Buddismo tutto di tutto

     

    Buddismo


    Tratto da wikipedia : Il Buddhismo (sanscrito buddha-śāsana), anche Buddismo, è una delle religioni più diffuse e tra le più antiche al mondo. Originato dagli insegnamenti di Siddhārtha Gautama, si compendia nelle dottrine fondate sulle Quattro nobili verità (sanscrito Catvāri-ārya-satyāni).

    Con il termine Buddhismo si indica più in generale l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato.

    Sorto nel VI secolo a.C., a partire dall'India il Buddhismo si diffuse nei secoli successivi soprattutto nel Sud-est asiatico e in Estremo Oriente.

 

Buddismo

 

  • Il Buddismo

     

    La religione fai da te

    Il principe dei poveri

    L'ILLUMINAZIONE: COME VINCERE IL DOLORE

    Quattro Regni

    Quattro ‘Nobili Verità’

    ABOLIRE LA SETE DI ESISTENZA CHE GENERA DOLORE

    IL KARMA E LA SCHIAVITU' DEL DIVENIRE

    NORME PER RAGGIUNGERE LA SALVEZZA

    Retta parola, retta azione

    I simboli antichi

    L'arte degli Stupa

    Culto? Auto-disciplina

    L'ARTE, VIA MAESTRA

    Nel segno del Buddha

    DIFFUSIONE: 300 MILIONI DI SEGUACI

    Tante grazie, Re Asoka

    IN INDIA I PRIMI PASSI

    SALVEZZA PER TUTTI: LA RIVOLUZIONE DEL "SUTRA DEL LOTO" 11

    TERZA VERSIONE BUDDISTA, IN TIBET

    Così parlò Daishonin

    IL SEGRETO DELL'ENERGIA INTERIORE

    INTUIZIONE RIVOLUZIONARIA

    La Soka Gakkai oggi

    FILOSOFIA UMANISTICA E UMANITARIA

    AL LAVORO ACCANTO AL GOVERNO E ALL'ONU

    DIRITTI UMANI MADE IN ITALY

    Il fantasma del Tibet

    HOLLYWOOD TIFA PER I MONACI

    "MA ATTENTI A NON ISOLARE LA CINA"

    LA FAME ASSEDIA I PASTORI NOMADI

    SPIETATA LA PERSECUZIONE DEL REGIME

    LA CINA "ASSORBE" I TIBETANI

    SEQUESTRATO IL PANCHEN LAMA

    I PIU' GIOVANI PENSANO ALLA RIVOLTA ARMATA

    Capo a soli tre anni

    COME UNA FIABA LA «SCOPERTA» DEL PICCOLO DALAI LAMA

    QUEL BIMBO PRODIGIOSO "RICONOSCEVA" TUTTO

    "OCEANO DI SAGGEZZA"

    Un Nobel in esilio

    L'INVESTITURA A SOLI 3 ANNI

    LEADER IN ESILIO DOPO L'INVASIONE CINESE

    IL PREMIO NOBEL

    Questi i testi sacri

    Buddisti in Italia: 70 mila

    SOKA GAKKAI: DA BAGGIO A TINA TURNER

    L'UNIONE BUDDISTA ITALIANA

    Glossario buddista


    La religione fai da te

     

    Viene da lontano, anzi da lontanissimo, eppure entra nelle nostre case con rapidità sorprendente. È il buddismo laico dei seguaci di Nichiren Daishonin, monaco del Giappone medievale che rivoluzionò in senso individualista la concezione della pratica religiosa. Un'eredità raccolta mezzo secolo fa dai giapponesi fondatori della Soka Gakkai, organizzazione pacifista e umanistica con seguaci in tutto il mondo. Azzerato il ruolo del clero, è assolutamente "fai da te" la ricetta della felicità: questo aiuta a spiegare il successo travolgente del buddismo "occidentale", che solo in Italia annovera almeno 30 mila adepti (più degli ebrei e dei valdesi) e continua a crescere grazie alla sua promessa di risveglio interiore, energia e forza al servizio della pace. Un autentico nuovo umanesimo: una bussola in più per l'uomo occidentale del terzo millennio, figlia di una millenaria tradizione orientale che fa del buddismo una delle più importanti religioni del mondo, con oltre 300 milioni di praticanti.

     


    Il principe dei poveri

    buddismo

    buddismo

    Nato in India circa 2500 anni fa prima del 500 a.C. da una ricca famiglia degli Shakya, discendente del leggendario re Okkava, il giovane Buddha era figlio di un raja, cioè un governatore: gli fu imposto il nome di Siddharta ("colui che ha raggiunto l'illuminazione") o di Gautama (appartenente ad un ramo degli Shakya), ma in seguito sarà indicato con altri appellativi, su tutti "Buddha", che significa "l'illuminato" o "il risvegliato". Allevato in un lusso principesco, si sposò ed ebbe anche un figlio, ma rimase scosso dal contatto con le miserie umane: la vista di un vecchio, di un cadavere e di un mendicante. Impressionato, all'età di 30 anni lasciò tutto per imboccare la strada di una vita eremitica alla ricerca di una soluzione dell'enigma della vita. Insoddisfatto delle risposte di altri maestri, dopo digiuni estenuanti, intuì che la conoscenza della salvezza era affidata solo alla profonda meditazione personale.

     

  • L'ILLUMINAZIONE: COME VINCERE IL DOLORE

    Abbandonate le mortificazioni estreme, a 35 anni, dopo 49 giorni di riflessione ininterrotta ai piedi di un albero di fico, in una notte di plenilunio del mese di maggio raggiunse l'illuminazione e comprese le "Quattro nobili verità": sul dolore, sull'origine del dolore, sulla soppressione del dolore e sulla via che conduce alla soppressione del dolore. Animato da profonda pietà per gli uomini e dal desiderio di salvarli, si diresse verso Benares seguito da cinque discepoli affascinati dalla bellezza della sua dottrina e percorse per oltre quarant'anni il Nord dell'India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità: traguardo che si raggiunge non come dono della grazia di Dio ma come conquista del proprio intelletto e della propria volontà; su Dio, Buddha preferì tacere. Secondo le tradizione, morì all'età di 80 anni, circondato dai suoi seguaci, tra i quali il discepolo prediletto Ananda, al quale lasciò le sue ultime disposizioni. Prima di spirare, rivolgendosi ai discepoli disse: «Ricordate, fratelli, queste mie parole: tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi. Attuate con diligenza la vostra propria salvezza». Con la morte di Buddha, datata al 486 a.C., inizia il percorso del buddismo come movimento religioso.


    Quattro Regni

    buddismo

    Secondo la dottrina buddhista, il cosmo non è né permanente né creato. Al suo vertice vi sono i quattro regni di rinascita puramente mentale, senza forma; al di sotto i regni di pura forma, dove abitano gli dei, che non sono né permanenti, né eterni; al di sotto il regno del desiderio, dove vivono gli dei vedici, gli animali, gli uomini e gli dei gelosi. Ancora al di sotto vi sono i regni degli spiriti famelici e gli inferi.
    Nella cosmologia buddista trovano posto anche gli "esseri celesti". Un Bodhisatva ("esistenza illuminata") è un essere spirituale che, in una delle sue esistenze, ha incontrato un Buddha e, rimasto colpito dalla sua grandezza, ha scelto di continuare il ciclo di rinascite per aiutare gli altri, prima di diventare un Buddha completo e passare nel Nirvana (il Buddha storico è stato un Bodhisatva). I Bodhisatva sono oggetto di grande devozione soprattutto nella corrente Mahayana.


    Quattro ‘Nobili Verità’

    buddismo

    La dottrina buddista si fonda sulle Quattro Nobili Verità, che Buddha comprese meditando ai piedi del fico sacro, l'albero della "bodhi" (illuminazione), e sugli strumenti pratici attraverso i quali ogni discepolo può realizzare la liberazione dal dolore dell'esistenza, cioè l'Ottuplice Sentiero che porta alla salvezza. Per realizzare le quattro verità (il dolore, l'origine del dolore, la soppressione del dolore e la via che conduce alla soppressione del dolore) il discepolo deve passare dalla sua condizione di ignoranza a quella di conoscenza liberatrice: la via è lunga e impegnativa, perché prescrive un progressivo distacco dalle passioni che legano l'individuo al mondo.

 

 

  • ABOLIRE LA SETE DI ESISTENZA CHE GENERA DOLORE

    La verità sul dolore rivela il carattere negativo dell'esistenza, vincolata al processo di nascita, vecchiaia, malattia e morte. L'impegno è ad eliminare il dolore che domina l'esistenza, il ciclo nascita-morte-rinascita chiamato "samsara" (da "sam", girare intorno) e pervenire alla consapevolezza delle Quattro Verità. La prima Verità rivela che tutto è dolore: la nascita, la malattia, la vecchiaia, la morte, la separazione da ciò che si ama e, in generale, l'impossibilità di soddisfare i propri sensi. Da qui discende la seconda Verità, dalla quale si apprende che il dolore ha origine proprio nella sete del piacere e dell'esistenza, nell'attaccamento agli esseri e alle cose. Qual è il rimedio? Lo spiega la terza Verità, secondo la quale la sete dell'esistenza può essere soppressa rinunciando del tutto ad ogni desiderio: si raggiunge così il Nirvana. La quarta Verità contiene le "istruzioni per l'uso", ovvero il metodo per riuscire a spegnere la sete dell'esistenza: la pratica buddista, meditazione e recitazione in grado di generare energia interiore fino ad "illuminare" l'individuo liberandolo dalla schiavitù delle dipendenze.

     

  • IL KARMA E LA SCHIAVITU' DEL DIVENIRE

    Secondo la teoria buddista, ogni fenomeno sensibile ha una "causa", che a sua volta è l'"effetto" di una "causa interiore": perciò è condizionato e dipendente. Allo stesso modo ogni condizione di vita è assoggettata a tutte le "cause" che la precedono nella catena e a tutte le "cause" che la seguono; di essa si può solo affermare il carattere di precarietà e transitorietà: la fase del divenire. È la concezione del "karma", l'eredità interiore e il peso della storia personale, che tuttavia si può "ripulire", determinando nuovi e migliori "effetti", ponendo alla base della propria via nuove e migliori "cause". In base a questa teoria, l'intera storia del mondo è il prodotto di "cause" ed "effetti", in una catena di interdipendenza tra cose, persone, atti, propositi, eventi. La stessa "legge di condizionamento" si applica individualmente ai fenomeni della coscienza e alla personalità: ogni individuo ha delle predisposizioni, è condizionato dalla "catena delle cause" attraverso il flusso dell'esistenza (nascita-morte uguale "samsara") e ognuno è formato da anima e coscienza, che per il buddismo sono elementi non separabili, composti a loro volta da cinque sottogruppi: "Rupa" (parte corporea sensibile), "Vedana" (sensazione di piacere e dolore), "Samjna" (percezione e rappresentazione), "Sankhara" (predisposizioni, forze attive elementari che si originano dal karma, la legge di causa-effetto, e determinano la vita), e infine "Dijnana" (coscienza).

     

     

    NORME PER RAGGIUNGERE LA SALVEZZA

    Completato il faticoso cammino della presa di coscienza delle prime tre Verità, la quarta Verità indica al discepolo la via per raggiungere la salvezza, il Nirvana (letteralmente: "estinzione"), inteso come totale liberazione dal dolore e dalla catena delle esistenze. Gli strumenti sui quali si fondano l'etica e la tecnica ascetica buddista sono radunati in quello che viene denominato Ottuplice Sentiero:

    1. la Retta Fede (l'adesione alle Quattro Verità),

    2. la Retta Risoluzione (l'impegno a rinunciare ad ogni passione, desiderio, odio, malizia),

     3. la Retta Parola (l'astensione dalle parole false),

    4. la Retta Azione, (la rinuncia ad uccidere esseri viventi ma anche al furto e all'adulterio),

    5. il Retto Comportamento di vita (la messa in pratica di tutte le norme che riguardano l'agire),

    6. il Retto Sforzo (la volontà di incrementare le qualità positive),

    7. il Retto Ricordo (la mancanza di confusione nella mente per riuscire a non cedere ai desideri e perseverare nella via di salvazione),

    8. la Retta Concentrazione (il raccoglimento mentale che porta allo stato di abolizione della coscienza e della non-coscienza). La liberazione quindi non dipende soltanto dalla conoscenza dell'ignoranza, ma anche dall'osservanza delle norme ("sila") di comportamento.


    Retta parola, retta azione

    Le norme morali prescritte riguardano la Retta Parola, la Retta Azione, il Retto Comportamento. Sono rivolte principalmente ai monaci che intendono praticare l'ascesi per raggiungere la salvezza. Sono però estensibili ai laici che intendono porre a motivi fondamentali della loro vita la tolleranza e l'amore. La sostanza del sistema di norme morali destinate ai laici è contenuta in 10 precetti:


    1. Eliminare i quattro cattivi elementi (la distruzione della vita, il prendere il non dato, il non retto comportamento per brama, il dire menzogna).


    2. Non compiere le quattro operazioni dannose (il vivere nella passione, il vivere nell'ira, il vivere nel torpore, il vivere nella paura).


    3. Eliminare le sei fonti del piacere (uso di bevande alcoliche, frequentare le strade in tempo inopportuno, partecipare a feste, dedicarsi supinamente e abitualmente ai giochi, coltivare cattive compagnie, vivere pigramente).


    4. Eliminare, con le sei fonti del piacere, di cui sopra, i sei danni che ne derivano.


    5. Onorare le regioni spaziali, delle quali la prima è il Levante. Si onora il Levante rispettando il padre e la madre, sostituendoli nelle loro incombenze, conservando le tradizioni di famiglia, accudendo all'eredità.


    6. Si onora il Ponente rispettando la propria moglie, non sospettandola, non tradendola, non concedendole autorità, provvedendola di ornamenti.


    7. Si onora il Settentrione onorando gli amici con doni, con cortesi parole, con l'agire a loro vantaggio, con imparzialità e onestà.


    8. Si onora il Mezzogiorno mantenendosi devoto al proprio maestro (bonzo), il quale si mostrerà grato comunicando la propria dottrina.


    9. Si onora il nadir (il punto della sfera celeste opposto allo zenit) onorando i servi e gli operai col distribuire loro il lavoro secondo le loro forze, col dare loro cibo e stipendio, col curarli se ammalati, col concedere loro, a tempo debito, la libertà.


    10. Si onora lo zenit onorando asceti e bramani, con amichevole comportamento nelle opere, nelle parole, nei pensieri, nel tener loro aperta la porta e provvedendo alla loro vita. I precetti morali riguardanti i monaci sono molto più complessi e rigidi. Includono, tra l'altro, l'assoluto rispetto dell'astinenza sessuale e l'evitare ogni rapporto sentimentale-affettivo per realizzare la condizione di purezza e solitudine, nella libertà da ogni legame. Il discepolo è al centro di un regime di vita che deve essere tollerante attraverso gli impegni interiori delle Quattro Verità, dell'Ottuplice Sentiero, delle tecniche di meditazione. Tutto il resto non deve essere preso in considerazione.

     


    I simboli antichi

    Simboli del buddismo sono "Buddha Amida" (luce infinita) e "Bodhisattva" sotto forma di diademi e monili, la "Ruota ad otto raggi", detta "via del Buddha" (che simboleggia la dottrina buddhista e l'ordine dell'universo, il "Darmachakra"), quindi il "Fiore di loto" (purezza, ma anche elevazione o ricerca spirituale; la posizione "del loto" è ideale per la meditazione), l'"Ombrello" (dignità e onore, "yasti" o "yupa", regalità e difesa contro le disgrazie), lo "Stupa" (rappresentazione simbolica dell'universo, evocazione della persona del Buddha), "l'Elefante" (il divenire spirituale di Buddha), quindi "Impronte dei piedi e cuscino" (presenza spirituale del Buddha), il "Trono" (il sovrano spirituale del Buddha), "L'albero Bo" (il fico sacro sotto il quale Siddharta-Shakyamuni raggiunse l'illuminazione), il "Corno di conchiglia" (vittoria in battaglia), e ancora, i "Due pesci che formano un cerchio" (il signore del mondo), "Nodi della vita infinita", lo "Stendardo arrotolato" (vittoria della dottrina buddhista), e il "Vaso d'acqua santa".

    L'arte degli Stupa

    buddismo

    L'arte buddhista in India originò gli antichi monumenti religiosi del periodo Maurya (320-185 a.C.), gli Stupa, i templi-grotta e altre opere architettoniche e iconografiche (mandala, ecc.). In questi monumenti, sono innumerevoli i bassorilievi e le sculture. Le figure rappresentate, morbide e slanciate, sono animate dalla quiete della vita interiore e sono estranee all'idea di violenza. Esse convergono verso lo spazio sacro dove è rappresentato il Buddha. Alcuni Stupa, antichi tumuli di sepoltura contenenti le reliquie di re o di eroi e poi di figure indicative del primo buddismo, divennero mete di pellegrinaggio e furono ricoperti da lastre raffiguranti la vita del Buddha. Gli stupa si trasformarono nei chortem in Tibet, nelle pagode in Cina e in Giappone.

     


    Culto? Auto-disciplina

    buddismo

    Il culto buddhista non è organizzato da una struttura gerarchica. I buddhisti venerano alcune divinità, ma le ritengono inferiori al Buddha che ogni mattina invocano così: "Mi rifugio nel Buddha", "Mi rifugio nel Dharma" (nella dottrina), "Mi rifugio nel Sangha" (nella comunità); Buddha, dottrina e comunità sono i tre "Gioielli" per raggiungere la liberazione. In Asia, di fronte alle statue di Buddha, numerose sia all'aperto che nelle pagode, il fedele medita accoccolato a gambe incrociate; riflette sulla propria vita e rinnova i propositi fondamentali della morale buddista: evitare la menzogna, l'uccisione di esseri viventi e l'acquisizione di ciò che non è stato donato, rinunciare alle azioni impure e a bere bevande inebrianti. Ripetendo brani dei testi sacri, il buddista orientale allontana dalla mente ogni pensiero, trascendendo il mondo, fino a raggiungere uno stato di pace e serenità. È soprattutto una grande auto-disciplina: non esistono cerimonie o rituali fissi, nessuno può costituirsi intermediario tra Dio e gli uomini, offrire sacrifici e assolvere dai peccati. Nessuna delle 227 regole del Patimokka, prezioso documento della disciplina monastica, impone una fede o un dogma.

    L'ARTE, VIA MAESTRA

    Esistono delle feste stagionali, come quelle del novilunio e del plenilunio, durante le quali si radunano folle enormi per commemorare gli avvenimenti della vita di Buddha e celebrare l'inizio o la fine della stagione delle piogge. In Cina e in Giappone il buddhismo ha assimilato rituali e feste legate alle tradizioni storiche locali, ma la connotazione più importante rimane la meditazione. Legata ad essa si sviluppa quella corrente Zen che anche noi occidentali conosciamo e che dà grandissima importanza alla meditazione e all'intuizione. Per questo l'arte diviene la via maestra dell'illuminazione (culto della poesia, della pittura, del tè, dei giardini, dei fiori). In Asia, Buddha è venerato come Amida (luce infinita), ma non meno celebre è Kwanyn, la "dea della misericordia", emanazione spirituale di "colei che guarda con compassione". Sul loro esempio il fedele è inviato a mostrare la stessa compassione e a servire il prossimo e chi soffre, fino a ritardare la propria salvezza per permettere anche agli altri di salvarsi. Il monachesimo buddista, che molti hanno tentato di accostare a quello occidentale, non risponde ad alcuna tipologia classica. I monaci buddisti non hanno un capo gerarchico che possa chiedere obbedienza agli inferiori; la guida delle assemblee è affidata, di volta in volta, al monaco più anziano. La salvezza cui donne e uomini laici o monaci e monache possono pervenire è riposta nell'adesione ai tre "Gioielli": Buddha, Dharma e Sangha.


    Nel segno del Buddha

    buddismo

    Religione universale a carattere salvifico-liberatorio, il buddismo deve il nome al suo fondatore, il principe indiano Siddharta, conosciuto in Giappone come Shakyamuni, che visse circa 2500 anni fa e divenne "Buddha", ovvero "risvegliato" o "illuminato", dopo una vita di predicazione tra gli umili. Il buddismo assume connotazioni varie secondo le zone di diffusione ed è in ogni caso una delle più grandi religioni del mondo perché alla base dell'esperienza religiosa pone le tematiche del destino dell'uomo insidiato dall'angoscia, dal dolore e dalla precarietà dell'esistenza, proponendo una sua originale via di superamento e di liberazione, più filosofica che religiosa: non è metafisica la concezione della salvezza dell'individuo, che è invece affidata alla capacità del singolo di scoprire all'interno di se stesso le proprie risorse spirituali; la pratica buddista è in sostanza uno strumento per mettere l'individuo in condizioni di mobilitare la propria energia vitale.

