Cristianesimo
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Il Cristianesimo è una religione monoteista a carattere universalistico, originatasi nel I secolo dalla religione ebraica, fondata sull'insegnamento di Gesù, adorato dai credenti in quanto lo riconoscono Dio incarnato, crocifisso e risuscitato; il suo insegnamento è elaborato nella letteratura neo-testamentaria. Assieme a Ebraismo e Islam, il Cristianesimo viene classificato come religione abramitica.
È la religione più diffusa, con circa 2,1 miliardi di fedeli in tutto il mondo.
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CRISTIANESIMO
Il Cristianesimo delle origini
L’evangelo di Gesù è di natura assolutamente religiosa e spirituale, senza alcuna implicazione sociale, politica e giuridica. Gesù attacca il legalismo ebraico (Farisei), vuoto attaccamento alla lettera della legge veterotestamentaria, che ostacola ciò che conta, ritrovare Dio nel profondo della propria anima, raggiungendolo in un supremo slancio d’amore. Il cristiano dei Vangeli è preoccupato solo del regno di Dio (cioè alla realizzazione della parusìa), non del regno di Cesare.
Anche il concetto di “giustizia” (Discorso della Montagna: beati coloro che a causa della giustizia sono perseguitati) non riguarda la regolazione di rapporti intersoggettivi, sociali; va intesa come perfezione dell’anima, santità, virtù totale conseguita per aver ricevuto la grazia, aver fede in Cristo e quindi essere redento dal peccato. È quindi una condizione di perfetta solitudine, che esclude ogni tipo di rapporto con gli altri uomini. Bisognerà arrivare a S. Tommaso perché nel pensiero cristiano il termine giustizia assuma il carattere intersoggettivo. [Fassò]
Di diverso avviso F. Carnelutti [1955]: il “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” non significa che tutta la giustizia sia contenuta nel diritto (a sua volta prodotto dallo Stato); lo Stato è necessario ma insufficiente; se si assegna allo Stato, oltre al diritto, anche la giustizia, si ammette un’immanenza della giustizia nel diritto. In sostanza, la giustizia non è tutta nel diritto, perché essa ha una natura trascendente, di tipo regolativo rispetto alla norma giuridica.
Temi ripresi dal mondo antico: la legge naturale; la giustizia; l’innocenza primitiva degli uomini; l’uguaglianza e l’unità di tutti gli uomini; la distinzione-opposizione tra la Città universale e le società politiche particolari, i rapporti fra Impero e Chiesa e in generale le sfere di competenza del temporale e dello spirituale.
S. PAOLO
Lettere (40-65 d.C.)
Dal racconto biblico sulla perdita del Paradiso si ipotizza un’epoca prepolitica in cui l’uomo vive in uno stato di natura in cui la legge naturale, espressione della legge divina, viene applicata integralmente; in quell’epoca non esisteva alcun potere di coercizione, alcun dominio dell’uomo su altri uomini, né la schiavitù e la proprietà privata; questi istituti compaiono dopo che l’ordine naturale viene distrutto dal disordine del peccato. Dopo il peccato Dio, come forma di disciplinamento dell’uomo, introduce il governo, cioè il potere coercitivo. Dunque vi è un dovere di obbedienza passiva del cristiano all’autorità costituita, in quanto ogni potere deriva da Dio (Lettera ai Romani). Tale sottomissione ha un’eccezione, ed è il caso in cui chi governa chiede all’individuo di negare i suoi valori religiosi.
Distinzione-opposizione tra la Città celeste e gli Stati particolari: la patria dei cristiani è nei cieli; essi vivono nella città terrena solo per una breve stagione, quasi da forestieri [Lettera a Diogneto, ca 200 d.C., di autore sconosciuto] La politica è neutra, non può esprimere alcun valore spirituale autonomo, si riduce alle istituzioni che garantiscono l’ordine e la pace temporali.
Uguaglianza e unità degli uomini: tutti gli uomini fanno “una sola cosa in Cristo”; tutti, anche gli schiavi, appartengono ad uno stesso corpo mistico, cioè a un Regno che non è di questo mondo (delegittimazione della schiavitù).
Contrapposizione fra natura e grazia: la natura è “carne”, “mondo”, peccato, condizione terrena dell’uomo caduto; la grazia, dono divino, riscatta l’uomo dalla natura, dalla condizione mondana.
Analoga contrapposizione fra ragione e fede: la ragione è una caratteristica della natura dell’uomo, legata alla sua imperfetta condizione terrena; solo la fede può far conoscere il vero.
Il primo cristianesimo interpreta la libertà in senso puramente spirituale, come non sottomissione al peccato e al mondo dei sensi. Tale concezione della libertà è nella pratica compatibile con qualsiasi forma di asservimento “terreno”, personale o politico.
Le prime generazioni cristiane conservano il disinteresse evangelico per il diritto e per lo Stato, come per tutto ciò che era legato alla vita terrena. A volte tale disinteresse diventa un rifiuto, che li fa apparire come sovversivi, e fa subire loro persecuzioni. Tuttavia con il formarsi di una società cristiana sorge anche l’esigenza dell’organizzazione: nasce la Chiesa, e con essa la necessità di regole di vita e di coesistenza fra i membri, di gerarchia, di organi legislativi e amministrativi, di sanzioni: insomma, di diritto. L’edificazione di un diritto cristiano fa venir meno il precedente atteggiamento di rifiuto della giuridicità. E, secondo effetto, conduce verso un nuovo conflitto, quello con l’impero.
La “giuridicizzazione” della società cristiana, e in generale l’impegno temporale, a partire dal II secolo provocò reazioni all’interno della dottrina che la Chiesa condannò come ereticali: Marcione, il millenarismo, il montanismo.
La Patristica (II-VIII)
Il concetto di giustizia è il medesimo del c. neotestamentario delle origini, cioè come perfezione religiosa, non nel suo significato sociale. [Mertens: nei Padri della Chiesa il concetto che ha il maggior riverbero per la teoria politica è quello etico di giustizia, intesa come amore per Dio e per il prossimo, cioè come osservanza delle leggi divine. La giustizia si afferma nella “correzione” dei sudditi da parte del governante (non solo attraverso le leggi)].
Diritto naturale - L’idea di diritto naturale influenzò fortemente il pensiero cristiano dei primi secoli e quello medievale, con una ovvia (e fondamentale) modifica: le leggi naturali che governano sia i fenomeni fisici sia l’uomo vengono fatte risalire alla volontà di Dio, e non alla natura stessa, come avveniva nel g. dell’antichità. Le leggi positive, se contrarie al diritto naturale, non sono valide. Nel cristianesimo delle origini, e in particolare in S. Paolo, l’idea di una legge naturale e razionale era tre volte rifiutata: perché legge, perché natura e perché ragione. Tuttavia la diffusione del cristianesimo nei territori del bacino mediterraneo, di cultura ellenistica in oriente e latina in occidente, produce inevitabili contaminazioni, e nell’elaborazione della dottrina cristiana vengono assimilati temi della cultura greco-romana.
I Padri della Chiesa, soprattutto di cultura latina (Tertulliano [II-III], Lattanzio, S. Ambrogio [IV]) tendono a conservare la prevalenza della fede sulla ragione e della volontà sull’intelletto, dunque coltivano un diritto naturale inteso come istinto: la ragione si è affievolita, a causa del peccato originale, e così dove essa fa difetto intervengono la Rivelazione e le Sacre Scritture.
I Padri della Chiesa di cultura greca (S. Giustino, Atenagora, Clemente, Origene [III], S. Crisostomo [IV]), di impronta maggiormente razionalistica, tendono ad assimilare sempre più la legge di Dio alla legge della natura e della ragione (sull’esempio degli Stoici, che però erano immanentisti). Essi non sembrano avvedersi delle diverse conseguenze che derivano, a livello dottrinale e religioso, dal considerare buona la legge perché voluta da Dio, o invece voluta da Dio perché buona di per sé stessa (il primato spetta alla natura o a una volontà superiore?). L’acquisizione del diritto naturale pone un problema grave, di cui si accorgerà S. Agostino: se gli uomini possiedono già per natura il criterio per distinguere il bene dal male ed agire bene, e quindi il mezzo per conseguire la salvezza, può essere posta in dubbio la necessità della redenzione e della grazia, e quindi della venuta del Cristo.
Agostino (IV) puntò di più sulla grazia, e quindi sulla fede, rispetto alla ragione: volontarismo.
S. AMBROGIO (IV sec.): uguaglianza morale, che si sia schiavi o liberi; vita comunitaria e contro la proprietà privata e le ricchezze. Distinzione tra Chiesa e potere temporale, collaborazione fra essi, preminenza morale dello spirituale; i peccati dell’imperatore possono essere colpiti dalle sanzioni (temporali e spirituali) ecclesiastiche, perché egli è nella Chiesa non sopra la Chiesa.
S. CRISOSTOMO (IV sec.): l’aiuto reciproco e lo spirito di comunione, contro le ricchezze. Distinzione tra Chiesa e potere temporale, se possibile collaborazione fra essi, preminenza morale dello spirituale.
EUSEBIO di Cesarea (335)
Consigliere teologico di Costantino. Unione di Chiesa e Impero; viene legittimata la tutela dell’Imperatore (Costantino) nei confronti della Chiesa. L’autorità del potere imperiale è la manifestazione della potenza e della bontà di Dio. La costituzione dell’Impero è provvidenziale, perché l’unità politica del mondo era la premessa necessaria alla diffusione del messaggio di Cristo, il Logos, il mediatore fra Dio e gli uomini; dunque l’Impero è frutto di un disegno divino, e si giustifica quindi l’unione della Chiesa con l’Impero; l’Imperatore deve essere considerato un “rappresentante di Cristo”.
Come vi è un solo Dio, una sola legge divina, così deve esserci un solo monarca, fonte di tutti i poteri politici e civili, e una sola legge, quella imperiale.
AGOSTINO
A lui fa capo uno dei due grandi filoni del pensiero cristiano, quello che conserva l’ispirazione mistica delle origini.
De Civitate Dei (426)
Legge di natura: A. punta di più sulla grazia, e quindi sulla fede, rispetto alla ragione: la legge di natura è scritta nel “cuore” degli uomini. Dopo la polemica (411) con Pelagio, giusnaturalista, l’agostinismo giuridico si traduce in un volontarismo: l’unica fonte del diritto è la volontà di Dio; volontà in generale insondabile, ma rivelata parzialmente dalle Scritture e manifestata in ogni momento dall’ordine provvidenziale della storia. Impotenza della ragione ad attingere il criterio della giustizia.
L’interpretazione della teoria di A. sul Regno terreno e sul Regno di Dio, e del rapporto fra essi, è controversa in quanto in parti diverse della sua opera A. sembra fare affermazioni contraddittorie. Egli senz’altro opera una netta distinzione fra religione e politica, che Eusebio aveva troppo compenetrato. Esistono due ordini: il Regno terreno e il Regno di Dio (Civitas terrena e Civitas Dei); il primo è formato da coloro che perseguono come unico fine l’amor di sé e i beni terreni, e di cui parte consistente è lo Stato; il secondo da coloro che perseguono unicamente l’amore di Dio, dai giusti, dai santi. [A. non è chiaro nel configurare la civitas Dei: appare a volte come il corpo mistico trascendente, la Gerusalemme celeste, la comunione dei santi, a volte come la Chiesa in quanto istituzione storica (Fassò, che è più propenso alla seconda concezione); per Chevallier invece non è la Chiesa intesa come struttura empirica, storica, perché in essa vi sono i giusti, ma anche coloro che nel Giudizio finale verranno condannati.] I cristiani abitano necessariamente entrambe le città, fanno uso anch’essi dei beni temporali.
Per quanto riguarda i rapporti fra Città di Dio e Città terrena (fra Chiesa e Stato), l’ordine e la giustizia assicurati dalla città terrena sono su un piano inferiore rispetto alla giustizia cristiana. La Città celeste non deve cercare di sostituirsi alla Città terrena, realizzando un’utopia politica in terra.
Distinzione tra potere spirituale e potere temporale; il primo si occupa della vita interiore e delle sanzioni spirituali, il secondo degli interessi materiali e delle sanzioni fisiche; tuttavia la Chiesa si colloca a un livello superiore perché essa è la prefigurazione della città celeste, mentre lo Stato è una realtà mutevole e provvisoria. È auspicabile una collaborazione, lo Stato deve intervenire a favore della Chiesa, imponendo la vera fede, quella cristiana; inizialmente l’eresia dev’essere stroncata con la parola e l’opera di convincimento, ma successivamente la Chiesa deve costringere i figli smarriti a tornare; dunque lo Stato dev’essere cristiano.
Sul valore da attribuire alla città terrena A. è oscillante: ora pare incline a riconoscerglielo, pur se in misura limitata; ora a negarlo completamente, considerandola città del demonio.
Prima interpretazione: dopo il peccato Dio, come forma di disciplinamento dell’uomo, introduce il governo, cioè il potere coercitivo. Vi è quindi un dovere di obbedienza del cristiano all’autorità costituita, in quanto quel potere lo ha voluto Dio; anche a uomini perversi o empi, come Nerone, la Provvidenza ha conferito il potere sovrano. I cristiani devono rispettare le norme dell’ordine temporale anche se alcune di esse sono ingiuste, devono essere cittadini irreprensibili, ma per amore di Dio non per devozione alla patria terrena; e perché esiste una ragion d’essere nascosta all’uomo nella storia della salvezza. [Su queste basi anche il pensiero di Duns Scoto, Ockham, Lutero, Calvino.] Il cristiano può rifiutarsi solo se il sovrano impartisce ordini contrari alla legge divina; la resistenza comunque dev’essere solo passiva.,
Uno Stato può definirsi tale solo se soddisfa le esigenze di giustizia (terrena) [Chevallier, D’Addio; v. sotto l’interpretazione contraria di Passerin d’Entreves]; la pace è il principio fondamentale: pace fra gli uomini, pace con se stessi e pace con Dio. La pace nei rapporti fra gli uomini, la pace temporale (che incorpora anche la giustizia) dev’essere il fine della politica; lo Stato si giustifica solo se mantiene la pace.
Seconda interpretazione: per Fassò la giustizia invocata da A. non è quella intersoggettiva, terrena, ma è da intendere come perfezione religiosa, e dunque lo Stato terreno verrebbe completamente rifiutato (tutti gli stati pagani delle epoche precedenti quindi non sarebbero Stati). [Invece secondo D’Addio la giustizia di cui lo Stato dovrebbe essere il titolare, dalla quale deriva il diritto, è una giustizia terrena, non la vera giustizia]. Inoltre, anche se la giustizia dovesse essere intesa come quella terrena, in altra parte della sua opera afferma che purtroppo la politica è inesorabilmente potere di sopraffazione.
Passerin: l’Agostino della Città di Dio può essere considerato come il primo esponente del realismo politico, linea di pensiero che interpreta lo Stato come pura forza. Il realismo trae origine da una visione pessimistica della natura umana.
Lo Stato nella sua esistenza concreta è una realtà opaca, specchio dell’innata corruzione degli uomini. Non c’è nessuna differenza fra lo Stato e un’associazione a delinquere (quid sunt regna nisi magna latrocinia? Ma si può interpretare anche che se non vi è giustizia uno Stato non può essere legittimato).
La Città di Dio è il primo esempio noto di una definizione “adiafora” dello Stato, cioè avalutativa, concentrata sugli aspetti strutturali, sociologici, senza giudizi di approvazione o condanna; questa considerazione puramente fattuale è un episodio abbastanza isolato nella storia delle dottrine politiche.
S. Agostino è indifferente per le virtù che assicurano la grandezza dello Stato (Impero romano), poiché vera giustizia può esservi solo in Cristo e nell’osservanza della sua legge.
Per Cicerone la giustizia doveva essere l’elemento essenziale che distingueva fra uno Stato e un’associazione che non lo è. Ma per S. Agostino anche l’associazione politica basata sul solo vincolo coesivo della forza è uno Stato. Perché si abbia un populus, cioè un’associazione di uomini, e quindi una res publica, l’elemento determinante non è, come pensava Cicerone, né il criterio del giusto né il criterio dell’utile: è sufficiente che vi sia il cosciente convergere di volontà verso uno scopo, qualunque esso sia. Dal tipo di fine si potrà giudicare la “qualità” dello Stato, ma comunque sempre di Stato si tratterà.
Papa GELASIO
Lettera all’imperatore Anastasio (492)
Distinzione netta fra ordine spirituale e ordine temporale.
Esistono due principi con i quali si governa il mondo: l’autorità sacerdotale e la potestà regale. Cristo separò le due funzioni, perché egli sapeva quanto fosse debole e corruttibile la natura umana: nessun imperatore poteva più assumere il titolo di pontefice e nessun pontefice poteva rivendicare per sé il potere politico.
La superiorità della Chiesa nei confronti del potere politico è una superiorità sul piano della dignità, perché si occupa della salute delle anime, ma non può tradursi sul piano giuridico o politico. [Invece per Mertens Gelasio I è il primo esponente dell’agostinismo politico, Stato e Chiesa sono coordinati.]
M. Scattola: tre tipi di teologia politica cristiana: 1) “il regno senza la chiesa” di Eusebio di Cesarea, la trascendenza si rivela nel mondo (come logos, o verbo eterno) e agisce solo nel regno secolare (cesaropapismo). Questa posizione troverà il suo corrispettivo nelle opere con cui Giacomo I d’Inghilterra difenderà il diritto divino dei re.
2) “la chiesa senza il regno” di Agostino, la trascendenza parla solo come logos e di conseguenza è presente solo nella Chiesa di Cristo (agostinismo politico);
3) “la chiesa e il regno” di Gelasio I, la trascendenza si dà contemporaneamente come logos o verbo eterno e incarnato agendo tanto nel regno quanto nella Chiesa (teoria delle due spade). Dunque una posizione dualistica e intermedia tra le due precedenti: due distinti livelli dell’ordine derivanti entrambi da Dio, l’ordine spirituale in cui Dio si manifesta direttamente con la Rivelazione e quello temporale in cui la presenza di Dio nel mondo è indiretta e mediata dal diritto naturale. Sono disposti gerarchicamente ma dotati di una certa autonomia. Questa dottrina nel ‘500 riscuoterà il maggior successo e sarà all’origine delle posizioni della Scuola di Salamanca o Seconda Scolastica.
S. GREGORIO MAGNO (ca. 595) e S. ISIDORO (ca. 630)
Agostinismo politico; viene così definita una deformazione del pensiero di Agostino, in base alla quale il piano politico deve essere sottomesso a quello spirituale. La politica è uno strumento dell’etica religiosa, dunque non vi è distinzione nelle finalità fra ordine temporale e ordine spirituale. Fondamento divino del potere regio, il re è l’Unto del Signore, e dunque il cristiano gli deve un’obbedienza assoluta. Il potere temporale presta un servizio per l’aldilà, perché contiene il male e promuove il bene. Per Isidoro però il sovrano deve osservare le proprie leggi.
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CRISTIANESIMO E FILOSOFIA
I concetti - chiave della tradizione ebraico - cristiana
Prima ancora di affrontare il rapporto tra cristianesimo e filosofia, è necessario aver presenti le differenze più importanti che vi sono tra la tradizione culturale greca ed ellenistico – romana, da una parte, e quella ebraico – cristiana, dall’altra.
1. In primo luogo, come sappiamo, il libro sacro occupa il posto centrale nella cultura e nella religione ebraica, ed è il principale medium del rapporto tra Dio e gli uomini, mentre nel mondo “pagano” ci sono sì poemi antichi ed autorevoli, fonte della tradizione successiva, ispirati, se non dall’unico Dio, dagli dei o dalle muse, ma essi non hanno alcun carattere vincolante, né esiste alcuna questione o disputa sull’interpretazione di essi, né sull’ortodossa o l’eresia delle credenze religiose.
Quanto al cristianesimo, esso considera la Bibbia ebraica come libro sacro, ed aggiunge ad esso i libri del “Nuovo Testamento” (o “Nuovo Patto” o “Nuova Alleanza” – beninteso, con Dio), mentre quelli tramandati dagli ebrei sono da esso chiamati “Antico Testamento” (cioè: patto valido in precedenza – a cui subentra ora quello nuovo). Ma l’idea stessa che ci sia un patto tra Dio e certi uomini (il popolo eletto), o tra Dio e tutti gli uomini, risale comunque alla Bibbia ebraica: la creazione del mondo e dell’umanità, il peccato originale e la cacciata dal paradiso terrestre, l’intervento di Dio nel mondo e nella storia, la promessa di una riconciliazione finale dell’uomo con Dio sono tutte idee di origine ebraica.
2. Nel libro della Genesi si narra la creazione del mondo ad opera dell’unico Dio. Diversamente dalle narrazioni mitiche dei greci e di molti altri popoli, l’ordine del mondo in questo caso è il frutto dell’azione coerente di una divinità giusta e paterna, non il risultato di una serie di avventure e di lotte di un coacervo di divinità e di eroi. Dio crea l’uomo e prepara per lui una dimora accogliente, il cosiddetto Paradiso Terrestre, ma esso non se ne mostra degno, perché disobbedisce agli ordini del Dio Padre. Il peccato originale e la cacciata dal paradiso terrestre nel mondo ordinario, in cui l’uomo dovrà guadagnarsi il suo pane con il sudore della fronte, resteranno momenti costitutivi anche del pensiero cristiano, e rappresenteranno lo sfondo ed il punto di partenza anche per il pensiero laico moderno del mondo occidentale.
Anche se i poeti greci e latini parlavano dell’antico regno di Cronos, in cui dei e uomini, belve e animali indifesi, vivevano felicemente insieme, è in essi assente l’idea che di una paternità divina: il destino dell’uomo resta sempre lo stesso ed è determinato non dalla caduta e dal peccato (benché non manchino numerose narrazioni di ribellioni degli uomini all’ordine divino) ma dai limiti della stessa natura umana. Gli uomini sono e restano, per i poeti classici, i “mortali”, e non possono aspirare alla condizione di figli degli dei immortali.
3. A differenza degli dei beati dell’Olimpo, bevitori di ambrosia, solo marginalmente coinvolti nelle vicende dei mortali, il Dio Padre della Bibbia interviene costantemente nel mondo e nella storia degli uomini in funzione del Patto che lo lega col popolo eletto degli ebrei. A un certo momento esso addirittura, attraverso uomini da lui chiamati, i profeti, annuncia non solo agli ebrei deportati dagli assiri in Mesopotamia, ma a tutti gli oppressi e a tutti i sofferenti del mondo la venuta del suo Regno su questa terra. Sotto questo regno di giustizia tutti i popoli si affratelleranno, cesserà l’odio, l’oppressione e la miseria.
Come si vede, al concetto dell’intervento provvidenziale divino nel nostro mondo si collega il concetto di un piano divino per redimere l’uomo dal peccato, salvarlo dalla perdizione di questo mondo di dolore, di lavoro e di lotta e instaurare il Regno di Dio. Il piano di salvezza si dispiega nel tempo e i profeti ne annunciano le fasi. Il profetismo ebraico è dunque portatore di un nuovo senso del tempo e della storia, che è percepita ora come orientata verso il futuro, come attesa e preparazione dell’Evento di salvezza. Viceversa la storia del mondo è per lo più considerata dai greci come un ciclo eterno di nascita, sviluppo, morte e rinascita, destinato a ripetersi all’infinito, senza che questo muti nulla al destino dell’uomo.
4. In ultimo va sottolineato il fatto che, per la visione profetica ebraica e per la visione cristiana, l’unico Dio è anche il salvatore di un’unica e universale umanità: tutti gli uomini sono figli di Dio e, almeno dal punto di vista del piano di salvezza, sono uguali. Viceversa per moltissime popolazioni e religioni, e in particolare quelle greche e romane, gli uomini sono per natura diversi, hanno necessariamente un diverso destino. Perfino molti filosofi greci considerano gli schiavi o i barbari esseri inferiori.
E’ bene precisare che la rapida esposizione di concetti che precede è solo un modesto schema per avere una idea generica delle differenze più macroscopiche tra le culture. Esso però non rende conto di molte sfumature e problemi importanti della storia delle religioni in questione, che non possono essere analizzati in una storia del pensiero filosofico.
Facciamo un paio di esempi. Dal nostro attuale punto di vista non è molto importante conoscere la datazione delle stesure dei diversi libri dell’Antico Testamento e neppure dei diversi strati di testo che, secondo gli studiosi, si sovrappongono nei singoli libri. In effetti il lettore ingenuo del libro della Genesi (il primo nel canone biblico sia ebraico che cristiano) tenderà a pensare che esso sia stato scritto per primo. Inoltre, sembra evidente che il suo autore crede in un solo Dio, creatore e signore del mondo, che ha creato anche Adamo, da cui discende l’intera umanità. Ed è all’umanità intera che i libri dei profeti (all’incirca gli ultimi dell’Antico Testamento) prometteranno l’avvento del regno di Dio. Dunque sembra proprio che per la religione ebraica, fin dalle origini, ci dovesse essere un piano di salvezza divino per l’umanità per liberarli dal peccato, conseguente alla caduta di Adamo. Le cose non sono così semplici: dagli studi moderni risulta invece che negli scritti più antichi e nelle redazioni più antiche il Dio biblico fosse il dio degli ebrei - loro protettore esclusivo nella lotta per la sopravvivenza e per la supremazia sulle altre popolazioni della Palestina - piuttosto che il Padre dell’umanità intera.
Sarebbe poi interessante studiare la datazione degli scritti o degli strati redazionali in cui nell’Antico Testamento compare il Dio creatore, provvidente e padre universale, anche per vedere le influenze reciproche tra la religione ebraica e altre religioni del Vicino Oriente. In particolare sarebbe utile analizzare il mazdeismo, culto del dio supremo del bene, Ahura Mazda, i cui inizi risalgono al profeta Zaratustra (detto dai greci Zoroastro), vissuto nella Persia settentrionale nella seconda metà del secondo millennio avanti Cristo. Esso ha in comune con il tardo ebraismo e con il cristianesimo l’idea di unicità di Dio e dell’umanità, l’idea della giustizia e della provvidenza divine, del giudizio finale, della vittoria finale del bene sulla terra.
Quali che siano le influenze del mazdeismo zoroastriano sull’ebraismo, è a questa tradizione che risale la fondamentale idea politico – religiosa dell’impero universale: il re di Persia si considerava “re dei re”, signore in nome di Dio dell’intera umanità.
Tale idea fu in qualche modo recepita da Alessandro Magno, dalla cultura ellenistica e da quella romana, e divenne di nuovo decisamente efficace nella fase del Dominatus e del tardo impero romano cristiano. L’impero orientale bizantino e quello russo zarista, da una parte, e quello occidentale romano - carolingio e romano - germanico portarono avanti (parallelamente, per ironia della sorte) l’idea di un unico impero cristiano di tutta l’umanità. L’unità e universalità (teoriche) di tali imperi derivavano dall’unico Dio di tutti gli uomini.
Problemi di questo tipo non hanno forse una diretta rilevanza filosofica. Tuttavia essi si collegano alla millennaria concezione del potere del mondo cristiano, e costituiscono, quanto meno, il punto di partenza – da contestare e da superare - della riflessione critica della filosofia politica moderna. Si noti che l’idea dell’impero universale in nome dell’unico Dio è presente anche nel pensiero di Cristo stesso, nella nozione centrale del “Regno di Dio”. Ma questo Regno per lui non ha nulla a che vedere con le istituzioni politiche umane, “non è di questo mondo”. Sarà l’età di Costantino e di Teodosio a reinterpretare di nuovo in modo politico – istituzionale l’idea profetica di Cristo.
1. L’ETICA DEL CRISTO STORICO.
Come s’è visto dalle ultime considerazioni sull’impero universale e sul Regno di Dio, le idee predicate da Cristo e le millennarie concezioni del mondo cristiano sono talvolta non solo diverse, ma addirittura antitetiche. Noi vogliamo ora cercare di sintetizzare le idee filosoficamente rilevanti del Cristo storico.
Chiamiamo Cristo “storico” la persona la cui esistenza, la cui vita e la cui dottrina ci sono attestate essenzialmente dai Vangeli, dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere apostoliche (Epistole). A parte i dettagli e i fatti miracolosi, la critica storica non mette in dubbio la veridicità complessiva della narrazione del Nuovo Testamento e l’autenticità delle dottrine in esso attribuite a Cristo.
Dunque gli studiosi, credenti o non credenti, oggi sono concordi nel considerare Gesù di Nazareth, detto il Cristo, un personaggio storico, non meno di Pericle o di Cesare. Ma la fonte più attendibile sui personaggi storici è normalmente considerata la documentazione ad essi contemporanea, o di poco posteriore. Non è difficile comprenderne la ragione: col tempo e con i vari passaggi per sentito dire, la storia tende a trasformarsi e amplificarsi in leggenda, e questo avveniva in modo particolare nel mondo antico.
Nel caso di Cristo c’è poi da dire che esso non è certo un personaggio storico ordinario: è il fondatore di una nuova religione, di una comunità di credenti e di apostoli impegnati a diffondere la lieta novella dell’avvento del Regno di Dio a tutti gli uomini, di una tradizione di predicazione e di interpretazione della Parola di Dio, di cui egli si considera l’autorevole portavoce. Da questa tradizione l’immagine di Cristo è uscita sempre più ingrandita e potenziata. In effetti, Cristo nei tre Vangeli Sinottici (Marco, Matteo e Luca) appare essenzialmente come l’annunciatore della Parola di Dio, come il Messia inviato dal Cielo secondo la tradizione profetica ebraica, come il discendente di re David destinato ad essere Signore (kurioò -kyrios) del Regno di Dio che sta per venire, apparirà a partire dal Vangelo di Giovanni e dalle Lettere di Paolo come una persona divina, come Dio stesso, che rivolge direttamente all’uomo la sua Parola.
