fisica di tutti gli ebrei dei lager. Nelle camere a gas e nei forni crematori dei lager moriranno sei milioni di ebrei deportati da tutte le nazioni europee che avevano conosciuto l'orrore della dominazione nazista . Cosi' suonavano le parole delle SS ai prigionieri dei lager: " in qualunque modo la guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno rimarrà' per portare testimonianza… e , quando anche qualcuno di voi dovesse sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti… la storia dei lager saremo noi a dettarla" (da: S. Wiesenthal , gli assassini sono tra noi).

Ed invece testimonianze si sono avute , testimonianze pubbliche e private ,non solo dei lager , ma anche di ciò che ha preceduto la deportazione nei campi e cioè' delle leggi razziali e della vita incredibile che erano costretti a condurre ormai dal 1938 in poi gli ebrei.

 

"A Monaco est il convoglio fece, per la prima volta, una sosta abbastanza lunga. Eravamo stati in viaggio circa 12-16 ore ininterrotte … gli occupanti dei vagoni vennero fatti scendere a turno, vagone per vagone, per fare i loro bisogni. Erano costretti a farli sui binari che, alla fine, erano tutti insozzati … A Monaco est furono distribuiti anche, per la prima volta, i viveri … Dopo Monaco, tale distribuzione ebbe luogo ancora un paio di volte …

Inoltre, più tardi, alle Frontleitstellen, procurammo della minestra calda distribuendola poi nei vagoni. I loro bisogni, però, potevano farli solo durante le fermate e questo accadeva sovente, almeno una volta al giorno. Da Monaco proseguimmo il viaggio solo la mattina seguente, passando per Landshut, Marienbad-Aussig e Breslavia. Le soste più lunghe durante le quali potemmo far uscire gli ebrei furono presso Breslavia e Auschwitz. Fino allo scarico ad Auscwitz il viaggio era durato almeno quattro giorni [ in realtà ne durò cinque ] … Quando arrivammo nei pressi di Auscwitz, il tratto era pieno di convogli. Rimanemmo tutta la notte davanti alla rampa di scarico del lager prima di potervi accedere. Il treno rimase sulla rampa tutto in giorno e una notte prima di venire scaricato. Noi, vale a dire il Begleitkommando, avemmo tutto il tempo di vedere scaricare gli altri treni e di osservare tutti gli ulteriori procedimenti dopo lo scarico. Erano treni di ebrei che venivano dall’Ungheria e dall’Olanda. Le aperture dei carri merci erano sbarrate da fil di ferro. Gli occupanti dovevano avere una sete spaventosa, perchè vidi come protendevano le mani attraverso i fili per cogliere le gocce di pioggia &endash; c’era un tempo orribile &endash; che spiovevano dai tetti.

Il nostro Transportfuhrer richiamò la nostra attenzione sui procedimenti usati dopo lo scarico dagli altri treni: egli era letteralmente inorridito e diceva che era una grossa porcheria.

Dopo che mi ebbe avvertito, vidi poi come gli occupanti di un convoglio proveniente dall’Ungheria venivano tirati giù dai vagoni da internati del lager armati di randelli, e come questi ultimi, in parte, buttavano letteralmente fuori vecchi e bambini. Vidi poi che li facevano andare in gruppi in un posto lì vicino, dove parecchi ufficiali SS con lunghi mantelli dividevano con un bastone gli ebrei in due gruppi e, come risultava chiaramente, accantonavano da un lato gli uomini e le donne dall’aspetto giovane e robusto e, dall’altro lato, quelli più anziani e i bambini. Era evidente che, nel primo gruppo, si trattava di persone dalla piena capacità lavorativa, mentre nell’altro c’era gente non pienamente sufficiente. Mentre il gruppo delle persone atte al lavoro veniva trasferito nelle baracche gli altri venivano avviati a gruppi verso una sala enorme che aveva delle grandi porte di ferro che si aprivano e si chiudevano automaticamente. Internati del lager sospingevano a forza gli ebrei in quella sala e li colpivano a randellate. Gli ebrei levavano alte grida e lamenti. A quella vista mi diressi verso quella grande porta che era spalancata e così ebbi modo di osservare che nella sala venivano compressi sempre più ebrei, e che gli ebrei che erano già dentro si stavano spogliando o erano già nudi … Seppi poi da internati del lager i quali stavano al Corpo di Guardia che la grande sala era una camera a gas nella quale gli ebrei, dopo che era stato provveduto al taglio dei capelli femminili, venivano uccisi mediante il gas … in quel epoca arrivavano un numero così esorbitante di convogli che quasi non ce la facevano a gasare e bruciare i cadaveri nei forni crematori posti dietro le camere a gas, bisognava in parte distruggere i cadaveri con i lanciafiamme … Le persone malaticce del convoglio erano rimaste, in parte, a giacere tutta la notte sulla rampa e sui binari.

Nessuno se ne curava, e quando, il mattino dopo, andarono per portarli via, erano già quasi tutti morti. Lo scarico del nostro convoglio avvenne esattamente nello stesso modo".

 

Queste due pagine sono una parte della deposizione resa al processo di Friedrich Bosshammer, il responsabile delle deportazioni dall’Italia, da una delle guardie che accompagnavano il convoglio in Germania.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

     Meditazioni  metafisiche

                       di René Descartes

 

                                       Prima  meditazione

In questa prima meditazione Cartesio afferma che per liberarsi di tutte quelle opinioni ritenute vere, ma che in realtà sono false, bisogna liberarci di ciò che ci ha dato queste false informazioni: i sensi; infatti, siccome talvolta i sensi ci hanno ingannato, è meglio non fidarsene mai e dubitare di tutto quello che si è appreso da e tramite loro.

Un’altra ragione per cui dubitare è l’eventualità che la vita sia tutta un sogno; infatti, quando sogniamo, abbiamo le stesse sensazioni e percezioni di quando crediamo d’esser svegli, ma allora potrebbe essere che la vita è tutta un sogno e non è possibile distinguere le percezioni sensibili illusorie da quelle reali.

Tuttavia, sebbene tutte le conoscenze che ci derivano dall’esperienza sensibile siano dubitabili, non lo sono quelle conoscenze la cui verità è indipendente dal mondo corporeo, come l’aritmetica, la geometria, e scienze simili. Ma Cartesio fa cadere nel dubbio pure queste, dicendo che ci potrebbe essere un Dio, che può tutto, che c’inganna ogni qualvolta che usiamo la matematica e che ci fa credere vere cose false.

Proprio per questo non rimane altro che dubitare di tutto, almeno provvisoriamente, finché non si giungerà ad un principio del tutto estraneo al dubbio, quindi saldissimo e su cui si devono basare gli altri principi e le altre scienze. Ciò costituisce il dubbio metodico, il procedimento che Cartesio utilizza: attraverso il dubbio si giunge ad una verità indubitabile. Cartesio individua queste verità nella matematica, tuttavia afferma che neanche di essa si può essere certi, visto che un Dio malvagio ci potrebbe ingannare su tutto, e in questo modo si giunge ad un dubbio iperbolico, ossia il dubbio è universale e interessa ogni cosa.

 

                                       Seconda  meditazione

Nella seconda meditazione Cartesio esce dal dubbio e giunge ad una certezza: il fatto che egli esiste; infatti, ogni qualvolta egli dubita, anche della propria esistenza, per farlo deve necessariamente esistere e anche se ci fosse un genio maligno che lo inganna, perché lo inganni, egli deve per forza essere. Quindi “io penso (dubito), quindi esisto” [cogito, ergo sum], ma che cosa sono visto che esisto? Cartesio afferma che siamo una cosa pensante (res cogitans) e non ciò che prima credevamo di essere: un corpo con un’anima. Infatti, se fossimo un corpo, potremmo essere ingannati da un genio maligno che c’illude di esistere come dei corpi e di avere tutti gli attributi corporei. Per quanto riguarda gli attributi dell’anima si può dire che il nutrirsi, il camminare e il sentire non sono in noi, infatti, necessitano di un corpo, mentre il pensare ci appartiene perché senza di esso non ci saremmo nemmeno noi. Dunque si può dire che noi siamo soltanto una cosa che pensa/dubita (un intelletto) e non un’anima o un corpo; è proprio della nostra natura, oltre al fatto di dubitare, anche quello di affermare, negare, volere, non volere, immaginare (io posso immaginare e, pur se ciò che immagino è falso, questa facoltà è in me) e sentire (tramite i sensi io ho delle percezioni e anche se sono tutte finte, mi sembra sempre di sentirle, quindi sento) [sentire e immaginare sono due modalità di pensare].

Adesso Cartesio ci dimostra come la conoscenza dei corpi, ammesso che esistano, e della loro natura non deriva né dai sensi né dall’immaginazione, bensì dall’intelletto; infatti, prendendo in esame un pezzo di cera notiamo che scaldandolo cambia la propria forma e quindi non ha più le caratteristiche che precedentemente i nostri sensi avevano rilevato, eppure rimane sempre un pezzo di cera, in quanto in esso si conserva la sostanza. Noi percepiamo ciò grazie al nostro intelletto e non grazie ai sensi che si limitano a farci percepire gli aspetti mutevoli della cera.

Quindi si può concludere dicendo che la conoscenza dei corpi avviene tramite il pensiero e, conoscendo i corpi col pensiero, risulta che la cosa a noi più nota è il pensiero stesso che è la condizione per ogni ulteriore conoscenza.

 

                                       Terza meditazione

Cartesio, dopo essere giunto ad asserire che egli è una cosa pensante, cerca di individuare un criterio generale di verità: è vero tutto ciò che percepiamo con chiarezza e distinzione. Però appena formulata questa proposizione ci si accorge come sia illusoria, infatti, anche le conoscenze matematiche (esempio per eccellenza di chiarezza e distinzione) possono essere ritenute dubitabili se s’ipotizza l’esistenza di un Dio ingannatore. Per togliere di mezzo questo dubbio bisogna esaminare se c’è un Dio e se Egli è ingannatore: per far ciò si dovrà prendere in esame il pensiero che è l’unica cosa che è certa. Gli oggetti del pensiero sono le idee, che considerate in se stesse non possono essere false, ma solo se riportate a qualcos’altro. In questo caso esse sono dei giudizi e possono essere o vere o false. Cartesio, poi, opera una distinzione delle idee in idee innate (idee nate con noi), idee avventizie (idee che provengono dal di fuori) e idee fattizie (idee che sono state create da noi stessi). Egli considera adesso le idee avventizie in quanto, provenienti da fuori, potrebbero assicurarci che oltre al nostro pensiero ce ne sia un altro; tuttavia questa strada è sterile perché si rende conto che le ragioni in base a cui le riteneva a noi estranee non sono convincenti. In realtà sia il fatto che è la natura a mostrarcele così, sia il fatto che sono indipendenti dalla nostra volontà non sono certi, perché potrebbe essere che si generino in noi durante il sonno (noi ne siamo inconsapevoli) e perché la natura non va intesa come un qualcosa che ci permette di distinguere il vero dal falso, ma come un’inclinazione che ci porta a credere che una cosa sia vera (non è indubitabile).

Cartesio parla poi del fatto che le idee (tutte) hanno un proprio grado di perfezione e non è possibile che una idea causa possa originare una idea effetto con un grado di perfezione maggiore di quello della causa, in quanto l’effetto trae la sua realtà dalla causa. Distingue che le idee dei corpi possono essere confuse o chiare: quelle confuse potrebbero rappresentare cose inesistenti, e quindi essere false, dunque create dalla mia natura imperfetta, ma potrebbero anche essere vere, e, anche in questo caso, sarei io il loro creatore, perché rappresentano poca realtà (hanno un basso grado di perfezione); di quelle chiare l’idea di sostanza (ciò che esiste di per sé) è in me, mentre l’idea di estensione non è formalmente in me, essendo io una res cogitans, ma, in quanto pure io sono una sostanza, lo è eminentemente.

Cartesio, allora, dice che l’unica idea di cui non siamo la causa è Dio, in quanto ha un grado di perfezione superiore al nostro, infatti, egli è una sostanza infinita; siccome noi, menti finite, abbiamo l’idea di infinito, non ce la possiamo essere data da soli, ma ce l’ha data l’infinito stesso, Dio, che deve necessariamente esistere.

In questa terza meditazione c’è fornita anche una seconda prova dell’esistenza di Dio: noi abbiamo l’idea di Dio, me se Egli non ci fosse, chi ci avrebbe creato? Noi stessi no di certo, perché se fossimo in grado di far ciò saremmo in grado di avere ogni perfezione; altri enti diversi da noi nemmeno, perché, se essi fossero causa sia della mia sia della loro esistenza sarebbero Dio, e se invece la loro causa fossero altri enti e così via all’infinito si giungerebbe ad un ente perfettissimo, qual è Dio.

 

                                       Quarta  meditazione

La meditazione  si apre con l’affermazione che è impossibile che Dio c’inganni, perché Egli è perfetto e nell’inganno c’è dell’imperfezione; allora, siccome abbiamo ricevuto tutte le nostre capacità da Dio, non ci possiamo mai ingannare. Tuttavia noi, in quanto finiti, partecipiamo anche del nulla, e siamo soggetti ad infiniti errori: siamo il termine medio tra Dio e nulla. Cartesio riconosce che l’errore è dovuto a due cause: l’intelletto (facoltà di conoscere) e la volontà (facoltà di scegliere); l’intelletto da solo, infatti, non permetterebbe l’errore, perché, anche se limitato e quindi senza tutte le idee esistenti, non vuol dire che gli manca qualcosa che dovrebbe avere (privazione), ma che gli manca qualcosa estraneo alla sua natura (negazione); la volontà, invece, è illimitata (è, considerandola come facoltà di affermare o negare, pari a quella di Dio) e assai più ampia dell’intelletto. Gli errori non dipendono o solo dall’intelletto o solo dalla volontà, ma dal fatto che, siccome la volontà è molto più grande dell’intelletto, e noi cerchiamo di dare giudizi anche su cose che conosciamo in modo oscuro e confuso e, anche se noi le giudicassimo in modo perfetto, lo avremmo fatto solo per caso, e anche in questa circostanza avremmo mal usato la nostra volontà. L’errore è costituito, dunque, dal cattivo uso che abbiamo delle facoltà che Dio ci ha dato, e non dal fatto che Dio ci ha dato il potere di esprimere giudizio anche su cose che non conosciamo chiaramente e distintamente. Concludendo, per non errare mai dovremmo sospendere il giudizio tutte le volte che ci troviamo di fronte a cose non del tutto chiare e distinte.

 

                                       Quinta  meditazione

Cartesio vuole adesso scoprire se c’è qualche certezza tra le cose materiali, e per farlo analizza le idee che abbiamo di esse: alcune sono chiare, mentre altre sono confuse; le idee chiare sono le cosiddette caratteristiche quantitative (estensione, figura, posizione, movimento, durata) e per forza sono idee innate, infatti, non è possibile che siano avventizie (abbiamo anche idee di figure geometriche mai viste) né fattizie (non le possiamo cambiare a nostro piacimento, infatti, la somma degli angoli interni di un triangolo sarà sempre 180°) e di conseguenza risulta che esistono come essenze immutabili ed eterne.

Detto ciò, prende il via una terza prova dell’esistenza di Dio, questa volta è una prova ontologica; l’idea di Dio è l’idea di un essere perfetto e, siccome anche l’esistenza è una perfezione, bisogna necessariamente affermare che Egli esiste, in quanto sarebbe contraddittorio affermare che ad un ente perfetto manca una perfezione: così come non si può immaginare un triangolo la somma dei cui angoli interni è 180°, è impossibile che un essere perfetto (Dio) non esista.

Da ciò si capisce che l’esistenza è inseparabile da Dio, che Egli esiste veramente e che, essendo verace, ogni cosa che apprendo come chiara e distinta è vera.

 

                                       Sesta  meditazione

In quest’ultima meditazione Cartesio si domanda se i corpi esistono: oltre al fatto che la loro esistenza è possibile (5° meditazione), giunge a capire che è anche probabile, perché per immaginare bisogna che il nostro intelletto rappresenti cose che esistono, i corpi. Per passare dalla possibilità alla certezza dell’esistenza dei corpi, dobbiamo riferirci ai sensi, di modo che si possa verificare se essi l’attestano. Così Cartesio prima elenca tutte le cose che aveva ritenuto vere grazie ai sensi (sentire di avere un corpo, di provare delle emozioni, di notare delle qualità) e che le idee di queste gli si presentano all’intelletto in modo diverso da quelle idee che aveva già con sé (innate), cosicché era portato a ritenere che fossero idee provenienti dal di fuori. Però le esperienze ci hanno insegnato a non prestare fede ai sensi per vari motivi, come ad esempio il fatto che noi non possiamo sentire niente da svegli che poi ci sembra di sentire dormendo, o che due torri da lontano sembrano tonde ed invece sono quadrate, oppure che, non sapendo ancora chi ci ha creato, potrebbe darsi che sia stato un ingannatore e c’inganni su tutto. Quindi, non bisogna sempre fidarsi dei sensi, ma nemmeno sempre metterli in dubbio.

Adesso Cartesio ci riferisce che mente e corpo sono distinti, infatti, se due cose possono esistere l’una senza l’altra sono delle sostanze (sostanza = cosa che per esistere non ha bisogno di niente) e, essendo la mente una sostanza pensante e il corpo una sostanza estesa, risulta che essi sono effettivamente separati.

Cartesio, poi, ci dimostra che i sensi dicono il vero per ciò che riguarda l’esistenza delle cose materiali in quanto, essendo Dio verace, le sensazioni (testimonianze dei sensi) che ci arrivano provengono per forza da qualcosa che non è Lui o che non dipende da Lui, quindi dai corpi, che sono reali. Però, sebbene i sensi testimonino l’esistenza dei corpi, non sono essi a darcene la conoscenza, bensì l’idea di estensione su cui si basano le verità matematiche. Infatti, i dati che ci pervengono dai sensi non servono a farci conoscere i corpi, ma sono solo segnali che ci guidane ed è in questo che sono da ritenersi veri.

Adesso, dopo aver dimostrato la separazione fra intelletto e corpo, Cartesio cerca di farci capire come mente e corpo nella realtà siano uniti, dicendo che le sensazioni che proviamo (piacere, dolore, fame, sete…) fanno si che mente e corpo siano tutt’uno e, se si avesse da obbiettare per il fatto che tali sensazioni non sono chiare, la risposta è che proprio questa confusione ci dimostra l’unione mente-corpo (unione = interazione).

Dunque, i sensi ci dicono il vero per quanto riguarda l’esistenza delle cose materiali e l’unione mente-corpo, mentre ci dicono cose false sulle sensazioni e sulle differenze tra i corpi. Infatti i sensi non c’insegnano come sono fatti i corpi, basta pensare a queste tre cose: 1) le dimensioni dei corpi che i sensi ci mostrano non sono sempre quelle reali; 2) non è che la dove i sensi non percepiscono niente c’è il vuoto; 3) non è vero che i corpi sono uguali a come li percepiscono i sensi. Per spiegare la 1) basta pensare al Sole, che ci sembra piccolo piccolo visto dalla Terra, ma che in realtà è più grande della Terra; per spiegare la 2) Cartesio dice che la dove noi pensiamo esserci il vuoto in realtà c’è qualcosa che è sotto l’ordine di percezione dei sensi; per quanto riguarda la 3) bisogna dire che quando avvertiamo diversità nelle sensazioni è vero che ci sono anche differenze tra i corpi, ma non saranno le stesse differenze da noi avvertite. Infatti, i sensi non c’insegnano ciò che i corpi sono (compito dell’intelletto), ma ciò che a noi è utile o dannoso, ci aiutano facendoci da guida.

Visto, quindi, che i sensi hanno una funzione pratica e che ci sono stati dati da Dio per un nostro vantaggio, com’è che talvolta ci danneggiano, come nel caso dell’idropico che ha sete ma non deve bere per non peggiorare la sua situazione? Però dobbiamo dire che la sensazione di sete che nasce nella gola non è del corpo, bensì della mente; la mente, d’altro canto non è direttamente in contatto col piede, ma col cervello e quindi il movimento della sensazione di sete non è quello nato nella gola, ma quello che arriva al cervello tramite i nervi. Quindi l’inganno dei sensi dipende dal fatto che la mente umana è indivisibile, mentre il corpo è divisibile (la mente percepisce segnale di dolore al piede, mentre il dolore è localizzato in una delle tante parti tra piede e cervello).

Nell’ultima parte della sua opera Cartesio risolve il problema di come distinguere il sonno dalla veglia: la continuità spazio-temporale delle nostre percezioni, infatti, il nostro intelletto non può mai congiungere i fatti dei nostri sogni gli uni con gli altri o con la nostra vita così come congiunge le cose che ci succedono da svegli.

 

                                       Considerazioni  personali

Io non concordo con tutto ciò che Cartesio dice, come quando egli parla delle idee innate che secondo me è impossibile che esistano; infatti, per lo scrittore questo tipo di idee sarebbero nate insieme a noi, ossia le avremmo nella nostra mente già dal momento in cui veniamo al mondo, ma ciò non è possibile, perché non saprei dire quando le abbiamo create: forse prima di nascere? oppure appena siamo nati, ma mi sembra assurdo.

Anche le dimostrazioni dell’esistenza di Dio, secondo me, non sono del tutto convincenti perché Cartesio ci vuol dimostrare che l’esistenza di Dio è collegata alla sua essenza, ma come possiamo provare che esiste se non conosciamo la sua essenza? Inoltre, siccome per essere una cosa vera dobbiamo averne un’idea chiara e distinta, dal momento che è Dio che la produce in noi, come possiamo affermare che esiste un Dio verace solo perché abbiamo di Lui un’idea chiara e distinta? Questo è un circolo vizioso (diallele) dato che l’esistenza di Dio è ammessa perché è Dio che ce la comunica.

Un altro punto discutibile è il dualismo anima-corpo: infatti, secondo Cartesio sono di fatto separati e distinti, tuttavia nell’uomo sono unite e interagenti tra loro, ma soltanto nell’uomo, poiché negli animali ciò non accade ed essi, dunque, sono considerati come delle macchine.

          

                                                                                                                                                     Mazzanti  Andrea,   IV A

 

 

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    Riassunto libro :

 

Lavori di analisi del racconto “IL GIORNO DELLA CIVETTA” di L.SCIASCIA

 

 

1°) IL GIORNO DELLA CIVETTA e il romanzo poliziesco

 

Salvatore Colasberna, imprenditore di una piccola cooperativa edilizia, viene ucciso con due colpi di lupara mentre sta per salire su un autobus.

 

Le indagini si presentano immediatamente difficili perché molti testimoni si sono allontanati subito dopo il fatto, e i pochi rimasti si mostrano restii a testimoniare e a dire la verità.

I due fratelli Calasberna, soci anch’essi della cooperativa edilizia, vengono invitati a testimoniare presso la Stazione dei Carabinieri di S.. Qui il capitano Bellodi con uno stratagemma riesce a convincerli a scrivere poche righe su un foglio e dal confronto delle scritture con quella di una lettera anonima arrivata subito dopo l’omicidio, può facilmente costatare che questa è stata scritta da Giuseppe Colasberna.

 

Quindi ciò che è scritto nella lettera deve essere la verità: il problema che sta dietro l’omicidio è il lavoro della cooperativa, la concorrenza, gli appalti.

 

Presso la Stazione dei Carabinieri si presenta la moglie di un certo Nicolosi perché il marito, uscito di casa per recarsi al lavoro, non vi ha più fatto ritorno.

Il capitano Bellodi, pensa subito ad un rapporto tra l’uccisione di Colasberna e la scomparsa di Nicolosi e decide di interrogare la donna.

 

Dopo molti tentennamenti questa confessa che il marito, la mattina dell’omicidio, le ha rivelato che subito dopo aver udito due spari di lupara, ha visto scappare un certo Zecchinedda proprio nei pressi della loro casa.

 

Calogero Dibella, informatore dei carabinieri, durante un interrogatorio, nel tentativo di depistare le indagini indica come esecutori dell’omicidio due uomini appartenenti a due cosche mafiose in contrasto. Il capitano se ne accorge, e solo dopo le rivelazioni della moglie del Nicolosi capisce che il nome giusto è Diego Marchica (Zecchinedda).

Intanto in paese corre voce che la morte di Nicolosi sia dovuta unicamente a motivi passionali, ma il capitano Bellodi non dà molto peso a queste illazioni, perché è convinto che anche questo sia un modo per depistare le indagini.

 

Viene ucciso Calogero Dibella. Questi, prima di morire, prevedendo quello che gli sarebbe successo, ha inviato al comandante una lettera di commiato con i nomi di due personalità locali: Rosario Pizzuco e don Mariano Arena. Una rivelazione esplosiva.

 

Vengono interrogati Marchica e Pizzuco. Con uno stratagemma ed un falso verbale Marchica viene incolpato degli omicidi Colasberna e Nicolosi, e per di più lo si accusa di aver agito in proprio, senza mandanti. Marchica, sconvolto, decide di dire la sua verità: sì, è vero, ha ucciso Colasberna, ma su richiesta di Pizzuco che, per questo lavoro lo ha anche pagato. Per quanto riguarda  Nicolosi, poi, sa solo di averlo incontrato subito dopo l’omicidio e di essere stato da questi riconosciuto. Ritiene che per questo sia stato ammazzato, ma su iniziativa di Pizzuco. Pizzuco, sapute queste dichiarazioni, dà una propria versione dei fatti scaricando ogni responsabilità su Marchica.

Per ultimo viene interrogato don Mariano. E’ un uomo molto forte, non perde mai il controllo di sé, è sicuro dell’omertà che lo circonda. Il capitano è certo di aver di fronte il mandante di tutti gli omicidi, ma non riesce a farlo crollare, neanche quando gli dimostra la provenienza illecita di tutte le sue ricchezze.

 

Il capitano Bellodi è a Parma, la sua città. Qui viene a sapere dalla stampa che la sua ricostruzione dei fatti è crollata in quanto sono emerse nuove testimonianze. La nuova pista è il delitto passionale, infatti sono stati fermati la vedova Nicolosi ed il suo amante. Queste notizie lo disorientano e lo fanno avvampare di collera.

E’ contento di essere tornato a casa. Incontra un amico, ritrova un’atmosfera cordiale che da tempo non prova. Ma la Sicilia è rimasta nel suo cuore, e sicuramente ci tornerà.

 

 

 

 

Il primo indizio è la lettera anonima dalla quale si viene a sapere che i motivi dell’omicidio Colasberna sono da ricercare negli appalti e nella concorrenza della cooperativa edilizia.

Poco dopo il “ confidente “ dà due nomi al capitano: La Rosa e Pizzuco, uno dei quali coincide con il nome detto dal Nicolosi alla moglie prima di sparire.

Il confidente prima di morire scrive al comandante una lettera con due nomi : Don Mariano e Diego Marchica.

Dagli interrogatori si viene a sapere chi e perché sono stati uccisi Nicolosi e il confidente.

Vengono fatte delle indagini nel patrimonio di Don Marino. La sua consistenza è tale che il capitano non ha dubbi che sia il prodotto di attività illegali legate alla mafia.

 

 

 

Il silenzio dei fratelli Colasberna provoca indignazione, perché il loro atteggiamento dà la sensazione che essi siano indifferenti alla morte del fratello e solo preoccupati di uscire rapidamente e senza problemi dalla stazione dei carabinieri.

Il terrore della vedova Nicolosi suscita solidarietà perché ha il coraggio di parlare ma sa che la mafia gliela farà pagare.

L’argomentare del Capitano Bellodi suscita ammirazione per la tenacia e la razionalità.

L’innocente incredulità di Zecchinedda e di Pizzuco suscita disprezzo perché i due, confessano e si accusano di omicidi con leggerezza e indifferenza.

Il complicato ragionare degli anonimi personaggi suscita indignazione perché dalle loro parole si coglie un senso di superiorità e di onnipotenza nei confronti di ciò che sta avvenendo in Sicilia.

L’arroganza di don Mariano suscita disprezzo perché si basa sulla sicurezza di non poter essere accusato di nessun delitto in quanto gode di appoggi politici importanti.

La soluzione del caso data dal capitano Bellodi suscita soddisfazione perché il mandante dei delitti è finalmente messo alle corde.

Lo strano epilogo della vicenda suscita diversi sentimenti: sorpresa perché, dopo uno stacco, l’ambiente in cui si svolge l’azione è Parma; delusione perché l’allontanamento del capitano era nell’aria ma si sperava che non dovesse accadere; di nuovo delusione perché l’unica persona coraggiosa e pulita, la vedova Nicolosi, viene presa come capro espiatorio ed è costretta a pagare per tutti; soddisfazione perché il capitano decide di non darsi per vinto e pensa che un giorno tornerà in Sicilia.

 

 

Il capitano Bellodi è un eroe sconfitto ma è una figura molto positiva. L’impegno nel lavoro, la sincerità, la fermezza, la capacità nel condurre gli interrogatori, sono tutte qualità che lo fanno apprezzare molto dal lettore. Inoltre la sua personalità è più volte apprezzata dagli stessi indiziati o interrogati. In tutto il romanzo nessuno si permette di dare un giudizio negativo o sarcastico nei suoi confronti. Per questi motivi penso che ci si possa identificare con questo tipo di eroe.

Nel romanzo è molto forte la contrapposizione tra l’ambiente siciliano omertoso, corrotto, violento, corale e questa personalità positiva, perdente e solitaria.

“Il giorno della civetta” è un romanzo di denuncia della realtà siciliana nel quale Sciascia manifesta il suo pessimismo e la sua sfiducia nella possibilità di un cambiamento.

 

 

 

 

 

 

2°)  Analisi della STRUTTURA NARRATIVA

 

 

Le  parti divise dagli spazi bianchi, alternano lo svolgimento dei fatti e delle indagini che si svolgono in Sicilia tra i comuni di S. e di C. con la descrizione di circostanze che avvengono contemporaneamente a questi fatti, legate strettamente, anzi, causate da essi , in luoghi diversi da dove si svolge l’azione, e che coinvolgono persone che sull’azione hanno potere, ma non coinvolgimento in prima persona. A volte si tratta di telefonate tra personalità importanti della politica o della magistratura, a volte discussioni di onorevoli su ciò che sta capitando in Sicilia. Spesso il luogo dove si svolgono gli incontri descritti è Roma, vi è anche il resoconto di una seduta in parlamento.

Sono due storie parallele che apparentemente non hanno contatti, ma si alimentano l’una con l’altra, sinché, alla fine, si separano: una è la storia dei perdenti, l’altra dei vincenti.

 

 

 

Il flashback.

 

  1. Pag. 42. A proposito della sparizione di Nicolosi vengono ricostruite le circostanze dell’uccisione di Colasberna e la fuga dell’assassino.
  2. Pag. 56.     Presentazione di Marchica e delle sue malefatte. Dal  rapporto si  deduce di quante protezioni gode Marchica.

Il flashback porta a conoscenza del lettore fatti avvenuti in precedenza e chiarisce comportamenti e avvenimenti successivi.

Nel primo caso ci permette di mettere in relazione avvenimenti che in seguito risultano fondamentali per la prosecuzione delle indagini.

Nel secondo caso il lettore viene a conoscenza della posizione di prestigio di cui gode Marchica all’interno della cosca mafiosa. Ciò, alla fine del romanzo, chiarisce la svolta che prende l’indagine e la demolizione della ricostruzione dei fatti del comandante Bellodi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3°)  Analisi dei personaggi

 

 

Personaggi principali

 

Calogero Dibella o Parrinieddu , il confidente.  Era stato un pregiudicato, un volgare ladro di pecore, ma ora fa il mediatore di prestiti ad usura, un lavoro che, a confronto del precedente gli sembra onesto. Per i suoi precedenti è in grado di incutere timore nei debitori, ma la paura vera l’ha dentro di sé, il pensiero della morte non lo abbandona mai.

Dopo aver confidato al comandante Bellodi i nomi di due possibili implicati nell’omicidio Colasberna, il terrore si impadronisce di lui, è così evidente da tradirlo. Parrinieddu viene ucciso da un sicario della mafia con due colpi di pistola.

 

La vedova Nicolosi. E’ una bella donna, con capelli castani e occhi nerissimi. Fa il nome di Zecchinedda al comandante Bellodi e paga caro questo suo coraggio.

 

Marchica Diego o Zecchinedda. Pregiudicato, bracciante disoccupato. Gli piace giocare a carte e quando perde, paga con somme di denaro di dubbia provenienza. E’ un uomo che gode di alte protezioni.

 

Don Mariano Arena. (Descrizione a pagina successiva).

 

 

Personaggi secondari

 

Fratelli Colasberna.  Chiamati a testimoniare in caserma provano una tale vergogna di trovarsi in questo posto, da dimenticarsi il dolore per la morte del fratello. Quando si accorgono che il capitano Bellodi è un “continentale” provano un sentimento di sollievo e contemporaneamente di disprezzo  per un uomo che certamente non capisce niente della Sicilia. Sono terrorizzati dal verbale che viene scritto dal carabiniere Sposito perché ancora non si sono scrollati di dosso l’antica paura e diffidenza nei confronti della scrittura. Durante l’interrogatorio negano tutto, anche ciò che è evidente.

 

Maresciallo della Stazione di S.. Anche se cerca di mantenere la calma, in certi momenti durante gli interrogatori diventa aggressivo.

 

Pizzuco. Uomo appartenente alla cosca di don Mariano.

 

 

Comparse.

 

Il bigliettaio dell’autobus. E’ la persona che ha visto più da vicino la morte di Colasberna. Ne è sconvolto, anche perché è della provincia di Siracusa, e quindi ha poca pratica con situazioni simili. E’ reticente: cerca di non rispondere alle domande del maresciallo fingendo di non ricordare.

 

L’autista dell’autobus. Dopo l’assassinio chiama i carabinieri, ma risponde evasivamente alle loro domande.

 

Salvatore Colasberna. L’ucciso alla fermata dell’autobus

 

Nicolosi. L’uomo sparito ed in seguito ritrovato morto in fondo ad un pozzo.

Il venditore di panelle. Ha assistito all’omicidio e subito dopo si è allontanato in fretta.

 

Donne e viaggiatori che stanno sull’autobus. All’apparire dei carabinieri scendono dall’autobus e, furtivamente si allontanano dalla piazza.

 

Carabiniere Sposito. Diplomato in ragioneria, è la colonna della stazione dei Carabinieri di S..

 

Onorevoli ed “eccellenze”. Si interessano e commentano il succedersi degli eventi ed il progredire delle indagini in Sicilia.

 

 

Il capitano Bellodi.

Protagonosta del romanzo.Comandante della Compagnia Carabinieri di S.. E’ un giovane alto, dal colorito chiaro, un “continentale” di Parma. Ex partigiano e repubblicano convinto, serve e fa rispettare la legge. Ha indossato la divisa durante la guerra e poi non l’ha più lasciata, trascurando così la professione di avvocato, perché la difficoltà di questo mestiere lo interessa. E’ un uomo che non si compiace del suo potere, ma del potere sente il peso della responsabilità. Per questo è stimato sia dai colleghi sia dagli avversari. Anche dopo la sconfitta continua ad amare quella terra che l’ha vinto.

 

 

Don Mariano Arena

E’ un uomo anziano, poco istruito e con una forte personalità. E’ a capo di una delle due cosche mafiose presenti a S.. Ha un forte senso del potere che gestisce con arroganza e prepotenza. Usa le persone che gli stanno attorno senza alcuno scrupolo morale: per lui la vita umana non ha nessun valore ed, ovviamente, ancor meno lo hanno i sentimenti. Per questo è temuto, sulla paura fonda il proprio potere riuscendo a manovrare ogni attività locale e muovendo le persone come burattini. Gode di alte protezioni sia in ambiente politico sia nell’ambiente della magistratura e di queste protezioni si avvale per uscire vittorioso dallo scontro con il capitano Bellodi.

 

 

Il capitano Bellodi si prefigge questo scopo: ricostruire con precisione i fatti in modo tale da riuscire ad incriminare don Mariano.

 

La strategia del capitano è questa: interrogatori condotti con precisione chirurgica ma anche con astuzia, senza utilizzare l’arma della minaccia. Rapporto onesto con l’avversario ed accurate indagini preliminari.

 

Bellodi riesce a mettere in difficoltà Arena quando gli dice di aver fatto delle indagini sul suo patrimonio e di aver notato dei movimenti di denaro non giustificabili e che l’ammontare del suo patrimonio  è tale da non poter provenire da attività lecite.  Un altro momento in cui don Mariano è in difficoltà è quando il capitano lo costringe a riflettere sui rapporti che ha con sua figlia, sull’educazione che le sta dando, e sul giudizio che questa, un giorno ritornata in Sicilia, potrà dare sul suo operato.

 

Don Mariano si difende affermando che tutto ciò che fa, lo fa per amicizia, per bontà d’animo.

 

Bellodi non riesce a far crollare don Mariano ma certo lo mette in grossa difficoltà. Da parte sua, Arena, sentendosi minacciato, attiva quella rete di protezioni sulla quale può contare e fa allontanare dalla Sicilia il capitano.

 

4°) Come scrive Sciascia

 

Dall’interrogatorio della vedova Nicolosi emerge un indizio importante: il nome di Zecchinedda.

 

Un dialogo che rivela la psicologia del personaggio è quello tra il comandante e il “confidente” che esponendo i fatti di cui è a conoscenza, svela la propria personalitàcontorta e contradditoria.

 

L’interrogatorio di Pizzuco è motivato unicamente dall’esigenza di rendere credibile un falso verbale.

 

Un dialogo allusivo, non chiaro e pieno di sottintesi è l’interrogatorio di don Mariano che in questo modo riesce ad eludere le domande del capitano.

 

Un dialogo dove prevale la ricostruzione soggettiva dei fatti, è l’interrogatorio di Diego Marchica dopo che questi ha letto il falso verbale firmato da Pizzuco.

 

 

Discorso indiretto

Interrogatorio della vedova Nicolosi

Il capitano le chiese se avesse sentito i due colpi di lupara ma lei rispose di no, perché lei aveva il sonno leggero solo per i rumori di casa, fuori ci potevano anche essere i fuochi di Santa Rosalia che non si sarebbe svegliata.

Poi raccontò che, messasi a sedere sul letto, domandò al marito cosa fosse accaduto, ma lui rispose che non sapeva per certo, solo aveva visto passare  di corsa una persona.

Il capitano le chiese chi fosse, ma la donna tacque sconvolta. Poi ricordò che il marito le disse un soprannome prima di uscire di casa, ma non ricordava quale. Per metterla a suo agio il capitano le offrì un caffè, parlò delle bellezze della Sicilia, poi con il carabiniere e il maresciallo menzionò vari tipi di soprannome, sinché la donna, preso coraggio fece il nome di Zecchinedda.

 

 

Giustizia

Nei capi mafia il senso della giustizia è istintivo, naturale, è un dono che li rende oggetto di rispetto. Questo senso della giustizia non ha niente a che fare con l’amministrazione della giustizia da parte dello Stato che, pure legittima, è lenta e lontana. Un capo mafia può amministrare giustizia  perché è un uomo di pace che sa mettere pace, sa come mettere d’accordo le persone e risolvere velocemente le vertenze.

 

Verità

Per don Mariano la verità coincide con la morte. Dice questo al capitano durante l’interrogatorio.

 

Legge

La  legge non è né immutabile né uguale per tutti. Certo non la legge della ragione, ma la legge di chi comanda, che dipende dalla disposizione momentanea di chi ha in mano il potere. C’è la legge dei ricchi e dei poveri, dei sapienti e degli ignoranti; gli uomini di legge proteggono gli uni ed applicano arbitrariamente la legge con gli altri.

 

 

Ominicchi: uomini piccoli, di poco conto, in senso molto spregiativo.

 

Linea della palma: limite superiore della zona dove c’è un clima favorevole alla vegetazione della palma, ma anche linea del caffè ristretto, degli scandali e della corruzione, che sta salendo verso il nord ed è già arrivato oltre Roma.

 

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    Riassunto libro :

 

Recensione de “Le relazioni pericolose”

di Choderlos De Laclos

 

 

La critica ufficiale nel 1782, anno della sua prima pubblicazione, definì il romanzo “ Le relazioni pericolose” scandaloso ed immorale tanto che De Laclos, allora capitano in seconda dell’esercito francese, fu immediatamente punito dall’Autorità militare con una sanzione ufficiale. Dopo la morte dell’autore (1803) nel 1865 il Tribunale correzionale della Senna condannò i librai che avevano venduto copie dell’opera poiché colpevoli di “oltraggio alla morale pubblica”, il libro non venne poi ristampato sino al 1921.

Senza dubbio il comportamento ed i pensieri dei due inquietanti protagonisti di questo romanzo epistolare sono moralmente discutibili, tuttavia l’opera non può essere giustamente inquadrata guardando esclusivamente a questi due personaggi poiché ”Le relazioni pericolose” sono lettere raccolte in una società e pubblicate per l’istruzione di qualche altra, lettere attraverso le quali si delinea una società aristocratica francese superficiale, mascherata, riempita solamente di formalità e da belle parole sulle vaneggiate virtù dell’individuo.

I misfatti della Marchesa di Merteuil, vedova disinvolta nei costumi, ma magnificamente nascosta sotto le spoglie di una donna rispettabile e pietosa, e del Visconte di Valmont, irriducibile libertino, trovano una perfetta ambientazione nel mondo della nobiltà francese come descritta da De Laclos.

La vicenda narrata nasce appunto con gli intrighi messi in atto dai due protagonisti, uno per la seduzione e la corruzione della giovane Cecile Valanges, ingenua educanda appena uscita dal convento e priva di ogni esperienza del mondo reale, promessa sposa al signor De Gercourt di cui la Marchesa si vuole vendicare disonorando appunto la graziosa ragazza e rendendola poi una donna simile a sé, l’altro per la conquista della virtuosa Presidentessa De Tourvel, donna sposata e nota per la sua rigidità di costume. La Marchesa si impegna quindi nell’avvicinare a Cecile il giovane sentimentale Danceny e nel far nascere l’amore fra i due, alle spalle della rigida signora De Valanges, amica e confidente della Marchesa, mentre il Visconte in campagna, presso la zia Mme de Rosemonde, dove è appunto ospite la Presidentessa, recita la parte dell’uomo buono, generoso, virtuoso, ormai pentito della vita libertina passata. La Signora De Valanges d’altra parte, essendo la confidente della Presidentessa, le ricorda con insistenza il passato peccaminoso di Valmont “che ha dedicato tutta la vita a portar confusione, disonore e scandalo nelle famiglie” e che sarebbe il motivo di una cattiva fama per la povera amica. Quest’ultima però fedele ai suoi principi e ai suoi doveri matrimoniali respinge sistematicamente gli attacchi dell’amante, forzando, forse, i propri sentimenti e giunge ad allontanarlo da sé.

Intanto le speranze della Marchesa di Merteuil  riposte nei due giovani muoiono di fronte alla pigra intelligenza di Cecile e alla passività di Donceny, la vedova decide quindi di “creare qualche difficoltà a questo bell’Eroe da romanzo, altrimenti s’addormenta nella felicità” e informa la signora De Valanges sulla relazione della figlia.

La reazione è immediata: Danceny viene prima allontanato, poi lei e la bambina si recano in campagna, ospiti della signora De Resemonde. Qui non tarda a ritornare il tenace de Valmont che, indubbiamente indaffarato, si fa intermediario tra i due giovani innamorati divisi, continua l’opera di seduzione della preziosa Presidentessa e invia la piceda Cècui , ingenua ed ottusa più che mai, alle pratiche d’amore. La Presidentessa infine, cede all’amore del Viseonte, tuttavia troppo tormentata non sostiene a lungo la forza del sentimento e si rifugia nella propria casa. Il Visconte ottiene un ottimo incontro con propria amata, naturalmente ingannandola sui propri propositi, e finalmente riesce a farla sua.

Ora egli può unirsi alla Maritiesa de Mertenil, secondo l’accordo che avevano preso, ma questa non  accetta la presenza delle rivali Cècile e de Tourvel e desidera inoltre allargare le proprie conquiste a Danceny. Nonostante de Valmont non esiti a lasciare la propria amata, che poi, ammalatasi, morirà in convento, i rapporti tra i due protagonisti iniziano ad deteriorarsi, la situazione fugge loro di mano e la vicenda si conclude tragicamente. Danceny, scoperta la doppiezza del comportamento del fidanzato visconte, lo sfida a duello e lo uccide, dopo che Valmont stesso, ormai a conoscenza dei subdoli inganni della Marchesa,gli ha consegnato la sua corrispondenza. Le lettere più compromettenti vengono rese pubbliche e la donna è quindi costretta a fuggire da Parigi. Danceny e Cècile, disgustati, si ritirano e prendono i voti.

“Le Relazioni Pericolose” è quindi una complessa commedia degli inganni, dove tutti amano, ma nessuno ama l’oggetto del suo desiderio per quello che è realmente: ognuno s’innamora della maschera dell’altro, o della propria maschera, nel caso della Marchesa de Merteuil, che sembra amare solo un’irraggiungibile immagine di sé. “Sembra” perché componente essenziale del romanzo è l’ ambiguità: nessuna lettera è sicura, tutto può essere interpretato. Il libertino Valmont ha frequenti accenti di vera passione e persino di delicatissimo sentimento, la signora de Volanges, personaggio più negativo di tutta la vicenda, spesso mostra un amore materno che è, in parte, autentico. Unica certezza è il fatto che sia il successo, amoroso e sociale, a muovere le anime di questa vicenda, un successo vacuo e fragile anche se ostinatamente cercato. Choderlos De Laclos ha trasmesso con sapienza la propria reale duplicità-fu libertino e padre affettuoso, letterato e militare, apologeta dell’aristocrazia e commissario del potere esecutivo rivoluzionario- ai suoi indimenticabili personaggi, dipinti con tratti inquietanti , ma realistici, intensi e folgoranti.

 

 

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    Riassunto libro :

 

Il Grande Sonno (di Raymond Chandler)

 

La vita dell’autore

 

  • Raymond Chandler nasce il 23/07/1888 a Chicago da Maurice Benjamin Chandler e Florence Dart Thornton.

 

  • All’età di otto anni, dopo la separazione tra i genitori, si trasferisce con la madre in Inghilterra per poi ritornare, all’età di ventidue anni, in America.

 

  • Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando ha ventiquattro anni, si arruola volontario per il fronte.

 

  • Finita la guerra, si guadagna da vivere raccogliendo albicocche, incordando racchette da tennis e facendo il contabile, il funzionario e poi il direttore di alcune piccole compagnie petrolifere indipendenti.

 

  • Alla morte della madre, si sposa con Cecyl Bowen.

 

  • Nel 1933 inizia a collaborare a Black Mask, una rivista “gialla” che aveva lanciato il genere poliziesco d’azione e, tra gli altri, uno scrittore come Dashiell Hammett.

 

  • Nel 1939 esce il suo primo romanzo, Il grande sonno, in cui compare la figura di Philip Marlowe, investigatore, seguito, l’anno dopo, da Addio mia amata.

 

  • Nel 1943 firma con la Paramount un lungo contratto come sceneggiatore.

 

  • La sua salute, minata dall’alcol, comincia a deteriorarsi e, dopo un anno dalla morte della moglie, avvenuta nel 1954, Chandler compie un tentativo di suicidio. È l’inizio di numerosi soggiorni in cliniche private nel vano tentativo di disintossicarsi dall’alcol e dalla droga.

 

  • Muore il 26/03/1959 presso La Jolla, prima di poter terminare l’ottavo romanzo di cui è protagonista Philip Marlowe, The Poodle Spring Story.

 

  • Opere più importanti:

 

Romanzi gialli: Il grande sonno (1939), Addio mia amata (1940), La donna nel lago (1943), Il lungo addio (1953).

 

Note bibliografiche

 

Titolo del libro: Il grande sonno.

Titolo originale del libro: The Big Sleep.

Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli (n° 1083).

Edizione: aprile 1998.

Prima edizione: 1939.

Traduttore: Oreste del Buono.

Lingua originale: inglese.

 

Argomento

 

Questo romanzo narra le vicende dell’investigatore privato Philip Marlowe, il quale viene immischiato in un circolo vizioso di pornografia, ricatti e uccisioni che gira intorno agli Sternwood, una ricchissima famiglia Hollywoodiana.

