Sant' Agostino
Collegamenti utili gratuiti
-
Sant’ Agostino – La vita
Queste pagine sono dedicate alla vita, al pensiero e alle opere di Sant’ Agostino, grande padre della Chiesa, vissuto a cavallo tra il secolo IV e V. La ragione di questa scelta sta nel fatto che S. Rita è agostiniana e sant’ Agostino ne è il padre spirituale. Agostino fondò monasteri di uomini e di donne e per essi scrisse una Regola che, attraverso i secoli, ha scandito la vita di tutti i monasteri agostiniani, e quindi anche del Monastero di S. Maria Maddalena di Cascia. S. Rita vi è vissuta per 40 anni circa e ci si è fatta santa. Pertanto conoscere la vita, il pensiero e le opere di sant’ Agostino significa conoscere meglio la santità di S. Rita e il fascino che suscita in chi si avvicina alla sua persona.
Agostino nacque a Tagaste ( oggi Souk-Aras in Algeria ) nel 354 da Patrizio pagano e Monica cristiana. Dal padre ereditò la passionalità e l’ ambizione, dalla madre la nobiltà del carattere, la forte volontà, la sensibilità e l’ educazione cristiana.
Ragazzo vivace e intelligente, non tollerò mai i metodi repressivi dei suoi maestri; gli piacque più giocare che studiare. Quando però capì l’ importanza dello studio, vi si dedicò con tale passione da essere sempre il primo della classe. A 17 anni si recò a Cartagine per gli studi universitari, aiutato dal ricco amico Romaniano e dai non pochi sacrifici dei suoi genitori. A 19 anni, durante il corso normale degli studi, ebbe tra le mani un famoso dialogo filosofico di Cicerone, intitolato Hortensius; ne rimase affascinato e sconvolto: il libro, con linguaggio persuasivo e incisivo, affermava che lo scopo della vita dell’ uomo è quello di ricercare con impegno la “sapienza” attraverso l’ esercizio delle virtù cardinali (= cardini della vita ): prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Agostino farà spesso riferimento al cambiamento provocato dalla lettura di questo libro, perché segnò una tappa fondamentale nel cammino di ricerca della verità. L’Ortensio lo svegliò dal sonno monotono della provincia e gli allargò gli ideali: le declamazioni poetiche lasciarono il posto al filosofo, impegnato nella vita a ricercare la Sapienza che desse sapore, gusto all’esistenza.
A Cartagine s’innamorò di una ragazza, convisse con lei come un marito e ne nacque un figlio: Adeodato, giovane di grande ingegno da impensierire perfino il padre. L’incontro più fuorviante fu quello che fece con la setta manichea: una sorta di religione piena di fantasie orientali, ammantate di cristianesimo. Agostino rimase manicheo, tra gli “uditori”(così si chiamavano i semplici fedeli della nuova religione), per circa nove anni.
Dalla loro scuola apprese l’odio per la Chiesa cattolica e per le divine Scritture; fu perfino apostolo fervente: convertì alla setta diversi suoi amici: Alipio, Nebridio, Onorato, Romaniano ed altri
Intanto si laureò in Retorica ( = arte del ben parlare ), insegnò a Tagaste, a Cartagine, a Roma. Arrivò poi a Milano, carico di onori, era infatti il professore ufficiale della Corte imperiale, ma con il cuore in subbuglio perché era diventato scettico, sulla soglia della disperazione di raggiungere la verità. Agostino era oramai convinto di non trovare la verità nella Chiesa cattolica, i Manichei poi l’ avevano imbrogliato e deluso, altre letture di filosofi non l’ avevano soddisfatto: ecco lo scetticismo ( lo scetticismo è un modo di pensare e vivere che è convinto che la verità o non c’ è o, se c’ è, è irraggiungibile ).
A Milano, ascoltando le prediche di sant’ Ambrogio, a contatto con la Chiesa milanese, molto vivace e impegnata nel sociale, con un Circolo culturale che raccoglieva il fior fiore delle intelligenze di questa città, stimolato dall’ esempio di illustri conversioni, come quella del retore Mario Vittorino ed altri, inseguito dalle preghiere di sua madre Monica e dalla grazia di Dio, si convertì al servizio totale di Cristo; aveva allora 33 anni. Ricevette il battesimo la notte del Sabato Santo 24/25 aprile del 387, insieme al figlio Adeodato e ad Alipio, suo amico fedele, dalle mani di sant’ Ambrogio. Subito dopo il battesimo Agostino, sua madre, il figlio Adeodato e gli altri amici decisero di partire dalla capitale lombarda per l’ Africa; ad Ostia Tiberina, mentre attendevano la nave che li avrebbe riportati in Africa, Agostino e sua madre, dalla finestra della casa che li aveva ospitati, mentre contemplano il cielo e parlano di Dio, ebbero l’ esperienza dolcissima dell’ estasi, che Agostino descrive alla fine del libro nono delle Confessioni. Dopo qualche giorno Monica si ammalò e morì.
Ritornato al suo paese natale, Tagaste (388), Agostino vendette quel poco che aveva, lo distribuì ai poveri e si ritirò nella casa paterna che trasformò in piccolo monastero. Qui visse per tre anni nella preghiera, nello studio e nella penitenza. Lo spostamento ad Ippona, città di mare, gli fu fatale: nell’ attesa di un amico con il quale doveva parlare, si recò in chiesa per pregare; qui trovò la sorpresa: il vescovo si stava lamentando che aveva assolutamente bisogno di un aiutante perché vecchio e stanco. Il popolo, che conosceva Agostino per fama, gridò: Agostino sacerdote! Fu così che divenne sacerdote contro la sua volontà; era l’ anno 391. Quasi alla stessa maniera venne ordinato vescovo nel 395/6. Questa fu una nuova conversione, Agostino proprio non se l’ aspettava; ma una volta venuta, l’ accettò come volontà di Dio. Fu sacerdote e vescovo eccellente: tutto dedito al servizio dei suoi fedeli, della Chiesa, che amò teneramente come si può amare una madre. Zelante della Casa di Dio e della salvezza delle anima, riorganizzò in cristianesimo in tutta l’ Africa romana ( nord Africa ), fondando una infinità di monasteri di uomini e donne, impegnati al servizio della Chiesa.
Il vescovo Agostino diede grande importanza all’assistenza delle classi deboli, quali gli orfani, le vedove; s’impegnò a trovare i fondi per il riscatti delle persone rapite e fatte schiave. Fu anche l’iniziatore di quelli che noi chiamiamo “Seminari”; il primo Seminario fu quello che fondò nel suo episcopio, di cui fu il primo sacerdote. Egli stesso ne fu l’educatore, il maestro, il padre. Dai suoi monasteri, ci assicura Possidio, amico discepolo, uscirono molti saggi e colti vescovi, posti a guidare le diocesi dell’Africa che ne erano privi, come Alipio, Evodio, Possidio e tanti altri.
Agostino svolse anche una febbrile attività polemica, combatté cioè molte eresie Manichei, Donatisti, Pelagiani, Ariani, Pagani, con discorsi, Sinodi, Concili e con tante opere. Questa attività, volta a salvaguardare l’integrità della fede, era dominata da un principio a cui Agostino si attenne sempre: grande rispetto per gli uomini, ma odio serrato contro l’errore e il peccato,
Servì la Chiesa nei suoi fedeli, convinto di servire Cristo, considerando il servizio come un atto di amore. Seguì Gesù, venuto nel mondo a servire e non ad essere servito. Agostino lo imitò alla lettera; è sua l’espressione “servo dei seri” .
La morte lo colse impegnatissimo, mentre componeva contemporaneamente tre opere: Le Ritrattazioni, opera singolare e unica, nella quale rivide tutti i suoi libri, annotandone la composizione, la data e gli eventuali errori; il Contro Giuliano, con il quale rispondeva ai libri dell’eretico, man mano ce gli giungevano da Roma; Le Eresie, libro che gli avevano richiesto e che doveva servire a riconoscere senza difficoltà le eresie del suo tempo. Tutte e tre le opere rimasero incompiute per il sopraggiungere della morte che avvenne il 28 agosto del 430, mentre i barbari di Genserico invadevano la sua Ippona. Prima di morire, lo racconta il suo biografo Possidio, si fece scrivere i Salmi penitenziali sulla parete in fronte al letto, li leggeva e piangeva di commozione. Così l’uomo, che aveva scritto la grande e difficile opera La città di Dio, monumento alla Provvidenza di Dio, moriva. Così muoiono i santi.
Mi pare importante notare che Agostino non si distinse per la costruzione di edifici, chiese, oratori; mentre fu grande costruttore di cultura: la biblioteca dei suoi scritti sono il monumento più elevato che un uomo abbia potuto costruire. Questi libri hanno alimentato di filosofia, teologia, spiritualità, tutti i secoli, incominciando dal suo fino a noi. “Raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della Chiesa con tutti i codici” . “Lasciò alla Chiesa, clero abbondante e monasteri di uomini e di donne praticanti la continenza con i loro superiori; inoltre biblioteche contenenti libri e prediche sia suoi sia di altri santi, dai quali si può conoscere quanta sia stata, per dono di Dio, la sua grandezza nella Chiesa e nei quali i fedeli lo trovano sempre vivo”( Possidio ).
Morì ad Ippona il 28 agosto del 430 mentre i barbari di Genserico mettevano a ferro e fuoco tutta l’ Africa romana.
Il suo corpo fu tumulato nella basilica della Pace. In seguito fu trasferito in Sardegna e da qui, verso il 725, fu fatto traslare a Pavia, nella basilica di San Pietro in Ciel d’ Oro, dal re longobardo Liutprando.
Le opere
Agostino ha scritto moltissimo: presenteremo solo l’elenco delle opere, pubblicate dalla Città Nuova Editrice. Sono due serie di pubblicazioni: L’ Opera Omnia cioè tutte le opere di Agostino in edizione bilingue ( latino e italiano ), comprensiva di cinquantanove volumi; gli ultimi due ( Contro Fausto manicheo ) sono in corso di pubblicazione. L’ altra serie è la Piccola Biblioteca Agostiniana (P.B.A.) con la quale vengono pubblicate le opere più piccole, ma non meno importanti, per esempio La vera religione, Fede, speranza e carità, l’Utilità del credere ecc. libri particolari di opere grandi, oppure antologie su temi specifici, come L’ amicizia, la bellezza, la Sapienza ecc..
Riportiamo qui l’elenco delle sue opere, pubblicate dalla Città Nuova Editrice, in edizione bilingue: latino e italiano.
Opere autobiografiche:
Confessioni - Ritrattazioni.
Opere filosofiche - dogmatiche:
La controversia accademica - Il maestro - L'ordine - Il libero arbitrio - La felicità - I soliloqui - La musica - La Trinità - La Città di Dio - La vera religione - L'utilità del credere - Fede e opere - La fede nelle cose che non si vedono.
Opere pastorali:
La regola - Dignità del matrimonio - Dignità della vedovanza - La santa verginità - La continenza - Le nozze e la concupiscenza - La menzogna - Il lavoro dei monaci - La cura dei morti Agone cristiano - La catechesi ai principianti La pazienza - I connubi adulterini.
Opere esegetiche:
La dottrina cristiana - Questioni sull'Ettateuco - Esposizione della lettera ai Galati - Genesi
contro i Manichei - Discorso del Signore sulla montagna - Questioni sui Vangeli - Questioni sulla lettera ai Romani - Annotazioni su Giobbe - 17 questioni sul Vangelo di Matteo.
Opere polemiche:
La natura del bene - Disputa con Fortunato - I costumi della chiesa cattolica e i costumi dei manichei - Lo spirito e la lettera - Natura e grazia - La grazia di Cristo e il peccato originale - L'anima e la sua origine - Nozze e concupiscenza - Grazia e libero arbitrio - Dono della perseveranza - Correzione e grazia - Predestinazione dei santi - Polemica con Giuliano.
Trattati:
Commento al Vangelo di Giovanni - Commento all'Epistola di Giovanni - Commento ai salmi - Discorsi
Si conservano oltre 300 lettere.
Spiritualità
Diamo solo alcune cenni indicativi della spiritualità del vescovo d’Ippona, che qui non possiamo né trattare né sviluppare; chi legge queste indicazioni si renderà conto come sia vera l’affermazione che su lui è stata fatta: Sant’Agostino è il secondo fondatore della fede cristiana, dopo S. Paolo. I temi principali sono:
- Ragione e fede. Nel cammino di ricerca della verità operano sempre insieme: senza la ragione l’atto di fede è cieco, non umano; senza la fede la ragione e recipiente vuoto, perché è la fede ad offrire alla ragione verità altrimenti non raggiungibili.
- Dio e l’uomo. Sono l’oggetto della ricerca: Nei Soliloqui, la Ragione chiede ad Agostino: Che cosa vuoi conoscere? Agostino risponde: Dio è l’uomo. Vanno sempre insieme: dove è Dio c’è l’uomo; dove è l’uomo c’è Dio. Solo Dio e l’uomo sono soggetti che possono dialogare tra di loro. Dio ha stampato la sua immagine nel cuore dell’uomo.
- Cristo e la Chiesa. Cristo è sempre stato il centro della vita e della speculazione agostiniana. Prima della conversione discriminava le sue letture; dopo la conversione ha animato tutta la sua filosofia, teologia e spiritualità. Cristo si trova nella Chiesa, anzi, Cristo capo e Chiesa corpo formano il Cristo totale. Cristo, ritornando alla destra del Padre, ha voluto rimanere in terra, istituendo la Chiesa per continuate la sua opera di salvezza.
- Libertà e grazia. Sono i grandi temi della sua teologia, legati strettamente alla cristologia e alla ecclesiologia. Il loro incontro, per Agostino, è sempre grande mistero, rimane però vero e innegabile che l’uomo è libero, ciascuno lo può sperimentare in se stesso; però è altrettanto vero che, nella sua condizione di natura ferita dal peccato di origine, ha bisogno di essere aiutato dalla grazia di Cristo. La grazia non toglie la libertà, ma la aiuta perché si esprima rispettando la sua e l’altrui dignità, ordinata alla salvezza.
- La carità. Agostino è un diligente seguace di S. Paolo, ha studiato a fondo l’inno alla carità della prima lettera ai Corinzi capitolo tredicesimo, riducendo tutta la speculazione cristiana alla carità senza la quale tutto è vuoto e senza senso: la ragione è una:Dio è amore, carità; si è fatto uomo per amore e ci ha redenti per amore.
Agostino, insonne ricercatore della verità
I
La conversione
Il primo libro della Piccola Biblioteca Agostiniana ha il seguente titolo:GIOVANNI PAOLO II, Agostino d’ Ippona, P.B.A., ed. Città nuova, Roma 1988, pp.182, £ 15000.
E’ una Lettera Apostolica che il Papa ha inviato a tutta la Chiesa in occasione del XVI centenario della conversione di sant’ Agostino ( 386 – 1986 ). La Lettera papale è divisa in quattro parti: La conversione, il dottore, il pastore, Agostino agli uomini di oggi. Di ogni parte faremo una sintesi nei prossimi numeri del presente Bollettino Dalle Api alle rose.
La conversione. La parola “conversione” significa inversione di marcia, cambiamento di direzione. Quante volte, viaggiando, sbagliamo direzione? Per riprendere la direzione giusta non c’ è altro da fare che seguire il segnale: inversione di marcia. Purtroppo i cartelli della “inversione di marcia” non sono tanto frequenti; c’ è da fare molta strada per trovarne uno. Così è per la vita: si fa presto a sbagliare, ci vuole tanto tempo e fatica a correggersi; ci volle molto tempo e tante lacrime anche per Agostino.
Educato cristianamente dalla madre, lungo il percorso della sua vita, nonostante nutrisse tanto amore per la ricerca della verità, incontrò molte difficoltà e cadde in tanti errori. Il primo errore fu quello di aver cancellato dalla sua vita la fede, dicendola utile solo per le vecchiarelle che credono a tutto, per affidarsi esclusivamente alla ragione. Il secondo errore fu quello di aver separato Gesù Cristo dalla Chiesa; Agostino era convinto di trovarlo fuori. Il terzo riguardava il grande problema del male, tormento continuo dell’ uomo da che ha messo i piedi sulla terra.
Agostino superò il primo errore quando si convinse che l’ uomo ha due piedi: il piede della ragione e quello della fede. Se ne togli uno, l’ uomo cammina zoppo. Agostino camminò zoppo per diversi anni, fino a che, le esperienze, le delusioni, le cadute non lo convinsero che la ragione è tanto importante, ma sola non basta. Quanti uomini dicono anche oggi che la scienza spiegherà tutto. Questa è una storiella che sentiamo da qualche secolo e sempre con le stesse parole. Se la scienza fosse stata capace di risolvere tutti i problemi dell’ uomo, non avremmo avuto i grandi disastri che l’ umanità ha vissuto lungo il corso dei secoli. L’ uomo è un essere sociale, sente l’ esigenza di rapporti sociali, di stabilire amicizie, di formarsi una famiglia che, senza la fede, non sarebbe possibile vivere. Senza fiducia nell’ altro nessuna società può esistere. La fede quindi è indispensabile, e, insieme alla ragione, fanno camminare l’ uomo sulla retta strada e diritto, senza zoppicare. Questo ragionamento, insieme a tanti altri stimoli, aiutato degli amici, la conversione di grandi personaggi ( Mario Vittorino ), le preghiere della madre e la grazia di Dio, lo condussero alla conversione. Il secondo errore, cioè Gesù Cristo sì, la Chiesa no, venne superato da Agostino a Milano, a contatto con una Chiesa vivace: impegnata nel sociale ( disposta a vendere i vasi sacri per ricomprare la libertà per i prigionieri e gli schiavi ), che predicava con coraggio la verginità consacrata in un modo corrotto, unita al suo vescovo nei momenti difficili, quando, per esempio, l’ imperatrice Giustina voleva togliere ai cristiani le loro chiese per consegnarle agli eretici ariani. Operava inoltre in questa Chiesa un efficiente circolo culturale, sensibile alla cultura dell’ epoca, che seppe armonizzare con la religione. Fu allora che Agostino capì l’ importanza dell’ autorità della Chiesa e che solo in essa poteva trovare il vero Gesù Cristo. Il terzo errore è il più difficile riguardava la soluzione del problema angosciante del male.
Agostino, dopo tanta fatica, capì che la sola ragione non può risolverlo; la soluzione poteva essere affidata solo alla fede in Gesù Cristo, uomo – Dio, che, incarnandosi, si è affiancato all’ uomo, ne ha condiviso i molti dolori e le poche gioie, insegnando ad essi come si affrontano il dolore e la morte, assicurando loro che sarebbero risorti con Lui. I milioni di seguaci, i santi, dichiarati dalla Chiesa e non, dimostrano l’ efficacia della speranza cristiana.
Agostino, insonne ricercatore della verità
II
Il Dottore
E’ opinione unanime degli uomini di cultura che Agostino sia “ il solo grande filosofo cristiano” e “ il più forte pensatore cristiano che maggiormente ha influito nella nostra cultura contemporanea”. Vediamo un po’ di spiegare. Chi è il “filosofo”? Ogni persona che si pone domande e si sforza di darsi le risposte allo scopo di ricercare la verità, la sapienza, può chiamarsi filosofo. Anche tu che leggi sei filosofo, perché anche tu cerchi la sapienza, ti sforzi cioè di rendere gustosa la tua vita, degna di essere vissuta, infatti la parola sapienza viene dal latino sapio che significa aver gusto, sapore. Agostino è stato un ricercatore che ha dato gusto, sapore alla sua vita; è stato un filosofo appassionato, che ha fatto esperienza della fatica e delle lacrime nel percorre il cammino della ricerca della verità. Quale è stato l’ oggetto della sua ricerca insonne? Ce lo dice in un libro scritto nel ritiro di Cassiciaco mentre si preparava al battesimo: I Soliloqui, dove, dialogando con la Ragione, dice : Desidero conoscere Dio e l’ uomo e niente più.
1 – Desidero conoscere Dio. La conoscenza di Dio, per Agostino è una pretesa bella e buona. Come si fa a conoscere Dio che né abbiamo visto, né toccato? Eppure lo cerchiamo; ce lo sentiamo dentro quando avvertiamo prepotente la tensione, comune a tutti gli uomini, verso la felicità, la verità e la vita. Noi sappiamo di essere limitati e finiti, però ci sentiamo portatori di spinte verso l’ infinito, che chiamiamo felicità, verità e vita, ma che in sintesi possiamo chiamare Dio. Se lo cerchiamo, continua il santo, vuol dire che, in qualche maniera, lo abbiamo conosciuto. Chi di voi si mette a cercare un oggetto che non avete mai visto e posseduto prima? Si cerca una cosa che abbiamo avuto e che ora non abbiamo più, ma vogliamo ritrovarla. Così è di Dio. Se lo cerchiamo, vuol dire che l’ abbiamo posseduto e non ricordiamo dove stia. Quante volte ci succede di ricordare il cognome di una persona ma non ne ricordiamo il nome! Eppure, ripetendo il cognome, associandolo a qualche altro ricordo o persona amica, e così via tentando e ritentando, ad un certo momento ci viene anche il nome. Così è di Dio. Preoccupati delle cose terrene, lo abbiamo dimenticato . Dobbiamo, quindi, ricercarlo; ma dove? Nella memoria. La memoria, per Agostino, non è solo il luogo dove si depositano i ricordi, ma è la facoltà per la quale l’ uomo è un essere che pensa e ama. Ma in quale luogo della memoria lo possiamo trovare? Agostino dice di non saperlo, anche perché la memoria è un padiglione così vasto da farlo rimanere meravigliato di fronte a tanta grandezza e misteriosità. In verità, dice, “Io non riesco a comprendere ciò che realmente sono”. Però, se io frugo, tento, provo qualcosa riesco ad intuire, Dio è presente nella traccia, che è come un presentire, un avvertire, un intuire. Fuori dell’ uomo la traccia la vediamo nella bellezza del creato. Agostino interroga la terra, il cielo, il sole, la luna, le stelle, “neppure noi siamo il Dio che cerchi”, rispondono. E dissi – continua Agostino – a tutti gli esseri che circondano le porte del mio corpo:< Parlatemi del mio Dio prosegue Agostino - : se non lo siete voi, ditemi qualcosa di Lui>; ed essi esclamarono a gran voce:<E’ lui che ci fece>. Le mie domande erano la mia contemplazione; le loro risposte, la loro bellezza” (Confessioni X,6,9 ). Nell’ uomo la traccia diventa immagine. La Bibbia ci dice che l’ uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio; è questa la ragione per cui l’ uomo è portatore di tensioni infinite. “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te ( Confess. i,1,1 ).
2 – Conoscere l’ uomo. Per Agostino, dove sta Dio c’ è anche l’ uomo e viceversa. E’ il rovescio della medaglia. L’ uomo è l’ anima e corpo insieme, unità profonda, che pensa, ama ed è libero. E’ l’ essere più grande del creato, tanto che Agostino non dubita di chiamarlo “essere di grande natura”, “capace di Dio”; capace cioè di unirsi a Lui, di dialogare con Lui, e , con l’ esercizio della sua libertà, di mandare all’ aria i suoi piani. Questo essere così grande è un profondo mistero ( grande profundum ), profondità abissale di fronte alla quale Agostino rimane stupefatto: “Veramente grande è questo potere della memoria!”. Quest’ uomo, però, nello stesso tempo, è un grande malato ( magnus aegrotus ), capace di slanci sublimi , fino a raggiungere Dio, ma anche di discese umilianti che mettono in seri dubbi la sua dignità. Pensate alle ingiustizie, alle violenze, agli odi, a tutte le cattiverie di questo mondo di cui l’ uomo è capace; la storia è piena di tanta malvagità. Riconoscere che l’ uomo è un misto di altezze vertiginose e bassezze nauseanti, è saggezza, rispetto della persona.
Agostino è convinto che l’ uomo è un essere “aperto” all’ Altro, agli altri e al mondo; è slancio, febbre del cuore, amore, passione. Concezione modernissima: non dicono così filosofi e letterati contemporanei? Jan Paul Sartre dice che l’ uomo è passione ma inutile; Camus che è l’ assurdo. La sola differenza, e non è poca, è che mentre Agostino crede alla trascendenza, a Dio, perciò parla dell’ uomo passione, tensione verso l’ infinito. L’ uomo ha uno scopo nella vita: Dio è il suo compimento. Sartre, Camus ed altri, non credono in Dio; l’ uomo, per loro, non ha nessuno scopo nella vita, allora, sì, l’ uomo è passione, ma inutile; come l’ uomo è un assurdo; è condannato, come il mitico Sisifo a rotolare un grande masso verso la salita, ma il masso ritorna sempre al mosto di prima¸e questo per tutta la vita. La vita è assurda perché è assurdo dominare il male.
Questi sono i temi centrali del pensiero agostiniano che comprendono tutti gli altri di cui non ho parlato, ma che sono inclusi in essi, come quello della creazione, della conoscenza, della interiorità, dell’ amore, ragione di essere di tutta la morale ed altri. Nel prossimo numero completeremo ciò che abbiamo qui iniziato, soffermandoci principalmente su altri temi che completano il quadro di Agostino dottore.
