Catechismo tutto di tutto
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Catechismo tutto di tutto
Il catechismo, κατηχισμός dal greco katechéo "istruisco oralmente" (kata, con ed echos, nell'accezione di voce), è un sommario o esposizione didattica di una dottrina, esteso linguisticamente a ideologia, politica e religione.
Il termine viene utilizzato tradizionalmente nell'insegnamento religioso cristiano a partire dal Nuovo Testamento.
I catechismi sono manuali dottrinali spesso in forma di domande e risposte da mandare a memoria, un formato anche usato in contesti non religiosi (ad esempio le FAQ, elencazione di domande e risposte frequenti su un determinato argomento).
La catechesi è una forma elementare di istruzione religiosa, tipicamente orale, e tradizionalmente sotto la guida di un genitore, pastore o prete, insegnante di religione, o altra persona che occupa una funzione nell'ambito della comunità cristiana (incluso il diacono, o religioso) che pone una serie di domande e guida gli studenti (o discepoli) verso la comprensione della risposta data.
La catechetica è la pratica,o lo studio di questo tipo di istruzione. Un catechista è l'addetto a tale istruzione religiosa.
La catechesi nel Nuovo Testamento [modifica]
Nella storia della chiesa cristiana il termine "catechési" indica generalmente il corso di istruzione religiosa che viene impartito a coloro che intendono professare la fede cristiana, chiamati anche catecumeni.
Il Nuovo Testamento ci dà alcuni esempi di insegnamento catechistico. All'inizio doveva essere molto sommario e veniva impartito ai proseliti prima che ricevessero il battesimo. Vedasi quel che accade a Pentecoste (Atti 2,14-2,17), alla conversione di alcuni personaggi come Lidia (Atti 16,13-16,16), l'Etiope (Atti 8,26-8,40), il carceriere di Filippi (Atti 16,25-16,34).
Ben presto il catecumenato, cioè seguire una catechesi, acquista una notevole importanza. Già l'apostolo Paolo designa coloro che in partiscono tale istruzione religiosa col nome di «dottori» (Efesini 4:11-12). Essi sono necessari perché gli apostoli, i quali esercitavano un ministero itinerante, non avevano la possibilità di impartire un'istruzione religiosa a carattere permanente. La necessità del catecumenato deriva dall'esplicito ordine di Gesù agli apostoli:
« Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente » |
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(Matteo 28,19-28,20) |
Il Cristianesimo è risposta data alla verità rivelata da Dio. È persuasione dei cristiani che tale verità debba essere conosciuta in modo adeguato affinché la fede sia salda e venga diffusa, mediante la testimonianza individuale dei credenti, a tutte le genti.
La catechesi nella storia della Chiesa
L'importanza fondamentale dell'istruzione catechistica è posta in particolare rilievo nei primi secoli dell'era cristiana. Sorgono allora scuole celebri specialmente nell'Africa cristiana (Egitto e Cartagine). I catechisti più noti sono Giustino, Ireneo, Tertulliano, Origene e Agostino, i quali si distinguono pure come apologeti della fede cristiana.
Storia del libri di catechismo
Nel Medioevo va menzionato il Disputatio puerorum per interrogationes et responsiones, attribuito ad Alcuino e considerato modello di catechismo dal XI secolo al XIII secolo. In questo periodo si diffusero dapprima i lucidari, come l' Elucidarium, sive dialogus de summa totius christianae theologiae di Onorio di Autun, e poi i settenari, nei quali il dogma è presentato insistendo sul numero sette; tra quest'ultimi i più diffusi furono quello di Sant'Edmondo intitolato Speculum Ecclesiae.
Di grande importanza si rivelò il Catechismus Vauriensis fuoriuscito dal sinodo di Lavaur (1369), mentre opere rivolte ai bambini furono quelle come l' Opus tripartitum di Jean de Gerson.
Dopo l'invenzione della stampa riscosse grande seguito il Libretto della doctrina christiana di Sant'Antonino, arcivescovo di Firenze.
Un grande impulso verso una maggiore semplicità fu indotto da Martin Lutero con il suo libro per bambini intitolato Kleiner Katechismus, mentre invece nel campo cattolico si imposero i catechismi di San Pietro Canisio e quello redatto per volere di Pio V e diretto da San Carlo Borromeo, intitolato Catechismus ex decreto Concilii tridentini ad parochos (1566), noto anche come catechismo romano e sbocciato nel contesto del Concilio di Trento.
In Italia per secoli si è utilizzato per bambini la Dottrina cristiana breve (1597) di San Roberto Bellarmino.
Agli inizi del Novecento si sentì la necessità di formulare un catechismo unificato almeno a livello nazionale, e quindi Pio X propose il testo del monsignor Casati del 1765. Altri tentativi di unifornare il testo di catechismo, sia per bambini sia per adulti furono numerosi, a caominciare dal cardinale Gasparri che nel 1930 con il suo Catechismus Catholicus
Fonte: Wikipedia
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Catechismo tutto di tutto
L’ideale a cui vuole condurre la prova del deserto è la libertà, che è dono di Dio, ma mediante la responsabilità umana va conquistata attraverso la prova, il rischio, la sofferenza: Israele deve anche sapere che questa conquista non è mai definitiva, perché la sua vita presenta sempre il carattere dell’incompiutezza.
NUOVO TESTAMENTO
1. Gesù tentato nel deserto
Gesù supera la tentazione affidandosi a Dio: anche per Lui è il luogo della prova. La sua fedeltà trasforma il deserto in luogo paradisiaco: “Era con le fiere e gli angeli lo servivano” (Mc 1,13).
Più volte Gesù si rifugia nel deserto, per sfuggire al fanatismo messianico delle folle; in questo caso, è ricerca di un luogo solitario.
Nei Vangeli, non ricorre più il tema del deserto: con Gesù è venuta la salvezza definitiva: è Lui l’acqua viva, il pane del cielo, la luce del mondo, la nostra pace, la via, la verità e la vita. Per il cristiano “la spiritualità del deserto” è ricerca di Gesù per attraversare il “deserto terribile” che è il mondo e giungere alla terra promessa della vita eterna.
2. Il deserto-salvezza
In Eb 3,8-11 il deserto è ancora il luogo della disobbedienza e della ribellione a Dio, ma il NT operò una simbolizzazione del deserto come luogo di grazia, di prodigi e miracoli (At 7,36), di assistenza di Dio (At 13,18), di rivelazione delle parole di vita (At 7,38), di presenza di Dio in mezzo al suo popolo (At 7,44). Più che il deserto, viene esaltata la salvezza di Dio.
In Ap 12,6 il deserto viene indicato come luogo di rifugio in attesa della venuta del messia: è il mettersi sotto la protezione di Dio.
Catechesi biblica 16
IL DESERTO
Antico testamento
1. Idealizzazione del deserto?
In AT il deserto mantiene una connotazione negativa, in quanto luogo inabitabile, senza vita (Lv 16,22; Is 53,8), dove manca l’acqua, terribile e spaventoso. Tuttavia, proprio nel deserto Dio pianta per l’uomo il giardino di Eden (Gn 2,8-14): l’azione creatrice è vista come vittoria sul deserto. Non solo, ma è il luogo in cui il Signore interviene a favore del popolo d’Israele (Dt 32,10; Ger 31,12), guidandolo attraverso la prova (Dt 8,15; 29,4; Sal 136,16), portandolo sulle spalle come un padre fa con il figlio; è il luogo dell’esperienza dell’amore di Dio. Questo porta a ricordarlo con nostalgia.
Il profeta Osea auspica un ritorno al deserto, perché ci sia un nuovo inizio della storia d’Israele, contaminatosi con i culti cananei (2,14-19): non si tratta di raggiungere un traguardo, ma di un’esperienza che il popolo può ripetere nella sua storia, mediante la quale compiere il passaggio dalla schiavitù alla libertà, secondo lo schema esodo-deserto-terra (Ger 31,2-3; predicazione del Deutero-Isaia).
2. Esperienza dell’Esodo
a. Geografia spirituale
Il testo biblico attuale, riflettendo esperienze di periodi diversi, non permette di ricostruire il percorso compiuto dal popolo. Per gli autori rappresenta, allora, un luogo simbolico, dove Jhwh si rivela salvatore dalle acque mortali dell’Egitto e guida verso le acque della vita nuova.
Il deserto è metafora della vita: in Es, Num e Dt, pur nella molteplicità di esperienze, Israele ha cercato di cogliere, narrandolo come evento singolare, il mistero storico della propria esistenza, cioè il fatto di essere e come permanere popolo di Jhwh.
b. Le acque di Mara
L’episodio è narrato in Es 15,22-26: in quel luogo le acque erano imbevibili, perché amare. Il popolo invoca il Signore, che indica un legno che rende dolci le acque. Nel testo c’è una connessione tra il dare la legge e il dare l’acqua dolce: se Israele osserva la legge, la sua vita sarà dissetata da acque dolci, e non avvelenata da acque avvelenate e mortali. In Es 25,25-26 si esprime con chiarezza che l’obbedienza a Jhwh è necessaria per la salute del popolo, perché sia sano.
In sintesi, nel deserto Israele è messo alla prova: Dio ascolta la sua voce, e si propone come medico, in grado di guarire da ogni pericolo. Israele deve solo ascoltare, mettendo poi in pratica la parola di Jhwh!
c. La manna e le quaglie
Nel deserto il popolo è sfamato con la manna e le quaglie. Anche qui la “mormorazione” ha un senso positivo; alla richiesta di Israele (16,3) Dio risponde con il dono della manna, ma occorre sempre camminare secondo la sua legge. Invece, alcuni vanno a raccoglierla in giorno di sabato: giunge, puntuale, il rimprovero (16,28). L’insegnamento che possiamo cogliere è che Dio dà la sicurezza del pane quotidiano; Israele non deve angustiarsi per il domani, ma vivere secondo la sua volontà.
d. L’acqua dalla roccia
In 17,1-7 altra protesta del popolo, che viene accolta dal Signore, che a Massa e Meriba si rivela come il Salvatore di Israele assetato.
Al v.6 la roccia su cui Mosè deve battere per far scaturire l’acqua è l’Oreb, un nome che viene dato al monte Sinai: dunque, il dono dell’acqua avviene nello stesso luogo del dono della Torah. Questa associazione ci ricorda che l’uomo ha bisogno di entrambi: Dio provvede a ogni necessità, perché l’uomo sia nella condizione di poter esercitare la sua libertà.
3. Senso del periodo del deserto
Troviamo un’interpretazione teologica di questo tempo in Dt 8,2-6. Dio è l’educatore; attraverso le prove del deserto Israele deve comprendere quale sia il giusto comportamento verso di Lui. Anche quando è giunto nella terra promessa il popolo deve manifestare se davvero vede in Jhwh colui dal quale riceve ogni bene, e se è disposto a osservare i suoi comandi. Soltanto una società che ascolta e mette in pratica la sua parola è viva e sana; il “benessere” del popolo resta un “miracolo” d’amore di Jhwh.
4. Incompiutezza e libertà
Il deserto è il luogo arido e sterile, simbolo di sterilità e morte, in cui l’attività umana non può produrre: perciò è il luogo della limitatezza umana, ma anche della potenza vivificante di Dio. Qui Israele ha imparato che un’esistenza umana non è possibile se non ci si lascia nutrire da Dio; perciò, il deserto è la prova della fede.
Inoltre, qui il popolo ha imparato a camminare con Jhwh verso la libertà. L’Egitto era una società che rendeva schiavi, anche se dava la possibilità di sfamarsi quotidianamente, senza alcuna preoccupazione per il domani. Inoltre, era una società malata, piena di piaghe, cioè corrotta e corruttrice, che alla fine conduce alla morte (cfr. piaga dei primogeniti). Jhwh libera il suo popolo, nel deserto gli dà i mezzi per diventare una società sana e viva, la Torah e il necessario per vivere.
CONCLUSIONE DEL LIBRO
Le benedizioni di Giacobbe
Nel cap. 49 troviamo una successione di sentenze su ciascuna tribù, di lunghezza variabile. Giuda e Giuseppe hanno uno sviluppo maggiore. In modo particolare, nei vv. 8-10, il riferimento a Giuda è stato interpretato dalle tradizioni ebraica e cristiana in senso messianico (Mic 5,1; Ap 5,5): dalla tribù di Giuda nasce Davide, e da Davide il Cristo nella sua carne.
La morte di Giacobbe e quella di Giuseppe
La morte di Giacobbe è descritta in 49,33. Un imponente corteo parte dall’Egitto per raggiungere il campo di Macpela e dare sepoltura a Giacobbe, riunendolo nella tomba con gli altri patriarchi, prefigurando così il possesso della terra promessa ai loro discendenti.

Con la morte del padre, Giuseppe porta a compimento la riconciliazione con i fratelli, non ancora convinti delle sue intenzioni. Nelle sue parole, emerge la rivelazione del Signore della storia che, in silenzio, orientava gli eventi, facendo in modo che anche dal male potesse venir fuori il bene: “Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20).
Gli eventi dell’Esodo, che costituiscono il cuore del libro seguente, sono stati possibili solo al termine delle avventure di Giuseppe e della venuta dei suoi fratelli nel paese d’Egitto.
Catechesi 10
LA STORIA DI GIUSEPPE (Gen 37 – 50)
Nella Catechesi 7 ci sono già delle indicazioni su questi capitoli, in riferimento alla composizione, alla trama, al contenuto teologico e all’attualizzazione. In questa catechesi, oltre a qualche ulteriore elemento di introduzione, approfondiamo alcuni brani.
Racconto elaborato
La storia di Giuseppe prolunga la storia dei Patriarchi e conduce fino all’Esodo. Può essere letta più in profondità tenendo conto di due elementi che si incrociano: il tema familiare, con il rifiuto dei fratelli e il loro sorprendente ritrovarsi; e il tema politico, con la straordinaria ascesa di Giuseppe che, a partire dalla prigione, diventa il numero 2 in Egitto, dopo il faraone. L’abilità del narratore sta nell’incrociare i due motivi, con una grande capacità di creare suspense e tensione drammatica.
Le riletture di Giuseppe
In A.T. Giuseppe compare solo in qualche testo tardivo, come figura del giusto perseguitato e poi ricompensato (Sal 105); in 1Mac 2,53 viene sottolineata la sua fedeltà nella prova.
Il N.T. fa riferimento esplicito a Giuseppe solo 2 volte: Eb 11,22 (come uomo di fede) e At 7,9-18, dove Stefano lo indica come esempio della presenza di Dio anche in quelle situazioni che solo apparentemente rappresentano dei fallimenti.
La scarsità delle citazioni conferma il suo minor “peso” rispetto ad Abramo, Isacco e Giacobbe; i Padri della Chiesa lo indicheranno come figura del Cristo sofferente che perdona ai fratelli, diventando alla fine il signore di tutti.
GIUSEPPE VENDUTO DAI FRATELLI (Gen 37)
Si può suddividere in tre scene: nei vv.3-11 è spiegata la gelosia e l’odio dei fratelli; i vv. 12-30 ricordano il crimine dei fratelli contro Giuseppe; i vv. 31-37 il ritorno dei fratelli a casa e la bugia raccontata al padre Giacobbe.
Il racconto mette in scena le dispute tra fratelli, la gelosia nascente e la violenza, senza un accenno a Dio. Il seguito permetterà di vedere il ruolo nascosto della Provvidenza.
Dall’inizio Giuseppe è presentato come prediletto dal padre Giacobbe, perché figlio della sua vecchiaia e per i suoi sogni; il vestito particolare è segno di onore e distinzione.
Il vendere un fratello in mani straniere è segno di una violenza senza limiti; si vuol impedire il sogno di Giuseppe. Ma il seguito del racconto mostrerà che le cose andranno diversamente.
Sul balcone dell’hotel di Memphis, dove fu ucciso Martin Luther King, a ricordare il suo sogno di fraternità, è stata posta una targa con questa citazione: “Uccidiamolo e così vedremo che ne sarà dei suoi sogni”.
LA CARESTIA IN EGITTO (Gen 41,55-57)
Con quest’ultima parte del capitolo 41 termina la serie di capitoli dedicati all’ascesa di Giuseppe che, sotto l’autorità del faraone, ha potere su tutto l’Egitto, e viene presentata la situazione che permetterà l’incontro con i fratelli, la carestia.
La saggezza di Giuseppe è qui ricompensata, e la profezia inizia ad avverarsi. La parola del faraone, “Fate quello che vi dirà”, è ripresa da Giovanni nelle nozze di Cana: come Giuseppe permette agli uomini di sottrarsi dalla morte, così Gesù, cambiando l’acqua in vino, manifesta che la sua venuta dà nuovo senso alla vita dell’uomo.
I FIGLI DI GIACOBBE PRESSO GIUSEPPE (Gen 42,1-24)
Da qui riprende il tema familiare, che noi lettori seguiamo dal punto di vista di Giuseppe: inizia la realizzazione del sogno, la riparazione del torto subito, e il cammino verso il perdono e la riconciliazione. Quando i fratelli saranno riconciliati arriverà il padre.
Nel primo incontro Giuseppe fa fare ai fratelli l’esperienza di una accusa ingiusta e di un imprigionamento; la richiesta di far venire il fratello più giovane consentirà la realizzazione del sogno.
In 42,24 e in 43,30 si descrive, in due circostanze, il pianto di Giuseppe; oltre a evidenziare il suo stato d’animo, preparano la riconciliazione e lasciano comprendere che il perdono potrà essere accordato quando fratelli avranno preso coscienza della loro colpa.
IL RITORNO DEI FRATELLI (Gen 43,15 ss.)
Da questo punto in poi la riconciliazione si avvicina, ma prima occorre che i fratelli superino la prova che testimonia una ritrovata fraternità: Giuseppe fa mettere nel sacco di Beniamino la sua coppa e accusa tutti di furto, chiedendo che proprio Beniamino resti presso di lui come schiavo. Nella drammatica situazione che si è creata, è Giuda ad offrirsi al posto del fratello più piccolo, assumendo un atteggiamento opposto a quello avuto nei confronti di Giuseppe. A questo punto, Giuseppe rivela la sua identità e chiarisce ai fratelli le sue intenzioni, che il lettore poteva intuire dal pianto. Non solo, ma si reintroduce Dio, leggendo tutti gli eventi alla luce della sua volontà: “Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita… Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente” (Gen 45, 4-5.7).
GIACOBBE RITROVA GIUSEPPE IN EGITTO (Gen 46,1ss)
Ricevuta notizia che il figlio è ancora in vita, Giacobbe parte per incontrarlo. Questo capitolo fa da transizione tra la storia di Giuseppe e quella di Giacobbe e, più in generale, tra la storia dei Patriarchi e l’Esodo. Ritroviamo il riferimento al Dio del padre e agli oracoli divini.
Un’annotazione: certi rabbini, esaminando la parola ebraica ajil (ariete), la cui prima lettera è la stessa di Elohim e quella centrale è quella d’inizio di Jahvé, deducono lo stesso passaggio dal Dio del rigore, giustiziere, al Dio della tenerezza, dell’alleanza, dell’amore.
Isacco e la moltitudine: Abramo passa dai doni di Dio al Dio che dona, e così il figlio unico fa posto alla moltitudine dei discendenti.
Un’altra luce: Abramo vive qui una prova di distacco, slegandosi dal figlio, lasciandolo partire, permettendogli di vivere la sua vita. Il figlio non può essere un possesso, e il racconto lo “cancella”.
Per la mia riflessione personale
- Che cosa mi colpisce di più di questo brano? Perché?
- Come valuto la mia fede?
Catechesi biblica 8
Genesi 22 – Abramo e il sacrificio di Isacco
I commentatori hanno visto nel ciclo di Abramo una progressione nelle prove, attraverso cui cresce la sua personalità. La tradizione ebraica considera dieci prove (in parallelo con le dieci parole della creazione e i dieci comandamenti): la più terribile, l’ultima, è il sacrificio di Isacco. Si tratta della tentazione estrema, poiché tocca le radici stesse dell’uomo, prefiggendosi di distruggere ciò che Dio ha donato. Il racconto è nella forma del dialogo.
1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt'e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt'e due insieme;
9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 12 L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 14 Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». 15 Poi l'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse:
«Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza,
come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare;
la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
19 Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.
Prima lettura del racconto
L’ordine di Dio (vv. 1- 2):il lettore può vedere il racconto come una “tentazione, messa alla prova”, da parte di Dio. La traduzione del verbo nel greco porta a quello usato per le tentazioni di Gesù. In questo senso si tratta di una tentazione da leggere “in positivo”, che permette di verificare chi sia veramente una persona.La prova indicata è tremenda: sacrificare il figlio,
arrivato dopo lunga incertezza, nonostante la vecchiaia e la sterilità.
Dio nel racconto: occupa il posto centrale, operando sempre mediante un comando (ordina la prova, la interrompe, riconosce il suo superamento, promette una ricompensa)
L’obbedienza di Abramo: il comportamento di Abramo si comprende solo in rapporto a Dio. Il silenzio con cui esegue gli ordini di Dio esprime la sua adesione, la sua obbedienza incondizionata (in Gen 15 e 18 aveva assunto un altro atteggiamento).