 

Riassunto

 

Una mattina di ottobre, un detective privato di nome Philip Marlowe si reca al palazzo del generale Guy Sternwood. Una volta arrivato, gli vengono commissionate due indagini: ritrovare un certo Rusty Regan, marito di Vivian, cioè una delle figlie del militare, che era scomparso un mese prima, e occuparsi di Arthur Gwynn Geiger, il quale aveva reclamato il pagamento di un debito effettuato da Carmen, l’altra figlia del generale.

Allora Marlowe, dopo aver deciso di sopperire prima a quest’ultima richiesta, si reca alla libreria di Geiger, ma questo non c’è. Il detective, così, aspetta l’uomo ma, qualche minuto dopo, decide di pedinare un anziano cliente che, con fare prudente e sospettoso, aveva ritirato un grosso libro. Marlowe, grazie alla sua esperienza, recupera il volume e scopre che, intorno alla libreria di Geiger, gira un commercio di materiale pornografico. Poi, dopo essersi fatto descrivere l’uomo, finalmente lo trova alla sua libreria e lo può inseguire sino a casa. Qui, vede, da fuori, come una luce abbagliante e, successivamente, sente tre spari. Entrato nell’abitazione, trova il cadavere di Geiger steso per terra e Carmen Sternwood la quale, dopo essere stata drogata, si era fatta fotografare nuda. La foto, però era scomparsa.

A questo punto, Marlowe decide di riportare la donna a casa ma, tornato da Geiger, il cadavere di questo era scomparso e ogni traccia era stata ripulita.

L’indomani mattina, il detective viene svegliato da un suo collega, Bernie Ohls, il quale gli comunica che era stata trovata una macchina appartenente agli Sternwood con un morto annegato dentro. Marlowe, allora, si precipita con l’amico sul luogo del ritrovamento e identifica il cadavere nell’autista della ricca famiglia.

Successivamente, il detective si reca alla libreria di Geiger e segue un furgone con un carico di libri “sospetti” diretto verso l’abitazione di Joe Brody, un uomo che, qualche mese prima, era stato allontanato da Sternwood Palace grazie al pagamento di cinquemila dollari. Poi Marlowe torna al suo ufficio dove lo aspetta Vivian. Ella dice all’uomo che la famiglia ha ricevuto una richiesta di pagamento di cinquemila dollari per non vedere pubblicata una foto di Carmen nuda. L’investigatore, convinto che il ricatto fosse opera di Joe Brody, si reca all’abitazione di questo e riesce a convincerlo a consegnargli la foto. Improvvisamente, però, irrompe nella stanza Carmen che, con lo stesso scopo, minaccia Joe Brody. Marlowe, allora, riesce a neutralizzarla.

Il criminale, poi, confessa che aveva rubato la foto a Owen Taylor, l’autista degli Sternwood, ma che non l’aveva ucciso, e Marlowe capisce che Geiger era stato assassinato dall’uomo morto annegato per gelosia, in quanto egli amava Carmen.

Poco dopo, però, irrompe nella stanza Carol Lundgren, il fattorino di Geiger, il quale, prima di essere catturato dall’investigatore, uccide Joe Brody. Allora, l’uomo e il collega Bernie Ohls vanno alla polizia a consegnare l’assassino e tutte le prove.

Chiuso questo caso, l’investigatore comincia ad occuparsi della scomparsa di Rusty Regan. Egli, attraverso Harry Jones, viene a sapere che la moglie di Eddie Mars, il gestore di una bisca clandestina, era scappata con l’uomo il quale si era sposato con Vivian Sternwood solo per interesse. Il detective e l’informatore, però, si danno appuntamento alla sera stessa per incontrare Agnes, la commessa della libreria di Geiger, la quale, rispetto ad Harry, è più informata sui fatti. Quando, però, Marlowe si presenta all’appuntamento, assiste all’assassinio dell’informatore da parte di Canino, un sicario assoldato da Eddie Mars per cercare anche lui Agnes.

Poco dopo il detective, rimasto solo col cadavere, risponde ad una telefonata della donna e riesce a farsi dare un appuntamento.

Una volta arrivato, Agnes gli dice che la moglie di Eddie Mars era tenuta prigioniera da Canino fuori città. Allora, Marlowe parte per cercarla ma, catturato dal sicario, viene poi liberato dalla donna stessa. Quando il killer torna, però, Marlowe riesce ad acciuffarlo.

Il giorno seguente, il detective scopre che Rusty Regan era stato ucciso da Carmen e il cadavere era stato nascosto con la complicità della sorella Vivian e del maggiordomo Vincent Norris.

 

Descrizione delle caratteristiche fisiche e psicologiche del protagonista

 

Il protagonista del romanzo è Philip Marlowe, un investigatore privato trentatreenne, alto poco più di un metro e ottanta, castano scuro, occhi marroni, dal peso di novantatré chili e non sposato. Psicologicamente, egli è molto sicuro di sé e moralmente corretto (infatti, ad esempio, non ha abusato di Vivian e Carmen Sternwood, le quali, in due momenti differenti, gli si erano offerte).

Di negativo, Marlowe fuma a beve alcolici.

 

Descrizione delle caratteristiche fisiche e psicologiche degli altri personaggi importanti

 

Gli altri personaggi del romanzo sono: Art Hack, Arthur Gwynn Geiger, il suo autista, Bernie Ohls, la cameriera Mathilda, i capitani Al Gregory e Cronjager, Carol Lundgren, la commessa Agnes Lozel, Eddie Mars, il generale Guy Sternwood, le due figlie Carmen e Vivian, il gioielliere di fronte alla libreria di Geiger, Harry Jones, Joe Brody, Larry Cobb, Lash Canino, il maggiordomo Vincent Norris, il medico legale, la moglie di Mars, Owen Taylor, Rusty Regan, gli scagnozzi di Eddie Mars, Taggard Wilde e il vecchio della libreria di Geiger.

 

Arthur Gwynn Geiger: è un ricco libraio sui quarant’anni. Fisicamente, pesa all’incirca ottanta chili, ha una faccia carnosa, dei baffi alla Charlie Chan e un collo spesso e molliccio. Inoltre, per i suoi traffici illeciti, deve essere un uomo spietato e senza scrupoli, e la sua disonestà si capisce anche dal confronto tra la sua ricchezza e quella degli altri due librai della zona, dei quali uno, più che una libreria, possiede un magazzino, e l’altro non ha di certo la macchina di lusso che, d’altra parte, Geiger si fa guidare da un autista.

 

Bernie Ohls: è un investigatore dai capelli biondi, di taglia media, con le sopracciglia ispide e bianche, gli occhi tranquilli e i denti ben curati. Egli rappresenta l’ideale onesto del poliziotto perché, ben sapendo che Marlowe era un personaggio “scomodo”, ha il coraggio di affidargli un caso importante come quello che riguarda il generale Sternwood.

 

Capitano Cronjager: fisicamente è molto magro, dai tratti taglienti e gli occhi duri e freddi; le lunghe dita nervose sono tipiche della gente dai riflessi rapidi. Egli, rappresenta l’opposto del bravo poliziotto, perché, non avendo risolto lui questo importante caso, diventa irascibile e pronto alla rissa con Marlowe, mentre i veri poliziotti dovrebbero sempre agire secondo giustizia.

 

Carol Lundgren: fisicamente, presenta occhi scuri e umidi di taglio orientale, una gentile faccia pallida, capelli neri ondulati che scendono in due punte sulla fronte. Egli è il fattorino di Geiger.

 

 

Agnes Lozel: fisicamente, i capelli sono ondulati e color biondo cenere e gli occhi sono verdastri. Rappresenta il tipico caso di omertà, in quanto, sa del traffico illecito di pornografia e non agisce né a favore né contro di questo. Inoltre, abbandona Harry Jones per duecento miseri dollari.

 

Eddie Mars: fisicamente ha capelli, sopracciglia e occhi grigi e un gran mento e un naso a becco d’aquila. Egli rappresenta il tipico criminale americano di inizio secolo.

 

Generale Guy Sternwood: simile ad un morto vivente, il vecchio generale ripone le sue ultime speranze nel ritrovamento del compagno Rusty Regan, il quale, per l’uomo, rappresenta un piacevole svago prima della morte.

 

Carmen Sternwood: è una ragazza sui vent’anni, bionda e dagli occhi inespressivi. Rappresenta la donna superficiale dell’élite d’inizio secolo.

 

Vivian Sternwood: più che una ragazza sembra, solo fisicamente, una donna che, pur di affermare la propria persona, è pronta a tutto.

 

Harry Jones: sia fisicamente sia psicologicamente questo piccolo uomo non sembra dover appartenere alla categoria dei criminali e, dai toni quasi fiabeschi con cui Chandler ne parla (“...piccolo angolo stretto stretto della sua piccola bocca stretta stretta...”), sembra quasi che lo stesso autore lo inserisca in un’altra dimensione rispetto a quella tetra e pericolosa rappresentata nel romanzo.

 

Joe Brody: fisicamente, presenta lunghe gambe, lunga vita, spalle alte e occhi scuri e duri infossati in una faccia scura.

 

Lash Canino: è basso e tozzo e sia gli occhi sia i capelli sono color marrone. Psicologicamente è spietato verso le sue vittime e considera tutti come “carne lessa”. Inoltre, è il killer assoldato da Eddie Mars per eseguire i suoi sporchi affari.

 

Owen Taylor: è uno snello ragazzo dai capelli neri. Egli, per gelosia, arriva ad uccidere Geiger.

 

Rusty Regan: è un ragazzo irlandese alto e robusto. La sua faccia è più triste che cordiale e più riservata che impudente. Non è una faccia da duro ma neppure una faccia da uomo che si lascia camminare sui piedi. Le sopracciglia sono nere e diritte e ci sono solide ossa sotto. La fronte è più larga che alta, i capelli sono neri e folti, il naso piccolo e corto, la bocca grande, il mento fermamente disegnato ma troppo limitato per quella bocca. La fisionomia è un po’ tirata, da persona pronta di riflessi e capace di far sul serio. Legalmente non è proprio in regola perché, in Irlanda, era ufficiale dell’I.R.A. e, arrivato negli U.S.A., si è dato al commercio di alcolici.

 

Taggard Wilde: è un uomo grasso, di mezza età e dagli occhi azzurri. È il “District Attorney”, cioè il Procuratore Distrettuale, di Hollywood. Egli, come il capitano Cronjager, rappresenta il tipico poliziotto corrotto.

 

Tempo

 

La narrazione incomincia alle ore 11.00 di un giorno di metà ottobre di un imprecisato anno e si protrae per quattro giorni.

 

Luoghi

 

Le vicende del romanzo si svolgono principalmente nei seguenti luoghi: Sternwood Palace, la libreria e l’abitazione di Geiger, l’ufficio di Marlowe, l’abitazione di Joe Brody, di Taggard Wilde e di Marlowe, l’ufficio del capitano Al Gregory e il Cypress Club.

 

Messaggio del libro

 

Nel 1939, grazie all’uscita de Il grande sonno, fa il suo ingresso nella scena letteraria internazionale l'investigatore Philip Marlowe, moderno eroe in lotta contro la mancanza di valori della società del ventesimo secolo.

E proprio contro questa mancanza di valori si scaglia il romanzo dell’anticonformista Raymond Chandler in cui si parla apertamente di pornografia, omertà, corruzione, disinformazione, lussuria, pena di morte, ingiustizia, ipocrisia, gioco d’azzardo e facilità di costumi, cioè alcuni di quei “peccati morali” che hanno contraddistinto e contraddistinguono tuttora il nostro secolo.

Inoltre, tramite questo romanzo, l’autore compie una velata accusa contro il genere giallo inglese, reo di essere utopistico e troppo distaccato dalla realtà (“...Io non sono Sherlock Holmes né Philo Vance. Non vado a raccattare la punta di un pennino di stilografica sui posti dove la polizia è già stata, per ricostruire la genesi...” afferma Marlowe discutendo dei suoi metodi con il capitano Al Gregory).

 

Giudizio personale

 

Sinceramente, questo romanzo non mi è piaciuto perché rispecchia troppo fedelmente lo schema del genere d’azione. Infatti, questo particolare tipo di giallo, tipico della cultura americana, non mi ha mai attratto molto né con i romanzi né con i film né con le serie televisive.

Inoltre, penso che i personaggi siano troppo distanti dalla realtà e che, soprattutto quelli femminili, siano assurdi. Infatti, ad esempio, personaggi come Carmen Sternwood o come Agnes Lozel non potrebbero esistere realmente.

Comunque, secondo me, l’unica nota positiva del romanzo è la creazione di Philip Marlowe di cui brillano le qualità morali. Anch’egli, però, è irreale perché, senza escludere la presenza di uomini e di poliziotti zelanti ed onesti, è troppo corretto sia verso i clienti sia verso il gentil sesso.

Inoltre, non condivido la critica fatta da Chandler verso il genere poliziesco inglese, perché il fine di questo non è rappresentare il più possibile la realtà ma stuzzicare l’intelligenza dei lettori attraverso intricati ragionamenti.

 

Manzolillo Francesco

 

 

  • Fine articolo Riassunti commenti libri

    Riassunto libro :

 

David Bortolusso                          

 

 

SCHEDA LIBRO DI “La lunga marcia”

 

 

Titolo del testo: "La lunga marcia" (titolo originale in inglese “The long walk”).

Nome dello scrittore: Stephen King.

Casa editrice: Oscar Mondadori.

Anno di pubblicazione: 1989, prima pubblicazione 1979.

Genere letterario: racconto.

Tema centrale del libro: la Lunga Marcia vinta da Ray Garraty e le trasformazioni dei partecipanti, che da ragazzi qualsiasi sono diventati uomini responsabili, che hanno formato un gruppo unito di amici. Questo ha permesso loro di continuare a lungo nella gara, che però verrà vinta soltanto da un concorrente, su cui si abbatterà il dolore per la morte dei compagni.

Protagonista e personaggi secondari:

  • Ray Garraty è il protagonista del racconto. E’ un ragazzo di 18 anni che ha deciso di affrontare la lunga marcia per provare a se stesso di poter vincere, senza rendersi conto di ciò che faceva. Suo padre è stato rapito dalle Squadre, un organo di polizia che si occupava di tutti coloro che andavano contro il Governo, e per questo è rimasto solo con la madre, che è molto apprensiva nei suoi confronti, e la sua ragazza, Jan, di cui è molto innamorato.
  • Stebbins è l’ultimo ragazzo che resiste a Ray; inizialmente si isola dal gruppo, dimostrandosi molto schivo, cinico e sicuro di sé nelle poche conversazioni che fa con il protagonista; quando rimangono in pochi si dimostra più cordiale, anche perché capisce che non aveva alcuna possibilità di vincere. Prima di morire svela a Ray il motivo per cui si era iscritto alla Marcia: in realtà lui è il figlio del Maggiore, che non aveva mai voluto riconoscerlo, e sperava di vincere per poter smascherarlo.
  • Pete De Vries è il ragazzo con cui Ray stringe l’amicizia più profonda: è l’unico che cerca quando ha bisogno di conforto ed è l’unico che fa di tutto per salvarlo nei momenti di debolezza
  • Barkovitch è l’unico concorrente odiato da tutti gli altri, anche perché ritenuto il responsabile della morte di un altro concorrente: è il più cinico e il più sadico, infatti ogni volta che muore un ragazzo approfitta per ridere e scoraggiare gli altri. Quando rimangono in pochi si “trasforma” in una persona responsabile e onesta, e capisce di aver sbagliato a comportarsi come aveva fatto
  • Scramm è un altro ragazzo del gruppo di amici che si forma; stupisce tutti gli altri per il fatto che è già sposato e sua moglie sta aspettando un figlio: per lui la Lunga Marcia rappresentava la possibilità di migliorare la propria posizione economica. Sceglie di morire assieme ad un altro ragazzo, che non aveva mai partecipato alcuna discussione con gli altri, ma che era un Indiano Hopi come lui.
  • Il Maggiore è il “presidente” della gara: è un maggiore delle Squadre, la stessa divisione di Polizia che ha rapito il padre di Ray; inizialmente è una figura ammirata da tutti, ma quando si capisce la crudeltà della gara diventa il rappresentante di un Governo cinico, che voleva la morte dei partecipanti alla Marcia per dare spettacolo.

Tempo e luogo della narrazione: la vicenda è collocata in un tempo imprecisato, e i fatti narrati si svolgono in cinque giorni. La storia è ambientata nella costa occidentale degli Stati Uniti, e partendo dal confine tra Canada e l’America, attraversando lo Stato del Maine e arrivando fino al Massachussets, più a sud.

Sintesi della trama: Ray Garraty arriva al confine tra Canada e America, dove sarebbe partita la Lunga Marcia anche quell’anno, accompagnato dalla madre, che cerca di convincerlo a rinunciare alla sua idea. Lui però è convinto di quello che ha fatto, e così raggiunge gli altri ragazzi che stavano aspettando la partenza della gara. Subito fa amicizia con Pete De Vries, un ragazzo che si dimostra cordiale e simpatico, ma rimane molto affascinato da un certo Stebbins, un ragazzo schivo che non parla con nessuno. All’arrivo del Maggiore, che avrebbe distribuito i numeri di riconoscimento, tutti si preparano e si sistemano per fare una bella figura, ma il militare si limita a fare il suo lavoro e ad incoraggiarli a fare una bella gara. Alle nove del mattino i marciatori partono accompagnati da un paio di cingolati e di militari, che avrebbero sorvegliato sulla correttezza dei concorrenti e avrebbero “eliminato” tutti quelli che contravvenivano alle regole per tre volte di seguito: il regolamento della Lunga Marcia infatti stabilisce che il vincitore sarebbe stato chi avesse camminato più a lungo, senza scendere sotto il limite di 6 km. all’ora pena un’ammonizione; alla terza ammonizione il concorrente veniva eliminato, mentre, dopo un’ora che aveva ricevuto un’ammonizione, se aveva rispettato il regolamento la penalità veniva cancellata. Il premio finale per l’unico superstite è l’avveramento di un suo desiderio, fosse stato di tipo economico o di qualsiasi altro genere.

I ragazzi incominciano a conversare tra di loro, facendo conoscenza e spiegando i motivi che li avevano spinti a partecipare alla Lunga Marcia; dalle prime impressioni sembra che nessuno creda veramente che possano uccidere i partecipanti, ma già dopo qualche ora gli eliminati sono cinque ragazzi, uccisi perché si erano fermati per i crampi o perché avevano cercato di scappare dalla strada. Da quel momento si forma un gruppo compatto di amici, tra cui Garraty, De Vries, Baker e Olson, che parlano e si aiutano tra loro: Garraty, ad esempio, rischia diverse volte di morire, ma De Vries lo aiuta a rialzarsi o a continuare, ricevendo lo stesso trattamento dall’amico quando è lui in difficoltà. Oltre al piccolo gruppetto di amici ci sono altre figure importanti tra i Marciatori, come Stebbins e Barkovitch, mentre gli altri partecipanti vengono nominati solo per le loro morti o per dei brevi interventi, che di solito stupiscono i personaggi principali; Stebbins, dopo essere stato ammonito subito dopo la partenza, non riceve più richiami fino al termine della Marcia, ed è sempre nelle retrovie, dove non parla con nessuno e continua a camminare con il suo ritmo, facendo capire agli altri di essere l’unico in grado di vincere; Barkovitch, invece, rimane sempre vicino al gruppo di amici, che però lo odiano per il suo cinismo e il suo sarcasmo, che si manifesta quando ammette di voler “ballare sulle tombe di tutti i Marciatori” ogni volta che qualcuno muore…inoltre viene ritenuto il colpevole della morte di uno dei primi eliminati, che lui aveva offeso più volte, scatenando la sua reazione violenta che gli era costata le tre ammonizioni fatali.

Passa le prime tre notti e i primi quattro giorni e i concorrenti rimasti sono una ventina: è un record per una Lunga Marcia, mentre il miglior risultato per la distanza percorsa deve essere ancora battuto. I Marciatori discutono sul significato della Marcia e sulle motivazioni che li avevano spinti a prendervi parte: capiscono che nessuno sembra veramente motivato a vincere, tranne Stebbins che però non ha ancora rivelato niente della sua vita, e Scramm, che aveva partecipato alla gara per poter guadagnare molti soldi con cui vivere felice con la moglie e con il figlio che stava aspettando. Questa rivelazione stupisce tutti i componenti del gruppo, che capiscono che nel caso in cui il ragazzo fosse morto, avvenimento possibile viste le condizioni precarie di Scramm,avrebbero dovuto prendersi cura della sua famiglia: decidono così che il vincitore avrebbe fatto ciò a nome di tutti, e ogni concorrente aderisce all’iniziativa, inclusi Stebbins e Barkovitch. Poco dopo il ragazzo, stremato, decide di morire con un altro compagno, che è un Indiano Hopi come lui, sedendosi in mezzo alla strada e facendosi uccidere senza fare niente per evitarlo.

Lentamente i concorrenti arrivano a Freeport, dove Garraty ha la possibilità di rivedere Jan, la ragazza che ama, e la madre: nel tentativo di abbracciarle rallenta troppo e viene ammonito tre volte, rischiando di morire, e solo l’intervento di De Vries lo salva da una morte orrenda tra le braccia della sua ragazza. Da quel momento gli amici stringono un patto, che per quanto orribile avrebbe permesso loro di andare avanti con più facilità: anche se qualcuno si fosse trovato in difficoltà, nessuno doveva intervenire, per risparmiare le energie e perché era giusto che venissero eliminati quelli che non avrebbero potuto continuare.

Lentamente muoiono tutti i concorrenti, tra l’indifferenza degli altri e la gioia del pubblico, fino a quando, il quinto giorno, rimangono solo Garraty, De Vries e Stebbins.

I tre decidono di continuare insieme: Stebbins racconta la sua storia, spiega di essere figlio del Maggiore e di aver voluto partecipare solo per dimostrare al padre che non ha mai voluto riconoscerlo di essere importante, e per questo era il più motivato e quello che aveva più probabilità di vincere. Dopo qualche ora Stebbins e De Vries sembrano allearsi contro Garraty, che sembra essere quello più in forma tra loro: gli chiedono di tenerli allegri, ma al termine di un suo discorso De Vries cede e si siede anche lui in mezzo alla strada, come avevano fatto altri suoi amici in precedenza, e abbandonando gli ultimi due concorrenti al loro destino. Garraty prova a farlo rialzare, ma l’amico lo convince a continuare, così ritorna da Stebbins, mentre De Vries viene ucciso dai soldati.  Poche ore dopo, alle otto della sera del quinto giorno di Marcia, anche Stebbins cede e muore, continuando a camminare. Garraty, rimasto solo, viene festeggiato dal pubblico, ma continua a camminare perché, impazzito, crede di aver ancora qualche altro Marciatore da battere, e evita anche il Maggiore giunto sulla strada per complimentarsi con lui, continuando a camminare, mettendosi addirittura a correre quando sente che la figura dell’altro concorrente gli tocca la spalla.

Opinioni e giudizio personale: il libro mi è piaciuto molto, perché nonostante ciò che viene narrato sia impossibile da realizzarsi (una gara, promossa dal Governo, in cui chi vince è l’unico sopravvissuto), testimonia le trasformazioni negli animi delle persone che sono a contatto con la morte e che lottano per non morire, situazione che vivono molte persone nel mondo e che potrebbe quindi coinvolgere anche una persona di oggi. L’unico particolare che potrebbe non piacere potrebbe essere il finale, in cui l’autore ha deciso di lasciare il momento di pazzia di Garraty in sospeso, ma tutte le emozioni che il libro sa dare, come il profondo dispiacere che si prova per la morte molto triste, ma consapevole, di alcuni Marciatori,  fanno diventare irrilevante questo dettaglio.

 

 

  • Fine articolo Riassunti commenti libri

    Riassunto libro :

 

Davide Menaspà                                 

 

 

Relazione del libro:  “Pet Sematary”

Scritto da: Stephen King

 

 

 

Biografia dell’autore

 

 

E’ il 21 settembre 1947, Stephen King nasce da Donald Edwing King, capitano della Marina Mercantile, e Nelle Ruth Pillsbury al Maine General Hospital.

Nel 1949 però, Donald esce per una passeggiata da cui non farà mai più ritorno, lasciando Nellie da sola con due bambini da allevare.  Ella accetta ogni tipo di lavoro, anche se malpagato e faticoso.

Stephen già all’età di sette anni è affascinato dal “lato oscuro dell’uomo” e il genere horror ha già attraversato la sua strada, quando a quattro anni era strisciato fuori dal letto per andare ad ascoltare alla radio  l’adattamento del racconto “Mars is Heaven” di Ray Bardbury.

Nelle notti d’estate ama restare ad ascoltare il lento parlare dello zio Clayton, uno strano e vecchio tipo che si lanciava in grandi storie di fantasmi, leggende locali e vecchi scandali.  Nel 1954 esce “Il mostro della laguna nera”, il primo film che Stephen vede.  Tra il 1949 e il 1958, Nellie e i figli abitano tra Forte Wayne, Indiana e Stratford, Connecticut e nel 1958 traslocano a Durham, una cittadina nello stato del Maine, dove Nellie deve prendersi cura degli anziani genitori.

Per il suo undicesimo compleanno Stephen riceve in regalo una vecchia macchina da scrivereda ufficio e nel 1959 prova anche l’esperienza giornalistica, pubblicando un giornale fatto in casa: il “Dave’s Rag” (straccio di Dave).  Nel 1962 Stephen inizia la Lisbon High Scool, dove , naturalmente, non fa passare inosservato il suo talento: l’ amministrazione, infatti, è costretta a mettere il suo talento al servizio di un giornale locale il “Lisbon Enterprise”.

Risale all’estate del 1966 la prima opera letteraria meditata: “Gettino it on”; nel’autunno del 1966 Stephen King entra all’Università del Maine dove, il primo anno, si iscrive ai corsi di geologia,storia ,sociologia e di tecnica oratoria in pubblico.

E’ nella prima composizione scritta che, però,si distingue facendosi notare dal professor Jim Bishop , il primo che ne riconosce il valore di scrittore.

Dal febbraio ’69 King inizia a tenere uno spazio fisso sulla rivista “ The main Campus” e nell’anno in cui finisce gli studi universitari incontra Tabitha Jane Sdruce,la poetessa e scrittrice che il 2 gennaio 1971 diventerà la sua sposa.

Il 5 giugno 1970 King si diploma e prova la sua prima esperienza di lavoro ad una pompa i benzina per 1,25 $ all’ora.

Nell’autunno del 1971, ottiene un posto come insegnante e lo stesso anno nasce la primogenita Naomi Rachel; nel ’72 arriva anche il secondogenito Joseph Hillstrom.

L’anno successivo sottopone Carrie al giudizio critico della Doubleday e viene premiato per la perseveranza: infatti riceve un assegno di 2500 $ per la pubblicazione del libro. Con questo denaro potè finalmente liberarsi da ogni vincolo economico.

Attualmente King vive con la moglie ed i figli nel Maine; ha scritto 35 romanzi e venduto 120 milioni di copie che lo hanno reso miliardario, infatti è lo scrittore più pagato al mondo con un fatturato annuo di 150 miliardi.


“Pet Sematary”

 

In una limpida giornata d’estate Louis Creed con l’intera famiglia si stava trasferendo nella nuova casa di Ludlow, dove gli era stato promesso un lavoro

all’ università del Maine.

Arrivati alla casa, erano tutti estremamente stanchi per il viaggio che li aveva portati da Chicago fino a Ludlow. Gage, il più piccolo dei due figli, Ellie, la maggiore e Rachel, la moglie, erano in tensione e con i nervi a fior  di pelle.

Quando finalmente scesero dalla macchina Louis si accorse di non trovare più le chiavi della nuova casa, e come se non bastasse, il piccolo Gage era stato punto da un’ ape e piangeva per il dolore.  A quel punto un’ ombra si avvicinò ai quattro in presa al panico e, con immensa cautela, tolse il pungiglione dal collo del piccolino: era Judson Crandall, il vicino, che vedendoli in difficoltà, voleva dare loro una  mano.  L’ anziano signore li invitò anche ad andare a casa sua ad attendere l ‘arrivo del furgone dei mobili, che però arrivò subito; nel frattempo Ellie stava osservando un piccolo, ma ben curato sentiero e chiese a Jud cosa fosse ed egli promise di mostrarglielo nei giorni successivi.   

Nei giorni seguenti, infatti, Jud e tutta la famiglia Creed imboccò quel sentiero nell’ intento di scoprire dove portasse: dopo un paio d’ ore di cammino passò sotto ad un arco fatto di vecchie assi annerite con la scritta CIMITERO DEGLI ANIMALI.  Qui da parecchi anni, per tradizione, i bambini della città seppellivano i propri animali e si impegnavano a tenere pulito il posto ed il sentiero.  Il giorno seguente Ellie andò dal padre preoccupata per la salute del suo gatto Church e il padre cercò di tranquillizzarla dicendo che ci sono animali che vivono molto a lungo e che il gatto ora aveva solo tre anni; Rachel avendo sentito il discorso dei due e le lacrime della piccola figliola decise di proibire ad Ellie di ritornare in quel cimitero e di fare sterilizzare il gatto per prevenirgli eventuali pericoli.

La mattina dopo Ellie venne accompagnata all’ autobus che l’ avrebbe portata per il primo giorno verso la sua scuola e successivamente anche Louis partì per l’ università dove lo aspettava una durissima giornata. Infatti,l’ ambulanza si era guastata proprio il giorno precedente e dopo solo un paio di ore venne portato nell’ ambulatorio un giovane ventenne moribondo, con la testa fracassata e il collo spezzato: si chiamava Victor Pascow era stato investito da un’ auto mentre faceva jogging. Il giovane in fin di vita, appena prima di morire , emise le sue ultime parole e chiamando misteriosamente Louis per nome disse qualcosa di poco chiaro, nominando il cimitero degli animali.   

Louis non voleva credere a quello che aveva sentito e ritornò a casa sconcertato dal fatto, pensando alle parole di Pascow  e fu consolato dalla moglie.  Durante la notte venne svegliato da un rumore e si alzò pensando che Gage potesse essere caduto dal letto ma, vide sulla soglia proprio il suo primo paziente dell’ università.  Pascow lo invitò ad andare con lui in un posto e il dottore lo seguì attratto da quell’ avvenimento che lui considerava un sogno più concreto degli altri.

Pascow , nel “sogno”, lo condusse al cimitero degli animali e gli disse che non doveva assolutamente oltrepassare la barriera di alberi che era accatastata su un lato di quello spiazzo, che quella barriera era fatta per non essere scavalcata.  La mattina seguente Louis si svegliò con la convinzione di aver fatto solo un brutto sogno, ma appena sollevate le coperte vide che i suoi pantaloni erano sporchi di fango ed aveva i piedi pieni di aghi di pino.

Si spiegò quel fatto con un caso di sonnambulismo associato ad un sogno e, dopo aver messo da lavare i panni sporchi, in modo da non farli vedere a Rachel, andò a fare colazione.   

Nei giorni successivi Church venne sterilizzato, nonostante l’ opinione contraria di Louis a quell’ operazione, ed il giorno del ringraziamento Ellie, Gage e Rachel andarono a Chicago a fare visita ai nonni materni con i quali Louis non aveva mai avuto buoni rapporti.

La sera stessa, dopo aver pranzato da Jud e Norma Crandall, Louis si addormentò nel suo salotto, ma poco dopo venne svegliatola da una telefonata di Jud che diceva di aver trovato un gatto morto nel suo giardino ed aveva il timore che fosse Church.

Il gatto era effettivamente Church e nonostante fosse già tardi  Jud si intestardì e condusse Louis verso il cimitero degli animali con un piccone, una vanga e il cadavere del gatto in una busta di plastica.  Arrivati nel piccolo cimitero, però, non si fermarono e proseguirono verso la barriera di alberi di cui aveva parlato Pascow nel “sogno”; anche se questa poteva sembrare instabile e barcollante Jud vi saliva senza alcun timore e lui seguì i suo esempio.  Dopo circa quattro chilometri di cammino, in cui attraversarono una palude coperta da una coltre di nebbia, arrivarono ad una scalinata scavata nella pietra e dopo essere saliti fecero una buca in cui vi seppellirono il gatto e sopra cui Louis dovette fare un tumulo da solo.

Finito il lavoro tornarono a casa verso le otto e mezzo e, come spesso facevano, si ritrovarono da Jud a bere qualche birra per passare la serata.

Jud raccontò a Louis che aveva saputo di quel posto da Stanny B., un vecchio del suo paese, e che era stato anticamente un cimitero degli indiani micmac.

Il giorno successivo, nel pomeriggio, mentre Louis stava lavorando in garage  ad una serie di mensole Church ritornò:  aveva delle croste di sangue sul muso,  puzzava, ma era vivo e Louis pensò che prima di essere seppellito non era morto ,ma solamente tramortito.  Verso sera Rachel ed i suoi figli tornarono da Chicago con tanti completini nuovi che gli erano stati regalati dai nonni.

Intanto l’ inverno trascorreva tranquillamente, fino al giorno in cui, per una malattia cerebrale, Norma Crandall morì; Ellie non fu particolarmente colpita e partecipò al suo funerale osservando ciò che accadeva intorno a lei.   Il 17 maggio anche il piccolo Gage morì travolto da uno dei centinaia di autotreni che passavano sulla statale Quindici, proprio davanti alla casa dei Creed; tutti i parenti erano sconvolti: Ellie teneva in mano una sua foto e non parlava, Rachel non era neanche più in grado di reggersi in piedi e Louis si dovette far forza per affrontare tutti i parenti e l’ organizzazione del funerale.  La sera della veglia funebre Louis andò in cantina ad ubriacarsi e pensò a quello che Jud gli aveva raccontato sul terreno di sepoltura dei micmac.

Una volta vi avevano seppellito una persona, che però,era resuscitato sotto le vesti di vecchio cadente, con le braccia  penzoloni e riusciva a sapere i segreti di tutti: cose che ognuno aveva realmente fatto, ma di cui nessuno sapeva niente.  Vi avevano seppellito anche un toro che, però, si era incattivito a tal punto che lo dovettero abbattere dopo soli sette giorni.  

Il funerale del piccolo Gage fu celebrato alle due del pomeriggio seguente e vi parteciparono anche Rachel e Ellie, nonostante le loro precarie condizioni.

La stessa sera Louis andò al cimitero di Pleasantview, dove era sepolto Gage e spinse il grosso cancello di ferro credendolo chiuso, ma era aperto e si diresse verso la tomba del figlio.  Pensò di nuovo al cimitero dei micmac  e alla possibilità di fare risorgere il giovane fanciullo, ma poi tornò bruscamente in sé e si rimproverò di quegli stupidi pensieri.   La possibilità di far ritornare in vita il suo piccolo figlio, però era reale, infatti Church era veramente morto quando l’ aveva trovato e Gage poteva davvero resuscitare, come aveva fatto il micio e, anche se fosse stato un po’ intontito, avrebbe comunque migliorato la situazione. 

Con l’ idea di poter riabbracciare il piccolo figlio convinse Rachel e la figlia a riaccompagnare i nonni a Chicago e, solo dopo che furono  partiti, andò ad acquistare il materiale necessario per disseppellire il corpicino dal cimitero: vanga, piccone, torcia; dopodiché attese la sera.

Intanto a Chicago, Ellie aveva fatto un brutto sogno in cui Paxcow ( così lei lo chiamava)  gli diceva che aveva avvertito Louis, ma ormai non c’ era più niente da fare e Rachel molto preoccupata aveva telefonato a Jud, il quale venuto a conoscenza del sogno si era appostato alla finestra dalla quale poteva controllare che Louis non si dirigesse verso il cimitero degli animali.   

Appena arrivò il buio Louis andò al cimitero di Pleasantview e, tovato il cancello chiuso, dovette scavalcare con notevole fatica, ma dopo potè tirare fuori il cadavere di Gage e trasportarlo fino  al terreno di sepoltura dei micmac, senza farsi vedere da Jud, che si era addormentato.

Nel frattempo Rachel era partita da Chicago per ritornare a Ludlow, preoccupata dal sogno rivelatore di Ellie, e si apprestava a raggiungere la sua città.    Louis, dopo aver seppellito il figlio e aver fatto il tumulo,  tornò a casa ad aspettare il ritorno di Gage, che però arrivò mentre il padre stava ancora dormendo. Allora entrò in casa e si diresse deciso verso la borsa da medico di suo padre, dalla quale prelevò il bisturi ed andò a casa di Jud.

Gage entrò nella stanza in cui c’ era Jud e, con l’aiuto di Church,che lo fece inciampare, uccise l’ anziano signore a colpi di bisturi. 

Rachel appena arrivata a Ludlow si diresse a casa di Jud, dove entrò e vide Church, che aveva la faccia sporca di sangue; preoccupata della salute di Jud entrò in casa e vide il piccolo corpo di Gage che la attendeva. Immediatamente Rachel gli corse in contro chiamandolo e lui fece altrettanto, ma con nella mano dietro alla schiena aveva il bisturi con cui uccise anche la madre.  Louis si svegliò parecchio tempo dopo e, quando vide le piccole orme del figlio Gage che si dirigevano in bagno, dove nella sua borsa mancava il bisturi, prese delle fiale di morfina ( una quantità necessaria per uccidere un cavallo) e i diresse verso la casa di Jud.  Louis si fermò sul ciglio della strada, dove sul cofano della macchina di Rachel c’era Church, che morì dopo pochissimi istanti dal momento in cui il suo “fedele” padrone gli aveva fatto l’ iniezione letale.  Entrato in casa Louis seguì le orme che Gage aveva lasciato e salite le scale vide, dapprima il cadavere di Rachel e poi Gage con la faccia tutta imbrattata di sangue e il suo bisturi in mano.  Avvicinatosi al figlio, con un po’ di fatica, riuscì a iniettargli la morfina, che lo uccise in pochi secondi.     

Dopo prese un lenzuolo dalla stanza di Jud, vi avvolse il corpo della moglie, che portò fuori, scosparse tutta la casa di benzina e la bruciò la casa.

Louis intanto portò la moglie, avvolta nel lenzuolo, verso il cimitero degli animali, mentre la polizia e i pompieri arrivavano alla casa di Jud.

 


ANALISI DEI PERSONAGGI

 

 

Louis Creed:  è il protagonista della vicenda; viene presentato dal narratore all’ inizio della storia.  E’ un dottore che si è trasferito a Ludlow, una piccola cittadina, dalla grande metropoli di Chicago, per un lavoro che gli è stato offerto come assistente sanitario nell’ università del Maine.  Ha due figli e una moglie, che ama moltissimo; ha perso il padre all’ età di tre anni e non ha mai conosciuto i nonni.  Ha una passione per il modellismo, che la moglie giudica un vizio infantile, e  passa  volentieri la sera con l’ amico Jud bevendo birra.    

Non è sicuro di aver fatto la scelta giusta trasferendosi a Ludlow ed, infatti, è sempre molto insicuro sulla scelta da fare; non è particolarmente religioso e non credeva alla resurrezione prima di provare in prima persona quello che è accaduto a Church ed a Gage.

 

 Rachel:  è presentata dal narratore.  E’ la moglie di Louis, che ama molto; ha una psiche molto debole soprattutto parlando di morte, poichè quando era piccola la scomparsa della sorella Zelda le rovinò la gioventù.  Non ha né particolari hobbies, né un lavoro    

 

Ellie:  è la figlia di Rachel e Louis ; viene presentata dal narratore.  Ha un particolare affetto per il gatto Church, con il quale, addirittura, dorme e del quale  teme la morte in modo quasi ossessionante.  Ama le focaccine che fa Norma Crandall, d cui sente la mancanza dopo la sua morte.

 

Gage:  è presentato dal narratore; è il membro più piccolo della famiglia Creed, non ha ancora imparato a parlare, eccetto qualche parola (papà, mamma) ed è ancora dipendente dalla madre.   Gli piace giocare con le macchinine e ripetere, storpiandole, ogni parola che sente dire dalle altre persone.  Dopo la resurrezione uccide Jud e la madre con un bisturi sottratto dalla borsa da medico di Louis e viene, poco dopo,  uccisi dal padre.

 

Judson  Crandall:  viene presentato dal narratore.  E’ il vicino di casa di Louis, che lo considera come il padre perso all’ età di tre anni.  E’ un accanito fumatore e ama bere birra aspettando l’ ora di andare a dormire.  E’ colui che svela a Louis il segreto del cimitero dei micmac e lo aiuta a seppellire ( e quindi a fare resuscitare)il gatto Church.

 

Norma Crandall:  è presentata da Jud. E’ la moglie di Judson e soffre di artrite, che però non vuole curare per paura.  Muore per una malattia cerebrale.

 

Church:  è presentato dal narratore.  E’ il gatto della famiglia Creed, molto amato da Ellie; muore, investito da un camion e viene resuscitato da Louis e da Jud.  Aiuta Gage ad uccidere Judson, ostacolandolo.  

Analisi dei luoghi

 

 Il cimitero degli animali:  è il posto in cui tutti i bambini di Ludlow seppelliscono i propri animali domestici.  

 

Il terreno di sepoltura dei micmac:  è un posto che ha particolare potere sugli uomini.  Fa resuscitare tutti gli esseri che vengono seppelliti qui.  Era stato un cimitero degli indiani micmac, che però l’ avevano abbandonato credendolo stregato. Per arrivarci bisogna attraversare una palude incantata, piena di fitte nebbie che ricoprono il terreno e luci misteriose.

 

La casa di Louis: qui avvengono tutte le azioni ordinarie della vita dei Creed

 

La casa di Jud:  qui Louis e Jud si incontrano a bere birra quasi ogni sera e possono parlare di ciò che vogliono, come il cimitero degli animali,  il passato di Jud, etc …

 

Chicago:   è il paese in cu abitavano i Creed prima di trasferirsi a Ludlow; qui vi abitano ancora i genitori di Rachel.  Louis per resuscitare Gage, senza intralci, vi manda Rachel ed Ellie.

 

L’università:  è il posto in cui muore Pascow, che parla a Louis del cimitero degli animali, sconvolgendo le sue idee.

 

 

Analisi temporale

 

 

La vicenda si svolge in un arco di tempo di circa un anno e nella narrazione ci sono vasti intervalli, addirittura di un intero inverno.

Nonostante le numerose indicazioni temporali, però, non c’e una precisa cenno sull’ anno, quindi si può presumere (anche da alcuni elementi presenti nel testo) che sia ambientato negli anni ’80, periodo contemporaneo alla pubblicazione del libro. 


Analisi lessicale

 

Aitante: robusto, gagliardo

Addotto: che ha subito adduzione

Druidico: dei druidi, popolazione celtica

Lacero:persona che indossa vestiti logori o strappati

Manfrina: storia insistente e noiosa

Ottenebrare:  coprire o velare di tenebre

Planetoide:  piccolo pianeta ruotante intorno al Sole

Tumulo: monticello di terra che si elevava sulla tomba

Vestina:  abito infantile

Zufolare:  fischiettare a labbra chiuse


 

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

“SE QUESTO E’ UN UOMO”

 

 

IL LIBRO: “Se questo è un uomo” è stato scritto da Primo Levi nel 1946 a pochi mesi di distanza dalla liberazione dal Lager, anche se in realtà egli aveva già cominciato a scrivere quand’era ancora nel campo e più precisamente quando cominciò a lavorare in laboratorio. Come sente il bisogno di specificare nella Prefazione, è bene ricordare che niente di tutto quello narrato, né i luoghi, né i personaggi sono inventati, ma sono appunto testimonianze di chi le ha vissute da dentro, di là dal filo spinato che isolava il campo e i suoi “ospiti” dalla vita. L’esigenza di raccontare cos’ha visto, cos’ha subito, di far sapere al mondo cosa avvenne veramente, di rendere partecipe tutti al fine di non dimenticare e non rifare gli stessi errori, sta alla base di “Se questo è un uomo”.

 LA POESIA: Il libro si apre con una poesia che coinvolge i lettori in prima persona, contrapponendo la loro confortevole situazione (“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…”) a quella di un uomo o una donna non più degni di questo nome, quali i prigionieri del Lager.

LO STILE E IL LINGUAGGIO: Il protagonista parla quindi in prima persona e quasi sempre prevale il punto di vista interno del personaggio più che quello onnisciente del narratore. Proprio per dare sfogo all’istinto di narrare una serie di vicende, senza necessariamente seguire un ordine cronologico, Levi non si cura molto dello stile che risulta così molto diretto: frequente l’uso di periodi brevi o comunque d’immediata comprensione, nonché molte similitudini e figure retoriche in genere, che stimolano l’immaginazione del lettore, per meglio immedesimarlo nella descrizione; ad esempio, il momento della sveglia viene descritto come “un cancro rapido”, oppure i prigionieri in fila dietro al Kapos vengono paragonati a dei “goffi pulcini”, o ancora i prigionieri che si guardano intorno ai primi raggi del Sole estivo, dopo il lungo inverno, sono come i “ciechi che riacquistano la vista”.

    Significativi sono, inoltre, i numerosi riferimenti all’Inferno di Dante, che ben si conciliava con la condizione “infernale” del Lager (il guardiano del vagone che trasportava i prigionieri era appunto detto “Caronte”, il traghettatore delle anime).

    Infine. è molto frequente l’uso del gergo del Lager, che comprendeva parole di diverse lingue, specie tedesche, o anche espressioni usate dagli Haftlinge; così, il nome “musulmani” stava ad indicare i cosiddetti “sommersi”, cioè i prigionieri destinati sicuramente a soccombere, oppure, per indicare i nuovi arrivati, si usava l’espressione “Grandi numeri”, riferendosi al numero di serie che veniva tatuato ad ogni prigioniero e che diventava il loro nuovo nome. Levi si chiamava 174 517.

    Addirittura Levi afferma che, per descrivere la loro condizione di “non-uomini”, di “bestie stanche”, le parole “fame”, “freddo”, “paura” non erano neanche adatte, perché il loro modo d’avere fame, freddo e paura no era quello di un qualunque uomo affamato, infreddolito e impaurito; queste sono “parole libere create da e per gli uomini liberi”, mentre per descrivere il Lager occorrerebbe inventare delle nuove parole.

IL LUOGO: Il preciso scopo di documentare l’umanità sta anche nelle precise e dettagliate descrizioni dei luoghi, dei ritmi, delle regole e delle abitudini di quella “macchina per fabbricare cadaveri” che è il campo di concentramento nazista; si perché i tedeschi hanno uno spiccato senso dell’ordine e della precisione e ogni minima cosa, dal regolamento alle marce (“che giacciono incise nelle nostre menti…”) era stata studiata e premeditata per creare un “esercito di larve” che non avesse più niente di umano (“non pensano, non vogliono: camminano…”).

    Rivolgendosi proprio a loro Levi dice:” Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo; non è stato agevole, non è stato breve ma ci siete riusciti, tedeschi…” Del resto “soccombere era la cosa più semplice”.

    Da queste descrizioni ricaviamo proprio le notizie sulla struttura, sulla topografia del Lager: un quadrato di circa 600 m a lato, circondato da filo spinato, percorso da corrente ad alta tensione, costituito da 60 baracche in legno, i Blocks, più la cucina in muratura, le docce e le latrine ( una per ogni gruppo di 6 o 8 Blocks). Vi sono Blocks adibiti a scopi particolari, ad esempio l’infermeria, e i comuni Blocks divisi in “Tagesraum”, l’abitazione del capo-baracca, e dormitorio, con 148 cuccette strette e fitte “come celle di alveare”. Vi è poi la Piazza D’Appello, dove venivano radunati al mattino per l’appello, appunto.

    Descrive, inoltre, il Ka-be, ovvero l’ospedale (“relativa parentesi di pace”), la Buna, ovvero la fabbrica a cui lavoravano i prigionieri di Auschwitz, e infine il Laboratorio di Chimica, meravigliosamente simile a qualunque altro laboratorio; per Levi infatti era straordinario e incredibile che in quell’ angolo dimenticato dal mondo ci potesse essere qualcosa di così familiare che lo riporta, con la mente, alla sua vita, ai suoi studi universitari.

