Liturgia
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Con Liturgia (traslitterazione del greco λειτουργία, letteralmente "azione del popolo") si intende solitamente il culto (preghiere e riti) proprio della religione cristiana, diversificato per nome, caratteristiche, contenuti a seconda delle varie chiese cristiane. Il termine può dunque avere diversi significati:
- Nell'antica Atene la liturgia era il servizio imposto dalla legge ai cittadini più ricchi per pagare opere pubbliche per cui lo Stato non era in grado di pagare i costi.
- Liturgia cristiana:
- Liturgia cattolica, propria della Chiesa cattolica
- Liturgia protestante o Liturgia riformata, talvolta chiamata "servizio", propria delle chiese protestanti
- Liturgia ortodossa, propria delle chiese ortodosse
- Liturgia anglicana, propria della Chiesa Anglicana
- Le forme della liturgia cristiana possono variare a seconda delle chiese. Gli elementi comuni alle chiese con tradizione liturgica sono i seguenti:
- L'anno liturgico, cioè il tempo in cui vengono officiate le varie ricorrenze.
- i sacramenti e i sacramentali, cioè i vari riti celebrati, come il battesimo, la eucarestia o benedizioni per circostanze particolari.
- I testi e le musiche delle preghiere. Fin dai tempi apostolici i testi più usati della liturgia cristiana sono i salmi (vedi anche musica sacra).
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VOCABOLARIO LITURGICO |
Per maggior facilità di ricerca, i termini sono messi in ordine alfabetico. ABITO LITURGICO ACQUA BENEDETTA ALTARE AMBONE AMITTO AMPOLLINE ANAMNESI ANELLO ANIMETTA ANNO LITURGICO ASCIUGATOIO ASPERSORIO BALDACCHINO BATTISTERO BENEDIZIONALE BROCCA CALICE CAMICE CAMPANELLO CANTARI CAPPINO CASULA CATTEDRA CEROFERARI CERO PASQUALE CIBORIO CILOSTRI CINGOLO COLLETTA COLORI LITURGICI CONTINENZA CORPORALE COTTA CREDENZA CROCE DALMATICA EMBOLISMO EPICLESI EUCOLOGIA EVANGELIARIO FARO FERULA FONTE BATTESIMALE INCENSO INFUSIONE INSEGNE EPISCOPALI LAMPADA LEGGÍO LEZIONARIO MANUTERGIO MENSA MESSALE MESSALINO MINISTRANTE MINISTRI MITRA o MITRIA NAVICELLA OLIO ORCIOLI OSTENSORIO PALLA PALLIO PARAMENTI PASTORALE PATENA PIANETA PIATTELLO PISSIDE PIVIALE PREFAZIO PREGHIERA EUCARISTICA PRESBITERIO PULPITO
PURIFICATOIO RELIQUIARIO RISERVA EUCARISTICA RITUALE RUBRICHE SACRARIO SECCHIELLO SEDE STOLA TABERNACOLO TORCE TOVAGLIA TRONETTO TURIBOLO VASI SACRI VELETTA VELO VELO OMERALE VIMPA ZUCCHETTO |
Fine articolo sulla liturgia
LITURGIA EUCARISTICA
La Liturgia eucaristica consiste essenzialmente nel sacrificio conviviale, che, sotto i segni del pane e del vino, rappresenta e perpetua sull’altare il sacrificio pasquale di Cristo Signore. Sacrificio e banchetto sono così intimamente uniti, che nel momento stesso in cui si compie e si offre il sacrificio, lo si compie e lo si offre nel segno del banchetto. Ne consegue che i momenti principali della Liturgia eucaristica sono due: la grande Preghiera eucaristica, nell’ambito della quale si compie e si offre il sacrificio, e la santa Comunione, con la quale si partecipa pienamente, nella fede e nell’amore, al sacrificio stesso. Momento secondario è quello iniziale, in cui si presentano i doni sull’altare. Centro visibile della Liturgia eucaristica è l’altare.
seduti
PRESENTAZIONE DEI DONI
Si portano all’altare il pane e il vino che serviranno al banchetto eucaristico dei fedeli. Con la grande Preghiera eucaristica saranno cambiati nel corpo e sangue di Gesù. Per sottolineare la partecipazione all’«unico pane e all’unico calice» si abbia cura di preparare, per quanto è possibile, un’unica patena e un unico calice. Conviene che il pane azzimo sia fatto in modo che il sacerdote possa davvero spezzare l’ostia in più parti da distribuire almeno ad alcuni fedeli. Le altre offerte che si fanno a questo punto della Messa (ceri, fiori, e abitualmente denaro) sono riservate al servizio della chiesa e alla carità verso i fratelli più poveri. Seguiamo in silenzio i gesti del sacerdote (che possono essere accompagnati anche da un canto adatto) oppure rispondiamo alla sua preghiera.
Il sacerdote, mentre presenta il pane, dice:
Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna.
Benedetto nei secoli il Signore.
Mentre versa nel calice il vino, con un po’ d’acqua, il sacerdote dice sottovoce:
L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana.
Mentre presenta il vino, dice:
Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi bevanda di salvezza.
Benedetto nei secoli il Signore.
Il sacerdote inchinandosi dice sottovoce:
Umili e pentiti accoglici, o Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te.
A lato dell’altare, si lava le mani dicendo sottovoce:
Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato.
La presentazione dei doni si conclude con l’invito a pregare insieme con il sacerdote e mediante l’orazione sopra le offerte.
Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente.
Oppure:
Pregate, fratelli e sorelle, perché questa nostra famiglia, radunata nel nome di Cristo, possa offrire il sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente.
Oppure:
Pregate, fratelli e sorelle, perché portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno, ci disponiamo a offrire il sacrificio gradito il Dio Padre onnipotente.
Oppure:
Pregate, fratelli e sorelle, perché il sacrificio della Chiesa, in questa sosta che la rinfranca nel suo cammino verso la patria,
sia gradito a Dio Padre onnipotente.
Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio
a lode e gloria del suo nome,
per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa.
in piedi
ORAZIONE SULLE OFFERTE
All’orazione l’assemblea risponde con l’acclamazione:
Amen.
PREGHIERA EUCARISTICA
La Preghiera eucaristica esige che tutta l’assemblea l’ascolti con rispetto e in silenzio, e vi partecipi con le acclamazioni previste nel rito.
PREFAZIO (Azione di grazie)
La proclamazione o il canto del prefazio costituisce la prima parte della Preghiera eucaristica. Esso enuncia il tema dell’azione di grazie che varia secondo i tempi liturgici, le solennità o le feste.
Il Signore sia con voi.
E con il tuo spirito.
In alto i nostri cuori.
Sono rivolti al Signore.
Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.
È cosa buona e giusta.
Il testo del prefazio varia secondo il tempo liturgico e la Preghiera eucaristica usata.
ACCLAMAZIONE
Al termine del prefazio tutta l’assemblea si unisce all’azione di grazie del sacerdote con il canto del:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Osanna nell’alto dei cieli.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Osanna nell’alto dei cieli.
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.
Segue la Preghiera eucaristica II con il proprio prefazio.
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Liturgia
Il termine liturgia deriva da Naos e Ergo. Naos vuole direpopolo, e Ergo vuole direazione, movimento. Quindi liturgia significa: azione del popolo o per il popolo.
Inevitabilmente quando sentiamo parlare di liturgia non bisogna pensare ad un simbolo e nemmeno a qualcosa di statico, ma pensiamo ad un’assemblea, un popolo, una comunità, non è qualcosa di statico ma qualcosa di dinamico. Quindi per liturgia non bisogna intendere qualcosa di personale, di privato, o di statico.
Il protagonista di ogni azione liturgica è l’assemblea. Un’assemblea costituita da varie persone, da vari carismi, da vari misteri, costituita da vescovi, presbiteri, diaconi, persone. Quindi lo Spirito agisce all’interno della Chiesa e all’infuori di essa. La Chiesa è sempre al servizio del Regno, non è il Regno. La Chiesa è al servizio della Spirito e lo Spirito si serve di essa.
Quindi questa azione del popolo è una parola che deriva dal greco classico, non deriva dall’ebraico, nel vocabolario greco indica: Il servizio resa da un individuo o da una famiglia a favore della collettività . La liturgia passa anche attraverso il servizio religioso dato ad un Tempio o ad una divinità in particolari periodi dell’anno .
Quando i settanta tradussero la Bibbia dall’ebraico al greco tradussero alcuni termini che indicavano il culto del popolo israelitico, facendo una scelta linguistica, i Leviti usarono il termine liturgia soltanto per il culto pubblico e ufficiale nella tenda durante i fatti del deserto, e nel tempio una volta entrati nella terra promessa. Quindi solo i Leviti faranno liturgia gli altri faranno la trea = lode; dulea = servizio. Questa scelta linguistica porterà a clericalizzare il termine liturgia.
Nel Nuovo Testamento non abbiamo mai il termine liturgia riguardando al culto, gli scrittori quando devono parlare della liturgia parleranno di Eucarestia, servizio, ad eccezione di una sola volta negli Atti degli Apostoli 13,2 . Il termine liturgia ha avuto diverse fortune sia in Oriente che in Occidente; L’Oriente cristiano ha sempre avuto questo termine, mentre l’Occidente lo userà solo con il Concilio Vaticano II.
Che concezione ha la Bibbia del culto liturgico?
Parlando di liturgia dobbiamo parlare di culto, il culto cristiano. La liturgia si interessa soprattutto con quali sentimenti l’uomo si rivolge a Dio. Anche se poi è il contrario, perché è Dio che si rivolge all’uomo. Nell’Antico Testamento, a differenza della cultura greca che avevano una concezione della divinità molto lontana , un rapporto di divinità più da temere che da confidare . Nell’ A. T. è Dio che conduce l’uomo nella sua storia, perché è Dio a condurre per mano il popolo d’Israele verso la salvezza. Il popolo d’Israele sa che la sua non è una storia ciclica , ma una storia a forma di semirettilinea. Quindi il tempo che consuma è il Kronos,ma per i settanta diventeràKaios. Quando S. Paolo dice: “Questo è il tempo della salvezza, questo è il tempo della gioia” è il Kaios. Quindi la storia ebraica è scandita da tanti Kaios, cioè tanti momenti della storia della salvezza.
Il termine liturgia nell’Oriente cristiano aveva avuto una larga diffusione, quando si parla di messa si parla della divina liturgia. Nell’Occidente invece questo termine era andato in disuso, noi invece abbiamo un termine per designare la liturgia che è la S. Messa per quanto riguarda l’Eucarestia, l’ufficio divino per quanto riguarda la liturgia delle ore, oppure altri termini, ma il termine liturgia compare soltanto nel XVIII e XIX secolo, solo in questi ultimi anni entra nel linguaggio della Chiesa. Fino a che Pio XII pubblica la “beatordei”, fino ad arrivare fino al Concilio Vaticano II con la Sacrosunctum Concilium riguardante la liturgia e quindi entra nella nostra visione.
Abbiamo visto in precedenza di cosa si occupa la liturgia e vediamo che per troppi secoli siamo stati abituati a vedere la liturgia come un’appendice del diritto canonico “La liturgia è la somma delle leggi per fare una celebrazione, quali leggi bisogna conoscere” oppure l’appendice della teologia morale che se non si rispettano quelle leggi si cade in peccato mortale. Bisogna vedere nella Bibbia e nell’A. T. quale concezione c’era del culto e quindi bisogna affrontare il termine che in ebraico si chiama ZIKKARON, che vuol dire ricordare, un ricordo attualizzato cioè un memoriale .
La liturgia vera e propria nasce in casa. Le prime comunità cristiane si riunirono nelle case, “domus-ecclesia”. Quindi il termine Zikkaron indica il memoriale, quando si è nella famiglia e il figlio chiederà al padre perché quel tipo di cena (dell’agnello consumato tutto, in piedi e con la cinta ai fianchi) il padre risponderà: “Per quello che ha fatto il Signore per noi quando siamo usciti dalla terra d’Egitto”. Il buon padre non dirà quello che ha fatto Dio per i nostri antenati, ma attraverso il memoriali riattualizza il tempo passato facendolo diventare presente, perché in quella azione è presente Dio, per questo motivo noi diciamo che nella liturgia c’è “Hodie liturgicus”. La storia gli ebrei non era concepita come la concepivano i greci . La nostra storia è una storia che ci porta verso una positività. I Profeti hanno insegnato al popolo ebreo a coltivare la speranza, di andare verso un futuro migliore, verso un tempo nuovo, rinnovato, addirittura superando il culto, anche quando il popolo ricostruisce il tempio, non imprigiona Dio in quelle quattro mura. Il Signore dice “Amore voglio non sacrifici” .
Allora come costruire questo tempio? Quale culto?
Il culto interiore dice S. Paolo “Offrite i vostri corpi come sacrificio santo gradito a Dio”. Allora il cristiano vive il suo culto non facendo la differenza tra ciò che c’è dentro e quello che c’è fuori, ma esiste solo l’uomo davanti a Dio che vive la liturgia della vita, contemplandola e celebrandola nella sua comunità, non esiste divario tra liturgia e vita.
Concludendo il culto cristiano si può descrivere in questi termini: “Memoria dell’avvenimento definitivo che Dio ha realizzato in Cristo e per Cristo a favore degli uomini, memoria che si celebra nella nuova comunità dei credenti, Corpo di Cristo risorto. Il popolo sacerdotale che adora il Cristo per Cristo il Padre in spirito e verità”.
Il cristiano deve vivere la sua vita, la sua liturgia attraverso il culto di spirito e verità.
La liturgia nella storia si è evoluta attraverso i secoli, come si è evoluta qualsiasi forma di culto. La liturgia della prima predicazione apostolica è fatta di una comunità di cui aveva un cuor solo e un’anima sola, vivevano insieme. Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. finisce l’epoca in cui i cristiani e gli ebrei si trovano a convivere insieme. Quindi dopo la distruzione del tempio si vive una nuova stagione cominciandosi a riunire nelle case.
Nell’antica Roma troviamo tutte le basiliche maggiori che sono costruite sulle “Domus-ecclesia”. I segni della comunità liturgica primitiva erano: La cena eucaristica ,la predicazione degli Apostoli, la comunione fraterna e la preghiera. Le preghiere sono mutuate dal giudaismo e qui abbiamo Berakat e Berakot che sono le benedizioni.
La benedizione ebraica non benedice una determinata cosa pensando al negativo, ma benedice il Padre perché ha nascosto queste cose ai sapienti ecc. quindi si rende benedizione a Baruc (Dio) per la cosa che ci è stata data, e poi c’è l’intercessione e Gesù utilizzerà tante volte questa struttura.
Si passa dal sabato giudaico alla liturgia cristiana.
Che cosa è il sabato istituito nel NT?
È il giorno della risurrezione ma è anche un giorno pasquale che comprende sia la risurrezione come anche la Pentecoste, quindi il giorno dello Spirito e come giorno del Signore e anche giorno dell’Eucarestia. È un giorno particolare non soltanto perché rappresenta la Pasqua che viene attualizzata con il sacramento dell’Eucarestia, per questo la domenica è il giorno del Signore. Abbiamo dei termini come Alleluia, Amen, ecc. sono delle formule che sono passate direttamente dalla liturgia ebraica a quella cristiana senza nessuna traduzione ; Allora molte parole sono traslitterate direttamente dalle lingue originali alle lingue moderne. Domenica si chiamava giorno del sole ma si dovrebbe tradurre giorno signorile, noi diciamo giorno del Signore che era il giorno in cui Gesù è risorto e si sostituisce al sabato ebraico e dal sabato viene fuori la domenica. Quindi nel NT abbiamo già delle istituzioni ben precise. Passando gli anni la comunità comincia ad avere una piccola stasi nel senso che non tutte le comunità sapevano gestire la libertà di cui disponevano, e lo stesso S. Paolo deve intervenire nelle comunità dove ci sono alcuni disordini, soprattutto per quando riguarda la cena del Signore, nella prima lettera ai Corinzi alcuni mangiavano troppo alcuni non mangiavano nulla. Nella prima comunità dove Ippolito romano e siamo intorno al 215, nella sua tradizione apostolica mette per iscritto tutto ciò che in quel momento si aveva come produzione liturgica, cioè un prontuario. Vediamo che cominciano a fissare le idee più importanti ma nel IV secolo dopo l’editto di Costantino del 313, la Chiesa esce allo scoperto e non è più soggetta alle persecuzioni. Costruisce i suoi edifici di culto che chiamerà Basiliche e non tempio. I cristiani vollero utilizzare il termine pagano, civile e non tempio per evitare di confondere le idee proprie per far capire che quell’edificio era soltanto un luogo dove i cristiani si radunano, un luogo dove materialmente si sta insieme, ma poi praticamente ognuno se ne sta a casa sua che si chiamava domus ecclesie e insieme si forma il tempio di Cristo risorto.
Anche la struttura dell’edificio di culto implica una solennizzazione del culto stesso, non è più il culto della domus ecclesia dove si ci raduna prima dell’alba si legge la scrittura si spezza il pane e poi ognuno va a casa propria perché deve andare a lavorare, con le chiese c’è tempo e spazio per celebrare il culto cristiano. Con Costantino la domenica diventa il giorno della festa, e così anche il culto cristiano diventa più solenne, più maestoso, diventa importante e il cerimoniale papale deriverà dal cerimoniale imperiale cioè tutto ciò che crea il cerimoniale imperiale viene assunto dal cerimoniale del papa e quando poi l’imperatore non ci sarà più, sarà il Papa a conservare quella tradizione imperiale.