All’inizio del racconto c’è la stessa parola che ha aperto il suo cammino, e per i commentatori ebrei è un invito ad andare “verso di sé” per esprimere la sua verità profonda e arrivare a Dio passando per la notte del dubbio e la morte. Come sarà poi chiamato a fare il popolo, deve scegliere tra i doni di Dio e il Dio che dona. Nulla si dice dei suoi sentimenti; si lascia condurre e alla fine prende l’iniziativa (vv. 13 e 14).
Isacco il silenzioso: Anche il silenzio di Isacco è impressionante, interrotto solo dall’intervento del v. 7: non si dice di una sua resistenza, neppure quando sta per essere sacrificato.

Quali trasformazioni narra questo racconto?
Lo sviluppo del brano porta a delle sostituzioni.
L’ariete al posto del figlio: l’ariete, animale “padre”, rappresenta Abramo, e non Isacco: così, Abramo è il modello dei fedeli il cui sacrificio è espressione di obbedienza interiore e insegna che dobbiamo offrire a Dio con l’animo di donargli ciò che abbiamo di più prezioso.
Una montagna diventa “il Signore provvede”
Da Elohim (vv. 1.3.8.9.12) a Jahvé (vv. 11.14-16): è il passaggio fondamentale del racconto, dalla “divinità” al Signore, al Dio dell’alleanza; è il passaggio della fede, che nasce quando Dio diventa Qualcuno con cui è possibile il dialogo. Possiamo vedere qui, allora, la nascita di una nuova dimensione religiosa: Dio si rivela come personale, colui che indica, ordina, gratifica, e a cui tutto è possibile. Si inaugura la fede nel senso ebraico-cristiano.
La lotta: l’identità dell’avversario è imprecisa; il combattimento è aspro e dura a lungo (“fino allo spuntare dell’aurora”). Giacobbe resiste, sembra vincere, ma quando chiede la benedizione, cioè una forza divina, conferma la superiorità dell’avversario, del quale non può sapere il nome, segno che su di lui non ha nessun potere.
Il nome di Israele: qui interpretato nel senso di “forte contro Dio”, significa “che Dio sia forte”. Per Giacobbe è un nuovo inizio; egli è il primo di tutto un popolo, i figli d’Israele.
La partenza: Ricevuto un nome nuovo, Giacobbe attribuisce un nuovo nome anche al luogo, trasformandolo da luogo di lotta in luogo consacrato. Il divieto alimentare potrebbe rappresentare un tabù antico, legato alla potenza sessuale; l’infermità di Giacobbe è il segno indelebile del passaggio di Dio.
La tradizione cristiana ha visto in questo racconto la metafora dell’esperienza mistica e spirituale di ogni uomo: ciascuno è chiamato a fare il suo incontro con Dio, da solo, nella notte, spogliato di tutti i beni. Incontrare Dio in verità passa per un combattimento, che mette a dura prova e può essere lungo.
N.B. Le dodici tribù d’Israele si ricollegano all’antenato Giacobbe – Israele, con quattro diverse madri: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issakar e Zabulon da Lia; Giuseppe e Beniamino da Rachele; Gad e Aser da Zilpa (schiava di Lia); Dan e Neftali da Bila (schiava di Rachele).
GIACOBBE CELEBRA A BETEL IL vero DIO (Gen 35)
Troviamo qui una conclusione provvisoria del ciclo di Giacobbe – Esaù: si compie la promessa di costruire un altare di Dio a Betel. Il rito di purificazione ha senso se esprime un cambiamento interiore: Dio la richiederà anche nell’alleanza al Sinai (Es 19,10), così come la esigerà Giosuè nell’alleanza di Sichem. Come a Giacobbe era stato chiesto di spogliarsi degli idoli, così a Sichem il popolo dovrà eliminare i suoi amuleti e i suoi idoli, per legarsi al Dio incontrato da Giacobbe a Betel.
Catechesi biblica 9
IL CICLO DI GIACOBBE (Gen 25,19 – 37,1)
Il ciclo è formato da diverse fonti (la storia familiare di Giacobbe ed Esaù, la storia di Giacobbe e dello zio Labano, i racconti legati ai santuari di Sichem e Betel, il nuovo nome Israele), ed è strutturato attraverso la genealogia, con la serie costante: nascita, matrimonio, morte e sepoltura. Tra questi avvenimenti si sviluppano molteplici peripezie familiari. Il racconto inizia con la nascita di due fratelli gemelli, Giacobbe ed Esaù, e la storia si costruirà a partire dai rapporti difficili tra di loro. Gli spostamenti sono più numerosi del ciclo di Abramo e si può riconoscere una volontà d’introdurre il libro dell’Esodo: le peripezie di Giacobbe prefigurano quelle di Mosè. Qualche indicazione su alcuni episodi…
GIACOBBE RUBA LA BENEDIZIONE DI ISACCO (Gen 27)
Racconto drammatico, con al centro il tema della benedizione: si tratta di una trasmissione vitale; è l’ultimo atto di un padre, che trasmette tutta la sua vita alla generazione successiva. Ci viene descritto come un dono testamentario, che si può dare a una sola persona e non può essere ripreso.
Giacobbe ed Esaù, sin dalla loro nascita, sono presentati in concorrenza tra di loro: ci può essere, almeno in origine, una certa verità storica, ma l’etimologia di Giacobbe (“che Dio protegga”) e i riferimenti a Esaù evocano la storia conflittuale di Israele con il vicino popolo rivale degli Edomiti.
Nel descrivere i due (25,27-34) si presentano delle differenze, che spiegano le preferenze dei genitori, Isacco e Rebecca. E la madre ricorre alla furbizia e alla menzogna, pur di strappare a Esaù ciò che gli spetta.
L’autore si limita a raccontare, senza lodare né disapprovare. Uno studioso, Von Rad, ha così commentato questo brano: “Si tratta di un intervento di Dio che subordina a sé le azioni fortemente ambigue degli uomini e le inserisce nel suo piano”.
Nel ciclo di Giacobbe troviamo degli episodi
in cui Dio si manifesta nel suo mistero:
IL SOGNO DI GIACOBBE A BETEL (Gen 28, 10-22a)
L’importanza di questo brano è testimoniata dalle sue riletture, evidenziate da alcune contraddizioni; il testo finale ci presenta un chiasmo, segno di una forma ritmata, propria della recitazione orale e carica di senso:
- in un luogo di cui non si dice il nome (v.11)
- Giacobbe prende una pietra (v. 11)
- ha un sogno (v. 12)
- Dio promette (vv. 13-15)
c’) Giacobbe esce dal sonno (v.16)
b’) erge la pietra consacrata in stele (v. 18)
a’) il luogo è chiamato Betel (v. 19).
Dopo la promessa di Dio, che è al centro del testo, c’è la trasformazione operata: Giacobbe esce dal sonno, erige la pietra sotto forma di memoriale e dà un nome al luogo.
Per la prima volta la Bibbia descrive l’incontro con Dio mediante il sogno, un motivo che sarà ancora più ricorrente nella storia di Giuseppe. Per la Scrittura è un modo eccezionale di rivelazione; quella abituale è la parola profetica. Nella letteratura del Vicino Oriente si trovano due tipi di sogno: il sogno messaggio, con un ordine della divinità, e un sogno simbolico, che annunzia l’avvenire.
Questo sogno ha tre elementi: la scala, la cui cima tocca il cielo; gli angeli di Dio, che salgono e scendono; la presenza del Signore, che ha il ruolo più importante.
Scala: termine unico; si può immaginare una rampa, che potrebbe alludere a quella che conduceva al santuario di Betel, la “casa di Dio”. Indica che Dio non vuol rimanere isolato, inaccessibile, ma c’è comunicazione con l’uomo attraverso i suoi messaggeri (contrasto con la torre di Babele).
La tradizione cristiana ha privilegiato due interpretazioni: di tipo spirituale (i pioli rappresentano i gradi dell’esperienza spirituale per elevarsi a Dio) e di tipo cristologico (Gesù compie in pienezza ciò che la scala prefigurava, avendo percorso la rampa che va dal cielo alla terra e dalla terra al cielo).
Angeli di Dio: il loro salire e scendere indica che il luogo è uno spazio d’incontro tra i mondo divino e quello umano, in continua comunicazione.
Il Signore: viene espressa la sua trascendenza; la sommità della scala tocca il cielo e Giacobbe versa l’olio, che esprime la misteriosa presenza di Dio, sulla sommità della stele. Fonda così il santuario di Betel. La promessa di Dio collega Giacobbe ad Abramo e Isacco, confermando l’idea della sua vicinanza e protezione al clan nei suoi spostamenti.
La reazione di Giacobbe: al timore si accompagna la consapevolezza di aver trascorso la notte in un luogo in cui Dio è presente, che identifica con due immagini, la casa di Dio e la porta dei cieli, collegate dal fatto che la porta impedisce in questo caso l’accesso allo spazio riservato a Dio. L’erezione della stele è un atto religioso, che rappresenta la divinità con la sua potenza (olio versato sulla sommità, rito unico nella Bibbia). L’olio fa partecipare la terra alla fecondità di Dio. Su quel luogo sorgerà un santuario, dove si venerava un dio di nome Betel, distrutto dalla riforma di Giosia (622), che demolì i santuari locali, troppo segnati dall’idolatria.
LA MISTERIOSA LOTTA DI GIACOBBE (Gen 32, 23-32)
Si tratta di un racconto popolare, destinato a essere memorizzato: (assonanza tra torrente Jabbok, il verbo “lottare” – abaq, e il nome del patriarca ja’aqob; etimologia di Israele “forte contro Dio” e di Penuel “faccia di Dio”). Il racconto mostra la prova più grande di Giacobbe, che deve superarla per continuare il suo percorso, incontrando il fratello Esaù: ne uscirà definitivamente ferito nella carne e con un nome nuovo.
Possiamo distinguere tre parti: una introduzione (vv.23-24), il combattimento notturno (vv. 25-30), le conseguenze (vv. 31-32).
Fonte: www.santamariadigesu.net
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Catechismo tutto di tutto
Il nazireo è “messo a parte”, e perciò consacrato a Dio ( tra questi, Sansone, Samuele, Giovanni Battista, Paolo). In 6,1-21 si vuole codificare l’antica prassi di consacrazione, che prevede tre impegni: astinenza dagli alcolici, rifiuto del taglio di capelli, osservanza delle leggi di purità, soprattutto nei confronti dei cadaveri.
Nel libro sono anche specificate le funzioni dei leviti e dei sacerdoti: significativa è la normativa sull’assenza di proprietà territoriale per la tribù di Levi. Il senso profondo è la donazione profonda e interiore a Dio, l’eredità del consacrato.
2. I GRANDI SIMBOLI
Un esempio tra questi, che hanno alimentato la speranza messianica.
21,4-9: l’antidoto ai serpenti velenosi è il serpente di bronzo, simbolo dell’efficacia della salvezza che Dio offre al popolo. La riflessione teologica che si sviluppa trova riscontra nel libro della Sapienza, che definisce il serpente di bronzo “simbolo della salvezza” offerta a tutti i giusti dal Signore “salvatore di tutti” (Sap 16,6-7). In Gv 3,14 il simbolo è assunto da Gesù, innalzato sulla croce per donare a tutti la salvezza.
C’è, quindi, una spiritualità che nasce dal deserto, dai segni dell’amore di Jhwh, dall’elezione di Israele, che si basa sui passi di questo libro. C’è anche una spiritualità che si sviluppa all’interno del testo stesso, e che esalta spesso la fiducia in Dio e la fedeltà alla sua parola. L’esempio più significativo è in 6,22-27: è una benedizione insegnata da Dio stesso, e ciò ne esalta l’efficacia, che l’affida ai sacerdoti. Questi ultimi hanno la funzione di “consacrare” gli israeliti, ponendoli all’ombra della benedizione divina (v.27). In tal modo si compie la solenne dichiarazione del Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e ua nazione santa” (Es 19,6).
Catechesi biblica 15
IL LIBRO DEI NUMERI
Struttura e racconto
Il nome del libro è dovuto al censimento delle tribù accampate ai piedi del monte Sinai, di cui si tratta nei primi quattro capitoli; per la tradizione ebraica, dalla prima parola, è bemidbar (“nel deserto”), che è lo sfondo entro cui si muove il popolo, dal Sinai all’oasi di Kades. Possiamo suddividere il libro in tre parti.
- Al Sinai (cc. 1-10)
Il popolo si appresta a iniziare la seconda tappa del suo itinerario, iniziato in Egitto, per raggiungere la terra di Canaan. Siamo alla vigilia della partenza, che avviene dopo la celebrazione della grande pasqua; i questi capitoli è molto curato l’aspetto cronologico: tra 1,1 e 10,10 trascorrono circa venti giorni.
Nei cc. 1-4 troviamo una vasta collezione di censimenti, che testimoniano la continuità ideale di Israele attraverso i secoli. Ci si comprende, nel periodo post-esilico a cui risale la tradizione sacerdotale, come albero cresciuto dalla radice di tribù raccolte attorno al Dio del Sinai e guidati da Mosè.
I cc. 5-6 raccolgono norme sulla vita sociale ai piedi del Sinai, che anticipano simbolicamente la vita sociale dell’Israele sedentario.
I cc. 7-8 riprendono la questione “levitica e sacerdotale”, con riferimento alla consacrazione dell’arca e dei leviti.
La prima sezione si chiude con la celebrazione della pasqua del deserto e le ultime indicazioni in attesa della partenza.
- La marcia nel deserto (cc. 10-21)
È il corpo centrale dell’itinerario di quarant’anni nel deserto, periodo emblematico di tentazioni e speranze, di vicinanza a Dio e di rottura. In questa unità ci sono delle parti non sempre omogenee. In 10,11-12,16 sono indicate tensioni nel popolo in marcia, che giungono alla ribellione di Aronne e Maria contro Mosè (12,1-6). Nei cc. 13-14 c’è la missione degli esploratori nella terra di Canaan e l’ennesima “mormorazione” di Israele. Nei cc.15-19 dopo una pagina di stampo giuridico-rituale, altre due rivolte (cc.16-17); poi la definizione del sacerdozio di Aronne e il rituale finale di purificazione. Infine, i 22,1, si indica che è quasi terminata l’esperienza del deserto.
3. Alle soglie della terra (cc. 22-36)
La cornice di questi capitoli sono le steppe montuose di Moab, che si ergono sul Giordano. In cc. 22-24 ci sono quattro splendidi poemi, che esaltano la potenza di Israele, reso invincibile dall’elezione di Dio (J ed E). Dal c. 25 in poi c’è una mescolanza narrativa e legislativa (P), che fa riferimento al rapporto d’alleanza con Dio e alle tentazioni idolatriche.
Tre grandi attori
Il Signore è il vero protagonista: non abbandona mai Israele in mezzo alle solitudini e alle ostilità del deserto. Segno di questa presenza continua è la nube.
Mosé, servo di Jhwh, mediatore tra Dio e il popolo, appassionato del Signore, ma anche visceralmente legato al suo popolo. In 12,3 è definito “molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra”. Eppure, partecipa della fragilità creaturale (c. 20): è oscura la colpa da lui commessa a Meriba, forse perché la tradizione sacerdotale ha cercato di sfumarla o di semplificarne le cause, ma non gli permetterà di introdurre il popolo nella terra promessa. Le interpretazioni ipotetiche sono il dubbio verso Dio, o l’aver colpito la roccia per due volte per sfiducia, o il rifiuto di intraprendere la conquista di Canaan.
Il popolo: è ribelle, ostinato, “mormora”, è infedele, e riceve il giudizio divino. La supplica di Mosè e Aronne tenta di introdurre il principio della responsabilità individuale, che verrà teorizzato dal profeta Ezechiele (c. 18). Israele, però, è anche l’oggetto ultimo della premura e dell’amore di Dio, e questo farà sempre parte dell’identità del popolo. Il tempo del deserto diventa il paradigma dell’intera vicenda storica e religiosa. L’opposizione ultima sarà sempre la libertà di accogliere o meno questo amore che, alla fine, vincerà, come testimonia il raggiungimento della terra promessa, terra di gioia e speranza.
Teologia del deserto, della legge e della speranza
Più che uno spazio, il deserto è un tempo in cui Dio rivela la sua parola e Israele svela la sua identità. La scelta fondamentale tra la fedeltà e l’idolatria è riproposta in tanti episodi (11; 12; 14; 16; 20; 25); questa scelta va fatta nella quotidianità, in cui Dio si rivela, aprendo alla speranza mediante segni piccoli e grandi della sua presenza, testimoniati dai complessi legislativi.
1. LEGGI SOCIALI
Offrono uno spaccato della vita di Israele e spesso sono una testimonianza vivissima dell’incarnazione della parola di Dio. Alcuni esempi particolari sono in 5,11-31, dove il giudizio divino si esprime attraverso l’acqua, che rivela dai suoi effetti se è stato commesso o meno un adulterio; in 19,1-10 dove si tratta del rituale delle ceneri della giovenca rossa, con cui si potranno cancellare le impurità; in 27,1-11 e 36,1-3, in cui si affronta la questione di una famiglia senza discendenza maschile, ma solo femminile.
Talvolta, queste norme hanno sottili significati teologici: per esempio, il nazireato, antica istituzione sacrale d’Israele.
L' ALLEANZA
In Mesopotamia i re sancivano tra di loro o con il loro vassalli dei patti (berit) e, giurandosi reciproca fedeltà, si dichiaravano «fratelli» (1Re 20,33), oppure, se la differenza fra loro era troppo accentuata, il più potente e generoso riceveva il titolo di «padre», mentre il vassallo veniva chiamato «figlio» (2Re 16,7).
L'alleanza è un patto proposto per iniziative del Re, tra il re ed il suo vassallo ,
in cui il Re fa doni e promesse e dà istruzioni per il vassallo. Questi doni rimangono del vassallo e le promesse si compiranno a condizione che il vassallo rispetti le istruzioni del Re.Il patto è sigillato dal sangue : se si rompe, si perdono doni e promesse e si paga con la vita.
Il popolo di Israele ha conosciuto questa realtà, e almeno parzialmente l'ha fatta propria, entrando nel gioco delle occasionali alleanze con i re confinanti, talvolta liberamente (1Re 5,26), talvolta costretto da imperiose necessità politiche (2Re 17,3).
Il popolo ebraico ha interpretato la sua storia attraverso lo schema del patto di vassallaggio o alleanza (berit o Testamento ) in uso presso i mesopotamici.
La caratteristica peculiare di Israele, sotto l'impulso trainante dei profeti, fu quella di servirsi della categoria universale di "alleanza" (=patto. berit) che qualificava il rapporto fra le genti, allo scopo di designare la sua relazione unica ed esclusiva con Dio. La metafora dell'alleanza, usata per definire la relazione storica tra Israele e Dio, è servita come chiave di lettura di tutta la storia del popolo. Ne ha spiegato gli inizi, così spettacolarmente prodigiosi, e i momenti di fulgore, inattesi per una tale minuscola nazione; e soprattutto ha permesso di capirne le crisi frequenti, fino all'evento catastrofico dell'esilio. Negli eventi favorevoli Israele scorgeva la premurosa bontà del suo Signore; quando apparivano invece sconfitta e miseria, i figli di Abramo vi leggevano la punizione divina per una qualche infedeltà al patto.
La 1^ alleanza o 1° Testamento o Antico Testamento
Dio si è rivelato ad Abramo facendo nascere dalla mogli infertile Sara , un figlio, Isacco, e da questi una discendenza, un popolo, Israele. Con Abramo e con questa discendenza Dio fa una alleanza che poi rinnova ed amplia per mezzo di Mosè e Davide. L'alleanza prevedeva il dono possesso della Palestina , la promessa di innumerevoli benedizioni divine (grazie, favori) e alcune istruzioni . Il segno di appartenenza al patto è la circoncisione dei maschi. In Palestina Dio raccoglie il popolo dei suoi credenti e vive con la sua Presenza Attiva, la sua Gloria, in mezzo a loro. Egli educa questo popolo a vivere insieme a Lui perchè questo è il suo progetto creativo, questa è la destinazione degli uomini: la vita eterna insieme a Dio, affrancati dal male e dalla Morte.
Catechesi biblica 6
INTRODUZIONE
Tra la storia primitiva (Gen 1 – 11) e l’esodo dall’Egitto si leggono una quarantina di capitoli riguardanti gli antenati del popolo d’Israele, i patriarchi: Abramo (11,10 – 25,10), Isacco, Giacobbe (25,11 – 36,43) e Giuseppe (37 – 50). La loro storia riveste una grande importanza, perché spiega i presupposti dell’alleanza conclusa da Dio con il popolo d’Israele insediatosi nella terra di Canaan. Nei racconti dei patriarchi emergono i temi principali della religione d’Israele: il culto di un unico Dio, la rivelazione, l’elezione, la promessa, il dono della terra.
I capitoli concernenti Abramo, Isacco e Giacobbe ne descrivono i viaggi, le migrazioni, le occupazioni, le vicende familiari, con i matrimoni e i decessi, le relazioni con i vicini. Si tratta della storia di un gruppo, fortemente legato da vincoli di sangue, contraddistinta da narrazioni brevi ed episodiche, con abbondanza di genealogie, etimologie popolari di nomi, luoghi e persone, racconti doppi. Frequenti sono gli interventi di Dio: il filo conduttore della storia è la promessa di un figlio, di una discendenza numerosa, e l’assicurazione del possesso della terra di Canaan.