IL TEMPO: Le vicende narrate si svolgono in più di un anno, dal dicembre ’43 al gennaio ’45. Il tempo nel Lager, com’è facile immaginare, non passa mai, “ i giorni si somigliano tutti e non è facile contarli…”. Non possedendo più orologi, il tempo è scandito dai ritmi di lavoro (“ … passano i prigionieri inglesi, sarà presto ora di rientrare…”), dalle sirene (“la sirena di mezzogiorno esplode ad esaurire le nostre stanchezze”), dalla sveglia (“…pur senza orologio, siamo in grado di prevederne lo scoccare con grande approssimazione…”), nonché tristemente dalla scomparsa dei compagni.

    Non vi è la percezione del tempo, nel Lager non ha più senso contarlo; non si pensa più al passato, i più saggi non si prefigurano più un futuro ( tant’è che nel gergo del campo “mai” si diceva “domani mattina”, ad indicare la precarietà del destino); per loro “la storia si è fermata”, esiste solo il presente e il futuro immediato, con tutto il suo carico di problemi: “quanto si mangerà oggi, se nevicherà…”. Significativa è infatti l’espressione “la vita ha uno scopo: il nostro scopo è di arrivare in Primavera”, in quanto l’inverno aggravava la loro situazione a causa del freddo e delle condizioni disumane di lavoro (“il fango onnipresente”). Bastava poco infatti ai prigionieri per riuscire a trovare uno spiraglio di speranza e andare avanti; infatti Levi dice che “ in qualche modo si ha sempre l’impressione di essere fortunati, che una qualche circostanza magari infinitesima ci trattenga sull’orlo della disperazione e ci conceda di vivere…”

    Solo nell’ultimo capitolo, con l’approssimarsi della liberazione, si ricomincia a calcolare il tempo, segno che il Lager è ormai morto.

I PERSONAGGI: I personaggi che compaiono nel libro sono molto numerosi, ma la maggior parte viene ricordata da Levi in relazione ad una singola vicenda e solo a volte alcuni personaggi vengono ripresi. Fra quel “campione di umanità“ Levi individua due principali categorie, di cui uno già citato è quello dei “sommersi” o dei “musulmani”, di cui fa parte la stragrande maggioranza degli Haftlinge, ovvero i più deboli, i più sottomessi, quelli per cui vale il detto del Lager “l’unica cosa è obbedire”, quelli che “sono qui di passaggio e di cui non rimarrà che un pugno di cenere…”, che per Levi ben rappresenta l’immagine di tutti i mali del nostro tempo.

    Ma ci sono anche i cosiddetti “salvati”, gli “adatti”, i candidati a sopravvivere, quelli per cui vale un altro detto del campo che è “A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto” ( paradossale ma vero! ). Sono quelli che lottano non solo per sopravvivere ma anche per mantenere un briciolo di dignità, di identità, che trovano espedienti per conquistare una razione di pane in più, un litro di zuppa in più, per fuggire ai lavori più duri e per farsi rispettare anche dai Kapos, che spesso trovano in questi soggetti i più forti “alleati” e fanno sì che godano di privilegi o che vengano promossi alle “alte cariche” pur di voltare le spalle ai compagni. Non c’è da meravigliarsi dunque se i “Prominenti” erano quasi tutti ex criminali o comunque persone senza scrupoli.

    Tanto per citare qualche personaggio possiamo dire che dello sterminato gregge di musulmani facevano parte ad esempio Kraus, “l’uomo Kraus” ( ricordando la definizione data da Levi ai prigionieri: i non-uomini ) o anche lo stesso autore, che pur tuttavia è sopravvissuto; mentre fra il ristretto gruppo di “salvati” egli esamina quattro personaggi significativi: Schepschel che viveva di piccoli espdienti, come rubare una scopa e rivenderla, ma che, sempre per le caratteristiche dette prima, non esitò a far condannare un compagno e complice pur di ottenere una buona reputazione; l’ingegner Alfred L., il quale aveva elaborato e portato a termine un piano ben preciso, che consisteva nel curare meticolosamente il suo aspetto, per distinguersi dalla massa, e cerare di mettersi in mostra in quanto a disciplina, conoscendo l’esasperata dedizione all’ordine dei tedeschi, per guadagnarne infine il rispetto. Poi vi è Elias Lindzin che era “l’esemplare umano più idoneo a questo modo di vivere”, in quanto possedeva un fisico eccezionale che, per un’assurda legge del Lager, gli consentì di essere esonerato dal lavoro più faticoso. Infine vi è Henri, secondo il quale per sopravvivere nel Lager, vi sono tre regole: l’organizzazione, il furto e la pietà. Quest’ultima era il suo punto forte: egli sapeva come rigirare chiunque volesse, persino i tedeschi, e così godeva di molte amicizie e di molti protettori.

    Questi, specie tra i lavoratori civili delle fabbrica, erano numerosi e in stretto contatto con i prigionieri, con i quali contrattavano scambi, per così dire “commerciali” o semplicemente ai quali offrivano ogni giorno qualche razione di cibo in più.

    Lorenzo era appunto il protettore di Levi, ma con lui non aveva il solito rapporto tra prigioniero e civile; egli era semplicemente buono, “non pensava si dovesse fare del bene per una ricompensa”; Levi lo ricorda con infinita gratitudine perché, dice, proprio a Lorenzo deve di essere vivo, non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avergli fatto capire che ancora esisteva qualcosa o qualcuno di buono nel mondo. Lorenzo, infatti, è il solo “uomo” tra i personaggi del libro e grazie a lui, dice Levi, “… mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.”.

    Il personaggio più importante e più presente nel ricordo del protagonista, però, è Alberto, “il mio amico non domato”, quello che per primo “ha capito che questa vita è guerra”. Alberto infatti era il miglior amico di Primo, erano inseparabili, venivano chiamati ”i due italiani” e, come dice l’autore stesso, rappresenta per Levi “la rara figura dell’uomo forte e mite”, un esempio. Era due anni più piccolo di lui, era al quarto anno di Chimica all’università e con Primo condivideva tutto: il ”protettorato” di Lorenzo, il cibo, le “imprese”; solo il ricovero per scarlattina di Primo non poté condividere e così, nella notte del 18 gennaio, partì insieme a tutti i sani, mentre Primo rimase con i malati nel Ka-be ormai abbandonato; quella fu la prima ed ultima volta che i due amici si separarono.

 

    Se dovessi ridare un titolo al libro probabilmente sceglierei un’espressione ripresa da Levi in una delle sue domande retoriche: “STORIE DI UNA NUOVA BIBBIA”. Nel capitolo 6 ,Levi parla di un altro personaggio, Resnyk, e dice di aver dimenticato la sua storia, ma che certamente era uguale a tutte le altre storie, simili a quelle della Bibbia. Il riferimento è dunque alla persecuzione degli Ebrei e al rapporto di continuità tra il passato e il presente.

 

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

ANALISI DEL TESTO

 

LIBRO: I 49 racconti    AUTORE: Ernest Hemingway

RACCONTO: Una lettrice scrive

 

Il brano è uno tra i più insoliti mai trattati da Hemingway, non tanto per il suo tema, ma più che altro per il modo insolito con cui viene redatto: attraverso una lettera.

La protagonista, che resta anonima per tutta la narrazione, è molto preoccupata per la malattia del marito, un soldato che durante una spedizione in Cina ha riscontrato una grave malattia: la sifilide, patologia che si prende, nella maggior parte dei casi, tramite via sessuale. La donna è molto preoccupata di un possibile contagio, sia a lei sia alla piccola bambina nata durante la lontananza del padre.

Questo racconto non ha nulla in comune con gli altri brani se non le funzioni di Propp, si può capire poco da ciò che dice esplicitamente il narratore, bisogna leggere attentamente tra le righe, e solo allora si può capire che: la scrittrice della lettera è una donna ancora molto emancipata, dato che non osa neppure per un attimo accusare il marito di tradimento, ne tantomeno tarda a ricongiungersi a lui appena tornato dalla guerra. In ogni caso anche lei si pone molti dubbi sul marito; ma più che altro, ella, inveisce contro la malasorte che li ha colti. Nei suoi pensieri si possono notare la preoccupazione e il dubbio presenti nel suo inconscio. Nel racconto non è sviluppato un finale, viene lasciato, invece, tutto in sospeso. Questo racconto, estremamente breve lascia tutto quello che si può descrivere in un personaggio all’immaginazione del lettore che può quindi sbizzarrire la sua fantasia tra le poche righe che raccolgono il brano. Il narratore è, per quel poco che c’è da raccontare, onnisciente, dato che conosce e scrive i pensieri confusi della protagonista.

La narrazione comincia con un paragrafo introduttivo, poi, nella stesura della lettera il narratore spiega i fatti tramite un flashback, non si può quindi sostenere che ci sia parallelismo totale tra fabula e intreccio.

Hemingway ha quindi scelto un nuovo modo, molto coinvolgente di far partecipare il lettore ad una vicenda, il testo scritto come una lettera.

 

 

 

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Il deserto dei tartari

DOMANDE:

 

  1. Breve analisi del tempo
  2. Breve analisi dello spazio
  3. Tipologia dei personaggi
  4. La vita come attesa, la vita come inganno, la vita come lotta”, sono i tre nuclei tematici riscontrabili nel romanzo. Discutine portando argomenti a favore o contro.
  5. Nell’ultimo capitolo c’è forse il vero significato dell’opera. Discutine.
  6. Dato il periodo storico in cui fu scritto si possono riscontrare, a tuo parere, elementi autobiografici o comunque politici?

 

 

 

RISPOSTE:

 

 

Nel romanzo "Il Deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, il tempo svolge un ruolo predominante: si identifica, infatti, nell'antagonista di Giovanni Drogo e con la principale causa del suo dramma e del suo costante senso di oppressione.

Ciò è verificabile sin dai primi capitoli: la quotidianità delle giornate che inesorabilmente trascorrono, è sempre maggiore.... "Ieri e 1 'altro ieri erano eguali, egli non avrebbe più saputo distinguerli. un fatto di tre giorni prima o di venti finiva per sembrargli ugualmente lontano".

Ecco che per il protagonista inizia, come la definisce lo stesso autore, la fuga del tempo: il trascorrere di quest'ultimo, di capitolo in capitolo, sembra non seguire più una linea cronologica e sequenziale.

Sono individuabili a mio parere due diverse sezione nel romanzo per quanto riguarda questo tema: la prima narra la giovinezza dell'ufficiale, la seconda, invece, la vecchiaia.1 primi anni trascorsi tra le mura della Fortezza Bastiani vedono, infatti, "il fermarsi dell'esistenza di Drogo", e il continuo logorarsi dell'ambiente spaziale che lo circonda: "Il fiume del tempo passava sopra la fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra...., ma su Drogo passava invano,. non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga". La monotonia pervade tutte le giornate dell'ufficiale che diventano per lui sempre più uguali: ecco quindi che egli perde la cognizione del tempo e la sua giovinezza velocemente e, soprattutto, inconsciamente trascorre.

I rari casi, in cui sembra che l'arrivo dei famigerati Tartari sia vicino, fanno rimandare a Drogo la richiesta per il suo trasferimento, che si deciderà troppo tardi a formulare.

Ecco che quindi nasce la seconda fase della sua vita: ora il tempo incomincia a trasportare con se anche il protagonista che allargando il proprio sguardo oltre i limiti imposti dalla fortezza, si accorge che effettivamente "niente sembra mutato" e che la sua era solamente una cecità mascherata dalle proprie aspettative per il domani.

Il domani, tuttavia, è improvvisamente giunto; sono passati ben quindici anni, ma le sue speranze tardano ancora ad essere esaudite: "Le montagne - invece - sono rimaste identiche, sui muri del Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà qualcuna di nuova, ma di dimensioni trascurabili. Uguale e il cielo, uguale è il deserto dei Tartari..... Quindici anni per le montagne sono state meno che nulla, ma per gli uomini sono stati un lungo cammino.....".

Le abitudini non sono mutate, ne i turni di guardia, ne i discorsi che gli ufficiali si fanno ogni sera.

eppure, a guardare da vicino, si riconoscono nei volti i segni degli anni.

Drogo, però, non se ne rende conto e le giornate continuano a fluire l'una in seguito all'altra: dopo trent'anni di servizio, passati nell'attesa di provare l'emozione di una vera e propria battaglia, all'ultimo, è costretto, dal deperimento del suo corpo e quindi dagli effetti del tempo stesso, ad abbandonare l'unica grande speranza della sua vita.

E quando sta per morire, la fuga del tempo, si ferma.

A questo proposito, ritengo che uno dei problemi principali del protagonista sia che, al contrario di quanto facciano tutti gli uomini, egli non abbia vissuto in rapporto al tempo, bensì sia stato il tempo a vivere in rapporto a lui.

Drogo aveva dei progetti e delle aspirazioni da realizzare durante il corso della sua carriera militare, ma per la condizione in cui trascorse la maggior parte della sua vita e per la sua natura, a mio parere, fondamentalmente inetta, non è stato in grado di metterli in atto: solo prima di morire riesce a vincere una delle poche battaglie della sua esistenza, ovvero quella contro la sua incapacità di contrastare un ambiente sfavorevole e di imporre al tempo una sua precisa e incondizionata scelta.

 

2) E' molto interessante notare quanto l'ambiente spaziale sia complementare alle giornate di quest'uomo e ne rispecchi il carattere.

In primis v'è la fortezza Bastiani, che nella realtà, come per quanto riguarda il deserto dei Tartari, non esiste: anche all'inizio del romanzo, tuttavia, nessun viandante, al quale Drogo si rivolge per chiedere informazioni sulla strada da percorrere, sembra aver mai sentito nominare quel luogo.

A mio parere essa è la metafora del mondo interiore dell'ufficiale: una sorta di prigione che ha inevitabilmente provocato la chiusura del protagonista in se stesso, rendendolo sottomesso a una volontà esterna.

Per esprimere questo l'autore dipinge costantemente il paesaggio con tonalità apatiche (bianco, giallo, arancione etc....)e l'inverno domina quasi sempre la scena.

Tutto l'insieme esprime vuoto, lentezza, solitudine, incertezza e, soprattutto oppressione.

Molti ritengono che Buzzati si rifece evidentemente al modello della narrativa di Kafka: quasi tutte le sue opere, oltre al "Deserto dei Tartari", sono caratterizzate da un'atmosfera oscura, che suscita nel lettore angoscia e rabbia nei confronti della situazione creatasi.

L'ambiente è spesso associato al dramma di Drogo e a quello di tutti i soldati: "Così la pianura rimase immobile, ferme le nebbie settentrionali, ferma la vita regolamentare della Fortezza, le sentinelle ripetevano sempre i medesimi passi da questo a quel punto del cammino di ronda, uguale il brodo della truppa, una giornata identica all'altra, ripetendosi all'infinito, come soldato che segni il passo".

E' facilmente evidenziabile come Buzzati con una descrizione semplice e didascalica riesca a creare una situazione quasi paradossale: è interessante notare la scelta degli aggettivi (immobile, medesimi, uguale, identica....), dei verbi (rimanere, ripetere....) e dei sostantivi (pianura, nebbia, brodo, infinito....), che evocano questo costante e continuo senso di impotenza, di monotonia.

 

3) Fin dai primi capitoli si può notare la caratteristica fondamentale che Dino Buzzati ha voluto conferire a tutti i personaggi: essi, infatti, sono accomunati da tutto, nel vero senso della parola.

Non hanno delle particolarità psicologiche che li rendono unici come ogni uomo che vive al di fuori della fortezza, bensì sono dei semplici modelli, uguali nel pensare, nel desiderare, nello sperare, nell'agire, persino nel vestire!

La loro più grande aspirazione è la ricerca della sicurezza, che sembrano, ma solo apparentemente, trovare nella Fortezza, tra le sue mura e quindi, come dicevo prima, in se stessi: quest'ultime li difendono dal nemico, che è sì rappresentato dai Tartari, ma in realtà è metafora del mondo esteriore.

 

TRONK / MORETTO: Tronk è uno dei primi ufficiali che Drogo incontra nel suo lungo cammino: quando il protagonista giunge alla fortezza, egli vi ha già vissuto per ben ventidue anni.

E' una figura molto interessante: associandolo ad un colore verrebbe istintivo pensare al viola o al nero, o, comunque, a qualcosa di scuro e tetro.

Mi ha molto colpito la totale incapacità di quest'uomo nel provare un sentimento e la sua crudezza nel mettere in atto, alla lettera, quanto prescrive il regolamento.

"Quando lui era in servizio, le sentinelle non abbandonavano per un istante il fucile, non si appoggiavano ai muri ed evitavano persino di fermarsi perché le soste erano concesse solo in via eccezionale....".

Questo è provato anche nel capitolo XII: la situazione vede infatti il soldato Lazzari, che ha da poco preso servizio, fuori dalle mura della Fortezza e il Moretto come sentinella. Il regolamento prescriveva che senza parola d'ordine nessuno sarebbe potuto passare.

E' possibile proprio in questo caso osservare quanto affermavo sopra: Tronk addirittura non è toccato dal minimo senso di pietà, al contrario del soldato di ronda che si trova tra l'incudine e il martello, si trova a decidere tra la vita di un compagno che ben conosce e la legge della Fortezza.

"A pochi metri Tronk lo fissava severamente. Non diceva nulla... [...]... ma la sentinella non era più il Moretto con cui tutti i camerati scherzavano liberamente, era soltanto una sentinella della Fortezza, in uniforme di panno azzurro scuro con la bandoliera di mascarizzo, assolutamente identica a tutte le altre di notte, una sentinella qualsiasi che aveva mirato ed ora premeva il grilletto...".

E quindi, naturalmente, il Lazzari diventa un nemico, che si trova al di fuori delle mura difensive, che ha trasgredito al regolamento e che pertanto è giusto giustiziare.

Cosa rimane ? Nessun rimorso; sembra che la coscienza, l'IO cosciente, sia svanito e l'apatia, o peggio ancora, l'INDIFFERENZA, domini tutto l'essere.

 

SIMEONI: Questo personaggio caratterizza la parte finale del romanzo, che vede la crescita del suo potere e, di pari passo, la perdita d'importanza di Drogo.

Quest'ultimo, a mio parere, pur non accorgendosene, è sempre alla ricerca di qualcosa in più che gli permetta di ottenere maggior sicurezza: questo qualcosa è proprio l'amicizia che, tuttavia, non è corrisposta.

La maggior parte degli ufficiali, tra i quali si annoverano sia Tronk che il tenente Simeoni, non conoscono a fondo questo sentimento o esso è sopraffatto dall'influenza che ha la fortezza sulle persone che la abitano. Simeoni è l'unico con Drogo che nutre ancora qualche speranza riguardo all'arrivo dei Tartari:

"Tutta la sua vita sentimentale era infatti concentrata in quella speranza e stavolta con lui non c’era che Simeoni, gli altri non ci pensavano nemmeno, neppure Ortiz, neppure il caposarto Prosdocimo. Era bello adesso, così soli, nutrire gelosamente un segreto, non come nei giorni lontani, prima che morisse Angustina, quando tutti si guardavano congiurati, con una specie di avida concorrenza ... ".

Al primo accenno di rimprovero, anche l'unico "amico" che il protagonista aveva, diventa come gli altri: freddo, distaccato ed apatico.

Diventa anch'egli un insensibile, privo di emozioni, di ogni sentimento.

Ha anche il coraggio di cacciare letteralmente Drogo e di fargli il male più grande di tutta la sua vita, ovvero privarlo dell'unica speranza che aveva sempre nutrito e della quale aveva sempre vissuto. A mio parere, tuttavia, è un bene che questo avvenga, poiché gli fornisce anche un enorme aiuto, seppur inconsciamente: Io mette in una condizione nella quale non si era mai trovato prima, ovvero fa in modo che egli possa reagire, possa riscattarsi e lottare contro il suo peggior nemico, il tempo.

Un po' di umanità c'è quindi nei personaggi di Buzzati, ma è quasi invisibile, poiché inconscia e non frutto di una scelta meditata e di cui si è consapevoli.

 

4) Il nucleo dell'attesa è sicuramente la base di tutto il romanzo in quanto domina tutti i suoi capitoli eccetto l'ultimo.

L'arrivo di qualcosa che finalmente possa rendere uniche delle giornate è la sola grande speranza di Giovanni Drogo: anche in questo caso, come per quanto riguarda il tempo, è possibile definire due sezioni del romanzo.

La prima vede la crescita di questa aspettativa per il futuro, al contrario della seconda che è caratterizzata dalla più completa e totale rassegnazione, che non tocca solamente il protagonista.

Questi Tartari che sembrano sempre arrivare incalzanti e che poi, in realtà sono solamente prodotto dell'immaginazione, di quello che i soldati vorrebbero, nel vero senso della parola, ma che invece non possono avere, dominano i pensieri collettivi.

Questa serie di "falsi allarmi", se così possono essere definiti, contribuiscono a fornire al lettore quel senso di angoscia, proprio del romanzo: all'inizio un cavallo nero, poi le truppe degli eserciti del Nord e, infine, quando effettivamente i Tartari stanno per prepararsi all'attacco, la proibizione di coltivare quella che per molti, per tutti, soprattutto per Drogo, era diventata l'unica ragione di vita.

"Di giorno in giorno Drogo rimandava la decisione, si sentiva del resto ancora giovane, appena venticinque anni. Questa ansia sottile lo inseguiva tuttavia senza riposo, adesso poi c 'era la storia del lume nella pianura del nord, poteva darsi che Simeoni avesse ragione....".

V'è sempre la presenza di qualcosa che incombe, che sta per arrivare e che pare quasi togliere il fiato : per questo l'ufficiale aspetta e aspetta ancora.

Non penso che attenda solo i Tartari, che, a volte, sembra che abbia persino paura di nominare, bensì attende l'opportunità di provare se stesso, di misurarsi con il mondo esteriore, con qualcosa che va al di là delle mura della Fortezza.

Quest'ultima diventa ormai una sorta di costrizione: "Le mura non sono più un riparo ospitale ma danno l'impressione di carcere. Il loro aspetto nudo, le strisce nerastre degli scoli, gli spigoli obliqui dei bastioni il loro colore giallo, non rispondono in alcun modo alle nuove disposizioni di spirito".

Ecco quindi che emerge il secondo fondamentale nucleo del romanzo : l'inganno.

Quest'ultimo, tuttavia, non è dato solamente dalla fortezza Bastiani, ma da tutte le componenti della vicenda.

Anche i compagni sono un inganno: falsa, come dicevo prima, è la loro amicizia, a cui essi preferiscono i propri fini egoistici; è il caso della famosa richiesta di trasferimento che Drogo si trova impossibilitato a formulare a causa di una lunga graduatoria circa la quale nessuno l'aveva informato.

"S’illude, Drogo, di una gloriosa rivincita a lunga scadenza, crede di avere ancora un 'immensità di tempo disponibile, rinuncia così alla minuta lotta per la vita quotidiana. Verrà il giorno in cui tutti i conti saranno generosamente pagati, pensa ... ".

Lo afferma lo stesso autore..... Giovanni Drogo s'illude, è ingannato dalle circostanza, dal momento che non è in grado di valutare obiettivamente la situazione che si è creata intorno a lui.

La lotta, dal canto suo, arriva solamente alla fine, nell'ultimo capitolo.

Drogo qui comprende che il vero nemico, che l'ha vinto per quasi tutta la sua vita, è il tempo: esso ha letteralmente divorato la sua giovinezza e ora egli è vecchio; non ha trascorso una vita - è il tempo che invece continuava a fluire incessantemente - e non si è creato nulla!

Non ha maturato ideali, pensieri, opinioni eccetto la sua paura per il mondo esteriore, metaforizzata dalla Fortezza e dai Tartari.

Egli aspettava e aspettava ancora che il nemico gli venisse in contro e lottasse con lui....ma ciò non è avvenuto .Solo quando sta per morire Drogo capisce che è lui che deve andare incontro al nemico e non viceversa: affronta la morte e muore da vero soldato.

Il protagonista riesce quindi, seppur per un solo momento, a vivere indipendentemente dalle uniche due speranze della sua esistenza: l'arrivo dei Tartari e, una volta vecchio, l'arrivo della guarigione.

 

5) l’ultimo capitolo, il trentesimo, è sicuramente e senza ombra di dubbio il più importante dell’intero romanzo.

E' il capitolo del riscatto, che vede reagire finalmente "quel Giovanni Drogo" che fino a questo momento era apparso un inetto, un incapace.

Già dalle prime righe è possibile immaginare ciò che accadrà: viene descritta una sera stupenda, l'aria profumata.

Ecco che 1'ambiente sempre così apatico, freddo e opprimente, si pittura di tonalità calde, evocanti gioia e felicità: "Drogo guardava atono il cielo che si faceva sempre più azzurro, le ombre violette del vallone, le creste ancora immerse nel sole".

Il sole appunto sembra sorgere sulla vita del protagonista e aprirgli dei nuovi orizzonti, che mai aveva potuto immaginare.

Per la prima volta pensa a qualcosa che non siano i turni di guardia, né i Tartari, né la Fortezza, non spera più in tutto ciò: per la prima volta pensa e basta, poiché non aveva mai provato questa emozione fino a quel momento.

Avvolto dall'oscurità, conclusasi finalmente la fuga del tempo, "Giovanni Drogo sentì allora nascere in se una estrema speranza. Lui solo al mondo e malato, respinto dalla Fortezza come peso importuno, lui che era rimasto indietro a tutti, lui timido e debole, osava immaginare che tutto non fosse finito, perché forse era davvero giunta la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita...".

Drogo quindi si trova a combattere con l'unico grande nemico della sua vita, che paradossalmente è la morte, un essere di gran lunga più potente dell'uomo, maligno ed avverso. E il protagonista vincerà questa grande battaglia e non sembrerà più un inetto, incapace di opporsi ai mali del mondo, bensì un grande.

Andrà incontro al suo destino e non aspetterà che sia quest'ultimo a sopraffarlo: gli andrà incontro da eroe, da vero soldato e, dopo avere ammirato le stelle, sorride quando il soffio della morte lo coglie.

 

6) "Il deserto dei Tartari", può essere valutato in due modi differenti:

 

  1. come riassunto della crisi di un'intera generazione, quella degli intellettuali, che vede come unico riscatto l'attesa.
  2. oppure come una autobiografia dello stesso autore.

 

Quest'ultima è sicuramente l'ipotesi più accreditata.

Egli è infatti giornalista al "Corriere della Sera" e dal 1928 inizia per lui la stessa fuga del tempo che aveva visto partecipe Giovanni Drogo nel suo romanzo.

Quindi possiamo considerare la fortezza come la metafora del giornale in cui egli ha sempre lavorato ed il protagonista del “Deserto dei Tartari” come lo stesso autore: egli ha infatti visto i propri colleghi invecchiare nell’attesa di qualcosa di non ben precisato.

Anche dai titoli delle sue maggiori opere possiamo notare l’angoscia che caratterizzò sempre la propria vita, un po’ come per quanto riguarda Kafka: “Paura alla Scala”, “La boutique del mistero”, “Un caso clinico”, “Le notti difficili” ed il libro per bambini “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”.

 

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IVANHOE

 

testo: il romanzo è ambientato nell'Inghilterra del XII secolo, sullo sfondo dei contrasti tra sassoni e normanni e cristiani e ebrei. La ricostruzione storica delle situazioni in cui sono ambientati i fatti è abbastanza fedele e accurata.

 

libro: sono in possesso della I edizione Oscar Grandi Classici dell'Arnoldo Mondadori Editore, dell'ottobre 1994.

 

genere: romanzo storico

 

tipologia: testo narrativo

 

RIASSUNTO

 

Wilfred d'Ivanhoe, figlio di Cedric il sassone, ama lady Rowena, pupilla del padre. Ma Cedric è deciso a dare la mano di Rowena al discendente dei regnanti sassoni Athelstane di Coningsburgh, per garantire la regalità della futura stirpe sassone; e perciò disconosce Ivanhoe, fedele amico del re Riccardo Cuor di Leone. Il giovane parte quindi crociato col re, al quale si sostituisce il fratello, Giovanni. Ritornato in Inghilterra Ivanhoe batte tutti i campioni normanni del principe usurpatore al torneo di Ashby-de-la-Zouche. Ma questi ultimi lo fanno prigioniero, in un'imboscata, con Cedric, Rowena, Athelstane e l'ebrea Rebecca con suo padre, Isaac di York, che si erano uniti alla comitiva. La liberazione del protagonista e degli altri avviene grazie ad un misterioso Cavaliere Nero del Chiavistello, che si rivela essere re Riccardo, e Robin Hood e la sua banda di fuorilegge. Infine, lady Rowena e Ivanhoe, riappacificato col padre dal re, si sposano; mentre Rebecca e Isaac lasciano l'Inghilterra.  

 

scheda

 

situazione iniziale: la situazione iniziale comprende un'ampia e dettagliata descrizione dei luoghi e del tempo del racconto, fino ad arrivare alla narrazione della conversazione tra il porcaro Gurth e il giullare Wamba (esordio).

 

risoluzione: Lady Rowena e Ivanhoe, riappacificato col padre, Cedric il sassone, dal re, si sposano; mentre Rebecca e Isaac lasciano l'Inghilterra.

 

luoghi: tutte le vicende si svolgono all'interno dell'Inghilterra; con svariati accenni alle crociate in Terrasanta.

 

tempo della storia: lo stesso autore dichiara che i fatti si svolgono nell'anno 1194, periodo intorno alla fine del regno di re Riccardo, e precisamente risalente alla liberazione su riscatto dalla prigionia impostagli da Enrico IV, dopo la Terza Crociata.

 

tempo del racconto: il ritmo narrativo è molto variabile, in quanto  capitoli descrittivi ed esplicativi, lunghi, approfonditi e noiosi, si intervallano a descrizioni dei fatti più veloci e immediate (quelle dei combattimenti e della battaglia con Front-de-Boeuf).

 

focalizzazione: la focalizzazione prevalente è zero, col narratore esterno alle vicende e onnisciente, che cede direttamente la parola ai personaggi nei dialoghi.

 

personaggi   : Gurth, figlio di Beowulph, nato servo di Cedric di Rotherwood; è un personaggio di aspetto rude e selvatico, portava una barba biondiccia e incolta, sovrastata dai capelli rossi arruffati e bruciati dal sole; Gurth era il porcaro di Cedric, non era soddisfatto della sua situazione di servo, nonostante fosse fedele al suo padrone, era risentito della sua oppresione e incapace di ribellarsi; per la sua fedeltà e su richiesta di Wamba, Cedric donerà la libertà al porcaro. Wamba, figlio di Witless, servo di Cedric di Rotherwood; era il buffone di corte, dall'espressione folle e un po' astuta, dimostrava una sorta di curiosità e un certo nervosismo in ogni posizione di riposo che assumesse; era stato frate, ed era fedele al suo padrone, infatti mostrava un assoluto compiacimento per la propria situazione e per il suo aspetto. Aymer, priore dell'abbazia di Jorvaulux, era un ecclesiastico d'alto rango, il cui comportamento mostrava ben pochi segni di abnegazione, il suo temperamento sornione e voluttuoso insieme traspariva dalle palpebre spioventi, sull'espressione astuta, naturalmente gioviale e indulgente, che poteva assumere un'aria solenne a piacimento; amante della caccia, della buona tavola e di altri piaceri mondani. Brian de Bois-Guilbert, cavaliere templare, è un uomo oltre la quarantina, alto, asciutto e robusto, dotato di un fisico atletico, temprato dalle lunghe fatiche e dal continuo esercizio; sul volto del cavaliere è dipinta un'espressione intesa a incutere timore negli avversari, e i lineamenti, marcati ed espressivi, erano scuri, quasi quanto quelli di un negro, dall'esposizione al sole tropicale; è di carattere duro e autoritario, non era assolutamente ligio alle regole del suo ordine (si innamorerà di Rebecca), è un cavaliere famoso per il suo valore ottenuto in Terrasanta, secondo solo a re Riccardo e al suo braccio destro Ivanhoe. Cedric il Sassone era un thane, un proprietario terriero, e lasciava trasparire dal suo contegno un temperamento schietto, ma impulsivo e collerico; era di statura non superiore alla media, con spalle larghe; il suo voltolargo con i grandi occhi azzurri esprimeva la giovialità accompagnata al suo carattere; orgoglioso di appartenere alla stirpe sassone, e possessivo verso le sue terre e le sue rivendicazioni regali. Lady Rowena, la pupilla di Cedric, era alta di statura, di proporzioni perfette, di carnagione chiara, che enfatizzava il nobile portamento e i lineamenti aristocratici; la tenerezza era l'espressione naturale del suo volto, l'abitudine ad esercitare la sua autorità e a ricevere omaggi accentuava un contegno altero nella sassone di stirpe regale. Isaac di York, ricchissimo ebreo; vecchio, alto e smilzo; i suoi lineamenti, marcati e regolari, il naso aquilino e i penetranti occhi neri, la fronte alta e rugosa, i capelli e la barba, lunghi e grigi, rivelavano la sua appartenenza alla razza ebrea, così disprezzata a quei tempi; l'ebreo era aveva un carattere docile e remissivo, che gli era indispensabile al di fuori della sua dimora e delle case ebree; era molto avido e tirchio, fino a trattare sul riscatto dovuto per sua figlia, alla quale però teneva moltissimo, e non avrebbe mai rinunciato. Rebecca era la figlia di Isaac di York, bellissima ebrea che fece innamorare il templare Brian de Bois-Guilbert, gli occhi luminosi erano messi in risalto dalla pelle scura, come i denti bianchi; era fedele alla sua religione, ed esperta di medicina orientale, di cui custodiva molti segreti; era attratta da Ivanhoe e disprezzava Bois-Guilbert da cui viene rapita. Athelsane di Coninsburgh era di bell'aspetto, solido e robusto di costituzione, nel fiore degli anni, ma aveva un'espressione inanimata, uno sguardo spento, era pigro, indolente e lento nel prendere decisioni che non riguardassero il cibo. Lucas Beaumanoir, era il Gran Maestro dell'ordine dei Templari, un uomo d'età avanzata, d'alta statura e portamento eretto e maestoso, con una lunga barba e sopracciglia grigie, sopra agli occhi accesi; la sua espressione fiera da guerriero e il suo corpo dimostravano i segni di una vita d'astinenza, nonché il suo orgoglio spirituale; era abituato all'esercizio della suprema autorità,  e seguiva le leggi del suo ordine ligiamente, anche se per natura non era crudele, o severo, ma per temperamento era insensibile alle passioni e dotato di un forte senso del dovere. Re Riccardo I, detto Cuor di Leone; nel corso della storia si spaccerà per cavaliere errante, facendosi conoscere come il Cavaliere Nero del Chiavistello; era di carattere intraprendente e temerario, oltre che coraggioso fino all'imprudenza, l'espressione audace del suo volto era sottolineata dalla sua robusta corporatura, e dai nobili lineamenti, caratterizzati dai folti riccioli biondi, da occhi azzurri scintillanti e da baffi più scuri dei capelli. Frate Tuck, il Chierico di Copmanhurst, faceva parte della compagnia di fuorilegge guidata da Robin Hood; infatti non mostrava segni dell'austertità monastica o di privazioni ascetiche, ma aveva un'espressione aperta e cordiale, con folte sopracciglia nere, una fronte spaziosa e guance piene e rubizze dalle quali scendeva una lunga barba nera e arricciata. Front-de-Boeuf è uno spietato proprietario terriero che non esitava davanti a niente pur di accrescere il suo potere; aveva fattezze conformi al suo carattere, ed esprimevano le passioni più brutali e feroci del suo animo e gli permettevano di incutere paura con la ferocia del suo aspetto.De Bracy, un uomo forte, brutale e determinato, che aveva organizzato la spedizione di rapimento di Rowena; Ulrica, la "gentildonna Ulrfield", una vecchia sassone del castello di Front-de-Boeuf, incendiò il castello per permetterne la presa da parte di Robin Hood e compagni. Robin Hood, cioè Locksley, un personaggio fondamentale del racconto in quanto guida col re l'attacco al castello di Front-de-Boeuf e ne fornisce le truppe; combatteva con i suoi fuorilegge, infallibili arcieri, contro Giovanni d'Angiò, dispotico principe che aveva usurpato il trono del fratello Riccardo; Giovanni non era come il fratello, né per valore né per coraggio, ed era disprezzato anche dai suoi alleati, che però lo appoggiavano per ricavarne vantaggi. 

 

PROTAGONISTA: il protagonista del libro è l'eroe braccio destro del re Riccardo di stirpe sassone: Ivanhoe figlio di Cedric. Il protagonista non viene descritto approfonditamente da Scott come tutti gli altri personaggi, ma di lui dice solo: "...bei lineamenti bruciati dal sole di un giovane di venticinque anni...", nella parte relativa alla seconda giornata del torneo di Ashby, quando il vincitore si inginocchia davanti a Rowena. Ivanhoe si dimostra sempre fedele al suo re, oltre che saggio consigliere nelle imprese di Riccardo ; inoltre è un cavaliere valoroso e coraggioso, secondo soltanto al valore del re legittimo. Nella storia si presenta come il Cavaliere Diseredato, al torneo di Ashby, in quanto vuole proteggere il rientro in patria di Riccardo non facendosi vedere e contemporaneamente evitare di farsi riconoscere dal padre che lo aveva rinnegato quando si accorse dell'amore tra lui e Rowena per il suo progetto del matrimonio con Athelstane.         

 

COMMENTO: alla fine il libro mi è piaciuto, anche se le descrizioni e le diserzioni storiche lo appesantivano troppo, anche in lunghezza. Comunque ho apprezzato la storia e lo svolgersi delle azioni.

 

 

 

 

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Recensione di “Amleto” di William Shakespeare

 

 

“Amleto” è un’opera chiave della drammatica svolta epocale dal mondo classico, e dalle supposte certezze di quello medioevale verso i dubbi e le angosce della modernità, che Shakespeare seppe interpretare nella sua densa problematicità. Le lacerazioni interiori di Amleto, diviso dai mille dubbi, primo dei quali proprio quello tra la vita e la morte, e quindi rappresentazioni mercenaria del cambiamento epoca, di mentalità e cultura che visse i grande drammaturgo inglese. In seguito alla morte di suo padre ucciso dallo zio Claudio ora re, e al subitaneo matrimonio tra la madre Gertrude e Claudio appunto, nasce il dramma di Amleto che confuso, disgustato da questo matrimonio in incestuoso, considerato tradimento dalla madre alla memoria del marito morto, inizia a manifestare un sentimento quasi di repulsione verso il genere femminile, incapace di amare fedelmente e sinceramente, un sentimento di sfiducia nei confronti dell’uomo: “… rimanere onesto con il mondo com’è fatto è dato ad un uomo sopra centomila”, un desiderio infine di sfuggire dal dolore piuttosto che affrontarlo: “se questa troppo, troppo solida questa carne potesse fondere  evaporare, ricadere, in rugiada! Se l’eterno contro il suicidio non avesse eretto la sua legge !  Dio! Mio Dio! Come radioso, vuoto, stantio, sterile mi è il mondo con tutti i suoi noi!”.

Con l’apparizione del fantasma del re, la rivelazione sulla vera causa della sua morte ed il comando di vendetta, la crepa nell’anima di Amleto si fa più profonda la tentazione della morte più premente e nell’incertezza nell’incapacità di scegliere e di decidere Amleto, si finge pazzo e senza compiere alcun gesto concreto per adempiere al suo mandato si limita a turbare la corte con il suo agire irrazionale. Tuttavia incapacità di accettare la morte la realtà della vita  o di agire per distruggerne i mali tormentano Amleto molto più di quanto la sua bizzarra condotta non infastidisca coloro che lo circondano. Prima si accusa codardia, poi razionalizza la sua incapacità di agire ritenendola un frutto dei suoi dubbi crea una vera natura del fantasma, forse diabolica. Così Amleto escogita un tranello per verificare la verità della rivelazione del fantasma e per costringere eventualmente Claudio a smascherarsi: è la mena in scena affidata ad una compagnia di attori girovaghi che “ la morte di Gonzago”. La situazione rappresentata nella funzione del testo e del tutto analoga a quella della realtà, della tragedia Shekespeareiana: l’anonimo nel sonno di un governante giusto da parte di un parente usurpatore. Amleto stesso entra nel gioco proponendo una variante  nel testo. Claudio non resiste e vinto dal senso di colpa matura “Oh ,il mio delitto è una carogna il cui fetore sale fino al cielo ! Ha su di se la più antica , primigenia maledizione: l’anonimo del fratello. Pregare? non posso, perché sebbene io dia alla mia intenzione tutta la forza  delle mia volontà , la mia colpa è ancora più forte! Amleto nonostante sia colto da una momentanea  ed insonnia felicità alla vista della reazione dello zio, continua a meditare  il suicidio. Intanto si ricerca la causa della pazzia del giovane, ed è il vecchio Polonio , un atto dignitorio, orgoglioso  della sua superficiale  saggezza e chiuso  nel suo autocompiacimento  e  nella sua auto adulazione, che meglio di tutti si incarica di indagare spiando, sulla malattia di Amleto. È egli infatti che nascosto assiste al colloquio  in cui avviene  la prima vera reazione  per il giovane , che finalmente  da libero sfogo ai  suoi gravi e ammalati sentimenti, riversando  le accuse su una madre che sebbene figura  positiva, attenta e amorevole, non è più disposta all’inizio’ ad accettare  le proprie colpe. Tuttavia è solo dopo questo dialogo che la realtà inizia ad apparigli diversa  e Amleto  può compiere il suo mandato. Egli però, con la sua finta malattia mentale invece di ottenere protezione allarma lo zio che preoccupato per la propria stessa vita decide di allontanare il nipote incaricandolo di una missione  senza ritorno in Inghilterra. Nel frattempo Laerte , figlio di Polonio , venuto a sapere delle  oscure  circostanze  della morte  del padre, toccato nel senso d’amore, raggiunge la Danimarca per la vendetta, ma qui, conosciuto il colpevole, si concilia ed il re si allea naturalmente con lui contro Amleto, anch’egli ritornato per la vendetta. Durante il duello tra i due Gerteude muore avvelenata, facendo così scoprire in tal modo il tranello escogitato dal marito per la morte di Amleto che compie finalmente il suo compito, pur mortalmente ferito. Così al dramma primo per Amleto , la sua debolezza di volontà, per cui il pensiero riesce a impedire l’azione per nascondere la mortale irresolutezza, si aggiunge quello del dubbio, che non nasce però dallo scontro violento di sentimenti e passioni contrastanti dalla ricerca dell’assoluto, di valori assoluti ed eterni con cui riuscire a giudicare la situazione che gli sta dinanzi con giustizia, perché forse, la vendetta non è il fine ultimo di Amleto quanto la giustizia.

In questo il personaggio è creatura del Rinascimento, egli vive come nessun altro il dramma della sua epoca tutta tesa verso la ricerca di un assoluto sfuggente e imprendibile.

L’instabilità di Amleto quindi, era audace, ora timido, ora saggio, ora pazzo e la sua ambiguità fatta di giochi di parole e doppi sensi, nascono dalla crisi di certezze del personaggio verso la modernità che Shakespeare sta vivendo e si trasmettono con armonia al ritmo della tragedia quasi febbrile.

Il risultato è un’opera assolutamente sorprendente nella propria modernità e nella propria universalità. Forse per commentare il potere delle parole di Amleto sarebbe sufficiente riportare in un giudizio di D’Ors “Shakespeare significa un avvenimento cosmico”.

 

 

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Luca Dalla Valle                                                                                                                

 

I Malavoglia

 

di Giovanni Verga

 

 

L’AMBIENTE E IL PAESAGGIO

 

La dimensione spaziale e temporale del romanzo è in funzione della sua struttura “corale”. Riprendendo la definizione del critico russo M. Backtin, “I Malavoglia” può essere considerato un perfetto modello di “romanzo polifonico”, dove ogni personaggio è insieme oggetto della parola del narratore e soggetto della propria parola.

Qui il dialogo diventa azione, strumento dinamico che costituisce il racconto sottoponendolo a più punti di vista.

Lo spazio non si definisce mai nella sua oggettività, ma nel modo in cui appare ai personaggi. Esso coincide con il villaggio di Acitrezza, ordinato in una serie di piccoli frammenti di mondo, compiuti in se stessi: la casa del nespolo e il mare, l’osteria di Santuzza e la bottega dello speziale, la piazza e la spiaggia, gli scalini della chiesa e il negozio del barbiere, la casa del beccaio e gli scogli del Rotolo.

Acitrezza diventa così il luogo dove ciascuno vede esente i gesti e le parole degli altri, attua e subisce giudizi e commenti sulle persone e sugli eventi.

Solo saltuariamente la scena si sposta ai paesi vicini o alla città (Catania); essa diventa, per i “poveri diavoli” di Acitrezza, il luogo infernale della rovina e della catastrofe: qui Lia andrà a perdersi come prostituta e padron’Ntoni andrà a morire all’ospedale, lontano dai suoi familiari e dal suo mondo.

Il paesaggio non è mai descritto, ma sempre raccontato; questo rende l’idea della simbiosi esistente tra l’ambiente e i personaggi. Lo spazio del villaggio è dominato dalla presenza costante del mare, che sembra accompagnare come un sottofondo musicale le speranze e i dolori dei pescatori. Il mare è, nello stesso tempo, ragione di vita e di sopravvivenza economica e causa di sventura e di morte. Esso assume anche connotazioni antropomorfe, tipiche delle suggestioni e delle credenze popolari; il mare sembra, a tratti, una presenza quasi umana: sensibile alle condizioni meteorologiche, dorme, russa, muggisce e urla.

La casa e la barca, i due simboli della sopravvivenza economica dei Malavoglia e quindi della tradizione familiare, s’identificano soprattutto nei momenti di sventura e di miseria.

Per quanto riguarda il tempo, ne “I Malavoglia” esso procede secondo la cronologia dei fatti in sequenze parallele, per cui la narrazione acquista la stessa percezione che si ha della realtà. Lo sguardo dei personaggi crea l’unità temporale tra le sequenze: è lo sguardo che si sposta dai vicoli di Acitrezza al mare e dal mare alla casa del nespolo la tragica notte del naufragio della Provvidenza.

Per annullare la sensazione, da parte del lettore, di salti spaziali nel proporsi della vicenda, Verga usa la tecnica della concatenazione, cioè la ripetizione della frase da una sequenza ad un’altra. Questo è ancora più evidente nei passaggi da un capitolo ad un altro: -“Che disgrazia!” dicevano sulla via “E la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini!”-[fine cap. III]-“Il peggio era che i lupini li avevano presi a credenza”- [inizio cap. IV]; oppure –“Mio fratello Luca ci sta meglio di me a fare il soldato!” brontolò ’Ntoni nell’andarsene- [fine cap. VII]- “Luca poveretto non ci stava né peggio né meglio”- [inizio cap. VIII].

La vicenda sembra collocata in un non definito intervallo storico, della durata di quindici anni circa, anche se è presente qualche riferimento cronologico. I fatti storici di cui si parla nel romanzo; la battaglia di Lissa, la cacciata dei Borboni, l’impresa garibaldina, non hanno funzione di cronaca o sfondo, ma sono citati perché costituiscono motivo di guai per i Malavoglia o sono argomenti di conversazione o di polemica per la gente del villaggio; inoltre danno al racconto un sapore di “remota attualità” che rende i personaggi e le vicende ancora più vive nel ricordo.

 

 

 

I PERSONAGGI

 

I personaggi ne “I Malavoglia” sono delle voci narranti all’interno del ”coro” di Acitrezza. Le indicazioni sull’aspetto fisico dei personaggi sono estremamente limitate e vengono fornite non al primo apparire delle varie figure, ma quando esse sono già familiari al lettore, filtrate quasi sempre da interventi del personaggio stesso, o, più di frequente, di altri personaggi.

Della Longa sappiamo solo che era “ una piccina che badava a tessere, salare le acciughe e far figlioli, da buona massaia”; anche dell’aspetto di Mena, “soprannominata Sant’Agata ” perché stava sempre al telaio, non sappiamo assolutamente nulla. Di Lia e di Nunziata si sa solo che sono bambine, e che crescono nel corso del romanzo fino a divenire delle giovani donne.