    DIFFUSIONE: 300 MILIONI DI SEGUACI

    Nato in India, il buddismo è la religione dominante nell'Asia sud-orientale in paesi come Sri Lanka (Ceylon), Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia, ma rappresenta una delle più grandi espressioni religiose anche in Cina, Giappone, Tibet. Negli ultimi tempi ha raggiunto isole del Pacifico e alcune zone d'America. Tre sono le differenti tradizioni buddiste: Theravada (sud-est asiatico), Mahayana (estremo oriente) e Vajrayana (Tibet). In tutto il mondo i buddisti sono circa 300 milioni. Le cifre indicano il numero di individui di fede buddhista in ogni stato. Bangladesh 752.040, Bhutan 602.000, Brunei 39.424, Cambogia 9.865.750, Cina 650.000.000 (stima non ufficiale), Corea del Nord 16.997.583, Corea del Sud 12.775.840, Giappone 48.300.130, India 7.000.000, Indonesia 1.995.440, Laos 2.967.860, Malaysia 3.700.390, Macao (colonia portoghese) 399.000, Myanmar (Birmania) 40.735.140, Mongolia 2.120.400 (lamaisti), Nepal 1.671.072, Singapore 993.288, Sri Lanka 13.026.774, Taiwan 9.294.880, Thailandia 57.571.900, Viet Nam 41.318.200. In Occidente il buddismo è conosciuto soprattutto nella sua forma tibetana (per l'esodo dei Lama tibetani in Europa e America, fuggiti dall'occupazione cinese del Tibet) e nella sua forma Mahayana-Zen, che però nella pratica occidentale si discosta dal campo religioso concentrandosi sulla scoperta della propria interiorità.


    Tante grazie, Re Asoka

    buddismo

    Archiviato il primo confuso periodo che seguì alla morte di Buddha, con le contrapposizioni tra alcuni "santi" in una situazione che mise in luce la necessità di indire concili per fissare la dottrina e le regole del maestro, la figura che emerge è quella del re Asoka, della dinastia Maurya: per la sua efficacia nell'affermazione del buddismo fu chiamato "colui che, per secondo, mise in moto la Ruota della Legge". Da setta polemica e riformatrice del brahmanesimo, con Asoka il neonato buddismo indiano divenne religione universalistica basata sulla pietà verso il popolo nella pratica delle virtù naturali: amore per la vita, devozione verso i genitori, gli anziani e i maestri, amore per la verità e rifiuto assoluto della violenza.

    IN INDIA I PRIMI PASSI

    Con la sua vita di sovrano, Asoka testimoniò la sua teoria: grazie al suo modello semplice di alta religiosità, le sue parole di amore e di fiducia pervasero tutta l'India grazie a celebri iscrizioni su roccia come i 24 editti rupestri e le 7 iscrizioni su pilastri. Sotto Asoka, i funzionari provinciali istruivano la popolazione nella religione, i "Censori della Legge di Pietà" punivano le violazioni delle libertà personali, i "Censori di Donne" tutelavano la morale femminile e i missionari esportavano la dottrina nello Sri Lanka, in Egitto, a Cirene, nell'Epiro e in Macedonia. Grazie al suo senso religioso della vita e allo spirito di fratellanza per tutti gli uomini, probabilmente Asoka è stato il primo al mondo a realizzare una forma di proselitismo universale.

    SALVEZZA PER TUTTI: LA RIVOLUZIONE DEL "SUTRA DEL LOTO"

    Nei quattro secoli che intercorrono fra la morte di Asoka e il 100 d.C., il buddismo si estende nel Nord dell'India e successivamente in Cina. Tra il 125 e il 144 d.C., re Kaniska, oltre a sollecitare la composizione dei commentari alla scritture canoniche, curò la costruzione di mirabili edifici culturali, tra i quali il famoso Stupa di Pashawar (lo stupa è una tomba cupoliforme dei sovrani e dei santi, reliquario delle loro ceneri) e indisse il quarto concilio buddista per discutere i punti dottrinali della corrente Hinayana o "Piccolo Veicolo", che si contrappone al Mahayana o "Grande Veicolo". Il fatto nuovo e del tutto rivoluzionario è il sorgere e lo svilupparsi del Mahayana, dottrina salvifica offerta per la prima volta a tutti gli uomini. Nel secolo IV-V d.C., la scissione tra le due correnti buddhiste non aveva però raggiunto le forme di intolleranza che appariranno nei secoli successivi. Gli insegnamenti del "Grande Veicolo" universale sono contenuti nel "Sutra del Loto", scrittura che offre la salvezza a tutti coloro che invocano con fede il misericordioso Buddha, mentre il "Piccolo Veicolo" riservava la salvezza solo ai monaci.

    TERZA VERSIONE BUDDISTA, IN TIBET

    Nel secolo VI d.C., il buddismo si impose anche nel Tibet, dove in breve tempo divenne la religione ufficiale nella sua particolare versione, la tradizione Vajrayana. I monasteri buddisti divennero i centri del potere nella vita del paese. I superiori dei monasteri sono i "Lama" ed hanno per capi il Dalai-Lama e il Panchen-Lama. Nel corso dei secoli, fino a noi, il Buddhismo ha conservato la sua validità dottrinale e conta centinaia di milioni di adepti in molte parti del mondo, comprese regioni come Cina e Tibet malgrado la presenza del regime comunista di Pechino.


    Così parlò Daishonin

    Anche se esistono in tutto il mondo seguaci del buddismo tibetano e indiano (tradizioni Vajraiana e Theravada), ad incontrare maggior successo in occidente è il buddismo dell'estremo oriente che discende dalla tradizione Mahayana, ricodificato nel 1253 dal monaco giapponese Nichiren Daishonin e basato sull'interpretazione del Sutra del Loto, uno degli ultimi insegnamenti del Buddha, che secondo Daishonin contiene la rivelazione basilare del buddismo, ovvero l'esistenza di una forza vitale universale che genera, permea e regola tutti i fenomeni della vita. Ogni essere umano - egli dice - possiede in sé questa condizione vitale illuminata (definita "buddità", da un termine sanscrito che significa "illuminato").

    IL SEGRETO DELL'ENERGIA INTERIORE

    Per il credente, la "buddità" rappresenta "il potenziale per lo sviluppo di una illimitata energia positiva che, attingendo dall'inesauribile fonte della vita universale di cui l'uomo è parte integrante, tende verso uno stato di felicità, permettendo il superamento delle umane sofferenze e la naturale compassione per gli altri". Sempre secondo Nichiren, l'essenza di questa dottrina è contenuta nella frase rituale "Nam-myoho-renge-kyo": la recitazione di questo "mantra" «risveglia progressivamenete la natura illuminata interiore» ed è «la chiave che apre la porta alla illimitata potenzialità celata nelle profondità dell'essere: una chiave accessibile a tutti e universalmente valida».

    INTUIZIONE RIVOLUZIONARIA

    Uno strumento dunque alla portata di tutti, senza bisogno della mediazione del clero: il carattere rivoluzionario di queste affermazioni, sottolineano i buddisti italiani aderenti alla Sokka Gakkai, provocò la burrascosa reazione delle autorità religiose e governative dell'epoca, che cercarono di contrastare la propagazione di questo insegnamento. La pratica quotidiana consiste nella recitazione di "Nam-myoho-renge-kyo" (pronuncia: nàm-miòho-rènghe-chiò) e di due brani del Sutra del Loto, oltre che nello studio della filosofia buddista e nella concreta applicazione dei suoi "principi altruistici" nella vita di ogni giorno. «Caratteristica fondamentale di questa pratica - spiegano alla Sokka Gakai italiana - è infatti quella di poter essere utilizzata e verificata nella realtà quotidiana in cui si vive, mantenendo intatta la propria identità sociale, geografica e culturale».


    La Soka Gakkai oggi

    buddismo

    Fedele ai principi ispiratori della Sgi, la Soka Gakkai italiana (riconosciuta come ente religioso ma decisa a rinunciare al contributo pubblico dell'8 per mille) si impegna a promuovere pace, cultura e educazione sulla base della filosofia e degli ideali dell'insegnamento buddista di Nichiren Daishonin. «In nessun'altra epoca della storia - afferma - l'umanità ha sperimentato una giustapposizione così intensa tra guerra e pace, discriminazione e uguaglianza, povertà e abbondanza, come nel XX secolo». I pericoli: «Lo sviluppo di tecnologie militari sofisticate», le «violente discriminazioni etniche e religiose» che producono «un ciclo senza fine di conflitto», e in generale «l'egoismo e l'intemperanza dell'umanità» che «hanno generato problemi globali, come il degrado dell'ambiente naturale e l'abisso di disparità economica che si va allargando tra le nazioni sviluppate e quelle in via di sviluppo, con serie ripercussioni sul futuro collettivo del genere umano».

    FILOSOFIA UMANISTICA E UMANITARIA

    Su queste convinzioni si innesta la rinnovata fede nella "filosofia umanistica" di Nichiren Daishonin, «caratterizzata da infinito rispetto per la sacralità della vita e da una compassione universale», formidabile strumento per aiutare gli individui a «superare le difficoltà e le crisi cui l'umanità si trova di fronte», per realizzare così «una società di pacifica e una prospera coesistenza». Parole d'ordine: tolleranza e non-violenza, cittadinanza mondiale, rispetto delle diversità sociali e culturali, lotta contro le discriminazioni, tutela dei diritti umani, libertà di espressione religiosa e collaborazione umanitaria con le altre religioni, difesa dell'ambiente, educazione e sviluppo della ricerca per «permettere a ogni individuo di sviluppare la propria personalità e godere di una vita realizzata e felice».

    AL LAVORO ACCANTO AL GOVERNO E ALL'ONU

    A livello nazionale, l'iniziativa è affidata all'istituto buddista italiano Soka Gakkai, ente di religione e di culto costituito con atto pubblico il 27 marzo 1998 e aderente alla casa madre di Tokyo presieduta da Daisaku Ikeda. "La nascita del nostro istituto - spiega la Sokka Gakkai Italia - segna un'importante tappa del percorso intrapreso anni or sono dai primi praticanti italiani". Attraverso la Sgi, l'ente buddista italiano è presente all'Onu tra le organizzazioni non governative (Ong), milita nella Federazione mondiale delle associazioni delle Nazioni Unite (Wfuna) che si batte per l'applicazione dei princìpi della "Carta" dell'Onu. In Italia la Soka Gakkai partecipa alle riunioni tra le Ong nel campo dei diritti umani, siede nella Commissione per i diritti umani della presidenza del Consiglio dei ministri e presenzia alle riunioni del Comitato interministeriale per i diritti umani del ministero degli Esteri, svolgendo attività di supporto e di sostegno alle iniziative del governo italiano presso l'Onu.

    DIRITTI UMANI MADE IN ITALY

    Tra le iniziative più recenti dei buddisti laici italiani, una mostra sui diritti umani nel mondo a Milano e Roma nel 1996 (50 mila visitatori), un ciclo di conferenze sui diritti umani in collaborazione con università italiane (testi raccolti nel libro "Educare alla pace", Esperia edizioni, Milano 1998), l'organizzazione delle manifestazioni pubbliche di celebrazione del 50esimo anniversario della "Dichiarazione dei diritti umani" (a Milano insieme a Unicef e Amnesy International, e a Torino in collaborazione con l'associazione Italia-Tibet), la raccolta di firme per una moratoria sulla pena di morte in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio e infine un ciclo di conferenze sui "valori umani nella città del terzo millennio" con il patrocinio del Comune di Firenze.


    Il fantasma del Tibet

    buddismo

     

    buddismo

    Il premio Nobel attribuito al Dalai Lama è stato uno schiaffo inflitto alla Cina, sotto la cui dominazione rischia di scomparire la civiltà tibetana malgrado la crescente mobilitazione occidentale: a condannare il fantasma del Tibet all'estinzione culturale è il nuovo atteggiamento degli Usa, disposti a "chiudere un occhio" sulla questione tibetana pur di non compromettere le nuove promettenti relazioni commerciali con Pechino.

    HOLLYWOOD TIFA PER I MONACI

    L'azione del Dalai Lama ha tuttavia contribuito a orientare l'opinione pubblica statunitense a favore della causa del popolo delle nevi: il carisma del leader spirituale è esaltato da due recenti film, "Sette anni in Tibet" di Annaud e "Kundun" di Scorsese che parlano della sua infanzia, dei suoi tentativi di trattare pacificamente con gli aggressori, dell'invasione cinese del Tibet nel '49, della sua fuga finale in India attraverso l'Himalaya nel 1959. A tenere desta l'attenzione verso quest'uomo insignito del Nobel per la Pace e verso il suo popolo ci sono le star internazionali che, come Richard Gere, propagano quotidiani messaggi a favore dei diritti umani in Tibet. In Italia, ad inaugurare la mobilitazione pro-Tibet è stato il partito radicale di Marco Pannella anche attraverso iniziative di protesta alle Nazioni Unite.

    "MA ATTENTI A NON ISOLARE LA CINA"

    Se gli Usa temono che continuare a ignorare il dramma tibetano possa causare danni di immagine al "paese della libertà", a dar loro una mano interviene proprio il Dalai Lama, che malgrado sia reduce da quasi mezzo secolo di resistenza anti-cinese, avverte: «Demonizzare e isolare in questo momento la Cina sarebbe un grave errore», invitando il Congresso Usa a rinunciare ad adottare sanzioni contro Pechino come forma di pressione per la tutela dei diritti umani. Il dialogo tra Cina e Tibet, invocato da sempre dal Dalai Lama, fu ripreso soltanto negli anni '80 da Deng Xiao Ping ma è stato poi abbandonato dai successori del grande riformatore cinese. Il Dalai Lama però non demorde: è dell'estate 1988 la sua proposta di un piano in cinque punti che - rinunciando ad ogni precedente richiesta d'indipendenza - offriva il suo rientro e quello dei centomila esuli in cambio di una semplice autonomia amministrativa e della creazione, in Tibet, di un'area smilitarizzata e denunclearizzata, una sorta di 'oasi' sperimentale per la salvaguardia dell'ambiente e laboratorio per la pace.

    LA FAME ASSEDIA I PASTORI NOMADI

    Gli Usa non si sono mai pronunciati su questo piano, che la Cina ha rigettato accusando il Dalai Lama di nascondere in realtà mire indipendentiste (senza contare il gelo sceso tra Pechino e il resto del mondo quando al Dalai Lama è stato concesso il Nobel all'indomani della strage di Tienanmen). «Attualmente - spiegano alcuni osservatori - il problema più sentito per uomini e donne, in gran parte nomadi, distribuiti tra la capitale Lhasa e le regioni dell'Amdo, del Qinghai e della Regione autonoma, è quello della sopravvivenza, dopo l'emergenza che di recente a causa del maltempo ha colpito i nomadi, che hanno perso fino al 90 per cento dei loro animali, mandrie di yak e pecore. Un disastro immane che non si ricorda a memoria d'uomo, forse legato alle recenti variazioni climatiche del Niño: ci vorranno degli anni prima che le condizioni di vita dei nomadi si ristabiliscano».

    SPIETATA LA PERSECUZIONE DEL REGIME

    A peggiorare la situazione, si registra la dolorosa frattura spirituale tra i tibetani e il loro leader in esilio, del quale non possono tenere in casa né sugli altari nemmeno la fotografia. I monaci sarebbero costretti a seguire "corsi di rieducazione" con l'abiura formale degli insegnamenti del Dalai lama, pena l'espulsione dai loro monasteri e il ritorno nei villaggi d'origine, con un marchio 'politico' non certo gradito agli eventuali datori di lavoro. E nelle scuole, dove la quella tibetana è studiata di fatto come seconda lingua, gli insegnanti spiegano agli studenti che la religione, come già sosteneva Mao, è "un veleno". Di conseguenza, avvertono le organizzazioni non governative, i restauri di templi e monasteri realizzati e pubblicizzati dalle autorità «servono in realtà soltanto per i turisti che sempre più numerosi chiedono di poter visitare il 'magico Tibet'».

    LA CINA "ASSORBE" I TIBETANI

    Con lingua e religione in pericolo, il Tibet è poco più che una cartolina. Le moderne costruzioni cinesi hanno stravolto anche paesaggi di grande suggestione come l'antica capitale e il Potala, il palazzo che fu del Dalai Lama. Ma la più grave conseguenza della dominazione cinese è l'integrazione dei tibetani, ormai sommersi da milioni di emigranti cinesi. «I giovani cercano di parlare anche tra loro il cinese, nella speranza di fare carriera nelle strutture del governo, negli studi o nel commercio con Pechino». La Cina sembra puntare al controllo anche dell'ultimo spazio 'libero' tibetano, l'intimo legame spirituale con la religione dei maestri.

    SEQUESTRATO IL PANCHEN LAMA

    Dopo la morte dell'ultimo Panchen Lama, membro del Comitato centrale del partito comunista cinese e seconda figura spirituale del buddismo tibetano, gli uomini di Pechino si sono affrettati a cercare la sua "reincarnazione": ma appena il Dalai Lama ha individuato il bambino, il piccolo Gedun, in un villaggio di nomadi, i cinesi ne hanno nominato un altro al suo posto; così oggi ufficialmente il titolo di Panchen, in Cina, è detenuto da un altro fanciullo, ovviamente ignaro di tutto, mentre il povero Gedun è detenuto "sotto sequestro" delle autorità cinesi, che si limitano a dire che "sta bene" e che la sua sorte "riguarda gli 'affari interni' della Cina".

    I PIU' GIOVANI PENSANO ALLA RIVOLTA ARMATA

    Sono in molti, quindi, a ritenere in pericolo l'eredità spirituale dei grandi Lama tibetani, compreso il Dalai: a questo punto infatti non è escluso che alla sua morte i cinesi tenteranno di 'nominarne' uno d'ufficio, spezzando per sempre la sacralità del legame che unisce il popolo al leader. Inquietudini che finiscono per agitare le frange più oltranziste degli esuli, come i giovani dello Youth Congress, che iniziano a contestare il metodo non violento del Dalai Lama: per la prima volta nella storia, un gruppo di studenti ha preso a sassate un'ambasciata cinese, mentre altri hanno annunciato l'inizio di una rivolta armata contro Pechino. Prospettive che atterriscono il Dalai Lama, che non ha potuto impedire lo sciopero della fame a oltranza di sei tibetani (interrotto dalla polizia indiana) e il suicidio con il fuoco di un quarantenne.


    Capo a soli tre anni

    buddismo

     

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    Singolare era la procedura attraverso la quale venivano scelti in Tibet i Dalai Lama, seguita anche nel caso della designazione, o meglio del "riconoscimento", del piccolo Tenzin Ghiatzo, quale reincarnazione del precedente 13esimo Dalai Lama. Il racconto ha la delicatezza di una fiaba. Dove giaceva il corpo del vecchio Dalai Lama appena spentosi, spuntò "un gigantesco fungo a forma di stella" e apparvero "ripetuti arcobaleni in direzione nord orientale"; qualche giorno più tardi "anche la testa del defunto Dalai Lama si voltò verso nord-est", verso un lago sacro chiamato Lamo Lhatzo, le cui acque avrebbero il potere di mostrare il futuro: esse "manifestarono ai grandi Lama sopraggiunti la visione di un monastero dai tetti d'oro e di giada; dal monastero scendeva verso oriente un sentiero che conduceva ad una casa con le tegole color turchese, un cortile, un bambino e un cane pezzato di bianco e marrone".

    COME UNA FIABA LA «SCOPERTA» DEL PICCOLO DALAI LAMA

    Apparvero infine tre lettere dell'alfabeto tibetano che indicavano, si presumeva, le iniziali del luogo e della provincia esatti.
    Guidati dalla visione, i maestri viaggiarono per mille miglia fino al monastero Kumbum, quello "dai tetti d'oro e di giada", e giunsero nel villaggio di Takstern, nella provincia dell'Amdo (vicino al confine con la Cina) fino alla porta di una casa, appunto, "dal tetto color turchese". Travestiti da mercanti, chiesero ospitalità e conobbero così il piccolo Tenzin, che aveva tre anni e nel villaggio era nato il 6 luglio 1935; il bambino "riconobbe" subito una collana che il Lama aveva al collo che era appartenuta al precedente Dalai Lama. Il bambino parlava il raffinato dialetto di Lhasa, città di residenza dei Dalai Lama, idioma che in quella provincia nessuno conosceva.

    QUEL BIMBO PRODIGIOSO "RICONOSCEVA" TUTTO

    In una seconda visita, i Maestri sottoposero il bimbo a varie prove, mostrandogli oggetti appartenuti all'ultimo Dalai Lama confusi in mezzo a copie abilmente contraffatte; ogni volta il piccolo sceglieva con sicurezza quella giusta e sosteneva che quegli oggetti gli appartenevano. Quando partì felice con i Lama alla volta di Lhasa, aveva soltanto tre anni e mezzo. Nella capitale vennero organizzate ulteriori "prove", fra le quali il riconoscimento sul suo corpo degli otto segni appartenenti a tutti i precedenti Dalai Lama. Da quel momento il piccolo divenne "Sua santità Tenzin Ghiatzo, 14° Dalai Lama del Tibet".

    "OCEANO DI SAGGEZZA"

    Monaco buddista dell'ordine fondato da Buddha Shakyamuni attorno al 525 avanti Cristo e rivitalizzato in Tibet dal Lama Tzong Khapa nel 1400, portavoce dell'antica tradizione educativa buddista, reincarnazione del Buddha Avalokiteshvara, l'arcangelo buddista Mahayana della Compassione, salvatore dei tibetani. Formalmente sovrano del Tibet anche se in esilio dal '59, Tenzin Ghiatzo è anche un "maestro "vajra" dei mandala esoterici del tantra dello yoga supremo Kalachakra, "ruota del tempo", e quindi profeticamente coinvolto nell'evoluzione positiva di tutta la vita intelligente, nel nostro sacro ambiente su questo pianeta". Il titolo Dalai, letteralmente "oceano" (di saggezza), venne conferito dal principe mongolo Altan Khan al terzo successore del primo Lama, Tzong Khapa, e divenne un'eredità per tutti i "sovrani" spirituali di Lhasa.