Il redattore finale, dopo l’esilio di Babilonia, avendo a disposizione diverse fonti scritte, ha fatto una cernita di episodi privilegiando la tradizione jahvista, inserendo aneddoti della tradizione sacerdotale e mettendo insieme i racconti senza preoccuparsi di armonizzarli
GEN 12 - 36
L’inizio dell’avventura di Abramo, collocato di solito sullo sfondo del 1800 a.C., è descritto nel cap. 12. Lo schema è “militare”, fatto di ordine – esecuzione (12,1.4). Il movimento è rapido e incalzante; l’iniziativa parte da Dio, rappresentato come un generale, che lancia i suoi ordini e attende che si concretizzino istantaneamente. Abramo è raffigurato come un soldato, un servitore fedele della parola divina. La fede è un rischio, che deve essere corso con decisione.
In 15,1-6 la tradizione E sottolinea in particolare questo aspetto di rischio e oscurità che la fede comporta. La promessa di un futuro incarnato in un figlio sembra un sogno, sembra la proiezione di desideri irrealizzabili. La realtà è questa: Abramo è vecchio, Sara è sterile; erede sarà un estraneo, Eliezer di Damasco, il maggiordomo di Abramo. Ma ecco che Dio fa brillare un barlume di speranza con il gesto simbolico offerto in una notte di ansia e di dubbio “Guarda il cielo, e conta le stelle, se riesci a contarle: così sarà la tua discendenza” (15,5). E la risposta: “Abramo credette al Signore che glielo accreditò come giustizia” (15,6).
Tuttavia l’oscurità continua, testimoniata dal “riso” del patriarca (17,17), da quello di Sara (18,12-15), segno di incredulità, di crisi di fede. Ma alla fine risuona il “riso” di Dio incarnato in Isacco, il figlio atteso, la cui etimologia popolare significa “Jahvé ha riso”.
La prova estrema della fede è però nel celebre c. 22, quello del sacrificio di Isacco: è un percorso oscuro e combattuto, accompagnato solo da un comando implacabile (22,2). Poi il silenzio: silenzio di Dio, di Abramo, di Isacco, che lo interrompe solo una volta, con ingenuità straziante (22,7-8). La fede è qui ricondotta al suo stadio più puro, senza appoggi umani. Dio prospetta ad Abramo la distruzione della paternità, perché potesse arrivare a fidarsi solo della sua Parola: alla fine, Abramo riceve Isacco come promessa di Dio.
ALLEANZA, PROMESSA, GIURAMENTO
Con questi termini traduciamo l’ebraico berit che, pur non escludendo la reciprocità, suppone anzitutto il primato di Dio, protagonista dell’alleanza. Significativa è la scena degli animali divisi a metà, in 15,7ss, antico segno di automaledizione, qualora si violino le clausole di un patto. In questa scena l’impegno in modo formale è preso dalla “fiaccola”, simbolo di Dio, ma non viene richiesto ad Abramo.
Al cap 17 (tradizione P), invece, il termine berit ritorna per 14 volte (simbolo di pienezza), e viene richiesto all’uomo un segno di risposta, quello della circoncisione.
Un’altra descrizione emblematica dell’incontro tra Dio e l’uomo è la lotta notturna di Giacobbe con l’essere misterioso alle sponde del fiume Iabbok (32,25-31, tradizione J). Giacobbe aveva incontrato Dio già a Betel, nella visione della scala (28,10-22, tradizioni J e P), simbolo di movimento verso Dio, evocato dalla scala dello ziggurat babilonese, che conduceva al vertice piramidale del “Santissimo”, il tempietto sacro. Ora, sulle rive dello Iabbok, si apre per Giacobbe una grande “agonia-lotta”. L’uomo sembra vincere, ma esce zoppicante dalla lotta con Dio, che resta il vero vincitore definitivo. Infatti, Giacobbe è costretto a rivelare il suo nome, cioè, secondo la tradizione orientale, ad affidare alle mani del suo antagonista l’intera personalità; anzi, il nome gli viene mutato in quello di Israele: c’è una completa trasformazione della sua funzione e della sua storia. Il misterioso lottatore, invece, nascondendo la sua identità, resta il trascendente per eccellenza. Solo attraverso questa agonia nasce l’uomo nuovo, che strappa a Dio la benedizione. Sorge, allora, l’aurora d una nuova era “Spuntava il sole quando Giacobbe passò a Penuel…” (32,32): è l’inizio della storia di salvezza per Israele e per l’umanità.
TRE LINEE STRUTTURALI
Linea biografica: unisce tre cicli narrativi dedicati ad altrettante generazioni di uno stesso clan familiare: Abramo – Isacco, Giacobbe – Esaù, Giuseppe. Questa linea ha anche implicazioni di carattere sociologico, essendo la storia di una migrazione in un’epoca di instabilità culturale ed etnica, con riferimenti alle due superpotenze, quella assiro – babilonese e quella egiziana.
Linea narrativa: le tradizioni sono state coordinate in modo abbastanza omogeneo e tutto sembra convergere verso la solenne scena finale del cap. 50, che fa da raccordo con l’inizio del secondo libro della Bibbia, l’Esodo: un grandioso corteo di figli, nipoti e servi riporta nella terra promessa la salma di Giacobbe.
Linea teologica: è la chiave d’interpretazione. In questa linea, con tutta la massa di dati biografici, appare l’azione di Dio e l’umanità riceve la sua rivelazione. Ciò avviene in particolare attraverso le due coordinate che determinano per Israele la presenza e l’azione salvifica di Dio, la sua “benedizione”: la terra (Dio si fa vicino nello spazio e nelle realtà terrestri) e la discendenza (Dio si fa vicino nel tempo, nella storia).
Fonte: www.santamariadigesu.net
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Catechismo tutto di tutto
Catechesi biblica 1
LA RIVELAZIONE
E’ l’amore di Dio che si comunica all’uomo, perché l’uomo impari a vivere in comunione con Lui. Gesù è la pienezza della Rivelazione. Questo significa che:
- su Gesù dobbiamo fissare la nostra attenzione, per comprendere ogni pagina dell’Antico e del Nuovo Testamento;
- lo studio e la preghiera sulla Parola di Dio ha come unico scopo di metterci in comunione con Gesù, e quindi con Dio;
- Gesù è la Parola eterna del Padre, sempre attuale, viva, efficace.
Il trasmettersi della Rivelazione da una generazione all’altra avviene non solo attraverso la Bibbia, ma anche mediante la Tradizione, che è lo stesso Vangelo vivente, incarnato nell’esistere della Chiesa. E’ costituita da un grande insieme: la Liturgia, i Sacramenti, la dottrina definita dal Magistero della Chiesa, le opere autorevoli di dottori e padri della Chiesa, la vita e gli insegnamenti dei santi.
“La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidata alla Chiesa… l’ufficio, poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve… per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio” (D.V. 10)
PAROLA DI DIO: cosa intendiamo?
- Gesù in persona, in tutto il suo agire, parlare, consolare, perdonare, nella sua morte e risurrezione;
- le parole proclamate da profeti e apostoli;
- le parole fissate per iscritto nella Bibbia sotto l’ispirazione dello Spirito Santo;
- la Parola di Dio proclamata e annunziata oggi.
Siamo al cuore della Parola solo nel primo significato: gli altri, sono essenziali e indispensabili alla fede, la strada disposta da Dio per tutta la durata della storia per entrare e vivere in comunione con Lui.
LA BIBBIA: memoria scritta di una storia
Mediante la storia di un popolo, c’è la storia dell’amore di Dio per l’umanità di tutti i tempi. Dio inizia a rivelarsi legandosi a un popolo (alleanza) e aiutandolo a crescere e a maturare. Il punto d’arrivo è Cristo stesso: ecco perché “i libri dell’A.T. contengono cose imperfette e temporanee” (D.V. 15).
Perciò, leggendo un passo di A.T. e guardando a Cristo, abbiamo la misura di tutto il cammino che il popolo deve compiere, nonché della pazienza e fedeltà di Dio. Per esempio, diverso è il modo di vedere la sofferenze nel libro di Giobbe, in quello dei Maccabei, e nel N.T.
Inoltre, è necessario entrare nella cultura di un popolo e conoscere le sue vicende storiche per capire certi passi, tenendo conto anche dei diversi generi letterari (brani storici, preghiere, riflessioni sapienziali, canti d’amore…) ma il punto d’arrivo è che dalla Bibbia possiamo imparare a vivere secondo il cuore di Cristo, in alleanza con Dio.
ISPIRAZIONE BIBLICA: in alleanza tra Dio e uomo
“La Sacra Scrittura è Parola di Dio perché fu scritta per ispirazione dello Spirito Santo” (D.V. 9)
“Per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte” (D.V. 11)
- Lo Spirito agisce nella persona, in alleanza con lei, chiamata in causa come vero soggetto, a dare il meglio di sé e anche a superare se stessa
- Lo Spirito agisce in modo particolare su determinate persone, che lasciano la loro impronta nel testo scritto
- Due brani significativi: 2Tm 3,14-16; 2Pt 1,16-21.
Catechesi biblica 2
Il CANONE: elenco dei 73 libri della BIBBIA
Canone: nei primi secoli è la norma della fede, la verità secondo la quale il cristiano deve vivere; dal 4° secolo indica l’elenco dei libri ispirati, i 46 dell’A.T. e i 27 del N.T. Nei primi secoli i Padri e i Pastori della Chiesa hanno riconosciuto all’unanimità come ispirati quasi tutti i libri; su altri (deuterocanonici) c’è stato confronto fino al 450-500. Il problema è stato risollevato da Lutero; ciò ha portato alla definizione ufficiale del canone nel Concilio di Trento (1540-1560).
Come per la dichiarazione dei santi, è la Chiesa, fondata sul Vangelo di Cristo, che guidata dallo Spirito può indicare quali siano i libri ispirati, secondo questi criteri:
- uso antico del libro nella Chiesa come Parola di Dio, per Liturgia, predicazione e catechesi;
- i libri contenuti nell’antica volgata latina;
- per il N.T., devono essere scritti “apostolici”, cioè del loro tempo (I° secolo), scritti da loro o da uomini della loro cerchia (D.V. 7).
Non ci possono essere altri libri ispirati; il N.T., collegato all’A.T., ci mette in contatto col dono definitivo di Dio: Gesù e il Suo Spirito. Dio non ha altro da aggiungere, avendo detto il “tutto di sé”. L’azione dello Spirito nella Chiesa farà “ricordare” la pienezza della Verità ispirata.
LA BIBBIA è VERITà PER LA SALVEZZA DELL’UOMO
“I libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errori la Verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre lettere” (D.V. 11).
Non si tratta, perciò, di una verità scientifica o storica, certe concezioni filosofiche possono essere superate… nella Bibbia dobbiamo cercare una sola verità, Cristo, il suo mistero preparato (A.T.) e manifestato (N.T.). Alcuni esempi:
- l’età dei patriarchi arriva fino a 900 anni;
- nel libro di Giudici gli anni di governo sono normalmente 20 o 40;
- il Salmo 101, che descrive il programma di un re fedele a Dio, termina così: “Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male”.
L’intento dell’autore biblico è quello di mostrare la fedeltà e l’azione di Dio nella storia della salvezza: i fatti vengono narrati guardandoli con gli occhi di Dio, per dare una scuola di vita alle generazioni future. Un esempio è il ruolo di Davide nella costruzione del tempio, impegnato nella cura di tutti i particolari, per indicare il suo ruolo fondamentale nella storia dell’alleanza. (cfr 1Cr 22; 28; e 1 Re 6ss.)
Un principio fondamentale: la Rivelazione di Dio è progressiva, fino a Cristo, pienezza della verità. In altre parole, nel corso di duemila anni Dio apre la mente, il cuore e la vita di Israele, fino a rivelarsi in pienezza nel Figlio. Se consideriamo questa gradualità, tanti passi della Bibbia risulteranno più chiari.
COMPRENDERE PER VIVERE:
cinque criteri per interpretare la Scrittura (D.V. 12)
Il comprendere è incontro, affinità, comunione con colui che parla: è lasciarsi prendere dalla Parola. Ecco, perciò, cinque fari luminosi per la comprensione della Scrittura (cfr. D.V. 12):
- ricerca del senso letterale: cercare il significato di una pagina inserita nel suo contesto, scritta in un dato momento storico, espressa con un genere letterario particolare, per comunicare una precisa verità (oggi, abbondanza di sussidi seri e divulgativi)
- tutta la Scrittura è un unico “discorso”: il suo contenuto è unitario, con il filo conduttore dell’Alleanza, avviata con il popolo d’Israele e compiuta in Gesù. (altrimenti: fondamentalismo!). La Scrittura è al servizio di una storia di comunione tra Dio e l’uomo.
- il “discorso” si riduce a una sola parola: Cristo;
- lettura viva nella Tradizione della Chiesa: la nostra non è una religione del Libro! Dalla vita della Chiesa traiamo la fedeltà creativa della Parola (i santi, e ciascuno di noi: un quinto Vangelo!)
- solo lo Spirito Santo, che ha ispirato la Scrittura, può farla comprendere: la comunione vitale con la Parola può avvenire solo grazie all’azione umile e forte dello Spirito.
Come Giuseppe, interprete dei sogni propri o del faraone, anche noi dobbiamo saper scoprire negli avvenimenti quotidiani il disegno salvifico per la nostra vita e per quella degli altri. Questa capacità interpretativa, però, non basta, ma deve essere accompagnata da un nuovo incontro con i fratelli, come nel racconto. Il fatto di essere venduto, allora, non diventa occasione di vendetta, ma occasione per salvare la vita dei fratelli, liberandoli dalla radice di egoismo, alla base della loro scelta di “morte”. “Non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita… per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente” (45,5.7)
Si richiede, allora, una effettiva opzione per la pace, un agire per il bene del fratello, diventando, come Giuseppe, fonte di benedizione divina, capace di trasformare le situazioni di morte in realtà nuove di vita.
Per poter vivere tutto ciò in pienezza occorre anche rifiutare una tentazione subdola, che nel racconto è espressa dalla proposta del faraone: “Solo per il trono io sarò più grande di te” (41,40) e “senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto” (41,44). Cedendo, si dimentica la casa del padre, ci si lascia sedurre dal fasto della corte del faraone, ci si allea per il proprio tornaconto con la struttura di potere che genera morte, si perde di vista il “fine” della vita. La scelta da compiere è quella di rifiutare le apparenze di vita e di allontanarsi dalla presenza del faraone (47,10), incamminandosi verso la terra promessa, in comunione la propria famiglia, tenendo lo sguardo fisso sulla visita di Dio (50,24).
Nella consapevolezza che non sarà il male ad avere l’ultima parola, è necessario mettere in moto una vita quotidiana intensamente vissuta al servizio degli altri, diventando “benedizione”. Senza lasciarci sedurre dalle “apparenze di vita”, occorre compiere scelte di vita, capaci di disinnescare spirali di morte, creando una cultura nuova, di vita! Il sogno di Giuseppe anticipa quello di Gesù: siamo capaci di sognare anche noi?
Catechesi biblica 7
Genesi 37 - 50
La storia di Giuseppe è un racconto sapienziale esemplare, contraddistinto da numerosi agganci storici, soprattutto col mondo egiziano. In queste pagine, Giuseppe e i suoi fratelli non sono più capostipiti tribali, ma individui dotati di una complessa gamma di reazioni, di qualità, di sentimenti. La narrazione su Giuseppe è qualcosa di nuovo nella Genesi: è la più ampia e riuscita come composizione, con maggior varietà di personaggi e situazioni, che dimostrano una maestria non comune nell’arte del narrare. Il personaggio principale riunisce molti aspetti in una figura ideale, umanamente esemplare. Lo scenario mostra una certa conoscenza dei costumi egiziani.
Coesistono due quadri della tradizione J ed E (la P è presente marginalmente), centrati sul personaggio Giuseppe, uno dei due figli della moglie prediletta di Giacobbe, Rachele. Dopo contrasti familiari, è presentato come uomo di corte, ben inserito nell’ambito egiziano, capace di fare discorsi elaborati, di interpretare i sogni, di governare, di attuare un’ottima politica economica. Si respira un’aria di cosmopolitismo, che fa pensare all’epoca di Salomone (X sec.).
In sintesi, ecco la trama dei capitoli: Giuseppe, giunto in Egitto come schiavo, finisce in carcere per la falsa accusa della moglie del suo padrone. Qui ha l’occasione di interpretare i sogni di due funzionari, e questo gli permetterà di arrivare al cospetto del faraone: spiegandone i sogni ottiene un’importante carica politica. La carestia costringe i suoi fratelli a rivolgersi in due occasioni a un funzionario egiziano per essere aiutati, e quel funzionario è proprio Giuseppe: al riconoscimento segue l’incontro della famiglia, che insieme sopravvive alla carestia. Prima della sua morte, Giacobbe fa testamento in favore dei suoi figli, e a Giuseppe spetta il compito della sepoltura del padre che, dopo una vita serena, muore, e viene riportato nella terra di Canaan da una “carovana imponente” (50,9).
In questa storia appare un nuovo concetto, tipicamente sapienziale, della presenza di Dio e della sua azione nella storia. Dio non interviene con gesti potenti: sono assenti apparizioni, oracoli, visioni, altari. Il suo agire non è separabile dal tessuto normale dell’esistenza e delle scelte umane. Solo per chi guarda gli avvenimenti con fede è visibile e decifrabile l’agire divino: in definitiva, la sua presenza risiede nel cuore umano. La storia, anche individuale, che si rivela spesso un groviglio di contraddizioni e di amarezza, acquista allora una dimensione di speranza, e una logica più profonda.
La storia di Giuseppe, e quindi tutto il libro della Genesi, si chiude con uno sguardo al futuro di Israele, delineato dalle “benedizioni” di Giacobbe (c. 49). Sembra quasi di contemplare una carta geografica e storica della Palestina: la successione delle tribù è una sequenza di oracoli che conservano echi storici dell’epoca stessa dei giudici.
La benedizione riservata a Giuda è stata riletta, soprattutto dalla tradizione cristiana, in chiave messianica. L’esaltazione della dinastia davidica che nascerà da questa tribù si proietta verso un re ideale: “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone di comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (49,10).
Ma per quel futuro, che le benedizioni di Giacobbe profilano all’orizzonte di Israele, sarà necessaria una lunga e amara preparazione, quella che Israele sperimenterà sotto l’oppressione faraonica. Le ultime parole di Giacobbe-Israele si aprono allora sulla prossima tragedia descritta nel libro dell’Esodo, ma anche sulla speranza di libertà e di salvezza che Dio continuamente offrirà al suo popolo: “Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese che egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe” (50,24).
Contenuto teologico e attualizzazione
Ogni uomo nella sua vita deve fare i conti con la realtà della morte, che può verificarsi come evento conclusivo della vita (Giacobbe, Giuseppe, Rachele, la moglie di Giuda), che può essere conseguenza della propria cattiva condotta (38,7), ma anche causata dall’egoismo degli altri.
Quest’ultimo aspetto è al centro della storia di Giuseppe, in particolare quando è rifiutato e venduto dai fratelli, e poi quando è messo in prigione in Egitto. Si tratta di situazioni determinate dall’egoismo dell’uomo, che tende a strutturarsi in sistema di potere. Il desiderio di raggiungere il potere o la perennità mediante opere gigantesche, che siano la negazione della propria morte, porta a creare nella società una cultura della morte, causa di sfruttamento, emarginazione, violazione dei diritti umani. Quanto è attuale questo quadro tratteggiato nella Genesi!
La risposta consiste nella scoperta dell’azione di Dio, che apre vie di vita nelle situazioni di morte. La storia di Giuseppe è esperienza di questo Dio che dà la vita.
Fonte: www.santamariadigesu.net
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Catechismo tutto di tutto
Catechesi biblica 3
PENTATEUCO
La tradizione giudaica ha considerato un’unità i primi cinque libri della Bibbia, denominandoli TORAH. La tradizione cristiana, con parola derivante dal greco, li ha denominati PENTATEUCO (= libro in cinque volumi, astucci)
Per circa 1500 anni la tradizione giudaica e cristiana ha letto il Pentateuco come opera scritta sostanzialmente da Mosé e come “storia”, variamente intesa, degli eventi fondamentali accaduti dalla creazione fin alla morte dello stesso Mosé. Poi, si iniziarono a notare alcuni elementi “strani” nel testo biblico; ecco qualche esempio:
- due narrazioni parallele e differenti della creazione in Gn 1 e Gn 2;
- il riferimento a Dio con il tetragramma (JHWH) o con il termine più generico Elohim, per esempio in Gn 4 e Gn 5;
- le contraddizioni del racconto del diluvio (Gn 6,5 – 9,17);
- si riporta due volte l’alleanza di Dio con Abramo (Gn 15 e Gn 17);
- ci sono tre racconti della vocazione di Mosè (Es 3, Es 4 e Es 6);
- la vicenda della manna e delle quaglie si trova in Es 16 e Nm 11;
- l’acqua scaturita dalla roccia si trova in Es 17 e Nm 20;
- il decalogo è riportato in Es 20 e Dt 5.