Anche gli altri personaggi femminili del romanzo sono caratterizzati da scarsi particolari fisici, per lo più attraverso le battute schiette e pungenti di altri personaggi: la Zuppidda, la Vespa, la Santuzza.

Sono donne umili, ma anche seducenti e maliziose, c’è chi dedica la sua vita al lavoro e alla famiglia e chi preferisce farsi corteggiare dagli scapoli agiati del paese. Ad Acitrezza Verga fa rivivere un’ampia gamma di caratteri e personalità, conferendo naturalezza e realismo ai suoi personaggi.

Quasi nulla viene detto dell’aspetto fisico dei personaggi maschili, fatta eccezione per Bastianazzo, “grande e grosso quanto il S. Cristoforo che c’era dipinto sotto l’arco della pescheria della città”.

La dimensione psicologica dei personaggi non è mai univoca, ma sempre sfaccettata e rifranta attraverso il gioco dei diversi punti di vista, che ne evidenziano la costante stabilità.

I personaggi de “I Malavoglia” si costruiscono nel gioco intrecciato delle relazioni interpersonali. E’ il linguaggio a funzionare da filtro trasparente delle idee, degli affetti, degli atteggiamenti e quasi sempre cristallizza l’azione e le persone in una fissità stereotipata, che rimane impressa nella memoria del lettore.

Il romanzo sembra articolarsi in un sistema di “coppie di opposti”; ogni coppia esprime l’antitesi tra due tendenze ideologiche di per sé contrastanti: il legame con l’ideale etico e le leggi patriarcali della tradizione, e la ricerca egoistica dell’utile o la ribellione al mondo statico e ripetitivo del borgo.

Nella famiglia Malavoglia, tra i nipoti di padron ‘Ntoni si possono identificare le coppie ‘Ntoni-Alessi e Lia-Mena. Alessi somiglia al nonno e al padre, sarà lui a perpetuare il codice di comportamento della famiglia laboriosa ed onesta. ‘Ntoni invece sarà ribelle alle norme etiche della tradizione e si allontanerà sempre di più dalla famiglia e dagli affetti.

Allo stesso modo, Mena rispetta il codice dell’onore familiare e sceglie la strada della rinuncia e dell’accettazione del destino, mentre Lia infrange tale codice e sceglie la via della fuga e della perdizione. Da un lato emerge la saggezza del nonno, che ha una visione statica della gerarchia sociale, dall’altro l’irrequietudine del nipote (‘Ntoni) alla ricerca della libertà e del guadagno fuori dal mondo di Acitrezza.

La decisione finale di ‘Ntoni di partire nasce dalla presa di coscienza di un mutamento irreversibile, del distacco da una visione del mondo in cui legge morale e codice dell’onore coincidono.

Il pensiero politico della gente e la funzione dello stato sono rappresentati dalla disputa tra il prelato don Giammaria, reazionario e filoborbonico e don Franco, lo speziale repubblicano e anticlericale. Come emerge dalla rivolte per il dazio sulla pece, trasformatasi in una bega di comari pettegole, Verga non crede nella rivoluzione, perché tanto il mondo non cambierà mai, e ci saranno sempre i deboli e i forti, governanti e governati, e prevarrà sempre la legge della violenza e dell’interesse.

Il mondo di Acitrezza sfugge, comunque, alla logica dello stato e si isola come comunità a se stante.

La famiglia Malavoglia difende i valori autentici: la “religione” della casa e della famiglia, il lavoro, l’onore, la solidarietà e l’altruismo. E in questa lotta soccombe, precipitando nella rovina e nella catastrofe della miseria. Sono loro i “vinti” del Verga, non perché sopraffatti dal destino, ma perché sconfitti dai più forti, dominati dal meccanismo crudele di chi conosce e pratica solo la legge della forza e dell’utile personale.

 

 

 

 

 

TEMI PRINCIPALI AFFRONTATI

 

La qualità principale di Verga non è l’immaginazione cara ai romantici, ma la capacità di esprimere il senso del reale: come afferma lo stesso Zola, “Far muovere personaggi reali in un ambiente reale, offrire al lettore un brandello di vita umana; il romanzo naturalista è tutto qui”.

Legata all’importanza della TRADIZIONE è sicuramente la presenza di circa centocinquanta PROVERBI, hanno un valore simbolico, esprimono angosce, desideri e concezioni di un mondo che non trova altro modo di manifestarsi.

I proverbi contengono la sintesi del pensiero della povera gente che “I Malavoglia” intendevano esprimere, inoltre rimangono tali nel tempo ,immersi in una sfera di fissità ideologica e morale che li rende sempre attuali.

La concezione patriarcale della famiglia è espressa completamente nei proverbi di padron ‘Ntoni: “Gli uomini sono fatti come le dita di una mano, il dito grosso deve fare da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo”, “Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro”, “Fa il mestiere che sai, se non t’arricchisci, camperai”.

“Boia” della tradizione, il PROGRESSO diventa, agli occhi di Verga, la macina impietosa della storia che calpesta i più deboli, quelli che non sanno subordinare la purezza dei valori all’egoismo dell’utile senza scrupoli. Verga non crede nel progresso e nelle rivoluzioni, la sua visione del mondo esclude sia la speranza in un miglioramento futuro della società, sia il rimpianto di un ritorno al passato, ma si traduce in un’analisi lucida e oggettiva del reale. Il suo avvilente pessimismo offre solo una tragica panoramica di quella che è la quotidianità: le sofferenze prodotte dalla lotta per l’esistenza, l’oppressione che rende schiavi in casa propria, la miseria che soffoca la povera gente e non lascia spazio a nessuna rivincita sul destino.

Anche la rovina dei Malavoglia sembra segnata dal destino, da un FATO cupo e crudele, in realtà dipende da un complesso gioco di intrighi in cui l’usuraio, il sensale e il segretario comunale si muovono da maestri. Non è il fato a determinare vinti e vincitori, ma la legge del guadagno che fa perdere alle persone il rispetto dei valori.

Concludendo quest’analisi vorrei riproporre l’epilogo del romanzo, in cui ‘Ntoni coglie il senso del suo viaggio:

“Anch’io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene!”.

 Prima non conosceva il valore delle radici familiari e della tradizione dei padri, e voleva partire alla ricerca di una felicità utopica, nascosta tra i veli dell’ozio e del benessere; ora che ha capito, invece, riconosce di aver perso le sue radici, di dover morire per rinascere diverso.

Il mondo continua la sua corsa senza sosta, sta soltanto alla caparbietà di ciascuno fare in modo che non si dimentichi del nostro passaggio.

Verga, con “I Malavoglia”, ha assolto questo arduo compito, e certamente ci rimarrà, ascoltando il suo nome, il rumore di un mare in tempesta e la luce di una casa che aspetta nel tramonto.

 

 

 

 

 

 

LA VITA

 

Giovanni Verga,

scrittore italiano (Catania 1840-1922). Di formazione romantico-risorgimentale, esordì con romanzi storici e patriottici ispirati a Dumas (Amore e patria, rimasto inedito; I carbonari della montagna, 1861-62; Sulle lagune, 1863), occupandosi nel contempo di giornalismo politico. Trasferitosi a Firenze nel 1865, frequentò i salotti letterari e, a Milano dal 1872, entrò in contatto con gli ambienti della Scapigliatura e aderì al Verismo. Non ebbe grande successo presso il pubblico, più sensibile alla problematica di Fogazzaro o all'estetismo di D'Annunzio. Ritornato a Catania (1893), abbandonò l'attività di scrittore, vivendo i suoi ultimi anni in modo schivo e riservato. Il tema dello scontro con la società appare già in Una peccatrice (1865), dove è affermato il valore assoluto della passione amorosa, con eccessive compiacenze per i motivi tetri e macabri, che fanno di questo romanzo, ripudiato dallo stesso autore, un "museo degli orrori romantici" (L. Russo). Una vicenda d'amore è anche Storia di una capinera (1871), che piacque per il motivo sociale della monacazione forzata e per il languido romanticismo; ma nella parte finale del romanzo appaiono motivi di gusto già scapigliato, che sono sviluppati in Eva (1873): questo primo romanzo milanese segna il passaggio di Verga dall'ingenua mitologia romantica a un moralismo ribelle contro una società dominata dal feticcio del denaro, alla quale viene contrapposto il ritorno ai valori tradizionali della famiglia. Questo tema domina anche in Tigre reale (1873), notevole per il primo apparire del motivo della rinuncia all'amore, che avrà ampio sviluppo nei capolavori e in Eros (1875), incentrato sul cinismo disilluso, come fulcro di una vita sbagliata, inesorabilmente chiusa dal suicidio del protagonista. Dopo questo romanzo, Verga abbandona anche il moralismo scapigliato e ogni polemica contro la società aristocratico-borghese per ripiegare nel vagheggiamento di una società contadina e preindustriale. Tale svolta, che coincide con l'adesione al Verismo, non si manifesta, nonostante l'argomento rusticano, in Nedda (1874), dove manca ancora l'impersonalità e troppo scoperto è il vittimismo tardo-romantico, e neppure in Primavera e altri racconti (1876), ma nei racconti di Vita dei campi (1880), centrati su un mondo elementare e arcaico, dove l'unica difesa contro la spietata legge dell'interesse economico è la famiglia. Vertici narrativi di Vita dei campi sono due racconti di emarginati: Jeli il pastore che, muovendo dalla struggente evocazione della campagna siciliana, narra il tragico impatto di un giovane "primitivo" con un contesto sociale fondato sulla proprietà privata come unico valore, e Rosso Malpelo, storia di un ragazzo che accetta e nel contempo denuncia con estrema lucidità, il sistema di violenza su cui è strutturata la società. Il contrasto tra mondo borghese e società arcaico-rurale si traduce, nei Malavoglia (1881), nell'opposizione tra gli abitanti di Aci Trezza, guidati dalla legge dell'egoismo e dall'interesse e i Malavoglia, fedeli al mito della famiglia ma destinati a essere travolti e a sentirsi isolati e "vinti". L'originalità del romanzo, sul piano stilistico, è nel "discorso rivissuto", con il quale Verga filtra il racconto attraverso i pensieri e i discorsi dei paesani, raggiungendo un esito altissimo di coralità. Dopo Il marito di Elena (1882), di ambiente cittadino e piccolo-borghese, Verga pubblicò le Novelle rusticane (1883), dove crollano i miti della famiglia e dell'onore, mentre diventa più spietata e più dura la logica economica (Pane nero, La roba) e si scatena la violenza di classe (Libertà). Dopo le novelle di Per le vie (1883) e Vagabondaggio (1887), dove è rappresentato il mondo popolare milanese e siciliano, appare il secondo romanzo del ciclo dei "vinti", Mastro don Gesualdo (1889), dramma dell'ascesa sociale di un ex manovale, il cui benessere economico, raggiunto dopo tante fatiche, rende ancora più tragica la morte, in una solitudine squallida e disperata. L'abisso tra natura e storia, che caratterizzava i Malavoglia, appare colmato in Mastro don Gesualdo non perché Verga abbia modificato il suo pessimismo, che, anzi, si è incupito, ma perché la vicenda storico-politica, che nell'episodio malavogliesco della battaglia di Lissa era una realtà estranea e lontana, ora è vista dall'interno, e Verga dà voce alla delusione storica nei confronti del Risorgimento tradito. Dopo Mastro don Gesualdo comincia il lungo crepuscolo dello scrittore, la cui esperienza teatrale si riduce a una trasposizione più o meno riuscita della sua narrativa sulla scena (Cavalleria rusticana, 1884; In portineria, 1885; La Lupa, 1896; Caccia al lupo e Caccia alla volpe, 1902; Dal tuo al mio, 1903; Rose caduche 1918). Tra le altre opere narrative, ricordiamo il racconto di Caccia al lupo (1897), di efficace taglio drammatico, e il romanzo Dal tuo al mio (1905), che, come l'incompiuta Duchessa di Leyra, contiene pagine di notevole potenza artistica.

L’opera più acclamata e considerata di Verga è sicuramente “I Malavoglia”, di cui abbiamo già approfondito i tratti principali.

Un altro tra i sui capolavori è “Mastro don Gesualdo”; in quest’opera, Gesualdo Motta, un manovale, diventa, a furia di lavorare, un ricco borghese e vuole imparentarsi con la nobiltà: sposa Bianca Trao, costretta al matrimonio per rimediare a una precedente relazione, il cui frutto è la figlia Isabella. Isolato nella famiglia, ricattato dalla famiglia d'origine, Gesualdo deve abbandonare Diodata, la serva fedele che egli ha reso più volte madre. Isabella sposa un duca squattrinato che disperde le sostanze accumulate con tanta fatica da Gesualdo; questi, ammalatosi nel palazzo palermitano del genero, tenta invano di comunicare le sue ultime intenzioni alla figlia e si spegne solo, tra l'indifferenza e i pettegolezzi dei servi.

 

 

 

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

 

IL CAVALIERE INESISTENTE

 

1) DATI EDITORIALI

AUTORE:                                             Italo Calvino

TITOLO:                                               IL CAVALIERE INESISTENTE

LUOGO DI PUBBLICAZIONE:       Milano

EDITORE:                                            Garzanti – Gli elefanti

DATA DI EDIZIONE:                                    23 Luglio 1987

 

2) BREVE PRESENTAZIONE DELL’AUTORE

Nacque a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923 da genitori italiani; ma poco dopo la famiglia si trasferì in Italia. Dovette interrompere gli studi a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale prese parte alla lotta partigiana. Al termine del conflitto terminò di studiare: si laureò infatti in letteratura, dopo aver effettuato anche degli studi agrari e scientifici. In seguito iniziò la collaborazione con vari giornali ed entrò a far parte della redazione della casa editrice torinese Einaudi, nella quale lavorò per molti anni.

Il primo romanzo pubblicato fu “Il sentiero dei nidi di ragno” nel 1947, a cui seguirono i racconti di “Ultimo venne il corvo”. Negli anni ’50 abbandonò la linea realista per dedicarsi ad una linea narrativa più aderente alla sua ispirazione: la tendenza fantastica o combinatoria. Nascono così “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”. Altre sue opere significative sono: “Le cosmocomiche”, “Ti con zero” e “Il castello dei destini incrociati”. Nel 1979 uscì “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, una delle opere più innovative di Calvino, che diventò in breve un best-seller.

Poco prima della morte fu invitato a tenere un ciclo di lezioni nelle università americane, ma non fece in tempo ad esporle. Morì infatti nel 1985 a Siena. Tali testi furono raccolti e pubblicati postumi nel 1988 con il titolo di “Lezioni americane”.

La sua formazione e la sua ideologia furono rigorosamente laiche.

Secondo Calvino anche la letteratura può contribuire a far comprendere la realtà: la realtà è un labirinto, un qualcosa di caotico, e il compito dell’uomo è quello di sfidare tale labirinto.

 

 

3) ESPOSIZIONE SINTETICA DELLA VICENDA

La scena si apre sul campo di battaglia dei Franchi, impegnati nell’eterna lotta contro gli infedeli. Fra i molti guerrieri emerge un personaggio piuttosto singolare, chiamato Agilulfo, il quale è un uomo senza corpo. E’ costituito solamente da un’armatura bianca e vuota.

Nei primi tempi si presenta al campo il giovane Rambaldo, un ragazzo ingenuo, ma ansioso di entrare nella lotta per vendicare la morte di suo padre. Si scatena una furiosa battaglia, nella quale il giovane deve colpire Argalif Isoarre; ma egli non viene “ucciso” in maniera diretta. Invece di essere affrontato in un duello, muore per il solo fatto che Rambaldo lo priva dei suoi occhiali. In seguito il giovane cade in un’imboscata da parte dei soldati mori, ma viene soccorso da un soldato che rimane misterioso. Mossa da curiosità e gratitudine, Rambaldo vuole conoscere il suo salvatore e lo insegue: quando egli si toglie l’armatura scopre di aver di fronte a sé una donna (Bradamante) e ne rimane subito innamorato. Bradamante non è minimamente interessata a lui, perché il suo ideale di uomo è Agilulfo.

Durante un banchetto un giovane, Torrismondo, rivela dei fatti inaspettati che sembrano gettare del discredito su Agilulfo. Infatti, avendo egli salvato da alcuni aggressori una ragazza da lui ritenuta vergine, aveva ottenuto la carica di paladino. Torrismondo rivela che questa donna è sua madre e quindi non vergine. Questo getta nel panico il cavaliere, il quale non si sente più degno di essere un soldato di primo livello. Il suo compito è quello di andare a cercare la ragazza per dimostrare che all’epoca dei fatti era ancora vergine. Appena Agilulfo parte viene seguito da Bradamante, infatuata di lui, la quale è inseguita a ruota da Rambaldo, pure infatuato di lei. Contemporaneamente Torrismondo parte per ritrovare suo padre, ovvero i “Il Sacro Ordine dei Cavalieri del San Gral” e per farsi accettare in questo ordine. Egli scopre che la vita che conducono tali uomini non è la più adatta a lui e decide così di ritornare al campo di battaglia.

Intanto, dopo varie avventure, il cavaliere dalla bianca armatura trova la donna che cercava, Sofronia, e la riporta nei pressi del campo di battaglia con lo scopo di sapere come stanno realmente le cose. Torrismondo non è figlio di lei, ma è il fratellastro. Fratellastro per modo di dire. Infatti egli è il figlio della regine di Scozia e del Sacro Ordine, mentre Sofronia è figlia del re di Scozia e di una contadina. Da questo conseguono due cose: uno, che l’amore nato tra Torrismondo e Sofronia è libero di crescere, perché tra i due non ci sono vincoli di sangue; due, che Agilulfo è un vero paladino. Purtroppo prima che egli scopra la verità, si era già tolto la vita. La sua bianca armatura viene ceduta per testamento a Rambaldo, che finalmente ottiene l’amore di Bradamante.

Il narratore che ha esposto tutte queste vicende è una suora, la quale solo alla fine rivela di non essere altro che Bradamante.

 

 

4) PRESENTAZIONE E ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI

Il protagonista è il cavaliere inesistente Agilulfo, il quale è una figura vuota, inconsistente, che si tiene in vita solo con la forza di volontà e l’ostinazione. E’ un essere fatto solamente di sforzo e di cervello, amante in modo maniaco della perfezione. Non è molto stimato dagli altri soldati, perché troppo ligio al regolamento; l’unico che lo prende come modello è Rambaldo, affascinato dalla sua fama di abile combattente.

Scudiero di Agilulfo è Gurdulù, un vagabondo che era al seguito dell’esercito. Egli non ha una precisa coscienza di sé e del mondo: per lui “tutto è zuppa”. Tende inoltre ad identificarsi con tutto ciò che gli sta attorno; questo fatto risulta chiaro dalla molteplicità di nomi con cui viene identificato. A differenza di Agilulfo che sa d’esserci, ma non c’è, egli c’è, ma non sa d’esserci.

Rambaldo è un giovane che per la prima volta affronta delle prove decisive, e di conseguenza è pieno di ingenuità, di ansie e di incertezze. Ma nello stesso tempo possiede un grande desiderio di buttarsi nelle vicende della vita. Egli costruisce la sua personalità attraverso le vicende guerresche in cui è coinvolto e attraverso l’esperienza amorosa. E’ dotato di molta fiducia e perseveranza e impara con queste a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà. Grazie a questo suo comportamento riesce alla fine a conquistare l’amore della “difficile” Bradamante. Egli si può considerare come l’ ”unione”, il “punto di incontro”, la “somma” tra Gurdulù e Agilulfo. Rambaldo è infatti un essere razionale, come Agilulfo, ma che si lascia guidare anche dal suo cuore e dalle sue emozioni, come fa Gurdulù

Bradamante è una giovane guerriera di straordinaria abilità negli esercizi militari. Ha amato molti cavalieri, ma ora il suo interesse è rivolto esclusivamente verso Agilulfo, perché è un combattente impeccabile. E’ una donna d’azione, quindi, ma non solo questo; in realtà è un personaggio dalla doppia faccia, dalla doppia personalità, in quanto alterna alla vita attiva altri periodi in cui ama ritirarsi a meditare in un convento. E’ proprio a lei che si deve la narrazione degli avvenimenti.

Torrismondo è un giovane che appare malinconico e insicuro, anche perché non ha idee chiare circa la sua nascita. Alla fine l’equivoco di cui è prigioniero viene chiarito (egli non è figlio di Sofronia, ma della regina di Scozia) e il suo amore per Sofronia è libero di sbocciare senza impedimenti.

 

 

5) ANALISI DELL’AMBIENTE E DEL TEMPO

Le vicende si svolgono prevalentemente in Francia, all’epoca dei paladini e di Carlo Magno. Tuttavia né l’epoca né i luoghi sono storicamente ricostruiti. L’autore fa rivivere al lettore un medioevo puramente fantastico e colloca i fatti in castelli, campi di battaglia, foreste, villaggi, conventi stilizzati e irreali. Si è di fronte ai luoghi tipici e caratteristici in cui avvengono le favole.

Le vicende avvengono in prevalenza in luoghi aperti: il campo di battaglia, il bosco, il mare. Ci sono però anche delle scene che si svolgono in luoghi chiusi: la narrazione della storia da parte di Suor Teodora nel convento e la notte passata da Priscilla, tanto per fare degli esempi.

La storia è ricca di flash back ed è da notare la differenza tra il tempo in cui si svolgono i fatti e il tempo in cui Suor Teodora li racconta.

 

 

6) TECNICHE NARRATIVE

La voce narrante è quella di una suora, la quale dice ironicamente di non avere molta esperienza del mondo. Ma quando essa rivela di essere Bradamante, ci si rende conto della sua scherzosa finzione. Essa qui non si limita ad esporre gli accadimenti, ma in vari casi si sofferma a riflettere su che cosa significhi scrivere e raccontare. Dietro di lei si sente parlare Calvino, il quale osserva che non sempre la scrittura è cosa facile; non sempre il discorso fluisce e l’ispirazione può venire a mancare, dando allo scrittore momenti di aridità. Scrivere è quindi un esercizio faticoso e assai impegnativo.

Ci sono due punti di vista: uno è quello del narratore esterno, quell’altro è del narratore interno. Il primo punto di vista è quello di Suor Teodora che racconta le vicende e che quindi si esprime in 3° persona: qui il narratore è esterno. Il secondo è quello di Suor Teodora che si rivolge al lettore, facendo delle riflessioni sullo scrivere, e che quindi si esprime in 1° persona: qui il narratore è interno.

Per quanto riguarda il ritmo narrativo, nella prima parte del racconto è piuttosto lento; qui vengono soprattutto presentati i personaggi principali. La seconda parte ha invece un andamento narrativo assai più veloce e quasi concitato. In effetti gli eventi si susseguono rapidamente e ci sono continui rovesciamenti e colpi di scena.

 

 

7) STILE E SCELTE LINGUISTICHE

Una caratteristica assai evidente nel testo è la precisione quasi geometrica dello stile. Calvino offre un racconto non realistico, parla di cose esistenti solo nella fantasia; eppure descrive le cose come se fossero reali, con abbondanza di particolari. E’ uno stile dunque lucido, chiaro e scorrevole. La lettura è molto piacevole, anche grazie alle riflessioni generali, che l’autore svolge sulla vita di tutti, e grazie all’ironia che emerge in vari momenti del racconto.

 

 

8) SEGNALAZIONE DEI MOMENTI PIU’ SIGNIFICATIVI DELLA STORIA

  • Presentazione del cavaliere inesistente e della singolarità della sua condizione
  • Incontro con Gurdulù
  • Arrivo al campo di Rambaldo e innamoramento per Bradamante
  • Innamoramento di Bradamante per Agilulfo
  • Ricerca della verità riguardo al passato di Sofronia

 

 

9) INDIVIDUAZIONE DELLA TEMATICA PRINCIPALE E DI ALTRE TEMATICHE AD ESSA COLLEGATE

Calvino ha voluto far riflettere su alcuni aspetti della realtà di oggi: il cavaliere inesistente appare come il simbolo dell’uomo moderno, che è talmente in crisi da sembrare privo di identità, quasi inesistente. L’uomo del nostro tempo appare infatti incerto, smarrito, privo di orientamenti e sicurezze. C’è qualcosa in lui di vuoto, come è vuota la bianca armatura di Agilulfo. Altri temi ricorrenti sono quello della ricerca, quello della formazione dell’essere e quindi della coscienza di sé.

Ma il tema di fondo rimane questo: la forma, rappresentata da Agilulfo, non può esistere senza la vita, rappresentata da Gurdulù. Rambaldo non è altro che il punto di unione dei due e l’esempio da seguire.

 

 

10) INTERPRETAZIONE DELLE INTENZIONI DELL’AUTORE

A mio parere Calvino propone di superare la condizione in cui si trova il suo Agilulfo. Egli è un essere incompleto; egli vive solo di volontà e di ragione, ma gli manca un elemento importante: il corpo, con tutto ciò che questo significa (calore, sentimenti, emozioni). L’uomo dunque non è completo se non riesce ad impiegare con armonia tutte le sue facoltà, sia quelle legate al pensiero, sia quelle legate ai sentimenti e agli affetti.

Questo, all’interno del racconto, è reso evidente dalla contrapposizione tra le due figure di Agilulfo eGurdulù: freddo e razionale il primo, vivo e incosciente il secondo; ma soprattutto dalla figura di Rambaldo che si può considerare come l’ ”unione”, il “punto di incontro”, la “somma” tra Gurdulù e Agilulfo. Eglio è infatti un essere razionale, come Agilulfo, ma che si lascia guidare anche dal suo cuore e dalle sue emozioni, come fa Gurdulù

 

 

11) COMMENTO PERSONALE SUL LIBRO LETTO

E’ stato per me importante leggere questo testo; si tratta di un romanzo breve, ma ricco di spunti di riflessione. E’ bello notare come, attraverso un personaggio immaginario, il narratore riesca a suggerire una rappresentazione dello stato degli uomini del nostro tempo. La letteratura è bella proprio perché riesce, sotto la finzione, a fare intuire al lettore delle verità. Sul piano letterale si ha una trama curiosa e divertente; sul piano simbolico un’interpretazione dell’uomo.

Concordo con l’autore quando presenta in Agilulfo un modello da non imitare; l’uomo deve essere intero e completo e non deve rinunciare ad aspetti importanti della sua umanità. Anche noi quindi non dobbiamo essere sempre e per forza razionali: molte volte è meglio lasciarsi scivolare nell’irrazionalità, lasciarsi guidare dal cuore. Secondo me questo romanzo contiene anche un invito a saper usare una parte di noi a cui spesso non diamo retta. C’è sicuramente in noi qualcosa che si aggiunge al pensiero e alla ragione e questo “qualcosa” si può riassumere appunto nella parola cuore. In tal modo seguire il cuore significa affidarsi all’intuizione, alla fantasia e ai sentimenti, che in molti casi possono essere delle buone guide per la nostra vita.

 

 

12) CRITICHE VARIE DETTATE IN CLASSE

 

a) CRITICA di BOCELLI del 1963 tratta da “IL MONDO”

“Italo Calvino taceva dal tempo del cavaliere Inesistente (1959), la terza di quelle storie fantastiche ma allusive alle condizioni dell’uomo di oggi che, scrittore di duplice tendenza, favolosa e realistica, egli […] è venuto alternando a racconti che quella condizioni ritraggono […] in presa diretta. Altra, non opposta, né sostanzialmente diversa tendenza: ché come alla radice di quella favolosità, nel suo vario simboleggiare l’aspirazione dell’uomo diviso o annullato dalla società, all’integrazione, anzi all’interezza e al dominio della ragione sullo sfrenamento delle forze istintive o subconscie, è uno spirito illuministico o neoilluministico; così all’origine di quel realismo […] è un’alacrità di ricerca, un’ansia di conoscenza o approfondimento intellettuale, tale da conferire alla sua lucida razionalità un che di avventuroso, di surreale, di emblematico”

 

b) CRITICA di VITTORINI negli ANNI ’50

“[Calvino] ha interessi che lo portano in più direzioni: la sintesi delle quali può prendere forma […] sia in un senso di realismo a carica fiabesca, sia in un senso di fiaba a carica realistica”

 

c) CRITICA di ASOR ROSA del 1985 tratta da “LA REPUBBLICA”

“Esiste, dietro l’eleganza raffinata della scrittura, come un nocciolo duro: […] è la natura morale dell’ispirazione calviniana. Un Calvino scrittore morale: lo scrittore morale non si pone il problema di dire qual è il bene e qual è il male. Chi fa questo è un moralista […] o peggio un propagandista. Per me lo scrittore morale è quello che si limita a suggerire dei comportamenti e ad additare una linea di condotta: ma, la tempo stesso, affianca alla natura apparentemente limitata al messaggio, l’inflessibile persuasione che non si può rinunciare alle regole di comportamento né a perseguire con fedeltà e tenacia una linea di condotta, pena l’inabissamento nel magma dell’indistinto e dell’arbitrario.”

 

COMMENTO ALLE CRITICHE

Sono perfettamente d’accordo con entrambe le critiche che vengono fatto a Calvino.

Sia Bocelli che Vittorini affermano che Calvino va contemporaneamente in due direzioni: la prima è quella di scrivere racconti reali con una morale fiabesca; la seconda quella di scrivere delle favole a sfondo realistico. La sua prima ispirazione fu realistica. Scrisse infatti “Il sentiero dei nidi di ragno” nel 1947, a cui seguirono i racconti di “Ultimo venne il corvo”. Negli anni ’50 però abbandonò la linea realista per dedicarsi ad una linea narrativa più aderente alla sua ispirazione: la tendenza fantastica o combinatoria. Nascono così “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”. Quest’ultimo racconto si può leggere in vari modi. Ad una prima lettura appare una favola, una vicenda molto particolare e curiosa avvenuta al tempo di Carlo Magno. Ma leggendo attentamente si scorgono dei messaggi che fanno capire che la narrazione vuole avere degli effetti nel presente. Calvino vuole mandare dei messaggi al mondo di oggi e lo fa scrivendo una fiaba. Credo che sia per questo motivo che Bocelli e Vittorini dicono che Calvino segue due direzioni.

Altrettanto d’accordo sono con Asor Rosa. Dopo aver riflettuto sulla definizione che egli dà di scrittore morale, penso anch’io che Calvino faccia parte di questa categoria. Egli infatti non si pone il problema di dire cosa è bene e cosa è male. Egli suggerisce di seguire un certo tipo di comportamento, in cui si crede, e di non abbandonarlo. Lui suggerisce chiaramente il modello da seguire, ma non giudica mai chi è il buono e chi è il cattivo. In “Il Cavaliere Inesistente” egli mette a confronto Agilulfo e Gurdulù, descrivendo dettagliatamente il loro modo di vita, per poi presentarci Rambaldo, come la linea da seguire. Ovvero dobbiamo imparare a farci guidare non totalmente dalla ragione e non completamente dall’irrazionalità; dobbiamo imparare a saper distinguere le situazione dove è meglio utilizzare un certo tipo di comportamento, da altre dove è più utile prendere il considerazione l’altro.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

                                                         FONTAMARA

                          

L’autore

Ignazio Silone(pseudonimo di Secondo Tranquilli) nacque a Pescina,L’Aquila, nel 1900 ed è tra i fondatori del partito comunista nel 1921; costretto dal fascismo alla clandestinità,continua la lotta dal suo rifugio in Svizzera. E’ autore di Fontamara(1930),Pane e vino(1937)  e il seme sotto la neve(1940) pubblicati all’estero durante la dittatura; una manciata di more(1952),il segreto di Luca(1957),pubblicati in Italia. Muore a Ginevra nel 1978.

L’opera

Fontamara è un testo che si incentra sulle condizioni di vita della povera gente dell’Italia del Sud durante il ventennio fascista ; in esso,accanto alla descrizione della dura vita contadina, c’è una aperta denuncia ai soprusi commessi dalle “autorità”,in particolare dai fascisti. Il racconto è ambientato a Fontamara,un immaginario paese  di montagna situato nella Marsica, terra d’origine di Silone. Qui la povertà è cresciuta dopo in prosciugamento del lago del Fucino e la miseria è tanta.Esistono solo due condizioni di vita:  i cosiddetti “cafoni” (i contadini, i braccianti costretti a lavorare a giornata) e quella di piccoli proprietari terrieri. E sono proprio due vecchi coniugi fontamaresi che attraverso la traduzione in italiano dell’autore, narrano ,alternandosi, la strana vicenda avvenuta un’estate quando si instaura il podestà nel Comune.

    Silone partecipa in modo chiaro dalla parte delle classi popolari,egli condanna il fascismo e le violenze che  i prepotenti attuano con i piu’ deboli i quali sono abituati alla sopportazione silenziosa e alla rassegnazione. I più potenti hanno interesse a tenere il popolo nell’ignoranza e nell’arretratezza perchè in questo modo possono approfittarne per i loro interessi.

 Alcuni fra gli episodi più significativi sono ad esempio quello della deviazione del ruscello che da sempre portava acqua ai campi di Fontamara e che ora viene portato a irrigare i poderi di un ricco proprietario.Dopo la ribellione da parte prima delle donne e poi da tutta Fontamara viene stabilito che l’acqua verrà distribuita per i tre quarti all’Impresario e per i tre quarti ai contadini che,naturalmente ignari dell’imbroglio,credono di aver avuto la meglio e si ritrovano, invece, più miseri di prima.

 In questo quadro così desolato non appare neanche una speranza se non quella di emigrare. Così accade a Berardo Viola che, trovandosi nella situazione di doversi sposare con Elvira e di non poter mantenere una famiglia, si vede costretto ad andare a Roma in cerca di lavoro come bracciante. In realtà c’è una lunga procedura burocratica per presentarsi all’ufficio di collocamento e anche qui i potenti ne approfittano. Passano così molti giorni e durante una retata della polizia viene catturato e si dichiara come il maggiore fautore di stampa clandestina antifascista e viene giustiziato. La notizia giunge a Fontamara e il sacrificio di berardo, benvoluto da tutti, spinge i Fontamaresi a fondare per un ideale di giustizia, un giornale, il giornale dei cafoni, intitolato, proprio come segno di impotenza “ Che fare?”.

La triste storia di Fontamara si conclude con il totale sterminio della popolazione da parte dei fascisti.

 

 

     

 

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    Riassunto libro :

 

La Valle della Paura (di Arthur Conan Doyle)

Manzolillo Francesco                                                                                                               

La vita dell’autore

 

  • Arthur Conan Doyle nasce il 22 maggio 1859 a Edimburgo da Charles Doyle e Mary Foley.

 

  • A quattordici anni viene ammesso al collegio gesuita di Stonyhurst nel Lancashire, terminato il quale si iscrive senza entusiasmo alla facoltà di medicina dell’Università di Edimburgo dove si laurea cinque anni dopo.

 

  • Dopo alcune infelici esperienze di lavoro, Doyle apre uno studio medico a Southsea, un quartiere elegante di Portsmouth.

 

  • La situazione finanziaria della famiglia è disastrosa e, dopo il matrimonio con Louise Hawkins, i problemi economici si aggravano ancora.

 

  • Nel 1886, Doyle scrive Uno studio in rosso, cioè il primo romanzo in cui compare Sherlock Holmes.

 

  • Nel 1893, nel timore di rimanere vittima del personaggio da lui creato, Doyle decide di eliminare il famoso investigatore facendolo sparire nelle cascate di Reichenbach, avvinghiato al suo eterno nemico Moriarty.

 

  • Per nove anni, Doyle resiste alle richieste sempre più pressanti della madre, degli editori e del pubblico, ma alla fine, stremato, cede e resuscita Sherlock Holmes ne Il mastino dei Baskerville.

 

  • Nel 1900 rimane vedovo con due figli e, sette anni dopo, si risposa con Jean Leckie.

 

  • Muore il 7 luglio 1930 presso Crowborough.

 

  • Opere più importanti:

 

Romanzi gialli: Uno studio in rosso (1887), Il segno dei quattro (1890), Il problema finale (1893), Il mastino dei Baskerville (1902).

 

Racconti gialli: Le avventure di Sherlock Holmes (1892), Le memorie di Sherlock Holmes (1894), Il ritorno di Sherlock Holmes (1905), per un totale di cinquantasei racconti.

 

Commedie: Sherlock Holmes (1897), La casa di Temperley (1909), La banda maculata (1910).

 

Altri romanzi: Uno scandalo in Boemia (1891), La compagnia bianca (1891-1893), Le avventure di Gérard (1893-1902), La grande guerra boema (1900), Il mondo perduto (1912).

 

Note bibliografiche

 

Titolo del libro: La valle della paura.

Titolo originale del libro: The Valley of Fear.

Casa editrice: Oscar Mondadori “Leggere i classici” (n° 73).

Edizione: agosto 1995.

Prima edizione: 1915.

Traduttore: Maria Gallone.

Lingua originale: inglese.

 

Argomento

 

In questo romanzo, Sherlock Holmes riesce a trovare il bandolo della matassa dell’ennesima complicatissima vicenda in cui sono implicati uno spietato gruppo di uomini appartenenti all’Ordine degli Uomini Liberi e un onesto ex-investigatore americano.

 

Riassunto

 

La mattina del sette gennaio del 1883 Sherlock Holmes, destatosi, deve decifrare un messaggio in codice mandatogli da Fred Porlock, un suo informatore, in cui viene avvisato che un certo signor Douglas del Castello di Birlstone è in grave pericolo. Qualche minuto dopo, egli riceve la visita di Alec MacDonald, un poliziotto londinese il quale rimane sbalordito davanti al foglio con il messaggio cifrato, in quanto egli si era recato dal collega per invitarlo a partire con lui per Birlstone. Arrivato, Holmes viene messo al corrente della situazione dal sergente Wilson: il signor Douglas era stato ucciso durante il suo consueto giro serale per il castello e sul cadavere era stato trovato un fucile di provenienza americana. Inoltre, dietro ad una tenda era stata trovata un’impronta di fango, sul davanzale una macchia di sangue e, vicino al cadavere, c’era un foglietto con scritto “V.V. 341”.

Per prima cosa, Holmes, oltre a riesaminare il luogo del delitto, interroga Ames, cioè il maggiordomo, Cecil Barker, cioè un amico di famiglia, e la moglie di Douglas e gli interrogatori di questi ultimi due gli sembrano poco convincenti. Poi, egli si fa portare dal maggiordomo le pantofole che l’altro uomo indossava al momento del delitto, e scopre che combaciano perfettamente con l’impronta di fango.

Il giorno seguente Sherlock Holmes risolve il caso. Egli, infatti, scopre che Douglas, recatosi in città, si era accorto di essere seguito da un uomo di nome Ted Baldwin il quale lo voleva uccidere. Egli, poi, arrivato al castello, venne aggredito dall’inseguitore che uccise con la complicità di Cecil Barker e della moglie. Egli, poi, spacciandosi per morto, si era nascosto nelle stanze segrete dell’abitazione.

Scoperto da Holmes, Douglas confessa l’accaduto e consegna a Watson un fascio di carte in cui, durante la volontaria prigionia, ha scritto la sua storia.

Questo narra di Jack McMurdo, un giovane irlandese, il quale si reca nella città americana di Vermissa. Egli, innamoratosi di Ettie Shafter, si scontra con Ted Baldwin, cioè un altro corteggiante della donna, il quale appartiene al sanguinoso Ordine degli Uomini Liberi. Egli, però, preoccupato per la sua vita, si reca da McGinty, il gran maestro dell’associazione, e si iscrive nella loggia di Vermissa così da non essere più in pericolo.

Poco tempo dopo, Jack viene incaricato di fare da palo in una spedizione punitiva contro un giornalista e, siccome aveva mostrato pietà verso la vittima, il giorno seguente viene avvicinato da un altro membro dell’Ordine, il Fratello Morris, il quale gli consiglia di scappare.

Finita questa conversazione, Jack e altri compagni vengono arrestati per il pestaggio del giornalista ma tutti quanti vengono scagionati grazie al potere del Gran Maestro McGinty, il quale è un Consigliere della città di Vermissa.

Dopo molti delitti, McMurdo viene a sapere che un certo Birdy Edwards, un famigerato investigatore, è sulle tracce degli adepti dell’Ordine e organizza contro di lui una trappola. Egli, infatti, convince i maggiori esponenti dell’associazione a chiudersi in casa sua per assalire, una volta intrappolato, l’uomo, ma, arrivato il tragico momento, Jack rivela ai criminali che lui è Birdy Edwards, riuscendo, con l’aiuto della polizia, ad arrestarli.

Egli, però, rifugiatosi in Inghilterra sotto il nome di John Douglas, viene braccato da coloro i quali erano scampati alla forca e, oltre ad uccidere Ted Baldwin, l’uomo riesce a salvarsi da altri due attentati. Poi, partito per il Sudafrica, viene ucciso da Moriarty in persona, il grande criminale che ha architettato il piano per eliminare Birdy Edwards dal momento in cui si trovava in Inghilterra.

 

Descrizione delle caratteristiche fisiche e psicologiche del protagonista

 

Il protagonista del romanzo è Sherlock Holmes. Egli, abile e acuto, è il prototipo del moderno investigatore che, dal minimo indizio, riesce a ricostruire qualsiasi caso.

Fisicamente, è molto magro ed alto più di un metro e ottanta. Gli occhi sono acuti e penetranti e il naso, affilato e un po' adunco, conferisce al viso un'espressione vigilante e decisa. Anche il mento, quadrato e pronunciato, denota in lui una salda volontà.

Egli forma col dottor Watson una delle più famose coppie della letteratura di tutti i tempi.

 

Descrizione delle caratteristiche fisiche e psicologiche degli altri personaggi importanti

 

Gli altri personaggi del romanzo sono: Alec MacDonald, il maggiordomo Ames, Birdy Edwards, Cecil James Barker, il colonnello Moran, il dottor Wood, Ettie Shafter, Evans Pott, i fratelli Willaby, Fred Porlock, il Gran Maestro McGinty, Jack McMurdo, Jacob Shafter, John Douglas, Mike Scanlan, la moglie di Douglas, Moriarty, il sergente Wilson, il signor Hargrave, la signora Allen, Ted Baldwin, “TigreCormac, Watson e White Mason.

 

Alec MacDonald: è un giovane ma capace funzionario delle forze di polizia. Fisicamente è alto e ossuto ed è dotato di una forza fisica eccezionale. Inoltre, egli è intelligente, silenzioso, preciso, di temperamento duro e umile.

 

Birdy Edwards (alias Jack McMurdo alias John Douglas): è un uomo di origine irlandese, di media statura e dai grandi occhi grigi. Il carattere è socievole, comunicativo, cordiale, allegro, generoso, ostinato e audace. Egli rappresenta l’ardua lotta contro le potenti e pericolose associazioni segrete.

 

Cecil James Barker: è un uomo sulla cinquantina di origine inglese, alto, diritto, dal torace massiccio, due folte e nere sopracciglia e un paio di occhi scuri autoritari. Caratterialmente è affettuoso, cordiale e molto irascibile.

 

Ettie Shafter: è una donna giovane e molto bella, di tipo svedese, coi capelli biondi ai quali fanno da contrasto due occhi scuri.

 

Gran Maestro McGinty: è un uomo alto, forte, massiccio, dalla chioma nera, barbuto sino agli zigomi, con una massa di capelli corvini che gli ricade sul collo Ha una carnagione scura da italiano, e i suoi occhi sono di uno strano colore nero smorto, che unito ad un impercettibile strabismo danno al suo sguardo un aspetto particolarmente sinistro. Chi non lo conosce bene potrebbe giurare di trovarsi di fronte ad un tipo onesto, bonaccione, dal cuore sincero, per quanto rudi possano sembrare le parole pronunciate senza ritegno. Egli è un Consigliere della città di Vermissa e sfrutta il suo potere, ottenuto illecitamente, per il suo vantaggio personale e dell’Ordine degli Uomini Liberi, di cui è il maggiore esponente.

 

Moglie di Douglas: è una donna bellissima, alta, bruna, snella e più giovane del marito di circa vent’anni. Apparentemente, sembra che abbia ucciso il marito perché troppo geloso mentre, in realtà, l’ha aiutato a nascondersi.

 

Moriarty: è il geniale criminale artefice del piano per l’uccisione di Douglas. Quando si accorge che i suoi uomini non riescono nell’impresa, decide di uccidere l’uomo personalmente.

 

Ted Baldwin: è un giovane press’a poco della stessa età e statura di McMurdo. Egli, dopo molti anni, nutre ancora un desiderio di vendetta nei confronti di Douglas, il che lo porta ad attentare alla sua vita ben tre volte.

 

Watson: è un dottore londinese famoso soprattutto perché il suo nome è spesso associato a quello di Sherlock Holmes.

 

Tempo

 

La vicenda è divisa in due parti: la prima incomincia nella prima mattina del sette gennaio del 1889 e si protrae per circa due giorni. La seconda, invece, è una lunga analessi che incomincia il quattro febbraio del 1875, cioè quattordici anni prima, e si protrae per alcuni mesi.

 

Luoghi

 

Le vicende del romanzo si svolgono principalmente nei seguenti luoghi: la località di Birlstone, il Castello di Birlstone, la città di Vermissa, il locale di McGinty, l’abitazione di McMurdo e la sede dell’Ordine degli Uomini Liberi.

 

Messaggio del libro

 

In questo romanzo, Doyle compie un’aperta accusa contro le associazioni segrete. Egli, infatti, parla dell’Ordine degli Uomini Liberi che, nato come circolo di persone generose e caritatevoli, si trasforma, a Vermissa, in un gruppo di criminali.

Infatti, dopo l’ascesa di McGinty, la loggia si ingrandisce a tal punto che gli abitanti della città sono costretti ad affiliarsi per non subire una discriminazione economica e sociale.

Ingranditosi enormemente, l’Ordine consente al Gran Maestro di arricchirsi sempre di più tanto che “di anno in anno le spille di diamanti di McGinty diventavano sempre più appariscenti, catene d’oro sempre più pesanti ornavano il suo petto su panciotti sempre più sgargianti, e lo spaccio s’ingrandiva sempre più sino a minacciare di assorbire tutto il lato della piazza del Mercato”.

Inoltre, il Maestro sfrutta il suo enorme potere politicamente, costringendo sotto minaccia di morte la gran massa di fedeli a votare per lui, facendogli raggiungere le cariche di Consigliere Municipale e di Commissario Stradale.

Egli, infine, per non perdere numerosi “discepoli”, vieta agli affiliati alla loggia di uscirne o di muovere delle critiche sull’operato di alcuni malvagi compagni, tanto che, in un libero e civile paese, molti uomini si trovano condannati a morte senza che nessuno possa difenderli o aiutarli.

 

Giudizio personale

 

Questo romanzo non mi è piaciuto molto perché la seconda metà si avvicina più al genere poliziesco d’azione, tipico della cultura americana, che alla detective story inglese. Infatti, nella seconda parte, la figura di Sherlock Holmes scompare a scapito di Birdy Edwards, un “normale” investigatore che brilla per il coraggio e per il senso di giustizia.

Inoltre, il contenuto di questo romanzo è quanto mai di attualità, in quanto, nel nostro paese, le uccisioni, gli agguati e ogni altro genere di tortura da parte delle associazioni malavitose (Cosanostra, ‘ndrangheta, ecc.) e gli arresti di uomini politici per “associazione di stampo mafioso” sono all’ordine del giorno.

 

 

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    Riassunto libro :

 

Dario Massano                                                                                              

 

 

AUTORE: Franz Kafka

TITOLO: La metamorfosi

CASA EDITRICE: Mondadori

ANNO: 1994

 

 

Una mattina, al suo risveglio, Gregor Samsa destandosi si trova trasformato in un insetto.

Dopo aver osservato il suo nuovo e ripugnante corpo, egli si ricorda i propri impegni di lavoro (è un commesso viaggiatore) e si accorge di essere in ritardo; non è ancora sceso dal letto che i genitori e la sorella Grete bussano alle porte delle stanze attigue alla sua per richiamarlo all'ordine. Le porte sono chiuse a chiave, nessuno può entrare; tuttavia Gregor, anche se malvolentieri, è costretto a scendere e aprire quando a chiamarlo è il procuratore della sua azienda, accorso per assicurarsi che il suo dipendente abbia una scusa sufficiente.