Cominciano a nascere le prime basiliche soprattutto sulla tomba dei martiri e intorno a queste grandi basiliche sorgeranno dei gruppi di devoti che celebreranno con molta intensità la liturgia delle ore, che nasce per tutti i cristiani, ma in seguito sarà celebrata soltanto dai monaci e le monache. Un altro fatto da mettere in evidenza e che intorno alle grandi chiese alle grandi città e le metropoli più antiche nascono degli usi, dei costumi tipici di quelle comunità, e nascono quindi delle famiglie liturgiche, per esempio nell’Occidente cristiano ci sono due metropoli che formeranno la loro famiglia liturgica, a Roma e a Milano. A Roma con i suoi usi e costumi formerà la famiglia liturgica romana: “il Rito romano”. A Milano avremo la liturgia ambrosiana, oggi ancora esistente, ma una volta avevamo più riti. Altre città svilupparono un loro rito come Benevento, Ravenna, nel sud Italia c’era il rito bizantino orientale, in Spagna intorno a Toledo si sviluppo il rito ispanico, in Alessandria d’Egitto si sviluppo il rito alessandrino.
I libri liturgici del rito romano sono i famosi sacramentari;
Uno dei vescovi di Roma, Papa Gerasio o Papa Gregorio (o Papa Leone Magno) celebrando l’Eucarestia, il rito liturgico e prima della liturgia scrivevano sulla carta le loro orazioni che inventavano un momento prima del rito, e la raccolta di questi libelli, di tutto questo materiale di preghiera formano un sacramentario. Il materiale eucologico, cioè di preghiere di una celebrazione eucaristica era così composto:
- Colletta (dal latino raccogliere);
- Sopra le offerte (super oblato in latino);
- Prefazio;
- Dopo la comunione (post. Comunione);
- Benedizioni sul popolo (super populum).
Il Papa, il Vescovo prima di celebrare si scriveva la sua colletta ecc. e raccogliendo i vari libelli cioè i vari quaderni formano un sacramentario, che ti offre il materiale eucologico per l’intero anno liturgico riguardante la messa. Quindi se un Papa si chiama Leone Magno il sacramentario si chiamerà sacramentario leoniano o sacramentario veronese perché recuperato nella biblioteca capitolare di Verona , il cerasiano, gregoriano ecc. questi appartengono tutti al IV V sec. e questo periodo dei grandi sacramentari è il periodo della liturgia romana pura, perché e un tipo di liturgia ancora non contaminato da usi e costumi germanici.
Una sorte singolare capitò al sacramentario gregoriano attribuito a Papa Gregorio I. Questo sacramentario fu richiesto da Carlo Magno perché ebbe una grande intuizione, che unificando la liturgia nell’impero romano nel suo regno di Gallia, il regno sarebbe stato più unito. Allora Carlo Magno richiese a Roma a Papa Adriano il sacramentario che usavano a Roma, una volta arrivato in Gallia fu inculturato da un monaco Benedetto di Agnane Siccome questo libro romano si adattava poco al costume dei galli, questo monaco si occupò della inculturazione di questo testo liturgico facendo un’appendice, allora questo testo inculturato passa anche in Germania e continua questo tipo di inculturazione. Quando i barbari vennero a Roma arrivò anche il libro rimaneggiato e Roma adottò questo tipo di libro liturgico, così la liturgia romana del VIII IX e X secolo fu una liturgia romano - franco – germanica. La liturgia gallicana e quella liturgia che troverà Carlo Magno prima dell’arrivo di quella romana e la differenza è che non ha la semplicità del rito romano, abbonda di formule assumendo un tono solenne e pomposo, le orazioni sono dirette frequentemente non al Padre ma a Cristo, le cerimonie sono più ricche, per quanto concerne la messa è caratteristico il suo modo di strutturare la preghiera eucaristica con forme variabili ogni giorno. Quindi queste sono le caratteristiche che noi troveremo nella liturgia romano-franco-germanica.
Quali sono le caratteristiche delle due liturgie?
La liturgia romana pura, ed è quel materiale eucologico in cui noi preghiamo oggi. Paolo VI ha rivoluto quel tipo di liturgia. La liturgia romana pura comprende il IV V e VI, e le orazioni sono sempre rivolte al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo; le orazioni sono di uno stile molto sobrio, molto semplice ma allo stesso momento molto solida (semplicità e profondità teologica).
La liturgia gallicana, franco - germanica del VIII IX e X sec. alcune preghiere le rivolge direttamente a Cristo, in più il tono delle orazioni e più pomposo, prolisso, ridondante tipico di una mentalità non romana .
Chi distrugge questi riti è S. Gregorio VII per riformare il papato e la Chiesa decise di far scomparire tutti i riti liturgici locali.
Nel medioevo nasce il messale plenario (detto anche libro misto).
- Nella liturgia romana pura per celebrare la S. Messa S. Leone Magno aveva il sacramentario.
- La scuola cantorum per poter cantare le sue antifone aveva bisogno di un altro libro “l’Antifonario”
- Perché al papa o al Vescovo si poteva far capire come era l’ordine (ordo in latino) della celebrazione c’era il libri “Ordines”;
- Per le letture si aveva bisogno del “Lezionario”;
- Per il Vangelo c’era “l’Evangeliario”;
- Per le benedizioni finali c’era il “Benedizionale”.
Quindi bisognava possedere questi libri per una liturgia.
Nel medioevo la messa diventa meno solenne e quasi sempre più privata, allora occorreva un testo che racchiudesse tutto questo, perciò si dice libro misto, cioè un messale plenario perché contiene tutto. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha voluto riprendere questa forma liturgica, infatti abbiamo il lezionario per il lettore, l’evangeliano per il Vangelo ecc. Un messale di particolare importanza era il messale secundum consuetudine curie, una grande diffusione accettata dai frati minori perché nella regola di S. Francesco disse che dovevano celebrare la messa e l’ufficio secondo l’uso della curia romana, ed era un libro liturgico molto leggero molto semplice e i frati andando per il mondo diffusero questo libro che è un messale plenario molto ridotto.
Come il messale abbiamo anche il breviario, ma nonostante questo sforzo di essere più semplici la vita liturgica dal punto di vista del popolo rimane più distante. Nel medioevo il popolo non riesce più a capire la lingua liturgica in latino e si distanzia sempre di più con le sue devozioni, non potendo più partecipare attivamente alla liturgia perché e una lingua che non capisce, e la gente vive la sua fede con le devozioni, facendo nascere tante devozioni, alla Madonna, ai Santi, alla passione di Gesù, in questo modo il popolo si può rivolgere più spontaneamente a Dio, nasce così la via Crucis, nasce l’adorazione all’Eucarestia alla fine del medioevo, nasce anche l’uso di innalzare l’ostia e di innalzare il calice quindi un’esigenza perché la liturgia non si capiva più e quindi dividere la liturgia in tante parti, la gente non capiva cosa succedeva al di la di quella balaustra che divideva il popolo dal clero. Così nasce un divario che diventerà una cosa cronica contro cui cercò di reagire Lutero chiedendo che la Bibbia fosse in mano a tutti e tradotta in tutte le lingue. Lutero non vuole la Messa privata è un’incongruenza storica. Quando Pio V iniziò questa riforma liturgica attinse alla liturgia romano - franco - germanica, perché non si trovavano testi e dovette accontentarsi di quello che c’era, e alcune chiusure rimasero molto evidenti: la lingua volgare, e Pio V non acconsentì, solo lingua latina. La comunione sotto le due specie (comunione anche al calice) Pio V non acconsentì, comunione solo sotto una specie. Messa privata Pio V non acconsentì, la messa privata può essere celebrata, in qualche modo il Concilio di Trento rifiutò tutte le istanze che chiedevano i protestanti. Con Paolo VI invece vennero ritrovati tutti i testi riguardante il IV V e VI secolo e fu una fortuna in quanto si ebbe una riforma liturgica radicale .
Nell’epoca Barocca in cui si identifica nella cultura della festa (basta vedere una Chiesa barocca) vediamo subito la festa, cioè il trionfo del cattolicesimo sul protestantesimo, la cultura barocca è una cultura trionfalistica, dal punto di vista musicale il barocco è pieno di trombe, una musica sicura di sé, perché il barocco è cultura di festa, anche la liturgia sarà celebrata in un clima di festa ma i canoni non sono toccati, diceva Pio V “Non si può togliere ne aggiungere una virgola, pena di peccato mortale”. In questo periodo nasce una grande festa che è la festa del Corpus Domini.
Al Barocco, segue l’illuminismo che è presente anche nella liturgia. Il barocco è la cultura della festa, perché la liturgia non si può toccare, allora per poter sviluppare il rito liturgico si cerca di sviluppare tutto quello che c’è intorno, l’architettura, la musica, che servono alleggerire la liturgia, renderla più semplice, mentre la santità deve trovare altre vie; la santità come Teresa D’Avila, S. Giovanni della Croce che sono cresciuti nel barocco, attingono ad una devozione personale, allo sviluppo della meditazione, come la cosa che in qualche modo salva l’uomo. La scrittura non si può leggere perché è proibita, la liturgia non si capisce perché e in latino, e allora attraverso la meditazione si vive la santità e si arriva alla contemplazione. La festa per eccellenza del barocco era il Corpus Domini, vissuta in un clima festosa attraverso abiti, fiori, ecc. quindi la festa del trionfo del cattolicesimo sul protestantesimo, il trionfo dell’Eucarestia sugli eretici, il barocco in Italia significa questo. Ma la parola di Dio viene mortificata, perché non c’è più una riga della parola di Dio, se non in latino e in pochi versetti in quel messale plenario che conteneva tutto, conteneva poche pagine dell’AT, qualche lettera di S. Paolo e i Vangeli. Però possiamo dire che non è mai mancato in quel secolo XVII - XVIII qualcuno che comincia a protestare, nel senso di cambiamento. Il Vescovo di Pistoia e di Prato Scipione De Ricci nel 1760 fa un sinodo diocesano, nel quale convoca tutti i suoi parroci e cerca di riformare la liturgia, ma soprattutto di fare un solo altare al centro. Mons. Ricci non si limita solo a questo, ma si scaglia pure contro la devozione al sacro Cuore di Gesù e quindi tutta la riforma ne risentì e fu scomunicato con la bolla “autore infidei”.
Quindi in qualche modo si cercò di puntare su una riforma liturgica seria come anche nel secolo XVIII il francese Prosper Gherangè monaco benedettino fondatore dell’Abbazia di Solesm dove nacque il canto gregoriano. Gherangè vuole restaurare il monachesimo del medioevo, allora riforma l’abbazia secondo quei parametri che erano medioevali cosi come riforma il canto. In questo secolo ricordiamo Boduen benedettino belga che era un iniziatore del movimento liturgico classico; Romano Guardini che scrive il famoso librettino “Spirito della liturgia”; Pio XII con la famosa “mediator Dei” del 1947 dove prese le distanze da tutti gli autori precedenti, ne diede una sua interpretazione come fatto liturgico, ma ormai si ci era avviati verso la riforma.
IL CONCILIO VATICANO SECONDO
SACROSANCTUM CONCILIUM
Il primo documento del Concilio vaticano II è la sacra liturgia, questo significa che era urgentissimo parlare di liturgia. In questo documento pubblicato il 4 dicembre 1963 abbiamo la svolta per capire che cosa è la liturgia.
Innanzitutto la liturgia si sgancia da due concezioni errate: la liturgia come fatto estetico, la liturgia non ha una forma sensibile. La cerimonia, anche se si deve occupare del lato estetico, ma non è solo questo. In secondo luogo anche la dimensione giuridica, la liturgia come somma di legge liturgica, anche questa non poteva essere considerata come qualcosa di plausibile e di attendibile.
Allora la liturgia a che cosa deve puntare ? Deve puntare innanzitutto alla sua dimensione storica salvifica, la liturgia come ultimo momento della storia della salvezza che si realizza oggi, ecco cosa è la liturgia. La storia della salvezza non si è conclusa con la morte dell’ultimo apostolo, ma la storia della salvezza oggi e qui si realizza attraverso il momento liturgico.
Il Concilio recupera questo aspetto storico salvifico, recupera questa tradizione, ma per poter attualizzare questo momento contemplando un mistero fondamentale della nostra fede: La Santissima Trinità. La Sacrosanctum Concilium si apre contemplando il mistero Trinitario, e da quella contemplazione si spiega che cos’è il momento liturgico, al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. Nel 1963 data della pubblicazione della Sacrosanctum Concilium fu preceduta da due cose importanti. Nel 1951 ci fu il ripristino della veglia pasquale, prima del 1951 la veglia non era la notte di Pasqua, ma la mattina del Sabato Santo, quindi si scioglievano le campane, c’era il canto del gloria, il prete andava a benedire le famiglie e la mattina del sabato Santo si risolveva il giorno di Pasqua. Nel 1955 abbiamo la riforma della settimana santa. Nel 1956 abbiamo il primo congresso nazionale di liturgia.
Al numero 1 del documento Sacrosanctum Concilium, insieme al II - III - IV sono di introduzione che ci fanno capire l’intenzione del Concilio.
Numero 1
Il Concilio si propone di far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli, quindi è una preoccupazione ad intra, all’interno della Chiesa di far crescere questa vita. Adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamento, cioè rinnovare. Favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo. Il Concilio vuole rivolgersi a tutti i cristiani, quindi un lavoro ecumenico. Rinvigorire ciò che giova a richiamare tutti nel seno della Chiesa. Quindi per tutto questo il Concilio ritiene opportuno occuparsi della liturgia come il primo dei compiti da doversi attualizzare.
NUMERO 2
La liturgia soprattutto il mistero eucaristico, che è il centro di tutta l’azione liturgica, contribuisce che i fedeli esprimano nella vita il mistero di Cristo e il mistero della Chiesa, Questo mistero si manifesta soprattutto attraverso il momento liturgico, la comunità si esprime in quel modo, per cui dice il Concilio: “la Chiesa che ha delle peculiarità tutte sue, proprie, essere allo stesso tempo umana e divina. Visibile ma dotata di realtà invisibile. Fervente nell’azione, ma dedita nella contemplazione. Presente nel mondo, ma tuttavia pellegrina, tutto questo perché ciò che è umano sia subordinato al divino”.
Mentre la liturgia ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa in Tempio Santo nel Signore, nello stesso tempo e in modo mirabile irrobustisce le loro forze, perché possano predicare il Cristo. Quindi un lavoro ad intra ma anche un lavoro ad extra. A coloro che sono fuori, la Chiesa si mostra come vessillo innalzato sui popoli affinché si faccia un solo ovile e un solo pastore. La liturgia vive una duplice Epifania, l’Epifania di Dio. Perché Dio nella liturgia si manifesta, ma anche Epifania della Chiesa perché attraverso la liturgia quella comunità si manifesta. Quindi la Chiesa si manifesta come vessillo attraverso l’azione liturgica.
NUMERO 3
Dobbiamo riformare la liturgia stessa, dove esserci in qualche un incremento del diritto romano, ma anche di tutti gli altri riti.
NUMERO 4
La madre Chiesa considera sullo stesso diritto e di onore tutti i riti legittimamente riconosciuti. La Chiesa vuole che non solo vengano riconosciuti tutti i riti legalmente riconosciuti, ma addirittura incrementati. C’è un fermento nella Chiesa perché tutto possa rinascere, tutto possa essere conservato e tutto possa essere conformato.
NUMERO 5
Il numero cinque si apre con una bellissima espressione: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm ). Quindi la dimensione storica salvifica si apre con questo disegno di Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi, ecco il motivo della sua rivelazione e quindi il dato liturgico, si avvia attraverso la contemplazione della Trinità che si fa storia, una contemplazione di una Trinità che non vuole stare racchiusa nel suo splendido isolamento, ma si compromette con gli uomini, perché questi uomini devono sapere, devono essere salvati. “Molte volte e in molti modi parlò già Dio ai nostri padri nei profeti; in questi ultimi tempi ha parlato a noi nel Figlio” (Eb. 1,1). Quindi, Dio Padre che manda il Figlio, il Figlio che ha delle sue caratteristiche proprie e uniche e sono: Il Verbo fatto carne, è unto di Spirito Santo, annunzia la buona novella ai poveri, risana i cuori affranti, è medico di carne e di spirito, è mediatore tra Dio e gli uomini. L’umanità del Cristo, gli è servita per comunicare con gli uomini. Per cui in Cristo avviene la perfetta riconciliazione con Dio e ci fu data la pienezza del culto divino. Nel sacramentario veronese di San Leone Magno ci dice che la morte di Cristo non solo ci riconcilia con il Padre, ma ci offre il modello del perfetto culto, il culto della nostra vita, il culto della nostra esistenza, il sacrificio spirituale che è in Cristo, si manifesta attraverso il sacrificio della croce, ma attraverso quel sacrificio ogni cristiano è chiamato a offrire il proprio corpo come sacrificio a Dio (1 Rm. 12,1). Cristo fa tutto questo attraverso il mistero pasquale, e quindi entra in gioco un’altra categoria teologica che era quasi sconosciuta precedentemente. Il mistero pasquale che è il mistero fondamentale della nostra salvezza (Passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo del Cristo). Questo mistero che la perfetta glorificazione di Dio e di redenzione dell’uomo raggiunge il suo apice nel mistero pasquale che ha il suo vertice nella pienezza dei tempi. La morte di Cristo è stata la sorgente di vita nuova con il Battesimo e l’Eucarestia.
NUMERO 6/7
Al numero 6 vediamo che come Cristo è stato inviato dal Padre, così Gesù invia gli Apostoli. Gli apostoli oltre che predicare e annunciare, attualizzano il mistero pasquale. Attraverso l’Eucarestia, attraverso la liturgia, attraverso un sacramento che fa sì che la mia vita si innesti nella vita di Cristo. L’attualizzazione attraverso il memoriale. Gli uomini vengono inseriti in Cristo attraverso il Battesimo. Hanno lo spirito di figli adottivi che li fa esclamare “Abbà Padre” e quindi la Chiesa si è sempre radunata in assemblea per celebrare il mistero pasquale, perché potesse essere evidente il trionfo di Cristo sul male e sulla morte. Ma possiamo chiederci come Cristo è presente nei sacramenti?
Cristo è presente nella Parola proclamata nella liturgia, è presente nell’assemblea. “Quando due o tre si radunano insieme Cristo è in mezzo a loro” è presente nel Battesimo, perché quando uno battezza è Cristo stesso che battezza, ma soprattutto è presente nelle specie eucaristiche, nel senso che va al di là della celebrazione liturgica. Quindi per realizzare quest’opera Cristo non è solo ma ha bisogno della sua Chiesa che da all’uomo la possibilità di salvezza.