AGOSTINO, INSONNE RICERCATORE DELLA VERITA’
III Cristo e Chiesa
Abbiamo detto nell’ ultimo numero del Bollettino che Agostino è stato il creatore della filosofia cristiana. La sua ricerca ha avuto un’ unica direzione, riflettere su Dio e su l’ uomo; due verità che riassumono in sé tutti i temi della filosofia cristiana: la creazione, la conoscenza, la morale. Agostino, però, è stato anche teologo, ha ricercato con la fede, custodendola, dopo averla ritrovata, chiarendola e difendendola contro i negatori o contraffattori di essa ( eretici e scismatici ). L’ intento principale di questa difesa ad oltranza della fede era la carità nei confronti degli uomini, l’ odio per l’ errore e il trionfo della verità. In questo articolo parleremo di due temi centrali nel pensiero teologico di Agostino: Cristo e Chiesa.
1 –Cristo - Cristo è al centro della vita e del pensiero di Agostino; lo ha bevuto con il latte materno e, una volta convertito, si è messo al suo totale servizio. Così scrive nel suo primo libro La controversia accademica:” Io ritengo definitivamente certo di non dovermi allontanare dall’ autorità di Cristo perché non ne trovo altra più valida”( 3,20,43 ). Cristo è Dio e uomo; come Dio uguale al Padre, come uomo è uguale a noi , tranne il peccato. In Gesù uomo di sono due nature ( la divina e l’ umana ) che esistono, senza confusione, nell’ unica persona del Verbo incarnato: ”Colui che è uomo è anche Dio, e colui che è Dio è anche uomo, non per la confusione della natura ma per l’ unità della persona” ( Discorso 186, 1 ). Non si può, quindi, negare l’ uomo senza negare Dio. Cristo è l’ unico Mediatore tra Dio e l uomo perché “ è Dio come il Padre e uomo come gli uomini. Non mediatore l’ uomo privo della divinità, né Dio privo dell’ umanità. Ecco il mediatore. La divinità senza l umanità non è mediatrice, come non lo è l’ umanità senza la dività. Ma tra l’ umanità sola e la divinità sala è mediatrice l’ umana divinità e la divina umanità” ( Discorso 47, 21 ). Cristo è anche il Redentore poiché “Cristo è morto per tutti” ( 2Cor 5,14 ); l’ uomo è morto a causa del peccato originale, commenta Agostino, tutti siamo da Lui redenti; solidali con Adamo nel peccato e nella morte, solidali con Cristo nella redenzione e nella risurrezione.
2 – Chiesa. Se Cristo è al centro della vita e del pensiero di Agostino, lo è anche la Chiesa poiché la Chiesa è inseparabile da Cristo. Il Cristo si trova solo nella sua Chiesa.. Agostino sintetizza questa unione profonda con una formula, diventata famosa, Cristo totale ( Christus totus ). Il Cristo totale, intero, è il Capo ( Cristo ) e il Carpo ( Chiesa ). Ecco un bel testo di Agostino: ”Dio non avrebbe potuto offrire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro Capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’ universo, unendoli a Lui come membra, in modo che Egli fosse il Figlio di Dio e figlio dell ‘uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini” ( Commento al salmo 85, 1 ). Da questa verità ne derivano tante altre con le quali Cristo ha adornato la sua Chiesa. Prima di tutto, la Chiesa ha un anima: lo Spirito Santo, che è lo Spirito di Cristo, donato il giorno della Pentecoste, che animerà la Chiesa fino alla consumazione dei secoli.. La Chiesa, in forza dello stesso Spirito, è in comunione con tutti gli uomini nell’ unità della fede ed è “santa”, nonostante vivano dentro di essa tanti peccatori: la Chiesa è santa e peccatrice insieme. La Chiesa, inoltre, è madre premurosa, che genera figli nella fede, e maestra attenta che istruisce gli uomini nella scienza di Dio. Vorrei, a questo punto, offrire ai lettori qualche testo agostiniano di grande efficacia ed amore per la Chiesa. In un’ omelia fatta ai neofiti ( coloro che aveva di recente ricevuto il battesimo ):” Non soltanto siamo diventati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso. Capite, fratelli? vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il Capo e noi le membra, l’ uomo totale è Lui e noi…Pienezza di Cristo dunque sono il Capo e le Membra. Cosa vuol dire il capo e le membra? Il Cristo e la Chiesa” ( Comm. al Vangelo di S. Giov. 21, 8 ). Agostino vuole ad ogni costo farlo capire ai suoi fedeli, ricorre a tutte le sue risorse oratorie, fornendo immagini che veicolano la dottrina. L’ immagine di cui si serve per parlare dell’ anima della Chiesa, è l’ anima umana. Lo Spirito Santo è per il corpo della Chiesa ciò che l’ anima è per il corpo; come l’ anima per il corpo umano è causa della vita, del movimento, dell’ unità, della bellezza, così lo Spirito Santo per la Chiesa ( Cf Discorso 267, 4 ).
La conclusione è che la Chiesa è “mistero di unità e di comunione”, come ha anche rilevato il Concilio Vaticano II, notandone la radice trinitaria. Lo Spirito Santo è la comunione, l’ amore del Padre e del Figlio; in forza di questa presenza, la Chiesa è mistero di comunione, e lo è in tre modi: comunione dei Sacramenti, comunione dei santi, comunione dei beati. L’ anma di tutto è la carità. “Se volete vivere dello Spirito Santo, predica Agostino, abbiate la carità, amate la verità, desiderate l’ unità e perverrete all’ etrnità” ( Discorso 267, 4 ).
AGOSTINO, INSONNE RICERCATORE DELLA VERITA?
IV - Libertà e grazia
II temi della libertà e della grazia sono il fondamento della vita cristiana. Agostino se ne rese conto alla vigilia della sua conversione, quando, per esperienza personale, prese coscienza del suo impegno responsabile e dell’ aiuto che la grazia dell’ unico Mediatore gli offrì per venir fuori dal vicolo cieco in cui si era cacciato, affidandosi solo alla risorsa della ragione. Lottò con la grazia, come Giacobbe con l’ angelo di Dio, e, dopo non poche resistenze, si arrese. Fu però una resa onorevole: la conversione totale al servizio di Cristo.
Una volta convertito, Agostino difese strenuamente la libertà contro i Manichei, di cui era stato fratello uditore, e contro ogni determinismo ( quel modo cioè di pensare secondo il quale i fatti accadono perché così ha deciso la fatalità, il destino, l’accavallarsi degli astri). I Manichei, negavano la libertà e dicevano che l’ uomo è un impasto di due elementi, uno negativo (il male) e l ‘altro positivo ( il bene ). Tutto il male viene dal principio cattivo, tutto il bene dal principio buono. Allora la responsabilità delle azioni umane ricade non sul l’ uomo, ma sul principio cattivo per le azioni cattive, buono per le azioni buone. Agostino afferma , senza tentennamenti, la libertà umana ( si possono vedere le opere:Il libero arbitrio e Le due anime contro i Manichei ). Così si esprime nelle Confessioni:” Una cosa mi sollevava verso la tua luce: la consapevolezza di possedere una volontà non meno di una vita. In ogni atto di consenso e di rifiuto ero certissimo di essere io, non un altro, a consentire o rifiutare; e qui era la causa del mio peccato, lo vedevo sempre meglio” ( confess. 7, 3, 5 ). L’ uomo per la libertà è responsabile dei suoi atti:” Dio mi ha creato con il libero arbitrio: se ho peccato, io ho peccato…io, io, non il fato, non la fortuna, non il diavolo..."”( Comm. al sal.31, 2, 16 ). Agostino ha difeso la libertà contro ogni forma di fatalismo deterministico, quel modo di pensare che sottomette tutto: l’ uomo, il cosmo, gli dèi ad una forza invincibile, contro la quale gli sforzi umani saranno inutili. Perciò è negata la libertà; tutto è determinato da questa forza irrazionale. Agostino combatte questi errori soprattutto ne La città di Dio.
Libertà non vuol dire che l’ uomo può fare ciò che vuole; oggi non sono pochi quelli che lo dicono, ma è sbagliato. Libertà, dice il santo, vuol dire agire responsabilmente, secondo la propria dignità e quella degli altri. Per cui si è veramente liberi quando scegliamo il bene che “dobbiamo” fare perché ciò significa che si sceglie il valore primario della persona umana e la sua promozione. Purtroppo l’ uomo fa esperienza del male; sa quanto sia difficile, vincere le passioni; quante volte, come dice s. Paolo, non facciamo il bene che vorremmo fare e facciamo il male che vorremmo evitare. Ecco la necessità della grazia di vina.
2 - Grazia. Non mancano studiosi, anzi, non sono pochi, che ritengono che Agostino, difendendo la grazia contro i Pelagiani, abbia negato la libertà. Ciò è semplicemente falso. Ecco un principio agostiniano importante che illumina tutta la questione del rapporto tra la libertà e la grazia: “Il libero arbitrio non viene tolto perché viene aiutato ( dalla grazia ), ma viene aiutato perché non viene tolto” ( Lettera 157, 2, 10 ). Con queste parole Agostino vuol dire che l’ aiuto offerto dalla grazia non toglie le forze all’ uomo, ma le rende più efficaci. Allora l’ aiuto, la grazia sostiene la libertà. Il problema del rapporto tra la libertà e la grazia è difficile, e Agostino per spiegarlo ricorre ad altre verità: a Cristo giudice e a Cristo salvatore. A Cristo giudice per il semplice motivo che il giudizio presuppone che uno sia responsabile di ciò che fa per essere giudicato; se l’ uomo non fosse libero come potrebbe essere giudicato da Cristo? A Cristo Salvatore: Cristo, dice Agostino, è venuto a salvare gli uomini; Egli getta al mare la scialuppa di salvataggio ( la “grazia” ) e l’ uomo la prende, vi sale sopra e si salva. Così, in sintesi, dice Agostino: ”Se non c’ è la grazia, (Cristo) come salva il mondo? Se non c’ è il libero arbitrio, (Cristo) come giudica il mondo”? ( Lettera 214, 2 ). La necessità della grazia mentre non esclude il libero arbitrio ma lo aiuta perché possa scegliere bene, include la necessità della preghiera per ottenere la stessa grazia. La grazia ci aiuta a superare gli ostacoli che Agostino ravvisa nell’ ”ignoranza e nella debolezza”. Spesso ci succede, dice in Nostro, citando un antico proverbio: “Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori”. Purtroppo questa è la realtà dei fatti. Solo la grazia ci aiuterà a vedere le cose migliori e a raggiungerle. La riflessione agostiniana della grazia raggiunge il punto più alto là dove riconduce la grazia all’ amore. “Agisce liberamente chi agisce per amore”. Non si tratta solo di libero arbitrio (=scegliere una cosa anziché un’ altra ), ma di vera libertà che è : libertà dall’ errore, dal peccato, dalle passioni disordinate, dalla legge, dalla morte, dal tempo. Questa è la libertà cristiana che Gesù ci ha portato. Seguire Cristo è aver scelto la vera libertà. Così hanno fatto i santi, che noi siamo chiamati ad imitare.
(A cura di P. Remo Piccolomini, Direttore dell’Opera Omnia di S. Agostino)
Il tempo in Sant’Agostino
Confessiones, XI
Alcuni punti salienti
1-13
Agostino medita sulla creazione del mondo, le modalità e la forma. Il tempo è creato da Dio. Prima della creazione il tempo non esiste.
Il tempo, dunque, è creato è opposto all’eternità. E’ il “divenire”, il passaggio dal passato al futuro.
17
Il tempo è “esperienza”, non è logicamente definibile. Questo è un primo passaggio verso il concetto di dato soggettivo (esperienza).
Sant’Agostino nega che esistano il passato e il futuro. Il presente è sfuggente, ha un’esistenza apparente, continuamente protesa verso il non essere.
La durata che qualifica il presente è tra due “non esistenze”, il futuro e il passato (che non esistono). Ogni quantità di tempo è divisibile, tranne “l’istante che passa” che però non ha durata: nell’istante in cui ne abbiamo coscienza l’istante è già passato.
23-24
Il tempo esiste allora solo nell’interiorità dell’uomo, nei recessi della sua memoria. L’infanzia rivive nella sua memoria.
26
Tutto si riduce al presente.
Nega che il tempo sia misura di un movimento cosmico, come avevano detto Aristotele e altri filosofi.
Il tempo è distensio animi. L’animo percepisce il tempo solo nel presente, cioè nel suo trascorrere. Questo è un dato che anticipa Cartesio, Kant, Husserl, Bergson, Jaspers.
La memoria non è solo la capacità di ricordare il passato. Essa contiene in sé anche il presente e il futuro. E’ essa che da consistenza al tempo. E’ sostanza del tempo che si concentra nel presente e che solo così quasi fa sì che la visione dell’uomo sia simile, soltanto in modo analogico, a quella di Dio.
Come Seneca, anche Agostino cerca in definitiva una vittoria sul tempo. La via è quella del riscattare, recuperare il tempo nella “consistenza” operata dalla memoria
Come in Seneca, la valorizzazione del tempo avviene mediante la riduzione ad unità di tutti i tempi (collatio omnium temporum) operata dalla memoria.
Ma, diversamente da Seneca, per vincere il tempo, superare la dispersione, non basta la forza e la volontà dell’uomo: è Cristo, creatore e salvatore, che da il suo necessario avallo al riscatto della memoria. Grazie a Cristo per Sant’Agostino siamo finalmente condotti dalla dispersione del tempo (iactura, in Seneca) all’eterno. C’è una analoga ansia di eternità tuttavia anche in Seneca.
Comparazione schematica
tra Seneca e Sant’Agostino sul tema del tempo
Seneca |
Sant’Agostino |
Tempo punctum Epistula 49, 3 |
Praesens nullum habet spatium Confessiones, XI, 19 |
IL PRESENTE COME SPAZIO SOSPESO TRA DUE ABISSI |
|
Epistula, 49, 3 Epistola, 21, 5 Epistula, 99, 10 De brevitate vitae, 10, 5
|
Confessiones, 4, 22 |
IL RECUPERO DEL PASSATO E IL FUTURO: DIMENSIONI PSICHICHE |
|
Prospettiva etico-intellettuale (mente)
De brevitate vitae, 10, 5 De brevitate vitae 14, 1 De brevitate vitae 15, 5 |
Prospettiva speculativa-ontologica (memoria)
Confessiones, XI, 23-24 Confessiones, 26 |
IL TRIONFO SUL TEMPO |
|
Trionfo etico dell’uomo De brevitate vitae, 15, 5 (Collatio omnium temporum) De brevitate vitae 14, 1 (Aristocratica solitudine del saggio) De brevitate vitae 19, 2 (Alta rerum quies) |
Trionfo religioso con l’avallo di Cristo, signore del tempo. Confessiones, XI, 37 Confessiones, XI, 39 Confessiones, XI, 41
|
Analogie e differenze di fondo
Analogie
Sia in Seneca che in Sant’Agostino il tempo è sempre il “tempo dell’uomo” e non il tempo cosmico. In Seneca segna l’ansia esistenziale dell’uomo. In Agostino esso o è tempo della storia umana (De civitate Dei) o è tempo dell’uomo, di Agostino (Confessiones).
In entrambi gli autori esso è una res incorporalis che esiste in un processo di interiorizazione.
Dfferenze
In Agostino la scoperta dell’antitesi tra l’infinito (Dio) e il finito (l’uomo) è colta anche sul piano del tempo. Di qui la scoperta di essere irrimediabilmente chiusi da un limite (la finitudine).
In Seneca c’è il superbo orgoglio del saggio stoico che vince il tempo che lo limita. Seneca cerca la vittoria sul tempo e il superamento del limite.
IL ‘GRANDE EQUIVOCO ‘ DI SANT’AGOSTINO
Di Teofilo il Siculo
Più volte nel mio libro “Il tempo dell’Anticristo e la Parusìa intermedia” tratto del ‘grande equivoco’ di sant’Agostino, come punto di partenza della confusione che vige nel campo dell’escatologia, impotente per ciò ad accettare il concetto di venuta intermedia del Signore, nonché la stessa figura dell’Anticristo, entrambe molto ben delineate dalle profezie contemporanee (p.e. vedi Appello divino, di A. Norrito), espresse dalle rivelazioni private con finalità pubblica, e quindi di interesse non solo ecclesiale ma anche mondiale.
Pertanto credo sia utile analizzare la genesi di questo equivoco per poter sollecitare un ulteriore discernimento ecclesiastico, che porti ad una revisione di quelle tesi teologiche in contrasto col dato biblico e con la Tradizione anteriore al santo di Tagaste.
Quando un singolo Padre diverge dalla Tradizione, come nel caso di Aurelio Agostino, ciò non avviene senza un preciso contesto teologico e culturale, in cui avviene la deviazione. Dobbiamo precisare che nel quarto secolo dopo Cristo non c’erano dei centri, come le università cattoliche nel Medioevo o la Congregazione per la dottrina della fede. Tuttavia, registriamo una certa vigilanza dei patriarcati sulla ortodossia della Sacra Dottrina. Ed infatti il Patriarcato di Antiochia, noto per praticare il metodo storico-letterale, condannò a più riprese il metodo allegorico esercitato in modo eccessivo dal Patriarcato di Alessandria. Ma i Padri africani, come risulta dagli studi storici ascoltarono i moniti , come si sol dire, con orecchi da mercante. Conclusione: l’errore di Agostino crebbe e si sviluppò in tutta libertà, fino a cristallizzarsi nei pronunciamenti magisteriali, senza che alcuno abbia fatto una serrata critica teologica alle proposizioni escatologiche del santo africano, perché soggiogati dalla autorità morale del medesimo.
In questa sede cercherò di ricostruire l’evoluzione storica-culturale del più grande equivoco che mai la Chiesa cattolica abbia gestito acriticamente nel suo seno. Una vera aberrazione teologica, che dovrebbe essere presa in seria considerazione per rivedere l‘ortodossia delle proposizioni escatologiche della Dottrina Cattolica.
Sia chiaro che Agostino, nonostante questo errore, rimane sempre un santo, giacché la santità non si misura dalla qualità dei libri scritti, ma dalle virtù cristiane esercitate in grado eroico. Mettendo in evidenza l’errore di Agostino, in fondo vogliamo restituire al santo né più e né meno la sua giusta collocazione all’interno degli studi teologici ed ai Padri della Chiesa che lo hanno preceduto la loro dignità di teologi e di pastori.
1. Situazione teologica ed ecclesiale.
Le continue contestazioni dei fedeli alle varie traduzioni dei singoli passi biblici e le interpretazioni degli eretici, spinsero gli studi esegetici alla formulazione di un unico testo biblico valido per tutta la cristianità. Il primo studioso in tal senso, fondatore del metodo esegetico, fu Origene per l’Oriente cristiano, per l’Occidente abbiamo un suo discepolo, Girolamo. Agostino in questo travaglio culturale non ebbe alcun ruolo per via della sua scarsa conoscenza del greco (Agostino 1987: 52; Trapé 1976: 20) e la totale ignoranza della lingua ebraica. Nonostante l’incompetenza mostrata nelle lingue delle Sacre Scritture, che da sola è sufficiente ad allontanare qualsiasi erudito dagli studi della Bibbia, non è stata una difficoltà per Agostino, né di altri nelle sue stesse condizioni.
Sembra che usando il metodo allegorico sui testi biblici non vi fosse bisogno della conoscenza del testo in lingua originaria, perché ugualmente avevano un gran dire ed enunciare fantasiose interpretazioni, costruite su parole complesse e accattivanti.
Tuttavia il vescovo di Ippona per la sua funzione di pastore non poteva proprio far a meno di alcune opere che poteva leggere solo se tradotte, ed infatti dipese per i testi biblici e per le opere dei Padri greci dalle traduzioni di Girolamo. Ma anche quest’ultimo non brillò certamente di originalità, e rappresenta senz’altro un momento intermedio nella evoluzione del ‘grande equivoco’.
Non bisogna dimenticare che “Girolamo fu prima di tutto un discepolo di Origene, che in seguito ripudiò; di conseguenza nella sua opera di esegesi si nota uno slittamento progressivo dal senso allegorico al senso letterale, quello che Steinmann chiama <disintossicazione> (Peters 1986: 247). Se gli studiosi notano un progressivo processo di disintossicazione in Girolamo, ancora poco si è detto cosa è rimasto di origeniano in Agostino. Dunque per risalire all’origine del grande equivoco di sant’Agostino, dobbiamo andare al di là della fonte costituita da Girolamo e trovare a monte la sorgente nella figura del padre dell’esegesi.
Origene, che in un primo momento si professava come gnostico valentiniano, si convertì al cristianesimo grazie all’intervento di sant’ Ambrogio.
In realtà, ad uno studio attento dell’opera di Origene, si nota che la sua conversione non fu mai profonda né completa. Infatti parte delle teorie valentiniane le ritroviamo nella sua più grande eresia conosciuta come l’<apocatastasi> o restaurazione universale di tutte le cose nel suo stato primitivo. Secondo tale concezione tutti i peccatori saranno salvati, compresi i demoni e lo stesso Satana, che verranno, secondo queste strane teorie, purificati dal Logos nonostante la loro ostinazione nel male. Dopo la purificazione avrà luogo la seconda venuta di Cristo (quella finale), poi la risurrezione di tutti gli uomini, con corpi non materiali, ma spirituali.
È da tenere presente che la restaurazione universale non coincide con il concetto della fine del mondo, e quindi della palingenesi, ma è ritenuta come una fase transitoria, perché alla fine di questo mondo, ne esisterà un altro e un altro successivo, secondo la teoria di Platone, riadattata dai valentiniani, dell’esistenza di altri mondi prima che questo arrivasse all’essere, e ancora una successione illimitata di mondi dopo di esso (cfr. Quaesten 1983a: 389).
Per rendere accettabile questa eresia Origene interpretò in chiave allegorica, per la prima volta nella storia della Chiesa Ap 19-20, cioè la parusìa intermedia di Cristo Risorto per sconfiggere l’Anticristo e porre la Gerusalemme messianica o il nuovo regno di Dio sulla terra. Fin allora il contenuto di Ap 19-20 era inteso in senso letterale, come un evento profetico da avverarsi, secondo una interpretazione di alcuni passi biblici un po’ avventata, in breve tempo. Ma l’immanenza della venuta del Signore, vero ‘motore evangelizzatore’ che spinse milioni di persone in tutto il mondo allora conosciuto ad abbandonare i culti pagani per accettare la Dottrina del Dio Crocifisso e Risorto, perché credevano effettivamente che il suo Regno di Amore si sarebbe stabilito in maniera definitiva sulla terra nel giorno del suo Ritorno, il giorno della Gerusalemme messianica. E così le prime generazioni dei cristiani attendevano la Parusìa intermedia e la Gerusalemme messianica nella speranza viva che quelli fossero gli ultimi tempi, ma senza fare attenzione che il tempo nell’Apocalisse si snoda tra la visione soprannaturale e visione storica dei fatti, l’una si dispiega nella eterna contemporaneità del pensiero divino, l’altra nella successione temporale data dalla scansione dei sette sigilli; gli antichi confusero la seconda visione con la prima, tant’è che buona parte dell’attesa imminente del Ritorno del Signore, dipendeva dal senso letterale dato dalle prime comunità dei cristiani ad Ap 19-20, che più di tutti ostacolava lo sviluppo delle concezioni escatologiche di Origene.
Ma prima di passare la teoria apocatastatica al vaglio critico crediamo di fare un servizio importante nel dare un piccolo saggio del commento di Origene ad Ap 19-20, per mettere in evidenza la grossolanità del metodo allegorico, simile per certo versi al metodo gnostico, dove il giudizio personale sopravanza l’oggettività del dato biblico: “Colui che monta il cavallo bianco è chiamato fedele, non perché crede, ma perché è credibile, cioè degno di essere creduto..., ed è vero in contrapposizione all’ombra, alla figura, all’immagine. Tale è infatti il verbo nel cielo aperto; mentre sulla terra non è tale come in cielo, perché essendosi fatto carne, si esprime mediante le ombre, le figure e le immagini... La guerra che il Verbo conduce, la si può vedere ancor meglio quando egli prende le parti della verità... Allora il Verbo, armato contro la menzogna, la distrugge con il soffio della sua bocca e l’annienta con la manifestazione della sua presenza (2 Ts 2, 8). ‘I suoi occhi sono come fiamma di fuoco’ (Ap 19, 12): come la fiamma possiede insieme la proprietà di brillare e illuminare, e quella di bruciare e distruggere la materia, così gli occhi del Verbo, se così posso esprimermi..., non si contentano di cogliere le realtà spirituali, ma anche consumano e distruggono i pensieri materiali e triviali...” (cfr. Commento a Giovanni, 2, 42-63, in Prigent 1985: 575).
Si può valutare meglio l’esegesi di Origene se si presta attenzione alla concezione del tempo nell’Apocalisse e alla concezione del tempo nella <apocatastasi>. Mentre per l’Apocalisse la storia si evolve progressivamente, per delle tappe che portano l’umanità, ma anche il creato, ad una graduale perfezione, secondo l’apocatastasi, il tempo si sviluppa circolarmente con un inizio e una fine, che si ripetono all’infinito, tanto quanto i mondi supposti esistenti. Qui l’evoluzione dell’umanità nasce dalla possibilità teorica (non compresa dalla Rivelazione ma solo nella filosofia) di ritrovarsi in un altro mondo, nelle stesse situazioni, sperando di reagire diversamente dal mondo e dal tempo vissuti precedentemente.