Gregor ha ormai accettato la sua condizione e nella speranza che gli altri facciano la stessa cosa, spalanca faticosamente la porta, ma immediatamente tutti gli altri scappano alla sua vista; dopo lo sconcerto il padre impugna un bastone e ricaccia lo scarafaggio gigante nella stanza da letto. Questo rimane incastrato tra gli stipiti della porta e riceve una violenta pedata che lo ferisce su un fianco, ma che lo conduce finalmente al sicuro.

Destatosi, Gregor trova del latte in una ciotola: subito si getta su quel cibo prelibato, ma resta deluso di non riuscire a berlo, disgustato.

Inizia così la lunga prigionia di Gregor, che chiuso in camera origlia i discorsi dei genitori ed ha solo il conforto di vedere la sorella Grete, l'unica ad occuparsi di lui, portandogli del cibo e riordinando la sua stanza.

Presto l'intera famiglia deve trovare un lavoro per mantenersi, poiché è venuto meno l'apporto economico di Gregor, che prima era fondamentale.

Gregor si nasconde con un lenzuolo sotto il divano per non spaventare sua sorella; questa ricambia la cortesia organizzando il trasloco dei mobili della camera, per permettergli di muoversi liberamente sui muri e sul soffitto.

Gregor si oppone però allo spostamento di un quadro che ritrae al sua fidanzata, appiccicandovisi sopra. La madre lo scorge e sviene, così sopraggiunge il padre e punisce il parassita scagliandogli addosso con brutale violenza alcune mele. Una di esse si conficca nel dorso di Gregor, che ferito gravemente si rifugia stordito nella sua tana.

La famiglia disgraziata conduce una vita sempre più faticosa e annoiante; ben presto la sorella perde la pazienza e nega le cure all'insetto, il quale da qualche tempo non tocca più cibo.

Entrano in scena nuovi personaggi: una vecchia donna per le pulizie, che deride bonariamente lo scarafaggio, e tre affittuari, che sono molto esigenti nei confronti dei padroni di casa.

Una sera essi cenano nel salotto attiguo alla camera di Gregor che esce dalla porta e li spia incuriosito. Terminato il pasto, gli ospiti si fermano ad ascoltare Grete alle prese con il violino; lo scarafaggio è sempre più interessato alla musica e si espone, invece gli ospiti, che non gradiscono più lo spettacolo, restano solo per cortesia. All'improvviso lo notano mentre avanza: nello stupore generale, si rifugiano in camera e annunciano di disdire immediatamente il contratto affittuario. Gregor è immobile, paralizzato; sua sorella denuncia il suo comportamento deleterio per tutta la famiglia, accusandolo di essere la causa di tutti i guai.

Il padre concorda e si avvicina cupo verso quello che non considera più suo figlio; questi, sempre più debole, a fatica ritorna in camera e decide di liberare i suoi da tante sofferenze, lasciandosi morire di fame. Il mattino seguente la donna di servizio lo trova disteso inerte per terra e dà l'annuncio della sua morte ai familiari; essi accorrono e considerano il fatto come una liberazione.

I pensionati vengono cacciati da casa, come pure la domestica; l'intera famiglia si congeda dal lavoro, per ritrovare la serenità e la prosperità che il parassita Gregor aveva tolto.

Riconquistata la pace, eliminato il problema, essi sono finalmente liberi.

       

TEMPO

 

In questo libro vi è isocronia: infatti, fabula e intreccio procedono paralleli e gli eventi si dispongono su una catena cronologica progressiva e lineare.  Kafka non utilizza né analessi né prolessi, per incentrare l'attenzione sul presente, sulla metamorfosi di Gregor. L’autore utilizza diversi “movimenti narrativi”, quali le analisi (molto usata per le riflessioni di Gregor sulla sua metamorfosi), le pause (usate per descrivere i vari personaggi del racconto e, in particolar modo, Gregor), le scene (usate quando vi sono i dialoghi fra i vari personaggi, nei quali Gregor rientra solo all’inizio quando la sua voce è ancora minimamente comprensibile), e infine i sommari (molto utili per riassumere in poche righe eventi non degni di nota).

 

SPAZIO

 

La vicenda è ambientata interamente in casa Samsa e in modo particolare nella stanza di Gregor e nel salotto ad essa attiguo.

Le descrizioni degli interni sono poche e brevi, per lasciare spazio al racconto e non distrarre il lettore. Hanno, però, la funzione di caratterizzare gli stati d'animo dei personaggi, in particolar modo quello di Gregor, che si riflette nella stanza col tempo sempre più buia e vuota.

Lo scarafaggio vive prigioniero nella sua stanza da letto, e cerca un contatto con il mondo esterno affacciandosi alla finestra e restando per ore ad osservare la strada: nei suoi pensieri si scatena allora l'idea di evadere, ma n’è incapace perché troppo legato alla famiglia. Due citazioni possono rendere tutto più comprensibile. “Ma quell'alta e grande stanza nella quale era obbligato a giacere disteso sul pavimento gli dava angoscia, senza che però egli riuscisse a spiegarsene i motivi, dato che era la camera che occupava ormai da ben cinque anni.../ Oppure non rifuggiva dalla grossa fatica di respingere una poltrona fino alla finestra, e arrampicandosi sul davanzale vi si sporgeva puntellandosi contro la poltrona; era ovviamente per lui un modo di ricordare il senso di liberazione che prima gli aveva sempre dato il guardare fuori dalla finestra”.

 

STILE

 

Lo stile di Kafka è conciso ed essenziale per lasciare spazio di riflessione ed immaginazione al lettore; egli elimina la similitudine per raccontare la propria esperienza, adottando una metafora che colpisce il lettore (non è come uno scarafaggio, bensì uno scarafaggio).

L'autore non ricorre a particolari tecniche stilistiche, ma la sua abilità è evidente nell'inventare i personaggi (prendendo in ogni modo spunto dalla realtà) e nel descrivere alcune scene, che sembrano prese dai più recenti film d'azione. “era una mela, immediatamente seguita da una seconda; Gregor si fermò atterrito; era inutile proseguire la corsa, poiché il padre aveva deciso di bombardarlo. Si era riempito le tasche alla fruttiera sopra la credenza e adesso, senza mirare con precisione, gettava una mela dopo l'altra. Quelle piccole mele rosse rotolavano come elettrizzate sul pavimento urtandosi tra loro. Una di esse, lanciata con poca energia, sfiorò la schiena di Gregor, ma scivolò via senza fargli male. Un'altra, gettata subito dopo, gli penetrò letteralmente nella schiena; Gregor tentò di trascinarsi ancora un po', come se l'improvviso e incredibile dolore potesse svanire mutando luogo; si sentiva però come inchiodato al suolo e, nel totale sconvolgimento dei suoi sensi, si tese inarcandosi. Poi la madre si precipitò dal padre; nell'attraversare la stanza le gonne slacciate scivolarono in terra, una dopo l'altra; e incespicando nelle vesti ella si precipitò dal padre e lo abbracciò, si strinse a lui (mentre la vista di Gregor si offuscava) e con le mani intorno alla sua nuca lo implorò di risparmiare la vita di Gregor”.

 

NARRAZIONE

 

La narrazione è condotta in terza persona da un narratore che compare nella storia e che va identificato con Franz Kafka, il quale espone con semplicità e senza tanti artifici le avventure di se stesso, ma invece di farlo adottando "l'io" decide di trasportarle su una figura a lui parallela, frutto della sua fantasia: Gregor Samsa.

In questo modo la narrazione risulta originale e permette al lettore di trarre conclusioni personali , senza che ci sia un io narrante a guidarle.

 

PERSONAGGI

 

I personaggi del racconto sono pochi e costituiscono un unico nucleo familiare , ma i rapporti che li legano sono estremamente complessi da analizzare.

Gregor Samsa è un commesso viaggiatore alle dipendenze di una ditta molto esigente.

Il suo lavoro è stressante ed alienante, ma egli vi si dedica con tutto il fervore possibile, tanto che da ben cinque anni non prende un giorno di ferie.

Gregor lavora per ripagare i debiti del padre e mantenere la sua famiglia; sulle sue spalle grava un fardello che è troppo pesante per una persona sola; Gregor però aumenta le sue privazioni e fatica il doppio pur di non desistere.

Ed ecco che col passare del tempo, il lavoro inghiotte tutto il tempo di Gregor, il quale non ha più né svaghi né solidi rapporti umani; il giovane diviene schiavo dell'azienda e della famiglia, prigioniero della sua camera, e senza svaghi egli perde anche la facoltà della parola; a questo punto Gregor non è più un essere umano, bensì un rifiuto prodotto dalla società, una vittima che incapace di reagire si sveglia un mattino, si ritrova scarafaggio, in un corpo che il narratore descrive poco per volta, come fosse una scoperta graduale.

Analizzando i comportamenti di Gregor e cercando di capire come un uomo possa diventare un insetto, si ottiene la chiave per comprendere la psiche dell'autore.

In primo luogo, risulta evidente il difficile rapporto che lega padre e figlio: Samsa si sente parassita, ma i veri parassiti sono i familiari, e persecutore, invece è una vittima, totalmente dipendente dagli ordini paterni.

Il signor Samsa è così arrogante che il figlio non osa neppure opporsi alla sua autorità, rimanendo sempre privo di qualsiasi forma di indipendenza.

Gregor è vittima della figura paterna, ma al contempo è anche colpevole, perché incapace di reagire scappando di casa. Consapevole di questa colpevolezza, non esiterà a porvi rimedio con la morte volontaria, espiazione di tutti i mali della famiglia Samsa.

Kafka dunque visse il comportamento con il padre con un complesso di inferiorità che non riuscì mai ad eliminare. Doveva lottare, ma non ne fu capace: per questo motivo preferì arrendersi e subire. Ma il padre non è l'unico ad opprimere la coscienza di Gregor; in maniera più sottile Grete desidera possedere suo fratello. Per questo motivo si occupa di lui fin dal primo giorno, ma, si badi bene, pretende di essere l'unica a farlo e non riversa sul fratello vero e proprio amore. La donna decide per lui, lavora per lui, si occupa di lui finché questi non è diventato un vero parassita, incapace di vivere senza il suo aiuto.

Durante il trasloco Gregor viene privato dei libri, che rappresentano la letteratura per Kafka, ma si oppone quando le due donne vogliono togliergli anche il quadro che raffigura la donna della sua vita già presentata all'inizio del racconto.

E' qui necessaria una spiegazione: Franz Kafka si era fidanzato per due volte con Felice Bauer, ma era stato osteggiato dalla sua famiglia; egli aveva visto nel matrimonio la giusta via di salvezza per ottenere l'indipendenza dai parenti più stretti, ma era stato incapace di difendere la sua volontà sino in fondo.

Così tra lui e la sorella più grande, Ottla, era nato un amore illegale che li vedeva entrambi complici.

Nel racconto il legame particolare tra i due è solamente accennato da alcune riflessioni che Gregor fa e dalle amorevoli cure che Grete apporta nei primi mesi all'insetto. Ma dopo che Gregor-Franz dimostra di voler abbandonare la famiglia per quella donna che va identificata con Felice Bauer, la sorella cambia totalmente atteggiamento nei suoi confronti.

Grete trascura Gregor, è negligente e gli nega anche il cibo; per lei, l’insetto schifoso non ha più alcun senso. Al contrario, Gregor degenera arrivando a desiderare fisicamente la sorella (vedere l’episodio del violino). Gregor, con quest’episodio, è arrivato al termine della sua metamorfosi: non è più un essere umano, bensì un animale che va eliminato.

Al culmine del rapporto, durato anche troppo, Grete dà un taglio netto al passato e pone fine ad un'ignobile situazione, denunciando agli occhi del severo padre il fratello parassita.

Gregor è vissuto senza un vero amore, senza svaghi, senza libertà di parola, senza emozioni: che senso ha la sua vita?

Egli è ormai un insetto da eliminare, e solo con la morte la sua esistenza ottiene un significato, difatti l'intera famiglia viene liberata da una grande sventura e può finalmente ritrovare la pace e la prosperità.

 

 

COMMENTO PERSONALE

 

In questo capolavoro Kafka vuole esprimere la sua opposizione all'ordine oppressivo della famiglia borghese della sua epoca e attraverso un racconto che lo vede protagonista in terza persona rende noto tutto il suo disagio e la sua ostilità nei confronti di una figura paterna subordinante.

È un libro a cui ho dedicato molto tempo per la sua comprensione. Con una prima lettura; infatti, non ero riuscito a comprendere il parallelo tra la vita di Kafka e quella di Gregor ma con una buona documentazione sull’autore e una seconda lettura più accurata credo di essere riuscito a comprendere parte di ciò che Kafka voleva trasmettere con quest’opera.

Il libro, è inutile dirlo, mi è piaciuto molto poiché la sua lettura include un continuo lavoro di interpretazione dei fatti correlati alla vita di Kafka. È un testo che fa riflettere sulle condizioni di lavoro e familiari dell’epoca in chiave critica, quindi posso definirlo anche un romanzo storico. Spero di avere una nuova occasione in futuro di leggere altre opere dello stesso autore e soprattutto dello stesso spessore culturale.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

OSCAR WILDE  1854 - 1900

Vita e principali lavori

 

Oscar Wilde, figlio di un chirurgo e di una ambiziosa donna letteraria, nacque a Dublino nel 1854: Dopo aver frequentato il Trinity College(Dublino), fu mandato ad Oxford dove fece progressi con un corso di primo grado nei Classici e lo distinse per la sua eccentricità.

Ammirava l'arte storica e lo scrittore John Ruskin dal quale prese il suo interesse nell'arte, e divenne un discepolo di Walter Pater accettando la teoria dell'Arte per amore dell'arte". Dopo laureato lasciò Oxford e si stabilì a Londra dove presto divenne una affascinante figura di elegante per la sua straordinaria acutezza d'ingegno e per il suo modo frivolo di vestire. Fu parodiato come tale da Gilbert e Sullivan (scrittori di opere comiche che includevano satira sociale) in uno dei loro lavori.

Nel 1881 commentava, a sua propria spesa, Poemi, che riflettevano l'influenza di modelli, come John Keats (l'età romantica) e D.G. Rossetti e, nello stesso anno, fu impegnato in un giro negli Stati Uniti dove tenne alcune conferenze su Pre-Raffaellisti e gli Esteti. Il giro fu un successo personale rimarchevole per Wilde che lo fece riconoscere per la sua ironia, i suoi atteggiamenti e le sue pose.

Al suo ritorno in Europa nel 1883 sposò Costance Lloyd che gli fece due bambini, ma presto si stancò del suo matrimonio.

A questo punto della sua carriera fu molto noto come grande parlatore:

la sua presenza divenne un evento sociale e le sue osservazioni apparvero nelle maggiori riviste alla moda di Londra. Nel tardo 1880 il talento letterario di Wilde fu rivelato da una serie di piccole storie, Il Fantasma di Canterville, il Delitto di Sir Arthur Savile, Il Modello Milionario, Il Principe Felice ed altre favole scritte per i suoi figli, Il Ritratto di Mr. W.H.sulla misteriosa persona alla quale  Shakespeare dedicò i suoi sonetti, e la novella Il Quadro di Dorian Gray (1891). Dopo la sua  prima e unica novella sviluppò un interesse nel dramma e fece rivivere la commedia di maniera. Infatti, nel 1890 produsse una serie di commedie che ebbero successo sul palcoscenico di Londra: Il Ventagli di Lady Windermere (1892). Una Donna di Nessuna Importanza (1893), l'Importanza di Essere Ernest (1895), suo capolavoro e la tragedia in francese Salomè (1893). Comunque, entrambe la novella e la tragedia danneggiarono la reputazione dello scrittore, da allora la prima fu considerata immorale, e l'ultima fu ostacolata dall'apparire sul palcoscenico di Londra a causa della sua asserita oscenità. Nel 1891 incontrò il giovane e bellissimo Lord Alfred Douglas, il cui soprannome era "Bosie" e con il quale Wilde osò avere una relazione omosessuale. Il padre del ragazzo lo costrinse ad andare a un processo pubblico e Wilde fu mandato in prigione per offese omosessuali. Intanto in prigione scrisse il De Profundis, una lunga lettera a Bosie pubblicata postuma nel 1905. Quando fu rilasciato, era un uomo a pezzi; sua moglie si rifiutava di vederlo, e andò in esilio in Francia, dove visse i suoi ultimi anni in povertà. Là scrisse La Ballata del Lettore Gaol (1893), dedicata ad un uomo eseguita nel Reading Gaol per l'uccisione di sua moglie, e interessava lui stesso nelle ragioni dell'artista e, nel trattato "l'Anima di un Uomo Sotto il Socialismo", fece una difesa all'individualismo e alla libertà artistica. Morì di meningite a Parigi nel 1900.

 

Il ribelle  e l'elegante

 

Wilde adottò totalmente "l'ideale estetico" come affermava in una delle sue famose conversazioni: la mia vita è come un opera d'arte". Viveva  ostentatamente, dividendo il suo tempo fra l'alta società ed i circoli "Boemi", nel doppio ruolo di ribelle e di elegante. L'elegante deve essere distinto dal Boemo, mentre il Boemo lo alleava alle masse, al proletariato urbano, l'elegante è un artista borghese, che, a dispetto  del suo disagio, resta un membro della sua classe. L'elegante Wildean è un aristocratico la cui eleganza è un simbolo della superiorità del suo spirito; usa la sua prontezza di spirito per scandalizzare, ed è un individualista che chiede assoluta libertà. Wilde prese la figura dell'elegante perché incarnava molto di quello che desiderava esprimere, ma aggiungeva a ciò elementi collegati alla sensazione, che erano peculiari in Wildean: le migliori sensazioni che l'elegante potrebbe assorbire, la più ricca e la più vicina perfezione che la sua personalità vorrebbe avere. Da allora la vita aveva voluto dire piacere, e piacere era compiacenza nel bellissimo, bellissimi abiti, bellissimi discorsi, cibo delizioso, e ragazzi di bell'aspetto erano i principali interessi di Wilde. Affermava "non c'è nessuna di tali cose come un libro morale o immorale. I libri sono ben scritti o malamente scritti. Questo è tutto".

 

Arte per amore dell'arte

Il concetto di "Arte per amore dell'arte" fu per lui un imperativo morale e non uno meramente estetico, Credeva che solo "l'arte come culto di bellezza" poteva prevenire la morte dell'anima: Wilde percepiva l'artista come un alieno in un mondo materiale, scriveva solo per favorirsi e non era interessato nel comunicare le sue teorie ai suoi simili: La sua ricerca della bellezza e della (sua) realizzazione fu l'atto tragico di un essere superiore che inevitabilmente si trasformava in un reietto dalla società.

 

TRAMA

 

La vicenda si svolge presso il palazzo del tetrarca di Giudea Erode. Nel suo splendido palazzo il tetrarca aveva deciso di tenere un banchetto e di passare una serata di allegria e festeggiamenti, ai quali aveva invitato molti ospiti.

Durante questa serata la sua conturbante e affascinante figliastra, Salomè, riesce ad udire la voce del profeta Jokanaan, rinchiuso da Erode in una buia cisterna colpevole di avere predetto terribili castighi per la famiglia reale e frasi sconce verso Erodiade, moglie di Erode, che secondo il profeta aveva commesso atti impuri ed rappresentava solo un pericolo in quanto la punizione di Dio non sarebbe tardata ad arrivare.

Non appena udita la voce del profeta Salomè vuole vederlo e ordina a due soldati e ad un giovane Sirio innamorato di lei, di condurle Jokanaan.. Dopo un primo indugio i tre eseguono l’ordini, alla vista del profeta Salome si scopre assalita da una forte passione per lui, si innamora prima del suo corpo, poi dei suoi capelli ed infine perde la testa per le sue labbra. La forte attrazione, divenuta ormai in ossessione, spinge Salomè  a baciare il profeta ma egli la rifiuta in malo modo, anzi non vuole nemmeno vederla e la scaccia. Il Sirio morso dalla gelosia si toglie la vita. Il suo sangue bagna i passi di Erode che arso dal desiderio di possedere la figliastra vaga scalzo in cerca di lei, questo risulta essere per lui un brutto presagio che si aggiunge ai fantasmi che dall’inizio dei festeggiamenti lo ossessionavano. Vedendo la figliastra, egli è preso dal desiderio di lei, e promette di concederle qualsiasi cosa in cambio di una seducente danza del ventre per lui. La figlia accetta e dopo aver ballato chiede in cambio al padre la testa del profeta. Il padre prova a distoglierla dal desiderio, ma la volontà dell’ammaliante figliastra prevale. La testa di Jakanaan viene portata a Salomè, la quale può finalmente soddisfare il suo desiderio, baciare le fredde labbra del profeta. Erode inorridito dalla scena ed esasperato per questo gesto d’amore ordina la morte della figliastra, la quale illuminata dalla luna muore schiacciata dal peso degli scudi dei soldati.

 

PERSONAGGI

 

Salomè: bella, affascinante, attraente, conturbante e sensuale figliastra di Erode, è travolta dalla passione per Jakanaan, unico uomo che riesca a resisterle. Simbolo della sensualità, ha un'unica ossessione, baciare il profeta che invece la scaccia.

Attraverso la bellezza ella riesce ad ottenere sempre ciò che desidera, si dimostra anche intelligente nell’inganno che tende al padre. La sua figura è in parallelismo con la luna, che è presente in ogni scena della vicenda, entrambe sono stupende ma in entrambe vi è un pericolo insito nella loro contemplazione, come sottolinea il giovane Sirio e il paggio di Erodiade.

Jokanaan: è il profeta temuto da Erode, odiato da Erodiade e desiderato alla follia da Salomè. Secondo la tradizione egli riusciva a vedere Dio e a parlare con lui. Wilde ne fa una descrizione sommaria, pelle bianca corpo magro capelli neri e bocca rossa. Dalla cisterna nella quale è rinchiuso prevede gli avvenimenti e grida a gran voce le empietà commesse da Erodiade. È un figura forte che non si lascia colpire dalla bellezza di Salomè.

Erode: vecchio tetrarca di Giudea che teme i giudizi e le previsioni di Jakanaan, il profilo che si ricava è quello di uomo superstizioso e ossessionato da fantasmi, oltre che per una grande passione per la figliastra. È sposato con Erodiade con il quale vive un rapporto tormentato, spesso viene scavalcato dalla moglie nelle decisioni e risulta in qualche modo sottomesso a lei.

Erodiade: ancor giovane ed affascinate donna, è la moglie di Erode. Essa prova una profonda ira per le parole di Jakanaan, la quale la ritiene una donna lussuriosa, empia sulla quale cadrà la punizione di Dio, la rabbia sfocia nel desiderio di vederlo morto. È indispettita anche dai continui sguardi del marito verso la figlia e prova in ogni modo a distoglierlo da essa.

 

AMBIENTAZIONE

 

Il testo è un dramma in un unico atto che si svolge interamente su un ampia terrazza che si apre verso la sala dei banchetti nel palazzo d’Erode. L’intero racconto è accompagnato da un variante atmosfera determinata dalla luna, dalle interpretazioni diverse che vengono fatte del suo aspetto, prima una donna che si leva su una tomba, poi una monetina, o la faccia di una demente. Solo Erodiade rimane impassibile di fronte alle sembianze lunari definendo la luna assomigliante solo alla luna; ella però era ben a conoscenza dei rischi di pazzia che si correvano con la contemplazione dei suoi raggi.

I colori cupi dell’ambientazione nei pressi della cisterna sono in contrasto con la luce emessa dalla luna, ne fuoriesce perciò un paesaggio nella penombra, con un aspetto fosco, saturo di presagi, specchio delle passioni morbose dei personaggi.

 

STILE E COMMENTO

 

La tragedia è caratterizzata da un intreccio testuale semplice, ottenuto con l’utilizzo di frasi brevi ma allo stesso modo molto incisive e veloci. Questo può creare a volte nel corso del testo alcune ambiguità, come per esempio il parallelismo tra la luna e Salomè, che il paggio e il Sirio introducono all’inizio della tragedia.

Wilde utilizza un linguaggio ricercato, utilizza molte similitudini per precisare l’aspetto della luna, caratterizzare meglio i personaggi e dare alla scena un’ambientazione curata e particolareggiata.

Viene rispettato lo schema aristotelico delle tre unità: di luogo, come detto la scena si svolge unicamente sull’ampia terrazza nel palazzo di Erode; di tempo, essa è caratterizzata dalla brevità ed sembrando il racconto la ricostruzione di una scena realmente accaduta si immagina che il tutto sia durato poche ore; e infine l’unità d’azione, i personaggi erano infatti statici, comunicavano attraverso dialoghi e non vi era un intreccio complicato di vicende.

A me questa tragedia è piaciuta molto soprattutto rispetto a Mirra di Alfieri, nella quale tutto mi sembrava più pesante e di difficile comprensione. La semplicità, ma allo stesso tempo ricercatezza, del linguaggio di Wilde hanno reso il testo di facile lettura e molto piacevole. Il tema trattato, ripreso da fonti sacre, lascia però alcune parti in sospeso che non vengono chiarite al lettore, come la posizione di Erodiade dopo la morte della figlia, Erodiade che secondo me simboleggia la ricerca del potere, ed è disposta ad utilizzare la figlia, per far si che un suo desiderio si esaudisca.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

          "Le uova fatali"

                                di Michail Afanasievich Bulgakov

 

 

 

 

                                                       Riassunto

 

 

Il professor Persikov era un uomo di 58 anni, alto, curvo, con i capelli spettinati e occhiali antiquati, viveva fuori dal mondo, non leggeva i giornali e non andava a teatro: la moglie lo aveva lasciato nel 1913 e lui non si era risposato; abitava in una casa di 5 stanze, una occupata dalla vecchia governante, Mar'ja Stepanovna.

Lavorava all'istituto di zoologia di via Herzen da prima della rivoluzione e il 1920 fu un anno tragico per l'università in quanto la denutrizione fece svariate vittime:rane, rospi, il rospo del Surinam e Vlas, il guardiano permanente.

Impossibile descrivere l'effetto prodotto su Persikov dai vari decessi, in particolare da quello del rospo del Surinam.

Nel 1922 la situazione migliorò: arrivò Pankrat in sostituzione di Vlas.

L'inversione di tendenza continuò fino al 1928, quando l'istituto era stato ormai ritinteggiato e attrezzato con nuovi vivai per i rettili e li anfibi.

La sera del 16 Aprile 1928 Persikov, mentre osservava delle amebe con il microscopio, notò un fenomeno inusuale: la lente del microscopio aveva focalizzato la luce delle lampade formando un sottile raggio rosso.

Le amebe che venivano a contatto con questo raggio si riproducevano per gemmazione con velocità fulminea, e si sbranavano a vicenda per toccare il raggio, e le nuove nate erano più grosse e feroci dei genitori, insomma, il raggio rosso accelerava tutte le funzoni vitali.

Informò di questo il suo collega e assistente professor Ivanov e costruirono   insieme un apparecchi più grande in cui ottenere un raggio rosso visibile a occhio nudo.

Esperimenti fatti con uova di rana portarono a risultati incredibili: nel giro di un mese le rane avevano invaso l'istituto in numero tale che dovettero essere sterminate con etere e acido prussico.

Dopo questa vicenda Pankrat cominciò a provare per Persikov un terrore reverenziale.

La notizia della scoperta  di Persikov, forse a causa di Ivanov, si diffuse per tutta Mosca, anche se in maniera confusa, comunque verso la metà di giugno un giornalista andò all'istituto per intervistare il professore. Sul suo biglietto da visita stava scritto: Al'fred  Arkad'evich  Bronskij, collaboratore delle riviste moscovite "luce rossa" , "pepe rosso" , "gazzetta rossa", " riflettore rosso" e del giornale "mosca-sera rossa".

Bronskij era un giovanotto vestito alla moda che non guardava mai in faccia il suo interlocutore: con la sua parlantina riuscì a spillare qualche informazione , naturalmente deformata, a Persikov; venendo a sapere che il raggio ingigantiva le forme di vita e ne accelerava le funzioni vitali.

Subito dopo Broskij arrivò un altro giornalista, ma Persikov non fece in tempo a buttarlo fuori dall'istituto: scese di corsa le scale e andò in strada perchè aveva sentito uno strillone che annunciava la scoperta del "raggio rosso"!

Comprò il giornale ma non lo lesse: gli altoparlanti stavano trasmettendo la voce di Bronskij che leggeva il suo articolo sull'incontro con Persikov, in cui ogni informazione era stata falsata o deformata.

Il giorno successivo nella piccola città di Steklovsk un'epidemia iniziò a uccidere tutte le galline.

La vita del professor Persikov era diventata impossibile: i giornalisti lo perseguitavano e mosca era tappezzata di sue fotografie.

Una di queste sere venne a casa del professore un uomo molto elegante, con gioielli e monocolo ( individuo disgustoso ) che diceva di essere il plenipotenziario delle sezioni commerciali delle rappresentanze straniere presso la Repubblica del Soviet.

Questo offrì a Persikov dei "finanziamenti senza ricevuta" in cambio dei progetti dell'apparecchio che generava il raggio rosso ricevendo in cambio un "Via!" di Persikov così forte che fece vibrare i tasti più alti del pianoforte dello studio: Persikov denunciò la spia alla GPU.

I giorni successivi furono decisamente più tranquilli: il professore ricevette qualche telefonata dal Cremlino e bocciò tutti gli studenti che si erano presentati agli esami.

Nel giugno 1928 l'epidemia aveva ormai sterminato tutte le galline della Repubblica e la situazione dello stato era davvero pessima:c'erano molte persone intossicate dalle uova delle galline malate e la vicina Polonia si preparava a muovere guerra alla Repubblica del Soviet , o almeno, così dicevano i giornali.

Durante questo periodo di crisi il professore lavorò moltissimo per la nazione, essendo membro della "Commissione straordinaria per la lotta contro la moria di galline" e della "Commissione straordinaria per la ripresa della pollicoltura nell'Unione delle Repubbliche", nonchè della "Commissione centrale per il miglioramento delle condizioni di vita degli scienziati" e naturalmente continuò le sue ricerche sul "raggio rosso".

In questo mese ricevette anche la visita di Aleksandr Semionovich Rokk, direttore della cooperativa "Raggio Rosso"; questa nuova cooperativa agricola governativa aveva come scopo quello di usare il "raggio rosso" di Persikov con le uova di galline sane importate dalla Germania.

Persikov era contrario a questo esperimento, ma si trattava di una decisione presa "molto in alto" e potè solo trattare male il povero Rokk, che se ne andò via portandosi dietro le apparecchiature che creavano il "raggio rosso".

Ad agosto Rokk aveva avviato gli esperimenti nella cooperativa "raggio rosso", ex-tenuta Sceremetev, aiutato da sua moglie, dal giardiniere, l'autista e la domestica, tutti trovarono che le uova, che erano arrivate dalla Germania, erano molto grandi.

Due giorni dopo Rokk e sua moglie, quando ormai faceva buio, andarono a fare una passeggiata nel giardino, qui la donna venne assalita e mangiata in un solo boccone da un serpente lungo almeno 40 metri.

Il signor Rokk raggiunse la stazione di polizia di Dugino in evidente stato di shock, lì l'agente Shcukin e l'agente Poljatis, dopo averlo riconosciuto, lo affidarono a un lor collega e decisero di andare a vedere cosa era successo alla cooperativa.

Alla cooperativa li attendeva uno spettacolo impressionante: centinaia di serpenti, sia piccoli che enormi, infestavano la serra, e c'erano anche coccodrilli e struzzi, anche questi giganteschi.

I due agenti furono uccisi dai serpenti e la notizia non si diffuse.

Intanto il professore Persikov era nel suo ufficio insieme a Pankrat e insultava e lanciava ingiurie a Ptacha, direttore dell'istituto zootecnico, perchè era un porco, diceva, a Pankrat sarebbe dovuto andare a dirglielo in faccia, da parte di Persikov!

Perchè gli avevano mandato tutte quelle uova di gallina? Dove erano finite le uova di serpente che aveva ordinato per i suoi esperimenti, quelle di anaconda, struzzo e coccodrillo?

Si sentiva preso in giro.

Mentre Persikov urlava come un pazzo entrò il suo collega Ivanov con il  giornale in mano: c'era la foto di una gigantesca anaconda fotografata da un aereo nella provincia di Smolensk.

Persikov capì al volo cosa era successo: un errore di consegna.

L'articolo diceva che enormi branchi di serpenti, che depositavano uova in quantità industriale, si stavano muovendo attorno a Smolensk.

Quella notte nessuno a Mosca riuscì di dormire: la notizia aveva creato panico e frenesia, aggravati dal fatto che l'esercito aveva occupato la città e imposto la legge marziale, combattevano contro i serpenti,  si sentivano i colpi dell'artiglieria e il rombo degli aeroplani che volavano bassi sulla città guidati dai fasci luminosi delle fotoelettriche.

Al mattino la speranza tornò a Mosca, l'armata a cavallo attraversava la città con cavalieri, carri armati e carri cisterna pieni di gas letale.

A sera la situazione si era nuovamente capovolta: i serpenti puntavano verso Mosca, ma l'armata a cavallo si stava battendo bene.

Persikov era all'istituto con Pankrat e Mar'ja Stepenovich quando la porta venne sfondata: una folla inferocita entrò nell'istituto dicendo che il professore era un criminale, che aveva creato lui i serpenti e uccidendo tutti e tre gli occupanti.

Nella notte calò un gelo incredibile, 18 gradi sotto lo zero, e durò per due giorni, una cosa che non si era mai verificata in agosto.                              Il freddo salvò la Repubblica uccidendo i serpenti che l'armata a cavallo non era riuscita a fermare.

Nella primavera la situazione era tornata normale, Ivanov fu nominato direttore dell'istituto al posto del defunto Persikov, ma non riuscì più a costruire gli apparecchi che generavano il raggio rosso.

Per avere il raggio rocco non bastava la scienza, serviva qualcosa di speciale, serviva il professor Vladimir Ipatevich Persikov.

 

BREVE BIOGRAFIA DELL'AUTORE:

 

Bulgakov, Michail Afanasievich- scrittore russo (1891-1940). Laureato in medicina finì per dedicarsi al giornalismo. scrisse dapprima una raccolta di racconti: Diavoleria, e un breve romanzo satirico: Le uova fatali.

La sua prima opera di grande respiro, "la guardia bianca", suscitò molte polemiche e fu infine vietata dal regime.

Circondato di sospetti e dalle ostilità continuò tuttavia a produrre opere notevoli quali: "gli ultimi signori", "la vita del signor Molière".                  Il romanzo "il maestro e Margherita", intorno al quale lavora dal '28 al '40 e pubblicato solo nel '65, è un opera estremamente originale e di grande successo.

 

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

Daniele Zingaro

 

 

PAULO COELHO – L’alchimista

 

 

“Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose.” Già, la frase chiave del libro è questa. Riportata anche in copertina per sottolineare che è questo l’insegnamento che bisogna trarre dalla lettura di questo libro. Imparare ad ascoltare il proprio cuore. Tra realtà e magia si sviluppa questa favola con protagonista Santiago, un giovane pastore andaluso il quale, alla ricerca di un tesoro apparsogli in sogno, intraprende un viaggio al di là dello Stretto di Gibilterra, attraverso tutto il deserto nordafricano, per poi giungere alle Piramidi d’Egitto. E sarà proprio durante il viaggio che il giovane, grazie all’incontro con il vecchio Alchimista, riuscirà ad aumentare le sue conoscenze: scoprirà infatti l’Anima del Mondo, l’Amore e il Linguaggio Universale, imparerà a parlare al sole e al vento e infine compirà la sua Leggenda Personale. La Leggenda Personale è l’obbiettivo che ognuno di noi deve raggiungere prima della morte. Per gli Alchimisti quest’obbiettivo è scoprire la Pietra Filosofale dell’Alchimia, ma in questo libro Coelho fa notare che bisognerebbe riscoprire quel Linguaggio Universale, fatto di coraggio, di fiducia e di saggezza, che rende possibile il raggiungimento di una concordanza totale con il mondo.

La lettura di questo libro mi ha fatto capire che da ogni giorno della nostra vita bisogna trarre insegnamento. Ognuno di noi si è posto sicuramente un obbiettivo nella vita, e questo deve essere raggiunto. Non importa quanto sia difficile, l’importante è crederci e non mollare. La lettura essendo scorrevole permette di capire il vero significato del libro, visto che ha un vero e proprio carattere simbolico.

 

 

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Recensione de “Il turno” di Luigi Pirandello.

 

Autore: Luigi Pirandello

Titolo: Il turno

Luogo di edizione: Milano

Editore : Arnoldo Mondadori

Anno :1992

Pagine :105

Illustrazioni : Nessuna.

 

Il libro di Luigi Pirandello è molto piacevole, sia per la vicenda narrata, sia per lo stile particolare di scrivere proprio di Pirandello; infatti, a mio avviso, questo romanzo trabocca notevolmente di elementi pirandelliani, tali da fare intuire inconfondibilmente l’autore, qualora non lo si sapesse.La vicenda è naturalmente ambientata nella Sicilia di fine Ottocento e ne denuncia uno dei costumi più caratteristici: il matrimonio di convenienza.Don Marcantonio Ravì ha una figlia in età da matrimonio, Stellina, che vanta uno stuolo di corteggiatori, ai quali però antepone un settantenne vedovo già ben tre volte, ma ricco, don Diego Alcozer.

Al Ravi non interessano le proteste della figlia, egli sa solo che l’anziano marito, prossimo alla morte le lascerà una copiosa eredità, con la quale Stellina sarà libera di sposare anche Pepè Alletto, un bravo ragazzo, seppure povero.Gli ambigui piani del Ravì sono tuttavia scombinati dal destino, tanto che Stellina stanca della sua triste situazione, fugge in un convento e, in seguito, sposa il cognato di Pepè che l’ha aiutata in ciò, mentre don Diego vive felicemente poiché, di acuto ingegno, già in partenza sapeva le intenzioni del suocero.

Il romanzo pullula di colpi di scena, imprevisti, situazioni ridicole o ridicolizzate dall’autore che descrive ciascun fatto con un linguaggio divertente, popolare essenziale e con stile ironico e limpido.

Esclusivo di Pirandello rendere attiva l’opinione popolare nel romanzo, capace di angosciare i personaggi, di modificare o influenzare l’azione dei protagonisti, di essere la spettatrice di tutti gli avvenimenti.

L’autore vuol mettere in luce la questione dei matrimoni combinati, di origine antica e non più al passo con i tempi, poiché schiaccia i sentimenti e impedisce a una persona di ragionare e agire secondo la propria volontà: una questione che, comunque, si presenta oggi incerti ambienti.

Il libro ha risposto pienamente alle mie aspettative, perché ha unito alla colorita vicenda una narrazione schietta, divertente e molto gradevole.

 

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David Bortolusso                             

 

 

SCHEDA LIBRO DI “Il miracolo di Santa Odilia”

 

 

Titolo del testo: “Il miracolo di Santa Odilia”, romanzo presente in una raccolta di altre opere di letteratura della stessa autrice.

Nome dello scrittore: Laura Mancinelli.

Casa editrice: Einaudi.

Anno di pubblicazione: 1995, prima pubblicazione 1989.

Genere letterario: Romanzo storico

Tema centrale del libro: la ricerca di una santa per la famiglia dei conti di Agliano: non la vogliono solo per motivi religiosi, ma per orgoglio, per potersi vantare con i Signori di Cortazzone di avere avuto una santa, al contrario di loro che non ne avevano mai avuta una.

Protagonista e personaggi secondari: Odilia (figlia dei conti di Agliano): è una contessa che a 16 anni accetta la monacazione, perché pensa che vivere in un convento la avrebbe riparata dai pericoli del mondo: la sua dote viene così destinata alla costruzione del convento. La famiglia l’aveva spinta a fare ciò perché sperava di costruire nel convento un campanile in suo onore, se fosse diventata santa. Diventata badessa si occupa attivamente del convento, facendo coltivare un piccolo orto e amministrando con parsimonia le poche ricchezze di cui disponeva, compiendo puntualmente i suoi doveri e non frequentando alcun uomo, ma nell’ultimo periodo di vita incominciò a soffrire di malinconia, e probabilmente fu questo che la uccise

Odilia :nipote della precedente Odilia, è colei su cui si ripongono le speranze della famiglia di avere una santa tra loro. Ragazza molto bella e amata da tutti, è costretta ai voti a 16 anni e accetta volentieri la monacazione, ma dopo poco tempo capisce il suo errore. Diventa lo stesso badessa del convento, e cerca di comportarsi diversamente da colei che l’ha preceduta: conduce una vita religiosa stretta e riservata, ma apre la chiesa ai pellegrini e ai poveri, cerca di farla arricchire ampliando l’orto e inserendo nuove colture. E’ una donna sensibile e intelligente: vuole aiutare i bambini tristi allietando le loro giornate e sfamandoli, preferisce mantenere intatto il bosco di querce piuttosto di piantare le vigne di ser Francesco, riesce a “raddoppiare” una gallina riempiendone la pelle con delle verdure, prepara agli amici i discorsi che avrebbero dovuto fare con il vescovo.

Il cavaliere è un Crociato che, per espiare le sue colpe, è diventato un pellegrino. E’ lui che alla sfilata colpisce Odilia, e dopo qualche anno giunge al suo convento. Quando era giovane era biondo e i suoi occhi erano pieni di felicità, quando raggiunge la ragazza ha i capelli grigi e il suo sguardo ha perso tutta la gioia che aveva. Per ricambiare la sua ospitalità si dedica ai lavori che per le suore sarebbero stati più gravosi, e per far credere al vescovo che la sua presenza lì era importante decide di fare da maestro per i bambini del posto.

Il vescovo Zenone della diocesi di Asti è un omino magro ed energico, con radi capelli bianchi e occhi azzurri. Egli pensa che la vita non termini con la morte dell’uomo, ma che le azioni che questo compie abbiano conseguenze nel futuro: un concetto che la Chiesa non accetta, e infatti anche lui sa che i suoi sono solo pensieri, ma si dimostra coraggioso a esternarli agli amici, in un periodo in cui chi andava contro ciò che diceva la religione veniva ucciso.

Ser Francesco è un signore della zona che aiuta il convento, donando alle suore provviste e aiutandole a coltivare l’orto e a costruire strumenti che possano aiutarle nel lavoro, come il sistema di canali per raccogliere l’acqua e distribuirla a tutto il terreno. Porta spesso con sé del vino che lui stesso produce e che, con Odilia e il cavaliere, beve sotto il pergolato. Una delle sue aspirazioni è far crescere una vigna su una collina vicino al convento, che offriva le migliori opportunità per questo tipo di coltura.

Il Biondo Gerardo è un uomo alle dipendenze di ser Francesco, che conosce molto bene le colture e il modo migliore per farle crescere. In seguito si scopre che questo non è il suo vero nome, che anche lui preferisce non ricordare, e che in realtà è un cavaliere che ha deciso di fare il contadino per “pagare un debito”. Figlio di una famiglia vercellese, venne destinato alla vita religiosa per poter dare al primogenito tutta la ricchezza dei genitori. Fuggito da casa per non andare in convento, dovette decidere se diventare un crociato o un brigante: presa la via della foresta con un amico, ricevette molti incarichi anche da padroni importanti, ma un giorno il suo compagno morì: egli si chiamava Biondo Gerardo e lui, quasi per riscattare il suo fedele amico, decise di prenderne il nome e diventò contadino.

Suor Buccia è la suora che si occupa della cucina e di preparare le pietanze: si presenta come una donna scorbutica e “all’antica”, parsimoniosa e anche un po’ avara: cerca di risparmiare sul cibo, pensando di poter sfamare la gente con poco, in modo da far durare le loro scorte più a lungo possibile. Non le piace l’idea di espandere l’orto del convento coltivando anche una vigna, ma pensando alle possibilità che dava questa coltura capisce che sarebbe stato meglio anche per loro occuparsi delle viti di ser Francesco.

Tempo e luogo della narrazione: La storia si svolge tra le colline del Monferrato, in una delle molte chiese presenti nella zona. La vicenda è ambientata nel Medioevo, la narrazione si svolge in circa anno, anche se ci sono alcuni flash-back per ricordare gli avvenimenti passati o le vicende dei personaggi.

Sintesi della trama: Sulle colline del Monferrato si ergono molte chiese, ed ognuna di esse ha un campanile e si erge sulla tomba del Santo a cui è dedicato il luogo. I Conti di Agliano, dopo aver fatto costruire un convento, pensano che la Santa a cui dedicarlo doveva essere una donna della famiglia, dato che tra loro non c’era nessun principe e nessun re e che volevano fare invidia ai Signori di Cortazzone: Odilia prende così i voti, d’accordo con i genitori. Morta la donna, e non essendo successo nulla da poterla far diventare santa, i Conti costringono la nipote, che si chiama anch’ella Odilia, a farsi monaca. Ella accetta, avendo sempre avuto rispetto per la zia, ma capisce quasi subito di aver sbagliato: tornata a casa per l’ultima volta, si reca con le altre ragazze ad una sfilata di cavalieri e, vedendo che mentre lei era vestita di nero, le altre portavano abiti colorati, comprende che non avrebbe potuto sposarsi: tra i cavalieri ella ne nota uno dagli occhi azzurri, a cui regala anche un mazzo di fiori. Diventata badessa del convento, ella amministra come la zia le “ricchezze” del luogo, ampliando inoltre l’orto e ospitando pellegrini e viandanti, e si dedica a faccende più frivole, come preparare un arazzo raffigurante una donna e un liocorno.. Un giorno un pellegrino arriva al convento, e Odilia, guardandolo bene, riconosce che egli è il cavaliere a cui ella aveva donato i fiori, anche se i suoi capelli sono passati dal biondo al grigio e nei suoi occhi azzurri non c’è più la gioia di quel giorno. Il cavaliere chiede ospitalità e la badessa decide di dargli la capanna del giardiniere, che non viveva più lì; il cavaliere, per sdebitarsi, dona a Odilia un seme di gelsomino e uno di albicocca, aiuta le suore nei compiti più gravosi, come costruire una cisterna per l’acqua. Alla richiesta di Odilia di raccontare la sua storia, egli la accontenta, dicendole che, dopo essere diventato un crociato ed essere giunto fino in Oriente, aver visto un paese florido e tranquillo distrutto dai Cristiani, egli aveva capito che i veri mostri erano i Crociati, e perciò voleva espiare le sue colpe diventando un pellegrino. La vita nel convento continua come al solito, con i lavori di ser Francesco del Biondo Gerardo all’orto, fino a quando giunge un’alluvione improvvisa. Tutti temono il peggio, ma dopo qualche giorno tutto si placa. La badessa fa preparare a Buccia il minestrone e le consiglia di metterci più lardo del solito, perché molti poveri sarebbero giunti lì quel giorno: infatti molti sono i profughi e Odilia, per far felice i bambini, ogni giorno prepara una focaccia dolce per loro. La cuoca è naturalmente contraria allo spreco di farina, sapa e noci, ma la badessa le spiega che nulla è sprecato se serve per rendere felice un bambino. Il cavaliere e altri contadini costruiscono un sistema di irrigazione per i campi attorno al convento, e dopo l’alluvione e il periodo secco successivo, quando arrivano le piogge primaverili vedono che tutto funziona bene. Ser Francesco continuava a pensare alla possibilità di piantare delle vigne, e in questi giorni capisce che mettendole dall’altra parte della collina si potevano coltivare senza dover tagliare alcun albero del bosco di querce vicino al convento, unica preoccupazione che aveva ancora Odilia. La vita scorre tranquilla, le ciliegie crescono e i bambini dei paesi vicini vengono invitati a mangiarle, gli uccellini passano sopra il convento e si fermano a mangiare le briciole di pane che vengono date alle galline; quel giorno, però, arriva inaspettato un flagellante, che impaurisce tutti coloro che erano lì dicendogli che erano degli sciagurati, che le porte dell’Inferno si erano già aperte per loro. Qualche giorno dopo questa visita, giunge il vescovo Zenone: la sua visita d’ispezione doveva essere inattesa, ma al convento lo vengono a sapere una settimana prima. Odilia può così preparare ai suoi amici i discorsi da fare: per giustificare la presenza del cavaliere ella inventa la minaccia di licantropi e leprecauni, che però neanche lei ha mai visto. Ser Francesco consiglia di istituire una specie di scuola, dove lui, il Biondo Gerardo, il cavaliere e anche le suore possano insegnare ai bambini del posto tutto ciò che sanno. Quando arriva il vescovo, ser Francesco va a prendere il migliore vino che aveva in casa che, assieme alle pietanze preparate da Buccia, ai fiori di Odilia e ai discorsi e alle proposte fatte da tutti colpiscono positivamente l’episcopo.