La Sacrosanctum Concilium da la sua definizione di liturgia mutuata dalla Mater Dei di Pio XII nel 1947, dice: “La liturgia è ritenuta come il sacerdozio di Cristo”. Bisogna capire come mai ci sia un eterno sacerdozio che è quello di Cristo, ed esercitando questo sacerdozio compare il termine liturgia. Nella Lumen Gentium al n° 10 si legge: “La liturgia è ritenuta come il sacerdozio di Cristo”, ed esercitando questo sacerdozio compare il termine di liturgia, e ancora scopriamo che esiste anche un sacerdozio comune che è di tutti i fedeli.
Esiste il sacerdozio di Cristo che viene esercitato sia in un sacerdozio dei fedeli, un sacerdozio comune o in un sacerdozio ministeriale o gerarchico, quindi per la prima volta dopo tanti secoli si parla in maniera ufficiale di un sacerdozio comune che è di tutti i fedeli. Un sacerdozio vissuto attraverso l’intenzione cristiana (Battesimo, Cresima, Eucarestia).
Ma questi due modi per poter vivere questa peculiarità sono ordinati l’uno all’altro perché ogni uno a proprio modo comunica il sacerdozio di Cristo, ma il Concilio ci dice che c’è una differenza, mentre nel sacerdozio comune c’è il Battesimo, Cresima ed Eucarestia, invece nel sacramento ministeriale in più abbiamo il sacramento dell’ordine che conferisce un’essenza diversa, non ad un livello di antagonista, ma rivolti gli uni verso gli altri, perché una comunità di fedeli senza il suo pastore non può esistere, e viceversa. Il sacerdozio comune forma e regge il popolo sacerdotale, fa sì che sia in grado di esercitare il suo ministero. Offre il sacrificio eucaristico che è proprio la peculiarità essenziale del sacerdozio. Dall’altra parte i fedeli concorrono all’oblazione dell’Eucarestia, e attraverso la preghiera concorrono ad una vita santa, questa è la testimonianza che il laico deve dare alla Chiesa. Allora quando la Sacrosanctum Concilium dice che la liturgia è l’esercizio del sacerdozio di Cristo, ognuno a proprio modo lo esercita attraverso segni sensibili, viene realizzata la santificazione del mondo.
Ma cosa sono i segni sensibili? Il segno ci rimanda alla realtà pur non contenendola, ma nell’ambito del segno bisogna distinguere due cose, il significante dal significato; il significato è la forma il colore di una cosa come è fatta, il significato che do al significante. Il significato è ciò che è in noi per convenzione diamo come significato al significante. Il simbolo è un segno nel quale contiene in qualche modo la realtà. Il simbolo originariamente era un coccio che veniva spezzato in due per significare che chi aveva l’esatta corrispondenza del coccio rotto voleva dire che l’altro era il contraente. Questo termine in greco è “Syn -balon” che significa mettere insieme, e nella nostra realtà significa mettere insieme realtà e segno in qualche modo contenuti l’uno nell’altro.
Nella liturgia non si può parlare solo di segni, il Concilio parla di segni simbolici, segni sensibili. Ogni segno liturgico non solo mi rimanda alla realtà ma in qualche modo la contiene, i sacramenti non solo mi rimandano alla realtà futura, ma contengono la realtà stessa in essi, fino ad arrivare al sacramento per eccellenza che è l’Eucarestia cui segno e realtà coincidono. Ogni celebrazione liturgica, in quanto Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa è azione sacra per eccellenza. Nessun altra azione della Chiesa è efficace come l’azione liturgica.
NUMERO 8
La nostra liturgia è un riferimento unico alla liturgia del cielo, che viene celebrata nella Gerusalemme del cielo verso la quale tendiamo come pellegrini. Quanto più le nostre liturgie assomiglieranno a quelle del cielo tanto maggiore sarà la pregnanza della liturgia. La liturgia non può essere qualcosa di solo orizzontale ma la liturgia deve avere anche un suo spessore escatologico. La liturgia raggiunge la sua efficacia quando è preceduta dall’evangelizzazione e al convertirsi.
NUMERO 9
Quindi prima di partecipare alla liturgia bisogna convertirsi, come possiamo invocare Cristo, senza aver prima creduto in Lui, come possono credere senza aver sentito parlare, per questo motivo la Chiesa annunzia il messaggio di salvezza a coloro che ancora non credono.
NUMERO 10
La liturgia è culmine e fonte di tutto l’agire della Chiesa. Culmine è dove arrivare, fonte da cui partire. La liturgia spinge i fedeli a esprimere nella vita ciò che hanno ricevuto nei sacramenti, il nostro apostolato deve essere preciso, non solo un lavoro apostolico all’interno, ma anche all’esterno, la nostra vita non può essere in dissonanza con il momento liturgico che celebriamo, il sacramento deve esprimersi nella vita, e la vita nel sacramento stesso. Liturgia e vita non possono stare uno contro l’altro ma uno accanto all’altro. Dalla liturgia dunque deriva in noi come da sorgente la grazia, si ottiene con la massima efficacia, con la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo verso al quale convergono come al loro fine tutte le altre attività della Chiesa. La liturgia vuole glorificare Dio e santificare gli uomini, e in questa santificazione degli uomini e questa glorificazione di Dio devono convergere tutte le altre attività della Chiesa, la liturgia diventa anche il centro di ogni attività ecclesiale e clericale.
NUMERO 11
Consapevolmente, attivamente, fruttuosamente. Questi tre avverbi sono stati la chiave di lettura di tutta la riforma liturgica, quindi possiamo capire come sia importante che i fedeli prendano parte alla liturgia, partecipano non più andare a sentire la messa. Quindi per la prima volta compare l’esigenza di prendere parte alla liturgia, prendervi parte in maniera consapevole, attivamente e fruttuosamente. Quindi è stata data una svolta decisiva nell’ambito della riforma e del cammino di tutta la Chiesa. Per ottenere questa efficacia della liturgia come culmine e fonte di tutta la Chiesa è necessario avvicinarsi con una vera disposizione d’animo, conforme alla Parola che viene pronunciata. La liturgia è azione dello Spirito, attraverso il memoriale ecc.
NUMERO 12
La vita spirituale non si esaurisce nella vita liturgica, ma va oltre, attraverso la preghiera personale, e insieme con Cristo noi viviamo questa intimità con Dio, al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.
NUMERO 13
Il numero 13 affronta una questione spinosa che è il rapporto tra liturgia e Pii esercizi. I Pii esercizi sono quelle attività come il Rosario, la via Crucis, la via Lucis ecc. queste esercizi sono vissuti soprattutto nello Spirito liturgico del momento. Quindi armonizzare la liturgia con il Pio esercizio. In Quaresima per esempio ben venga la via Crucis. Ma liturgia e di gran lunga superiore ai Pii esercizi. Il Pio esercizio ci prepara alla liturgia ma non può sostituirsi alla liturgia.
NUMERO 14
Al numero 14 troviamo la citazione della lettera di Pietro 2,9 di cui parla di un popolo Santo, sacerdozio regale, stirpe eletta, quindi una frase importante per affermare il sacerdozio comune di tutti i fedeli, pur tuttavia non è detto che tutti i fedeli sono sacerdoti, perché il cammino conciliare era alle prime fasi, non si era ancora espresso in pienezza, poi sarà la Lumen Gentium al n° 10 ad arrivare ad una certa maturazione e affermarsi il sacerdozio comune dei fedeli. Vediamo che la Chiesa si preoccupa ancora una volta di una partecipazione piena, consapevole e attiva e questi tre aggettivi daranno un po’ la chiave di lettura di tutta la riforma liturgica. Quindi è desiderio ardente della Santa Madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati ad una piena e consapevole partecipazione. Il Battesimo da questo diritto per poter partecipare alla Santa Liturgia. Il Messale di San Pio V del 1870 non si preoccupava se i fedeli partecipavano o meno alla liturgia, ma se era valida o meno. La liturgia è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e lo possono attingere solo attraverso le celebrazioni, le letture, la Santa liturgia. Per cui i pastori devono essere i primi a formarsi alla liturgia e la nostra formazione deve passare attraverso di loro.
NUMERO 21
Per assicurare al popolo questo immenso tesoro e per fare una riforma liturgica ci sono delle cose che non si possono toccare perché sono di origine divina, ed invece altre sono soggette a mutamenti e che possono variare. Mentre prima era tutto intoccabile. Questo perché la gente deve capire subito il senso della liturgia, proprio perché deve parteciparvi in maniera piena, attiva e comunitaria. Non è più possibile una partecipazione individuale, singola.
NUMERO 26
La liturgia non un’azione personale, ma comunitaria, non sono azioni private, ma sono celebrazioni della Chiesa, e la Chiesa è unità, un sacramento ordinato sotto la guida del Vescovo, allora ogni azione liturgica presuppone la Chiesa, e i singoli membri sono impiegati secondo il loro ruolo o ministero, proprio perché è una comunità. Ogni parrocchia rappresenta la Chiesa universale, piccola o grande che sia.
NUMERO 27
Ogni sacramento deve essere celebrato comunitariamente. La partecipazione comunitaria con la partecipazione prima dei fedeli è sempre da preferirsi ad ogni celebrazione. Tutti i sacramenti devono essere vissuti in comunione anche la celebrazione eucaristica, il Battesimo ecc. Ricordiamo che liturgia significa azione del popolo.
NUMERO 33
La liturgia è una fonte di istruzione di tutto il popolo cristiano. La liturgia è la prima pedagogia della Chiesa, ed è importante perché Dio parla al suo popolo, Cristo annunzia e il popolo risponde, tra questo dialogo salvifico tra Dio e il popolo avviene effettivamente la gioia, la crescita del popolo cristiano. La liturgia è la prima fonte di istruzione del popolo. Per istruire il popolo tutto serve come le preghiere, le orazioni, le collette, i segni visivi ecc.
IL SOGGETTO, LA CELEBRAZIONE,
L’ASSEMBLEA LITURGICA
Il soggetto della celebrazione liturgica non è certo il presbitero, o il Vescovo, o il diacono, ma è l’assemblea liturgica. L’assemblea deve essere vivificato dallo Spirito Santo, tutta la comunità insieme celebra e raggiunge la pienezza quando è presieduta dai suoi legittimi pastori, una comunità da sola può celebrare la liturgia delle ore, altre preghiere, ma raggiunge la sua pienezza solo quando è presieduta dai suoi pastori. Quindi l’assemblea liturgica è il soggetto e manifesta tutta la Chiesa visibile su tutta la terra. L’assemblea è sempre un luogo di culto, l’assemblea si raduna perché Dio vuole comunicare con il suo popolo, e il popolo risponde partecipando all’assemblea. Nel NT l’assemblea si raduna il giorno di Pentecoste proprio per l’effusione dello Spirito Santo, l’assemblea ha sempre finalità cultuali. Nelle prime comunità cristiane non esistevano delle Chiese e si radunavano nelle case (Domus ecclesie). Dove c’è la comunità li c’è Cristo, l’assemblea è il luogo dello Spirito:“Dove ci sono due o tre radunati in mio nome Io sono in mezzo a loro”.
Le caratteristiche dell’assemblea liturgica sono:
- Un’assemblea normalmente radunata nel Dio di Gesù Cristo. L’assemblea si raduna per celebrare Gesù Cristo. Perché abbiamo fede, chi non ha fede non può partecipare all’assemblea.
- La realtà teologica della santità del corpo di Cristo. L’assemblea all’interno di se stessa vive nella sua santità. Santità significa essere messi a parte per Dio, perché Dio ci vuole per Lui per un dialogo d’amore.
- La dialettica profonda tra unità e pluralità. L’assemblea è una pur essendo composta da tanti membri, anche se sono di varie culture, di varie estrazioni sociali, di varie età, tutti insieme siamo una sola cosa per Cristo Gesù.
- L’assemblea allo stesso tempo è carismatica e gerarchica.
- L’assemblea è una comunità che supera le tensioni tra l’individuo e il gruppo, tra il soggettivo e l’oggettivo, si supero l’io e il tu perché nell’assemblea cristiana esiste solo il noi, il noi liturgico. Si prega come assemblea non come singoli.
- L’assembla può avere sentimenti di varie nature, chi è allegro, che è triste, ecc. però tutti insieme nell’assemblea dobbiamo essere un cuore solo e un’anima sola. L’assemblea supera tutti i sentimenti personali rendendo lode a Dio.
- L’assemblea deve essere concreta, deve essere animata, determinata,
- Dopo l’assemblea liturgica si va alla missione “ Ite Missa est”. Dopo il momento liturgico tutti sono in missione, ma non solo una missione “ad gentes” ma sul lavoro, in famiglia, nella strada, ecc. Nella vita siamo ogni momento chiamati a vivere ciò che celebriamo nel mistero. Non bisogna dividere la liturgia dalla vita pratica.
L’assemblea liturgica avrà il suo spazio necessario e deve essere celebrato nel miglior modo possibile. Ma solo nella vita di tutti i giorni verificherà se quello che ha celebrato è stato un segno di cambiamento.
La liturgia non è passiva, non vuole spettatori, nell’assemblea tutti siamo attori, nessuno è escluso, ognuno ha il proprio ruolo attivo. Bisogna lasciarsi coinvolgere dalla liturgia, bisogna lasciarsi coinvolgere dal mistero di Cristo.
IL LUOGO DELLA CELEBRAZIONE
I cristiani nel corso dei secoli hanno avuto l’esigenza di costruirsi un edifico di culto, un luogo dove l’assemblea si potesse radunare più comodamente. Presso i greci il tempio era a forma rettangolare o quadrato, circondato da colonne e a centro c’è il santo dei santi. Questo è l’edificio di culto presso i greci, i romani. Al santi dei santi si poteva accedere poche volte in quanto era la sede della divinità, anche il tempio di Gerusalemme era della stessa struttura.
Il Santuario nell’AT e nel NT è dove Dio manifesta la sua santità. La prima comunità frequenta il tempio, gli Apostoli in determinate ore del giorno si recano al tempio per pregare. Nel N. T. si ha una novità rispetto al tempio, ed è la presa di coscienza del fatto che la presenza di Dio tra gli uomini non è più il tempio di Gerusalemme, ma è il corpo di Cristo risorto, la Chiesa. Il tempio era la figura, la Chiesa, l’assemblea era la realtà. Quando nel 313 con l’editto di Costantino c’è stata la libertà di culto allora sono state costruite le basiliche.
Il nome basilica viene dato per non creare confusione con il tempio di Gerusalemme.
La basilica era il luogo dove l’imperatore si intratteneva con i suoi sudditi, i cristiani hanno voluto assumere questo termine pagano per non creare confusione con il tempio. La basilica ha una struttura diversa dal tempio in cui tutta l’attenzione rivolta a chi presiede cioè verso la cattedra. La basilica non ha il santo dei santi. Questa differenza di prospettive fa si che l’edificio di culto cristiano sia diverso dall’edificio di culto pagano. La Sacrosanctum Concilium ha cercato di dare dei lineamenti riguardo alla costruzione e allo stile di un edificio sacro per una migliore funzionalità.
Ricordiamo secondo la storia che nella basilica romana c’erano tre navate, tre centrali e tre laterali. L’edificio gotico con una sola navata, per favorire la predicazione dal pulpito. Nell’architettura barocca l’unità cultuale della Chiesa scompare, perché con il barocco le Chiese si riempiono di altari, cappelle, ecc. nel barocco la comunità comincia a dividersi, a frazionarsi anche con l’eccessivo uso della messa privata. Solo con il Concilio Vaticano II si ritorna alla semplicità e all’unità dell’edificio cultuale. Gli spazi da tener presente sono il presbiterio, la navata, l’altare, la sede e l’ambone, possiamo anche aggiungere il tabernacolo e la fonte battesimale. La Chiesa moderna ha una sola navata dove tutti possono partecipare comodamente all’Eucarestia.
L’altare deve essere unico, quindi non si parla più di altare maggiore, e altari laterali, ma solo l’altare. L’altare è dove si rende presente il sacrificio della croce, ma è anche la mensa del Signore. Secondo il messale romano l’altare deve essere costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo. Si collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale converga tutta l’attenzione dell’assemblea.
La sede o cattedra si trova in una posizione preminente per far capire colui che si siede è capo dell’assemblea.
L’ambone dal greco salire, si trovava al fianco dell’altare. L’ambone è il luogo da dove viene proclamata la parola di Dio. Deve essere un luogo fisso dove i ministri possano essere comodamente visti dai fedeli.
Il battistero o fonte battesimale, fin dall’inizio è stato costruito per celebrare i battesimi, a forma ottagonale, per significare una nuova creazione, esso è collocato in genere vicino all’entrata della Chiesa.
La Liturgia è la prima fonte di istituzione per il popolo fedele, essa nutre e irrobustisce la fede. Il rapporto tra fede, culto e vita è un rapporto che non può essere vissuto in contrasto tra quello che vivi e quello che credi. Le leggi si compenetrano una con l’altra, non ci può essere divisione tra liturgia e vita. Questo è il rapporto tra fede, culto e vita.