Dunque Cristo, come oggetto della fede e dell’adorazione dei cristiani, si è venuto distaccando dal Cristo storico e gli vengono via via attribuite ulteriori perfezioni e uno status sempre più lontano da quello umano. Giovanni lo chiama “Logos” (=parola, discorso) di Dio, e dice che egli stesso è Dio: “All’inizio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio.” Sappiamo che nelle opere di poco precedenti dell’ebreo Filone di Alessandria, il Logos è l’emanazione di Dio, essere supremo, ma inconoscibile e ineffabile, che – in tale forma – si rende accessibile all’uomo e si manifesta nel mondo inferiore. Del resto, nell’arte tardo – antica e alto - medievale Cristo addirittura è spesso rappresentato in una posa maestosa, ieratica e impassibile, che non è certo quella dell’uomo sofferente che in croce chiede a Dio Padre: “Allontana da me questo calice amaro”, o del moralista che scaccia i mercanti dal tempio o inveisce contro gli scribi e i farisei.
E’ possibile che siano state la cultura neoplatonica ebraica e la devozione popolare, da un lato, e, dall’altro, l’esigenza delle autorità religiose e politiche di sottolineare l’onnipotenza di Cristo, protettore ufficiale dell’impero, a spingere verso questa divinizzazione e a farne la seconda persona della Trinità, “vero Dio e vero Uomo”. Ma adesso a noi interessano le idee – soprattutto etiche - del Cristo storico, che, dichiarando di essere l’atteso Messia, il Signore del regno che deve venire, si presenta pur sempre come uomo (parla di sé come spesso del “figlio dell’uomo”). ****
---Cerchiamo brevemente di sintetizzare queste idee, senza confonderle con gli apporti della tradizione.
1. Cristo conduce una critica serrata della morale tradizionale, tribale e rituale-esteriore, propria del Vecchio Testamento. In effetti, molte norme dell’Antico Testamento sono veri e propri tabù, legati all’opposizione puro-impuro: per esempio la proibizione di avere contatti con le donne mestruate o con i non-ebrei. Al posto di tale morale, Cristo propone interiorità, responsabilità individuale, universale dignità umana, amore universale, liberazione della donna dai tabù rituali, libertà dell'individuo rispetto alla famiglia tribale (non manca però la sessuofobia; “vi sono eunuchi che si sono resi tali da se stessi per il regno dei cieli” - Matteo, 19,12) [cfr. Ida Magli, Gesù di Nazareth, Garzanti]
2. Cristo crede che all’unico Dio corrisponda un unico genere umano, superando l’idea di superiorità etnica propria dei greci, e l’idea di superiorità etnico-religiosa propria degli ebrei (Cristo manda i suoi apostoli a predicare a tutte le genti; davanti a Dio non ci sono né greci né barbari, né ebrei né gentili, né schiavi né liberi, affermerà l’apostolo Paolo)
3. Cristo predica l’etica dell'amore, della comprensione e del dialogo sulla base dell’idea che gli uomini siano affratellati dall’eguale paternità di Dio nei confronti di tutti.
4 Egli annuncia l’imminente venuta del Regno dei Cieli. Esso non dipende dall'iniziativa dell’uomo, è un dono di Dio, e riguarda l'uomo così com'è, in carne ed ossa. Il Regno dei cieli non assomiglia al mondo iperuranio di Platone, al quale accedono solo le anime, ma l’uomo vi è chiamato tutto intero.
5. Egli propone ai suoi discepoli la scelta a favore dei poveri e degli oppressi, l’ostilità al mondo del denaro e del commercio, nello spirito dell’utopia comunitaria dei profeti (che genererà in seguito utopie comunistiche profetiche)
6. Egli però insiste sulla differenza di fini e di contenuti tra religione e politica, sulla base della trascendenza della religione: “date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio”; ”il mio regno non è di questo mondo”. Al contrario, nel mondo antico, la religione si identifica con lo Stato, al cui centro c’era un’etnia: religione cittadina dei greci e dei latini, religione nazionale delle dodici tribù ebraiche. Cristo non si rivolge né ad una tribù, né ad un popolo, né ad un impero, ma a tutti gli uomini.
Tuttavia la differenza tra religione e politica, così come compare nel Nuovo Testamento, si approssima forse, ma non corrisponde veramente ancora all’idea moderna secondo cui la religione è un fatto che appartiene alla sfera privata. Il rifiuto della politica da parte di Cristo non sembra significare un rifugio nel privato (contraddittorio rispetto al compito di testimoniare la buona novella a tutto il mondo); esso dipende dall’imminenza, così tante volte ricordata nel Nuovo testamento, del Regno dei Cieli, ben più potente di qualunque etnia o impero.
7. Dal Nuovo Testamento emerge anche l’idea che, con la discesa dello Spirito Santo di Dio in mezzo agli uomini, con il sacerdozio universale dei credenti, non abbiano più valore le distinzioni sacrali tra i ceti della società, e in particolare tra sacerdoti e laici, e che tutto il popolo possa parlare e agire in nome di Dio (secoli e secoli dopo questa idea verrà ripresa tra l’altro da quelle sette protestanti, come gli Anabattisti, che si ribelleranno tanto all’autorità della Chiesa, quanto all’autorità politica). Paradossalmente, da un lato Cristo distingue nettamente tra religione e politica quando i suoi interlocutori, ebrei nazionalisti, cercano di impegnare la sua autorità personale nella loro lotta, ma, dall’altro, quando promette la discesa dello spirito di Dio nel popolo dopo la sua morte, considera il popolo stesso, la comunità di quelli che credono in lui, come vero interprete della parola e della volontà divina. Questa discesa dello Spirito di Dio nel popolo indurrà qualcuno ad interpretare il cristianesimo in senso rivoluzionario.********
****Se questi, nelle grandi linee, sono i principi morali predicati da Cristo, dobbiamo cercare di chiarire perché essi hanno un interesse non solo per la storia della religione e del costume, ma anche per la storia della filosofia, in modo del tutto indipendente dalla nostra adesione alla fede cristiana.
Sinteticamente:
- Il cristianesimo è lo sfondo dal quale emerge la filosofia moderna, così come la filosofia greca emerge dal mito. La problematica filosofica moderna stessa è fortemente legata – positivamente e negativamente - al cristianesimo (anche se non sempre alla sua versione più antica e al Cristo storico)
- Alcune tesi etiche del Cristo storico sono da lui argomentate razionalmente - nonostante il fatto che egli si presenti come un'autorità profetica. In effetti, le argomentazioni hanno spesso forma di paradosso e partono da verità considerate evidenti, ma di solito tralasciate o malintese: p. es. : se il Padre provvede agli uccelli del cielo e ai gigli del campo, ecc., non penserà anche a voi, gente di poca fede? se per il buon samaritano è "prossimo" uno sconosciuto, non lo saranno per voi almeno i vicini di casa? se abbiamo dei doveri (rituali) verso i morti non ne avremmo di sostanziali verso i vivi (“lasciate che i morti seppelliscano i morti”)? se siete peccatori, come potete pretendere di giudicare gli altri?
2a) "Chi non giudica non sarà giudicato" e "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te" introducono il principio etico della reciprocità. Da tale principio, con alcuni aggiustamenti, Kant nel secolo XVIII trarrà il suo imperativo etico: “agisci in modo che tu possa volere che la massima della tua azione diventi legge universale”. Per esempio: se io mento o rubo, non posso però volere che gli altri a loro volta mentano e rubino a me. Si tratta in sostanza di un’etica del rispetto reciproco tra soggetti (Kant la esprime anche così: “agisci in modo da considerare la persona in te e negli altri sempre anche come fine e mai solo come mezzo”).
2b) "Chi non lavora non mangi" di San Paolo è anch’esso un principio etico fondato su di un’argomentazione razionale, anche se non del tutto esplicitata (poiché i cibo è prodotto dal lavoro, ha diritto al cibo solo chi partecipa alla sua produzione)
3) Abbiamo visto che in Cristo emergono potentemente i temi dell’interiorità e dell’autonomia dell’individuo, collegati con l’emancipazione dal mondo tribale e rituale. Anche se tali temi nel Vangeli non sono concettualizzati ed esplicitati con la chiarezza del linguaggio filosofico, essi costituiscono nondimeno un punto di riferimento per la riflessione del pensiero successivo, da Sant’Agostino fino ad oggi.
4) Si potrebbe azzardare un parallelo - nell'insegnamento e nella morte - con Socrate. Certo, la missione religiosa di Socrate è del tutto negativa: egli insegna agli altri a rimuovere gli ostacoli interni che non permettono loro di aprirsi alla verità, ma non si considera in positivo come portatore della verità, mentre Cristo parla con autorità in nome di Dio. Ma i due personaggi sono accomunati dall’uso del paradosso, dalla critica della tradizione, dalla lotta contro il conformismo, per l’autonomia e la responsabilità morale di ciascuno. La loro morte inoltre avviene in seguito ad una condanna ed un processo in cui essi difendono a costo della vita la coerenza del loro insegnamento ed enunciano verità che i loro giudici non possono capire (Socrate è scambiato per un sovvertitore religioso, mentre Cristo è preso per un sovvertitore politico).
Oltre che con Socrate, si potrebbe vedere un certo parallelismo tra Cristo e la filosofia socratico-cinica per quanto riguarda certi atteggiamenti di rifiuto del potere e della ricchezza, dell’ipocrisia della vita civile e in genere della tradizione e del conformismo. Si noti però che la scelta a favore dei poveri e degli oppressi va in senso inverso al senso comune greco e che i cinici in questo furono degli anticonformisti, che le correnti principali della cultura classica si incaricarono di isolare.
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IL Cristianesimo: la religione più diffusa nel mondo, con oltre un miliardo e 700 milioni di aderenti alle diverse confessioni.
Dottrina.
Il punto di partenza essenziale per la dottrina di tutte le chiese cristiane è il riferimento costante alla persona di Gesù Cristo, considerato unanimemente – pur nella diversità di accenti – il portatore di una fede nuova e rivelatrice per l'umanità intera. Il Gesù storico, tuttavia, essenzialmente rintracciabile nel Nuovo Testamento, la sezione propriamente cristiana della Bibbia, e in particolare nei Vangeli, in cui si troverebbero tramandati i tratti fondamentali della vita e della predicazione del Maestro, appare nella fede cristiana inscindibilmente associato alla realtà stessa di Dio. La predilezione divina per l'umanità si sarebbe manifestata proprio nella persona di Cristo, che assunse una natura umana: "Figlio di Dio" si proclama il Gesù dei Vangeli, che a "Dio padre" fa costante riferimento. Questa intimità di un uomo con la potenza invisibile della divinità avrebbe ricevuto la sua solenne conferma nella resurrezione e nel ritorno al cielo del Maestro subito dopo la sua morte sulla croce, una morte attraverso la quale l'umanità intera avrebbe ricevuto prova dell'amore infinito di Dio e del suo disegno di riconciliazione e di salvezza. "Dio è amore" proclameranno i cristiani, dopo aver fatto della croce l'oggetto principale della loro devozione e il simbolo supremo di questo amore del Padre, l'Onnipotente, il Signore di tutte le cose del cielo e della terra.
Egli, soltanto per manifestare il suo amore, avrebbe creato l'universo dal nulla ponendo come vertice e sigillo della sua azione creatrice l'umanità, destinata fin da principio alla salvezza e all'incontro diretto con il Padre nella persona di Cristo Gesù. In Gesù gli uomini diventano a loro volta "figli di Dio" ricevendo il battesimo "nel nome del Padre e del Figlio" e, rispecchiando la formula dei simboli di fede, "dello Spirito Santo", strumento della presenza eterna di Dio a fianco dell'umanità e dimensione che, pur dopo molte controversie iniziali, è stata associata nella professione di fede cristiana al Padre e al Figlio nella dottrina della Trinità.
Se il battesimo, riservato originariamente agli adulti ma poi amministrato tradizionalmente agli infanti, costituisce fin dai primordi del cristianesimo la cerimonia di iniziazione alla fede, l'Eucaristia, o cena del Signore, è indubbiamente il rito principale, la cui istituzione risalirebbe a Gesù stesso sulla base delle parole "Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue" attribuitegli dai Vangeli. Proprio l'interpretazione di queste parole è tuttora motivo di divisione fra le confessioni cristiane: alcune di esse, come il cattolicesimo, sostengono la presenza reale del Cristo nelle specie del pane e del vino; altre, di matrice protestante, parlano generalmente di presenza simbolica. Parimenti non esiste una prospettiva univoca concernente il concetto fondamentale di "Chiesa" vocabolo di origine greca che designa l'assemblea di quanti si trovano uniti dalla fede comune in Gesù: se per la tradizione cattolica Cristo è il fondatore di una Chiesa basata sull'autorità dei successori degli apostoli, e quindi necessariamente legata a un principio gerarchico (vedi Successione apostolica), il pensiero protestante tende idealmente a concepire la comunità come libera associazione dei credenti. Se, inoltre, alle rivendicazioni storiche della Chiesa cattolica, che si pone tradizionalmente come unica Chiesa legittima legata direttamente al fondatore, fa riscontro la tendenza di alcune comunità protestanti a proclamarsi unica Chiesa pura e autentica, la situazione contemporanea conosce in misura sempre maggiore l'abbandono di una tale prospettiva esclusivistica da parte di esponenti delle diverse confessioni, nell'ambito di un movimento più ampio il cui fine ultimo è la ricerca dell'unità fra tutti i cristiani. Vedi Movimento ecumenico.
Culto, etica ed escatologia .
Pur invitando i fedeli alla pratica della meditazione e della preghiera personale, ogni comunità cristiana si raduna periodicamente per celebrare il culto; la supplica comunitaria è la preghiera nota come Padre Nostro, attribuita dai Vangeli a Gesù; giorno dedicato al riposo e al culto è per i cristiani la domenica, che ha storicamente ereditato il ruolo assegnato dagli ebrei al Shabbat (il sabato). Incentrata fin dalle origini sul rito eucaristico e sulla lettura della parola di Dio, la liturgia cristiana ha assunto nei secoli forme sempre più complesse e tuttora visibili nel patrimonio rituale della Chiesa cattolica e di quelle ortodosse. Le Chiese protestanti hanno invece operato una semplificazione, nell'intento di ritornare all'essenzialità delle prime comunità.
Fondamentale per la vita dei cristiani è l'impegno di carattere etico. Inoltre, la considerazione dell'amore di Dio per l'umanità trova compimento nel comandamento supremo dell'amore fra gli uomini; esso costituisce una prescrizione generale, che non determina comunque uniformità di comportamento fra tutti i cristiani, spesso schierati su posizioni diverse, dal conservatorismo estremo a inclinazioni decisamente progressiste. È comunque d'obbligo per tutti i fedeli l'ottemperanza a valori quali la sacralità assoluta della vita umana e il dovere di lottare per la giustizia e per un mondo migliore.
A questo proposito il cristiano sa bene che la pratica dell'amore rappresenta un ideale difficile da realizzare e che la lotta per il bene deve scontrarsi con un'umanità comunque peccatrice e con un mondo che oscilla costantemente fra l'aspirazione al bene e la realtà del male; né mai è esistita nella storia umana una sorta di Età dell'Oro in cui la giustizia avrebbe trionfato. Le speranze dei cristiani sono tuttavia concentrate sulla vita eterna e sull'attesa del ritorno glorioso di Cristo, la parusia, che avrà luogo alla fine di questo mondo. Questa nozione, appartenente alla dottrina cristiana benché diversamente interpretata nei vari momenti storici, nacque con l'attesa spasmodica della fine imminente del mondo, che caratterizzò certamente il I secolo dell'era cristiana e condusse all'elaborazione di alcune dottrine. Tra queste spicca il millenarismo, spesso riemerso in alcune aree confessionali fino ai nostri giorni, nonostante il ridimensionamento costante, a livello di fede e di predicazione, della visione escatologica.
Le origini.
Le informazioni in nostro possesso circa la vita e il messaggio di Gesù sono quelle contenute nei testi – in primo luogo i Vangeli – ma anche gli altri scritti del Nuovo Testamento, redatti dagli appartenenti alle prime comunità cristiane allo scopo di diffondere i contenuti della nuova religione. Proprio questo carattere dei documenti neotestamentari, concepiti in primo luogo come attestazione di fede in colui che si rivelò figlio di Dio per mezzo del prodigio straordinario della resurrezione, rende oltremodo difficile una ricostruzione precisa della vicenda storica del Cristo: gli episodi salienti di questa vicenda sarebbero stati riletti dalla comunità primitiva alla luce della fede stessa, per mezzo di procedimenti articolati e complessi che la moderna critica biblica si è sforzata di determinare.
Sede della prima comunità cristiana fu, fino alla sua distruzione a opera dell'esercito romano nel 70 d.C., la città di Gerusalemme, dove i discepoli di Cristo costituivano apparentemente una delle correnti dell'ebraismo prima che i rapporti con la religione da cui lo stesso Cristo aveva preso le mosse si facessero oltremodo complessi: i cristiani, infatti, non esitarono a vedere nella vicenda del loro Maestro il compimento delle promesse che Dio aveva fatto al popolo ebraico per mezzo dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, secondo quanto attestavano quei libri che costituivano la Bibbia ebraica e che saranno integralmente riconosciuti dalla nuova Chiesa come Antico Testamento. La comunità cristiana, dunque, si considerò l'erede privilegiata della tradizione religiosa del popolo a cui apparteneva, identificandosi con quel "resto di Israele", che non era la totalità del popolo ebraico, destinato a rimanere fedele alle promesse del suo Dio. E questa esclusione dal compimento delle antiche promesse si concretizzò nell'atteggiamento di quegli ebrei che non solo rifiutavano il messaggio del Cristo, ma avevano inoltre approvato, se non addirittura invocato, la sua condanna a morte.
La disputa sulla persona di Gesù allontanò così sempre di più i cristiani dal resto del popolo ebraico, e il solco divenne incolmabile quando la comunità cristiana decise, soprattutto per impulso di Paolo di Tarso, di rivolgere la sua azione di proselitismo ai cosiddetti "gentili", ovvero ai pagani; questi ultimi, non provenienti dalla radice dell'ebraismo, erano destinati a divenire la componente preponderante della Chiesa. A questo proposito non si può fare a meno di ricordare come l'avanzare del cristianesimo nel corso dei secoli condusse in qualche modo a concepire sempre più l'intero popolo ebraico come responsabile della morte del figlio di Dio e del rifiuto del suo messaggio, creando così quantomeno le premesse ideologiche per il fenomeno dell'antisemitismo.
Le già ricordate lettere di Paolo costituiscono anche il primo importante tentativo di tratteggiare un sistema teologico del cristianesimo e, insieme ad altri scritti, forniscono importanti notizie circa l'organizzazione delle prime comunità, che sembrano già amministrate da "presbiteri", cioè gli anziani, sotto la supervisione di un vescovo. L'impegno a definire i contenuti fondamentali della fede divenne predominante nel II e III secolo, soprattutto a motivo delle controversie sorte in relazione alla persona del Cristo, la cui natura veniva definita da alcune correnti, poi dichiarate eretiche, come unicamente divina oppure unicamente umana: si giunse così ai primi concili ecumenici, fra cui quelli di Nicea nel 325 e di Calcedonia nel 451, che formularono ufficialmente la dottrina della Trinità e della doppia natura, insieme umana e divina, di Gesù, elaborando quello che per secoli sarà il linguaggio filosofico della teologia cristiana. Questo linguaggio ispirerà le opere, redatte in greco e in latino, di un grande pensatore come sant'Agostino.
Per quanto riguarda invece i suoi rapporti con le autorità politiche, il cristianesimo, 0dapprima riconosciuto come setta ebraica nell'ambito dell'impero romano, incontrò ben presto (già prima della morte di Nerone nel 68 d.C.) l'ostilità degli imperatori. Essi erano particolarmente preoccupati del rifiuto da parte dei cristiani, adoratori di quello che consideravano loro unico Signore, del culto tributato alla figura imperiale stessa: si verificarono così periodi di persecuzione più o meno violenta e numerosi cristiani dovettero affrontare la morte pur di non rinnegare le loro convinzioni, andando a costituire la schiera, da sempre oggetto di venerazione della Chiesa, dei testimoni (in greco "martiri") supremi della fede (vedi Martirio). Il fallimento sostanziale del tentativo, condotto in particolare da alcuni imperatori come Diocleziano, di sradicare il cristianesimo attraverso la persecuzione sistematica, portò di fatto a una sua diffusione ancor più massiccia, come già aveva visto lo scrittore nordafricano Tertulliano, autore della celebre definizione secondo la quale il sangue dei martiri sarebbe stato seme per la Chiesa: si arrivò così all'accettazione della nuova fede da parte delle autorità e alla promulgazione del decreto dell'imperatore Costantino.
Nell'anno 313 il cristianesimo risultava ufficialmente una fra le religioni dell'impero romano, fatto che determinò una sempre maggiore contiguità al potere politico e preparò la strada al successivo editto dell'imperatore Teodosio, con il quale quella predicata dai cristiani divenne unica religione accettata dall'impero. Se la Chiesa ottenne in tal modo indubbi privilegi, divenendo effettivamente anche una forza politica, rimase vivo in molti fedeli il desiderio di un ritorno alla purezza della vita religiosa delle origini; questa propensione assunse indubbiamente un ruolo di rilievo nella diffusione della pratica del monachesimo, nata nel deserto egiziano, luogo in cui molti cristiani vissero l'esperienza di una vita isolata nella preghiera e nella mortificazione. La pratica dell'ascetismo monastico si diffuse nelle altre regioni orientali dell'impero romano, prima di approdare in Occidente: proprio i monaci saranno in Europa i principali protagonisti dell'evangelizzazione di numerosi popoli celtici e germanici e notevole sarà anche la loro attività di trasmissione della cultura antica.
Il cristianesimo orientale.
Fra le iniziative di Costantino non è certo da trascurare il trasferimento, nel 330, della capitale dell'impero da Roma a Bisanzio, da lui ribattezzata Costantinopoli: se il cristianesimo orientale si caratterizzò immediatamente per la tendenza a mantenersi indipendente dalla sede di Roma, alla quale le Chiese d'Occidente riconoscevano ormai più o meno ufficialmente una posizione di primato, appare evidente anche la sua propensione a sottomettersi al volere degli imperatori, secondo la logica che passerà alla storia come "cesaropapismo" e che trova la sua attestazione simbolica nella dedicazione, nel 538, della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli da parte dell'imperatore Giustiniano. Buona parte dei territori orientali dell'impero che avevano visto la diffusione del cristianesimo finirono, fra il VII e l'VIII secolo, sotto il dominio dell'Islam; Costantinopoli rimase l'ultimo baluardo della fede cristiana in Oriente fino al 1453, anno in cui cadde nelle mani dei turchi.
L'evoluzione autonoma della Chiesa di Costantinopoli e il suo progressivo allontanamento dalla comunione con la sede romana ebbero come sbocco finale lo scisma del 1054, con la reciproca scomunica fra i delegati papali e il patriarca orientale e la nascita di quelle Chiese che si diffonderanno in Oriente con il nome di ortodosse; fallito ogni tentativo di riconciliazione, Costantinopoli venne addirittura saccheggiata nel 1204 da parte dell'esercito dei crociati, partiti dall'Europa apparentemente con l'intento di liberare i luoghi santi della Palestina dal dominio islamico. Motivo di controversia fra Roma e Costantinopoli fu anche la cristianizzazione dei popoli slavi, alcuni dei quali – polacchi, moravi, cechi, slovacchi, croati e sloveni – entrarono nell'orbita del cristianesimo occidentale e sono ancora oggi in maggioranza cattolici. I russi invece, fin dall'epoca della conversione al cristianesimo del principato di Kiev, ereditarono la visione culturale e religiosa di Costantinopoli, entrando a far parte della Chiesa ortodossa insieme ai popoli balcanici – serbi, bosniaci, macedoni, bulgari, rumeni e albanesi – e ai greci, anche se molti di essi, successivamente, si sono visti imporre l'islamismo in seguito alle invasioni dei turchi ottomani.
Il cristianesimo occidentale.
Con il trasferimento della capitale dell'impero romano a Costantinopoli, la figura del vescovo di Roma acquisì in misura sempre maggiore quel ruolo prestigioso attribuitogli in Europa occidentale, poiché era il capo della Chiesa che aveva conosciuto la predicazione di san Pietro e di san Paolo; questo privilegio sarebbe stato definito "primato" del papa, caposaldo della tradizione del cattolicesimo, e si sarebbe arricchito di connotazioni politiche dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente, avvenuta nell'anno 476 sotto la spinta delle cosiddette "invasioni barbariche": fu proprio l'attività missionaria che faceva capo alla sede romana a rendere possibile l'incontro dei popoli germanici con il cristianesimo, spesso a seguito della conversione di un sovrano, come nel caso del re dei franchi Clodoveo.
Nell'anno 800 il papa Leone III poté incoronare Carlo Magno imperatore di un impero definito "romano" e "sacro". La lingua latina divenne così il veicolo fondamentale della trasmissione del messaggio cristiano e nel contempo della cultura antica: tutti i popoli d'Europa entrarono nel corso dell'Alto Medioevo nella sfera di influenza della Chiesa di Roma, che intorno all'anno Mille aveva già elaborato la sua caratteristica struttura organizzativa, imperniata sulla figura dei vescovi e degli abati dei monasteri.
L'edificio dell'impero cristiano, che si reggeva sull'equilibrio – codificato anche a livello dottrinale – fra il potere politico dell'imperatore e l'autorità spirituale del papa, corse il rischio di crollare con il sorgere, nel 1075, di una controversia, nota come lotta per le investiture, fra il papa Gregorio VII e l'imperatore Enrico IV: il sovrano, infatti, rivendicava il diritto, fino ad allora riservato al papa, di nominare, con la cerimonia dell'investitura appunto, i vescovi. Una tale presa di posizione diviene comprensibile se si pensa al ruolo che i dignitari ecclesiastici avevano assunto nell'ambito del sistema feudale, amministrando direttamente vaste proprietà terriere ed equiparandosi così alla nobiltà locale, sulla quale l'imperatore desiderava esercitare la sua autorità. Enrico IV finì comunque col sottomettersi, nel 1077, all'autorità del papa e il dissidio fu formalmente ricomposto, anche se sarebbe riaffiorato a più riprese nei decenni successivi, ad esempio in occasione della scomunica comminata dal papa Innocenzo III nel 1209 al re Giovanni d'Inghilterra per ottenere la sua sottomissione. Alla collaborazione fra papato e impero si deve anche il progetto di una spedizione militare volta a riconquistare al dominio cristiano i luoghi santi di Palestina caduti nelle mani dei musulmani: le crociate, intraprese a partire dal 1095, portarono anche alla fondazione di un regno latino di Gerusalemme, destinato tuttavia a crollare nel giro di un secolo e a costituire, insieme alla quarta crociata (1202-1204), uno dei momenti di un'impresa complessivamente fallimentare.
I secoli del Basso Medioevo furono caratterizzati anche da un'eccezionale fioritura in campo speculativo e dall'elaborazione di sistemi teologici estremamente dotti e raffinati, che beneficiarono, a livello lessicale e concettuale, della disponibilità in Occidente, attraverso traduzioni latine eseguite su versioni arabe, delle opere di Aristotele: san Tommaso d'Aquino cercò così, attraverso un'opera poderosa, di rendere il percorso della ragione umana compatibile con i dati della rivelazione biblica in vista del fine ultimo del riconoscimento dell'esistenza di Dio; per capacità logiche e sintetiche si distinsero anche personalità quali Anselmo d'Aosta, Abelardo e Bonaventura.
Le nuove potenzialità acquisite in campo teologico e dottrinale, tuttavia, non risparmiarono alla Chiesa cattolica un periodo veramente buio, culminato con il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone fra il 1309 e il 1377, a cui fece seguito il cosiddetto scisma d'Occidente, o Grande Scisma, l'epoca in cui la Chiesa conobbe, fino al 1417, la presenza di due – e talora anche tre – dignitari che rivendicavano contemporaneamente il diritto a essere riconosciuti come papi.
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Il Cristianesimo nei suoi simboli più diffusi
Dal ni secolo i Cristiani svilupparono un proprio linguaggio figurativo in cui era particolarmente forte l'aspetto simbolico ed allegorico. Da un lato il bisogno di tradurre la propria fede in immagini che non raffigurassero direttamente la divinità, dall'altro l'esigenza di non porsi in contrasto con il mondo pagano, determinarono l'assunzione di motivi già diffusi nella Romanità. Le officine artistiche lavoravano al servizio sia dei pagani che dei cristiani adattando alla richiesta del committente lo stesso patrimonio iconografico.
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I Cristiani accettarono ed utilizzarono motivi dell'arte pagana come ad esempio il "pesce", cui si riferisce una molteplicità di significati quale, in particolare, la rappresentazione di Cristo: a partire dalla fine del II secolo il termine greco ICHTHYS (pesce) viene sciolto nell'acrostico lesus) CH(ristos) TH(eou) HY(ios) S(oter) cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. D pesce simboleggia anche l'Eucarestia come sacrificio del Cristo nonché il semplice fedele (con riferimento a Gesù pescatore di uomini).
Ricordiamo qui di seguito alcuni dei più ricorrenti simboli del Cristianesimo:
- la colomba
che può essere interpretata come segno di pace ma anche richiamare il Cristo, lo Spirito Santo, gli Apostoli e la Chiesa con i suoi fedeli
- l'agnello, che evoca il Cristo, l'eucarestia, gli Apostoli, i Santi ed i semplici Cristiani;
- il pavone, in base alla leggenda per cui le sue carni avrebbero il privilegio di non putrefarsi, diviene simbolo dell'immortalità dell'anima:
- l'araba fenice simboleggia la resurrezione: la leggenda vuole che questo uccello, avvertendo ilsopraggiungere della morte, si costruisca un nido in cui lasciarsi bruciare dai raggi del sole per poi rinascere dalle proprie ceneri;
- il buon Pastore con l'agnello sulle spalle, è una delle figure più frequenti nell'arte cristiana: il motivo, presente nella tradizione pagana come simbolo dell'amore per l'umanità, viene a raffigurare Gesù Cristo: i tralci della vite costituiscono una simbologia eucaristica: i frutti rappresentano il Cristo di cui i fedeli (raffigurati con uccelli) si cibano per ottenere l'immortalità;
- il/fare del melograno rappresenta i martiri
- il/aro richiama simbolicamente la figura del Cristo, luce di tutte le genti
- l'ancora, è assunta a simbolo della speranza nella vita futura;
- - l'alfa e l'omega (la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco), in ambito funerario, indicano l'inizio e la fine della vita; con riferimento al versetto dell'Apocalisse "Io sono l'alfa e l'omega .. .il principio e la fine", simboleggiano la potenza di Cristo
- -chi-rho, le prime due lettere del nome greco di Cristo venivano unite a formare un monogramma. Questo simbolo, fatto riprodurre da Costantino sulle insegne dell'esercito, ebbe grande diffusione dopo la vittoria a Ponte Milvio su Massenzio.