È davvero strano come i più grandi intellettuali del cristianesimo non abbiano rifiutato da subito questa concezione, che ha condizionato inevitabilmente, per la scarsa attenzione alla gnosi origeniana, l’escatologia di Girolamo e di Agostino. Ciò sembra amputabile alla cultura di allora imbevuta esclusivamente di medioplatonismo, di cui Agostino in seguito ne fece uso a piene mani per dare un impianto filosofico al cristianesimo, al fine di renderlo accettabile ai colti di quel tempo. Questa riduzione del cristianesimo a filosofia è stata brillantemente denunciata da Adolf von Harnack con la teoria dell’<ellenizzazione del cristianesimo>, ossia quel processo con cui l’annuncio cristiano avrebbe assunto le categorie di pensiero del mondo ellenistico, garantendosi la possibilità di penetrazione e diffusione nel mondo greco-romano, ma a prezzo dello snaturamento del kerigma originario (cfr. Le tesi di Harnack in Dogmengeschichte, Tübingen 1898). Tutto ciò non è sfuggito all’ordinario del luogo, infatti già in vita Origene ebbe invalidato il sacerdozio dal vescovo Demetrio, il quale sostenne che la legislazione canonica non poteva accettarlo al sacerdozio a causa della mutilazione che si era inflitta per una lettura letterale di un passo del vangelo (si evirò l’organo sessuale, e -a mio avviso- da allora anche il senno teologico venne meno). Visto il dissenso di alcuni, Demitrio convocò un sinodo, che scomunicò Origene dalla Chiesa di Alessandria. Un secondo sinodo nel 231 lo depose dal sacerdozio. Ma ormai il seme dell’eresia aveva attecchito nelle menti e negli scritti dei teologi, rivestito di filosofia (il medioplatonismo) e di una buona dose di buonismo (la salvezza estesa anche ai dannati e demoni), che tuttora tiene banco presso le università cattoliche e presso molti studiosi, ignari del raggiro del Demonio.
Ad una attenta riflessione bastavano questi interventi ecclesiali per mettere all’erta gli studiosi cristiani sulla “pericolosità” di Origene nel campo teologico. Ammettere l’unicità della Parusìa del Signore alla fine del tempo, sostenuta da Origene perché ovviamente più confacente alla sua teoria, è un vero attentato alla Parola di Dio che non ammette travisamenti (cfr. Ap 22, 18-19), e all’autorità della Tradizione, che non accetta sconfinamenti dalla santa ortodossia. Invece, la storia dei fatti ci mostra il contrario. Origene ebbe molti ammiratori tra i quali Eusebio di Cesarea (nella sua Storia ecclesiastica bollò come “millenaristi” tutti quei Padri che praticavano sensatamente il metodo letterale su Ap 19-20 da cui evince la Parusìa intermedia) e Girolamo convalidò questo insensato giudizio (la condanna al presunto millenarismo dei Padri della Chiesa lo si trova in Aragon 1968: 490). Evidenziamo il dilettantismo teologico di Girolamo, del quale non sappiamo se amputarlo alla sua imperizia negli studi esegeti, che dipese per tutta la sua carriera dalle versioni in greco di Origene dei testi in ebraico (cfr. De Lubac 1972a: 437) o alla sua irruenza. Va da sé che Girolamo sulle questioni escatologiche, avendo accettato acriticamente l’unicità della Parusìa, piuttosto che la binarietà della medesima, cioè le due venute gloriose del Signore Risorto, mostra ancora una certa contiguità all’eresia origenista, e pertanto non può essere considerato una autorità. E se, come abbiamo visto, Agostino dipende da Girolamo, ancor più l’autorità del Padre africano, nel campo escatologico, perde di consistenza.
2. Come Agostino cade in errore.
Il primo passo falso che compie è quello di commentare al libro 20 della Città di Dio il testo dell’Apocalisse non nella versione greca, ma da un commento fornitogli da Girolamo. Alla fine del terzo secolo erano rimasti pochi testi dell’Apocalisse, perché la chiesa orientale per combattere i montanisti (eretici spiritualisti di cui Agostino ne fece parte per ben nove anni) non ammisero nella lista dei libri canonici gli scritti di s. Giovanni. Questi scritti vennero considerati a-logoi.
I testi di s. Giovanni sono considerati con sospetto perché il linguaggio adoperato presentava delle affinità con il linguaggio gnostico. In realtà la Chiesa orientale, come poi Girolamo e Agostino non seppero condurre una sana apologia, come i primi Padri greci, s. Ireneo primo fra tutti. E preferivano, amputare incautamente libri e concetti teologici, piuttosto che esaminarli con argomentazioni serie e inconfutabili. In realtà l’Apocalisse, come gli altri scritti giovannei, è stata concepita anche per combattere lo gnosticismo dilagante tra i cristiani di allora.
Giovanni di Patmos non poteva accettare l’esistenza di un mistero, come quello presentato dalla gnosi pagana, al di là e al di sopra di quello rivelato dalla Parola fatta carne. “Contro simile minaccia si era già pronunciato l’autore dell’Apocalisse (2,24), quando parla delle <profondità di Satana>, intendendo con questi termini la ricerca della salvezza nell’occulto, nel magico e nel superstizioso, e non nell’accoglimento di un dono di grazia elargito da Cristo all’uomo peccatore e quindi mortale” (Gentili 1993: 37).
Tuttavia sull’Apocalisse esisteva ancora, nonostante la pertinacia della Chiesa mediorientale, un commentario (solo su alcuni brani) di s. Vittorino di Petovio. Questi fu il primo e forse l’unico valido esegeta di lingua latina. Rispettò nella traduzione il testo greco illustrando correttamente il senso letterale di Ap 19-20. Quando il libro cadde nelle mani di Girolamo, avendo già assimilato parecchio origenismo, era inevitabile che falsificasse il testo in senso allegorico.
Su questa operazione teologica-culturale Jean Gribomont dice eufemisticamente: “Ad una data che non possiamo precisare, che non può essere quella della maturità né della vecchiaia, egli (Girolamo) rimaneggiò il commentario latino di Vittorino di Petovio, correggendone qualche errore, migliorandone lo stile e ricevendo qualche beneficio dal commentario di Ticonio” (Quaesten 1983c: 225).
Secondo lo studioso dei padri della Chiesa A. Hamman, proprio sull’opera di Girolamo annota :” I suoi commenti sono poveri di dottrina, trascurati nella forma. Girolamo è un erudito e un umanista, non è né un teologo né un mistico. Egli romperà definitivamente con Origene, quando sarà diventato pienamente e lucidamente se stesso, per animosità contro Rufino” (Hamman 1983: 150).
Dalle lettere di Agostino siamo a conoscenza delle richieste rivolte a Girolamo per avere i testi greci tradotti in latino (Agostino 1969: let. n° 18. 175). Quindi è da supporre, per l’influsso di Girolamo, un certo origenismo anche nell’opera di Agostino, dato che questi si forniva presso il Padre dalmata dei testi, probabilmente anche del commento di Vittorino, e ciò a danno di una retta escatologia. Anzi, a danno soprattutto della Parusìa intermedia, a cui venne meno un sano impianto dottrinario dal quarto secolo in poi. Vediamo ora come vengono trattati i versetti di Ap 19-20, una volta allegorizzati da Origene e da Girolamo, nell’elaborazione agostiniana.
Per sapere come sono stati allegorizzati i versetti di Ap 19-20 dobbiamo analizzare il libro 20 della Città di Dio. Scopriamo così che in principio l’africano di Tagaste professava la vera Tradizione ed accettava il senso letterale di Ap 19-20, ammettendo il tradizionale millenarismo (Agostino 1992: 962), poi con la contaminazione origenista, avviene la svolta allegorica, ma in maniera del tutto originale rispetto ai suoi predecessori, fantasiosa rispetto al testo originario ed ereticale di fronte a tutta la Tradizione che lo ha preceduto. Infatti ad una attenta analisi del libro si nota la retrodatazione di tutte le profezie giovannee, che in realtà sono rivolte al futuro. Abbiamo così la risurrezione dei santi e dei giusti, il millennio felice, il giudizio delle nazioni, la Gerusalemme messianiaca, tutti anticipati al momento presente.
Il biblista Martino Penasa ha dimostrato a livello esegetico come questa interpretazione rappresenta una vera e propria forzatura del testo sacro, che non tiene assolutamente conto della vera dinamica della cronologia profetica dell’Apocalisse (Penasa 1994: 139-169). In realtà Agostino, come Girolamo, non avendo i requisiti si improvvisa come esegeta.. E noi tutti ci meravigliamo come mai la tradizione posteriore, la Chiesa e gli studiosi si appellano (come Winkenhausen 1960: 206; e Bordoni 1988: 96-101) all’autorità di un Padre di cui ricordiamo prima di formulare il suo millenarismo realizzato una iniziale fede nel millenarismo escatologico, quindi ha creduto alla Parusìa intermedia con relativo millennio felice da quanto attesta il sermone 259 della domenica dell’ottava di Pasqua di un anno che è fatto risalire tra il 393 e i 400.
Agostino ha poi compiuto ben sette passi falsi prima di riformulare l’escatologia nel capitolo 20 della Città di Dio scritto nel 417:
1° interpreta l’Apocalisse senza conoscere bene il greco e le sfumature ebraiche del testo sacro;
2° non cita la Santa Tradizione (in ciò verrà imitato disgraziatamente da Martin Lutero, e dai troppi seguaci di Agostino);
3° probabilmente si serve non dell’Apocalisse ma di un commentario, quello di Vittorino, che fu spurgato in senso apocatastico da Girolamo;
4° risente fortemente dell’influsso origenista, dell’unicità della parusìa, utilizzando nell’esegesi di Ap 19-20 il metodo allegorico di Origene (vedi il De principiis) e il metodo di un altro eretico, donatista, Ticonio (vedi il Liber Regularum). Infatti l’inversione temporale dell’evento della parusìa intermedia all’incarnazione viene anche giustificata con l’applicazione della regola di Ticonio detta della ricapitolazione, per la quale s. Giovanni, a suo dire, ponendo al futuro un avvenimento voleva indicare in realtà, con questo procedimento letterario, un fatto già accaduto.
5° è fortemente condizionato dalla cultura medioplatonica e dalla propria concezione filosofica del tempo dove si dà maggior valore al passato che al futuro;
6° si basa nell’applicazione del modulo della “settimana universale” sul sabbatismo ebraico, invece del sabbatismo cristiano che prevede l’ottavo giorno della risurrezione, cioè la Domenica del Signore;
7° è sensibilmente condizionato dalla crisi del messianismo regale nella riflessione rabbinica e da quella cattolica, motivato dal “ritardo della parusìa” (dovuto più per un’interpretazione troppo attualizzata dei passi apocalittici, piuttosto dalla volontà del Signore a rinviare a tempi migliori la venuta gloriosa), che genera disagio presso alcuni gruppi cristiani con reazioni di esaltazione o, peggio, eterodosse.
In breve Agostino in materia escatologica, considerando questi gravi precedenti e dalle fonti ereticali da cui si ispira, non ha nessuna autorità da imporre e si sbagliano di conseguenza anche coloro che ciecamente si appellano a questo Padre.
Ma entriamo ora più in particolar modo nel testo agostiniano con il metodo numerologico: “Se non consideriamo la passione di s. Agostino verso le scienze esatte (...) non ci rendiamo conto della sua tendenza al linguaggio della numerologia simbolica” (Quacquarelli 1988: 372). Invero per sapere che fine abbia fatto la Parusìa intermedia in s. Agostino dobbiamo analizzare, tra le migliaia di parole sprecate per confondere le menti, proprio il modulo della settimana universale, che consiste nel vedere la storia della umanità sviluppata in sette millenni, come sette furono i giorni in cui Dio tradusse in atto la creazione. I fondamenti biblici della settimana universale sono Genesi capitolo uno e due, e la prima lettera di Pietro capitolo tre, versetto otto.
Agostino conosceva questo modulo (cfr. Agostino 1992: 961), ma la sua applicazione viene distorta dalla visione temporale della teoria apocatastatica. Senza dubbio, contrariamente a quanto pensano gli studiosi, è proprio s. Agostino, dopo aver professato indefessamente la sua fede nella venuta intermedia del Signore, il vero millenarista eterodosso. Vediamo ora come.
Premetto che al tempo del vescovo di Ippona vi era una frangia di millenaristi ereticale, di cui il massimo esponente fu un certo Cerinto, che predicava un millennio di felicità materiali con abbuffate di cibi prelibati ed orge sessuali. Questo tipo di millenarismo è chiamato <millenarismo crasso>. Nel condannare questo tipo di millenarismo (cfr. Agostino 1992: 962), il santo di Tagaste prende le mosse per cancellare in blocco il messianismo escatologico della santa Tradizione, che probabilmente gli causava non pochi problemi pastorali, togliendo così una volta per tutte quella speranza universale dei cristiani di una imminente venuta gloriosa di Cristo, che ristabilisse il suo Regno sulla terra, annientando tutti i suoi nemici. Così per gettare l’acqua sporca, sant’Agostino nella fretta e con grande ed ingenua irresponsabilità getta, come si sol dire, il bambino. Per argomentare la cancellazione della Parusìa intermedia e lo slittamento temporale della venuta del Signore Risorto alla fine del tempo Agostino usa impropriamente il modulo della settimana universale, come vedremo confrontandolo con l’impiego fatto da s. Ireneo.
S. Agostino crede di vivere alla fine del sesto millennio: “Quanto ai mille anni, mi vengono alla mente due interpretazioni possibili. Si possono spiegare in quanto il fatto (Satana viene legato nell’abisso) avviene negli ultimi mille anni, ossia nell’ultimo millennio quasi fosse il sesto giorno, di cui stanno passando ora le ultime frazioni, e a cui seguirà il Sabato senza sera, ossia il riposo senza fine dei santi; per cui lo scrittore (s. Giovanni) con i mille anni definì l’ultima parte di questo giorno, per così dire millenario, che ancora rimaneva prima della fine del tempo: è la figura del discorso per cui una parte viene ad indicata col tutto (Agostino 1992. 962). Questo passo indica più degli altri come Agostino abbia falsato l’applicazione del modulo settimana universale, proponendo un altro tipo di calcolo escatologico (cfr. anche le sei età in Agostino 1993: 174-177). In sintesi il vescovo di Ippona sostiene che la Parusìa di Ap 19-20 è avvenuta con l’Incarnazione, perciò lui crede di trovarsi nel sesto millennio, quindi nell’ultimo tempo concesso all’umanità prima di entrare nell’eternità, mentre gli antichi affermavano che il settimo millennio era ancora un tempo da vivere sulla terra godendo pienamente della Gerusalemme messianica, preludio a quella celeste. Sant’Agostino per affermare questo nuovo calcolo stravolge tutto il messianismo escatologico. Infatti deve prima venire l’Anticristo, come tutta la Tradizione precedente sulla base del testo della seconda lettera ai Tessalonicesi e dell’Apocalisse si è sempre affermato.
S. Ireneo è stato il Padre che più di ogni altro ha contribuito alla formulazione teologica dell’evento Anticristo. Secondo s. Ireneo l’Anticristo deve venire per ricapitolare i seimila anni di iniquità: “È detto che il suo numero 666, cioè 6 centinaia, più 6 decine, più 6 unità come ricapitolazione di tutta l’apostasia perpetrata durante il corso di 6.000 anni. Infatti questo mondo sarà portato a termine in tanti millenni quanti furono i giorni impiegati a farlo. Come racconta la Genesi: ‘Così furono portati a termine il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dunque Dio nel settimo giorno portò a compimento il lavoro che aveva fatto e riposò nel 7° giorno da ogni suo lavoro’ (Gn 2, 1-2). Questa è la narrazione del modo in cui furono fatte le cose; ma è anche una profezia del futuro! Giacché se il giorno del Signore è come 1000 anni (1Pt 3,8), e il Signore ha portato al termine le sue opere in sei giorni, è evidente che il compimento di tutto l’insieme sarà effettuato nel 6° millennio...” (Ireneo 1984b: 225-226).
Agostino confonde tutta la cronologia profetica invertendo gli eventi. L’Anticristo a suo dire verrà alla fine del tempo, ignorando che questa figura escatologica è un predecessore di Satana. È Satana, stando all’Apocalisse che viene alla fine del tempo! Che s. Agostino abbia fatto coincidere l’Anticristo con Satana, lo si intende chiaramente nel commento al vangelo e alla prima epistola di s. Giovanni: “Prima deve venire l’Anticristo, poi il giorno del giudizio” (Agostino 1986: 1691).
Per aver invertito gli eventi e per aver formulato il suo calcolo escatologico, s. Agostino può essere imputato come il principale colpevole della grande paura dell’anno mille (il sesto secondo il calcolo agostiniano), che gettò tanto discredito sulla religione cattolica e sulla teologia in genere, incapace di ravvedersi dopo la falsificazione della vera Tradizione. L’errore del calcolo escatologico di Agostino sta anche nell’ aver anticipato di mille anni il regno messianico, ed ora che siamo prossimi al grande evento profetizzato dalla Sacre Scritture, non vogliamo crederci, per l’errore compiuto in precedenza. Inoltre Agostino introdusse nella teologia cattolica la circolarità del tempo proprio dell’eresia apocatastatica (cfr. i cicli temporali di Agostino 1992: 526-532), all’interno del sistema dottrinario, mentre fino ad allora la Tradizione professava una linearità progressiva dell’azione redentiva scandita nel tempo. Per s. Agostino c’è un inizio, l’<adventus> dell’Incarnazione e una fine l’<adventus> della Parusìa finale, così come affermava Origene, nella sua concezione temporale. Per rendersi conto di questa aberrante interpretazione esegetica bisogna considerare questo passo: “Pertanto, durante l’intero periodo abbracciato dall’Apocalisse, ossia dalla prima venuta (adventus) di Cristo, sino alla fine del mondo, che sarà la sua seconda venuta (adventus), il diavolo rimane legato, non nel senso che durante questo intervallo, designato col numero di mille anni, non sedurrà la Chiesa: poiché non la sedurrà nemmeno dopo sciolto” (Agostino 1992: 965).
A parte che questa affermazione agostiniana è smentita categoricamente dai fatti, giacché dopo l’incarnazione il Demonio è più all’opera (sciolto) che mai, ma inoltre i Padri della Chiesa credevano ad un graduale intervento divino, secondo quanto suggeriva la pedagogia che Dio aveva già mostrato al popolo ebraico, e quindi si ammetteva varie tappe di giudizio e di ricreazione. Inoltre se per i Padri il Sabato del settimana universale erano i mille anni del regno di Cristo sulla Terra, per Agostino diventano i mille dell’eternità, disconoscendo sia il senso numerologico della cifra 1.000, sia della cifra 7, attribuendo a quest’ultima delle qualità che sono proprie del numero 8, il giorno della risurrezione di Cristo (Gesù è risorto il giorno dopo il Sabato, 7+1) e di tutto l’umanità dopo il 7° millennio del sabbatismo ebraico-cristiano (cfr. Il capitolo della numerologia ne Il tempo dell’Anticristo e la Parusìa intermedia).
Per questa visione millenaristica: s. Agostino professa, per quanto riguarda la concezione del tempo dell’economia salvifica un millenarismo realizzato, che non è nella sua formulazione una proposta ortodossa.
Il millenarismo realizzato doveva sembrare agli occhi di Agostino la migliore risposta al “ritardo della parusìa”, perché si dimostrava che non v’era nessun ritardo, ma una falsa attesa. La parusìa intermedia era avvenuta con l’Incarnazione e con essa coincideva. Si ci doveva convincere che le profezie di un mondo migliore, di una Gerusalemme messianica, erano state interpretate male sia dai cristiani fedeli, sia dagli eretici. Quelle profezie riguardavano metaforicamente la redenzione di Cristo. Così si spostava l’oggetto della speranza dei cristiani, che una volta apparteneva anche agli ebrei di antica tradizione, a favore del valore redentivo dell’Incarnazione-Pasqua del Messia. Questa retrodatazione delle profezie, se da una parte risolveva parecchi problemi di tipo pastorale, dall’altra lo rassicurava come teologo di fronte a quei passi apocalittici che prospettavano un’altra venuta del Signore sulla terra.
L’investigazione teologica sulle questioni escatologiche, si sa che sono difficili per via di quel alto grado di indeterminazione, per cui si deve fare più appello alla fede che alla ragione, più all’attesa che alla memoria. Una volta determinata la coincidenza della Parusìa intermedia con l’Incarnazione e, quindi, il millennio futuro con il millennio iniziato con l’avvento di Gesù Cristo (adventus=parusìa), ecco che il problema interpretativo delle profezia consisteva ora nel trovare un rapporto analogico con i fatti e i detti del messia.
Il cristano, secondo Agostino, doveva così rapportarsi rispetto alle profezie non più con un atteggiamento di attesa, ma con lo sforzo della memoria, cioè trovare Dio nell’introspezione. Agostino insegna: ”Quanto ho spaziato nella mia memoria per cercarti, o Signore! E non ti ho trovato fuori di essa. Infatti non o trovato nulla di te che non mi ricordassi, da quando ti ho conosciuto; poiché quando ti ho conosciuto non ti ho più dimenticato. Dove ho trovato la verità, lì ho trovato il mio Dio, la Verità stessa, di cui non mi sono dimenticato il giorno in cui l’ho conosciuta. Da allora tu dimori nella mia memoria, e lì io ti trovo quando ti ricordo e gioisco in te. Questa la santa gioia che tu mi hai misericordiosamente donato volgendo il tuo sguardo alla mia povertà” (Agostino 1987: 304).
Dunque la reinterpretazione dei testi biblici del santo di Tagaste si basa su concetti teologici che ha come referenti non la santa Tradizione ma due eretici, Origene e Ticonio. Va da sé che un approccio psicologico ai testi sacri conduce inevitabilmente ad un uso esagerato del metodo allegorico, che spesso travisa il senso della Parola di Dio. Per tutto questo s. Agostino appare nelle questioni esegetiche meno credibile rispetto ad altri Padri che hanno studiato meglio il testo biblico.
Pertanto consigliamo vivamente gli studiosi di rivedere le posizioni escatologiche di Agostino, giudicandole secondo la precedente Tradizione, in base ad una rilettura di Ap 19-20. Va da sé che senza una buona impostazione escatologica, non si possono interpretare bene tutte le profezie della Bibbia, confermate e suffragate col metodo profetico-rivelativo per le Rivelazioni Private con finalità pubblica. È questa la principale ragione teologica, che spiega la incauta prudenza della gerarchia cattolica, la quale non potendo, per l’impedimento agostiniano, comprendere rettamente la figura dell’Anticristo e, quindi, la Parusìa intermedia, confonde queste realtà con le realtà ultime e definitive.
Per cui la Chiesa crede ingenuamente che le profezie di La Salette, Fatima, Medjugorie, M. Valtorta, J.N.S.R. (vedi ad es. Appello divino, di A. Norrito), Vassula Ryden trattano della temuta fine del mondo. In realtà stanno illustrando alla cristianità l’imminente arrivo di Cristo Risorto per instaurare con potenza il profetizzato regno messianico sulla terra. Ma prima della Parusìa intermedia l’umanità e la Chiesa dovranno essere purificati dalla prova dell’Anticristo e della Triade infernale.
3. Quante sono le Parusìe del Signore?.
La terza parte del ‘grande equivoco’ di sant’Agostino è interamente riportata nel mio libro Il tempo dell’Anticristo e la Parusìa intermedia, dove, date le premesse teologiche e numerologiche, è più comprensibile e di facile lettura.
Nel dibattito teologico si è imposta recentemente una questione escatologica che sembrava risolta con i pronunciamenti di Girolamo e Agostino, ma che ora riemerge per i molti interrogativi che essa pone. Illustreremo brevemente la questione della venuta del Signore Gesù Cristo alla fine dei tempi, data dalle molte apparizioni e messaggi celesti come imminente, ma non come l’ ultima e definitiva. Viviamo nella consapevolezza che i tempi dell’iniquità, della ribellione alla legge di Dio, del disordine morale e sociale stanno per aver un termine. È una fine stabilita da Dio e non dalla presunzione umana. È l’ora che scade con la venuta o parusìa del Signore, che viene per ristabilire l’ordine divino nella società e nel creato. Introduciamo, pertanto, il tema focalizzando le tesi contrapposte di due teologi italiani per giungere poi a delle conclusioni critiche.
Nel dibattito sulla questione della Parusìa intermedia apparso nella rivista 'Il Segno del Soprannaturale' (n°. 106) il prof. Ivo Cisar Spadon riafferma in sintesi la posizione ufficiale della Chiesa sull’unicità della Parusìa di Cristo risorto alla fine del tempo.