Passa l’estate e un giorno la badessa e suor Buccia vengono invitate a una cena tra le vigne di ser Francesco: le porta lui stesso su un carro, e giunti dove si svolgeva la cena il signore vede che anche il vescovo ha accettato il suo invito; dopo essersi ristorati, Zenone rivela loro il suo pensiero sull’anima dell’uomo, che contrasta con quello del tempo: secondo lui, con la morte dell’uomo non scompaiono anche le sue azioni, che proseguono e influenzano il futuro degli altri.

Arriva l’autunno e Odilia fa arrivare al convento molta lana e una donna che insegnasse alle suore come filarla e tesserla, così tutti i bambini hanno dei maglioni con cui ripararsi dal freddo che sta arrivando.

Appena giunge l’inverno, il Biondo Gerardo insegna ai ragazzini come costruire delle slitte: essi lo fanno, ma hanno sempre paura che la neve arrivi prima che loro abbiano finito; essa arriva un pomeriggio e tutte le suore, compresa Odilia, si divertono a scendere dalla collina con le slitte. Intanto il gelsomino, che aveva continuato a crescere riparato e curato dalla badessa e dal cavaliere, fiorisce: Odilia capisce che è un fatto miracoloso, e fa intervenire il vescovo che chiama con sé altri religiosi. Quando arrivano alla cappella dove si trova la pianta i signori canonici e i giuristi sono scettici, ma il suono delle campane del Monferrato che suonano a festa proprio in quel momento li fa inginocchiare e pensare che effettivamente c’era stato un miracolo.

Opinioni e giudizio personale: Questo romanzo non mi è piaciuto molto: escluse le descrizioni minuziose di tutto ciò che avviene nel convento, rimane ben poco. La storia non è originale, ed è piuttosto scarsa: non c’è un minimo di avventura o azione, quindi tutto il romanzo si può ridurre ad una descrizione, più o meno inventata, della vita e delle “avventure” delle suore nel Medioevo, tema difficilmente apprezzabile da un ragazzo della mia età. Per questo non consiglierei il libro a chi non è seriamente interessato a ciò.

 

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    Riassunto libro :

 

ANALISI DEL TESTO

 

LIBRO: Racconti          AUTORE: Edgar Allan Poe

RACCONTO: Morella

 

Fabula:                                                     Intreccio:

  1. Presentazione della ragazza                        1. Strano ripudio verso la ragazza
  2. Esaltazione delle doti della ragazza  2. Lui desidera la morte di Morella
  3. Morte di Morella                                            3. Predizione del futuro
  4. Nasce loro figlia: Morella                  4. Strano amore per la piccola
  5. Morte della piccola
  6. Drammatico finale

 

Il racconto di Morella, molto simile a quello di Ligeia, narra la storia del protagonista, di cui non si sa il nome, e di una giovane splendida e intelligente ragazza, ma l’amore provato all’inizio da lui si trasforma a poco a poco in terrore per non si sa quali oscuri motivi, alla morte della moglie, e la nascita della piccola, lui fu colto da improvvisa felicità, ma come notò che ella assomigliava in maniera a dir poco spaventosa alla madre defunta, provò un sentimento misto di terrore e amore.

Dopo la morte della prima Morella, il narratore evita di pronunciare il nome della defunta quasi lo volesse dimenticare, per non dover più provare quelle cose.

Morella, come Ligeia è dotata di una bellezza particolare che riesce ad estasiare il lettore, il narratore si sofferma a lungo sulla descrizione di tutte le sue doti non comuni, ma in un certo momento tutto questo incanto svanisce e il narratore viene turbato dalla voce che fin ora aveva descritto come incantevole, ma che ora provoca in lui sensazioni sgradevoli.

Il narratore, anche in questo caso corrisponde con il protagonista: egli è, infatti, omodiegetico, è in altre parole presente nella storia e narra i fatti in prima persona.

Poco prima della morte, Morella sussurra al marito che lui non riuscirà a dimenticarla, anzi la amerà ora più di prima, questo messaggio forse è anche quello che Poe vorrebbe mandare a sua moglie prima della morte, è quindi ancora più marcata la personificazione del personaggio con il narratore.

Il finale, molto insolito e ambiguo, può significare, come per Ligeia, due cose: la prima e più scontata ipotesi che si può fare,  è quella della personificazione tra la persona di Poe nella vita reale, e quella della bambina nella narrazione, il narratore vede quindi l’immagine di Morella come un’immagine speculare alla sua e cerca di seguire, anche solo con l’immaginazione, la moglie dopo la morte; la seconda ipotesi, quella più improbabile a parer mio, è quella relativa alla nascita della piccola come una seconda vita della madre che almeno in questa vita cerca di farsi amare dal marito come lei avrebbe voluto essere amata ( e ciò spiegherebbe anche il finale).

Questo racconto, in ogni modo, non è molto originale, sembra quasi una copia del racconto di Ligeia, dato che la storia e le ipotesi che si possono fare su di essa sono quasi simili.

   

 

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    Riassunto libro :

 

Castrianni Gabriele                      

 

Autore: R. L. Stevenson

Titolo: Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde

Edizione: Acquarelli

Anno di pubblicazione: giugno 1996

 

Robert Louis Stevenson è nato a Edimburgo il 13/10/1850. Tra il 1863 e il 1866 nasce il suo amore per la letteratura, nascono i primi contrasti col padre e scopre di avere la tubercolosi. Nel 1867 inizia a studiare ingegneria per far felice il padre ma nel1871 decide di andare alla facoltà di Giurisprudenza.

Negli anni 1873/74 inizia a scrivere dei saggi pubblicati sulla rivista “Cornhill”. Tra il 1875/78 dopo essersi laureato parte per la Francia dove si sposa con Fanny Osbourne. In questi anni pubblica anche il libro “Un viaggio all’interno” che racconta i suoi viaggi in Francia.

Nel 1879 parte per la California, a San Francisco incontra personaggi che animeranno i futuri romanzi. Un anno dopo torna in Europa dove si ferma per sette anni intervallando l’attività letteraria con le cure in Francia e in Svizzera.

Nel 1881 pubblica “Virginibus Puerisque”, nel 1882 “Le nuovi notti arabe”, e nel 1883 “L’isola del Tesoro”(libro che lo renderà famoso). Nel 1885 esce “Il giardino poetico dei fanciulli”, nel 1886 “Il fanciullo rapito” e “Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde”.

Nel 1887 lascia l’Inghilterra per andare in America e nel 1899 dopo delle cure scrisse “Il signore di Ballantrae”. Stevenson è costretto nel 1888 a partire per i mari del sud a causa della scarsa salute. Nel1889 scrive assieme al figliastro “The Wrong Box”e nel 1892 racconta i ricordi del viaggio dalla Gran Bretagna alla California. Nel 1893 appare”Catriona” e “The Wrecker” ma un anno dopo muore per un emorragia celebrale.

 

Genere testuale: poliziesco / horror.

 

Ambiente ed epoca: il racconto è ambientato a Londra nel 19° secolo.

 

Trama : Tutto nasce una sera quando un uomo piccolo e maligno di nome Hyde si scontrò con una ragazzina facendola cadere e calpestandola ; a quella scena però assistette un uomo Mr. Enfield e la famiglia della ragazza che chiesero un risarcimento all’uomo, che dopo essere entrato in una casa ne uscì con assegno firmato dal Dr. Jekyll.

Mr. Enfield raccontò tutto al cugino Mr. Utterson con cui si mise a riflettere sul perché un uomo onesto come Jekill aveva dato quell’assegno a un uomo così cattivo.

Utterson venne a sapere anche che Hyde sarebbe stato  l’erede del suo amico il Dr. Jekyll così decise di andare dal grande Lanyon per chiedergli informazioni su Hyde ma lui non seppe dirgli niente.

Mr. Utterson ormai voleva vedere chi era questo Hyde e si nascose vicino alla porta della casa in cui quella sera Hyde entrò per prendere l’assegno per conoscere l’uomo.

Finalmente riuscì a scovarlo , a vedere il suo viso e a parlargli e capì che quell’uomo era crudele e meschino.

Intanto il Dr. Jekill era del tutto tranquillo e quando invitò Hutterson a cena si rifiutò di parlare di Mr. Hyde dicendo che Hutterson non avrebbe potuto capirlo.

Quasi un anno dopo fu ucciso Sir Danvers Carew , Hutterson capì subito che il bastone con cui era stato ucciso apparteneva al Dr. Jekill. Hutterson decise di fargli visita e il dottore gli diede una lettera scritta da Hyde, inoltre aggiunse che non avrebbe mai più avuto a che fare con quel mostro.

L’avvocato (Mr. Hutterson ) decise di chiedere consigli su cosa fare a Mr. Guest che scoprì che le scritture del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde erano molto simili.

Passò altro tempo così Mr. Hutterson andò a trovare Lanyon che era in fin di vita. Costui gli diede una busta che non avrebbe dovuto aprire prima della morte del Dr. Jekill, ; dopo una settimana Lanyon morì.

Una sera il maggiordomo di Jekkyl andò a casa di Hutterson dicendogli che secondo lui Jekill era stato ucciso da Hyde, così i due arrivarono davanti alla porta del laboratorio del Dr. Jekill e dopo aver mandato due persone sull’uscita posteriore Hutterson sfondò la porta: trovò il cadavere di Hyde con dei vestiti troppo grandi per lui (infatti erano quelli del dottore), il maggiordomo e l’avvocato trovarono anche un allegato che Hutterson mise in tasca dopodiché si avviò verso casa.

Arrivato, Hutterson si mise a leggere il contenuto della busta che gli aveva dato Lanyon prima di morire. In quel foglio c’era scritto che Lanyon aveva ricevuto una lettera da parte di Jekill dove gli chiedeva di andare nel suo studio e di prendere un cassetto contenente delle provette. Lanyon aveva seguito le istruzioni dettagliatamente così una sera che Hyde era andato a casa sua per farsi dare quelle medicine aveva assistito alla trasformazione di Hyde nel  Dr. Jekyll.

Dopo aver letto quella lettera Hutterson lesse anche la confessione del Dr. Jekyll la quale diceva che prendendo delle droghe era riuscito a trasformarsi in una persona che identificava la sua parte cattiva, ma col passare del tempo doveva aumentare le dosi per tornare normale.

Inizialmente lui era contento di avere una doppia vita ma dopo un po’ non riusciva più a tenere sotto controllo le trasformazioni e capiva che era diventato un mostro. Jekyll scriveva anche che non riuscì più a riprodurre la formula perché probabilmente un elemento che aveva usato nel primo gruppo di pozioni era impuro e proprio questa impurità era il segreto della sua scoperta. Ormai le pozioni funzionanti erano finite e al Dr. Jekyll rimaneva solo poco tempo di vita.

 

L’autore mette in evidenza che tutte le persone hanno una parte buona e una parte cattiva del loro “IO”.

 

Commento: secondo me questo libro è molto bello con molti colpi di scena che  fanno venire voglia di finire di leggere il libro; unico problema è che  alcune scene sono talmente dispersive da  rischiare di perdere il senso di quello che l’autore vuole dirti.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

CRONACHE DI POVERI AMANTI

Di Vasco Pratolini

 

 

 

 

1°)

 

Le vicende di cui viene fatta la cronaca riguardano gli abitanti di via del Corno, una popolosa via di Firenze dove vivono operai ed artigiani nel periodo in cui il fascismo inizia la sua ascesa.

La prima parte del romanzo è quasi completamente ambientata in via del Corno. Sullo sfondo di questa via l’autore ci racconta le vite di un gran numero di personaggi, la loro povertà, i loro amori, le loro paure, ed insieme a queste storie si intreccia la storia del fascismo e dell’antifascismo vissuto dal basso, dalla parte della povera gente.

Giulio, un ammonito uscito da poco dal carcere, accetta di nascondere presso il proprio domicilio un sacco contenente una refurtiva, ma, per timore di essere scoperto, poco dopo la affida al carbonaio Nesi. Ciò nonostante viene di nuovo arrestato. La moglie di Giulio, Liliana, viene accolta nella casa della Signora, una figura importante nel romanzo, un’ex prostituta ormai vecchia e molto ricca, una donna che per i camerati è “sacra e inviolabile” perché tassata dalla Federazione. Lei, dall’alto del suo appartamento controlla tutto ciò che avviene in via del Corno, e non perde l’occasione per approfittarne.

Il carbonaio Nesi, un uomo prepotente che pensa solo al proprio interesse, mantiene in un appartamentino lontano da occhi indiscreti e curiosi, una ragazza di via del Corno di nome Aurora, che egli ha sedotta e che da lui ha avuto un figlio. Egli viene tradito da una soffiata a causa della refurtiva che tiene in bottega, e, mentre lo stanno portando in carcere, ormai malato, viene colto da una crisi di cuore e muore.

Aurora scappa con Otello, figlio di Nesi, facendo sapere (o credere) a tutti che il bambino è il loro figlio.

Nel frattempo si sviluppano le storie d’amore di Milena e Alfredo, Bianca e Mario, Bruno e Clara, e con queste si intreccia la storia politica che in via del Corno ha come esponenti dell’antifascismo Maciste (molto convinto) e Alfredo (meno attivo) e del fascismo Osvaldo (moderato) e Carlino (fanatico) ed infine Ugo in crisi di identità politica.

La prima parte si conclude con l’arrivo di alcune lettere inviate da aurora ed Otello che preludono il ritorno dei fuggitivi.

 

 

 

Il ritorno di Otello ed Aurora viene accolto con gioia dalle rispettive madri, ed il loro matrimonio, celebrato dopo poco tempo, legalizza la loro unione e di conseguenza via del Corno li accoglie nella sua famiglia.

Liliana, rimasta sola, si è stabilita definitivamente nella casa della Signora che riversa su di lei tutte le attenzioni che precedentemente riservava per Gesuina (un’orfana che alcuni anni prima aveva adottata). Questa nuova situazione turba Gesuina che si sente messa da una parte, ma in seguito ne è contenta, perché si rende conto di aver trovato una libertà che prima non conosceva.

Mario, fidanzato di Bianca, va ad abitare in via del Corno. Qui conosce Milena il cui marito, dopo un’aggressione da parte dei fascisti, è ricoverato in sanatorio in fin di vita. Tra i due nasce un’amicizia.

Osvaldo, contrario ai metodi violenti della Federazione locale, scrive una lettera di denuncia alla sede centrale. Ma la lettera viene intercettata e deve subire una dura punizione da parte di Carlino e dei suoi amici fascisti. Questo fatto riempie di terrore e gli fa accrescere il desiderio di dimostrare la sua fedeltà alla rivoluzione fascista.

Ugo, che da un po’ di tempo ha abbandonato la causa antifascista e si è dato ad una vita priva di ideali, quando viene a sapere che i fascisti stanno preparando in Firenze una notte di omicidi, si precipita da Maciste per informarlo, e decidere con il compagno come avvisare le persone in pericolo. I due corrono all’impazzata sul sidecar di Maciste e riescono a sventare alcune morti, ma vengono intercettati dal gruppo dei fascisti, tra i quali c’è Osvaldo. Maciste viene colpito a morte ed Ugo ferito scappa e si rifugia presso la casa della Signora. Qui viene curato da Gesuina. Tra i due si stabilisce presto un’intesa ed appena le condizioni di Ugo lo permettono e la tensione seguita alla “notte dell’Apocalisse” si allenta, si allontanano dalla casa che li accoglie per costruire insieme la loro vita.

Così termina la seconda parte del romanzo. In questa seconda parte via del Corno a poco a poco scompare, lo scenario si fa più ampio, il problema della sopravvivenza quotidiana, col procedere dei capitoli, si trasforma nel problema che sta scuotendo l’Italia sino ad arrivare alla folle e tragica “notte dell’Apocalisse”durante la quale esplode l’odio nei confronti del fascismo di Pratolini, dei cornacchiai e del lettore.

 

 

 

Nella terza parte il racconto ritorna in via del Corno, dove gli abitanti, dopo i fatti di sangue, sono diventati più consapevoli della realtà politica che li circonda, ne hanno capito la dimensione nazionale ed incominciano ad averne paura.

Molti indiziati per le morti della “notte dell’Apocalisse” sono stati prosciolti nella fase istruttoria del processo, altri hanno ottenuto la libertà provvisoria.

Ugo sa di essere vigilato dalla Polizia, ma non per questo rinuncia al suo lavoro per il Partito.

Giulio viene condannato a dieci anni di carcere e Liliana, rimasta sola, lascia la casa della Signora per diventare l’amante di Otello. La fuga di Liliana sconvolge la Signora che viene colta da una crisi di pazzia. Molti cornacchiai accorrono per aiutarla, ma questo fa crescere in lei odio e disprezzo nei confronti di queste persone che ritiene misere e spregevoli. Inaspettata giunge la notizia che un antico amante ha lasciati alla Signora una grossa eredità. Con questi soldi, lei decide di acquistare tutti gli immobili di via del Corno e ordina al suo amministratore di mandare lo sfratto a tutti i suoi inquilini.

Ugo viene arrestato per dei volantini che la Polizia gli trova in casa.

Alfredo si aggrava e muore. Milena, ormai libera, si innamora di Mario, mentre Bianca, sentendosi abbandonata, medita il suicidio, ma ritrova la voglia di vivere quando incontra Eugenio che ora fa il maniscalco nella bottega che era stata di Maciste.

Un’emorragia cerebrale colpisce la Signora. La follia si impadronisce definitivamente di lei, e l’amministratore, vista la situazione, decide di non mandare lo sfratto in via del Corno.

Mario viene arrestato perché ritenuto un sovversivo, ma al processo viene assolto per insufficienza di prove, mentre ad Ugo vengono dati cinque anni di carcere.

Il romanzo termina con l’arrivo di un nuovo personaggio in via del Corno: Renzo. A lui viene affidata la speranza per il futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2°)

 

Capitolo VI

Rapporto con il lettore:

-Noi pure incontreremo Gesuina: sarà quando la sua vita si mischierà a quella dei cornacchiai. La nostra cronaca è la loro storia, …

- (Riferito a Liliana). Dobbiamo interrogarla?…   Occorre che Liliana parli ancora?

-Dunque, anche il proprietario dell’albergo è in buoni rapporti con il brigadiere!

- (Riferito a Nanni) Il brigadiere non gli ha dato peso quando lui ha detto che la malasarda non perdona, eppure sa cosa vuol dire!

-I suoi colleghi direbbero che Nanni sta svitando il rubinetto.

- (Riferito al brigadiere). E’ lo zelo che lo spinge? O spera che sia questa operazione a determinare, finalmente, la nomina a maresciallo?

 

Rapporto con i personaggi.

-Piangi, Liliana? Soltanto queste ore riescono a consolarti. La Signora ti spaventa?

-Piangi ancora, Liliana? O le lacrime ti hanno cullato come la tua bambina, …

- Nanni teme la vendetta della sua classe.

- (Nanni) E’ un cavallo do quindici anni che la frusta, il morso, le stanghe hanno ormai domato.

-Il brigadiere è un cinico, un pessimista: così vuole il suo mestiere.

-Il Nesi è un malato immaginario, ma la suo coscienza risiede nel suo portafoglio.

 

 

 

6°)

 

Nel romanzo “Cronache di poveri amanti” vi sono molti personaggi, alcuni importanti e simbolici, altri, e sono i più, fanno da sfondo alla descrizione di quel mondo che è via del Corno durante il periodo di ascesa del fascismo. I personaggi, anche quelli più significativi, che accompagnano il lettore dall’inizio alla fine del romanzo non sono i protagonisti. Protagonista è la vita dei cornacchiai, è la strada in cui vivono, è il periodo storico nel quale sono costretti a vivere. Così, alla fine del romanzo, quando compare Renzo, lo si accoglie come si sono accolti, nel bene e nel male, tutti gli altri personaggi. Si incomincia ad interessarsi alla sua vita perché fa parte di quella vita che ci ha accompagnati dalla prima pagina delle “Cronache”. Il suo dialogo con Musetta è la prosecuzione di quelli fatti dai giovani cornacchiai nei capitoli precedenti: è la vita che continua. A lui quindi viene affidato questo compito di continuità, a lui viene affidato il futuro. Così, arrivati all’ultima frase, viene voglia di girare la pagina e continuare la lettura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7°)

 

Inizio del cap.I

 

RISVEGLIO IN VIA DEL CORNO

 

L’azione si svolge in una stretta strada di Firenze (via del Corno) abitata da artigiani ed operai. Il piano stradale è lastricato e leggermente concavo, in mezzo c’è una serie di tombini. Le case hanno facciate fatiscenti e sono l’una ridosso all’altra. Si notano la bottega del ciabattino, quella del maniscalco, davanti alla quale è accumulato dello sterco di cavallo, e l’insegna dell’Albergo Cervia con la lanterna accesa. In un angolo c’è un vespasiano. Un po’ ovunque sporcizia e fagotti di spazzatura disfatti dai gatti.

E’ l’alba, la prima luce del giorno fatica ad entrare nello stretto vicolo.

Si sente il canto di un gallo.

La lanterna dell’Albergo Cervia si spegne. L’unica luce accesa è quella della camera della Signora.

Dalla bottega del maniscalco si sente scalpitare un cavallo.

Da fuori scena si odono dei passi sicuri che a poco a poco si avvicinano. Entrano in scena due poliziotti (è la ronda degli ammoniti).

Uno dei poliziotti ad alta voce, incurante dell’ora dice: - Nanni, ci sei?-

Nanni: -Buona notte, brigadiere!-

Uno dei poliziotti, con voce imperiosa: -Affacciati, Nanni!-

Da una finestra al primo piano si sporge un uomo di quarant’anni, con gli occhi piccoli ed il viso appuntito. Porta una camicia bianca senza colletto e chiusa da un gemello, con le maniche rimboccate. In bocca ha un mozzicone di sigaretta.

Uno dei poliziotti: -Ora torna a letto e sogna cose oneste. -

Nanni rientrando: -Sarà fatta la sua volontà, brigadiere. -

Poco più in là, da una finestrella sopra la bottega del maniscalco un altro vigilato affacciato alla finestra saluta la ronda: -Riverisco, brigadiere. -

Uno dei poliziotti, con tono minaccioso: -Senti Giulio, se la prossima volta ti trovo affacciato, ti porto dentro. -

Giulio, con fare rispettoso: -Servo suo, brigadiere. -

Uno dei poliziotti con tono di comando: -Vai a letto, buonanotte. -

Giulio chiama gentilmente: -Brigadiere!-

Uno dei poliziotti infastidito: -Cosa c’è?-

Giulio, con fare rispettoso: - Non mi prenda a noia. Mi mancano soltanto diciotto giorni per finire l’ammonizione. -

Uno dei poliziotti con aria di chi sa molto di più di quello che dice: -Fossi in te non ne sarei tanto sicuro. Che ti risulta di un lavoro in Via Bolognese?-

Giulio con tono spaventato: -Nulla, quant’è vero Iddio. L’ho letto sul giornale. Del resto lei lo sa, Via Bolognese non è mai stata la mia zona. -

Uno dei poliziotti con tono deciso: -Ora dormi. Domani se ne parla. -

La ronda si allontana ed esce di scena.

E’ l’alba ma la luce fredda della luna non si è ancora spenta.

Via del Corno ripiomba nel silenzio.

Gli unici padroni della scena sono i gatti che banchettano presso un grosso cumulo di immondizia.

La pausa di silenzio deve essere molto percepibile. Durante questa pausa la luce aumenta e sparisce la luce fredda della luna.

Suona una sveglia. E’ la prima, in seguito ne devono suonare altre quattro. Questi suoni danno il ritmo al risveglio degli abitanti di via del Corno.

La scena pian piano si riempie di rumori: passi, parlottii, acqua che scorre, stoviglie.

Via del Corno è sveglia. Incomincia una nuova giornata.

 4°)

 

Il capitolo XIV (sulla notte dell’Apocalisse) ha un inizio sereno: Maciste ed alcuni suoi amici giocano a “conchè” tranquillamente in casa. Ma questa atmosfera dura poco, l’arrivo di Revuar ed il suo racconto di ciò che i fascisti stanno facendo in centro città provoca un mutamento improvviso nei sentimento del gruppo di amici ed anche del lettore. Questo è il primo colpo, poi ne seguiranno altri in un crescendo continuo.

Usciti gli amici, Maciste resta solo a meditare su ciò che sta accadendo e su ciò che egli può fare. Maciste è un uomo concreto, che non perde la testa e non ha mai avuto dubbi sulle proprie convinzioni politiche. E’ l’eroe ed il martire della “notte dell’Apocalisse”.

Il capitolo XX inizia con un urlo del ciabattino quando scorge l’orribile figura della Signora al balcone di casa, con i lineamenti stravolti, l’espressione di una folle come se fosse in procinto di buttarsi nel vuoto. A fatica gli abitanti di via del Corno riescono a farla rientrare in casa e coricarsi. Nella casa, circondata dai suoi vicini un po’ curiosi, certamente, ma anche preoccupati per l’accaduto, la Signora prova sentimenti di disprezzo e compassione per che le sta vicino, e sente persino il desiderio di vendicarsi nei confronti di chi l’ ha ritenuta una debole.

 

Ugo, venuto a conoscenza che i fascisti stanno preparando una notte di omicidi, corre da Maciste (una persona di cui ci si può fidare, della quale sia lui che i responsabili del Partito hanno molta stima) ed insieme decidono di andare ad avvisare le persone in pericolo di vita.

Maciste è sempre più proteso verso l’esterno, generoso, disponibile ad aiutare, mentre la Signora è sempre più chiusa in sé stessa, egoista, egocentrica, capace di odiare.

La Signora è orribile, Maciste è un San Giorgio che guida un sidecar.

I fascisti corrono insieme alla morte e alla distruzione, con queste si eccitano e trovano il coraggio di andare avanti, analogamente la Signora, quando viene colta da una furiosa crisi di follia distrugge tutto quello che trova, ma con i vasi e gli specchi vorrebbe distruggere e calpestare il mondo intero.

La signora ha perso la voce. Ma a cosa le serve la voce? A questo mondo, che ella odia, non ha più niente da dire. I suoi sentimenti di distruzione si possono esprimere anche senza voce.

I fascisti inseguono il sidecar, Osvaldo lo conosce bene, sopra ci sono due comunisti. Sono due uomini che corrono su un sidecar per salvare altri uomini.

Il colpo è preciso. Maciste colpito stramazza a terra morto.

La fortuna è amica degli avventurieri. La Signora riceve una grossa eredità da un suo vecchio amante. Il suo unico pensiero è la vendetta. Ordina al suo amministratore di acquistare tutti gli immobili di via del Corno e di mandare lo sfratto a tutti.

Poi si addormenta serena.

 

Il capitolo XIV termina tragicamente con la morte di Maciste. Ma questa tragedia da sola non basta, sul suo cadavere i fascisti infieriscono con i calci e danno fuoco al sidecar: un sogno che va in fumo. E Osvaldo, nel dubbio su quale strada scegliere, sceglie quella sbagliata. Unica consolazione finale è la presenza e l’amicizia di Mario e Milena che vegliano sul cadavere di Maciste.

Nelle ultime pagine del capitolo XX troviamo la Signora sola, malata e piena di odio nei confronti di tutti. Ma la sua tragedia non la annienta. Anzi, dal baratro nel quale è sprofondata, risorge. La morte è lontana. Vicino è il disprezzo per gli altri e la voglia di procurare dolore e infelicità. Sono questi i sentimenti che la fanno vivere. Nei quali trova soddisfazione e pace.

 

 

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    Riassunto libro :

 

RAGAZZI DI VITA

di Pier Paolo Pasolini

 

L'inizio della vicenda è ambientato verso la fine della guerra, con i tedeschi a presidiare la capitale. L'azione si svolge alla periferia di Roma, a Monteverde. Subito incontriamo il piccolo Riccetto che va a fare la prima comunione, somiglia più a un bullo che a un catecumeno. Poi lo vediamo correre alla Ferrobedò (così il popolo chiama la fabbrica Ferro-Beton) dove, con i suoi amichetti Agnolo e Marcello, porta via tutto quello che riesce ad afferrare. I piccoli protagonisti vivono sempre di espedienti, per poi perdere al gioco i pochi soldi raggranellati. Ai tre non rimangono che le cinquecento lire sottratte ad un cieco. Con questo "mezzo sacco" i ragazzini decidono di fare una gita in barca e si recano al galleggiante sul Tevere chiamato il "Ciriola", affittano la tanto desiderata imbarcazione. Il Riccetto, sdraiato sul fondo del natante a guardare il cielo, scorge ad un certo punto una rondinella con le ali bagnate, ormai destinata ad affogare. Si tuffa ed effettua così il salvataggio.

Sono trascorsi due anni (estate 1946) ed il Riccetto ha acquistato la malizia di un grande. Sempre alla ricerca di qualche lira, si mette in combutta con dei napoletani che abbindolano i passanti con il gioco della "cartina". Sfortunatamente interviene la polizia che porta al fresco tutta la combriccola ad eccezione del protagonista, che riesce a sfuggire, ritrovandosi così unico possessore del bottino. Di nuovo "ingranato", il Riccetto abbandona la compagnia dei "pischelli" della sua età per unirsi al gruppo dei ragazzi più grandi. Con essi organizza la gita ad Ostia, dove conducono Nadia, una prostituta. La spiaggia è affollata di turisti domenicali. Qui, in una cabina, si svolge l'iniziazione sessuale del Riccetto con Nadia che lo alleggerisce di nascosto del "malloppo".

Parallelamente vediamo Marcello aggirarsi per le case degli sfrattati alla ricerca dell'amico. Anche Marcello si scontra con il mondo degli adulti, qui impersonato dalla sora Adele, madre del Riccetto. Egli rimane estraneo a questo mondo mostrandosi ancora legato agli affetti dell'infanzia. Su di lui si abbatte una sciagura improvvisa: crolla il palazzo vicino che causa anche la morte della madre del Riccetto.

Riccetto, arrivato a Monteverde , incontra Agnolo e vengono a sapere della disgrazia successa durante la loro assenza. Sia la morte di Marcello che quella della sora Adele, non sono rappresentate ma soltanto alluse attraverso il pianto dei familiari.

E' passato un anno dal crollo del fabbricato ed il Riccetto è andato ad abitare con lo zio, dalle parti di Tiburtino. Qui conosce altri ragazzi, tra cui Alduccio, il Begalone ed il Caciotta, con i quali ricava quindici mila lire dalla vendita di alcune poltrone, permettendosi così di rinnovare il guardaroba e avventurarsi nelle vie del centro di Roma.

Questo vagabondaggio ha termine sulle panchine di Villa Borghese, dove il Riccetto ed il Caciotta incontrano altri teppistelli. Insieme a loro fanno la conoscenza di tutta una "fauna notturna" di delinquenti, prostitute, soldati. Ma le alleanze e le amicizie hanno in questo clima un valore assolutamente provvisorio: il Caciotta dovrà pentirsi amara- mente di aver rivelato di possedere una notevole quantità di denaro. Infatti, la mattina dopo quando i giovani si svegliano sulle panchine del parco, si ritrovano alleggeriti delle scarpe, degli occhiali nuovi nonché di tutta la somma ricavata dalla vendita delle poltrone. Immediatamente cercano di rifarsi della perdita: a farne le spese è una signora che viene borseggiata sul tram dai due compari i quali poi fanno ritorno a Tiburtino. Qui il Caciotta incontra alcuni vecchi amici della borgata e, per niente provato dalla disavventura precedente, mostra loro con spavalderia il portafoglio rigonfio. Cio' attira l'attenzione di Amerigo definito come "il meglio guappo di Pietralata", il quale propone al Caciotta un affare poco chiaro. Convinto anche il Riccetto, i tre giungono alla bisca clandestina dove il gioco della "zecchinetta" si svolge già a pieno ritmo. Amerigo, all'improvviso chiede al Riccetto di prestargli mille lire che gli vengono consegnate non senza nuove schermaglie verbali. Dopo aver ceduto tre volte alle pressioni del gigante, che continua a perdere, il Riccetto approfitta di un momento di distrazione per fuggire.

Il Riccetto riprende a vagabondare finché non arriva nella zona della  Maranella dove si imbatte nel Lanzetta, già conosciuto a Villa Borghese, ed insieme vengono a sapere della morte di Amerigo da Alduccio, cugino del Riccetto. Commosso decide di partecipare al funerale. Riccetto,Alduccio ed il Lanzetta sono pronti per un nuovo colpo: il deposito di materiali di una officina. Quando ormai hanno il bottino, si intromette un vecchietto con la scusa di proteggere la refurtiva dall'intervento di un fantomatico vigile notturno. A questo punto il Riccetto ed il Lanzetta si scambiano un ammiccante segno di intesa: sono infatti venuti a sapere che il vecchio ha tre figlie in "età da marito" e dalle quali essi ritengono di poter trarre adeguato godimento. Ragion per cui convincono Alduccio ad andare da solo a smerciare tutta la ferraglia mentre loro aiutano il signor Antonio a portare i cavolfiori rubati fino a casa. Qui fanno la conoscenza delle figliole. La visita però non rimarrà senza conseguenze. Dopo qualche tempo infatti trovano il Riccetto fidanzato con la terza delle figlie del sor Antonio e trova lavoro come garzone di un pescivendolo ed inoltre tutte le domeniche accompagna la ragazza al cinema. Per far fronte a queste spese domenicali, il Riccetto è costretto a ritornare alle vecchie abitudini e ad organizzare un altro colpo, sempre con Alduccio ed il Lanzetta e con l'aggiunta di un certo Lello. Questi ultimi vengono immediatamente catturati, Alduccio è costretto a recarsi all'ospedale e solo il Riccetto rimane in libertà. Così, mentre gironzola dietro S.Giovanni alla ricerca di qualcosa da mangiare, aiuta glispazzini a scaricare le immondizie ottenendo così il permesso diandare a rovistare tra i rifiuti. Ridotto in condizioni pietose, il Riccetto rientra nel suo rifugio all'ultimo piano di via Taranto; addormentatosi non si accorge che la porta dell'appartamento adiacente è stata forzata e l'appartamento stesso svaligiato. Viene così arrestato, ironia della sorte, proprio per un furto che non ha mai neppure

pensato di commettere. Sono trascorsi i tre anni della pena detentiva e ritroviamo il Riccetto che ha davvero imparato una specie di morale utilitaristica: si è messo a fare il manovale e pensa solo ai fatti suoi. Lo ritroviamo sulle sponde del fiume dove dei ragazzini sguazzano e giocano nell'acqua intorpidita dagli scarichi delle fabbriche. Ci sono il Caciotta, Alduccio ed il Begalone, c'è un vociante sciame di ragazzini che si agitano freneticamente seguendo momentanei entusiasmi e rinnovando quel contrasto tra il bambino debole ma furbo e l'adulto forte ma fesso. Si svolge così un diverbio tra il Caciotta e Armandino (un ragazzino) che uscirà dal duello con le mutande strappate ma col suo onore intatto. Sul far della sera i ragazzini abbandonano le rive del fiume e si incamminano nei prati del monte del Pecoraro: le loro energie sono tutt'altro che esaurite, anzi vengono stimolate dalla presenza di alcune bambine smorfiose e dal desiderio impacciato di fare colpo. Successivamente ritroviamo Alduccio ed il Begalone entrambi in una situazione insostenibile: Alduccio ha il padre alcolizzato e la sorella incinta nonché aspirante suicida; Begalone ha la madre epilettica ed indemoniata.

Un giorno Riccetto ripercorre i luoghi dove ha trascorso la fanciullezza ma li trova cambiati: il progresso è intervenuto, negli anni della ricostruzione, con i suoi casermoni tutti uguali, senza vita.

Dopo questa parentesi, ritroviamo il Begalone ed Alduccio (i quali rimediata un po' di "grana" con turpi espedienti) si dirigono verso il bordello. Il denaro però non è sufficiente per entrambi e la fortuna favorisce Alduccio che però non riesce a "compiere il suo dovere" perchè è affamato, deve così abbandonare la casa del piacere deriso da tutti i presenti. A casa, la disperazione di Alduccio si scontra con la sua triste situazione familiare: la sorella in crisi suicida, la madre pazza di rabbia lo accusa di non lavorare per il sostentamento della famiglia. Alla fine i nervi del ragazzo non reggono più e colpisce la madre con un coltello.

La storia corale dei ragazzi della borgata si conclude anch'essa tragicamente e non a caso l'ultimo capitolo viene intitolato "La Comare Secca" (cioè la morte). Nello stesso scenario della riva dell'Aniene dove avevamo visto svolgersi i giochi e le prodezze dei bulli, ora il destino crudele dei giovani emarginati arriva a completo compimento. Dapprima è Alduccio che si addormenta con le braccia in croce, in una posizione da cadavere, poi è il Begalone che sceso in acqua, malgrado la forte tosse, sviene in mezzo al fango e viene trasportato via più morto che vivo; ma sarà infine Genesio, il più cosciente dei ragazzi di vita, ad arrivare fino all'estremo dramma, scomparendo tra le onde nel tentativo di attraversare il fiume (prova che per lui rappresenta la dimostrazione della conquistata maturità). Ma se il

Genesio funziona in questo finale da "eroe positivo", il Riccetto rappresenta il "negativo", definitivamente integrato nel mondo del lavoro e del nascente mondo dei consumi. Pare quindi che alla fine solo due vite rimangono aperte allo sviluppo dei ragazzi: la morte o l'integrazione (che e' il tradimento del mondo originario). Ma a concludere la storia sara' il protagonista reale di tutte le vicende raccontate: la citta' malata con la sua periferia sporca e

sgretolata,che fa da pietoso coro alle esistenze inconsapevoli.

 

I PERSONAGGI DE ‘RAGAZZI DI VITA’

 

IL RICCETTO: è il protagonista che funge da filo conduttore, con la sua presenza in tutti gli episodi e al quale l'autore confluisce una seppur limitata evoluzione interiore. Infatti, lo troviamo subito all'inizio del primo capitolo pronto per fare la prima comunione e alla fine dell'ottavo capitolo definitivamente integrato nel mondo del lavoro e nel nascente mondo dei consumi. Bisogna notare però che proprio quando il Riccetto trova una sorta di sistemazione e adattamento nel contesto sociale, automaticamente prevale la funzione di preminenza che aveva nel tessuto del racconto. (Dal V capitolo in poi).

 

AGNOLO: amico d'infanzia del Riccetto. Con quest'ultimo compie i primi furtarelli, la mitica gita in barca e purtroppo la conoscenza del dramma che si era abbattuto sulla madre del Riccetto e su Marcello. Questo personaggio ha vita breve nel racconto, infatti lo incontriamo solo nei primi due capitoli.

 

MARCELLO: amico d'infanzia di Riccetto. Anche lui con tutti i "ragazzi di vita" compie i primi furti in tenera età. Ma egli ha anche la sfortuna di morire giovane in conseguenza al crollo di un palazzo.

 

ALDUCCIO: è cugino del Riccetto. Con lui partecipa alla vendita delle poltrone e al furto dei materiali di un'officina. In entrambe le situazioni sembra essere il più ingenuo o imbranato in quanto deve subire gli ordini del cugino. Nel VII capitolo, però questo personaggio assume maggiore importanza, infatti con il padre alcolizzato e la sorella incinta ed aspirante suicida, cerca di scaricare all'esterno le frustrazioni insieme all'amico Begolone. Colpito nella sua virilità, a seguito della spiacevole avventura nella casa del piacere, successivamente si scontra con la sua triste situazione familiare: la madre pazza di rabbia lo accusa di non lavorare. Il giovane stanco dei continui rimproveri la colpisce con un coltello. Infine lo ritroviamo sulla sponda dell'Aniene che si addormenta.

 

IL BEGALONE: è amico del Riccetto e di Alduccio con i quali partecipa alla vendita delle poltrone. Lo ritroviamo nel VII capitolo insieme ad Alduccio con il quale divide la sofferenza di una situazione familiare insostenibile. Egli infatti ormai colpito dalla tubercolosi, deve fare i conti anche con la madre epilettica ed indemoniata. Alla fine del romanzo lo rivediamo nelle acque dell'Aniene malgrado la forte tosse che lo porta a svenire in mezzo al fango e ad essere trasportato all'ospedale in fin di vita.

 

IL CACIOTTA: è amico del Riccetto, il meno furbo ma il più addentro negli ambienti "tiburtineschi". Questo personaggio accompagna il Riccetto in un  lungo vagabondaggio che ha termine sulle panchine di Villa Borghese dove trascorrono la notte. Successivamente i due compagni vengono fermati da Amerigo il quale propone loro di accompagnarlo in una bisca, luogo in cui verrà effettuato l'arresto dello stesso Caciotta. Lo ritroveremo nel sesto capitolo sulla sponda dell'Aniene mentre discute con il piccolo Armandino molto piu' furbo del primo.

 

AMERIGO: vecchio amico del Caciotta.Viene definito come "il meglio guappo di  Pietralda".E' egli stesso che propone al Caciotta e al Riccetto di seguirlo nella bisca successivamente scoperta dai carabinieri. Il gigante di Pietralda' era riuscito a sfuggire ma nel tentativo di attraversare a nuoto l'Aniene era stato colpito da un malore. Portato all'ospedale tento' di ammazzarsi tagliandosi i polsi,ma non vi riusci'; quindi dopo dieci giorni si butto' dalla finestra e finalmente riusci' a realizzare il suo volere.

 

IL LENZETTA:amico del protagonista, identico nei tratti fisionomici (riccio, piccolo, con una faccetta gonfia da delinquente), è sempre in gara per dimostrare una maggiore "lenzaggine" (astuzia), da qui il nome Lenzetta. Questo personaggio partecipa al furto di materiali da un'officina con il Riccetto, insieme a lui fa la conoscenza delle tre figlie del sor Antonio. Successivamente, sempre con l'amico, ruba in un magazzino ma viene immediatamente catturato.

 

GENESIO-BORGO ANTICO-MARIUCCIO: sono i "tre moschettieri". Si distinguono dai soliti bulli di borgata per una specie di bontà innata e per il pudore di non far scoprire questo sentimento segreto, (Genesio è sempre rappresentato silenzioso e assorto).Negli altri ragazzi le caratteristiche sono l'esibizionismo e la spavalderia.

 

PIATOLETTA: è una specie di nanerottolo deforme e rachitico, porta in capo un inseparabile berretto per coprire il cranio spelacchiato. E' il bersaglio di atroci scherzi da parte dei suoi coetanei.

 

SOR ANTONIO:personaggio che conduce il Riccetto ed il Lanzetta a rubare i cavolfiori e che inseguito accompagna a casa sua per far conoscere loro le sue figlie.

 

SORA ADELE: madre del Riccetto

 

NADIA: prostituta che viene condotta ad Ostia dal Riccetto e da una combricola di napoletani.

 

NADIA:figlia maggiore del sor Antonio

 

LUCIANA: figlia del sor Antonio

 

3a  FIGLIA DEL SOR ANTONIO: ragazza del Riccetto

 

SORA ADRIANA:moglie del sor Antonio.

 

 

TEMPO A CUI LA VICENDA SI RIFERISCE

 

il periodo a cui la vicenda si riferisce è l'inizio degli anni '50. Periodo in cui Pasolini, come altri intellettuali, si sentì attratto dai più evidenti fenomeni sociologici di questi anni, come l' urbanizzazione che avanza col miraggio di una vita migliore. Da ciò la formazione di masse sempre più grandi di sotto proletariati che vivono in miserabili condizioni negli agglomerati di baracche delle borgate. Qui c'era la prova che il progresso proclamato dai ceti dirigenti borghesi non poteva evitare di produrre un nuovo tipo di sottosviluppo e condizioni di vita immani.

 

 

TECNICHE NARRATIVE

 

la rappresentazione del sotto-proletariato e del paesaggio tipico delle borgate (periferia sporca e miserabile, fangosa e polverosa, illuminata da un sole ossessivo) si manifesta con chiarezza nel più vistoso carattere stilistico del libro cioè l'uso del dialetto romanesco; più precisamente di una ristretta e particolare variante del dialetto stesso cioè il gergo della malavita o della plebe romana.

 

 

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    Riassunto libro :

 

Siddharta

di Hermann Hesse

 

Questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1922, è ambientato nell’est del pianeta, in quelle terre che hanno una cultura millenaria e che solo a tratti è nota a noi occidentali.

Forse è proprio questa nostra (e in particolare mia) ignoranza verso le civiltà orientali che non mi ha permesso di cogliere fino in fondo il messaggio che Hesse ci vuole mandare e per questo il suo libro non mi è piaciuto molto.

La parte iniziale è stata abbastanza pesante per via dell’uso incessante del discorso diretto svolto quasi in terza persona e del rapporto fra ilprotagonista, Siddharta, e gli altri personaggi.

L’autore ha scelto di dividere il suo libro in due parti, nella prima, ci vengono presentati due personaggi, Siddharta, giovane figlio del brahmino, costantemente in ricerca di quella pace, di quella tranquillità interna e di quella sapienza che comporta la santità, l’ascesa al paradiso buddista, il nirvana, e Govinda, il suo amico-discepolo che lo accompagnerà nel cammino, della durata di tre anni, nel bosco deii Samana; sacerdoti in eterno peregrinaggio e, come lo stesso protagonista, in ricerca di qualcosa di più grande.

Dai Samana Siddharta apprende tre arti “ Io so aspettare, so digiunare, so pensare” dice lui stesso. Capacità queste che viste dalle persone del mondo sono poco, ma che con sorprendente facilità egli utilizza per sopravvivere e per raggiungere la perfezione.

Un giorno i due giovani abbandonano i Samana per vedere il Buddha, Gotama.

L’incontro con questo personaggio cambierà la vita di Govinda, che diverrà discepolo del “santissimo”e di Siddharta che preferirà cercare da solo la felicità, pensando che l’unica dottrina da seguire è quella di non seguire le dottrine.

Così si chiude la prima parte del libro, nella seconda Siddharta, dopo essersi trasferito nel paese, conosce Kamala, bella ragazza di città, di lei si innamora e, dopo averla baciata, impara l’arte dell’amore.

Per Kamala Siddharta si mischia agli uomini-bambino, come li chiama lui, i quali sono capaci di amare veramente qualcosa, ma sono pieni di problemi, lui vorrebbe imparare come loro a amare, ma nonostante passi molto tempo con loro, con Kamala, e con un ricco mercante dal quale impara l’arte della mercanzia divenendo così ricco, non riesce a raggiungere quello che davvero vuole.

Passa molti anni con il mercante e una volta arricchito si accorge di vivere immerso nella Samsara.

C’è così un secondo risveglio: durante un sogno premonitore che parla in gran parte di morte, Siddharta capisce che la sua vita non è più niente, abbandona tutto e sceglie di continuare a errare.

Lungo il fiume, mentre pronuncia l’Om si addormenta. Al suo risveglio incontra Govinda che senza averlo riconosciuto ha vegliato sul suo sonno, discorre con lui ma presto i due si lasciano di nuovo, e ognuno va per la sua strada.

Siddharta ha ormai appreso molto, ma una volta abbandonata la Samsara, così viene chiamata la vita degli uomini-bambino, piena di lussuria e di peccato, decide di stanziarsi lungo il fiume.

Qui avviene un singolare incontro con un barcaiolo, che già una volta lo aveva aiutato a attraversare il fiume. Proprio discorrendo con Vasudeva Siddharta si innamora del fiume e sentendolo parlare decide di aiutare l’anziano come suo garzone.

In occasione della morte del Buddha Kamala, con il figlio Siddharta, frutto dell’amore del giovane Samana, decide di recarsi verso il suo maestro, Gotama stesso, ma proprio mentre attraversa il fiume viene morsa da un serpente e accolta in casa dei due barcaioli, muore.