I RITI DI INIZIAZIONE
Questo vocabolario di iniziazione fu coniato dai Padri della Chiesa, conservando una grande gelosia per quanto riguarda i riti di iniziazione, solo coloro che si avvicinavano alla fede potevano partecipare e assistere a questi riti cristiani. Solo quando la fede si apre, tutti vi possono partecipare, mentre all’inizio ai riti e alla liturgia poteva partecipare solo chi era iniziato ad essa. L’iniziazione cristiana è un processo formativo che comporta delle tappe, e una delle più grosse innovazioni da parte del Concilio Vaticano II è stato quello di reintrodurre una famosa prassi che di chiama catecumenato. Questo tipo di catecumenato è un periodo di preparazione alla celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. I sacramenti sono: il Battesimo, la Cresima e l’Eucarestia. Questi tre sacramenti della liturgia sacramentaria odierna non sono visti come dei sacramenti distinti, con tre discorsi completamente diversi, i tre sacramenti, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, fanno parte di una sola realtà, qui allora iniziazione. “Coloro che da Dio tramite la Chiesa hanno ricevuto il dono della fede in Cristo, siano ammessi nel corso delle cerimonie liturgiche, al catecumenato, in seguito liberati grazie ai sacramenti di iniziazione cristiana, dal potere delle tenebre, e morti e sepolti e risorti insieme con il Cristo ricevono lo Spirito di adozione a figli e celebrano la memoria della morte e della risurrezione del Signore con tutto il popolo di Dio”. Quindi le citazioni e i riferimenti ai tre sacramenti sono evidenti, i tre sacramenti sono visti come una sola realtà, come una sola entità. Pur essendo tre realtà diverse, sono correlate una con l’altra.
All’inizio della Chiesa in questo rito di iniziazione cristiana non c’era una vera e propria preparazione, e l’unico dato per cui una persona sia battezzata era credere, perché ogni sacramento è un sacramento della fede, senza la fede non si può celebrare il sacramento. Quindi il dato essenziale del NT è che l’annuncio evangelico suscita la fede, e colui la quale la fede è suscitata chiede che venga iniziato alla fede. Bisogna ricordare che c’è sempre una catechesi precedente lunga o breve che sia, ma l’annuncio deve essere sempre fatto, l’annuncio che Cristo è morto ed è risorto. Quindi predicazione degli Apostoli (annuncio), risposta di fede, e recezione dei sacramenti, queste tre cose sono importanti. Normalmente i tre sacramenti venivano celebrati anche distinti, cioè molte volte nel NT soprattutto coloro i quali venivano chiamati alla fede, venivano battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in un secondo momento ricevevano l’Eucarestia. Nel NT il dato essenziale che la domanda di poter essere battezzato veniva rivolta da chi aveva ricevuto l’annuncio della fede. Nella Didachè che è un documento contemporaneo al NT pur non essendo canonico, non essendo entrato nel numero dei libri ispirati ci parla delle due vie. Le due vie sono le due strade che l’uomo percorre, la strada del bene che è la strada della luce, la strada del male che è la strada delle tenebre . Quando si parla della via del bene, la via di Dio, si parla anche del Battesimo che è preceduto dal digiuno, e nel tema del Battesimo c’è anche il tema del Padre nostro e dell’Eucarestia. La catechesi sul Padre nostro è molto importante per quanto riguarda l’iniziazione cristiana, la preghiera che il Signore ci ha insegnato o chiamata anche preghiera domenicale. (da Dominus, giorno del Signore) Il fatto che c’è un itinerario di fede nella Didachè presuppone che c’è anche un cammino di preparazione al catecumenato, ma la vera e propria descrizione del catecumenato la troviamo nella tradizione apostolica di Ippolito nel III sec. Vediamo che in Ippolito il cammino alla preparazione dura tre anni.
Ma come si struttura un catecumenato ?
Con la presentazione dei candidati, lo loro missione, il periodo del catecumenato, la preparazione al Battesimo e l’iniziazione sacramentaria. Allora un adulto che viene alla fede deve utilizzare l’iniziazione cristiana descritta già nel III sec. La struttura di questo itinerario è così composta. Ciò che ci dice Ippolito e ciò che ci dice il rito di iniziazione cristiana degli adulti. Dopo il Concilio Vaticano II si è rivisto il fatto che precedentemente coloro i quali venivano battezzati, il bambino veniva considerato un mezzo adulto, si chiedeva al bambino come ti chiami e i padrini rispondevano per il bambino ecc. Quando si è voluto riformare il rito del Battesimo si è voluto fare un rito per il Battesimo dei bambino.
Il catecumenato è strutturato attraverso dei tempi e dei gradi: quattro tempi e tre gradi:
I tempi sono dei tempi nei quali il catecumeno si trova tempi di natura temporale e sono dei riti liturgici che permettono di passare da un tempo ad un altro.
Il primo tempo si chiama pre-catecumenato: Il pre-catecumenato è colui che non ha mai sentito parlare di fede e per la prima volta si avvicina alla comunità cristiana. La comunità cristiana è una comunità che evangelizza e avvicina tutti coloro che non hanno ricevuto l’iniziazione cristiana. Il pre-catecumeno che vuole avvicinarsi per la prima volta ai sacramenti deve compiere il primo rito che noi chiamiamo gradi e si chiama rito di entrata nel catecumenato o possiamo chiamarlo anche rito di ammissione al catecumenato.
I quattro tempi sono quattro tempi o periodi veri e propri, e i tre gradi sono tre riti liturgici che permettono di passare da un tempo ad un altro tempo.
- Abbiamo il rito di ammissione al catecumenato, che dura tre anni , in questi tre anni si fa catechesi, si fa sperimentazione della comunità, e questo cammino viene accompagnato da due garanti, due persone che garantiscono e che accompagnano nella fede i catecumeni.
- Quando il catecumenato si è concluso e si ammettono i catecumeni a ricevere i sacramenti dell’inizializzazione cristiana, si arriva al secondo tempo che è il rito della iscrizione del nome, cioè il rito secondo il quale è ammesso alla preparazione immediata dei sacramenti di inizializzazione cristiana.
- Il terzo tempo coincide con la quaresima di tutta la comunità. Più precisamente la quaresima dell’anno liturgico A.
La quaresima anno A ha cinque domeniche che sono:
Nella I domenica di Quaresima abbiamo il Vangelo che ci parla delle tentazioni Gesù.
Nella II domenica di Quaresima abbiamo il Vangelo che ci parla della Trasfigurazione.
Mentre nelle prime due domeniche il Vangelo è uguale per tutti A,B,C nelle altre si divide.
Nella III domenica di Quaresima abbiamo il Vangelo che ci parla della santità.
Nella IV domenica di Quaresima abbiamo il Vangelo che ci parla della guarigione del cieco nato.
Nella V domenica di Quaresima abbiamo il Vangelo che ci parla della risurrezione di Lazzaro.
Perché questi cinque brani evangelici che accompagnano la preparazione prossima ai sacramenti?
Perché e la struttura cresimale più antica che la Chiesa conosca. Con le tentazioni di Gesù il cristiano finisce la sua tentazione. Come dice S. Agostino. Con la trasfigurazione l’uomo diventa una nuova creatura, la samaritana per l’acqua del Battesimo, il cero è l’illuminazione, Lazzaro risorto perché siamo chiamati a vita nuova. L’itinerario che i catecumeni fanno durante questa quaresima li porta alla riscoperta della fede. In questo tempo della Quaresima dell’anno A ci sono gli scrutini che sono tre e sono alla terza, quarta e quinta domenica di Quaresima, questi tre scrutini vengono detti esorcismi e abbiamo due consegne che sono la consegna del Padre nostro e la consegna del Credo, si consegna tra la terza e quarta domenica di Quaresima e tra la quarta e la quinta domenica si consegna il Credo. La Quaresima ci introduce nel tempo di Pasqua e si chiama tempo di Pasqua, cinquantina pasquale nell’itinerario catecumenale ed è tempo della Mistagogia. Mistagogia dal greco “introdurre al mistero” cioè coloro i quali hanno ricevuto i sacramenti all’iniziazione cristiana vengono introdotti nella comunità e nella fede che hanno professato. Questo schema e di Ippolito ed è anche lo schema degli adulti.
LA MISTAGOGIA
Mistagogia significa introduzione al mistero, e nella cinquantina pasquale, cioè nei cinquanta giorni che intercorrono tra Pasqua e Pentecoste, sono considerate dalla Chiesa come un grande e solo giorno di Pasqua, in quel tempo la Chiesa introduce i neofiti al mistero. Il neofita viene introdotto al mistero dopo la celebrazione del Battesimo, cresima ed Eucarestia, perché alcune verità si possono spiegare soltanto dopo la recezione dei sacramenti, cioè dopo aver avuto l’illuminazione dallo Spirito Santo. Soltanto in questo secondo momento si può capire meglio il mistero. I Padri della Chiesa preferivano utilizzare un metodo contrario al nostro, loro spiegavano qualcosa all’inizio, però le cose essenziali del sacramento venivano spiegate e insegnate dopo la celebrazione dei sacramenti stessi. Il neofita non solo viene introdotto nella comunità e quindi accolto da tutti gli altri cristiani, ma attraverso le catechesi viene introdotto nel mistero cristiano. La settimana dopo Pasqua che viene detta “In Albis” perché i neo battezzati portavano per otto giorni la veste bianca. Questo itinerario pre-catecumenato, viene desunto dalla tradizione apostolica.
Già nel III secolo abbiamo uno schema, in cui un adulto che viene alla fede deve fare il catecumenato e deve ricevere i tre sacramenti insieme la notte di Pasqua. I sacramenti possono essere amministrati dal parroco. La nostra prassi occidentale è un po’ fasulla in quanto divide i tre sacramenti. La cresima non è il sacramento degli adulti, ma è il sacramento della testimonianza cristiana, e si può essere testimoni sia ad un anno e sia a cento anni. Ci testimonia Ippolito che i tre sacramenti vanno celebrati insieme. L’itinere catecumenale della tradizioni apostolica di Ippolito è che nella notte di Pasqua mentre i battezzanti si preparano per il rito spogliandosi dei loro indumenti il Vescovo consacra gli oli, quello dell’esorcismo e quello del ringraziamento, ciascun candidato rinuncia a satana, il sacerdote lo unge con il primo olio, segue poi il Battesimo con le tre immersioni che corrispondono alla professione di fede.
Ma cosa sono queste tre immersioni? Il Battesimo fino al medioevo non è stato conferito attraverso la formula “Io ti battezzo nel nome del Padre e della Spirito Santo”. I sacramenti venivano celebrati nella fede che il candidato stesso professava in quel momento, cioè nel momento in cui il candidato pronunciava la sua professione di fede e quindi viveva la sua testimonianza in quella triplice immersione, e avveniva la celebrazione del sacramento, quindi l'io ti battezzo, l’io ti assolvo, non esistevano questo è un problema che è avvenuto nel medioevo quando la teologia scolastica ha voluto negare i sacramenti alla podestà sacerdotale in maniera indissolubile, chi ha il potere di celebrare i sacramenti sono i sacerdoti e questo potere si manifesta attraverso quella particella di pronome personale, soggetto, IO, che esprime la podestà sul sacramento. Dopo aver ricevuto i sacramenti i neofiti per la prima volta portavano il pane e il vino per l’Eucarestia (la loro prima Eucarestia), insieme a latte e miele. Il latte e miele insieme all’acqua, di cui latte e miele indicano la liberazione dall’Egitto verso al terra promessa, mentre l’acqua come segno di vita. Ippolito di Roma ci ha regalato questo libretto di appena una cinquantina di pagine abbiamo desunto l’iniziazione cristiana, il rito delle ordinazioni e anche la preghiera eucaristica II. Dal VI al X secolo abbiamo il sacramentario gelasiano antico, siamo intorno al V secolo, secondo questi documenti l’iniziazione si realizza in una unica celebrazione, Battesimo, cresima ed Eucarestia. Fino al X secolo siamo ancora sulla prassi originale, dal X secolo in poi il Battesimo non è più legato alla Pasqua. Quindi i neonati non hanno più la funzione di catecumenato, ma hanno un rito proprio. La cresima avrà l’unzione con il sacro crisma, quindi il sacro crisma diventa il segno più evidente del sacramento. Quindi dopo il Concilio Vaticano II vengono divisi i sacramenti a secondo l’età. Il Battesimo dei bambino oggi ha una nuova vitalità, soprattutto per quanto riguarda il rito di accoglienza che prima non esisteva. Dopo il Concilio Vaticano II ogni sacramento deve avere la sua liturgia della parola che ci presentano il Battesimo, poi abbiamo la liturgia del sacramento, la preghiera della benedizione dell’acqua, la triplice professione della fede, poi c’è la funzione con l’acqua con la formula medievale, poi abbiamo i riti esplicativi cioè, l’unzione con il crisma, la consegna della veste bianca, la consegna del cero acceso, l’apertura delle orecchie e la bocca dei bambini. Poi dopo la conclusione il Padre nostro, la benedizione sulla madre e sul padre del battezzato e poi su tutti i presenti. Questo rito è stato promulgato nel 15 maggio 1969, confermazione nel 1972 e quello degli adulti 1972.
La confermazione per quanto riguarda la costituzione apostolica di Paolo VI si conferisce normalmente durante la messa anche se si può conferire fuori dalla messa, dopo la proclamazione del Vangelo i cresimanti vengono illustrati al Vescovo, dopo il Vescovo tiene una omelia e poi si rinnovano le promesse battesimali, poi vi è l’imposizione delle mani in cui si invoca lo Spirito Santo, un gesto antico di imporre le mani su tutti i partecipanti, quindi una strutturazione epicletica quando parliamo di epiclesi abbiamo sempre un riferimento allo Spirito Santo che viene invocato per una particolare circostanza, poi c’è il saluto di pace e alla fine della messa c’è una solenne benedizione e un’orazione sul popolo con cui si conclude l’Eucarestia.
Alcuni teologi dicevano che attraverso l’imposizione delle mani che si conferisce il sacramento dello Spirito Santo. L’imposizione delle mani è il gesto più antico, la tradizione orientale dice che è l’olio, il crisma . Quindi queste due teorie teologiche si scontrarono per molto tempo, e tutta questa agitazione teologica portò ad un certo ritardo il nuovo rito della cresima. Quindi si avrà il sacramento della cresima con l’unzione con il crisma e l’imposizione della mano sul capo del candidato, quindi un compromesso. Questo sacramento dopo tutto questo travaglio finalmente si è capito che è il sacramento della testimonianza è il sacramento della Pentecoste, e con la pentecoste succede che gli apostoli escono allo scoperto per proclamare che Cristo è vivo. Quindi la cresima è Pentecoste.
Se il nocciolo della liturgia battesimale che è un’immersione nell’acqua, ed è un segno importante non solo per i cristiani ma per tutte le altre religioni, che viene utilizzata l’acqua come segno di purificazione. Il Battesimo cristiano ha la caratteristica di essere un Battesimo non solo nel segno dell’acqua, ma anche nel segno dello Spirito, quindi nel nome di Gesù, il simbolismo caratterizza tutta la nostra liturgia. Il rito del Battesimo ha la benedizione sull’acqua il quale evoca in maniera mirabile tutti gli avvenimenti dell’AT (Lo Spirito aleggiava sulle acque, le acque del diluvio, le acque del mar Rosso) Questi quattro eventi è stato prefigurazioni di tutto ciò che è stato il Battesimo, o meglio di ciò che è stata la figura di Gesù la quale raccomandava agli apostoli di andare e battezzare.
LA CELEBRAZIONE DELL’EUCARESTIA
La celebrazione dell’Eucarestia è fonte e apice del culto di tutta la Chiesa. Quando leggiamo il Vangelo noi sappiamo che quel Vangelo è stato scritto per una celebrazione liturgica, per una comunità. Nel N. T. abbiamo dei racconti dell’ultima cena, l’apostolo racconta ciò che è avvenuto nell’ultima cena che noi chiamiamo il racconto dell’Istituzione .
In una prima fase la celebrazione del pane e del vino consacrati appaiono separati dalla cena, abbiamo prima la cena pasquale e dopo la cena vi è la benedizione del pane e del vino. In un secondo momento leggiamo dai racconti di Marco e Matteo alla benedizione del calice segue la benedizione del pane, quindi i racconti di Marco e Matteo ci introducono nella celebrazione pasquale. L’Eucarestia all’inizio è stata vissuta all’interno di un agape fraterna.
Ma quali sono gli elementi che presentano una celebrazione eucaristica ?
Presentazione dei doni, preghiera eucaristica, frazione del pane, comunione. Il termine Frazio-panis sta ad indicare l’Eucarestia , quel gesto era diventato un gesto tecnico, un gesto che si identificava con l’Eucarestia stessa, è un gesto che ricorda una comunità che celebra, e nello spezzare il pane noi vediamo come Gesù in tutte le scritture spiegò ciò che si riferiva a Lui. Nella prima parte della liturgia della Parola, Gesù spiega tutte le scritture, in una prima parte e in una seconda parte vi è il gesto di spezzare il pane. Già nella primitiva comunità vi è questo duplice gesto che caratterizza la nostra assemblea, duplice mensa, la mensa della parola e la mensa del pane . Quindi l’insegnamento degli apostoli è l’approfondimento della fede. Abbiamo l’insegnamento dell’unione fraterno e poi abbiamo la frazione del pane. Il rapporto tra Parola ed Eucarestia è un rapporto intenso, immediato, profondo. Nella nostra liturgia abbiamo un rapporto immediato della Parola di Dio che è l’Eucarestia. Nella prima parte della S. Messa abbiamo visto che c’è la liturgia della Parola, nella seconda parte abbiamo la liturgia eucaristica, ma in questa unione tra parola è sacrificio nell’AT è molto evidente. Tutti gli eventi dell’AT sono sempre fatti e parole intimamente connesse, quindi tutti gli avvenimenti sono sempre stati vissuti attraverso il fatto, un avvenimento, e la parola che ha commentato e ha spiegato il fatto. Questo è il nesso tra parola e alleanza, tra parola e sacrificio, vi è sempre questo rinnovamento dell’alleanza, e in un secondo momento vi è il segno, il sacrificio. Quindi nell’AT i fatti e le parole sono sempre intimamente connesse e quindi alla proclamazione della Torà e all’esortazione del profeta vi è sempre connesso un sacrificio che suggella quella parola. Così anche nel NTabbiamo il sacrificio della Croce, il sacrificio che ha compiuto tutti i sacrifici antichi e gli ha dato compimento in maniera definitiva. L’alleanza è vissuta nel NTnon nel sangue di animali o di agnelli, ma nel vero Agnello pasquale colui che toglie i peccati del mondo, questa è l’alleanza vera e definitiva. Nell’Eucarestia noi viviamo in pienezza ciò che Gesù ha vissuto nell’ultima cena, quindi parole e sacrificio che nella vita di Cristo si sono riattualizzate nella sua vita e nell’Eucarestia si attualizzano nel sacramento e si vivono a livello sacramentario, quello vissuto in maniera cruento sull’altare della croce. Il sacrificio della messa è sacrificio in quanto è memoriale dell’unico sacrificio di Cristo. Cristo una volta per tutte ha offerto il sacrificio della sua vita sulla croce. La S. Messa diventa sacrifico ogni volta che attraverso il memoriale, non facciamo altro che attualizzare quell’unico ed eterno sacrificio, in questo senso l’Eucarestia diventa sacrificio. Una delle novità del Concilio Vaticano II non è soltanto quello di aver saputo in qualche modo sottolineare il valore dell’Eucarestia, ma anche la presenza di Cristo presente nella Parola proclamata. La Parola che si proclama ha una sua forza interiore, che trasforma, vivifica, che è presenza reale di Cristo. La parola di Dio una volta pronunciata sorbisce un effetto, Dio quando parla crea, perché la sua Parola al momento che viene pronunciata essa stessa ha il suo effetto . La Parola di Dio è viva, efficace, illumina, converte. Ogni volta che la Parola di Dio viene pronunciata vi è un avvenimento.