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ERMETISMO E CRISTIANESIMO
di Gianfranco Bertagni
Parlando di ermetismo e cristianesimo, A.-J. Festugière sottolinea a più riprese la separazione che esiste tra le dottrine ad essi collegate concludendo quindi che non vi sono motivi di collegamento, di interferenze e di confronto (che non portino a rimarcare ulteriormente le distanze tra le due).
Si vuole qui indagare in parte e nei limiti di questa breve ricerca la veridicità e la correttezza delle asserzioni del Festugière, riportando inoltre testimonianze di alcuni dei Padri della Chiesa che indicano quale giudizio veniva dato, all'interno del cristianesimo dei primi secoli sugli scritti ermetici.
Secondo lo studioso sopracitato, le differenze sostanziali che non permetterebbero alcun accostamento tra l'insegnamento ermetico e quello cristiano sono specificatamente questi: il rapporto uomo-materia, l'intervento divino, l'importanza dell'amore.
E' vero che il rapporto uomo-materia è uno dei motivi principali delle dottrine gnostiche, ma qui è utile valutare quanto l'ermetismo (almeno per questo punto) sia vicino alla gnosticismo. Considerando il Poimandres, ritenuto lo scritto più importante del Corpus Hermeticum, è chiara la natura positiva del demiurgo, al contrario di quello degli gnostici, che è arrogante, malvagio e stolto; quindi una figura più vicina al demiurgo platonico, per non dire al Dio biblico. Da qui, la concezione del cosmo che ne deriva non è perciò assimilabile a quella gnostica: non appare una demonizzazione totale del cosmo, ma piuttosto, in linea con la tradizione platonica, esso vede la sua negatività consistere nei suoi elementi di corruzione e di divenire, cioè nella materia. Ma attenzione: anche qui, la materia non è totalmente e intrinsecamente negativa (altra caratteristica della trattatistica gnostica); quindi anche il rapporto tra Anthropos e Physis non è interamente negativo: il primo infatti deve incorporarsi per seguire il suo destino, che vuole appunto l'assunzione di un corpo. Dualismo e pessimismo sono dunque la conseguenza della psicologia e non della cosmologia.
Anche nei trattati più pessimistici non c'è la condanna della materia intesa come sede del male; la liberazione è innanzitutto allontanamento dagli influssi malefici del corpo, cosmicamente rappresentati dallaheimarmene.
Questa contraddizione tra cosmologia ottimistica e psicologia pessimistica è, secondo Filoramo la caratteristica fondamentale di tutti gli scritti ermetici: la continua tensione tra misticismo cosmico e la ricerca del dio sconosciuto e trascendente.
Si possono inoltre trovare vari spunti nel Corpus Hermeticum che indicano quanto la materia, il cosmo, la natura non fossero affatto demonizzate. Per esempio:
"Santo sei tu, di cui tutta la natura è immagine" (I, 31); "Gloria di tutte le cose è Dio, l'universo è divino e la natura è divina" (III, 1); "...natura, poichè questa ha la sua sede nel divino" (III, 4); "Poichè il demiurgo ha creato il mondo...consideralo come presente, sempre esistente, creatore di tutto" (IV, 1); "L'uomo infatti è divenuto il contemplatore dell'opera di Dio, ed è stato capace di ammirare e conoscere il creatore" (IV, 2); "La monade pertanto, essendo principio e radice di tutte le cose, esiste in tutte le cose, in quanto radice e principio. Niente esiste infatti senza principio" (IV, 10); "[Dio] dando un'immagine sensibile a tutte le cose, appare attraverso tutte e in tutte" (V, 2); "Se dunque vuoi vedere Dio, considera il sole, il corso della luna, la disposizione degli astri. Chi ha cura di questo ordine ?" (V, 3); "Ogni ordine presuppone un creatore" (V, 4); "Se tu vuoi contemplare Dio anche attraverso esseri mortali...considera, o figlio mio, come l'uomo è formato nel ventre della madre, ed esamina attentamente l'arte di tale creazione e cerca di conoscere chi è colui che forma questa bella e divina immagine dell'uomo" (V, 6); "Non separare mai...l'opera dall'artefice" (V, 8); "Egli è al tempo stesso le cose che sono e le cose che non sono" (V, 9); "[Dio] è visibile con l'intelletto, visibile con gli occhi...è colui che ha molti corpi, o meglio colui che ha tutti i corpi...egli è infatti ciò che esiste" (V, 10); "Tu sei tutto e non esiste niente che tu non sia...Dio in quanto attività, buono in quanto creatore di tutte le cose" (V, 11); "...il bene è necessariamente essenza di ogni movimento e di ogni generazione (non esiste alcun essere che ne sia privo)" (VI, 1); "...la natura, come è stata resa partecipe di tutte le cose, così è stata resa partecipe del bene...Il mondo è buono, in quanto anch'esso crea tutte le cose" (VI, 2); "Primo di tutti gli esseri in realtà è Dio, eterno, ingenerato, creatore dell'universo; secondo è colui che è stato creato da Dio a sua immagine [il mondo] e che da Dio è tenuto in vita, nutrito e dotato di immortalità" (VIII, 2); "il mondo è stato creato da Dio ed è in Dio" (VIII, 5); "...il bene è il principio creativo...Dio...è il padre e il bene, in quanto tutte le cose esistono" (X, 3); "...è caratteristica propria del bene l'essere conosciuto" (X, 4); "Questo mondo nella sua totalità, questo grande dio, che è immagine del Dio più grande, che è a lui unito e che con lui conserva l'ordine e il volere del Padre, è la totalità della vita...perciò il mondo è necessariamente anche dio" (XII, 15); "Se tutte le cose visibili sono nate e nascono...esiste qualcuno che le crea... Questo dobbiamo comprendere; compreso questo, dobbiamo ammirare [le cose visibili]; dopo aver ammirato, dobbiamo stimarci beati, perchè si è conosciuto il Padre" (XIV, 2-4); "ciò che è creato e colui che crea...è impossibile separare l'uno dall'altro" (XIV, 4-5); "E non badare alla verità delle cose create, temendo di degradare Dio o di menomare la sua gloria, poichè la gloria di Dio è una sola ed è questa: il creare tutti gli esseri...In relazione al creatore non c'è niente che possa essere ritenuto cattivo o impuro" (XIV, 7) ; "Questo è Dio: il bene, ossia capacità completa di creare tutte le cose; tutto ciò che è stato creato, è stato creato da Dio" (XIV, 9); "Così gli incorporei si riflettono nei corpi e i corpi negli incorporei, cioè il mondo sensibile si riflette nell'intelligibile e il mondo intelligibile nel sensibile. Perciò adora le statue, o re, perchè anch'esse contengono in sè le forme del mondo intelligibile" (XVII).
Anche nel cristianesimo (scritture e tradizione) sono ben chiari i riferimenti ad una natura che, anche se lontana dall'essere divinizzata, rimane prova e indicatore della realtà sovrasensibile da cui essa deriva. Importante soprattutto per le speculazioni che ne sono derivate nei vari secoli di studi esegetici è il passo paolino secondo il quale "ciò che è noto di Dio, è manifesto in loro [i pagani]: Dio infatti lo manifestò ad essi: le sue proprietà invisibili dopo l'atto della creazione del mondo, divenendo oggetto di pensiero mediante le opere da lui fatte, si rendono visibili, come la sua eterna energia operante e la divinità. E così essi sono inescusabili, perchè, avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio nè gli resero grazie, ma i loro ragionamenti divennero vuoti e la loro coscienza stolta si ottenebrò" (Rm 1, 19-21). Viene qui spiegato il modo in cui Dio si è manifestato. Dio, di per sè invisibile e inaccessibile nei suoi attributi, si rende visibile: ciò avviene attraverso una duplice mediazione. La mediazione oggettiva consiste nelle opere da lui fatte, cioè le creature stesse in generale, e, nella terminologia ebraica, attraverso gli interventi nella storia del popolo eletto, detti appunto ma'ase Jahweh . La mediazione soggettiva consiste invece nell'attività intellettuale dell'uomo.
Forse una differenza tra l'interpretazione ermetica e quella neotestamentaria della natura è che nella prima la realtà sensibile è vista come divina dopo l'iniziazione, in forza della gnosi, mentre nella seconda è punto di partenza per una pratica che, a sua volta, avrebbe poi portato a una conoscenza più profonda. Ma anche questa differenza non è così netta come vedremo in seguito.
Resta comunque anche nella tradizione cristiana, come nell'ermetismo, una sorta di posizione ambigua nei confronti del mondo: sempre san Paolo scrive "il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte"; la sua sapienza è stoltezza: "Dov'è il sapiente ? Dov'è il dotto ? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo ? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo ?"; "Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato"; "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente"; il re di questo mondo è il demonio - dice Gesù: "...ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori"; "...se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poichè invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia". Qui il mondo è inteso certamente piuttosto come mentalità mondana che come realtà sensibile, ma l'una è intimamente legata all'altra, è la tipica risposta di chi si ferma alla materia e ai suoi allettamenti, di chi non è "uomo spirituale" e si abbandona ai piaceri dei sensi e alle loro convenienze.
Tutto ciò è stato recepito e trasmesso dai Padri della Chiesa, tra i quali come simbolo possiamo citare sant'Agostino (che insieme a san Tommaso è la base della dottrina cattolica) il quale scrisse: "Dovunque si volga l'anima umana, se non è verso di Te, si dirige verso il dolore, ancorchè si diriga verso cose belle, ma al di fuori di Te e di se stessa. Anzi non vi sarebbero cose belle se non fossero tali per opera tua"; "O Dio, creatore di tutte le cose, da esse tragga lode per Te la mia anima ma non vi si invischi con l'amore dei sensi. Esse vanno secondo la loro destinazione, al non essere: e dilaniano l'anima con desideri peccaminosi, perchè anch'essa tende all'essere e cerca l'appagamento in ciò che ama; ma non può nelle cose trovarsi codesto «dove», perchè non hanno stabilità" (Conf., IV, 10); eventualmente si può amare ciò che ci è esterno solo se lo si ama in Dio: "Ecco dove egli sta, ecco dove la verità si insapora. E' nel profondo del nostro cuore...Se n'è partito dai nostri occhi affinchè rientrassimo in noi stessi e ivi lo trovassimo" (IV, 12); per chi lo sa vedere, Dio è ovunque: "Tu sei dappertutto"; non basta l'occhio per scoprirLo: "L'occhio del corpo non vede, ma solo l'occhio dell'animo". Tutta l'opera di Agostino è piena di questi motivi.
San Tommaso poi, e l'intera scolastica, prendendo le mosse da Scoto Eriugena e da Averroè, intendono la creazione avente l'essere per partecipazione, ricevuto dall'Essere per essenza. Non vi è quindi nulla all'infuori di Dio che non dipenda da Lui.
Il secondo punto che differenzierebbe il cristianesimo dall'ermetismo è che nel primo l'elemento necessario per la salvezza dell'uomo è l'intervento divino (che ha preso la forma storicamente nella persona di Gesù).
C'è tuttavia da sottolineare quanto l'ermetismo non si ponga affatto come una sorta di percorso personale diretto esclusivamente dalle capacità - sia pure spirituali - del singolo individuo, ma come invece in esso siano presenti la rivelazione e l'aiuto divino, senza i quali non è data alcuna possibilità di crescita verso un'autentica gnosi. Anche qui le innumerevoli testimonianze nel Corpus Hermeticum ne sono una prova ineludibile. Si consideri innanzitutto che la letteratura ermetica si presenta come rivelazione di Ermete e che "la gnosi particolare che i testi ermetici vogliono comunicare...è in ogni caso una conoscenza rivelata" .
In primis si può prendere in considerazione il XIII trattato, che descrive una vera e propria iniziazione, costituita da tre fasi (tipica suddivisione di ogni iniziazione): la condizione iniziale, cioè quella del corpo materiale sotto il dominio delle passioni; lo stadio seguente, cioè lo sforzo di estraniarsi dalle influenze del cosmo e dalle facoltà corporali; e, in ultimo, la nascita dell'uomo nuovo, la nuova vita - l'autentica -, grazie alla visione gnostica, che non è più legata al corpo, ma è puramente spirituale, divina. Nel trattato citato, il figlio Tat chiede ad Ermete la sua rivelazione, ora che è pronto, rendendo il suo animo immune agli inganni del mondo. Non c'è alcun elemento di ricerca individuale che non sia seguita o preceduta dal sostegno divino: "Questo genere di cose non si può insegnare, figlio mio, ma il padre, quando vuole, le richiama alla memoria" (XIII, 2); la ricerca è proficua se è accompagnata dalla grazia divina: "...guardando in me stesso una visione immateriale, realizzatasi per grazia divina, io sono uscito fuori da me stesso per entrare in un corpo immortale e adesso non sono più quello di prima, ma sono stato generato nell'intelletto" (XIII, 3); "Volle il cielo, figlio mio, che anche tu uscissi fuori di te stesso" (XIII, 4); e alla domanda di chi sia l'autore di questa rigenerazione, viene detto: "Il figlio di Dio, un uomo, per volere di Dio". Ermete è il maestro spirituale che indica la via: "raccogliti in te stesso e questo verrà; basta che tu lo voglia, ciò avviene; trattieni i sensi del corpo e avverrà la nascita della divinità; libera te stesso dagli irrazionali tormenti della materia.... Questi tormenti però si allontanano...da colui che è oggetto della misericordia di Dio" (XIII, 7).
E questa importanza data all'intervento divino non è certo peculiare del XIII trattato, ma la si ritrova sottolineata ovunque negli scritti ermetici. Anche nel Poimandres si ripete lo stesso schema iniziatico che abbiamo trovato nel XIII trattato: prima Ermete si estranea dal mondo, dai sensi, e poi riceve la rivelazione; comincia infatti così: "Un giorno il mio pensiero si era tutto concentrato sugli esseri e tutto il mio intelletto era levato in alto, mentre i miei sensi erano intorpiditi, come accadde a chi piomba in un pesante sonno dopo un eccesso di cibo o di fatica. Mi parve allora un essere immenso". L' aiuto di Poimandres è necessario per arrivare alla conoscenza: "Io, il Nous, assisto i santi, i buoni, i puri, i misericordiosi, i pii: la mia presenza è il sostegno, che permette loro di pervenire subito alla conoscenza di tutte le cose. Essi poi cercano di ottenere l'amorevole favore del padre e gli rendono grazie con lodi e inni" (I, 22). Non basta quindi la purezza per giungere alla gnosi; è necessaria la conoscenza di Dio, conoscenza che deriva dall'alto e non dal basso: "Santo è dio, che vuole essere conosciuto e che si fa conoscere da chi gli appartiene" (I, 31). La conoscenza è così intimamente legata alla volontà divina che Ermete conclude la preghiera del Poimandres dicendo: "Ti prego, fa' che io non sia privato di quel tanto di conoscenza, concessa entro i limiti del nostro essere, e investimi della potenza". Ed Ermete stesso può iniziare l'opera di redenzione del mondo solo perchè il Padre glielo ha concesso: "L'uomo che ti appartiene vuole procedere assieme a te nell'opera di santificazione del mondo, secondo che tu gliene hai trasmesso ogni potere" (I, 31).
Siamo così giunti al terzo punto: il tema dell'amore (o pietà, o carità). Scrive Festugière: "Si comprende come nel cristianesimo la virtù principale non sia quella che ci rende padroni delle passioni corporee, bensì la virtù dell'amore attivo...Questa virtù di carità determina tutte le altre virtù" .
A quale desiderio rispondono gli scritti ermetici ? Certamente al bisogno di una conoscenza; è evidente nella richiesta che Ermete stesso fa a Poimandres che gli chiede cosa vuole sapere: "Voglio essere istruito intorno agli esseri, comprenderne la natura e conoscere dio" (I, 3). Resta però che base della gnosi deve essere la pietà, o comunque dov'è la gnosi, là c'è anche pietà: "Una sola è infatti la via che conduce al bello:la pietà unita alla conoscenza" (VI, 5); "I semi gettati da Dio sono pochi, ma grandi, belli e buoni: la virtù, la temperanza e la devozione. La devozione è conoscenza di Dio... l'uomo pio sopporterà tutto, cosciente della conoscenza che possiede; infatti per tale uomo, tutte le cose che per gli altri possono essere mali, sono beni" (IX, 4); "...la virtù dell'anima è la conoscenza: colui che conosce infatti è anche buono, pio, ed è già divino" (X, 9); la conoscenza infatti non è desiderata in quanto tale, ma - e soprattutto - perchè essa porta ad essere "buono, pio,...divino"; la conoscenza di Dio porta innumerevoli virtù, tra cui compare anche l'altruismo: "La conoscenza di Dio è giunta fino a noi, e come essa è venuta, è stata cacciata l'ignoranza. E' giunta la ... gioia... la continenza... la fermezza... giustizia... l'altruismo... la verità... il bene... vita...luce" (XIII, 8-9). Altruismo traspare anche nel compito di Ermete, "divulgatore" dell'insegnamento divino: "Allora io porterò la luce di questa grazia agli uomini che vivono nell'ignoranza, miei fratelli, tuoi figli" (I, 32), a quegli uomini che però si convinceranno della loro situazione, a quelli che avranno orecchie per ascoltare: "Alcuni di essi, che si erano ormai lasciati andare lungo la strada della morte e che avevano ripreso il loro vuoto cicaleccio, si allontanarono. Altri invece si gettarono ai miei piedi e mi pregavano d'istruirli. Io allora li feci alzare e divenni guida del genere umano" (I, 29).
A proposito degli scritti ermetici, Filoramo scrive: "...il valore di testimonianza, che essi posseggono, di un atteggiamento religioso di pietà convinta e originale, distinta dalle analoghe e coeve per l'appassionata devozione nei confronti del mondo, per l'amore verso la vita nelle sue differenti manifestazioni, per il rispetto verso la misteriosa rete di legami che unisce l'uomo all'universo, immagine visibile del dio invisibile. Novit qui colit: «consegue la conoscenza (sc. di Dio) colui che pratica la pietà»...Come la gnosi, la pietà è un dono di Dio, un seme divino: Dio ci invia il nous-mens e se, grazie ad esso, noi pratichiamo la vera pietà, sarà possibile ritornare a Dio, dal momento che la strada che porta a lui è una soltanto: la gnosi accompagnata dalla pietà. In questo senso, l'ermetismo capovolge il modo tipico di intendere il nesso pietà-conoscenza. Mentre, ad esempio, Cicerone insegnava che la pietà è un frutto della conoscenza, la pietà ermetica, almeno sotto la sua forma più rappresentativa, insegna che ottiene la conoscenza chi è pio" .
Ancora Festugière scrive: "Nel cristianesimo...la causa del male morale, infatti, non è più attribuito alla materia, ma alla libera scelta dell'uomo in relazione ai suoi rapporti con Dio".
E' già stato chiarito il nesso male-materia nell'ermetismo; ricordiamo solamente che anche in esso c'è - ed è fortemente presente - il tema della scelta dell'uomo che risulta determinante nel prosieguo della sua vita. "Chi poi seppe riconoscere se stesso, pervenne al bene supremo; invece chi ha rivolto il suo amore al corpo prodotto dalla deviazione dell'eros, continua ad errare nelle tenebre e a soffrire con tutti i suoi sensi le pene della morte" (I, 19): è il problema della scelta della vita, che non si esaurisce in un semplicistico ed edonistico stare bene, ma necessita invece di una conversione per oltrepassare la condizione umana attuale, nel tentativo di riallacciarsi al principio divino. Anche qui, in definitiva, si tratta di tornare a quella relazione primordiale con Dio che si riflette in quell'io spirituale dentro ognuno di noi.
E' inutile dire che questo motivo della conversione, della scelta, è continuamente presente in tutti gli scritti ermetici, che insistemente sottolineano l'importanza di una conoscenza divina (e di una grazia divina che la supporti), di un radicale mutamento interno che sia anche mutamento esterno (in un'etica appropriata); in una parola, l'esigenza di un ritorno al divino. Così, anche l'allontanamento dal mondo, l'estraniarsi dalla materia, è solo un grado propedeutico d'iniziazione per il raggiungimento della perfezione; infatti nel già citato trattato XIII (esempio di iniziazione) il figlio Tat dice ad Ermete: "Hai affermato che me l'avresti trasmessa [la dottrina]: «quando tu sarai sul punto di allontanarti dal mondo», hai detto. Io sono pronto" (XIII, 1). Svincolarsi dai legami della materia sembrerebbe qui non un fine, piuttosto un mezzo.
Non si vuol fare nessuna forzatura; semplicemente si sono sottolineati alcuni punti di possibile contatto (il che non vuol dire necessariamente contatto storico) tra ermetismo e cristianesimo, che il Festugière invece ha ritenuto inesistenti. A riprova di ciò vogliamo ora soffermarci sull'attenzione di alcuni scrittori cristiani verso gli scritti ermetici, nella ricerca dei motivi tipicamente ermetici utilizzati (alcune volte anche cristianizzati) dai Padri a riprova della veridicità del messaggio cristiano.
Infatti, mentre da una parte certi autori cristiani portano passi di scritti di Ermete Trismegisto per confutare la sapienza pagana attraverso uno dei suoi maggiori esponenti, dall'altra altri li citano a riprova delle concordanze tra essi e la dottrina cristiana. La carattersitica di rivelazione e apocalittica propria a molti passi ermetici ben si sposa infatti con l'intersse dei Padri.
Ad iniziare la speculazione patristica su Ermete è Tertulliano, il quale lo considera insegnante in certo modo anche di Platone e che, concordamente al giudizio di molti autori cristiani, vede in Trismegisto un preannuncio della Rivelazione, portato quindi a riprova di alcuni concetti cristiani.
Una parte delle testimonianze riferite dai Padri della Chiesa sull'ermetismo riguarda la natura e gli attributi di Dio: più volte la dottrina ermetica accosta alla divinità le carattersitiche di unicità, potenza, creatività e signoria su tutto. Lattanzio ad esempio si sofferma su queste citazioni prima di entrare nel merito dei testi sacri propriamente detti; dice che Ermete "proclama la maestà del Dio sommo e unico e lo chiama con gli stessi nomi con cui noi lo chiamiamo, Signore e Padre" (div. Inst. I, 6, 4).
Gli appellativi di Signore e Padre ricorrono spesso infatti nei trattati ermetici e gli scrittori cristiani li mostrano appunto derivanti dal linguaggio teologico che su di essi si basa. Per esempio, in V, 2 troviamo: "Tu dunque, o figlio Tat, prega il Signore e padre..."; oppure in XIII, 21: "Dio, tu padre, tu signore, tu intelletto, ricevi da me sacrifici con parole, a tua volontà". Nel Poimandres poi, l'appellativo di padre dato al Nous sta a significare anche e soprattutto la sua funzione di creatore di tutti gli esseri e di tutte le cose . Quindi l'attributo di padre è intimamente legato alla facoltà demiurgica di Dio: "L'altra denominazione [di Dio] è, poi, quella di Padre, a causa della sua facoltà di creare tutte le cose; il creare, infatti, è proprio del padre" (II, 17).
E' da notare che la connessione padre - Dio non è una novità dell'ermetismo: deriva almeno fin da Platone e lo troviamo anche nel giudaismo alessandrino (Filone in particolare).
Bisogna sottolineare inoltre che nell'ermetismo, l'appellativo di Padre spesso rivela una vicinanza particolare di rapporto, una specie di intimità tra Dio e l'uomo, il quale si rende partecipe ontologicamente della sua figliolanza nei riguardi del Nous. Nelle testimonianze conservate dagli autori cristiani, anche se spesso tornano gli attributi di Padre e Signore, manca invece quella peculiare familiarità sentita nel rapporto da parte dell'uomo, che è peculiare nella maggioranza degli scritti ermetici.
In Lattanzio c'è la citazione di un passo ermetico nel quale emerge l'idea dell'unicità di Dio e dell'impossibilità di dare a l'Essere supremo un nome specifico. Si consideri il seguente passo dell'Asclepio: "...di fronte alla considerazione di così grande potenza divina, nessuno di questi nomi può dare un'esatta definizione. ...Un nome, la cui sostanza, costituita da un piccolo numero di sillabe, è interamente limitata e circoscritta....Non posso illudermi infatti che il creatore di tutta la grandezza e padre e signore di tutti gli esseri, possa essere designato con un solo nome, anche se composto da più nomi; Dio deve essere considerato senza nome, o piuttosto come se li avesse tutti" (Ascl., 20). Quindi l'anonimia o la polinomia di Dio sono dovute alla sua infinità, unicità e paternità su tutto.
In un altro testimonium, Lattanzio ritorna sull'impossibilità di dare un nome a Dio, usando questa volta il passo ermetico come se si riferisse al Cristo-Logos: "Vi è, infatti, o figlio, un Discorso ineffabile e santo di Saggezza intorno al Signore unico di tutte le cose e Dio concepito prima di tutte le cose, che è al di là delle capacità umane enunciare" (div. Inst., IV, 7, 3).
Anche nelPoimandres, Dio è chiamato "inesprimibile, ineffabile, che solo col silenzio puoi essere definito". Resta comunque sia nella religiosità ermetica che nelle testimonianze di Lattanzio la coesistenza dell'assoluta trascendenza di Dio con la sua funzione di signoria e paternità sulla totalità degli esseri.
Cirillo poi, cita un frammento ermetico sull'incapacità dei sensi nella comprensione del nous, il quale non ha corpo, figura, non è materia. La conoscenza è raggiungibile solo grazie alla contemplazione del Bello; e su questo si fonda un altro testimonium che Cirillo riporta subito dopo. Invita poi "l'occhio incorporale" ad uscire dal corpo per rifarsi unicamente alla contemplazione del Bello, il quale non è materia ma produce tutto ciò che è figura, nella sua perfetta quiete, fondato in se stesso, Uno originale, dissimile da tutto tranne che da se stesso.
Come nel testimonium di Cirillo, anche nel Poimandres necessario è il distacco dal corpo per giungere alla contemplazione della trascendenza. Nel IV trattato c'è la stessa connessione tra rifiuto della corporeità in vista di una aspirazione alla visione del Bene: "[coloro i quali non prestano attenzione al messaggio divino] sono rivolti unicamente ai piaceri e agli appetiti del corpo e credono che l'uomo sia stato generato per queste cose. Quanti invece partecipano del dono di Dio hanno considerato la dimora di quaggiù un male" (IV, 5).
All'inizio del X trattato viene definito Dio come Padre e avente la stessa natura del Bene. Tale concetto di Dio è accessibile "a chi è capace di vedere" perchè "è caratteristica propria del bene l'essere conosciuto" (X, 4).
Questa concezione ermetica del trascendere le forme visibili per raggiungere la divinità assolutamente trascendente, identificabile al Bene e al Bello (non può qui non venire in mente Platone), la troviamo anche in Lattanzio. Egli esalta il privilegio che l'uomo solo ha, per la sua struttura fisica, di alzare gli occhi al cielo (il topos dello status rectus, presente anche nello stoicismo, è frequente negli scrittori cristiani dei primi secoli). Negli Excerpta di Stobeo, due volte ricorre l'espressione "facoltà di vedere Dio", come dono che la divinità offre ad alcuni che sono i soli a poter conoscere la verità al di là delle tante apparenze del mondo che li circonda. Nell'ermetismo è tipica l'idea dell'uomo privilegiato, capace di conoscere Dio, facoltà che lo distingue dal resto dell'umanità (per es.: IV, 4).
Vicino alle considerazioni ermetiche d'ispirazione platonica sul Bene e sul Bello, intesi come oggetto ultimo di contemplazione, c'è un altro testimonium di Cirillo, sulla definizione degli attributi del "Bene unico e solo", che è "la totalità della potenza", limite di tutte le cose che da esso sono abbracciate; esso è incorporale e ingenerato, e in quanto tale si contrappone a tutto ciò che ha corpo e soggetto alla nascita.
Nel Corpus hermeticum, l'identificazione di Dio con il Bene è più volte ribadita, e nel VI trattato esso esiste unicamente nell'ingenerato: "...il bene non può essere nella generazione, ma solo nell'ingenerato" (VI, 2). E nella stessa tradizione ermetica è presente anche la concezione della signoria su tutto il visibile da parte della heimarmene, in cui anche qui è ripresa la qualità di "ingenerata" propria della divinità.
Di nuovo Cirillo cita con piccole variazioni il passo XI, 22 nel quale si dice che "[Dio] ha creato tutto, perchè tu lo vedessi attraverso tutti gli esseri"; è da dire però che nello stesso trattato, poco prima, viene deprecata "l'ignoranza del divino", che è il vizio più grande, fonte di quell'ignoranza che lega l'uomo al suo corpo. Anche Didimo il Cieco fa una citazione dal VI, 2, in cui si dice che, pur essendo il bene puro e assoluto unicamente nel Dio trascendente, vero è anche che "la natura, come è stata resa partecipe di tutte le cose, così è stata resa partecipe del bene".
Lattanzio fa dell'idea dell'origine del mondo dalla provvidenza, un insegnemento ermetico. Nel Corpus troviamo infatti la concezione di un'Eternità che "tiene unito tutto questo mondo, sia per mezzo della necessità, sia per mezzo della provvidenza, sia per mezzo della natura" (XI, 5); e altrove: "la necessità, la provvidenza, la natura sono strumenti del mondo e della disposizione in cui è stata ordinata la materia" (XII, 14). C'è una vicinanza quindi con la dottrina stoica della Provvidenza, che la fa strumento della divinità nel suo rapporto con il cosmo. Ma un parallelo più diretto è forse in unlogos ermetico riportato da Cirillo, dove si afferma che il sole "è apparso ad opera della Provvidenza del Signore" (c. Jul., I, 588 B).