    Un Nobel in esilio

    buddismo

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    Premio Nobel per la pace, è il buddista più famoso del mondo: ama definirsi un semplice monaco buddista, si firma col suo nome di battesimo, Tenzin Ghiatzo, ma per tutti è il Dalai Lama, simbolo vivente della cultura tibetana ed emblema della difesa dei diritti umani: è ancora la principale autorità spirituale del Tibet, anche se costretto all'esilio dall'invasione cinese che mise fine al suo potere temporale nel paese dei Lama, i "maestri" della città-monastero di Lhasa. Per i tibetani, interpreti della tradizione buddista Vajrayana, Tenzin Ghiatzo (14esimo Dalai Lama) è considerato una emanazione di Cenresig, il "Buddha della Compassione".

    L'INVESTITURA A SOLI 3 ANNI

    Figlio di contadini, nato nel 1935 in un villaggio di campagna all'estrema periferia nord-occidentale del Tibet, il piccolo Tenzin aveva solo tre anni e mezzo quando fu "riconosciuto" come Dalai Lama dai grandi "maestri" della capitale in base a misteriosi presagi: i saggi di Lhasa lo ritennero la reincarnazione del suo predecessore, il 13esimo Dalai Lama, e da quel momento lo considerarono supremo capo spirituale e temporale del Tibet. Dall'età di sei anni studiò scienze, matematica, inglese, filosofia buddista. Nel 1950, in ottobre la Cina comunista invase il Tibet.

    LEADER IN ESILIO DOPO L'INVASIONE CINESE

    A sedici anni non ancora compiuti, Tenzin Ghiatzo fu costretto ad assumere il ruolo di capo di Stato e per nove anni tentò di raggiungere un compromesso coi cinesi, ma nel marzo del 1959 le truppe di Pechino uccisero in un solo giorno oltre 87 mila tibetani: per sottrarsi alla cattura il Dalai Lama fu costretto a fuggire da Lhasa, seguito da più di 100 mila profughi, insieme ai quali ottenne asilo politico dall'India. Dal 1960, Tenzin Ghiatzo vive a Dharamsala, nell'India settentrionale ai piedi dell'Himalaya, dove svolge un'instancabile attività in difesa del suo popolo e della preservazione della cultura tibetana.

    IL PREMIO NOBEL

    Ha praticato la politica della non-violenza, anche di fronte ad una brutale aggressione, un'attitudine che lo ha portato ad essere insignito del Nobel per la pace, nel dicembre 1989, attribuito per la prima volta ad un cittadino asiatico. Grazie alla sua semplicità disarmante, ha toccato il cuore di moltissime persone di differenti culture e religioni, divenendo un simbolo mondiale della non-violenza e uno dei più rispettati leader spirituali del pianeta: il suo sorriso sembra più forte del dolore per il genocidio del Tibet, dove la Cina sta distruggendo la millenaria civiltà del popolo dei monasteri.


    Questi i testi sacri

    buddismo

    L'insegnamento di Buddha all'inizio fu tramandato oralmente. I frammenti scritti più antichi si trovano in monumenti di pietra innalzati dal pio grande re Asoka verso il 250 a.C.. In seguito, per le molte controversie ed eresie dottrinali sorte nel movimento, furono indetti vari concili per fissare per iscritto la dottrina dell'Illuminato. Il Canone (cioè l'elenco ufficiale dei testi sacri) fu redatto in lingua pali (dialetto sanscrito) nel I secolo a.C., sotto il re di Ceylon, Vattagamani.

    Il Tripitaka (letteralmente: i tre canestri, perchè gli scritti di pergamena erano raccolti entro canestri) o triplice Canone delle Scritture buddhiste si compone di tre raccolte:

    1. Vinaya-Pitaka o canestro della Disciplina della comunità che contiene le 227 regole o sutta riguardanti i rapporti economici e le modalità di vita dei monaci (vestiti, cibi, abitazioni).

    2. Sutta-Pitaka comprende le regole e la dottrina esposta da Buddha. È il canestro più importante, redatto in forma di discorsi, dialoghi, poesie. È diviso, a sua volta, in cinque nikaya (raccolte): "Digha-Nikaya" o raccolta dei discorsi lunghi, attraverso i quali Buddha espone il suo insegnamento dottrinale; "Majjhima-Nikaya" o raccolta delle esposizioni medie (sono 152 regole nelle quali Buddha sviluppa temi fondamentali della dottrina e della pratica, polemizza contro le pratiche ascetiche crudeli dei giaina e dichiara la possibilità di raggiungere il Nirvana da parte dei laici); "Samyutta-Nikaya" o raccolta delle esposizioni combinate (la raccolta, fatta di 2.889 regole, ha particolare interesse dottrinale perché tratta delle Quattro Verità e contiene il celebre discorso di Benares); "Anguttara-Nikaya" o raccolta secondo il numero crescente (comprende 2.308 "sutta" o regole, per lo più rappresentate da citazioni); "Kuddara-Nikaya" o raccolta dei piccoli brani (contiene 15 testi di varia epoca riferiti a Buddha e al culto).

    3. Abidhamma-Pitaka e il Paritta (che è il canestro meno antico) è un'esposizione della dottrina metafisica secondo il metodo scolastico-mnemonico. È redatto in forma di catechismo, con domande e risposte, ordinate secondo classificazioni logico-numeriche. La raccolta è divisa in sette trattati. Il Paritta, cioè la raccolta di 28 regole, tratta di poteri magici, divinatori e astrologici. È molto diffuso a livello popolare.


    Buddisti in Italia: 70 mila

    buddismo

    Su 50 mila buddisti italiani, cui vanno aggiunti i 10 mila di origine extracomunitaria e altri 10 mila praticanti saltuari, almeno 30 mila sono iscritti alla Soka Gakkai, organizzazione in via di rapida affermazione, promotrice di una concezione laica della pratica buddista come "risveglio" interiore e impegno sociale a favore della pace. È una versione sempre più "occidentale" del buddismo laico inaugurato nel 1253 da Nichiren Daishonin nel Giappone medievale, che (all'interno della corrente nipponica Mahayana) basa l'interpretazione del buddismo sull'insegnamento universale del Sutra del Loto, senza più riconoscere il ruolo-guida dei monaci.

    SOKA GAKKAI: DA BAGGIO A TINA TURNER

    Tra i buddisti italiani più famosi oltre all'attrice Sabina Guzzanti figura anche il calciatore Roberto Baggio, pioniere della Soka Gakkai in Italia, istituto riconosciuto dallo Stato come ente di culto soltanto nel '98 e collegato alla Sgi, la Soka Gakkai International, che nelle sue fila annovera personalità eminenti di tutto il mondo, scienziati e intellettuali ma anche artisti e personaggi popolari come la cantante Tina Turner e la stella del jazz Herbie Hankcock. Promotrice della casa editrice Esperia, la Soka Gakkai italiana edita anche il periodico di divulgazione "Il Nuovo Rinascimento" e la splendida rivista "DuemilaUno" che alterna grandi ritratti d'autore e interviste ai maggiori protagonisti della vita culturale mondiale.

    L'UNIONE BUDDISTA ITALIANA

    L'altra metà dei buddisti italiani si suddivide nelle tante diverse correnti e tradizioni del buddismo, dalla Theravada del sud-est asiatico alla Vajrayana del Tibet, che vede alcuni suoi seguaci tra i principali animatori dell'Ubi, l'Unione buddista italiana, con 33 centri collegati fra loro e affiliati all'Unione buddista europea; riconosciuta dallo Stato fin dal '91 come ente religioso, l'Ubi pubblica il bollettino trimestrale di informazione "Shanga", ogni anno riunisce i suoi aderenti per celebrare la festività del Vesak (che ricorda i tre momenti cruciali della vita del Buddha: nascita, "illuminazione" e "parinirvana") e ogni tre anni promuove un congresso nazionale su temi di interesse spirituale con l'intervento di studiosi e maestri di meditazione.


    Glossario buddista

    buddismo

    ATMAN il sé, lo spirito, la più intima essenza dell'uomo. Nel buddhismo Mahayana rappresenta la coscienza universale che sottostà all'universo stesso nella sua interezza.

    BODHISATTVA è definita così quella persona che rinuncia volontariamente alla illuminazione/liberazione finale per continuare ad essere utile ai suoi simili nel loro percorso spirituale. È colui che ha realizzato la propria natura buddhica ma decide di ritornare un essere materiale per aiutare gli altri nella via della comprensione.

    BONZO monaco, sacerdote buddhista. Deriva dal giapponese bonsa che significa uomo pio e, in origine, il nome identificava esclusivamente i sacerdoti giapponesi, poi si è esteso a quelli Cinesi e infine ai monaci buddhisti. I bonzi vivono in monasteri sia maschili che femminili.

    BUDDISMO insieme all'Islam, al Cristianesimo e all'Induismo, è una delle grandi religioni mondiali. Nato in India con Siddharta-Shakyamuni, si è in seguito sviluppato con le tre principali correnti (Mahayana, Hinayana e Vajrayana) in Giappone, Sud-est asiatico e Tibet. Negli ultimi decenni si è affermato anche nei paesi occidentali, specie nella sua versione Mahayana-Zen. L'insegnamento di Nichiren Daishonin fa parte della corrente Mahayana e nel caso specifico individua nel titolo del Sutra del Loto l'essenza dell'insegnamento del Buddha.

    BUDDHA non è una divinità oggetto di adorazione, ma il singolo essere umano che percepisce la "vera entità di tutti i fenomeni" e conduce le altre persone a raggiungere la sua stessa "illuminazione". Questo appellativo definisce una persona che si è "risvegliata alla Legge" che regola tutti i fenomeni della vita.

    BUDDITA' è una condizione vitale potenzialmente presente in tutti gli esseri viventi. Nella filosofia buddista è considerata la più alta che si possa raggiungere.

    DAIMOKU letteralmente significa "titolo" e si riferisce in particolare al titolo del Sutra del Loto, la formula "Myoho-renge-kyo". Nel buddismo di Nichiren Daishonin l'invocazione "Nam-myoho-renge-kyo" indica la fondamentale Legge della vita e dell'universo che permea tutti i fenomeni, proclamata dallo stesso Daishonin il 28 aprile 1253.

    DALAI LAMA titolo col quale si identifica il capo supremo del buddhismo tibetano.

    DEVA esseri spirituali altamente sviluppati, corrispondono agli angeli della tradizione cristiana.

    DHARMA la legge, è l'insieme della dottrina del Buddha che insegna la via della comprensione e dell'amore.

    GOHONZON in giapponese, "Honzon" significa "oggetto cui si deve il rispetto più profondo", mentre "Go" è un semplice prefisso onorifico. Nichiren Daishonin materializzò la sua vita illuminata nella forma di un "mandala", il Gohonzon, un piccolo altare, davanti al quale, recitando "Nam-myoho-renge-kyo", ogni essere umano può "risvegliare la propria natura illuminata".

    GONGYO letteralmente "Gon" significa "praticare con costanza" e "Gyo" "continuare con disciplina". L'espressione è quindi traducibile in "pratica assidua". Pratica composta dalla recitazione del Daimoku, che è la pratica fondamentale del buddismo di Daishonin, e dalla lettura dei capitoli Hoben e Juryo del Sutra del Loto, la "pratica di supporto" che "aiuta a manifestare e a stabilizzare i benefici del Daimoku". Il Gongyo (cioè il Daimoku più i due capitoli prescelti del Sutra del Loto) si recita due volte al giorno, al mattino e alla sera.

    KARMA è un termine sanscrito che indica l'energia potenziale che risiede nella realtà interiore della vita e si manifesta con diversi risultati nel futuro. La parola originariamente indicava semplicemente "azione", ma nel buddismo venne interpretata per significare sia un'azione mentale (il pensiero) sia un'azione verbale (la parola) sia l'azione fisica vera e propria. Ogni azione, buona o malvagia, in ciascuno dei tre livelli, secondo la teoria buddista imprime un'influenza latente nella vita individuale. Se attivato da uno stimolo esterno, il karma produce "un effetto corrispondente". Il karma è dunque "quella forza potenziale che creiamo continuamente", che ha influenzato la nostra vita attuale e influenzerà quella futura.

    KOAN enigma, paradosso logico, affermazione che non è spiegabile razionalmente e serve a far capire l'inadeguatezza della ragione a comprendere la realtà. Si tratta di una pratica del buddhismo zen tesa a creare nel discepolo lo stato di coscienza necessario ad accogliere l'illuminazione.

    KOSEN-RUFU letteralmente: "dichiarare e diffondere estesamente" (il buddismo). Questo termine appare nel 23esimo capitolo del Sutra del Loto e indica la propagazione a livello mondiale del buddismo di Nichiren Daishonin, che secondo i credenti implica, come risultato concreto, "lo stabilirsi di una duratura pace sociale".

    LAMA titolo che, nel buddhismo tibetano, viene dato a religiosi che si ritiene abbiano raggiunto un alto grado di santità. Il popolo tende ad attribuirlo a tutti i monaci.

    LIBRO TIBETANO DEI MORTI (Bar do t'os sgrol) il significato esatto del titolo sarebbe "Il libro che porta alla salvezza dall'esistenza intermedia per il solo fatto di sentirlo recitare". La recitazione di questo testo deve servire a risvegliare nella coscienza di chi sta per morire la consapevolezza della verità che salva: la capacità cioè di riconoscere la Luce-coscienza che è in grado di salvare l'individuo dal ciclo delle reincarnazioni determinato dal karma. Dopo la morte esiste uno stato intermedio che può sfociare nel nirvana o nel samsara: questa scrittura tibetana è un mezzo che facilita il raggiungimento del nirvana. L'opera è il risultato della integrazione di diversi momenti e contenuti del pensiero buddhisita. Non se ne conosce la data della compilazione ma viene indicato come uno dei testi sacri che furono nascosti sotto terra da un famoso taumaturgo.

    MAHAYANA il grande veicolo, è quella particolare corrente buddhista che pone in risalto l'azione del bodhisattva, colui che ha raggiuntio la pienezza della compassione. Formatasi nel I sec. dopo Cristo, cercò di adattare il messaggio del Buddha alla realtà sociale dell'India che era in continua evoluzione.

    MANDALA immagine dai molti colori che viene realizzata con la sabbia e poi distrutta. Si tratta di una pratica simbolica attraverso la quale l'uomo ricorda che tutta la realtà di questo mondo non è che pura illusione.

    MANTRA suoni che vengono prodotti ripetutamente allo scopo di entrare in sintonia vibrazionale con gli aspetti più profondi della nostra natura buddhica e di stimolarne la manifestazione.

    MUDRA gesti simbolici che vengono eseguiti durante le pratiche religiose e che hanno lo scopo di favorire la circolazione delle energie sottili.

    NIRVANA eliminazione, una delle quattro nobili verità che il Buddha insegnò in ordine alla salvezza. Il Nirvana è anzi la stessa salvezza che consiste nella cessazione del dolore. Il buddhismo Mahayana ha visto nel nirvana un che di positivo dotato di una essenza mistica, non un semplice annullamento.

    PADMASAMBHAVA testo compilato nell'ottavo secolo dopo Cristo. Pare che sia stato riportato in luce da un grande studioso di testi sacri, Carmalingpa, vissuto probabilmente nel 1300. La scoperta da parte dell'occidente avvenne nel 1927: anno in cui il libro fu tradotto in inglese.

    PRAJNA comprensione, saggezza, capacità di vedere le cose nella loro vera essenza transeunte, impermanente.

    SAMADHI concentrazione, è la tecnica e al tempo stesso il risultato della pratica della meditazione.

    SAMSARA ciclo delle nascite e delle morti, il mondo condizionato dalla materia.

    SANSCRITO lingua dell'India in cui fu composta la maggior parte dei sutra del buddhismo Mahayana.

    SATORI nel buddhismo zen è l'illuminazione concepita come conoscenza sperimentale della realtà nella sua unità fondamentale.

    SHANGA comunità buddhista che comprende monaci, monache e laici. La vita in comunità è considerata fondamentale per percorerre la via dell'illuminazione.

    SIDDHARTA conosciuto in Giappone anche come Shakyamuni -"fondatore del buddismo" - visse in India 2500 anni fa, intorno al quinto-sesto secolo a.C. Figlio di ricchi nobili, fin da giovane abbandonò gli agi della sua condizione per meglio occuparsi delle sofferenze che affliggono gli esseri umani (riconducendole a quattro fondamentali: nascita, vecchiaia, malattia e morte) e si dedicò alla ricerca di una via per sconfiggerle. Praticò a lungo austerità e privazioni viaggiando e predicando. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla predicazione del Sutra del Loto, l'insegnamento definitivo che secondo la corrente Mahayana contiene i cardini della sua dottrina.

    SMRTI la consapevolezza, la capacità di percepire in ogni momento ciò che accade dentro e fuori di noi.

    SUTRA il filo, scrittura considerata discorso del Buddha o di qualche suo diretto discepolo.

    SUTRA DEL LOTO è l'insegnamento che Siddharta-Shakyamuni predicò durante gli ultimi otto anni della sua vita ed è considerato (sempre all'interno della corrente Mahayana) la più elevata delle scritture buddiste. Tra le altre cose, rivela per la prima volta che tutte le persone possono manifestare la loro propria "buddità risvegliandosi alla realtà fondamentale della vita".

    TAHATA la realtà ultima, la natura fondamentale di ogni cosa.

    TULKU un lama riconosciuto come reincarnazione di un Lama precedente.

    ZEN scuola del buddhismo Mahayana che dà particolare importanza alla meditazione la cui pratica è considerata il mezzo più valido per il raggiungimento dell'illuminazione. Si tratta di un movimento che ha anche aspetti culturali e artistici: si è diffuso nel Giappone a partire dal secolo XIII.

     

     

  • Buddismo

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    • SIMBOLI

      Ruota a 8 raggi

      Þ ricorda il “Sentiero delle otto virtù”                                                    

    •   le impronte del Budda: lui  ha mostrato a tutti un cammino da seguire

                                                                                       

       

       

      FONDATORE : Budda  “l’illuminato”

      Il Buddismo fu fondato il India da  Siddharta Gautama, il Budda (563 –483 c.C.). Apparteneva alla casta dei guerrieri, di famiglia principesca, suo padre governava un piccolo regno ai piedi dell’Himalaja. Ci sono molte leggende sulla sua nascita, legata, sembra, a particolari eventi.

      Un veggente aveva detto a suo padre che il giovane sarebbe diventato o un grande re o un grande saggio e avrebbe visto 4 segni: un vecchio, un malato, un cadavere e un monaco. Allora il padre lo circondò di lusso e piacere nella reggia. Il giovane si sposò ed ebbe un figlio; sembrava felice. Un giorno, a 29 anni, uscendo dalla reggia sorvegliata e ovattata, vide i 4 segni e si rese conto che nel mondo c’è la sofferenza, la malattia, la vecchiaia,  la morte. Fu sconvolto. Abbandonò il regno e cominciò vita errante, digiunò e quasi morì. Sotto “l’albero dell’illuminazione” aspettò di scoprire la verità, subendo anche la tentazione del maligno. Finalmente, una notte di maggio, di luna piena, Gauthama divenne Budda, cioè“l’illuminato”. Scoprì il mistero dell’esistenza, la causa del dolore, della sofferenza e il suo rimedio, cioè rinnegare se stesso. Scoprì le “4 nobili verità” che portano all’abolizione della sofferenza e della reincarnazione e al nirvana Þ suprema pace ultraterrena, estinzione, spegnimento dei desideri per non soffrire.

      Diventò un maestro  universale di cose spirituali. Suo figlio si fece monaco come lui. Budda fondò un ordine religioso femminile. Morì a 80 anni, sembra avvelenato. Avrebbe voluto abolire il sistema della divisione sociale in caste, per cui non fu ben accetto in India.  Molte statue lo rappresentano coricato su un fianco, mentre entra nel nirvana.

      Fu cremato; sono conservate sue reliquie in varie parti del mondo buddista.

       

      CONTINUATORI

      Due secoli dopo l’imperatore Ashoka diffuse molto il Buddismo, ispirando le proprie leggi agli  insegnamenti del Budda e inviando missionari in molti paesi. Dopo 1.000 anni di vita rigogliosa il Buddismo declinò e quasi si estinse in India, ma ora è ancora la religione dominante a Ceylon (Sri Lanka), Birmania, Siam (Thailandia), Laos e Cambogia, Cina, Giappone. L’isola di Giava si è invece convertita all’Islam (religione predominante in Indonesia)

      Anche il Buddismo fu ben presto lacerato da discordie e scissioni.

                                               

                                                                              BUDDISMO


                                                               

       

       

       

      SETTENTRIONALE

      Sri Lanka, Birmania, Laos, Cambogia

                                          ß                  

       

      MERIDIONALE

      Cina, Tibet, Corea, Giappone, Vietnam

                         ß

      “Grande veicolo di salvezza” o Maha-yana

       (“la via  larga”)

      Questi monaci propongono una regola più

      facile, in modo che la possano osservare tutti.

      Gli insegnamenti sono contenuti nella

      “Scrittura del Loto”, che offre la salvezza a tutti coloro che invocano con fede il misericordioso Budda. Hanno testi sacri più numerosi, tra cui la famosa “Scrittura del Diamante”.

      Venerano Kwanyin, Signore di misericordia e Amida, Signore del Paradiso Occidentale.

      LO ZEN è una forma di Buddismo settentrionale.

      Di  questa corrente  fa parte il Dalai Lama.