Ma perché succeda questo la parola di Dio esige un ascolto profondo, e solo dopo posso aprirmi al sacramento.
Nella nostra celebrazione liturgica, noi abbiamo una doppia mensa, la mensa della Parola e la mensa Eucaristica.
Il canto di ingresso soprattutto nella Basilica costantiniana era per accompagnare la processione di entrata. Il canto di ingresso serve per preparare l’assemblea alla celebrazione.
Un altro canto molto importante è il Gloria, questo canto era nell’ufficio bizantino del mattino, ed era cantato nelle liturgie papali, nelle domeniche, o poteva cantarlo solo il Vescovo. Poi dal punto di vista pastorale è stato introdotto anche nelle altre assemblee. Il Gloria dovrebbe essere sempre cantato.
La prima orazione si Chiama colletta, che è una raccolta personale di preghiera. I sacramentari antichi la chiamavano “oratio”; (preghiera per eccellenza). Dopo la colletta abbiamo al liturgia della Parola; Abbiamo la preghiera dei fedeli che è presente solo dopo il Concilio Vaticano II. L’unica volta che c’era la preghiera dei fedeli era il Venerdì Santo. Il Kyrie eleison (Signore pietà) è un’intercessione che vogliamo rivolgere al Signore. Nel X secolo in poi si sono aggiunte le preghiere dette sottovoce e le preghiere che il sacerdote dice per se stesso. Ma la liturgia non è una preghiera per il singolo ma è la preghiera comune.
Un altra aggiunta del X secolo è il Credo che probabilmente fu cantato per la prima volta a Costantinopoli nel VI secolo e nel X secolo si impose in tutto il Nord Europa. Solo intorno all’anno mille Benedetto VIII lo introdusse nella liturgia romana.
Per quanto riguarda la liturgia della Parola. Dopo il Concilio Vaticano II si è voluto staccare dal messale il lezionario, che è un libro liturgico che serve esclusivamente per la proclamazione della Parola di Dio. Abbiamo il lezionario festivo A,B,C e il messale feriale anno pari e anno dispari, con questi abbiamo una grande parte della scrittura contenuta in questi lezionari. Con questo non si è mai negato il valore dell’AT rispetto al N.T.. Cristo è venuto non per abolire ma per completare.
L’atto penitenziale che noi viviamo nella nostra liturgia è proprio quello di prepararci alla Parola di Dio. Secondo alcuni l’atto penitenziale potrebbe andare dopo la liturgia della Parola, come risposta alla liturgia della Parola. La Parola di Dio non si legge ma si proclama.
La preparazione dei doni che è stato chiamato per molto tempo “offertorio” Giustino lo descrive così: “Quindi [dopo il bacio della pace] viene recato al preposto dei fratelli un pane e una coppa d’acqua e vino temperato”.Alla processione offertoriale ci devono essere solo cose attinenti all’Eucarestia. In poche parole, il senso del rito di preparazione dei doni è: preparare i doni eucaristici, con lo sguardo rivolto al sacrificio a cui sono destinati: disporre lo spirito per offrire il sacrificio con un cuore identificato con i sentimenti di Cristo Gesù. Queste idee vengono espresse dalla “orazione sulle offerte” che chiude il rito.
La preghiera eucaristica inizia dal salmo prefaziale e si conclude con la dossologia finale.
- Dialogo prefaziale.
- Prefazio.
- Salmus.
- Epiclesi I (invocazione dello Spirito Santo perché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo).
- Racconto della istituzione (nella notte in cui fu tradito ecc.).
- Mistero della Fede (acclamazione).
- Memoriale del mistero pasquale
- Epiclesi II (invocazione dello Spirito Santo sull’assemblea perché diventi un solo corpo e un solo spirito.
- Intercessioni.
- Dossologia finale (amen).
In Oriente prende il nome di “Anafora” (elevare in alto) preghiera eucaristica. In Occidente “Canone”, oggi invece viene detta preghiera eucaristica.
La preghiera eucaristica ha una tradizione antichissima e deriva dalle preghiere ebraiche sui pasti (Berakot). Da questa benedizioni sui pasti di cui lo stesso Gesù ha vissuto e si sono tramandate fino a noi per essere poi composte in questo modo.
La comunione eucaristica è il compimento del memoriale. L’Eucarestia nel passato si poteva ricevere solo poche volte in un anno, soprattutto nel Medioevo, invece oggi la comunione è molto allargata per i laici dopo il Concilio Vaticano II, la comunione si può ricevere sotto le due specie.
I riti di comunione. Abbiamo il Padre nostro e anticamente si recitava dopo la frazione del pane e adesso invece è tra la preghiera eucaristica e il banchetto del Signore. Poi vi è l’empolismo cioè lo sviluppa l’ultima parte del Padre nostro, abbiamo il bacio di pace, abbiamo la frazione del pane, gesto tipico della comunità dove c’era un solo pane che veniva spezzato e distribuito a tutti, poi in seguito un pezzo di Ostia veniva introdotto nel calice e stava ad indicare il famoso “fermentum” che era una consuetudine della Chiesa di Roma molto bella, era un pezzo dell’Eucarestia papale che veniva mandata nelle altre Chiese di Roma attraverso i diaconi. In queste Chiese prima di fare la comunione il Vescovo o il prete metteva questo pezzo di ostia papale nel suo calice come comunione con l’Eucarestia del Papa. Quando poi si è perso il senso di quel gesto ed è rimasto solo il pezzo di ostia che non si riesce a capire il senso. Abbiamo poi l’Agnello di Dio che va sempre cantato.
L’ORDINE, IL MATRIMONIO
E LA PROFESSIONE RELIGIOSA
La vocazione cristiana fondamentalmente ha origine nel Battesimo, ma ci sono anche altre particolari vocazioni che chiamano il cristiano alla santità. Abbiamo il sacerdozio ministeriale che ci viene da Cristo. Alcuni autori trovano l’essenziale del rito di ordinazione episcopale in At 13,2-3: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora dopo aver digiunato e pregato, imposero le loro mani e li accomiatarono”.
Questa investitura si da attraverso l’imposizioni delle mani.
La tradizione apostolica riguardo le ordinazioni, abbiamo ben delineato tre gradini che sono: il diaconato, il presbiterato, il vescovado. Anche se nel NT abbiamo solo apostoli e diaconi poi in seguito verranno assunti anche i presbiteri, ma nel III secolo abbiamo le ordinazioni che riguardano diaconi, presbiteri e vescovi. Nella Chiesa esistevano diversi ministeri ma le ordinazioni comprendono solo tre gruppi di persone. Il vescovo una volta era scelto da tutta la comunità.
Il sacramento dell’unzione dei malati, come tutti i sacramenti è un sacramento per la salvezza. Il rito nelle sue preghiere e nelle sue formule, chiede proprio la salvezza, e la salute del malato.
Nel testo di Giacomo abbiamo un accostamento tra peccato e malattia, che riscontriamo già nell’AT La malattia entra nel mondo a causa del peccato, quindi la malattia dell’uomo, è vero che non viene dal peccato, però l’AIDS, che cos’è? I tumori non sono forse causa del peccato dell’uomo, in quanto ha alterato la natura?. Quindi è l’umanità che gestisce male la sua libertà. Cristo assume anche il dolore e come momento di salvezza, allora se il dolore viene vissuto nell’offerta, o come unione alla sofferenza di Cristo, non può che produrre salvezza. Quindi dopo il Concilio di Trento non sarà più olio degli infermi, ma estrema unzione. La celebrazione dell’unzione degli infermi dopo il Vaticano II, ha quattro parti principali.
- I riti iniziali
- La lettura della Parola di Dio
- I riti dell’unzione, che sono: il sacerdote impone le mani sul capo dell’infermo.
Il nuovo rito (Ordo) quindi conferisce al malato la grazia dello Spirito Santo.
Il sacramento dei moribondi è il viatico, il sacramento proprio dei morenti, ossia il segno efficace della presenza di Cristo dato al suo fedele nel momento della morte. (Concilio di Nicea)
La forma di viatico è la più classica e più bella e si può fare sotto tutte e due le specie, in quanto si può dare un significato ancora maggiore. L’ultimo segno dove la Chiesa è presente al momento della morte è la raccomandazione del moribondo. Quindi la Chiesa segue tutte le fasi della vita dell’uomo, dalla nascita fino alla morte.
LA LITURGIA DELLE ESEQUIE
Le esequie normalmente sono state sempre considerate come qualcosa di penoso, Giovanni Crisostomo (407+) ci dice: “Prima per i morti c’erano dimostrazioni di dolore e lamenti. Oggi ci sono salmi ed inni, allora la morte era la fine. Oggi non è più così. Si cantano canti, preghiere e salmi, e tutto ciò come segno che si tratta di un evento gioioso…”. Quindi sorella morte diventa un evento gioioso. I romani invece conservavano la consuetudine del refrigerium ed era un banchetto funebre che si consumava sulla tomba del defunto.
LE BENEDIZIONI
Il termine benedire significa dire bene di qualcuno. Un’antica distinzione vi erano benedizioni costitutive e invocazioni invocative.
Le benedizioni invocative su persone e su cose, appartengono ai segni chiamati sacramentali.
Le benedizioni costitutive che sono particolarmente importanti, come la professione monastica, religiosa, la consacrazioni delle vergini ecc. cioè costituiscono qualcosa. Invece le invocazioni invocative, alcune sono delle vocazioni per la persona, e altre riguardano le cose, come le invocazioni pasquali ecc.
Una volta fatta questa distinzione tra le varie benedizioni vediamo come sono considerate nella Bibbia. La benedizione nell’AT riguardano la generazione del mondo, un uomo o una donna fertile sono benedetti, e un uomo e una donna che sono sterili sono persone maledette. Quindi la benedizione riguarda subito la fecondità, in quanto il Dio è il Dio della vita. Nel Deuteronomio il popolo viene chiamato a scegliere tra la via di Dio o la via del male. Con il passare del tempo nel popolo di Israele, nasce la convinzione che la benedizione da parte di Dio (sia discendente che ascendente), è il ringraziamento, la lode verso Dio. In ebraico le benedizioni dal verbo Barak. Le benedizioni in ebraico sono Baruk, Dio benedetto per eccellenza; una tipica benedizione ebraica la troviamo in Gesù, quando dice: “Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelati agli umili….)”. Quindi, si benedice Dio (ascendente) per una cosa che è stata data (ai sapienti ecc.) e poi si accompagna con un’invocazione che tutti gli uomini possano essere come i bambini.
- Proclamare Dio come benedetto
- Il perché della benedizione
- Invocazione.
Anche nella nostra liturgia lo troviamo nell’offertorio. Tutto questo è molto importante anche perché sarà l’origine della preghiera eucaristica. La benedizione nella sua essenza è ANAMNESIS.
Dopo il Concilio Vaticano II è stato pubblicato un nuovo benidizionario in latino (1984), e negli ultimi anni è stato pubblicato anche in italiano. Questo benidizionario in lingua italiana è il primo esempio di inculturazione liturgica. Fino ad ora i libri liturgici dal latino in italiano venivano stampati senza nessun processo di inculturazione senza mai adattarlo alla situazione di quel popolo. Una delle grosse novità in questa traduzione e che le benedizioni le possono impartire anche i laici. Tutte le benedizioni riguardano sempre l’uomo, anche se riferita a cose, questo significa professare la fede e gratitudine verso Creatore.
LA LITURGIA DELLE ORE
La liturgia delle ore è strutturata in modo che si possa pregare una intera giornata. Negli ultimi tempi si è voluto ridonare questa preghiera a tutto il popolo cristiano. La liturgia delle ore è così strutturata:
Lodi Mattutine
9- 12 ora terza
12 – 15 ora sesta
15 – 17 ora nona
Preghiera strutturata secondo gli antichi latini.
Vespri
Compieta
Ufficio delle letture
Queste preghiere sono quasi tutte composte da tre Salmi, una lettura breve, tratta dall’AT e dal NT, le intercessioni, il Padre nostro e una preghiera di conclusione.
La liturgia delle ore nasce dal libro dei Salmi, quindi nell’AT utilizzato dai Giudei, per le loro preghiere, utilizzato dallo stesso Cristo. Dopo essere stata la preghiera del popolo di Israele, è diventata anche la preghiera del cristianesimo. Nell’AT troviamo le due preghiere sia del mattino che della sera già presenti: il sacrificio vespertino e il sacrificio mattutino. Negli Atti degli Apostoli si dice che nell’ora terza, sesta e nona, Pietro e Paolo andavano al Tempio a pregare. I primi testimoni della preghiera cristiana, sono Clemente Alessandrino, Ippolito romano ci dicono che alcune ore, come la terza, la sesta, la nona erano preghiere importanti.
La preghiera del lucernario è quella preghiera che si fa appena si accende la prima luce della sera, e si inneggia a Cristo luce. Durante i secoli l’ufficio divino è diventato sempre più pesante, in alcune regole antiche i 150 salmi venivano recitati tutti in un giorno. San Benedetto fu il primo a riorganizzare un poco tutto, dandogli un certo equilibrio. Il Salterio è diviso in una settimana.
ANNO LITURGICO
Il nucleo, il centro di tutto l’anno liturgico è la domenica. Il presbitero presiede l’assemblea, e il popolo che celebra. Tutto il tempo della Chiesa è un tempo di salvezza. Una carenza nelle nostre liturgie sono i momenti di festa, eppure la festa è antichissima, la festa è la svolta per poter far sì che l’uomo celebri. La liturgia è festa. Per noi cristiani fare festa è stare insieme, perché Cristo è risorto, più si esprime il clima di festa nelle nostre assemblee, più l’assemblea vive ed esercita il suo sacerdozio. La festa cristiana è nell’Eucarestia, in diretto riferimento alla Pasqua di Cristo .
LA DOMENICA
I primi martiri cominciarono proprio di domenica il loro culto, la domenica anticamente si chiamava giorno del sole. Il nome di giorno del Signore perché innanzitutto in questo giorno Cristo è risorto. Ma un altro motivo più importante e che Cristo in questo giorno è apparso ai discepoli. In terzo luogo secondo Giovanni, Gesù entra nel cenacolo il giorno di Pentecoste. Oggi a noi appare la domenica, nell’Eucarestia. La Sacrosanctum Concilium al numero 106, dice che la Chiesa celebra il mistero pasquale, ogni otto giorni. Precedentemente la domenica poteva essere sostituita, oggi invece la domenica resta una festa importante, perché e la festa di ogni cristiano. Solo alcune feste hanno la precedenza sulla domenica, come la Trasfigurazione del Signore, la presentazione del Signore al Tempio ecc.
LA PASQUA
All’inizio nella Chiesa abbiamo una doppia data per quanto riguarda la Pasqua. La prima data era il 14 del mese di Nisa, secondo la celebrazione ebraica. Nisa è il mese lunare, perché gli ebrei hanno le fasi lunari come mese, e corrisponde al nostro marzo - aprile. Queste comunità chiamato quarto decimale dal fatto che celebravano il 14 di Nisa la loro data della pasqua, quindi qualsiasi giorno della settimana venisse, il 14 di Nisa è Pasqua, in concomitanza con i fratelli ebrei e secondo ciò che Giovanni dice: “La Pasqua di Cristo”. Nel momento che Gesù muore sulla croce, per Giovanni è Pasqua. Quindi le comunità di Gerusalemme e dell’Asia Minore continuavano a celebrare la Pasqua, secondo la cronologia giovannea e cioè il 14 di Nisa. Le comunità Occidentali invece continuavano il loro digiuno per poter celebrare la Pasqua la domenica dopo il 14 di Nisa. Quindi per l’Occidente la Pasqua era di domenica, dopo il 14 di Nisa, che era la luna piana di primavera. Per l’Oriente era invece il 14 di Nisa. La questione fu risolta nel Concilio di Nicea del 325, quando si stabilì una volta per tutte, che la data della Pasqua fosse la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, dando ragione all’Occidente cristiano. Questa consuetudine, ancora oggi conserviamo, calcolandola attraverso la luna piena, avendo un calendario solare non si riesce ad avere la stessa data ogni anno. Intorno a questa Pasqua, si è creato il triduo pasquale (giovedì, venerdì e il giorno di Pasqua). In preparazione alla Pasqua, la Chiesa ha organizzato una quaresima, che serviva evidentemente ai catecumeni per celebrare immediatamente i sacramenti all’iniziazione cristiana che venivano normalmente fatti nella notte di Pasqua (Battesimo, Cresima ed Eucarestia). Questi tre sacramenti in Occidente si sono divisi, ma in Oriente si celebrano ancora tutti e tre insieme.
Per quanto riguarda la quaresima:
- Anno A = anno catecumenale
- Anno B = anno cristocentrico
- Anno C = anno penitenziale.