Un'altra testimonianza di Lattanzio, presa dall'originale greco dell'Asclepio, tratta della creazione del "secondo dio visibile e sensibile" da parte del Signore di tutte le cose. Questo secondo dio apparve bello e pieno di tutti i beni alla vista di Dio, ed egli "lo amò come suo figlio". Nel contesto dell'Asclepio, risulta chiaro che questo figlio è il cosmo, ma Lattanzio qui si serve di questo passo per descrivere la dottrina cristiana del Logos, figlio di Dio. Stesso intento è perseguito anche da Cirillo, che riporta anche altri frammenti ermetici che non ci sarebbero altrimenti noti.
In un testimonium estratto dal Terzo dei discorsi ad Asclepio v'è la dottrina di una Luce intellettuale unica, sola, eterna, anteriore all' "Intelletto luminoso dell'Intelletto". In Cirillo l'interpretazione è ovviamente quella di una "luce da luce" come simbolo della relazione Figlio-Padre, quindi una distinzione fra due ipostasi divine. Scrive infatti Cirillo: "Intelletto derivato dall'Intelletto, come credo, egli (il Trismegisto) chiama il Figlio, e Luce derivata dalla Luce".
Anche nel Poimandres effettivamente sembra vi sia una riprova di questa tesi: c'è una Luce originaria - il Nous - da cui, per emanazione, proviene un Logos: "Dalla luce un santo Logos" (I, 5). Inoltre si dice che la loro unione è vita; c'è quindi un rapporto intenso tra il livello divino e quello umano, che non rimangono allora in due sfere incomunicanti. Nel II trattato invece non si afferma l'identità tra luce, intelletto e Dio, ma da questo la derivazione: "Dio dunque non è l'intelletto stesso, ma è causa dell'esistere dell'intelletto, [...]non è la luce, ma causa dell'esistere della luce" (II, 14).
Per quanto riguarda le considerazioni sulle funzioni e proprietà del Logos, il fr. 28 conservatoci da Cirillo attesta una teoria sulla "piramide", che è il fondamento della realtà circostante all'uomo; al vertice della piramide starebbe proprio il Logos-demiurgo. Anche nel Poimandres si trova una dottrina del Logos, persona divina concepita e derivante da Dio, che ha potere sulla creazione: qui, insieme al Nous, regola il movimento delle sfere e delle generazioni.
Vicinanza con il Poimandres è riscontrabile poi in quest'altro passo citato sempre dallo stesso autore: "...Il Logos di Dio, uscito dal Padre, essendo interamente perfetto, fecondo e creatore della Natura feconda, si gettò sull'acqua feconda e rese l'acqua pregnante" (c. Jul., I, 552 D). Si ripete cioè l'idea del Logos che ricopre la Natura primordiale per agire su di essa, separandone i vari elementi. Sul carattere demiurgico torna anche un altro frammento ermetico riportato da Cirillo: "La natura del Logos intellettuale di Dio è una natura generativa e demiurgica", il Logos, "provenendo da un Perfetto fa, crea e fa vivere cose buone perfette" (c. Jul., I, 552 D).
La cosmogonia tipica dei frammenti di Cirillo si inquadra quindi in una prospettiva "puramente teologica", come scrive il Reitzenstein, nella quale il principio è Dio, come lo è concettualizzato nel Poimandres e nella Kore Kosmou, e ovviamente nel Genesi, che in parte lo ha influenzato.
Mentre nei testimonia patristici largo spazio viene dato alle descrizioni e dottrine che riguardano la natura divina, diversamente accade per quanto riguarda l'interesse rivolto all'uomo, che sembra invece il fulcro di tutta la speculazione ermetica.
Lattanzio ricorda Ermete a sostegno della concezione cristiana dell'uomo creato da e ad immagine di Dio. E altrove dice che il Trismegisto avrebbe spiegato l'arte divina che ha creato le diverse parti del corpo, belle e perfette. Si possono ricordare a tal proposito i paralleli che ci sono tra queste argomentazioni e il V, 6-7, dove viene descritta la struttura del corpo umano, nelle sue molteplici funzioni, "opere d'arte in una sola figura, e tutte bellissime, tutte esattamente misurate", e tutte create da Dio. La natura umana viene valutata positivamente nella concezione ermetica ricordata da Lattanzio, secondo la quale l'uomo risulterebbe dall'unione della natura immortale e di quella mortale, operata da Dio, e che "lo ha posto là affinchè, alla vista dell'insieme delle cose, le ammirasse tutte" (div. Inst., VII, 13, 3).
Questa idea tipicamente ermetica della natura dell'uomo insieme mortale e immortale, è spesso ripresa per esaltare la sua funzione - non riscontrabile nel resto della creazione - di intermediario che egli può avere tra la realtà superiore e quella quotidiana. Nell'Asclepio, ed esempio, si legge: "Così [Dio] formò l'uomo di anima e di corpo, cioè di natura eterna e di natura mortale, affinchè quest'essere vivente, così formato, potesse soddisfare alla sua duplice origine, cioè potesse contemplare e venerare le cose celesti e al tempo stesso curare e governare quelle terrene" (8); e addirittura, in forza di questa peculiare bipolarità, l'uomo è stato "costituito come migliore degli dei" (22).
Per quanto riguarda il destino dell'anima, abbiamo un testimonium di Tertulliano, secondo il quale Ermete Trismegisto non insegnerebbe una dottrina del ritorno, lasciato il corpo, al Tutto originario, ma una sorta di giudizio cui verrà sottoposta dal Padre intorno alle azioni da lei compiuto nel corpo, nell'attesa e durante il quale l'anima vivrà una sua vita individuale sganciata dalla materia. In più parti del Corpus Hermeticum troviamo uno stretto legame tra il destino dell'anima e l'etica cui essa deve sottostare nella vita corporea; nel X trattato si parla delle trasformazioni dell'anima, cioè della metempsicosi nella quale le anime passano dagli animali striscianti, per quelli terrestri, poi i volatili, gli uomini, i quali si mutano in demoni, divenendo così immortali, e poi passano a far parte del "coro degli dei". "Ma se l'anima che è entrata in un corpo di un uomo permane nel peccato, non gusta la gioia dell'immortalità... ripercorre la strada all'indietro fino agli animali che strisciano" (X, 7). E ancora: "Una volta avvenuta la separazione dell'anima dal corpo, il giudizio e l'esame dei suoi meriti sarà affidato al demone supremo" (Ascl., 28).
Introduzione a Ermete Trismegisto, La pupilla del mondo, a cura di Chiara Poltronieri, Venezia, Marsilio, 1994; p.15.
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L’Essenza del Cristianesimo
- Ludwig Feuerbach -
(brevissima introduzione)
Ludwig Feuerbach nacque il 28 Luglio 1804 a Landshut, in Baviera; studiò teologia a Heidelberg, traendone una approfondita conoscenza dei testi sacri, e successivamente filosofia a Berlino, dove ebbe Hegel come ammirato e venerato maestro. Insegnò in qualità di libero docente a Erlangen, fino a quando non dovette lasciare la cattedra in seguito alla pubblicazione di uno scritto - “Pensieri sulla morte e l’immortalità” - osteggiato dalla critica di potere intenzionata a riportare l’ortodossia religiosa contro il temibile “seme di draghi del panteismo hegeliano”. L’astio, non distolse però Feuerbach dalle sue riflessioni, che anzi continuò dando vita ad una produzione filosofica quanto mai fertile ed originale.
L’opera che gli diede maggiore fama e che ancora oggi possiamo considerare come una delle più importanti produzioni della filosofia moderna fu “L’Essenza del Cristianesimo”. I contemporanei accolsero lo scritto con grande entusiasmo; Engels scrisse: “Ognuno dovrebbe provare l’esperienza liberatrice di questo libro per averne un’idea. L’entusiasmo fu generale; tutti allora fummo Feuerbachiani”. Con l’Essenza del Cristianesimo si posero le basi per il cosiddetto “Materialismo” ch’ebbe come figura trainante Marx. Egli stesso considerò Feuerbach come il personaggio culmine della “vecchia Filosofia”; in quanto gli riconobbe la correttezza e la spietatezza nell’individuare e denunciare le contraddizioni insite nel pensiero Classico e in quello Cristiano, senza tuttavia porsi nell’ottica della costruzione “pratica” di una nuova Filosofia.
L’opera è una lunga ma chiara dissertazione intorno all’”Antropologia religiosa”, considerata da Feuerbach l’unica possibile e “reale” Teologia.
Il libro è diviso in due parti: nella prima vengono illustrati i processi che sono ad arché del fenomeno religioso; nella seconda sono confutate le tesi teologiche dei “Padri della Chiesa”, smascherati come sofisti di fronte alle contraddizioni nelle quali spinge la fede.
La frase che racchiudere l’analisi feuerbachiana può essere considerata “Homo homini Deus est”; è importante però chiarirne il significato per non cadere in inganno. L’uomo nel suo pensarsi pone, tra il sé pensante e il sé pensato, un oggetto intermedio che ha il dono della perfezione. In questo essere non v’è limitazione e tutto ciò che possiede in potenza è presente al tempo stesso in atto. Ma qual è l’essenza di questo essere? E’ essenzialmente la stessa dell’uomo, giacché proviene da esso per arrivare ad esso stesso, privandosi di ogni limitazione imposta dalla materia e dal rapporto col mondo sensibile. Le religioni “umane”, che possono essere assimilate a quelle monoteistiche, tendono alla venerazione di questo essere “di mezzo”, cadendo, però, in un errore ontologico di rilevanza madornale: lo considerano “essere a sé”, di essenza differente od al massimo “simile” rispetto a quello umano, quando invece è esso stesso uomo, uomo come “specie”. Questo sbaglio porta a creare una terza persona, quella dell’uomo della religione, che è la totale contrapposizione alla perfezione di Dio. Se Dio è buono, l’uomo è malvagio, se Dio è misericordioso, l’uomo è spietato, se Dio è santo, l’uomo è peccatore. Colpevole di questa disgrazia umana è considerata la Natura, in quanto è essa che ci impone limitazioni, che fa ritornare il nostro pensiero in noi impedendoci di soffermarci sulla venerabile seconda persona. Metodo di santificazione, secondo la religione, sarà quello del rinnegare ogni cosa materiale, della mortificazione corporale. La vita terrena diviene così un arduo periodo di passaggio da dedicare esclusivamente, attraverso la fede, alla costruzione della nostra futura vita eterna.
Questa dinamica è definita di “alienazione”. Al contrario di Marx, Feuerbach ritiene che essa preceda lo “sfruttamento delle masse”; masse che non si alienano a causa della sottomissione, ma che si sottomettono a causa dell’alienazione. Per evitare ciò, sarà necessario fondare una nuova teologia che sia anzitutto un’ antropologia dell’animo umano, sbarazzandosi anzitutto dei sofismi messi in opera dai monoteismi per giustificare la fede; a questo scopo, Feuerbach ritiene che sia necessario “sacrificare Dio all’Amore”.
Come detto poco sopra, il rinnegare la natura è “conditio sine qua non” per accettare totalmente la fede in un “Dio umano”. Se il paganesimo venerava il miracolo della stessa natura ammirando il potere purificatore dell’acqua, la forza e l’audacia del fuoco, lo splendore delle creature animali, i monoteismi a noi meglio noti considerano miracoli non la grandiosità degli eventi naturali, bensì ciò che è assolutamente contro natura. L’aprirsi delle acque, la resurrezione, la fine del mondo ne sono altrettanti esempi. Geova o Javé, il Dio innominabile degli Ebrei, farà in modo che il popolo “eletto” riesca, guidato da Mosé, a fuggire dall’Egitto passando tra le acque del Mar Rosso. I Cristiani, dal canto loro, considereranno sommo miracolo la resurrezione del Cristo. Il miracolo è amore di Dio per l’uomo e – al tempo stesso - dichiarazione di superiorità dell’uomo nei confronti di tutto il restante universo sensibile, che viene quindi ‘legittimamente’ sacrificato per l’unico essere “simile” a Dio. Oggi vi sono - come li definisce con originale sagacia Feuerbach - moltissimi “pii naturalisti cristiani”. Essi dovrebbero però considerare che, con il loro fare, finiscono nel cadere in fatale contraddizione con la vera ontologia della fede!
La preghiera è altra caratteristica peculiare che pone colui che attua l’atto del pregare al di sopra d’ogni altra creatura. Con la preghiera si da del ‘tu’a Dio, gli si confidano i crucci, le aspirazioni, i sentimenti controversi che veleggiano nell’animo umano. Perché si fa questo? Chi è il vero interlocutore cui ci rivolgiamo? Dio è considerato il nostro “padre”, colui che ci ha creato. Noi, figli, abbiamo sudditanza nei suoi confronti; secondo logica, non potremmo perciò avere in alcun caso influenza su di lui… Ecco invece farsi avanti la forza della preghiera: “la preghiera del figlio non è che l’espressione del potere che il figlio esercita sul padre – se è lecito usare in questo caso il termine ‘potere,’ dal momento che questo potere del figlio non è altro che il potere dello stesso sentimento paterno”. La preghiera conosce una sola forma: “l’imperativo”. Con la preghiera non solo perpetuo di fatto la mia salvezza eterna, unicamente derivante dal fatto che ho fede in Dio, in quel Dio che sto pregando, ma chiedo a ‘Lui’ un atto di “onnipotenza”, atto esclusivamente personale, che presuppone l’insussistenza del mondo esteriore, dell’oggettività.
Al di là dei pensieri strettamente Feuerbachiani, c’è da considerare il miracolo - strettamente correlato alla preghiera - come fattore di notevole importanza nella fede cristiana odierna. Ogni processo di canonizzazione deve attuarsi attraverso un “numero” di miracoli; gli uomini assunti in cielo come “Santi” hanno, parimenti a Dio, l’onnipotenza sulla natura, sulle leggi che la regolano; essi dispongono in atto di ciò che l’uomo ha solo in potenza nel proprio sentimento di amore. Essi sono la nostra “raccomandazione” a Dio e, nel momento della preghiera, rappresentano forse, per noi, Dio stesso. Il venerare un brandello di tunica di un Santo, piuttosto che un presunto filo che componeva il sudario di Cristo in croce, non ha maggior dignità, e non ne dovrebbe avere, della venerazione che alcune religioni orientali hanno per l’“orina di vacca”.
Come abbiamo potuto scorgere in questa breve analisi dell’opera, Feuerbach vive la fede Cristiana con rabbia; egli opera in un’epoca in cui lo scontro tra una ragione rafforzata da una scienza sempre più evoluta, e una religiosità di stampo medio-orientale, si fa insostenibile. La religiosità non è più il compendio “necessario” per imporre una legge etica comune e di facile assimilazione, ma è limite, attrito, scontro, muro opposto al progresso scientifico e culturale. Feuerbach, per onestà intellettuale, non è in grado di accettare una fede “passiva”, snaturata dei suoi contenuti, libertina, quasi epicurea, che pure rivendica il “potere” di una fantomatica rivelazione. Il compromesso fede-ragione, come dimostrato, affonda la sua insanabile contraddizione nell’ontologia della coppia implicata: la fede rinnega la ragione allo stesso modo in cui la ragione rinnega la fede. La vera “rivoluzione positiva”, secondo Feuerbach, dovrà avvenire ed essere in ogni singolo uomo, che si rende libero riscoprendo se stesso “come specie”, acclamando come vero miracolo la natura e ammirando la potenza dell’uomo che si esplica per mezzo del sentimento d’Amore e con la Ragione.
Jacopo Agnesina
http://jacopo.agnesina.it
con la preziosa collaborazione della Dott.sa Carla Chiaffrino
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DONNA E CRISTIANESIMO
Giovanni De Sio Cesari
E’ abbastanza diffusa l’idea che il cristianesimo abbia relegato la donna a un posto secondaria nella vita sociale ed è comune quindi una violenta polemica da parte organizzazioni “femministe” nei confronti della Chiesa. accusata di maschilismo. Ma è fondato storicamente che la Chiesa abbia avuto un atteggiamento maschilista ? In realtà anche a una semplice analisi storica appare evidente che il Cristianesimo, lungi dall’essere discriminante verso le donne, è stata l’unica grande religioni a esaltare la condizione femminile. Bisogna naturalmente prendere atto del contesto storico delle condizioni materiali del passato. La mortalità infantile era altissima si verificavano paurosi crolli demografici per epidemie e carestie: era quindi necessario che le donne mettessero al mondo più figli possibili .Inoltre non esistevano un gran numero di grandi e piccole invenzioni che rendono più agevole accudire i bambini; ora vi è lo scaldabagno, la lavatrice, i pannolini, alimenti specifici, frigoriferi per conservarli, carrozzini per uscire, auto per spostarsi. Difficilmente noi riusciamo ormai a immaginare la “fatica” di una mamma di un tempo: la mamma sempre incinta o con un bimbo al seno, con un nugolo di altri bimbi intorno, che praticamente non può uscire di casa, sommersa da un lavoro esasperato, con l’aiuto delle altre donne di casa fra le quali le figlie appena un pò grandicelle: dove troverebbe mai il tempo per interessarsi di qualcosa altro? Ne conseguiva naturalmente che la donna che volesse essere buona madre doveva necessariamente abbandonare qualunque altra attività e affidarsi completamento all’uomo per tutte le sue necessità, Ma nel cristianesimo la donna è vista come un essere umano completo al pari dell’uomo : l’idea che si discutesse se avesse o meno un’anima è una sciocca leggenda In nessuna religione la donna ha invece svolto una funzione tanto ampia come nel Cristianesimo: ne è dimostrazione anche che in tutte le genti cristiane è stato sempre vivissimo il culto della Madonna, la madre per eccellenza alla quale tutti, uomini e donne hanno sempre prestato,il massimo culto. Il cristianesimo innanzi tutto ha affermato la monogamia: in verità essa era presente nel mondo romano ma riguardava solo la filiazione legittima, (cioè solo la moglie legittima poteva dare figli legittimi) ma l'uomo restava libero di avere rapporti con schiave, liberte e donne di bassa condizioni tanto che le leggi regolavano questa specie di unioni. Si trattava di cosa molto diversa quindi dalla concezione cristiana che vietando i rapporti extraconiugale anche agli uomini mette i due sessi su un piano di parità D’altra parte fin dai primi tempi nella testimonianza di fede dei martiri nessuna differenza viene fatta fra uomini e donne: la santità era di tutti indistintamente Anche in tutti i movimenti di rinnovamento religioso che fiorirono nei secoli successivi e fino ai nostri giorni abbiamo sempre una dualità uomo donna: per ogni San Bendetto abbiamo una Santa Scolastica, per ogni S. Francesco abbiamo una Santa Chiara: gli ordini religiosi femminili furono sempre più numerosi di quelli maschili. Anche l’amor cortese che dal 200 in poi diede alla donna un particolare primato di onore fiorì e fui sempre sostenuto da una atmosfera profondamente religiosa: la donna intesa come tramite a Dio, come suscitatrice di virtù cristiane. Per rendersene conto dell’importanza data alla donna dal Cristianesimo basta dare uno sguardo alle altre religioni. L’islam ha isolato completamente la donna escludendola dalla vita civile : tuttora il suo ruolo appare insopportabile per una sensibilità europea. E pure in effetti la condizione femminile islamica è incomparabilmente migliore che nelle altre civiltà Si pensi per esempio all’usanza del “sati” in india: la vedova sale sul rogo del marito e si lascia morire perche la vita di una donna non ha senso e scopo se non ha un uomo da servire. E in Cina la condizione femminile era tanto bassa che l’infanticidio delle neonate era cosa comune e ancora oggi purtroppo l’aborto selettivo e le mancanze di cure alle neonate fa che nella Cina del boom economico e dei primati il numero delle donne risulta sensibilmente inferiore a quello degli uomini E’ evidente che il Cristianesimo, lungi dall’essere maschilista, ha fornito la base culturale al moderno evolversi della condizione femminile
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LA RAGIONEVOLEZZA DEL MISTERO NEL CRISTIANESIMO
a cura di Antonio Norrito
L’attuale cultura laicista denigra i misteri più profondi del cristianesimo, adducendo come assurdi i dogmi, vero oltraggio per alcuni, alla razionalità umana. Ma è proprio così o si tratta, invece, di uno oscurantismo tutto laicista? Secondo Pier Carlo Landucci l’obiezione puntualizza molto esattamente il problema critico del mistero cristiano: come, beninteso, è insegnato dalla Chiesa Cattolica; perché, quanto ai Protestanti, essi hanno, più o meno, dissolto i misteri -come per es., quello eucaristico - in un facile simbolismo e i Protestanti liberali hanno fatto tramontare perfino la divinità di Gesù. Non posso che plaudire alla rivendicata esigenza di chiarezza della critica moderna, contro le pose sconsolate e decadenti di certo ermetismo contemporaneo o la incapacità di analisi e di distinzione di certo confuso esistenzialismo; plaudire non solo in nome della ragione, ma anche in nome della fede, perché la critica così intesa, anziché opporsi, è la più efficace alleata dei misteri cristiani. Non è infatti difficile provare che una mente veramente chiara e penetrante, capace di distinzione e di inflessibile rigore logico, non può non godere dell’oscurità del mistero e non trarne una conferma della verità del Cattolicesimo, proprio in quanto soltanto in esso i misteri si trovano in pieno.
Pensate a un esaltato, a un sognatore, che s’atteggi a profeta e lanci un nuovo verbo religioso. La fortuna l’assista, i fattori politici gli siano favorevoli, il movimento si affermi. Una nuova religione è fondata, miserevole effetto di superstizione, d’ignoranza e di bassi interessi. Essendo essa il parto di pura fantasia umana, non potrà contenere che una dottrina proporzionata alla finita mente umana e, anche se romantica e originale, tutta comprensibile. Vi potranno essere bensì favole meravigliose, ma niente d’intrinsecamente incomprensibile, niente che abbia l’oscurità del vero mistero.
Ecco là, per es., nella odierna Gerusalemme, la grande spianata dell’antico tempio di Salomone - distrutto da Nabucodonosor, ricostruito dopo l’esilio babilonese e poi nuovamente da Erode il Grande e definitivamente distrutto dai romani nel 70 - divenuta poi, per opera della Mezzaluna, l’<<Augusto Santuario>> - al-Harem al-Sharif - maomettano. Sopra l’antica pietra degli olocausti si erge ora la bellissima <<Cupola della Roccia>>, detta impropriamente la Moschea di Omar, costruita per onorare quella pietra da dove la tradizione musulmana vuole che Maometto salisse al cielo sopra un cavallo alato. In distanza si profilano delle graziose arcate, sul filo superiore delle quali Iddio appoggerà la bilancia del bene e del male nell’ultimo giudizio, chiamate perciò <<bilance>>. A est vi è un altro edificio a cupola, più piccolo, che ricorda il luogo dove arrivava l’estremità di una prodigiosa catena sospesa al cielo, che serviva a distinguere i veritieri dai menzogneri, perché i primi soli riuscivano ad afferrarla, mentre ai secondi inesorabilmente sfuggiva di mano... Tutte favole evidenti: ma comprensibilissime e quindi non misteri.
Ma supponete ora che, invece di una testa calda e di una ricca fantasia, si tratti veramente di un inviato di Dio, di Gesù, venuta a rivelare gli intimi segreti di Dio onnipotente e infinito, da lui ben conosciuti essendo Dio egli stesso. Essendo infinita la divina essenza e ogni sua qualità, sarà impossibile che essa sia intrinsecamente compresa dalla finita mente umana: perché il finito è sproporzionato all’infinito e non può quindi intrinsecamente <<penetrarlo>> e <<comprenderlo>>. Ed ecco l’inevitabile oscurità del mistero, l’impossibilità cioè di toccare, con il finito scandaglio della mente umana, il fondo della rivelata infinita realtà divina.
L’imbattersi quindi nell’insuperabile mistero, non solo non costituisce una disillusione nella ricerca religiosa e una difficoltà ad abbracciare la rivelazione cristiana, ma costituisce invece una fondamentale conferma di aver raggiunta la verità di Dio. La disillusione si dovrebbe provare nel caso inverso, se cioè tali profondità misteriose non si trovassero: come un esploratore delle grandi profondità marine sarebbe disilluso di toccare rapidamente il fondo.
Osservando anzi che fuori del Cattolicesimo il vero mistero più o meno sfuma, ne segue una conseguenza dilemmatica impressionante: o nessuna religione rivelata è vera o non può esserlo che la Religione Cattolica.
Il caso degli Ortodossi di Oriente è particolare e non infirma il dilemma. A differenza dei Protestanti essi hanno infatti una origine puramente scismatica di ribellione, cioè prevalentemente disciplinare, che non ha loro impedito di conservare il tesoro dei principali misteri cristiani: tesoro tuttavia che nel distacco ha storicamente impoverito la propria vitalità espansiva.
Volete obiettare che l’adesione a ciò che non può essere penetrato a fondo costituisce pur sempre un’innegabile, scottante mortificazione per l’intelligenza umana anelante alla chiarezza?
Sotto un certo aspetto è vero. Ed è ciò che crea il merito maggiore dell’atto di fede e gli conferisce la sua inconfondibile fisionomia. Il tormento della ricerca e della scoperta di Dio non può avere in terra il suo completo appagamento. Lo avrà soltanto in Cielo, come soprannaturale premio, nella intuitiva e beatificante visione del Paradiso. Ma sotto altri aspetti è un’adesione che, anche durante la vita terrena, anziché mortificare, esalta e conforta la razionalità umana. Razionalissima è, innanzi tutto, l’adesione stessa, per i motivi logici che la giustificano: costitutivi della provata divinità e quindi infallibilità del rivelatore Gesù. Conformatrice è poi l’oscurità del mistero per la suddetta conferma di trovarsi veramente davanti alle infinite profondità di Dio. Sublimante e nobilitante è infine il mistero stesso, per la sublime divina realtà che, pur velatamente, rivela; ed essendo verità conosciute soltanto dall’infinito Dio, sono come un dono della stessa infinita sapienza divina. Come un grande maestro può dare a impreparati alunni la notizia privilegiata di una grande scoperta, senza poterla loro spiegare, così ha fatto Iddio, rivelando agli uomini i suoi insondabili segreti (vedi, Cento problemi di fede, pp. 7-10, ed. Pro Civitate Christiana. Per un maggior approfondimento dei misteri della fede si consiglia la lettura della trilogia di Guido Landolina dal titolo Alla scoperta del Paradiso perduto, delle Edizioni Segno, per la semplicità della trattazione e la profondità spirituale dell’autore).
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La diffusione del cristianesimo nei primi due secoli
Alessandro Cortesi op
Testi di riferimento:
Siniscalco, Il cammino di Cristo nell'Impero romano, (BUL 199), Bari Laterza 1987.
P.Siniscalco, Le vie di commercio e la diffusione del cristianesimo, in AA.VV., Mondo classico e cristianesimo, Roma 1982, pp.17-28
AA.VV., Storia del cristianesimo, l'antichità, a cura di G.Filoramo, D.Menozzi, Bari Laterza, 1997.
Cfr. F.M. Heichelheim, Storia economica del mondo antico, Bari 1972.
La missione cristiana nel contesto religioso e culturale contemporaneo ebbe due caratteristiche:
- da un lato la dimensione sovranazionale,
- dall’altro la dimensione universale
Il cristianesimo si sviluppa soprattutto nei centri urbani: fattori di facilitazione di questo sviluppo furono la facilità delle comunicazioni, l’affermazione di una borghesia più numerosa della classe senatoria, la decentralizzazione (rete di commerci e di scambi più intensa). Nel II secolo gli imperatori perseguirono anche un umanesimo di tipo filosofico. Scelta dei maggiori centri abitati come luoghi di irraggiamento del messaggio cristiano. Le grandi città costiere e interne come Antiochia, Edessa, Efeso, Smirne, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Alessandria, Roma furono le prime sedi raggiunte dalla predicazione cristiana. Sono città in cui già si era diffuso il giudaismo: il cristianesimo si sviluppa a partire dal mondo giudaico. Il giudaismo nelle grandi città del Mediterraneo diffonde la conoscenza dell’Antico testamento e inizia a compiersi l’integrazione tra cultura ellenistica e fede giudaica per es. ad Alessandria dove è attivo Filone che elabora un utilizzo del metodo allegorico di esegesi ai testi scritturistici della tradizione ebraica.
La tesi di Dodds e di Festugière è che le aree cittadine furono le prime ad essere evangelizzate (cfr. E.R.Dodds, Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia. Aspetti dell’esperienza religiosa da Marco Aurelio a Costantino, tr.it. Firenze 1970)
Secondo P.Brown (The Making of Late Antiquity, Cambridge Mass. - London 1978, pp.82 ss.) la diffusione del cristianesimo non avviene a partire dalle grandi città, ad eccezione di Roma e dalle altre capitali dell’impero. Piuttosto tra II e III secolo nell’area mediterranea il cristianesimo si diffonde nei piccoli centri. Non sarebbe il senso di malessere e di sradicamento prodotto dalla vita urbana a costituire la causa del passaggio al cristianesimo di molte persone, bensì il senso di chiusura e di limitatezza delle piccole cerchie di appartenenza dei paesi o dei quartieri che apre ad una domanda religiosa più profonda.
"...La diffusione del cristianesimo fu più rapida nei centri e in special modo nei centri di passaggio e di traffici" (Siniscalco p.49)
Gli itinerari di diffusione del cristianesimo nel II secolo (cfr. P.Siniscalco, Le vie di commercio e la diffusione del cristianesimo, in AA.VV., Mondo classico e cristianesimo, Roma 1982, pp.17-28) a partire da Gerusalemme e dalle regioni vicine.
Importanza della via del mare:
da Alessandria d’Egitto fino all’Ellesponto passando per la Palestina.
Attraversava Azoto Joppe Lidda Cesarea Ptolemaide Tiro Tritopolis fino ad Antiochia (centri dove è attestata la presenza cristiana prima di Traiano); la strada da Antiochia di Siria continuava attraverso Tarso, Perge, Mileto, Efeso fino a Smirne. Poi da Smirne la via del mare continuava per Pergamo Troade Nicomedia, fino al Bosforo. Da lì iniziava la via Egnatia che conduceva fino a Durazzo sull’Adriatico attraversando Filippi e Tessalonica. Da Tessalonica un’altra via attraversava la Berea Atene, Corinto e Cencre. Un’altra importante strada univa la Galazia e la Frigia alla Lidia e alla Caria (zona dell’Anatolia collegata con i centri del mare). Toccava Derbe, Listra, Iconio Antiochia di Pisidia Colossi, Laodicea Gerapoli Filadelfia, Sardi. In questa zona il cristianesimo si sviluppò già alla fine del I secolo, mentre nella zona tra Frigia e Galazia penetrò molto più tardi tra III e IV secolo. Oltre il canale d’Otranto da Brindisi partiva la via Appia che conduceva a Roma toccando Foro Appio e Tre Taverne. Su queste grandi vie di comunicazione è dato riscontrare la presenza di molte comunità cristiane primitive.