       

      “Piccolo veicolo di salvezza”

      o Hina-yana (la via stretta)

      o “Via degli anziani”

      Sono i rigoristi, che seguono regole di disciplina più rigide. Cercano di raggiungere il nirvana il modo piuttosto egoistico, concentrandosi su se stessi.

       

       

       

      TESTI SACRI

      Non ci sono testi dei primi secoli del Buddismo (tramandato oralmente). Il manoscritto più antico è la “Via della virtù”, scritta su cortecce di betulla nel II° sec. d.C.

      *IL TRI-PITAKA (=Triplice CanestroÞ “contenitore” da passare da una generazione all’altra )

      E’ il libro sacro del buddista (sia settentrionale che meridionale) scritto in Pali, un’antica lingua nord-indiana. Accanto a questo vi sono numerosi scritti. La forma letteraria dominante del Tri-Pitaka è quella del sermone.

      Primo Canestro o "Libro della Disciplina". Riguarda soprattutto la vita dei monaci.

      Secondo Canestro o "Libro dell'Insegnamento" (il più importante).Narra la vita di Buddha; riporta LE "QUATTRO VERITA’" che Buddha comprese al momento della sua "Illuminazione".

      1) La vita è sofferenza

      2) La sofferenza è causata dalla cupidigia e dal desiderio

      3) Si può guarire la sofferenza eliminando la cupidigia

      4) Per vincere la cupidigia ci sono "otto sentieri", la “Santa Via di otto virtù”, divise in 3 gruppi:

      • retti principi e rette risoluzioni (bisogna cioè cercare la verità e decidere di seguirla
      • retta parola, retta condotta, retta vita. Sono norme che riguardano la rettitudine nel parlare e

      nell’agire

        c)   retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione (riguardano l’adorazione e la meditazione)

      Il Terzo Canestro è un libro lungo e difficile, a carattere teologico. Di data incerta fu probabilmente opera di una intera comunità buddista.

       

      *LE DOMANDE DI RE MILINDAsono un'opera posteriore al Tri-Pitaka in cui si immagina che Milinda, un re greco, ponga domande a Buddha sulla nuova religione e ne riceve risposte esaurienti.

       

      * SCRITTURA DEL LOTO è un libro scritto in sanscrito verso il 2° sec. d. C.

      *LA SCRITTURA DEL DIAMANTE

       

      CREDO

      I Buddisti non hanno un credo ufficiale, ma esprimono la loro fede col Nembutsu “Adorazione al Budda Amida” e (nel Tibet) con la preghiera “Ave, Gioiello del loto” facendo scorrere tra le dita i grani del rosario.

      Nella concezione buddista il protagonista non è una divinità particolare con cui l'uomo entra in rapporto, ma l'uomo stesso che soffre e che deve essere liberato dal dolore. Per il buddismo non vi è una divinità creatrice, ma piuttosto un "essere universale" di cui fa parte la natura, l'umanità, le stesse divinità. Gli dei possono rinascere come uomini o come animali, gli uomini possono rinascere animali o dei. Lo stesso Buddha, secondo la tradizione, si è incarnato tre volte e una volta sotto forma di elefante.

      L'essere universale, dunque, fluisce in un complesso intrecciarsi di trasmissione di anime e di metempsicosi (reincarnazione).

      Una costante è il dolore, infatti è ritenuto dal mondo buddista come la prima verità. Causa del dolore è la volontà di vivere. Per liberarsi dalla sofferenza, unica via è quella di annientare questa volontà, questo desiderio di vivere per giungere ad uno stato di pace profonda:

       il Nirvana(= l'eternità immobile in cui gli esseri individuali si confondono  e svaniscono, così come una fiamma si estingue dopo che il fuoco si è consumato).

      Se leggiamo attentamente gli "otto sentieri dell'iniziazione" troviamo in ognuno un invito a "fare" ed ad "agire"; al Nirvana si giunge, dunque, attraverso l'azione, cioè attraverso la vita. L'essenziale è vivere seguendo con volontà pura il proprio KARMA (destino, legato a cicli continui di nascita e morte).

      Si riconosce che nella storia ci sono stati vari Budda (uomini “illuminati”)

       

      COME SI  PREGA

      LA MEDITAZIONE è la principale caratteristica del Buddismo.

      Il Buddismo ha molti monaci (sangha).Ce ne sono di tipi diversi, quelli eremiti e quelli che fanno riferimento a un monastero. I monasteri non sono mai chiusi al mondo; ospitano ritiri lunghi dei giovani, che ricevono una vera formazione spirituale: si abituano a controllare il corpo e la mente nella meditazione e imparano la “dottrina” (dharma) o legge del Budda.

      I seguaci di Budda gli chiedono aiuto. Venerano divinità indù, ma le ritengono inferiori al Budda. Di fronte alle sue statue il fedele si inchina, si inginocchia e persino si prostra. Prega accoccolato a gambe incrociate e medita sulla propria vita, confessa il male che può aver fatto e promette di evitare in avvenire il furto, la menzogna, l’immoralità, l’alcool e l’uccisione di esseri viventi.

      Poi, standosene tutto immobile, bisbiglia testi sacri e cerca di allontanare dalla mente qualsiasi pensiero, trascendendo così il mondo fino a raggiungere perfetta pace e tranquillità.

       

      LUOGHI DI PREGHIERA

      I TEMPLI o PAGODE ( famosa quella di Rangun,  ricoperta di lamine d’oro; è più alta della Basilica di S. Pietro).

      Sono edifici a forma di cono che richiamano alla mente le piramidi; si dice che custodiscano reliquie degli antichi Budda.

      I fedeli non vi entrano, ma si fermano a meditare o in un piccolo santuario ( intorno al tempio ce ne può essere più di uno) con immagini e statue da venerare, o in apposite stanze per riposare e riflettere sui libri sacri.

      IL CULTO BUDDISTA E’ PRIVATO. Non ci sono cerimonie o rituali fissi. In alcune feste stagionali si commemorano avvenimenti della vita di Budda.

      Uno dei Budda più celebri e venerati è Amida, il “Budda della luce infinita”. Famosa è anche Kwanyin, chiamata anche “Dea della misericordia”. I loro devoti sono invitati a mostrare la stessa compassione verso il prossimo, servendo chi soffre, e a ritardare la propria salvezza (cioè l’entrata nel nirvana) fino a quando tutti gli esseri non siano salvi.

      Molti templi nei paesi comunisti sono stati distrutti o trasformati in scuole e caserme.

       

       

      CARATTERISTICHE DEL BUDDISMO DEL TIBET

      * il DALAI LAMA, istituzione carismatica più rappresentativa; istituito nel 1578

          (dalai = immenso         lama = maestro spirituale-  equivale alla parola guruÞ in sanscrito         

      Il Dalai Lama è   “un illuminato” reincarnato ; è considerato l’autorità sovrana della nazione tibetana sul piano temporale – ha una sede nella colossale fortezza di Lhasa-, mentre sul piano religioso    deve sottostare al Tashi Lama, sommo dignitario dell’abbazie di Tashi Lhunpo, nel Tibet meridionale.

      * Le “Ruote  della preghiera” sistemate in mezzo ai fiumi, nei templi o in cima ai comignoli

      * Le “Bandiere della preghiera”- lunghe strisce di tela, ondeggianti su pali, con scritte preghiere

                                                          o testi sacri

      * I “Muri della preghiera”- muri con scritti testi sacri da leggere e meditare

       

      Fino all’invasione comunista del 1959 c’erano grandi monasteri frequentati da molti ragazzi, dove si svolgevano solenni cerimonie con luci, profumi di incenso e suono di campane. Il comunismo ne distrusse molti, ma il Buddismo  rimase come religione; il Dalai Lama  fu esiliato in India.

       

      BUDDISMO E CRISTIANESIMO

      Il buddismo non è una religione in quanto non ci si rivolge ad un Dio. E' una filosofia.

      Si possono ritrovare alcuni elementi e valori comuni:

      - il distacco, che non è un disprezzo, dal mondo e dai beni terreni;

      - la necessità di ricercare la conversione;

      - l'importanza della contemplazione;

      - la maggiore importanza dell'atteggiamento interiore rispetto alle pratiche cultuali esteriori;

      - l'aiuto che tutta la comunità offre ad ogni singolo individuo.

       

 

Buddismo

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  • La dottrina Buddhista

     

     

     

    Il Buddha nacque intorno alla metà del VI secolo a.C. nella famiglia dei Sakya, I potenti, che capeggiavano la piccola confederazione dell’Uttarakosala. La sua posizione geografica, a ponte tra le montagne e la pianura gangetica, riusciva particolarmente vantaggiosa, e dal concorso di questo e di altri elementi favorevoli la terra dei Sakya traeva una condizione di fiorente benessere.

    Siddhartha, colui che ha raggiunto il suo scopo, (questo è il nome di nascita del futuro Buddha), era figlio di Suddhodana, capo designato del clan oligarchico dei Sakya e di Maya.

    La leggenda fiorì presto attorno alla figura di Siddhartha, rigogliosa soprattutto per gli anni dell’infanzia e della giovinezza ed estesa fino a comprendere gli eventi che precedettero il suo concepimento, sì che la biografia del Buddha si presenta come l’insieme di una tradizione piuttosto complessa a causa dell’e-suberante varietà di temi che via via si innestano nelle strutture portanti dell’intero racconto.

    Narra dunque la leggenda che prima di nascere fra i Sakya il futuro Buddha risiedeva col nome di Svetaketu, colui che ha uno stendardo bianco, nel mondo dei Tusita, di quegli esseri felici che colgono in se stessi la pienezza della beatitudine. Fu qui che Siddhartha, consapevole del fatto che il fondo Karmico delle sue precedenti esistenze era totalmente esaurito, decise in piena coscienza e con preveggenza del futuro di scendere fra gli uomini, e scelse liberamente di nascere in India.

    Il distacco dal mondo dei celesti e il concepimento nel grembo di Maya si colorano di manifestazioni fantastiche: immenso il corteo di divinità che lo accompagnano al momento della sua partenza, miracoloso il suo penetrare nel seno di Maya sotto forma di elefante bianco a sei zanne, miracolosa la trasparenza del grembo della madre.

    «Appena nato, il Bodhisattva posa i piedi sulla terra piana e, rivolto verso il nord, fa sette passi, protetto da un parasole bianco. Osserva all’interno tutte le regioni e dice con la sua voce da toro: "Sono il più alto del mondo, sono il primogenito del mondo; questa è la mia ultima nascita; per me non vi saranno ormai più nuove esistenze"» . L’espressione "io sono il più alto del mondo" non significa altro che la trascendenza spaziale del Buddha. Egli ha raggiunto la cima del monhjdon attraverso i sette piani cosmici che corrispondono notoriamente ai sette cieli planetari.

    Il mito della nascita esprime con la più netta precisione che, appena nato, il Buddha trascende il cosmo e abolisce lo spazio e il tempo. Il simbolismo della trascendenza è messo in luce dalle diverse maniere in cui il Buddha fa i sette passi. Sia che non tocchi il suolo, sia che dei loti germoglino sotto i suoi piedi, sia che cammini sul piano, egli non è insudiciato da nessun contatto diretto con questo mondo. Osserviamo che i sette passi del Buddha sono analoghi all’ascesa al cielo dello sciamano siberiano per mezzo delle tacche praticate nella betulla cerimoniale, oppure alla scala a sette gradini salita dall’iniziato nei misteri di Mitra. Tutti questi riti e miti hanno una struttura comune: l’universo è concepito con sette piani sovrapposti (cioè sette cieli planetari); la sommità può essere costituita dal nord cosmico, dalla stella polare o dall’empireo, che sono formule equivalenti dello stesso simbolismo del Centro del Mondo; l’elevazione al cielo più alto, cioè l’atto di trascendere il mondo, avviene vicino ad un centro, poiché proprio in un centro avviene la rottura dei livelli e quindi il passaggio della terra al cielo.

    La principale differenza fra i sette passi del Buddha e i rituali bramanico, siberiano o mitriaco consiste nel loro orientamento religioso e nelle loro diverse implicazioni metafisiche. Il mito della nascita esprime il trascendimento di questo mondo sudicio e doloroso da parte del Buddha. I rituali bramanico e sciamanico mirano ad un’ascensione celeste destinata a far partecipare al mondo degli dei e ad assicurare una condizione eccellente dopo la morte, oppure mirano a ottenere una grazia dal Dio Supremo. Ma la struttura di questi motivi è identica: si trascende il mondo attraverso i sette cieli e raggiungendo il vertice cosmico, il palo. Trascendendo il mondo l’uomo restaura una situazione primordiale: cioè la compiutezza dell’inizio del mondo, la perfezione del primo istante, quando nulla era stato insozzato, nulla era stato logorato perché il mondo era appena venuto all’esistenza.

    Sette giorni dopo la nascita di Siddhartha, Maya morì e il bimbo fu affidato, fino all’età di sette anni, alle cure della zia materna Mahaprajapati Gautami, seconda moglie di Suddhodana.

    A sedici anni, invitato a scegliersi una sposa, acconsentì alle sollecitazioni che gli venivano fatte, ma a malincuore. Sposò una sua cugina di nome Yasodhara.

    Le pensose considerazioni di Siddhartha sulla vecchiaia, sul dolore e sulla morte, sono il punto di partenza di tutto il pensiero buddhista, mentre la riflessione sull’asceta si fa suggestiva indicazione della strada da battere per giungere alla Verità.

    Decise allora di lasciare la sua vita agiata, compiendo la grande partenza, Siddhartha visse il suo volontario esilio diventando Sakyamuni, l’asceta di Sakya: nell’umiltà della vita ascetica da lui abbracciata, egli volle sciogliere ogni rapporto con la famiglia, conscio com’era che la vita familiare con gli inevitabili suoi legami affettivi e passionali altro non è che uno stato di impurità.

    Giunto a Vaisali si mise alla scuola di Arada Kalama celebre maestro la cui dottrina, detta della "sfera del nulla", e la cui ricerca di una conciliazione tra il Samkhya e il Vedanta assurgono quasi a simbolo di quei fermenti speculativi che caratterizzano il mondo spirituale anteriore di poco o coevo all’insegnamento buddhista. Non soddisfatto di questa dottrina Siddhartha si recò allora nel Magadha, a Rajagrha divenne discepolo di un altrettanto celebre guru, Udraka Ramaputra. Non pago nemmeno di questa dottrina, Siddhartha riprese il cammino seguito da cinque monaci, Ajnata Kaundinya, Bhadrika, Vaspa, Asvajit e Mahanaman, ansioso di poterli illuminare.

    Si fermò a Uruvilva e qui abitò per sei anni, dandosi alle più terribili macerazioni, inibendosi le stesse funzioni fisiologiche al punto di conseguire una condizione di morte apparente. Il logorio dell’organismo non approdava ad una maggior luce dello spirito, ma aveva per unico effetto l’umiliazione del corpo e semmai spostava a strati più profondi quella esistenza istintiva, quella sete di vivere che ostacola la conoscenza della verità suprema. I cinque monaci delusi dalla improvvisa rinuncia alle mortificazioni fisiche da parte del loro maestro lo abbandonarono dirigendosi a Benares.

    L’attesa di Siddhartha è abbastanza strana perché non è l’attesa da un Dio, è più un’intuizione che sarebbe arrivata una certa risposta, ma come, da chi? Questo il Buddha futuro non lo sa.

    La felicità non è un fatto tanto sociale o rituale, bensì un fatto del cuore una purificazione interiore. Siddharta arriva presso Bodhi Gaya, il luogo dove si trova l’albero dell’illuminazione, della saggezza. In una notte Siddharta trova la via per raggiungere la liberazione dalla sofferenza e dal dolore. I testi hanno distinto quella notte in quattro vigilie, quattro tappe. E’abbastanza facile trovare nelle grandi religioni il tema della notte: la notte della discesa del corano, la notte della fuga          dall’Egitto, la notte di Natale e la notte della risurrezione del Cristo.

    Nelle grandi esperienze religiose la notte ha una certa complicità, è il momento della grande fecondità spirituale oltre che naturale. La notte di fa incontrare con il trascendente, con il divino che incute anche un pò paura.

    Nella prima parte di quella notte, che segnò il supremo e totale risveglio, Siddhartha percorse i quattro stadi della meditazione che lo portarono per gradi al raggiungimento della non triste, non lieta, equilibrata, saggia e perfetta purezza liberando lo spirito dai legami con il mondo sensibile.

    Nella seconda egli rivide in solo istante e in ogni dettaglio le infinite precedenti esistenze sue e degli altri e la miseria legata a queste.

    Nella terza infine intuì la serie delle cause che provocano il succedersi delle esistenze, stabilì la legge della produzione condizionata.

    In quella notte il Buddha è stato illuminato, anche se per molto tempo egli ha riflettuto sulla vita, sulla gioia e sul dolore, ha introiettato; questa luce gli ha mostrato tutto il divenire del’universo, l’ha visto con gli occhi della coscienza immedesimandosi del divenire universale, assumendo una coscienza che si dilata ed arriva fino ai confini dell’universo, una coscienza personale che si integra con una coscienza cosmica. Passato, presente e futuro sono stati colti contemporaneamente, il Buddha ha così colto quello che caratterizza ogni tipo di esistenza umana, ovvero il dolore, l’in-felicità. Cogliendo i meccanismi dell’esistenza, le dinamiche psicologiche, si accorge che se c’è il dolore è perché nasce dal desiderio. C’è un desiderio, una sete universale che accomuna tutti gli esseri, le forze naturali: c’è un attrarsi dei corpi a livello cosmico. Il desiderio ti fanno vedere le cose in maniera sbagliato, è chiaro allora che per eliminare l’ignoranza bisogna eliminare i desideri.

    Se l’uomo rinasce ed è ancora al mondo è perché l’uomo ha avuto in desiderio di rinascere. Nasce così il dharma buddista.

    Da quella notte Siddharta viene chiamato Buddha, l’illuminato, che è il nome che esplica l’evento cruciale del’esistenza di Siddharta. Non si parla di missione perché il Buddha non viene mandato da nessuno. Anzi dopo quella notte il Buddha, secondo alcune leggende, è incerto se comunicare quella esperienza agli altri oppure no. C’è addirittura il tentatore, Mara, una specie di nostro Satana che cerca di  convincere Buddha a non diffondere la sua esperienza, ma Buddha decide il contrario per compassione nei confronti degli uomini. "... Io certo, o malvagio, non entrerò nel nirvana finché questa mia santa pratica di vita non sarà prospera, fiorente, estesa, nota a molti, universale, ben accolta dagli dei e dagli uomini".

    Il Buddha accetta dall’induismo la legge del Karma e del Samsara insistendo soprattutto su un punto: la impermanenza universale, niente è stabile, niente riamane, tutto si modifica; da qui la negazione di un io permanente, di un anima stabile permanente.

    Non accetta dall’induismo gli dei, esseri anche loro soggetti alla legge del samsara, anche gli dei supremi vivono in un certo stadio del cammino samsarico che hanno bisogno di rinascere per liberarsi, anche loro devono raggiungere il nirvana. Inoltre il Buddha non accetta più la scruti, in qualche modo diventa un eretico perché non accetta i libri sacri; trasforma la sua dottrina in un’etica, in una psicologia, in una filosofia che cerca il senso ultimo delle cose. Ma nello stesso tempo mantiene il carattere di religione perché c’è un modo di essere non condizionato ed assoluto che è il nirvana.

    A Benares il Buddha fa il suo primo discorso e ritrova i suoi compagni che lo avevano precedentemente abbandonato e che diventano ora i suoi primi discepoli.

    Nel discorso di Benares sono contenute le quattro nobili verità, che è il dharma buddista (non è più il dharma indù) e  il duplice sentiero.

    Tra la morte del  Buddha e i primi testi scritti passano circa cinque secoli, si sono formate diverse tradizioni orali dalle quali sono nate più redazioni scritte del messaggio originario del Buddha.

    Il Buddha condannò, per la loro intrinseca e ingenita inutilità, ogni discussione filosofica, così come aveva rifiutato le pratiche ascetiche e le penitenze corporee parimenti disadatte, e in tutto, ai fini della chiaroveggenza. Il determinante che il Buddha attribuisce a quel tipo di conoscenza che deriva da "esperienza vissuta" evidenzia ulteriormente l’atteggiamento pratico della dottrina, d’altra parte già sufficientemente comprovato dalla determinazione di lasciare inevase talune domande poste dai discepoli e di lasciare insoluti non pochi punti oscuri e ambigui della dottrina stessa. "E che cosa vi ho esposto, o monaci? Vi ho esposto: questo è il dolore; vi ho rivelato: questa è la causa del dolore; vi ho rivelato: questa è la cessazione del dolore; questo è il cammino che conduce alla cessazione del dolore. E perché o monaci, vi ho rivelato tutto ciò? Perché è profittevole, perché promuove la santità della vita e conduce     all’allontanamento del mondo, all’assenza di passioni, alla cessazione, alla pace, alla più alta conoscenza" .  Il dolore è la tragica costante di ogni momento dell’esistenza e di ogni modo d’essere, è realtà onnipresente e immanente, la cui inflessibile legge non può certo essere mitigata dalla composta e serena unificazione upanishadica con l’atman".            

                1a verità: La vita è dolore, non per questo il Buddha è pessimista perché lo ha cercato e trovato la soluzione a questa situazione. La nascita è dolore (va compresa alla luce della teoria del samsara), la morte è dolore, la sofferenza, il gemito, l’abbandono e la disperazione sono dolore.

    Tutto è passeggero, tutto e impermanente e quindi ogni felicità sfugge sempre. Anche quando sei felice tu sei consapevole che questa felicità passerà presto.