In risposta al prof. Spadon, nell’articolo seguente, il padre Martino Penasa sulla base di una rinnovata lettura esegetica, patristica e profetica-rivelativa, riscontra invece tre parusìe: l’Incarnazione, la Parusìa intermedia di Apocalisse 19-20 e la Parusìa finale.
Ad essere più precisi , il prof. Spadon si sbilancia oltremodo per sostituire, sic et simpliciter, al termine parusìa il termine analogo in lingua italiana di ‘venuta’, per cui abbiamo molte più venute del Signore di quelle indicate da p. Penasa, come la trasfigurazione e la risurrezione... Chi dei due ha ragione? Entrambi citano le Sacre Scritture e la Tradizione, suscettibili entrambe di varie interpretazioni, ma il Magistero, che definisce il contenuto della Rivelazione pubblica, sul dogma della Parusìa (il Credo, Documenti Conciliari, il Catechismo della Chiesa Cattolica) sembra dare più forza alle argomentazioni del professore.
Il biblista Martino Penasa, nel sostenere la Parusìa intermedia non entra in contraddizione con la dottrina della Parusìa finale, come qualcuno ha pensato, ma mette in luce l’esistenza di un ‘vuoto dogmatico’ nella Sacra Dottrina. In breve, manca una parusìa, la cosiddetta Parusìa intermedia di Apocalisse 19-20. Quindi è bene sottolineare che non è in discussione il dogma della Parusìa finale, fin qui siamo tutti d’accordo, ma sulla mancata definizione di una parusìa, riconosciuta unanimemente dai primi cristiani, studiata dai Padri della Chiesa e cancellata successivamente dall’interpretazione allegorica di Origene, Agostino e Girolamo.
La posizione teologica di p. Penasa ha posto in questione la parusìa dimenticata dai più e coraggiosamente riaffermata dalle recenti rivelazioni private. L’interpretazione del biblista è da prendere in seria considerazione, senza schierarsi aprioristicamente dietro l’autorità del Magistero, che in questo caso non può venire in aiuto alla soluzione del problema, se prima i teologi e i fedeli tutti non si impegnano a discernere le cause che hanno portato nella teologia alla sparizione di una parusìa del Signore.
Ricordiamo che non si tratta di una vana discussione, ma della retta comprensione della Parola di Dio. Innanzitutto, prima di entrare direttamente nella questione, occorre aver chiaro il concetto di “parusìa”, giacché la terminologia è fondamentale per la soluzione positiva del problema.
Il termine parousía è un termine greco che significa in genere ‘presenza’ e ‘venuta’. Ma il termine ha propriamente un senso tecnico impiegato per l’arrivo di un signore, di un sovrano, persino di un dio che soccorre i suoi credenti dall’ingiustizia (cfr. Braumann 1976: 1214).
Ora nel testo dell’Apocalisse non appare espressamente il termine parusìa, ma “benché il nostro vocabolo non v’appaia affatto, è piena di una vibrante speranza parusìaca” (Oepke 1974: 871).
Pertanto le Sacre Scritture non esprimono chiaramente l’unicità o la ternarietà della parusìa del Signore. Ed è proprio l’esatta definizione della termine ‘parousía’, impiegato dalla comunità credente a dare un contributo fondamentale per stabilire il senso letterale della Parusìa intermedia di Apocalisse 19-20, distinguendola così dall’Incarnazione e dalla Parusìa finale. È questa la chiave del problema.
Le soluzioni proposte sono tre: la prima, la più antica, afferma l’indipendenza tematica di Apocalisse 19-20, accettando, al di là del linguaggio apocalittico del testo, un contenuto letterale alla Parusìa intermedia ; la seconda, apparsa intorno al secolo quarto d. C., presenta una dipendenza tematica di Apocalisse 19-20, tramite una lettura allegorizzante, all’Incarnazione (così Origene, Agostino, Girolamo); la terza soluzione, la più moderna, illustra il testo Apocalisse 19-20, tramite una lettura redazionale, come il doppione della Parusìa finale (così Ugo Vanni).
Se si dimostra che Ap 19-20 gode di una indipendenza tematica e quindi che si può ricavare da esso un senso letterale proprio, si giustifica a livello teologico la presenza di un’ulteriore parusìa, che è intermedia perché posta tra la venuta del Signore nella carne (Incarnazione) e la venuta nel Signore nella gloria universale (Parusìa finale). Questa parusìa, la chiamiamo d’ora in poi Parusìa intermedia per distinguerla da quella finale, era focalizzata dai primi Padri della Chiesa all’interno del modulo della ‘settimana universale’, cioè i sette millenni dell’umanità come sette i giorni in cui Dio creò l’universo. La Parusìa intermedia veniva posta al principio del settimo millennio (alla fine del sesto l’Anticristo e al settimo il Cristo parusìaco, così Ireneo 1984b: 226-227), secondo l’impostazione della ‘settimana universale’ a cui, peraltro, si rifà implicitamente l’autore dell’Apocalisse nella scansione del settenario dei sigilli. L’esegeta, A. Farrer, ha notato nell’ Apocalisse una settimana di settimane in un complesso collegamento con il racconto della creazione di Gn 1-2, e con le quattro parti dell’anno, a loro volta in relazione con le feste giudaiche e i loro lezionari, con gli elementi cosmologici, con i segni zodiacali e con le dodici tribù. In tal modo ai settenari, sei come i giorni dell’opera creativa di Dio, seguirebbe il sabato del riposo divino, esso senza opere e senza suddivisione settenaria (cfr. Farrer, Rebirth, cit. In Biguzzi 1996: 31).
Se, secondo il modulo della settimana universale l’umanità vivrà tanti millenni quanti i giorni impiegati da Dio per creare il mondo, allora il regno messianico della durata di mille anni coincide col settimo della creazione, quindi, secondo un rapporto di analogia, col ‘riposo’ (in ebraico ‘sabbath’, da cui la parola sabato) di Dio, dopo la vittoria definitiva del Signore sull’Anticristo e sullo Pseudoprofeta e la reclusione del loro capo, Satana, per mille anni nell’abisso.
Pertanto la Parusìa intermedia è posta all’inizio del settimo millennio dalla nascita di Adamo (stimata intorno al 4004 a. C.). Una esegesi seria su Ap 19-20 prende in considerazione il carattere profetico del regno messianico dei mille anni (cfr. Prigent 1985: 604-605), senza associarlo al periodo della Chiesa a partire dall’Incarnazione, quindi “al tempo presente, quello cioè della prima venuta” (Agostino 1992: 968); né all’eternità dopo la Parusìa finale, come afferma perentoriamente Ugo Vanni: “ si tratta senz’altro della seconda venuta (cioè la Parusìa finale, ndA)” (Vanni 1991: 319); né tanto meno alle interpretazioni ereticali delle varie sette millenaristiche.
Riassumendo, si constata che la Parusìa intermedia non gode presso la maggior parte dei teologi di una propria autonomia tematica, perché o viene associata alla prima venuta, ossia all’Incarnazione, o alla Parusìa finale. Generalmente i teologi associano la Parusìa intermedia all’Incarnazione, perché seguono pedissequamente l’esegesi allegorica di s. Agostino (ad esempio Wikenhausen, Bordoni, Gozzellino). La nuova interpretazione redazionale non trova il sostegno di grandi esegeti come Prigent o Brütsh.
Dobbiamo chiederci come mai sono sorte dal testo di Ap 19-20 due interpretazioni dalla stessa Tradizione. Precedentemente abbiamo abbozzato in modo schematico una linea storica dell’esegesi del testo dell’Apocalisse in questione. Senza dubbio la prima Tradizione era unanime nell’accettare il senso letterale di Ap 19-20, così ad esempio la Didaché, Barnaba, Papia, Giustino, Ireneo, Lattanzio (cfr. Penasa 1994: 103-134). Pertanto l’esegesi patristica più antica accettava l’indipendenza tematica di Ap 19-20 senza confonderla con altri momenti dell’economia salvifica come l’Incarnazione e la Parusìa finale. In effetti già nel libro dell’Apocalisse si trovano in perfetta sintesi i tre momenti salienti dell’economia salvifica: l’Incarnazione in Ap 12, 1-6; la Parusìa intermedia in Ap 19, 11-21. 20, 1-6, che è ben distanziata con la cifra dei ‘mille anni’ dalla Parusìa finale di Ap 20, 11-15.
Teniamo presente che la maggior parte dei Padri di questa venerabile Tradizione erano di lingua greca, ed alcuni beneficiarono direttamente della insegnamento apostolico, quindi si suppone una maggiore autenticità di questa tesi rispetto a quella sorta dalla Tradizione latina, che forse proprio per aver dimostrato una scarsa conoscenza della lingua dei testi sacri, non seppero decodificarla in modo opportuno. Sappiamo per certo che proprio s. Agostino, colui che più di tutti incise per l’interpretazione allegorica di Ap 19-20, rapportandola al tema dell’Incarnazione, non aveva una buona acquisizione di questa lingua. Ed inoltre registriamo al momento del passaggio dal senso letterale al senso allegorico di Ap 19-20 un uso esagerato del metodo allegorico adottato dalla scuola di Alessandria a danno, come tutti sanno, della retta comprensione delle Sacre Scritture.
Il primo ad allegorizzare in modo sistematico Ap 19-20 è stato Origene, che fu un teologo scomunicato dal suo stesso vescovo e ritenuto un eretico già in vita, ma non dai suoi estimatori, tra i quali troviamo proprio coloro che hanno allegorizzato in maniera definitiva Ap 19-20, cioè Agostino e Girolamo. Questi Padri nel dare un senso allegorico ad Ap 19-20 credettero di risolvere la questione millenarista. E qui dobbiamo precisare che la questione della Parusìa intermedia è da collocare in una problematica teologica più ampia che abbraccia le concezioni del millenarismo e del messianismo regale.
Si nota nell’interpretazione di s. Agostino un difetto di comprensione del termine parousía. È bene, dunque, ritornare sul vocabolo specificando la sua accezione nel Nuovo Testamento.
La Parusìa del Signore presenta quattro caratteristiche:
1° è universale: riguarda sia i vivi che i morti;
2° è conflittuale: vi è una battaglia definitiva tra bene e male, con vittoria definitiva di Dio sul Maligno;
3° è giudiziale: segue alla battaglia definitiva una separazione netta dei due schieramenti;
4° è trasformante: l’universo viene purificato da ogni traccia del male; vi è una risurrezione dei corpi o trasfigurazione dei fedeli vivi, a seconda dei due momenti di ricreazione.
Si dà una parusìa quando si realizzano le quattro caratteristiche succitate. E le caratteristiche si riscontrano solo nella Parusìa intermedia che dà luogo alla trasfigurazione dei fedeli vivi e nella Parusìa finale, che dà luogo invece alla risurrezione generale. Se i primi cristiani hanno potuto trovare nel vocabolo greco un concetto quasi analogo per designare un evento sacro, quale la Parusìa del Signore, i latini dovevano accontentarsi di un comunissimo ‘adventus’, che non ha nessuna accezione tecnica né sacrale come il suo corrispettivo in italiano, ‘venuta’.
Questa ipotesi filologica può essere la base per spiegare l’interpretazione grossolana di Agostino, che in nulla coincide con la Sacra Tradizione e forza inevitabilmente il contesto di Ap 19-20 e il suo senso letterale (cfr. Penasa 1994: 139-168).
Ci chiediamo: “Può l’Incarnazione essere una Parusìa?”.
La risposta è adesso a portata di mano Brevemente l’incarnazione può definirsi una venuta ma non come una parusìa, perché non è stata universale, ma limitata al popolo ebraico; è parzialmente conflittuale, perché il male non è stato completamente debellato, sicché Satana è ancora il principe di questo mondo; non è giudiziale, perché i giusti convivono ancora con i malvagi; non è trasformante in quanto il mondo e l’umanità sono rimasti tali come Cristo li ha lasciati, sebbene agisca in modo misterioso la grazia santificante.
Si impone, dunque, un distinguo nelle venute del Signore Gesù, che non sono tutte uguali, come qualcuno lascia intendere, ma vanno opportunamente differenziate.
In conclusione siamo dell’avviso che tecnicamente sono due le Parusìe del Signore: la Parusìa intermedia per sconfiggere la Triade infernale e ricreare il mondo per gli eletti trasfigurati dalla seconda Pentecoste; e la Parusìa finale per sconfiggere Satana e ricreare il mondo per i risorti. E se con la teologia giungiamo a queste conclusioni, a livello profetico-rivelativo non manca una maggiore chiarezza sulla binarietà della Parusìa del Signore, come ha potuto rilevare Antonio Norrito in Appello divino dagli scritti profetici di J.N.S.R.
BIBLIOGRAFIA
Agostino, Aurelio
1969 Le lettere, ed. Latino-italiana, vol. XXI, Città Nuova, Roma.
1986 Commento al Vangelo e alla Prima Epistola di s. Giovanni,
ed. Latina-italiana, vol. XXIV/2, Città Nuova, Roma.
1987 Le Confessioni, trad. A. Landi, Paoline, Milano.
1992 Città di Dio, trad. C. Carena, Einaudi-Gallimardi, Lonrai.
1993 Prima catechesi per i non cristiani, trad. P. Siniscalco,
Città Nuova, Roma.
Aragon, L. D’ 1968 The Jerome Biblical Commentary, 2, London.
Bordoni, M. - Ciola, N.
1988 Gesù nostra speranza. Saggio di escatologia, EDB, Bologna.
Braumann, G
1976 Parusìa, in Dizionario dei concetti biblici del N.T., EDB,
Bologna, pp. 1214-1219.
Gentili, Antonio
1993 Dentro il mistero. Indagine sull’esoterismo cristiano, Ancora,
Milano.
Gozzellino, Giorgio
1993 Nell’attesa della beata Speranza. Saggio di escatologia
cristiana, Elle di ci, Torino.
Hamman, Adalbert
1983 Breve dizionario dei Padri della Chiesa, Queriniana, Brescia.
Ireneo, di Lione
1984 Contro le eresie, vol. 1 (a) e 2 (b), Cantagalli, Siena.
Lubac, Henri De
1972 Esegesi Medievale. I quattro sensi della Scrittura,
voll. 1 (a) e 2 (b), Paoline, Milano.
Norrito, Antonio
1998 Appello divino dagli scritti profetici di J.N.S.R., Segno, Udine.
Oepke, A.
1974 Parusìa, in Grande Lessico del N.T., vol. IX, Paideia, Brescia,
pp. 839-878.
Penasa, Martino
1994 Viene Gesù! La venuta intermedia del Signore, Segno, Udine.
Peters, Gabriel
1986 I Padri della Chiesa, Borla, Roma.
Prigent, Pierre
1985 L’Apocalisse di s. Giovanni, Borla, Città di Castello.
Quacquarelli, Antonio
1988 Le scienze e la numerologia in s. Agostino, in riv. Vetera
Christianorum, num. 25, pp. 359-379.
1989 Complementi interdisciplinari di Patrologia, Città Nuova, Roma.
Quaesten, Johannes
1983a Patrologia. I Primi due secoli, v. I, Marietti, C. Monferrato.
1983b Patrologia. I Padri greci, vol. II.
1983c Patrologia. I Padri latini, vol III.
Teofilo il Siculo
1998 Il tempo dell’Anticristo e la Parusìa intermedia, ed. Segno, Udine.
Trappé, Agostino
1976 S. Agostino. L’uomo, il pastore, il mistico,
ed. Esperienze, Fossano.
Vanni, Ugo 1991 L’Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna.
Wikenhausen, Alfred
1960 L’Apocalisse di Giovanni, Morcelliana, Brescia.
Fine articolo
SANT’AGOSTINO
UN PONTE TRA AFRICA ED EUROPA
In occasione dei 1650 anni dalla nascita del Vescovo di Ippona
l’Agenzia Fides propone una serie di contributi che mettono in luce
la sua grande eredità spirituale e culturale oltre alla sua attualità
AFRICANITÀ E UNIVERSALITÀ DI SANT’AGOSTINO: UNA MOSTRA A TUNISI
L’INCONTRO CON SANT’AMBROGIO E LA LOTTA CONTRO LE ERESIE
L’UOMO DELLA RICERCA, DEL DIALOGO E DELLA SPERANZA
LE ERESIE DEI TEMPI DI AGOSTINO E QUELLE DEI TEMPI MODERNI
ATTUALITÀ DI SANT’AGOSTINO
IN MARGINE ALLE TANTE INIZIATIVE SU SANT’AGOSTINO
COSA SIGNIFICA ESSERE AGOSTINIANO OGGI ?
BIOGRAFIA DI SANT’AGOSTINO
LE OPERE DI SANT’AGOSTINO
LA FAMIGLIA AGOSTINIANA
LE TRE RADICI DELL’ORDINE AGOSTINIANO
UN'UNICA GRANDE FAMIGLIA
I TRE CARDINI DELLA SPIRITUALITA’ DELL’ORDINE AGOSTINIANO
LE ATTIVITA’ DELL’ORDINE AGOSTINIANO
___________________________________________________________________________________
LO SPECIALE E’ DISPONIBILE ANCHE SUL SITO DELL’AGENZIA FIDES: www.fides.org
AFRICANITÀ E UNIVERSALITÀ DI SANT’AGOSTINO: UNA MOSTRA A TUNISI
Tunisi (Agenzia Fides) – “Agostino ci lascia un messaggio: vivere un amore senza incrinature per Dio, per gli uomini e per la patria. A tutti gli uomini di buona volontà si presenta come un modello nella sua ricerca di Verità, di Assoluto, di onestà intellettuale e nel suo impegno a servizio degli uomini per costruire con loro quella che chiamava ‘la Città di Dio’”. Lo ha affermato Sua Ecc. Mons. Fouad Twal, Arcivescovo-Vescovo di Tunisi, inaugurando il 15 dicembre a Tunisi, presso l’ex Basilica di San Luigi, oggi Museo, una Mostra su Sant’Agostino, in occasione del 1650° anniversario della nascita. Si tratta di un evento storico, il primo del genere in Tunisia.
“Agostino, grande figlio di questa terra africana, è uomo di ricerca. Passa la sua vita a riflettere, ad approfondire, a ricercare. Oggetto della sua ricerca è il senso della vita, l’approfondimento della dottrina della fede, la ricerca della verità” ha detto ancora Mons. Fouad Twal. “Agostino è un uomo appassionato dell’annuncio della fede e appassionato della Chiesa. Per questo lotta con forza contro le eresie dei suoi tempi. Agostino avrebbe potuto fare una brillante carriera di notabile romano. Dopo il battesimo ha voluto tornare nel suo paese di origine, questa Africa del Nord a cui ha consacrato tutte le sue forze dopo il suo ritorno, fino alla morte”.
La Mostra allestita dal 15 dicembre 2004 al 10 gennaio 2005, non vuole essere altro che “stimolo alla riflessione e incitamento a leggere le grandi opere di questo Sant’uomo” secondo Mons. Twal. Sant’Agostino si è proclamato “africano”, acquistando nello stesso tempo una dimensione universale. Proprio questo è il tema dell’esposizione “Africanità ed Universalità”, la cui parte didattica è stata curata dall’Università di Friburgo, mentre quella artistica dal Ministero della Cultura tunisino, che ha messo a disposizione magnifici reperti archeologici. All’allestimento della Mostra hanno concorso sia la Diocesi di Tunisi che l’Ambasciata svizzera.
“La Mostra su Sant’Agostino rivela il passato cristiano della Tunisia, in cui il Santo ha ricoperto un ruolo importante, a cavallo tra l’epoca romana e l’invasione dei Vandali, a cui successero i bizantini e gli arabi” dice all’Agenzia Fides il Vicario generale della Diocesi di Tunisi, Mons. Dominique Rézeau. “Cartagine era allora la metropoli cristiana dell’Africa, con le sue numerose diocesi, i suoi santi ed i suoi pastori, i suoi teologi, i suoi cristiani, ancora tentati dalle eresie del donatismo e del pelagianesimo. Gli scritti di Tertulliano, di San Cipriano, Vescovo di Cartagine martirizzato nel 258, e di Sant’Agostino, hanno guidato e guidano ancora la fede e la vita della Chiesa sia nella nostra diocesi che oltre le sue frontiere. Ci auguriamo che questa esposizione faccia scoprire ai visitatori la grande figura di Sant’Agostino, che può essere chiamato, come più tardi lo fu San Tommaso Moro, “un uomo per tutte le stagioni”.
L’Arcidiocesi di Tunisi oggi ha una popolazione di poco inferiore ai 10 milioni di abitanti, con circa 20.000 cattolici. Senza dubbio la Tunisia di oggi non è quella dei tempi di Sant’Agostino. “Dopo l’indipendenza del Paese e la partenza di numerosi europei – prosegue Mons. Rézeau -, la Chiesa locale somiglia oggi a quella delle origini: una piccola comunità di credenti che cerca di vivere la sua fede e testimoniare la carità. I rapporti con la società tunisina sono buoni e particolarmente importanti nel campo della sanità e dell’educazione. Esiste anche una collaborazione con le associazioni locali per assistere i bambini poveri e gli handicappati. La diocesi gestisce 10 scuole primarie e secondarie in diverse grandi città del paese, e la clinica Sant’Agostino, l’unica struttura di questo genere nell’Africa del Nord. L’Institut des Belles Lettres Arabes, fondato dai Padri Bianchi, e diverse biblioteche, sono frequentate da studenti liceali ed universitari e da studiosi.”
Infine il Vicario generale di Tunisi sottolinea i rapporti con il mondo musulmano: “La nostra comunità è immersa in un mondo quasi interamente musulmano. Noi siamo accettati e rispettati, sia dalle Autorità dello stato che dalla popolazione. Piuttosto che di “dialogo interreligioso” preferiamo parlare di dialogo tra persone di religioni differenti, che possono trovare modi di collaborazione in diversi campi, per il bene comune. Le autorità e la società tunisina sostengono e difendono uno Stato fondato sulla pace e la tolleranza. Anche le autorità musulmane camminano nella stessa direzione, e ciò consente di escludere in questo paese appelli al fondamentalismo o qualche sostegno al terrorismo, e la maggioranza della gente è di questo avviso. Gli stretti contatti con i paesi europei, soprattutto la Francia e l’Italia, gli incontri frequenti tra gli abitanti di questi paesi, le persone e le famiglie, favoriscono un clima di comprensione e di tolleranza.”
L’INCONTRO CON SANT’AMBROGIO E LA LOTTA CONTRO LE ERESIE
Roma (Agenzia Fides) – La vita di Agostino venne profondamente segnata dall’incontro con Ambrogio, Vescovo di Milano, dove Agostino si era trasferito nel 385 per insegnare retorica. In un periodo di profonda inquietudine, Agostino trova nelle catechesi di Ambrogio l’illuminazione e la risposta ai suoi dilemmi, e nella notte di Pasqua del 387, è lo stesso Ambrogio a battezzarlo. Da Vescovo di Ippona, Agostino si trovò a lottare contro diversi movimenti eretici, dimostrando sempre accoglienza e dialogo con l’errante, ma rimanendo assolutamente fermo nell’indicare l’errore che pregiudicava l’essenza stessa del Cristianesimo. Su questi due aspetti della vita di Sant’Agostino, l’Agenzia Fides ha chiesto un contributo a Sua Ecc. Mons. Giovanni Scanavino, OSA, Vescovo di Orvieto-Todi.
L’incontro con Sant’Ambrogio
«Innanzitutto Sant’Agostino arriva a Milano in una situazione piuttosto disperata, perché sembra che tutta la sua ricerca precedente sia vanificata dall’impossibilità di trovare la verità. Dopo la famosa lettura dell’Hortensius di Cicerone il suo cuore si era infiammato per la sapienza, per la vera sapienza e la delusione manichea lo aveva fatto sprofondare in una grande disperazione. Ma a Milano ecco la luce. La luce che gli viene da questo Vescovo gran parlatore, ma anche grande filosofo, il quale ha iniziato l’esperienza del circolo dei neo platonici proprio per dare alla filosofia e al linguaggio filosofico una possibilità di mediazione della stessa dottrina cattolica. Agostino a contatto con Ambrogio, a contatto con questo circolo dei neo platonici, riesce a cogliere la spiritualità di Dio, riesce a capire il problema del male. È il grande problema del male che ha angosciato sempre ogni ricercatore. E soprattutto attraverso la catechesi di Ambrogio, Agostino riesce a riscoprire il valore della Sacra Scrittura. I manichei gliela avevano disprezzata, il suo orgoglio, la sua presunzione aveva fatto il resto e aveva così messo da parte il libro della fede. Ora lo riprende, lo rilegge con le nuove possibilità che lo stesso Ambrogio gli offre attraverso la catechesi, e sarà proprio questo libro a cambiare la sua vita. Ce lo racconta lui stesso nel bellissimo libro ottavo delle Confessioni, quando un giorno disperato sta leggendo le lettere di San Paolo alla ricerca di una soluzione definitiva che però non riesce a cogliere. La sua grande difficoltà era il fatto di non riuscire a vivere l’amore (viveva già con la sua donna, aveva già avuto un figlio) eppure non era capace di vivere l’amore con il giusto equilibrio. Aveva bisogno di una forza per superare quella che lui chiama in quel contesto la malattia dello spirito, cioè la sua libertà non era ancora totalmente liberata e intravede nell’offerta di Cristo stesso la possibilità di superare questa grande difficoltà. Sente il dissidio tra le due volontà, verso il bene e verso il male, che però sono le espressioni della stessa identica volontà. E Cristo gli appare come il grande liberatore. La scena è stupenda: quella del giardino di Milano quando ad un certo punto Agostino sente la cantilena di una canzone che diceva “tolle lege”, “prendi e leggi”. Afferra le lettere di Paolo, le apre a caso, e trova quel famoso capitolo 13 di San Paolo, quel capitolo letto in modo del tutto particolare nel contesto dell’Avvento: è ora di svegliarci dal sonno, il tempo corre, siamo molto più vicini adesso alla salvezza, ma dobbiamo abbandonare le gozzoviglie, le passioni, dobbiamo rivestirci dell’uomo nuovo che è Cristo e questa proposta finalmente lo convince perché capisce che è un dono gratuito e totale di Cristo. Allora quella lettura lo sconvolge e gli infonde nel cuore una pace incredibile. Quello è il momento del cambiamento della sua vita. Cristo gli appare come Colui che guarisce la malattia della sua libertà e lo aiuta a volere integralmente, totalmente, il bene, il bello, la vita e tutto quello che il Signore gli concederà dopo questo momento così cruciale».