Nel III secolo la presenza di comunità cristiane si sviluppa in tre grandi direzioni:
•A est dalla Cappadocia (Cesarea verso l’Oriente: Edessa, Carre... Ctesifonte): la via di passaggio all’impero dei Parti e dei Persiani successivamente, e fino all’India e alla Cina.
•A sud-ovest: per via terra e per via mare attraverso le coste dell’Africa del Nord.
E' notevole anche la presenza di comunità cristiane in Egitto (Alessandria), Africo proconsolare (Cartagine Scillium) Numidia (Madaura). In questa zona iniziano le prime utilizzazioni della lingua latina per la letteratura cristiana. A nord ovest (soprattutto attraverso la navigazione): le isole (Creta, Cefalonia, Sicilia); l’Italia meridionale e la Spagna e la Gallia (Lione e Vienne sulla via fluviale del Rodano) e cfr. il legame dei Galati dell’Asia Minore con la Gallia loro terra di origine.
"La coincidenza tra percorsi di evangelizzazione cristiana e vie commerciali appare essere un dato più che probabile alla fine del I secolo e nel corso del II, in un periodo in cui gli imperatori danno maggior sviluppo al programma di manutenzione ed estensione delle strade" (Siniscalco, Il cammino di Cristo p.52).
Situazione del cristianesimo nel III secolo
La diffusione del cristianesimo tra II e III secolo, col progressivo manifestarsi degli elementi di crisi sia economica, sia sociale all'interno dell'impero romano si fa da estensiva a intensiva: "le stesse condizioni storiche in certo modo privilegiano e agevolano un’azione evangelizzatrice che già in età precedenti la Chiesa aveva perseguito (è il caso delle aree costiere della Siria o di parte dell’Anatolia alla fine del II o all’inizio del III secolo): il raggio d’influenza si fa più ristretto geograficamente, il movimento più capillare. Dai centri maggiori esso si estende ai minori, dai minori alle campagne" (Siniscalco, p.56; cfr. su questo Origene, Contra Celsum 3,9).
Per molte chiese si attua una fase di consolidamento: testimonianze sono le liste di vescovi, sottoscrizioni dei sinodi, documenti di martiri, epigrafia per es. in Africa settentrionale, Italia centrale e meridionale, Spagna...
In certe aree come la Palestina l’influenza è assai limitata, in altre aree l'influenza è assai profonda. In altre scarsa o nulla (Italia del Nord, Britannia). Per es. a Cartagine in un sinodo tra 218 e 222 sono presenti 70 vescovi africani e numidi; attorno al 240 circa 90 vescovi. A metà del III secolo in Africa dovevano esserci tra 130-150 vescovi. A Roma nel 250-251 si riunisce un sinodo contro Novaziano sotto la presidenza di Cornelio e partecipano 60 vescovi del centro-sud (si stima quindi una presenza di circa 100 vescovi al sud). In Spagna al sinodo di Elvira (inizi del IV secolo) presenza di 47 vescovi per lo più concentrati al sud. In altri luoghi c’erano, anche senza vescovo, comunità cristiane con un presbitero.
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Da: Karl Lövith: Hegel e il Cristianesimo
Bari, Laterza 1976
“A proposito dell’introduzione di Hegel alla “Fenomenologia dello Spirito”
K. Lövith puntualizza il carattere ontologico della filosofia di Hegel, sostenendo (pp.74-75) che tutto l’essente è interpretato attraverso la logica, e poiché lo stesso essente ha come punto finale l’Assoluto, il carattere della filosofia si sposta in onto-teo-logica.
Tanto che per Hegel, continua Lövith, non vi è filosofia se non come conoscenza dell’infinito. La conoscenza del mondo degli uomini, cioè del finito non sarebbe filosofia.
Si può aggiungere che nell’idealismo di Hegel sia confluito il concetto di filosofia nel senso medievale del termine: quello di “conoscenza di Dio”.
Ora non si tratta di un punto finale, prosegue Lövith, come senso “assoluto” dell’Assoluto.
Ora è vero che l’Assoluto è la verità stessa dell’uomo come finito, tanto che l’Assoluto giunge in-sé e a-sé nell’uomo, e l’uomo per poterlo raggiungere deve essere spirito.
La filosofia hegeliana è pertanto filosofia dello spirito: nel senso dell’Assoluto e dell’uomo.
Questa categoria, essa la deriva dal vangelo di Giovanni (Logos) e dal Nous di Aristoltele (Metaf. 11,7) (Lövith pag.76).
Brevemente, che cos’è lo spirito?
“Spirito in Hegel non significa sostanza immutabile, ma sostanza come soggetto, e soggetto non è soltanto l’uomo, ma l’universale movimento e attività dell’intero, (il mondo esterno alla mente del soggetto, gli eventi storici, ecc.) il quale è anche la “verità”. In questa attività universale lo spirito si esprime o si manifesta in tutto ciò che è. Esso è spirito in quanto esce da sé e si aliena in qualche altra cosa e dunque si estranea da sé stesso, per ritornare a sé stesso dall’altro ed estraneo. Il risultato di questo movimento vivente dello spirito in ogni stadio del suo divenire consiste nel fatto che esso “nel suo esser-altro” è “presso-sé-stesso” cioè libero; perché è positivamente libero solo chi nell’altro riconosce l’altro di sé stesso, appropriandosi di ciò che è estraneo. In questo movimento dialettico di estraniazione e di interiorizzazione memorizzata (Erinnerung) lo spirito diviene “per sé” ciò che è già “in sé” (pp. 76-77).
Dunque, una filosofia come filosofia dello spirito assoluto, laddove quest’ultimo è da intendersi come, struttura del movimento logico dei vari contenuti reali : linguaggio, diritto, eticità, stato, arte, religione, filosofia.
Inoltre, una filosofia, in cui il concetto di spirito è separato da quello dell’ontologia della coscienza, come nella filosofia di Cartesio, Kant, e Fichte.
Per mezzo di tale distinzione, Hegel indica chiaramente l’elemento caratterizzante della “Fenomenologia dello Spirito”, la quale – certamente – parte dall’esperienza della coscienza – all’inizio come certezza sensibile, ma poi approda né alla coscienza, né all’autocoscienza, perché poi raggiunge la verità della ragione oggettiva nelle figure storiche dello spirito. Si tratta di figure reali, che non sono soltanto della coscienza, ma di “un mondo” e di un “regno dello spirito”, che è la storia compresa attraverso il concetto.
“Questo è il regno in cui l’essenza dell’uomo è davvero a casa sua o presso di sé, in quanto è nell’Assoluto”(p. 79).
La filosofia, dunque, non è più mera philo-sophia, ma è scienza della sophia, nel significato di sapere reale.
“Ciò richiede un ‘sistema della scienza’ in sé compiuto, la cui prima parte è la “Fenomenologia dello Spirito”, cioè dello spirito che dapprima appare come coscienza.
Come seconda parte conclusiva Hegel aveva progettato la Logica, che poi apparve separatamente cinque anni dopo” (pag. 79).
Da: Jean Hyppolite : “Genesi e struttura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel”
La Nuova Italia
La “Fenomenologia dello Spirito” si compone di due parti e sei sezioni.
La prima parte si suddivide in tre sezioni:
- la Coscienza
- l’Autocoscienza
- la Ragione
La seconda parte si suddivide in altre tre sezioni:
- lo Spirito
- la Religione
- il Sapere assoluto
La prima forma di conoscenza: “La certezza sensibile”
“Questa conoscenza (quella della certezza sensibile) appare inoltre la più verace:infatti niente ancora dell’oggetto essa ha tralasciato, anzi lo ha in tutta la sua pienezza dinanzi a sé…Di ciò che essa sa non annuncia che questo: esso è ; e la sua verità non contiene che l’essere della cosa.
Da parte sua in questa certezza la coscienza è soltanto come un puro Io; e Io vi sono soltanto come puro questi e l’oggetto similmente come puro questo”.(1)
Dunque il rapporto di conoscenza produce un Io singolo, immediato e sensibile, come questi, e un oggetto altrettanto singolo, immediato e sensibile, un questo.
Un singolo Io sa un singolo oggetto esistenziale, e crede di essere in possesso di una verità salda e permanente.
Il “questo” può esprimersi spazialmente o temporalmente;
può essere un orao un qui.
Dato che la certezza sensibile risponde che il questo è un “ora”, mezzogiorno, “noi appuntiamo per iscritto questa verità; una verità non perde niente per essere scritta, e altrettanto poco per essere conservata.”(pag.83)
Se dopo qualche tempo – continua Hegel – torniamo a cercare cosa sia quell’ora segnata nel taccuino, troviamo che essa non è più mezzogiorno, ma mezzanotte. A questo punto il primo ora viene conservato soltanto mediatamente, in quanto distinto dal secondo ora. L’ora dunque non è un immediato, ma un mediato che si conserva tramite una negazione; questo ora che è giorno si conserva in opposizione all’ora che è notte, e viceversa.
D’altronde, giorno o notte, l’ora è sempre un’ora, un semplice; ma non il semplice che sta all’inizio, bensì quello che costituisce il risultato della certezza sensibile.
“Un alcunché di così semplice che è per via di negazione, e che è né questo né quello, noi lo chiamiamo con universale: l’universale è dunque nel fatto il vero della certezza sensibile.”(pag 84)
Con un procedimento analogo, il questo nella forma spaziale, il singolo qui si converte anch’esso in un universale.
Il qui è un albero; “io mi volto” e il qui è una casa. Il qui come albero si conserva attraverso la negazione del qui come casa, e viceversa.
Dunque il qui è né albero né casa, e può essere e albero e casa: è un qui universale.
Il passaggio dal singolo all’universale fa perno questa volta sull’atto del voltarsi.
Ma chi si renderebbe garante della continuità del tempo e dello spazio?
E’ il soggetto a rendersi garante della continuità e dell’universalità: il dileguare del singolo ora e del singolo qui verrebbe evitato “perché ci sono io che li trattengo”.
“Ciò che ivi non dilegua è l’Io come universale, il cui vedere non è né un vedere dell’albero, né di questa casa, ma un vedere semplice che, mediato dalla negazione di questa casa ecc. è altrettanto semplice e indifferente verso ciò che vi è ancora in gioco: verso la casa, l’albero ecc.
L’Io non è che universale, come lo sono l’ora, il qui o il questo in genere”(pag. 86)
La certezza sensibile ci dà, dunque, una conoscenza dell’oggetto al suo primo apparire. La percezione di consente di cogliere i particolari di un oggetto. L’intelletto coglie l’oggetto come unità dei particolari. La coscienza è consapevole dell’oggetto. L’Autocoscienza a sua volta è la coscienza della conoscenza dell’oggetto. Le Autocoscienze sono due, quella che si riconosce tramite l’oggetto e quella che riconosce l’autocoscienza che si riconosce nell’oggetto. Per non rimanere estranee a sé, nell’oggetto e nella condizione di scissione, l’autocoscienza deve perseguire l’obiettivo della libertà.
“Le Figure” :
Indipendenza e Dipendenza dell’Autocoscienza; Signoria e Servitù.
La prima forma di attività-negatività dell’Autocoscienza è la brama, cioè il desiderio ardente. Tuttavia la brama non è un puro desiderio animale: soggetto e oggetto della brama è l’Autocoscienza. Ciò che l’Autocoscienza desidera ardentemente è se stessa. La sua brama è brama di riconoscimento. Anche per questo “riconoscere” ontologico sono necessari due termini, un riconoscente e un riconosciuto. Le autocoscienze devono essere due, o meglio l’autocoscienza deve sdoppiarsi. Ecco così le due autocoscienze un di fronte all’altra: ognuna delle due vuole essere riconosciuta e non vuole riconoscere l’altra. Il loro rapporto è attivo, quindi è una lotta. Lotta a morte, perché ciò che si tratta di togliere è la vita come immediatezza.
Ciascuna delle due autocoscienze mira al riconoscimento negando la vita immediata: in sé mettendo a repentaglio la propria, nell’altra mirando a sopprimerla.
Ma la morte non risolverebbe dialetticamente il rapporto di lotta, perché toglierebbe senza conservare : se l’uno dei due contendenti morisse, l’altro sopravviverebbe immediatamente, non come autocoscienza riconosciuta.
Quindi è necessario che sopravvivano entrambi, l’uno come riconosciuto e l’altro come riconoscente.
Riconoscente significa alienante all’altro il proprio essere autocoscienza, che cerca il riconoscimento: significa vivente e operante, in funzione dell’altro. Quindi servo di un signore.
Il carattere dell’attività si perde nel signore, in quanto non opera; egli toglie la cosa immediatamente senza conservarla, né trasformarla;egli la consuma; d’altra parte egli ha negato la vita immediata soltanto nel momento di metterla a repentaglio, ma non ha sperimentato l’integrale negatività della propria vita.
Il servo ha sperimentato tale negatività integrale con la paura, rinunciando alla lotta e continua a sperimentarla in quanto vive in funzione del signore, ed opera per lui.
Comunque il servo nega l’essere indipendente e fisso della cosa in quanto, col lavoro, la trasforma, ossia infonde nella materialità la forma del proprio operare e costituisce la propria attività formante, realizzando sé stesso autocoscienza come senso proprio , in quanto la propria attività dalla cosa lavorata gli torna alla coscienza.
Nella cosa esterna, l’autocoscienza ritrova sé stessa, e così domina ogni esteriorità.
La Libertà dello Stoicismo
Lo stoicismo si limita ad affermare la coerenza del pensiero in tutti i diversi contenuti dell’esperienza. L’autocoscienza libera si innalza sulla confusione della vita e conserva l’impassibilità-senza-vita tanto ammirata nel saggio stoico.(in questo stato il pensiero puro non ha in sé un contenuto suo proprio).
Alla domanda che cosa sia vero e buono, si offriva ancora in risposta il pensiero stesso, privo di contenuto: il vero e il buono avrebbero dovuto consistere nella razionalità.
________________
- GWF. Hegel: Fenomenologia…
Firenze, La Nuova Italia, trad. di De Negri, pp. 81-82.
Qui dunque il pensiero resta formale – formale nel senso che dopo aver svincolato l’essenza del pensiero puro da tutte le “differenze vitali”, è in grado di superare tutte queste differenze e ritrovarvi tale essenzialità del pensiero; e quando riflettendosi in sé il pensiero si determina come pura forma , le differenze della vita, dunque, le differenze di situazione della vita restano intatte.
Lo Scetticismo
Anche lo scetticismo penetra in tutte le determinazioni dell’esperienza e della vita, ne mostra il nulla, le dissolve nell’autocoscienza. Il fatto è che nello scetticismo la forma non è più la semplice positività assoluta del pensiero, ma la negatività onnipotente.
“lo scetticismo…è l’esperienza effettuale di ciò che sia la libertà del pensiero; essa è in sé il negativo e deve così presentarsi”.(1)
Omnis determinatio est negatio, ecco la scoperta dello scetticismo.
La funzione dello scetticismo – che poi è l’esperienza della dialettica nella coscienza – è dissolvere tale stabilità, mostrare il nulla delle determinazioni a cui l’uomo si aggrappa inutilmente.
Hegel indicherà nella commedia antica una forma di arte corrispondente a questo scetticismo. In tale commedia le determinazioni ammesse dal pensiero cadono in preda a una dialettica che ne rivela la vanità. Il finito è finito, mentre la coscienza che così si afferma superiore a ogni destino, gode se stessa.
La coscienza della commedia antica è l’innalzamento dell’io sopra le vicissitudini dell’esistenza.
La coscienza come conoscenza di se stessa “è dunque completa assenza di paura per cose estranee che per essa non hanno alcuna consistenza essenziale,e un benessere e un sentirsi bene della coscienza, come più non se ne trova al di fuori di questa commedia”.(2)
Nell’accostamento dello scetticismo alla commedia antica – in cui viene rilevato il carattere di vanità del finito – Hegel collega gli scettici greci all’”Ecclesiaste”: “Vanitas vanitatum, et omnia vanitas”.(3)
Lo scetticismo qui considerato da Hegel è accostabile a quello di cui parla Pascal, che porta la coscienza umana al sentimento duplice del proprio nulla e della propria grandezza; ecco il passo che in Hegel definisce tale scetticismo: “il pensiero diventa pensare perfetto che annienta l’essere del mondo molteplicemente determinato; la negatività dell’autocoscienza libera, in questo vario e diverso configurarsi della vita, diventa la negatività reale”.(4)
Qui l’autocoscienza giunge alla certezza assoluta di sé.
Non è più solo un astratto porre se stessa come nello stoicismo, ma un porsi attraverso la negazione effettiva di ogni alterità; è l’autocertezza ottenuta con l’annientamento di tutte le determinazioni dell’esistenza.
Perciò innalzandosi sopra tutte le vicissitudini dell’esserci questa coscienza felice – impigliata com’è in ciò che essa nega scoprirà la propria infelicità.
La coscienza scettica diverrà la coscienza disgregata, in sé divisa : la coscienza infelice.
Lo sviluppo , quindi, va dallo stoicismo alla coscienza infelice, attraverso la coscienza scettica.
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(1)Fenomenologia , I, pag. 171 in J Hyppolite, cit. pag. 225
(2)Fenomenologia …in J.Hyppolite, cit. vol II, pag. 257
(3) Ecclesiste, XII, 8.
(4) Fenomenologia…in J. Hyppolite, vol I, cit. pp. 171-172
La verità della coscienza – conclude Hyppolite su “ la libertà dell’autocoscienza” – dell’autocoscienza scettica è la coscienza infelice come coscienza esplicita della contraddizione vigente in lei. Ormai non si tratta di un io che affronti un altro io entro la vita universale, né di un signore che si opponga ad un servo dall’esterno; con lo stoicismo le due coscienze sono divenute la duplicazione dell’autocoscienza in se stessa. Ogni autocoscienza è per sé stessa duplice: è dio e l’uomo in una coscienza sola.
La Coscienza Infelice (1)
La coscienza infelice è un tema fondamentale della “Fenomenologia”.
La coscienza come tale, non essendo ancora giunta all’identità concreta della certezza e della verità, e ricercando sempre la verità nel suo fondamento è sempre coscienza infelice.
La coscienza infelice nel senso stretto del termine è il risultato dello sviluppo dell’autocoscienza: l’autocoscienza non prova il dolore del proprio sé non ancora pervenuto all’unità con sé medesimo.
Tale dolore nasce dalla complessiva coscienza della vita, della vita che si contrappone al sé e alla coscienza.
“la coscienza della vita, la coscienza dell’esistere e dell’operare della vita stessa, è soltanto il dolore per questo esistere e per questo operare; quivi infatti come consapevolezza del suo contrario, ed quindi conscia della propria nullità” (2)
Questo passo definisce concretamente l’infelicità dell’autocoscienza. La coscienza della vita è una separazione della vita, un riflettersi che contrappone, in modo tale che prendere coscienza della vita è sapere che la vera vita è assente e trovarsi come respinti sul lato del nulla.
Introduzione storica
Su tale infelicità dell’autocoscienza Hegel aveva meditato sin dai suoi primi scritti teologici.
In quei primi lavori sua preoccupazione costante e fondamentale era stata la descrizione dell’infelicità della coscienza nelle sue forme più diverse allo scopo di cogliere l’essenza di questo dolore.
Sempre attento alle realtà sovraindividuali – lo spirito di un popolo o di una religione – egli aveva considerato il popolo greco come il popolo felice della storia, e quello ebraico l’infelice, perché rappresentava la prima riflessione totale della coscienza fuori della vita. Laddove,invece, il popolo greco permane entro la vita e sfocia in una armonica unità del Sé e della natura, trasponendo la natura nel pensiero e questo in quella, il popolo ebraico sa solo opporsi alla natura e alla vita.
Negli studi sulla figura di Abramo, Abramo ha abbandonato la terra dei padri, ha spezzato i legami della vita e ora non si è più che ein Fremdling auf Erden, uno straniero sulla terra.
Cosi sarà anche della sua discendenza, della quale Abramo è il simbolo.
Questo popolo recherà in sé la lacerazione essenziale; non saprà più amare.
Anteriore ad ogni riflessione, l’amore è l’identità primitiva.
Nell’amore dell’uomo per la natura, per la famigl
Fine articolo sul cristianesimo
MITO, RITO E SIMBOLO NEL CRISTIANESIMO
di Nicoletta Antonello
PREMESSA - Ben lungi dal voler entrare nel merito della dottrina cristiana e della sua evoluzione nel corso della storia del cristianesimo, desidero focalizzare all’interno del cristianesimo stesso alcuni concetti chiave nello studio comparato delle religioni quali mito, rito e simbolo.
Il mito è generalmente una narrazione di gesta compiute agli albori della storia, o meglio, nel “tempo senza tempo” che precede l’inizio della storia, dai cosiddetti “antenati mitici” (siano essi dèi o eroi civilizzatori), con la funzione di spiegare il perché della creazione o di un certo fenomeno all’interno di essa. Nei miti, a mettere in moto la cosmogonia molto spesso è un’uccisione creatrice, ossia il sacrificio di un grande animale (serpente, drago o mostro), di un gigante primordiale o di un dio che si auto-sacrifica scindendosi in più parti, originando la creazione attraverso il passaggio dall’uno al molteplice (dal caos indifferenziato alle forme chiare e distinte della coscienza).
Il rito è la ripetizione gestuale del mito, compiuta singolarmente o collettivamente fin dalle società più arcaiche, generalmente nell’ambito di appositi “spazi sacri” che a livello microcosmico riproducevano la struttura dell’intero universo, ad intervalli periodici regolari (es. l’alba, il capodanno, la primavera, ecc.) o in qualunque momento di crisi o di carestia in cui si avvertisse il bisogno di rigenerare il mondo mediante la messa in moto di una nuova creazione.
Il significato originale del simbolo (dal greco symbállein, “unire, mettere insieme”; contr. diabállein, “disunire, mettere in discordia”, traduzione dall’ebraico satán, “il contraddittore”, l’accusatore nei procedimenti legali, da cui l’italiano diavolo) va cercato nel segno di riconoscimento, generalmente una moneta o un anello, che gli antichi erano soliti tagliare a metà per regalarne una parte ad un amico o ad un ospite; queste metà, conservate dall’una e dall’altra parte, permettevano ai figli delle famiglie amiche di riconoscersi: si trattava dunque di un oggetto che permetteva di riunire due metà un tempo unite da un vincolo di amore o di amicizia e successivamente divise dalle circostanze. Il simbolo religioso è ogni cosa, parola, persona o disegno che rinvia a qualcos’altro da sé, più ampio e ignoto, indefinibile, cui è possibile solo alludere. Il simbolo possiede questa funzione di allusione, unendo così il piano orizzontale umano, naturale, finito, a quello verticale, spirituale e trascendente.
Al fine della comprensione del mito cristiano e del suo patrimonio rituale e simbolico, è impossibile in questa sede analizzare per esteso il contesto, ossia il retroscena socio-culturale e religioso, esistente all’epoca della vicenda umana di Cristo, ma è doveroso almeno sottolinearne la complessità. La rivelazione cristiana, centrata sul “comandamento nuovo” dell’amore (che, vedremo più avanti, non era affatto nuovo, anche se nuovo sarà il fare dell’amore il fulcro della religione, soprattutto grazie all’opera divulgativa di S. Paolo), va ad innestarsi infatti sull’antica legge dei padri, i dieci comandamenti pre-esistenti, quel giudaismo mai realmente rinnegato da Cristo. L’area mediorientale e mediterranea, unificata dalla dominazione romana, brulicava di culti politeisti, di nuove tendenze monoteistiche quali il culto di Mitra e del Sol Invictus, mentre si diffondevano nuove scienze e filosofie religiose in parte segrete e occulte, quali l’ermetismo e l’alchimia, e sorgevano, come vedremo oltre, i culti “misterici” . Da più fonti si apprende che nei decenni precedenti la nascita di Gesù fosse all’ordine del giorno un diffuso e crescente senso di insofferenza verso i vecchi inadeguati culti ufficiali, non più in grado di attutire ingiustizie sociali ormai intollerabili, e verso quelle classi sacerdotali alleate con l’ambiente politico romano sempre più degradato e corrotto, il tutto assieme a quegli scricchiolii di natura sociale ed economica che dall’interno avrebbero presto gettato le basi per la decadenza dell’impero dopo l’apogeo; la celebre IV egloga di Virgilio, erroneamente interpretata in passato come una profezia cristiana, è la dimostrazione del sentimento di attesa e di speranza per una rigenerazione cosmica riposto nella nascita di un puer, reale o simbolico. Questo accenno storico è indispensabile ad intuire il quadro di incontri e scontri politici, commerciali e quindi culturali di un’area, quella del bacino mediterraneo e del Medioriente, relativamente ristretta, unificata prima dalle conquiste di Alessandro Magno e poi dalla dominazione romana: ogni culto, filosofia o corrente di pensiero in questo contesto non poteva che essere frutto di forti interscambi e sincretismi.
L’altra grossa questione di cui tener conto è quella delle gnosi, pre-esistenti e poi sincroniche al cristianesimo. Con la parola gnosis (“conoscenza”) si designava originariamente una corrente colta ed esoterica all’interno di una religione ufficiale, cui pochi eletti accedevano mediante un’iniziazione spirituale avendo così accesso a segreti riguardanti la natura del mondo celeste e quindi il destino dell’anima dopo la morte; la salvezza dell’anima individuale sembra collocarsi al centro degli insegnamenti gnostici. Fin dai primi decenni di vita del cristianesimo, doveva esistere una gnosi cristiana, com’era esistita, e ancora probabilmente sopravviveva, una gnosi ebraica. Essendo una pratica cultuale segreta, la gnosi cristiana subì inevitabilmente l’influsso delle altre filosofie religiose occulte dell’epoca, segrete e non, quali l’ermetismo, il platonismo, le dottrine dualistiche iraniche (dalle quali si originerà il manicheismo), l’orfismo e il pitagorismo, che a loro volta avevano attinto dall’India concetti quali la ciclicità del destino umano e la reincarnazione dell’anima. Ben presto si intromise tra le comunità cristiane lo spauracchio dell’eresia, definita a posteriori gnosticismo, anch’esso assai difficile da inquadrare sia per il pluralismo di maestri e di differenziazioni locali, sia per l’essenza pressoché totale, eccetto che per pochi frammenti, di una tradizione diretta dei testi. Ciò che conta, in questa sede, è sottolineare che in un contesto di segretezza e pluralismo come quello delle gnosi, la distinzione tra gnosi ufficiale e degenerazione gnosticista non può che essere stata fatta in un periodo successivo. Non dobbiamo scordare, infatti, che fino all’editto di Costantino (313 d.C.) anche il cristianesimo “ufficiale” era considerato religio illicita, e a periodi di tolleranza da parte dell’impero si alternavano periodi di persecuzione in cui i fedeli erano costretti ad incontrarsi in uno stretto regime di segretezza, ed era pertanto impossibile monitorare tutti i gruppi di incontro e di preghiera cristiani, e stabilire cosa fosse ortodosso e cosa non lo fosse, semplicemente perché il confine tra ortodossia ed eresia non poteva ancora essere delineato in modo netto. Caso esemplare fu la vicenda di Valentino, considerato il primo grande maestro gnosticista. Nel Vangelo di Verità, Valentino narra il mito della frammentazione del Pleroma, l’Uno cosmico primordiale di natura divina luminosa, divisosi per ragioni di tensioni interne fra i propri eoni (qui non riassumibili in poche parole), con la conseguente caduta di alcune particelle di luce successivamente intrappolate nella materia, creazione del Demiurgo, e la necessità di un’opera di recupero e di reintegrazione nel Pleroma di tali scintille divine ad opera del Salvatore, ragion per cui il mito viene riassunto con la formula “il Dio che salva se stesso”. Ebbene, nel 160 d.C. Valentino fu sull’orlo di essere eletto vescovo di Roma, e fu solo in seguito alla delusione per non aver ricevuto tale incarico, e alla sua conseguente rottura con la Chiesa, che egli fu accusato di tradimento e bollato come eretico. In molti si sono chiesti che cristianesimo (cioè che tipo di ortodossia cristiana) si sarebbe affermato se invece Valentino fosse stato eletto vescovo. La vecchia interpretazione del Vangelo di Verità, basata sulla rigida dottrina della predestinazione, per cui secondo Valentino esisterebbero tre categorie di uomini, pneumatici (salvati a priori, in quanto possessori del pneuma, il frammento di luce divina), ilici (dannati, in quanto puramente materiali) e psichici (detentori della psiché, l’anima o mente, dal destino non ben chiaro), è stata radicalmente rivista da alcuni esegeti degli ultimi anni. Secondo l’ottica interpretativa di Norelli, ad esempio, con pneumatici, ilici e psichici Valentino non avrebbe affatto alluso a tre categorie di uomini, ma a tre condizioni umane: psichico è l’uomo allo stadio iniziale, prima dell’azione salvifica di Dio, che diviene pneumatico se in grado di accogliere la scintilla divina della grazia, ilico se non in grado. Questa dottrina, se interpretata correttamente, si basa sul concetto di salvezza determinata dalla capacità o meno dell’uomo di accogliere la grazia, e non differisce di molto dal pensiero di S. Paolo, che differentemente dalla dottrina della salvezza mediante le opere di S. Pietro (influenzato dalla mentalità concreta, hic et nunc romana), divulgava la speranza di salvezza fondata sulla fede nella grazia de Dio, e non è un caso che Paolo venga da taluni definito gnostico. Era Valentino più vicino all’ortodossia o era Paolo più vicino all’eresia? Il backgound qui rapidamente riassunto dovrebbe bastare a far capire che le linee di confine tra ortodossia ed eresia dovevano essere estremamente flessibili.