Il tempo dopo la Pasqua, si chiama tempo pasquale, o cinquantina pasquale. Il tempo pasquale è anche il tempo della mistagogia (introduzione ai misteri).
IL NATALE
Il ciclo Natale ed Epifania, viene fuori dal mondo pagano, non ha niente a che vedere con l’AT, anzi la festa del Natale e dell’Epifania, sono le feste più rappresentative del periodo costantiniano. Il 313 con l’editto di Costantino, viene permesso ai cristiani di professare la loro religione, e da questo momento in poi la Chiesa organizza in maniera sempre più festose le proprie celebrazioni. Non avendo una data precisa che celebrasse la nascita di Cristo, il 25 di dicembre viene fuori, perché già era una grande festa presso l’impero romano ed era la festa del natale del dio Sole, perché era il solstizio d’inverno, ed era la vittoria del dio Sole sulle tenebre. Quella festa del dio Sole, trovò il terreno fertile dal Natale Solis, al Natale Cristis. Anche perché Gesù era già stato definito il sole di giustizia. Quindi da una festa pagana, abbiamo una festa cristiana. San Leone Magno con le sue omelie né fece una grande festa contro l’eresie cristologiche. S. Leone Magno combatte tutte le eresie che mettono in dubbio o la divinità o la umanità di Cristo e parla del Natale come la festa della perfetta e divina umanità. Cristo perfetto Dio e perfetto uomo. Quindi abbiamo una risposta dell’ortodossia contro l’eresia. Ma il Natale comunque resta una solennità vissuta sempre alla luce della Pasqua. La grande festa natalizia per l’Oriente e la festa dell’Epifania, anche qui il 6 gennaio resta una data fissa, questo significa che c’è un'altra festa pagana il 6 gennaio che è la festa della manifestazione del Sole, in quei giorni il sole aumentava il suo spazio di luce. Anche qui abbiamo la sostituzione, da grande festa di Epifania solis ad Epifania del Signore. Originariamente in Oriente soprattutto l’Epifania era triplice, Gesù si manifesta come vero Dio ai re Magi, poi abbiamo il Battesimo di Gesù, e le nozze di Cana. Questa festa ha addirittura origine nell’Egitto, dall’Egitto arriva in Oriente dove prende consistenza, per poi spostarsi in Occidente. Quindi il Natale dall’Occidente arriva in Oriente e l’Epifania dall’Oriente arriva in Occidente. Ad imitazione per la Pasqua, fu costruito un tempo di avvento anche per il Natale.
Il tempo di avvento ci prepara alla definitiva manifestazione di Cristo. Quindi è un tempo forte, di maggiore preghiera, ma non è un tempo penitenziale come quello della quaresima. Questo periodo di avvento ci prepara al Natale definitivo, la prima domenica di avvento è sempre una domenica escatologica, dove ci presenta sempre la seconda venuta del Salvatore. Dopo i tempi forti, abbiamo il tempo ordinario che copre i vuoti tra il tempo pasquale e il tempo di avvento. In questo tempo ordinario, ci sono anche le feste dei Santi e le feste di Maria. Queste sono feste importanti, perché il culto dei santi risale all’inizio della Chiesa ed è molto importante, riguarda i martiri e si festeggia nel giorno del loro martirio. Tra questi santi emerge Maria Santissima, che la Vergine perché ha vissuto in pienezza la sua missione di Madre e discepola del Signore, la Chiesa le riserva nell’anno liturgico un posto speciale, abbiamo delle festività mariane, come il 15 di agosto (assunzione), l’8 settembre; 21 novembre (presentazione di Maria al Tempio); 25 marzo ecc. poi abbiamo la grande festa il 1 gennaio, che è Maria S.S. Madre di Dio.
SPIRITUALITÀ LITURGICA
La “verità” della celebrazione liturgica è garantita dalla “verità” dall’esperienza spirituale che essa genera. L’esperienza spirituale cristiana non può considerare la celebrazione né come struttura facoltativa, né come struttura intermediaria, ma come momento fondativo. La liturgia è infatti, “l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo”, e in essa viene “realizzata la santificazione dell’uomo”. La liturgia è “culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, la fonte da cui promana tutta la sua virtù”. Il mistero eucaristico è l’apice cui tende tutta la vita della Chiesa, e nello stesso tempo fonte da cui derivano tutte le grazie. S. Tommaso d’Aquino dice: “In questo sacramento è racchiuso tutto il mistero della nostra salvezza”.
La spiritualità liturgica è biblica. Essa è la parola di Dio che prepara e spiega l’azione liturgica nel suo significato e nel suo valore squisitamente salvifico. La parola di Dio nella liturgia cessa di essere una morta “parola scritta”, per assumere sempre più il ruolo di “annuncio-proclamazione di un avvenimento di salvezza presente”. L’avvenimento che si legge nella scrittura, e quello stesso che si attua nella liturgia. Appunto perché è biblica , la spiritualità liturgica è storica e profetica. Essa è sensibile al significato salvifico degli avvenimenti della storia del popolo di Dio, specialmente della vita di Cristo, nella quale continua ad operare lo stesso mistero divino di salvezza . Infatti, la liturgia ripropone l’evento salvifico, che ha come centro il Cristo morto e risorto, con le sue leggi oggettive di preparazione, di crescita nella vita dell’uomo, di compimento e di proiezione verso il regno. La liturgia capta tutte le dimensioni della storia salvifica riunite ed incentrate in Cristo. Il mistero di Cristo non può essere ridotto agli avvenimenti della vita terrestre . Gesù è vivo nella gloria del Padre. Cristo è presente nella Chiesa che egli vivifica e conserva nello Spirito. La liturgia esprimendo fedelmente questa visione del mistero di Cristo, ne rivela, annuncia e rende presenti nel tempo e nello spazio la forza salvifica. La spiritualità liturgica si fonda sul mistero pasquale in quanto esso è la sintesi di tutta la rivelazione-salvezza. La storia della salvezza concretizzatasi nel mistero di Cristo trova il suo compimento, la sua realizzazione e il suo centro nella Pasqua.
per es. un giovane o qualcuno che dedica il proprio tempo a servizio di un tempio o di una divinità per un certo periodo di anni costui fa una liturgia, così come il servizio militare.
TM = testo masoretico; i masoretici erano coloro che vocalizzarono l’ebreo.
I 70 che secondo la tradizione tradussero la Bibbia dall’ebraico al greco in Alessandria d’Egitto.
San Girolamo la tradusse dall’ebraico al latino.
“Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”.
La differenza tra memoria e memoriale e che la memoria è un discorso ormai concluso nel tempo e nello spazio, invece il memoriale è una memoria attualizzata e secondo la fede ebraica nel momento in cui Dio ricorda, agisce di nuovo, continuando ad operare meraviglie. (dall’ebraico anamnesis).
Alleluia significa lodate Dio, Osanna era un saluto al Re, Amen che vuol dire cosi sia, anche altre parole non sono state tradotte come Episcopo, Presbitero, diacono; diacono significa servitore, presbitero significa anziano, Episcopos significa ispettore.
Con il famoso messale di S. Pio V che fu utilizzato fino a 30 anni fa che era un messale pubblicato nel 1570, e dopo quattro secoli precisi nel 1970 Paolo VI pubblica il suo messale.
Il Primo testo della Patrologia è la dottrina dei dodici apostoli. Questo testo che è intitolato dottrina o insegnamento dei dodici apostoli e fu conosciuto solo alla fine del secolo scorso (1883) quando un vescovo greco il metropolita greco di Nicomedia in Asia Minore che faceva parte dell’Impero Ottomano, scoprì il manoscritto nella biblioteca patriarcale di Gerusalemme il quale conteneva il testo della Didachè e questo testo è noto con la parola greca “didachè” che deriva da una radice del verbo “insegnare” “Insegnamento del Signore ai Gentili per mezzo dei dodici apostoli”.
La didachè è il primo testo della letteratura cristiana ed è composta da sedici capitoli, però è un testo particolarmente importante, si rivolge ai gentili (e già da questo si capisce che non può appartenere all’età apostolica, in quanto prende una certa distanza dagli ebrei e questo ci spinge a datare questo testo dopo la metà del primo secolo d.C. e non oltre la metà del secondo secolo d.C).
Il testo ci dice “insegnamento del Signore attraverso i dodici apostoli” ma leggendo il testo si capisce che i dodici apostoli sono morti da tempo e quindi siamo in età sub-apostolica.
Il testo comincia con la distinzione tra due vie che sono: La via della morte e la via della vita.
Ma grande è la differenza tra queste due vie. La via della vita è innanzitutto amare il Signore che ti ha creato; in secondo luogo; amerai il tuo prossimo come te stesso, tutto quello che non vorresti che fosse fatto a te non farlo ad altri, quindi vediamo che è una via che passa attraverso l’insegnamento del Signore. Mentre nella via della morte abbiamo una serie di peccati che ci portano alla perdizione eterna.
(Fermandoci sull’espressione TOPOS significa che è un luogo comune e un modo di esprimersi che si fissa nella tradizione, noi abbiamo il topos delle due vie). Le due vie risalgono al periodo dei Sofisti e tra i sofisti c’è né uno particolarmente importante e si chiamava Prodico, il quale costruì un apologo che sarebbe una forma di favola che era intitolata Ercole al bivio. Ercole prima di iniziare le imprese delle dodici fatiche deve scegliere tra la vita e la morte e lui sceglierà la virtù. Da Prodico in poi e siamo nella seconda metà del V secolo a.C. questo bivio lo ritroviamo anche in altri sofisti (Senofonte)
Quindi verrà presa dagli autori o dall’autore della didachè adattandolo ad una nuova realtà che non era di una scelta umana tra un bene costruito dall’uomo e un male voluto ed operato da lui, ma qui si tratta di scegliere tra due realtà escatologiche cioè due realtà che non sono limitate a questa vita terrena, ma che si proiettano nell’eternità.
La didachè non sappiamo chi l’ha scritta, potrebbero essere uno o più autori perché leggendo questi sedici capitoli si nota subito che non c’è una coesione organica tra le varie parti ma abbiamo delle discontinuità, delle fratture, delle incongruenze e quindi si pensa che in questa didachè siano confluite scritti di vari autori cristiani della generazione successiva a quella degli apostoli, e qui abbiamo un redattore che abbia sistemato questi vari scritti in un unico testo. Dopo la descrizione della vita e della morte si parla espressamente di due sacramenti: Il Battesimo e l’Eucarestia. Del battesimo (al capitolo settimo) si parla per immersione, solo in caso che non ci sia abbastanza acqua bisogna versare tre volte l’acqua sul capo del battezzato e quindi si accenna anche al battesimo per infusione, ma lo si da in forma eccezionale. Dell’Eucarestia si parla della celebrazione nel giorno del Signore. “Nel giorno del Signore riuniti, spezzate il pane e rendete grazia, dopo che siano stati confessati i vostri peccati, affinché il sacrifico sia puro”. E qui entra in ballo un grosso problema che è quello della confessione, cioè se la confessione orale, individuale fosse praticata o non fosse praticata nei primi secoli della Chiesa.
sottolinea questa dimensione che per gli orientali il crisma ha quasi lo stesso valore dell’Eucarestia
Fine articolo sulla liturgia
Luoghi della liturgia e senso umano dello spazio
Palermo-28 Agosto 2008
Articolo realizzato d Zanchi
Questa relazione ha il compito di mostrare come la costruzione dello spazio contribuisca all’«efficacia contemplativa» della liturgia, la sua capacità di attrarre alla partecipazione, vale a dire come il soggetto viene sollecitato a disporre l’intero di sé nei legami che si istituiscono nell’azione liturgica, che è il tema di questo convegno. Non spiegherò il significato dei luoghi liturgici. Non farò una esegesi dello spazio cristiano. Cercherò di far vedere gli elementi essenziali del meccanismo performativo che i luoghi della liturgia cristiana definiscono. Per fare questo come sentirete mi affaccerò anche sul senso dell’esperienza originaria che l’essere umano ha dello spazio. Spero di lasciar intendere bene che i due aspetti, non sono uno la preparazione dell’altro, quasi che il secondo arrivi a sostituire il primo, ma si implicano continuamente a vicenda.
1. Il senso umano dello spazio
Il gioco dei bambini
Mi piace cominciare parlando dei bambini . Lasciandosi guidare dalla sapienza istintiva del gioco i bambini amano di tanto in tanto inventare luoghi di «intimità». Sarà capitato anche a noi. Andare sotto le coperte come in una caverna, costruire una tana con degli oggetti trovati in casa, mettersi sotto il tavolo, infilarsi in qualche angolo della casa. Mentre giocano i bambini amano costruire spazi alternativi. Il senso di questo gioco sta nel bisogno di adattare lo spazio che li circonda alla misura del loro corpo. Si sentono difatti troppo piccoli per lo spazio soverchiante di una casa fatta per grandi. L’apprendistato nei confronti del mondo richiede luoghi di passaggio. Il gioco glieli fornisce. Così imparano a passare dall’inconscia memoria uterina alla coscienza corporea del mondo. Attraverso questi passaggi quella del mondo è per i bambini esperienza di sorpresa e non di sgomento. Forse ci ricordiamo di un gioco che diverte molto i bambini durante la prima infanzia. Lasciarsi coprire e scoprire il volto con un fazzoletto. La gioia che sprigiona l’istante in cui si toglie il fazzoletto dal volto è davvero qualcosa di istruttivo. Questa gioia viene difatti dal replicare artificiosamente l’esperienza di apparizione del mondo che rinnova la meraviglia del farvi parte. La felice conferma del creato. Nel magico turgore della creazione il bambino entra modulando continuamente i rapporti fra il contenuto profilo del proprio corpo e l’incognita vastità dello spazio.
La prima casa dell’uomo è il corpo
Queste fugaci osservazioni sul gioco dei bambini ci mettono sulla strada di temi che riguardano l’uomo come tale. La forma originaria della presenza esistente dell’essere umano è quella del suo corpo. Originaria non significa solo inaugurale. Significa proprio essenziale, fondativa, costitutiva . Si potrebbe allora dire che la prima casa dell’uomo è il corpo, l’architettura originaria che lo definisce e lo situa, l’archetipo dell’appartenersi «in loco», il canone primordiale dello stare presso di sé, a partire dal quale si definiscono le direttrici del senso, l’alto, il basso, il vicino, il lontano, lo stare, l’andare, il moto, la quiete, il grande, il piccolo. Dal punto di vista del corpo lo spazio è vissuto come «cosmo». Solo da lì. Dalla «casa» del suo corpo l’uomo proietta lo slancio delle proprie relazioni. Condivide/contratta con gli altri i luoghi della vita, concorda punti di vista, va alla ricerca di terreni comuni. . Mediante il corpo l’uomo è una parte del mondo, ma è anche qualcosa di «altro». Attraverso il suo corpo l’uomo non semplicemente occupa uno spazio, ma detiene una posizione, struttura un’identità, genera una presenza. Non patisce semplicemente il mondo, lo percepisce, lo sperimenta, lo prova, lo rende anche oggetto della propria distanza simbolica, luogo di esperienza della propria «trascendenza», lo stare dell’uomo nel mondo come «altro», che dipende dalle particolari proprietà di quello che Maurice Merleau-Ponty ha chiamato «corpo di carne» Così il corpo «comprende» il mondo. Grazie al corpo insomma lo spazio si trasforma in mondo. Di questo complesso compito di esposizione il vestire è un primo prolungamento del corpo. Il vestito è ciò che garantisce al corpo una specie di «investitura», un primo involucro che sottrae il corpo al pericolo della nudità, dell’offrirsi come inerme oggetto, rendendolo presentabile, vale a dire capace di farsi valere come presenza. Il vestito nasconde il corpo come oggetto per mettere in luce il corpo come volto.
La casa è il secondo corpo dell’uomo
Se il corpo è la prima casa dell’uomo si potrebbe anche dire che la casa è il secondo corpo dell’uomo . L’architettura è in qualche maniera riproduzione tecnica del corporeo. Ne prolunga simbolicamente il potere di presenza. La casa è come il primo corpo inorganico dell’uomo, un corpo artificiale che egli crea, che prolunga il suo corpo organico per metterlo in comunicazione col mondo. La casa riconduce l’indominabile grandezza del mondo alla misura del corpo umano. Ritaglia orizzonti più contenuti, un cielo più prossimo, meno remoto, affida a confini più definiti. Simbolizza l’ordine del mondo mentre lo riporta a misura d’uomo. Per questa ragione la casa ha un ruolo di matrice primaria. Replica il grembo e rinnova la generazione. Mi servo per spiegarlo delle parole di Gaston Bachelard: «Prima di essere gettato nel mondo come professano metafisiche sbrigative, l’uomo viene deposto nella culla della casa e sempre nelle nostre rêveries la casa è una grande culla. […] La vita incomincia bene, incomincia racchiusa, protetta, al calduccio nel grembo della casa» . La casa umanizza l’uomo. Lo genera nella primaria dimora della promessa. Sperimenta l’amicizia del mondo come prima parola ricevuta.
L’uomo è così un essere che abita. Un essere che trasforma il mondo nel suo abito. Attraverso la casa, a sua volta, l’uomo «umanizza» il mondo, lo lavora, gli dà forma corporea, umana . L’uomo così abita il mondo come la sua casa, come suo mondo, lo addomestica, per i suoi bisogni e per i suoi desideri: per ripararsi dalla natura ma anche per goderne l’ospitalità; per rendere possibili i movimenti della vita, lo stare, l’andare, il partire, il tornare; per assicurarsi un’identità e garantirsi relazioni sensate; per articolare le relazioni corte con le relazioni lunghe; per articolare le storie personali e familiari con quelle sociali e storiche. La casa insomma amplifica le potenzialità di strutturazione identitaria e costruzione relazionale legate alla matrice del corpo. Per questo in essa l’uomo infonde sempre un’immagine di sé, la costruisce a propria immagine e somiglianza, ne estetizza la struttura. L’architettura lavora appunto su questo denso e delicato confine di orizzonti.