La lotta contro le eresie
«Sant’Agostino come Vescovo ha dovuto lottare con diversi movimenti eretici. E li ha affrontati con uno stile che potremmo definire da una parte di ricerca ancora (perché Agostino non ha mai smesso di essere ricercatore, anche dopo la conversione ha sempre continuato questa ricerca della verità) e con grande attenzione a questi movimenti e a queste persone. Molte volte nell’iconografia viene presentato come il “malleus haereticorum”, come colui che li calpesta e cerca di spegnere ogni movimento che sia contrario o avverso alla cattolicità, ma non è l’immagine più esatta. Certo lui è stato molto preciso nella discussione e nell’affrontare il problema della verità cattolica. Possiamo citare due momenti emblematici: il primo quando ha dovuto affrontare un’eresia o potremmo dire una vera apostasia, che divideva la Chiesa in due nella stessa città, negli stessi paesi. Era l’ eresia del donatismo. Coloro che avevano rifiutato la fede nel periodo del martirio erano considerati apostati e quindi incapaci di poter essere reinseriti nella Chiesa Cattolica. Dovevano essere ribattezzati. E Agostino ha cercato di lottare per sostenere la validità dei sacramenti che non sono legati soltanto alla Chiesa che li amministra, ai ministri stessi della Chiesa, sacerdoti e Vescovi, ma sono soprattutto legati alla fede nella salvezza di Cristo stesso. Questo è stato un capitolo formidabile della teologia che poi la Chiesa ha fatto sua e l’ha battezzata come vera dottrina cattolica. Ha dovuto poi subire anche delle angherie perché questo movimento dei donatisti aveva anche delle bande armate e Agostino ha sempre cercato di distinguere l’errore dall’errante. Ha sempre cercato di voler bene, di accogliere, di dialogare con l’errante, rimanendo fermo nell’indicare l’errore che pregiudicava la salvezza stessa e quindi l’essenza stessa del cristianesimo.
L’altra eresia, quella pelagiana, la possiamo considerare presente anche oggi, perché un certo spirito pelagiano caratterizza la cultura contemporanea, quando si pensa che non è necessaria la grazia di Cristo per vivere bene: è sufficiente il libero arbitrio e la coscienza. Il pelagianesimo si configura come la teologia liberale. Cioè una teologia che non ritiene necessaria la grazia di Cristo per la nostra giustificazione. Noi invece abbiamo bisogno di essere liberati da Cristo. Non è sufficiente la legge, non è sufficiente il cosiddetto libero arbitrio: due grandi regali che il Signore ci ha fatto. Ma, come diceva spesso Paolo ai suoi correligionari, chi è capace di osservare tutta la legge? Abbiamo bisogno di una forza particolare che la nostra libertà non ha e Agostino poteva far leva proprio sulla sua esperienza personale. Per cui ha cercato soprattutto di sostenere la teologia paolina perché essa era soprattutto la valorizzazione della salvezza di Gesù Cristo attraverso la sua croce. E Agostino cita spesso quella citazione di San Paolo: vogliamo annullare, rendere vuota la croce di Cristo? Se vogliamo annullarla non siamo più cristiani e cattolici. Ecco in tutto questo comportamento Agostino è stato sempre di una chiarezza unica. Ha sempre cercato di riferire ciò che la Bibbia, la Scrittura, gli Apostoli ci hanno tramandato e non per nulla la sua dottrina è diventata tout court la dottrina della Chiesa Cattolica».
L’UOMO DELLA RICERCA, DEL DIALOGO E DELLA SPERANZA
Roma (Agenzia Fides) – Abbiamo chiesto a P. Pietro Bellini, Priore provinciale degli Agostiniani, di delineare alcuni tratti fondamentali della complessa personalità di Sant’Agostino. Riportiamo di seguito le sue considerazioni.
“I grandi uomini della storia sono sempre attuali e universali, perché il loro messaggio non ha confini di tempo e di spazio. Agostino è uno di questi uomini, che la Provvidenza ha regalato all’umanità. Agostino è uomo di oggi perché ha ricercato fino in fondo la verità: convinto delle grandi potenzialità della mente umana, e che le profonde aspirazioni del cuore umano ci sono perché ad essere appagate, Agostino insegna, a chi cerca la verità, a non disperare di trovarla. Nella prima lettera scritta poco dopo la conversione dice: “A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità”. E’ un uomo che non ha avuto paura del futuro, convinto che la storia dell’uomo è scritta anche da Dio.
E’ l’uomo del dialogo e del rispetto fra le persone e i popoli. Ci ha insegnato a distinguere tra il peccato e il peccatore: il primo è da condannare, il secondo da amare, perché siamo tutti creati ad immagine di Dio (immagine che non viene distrutta dal peccato) e figli dello stesso Padre. Perché il dialogo sia vero e fruttuoso, deve avere due connotazioni: la carità e la verità, “Caritas in veritate”.
E’ il cristiano che ha percorso con fatica il cammino della fede e della purificazione, passando attraverso le prove, le delusioni, le incertezze, l’esperienza avvilente del peccato e della fragilità umana, riuscendo a ritrovare Dio, e con Lui la pace e la serenità del cuore, il senso della vita, il gusto di amare e di sentirsi amato.
E’ il cristiano che ha amato la Chiesa incondizionatamente, anche se imperfetta e defettibile, (“santa e peccatrice” la chiama), come madre: perché essa ci ha generato alla fede e ci offre i mezzi della salvezza. “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa come madre”.
E’ il pastore che ha donato la sua esistenza per le anime a lui affidate, accettando il “peso” dell’episcopato e sacrificando il suo desiderio di dedicarsi allo studio e alla contemplazione. “Sono cristiano con voi e vescovo per voi, insieme condiscepoli alla cattedra del Signore”.
E’ l’uomo della speranza e dello sguardo nel futuro. Vissuto nel tempo in cui l’impero romano si stava dissolvendo - era stata l’istituzione e la civiltà più solida della storia dell’umanità (circa mille anni), ritenuta incrollabile e insuperabile - ha saputo vedere e descrivere la storia umana (nella “Città di Dio”) alla luce di un disegno misterioso, ma provvidenziale, che mette la creazione al riparo sia dalle bizzarrie di un destino cieco, sia dalle conseguenze nefaste della cattiveria e degli errori umani.”
LE ERESIE DEI TEMPI DI AGOSTINO E QUELLE DEI TEMPI MODERNI
Roma (Agenzia Fides) – Padre Bernardino Pinciarioli, Priore e parroco della Comunità di Sant’Agostino a Campo Marzio in Roma, sottolinea come le eresie contro cui combatté Sant’Agostino si ritrovano in qualche modo anche ai nostri giorni. "Sant’Agostino, diventato prima Sacerdote e poi Vescovo, ha amato la Chiesa, ha servito la Chiesa, ha cercato la verità e, ad ogni costo, l’unità della Chiesa. Ha dovuto combattere fino al termine della sua vita contro due grande eresie: la prima dei donatisti, la seconda dei pelagiani. I donatisti cercavano una Chiesa pura e pertanto negavano che la grazia potesse essere donata per mezzo di ministri non santi e quindi indegni. Agostino desiderando la verità, dice loro: Cristo salva! E’ per la misericordia di Dio che ci viene donata la Grazia; anche se il ministro è un peccatore, è Cristo che dona la Grazia e la misericordia per mezzo del ministro. Desiderando l’unità della Chiesa li prega perché ritornino nel corpo di Cristo e dice loro: “anche se voi non volete, noi sempre vi chiameremo i nostri fratelli”.
Pelagio, invece, volendo far primeggiare su tutto la volontà dell’uomo, esagera fino al punto di affermare che l’uomo può fare a meno della grazia di Dio. Agostino risponde ai pelagiani dicendo che l’uomo è sì creato buono, ma a causa del peccato originale ha perduto la sua forza di salvezza e per questo ha bisogno della grazia del Signore. Queste due eresie sono ancora presenti oggi. La prima, la donatista, si esplica nell’affermazione: "Cristo sì, Chiesa no" e la seconda, quella pelagiana, si esplica nell’affermazione della forza dell’uomo, nella sua capacità di trovare da solo la via della salvezza, fino al punto di fare a meno di Dio, di negare Dio".
ATTUALITÀ DI SANT’AGOSTINO
Roma (Agenzia Fides) – Sull’attualità di Sant’Agostino pubblichiamo una riflessione di P. Angelo Di Berardino, OSA, Preside dell’Istituto Patristico Augustinianum.
“Agostino attuale? Sono generazioni che si ripete questa affermazione. Ma che significa? Forse semplicemente si potrebbe dire che è attuale quello che piace, che suscita ancora interesse. Agostino (354-430), uomo del suo tempo, vissuto a cavallo tra il quarto e quinto secolo, quando il mondo romano cambiava volto per la diffusione del cristianesimo, per le numerose invasioni barbariche, per la decadenza dell’Impero romano. Problemi umani politici, umani e teologici agitavano le coscienze. Agostino, Vescovo sensibile a tutte le condizioni umane, doveva affrontare quei problemi, sia come Pastore e sia come pensatore per rispondere alle domande che venivano da pagani e cristiani. Per questo ha lasciato una grande eredità letteraria, molta di essa è frutto della sua predicazione, che veniva registrata da stenografi.
Il suo biografo, intimo amico suo, scrive di lui: “Lasciò alla Chiesa clero abbondante e monasteri di uomini e donne praticanti la continenza con i loro superiori; inoltre, biblioteche contenenti libri e prediche sia suoi sia di altri santi, dai quali si può conoscere quanta sia stata, per dono di Dio, la sua grandezza nella Chiesa e nei quali i fedeli lo trovano sempre vivo” (Possidio, Vita di Agostino 38). Non solo quelli che lo avevano ascoltato “lo trovano vivo”, ma direi tutte le generazioni. L’interesse per Agostino oggi emerge dai numerosi congressi che sono dedicati a lui e dalla abbondante bibliografia che si accumula ogni giorno. Qualche decennio fa, un valente studioso, dovendo presentare una rassegna bibliografica agostiniana, esordiva dicendo: “nel parlare di Agostino ho diritto all’ignoranza”.
Una semplice richiesta, come oggi si dice, via internet all’Année Philologique, dà una risposta di 5984 segnalazioni bibliografiche per gli ultimi 43 anni. Eppure tale repertorio bibliografico non segnala tutte le pubblicazioni perché lo spoglio delle riviste è limitato. Un altro aspetto dell’interesse per Agostino oggi emerge dai corsi che si tengono sul suo pensiero e sulla sua azione nelle università di ogni continente. In Giappone è in corso la traduzione di tutte le sue opere. Tra le sue opere più lette figura la sua autobiografia spirituale, scritta quando aveva circa 45 anni, e cioè “le Confessioni”, di cui in italiano sono in vendita una decina di traduzioni da parte di differenti Case Editrici.” (Agenzia Fides)
IN MARGINE ALLE TANTE INIZIATIVE SU SANT’AGOSTINO
Roma (Agenzia Fides) – La settimana agostiniana “Agostino tra noi” (Roma 7-14 novembre 2004) dedicò, in occasione dei 1650 anni della nascita di Sant’Agostino (Tagaste 354) tre convegni-dibattito su S.Agostino nei locali dell’Università “La Sapienza" di Roma e nella Biblioteca della Camera dei Deputati. Molti si chiedono il significato di tali incontri di ambito civile più che ecclesiastico. Data la domanda pressante sarà utile dare qualche indicazione sull’insieme del problema. “Agostino oggi" risuona spesso nell’editoria e in vario modo: come titolo di qualche raccolta di studi, di seminari che si organizzano, di programmi di attualizzazione degli autori antichi, in particolare di quelli cristiani con a capo S.Agostino. Sull'attualità o meno di S.Agostino, come dei grandi maestri dell'antichità, si sta scatenando una vera battaglia letteraria. Si entra d'altra parte nel grande problema della lettura della storia umana, veicolataci attraverso molti canali ma in particolare dalle voci sintesi dell’umanità quali Platone, Aristotele, Socrate, Paolo di Tarso, Agostino ecc. Attraversando la storia della religione cristiana ci imbattiamo in quella dei Padri della Chiesa, dei quali S.Agostino rappresenta il più prezioso frammento dell'anima occidentale: «(Di Agostino) un po’ tutti nella Chiesa e in Occidente ci sentiamo discepoli e figli...il magistero di tanto dottore e pastore continui nella Chiesa e nel mondo a favore della cultura e della fede», scriveva Giovanni Paolo II nella conclusione della Sua Lettera apostolica "Augustinum Hipponensem" in occasione del XVI centenario della conversione di S.Agostino (anno 386-1986).
Sull'attualità di S.Agostino c'è chi propende ad accentuare il tema della verità (ad es. F.Piemontese, "La veritas agostiniana e l'agostinismo perenne", Milano 1963); chi a spaziare più ampiamente (ad es. G.Iammarrone, "Attualità e inattualità di Sant’Agostino", Firenze 1975); chi a considerare Agostino come la Sacra Scrittura (il paragone fu di Agostino stesso nella prefazione al De Trinitate), soggetti ambedue alle ricezioni più svariate (cfr. Gigliola Fragneto, "La Bibbia al rogo. la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471 - 1605)").
Un incontro americano del 1988 sull'attualità di S.Agostino (edito in Italia con i tipi della Jaca Book) privilegiò i temi dell'amore (W.S.Babcok e E.L.Fortin), della sessualità (R.J. O'Connell), della giustizia-amore-pace (E.TeSelle), dell'incontro (J.R.Muether). Su tali tipi d'incontro e sul modo di avvicinare Agostino c'è naturalmente il pericolo delle pre-comprensioni e degli orientamenti storiografici, allo studioso incombe perciò - per quanto è possibile - aiutare il lettore di Agostino a distinguere il suo pensiero da quello degli altri, altrimenti ci sarà il prevalere delle proiezioni del proprio sentire su quello di Agostino e della sua epoca.
Agostino stesso si collocava, in quanto persona intellettuale, nel modo seguente: «il non mutare mai di parere è piuttosto il vanto di un fatuo che di un intelligente. Io per conto mio cerco di essere di coloro che scrivono progredendo e scrivendo progrediscono» (ep. 143,2). Egli suggerisce nelle sue Ritrattazioni di essere letto cronologicamente, affinché il suo lettore possa capire «come scrivendo avessi fatto progressi » (prol.1.). « In quanto a me non esiterò a cercare se mi trovo nel dubbio, non mi vergognerò d'imparare se mi trovo nell'errore. Perciò...prosegua con me chi insieme a me è certo; cerchi con me chi condivide i miei dubbi; torni a me chi riconosce il suo errore, mi richiami chi sia accorge del mio » (De trinitate 1, 2,4-3,5). «Sarebbe più presunzione che verità -egli scrisse verso la fine della vita- dire che, alla mia età, sia giunto al punto di esprimermi che non mi sbagli mai, nelle stesse espressioni che uso (sine ullo errore scribendi, La predestinazione dei santi 2,55)»; «Davanti a te io racconto ciò al genere umano...e perché? -perché io e il mio eventuale lettore consideriamo con quale profondità bisogna gridare verso di te, Signore » (Conf 2,3,5; vedi anche e sopratutto Ivi 12, 31,42). L'avvicinare S.Agostino per proporlo nella ricerca teologica, nella pastorale della vita della Chiesa, al mondo moderno in cerca di Dio cui tutti tendiamo, richiede tanta serietà e onestà intellettuale oltre che quella pietà religiosa che si richiede per avvicinare le Sacre Scritture, dato che lui volle parlare e sempre del messaggio biblico. Al di là della complessità dello studio di Agostino esiste il dato del suo essere considerato ufficialmente “Padre della Chiesa”. Lui cioè ha ereditato il Vangelo cristiano e lo ha trasmesso, consegnato alla Chiesa del suo tempo perché se ne continuasse la consegna. Il Vangelo di Cristo è giunto, soprattutto per il credente in Cristo dell’Occidente, ricevendolo anche dal Vescovo d’Ippona, incombe all’uomo di oggi prendere coscienza di tale modalità agostiniana della trasmissione del Vangelo e continuarne la consegna.
A proposito della fede egli si offre ancora all'uomo moderno nel famoso racconto lasciatoci nel libro ottavo delle Confessioni dal giovane retore africano, Aurelio Agostino di Tagaste, chiamato ormai, a motivo di essere diventato vescovo della Chiesa d'Ippona, Agostino d'Ippona.
Lui approdò a quella esperienza decisiva per la sua vita, nell'estate del 386 a Milano, dove insegnava retorica. Cosa avvenne nell'animo di Agostino nella tarda estate milanese del 386 ci è narrato da lui stesso nel libro ottavo delle Confessioni, strutturato schematicamente in sei parti: i suoi progetti da realizzare (il matrimonio), le abitudini da superare (il piacere del sesso e l'accidia), i personaggi interrogati (il presbitero romano Simpliciano, che viveva a Milano), gli esempi propostogli (la conversione del retore romano Mario Vittorino; la conversione di Antonio l'eremita il quale, secondo il racconto di Ponticiano, aveva già spinto due dignitari imperiali a lasciare la corte di Treviri), la sofferta decisione di Agostino alla presenza dell'amico Alipio, la comunicazione alla madre Monica dell'avvenuta conversione.
La sua conversione la ritenne avere in lui quella fede che aveva sua madre Monica, trasmessagli sin da quando Monica lo allattava. Quando poi divenne Vescovo e, tra l’altro, esegeta delle Sacre Scritture, egli ritenne la sua fede comune a quelli di tutti i cristiani. Scrisse infatti a proposito del teologo, nel Sermone 240,1: «Chi sappia anche difendere una tal fede potrà essere più dotto, ma non ha una fede maggiore».
La "scena del giardino", simbolo di una lotta continua dell'uomo con se stesso, viene raccontata da Agostino nell'ambito di un significato universale per l'umanità. La sua conversione è testimonianza della serie di uomini che, venendosi a trovare nella medesima situazione, potranno superare il brutale momento dell'esistenza di sentirsi "senza cuore"(sine corde). Il contrasto infatti tra il bene veduto e quello concretamente seguito, i condizionamenti delle abitudini sulla volontà, la dura esperienza interiore del contrasto tra carne e spirito, l'ancora più dura esperienza dell'anima che non obbedisce a se stessa (conf. 8,9,20), è lo "status" permanente di ogni uomo. Nelle Confessioni Agostino annota tutto ciò come lo aveva esperito, ma soprattutto come possibilità per tutti gli superare in positivo il momento indecisionale della volontà. Su tale difficoltà Agostino innescherà poi una riflessione ulteriore, dato che tutti gli elementi-argomenti possibili non sortivano l'effetto dovuto, quello della grazia di Dio auxilium della volontà. Per il momento forse solo l'intravede e ce lo propone nel refrain di una voce infantile che gli giunge da una casa vicina, da una casa divina, e lo invita a "prendere e a leggere" ("tolle et lege"). E' la voce amichevole della grazia, anche se capita ancora come esterna, perché la volontà si decida. La sua ricerca di Dio sarà ormai fatta non più solo dalla sua volontà ma con Dio stesso in Cristo Gesù. L'adorazione di Dio nelle sue profondità, l'"adtingere Deum" o "in penetralibus mentis adorare Deum" (ep. 10,3), è frutto assaporabile dalla libertà dell'uomo solo se prodotto dal co-agire della grazia con il libero arbitrio. Il primo dono di tale esperienza cristiana è la fede, come scriverà nell’anno 428-429 nel libro “La predestinazione dei santi”. P. Vittorino Grossi, OSA, Docente di Patrologia presso l’Istituto Patristico Augustinianum
COSA SIGNIFICA ESSERE AGOSTINIANO OGGI ?
Roma (Agenzia Fides) – Cosa significa essere Agostiniano oggi, all’inizio del Terzo millennio ? A questa domanda risponde Pasquale Cormio, Professo della Comunità di Sant’Agostino in Roma (Campo Marzio).
"Perché vivere in una comunità religiosa? Agostino se lo chiedeva e spiegava che vivere insieme facilita la ricerca Dio: quando uno avrà trovato Dio, potrà aiutare anche gli altri in questo cammino di purificazione, di conoscenza e di amore per Dio. E’ l’obiettivo che ci proponiamo anche noi, frati agostiniani: vivere insieme, condividere alcuni momenti della giornata al servizio della Chiesa, perché vogliamo essere per tutti la testimonianza di come poter giungere a Dio, di come poter godere di Dio, non solo qui, su questa terra, ma soprattutto nel regno dei cieli. Questo è l’insegnamento ereditato da Agostino e con questo spirito noi viviamo le attività nella Comunità: la preghiera, lo studio, il lavoro, e soprattutto il servizio alla Chiesa. Il servizio alla Chiesa è stato l’anima e la forza di Agostino: fare tutto per servire i fratelli. Il fine che Agostino ci propone nella Regola ai Frati è di avere un cuor solo e un’anima sola e di comunicare questo spirito a tutti coloro che incontriamo.
La nostra giornata comunitaria inizia alle 6.45 con la preghiera delle Lodi Mattutine e un tempo dedicato alla meditazione sulla Parola di Dio. Dopo, tutti al lavoro: per chi è studente e deve completare gli studi teologici, ci sono le ore di lezione a scuola, fino a mezzogiorno; per chi invece è già sacerdote: attività in chiesa, al servizio del popolo di Dio per le confessioni, direzione spirituale, accoglienza dei pellegrini e visitatori della nostra Basilica di S. Agostino ove si trova la tomba di S. Monica, con i suoi resti mortali. Alle 12.45, si celebra la preghiera liturgica dell’Ora Media: la comunità si riunisce a metà della giornata per ringraziare il Signore di quanto ha donato nella prima parte del giorno. Segue il pranzo e dopo il pranzo un momento di ricreazione comunitaria e di riposo. Nel pomeriggio nuovamente al lavoro: studio e ancora attività in chiesa. Alle ore 18 la Comunità si riunisce in chiesa per la preghiera del Rosario, della Santa Messa e per il canto del Vespro. Alle 20 la cena e un momento di amicizia e condivisione. Infine alle 22.30, il silenzio: ogni religioso entra nella sua camera: si aggiorna leggendo, prega, e ringrazia il Signore della giornata prima di riposare".
BIOGRAFIA DI SANT’AGOSTINO
“Nacque nella provincia d'Africa, nella città di Tagaste, da genitori dell'ordine dei curiali, di onesta condizione e cristiani. Fu da loro allevato ed educato con ogni cura e anche con notevole spesa, e fu inizialmente istruito nelle lettere profane, cioè in tutte quelle discipline, che chiamano liberali”.
Con queste parole Possidio, Vescovo di Calama, il primo biografo di Agostino, introduce il racconto della vita del suo illustre amico.
In una piccola città dell’attuale Algeria, l’odierna Souk Ahras, Aurelio Agostino vide la luce nel 354. Dei suoi genitori, Monica, la madre, era cristiana, come Possidio stesso scrive; il padre, Patrizio, era invece pagano e solo alla fine della vita aderì alla fede cattolica.
Assecondando le ambizioni dei genitori, incoraggiati dal brillante ingegno che il loro figlio manifesta sin dalla più tenera età, Agostino intraprende gli studi superiori, laureandosi infine rètore (professore "in lettere") a Cartagine.
Qui, in una città per metà ancora pagana, Agostino scopre gli amori facili e gli ozi giovanili riempiti di avventure conturbanti. Abbandona del tutto gli insegnamenti cristiani che la madre gli aveva istillato da bambino, aderendo ad una setta pseudo-religiosa in voga, quella dei manichei.
Sempre a Cartagine intreccia una relazione con una donna, con la quale convive per circa dodici anni: le resterà sempre fedele e ne avrà un figlio, Adeodato.
Nel 383, a 29 anni, mentre consolida la sua carriera di rètore trasferendosi prima a Roma e poi a Milano, dove ha ottenuto una prestigiosa carica presso la corte imperiale, inizia un lento e straziante processo di riflessione su se stesso.