I dati, molto diversi rivelano diverse epoche di redazione, e quindi autori diversi: un esempio che può far comprendere come siamo arrivati al testo del Pentateuco che conosciamo è quello di un tell! Si tratta di una collina costituita dagli strati dei diversi stanziamenti umani: una città costruiva la sua storia sopra la precedente; tagliando la successione degli strati è possibile conoscere l’intero percorso storico.
In riferimento al Pentateuco: dalla sorgente che è Mosè e dall’insegnamento fedelmente conservato nella memoria del popolo guidato e illuminato da Dio nasce, attorno all’epoca di Salomone (X sec. a. C.) una prima sistemazione dei ricordi e una prima meditazione teologica su di essi. E’ la cosiddetta Tradizione Jahvista. Nei secoli successivi, meditando sugli ulteriori eventi della storia del popolo, si sviluppano altre Tradizioni, che portarono a dei testi scritti sempre dopo un complesso processo di tradizione orale.
Vediamo alcune date particolarmente importanti:
- Periodo patriarcale: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, schiavitù in Egitto 2000-1500 a.C.
- Esodo, conquista e stabilimento in Canaan: Mosè, Giosuè, i giudici, Samuele 1500-1050 a.C.
- Il regno unito: Saul, Davide, Salomone 1050-937 a.C.
- Israele (regno del Nord) e Giuda (regno del Sud):
- Rivolta delle 10 tribù 937 a.C.
- Riforma sotto Ieu 842 a.C.
- Distruzione di Samaria (capitale Nord) 722 a.C.
- Caduta di Giuda 586 a.C.
- Esilio in Babilonia 586-534 a.C.:
- Restaurazione: Zorobabele,Giosuè, Esdra, Neemia 534-400 a.C.
- Tempio fondato 534 a.C.
- Lavori fermati 522 a.C. e tempio completato 515 a.C.
- Arrivo di Esdra 459 a C.
- Primo e secondo arrivo di Neemia 433 e 425 a.C.
DESCRIZIONE DELLE TRADIZIONI DEL PENTATEUCO
TRADIZIONE JAHVISTA (J)
- Epoca e luogo di composizione: intorno al 950, durante il regno di Salomone, nel Sud, in particolare Gerusalemme, capitale del Regno di Giuda, tribù privilegiata per la benedizione data da Dio alla dinastia davidica, da cui usciranno i re autentici e il Messia.
- Origine della tradizione: il popolo vedeva la monarchia radicata nel piano di Dio, e voleva dare senso alla sua storia.
- Caratteristica: uso quasi esclusivo del termine JHWH.
- Contenuto principale della tradizione: il popolo ottiene la salvezza attraverso le promesse dei patriarchi e la liberazione operata da Mosé. Dio vive con l’uomo, che è debole, cade nel peccato
TRADIZIONE ELOHISTA (E)
- Epoca e luogo di composizione: intorno al 750, nel Nord, poco prima della caduta del regno d’Israele (722).
- Origine della tradizione: il popolo aveva smarrito la strada e occorreva riproporre la sua storia, secondo la tradizione del Nord.
- Caratteristica: uso del termine elohim.
- Contenuto principale della tradizione: il regno chiarisce la legittimità della propria indipendenza; l’alleanza con cui il popolo diventa eredità di Dio è quella al Sinai (e non quella davidica) e il mediatore è Mosé (e non il re). Dio è il sovrano, il Dio dell’alleanza, che rivendica la fedeltà dell’uomo.
TRADIZIONE SACERDOTALE (P)
- Epoca e luogo di composizione: intorno al 550, nell’esilio babilonese; il popolo restato in Palestina è disorientato, scoraggiato
- Origine della tradizione: occorreva mantenere viva la speranza, nel momento in cui era in discussione l’idea di alleanza presentata dal documento E e la monarchia davidica del documento J.
- Caratteristica: la genealogia, per colmare i vuoti della storia o riformularla.
- Contenuto principale della tradizione: nonostante tutto il popolo è chiamato alla fedeltà, in attesa della restaurazione della monarchia davidica. Occorre riconciliarsi con Dio, attraverso le mediazioni cultuali; ricordarsi del proprio posto nella creazione: entrerà nella terra chi manifesta la santità di Dio.
TRADIZIONE DEUTERONOMISTA (D)
- Epoca e luogo di composizione: VIII, VII e V secolo, con origine nel regno del Nord, per poi passare al Sud e nell’esilio babilonese.
- Origine della tradizione: la decadenza della monarchia, la presa di Gerusalemme e la distruzione del regno del Sud richiesero una reinterpretazione dell’alleanza davidica, di quella mosaica, e della promessa di Dio. Occorreva il sorgere di una nuova speranza.
- Caratteristica: privilegia la forma del discorso (tre di Mosé).
- Contenuto principale della tradizione: la nuova alleanza va interiorizzata, attraverso una conversione interiore, che deve cambiare le strutture sociali. Il dono gratuito dell’amore da parte di Dio deve suscitare amore per il fratello bisognoso, da aiutare.
Nel complesso, le Tradizioni successive alla Jahvista vogliono offrire risposte di fronte ai nuovi eventi, difficili, che il popolo stava vivendo: risposta alla crisi della dinastia di Davide per l’integrazione tra Nord e Sud (E); risposta alla crisi del Regno del Sud (P); risposta alla crisi globale della monarchia e al suo insuccesso (D).
Se consideriamo la Bibbia come rivelazione di Dio nel corso della storia e non come un manuale di verità confezionate, belle e pronte, da utilizzarsi a nostro piacimento in ogni situazione della vita concreta, il Deuteronomio è un esempio classico di questo modo di procedere della Parola di Dio. In uno stile oratorio, che conserva tuttavia una sua organicità, questo libro permette l’approfondimento o il superamento di alcuni aspetti dottrinali e legislativi delle antiche tradizioni precedenti. Si può vedere, ad esempio, l’affermazione perentoria dell’unicità di Dio (6,4) sulla quale è fondata la prescrizione dell’unicità del luogo di culto (12,2-12); la riduzione della Pasqua a festa nazionale e centralizzata (16,5-6). Il Deuteronomio, più legato alla storia ed a motivazioni umanistiche, si pone in alternativa alla legislazione sacerdotale che invece è più legata alla santità ed alla trascendenza di Dio. Si nota questo soprattutto nel confronto delle due versioni del decalogo, nelle motivazioni del riposo sabbatico: la legislazione sacerdotale lo motiva con il riposo di Dio nel settimo giorno della creazione (Es 20, 11), la legislazione deuteronomica con la liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto (Dt 5, 15).
Nel contesto del Pentateuco il Deuteronomio è caratterizzato dall’imminenza della morte di Mosè (4,21s; 34,1-4). Colui che ha realizzato l’impresa epica della liberazione di Israele e che gli ha fornito una struttura giuridica e religiosa fondamentale, sta per accomiatarsi dal popolo ed abbandonare il campo. In questa situazione di commiato si capisce il tono accorato dei discorsi di Mosè, perché è proprio in questa situazione che si pronunciano le parole più sagge, quelle che toccano il cuore delle persone. Nessuna tradizione antica era finora riuscita ad esprimere in modo positivo, invitante e nello stesso tempo imperioso, l’obbligo imprescindibile di Israele di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (6,5). Gesù stesso coglierà l’importanza fondamentale di questa affermazione, nella quale, insieme a quella del Levitico riguardante il prossimo (Lv 19,18), vedrà riassunta tutta la legge ed i profeti (Mt 22, 37-40). In questo invito c’è tutto il cuore dell’Antico Testamento. Un cuore che rimane ancora valido per il cristiano di oggi, che nell’amore di Dio in Cristo trova la motivazione principale per amare i fratelli (1 Gv 2, 3-11).
Catechesi biblica 17
il libro del deuteronomio
1. Il titolo del libro
Il titolo originale ebraico del libro in ebraico, come per gli altri libri del Pentateuco è costituito dalle parole iniziali del libro stesso: « Queste sono le parole». Il nome di « Deuteronomio » è invece la traslitterazione in italiano e nelle altre lingue moderne del greco deuteronòmion che significa « seconda legge ». Tuttavia questo titolo è dovuto a un’errata traduzione della versione dei LXX di un termine ebraico che si trova in Dt 17,18 e che significa « una copia della legge » e non « seconda legge ». Nonostante questo evidente errore, il titolo greco si è rivelato abbastanza esatto in quanto il Deuteronomio contiene effettivamente una seconda legge che ripete in larga misura quella precedente, ma con un tono ed in un contesto diverso.
2. Lo scopo del libro
Il Deuteronomio è un complesso singolare a sé stante, legato, per molti aspetti caratteristici, più ai libri storici, che lo seguono, che a quelli che lo precedono. Tracce degli altri documenti, o tradizioni, del Pentateuco li troviamo soltanto nei capp. da 31 a 34. Per questo motivo il Deuteronomio può essere messo alla testa del blocco storico che, appunto per questo, viene chiamata la « storia deuteronomista » e che comprende i libri di Giosuè, dei Giudici, 1° e 2° Samuele, 1° e 2° Re.
Nel libro del Deuteronomio il protagonista è sempre Mosè, ma qui si tratta di un Mosè “inedito”. Mentre nei precedenti libri del Pentateuco, è soprattutto l’uomo dell’azione (egli stesso aveva confessato di non essere un gran parlatore - Es 4,10), nel Deuteronomio diventa un Mosè oratore: l’intero libro è infatti costituito da tre suoi grandi discorsi.
Nel primo discorso, che va da 1,1 a 4,40, Mosè ricapitola l’intera vicenda di Israele sotto la sua guida; nella parte esortativa del secondo discorso, che va dal 5,2 all’11,32, scopre le ragioni profonde che hanno fatto di Israele il popolo eletto e consacrato da Dio; ripropone pertanto una seconda volta la legislazione fondamentale (il decalogo 5,6-21) e la legislazione connessa come condizione base degli impegni che Israele si è assunto all’Horeb e ora si assume nuovamente nel rinnovo dell’alleanza che avviene questa volta a Moab (28,69); infine, nel terzo discorso, che va dal 29,1 al 30,20, pone il popolo di fronte all’alternativa della « benedizione » o della « maledizione », della scelta di Jahveh e quindi della vita, del rifiuto di Jahveh e quindi della morte o della sparizione nell’anonimato degli altri popoli.
Quello che sorprende più di tutto in questi discorsi è il tono. I precedenti libri dell’Esodo e dei Numeri ci avevano presentato un Mosè terrificante che infrange le tavole della legge ai piedi della montagna (Es 32,19s), un Mosè irritato a Massa e Meriba per le continue lamentele del popolo (Nm 20,10), un Mosè vendicatore dell’onore di Dio contro Kore (Nm 16,8s). Nel libro del Deuteronomio Mosè invece parla al cuore dei suoi ascoltatori e parla di amore, quell’amore che ha spinto Dio a prendere gratuitamente l’iniziativa nel confronti del popolo (Dt 7, 8), per cui il popolo doveva a sua volta amare Dio (Dt 6, 5). Il Deuteronomio si presenta quasi come un testamento in cui Mosè, avendo ormai condotto il popolo alle soglie della terra promessa, è consapevole che la sua vicenda personale sta per concludersi. Come se l’esperienza quarantennale del deserto e l’età avanzata gli avessero conferito il dono della parola, Mosè si trasforma in un oratore che interpella il popolo in modo accorato e persuasivo.
Se Mosè si comporta in questo modo, cercando di persuadere il popolo sulla necessità della fedeltà a Dio, è evidente che la situazione doveva essere piuttosto preoccupante, e certamente, non si riferiva a quella della fine della vita di Mosè, quando il popolo ebraico, capeggiato da Giosuè, si accingeva a conquistare la Palestina. Una delle ragioni principali di questa interpretazione sono le prescrizioni con le quali si apre il « Codice deuteronomico » che troviamo da 12,1 a 26,15. Queste parole risentono chiaramente della situazione in cui si era trovato il popolo di Israele una volta insediatosi nel territorio della Palestina, nel periodo dei re. Il comando di distruggere ogni forma di idolatria suppone che Israele si sia lasciato attirare dai culti cananei. Ecco allora il comando di adorare Dio in un solo posto. Non viene detto esplicitamente in quale posto ed in quale tribù, ma qui è chiaro che si allude al territorio della tribù di Giuda ed alla città di Gerusalemme dove si trovava il tempio. Questo ordine di adorare Dio in un solo posto viene dato in contrasto con quanto era stato detto in Es 20, 24: « in ogni luogo in cui farò si che il mio nome sia ricordato, verrò a te e ti benedirò ». L’esperienza di adorare Dio in ogni luogo si era rivelata pericolosa per il popolo ebraico e quindi andava modificata.
Essendo in questione la sopravvivenza stessa di Israele come popolo eletto di Dio, il momento è quanto mai drammatico. Ecco quindi il tono caldo ed accorato dell’oratore che si rivolge al popolo per salvarlo dalle conseguenze dell’idolatria. Le parole di questo accorato appello vengono messe nella bocca di Mosè per dare ad esse maggiore forza e maggiore autorità, ma è chiaro che esse non si rivolgono ai contemporanei di Mosè, ma a quelli dell’autore di questo libro, che utilizza del materiale letterario molto antico che poteva anche risalire a Mosè, a cui egli dà una nuova impostazione, per adattarlo alle nuove esigenze del periodo dei re.
Il Deuteronomio costituisce il tentativo più riuscito di rileggere la propria storia alla luce di un’economia divina che tesse le fila della vita di Israele attraverso le grandi categorie della promessa (ai padri), dell’ elezione (con l’esodo dalla schiavitù di Egitto), dell’alleanza (al Sinai e poi rinnovata a Moab) e, infine, della legge che da questa alleanza scaturisce e che impegna il popolo ebraico fin nelle profondità dell’anima. Tutta la storia successiva di Israele sarà influenzata dalla rilettura fatta dal libro del Deuteronomio e dagli altri libri che ad esso si ispirano.
Una visione teologica organica ed un clima di forte attesa fanno del Deuteronomio un capolavoro letterario ed un libro stimolante, in cui ogni credente può riconoscersi. Le promesse di Dio trovano la loro realizzazione nel corso della storia secondo il grandioso progetto di Dio.
4. Il “grande giorno” dell’espiazione (c. 16)
In questa festa annuale si vogliono ottenere la purificazione del santuario e della comunità. Si celebra in una data precisa (il 10 di Tisri), il personaggio ufficiale è solo il sommo sacerdote, che per l’unica volta entra nel “santo dei santi”, il luogo più sacro del tempio (prima della distruzione di Nabucodonosor, vi si trovava l’arca, le tavole dell’alleanza, il coperchio d’oro dell’arca e i cherubini d’oro).
Il rituale era in cinque parti: il sommo sacerdote riceveva due capri, su cui gettava le sorti (uno per Jhwh, uno per Azazel, forse un demone), riceveva un giovenco, che offriva quale sacrificio espiatorio per sé e la sua famiglia, immolava il capro per Jhwh per il popolo, con lo stesso rito compiuto per il giovenco. Al termine, imponeva le mani sul capro per Azazel, confessava le colpe del popolo, scaricandole su di esso, poi incaricava una persona di trascinare il capro nel deserto. Infine, il sacerdote cambiava le vesti indossate fino ad allora, per mettere abiti festivi e offrire gli olocausti per sé e per il popolo.
Era un giorno di riposo solenne, nessuno poteva lavorare, tutti dovevano compiere penitenze; su questo c’era un’insistenza singolare (16,34).
L’obiettivo di questi riti è, dunque, di ricoprire le colpe, volontarie o involontarie, accumulate nel corso dell’anno da parte della comunità e dei suoi sacerdoti. Si tratta, più che di espiazione, di ritrovare una condizione di purità che permetta il buon funzionamento del culto.
Catechesi biblica 13
IL LIBRO DEL LEVITICO (1)
Il terzo libro del Pentateuco è denominato dagli ebrei Wajjiqra (=chiamò); a partire dalla versione greca dei LXX ebbe il titolo di Levitico, perché l’argomento trattato interessa particolarmente i sacerdoti, che appartengono alla tribù di Levi.
Si presenta come un insieme essenzialmente legislativo, nel quale sono presenti delle parti narrative (per esempio, cc. 8-9). Le leggi sono attribuite prevalentemente ad autori sacerdotali, prima quelli esiliati a Babilonia, poi quelli che assicurano il funzionamento del tempio dal 515 a.C. circa in poi. Nel testo attuale, però, si notano delle aggiunte successive, che evidenziano un’evoluzione della legislazione. (cfr. Lev 25,5-6).
Il libro è in continuità con quello dell’Esodo: dopo che sono state narrate l’alleanza tra Jhwh e Israele, le leggi civili e religiose e le disposizioni riguardanti il culto, con questo libro sono regolati i vari aspetti del culto, con i riti e i sacrifici per le diverse circostanze e le norme precise relative ai sacerdoti. Siamo ancora nella piana del Sinai, e con la mediazione di Mosè Israele riceve da Dio le disposizioni che lo distinguono dagli altri popoli.
L’insieme del libro accorda ai sacerdoti un ruolo particolarmente importante nella vita del popolo: con la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C. e la fine della monarchia la mediazione tra Dio e il popolo non può più avvenire attraverso la figura del re. Il culto diventa il luogo privilegiato d’incontro tra Jhwh e Israele: da questo deriva il risalto dato alle figure e alle funzioni del sacerdote.
Possiamo suddividere il libro in cinque parti.
- La legge dei sacrifici (cc. 1 – 7)
Lev 1,2 dà inizio a tre capitoli, che indicano le leggi, il rituale e le ulteriori specificazioni dei primi tre grandi sacrifici. Nei capitoli 4 e 5 sono indicati altri due sacrifici. Nei cc. 6,1 – 7,18 c’è una raccolta di norme rituali sui sacrifici dei capitoli precedenti, riveduti secondo il punto di vista dei sacerdoti, e perciò indirizzati ad Aronne e alla sua dinastia sacerdotale.
a) olocausto (in greco significa “tutto bruciato”): sacrificio nel quale tutto saliva sull’altare, per essere bruciato in onore della divinità. Il corrispondente termine ebraico indica “ciò che sale in cielo” o “ciò che sale sull’altare”. Era il più nobile dei sacrifici: si richiede una vittima di sesso maschile, senza difetti, e una partecipazione attiva dell’offerente (uccidere, scorticare, lavare la vittima), che anche con i gesti evidenzia l’aspetto di comunione e solidarietà con la vittima.
b) oblazione: sacrificio incruento, che consiste nell’offerta di vegetali, accompagnata dall’offerta di olio, vino, incenso. Il testo sottolinea come le relazioni tra Jhwh e il popolo siano da valutare sulla base dell’alleanza del Sinai, e fa riferimento all’uso del sale, originato dal pasto preso in comune, per stringere amicizia, e utilizzato anche per la composizione dell’incenso.
c) pacifico: solo una parte della vittima sale sull’altare, mentre l’altra serve per il convivio sacro, nel quale “si mangiava e beveva davanti a Dio”. La denominazione deriva dal risalto dato alla comunione tra il fedele e il suo Dio, nella conferma dell’alleanza. Si divide in tre sottospecie: ringraziamento, spontaneo e votivo.
d) di espiazione: molto complesso, per rito e motivazioni. Si prevede una quadruplice distinzione, a seconda che i peccati siano del sommo sacerdote, di tutta la comunità, di un capo della comunità o di un fedele. Il principio base è che una mancanza grave del sommo sacerdote e della comunità interrompeva la relazione tra il tempio (residenza di Dio e fonte di vita per la nazione) e il popolo, quindi tra Dio e i fedeli. Nei primi due casi era molto sviluppato il rito del sangue, con carattere purificatorio o unitivo.
e) di riparazione: nonostante i dubbi che lo riguardano, ci sono questi elementi: aveva luogo nei casi di lesioni al diritto di proprietà o mancanze materialmente valutabili; per il rituale non era necessaria la presenza del peccatore, elemento dominante è la restituzione, con l’aggiunta del profitto ricavato e una multa di un quinto del valore totale. Tutto ciò doveva avvenire prima dei sacrifici richiesti.
2. La legge per la consacrazione e l’ investitura dei sacerdoti
(cc. 8-10)
Questa seconda parte contiene la minuta descrizione dell’esecuzione degli ordinamenti divini in materia dati a Mosè in Esodo; è lo stesso Mosè a compiere i riti. Dopo questo complesso rituale “appare la gloria di Jhwh su tutto il popolo” (9,23). Il rituale contiene anche tre indicazioni fondamentali per il sacerdozio: Dio è santo e si dimostra tale in chiunque gli si accosta; il sacerdote ha anche il compito di ammaestrare il popolo; quando sta per entrare nelle sue funzioni il sacerdote non deve bere vino né bevanda inebriante.
3. La legge di purità (cc. 11-15)
Sono capitoli veramente caratteristici della legge dell’antico Israele, che trattano dell’impurità di certi animali, di stati particolari, di ciò che priva della purità e dei mezzi necessari per riacquistarla. La nozioni di purità e impurità, distinguendo l’impurità innata da quella acquisita, per esempio a causa di una malattia, vanno considerate nel contesto del dispositivo cultuale, che è al centro della vita della comunità. I sacrifici sono il mezzo privilegiato per mettere fine a uno stato di impurità; l’altro mezzo di purificazione sono i lavaggi o le abluzioni di acqua.