La casa del divino
L’esperienza umana del mondo non si esaurisce però nella costruzione della casa. Il punto focale della casa non è sufficiente a mettere in ordine il mondo. L’uomo del resto percepisce che lo spazio entro il quale gli è dato abitare non è tutto uguale . Esistono posti che si rivelano diversi dagli altri. Sono punti nei quali l’uomo è sicuro di intravedere quei segni che documentano il passaggio del divino. Dove per esempio è caduto un fulmine, dove sgorga una sorgente, dove si apre una caverna, sulla cima di un monte, dove insomma il mondo porta le stimmate di una natura toccata dal passaggio di forze che la governano, che la avvolgono, che la dominano, di quell’intenzione sovrumana che accorda i ritmi della vita, le scansioni del tempo, i cicli cosmici. A volte il divino sfiora la terra, vi imprime il proprio segno. Quel punto preciso, dal quel momento in avanti, diventa il centro del mondo, a partire dal quale si determinano le direttrici dello spazio, il senso, le direzioni, non soltanto della posizione personale, ma della costruzione stessa del mondo, dell’ordine cosmico. L’abitare di tutti si magnetizza attorno a quel punto che viene ritagliato dal resto dello spazio, diventa temenos, spazio riservato, distinto, recluso, tenuto ad una distanza da cui può esercitare la sua potente azione performativa, quella cioè di dare una forma al mondo grazie alla sua differenza. Privato del suo temenos il mondo sarebbe un indecifrabile deserto cartesiano. Attorno a questa sua potenza emanatoria l’uomo porta l’azione del «fenomeno casa». Poiché non si dà relazione senza il dimorare, senza corpo, senza casa, l’uomo si assicura un legame al divino mettendogli su casa, dove il divino stesso ha scelto di farsi vivo. Solo dimorando, la sua presenza non sarà erratica, incontrollata, distruttiva, ma stabile, conciliabile, benefica. Con la costruzione del tempio l’uomo addomestica il potere connesso al divino, consente ad esso di abitare, di occupare una modalità dello stare nel mondo orientato alla condivisione di un legame. In controparte l’abitare del divino nel tempio impedisce alla casa dell’uomo di disporsi semplicemente alle relazioni di una economia orizzontale, ma la orienta verso il punto in cui esse curvano necessariamente verso una tensione verticale. Il tempio attrae le case verso il punto di ascesa dell’axis mundi, l’asse cosmico, attraverso cui il mondo degli umani rimane collegato alla trascendenza che lo fonda.
2. L’idea cristiana del divino
L’interdetto religioso e la comunione cristiana
L’antropologia del sacro e la storia delle religioni ci spiegano molto bene come il senso umano dello spazio articoli molto istintivamente una trascendenza orizzontale legata all’esperienza del vivente umano con la trascendenza verticale del numinoso, come sappia connetterle profondamente, riportarle ad un unico principio operativo. Ci spiegano anche molto bene quella particolare concezione del sacro che la avvolge. Si tratta di una concezione del sacro dominata dal principio della separazione e della soggezione. Il santuario perciò nasce come luogo dell’interdetto. Dove il divino ha trovato la sua dimora l’uomo non è ammesso. Il temenos arcaico è uno spazio che sottolinea e rende operativa l’idea di una differenza irrecuperabile fra il divino e l’umano. Essa è temporaneamente ricomponibile attraverso il rito che ha la forma del sacrificio. Non voglio insistere su cose abbondantemente note. Le richiamo soltanto per far notare come a questa concezione sacrale del divino la testimonianza di Gesù porta una correzione decisamente radicale. L’idea che Gesù ha di Dio è dominata dal principio di una famigliarità fondata fin dall’origine del mondo, cercata con caparbietà lungo tutto il corso della storia, definitivamente promessa per la fine dei tempi. Questa concezione cristiana di Dio ha naturalmente introdotto una discontinuità nel percepire il senso dello spazio nella tradizione religiosa. In principio si è trattato proprio di una distinzione netta e puntigliosa. Anche se la storia ci mostra come in realtà non si sia mai prodotto un avvicendamento irreversibile. Sappiamo quante volte e in quanti modi nelle chiese cristiane si sia riformata la dinamica di interdetto di un temenos arcaico. La cosa interessante è vedere appunto come la visione cristiana del divino introduca una novità capace di assumere e non di cancellare alcuni elementi antropologici di fondo. Vi faccio notare che mentre accennerò agli aspetti essenziali della novità cristiana riprenderemo gli stessi luoghi antropologici attraversati nel ragionare sul senso umano dello spazio. La nuova visione li trasfigura ma non li rinnega.
La casa di Dio fra gli umani è il corpo di Gesù
L’aspetto maggiormente indeducibile della rivelazione cristiana su Dio è appunto la sua incarnazione umana. Per quanto indeducibile essa non arriva tuttavia come qualcosa di imprevedibile. L’attesa di una presenza nella quale Dio realizzi l’alleanza facendosi vivo di persona viene formulata con crescente chiarezza lungo tutto l’Antico Testamento. Il Nuovo la attesta come storia compiuta . La legge, la profezia e la sapienza attendono quasi per loro natura di personificarsi nella forma di una presenza definitiva. La vita umana di Gesù è appunto il luogo nel quale questa attesa si realizza. L’effetto è certamente dirompente. Significa almeno l’estinzione di principio delle condizioni di separazione e soggezione entro cui la religione da sempre immagina la relazione al divino. Un effetto di prossimità avvolge immediatamente l’annuncio stesso di questa novità. Novità invero originaria. Si potrebbe dunque dire, ad utilità del nostro tema, che da quel momento la casa di Dio nel mondo è la carne umana di Gesù. È nel corpo d Gesù che Dio incontra l’uomo. Non su un monte o dentro un tempio. Corpo qui significa l’intero dell’uomo, libertà, identità, presenza, storia, relazione, sensibilità. Il corpo perciò sarà il vero luogo nel quale rendere possibile una relazione reale fra gli umani e Dio, disinnescata della natura cruenta del sacrificio antico, riscritta altrimenti come forma assoluta della dedizione. Il discernimento apostolico dovrà poi molto sottilmente decifrare i termini della struttura simbolica attraverso la quale la matrice storica di quell’evento si possa dare come relazione permanente. «Questo è il mio corpo. Fate questo in memoria di me». L’«invenzione» liturgica fonda la propria architettura sulle basi di questa primordiale intenzione. Ma senza l’esser corpo di Dio in Cristo ogni gesto realmente simbolico, capace cioè di legare l’esistenza del singolo alla vita divina, sarebbe impensabile.
L’assemblea è il secondo corpo di Cristo
«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo al loro» (Mt 18,20). Il principio corporeo dell’incarnazione agisce anche così, estendendosi ad incorporare l’insieme dei discepoli raccolti secondo l’intenzione di Gesù, trasformandone la comunione in simbolo del suo corpo glorioso. La ecclesìa dei discepoli è il corpo mistico di Cristo. Possiamo dire, restringendo un poco il campo ai temi che conseguentemente toccano l’originalità della liturgia cristiana, che l’assemblea è il secondo corpo di Gesù. In questa veste ontologicamente impegnativa essa è l’autentico luogo della liturgia cristiana. Il carattere domestico della liturgia primitiva non ha principalmente ragioni di sobrietà originaria. Agisce semplicemente in conformità a questa sola essenziale condizione della nuova liturgia. Dove si raccoglie l’assemblea, Dio è di casa. Questo principio, come sappiamo, lavora ancora molto attivamente nella fase nascente di una architettura cristiana. Esso richiede per lo meno la diserzione dallo spazio della comune cultura religiosa. Spinge all’adozione del contenitore civile della basilica. Esclude per principio l’imitazione del tempio. La struttura architettonica deve semplicemente disporre l’accoglienza di una assemblea numerosa. Dove non c’è assemblea difatti non c’è nemmeno presenza divina. Lo spazio della liturgia cristiana non è più perciò definito secondo arcaici modelli di separazione. Esso viene subordinato ai gesti fondamentali dell’intenzione che la animano, si adatta alle loro esigenze, porta l’impronta dei loro processi, rinascere dall’acqua, raccogliersi attorno alla parola, spezzare insieme il pane. Battistero, ambone, altare. Fra luoghi e gesti, come in ogni aspetto della ritualità umana, si realizza un rapporto circolare. Per un verso sono la natura e la qualità degli atti a modellare lo spazio e generare luoghi. D’altra parte a sua volta l’ordine dello spazio e il carattere dei luoghi decidono la tenuta dei gesti. Questo rapporto di influenza reciproca è indistricabile. La storia ce lo dimostra benissimo. Quando la tenuta spirituale della liturgia è stata alta i luoghi della liturgia hanno mostrato una grande presenza. Quando la liturgia ha attraversato momenti di deriva ritualistica anche lo spazio liturgico ha regredito talvolta in caricatura. Ogni volta la forma dell’assemblea è stata trasparente riflesso di questi alterni metabolismi.
3. Luoghi della liturgia
Possiamo adesso entrare nel merito della struttura che istituisce la relazione fra la matrice corporea e assembleare degli atti liturgici e i luoghi che ne ospitano i processi. Questa struttura, che opera in realtà in ogni esperienza umana dello spazio , ma che qui declinerò in relazione ai luoghi specificamente legati alla liturgia, agisce almeno secondo tre registri, che io cerco di descrivere in sequenza, ma che nella realtà sono parte di un unico processo. Un registro logico, un registro drammatico, un registro estetico. Vale a dire la costruzione di un ambiente con una precisa logica spaziale, una topografia che riflette e comanda delle posizioni e dei movimenti, la strutturale alleanza con le risorse dell’artistico. Mentre descriviamo questo triplice registro magari ci permettiamo anche di fare qualche osservazione sui problemi che pone la sua effettiva qualità nel nostro modo di fare liturgia, sullo stato delle cose nei nostri luoghi liturgici, su alcune questioni ancora molto sospese.
Il registro logico
Registro logico significa semplicemente che prima di tutto i luoghi della liturgia e lo spazio che li ospita, lavorano sul corpo dell’uomo costruendogli attorno un mondo, che appunto ha una sua logica, una sua struttura, perfettamente percepibile anche quando non ancora decifrata. Per precisare meglio questo modo di lavorare dello spazio liturgico conviene mostrare quelle che mi sembrano le tre principali funzioni della sua strutturazione.
a) ordine
La gestione dello spazio architettonico offre anzitutto la percezione di un mondo che ha un ordine. Prima ancora che si abbia avuto la possibilità di decifrare il senso di quell’ordine, il suo significato particolare, degli espliciti simbolismi, la percezione stessa di un ordine introduce nell’esperienza di un mondo intenzionato, vale a dire di un mondo sottratto all’indecifrabilità del caos perché abitato da una intenzione, da una razionalità, da un pensiero. Un mondo che parla. Un mondo che conserva intatta la traccia del pensiero che ne detiene il senso. Potremmo dire che questa percezione replica l’esperienza della creazione, in essa riviviamo l’incanto quotidianamente prodotto del sentirsi ospitati nel mondo come a casa propria, in un mondo che è appunto ordinato come una casa, offerto precisamente per essere abitato. Predisposto a contenere presenze. L’uomo ha sempre anche sperimentato l’aspetto inospitale della natura, ma ha sempre anche privilegiato quello più legato alla sua capacità contenitiva, lo ha interpretato come segno di una precisa volontà, gli uomini delle due alleanze lo hanno chiamato esplicitamente creazione, con impresso un indelebile sigillo di bontà. La vita incomincia bene, per usare di nuovo le parole di Bachelard. L’insieme di queste esperienze hanno probabilmente generato il senso umano del costruire. Quando l’uomo costruisce la sua cosa edifica un microcosmo. Così spesso i cristiani nella storia hanno fatto della cattedrale la ricostruzione simbolica dell’universo. Immagine e somiglianza della casa universale della natura. Collocare l’uomo in uno spazio ordinato è perciò un archetipo che opera anche nello sforzo con cui i cristiani edificano i luoghi della loro liturgia. Si tratta sempre di una prima immediata parola di benvenuto. Sentirsi come il primo uomo messo per grazia nel giardino della vita. L’efficacia di tale percezione sarà sospesa alla qualità della sua messa in opera. Varierà di intensità e di timbro a seconda che un certo ordine sia più o meno cerebrale, enfatico, rigoroso, composto, monumentale, austero, eccetera. In generale si deve dire tuttavia che la percezione dell’ordine è particolarmente legata ad un principio di essenzialità, di selezione, di trasparenza. Uno spazio satura fa comunque fatica ad apparire ordinato.
b) protezione
La seconda funzione di quello che ho chiamato registro logico dei luoghi liturgici è legata al senso di protezione. Naturalmente questa seconda funzione ha molto a che fare con la prima. Un mondo che parla è un mondo in cui ci sente al sicuro. L’edificio liturgico agisce anche così. Amplifica l’effetto di custodia prodotto dal fenomeno casa. Possiamo dire che la chiesa è anche un grembo, un luogo di rifugio, una culla. Anche se la culla in realtà è anzitutto la comunità nella quale il singolo si adagia lietamente. La chiesa è madre anche a partire da queste minime dinamiche di aggregazione simbolica. In questo senso la struttura di una chiesa non fa altro in realtà che sottolineare la protezione offerta al singolo dal suo appartenere all’assemblea, dal suo essere messo in salvo nel corpo di Cristo. Esiste qualcosa di salutare e di serio nell’«effetto branco» con cui le persone si aggregano in uno spazio. Un bisogno quasi animale di accorparsi, che la liturgia naturalmente disciplina e rasserena, a cui essa toglie l’elemento di panico, precisamente offrendogli un luogo sicuro. Liberandolo oltretutto della deriva intimistica che si insidia in ogni ricerca di sicurezza collettiva. L’assemblea liturgica dei cristiani interpreta così un tema antropologico fondamentale ma ne trasfigura l’ambivalenza. La funzione protettiva, ospitale, materna, agisce senza alimentare alcun ritorno all’utero. Come ogni casa anche la chiesa articola il dentro e il fuori. Cura l’appartenenza per coltivare la relazione. Dunque la costruzione dei luoghi liturgici lavora sull’asse di un equilibrio molto delicato. Non deve assecondare pericolose regressioni catacombali. Non deve nemmeno eccitarne la riscossa attraverso una retorica ricerca di grandeur. Tantomeno giocare a sgomentare con anacronistici sogni di monumentalità. Esistono spazi così soverchianti da annichilire l’attesa di confidenza che un singolo cerca nella casa della comunità. Sembrano questioni di lana caprina ma secondo me qui dentro si riflette l’immagine che i discepoli di Gesù hanno oggi del loro rapporto con la città, con la cultura, col mondo. Ma anche del modo con cui essi stessi costruiscono quella fraternità a cui è affidata la sostanza della loro testimonianza di discepoli.
c) orientamento
La terza funzione è quella dell’orientamento. Per «orientamento» non intendo la famosa disposizione di molte chiese verso l’est geografico. Intendo quella funzione dei luoghi, attraverso la cui organizzazione e gerarchia, al corpo che la frequenta offre un orientamento di senso, un inequivocabile impulso performativo. Anche nella struttura dei luoghi della liturgia non tutti i posti sono uguali. Nel caso della liturgia cristiana tuttavia il senso di questa frase non si riferisce alla differenza primordiale tra il sacro e il profano. La gerarchia è imposta in questo caso dai gesti che l’assemblea deve compiere. Essi garantiscono la tenuta dei legami fondamentali che nella simbolica liturgica danno luogo alla reale relazione del Signore Risorto coi suoi discepoli di sempre. Il legame nativo è quello del battesimo. Gli altri due sono l’aggregazione della comunità attorno alla parola e la gratitudine comune nell’eucarestia del Signore. Questi sono i tre pilastri che fondano l’intera azione liturgica dei cristiani. Sono dunque questi tre legami, che la comunità istituisce col Signore, a generare i luoghi essenziali della liturgia. Il battistero, l’ambone, l’altare. Questa è la topologia fondamentale della chiesa cristiana. È dunque sulle tracce di questa topologia che la presenza del discepolo riceve orientamento per potersi trovare al centro di una vera relazione col Signore. La storia ce ne documenta molto bene il primato. Il battistero fuori, come luogo del parto, dell’introduzione, normalmente dotato di una sua capienza, certamente di una dignità visibile, autonoma. L’ambone di norma nell’aula, accorpato per tradizione all’assemblea, luogo di discesa della parola, dotato di una sobria monumentalità, in ogni caso punto eminente. Infine l’altare, prevalentemente insediato presso l’abside -salvo certe chiese africane dei primi secoli che l’avevano al centro dell’aula-, figura di Cristo. Sintesi della comunione che si realizza attorno ad una mensa e della dedizione che si consuma come sacrificio. Ma anche presenza magnetica del fondamento, del centro del mondo, del punto di intersezione di ogni forza vitale che abita l’universo. Allora, sono questi tre luoghi che orientano la presenza, ne comandano il cammino, ne definiscono l’atteggiamento. Sono loro a dire quello che conta, i posti decisivi, le forme di presenza essenziali. Dunque ad orientare verso i legami di fondo che creano la chiesa. La loro presenza agisce anche quando su di essi non si compie nulla. Se quando su di essi non si compie nulla essi non agiscono, significa che non sono luoghi, ma probabilmente solo muti arredi. Gli altri luoghi, sede, tabernacolo, confessionali, la stessa conformazione architettonica, sono accessori, partecipano della loro forza simbolica; non significa che non son importanti, però non stanno al loro stesso punto di emergenza. Nel loro insieme provvedono ad una topografia che prende la forma dell’itinerario, la loro concatenazione riflette simbolicamente il cammino dell’adesione credente, ne ospitano la rinnovazione celebrativa. Il senso pieno della loro presenza è dato sempre in relazione alla posizione degli altri. Non solo rispetto alle prossimità. Ma anche alle distanze. Un altare e un ambone troppo vicini, per esempio, che è la condizione prevalente dei nostri presbiteri, annullano completamente la dialettica parola eucarestia che per la vita cristiana è fondamentale. Lo spazio è come la musica. Risuona anche grazie ai silenzi, ai vuoti, alle distanze.