Agostino non può più evitare di interrogarsi sul senso della sua vita e di chiedersi se tutto sia affidato al caso o non vi sia piuttosto un progetto più grande in cui ognuno ha una sua parte. La presenza di Monica, che lo ha raggiunto dall’Africa, e l’assiduo ascolto della predicazione di Ambrogio, vescovo di Milano, gli aprono uno squarcio di luce. Agostino riscopre la fede cristiana, quella fede alla quale era stato formato da bambino e che aveva finito per disprezzare come una favola per sprovveduti. Proprio in questo contesto manifesta il "santo proposito" di dedicarsi completamente a Dio, rinunciando alla carriera e al matrimonio.
Nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 387 Agostino è battezzato da Ambrogio, insieme al figlio Adeodato, al fratello Navigio, all'amico Alipio e ad altri discepoli.
Ritornato in Africa nel 388, conduce per tre anni vita ritirata nella sua casa di Tagaste, insieme ai suoi amici, gettando le basi di quello che sarà poi il suo specifico stile di vita religiosa.
Divenuto sacerdote nel 391 e vescovo nel 395, si dedica per tutta la vita nell’attività pastorale: catechesi al popolo, studio della Sacra Scrittura e ricerca teologica. A questo intenso impegno, testimoniato da una vasta messe di scritti, si aggiungono l’amministrazione della giustizia, che la legislazione costantiniana demandava per alcune materie anche ai vescovi.
Muore nella sua Tagaste circondata dai Vandali il 28 agosto del 430, dopo 40 anni di intensissimo e fecondo servizio episcopale.
Le sue intuizioni filosofiche, letterarie e teologiche ne fanno un genio del cristianesimo e dell'umanità intera. Le sue aspirazioni e la sua esperienza spirituale, trasmesse soprattutto con la sua "Regola", hanno segnato e continuano a segnare il cammino ad una schiera innumerevole di uomini e donne, affascinati dalla sua figura e trascinati dal suo esempio.
LE OPERE DI SANT’AGOSTINO
Quanto ha scritto S. Agostino?
Lui stesso, in un libro scritto negli anni 426-427, Le ritrattazioni, così enumera le sue opere: 93 trattati in 232 libri; a questi vanno aggiunti 500 sermoni circa e 217 lettere.
La Nuova Biblioteca Agostiniana (NBA), diretta dal P. Remo Piccolomini, edita dalla casa editrice Città Nuova, con sede redazionale nel Convento di S. Nicola a Tolentino, ha ultimato quest’anno la pubblicazione delle opere di s. Agostino.
Secondo i suggerimenti che lo stesso Agostino dà nel primo libro delle ritrattazioni, le sue opere si possono suddividere così:
1. Opere autobiografiche:
- Le confessioni
- Ritrattazioni
2. Opere filosofico-dommatiche - Dialoghi
- Trinità
- Città di Dio
- Vera religione, Unità del credere, Questioni diverse, Fede e simbolo
3. Opere pastorali
- Matrimonio cristiano: Beni del matrimonio, Beni della vedovanza, Santa verginità, ecc.
- Morale e ascetismo cristiano: Menzogna, Contro la menzogna, Lavoro dei monaci, Cura dei morti, Agone cristiano, Fede ed opere, Catechizzare i semplici, ecc.
4. Opere esegetiche
- Dottrina cristiana
- Genesi: Genesi contro i Manichei, opera incompiuta sulla Genesi, Genesi alla lettera.
- Altre opere esegetiche: Consenso degli Evangelisti, Discorso del Signore sulla montagna, Questione sui vangeli, Esposizione alla lettera ai Galati, Alcune questioni sulla lettera ai Romani, Inizio dell'esposizione alla medesima.
- Locuzioni e questioni sull'Ettateuco.
5. Opere polemiche
Varie opere sulle eresie: Contro l'avversario della Legge e dei profeti, Ad Orosio contro i Priscillianisti e gli Origenisti, Contro gli Ariani, ecc. Contro i Manichei: Costumi della Chiesa cattolica e costumi dei Manichei, Disputa con Fortunato, Disputa con Felice, Contro Adimanto, Contro Secondino, ecc.
Contro i Donatisti: Salmo abecedario, Battesimo, Contro la lettera di Parmeniano, Contro la lettera di Petiliano, Lettera dei Cattolici ai Donatisti, Unico Battesimo contro Petiliano, ecc.
Contro i Pelagiani: Merito e remissione dei peccati, Spirito e lettera, Natura e Grazia; Perfezione della giustizia dell'uomo, Grazia di Cristo e peccato originale, Origine dell'Anima, ecc.
Contro i Semipelagiani: Grazia e libero arbitrio, Predestinazione dei santi, Dono della perseveranza.
6. Trattati
- Commento al Vangelo di S. Giovanni
- Commento all'Epistola di S. Giovanni ai Parti
- Esposizione sui salmi
- Discorsi
7. Lettere
- Lettere: oltre 300, scritte in un periodo che abbraccia oltre 40 anni (dalla fine del 386 al 430).
LA FAMIGLIA AGOSTINIANA
L’Ordine di S. Agostino è costituito da uomini e donne che seguono il cammino spirituale del Santo Vescovo di Ippona, ideatore di una forma particolare di vita consacrata. Giuridicamente l’Ordine Agostiniano esiste da sette secoli (secolo XIII), ma le sue radici spirituali e ideali risalgono nell'esperienza di un uomo santo, Agostino, vissuto 15 secoli fa.
A. LE TRE RADICI DELL’ORDINE AGOSTINIANO
Sono tre le esperienze spirituali, le matrici culturali e ambientali che hanno contribuito a determinare lo stile di vita proprio dell’ordine Agostiniano, dando connotati specifici alla sua vita consacrata a Dio per il servizio dei fratelli: l'esperienza di S. Agostino, l'esperienza eremitico-contemplativa, l'esperienza di fraternità apostolica.
1. La radice agostiniana
S. Agostino, un genio dell'umanità e un santo tra i maggiori che abbia avuto la storia del cristianesimo, è vissuto dal 354 al 430 dell'era cristiana.
Fu un convertito: ritrovò la fede cattolica che aveva perduto - e con essa la pace interiore - dopo una lunga serie di errori, di fallimenti, di delusioni, di ansiosa ricerca, di disperazione.
Il celebre libro delle Confessioni offre una testimonianza viva del suo drammatico cammino interiore e spirituale.
Raggiunto finalmente, con l'intelligenza e il cuore, il Dio verità-amore, che per tanti anni aveva cercato affannosamente, Agostino non si accontenta di ricevere il battesimo e di diventare un buon cristiano, ma si dona completamente alla Verità ritrovata decidendo, insieme ai suoi amici che lo avevano seguito nel cammino dall'errore alla verità, di consacrarsi a Dio.
Riceve il battesimo da S. Ambrogio, a Milano, nel 387 e ritorna in Africa per mettere in atto il suo proposito. "Ricevuta la grazia battesimale - racconta il suo biografo S. Possidio - decise di tornare con altri concittadini e amici suoi, postisi come lui al servizio di Dio, in Africa, alla propria casa e ai propri campi. Là giunto, dopo essersi liberato dei suoi beni, vi dimorò circa tre anni, e viveva per Dio insieme a chi si era unito a lui, nel digiuno, nella preghiera, nelle opere buone, nelle meditazioni, di notte e di giorno, della legge del Signore. Le rivelazioni che Dio faceva alla sua intelligenza durante le meditazioni e le preghiere, egli le manifestava e ne istruiva i presenti e gli assenti, con discorsi e con libri" (3,1-2).
Nel 391 riceve il sacerdozio contro il suo desiderio, solo per andare incontro alle necessità della Chiesa. Ma chiese ed ottenne dal vescovo di costituire una comunità nell'orto dell'episcopio, per poter continuare a vivere con i suoi compagni, pur dedicandosi al ministero sacerdotale. E anche quando divenne vescovo (395), e poi per tutta la vita, visse da monaco, pur assillato dalle tante occupazioni pastorali, e propagò con ogni mezzo la vita religiosa in tutta l'Africa cristiana. Istituì anche dei monasteri di serve di Dio, del primo dei quali fu superiora per molti anni una sua sorella.
Alla sua morte (430), continua il biografo, Agostino "lasciò alla Chiesa monasteri maschili e femminili, pieni di servi e serve di Dio, con i loro superiori, insieme a biblioteche ben fornite di libri" (31,8).
Le invasioni dell'Africa romana da parte prima dei Vandali e poi degli Arabi distrussero le fondazioni monastiche agostiniane in Africa, però contribuirono a farle trapiantare in Spagna, in Francia e nell'Italia meridionale, fino a che l'epoca buia del medioevo non stese un velo di silenzio sulla loro storia.
2. La radice eremitico-contemplativa
La spiritualità della famiglia agostiniana, oltre che da Agostino, trae la sua origine e fisionomia, come seconda radice, anche dall'esperienza eremitico-contemplativa di alcuni istituti religiosi sorti nei secoli XII-XIII nel clima di risveglio spirituale ed ecclesiale dell'epoca.
Queste fondazioni, che avevano adottato la regola di S. Agostino e ne vivevano la spiritualità, avevano i loro romitori situati poco lontano dai centri abitati: i loro membri, costituiti da laici e sacerdoti, conducevano una vita di preghiera e di aspra penitenza, erano però in stretto contatto con il popolo anche senza averne la diretta cura pastorale.
I principali di questi istituti eremitici erano:
- gli Eremiti di S. Agostino della Tuscia, diffusi soprattutto in Toscana, nel Lazio superiore e zone limitrofe. I loro monasteri, originariamente indipendenti l'uno dall'altro, nel 1244 furono dalla Santa Sede riuniti in un'unica organizzazione;
- gli Eremiti di Brettino o Brettinesi, così chiamati dalla località situata presso Fano, nelle Marche, ove sono sorti agli inizi del 1200; diffusi soprattutto nelle Marche, ma anche in Romagna, Veneto e Umbria, ricevettero la regola di S. Agostino nel 1227;
- gli Eremiti di Giovanni Bono o Giamboniti, fondati da S. Giovanni Bono e diffusi nell'Italia centro-settentrionale.
3. La radice di fraternità apostolica
Nel marzo del 1256 a Roma, presso la chiesa di S. Maria del Popolo, si riuniscono, per volere di Papa Alessandro IV, i delegati di tutti i monasteri degli istituti eremitici sopra elencati e di altri istituti di minore consistenza, in numero di circa 360 persone. Alla presenza dell'inviato del Papa ascoltano e accettano la volontà del Pontefice di unirsi giuridicamente per costituire un unico grande Ordine, l'Ordine degli Eremitani di S. Agostino. Nasce così ufficialmente la famiglia religiosa agostiniana, che viene annoverata tra gli Ordini "mendicanti" o "di fraternità apostolica", sul modello dei Francescani e dei Domenicani, già sorti da alcuni decenni e approvati dalla Chiesa.
Lo scopo che si prefisse la Santa Sede nell'approvare e costituire gli Ordini mendicanti apostolica fu quello di unire alla professione dei consigli evangelici l'apostolato diretto in mezzo al popolo di Dio, allora particolarmente bisognoso di un'autentica testimonianza cristiana, di evangelizzazione e di cura pastorale.
In questi termini Giordano di Sassonia, uno scrittore spirituale agostiniano del sec. XVI, enuncia la motivazione dell'intervento della Santa Sede del 1256: "Affinché i frati di questa santa religione (cioé gli eremiti agostiniani), raccolti e riuniti nella Chiesa di Dio, potessero produrre frutti come gli Ordini dei frati Predicatori e dei frati Minori... il Papa Alessandro IV ordinò che questi frati si dovessero trasferire nelle città e in queste avere conventi e facessero frutti di bene con la parola della dottrina e della predicazione, con l'esempio di una vita santa e con l'attività dell'ascolto delle confessioni in mezzo al popolo di Dio".
L'Ordine Agostiniano veniva a caratterizzarsi così per uno stile di vita che è al tempo stesso contemplativa e apostolica, dedito alla ricerca di Dio nello studio e nella vita comune, con lo scopo di trasmettere al popolo di Dio la verità ricercata e trovata. In questo modo vengono a convergere in mirabile unità:
- la ricerca della verità e la vita comune di Agostino,
- la vita contemplativa degli eremiti,
- l'azione apostolica, nelle sue varie forme, esigite dalle necessità della Chiesa.
B. UN'UNICA GRANDE FAMIGLIA
Della famiglia agostiniana fanno parte tutti coloro che, ispirandosi alla spiritualità e al modello di vita religiosa ideata e istituita da S. Agostino, si riconoscono nell'area dell'esperienza storica vissuta dall'Ordine degli Eremitani di S. Agostino, approvato dalla Chiesa nel 1256, e comunemente detto Ordine Agostiniano.
E' un grande numero di istituti religiosi maschili e femminili che nella molteplicità delle attività e delle istituzioni, pur nell'unità dell'ideale, esprimono la varietà dei carismi donati da Dio alla Chiesa tramite la poliedrica ricchezza del pensiero e del cuore di Agostino.
Un breve cenno ai gruppi o categorie che compongono la famiglia agostiniana.
1. Ramo consacrato maschile
- Ordine di S. Agostino o Agostiniani: è il nucleo della famiglia agostiniana, l'erede naturale del pensiero e dell'opera di S. Agostino. Presente in 40 paesi del mondo, è costituito da sacerdoti e da fratelli non sacerdoti.
- Agostiniani Scalzi: sorti come movimento di riforma nel sec. XVI dall' Ordine di S. Agostino, sono stati costituiti come Ordine indipendente nel 1931.
- Agostiniani Recolletti: anch'essi sorti come movimento di riforma nel sec. XVI, sono stati costituiti come Ordine indipendente nel 1912. Operano in 20 nazioni, in prevalenza di lingua spagnola.
- Congregazioni di vita apostolica, aventi Costituzioni proprie ma aggregate spiritualmente all'Ordine Agostiniano. I più noti sono gli Agostiniani Assunzionisti, istituto di origine francese.
2. Ramo consacrato femminile
- Monache Agostiniane di vita contemplativa: occupano un posto importante nella famiglia agostiniana, perché mettono in risalto e realizzano la dimensione contemplativa, elemento essenziale nella spiritualità dell'Ordine. Sono presenti in Italia (28 monasteri), in Spagna e altri paesi.
- Suore Agostiniane di vita apostolica: sono alcune decine di istituti e congregazioni, sparse in tutto il mondo, che ispirandosi alla spiritualità agostiniana e al loro carisma particolare si dedicano alle varie opere di apostolato; scuole, ospedali, missioni, catechesi, gioventù...
3. Ramo laicale
- Istituto Secolare Communio: Fraternità laicale agostiniana di vita consacrata. Vi fanno parte persone che, rimanendo nella loro condizione di laici, vogliono vivere il Vangelo nella spiritualità agostiniana in modo radicale cioè consacrato: uomini e donne non sposati e coniugi.
- Fraternità Agostiniane Secolari (F.A.S.), precedentemente chiamate Terz'Ordine Agostiniano (T.O.A.): uomini e donne che vivendo nella propria famiglia seguono la spiritualità propria dell'Ordine Agostiniano e collaborano nelle attività che svolgono i suoi membri.
C. I TRE CARDINI DELLA SPIRITUALITA’ DELL’ORDINE AGOSTINIANO
1. La ricerca di Dio
L'esperienza umana e spirituale di S. Agostino si può sintetizzare così: Agostino ricercò intensamente Dio; una volta trovatolo si dedicò totalmente a lui in comunione con i fratelli.
La ricerca di Dio è il motivo guida della spiritualità di Agostino. E non interessa soltanto chi è in cerca della verità della vita, chi ancora non ha la fede, chi ancora non ha trovato in Cristo la verità della sua esistenza. La fede stessa è una continua ricerca di Dio. La realtà di Dio infatti è tanto insondabile che mai si potrà arrivare al fondo della sua conoscenza. Più si cerca Dio e lo si scopre, più lo si ama; più lo si ama, maggiore diventa il desiderio di cercarlo ancora.
Trovare Dio è trovare la felicità - per questa si vive e si lavora -, perché è ritrovare il senso pieno della propria esistenza; infatti - afferma per esperienza S. Agostino - "ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".
Ma come cercare e dove trovare Dio? Per la via dell'interiorità, dice Agostino; attraverso la contemplazione, diremmo noi oggi. "Non uscire fuori di te, rientra in te stesso; la verità abita nel tuo uomo interiore, e accorgendoti che la tua natura è mutevole, trascendi te stesso... Cerca dunque di arrivare là dove lo stesso lume della ragione riceve la luce".
Sembra che Agostino si rivolga particolarmente all'uomo di oggi, alienato com’è da se stesso, dalla propria dignità, in ricerca affannosa anche se disordinata della propria identità, frastornato dalle tante cose che lo circondano e lo sollecitano, illuso di riempire con esse il vuoto interiore, che è il vuoto di Dio. Solo quando ritroveremo noi stessi, ci insegna Agostino, quando riacquisteremo la nostra umanità perduta liberandola dalla schiavitù delle cose, potremo ritrovare anche Dio e quindi la felicità. Per questo nella Regola, parlando del rapporto che il servo di Dio deve avere con le cose che lo circondano, Agostino espone l'aureo principio: "E' meglio avere meno bisogni che più cose".
Interiorità, che è la liberazione dalla schiavitù delle cose (materialismo ed edonismo) e il recupero di se stessi; preghiera e contemplazione che è il modo nuovo di mettersi di fronte all'Assoluto e alle cose; ricerca di Dio attraverso e insieme ai fratelli: sono queste le vie della speranza che Agostino addita all'uomo di oggi, soprattutto ai giovani.
2. In comunione di vita con i fratelli
A coloro che vogliono partecipare alla sua esperienza di cercare Dio, Agostino propone l'esempio della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, descritto negli Atti degli Apostoli (ai capitoli 2 e 4): tutti i convertiti formavano un cuore solo e un'anima sola, tutto era in comune e a ciascuno veniva dato secondo le proprie necessità.
Unità di ideali e di progetti, perfetta vita comune, rispetto per le esigenze e la dignità della persona: sono le tre note che caratterizzano la comunità agostiniana la quale - nella mente di Agostino - vuole essere sulla terra un segno della città celeste, immagine, anche se pallida e imperfetta, dell'assoluta comunione d'amore esistente tra le persone della SS. Trinità.
Agli uomini e alle donne di oggi, immersi in una solitudine profonda e lacerante, drammatica e disperata, incapaci di comunicare, di capirsi, di sostenersi, Agostino propone un progetto di vita in comune nella quale ci si senta solidali, su uno stesso piano di dignità nonostante le differenze personali, in cui ci si accetti reciprocamente e ci si voglia bene così come si è, senza giudicarsi.
Quando una comunità è così impostata, l'obbedienza diventa collaborazione ad un progetto comune e sostegno reciproco, la povertà diventa condivisione, la castità diventa mezzo che dilata il cuore all'accoglienza e al senso della fraternità universale; il "peso" della vita comune è superato dall'amicizia in Cristo che non solo corrobora la personalità, ma accresce la vera libertà dell'individuo; l'umiltà, che è alla base della vita comune, diventa senso di responsabilità.
3. Nella Chiesa e per la Chiesa
"Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre". Sospinto da questa convinzione già espressa da S. Cipriano e fatta propria, Agostino impiegò tutte le energie per l'unità della Chiesa e per salvare l'integrità della fede contro le eresie.
Per andare incontro alle necessità della Chiesa del suo tempo Agostino sacrificò il desiderio di una vita ritirata e volle che altrettanto facessero i suoi compagni: "Non vogliate anteporre la vostra pace alle necessità della Chiesa", scrive ai monaci dell'isola di Capraia (Lett. 48,2).
La comunità agostiniana serve la Chiesa anzitutto ponendosi come segno di unità, promotrice di comunione, maestra di interiorità e di contemplazione; mostrando una particolare devozione e fedeltà alla Chiesa e ai Sommi Pontefici, anche a motivo del singolare intervento della Sede Apostolica nella costituzione dell'Ordine; promovendone la dottrina con l'insegnamento, la predicazione, l'attività scientifica; infine con un'alacre attività apostolica, a servizio e secondo le urgenze della chiesa locale e della chiesa universale.
D. LE ATTIVITA’ DELL’ORDINE AGOSTINIANO
La Famiglia Agostiniana - come anche gli altri Ordini di fraternità apostolica: Francescani, Domenicani, Serviti... - ha una varietà di forme di vita e una varietà di attività apostoliche, che ha assunto lungo i secoli per andare incontro alle necessità della Chiesa e dell'uomo, e per adattarsi ai tempi e alle culture.
E' sostanzialmente lo stile quello che la caratterizza appunto come "agostiniana", non una determinata forma di vita o di apostolato. Ogni forma di vita e ogni tipo di apostolato è confacente alla Famiglia Agostiniana, purché sia vissuto con spirito agostiniano, cioè nel rispetto di quei valori che sono alla base della vita religiosa agostiniana, come l'ha insegnata S. Agostino.
Così può essere pienamente agostiniano il parroco della periferia di Roma e la monaca di un monastero di clausura, la suora che lavora in un asilo o in una casa per anziani e il missionario dell'Indonesia o dell'Africa, il professore in una università americana e la maestra in una scuola delle Ande peruviane, l'infermiera di un ospedale e il laico o laica che si impegna nella propria parrocchia. In una parola l'agostiniano e l'agostiniana si qualificano nella Chiesa soprattutto per quello che sono, più che per l'attività che svolgono.
Ma oltre a questo, ecco quali attività svolgono le varie dimensioni della Famiglia Agostiniana.
Frati, sacerdoti e non sacerdoti
I frati agostiniani, inizialmente dediti alla vita contemplativa e poi chiamati dalla Chiesa al servizio del popolo, svolgono il loro ministero sia come sacerdoti, sia come fratelli qualificati in varie attività.
I campi del loro apostolato sono molteplici: università e scuole, parrocchie, santuari, missioni, pubblicazioni, collegi, ecc. fino alle iniziative in favore dei poveri di oggi: drogati, emarginati, anziani...
La scelta delle attività è condizionata dalle necessità della Chiesa, come emergono nelle varie epoche e luoghi, e dai talenti di ciascuna persona.
Le Costituzioni dell'Ordine propongono una priorità di valori e conseguentemente anche di interessi e di iniziative, dettata dalla natura della vita religiosa agostiniana e del tipo di servizio che da oltre 700 anni l'Ordine presta alla Chiesa.
E' una scala di criteri che l'agostiniano, qualunque sia il genere di attività che è chiamato a svolgere, deve rispettare se vuol veramente realizzarsi secondo la scelta fatta:
- la consacrazione a Dio mediante i voti religiosi, che è la sorgente della vita comunitaria e dell'attività apostolica;
- il culto divino, specialmente quello liturgico;
- la perfetta vita comune;
- l'impegno comunitario e individuale per lo sviluppo della vita interiore e per lo studio;
- l'attività apostolica conforme alle necessità della Chiesa;
- la dedizione al lavoro tanto manuale che intellettuale, per il bene della comunità.
L'esercizio dell'apostolato nasce come esigenza di trasmettere agli altri la propria ricchezza spirituale; ricchezza che si acquista nella comunità e che per mezzo della comunità si trasmette agli altri.
Monache di vita contemplativa
Una chiamata specialissima del Signore porta alcune donne a consacrarsi interamente a Dio e al suo servizio in una forma di vita che si qualifica per la ricerca di Dio e del suo regno come fine unico, per la preghiera, il lavoro manuale e la semplicità di vita come attività, per la clausura come segno esterno.
Queste donne realizzano nella Famiglia Agostiniana il profondo desiderio, che fu di Agostino e poi dei suoi seguaci, di dedicarsi esclusivamente alla contemplazione e alla preghiera: desiderio che non hanno potuto appagare per le esigenze dell'apostolato e il servizio dell'umanità.
La ricerca di Dio viene attuata nella preghiera fatta per tutti gli uomini e a nome della Chiesa, nella lode continua, nello studio della Parola di Dio, nel lavoro, nel silenzio, nel servizio alle sorelle della comunità, all'Ordine e alla Chiesa.
Mettono a disposizione se stesse e i loro ambienti per chiunque si rivolge a loro per trovare conforto e illuminazione, per chi cerca spazi di riflessione e di raccoglimento, scuola di preghiera e di contemplazione.
In questo modo realizzano, con i fratelli agostiniani e con le sorelle di vita apostolica, quella piena comunione fraterna di beni spirituali per cui esse diventano attive in chi lavora nell'apostolato, e l'apostolo diventa contemplativo in esse.
Suore di vita apostolica
Lungo i secoli molti istituti religiosi femminili, fondati da persone, con scopi e in situazioni di tempo e di luogo molto diverse, hanno preso a fondamento della loro spiritualità la Regola monastica di S. Agostino e il suo insegnamento teologico-spirituale.
Attualmente sono circa 90 gli istituti femminili di vita apostolica di spiritualità agostiniana che sono aggregate all'Ordine Agostiniano e che con questo, e con le monache di vita contemplativa, formano la Famiglia Agostiniana.
Migliaia di donne consacrate, riunite in più di 2500 comunità religiose sparse in tutti i continenti e paesi del mondo, danno testimonianza dell'amore materno di Dio per tutti gli uomini, specialmente per i più poveri e deboli: bambini, anziani, ammalati.