    "Questa forma è frusta, piene di malattie, fragile; questo assieme putrescente si disfa; la vita, infatti, confina con la morte".

    Tutte le cose sono transitorie, si dice, in quanto combinate, e questa loro condizione di transitorietà, che le fa appunto necessariamente soggette a dissolversi, è fonte di dolore: Ciò che è transitorio è dolore, tutto è transitorio, quel che è transitorio è dolore, tutto è dolore.

    I cinque khandha[le forme (rupa), le sensazioni (vedana), le percezioni (sañña), le disposizioni psichiche (sankhara) e la coscienzaintellettiva (viññana)] sono dolore. Non c’è un io sostanziale, stabile e permanente. Ma io vedo, amo, soffro, sì tu dici io, ma è un fascio di emozioni che si succedono continuamente, questi sono i khandha, fasci dinamici di conoscenza, di percezione, sempre in divenire. Questi cinque gruppi, queste espressioni molteplici e varie di quella realtà che noi chiamiamo io, ma che non sono io: questo è dolore.

    Quando tu dici "io ieri ho incontrato", non è vero perché quell’io non c’è più e non c’era nemmeno ieri, era un divenire continuo delle tue capacità di incontro e di conoscenza (riassumibili nei cinque khandha) anch’esse in continuo divenire. I buddhisti portano l’esempio della candela: la fiamma non è sempre la stessa fiamma, il combustibile cambia continuamente, quello sei tu: apparentemente sei sempre lo stesso in realtà tu divieni sempre, non esiste un io permanente.

    Il Buddha non vuole fare metafisica, il problema da risolvere urgentemente è quello della felicità qui ed ora, se è vero quindi che il dolore nasce dal desiderio, senza fare ontologia, siamo pratici per risolvere il problema. Affrontare il problema del dolore è quello che preme al Buddha, non ricercarne l’origine, spiegarne i meccanismi e le cause prime. Se tutto passa è inutile eliminare i desideri se non ti convinci che non c’è una radice stabile dei desideri e la radice sarebbe l’io. Non ha senso che tu continui a desiderare, ad aggrapparti perché in realtà non c’è nessuno che desidera sia perché non c’è nulla a cui aggrapparsi stabilmente, tutto i tuoi appigli sfuggono. Si corre il rischio di prendere per essere ciò che non è, per io ciò che non è io, sostanza ciò che non è sostanza.

    Togli qualsiasi desiderio e sarai felice, felice di che cosa? Il Buddha dice che non si può essere felici di una cosa perché ogni cosa muta continuamente.

    Prevale nel Buddha una teologia, se così si può dire, negativa: la felicità non è questo non è quello. La negazione dell’io da parte del Buddha è soprattutto ascetico spirituale che ontologica, quindi è inutile, che noi cerchiamo di contrapporci con la nostra ontologia occidentale perché il buddhismo è su un altro livello.

    Il buddhismo ha dunque negato, fin dalle sue più lontane origini, l’esistenza sia di un atman personale e permanente, sia l’esistenza -propugnata dal teismo induista- di un dio unico (Isvara), supremo, eterno, onnipotente e onnisciente creatore e reggitore dell’universo, sia l’esistenza di quel dio impersonale, metafisico che il brahman.

    Già nell’Induismo c’era una concatenazioni tra le azioni, la legge del karma, tutto questo avviene    all’interno di un ordine cosmico, sociale, morale, che è il dharma indù. Qui invece non c’è il dharma indù, dove allora si concentra tutta la capacità di propulsione che mette in movimento tutto               l’universo? Nell’atto umano. Anche qui c’è la legge del karma, ma solo questa. Da qui esce tutta la concatenazione del divenire non solo della tua vita individuale. Il divenire cosmico è fondato sul-      l’ignoranza, che mette in movimento molte cose senza averne retta visione. In questo modo ci si forma una cattiva coscienza. Nessuno si sostituisce al tuo atto, non c’è un Dio che ripara per te, la solidarietà si traduce solo in responsabilità.

    L’atto umano occupa il posto di Dio creatore, salvatore, riconciliatore. Non c’è una riserva ontologica, metafisica di personalità che rimane, per modificare un atto bisogna compierne un altro.

    Se l’atto è così importante allora bisogna analizzare minuziosamente l’atto che non è solo esteriore ma anche interiore.

    Gli atti che rafforzano e radicano l’esigenza di nuove nascite sono quelli cattivi, da una parte            l’umanità va avanti in forza di un male che si perpetua, il male delle cattive scelte, dall’altra la possibilità di nascere è data soltanto dall’ignoranza, struttura intrinseca che se nasciamo non possiamo eliminare in quanto la nascita è strettamente legata all’influsso del cattivo karma.

    Il karma è l’inesorabile maturazione di ogni atto volitivo che, compiuto in un’esistenza, predetermina automaticamente un momento correlato in una esistenza futura. Realizzando il principio della causalità morale, la legge karmica si contrappone al fatalismo esasperato delle correnti deterministiche che individuava nella natura stessa delle cose o in una cieca casualità le cause efficienti di una destino predeterminato, indipendentemente dalla volontà dei singoli e neppur minimamente modificabile dall’in-tervento umano. Soltanto l’azione compiuta senza partecipazione di volontà o istintivamente, per ignoranza o per coazione dovuta a fatti esterni, risultando moralmente indifferente non può determinare effetti corrispondenti capaci di influenzare le esistenze future.

    Alle azioni materiali conseguiranno rinascite tra uomini e dei, longevità e benessere, mentre le azioni cattive determineranno rinascite nel mondo degli animali, esistenze brevi, malattie, miseria.

    "Ogni essere vivente è l’erede delle proprie azioni, l’erede dei propri atti. I suoi atti sono la matrice della quale ha tratto origine; egli è legato ad essi, ed essi sono il suo rifugio. Egli sarà l’erede di qualsiasi azione compia, buona o cattiva".

    "Ovunque un essere vivente venga alla luce, ivi i suoi atti verranno a maturazione; e dovunque gli atti di lui verranno a a maturazione ivi egli raccoglierà il frutto dei suoi atti tanto in questa vita, quanto nella vita successiva o in altre esistenze future".

    L’eredità del passato condiziona un ordine prestabilito delle cose ma non nega tuttavia la libertà umana che potrà e dovrà tradursi in nuove propensioni, in nuovi impulsi destinati a maturare il nuove retribuzioni degli atti. Resta da stabilire come possa un essere raccogliere i frutti di un’esistenza anteriore e, se tutto è impermanente e destinato ad estinguersi, che cosa sopravviva del passato e dei fenomeni costituenti per trasmigrare da un’esistenza all’altra. Quale soluzione offre il buddhismo a questa indubbia aporia che consegue alla negazione dell’io? Anche il buddhismo ammette che i fattori psicofisici che formano la personalità di ognuno si dissolvono al momento della morte. Ma per effetto del karma upacita (accumulato), cioè in forza delle azioni che l’individuo ha compiuto, si determina immediatamente un nuovo gruppo di Khandha. Il nuovo organismo psicofisico così determinatosi, non è identificabile con         l’organismo precedente, ma non è nemmeno un qualcosa di diverso in quanto è il continuatore della sua personalità; si tratta per tanto di una successione di stati concatenata, di una corrente che non ha soluzione do continuità, perennemente mutevole, e in cui i singoli elementi sono condizionati da quelli che rispettivamente li precedono. Nel  passaggio dall’uno all’altro di questi stati non c’è soluzione di continuità perché nell’attimo stesso in cui si interrompono i khandha di una vita sorgono quelli partecipi di una nuova nascita: l’ultimo stato di questa esistenza condiziona dunque il primo di una vita futura.

    Né più né meno di  quanto accade, a livello umano, in un bambino che cresce fino a diventare uomo adulto: di quest’ultimo non si potrà dire che sia identico al bambino di un tempo, ma neppure si potrà affermare che derivi da quello. La successione dei vari stati di coscienza, la continuazione cioè della vita e del dolore ad essa connaturato, sarà interrotta unicamente con l’estinzione del desiderio e del karma grazie all’ot-tenimento della scienza, vidya, e col conseguente raggiungimento del nirvana.

    Mentre l’induismo dà importanza al tuo passato, il buddhismo dà importanza al presente che se è vissuto fino in fondo ti dà la possibilità di raggiungere l’illuminazione.

                2a verità: L’origine del dolore è la sete, il desiderio che porta a nascere di nuovo, conduce alla ricerca dei piaceri mondani.

                3a verità: La cessazione della sete, è la via per sconfiggere il dolore.

    Il secondo momento della dottrina dell’illuminazione che didatticamente ha assunto la forma di una diagnosi medica in quattro tempi, e che comprende riconoscimento della malattia, eziologia e diagnosi, giudizio sul metodo terapeutico, prescrizione del rimedio, va dunque alla ricerca dell’origine del dolore e la identifica in una eterna sete di vivere che affonda le sue radici nei desideri dei sensi e nell’ignoranza che ottenebra le facoltà intellettive. La formulazione così concisa di queste due proposizioni apparve fin dai tempi della più antica tradizione oscura e non esauriente, è già nei primi testi canonici si sentì la necessità di completarla con la dottrina della produzione condizionata (paticcasamuppada), con la legge cioè delle dodici cause (nidana) ricordata anche come l’augusto metodo.

    Questa concatenazione logica di categorie correlate che racchiude nella dinamica della propria forma tutta la realtà del mondo, rappresenta senza dubbio il punto centrale ma anche più oscuro di tutta la dogmatica buddhista. La fondatezza dei dubbi che tormentarono il Maestro a questo riguardo è largamente provata dalle molteplici e differenti interpretazioni che di tale dottrina le varie scuole hanno dato in epoche diverse. "...esistendo che cosa, c’è vecchiezza e morte? (...) Ed egli così pensò: quando ci sia nascita ci sono vecchiezza e morte (...) che cosa esistendo, c’è la nascita? (...) quando esista l’esistenza c’è la nascita (...) che cosa esistendo, c’è l’esistenza? (...) quando esista l’attaccamento c’è l’esistenza (...) che cosa esistendo, c’è l’attaccamento? (...) quando esista la sete c’è l’attaccamento (...) che cosa esistendo, c’è la sete? (...) quando esista la sensazione c’è la sete (...) che cosa esistendo, c’è la sensazione? quando esista il contatto c’è la sensazione (...) che cosa esistendo c’è il contatto? quando esistano i sei organi c’è il contatto (...) che cosa esistendo, ci sono i sei organi? (...) quando esista l’individuo ci sono i sei organi (...) che cosa esistendo, c’è l’individuo? (...) quando esista la coscienza c’è l’individuo (...) che cosa esistendo c’è la coscienza? (...) quando esistano le predisposizioni c’è la coscienza (...) che cosa esistendo, ci sono le predisposizioni? (...) quando esista l’ignoranza".

    "Solo per brama contendono re con re, principi con principi, sacerdoti con sacerdoti, cittadini con cittadini, contende la madre col figlio, il figlio con la  madre, il padre col figlio, il figlio col padre, contende fratello con fratello, fratello con sorella, sorella con fratello, amico con amico" .

                4a verità: La  via si esplica nell’ottuplice sentiero. Gli otto sentieri devono essere percorsi per raggiungere il distacco totale dei desideri, la liberazione consiste in una parte negativa: non più sete, non più attaccamento, non più ignoranza strutturale, non più rinascita; parte positiva del nirvana: felicità, beatitudine eterna totale ed infinita.

    - Retta fede  - Retto pensiero  - Retta parola  - Retta azione  - Retto sistema di vita      -  Retto sforzo  - Retta memoria  - Retta meditazione.

    Questi otto sentieri devono essere percorsi per raggiungere il totale distacco dai desideri e solo allora possiamo dire di essere liberi, ma chi è liberato? Nessuno se per chi intendi dire persona, sostanza, anima; la liberazione però c’è e consiste in una parte negativa: non più desideri, non più sete e da una parte positiva: felicità, beatitudine.

                - Retta fede, retta visione: significa avere ben presente qual’è lo scopo che ci prefiggiamo, aver compreso il dharma buddhista; avere visione del progetto di vita buddhista. Non basta avere la visione perché mi devo affidare al Buddha, non posso sapere a priori se la sua via è efficace, devo avere fiducia in una persona che mi indica una strada percorsa da lui stesso. Il buddhismo è sperimentale è ortoprassi, bisogna provare per stabilire l’efficacia del dharma.

                - Retto pensiero: liberarsi dal desiderio e dal piacere fisico, dalla collera e dall’ira e il non danneggiare gli altri. C’è una moralità molto esigente: il desiderio non rende chiara la visione perché il piacere ti lega al mondo fenomenico.

                - Retta parola: è la sincerità, non parlare per nulla e fuori luogo, evitare la stupidità, cercare di essere autentici il più possibile senza mai cadere nella banalità.

                - Retta azione e condotta: non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri, donare ai poveri, condurre una vita sessuale regolata.

                - Retto sistema di vita: riguarda il modo con cui ti guadagni da vivere, il lavoro che compi, alcuni potrebbero impedire il tuo cammino di liberazione. Per esempio l’astrologia e la divinazione sono occupazioni che impediscono tale cammino perché spingono ad affidarsi alle stelle e non alle proprie forze. La liberazione è faticosa e deve essere conquistata a caro prezzo.

                - Retto sforzo: compiere il bene evitando il male, ma non basta bisogna anche prevenire il male in tutte le attività dell’uomo. Ci si rende conto che la pratica di vita buddhista non riguarda soltanto l’interiorità dell’uomo, si concretizza in struttura sociale, politica, cultura.

                - Retta memoria: il ricordo è importante, bisogna ricordare il dharma buddhista, che l’io non esiste. Non è memoria storica, potremmo dire che è memoria ontologica.

                - Retta meditazione: la meditazione nel mondo buddhista è molto importante perché è sempre collegata con le tecniche di autocontrollo psicologico e fisiologico.

    Un’opinione largamente condivisa, considera la quarta verità come la formulazione di un’etica buddhista suffragata dagli innumeri esempi edificanti contenuti nelle parabole e nei racconti delle vite del Buddha: etica che potrebbe essere raccolta sotto le tre categorie ricorrenti con maggior frequenza:

                a- Rettitudine (l’etica, non c’è religione senza moralità): parola-azione-sistema di vita.

                b- Meditazione (disciplina mentale): sforzo-ricordo-concentrazione.

                c- Saggezza: fede-proposito.

    E’facile rilevare come i fattori etici e tecnici siano contemporaneamente presenti e si integrino a vicenda, reciprocamente necessari ed essenziali nell’ottuplice sentiero che porta alla soppressione del dolore.

     

    Il primo gruppo comunitario di una certa consistenza è forse rappresentato dai sessanta monaci ai quali il Buddha affidò il compito di predicare la dottrina e di cercare nuovi adepti, ma il nucleo più antico dell’ordine lo formarono praticamente quei pochi monaci che per primi si unirono al Buddha per ascoltarne gli insegnamenti seguendolo in una vita errante non diversa, in fondo, da quella seguita da tanta parte dei religiosi indiani d’ogni tempo.

    I suoi regolamenti si trovano codificati nel Vinaya-pitaka e in special modo nel Patimokkha, i cui precetti e i cui divieti risalgono verosimilmente, nella loro origine e nella loro definizione, a quelle prime adunanze per le confessioni pubbliche che il Buddha teneva con precisa periodicità insieme con i suoi seguaci.

    L’entrata nella Comunità era aperta a tutti: contrariamente a quanto avveniva nel rigido esclusivismo bramanico non si ponevano qui limitazioni di casta o di condizioni sociali. Ne risultava di conseguenza una composizione socialmente e culturalmente eterogenea che metteva fianco a fianco nobili, uomini di ventura che avevano conquistato il dominio su città e regni, mercanti arricchiti, banchieri e gente di umilissima estrazione. Il solo fattore che conta non è la nascita ma il comportamento dell’individuo, l’onestà della sua fede, la purezza dei suoi atti: "Non domandare [a quale] stirpe [si appartiene], chiedi della condotta: dal legno invero nasce il fuoco".

    Ciò non toglie che il buddhismo primitivo abbia più volte messo in luce una certa propensione per il mondo dei nobili, tra i quali d’altra parte veniva reclutando la maggior parte dei suoi seguaci. Le sole persone ad essere escluse dall’ammissione nella Comunità erano i soldati, quelli che non avevano ancora compiuto i vent’anni, i debitori, gli uomini non liberi, i criminali, i giovani cui mancava l’assenso paterno, i colpiti da particolari malattie come lebbra, tumori, tisi, epilessia e infine chi non era in possesso di tazza per le elemosine e di vestiti del tipo prescritto.

    Chiunque fosse vincolato a particolari situazioni familiari e sociali e non potesse di conseguenza abbracciare in maniera più completa la vita monastica, poteva pur tuttavia vivere nello spirito della Legge buddhista come zelatore laico (upasaka), se professava la sua venerazione alla "Triade delle gemme" cioè al Buddha, alla Legge (dharma), alla Comunità (Samgha).

    A questa imprescindibile professione di fede, alla quale non seguiva alcun periodo di noviziato e che non toglieva al neofito, per una sorta di sorprendente compromesso, la possibilità di continuare ad adorare le divinità adorate nella sua terra d’origine doveva accompagnarsi l’osservanza di cinque norme disciplinari:

    non uccidere, non rubare, astenersi dall’incontinenza, non mentire, astenersi dalle bevande inebrianti.

    Si poteva aggiungere, per una più intensa partecipazione dell’upasaka alla disciplina monastica, l’impegno a osservare il digiuno per un giorno e una notte intera.

    I laici dovevano inoltre contribuire, nei limiti delle proprie possibilità, con donazioni e con offerte di terreni, di fabbricati, di alimenti, di abiti, al mantenimento dei monaci e all’assistenza ai sofferenti, ai malati e in modo particolare agli agonizzanti. L’osservanza di questi doveri morali e materiali determinava il raggiungimento di una intima serenità e di una perfezione di vita destinate a creare i presupposti per un progressivo miglioramento nelle ulteriori esistenze e per il conseguimento della liberazione finale.

    Per i monaci la cosa era logicamente assai più complessa. La struttura della Comunità si fondava su due tipi di ordinazioni, che in origine dovettero essere conferite insieme e solamente dal Buddha in persona.

    La prima di queste equivaleva, per così dire, all’ordinazione preparatoria e segnava l’atto ufficiale di rinuncia da parte del novizio ai vincoli del mondo, sanciva la sua partenza (samanera) da esso.

    La seconda, che teneva dietro al periodo del noviziato, consacrava l’arrivo (upasampada), l’entrata nel numero dei bhikkhu.

    Nella pabbajja, il novizio con atto unilaterale recitava per tre volte consecutive la formula rituale: "Io mi rifugio nel Buddha, nella sua dottrina, nel suo Ordine", egli si impegnava a mantenere una scrupolosa osservanza dei dieci precetti inderogabili: non uccidere - non rubare - astenersi dall’incontinenza - non mentire - astenersi dalle bevande inebrianti - non mangiare fuori dalle ore stabilite - non danzare, non cantare, non assistere a spettacoli - non curarsi di abbellire il proprio corpo con ghirlande, profumi ed unguenti - non valersi di scanni o letti alti o sontuosi - non accettare oro, argento, denaro.

    Il novizio doveva procurarsi, con scelta del tutto libera e privata, due patroni tra i monaci che appartenevano alla Comunità da almeno dieci anni: l’upajjhaya, il precettore che aveva il compito di formalo e l’acariya, il maestro che aveva il compito di istruirlo.

    Il novizio doveva possedere le tre vesti prescritte e la ciotola per  elemosinare il cibo. Terminato il periodo di noviziato, l’aspirante monaco sollecitava la propria definitiva assunzione nella Comunità e, alla presenza di un capitolo di almeno dieci monaci, si svolgeva allora una cerimonia semplice.

    Il candidato veniva sottoposto ad una precisa indagine mediante i quali i monaci si assicuravano che non esistesse alcuna causa impediente. Fissata l’osa esatta dell’assunzione si dovevano pronunciare dinanzi al nuovo monaco le quattro regole che rappresentavano la manifestazione esteriore dell’austerità monastica:

                • Nutrirsi unicamente di quanto gli veniva dato in elemosina.

                • Vestirsi di stracci raccolti tra i rifiuti.   

                • Dormire ai piedi di una albero.

                • Servirsi di orina di vacca quale rimedio di qualsiasi malanno.

    I doveri essenziali nella vita del monaco erano rappresentati dalla povertà, dalla castità, dalla non-violenza e dal divieto di attribuirsi eventuali sovrumane perfezioni

    La loro indifferenza per i beni mondani era un insegnamento per i non-credenti e un esempio valido per quanti già nutrivano fede buddhista; la loro questua era il mezzo traverso il quale gli altri uomini, debitori del grande dono dell’insegnamento della dottrina, potevano mettere in atto la propria generosità, mentre le umiliazioni cui di tanto in tanto andavano incontro erano la via per la quale essi potevano piegare il proprio orgoglio

    Il monachesimo buddhista non è questione di vocazione, è questione di cammino esperienziale nel progresso spirituale verso l’illuminazione.

    Un monaco poteva uscire dalla Comunità senza che lo seguisse nessun sentimento di condanna o di risentimento da parte dei suoi confratelli con i quali poteva anzi continuare a mantenere rapporti di stretta amicizia. Libera infatti era stata la sua scelta di assunzione nella Comunità, libera doveva essere la sua decisione di uscire dall’Ordine.