MITO - Premetto che parlando di “mito” non intendo assolutamente pormi in opposizione alla verità storica: storia e leggenda si intrecciano nel mito, e non voglio inoltrarmi nella controversa separazione tra fatti realmente accaduti e fatti solo immaginati, ma soltanto evidenziare i significati che il mito comunica. Definisco mito la vicenda umana di Cristo perché si tratta a tutti gli effetti di un racconto di creazione mediante sacrificio: dalla morte di Cristo in croce, attraverso la cancellazione dell’ancestrale colpa di Adamo, si instaura la nuova era di un’umanità rigenerata dal peccato e indissolubilmente legata al suo Dio. I passaggi salienti del mito cristiano sono infatti rintracciabili nelle vite di altri salvatori, messia o dèi incarnati, che chiamerò alla maniera junghiana “eroi”, per indicare l’archetipo del protagonista della struttura di incarnazione-morte-rinascita che è alla base di questi miti iniziatici.
Incarnazione. Avviene generalmente quando l’umanità attraversa un periodo di crisi e di decadenza, e il Dio, mosso da compassione, scende sulla terra per portare una rivelazione in grado di aiutare e redimere il proprio creato: così, ad esempio, in India, dove -secondo il Mahabarata- Visnu si incarna in Krisna, o in Persia, dove Mitra si incarna nel Re-Salvatore; allo stesso modo, nella tradizione giudaico-cristiana, Gesù di Nazareth è l’incarnazione del lato misericordioso e soccorrevole di Jahvè.
Il paradosso della Madre. Per mezzo dello Spirito santo Jahvè si incarna nel grembo della vergine Maria. Va specificato che agli albori della Chiesa l’accento non era posto tanto sull’aspetto morale della verginità, che solo nei secoli avvenire sarebbe diventato un modello di castità e purezza, quanto piuttosto sul paradosso, sulla coincidentia oppositorum madre-vergine. Nella prospettiva metafisica (confluita poi nella tradizione alchemica), la Madre è vergine in quanto “materia prima”, ma dal punto di vista mitologico le fonti di tale ambivalenza vanno probabilmente ricercate nella cultura greca, che com’è noto influenzò moltissimo il cristianesimo delle origini. Le dèe greche erano spesso caratterizzate dalla partenogenesi, ed erano pertanto madri e vergini. Era, arcaica dèa della terra, della fecondità e del matrimonio, ogni anno dopo un parto ritrovava la propria verginità bagnandosi ad una fonte; successivamente, Artemide, cacciatrice e protettrice di bestie feroci, considerata vergine e insensibile al matrimonio, presentava talvolta caratteristiche di nutrice e veniva invocata come Locheia, dèa protettrice del parto; Atena, anch’essa vergine e bellicosa, uscita dalla testa di Zeus già con la corazza da guerra addosso, è contemporanea ed adorata nelle stesse aree di Afrodite, dèa dell’amore, della sessualità e del desiderio, e le due figure quindi possono essere considerate come due parti complementari della stessa dèa. Alcuni mistici cristiani medievali, come i tedeschi Eckhart e Tauler, interpretarono la verginità di Maria in chiave spirituale, come purezza interiore, tabula rasa mentale, svuotamento di ogni falso contenuto per accogliere la venuta di Dio nel sé: l’utero vuoto della Madre diviene l’anima del mistico, nella quale Dio nasce (la “grotta del cuore”, da una predica di Tauler). La metafisica sottolinea invece che la Madre è vergine in quanto materia prima. Ma prima di ogni livello interpretativo mistico o metafisico, la verginità della Madre è da sempre l’espediente mitico per indicare l’assenza di un padre terreno, ossia la provenienza per metà divina dell’eroe. Dall’arcaica ierogamia Cielo-Terra, i linguaggi si evolvono fino a parlare non di unione celeste tra un dio e una dèa, che originerebbe semplicemente un terzo dio, ma tra un dio e una donna mortale. Così, gli eroi civilizzatori greci (es. Prometeo) erano figli di un dio e di una ninfa mortale; anche il Re-Salvatore persiano era figlio di Mitra e di una donna, e lo stesso vale per Dioniso, figlio di Zeus e di una donna solo successivamente accolta nell’Olimpo (come sarà poi Maria assunta in cielo). Lo schema della natività dell’eroe, uomo e Dio, nel quale si unificano la sfera terrena e la sfera celeste, può essere definita empiricamente una struttura archetipica, presente in culture reciprocamente lontane nel tempo e nello spazio. Solo per citare un esempio, la memoria collettiva coreana narra il mito della nascita dell’antenato mitico locale, il primo re di Corea, figlio del Cielo e di un animale terreno, un orso, che dopo aver subito una prova iniziatica viene trasformato in donna, la prima femmina della stirpe coreana.
Elementi della natività. Il mitraismo, religione monoteista originaria della Persia, conobbe grande popolarità nei decenni che precedettero la nascita di Cristo e anche parallelamente alla prima diffusione del cristianesimo, e per un periodo fu praticato anche a Roma. Gesù, secondo le fonti storiche, nasce nella stalla della locanda dove Maria e Giuseppe non avevano trovato posto per la notte, una volta recatisi a Betlemme per il censimento, ma spesso, dall’arte paleocristiana alla più recente arte del presepe, la scena della natività si svolge in una grotta. Una stella cometa funge da guida per i magi, che dalla Persia giungono fino al luogo dove giace il fanciullo divino, ed alcune fonti astrologiche citano l’effettivo avvistamento di un asteroide in occasione dell’equinozio primaverile negli anni della presunta nascita di Cristo. La data del Natale cristiano è fissata convenzionalmente al 25 dicembre, mentre le profezie annunciavano la nascita di un bambino nel segno dei Pesci e pertanto in prossimità dell’equinozio primaverile. Tra l’altro, le fonti astrologiche (a posteriori) e alcune profezie (a priori) parlano anche di una congiunzione delle orbite di Giove e Saturno nello stesso periodo e nello stesso segno dei Pesci, che acquisisce risonanza cosmica se solo si pensa all’importanza al tempo attribuita al comportamento degli astri e soprattutto alla valenza simbolica dei due pianeti in questione: l’intersecarsi delle orbite di Giove, pianeta benevolo, e Saturno, la “stella nera”, portatore di sfortuna e disgrazia, è una manifestazione cosmica dell’archetipo della coincidenza degli opposti nel segno del Messia. Il bue e l’asino tradizionalmente collocati nella stalla acquisiscono un valore simbolico se si pensa che l’asino era considerato animale saturnino. La nascita in dicembre non ha pertanto origini ebraiche. E’ il Re-Salvatore mitraico, assimilato al sole, a nascere in una grotta, segnalata dalla presenza di una cometa, il 25 dicembre. La data probabilmente è mutuata dalle culture tribali dell’Artico o delle tundre ad esso sottostanti (attraverso migrazioni di nomadi nelle steppe dell’Eurasia?), dove in prossimità del solstizio invernale (22 dicembre circa) il Sole non oltrepassa la linea dell’orizzonte e nell’immaginario collettivo tale scomparsa è vissuta in modo drammatico come morte del Dio e conseguente letargo della vita; tra il 24 e il 25 dicembre si celebra la rinascita del sole e la risurrezione della vita, grazie ai primi minuti di luce dopo il solstizio.
Infanzia prodigiosa. Come il Salvatore mitraico, anche Cristo è annunciato dai profeti. Il Dio che si incarna sceglie di nascere bambino, di sperimentare a tutti gli effetti la condizione umana di fragilità e vulnerabilità, e la sua vita è minacciata fin dalla fase neonatale: il neonato Mitra sopravvive per poco al fulmine dal quale viene colpito, Gesù è costretto a fuggire in Egitto con la famiglia per evitare la morte voluta da Erode; l’Apocalisse riporta l’immagine suggestiva della Madre in preda alle doglie e di un grande drago che aspetta la nascita del bambino per divorarlo, e solo in extremis il bambino viene rapito verso il cielo e salvato dalle fauci della morte. Sia Mitra che Gesù, come tutti gli eroi, sono inoltre “orfani di padre” e vengono cresciuti da un padre adottivo; fin da piccoli manifestano poteri miracolosi e hanno la fama di bambini-prodigio (es. nei Vangeli Apocrifi).
Elementi della vita. Ne citerò solo alcuni, rintracciabilissimi anche in altre vicende di eroi. La vita di Gesù è caratterizzata fin dalla prima infanzia dall’elemento del viaggio; a 12 anni discute con i sacerdoti nel tempio, mentre la madre preoccupata lo cerca ovunque. Da Siddharta a Gesù di Nazareth, ogni eroe-salvatore ripercorre l’archetipo di Abramo, cui Dio ordina di uscire dalla propria terra. Gesù ripropone il comando ai propri apostoli, suggerendo loro di lasciare casa e famiglia per seguirlo nel cammino. Questo recidere il cordone ombelicale con la propria madre non significa rinnegare le proprie origini (Maria seguirà Gesù ovunque e gli sarà accanto al momento della morte), ma evitare la nostalgia del mondo infantile materno, le tendenze regressive bloccanti che impedirebbero il normale sviluppo dell’io come individuo e, nel caso dell’eroe, la sua missione iniziatica. Anche Gesù, come Siddharta tentato dal demone Mara subito dopo il digiuno, subisce la sua prima prova iniziatica durante i quaranta giorni di isolamento e digiuno nel deserto: le tentazioni di Satana consistono nella stimolazione di quelle che sono le naturali passioni della natura umana, quali la fame e il desiderio di potere (nella variante buddhista anche la sessualità: Mara si trasforma in fanciulle incantevoli), ma l’eroe non cede alla propria egoità e non si lascia distogliere dal proprio compito di salvezza universale. Gesù diviene così uno dei tanti “maestri ellenici”, quei predicatori erranti che all’epoca si dichiaravano annunciatori di rivelazioni, ossia portatori di nuove dottrine di salvezza, e che spesso erano seguiti da folte folle, soprattutto per le proprie virtù carismatiche; egli, come molti altri, possiede proprietà taumaturgiche (non solo guarisce i malati, ma addirittura resuscita i morti) ed esorcistiche (sono celebri gli episodi evangelici della guarigione di indemoniati). Ma la prova iniziatica più dura sembra essere, nella storia delle religioni, la vittoria sul sonno, la veglia di Cristo nel giardino del Getsemani la notte prima dell’arresto (anche agli apostoli viene chiesto di vegliare, ma essi falliscono, cedendo alla stanchezza), secondo Eliade mutuata dall’epopea dell’eroe babilonese Gilgames, al quale venne richiesta un’analoga prova al fine di conquistare l’erba della vita.
Morte esemplare. Storicamente, com’è noto, la spiegazione della morte di Cristo va ricercata nella repressione della rivolta anti-romana in Giudea; tra l’altro, egli viene crocifisso in mezzo a due “ladroni”, termine col quale probabilmente si designavano proprio gli agitatori di folle, i capi -veri o presunti- che davano voce a questa diffusa insofferenza. Ma per comprendere il significato simbolico della morte, dobbiamo ricordare l’usanza ebraica del capro espiatorio, l’animale sacrificato e poi condiviso nel banchetto rituale per ristabilire o rinnovare il patto di alleanza tra Dio e il suo popolo, soprattutto dopo un tradimento o una colpa da parte di quest’ultimo. Allo stesso modo, il sacrificio di Cristo risana i rapporti tra Dio e uomini mediante la cancellazione della colpa ancestrale; è egli stesso a dare tale chiarificazione nelle celebri parole pronunciate durante l’ultima cena, che diventeranno il cuore della liturgia cattolica: “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi. Questo è il mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati.”
Risurrezione. La morte esemplare è la mortificatio che nei miti iniziatici precede la risurrezione a nuova vita (nel linguaggio metaforico alchemico, la nigredo che precede l’albedo). Così, dopo tre giorni di esperienza infera -archetipo che ricorda i tre giorni di Jona nel ventre della balena- Cristo risorge in un corpo glorificato. Se la morte era stata l’espiazione del peccato originale, la risurrezione è a tutti gli effetti il riscatto di Adamo: il primo uomo con il proprio errore aveva corrotto il mondo e instaurato la morte (fallimento iniziatico), il salvatore cancella l’errore, sperimenta la morte per poi sconfiggerla, instaurando una nuova era per una nuova umanità risanata dalla colpa. La leggenda dei semplici narra inoltre che la croce di Cristo fu piantata sul colle sotto del quale si trovava la tomba di Adamo, e questo dimostra la continuità tra le due figure mitiche. Sul significato simbolico-universale della risurrezione, vastissimo se non inesauribile, torneremo più avanti.
La missione. Con le apparizioni di Gesù risorto e la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, inizia la diffusione del messaggio cristiano e nasce la Chiesa, dove molto presto la corrente “ellenista”, progressista e divulgatrice, pregna di un forte spirito missionario, ha la meglio su quella “ebraica”, più legalista e conservatrice, e pertanto meno propensa alla divulgazione. Per capire quali fossero le caratteristiche di questo spirito ellenista, è bene ricordare che quando Alessandro Magno morì a Babilonia nel 323 a.C., egli aveva già unificato con le proprie conquiste buona parte del mediterraneo e dell’Asia Minore, spingendosi addirittura fino in India, e creando così un ponte commerciale e culturale indelebile tra l’Occidente e l’Oriente allora conosciuti. In questo contesto di interscambio, andava sempre più diffondendosi tra le classi medie una tendenza universalista e cosmopolita, unita al gusto del viaggio e alla credenza della fondamentale unità del genere umano (poiché tutti gli uomini sono dotati di anima), quindi ad uno spirito di fratellanza, di filantropia, in ultima analisi di amore per il prossimo e di pratica della saggezza come possibilità di realizzazione dell’imago dei in vita. Tutti questi elementi confluiscono nel cristianesimo contribuendo non di poco a determinarne la dottrina e lo spirito missionario. Naturalmente questo quadro ottimistico presenta anche un rovescio della medaglia: la crescita economica, se da un lato si faceva portatrice dell’espansione culturale alla base del cosmopolitismo, dall’altro dava origine a grandi città e grandi periferie che anche in area mediterranea (come secoli prima era avvenuto nella Valle dell’Indo) vedevano nascere il fenomeno della massificazione. La salvaguardia dell’individuo sembra diventare ben presto una preoccupazione basilare: la ritrattistica greca non a caso raggiunge il suo apice in epoca ellenistica, e le religioni hanno ora il compito di elaborare nuove dottrine esoteriche in grado di garantire la salvezza post mortem dell’anima individuale; il platonismo conosce infatti grande fortuna e vengono elaborate in più luoghi nuove sintesi, notificate successivamente con il nome di “misteri”.
SIMBOLO - Dedichiamo ora un rapido sguardo alla simbologia cristiana nel rito come nello spazio sacro. Risulta chiaro che il simbolo per eccellenza della religione cristiana è il Cristo, “l’unto” da Dio e come tale uomo e Dio, l’incarnazione (in metafisica la manifestazione) del Padre (il Non Manifestato) nel grembo della Madre (la Materia), il punto d’incontro unificatore dell’asse divino verticale e del piano terreno orizzontale. Cristo è l’agente creativo, il Logos eternamente presente in Dio Padre: “Al principio c’era colui che è la Parola. Egli era con Dio; egli era Dio. Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui Dio non ha creato nulla.” (Giovanni 1, 1-3). In quest’ottica il simbolo del Cristo andrebbe tenuto distinto dalla figura storica di Gesu’ di Nazaret.
Le immagini rappresentative del simbolo cristiano sono molteplici e soggette a innumerevoli variazioni nello spazio e nel tempo. Ne citeremo alcune. Per brevità, trascureremo la serie di animali che compaiono nell’arte paleocristiana e medievale (dai mosaici bizantini alle prime chiese romaniche fino alle cattedrali gotiche) ma che oggi tendono a scomparire come immagini di culto: ricordiamo solo la colomba (immagine dello Spirito Santo e successivamente di riconciliazione tra uomo e Dio, quindi di pace), l’agnello (Cristo come capro espiatorio del sacrificio), l’ariete (la controparte aggressiva che allude all’ambivalenza simbolica del Cristo stesso), l’aquila (la sua intelligenza intuitiva) e molti altri.
La croce. In essa confluisce la simbologia pre-cristiana dell’albero cosmico, asse del mondo e immagine di rigenerazione periodica (risurrezione) della natura. Nel cristianesimo delle origini la croce svela il mistero della salvezza, il sacrificio di Cristo che riscatta la colpa ancestrale di Adamo: la tradizione dei Semplici vuole che essa fosse piantata sulla sommità del monte in cui Adamo fu sepolto, marcando così l’idea di continuità non solo tra l’albero e la croce stessa, ma soprattutto tra la prima e la seconda creazione per mezzo dei due “antenati mitici”, il primo fallimentare e pertanto mortale, il secondo vittorioso e glorificato nel suo corpo di risurrezione. Sia nella tradizione ebraica che in quella greca, inoltre, la croce è una delle rappresentazioni grafiche di congiunzione astrologica degli opposti. E’ degno di nota il fatto che i Magi, esperti astrologi, all’apparizione di una costellazione straordinaria associarono immediatamente l’intuizione di una nascita altrettanto straordinaria. In un commento ebraico a Daniele del XIV secolo a.C., si preannunciava già la venuta del Messia nel segno dei Pesci, parallelamente all’equinozio primaverile, nel momento in cui l’orbita solare e quella terrestre, cioè l’eclittica e l’equatore, si congiungono nel punto dell’equinozio primaverile, formando la cosiddetta “croce di S. Andrea”, raffigurata dalla lettera chi e vista da Platone come l’immagine dell’unione tra le due parti dell’Anima Mundi. Ovviamente, da questo concetto platonico a quello cristiano di unione della sfera umana con quella divina nella figura di Cristo, il passo è breve. La frase di Simone Weil : “La croce è obliqua, ma è pur sempre una croce” lascia intendere la profezia, o meglio, la speranza greca di un simbolo redentore quale il Messia. Ma c’è un’altra congiunzione planetaria simultanea alla nascita di Cristo, molto importante questa volta per il mondo ebraico, e cioè quella di Giove e Saturno, il pianeta benefico portatore di fortuna e fecondità, e la cosiddetta “stella nera”, la dimora del diavolo, associata nel medioevo allo scorpione, al serpente e agli uccelli notturni. L’intersezione delle due orbite è il simbolo unificante tra i poli opposti del bene e del male, della luce e dell’oscurità. Secondo Jung, Cristo, prima che figura storica, sembra essere dunque un archetipo a-temporale che ciclicamente, in corrispondenza delle congiunzioni, si manifesta attraverso le epoche, specialmente nei momenti delle grandi svolte storiche che modificano il destino dell’umanità. Varianti della croce greca di S. Andrea sono la croce così come trasmessa dalle fonti storiche, con l’asse verticale più lungo di quello orizzontale, la croce a braccia perpendicolari uguali, la più diffusa in epoca cristiana, talvolta uncinata, il tau e l’ankh, simbolo egizio della vita. Le braccia ad uncino imprimono alla croce un movimento rotatorio, immagine del moto perfetto e di avvicinamento progressivo al centro; è riscontrabile non solo nell’arte cristiana medievale, ma in numerose altre tradizioni religiose, dai templi hindu ai disegni di alcune tribù indigene nordamericane.
Il pesce. E’ stata ampiamente dibattuta da molti autori la sincronicità tra la nascita di Cristo e l’inizio dell’eone astrologico dei Pesci. Il punto equinoziale primaverile, nel periodo della nascita di Cristo, per effetto del fenomeno naturale della precessione degli equinozi, si è spostato infatti dalla costellazione dell’Ariete a quella dei Pesci. Il pesce, animale acquatico, porta con sé tutta l’ambivalenza sacrale dell’acqua: morte e rinascita, maschile (fallo) e femminile (madre), mostro marino divoratore e cibo per gli uomini, ecc. Nell’iconografia cristiana, a confermare l’ambitendenza del simbolo, i pesci sono spesso due, antitetici: il più grande nell’atto di generare o divorare il più piccolo; talvolta, su alcune monete romane, uno verticale e l’altro orizzontale, perpendicolari o addirittura intersecati a mo’ di croce, a rappresentare l’intersezione tra il bene e il male nella totalità del creato (secondo l’interpretazione junghiana, Cristo e Satana nel gioco della dualità e complementarità cosmica).
Il sole e la stella. Il sole è l’immagine di tutti gli eroi-salvatori (Buddha, Mitra, Cristo...) e degli imperatori divini, mediatori tra uomini e dèi (sovrani delle civiltà pre-colombiane, faraoni egizi, imperatori romani come Cesare Augusto e così via, fino al noto Re Sole), nel loro destino iniziatico di morte e rinascita. Secondo l’interpretazione astrologica, i dodici apostoli di Cristo rappresenterebbero le dodici apparenti posizioni del sole nella fascia dello zodiaco. Anche la stella è un’immagine dell’eroe-salvatore (come recita la liturgia mitraica: “Sono una stella che compie il suo cammino con voi” ) e al tempo stesso la guida che conduce a lui i fedeli (ricordiamo la cometa che indica ai magi e ai pastori il luogo della natività nel mito mitraico e poi cristiano). Anche la Madre di Cristo è talora invocata come stella matutina, guida e punto di orientamento dei naviganti notturni.
L’ostia e il calice. Accenneremo alla complessità di significati del pane eucaristico nel paragrafo dedicato al rito. Anche il calice gode di un ricco simbolismo. La sua forma suggerisce quella dell’utero materno, rinvia cioè all’ambivalente mondo conio della nascita, morte e risurrezione: ricordiamo il vas delle Litanie Lauretane, che richiama il krater gnostico e ripreso poi nel crogiuolo delle trasformazioni alchemiche, e naturalmente la celebre leggenda medievale del Santo Graal, la coppa in cui Cristo avrebbe bevuto durante l’ultima e cena (la magia della trasmutazione del vino in sangue) e dove il sangue del crocifisso sarebbe poi stato raccolto: la coppa in cui il sangue sarebbe confluito alimenta così la fede dei semplici, le cui leggende esaltavano le virtù taumaturgiche delle piante alimentate dal gocciolare del sangue ai piedi della croce, e la sublima in speranza nella guarigione per eccellenza, ossia la salvezza dell’anima, la vita eterna. Il calice, come la grotta, porta inevitabilmente a prendere in esame, anche se in breve, il mistero del vuoto, argomento inesauribile e perennemente carico di quella luminosità in grado di suscitare nel fruitore attrazione irrefrenabile e terrore al tempo stesso (horror vacui). Il concetto di vuoto compare nella maggior parte delle tradizioni mistiche di tutto il mondo ad indicare il vuoto di attributi della divinità e l’indefinibilità dell’esperienza di contemplazione ed unione con la stessa (nella tradizione cristiana ricordiamo, tra i molti, lo “svuotarsi di immagini” negli esercizi di S. Ignazio, il “Nada Nada” gridato da S. Giovanni della Croce per definire Dio, o la teologia negativa dello Pseudo-Dionigi). Nelle filosofie religiose orientali, in particolare di matrice buddista (es. la dottrina della “vacuità universale” di Nagarjuna), il vuoto e il silenzio svelano il sottile concetto di anatta, la non-sostanzialità dell’ego individuale di ogni cosa, la cui identità di singolo è vacua, poiché interdipendente, cioè strettamente correlata al resto dell’universo, ed è proprio questa relazione a conferire l’identità. Nella mistica cristiana invece prevale il concetto di vuoto come contenitore, utero, Madre del mondo, principio creativo della vita, o meglio, Dio nel suo aspetto creatore della materia, ossia il Padre nell’atto di manifestarsi nella sua controparte ctonia: la terra, il concavo del cosmo, passivo nel senso di ricettivo, accettante. Le due interpretazioni, orientale ed occidentale, non possono che essere complementari. Infatti, è proprio la vacuità che conferisce all’utero simbolico il potere di generare il pieno, di ricevere e dare la vita: il vuoto permette lo scambio ed è quindi la premessa dell’interdipendenza tra le parti cosmiche. Come nel mito cristiano l’utero della Madre riceve il seme divino e partorisce il Cristo, così il vaso alchemico riceve l’input dall’alchimista e, mediante la trasmutazione della sostanza arcana in esso contenuta, produce il Lapis ; allo stesso modo, il mistico cristiano “svuota” la propria anima (la rende “vergine”) invitando Dio a venire, ri-nascere, in essa.
Anche l’archetipo della Madre, grembo dell’incarnazione e quindi della rigenerazione del Dio padre per mezzo del Figlio, e come tale indispensabile ricettacolo della creazione, vanta molteplici immagini simboliche. Il fatto che Maria, madre di Gesù, sia l’espressione cristiana dell’arcaico culto della Madre Terra è confermato dall’osservazione di società tribali solo di recente convertite al cristianesimo che immediatamente e spontaneamente sovrappongono e identificano le due figure. Evitando di affrontare tali sincretismi, difficili da definire per vastità e complessità, e rimanendo in ambito prettamente cristiano, le immagini più significative del culto mariano si trovano forse nelle Litanie Lauretane , tutt’oggi recitate dai fedeli alla conclusione del Rosario. L’ambivalenza Virgo-Mater è già stata analizzata nel paragrafo dedicato al mito (cfr: Il paradosso della Madre). Le litanie descrivono poi Maria come Vas e Turris, simbolicamente utero e fallo, dimensione ctonia femminile e asse verticale maschile, e come tale coincidentia oppositorum di materia e spirito, umano e divino. L’androginia simbolica sembra caratterizzare le molte dèe pre-cristiane dell’amore e della guerra, dispensatrici di vita, conforto, benevolenza, guarigione (da cui gli aspetti benevoli della Madre cristiana invocata dai fedeli come ausilium, consolatrix, rifugium, causa laetitiae, ecc.), e al tempo stesso imprevedibili portatrici di morte, talvolta psicopompe (janua coeli). L’invocazione “Porta del Cielo” introduce inoltre quello che è forse l’aspetto principale del culto mariano cattolico, ossia la funzione di Maria quale intermediatrice fra gli uomini e il Dio dei cieli, che nella storia delle società patriarcali corre spesso il rischio di diventare astratto perché lontano dalle vicissitudini terrene (Deus otiosus): per non venire sostituito da altri dèi più vicini, Egli deve trovare degli espedienti per avvicinarsi alle creature soddisfacendo così i loro bisogni devozionali; è un fenomeno che Eliade definisce “caduta progressiva verso il concreto.
RITO - Il patrimonio rituale cristiano più ricco è quello conservato dal cattolicesimo. Non mi voglio soffermare sulla descrizione strutturale e semantica dei sette sacramenti cattolici, riti che contengono al proprio interno una miriade di gesti rituali; mi limiterò solo ad un cenno, approfondendo invece il al centro della liturgia cristiana, ripetuto almeno una volta ogni sette giorni dal praticante, e cioè l’Eucaristia.
Se il mito si svolge nel tempo sacro, il luogo del rito è lo spazio sacro. Dalle società arcaiche alle più recenti architetture delle religioni monoteiste, esso presenta uno schema archetipico che racchiude nel proprio centro l’ “ombelico” della terra, cioè la casa del Dio, il luogo della ierofania, il punto dal quale viene emanata e riassorbita la creazione nei cicli di produzione e distruzione del cosmo. Il centro è attraversato dall’axis mundi, che unifica i tre livelli cosmici (cielo, terra, inferi), ed è protetto da una soglia (recinto o mostro custode) in grado di separare il sacro dal profano, l’ordina dal caos, gli eletti (co-partecipi della condizione divina del centro) dai non-eletti. Nella chiesa paleocristiana e medievale, e ovviamente non è mia intenzione soffermarmi sulla differenza di stili artistici e architettonici così ricca e varia nei secoli di medioevo europeo, una prima soglia è costituita dalla porta principale corredata dalla bacinella per il segno della croce (l’abluzione rituale a scopo di purificazione prima del rito è assai comune nelle religioni), e successivamente una balaustra e un certo numero di scalini dividono le navate dal vero e proprio spazio sacro, il presbiterio, che nel suo centro contiene il tabernacolo, dov’è custodito il “corpo di Cristo”, attraversato dall’asse che in epoca cristiana abbandona l’immagine tradizionale dell’albero e assume quella della croce. Sarebbe interessante una comparazione tra lo spazio sacro cristiano e quello di molte altre religioni, anche orientali: basti pensare allo schema dello stupa buddhista, in cui è presente un centro, originariamente contenente le reliquie di unsanto(arhat), attraversato dalla colonna sacra (yasti) e protetto da una balaustra (vedika); inoltre, i quattro portoni (torana) orientati secondo i quattro punti cardinali ricordano l’antichissimo archetipo spaziale della terra quadrata ricoperta dal cielo come una volta o cupola a “uovo” (anda). Schemi simili sono individuabili nel caitya (il santuario buddhista scavato nella roccia) e nel tempio hindu. E’ interessante tuttavia notare i diversi modi di accesso al centro, basati su differenti concezioni del tempo, ciclico per gli orientali, generalmente progressivo e lineare per gli occidentali: il fedele buddhista si avvicinerà dunque al centro mediante una peregrinazione rituale circolare a ridosso della vedika, che mima l’apparente moto del sole attorno alla terra, mentre il cristiano accederà all’Eucaristia mediante un graduale approssimarsi lineare all’altare, ossia una fila regolare nella navata centrale.
Ogni sacramento cattolico, sebbene possa ormai apparire superato e insensato agli occhi dell’uomo post-moderno, è frutto di un’evoluzione ed ha quindi una sua precisa ragione d’essere.
Il Battesimo è l’espressione cristiana degli arcaici rituali di iniziazione mediante la simbologia di morte e rinascita: il ritorno all’acqua, arché per eccellenza, “scioglie” e “ricrea”, e in questo modo muore l’anonima creatura marcata dal peccato originale e nasce il figlio di Dio, al quale viene assegnato un nome e che quindi diviene membro vivo della comunità di fedeli, come nelle iniziazioni tribali moriva la larva e nasceva l’eletto, l’uomo, il membro della tribù.
Il Sacerdozio, com’è noto, esiste fin dai tempi arcaici, dove assistiamo al binomio sciamano/stregone, il primo buono (“medicine man”), il secondo sempre impegnato nel compito malefico di tramare fatture contro alcuni membri della società; a volte sono la stessa persona, a volte no.
Anche il Matrimonio è un rito arcaico quanto l’uomo: ripetizione della ierogamia primordiale Cielo/Terra (nella tradizione giudaico-cristiana: Jahvè/Israele e successivamente Cristo/Chiesa), il Matrimonio è una sorta di “recinto”, una limitazione rituale della forza numinosa, perché irrefrenabile, della sessualità.