Il figlio di Siddharta si rivela però subito un ragazzo viziato e non avvezzo a quel mondo di purezza e santità, perciò, dopo molte liti con il padre fugge, e nonostante il pazzo e rocambolesco inseguimento il giovane riesce a far perdere traccia di se.

Siddharta, stremato dall’amore per il figlio, comprende di non essersi distaccato dagli uomini-bambino e di aver imparato a amare come loro.

A questo punto Siddharta ha provato tutto, e colmo di sapienza incontra per la seconda volta il suo amico Govinda, in continua ricerca.

Di nuovo egli non riconosce Siddharta, ma poi discorre con lui.

Il romanzo termina con Govinda che si sente veramente illuminato dal volto di Siddharta e comprende che la ricerca del suo amico, senza dottrina ma con molti maestri, è ternminata.

Siddharta è degno del Nirvana, proprio come Gotama, il Buddha.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

TITOLO:                                                                      Fontamara

 

PRIMA PUBLICAZIONE:                                      1933 Zurigo

 

GENRE LETTERARIO:                                          Romanzo

 

AUTORE:                                                                Ignazio Silone

 

Ignazio Silone (pseudonimo di Secondo Tranquilli), nasce a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° Maggio del 1900. Figlio di un piccolo proprietario terriero e d’una tessitrice, compì i primi studi nel paese nativo e si trasferì successivamente a Roma per frequentarvi i corsi liceali. Rimasto orfano a quindici anni in seguito al terremoto della Marsica, dovette interrompere gli studi per guadagnarsi da vivere. Fu allora che nacque quel legame di solidarietà con la povera gente della terra d’Abruzzo che fin da quegli anni spinse Silone verso il movimento socialista, da lui sempre inteso come fedeltà all’uomo, come liberazione della persona da ogni alienante asservimento. Fu un precoce ribelle e la sua rivolta contro la vecchia società e i “poteri costituiti” assunse presto la forma di una contestazione globale. Prese parte attiva alla propaganda contro la guerra, fu il redattore dell’“Avanguardia” divenne amico personale e collaboratore di Antonio Gramsci, accanto al quale si trovò a Livorno nel 1921, quando venne fondato il partito comunista italiano. Dopo l’avvento del fascismo e le leggi eccezionali del 1925, divenne attivista clandestino del medesimo partito ridotto all’illegalità. Denunciato e ricercato fu costretto a fuggire all’estero, pur continuando a ricoprire cariche di grande responsabilità politica per cui, ad esempio si trovò a Mosca nel Maggio del 1927, al fianco di Palmiro Togliatti, nella riunione del Comintern che preparò l’espulsione e anche l’eliminazione fisica di Trotskij a di Zinoviev. Un momento particolarmente drammatico nella storia del movimento operaio internazionale, il momento della reale presa del potere da parte di Stalin. Per Silone fu il momento della rottura con il partito comunista: una rottura che si compì a distanza di tre anni, ma che si consumò in quei giorni moscoviti. Nel 1930, dimessosi dal partito e stabilitosi a Davos, un centro montano della Svizzera Silone scrisse il suo primo romanzo, Fontamara, storia dell’arrivo del fascismo in uno sperduto villaggio della Marsica. Dopo Fontamara pubblicò, sempre all’estero, Pane e vino (1937), La scuola dei dittatori (1938), Il seme sotto la neve (1940). Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale accettò l’incarico di costituire in Svizzera, con la collaborazione di Modigliani, il Centro estero socialista, tornando così all’attività politica organizzativa. Questa ebbe un prolungamento in Italia, con il rientro dall’esilio avvenuto nell’Ottobre del 1944. Silone fu cooptato nella direzione del partito socialista e venne nominato direttore dell’“Avanti!”, che vantò in quel periodo la più alta tiratura tra i quotidiani italiani. Fu anche eletto deputato alla Costituente. Nel ’48 rifiutò di presentarsi candidato alle elezioni e decise di dedicarsi interamente al suo lavoro di scrittore. Morì a Ginevra nel 1978.

 

RIASSUNTO:

 

P

er molto tempo a Fontamara si pensò che non l’avrebbero mai fatto, ma dato che da molto tempo nessuno pagava più le bollette la corrente elettrica fu staccata. Nei primi giorni ciò creò grande scompiglio, ma dopo poco i fontamaresi si abituarono a questa nuova condizione e tutto tornò come prima.

 La sera in cui la luce venne tagliata arrivò a Fontamara un forestiero che fece firmare agli abitanti un foglio di carta, bianco. Il giorno seguente arrivarono alcuni cantonieri con pale e picconi per deviare il corso d’acqua che riforniva la riserva idrica del paese e convogliarne le acque sulle terre dell’Impresario.

 Le donne partirono allora alla volta del capoluogo per protestare contro questo sopruso. I cantonieri, vedendo arrivare verso di oro una fitta schiera di persone che sollevavano un gran polverone, scapparono e si rifugiarono nelle vigne. Giunte al capoluogo le donne andarono al comune e chiesero di parlare col sindaco. Dopo essere state a lungo derise, senza che esse ne conoscessero il motivo, furono informate che il sindaco non esisteva più e che al suo posto c’era il podestà, l’Impresario.

 Le fontamaresi si recarono allora all’abitazione dell’Impresario ma non lo trovarono. All’interno si stava però svolgendo una festa per la nomina dell’Impresario a podestà. Più tardi arrivò anche l’Impresario ma non prestò attenzione alle donne di Fontamara, che tentavano invano di far valere le loro ragioni, perché era troppo occupato a inveire con gli operai che erano vicino a lui.

 Intervenne allora don Circostanza che cercò di operare una mediazione. Alle fontamaresi venne spiegato che i fogli da loro firmati il giorno precedente erano una petizione per la deviazione del ruscello e con un giro di parole vennero convinte ad accettare la seguente proposta: tre quarti dell’acqua del ruscello al podestà ed ai fontamaresi i tre quarti dell’acqua che restava.

 Nei giorni seguenti i cantonieri sotto la protezione di due guardie armate ripresero a scavare il nuovo percorso del fiume. A Fontamara si discusse a lungo su come fosse possibile dividere il ruscello in quello strano modo, ma nessuno aveva l’istruzione necessaria per sciogliere quell’imbroglio.

 Una mattina arrivò a Fontamara un camion e il conducente invitò i contadini a salire, dicendo che quel giorno le autorità avrebbero preso delle decisioni riguardo alla questione del Fucino e che loro, insieme a molti altri, avrebbero assistito. Il camion giunse ad Avezzano e i Fontamaresi, assieme agli altri cafoni vennero fatti sedere nella piazza. Ogni volta che passava qualche autorità i carabinieri li facevano alzare ed essi dovevano emettere grida di gioia. Più tardi tutti i contadini vennero invitati a tornare ai camion che li avrebbero riportati ai paesi di provenienza.

 I fontamaresi però decisero di scoprire come fosse stata risolta la questione del Fucino, ma soprattutto se a loro fosse stata assegnata della terra. Con loro grande delusione scoprirono che, non solo non gli era stata assegnata la terra, ma che questa era stata data ai contadini ricchi e tolta a tutti i piccoli fittavoli. Ad Avezzano essi furono anche avvicinati da un uomo, il quale li intimava alla ribellione contro il governo e disse loro di aspettalo in quel luogo se la sua proposta fosse loro interessata. Un giovane che aveva sentito il discorso li mise in guardia avvisandoli che quello era un poliziotto e disse loro di allontanarsi da lì.

 Una sera arrivarono a Fontamara moltissimi camion carichi di uomini armati, vestiti con camicie nere. Essi perquisirono tutte le case e radunarono tutti gli uomini nella piazza. Dopo averli radunati e  circondati un uomo con la fascia tricolore chiese loro, ad uno ad uno: - Chi evviva?

 I fontamaresi non avevano la più pallida idea di cosa rispondere e andarono per tentativi. Nessuna delle loro risposte soddisfaceva però quell’uomo il che, in base alle risposte date li definiva: refrattari, anarchici, socialisti, comunisti, costituzionali, liberali. La situazione venne salvata dal degenero grazie all’astuzia di due donne che sfruttando un abito bianco ed il suono di una campana inscenarono una visione biblica, spaventando le camice nere.

 Arrivò alla fine il giorno della spartizione delle acque, in cui i fontamaresi impararono finalmente la soluzione della complessa formula ideata da don Circostanza; l’acqua destinata ai campi di Fontamara era i tre quarti del quarto non deviato verso le terre dell’Impresario. Di fronte a quest’ennesimo sopruso i contadini protestarono, ma un nuovo intervento di don Circostanza li sedò; si stabilì che il dominio dell’Impresario sulle acque di Fontamara sarebbe durato dieci lustri, una misura temporale equivalente a cinquanta anni, visto che la dicitura in termini annuali era parsa così sgradevole per i cafoni… che tanto per cambiare non capirono nulla.

 Berardo Viola, un robusto giovane di Fontamara, restato senza terra e lavoro si diresse a Roma per trovare il denaro necessario a sposare la ragazza amata, Elvira. Giunto alla capitale con un ragazzo del paese riesce soltanto a farsi arrestare quando la polizia si informa sulla sua provenienza e lo scova in una latteria a bere con il solito sconosciuto che ad Avezzano mise in guardia i fontamaresi contro la retata.

 Nel buio di una cella, Berardo e lo sconosciuto si accordarono per includere Fontamara nelle stazioni di stampa dell’antifascismo. Purtroppo però Berardo ed il compaesano restarono i cella, mentre lo sconosciuto venne liberato. Gli interrogatori della polizia si susseguirono, mentre dall’esterno la continua produzione di volantini sul caso di Berardo attirarono velocemente su Fontamara una violenta repressione, che incluse anche i due carcerati. Berardo venne ucciso ed il ragazzo, pur di salvarsi la vita, depose di averlo trovato impiccato.

 Tornato a Fontamara il ragazzo vide l’attuarsi dell’accordo che era costato la vita a Berardo; Fontamara venne arricchita di apparecchi per la stampa dei volantini abusivi. Recatisi a portare uno dei primi prodotti della stampa a dei familiari, il ragazzo e la sua famiglia, i narratori di tutti questi soprusi, furono gli unici superstiti alla violenta repressione che le camicie nere attuarono al paese. I sobillatori antifascisti permisero la fuga della famiglia all’estero.

 

CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI:

 

INNOCENZO LA LEGGE: cursore del comune, rischia la vita ogni volta che deve portare qualche foglio delle tasse a Fontamara.

 

GENERALE BALDISSERA: è “il saggio” del paese. Quasi sempre ha una spiegazione, più o meno razionale, ai fatti che accadono al paese.

 

MARIETTA: proprietaria della taverna del paese e vedova di un eroe di guerra. Non si risposa perché così perderebbe la pensione di vedova di eroe.

 

Cav. PELINO: incaricato dall’Impresario, fa firmare ai fontamaresi dei fogli bianchi che si riveleranno poi una petizione per la deviazione del loro ruscello sulle terre dell’Impresario.

 

BERARDO VIOLA: uomo di imponente stazza fisica, autore di molte azioni di vendette contro i soprusi e grande lavoratore. É innamorato di Elvira ma il suo orgoglio gli impedisce di sposarla perché, anche se fa di tutto per ottenerne, egli non possiede terra.

 

ELVIRA: promessa di Berardo, offrirà la sua vita alla madonna per la salvezza di Berardo.

 

don CIRCOSTANZA: detto l’amico del popolo, finge di essere amico dei fontamaresi per convenienza, ma ad ogni occasione li raggira per fare i propri interessi o quelli altrui.

 

l’IMPRESARIO: uomo arrivato nella zona del Fucino che, grazie all’appoggio di una banca e delle autorità, si impossessa di tutto quanto possibile, con mezzi più o meno leciti.

 

ROSALIA: moglie dell’impresario, vestita alla cittadina, con una testa da uccello da preda, con un corpo lungo e secco.

 

Don CARLO MAGNA: proprietario terriero decaduto, noto buontempone, donnaiolo, giocatore, bevitore, mangione, uomo pauroso e fiacco, scialacquatore.

 

CLORINDA: moglie di don Carlo Magna, vestita di nero, era soprannominata il Corvo.

 

don ABBACCHIO: canonico grasso e sbuffante, col collo gonfio di vene, il viso paonazzo.

 

TEOFILO: timoroso sacrestano, morirà suicida impiccandosi alla corda di una campana.

 

FILIPPO IL BELLO: cantoniere, fa parte del gruppo di camicie nere che assalgono Fontamara.

 

AMBIENTE:

 

 I fatti narrati si svolgono a Fontamara, nome dato ad un antico e oscuro paesino di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino, nell’interno di una valle, a mezza costa tra le colline e la montagna. Fontamara somiglia per molti aspetti ad un piccolo villaggio meridionale, un po’ fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori dalle vie del traffico e quindi un po’ più arretrato, misero e abbandonato degli altri. A chi sale a Fontamara dal piano del Fucino, appare disposto sul fianco della montagna grigia brulla e arida come una gradinata. Dal piano sono ben visibili le porte e le finestre della maggior parte delle case: un centinaio di casucce quasi tutte a un piano, irregolari, informi, annerite dal tempo e sgretolate dal vento, dalla pioggia, dagli incendi, coi tetti mal coperti da tegole e rottami d’ogni sorta. La maggior parte di quelle catapecchie non hanno che un’apertura che serve da porta, da finestra e da camino. Nell’interno, per lo più senza pavimento, con i muri a secco, abitano, dormono, mangiano, procreano, talvolta nello stesso vano, gli uomini, le donne, i loro figli e gli animali. La parte superiore di Fontamara è dominata dalla chiesa (dedicata a San Rocco) col campanile ed una piazzetta a terrazzo alla quale si arriva per una ripida via che attraversa l’intero abitato, e che è l’unica via da dove posano transitare i carri. Ai fianchi di questa vi sono stretti vicoli laterali, per lo più a scale, scoscesi, brevi, coi tetti delle case che quasi si toccano  e lasciano appena scorgere il cielo. A chi guarda Fontamara da lontano, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile il pastore. Un villaggio insomma come tanti altri.

 

COMMENTO PERSONALE:

 

 L’opera, di chiaro stampo antifascista, cerca di ricostruire e di evidenziare i soprusi cui erano costretti i poveri sotto il regime. Quello che ne emerge come prodotto è un libro impostato sullo schema del racconto popolare, basato sull’accostamento di diversi aneddoti e dicerie in tipico stile verista.

 Personalmente, vista la quasi totale mancanza nell’opera di suspense o stimoli alla lettura, non l’ho decisamente apprezzata… anche e soprattutto perché oggigiorno determinati aspetti della nostra storia patria possono essere approfonditi molto meglio con letture specifiche e consulte ad archivi giornalistici o statali. Un libro come questo risulta fondamentalmente noioso, spesso anche irritante per la totale inazione letteraria che ne forma le fondamenta.

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

Frankestein

Riassunto.

 

Il signor Walton stava facendo i preparativi per affrontare un lungo viaggio che aveva per meta la latitudine più alta del globo: il Polo Nord. Chi voleva ricevere molte notizie riguardo questo viaggio e la salute di chi lo portava avanti era la sorella di Walton, Margherita, alla quale vennero scritte molte lettere dall'avventuriero maestro. Egli viaggiava accompagnato da una flotta di coraggiosi marinai che erano pronti ad affrontare qualsiasi imprevisto. Erano nella punta più alta della Russia quando videro, in lontananza, una slitta trasportata da alcuni cani e guidata da un essere di gigantesche proporzioni rispetto a quelle umane. Il fatto non allarmò più di tanto Walton e i suoi compagni che decisero di continuare per la loro strada fino a quando non videro un uomo sul punto di morte avvicinarsi alla loro imbarcazione. Era un essere disperato in cerca di qualcuno, o meglio, di qualcosa. Dalle sue domande Walton capì che stava cercando quell'essere sproporzionato che era passato di lì pochi minuti prima. Il capitano della flottà riferì tutto al suo ospite, che diceva di chiamarsi Vittorio Frankestein, ma gli proibì di continuare a seguire quel mostro a causa delle sue precarie condizioni di salute.

L'ospite della flotta riposò in silenzio per molti giorni parlando solo dell'indispensabile e venne trattato egregiamente da tutti gli uomini presenti dulla barca. Un giorno cominciò a parlare vivacemente con Walton circa la sua triste ed orribile storia. Il capitano della flotta la narrò a sua volta alla sorella attraverso una delle sue tante lettere.

Il signor Frankestain era proveniente da una benestante famiglia svizzera risiedente in Ginevra, una delle principali città di quella nazione. Suo padre era una persona ben istruita sposato con una donna graziosa ed anch'essa intelligente. Essi avevano tre figli ed una nipote che venne adottata a causa della morte di sua madre. La ragazza di nome Elisabetta, si prese cura di tutti  i suoi "nuovi" fratelli e anche della loro madre, sua zia, quando si trovò malata e morì. Fu un tragedia per la famiglia, che impiegò molto tempo per dimenticare questa disgrazia. In casa era presente anche una domestica, di nome Giustina, una donna graziosissima, calma e molto gentile.

Vittorio aveva pochi amici e uno di quelli, Enrico Clerval lo accompagnava sempre nello studio e nelle sue molte avventure. Insieme a questo suo amico, Frankestain voleva studiare ed analizzare le teorie di molti scienziati per poi riproporle nel migliore dei modi. Ma Vittorio aveva un sogno fin da bambino. Egli amava molto la chimica ed il suo sogno proibito era quello di dar vità ad un essere inanimato. Questo era un compito arduo e difficoltoso, che fino a quel momento solo Dio era riuscito a compiere, ma Frankestein volle a tutti i costi approfondire i suoi studi per avverare il suo sogno di sempre. Lui non pensava alle conseguenze che sarebbero avvenute dopo l'invenzione della sua creatura e faceva dei passi sempre più grandi verso la realizzazione del mostro. Si isolò in un paesino e, approfondendo sempre di più le sue conoscenze iniziò ad assemblare il mostro. Quelli furono giorni di grande e faticoso lavoro, durante i quali Vittorio non poteva concedersi un momento di pausa. L'essere che avrebbe stravolto la vita di Frankestein stava per essere creato dalle stesse mani. Quando l'opera del nuovo scienziato fu terminata, egli lasciò subito il covo della sua creatura perchè spaventato dalle sue sembianze da demone e mostro. Frankestein doveva trovare il coraggio per affrontare ciò che egli aveva creato, ma quando rientrò nella stanza buia e tetra, accompagnato dal suo amico Enrico Clerval che era venuto a trovarlo, non lo trovò; in seguito a quella spaventosa avventura Frankestein si ammalò e, dopo un periodo di cura portato avanti dal Clerval, iniziò per lui una lunga convalescenza fatta di paure e preoccupazioni. Le notizie che arrivavano da parte sua alla famiglia erano scarse ed in più egli si doveva sposare con la sua cugina che tanto aveva fatto per curarlo quando era ancora ragazzino.

Quando la convalescenza di Vittorio fu quasi terminata arrivò una notizia terrificante da parte di suo padre, che voleva informarlo della morte del suo fratellino minore, Guglielmo. Non era stata una morte naturale, bensì un assassinio, visto che attorno al suo collo, erano state trovate due orme di dita più grosse di quelle umane. Fu proprio per quest'ultima notizia che Vittorio si allarmò eccessivamente, visto che si rese consapevole di aver, in qualche modo, ucciso il proprio fratellino. Frankestein aveva attribuito la colpa di questo omicidio alla sua creatura, al suo demone, che probabilmente si sentiva escluso dall'umanità, viste le sue sembianze disumane. Con altre lettere Vittorio venne  informato dell'accusa caduta sulle spalle di Giustina, la domestica della casa, visto che nelle sue tasche era stato ritrovato un oggetto del bimbo. Frankestein tornò a casa nella sua terra madre più agitato che mai e quando anche Giustina venne condannata per mano sua, non ebbe più collera nei confronti del suo nemico e si decise ad incontrarlo.

Vittorio vide la sua creatura demoniaca all'alba di una notte trascorsa in una pianura tranquilla insieme ai superstiti della sua famiglia. Lo scienziato cercò di colpirlo, ma la creatura lo pregò di ascoltarlo e di esaudire il suo desiderio di avere una compagna simile a lui, facendo in modo di allontanarlo dall'umanità. Lo pregò inoltre di ascoltare la storia della sua vita fino a quel giorno e Frankestein lo stette a sentire.

La creatura aveva inizialmente trovato alloggio in una foresta a pochi chilometri dall'umanità. Si nutriva di bacche e di nocciole e cercava di stare il più lontano possibile dai villaggi umani, visto che ogni qual volta un essere umano lo vedeva, fuggiva spaventato e terrorizzato. Lui capì il perchè quando vide le sue sembianze riflesse in una pozza d'acqua che  si era formata in seguito ad un temporale. Fuggì da quel posto in preda alla disperazione, correndo e correndo verso una meta non predisposta, fino a quando trovò una casetta che sembrava abbandonata in mezzo ai boschi francesi. Alloggiò solitario in questa abitazione per molte ore, fino a quando arrivarono i padroni di casa. La creatura disumana aveva modo di osservarli e di imparare la loro lingua attraverso un buco nella parete che divideva una stanza dall'altra. Il vecchio che sedeva sempre vicino al camino era cieco e fu proprio a lui che la creatura si rivolse, supplicandolo di capirlo  e di aiutarlo. Ma quando i figli del vecchio tornarono si spaventarono a morte vedendo un essere così disgustoso tenere la mano del proprio padre, cosicchè lo colpirono facendolo fuggire nei boschi. Da questo momento in poi la creatura sapeva dove dirigersi: doveva solo trovare il suo creatore, di cui sapeva nome ed indirizzo per sconvolgergli la vita.

Stava camminando in mezzo al bosco quando vide un ragazzino solo e, pensando alla sua innocenza, si avvicinò a lui. Il bimbo si spaventò e lo minacciò di chiamare suo padre se si fosse azzardato a toccarlo. Ma la brutta sorte colpì il bimbo, visto che suo padre era proprio il creatore del demone. Fu per questo che la creatura uccise il bimbo senza alcuna pietà e appena vide una ragazza nel bosco a cercarlo le infilò l'oggetto del fanciullo in una tasca senza farsi sentire. Poi si diresse sempre più velocemente verso Ginevra, laddove alloggiava Frankestein; lo voleva colpire e voleva chiedergli una compagna per nascondersi per sempre dall'umanità.

Vittorio acconsentì inizialmente alla sua richiesta e gli promise una creatura a lui simile, ma quando si ritirò in Inghilterra per "costruirla" non ebbe il coraggio di portarla a termine e la distrusse davanti agli occhi del demone che lo aveva seguito fin lì. Indispettito da questa mossa falsa del suo creatore, il demone uccise il suo amico Enrico Clerval e questa fu una vera batosta per Vittorio. Giorni dopo incontrò la sua creatura al tramonto ed essa gli promise, per la sua promessa infranta, di essere con lui nella sua notte nuziale.

Preoccupato, Frankestain tornò a casa, si sposò, come prestabilito con sua cugina Elisabetta, ma il mostro lo raggiunse e la uccise durante la notte.

Vittorio Frankestein era disperato e si promise di raggiungere la sua creatura che gli aveva causato tanti dispiaceri per ucciderla per sempre.

Fu così che il capitano Walton ed i suoi marinai lo trovarono ad inseguire il demone nei ghiacci polari.

Le condizioni di salute del creatore del demone andavano peggiorando fino a quando egli morì.

Giorni dopo il capitano Walton si diresse nella cabina dove erano deposte le spoglie del pover uomo e lì, accanto a lui vide la sua tanto odiata creatura che lo stava osservando e che si considerava un miserabile, visto che non riusciva ancora a darsi un perchè della sua esistenza.

 

 

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RECENSIONE DI “VITA DI GALILEO” DI BERTOLD BRECHT

 

Il teatro di Bertold Brecht offre una grande varietà di storie e casi umani e un gran numero di rivisitazioni di drammi storici che sanno incantare il pubblico per la loro arguzia, modernità e impostazione scenica.

La singolare innovazione del drammaturgo tedesco, e la ragione della sua grandezza, fu però la teoria del “teatro epico”, secondo cui lo spettatore non deve immedesimarsi, ma è invitato a tenere una distanza critica e a riflettere su quello che vede sulla scena.

Canzoni, elementi parodistici e una sceneggiatura molto ben studiata devono perciò creare un effetto di “straniamento”, un distacco critico. Lo spettatore deve analizzare, pensare, mettere in discussione, creare ed imparare.

Bertold Brecht     quindi, capovolse l’idea di teatro di Aristotele, negando allo spettatore la possibilità di immedesimarsi nei personaggi e di uscire purificato da una rappresentazione teatrale, divenendo in questo modo uno dei più grandi innovatori nella storia del teatro.

Durante il Sedicesimo secolo invece, “il capo universalmente riconosciuto dagli innovatori” era Galileo Galilei, figura che non poteva non interessare il drammaturgo tedesco preoccupato di ricercare sulla lotta per la verità e la ragione in un contesto repressivo e appressivo, quale era  quello in cui egli stesso viveva dopo l’avvento del nazismo, sul rapporto tra scienza e fede, tra scienza e società, e soprattutto sulla responsabilità individuale dello scienziato verso la scienza stessa e verso l’umanità (Bertold Brecht fu a questo proposito molto coinvolto sui problemi che la messa a punto della bomba atomica sollevò).

Fu quindi quasi necessario per lo scrittore narrare le “Vita di Galileo”, che fu rielaborata in tre riprese: la prima stesura <<danese>> risale al 1938, la seconda al 1945 e la definitura che durò fino a pochi mesi prima della morte, nel 1956. Il testo teatrale è articolato in 15 scene e l’azione verte ovviamente sul contraddittorio Galileo che viene dipinto da Brecht a tinte forti, ma con perfetti effetti di chiaroscuro. Galileo è innanzitutto scienziato geniale e appassionato nella ricerca, conscio del proprio valore e dell’importanza delle proprie scoperte afferma che <<il pensare sia uno dei massimi piaceri concessi al genere umano>>, fermamente convinto della potenza della ragione. Nonostante ciò egli non perde il suo essere perfettamente “umano”, non scioglie i suoi fortissimi legami con la vita materiale, ma ama gioiosamente i piaceri e proprio in questo risiede la sua debolezza, la debolezza che lo conduce all’abiura dopo la quale infatti, Andrea, suo discepolo, lo apostrofa dicendo:<<Otre da vino! Mangia lumache! Ti sei salvata quella pellaccia che ti sta tanto a cuore?>> Galileo è sconfitto dalla propria sensualità, dalla propria paura del dolore fisico, e ciò ingigantisce ancora di più la colpa dello scienziato: egli non ha sostenuto il peso della propria responsabilità nei confronti dell’uomo e la sua presenza <<non può più essere tollerata nei ranghi della scienza>>, è ormai un imperdonabile traditore, le sue mani sono sporche ed egli ne è perfettamente consapevole. Galileo tuttavia, continua la propria ricerca anche in seguito al proprio degradante fallimento: il risultato, “i discorsi” sono divulgati all’estero dagli allievi dello scienziato.

Brecht ci parla quindi di un Galileo caduto, colpevolmente debole, ma ci parla anche del rapporto tra lo scienziato e la società, dell’inevitabile e sempiterno scontro, che dà poi vita all’intera vicenda, tra una mentalità determinata a non mutare l’ordine costituito con nuove e pericolose teorie, capaci persino di portare disordini sociali, e la nuova mentalità scientifica, semplice e concreta, che crede solo nei fatti e pone la nuda reazionalità alla base dell’agire e del pensare umano.

E’ più che probabile quindi, che oltre alla bellezza dell’opera e alla completezza della descrizione di Galileo, motivo del grande successo di cui godete la “Vita di Galileo” sin dalla sua prima rappresentazione e si a stato proprio il tema della lotta tra epoca autoritaria ed epoca scientifica, della battaglia per la verità e la libertà di pensiero, tema che all’epoca veniva profondamente sentito per ovvie ragiona politiche.

Quest’opera resta comunque considerata ancora oggi <<testamento spirituale di Brecht>>, e non potrebbe essere altrimenti, sia perché perfetto esempio di <<teatro epico>>, sia perché magnifico quadro di una personalità eccezionale quanto contraddittoria.

 

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              ANALISI DEL TESTO

 

LIBRO: Racconti          Autore: Edgar Allan Poe

RACCONTO: La maschera della morte rossa

 

Fabula:                                                

  1. Arrivo della malattia
  2. Ritiro del Principe Prospero
  3. Balli e divertimenti dei cortigiani
  4. Descrizione delle stanze
  5. Terrore dell’orologio
  6. Arrivo della maschera della morte

Rossa

  1. Morte di tutti i commensali

 

Poe descrive, in questo racconto, l’arrivo di una tragica malattia: il colera.
I protagonisti di questa vicenda sono il Principe Prospero ed i suoi commensali, invitati da lui nella sua reggia per cercare di sfuggire alla malattia; ma protagonista forse maggiore è la maschera della morte rossa.

Il Principe si rinchiude nel suo castello e impone che vengano costruite delle barricate a protezione della sua reggia e della vita, ma tutto ciò non basta a salvarlo.

Il castello è quindi un luogo quasi inaccessibile, ed anche la descrizione che viene fatta delle sette stanze rende l’idea di un luogo chiuso, molto simile ad un labirinto, e ciò crea, nel lettore, una sensazione di panico, di soffocamento, dovuto anche al fatto che nelle descrizioni, Poe, utilizza delle rapide successioni di aggettivi tutti legati alla sfera del fantastico, della luce, e dello splendore, me tutto ciò molto macabramente; il narratore utilizza inoltre delle frasi coordinate tra loro e un lessico molto semplice.

Le sette stanze sono piene di caos e di colori, ma l’ultima è l’unica vuota, l’unica che trasmette un senso di terrore ai commensali, essa è rivestita da tendaggi neri, come la morte, e le finestre sono di un colore rosso sanguigno, e sulla parete era appoggiato un orologio a pendolo che segnava le ore con un rumore terrificante che impietriva i partecipanti alla FESTA, l’orologio viene inoltre descritto con caratteristiche umane: POLMONI DI BRONZO e VOCE DELL’OROLOGIO; tutta questa descrizione rende l’idea della morte che si avvicina: l’orologio scandisce i minuti che mancano alla fine della vita, e la descrizione quasi umana serve ad identificare poi la tenebrosa maschera con i battiti dell’orologio.

Il narratore di questa vicenda è onnisciente e narra i fatti in prima persona, nella narrazione, non è presente un intreccio definita, ma , corrisponde perfettamente con la fabula: possiamo quindi parlare di un parallelismo totale.

Il brano è diviso in tre macro sequenze: la prima serve per dare al lettore, la definizione del momento in cui si svolge la vicenda, e annuncia cosa sta accadendo nella narrazione; La seconda parte contiene la descrizione dell’abbazia e dei suoi abitanti; nel terza sequenza, la più narrativa, c’è lo svolgersi di tutta la storia: con l’arrivo della morte e le sue conseguenze.

Questo racconto, molto breve ma molto coinvolgente, riesce, come tutti i brani redatti da Poe, a cambiare a proprio piacimento lo stato d’animo del lettore e ad imprigionarlo nella narrazione con continui sali e scendi di tensione.  

 

 

 

 

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SCHEDA D’ANALISI PER LA NARRATIVA

Autore: Miguel de Cervantes

Titolo del libro: Don Chisciotte della Mancia

Titolo originale: El ingenioso hidalgo don Quijote de la  Mancha

Data di composizione: 1602 (stando a ciò che l’autore dice nel Prologo)

Data di pubblicazione: La prima parte del romanzo fu pubblicata a Madrid nel 1605 e divisa in 52 capitoli; la seconda parte, invece, fu pubblicata nel 1615 e divisa in 74 capitoli.

Narratore: Il narratore è lo stesso autore. Egli è esterno alla storia ma con facoltà di giudizio.

Ci sono alcuni elementi, che aiutano a tracciare un profilo del narratore; si può scorgere la fisionomia di quest’ultimo dietro il travestimento della signora Duchessa, con la quale Sancio avrà interessanti conversazioni.

Punto di vista: E’ a focalizzazione zero

Destinatario: E’ l’uomo comune imprigionato nella realtà e nei mali della società, il quale non riesce a trovare un equilibrio morale.

Referente: E’ la vita e la società dello stesso autore, che vive in un’età di crisi e di violenza, molto simile alla nostra, piena di confusione e squilibri, che portano, sempre più frequentemente, a soluzioni estreme o a contraddizioni per gli individui più vigili.

La struttura del testo

Interventi diretti del narratore: Sono presenti interventi diretti del narratore lungo tutto il racconto; egli utilizza la prima persona.

  • “…senza che io te lo giuri puoi credermi che questo libro, come figlio dell’intelletto…”
  • “ Quando io sentii dire “Dulcinea del Toboso” rimasi sospeso e senza fiato, perché mi resi subito conto che quelli scartafacci contenevano la storia di don Chisciotte.”

Apostrofi al lettore: Sono presenti in maniera rilevante all’interno del testo

  • “Lettore mio, che non hai nulla di meglio da fare…”
  • “Vi dirò dunque, che nel cortile della nostra prigione…”
  • “Con che impazienza, per Dio, starai ora aspettando, lettore illustre, o magari anche plebeo, questo prologo, credendo di trovare in esso polemiche…”

Parti narrative:

  • “Non parve cattiva al barbiere l’idea del curato; gli parve anzi così buona che cominciarono subito a metterla in atto. Chiesero alla locandiera una gonna e delle cuffie, e le lasciarono in pegno una sottana ancora nuova del curato.”

Parti descrittive:

  • “E non avevano camminato un quarto di lega quando all’incrocio d’un sentiero videro venire verso di loro un gruppo di sei pastori, vestiti di nere pelli e con in capo ghirlande di cipresso e di amaro oleandro. E uno di essi aveva in mano un grosso bastone di agrifoglio. Venivano con loro anche due gentiluomini a cavallo, in eleganti abiti da viaggio, con tre servi che li accompagnavano a piedi. ”

Discorsi dei personaggi

Discorso diretto:

  • “- Non ce n’è bisogno - rispose il barbiere, :- son capace pure io di portarli in cortile o nel camino, dove per l’appunto c’è un bellissimo camino-”
  • “- Che il diavolo mi porti- disse a questo punto Sancio fra sé  – se questo mio padrone non è un tologo; e se non lo è, gli assomiglia come un uovo a un altro uovo.-”

 Discorso indiretto:

  • “Don Chisciotte domandò cos’è che avevano sentito dire su Marcella e Crisostomo.

E il viaggiatore disse che quella mattina all’alba avevano incontrato quei pastori e avendoli veduti in quei lugubri abiti, avevano chiesto per qual motivo andassero così vestiti…”

Discorso indiretto libero:

  • “...e scambiando questa chimera, che s’era fabbricata lui stesso, per cosa certa e reale, cominciò a preoccuparsi e a pensare al repentaglio in cui sarebbe venuta a trovarsi la sua castità, e giurò in cuor suo di non commettere infedeltà alla sua signora Dulcinea del Toboso…”

Lungo tutto il racconto prevalgono i discorsi diretti e quelli indiretti liberi

Intreccio e fabula

Il rapporto fabula-intreccio coincide, infatti l’ordine temporale è cronologico.

Si possono distinguere due tipi di intrecci: quello delle narrazioni, che deriva dai romanzi cavallereschi e quello degli autori; infatti nel romanzo, Cervantes inventa sia il protagonista Don Chisciotte, sia un altro autore arabo, Cide Hamete, che utilizzerà come fonte; ciò gli permetterà di sdoppiarsi divenendo lungo il corso del racconto sia autore che critico circa le affermazioni della fonte.

La partizione operata dall’autore sul testo è in capitoli.

Divisione in sequenze

  • Un signorotto di campagna, dopo aver letto alcuni romanzi cavallereschi, decide di difendere gli ideali più alti (giustizia, pace, ecc.), facendosi armare cavaliere da un oste, ribattezzando il suo ronzino con il nome di Ronzinante e scegliendo come dama da amare per sempre la contadina Aldonza Lorenzo, il cui nome viene mutato in Dulcinea del Toboso..
  • Don Chisciotte (il suo nome da cavaliere) inizia le sue imprese ( lotta contro i mulini, cade vittima dei mulattieri e di un oste,. Viene preso a sassate da alcuni pastori, ecc.), ma non fa altro che peggiorare la  situazione ovunque egli vada.
  • Riportato a casa e guarito, dopo essere stato picchiato a sangue da alcuni mercanti, riparte con uno scudiero, Sancio Panza, un contadino del paese, al quale promette fortuna e un’isola da governare.
  • I due intraprendono nuove avventure, spesso “stravolte ed esasperate” dall’eccessiva immaginazione del cavaliere, che li allontana dalla realtà.
  • Termina la prima parte del romanzo con il ritorno a casa dei due protagonisti, con l’aiuto del curato e del barbiere.
  • Dopo un breve periodo di riposo, don Chisciotte riparte con Sancio Panza verso nuove avventure.
  • I due giungono al castello di un duca e di una duchessa, che venuti a conoscenza delle loro comiche gesta, si prendono gioco di loro (nominano fra l’altro Sancio, che ormai si è impossessato dei meccanismi mentali e folli del padrone, governatore dell’isola di Baratteria).
  • Ripreso il cammino, arrivano a Barcellona dove il cav. della Bianca Luna (il loro amico Carrasco), sfida don Chisciotte  e lo vince. Carrasco gli ordina di tornare al suo paese ed egli, fedele alle regole della cavalleria, esegue gli ordini.
  • Tornato nella terra natale, don Chisciotte si ammala e, per le fatiche provate e per l’impossibilità di non poter perseguire i propri ideali, muore. Egli, prima di morire, torna in possesso delle sue facoltà mentali e rinnega tutte quelle letture cavalleresche , che l’avevano portato alla pazzia.

I personaggi

Sono presentati direttamente dal narratore attraverso alcuni tocchi descrittivi

Sono caratterizzati da elementi fisiognomici:

  • “L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto.”
  • “Portava il viso coperto d’un velo nero trasparente, da cui s’intravedeva una lunghissima barba, bianca come la neve.”

Sono caratterizzati da elementi psicologici:

  • “…che non mi ricordo bene ora per dov’è che corresti allora, innamorato e geloso.”
  • “Immaginò subito che una donzella della Duchessa si fosse innamorata di lui, e che l’onestà la costringesse a tener segreta la sua passione…”

Sono caratterizzati da elementi sociali:

  • “… lì un cavaliere cristiano valoroso e discreto.”
  • “Per Dio, come ce l’aveva con queste signore un gentiluomo del mio paese.”

Sono caratterizzati da elementi culturali:

  • “…qui una bellissima dama, virtuosa, intelligente e riservata.”

Personaggi principali: Don Chisciotte (protagonista), Sancio Panza, Dulcinea, oste, curato, barbiere, Carrasco, duca e duchessa.

Personaggi secondari: Tutti quelli che il cavaliere incontra lungo i suoi viaggi (i caprai, la pastora Marcella, Dorotea, Camaccio, Basilio, il cav. degli Specchi, il cav. del Bosco, il cav. dal Verde Gabbano, Mastro Pietro, ecc.)

Indicazioni spazio-temporali

Le descrizioni spaziali no sono molto ampie e particolareggiate; in quanto l’autore bada soprattutto alla descrizione delle vicende..

Le vicende si svolgono in Spagna .

L’autore non ci fornisce una data precisa sull’inizio della vicenda, ma possiamo intuire da alcune coordinate di carattere storico (il declino della Spagna dopo Carlo V e Filippo II), che ci troviamo verso la fine del Cinquecento.

I tempi sono molto lenti lungo tutto il racconto, quasi a voler evidenziare maggiormente le vicende, di cui è protagonista don Chisciotte.

Tema e concezione del mondo: Il tema principale è la follia e la  delusione che l’uomo subisce di fronte alla realtà, la quale annulla l’immaginazione, la fantasia, le proprie aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l’uomo si identifica.

Lingua e stile

Registro stilistico: Medio con presenza di alcuni termini di origine spagnola (hidalgo, pedrenales, ecc.). Si può notare comunque un’opposizione dei diversi registri stilistici sia nei discorsi di Don Chisciotte, sia nel parlato di Sancio Panza.

Genere: Romanzo-saggio

Figure retoriche: Domanda retorica: “E che forse i miei libri sono eretici o flemmatici, che li vuol bruciare?”; metonimia: “decidemmo quindi di metterci nelle mani di Dio”; apostrofe: “Venivo a te, o valoroso Rocco…”; iperbole: “…e premendosi con le code aumentarono il loro dolore, cosicchè, dando mille sgroppate…”; prolessi: “…il viso non me lo farò toccare…”

Testo e contesto

Nell’ambito della produzione dello stesso autore: Don Chisciotte della Mancia rientra nei canoni tematici dell’autore, che tende a descrivere in maniera dettagliata la sua avventura personale, che ritroviamo anche in “Rinconete e Cortadillo”, scritto dopo essere entrato in contatto con il mondo della malavita”.

Nell’ambito delle condizioni biografiche che l’hanno prodotto: Il romanzo di Cervantes rientra anche in quest’ambito in quanto l’autore ha preso come punto di riferimento la società di fine Cinquecento, in cui vi era una crisi di valori ed uno sviluppo sempre maggiore del capitalismo, e ne ha colto gli aspetti comuni anche alla nostra società.

 Nell’ambito del sistema di produzione e diffusione dell’opera letteraria: Il romanzo è destinato ad un pubblico borghese, che conosce i problemi della società e le cause che determinano questi.

Il Don Chisciotte nasce in Spagna proprio perché, qui nel Cinquecento, si scopre il realismo in un ambiente sociale degradato, e il romanzo di Cervantes rientra proprio nei canoni dei romanzi picareschi diffusi in quel periodo.

Nell’ambito di una precisa tradizione letteraria: Il romanzo rispecchia la tendenza cinquecentesca a preferire il genere picaresco, che esaltava il realismo della società e la materia cavalleresca (utilizzata in questo caso con intenti parodistici); esso, proprio per quest’ultimo punto,  riprende il modello dell’Orlando Furioso di Ariosto, più volte citato ed imitato dallo scrittore spagnolo.

Nel contesto storico e culturale: Il Don Chisciotte è scritto sullo sfondo della crisi spagnola, avvenuta fra il 1598 ed il 1620, e si colloca nell’area culturale del Manierismo, periodo di mezzo fra il Rinascimento maturo e il Barocco.

 

 

FLAVIA DE FILIPPIS

 

 

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    Riassunto libro :

 

BATTISTESSA    MARCO

 

E.HEMINGWAY,            Il Vecchio e il mare,            Milano 1983

 

TRAMA

Il romanzo narra la storia di un anziano pescatore cubano che è nel declino della sua vita di uomo di mare.

Ormai da più di ottanta giorni non riesce a prendere un pesce ed è aiutato quotidianamente da un giovane pescatore suo allievo che quando il vecchio comincia a  non pescare niente è costretto, a malincuore, a lasciarlo e a prendere posto su  un’altra imbarcazione.

All’alba dell’ottantatreesimo giorno di pesca il vecchio parte e si spinge molto al largo e verso sera abbocca un gigantesco pescespada, che lo fa vagare due giorni e tre notti per il mar del golfo.

In questo lungo periodo trascorso in solitudine nell’oceano Santiago ricorda i bei momenti passati e poi sembra quasi conversare con il pesce lodandolo, ma cercando di costringerlo alla resa.

Dopo tre giorni d’estenuante lotta, sia fisica sia psicologica, il pesce si arrende e lui riesce a catturarlo ma è troppo grande per adagiarlo nell’imbarcazione e lo lega su un fianco della barca; ma la scia di sangue lasciata dal pescespada richiama i pescecani che lo dilaniano completamente; tuttavia Santiago in un impeto d’orgoglio riesce a combattere con i “predatori del mare” nonostante tutto che ha a sua disposizione.

Rientrato al villaggio con solo la carcassa del grosso pescespada , quando  ormai tutti lo danno per morto tranne il suo giovane amico, cade in un lungo sonno e sogna il suo passato sempre assistito del giovane amico.

 

PERSONAGGI

Santiago:  il “vecchio” protagonista del racconto è un uomo che nella sua vita ha vissuto avventure di ogni genere ma che alla fine è rimasto con solo i ricordi. E’ descritto come un tipico marinaio attempato sia nel fisico sia nello spirito. E’ il protagonista del romanzo ed è il simbolo del messaggio metaforico che l’autore ci vuole trasmettere.

 

Il Ragazzo:  ha imparato tutto quello che sa sulla pesca da Santiago e lui cerca di ricambiarlo accudendolo come se fosse suo padre. Ha un carattere molto forte e riconoscente: in qualche modo può essere considerato l’aiutante, perché nei momenti di difficoltà cerca di sostenere il vecchio, e quest’ultimo nella dura lotta con il pescespada lo vorrebbe al suo fianco.

 

Il Pescespada:  anche se non è una figura umana è il vero antagonista perché ingaggia un durissimo duello con Santiago che porta anche il protagonista a pensare di morire per riuscire a sconfiggerlo. E’ testardo perché sta per più di due giorni e tre notti con l’esca in bocca, trascinando con se tutti sia la barca che Santiago.

 

 

Il sistema del racconto è per lo più binario perché il romanzo s’impernia sull’estenuante lotta, fisica e psicologica, fra il vecchio e il pesce.

Il racconto narra le vicende che si susseguono in quattro giorni consecutivi raccontando le vicende in ordine cronologico, con qualche flash-back da parte del vecchio nel ripensare  alle sue avventure passate.

Il romanzo si articola su due grandi macro sequenze: la prima narra le vicende di terra , la storia del protagonista e del suo aiutante mentre la seconda narra il racconto del duello che s’è avuto in mare con anche delle brevi sequenze descrittive dello spazio fisico cioè il Mar del golfo di Cuba.

 

 

La storia che Heminguay ci racconta in modo molto semplice e immediato è significativamente a paragonabile quello che proviamo noi durante la vita: il desiderio, l’attesa di qualcosa che deve accadere  e poi magari tutto passa velocemente, ma noi siamo ugualmente felici di aver provato queste emozioni. E poi l’importanza dei ricordi perché  sono i ricordi dei bei tempi che ci aiutano ad andare avanti nei momenti peggiori; in generale il libro m’è piaciuto per questo e anche per il modo semplice con cui scrive l’autore, ma soprattutto per  i personaggi: il pescatore Santiago che incarna il coraggio e la nobiltà del lottatore umano e il gigantesco pesce spada simbolo della fierezza e della libertà della natura. 

 

 

 

 

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    Riassunto libro :

 

 

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO

Autore: Italo Calvino

Casa editrice: Einaudi, Torino 1947

 

Negli anni della resistenza, tra i carrugi di un piccolo paesino ligure vive Pin, Un bambino a cui piace stare coi grandi e osservarli, grandi di cui non capisce né il primitivo senso della guerra né il caldo desiderio di donna, grandi che lui sa far ridere e irritare con le battute spesso volgari. Ed è su ordine di questi esseri per lui avvolti da un’ombra di mistero che il bambino ruba una pistola al marinaio tedesco che si reca spesso da sua sorella, la quale fa la prostituta. Pin nasconde il suo grande tesoro in un sentiero che solo lui conosce presso il quale fanno il nido i ragni. Proprio per questo suo furto viene rinchiuso in carcere dove conosce Lupo Rosso, un giovane partigiano mitizzato dai racconti popolari. Grazie a lui riesce a fuggire e si ritrova in una brigata partigiana composta da sbandati tra cui però Pin si trova bene. Il capo della brigata si chiamava Dritto, un giovane stanco di tutto che provocherà l’incendio del rifugio il quale, assieme al tradimento di un compagno, sarà causa di una rappresaglia tedesca. E proprio mentre la battaglia infuria il Dritto cerca nell’amplesso con la moglie del cuoco della brigata l’unica via di fuga da una voglia angosciante di morire.

Pin si sente una volta ancora escluso dai misteri dei grandi e si ritrova solo, ma risoluto di far la Resistenza da solo con la sua pistola. Alla fine però ritrova Il Cugino un partigiano della brigata che considerava l’unico vero amico in compagnia del quale si accompagna per la strada scintillante di lucciole.