Sono norme difficili per noi da comprendere, ma poste in relazione alla santità divina, sottraendone l’osservanza a ogni possibile credenza magica: “Sarete santi, perché io sono santo” (11,45). Alcune sono riprese in NT, per esempio la circoncisione del bambino e l’offerta delle due tortore al tempio da parte di Maria e Giuseppe.
santo", il colle ove si erge il tempio e la cittadella di Davide. Poi entrano in campo "le dimore", cioè il santuario di Sion con tutti i vari spazi ed edifici che le compongono. Viene, quindi, "l’altare di Dio" , la sede dei sacrifici e del culto ufficiale di tutto il popolo. La meta ultima e decisiva è il Dio della gioia, è l’abbraccio, l’intimità ritrovata con Lui, prima lontano e silenzioso.
4. Tutto, a quel punto, diviene canto, letizia, festa (cfr v. 4). Nell’originale ebraico si parla del "Dio che è gioia del mio giubilo". Si tratta di un modo di dire semitico per esprimere il superlativo: il Salmista vuole sottolineare che il Signore è la radice di ogni felicità, è la gioia suprema, è la pienezza della pace. La traduzione greca dei Settanta è ricorsa, sembra, a un termine equivalente aramaico che indica la giovinezza e ha tradotto "al Dio che rallegra la mia giovinezza", introducendo così l’idea della freschezza e dell’intensità della gioia che il Signore dona. Il salterio latino della Vulgata, che è una traduzione fatta sul greco, dice quindi: "ad Deum qui laetificat juventutem meam". In questa forma il Salmo veniva recitato ai piedi dell’altare, nella precedente liturgia eucaristica, quale invocazione introduttoria all’incontro col Signore.
5. Il lamento iniziale dell’antifona dei Salmi 41-42 risuona per l’ultima volta in finale (cfr Sal 42, 5). L’orante non ha raggiunto ancora il tempio di Dio… L’appello è, a questo punto, maggiormente segnato dalla speranza. Osserva sant’Agostino…: "Spera in Dio, risponderà alla sua anima colui che da essa è turbato… Vivi frattanto nella speranza. La speranza che si vede non è speranza; ma se speriamo ciò che non vediamo è per mezzo della pazienza che noi l’aspettiamo (cfr Rm 8, 24-25)" (Esposizione sui Salmi I).
Il Salmo diventa, allora, la preghiera di chi è pellegrino sulla terra e si trova ancora in contatto col male e con la sofferenza, ma ha la certezza che il punto d’arrivo della storia non è un baratro di morte, bensì l’incontro salvifico con Dio. Questa certezza è ancora più forte per i cristiani, ai quali la Lettera agli Ebrei proclama: "Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa, e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele" (Eb 12, 22-24).
Catechesi biblica 36
Salmo 18 A- Inno al Dio creatore
Lodi Lunedì 2a Settimana (Lettura: Sal 18, 2-7)
1. Il sole, con il suo progressivo sfolgorare nel cielo, con lo splendore della sua luce, con il calore benefico dei suoi raggi ha conquistato l’umanità fin dalle sue origini. In molti modi gli esseri umani hanno manifestato la loro gratitudine per questa fonte di vita e di benessere… Lo stupendo Salmo 18, di cui è stata proclamata la prima parte, non è solo una preghiera innica di straordinaria intensità; esso è anche un canto poetico innalzato al sole e al suo irradiarsi sulla faccia della terra. Il Salmista si affianca alla… serie dei cantori dell’antico Vicino Oriente… Ma per l’uomo della Bibbia... il sole non è un dio, ma una creatura al servizio dell’unico Dio e creatore. Basti riandare con la memoria alle parole della Genesi: "Dio disse: Ci siano luci nel firmamento del cielo … Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte… E Dio vide che era cosa buona" (Gn 1, 14.16.18).
2. Prima di percorrere i versetti del Salmo scelti dalla Liturgia, gettiamo uno sguardo al suo insieme. Il Salmo 18 è simile a un dittico. Nella prima parte (vv. 2-7) - quella che ora è diventata la nostra preghiera - troviamo un inno al Creatore, la cui misteriosa grandezza si manifesta nel sole e nella luna. Nella seconda parte del Salmo (vv. 8-15) incontriamo invece un inno sapienziale alla Torah, cioè alla Legge di Dio. Ambedue le parti sono attraversate da un filo conduttore comune: Dio rischiara l’universo col fulgore del sole e illumina l’umanità con lo splendore della sua Parola contenuta nella Rivelazione biblica. Si tratta quasi di un doppio sole: il primo è una epifania cosmica del Creatore, il secondo è una manifestazione storica e gratuita di Dio Salvatore. Non per nulla la Torah, la Parola divina, è descritta con tratti "solari": "I comandi del Signore sono radiosi, danno luce agli occhi" (v. 9).
3. …la prima parte del Salmo… si apre con una… personificazione dei cieli, che all’Autore sacro appaiono testimoni eloquenti dell’opera creatrice di Dio (vv. 2-5). Essi, infatti, "narrano", "annunziano" le meraviglie dell’opera divina (cfr v. 2). Anche il giorno e la notte sono raffigurati come messaggeri che trasmettono la grande notizia della creazione. Si tratta di una testimonianza silenziosa, che tuttavia si fa sentire con forza, come una voce che percorre tutto il cosmo. Con lo sguardo interiore dell’anima, con l’intuizione religiosa non distratta dalla superficialità, l’uomo e la donna possono scoprire che il mondo non è muto ma parla del Creatore. Come dice l’antico sapiente, "dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore" (Sap 13, 5). Anche san Paolo ricorda ai Romani che "dalla creazione del mondo in poi, le sue (di Dio) perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute" (Rm 1, 20).
4. L’inno, poi, cede il passo al sole. Il globo luminoso è dipinto dal poeta ispirato come un eroe guerriero che esce dalla stanza nuziale ove ha trascorso la notte, esce cioè dal grembo delle tenebre ed inizia la sua corsa instancabile nel cielo (vv. 6-7). È simile a un atleta che non conosce sosta o stanchezza, mentre tutto il nostro pianeta è avvolto dal suo calore irresistibile. Il sole è, quindi, paragonato a uno sposo, a un eroe, a un campione che, per ordine divino, ogni giorno deve compiere un lavoro, una conquista e una corsa.... Ed ecco, il Salmista addita il sole fiammeggiante in pieno cielo, mentre tutta la terra è avvolta dal suo calore, l’aria è immobile, nessun angolo dell’orizzonte può sfuggire alla sua luce.
5. L’immagine solare del Salmo è ripresa dalla liturgia pasquale cristiana per descrivere l’esodo trionfante di Cristo dal buio del sepolcro e il suo ingresso nella pienezza della vita nuova della risurrezione. La liturgia bizantina canta nel Mattutino del Sabato Santo: "Come il sole si leva dopo la notte tutto radioso nella sua luminosità rinnovata, così anche Tu, o Verbo, risplenderai di un nuovo chiarore quando, dopo la morte, lascerai il tuo letto nuziale". Un’Ode del Mattutino di Pasqua collega la rivelazione cosmica con l’evento pasquale di Cristo: "Gioisca il cielo ed esulti con lui anche la terra, perché l’universo intero, quello visibile e quello invisibile, prende parte a questa festa: è risuscitato il Cristo nostra gioia perenne"… Un’altra... conclude: "Il Cristo nostra Pasqua si è alzato dalla tomba come un sole di giustizia irradiando su tutti noi lo splendore della sua carità".
La liturgia romana non è esplicita come quella orientale nel paragonare Cristo al sole. Descrive tuttavia le ripercussioni cosmiche della risurrezione, quando apre il canto di Lode al mattino di Pasqua col famoso inno… "Sfolgora di luce l’aurora, di canti esulta il cielo, gode danzando il mondo, geme negli urli l’inferno".
6. L’interpretazione cristiana del Salmo non cancella, comunque, il suo messaggio di base, che è un invito a scoprire la parola divina presente nel creato. Certo, come si dirà nella seconda parte del Salmo, c’è un’altra e più alta Parola, più preziosa della stessa luce, quella della Rivelazione biblica.
Tuttavia, per quanti hanno orecchi attenti e occhi non velati, il creato costituisce come una prima rivelazione, che ha un suo linguaggio eloquente: essa è quasi un altro libro sacro le cui lettere sono rappresentate dalla moltitudine di creature presenti nell’universo. Afferma san Giovanni Crisostomo: "Il silenzio dei cieli è una voce più risonante di quella di una tromba: questa voce grida ai nostri occhi e non alle nostre orecchie la grandezza di chi li ha fatti" (PG 49, 105). E sant’Atanasio: "Il firmamento, attraverso la sua magnificenza, la sua bellezza, il suo ordine, è un predicatore prestigioso del suo artefice, la cui eloquenza riempie l’universo" (PG 27, 124).
Salmo 42 - Desiderio del Tempio di Dio
Lodi Martedì 2a Settimana (Lettura: Sal 42, 1.3-4)
1. …I Salmi 41 e 42 costituiscono… un unico canto, scandito in tre parti dalla stessa antifona: "Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio"… Queste parole, simili a un soliloquio, esprimono i sentimenti profondi del Salmista. Egli si trova lontano da Sion, punto di riferimento della sua esistenza perché sede privilegiata della presenza divina e del culto dei fedeli. Sente, perciò, una solitudine fatta di incomprensione e persino di aggressione da parte degli empi, aggravata dall’isolamento e dal silenzio da parte di Dio. Il Salmista, però, reagisce contro la tristezza con un invito alla fiducia, che egli rivolge a se stesso, e con una bella affermazione di speranza: egli conta di poter ancora lodare Dio, "salvezza del suo volto". Nel Salmo 42, anziché parlare soltanto a se stesso…, il Salmista si rivolge a Dio e lo supplica di difenderlo contro gli avversari. Riprendendo quasi alla lettera un’invocazione annunziata nell’altro Salmo (cfr 41, 10), l’orante rivolge questa volta effettivamente a Dio il suo grido desolato: "Perché mi respingi, perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?" (Sal 42, 2).
2. …egli sente che la parentesi oscura della lontananza sta per finire ed esprime la certezza del ritorno a Sion… La città santa non è più la patria perduta… (cfr Sal 41, 3-4), è invece la meta gioiosa, verso la quale si è in marcia. La guida del ritorno a Sion sarà la "verità" di Dio e la sua "luce" (cfr Sal 42, 3). Il Signore stesso sarà il fine ultimo del viaggio. Egli è invocato come giudice e difensore (cfr vv. 1-2). Tre verbi marcano il suo intervento…: "Fammi giustizia", "difendi la mia causa", "liberami" (v. 1). Sono quasi tre stelle di speranza, che si accendono nel cielo tenebroso della prova e segnalano l’imminente aurora della salvezza.
È significativa la rilettura che sant’Ambrogio fa di questa esperienza… applicandola a Gesù che prega nel Getsemani: "Non voglio che ti meravigli se il profeta dice che la sua anima era scossa, dal momento che lo stesso Signore Gesù disse: Ora l’anima mia è turbata. Chi infatti ha preso sopra di sé le nostre debolezze, ha preso anche la nostra sensibilità, per effetto della quale era triste fino alla morte, ma non per la morte. Non avrebbe potuto provocare mestizia una morte volontaria, dalla quale dipendeva la felicità di tutti gli uomini… Era dunque triste fino alla morte, nella attesa che la grazia fosse portata a compimento. Lo dimostra la sua stessa testimonianza, quando dice della sua morte: C’e un battesimo con il quale devo essere battezzato: e come sono angosciato finché non sia compiuto! (Le rimostranze di Giobbe e di Davide).
3. …nel prosieguo del Salmo 42, davanti agli occhi del Salmista sta per aprirsi la soluzione tanto sospirata: il ritorno alla sorgente della vita e della comunione con Dio. La "verità", ossia la fedeltà amorosa del Signore, e la "luce", cioè la rivelazione della sua benevolenza, sono raffigurate come messaggere che Dio stesso invierà dal cielo per prendere per mano il fedele e condurlo verso la meta desiderata (cfr Sal 42, 3). Molto eloquente è la sequenza delle tappe di avvicinamento a Sion… Prima appare "il monte
Importanza del libro del Levitico
Gli studiosi sono concordi nell’affermare che nel libro confluisce materiale antichissimo, con aggiunte posteriori, fino al tempo postesilico, quando è avvenuta la sua attuale composizione. Anche se il suo contenuto non ne favorisce la lettura, notevole è stato il suo influsso anche sui rituali della chiesa.
Ecco alcuni tra i principi più interessanti: il servizio liturgico è diretto a imprimere nei fedeli il senso della santità di Jhwh. I sacrifici vanno considerati secondo l’ottica del dono, e sono un mezzo per attuare la comunione con la divinità. Il peccato, che può essere volontario o involontario, è visto come trasgressione di una legge nota, che allontana da Dio, contamina il tempio, la terra e la persona. L’imitazione di Dio è la condizione indispensabile della vera religione: il fedele è chiamato alla santità perché santo è il suo Dio. Molto marcata l’esigenza sui doveri di giustizia, rispetto e amore sia verso il popolo che verso gli stranieri.
Catechesi biblica 14
IL LIBRO DEL LEVITICO (2)
La legge di santità (cc. 17 – 26)
Questo libretto è uno dei più antichi codici d’Israele. La denominazione “legge di santità” è suggerita dall’espressione ricorrente in questi capitoli: “Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo”.
L’insistenza è posta sulla distinzione del sacro dal profano: è necessaria l’osservanza delle leggi morali e cultuali per poter essere in relazione con Dio, il Dio dell’alleanza.
Si può suddividere in quattro sezioni:
- Prescrizioni sulla macellazione sacra (17,1-16) – Le uccisioni di animali rivestono sempre un carattere sacro: per nessun motivo ci si può cibare di sangue, né di un animale trovato morto.
- Prescrizioni morali (cc. 18-20) – Gli ebrei devono rispettare i genitori, aborrire gli idoli, pensare nel lavoro dei campi anche al povero e al bisognoso, non devono vendicarsi né serbare rancore, devono rispettare gli anziani, non frodare, non rubare, non mentire, rispettare il sordo e il cieco… tutto ciò in contrapposizione con la morale di altri popoli dell’antichità, soprattutto quelli vicini. La dimensione etica delle prescrizioni non è specifica del codice, ma si ritrova in alcuni codici anteriori. Da notare, in riferimento allo “straniero residente”, il ger, la perfetta eguaglianza di trattamento con il nativo del paese, frutto della rielaborazione dell’esperienza del popolo in Egitto.
Sono tante le indicazioni presentate in questi capitoli e riprese nel NT. I cc 21 e 22 sono prescrizioni riguardanti i sacerdoti e il loro ufficio.
Feste annuali, anno sabbatico e giubileo (cc. 23 – 25) – Nel c. 23 c’è uno dei cinque calendari liturgici del Pentateuco, ma nessuno è completo. In tutti i calendari sono indicate le tre feste stagionali che comportano un pellegrinaggio al santuario: in primavera pasqua e azzimi; in estate la festa delle settimane (o pentecoste); in autunno la festa del raccolto (o delle capanne). Sono celebrate a data fissa. Mentre per la prima il motivo è teologico (l’uscita dall’Egitto), le altre due sono legate al ritmo della vita agricola. In questo capitolo si menzionano anche il sabato (v. 3), il capodanno e giorno dell’espiazione (vv. 23-32).
Il sabato è la prima delle feste: è giorno di riposo, che permette il ricordo della sovranità di Dio sul cosmo: è il mezzo privilegiato con cui la comunità professa la fede in Jhwh come Dio creatore.
Il capitolo 24 è dedicato a diverse prescrizioni, tra cui la legge del taglione (vv. 17-22).
Il capitolo 25 è dedicato all’anno sabbatico e al giubileo, che non hanno nessun riscontro in altre legislazioni dell’Antico Oriente. Entrambi questi istituti avevano lo scopo di porre limiti al diritto di proprietà, riconducendolo a una certa uguaglianza e si prefiggevano di tutelare il principio secondo cui la terra è proprietà di Dio, unico Signore, e il popolo ne ha l’usufrutto; inoltre, andava tutelato ogni ebreo che per qualsiasi motivo si fosse ridotto a uno stato di servitù.
Ecco i dati essenziali dell’anno sabbatico: un padrone non poteva tenere un servo ebreo più di sei anni; al settimo dovevo liberarlo. Per la serva i limiti erano ancora più stretti. Inoltre, era indicato anche il riposo della terra; i debiti venivano rimossi o sospesi: era un grande anno del condono, e la sua osservanza attira la benedizione di Dio (cfr. Dt 15,10).
In questo ideale di giustizia, il codice sacerdotale aggiunge un testo nuovo, quello sull’anno giubilare. Il nome deriva dall’ebraico jobel, un corno di montone usato per annunziare l’inizio di quest’anno, che cadeva al termine di sette settimane di anni, quindi cinquant’anni, nel giorno dell’espiazione.
Le terre restavano incolte e ogni abitante ritornava proprietario del proprio patrimonio familiare. Le transazioni fondiarie dovevano essere fatte calcolando gli anni che separavano dal giubileo, poiché non si vendeva o comprava il suolo, ma un certo numero di raccolti o un certo tempo di usufrutto. Anche i debiti e il prezzo di riscatto dei servi ebrei erano calcolati in base agli anni che separavano dal giubileo.
Nessun testo assicura la pratica dell’anno giubilare, ma non si può non notare che la sua redazione è una straordinaria conquista della legge anticotestamentaria.
- Conclusione (c. 26) – Testo con benedizioni e maledizioni, conseguenza dell’osservanza o meno delle leggi dell’alleanza. Proprio perché l’alleanza è frutto della benevolenza divina, anche i castighi contro i trasgressori della legge non sono pene vendicative, ma mirano a un ravvedimento, a un nuovo inizio.
Il libro del Levitico termina con il c. 27, un’appendice che contiene le tariffe e i riscatti per le persone e le cose votate a Dio.
Signore conduce il suo fedele alla vittoria sul male e alla salvezza. Il poeta sacro usa immagini forti e vivaci: gli avversari crudeli sono paragonati ad uno sciame d’api o a un fronte di fiamme che avanza riducendo tutto in cenere (cfr v. 12). Ma la reazione del giusto, sostenuto dal Signore, è veemente; per tre volte si ripete: "Nel nome del Signore li ho sconfitti" e il verbo ebraico evidenzia un intervento distruttivo nei confronti del male (cfr vv. 10.11.12). Alla radice, infatti, c’è la destra potente di Dio, cioè la sua opera efficace, e non certo la mano debole e incerta dell’uomo. Ed è per questo che la gioia per la vittoria sul male si apre ad una professione di fede molto suggestiva: "Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza" (v. 14).
4. La processione sembra essere giunta al tempio, alle "porte della giustizia" (v. 19), cioè alla porta santa di Sion. Qui si intona un secondo canto di ringraziamento, che è aperto da un dialogo tra l’assemblea e i sacerdoti per essere ammessi al culto. "Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore", dice il solista a nome dell’assemblea processionale. "È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti" (v. 20), rispondono altri, probabilmente i sacerdoti. Una volta entrati si può dar voce all’inno di gratitudine al Signore, che nel tempio si offre come "pietra" stabile e sicura su cui edificare la casa della vita (cfr Mt 7, 24-25). Una benedizione sacerdotale scende sui fedeli, che sono entrati nel tempio per esprimere la loro fede, elevare la loro preghiera e celebrare il culto.
5. L’ultima scena che si apre davanti ai nostri occhi è costituita da un rito gioioso di danze sacre, accompagnate da un festoso agitare di fronde: "Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare" (v. 27). La liturgia è gioia, incontro di festa, espressione dell’intera esistenza che loda il Signore. Il rito delle fronde fa pensare alla solennità ebraica delle Capanne, memoria del pellegrinaggio di Israele nel deserto, solennità nella quale si compiva una processione con rami di palme, mirto e salice. Questo stesso rito evocato dal Salmo si ripropone al cristiano nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, celebrato nella liturgia della Domenica delle Palme. Cristo è osannato come "figlio di Davide" (cfr Mt 21, 9) dalla folla che, "venuta per la festa… prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!" (Gv 12, 12-13). In quella celebrazione festosa che, però, prelude all’ora della passione e morte di Gesù, si attua e comprende in senso pieno anche il simbolo della pietra angolare, proposto in apertura…
Il Salmo 117 rincuora i cristiani a riconoscere nell’evento pasquale di Gesù "il giorno fatto dal Signore", in cui "la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo". Col Salmo essi possono cantare pieni di gratitudine: "Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza" (v. 14); "Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso" (v. 24).
(Giovanni Paolo II – Udienze del 28 novembre e del 5 dicembre 2001)
Catechesi biblica 32
Salmo 116, Invito a lodare Dio per il suo amore
Lodi Sabato 1a Settimana
1. È questo il più breve di tutti i Salmi, composto nell’originale ebraico di sole diciassette parole, delle quali nove sono quelle particolarmente rilevanti. È una piccola dossologia, cioè un canto essenziale di lode, che idealmente potrebbe fungere da sigillo a preghiere inniche più ampie. Così è accaduto talora nella liturgia, un po’ come avviene col nostro Gloria Patri, che poniamo a conclusione della recita di ogni Salmo. In verità queste poche parole oranti si rivelano significative e profonde per esaltare l’alleanza tra il Signore e il suo popolo, all’interno di una prospettiva universale. In questa luce il primo versetto del Salmo è assunto dall’apostolo Paolo per invitare tutti i popoli del mondo a glorificare Dio. Scrive, infatti, ai cristiani di Roma: "Le nazioni pagane glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:… Lodate, nazioni tutte, il Signore; i popoli tutti lo esaltino" (Rm 15,9.11).