La Confermazione, ripetizione simbolica della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, è la premessa per la missione di propagazione della fede cristiana e quindi la sopravvivenza ed espansione della Chiesa.
La psicologia del profondo ha sottolineato la valenza terapeutica della Confessione come espiazione di quello che Jung definì “il segreto patogeno”, ossia una colpa, vera o comunque vissuta come tale dal fedele, che se non confessata e condivisa si somatizzerebbe in sintomi nevrotici o condizionerebbe in modo negativo le scelte e quindi l’andamento della vita. L’espediente cattolico del perdono divino concesso grazie all’intermediazione umana del sacerdote si rivela dunque salvifico per la salute mentale, e a questo proposito Jung osserva la maggiore incidenza delle nevrosi nelle comunità protestanti in cui la Confessione è inesistente e dove “l’uomo è lasciato solo dinnanzi a Dio” e arriva ad attribuire al confessore il ruolo che nella società post-moderna desacralizzata sarà dello psicoterapeuta, spianando la strada a feconde riflessioni sulla necessità di collaborazione tra le due figure nel mondo occidentale contemporaneo.
Se l’aspetto psicologico della Confessione è innegabile, non dobbiamo trascurare il suo valore rituale di “soglia”, di preparazione al sacramento centrale, il cuore del culto cristiano, L’Eucaristia, che il praticante ripete obbligatoriamente ogni sette giorni nella messa, a meno che non abbia trascurato il suddetto aspetto preliminare di purificazione. Capire razionalmente il senso dell’Eucaristia non solo è impossibile, ma costituirebbe un tentativo di sminuirne il mistero; è possibile invece accedere al significato per via intuitiva, ma per arrivare a ciò il rito va osservato nel suo contesto. L’antico rito del sacrificio (umano e poi animale) riproduceva a livello microcosmico o simbolico il mito della “cosmogonia mediante uccisione creatrice”, assai diffuso nel mediterraneo e nel vicino oriente, fino all’India, e manifesto in diverse varianti: l’eroe uccide il mostro o gigante primordiale, dal cui corpo smembrato escono tutte le forme dell’universo (es. il babilonese Marduk contro Tiamat, il persiano Mitra contro il Toro, ecc.), oppure è il Dio stesso che si autoframmenta, e la creazione avviene quindi mediante scissione dell’Uno nel molteplice, per ragioni di desiderio (es. il mito vedico di Purusa) o per tensioni interne alle componenti dell’Uno stesso (es. la frammentazione della luce del Pleroma nel mito valentiniano). Va inquadrato in quest’ottica anche il rito ebraico del “capro espiatorio”, con il banchetto che ne seguiva e che aveva lo scopo di celebrare, o meglio rinnovare, il patto di alleanza tra Dio e Israele. L’archetipo del sacrificio era presente anche nelle religioni misteriche ellenististe, sorte, come accennato, in reazione al fenomeno crescente della massificazione sociale e in alternativa ai culti popolari e ufficiali politeisti, e che prima e contemporaneamente alla predicazione di Cristo conobbero grande diffusione nell’area mediterranea. I misteri erano caratterizzati, seppur con le ovvie differenze di culto, dal comune schema dell’iniziazione spirituale, ossia l’accesso di pochi abili adepti alla conoscenza esoterica (che per il suo carettere di segretezza e di chiusura ai non adepti veniva detta appunto “mistero”) la cui conseguenza più evidente per l’eletto era la promessa di salvezza, ossia l’immortalità dell’anima individuale. Nati come culti sincretici, sintesi di esoterismi babilonesi, giudaici, greco-romani ed egizi, i misteri spesso erano caratterizzati da una sessualità orgiastica (es. i misteri di Dioniso, con il culto del fallo, dove la disinibizione necessaria all’orgia era data dal vino) o da sacrifici cruenti (spesso gli adepti praticavano il rito completamente ricoperti del sangue di un animale precedente sacrificato; nei misteri di Attis e Cibele, inoltre, pare che l’adepto, nell’imitatio dei, si autoevirasse offrendo i propri genitali alla dèa Cibele). I motivi di tali comportamenti estremi vanno ricercati nella struttura di fondo alla base del mito, e dunque del rito, di ogni mistero (ad esclusione del mitraismo): morte del dio incarnato e successiva risurrezione, generalmente mediante smembramento e ricomposizione, scissione e reintegrazione, concetti che erano anche alla base dei “segreti della natura” dell’ermetismo e che poi sarebbero confluiti nell’alchimia. Sia lo smembramento che la ricomposizione del dio avvengono per mano della dèa, madre e sposa del dio stesso (es. Cibele madre-sposa di Attis, Iside madre-sposa di Osiride: sposa del dio celeste e madre del dio incarnato, ma il primo e il secondo sono uno), e questo ribadisce la funzione ambivalente delle grandi dèe, portatrici di vita e di morte, di amore e di guerra, raccogliendo l’eredità dell’arcaica Madre Terra nella sua doppia caratteristica di utero e tomba, compositrice e decompositrice, alfa ed omega delle proprie creature. Inizialmente anche il cristianesimo viene classificato come mistero dai sacerdoti ufficiali romani, e le similitudini effettivamente non mancano. La vicenda terrena di Cristo, ripetuta nel rito dell’Eucaristia, dispiega infatti lo stesso schema archetipico di morte e risurrezione, e si tratta a tutti gli effetti di una morte violenta, di uno smembramento, basti pensare ad elementi quali la corona di spine, le frustate, la spartizione delle vesti, la crudeltà della via crucis, che culmina con la crocifissione di mani e piedi e il costato trafitto dalla lancia; alla morte infame sulla croce segue poi, secondo il mito, la risurrezione della carne accompagnata dalle apparizioni del corpo “ricomposto” e glorificato. In cosa dunque si differenzia il culto cristiano dagli altri misteri dell’epoca? L’enorme novità apportata dal cristianesimo nella storia delle religioni mediterranee è la simbolizzazione. La violenza del mito non viene ripetuta nel rito, perché il sacrificio viene simbolizzato: la carne è sostituita dal pane, il sangue dal vino, lo smembramento del corpo è sostituito dallo spezzare il pane, l’omofagia (o il pasto di un animale sostituto) dall’eucaristia, l’autoevirazione del sacerdote dal voto di castità. In questo va ricercato il successo, malgrado i molteplici ostacoli (rivalità di culto, persecuzioni, ecc.) della religione cristiana a discapito delle altre, moltissime, all’epoca presenti in Europa e nel vicino oriente. Jung ad esempio, per spiegare il consenso così vasto incontrato dal cristianesimo in breve tempo, pone l’accento sulla non-violenza del culto, elemento nuovo reso possibile dalla simbolizzazione del sacrificio, che era esattamente ciò di cui l’umanità aveva bisogno per elevarsi dai residui di barbarie; anche il mitraismo era un culto non violento, ma sembra che le donne non potessero accedervi, cosa ormai considerata inaccettabile. Eliade definisce la vicenda umana di Cristo una ierofania “suprema” in quanto “ultima”: non viene più richiesta al fedele infatti alcuna uccisione rituale, il sacrificio di Cristo è definitivo e sufficiente anche per la salvezza delle generazioni che verranno, ed è lo stesso Cristo a focalizzare il concetto durante l’ultima cena, con le celebri parole che nella liturgia cristiana segnano il momento della consacrazione: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo (....) questo è il mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me [corsivo mio].” Se il vantaggio cosmico dello smembrare il dio è una rigenerazione totale mediante ri-creazione, messa in atto dalla ripetizione dell’uccisione creatrice primordiale, è doveroso non perdere di vista il valore simbolico del mangiare il dio smembrato: offrendosi in sacrificio, il Dio cristiano sceglie l’uomo come proprio ricettacolo, casa e contenitore; l’anima umana, introiettando l’essenza del Dio, si fa partecipe della condizione divina e realizza con la pratica dell’Eucaristia l’imago dei in vita. Il significato psicologico della nutrizione, il primo tra gli istinti, e dei risvolti mistici del “nutrirsi di Dio”, è materia di studio della psicologia del profondo.
A questo punto, definita la forza della novità che costituisce la grandezza del cristianesimo e sembra marcarne il trionfo, soddisfacendo esigenze psicologiche comuni a tutti gli esseri umani, dobbiamo tener presente che nello studio comparato delle religioni le sorprese non mancano. Abbiamo visto che il dio che offre il proprio figlio (se stesso fatto uomo) in sacrificio venendo smembrato e mangiato da pochi eletti è uno schema ricorrente in diversi contesti precristiani. Ma un parallelo sorprendente di simbolizzazione non-violenta del sacrificio, lontanissimo nel tempo e nello spazio dal contesto cristiano, è il teoqualo azteco, ed è ancora una volta l’occhio di Jung ad individuarlo e commentarlo: i primi missionari cristiani giunti in America Latina rimasero sbigottiti, per la sua evidente somiglianza con il rito cristiano, dell’usanza degli Aztechi (popolo che, com’è noto, in tempo di guerra non esitava a praticare i sacrifici umani, suscitando nelle menti degli antropologi le più svariate teorie interpretative) di mangiare il corpo del dio simboleggiato da una specie di focaccia ottenuta con la triturazione dei semi di papavero.
I riti religiosi di tutti i tempi hanno espresso con linguaggi e gesti differenti il processo di rinascita interiore che trascende i limiti terreni (egoici) realizzando così l’imago dei nell’uomo; l’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo è l’espressione cristiana di questo archetipo.
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Articolo adattato dalla conferenza tenuta il 14.12.1999 nella sala FILT della CGL di Treviso (titolo originale: Miti e simboli nel cristianesimo), nell’ambito del ciclo di incontri sulle religioni comparate, “La creatività dello spirito”, organizzato nell’autunno-inverno 1999-2000 dall’autrice per il gruppo “Iniziative e servizi” della cooperativaPace e Sviluppo.
cfr. ELIADE, Mircea, Traité d’histoire des religions, Payot, Paris, 1948 (trad. it. Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1976), pp. 377-398.
Cfr. ELIADE, Mircea, Histoires des croyances et des ideés religieuses, vol. 2, Payot, Paris, 1978 (trad. it. Storia delle credenze e delle idee religiose. Da Gautama Buddha al trionfo del cristianesimo, Sansoni, Firenze, 1980), pp. 279-366.
Cfr. Enrico Norelli, “Marcione e gli gnostici sul libero arbitrio, e la polemica di Origene”, in PERRONE, Lorenzo (a cura di), Il cuore indurito del Faraone. Origene e il problema del libero arbitrio, Genova, Marietti, 1992, pp. 1-30.
Cfr. ELIADE, Mircea, Histoires des croyances et des idées religieuses, vol. 1, Payot, Paris, 1975 (trad. it. Storia delle credenze e delle idee religiose. Dall’età della pietra ai misteri Eleusini, Sansoni, Firenze, 1979), pp. 302-309.
Cfr. JUNG, Carl Gustav, Aion. Beiträge zur Symbolik des Selbst, Olten, Walter-Verlag, 1976 (trad. it.Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé, in Opere vol.9**, Torino, Bollati Boringhieri, 1982), pp.107-108.
Questo tuttavia si pone in opposizione all’attuale teologia ecclesiastica secondo la quale Gesù sarebbe l’unico vero Cristo; per la Chiesa, dunque, il simbolo non si può svincolare dalla storicità della persona.
Da segnalare inoltre che il rapporto di unità e alterità tra il Padre e il Figlio viene paragonato da alcuni autori alla relazione Brahman-Atman della tradizione vedantica. Ad esempio, cfr. WATTS, Alan, La Suprema Identità. Saggio sulla metafisica orientale e la religione cristiana, Edizioni il Punto d’Incontro, Vicenza 1993, p. 81 e 114-115.
Cfr. ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, cit., pp. 294-315. Una breve sintesi della simbologia dell’albero-croce si trova nell’articolo dell’autrice La comparazione religiosa: l’approccio morfologico di Mircea Eliade, in Quaderno n°3/2000, anno XXI, Associazione Filosofica Trevigiana, pp. 3-14.
Cfr. JUNG, Carl Gustav,Wandlungen und Symbole der Libido, Deuticke, Leipzig und Wien, 1912 (trad. it. La libido. Simboli e trasformazioni, Roma, Newton Compton, 1975); edizione riveduta e definitiva: Symbole der Wandlung, 1952 (trad. it. Simboli della trasformazione, in Opere vol. 5, Torino, Bollati Boringhieri, 1970), pp. 238-241; WEIL, Simone, Intuitions pré-chrétiennes, Paris, La Colombe, 1951 (trad. it. in La Grecia e le intuizioni precristiane, Roma, Borla, 1984, pagg. 129-130).
Cfr. NAPOLITANO, Andrea, Il mulino sul diluvio d’Oriente, in “Simplegadi”, n° 3, Padova, 1998, pp. 3-26.
Citata in JUNG, Carl Gustav, Scritto sulla risurrezione, 1954 (trad. it. La risurrezione, in Opere vol. 18, Torino, Bollati Boringhieri, 1993).
Per una sintesi esauriente sulla simbologia comparata del Sole, cfr. ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, cit., pp. 126-157.
Cfr. JUNG, Carl Gustav, Mysterium coniunctionis. Untersuchungen über die Trennung und Zusammensetzung der seelischen Gegensätze in der Alchemie, Olten, Walter-Verlag, 1971 (trad. it. Mysterium coniunctionis. Ricerche sulla separazione e composizione degli opposti psichici nell’alchimia, Torino, Bollati Boringhieri, 1989); Psychologie und Alchemie, Walter-Verlag, Olten, 1944 (trad. it. Psicologia e alchimia, in Opere vol. 12, Torino, Bollati Boringhieri, 1992).
Ricordiamo anche la metafora dell’anima come “grotta del cuore” di Taulero e la precisazione del maestro Eckhardt, secondo il quale non l’anima deve entrare in Dio, ma Dio nell’anima.
La versione cui faccio riferimento è quella latina riportata nei messalini tradizionali, es: Messalino festivo e Vesperale, Padova, Edizioni Liturgiche Messaggero, Basilica del Santo, 1962.
Cfr. JUNG, Carl Gustav, Psychologische Typen, 1921 (trad. it. Tipi psicologici, Roma, Newton Compton, 1993), pp. 179-194.
Cfr. FILIPPI, Gian Giuseppe, La cultura indiana fra storia e mito, Novara, De Agostini, 1992, p. 78.
Cfr. JUNG, Carl Gustav, Cinque conferenze tenute nel 1935 all’Institute of Medical Psychology di Londra, pubblicate con il titolo Analytical Psychology; Its Theory and Practice, London, Routledge & Kegan, 1968 (trad. it. Fondamenti della psicologia analitica, in Opere vol. 15, Torino, Bollati Boringhieri, 1991), pp. 167-168.
Fine articolo sul cristianesimo
“Cristianesimo e Cristianità” in Hegel, Kierkegaard e Nietzsche
“Cristianesimo e cristianità” sono due categorie essenziali nella filosofia di Kierkegaard: il “cristianesimo” è l’espressione individuale del singolo in un rapporto intimo ed esclusivo con Cristo, la “cristianità” è la degenerazione del cristianesimo, è la Chiesa senza Cristo, la Chiesa compromessa, la Chiesa che ha tradito Cristo. Il “cristianesimo” di Kierkegaard, la “Chiesa invisibile” di Hegel, il “cristianesimo di Cristo” di Nietzsche sono Cristo; la “cristianità” di Kierkegaard, la “chiesa visibile” di Hegel, la “piccola comunità degli apostoli” di Nietzsche sono la Chiesa: degenerazione del cristianesimo. Questa chiave di lettura di matrice illuministica (deismo), ideologica ed intellettualistica, ampiamente ripresa nella Sinistra hegeliana è presente paradossalmente nell’esperienza esistenziale di Kierkegaard, nella dialettica dello Spirito Assoluto di Hegel, come nella riflessione critica dell’ateismo storico di Nietzsche, ma credo ben presente nella società contemporanea fin nella mentalità comune nella posizione di molti che, cristiani o non, separano più che distinguere Cristo dalla Chiesa, il cristianesimo come esperienza interiore ed intimistica della coscienza individuale dall’esperienza ecclesiale, il fatto religioso quindi, quando viene “permesso”, è un problema strettamente individuale che non ha e non deve avere espressione storica e incidenza nella realtà.
Esiste, quindi, un elemento che rappresenta la costante e la motivazione della riflessione sulla realtà da parte di Kierkegaard, presente nella Postilla conclusiva non scientifica(1846), ma pure nelle opere precedenti e soprattutto nelle seguenti come l’ Esercizio del Cristianesimo(1850) : la realtà del Cristianesimo e la figura di Cristo , anche perché per Kierkegaard:”La categoria della mia attività di scrittore è di rendere attenti alla realtà cristiana e io sono soltanto una certa specie di poeta e di pensatore” . E d’altra parte non diciamo nulla di nuovo affermando che la riflessione hegeliana fin dagli scritti teologico-giovanili come nella Vita di Gesù(1795) e ne Lo Spirito del cristianesimo e il suo destino(1798-99), per arrivare alle opere della maturità , è caratterizzata, non fugacemente e nemmeno estemporaneamente ma teoreticamente strutturata, dalla problematica intorno alla realtà cristiana e alla figura di Cristo . Non di meno per Nietzsche, da La nascita della tragedia(1872) alla Genealogia della morale(1887) sino a L’Anticristo(1895), la critica al cristianesimo è fondamentale nella sua lotta contro l’imborghesimento rinunciatario e servile della società occidentale. I due aspetti sono intimamente e necessariamente connessi perché per Kierkegaard il singolo che definisce la realtà nel suo inizio e nel suo sviluppo, è tale nella libera possibilità di scelta che tuttavia si esercita pienamente e veritativamente solo di fronte al paradosso di Cristo: uomo-Dio, a cui tutto è possibile; per Hegel il farsi dialettico della razionalità della realtà trova in Cristo e nel cristianesimo il ruolo storico-teoretico essenziale nell'iniziale svilupparsi e nel successivo realizzarsi dello Spirito Assoluto; mentre per Nietzsche ogni trasmutazione dei valori non può non passare, intersecandosi continuamente, attraverso la demolizione dei valori antivitali del cristianesimo anche se non necessariamente rappresentati dalla figura di Cristo.
La riflessione hegeliana
Fondamentale all’interno dell’intera struttura della riflessione hegeliana è, pertanto, il ruolo della religione cristiana e della figura di Cristo, perchè è attraverso la loro valutazione storico-razionale che si delinea e si svolge la dialettica hegeliana: da Tubinga alle lezioni di Berlino, dalla Vita di Gesù all’ Enciclopedia e alle postume Lezioni sulla filosofia della religione; e dagli scritti teologici giovanili a quelli sistematici della maturità esiste un punto fermo: il sostanziale “no” al cristianesimo, anche se dialetticamente valorizzato e compreso come momento storico importante e necessario, e la considerazione della filosofia come continuazione-compimento se non superamento della religione; un no al cristianesimo che passa attraverso la critica alla “positività” della religione e alla “storicità-divinità” di Cristo, : “Perché alla fede non importa l’accadere sensibile ma ciò che accade eternamente. Storia di Dio” .
Hegel è nello steso tempo contro la “storicità” della religione cristiana, intesa come “sensibilità”: temporalità, leggi, dogmi, riti, incarnazione, sentimento ,il Cristo-uomo, la “Chiesa visibile”, (e in taluni di questi aspetti, come vedremo, Kierkegaard trova una sua precisa, anche se con intenti diversi , speculare collocazione critica ), ma pure paradossalmente ed apparentemente a favore della “storicità” intesa bensì come eternizzazione della razionalità universale dello Spirito Assoluto: la “Chiesa invisibile”, il vero cristianesimo che, pur necessaria, tuttavia non può non trovare il suo completamento dialettico se non nella razionalità del concetto, della filosofia (e sarà altrettanto lampante l’abissale distanza e la radicale divergenza di Kierkegaard e di Nietzsche rispetto a questo secondo elemento). Certo quella che abbiamo proposto è una schematizzazione di comodo ma, in qualche modo, l’esito della lunga e continua riflessione di Hegel sulla religione, la Chiesa e Cristo, a partire dagli anni giovanili di Tubinga e Berna. In tale periodo l’ideale è rappresentato dalla realizzazione del “Regno di Dio”, come “Chiesa invisibile”, conseguenza della diffusione della ragione e della libertà , il quale: “non è un che di esteriore, ma un qualcosa di interiore…non è uno Stato mondano… e nemmeno la Chiesa visibile” , per cui “Il regno di Dio non si mostra con sfarzo o con avvenimenti esteriori: non si può mai dire ‘eccolo, è qua o là, poiché il regno di Dio deve essere edificato dentro di voi’ ” . Così pure Gesù dovrà dire ai suoi discepoli sognatori della realizzazione terrena del regno di Dio: “Spesso vi si dirà che qua o là c’è una felice fratellanza degli uomini sotto la legge della virtù, ma non inseguite tali miraggi; non sperate di vedere il regno di Dio in un’esteriore e splendente unificazione di uomini, nella forma esteriore di uno Stato, di una società, di una Chiesa retta da leggi pubbliche” . Una religione della libertà (astrattezza rivoluzionaria francese ) e della razionalità pratica quindi, come fede in Dio presente nell’interiorità dello spirito dell’uomo, per cui ogni rivoluzione politica è il risultato di un cambiamento spirituale che la precede, del rinnovamento etico-spirituale di un popolo, perchè: “Spirito del popolo, storia, religione, grado della libertà politica popolare non possono essere considerati separatamente, né in rapporto al loro reciproco influsso né in rapporto alla loro natura” . E lo Spirito del popolo non può essere creato dallo Stato (forma esterna), ma dall’unità della Chiesa invisibile (forma interna dello Stato). E’ ovvio, per Hegel, che il cristianesimo storico, con la sua “positività”, non possa rappresentare tale religione, in quanto ha frainteso il messaggio di libertà di Cristo ed educa “gli uomini a cittadini del cielo, il cui sguardo è sempre rivolto in alto, dove i sentimenti umani divengono loro estranei” , tanto che: “Sotto gli imperatori romani la religione cristiana non fu capace di opporre un argine al declino di ogni virtù, all’oppressione della libertà e dei diritti dei romani…anzi, corrosa ed intossicata essa stessa da questa generale peste, fattasi essa stessa, stravolgendo la sua forma, strumento del dispotismo con la predicazione del servire, proprio essa ha apportato la decadenza delle arti e delle scienze, la passiva sopportazione del calpestamento di ogni bel fiore dell’umanità e della libertà, l’obbedienza ai despoti codificata in sistema” . Per cui, il modello di unità spirituale, del Regno di Dio come regno degli spiriti liberi e virtuosi che tendono attivamente all’universalità dei fini, è rappresentato storicamente dalla cultura classica: in cui “l’idea di patria e di Stato era l’elemento invisibile e superiore per cui ogni uomo operava, da cui era spinto; questo era per lui il fine ultimo del suo mondo che trovava espresso nella realtà o che egli cooperava ad esprimere e a conservare. Di fronte a questa idea la sua individualità spariva…La religione greco-romana fu una religione per popoli liberi soltanto; e con la perdita della libertà dovevano anche perdersi il suo significato, la sua forza, la sua conformità alle esigenze umane” . Si tratta di una religione-religiosità immanentistica base di ogni riforma politica, tuttavia concepita sempre più in una prospettiva strumentale e propedeutica al rinnovamento politico.
Infatti, nella nuova prospettiva che si apre ad Hegel nel periodo di Francoforte, il “Regno di Dio”, invece deve realizzarsi nel mondo, attuarsi come Stato, come unione di Chiesa e Stato. La Chiesa allora diviene la rappresentazione “simbolica” dell’unità degli uomini la quale, per Hegel, ha di fronte l’unità reale già espressa dall’universalità dello Stato. Ma quale Chiesa e quale religione? Una nuova religione, quella dell’amore!: “legame vivo che unisce i credenti, sentimento dell’unità della vita in cui tutte le opposizioni…sono tolte” , “Vi è idea più bella di quella di un popolo di uomini i cui reciproci rapporti sono rapporti d’amore? Vi è un’idea più alta che quella di appartenere ad un tutto che, come tutto, è l’unità dello spirito divino, i cui figli sono i singoli membri? Vi doveva essere in quest’idea ancora un’incompiutezza, così che un destino avesse potere su di essa? Oppure questo destino sarebbe la nemesi che si scatena di fronte ad uno sforzo troppo bello, ad uno sbalzo della natura?” .
La realtà del cristianesimo quindi, nella sua incapacità all’universale, rappresenterebbe uno “sbalzo della natura”, ma anche tale posizione viene successivamente modificata, nel senso che cambia la religione (dalla religione della libertà e da quella dell’amore al cristianesimo) non il suo ruolo storico-dialettico rispetto allo Stato, per cui l’esito non potrà essere nient’altro che il suo superamento. Durante il periodo di Jena, infatti, il cristianesimo diviene "la" religione, quella in cui “la natura divina non è un’altra natura da quella umana…e tutte le altre religioni sono imperfette” , infatti:” la religione assoluta è questo sapere – che Dio è la profondità dello spirito certo di se stesso, perciò egli è il Sé di tutti…è un uomo che ha il comune esserci spaziale e temporale – e questo singolo sono tutti i singoli” . Tuttavia: “ Alla religione sfugge il cielo nella coscienza reale – l’uomo cade giù sulla terra – e solo nell’immaginazione trova in essa l’elemento religioso…la religione come tale ha bisogno dell’esserci, della realtà immediata – essa è l’universale; perciò è sotto la signoria dello Stato, e viene da esso adoperata, gli serve – adoperata, giacchè essa è privo-di-realtà” , la sua realtà è lo Stato che, invece, è lo Stato come spirito della realtà e Regno di Dio presente immanentisticamente nella realtà dell’al di qua, per cui: “il fanatismo della Chiesa consiste nel voler trasportare l’eterno, il regno del cielo come tale sulla terra, cioè in opposizione alla realtà dello Stato – nel conservare il fuoco nell’acqua. La realtà del regno del cielo è appunto lo Stato” . Nell’Hegel di Berlino, poi, “si mondanizza la fede cristiana nella provvidenza, e trasformando la storia cristiana della salvezza in una teodicea mondana, per la quale lo Spirito divino è immanente al mondo, lo Stato è un Dio terreno e la storia in genere rappresenta qualcosa di divino” e, comunque, la Chiesa che può riconciliarsi sinteticamente con e nello Stato è solo la Chiesa protestante: “Questa condizione si presenta negli Stati protestanti e può trovarsi solo in questi, poiché in questi è l’unità della religione e dello Stato. Le leggi dello Stato valgono come razionali e divine a causa di questa originaria presupposta armonia e la religione non ha principi suoi propri che siano in contraddizione con quelli che sono in vigore nello Stato” . E nello Stato ideale moderno prussiano-protestante si assiste all’unità dialettica tra il principio della soggettività, che emerge nella coscienza cristiana e non è più principio negativo che aveva segnato la crisi della ‘polis’ greca, e la totalità etica dello Stato appunto , “ …così alfine il principio della coscienza religiosa e della coscienza etica diventa una e medesima cosa nella coscienza protestante: - lo spirito libero, che si sa nella sua razionalità e verità” , per cui: “L’Eticità è lo Stato ricondotto alla sua interiorità sostanziale, lo Stato è o sviluppo e la realizzazione dell’Eticità, ma la sostanzialità della stessa Eticità e dello Stato è la religione. Secondo questo rapporto, lo Stato si fonda sulla predisposizione etica, e quest’ultima sulla predisposizione religiosa” , tuttavia: “Questo guadagno comporta per il cristianesimo – come sottolinea opportunamente Borghesi - la sua rinunzia alla realtà. La Chiesa è l'autocoscienza interna del Regno di Dio (sul piano del sentimento, della rappresentazione, della fede), lo Stato ne è l’espressione esterna. La visibilità della Chiesa è così lo Stato" , infatti, secondo Hegel “lo Stato è volontà divina, come spirito presenziale, come spirito esplicantesi a reale figura e organizzazione del mondo. – Coloro che vogliono fermarsi alla forma della religione di contro allo Stato, si comportano come coloro che nella conoscenza reputano d’aver ragione, se essi rimangono soltanto e sempre all’essenza e da questo astratto non procedono all’esserci” . La Chiesa di fatto non è più, e se ha avuto una necessaria funzione storico-dialettica, la sua realtà è sintetizzata definitivamente dalla superiore realtà-storicità dello Stato. Così pure la religione viene nello stesso tempo valorizzata e sacrificata al più alto momento dialettico della filosofia: “La conoscenza filosofica è quindi il riconoscimento di questo contenuto e della sua forma ed è liberazione dall’unilateralità delle forme ed elevazione di esse nella forma assoluta…Questo movimento che è la filosofia, si trova già compiuto quando la filosofia coglie sillogisticamente il suo proprio concetto, cioè quando guarda retrospettivamente a nient’altro che al suo sapere” . Il filosofo di Stoccarda considera e valorizza la “realtà-oggettività” della Chiesa e del cristianesimo, tuttavia proprio da tale presunta valorizzazione, perché riduttiva in quanto razionalistica, deriva paradossalmente la loro dissoluzione storico-reale.
La riflessione kierkegaardiana
Kierkegaard si trovava a vivere in un contesto culturale religioso, quello danese, in cui imperava la filosofia hegeliana in ambito sia accademico sia ecclesiastico e soprattutto nelle ulteriori sistematizzazioni ed accentuazioni degli epigoni e particolarmente della Destra hegeliana .
Lo scontro con la cristianità danese e quindi con l’hegelismo è per affermare la totalità della realtà: cristianesimo-singolo-libertà e quindi per la compiutezza e la sostanzializzazione e sensatezza dell’esistenza, della propria esistenza: non è accademia, non è presunzione ed orgoglio dell’intellettuale. Pertanto la polemica contro l’hegelismo non è sui particolari bensì al cuore della dialettica e del sistema hegeliani, come noto, perché è in esse che il filosofo danese coglie storicamente il contraltare culturale alla sua filosofia, soprattutto per la pretesa assolutizzante e necessitante del reale propri della filosofia hegeliana di cui la Chiesa danese, con la sua teologia razionalista, non sarebbe altro che una attualizzazione storica. Allora la critica alla cristianità ripercorre la critica all’hegelismo perché la cristianità danese era hegeliana. Il grande avversario del cristianesimo kierkegaardiano rimane perciò l’hegelismo, ossia l’hegelismo della teologia razionalista della “cristianità costituita” di Copenaghen .