    In seno alla Comunità non esisteva una distinzione gerarchica: la sola forma di gerarchia accettata corrispondeva unicamente alla diversa anzianità di assunzione nell’Ordine e valeva a distinguere i monaci in decani e in giovani. I monaci non si applicavano ad alcuna forma di attività materiale e dedicavano tutte le loro energie agli esercizi spirituali e alla pratica della meditazione.

    Il Buddha aveva accondisceso senza particolare entusiasmo alla creazione di una Comunità femminile, convinto com’era che nelle donne si assommano tutte le forze dell’infatuazione che ottenebra le menti. Comunque, anche dopo la fondazione, la Comunità delle monache non ebbe mai grande importanza, essa doveva sottostare a quella maschile. L’ordinazione delle religiose seguiva la stessi prassi prescritta per quella maschile.

    Alle monache fu imposta una disciplina più severa di quella che era osservata dai monaci, esse dovettero sottostare a 500 regole (il doppio rispetto a quelle per i monaci).

    Nella gerarchia venivano sempre dopo l’ultimo monaco. Esse dovettero indossare non tre vesti, come i monaci, ma cinque. Siddhartha avrebbe detto che il buddhismo doveva durare mille anni, ma che con l’introduzione delle monache nell’ordine sarebbe durato solo cinquecento anni.

                Il buddhismo come tutte le altre religioni universali ha subito nel corso della storia una evoluzione che lo ha portato a dare vita a diverse forme a secondo delle diverse aree religiose.

    Come abbiamo visto nel buddhismo originario il Buddha non è considerato in Dio e pertanto non gli venne attribuito nessuna forma di culto. Gotama si distinse sempre dal dharma che è eterno, anche come Buddha si presento mai come salvatore bensì come indicatore di una via da seguire per giungere alla salvezza. Il suo sforzo non è stato indirizzato alla spiegazione del divino, una dottrina per il Buddha non è tanto valida per la verità ontologica che contiene, quanto per la qualità della vita che risulta dalla sua applicazione.

    La tendenza verso la divinizzazione del Buddha cominciò a prevalere nel periodo della dinastia Maurya (317-180 a.C.). Il termina Buddha indica il personaggio storico Gotama,. E’pure chiamato Bhagavat, Signore, un termine che generalmente indica una persona superiore rispetto ad un’altra. Col passare del tempo questo secondo appellativo fu usato per indicare non il Buddha storico quanto quello ideale, in quanto tale, "Corpo del Dharma", il Buddha è oggetto di fede ed è visibile agli occhi della fede.

    Il buddhismo Mahayana, Grande veicolo, che sorse verso gli inizi dell’era cristiana nell’area settentrionale dell’Asia (Cina, Corea, Giappone e Tibet), ricorse alla dottrina dei tre corpi del Buddha. Secondo questa interpretazione Gotama storico non è altro che una manifestazione visibile e temporale del Buddha assoluto ed eterno. Il Bhagavat vai visto nella sua forma spirituale e assoluta e non nella sua forma materiale e contingente:

                Dharma-kaya è il Buddha considerato in sé, la stessa verità impersonale, assoluta ed eterna.

                Nirmana-Kaya è la persona storica e temporale del Buddha che è apparsa nel mondo per          aiutare tutti gli esseri viventi a salvarsi.

                Sambhoga-Kaya è la persona viva e concreta del Buddha e nello stesso tempo eterno ed           universale, dotato di saggezza infinita, è il dharma eterno vivente e personificato.

    Anche nel buddhismo avviene, come nelle altre religioni indiane, una tensione tra Dio personale e verità impersonale, il sentimento popolare e la disquisizione filosofica, la via della saggezza e quella della devozione.

    Il Mahayana si sarebbe sviluppato sotto lì influsso della devozione popolare. I laici hanno sempre presentato tre esigenze: spirituali, mitologiche e magiche.

    Nasce così l’ideale del Bodhisattva, che nel buddhismo primitivo indicava colui che rea predestinato a diventare Buddha in una esistenza successiva, invece qui nel Mahayana si intende un essere che ha percorso le dieci bhumi, le dieci perfezioni. Il seguace del Mahayana invece di puntare sulla moralità si concentra sugli sforzi per produrre la bodhi, il risveglio, l’illuminazione, in attesa che con la morte avvenga la totale estinzione degli aggregati dell’esistenza.

    Il Bodhisattva rinuncia volontariamente ad entrare nel nirvana per restare al servizio dei fratelli, così facendo egli rende compartecipi gli altri esseri dei meriti delle sue azioni. I fedeli buddhisti si rivolgono loro per ottenere grazie favori, possiamo quasi dire che è la bhaktimarga buddhista, il fedele riesce a sentire questa figura molto più vicina e concreta in ordine alla propria salvezza.

    La denominazione "Grande veicolo" tende pertanto a sottolineare una superiorità di ideali, di dignità, di programmi nei confronti delle precedenti dottrine praticate dal Hinayana cioè dal "Piccolo veicolo".

    Il momenti  di rottura è tradizionalmente fatto risalire all’epoca dello scisma di Mahasanghika intorno al 340 a.C.. Più elastici nell’interpretazione delle norme disciplinari, Mahasanghika avevano elaborato per la prima volta alcuni aspetti di quell’ideale di Bodhisattva destinato a divenire nel suo contrasto col termine arhat uno degli elementi di maggior differenziazione tra le due grandi correnti buddiste. Il devoto appartenente     all’antica scuola buddhista non mirava che conseguire lo stato di arhat, perché questo significava per lui la soppressione del karman, l’interruzione del ciclo delle rinascite, la realizzazione in vita del nirvana. Questa aspirazione alla non-esistenza, che tende esclusivamente alla propria personale salvezza, può in parte giustificare l’accusa di egoismo che fu imputata al Hinayana.

    L’arhat, ossessionato dal turbinio del samsara, si proponeva come solo e unico fine l’interruzione di questo inarrestabile flusso di esistenze; il Bodhisattva invece, col preciso scopo di soccorrere il maggior numero di esseri, rinuncia eroicamente al suo diritto di entrare nel nirvana; in questo ideale si esaltano due virtù fondamentali già note e rimarcate per altro nel buddhismo più antico: la benevolenza, maitri e la compassione, karuna. In questo senso di tolleranza, di sopportazione, di universale benevolenza, è la base di quella maitri il cui raggiungimento costituiva uno degli esercizi principali del bhiksu. La virtù della karuna che sa far rivivere dentro l’individuo con eguale intensità il dolore provato dagli altri, è da considerarsi alla base di tutto l’edificio buddhista, che dal resto trae la sua stessa ragione di essere proprio dall’intuizione del dolore universale. Il sentimento di amore universale che il Bodhisattva nutre nel proprio intimo per tutte le creature resta costante anche nei confronti di un nemico, coerente con una logica che solo in apparenza può sembrare paradossale.

    L’antica legge del karma considerava il merito come personale: ciascuno ha il suo karma, la pena o la ricompensa dei suoi atti. La novità che il Mahayana trae dalla dottrina del karma consiste in questo: colui che è arrivato ad un grado elevato di saggezza non deve più conservare per se stesso    l’energia e la forza del karman. Deve saperla condividere. Ecco la teoria secondo cui                         l’illuminazione può essere trasferita a tutti gli esseri. Il Bodhisattva con la sua luce è luce per gli altri. E’la dottrina del trasferimento dei meriti. Nel cosmo è presente la scintilla del Buddha che permette di orientare ogni uomo verso la salvezza, è la "buddhittà", una dottrina buddhista che assume un’impronta gnostica. Inoltre è chiaro che i Bodhisattva sono visti come dei salvatori, per questo all’interno del buddhismo si innesca il culto dei santi, delle reliquie e delle immagini che tanto influenzerà l’arte buddhista.

    Hinayana, "Veicolo Inferiore", è la denominazione del buddhismo dell’Asia Meridionale, Sri Lanka, Birmania, Laos, Cambogia e Thailandia.

    Si chiama anche Thera-vada o "Dottrina degli Anziani", cioè la formulazione del buddhismo secondo la tradizione antica. Questa forma di buddhismo è più intenta all’ammaestramento morale e alla disciplina monastica che alle speculazioni metafisico-religiose e alle realizzazioni mistiche, proprie del Mahayana.

    E’un buddhismo più vicino a quello predicato dal Buddha e vissuto dalle prime comunità cristiane. La base della scuola è data dalle quattro verità, dall’ottuplice sentiero e dalla legge della produzione condizionata. La figura tipica di questa corrente, il modello ideale per i laici e l’arhat, "il degno".

    Il raggiungimento di questo stato spirituale si basa sulla conoscenza, jnana, delle cose, del dolore, della concupiscenza e l’acquisizione della certezza di essere liberato; la conoscenza sul mondo delle forme e del dolore che lo caratterizza e sul mondo senza forma.

                Il buddhismo si è diffuso in periodi di profondi cambiamenti sociali, nei quali si era alla ricerca di modi e valori nuovi, in cui si formavano nuove culture. Là dove esisteva una religione organizzata, l’avanzata del buddhismo è stata più lenta e più tardi il buddhismo è stato riassorbito o accantonato, come in India e in Cina. Gli artefici della diffusione furono molteplici. I semplici buddhisti, i commercianti, i coloni, i viaggiatori ebbero un ruolo importante ovunque. La loro testimonianza esplicita, il loro sostegno ai monaci e alle attività buddhiste, la loro situazione socio-culturale privilegiata crearono simpatia, attirarono adepti e facilitarono la formazione dei primi nuclei.

    Il monastero era un mezzo di unità e fedeltà. Il frazionamento delle sette è maggiore là dove la comunità mancava e si secolarizzavano come nei paesi mahayana specialmente in Giappone.

    In ogni cultura si è operata una simbiosi tra buddhismo e religione locale, per cui si può parlare di buddhismo birmano, lao, thai ecc.. Anche teoricamente questo processo non è abusivo.

    L’adattamento eccessivo è una delle cause della scomparsa del buddhismo in India e del suo indebolimento in Cina, esso ha avuto bisogno di secoli per diventare religione popolare e per influenzare profondamente i diversi aspetti della cultura dei diversi paesi. Il buddhismo per imporsi ha avuto bisogno delle conversioni delle masse e dell’appoggio delle autorità politiche.

    Majjhima Nikaya, III, 123.

    M. Eliade, Miti, sogni e misteri, Rusconi, Milano 1976, pag. 129-133.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, Mondadori, Milano 1984, cap. I.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., pag. 21.

    Mahaparinibbanasutta, III, 7 e 8.

    Samyutta Nikaya, V, 437 e sg..

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., pag. 58.

    Dhammapada, 148.

      O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., pag. 64.

    Anguttara Nikaya, X, 206.

    Ibidem, III, 33.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., pag. 65-70.

    Lalitavistara, ed. Lefmann, pag. 346.

    Majjhima Nikaya, XIII.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., pag. 72-76.

    G. Favaro, La tradizione religiosa buddhista, ISSRM, Pro manuscripto, Milano 1992, pag. 12-14.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., pag. 84-85.

    Suttanipata, III, 4,8.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit, pag. 109-121.

    G. Favaro, La tradizione religiosa buddhista, op. cit., Milano 1993, pag. 39.

    G. Favaro, La tradizione religiosa buddhista, op. cit., pag. 43-46.

    O. Botto, Buddha e il buddhismo, op. cit., cap. V.

    G. Favaro, La tradizione religiosa buddhista, op. cit., pag. 46-47.

    G. Favaro, La tradizione religiosa buddhista, op. cit.. pag. 58-61.

     

 

Buddismo

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  • BUDDISMO

 

  • Il fondatore del buddismo, Buddha Gotama, nacque in una ricca famiglia e visse al tempo di Geremia ed Ezechiele, tra il 563 e forse il 483 a. C., la data della sua morte non è sicura. Si sposò ed ebbe un figlio, ma poi lasciò il suo ambiente agiato per cercare una risposta ai problemi fondamentali della vita. La risposta gli giunse, così si racconta, mentre stava in meditazione sotto un albero: lì gli giunse l'illuminazione per la quale da allora è noto come il "Buddha", ossia l' "Illuminato".

    Dopo la sua scoperta viaggiò a lungo, ricevendo il cibo che gli offrivano le persone interessate all'insegnamento e alle visioni di cui s'era fatto portavoce.

     

    Nel buddismo andarono sviluppandosi due rami. Di questi, il buddismo mahayana sottolinea la possibilità che tutti vengano salvati per opera di alcune persone che, come il Mahatma della teosofia, con abnegazione rinunziano al loro ulteriore sviluppo ed assistono quanti sono indietro nel processo di purificazione. Il buddismo si è diffuso per tutta l'Asia, soprattutto nell'isola di Ceylon, in Indonesia, nel Nepal, nel Tibet, in Cina, in Corea e in Giappone. L'Annuario delle Chiese americane del 1961 registra, negli Stati Uniti, un arruolamento di 20 mila persone nel buddismo; questo numero è limitato, però, ad americani di origine giapponese.

    Più recentemente si è avuta un'azione missionaria buddista anche in Europa.

     

    Karma.

    Il metodo buddista di salvezza si impernia sul "karma". "Il karma può essere descritto come la somma dei pensieri e delle azioni di un individuo nell'insieme delle sue incarnazioni. In ogni incarnazione egli modifica il suo karma o in bene o in male... Il karma può essere migliorato per mezzo di atti moralmente buoni, di riti, e di autodisciplina ascetica. Lo scopo ultimo non è soltanto quello di migliorare il proprio karma, ma di sfuggire all'infinita serie di mutamenti, alla terribile successione eterna di nascite e di rinascite. Ciò sarebbe la salvezza"

     

    Le quattro verità fondamentali.

    Il Buddha Gotama espose i suoi insegnamenti, derivati dalle sue visioni, in un sommario molto semplice. Egli dice che la serie delle reincarnazioni può essere spezzata coltivando certe virtù e compiendo certi atti.

    Ecco le sue quattro verità fondamentali:

     

    a) l'esistenza umana comporta automaticamente la sofferenza;

    b) la sofferenza è causata dal desiderio del piacere;

    c) il sollievo è raggiunto solo mediante l'estinzione del desiderio del piacere;

    d) una "strada ad 8 corsie" dev'essere seguita per eliminare il piacere.

     

    La "strada ad 8 corsie" costituisce in pratica la via della salvezza e consiste nelle seguenti attività:

     

    1) concezioni esatte: sono quelle elencate sopra;

    2) giuste aspirazioni: rinunziare al piacere, desiderare il bene;

    3) giusto parlare: non mentire, non usare parole oziose;

    4) retta condotta: comportarsi bene;

    5) retto agire: non vendere persone come schiavi né macellare animali;

    6) retto sforzo: coltivare stati mentali positivi;

    7) retta diligenza: cercare il dominio di sé in ogni cosa;

    8) retta concentrazione: darsi alla meditazione finché giunga la pace.

    La meta verso la quale tende il buddismo è un luogo dove il desiderio del piacere, che è la causa della sofferenza, è assente. Questo luogo viene detto Nirvana. Non è chiaro se esso comporti anche la morte, ma certo richiede l'eliminazione di ogni desiderio del piacere

     

    L’uomo è soggetto - come tutti gli esseri - al flusso inarrestabile delle rinascite (samsara), reincarnandosi continuamente – in base alla legge del karma - in corpi sempre diversi. Lo scopo ultimo della vita umana per il Buddhismo è la salvezza intesa come liberazione dal dolore dell’esistenza, che ha come causa l’ignoranza, la quale deve dunque essere eliminata.

     

    Quale posizione assume la Chiesa Cattolica di fronte al Buddhismo?

     

    La Chiesa si è espressa relativamente alle religioni non-cristiane soprattutto in un Documento del Concilio Vaticano II: la Nostra Aetate (28 ottobre 1965), in cui, pur tenendo fermo il fatto che "Essa… annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è ‘vita, verità e vita’ (Gv 14, 6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a se stesso tutte le cose" (n. 2), ha aperto decisamente la via al dialogo interreligioso: "La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia ed è tenuta ad annunziare incessantemente Cristo che è "la via, la verità e la vita" (Gv. 14, 6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a sé tutte le cose" (ibid.). Del Buddhismo, in particolare, la Chiesa afferma: "Nel buddhismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema sia per mezzo dei propri sforzi sia con l’aiuto venuto dall’alto" (ibid.).

     

    Guardando però al contesto della nuova religiosità ci si accorge di due problemi fondamentali: chi oggi abbraccia il Buddhismo in Occidente, aderendo a gruppi come la Sokka Gakkai, nella stragrande maggioranza dei casi è un cristiano battezzato, che rinuncia al suo credo per aderire ad un’altra religione. Ovviamente, la Chiesa è preoccupata per la salvezza di ogni suo figlio nella fede, soprattutto perché è cosciente di portare al mondo la Verità totale di un Dio fatto carne per amore dell’uomo.

                    

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Buddismo

 

  • A cura di: Luigi Palladino Forgia Francesco Gabriele Giuseppe Per la prof.ssa Creazzo

 

Introduzione

 

Il Buddismo è la religione fondata in India (Nepal) da Siddhartha Gautama, detto Buddha, nel VI secolo a.C. Essa si stacca dalla concezione politeistica risalente ai Veda per rispondere alle esigenze di una "salvezza umana" (senza mediazione divina). Tale "salvezza" è essenzialmente un riscatto dalla condizione umana, sentita come penosa e insostenibile. Il buddhismo conseguì un immediato successo, perché i problemi in esso proposti erano già presenti nella tradizione religiosa indiana, lasciando adito a soluzioni ambigue e contraddittorie rispetto all'ortodossia vedica. Il rapporto tra uomini e dèi, nell'originaria concezione politeistica costituiva un limite alla condizione umana e, al tempo stesso, una salvezza, mediante l'aiuto divino ottenuto dall'azione cultuale. Tale rapporto si andò col tempo modificando, nel senso che l'azione cultuale da semplice strumento di mediazione divenne l'interesse precipuo della religione indiana, perché i sacerdoti, da mediatori tra uomini e dèi, esaltarono l'atto di mediazione, il rito, come atto assoluto, generatore di quella forza (brahman) di cui gli stessi dèi avevano bisogno per esistere. In questa si videro molti eremiti, asceti, santoni cercare, al di fuori di ogni sistema organizzato dalla casta sacerdotale, la propria via alla salvezza, attirando talora dei discepoli, che da soli si sentivano impari al ponderoso compito. Uno di questi gruppi, operante nell'India sett., ebbe una fortuna particolare dando vita al buddhismo, religione che, assieme al cristianesimo e all'islamismo, costituisce ancor oggi la triade delle religioni universalistiche.


Capitolo 1: Le origini e la dottrina

 

 

    • Le origini

 

Le origini del buddhismo si spiegano considerando il vasto e profondo rivolgimento spirituale e religioso che si sviluppò nell’India nei secoli precedenti e seguenti l’età del Buddha. Le antiche credenze religiose, legate alle antiche credenze religiose, legate alle divinità vediche ed alla potenza dei riti sacrificali, avevano perduto terreno da quando – verso la fine dell’età vedica – la concezione del samsãra, o costante peregrinazione dei viventi di esistenza in esistenza, era penetrata negli animi di tutti, divenendo da allora in poi una credenza panindiana fondamentale. Catena durissima questo ininterrotto ricomparire nel mondo tra dolori di ogni genere inerenti ad ogni vita terrena e con l’incubo di dover affrontare infinite volte la morte, dolorosa sempre. Occorre rompere l’interminabile catena ed assicurare al mortale il porto della pace e della felicità; a questo scopo mirano i sistemi filosofici indiani ed altresì il jainismo ed il buddhismo. Quest’ultimo vuole appunto mettere alla portata di tutti gli uomini i mezzi per ottenere la salvazione; il buddhismo, pertanto, non è una filosofia speculativa che si proponga di risolvere razionalmente i grandi problemi dell’essere e del conoscere, bensì una dottrina che, partendo dalla constatazione del dolore in cui è immersa l’intera umanità, vuole indicare la via che conduce alla suprema ed eterna felicità o, almeno, all’annientamento del dolore stesso.

 

 

    • La dottrina

 

La dottrina del buddhismo si può considerare sintetizzata nelle cosiddette “quattro verità”:

 

  • L’esistenza del dolore (nascita, vecchiaia, malattia, morte… tutto è dolore; dolore è l’essere uniti a ciò che non si ama, dolore è l’essere separati da ciò che si ama, dolore è ogni desiderio insoddisfatto);

 

  • L’origine del dolore (che consiste nel desiderio del piacere sensuale e nell’attaccamento alla vita che determina il susseguirsi delle esistenze);

 

  • La distruzione dal dolore (che è la soppressione del desiderio, la quale determina l’annientamento della nostra esistenza e, con essa, del dolore);

 

  • La via che conduce alla distruzione del dolore (la quale consiste in una assoluta purificazione interiore, per cui la vita si svolge secondo una regola strettamente morale).