2. Il breve inno che stiamo meditando si apre… con un invito alla lode, che non è indirizzato solo a Israele, ma a tutti i popoli della terra. Un alleluia deve sgorgare dai cuori di tutti i giusti che cercano e amano Dio con cuore sincero. Ancora una volta il Salterio riflette una visione di vasto respiro, alimentata probabilmente dall’esperienza vissuta da Israele durante l’esilio a Babilonia nel sesto secolo a. C.: il popolo ebraico incontrò allora altre nazioni e culture e sentì il bisogno di annunziare la propria fede a coloro tra i quali viveva. C’è nel Salterio la consapevolezza che il bene fiorisce in tanti terreni e può essere quasi convogliato e diretto verso l’unico Signore e Creatore.
Potremmo, perciò, parlare di un "ecumenismo" della preghiera, che stringe in un unico abbraccio popoli differenti per origine, storia e cultura. Siamo nella linea della grande "visione" di Isaia che descrive "alla fine dei giorni" l’affluire di tutte le genti verso "il monte del tempio del Signore". Cadranno, allora, dalle mani le spade e le lance; anzi, esse verranno forgiate in vomeri e falci, perché l’umanità viva in pace, cantando la sua lode all’unico Signore di tutti, ascoltandone la parola e osservandone la legge (cfr Is 2,1-5).
3. Israele, il popolo dell’elezione, ha in questo orizzonte universale una missione da espletare. Deve proclamare due grandi virtù divine, che ha sperimentato vivendo l’alleanza col Signore (cfr v. 2). Queste due virtù, che sono come i lineamenti fondamentali del volto divino, il "buon binomio" di Dio, per dirla con san Gregorio di Nissa (cfr Sui titoli dei Salmi), sono espresse con altrettanti vocaboli ebraici che, nelle traduzioni, non riescono a brillare in tutta la loro ricchezza di significato.
Il primo è hésed, un termine ripetutamente usato dal Salterio... Esso vuole indicare la trama dei sentimenti profondi che intercorrono tra due persone, legate da un vincolo autentico e costante. Abbraccia, perciò, valori come l’amore, la fedeltà, la misericordia, la bontà, la tenerezza. Tra noi e Dio c’è, dunque, una relazione che non è fredda, come quella che intercorre tra un imperatore e il suo suddito, ma palpitante, come quella che si sviluppa tra due amici, tra due sposi, tra genitori e figli.
4. Il secondo vocabolo è ’eméted è quasi sinonimo del primo. Anch’esso è caro al Salterio, che lo ripete quasi la metà di tutte le volte in cui risuona nel resto dell’Antico Testamento. Il termine di per sé esprime la "verità", cioè la genuinità di un rapporto, la sua autenticità e lealtà, che si conserva nonostante gli ostacoli e le prove; è la fedeltà pura e gioiosa che non conosce incrinature. Non per nulla il Salmista dichiara che essa "dura in eterno" (v. 2). L’amore fedele di Dio non verrà mai meno e non ci abbandonerà a noi stessi o all’oscurità del non-senso, di un destino cieco, del vuoto e della morte. Dio ci ama con un amore incondizionato, che non conosce stanchezza, che non si spegne mai...
5. Le parole che il salmo ci suggerisce sono come un’eco del cantico che risuona nella Gerusalemme celeste, dove una folla immensa di ogni lingua, popolo e nazione, canta la gloria divina davanti al trono di Dio e all’Agnello (cfr Ap 7,9). A questo cantico la Chiesa pellegrinante si unisce con infinite espressioni di lode, modulate spesso dal genio poetico e dall’arte musicale. Pensiamo - per esempio - al Te Deum, di cui generazioni di cristiani si sono avvalsi lungo i secoli per lodare e ringraziare: "Te Deum laudamus, te Dominum confitemur, te aeternum Patrem omnis terra veneratur". Da parte sua, il piccolo Salmo… è un’efficace sintesi della perenne liturgia di lode con cui la Chiesa si fa voce nel mondo, unendosi alla lode perfetta che Cristo stesso rivolge al Padre.
Lodiamo, dunque, il Signore! Lodiamolo senza stancarci. Ma la nostra lode sia espressa con la vita, prima che con le parole. Saremmo infatti ben poco credibili, se col nostro Salmo invitassimo i popoli a dar gloria al Signore, e non prendessimo sul serio il monito di Gesù: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,16). Cantando il Salmo 116... la Chiesa, Popolo di Dio, si sforza di diventare essa stessa un cantico di lode.
Salmo 117, Canto di gioia e di vittoria
Lodi Domenica 2a Settimana (Lettura: Sal 117, 1-2.19-20.22.24).
1. Quando il cristiano, in sintonia con la voce orante di Israele, canta il Salmo 117… prova dentro di sé un fremito particolare. Egli trova, infatti, in questo inno di forte impronta liturgica due frasi che echeggeranno all’interno del Nuovo Testamento con una nuova tonalità. La prima è costituita dal v. 22: "La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo". Questa frase è citata da Gesù, che la applica alla sua missione di morte e di gloria, dopo aver narrato la parabola dei vignaioli omicidi (cfr Mt 21, 42). La frase è richiamata anche da Pietro negli Atti degli Apostoli: "Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (At 4, 11-12). Commenta Cirillo di Gerusalemme: "Uno solo diciamo il Signore Gesù Cristo, affinché la filiazione sia unica; uno solo diciamo, perché tu non pensi che ve ne sia un altro… Infatti è chiamato pietra, non inanimata né tagliata da mani umane, ma pietra angolare, perché colui che avrà creduto in essa non rimarrà deluso" (Le Catechesi).
La seconda frase che il Nuovo Testamento desume dal Salmo 117 è proclamata dalla folla nel solenne ingresso messianico di Cristo in Gerusalemme: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!" (Mt 21, 9; cfr Sal 117, 26). L’acclamazione è incorniciata da un "Osanna" che riprende l’invocazione ebraica hoshiac na’, "deh, salvaci!".
2. Questo splendido inno biblico è collocato all’interno della piccola raccolta di Salmi, dal 112 al 117, detta lo "Hallel pasquale", cioè la lode salmica usata dal culto ebraico per la Pasqua e anche per le principali solennità dell’anno liturgico. Il filo conduttore del Salmo 117 può essere considerato il rito processionale, scandito forse da canti per il solista e per il coro, sullo sfondo della città santa e del suo tempio. Una bella antifona apre e chiude il testo: "Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia" (vv. 1.29). La parola "misericordia" traduce la parola ebraica hesed, che designa la fedeltà generosa di Dio nei confronti del suo popolo alleato e amico. A cantare questa fedeltà sono coinvolte tre categorie di persone: tutto Israele, la "casa di Aronne", cioè i sacerdoti, e "chi teme Dio", una locuzione che indica i fedeli e successivamente anche i proseliti, cioè i membri delle altre nazioni desiderosi di aderire alla legge del Signore (cfr vv. 2-4).
3. La processione sembra snodarsi per le vie di Gerusalemme, perché si parla delle "tende dei giusti" (cfr v. 15). Si leva, comunque, un inno di ringraziamento (cfr vv. 5-18), il cui messaggio è essenziale: anche quando si è nell’angoscia bisogna conservare alta la fiaccola della fiducia, perché la mano potente del
Catechesi biblica 29
Salmo 50 - Pietà di me, o Signore-
Lodi Venerdì (Lettura: Sal 50,3-5.11-12.19)"
1. Il Miserere è una delle preghiere più celebri del Salterio, il più intenso e ripetuto Salmo penitenziale, il canto del peccato e del perdono, la più profonda meditazione sulla colpa e sulla grazia. La Liturgia delle Ore ce lo fa ripetere alle Lodi di ogni venerdì. Da secoli e secoli sale al cielo da tanti cuori di fedeli ebrei e cristiani come un sospiro di pentimento e di speranza rivolto a Dio misericordioso. La tradizione giudaica ha posto il Salmo sulle labbra di Davide sollecitato alla penitenza dalle parole severe del profeta Natan (cfr vv. 1-2; 2Sam 11-12), che gli rimproverava l’adulterio compiuto con Betsabea e l’uccisione del marito di lei, Uria. Il Salmo, tuttavia, si arricchisce nei secoli successivi, con la preghiera di tanti altri peccatori, che recuperano i temi del "cuore nuovo" e dello "Spirito" di Dio infuso nell’uomo redento, secondo l’insegnamento dei profeti Geremia ed Ezechiele (cfr v. 12; Ger 31,31-34; Ez 11,19; 36, 24-28).
2. Due sono gli orizzonti che il Salmo 50 delinea. C’è innanzitutto la regione tenebrosa del peccato (cfr vv. 3-11), in cui è situato l’uomo fin dall’inizio della sua esistenza: "Ecco, nella colpa sono stato generato, peccatore mi ha concepito mia madre" (v. 7). Anche se questa dichiarazione non può essere assunta come una formulazione esplicita della dottrina del peccato originale quale è stata delineata dalla teologia cristiana, è indubbio che essa vi corrisponde: esprime infatti la dimensione profonda dell’innata debolezza morale dell’uomo. Il Salmo appare in questa prima parte come un’analisi del peccato, condotta davanti a Dio. Tre sono i termini ebraici usati per definire questa triste realtà, che proviene dalla libertà umana male impiegata.
3. Il primo vocabolo, hattá, significa letteralmente un "mancare il bersaglio": il peccato è un’aberrazione che ci conduce lontano da Dio, meta fondamentale delle nostre relazioni, e per conseguenza anche dal prossimo.
Il secondo termine ebraico è ‘awôn, che rinvia all’immagine del "torcere", del "curvare". Il peccato è, quindi, una deviazione tortuosa dalla retta via; è l’inversione, la distorsione, la deformazione del bene e del male, nel senso dichiarato da Isaia: "Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre" (Is 5,20). Proprio per questo motivo nella Bibbia la conversione è indicata come un "ritornare" (in ebraico shûb) sulla retta via, compiendo una correzione di rotta.
La terza parola con cui il Salmista parla del peccato è peshá. Essa esprime la ribellione del suddito nei confronti del sovrano, e quindi un’aperta sfida rivolta a Dio e al suo progetto per la storia umana.
4. Se l’uomo, però, confessa il suo peccato, la giustizia salvifica di Dio è pronta a purificarlo radicalmente. È così che si passa nella seconda regione spirituale del Salmo, quella luminosa della grazia (cfr vv. 12-19). Attraverso la confessione delle colpe si apre, infatti, per l’orante un orizzonte di luce in cui Dio è all’opera. Il Signore non agisce solo negativamente, eliminando il peccato, ma ricrea l’umanità peccatrice attraverso il suo Spirito vivificante: infonde nell’uomo un "cuore" nuovo e puro, cioè una coscienza rinnovata, e gli apre la possibilità di una fede limpida e di un culto gradito a Dio.
Origene parla a tal proposito di una terapia divina, che il Signore compie attraverso la sua parola e mediante l’opera guaritrice di Cristo: "Come per il corpo Dio predispose i rimedi dalle erbe terapeutiche sapientemente mescolate, così anche per l’anima preparò medicine con le parole che infuse, spargendole nelle divine Scritture… Dio diede anche un’altra attività medica di cui è archiatra il Salvatore il quale dice di sé: ‘Non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati’. Lui era il medico per eccellenza capace di curare ogni debolezza, ogni infermità" (Omelie sui Salmi).
5. … Lo sguardo d’insieme, che abbiamo rivolto a questa grande supplica biblica, ci rivela alcune componenti fondamentali di una spiritualità che deve riverberarsi nell’esistenza quotidiana dei fedeli. C’è innanzitutto un senso vivissimo del peccato, percepito come una scelta libera, connotata negativamente a livello morale e teologale: "Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto" (v. 6).
C’è poi nel Salmo un senso altrettanto vivo della possibilità di conversione: il peccatore, sinceramente pentito, (cfr v. 5), si presenta in tutta la sua miseria e nudità a Dio, supplicandolo di non respingerlo dalla sua presenza (cfr v. 13).
C’è, infine, nel Miserere, una radicata convinzione del perdono divino che "cancella, lava, monda" il peccatore (cfr vv. 3-4) e giunge perfino a trasformarlo in una nuova creatura che ha spirito, lingua, labbra, cuore trasfigurati (cfr vv. 14-19). "Anche se i nostri peccati - affermava santa Faustina Kowalska - fossero neri come la notte, la misericordia divina è più forte della nostra miseria. Occorre una cosa sola: che il peccatore socchiuda almeno un poco la porta del proprio cuore… il resto lo farà Dio… Ogni cosa ha inizio nella tua misericordia e nella tua misericordia finisce" (Udienza del 24 ottobre 2001)
Udienza dell’8 maggio 2002
1. … Ci soffermeremo… sulla prima parte del Salmo 50... In apertura, però, vorremmo porre la stupenda proclamazione divina del Sinai, che è quasi il ritratto del Dio cantato dal Miserere: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato" (Es 34, 6-7).
2. L’iniziale invocazione si eleva a Dio per ottenere il dono della purificazione che renda - come diceva il profeta Isaia - "bianchi come neve" e "come lana" i peccati, in se stessi simili a "scarlatto" e "rossi come porpora" (cfr Is 1, 18). Il Salmista confessa il suo peccato in modo netto e senza esitazioni: "Riconosco la mia colpa… Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto" (Sal 50, 5-6).
Entra, dunque, in scena la coscienza personale del peccatore che si apre a percepire chiaramente il suo male. E’ un’esperienza che coinvolge libertà e responsabilità, e conduce ad ammettere di aver spezzato un legame per costruire una scelta di vita alternativa rispetto alla Parola divina. Ne consegue una decisione radicale di mutamento. Tutto questo è racchiuso in quel "riconoscere", un verbo che in ebraico non comprende solo un’adesione intellettuale ma una scelta vitale.
È ciò che, purtroppo, molti non compiono, come ci ammonisce Origene: "Ci sono alcuni che dopo aver peccato sono assolutamente tranquilli e non si danno pensiero del loro peccato né sono sfiorati dalla consapevolezza del male commesso, ma vivono come se nulla fosse. Costoro certo non potrebbero dire: il mio peccato mi è sempre dinanzi. Quando invece, dopo il peccato, uno si consuma e si affligge per il suo peccato, è tormentato dai rimorsi, è dilaniato senza tregua e subisce assalti nel suo intimo che si leva a confutarlo, costui a buon diritto esclama: non c’è pace per le mie ossa di fronte all’aspetto dei miei peccati… Quando dunque ci mettiamo davanti agli occhi del nostro cuore i peccati commessi, li guardiamo uno per uno, li riconosciamo, arrossiamo e ci pentiamo di quanto abbiamo fatto, allora sconvolti ed atterriti giustamente diciamo che non c’è pace nelle nostre ossa di fronte all’aspetto dei nostri peccati…" (Omelie sui Salmi). Il riconoscimento e la consapevolezza del peccato è dunque frutto di una sensibilità acquisita grazie alla luce della Parola di Dio.
3. Nella confessione del Miserere c’è una sottolineatura particolarmente marcata: il peccato… è delineato soprattutto nella sua qualità teologica. "Contro di te, contro te solo ho peccato" (Sal 50, 6), esclama il peccatore, a cui la tradizione ha dato il volto di Davide, consapevole del suo adulterio con Betsabea, e della denuncia del profeta Natan contro questo crimine e quello dell’uccisione del marito di lei, Uria (cfr v. 2; 2Sam 11-12). Il peccato... è un evento che intacca la relazione con Dio, violando la sua legge, rifiutando il suo progetto nella storia, scardinando la scala dei valori, "cambiando le tenebre in luce e la luce in tenebre", cioè "chiamando bene il male e male il bene" (cfr Is 5, 20). Prima che un’eventuale ingiuria contro l’uomo, il peccato è innanzitutto tradimento di Dio. Emblematiche sono le parole che il figlio prodigo di beni pronunzia davanti a suo padre prodigo d’amore: "Padre, ho peccato contro il cielo – cioè contro Dio - e contro di te!" (Lc 15, 21).
4. A questo punto il Salmista introduce un altro aspetto, più direttamente connesso alla realtà umana. È la frase che ha suscitato molte interpretazioni e che è stata anche collegata alla dottrina del peccato originale: "Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre" (Sal 50, 7). L’orante vuole indicare la presenza del male nell’intero nostro essere, come è evidente nella menzione della concezione e della nascita, un modo per esprimere l’intera esistenza partendo dalla sua sorgente. Il salmista, tuttavia, non ricollega formalmente questa situazione al peccato di Adamo ed Eva, non parla cioè esplicitamente di peccato originale. Resta comunque chiaro che, secondo il testo del Salmo, il male si annida nelle profondità stesse dell’uomo, è inerente alla sua realtà storica e per questo è decisiva la domanda dell’intervento della grazia divina. La potenza dell’amore di Dio supera quella del peccato, il fiume dirompente del male ha minor forza dell’acqua fecondatrice del perdono: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5, 20).
5. Per questa via la teologia del peccato originale e l’intera visione biblica dell’uomo peccatore vengono indirettamente evocati con parole che lasciano al tempo stesso intravedere la luce della grazia e della salvezza…
Udienza del 4 dicembre 2002
1. … ora sosteremo in modo particolare su una sezione di questa grandiosa implorazione di perdono: i versetti 12-16.
È significativo innanzitutto notare che, nell’originale ebraico, per tre volte risuona la parola «spirito», invocato da Dio come dono e accolto dalla creatura pentita del suo peccato: «Rinnova in me uno spirito saldo… Non privarmi del tuo santo spirito… Sostieni in me uno spirito generoso» (vv. 12.13.14). Potremmo quasi parlare – ricorrendo a un termine liturgico - di un’«epiclesi», cioè di una triplice invocazione dello Spirito che, come nella creazione si librava sulle acque (cfr Gn 1,2), ora penetra nell’anima del fedele infondendo una nuova vita e innalzandola dal regno del peccato al cielo della grazia.
2. I Padri della Chiesa nello «spirito» invocato dal Salmista vedono la presenza efficace dello Spirito Santo. Così sant’Ambrogio è convinto che si tratti dell’unico Spirito Santo «che ribollì con fervore nei profeti, fu insufflato [da Cristo] negli apostoli, fu unito al Padre e al Figlio nel sacramento del battesimo» (Lo Spirito Santo)… E ancora sant’Ambrogio, osservando che il Salmista parla della gioia da cui l’anima è invasa una volta ricevuto lo Spirito generoso e potente di Dio, commenta: «La letizia e la gioia sono frutti dello Spirito e lo Spirito Sovrano è ciò su cui noi soprattutto ci fondiamo. Chi perciò è rinvigorito con lo Spirito Sovrano non soggiace alla schiavitù, non sa essere schiavo del peccato, non sa essere indeciso, non vaga qua e là, non è incerto nelle scelte, ma, piantato sulla roccia, sta saldo su piedi che non vacillano» (Apologia del profeta David a Teodosio Augusto).
3. Con questa triplice menzione dello «spirito», il Salmo 50, dopo aver descritto nei versetti precedenti la prigione oscura della colpa, si apre sulla regione luminosa della grazia. È una grande svolta, paragonabile a una nuova creazione: come alle origini Dio aveva insufflato il suo spirito nella materia e aveva dato origine alla persona umana (cfr Gn 2,7), così ora lo stesso Spirito divino ri-crea (cfr Sal 50,12), rinnova, trasfigura e trasforma il peccatore pentito, lo riabbraccia (cfr v. 13) e lo rende partecipe della gioia della salvezza (cfr v. 14). Ormai l’uomo, animato dallo Spirito divino, s’avvia sulla strada della giustizia e dell’amore, come si dice in un altro Salmo: «Insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio Dio. Il tuo Spirito buono mi guidi in terra piana» (Sal 142,10).
4. Sperimentata questa rinascita interiore, l’orante si trasforma in testimone; promette a Dio di «insegnare agli erranti le vie» del bene (Sal 50,15), così che essi possano, come il figlio prodigo, ritornare alla casa del Padre. Nello stesso modo sant’Agostino, dopo aver percorso le strade tenebrose del peccato, aveva poi sentito il bisogno nelle sue Confessioni di attestare la libertà e la gioia della salvezza. Chi ha sperimentato l’amore misericordioso di Dio ne diviene un testimone ardente, soprattutto nei confronti di quanti sono ancora impigliati nelle reti del peccato. Pensiamo alla figura di Paolo che, folgorato da Cristo sulla via di Damasco, diventa un instancabile missionario della grazia divina.
5. Per un’ultima volta l’orante guarda al suo passato oscuro e grida a Dio: «Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza» (v. 16). Il «sangue», a cui egli fa cenno, è variamente interpretato nella Scrittura. L’allusione, messa in bocca al re Davide, fa riferimento all’uccisione di Uria, il marito di Betsabea, la donna che era stata oggetto della passione del sovrano. In senso più generale, l’invocazione indica il desiderio di purificazione dal male, dalla violenza, dall’odio sempre presenti nel cuore umano con forza tenebrosa e malefica. Ora, però, le labbra del fedele, purificate dal peccato, cantano al Signore.