Esaltano nel senso più genuino la loro femminilità, offrendo la loro maternità spirituale a chi ne ha più bisogno.
Fraternità agostiniane laicali
L'eredità spirituale di S. Agostino non è riservata ai religiosi e alle religiose. Anche i laici, sposati e no, consacrati e no, trovano nell'insegnamento e nell'esperienza di S. Agostino una sicura guida per vivere la loro fede nella propria famiglia e nel proprio ambiente.
Agli uomini e alle donne di oggi, che nutrono tante speranze ma che sono presi da tanti problemi e da tante forme di egoismo, il vescovo Agostino indica un futuro di speranza e offre un cammino sicuro verso la liberazione dal proprio egoismo.
Gli ideali comuni e la collaborazione apostolica con gli altri rami della Famiglia Agostiniana fanno sì che anche i laici possano sentirsi a pieno titolo figli e figlie di S. Agostino.
(Agenzia Fides 18/12/2004)
Dal «Commento sui salmi» di sant`Agostino, vescovo
In Cristo siamo stati tentati e in lui abbiamo vinto il diavolo
«Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera» (Sal 60, 1). Chi è colui che parla? Sembrerebbe una persona sola. Ma osserva bene se si tratta davvero di una persona sola. Dice infatti: «Dai confini della terra io t`invoco; mentre il mio cuore è angosciato» (Sal 60, 2).
Dunque non si tratta già di un solo individuo: ma, in tanto sembra uno, in quanto uno solo è Cristo, di cui noi tutti siamo membra. Una persona sola, infatti, come potrebbe gridare dai confini della terra? Dai confini della terra non grida se non
quella eredità, di cui fu detto al Figlio stesso: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2, 8).
Dunque, è questo possesso di Cristo, quest`eredità di Cristo, questo corpo di Cristo, quest`unica Chiesa di Cristo, quest`unità, che noi tutti formiamo e siamo, che grida dai confini della terra.
E che cosa grida? Quanto ho detto sopra: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera; dai confini della terra io t`invoco». Cioè, quanto ho gridato a te, l`ho gridato dai confini della terra: ossia da ogni luogo.
Ma, perché ho gridato questo? Perché il mio cuore è in angoscia. Mostra di trovarsi fra tutte le genti, su tutta la terra non in grande gloria, ma in mezzo a grandi prove.
Infatti la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l`umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato.
Sant’ Agostino
Agostino nacque il 13 novembre 354 a Tagaste (Souk-Ahras) nella Numidia. Non sappiamo se i suoi genitori fossero di pura origine romana. Il padre, Patrizio, impiegato municipale, entrò nella Chiesa come catecumeno solo nei suoi ultimi anni e fu battezzato poco prima della morte (371). La madre, Monica, era invece cristiana zelante, forse anche “petulante”. Agostino ricevette a Tagaste la prima istruzione, e poiché, per volontà del padre, era destinato a diventare rètore, proseguì i suoi studi nella vicina Madaura. Di qui passò nel 371 a Cartagine per seguirvi i corsi di retorica e diritto. Là da una relazione irregolare (ma non avrebbe potuto sposare quella donna, perché appartenente ad classe diversa: Agostino però le fu fedele e la relazione si protrasse fino al 384) ebbe nel 372 un figlio, Adeodato. Disprezzava, in quel tempo, la religione di sua madre o il modo assillante della madre, quasi fosse, lo dice egli stesso, un insieme di "leggende da vecchierelle". Allorché, nel 373, lesse, secondo il programma degli studi, il dialogo "Hortensius" di Cicerone, cominciò a sentire l'anelito verso una concezione del mondo fondata su basi filosofiche; ma si stupiva di non aver trovato Cristo in quell’aureo volume ciceroniano.
Poco dopo si iscrisse come esterno (auditor) al Manicheismo, che a lui, superbo della sua scienza, appariva, in opposizione al Cristianesimo insegnato dalla Chiesa, come la religione dei lumi, libera da ogni autorità, vera forma di Cristianesimo; trascinò anche alcuni amici in questa nuova religione, salvo poi dolersene una volta rientrato nella Chiesa. Nel 374/75, terminati gli studi, Agostino si stabilì a Tagaste come insegnante delle arti liberali, ma trasferì poco dopo la sua scuola a Cartagine (375/83). Sul finire di questo periodo della sua vita, i dubbi sulla verità del sistema manicheo andarono aumentando sempre più: quella cosmologia gli sembrò inconciliabile con la dottrina insegnata dalla filosofia greca, e si avvide che il dualismo insegnato dai Manichei era in contraddizione con il loro concetto della divinità. Finì di disilluderlo un'intervista che ebbe col famoso vescovo manicheo Fausto di Milevi, nel quale egli non trovò che un parolaio poco dotto.
Tuttavia anche a Roma, dove si era portato nel 383 contro la volontà della madre, avvicinò gli amici manichei, che gli procurarono amicizie altolocate. Agli inizi del 384, per i buoni uffici del prefetto pagano di Roma Simmaco, ottenne un posto di insegnante di retorica a Milano messo a concorso dallo Stato. Malgrado questa situazione sicura e onorata, e benché la madre ed altri prossimi parenti abitassero allora con lui, Agostino si sentiva nel suo interno più tormentato ed infelice che mai.
Ma ascoltando i sermoni di S. Ambrogio, vescovo di Milano, che per lo più spiegava allegoricamente il testo biblico corrente, trovò una luce nuova. Nel decisivo 386, Agostino, che lottava per una nuova concezione del mondo, avrebbe conosciuto per la prima volta le dottrine neoplatoniche. La lettura dei trattati di Plotino già tradotti in latino, attraverso i quali incominciò a concepire Dio come sostanza puramente spirituale e il male come un nulla, gli recò un grande progresso intellettuale. Il sacerdote Simpliciano, di orientamento neoplatonico, che poi succederà ad Ambrogio nella sede vescovile di Milano, gli dimostrò come la speculazione sul Logos del prologo giovanneo completasse la dottrina di Plotino intorno al Nous. Così, attraverso la filosofia, gli si schiuse una via verso la fede nell'eterno Logos-Dio. Lo stesso Simpliciano attirò l'attenzione di Agostino sull'importanza della lettura delle lettere di Paolo. In esse capì che l'uomo, soltanto attraverso la grazia divina, riesce a raggiungere il fine cui tende: l'unione con Dio mediante la fede, che egli, come neoplatonico, aveva sperato di raggiungere con l'aiuto della meditazione filosofica.
In un'ora in cui la lotta tumultuava più violenta che mai nel suo spirito, gli fu additato da Simpliciano, con quale fermezza e risolutezza il celebre rètore Mario Vittorino avesse superato, alla fine, tutti gli impedimenti che si erano frapposti alla sua entrata nella Chiesa, e un'altra volta un amico gli narrò la vita di austero ascetismo dell'anacoreta Antonio e di altri monaci e romiti.Quella fu per lui l'ora della decisione. Pervaso da un’emozione profonda, si precipitò nel giardino e sentì ripetutamente una voce infantile che gli diceva: "Tolle, Lege". Aperse il libro delle epistole di S. Paolo e lesse il tratto di quella ai Romani 13, 13 s. D'improvviso "svanì ogni nebbia di dubbio" (Conf. 8, 12). Poche settimane più tardi, nell’autunno del 386, rinunziò all’insegnamento e si ritirò in campagna, a Cassiciacum, nel podere di un amico, in attesa di iscriversi, all'inizio della prossima quaresima, tra i catecumeni che si preparavano al battesimo. Chiari indizi ci dicono che Agostino già qualche tempo prima della suddetta "scena del giardino" era fermamente deciso a farsi cristiano e sottomettersi all'autorità della Chiesa, come quella che rappresentava la verità cui egli da molto tempo aspirava. Dalla commovente descrizione della sua conversione (Conf. 8, 6-12) noi apprendiamo anzitutto che il rètore, già intimamente credente, era pervenuto, rinunciando a ricchezza ed onori, a scegliere la via, che allora giudicava la più perfetta, della castità e della rinuncia al matrimonio. Con lo spirito libero dai ceppi della sensualità e della passione, volle poi dedicarsi tutto e per sempre alla ricerca della verità e così conseguire la felicità. Agostino ricevette il battesimo il Sabato santo, 23 aprile, del 387, assieme al figlio e all'amico Alipio, per mano di S.Ambrogio.
Alcuni mesi dopo intraprese il viaggio di ritorno in Africa, passando per Roma. Ad Ostia, poco prima di imbarcarsi, Monica si ammalò e dopo nove giorni morì. Allora Agostino tornò a Roma e qui si trattenne circa un anno, occupato in lavori letterari. Nell’autunno del 388 rientrò a Tagaste ove visse nella casa paterna per tre anni con alcuni amici, in claustrale ritiro. La fama della sua dottrina e della sua pietà era già così grande, che nel 391, durante un suo soggiorno ad Ippona, mentre assisteva, senza alcun sospetto, all’ufficio divino, il vescovo Valerio, su richiesta dei presenti, nonostante la sua resistenza, lo ordinò prete. Così ha inizio un nuovo periodo della sua evoluzione spirituale. L'interesse che portava agli studi filosofici e alla cultura delle arti liberali cedette il posto a un orientamento puramente teologico e all'attività apostolica inerente alla sua dignità nuova. Anche ad Ippona, come già a Tagaste, fondò un monastero ove viveva in comune con i vecchi amici e le nuove reclute. Nel 395 il vescovo Valerio lo fece consacrare suo ausiliare, cosicché alla sua morte (396) Agostino ne occupò il posto. Continuò col suo clero a condurre vita cenobitica. Si occupò con zelo particolare della predicazione e fu instancabile nella cura dei poveri. L'attività di scrittore impegnò sempre una gran parte delle sue forze, e furono soprattutto le questioni e controversie religiose del suo tempo ad assorbirlo. S.Agostino morì a Ippona il 28 agosto del 430, mentre i Vandali tenevano assediata la città. Dopo la caduta di questa, i suoi resti furono trasportati in Sardegna e, nel 722, da Liutprando a Pavia.
Regola di Sant'Agostino
Premessa
1. Fratelli carissimi, si ami anzitutto Dio e quindi il prossimo, perché sono questi i precetti che ci
vennero dati come fondamentali.
2. Questi poi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
Capitolo 1 - Scopo e fondamento della vita comune
3. Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate una
sola anima e un sol cuore protesi verso Dio.
4. Non dite di nulla: "E' mio", ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi
il vitto e il vestiario; non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad
ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti dagli Apostoli: Essi avevano tutto in
comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità'.
5. Chi, da secolare, possedeva dei beni, entrato che sia nel monastero, li trasmetta volentieri alla
Comunità.
6. Chi poi non ne possedeva, non ricerchi nel monastero ciò che nemmeno fuori poteva avere.
Tuttavia si vada incontro ai bisogni della sua insufficienza, anche se, quando egli si trovava fuori, la
sua povertà non era neppure in grado di procurargli l'indispensabile. Solo che non si ritenga felice
per aver conseguito quel vitto e quelle vesti che fuori non si poteva permettere.
7. Né si monti la testa per il fatto di essere associato a chi, nel mondo, nemmeno osava avvicinare,
ma tenga il cuore in alto e non ricerchi le vanità della terra, affinché i monasteri, se ivi i ricchi si
umiliano e i poveri si vantano, non comincino ad essere utili ai ricchi e non ai poveri.
8. D'altra parte, quelli che credevano di valere qualcosa nel mondo, non disdegnino i loro fratelli
che sono pervenuti a quella santa convivenza da uno stato di povertà. Vogliano anzi gloriarsi non
della dignità di ricchi genitori ma della convivenza con i fratelli poveri. Né si vantino per aver
trasferito alla Comunità qualche parte dei loro beni; né il fatto di distribuire al monastero le loro
ricchezze, anziché averle godute nel mondo, costituisca per essi motivo di maggiore orgoglio. Se
infatti ogni altro vizio spinge a compiere azioni cattive, la superbia tende insidie anche alle buone
per guastarle; e che giova spogliarsi dei propri beni dandoli ai poveri e diventare povero, se la
misera anima nel disprezzare le ricchezze diviene più superba che non quando le possedeva?
9. Tutti dunque vivete unanimi e concordi e, in voi, onorate reciprocamente Dio di cui siete fatti
tempio.
Capitolo 8 - Osservanza della Regola
48. Il Signore vi conceda di osservare con amore queste norme, quali innamorati della bellezza
spirituale ed esalanti dalla vostra santa convivenza il buon profumo di Cristo, non come servi sotto
la legge, ma come uomini liberi sotto la grazia.
49. Perché poi possiate rimiravi in questo libretto come in uno specchio onde non trascurare nulla
per dimenticanza, vi sia letto una volta la settimana. Se vi troverete ad adempiere tutte le cose che vi
sono scritte, ringraziatene il Signore, donatore di ogni bene. Quando invece qualcuno si avvedrà di
essere manchevole in qualcosa, si dolga del passato, si premunisca per il futuro, pregando che gli
sia rimesso il debito e non sia ancora indotto in tentazione.
Commento alla Regola di Sant'Agostino
I GRANDI MOTIVI D'ISPIRAZIONE
Per avere in mano la chiave che apra i segreti della Regola agostiniana, del suo grande equilibrio sapienziale, dei suoi altiideali, della sua incomparabile fortuna, bisogna cominciare a leggerla dal fondo. Non è una battuta: è l'indicazione di chi l'ha scritta. Raccomandandone, infatti, verso la fine, la fedele osservanza, lo fa con parole altissime che svelano all'attento lettore i motivi universali e profondi del suo pensiero filosofico, teologico e mistico.
Scrive: "Il Signore vi conceda di osservare queste norme con amore, come innamorati della bellezza spirituale ed esalanti dalla vostra santa convivenza il buon odore di Cristo, non come servi sotto la legge, ma come uomini liberi sotto la grazia" (n. 48).
Da questa sintesi emergono quattro motivi, tutti fondamentali, o, se si vuole, quattro dimensioni della vita dello spirito nella comunità monastica:
1) il motivo dell'amore o dimensione affettiva. È infatti l'amore, forza segreta dell'animo, che rende possibile e gioiosa l'osservanza delle prescrizioni della Regola. Per esporre subito un profondo pensiero agostiniano riguardante l'amore, si può dire così: la vita consacrata e, molto più, la vita monastica si abbraccia per un più grande amore, esige l'esercizio d'un più grande amore, attende come premio un più grande amore.
2) il motivo della bellezza spirituale o dimensione contemplativa. La bellezza spirituale o è Dio o è il riflesso di Dio nelle creature. Agostino fu innamorato di questa bellezza, l'amò con tutte le fibre dell'animo, la cercò senza stancarsi, la pose nella Regola come meta della preghiera contemplativa, come risorsa delle ascensioni interiori, come sostegno del monaco nell'impegno ascetico.
3) il motivo del profumo di Cristo o dimensione apostolica. Se quello precedente poteva essere considerato un motivo prevalentemente filosofico - si sa quanto i filosofi neoplatonici, specialmente Plotino, abbiano scritto su la bellezza -, questo è nettamente cristologico e dipende da quel grande innamorato di Cristo che fu S. Paolo. Dio, dice l'Apostolo, ... diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero. Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo... (2 Cor 2, 14-15).Agostino, che ereditò da S. Paolo l'amore appassionato a Cristo, ne riprende il tema e lo propone ai suoi religiosi perché diffondano dovunque nel mondo l'amore e l'imitazione di Cristo.
4) il motivo della libertà cristiana o dimensione carismatica. Questo motivo è proprio di colui che la tradizione ha chiamato dottore della grazia e perciò della libertà; dico della libertà cristiana che abbraccia tutta la vita e si estende nell'eternità. Anche questo motivo non poteva mancare nella Regola agostiniana.
Pertanto, occorre leggerla e meditarla alla luce di questi grandi principi per scoprirne la ricchezza e la modernità che ne fanno una norma spirituale ammirata, amata, ricercata, ieri e oggi. Qui vorrei invitare il lettore, che si avvicina ad essa per la prima volta, ad approfondire un poco questi quattro motivi che gli permettono di entrare nel vivo della spiritualità monastica o più semplicemente religiosa quale la concepì, l'amò, la visse, l'organizzò e la difese il Vescovo d'Ippona.
Il primo motivo è l'amore. Il Signore vi conceda di osservare queste norme con amore. Una sola parola; ma ricca di significati profondi e rivelatrice d'un panorama che abbraccia tutti i precetti della Regola. Questa parola infatti ha una portata metafisica, psicologica e spirituale immensa, che il Vescovo d'Ippona ha contribuito ad approfondire e a chiarire con grande intuito e passione.
Si sa che egli ha scavato molto a fondo nell'anima umana per scoprire non solo la verità; ma, insieme alla verità e in conseguenza di essa, l'amore; l'amore che è la radice di ogni attività, il rapporto che ci lega inseparabilmente a Dio, la tensione profonda e la ricerca continua, insaziabile dell'eterno. Sarebbe veramente bello potersi soffermare su questi aspetti della filosofia dell'amore. Sarebbe bello, dico, parlare dell'amore che muove l'anima come il peso i corpi e la porta ovunque si porti 1; parlare delle passioni umane e delle virtù come modulazioni di un unico movimento, che è il movimento dell'amore 2; parlare della ricerca inconsapevole di Dio per cui ogni creatura capace d'amore, lo sappia o non lo sappia, ama Dioe lo cerca e lo invoca 3. Ma il discorso porterebbe lontano.
Lasciando dunque da parte questi aspetti profondissimi ed altri ancora, della filosofia agostiniana dell'amore, accennerò a due proprietà singolari che l'amore possiede:
1) La prima è questa: l'amore rende leggere le cose pesanti e facili le cose difficili. S.Agostino lo ripete spesso con ricchezza di particolari. "Non sono affatto gravosi - scrive nel De bono viduitatis - i lavoridegli amanti, ma sono anch'essi motivo di diletto; come appunto i lavori dei cacciatoti, degli uccellatori, dei pescatori, dei vendemmiatori, dei negozianti, degli sportivi. Quel che importa dunque è sapere ciò che si ama, perché quando una cosa la si fa per amore o non si sente la fatica o si ama di sentirla" 4.
Ciò vale non solo per le cose buone o indifferenti, ma anche per le cose cattive.
"Sappiamo - dice S. Agostino in un discorso al popolo - sappiamo quante cose faccia l'amore... quante asprezze gli uomini hanno sofferto, quante indegne e intollerabili cose hanno sopportato per ottenere ciò che amavano; sia che si tratti di amatori del denaro, cioè degli avari, o degli amatori di onori, che sono gli ambiziosi, o degli amatori dei corpi, che sono i lascivi. Ma chi può enumerare tutti gli amori? Considerate tuttavia quante fatiche fanno gli amanti, né sentono la fatica, anzi faticano di più quando qualcuno impedisce loro di faticare" 5. L'amore infatti è una forza che non può stare oziosa: deve agire, scuotere, trascinare 6. Quando perciò S. Agostino chiede a Dio che conceda ai suoi religiosi di osservare la Regola con amore, indica loro qual è il segreto dell'osservanza regolare, quel segreto che la rende possibile e gioiosa.
Se poi prendiamo la parola amore come sinonimo di carità, tutto quello che abbiamo detto sulla sua forza travolgente non solo non viene meno, ma diventa più vero. La carità, quand'è vera, possiede tutte le risorse psicologiche dell'amore e possiede, inoltre, tutte le ricchezze dei doni di Dio tra i quali è il più prezioso e il più grande. La carità perciò è un amore piùforte, più profondo, più invincibile di ogni altro amore, perché è opera dello Spirito Santo che la diffonde nei cuori. S. Paolo parla di larghezza, lunghezza, altezza e profondità della carità 7, e S. Agostino commenta: "larghezza, perché la carità si esercita in tutte le opere buone e la sua benevolenza si estende fino all'amore dei nemici; lunghezza perché in questo esercizio è longanime e sopporta tutte le molestie; altezza, perché per queste opere non spera un premio temporale, ma il premio eterno; profondità, perché è un dono della grazia che ci viene secondo il segreto, misterioso proposito del divino volere" 8. Dotata di queste dimensioni, la carità trasforma necessariamente in gioia tutto ciò che tocca, e imprime all'anima un dinamismo che non conosce ostacoli.
2) La seconda proprietà dell'amore, che qui voglio ricordare, è quest'altra: l'amore rende sempre nuove, e perciò sempre affascinanti, le cose abituali, le cose di ogni giorno.
Quanto questa proprietà sia preziosa non occorre dirlo; particolarmente per chi, come il religioso, è portato dall'osservanza regolare a ripetere spesso e per tutta la vita gli stessi atti, le stesse formule, gli stessi esercizi. Si sa che l'abitudine, la noia, la stanchezza sono i nemici più insidiosi della vita religiosa, soprattutto della vita comune.
S. Agostino mette in rilievo questa proprietà dell'amore proprio contro la noia; la noia da cui può essere mortalmente preso il catechista costretto a ripetere ai neofiti sempre le stesse verità elementari. Dice il Santo in sostanza: facciamo nostri con l'amore - un amore fraterno, paterno, materno - i sentimenti di questi neofiti, e sembreranno nuove anche a noi le cose che andiamo dicendo. "Non avviene di solito - continua - che, percorrendo spaziose e incantevoli località cittadine o campestri non proviamo più alcun lascino, perché già le abbiamo contemplate spesso? Eppure, mostrandole a chi non le ha mai viste, nel fascino nuovo che essi provano non si rinnova forse anche il nostro? E tanto più fortemente quanto più essi sono nostri amici, perché a misura che attraverso il vincolo dell'amore noi siamo in loro, quelle cose, che erano vecchie, diventano nuove anche per noi" 9.
Pensiamo che questo possa e debba dirsi anche della vita in comune, e non solo per quelli che in essa esercitano l'ufficio di educatori. Comunicare agli altri le proprie esperienze, ascoltare le esperienze degli altri, costatare il progresso nella virtù di quelli che amiamo, osservare lo stupore e la gioia che provocano nell'animo di tanti giovani pratiche e dottrine per noi abituali, aiutarli con il consiglio e l'esempio a scoprire le ricchezze della vita interiore, sono mezzi efficacissimi per rendere sempre nuove, e perciò affascinanti, le cose che per la forza dell'abitudine tendono a non esserlo più. Pensiamo che sia proprio questo uno dei frutti migliori della vita comune.
Ma a consolazione di chi questi mezzi nella comunità in cui vive o non li trova o non sa usarli - le due ipotesi sono ambedue possibili - dirò che v'è un'altra ragione che spiega la proprietà dell'amore di cui stiamo parlando, che èquesta: l'amore èfonte perenne di conoscenza, sia perché spinge l'intelligenza a fissarsi nelle cose amate, sia perché dà alla conoscenza un valore e un sapore sperimentale che la conoscenza puramente nozionale non ha.
"Non si può infatti amare ciò che s'ignora del tutto. Ma quando si ama ciò che in qualche modo si conosce, in virtù di questo amore si riesce a conoscerlo e più profondamente" 10. Ora è proprio questa progressiva scoperta delle ricchezze delle cose spirituali - il significato, il valore, l'importanza - che le rende sempre nuove al nostro sguardo, e perciò oggetto perenne di stupore, di contemplazione, di gioia.
2. ...innamorati della bellezza spirituale
Al motivo metafisico e psicologico dell'amore si aggiunge quello mistico della contemplazione. Non poteva mancare nella Regola una visibile traccia di quella che fu la passione più profonda e più costante dell'animo agostiniano: la contemplazione della divina bellezza. "Il Signore vi conceda di osservare queste norme... come innamorati della bellezza spirituale".
La bellezza spirituale è la bellezza della sapienza, la bellezza di Dio. S. Agostino ne fu perdutamente invaghito fin dall'età di 19 anni. L'amore della sapienza divenne spontaneamente amore della bellezza. La prima questione infatti che lo occupò come scrittore, a 25 anni, fu proprio questa: la bellezza. Noi non amiamo che il bello, diceva ai suoi amici, e nulla ci attrae e ci avvince agli oggetti del nostro amore se non la convenienza e la bellezza, perché se ne fossero privi non ci attirerebbero affatto 11. Quando poi a 32 anni scoperse il volto autentico della sapienza, cioè la natura di Dio, che è luce intellettuale piena d'amore, la passione per la bellezza divenne amore di Dio. "... mi si mostrò - scrive all'amico Romaniano - il volto della filosofia con piena evidenza. Magari avessi potuto mostrarlo, non dico a te che ne hai avuto sempre fame, ma a quel tuo avversario... Anch'egli subito disprezzando e abbandonando le piscine circondate di palme e gli ameni frutteti e i delicati e sontuosi banchetti e i buffoni domestici ed infine quanto suscita in lui l'acre desiderio del piacere, convertitosi in amante tenero e rispettoso, volerebbe ammirato, bramoso e appassionato verso la bellezza di quel volto" 12.