Di questa topologia fondamentale la storia ci racconta anche le fluttuazioni, le derive, le metamorfosi . Talvolta persino le estinzioni. Noi veniamo da una tradizione liturgica che aveva riscritto nella chiesa gli ambigui interdetti del sacro arcaico. Non ce ne siamo ancora riavuti. Psicologicamente siamo ancora lì. La potente memoria corporea della liturgia tridentina infonde ancora copiosamente i suoi influssi sulla nostra nostalgica immaginazione postmoderna. Salvo rare e recenti eccezioni, non sappiamo costruire una chiesa che non abbia il presbiterio plenario compresso sul fondo e l’aula interpretata come una platea di teatro . Certo questo costituisce un consistente impedimento alla possibilità di trasformare in esperienza, appunto in vera partecipazione, il senso specifico dei grandi nuclei della liturgia.
Il registro «drammatico»
Per registro drammatico intendo il fatto la topologia dei luoghi liturgici, che abbiamo visto agire nella sua capacità strutturante, nella sua vocazione protettiva, nel suo effetto di orientazione, predispone una geografia che permette e richiede la messa in atto dell’aspetto drammaturgico del programma rituale. L’azione liturgica è principalmente movimento. Anche se per note ragione per noi questa è una categoria da recuperare. Sia dal punto di vista del senso che da quello di una sapienza pratica. La liturgia agisce principalmente mettendo in movimento il corpo. Naturalmente «comandando» un tipo di movimento nel quale attraverso il corpo un credente si sente afferrato dal senso di quello che compie, se ne sente raccolto, unificato. Esiste un modo di muoversi che è semplicemente dissipante, che è solo agitazione, il non poter stare in sé. Esiste invece un modo di muoversi che invece concentra, aiuta a possedersi, a stare in sé. La forza del processo rituale legato alla liturgia agisce principalmente su questa opportunità. Definisce una forma prestabilita di movimento, di azione, di gesto, che assunta dal corpo, permette il raccogliersi dell’intera persona in un preciso modo di essere. Anche qui dobbiamo sottolineare come la forza dell’ingrediente drammatico nell’economia della vita liturgica sia una consapevolezza riacquistata solo recentemente. La riforma dei riti nel Vaticano II ha su questo compiuto un lavoro di rimonta eccezionale. Solo per fare un esempio basta ripensare a cosa ha significa la reintegrazione di una liturgia della parola con tutta la ricchezza della sua drammaturgia. Nella liturgia tridentina il celebrante spostava il lezionario da un lato all’altro dell’altare. Le differenze dei luoghi erano svanite. L’azione ormai indecifrabile nel suo significato. Impraticabile nei suoi effetti. La liturgia della parola ha oggi ritrovato la visibile dignità di un luogo autonomo, una articolazione del suo esercizio interno, una drammaturgia all’altezza del segno . Non è semplicemente una migliore messa in scena. Si tratta proprio della possibilità che la parola compia l’atto del parlare. Senza l’atto non c’è parola. La riforma liturgica del vaticano II ha dunque ridato smalto all’aspetto drammaturgico del rito cristiano. Il rinnovamento dei luoghi liturgici va inteso perciò alla luce di queste preoccupazioni. Un nuovo schema spaziale per i luoghi della liturgia è strettamente legato ad una riscoperta drammaturgia liturgica. Il legame come si capisce è circolare. Un certo modo di agire richiede determinati spazi. Ma anche il contrario. Un certo modo di costruire lo spazio favorisce un nuovo modo di agire. Lo viviamo tutti ogni giorno nei luoghi dove viviamo. Relazioni buone producono ambienti umani. Ambienti decenti favoriscono relazioni dignitose. L’evidenza di uno stile è ciò che segnala il virtuoso intrecciarsi di un etica e di una estetica.
Quello che respiriamo nelle nostre chiese, nonostante le intenzioni riformatrici del concilio, è però un senso di contrazione, di reticenza, di inibizione. Intanto le possibilità offerte dai nuovi rituali in ordine ad una drammaturgia liturgica restano nella più parte persino insospettate. Si è semmai fatta largo una certa disinvoltura di una cerchia di «addetti ai lavori» più allargata che però non c’entra niente con l’idea che la partecipazione è legata a un dramma da assumere. Mi pare solo incoscienza. Incapacità tipicamente postmoderna a percepire le differenze di luogo, di situazione, di presenza. Per il resto mi pare che l’immobilità sia ancora la matrice psicologica della presenza in liturgia. Siamo ancora molto avvolti dall’ideale spirituale della visione, quello attorno a cui la controriforma aveva concentrato l’obiettivo di una formazione cristiana, decaduto però oggi fatalmente in relazione spettacolaristica con la realtà. Siamo sempre davanti alla televisione. Anche quando siamo in chiesa. Viviamo ogni cosa come se fosse un’immagine da osservare. Non un atto nel quale incarnarci. Difatti nessuno si pone più la domanda se abbia qualche senso una liturgia trasmessa per televisione. Questo è un paradosso tipicamente postmoderno. Una esperienza senza corpo. Una liturgia senza presenza. Ma che tutti tacitamente vivono come qualcosa di reale.
Il registro drammaturgico che dovrebbe agire grazie anche grazie alla topologia liturgica è quindi ancora traboccante di potenzialità non assunte. Questo si lega al terzo punto del primo registro. Quando si parlava della capacità dei luoghi liturgici di organizzare una geografia spirituale in grado di condurre il corpo modellando lo spirito. Nella media le nostre liturgie sono ancora corporeamente troppo inibite perché diano prova di una sapienza celebrativa in grado di abitare uno schema spaziale articolato. Chiedere al celebrante di abbandonare il recinto del presbiterio o sottrarre qualsiasi fedele al proprio posto nei banchi significa estraniare entrambi da un habitat emotivo di sicurezza. Rompere l’incantesimo di queste rigidità spirituali comporterebbe un cammino di autentica conversione liturgica. Imparare nuovamente a celebrare. Compreso chi presiede, che dovrebbe rinunciare alla quieta piattaforma polifunzionale del presbiterio, in cui tutto è a portata di mano nel giro di qualche metro quadrato, la cui sapienza «interpretativa» sarebbe immediatamente messa a dura prova da una disposizione dei luoghi liturgici che lo costringesse a muoversi, ad agire veramente, a sostenere dei gesti. Tutto questo comporterebbe anche, per fare un altro esempio, il ripensamento di certi cliché celebrativi, come i matrimoni, i funerali, che sembra un problema insormontabile. Per concludere questo punto: in negativo questo conferma l’aspetto decisivo di quella relazione fra drammaturgia liturgica e sapienza dei luoghi nella quale l’esperienza spirituale del celebrare avviene appunto come esperienza.
Il registro estetico
Registro estetico significa che la liturgia cristiana adempie al proprio compito performativo in alleanza alle risorse dell’artistico. Questa alleanza è così storica da essere diventata persino proverbiale. Essa è tanto reale da alimentare continuamente suo malgrado ingenue apologie culturali. In ogni caso è un fatto. Ma quello che ci interessa maggiormente non è tanto l’approdo culturale dell’alleanza della liturgia con l’arte. Quello che ci interessa di più è l’automatico ricorso all’artistico nella costruzione della dimensione liturgica, in generale, che si tratti gesti, di parole, di canto, di oggetti, di architetture. Se la dimensione liturgica non assume forma estetica non funziona. La cosa come si capisce non è una prerogativa cristiana. Fa parte della natura simbolizzatrice dell’essere umano. L’uomo estetizza sistematicamente gli oggetti del suo rapporto col mondo. Anzi, bisognerebbe dire che proprio il suo rapporto col mondo non si dà se non in forma estetica. Per esempio l’uomo trasforma subito la parola in cadenza, in inflessione, in tono, poi in canto, in poesia, in racconto. Ma con gli oggetti il fenomeno acquista un’evidenza proprio materiale. Non esistono per gli esseri umani cose che restino oggetti puramente d’uso. Il valore aggiunto della forma ne umanizza sistematicamente la produzione.
Nel caso dell’esperienza religiosa, tuttavia, la natura dell’artistico si esprime nelle sue potenzialità più radicali. Mai come in alleanza al religioso l’artistico si trova a suo agio. L’alleanza primordiale fra arte e sacro racconta anche una storia di ambivalenze che il cristianesimo non ha potuto ricevere, anche se spesso incorporate in maniera sottocutanea. Sarebbe una storia affascinante ma non ne possiamo parlare qui. Ci basti riportare alla mente il grande travaglio del cristianesimo nell’addomesticare le pulsioni dell’artistico. La nostra tradizione recente, intendo quella della modernità, quella codificata con la controriforma, ne ha ottenuto il controllo mettendolo al guinzaglio della didascalia. L’arte come bibbia dei poveri. L’arte come racconto, come narrazione, come rappresentazione. L’arte come espressione di un significato. Ma questo nostro recente passato, oltre ad averci lasciato un mito ormai ingombrante, ci ha resi meno sensibili al senso dei processi fondamentali legati all’artistico, sicché ancora molto occupati da una morbosa preoccupazione per la didascalia del religioso, non ne padroneggiamo più la logica originaria. Basta guardare le nostre chiese per verificarlo.
Diciamo allora che l’artistico compie una operazione fondamentale. Guarda le cose come sono ma ce le restituisce facendocele vedere come dovrebbero essere, trasfigurate nel loro compimento, con la forma che non dovrebbero mai perdere. L’artistico replica nell’opera l’esperienza che la coscienza ha della bellezza. Quando ci imbattiamo in qualcosa di bello la percezione è precisamente questa, di vedere qualcosa che non ci saremmo aspettai di vedere così, che infatti ci sorprende, ci meraviglia, ma che una volta visto, non vorremmo più vedere se non così, percependo in quella forma una sorta di perfezione anticipata dell’essere. Questa esperienza si avverte come emozione di qualcosa che ci trascende. Come se improvvisamente si fosse accesa la virtuale perfezione di qualcosa, si fosse data a vedere, testimoniando che la realtà è appunto orientata verso un suo dover-essere, implicito nelle forme ordinarie delle cose, che ogni tanto si concede ai nostri occhi come esperienza della bellezza, dell’incanto, e che l’artistico riesce talvolta a fissare nell’incarnazione di un’opera, dalla quale è possibile riattingere la testimonianza sensibile di quell’istante di folgorazione, poterne proprio riprovare le emozioni e riaverne il senso. Si potrebbe dire che l’artistico porta nello spazio del compimento. Nell’esperienza di una profondità dell’essere che viene percepita come di un altro mondo.
I luoghi della liturgia cristiana agiscono allora in alleanza al potere dell’artistico. Perché naturalmente si pongono sotto il suo effetto epifanico. L’invenzione architettonica, la forma degli oggetti, il programma iconografico. Prima che significare qualsiasi cosa, il loro insieme attrae nella percezione di uno spazio compiuto. Trascendono la propria funzione ordinaria. Senza tuttavia alienarla. L’artistico non scarta questo mondo per farne vedere un altro, fa vedere questo nelle sue potenzialità di trascendersi in altro, di compiersi, di arrivare a perfezione. Un altare resta una mensa, un tavolo, ma lo è in modo nuovo, si potrebbe dire definitivo. Tuttavia non può essere riconosciuto in questo alone di straordinarietà se non mantiene ben visibile la sua funzione ordinaria. Per questo, per esempio, è illogico costruire un altare dandogli la forma del suo presunto contenuto teologico. Un altare, mettiamo, a forma di pane. Questo vale per tutto. L’artistico funziona trasfigurando la forma ordinaria delle cose. Ma questa trasfigurazione è efficace se essa persiste. Non se è cancellata. In questo modo l’artistico trasfigurando gli oggetti, l’ambiente, le strutture, prepara l’effetto transizionale degli atti che in essi si compiono. Sopra un ambone l’atto della lettura si trasforma in gesto di proclamazione. Nei luoghi delle soglie l’entrare si trasforma in rito di ingresso. Sedersi non significa avere un posto, ma prendere posizione, disporsi, insediarsi. Nell’involucro di una architettura sacra ogni semplice gesto del corpo acquista una gravità insolita che normalmente difatti inibisce. Ogni gesto insomma, avvolto dalla grazia dell’artistico, si produce secondo una verità fondamentale che ordinariamente rimane implicita e inespressa. Il significato ultimo di questa verità è dato ovviamente dal senso cristiano con cui la liturgia determina ogni gesto e ogni parola.
Questo è uno di quegli aspetti su cui il cristianesimo mi sembra oggi particolarmente messo alla prova. Le risorse dell’artistico hanno sempre anche a che fare con la cultura che di volta in volta gli uomini elaborano lungo la loro storia. Confrontarsi con l’artistico significa sempre anche per il cristianesimo elaborare un rapporto con la cultura. Oggi questo lavoro è più complesso. Nelle nostre chiese lo si vede bene. In esse fatica ad entrare una estetica legata alla vita contemporanea. Questa fatica non è irrilevante rispetto alla capacità della liturgia di offrire luoghi eloquenti ai cristiani di oggi. Perché la forza dell’artistico deve essere capace di rimandare alla trascendenza in cui si iscrive l’esperienza cristiana le forme del mondo di oggi, non quelle del mondo passato, il nostro immaginario non quello di una cultura che ormai non esiste più. La tentazione dei cristiani oggi è forse quella di rifugiarsi in un rassicurante immaginario tradizionalistico, col rischio, fra l’altro, di consacrare l’identificazione fra esperienza cristiana e cultura tradizionale. Anche nella questione dell’arte per la liturgia insomma si ritrova il problema della relazione fra cristianesimo e cultura. Come si capisce nella liturgia quella relazione è messa alla prova continuamente. Le nostre liturgie sono un perenne laboratorio di confronto fra tradizione cristiana e mondo moderno. Perciò anche per quello che riguarda il registro estetico la prova del contemporaneo è ardua. Noi siamo stretti in una duplice esigenza che rende assolutamente sottile il discernimento di cui dobbiamo essere capaci. Da un lato infatti lo stile del cristianesimo deve rimettersi in sintonia con la migliore lezione dell’arte contemporanea, non solo perché deve parlare all’uomo di oggi con le sue parole, ma anche perché fa parte della sua natura incarnarsi in ogni cultura, perché anche il cristianesimo impara a capire cose nuove del vangelo stando in ascolto di nuove categorie con cui l’uomo di oggi interroga la realtà. Se non fa così il cristianesimo accetta di diventare una delle tante ideologie che hanno attraversato la storia. Da’altra parte il cristianesimo deve anche essere perfettamente consapevole che l’arte di oggi è anche avvolta negli umori di una antropologia rassegnata, scettica, postumanistica. Questo doppio compito non deve alimentare risentimenti, rancori, reticenze, come spesso accade ai cristiani, disorientati dalle sconvolgenti trasformazioni della cultura contemporanea. Chiede semmai la capacità di un grande discernimento che si nutre anche di una more sincero per questo mondo. Mi pare che noi siamo nel guado di questa tentazione. Le nostre scelte liturgiche lo dimostrano ogni giorno.
Come avete visto ha cercato di far vedere come l’articolato sistemi dei luoghi della liturgia media la partecipazione personale ai legami che in essa sono in gioco, assumendo come ricchezza originaria, come linguaggio di base, il senso umano dello spazio. Non ho quindi spiegato il significato dei luoghi della liturgia. Ho cercato di descrivere gli elementi del meccanismo su cui essi si basano. Spero di non avere troppo tradito le vostre attese.
Cristina Castelli Fusconi, Lo spazio del bambino: ricerche e contributi interdisciplinari in tema di psicologia ambientale, Franco Angeli, 1985; Adriana Destro, Antropologia dello spazio: luoghi e riti dei vivi e dei morti, Pàtron, 2002; Barbara Fiore, Antropologia dello spazio, Grafo Edizioni, 1985; Liliane Lurçat, Il bambino e lo spazio. Il ruolo del corpo, La Nuova Italia, 1986; Dino Zanella, Il bambino e lo spazio, Quattroventi, 1988.
Naturalmente non come se si volesse lasciar intendere che l’essere umano vive ospitato dentro un involucro che nasconde e protegge una parte più nobile e più segreta di sè. Il corpo è la prima casa dell’uomo nel senso che esso è la forma del suo essere posto. La coscienza nasce dal corpo. Fin dal primo giorno della vita. Solo attraverso il corpo l’uomo acquista consapevolezza del sé, coscienza dell’altro, percezione del senso. Il corpo è il punto in cui il mondo viene percepito con ordine, abitato da qualità, dotato di senso.
Gian Carlo Castelli Gattinara, Antropologia della casa: struttura dell'abitato e rapporti sociali, Carabba, 1981; Franco La Cecla, Mente locale: : per un'antropologia dell'abitare, Elèuthera, 1993; Luigi Di Franco, Filosofia ed abitare antropologico, Bonanno, 2007.
Silvano Petrosino, Capovolgimenti. La casa non è una tana, l’economia non è il business, Jaca Book, 2008.
Paul Beauchamp, L’uno e l’altro testamento, Paideia, 1985; L’uno e l’altro testamento. 2. Compiere le Scritture, Glossa, 2001.
Mi sia consentito richiamare il mio Giuliano Zanchi, Lo spirito e le cose. Luoghi della liturgia, Vita e Pensiero, 2003. Come sintesi più didascalica Giuliano Zanchi, La forma della chiesa, Qiqajon, 2005.
Recentemente Enrico Mazza ha formulato la proposta di una «basilica cristiana contemporanea», come dice lo stesso titolo del libretto che la contiene, lavorando precisamente attorno alla rigorosa memoria storica del primato di questi elementi. Enrico Mazza, La basilica cristiana contemporanea, Ancora, 2007. Si potrà certamente manifestare per questa proposta una maggiore o minore condivisione ma non si potrà negare l’indubbia solidità documentaria da cui essa attinge una suggestiva e non archeologistica riassunzione del dato tradizionale. Certamente più autenticamente tradizionale di molte ambigue affezioni tridentine.
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