E il brano… finisce appunto con l’impegno di proclamare la «giustizia» di Dio. Il termine «giustizia» qui, come spesso nel linguaggio biblico, non designa propriamente l’azione punitiva di Dio nei confronti del male, ma indica piuttosto la riabilitazione del peccatore, perché Dio manifesta la sua giustizia col rendere giusti i peccatori (cfr Rm 3,26). Dio non ha piacere per la morte del malvagio, ma che desista dalla sua condotta e viva (cfr Ez 18,23).
Udienza del 30 luglio 2003
1. ..Il Salmo 50, il celebre Miserere…è riproposto nel venerdì di ogni settimana, perché divenga un’oasi di meditazione, dove scoprire il male che si annida nella coscienza ed invocare dal Signore purificazione e perdono. Come confessa, infatti, il Salmista in un’altra supplica, «nessun vivente davanti a te è giusto», o Signore (Sal 142,2). Nel Libro di Giobbe si legge: «Come può giustificarsi un uomo davanti a Dio e apparire puro un nato di donna? Ecco, la luna stessa manca di chiarore e le stelle non sono pure ai suoi occhi: quanto meno l’uomo, questo verme, l’essere umano, questo bruco!» (25,4-6).
Frasi forti e drammatiche, che vogliono mostrare in tutta serietà e gravità il limite e la fragilità della creatura umana, la sua capacità perversa di seminare male e violenza, impurità e menzogna. Tuttavia, il messaggio di speranza del Miserere, che il Salterio pone sulle labbra di Davide, peccatore convertito, è questo: Dio può «cancellare, lavare, mondare» la colpa confessata con cuore contrito (cfr Sal 50,2-3). Dice il Signore attraverso la voce di Isaia: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana» (1,18).
2. …Il Salmo 50, (ha) una finale piena di speranza perché l’orante è consapevole di essere stato perdonato da Dio (cfr vv.17-21).…La sua bocca sta per proclamare al mondo la lode del Signore, attestando in tal modo la gioia che sperimenta l’anima purificata dal male e perciò liberata dal rimorso (cfr v. 17). L’orante testimonia in modo netto un’altra convinzione, connettendosi all’insegnamento reiterato dei profeti (cfr Is 1,10-17; Am 5,21-25; Os 6,6): il sacrificio più gradito che sale al Signore come profumo e fragranza soave (cfr Gn 8,21) non è l’olocausto di tori e di agnelli ma piuttosto il «cuore affranto e umiliato» (Sal 50,19). L’Imitazione di Cristo, testo tanto caro alla tradizione spirituale cristiana, ripete lo stesso ammonimento del Salmista: «L’umile contrizione dei peccati è per te il sacrificio gradito, un profumo molto più soave del fumo dell’incenso… Là si purifica e si lava ogni iniquità» (III, 52,4).
3. Il Salmo si conclude in modo inaspettato con una prospettiva completamente diversa, che sembra persino contraddittoria (cfr vv. 20-21). Dall’ultima supplica di un singolo peccatore si passa a una preghiera per la ricostruzione di tutta la città di Gerusalemme, il che ci trasporta dall’epoca di Davide a quella della distruzione della città, secoli dopo. D’altra parte, dopo aver espresso nel v. 18 il rifiuto divino delle immolazioni di animali, il Salmo annuncia nel v. 21 che Dio gradirà queste stesse immolazioni. È chiaro che questo passo finale è un’aggiunta posteriore, fatta nel tempo dell’esilio, che vuole, in un certo senso, correggere o almeno completare la prospettiva del Salmo davidico. E questo su due punti: da una parte, non si è voluto che tutto il Salmo si restringesse a una preghiera individuale; bisognava pensare anche alla situazione pietosa di tutta la città. Dall’altra parte, si è voluto ridimensionare il rifiuto divino dei sacrifici rituali; questo rifiuto non poteva essere né completo né definitivo, perché si trattava di un culto prescritto da Dio stesso nella Torah. Chi ha completato il Salmo ha avuto una intuizione valida: ha capito la necessità in cui si trovano i peccatori, la necessità di una mediazione sacrificale. I peccatori non sono in grado di purificarsi da soli; non bastano buoni sentimenti. Ci vuole una mediazione esterna efficace. Il Nuovo Testamento rivelerà il senso pieno di questa intuizione, mostrando che con l’offerta della sua vita, Cristo ha effettuato una mediazione sacrificale perfetta.
4. Nelle sue Omelie su Ezechiele san Gregorio Magno ha colto bene la differenza di prospettiva che esiste tra i vv. 19 e 21 del Miserere… San Gregorio applica il v. 19, che parla di spirito contrito, all’esistenza terrena della Chiesa e il v. 21, che parla di olocausto, alla Chiesa nel cielo. Ecco le parole di quel grande Pontefice: «La santa Chiesa ha due vite: una che conduce nel tempo, l’altra che riceve in eterno; una con cui fatica in terra, l’altra che viene ricompensata in cielo; una con cui raccoglie i meriti, l’altra che ormai gode dei meriti raccolti. E nell’una e nell’altra vita offre il sacrificio: qui il sacrificio della compunzione e lassù il sacrificio di lode. Del primo sacrificio è detto: "Uno spirito contrito è sacrificio a Dio" (Sal 50,19); del secondo sta scritto: "Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione" (Sal 50, 21)… In entrambi si offrono le carni, perché qui l’oblazione della carne è la mortificazione del corpo, lassù l’oblazione della carne è la gloria della risurrezione nella lode a Dio. Lassù si offrirà la carne come in olocausto, allorché trasformata nella incorruttibilità eterna, non ci sarà più nessun conflitto e niente di mortale, perché perdurerà tutta intera accesa di amore per lui, nella lode senza fine» (Omelie su Ezechiele/2).
"Bisogna infatti pregare all’inizio del giorno per celebrare nella preghiera del mattino la risurrezione del Signore. Ciò corrisponde a quello che una volta lo Spirito Santo indicava nei Salmi con queste parole: «Tu sei il mio re, il mio Signore, ed io innalzerò a te, o Signore, di mattino la preghiera: ascolterai la mia supplica; di mattino mi presenterò a te e ti contemplerò» (Sal 5,3-4). Quando poi il sole tramonta e viene meno il giorno, bisogna mettersi di nuovo a pregare. Infatti, poiché il Cristo è il vero sole e il vero giorno, nel momento in cui il sole e il giorno del mondo vengono meno, chiedendo attraverso la preghiera che sopra di noi ritorni la luce, invochiamo che Cristo ritorni a portarci la grazia della luce eterna" (De oratione dominica, 35: PL 39,655).
4. La tradizione cristiana non si limitò a perpetuare quella ebraica… Oltre infatti a recitare, al mattino e alla sera, il Padre nostro, i cristiani scelsero con libertà i Salmi con i quali celebrare la loro preghiera quotidiana. Lungo la storia, questo processo suggerì l’utilizzazione di determinati Salmi per alcuni momenti di fede particolarmente significativi. Fra questi teneva il primo posto la preghiera vigiliare, che preparava al Giorno del Signore, la Domenica, in cui si celebrava la Pasqua di Risurrezione. Una caratteristica tipicamente cristiana è stata poi l’aggiunta alla fine di ogni Salmo e Cantico, della dossologia trinitaria, "Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo". Così ogni Salmo e Cantico viene illuminato dalla pienezza di Dio.
5. La preghiera cristiana nasce, si nutre e si sviluppa intorno all’evento per eccellenza della fede, il Mistero pasquale di Cristo. Così, al mattino e alla sera, al sorgere e al tramonto del sole, si ricordava la Pasqua, il passaggio del Signore dalla morte alla vita. Il simbolo di Cristo "luce del mondo" appare nella lampada durante la preghiera del Vespro, chiamata per questo anche lucernario. Le ore del giorno richiamano a loro volta il racconto della passione del Signore, e l’ora terza anche la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. La preghiera della notte infine ha carattere escatologico, evocando la veglia raccomandata da Gesù nell’attesa del suo ritorno (cfr Mc 13,35-37). Cadenzando in questo modo la loro preghiera, i cristiani risposero al comando del Signore di "pregare incessantemente" (cfr Lc 18,1; 21,36; 1 Ts 5,17; Ef 6,18), ma senza dimenticare che tutta la vita deve in qualche modo diventare preghiera. Scrive a tal proposito Origene: "Prega senza posa colui che unisce la preghiera alle opere e le opere alla preghiera" (Sulla preghiera). Questo orizzonte nel suo insieme costituisce l’habitat naturale della recita dei Salmi. Se essi vengono sentiti e vissuti così, la dossologia trinitaria che corona ogni Salmo diventa… un continuo rituffarsi, sull’onda dello Spirito e in comunione con l’intero popolo di Dio, nell’oceano di vita e di pace in cui è stato immerso col Battesimo, ossia nel mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
(Giovanni Paolo II – Udienze del 28 marzo e del 4 aprile 2001)
I Salmi nella Tradizione della Chiesa
1. Nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte ho auspicato che la Chiesa si distingua sempre di più nell’«arte della preghiera» apprendendola sempre nuovamente dalle labbra del divino Maestro (cfr n. 32). Tale impegno deve essere vissuto soprattutto nella Liturgia, fonte e culmine della vita ecclesiale. In questa linea è importante riservare una maggiore cura pastorale alla promozione della Liturgia delle Ore come preghiera di tutto il Popolo di Dio (cfr ivi, 34). Se, infatti, i sacerdoti e i religiosi hanno un preciso mandato di celebrarla, essa è però proposta caldamente anche ai laici… È un dato incoraggiante che molti laici… abbiano imparato a valorizzarla. Essa resta, tuttavia, una preghiera che suppone un’adeguata formazione catechetica e biblica, perché la si possa gustare fino in fondo. A questo scopo cominciamo oggi una serie di catechesi sui Salmi e sui Cantici proposti nella preghiera mattutina delle Lodi. Desidero, in tal modo, incoraggiare e aiutare tutti a pregare con le stesse parole utilizzate da Gesù e presenti da millenni nella preghiera di Israele e in quella della Chiesa.
2. Potremmo introdurci alla comprensione dei Salmi attraverso varie vie. La prima consisterebbe nel presentare la loro struttura letteraria, i loro autori, la loro formazione, i contesti in cui sono nati. Suggestiva poi sarebbe una lettura che ne mettesse in evidenza il carattere poetico, che raggiunge talvolta altissimi livelli di intuizione lirica e di espressione simbolica. Non meno interessante sarebbe ripercorrere i Salmi considerando i vari sentimenti dell’animo umano che essi manifestano: gioia, riconoscenza, rendimento di grazie, amore, tenerezza, entusiasmo, ma anche intensa sofferenza, recriminazione, richiesta di aiuto e di giustizia, che sfociano talvolta in rabbia e imprecazione. Nei Salmi l’essere umano ritrova se stesso interamente. La nostra lettura mirerà soprattutto a far emergere il significato religioso dei Salmi, mostrando come essi, pur essendo stati scritti tanti secoli fa per dei credenti ebrei, possono essere assunti nella preghiera dei discepoli di Cristo. Ci lasceremo per questo aiutare dai risultati dell’esegesi, ma insieme ci metteremo alla scuola della Tradizione, soprattutto ci porremo in ascolto dei Padri della Chiesa.
3. Questi ultimi, infatti, con profonda penetrazione spirituale, hanno saputo discernere e additare la grande “chiave” di lettura dei Salmi in Cristo stesso, nella pienezza del suo mistero. I Padri ne erano ben convinti: nei Salmi si parla di Cristo. Infatti Gesù risorto applicò a se stesso i Salmi quando disse ai discepoli: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). I Padri aggiungono che nei Salmi si parla a Cristo o è addirittura Cristo a parlare. Dicendo questo, essi non pensavano soltanto alla persona individuale di Gesù, ma al Christus totus, al Cristo totale, formato da Cristo capo e dalle sue membra.
Nasce così, per il cristiano, la possibilità di leggere il Salterio alla luce di tutto il mistero di Cristo. Proprio quest’ottica ne fa emergere anche la dimensione ecclesiale, che è particolarmente evidenziata dal canto corale dei Salmi. Si comprende così come i Salmi abbiano potuto essere assunti, fin dai primi secoli, come preghiera del Popolo di Dio. Se, in alcuni periodi storici, emerse una tendenza a preferire altre preghiere, è stato grande merito dei monaci tenere alta nella Chiesa la fiaccola del Salterio. Uno di loro, san Romualdo fondatore di Camaldoli, all’alba del secondo millennio cristiano, giungeva a sostenere che - come afferma il suo biografo Bruno di Querfurt - sono i Salmi l’unica strada per fare esperienza di una preghiera veramente profonda: “Una via in psalmis”
4. Con questa affermazione, a prima vista eccessiva, egli in realtà restava ancorato alla migliore tradizione dei primi secoli cristiani, quando il Salterio era diventato il libro per eccellenza della preghiera ecclesiale. Fu questa la scelta vincente nei confronti delle tendenze ereticali che continuamente insidiavano l’unità di fede e di comunione. È interessante a tal proposito una stupenda lettera che sant’Atanasio scrisse a Marcellino nella prima metà del IV secolo, mentre l’eresia ariana imperversava attentando alla fede nella divinità di Cristo. Di fronte agli eretici che attiravano a sé la gente anche con canti e preghiere che ne gratificavano i sentimenti religiosi, il grande Padre della Chiesa si dedicò con tutte le sue forze a insegnare il Salterio trasmesso dalla Scrittura (cfr PG 27,12 ss.). Fu così che al “Padre Nostro”, la preghiera del Signore per antonomasia, si aggiunse la prassi, presto divenuta universale fra i battezzati, della preghiera salmodica.
5. Grazie anche alla preghiera comunitaria dei Salmi, la coscienza cristiana ha ricordato e compreso che è impossibile rivolgersi al Padre che abita nei cieli senza un’autentica comunione di vita con i fratelli e le sorelle che abitano sulla terra. Non solo, ma inserendosi vitalmente nella tradizione orante degli ebrei, i cristiani impararono a pregare raccontando i magnalia Dei, cioè le grandi meraviglie compiute da Dio sia nella creazione del mondo e dell’umanità, sia nella storia di Israele e della Chiesa. Questa forma di preghiera attinta alla Scrittura, non esclude certo espressioni più libere, e queste continueranno non solo a caratterizzare la preghiera personale, ma anche ad arricchire la stessa preghiera liturgica... Il libro del Salterio rimane comunque la fonte ideale della preghiera cristiana, e ad esso continuerà ad ispirarsi la Chiesa nel nuovo Millennio.
La Liturgia delle Ore, preghiera della Chiesa
1. Prima di intraprendere il commento dei singoli Salmi e Cantici delle Lodi, completiamo quest’oggi la riflessione… iniziata nella scorsa catechesi… prendendo le mosse da un aspetto molto caro alla tradizione spirituale: cantando i Salmi, il cristiano sperimenta una sorta di sintonia fra lo Spirito presente nelle Scritture e lo Spirito dimorante in lui per la grazia battesimale. Più che pregare con proprie parole, egli si fa eco di quei "gemiti inesprimibili" di cui parla san Paolo (cfr Rm 8,26), con i quali lo Spirito del Signore spinge i credenti ad unirsi all’invocazione caratteristica di Gesù: "Abbà, Padre!" (Rm 8,15; Gal 4,6). Gli antichi monaci erano talmente sicuri di questa verità, che non si preoccupavano di cantare i Salmi nella propria lingua materna, bastando loro la consapevolezza di essere, in qualche modo, "organi" dello Spirito Santo. Erano convinti che la loro fede permettesse ai versetti dei Salmi di sprigionare una particolare "energia" dello Spirito Santo. La stessa convinzione si manifesta nella caratteristica utilizzazione dei Salmi, che fu chiamata "preghiera giaculatoria" - dalla parola latina "iaculum", cioè dardo - per indicare brevissime espressioni salmodiche che potevano essere "lanciate", quasi come punte infuocate, ad esempio contro le tentazioni. Giovanni Cassiano, uno scrittore vissuto fra il IV e il V secolo, ricorda che alcuni monaci avevano scoperto l’efficacia straordinaria del brevissimo incipit del Salmo 69: "O Dio vieni a salvarmi; Signore vieni presto in mio aiuto", che da allora divenne come il portale d’ingresso della Liturgia delle Ore (cfr Conlationes, 10,10: CPL 512,298 ss).
2. …Un’altra dimensione importante è quella dell’azione sacerdotale che Cristo svolge in questa preghiera associando a sé la Chiesa sua sposa. A tal proposito… riferendosi alla Liturgia delle Ore, il Concilio Vaticano II insegna: "Il Sommo Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, Cristo Gesù, […] unisce a sé tutta la comunità degli uomini, e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode. Infatti Cristo continua questo ufficio sacerdotale per mezzo della sua stessa Chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo intero non solo con la celebrazione dell’Eucaristia, ma anche in altri modi, specialmente con la recita dell’Ufficio divino" (SC, 83).
Anche la Liturgia delle Ore, dunque, ha il carattere di preghiera pubblica, nella quale la Chiesa è particolarmente coinvolta. È illuminante allora riscoprire come la Chiesa abbia progressivamente definito questo suo specifico impegno di preghiera scandita sulle varie fasi del giorno. Occorre per questo risalire ai primi tempi della comunità apostolica, quando ancora vigeva uno stretto legame fra la preghiera cristiana e le cosiddette "preghiere legali" - prescritte cioè dalla Legge mosaica - che si svolgevano in determinate ore del giorno nel Tempio di Gerusalemme. Dal libro degli Atti sappiamo che gli Apostoli "tutti insieme frequentavano il Tempio" (2,46), oppure che "salivano al Tempio per la preghiera dell’ora nona" (3,1). E d’altra parte sappiamo anche che le ‘preghiere legali’ per eccellenza erano appunto quelle del mattino e della sera.
3. Gradualmente i discepoli di Gesù individuarono alcuni Salmi particolarmente appropriati a determinati momenti della giornata, della settimana o dell’anno, cogliendovi un senso profondo in rapporto al mistero cristiano. È autorevole testimone di questo processo san Cipriano, che così scrive nella prima metà del terzo secolo:
6. In una lettura del Salmo alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene.
Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo, che commentando l’annotazione giovannea: dal fianco “uscì sangue e acqua” (cfr Gv 19,34), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simboli del Battesimo e dei Misteri”, cioè dell’Eucaristia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunse a se stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato” (Omelia III rivolta ai neofiti). (Giovanni Paolo II, Udienza del 25 aprile 2001)
L’ultima parte del Salmo (vv. 10 – 11)
Omessa dalla liturgia l’ultima strofa è più aspra e celebra il giudizio di Dio ce si attua attraverso gli inferi (“Sheol”), la spada e gli sciacalli, strumenti cosmici dell’azione divina per la giustizia. L’imprecazione serve a illuminare per contrasto la fede biblica: oltre che appassionato amore per Dio, essa è anche inesorabile lotta contro il male. Nel Salmo si fondono i sentimenti fondamentali, l’amore e lo sdegno, la passione per il bene e la condanna per il male. (G. Ravasi)
Catechesi biblica 20
Salmo 62,2-9 (Lodi Domenica 1ª settimana)
L'anima assetata del Signore
La Chiesa ha sete del suo Salvatore, bramando di dissetarsi alla fonte dell'acqua viva che zampilla per la vita eterna (cfr. Cassiodoro).
O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, *
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne, *
come terra deserta, arida, senz'acqua.
Così nel santuario ti ho cercato, *
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
Poiché la tua grazia vale più della vita, *
le mie labbra diranno la tua lode.
Così ti benedirò finché io viva, *
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Mi sazierò come a lauto convito, *
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
Nel mio giaciglio di te mi ricordo, *
penso a te nelle veglie notturne,
tu sei stato il mio aiuto; *
esulto di gioia all'ombra delle tue ali.
A te si stringe *
l'anima mia.
La forza della tua destra *
mi sostiene.
1. Il Salmo 62… è il Salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo.
Come scrive santa Teresa d’Avila, “la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi” (Cammino di perfezione, c. XXI). Del Salmo la liturgia ci propone le prime due strofe che sono appunto incentrate sui simboli della sete e della fame, mentre la terza strofa fa balenare un orizzonte oscuro, quello del giudizio divino sul male, in contrasto con la luminosità e la dolcezza del resto del Salmo.
2. Iniziamo, allora, la nostra meditazione col primo canto, quello della sete di Dio (cfr vv. 2-4). È l’alba, il sole sta sorgendo nel cielo terso della Terra Santa e l’orante comincia la sua giornata recandosi al tempio per cercare la luce di Dio. Egli ha bisogno di quell’incontro col Signore in modo quasi istintivo, si direbbe “fisico”. Come la terra arida è morta, finché non è irrigata dalla pioggia, e come nelle screpolature del terreno essa sembra una bocca assetata e riarsa, così il fedele anela a Dio per essere riempito di Lui e per potere così esistere in comunione con Lui.