 

Con la dogmatica delle quattro sante verità sta intimamente congiunta la dottrina del “nesso casuale” che la tradizione buddhista fa del pari risalire alla notte memoranda in cui il Buddha ottenne la chiaroveggenza. Il “nesso casuale” segna il cammino perseguito dal Buddha nell’indagine sulle cause del disfacimento organico in ogni esistenza terrena, che si manifesta nella vecchiaia e nella morte. Causa di queste due è la nascita; della nascita l’esistenza; dell’esistenza l’attaccamento all’esistenza; di questo il desiderio sensuale; del desiderio sensuale la sensazione; della sensazione il contatto; del contatto i sei organi dei sensi; di questi l’essere organizzato come personalità; di questo la coscienza; della coscienza le disposizioni mentali latenti; e di queste infine, l’ignoranza. Distrutta l’ignoranza, la multiforme infelicità che da essa sola deriva rimane annientata; e per ignoranza si deve intendere l’ignoranza delle quattro sante verità sul dolore. Il dolore che pervade il mondo è la nota dominante, ma il pessimismo è nella dottrina del Buddha il punto di partenza per il raggiungimento della salvazione da parte del saggio. Il Buddha nega l’esistenza sostanziale così del corpo come dell’anima; entrambi altro non sono che complessi di elementi singoli i quali mutano continuamente. Il porto della pace che il saggio raggiunge definitamene dopo la morte, è il nirvãna (“estinzione”), con cui si deve intendere, nel buddhismo originario, uno stato di felicità assolutamente negativo, in quanto ogni sensazione è annientata e rimane annientato anche il dolore.


Capitolo 2: Buddha

 

 

    • Buddha

 

Al cuore del buddhismo, l’esperienza di un uomo, il Buddha, esperienza semplice e profonda, la cui dimensione non può essere racchiusa in una filosofia, ridotta ad una morale, mantenuta a livello di una religione, anche se, nel corso della sua storia, il buddhismo assume questi diversi aspetti. Di questa esperienza, gli antichi testi pãli, quali i Dîgha ed i Majjhima nikãya, sono i più vicini. Contengono in germe, è vero, ciò che verrà poi sviluppato ogni volta che i grandi maestri buddhisti, rivivendo a loro volta l’esperienza, si immergeranno essi stessi nelle fonti della sua efficienza e ridaranno forma e slancio nuovi alla dottrina. Sottostante al ribollire di sette e di scuole che si sono moltiplicate nel tempo e nello spazio, questa esperienza assicura l’unità del buddhismo. E’ essa, in fondo, che permette di parlare di mistica, perché della mistica ha tutte le caratteristiche.

Più volte lo stesso Buddha sottolinea la natura nuova, eccezionale, della sua realizzazione. “Senza alcun aiuto, da solo, in esperienze ancora sconosciute”, è riuscito a discernere il dramma. L’ha “toccato con tutto il suo essere (kãya) con il cuore, l’ha realizzato nella sua interiorità, dopo aver respinto inclinazioni, credenze, conoscenze per sentito dire, opinione e riflessione”. Ancore giovanissimo, Gautama si è messo in cerca dell’incomparabile dominio della pace, ma, non soddisfatto delle pratiche che gli propongono i maestri del suo tempo, finisce per rifiutare sia il piano di un vuoto che non genera la pace sia l’ascesi sterile che non annienta il desiderio. Ricordandosi della gioia e della felicità della prima estasi scoperta spontaneamente in passato, mentre era seduto nel giardino di suo padre, ne rinnova l’esperienza. In questa felicità, così diversa da quella del desiderio, egli individua e riconosce il cammino verso la pace suprema e ben presto si dedica, nell’ordine, alle tre altre estasi. Un giorno, ben deciso a non muoversi prima di aver raggiunto il suo scopo, si siede ai piedi di un fico, che sarà l’albero del Risveglio. Lì acquisisce la sicurezza perfetta, non nata, non distruttibile, immortale e senza dolore. In questo regno immacolato, detto estinzione (nibbãna), perché vi si estinguono tutte le seti, egli si stabilisce definitivamente. Vede allora le cose come sono, sedate, inaccessibili al ragionamento, isolate le une alle altre, perché ormai libere da legami. Estinzione, Risveglio, visione universale e liberatrice, questa realizzazione sfugge dunque per sua natura a tutto ciò che è sofisma, dialettica o nozioni. Ma è veramente possibile trasmettere a coloro che la sete, il desiderio e l’ignoranza accecano, un’esperienza tanto profonda che il suo carattere immediato ed intimo rende indicibile? Per compassione, tuttavia, il Buddha mette in moto la Ruota della Legge.

Dopo essere risalito di condizione in condizione ed aver colto la legge stessa del divenire, il Risvegliato apre a tutti il cammino di mezzo, via puramente mistica che acquieta il cuore, apre gli occhi dello spirito e porta all’estinzione. Attraverso le profondità dell’interiorità questo cammino porta alla vacuità, spezzando le alternative senza esiti che proiettano l’uomo da un estremo all’altro, facendolo oscillare tra la voluttà dei piaceri e l’ascesi dolorosa, il rilassamento e la tensione, e, ancor più, tra tutte le nozioni speculative opposte. Questi estremi vengono respinti l’un contro l’altro perché comportano sforzi inadatti e sterili. Con il favore del Risveglio, il Buddha ha trovato la soluzione di tutte le alternative in una visione dinamica, quella dell’atto. Non v’è né un Sé eterno (atta) né annientamento all’ora della morte, ma un insieme di atti che legano l’individuo al divenire se sono condizionati dalla sete, che esprimono al contrario la sua libertà se, dal distacco totale, sgorgano spontanei e appagati. È alla quiete delle estasi (jhãna) ed al discernimento che culmina nella sapienza (paññã) che spetta di por fine al concatenamento del divenire e di rendere all’atto la sua libera spontaneità. La felicità intima delle estasi genera il benessere del corpo e dello spirito e porta alla pace del cuore, aspetto essenziale dell’esperienza buddista in particolare e di quella mistica in generale. Precise e concrete sono le analisi offerte dal Dîghanikãya di questi stati di gioia e di felicità che scandiscono il cammino: jhãna, samãpatti e samãdhi.

Al limitare della tappa puramente mistica, il monaco che abbia eliminato desideri ed ostacoli, evitando nello stesso tempo dispersione esterna ed idea fissa, scopre l’effusione del primo jhãna. Questa gioia indefinibile, nata dal distacco, impregna il suo essere allo stesso modo in cui l’acqua impregna dentro e fuori un blocco d’argilla che viene impastato. Piena conquista del cuore, la quiete del secondo jhãna, nata dal samãdhi, lo invade tutto, spazzando via analisi ed attenzione come l’acqua che sgorga nello stagno profondo da una fonte sotterranea. Distaccato dalla gioia, impassibile e vigilante, egli prova in tutto il suo essere la felicita del terzo jhãna, che l’inonda e la cui pienezza è paragonabile a quella dei loti dai variegati colori, che sono completamente sommersi in uno stagno e che, nati nell’acqua, non si sollevano fuori dall’acqua, ricoperti come sono d’acqua dalle punte alle radici. Così il monaco si colloca nel suo proprio cuore e penetra nella vigilanza e nell’equanimità del quarto jhãna. Definitivamente affrancato dai contrari, egli impregna il suo essere con il suo cuore purificato, immacolato. Le diverse samãpatti si staccano sul fondo uniforme di questi stati. Sbarazzato dalle nozioni a polarità duplice, il monaco si pone in sintonia con l’infinito, accede alla sfera immateriale della vita contemplativa. Come l’uccello che spezza la sua gabbia, egli spezza i suoi limiti e scopre successivamente l’infinità dello spazio, l’infinità della coscienza, la sfera del nulla, poi quella in cui non c’è né percezione né non-percezione, sino al punto in cui raggiunge l’estasi di arresto, nirodha: ed è allora liberato ad opera del cuore.

In tal modo, non sono né il pensiero, né lo sforzo, né la perdita o la privazione che portano alla pace dell’estinzione, ma degli stati di estasi sempre più spogli, che dissolvono la massa delle tensioni dovute alle tendenze costruttrici. La descrizione che i testi ne propongono dà manifestazione conto di un’esperienza che si prova da se stessi e non di un sapere, ma di un’esperienza ripetuta e dominata da quella conoscenza immediata che è la conoscenza mistica. Grazie al samãdhi, in effetti, l’intelligenza, priva d’attaccamento e di segni, diventa un’intuizione mistica, fine punta di vigilanza, una comprensione globale ed efficiente, vale a dire sapienza (paññã). Il Buddha la qualifica come viva e penetrante, diventerà “ascia di diamante” del Grande Veicolo. Se, liberati ad opera del cuore, si è affrancati dall’avversione, liberati dalla sapienza si sa che si è perfettamente liberati. Acquietamento e discernimento si rafforzano dunque reciprocamente, e uno culmina in samãdhi, l’altro in paññã. Grazie a questi due aspetti complementari della pratica mistica (bhãvanã), l’energia si esprime liberamente e, sgorgando dalla pura interiorità, gli atti folgorano senza scopo né proiezione, spontanei ed efficienti, come il balzo maestoso di una belva (iddhi).


Capitolo 3: I concili e le scritture

 

 

    • I concili

 

Avendo il Buddha rifiutato di scegliere un successore come guida autorevole della comunità, subito dopo la sua morte si rese necessario procedere alla definizione di alcuni principi che garantissero l’unità fra i monaci e la corretta trasmissione degli insegnamenti del fondatore, diffusi unicamente in forma orale: a questo scopo vennero convocate assemblee note come “concili buddihsti”, il primo dei quali si tenne a Rajagrha (oggi Rajgir) pochi anni dopo la scomparsa del Buddha per precisare soprattutto le regole della disciplina monastica.

L’intento normativo prevalse anche un secolo più tardi, nel concilio riunitosi a Vaisali per dichiarare l’inammissibilità di alcuni comportamenti, come l’utilizzo del denaro e l’assunzione di bevande inebrianti, ritenuti leciti da diversi gruppi di monaci; la terza assise, convocata dal re Asoka a Pataliputra (oggi Patna) nel III secolo a.C. si proponeva invece esplicitamente di purificare la comunità (che godeva ormai della protezione regale) dalla presenza, oltre che di tendenze chiaramente eterodosse, di diversi individui bollati come “falsi monaci” che vennero immediatamente allontanati. Questa assemblea, che decise di inviare missionari al di fuori dell’India, segnò un momento decisivo per la diffusione del buddhismo.

Un quarto concilio, tenutosi intorno al 100 d.C. a Jalandar, o in un’altra località del Kashmir sotto l’egida del re Kaniska, rivelò in modo ormai evidente la presenza nella comunità di diverse tendenze, che il dibattito precedente non aveva saputo armonizzare. In modo particolare era divenuto insanabile il contrasto tra i monaci.

Un gruppo, gli “antichi” (Thera, appunto), – da cui il nome Theravada utilizzato per identificare la loro scuola – propugnavano la stretta osservanza delle regole stabilite dal Buddha, mentre i membri di quella che sarà definita come mahasanghika, cioè “grande assemblea”, erano favorevoli ad accogliere istanze diverse in campo disciplinare, soprattutto per quanto concerne il ruolo dei laici, ed in campo dottrinale interpretavano in modo tutto nuovo la figura del fondatore. Questa quarta assise non riuscì comunque nell’intento di conciliare gli orientamenti delle due correnti, e la tradizione Theravada ne rifiuta addirittura l’autenticità, richiamandosi più volentieri al concilio di Pataliputra.

 

 

    • Le scritture

 

La scuola Theravada si ritiene custode di quei testi sacri del buddhismo  che, trasmessi dapprima in forma orale e redatti in forma scritta intorno al I secolo a.C., costituirebbero, secondo la tradizione, il resoconto fedele delle parole del Buddha riguardo ai più diversi argomenti dottrinali e disciplinari. Questa raccolta di scritture canoniche sopravvive in lingua pali, uno degli idiomi che già prima dell’era volgare incominciarono a sostituire il sanscrito nell’uso comune, ed è nota con il nome di “Triptaka”, cioè “tre canestri”, che indica la divisione in tre sezioni fondamentali: il Sutta Pitaka, raccolta di discorsi, il Vinaya Pitaka, codice di disciplina monastica, e l’Abhidhamma Pitaka, scritto di natura prettamente filosofica e sistematica. Il Sutta Pitaka, composto essenzialmente di dialoghi fra il Buddha e diversi interlocutori, si divide a sua volta in cinque sottosezioni: Digha nikaya, “Raccolta dei discorsi lunghi”, Majjhima nikaya, “Raccolta dei discorsi di media lunghezza”, Samyutta nikaya, “Raccolta dei discorsi disposti in gruppo”, Anguttara nikaya, “Raccolta di discorsi disposti in serie numerica”, e Kuddaka nikaya, “Raccolta di discorsi brevi di varia provenienza”, che contiene fra l’altro i popolari Jataka, ovvero le narrazioni delle vite anteriori del Buddha ed il Dhammapada, “Versi della legge”, esposizione sommaria degli insegnamenti filosofici e morali del maestro.

La disciplina che i monaci e le monache devono osservare è esposta nelle 227 regole del Vinaya pitaka, accompagnate ciascuna da un racconto, che ne illustra l’origine e lo scopo, e dalla minaccia della punizione prevista per chi osi infrangerle. Sette opere distinte compongono invece l’Abhidamma pitaka, e presentano in termini squisitamente tecnici un’analisi della struttura metafisica della realtà ed una fenomenologia dell’attività psicologica, affiancando a questi tratti di valore altamente speculativo una sorta di lessico delle espressioni maggiormente rilevanti a livello concettuale. Accanto alle scritture canoniche, il buddhismo Theravada riconosce grande autorità ad altri due testi: il Mahindapanha, “I quesiti del re Mahinda”, opera risalente al II secolo a.C. che espone gli insegnamenti del Buddha sotto forma di dialogo tra il celebre re indo-ellenico ed il monaco Nagasena, ed il Visuddhimagga, “Sentiero della purificazione”, il capolavoro redatto nel V secolo a.C. da Buddhaghosha, il più famoso fra i divulgatori antichi della dottrina buddhista.


Capitolo 4: Le scuole di pensiero

 

 

    • Theravada e Mahayana

 

Cogliendo in termini estremamente sintetici i dati di una situazione che nella sua evoluzione storica dovette essere certamente alquanto complessa, si può considerare la corrente Theravada come l’unica sopravvissuta delle dieci scuole che raccolsero nelle proprie file i monaci assertori della fedeltà assoluta agli insegnamenti autentici del Buddha storico. In contrapposizione alle rivendicazioni sostenute da quanti, riconoscendosi in una delle otto scuole della grande comunità mahasanghika, attribuivano loro una visione eccessivamente elitaria dell’appartenenza religiosa ed una scarsa attenzione al destino dei laici.

Fra queste diciotto scuole, un numero che, con le sue valenze simboliche, rende  già difficile un’accurata indagine storica, quelle vicine all’ambiente della grande comunità incominciarono presto a delineare una nuova immagine del Buddha, identificando il fondatore come una delle manifestazioni storiche di un Buddha eterno e trascendente; egli sarebbe apparso sulla terra per comunicare all’umanità la via della salvezza. Innumerevoli Buddha, mossi a compassione per la miserevole condizione dell’umanità, avrebbero nobilitato, con la loro presenza momenti diversi dell’infinita vicenda ciclica della storia del cosmo, degnandosi di assumere la natura umana come ultima tappa di un processo di spogliazione della propria essenza metafisica. I fedeli devono comunque essere in grado di cogliere questa essenza, rivolgendo la loro attenzione, oltre che alle dottrine divulgate dall’ultimo dei Buddha storici, ai messaggi costantemente inviati all’umanità dalla schiera dei Buddha cosmici con le più diverse modalità della comunicazione mistica.

Di questa dottrina si sarebbe appropriata, precisandola ulteriormente, la seconda corrente fondamentale del buddhismo, quella Mahayana, che, emersa in seguito alquanto oscure fra il II secolo a.C. ed il primo secolo d.C., si pone di fatto in continuità con il pensiero del mahasanghika, per quanto sia estremamente problematico non solo stabilirne l’origine dall’una o dall’altra scuola, ma anche precisare la zona, identificata ora con le regioni meridionali e ora con quelle nordoccidentali del subcontinente indiano in cui mosse i primi passi. La corrente Mahayana, che, come logica conseguenza della sua concezione, non considera uniche scritture autorevoli quelle del canone pali – legate esclusivamente alla figura del Buddha storico – venera anche numerosi testi redatti in lingua sanscrita, come il Saddharmapundarika Sutra (“Sutra del loto della buona legge”), l’Avatamsaka Sutra (“Sutra della ghirlanda”) ed il Prajnaparamita (“Perfezione della saggezza”), ed attribuisce grande importanza alla figura del Bodhisattva, il saggio che, al pari dell’arhat teorizzato dalla scuola Theravarada, mira ad ottenere l’illuminazione, ma, a differenza di quest’ultimo, ritarda il suo ingresso nella condizione beata del nirvana una volta raggiunto lo scopo supremo, prolungando la sua esistenza corporea al fine di comunicare agli uomini, oggetto della sua compassione, la via della salvezza.

I Bodhisattva rappresentano per i fedeli del buddhismo Mahayana figure da venerare profondamente, riconoscendo loro una dignità vicina, per tanti aspetti, a quella del Buddha storico. Quest’ultimo, costituisce, nella forma di “corpo della trasformazione” soltanto una, e la più caduca, delle manifestazioni del “corpo dell’essenza”, la natura più autentica del Buddha cosmico, pura ed assoluta nella sua perfezione spirituale, superiore anche a quella del “corpo di beatitudine” da contemplare nello splendore dei cieli dov’è assiso per inviare all’umanità i suoi messaggi salvifici.

La moltiplicazione delle figure del Buddha, venerabili in questa loro multiforme natura dei tre corpi (trikaya) accanto agli stessi Bodhisattva, ha fatto del buddhismo Mahayana una forma di espressione religiosa spiccatamente devozionale, rispetto alla rigida visione della scuola Theravada, che considera unicamente la figura del Buddha storico; essa ha inoltre preparato al successivo sviluppo di un indirizzo che, a motivo dell’utilizzo di pratiche e culti magici ed esoterici, simili per tanti aspetti a quelli del tantrismo di matrice induista, si definisce come “buddhismo tantrico” ed identifica la base dottrinale del lamaismo impostosi, dal VII secolo d.C., in Tibet, e successivamente, in Mongolia, e anche, con la scuola Shingon in Cina e Giappone.


Capitolo 5: La cosmologia buddhista

 

 

    • Introduzione

 

Il buddhismo è conosciuto in Occidente come la “religione atea”. È evidente, tuttavia, che nelle società buddhiste si rende culto agli dèi e si crede nella loro esistenza. Come è possibile?

Il Buddha predicò una dottrina di salvezza, una via per affrancarsi dal mondo e dalla sofferenza. Questa via consiste in una formazione morale e spirituale che chiunque può intraprendere, ma solo per proprio conto. Un maestro – il migliore di tutti, il Buddha stesso – può dare dei consigli, ma nessun agente esterno è in grado alla fine di determinare la condizione spirituale di un uomo. La dottrina non riguarda né il benessere materiale di un individuo, né le convenzioni sociali. Procedere sulla via del Buddha può contribuire a risolvere dei problemi materiali ed a portare ad una società più civile, ma si tratta di benefici accidentali. Lo scopo è, in realtà, quello di abbandonare la società e, per finire, la vita stessa, cioè il ciclo delle reincarnazioni.

Ma coloro che accettano il messaggio del Buddha non sono tutti pronti a rinunciare alla vita profana, soprattutto nelle società in cui il buddhismo ha acquisito una posizione dominante e ove si nasce buddhisti più che diventarlo. Fintantoché si resta nel mondo, si cerca di migliorare la propria sorte con tutti i mezzi di cui si dispone: ora, in tutte le società buddiste, tra questi mezzi, vi sono gli dèi. Il buddhismo si è trovato a suo agio nelle culture politeiste, ove si crede ad ogni sorta di esseri che l’Occidente colloca nella categoria del soprannaturale. Dèi e demoni coabitano nell’universo e gli uomini devono trattare con loro, nello stesso modo in cui devono appagare dei vicini umani più potenti o chiedere loro dei favori. Non v’è da stupirsi affatto se un monaco cingalese possa affermare: “Gli dèi non hanno nulla a che vedere con la religione”.

Non possiamo sapere con certezza assoluta se Buddha stesso credesse all’esistenza degli dèi. C’è un solo testo canonico nel quale gli si domanda direttamente se gli dèi esistono, e la risposta del Buddha è evasiva. Tuttavia numerosi testi rappresentano quest’ultimo come se fosse in rapporto con degli dèi; se ne deduce dunque che i suoi discepoli consideravano la loro esistenza come garantita. In uno di questi testi, il Buddha dice ad un gruppo di monaci che hanno raggiunto il Risveglio, come egli possa vedere molti dèi davanti a sé e come anche loro, concentrandosi, siano in grado di percepirli. Non solo nel buddhismo nascente, ma anche lungo tutta la sua storia, gli dèi sono stati ritenuti né più né meno reali degli esseri umani. Nella meditazione tantrica devono essere percepiti tramite un procedimento condizionato da precise istruzioni, e le loro immagini devono quasi dissolversi per lasciar posto alla percezione della loro non-sostanza.

 

    • Gli dei nel cosmo

 

Fino in epoca moderna, i buddhisti hanno accettato la cosmologia indiana dei tempi del Buddha; e, beninteso, alcuni degli dei citati nei testi primitivi sono emigrati con la dottrina. Secondo questa cosmologia, l’universo è costituito da più strati: il mondo degli uomini si trova frapposto tra i cieli al di sopra, e gli inferi al di sotto. I vari strati sono popolati da differenti classi di esseri: quanto più si sale, tanto più il potere, l’agiatezza e la longevità di tali esseri aumenta; ma ciò che è essenziale per i buddhisti è che tutti gli esseri muoiono e rinascono secondo i loro meriti morali. Anche gli dèi sono mortali.