Da quel momento Dio fu per Agostino non solo Verità, Eternità, Amore, ma anche Bellezza, anzi il "Padre della Bellezza" 13, "la bellezza di ogni bellezza" 14, "fondamento, principio e ordinatore per cui sono belle tutte le cose che sono belle" 15. Da quel momento il rimpianto cocente di aver amato troppo tardi questa bellezza ineffabile, rimpianto espresso nelle Confessioni con le note commoventi parole: "Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai" 16. Da quel momento l'abitudine di salire a Dio attraverso la bellezza delle cose: sia delle cose corporee - la bellezza dell'universo proclama infatti Dio creatore, e lo loda e a lui richiama il nostro pensiero 17-;sia delle cose artistiche, poiché "tutte le cose belle, che attraverso l'anima passano nelle mani dell'artista, provengono da quella bellezza che sovrasta le anime e a cui giorno e notte l'anima mia sospira" 18, sia dalla storia umana, che scorre come un amplissimo carme modulato da una mano ineffabile che ci richiama alla contemplazione della bellezza di Dio 19, sia dell'animanostra, in cui risiede la vera bellezza 20, che consiste nella natura stessa dell'anima fatta ad immagine di Dio 21, e nella virtù che essa coltiva, poiché la vera e la somma bellezza è la giustizia 22o, come dice altrove lo stesso Dottore, la fede e la carità. L'anima diventa bella, amando Dio, che è bello; e quanto piùcresce nell'amore tanto più cresce nella bellezza; poiché l'amore stesso, cioè la carità, è la bellezza dell'anima 23.
Da questa abitudine nasce quell'insistente richiamo di S. Agostino a non fermarsi all'universo sensibile, né all'arte, né alla storia, né all'animo umano; ma a trascendere tutto per salire alla fonte stessa della bellezza, per salire a Dio. Molti purtroppo sanno trarre da questa bellezza la misura per approvare le cose belle - infatti le approvano e le amano, mentre non potrebbero farlo se non avessero in sé la norma per giudicarle - ma non vi traggono la misura per goderne, perché nessuno può godere rettamente delle cose belle, se non ama prima di tutto la Bellezza e non si serve di loro per salire ad essa e possederla 24.
Quante volte S. Agostino abbia percorso questo itinerario non è possibile dirlo. Possiamo dire però che questo era il suo più profondo desiderio 25, che si applicava ad esso ogni volta che glielo consentivano gli obblighi del ministero pastorale 26,che il Signore premiava spesso questo suo impegno e questa sua fedeltà con i doni straordinari della contemplazione infusa. "Spesso faccio questo, leggiamo nelle Confessioni, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi dalla stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto lì si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta m'introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita" 27. Bisogna dunque concludere che l'estasi di Ostia, così mirabilmente descritta nel libro 9°delle Confessioni, non èun caso isolato 28.
Del resto l'insistenza di S. Agostino sul tema dell'interiorità è anche un richiamo alla contemplazione. Si sa che l'interiorità agostiniana è una dottrina profonda e vastissima che comprende almeno quattro aspetti essenziali: filosofico, pedagogico, ascetico e mistico. La Regola, richiamandoci al desiderio della bellezza spirituale, ci richiama a questi ultimi due. Occorre infatti abituarsi a vivere gioiosamente in se stessi - ciò che non si ottiene se non attraverso un impegnativo sforzo ascetico - per salire, poi, attraverso la meditazione contemplativa, dall'anima nostra a Dio e fissare in lui lo sguardo della mente. La vita religiosa impegnandoci in questo sforzo ascetico ci prepara, per sua natura, alla contemplazione, che rappresenta, anche nei suoi gradi iniziali, un frutto e un nutrimento preziosis-simo nella carità. Nelle sue forme più alte essa è un dono tanto straordinario, che possiamo umilmente chie-dere, anche se non possiamo meritare. Fortificata da questo dono, l'anima "seguendo una certa dolcezza, una non so quale nascosta ed interiore delizia, come se dalla casa di Dio risuonasse soavemente un organo... astraendosi da ogni rumore della carne e del sangue, giunge fino alla casa di Dio... dove eterna è la festa, dove ciò che si celebra non passa" 29.
Dobbiamo aggiungere infine che S. Agostino era abituato a salire a Dio dalle bellezze di un'altra creatura, che, per essere unita ipostaticamente al Verbo, è piena di grazia e di verità, e perciò di bellezza inenarrabile: l'umanità sacrosanta di Cristo. Per gli occhi della fede tutto è bello in Cristo uomo: la nascita, la passione, la morte. Perché tutto è opera dell'amore. "Cristo ha trovato in noi molte cose brutte, dice S. Agostino ai fedeli di Cartagine, eppure ci ha amati: se noi troveremo qualcosa di brutto in lui, facciamo a meno di amarlo... Ma per chi capisce, anche il Verbo fatto carne è tutto bellezza... Bello come Dio... bello nel seno della Vergine... Dunque, bello nel cielo, bello qui in terra, bello nel seno (di sua madre), bello nelle mani dei parenti, bello mentre fa miracoli, bello mentre subisce i flagelli, bello quando invita alla vita, bello quando disprezza la morte, bello quando depone l'anima, bello quando la riprende, bello nella croce, bello nel sepolcro, bello in cielo... L'infermità della sua carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza" 30. Abbiamo ricordato sopra che S. Agostino esorta esplicitamente le vergini a contemplare la bellezza di Cristo, loro sposo. Vale la pena di riportare qui il testo intero.
"Considerate la bellezza di colui che amate. Pensatelo uguale al Padre e obbediente anche alla madre; Signore del cielo e servo qui in terra; Creatore di tutte le cose e creato come una di esse. Contemplate quanto sia bello in lui anche quello che i superbi scherniscono. Con occhio interiore mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell'amore" 31.
3. ...esalanti il buon odore di Cristo
Al motivo della contemplazione, a cui la vita religiosa ci prepara e ci sprona, S. Agostino aggiunge il motivo, che non poteva mancare, dell'apostolato. Lo esprime con le parole di S. Paolo: siamo il buon odore di Cristo in ogni luogo 32,parole che valgono per tutti i fedeli - e S. Agostino lo sa 33 - ma che la Regola applica opportunamente alla vita religiosa. "Il Signore vi conceda di osservare queste norme... come... esalanti dalla vostra santa convivenza il buon odore di Cristo"34.
È ilmotivo cristologico della spiritualità della Regola, un motivo profondo, essenziale, che nasce in S. Agostino dall'esperienza e dalla lunga meditazione del Vangelo. Penso che il lettore non ignori quale posto occupasse la sacra persona di Cristo nella vita e nel pensiero del Vescovo d'Ippona. Se ha letto le pagine delle Confessioni sul nome di Gesù bevuto col latte materno 35, nella scoperta di Cristo Redentore degli uomini e Mediatore di salvezza 36, sul comando di S. Paolo di rivestirsi di Gesù Cristo 37, sull'adesione a Lui, sacerdote e sacrificio, e perciò fonte della nostra fiducia 38, non potrà dimenticarle facilmente, tanto è grande la carica di affetto che egli vi ha infuso. In quanto al pensiero divino, che la teologia, la pietà e la storia trovano per S. Agostino una sola spiegazione, un solo nome che le illumini: il nome di Cristo.
L'accenno dunque della Regola non è occasionale, non è indifferente: è invece l'espressione, sia pure brevissima, d'una pietà profonda, d'una dottrina vastissima, d'una spiritualità che ha in Cristo l'alfa e l'omega.
Occorre osservare poi che l'accenno della Regola siriferisce direttamente all'apostolato e, cosa non meno significativa, all'apostolato comunitario. Vuole cioè che la comunità religiosa sia tale che renda testimonianza a Cristo, ne diffonda la fragranza delle virtù, ne confermi con opere la dottrina, ne glorifichi il nome. Si tratta, come si vede, dell'apostolato cristiano più importante, quello della santità, che è apostolato di carità, di sofferenza, di gioia, e poi ancora, come risultanza di questo, apostolato di parola e di azione.
La Regola vuole perciò che la comunità, vivendo in mezzo al popolo di Dio e con il popolo di Dio, sia un centro di alta spiritualità cristiana, e sia conosciuta come tale.
Ricordiamo la posizione dei monaci di Cartagine: "Così, dicevano, ci comportiamo anche noi: attendiamo alla lettura in compagnia dei fratelli che vengono a noi stanchi delle agitazioni della vita mondana, per trovare, fra noi, la quiete nello studio della parola di Dio, nella preghiera, nel canto dei salmi, inni o cantici spirituali. Ci apriamo con loro, li consoliamo, li esortiamo al bene, costruendo in essi, cioè nella loro condotta, quanto a nostro avviso ancora vi manca, avuta considerazione dello stato in cui si trovano" 39. Questa posizione non era sbagliata per ciò che affermava, ma per ciò che escludeva. Escludeva infatti dalle occupazioni del monachesimo il lavoro manuale. Contro questo esclusivismo, che costituiva una disobbedienza al Vangelo e una causa d'inganno e di scandalo per i fedeli, si rivolse S. Agostino.
È dunque necessario che ogni comunità, se in essa Cristo è veramente amato, sia una comunità "esemplare". Questa esemplarità nasce, come si sa, dalla carità, dall'osservanza regolare, dalla disponibilità al servizio della Chiesa, che è il Corpo di Cristo. Dalla carità, poi, nasce l'imitazione. "Se amiamo veramente, imitiamo: non possiamo rendere un frutto migliore dell'amore che mostrando l'esempio dell'imitazione" 40. Per questo S. Agostino esorta particolarmente le vergini consacrate a salire su su per i gradi delle beatitudini, imitando in ciascuno di essi le corrispondenti virtù di Cristo. "Beati i poveri di spirito! Imitate colui che, essendo ricco, si è fatto povero per voi41. Beati i miti! Imitate colui che disse: Imparate da me, perché sono mite ed umile di cuore 42. Beati coloro che piango-no! 43Imitate colui che pianse sopra Gerusalemme. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia! Imitate colui che disse: Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato 44. Beati i misericordiosi! Imitate colui che prestò soccorso all'uomo ferito dai briganti e abbandonato ai margini della strada mezzo morto, in condizioni disperate 45. Beati i puri di cuore! Imitate colui che non commise peccato e sulla cui bocca non si è trovato inganno 46. Beati i pacifici! Imitate colui che pregò per i suoi carnefici: Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno 47. Beati i perseguitati per amore della giustizia! Imitate colui che patì per voi, lasciandovi un esempio affinche ne seguiate le orme 48. Coloroche imitano l'Agnello in queste virtù, in queste stesse ne seguono le orme" 49.
Le vergini consacrate, inoltre, seguono, cioè imitano l'Agnello nello splendore della verginità. "Voi dunque - dice loro S. Agostino - seguite l'Agnello conservando con perseveranza ciò che avete consacrato a Lui con ardore" 50.
Come frutto di questa assidua e perseverante imitazione di Cristo, si sprigiona dalla comunità religiosa quella fragranza spirituale che, diffondendosi nella Chiesa e nel mondo, ne manifesta la presenza e la divinità. Questo èil primo e principale apostolato di ogni comunità religiosa, sia essa consacrata esclusivamente alla contemplazione, come le Monache di clausura, sia essa consacrata, anche, all'attività ministeriale o caritativa. E non si tratta di un apostolato di comodo, ma di rottura. S. Paolo lo ricorda nelle parole alle quali la Regola si riferisce - siamo il buon odore di Cristo tra coloro che si salvano e tra coloro che si perdono: per gli uni odore di morte... per gli altri odore di vita... 51 e S. Agostino lo commenta spesso, mostrandone il misterioso significato 52.
"La parola della croce infatti è stoltezza per coloro che se ne vanno in perdizione, ma per noi, che siamo nella via della salvezza, èla forza di Dio" 53. Per questo S. Paolo non cessava di predicare Cristo crocifisso, anche se la sua predicazione era "uno scandalo per i Giudei, una stoltezza per i Gentili" 54. Lostesso fece S. Agostino. La lunga e sofferta polemica contro i Pelagiani non ebbe altro scopo che questo: impedire che la forza della croce di Cristo fosse svuotata della sua sostanza e della sua efficacia; ut non evacuetur crux Christi 55. Per questo le sue parole destarono scandalo, e qua e là lo destano ancora.
Inutile mettere in luce il carattere decisamente moderno delle brevi parole della Regola che abbiamo brevemente commentato: il lettore se ne è accorto da sé. Oggi si parla molto, e giustamente, di testimonianza, ma èproprio la testimonianza in favore di Cristo che S. Agostino chiede alle sue comunità, una testimonianza individuale e collettiva. Oggi si parla molto e, ripetiamo ancora, giustamente, di autenticità, ma è proprio l'autenticità un'esigenza fondamentale della dottrina agostiniana in genere e della Regola in particolare. Il cristiano non èautentico se non è santo, ed è santo solo se è autentico. Autentico vuol dire sincero, convinto, conseguente, vero. Soprattutto vero. Autenticità e verità coincidono. Che cos'è infatti la verità se non l'armonia tra ciò che una cosa è e ciò che deve essere, cioè tra il nome e la realtà? Non per nulla S. Agostino ripete a ciascuno dei suoi religiosi, se non con queste parole, certo in questo senso: sii uomo; sii cristiano; sii servo di Dio; sii, se lo sei, sacerdote; sii te stesso. Sii te stesso; ma nell'ambito della dignità cristiana, perché la nostra personalità non può essere altro che la personalità di Cristo, né altra può essere la nostra libertà, se non quella che ci viene da Cristo.
Con questa conclusione il discorso si riannoda al quarto motivo che S. Agostino mette in campo per indurre i suoi figli spirituali ad osservare con diligenza e amore le prescrizioni della Regola.
Sant’Agostino, Confessiones (397-398 d.C.)
dal Libro I
[nascita e infanzia]
cap. 6. Eppure lasciami parlare davanti alla tua misericordia. Sono terra e cenere,eppure lasciami parlare. Vedi, è alla tua misericordia, e non a un uomo che riderebbe di me, ch'io parlo. Forse ridi anche tu di me,ma ti volgerai e avrai misericordia di me. Non voglio dire, se non questo: che ignoro donde venni qui, a questa, come chiamarla, vita mortale o morte vitale. Lo ignoro, ma mi accolsero i conforti delle tue misericordie, per quanto mi fu detto dai genitori della mia carne, dall'uno dei quali ricavasti, mentre nell'altra mi desti una forma nel tempo; io non ricordo. Mi accolsero dunque i conforti del latte umano, ma non erano già mia madre o le mie nutrici a riempirsene le poppe, bensì eri tu, che per mezzo loro alimentavi la mia infanzia, secondo il criterio con cui hai distribuito le tue ricchezze sino al fondo dell'universo. Tu, anche, mi davi di non desiderare più di quanto davi, e a chi mi nutriva di darmi quanto le davi. Per un sentimento ben ordinato le donne desideravano darmi ciò di cui ridondavano per grazia tua, e il bene che io traevo da loro era un bene per loro, che procedeva non da loro, ma per mezzo loro. Tutti i beni derivano da te, Dio, dal mio Dio deriva l'intera mia salute. Me ne accorsi più tardi, quando la tua voce me lo gridò proprio attraverso i doni che elargisci al nostro corpo e alla nostra anima. Allora sapevo soltanto succhiare e bearmi delle gioie o piangere delle noie della mia carne, null'altro.
[vanità dell’istruzione ricevuta]
cap. 18. Guarda, Signore Dio, e pazientemente, come guardi, guarda il rigore con cui da un lato i figli degli uomini osservano le leggi delle lettere e delle sillabe, ricevute da chi prima di loro usò le parole; e la noncuranza che dall'altro dimostrano verso le leggi eterne della salvezza perpetua, ricevute da te. Così se uno di coloro che conoscono e insegnano le antiche convenzioni dei suoni, pronuncia homo senza aspirare la prima sillaba a dispetto delle regole grammaticali, gli uomini ne sono urtati più che se, uomo, odia un altro uomo a dispetto dei tuoi precetti: quasi che il peggiore dei nemici potesse danneggiarlo più dell'odio stesso che lo eccita contro di lui, o si potesse rovinare un estraneo perseguitandolo, più di quanto si rovini il proprio cuore inasprendolo. Certo la scienza delle lettere non è impressa più addentro in noi di ciò che sta scritto nella nostra coscienza, cioè che agli altri facciamo quanto non vorremmo subire. Come sei nascosto tu, che abiti tacito nei cieli più alti, Dio solo grande, che con legge instancabile spargi tenebre punitrici sulle passioni illecite, mentre un uomo in cerca di gloria nell'eloquenza, innanzi a un altro uomo in veste di giudice e in mezzo a una moltitudine di uomini che lo attorniano, si accanisce con odio bestiale contro un suo nemico ed evita con la massima circospezione di cadere in un fallo di pronuncia, dicendo "inter omines",ma non evita di sottrarre al consorzio umano un uomo per i furori della propria mente!
dal Libro II
cap. 4. La tua legge, Signore, condanna chiaramente il furto, e così la legge scritta nei cuori degli uomini, che nemmeno la loro malvagità può cancellare. Quale ladro tollera di essere derubato da un ladro? Neppure se ricco, e l'altro costretto alla miseria. Ciò nonostante io volli commettere un furto e lo commisi senza esservi spinto da indigenza alcuna, se non forse dalla penuria e disgusto della giustizia e dalla sovrabbondanza dell'iniquità. Mi appropriai infatti di cose che già possedevo in maggior misura e molto miglior qualità; né mi spingeva il desiderio di godere ciò che col furto mi sarei procurato, bensì quello del furto e del peccato in se stessi. Nelle vicinanze della nostra vigna sorgeva una pianta di pere carica di frutti d'aspetto e sapore per nulla allettanti. In piena notte, dopo aver protratto i nostri giochi sulle piazze, come usavamo fare pestiferamente, ce ne andammo, giovinetti depravatissimi quali eravamo, a scuotere la pianta, di cui poi asportammo i frutti. Venimmo via con un carico ingente e non già per mangiarne noi stessi, ma per gettarli addirittura ai porci. Se alcuno ne gustammo, fu soltanto per il gusto dell'ingiusto. Così è fatto il mio cuore, o Dio, così è fatto il mio cuore, di cui hai avuto misericordia mentre era nel fondo dell'abisso. Ora, ecco, il mio cuore ti confesserà cosa andava cercando laggiù, tanto da essere malvagio senza motivo, senza che esistesse alcuna ragione della mia malvagità. Era laida e l'amai, amai la morte, amai il mio annientamento. Non l'oggetto per cui mi annientavo, ma il mio annientamento in se stesso io amai, anima turpe, che si scardinava dal tuo sostegno per sterminarsi non già nella ricerca disonesta di qualcosa, ma della sola disonestà.
[il gusto del misfatto]
cap. 6. Ma io, sciagurato, cosa amai in te, o furto mio, o delitto notturno dei miei sedici anni? Non eri bello, se eri un furto; anzi, sei qualcosa, per cui possa rivolgerti la parola ? Belli erano i frutti che rubammo, perché opera delle tue mani, o Bellezza massima fra tutte, creatore di tutto, Dio buono, Dio sommo bene e bene mio vero. Belli, dunque, erano quei frutti, ma non quelli bramò la mia anima miserabile, poiché ne avevo in abbondanza di migliori. Eppure colsi proprio quelli al solo scopo di commettere un furto. E infatti appena colti li gettai senza aver assaporato che la mia cattiveria, così inebriante a praticarla. Se pure un briciolo di quei frutti entrò nella mia bocca, a insaporirlo era il misfatto. E ora, Signore Dio mio, mi domando: cosa mi attrasse in quel furto? Non vi trovo davvero bellezza alcuna, non dico la bellezza insita nella giustizia e nella saggezza, o nell'intelletto umano, nella memoria, nella sensibilità, nella vita vegetativa, o la bellezza e la grazia propria nel loro ordine agli astri e alla terra e al mare, popolati di creature che si succedono nella nascita e nella morte, e nemmeno quella difettosa e irreale con cui ci seducono i vizi.
[l’attrattiva della complicità]
8. Quale frutto raccolsi allora, miserabile, da ciò che ora rievoco non senza arrossire, e specialmente da quel furto ove amai solo il furto e null'altro? E anch'esso era nulla, quindi maggiore era la mia miseria. Tuttavia non l'avrei compiuto da solo. Ricordo bene qual era il mio animo a quel tempo, da solo non l'avrei assolutamente compiuto. In quell'azione mi attrasse anche la compagnia di coloro con cui la commisi. Dunque non amai null'altro che il furto. Ma sì, null'altro, poiché anche una tale società non è nulla. Cos'è in realtà? Chi può istruirmi in merito, se non Colui che illumina il mio cuore e ne squarcia le tenebre? Come accade che mi viene in mente d'indagare, di discutere, di considerare questi fatti? Se in quel momento avessi amato i frutti che rubai e ne avessi desiderato il sapore, avrei potuto compiere anche da solo, se si poteva da solo, quel misfatto, appagando il mio desiderio senza sfregarmi a qualche complice per infiammare il prurito della mia brama. Senonché i frutti non avevano nessuna attrattiva per me; dunque ne aveva soltanto l'impresa e a suscitarla era la compagnia di altri che peccavano insieme con me.
9. Quale sentimento provavo allora in cuore? Senza dubbio un sentimento proprio molto turpe, ed era una sventura per me il provarlo. Ma pure in che cosa consisteva? I peccati, chi li capisce? Era il riso che ci solleticava, per così dire, il cuore al pensiero di ingannare quanti non sospettavano un'azione simile da parte nostra e ne sarebbero stati fortemente contrariati. Perché dunque godevo di non agire da solo? Forse perché non è facile ridere da soli? Certo non è facile, però avviene talvolta di essere sopraffatti dal riso anche stando soli, tra sé e sé, alla presenza di nessuno, se appare ai nostri sensi o al pensiero una cosa troppo ridicola. Invece io quell'atto da solo non l'avrei compiuto, non l'avrei assolutamente compiuto da solo. Ecco dunque davanti a te, Dio mio, il ricordo vivente della mia anima. Da solo non avrei compiuto quel furto in cui non già la refurtiva ma il compiere un furto mi attraeva; compierlo da solo non mi attraeva davvero e non l'avrei compiuto. Oh amicizia inimicissima, seduzione inesplicabile dello spirito, avidità di nuocere nata dai giochi e dallo scherzo, sete di perdita altrui senza brama di guadagno proprio o avidità di vendetta! Uno dice: "Andiamo, facciamo", e si ha pudore a non essere spudorati.
Libro VI
[l’amico Alipio travolto dalla passione del circo]
cap. 8. Senza abbandonare davvero la via del mondo, a lui decantata dai suoi genitori, mi aveva preceduto a Roma con l'intenzione di apprendervi il diritto. E là in circostanze stravaganti venne travolto dalla stravagante passione per gli spettacoli gladiatori. Mentre evitava e detestava quel genere di passatempi, incontrò per strada certi suoi amici e condiscepoli, che per caso tornavano da un pranzo e che lo condussero a forza, come si fa tra compagni, malgrado i suoi vigorosi dinieghi e la sua resistenza, all'anfiteatro, ov'era in corso la stagione dei giochi efferati e funesti. Diceva: "Potete trascinare in quel luogo e collocarvi il mio corpo, ma potrete puntare il mio spirito e i miei occhi su quegli spettacoli? Sarò là, ma lontano, così avrò la meglio e su di voi e su di essi"; ma non per questo gli altri rinunciarono a tirarselo dietro, forse curiosi di vedere se appunto riusciva a realizzare il suo proposito. Ora, quando giunsero a destinazione e presero posto come poterono, ovunque erano scatenate le più bestiali soddisfazioni. Egli impedì al suo spirito di avanzare in mezzo a tanto male, chiudendo i battenti degli occhi: oh, avesse tappato anche le orecchie! Quando, a una certa fase del combattimento, l'enorme grido di tutto il pubblico violentemente lo urtò, vinto dalla curiosità, credendosi capace di dominare e vincere, qualunque fosse, anche la visione, aprì gli occhi. La sua anima ne subì una ferita più grave di quella subìta dal corpo di colui che volle guardare, e cadde più miseramente di colui che con la propria caduta aveva provocato il grido. Questo, penetrato attraverso le orecchie, spalancò gli occhi per aprire una breccia al colpo che avrebbe abbattuto quello spirito ancora più temerario che robusto, tanto più debole, quanto più aveva contato su di sé invece che su di te, come avrebbe dovuto fare. Vedere il sangue e sorbire la ferocia fu tutt'uno, né più se ne distolse, ma tenne gli occhi fissi e attinse inconsciamente il furore, mentre godeva della gara criminale e s'inebriava di una voluttà sanguinaria. Non era ormai più la stessa persona venuta al teatro, ma una delle tante fra cui era venuta, un degno compare di coloro che ve lo avevano condotto. Che altro dire? Osservò lo spettacolo, gridò, divampò, se ne portò via un'eccitazione forsennata, che lo stimolava a tornarvi non solo insieme a coloro che lo avevano trascinato la prima volta, ma anche più di coloro, e trascinandovi altri. Eppure tu lo sollevasti da quell'abisso con la tua mano potentissima e misericordiosissima, gli insegnasti a non riporre fiducia in sé, ma in te; però molto più tardi.
(Agostino, Confessioni, trad. it. di Carlo Carena, Roma, Città Nuova 1965, 19915)
Sant' Agostino
Collegamenti utili gratuiti
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.