 

Caratteristiche dei personaggi:

Pin, il protagonista del romanzo, è un bambino affascinato dal mondo dei grandi e dal mistero che esso racchiude. E’ proprio dal suo punto di vista che parte l’analisi di tutto il mondo partigiano. E’ un bambino che si muove nella vita esplorandola per cercare di capire quello strano sistema che è il modo di comportarsi dei grandi.

Un altro personaggio è Lupo Rosso, il giovane partigiano che Pin ha conosciuto in carcere e che lo ha fatto evadere. Egli è un avventuriero che incarna tutte le qualità del buon partigiano: furbizia, spregiudicatezza e idee politiche. Egli è la canonizzazione del partigiano le cui qualità sono state attribuite a tutti i combattenti della resistenza da un giudizio colmo di sentimentalismi proprio dell’orgoglio degli anni del dopoguerra.

Poi c’è il Cugino il partigiano considerato da Pin come l’amico di sempre che non ti tradisce mai.

 

Giudizio sull’opera:

Il romanzo rappresenta un’analisi quanto più obbiettiva dell’ambiente partigiano volta alla demistificazione del moralismo attribuito da sempre ai combattenti della resistenza. L’autore ha voluto cioè descrivere in modo oggettivo tutti i personaggi senza nessun coinvolgimento sentimentale personale. Il lettore, infatti, no si trova a schierarsi con nessuna fazione in guerra ma si sente come un inerme spettatore che , non visto, si aggira nell’ambiente della vicenda sempre costretto dal tono dello scrittore a cogliere solo i particolari più veritieri ed imparziali. Questo scritto si divincola dal solco delle precedenti opere che raccontavano la lotta partigiana come spinta da un desiderio di libertà. La brigata del Dritto è però costituita da sbandati e irrequieti partigiani la cui fede politica si mescola a drammi personali, ignoranza e miseria. Su tutto l’istinto della guerra e il sogno di una felicità che dovrà venire, insieme alla felicità e al benessere, al termine della lotta contro i tedeschi. La guerra non è spesso causata dai tedeschi ma prende il via quindi da una ribellione contro se stessi o contro il mondo; come il Cugino che fa la guerra perché la moglie lo ha tradito e perché tutte le donne sono brutte tranne sua madre.

 

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William Shakespeare – Le opere

(Nato il 26 aprile 1564. Morto nel 1616.)

Drammaturgo e poeta inglese, è uno degli esponenti principali del rinascimento inglese e uno dei più grandi autori della storia del teatro occidentale. Nato a Stratford-on-Avon, nel 1592 si trasferì a Londra dove si impegnò come autore e, marginalmente, come attore con la compagnia "Chamberlain's Men" (divenuta in seguito "King's Men" a causa della salita al trono di Giacomo I). Da questo momento la sua carriera fu fulminea e gli procurò considerevoli guadagni che gli consentirono di essere comproprietario dei due teatri più importanti di Londra: il "Globe Theatre" e il "Blackfriars".

Difficile inquadrare la sua notevole produzione artistica, che annovera drammi storici, commedie e tragedie, anche a causa della rilettura successiva dei suoi lavori ad opera dei letterati romantici che videro profonde assonanze tra la loro ricerca estetica e i lavori di Shakespeare. Per lungo tempo, infatti, questa rilettura ha influenzato sia la critica che gli allestimenti delle sue opere, esasperando le affinità poetiche con il romanticismo. Indubbiamente sono presenti, soprattutto nelle grandi tragedie, temi e personaggi che preludono all'esperienza romantica, ma l'originalità del grande artista inglese va cercata maggiormente nella grande capacità di sintesi delle diverse forme teatrali del suo tempo in opere di grande respiro ed equilibrio dove il tragico, il comico, l'amaro, il gusto per il dialogo serrato e per l'arguzia, sono spesso presenti in un'unica miscela di grande efficacia.

Essendo impossibile selezionare alcuni lavori più importanti di altri, mi limiterò a segnalarne alcuni in ordine sparso. Per quanto riguarda le tragedie la più famosa è certamente "Amleto" (1599-1600), insieme a "Romeo e Giulietta" (1594-95), "Enrico IV" (1597-98) e "Macbeth" (1605-06); per le commedie possiamo citare "La bisbetica domata" (1593-94), "Molto rumore per nulla" (1598-99) e "Le allegre comari di Windsor" (1600-01). Una menzione speciale meritano due opere "fantastiche" nelle quali sogno e realtà si mescolano in maniera talmente suggestiva da essere dei veri e propri capostipiti del genere "Fantastico": si tratta di "Sogno di una notte di mezza estate" (1595-96) e "La tempesta" (1611-12).

Cenni storici

L'avvento al trono di Elisabetta nel 1558 non fu facile. Durante il breve regno della sorellastra Maria, che l'aveva preceduta, c'era stato un sanguinoso tentativo di restaurazione del cattolicesimo contro la Riforma protestante.

Assicuratasi il trono, Elisabetta aveva perseguito all'estero una politica di espansione commerciale e territoriale e all'interno aveva mirato ad uno sviluppo economico accelerato.

La nazione la sosteneva, soprattutto dopo che la sua flotta riuscì a distruggere l'Invincibile Armata spagnola, facendo dell'Inghilterra la maggiore potenza mondiale sui mari.

Ma proprio questo straordinario sviluppo implicava delle profonde trasformazioni all'interno del paese: la classe mercantile aveva il sopravvento sulla tradizionale aristocrazia terriera, la Chiesa anglicana doveva ora confrontarsi, oltre che con i cattolici, con le minoranze calviniste e puritane che prevalevano nel ceto medio. Inoltre la regina non aveva eredi e gli aristocratici entrarono in conflitto tra loro per assicurarsi posizioni di privilegio al momento della successione.

Un episodio significativo di queste manovre fu la fallita ribellione capeggiata dal conte di Essex nel 1601, nella quale fu coinvolta anche la compagnia teatrale di Shakespeare (la compagnia dei Chamberlain's Men era stata invitata a rappresentare nel giorno fissato per la rivolta il "Riccardo II", dramma che si pensava potesse istigare gli animi all'azione).

Amleto – La trama

L’opera è ambientata nella Danimarca feudale e la quasi totalità delle scene si svolgono all’interno del castello di Elsinor, ad eccezion fatta per alcune scene ambientate rispettivamente nello spazio circostante al castello (atto primo, scena prima e scena quarta), nella casa di Polonio (atto primo, scena terza ed atto secondo, scena prima), nella pianura danese (atto quarto, scena quarta) ed all’interno di un cimitero (atto quinto, scena prima).

Il primo atto inizia con due uomini (Bernardo e Francesco) di guardia al castello, raggiunti più tardi da Orazio e Marcello. Un fantasma dalle sembianze del padre di Amleto appare agli uomini ma, improvvisamente e prima di poter parlare, svanisce nel nulla. La notte successiva, dopo essere stato dovutamente avvertito, il giovane Amleto si unisce alla guardia del castello. Il fantasma riappare ed Amleto riesce a parlargli, dopo averlo seguito, prima che esso scompaia di nuovo. Il fantasma gli rivelerà i veri avvenimenti che hanno preceduto la sua morte, svelandogli l’omicidio da parte del fratello Claudio e chiedendogli di vendicarlo. Da adesso in poi Amleto si fingerà pazzo per confondere chiunque cerchi di prevederlo ed in modo da facilitarsi, quindi, la vendetta.

Dopo la morte del re, Claudio ha sposato la regina, Gertrude. Sia la madre Gertrude che lo zio Claudio sono preoccupati per la presunta pazzia di Amleto e chiedono a due suoi amici di scuola, Rosencrantz e Guildenstern, di trovare la causa del problema.

Una compagnia di attori, la "compagnia stabile della città", viene invitata al castello con l’intento di risollevare l’animo di Amleto. Amleto chiede agli attori di interpretare "L’Omicidio di Gonzago" (chiamandola in seguito "La trappola per topi") aggiungendo alcune sue righe al testo. L’interpretazione, raggiungendo l’obiettivo prefissato da Amleto, rende furioso il re, che interrompe la recita. Questo sembra provare agli occhi di Orazio ed Amleto la colpa di Claudio.

Amleto raggiunge la madre nella sua stanza per parlarle. Mentre dialoga animatamente con ella, sente Polonio gridare da dietro le tende. Amleto, credendo si trattasse del re, lo uccide. Claudio, decidendo quindi che Amleto è troppo pericoloso per essere lasciato a piede libero in Danimarca, decide di trasferirlo in Inghilterra con Rosencrantz e Guildenstern, a cui consegna una lettera con l’ordine di uccidere Amleto non appena raggiunta l’Inghilterra. Sulla nave, a causa dell’attacco di una nave corsara, Amleto scopre la lettera e la rimpiazza con un’altra in cui si ordina invece di uccidere Rosencrantz e Guildenstern a viaggio completato. Amleto si dirige di nuovo verso l’Inghilterra.

Non appena ritornato in Danimarca, Amleto scopre che Ofelia, impazzita dopo la morte del padre, è annegata. Vedendo Amleto, Laerte lo accusa della morte di Ofelia e Polonio. Per mettere fine alla disputa, il re prepara un incontro di scherma tra Amleto e Laerte, trovando un artificio per uccidere "accidentalmente" Amleto. Claudio avvelena del vino che offrirà ad Amleto alla fine del primo incontro, e Laerte avvelena a sua volta la punta del suo fioretto. Durante il combattimento Gertrude, all’oscuro delle macchinazioni del re, beve dalla coppa riservata ad Amleto. Laerte ferisce Amleto, condannandolo a morte e, scoprendo Amleto che il fioretto è a punta scoperta, attacca furiosamente Laerte. Nello scontro che segue i due si scambiano i fioretti ed Amleto ferisce Laerte. Quasi nello stesso istante, Gertrude cade a terra, affermando che la coppa è avvelenata. Laerte confessa quindi che la morte di Gertrude è opera del re, e che la punta da cui Amleto è stato ferito è avvelenata. Amleto, gridando al tradimento, Trafigge il re. Prima di morire Amleto chiede ad Orazio di fare in modo che tale storia non vada perduta, e di raccontare pubblicamente gli avvenimenti di cui è stato vittima.

Pochi istanti dopo Fortebraccio entra con i suoi soldati nel castello e, impreparato ad un simile scenario di morte, reclama i propri diritti sulla Danimarca. Viene ordinato di esporre sul palco la salma di Amleto, e di annunciare la sua morte con fanfare e salve di guerra.

Amleto - Analisi

Quando William Shakespeare completò la prima stesura dell'Amleto (1600) aveva alle spalle già numerosi anni di successi come sceneggiatore. Diede prova della sua maestria nelle commedie (Come vi piace), nelle opere a sfondo storico (Riccardo II) e nelle tragedie (Giulio Cesare) dimostrando inoltre le sue notevoli capacità di poeta nei suoi numerosi sonetti.

La tragedia di Amleto, la più lunga tra le opere di Shakespeare, rappresenta una svolta nello sviluppo spirituale ed artistico dell'autore soprattutto tramite dei dialoghi che raggiungono all'interno dell'opera un'intensità di significato difficilmente ripetuta in passato. Un'intensità dovuta soprattutto ai giochi di parole di Amleto, aventi sempre significati molteplici, che lo rendono probabilmente uno dei personaggi che meritano più attenzione all'interno del panorama teatrale.

Le origini della storia sono avvolte nelle nebbie del passato. Si presume che il nome Amleto, di origine danese, provenga da un testo ("Belleforest' Histoires Tragiques", dal "Saxo Grammaticus' Historia Danica") pubblicato nel 1582. Questa tesi è avvalorata anche dalla presenza in questo testo di elementi come l'incesto, il fratricidio e di personaggi come Ofelia, Polonio, Orazio, Rosencrantz e Guildenstern, senza considerare inoltre il viaggio in Inghilterra.

Comunque sia, la storia della vendetta di Amleto era già conosciuta alla corte della regina Elisabetta tramite un presunto lavoro perduto di Thomas Kyd, una tragedia ispirata a Seneca in cui gli elementi realistici dell'opera erano stati congiunti con elementi contemporanei di carattere sovrannaturale, come l'apparizione del fantasma o il caratteristico avvelenamento di cui il vecchio re Amleto è vittima.

Gli antecedenti storici e le affinità concettuali non devono comunque oscurare la singolarità dell'opera di Shakespeare. Prima di tutto occorre notare la natura conflittuale dell'uomo, perfettamente rappresentata in quest'opera. Non appena la rappresentazione inizia, Amleto ha appena completato gli studi, è figlio di un grande re e suo diretto discendente al trono, e tutto ciò sembra esaltare la natura stessa dell'uomo, come si evince da uno dei suoi primi monologhi, in presenza di Rosencrantz e Guildenstern: "Che capolavoro è l'uomo! Nobile d'intelletto, dotato d'una illimitata varietà di talenti; esatto nella sua forma e in tutti i suoi atti; compiuta, ammirevole creazione: pari a un dio nella mente, e nell'azione a un angelo. Lui, la bellezza del mondo. Lui, la misura di ogni animata cosa!". Ma, in contrasto con quanto detto in precedenza, conclude con questa pessimista nota malinconica: "Ebbene, per me non è che una quintessenza di polvere. L'uomo non m'incanta".

 

 

Non rende contraddittoria la rappresentazione del giovane ascendente al trono della Danimarca, figlio di un importante re?

Effettivamente, l'intera opera ruota intorno a questo punto di vista. Si vedrà il giovane Amleto intraprendere una profonda introspezione, tanto da farlo dubitare del mondo intero, di quanto pensava in passato e della presunta eccellenza della sua stessa natura. Di che genere di mondo è stato testimone per essere indotto a rendere tanto discordi i suoi pensieri dalle sue azioni?

Amleto è stato forzato a "sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna". La morte di un re e di un padre, il precedente re Amleto. Scoprire che sua madre Gertrude è una donna di facili costumi, tanto da arrivare all'incesto a soli due mesi dalla morte del padre (rivelazione resa ancora più sconcertante dall'intimità che lega Amleto e Gertrude). Rendersi conto che i propri amici di vecchia data, Rosencrantz e Guildenstern, non sono differenti da tutti gli altri cortigiani: opportunisti con la sola intenzione di "assorbire, dal re, incarichi favori e ricompense". Argomento, questo dell'amicizia (che difficilmente resiste alle pressioni del tempo, come dimostrano qui Rosencrantz e Guildenstern) da non sottovalutare in quanto ricorrente nelle opere di Shakespeare, come ad esempio ne "Il Mercante di Venezia" ed in un'alta percentuale dei suoi sonetti.

Infine, l’ultimo elemento responsabile dello sconvolgimento di Amleto, del suo cambiamento nel vedere il mondo, è la sua fedeltà nell’amore. Inizialmente osserviamo Polonio negare ad Ofelia il diritto di vedere Amleto, fatto in se neanche troppo sconvolgente, se non fosse legato all’atto di Ofelia di prendere parte ad un esperimento preparato dal re e da Polonio per testare l’effettiva pazzia di Amleto. Questa completa perdita di fiducia nel mondo femminile, che sembra confermare quanto pensato in precedenza su Gertrude, è determinante; tanto determinante da spingere alcuni autori teatrali a rivisitare il personaggio di Amleto in chiave Freudiana, accentuando i rapporti con Ofelia e la madre Gertrude.

Inoltre, a generare ed in seguito ad affilare i suoi propositi di vendetta, un fantasma rivelatore (lo spirito di suo padre) appare davanti a lui in due occasioni: lo metterà a conoscenza del suo omicidio da parte del fratello Claudio, incitandolo alla vendetta, e ritornerà in seguito per evitare che i suoi propositi si possano attenuare.

Amleto scopre così di vivere in un mondo di apparenze. Il nuovo re Claudio, usurpando il trono con metodologia e propositi vili, non potrà mai rappresentare l'autorità e la legge come fece in passato il re Amleto. Rappresenta per Amleto, di fatto, "un assassino, un vigliacco, un cialtrone che non vale la ventesima parte d'un millesimo del vostro re di prima; una parodia di re, un tagliaborse del potere e del regno che da un cassetto scassinato ha tratto di furto il ricco diadema della legalità, e se l'è cacciato in tasca".

 

Un altro elemento degno di nota è "La trappola per topi". Questa rappresentazione teatrale dentro la rappresentazione teatrale, e soprattutto la scena in cui il re interrompe bruscamente la recita, sembrano eliminare la sensazione di essere solo presenti ad un’opera. Questo effetto è dato dall’impressione che effettivamente l’unica opera a cui si stia assistendo sia "L’Omicidio di Gonzago", e che l’interruzione di quest’ultima sia un fatto reale. Inoltre non bisogna dimenticare che è la storia di Priamo e Gonzago a convincere realmente Amleto del crimine di Claudio, ravvivando il suo desiderio di vendetta, ed a spegnere la seppur vana ipotesi di aver parlato con uno spirito diabolico.

Ma è solo durante il viaggio in Inghilterra, venendo a conoscenza del tradimento di Rosencrantz e Guildenstern, che Amleto decide di dare il colpo decisivo alla Danimarca, permettendogli di superare ogni scrupolo da cui era stato trattenuto in precedenza.

E' interessante inoltre analizzare i due contrastanti punti di vista di Amleto e Claudio: dove il fantasma del vecchio Amleto rappresentava coraggio, onestà ed onore, Claudio rappresenta viltà, disonestà e vizio. Laddove il giovane Amleto è filosofo e poeta, Claudio è politicante e retorico.

Oppone all'immaginazione filosofica di Amleto un atteggiamento orientato alla praticità ed al materialismo. Ed è proprio questa dualità dell'attuale re, simbolo di autorità del paese e, al contempo, individuo dedito alla menzogna ed alla volgarità, a portare Amleto a scontrarsi con la falsa autorità che Claudio rappresenta. Questo elemento, anch'esso basilare all'interno dell'opera, raggiunge il suo apice nella scena finale, quando Amleto (ferito a morte) trafigge il re, avvelenandolo.

L’unico personaggio che sembra mantenere la propria lucidità senza subire rilevanti sconvolgimenti psicologici, forse a causa della propria saggezza (spesso dimostrata nei dialoghi con Amleto, di cui di fatto è il suo unico confidente), è Orazio. Acquisterà un'importanza sempre più rilevante all'interno dell'opera, divenendo infine l’unico perno fisso nel tragico scenario di morte della scena finale, in cui rappresenta il tramite per trasmettere l’accaduto ai posteri; probabilmente Orazio si può considerare anche il solo uomo veramente degno di rispetto all'interno della corte di Elsinor.

Per concludere, quest’opera non offre verità etiche o morali, ma mostra la vita da una prospettiva molto più ampia di quanto sia mai stato fatto in precedenza; una prospettiva in cui l’uomo si interroga, analizza se stesso, ragiona e soffre sotto una continua pressione emotiva. Un uomo che si interroga, prima ancora che sugli avvenimenti correnti, sui misteri della sua stessa natura. Una simile visione della vita si allontana dal semplice concetto di tragedia, diventando prima ancora di un opera d’arte, uno schema sulla condizione dell’uomo.

 

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I PILASTRI DELLA TERRA

 

 

AUTORE: Ken Follett

 

GENERE: Romanzo storico

 

PERIODO STORICO: 1100-1150

 

 

RIASSUNTO

 

Un Mistery, una storia d’amore, una grande rievocazione storica: l’autore tocca una dimensione epica trasportandoci nell’Inghilterra medioevale al tempo della costruzione di una cattedrale gotica. La storia di una famiglia, di un costruttore ingegnoso, di un padre benedettino, un vescovo senza scrupoli, di un conte spodestato e di sua sorella la ragazza più bella e intrigante d’Inghilterra. Intreccio d’azione e passioni sullo sfondo di un’era ricca di intrighi e tradimenti, pericoli e minacce, guerre civili, carestie, conflitti religiosi e lotte spietate per la successione al trono.

 

PERSONAGGI

 

Tom il costruttore: E’ un muratore, affascinato dall’edilizia e amante delle cattedrali. Tom è un uomo semplice ma molto intelligente, saggio e introverso, s’impone di rispettare sempre e in ogni circostanza i suoi principi, antepone i bisogni della famiglia ai suoi. Alto, biondo, con gli occhi color ghiaccio; è imponente e massiccio, incute terrore agli estranei ma agli occhi degli amici appare buono e mite.  

 

Alfred: Alfred è il figlio primogenito di Tom, ha il suo stesso aspetto fisico, ma al contrario del padre è poco intelligente, brusco e malvagio; è privo di scrupoli, ignorante, e menefreghista. Non s’interessa particolarmente all’edilizia, la vede come un semplice mezzo di sostentamento a differenza del padre e del fratellastro che la definiscono un’arte.

 

Jack: Jack figliastro di Tom, è intelligente, furbo, e saggio; ha vissuto la sua giovinezza nella foresta assieme alla madre Ellen, per poi unirsi adolescente alla famiglia di Tom. Jack, è un ragazzo affascinante, ha gli occhi azzurri che risaltano i suoi lineamenti delicati e longilinei, con una chioma ricciuta di capelli rossi. Jack non è il vero figlio di Tom, ma ha recepito da lui lo stesso spirito nei confronti dell’edilizia, il modo di operare però lo ha acquistato viaggiando in lungo e in largo alla ricerca di nuove tecniche di costruzione e dedicandosi completamente alla costruzione di cattedrali considerandole la vera essenza dell’edilizia.                    

 

Aliena: Figlia del nobile conte Bartolomew, è una ragazza incantevole, lo sguardo penetrante dei suoi occhi verdi, i riccioli neri che le contornano il viso perfetto fanno di lei una delle ragazze più belle e affascinanti d’Inghilterra. Aliena è intelligente, intrigante, non è una donna comune, è affascinata dalla cultura, e dalla conoscenza; Crede in ciò che fa, e si sente una donna indipendente.

 

Padre Phillip: Privato dei genitori a sei anni Phillip, viene adottato dai frati benedettini. Visse nel monastero benedettino fino all’età di ventisette anni, e, dopo aver dimostrato abilità e competenza, viene eletto priore al priorato di Kingsbridge, dove regnava un clima di decadente. Philipp riorganizzò il priorato rendendolo efficiente, e produttivo; con un’immensa biblioteca, una scuola di novizi prestigiosa e rinomata. Costruì una cattedrale imponente, con nuove tecniche di costruzione portate importate da Francia, Spagna e dai paesi arabi, e messe in atto da Jack. Philipp è una persona concreta, che sa quello che vuole e come ottenerlo, è un uomo che vive nell’umiltà. Astuto, intelligente, ha gli occhi color ghiaccio, i capelli neri, il viso scarno, il naso adunco, l’insieme fa un’espressione sempre attenta e vigile ma serena.             

 

 

 

COMMENTO:

E’ avvincente, intrigante, misterioso in ogni pagina ce una sorpresa, un tradimento, una battaglia o una storia d’amore.Le descrizioni sono molto curate ma non complicate, si capisce al volo lo spirito di un personaggio, e credo che questa sia una finezza dell’autore verso i più giovani ma, ciò non vuol dire che le descrizioni siano semplici o meccaniche. I periodi sono brevi e il racconto in terza persona non è pesante da leggere, il lessico è appropriato e non troppo specifico, riesce a catturare l’attenzione del lettore che ne diventa padrone.

Il racconto ti travolge mentre leggi e t’immedesimi immediatamente nei protagonisti, io personalmente mi rivedo Jack figliastro di Tom, è un personaggio affascinante sempre pieno di idee innovative, prende sempre l’iniziativa, affronta senza preamboli qualsiasi pericolo se questo può essere utile ma, la sua vera essenza sta nel leggere e nell’apprendere, Jack al contrario di qualunque uomo non ecclesiastico, nel medioevo, è affascinato dalla lettura e dall’apprendere, s’innamora di Euclide di Aristotele, apprezza cose che al tempo erano definite scempiaggini, m’immedesimo in lui perché conosco l’emozione che si provano leggendo un libro, si acquistano capacità estranee a chi non legge, un libro mi attira come una calamita, anche se leggere oggigiorno può sembrare un po’ fuori moda come nel medioevo una stupidaggine.        

 

PASSO PREFERITO:

 

Il passo che ho apprezzato particolarmente, è stata la digressione che compie l’autore sul viaggio di Jack, alla ricerca di nuove tecniche di costruzione; Jack compie un viaggio di due anni attraverso Spagna, Francia e paesi dell’Africa settentrionale, raccogliendo informazioni sulla costruzione degli archi a sesto acuto, e tutte tecniche di costruzione innovative, ma quello che mi ha colpito particolarmente è stata la parte teorica sulla costruzione in cui Jack apprese dai testi Euclide e Pitagora i vari calcoli e le varie funzioni geometriche in modo da poterle poi applicare all’edilizia.  

 

 

 

 

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Cantù Roberto    

 

 

RECENSIONE DEL ROMANZO “PRIMA DI MEZZANOTTE” DI

KLAVAN

 

“Prima di mezzanotte” è un thriller mozzafiato, Andrew Klavan, l’autore, è uno scrittore di racconti thriller molto bravo, ne ha pubblicati molti ottenendo tanto successo, vincendo così per ben due volte il prestigioso Edgar Award. Klavan ha ottenuto il diploma universitario presso l’università di Berkeley.

Tra le sue opere possiamo citare: “Non dire una parola”, “L’ora delle bestie”, e i romanzi dedicati ai casi del reporter John Wells:

“Il tranello”, “Una lama d’ombra”, “Pioggia sporca” e “Giustizia sommaria”. La critica parla molto bene di Klavan, tanto da paragonare i suoi thriller a quelli di Hitchcock.

Frank Beachum è detenuto nel braccio della morte e mancano poche ore all’esecuzione, in questo romanzo è raccontata tutta la sua ultima giornata.

Frank è condannato perché è sospettato di aver ucciso una studentessa in un piccolo supermarket.

Il tempo gli vola, si rifiuta di confessarsi con il cappellano del carcere, aspetta la visita di sua moglie e della sua piccola figlia che poi arrivano.

Mancano sempre meno ore e Frank sa di essere innocente ma pochi o nessuno gli crede.

Per fatalità la giornalista che avrebbe dovuto intervistarlo ha un grave incidente con l’auto; il capo del giornale affida l’intervista a Everett un uomo che nella vita ha avuto molti fallimenti.

Il reporter visita il luogo dell’omicidio e incomincia ad avere dei dubbi sulla colpevolezza di Frank.

Durante l’intervista Everett capisce l’innocenza dell’uomo e  nelle poche ore che mancano a mezzanotte deve riuscire a salvarlo in quanto è la sua ultima speranza.

La lettura è molto piacevole in quanto Klavan è riuscito a lavorare sulle nostre sensazioni arricchendo il romanzo di souspance che vi indurrà a leggerlo in pochissimo tempo.

Personalmente mi è piaciuto molto perché mi ha coinvolto rendendomi partecipe della storia di questi due uomini.   

Molto profondi sono i pensieri del carcerato, ci sono alcune frasi che fanno stringere il cuore.

 

“Questo fa un uomo. Si dimostra forte , così le persone attorno a lui non avranno paura. Si dimostra coraggioso, così le persone che ama si sentiranno sicure. Questo è esattamente ciò che significa essere uomo."

 

Da questa frase si capisce con quale forza, Frank va incontro al suo destino per non far sentire male le persone che ama.

Questo è sicuramente un libro da leggere, adatto a chiunque soprattutto a quelli che amano i thriller.

 

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Relazione su "Taide" di Anatole France

Autore:
France, Anatole Pseudonimo di Jacques-Anatole-François Thibault (Parigi 1844 - Saint-Cyr-sur-Loire 1924), romanziere e critico letterario francese. Figlio di un libraio, fu un brillante autodidatta ed entrò molto giovane nell'ambiente degli eruditi e dei bibliofili parigini, dove conobbe i poeti parnassiani. Esordì con una raccolta di poesie e un dramma in versi, pubblicati rispettivamente nel 1873 e nel 1876, ma fu nel genere del romanzo che eccelse. L'esordio con Il crimine dell'accademico Sylvestre Bonnard (1881) già rivelava pienamente le caratteristiche di equilibrio classicheggiante e di garbata arguzia che avrebbero contrassegnato la sua produzione.
Fra gli scritti successivi sono i saggi riuniti sotto il titolo la Vie littéraire (1888-1892), e il romanzo d'ispirazione storica Taide (1890). Seguirono Il giglio rosso (1894), Il giardino di Epicuro (1894) e il volume di racconti Il pozzo di Santa Chiara (1895). Tra il 1897 e il 1901 pubblicò la tetralogia Storia contemporanea - comprendente i romanzi L'olmo del Mail, Il manichino di vimini, L'anello d'ametista e Il signor Bergeret a Parigi - che mostra l'interesse di France per i problemi della società francese. Tramite personaggi intrisi di una malinconia pacatamente ironica, l'autore esplora la vita della piccola borghesia, mette in luce le disillusioni degli intellettuali e denuncia gli effetti corrosivi che l'affare Dreyfus, con i suoi oscuri risvolti, ebbe sulla credibilità delle istituzioni.
L'interesse per i grandi temi dell'epoca &#8211; le libertà civili, l'istruzione pubblica laica, i diritti dei lavoratori &#8211; che dopo la Rivoluzione russa lo avvicinarono alle idee comuniste, si acuì nelle opere più tarde. Fra queste, esemplari per impegno sociale e impeccabilità stilistica sono L'isola dei pinguini (1880), La rivolta degli angeli (1914) e Gli dei hanno sete (1912). Nel 1896 France venne eletto all'Académie française e nel 1921 fu insignito del premio Nobel per la letteratura.

Personaggi:
Taide: è la protagonista femminile del romanzo, era una attrice prostituta dall'animo nobile che teneva nel suo cuore un impolverato battesimo che Pafnunzio risveglierà facendo di lei una santa.

Pafnunzio: è il protagonista maschile del romanzo. Questo ex-filosofo che ha trovato la verità in Cristo si propone di salvare l'anima di Taide dalla perdizione; riuscirà al suo scopo ma, a carissimo prezzo.

Palemone: è il più saggio e anziano fra gli anacoreti di Tebaide, per due volte consiglia con grande umiltà l'abate Pafnunzio ma, egli due volte non si aggrappò a quelle cime lanciategli da Dio per risalire dall'oblio.

Paolo: soprannominato il Semplice è l'anacoreta prediletto da Dio. Egli infatti è il prototipo del povero di spirito che non si serve della superba ragione allo scopo di avvicinarsi a Dio. Spesso ha  rivelazioni divine che sfuggono agli altri anacoreti (Paolo è l'unico ad accorgersi che Pafnunzio non è più la stessa persona quando ritorna da Alessandria ed è anche l'unico ad intuire la natura malefica della fuga di Pafnunzio dal suo capitello.

Ricchi alessandrini: Nel romanzo spiccano le rappresentazioni delle maggiori correnti di pensiero del periodo classico quali: Nicia (il sofismo), Eucrito (lo stoicismo), Zenotemi (l'epicureismo), Dorione (la dotrina di Eraclito), Cotta (il mos maiorum), Ermodoro (la religione ufficiale), Callicrate (la poesia), Marco l'Ariano (l'eresia), Aristobulo (chi non pensa), Filina & Drose (la civetteria).

San Teodoro: rappresenta la forza trascinante dei testimoni del Vangelo (martiri). È la testimonianza vivente della grandezza del Cristianesimo.

Contenuti:
La storia di Pafnunzio è senza dubbio un enorme paradosso, infatti sono continui in essa  gli scambi di ruolo che fanno mutare i personaggi da un opposto all'altro. I protagonisti cambiano completamente aspetto nel corso del romanzo per poi ritornare alle origini: Pafnunzio da filosofo-peccatore diventa un esempio di santità percorrendo la strada della rinuncia per poi ritornare nell'oblio; Taide da dolce e povera bambina plasmata dal martire Teodoro diventa ricca prostituta d'alto borgo per diventare una santa che vive col sudore delle proprie mani.
Però osservando attentamente questi stati dell'animo si osserva non solo un ritorno alle origini ma il giungere ad una presa di posizione più estrema di quella di partenza, simile ad una freccia che dopo esser stata  tirata indietro viene scoccata dall'arciere percorrendo una distanza maggiore di quella che aveva fatto nella direzione opposta al bersaglio.
Gli altri personaggi non mutano mai posizione nel corso del romanzo in quanto sono facilmente identificabili non come rappresentazioni persone vere e proprie ma, come una campionatura del pensiero degli uomini; basta pensare al suicidio di Eucrito che a mio parere serve a simboleggiare la fine dello stoicismo.
Sono invece difficilmente comprensibili, senza usufruire della visione di Paolo il Semplice, le disgrazie dell'abate successive agli insulti rivolti a Taide sulla strada per il monastero di Albina. Infatti se è palese l'origine maligna di Stilopoli, non si capisce bene come può il demonio operare miracoli incredibilmente simili a quelli divini e Dio restare indifferente alle suppliche di Pafnunzio che gli ha rivolto durante la sua permanenza nella tomba egizia.

Commento personale:
Taide è senza dubbio un romanzo fuori dal comune. In esso non si riesce bene a delineare la fine della storia fino a quando Paolo non rivela la sua mistica profezia.
Personalmente non ho apprezzato particolarmente l'assurda descrizione della nascita di Stilopoli mentre mi è piaciuta in particolar modo la parte inerente al banchetto; in essa infatti  ho apprezzato il verbale di un immaginario dibattito tra culture della società antica e le loro interpretazioni così diverse tra loro della Bibbia.
Il romanzo è reso più realistico dall'ignoranza che presentano i personaggi verso alcuni argomenti. All'epoca infatti c'erano scarsissime conoscenze storiografiche e quelle poche che c'erano erano non solo dominio di una ristretta elite  culturale ma anche mischiate con la leggenda (Ahmes non conosce con esattezza l'epoca in cui è vissuto Gesù).  Particolare è anche la suddivisione dei capitoli che France intitola con nomi di vegetali man mano meno graziosi a seconda della condizione spirituale dell'abate (si passa infatti da un fiore ad una pianta di umile origine per finire con una erbaccia velenosa).

 

 

 

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a ciascuno il suo

 

 

Sciascia, Leonardo (Racalmuto, Agrigento 1921 - Palermo 1989), scrittore italiano noto per i suoi romanzi incentrati sul potere e la corruzione in Sicilia. Fu insegnante di scuola elementare a Caltanissetta dal 1949 al 1957 e a Palermo dal 1957 al 1968, pubblicando frattanto romanzi, racconti, opere teatrali e saggi che, come egli stesso affermò, formavano un'unica opera, mirante a illustrare la tragedia del passato e del presente della sua isola d'origine. Le parrocchie di Regalpetra (1956) è un volume di racconti che esaminano le condizioni della Sicilia rurale, sottoposta all'azione della mafia, del Partito fascista e della Democrazia cristiana. Fecero seguito i racconti di Gli zii di Sicilia (1958) e i romanzi sulla Sicilia contemporanea, quali Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966) e Todo modo (1974), che riguardano indagini criminali condotte dalla polizia: in essi però il giallo tende a proiettarsi in una dimensione filosofica e metaforica. Sempre di intreccio da romanzo giallo è La scomparsa di Mayorana (1975). Dal romanzo Il contesto (1971), sempre appartenente a questo gruppo di opere, derivò il film di Francesco Rosi Cadaveri eccellenti (1976). Anche Il consiglio d'Egitto (1963), Candido (1979) e altri romanzi presentano vari aspetti della storia siciliana che, come già avveniva nelle opere di Pirandello, tende a trasformarsi in modello della condizione umana. Dal 1978 Sciascia si concentrò sull'attività saggistica e politica (L'affaire Moro, 1978; Dalla parte degli infedeli, 1979) e, come rappresentante del Partito radicale, divenne membro del Parlamento europeo e del Parlamento italiano nel 1979. Degli ultimi anni sono i romanzi brevi La strega e il capitano (1986), Porte aperte (1988, dal quale nel 1990 Gianni Amelio ha tratto l'omonimo film interpretato da Gian Maria Volonté) e Una storia semplice (1989).

 

 

RIASSUNTO:

 

Durante una giornata di caccia, il farmacista Manno ed il dottor Roscio vengono misteriosamente uccisi a colpi di fucile. In paese si sparge la voce e,molte persone, avanzano varie ipotesi sulla causa. Alcuni giorni prima il farmacista aveva ricevuto una lettera minatoria nella quale lo si invitava a non andare a caccia. Le indagini sul doppio omicidio vengono guidate dal professor Laurana e dal maresciallo; contribuiscono,anche se in minima parte, anche don Luigi Corvaia, il notaro Pecorilla e l'avvocato Rosello, cugino della moglie di Roscio. Laurana, che e' un grande amico di Roscio, scopre alla fine la verita',grazie alle testimonianze di suoi amici e colleghi.

Rosello aveva da molto tempo una relazione con sua cugina e Roscio era venuto a conoscenza del fatto. Cosi' il dottore aveva minacciato l'avvocato di rendere noto a tutti alcuni documenti sulle sue attivita' illegali ed era persino andato a Palermo, da un suo amico, per avvertire che un ''notabile'' del paese ''aveva in mano'' tutta la provincia, rubava, corrompeva... Roscio era quindi pronto a denunciareRosello,ma questo ultimo,non potendo vivere nella paura di essere scoperto, aveva deciso di elimare il dottore.Laurana capisce cosi' che il farmacista era innocente. Infine il professore ''stringe'' amicizia con la vedova di Roscio, la signora Luisa, la quale e' disposta a collaborare per punire il cugino ma,una sera Laurana,dopo essersi presentato ad un appuntamento con Luisa e dopo aver capito che lei non sarebbe piu' arrivata, sparisce misteriosamente. Solo un ragazzo lo ha visto per l'ultima volta mentre entrava in un'auto nera. Laurana viene ucciso pagando cosi' di persona la sua curiosita'; nessuno lo trovera' piu' perche' giace sotto un pesante mucchio di rosticci in una solfatara abbandonata, a meta' strada tra il suo paese ed il capoluogo.

 

LUOGHI,AMBIENTI SOCIALI,TEMPO:

 

La vicenda si svolge in un paesino della Sicilia dove la vita e' abbastanza tranquilla e ognuno cerca di essere poco curioso, di non intromettersi negli affari politici ed economici,altrimenti, come e' successo al professor Laurana, si paga con la propria vita. I punti di riferimento in questo ambiente sono le solfatare, le campagne circostanti, le zone di Cannatello (luogo del doppio omicidio) e la piazza del paese nella quale si erge la statua di Mercuzio Spano' ''maestro del diritto,piu' volte sottosegretario alle poste''. Gli uomini che godono di maggior rispetto sono don Luigi Corvaia, il notaro Pecorilla, il colonnello Salvaggio, il commendator Zerillo, il farmacista Manno, Roscio, il maresciallo e Laurana.La storia e' ambientata negli anni '60: questo indizio viene fornito dall'autore solamente una volta in tutto il romanzo. Nel capitolo VIII, infatti, quando Laurana si reca dal padre del defunto Roscio, il vecchio inizia a criticare alcune canzoni di quei tempi, come ad esempio ''Una lacrima sul viso''; questa canzone fu lanciata da Bobby Solo proprio nell'estate del 1964.

 

PRESENTAZIONE PERSONAGGI:

 

PAOLO LAURANA - protagonista

Laurana e' un uomo timido,gentile,onesto,ama la dolce vita; ogni giorno parte con la corriera per andare a scuola, si dedica alla lettura ed allo studio. Insegna lingua straniera,italiano e filosofia ed e' soddisfatto del suo lavoro.Ha quasi quarant'anni,alcune volte e' ''travolto'' dal desiderio d'amore.Vive con sua madre e non e' sposato. Ha avuto pochi amici e l'unico che gli era sempre stato fedele,Roscio, e' morto. La morte dell'amico crea nel protagonista desolazione, con ''intermittenze'' ansiose che si manifestano anche fisicamente.Si sente oppresso. Laurana, spinto dalla curiosita', decide di indagare sul delitto. Non vuole arrendersi mai anche se avverte il peso del pericolo. Arrivato alla conclusione della sua indagine privata, inizia a frequentare la signora Luisa, vedova di Roscio. In lei Laurana vede ''una speranza di amore'', e' attratto dal suo fascino, dal suo corpo,dai suoi capelli... Vicino a lei si sente imbarazzato, goffo, ''quasi inutile''. Dopo la sua morte i paesani continuano a parlare di lui, lo rimpiangono.

 

DOTTOR ROSCIO - comprimario

Era una bravo dottore del paese, di ideologie comuniste,grande amico del professor Laurana. Amava molto leggere, trascorrere le serate sul balcone o in salotto. Era intelligente ma di una intelligenza ''quiete,lenta''. Adorava la campagna.Roscio e' sempre stato fedele alla moglie Luisa, l'amava molto anche dopo averla vista in ''compagnia'' del cuigino, l'avvocato Rosello. Il dottor Roscio aveva un carattere chiuso, non si confidava mai ma, dopo aver saputo la verita' su Rosello, aveva avuto il coraggio di ''confessare'' i fatti ad un deputato, poi era rimasto in silenzio con la paura di essere colpito da un momento all'altro. Aveva molti soldi e nessuna ambizione, amava il suo mestiere, il paese, le serate al circolo o in farmacia, la caccia ed i cani ma soprattutto amava la sua bambina. Con Laurana Roscio poteva abbandonarsi liberamente alla conversazione. Anche questo personaggio,come il professore, aveva avuto il coraggio di denunciare dei fatti negativi accaduti nel suo paese e,per aver scoperto la verita' e' stato punito dalla malavita.

 

MANNO: - comprimario

Era un farmacista,uomo timido ed onesto, amante della caccia e della vita di paese. Dopo la sua morte, in paese si vocifera che sia stato ucciso per aver molestato una ragazza di vent'anni ma, la moglie Teresa Spano' lo difende, dicendo che le era sempre stato fedele. Manno proveniva da una famiglia povera, era avido, avaro, gli piaceva ascoltare ma non parlare. Da quando aveva aperto la farmacia pero' era cambiato. Era un bell'uomo, gentile, affezionato a sua moglie ed e' amico di tutti i suoi paesani. Dopo aver ricevuto la lettera anonima sulla quale vi era scritto ''Unicuique suum'' (A ciascuno il suo), si era spaventato ed aveva chiesto subito aiuto al commissario.

 

LUISA ROSELLO:

e' la moglie di Roscio e cugina di Rosello, e' una donna attraente,molto bella e gentile, ''attaccata'' al marito ed alla figlia. In paese viene definita una ''donna da letto'', tutti parlano bene di lei. Da piccola viveva con il cugino e,dopo la morte del marito, vorrebbe risposarsi proprio con l'avvocato ma in seguito cambia idea. Collabora con Laurana. Veste spesso con abiti attillati e corti, sembra quasi un'odalisca, e questo e' ovviamente notato da tutti i ''giovinastri'' del paese. E' l'oggetto del desiderio di molti uomini. Nel capitolo XV vie ne paragonata alla bella ninfa di Diana, Aretusa. Luisa e' una aiutante positiva.

 

TERESA SPANO':

e' la moglie di Manno ed e' una lontana parente del noto Mercuzio Spano' un benefattore vissuto in quel paese. E' una donna buona, di grandi virtu', piuttosto brutta. Rimane per molto tempo sconvolta per la morte del marito e si veste di nero per portare il lutto. E' gentile, molto disponibile con Laurana e con il maresciallo, cerca di stare vicino a Luisa che, come lei, e' vedova. Teresa amava molto suo marito e lo difende, anche dopo la sua morte, dalle pesanti accuse di molestia nei confronti di una ragazza. Questo personaggio e' descritto in modo positivo.

 

PROFESSOR ROSCIO:

e' il padre del dottor Roscio ed e' in pensione da circa venti anni. E' un uomo di ideologie comuniste, come suo figlio, ama molto la ''Divina Commedia'', adora il figlio ma non ne condivide la scelta di sposare una donna di famiglia democristiana. Il professore soffre molto per la morte del figlio e fa capire in modo molto chiaro a Laurana che vorrebbe trovare gli assassini. Questo personaggio e' un aiutante positivo poiche' fornisce dettagliate informazioni sulla vita e sul carattere del figlio.

 

ARCIPRETE ROSELLO:

e' lo zio della signora Luisa e Laurana si rivolge a lui per avere lo  ''Osservatore Romano'', quotidiano dal quale sono state ritagliate le lettere che formano ''unicuique suum''. L'arciprete vive in una grande casa, e' sempre stato affezionato a Luisa,sua nipote. E' un uomo onesto, sincero, e come Laurana ha '' sete di giustizia''. Ogni tanto frequenta il parroco di Sant'Anna e con lui conversa. Questo personaggio e' un aiutante positivo in quanto fornisce a Laurana delle informazioni sia sulla vita della nipote Luisa che del nipote, l' avvocato Rosello.

 

AVVOCATO ROSELLO:

e' il cugino di Luisa ed e' un antagonista poiche' e' il responsabile della morte di Manno, Roscio e Laurana. E' un uomo molto ricco, fa parte del consiglio d'amministrazione della Furaris, e' anche consulente tecnico della stessa societa'. E' inoltre presidente di altre ditte; svolge quindi diverse attivita',molte delle quali illegali: Gode della stima dei socialisti ed i suoi affari privati lo portano fino a Palermo. Sono pero' affari oscuri, nei quali nessuno cerca di ''ficcare il naso''. Rosello e' forse l'uomo piu' importante del paese, apparentemente sembra onesto, molto socievole, espansivo e finge di collaborare con Laurana. Fin da piccolo e' cresciuto con la cugina Luisa con la quale ha avuto una lunga relazione amorosa, nascosta a Roscio. Dopo la morte di Roscio in paese di parla gia' di matrimonio tra i due cugini, matrimonio che potrebbe ''riunificare una proprieta'''. Rosello, sposando una vedova con una bambina, riunificherebbe la ''roba'', facendo quasi un'opera di carita' e sarebbe visto con stima e simpatia.

 

ANALISI LINGUISTICA E STILISTICA

 

In questo romanzo ho riscontrato poche figure retoriche, ad

eccezione di alcune similitudini e metafore:

-''Questa specie di nave corsara che e' stata la Sicilia...''

-''Come quando dalla cima di una montagna si scende di col-

 po a valle''.

Ho individuato anche un assimoro:

-''Inquietudine gioiosa''

Alcune espressioni particolari:

-''Con un baluginare di specchi''

-''...E mangia il pane duro e le pere sfatte''.

-''Per questa carita' che aveva per i resti della mensa, quasi

 che implorassero la grazia di diventar feci...''

-'' O mangi questa minestra o salti dalla finestra''.

Ho notato che l'autore non riporta parole o frasi in dialetto siciliano, si sofferma molto sulla descrizione di paesaggi -Palermo,Montalmo, campagna,ecc.- e dei personaggi.Mette in evidenza le rivalita' ideologiche tra comunisti e democristiani: ''...benche' i comunisti siano anch'essi al potere, e' sempre piu' facile ottenere favori da questi altri'', ''e perche' no? Abbiamo rosicchiato per vent'anni a destra, ora e' tempo di cominciare a rosicchiare a sinistra. Tanto non cambia niente''. ''Ecco come siete, voi comunisti: di una frase fate una corda e ci impiccate un uomo...''.

 

CONSIDERAZIONI PERSONALI SULL'OPERA

 

Questo romanzo mi ha particolarmente interessato perche', oltre ad essere scritto in modo comprensivo e ad avere uno stile abbastanza semplice, e' un vero e proprio ''quadro'' della vita di Sicilia, dei suoi abitanti, del loro modo di agire.Mette in evidenza l'rganizzazione sociale di questa regione

- ricchezza dei truffatori, attivita' illegali, ecc.-In alcuni capitoli mi e' sembrato di leggere un libro giallo,soprattutto durante le indagini di Laurana e tutti i misteri dell'omicidio-. Trovo che il titolo del romanzo sia molto adatto alla storia ''Unicuique suum'' che vuol dire ''A ciascuno il

suo'' poiche' a mio parere l'autore vuol dire che ogni persona deve stare al suo posto senza intromettersi negli affari altrui. Chi ''disturba'' sara' punito, mentre chi sapra' tacere e non sara' curioso verra' risparmiato dalla morte.

 

 

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