Nella classificazione più corrente, vi sono cinque classi di esseri; secondo un ordine dall’alto in basso, vi sono gli dèi, gli esseri umani, gli animali, e poi i fantasmi (spiriti infelici dei morti) ed i demoni. Tutti possono comparire sulla terra, ma di norma gli dèi abitano il cielo ed i demoni gli inferi. Tuttavia i cieli più alti sono abitati non dagli dèi, ma da coloro che sono morti in una tale santità, da essere vicini alla liberazione finale (nirvãna); reincarnati per l’ultima volta, non hanno corpo e completano il loro cammino verso la perfezione spirituale sotto forma di puri spiriti.

La dottrina contiene due corollari interessanti; il primo che v’è una analogia tra il cosmo e gli stati spirituali di cui un essere umano può fare esperienza. Ciò non avviene solo con la morte, quando un essere si reincarna ad un livello corrispondente il suo stato morale, ma anche per coloro che sono capaci dei più alti gradi di meditazione; elevandosi attraverso i piani dei cieli, possono così intrattenersi con gli dèi del livello cui sono pervenuti: una volta terminata l’estasi dovuta alla meditazione, ritornano sulla terra. Secondo una raffinata interpretazione, il cielo, gli inferi, ed altri aspetti del mondo soprannaturale non sarebbero, nel meditante, che diversi stati di spirito; tuttavia, la maggior parte dei buddhisti ha preso alla lettera la cosmologia. Nella pratica questa dottrina non può che riguardare un ristretto gruppo di individui, dediti alla meditazione. Quanto al secondo corollario, la sua importanza è di gran lunga più vasta e può così enunciarsi: più è elevato il posto che un essere occupa nell’universo, tanto meno questo è disposto ad impegnarsi negli affari del mondo. in particolare, poiché gli dèi situati più in alto sono entità più morali, nessuno di loro aiuterà un uomo nella minima circostanza che fosse anche di poco contraria all’etica. Ciò porta ad una curiosa dinamica che è stata accuratamente studiata a proposito del pantheon cingalese. Un dio buono aiuta coloro che gli rendono culto; ma ciò prova la sua bontà e di conseguenza lo innalza, nel suo pantheon ad un livello di più compiuta santità, il che si traduce in una minore efficacia da parte sua. Nel frattempo, al livello più mondano che prima occupava, viene sostituito da un dio inferiore (spesso uno dei suoi antichi subordinati), che è maggiormente in contatto con le esigenze della vita comune.

Al tempo stesso gli dèi, da parte loro, non fanno che raccogliere i buoni frutti delle loro azioni compiute nel passato; quando questo merito è esaurito, devono anch’essi morire. Per conseguenza, gli dèi principali del sistema cosmico non sono alla fin fine degli individui, ma titoli e funzioni, come quello del “Re di Francia”. Ci sarà sempre un Visnu, ad esempio, ma questo Visnu non sarà sempre lo stesso individuo: eserciterà soltanto le stesse funzioni. Tuttavia dèi così grandi vivono così a lungo che la loro mortalità non ha conseguenze pratiche per noi. In compenso, ne ha di importanti per loro, e tali da finir per incidere sulle vite umane. Anche se qualunque altro vantaggio aumenta quando un dio progredisce nella scala cosmica, gli dèi, sotto un certo aspetto, sono inferiori all’uomo: non possono pervenire al nirvãna e, per raggiungerlo, devono nascere di nuovo come esseri umani. Dato che la vita in cielo è troppo gradevole, gli dèi non possono rendersi conto pienamente del fatto che tutta la vita è sofferenza. Per assicurarsi una rinascita sulla terra, hanno bisogno di acquisire dei meriti; ma nelle loro belle residenze le occasioni di farlo sono limitate.

Una tale concezione serve in pratica a collegare gli dèi al sistema religioso buddhista. L’opportunità fondamentale che gli uomini offrono agli dèi, in cambio dei loro favori, è quella di permetter loro di acquisire dei meriti. Già nel canone si trova un testo in cui il Buddha dice che se si offre cibo ad un sant’uomo (cioè l’atto meritorio più tipico per un laico) si deve dedicarne il merito agli dèi locali; ma ciò coincide con il fatto di applicare la dottrina buddhista secondo la quale la moralità si valuta col metro dell’intenzione. Si dice agli dèi: “Ho fatto questa buona azione che non siete in grado di compiere; vi invito a rallegrarvene come faccio io, e, pertanto a purificare i vostri pensieri, come io faccio con i miei. In cambio vi prego di vegliare sui miei interessi nel mondo”. questo rituale è universale nelle culture dipendenti dal Theravada; in compenso, nel Mahayana, secondo una prospettiva più ampia, il merito viene offerto a tutti gli esseri; e, reciprocamente, quando un dio concede un favore a dei destinatari umani, costoro possono rallegrarsi dei meriti che il dio stesso concede.

I buddhisti erano in rapporto con gli dèi anche durante la recita dei testi che hanno una funzione apotropaica e che, nel Theravada, vengono detti paritta. Essi ritengono che alla lunga nessuna sofferenza è ingiusta: le disgrazie degli uomini sono il risultato delle loro cattive azioni. Persino i demoni agiscono secondo questa regola, come una specie di polizia del cosmo. In termini mitologici sono sotto il controllo delle divinità delle alte sfere ed eminentemente morali. Tuttavia, a breve termine, possono sorgere dei problemi come con una forza di polizia. Secondo un testo canonico, alcuni spiriti che non avevano alcuna fede nel Buddha disturbarono, un giorno, dei monaci intenti a meditare in solitudine nella giungla; e gli dei delle alte sfere prescrissero di indirizzare dei poemi a questi spiriti, per obbligarli a comportarsi bene. In altri testi, il Buddha predicò la benevolenza verso gli spiriti importuni e, in tal modo, li convertì. Pratiche del genere hanno impregnato tutte le società buddhiste. Nel Tibet, dèi feroci sono stati adottati e riconosciuti, al punto che la loro crudeltà si ritorce contro i demoni infedeli.

In Giappone i santuari shintõ comprendevano spesso un santuario buddhista (jingûji), in cui monaci recitavano testi ed eseguivano riti in vista del Risveglio degli dèi locali.

 

 

    • Dèi salvatori

 

Se tale è l’atteggiamento verso gli dèi nel buddhismo ci si può ben chiedere se non vi si trovino anche i tratti caratteristici che, nelle religioni teiste, sono attribuiti a dio o al divino. Per i buddhisti nulla accade senza una causa; così, il mondo non può avere un inizio, anche se passa attraverso cicli naturali di evoluzione e degenerazione. I testi dei primi tempi ridicolizzano le idee dei bramani a proposito dell’esistenza di un dio creatore.

Brahmã, che personifica il principio del mondo brahmanico, è semplicemente il primo essere ad aver provato la reincarnazione in un cielo elevato, all’inizio di un ciclo cosmico; solo, desidera intensamente avere dei compagni. Brahmã è il decano degli ammiratori del Buddha, ed è su sua richiesta che questi comincia a predicare nel mondo. Il Buddha stesso riceve, in tale occasione, denominazioni quali “dio al di sopra degli dèi”, ma si tratta di metafore; a differenza di Brahmã, egli è veramente onnisciente ed è tutto benevolenza. Ma non è onnipotente, perché ha compreso la legge cosmica della retribuzione morale e sa, di conseguenza, che nessuno può salvare le creature dalla punizione causata dai delitti. È peraltro il “gran signore della compassione” e fa tutto ciò che può attenuare la sofferenza, in particolare, mediante la predicazione, perché è soltanto cogliendo la verità del suo insegnamento che si può sfuggire alla sofferenza.

Il rigore di questa dottrina primitiva non è tuttavia mantenuto in tutte le forme del Mahayana. La nozione di un transfert dei meriti apriva la strada a qualcosa di simile ad una teoria della grazia divina. Nel buddhismo primitivo, un bodhisattva era semplicemente era uno dei rari esseri che aveva meritato di diventare un Buddha. Il Mahayana ha fatto della “buddhità” lo scopo assegnato a tutti gli esseri. Al tempo stesso, alcuni esseri celesti si comportavano in modo molto simile agli dèi salvatori di altre religioni. Si spiegavano i loro poteri in quanto risultato di una vasta scorta di buone azioni. Essi potevano servirsi di tali poteri non soltanto per distribuire benefici nel mondo, come gli dèi, ma anche per portare gli altri a reincarnarsi nel cielo. Da un lato, un gran numero di mahayanisti hanno continuato a spiegare ciò sulla linea dell’antica ortodossia, e secondo loro il “trasferimento dei meriti” si poteva attuare solo quando un buddhista, di solito un umano, compiva la trasformazione morale in se stesso, purificando i propri pensieri. Altri hanno respinto questa dottrina, che era così essenziale per il buddhismo primitivo, e le categorie di Buddha e bodhisattva sono venute più o meno a confondersi. Già nel Sûtra del Loto (II secolo d.C.) ogni atto di culto del Buddha, è ritenuto capace di portare al Risveglio.

Non sembra così lontana, a questo punto, la dottrina espressa da Shinran (1173-1262), il fondatore giapponese della “vera setta della Terra pura”, dottrina secondo la quale il Buddha Amida ha già salvato tutti gli esseri.


Capitolo 6: L’arte buddhistica

 

 

    • L’arte buddistica

 

I caratteri fondamentali dell'arte buddhistica si definiscono soltanto nel corso del sec. II d. C. con la elaborazione dei primi modelli iconografici dopo la lunga fase di arte aniconica (sec. III-I a. C.). Questo periodo di evocazione del Buddha attraverso simboli va dalle colonne con i capitelli zooformi di derivazione achemenide recanti gli editti di Asoka (sec. III a. C.) alla raffigurazione umana dell'immagine del Buddha. Probabilmente per nessun'altra dottrina religiosa l'apporto dell'arte fu tanto vitale e così determinante, per la divulgazione e le fortune presso popoli diversi. Per il buddhismo, il potere esercitato dalla suggestione delle immagini sacre s'integrò a quello della parola al punto di dare corso a quella “civiltà dell'immagine” che sarebbe riuscita a instaurare un linguaggio figurativo comune di portata ecumenica. Le prime manifestazioni artistiche del Buddismo appartengono all'architettura dello stupa, adottato dal Buddismo per soddisfare le più urgenti esigenze di pratica religiosa, quale la raccolta delle reliquie. Nessuna documentazione di stupa anteriori al regno di Asoka si è conservata: forse a questo sovrano risale il primitivo nucleo in mattoni dello stupa n. 2 di Sanchi (rivestito poi in pietra nel corso del sec. II d. C.). Secondo il modello indiano sono di quest'epoca gli stupa di Mihintale e di Thuparama a Ceylon dove il Buddismo approdò fin dal sec. III a. C. Dai vari modelli dell'India (antichi esempi, oltre al complesso di Sanchi, sono quelli di Bharhut e Amaravati) si svilupparono le differenti forme di stupa edificati nei Paesi convertiti al Buddismo (Giava, Siam, Birmania, ecc); da esempi di stupa e di torri cinesi (tai e lou) deriverà, prima in Cina e poi in Corea e in Giappone, la pagoda. In India, attorno al tumulo-reliquiario, si sviluppa l'architettura rupestre e successivamente quella costruita della sala a forma basilicale, con tetto a botte, destinata alle riunioni dei monaci (caitya). Tra i vihara rupestri più antichi sono quelli di Bhaja, Karla, Bedsa, Ajanta, Nasik. I precedenti che segnano l'inizio della tradizione delle sale caitya riprendono elementi dell'architettura civile dell'India sett. e sono costituiti dalle due grotte di Lomas-Rishi e di Sudama nei monti Barabar. La navata centrale della sala caitya è costruita in asse con lo stupa che figura al centro dell'abside. La tradizione indiana dei santuari e complessi monastici rupestri si diffonde con il Buddismo nelle oasi dell'Asia centrale, dove si distinguono i complessi di Bamiyan, Kuga, Kizil, Qumtura ecc., mentre in Cina si svilupperanno i complessi-grotta di Yung-Kang, Lung-Men, Mai-Chi-Shan, Dazu, ecc. Con il fiorire in India della ricca letteratura mahayana e la diffusione del sembiante umano del Buddha - apparso quasi contemporaneamente nella scultura di Mathura e del Gandhara (sec. II d. C.) e successivamente di Amaravati per la convergenza di estetiche diverse (greco-romano-iranica) e sulle quali avevano agito altre interferenze -, l'arte buddhistica trovò mezzi e ispirazione per sviluppare nel corso dei secoli e nel mutare degli stili quelle invenzioni formali e compositive che trovano le più alte espressioni nell'illustrazione degli episodi raffiguranti la vita del Buddha storico o le sue vite anteriori, in pittura e in scultura. L'arte buddhista nell'India si esaurisce verso la fine del sec. XII arroccata negli ultimi rifugi del Bihar e del Bengala, dove con la fede resistono in nuove fioriture gli stili gupta e postgupta. Fuori dell'India l'arte buddhistica si diffuse e improntò dei suoi insopprimibili caratteri originari l'arte dell'Indocina, dell'Indonesia, del Tibet, della Cina fino al Giappone, mutando talvolta il corso delle tradizioni locali oppure innestandosi nelle medesime con sviluppi imprevisti, siglandone in un modo o nell'altro le varie epoche e i diversi stili. In Cina si svilupperà sia per quanto riguarda la scultura (complessi rupestri), sia in molte altre manifestazioni artistiche (pittura, lacca, stoffe, bronzi, giade, ecc.). In Giappone, l'arte buddhistica era approdata con maestranze coreane e aveva addirittura partecipato ai primi caratteri dell'arte dell'arcipelago, dettando forme e composizioni per la pittura, la scultura e l'architettura dei primi periodi storici Asuka e Nara (sec. VI-VIII); in Birmania aveva trovato il terreno fecondo per sviluppare l'inesauribile soluzione tipologica dell'architettura dello stupa; in Cambogia aveva costituito la linfa vitale per l'arte khmer (sec. IX-XII); a Giava aveva innalzato il più gigantesco stupa nel monumento del Barabudur (sec. VIII); nel Tibet era giunta attraverso il Nepal portandosi dietro gli stili dell'arte Pala-Sena, fioriti nel Bihar e nel Bengala dal sec. VIII al XIII. Lungo la pista della "via della seta", dove aveva tratto tanti elementi per costituirsi, era ritornata con gli inconfondibili tratti sinizzati dall'arte.


Capitolo 7: Diffusione del buddhismo

 

 

    • Diffusione del Buddismo

 

Fede di solide tradizioni missionarie, il buddhismo divenne ben presto religione ufficiale nello Sri Lanka, dove era stato introdotto, nella versione Theravada, fin dall’epoca del re Asoka, che inviò nell’isola il figlio Mahinda e la figlia Sanghamitta. Di fede Theravada erano anche i mon, gli abitanti indigeni dell’area birmana e tailandese, mentre i birmani adattarono questa confessione soltanto nell’XI secolo, con il re Anuruddha, dopo avere conosciuto la versione tantrica fin dal 849, anno della proclamazione di Pagan come capitale del regno. Diffusosi fra i thai, giunti dalla Cina nel XII secolo, il buddhismo Theravada fu proclamato loro credo ufficiale un secolo più tardi dal re Sukhotai, mentre al XIV secolo risale la sua penetrazione nel Laos ed in Cambogia, dove già dal II secolo conviveva più o meno stabilmente con l’Induismo, come mostrano anche le rovine del celebre complesso monumentale di Angkor Vat, l’espressione più significativa dell’arte khmer.

Le diverse correnti del buddhismo si diffusero in Cina fin dal I secolo d.C.  come pratica filosofica dell’élite intellettuale, sensibili alla predicazione di maestri indiani quali Kumarajiva che, giunto in Cina nel 401, favorì l’opera di traduzione in lingua cinese dei testi sacri. Esse raccolsero numerosi seguaci, fino al prevalere definitivo della visione Mahayana sotto le dinastie Sui (589-618) e Tang (618-906) pur fra alterne vicende di persecuzione e di ripresa. In questo periodo sorsero anche le quattro scuole di origine locale: la riflessione filosofica intorno al “Sutra del loto della buona legge” costituisce il fondamento dottrinale della scuola nota con il termine giapponese Tendai, mentre l’Avatamsaka Sutra, “Sutra della ghirlanda”, rappresenta il testo fondamentale della scuola Huayan a cui si affiancano l’indirizzo della Terra Pura, incentrato sulla venerazione del Buddha Amitabha, e quello Chan – Zen in giapponese – un sistema particolarmente significativo di meditazione e di valorizzazione della personalità.

Fortemente indebolito dalla persecuzione dell’845, il buddhismo non scomparve mai totalmente dalla Cina e conobbe una certa ripresa all’epoca della dinastia Yuan (1276-1368), dopo essere stato adottato come religione di stato dalle vicine compagini politiche – Koguryo (nel 1392), Paeckche (nel 384) e Sila (nel 528) – che precedettero l’unificazione della Corea nel periodo Koryo (918-1392), epoca di massimo fulgore della fede Mahayana, poi subordinata al confucianesimo con la dinastia Yi (1382-1910). Sottomesso alla Cina fino al X secolo anche il Vietnam accolse la tradizione Mahayana, proseguita nelle epoche successive fino alla forte ripresa del XVIII secolo, con la formazione di numerose scuole locali.

Giunto in Giappone dalla Corea (verosimilmente fra il 538 ed il 552), il buddhismo fu proclamato religione di stato nel 593 dal principe Shotuku, e conobbe un enorme successo in epoca Nara (710-814) ed Heian (794-1185), con lo sviluppo delle diverse scuole, fra cui quella Tendai, introdotta dal monaco Saicho e successivamente riformata dai fautori degli indirizzi della Terra Pura e dello Zen; essi riscossero grande popolarità accanto alla scuola tantrica dello Shingon, fondata dal monaco Kukai, e a quella sorta in epoca Kamakura (1185-1333), di Nichiren. Per quanto concerne il Tibet, il cammino che fece acquisire al Mahayana il suo carattere essenzialmente tantrico fin dal VII secolo ebbe tra i protagonisti principali il maestro Padmasambhava, codificatore dei tratti fondamentali della dottrina poi diffusa dai lama.

 

 

    • Diffusione attuale del buddhismo

 

La presenza della dottrina del Buddha in Asia è tuttora imponente. Di fede buddhista è la maggioranza della popolazione di Sri Lanka, Birmania, Cambogia, Laos, Thailandia. Il buddismo occupa inoltre una posizione di tutto rilievo in Giappone, in Cina, a Taiwan, ad Hong Kong, e nella Corea meridionale. Nella stessa India il buddhismo è in netta ripresa. Ma il fatto più significativo è la diffusione del buddhismo in Occidente, soprattutto dopo la formazione dell’Union Buddhiste Européenne (Parigi, 1975). Si segnalano così in Gran Bretagna l’opera della Pali Text Society e della Buddhist Society; in Germania numerose organizzazioni molte delle quali coordinate dalla Deutsche Buddhistische Gesellschaft; in Francia vari monasteri della setta giapponese Soto Zen, mentre il buddhismo Theravada è propagandato dall’associazione Amis du Buddhisme; in Svizzera punti di raccolta per monaci tibetani profughi; in Italia diversi centri legati all’Unione Buddhistica Italiana; negli U.S.A. numerose organizzazioni riunite intorno all’American Buddhist Academy, con preponderanza delle correnti Zen, Soto, Rinzai e tibetane.


 

Tav.I Espansione del Buddismo fino al XV secolo

 

 

Tav.II Diffusione attuale del Buddhismo

 

 

Tav.III Miniatura ottocentesca proveniente da Bali, che riproduce il Buddha nell’incontro con gli spiriti del bene e del male

 

 

 

Tav.IV Un Tanka raffigurante il Boadhisattva Vajrapani nel suo aspetto terrifico; il dio, che tiene un Vajra (arma fulmine) nella mano destra ed atteggia la sinistra in un gesto minaccioso, è cinto da una pelle di tigre, mentre al collo porta una collana di serpenti. Intorno all’immagine centrale, figurano altre manifestazioni del Vajrapani
BIBLIOGRAFIA

 

 

 

  • Enciclopedia multimediale ENCARTA ‘98, EDITORE Microsoft Corporation voce: Buddhismo, New York, 1998

 

  • Enciclopedia LA PICCOLA TRECCANI, EDITORE Istituto della Enciclopedia Italiana voce: Buddhismo, Roma, 1996

 

  • Enciclopedia LE RELIGIONI DEL MONDO, EDITORE U.T.E.T., Voce: Buddhismo, Torino, 1997

 

Siti Internet

 

  • http://members.xoom.it/buddhismo.html

Detto di oggetti, atti, iscrizioni, e formule orali che, per la loro particolare carica magica , sono ritenuti atti ad allontanare o distruggere gli influssi malefici provenienti da persone, da cose, da animali o da avvenimenti (dal “Vocabolario della lingua Italiana” Zanichelli)

Non figurativo, riferito a realizzazioni ed a tendenze artistiche che ricusano la corrispondenza formale della rappresentazione con l’oggetto reale rappresentato (Da “Il Conciso” Treccani).

Che ha forma animale (Da “Il Conciso” Treccani).

Pittura religiosa tibetana realizzata generalmente su rotoli di tessuto (soprattutto seta) che possono essere sospesi alle pareti dei templi o portati con sé dai devoti; i soggetti, che rispondono a complesse e rigorose regole formali, la rendono utilizzabile come oggetto di meditazione del culto buddhista (Da “La piccola Treccani”).

 

Fine articolo

 

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