E per Kierkegaard è proprio l’ unità Stato-Chiesa che rappresenta la fine sia della Chiesa e sia del Cristianesimo: lo Stato allestisce cristiani in serie, per questione di ordine pubblico, corrompendo l’impronta spirituale della Chiesa , “Così l’aspetto civile e quello cristiano della vita finiscono per coincidere in modo che essere quel che lo Stato chiamerebbe un buon cittadino s’identifica coll’essere un buon cristiano (dunque, ormai del tutto sicuro della felicità eterna!), così che uno che per lo Stato fosse un suddito irrequieto sarebbe un cattivo cristiano, condannato all’inferno…” . In tal modo si asserva la Chiesa all’eticità superiore dello Stato come la religione, nell’idealismo hegeliano, al concetto della filosofia dialettica, infatti: “L’Ordine stabilito – asserisce Kierkegaard – si è vantato d’essere la realtà oggettiva superiore ad ogni Singolo, alla soggettività. Nel momento pertanto che un Singolo non vuol conformarsi all’Ordine stabilito mettendone anzi in discussione la verità e che la verità consiste nell’interiorità: allora sorge la collisione…Hegel ha fatto della coscienza e del rapporto di coscienza del Singolo ‘una forma del male’; perché lo ha fatto, se non perché ha divinizzato l’Ordine stabilito? Ma più si deifica l’Ordine stabilito, più s’impone la conclusione: ergo, colui che rifiuta quella realtà divina ch’è l’Ordine stabilito o si ribella, deve necessariamente credersi in qualche modo Dio” .
Ecco che occorre essere nei confronti della “cristianità costituita” e trionfante un “tafano” come lo sono stati Socrate e Cristo, “…necessario a quell’Ordine stabilito per non cadere nel torpore o, peggio ancora, per non abbandonarsi all’autoadorazione…La verità che una volta era combattente, ora è diventata l’Ordine stabilito…qui la congruenza è che più ci s’infischia della verità e più si godono onori e considerazioni…Ora l'ordine stabilito è divinizzato; se Cristo venisse al mondo, farebbe senz’altro la carriera del professore e otterrebbe un avanzamento di grado in proporzione del crescere dell’evidenza ch’egli è nella verità” ; “Ahimè, ma quando si è nati nella cristianità – sottolinea pessimisticamente Kierkegaaard – e specialmente nel Protestantesimo, e specialmente in Danimarca…quando, fin da bambini, si è stregati con l’immaginazione che si è cristiani; quando, fin dalla tenera età si è infarciti di tutti quegli imbrogli che trasformano il Cristianesimo in ottimismo; quando si vive in un cosiddetto ‘stato cristiano’, in una società che in tutti i modi cerca di consolarsi nell’immaginazione di essere cristiana, fino a ricorrere alle pene civili per costringere ad essere cristiani: allora senza dubbio è immensamente difficile diventare cristiani!” . Pertanto: “La colpa della cristianità – riprecisa con cruda fermezza e chiara acutezza Kierkegaard – in fondo è questa: essa, invece di quel che il Nuovo Testamento intende per Cristianesimo ha inventato il ‘giocare al Cristianesimo’, naturalmente con tutte le risorse che la fantasia umana può escogitare…si burla di Dio” . In definitiva: “ la cristianità ha abolito il cristianesimo senz’accorgersene. La conseguenza è che se bisogna fare qualcosa, bisogna cercare un’altra volta d’introdurre il cristianesimo nella cristianità” . Ma non si è cristiani, si diventa singolarmente cristiani per Kierkegaard, per il quale la continua e paradossale scelta e ridecisione religiosa implica conseguentemente il continuo abbattimento dei limiti: la dialettica finito-infinito continua ad esercitare la sua sostanzializzazione nella vita del singolo e per il singolo, contro ogni limite storico-esistenziale-concettuale che impedisca la libertà-possibilità della scelta e la incessante dinamicità dialettica di tale scelta. Per Kierkegaard la “libertà della soggettività” di cui parla Hegel è una libertà astratta, una universalizzazione concettuale, un momento dialettico che non si gioca continuamente nelle scelte della quotidianità del singolo, nella possibilità di fronte ad un Dio a cui tutto è possibile, così la Chiesa di Hegel diventa un’astrazione, perché solo apparentemente o temporaneamente storica e reale, come necessario momento dialettico organico al e nel sistema razionale dell’intero.
Ora per Kierkegaard la Chiesa, nella “sua” concezione di chiesa ricavata dalla “sua” realtà storico-culturale, rappresentava un insieme di costrizioni e di limiti fatti di dottrine, di forme, di riti, di compromessi che impedivano al cristiano di essere veramente e totalmente tale, come per Hegel, bensì con la profonda diversità derivante dal fatto che il cristianesimo, per il filosofo danese, è caratterizzato dall’incontro personale, qualitativo, quotidiano nel tempo con l’Eterno. Per cui “Ci si prepara a diventare attenti al cristianesimo non con la lettura di libri, né con le prospettive storico-mondiali, ma attraverso l’approfondimento nell’esistenza” . Un incontro che nulla può e deve costringere, limitare, fissare, necessitare di fronte alla possibilità infinita dell’Eterno nel tempo, di un tempo sempre presente che nemmeno il passato può necessitare.
Il suo cristianesimo non è un “dato”, non è un “momento” dialettico, è “soggettività” che sconvolge ogni meccanismo, ogni oggettività ed ogni necessità. L’incontro non è un evento dato una volta per tutte , e quindi non può essere vissuto nel suo incessante dinamismo di scelta possibile in una Chiesa storica e non può essersi esaurito; cristiani si diventa, non si può credere solo perché di generazione in generazione per diciotto secoli hanno creduto trasformando sovente il cristianesimo in una storia del cristianesimo tra generazioni , per certi aspetti dal tempo dei martiri non ci sono stato veri cristiani , da 1500 anni tutto è stato alterato . Bisogna, allora, sempre "inventare"il cristianesimo, “inventarsi” cristiani, ma nella Chiesa "costituita" (e forse per Kierkegaard in qualsiasi chiesa in quanto tale) ciò è impossibile: il cristianesimo diventa inevitabilmente "cristianità" e la cristianità è la morte del cristianesimo e quindi, per molti aspetti, il cristianesimo “sensibilità-Chiesa visibile”di Hegel è la “cristianità” per Kierkegaard.
La Chiesa, per il filosofo danese, non è certo il “luogo” dell’incontro, di un destino comune. Si tratta di una concezione “purista” e astratta del cristianesimo: un cristianesimo con Cristo, ma senza il volto di Cristo, senza Chiesa , soprattutto senza l’esperienza della Chiesa che passa attraverso la carne, il peccato, le contraddizioni e i paradossi della storia, l’esperienza della “possibilità” che proprio Kierkegaard pone “realisticamente” come essenziale per la vita del singolo e che connotano la riflessione kierkegaardiana rispetto a quella hegeliana sostanzializzata dalla pregiudiziale quanto necessaria esclusione della “sensibilità” e della “accidentalità”. Infatti il “pungolo nella carne” di cui parla il filosofo danese non deriva dal misurarsi del singolo con Dio nella storicità della .Chiesa come problematica presenza dell’Eterno nel tempo, si tratta piuttosto della percezione della differenza qualitativa e assoluta tra uomo e Dio e dell’esclusivismo individualistico di tale rapporto in un psicologistico tormentarsi che esclude la “carnalità” di Dio, mentre la carne è da Dio non per ingannare l’uomo, infatti Egli diventa carne perché gli importa tutto l’uomo, tutta la sua singola e storica “carnalità”
Quindi per un certo verso Kierkegaard è realista nel valutare nella loro totalità, in una decisione per l’esistenza, i limiti e le possibilità ontologico-esistenziali del singolo in sé e per sé e rispetto all’Altro, ma non è altrettanto realista nel valutare “in toto” le possibilità e i limiti del singolo rispetto alla storia, agli altri e, nel cristianesimo, alla Chiesa, ai suoi limiti, alle sue possibilità e quindi alla possibilità della stessa Chiesa nel proporsi come possibilità temporale all’incontro del singolo, dei singoli con l’Eterno, Kierkegaard: il filosofo della “possibilità”, esclude questa reale possibilità. Cristianesimo quindi che rischia di essere individualistico, psicologistico: è vero che la cristianità ha spesso dimenticato Cristo riducendo il cristianesimo a morale, a cultura, a dogmi, a riti, a potere, appunto a “cristianità”, ma il “cuore” del cristianesimo è sempre la Chiesa, quella Chiesa che vive il mistero della redenzione e continuamente ricerca le vie storiche, “carnali” per avvicinare questo mistero e prospettarvi lo sguardo dell’uomo a cui compete, comunque, la necessaria e incessante possibilità di scelta, di avvicinarsi al mistero e delle strade per avvicinarvisi. E' la Chiesa che rappresenta l’ “oggettivazione” del proprio sentire, del proprio emozionarsi, del proprio “commuoversi” di fronte al paradosso dell’Eterno nel tempo, dello scandalo dell'infinito che si incarna nel finito: proprio ciò che secondo Kierkegaard fa diventare cristiani .
Non si incontra la Chiesa universale-Stato alla Hegel (anche se Hegel parla di Chiesa protestante essa è assolutizzata e universalizzata ad essere nella storia la Chiesa, anzi lo Stato), ma quella, legata alla “propria storia”(come per Kierkegaard) pur contraddittoria per certi aspetti proprio per la sua “carnalità”, tuttavia il modo di imparare come e che cosa sia la Chiesa totale è andare fino in fondo, certo criticamente e singolarmente, all’esperienza ecclesiale che uno ha incontrato (e ciò si può per gran parte riconoscere all’esperienza kierkegaardiana), purché tale esperienza abbia i caratteri della vera ecclesialità , attraverso la dipendenza, nell’articolarsi con essa, nel riconoscersi con gli altri fattori della vita cristiana (modalità quest' ultime difficilmente riscontrabili in Kierkegaard) : nell’ “oggettività” dell’esserci, altrimenti uno rischia di vivere non Cristo bensì se stesso. Appunto l’ “oggettività” a cui fa riferimento la “soggettività” se non vuol essere individualismo e particolarismo solipsistico: cioè la realtà umana e cristiana nella totalità di tutti i suoi fattori. E' pertanto un tentativo di realismo religioso perché Dio, secondo Kierkegaard, dev'essere risposta a tutti gli aspetti e in tutti i momenti della vita e quindi anche della sofferenza; e certamente nella sua esistenza e nelle sue opere si coglie inequivocabilmente l'aspirazione totale alla totalità: “Ebbro di Dio”, “Araldo della Trascendenza” sono due espressioni particolarmente significative del Fabro , tuttavia senza ammettere il realismo della infinita "possibilità" dell'incontro, nella Chiesa storica e reale e nella tradizione, di Dio, a cui tutto è possibile, con l'uomo e viceversa, il cristianesimo di Kierkegaard rischia forse di diventare un "suo" cristianesimo: una più vera, più raffinata, più sentita, più ricercata, più sofferente, più coerente ma sempre forma di "cristianità", così come per Hegel la religione e la Chiesa storica e “reale” diventano una necessaria astrazione logica, una più composta, razionale, universale, “sistematica”, bensì chimerica concezione di Chiesa, di cui nessun soggetto, probabilmente neppure Hegel (incompiutamente il giovane Hegel, contraddittoriamente l’Hegel della maturità), ne avvertiva la necessità nella sua soggettiva spiritualità.
Kierkegaard manca della sintesi, tuttavia la sintesi hegeliana fa “sparire” Cristo stesso. Non c’è l’incontro con la totalità della realtà-Cristo. E certamente Kierkegaard riscopre e riavvia il problema religioso, una rinnovata e più personale sensibilità religiosa cercando di ridare al cristianesimo una identità sostanziale perduta con Hegel e con i suoi epigoni; inoltre tenta di ricentrare e ridefinire la filosofia come discorso intorno alla persona, proprio a partire dalla persona nella sua integralità , ma gli manca di riconoscere realisticamente un’ulteriore possibilità: confrontarsi interamente con la realtà nella sua totalità di fronte a quell’oggettività, che Hegel a sua volta aveva assolutizzato e universalizzato attraverso il superamento dialettico della soggettività e la estromissione della accidentalità della esistenzialità, ma che egli non sintetizza limitandosi, attraverso una suggestiva quanto “parziale” analisi razionale, a rigettarla e quindi, ad esempio, non rendendo lo “scandalo” dell’incarnazione di Cristo possibilità di risposta totale alla totalità della realtà e conseguentemente anche della realtà che è “il singolo” “veramente” considerato nella sua integralità.
La riflessione nietzschiana
In Nietzsche, per quanto sia possibile schematizzare il suo pensiero, vi è un primo approccio critico al cristianesimo: l’ inserimento del cristianesimo all’interno della più complessa critica alla cultura occidentale. Infatti se il vero e l’unico atteggiamento che bisogna avere nei confronti della vita è l’accettazione infinita dell’infinita vita che si esprime nella soddisfazione e nel potenziamento di tutti gli istinti vitali, occorre combattere contro tutto ciò che è invece negazione della vita e di tutti i suoi valori, negazione che si manifesta nello spirito di rinuncia e di mortificazione dei sensi e di tutto ciò che comporta l’essere fedeli alla “terra” e ai valori del mondo materiale-corporeo. Nel platonismo, nella religione ebraico-cristiana, nelle ideologie socialistico-ugualitarie, N. vede una morale della decadenza, una morale propria del gregge e degli schiavi, in quanto fondata sul primato dei valori ideali su quelli sensibili (il platonismo), sul senso del male e della colpa (ebraismo e cristianesimo), sull’uguaglianza (il socialismo). Il cristianesimo quindi è rinuncia della realtà: “Nel mondo mentale del cristiano non compare nulla che abbia anche soltanto sfiorato la realtà: viceversa abbiamo riconosciuto nell’odio istintivo contro ogni realtà l’elemento, l’unico elemento traente alla radice del cristianesimo” . Un esempio di questa decadenza sarebbe Pascal, il quale pensava che il peccato originale avesse corrotto la ragione dell’uomo, mentre la vera causa di questa corruzione deve ricercarsi soltanto nel cristianesimo, il quale è stato: “…persino geniale solo in dannosi errori, solo in errori che avvelenano la vita e il cuore” . D’altro canto la figura di Dioniso viene messa in luce proprio nella polemica con il cristianesimo e diventa la cifra del suo nuovo modo di fare filosofia: è il polo autentico della dialettica esistenziale: è noto che lo scritto Ecce Homo si chiude con l’espressione: “Sono stato capito? – Dioniso contro il Crocefisso”. Dioniso e il Crocifisso diventano i poli dialettici del suo filosofare: dalla Nascita della tragedia sino a L’Anticristo, rispettivamente a livello di vita autentica e di vita in autentica.
Nello scritto L’Anticristo mostra una nuova impostazione critica del cristianesimo dei nuovi risvolti rispetto a tutte le opere precedenti: un nuovo approccio. Ciò è dovuto al fatto che poco prima Nietzsche aveva scoperto Dostoevskij e Tolstoj, che egli sente molto vicini al suo modo di pensare: dai Frammenti postumi sappiamo che tra il 1885 e il 1888 aveva letto lo scitto di Tolstoj: Ma religion e aveva scoperto le opere di Dostoevskij. Grazie a questo incontro con i due grandi spiriti religiosi russi modifica nel suo scritto L’Anticristo il proprio giudizio sul cristianesimo, distinguendo in esso un duplice aspetto: il cristianesimo di Gesù e il cristianesimo dopo Gesù, condannando soltanto il secondo modo di essere del cristianesimo, mostrando, invece, la sua complessiva, anche se non incondizionata, simpatia per Gesù.
La storia del cristianesimo sarebbe dunque per N. la storia di un fraintendimento, causato dall’incomprensione del significato della missione di Cristo, che non era indirizzata ad una redenzione ma ad un insegnamento di vita. La nausea che egli dice di provare nei confronti del cristianesimo va pertanto riferita a questo fraintendimento, che nel corso del tempo è diventato sempre più grossolano, fino al punto in cui il cristianesimo è ormai di sinonimo degli istinti più bassi, come quelli della rinuncia e della rassegnazione..
Il termine “cristiano” è dunque per N. carico di ambiguità, dato che per lui è esistito un solo cristiano, che non a caso è finito sulla croce. La “buona novella” inizia con Gesù e con la sua morte termina definitivamente: tutto quello che viene dopo è “cristianità”. Gesù viene visto come il ribelle contro ogni forma di chiesa gerarchica e istituzionale; è il “santo anarchico”, “questo grande simbolista”, “questo messaggero della lieta novella” che si trova a combattere in nome di un nuovo modo di vita, e non di una dottrina, che scompagina tutte le tradizioni e viene visto come pericoloso per l’ordine costituito, per cui : “E’ sbagliato fino all’assurdo vedere in una ‘fede’, per esempio nella fede nella redenzione ad opera di Cristo, il contrassegno del cristiano: solo la pratica cristiana, un vivere come visse colui che morì sulla croce è cristiano…Non un credere, bensì un fare, un diverso essere…una qualsiasi fede, un tener-per-vero sono del tutto irrilevanti rispetto al valore degli istinti” .
Diventa allora ovvio distinguere tra il Vangelo di Cristo e la “buona novella” della perfetta e ribelle innocenza, da quel Dysangelium, o contro Vangelo, la “cattiva novella”, di cui il primo responsabile sarebbe Paolo con la sua esaltazione degli esangui valori che mortificano la vita e la sua teologizzazione del cristianesimo di gesù: “Il ‘Vangelo’ è morto sulla croce. Quello che da quel momento in poi si chiama ‘Vangelo’ era già il contrario di ciò che egli aveva vissuto: una ‘mala novella’, un Dysangelium” .
Gesù diventa il simbolo di tutto ciò che è interiore, vitale e puro, mentre i primi apostoli e soprattutto Paolo hanno sottolineato la negatività del mondo. Paolo in particolare con la sua logica cinica di un rabbino è la causa del tramonto dell’idea di Gesù, ma pure la causa del ritorno al potere dei sacerdoti, tema già affrontato in altre opere (Genealogia della morale, Così parlò Zaratustra). Paolo ha il torto, infatti, di mettere in primo piano il concetto di colpa e di peccato, per cui il cristiano è qualcosa di diverso da quello che fu Cristo. Diventa quindi ovvia anche se paradossale l’espressione di Nietzsche “Il cristianesimo vero e primitivo sarà possibile in tutte le epoche”, poiché il cristianesimo di Cristo è per certi versi il superomismo niciano, come può apparire altrettanto paradossale dire che Nietzsche è, per certi aspetti, il vero cristiano, mentre: “La piccola comunità (la “cristianità”) non ha capito proprio la cosa principale, l’esemplarità di questa maniera di morire, la libertà, la superiorità sopra ogni senso di ressentiment: - un sintomo di quanto poco, in genere, essa capiva di lui!” . “Gesù aveva abolito persino il concetto stesso di ‘colpa’. Egli ha smentito ogni abisso fra Dio e uomo, ha vissuto questa unità del dio fatto uomo come la sua ‘buona novella’…e non come privilegio! – a partire da quel momento si trapassò gradualmente nel tipo del redentore: la dottrina del giudizio e del ritorno, la dottrina della morte come morte sacrificale, la dottrina della resurrezione, con cui è raggirato l’intero concetto di ‘beatitudine’, l’intera ed unica realtà del vangelo, - a vantaggio di uno stato posteriore alla morte!...Con quella impudenza da rabbino che lo contraddistingue in ogni cosa, Paolo ha logicizzato come segue questa concezione, questo sconcio di concezione: ‘Se Cristo non è risorto da morte, allora la nostra fede è vana’. – E d’un colpo si fece del vangelo la più spregevole di tutte le promesse irrealizzabili, la spudorata dottrina dell’immortalità personale…Paolo in persona la insegnò inoltre come ricompensa!” . “Alla ‘buona novella’ seguì da presso la peggiore di tutte: quella di Paolo. In Paolo s’incarna il tipo opposto al ‘buon nunzio’, il genio di fatto di odio, di inesorabile logica dell’odio! Che cosa non ha sacrificato all’odio questo disangelista? Innanzitutto il redentore: egli lo inchiodò alla sua croce. La vita, l’esempio, la dottrina, la morte, il significato e il diritto dell’intero Vangelo – nulla esistette più, quando questo falsario per odio comprese che cosa solo poteva servirgli: Non la realtà, non la verità storica…nulla rimase intatto, nulla rimase anche soltanto simile alla realtà. Paolo spostò semplicemente il peso di tutta quell’esistenza dietro tale esistenza – nella menzogna del Gesù risuscitato. Fondamentalmente la vita del redentore non poteva servirgli per niente, egli aveva bisogno della morte sulla croce e di qualcos’altro ancora…La potenza era il suo bisogno: con Paolo ancora una volta il prete mirò alla potenza – egli poteva utilizzare soltanto idee, teorie, simboli, con cui si tiranneggiano masse, si formano greggi…L’invenzione di Paolo, il suo espediente per la tirannide dei preti, per accozzare greggi: la credenza dell’immortalità – vale a dire la dottrina del giudizio” .
Kierkegaard, in conclusione, esclude l’”oggettività” del cristianesimo come della Chiesa storica (anche se paradossalmente gran parte della sua vita è “accompagnata” dalla critica alla Chiesa danese), per cui il suo realismo-soggettivista non coglie non si misura totalmente con la realtà in tutti i suoi fattori; Hegel d’altro canto sembra cogliere tale “oggettività”, bensì escludendo se stesso e poi in definitiva il cristianesimo e la stessa Chiesa: il suo realismo-oggettivista quindi non valuta la realtà in tutti i suoi fattori. La realtà non è tutta considerata e certamente non sintetizzata in Kierkegaard, tuttavia la sintesi che avviene in Hegel è possibile solo non considerando tutta la “realtà-accidentalità” della religione, quindi non è una vera, reale, effettiva ed intera sintesi . In Nietzsche si assiste ad un pregiudiziale quanta ideologica esclusione della realtà storica del cristianesimo, anzi la critica alla chiesa è premessa necessaria ad ogni rinnovamento della società che parta dall’individuo nella sua naturalità e quindi non nella sua totalità, e se è presente una certa rivalutazione di Cristo ciò avviene nella dimensione dionisiaca ed individualistica della vita, per cui, comunque, nella polarità dialettica Cristo-Dioniso, a soccombere è sempre il primo.
Il modo migliore per non misurarsi con la realtà è toglierla e il modo migliore per non misurarsi con la realtà del cristianesimo e quindi poterla facilmente toglierla o ridurla è recidere il legame sostanziale, non estetizzante e non sentimentale, con Cristo. Ma è questa la libertà?
Esprimono una realtà religiosa che, proprio nella sua oggettività è dimezzata, ridotta, lacerata, semplificata, anche perché incapaci alla sintesi, alla sintesi tra fede e ragione, fede e storia, fede e opere: “ Chi dà fede ad una non ideale, ma reale azione di Dio nell’anima per la quale questa sia mossa alla fede, carità e buone opere, questi tiene la cristiana dottrina; ma colui, il quale ammettendo anche l’esterna rivelazione, non presta però vera credenza a quella interna divina operazione non professa punto il cristianesimo” . Per cui solo:" in questa carità esercitata nella verità consiste veramente l'opera della sapienza cristiana" .
* In tale contributo si riprende l’impianto critico di un precedente articolo (M.SFRISO, Il Cristianesimo e Cristo in Hegel e Kierkegaard, in “Città di Vita, n.3, Firenze 2004, pp. 231-248), anche se più specificatamente e più organicamente riferito alla problematica del rapporto cristianesimo-cristianità.
Confrontare per la bibliografia: M.SFRISO, Cristianesimo e cristianità in Kierkegaard, in “Città di Vita”, n.3, Firenze 1997, pp. 297-309 e M.SFRISO, Hegel e Kierkegaard: per quale realtà?, in “Filosofia oggi, XXVI, f. I, Genova 2003, pp. 42-68.
Abbiamo presenti alcuni dei più importanti contributi allo studio del “giovane Hegel” che tendono spesso a tipicizzare, ad isolare, a contrapporre i vari momenti della ricerca hegeliana: W. DILTHEY, Storia della giovinezza di Hegel, tr.it. di G.C. Guzzo, Napoli 1986; J.WAHL, La coscienza infelice nella filosofia di Hegel, tr.it. di F.Occhetto, Milano 1972 ed Hegel e Kierkegaard 1931 e Hegel e Kierkegaard 1933 in Interpretazioni hegeliane, Firenze 1980; H.GLOCKNER, Hegel, Stuttgart, I, 1929, II, 1940; G.LUKACS, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica, vol. I-II, tr.it. di R.Solmi, Torino 1975; K LOWITH, Da Hegel a Nietzsche, tr.it. di G.Colli, Torino 1981; M. FORNARO, Sui rapporti tra società e religione nel giovane Hegel, in “La scuola cattolica”, 1 (1976), pp.3-46;C.LACORTE, Il primo Hegel, Firenze 1959; F.PETRINI, L’idea di Dio in Hegel, vol. I: Stoccarda e Tubinga, Roma 1976. Ci sembra opportuno sottolineare la continuità della ricerca hegeliana mostrando in sintesi le tappe dell’evoluzione del suo pensiero verso l’idealismo (cfr.: T.HAERING, Hegel, sein Wollen und sein Werk, Leizig und Berlin, I, 1929, II, 1938), sottolineando inoltre l’interesse preminente che la religione ha nell’intera produzione hegeliana così pure nella sua formazione (cfr.: P. ASVELD, La pensée religieuse du jeune Hegel, Paris 1953; A.T.B. PEPERZAK, Le jeune Hegel et la vision morale du monde, La Haye 1960; H.KUNG, Incarnazione di Dio, a cura di D.Pezzetta, Brescia 1972).
“Viver solo per la libera verità – scrive Hegel all’amico Holderlin – ma mai, fare la pace col dogma che governa opinioni e sentimenti” (K.ROSENKRAZ, Vita di Hegel, tr. it. di R. Bodei, Milano 1974, p. 61)
G.W.HEGEL, La vita di Gesù, tr.it., in G.W.HEGEL, Scritti teologici giovanili, a cura di N.Vaccaro-E.Mirri, Napoli 1972, p.162.
Cfr.: O. POGGELER, Filosofia e rivoluzione nel giovane Hegel, in Hegel: L’idea di una fenomenologia dello spirito, a cura di A.De Cieri, Napoli 1986.
G.W.F.HEGEL, Religione popolare e cristianesimo, in G.W.F.HEGEL, Scritti teologici giovanili, cit., p.58.
G.W.F.HEGEL, Distinzione fra la religione greca di fantasia e la religione positiva cristiana, tr.it., in Scritti teologici giovanili, cit., p.313.
G.W.HEGEL, Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, tr. it., in Scritti teologici giovanili, cit., p. 435.
G.W.F.HEGEL, Lezioni sulla filosofia della religione, tr. it. di E.Oberti-G.Borruso, 2 voll., Bologna 1973, vol. I, p.331.
“Platone – asserisce Hegel nell’Enciclopedia – d’accordo con tutti gli uomini di pensiero suoi contemporanei, conoscendo questa corruttela della democrazia e la manchevolezza stessa del principio di essa, mise in rilievo il sostanziale; ma non potè imprimere nella sua idea dello Stato la forma infinita della soggettività, che era ancora nascosta al suo spirito; il suo Stato perciò è in se stesso senza la libertà soggettiva” (G.W.HEGEL, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, a cura e traduzione di V.Cicero, Milano 1996, p.893), invece “nel dispotismo orientale c’è quell’unità così spesso desiderata della Chiesa e dello Stato – ma insieme non c’è lo Stato – non la configurazione autocoscienze, unicamente degna dello spirito, in diritto, libera eticità e sviluppo organico” (G.W.HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto, tr.it. di G.Marini, Bari 1991, p. 215).
Cfr.: A.CORTESE, Kierkegaard, in Questioni di storiografia filosofica, a cura di V.Mathieu, vol. 3, Brescia 1974, soprattutto le pp. 480-506.
Rimandiamo per ulteriori approfondimenti anche bibliografici ai nostri articoli: Cristianesimo e cristianità in Kierkegaard, cit; La filosofia dell’esistenza di Kierkegaard e la crisi della soggettività, in “Rivista Rosminiana”, XLII, Stresa luglio-dicembre 1998, pp.275-292; Rosmini e Kierkegaard: una vita per l’ideale, in “Città di Vita”, n.6, Firenze 2000, pp. 635-648; Hegel e Kierkegaard: per quale realtà, cit.
Cfr.: S.KIERKEGAARD, Diario, a cura e traduzione di C.Fabro, 12 volumi, Brescia 1948-1983, pensieri 4283-4284.
S.KIERKEGAARD, Esercizio del Cristianesimo, tr.it., in Opere, a cura e traduzione di C.Fabro, Firenze 1972, p.733.
S.KIERKEGAARD, Postilla conclusiva non scientifica alle ‘Briciole di filosofia’, tr.it., in Opere, cit., p. 289.
Come non rimanere esistenzialmente colpiti dalle parole di Kierkegaard:” L’effetto che l’idea di Dio e della sua beatitudine eterna deve operare in un uomo è di trasformare secondo quest’idea tutta la sua esistenza, trasformazione ch’è un morire all’immediatezza. Questo avviene lentamente, ma poi alla fine egli si sentirà assolutamente preso dall’idea di Dio; perché l’idea assoluta di Dio non significa aver l’idea assoluta en passent, ma avere l’idea assoluta ogni momento” (S.KIERKEGAARD, Postilla conclusiva, cit., p. 527)
“ …il pathos esistenziale sorge quando l’idea abbraccia trasformandola tutta l’esistenza dell’individuo…Infatti il discorso religioso ha sempre da fare con la determinazione della totalità…dentro la totalità, non per dissolverlo ma per porlo in connessione ad essa” (S.KIERKEGAARD, Postilla conclusiva, cit., pp.558-559)
Fine articolo sul cristianesimo
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