Il profeta Geremia aveva già proclamato: il Signore è “sorgente d’acqua viva”, e aveva rimproverato il popolo per aver costruito “cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (2,13). Gesù stesso esclamerà ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me” (Gv 7,37-38). Nel pieno meriggio di un giorno assolato e silenzioso, promette alla donna samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
3. La preghiera del Salmo 62 s’intreccia, per questo tema, col canto di un altro stupendo Salmo, il 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (vv. 2-3). Ora, nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, “l’anima” è espressa con il termine nefesh, che in alcuni testi designa la “gola” e in molti altri si allarga ad indicare l’essere intero della persona. Colto in queste dimensioni, il vocabolo aiuta a comprendere quanto sia essenziale e profondo il bisogno di Dio; senza di lui vien meno il respiro e la stessa vita. Per questo il Salmista giunge a mettere in secondo piano la stessa esistenza fisica, qualora venga a mancare l’unione con Dio: “La tua grazia vale più della vita” (Sal 62,4). Anche nel Salmo 72 si ripeterà al Signore: “Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre… Il mio bene è stare vicino a Dio” (vv. 25-28).
4. Dopo il canto della sete, ecco modularsi nelle parole del Salmista il canto della fame (cfr Sal 62,6-9). Probabilmente, con le immagini del “lauto convito” e della sazietà, l’orante rimanda a uno dei sacrifici che si celebravano nel tempio di Sion: quello cosiddetto “di comunione”, ossia un banchetto sacro in cui i fedeli mangiavano le carni delle vittime immolate. Un’altra necessità fondamentale della vita viene qui usata come simbolo della comunione con Dio: la fame è saziata quando si ascolta la Parola divina e si incontra il Signore. Infatti, “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; cfr Mt 4,4). E qui il pensiero del cristiano corre a quel banchetto che Cristo ha imbandito l’ultima sera della sua vita terrena e il cui valore profondo aveva già spiegato nel discorso di Cafarnao: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,55-56).
5. Attraverso il cibo mistico della comunione con Dio “l’anima si stringe” a Lui, come dichiara il Salmista. Ancora una volta, la parola “anima” evoca l’intero essere umano. Non per nulla si parla di un abbraccio, di uno stringersi quasi fisico: ormai Dio e uomo sono in piena comunione e sulle labbra della creatura non può che sbocciare la lode gioiosa e grata. Anche quando si è nella notte oscura, ci si sente protetti dalle ali di Dio, come l’arca dell’alleanza è coperta dalle ali dei cherubini. E allora fiorisce l’espressione estatica della gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La paura si dissolve, l’abbraccio non stringe il vuoto ma Dio stesso, la nostra mano s’intreccia con la forza della sua destra (cfr Sal 62,8-9).
Fonte: www.santamariadigesu.net
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Catechismo tutto di tutto
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (abbreviato con CCC) è l'esposizione ufficiale degli insegnamenti della Chiesa cattolica in una grande sintesi di tutta la sua dottrina. È un corposo volume di oltre 900 pagine.
È stato approvato in prima stesura da papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Fidei Depositum (11 ottobre 1992) e in forma definitiva il 15 agosto 1997 con la lettera apostolica Laetamur Magnopere. All'interno di queste due lettere ci sono ulteriori dettagli su chi ha richiesto questo nuovo catechismo, perché è stato richiesto e come si sono svolti i lavori della commissione, nonché del suo valore dottrinale.
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Catechismo tutto di tutto
CATECHISMO
DELLA CHIESA CATTOLICA
INDICE GENERALE
LETTERA APOSTOLICA
«LAETAMUR MAGNOPERE»
CON LA QUALE SI APPROVA E SI PROMULGA
L'EDIZIONE TIPICA LATINA DEL
CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
COSTITUZIONE APOSTOLICA
« FIDEI DEPOSITUM » PER LA PUBBLICAZIONE DEL
CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
PREFAZIONE
- La vita dell'uomo - conoscere e amare Dio
- Trasmettere la fede - la catechesi
- Lo scopo e i destinatari di questo Catechismo
- La struttura di questo Catechismo
- Indicazioni pratiche per l'uso di questo Catechismo
- Gli adattamenti necessari
Al di sopra di tutto - la carità
PARTE PRIMA LA PROFESSIONE DELLA FEDE
SEZIONE PRIMA: « IO CREDO » - « NOI CREDIAMO »
CAPITOLO PRIMO: L'UOMO È « CAPACE » DI DIO
- Il desiderio di Dio
- Le vie che portano alla conoscenza di Dio
- La conoscenza di Dio secondo la Chiesa
- Come parlare di Dio?
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: DIO VIENE INCONTRO ALL'UOMO
Articolo 1: La rivelazione di Dio
- Dio rivela il suo « disegno di benevolenza »
- Le tappe della Rivelazione
- Cristo Gesù - « mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione »
In sintesi
Articolo 2: La trasmissione della rivelazione divina
- La Tradizione apostolica
- Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura
- L'interpretazione del deposito della fede
In sintesi
Articolo 3: La Sacra Scrittura
- Il Cristo - Parola unica della Sacra Scrittura
- Ispirazione e verità della Sacra Scrittura
- Lo Spirito Santo, interprete della Scrittura
- Il canone delle Scritture
- La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa
In sintesi
CAPITOLO TERZO: LA RISPOSTA DELL'UOMO A DIO
Articolo 1: Io Credo
- L'obbedienza della fede
- « So a chi ho creduto » (2 Tm 1,12)
- Le caratteristiche della fede
Articolo 2: Noi crediamo
- « Guarda, Signore, alla fede della tua Chiesa »
- Il linguaggio della fede
- Una sola fede
In sintesi
Il Credo
SEZIONE SECONDA: LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA
I Simboli della fede
CAPITOLO PRIMO: IO CREDO IN DIO PADRE
Articolo 1: « Io credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra »
Paragrafo 1: Io credo in Dio
- « Credo in un solo Dio »
- Dio rivela il suo nome
- Dio, « colui che è », è verità e amore
- Conseguenze della fede in un solo Dio
In sintesi
Paragrafo 2: Il Padre
- « Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo »
- La rivelazione di Dio come Trinità
- La Santissima Trinità nella dottrina della fede
- Le operazioni divine e le missioni trinitarie
In sintesi
Paragrafo 3: Onnipotente
In sintesi
Paragrafo 4: Creatore
- La catechesi sulla creazione
- La creazione - opera della Santissima Trinità
- « Il mondo è stato creato per la gloria di Dio »
- Il mistero della creazione
- Dio realizza il suo disegno: la provvidenza divina
In sintesi
Paragrafo 5: Il cielo e la terra
- Gli angeli
- Il mondo visibile
In sintesi
Paragrafo 6: L'uomo
- « A immagine di Dio »
- « Corpore et anima unus » - Unità di anima e di corpo
- « Maschio e femmina li creò »
- L'uomo nel paradiso
In sintesi
Paragrafo 7: La caduta
- « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia »
- La caduta degli angeli
- Il peccato originale
- « Tu non l'hai abbandonato in potere della morte »
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: CREDO IN GESÙ CRISTO, UNICO FIGLIO DI DIO
Articolo 2: « E in Gesù Cristo suo unico Figlio, Nostro Signore »
- Gesù
- Cristo
- Figlio unico di Dio
- Signore
In sintesi
Articolo 3: Gesù Cristo « fu concepito di Spirito Santo,
nacque da Maria Vergine »
Paragrafo 1: Il Figlio di Dio si è fatto uomo
- Perché il Verbo si è fatto carne?
- L'incarnazione
- Vero Dio e vero uomo
- Come il Figlio di Dio è uomo?
In sintesi
Paragrafo 2: « ...Fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine »
- Fu concepito di Spirito Santo
- ...nacque da Maria Vergine
In sintesi
Paragrafo 3: I misteri della vita di Cristo
- Tutta la vita di Cristo è mistero
- I misteri dell'infanzia e della vita nascosta di Gesù
- I misteri della vita pubblica di Gesù
In sintesi
Articolo 4: Gesù Cristo « patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto »
Paragrafo l: Gesù e Israele
- Gesù e la Legge
- Gesù e il Tempio
- Gesù e la fede d'Israele nel Dio unico e Salvatore
In sintesi
Paragrafo 2: Gesù morì crocifisso
- Il processo a Gesù
- La morte redentrice di Cristo nel disegno divino della salvezza
- Cristo ha offerto se stesso al Padre per i nostri peccati
In sintesi
Paragrafo 3: Gesù Cristo fu sepolto
In sintesi
Articolo 5: Gesù Cristo « discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò da morte »
Paragrafo 1: Cristo discese agli inferi
In sintesi
Paragrafo 2: Il terzo giorno risuscitò da morte
- L'avvenimento storico e trascendente
- La risurrezione - opera della Santissima Trinità
- Senso e portata salvifica della risurrezione
In sintesi
Articolo 6: Gesù « salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente »
In sintesi
Articolo 7: « Di là verrà a giudicare i vivi e i morti »
- « Di nuovo verrà, nella gloria »
- Per giudicare i vivi e i morti
In sintesi
CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO
Articolo 8: « Credo nello Spirito Santo »
- La missione congiunta del Figlio e dello Spirito
- Il nome, gli appellativi e i simboli dello Spirito Santo
- Lo Spirito e la Parola di Dio nel tempo delle promesse
- Lo Spirito di Cristo nella pienezza del tempo
- Lo Spirito e la Chiesa negli ultimi tempi
In sintesi
Articolo 9: « Credo la santa Chiesa Cattolica »
Paragrafo l: La Chiesa nel disegno di Dio
- I nomi e le immagini della Chiesa
- Origine, fondazione e missione della Chiesa
- Il mistero della Chiesa
In sintesi
Paragrafo 2: La Chiesa - popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo
- La Chiesa - popolo di Dio
- La Chiesa - corpo di Cristo
- La Chiesa - tempio dello Spirito Santo
In sintesi
Paragrafo 3: La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica
- La Chiesa è una
- La Chiesa è santa
- La Chiesa è cattolica
- La Chiesa è apostolica
In sintesi
Paragrafo 4: I fedeli: gerarchia, laici, vita consacrata
- La costituzione gerarchica della Chiesa
- I fedeli laici
- La vita consacrata
In sintesi
Paragrafo 5: La comunione dei santi
- La comunione dei beni spirituali
- La comunione della Chiesa del cielo e della terra
In sintesi
Paragrafo 6: Maria - Madre di Cristo, Madre della Chiesa
- La maternità di Maria verso la Chiesa
- Il culto della santa Vergine
- Maria - icona escatologica della Chiesa
In sintesi
Articolo 10: « Credo la remissione dei peccati »
- Un solo Battesimo per la remissione dei peccati
- Il potere delle chiavi
In sintesi
Articolo 11: « Credo la risurrezione della carne »
- La risurrezione di Cristo e la nostra
- Morire in Cristo Gesù
In sintesi
Articolo 12: « Credo la vita eterna »
- Il giudizio particolare
- Il cielo
- La purificazione finale o purgatorio
- L'inferno
- Il giudizio finale
- La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova
In sintesi
« Amen »
PARTE SECONDA LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO
SEZIONE PRIMA: L'ECONOMIA SACRAMENTALE
CAPITOLO PRIMO: IL MISTERO PASQUALE NEL TEMPO DELLA CHIESA
Articolo 1: Liturgia - Opera della Santissima Trinità
- Il Padre, sorgente e fine della liturgia
- L'opera di Cristo nella liturgia
- Lo Spirito Santo e la Chiesa nella liturgia
In sintesi
Articolo 2: Il mistero pasquale nei sacramenti della Chiesa
- I sacramenti di Cristo
- I sacramenti della Chiesa
- I sacramenti della fede
- I sacramenti della salvezza
- I sacramenti della vita eterna
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: LA CELEBRAZIONE SACRAMENTALE DEL MISTERO PASQUALE
Articolo 1: Celebrare la liturgia della Chiesa
- Chi celebra?
- Come celebrare?
- Quando celebrare?
- Dove celebrare?
In sintesi
Articolo 2: Diversità liturgica e unità del mistero
In sintesi
SEZIONE SECONDA: « I SETTE SACRAMENTI DELLA CHIESA »
CAPITOLO PRIMO: I SACRAMENTI DELL'INIZIAZIONE CRISTIANA
Articolo l: Il sacramento del Battesimo
- Come viene chiamato questo sacramento?
- Il Battesimo nell'Economia della salvezza
- Come viene celebrato il sacramento del Battesimo?
- Chi può ricevere il Battesimo?
- Chi può battezzare?
- La necessità del Battesimo
- La grazia del Battesimo
In sintesi
Articolo 2: II sacramento della Confermazione
- La Confermazione nell'Economia della salvezza
- I segni e il rito della Confermazione
- Gli effetti della Confermazione
- Chi può ricevere questo sacramento?
- Il ministro della Confermazione
In sintesi
Articolo 3: II sacramento dell'Eucaristia
- L'Eucaristia - fonte e culmine della vita ecclesiale
- Come viene chiamato questo sacramento?
- L'Eucaristia nell'Economia della salvezza
- La celebrazione liturgica dell'Eucaristia
- Il sacrificio sacramentale: azione di grazie, memoriale, presenza
- Il banchetto pasquale
- L'Eucaristia - « Pegno della gloria futura »
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: I SACRAMENTI DI GUARIGIONE
Articolo 4: Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione
- Come viene chiamato questo sacramento?
- Perché un sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo?
- La conversione dei battezzati
- La penitenza interiore
- Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana
- Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione
- Gli atti del penitente
- Il ministro di questo sacramento
- Gli effetti di questo sacramento
- Le indulgenze
- La celebrazione del sacramento della Penitenza
In sintesi
Articolo 5: L'Unzione degli infermi
- Suoi fondamenti nell'Economia della salvezza
- Chi riceve e chi amministra questo sacramento?
- Come si celebra questo sacramento?
- Gli effetti della celebrazione di questo sacramento
- Il viatico, ultimo sacramento del cristiano
In sintesi
CAPITOLO TERZO: I SACRAMENTI AL SERVIZIO DELLA COMUNIONE
Articolo 6: Il sacramento dell'Ordine
- Perché il nome di sacramento dell'Ordine?
- Il sacramento dell'Ordine nell'Economia della salvezza
- I tre gradi del sacramento dell'Ordine
- La celebrazione di questo sacramento
- Chi può conferire questo sacramento?
- Chi può ricevere questo sacramento?
- Gli effetti del sacramento dell'Ordine
In sintesi
Articolo 7: Il sacramento del Matrimonio
- Il Matrimonio nel disegno di Dio
- La celebrazione del Matrimonio
- Il consenso matrimoniale
- Gli effetti del sacramento del Matrimonio
- I beni e le esigenze dell'amore coniugale
- La Chiesa domestica
In sintesi
CAPITOLO QUARTO: LE ALTRE CELEBRAZIONI LITURGICHE
Articolo 1: I sacramentali
In sintesi
Articolo 2: Le esequie cristiane
- L'ultima pasqua del cristiano
La celebrazione delle esequie
PARTE TERZA LA VITA IN CRISTO
SEZIONE PRIMA: LA VOCAZIONE DELL'UOMO: LA VITA NELLO SPIRITO
CAPITOLO PRIMO: LA DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA
Articolo 1: L'uomo immagine di Dio
In sintesi
Articolo 2: La nostra vocazione alla beatitudine
- Le beatitudini
- Il desiderio della felicità
- La beatitudine cristiana
In sintesi
Articolo 3: La libertà dell'uomo
- Libertà e responsabilità
- La libertà umana nell'Economia della salvezza
In sintesi
Articolo 4: La moralità degli atti umani
- Le fonti della moralità
- Gli atti buoni e gli atti cattivi
In sintesi
Articolo 5: La moralità delle passioni
- Le passioni
- Passioni e vita morale
In sintesi
Articolo 6: La coscienza morale
- Il giudizio della coscienza
- La formazione della coscienza
- Scegliere secondo coscienza
- Il giudizio erroneo
In sintesi
Articolo 7: Le virtù
- Le virtù umane
- Le virtù teologali
- I doni e i frutti dello Spirito Santo
In sintesi
Articolo 8: Il peccato
- La misericordia e il peccato
- La definizione di peccato
- La diversità dei peccati
- La gravità del peccato: peccato mortale e veniale
- La proliferazione del peccato
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: LA COMUNITÀ UMANA
Articolo 1: La persona e la società
- Il carattere comunitario della vocazione umana
- La conversione e la società
In sintesi
Articolo 2: La partecipazione alla vita sociale
- L'autorità
- Il bene comune
- Responsabilità e partecipazione
In sintesi
Articolo 3: La giustizia sociale
- Il rispetto della persona umana
- Uguaglianza e differenze tra gli uomini
- La solidarietà umana
In sintesi
CAPITOLO TERZO: LA SALVEZZA DI DIO: LA LEGGE E LA GRAZIA
Articolo 1: La legge morale
- La legge morale naturale
- La Legge antica
- La nuova Legge o Legge evangelica
In sintesi
Articolo 2: Grazia e giustificazione
- La giustificazione
- La grazia
- Il merito
- La santità cristiana
In sintesi
Articolo 3: La Chiesa, Madre e Maestra
- Vita morale e Magistero della Chiesa
- I precetti della Chiesa
- Vita morale e testimonianza missionaria
In sintesi
I dieci comandamenti
SEZIONE SECONDA: I DIECI COMANDAMENTI
In sintesi
CAPITOLO PRIMO: « AMERAI IL SIGNORE DIO TUO CON TUTTO IL TUO CUORE,
CON TUTTA LA TUA ANIMA E CON TUTTA LA TUA MENTE »
Articolo 1: Il primo comandamento
- « Adorerai il Signore Dio tuo e lo servirai »
- « A lui solo rendi culto »
- « Non avrai altri dèi di fronte a me »
- « Non ti farai alcuna immagine scolpita... »
In sintesi
Articolo 2: Il secondo comandamento
- Il nome del Signore è santo
- Il nome di Dio pronunciato invano
- Il nome cristiano
In sintesi
Articolo 3: Il terzo comandamento
- Il giorno di sabato
- Il giorno del Signore
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: « AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO »
Articolo 4: Il quarto comandamento
- La famiglia nel piano di Dio
- La famiglia e la società
- Doveri dei membri della famiglia
- La famiglia e il Regno
- Le autorità nella società civile
In sintesi
Articolo 5: Il quinto comandamento
- Il rispetto della vita umana
- Il rispetto della dignità delle persone
- La difesa della pace
In sintesi
Articolo 6: Il sesto comandamento
- « Maschio e femmina li creò... »
- La vocazione alla castità
- L'amore degli sposi
- Le offese alla dignità del matrimonio
In sintesi
Articolo 7: Il settimo comandamento
- La destinazione universale e la proprietà privata dei beni
- Il rispetto delle persone e dei loro beni
- La dottrina sociale della Chiesa
- L'attività economica e la giustizia sociale
- Giustizia e solidarietà tra le nazioni
- L'amore per i poveri
In sintesi
Articolo 8: L'ottavo comandamento
- Vivere nella verità
- « Rendere testimonianza alla verità »
- Le offese alla verità
- Il rispetto della verità
- L'uso dei mezzi di comunicazione sociale
- Verità, bellezza e arte sacra
In sintesi
Articolo 9: Il nono comandamento
- La purificazione del cuore
- La lotta per la purezza
In sintesi
Articolo 10: Il decimo comandamento
- Il disordine delle cupidigie
- I desideri dello Spirito
- La povertà di cuore
- « Voglio vedere Dio »
In sintesi
PARTE QUARTA LA PREGHIERA CRISTIANA
SEZIONE PRIMA: LA PREGHIERA NELLA VITA CRISTIANA
Che cos'è la preghiera?
CAPITOLO PRIMO: LA RIVELAZIONE DELLA PREGHIERA
La chiamata universale alla preghiera
Articolo 1: Nell'Antico Testamento
In sintesi
Articolo 2: Nella pienezza del tempo
In sintesi
Articolo 3: Nel tempo della Chiesa
- La benedizione e l'adorazione
- La preghiera di domanda
- La preghiera di intercessione
- La preghiera di ringraziamento
- La preghiera di lode
In sintesi
CAPITOLO SECONDO: LA TRADIZIONE DELLA PREGHIERA
Articolo 1: Alle sorgenti della preghiera
In sintesi
Articolo 2: Il cammino della preghiera
In sintesi
Articolo 3: Guide per la preghiera
In sintesi
CAPITOLO TERZO: LA VITA DI PREGHIERA
Articolo 1: Le espressioni della preghiera
- La preghiera vocale
- La meditazione
- La preghiera contemplativa
In sintesi
Articolo 2: Il combattimento della preghiera
- Le obiezioni alla preghiera
- L'umile vigilanza del cuore
- La confidenza filiale
- Perseverare nell'amore
- La preghiera dell'Ora di Gesù
In sintesi
SEZIONE SECONDA: LA PREGHIERA DEL SIGNORE: « PADRE NOSTRO »
Articolo 1: « La sintesi di tutto il Vangelo »
- Al centro delle Scritture
- « La Preghiera del Signore »
- La preghiera della Chiesa
In sintesi
Articolo 2: « Padre nostro che sei nei cieli »
- « Osare avvicinarci in piena fiducia »
- « Padre! »
- Padre « nostro »
- « Che sei nei cieli »
In sintesi
Articolo 3: Le sette domande
- « Sia santificato il tuo nome »
- « Venga il tuo regno »
- « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra »
- « Dacci oggi il nostro pane quotidiano »
- « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori »
- « Non ci indurre in tentazione »
- « Ma liberaci dal male »
La dossologia finale
In sintesi
Fonte: www.vatican.va
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